Piante e religioni

     

    Piante e religioni


    Il percorso della cognizione umana delle piante ha origine negli albori della civiltà ed è strettamente connesso al progredire dell'uomo nelle conoscenze religiose, etiche, filosofiche, scientifiche.

 

Piante e religioni

 

  • LE PIANTE NELLA BIBBIA

     

     

    Gli alberi.

     

    L’ACACIA (mimosa nilotica) è un arbusto spinoso, con infiorescenze. Questo albero dà il vero succo d’acacia, la gomma arabica. Sembra che l’acacia sia stata utilizzata per le sue qualità: è notoriamente imputrescibile. Nella Bibbia la si trova:

    1. nell’Arca dell’Alleanza, realizzata in legno di acacia rivestito d’oro: “Quindi Bezaleel fece l’arca in legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza… Fece stanghe in legno di acacia e le rivestì d’oro” (Es. 37,1.4);
    2. nella tavola delle offerte, ugualmente costruita con legno di acacia: “Fece le stanghe in legno di acacia e le rivestì d’oro” (Es. 37,15);
    3. nell’altere dei profumi: “Fece l’altare per bruciare l’incenso, in legno di acacia; aveva un cubito di lunghezza e un cubito di larghezza; … aveva due cubiti di altezza…” (Es. 37,25);
    4. nell’altare dei sacrifici: “Fece l’altare in legno di acacia: aveva cinque cubiti di larghezza, … e aveva l’altezza di tre cubiti” (Es. 38,1).

    La corona di spine di Cristo sarà stata intrecciata, come certa letteratura ha affermato, con rami di acacia?

     

    Il CEDRO DEL LIBANO (Cedrus Libani) per le sue notevoli dimensioni, è stato fatto l’emblema della grandezza, della nobiltà, della forza  e dell’immortalità. E’ quanto afferma Origene, il teologo e filosofo del II secolo, commentando il Cantico dei cantici : “Il cedro non marcisce; fare in cedro le travi delle nostre case è preservare l’anima dalla corruzione”.

    Essendo simbolo d’incorruttibilità, gli ebrei, al tempo di Salomone, lo utilizzarono per costruire la struttura del Tempio di Gerusalemme: “Il cedro all’interno del Tempio era scolpito a rosoni e a boccioli di fiori; tutto era in cedro e non si vedeva una pietra” (1Re 6,18).

    I riferimenti nella Bibbia sono molti: Isaia 2,13; Amos 2,9; Ezechiele 31,3; Salmi 28,5; 91,13; 103,16.

    Il cedro è anche simbolo di bellezza. Ezechiele utilizza il cedro come simbolo del Messia e del suo Regno:

    “Dice il Signore Dio:

    “Io prenderò dalla cima del cedro,

    dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello

    e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio;

    lo pianterò sul monte alto d’Israele.

    Metterà rami e farà frutti

    E diventerà un cedro magnifico.

    Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno,

    ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà.

    Sapranno tutti gli alberi della foresta

    Che io sono il Signore,

    Che umilio l’albero alto

    E innalzo l’albero basso;

    faccio segare l’albero secco.

    Io il Signore, ho parlato e lo farò”

    (Ez. 17,22-24).

     

     

    pianteIl CIPRESSO (Cupressus sempervirens) è un albero slanciato:

    Invece di spine cresceranno cipressi, invece di ortiche cresceranno mirti; ciò sarà a gloria del Signore, un segno eterno che non comparirà” (Is. 55,13).

    Anche il legno di cipresso, come quello di cedro, servì a rivestire il Tempio di Gerusalemme: “Chiram mandò a dire a Salomone: “Ho ascoltato il tuo messaggio; farò quanto desideri riguardo al legname di cedro e di cipresso” (1Re 5,22).

    Gesù realizzo nella propria persona la parola che Osea mette sulla bocca del Signore:

    “Io sono come un cipresso sempre verde, grazie a me tu porti frutto” (Os. 14,9).

     

     

    Il FICO (Ficus carica) è un albero dal succo lattiginoso, ha larghe foglie provviste di picciolo. Il suo frutto secco è circondato dalla polpa del ricettacolo. E’ questo ricettacolo che viene chiamato fico.

    Essere seduto sotto la propria vite e sotto il proprio fico significa condurre una vita tranquilla e felice: “In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico” (Zc. 3,10); “Sederanno ognuno tranquillo sotto la vite / e sotto il fico / e più nessuno li spaventerà…” (Mic. 4,4).

    Molte citazioni riguardanti questo albero rivelano la sua importanza per il popolo ebraico ed evocano il suo influsso benefico: “Isaia disse: “Prendete un impiastro di fichi”. Lo presero e lo posero sull’ulcera e il re guarì” (2Re 20,7).

    La parabola del fico sterile (cfr. Mt 13,6-9) illustra la lettera di Pietro che invita alla costanza nello sforzo (cfr. 2Pt. 2,9) e sostiene la speranza : “La magnanimità  del Signore nostro giudicatela come salvezza” (2Pt. 3,15).

    Con l’olivo e la vite, il fico è segno di abbondanza e di serenità. E con l’olivo e la vite, il fico è anche simbolo d’Israele.

     

    La GINESTRA (Spartium junceum), questo arbusto, alto tra i due metri e mezzo e i tre, diritto, dai giovani rami giunchiformi flessibili, ha fiori odorosi di un bel giallo oro, che si aprono in grappoli terminali.

    E’ possibile che per gli antichi ebrei la parola “GINESTRA” designasse il ginepro e forse, in modo particolare, lo Juniperus oxycedrus, della famiglia delle conifere. I poveri ne mangiavano le radici amare:

    “Raccolgono l’erba salsa accanto ai cespugli e radici di ginestra per loro cibo” (Gb. 30,4).

    La ginestra è citata come luogo di riposo; seguiamo Elia sfinito nel deserto: “Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra” (1Re 19,4).

    Il LINO (Linum usitatissimum), questa pianta erbacea, dai bei fiori blu, è coltivata per i suoi semi e le sue fibre, utilizzate per la fabbricazione di tele.

