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Indicazioni per la recensione
La recensione è un testo piuttosto complesso, perché, oltre a fornire informazioni su un libro, un film, una rappresentazione teatrale, una mostra d’arte, un evento musicale, un videogioco etc, ne dà:

  • un’interpretazione, analizzando, attraverso le scelte di forma e contenuto, il messaggio dell’autore
  • una valutazione, individuando i punti di forza e di debolezza dell’opera in esame (da evitare “mi piace, non mi piace”!)

Questa operazione può essere sostenuta dalla contestualizzazione dell’opera, che può essere riferita:

  • al periodo storico-culturale in cui si colloca
  • all’insieme della produzione dell’autore
  • ad opere simili di altri autori
  • a contenuti analoghi o eventualmente contrapposti

Benché sia preferibile che il testo non segua una scansione rigida e predefinita, perché deve catturare l’attenzione del lettore anche sul piano della comunicazione, è opportuno che esso faccia opportuni riferimenti:

  • alla trama o comunque al contenuto
  • ai personaggi
  • ai luoghi, agli spazi e a tutti gli altri elementi significativi
  • allo stile di comunicazione (scrittura, musica, recitazione, pittura etc)
  • al tema centrale dell’opera, inteso come messaggio espresso dall’autore, all’individuazione del quale concorrono anche gli elementi formali, ad es. la colonna sonora di un film horror accompagna la tensione della vicenda

Lo stile di scrittura deve essere preciso nei dettagli ed efficace nella comunicazione, accattivante nei confronti del lettore; sono opportune adeguate citazioni.

 

Esempio

 

Recensione di un romanzo: “I promessi sposi”

Autore: Alessandro Manzoni
Anno: 1842

La macrostoria trascina le grandi vicende dell’umanità attraverso gli eventi epocali, i personaggi straordinari, le situazioni decisive, le contingenze politiche ed economiche …
Ma è la microstoria a guidare le vite degli uomini, con il loro carico di sofferenze e di coraggio, di imprevisti e di affetti, tra le fessure di quelle stesse vicende, di quegli stessi eventi e a renderle protagoniste di quella grande esperienza che è l’esistenza quotidiana.  
È quello che sembra suggerire Alessandro Manzoni nel suo capolavoro, I promessi sposi, uno dei classici immortali della letteratura italiana, che, a distanza di secoli, appare ancora in grado di commuovere, di coinvolgere, di sollecitare il sorriso o la riflessione, di stimolare la conoscenza. Non a caso, in quello che la critica ha definito “il romanzo del ‘600”, per sottolinearne il rigore storico e l’integrità della ricostruzione, la voce costante e insistente è quella degli umili: non solo quella dei protagonisti, Renzo e Lucia, giovani filatori di seta, che si amano di un amore solido e semplice, come solidi e semplici sono i loro valori, le loro relazioni affettive, i loro cibi, i loro sogni, ma anche quella dei tanti personaggi che incontrano fra le mille avversità che essi devono superare per realizzare il desiderio, solido e semplice anch’esso, di un matrimonio, di una casa, di una famiglia.
È un’umanità che condivide con i due promessi la rassegnazione di fronte alle minacce dell’esistenza (la carestia, la peste …) e all’arrogante violenza dei potenti (gli impedimenti al matrimonio, la rivolta di Milano, la guerra di Mantova …), ma anche una Fede limpida e inattaccabile (solida e semplice) in quella Provvidenza che non risparmia loro ostacoli e sofferenze, ma che è sollecita nell’intervenire, nel riannodare i fili, nell’amministrare una giustizia inesorabile, nell’alimentare sempre e comunque la speranza in un futuro migliore, in questo mondo o nell’altro.
E così Renzo e Lucia, che conosciamo fragili e smarriti all’inizio della loro vicenda, attraversano i trentotto capitoli del romanzo, dipanando in essi quasi due anni della loro vita, con il coraggio, la forza e la determinazione dei giusti perseguitati, ma predestinati al premio finale. Il tempo del racconto, lento e dilatato nella prima metà del romanzo, che non copre nemmeno una settimana del tempo della storia, aumenta di ritmo nella seconda parte, quella maggiormente legata alle vicende storiche che, si sa, difficilmente si possono narrare giorno per giorno e, quasi seguendo un’analoga scansione, lo spazio si apre, dalla ristrettezza, economica, ma soprattutto culturale, di un’oscura provincia lombarda (Quel ramo del Lago di Como che volge a mezzogiorno …) ai fermenti della grande città, quella ricca Milano che sembra promettere agi e ricchezza ai propri cittadini, e ai molti che vi accorrono dalla campagna, e invece regala loro moti di piazza, carestia e peste.
Al di sopra della macrostoria e della microstoria, di contadini affamati e di prepotenti convertiti, di una religiosità che produce testimoni coraggiosi come Fra Cristoforo, ma anche sacerdoti vili ed egoisti come Don Abbondio (un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro) o addirittura monache frustrate e spregiudicate, come Gertrude, Manzoni si muove da perfetto narratore onnisciente, manipolando le vicende private per adattarle al contesto storico e culturale in cui si collocano, ma anche per trasferire al lettore la certezza della presenza di Dio nella storia, attraverso il criterio della verosimiglianza, che, pur salvaguardando la finzione letteraria, assicura alla vicenda credibilità e aderenza al reale.
È proprio questa ricchezza di contenuti, questo dinamismo dei personaggi e della situazione, questa precisione nella ricostruzione storica, questa capacità di sollecitare e sostenere la riflessione sui temi della storia, della fede, delle scelte degli uomini, che hanno consolidato negli anni il successo de I promessi sposi, un classico che sa parlare, attraverso tempi e spazi differenti, il linguaggio di valori e sentimenti ancora condivisi.

 

Esempio

 

Recensione di un film comico: “Non ci resta che piangere”

Anno: 1984
Nazione: Italia
Regia: Roberto Benigni e Massimo Troisi
Cast: Roberto Benigni, Massimo Troisi, Paolo Bonacellli, Iris Peynado, Amanda Sandrelli

Quello del viaggio nel passato è un topos letterario (elemento ricorrente) che ha ispirato la letteratura di tutti i secoli e che ha contagiato anche il cinema. L’essere altrove nel tempo non solo permette ai protagonisti di fare esperienza diretta di una realtà altrimenti inaccessibile, ma anche di misurare la distanza fra l’uomo contemporaneo, immerso nella sua tecnologia, nelle sue sicurezze, nelle sue paure, nella sua visione del mondo, e l’uomo del passato, faticosamente in cammino sulla strada del progresso.
Il tuffo nel passato (e che passato!) è quanto accade ai protagonisti di “Non ci resta che piangere”, un film che riuscì, più di vent’anni fa, a realizzare il magico equilibrio fra due comicità così differenti: quella aperta, sguaiata, astuta di Benigni e quella più timida, intima, ingenua del compianto Troisi.
Nelle campagne intorno a Firenze, Saverio, maestro elementare, e il bidello Mario, fermi con la macchina a un passaggio a livello, la cui sbarra sembra non doversi alzare mai, cercano una via d'uscita, ma vengono sorpresi da un temporale e trovano riparo per la notte in una vecchia locanda, dentro la quale si svegliano l'indomani inspiegabilmente immersi in un improbabile anno 1492. Tentano goffamente di assumere l'abbigliamento, il linguaggio e le usanze d'epoca e si trovano implicati in avventure impensabili, finché a Saverio spunta l'idea - visto che è l'anno 1492 - di correre in Spagna a fermare Cristoforo Colombo, per impedirgli di scoprire l'America, da cui vengono infiniti mali, a cominciare dall’uso dell’affermazione “okay”, ma soprattutto dagli spostamenti degli Americani in Italia, di cui ha fatto le spese anche la povera Gabriellina, sorella di Saverio, infelicemente innamorata proprio di un cittadino USA. Nel tragitto incorrono in altre avventure, fra le quali l'incontro con un'amazzone di colore e poi con uno smarrito Leonardo Da Vinci, che tentano, con ridicola saccenza, di istruire sulle novità scientifiche, per cui ritardano e arrivano a Palos dopo che Colombo è già salpato. Mentre, delusi e rassegnati, s'apprestano a ritornare sui propri passi, avvertono lo sbuffare e lo sferragliare di una locomotiva. Speranzosi di poter uscire dall’incubo e tornare al presente, si precipitano verso i binari, se non che dalla locomotiva si sporge compiaciuto Leonardo...che ha imparato la lezione e ha inventato il treno.
La trama, inutile negarlo, è semplice, ma proprio per questo la vivacità del film è affidata alla performance dei due comici, perfetti nei rispettivi ruoli: Saverio (Benigni) determinato, pratico, capace di adattarsi alle situazioni più straordinarie e di piegarle a proprio vantaggio, Mario (Troisi), impaurito e lamentoso, in balia degli eventi, (celebre il dialogo con il predicatore: "Ricordati che devi morire!!!" “Si, sì... no… mo’ me lo segno, proprio non vi preoccupate..."),  eppure in grado di convogliare su di sè la tenerezza non solo dell’amico, ma anche dell’anziana che li ospita e persino della bella Pia (Sandrelli), più ingenua ancora di lui. Le gags si susseguono e assumono connotazioni irreali, soprattutto quando descrivono lo sforzo di adattare la quotidianità alle abitudini del passato, come nel caso dell’abbigliamento o di relazionarsi con personaggi storici, come quando scrivono al Savonarola (Estate quasi 1500. Caro Santissimo Savonarola, quanto sei bello, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali. Santissimo, potresti lasciar vivere Vitellozzo, se puoi, eh... Savonarola, e che è, oh... diamoci una calmata, eh, oh... e che è ? … Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto). o di forzare addirittura il corso della storia, nel patetico tentativo di fermare le caravelle di Colombo.
Anche l’incontro con Leonardo è fonte di grande ilarità: il confronto fra la genialità indiscussa dello scienziato, che però vive entro i limiti ristretti della cultura e delle conoscenze del Quattrocento (quasi Mille e cinque, come approssimativamente recitano i popolani durante tutta la vicenda) e l’ignoranza dei due, che però sono avvantaggiati da cinque secoli di progresso tecnologico e scientifico, provoca un incontenibile effetto-dissociazione, per cui, al termine della scena, incapaci di coinvolgere Leonardo, confuso e smarrito, non solo nelle più elementari questioni di ingegneria e di elettronica, ma anche nelle regole del gioco delle carte, Saverio e Mario si allontanano delusi dal crollo di uno dei miti della loro civiltà.
E’ in queste gags, dunque, il valore del film, che impietosamente la critica ha considerato privo di un consistente spessore narrativo, pur riconoscendo ai registi ed interpreti il merito di aver realizzato un prodotto divertente, incalzante, mai volgare: eppure, al cinema, la leggerezza, quando è ben costruita, quando tenta soluzioni non banali per scatenare la risata, quando si affida all’estro interpretativo di due grandi artisti, è un valore essa stessa. Lo spettatore entra immediatamente in sintonia con la comicità della vicenda, recepisce e memorizza le battute dei personaggi, partecipa al rovesciamento dei ruoli (il geniale Leonardo che si trasforma in uno studente un po’ zuccone, il severo Savonarola che viene coinvolto in un’esilarante richiesta di grazie, l’esploratore Colombo, che viene ritenuto l’artefice indiretto delle sofferenze di una povera ragazza italiana del 1980 …) …
Ed è quando il cinema arriva così direttamente al pubblico che, al di là di ogni possibile critica erudita, ha comunque realizzato l’obiettivo per cui è stato inventato.

Due esempi per lo stesso testo – recensioni sintetiche destinate a una rivista
Romanzo: “La lista di carbone”
Autore: Christiana Ruggeri
Anno: 2008

Versione 1                                                    
Il filo rosso della memoria si snoda nello spazio, dalla raffinata libreria romana di Cristina Hauffmann, fino a Lipsia, a Berlino, a Riga. Ma il filo rosso della memoria si snoda anche nel tempo, riallacciando la difficile quotidianità di Anna Biren, universitaria inquieta, colta, curiosa,  all’infinita tragedia della Shoah, che non ha polverizzato solo milioni di corpi, ma anche milioni di sentimenti, di attese, di speranze.
È ciò che scopre Anna, riordinando vecchie carte nella libreria in cui lavora all’interno di un programma di recupero per tossicodipendenti: sessant’anni prima Cristina, l’anziana dolce e determinata che le sta regalando un’opportunità di riscatto sociale, ha vissuto un’intensa storia d’amore con Heinrich Vossell, internato nel campo di concentramento di Sachsenhausen e poi disperso.
A testa bassa, senza nemmeno comunicare le proprie intenzioni a Cristina, Anna ripercorre a ritroso le scarse tracce di Heinrich, immergendosi in apnea nella tragedia dello sterminio, della sua scientifica lucidità criminale, della sua devastante invadenza nella sfera dei sentimenti, ma scoprendo anche preziosi frammenti di tenerezza, di generosità, di umana compassione, per poi riemergere con una rinnovata coscienza dell’orrore, ma anche con un inatteso carico di speranza.
E così il racconto, pur accurato nella ricostruzione storica, soprattutto di quelle parti meno note ai non specialisti, lascia spazio soprattutto all’assordante silenzio della memoria, un carico gravoso per un’intera umanità, che può riscattarsi, sembra suggerire l’autrice Christiana Ruggeri, solo con l’amore e l’attenzione all’altro.

Versione2
Esistono infiniti modi di raccontare l’orrore della Shoah, come testimonia la corposa produzione letteraria dal dopoguerra ad oggi, ma, per farlo, Christiana Ruggeri sceglie la dimensione privata di una storia d’amore drammatica e delicata.
Cristina ed Heinrich sono due adolescenti uniti da un sentimento che li proietta in un futuro gioioso, stroncato però, dalla ferocia nazista: lui internato nel campo di campo di concentramento di Sachsenhausen, lei rifugiata a Roma. Pochi struggenti messaggi d’amore e poi il silenzio di lui, totale, definitivo, crudele, lungo sessant’anni, finchè un destino pietoso, nelle sembianze di Anna, una ragazza tormentata e superficiale, sembra regalare loro un’ultima occasione, un tardivo risarcimento per l’offesa inferta dalla Storia e dalla malvagità degli umani.
Il lungo viaggio di Anna nella vicenda dei due giovani, bloccati nel tempo della loro storia straordinaria, farà affiorare, dalle molte pieghe oscure dello sterminio, un campionario doloroso di umanità e di sentimenti, tracciato con mano sofferente fra le righe di una lista che determina la salvezza per pochi, la morte per molti.
Insieme ad Anna, trascinato nel vortice dei suoi spostamenti spazio-temporali, delle sue emozioni private, della sua rinnovata coscienza storica, del suo linguaggio crudo ed essenziale, il lettore ripercorre la Storia più tragica del Novecento, senza potersi sottrarre all’orrore, ma nemmeno alla speranza, che comunque riaffiora anche dal più crudele dei destini.
Non è una lettura, ma un’esperienza, che raccoglie la memoria individuale nella Memoria di un’intera umanità.

 

Fonte: www.itgguarini.com

 

 

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Istruzioni per la recensione di un libro

 

 

COS’E’

Una recensione è un breve scritto (3000-5000 parole, pari a 5-8 cartelle) nel quale si espongono criticamente i contenuti di un’opera, esprimendo sulla stessa un articolato giudizio finale.

 

 

A COSA SERVE

A chi la scrive, la recensione è utile perché consente di: focalizzare i punti salienti di un’opera, imprimersi nella memoria i suoi concetti principali, le idee fondamentali colà riportate e ripercorrere criticamente il percorso concettuale che l’Autore ha compiuto nel suo lavoro.
In sostanza, quando si conduce un lavoro di ricerca documentaria di una certa entità, si corre il rischio di perdere memoria di quanto letto in precedenza.
La recensione –fatta per il o i lavori fondamentali consultati nel corso della tesi- consente di non trascurare elementi importanti emersi durante la lettura e di utilizzarli adeguatamente nella redazione della tesi.

 

I CONTENUTI ESSENZIALI

Un indice di riferimento essenziale può essere il seguente:

  1. Chi è l’Autore (se conosciuto)
  2. Di cosa si tratta nel volume (contenuti)
  3. A chi è indirizzato il volume (divulgativo, per addetti ai lavori, per la comunità scientifica)
  4. Come l’Autore affronta il tema (approccio teorico, empirico oppure misto)
  5. Qual è il grado di modernità ed innovatività del contributo rispetto allo stato delle conoscenze sul tema
  6. Quali spunti potrebbero essere raccolti o suggeriti a completamento
  7. Valutazioni conclusive
  8. Suggerimenti di lettura (ovvero quali pagine leggere assolutamente).

 

Fonte: www.albertomattiacci.it

 

 

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Linee guida per la stesura di una recensione critica (analisi critica) di un testo
A cura di: Prof. Alberto Zatti                                                                                  Bergamo, OTTOBRE 2006

 

LUNGHEZZA DELL’ELABORATO

10-12 cartelle, corpo 12, spazio 3,3,3,3 cm (alt., basso, dx, sn), interlinea 1,5, con una variabilità di più o meno 2 pagine, comprendendo anche la bibliografia.

 

CONSIGLI PRATICI PER INIZIARE LA STESURA

Non preoccuparsi in prima battuta del numero di pagine scritte (va bene anche se oltre i limiti).
Successivamente vale la regola correggere e tagliare, correggere e tagliare, ecc.; fino ad avere un prodotto finale soddisfacente ed entro i limiti richiesti.

 

LE FASI DELLA STESURA

FASE 0: ESPOSIZIONE DEI “VINCOLI” DEL LAVORO PRESENTATO
Spiegare al lettore che si è consapevoli dei propri limiti

FASE 1: IL CONTESTO
Bio-bibliografia dell’autore
Collocazione del testo nell’arco della produzione scientifica dell’autore
Il contesto teorico dentro cui si muove il contributo: passato, presente, prospettiva futura.

