Strutture morfosintattiche proverbi italiani tutto di tutto

 

 

    Strutture morfosintattiche proverbi italiani

 

Jarmila Trochtová

 

 

 

 

 

STRUTTURE MORFOSINTATTICHE NEI PROVERBI ITALIANI
DEL CAMPO CULINARIO

 

 

Vedoucí diplomové práce: PhDr. Jan Pavlík

 

 

 

Filozofická fakulta Masarykovy univerzity v Brně
Ústav romanistiky
Brno 2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prohlašuji, že jsem pracovala samostatně a použila pouze literaturu uvedenou v seznamu.

                                                                                                           ………………………
v Horní Lidči 6.1.2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Děkuji tímto PhDr. Janu Pavlíkovi za odborné vedení při zpracování diplomové práce.



INDICE

INDICE
INTRODUZIONE
1. UNITÀ FRASEOLOGICA
2. PROVERBIO
2.1. DEFINIZIONE
2.2. LO STILE DEL PROVERBIO
2.3. IL CARATTERE MORFOSINTATTICO DEL PROVERBIO
2.4. MORFOSINTASSI DEI PROVERBI CULINARI
2.4.1. Proposizione con fare in funzione di predicato:
2.4.2. Forma impersonale del verbo con il si passivante:
2.4.3. Congiuntivo:
2.4.4. Imperativo:
2.4.5. Articolo:
2.4.6. Frase nominale:
2.4.7. Frase semplice predicativa:
2.4.8. Proposizione coordinata:
2.4.9. Proposizione comparativa:
2.4.10. Periodo ipotetico:
2.4.11. Proposizione relativa:
2.4.12. Proposizione subordinata temporale di contemporaneità:
2.4.13. Ordine marcato dei costituenti:
3. I PROVERBI DEL CAMPO CULINARIO
3.1. COMMENTO ALLA PARTE PRATICA
3.2. I PROVERBI CULINARI
3.2.1. Proposizione con fare in funzione di predicato:
3.2.2. Forma impersonale del verbo con il si passivante:
3.2.3. Congiuntivo:
3.2.4. Imperativo:
3.2.5. Articolo:
3.2.6. Frase nominale:
3.2.7. Frase semplice predicativa:
3.2.8. Proposizione coordinata
3.2.9. Proposizione comparativa:
3.2.10.  Periodo ipotetico
3.2.11.  Proposizione relativa
3.2.12.  Proposizione subordinata temporale di contemporaneità:
3.2.13. Ordine marcato dei costituenti:
CONCLUSIONE
BIBLIOGRAFIA:

INTRODUZIONE

Lo scopo del proverbio è quello di esprimere delle esperienze di vita trasmesse di generazione in generazione. Il proverbio aiuta l’uomo a orientarsi nelle varie situazioni della vita. Il rendersi conto della verità compresa nei proverbi aiuta a superare stati difficili; rende, magari grazie all’uso dell’umorismo, un problema meno grave e aiuta l’uomo a trovare la forza per una soluzione diversa. Tutte le funzioni del proverbio sono eseguite da varie strutture morfosintattiche. Per questo l’obiettivo della presente tesi è quello di descrivere tali strutture, cercare di capire il loro uso e la funzione dimostrando il fenomeno sui proverbi del campo culinario.
Abbiamo scelto i proverbi del campo culinario perché la cucina rappresenta un ambito linguistico molto antico. Il linguaggio culinario si arricchisce di frasemi già da secoli. Le unità fraseologiche “culinari” sono inoltre capite da un vasto pubblico. Per questo riteniamo il linguaggio culinario molto adatto per la nostra ricerca.

La parte iniziale della tesi (il capitolo 1.1.) si occupa dell’unità fraseologica definendo le sue caratteristiche principali. Si presenta anche la classificazione delle unità fraseologiche.
Segue il capitolo 2 dedicato al proverbio. Nella prima parte (il sottocapitolo 2.1.) viene definito il proverbio. Nel sottocapitolo 2.2. definiremo il linguaggio dei proverbi, spiegheremo l’uso di varie figure retoriche, specialmente della metafora.

I sottocapitoli 2.3. e 2.4. rappresentano il perno della nostra analisi con l´esame del carattere morfosintattico dei proverbi. Nel sottocapitolo 2.3. presentiamo le principali funzioni delle unità paremiologiche insieme con esempi di varie strutture morfosintattiche che svolgono le suddette funzioni. Il sottocapitolo 2.4. comprende l’analisi delle strutture morfosintattiche documentate nella parte pratica. Si tratta delle strutture morfosintattiche comprese nei sottocapitoli 2.4.1. – 2.4.13. Il sottocapitolo 2.4. è in realtà l’introduzione teoretica della parte pratica. La parte pratica, presentata sotto il capitolo 3, rappresenta una raccolta dei proverbi italiani culinari. Comprendono vari temi della cucina, come per esempio l’influenza del periodo dell’anno su certi cibi (l’arrosto di piccione si mangia esclusivamente d’estate), l’effetto positivo di alcuni alimenti sulla salute (la mela tiene il dottore lontano), il modo di fare un buon vino ecc.

L‘organizzazione dei proverbi rispetta l’ordine delle strutture morfosintattiche presentate nel capitolo 2.4. Ogni categoria è “unica” nel senso che contiene proverbi che non appaiono negli altri gruppi, con l’eccezione della categoria nel capitolo 3.2.5.: alcuni proverbi in questa sezione sono tratti dalle altre categorie presenti nella parte pratica.

 

1. UNITÀ FRASEOLOGICA

 

La FRASEOLOGIA (a volte viene identificata con l´IDIOMATOLOGIA ) è una parte della linguistica che si occupa di collegamenti fissi di parole in una certa lingua studiando i loro rapporti nella frase e i tipi di leggi che governano la loro formazione. Questi collegamenti vengono chiamati unità fraseologiche o frasemi. Si tratta di un collegamento di parole obbligatorio al livello formale che fa nascere un contenuto figurato.

I frasemi nascono nelle situazioni in cui la scelta “libera, dissoluta” delle parole nel rapporto diretto con la realtà denominata e con il contesto che serve all’autore è difficilmente realizzabile. Le difficoltà si sentono soprattutto quando la denominazione della situazione è una cosa comune e non bisogna creare un nome attuale. In questi casi si offre la possibilità di risolvere i problemi legati con la denominazione usando un collegamento di parole già “preparato”. Questo collegamento poi diventa stabile e fa nascere un frasema.

Esistono collegamenti di varie dimensioni, da collegamenti di due parole a microtesti. Tali collegamenti fanno parte del lessico contemporaneo; spesso comprendono componenti lessicali l´apparizione dei quali è limitata all’ambito chiuso di un linguaggio.
I collegamenti delle parole rappresentano perciò una fonte importante di arricchimento del lessico. Le unità fraseologiche possono essere sia verbali sia nominali, vuol dire che già il solo predicato o il soggetto rappresenta un’unità fraseologica.

Tipica per le unità fraseologiche è l’espressività. Per espressività o funzione espressiva si intende la capacità di indicare atteggiamenti emotivi presso il parlante e/o l´interlocutore. Per esempio fare salsicce di qualcuno vuol dire “picchiare violentemente”. Per quanto riguarda l’espressività contenuta nei vari frasemi, le più espressive sono le unità a frase intera (proverbi).

Un altro aspetto caratteristico per le unità fraseologiche è lo spostamento del significato lessicale. Lo spostamento del significato vuol dire che il significato dell’unità fraseologica non è proprio ma figurato, spostato. Per esempio l’espressione dar cuore sposta il significato di parole individuali dar e cuore verso il significato nuovo, cioè incoraggiare. Si tratta molto spesso di uno spostamento metaforico.

Alcune unità fraseologiche hanno ancora delle caratteristiche specifiche come la presenza della rima, di una morale, di un ammonimento, di un’evidente istruzione e di una riprensione. Queste caratteristiche sono tipiche per i proverbi di cui parleremo in seguito.

Esistono molti tipi delle unità fraseologiche; di solito si distinguono secondo il successivo criterio di classificazione :

a.    unità a struttura sintagmatica, locuzioni e detti (varie sentenze e gruppi di parole come ha del fegato, aver ragione): Queste unità possono essere create o da un sintagma o da due elementi coordinati. Gli elementi coordinati sono fissi e commutabili. Le locuzioni si possono formare con tutte le parti del discorso. Le locuzioni verbali consistono di un verbo di contenuto generale (avere, dare) e di un elemento nominale invariabile. Le locuzioni sostantivali offrono più possibilità di variare il sintagma. Locuzioni avverbiali sono molto complesse (di volta in volta). Le locuzioni costituite da un sintagma non sono molto significative per quanto riguarda l’espressività. Quelle formate da due elementi coordinati invece hanno una grande importanza espressiva che le fa avvicinare alle frasi idiomatiche che saranno trattate nei capitoli successivi. Gli elementi coordinati possono essere spesso aggettivi (chiaro e tondo). La coordinazione qui ha la funzione di intensificare il contenuto. Specifici sono i casi di ripetizione: pian piano.

b.   frasi idiomatiche con elementi variabili e invariabili (per es. comparazioni che comparano due o più elementi, per es.bello come la rosa): Sono unità fraseologiche in cui la fissazione riguarda più elementi, ma ancora non tutti. Alcune, quelle che hanno un carattere proverbiale, si chiamano modi di dire. Gli elementi fissi possono essere soggetti, verbi (vivere alle spalle di) o una comparazione: essere sano come un pesce. Si tratta di un’area della lingua in cui si manifesta un’importante tendenza a creare nuove espressioni a causa della funzione espressiva. Soprattutto nei vari linguaggi detti settoriali si formano neologismi capiti solo da certi gruppi di parlanti.

c.    frase intera, a verbo finito o nominale (vari adagi e proverbi, per es. meglio tardi che mai): L’unità fraseologica a frase intera si divide secondo la sua struttura in quella a verbo finito o in frase nominale. Di solito si distinguono proverbi (donne e buoi dei paesi tuoi) e altre formule comunicative o frasi idiomatiche (come va?). I proverbi saranno discussi in capitoli successivi. Le formule comunicative sono espressioni stabilite che si usano in varie situazioni di communicazione: per salutare (buon giorno), rispondere, commentare, esclamare (Madonna mia) ecc. Le numerose variazioni differiscono poi secondo il livello di educazione dell’interlocutore e secondo il carattere del dialogo.

Come abbiamo già detto i frasemi si comportano come un’unità fissa con un significato che non cambia. Da ciò deriva il pericolo che il frasema “sopravvivi“ anche se il suo significato non è più chiaro. La stabilizazzione del significato porta poi con sé anche la stabilizazzione formale: il frasema non può essere variato con un sinonimo.

Ci sono però situazioni in cui le unità fraseologiche possono essere sostituite con un singolo lessema. Questo fenomeno si chiama commutabilità. Si tratta della capacità di poter sostituire il frasema con un singolo sintagma, per esempio: invece di aver paura si può dire temere. I frasemi non sono però commutabili con la stessa frequenza: al fenomeno di commutabilità partecipano, nella maggior parte, le locuzioni; altre unità fraseologiche sono minimamente attive in questo processo.

Le unità fraseologiche si fanno valere in tutte le aree della realtà; tra le più significative appartengono quelle attinenti alla natura, all’artigianato o alla cucina: saper quel che bolle in pentola, essere come il prezzemolo ecc.

L’uso delle unità fraseologiche dipende dalla varietà della lingua usata, dunque dalla situazione communicativa e dal linguaggio usato in un certo settore. Alcune locuzioni sono tipiche per il linguaggio scientifico, altre si usano solo nel parlato. Per esempio i modi di dire appartengono alla lingua parlata, e soprattutto all’italiano popolare. Si fanno anche valere le differenze tra varietà regionali e dialettali. Varie formule communicative, a volte chiamate unità fraseologiche pragmatiche, appartengono soprattutto alla lingua del dialogo. Un caso speciale poi è rappresentato da frasi idiomatiche che sostituiscono altre espressioni tramite metafore eufemistiche. Si tratta delle cosiddette parole tabù: invece di morire si dice volare in cielo, lasciare questo mondo ecc.

 

 

 

 

 

 


2. PROVERBIO

 

2.1. DEFINIZIONE

 

Abbiamo accennato al fatto che il proverbio è un tipo di unità fraseologica. Può essere brevemente caratterizzato come una breve espressione letteraria che conserva l‘esperienza e la saggezza antica. Si tratta di una sentenza popolare che esprime un consiglio, un pensiero e un’esperienza, spesso in forma metaforica, con valore generale. Come gli altri frasemi si tratta di un collegamento di parole fisso, di origine anonima, e figurato. Come nel caso degli altri frasemi il proverbio riflette tradizioni, usi e costumi, credenze di esseri soprannaturali, magia, ecc. Il proverbio rappresenta altrettanto una fonte interessante per la conoscenza dello spirito e della lingua popolare

Quello che differenzia il proverbio dagli altri frasemi è il suo carattere frasale e la presenza di un elemento morale e della rima. Il proverbio che contiene una morale viene chiamato gnomico da alcuni linguisti. La denominazione si prende dal gnoma. Il gnoma è una sentenza morale breve, rimata, con un valore atemporale che propone, attraverso esempi di vita pratica, di risvegliare la coscienza morale del lettore. I proverbi generalmente inclinano allo  “stile” gnomico: comunicano la morale direttamente, spesso con l’uso della rima e in modo breve (Tavola e bicchiere tradisce in più maniere).
Alla differenza di una comparazione o di un detto, il proverbio è formato da una frase che si divide in due parti: la prima parte di solito constata qualcosa, l’altra ne deduce un’istruzione morale.

Alcune fonti distinguono due tipi fondamentali di proverbi: quelli normativi e quelli constatativi. I proverbi normativi indicano delle norme dei comportamenti da seguire (Dell’oca, mangiane poca, Vino vecchio e olio nuovo), mentre i proverbi constatativi esprimono un atteggiamento di rassegnazione nei confronti delle disgrazie della vita (Tutta la settimana polenta e chiodi e la domenica tabacco a bere) .
I proverbi sono visti da molti linguisti in due modi: o restano una parte delle unità fraseologiche con le loro caratteristiche specifiche oppure (più spesso) si separano come le paremia formando una parte della fraseologia independente: la paremiologia. Il fatto che i proverbi si conservano finora è causato soprattutto dalla loro funzione, quella “di elemento della struttura di quel codice linguistico naturale che permette all’uomo d’esprimere le intuizioni mentali mediante strutture logiche”.

 

 

2.2. LO STILE DEL PROVERBIO

L’uso dei proverbi dipende dallo stile della lingua usata. I proverbi si adoperano in dipendenza della situazione communicativa, del tipo di testo e del linguaggio settoriale. Lo stile e il contenuto dei proverbi possono essere sotto forma di indovinello, novella o canto, di tipo domanda-risposta o sotto forma di una frase dichiarativa (è il caso della maggior parte dei proverbi del campo culinario). Nei proverbi (come in tutte le unità fraseologiche) si fanno valere le differenze tra le varietà regionali e dialettali. Bisogna perciò riconoscere ai proverbi il loro ruolo educativo non solo per la presenza di una morale ma anche per quanto riguarda l´apprendimento delle espressioni dialettali.