    Mosè comunica alla comunità gli ordini del Signore per quando riguarda le vesti: “Fecero le tuniche di bisso, lavoro di tessitore, per Aronne e per i suoi figli; il turbante di bisso, gli ornamenti dei berretti di bisso e i calzoni di lino di bisso ritorto; la cintura di bisso ritorto… come il Signore aveva ordinato…” (Es. 39,27-29).

    Ezechiele riprende questa prescrizione per i sacerdoti: “Quando entreranno dalle porte dell’atrio interno, indosseranno vesti di lino; non porteranno alcun indumento di lana… Porteranno in capo turbanti di lino e avranno mutande ai fianchi” (Ez. 44,17-18).

    Il libro di Ester ci ricorda che il palazzo del re Assuero era decorato di questo tessuto nobile: “Vi erano cortine di lino fine e di porpora viola, sospese con cordoni di bisso e di porpora rossa…” (Est. 1,6).

    L’evangelista Giovanni mette in evidenza il lino per festeggiare le nozze dell’Agnello, che sono simbolo del Regno celeste:

    “La sua sposa è pronta,

    le hanno dato una veste

    di lino puro splendente.

    La veste di lino sono le opere dei santi”

    (Ap. 19,7-8)

     

     

    Il MANDORLO (Amygdalus communis), in ebraico “shaked”. La radice della parola significa “vegliare”. I suoi fiori, dai petali bianchi o rosei, compaiono prima delle foglie e sembrano uscire dal sonno dell’inverno. La loro comparsa nel mese di febbraio annuncia la rinascita della natura.

    Il Signore stesso vi allude nel passo seguente: “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla” (Ger. 1,11).

    Il mandorlo accompagna l’uomo nel suo cammino verso l’eternità:

    “Quando si avrà paura delle alture

    e degli spauracchi della strada;

    quando fiorirà il mandorlo

    e la locusta si trascinerà a stento

    e il cappero non avrà più effetto,

    poiché l’uomo sene va nella dimora eterna”

    (Qo. 12,5).

    Il mandorlo è citato nel Genesi come uno dei migliori prodotti del paese: “Israele loro padre disse: “Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli  i prodotti più scelti del paese e portateli in dono a quell’uomo: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano, pistacchi e mandorle” (Gn. 43,11).

    A Luz, che in ebraico significa “mandorla”, Giacobbe vide in sogno il Signore a questo luogo gli parve sacro e ad esso egli diede il nome di Betel o Casa di Dio (Gn. 28,17-19).

    Nella tradizione, il mandorlo e la mandorla sono stati messi in relazione con Maria. Nell’iconografia tradizionale, l’immagine del Cristo, della Vergine e a volte dei santi in gloria eterna si iscrive in una figura geometrica a forma di mandorla.

     

    Il MELOGRANO (Punica granatum), questo albero si orna di fiori raggruppati in piccolo numero verso l’estremità dei rami. Era utilizzato per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, una grossa bacca sferica chiamata melagrana, racchiude un gran numero di grani che riempiono completamente l’interno.

    Nella Bibbia le melagrane ornavano gli enormi capitelli di bronzo che sormontavano le colonne all’entrata del Tempio di Salomone: “Chiram… terminò tutte le commissioni del re Salomone per il Tempio del Signore,… i due reticolati per coprire i due globi dei capitelli che erano sopra le colonne, le quattrocento melagrane sui due reticolati, due file di melagrane per ciascun reticolato…” (1Re 7,40-42).

    In rapimento poetico, lo sposo canta le bellezze dell’amata:

    “Come un nastro di porpora le tue labbra e la tua bocca è soffusa di grazia; come spicchio di melagrana la tua gota attraverso il tuo velo” (Ct. 4,3).

    Per il gran numero dei suoi chicchi, i Padri della Chiesa hanno fatto della melagrana un simbolo di fecondità.

     

    pianteL’OLIVO (Olea europaea). L’olivo è un albero che può raggiungere i sedici metri di altezza e vivere cinque o sei secoli  e anche più. Il suo legno giallognolo è molto duro. Dalle sue foglie medicamentose è stato ricavato un estratto efficace contro la febbre, l’ipertensione e il diabete. Il suo frutto, l’oliva, contiene olio, il solo che venga

    “Olivo verde, maestoso, era il nome che il Signore ti aveva imposto” (Gr. 11,16).

    impiegato nel culto.

    La presenza dell’olivo è ritenuta segno di benedizione: “… Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile,… paese di frumento , di orzo, di olio e di miele… Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa dal paese fertile che ti avrà dato” (Dt. 8.7-8.10).

    “La tua sposa come vite feconda

    nell’intimità della tua casa;

    i tuoi figli come virgulti d’ulivo

    intorno alla tua mensa.

    Così sarà benedetto l’uomo

     Che teme il Signore” (Ps. 127.3-4).

    L’olio d’oliva è sorgente di luce: “Tu ordinerai agli israeliti che ti procurino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tener sempre accesa una lampada. Nella Testimonianza, Aronne e i suoi figli la prepareranno, perché dalla sera alla mattina essa sia davanti al Signore” (Es. 27,20-21).

    E’ l’olio santo: “Procurati balsami pregiati… e olio di oliva. Ne farai l’olio per l’unzione sacra, un unguento composto secondo l’arte delle profumerie: sarà l’olio per l’unzione sacra. Con esso ungerai la tenda del convegno, l’Arca della Testimonianza, la tavola e tutti i suoi accessori, l’altare del profumo, l’altare degli olocausti e tutti i suoi accessori, la conca e il suo piedistallo” (Es. 30,22.25-28).

    Le tradizioni giudaica e cristiana fanno dell’olivo un simbolo di pace: alla fine del diluvio, la colomba porta a Noè proprio un ramo di olivo.

     

    La PALMA (Phoenix dactylifera), la Giudea è celebre per le sue palme.

    pianteNel Cantico dei cantici (7,7-8) la palma è presentata come un albero di smagliante bellezza: “Quanto sei bella e quanto sei graziosa/ … La tua statura rassomiglia a una palma”.

    La valle di Gerico, la terra promessa a Mosè, è così chiamata per la grande quantità di palme che vi crescevano: “Il Signore mi mostrò tutto il paese…, il distretto della valle di Gerico, città delle palme… Il Signore gli disse: “Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe…” (Dt. 34,1.3-4).