FASE 2: IL TESTO
Presentazione generale a livello descrittivo dell’argomento, del linguaggio e della metodologia
Esposizione della tesi di fondo del contributo (idea centrale del lavoro)
Esposizione dei contenuti dei singoli capitoli o di blocchi di capitoli e parti secondo il criterio lineare (più oggettivo) oppure secondo il criterio di priorità (più soggettivo)

FASE 3: IL MIO PUNTO DI VISTA
Considerazioni finali:

  • Una carrellata “critico-valutativa” del valore del contributo del testo analizzato.
  • Possibilità di una breve “applicazione” interpretativa delle categorie elaborate nel testo esaminato ai materiali di cui si ha disponibilità (per esempio casi, esempi, altri testi narrativi o scientifici)

FASE 4: BIBLIOGRAFIA
Fare una selezione dei testi e degli autori maggiormente significativi per l’autore del testo in analisi.
Fare una bibliografia degli eventuali testi consultati per una migliore comprensione del libro in oggetto.

 

USO DELLE NOTE

L’uso delle note va limitato il più possibile. Nelle note, preferendo quelle a piè di pagina,  vanno inseriti quei contenuti non essenziali per lo svolgersi del discorso nel testo, che aprirebbero, cioè, un ulteriore argomento, interessante, collegato, ma anche non strettamente pertinente. Altra tipologia di note può essere, in alcuni casi, quella che esplica o definisce alcuni termini o passaggi del testo. NON serve mettere a piè di pagina le voci bibliografiche.

 

COME SI SCRIVE LA BIBLIOGRAFIA

Si suggerisce, per la compilazione della bibliografia, di seguire la presente convenzione:
LIBRI
AA.VV. (1983), Enciclopedia della musica, Garzanti, Milano.
Adorno T. (1972), Introduzione alla sociologia della musica, Einaudi, Torino.
Zatti A. (1993), La metafora nella comunicazione familiare e gruppale, Vita e Pensiero, Milano.
LIBRI COLLETTANEI
Baldini M. (a cura di) (1988), Le dimensioni del silenzio, Città Nuova Editrice, Roma.
Cacciari C. (a cura di) (1991), Teorie della metafora, Raffaello Cortina, Milano.
ARTICOLI IN LIBRI COLLETTANEI
Trentini G., Zatti A. Cristante D. (2000), Valori e psiche, in Severino E., Trentini G. (a cura di), Valori e nichilismo, FrancoAngeli, milano.
ARTICOLI
Anzieu D. (1976), “L’enveloppe sonore du soi“, in Nouvelle Revue de Psycanalyse, 13, pp. 161.
ARTICOLI DI ENCICLOPEDIE
Gil J. (1987), Corpo, in Enciclopedia Vol. III., Einaudi, Torino.
ARTICOLI DA INTERNET
Cognome iniziale del nome autore (anno), “Titolo”, Nome sito, specifica esatta della pagina in cui si trova il documento citato (per esempio: http://artsci.wustl.edu/~philos/MindDict/piaget.html, oppure Tuana N. (Winter 2004 Edition), “Approaches to Feminism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Edward N. Zalta (ed.), URL = http://plato.stanford.edu/archives/win2004/entries/feminism-approaches/ )

La bibliografia deve essere elencata in stretto ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore.

Fonte: www.unibg.it

 

 

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Linee guida per la stesura di una recensione critica (analisi critica) di un testo per l’elaborato di prova finale di Scienze e tecniche psicologiche
A cura di: Prof. Alberto Zatti                                                                              Bergamo, aprile 2007

PRINCIPI

La prova finale ha la funzione di aiutare lo studente a familiarizzarsi con la metodologia di ricerca e scrittura di un elaborato scritto. Pertanto si potrebbe ben dire che il contenuto del lavoro finisca sullo sfondo rispetto alla posizione in figura che viene presa dall’esperienza metodologica. A tal proposito, e per rispettare le consegne di un lavoro da svolgere in 20 pagine circa (equivalenti a 470 parole per pagina, ovvero 2500 battute senza spazi, o 3000 battute con spazi, mediamente), è consigliabile preparare uno scritto secondo i canoni della “recensione critica di un testo”, di cui si dirà in questo documento. I testi da analizzare fanno mediamente riferimento ai classici della psicologia, generale, ma non solo.
E’ vero altresì che le cose vengono bene quando, oltre al metodo, c’è anche un po’ di "amore". Pertanto è “normale” (anche se non strettamente necessario), che fra argomento e lavoro di elaborato finale debba esserci una qual certa sintonia.
Una cosa analoga, mutatis mutandi, vale per il rapporto fra docente e studente. Non sempre è cioè necessario che il docente sia anche “l’esperto sommo” sull’argomento. Ciò per dire che nel rapporto fra studente e docente supervisore, quest’ultimo può curare la trasmissione della competenza metodologica, mentre il primo si impegnerà nel trovare le migliori idee sui contenuti dell’elaborato finale. Anche nel rapporto fra docente e studente vale certamente la regola che serve una certa sintonia (relazionale e contenutistica) per avviare un rapporto di collaborazione significativo.

RAPPORTO CON IL DOCENTE

Per l’elaborazione di un lavoro scritto l’ordine è tutto! Saranno pertanto rifiutati fogli sparsi, non almeno graffettati insieme, con il loro numero di pagina e la chiara intestazione dello/a studente, la data di consegna e il titolo dell’argomento del lavoro.
Ad ogni documento sottoposto al docente è buona regola allegare l’indice di massima (o comunque l’indice al suo stato attuale di revisione) e la bibliografia.
Saranno rifiutati documenti via e-mail da stampare a cura del docente, secondo il principio che "l'onere della prova è a carico dello studente".

RESPONSABILITA' Reciproche

Responsabilità del docente

Responsabilità del discente

Indicare le tappe metodologiche

Contenuti

Guidare il processo di lavoro

L’italiano e le espressioni linguistiche utilizzate

Indicare-suggerire modifiche

Errori grafici, ecc.

Giudicare “pronto” per la discussione l’elaborato

 

NON è responsabilità del docente correggere e curare l’italiano!
Di fatto il docente interviene, dopo avere avviato il lavoro con il discente (decisione del testo da trattare; selezione del materiale bibliografico; e stesura dell’indice di massima del lavoro), raccoglie la stesura delle prime 10-15 cartelle prodotte dal candidato. Lo scopo di questa fase è di dare un feedback opportuno allo studente in particolare sulla correttezza dell’italiano utilizzato e sulla correttezza del linguaggio. A questo punto lo studente, fatto salvo ogni possibile appuntamento per chiarimenti, deve proseguire a stendere la maggior parte del lavoro in proprio. E’ sua responsabilità rivedere il proprio lavoro tante volte quante siano necessarie per renderlo più che sufficiente (non ci si deve aspettare che sia cioè il docente a leggere le diverse versioni di alcuni paragrafi o capitoli).
Fondamentale, anche per una indicazione prognostica da parte del docente (fra quanto tempo un candidato potrebbe essere pronto per la discussione finale) è la verifica delle prime 10 – 15 pagine sottoposte al docente. In queste sarà cura del docente dare indicazioni sulla correttezza della lingua utilizzata (sintassi e grammatica; convenzioni stilistiche e/o grafiche; indicazioni sugli aggiustamenti per essere meglio compresi da un lettore-tipo – chi è il lettore immaginato e/o da immaginare? -). Altro punto di verifica è la padronanza dei concetti essenziali per il lavoro, con l’eventuale indicazione di un approfondimento o meno.
La lettura delle “prime dieci cartelle” andrebbe fatta in presenza del docente, il quale potrà dare immediatamente i suggerimenti del caso.

LUNGHEZZA DELL’ELABORATO

10-12 cartelle, corpo 12, spazio 3,3,3,3 cm (alt., basso, dx, sn), interlinea 1,5, con una variabilità di più o meno 2 pagine, comprendendo anche la bibliografia.

CONSIGLI PRATICI PER INIZIARE LA STESURA

Non preoccuparsi in prima battuta del numero di pagine scritte (va bene anche se oltre i limiti delle 20 cartelle).
Successivamente vale la regola correggere e tagliare, correggere e tagliare, ecc.; fino ad avere un prodotto finale soddisfacente ed entro i limiti richiesti.

LE FASI DELLA STESURA

FASE 0: INTRODUZIONE ED ESPOSIZIONE DEI “VINCOLI” DEL LAVORO PRESENTATO
Indicare bene i dati riguardanti il testo analizzato: Autore, titolo, casa editrice, edizione esaminata ed eventuali edizioni precedenti, numero delle pagine, con le eventuali pagine della prefazione se fatta da un altro autore. Introdurre brevemente l’argomento di massima di cui si occupa il testo. Spiegare al lettore che dati i limiti prefissati di 20 pagine circa, non sarà possibile dare pieno riscontro della ricchezza dell’opera esaminata.

FASE 1: IL CONTESTO
Bio-bibliografia dell’autore
Collocazione del testo nell’arco della produzione scientifica dell’autore.
Esposizione del contesto teorico dentro cui si muove il contributo: passato, presente, prospettiva futura.

FASE 2: IL TESTO
Presentazione generale a livello descrittivo dell’argomento, del linguaggio e della metodologia
Esposizione della tesi di fondo del contributo (idea centrale del lavoro)
Esposizione dei contenuti dei singoli capitoli o di blocchi di capitoli e parti secondo il criterio lineare di come vengono esposti nell’opera (più oggettivo) oppure secondo un criterio di priorità individuata dallo studente (più soggettivo).

FASE 3: RIFERIMENTI CONCLUSIVI
Una carrellata “critico-valutativa” del valore del contributo del testo analizzato.
Possibilità di una breve “applicazione” interpretativa delle categorie elaborate nel testo esaminato ai materiali di cui si ha disponibilità (per esempio casi, esempi, altri testi narrativi o scientifici)

FASE 4: BIBLIOGRAFIA
Ordinare in sezioni diverse, seguendo gli stabdard sotto descritti propri delle convenzioni dell’American Psychological Society, i testi con i seguenti titoli:
Bibliografia dei testi maggiormente significativi e citati dall’autore del testo in analisi.
Bibliografia degli eventuali testi consultati per una migliore comprensione del libro in oggetto.
Bibliografia degli eventuali testi utili per ulteriori approfondimenti.
La bibliografia costituisce uno degli strumenti più importanti per la ricerca scientifica. Pertanto, curare in maniera attenta la bibliografia costituisce un buon indice di qualità del lavoro svolto. Le pagine di bibliografia devono essere conteggiate extra alle 20 pagine dell’elaborato finale.

SCHEDE BIBLIOGRAFICHE E SCHEDE DI CONTENUTO

Strumento principale del lavoro di ricerca sono le schede bibliografiche e le schede di contenuto.
Le schede bibliografiche contiene un elenco di titolo attinenti all’argomento, completo di tutte le informazioni bibliografiche: nome e cognome autore, Titolo in italiano e possibilmente in originale, Casa editrice italiana e possibilmente in originale, anno di pubblicazione originale, anno di pubblicazione nell’edizione italiana, anno di pubblicazione dell’edizione straniera a disposizione, collocazione dell’opera (biblioteca, segnatura, ecc.).
Le schede di contenuto si fanno dopo avere consultato l’opera, dalla quale si estraggono i contenuti ritenuti salienti per il lavoro di ricerca. Un esempio può essere un foglio (più o meno lungo a seconda della ricchezza dell’opera), su cui riportare ben distinti, oltre ai dati dell’opera (si veda sopra), anche le informazioni riportate nell’opera (i contenuti), le citazioni interessanti, la collocazione dell’opera rispetto alla letteratura sull’argomento, le osservazioni personali, ecc.

 

USO DELLE NOTE

L’uso delle note va limitato il più possibile. Nelle note, preferendo quelle a piè di pagina,  vanno inseriti quei contenuti non essenziali per lo svolgersi del discorso nel testo, che aprirebbero, cioè, un ulteriore argomento, interessante, collegato, ma anche non strettamente pertinente. Altra tipologia di note può essere, in alcuni casi, quella che esplica o definisce alcuni termini o passaggi del testo. NON serve mettere a piè di pagina le voci bibliografiche.

 

COME SI SCRIVE LA BIBLIOGRAFIA

Si suggerisce, per la compilazione della bibliografia, di seguire la presente convenzione:
LIBRI
AA.VV. (1983), Enciclopedia della musica, Garzanti, Milano.
Adorno T. (1972), Introduzione alla sociologia della musica, Einaudi, Torino.
Zatti A. (1993), La metafora nella comunicazione familiare e gruppale, Vita e Pensiero, Milano.
LIBRI COLLETTANEI
Baldini M. (a cura di) (1988), Le dimensioni del silenzio, Città Nuova Editrice, Roma.
Cacciari C. (a cura di) (1991), Teorie della metafora, Raffaello Cortina, Milano.
ARTICLI IN LIBRI COLLETTANEI
Trentini G., Zatti A. Cristante D. (2000), Valori e psiche, in Severino E., Trentini G. (a cura di), Valori e nichilismo, FrancoAngeli, milano.
ARTICOLI
Anzieu D. (1976), “L’enveloppe sonore du soi“, in Nouvelle Revue de Psycanalyse, 13, pp. 161.
ARTICOLI DI ENCICLOPEDIE
Gil J. (1987), Corpo, in Enciclopedia Vol. III., Einaudi, Torino.
ARTICOLI DA INTERNET
Cognome iniziale del nome autore (anno), “Titolo”, Nome sito, specifica esatta della pagina in cui si trova il documento citato (per esempio: http://artsci.wustl.edu/~philos/MindDict/piaget.html, oppure Tuana N. (Winter 2004 Edition), “Approaches to Feminism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Edward N. Zalta (ed.), URL = http://plato.stanford.edu/archives/win2004/entries/feminism-approaches/ )
La bibliografia è uno strumento di lavoro, pertanto va sempre aggiornata e allegata ai documenti che si sottopongono al docente.
La ricerca bibliografica può essere effettuata sia fisicamente nelle biblioteche cittadine e universitarie, che attraverso una ricerca virtuale in internet. I siti da visitare sono in particolare le biblioteche delle grandi Università italiane, magari quelle più a portata come Milano Cattolica, Milano Statale, Padova, Bologna, ecc. Visitare inoltre i link a cui rimandono le biblioteche, anche Unibg.
Esistono anche network di collegamento fra le biblioteche italiane, di cui cito almeno due che sono AZALAI, per le biblioteche lombarde e il sistema bibliotecario italiano (http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame) in cui si trovano quasi tutti i testi delle biblioteche nazionali italiane.
Per le ricerche all‘estero è consigliabile partire dai siti delle biblioteche nazionali dei vari paesi in cui si intende compiere la ricerca (Francia, USA; Gran Bretagna, ecc.).
Per sapere dei libri in commercio è utile utilizzare indirizzi come WWW.IBS.IT o visitando i siti delle principali case editrici.
Creare una bibliografia è un po' come districarsi in una matassa di lana: per mettere in linea quella che è impastato per esempio in un testo o in una teoria, si prende un capo dei fili intrecciati (un autore, un testo importante, ecc.) e si inizia a seguirlo costruendo l'elenco dei testi citati.
E' anche utile compiere le ricerche per parole chiave o per soggetti convenzionali secondo i sistemi bibliotecari di catalogazione universalmente utilizzati.
La bibliografia deve essere elencata in stretto ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore.

 

STESURA DEL TESTO

Nella stesura del testo per l‘elaborato finale è bene sostenere le affermazioni scritte „appoggiandosi“, per così dire, a un autore consultato (ad es. “La ritmicità del dialogo porta invero ad un interrogare continuo e sempre nuovo. È questo che fa essere un’interpretazione (di un comportamento o di un testo) un esercizio costantemente creativo e la psicoanalisi un’opera sostanzialmente interminabile, come la vita, dopo tutto (Freud, 1937)”).
Le citazioni letterali di testi altrui vanno indicate con il numero di pagina.
L‘articolazione dei paragrafi è essenziale perché indicatrice dell‘articolazione del discorso. Sono comunque da evitare i paragrafi di una o due pagine.
Una prassi fondamentale per fare un buon lavoro è: scrivere, leggere, rileggere, correggere, lasciar trascorrere del tempo (per allontanarsi un po’ dalla propria opera), leggere, correggere, rileggere, correggere, ecc., ecc. fino ad arrivare ad un prodotto ben elaborato da sottoporre alla valutazione finale del docente di riferimento.

 

ATTENZIONE!

Ogni documento presentato e sottoposto al docente dovrà riportare:
data, nome e cognome della studentessa/candidato, titolo dell’argomento concordato, indice di massima elaborato, bibliografia già rintracciata e/o da recuperare, ecc.; il tutto in forma dattiloscritta. Eventuali documenti presentati o lasciati senza tali informazioni non verranno presi in considerazione!

BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO CONSIGLIATA

Bustreo M., (2006), Scrivere e argomentare. Guida alla tesi di laurea. Gedit Edizioni, Bologna.

 

fonte: www.unibg.it/

 

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Come si fa una recensione

Una recensione è uno scritto con in quale si racconta la nostra esperienza di lettura ad altri potenziali lettori, cercando in qualche modo di invogliarli a leggere a loro volta quello che noi abbiamo appena letto. In genere, non si fanno recensioni che stroncano un libro (più per questioni di mercato editoriale che altro), ma non per questo non si possono scrivere pezzi che invitano a non leggere quel libro.
Siccome chi legge la recensione non ha ancora letto il libro, ma deve essere spinto a farlo, della trama si parlerà solo per sommi capi, senza svelare assolutamente come la storia va a finire. Raccontare la trama non significa fare un riassunto del libro, ma darne il contenuto per sommi capi, con informazioni generali e presentazione degli aspetti più rilevanti. Il contenuto della recensione dovrà quindi riguardare soprattutto l'analisi delle caratteristiche del testo, confrontato eventualmente con altre opere dello stesso genere o dello stesso autore. Infine dovrà contenere una valutazione personale, finalizzata a persuadere l'eventuale lettore della validità della sua scelta.
Ne deriva che la tipologia testuale di una recensione è di tipo informativo, descrittivo e argomentativo.
Schematizzando quindi la recensione comprende:
il blocchetto
, cioè la scheda sintetica con i dati relativi all'oggetto 
(Titolo, Autore, Casa editrice, anno di edizione)che viene messa all'inizio o alla fine della recensione stessa;
le informazioni generali, con la sintesi della storia e gli aspetti più importanti;
l'analisi
 delle caratteristiche;
la valutazione personale.