I proverbi assumono spesso un aspetto metrico o almeno ritmico. Si utilizzano vari giochi di parole come assonanza(sott’acqua fame e sotto neve pane), eufonia (carne cruda pare brutta) e chiasmi (mangio per vivere, non vivo per mangiare). Altre figure retoriche usate sono allitterazioni (carne fa carne, pesce fa vesce), ripetizioni (pane cogli occhi, e cacio senz’occhi, e vin che cavi gli occhi) e opposizioni di forme (caffè caldo e anguria fresca). Tra tutti i giochi di parole che si trovano nel linguaggio dei proverbi culinari, la più rappresentata è la rima: dell’oca mangiane poca.
Molto frequente è anche lo sfruttamento della metafora: essere il sale della terra vuol dire “essere utile.”Si tratta di un esempio del tipico processo metaforico del parlare figurato. Affinché i proverbi siano più efficaci, hanno spesso bisogno di parole che si colorino di connotazioni di altri referenti: si fa intendere una cosa attraverso le particolarità di un’altra (in questo caso il valore positivo del sale “si trasmette” a quello dell’uomo).

 

 

2.3. IL CARATTERE MORFOSINTATTICO DEL PROVERBIO

Tutte le strutture morfosintattiche che vengono trattate nella presente tesi rappresentano vari modi di esprimere le funzioni principali del proverbio, cioè:

a.    comunicare una verità generale della vita: La maggior parte dei proverbi contiene una verità generale. La verità comunicata dai proverbi deve essere eterna, valida per sempre. Tutte le strutture morfosintattiche menzionate realizzano questa funzione.

b.   essere comprensibili per tutti: Il messaggio contenuto nei proverbi è “fornito” in un modo conciso e breve. La brevità delle frasi e lo stile popolare aiutano a comprendere meglio il senso. La comprensibilità deve essere generale; tutti devono capire o conoscere quello che viene detto simbolicamente. In più, affinché il messaggio compreso nei proverbi si possa verificare, tutti devono far parte dello stesso contesto sociale. A dare un messaggio chiaro e conciso servono bene tutte le strutture ma la più adatta è la frase nominale che sarà trattata nel capitolo 2.4.5. o la frase predicativa (2.4.6.)

c.    afferrare la sostanza: I proverbi cercano di dare un’informazione in forma “condensata”. Lo scopo di molti proverbi è quello di concentrarsi sull’elemento ritenuto più importante di tutti. Per afferrare la sostanza dell’enunciato servono il meglio la frase nominale più quella predicativa e l’ordine marcato dei costituenti (cfr. i capitoli 2.4.5., 2.4.6., e 2.4.13.).

d.   essere facilmente memorizzabili: Per poter memorizzare facilmente un proverbio si usano (oltre alla brevità delle frasi) vari giochi di parole. La più frequente di tutti i giochi di parole è la rima (Orzo e paglia fanno il cavallo da battaglia), l’alliterazione o la ripetizione generale delle sillabe (Ungi e intingi: sentirai che mangi!). Queste categorie, che non vengono trattate dettagliatamente, rappresentano però sottocategorie di varie categorie morfosintattiche nella parte pratica.

e.    comunicare un’esperienza generale collettiva: Per esprimere un’opinione generalmente valida bisogna usare una forma atemporale del verbo. Per questo motivo il proverbio preferisce il verbo all’indicativo e per quanto riguarda il tempo, viene prescelto il presente. A questo proposito possiamo nominare per es. l’uso degli articoli i quali rendono il nome generico, conosciuto da un certo collettivo.

f.    essere “sovrappersonale”: Il carattere di tutti i proverbi (oltre a quelli all’imperativo) è “sovrappersonale”. Vuol dire che i proverbi non si rivolgono ad una persona concreta, ma a tutti generalmente, il che viene concretizzato da tutte le strutture presenti nella parte pratica. Qui menzioniamo solo la forma impersonale creata con il si passivo (il pesce si mangia quando è fresco) e le relative con chi (Chi mangia il sale, beve l’acqua).

g.   essere del carattere imperativo: La gran parte dei proverbi è di carattere imperativo, con lo scopo di dare un consiglio o appunto un ordine. Il carattere autoritario viene concretizzato dall’uso dell’imperativo.

h.   avere un contenuto educativo: In questo caso abbiamo in mente la moralità nascosta nel contenuto di tutti i proverbi la quale viene espressa da tutti i mezzi morfosintattici trattati nella presente tesi.

i.    non essere legato ad un contesto concreto

j.    avere una funzione espressiva: Nel capitolo 1.1. abbiamo fatto nota che i proverbi sono le unità più espressive tra tutte le unità fraseologiche. L’espressività nei proverbi culinari viene realizzata (salvo la sua effettuazione con gli strumenti lessicali) dalle strutture morfosintattiche: si tratta del congiuntivo nelle frasi ottative , dell’imperativo e dell’elemento focalizzato nell’ordine marcato dei costituenti. Le frasi all’imperativo hanno la cosiddetta espressività appellativa e anche emotiva. Nel caso dell’ordine marcato dei costituenti la parte centrata (la quale diventa il rema e dimostra l’espressività) viene posizionata all’inizio della frase. I proverbi partecipano anche al fenomeno dell’espressività frasale fonicala quale viene realizzata dalle varie figure retoriche che sono state trattate nel capitolo 2.2.

A tutte le caratteristiche appena presentate si aggiungono quelle che risultano dal fatto che il proverbio è destinato all’uso parlato e mostra quindi tutti i segni morfosintattici del parlato:

a.    le frasi nominali e monorematiche
b.   l’uso dei tempi semplici, soprattutto del presente
c.    l’uso dell’indicativo

 

 

2.4. MORFOSINTASSI DEI PROVERBI CULINARI

 

2.4.1. Proposizione con fare in funzione di predicato:

Tipico per la fraseologia culinare è il verbo fare. Fare è un verbo che presenta un’infinità di valori: può esprimere qualunque azione, specificata dal complemento che segue. Si tratta quindi di un verbo da moltissime funzioni e forme. Il senso principale di fare è quello di creare, mettere in opera, portare a termine ed eseguire un’operazione: fare una minestra, fare il caffè. Il verbo fare si collega con tutti i verbi che indicano un’azione.
L‘abilità di creare gruppi di parole da significati diversi viene facilitata grazie al fatto che fare appartenga nel gruppo dei verbi fraseologici.

Fare nel campo culinario rispetta quello che abbiamo appena detto e ha, nella paremiologia, un ruolo indispensabile rappresentando uno dei verbi di base. Poiché si tratta di un verbo universale, conviene molto in un determinato tipo di discorso parlato, cioè anche in un proverbio. Viene usato nella maggior parte come verbo fraseologico: il vino ti fa chiacchierare, la fame fa mangiar le sorbe acerbe, oppure come il verbo da significato pieno: buon vino fa buon sangue, un cattivo boccone non fa buon prò. La frase acquista un valore atemporale dando tutta l’importanza all’agente, vino, fame ecc. C’è una notevole differenza tra le frasi:
se berremo il vino di miglior qualità, saremo sani come un pesce e
miglior vin fa miglior vena

La prima frase rappresenta un fatto neutrale. Sarebbe usata probabilmente nella lingua scritta nella quale si preferiscono frasi lunghe. Il contenuto è educativo e sovrappersonale, ma la complessità della frase lo rende difficilmente memorizzabile e magari un po’ prolisso. La seconda frase rispetta la maggior parte delle prerogative di un proverbio: oltre al carattere educativo è breve e dunque facilmente registrata (la memorizzazione è ancora intensificata dalla ripetizione dell’aggettivo), e dà un’informazione “condensata” svolgendo la funzione di afferrare la sostanza.

 

2.4.2. Forma impersonale del verbo con il si passivante:

 

La forma impersonale del verbo conil si passivante è una delle forme del passivo. La funzione generale del passivo è di spersonalizzare il discorso e di mettere in evidenza i risultati e gli effetti di un’azione invece dell’agente. Il si con il verbo nella forma attiva si usa dunque se non si vuole indicare chi compie l'azione. Si tratta dell’unica forma del passivo trovata nei proverbi culinari. Viene frequentemente adoperata nei proverbi il cui carattere è inconcreto e “sovrappersonale“, cioè rivolto a tutti.

Questa costruzione consiste nell’utilizzo delle terze persone singolari e plurali del presente precedute dalla particella pronominale si che ha il significato del pronome indefinito uno: si mangia, si beve – uno/una persona/l’uomo mangia: si mangia, si risparmia, si pesa, si mangiano. Con questa forma del passivo non è mai presente il complemento d’agente.  Per es. nella frase Il brodo si fa con tutto non viene menzionato da chi viene fatto il brodo. Il si passivante viene preferito nel caso del soggetto grammaticale – paziente rematico: Il pesce si mangia quando è fresco. Il verbo accorda con il paziente (il pesce) che diventa il soggetto grammaticale.
Bisogna distinguere l’uso del si passivante dal si impersonale. Nella frase conil si passivante il soggetto è presente nella frase: il pane si mangia. Nella frase con il si impersonale il soggetto è sottinteso:Non si può vivere senza mangiare(vuol dire “nessuno può vivere senza mangiare”). Il soggetto della frase è indefinito. Quale è la differenza tra questi due si? Tutti e due corrispondono alla funzione educativa e istruttiva del proverbio. Ma la frase con il si passivante risulta precisa, sembra quasi un manuale. Invece il si impersonale esprime più che un’istruzione una sentenza generale con l’effetto moralistico.

 

2.4.3. Congiuntivo:

Il congiuntivo è uno dei modi verbali finiti. Si tratta del modo della possibilità e della incertezza. Si usa di solito quando l’azione o lo stato indicati dal verbo si presentano come possibili, desiderabili, probabili e incerti. Nei proverbi culinari appare esclusivamente il congiuntivo presente che esprime un comando, un’esortazione, una preghiera, un augurio, un desiderio o un’imprecazione: Dove si manduca, Dio mi conduca; dove si lavora, Dio mi tenga fuora,Chi ha pesce, cammini.

               Il congiuntivo con il valore dell’imperativo suppone una frase simile a voglio che. Secondo Salvi  il congiuntivo in questa maniera (con verbi di volontà o espressioni di necessità) esprime la modalità impositiva. I proverbi che comprendono questo tipo di modalità sono in realtà frasi con una proposizione oggettiva sottintesa; frasi nominali dove il verbo al congiuntivo svolge la funzione del complemento oggetto. Il vino che sia buono e la botte che sia di creta, vuol dire “io voglio, io desidero, io prego che il vino sia buono e che la botte sia di creta.”
 
               Anche altri elementi della frase possono essere sottintesi, per esempio l’oggetto: Chi ha (qualcosa da mangiare) mangi, e chi non ha (niente da mangiare) muoia di fame, oppure il verbo: Se vuoi che Dio ti castighi, (metti) acqua sulle ciliegie e vin sui fichi.

 

L’uso del congiuntivo nei proverbi culinari non è tanto frequente come quello degli altri modi verbali. Questo fatto è in concordanza con le regole del discorso parlato: il congiuntivo è tipico per la lingua scritta e, quindi, più ricercata. Il congiuntivo “culinario” esprime sia un consiglio: Chi ha pesce, cammini, Lascia che il pesce si cuocia nel suo grasso, siaun desiderio: Il vino che sia buono e la botte che sia di creta. Vin che salti, pan che canti, formaggio che pianga. Il congiuntivo corrisponde nei proverbi alle loro funzioni: quella educativa, imperativa e (nelle frasi ottative) quella espressiva.

 

2.4.4. Imperativo:

Un altro modo finito verbale è l’imperativo. I proverbi all’imperativo hanno la struttura di una frase predicativa: Mangia e dimentica, la struttura del periodo coordinato: Dammi pane e mandami fuori, oppure fanno parte di una proposizione: Non ti mettere in cammino, se la bocca non sa di vino.
Bisogna menzionare a questo proposito l’uso “autoritario” del tempo futuro apparente in alcuni proverbi all’imperativo. Si tratta per esempio di farem in Aggiungi acqua e farina, farem fritelle sino a domattina odi farai in Mangia tanta insalata, che farai vita beata. Anche Battaglia e Pernicone nominano l’adoperazione del futuro semplice “con significato esortativo, come forma attenuata dell’imperativo.”Secondo Fornaciari questo tipo di “imperativo”si usa quando la cosa che si comanda non deve essere eseguita immediatamente, ma fra qualche tempo. Il verbo all’imperativo quindi ha sull’ascoltatore un effetto immediato, al contrario della forma al futuro.
L’imperativo è in contrasto con il carattere generale della maggior parte dei proverbi (cioè quello di essere “sovrappersonale”): rende il proverbio più personale e più concreto che per esempio l’uso della frase predicativa. Viene preferito da tali proverbi che vogliono dare un ordine più chiaro e con più grande risolutezza. Questo tipo di proverbio è destinato a chi accetta più volentieri un’esperienza personale che una sentenza morale generale. Facciamo nota che una gran parte dei proverbi in forma dell’imperativo usa la rima. In riferimento al capitolo 2.3. l’imperativo contiene l’espressività appellativa, svolge dunque la funzione espressiva delle unità paremiologiche.

 

 

2.4.5. Articolo:

Quando diciamo “pane, vino, olio,” “sembra che ciascuna di queste parole non abbia un’espressione viva e che il suo significato rimanga inattivo; se invece, ci proviamo a dire il pane, il vino, l’olio, sembra che ognuna d’esse acquisti valore, come se di colpo si animasse per iniziare un pensiero, una frase. Nella prima condizione (pane, vino) le parole appaiono come immagini spente, nell’altra condizione (il pane, il vino) risultano nuovamente capaci di vita e pronte a muoversi.”
Questa qualità (di “animare” le cose) è comunicata dagli articoli determinativi il e la. Da tutte le funzioni dell’articolo determinativo menzioniamo in questo contesto solo il fatto che gli articoli determinativi si utilizzano con nomi che hanno il significato generale, dunque con quelli che sono caratteristici per i proverbi.
L’articolo determinativo stabilisce la categoria o il tipo del nome: se diciamo la pentola è la pace di casa, abbiamo in mente che “ogni pentola è la pace di casa”. Serve anche ad esprimere una cosa astratta o il collettivo generico (La fame è una brutta bestia) e un nome a senso “unico“(Il sole è il nemico della cucina).
L’uso dell’articolo determinativo nei proverbi culinari corrisponde alle funzioni del proverbio. Aiuta a creare lo stile generale e sovrappersonale, e rende il proverbio più comprensibile (ma sempre dentro l’ambito di una certa collettività).

L’articolo indeterminativo si utilizza in genere per indicare soggetti e oggetti non specifici.Se usiamo l’articolo indeterminativo davanti al nome, facciamo sapere cheil nome non è ancora noto: Un uovo appena nato vale un ducato.
L’articolo indeterminativo, ugualmente come quello determinativo, indica il tipo o il genere. Invece di Un bicchiere d’aceto (nel senso di “ciascun bicchiere”) guasta il vino possiamo dire  Il bicchiere d’aceto guasta il vino. In questo caso dipende solo dal gusto del parlante. Tutt’e due le possibilità, comunque, esprimono un pensiero generale, il che è conforme alle “norme” del linguaggio dei proverbi culinari. Perciò il loro uso può coincidere.

Battaglia e Pernicone sostengono che l’articolo indeterminativo sia più espressivo rispetto all’articolo determinativo. Il motivo è la sua funzione d’intensificare il significato di un oggetto, “cioè [di] uno tra tanti, ma dotato d’una particolare qualità.”