    Quando Salomone fece erigere il Tempio, ornò i muri e le porte con palme: “Ricoprì le pareti del Tempio con sculture e incisioni di cherubini, di palme e di boccioli di fiori, all’interno e all’esterno” (1Re 6,29).

    Per la festa delle Capanne è prescritto di fornirsi di rami di palme per far festa al Signore: “Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori: rami di palma…” (Lv. 23,40).

    Con rami di palme gli ebrei acclamarono Gesù quando egli entrò in Gerusalemme: “Presero rami di palme e uscirono incontro a lui acclamando: “Osanna!/ Benedetto colui che viene nel nome del Signore…” (Gv. 12,13).

    Giovanni nell’Apocalisse, ci fa conoscere l’acclamazione trionfale di una folla innumerevole: “Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani” (Ap. 7,9).

    La palma, il ramo, la fronda verde sono universalmente considerati simboli di vittoria, di rigenerazione.

    Gli ebrei, alò tempo di Gesù, proclamarono la sua regalità acclamandolo con rami di palma. La domenica delle Palme noi celebriamo questo avvenimento con l’olivo benedetto. L’olivo è molto abbondante da noi, resta sempre verde e sostituisce le palme.

     

    Il PIOPPO (Populus alba) è un albero dalla corteccia argentata; i suoi rami più giovani sono bianchi.

    La Bibbia vi allude presentando Giacobbe avveduto nella gestione dei suoi beni: “Giacobbe pascolava l’altro bestiame di Labano. Giacobbe prese freschi rami di pioppo, di mandorlo e di platano, ne intagliò la corteccia a strisce bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami… Egli si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità…” (Gn. 30,36-37.43).

    Dopo la propria conversione, Israele ricevette la benedizione del Signore:

    “Io sarò come rugiada per Israele;

    esso fiorirà come un giglio,

    metterà radici come un pioppo,

    si spanderanno i suoi germogli…” (Os. 14,6-7).

     

    La QUERCIA (Quercus) appartiene esclusivamente alle zone temperate; se ne classificano circa ottanta specie.

    pianteSia a Sichem sia a Ebron, Abramo ricevette le rivelazioni del Signore vicino alle querce: “Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i cananei. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: “Alla Tua discendenza io darò questo paese” (Gn. 12,6) ; “Il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno” (Gn. 18,1).

    Nella sacra Scrittura le Querce di More sono nominate anche come segno di benedizione: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal. Questi monti si trovano oltre il Giordano, dietro la vie verso occidente, nel paese dei cananei che abitano l’Araba di fronte a Galgala presso la Querce di More. Voi infatti state per passare il giordano per prendere in possesso il paese che il Signore vostro Dio vi dà” Dt. 11,29-31).

     

    Il SALICE (Salix)  si presenta in numerose e diverse specie di alberi e arbusti. In occasione della festa delle Capanne, il Signore si rivolge a Mosè: “Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori: rami di palma, rami con diverse foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni” (Lv. 23,40).

    Il salice è segno di benedizione:

    “Spanderò il mio spirito sulla tua discendenza,

    la mia benedizione sui tuoi posteri;

    cresceranno come erba in mezzo all’acqua,

    come salici lungo acque correnti” (Is. 44,3-4).

     

    Il SICOMORO (Sycomorus); un tempo, in Egitto, questo albero molto alto era coltivato per il suo legno e i suoi frutti. Si credeva che, fra tutti, fosse il più difficilmente sradicabile. I suoi frutti servivano soprattutto per l’alimentazione del bestiame.

    Il legno di sicomoro è tenero ma resistente, adatto a farne statue e mobili. Gli egiziani se ne servivano per i sarcofagi delle mummie.

    In Israele quest’albero cresceva soltanto nella pianura della Sefela e nella depressione del Giordano: “Salomone fece sì che in Gerusalemme l’argento abbondasse come le pietre e rese il legname di cedro tanto comune quanto i sicomori che crescono nella Sefela” (1Re 10.27).

    Un sicomoro era l’albero sul quale salì Zaccheo per dominare la folla e vedere Gesù (Lc. 19,2-4).

     

    La VITE (Vitis vinifera); questa pianta, originaria dell’Asia, della famiglia delle ampelidacee, è coltivata fin dalla preistoria. Nella Bibbia è ricordata più di duecento volte.

    La vite era una benedizione della terra promessa: “… Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti; … paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di olivi, di olio e di miele” (Dt. 8.7-8).

    Nel Siracide la vite è presentata come l’immagine della sapienza: “io come una vite ho prodotto germogli graziosi / e i miei fiori, frutti di gloria e ricchezza” (Sir. 24,17).

    pianteLa vite è anche immagine della sposa feconda del giusto: “La tua sposa come vite feconda / nell’intimità della tua casa; / i tuoi figli come virgulti d’ulivo / intorno alla tua mensa” (Ps. 127,3).

    Gesù, sulle orme dei profeti dell’Antico Testamento, ha voluto riprendere questa immagine viva e gioiosa per spiegarci la realtà dell’alleanza di Dio con il suo popolo. Realtà meravigliosa come ceppo di vite carico di grappoli: “io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui fa molto frutto… “ (Gv. 15,5).

    La vite è il simbolo d’Israele che Erode il Grande aveva fatto incidere in oro sul frontone del Tempio.

     

     

     

     

     

     

    I fiori e il grano, le erbe e gli aromi.

     

    piante

    Indefiniti sono i GIGLI DEL CAMPO di cui parla Gesù:

    "...E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano, eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro..." (Mt. 7,28-29; Lc. 12,27).

     

    Probabilmente è analogo il significato dei fiori primaverili di cui ci parla il Cantico:

    "...ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia, se ne è andata, i fiori sono apparsi nei campi..." (Cantico dei Cantici 2,11-12); o del fiore effimero del profeta Isaia:

    "...Ogni uomo è come l'erba, tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l'erba, appassisce il fiore, quando il soffio del Signore spira su di essi, secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre..." (Isaia 4,6-8).