La recensione è un particolare tipo di relazione proposta allo scopo di spiegare un'opera, cioè di presentare e commentare un libro, un film, uno spettacolo teatrale o di altro tipo.
Le recensioni compaiono sui quotidiani, i periodici, le riviste specializzate e sono generalmente scritte da critici, cioè da persone esperte in particolari settori culturali e artistici, che si prefiggono di informare i loro lettori sulle caratteristiche dell'opera presa in esame, di aiutarli a capire se questa può essere di loro interesse oppure no.
La recensione appartiene quindi al genere dei saggi critici e per questo possiede caratteristiche di tipo sia espositivo sia argomentativo. Essa deve infatti comprendere una breve presentazione dei contenuti dell'opera esaminata, un'interpretazione dei suoi significati, un giudizio sul suo valore.

Chi scrive una recensione si propone di:

  • introdurre il lettore all'interno di un'opera fornendogli tutti gli elementi necessari a comprenderla;
  • far rivivere le emozioni provate nel leggere o nel vedere l'opera recensita;
  • dare la propria interpretazione e valutazione sull'opera trattata, cercando di convincere chi legge della validità del proprio punto di vista.

La preparazione di una recensione deve passare attraverso alcune fondamentali fasi operative:

  • lettura (o visione) attenta dell'opera;
  • raccolta di informazioni sull'opera e sul suo autore;
  • organizzazione e stesura del testo.

All'interno della recensione sono individuabili diverse componenti:

  • presentazione dell'opera in rapporto alla produzione del suo autore e al contesto culturale in cui è stata creata;
  • sintesi della trama (o comunque dei contenuti);
  • analisi dei contenuti, individuazione delle tematiche, interpretazione del punto di vista dell'autore, del suo messaggio;
  • analisi delle tecniche impiegate e dello stile;
  • eventuali citazioni di brani o momenti dell'opera, dichiarazioni del suo autore, parere di altri critici;
  • formulazione di un giudizio personale motivato.

 

Recensione di un libro
INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

  • Titolo.
  • Titolo originale (Se si tratta di un'opera tradotta; in questo caso può essere opportuno indicare anche il nome del traduttore).
  • Autore.
  • Casa editrice, luogo e data di pubblicazione dell'edizione consultata.
  • Casa editrice, luogo e data di pubblicazione della prima edizione.

 DESCRIZIONE DEL LIBRO

  • [Copertina. Che cosa riproduce? Può già fornire un primo suggerimento sul contenuto del romanzo? In che senso?
  • Retrocopertina e risvolti di copertina. Che cosa contengono? Che informazioni danno?]
  • Pagine. Quante sono?
  • Capitoli. Esiste una suddivisione in capitoli? Se si, quanti sono? Hanno un titolo o sono solo numerati?

INFORMAZIONI SULL'AUTORE

  • Data di nascita (e anno della morte per gli autori già morti).
  • Luogo di nascita.
  • Notizie essenziali sul periodo storico-culturale in cui è vissuto (o vive), sulla sua biografia, sulle altre sue opere.

ANALISI DELL'OPERA

  • Personaggi. Breve presentazione del protagonista (aspetto, personalità, valori che può incarnare) e di altri personaggi ritenuti significativi.
  • Trama. Sintesi della vicenda narrata.
  • Tematiche.
  • Messaggio dell'autore.
  • Tecniche narrative: la trama è lineare e semplice o si intrecciano più vicende?

La storia è narrata in prima o in terza persona?
La narrazione segue l'ordine cronologico o vi sono flash-back e anticipazioni?
Si può notare una prevalenza di un certo tipo di sequenza (narrativa, descrittiva, riflessiva, di dialogo?)
L'autore usa spesso similitudini, metafore e altre forme del linguaggio figurato?
Il linguaggio usato è colto e ricercato o semplice e quotidiano? Vi sono espressioni dialettali o appartenenti a qualche gergo?
L'autore narra la vicenda in modo freddo e distaccato o vi partecipa esprimendo emozioni e idee personali?

VALUTAZIONE

  • Qual è il tuo giudizio sul libro?
  • Quali idee o  emozioni ha voluto trasmettere lo scrittore? E' riuscito a farlo in modo efficace?
  • Condividi il suo punto di vista?
  • Lo stile e le tecniche da lui usate sono funzionali rispetto al messaggio che ha voluto comunicare?
  • Quali aspetti dell'opera ti sono sembrati maggiormente riusciti? Quali ti sono parsi meno convincenti? Perché?

Fonte: piergiorgiosensi.fileave.com

 

 

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Recensione al volume di Da Cortà Fumei, M. (a cura di) (2009). Formare alle differenze nella complessità. Generi e alterità nei contesti multiculturali. Milano: FrancoAngeli,

di Francesca Vitali.

 

Il volume curato da Margherita Da Cortà Fumei ci introduce ad un insieme di tematiche che sono, al contempo e paradossalmente, tanto centrali e rilevanti per la nostra società, economia e cultura, quanto troppo spesso, nei fatti, ignorate, neglette, semplicemente invisibili.
I temi attorno ai quali si costruisce il testo richiamano i tratti della complessità (sociale e culturale, ma anche economica, istituzionale e politica) nella quale noi tutti viviamo e nella quale ci sentiamo profondamente immersi in ogni momento e fase della nostra esistenza. Oggi le nostre azioni, in ogni contesto ed ambito di vita (nel lavoro così come nel tempo libero, nella gestione dei compiti di cura così come nella partecipazione sociale e politica), appaiono permeate da ossimori, contraddizioni ed ambiguità, segnate non di rado da molteplici alterità.
Nelle (e sulle) differenze e alterità, connesse in particolare agli ambiti, ai ruoli e al processo della formazione e dell’apprendimento lungo l’intero arco di vita, il volume pone un forte accento, facilitando il lettore nel cogliere non solo (e non tanto) le dimensioni di difficoltà e le criticità che sono intrinseche al tema delle alterità, ma anche di apprezzarne la ricchezza, il valore e la funzione sfidante e migliorativa che tutte le diversità ci pongono, come occasione ed opportunità.
Questo stimolante lavoro rende conto di un percorso non solo professionale, ma di confronto e di riflessione collettiva, che costituisce una eredità preziosa ed utile per coloro che vogliano farne tesoro ed ispirare la propria pratica professionale – non solo formativa – alle numerose indicazioni e agli spunti, teorici e applicativi, che le autrici e gli autori dei contributi raccolti nel volume ci offrono.
La genesi del volume si deve, infatti, alla volontà e ad una serie di riflessioni e sperimentazioni ad opera di un gruppo di lavoro, composto da diversi professionisti della formazione, accomunati da un duplice desiderio: da un lato, quello di contribuire a colmare un vuoto legato all’esiguità dei contributi dedicati ai temi della formazione, dell’apprendimento e del cambiamento organizzativo negli scenari complessi e multiculturali, e dall’altro intenzionati a strutturare una serie di indicazioni, studi ed esperienze legate alla formazione alle (e sulle) differenze con cui si confrontano e che sfidano i professionisti della formazione, della consulenza, della gestione delle risorse umane.
Considerando come non vi sia nulla di più soggettivo e più lontano dalla neutralità del fare formazione e manifestando come ogni sapere, metodo e pratica (non solo formativa) sia situata, parziale e mai neutra (Haraway, 1991), ciò di cui il volume testimonia è la necessità degli “occhi della differenza” e di una sensibilità rinnovata per trattare della formazione e della gestione delle alterità e delle minoranze (si pensi qui, solo a titolo di esempio, alla scommessa del diversity management quale efficace modello comportamentale di gestione della ricchezza di potenziale umano), nel quadro di una società sempre più multiculturale e complessa, che fatica ad accettare (e ancor più a vincere) le nuove sfide poste dal multiculturalismo.
Il testo appare, di per sé, metafora, esemplificazione ed esito di buona prassi formativa e professionale: esso origina da un processo di analisi e di studio che si avvia a partire da alcuni presupposti chiave, si sperimenta poi in un percorso formativo biennale di incontri seminariali e ritrova nella redazione del volume stesso nuovo spessore, ulteriore ricchezza e rinnovati spunti di riflessione e di intervento sui temi proposti.
In primis, i diversi contributi delle autrici e degli autori sono accomunati e legati dall’urgenza di trattare la formazione ed il ruolo del formatore e della formatrice in modo non ‘neutro’, introducendo il tema della formazione nelle e sulle differenze nel più ampio scenario attuale dell’economia globale e della società complessa (Margherita Da Cortà Fumei).
Il volume traccia itinerari innovativi e stimolanti per affrontare e per capire tale complessità, facendo risaltare la ricchezza delle alterità e non appiattendo mai le differenze nei contesti organizzati: apertura, flessibilità, equilibrio dinamico fra continuità e discontinuità si delineano come direzioni possibili, come investimenti per una sostenibilità futura, come orientamenti di un percorso e di un viaggio che non ha mete certe, ma che proprio nel suo cammino e nel suo stesso percorso trova la sua ricchezza (Alberto F. De Toni e Luca Comello).
Una finalità del testo è quella di proporre e favorire pratiche formative attente al rispetto delle diversità, a partire dall’uso consapevole del linguaggio nella formazione e da parte dei suoi professionisti. Questa rinnovata consapevolezza appare frutto anche di una rilettura e di una analisi critica della lingua e del linguaggio politically correct, che con l’imposizione di un ideale di neutralità, di fatto finisce per uccidere le libertà stesse. Il contributo di Edoardo Crisafulli richiama a questo proposito l’attenzione sulla necessità di riappropriarsi delle parole ‘contese’, rese tali dal processo di sterilizzazione linguistica coatta agito dalla maggioranza (bianca ed eterosessuale) sulle minoranze, stigmatizzate non solo linguisticamente.
I diversi contributi, racchiusi nel volume, intendono favorire il rispetto delle differenze all’interno delle organizzazioni, a partire da quelle di genere, analizzando non solo i processi di differenziazione, ma anche i possibili modelli di intervento, volti a gestire le diversità in una prospettiva multiculturale che favorisca le pari opportunità, che valorizzi le specificità e che possa contribuire al cambiamento delle culture organizzative (Barbara Poggio).
Sul tema del rapporto fra i generi, a partire da una analisi sugli squilibri storici che segnano il rapporto fra donne e uomini all’interno del mercato del lavoro, Marina Piazza ripercorre la funzione dirompente delle donne all’interno delle organizzazioni, come elemento di ‘scandalo’, che ha scardinato il modello di lavoro dominante, male oriented e male centric, pensato e forgiato, cioè, da maschi adulti, bianchi, eterosessuali, che sembrano dare al lavoro una estrema disponibilità di tempo e di spazio. Questo contributo sottolinea la necessità di una cultura gender oriented, che favorisca la gestione delle differenze, nel quadro di un rinnovato patto sociale fra i generi volto alla conciliazione dei tempi e delle attività di lavoro e di cura, che sappia valorizzare le specifiche competenze di genere, anche modificando l’ordine simbolico che caratterizza le organizzazioni.
Considerare e gestire le diversità (al plurale) all’interno delle organizzazioni significa dover fare i conti anche con le differenze di età e di generazione. Antonietta Cacciani ci guida a riflettere tanto sulle caratteristiche, quanto sugli stereotipi legati ad almeno tre diverse generazioni che ‘abitano’ oggi i contesti organizzati: quelle dei ventenni, dei quarantenni e dei quasi sessantenni, co-presenti nel mercato del lavoro. Le sfide poste da queste tre generazioni al confronto stimolano non solo una lettura inter-generazionale dei fenomeni di cultura organizzativa (si pensi allo sviluppo di capacità nell’ottica del lifelong learning, ma anche ai fenomeni di leadership, di comunicazione, e ancora di raggiungimento e di valutazione dei risultati), ma impongono a chi disegna e progetta la formazione di soppesare attentamente i tratti generazionali, per rendere possibile una gestione delle risorse umane attenta anche alle differenze di età e di generazione, con benefici non solo motivazionali e di apprendimento, ma anche di stampo economico.
Il tema delle diversità nella formazione si accompagna anche ad una articolata riflessione sulle possibili forme di discriminazione nel lavoro e nel suo mercato, a partire da quelle di genere e di cultura. Affinché il diversity management possa concretamente costituire un approccio diversificato ed utile alla gestione delle risorse umane, che sappia riunire in una filosofia gestionale coerente molteplici strategie di coinvolgimento attivo di tutti, è necessario tenere conto di almeno tre semplici, ma difficili principi di riferimento: rispetto, inclusione e rilevanza. Il rispetto si lega al valore di ognuno in quanto persona, in diritto di essere trattato e trattata con dignità, l’inclusione fa riferimento alla percezione di sentirsi parte del processo di apprendimento e la rilevanza sottolinea che gli adulti imparano vivendo, e perciò appare vitale ricordare che le persone potrebbero non capire che hanno appreso qualcosa se non lo ‘sentono’ come esperienza di apprendimento (Luisa Barausse).
Le riflessioni dei diversi autori diventano nel testo indicazioni e punti di attenzione utili per concretizzare nell’azione e nella prassi formativa la valorizzazione delle differenze. Su questo punto, il contributo di Alessandro Cafiero rende conto degli aspetti da garantire per un efficace modello di diversity management, che sappia decentrare e decostruire i punti di vista, per mettere in pratica una antropologia della reciprocità, nel rispetto e nel riconoscimento delle differenze. Una riflessione sulle competenze del formatore e sui metodi e le pratiche per gestire differenze e cambiamento, consente di rileggere l’intero percorso formativo per promuovere un apprendimento attivo, cooperativo e partecipato. Sono numerose a questo proposito le esemplificazioni e gli stimoli forniti dal testo, collocati in contesti anche molto diversi fra loro.
Il volume segue e si inserisce appieno nella prospettiva diffusa e sostenuta da tempo anche dall’Unione europea in materia di riconoscimento, gestione e sostegno delle differenze: si tratta di una prospettiva plurale, che guarda alle molteplici alterità che contraddistinguono la nostra società ponendole alla pari, conferendo, cioè, uguale dignità alle differenze determinate dal genere, dalla età, ma anche dall’origine etnica e dall’estrazione sociale, dalla lingua e dalla cultura, dalla disabilità (o meglio, alla diversabilità; Canevaro e Ianes, 2003), dall’orientamento sessuale, dalle diversità di pensiero e di credo religioso.
Il concetto di parità nelle differenze è un segno che accumuna i diversi contributi del volume, facendo emergere un pensiero che rispetta, tutela ed esalta le specificità e le diversità delle persone, mettendo le une e le altre alla pari (tanto sul piano giuridico e politico, quanto su quello sociale e ontologico), facendole dialogare fra loro: questo punto, in particolare, ci richiama il sublime messaggio che viene espresso dal filosofo e teologo Raimon Panikkar (2002), un’autentica autorità internazionale della spiritualità, dello studio delle religioni e del dialogo interculturale, che sostiene pienamente l’idea di “essere alla pari” fra e nelle differenze ed estende tale pienezza di parità a tutte le alterità, inducendole non solo al dialogo, allo scambio, ma anche alla reciproca e “mutua fecondazione”.
Riuscire a porre alla pari le alterità nei processi formativi, facendole incontrare e dialogare fra loro nei contesti organizzativi, rappresenta una proposta grandiosa, di difficile attuazione, ma urgente e necessaria per la nostra società. Non è un caso, infatti, che il volume muova i suoi primi passi proprio da una riflessione sulle alterità, sul rapporto con l’“altro” e sulla necessità di un percorso di delocalizzazione da sé, di decentramento e di messa in discussione delle proprie frontiere e dei propri limiti, oltre che delle rappresentazioni, atteggiamenti e opinioni personali, che possono sostenere formatori e formatrici nel divenire più consapevoli, più capaci di esaltare e rispettare le diversità, promuovendo così pratiche formative alternative e consentendo alla formazione di attrezzarsi e di rinnovarsi realmente, non solo nei saperi, nei paradigmi e nelle chiavi di lettura, ma anche nei metodi e nelle azioni sempre più adeguate.

 

Fonte db.formez.it

 

 

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Recensione a Imparare e insegnare di Giovanna Barzanò

Giorgio Ostinelli

è il titolo di un recente volume a cura di Giovanna Barzanò pubblicato da Mondadori nella collana Campus, con una prefazione di Gaetano Domenici. Il libro è strutturato in modo interessante, alternando interventi teorici ad esempi concreti, realizzati “sul campo” in vari istituti scolastici. Nelle pagine di Imparare e insegnare viene delineato un ideale percorso che va dalla riflessione sulla personalità docente, all’esercizio della leadership e dell’autovalutazione, allo sviluppo professionale degli insegnanti in corso di  carriera, all’integrazione della scuola in un contesto di rete. Il fil rouge che attraversa tutta la pubblicazione è senza dubbio la visione dell’istituto scolastico inteso come comunità che apprende.
Oltre ai contributi di un certo numero di autori italiani, il volume presenta alcuni capitoli scritti da studiosi stranieri: John MacBeath, professore emerito di Leadership educativapresso l’università di Cambridge, un autore che non necessita di presentazione, in quanto è sicuramente una delle massime autorità a livello mondiale per quanto riguarda la teoria e la pratica dello School Improvement, ossia del miglioramento democratico e partecipativo della scuola; Peter Earley, professore di Leadership educativa presso l’Università di Londra edirettore di ricerca presso il London Centre for Leadership in Learning;Sarah Bubb, responsabile dei corsi di formazione dell’Institute of Education dell’Università di Londra ed esperta nell’ambito della consulenza agli insegnanti.