Nei proverbi culinari si manifesta però soprattutto la tendenza di omettere l’articolo. Secondo vari linguisti l’omissione dell’articolo nel linguaggio dei proverbi è un fenomeno comune. Si osserva con espressioni fisse, quando il sostantivo fa da complemento in un’unità fraseologica. È causato dall’esigenza dei proverbi di risparmiare lo spazio e tempo. In più l’espressione senza un articolo crea una frase unica e fissa: Corpo pieno anima consolata. Questo processo entra in gioco soprattutto nelle frasi nominali in cui si verifica la tendenza a produrre entità stabili di parole. Dobbiamo altrettanto constatare che l’omissione dell’articolo nei proverbi attribuisce al nome un valore eterno, impersonale e “immobile”.

Per concludere questo capitolo presentiamo tre proverbi d’esempio:

Il vino buono si sente sotto la botte.
Un buon vino ti fa arrosar la faccia.
Vino buono fa pisciare un vecchio come un figliolo.

Il primo proverbio usa l’articolo determinativo, il secondo utilizza l’articolo indeterminativo e nell’ultimo l’articolo è omesso. Tutti e tre accompagnano il nome “vino buono”. Il primo caso mostra una certa categoria del vino, conosciuta da tutti, si tratta forse del “vino della nostra casa, il migliore di tutti.”
Anche il secondo proverbio presenta una categoria del vino, ma parla di un vino qualsiasi o forse di un bicchiere di vino. Sia la prima frase sia quella seconda presentano il vino come qualcosa di più vicino rispetto all’ultimo esempio. L’ultimo caso risulta più fisso e valido rispetto a quelli precedenti. L’espressione vino buono può essere considerata come una frase nominale con il suo effettoespressivo e persuasivo. L’ultimo proverbio risulta essere il più specifico degli altri per il linguaggio culinario.

 

 

 

2.4.6. Frase nominale:

Un numero notevole dei proverbi culinari si presenta sotto la forma della frase nominale. È una struttura tipica per il discorso parlato e per i proverbi. Si tratta di una costruzione basata su una predicazione di tipo non verbale, molto produttiva non solo in italiano (carabiniere coi baffi e fagiolo coi sassi). I vari studi sulla lingua parlata (per es. Voghera) hanno rivelato che una notevole quantità (circa un terzo) delle produzioni del parlato contiene una frase senza verbo. La frase viene di solito indicata con le seguenti denominazioni: “frase nominale, enunciato nominale, predicazione nominale” ecc. Come abbiamo già detto, la frase nominale viene caratterizzata come una combinazione sintattica priva del verbo. Nei proverbi troviamo le seguenti combinazioni delle parti del discorso: sostantivo + pronome (pane altrui), avverbio + nome (giù il vino, su le parole) e
sostantivo + aggettivo (caffè caldo, anguria fresca).

Castroni pugliesi, mannarini pistolesi, gran siciliano, zucchero di Candia, cera veneziana, magli romaneschi, sproni viterbesi, cacio di Creta, raviggioli fiorentini. Questo proverbio esemplare accentua le qualità delle menzionate città e regioni per quanto riguarda l’alimentazione senza usare una frase completa del tipo “mangiate solo i castroni pugliesi, comprate solo il zucchero di Candia” ecc.

Viene messa in discussione la questione se le frasi nominali siano “vere” o siano solo il prodotto di un’elissi. Benveniste sostiene che la frase nominale è una frase con una relazione normale tra il soggetto e il predicato. L’unica differenza contro la frase verbale è di tipo morfologico; la funzione verbale è svolta da un’espressione nominale. Secondo Benveniste la frase nominale non è il risultato di un’ellissi, la frase nominale costituisce un enunciato con delle funzioni specifiche come domanda, ordine ecc. Il verbo nella frase nominale non è in realtà sottinteso, o almeno non sempre; in alcuni casi è proprio
una costruzione differente e cioè una frase messa al posto di un nome. Ha maggiore valore persuasivo perché non essendoci il verbo e quindi non avendo una funzione vera procede come una sentenza.

L’uso della frase nominale è importante per un discorso retorico, dunque anche per un proverbio. Le frasi nominali hanno una notevolissima efficacia; togliendo il verbo dal discorso si impone una sorta di verità generale ispirata dall’esperienza della vita. Si tratta di una verità senza atteggiamento personale, priva di emozioni. La frase nominale ha un valore eterno. Possiamo perciò indicarla come uno degli aspetti più peculiari dei proverbi culinari.

Pane asciutto e vita lunga. Questa frase nominale esprime l’importanza di mangiare modestamente se vogliamo vivere a lungo. Senza la presenza del verbo possiamo concentrarci solo al nome il quale acquista una “forza” morale. Il verbo può essere omesso perché essendo molto generale si può facilmente indovinare (si consiglia mangiare pane asciutto per avere la vita lunga). Inoltre l’uso del verbo disturberebbe la moralità. Qui vale la regola: meno parole usiamo, più efficace e comprensibile il proverbio è, e più “forte” è la verità compresa. I proverbi con la frase nominale rendono il discorso elegante e “sugoso”. La frase nominale si usa nei proverbi (oltre all’utilizzo educativo presente in tutti i proverbi) per confermare un’affermazione e afferrare la sostanza del discorso.


Una differenza tra la fraseologia e l’idiomatologia sta nel fatto che con il termine di fraseologia si indicano gli aspetti formali di un fenomeno, invece con l’idiomatologia si hanno in mente gli aspetti semantici. Cfr. Příruční mluvnice češtiny, p. 71.

Cfr. Bečka, J.V.: Česká stylistika, p. 79.

  Cfr. Skytte, G. in Holtus G., Metzeltin M. und Schmidt Ch.: Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer, 1988, p. 78.

Dell’espressività dei proverbi parleremo nel capitolo 2.3.

  Cfr. Skytte, G. in Holtus G., Metzeltin M. und Schmidt Ch.: Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer, 1988, p. 78.

Fisse denominazioni create da due o più parole, hanno invece il significato di una parola sola.

La definizione di commutabilità è trattata sotto.

  Cfr. Skytte, G. in Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer , 1988, p. 78.
  Cfr. Skytte, G. in Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer , 1988, p. 81.

Cfr.Vlašín, Š.: Slovník literární teorie. ČSAV, Praha 1984.

Cfr.http://www.delfo.forli-cesena.it/ssagrario/home_Itg/poesia/gnomic.htm.

Cfr. www.proverbiescrittori.it.

Questo proverbio ci dice di rassegnarsi con la vita dei poveri il cui menú consiste dei cibi di cattivo gusto e quando finalmente hanno un piacere, il destino glielo toglie.

Cfr. per es. Zaorálek, J.: Lidová rčení, Academia 1996.

La parte della linguistica che si dedica allo studio dei proverbi.

Franceschi, T.: La formula proverbiale, in Dizionario dei proverbi, UTET, Torino.

È un “tipo di rima imperfetta, per cui due parole, che dovrebbero rimanere tra loro, hanno identità solo nelle vocali ma non nelle consonanti. Http://www.splash.it/cultura/letteratura/retorica_e_metrica/assonanza.htm, cit.

Il significato del proverbio è che “tutto tornerà utile.“
Eufonia è un effetto gradevole, armonioso, prodotto dall‘incontro di suoni diversi in una parola o fra più parole seguenti. (Cfr. www.demauroparavia.it/41412.

Chiasma è una“figura retorica che consiste nella disposizione in modo incrociato dei membri corrispondenti di una o più frasi“. (Ibid., p. 358, op. cit.)

Si tratta di ripetizione dello stesso suono all’inizio o all’interno di più parole vicine (Cfr. ibid., p. 73).

Questa caratteristica si riferisce a quella di “comunicare un’esperienza collettiva”.

Quelle che esprimono un desiderio, augurio e similmente.

Ne parleremo nel capitolo 2.4.13.

L’enunciato ha l’espressività appellativa quando l’autore esprime la sua volontà direttamente al destinatario.      (Cfr. Bečka, J.V.: Česká stylistika, p.204).

Le denominazioni dell‘espressività sono state tradotte da quelle usate in ibid., p.201.

Cfr. Ibid., p.210.

Cfr. Voghera, p.70.

Elemento passivo dell’azione.

Cfr.Battaglia S., Pernicone V., p. 280.

  Cfr.Salvi, G.: in Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer, 1988, p.123. 

Battaglia, Pernicone, p.370, op. cit.

Cfr. Fornaciari: La sintassi italiana in http://www.mauriziopistone.it/sintassi/indice_alfabetico.html.

Battaglia, Pernicone, p.84, cit.

Cfr. Battaglia, Pernicone, p.92.

Ibid., cit., p. 92. Per vedere un esempio cfr. il paragrafo precedente.

Cfr. ibid., p. 99.

Vedi il paragrafo primo di questo capitolo.

La frase nominale sarà trattata nel seguente capitolo.

Cfr. Voghera, M.: Sintassi e intonazione nell’italiano parlato, p.182.

Mancanza di un elemento necessario nel discorso.

Cfr. Benveniste, E.: (1966), "La phrase nominale", in E. Benveniste, Problèmes de linguistique générale, Paris, Gallimard, trad. it. Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 179-199.

 

2.4.7. Frase semplice predicativa:

La struttura della frase predicativa semplice nei proverbi culinari è di solito come segue:

a) soggetto + copula + predicato nominale: Il pane è sovrano.
b) soggetto + predicato verbale: Il vino parla.
c) soggetto (tema) + verbo + oggetto (rema): La minestra riempie i fianchi.

La frase predicativa rappresenta una costatazione, un commento delle conseguenze di un’azione (nel primo esempio le conseguenze di bere il vino). Dichiara una regola o una legge generale, ma, al contrario dell’ordine marcato , è neutrale. Ha un effetto educativo, avvisativo e comunicativo più che persuasivo. Non viene preferito nessun elemento, tutti sono ugualmente importanti. La frase predicativa è numerosamente rappresentata nella paremiologia culinaria. Il motivo è la brevità delle frasi che aiuta a memorizzare, e la comprensione generale di esse. Svolge la funzione educativa e in riferimento al capitolo 2.3. rappresenta la funzione di “afferrare la sostanza” dell’enunciato.
Queste frasi si chiamano anche frasi predicative non marcate della forma
soggetto – copula – complemento predicativo.

 

 

2.4.8. Proposizione coordinata:

La coordinazione fra due proposizioni si può verificare con qualsiasi tipo di fraseNell’ambito nella nostra ricerca abbiamo notato solo la coordinazione tra due proposizioni principali. La condizione presentata nei proverbi si realizza con la coordinazione per asindetoo conla coordinazione copulativa. La struttura della proposizione coordinata indica che le due frasi hanno la stessa importanza, dimostrano un’omogeneità e il contenuto di entrambe le frasi ha uguale validità.

La differenza tra i due tipi di coordinazione consiste nel fatto che la coordinazione per asindeto dimostra una più grande strettezza delle frasi, quasi come se ci fosse un segno d‘uguaglianza. Un vantaggio della coordinazione per asindeto è che il carattere ripetitivo e sintetico aiuta a memorizzare il proverbio.

Ogni pane caccia fame, ogni acqua caccia sete.                              (per asindeto)
Il porco vive per mangiare e l’uomo mangia per vivere.                  (copulativa)

            Concludiamo che le proposizioni coordinate svolgono nei proverbi le funzioni caratteristiche anche per le altre strutture morfosintattiche trattate nella presente tesi, cioè di comunicare una verità generale, una morale ecc. Non corrispondono però alla prerogativa tipica proverbiale di essere breve; rappresentano le strutture più complesse tra tutte le strutture menzionate. Questo fatto rende le proposizioni coordinate meno memorizzabili (rispetto per es. alla frase predicativa) e quindi non tipicamente presenti nei proverbi culinari.

 

2.4.9. Proposizione comparativa :

 

La proposizione comparativa è una struttura morfosintattica caratteristica dei proverbi. Le proposizioni subordinate comparative dichiarano un rapporto di analogia o di diversità con la principale. Es. Meglio porco che pesce.
Si confrontano due elementi dello stesso ambito (porco e pesce appartengono all’ambito della cucina), sono comunemente conosciuti, uno di essi è visto come migliore dell’altro. L’effetto della comparazione è ancora aumentato dalla forma della frase – la frase nominale – la quale, omettendo il verbo, lascia tutto lo spazio al nome. Il pronome meglio messo al primo posto della frase acquista un valore fortissimo. Deve persuadere l’ascoltatore che “è meglio mangiare il porco, e non il pesce.”

Le proposizioni comparative svolgono la funzione metaforica del proverbio la quale paragona le cose con altre per raggiungere un effetto speciale sull’ascoltatore. Le frasi comparative sono molto utili anche per svolgere la funzione educativa e istruttiva del proverbio.

Possiamo concludere con l’affermazione che le comparative cercano di svolgere le funzioni proverbiali  tramite i pronomi e avverbi comparativi con il significato positivo (meglio), o negativo (peggio). A ottenere l’effetto delle comparative aiuta la brevità delle frasi e la posizione primaria della congiunzione stessa. La condizione è però che i due elementi provengano dallo stesso ambito linguistico e quindi siano comunemente comprensibili.

 

2.4.10. Periodo ipotetico:

 

Le proposizioni condizionali esprimono la condizione necessaria perché si avveri quanto è affermato nella proposizione principale. Le condizionali rispondono alla domanda: a quale condizione? Se mangi l’erba fai come i buoi. Stefania Ferraris nel suo Periodi ipotetici nelle varietà di apprendimento di italiano” definisce le frasi ipotetiche per il loro carattere determinativo come “costrutti avverbiali“ .

L’ordine delle frasi nel periodo ipotetico nei proverbi culinari rispetta le regole comuni : la pròtasi viene nella maggior parte per prima, seguita dall’apòdosi. Se vuoi vedere l’ubriaco vero, sull’aceto ti bevi il vino. Se è buona la botte, il vino è meglio. Ci sono però proverbi in cui l’ordine è inverso; la principale viene per prima seguita dalla prótasi: L’insalata non è bella, se non v’è della novella. La patata ti dà forza, se la mangi con la scorza. La posizione della frase condizionale nel primo caso rivela la più grande importanza di essa; la condizione là espressa (se è buona la botte) è vista come più forte che nel caso in cui la condizionale viene per prima (se la mangi con la scorza). Nell’ultimo caso lo spostamento della condizione alla fine del periodo rappresenta una diminuzione della sua importanza.

La condizione espressa nel periodo ipotetico del campo culinario è presentata per lo più come un fatto reale e sicuro, possibilmente realizzabile o irrealizzabile. Possiamo dunque trovare tutti i tipi del periodo ipotetico: quello della realtà, della possibilità e dell’irrealtà. Nel periodo della realtà la condizione è presa in modo assoluto e certo, ha il verbo all’indicativo sia nella pròtasi sia nell’apòdosi (poiché l’indicativo è il modo della realtà). Se mangi salato, devi aver sete.

Quando si tratta del periodo della possibilità, la condizione è presa come possibile, e dubbiosa. Se volasse, il castrone sarebbe miglior del cappone. Nella pròtasi si usa il congiuntivo imperfetto (volasse) e nell’apòdosi il condizionale presente (sarebbe). L’uso del congiuntivo imperfetto significa che il contenuto della pròtasi si può effettuare ma non ne siamo sicuri. Questa frase può essere giudicata (secondo l’atteggiamento del parlante) anche come irrealizzabile, con la condizione che non si può verificare (è impossibile che il castrone voli). In questo caso si tratta del periodo dell’irrealtà. Bisogna però far nota che la condizione irreale si, nei proverbi culinari, riferisce sempre al presente.