     

    I fiori che sicuramente, fin dai tempi remoti, portavano un colorato messaggio di primavera nei campi delle terre bibliche sono diversi. Tra i più comuni, e più appariscenti, ricordiamo gli ANEMONI (Anemone coronaria, famiglia Ranuncolaceae) che in quelle regioni sono prevalentemente di color rosso; i PAPAVERI (Papaver rhoeas, famiglia Papaveraceae); il Chrisantemum coronarium famiglia Compositae, che è una bella margherita gialla; i TULIPANI SELVATICI (Tulipa, famiglia Liliaceae) di cui molte specie come Tulipa silvestris, Tulipa gesneriana, Tulipa praecox, ecc. sono originarie della Turchia, Persia, Afganistan.

     

    pianteLA ROSA, capostipite della famiglia delle Rosaceae, è una pianta certamente antichissima: la zona originaria fu probabilmente l'Asia centrale, ma è accertata la sua presenza da millenni anche in varie zone dell'Europa e dell'America, sempre spingendosi da nord verso sud, senza però mai raggiungere l'Equatore.

    Il nome latino "Rosa" (quasi identico nelle principali lingue europee) deriva dal greco "rhodon", e questo a sua volta dalla radice indoeuropea "vrad" che avrebbe dato luogo da una parte al greco arcaico "vrodon" (che poi perde la v), dall'altra all'arabo "warda", all'ebraico "vered" e all'armeno "vard". Nell'antichità la terra più famosa per la coltivazione delle rose fu la Persia, da dove questi fiori furono portati ai giardini pensili di Babilonia.

    La più antica testimonianza storica sulla rosa risale al re di Accad, Sargon (circa 2400 a. C.): un'iscrizione attesta che tornando da una spedizione "portò ad Ur viti, fichi e alberi di rose".

    Ebrei ed Egiziani conobbero le rose relativamente tardi: in Egitto però divennero una vera passione al tempo di Cleopatra. In Grecia, dove giunse, molto probabilmente attraverso le isole, la rosa fu simbolo di Afrodite.

    Nella Bibbia la rosa compare nel Siracide, come attributi della Sapienza che cresce:

    " come le palme in Engaddi, come le piante di rose in Gerico" (Siracide 24,1-4).

    La maggior parte dei ricercatori dubitano che qui si tratti veramente di rose, piante che difficilmente crescono in un oasi del deserto: ritengono più probabilmente che si alluda all'OLEANDRO (Nerium oleander, famiglia Apocyanaceae), un arbusto o piccolo albero con fiori color rosa vivo, che cresce comunemente in quelle regioni sul greto dei torrenti. In un altro passo dello stesso Siracide che esorta a lodare Dio troviamo infatti:

    "Ascoltatemi figli santi, e crescete come una pianta di rose su un torrente..." (Sir. 39,25).

     

     

    IL GRANO, L'ORZO E ALTRI CEREALI

     

    Nel brano del Deuteronomio, che enumera le attrattive della Terra Promessa (Dt. 8,7-8) al primo posto troviamo l'acqua, il bene più indispensabile; seguono "sette piante", di cui le prime sono cereali, cioè grano ed orzo, le altre cinque alberi da frutto, (vite, olivo, fico, melograno, palma da datteri).

    Col nome cereali (che deriva da Cerere, la dea romana delle messi) si indica convenzionalmente un gruppo di dieci piante che hanno un ruolo fondamentale nell'alimentazione dell'uomo e degli animali: riso, mais, frumento, orzo, avena, segale, miglio, panico, sorgo, grano saraceno. Le prime nove appartengono alla famiglia delle Graminaceae, l'ultima alle Poligonaceae.

    La storia dei cereali si identifica con la più remota storia dell'uomo, col suo passaggio da cacciatore o pescatore nomade ad agricoltore stabile: un'evoluzione basata su due elementi fondamentali, l'osservazione di piante con semi commestibili (e riproducibili) e l'invenzione dell'aratro. Le diverse condizioni climatiche hanno fatto prevalere l'una o l'altra specie, ma questi eventi si verificarono in modo analogo in varie parti del mondo, sempre iniziando nelle regioni dove il terreno era più fertile per la presenza dei "grandi fiumi": la Mesopotamia, la valle del Nilo, del Giordano, dell'Indo e del Gange, del fiume Giallo.

    In varie zone della Siria, dell'Anatolia e della Mesopotamia sono stati ritrovati grani di cereali risalenti a circa 8000 anni a. C..

    Il mito di Cerere risale a quello della dea greca Demetra; questa e l'egiziana Iside, quasi certamente sono a loro volta collegate al culto di Cibele, l'antica "dea madre" delle popolazioni dell'Asia Minore.

    La Bibbia in moltissime occasioni parla di cereali o loro derivati (farina, focacce, pane), riferendosi ovviamente, a quelli coltivati fin dai tempi antichi in Israele, Egitto, Mesopotamia. Le piante sono quattro, o forse cinque specie. La corrispondenza dell'antico nome ebraico con il nome botanico in qualche caso è sicura, in altri dubbia.

     

    IL MIGLIO (Panicum miliaceum) e PANICO (Panicum italicum) sono due specie biologicamente vicine e nelle citazioni antiche possono essere indicate con lo stesso nome "Dohan" (anche se il miglio è più probabile). Queste Graminacee originarie dell'Asia centro-meridionale sono state forse uno dei primi "grani" utilizzati dall'uomo: la loro coltivazione richiede pochissime cure, quindi è adatta a popolazioni primitive e seminomadi.

     

    IL SORGO (Sorgum durra e specie affini) è una pianta con grosse pannocchie, di origine africana (dove è tuttora molto diffusa), anche questa di facile coltivazione: in ebraico è "durah" e non risulta sicuramente nella Bibbia, ma potrebbe essere un'alternativa di "dohan".

     

    L'ORZO (Hordeum vulgare) corrisponde sicuramente all'ebraico "sa 'arah". Ha spighe abbastanza simili a quelle del grano; in confronto a questo, ha molto minori esigenze climatiche, tanto che si coltiva dalla Scandinavia all'Equatore. Era noto fin dai tempi antichissimi sia in Cina che nell'area Mesopotamica; ne fecero largo uso gli Assiri e Babilonesi, Ebrei, Greci e Romani, da solo o misto con altri cereali.