Come appare dal titolo, l’attenzione è rivolta agli aspetti fondamentali dell’educazione, e non casualmente al primo posto troviamo l’apprendimento. Infatti – nel mondo contemporaneo più che mai – è necessario porre l’accento in modo deciso sulle conoscenze e sulle competenze che le/gli allieve/i sviluppano e assimilano per poter interpretare in modo adeguato il loro ruolo a livello individuale, sociale, e in futuro professionale. Un risultato il cui ottenimento richiede, tuttavia, di superare la concezione tradizionale, secondo la quale il compito della scuola si limiterebbe alla trasmissione di un certo numero di saperi e valori  definiti mediante i programmi scolastici. Occorre dunque passare ad una visione più evoluta, nella quale l’istituto scolastico diventa una vera e propria comunità che apprende, in cui tutti gli attori presenti, dagli stessi alunni, agli insegnanti, ai genitori, ai dirigenti, al personale non docente sviluppano forme di apprendimento funzionali allo svolgimento dinamico e dotato di senso del loro ruolo.

Chiaramente, partendo da questi presupposti, e considerando il ruolo centrale dell’insegnamento, la professionalità docente risulta essere uno degli aspetti-chiave, ed è infatti uno dei temi che spiccano già nel primo capitolo, scritto dalla curatrice del volume. L’insegnante di oggi è chiamata/o a sviluppare nel tempo una nuova forma di professionalismo,  che integri i valori della democrazia con quelli della riflessione relativa al proprio operato. In poche parole, occorre apprendere a dare delle risposte valide ai cambiamenti in atto, senza tuttavia perdere per strada il discorso educativo. Per poter sviluppare adeguatamente il momento riflessivo, l’esperienza deve poter essere rappresentata, e la narrazione, debitamente contestualizzata, è lo strumento che viene utilizzato nei tre casi concreti che completano il primo capitolo, relativi rispettivamente all’imparare e insegnare recitando, all’utilizzazione della fiaba nella formazione e ad una breve ricerca sull’accoglienza.

Il secondo capitolo, ad opera di John MacBeath, parla di leadership per l’apprendimento e di autovalutazione. Dopo aver ricordato come il contesto socioculturale giochi un ruolo importante rispetto all’apprendimento e all’accettazione da parte delle/degli allieve/i della realtà scolastica, l’autore mette in luce alcune tendenze globali, che toccano il settore dell’educazione in vari paesi, ossia la ricerca di efficienza, la partecipazione democratica, il miglioramento della qualità dell’educazione; MacBeath sottolinea come questi temi generali vengano letti ed affrontati in modo differente nei vari contesti nazionali e locali, e illustra vari esempi al proposito, dall’Inghilterra, all’Italia, ai paesi del Nord Europa.

Tuttavia, al di là degli interventi a livello nazionale, le sorti della qualità dell’insegnamento si decidono a livello locale, in particolare fra le mura delle aule scolastiche. In questo contesto, la leadership distribuita è uno dei fattori più importanti, e MacBeath espone brevemente i principi alla base del progetto “Carpe Diem”, a cui hanno partecipato istituti scolastici austriaci, danesi, greci, inglesi, norvegesi, nordamericani e australiani. In tale esperienza, la leadership condivisa è stata utilizzata in funzione di un approfondimento della comprensione di una serie di aspetti, che vanno dal fenomeno dell’apprendimento, alla creazione delle condizioni migliori perché tale fenomeno avvenga, allo sviluppo del dialogo e della ricerca del significato, alla pratica della leadership stessa e dell’accountability intesa come processo sviluppato e gestito “internamente” dagli attori stessi, e precedente forme di verifica esterna. Centrale, nella prospettiva di MacBeath, è il discorso sull’attribuzione di senso alla propria esperienza nel contesto educativo, e la pratica del dialogo e dell’autovalutazione risulta essere di fondamentale importanza in una prospettiva in cui la qualità va ben al di là delle mere esigenze poste dalle istanze governative. L’autore conclude il suo capitolo comparando la scuola come comunità che apprende a Wikipedia, strumento culturale tipico della società delle reti, in cui il sapere viene condiviso tanto in termini di divulgazione che di correzione/messa a punto. Il capitolo di MacBeath è seguito da un esempio concreto che illustra come gruppi di insegnanti abbiano prodotto, con l’assistenza di un consulente esterno, i test “Alice 11” e “Alice 14”, relativi all’apprendimento della storia.

Il terzo capitolo del volume, a cura di Sara Bubb e Peter Earley, tratta dello sviluppo professionale e del miglioramento delle competenze delle/degli insegnanti. In effetti, nella visione tradizionale della scuola la/il docente si costituisce un “bagaglio” di conoscenze e competenze durante la formazione iniziale, che poi aggiorna in modo più o meno volontario durante la propria carriera. Oggi, tale prospettiva non è ormai più adeguata, in un contesto che cambia rapidamente, e nel quale il rapporto tra insegnamento e ricerca educativa viene ad assumere nuove forme e modalità. Queste condizioni conducono a reinterpretare nell’ottica del lifelong learning non solo il ruolo della formazione di base, ma anche e soprattutto quello della formazione in carriera, a cui è stata troppo spesso riservata un’attenzione inadeguata.

Gli autori concepiscono l’insegnante come una/un vera/o e propria/o professionista che, partendo da un’adeguata consapevolezza delle necessità relative ad uno svolgimento ottimale del proprio ruolo, prende parte ad attività di aggiornamento, educazione e supporto. Tali attività, sottolineano i due autori, devono essere strutturate a partire da una concezione che tenga in debito conto le modalità di apprendimento, le motivazioni, le preferenze peculiari degli adulti. Attenzione particolare deve inoltre essere riservata al contesto in cui avviene l’apprendimento, che può essere più o meno pianificato, aperto, e via di seguito. La riflessione sulla propria pratica professionale può avvenire quindi in varie situazioni, di cui qui vengono portati come esempi il coaching e il mentoring. Si tratta di due tecniche oggi molto popolari – anche se in alcuni casi purtroppo praticate in modo superficiale – e, proprio per queste ragioni, le precise e pertinenti indicazioni di  Bubb e Earley sono di grande utilità. Il capitolo si conclude con un paragrafo dedicato all’osservare ed essere osservate/i durante lo svolgimento delle proprie attività professionali, una pratica che, se realizzata in modo non invasivo e condiviso, si rivela molto efficace. Un corso di lingua residenziale a Londra, con una breve intervista ad un’insegnante che ha partecipato, il tema delle visite alle scuole da parte di attori esterni all’istituto scolastico, a cura di Francesca Brotto, la pratica dell’osservazione reciproca fra insegnanti e l’uso della lavagna interattiva multimediale concludono il terzo capitolo.

La scuola fa parte della società contemporanea, descritta appropriatamente come società delle reti da Manuel Castells. Non ha quindi più senso continuare a considerare l’istituto scolastico come una realtà a sé stante, ma esso deve essere concepito, strutturato, connesso e inserito in una dimensione di rete. Ed è proprio questo l’argomento trattato nei capitoli conclusivi del libro. Il primo dei due, a cura di Giovanna Barzanò, Emiliano Grimaldi e Titti Romano, dopo una breve introduzione relativa a concezioni affini, che interpretano la scuola come sistema vivente, come comunità di pratica e come struttura reticolare, propone una panoramica su una delle più interessanti esperienze realizzate in Italia, ossia quella della rete STRESA (Strumenti per l’efficacia della scuola e l’autovalutazione), sorta nelle scuole della provincia di Bergamo circa dieci anni fa. STRESA si pone come missione lo sviluppo di una nuova identità professionale delle/degli insegnanti, attraverso la re-interpretazione della professionalità docente, la partecipazione alle attività di rete e l’identificazione con i valori e i tratti innovativi caratteristici dell’esperienza stessa. Il capitolo si conclude con la constatazione che, nel corso dell’esperienza realizzata, sono stati privilegiati gli approcci pedagogici trasversali rispetto ai contenuti disciplinari di apprendimento ed è stato spesso attuato il ricorso ad esperti, non tanto come fonti di sapere assoluto, ma piuttosto come persone competenti da interrogare in modo appropriato. Particolarmente interessante la riflessione sul fatto che le esperienze sono state, nella gran parte dei casi, proposte dall’esterno, e solo raramente costruite dagli istituti scolastici stessi, un fatto comune anche ad un certo numero di progetti simili realizzati in altri contesti. Si tratta di un fatto del quale è evidentemente importante cercare di meglio comprendere le ragioni. Infine, viene ricordato come il progetto abbia evitato di proporre delle “buone pratiche” esemplari, cercando piuttosto di sviluppare la comprensione da parte degli attori coinvolti. Completano questo capitolo un breve resoconto della scuola estiva della rete STRESA, ad opera della curatrice del volume, e la descrizione del corso Comenius “Developing School Culture towards European Citizenship” a cura di Rosangela Baggio. 

Last but not least, troviamo un interessante intervento di Giovanni Moretti, il quale sintetizza e ricapitola quanto esposto dagli altri autori con un tocco di originalità e riflette sul parziale fallimento dell’esperienza dell’autonomia scolastica in Italia, la quale, anziché produrre degli effetti benefici sul sistema, rischia piuttosto di cagionare danni alla professionalità degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. Infatti, si potrebbe dire che l’autonomia è una condizione necessaria, ma non certo sufficiente per un reale miglioramento degli istituti scolastici, i quali dovrebbero essere anche capaci di divenire delle vere comunità che apprendono, come affermato concordemente da tutti gli autori presenti nel volume.

Come visto, tali comunità dovrebbero svolgere il loro ruolo istituzionale secondo modalità reticolari; tuttavia, spesso accade che le scuole italiane concepiscano la dimensione di rete più come un mezzo per accaparrarsi risorse che come una possibilità di miglioramento del loro operato. A questo proposito, dice Moretti, la rete STRESA costituisce nei fatti un’eccezione. Un altro tema importante è quello della qualità, e l’autore mostra come, a fronte degli evidenti limiti mostrati dagli approcci alla qualità di tipo manageriale – in particolare per quanto riguarda l’incapacità di dar conto delle interazioni umane all’interno dell’organizzazione scuola, con particolare riferimento ai processi di insegnamento/apprendimento – esistano oggi delle alternative concrete, che sono appunto quelle delineate nelle pagine del volume.

Nel panorama editoriale italiano non è facile imbattersi in un libro come “Imparare e insegnare”, che affronta tutta una serie di tematiche importanti per la scuola in modo innovativo, combinando teoria e pratica. Una lettura consigliata per chiunque abbia a cuore le sorti della scuola italiana e creda nella concreta possibilità di un miglioramento che non comporti il sacrificio delle radici democratiche del discorso educativo.  

 

Giorgio Ostinelli

Giorgio Ostinelli è professore a contratto presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Bologna e ricercatore presso l’Ufficio studi e ricerche del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Canton Ticino (Svizzera). Ha pubblicato diversi articoli su riviste nazionali ed internazionali, nonché i volumi Motivazione e comportamento (Erickson) e, con Emanuele Berger, Autovaluazione d’istituto (Carocci). Ha inoltre curato la traduzione in italiano di Cosa vale la pena cambiare nella nostra scuola? (Erickson) di Michael Fullan e Andy Hargreaves.

 

Fonte db.formez.it

 

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Recensione a  “La metamorfosi” di FRANZ KAFKA

Kafka viene spesso definito lo “scrittore dell’angoscia”, per i caratteri cupi che traspaiono dal suo modo di scrivere e per temi trattati, spesso ricollegati alla sua vita privata, ed arricchiti, per questo, di un significato nascosto, segreto.
Questi aspetti della poetica kafkiana si riscontrano anche ne “La metamorfosi”, il romanzo più celebre del letterato polacco.
Il testo, con semplicità di linguaggio e chiarezza grafica, discute, in tre capitoli, argomenti di straordinaria difficoltà, legati alla trama, spoglia come in tutte le opere di Kafka, e che verte attorno ad un episodio fantastico, quasi fiabesco: il protagonista Gregor Samsa un mattino si risveglia trasformato, per mezzo di una metamorfosi avvenuta nel corso della notte, in un insetto.
Dietro l’apparente banalità dell’episodio, si celano tematiche pesanti, su cui lo scrittore riflette in tutto il romanzo. Inizialmente affronta il tema dell’auto-riconoscimento e dell’auto-accettazione, che nel caso specifico si conclude in tempi brevi: il protagonista non si rivela spaventato, né si dispera per l’assurda condizione che gli si pone di fronte, ma cerca immediatamente di reagire positivamente. In seguito Kafka tocca un argomento, che porta il lettore a sbattere letteralmente contro una tremenda realtà, frutto di una visione non ottimista della vita dello scrittore, che spesso nella sua vita ha vissuto momenti infelici: il contatto con gli altri, ha un impatto devastante sulla vita di Gregorio il quale non accettato per le sue sembianze, perde il lavoro e viene rinchiuso nella sua camera, dimenticato addirittura dai genitori. Solo la sorella Rita, riesce a sopportarne la vista e la presenza e a prendersene cura, ma solo per breve tempo; sarà infatti lei stessa a muovere il primo passo contro di lui, nel momento di maggiore difficoltà, proponendo di ucciderlo e riscuotendo il consenso degli adulti. Con ciò lo scrittore sembra suggerirci l’importanza delle apparenze nella società d’oggi e contemporaneamente ammonirci nel tentativo di metterci in guardia anche nei confronti delle persone più care, incapaci come le altre di amare incondizionatamente, anzi in grado di arrivare ad un odio tanto grande da essere esse stesse una minaccia alla nostra esistenza.
La durezza dei temi, contrasta in un certo senso con la leggerezza della scrittura. Il linguaggio è sciolto, semplice ma preciso. Nella lingua originale, si nota un’attenzione minuziosa ai dettagli, espressa nella scelta curata dei termini in base al loro significato specifico.
La narrazione è fluida, la lettura scorre così veloce e le poche pagine finiscono brevemente. Ma in queste pagine sono presenti simbolismi ed allegorie, che aggiungono significati su significati a quanto scritto. Il solo personaggio di Greggio, nasconde numerosi temi. Esso è stato tramutato in un insetto. Nella vita quotidiana, il termine insetto riferito a persone, serve a connotarle in modo dispregiativo come delle individualità insignificanti ed inutili. Allo stesso modo viene considerato Gregorio: non lavorando più, perde la stima dei genitori che lo relegano a vivere in una piccola e poco spaziosa stanza.
In una situazione così difficile, cose spensierate e felici come la musica, riescono come null’altro ad alimentare lo spirito. Ecco perché Gregorio si innamora del violino della sorella e delle note che fa uscire.
Inoltre, il personaggio del protagonista, come del resto tutto il resto del romanzo, va letto in chiave autobiografica. Kafka, pagò caro il prezzo di una salute malferma: fu infatti notevolmente limitato da essa. Similmente a lui, Gregorio deve sopportare grandi sofferenze fisiche dopo la sua trasformazione.

 

 

Fonte www.liceoquadri.it

 

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Impressioni su Final Fantasy XII

 

Se dovessi dare un giudizio personale sul dodicesimo capitolo allora direi che è molto più che bello!! Come tutti i giochi ha dei punti forti ed altri meno, ma i punti forti sono estremamente buoni. Direi che lo stile di combattimento è completamente copiato da un altro fantastico gioco Vagrant Story (della Squaresoft ovviamente), che non a caso, è il mio videogioco preferito. La storia non è eccezionale (come quella ad esempio del sette che è veramente unica, da film!) e i filmati sono un po’ troppo numerosi e lunghi durante l'andamento del gioco, ma questo potrebbe essere anche un punto di forza per qualcuno che, senza ombra di dubbio, sono di qualità buona dal punto di vista grafico, ma spezzano lo scorrimento del gioco, rallentando un po’ il divertimento. Si possono anche saltare, ma ovviamente è masochistico non guardare i video alla prima visione, direi che se non si segue la storia (anche se in inglese, sottotitolata in italiano) sono 59€ sprecate. Un altro cambiamento molto forte è il guadagno di Guil: prima bastava fare molti combattimenti per avere un bel gruzzolo e dopo poco si aveva già a disposizione una quantità di soldi pressoché infinita (eccetto per FFX che grazie a Yojimbo si ha un bel dispendio di soldi). In questo capitolo hanno facilmente ovviato al problema visto che la maggior parte dei mostri uccisi non da un compenso diretto in guil.

IL modo più veloce e pratico, se non forse il vero unico modo per fare un gruzzoletto è usare il comando "Ruba" su tutti i mostri che si incontrano nel gioco. Vendendo il bottino venduto si riesce a comperare tutto quello di cui si ha bisogno, almeno in buona parte.
Gli Lp (License Point) servono per acquistare le licenze sulla scacchiera e se ne guadagna 1 per ogni mostro sconfitto. Solo i boss e rari mostri danno più di un Lp quando vengono sconfitti.
Scacchiera? Nella scacchiera si, come detto sopra, si acquisiscono le licenze e servono per poter utilizzare Armi, Equip., magie ed altro ancora. Sì, perchè in questo nuovo capitolo non basta possedere un oggetto per poterlo utilizzare. Per poterlo equipaggiare bisogna anche avere la licenza e questo vale per ogni singolo personaggio, quindi all'inizio del gioco, non avrete solo il problema dei pochi guil per comprare gli oggetti, ma bisogna fare un'attenta selezione su quali comprare e decidere immediatamente a chi equipaggiarli, in modo da comprare la licenza solo al personaggio che effettivamente andrà ad utilizzare l'arma, lo scudo e così via dicendo. Per le magie fortunatamente il discorso è un poco più economico. Sì, perchè una volta comprata la magia o la tecnica (nelle rispettive magicherie e tecnicherie), la magia è automaticamente "equipaggiata" a tutto il gruppo, ovviamente rimane il fatto che per poterla usare è necessario acquisire la licenza della magia interessata per ogni singolo personaggio.