Per quanto riguarda il tempo usato nei proverbi culinari, prevale assolutamente il presente per lo stesso motivo come l’uso dell’indicativo: si tratta di un tempo di realtà, certezza, assolutezza. Bisogna dire che generalmente sia i modi sia i tempi nelle due frasi corrispondono. Nella paremiologia culinaria troviamo però casi in cui il modo della prótasi è altro di quello della principale: Se vuoi star bene, mangia aglio e cipolle. Se vuoi vedere il vero briacone, ubriacati il vino dopo il melone. Qui si combina l’indicativo nella prótasi con l’imperativo nell’apódosi. Mangia e ubriacati sono cosiddette formulazioni pseudocoordinate che si possono inserire tra i costrutti ipotetici. Anche se sono generalmente delle strutture indipendenti, hanno altrettanto un valore ipotetico.

Interessante è l’unione dell’ipotasi con la frase nominale: Se vuoi fare la buona cantina, luogo asciutto e aria levantina. Se vuoi gustare il vino: al tiro della cantina. Del valore della frase nominale abbiamo già parlato, ripetiamo dunque solo che quest’unione ha un valore più persuasivo; la mancanza di verbo dà più spazio al sintagma nominale.

Formalmente le ipotetiche possono presentare protasi esplicite o implicite . Nel primo caso le proposizioni sono di solito introdotte da se (e da altre congiunzioni, le quali invece non saranno menzionate nella presente tesi): Se cucini con calma, il gusto ci guadagna.Alla forma implicita possono presentarsi con verbo all’infinito (A tagliare il formaggio, ci vuole un matto e un saggio), al participio passato (Impanata e fritta, è buona anche una ciabatta) e al gerundio (Rimenando la pasta, il pane migliora). La frase implicita dimostra una massima dipendenza sulla principale, una condizione senza cui il contenuto della principale non si realizzi. Lo esprime anche la punteggiatura mancata: A bere senza misura corpo non dura. Le subordinate implicite non danno normalmente alcuna indicazione relativa al tempo, al modo e alla persona, fattori presenti invece nella subordinata esplicita, la quale mantiene maggiormente chiari segni morfologici e sintattici. Per questo la frase può essere meno comprensibile, di difficile lettura (anche se è più sintetica).

L’uso del periodo ipotetico si effettua quando il parlante vuole esprimere la moralità più dettagliamente, dare più informazioni riguardanti la causa e la conseguenza di un’azione, ma sempre dentro la natura “sovrappersonale” generica dei proverbi.

 

 

 

 

2.4.11. Proposizione relativa:

Le relative proprie (quelle che svolgono nei proverbi la funzione dell’attributo e dell’apposizione) rappresentano l’unico tipo delle relative presenti nei proverbi culinari. Tutte l’erbe che guardano in su hanno la loro virtù.
I pronomi relativi usati nei proverbi culinari sono: che e chi. Il pronome relativo che si pone subito dopo il termine a cui si riferisce: tutte l’erbe che.
Tre cose ci sono che ti strozzano il cuore: la mela cotogna, la spezie e le parole. Che si può trovare nei proverbi anche più lontano dal termine, senza cambiare il significato: ciò viene facilitato  dalla grande flessibilità sintattica della congiunzione che: essa può modificare non solo un sintagma nominale ma anche per esempio (come in caso del suddetto proverbio) quello verbale . La frase però può suonare un po’ artificiosa.

Nella forma esplicita, la relativa nei proverbi culinari ha il verbo all’indicativo , poiché esprime un fatto presentandolo come certo e reale: La roba che passa per la gola non tocca l’anima. La proposizione relativa aiuta a creare il carattere generale del proverbio. Anche se in questo modo il soggetto si circostanzia, non viene mai concretizzato, resta sempre in quell’ambito “eterno”, fuori di una situazione specifica.

 

2.4.11.1. Proposizione relativa con chi:

 

Si tratta di un tipo della proposizione relativa introdotta dal pronome chi. Chi relativo personale differisce dagli altri pronomi relativi, perché racchiude in sè stesso il dimostrativo corrispondente a “colui che, colei che.” È l’unico fra i pronomi relativi che si possa usare in forma assoluta per il suo carattere dimostrativo o indefinito più che relativo. Per es.: Chi (colui, colei, quegli, quello che) non beve in compagnia, muore da solo.

Chi nei proverbi ha valore indefinito e rappresenta una struttura morfosintattica tipica della paremiologia. Si tratta di un modo di esprimere la funzione del proverbio: il morale, un giudizio e un ammonimento. Come tutte le relative conserva la generalità del pensiero proverbiale.

Il plurale per cui si deve ricorrere alle forme composte come coloro che non esiste nei proverbi. “Le forme colui, colei, coloro con il pronome relativo che costituiscono una specie di locuzione piuttosto indefinita, a causa di un indebolimento del loro valore dimostrativo. Anche per quest’uso si osserva la concorrenza delle forme più comuni: sono spesso sostituiti dal pronome relativo-indefinito chi, più breve e sintatico.”
Chi rappresenta il primo elemento della frase, il soggetto, di solito per tutte e due le frasi. Se prendiamo un esempio,Chi del vino è amico, di sé stesso è nemico: chi fa da soggetto in tutt´e due le frasi del periodo, sia nella relativa Chi del vino è amico sia nella principale di sé stesso è nemico. Si può riferire solamente a una persona e al singolare, ed è invariabile. La prima parte (colui) fa nei proverbi da soggetto: la seconda (che) è soggetto regolarmente.

Abbiamo detto che chi ha nei proverbi il valore relativo-indefinito. Ma con riferimento a vari studi dobbiamo constatare che questo valore non è l’unico; chi acquista anche un valore condizionale in una relativa che poi viene chiamata impropria. Per es.: Chi (se una persona) del vino è amico, di sé stesso è nemico.

I proverbi usano la proposizione relativa con chi perché questo pronome con il suo carattere è perfettamente adatto alla funzione paremiologica: si riferisce solo a persone. Ciascun ascoltatore probabilmente sente che il proverbio parli di lui: chi dà un’informazione generale e neutra, meno espressiva che per esempio l’imperativo.

 

 

 

 

2.4.12. Proposizione subordinata temporale di contemporaneità:

La frase temporale ha la funzione di situare nel tempo l’evento della frase principale usando come punto di riferimento l’evento che essa esprime. Può per questo creare rapporti di contemporaneità, se l’evento della temporale é contemporaneo a quello della principale: Quando ti vedo, sono contento. “La nozione di contemporaneità risulta più complessa e articolata che gli altri tipi di temporalità, in quanto vengono messi in relazione temporale due eventi che possono avere diverse proprietà aspettuali e azionali, cioè possono avere uguale o diversa durata, possono avere la stessa fine, o diversa, o lo stesso inizio, o inizio diverso, o possono differire in quanto presentate come compiute o incompiute.“

La contemporaneità nei proverbi è contemporaneità tra due punti d’azione: Quando mangio, non ho padrone. Per esprimere tutti questi rapporti di tempo, nella forma esplicita, la temporale di contemporaneità è introdotta da vari introduttori temporali, cioè congiunzioni e locuzioni congiuntive che indicano contemporaneità fra l’azione espressa dalla subordinata e quella espressa dalla frase principale. La più frequente (o praticamente l’unica usata) nei proverbi culinari è la congiunzione quando. La temporale introdotta da quando ha nei proverbi il valore di ‘tutte le volte che’ e indica un’azione che si ripete un numero imprecisato di volte: Quando c’è fame, c’è appetito.

Appare anche il cosiddetto quando inversoil qualepuò essere usato per introdurre una subordinata “inversa”, nella quale gli eventi di frase principale e frase subordinata risultano invertiti rispetto a quando circostanziale. In questi casi è l’evento della frase principale che costituisce l’ambito temporale all’interno del quale si unisce quello della subordinata (e non il contrario, come avviene con la circostanziale). Questo tipo di quando non può essere interpretato come ‘nel momento in cui’, ma piuttosto con “in quel momento”: L’uomo canta quando è pieno e la botte quando è vuota. Il pesce va mangiato quando è fresco. La subordinata circostanziale introdotta da quando può precedere o seguire la principale, può stare in posizione tematica o rematica, senza grandi differenze di significato, come si può vedere negli esempi: Quando l’uva fiorisce, il vino bolle nella botte. La voglia di cantare viene quando s’è ben bevuto e ben mangiato.

La temporale ha il verbo all’indicativo, il modo caratteristico dei proverbi: Quando uno mangia, non ha pensieri. L’uso dei tempi dipende direttamente dal significato della congiunzione temporale e dal rapporto temporale tra i due eventi. Il presente usato nei proverbi rappresenta il presente omnitemporale, eterno. Indica l’azione valida per sempre insieme con il suo contenuto generale. L’uso del presente si estende anche ai seguenti casi: a indicare cose e fatti che durano sempre, o che si riferiscono ugualmente al passato, al presente e al futuro. Quindi per questo i proverbi adoperano il presente.

 

 

2.4.13. Ordine marcato dei costituenti:

 

Le parole sono strutturate in una frase “normale“ quando per primo viene il soggetto, poi il verbo e i complementi secondo le loro esigenze sintattiche (prima l’oggetto, poi il complemento di specificazione o di termine ecc.) . Il contenuto informativo si distribuisce su tutti gli elementi. Questa forma, non marcata, è più generale e neutra, tende a non presentare segni morfologici particolari e ha una maggiore capacità di adattarsi a più contesti. Inoltre viene sentita come più naturale e familiare.

Esistono però situazioni in cui questo ordine regolare degli elementi di una frase non viene rispettato e possiamo registrare “un‘inversione“ nella sintassi. Una tale inversione viene chiamata ordine marcato. È caratteristico soprattutto per il parlato e quindi per i proverbi. Gli elementi di una frase sono messi in un ordine marcato ogni volta quando il parlante vuol dare maggiore importanza a un termine o vuole sottolineare il tema della comunicazione. L’elemento per così dire "fuori posto" acquista fortissimo accento e richiama di conseguenza una particolare attenzione dell’interlocutore. Il processo con il quale si sottolinea la preminenza di un elemento sugli altri si chiama focalizzazione. Ci sono due modi come realizzarla:

  1. anticipando un elemento della frase
  2. rimandando un elemento alla fine della frase

 

La presenza nel parlato di frasi create dallo spostamento di un termine, frasi scisse, dislocazioni, tema sospeso ecc. è strettamente collegata con l‘influenza della semantica sulla sintassi. Sono l’espressività, l’emotività e l’enfasi, che dimostrano un notevole effetto sull‘organizzazione del discorso e della sintassi.

Per quanto riguarda i tipi di strutture marcate, ci interessano soprattutto:

a.   Dislocazioni a sinistra: riguardano lo spostamento a sinistra del complemento oggetto diretto con relativa ripresa pronominale: Pane bagnato nell’acqua, neanche il cane lo mangia. Dislocazione a sinistra si può vedere nel capitolo 3.4.6.1.

b.   Temi sospesi: (alcuni linguisti usano il termine di topicalizzazione) in cui viene introdotto il tema lasciandolo “sospeso”, “esterno” rispetto alla frase precedente: Acqua e vino, stagli vicino. Il tema rematizzato viene di solito limitato dalla virgola. Si tratta di un mezzo espressivo più forte, bisogna usarlo con cautela. Come però vedremo nel capitolo 3.4.6.2. rappresenta una delle più numerose categorie morfosintattiche nei proverbi culinari.

c.   Le frasi scisse che separano la struttura non marcata in due proposizioni con la seguente struttura: copula (verbo essere) + elemento focalizzato (il brodo) + che + il resto della frase: È il brodo della scodella che fa la guancia bella. La condizione essenziale per l’uso della frase scissa è che l’informazione contenuta nell’enunciato sia in parte prevista (che l’ascoltatore già sappia qualche cosa).

Rosanna Sornicola nel suo articolo ”Italienisch: Stilistik” considera il tema sospeso e la frase scissa come gli effetti sintattici dell’enfasi. Come uno strumento dell’enfasi possiamo però considerare tutte le strutture con l’ordine di parole marcato menzionate in questo capitolo: sia le dislocazioni a sinistra sia i temi sospesi e le frasi scisse dimostrano un fenomeno di sottolineare un elemento della frase.

L’ordine marcato dei costituenti ha nella paremiologia un ruolo molto importante. Rappresenta un metodo di comunicare la sua morale in un modo molto espressivo, cioè svolge la funzione espressiva del proverbio. Tutta l’attenzione dell’ascoltatore si concentra sull’elemento focalizzato il quale “afferra la sostanza” dell’unità paremiologica.


3. I PROVERBI DEL CAMPO CULINARIO

3.1. COMMENTO ALLA PARTE PRATICA

 

La successiva sezione rappresenta una raccolta di proverbi italiani riguardanti la cucina. Si tratta di proverbi provenienti da tutte le regioni italiane, quindi da tutti i dialetti italiani, comunque sono già trascritti in italiano. L’elenco rappresenta la parte pratica che prende in esame quello che è stato detto nella parte teoretica: dimostra l’uso delle varie strutture morfosintattiche.
 Facciamo nota che non si tratta di un dizionario fraseologico, non vengono tradotti tutti i proverbi. Qualche commento o interpretazione del proverbio appare solo in tale caso quale potrebbe essere meno comprensibile, specialmente per ragioni lessicali.

I proverbi sono organizzati secondo la presenza delle categorie morfosintattiche nel capitolo 2.4. Il criterio della classificazione è quello tradizionale formale. Si comincia con le categorie dei proverbi che includono le seguenti strutture: il verbo fare, il si passivante, il congiuntivo, l’imperativo e l’articolo. Si tratta dei capitoli 3.2.1. –3.2.5.
Seguono i proverbi culinari che formano la frase semplice. Qui troviamo i proverbi contenenti la frase nominale e predicativa ( i capitoli  3.3.1. e 3.3.2.). Seguentemente si presentano i proverbi che formano un periodo: quelli alla proposizione coordinata, comparativa, al periodo ipotetico, alla proposizione relativa e temporale (i capitoli (3.4.1. – 3.4.5.). L’ultimo capitolo di questa parte è dedicato ai proverbi ai vari tipi dell’ordine dei costituenti marcato (il capitolo 3.4.6.).
Ogni categoria dei proverbi è divisa in sottocategorie la maggior parte delle quali è raffigurata dai proverbi con la rima o con la ripetizione delle sillabe, o (nel caso dell’imperativo) dai proverbi all’imperativo positivo e negativo.