     

    pianteIL FRUMENTO (il GRANO per eccellenza) dal punto di vista botanico appartiene al genere Triticum: un genere che comprende numerose specie, attualmente classificate su base citologica (cioè dal numero dei cromosomi) in tre grandi gruppi, dai quali derivano tutte le qualità coltivate. Oggi in tutto il mondo si coltiva prevalentemente il Triticum vulgare o sativum, cioè il grano tenero per farina da pane; ma un tempo erano assai più diffusi il Triticum durum (grano duro), il Triticum monococcum o farro piccolo, il Triticum dicoccum o grande farro, il Triticum spelta o spelta ed altre specie asiatiche ed africane oggi scomparse. In genere, l’ebraico “hittah” viene tradotto come grano; “kusemet” come farro o spelta.

    I testi biblici si riferiscono talvolta ad un solo cereale, più spesso ad un gruppo di essi.

    Per esempio, la ricca agricoltura egiziana è descritta con precisione a proposito di una delle "piaghe d'Egitto" inviate per punire il Faraone:

    "fece piovere grandine su tutto il paese... il lino e l'orzo furono colpiti, perché l'orzo era in spiga e il lino era in fiore, ma il grano e la spelta non erano stati colpiti, perché tardivi..." (Es. 9,25-31).

    L'importanza dell'orzo nel territorio della Giudea risulta evidente nella storia di Rut, un piccolo libro ambientato all'epoca dei Giudici, che ancor oggi nella tradizione ebraica si legge nella festa "delle settimane" o "della mietitura".

    Noemi, una donna di Betlemme, era emigrata nella terra di Moab con il marito e due figli, che sposano donne moabite; gli uomini della famiglia muoiono e Noemi decide di tornare alla sua terra. Una delle sue nuore, Rut, la segue affermando:

    "dove vai tu andrò anch'io, dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio..." (Rut 1,16).

    Ed esse:

    "arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mieter l'orzo" (Rut 1,23).

    La giovane va a spigolare l'orzo in un campo che appartiene a Booz, un parente della suocera; questi, saputa la sua storia, la protegge ordinando ai suoi servi:

    "lasciatela spigolare tra i covoni e non le fate affronto, anzi lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli..." (Rut 2,23-26).

    Infine Booz riscatta la terra di Noemi e sposa Rut; dal loro matrimonio nasce un figlio che sarà padre di Jesse, che è padre di Davide. Così Rut la moabita diviene, attraverso Davide, un'antenata del Messia.

     

    In tutte le storie dell'Antico e del Nuovo Testamento è evidente una stretta interdipendenza tra l'uomo e la terra, e di entrambi da Dio: gli alberi da frutto e i cereali - le piante più necessarie alla vita dell'uomo - sono quelle che esprimono più concretamente questo rapporto.

    Le principali feste religiose ebraiche accompagnano i ritmi agricoli: la "festa degli azzimi", cioè la Pasqua, in primavera; quella "della mietitura" o "delle settimane", a distanza di sette settimane o cinquanta giorni dalla Pasqua (da cui il nome greco "Pentecoste"); quella "del raccolto" o "delle capanne" in autunno. Lo schema di queste celebrazioni viene dettato a Mosè prima della partenza dall'Egitto (Es. 12,8-23, 14-17); il rituale è poi precisato in Deuteronomio (16) e in Levitico (2 e 3).Gesù si serve del tema della "semina" e del raccolto in due importanti parabole: quella del "seminatore", in cui la Parola di Dio è paragonata ad un seme che può cadere in un luogo sassoso o tra spine o in un terreno buono (Mt. 13,3-8; Mc. 4,3-8; Lc. 8,5-8) e quella della "zizzania" seminata dal nemico (il diavolo) insieme con il seme buono (Mt. 13,24-30).

    Ma i significati simbolici e trascendenti sono collegati soprattutto al principale prodotto del grano (o di altri cereali): il pane.

    IL PANE DA ABRAMO A GESU'

     

    Il pane ha un posto importante in tutta la tradizione ebraica e cristiana. Ancora oggi, gli Ebrei prima di mangiare recitano la benedizione: "Benedetto sei tu, Signore, che fai uscire il pane dalla terra"; e i cristiani pregano, secondo l'insegnamento di Gesù: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Nelle Scritture i vari significati del pane (concreto, simbolico, trascendente) si alternano e talvolta si sovrappongono.

    In Genesi leggiamo che:

    "Melchisedec, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram..." (Gn. 14,17-18).

    In questa emblematica figura del re-sacerdote dal nome cananeo molti hanno voluto vedere un'anticipazione del Messia e del sacrificio Eucaristico.

    Poco dopo, sempre in Genesi, assistiamo a una scenetta familiare: ad Abramo, presso le Querce di Mambre, si presentano "tre uomini" ed Abramo dice loro:

    "accomodatevi sotto l'albero e permettete che vada a prendere un boccone di pane... poi andò in fretta nella tenda da Sara e disse: presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce..." (Gn. 18,4-7).

    Gli antichi ebrei usavano infatti mangiare pani (o piuttosto focacce) piccoli e rotondi, non lievitati, preparati dalle donne.

    Ben diversa la situazione in Egitto, dove fu portato Giuseppe, poi raggiunto dai suoi fratelli. Tra i popoli dei “grandi fiumi”, gli antichi egiziani furono senza dubbio quelli che maggiormente valorizzarono il grano. Il Nilo era il grande protagonista dell’agricoltura: le stagioni venivano denominate, secondo il comportamento del fiume, “inondazione”, “germinazione del seme”, “raccolta del grano”. Fu creato un complesso sistema di irrigazione e fu perfezionato il primitivo aratro. Gli Egiziani furono i primi a fabbricare il pane. Probabilmente fu accidentale – e ritenuta di origine magica – la scoperta che la pasta inacidita faceva fermentare l’impasto; comunque, quando altri popoli usavano ancora i cereali abbrustoliti o in focacce, gli Egiziani già cuocevano in forno diverse qualità di pane. Scritti e pitture murali ce ne danno testimonianza. Il Faraone era il “signore del grano”; il pane era l’elemento fondamentale dell’economia nazionale e con varie quantità di pane e di birra si pagavano operai, funzionari, sacerdoti. Il pane veniva offerto agli dei e veniva posto nella tomba dei defunti.