Parliamo ora degli Mp, ossia punti Mystes. Essi sono necessari per usare le magie, ma in questo capitolo hanno un ruolo molto più importante, poichè vengono consumati anche per lanciare le Invocazioni e per usufruire delle Apoteosi. Per poter ricaricare la barra degli Mp, oltre ad usare i classici oggetti, basta semplicemente camminare per il mondo (o in alternativa toccare un salvocristallo, che ovviamente ripristinerà anche i nostri Hp); questo perchè il Mystes si trova nell'aria, e basta respiralo per caricare il corpo di questa sostanza energetica. In alcune zone del gioco, dove il Mystes è più denso, la barra degli Mp si carica più velocemente e viceversa nelle zone dove il mystes è meno concentrato.
Per riuscire a combattere senza molte difficoltà è quindi consigliabile tenere gli Mp i più alti possibile, e riuscire a sfruttare bene questi punti; ciò è fondamentale per riuscire a effettuare le apoteosi nei momenti più critici e lanciare le magie più utili quando più servono.

Le Apoteosi sono mosse speciali (l'equivalente dei limits nel VII), che colpiscono un nemico specifico e sono ovviamente sbloccabili dalla scacchiera. Ogni personaggio ne può apprendere fino a  tre. Quando un personaggio ne apprende una, la barra degli Mp diventerà rossa e lampeggerà come ad indicare che quel personaggio ha una carica Mystes, cosa necessaria per poter effettuare l'Apoteosi di primo livello. Apprendendo la seconda apoteosi quel personaggio potrà effettuare un'Apoteosi di secondo livello: a questo punto, gli Mp si raddoppiano e avrai a disposizione due cariche Mystes. Quando viene appresa la terza apoteosi, la barra degli Mp viene divisa in tre parti, gli Mp si triplicheranno (ad es: Se Vaan ha 120 Mp apprendendo la seconda Apoteosi, potrà caricare i propri Mp fino a 240, anche se il numero degli Mp massimi rimane 120, e potrà caricarsi fino a 360 quando apprenderà la terza apoteosi. In battaglia, quando Vaan avrà 120 Mp sarà possibile usare l'Apoteosi di primo livello, visibile da una barra luminosa sotto gli Mp, e così via quando sarà disponibile quella di secondo e di terzo livello.). Ovviamente più alto è il livello dell'Apoteosi, più alta è la potenza, infatti le Apoteosi di primo livello hanno potenza 90, quelle di seconda 140 e quelle di terza 230. Per calcolare il danno effettivo che un'Apoteosi infligge ad un nemico la formula è:
(un numero random da 1 e la potenza dell'Apoteosi) x (un numero random tra 1 e la forza del personaggio). Quindi se un personaggio a forza 60 ed usa un'Apoteosi di terzo livello il danno sarà un valore che oscilla tra 1 (1x1) e 13800 (60x230).

Combo apoteosi: Mentre viene effettuata un'Apoteosi, nell'angolo in basso a destra dello schermo appariranno i nomi dei personaggi attivi che hanno acquistato almeno una di queste tecniche, il nome di un'Apoteosi disponibile di quel personaggio ed un cronometro. Premendo il tasto R2, l'elenco delle apoteosi verrà cambiata in modalità Random. In più è possibile che vicino al nome di un personaggio, invece di un'Apoteosi, appaia la scritta Bonus Mystes e premendo il tasto corrispondente a quel personaggio, verranno caricate le barre Mystes dello stesso.

Fusioni: Effettuando una determinata combinazione di combo durante l'Apoteeosi sarà possibile effettuare un attacco finale che amplificherà il danno al nemico e coinvolgerà i nemici circostanti. La formula per caloclare il danno della fusione è: (potenza fusione) x (livello bersaglio)

Tabella Apoteosi
Numero di Apoteosi
Nome                       Potenza      Lv.1     Lv.2     Lv.3
Inferno di Fiamme        90             3         -          -
Cataclisma                  110            7         -          -
Inondazione                130            2         3          -
Estasi Eolica                155            -          5          -
Bianco Eterno              175            -          -          5
Siderazione                 205            2         2          2
Luminescenza              215           3          3          3
Buco Nero                   253            4          4         4

 

Gli Esper sono incredibili evocazioni di Demoni che potrai avere al tuo servizio. Ovviamente, prima di poterti servire, devi piegarli al tuo volere sconfiggendoli in combattimento. Una volta sconfitto un Esper, apparirà la relativa licenza sulla scacchiera e solo un personaggio potrà acquistarla e di conseguenza solo quel personaggio potrà evocare quel determinato Esper.
Evocare un Esper, impiegherà un certo numero di cariche Mystes, ed il consumo dipende dall'Esper stesso. Quando esso viene evocato i "non evocatori" scompariranno dalla battaglia (come in final Fantasy X) e l'Esper rimarrà in campo finché:
1. Non viene richiamato;
2. I suoi Hp scendono a 0
3. Gli Hp del suo evocatore scendono a 0
4. Il tempo dell'Esper scade
Ogni esper usa una sua tecnica speciale. Essi hanno un Gambit preimpostato, non modificabile e questo cambia da un Esper ad un altro.Ci sono un totale di 13 Esper, uno per ogni segno zodiacale, più uno. Alcuni li troverai durante lo svolgersi del gioco, mentre altri dovrai affrontare delle missini secondarie.

 

Ecco una Lista degli Esper disponibili:

- Belias lo Stregone. Missione principale.
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Fiamme Infernali
2:Nemico, se i propri HP<30%->Fiamme infernali
3:Nemico che assorbe fuoco->Attacca
4:Nemico debole a Fuoco->Tormento Flare
5:Nemico più vicino in vista->Tormento Flare.

- Mateus l'Immorale. Missione principale
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Onda polare
2:Nemico, se i proprio HP<30%->Onda polare
3:Padrone con Hp<50%->Energia
4:Nemico che assorbe gelo->Attacca
5:Nemico debole a Gelo->Crioshock 6:Nemico più vicino in vista->Crioshock

- Shemhazai il Traditore. Missione principale
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Esalanima
2:Nemico, se i proprio Hp<30%->Esalanima 3:Nemico più vicino in vista->Aspiraforze

- Hashmal L'Ordinatore. Missione principale
Gambit:
1:Padrone con HP<10%->Rabbia della terra
2:Nemico che assorbe terra->Attacca
3:Nemico debolla alla terra->Rock you
4:Nemico pià vicino in vista->Rock You

- Famfrit il Nembo. Missione principale
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Tsunami
2:Nemico, se i proprio Hp<30%->Tsunami
3:Nemico che assorbe acqua->Attacca
4:Nemico debola ad acqua->Schianto blu
5:Nemico più vicino in vista->Schianto blu

- Adrammelech L'Irato. Missione secondaria
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Spirale di saette
2:Nemico, se i proprio Hp<30%->Spirale di saette
3:Padrone con Hp<50%->Energida
4:Nemico che assorbe tuono->Bio
5:Più di un nemico nei paraggi->Thundara
6:Nemico debole a tuono->Folgorazione
7:Nemico più vicino in vista->Folgorazione

- Cuchulainn L'Impuro. Missione secondaria.
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi e Hp=100%->Blight
2:Nemico di tipo non morto->Attacca
3:Nemico, se i proprio Hp=100%->Mactans
4:Nemico più vicino in vista:Attacca 5:Sé con Hp<100%->Energiga

- Zalera il Mortifero. Missione secondaria.
Gambit:
1:Nemico con hp<30%->Morte Divina
2:Nemico, se i proprio Hp>80%->Spazzavita
3:Nemico più vicino in vista->Shock
4:Sé con Hp<100%->Sancta

- Caos il Reincarnato. Missione secondaria.
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Uragano
2:Nemico, se i propri Hp<30%->Uragano
3:Nemico debole a Sacro->Sancta
4:Nemico debole ad Oscuro->Darkaga
5:Nemico debole a fuoco->Firaga
6:Nemico debole a tuono->Thundaga
7:Nemico debole a gelo->Blizzaga
8:Nemico che assorbe aria->Clade
9:Nemico debole ad aria->Aeroga
10:Nemico con più Hp->Tornado

- Zeromus il Despota. Missione secondaria.
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi->Big Bang
2:Nemico più vicino in vista->Pozzo Macabro

- Exodus l'Arbitro. Missione secondaria.
Gambit:
1:Tempo rimasto<10 secondi+status inerzia->Meteo
2:Nemico più vicino in vista->Cometa

- Ultima l'Angelo. Missione secondaria.
Gambit:
1:Esper e padrone in status Agonia->Ultima totale
2:Nemico che assorbe Sacro->Flare
3:Nemico debole a Sacro->Distruzione
4:Nemico più vicino in vista->Distruzione

- Zodiark il Legislatore. Missione secondaria.
Gambit:
1:Padrone in status Pietrosi->Eclisse finale
2:Più di un nemico nei paraggi->Collasso
3:Nemico che assorbe Oscuro->Flare
4:Nemico debole ad Oscuro->Raggio Dissolvente
5:Nemico più vicino in vista->Raggio Dissolvente

 

Scritto da:

Liberi Fatali

Fonte: www.tuttocartoni.com

 

 

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Cristina Vallaro, La simbologia lunare nei canzonieri elisabettiani, Milano, Università Cattolica, 2004, pp.218.

   “Egli la lodava al di sopra della luna e delle stelle, in modo così dolce e rapito che sono persuaso che era più innamorato della propria fantasia […] che del volto di lei: in verità, molti diventano amanti appassionati unicamente per aggiungere pregio al loro ingegno…” Così riferisce un tale Jack Wilton che ha la fortuna di vedere all’opera il noto poeta cinquecentesco inglese Henry Howard, Earl of Surrey, mentre celebra una fanciulla “grassa e pienotta” che non ha proprio niente in comune con le raffigurazioni femminili che emergono dalle sue liriche amorose o da quelle concepite dai colleghi coevi.
L’episodio, a onor del vero, non è mai avvenuto - siamo in un’opera di finzione della fine del Cinquecento, l’Unfortunate Traveller di Thomas Nashe -, ciò tuttavia è assai emblematico per mostrare la prassi poetica in voga all’epoca colta qui in tutta la sua fatua autoreferenzialità che si esprimeva nell’uso di immagini, simboli e quant’altro potesse servire a conferire “pregio” sia al celebrato sia al celebrante.
Uno fra i simboli più usati (o abusati, direbbe Nashe) in tal senso era senz’altro quello della Luna. Quale figura infatti poteva rappresentare la diafana, ritrosa e incostante donna petrarchesca meglio della pallida e mutevole Luna con tutto l’apparato mitologico-iconografico che l’accompagnava sin dalla più remota antichità?
La si raffiguri come astro o come dea – Diana, Cinzia, Delia, Febe, Ecate.... – la Luna illumina col suo potere fascinatorio la donna celebrata anche dai poeti inglesi, come ci ricorda Cristina Vallaro in questo suo studio che passa in rassegna con competenza e profondità di indagine i maggiori canzonieri elisabettiani alla ricerca di tale simbologia nelle sue varie forme ed espressioni e nelle sue derivazioni storiche.
Si viene così a sapere, per esempio, che molte delle donne senza volto e senza nome che popolano la poesia inglese del Cinquecento assumono i tratti di Diana - la divinità lunare per antonomasia -, secondo un processo di associazione che conferisce loro castità e purezza ma anche quella crudeltà di guerriera vendicativa causa sia delle sventure del povero Atteone sia del suo emulo, l’altrettanto sventurato poeta che con lui è costretto a immedesimarsi: “Alla figura di Diana come dea severa e crudele corrisponde l’atteggiamento della donna la cui noncuranza nei confronti di amanti sofferenti costituisce un topos molto frequente nei canzonieri elisabettiani” (p.54).
Pallida, casta, pura, crudele… la donna del poeta elisabettiano - da Alexander a Barnes, da Drayton a  Ralegh a tutti gli altri qui enumerati e commentati - si spoglia, com’è nella migliore tradizione petrarchesca, dell’involucro della propria materialità (chissà qual era?) per diventare un costrutto simbolico che la rende un essere angelicato, divino.
Wilton può anche essere sarcastico riguardo allo scarto esistente fra realtà ed elaborazione poetica, fra referente e significante, ma, tant’è, fino a prova contraria, la donna amata e cantata dai poeti di fine Cinquecento è questa. Del resto uno di loro (Sidney nella Defence of Poesie) lo afferma candidamente che, per maggiore utilità della poesia, è meglio fare come un pittore che “dipinge un dolcissimo e bellissimo volto femminile e ci scrive sopra Canidia”, piuttosto che, per amore della verità, “rappresentare Canidia in tutta la sua reale bruttezza testimoniata da Orazio”.
Delle tante donne celebrate nei canzonieri elisabettiani ce ne è forse solo una di cui restano ritratti coevi. Si tratta però di un caso in cui, anche nella ritrattistica, la simbologia ha sicuramente il sopravvento sulla realtà, data l’importanza del personaggio che non è una fanciulla comune, bensì la Donna fra le donne, la Luna fra le lune…, la regina Elisabetta I.
Forse, come hanno mostrato diversi studiosi, l’epoca elisabettiana non fu così florida come si è voluto far credere, e molto probabilmente la regina non aveva quei tratti divini che le si sono voluti attribuire (lo denuncia ella stessa nell’intimità della propria riflessione lirica), ma l’apparato simbolico messo in atto dagli artisti la trasforma in una icona di impareggiabile femminilità e regalità.
Ed è su questa icona che Cristina Vallaro concentra doverosamente l’attenzione nella seconda parte del suo lavoro, proprio perché la sovrana regna incontrastata anche sulla poesia in tutta il suo pallido splendore lunare: “La somiglianza fra l’ultima Tudor e Cinzia […] coinvolge il mondo elisabettiano e si manifesta  nell’intera produzione artistica dell’epoca, tanto nella pittura quanto nella letteratura. […] Elisabetta diventa una dea, una creatura non esclusivamente terrena” (pp.127-128). Ella infatti, regina vergine, viene fatta diventare, agli occhi di ogni suddito, la materializzazione del principio di purezza e castità emblematizzato da Diana.
Elisabetta è incarnazione della Luna in ogni suo aspetto, anche contraddittorio: come la Luna che mostra agli uomini diverse facce e posizioni tanto da guadagnarsi l’appellativo di mutevole, così la regina appare volubile incostante e capricciosa con coloro che cercano il suo alterno favore; allo stesso modo in cui l’astro, nelle sue varie fasi, risponde però a leggi naturali che si ripetono costantemente, la sovrana è immutabile e costante sia nello svolgimento della sua funzione pubblica sia per la sua discendenza divina.
Che siano a lei esplicitamente rivolte (l’Ocean to Cynthia di Sir Water Ralegh o la Cynthia di Richard Barnfield, commentate qui in conclusione in modo approfondito) o che abbiano come soggetto altre nobili fanciulle, le sonnet sequences dell’ultimo decennio del Cinquecento celebrano comunque Elisabetta. Il loro tema è solitamente, secondo la voga petrarchesca, l’amore per una donna che, per bellezza, virtù e origini, è in grado di rivaleggiare con le più imponenti divinità pagane e con gli astri, in primis ovviamente la Luna e le dee a essa associate: è questa, di norma, una fanciulla “senza un volto definito, anonima e pressoché irriconoscibile, ma talvolta la sua grandezza e la sua dignità la tradiscono e lasciano intravedere riferimenti, sebbene molto velati, alla Sovrana” (p.147).
E forse non avrebbe potuto essere altrimenti, dato che, come mostra bene questo studio, anche grazie al ricorso a un’attenta analisi comparata con l’iconografia coeva (a proposito, peccato che ci sia una discrepanza fra i rimandi nel testo e quelli della raccolta iconografica della prima parte),  Elisabetta stessa assume un ruolo simbolico che la eleva sullo stesso piano di Diana e della Luna: un livello da cui può infondere tutto il suo alone magico persino su una ragazza “grassa e pienotta” che non avrebbe nulla di angelico o regale o lunare.

VALERIO VIVIANI

Fonte: dspace.unitus.it

 

 

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Maurizio Ascari, I linguaggi della tradizione, canone e anticanone nella cultura inglese, Firenze, Alinea, 2005, pp.253.