Per la compilazione dell’elenco dei proverbi sono state utilizzate principalmente le seguenti fonti:
Dizionario dei proverbi, UTET, Torino 2004.
Zingarelli: Vocabolario della lingua italiana. Zanichelli, Bologna 2000.
htttp://deproverbio.com

3.2. I PROVERBI CULINARI

 

3.2.1. Proposizione con fare in funzione di predicato:

Acqua di pozzo fa male a tutti.
Al mattino fa bene un bicchierino di vino.
Buon pasto fa buon sangue.
Buon vino fa buon sangue.
Caffè e minestra fanno onore alla padrona di casa.
Carne fa carne, vino fa sangue, pane mantiene.
Cucina senza sale, credenza senza pane, cantina senza vino fanno un brutto mattino.
Fa più miracoli una botte di vino, che una chiesa di Santi.
Farina bianca fa buon pane.
Formaggio e ricotta fanno le leggi storte.
Il brodo dei poveri ti fa venir vecchio.
Il brodo di rane fa venir sani.
Il brodo lungo fa pisciare.
Il brodo sforzato non fa bene neanche agli ammalati.
Il brodo si fa con tutto, anche con un pollo nudo.
Il brodo, quando è buono, fa resuscitare un morto.
Il pancotto fa la guancia bella e il culo grosso.
Il pane asciutto fa occhi belli.
Il pane fa ballare anche i cani.
Il pane fa buon cibo, il vino fa buon sangue.
Il vino e la tavola fan parlare.
Il vino fa ballare i vecchi.
Il vino fa dimenticare i dispiaceri.
Il vino fa dire fino le scotte.
Il vino fa sangue e l’acqua fa tremar le gambe.
Il vino fa sangue, l’acqua scava i fossi.
Il vino ti fa chiacchierare.
Il vino: un bicchiere ti fa allegro, un altro bicchiere ti fa porco, un altro ti fa agnello.
L’acqua fa arrugginire le budella.
L’acqua fa male e il vino fa cantare.
L’acqua fa marcire il fondo del secchio.
L’acqua fa venire i ranocchi in corpo.
L’acqua troppo fredda fa cadere i denti.
L’erba non fa collottola.
L’insalata non fa collotola.
L’uva nera fa crescere le tette e i ficchi fanno crescere la pancia.
La buona greppia fa la buona bestia.
La buona vivanda fa buon appetito.
La fame fa brutti scherzi.
La fame fa far le male azioni.
La fame fa fare i salti, l’amore li fa fare più alti.
La fame fa il buon pane.                                                              
La fame fa mangiar le sorbe acerbe.
La fame fa mangiare la cipolla al gatto.
La fame fa rompere la legge.
La fame fa uscire il sangue dai denti.
La fame fa venire il buio agli occhi.
La minestra fa venir grandi.
La ricotta fa venire il sonno
La roba mugugnata ti fa gavone.
La salsa di San Bernardo fa buona ogni vivanda.
La salsa di San Bernardo fa parere i cibi buoni.
La sete fa apparire saporita l’acqua.
Latte fresco e caglio vecchio fanno il buon formaggio.
Latte, miele e pane fan le guance rosse e sane.
Miglior vin fa miglior  vena.
Non fa male il bere: fa male il ribere.
Oca e tacchino fanno buon brodo.
Olio, aceto, pepe e sale fan saporito pure uno stivale.
Pane asciutto fa venir sordi.
Pane e cipolla fa contento il contadino.
Pane e vino fa parrino.
Pane e vino fanno bello il fantolino .
Pappardelle e maccheroni fanno andare la casa a ruzzoloni.
Pasta molle fa bel pane.
Pepe, noce moscada e sapa fa buona la rapa.
Un buon vino ti fa arrosar la faccia.
Un cattivo boccone non fa buon prò.
Una boccata di fumo e una cantina fa bene la sera e la mattina.
Una carne fa l’altra, e il vino fa la forza.
Vin col sale fa impazzare.
Vino buono fa pisciare un vecchio come un figliolo.
Vino e donna fanno uscir matti gli uomini.
Vino sano fa pisciare un cristiano come un cane.

3.2.1.1.  Con rima:

Acqua corrente non fa male la ventre. 
Calamari e polpi cotti fanno insonni le tue notti.
Carne e cappone, fa la minestra ogni minchione.
Carne tirante fa buon fante.
Il fiorone fa venire il cagone.
La polenta fa la pancia contenta.
Latte e vino fa il viso fino.
Latte e vino fa un bel bambino.
Latte e vino fanno il sangue fino.
Mal netto fa grassetto.
Orzo e paglia fanno il cavallo da battaglia.
Sant’Antuono fa il pane buono.        
Suola e vino fanno far cammino.         
Verdura non fa merdura.


3.2.1.2.  Con alliterazione:

Carne fa carne, pesce fa vesce.
Mangiarino fa cavallino e mangiarone fa cavallone.

3.2.2. Forma impersonale del verbo con il si passivante:

 

3.2.2.1. Il si impersonale

Dicembrino dicembrotto, non si mangia più s’uno gnocco.
Dove si magnuca, il ciel si conduca.
Dove si mangia in due, si mangia anche in tre.
Dove si mangia, si letica .
IL giorno della Tavernella si schicchera e si sfrittella.
Il giorno di lunedì grasso si mangia sette volte, il giorno di Carnevale nove.
Non si campa d’aria.
Non si può vivere senza mangiare.
Pane di Solero e vin di Lu, non si muore più.
Più si mangia e più si vuol mangiare.
Si deve mangiar per vivere, non vivere per mangiare.
Si discorre meglio a corpo pieno.
Si fatica per il ventre e per la pica.
Si mangia quel che passa il convento.
Si sta meglio in cucina che in camera.
Si sta poco a far da cena quando la casa è piena.

3.2.2.2. Il si passivante

 

Corpo pasciutto si vede da lontano.
Gli agnolotti  si mangiano solo a Natale.
Gli avanzi si mangiano la seconda festa.
I fagioli si mangiano per davanti e si sentono per di dietro.
I frutti di mare non si mangiano nei mesi dove c’è l’erre.  
Il brodo si fa con tutto, anche con un pollo nudo.
Il buon vino si rimangia subito la schiuma.
Il cibo si apprezza per il digiuno.
Il pane s’ha da mettere  come esce dal forno.
Il pane si risparmia quando è sano.
Il polpo si deve cuocere nella sua acqua.
Il porco si cuoce con il suo unto.
Il vino buono si sente sotto la botte.
L’erba di campagna si sceglie quando si magna.                
L’innamorato si conosce dagli occhi, l’affamato dallo sbadiglio.
L’uva cröva si mangia quando se ne trova.
La carne si pesa a once e non a quintali.
La cipolla s’incomincia dalla testa e la sarda dalla coda.
Le meraviglie si mangiano col pane.
Lo sbadiglio non si può smentire: o fame o sonno o una cosa nel cuore che non si può dire.
Non si cava mai la sete, se non col proprio vino.
Non si deve disfare il lievito.
Pane e uomo non si disprezza mai.
Pane sopra pane, si risparmia un granaio di grano.
Roba di mangiatorio non si porta in confessorio.
Si discorre meglio a corpo pieno.

3.2.3. Congiuntivo:

 

Chi ha pesce, cammini.
Chi ha mangi, e chi non ha muoia di fame.           
Chi ha mangi, e chi non ha muoia .
Chi vuole aver bene un dì, faccia un buon pasto, chi una settimana, ammazzi il porco, chi un mese, pigli moglie, chi tutta  la vita, si faccia prete.
Il vino che sia buono e la botte che sia di creta.
Lascia che il pesce si cuocia nel suo grasso.
Se vuoi che Dio ti castighi, acqua sulle ciliegie e vin sui fichi.
Vin che salti, pan che canti, formaggio che pianga.  

3.2.3.1. Con ripetizione:

 

 Pane cogli occhi, e cacio senz’occhi, e vin che cavi gli occhi.

3.2.3.2. Con rima:

Che straziato sia il mantello e grasso il piattello.
Dove si manduca, Dio mi conduca; dove si lavora, Dio mi tenga fuora.

 

 

3.2.4. Imperativo:

3.2.4.1. Imperativo positivo

 

Bevi del vino, e lascia andar l’acqua al mulino.
Bevi il vino ma non il giudizio.
Bianco e rosso, portami a letto.
Condiscila come vuoi, è sempre zucca.
Conservati la mela per quando ti vien la sete.
Dammi in canna e spezzami una gamba.
Dammi pane e mandami fuori.
Fai come pappagallo, che non leva il piede, se prima non ha appiccato il becco.
I galletti letican sempre nel pollaio: falli capponi e mangiali a gennaio.
La carne dell'oca è buona, ma mangiane poca.
La vera fame: abbassi la testa e mangi.
Mangia e bevi e fottitene.
Mangia e bevi e tieni di conto.
Mangia e dimentica.
Mangia in terra e pulisciti addosso.
Mangia la polenta e bevi l’acqua: alza la gamba e la polenta scappa.
Mangia pane e noci, che t’ingrassi.
Mangia un pomo la mattina, tieni lontano  la medicina.
Osso buco: mangia l’osso, tieni il buco per il giorno dopo.
Pan di grano, saltami in mano.
Riempimi la pancia e frustami il culo.
Riso e tagliolini: fa’ presto a andare a letto.
Tura la gola , ché passa l’ora.
Va‘ giù pane, che la pietanza t’aspetta.
Vino e fuoco, non ti fidare.

3.2.4.2. Imperativo negativo

Non mangiar crudo, non andar col piede ignudo.
Non mangiare vitello in corpo alla vacca.
Non mangiare zucche che ti cachi, non passare il Sele che anneghi.
Non ti mettere in cammino, se la bocca non sa di vino.

3.2.4.3.  Con rima

 

Aggiungi acqua e farina, farem fritelle sino a domattina.
Mangia tanta insalata, che farai vita beata.
Pane e vino, inviti il vicino.

3.2.4.4. Con ripetizione:

Ungi e intingi: sentirai che mangi!

 

Dell’ordine marcato parleremo nel capitolo 2.4.13.

Cfr. Salvi G.: Costruzioni predicative con predicati non verbali in http://ludens.elte.hu/~gps/konyv/costrpred.doc.

Termine di origine greca che significa “non legato,“ si effettua per un semplice avvicinamento logico, che nella lingua scritta si segna con la virgola.

Si può registrare anche consultando il numero dei proverbi con la coordinazione nella parte pratica (il capitolo 3.4.1.)

Distinguiamo tre tipi di comparazione: di maggioranza (È meglio ubriaco che malato), di uguaglianza (Tanto caca un bue, quanto un uccellino) e di minoranza peggio una scodella di riso a bollore che un gatto ai coglioni).

La subordinata frase condizionale, che esprime la condizione, si chiama anche pròtasi. Viene introdotta dalla congiunzione se e viene di solito come prima. Questo ordine è molto frequente nel periodo ipotetico, perché di solito si esprime la condizione, come fatto meno importante, e poi la conseguenza. La frase principale, che dichiara la conseguenza viene chiamata apòdosi. Di solito viene come seconda. L´insieme della principale e della subordinata ipotetica forma periodo ipotetico. La condizione che influenza l’azione della proposizione principale, può essere sentita come reale, possibile, oppure come irreale. Perciò il periodo ipotetico si distingue in: periodo della realtà, della possibilità, della irrealtà (o impossibilità).

Cfr. Ferraris, S. in http://www.lett.unipmn.it/~ferraris/ipotesi.htm.

Vedi nota 47.

Vedi ibid.

Cfr. Battaglia, Pernicone, p. 562.

La frase esplicita è quella che ha il verbo al modo finito.

Frase implicita è quella che ha come il predicato verbo in forma indefinita: infinito, participio o gerundio.

Cfr.Voghera, p.225.

L’affermazione si riferisce solo ai proverbi che appaiono nella parte pratica.

Cfr. Battaglia, Pernicone, op.cit., p.259.

Wotkeová, Z.: Elementi di sintassi italiana, Brno 1990, p.49.

La denominazione presa da http://ludens.elte.hu/~gps/konyv/temporali.rtf.

Cfr. il capitolo 2.4.7.

Cfr. Salvi, G.: Italienisch: Syntax in Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer , 1988, p.129.

Cfr. Sornicola, R.: Italienisch. Stilistik in Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer , 1988, p.151. Enfasi è una figura retorica che consiste nel mettere a rilievo una parola (Zingarelli, p. 633, cit.)

Lungo.

Intestini popolarmente.

Non ingrassa.

Fame fa fare anche le cose impossibili.

Resta in gola.

Si tratta di una salsa siciliana adatta per condire melanzane e carciofi o una caponata di melanzane.

Prete.

Bambino.

Non è utile.

Un sciocco.

Il fico primaticcio.

Un vino dal profumo e l´aroma particolarmente marcato.

Fluidità.

Mangiare in dialetto.

Litiga.

Dal toscano, significa “bere molto“.

Il proverbio si riferisce al periodo del Carnevale.

Non si riesce a vivere meglio senza mangiare.

Paese in Piemonte.

Il mangiare è l’indizio di buona salute, invece nella camera ci sta spesso il malato.

Nel romanesco “mangia”.

Infornate rare accumulano pane raffermo, che si mangia ben compatto.

Altrimenti il pesce comnincia a puzzare.

Detto di proprietari sordidi.

Anche figuratamente: non intervenire negli affari degli altri.

Il formaggio con buchi.

C´è chi spende per mangiare e chi per vestirsi alla moda. I milanesi così indicano anche una persona che sa fare amicizia con tutti in tempo breve.

“In canna” significa“da mangiare.”

Vuol dire “che non ha bevuto”, cfr. Non ti mettere in cammino, se la bocca non sa di vino.

Litigare.

Smetti di bere.

Il fiume in Campania.

 

3.2.5. Articolo:

3.2.5.1. Articolo determinativo

Dove entrano il sole, la verza, la mela, non entra il medico.
Fin che non canta il cucco, l’erbe son buone tutte.
Il cacio è rovinacasa.
Il vino buono si vende senza frasca.
L’aglio è la spezieria del contadino.
La pancia troppo piena brutti sogni mena.
La pentola è la pace di casa.
La pesca va mangiata appena spiccata.
La polenta è una bunumassa : come trova, lascia.
Meno pregiato è il pesce, meglio la zuppa riesce.
Per la bocca si scalda il forno.

3.2.5.2.Articolo indeterminativo

Meglio buon desinare che una bella giubba.
Quando uno mangia, non ha pensieri.
Un uovo appena nato vale un ducato.
Un uovo e un granchio è lo stesso.
Un uovo senza sale non fa né ben né male.
Un uovo tien ritto un uomo.
Una pianta che fa molti frutti non li matura tutti.

 

 

3.2.5.3. Omissione dell’articolo

Acqua e pane, vita da cane, pane e acqua, vita da gatta.
Baccalà, fegato e uova, più bolle e più assoda.
Colombo pasciutto, ciliegia amara.
Corpo che è pieno, fa letto di fieno.
Corpo pieno anima consolata.
Corpo unto e panni strappati.
Dammi pane e mandami fuori.
Fame piccola, fame vispa; fame grande, fame trista.
Formaggio non guasta sapore.
Giù vino, su sete.
Olio vecchio e latte nuovo.
Pane abbrustolito non unge muso.
Per Santa Croce pane e noce.
Riso e rosario: vita da seminario.
Tartufo e cardo fanno l’uomo vegliardo.
Tavola e bicchiere tradisce in più maniere.