    Alla lavorazione erano addetti operai specializzati. Quando Giuseppe è messo in prigione, insieme con lui c’è il “capo dei panettieri” che gli racconta di aver sognato:

    “tre canestri di pane bianco, e nel canestro che stava di sopra ogni sorta di cibi per il Faraone, quali si preparavano dai panettieri...” (Gn. 40,16-17).

     

    Nella predicazione di Gesù il pane – sia concreto che simbolico – ha un posto importantissimo.

     

    Il pane per gli affamati.

     

    Davide, quando si reca a Moab, chiede al sacerdote Achimelech se ha del pane per sfamare i suoi uomini e il sacerdote:

    “gli diede il pane sacro, perché non c’era altro pane che quello dell’offerta” (I Sam. 21,4-7).

     

    Gesù si riferisce a questo precedente nell’episodio delle “spighe strappate”, narrato nei Vangeli:

    “passo tra le messi in giorno di sabato e i suoi discepoli ebbero fame, e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano; ciò vedendo, i farisei dissero: ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito… ed Egli rispose: non avete letto quello fece Davide, quando ebbe fame insieme  con i suoi compagni, come entrò nella casa di Dio e mangiò il pane dell’offerta che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa di più grande del tempio; se aveste compreso che cosa significa “misericordia io voglio e non sacrificio”, non avreste condannato individui senza colpa…” (Mt. 12,1-8; Mc. 2,23-28; Lc. 6,1-5).

     

    Una prima “moltiplicazione dei pani” viene compiuta dal Signore per mezzo di Eliseo.

    “Da Baal-Salisa venne un uomo che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani d’orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: dallo da mangiare alla gente. Ma colui che serviva disse: come posso mettere questo davanti a cento persone? Quegli rispose: dallo da mangiare alla gente, poiché così dice il Signore; ne mangeranno e ne avanzerà ancora” (II Re 4.42-43).

     

    Gesù compie la moltiplicazione dei pani presso il lago di Tiberiade, dove una grande folla (quattro o cinquemila uomini) lo ha seguito. La scena, pur essendo sostanzialmente uguale (Gesù benedice il pane e i pesci, li fa distribuire e tutti si saziano) è narrata nei Vangeli con qualche variante: in Luca e in Giovanni l’episodio avviene una sola volta, ci sono cinque pani e due pesci ed avanzano dodici ceste di pane; in Matteo e in Marco il miracolo si ripete due volte e in una di queste compare il numero sette per i pani e per gli avanzi. Secondo i commentatori, si tratterebbe di due diverse tradizioni: dodici è il numero delle tribù d’Israele e degli Apostoli, mentre il sette allude alle nazioni di Canaan e ai diaconi ellenistici (Mt. 14,13-21 e 15,32-39; Mc. 6,30.44 e 8,1-9; Lc. 9,10-17; Gv. 6,11-13).

     

    Non di solo pane …

    Prima di iniziare la sua predicazione, Gesù si ritira nel deserto e digiuna per quaranta giorni: il diavolo, come prima tentazione gli propone:

    “se sei il Figlio di Dio, fa che queste pietre diventino pane …”

    Gesù lo respinge dicendo:

    “sta scritto, non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt. 4,1-4; Lc. 4,3-4; Mc. 1,12-13).

    Come molte volte, il messaggio di Gesù si collega alle scritture: in questo caso, al monito di Mosè al suo popolo:

    “ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna che non conoscevi e che i tuoi padri non avevano conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di quanto esce dalla bocca del Signore…” (Dt. 8,2-3).

     

     

    Il pane di vita.

    Dopo aver compiuto la moltiplicazione dei pani ed altri miracoli, Gesù si rivolge alla folla nella sinagoga di Cafarnao ed afferma:

    “in verità vi dico, non Mosè vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero; il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo… Io sono il pane della vita, io sono il pane vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno…” (Gv. 6,32… 48).

    E’ il discorso che prelude all’istituzione dell’Eucarestia nell’ultima cena (Mt. 26,26; Mc. 14,22; Lc. 22,19). Anche dopo la morte e risurrezione di Gesù, ad Emmaus, i discepoli lo riconoscono quando a tavola spezza il pane e lo dà a loro (Lc. 24,30).

     

    I LEGUMI

    La parola “legumi” comprende varie specie di semi commestibili, ottenuti da piante di quella grande famiglia che si chiama appunto delle “Leguminose”. Le leguminose comprendono migliaia di specie, diffuse in tutto il globo e molto diverse per aspetto e dimensioni: hanno in comune i fiori a forma di farfalla (sono dette anche papillonacee) e i semi contenuti  in una capsula apribile in due valve (il legume o baccello).

    LE LENTICCHIE (lens culinaria o lens esculenta) sono i legumi di dimensione più piccola, ma anche quelli con la storia più antica: sono state trovate in giacimenti dell’epoca neolitica presso Gerico, in tombe egiziane del 3000 a. C., nella zona dell’antica Troia. Crescono anche in terreni aridi, ma vogliono clima caldo. Il seme può essere di vario colore; la sua forma biconvessa ha dato il nome alle lenti ottiche. Nella Bibbia la lenticchia (in ebraico “adasah”) è famosa per l’episodio di Esaù che vende la sua primogenitura.

    “Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe: lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa: Giacobbe disse: vendimi subito la tua primogenitura. Rispose Esaù: ecco sto morendo, a che mi serve allora la mia primogenitura? Giacobbe allora disse: giuramelo subito. Quegli giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe” (Gn. 25,29-34).

    I CECI (Cicer arietinum) sono anch’essi di antica origine asiatico-mediterranea: le virtù energetiche di questo legume erano molto apprezzate, tanto che il latino “cicer” deriva dal greco “Kikis” che significa “forza” e l’appellativo “arietinum” allude all’ariete: il nome ebraico “homis”, simile all’arabo “humus”, può essere riferito a questa pianta: è citato i Isaia 30,24.

    LE FAVE (Vicia Faba) sono un altro legume molto antico, utilizzato in vario modo nell’alimentazione dei popoli del medio oriente e del mediterraneo. In ebraico è “pol”.