   Vicino alla città di Maldonada c’è una piccola isola, Glubbdubdrib, dove si possono evocare gli spiriti delle persone esistite sin dal principio del mondo e si può perfino colloquiare con loro. Lemuel Gulliver, uno che c’è stato, ci racconta fra l’altro di avere ascoltato il lamento di un valoroso comandante romano che per motivi di invidia politica e per la corruzione degli storici coevi era stato ignorato dalle cronache a beneficio di altri di gran lunga meno valorosi o degni di figurare sui libri di storia; oppure ci testimonia di aver percepito, alla comparsa di Aristotele e Omero, il senso di disagio e la vergogna provati dai loro tanti commentatori per i giudizi erronei o espressi in malafede sulle loro opere.
In breve, chi, come Gulliver, avesse la fortuna di fare un viaggio a Glubbdubdrib capirebbe due cose: che la storia spesso dimentica o ignora coloro che meriterebbero miglior fama e che questa dimenticanza spesso deriva da motivi non prettamente legati al valore – già di per sé complicato da determinare -, ma da altri di carattere più disparato; cose queste che sanno bene gli studiosi che si occupano di ripercorrere le vicende del canone letterario.
Se solo Policleto fosse stato meno sbadato il suo Kanon non sarebbe andato perduto e forse avrebbe potuto, con qualche modifica, servire da modello dogmatico perfetto e immutabile anche per i letterati. Ma, tant’è, dallo scultore greco in poi, il conone assoluto è sempre rimasto una chimera e ogni tentativo di tracciarne i confini appare destinato al fallimento o quanto meno a suscitare una incessante conflittualità, come mostra questo libro di Maurizio Ascari che ripercorre le tappe più importanti di questi conflitti nell’ambito della tradizione letteraria inglese, evidenziando sin dal titolo la complementarietà fra canone e anticanone, ovvero fra quei testi accettati e canonizzati in determinati periodi storici da gruppi sociali egemoni e quegli altri che da questi stessi gruppi sociali sono stati emarginati attraverso il meccanismo coercitivo della censura, secondo un processo di rimozione tendente ad annullarne la portata reputata eversiva.
Si parte da un paio di capitoli di forte impianto teorico (“Canone e aticanone: la parola e il potere” e “Una questione di confini: modelli di lettura e visioni canoniche”) in cui si mostra come in un’epoca di imperante relativismo qual è la nostra sia pressante il dibattito intorno alla costruzione o ricostruzione o revisione o ripensamento… del canone letterario. Sì, perché, com’è noto, è nell’oggi e nel recente passato che si cerca e si è cercato in maniera teoricamente più compiuta di comprendere i motivi, non solo estetici, per i quali alcuni scrittori facciano parte integrante della tradizione letteraria mentre altri siano stati o completamente ignorati o messi da parte dalle storie letterarie o dalle antologie. Post-strutturalismo, decostruzionismo, neo-storicismo, avvento delle letterature post-coloniali e del femminismo, studi di genere e quant’altro hanno infatti portato a un profondo ripensamento riguardo alla classica nozione dogmatica di canone  letterario, tanto che, in epoca contemporanea, il termine tende a declinarsi sempre più al plurale: oggi “un mondo in cui il Canone – maiuscolo e singolare, fondato sul pregiudizio di una superiorità testuale intrinseca, assoluta e incontrovertibile – regni per sempre invariato è altrettanto impensabile quanto un mondo senza canoni minuscoli e plurali, perennemente e inevitabilmente in lotta fra loro” (p.37). In altre parole, la nozione di canone è ormai paradossale perché, pur implicando una volontà di staticità nel tentativo di dare stabilità a un determinato patrimonio culturale, tende necessariamente al dinamismo nel momento in cui ci si rende conto di come questa stabilità poggi e abbia sempre poggiato su basi tutt’altro che assolute, in quanto i canoni sono costrutti storici parziali che si modificano nel tempo in base a negoziazioni, dialettiche, esigenze, imposizioni di carattere non semplicemente estetico, ma, più in generale, ideologico-sociale-culturale. Se, come ritiene Harold Bloom, la facoltà canonica primaria è data dalla memoria, bisogna pur sempre tenere presente che questa memoria non scaturisce, quasi per un’oggettiva legge di natura, automaticamente e aprioristicamente dalla storia ma che è piuttosto quest’ultima a derivare da una memoria soggettivamente, ideologicamente e culturalmente formatasi in determinati periodi per opera di determinati gruppi egemonici; che cioè non è la storia a creare la tradizione, è bensì la tradizione a creare la storia, in questo caso letteraria. Il canone rientra infatti in un processo storico di selezione sempre necessariamente aperto nel quale le diverse forze man mano emergenti o dominanti cercano di affermare la propria identità attraverso linguaggi portatori dei propri valori: “Come […] i documenti su cui si fonda la memoria storica e culturale di un paese vengono modificati secondo gli obiettivi del regime, anche nella realtà di ogni epoca il canone e la storia letteraria vengono di continuo riscritti in base a un complesso poligono di forze sociali, così da farne al contempo i prodotti e gli elementi fondanti della fase culturale cui partecipano” (pp.45-46).
Significativo in tal senso è il rapporto fra costruzione del canone e costruzione dell’identità di una nazione, in questo caso l’Inghilterra, come emerge soprattutto dalle pagine (Capitolo III: “Shakespeare e il Poets’ Corner: memoria culturale e identità nazionale”) in cui l’indagine di Ascari si focalizza sulla vicenda della canonizzazione di Shakespeare rapportata a fenomeni memoriali quali commemorazioni e giubilei e ai principali luoghi della memoria letteraria inglese, primo fra tutti l’Abbazia di Westminster, laddove significativamente si fondono, in un legame simbolico inscindibile per la costruzione dell’identità nazionale, le sfere del sacro, del potere e dell’arte, in quanto la chiesa, già sacrario della monarchia, si fa man mano anche luogo di canonizzazione postuma di poeti con quell’angolo esplicitamente riservato alla loro glorificazione.
Shakespeare non troverà accoglienza nell’Abbazia (e chi mai potrebbe azzardarsi a spostarlo dalla sua Stratford vista la perentoria minaccia, “maledetto colui che rimuove le mie ossa”, inscritta nel suo epitaffio?), ma dalla pur decentrata cittadina dove è nato e dove riposa il suo mito assumerà nel corso del tempo tratti sacrali – fenomeno noto col termine di bardolatria - tali da sostituirsi a quegli esempi di devozione (pellegrinaggi, culto delle reliquie…) che la Riforma protestante aveva condannato, facendosi, molto più dei colleghi alloggiati a Westminster, emblema della nazione britannica.
Curioso che il massimo rappresentante di un genere, quello drammatico, inizialmente avversato dalle autorità inglesi proprio per le sue potenzialità iconiche sia diventato un’icona nazionale!
Ma, si sa, i confini fra canone e anticanone – per usare la sempre più convincente terminologia dicotomica di Ascari – sono sempre stati labili e i generi, allo stesso modo delle opere, hanno sempre goduto di momenti di gloria e sofferto di altrettanti momenti di declino, e, soprattutto, hanno avuto grandi difficoltà ad affermarsi in mancanza di precisi modelli di riferimento, come sanno bene, in Inghilterra, i fautori del romanzo moderno (il novel) che si trovano, a cavallo fra Sei e Settecento, a operare all’interno di “un sistema di generi dominato dalla poesia e dal dramma” e “laddove il romance è relegato a uno statuto marginale” (p.193).
Com’è noto, Fielding farà del suo meglio per collocare da subito il nuovo genere in un contesto classicisticamente accettabile, facendone il quarto elemento fin lì mancante in un’equazione a carattere letterario, tuttavia il novel si mostrerà e rimarrà nel corso del tempo un genere  vario, ibrido e perciò refrattario per natura a rigide norme statutarie e sempre costretto a ridefinire il proprio status canonico (Capitolo IV: “La gerarchia delle arti e dei generi: lo sviluppo del romanzo tra verità e finzione”).
E’ del resto il destino delle espressioni artistiche in senso lato quello di dovere, in certi momenti, ridefinire il proprio status minacciato non solo dall’interno dell’ambito umanistico ma anche dell’esterno, come accade nell’Inghilterra ottocentesca laddove la sfera dell’arte dovrà necessariamente confrontarsi con quelle della scienza e della tecnologia; confronto ripercorso qui nel quinto capitolo (“Le ragioni dell’arte e la sfida della scienza: ciclicità, progresso, degenerazione”) grazie a una attenta rilettura di testi che animarono il dibattito in un’epoca in cui la cultura “assume il valore di una risposta umanistica, in termini di identità e stile di vita, alle discipline e ai principi trainanti della società inglese […], segnata da un invasivo sviluppo industriale” (p.219).
E siamo arrivati così al periodo del definitivo consolidamento delle culture nazionali intese come prodotto del loro passato e della loro tradizione, un prodotto, nel caso dell’imperialistica Gran Bretagna, anche da esportazione.
La fede in uno stabile nucleo memoriale caratterizzante una determinata nazione non tarderà tuttavia a sgretolarsi grazie al processo di decostruzione novecentesca della nozione di canone assoluto e, nel contempo, grazie alla riscoperta di canoni precedentemente marginalizzati in base a presupposti socio-culturali.
Caso esemplare di questa marginalizzazione è la letteratura delle donne, alla cui vicenda storica fra Sette e Ottocento è dedicato l’ultimo capitolo del libro, che, come recita il titolo ( “Alle origini della critica femminista: l’educazioni delle giovani e il romanzo”), mette in evidenzia l’importanza del romanzo nel complesso e progressivo affermarsi dell’emancipazione femminile sia sociale sia letteraria.
E’ anche grazie a questa vicenda che il termine canone si è man mano spogliato del vecchio senso di aprioristica  stabilità per farsi espressione di problematiche più ampie e complesse nella loro apertura dialettica: problematiche che – come scrive Ascari a “provvisoria” conclusione del suo percorso denso e stimolante – pongono i testi canonici “in relazione con nuovi ambiti di studio, sottraendoli al frigido empireo di una grandezza indiscutibile” (p.325).
VALERIO VIVIANI

 

 

Fonte: dspace.unitus.it

 

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Costanza Melani, Effetto Poe. Influssi dello scrittore americano sulla letteratura italiana, Firenze, Firenze University Press, 2006, pp.326.

 

   “Deep into that darkness peering, long I stood there, wondering, fearing, / Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before...”. E’ vero, Edgar Allan Poe è uno di quei poeti che ha osato sognare sogni mai sognati prima. Non lo si evince solo da questo paio di versi di una sua celebre poesia, ”The Raven” (“Il corvo”); lo si nota chiaramente in  tutta la sua opera, lirica e no, nella quale ossessioni e incubi vengono tradotti in parole, forme, immagini, simboli di forte impatto emotivo.
Fu proprio grazie a questa suggestiva potenza visionaria che anche la sua narrativa non tardò a diventare “modello universale del racconto fantastico” (lo ha scritto Italo Calvino), o che, più in generale, la sua arte - nonostante l’iniziale scetticismo della critica americana, che lo ha ammesso con notevole e colpevole ritardo fra i grandi letterati del suo paese - trovò ammiratori e proseliti, prima in Francia e poi nel resto d’Europa.
Mentre infatti nella puritana America Poe veniva condannato per la sregolatezza della sua condotta antiborghese, nasceva e si andava affermando in Francia il suo mito come poeta variamente romantico, maledetto, simbolista, come narratore del fantastico o come il teorico di quella poetica che vede nell’arte il proprio unico fine e il proprio unico spazio.
Il merito di avere scoperto Poe spetta a Baudelaire, che provava verso lo scrittore americano non solo un’attrazione intellettuale, spirituale, poetica, ma sentiva anche una profonda vicinanza emotivo-biografica, tanto da eleggerlo a proprio alter ego d’oltreoceano e a celebrarlo con commenti alle sue opere e - nonostante la almeno iniziale scarsa conoscenza della lingua inglese - con numerose traduzioni. Fu poi la volta di Mallarmé, che ne tradusse le poesie (Les Poèmes d'Edgar Poe, 1888) e ne fece un antesignano dell’esperienza simbolista e decadente.
Attraverso queste prime eleganti traduzioni e questi primi appassionati saggi critico-biografici di marca prevalentemente francese l’Europa poté così conoscere Edgar Allan Poe, ovvero la modernità della sua produzione per istanze psicologiche e modalità narrative, la sua capacità inventiva di generi letterari inediti, su tutti il poliziesco (vero Watson?), la sua arte, nella quale la visionarietà talvolta più sfrenata si compenetra, senza creare attriti di sorta, con la struttura formale e razionale del metodo narrativo. In breve, i colleghi europei poterono ammirare e prendere a modello uno scrittore che aveva saputo offrire una lucidissima rappresentazione degli incubi altrimenti negati o rimossi dalla società - e non solo da quella a lui coeva.
E’ partendo da queste necessarie premesse francesi (“L’inevitabile passage francese: l’incontro letterario fra Poe e Baudelaire”) che prende avvio questo saggio critico di Costanza Melani rivolto allo studio delle relazioni fra l’opera di Poe e quella degli scrittori e intellettuali italiani che da lui, a vario titolo, hanno tratto ispirazione nel corso di circa un secolo.
Si tratta di uno studio approfondito e ampiamente documentato, che, grazie a queste qualità, segue lo sviluppo dell’effetto Poe sulla cultura italiana in tutte le sue sfaccettature più o meno palesi, prendendo in esame l’opera di traduttori, critici, poeti, narratori… (ci sono anche due preziosissime appendici informative che elencano l’una gli studi di critici italiani sullo scrittore americano usciti dal 1870 al 2006 e l’altra le versioni nella nostra lingua della sua opera apparse dal 1857 al 2006).
Si parte dal suo primo traduttore e critico, quell’Eugenio Camerini che opera nella Torino intellettualmente vivace e moderna dell’inizio del secondo Ottocento: città aperta alle correnti artistiche che provenivano dall’Europa e principalmente dalla Francia.
Camerini è molto legato alla visione baudelaireana di Poe - ha letto i suoi saggi e si è appoggiato alle sue versioni -, tuttavia riconosce come l’opera di importazione da parte del poeta francese non sia del tutto scevra da acritica ammirazione: “Camerini si accorge […] che la versione di Baudelaire risente a tratti della profonda ammirazione che il francese nutre nei confronti dell’americano, dovuta anche al sentimento di identificazione in uno stile di vita antiborghese e anticonformista, e accetta di aggiustare il tiro critico, temperando le informazioni elogiative di Baudelaire con quelle meno lusinghiere fornite dai biografi americani” (p.22).
Senza abbandonarsi agli entusiasmi talvolta eccessivi di Baudelaire, Camerini comprende tutta la portata innovativa dell’opera di Poe nella sua capacità di fondere le vette più alte della fantasia e dell’immaginazione con la coerenza narrativa e la razionalità, anticipando quello che sarà il tratto precipuo della visione critica italiana che, a paragone della francese, ha saputo esprimere da subito giudizi più equilibrati: “La critica italiana ha […] contribuito alla diffusione di un’immagine di Poe più moderata rispetto a quella francese dai toni mitici e apologetici e ha espresso giudizi a volte precisi e illuminanti, sottolineando di frequente […] la compresenza in Poe di due facoltà, quella immaginativa e visionaria e quella logica e raziocinante” (p.234).
Per quel che riguarda gli scrittori e i movimenti letterari italiani che hanno variamente tratto ispirazione dall’opera di Poe, Costanza Melani - attraverso una analisi comparata tesa a mettere in luce sia gli influssi diretti, certificati, sia quelli più indiretti e nascosti, ricavati dalla paziente lettura di molte opere e documenti -  individua tre fasi chiave in un percorso che copre l’arco di quasi un secolo.
Il primo Poe ad arrivare in Italia è lo scrittore romantico che apre le porte al fantastico, allargando così i limiti di una realtà troppo stretta entro la quale la letteratura italiana tendeva a rimanere confinata a causa del predominio del Positivismo culturale. Gli scrittori che scrivono a cavallo fra gli anni Cinquanta e Ottanta dell’Ottocento – da Guerrazzi a Maineri agli Scapigliati milanesi - recepiscono in primo luogo gli elementi visionari presenti nella sua opera: Poe insegna a rappresentare incubi, follia, dimensioni oniriche…; spinge a sperimentare moduli letterari ben più estremi di quelli legati al temperato e moralistico romanticismo manzoniano e al filone storicistico.
E’ grazie anche a queste caratteristiche e a una sempre maggiore e più accurata comprensione delle sue opere, anche teoriche, che l’influsso di Poe si estende fino ai primi anni del secolo successivo. Per d’Annunzio, Pascoli e Gozzano, Poe è l’artista di riferimento di un’arte antipositivista. Insieme a quella di Gautier e Wilde, la sua opera si fa, in quest’ottica simbolista e decadente, modello emblematico di un’estetica antirealistica che vuole l’arte autonoma dalla morale e dalla storia; un’arte il cui unico fine è la produzione della Bellezza in quanto tale.
E siamo arrivati in pieno Novecento, laddove l’effetto Poe appare nel contempo più profondo e più sfumato. Più profondo perché la lettura di Poe è ormai una tappa culturale fondamentale anche nel nostro paese; più sfumato perché, proprio grazie a questa lettura durata circa un secolo, il fantastico italiano, in scrittori quali Landolfi, Buzzati e Calvino, ha ormai raggiunto la propria originale maturità espressiva: “Questo viaggio di appropriazione dura almeno un secolo e termina […] con i nomi di Landolfi, Buzzati e Calvino, tre scrittori  diversi, ma ugualmente portatori di un fantastico italiano ormai maturo e originale” (p.238).
Quello di Poe in Italia è stato proprio un viaggio nel tempo molto bello, coinvolgente e denso di incontri interessanti, non certo “un cammino oscuro e solitario” (“By a route obscure and lonely…”) come quello che lo porta alla sua “Dream-Land” (“Terra di sogno”); un percorso che Costanza Melani ha saputo ritracciare in ogni sua più tortuosa e sfumata diramazione.

 

VALERIO VIVIANI

 

Fonte: dspace.unitus.it

 

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Recensione una scomoda verità (An Inconvenient Truth) 2006,
film-documentario diretto da Davis Guggenheim.

Il film riguarda il problema mondiale del riscaldamento globale, e avente come protagonista l'ex vicepresidente degli Stati Uniti d'America, Al Gore. Si basa in larga parte su una presentazione multimediale che Gore crea e sviluppa durante molti anni come parte della sua campagna di informazione sui cambiamenti climatici.
Il film fu presentato per la prima volta al Sundance Film Festival del 2006 e proiettato a New York e Los Angeles il 24 maggio dello stesso anno. Ha vinto il premio Oscar 2007 come miglior documentario e per la migliore canzone originale.
Sia Gore che la Paramount Classics, distributrice del film, si sono impegnati a continuare in futuro la realizzazione e la diffusione di altri documentari per la campagna di sensibilizzazione sul riscaldamento globale.