 

 

3.2.6. Frase nominale:

Acqua e pane, vita da cane.
Ai ragazzi pane e scarpe.
Al fico l’acqua, e alla pesca il vino.
Al vin dolce le brache leste.
Botte buona, spina piccina.
Brodo di gallina e vino vecchio.
Buon cantore, buon ghiottone.
Buon vino, fiaba lunga.
Burro di vacca, cacio di pecora, ricotta di capra.
Cacio di marina e carne montanina.
Cacio di marzo e ricotta di maggio.
Cacio serrato e pane buccherellato.  
Caffè caldo e anguria fresca.
Cappone l’inverno, e pollastrotti l’estate.  
Carne giovane e pesce vecchio.
Castroni pugliesi, mannarini pistolesi, gran siciliano, zucchero di Candia, cera veneziana, magli romaneschi, sproni viterbesi, cacio di Creta, raviggioli fiorentini.
Cefali buoni e polenta nuova.
Ciccia a stretto e cavolo a largo.
Cinque fichi, nove rotoli.
Corpo pieno, anima consolata.
Corpo unto e panni strappati. .
Fave pizzicate e peti serrati.
Giù il vino, su le parole.  
Il vino al sapore, il pane al colore.
In coro festa festa, in cucina feria sesta.
La cena del galletto, un salto a letto.
Lasagne e maccheroni, cibo da poltroni.               
Latte e vino, festa di rigatino.
Lunedì niente niente, martedì pure così, mercoledì la minestrina, giovedì la saracchina, venerdì il fagiolino, sabato l’insalatona e domenica i maccheroni.
Maggio asciutto, pane per tutti.
Mangiare a modo suo, vestire a mo´degli altri.
Mangiare e bere non è peccato.
Mangiare e grattare, basta incominciare.
Mangiare senza bere, murare a secco.
Mela cotta, merda fatta.
Melanzane e zucchine, piatto da regine.
Mese d’agosto: polenta gialla e colombo arrosto.
Messa appresso e tavola a mezzo.
Nato rosso come un peperone: grande ubriacone.
Nella concimaia le bucce di patate, ma le foglie di cipolla nelle frittate.
Noci e pane, pasto da villano; pane e noci, pasto da spose.
Noci, fichi e uva: olio santo e sepoltura.
Occhio cavato, pane cotto.
Olio dapprima, vino del mezzo, e miele di fondo.
Olio vecchio e latte nuovo.
Pan cotto ai guardiani di bovi, acqua salata ai pastori, ceci e favi agli zappatori, maccheroni ai signori.
Pan d’un giorno, vin d’un anno.
Pan di legno e vin di nuvoli.
Pancia piena, cuore contento.
Pane a primo forno e pani a primo sole.
Pane asciutto e vita lunga.
Pane bucato e cacio cieco.
Pane cogli occhi e formaggio senz’occhi.
Pane comprato, corpo arrabbiato.
Pane di legno e vino di cielo.
Pane e ficchi, mangiar da amici.
Pane e formaggio e vino colmo.
Pane e noci, pasto da sposi.
Pane e panni, buoni compagni.
Pane fresco, vino vecchio e moglie giovane.
Pane secco, vita lunga.
Pasta e cavoli: fino a letto.
Pasta e patate: il mangiare dei carcerati.
Per un buon arrostino, erba salvia e rosmarino.
Poca farina all’arca, a poco a poco l’acqua.
Pomo rosso, gusto immenso.
Quaresima: pizza e sarde.
Ricotta pecorina, buona la sera e la mattina.
Roba mangereccia, peccato nullo.
Salame vicino al culo, formaggio vicino alla crosta, carne vicina all’osso: la roba più buona da mangiare.
Settembre e ottobre, prosciutto nell’ombra.
Tavola senza sale, bocca senza saliva. 
Tinca di maggio e luccio di settembre.
Tonno di maggio e porco di gennaio.
Tra i buoni bocconi, fichi,  pesche e meloni.
Tutta la settimana  polenta e chiodi e la domenica tabacco a bere.
Tutto fumo e niente arrosto.
Uno da cento bocconi, o cento da un boccone.
Uomo briaco, cento e ducato.
Uomo di vino, uomo meschino.
Uovo d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno, pesce di dieci, donna di quindici, e amico di trenta.
Uovo d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno, pesce di dieci, donna di quindici, e amico di trenta.
Vino dentro, senno fuori.
Vino di un anno e pane di un giorno.
Vino e latte, sangue fatto.
Vino proprio e pane altrui.
Vino vecchio e donne giovani.
Vino vecchio e olio nuovo.

3.2.6.1. Con rima:

 

Cacio, pane e pere, cibo da cavaliere.
Della sardella testa e budella.
Giugno, luglio e agosto, né acqua né donna né mosto.
Gola affamata, vita disperata.
Grassi e fritture, coliche sicure.
Il mese d’agosto la capra arrosto.
Insalata ben salata, poco aceto e ben oliata.
Noci per le spose, nocciole per le tose.
Rane mal sane.
Tra i migliori bocconi, carne tartufi e maccheroni.

 

 

 

3.2.7. Frase semplice predicativa:

Cane affamato non cura bastone.
Cane affamato non teme bastone.
Cavallo magro muore.
Ciascuna bestia intende al desiderio di mangiare.
Dopo cena i capelli ingrossano.
Due dita di vino sono un calcio al medico.
Gli gnocchi non vogliono esser da pitocchi.
I capponi sono buoni in tutte le stagioni.
I fagioli son la carne dei poveri.
I ghiotti e i bugiardi sono i primi giunti.
Il brodo di gallina va per ogni nocca delle dita.     
Il brodo lungo non serve a niente.   
Il buon cuoco assaggia sette volte.
Il lupo ha sempre la lupa.
Il naso cogliona la bocca.
Il pan di casa stufa.
Il pane è sovrano.
Il pane non cresce senza lievito.
Il prezzemolo sta bene dappertutto.
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
Il troppo vino ammazza l’uomo.
Il vino della propria cantina mette allegria.
Il vino di casa non ubriaca.
Il vino dice il vero.
Il vino è una mezza colla.
Il vino parla.
Il vino rafforza la schiena.
L’acqua marcisce i pali.
L’acqua va nella spalla.
L’arancia la sera è piombo.
L’erba cruda e i gamberi cotti non ti lascian dormire di notte.
L’odore della cucina stuzzica l’appetito.
La bocca porta le gambe.
La bocca sostiene le gambe.
La braciola degli altri pare sempre più grande.
La braciola senza pane scotta le mani.
La carne più vicina all’osso è più saporita.
La cosa cotta non torna mai cruda.
La fame caccia il lupo dal bosco.
La fame è capo di rabbia.
La fame è nera.
La fame è un cattivo compagno.
La fame è una brutta bestia.
 La fame ha le spie per tutto.
La fame non ha sonno.
La fame soffoca la fama.
La meglio carne è quella vicina all’osso.
La minestra riscaldata non è mai buona.
La pancia non è una vetrina.
La pentola è la pace di casa.
La tavola è mezza confessione.
La tavola invita.
La verità è nel vino.
La zucca vuole la dote della donna brutta.                          
L'aglio è la spezieria del contadino.
Le leccature di piatti non ingrassano i cani.
Le lumache son la carne dei poveri.
Le meraviglie finiscon tutte nella scodella.
Le salsicce e l’uovo sono i migliori legumi.
Ogni acqua spegne la sete.
Ogni acqua torna a sete.
Oliva nera sta in tavola di re.
Pancia piena non crede al digiuno.
Pancia vuota non ragiona.
Pane e cipolla è la merenda del povero.
Pane e vino è vita degli uomini.   
San Michele porta la merenda in cielo.
Troppi cuochi guastano la cucina.                     
Tutte le erbe stanno in osteria.
Un bicchiere d’aceto guasta il vino.
Villano affamato è mezzo arrabbiato.
La prima padellata è dei bambini.
Il sole è il nemico della cucina.
L’olio chiaro va su.
Gli gnocchi stanno nella polenta.
La polenta non merita rosari.
Il formaggio sulla zuppa non guasta mai.
Il riso cresce in bocca.
L’olla di Natale è una gran bontà.
Carne cruda chiama il gatto.
Carne cruda pare brutta.
I cavoli riscaldati sanno di fumo.
Fico di sera intima la morte.
Un uovo tien ritto un uomo.
Latte e vino rinforza le reni.
Pane e  bucato non durano sempre.
Il vino è padre delle risse.
Pane di casa mozzica e bacia.
Il Corpus Domini viene avanti san Giovanni.
Il sacco vuoto non sta in piedi.

 

3.2.7.1. Con rima:

Cappone non perde mai stagione.                
Due litri d'acqua al giorno tolgono le rughe di torno.
Massaia piena fa tosto da cena.
Pan di bilancia non empie mai pancia.
Pan di miglio non vuol consiglio.
Pane e vino è la salute del contadino.
Polenta dura sostiene la creatura.
Tavola e bicchiere tradisce in più maniere.
Ventre digiuno non ode nessuno.

 

3.2.8. Proposizione coordinata

3.2.8.1. copulativa

Bocca mangia e cervello studia.
Il fiasco mi fa passare i guai e la donna mi porta all’ospedale.
Il porco vive per mangiare e l’uomo mangia per vivere.
Il riso leva la fame e mette appetito.
La bocca è una ricchezza e la pancia è una comodità:più ne ficchi e più ne va.
La capra giovine mangia il sale e la vecchia il sale e il sacco.
La fame è brutta e la sete è maledetta.
La pancia vuol mangiare e le gambe devono camminare.
L’uovo è bianco e non è tutto grasso.
L’uovo ha sostanza e serve da pietanza.
Pane bagnato all’acqua, la pancia gonfia e faccia avvizzisce.

3.2.8.2. avversativa

 

I cavoli riscaldati sono buoni, ma non sono lodati.                              
Il dolore è dolore, ma quello a tavola è peggiore.
Ogni dolore è dolore, ma quello della tavola è il maggiore.

3.2.8.3. Per asindeto

 

Il pane giro giro , la minestra riempie i fianchi.
Ogni acqua spegne sete, ogni pietra alza parete.
Ogni pane caccia fame, ogni acqua caccia sete.

3.2.9. Proposizione comparativa:

 

3.2.9.1. di maggioranza

È meglio avere la botte vuota che la moglie piena.
È meglio il pane nero che la fame nera.
È meglio pascolare le capre che bere il brodo di rape.
È meglio ubriaco che malato.
È più trista l’ubriacatura del pane che quella del vino.
Il dolore è dolore, ma quello a tavola e peggiore.
Il pane di ieri è più buono domani.
Il ventre è di pellecchia: quanto più ne metti, più si stendecchia.
Il vino più è vecchio e più è buono.
La pancia si chiama capàsa : quanto più metti, più vuole che entri.
Meglio accecarsi un occhio che mangiare un verme di finocchio.
Meglio acqua di botte e non acqua del tutto.
Meglio acqua di vinaccia che acqua di fonte.
Meglio aspettare l’arrosto, che trovare il diavolo nel catino.
Meglio buon desinare che una bella giubba.
Meglio fumo di cucina che vento di marina.
Meglio il vino caldo che l’acqua fresca.
Meglio il vino tristo che una buona acqua.
Meglio pancia piena e tovagliola di tela, che stomaco digiuno e cappellino di velluto.
Meglio porco che pesce.
Più bevi, più berresti.
Più carne metti a cuocere e più ne mangi.
Più sarde mangiamo, più sete abbiamo.
Tra tutti gli ortaggi è meglio il pollame.

3.2.9.2. di uguaglianza:

Tanta bocca ha il barile, quanta la botte.
Tanto beve l’oca, quanto il papero.
Tanto caca un bue, quanto un uccellino.
Tanto cocchiume vuole una botte piccola quanto una grande.

3.2.9.3. di minoranza:

Èpeggio una scodella di riso a bollore che un gatto ai coglioni.
Non è peggior minestra, che quella che sa di fumo.

3.2.10.  Periodo ipotetico                

3.2.10.1. Con la condizionale per prima

Aprile: se non mangi quattro volte, nemmeno ridi.
Se cucini con calma, il gusto ci guadagna.
Se è un bel pollo, è per Carnevale, se è un bel piatto di verze, è per Quaresima.
Se hai fame, tira la coda al cane, e se hai sete, tira la coda al prete.
Se hai fame, tira la coda al cane;  se il cane si rivolta, ritirargiela un’altra volta.
Se il corpo sta bene, l’anima balla.
Se manca dal gregge, non manca nella pentola.
Se mangi l’erba fai come i buoi.
Se mangi salato, devi aver sete.
Se non c’è farina nella madia, non si fa più cigolare la porta del cesso.
Se non è zuppa è pan bagnato.
Se non si mangia, non si trascinano le zampe.
Se non vuoi mangiare, cùciti il culo.
Se si vuol mandare fuori il medico per la finestra, bisogna bere un goccio prima della minestra.
Se uno ha sete, beve nella pozza.
Se vuoi bere in abbondanza, mangia foglie di cardo.
Se vuoi gustare il vino: al tiro della cantina.
Se vuoi gustare il vino: assaggialo a digiuno.
Se vuoi mangiare con buon appetito, metti l’insalata con poco aceto.
Se vuoi star bene, mangia aglio e cipolle.
Se vuoi vedere il vero briacone, ubriacati il vino dopo il melone.
Se vuoi vedere l’ubriaco vero, sull’aceto ti bevi il vino.
Se vuoi votar la madia , fa’ farinate e maccheroni.


Buonannulla.

Chi è sazio trova comodo anche un miserio giaciglio.

La fame piccola è ancora sopportabile, invece quella grande no.

Non cambia il sapore del cibo a cui viene aggiunto.

La festa di Santa Croce si festeggia il 14 settembre quando le noci si colgono.

I fichi sono difficili a digerire. Rotolo era unità di misura di peso, del valore di poco meno di un chilogrammo.

Si riferisce a tale persona che si occupa di più del mangiare che del vestirsi bene.

A mangiare cibi piccanti bisogna stare attenti ai nostri intestini.

Chi apparecchia in maniera lussuosa, offre poi cibo modesto e scarso.

Persona pigra.

Per udire la mensa bisogna stare vicino all’altare, mentre per mangiare è meglio sedersi in mezzo alla tavola da poter prendere tutti i pasti.

Il nome antico per il formaggio, il pane deve essere con buchi, invece il formaggio no.

Il pane deve avere buchi all’interno, invece il formaggio no.

Il pane comprato è difficilmente digeribile.

Tutta la settimana male e la domenica ancora peggio.

Molto rumore per nulla.

Si preferisce o un pesce grosso o molti pesci piccoli.

Rispettabile.

Chi esagera con il bere del vino, è degno di compassione.

Le ragazze.

Il vino e le vivande riscaldano il cervello.

Tirchii.

Cfr. Il proverbio la carne lavata perde il gusto.

La fame insaziabile.

Un proverbio fatto degli stemperati.

Lo stolto (lo sciocco) esagera e ridice sempre qualcosa.

Perché si usa temperatamente.

“Colla” è un cordone destinato a tormentare i prigionieri scoprendo da loro la verità. Questo idioma si riferisce in altri proverbi anche alla tavola generalmente.

Bisogna moderarsi nella vita.

Non si può più ritirare una parola detta o un‘azione fatta.

La fame ci costringe a fare anche ciò che non ci è naturale.

L´uomo grasso o chi mangia volentieri non deve avere il carattere da “far vedere“.

Il proverbio toscano che accentua l´importanza della cucina.

Le brutte cose vanno bene insieme.

La festa di San Michele è in ottobre, quando la raccolta è fatta.

La miglior medicina è il vino.

Fa andare a male i cibi.

Dottata di mezzi. Massaia dotata di mezzi fa cena velocemente: Con i soldi va tutto facilmente.

Del pane pesato in bilancia non c’è nè di solito molto. 

Un dolce milanese a base di farina, uova, zucchero e burro. La preparazione è abbastanza semplice, non ci serve un consiglio.

Il giovane è goloso, invece il vecchio s‘accontenta di tutto.

Il pane si distribuisce per tutto il corpo, invece la minestra solo per una parte.

L’indigestione.

Da “capo”, un ceppo di pianta da cui escono le barbe e le radici.

Meglio arrivare in anticipo al pranzo che trovarne solo gli avanzi.

Un buon pranzo.

Una variante di “triste.”

Ognuno ha bisogno di mangiare.