    Per rifocillare Davide e i suoi, che avevano patito fame e stanchezza, quando giungono a Macanaim vengono portati loro i cibi fondamentali di quella terra:

    “grano, orzo, farina, grano arrostito, fave, lenticchie, miele, latte acido e formaggio di pecora e di vacca…” (2° Sam. 27-29).

    Al profeta Ezechiele, come annunzio dell’assedio di Gerusalemme viene prescritto di rimanere incatenato e mangiare un pane fatto di: “Grano, orzo, fave, lenticchie, miglio e spelta in quantità razionata” (Ez. 4,9-10).

     

    GLI ORTAGGI

    C’è un’occasione in cui il racconto biblico nomina una serie di ortaggi. Quando dopo qualche giorno di cammino nel deserto, il popolo comincia a lamentarsi:

    “Chi ci potrà dare da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio… ora i nostri occhi non vedono altro che questa manna…” (Nm. 11,4-6).

    piantepianteL’AGLIO (Allium sativum), ebraico “sum”; il PORRO (Allium porrum), ebraico “hasir” e la CIPOLLA (Allium cepa), ebraico “basal”, sono stati coltivati fin dai tempi più remoti nel Medio Oriente e in Egitto; particolarmente la cipolla, considerata indispensabile per l’alimentazione degli operai, è presentata spesso in dipinti delle tombe egizie.

    pianteIL MELONE (Cucumis melo), ebraico “qisu ‘im” e il COCOMERO (citrullus vulgaris) ebraico “abattiah” erano molto diffusi in Egitto: è comprensibile che specialmente il secondo, per il suo alto contenuto di acqua, fosse rimpianto nel deserto.

    LE ERBE AMARE, in ebraico “maror”, ritualmente prescritte insieme con l’agnello nella celebrazione della Pasqua, sono molto probabilmente delle CICORIE (Cichorium endivia e Cichorium pumila), forse anche il TARASSACO o dente di leone (Taraxacum officinalis).

     

    Erbe aromatiche.

    Molte ERBE AROMATICHE sono menzionate nella Bibbia.

    Una delle più ricche di significato è l’ISSOPO (Origanum syriacum): una pianticella erbacea con piccoli fiori bianchi, che cresce spontaneamente in terreni aridi e sassosi, ed è sempre stata usata in tutto il Medio Oriente per insaporire i cibi e come digestivo. Il nome ebraico “ezob” e nella tradizione biblica il suo significato principale è quello di purificazione. Nelle prescrizioni per la Pasqua dettate da Mosè, si legge che il Signore risparmierà dallo sterminio le case segnate dal sangue dell’agnello, spruzzato mediante un fascio d’issopo sull’architrave e sugli stipiti della porta (Es. 12,21-24). L’issopo è prescritto, insieme ad altri materiali, per la purificazione del lebbroso (Lv. 14,6) e di chi si è contaminato toccando un cadavere (Nm. 19,17). Nel famoso Miserere (Salmo 51) il peccatore invoca:

    “Purificami con issopo e sarò mondo, lavami e sarò più bianco della neve”.

    Il piccolo e pur tanto utile issopo è anche simbolo di umiltà, contrapposto alla grandezza e superbia rappresentata dal cedro.

    Altre erbe di cui si usavano – e si usano ancora – foglie e semi per aromatizzare i cibi sono il CORIANDOLO (Coriandum sativum), ebraico “gad” a cui viene paragonata la manna del deserto, la MENTA (Mentha longifolia), l’ANETO (Anethum graveolens) e il CUMINO (Cuminum cyminum). Questi ultimi venivano anche seminati nei campi, come ci ricorda Isaia (Is. 28,25). Gesù, nell’invettiva contro scribi e farisei ipocriti, dice:

    “guai a voi, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino e trascurate le prescrizioni più gravi della legge; la giustizia, la misericordia e la fedeltà…” (Mt. 23,23).

    Di un’altra pianta aromatica, la SENAPE (Brassica nigra) si serve Gesù per una delle sue parabole:

    “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senape, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma una volta cresciuto è più grande di tutti i legumi e diventa un arbusto, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano tra i suoi rami” (Mt. 13,31-32; Mc. 4,30-32; Lc. 13,18-19).

     

    SPEZIE E PROFUMI

    In tutta la tradizione dell’oriente hanno sempre avuto un posto notevole le spezie e gli aromi per aromatizzare i cibi, per profumare ambienti e persone, per onorare le divinità e i sovrani.

    La parola “profumo” deriva letteralmente dal latino “per fumum”, ossia in origine indicava l’odore piacevole del fumo ottenuto bruciando sostanze varie: resine, legni, semi, fiori secchi ecc.. Queste sostanze un tempo erano tanto richieste che alcune di esse viaggiavano fino a luoghi molto lontani dai paesi di origine ed erano considerate preziose come l’oro e le gemme.

    L’uso di bruciare aromi – di cui è prototipo l’incenso – nei riti religiosi è antichissimo: si ritrova in India e in Persia, in Siria e in Egitto. Gli egiziani usavano elaborate misture sia per le cerimonie di adorazione a Ra (il dio del Sole) che per l’imbalsamazione delle mummie: in questa però era escluso l’incenso, riservato al culto divino.

    Scorrendo i vari passi della Bibbia che citano gli aromi, è possibile leggere il progresso storico dal primitivo uso di sacrifici animali fino all’omaggio dei Re Magi a Gesù Bambino e poi ai turiboli delle nostre chiese. Una prima menzione di resine aromatiche si trova nella suggestiva scena che fa da sfondo alla vendita di Giuseppe da parte dei suoi fratelli: questi, dopo aver gettato Giuseppe in una cisterna:

    “videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di  (in italiano) laudano …” (Gn. 37,25).