Tematiche
Film-documentario, An Inconvenient Truth passa in rassegna i dati e le previsioni degli scienziati sui cambiamenti climatici, inframezzato da eventi della vita personale di Gore. Attraverso una presentazione diffusa in tutto il mondo, Gore riesamina la posizione degli scienziati, discute le implicazioni politiche ed economiche della catastrofe, e illustra le probabili conseguenze del riscaldamento del pianeta se non si interverrà immediatamente e a livello globale per ridurre le emissioni di gas serra. Il film integra scene in cui vengono confutate le tesi di coloro che sostengono che il riscaldamento globale sia una falsa minaccia. Per esempio, Gore discute dei rischi che comporterebbe lo scioglimento dei ghiacci Antartici e della Groenlandia, come l'innalzamento delle acque oceaniche di circa 6 metri, che costringerebbe oltre 100 milioni di persone ad abbandonare la propria terra. I ghiacci sciolti della Groenlandia, a causa della loro minore salinità, potrebbero interrompere la Corrente del Golfo e scatenare un drammatico calo delle temperature in tutto il nord Europa.
Nell'impegno a spiegare il fenomeno del riscaldamento globale, il film mostra le variazioni di temperatura e dei livelli di CO2 nell'atmosfera negli ultimi 600.000 anni. L'Uragano Katrina viene preso come esempio di ciò a cui stiamo andando incontro se la società continuerà di questo passo.
Al Gore suggerisce che lo sviluppo economico possa conseguire solo dal benessere della popolazione, mostrando ad esempio il cattivo andamento di General Motors rispetto a Toyota in relazione al diverso atteggiamento dei corrispondenti paesi verso il protocollo di Kyōto. Viene menzionata anche l'esplosione demografica e la conseguente scarsità di risorse pro capite.
Il documentario si conclude con Gore che osserva come gli effetti tragici del riscaldamento globale possano essere scongiurati attraverso una cooperazione a livello globale, e una serie di comportamenti dei singoli individui, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Gore invita anche tutti gli spettatori del documentario ad agire, con una serie di abitudini che possono aiutare a combattere il problema.

Recensione
Il segnale di allarme è stato lanciato, già da tempo. Ma le proporzioni del disastro, dati alla mano, emergono dal documentario di Davis Guggenheim in modo talmente impressionante, persuasivo, da lasciare impietriti. Quella affermata dall’ex vicepresidente americano Al Gore, in ognuna delle numerose conferenze da lui presenziate, è realmente Una scomoda verità. Si tratta del surriscaldamento globale, la cui drammatica escalation è all’origine di mutamenti climatici che è sempre più difficile non attribuire alle attività umane, più in particolare alle emissioni di biossido di carbonio e di altri idrocarburi, responsabili del famigerato “effetto serra”. Ebbene, nonostante l’aggravarsi della situazione contempli fenomeni che diventano di anno in anno più preoccupanti, nonostante tutto lo sforzo operato dai più autorevoli scienziati per rendere consapevole l’opinione pubblica mondiale, c’è ancora chi continua a tapparsi le orecchie, pur avendo a disposizione tutti gli strumenti necessari a comprendere. La criminale omertà di chi antepone vili e lucrosi interessi privati al futuro stesso del pianeta accomuna quelle oligarchie, che sotto l’ala protettiva dell’amministrazione Bush non si fanno scrupolo di assoldare scaltri lobbisti e altri mercenari dell’informazione per mistificare la realtà, diffondendo teorie improbabili, ma rassicuranti. Va così in onda e sulla carta stampata il trionfo dell’ipocrisia.
Quale è invece la verità che costoro vorrebbero tenere nascosta? Ad illustrarci le tragiche conseguenze cui si va incontro è lo stesso Al Gore, che di simili ricerche ambientali cominciò a interessarsi da studente, ad Harvard, sotto la guida di un pioniere come il Professor Roger Revelle, tra i primi a misurare l’anidride carbonica nell’atmosfera. Vediamo Al Gore danzare tra i grafici, le proiezioni, le foto satellitari, arrivando a proporre filmati d’animazione a scopo didattico e un linguaggio quanto mai chiaro, accessibile, pur di fare entrare nella testa di ognuno l’attuale stato delle cose: non solo il cosiddetto “global warming” sta alterando pericolosamente gli equilibri ambientali del pianeta, ma continuando su questa strada la situazione è destinata a produrre danni irreversibili. Il discorso, sempre fondato sulla precisione delle analisi scientifiche e dei dati statistici, si muove perciò su due piani assolutamente complementari. Da un lato vengono presentate e discusse le anomalie comparse sulla Terra in questi ultimi decenni, tutti campanelli d’allarme di proporzioni ciclopiche, da mettere bene o male in relazione con l’emergenza climatica. Ghiacciai che si ritirano a velocità impressionante, laghi immensi che scompaiono favorendo la desertificazione, ecosistemi irrimediabilmente alterati dove l’estinzione di specie animali e vegetali aumenta vertiginosamente, tempeste tropicali che diventano sempre più frequenti e distruttive. Ed è così, finalmente, che tragedie più o meno recenti come l’uragano Katrina o il prosciugamento del Mare d’Aral possono essere contestualizzate in modo diverso, senza cioè che la forza cieca della natura sia ritenuta l’unica responsabile, quando è più che altro l’incapacità dell’uomo di gestire le risorse naturali a crearne i presupposti. Ma anche così siamo solo al prologo di scenari da giudizio universale. Vi è un altro punto importante, infatti, su cui Al Gore, Roger Revell, e gli altri scienziati che hanno compiuto studi in merito si trovano pienamente d’accordo: se non si interviene prontamente sulla fonte del problema e le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera continuano secondo i ritmi attuali, già adesso è possibile ragionare sugli effetti a lunga scadenza (neanche troppo lunga…) del “global warning”, proiettando nell’immediato futuro immagini da brivido. Per farla breve, si parla di scioglimento della calotta glaciale artica, brusco innalzamento del livello del mare, inondazione di vasti territori e desertificazione di altri, mutamenti sostanziali nel ciclo delle correnti marine, moltiplicarsi di tempeste tropicali e tornado; con intere popolazioni chiamate perciò a spostarsi dalle terre d’origine, formando così impressionanti masse di profughi, e parecchie specie viventi destinate invece all’estinzione. A questo punto non è da escludere che Mel Gibson, qualora passasse da queste parti e ci avesse imprudentemente ascoltato, spalanchi la bocca incredulo, esclamando: “Apocalypto!”
Eppure la minaccia incombente potrebbe essere ancora sventata. Un tentativo serio in tal senso è stato già effettuato, con quel Protocollo di Kyoto a cui lo stesso Al Gore aveva dato il suo appoggio, e che venne sottoscritto l’11 dicembre 1997 da più di 160 paesi. Soltanto che poi non venne ratificato (oltre che dall’Australia) proprio dagli Stati Uniti, le cui emissioni nell’atmosfera terrestre corrispondono al 36,1% delle sostanze incriminate. Perché questa marcia indietro? Purtroppo è storia nota, mentre Clinton negli ultimi mesi del suo mandato aveva firmato il Protocollo, lo sciagurato successore alla Casa Bianca, il texano dagli occhi di branzino, si è distinto anche per aver ritirato l’iniziale adesione degli USA. George W. Bush Jr aveva evidentemente altri interessi da difendere, non ultimi quelli di una lobby del petrolio disposta a qualsiasi meschinità, pur di mantenere inalterato il proprio potere. Valgano come esempio le scorrettissime manovre operate da società come la Exxon Mobil, che ogni anno spende diversi milioni di dollari per foraggiare organizzazioni pseudo-scientifiche e opinionisti di scarsa onestà intellettuale, pur di alimentare lo scetticismo in materia. Il prodotto che si vende è, in questo caso, il dubbio.
Detto ciò, è ancora più facile simpatizzare per Al Gore: l’ex vicepresidente da anni si batte per far emergere anche a livello mediatico questi problemi, nonostante gli avvoltoi della politica repubblicana, con in testa Bush padre, Bush figlio e il fido scudiero Cheney, da un periodo altrettanto lungo si sforzino di minimizzarne le argomentazioni, accusandolo di essere soltanto una “cassandra” e facendosi beffe della sua presunta isteria. La nostra scelta di campo, a questo punto, dovrebbe essere chiara. Eppure va riconosciuto che Una scomoda verità rischia di apparire, a tratti, come una sorta di “one man show”, visto e considerato che le dissertazioni di Al Gore sull’emergenza ambientale procedono a braccetto con frammenti della sua storia personale, esposti talvolta facendo riferimento a dolorose vicende familiari. È vero, questa insistenza sulla dimensione privata, estremamente umana del personaggio getta qualche ombra sulla riuscita complessiva dell’operazione, che a volte perde di vista il bersaglio. D’altro canto non ci sono ulteriori indizi che possano invalidarne la sincerità, la coerenza. Il documentario del figlio d’arte Davis Guggenheim, regista eclettico che ha avuto fortuna con serie televisive come E.R. e NYPD, risulta comunque autosufficiente, grazie al ritmo incalzante di una requisitoria vibrante, articolata, che non rinuncia mai all’ironia e all’arguzia, nel demolire le tesi dell’avversario. Questa è classe. Una classe che difetta invece a noi, esposti a meno vincoli e portati quindi a sommare le informazioni appena acquisite su George W. Bush Jr a ciò che già conoscevamo di lui, non solo sul piano della difesa ambientale, ma anche a livello di politica estera. Dove si è ormai ampiamente distinto quale promotore, volendo anche piuttosto imbranato, di violenze ed eccidi di massa. Qualora a qualcuno venisse in mente di definirlo un moderno serial killer, potrebbe giovare l’informazione pescata in un sito dedicato al mondo criminale (www.occhirossi.it): pare che l’ unica commutazione da pena di morte a carcere a vita, in tutta la carriera di George W. Bush Jr. come Governatore del Texas, sia stata in favore di Henry Lee Lucas. Sì, proprio il famigerato serial killer che in coppia con Ottis Toole ha ispirato il film Henry – Pioggia di sangue. Qualche favore, tra colleghi, non lo si nega mai.

Stefano Coccia

It's difficult to get a man to understand something, when his salary depends on him not understanding it.
Upton Sinclair
Fonte: www.salvobertolami.net

 

 

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Recensione Il caso Moro 
Un film di Giuseppe Ferrara. Con Gian Maria Volonté, Mattia Sbragia, Margarita Lozano, Nicola Di Pinto, Andrea Aureli, Pino Ferrara, Umberto Raho, Silverio Blasi, Piero Vida, Sergio Rubini, Daniele Dublino, Bruno Corazzari, Luciano Bartoli, Francesco Carnelutti, Bruno Zanin, Benito Artesi, Danilo Mattei, Pino Morabito, Franco Trevisi, Consuelo Ferrara, Francesco Capitano, Maurizio Donadoni, Augusto Zucchi, Stefano Abbati, John Armstead. Genere Drammatico, colore 114 minuti. - Produzione Italia 1986.

Cronaca dei 55 giorni del sequestro e della morte di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, ucciso dalle Brigate Rosse: il grottesco di via Gradoli, le vili interpretazioni delle lettere, l'inefficacia dei servizi, le mene della P2, il partito della fermezza. G.M. Volonté dà l'acqua della vita a questo film-requisitoria schematico e rigido, facendo emergere la dignità di Aldo Moro, ma anche, in chiave di dolente malinconia, la forza. La parte del carcere è la più riuscita. Costruito quasi tutto sui 2 processi e sugli atti della commissione parlamentare, oltre che sul libro I giorni dell'ira di Robert Katz che l'ha anche sceneggiato con Armenia Balducci.

Il cinema e il caso Moro

Roma, 9 maggio 1978. Il corpo senza vita di Aldo Moro viene rinvenuto nel portabagagli di una Renault4 rossa in via Caetani, tra via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista, e piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana. Si conclude dopo 55 giorni la segregazione, ad opera delle Brigate Rosse, del presidente della Democrazia Cristiana, strappato il 16 marzo 1978 ai suoi cari e ai colleghi di partito a poche ore dall'approvazione in Senato del governo del “compromesso storico”, quello che avrebbe garantito l’ingresso del PCI nel governo.

A ripercorrere gli accadimenti, attraverso una accurata e scrupolosa indagine delle opere filmiche che hanno trattato l’argomento negli ultimi venti anni, è il trentenne Francesco Ventura, che con lo statista romano condivide una data importante. Il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia, nelle prime ore del mattino, Moro viene rinvenuto assassinato nel portabagagli di una utilitaria, lo stesso giorno, attorno a mezzogiorno, a Mantova, nasce Ventura. Di lì a trent'anni il giovane giornalista presenterà una tesi di laurea dedicata alla figura di Moro “vissuta” attraverso lo sguardo di tre registi italiani, Giuseppe Ferrara, Marco Bellocchio e Renzo Martinelli. Tesi che, a sua volta, si trasformerà, di lì a qualche mese, nella pubblicazione editoriale Il cinema e il caso Moro, nella quale il giovane autore mantovano descrive ad addetti ai lavori, appassionati di storia recente e lettori, le tre pellicole italiane che si sono occupate della vicenda che ha drammaticamente segnato la storia della Prima Repubblica: Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara (1986), Buongiorno, notte di Marco Bellocchio (2003), Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli (2003).

Tre pellicole stilisticamente differenti dalle quali, spiega l’autore, traspaiono tre distinte interpretazioni storico-politiche degli eventi che hanno caratterizzato quel periodo. Il periodo del “compromesso storico”, come ricorda nel capitolo dedicato alle sinossi dei tre film presi in esame (nello specifico del film di Ferrara): il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Moro e dell’uccisione dei suoi cinque uomini della scorta in via Fani, il Parlamento italiano si apprestava a votare la fiducia a un governo appoggiato, per la prima volta in 40 anni, anche dal Partito Comunista. Il governo del “compromesso storico”, di cui proprio Moro fu il principale ispiratore. Moro che non era solo il presidente della DC, ma il politico di riferimento per i delicati equilibri di governo del Paese e il sostenitore di quell'incontro con il Pci, il più grande partito comunista d'occidente, che era in netta contraddizione con le strutture dell'impero occidentale di cui l'Italia faceva parte, a partire dalla Nato, e con le politiche dell'Unione Sovietica, ostili all'eurocomunismo di Berlinguer, ma anche con la diffusa mentalità politica che considerava i comunisti non come avversari ma nemici da combattere. Quel mattino di marzo va in frantumi il progetto del cosiddetto governo del “compromesso storico” e per lo statista della DC inizia la lunga agonia nella “prigione del popolo”, nel covo delle BR di via Montalcini.

Nel libro, attraverso la ricostruzione delle trame e l’inserimento di alcuni fotogrammi significativi, il parallelismo tra paradigmi tematici (il rapimento in via Fani, la prigionia, i media, l’ultima lettera inviata alla moglie Nori, il covo di via Gradoli, il ritrovamento in via Caetani), interviste ai registi (incluso Aurelio Grimaldi, autore di una trilogia su Moro mai distribuita), Ventura prova ad analizzare quanto il mezzo cinematografico ha negli anni espresso sul caso Moro, con la profonda convinzione di poter dare vita ad una sorta di vademecum sull’argomento, una mappa per insinuarsi nei meandri della vicenda senza rimanere disorientati dalla mole di pubblicazioni e di posizioni contrapposte già esistenti. Ed effettivamente, pagina dopo pagina, la visione dei tre film accompagnata dalla preziosa analisi di Ventura, permette non solo di entrare nel vivo della vicenda ma di riflettere sul rapporto tra “arte” e “storia”, tra “momento autonomo” (versante espressivo-formale) e “momento eteronomo” (versante storico-politico) di ognuna delle tre pellicole.

Ed è proprio nel rapporto tra arte e storia che le tre opere in esame si collocano su piani differenti: nel primo dei tre film girati, Il Caso Moro, sono presenti entrambi gli aspetti, autonomo ed eteronomo; vi è una rappresentazione diretta della vicenda (dalla strage di via Fani all’uccisione di Moro, interpretato da Gian Maria Volonté) ma senza articolati approfondimenti psicologici né una marcata connotazione artistica personale; vi è anche una rappresentazione dello sfondo storico-politico – il governo, i servizi segreti, la P2 – ma senza dilungarsi in chiare interpretazioni personali. Meno equilibrato sul fronte del rapporto tra momento autonomo e momento eteronomo sembra essere invece il film di Bellocchio, ispirato al libro Il prigioniero di Anna Laura Braghetti, proprietaria prestanome, insieme al compagno Prospero Gallinari, dell’appartamento di via Montalcini: Buongiorno, notte, per Ventura, esamina il primo e trascura il secondo, abbonda nella descrizione delle psicologie dei personaggi (da qui la critica all’eccesso di umanizzazione delle figure dei brigatisti mossa all’epoca dell’uscita del film), ma lesina descrizioni storico-politiche degli accadimenti. Al contrario, Piazza delle Cinque Lune si concentra quasi per intero sull’aspetto eteronomo, mentre manca quasi del tutto l’aspetto autonomo. La rappresentazione diretta del rapimento e dell’assassinio, spiega Ventura, è quasi completamente assente eccezion fatta per una ricostruzione filmata dell’agguato di via Fani e l’inserimento di documenti autentici. L’interpretazione storico-politica è poi la protagonista assoluta della pellicola: nel film, Martinelli ha il coraggio di esplicitare “certe verità” mettendo sul piatto nomi e cognomi veri e portando avanti l’interrogativo più scomodo: il perché del sequestro e dell'uccisione, impostosi in primo piano già in quei giorni.

“Secondo la versione ufficiale – la più semplice - Aldo Moro fu sequestrato e ucciso dalle Br – scrive Ventura -. Ancora a distanza di quasi trenta anni, però, molti aspetti della vicenda non sembrano chiari, e alcuni interrogativi non vedono d’accordo gli studiosi. Ad esempio, le Br avevano infiltrati tra le loro fila? Che ruolo giocarono i servizi segreti, italiani e stranieri? E la loggia massonica segreta della P2? Ci furono ombre nella gestione della vicenda da parte dello Stato? Questi interrogativi sono legittimi o si tratta di ‘dietrologia’?”.

Se Il Caso Moro è disseminato di episodi “sospetti”, che vengono rappresentati senza essere tuttavia sviscerati, in Buongiorno, notte vi è solo una sequenza nella quale si può estrapolare un segnale di qualcosa di “sospetto” (la carta intestata Presidenza del Consiglio dei Ministri con la frase “semplicemente senza condizioni”, sulla scrivania del Papa). Fitta di episodi è invece la sceneggiatura di Piazza delle Cinque Lune, nella quale l’indagine condotta dal giudice Saracini (Donald Sutherland) evidenzia ombre che, a tutto oggi, permangono sulla vicenda Moro.