Tutti vogliono i loro diritti.

L’aprile si ricomincia a mangiare abbondantemente dopo il lungo periodo della Quaresima.

Per quanto ti sforzi, tanto non ti libera niente dalla fame e sete.

Tutte le pecore che per qualche ragione devono essere abbattute, si possono mangiare.

Non c´è niente da mangiare; e se non si mangia, non si va neanche al bagno.

Fra le due cose non c’è una gran differenza.

Un mobile da cucina servendo per custodire il pane.

 

3.2.10.2. Con la condizionale per seconda

Il cacio è sano, se vien di scarsa mano.
Il formaggio è sano, se vien da avara mano.
In questo mondo, se non si mangia, si muore.
l baccalà non è buono se non è battuto.
L’insalata non è bella, se non c’è la pimpinella.
L’insalata non è bella, se non è rivoltata da una fanciulla.
L’insalata non è bella, se non v’è della novella .            
La patata ti dà forza, se la mangi con la scorza.
Non ci s’alza da tavola mai, se la bocca non sa di formai.
Pan leggero e grave formaggio piglia sempre, se sei saggio.
Sant’Antonio fritellaio, viene il diciasette di gennaio; se non mangi la schiacciata, cade il solaio.

 

3.2.10.3. Con rima:

Se hai fame, vai dal cane, e se hai sete, vai dal prete.
Se la casa è piena, presto si fa da cena.
Se vuoi mangiare una cosa degna, mangia la lepre pregna.
Se vuoi un figlio ben nutrito, dagli spesso del pane bollito.
Se vuoi vedere il vero briacone, ubriacati il vino dopo il melone.

3.2.10.4. Con ripetizione:

 

Se manca dal gregge, non manca nella pentola.

3.2.10.5. La condizionale irreale

Se si sapesse che i salami siano buoni, bisogna buttar via la pelle sulla neve.
Se volasse, il castrone sarebbe miglior del cappone.

3.2.10.6. Proposizione condizionale implicita:

 

A bere l’acqua ghiaccia si ghiacciano i denti.
A bere senza misura corpo non dura.
A maritare il caglio vecchio col latte nuovo, il formaggio viene buono.
A tagliare il formaggio, ci vuole un matto e un saggio.
Impanata e fritta, è buona anche una ciabatta.
L’appetito vien mangiando.
Rimenando la pasta, il pane migliora.

 

3.2.11.  Proposizione relativa

3.2.11.1. Proposizione relativa con il pronome che:

Gallina che non becca, ha già beccato.
Il vino che fermenta non tira la gola.
La pecora che ha la bocca buona s’ingrassa.
La roba che passa per la gola non tocca l’anima.
Pancia che rumoreggia vuol essere riempita.
Tre cose ci sono che ti strozzano il cuore: la mela cotogna, la spezie e le parole.

 

3.2.11.2.Con rima:

 

Asino che ha fame, mangia ogni strame.
Gallina che sta in cà , se non pizza, ha già pizzà.       
Gallina che va per cà, o la becca o l’ha beccà.
La verdura è una pietanza che vuol olio in abbondanza.

3.2.11.3. Proposizione relativa con chi:

 

Assai digiuna chi mal mangia.
Chi beve al boccale, beve quanto gli pare.
Chi beve in cantina, gli salta il diavolo nella schiena.
Chi beve nero, guadagna il colore.
Chi beve vermiglio, avanza il colore.
Chi beve vino prima della minestra, saluta il medico dalla finestra.
Chi compra bue, bue ha: logra le legna, e carne non ha.
Chi del vino è amico, di sé stesso è nemico.
Chi disse vitella, disse vita.
Chi dorme di giorno e beve di notte, fa danno al corpo e alla botte.
Chi è astemio, è colpa sua.
 Chi è figlio di gentile nato, beve il vino sull’insalata.
Chi è lesto a mangiare, non è lesto a lavorare.
Chi è lungo a mangiare, è lungo anche  a lavorare.
Chi è pigro a mangiare, è pigro a lavorare.
Chi è svelto a mangiare, non è svelto a lavorare.
Chi fa bucato e pane, ne indovina e ne sbaglia.
Chi ha fame mangia, chi non ha fame guarda.
Chi ha fave fresche non mangia fave secche.
Chi ha la gallina fa onore alla regina.
Chi ha pane e vino sta meglio del suo vicino.
Chi ha una botte di vino, ha una botte di quattrini.
Chi ha vitella in tavola non mangia  cipolla.
Chi il pesce non sa cucinare, fritto l´ha da fare.
Chi impasta molto, fa il pane buono.
Chi lascia pane e scappa, brutti guai acchiappa.
Chi lecca  i piatti, deve leccare in terra .
Chi lecca i piatti non sazia il budello.
Chi maccheroni vuole fare, da san’Antonio ha da cominciare.
Chi mangia aglio e cipolla forte, non ha paura assolutamente della morte.
Chi mangia la coda dell’aglio, deve andare a pisciare alla fiera.
Chi mangia  a crepapancia pecca contro la temperanza.
Chi mangia, fa bricciole.
Chi mangia fagioli, scoreggia di continuo.
Chi mangia formaggio, gli tira il pipi.
Chi mangia il cocomero, fa tre cose: mangia, beve e si lava le gote.
Chi mangia il sale, beve l’acqua.
Chi mangia l’uva per delizia, sta bene tutta la vita.
Chi mangia la lepre ride sette giorni.                  
Chi mangia la lepre, è chiamato tre volte signore.
Chi mangia la panna, ha già venduto il burro.
Chi mangia la ricotta va lento.
Chi mangia le salsicce in Quaresima a Pasqua poi se n’accorge.
Chi mangia lordo, netto ingrassa.
Chi mangia lumache e beve acqua, sonategli il mortorio perchè è morto.
Chi mangia more e latte, preparategli il cataletto perchè è morto.
Chi mangia pane asciutto, non vuole tovagliolo.
Chi mangia pane cotto e acqua salata, ruba a Gesù Cristo un altro paio d’anni.
Chi mangia pane e cacio non si vede mai sazio.
Chi mangia pane in panata, fa rider la brigata.
Chi mangia poco, mangia sempre; chi mangia assai, non mangia mai.
Chi mangia prezzemolo sputa verde.
Chi mangia ricotta, ha la bocca torta.
Chi mangia ricotta, sonno di botto.
Chi mangia troppo gli tirano orecchie.
Chi mangia, beve meglio.
Chi mette il latte nel caffè, vive quanto Noè.
Chi muore per lumache  e per i funghi, maledetta la mama che lo piange.
Chi non beve in compagnia, muore da solo.
Chi non beve in compagnia, o è un ladro o è una spia.
Chi non carneggia , non festeggia.
Chi non mangia al desco, ha mangiato di fresco.
Chi non mangia ha del mangiato.
Chi non mangia ha già mangiato oppure è innamorato.
Chi non mangia in cucina, ha mangiato in cantina.
Chi non sa cucinare, non sa nemmeno mangiare.
Chi pianta datteri non ne mangia.
Chi poco mangia, poco caca.
Chi pon cavolo d’aprile, tutto l’anno se ne ride.
Chi sa legger latino, loda l’acqua e beve il vino.
Chi si pasce di speranza, muore di fame.
Chi sparte l’uovo, sparte l’amicizia.
Chi spilluzica, non digiuna.
Chi suda a mangiare, non suda a lavorare.
Chi va a dormire senza cena, perde legna.
Chi vuol fare buona torta, vada con un piè solo nell’orto.
Chi vuole aver bene un dì, faccia un buon pasto, chi una settimana, ammazzi il porco, chi
un mese, pigli moglie, chi tutta  la vita, si faccia prete.
Chi vuole un’oca fina, a ingrassare la metta a Santa Caterina.
Chi zappa beve l’acqua e chi fila beve il vino.

 

 


3.2.11.3.1. Con rima:

Chi mangia arsura , beva con misura.
Chi va a letto senza cena, tutta notte si dimena .

3.2.11.3.2. Con ripetizione

Chi mangia adagio, lavora adagio.
Chi più beve, manco beve.

 

 

3.2.12.  Proposizione subordinata temporale di contemporaneità:

Il pesce va mangiato quando è fresco.
L’uomo canta quando è pieno e la botte quando è vuota.
La ceragia, quando viene , bacia.           
La voglia di cantare viene quando s’è ben bevuto e ben mangiato.
Le frutte son buone due volte all’anno, quando le vengono e quando si partono.
Quando Bacco trionfa, il pensier fugge.
Quando c’è fame, c’è appetito.
Quando canta il cucco è fame dappertutto, quando canta la cicala la fame se ne andava.
Quando comincia a calare la duia, vien buona la cipolla.
Quando comincia a muovere l’uva nella vite, si muove il vino nel vascello.
Quando condisci l’insalata, col sale vola, coll’olio canta, e coll’aceto va’ pianino.
Quando è cruda la cacca, quando è cotta la pappa.
Quando è poco pane in tavola, mettine assai nella scodella.
Quando fiorisce il mandorlo, fa’ il pane non lo coprire.
Quando hai sete, tutto è buono da bere.
Quando il cesso è troppo pieno, gli scoppiano i doccioni.
Quando il corpo è pieno, l’anima canta.
Quando il corpo sta bene, l’anima trionfa.
Quando il pane è impastato, tutti son buoni a farlo.
Quando il pane si mangia, non ci vuole il companatico.
Quando il sole è nel Leone, buon pollastro col piccione, e buon vino con popone.
Quando il vecchio non vuol bere, nell’altro mondo vallo a vedere.
Quando l’uva fiorisce, il vino bolle nella botte.
Quando la carne è lavata, perde tutto il gusto.
Quando la fame vien dentro la porta, l’amore se ne va dalla finestra.
Quando la pancia è vacante, non si suona e non si canta.
Quando la pera e matura cade sola.
Quando la polenta è sulla tavola, chiama intorno tutta la famiglia.
Quando mangio, non ho padrone.
Quando non c’è più grano, capita il gran baccano.
Quando passa per la gola, passa anche per il culo.
Quando piove e fa neve, empi e bevi, empi e bevi.
Quando s’ha fame, il pane par salame.
Quando sentono il profumo della polenta, tutti vengono.
Quando si ha fame, il pane sa di carne.
Quando si mangia e quando si fuma, non si udienza a nessuno.
Quando si mangia gli zucchini, ci si può mettere anche il pastrano.
Quando si mangia, s’incomincia la guerra.
Quando si slegano le campane, bisogna bagnarsi colla vite.
Quando si tratta di mangiare e bere si accoglie l’invito e si lascia ogni mestiere.
Quando suona mezzogiorno, suona per tutti quanti.
Quando uno fa pane, tutti i parenti manda a chiamare.
Quando uno mangia, non ha pensieri.

3.2.12.1. Con rima:

 

Quando fiocca, si mangia polenta e oca.
Quando il sole è nel Leone, è buono pollastro con piccione.
Quando la fame assale, la musica non vale.
Quando suona il campanone, tutto l’agnello è bozzone.
Quando uno può e ha fame, mangia beve del letame.

 

3.2.13. Ordine marcato dei costituenti:

 

3.2.13.1. Dislocazione di complementi :

3.2.13.1.1. di complemento di termine:

 

A pancia piena si consulta meglio.
A pancia piena si ragiona meglio.
A un ubriaco tutti danno da bere.                          
Ad ogni sete ogni acqua è buona.
Al contadino non gli far sapere quanto sia buono il cacio colle pere.
3.2.13.1.2. di complemento di stato in luogo:

A marzo dal tino vola il vino.
A tavola e a letto si conosce la gente.
A tavola e a tavolino si conosce la gente.
A tavola non si vien mai vecchi.
A tavola non s’invecchia.
A tavola si diventa giovane.
A tavola si mangia meglio in due che in quattro.
A tavola un piatto in più non si conosce.
Ai conviti nè per amore nè per forza.
Dalla botte vecchia esce il vin buono.   
In corpo c’è buio.
Nella bagna cauda s’intinge anche il gomito.
Nella botte mal lavata il vino si guasta.
Nella botte piccola ci sta il vin buono.  
Sopra la pasta un bicchiere basta.   
Tra capponi e pollastrelli stanno bene i ravanelli.

 

3.2.13.1.3. di complemento di tempo:

A Carnevale si conosce chi ha la gallina grassa.
A maggio si riappende il caldaio in montagna.
A ottobre bagna cauda e vino buono la fanno da padroni.
 A San Giuseppe ti mangi le tagliatelle e lasci polpette e fritelle.
A San Martino ogni mosto si fa vino.
A San Quintino si beve il primo vino.
Al giovedì grasso si frigge sette volte senza la sera.
Il mese di aprile la polenta sa di miele.
L’ultimo di Carnevale nessun osso rimane in beccheria.

3.2.13.1.4. di complemento di mezzo:

Col lievitino si fa il lievito, col lievito si fa il pane.
Coll’uva si fa vino e vino ubriaca.
Colle rape si nettan le budella.
Con acqua si fa vino e con acqua si fa latte.
Con salsiccia e vino non può morire mastro Peppino.
Con un boccone sali uno scalino.
Di peso e di misure non si sazia mai nessuno.

3.2.13.1.5. di complemento di modo:

Con un bicchier di vino si fa un amico.
D’aria solo non si campa.
Dal matto e dall’ubriaco sai la verità.
Dal vino buono si fa un buon aceto.
Dalla fame la fame è sotterrata.

 

3.2.13.1.6. di complemento di causa:

Per cattivo pane non si muore di fame.
Per la bocca si scalda il forno.

3.2.13.1.7. di complemento diretto:

 

Fondamenti di casa e botti, bisogna accomodarli bene.
I fatti della pentola li sa il coperchio.
I tomini dal manico li mangiano solo gli avvocati. 
Il caffè chi lo piglia in piedi, campa afflitto; chi lo piglia seduto, campa ricco.
La minestra che sa di fumo non la vuole nessuno.
La verità la dicono i bambini e gli ubriachi.
Pane bagnato nell’acqua, neanche il cane lo mangia.  
Pane e bucato non ti puoi far mastro.
Pane e panni non prenderti affanno.
Ubriachi e bambini li guarda il signore Iddio.

3.2.13.1.8. di complemento partitivo:

 

Dell’oca, mangiane poca.
Donne a baciare e ceci a mangiare non te ne sazi mai.                     
Epifania: di carne non c’è ne più.

 

3.2.13.1.9. di complemento di rapporto:

 

O di strame o di fieno lo stomaco deve esser pieno.