Tre linguaggi cinematografici le cui differenze si esprimono al massimo anche nel trattare la toccante sequenza della lettera d’addio (“Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali  come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto (…) tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta”) recapitata alla moglie Eleonora il 5 maggio 1978, pochi giorni prima del ritrovamento del corpo di Moro. In Il Caso Moro, Ferrara offre una rappresentazione molto classica dello scritto, ma di grande impatto emotivo. La famiglia dello statista, nel film, è presente in diverse scene: è compatta, lucida, ma isolata dalla DC, il partito della fermezza. In Buongiorno, notte, la lettura dell’ultimo straziante scritto di Moro è alternata allo scritto di un condannato a morte della Resistenza. Tutto accade nella mente di uno dei carcerieri di Moro, la giovane Chiara (Maya Sansa), figlia di un ex partigiano. In Piazza delle Cinque Lune invece la lettera a Nori viene rappresentata alla fine di un duro scontro tra due personaggi del film, Fernanda e il marito, che la rimprovera di mettere a rischio l’incolumità della famiglia per occuparsi del caso Moro.

Un cammino di analisi cinematografica lungo oltre duecento pagine che Francesco Ventura ha sapientemente percorso rileggendo tre opere che il cinema italiano ha dedicato a quei tragici 55 giorni. E al quale Maria Fida Moro, figlia del presidente della DC assassinato dalle BR il 9 maggio 1978, ha contribuito offrendo generosamente il suo contributo nella toccante prefazione del libro: “Di Aldo Moro all’esterno della famiglia si sapeva pochissimo ed è per questa ragione che è quasi impossibile che un film su di lui venga davvero bene – scrive la figlia dello statista –. Mi sembra improbabile infatti che si possa narrare ciò che non si conosce. Inoltre è altrettanto impossibile conoscere le ragioni della sua morte se non se ne conosce intimamente la vita. Chi si sente di ricercare la verità lo faccia pure e chi è disposto a ritrovare l’umanità garbata, che caratterizzava mio padre, e a tentare di descriverla farà una buona azione. Perché solo se il ricordo si fa umano diventa struggente, altrimenti è rotocalco patinato dove anche il sangue sembra finto. Io preferisco il silenzio, non un minuto di silenzio, ma un silenzio sconfinato come i deserti che amo”.

 

fonte: www.salvobertolami.net

 

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Il nome della rosa
recensioni film
Titolo originale: The Name of the Rose
Produzione: Francia/ItaliaGermania
Durata: 2h e 12'
Genere: Thriller
Regia: Jean-Jacques Annaud
Uscita: 1986
Attori principali: Sean Connery, Christian Slater

Trama:
In un monastero accadono fatti strani e inspiegabili, cose così orribili da evocare la presenza dell'occulto e del demonio, ma un frate francescano molto scettico e abile nel risolvere misteri (Sean Connery) è inviato ad investigare insieme col suo giovane assistente. Dopo svariate indagini e numerosi intrighi scopriranno che non si tratta di elementi soprannaturali ma.
Recensione:
Trasposizione cinematografica molto ben riuscita dall'omonimo celebre romanzo di Umberto Eco. Ottimo il cast, con uno Sean Connery di una bravura indescrivibile, e impareggiabile è la sceneggiatura che segue molto da vicino il romanzo. Il regista riesce a rendere alla perfezione l'atmosfera cupa e opprimente, pervasa da un alone di mistero, che è presente nelle enormi abbazie gotiche del medioevo.
Anche se un film non riuscirà mai a pareggiare la bellezza del romanzo da cui è tratto si può tranquillamente affermare che "Il nome della rosa" (film) trasmette comunque un senso di mistero e di inquietudine e allo stesso tempo un messaggio nascosto che lo rendono un capolavoro. La grandezza di questo film infatti non sta solo nella trama intrigata o nelle ambientazioni spettacolari ma soprattutto nei messaggi contro l'ostinazione della chiesa a perseguire certi dogmi e convinzioni.
Ne "Il nome della rosa" è descritta al contempo la grandiosità e la pazzia dell'intelletto umano, capace di creare quantità enormi di libri contenenti svariati campi del sapere però rendendoli inaccessibili al popolo. Messaggio di condanna contro la Santa Inquisizione, capace solamente di condannare e torturare persone innocenti senza risolvere realmente i problemi. È incredibile che un film così bello sia così poco noto al grande pubblico.

Voto: 9,0


Ghostbusters

recensioni film
Titolo originale: Ghostbusters
Produzione: Usa
Durata: 170 min.
Genere: Commedia/Fantasy
Regia: Ivan Reitman
Uscita: 1984
Attori principali: Bill Murray, Harold Ramis, Sigourney Weaver, Rick Moranis

 

Trama: Tre borsisti vengono allontanati per scarso rendimento dall'Università di New York. Si occupano di problemi del paranormale. Accade così che Peter Venkman, Raymond Stantz ed Egon Spengler abbiano la bella pensata di mettersi in proprio, costituendo una vera e ben attrezzata agenzia di ... disinfestazione: ciò perché, a quanto risulta, fenomeni assai inquietanti e stranissime "presenze ectoplasmiche" cominciano a manifestarsi in città. Prima cliente dei 3 amici è Dana Barrett che, tornando un giorno a casa, ha visto scoppiare in cucina sei uova una dopo l'altra e, quel che è peggio, ha scoperto un mostro dentro il frigorifero. E, occupandosi di lei, Venkman se ne innamora. Intanto, la fama corre e i simpatici soci sono chiamati dappertutto, presso privati, alberghi e residenze, infestati da fantasmi verdastri e repellenti, come da bizzarri eventi. Loro arrivano tutti equipaggiati come derattizzatori, a bordo della loro auto targata "Ecto 1-New York", e incapsulano in una ingegnosa trappola portatile le maligne turbolenze: che finiscono poi tutte all'ammasso in un "deposito delle forze energetiche", appositamente costruito. Intanto accertano che un grande edificio cittadino (quello in cui alloggia Dana, nonché Louis, un curioso e querulo ometto che spasima per lei) costituisce il preoccupante polo di attrazione dei fantasmi locali, sempre più scatenati e voraci: pare che sul luogo, migliaia di anni fa, risiedesse il dio di un misterioso culto ittita. Nel frattempo, l'agenzia è presa di mira da uno zelante funzionario del Servizio ecologico il quale, ottenuto finalmente un mandato di requisizione contro i tre presunti imbroglioni, fa staccare la corrente nei locali e dalle apparecchiature. Purtroppo, una tale azione fa "saltare" il deposito; ogni fantasma, ogni forza energetica si libera e sulla città tornano ad imperversare incredibili ed allarmanti fantasmi. Dana, visitata da Venkman, viene trovata invasata e posseduta da una forza demoniaca, che, stravolgendone perfino la voce, l'ha fatta diventare la "chiave della Porta"; il buon Louis diventa, da parte sua, il "Maestro delle chiavi" e tutti e due, trasformati poi in cani mostruosi e ringhiosi, finiranno insieme al vertice del grande edificio, nel quale, a quanto sembra, tra fumo e fiamme, i rituali dell'antico culto hanno ripreso a svolgersi. Ma i tre soci corrono ai ripari; per decisione del sindaco (che ha fatto allontanare l'incauto funzionario ecologico) e tra gli applausi della folla, danno l'assalto al palazzo e finalmente - dopo peripezie varie e malgrado macerie, macchine della Polizia fracassate, numerosi feriti e contusi - l'ordine torna in città. L'intraprendente Venkman potrà così filare con Dana - tornata a connotati più gradevoli - il perfetto amore, anche se un piccolissimo fantasma verdastro volteggia imperterrito a velocità supersonica nel cielo di New York.


Recensione: "E' un film epidermico e condotto con regia spesso fracassona. Gli attori sono notevoli esemplari di un tipo di comicità ancora non saldamente insediata sui nostri lidi." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 98, 1985)
"Grazie alla bravura degli interpreti e gli effetti speciali ad alto livello, il film è diventato campione d'incasso in molti paesi." (Teletutto)
"Record d'incassi in tutto il mondo, il film di Reitman ha sicuramente raccolto più di quanto meritava. Tipica operazione americana, con il vuoto mascherato di dollari." (Francesco Mininni, Magazine italiano tv)
"E' la stessa formula di "Gremlins" che però, gli è superiore: una furba miscela di 1/4 di terrore e 3/4 di buffoneria con pesante predominio degli effetti speciali. Nel trio centrale il migliore è certamente il grasso Murray. (Laura e Morando Morandini, Telesette).


Top Gun
recensioni film
Titolo originale: Top Gun
Produzione: Usa
Durata: 105 min.
Genere: Drammatico/Azione
Regia: Tony Scott
Uscita: 1986
Attori principali: Tom Cruise, Kelly Mc Gillen, Val Kilmer

Trama. Due giovani amici, Pete "Maverick" Mitchell e Nick "Goose" Bradshaw, riescono ad essere ammessi alla Scuola di caccia da combattimento della Marina Usa, di stanza a Miramar (California). La scuola seleziona con severità assoluta gli allievi: chi arriva alla fine deve essere "il meglio del meglio" per preparazione, disciplina, senso del dovere. Succede che Maverick faccia fatica ad adattarsi a queste regole, dal momento che quando è in volo troppo spesso si lascia andare ad iniziative a sorpresa, fortemente sgradite al comandate della scuola. Neanche il rapporto sentimentale con Charlie, la bionda istruttrice, riesce a calmare Maverick, il quale coinvolge nelle sue scorribande l'amico Goose, che finirà col perdere la vita in un incidente. Maverick, sconvolto, cade in una crisi depressiva, nella quale si agita anche il ricordo del padre, a sua volta pilota, morto in una missione in modo misterioso. A risollevare il giovane arriva finalmente l'autentico battesimo dell'aria: un allarme, una sfida con arerei nemici, la vittoria. Maverick recupera fiducia e anche l'amore.

 

 

 

fonte: docenti.lett.unisi.it

 

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Recensione del libro di Isabelle Allende “Paula”

Il libro che ho scelto di leggere è “Paula” di Isabelle Allende, un’importante scrittrice cilena.
Il testo, originariamente, non nasce come un libro destinato alla pubblicazione, ma come una lettera che l’autrice scrive alla figlia in coma, Paula; lettera  che ha tre scopi: è un modo per sfogarsi, per informare la figlia su ciò che è accaduto durante il suo sonno, poiché è convinta che Paula si risveglierà e, soprattutto per, citando le parole della stessa scrittrice, “distrarre la morte”.
Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare da tali presupposti non si tratta di un diario dettagliato dedicato totalmente ai fatti riguardanti la malattia, ma piuttosto di un modo per l’autrice di raccontare alla figlia la sua vita, dall’infanzia fino al momento attuale, il tutto in lunghi flash back,  alternati da momenti che riportano il lettore al punto centrale del libro, la malattia e la sofferenza.
“Ascolta Paula ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta…” così inizia il libro di Isabelle Allende, con la stessa dolcezza con cui le mamme iniziano a raccontare una storia ai loro bimbi, ed è infatti così che la scrittrice inizia il racconto della sua vita. Ci presenta personaggi come la Memè, nonna e veggente della famiglia e il Tata, nonno e personaggio importante di tutta la sua vita, la madre , i suoi fratelli, i suoi primi amori tra cui il suo primo marito Michael, e quelli della madre, le sue illusioni e disillusioni, il suo lavoro, la tristezza di dover fuggire dal proprio paese, a causa del Golpe ( lei era infatti nipote dell’ultimo presidente democratico prima del colpo di stato) e il disagio di vivere in un paese straniero senza amici, il Venezuela, l’disillusione di un matrimonio che fallisce e di un amore adultero che nasce, fino poi ad arrivare al suo secondo grande amore Willie che diverrà il suo secondo marito e le starà accanto durante tutto questo difficile momento.
Tutto ciò alternato da momenti di riflessione di una madre che perde piano piano la speranza, i suoi pensieri, il suo dolore la difficoltà di arrendersi e lasciare finalmente la propria figlia libera dopo un anno esatto di sofferenze.
Il libro si conclude con queste parole “Adiòs, Paula, mujer (donna). Beinvenida, Paula, espìritu”  che ci comunicano la morte di Paula e che ci ricorda che nessuno muore mai completamente se chi li ama ne conserva il ricordo.
Il libro mi è piaciuto moltissimo nonostante la tristezza della storia di fondo e la sua origine.
Durante la narrazione ho infatti preso coscienza della condizione cilena e del Golpe, che nonostante non mi fosse nuovo come fatto non ero a conoscenza di molti particolari che ho invece avuto modo di approfondire.
Ne è un esempio l’evolversi della situazione politica, fino ad arrivare alla rivolta delle forze armate, avvenuta l’11 settembre 1973.
Dopo la rivolta iniziò la caccia al potere. Quello stesso giorno Salvator Allende morì e con lui la democrazia così duramente conquistata. Il Cile cadde, infatti, sotto gli artigli della dittatura di Pinochet, ciò comportò un forte regressione economica, la censura dilagò, parole come “compagno” furono bandite e persino le copertine di riviste per bambini furono censurate con motivazioni insulse.
Cambiò anche la situazione delle donne: prima libere, senza particolari obblighi, libere di protestare in strada, come faceva , ad esempio, la Grammy, suocera della scrittrice, con pentole e mestoli, producendo un baccano infernale. Improvvisamente, con la dittatura, esse cessarono di esistere o, nel “ migliore” dei casi, diventarono strumenti nelle mani degli uomini.
E’ da evidenziare come la maggior parte dei cileni, non fu in grado o non volle vedere i problemi causati dalla dittatura, come successe poi con l’ascesa del nazismo.
Tra le tematiche del racconto, oltre alla condizione politica cilena e l’amore, vi è l’inefficienza ospedaliera: due sono gli esempi più evidenti di tale problema, lo sciopero degli addetti alle pulizie che riduce l’ospedale in un immondezzaio e il coma e il successivo grave danno cerebrale subito da Paula, quasi sicuramente provocato da un cocktail di farmaci incompatibili tra loro.
Il modo di scrivere dell’Allende ci comunica tutta la sua tristezza ma ci conduce anche attraverso un lungo viaggio nella memoria e nella malattia.  Alla fine del libro anche il lettore è preparato e rassegnato alla morte di Paula.
Anch’io che amo solo il “lieto fine”, ho vissuto il finale serenamente, poiché l’autrice condividendo con me le sue intense emozioni, ha preparato oltre a se stessa anche me alla separazione definitiva da Paula, che avevo imparato a conoscere e apprezzare e ammirare attraverso le parole della madre.
Nel libro, ho particolarmente apprezzato la dolcezza che traspariva dalle parole della scrittrice; mi ha colpito la sua sofferenza e, onestamente, all’inizio, non comprendevo la scelta di pubblicare un testo così personale; riflettendo poi più approfonditamente, mi sono resa conto che l’importanza di questo scritto è proprio nella condivisione di una esperienza così reale, personale e dolorosa  con la gente. In questo modo, ha permesso di affrontare e riflettere  su un argomento “tabù” come è attualmente considerata la morte, vista spesso attraverso la televisione come fatto irreale e scontato, ma lontana da noi, quasi priva di coinvolgimento emotivo, lasciandoci quasi indifferenti. All’autrice si deve il merito di aver raggiunto la nostra anima  e aver fatto vibrare le nostre emozioni più nascoste.

 

fonte: www.liceoantonelli.novara.it

 

 

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“Che animale sei?”  di Paola Mastrocola

Il libro scritto da Paola Mastrocola è nato quasi per caso, sul ricordo del figlio che a soli quattro anni le chiese: “Ma un gatto sa di essere un gatto?”. La scrittura è estremamente semplice e la storia è leggera come l’aria, un vero “libro con le piume”, in cui l’autrice, armata dell’infallibile arma del sentimentalismo, inizia il suo delicato, amaro, spesso divertito e divertente racconto di una pennuta, che si trova per volere del fato a vivere i suoi primi giorni in una situazione d’abbandono e che riesce a sopravvivere solo grazie al calore e alla protezione di una vecchia pantofola. Nessuno le aveva detto che animale fosse, ecco dunque la sdrucita pantofola a forma di topolino trasformarsi in un’adorata mamma, e se qualcuno le chiedeva “ Che animale sei?” lei, naturalmente, rispondeva “Una pantofola!”. E il pensiero di non esserlo non la sfiorava neppure, se non avesse incontrato un giovane castoro. Da quel momento comincerà a girovagare alla ricerca di sé, incontrando sul suo percorso “strani” animali. Troverà filosofi, politici, una famiglia adottiva ed un fidanzato traditore, un gruppo di invisibili talpe e un adorabile lupo. Frequenterà luoghi esclusivi, luoghi miseri e deserti, piacevoli dimore, imparerà a non fidarsi delle apparenze, che sono inutili e superficiali, ma ad ascoltare la profondità dell’animo. Con stile fiabesco e linguaggio metaforico, l’autrice ci apre il cuore e la mente sulla nostra realtà, analizzando il percorso che ognuno compie attraverso i misteriosi sentieri che conducono alla “scoperta della propria identità” e alla propria “appartenenza”. La conclusione a cui giunge la Mastrocola è che per trovare se stessi si possono percorrere tante strade: l’amicizia, il lavoro, la politica, la vita sociale, ma che nessuno di questi campi è il terreno giusto per avere la risposta. Infatti, solo nei sentimenti profondi si può trovare il vero io di ciascuno di noi, perché l’amore è l’unico sentimento cosi autentico da poterci aiutare a superare ogni timore e solo chi ci ama davvero può darci la capacità di essere veramente noi stessi.
Pasquale Esposito - Daniele Averga.
                                                                  

Fonte: www.liceogandhi.it                         

 

 

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