 


3.2.13.2. Tema sospeso

 

A mangiare e a bestemmiare, tutto sta nel cominciare.
A primavera, gorgonzola mattina se sera; d’està a volontà, d’autunno non si nega a nessuno; d’inverno mangiare da Padreterno.
A San Giuseppe la merenda aspetta, all’Anunziata è guadagnata.
A stomaco affamato, ogni cibo è grato.
Acqua corrente: bevi e non guardare.
Acqua e erba, non fare conserva.
Acqua e vino, stagli vicino.
Al morto di fame, se gli apri la bocca, appaiono le budella.
Al tempo della fava, il villano se la cava.                         
Amaro, tienilo caro.
Botte di buon vino, cavallo saltatore e uomo rissatore, duran poco col lor signore.
Broccoli e predicatori, dopo Pasqua non son buoni.
Cestino di fichi, pane comprato, povero il corpo che c’è capitano.
Cose amare, tienile care.
Digiuno e latte, non fare parte.
Gennaio e febbraio, tieni al pollaio; marzo e aprile, capretto gentile; maggio e giugno, erbette col prugno; luglio e agosto, piccioni arrosto; settembre e ottobre, buone lepri col savore ; novembre e dicembre, buon vitel sempre.
Il lume, non la cena, basta per tutti.
In caso di bisogno, anche il lupo mangia mosche.
In vaso mal lavato, il buon vino è tosto guastato. 
La carne del cavallo, c’è chi la mangia, c’è chi non la mangia.
Nè cavallo, nè moglie, nè vino, non li lodare a nessuno.
Nell’uva, son tre vinaccioli: uno di sanità, uno di letizia , e uno di ubriachezza.   
Olio, pepe e sale, sarebbe buono uno stivale.
Pane di buon grano, dottore sta lontano.
Pane e coltello, non ne basta un fornello.
Pepe, olio e sale, è buono anche un cane.
Per un buon arrostino, erba salvia e rosmarino.
Per San Tomè, piglia il porco per lo piè.
Riso bollito, in un salto è già smaltito.
 Sant’Agata: la merenda nella sacchetta.

3.2.13.3. La  frase scissa

È il brodo della scodella che fa la guancia bella.

CONCLUSIONE

Lo scopo della presente tesi è stato quello di descrivere le strutture morfosintattiche presenti nei proverbi italiani del campo culinario, cercare di capire il loro uso e la loro funzione. Il fenomeno è stato dimostrato sui proverbi del campo culinario.

Nella parte introduttiva (il capitolo 1.1.) abbiamo specificato che cosa è un frasema, come nasce e che si distingue particolarmente per l’espressività e lo spostamento del significato lessicale. Abbiamo altrettanto definito e classificato le unità fraseologiche presentando gli esempi di esse: le unità a struttura sintagmatica si caratterizzano per vari gradi di variabilità e commutabilità, frasi idiomatiche sono tipiche per la più grande fissazione degli elementi e l’espressività (rispetto al tipo precedente).
L’espressività però non riguarda ancora tutti gli elementi della frase, al contrario delle unità fraseologiche a frase intera (proverbi e formule comunicative), che sono state definite come le più fisse ed espressive di tutti. Seguentemente abbiamo spiegato il termine di commutabilità e abbiamo scoperto che le unità fraseologiche più commutabili sono le locuzioni. Abbiamo concluso questo capitolo con l’affermazione che l’uso dei frasemi dipende dalla situazione communicativa e dal linguaggio usato. A questo proposito abbiamo menzionato le unità fraseologiche pragmatiche e le parole tabù.

Nella parte successiva (il capitolo 2) ci siamo dedicati al proverbio. Abbiamo spiegato per esempio che il proverbio è “un’invenzione” popolare contenente delle saggezze trasmesse in padre di figlio. Abbiamo rivelato che i proverbi generalmente inclinano ad adottare lo stile gnomico che si caraterizza per la presenza di una morale.
Abbiamo diviso i proverbi in quelli normativi (indicano delle norme di comportamento di seguire) e constatativi (stimolano una rassegnazione nei confronti delle disgrazie della vita). Per quanto riguarda lo stile del linguaggio dei proverbi, abbiamo scoperto che la maggior parte di essi ha forma di una frase dichiarativa. Nel sottocapitolo 2.2. abbiamo altrettanto manifestato che il linguaggio dei proverbi predilige l’uso della rima e delle altre figure retoriche. Abbiamo nominato un esempio del processo metaforico, tipico per il linguaggio dei proverbi.
Il capitolo 2.3. si è occupato delle varie strutture morfosintattiche presenti nei proverbi culinari. Queste strutture (nominiamo per esempio la frase predicativa, comparativa o l’articolo) svolgono le principali funzioni del proverbio: rendono lo stile della lingua generale e sovrappersonale, hanno un valore educativo, espressivo, devono essere generalmente comprensibili e il loro compito è di comunicare una verità eterna. Abbiamo scoperto che tutte le strutture morfosintattiche esprimono una verità generale e il carattere educativo dei proverbi. Per quanto riguarda la funzione di comprensibilità, come le strutture più comprensibili abbiamo indicato la frase predicativa e nominale. L’altra funzione, quella di “afferrare la sostanza del discorso”, viene svolta soprattutto dall’ordine marcato dei costituenti e dalla frase nominale e predicativa. Studiando l’abilità dei proverbi di essere memorizzabile abbiamo constatato che sono i vari giochi di parole che rendono i proverbi facilmente memorizzabili.
L’esperienza comunicata dai proverbi deve essere generalmente compresa e ci aiuta una forma atemporale del verbo: l’uso dell’indicativo e del tempo presente. Come “sovrappersonali” abbiamo descritto proverbi contenenti tutte le strutture presenti in questa ricerca, oltre a quelli all’imperativo che li rende più concreti, personali e impositivi.
La funzione dei proverbi trattata come l’ultima parte di questo capitolo è stata la funzione espressiva, nominata già nel capitolo sui frasemi. Abbiamo ripetuto che i proverbi sono le unità più espressive di tutte. Abbiamo definito che l’espressività viene realizzata dall’imperativo (si tratta di espressività appellativa ed emotiva), dal congiuntivo nelle frasi ottative e dall’elemento focalizzato nell’ordine marcato dei costituenti. Nei proverbi abbiamo registrato anche l’espressività fonica, realizzata dalle figure retoriche.

Nel capitolo 2.4. (i sottocapitoli 2.4.1. – 2.4.13) abbiamo esaminato strutture morfosintattiche e  il loro utilizzo nei proverbi del campo culinario.  Per primo è stato trattato il verbo fare che viene adoperato sia come verbo fraseologico sia come verbo di pieno valore e svolge la funzione di “afferrare la sostanza” di un proverbio. Il sottocapitolo 2.4.2. è stato dedicato all’uso del si passivante che rende lo stile proverbiale impersonale. Essendo i proverbi un tipo del discorso parlato è naturale che l’uso del congiuntivo in essi non sia molto frequente. Il fatto è dimostrato dalla sproporzione del numero dei proverbi in confronto alle altre categorie. Risulta che i proverbi al congiuntivo sono in realtà frasi con una proposizione oggettiva sottintesa.
L’imperativo esprime caratteristiche contrastanti in confronto alle altre strutture; rende il proverbio più concreto contenendo l’espressività appellativa. Per quanto riguarda l’articolo abbiamo notato che nel campo proverbiale si manifesta la grande tendenza di ometterlo. È causato dal fatto che la capacità delle frasi nominali di creare gruppi di parole fissi è più significativa se i nomi evitano l’uso di un articolo. Come una struttura più caratteristica per il linguaggio dei proverbi risulta essere la frase nominale per il suo valore persuasivo.
La frase predicativa è, come abbiamo constatato, una delle strutture più numerose nei proverbi culinari. Il motivo è la sua potenzialità di rendere il discorso neutrale, impersonale e constatativo. Per quanto riguarda la proposizione coordinata, nel campo della nostra ricerca abbiamo notato solo la coordinazione tra due proposizioni principali. La coordinazione rappresenta la struttura morfosintattica più complessa di tutte quelle presenti nei proverbi. Per questo, come abbiamo definito, la sua apparizione non è tipica in confronto a quella della proposizione comparativa.
La comparazione nei proverbi svolge la funzione espressiva e istruttiva. Il periodo ipotetico si presenta nei proverbi in tutti e tre i tipi, ma la condizione si riferisce sempre al presente. Le proposizioni sono formate o con la congiunzione che o (tipicamente) con chi. Abbiamo concluso che la relativa con chi ha soprattutto il valore relativo-indefinito, ma anche quello condizionale. La temporalità viene dichiarata (come abbiamo registrato) dalle frasi temporali di contemporaneità, con il verbo al presente e la congiunzione quando.
Nell’ultimo capitolo sull’ordine marcato dei costituenti abbiamo constatato che i tipi menzionati dell’ordine marcato (la dislocazione a sinistra, il tema sospeso e la frase scissa) rappresentano un fenomeno comune per la loro capacità di esprimere enfasi ed espressività.

La nostra ricerca si conclude con la raccolta dei proverbi del campo culinario (il capitolo 3) che serve per verificare il risultato dell’analisi nel capitolo 2.4. Le voci sono state prese in esame nei capitoli sopracitati. Non è stato interpretato il significato di ogni proverbio; solo in caso di un proverbio che potrebbe essere incomprensibile abbiamo fatto un commento.
Per la compilazione dell’elenco abbiamo usufruito Dizionario dei proverbi, UTET, Torino 2004.

 

 

 

 


BIBLIOGRAFIA:

Dizionario dei proverbi, UTET, Torino 2004.

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Linguistik. Band IV. Italienisch, Korsisch, Sardisch. Tübingen, Niemeyer , 1988.
Battaglia, S., Pernicone V.: La grammatica italiana. Torino 1968.
Wotkeová Z.: Elementi di sintassi italiana. Brno 1990.
Stati, S.: Teoria e metodo nella sintassi. Il Mulino, Bologna 1972.
Voghera, M.: Sintassi e intonazione nell‘italiano parlato. Il mulino, Bologna 1992.
Dardano M., Trifone P.: La nuova grammatica della lingua italiana. Zanichelli, Bologna 1997.
Hamplová, S.: Stručná mluvnice italštiny, Academia, Praha 1987.
Zingarelli: Vocabolario della lingua italiana. Zanichelli, Bologna 2000.
Hauser P.: Nauka o slovní zásobě. SPN, Praha 1980.
Bečka, J.V.: Česká stylistika, Academia, Praha 1992.
Benveniste, E.: La phrase nominale, in E. Benveniste, Problèmes de linguistique générale, Paris, Gallimard, trad. it. Problemi di linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 179-199.
http://web.tiscali.it/proverbiitaliani/index.htm
http://vagantes.tripod.com/proverbi/proverbi.htm
http://xoomer.virgilio.it/lucianofaioni/c21-01-1999.htm
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Milano E.: Dal parlato ai parlati: alcuni itinerari tra testualità e sintassi, in http://www.uni-duisburg.de/FB3/SILFI/SILFI2000/abstracts/papers/Milano_co089.html
http://www.locuta.com/Si.html

 

 

 

Apprezziamo quello che ci dà un avaro, perché un altro dono sarà lontano.

Cfr. il proverbio precedente.

Si può dire anche figuratamente riferendosi all’uomo: il carattere si migliora solo esser stato provato da varie disgrazie.

Gravida.

Tutte le pecore che per qualche ragione devono essere abbattute, si possono mangiare.

Bisogna mangiarli d‘inverno.

Agnello castrato.

L’aspetto esteriore può essere a volte più decisivo che il contenuto.

Troncamento di “casa“. Cfr. Gallina che non becca, ha già beccato.

Chi beve il vino rosso, diventa colorito.

La carne rimane dura e difficile da masticare.

Il signore.

Abile.

Sinonimo di “tardo“.

Fare il pane è come fare il bucato: tutte le due attività si eseguono “a occhio e a croce“.

La preparazione del pesce fritto non richiede delle capacità speciali in cucina.

La fatica porta i suoi frutti.

La ghiottoneria va punita.

La produzione dei maccheroni è tanto complessa che è meglio cominciare a prepararli già per la festa di San Antonio, cioè in gennaio.

Chi mangia troppo aglio, deve evitare la compagnia degli altri.

Ogni azione porta conseguenze.

Solo una persona benestante può permettersi di mangiare la lepre.

Poichè il pane è cibo dei poveri.

Chi mangia poco, gusta il cibo e gode la vita; invece a chi fa tutto in un tratto non resta niente.

Nel toscano: mangiare la carne.

Chi non mangia alla tavola, ha mangiato da qualche altra parte.

Chi mangia meno del solito, ha già mangiato.

Si crede che il dattero duri cento anni prima di dar frutti.

Posto in aprile spiga molto ma non fa grumolo.

Chi è disposto a dividere, sarà un amico perfetto.

Significa che la persona pensa solo a nutrirsi e non lavora bene.

Affinché la torta riuscisse buona, conviene metterci poche erbe.

I contadini agiati mettono ad ingrassare delle oche le quali vengono poi uccise a Santa Lucia (il 13 dicembre).

Zappare qui rappresenta tutti i lavori contadini, filare si riferisce a un lavoro “delicato, non richiedente molta fatica, quindi caratteristico per la classe alta.

Salato, speziato. 

Chi va a dormire con lo stomaco vuoto, non riesce a dormire.

L’abuso del vino abbrevia la vita.

Quando è matura, acquista un sapore dolcissimo.

Si riferisce alle parte di una giornata; il cucco canta di mattina e la cicala di solito di sera.

Nella duia si conservavano i salami.

Chi mangia troppo, si sente scoppiare il ventre e i vestiti gli sono stretti.

Ognuno sa consigliare solo quando la battaglia è già finita.

Il melone.

Quando l‘uomo perde la sua originalità, non è più capace a nulla.

Vuota.

Bisogna dare tempo al tempo; si diceva spesso alle donne in attesa.

Il gran chiasso.

I zucchini vanno bene con tutto.

Si riferisce alle usanze del Sabato Santo.

Al mangiare siamo tutti uguali.

Quando si ha fame, tutte le chiacchiere  e divertimenti non hanno valore.

Un proverbio toscano, allude all’agnellino che deve essere castrato prima di diventare becco, prima di San Giovanni, cioè il giorno quando suona il campanone.

Quano si ha fame, si mangia qualsiasi cosa.

Si offre l‘aiuto solo quando non c’è ne più bisogno.

Non svelare il segreto di un tuo successo a chi può sfruttarne.

Il pranzo solenne. L‘uomo dovrebbe saper riposare regolarmente anche senza ragioni esterne.

Cfr. Nella botte piccola ci sta il vin buono.

Nella bagna cauda si mettono vari ingredienti.

Non tutte le cose splendenti sono preziosi.

Si conosce chi è ricco.

Un grosso recipiente in cui si fa bollire qualcosa. Maggio significa l’arrivo dell’estate quando tutto si sposta in aria aperta.

La festa di San Giuseppe di solito cade sul periodo della Quaresima, il che significa digiuno.

La festa di San Quintino cade sul 30 ottobre, quando si degusta il primo vino dell’anno.

I cibi fritti sono tipici per il perido del Carnevale.

In toscano “macelleria”.

Con il cibo si nutre il corpo.

Solo la persona più vicina ti conosce davvero.

Le bistecche.

Epifania conclude il grasso periodo di Natale.

Si riferisce al raccolto: alla festa di San Giuseppe (in primavera) è appena seminata, la festa dell´Anunziata si festeggia all’inizio d‘estate, il periodo della maturazione.

Le belle cose hanno la vita corta.

“Sapore” antiquatamente.

Voce letteraria che significa “una gioia celeste”.

Popolarmente “persona da nulla”.

C’è l‘usanza di ingrassare un porco e ammazzarlo al principio dell’inverno. La carne poi serve tutto l’anno. La festa di San Tommé è il 29 dicembre.

Il riso bollito si mangia e digerisce velocemente.

Il sacchetto con il cibo che si appende al muso di cavalli o asini. La festa di Sant’Agata cade sull’inizio di febbraio, la fine del Carnevale, quindi bisogna prepararsi per il digiuno quaresimale e mangiare in ogni occasione. 

 

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Area tematica : Letteratura - proverbi | Argomento : Strutture morfosintattiche proverbi italiani | Indice argomenti

Fonte articolo : is.muni.cz/th/102589/ff_m/ | Autore : Jarmila Trochtová | tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 16/1/11

 

     

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