    Qui si tratta di prodotti esistenti nella zona di provenienza dei cammellieri, o poco lontano. La RESINA indica molto probabilmente quella ottenuta dall’Astrogalus gummifer, una delle tante specie di Astragali che abbondano nel Mediterraneo e Medio Oriente. BALSAMO si riferisce alla secrezione gommosa della Balanytes egiptica, un arbusto che cresce nelle zone attorno a Gerico e altre pianure calde. Il  Laudano che compare nelle nostre Bibbie è certamente il LADANO, cioè la resina ottenuta dal Cistus ladamifera. Il genere CISTUS (famiglia Cistaceae) comprende varie specie di cespugli, tipici delle zone costiere e collinari dell’Asia Minore e del Mediterraneo, che in primavera si coprono di fiorellini bianche e rosa. Anticamente erano molto apprezzati per la resina contenuta nelle capsule dei semi: questa si estraeva mediante funi e rastrelli di cuoio o addirittura, secondo una curiosa tradizione, dalla barba dei caproni che si facevano passare in mezzo ai cespugli. Alcuni autori ritengono che la MIRRA, (in ebraico “lot”), citata più volte nell’Antico Testamento sia il ladano invece che la mirra tropicale. Più tardi, quando Giuda deve tornare in Egitto da Giuseppe con i suoi fratelli e con Beniamino, il padre consiglia di portare in dono i:

    “prodotti più scelti del paese: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano (ladano), pistacchi e mandorle …! (Gn. 43,11).

    Confermando così l’origine locale di questi prodotti.

    La MIRRA vera è invece una gommoresina estratta dalla Commyfora abissinica (famiglia Burseraceae), un albero che vive in alcune regioni dell’Africa e dell’America tropicale.

    L’INCENSO proviene da una pianta della stessa famiglia, la Boswellia carteri o Boswellia sacra, diffusa in Arabia, Somalia, Abissinia: è un cespuglio di media grandezza, da cui si estrae per incisione il vero incenso o Frankincense, che veniva importato in Israele ed in Egitto. In ebraico è indicato con la parola “lebonah”, mentre “kethoreth” significa una miscela di aromi (tra cui l’incenso) usata nell’olio dell’unzione sacerdotale e bruciata nelle offerte rituali. Di queste preparazioni viene data la ricetta precisa per l’olio dell’unzione:

    “mirra vergine per il peso di  cinquecento sicli, cinnamoro odorifero duecentocinquanta sicli, canna odorifera duecentocinquanta, cassia cinquecento sicli e un hin di olio di oliva”;

    per il profumo da bruciare:

    “storace, onice, galbano come balsami e incenso puro, tutto in parti uguali” (Es. 30,23-25; 34-35).

    Anche ad Aronne viene prescritto di bruciare incenso nel sacrificio di espiazione (Lv. 16,12-13).

    Tra le piante aromatiche prescritte, oltre all’incenso, per gli antichi rituali alcune sono originarie dell’Asia Minore e Mediterraneo: lo STORACE, resina odorosa dello Sturax officinalis, famiglia Storacaceae e il GALBANO, estratto dalla Ferula galbanifera, famiglia Ombrellifere.

    Il CINNAMOMO odorifero e la CASSIA provengono invece da lontano. Il primo è la CANNELLA (Cinnamomum zeylanicum, famiglia Lauraceae), in ebraico “kinamom”; è la corteccia di un albero che cresce a Ceylon e nello Shri –Lanka ed era una delle spezie più pregiate.

    La CASSIA (Cinnamomum cassia) ebraico “qiddah”, viene da un albero della stessa famiglia, più grande ma meno prezioso, che vive in India e in Indocina. Alla stessa famigli di queste due specie appartiene l’albero della canfora (Cinnamomum canfora).

    La CANNA ODOROSA Calamo aromatico ( Acorus calamus, famiglia Araceae). L’ONICE  è invece “ONICA” o Unghia odorosa: una conchiglia a forma di unghia, che emana profumo quando si aprono le valve.

    Altre essenze odorose che sono l’ALOE (Aloe vera), una pianta della famiglia delle Liliaceae che cresce nei climi caldi; il NARDO, in ebraico “nerd” estratto dal Nardostachis jatamansis che cresce sulle montagne dell’India; lo ZAFFERANO (Crocus sativum) ebraico ”habaselet” indigeno dell’Asia Minore.

    L’uso di tutti questi profumi non è riservato soltanto alle cerimonie sacre. Un gruppo di essi compare nel Salmo 45: forse un inno per un matrimonio regale (Salomone? Acab?), interpretato da taluni in chiave messianica:

    “… il tuo Dio ti ha consacrato, con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali, le tue vesti sono tutte mirra, aloe e cassia, dai palazzi d’avorio ti allietano le cetre …” (Ps. 45,8-9).

    Tutti gli aromi più preziosi sono compresi nella bellissima dichiarazione d’amore del  Cantico dei cantici:

    “Giardino chiuse tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cifro con nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamomo con ogni specie d’alberi da incenso; mirra e aloe con tutti i migliori aromi” (Ct. 4,12-14).

    Segno di onore per il Re dei Giudei sono i doni portati dai Magi:

    “aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra” (Mt. 2,11).

    I Padri della Chiesa li interpretarono come simboli della regalità, della divinità e della passione di Cristo.

    L’uso di unguenti profumati vigeva ancora al tempo di Gesù, come testimonianza l’episodio dell’unzione di Betania:

    “Maria allora, prese una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri? Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: Lascia fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. “ (Gv. 12,1-8; Mt. 26,6-16; Mc. 14,3-9).

    Dopo la morte di Gesù, i suoi vollero, secondo l’usanza, imbalsamare il suo corpo. I Vangeli narrano l’episodio con qualche variante: secondo Marco:

    “passato il Sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per imbalsamare Gesù (Mc. 16,1)  e lo stesso in Luca: “le donne prepararono aromi e oli profumati … il primo giorno dopo il Sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba portando gli aromi che avevano preparato …” (Lc. 24,1).

    Secondo Giovanni, invece, il compito pietoso fu svolto da due uomini: Giuseppe d’Arimatea (che anche negli altri testi porta via il corpo di Gesù) e Nicodemo, che:

    “portò una mistura di mirra  e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei” (Gv. 19,39-40).

     

    piante

II simbolismo dell’albero

 

alberi

 

Per cercare ora di dare una certa concretezza a tutto quello che abbiamo sino ad ora simbolo dell’albero. L'ho scelto, fra altri simboli altrettanto importanti che come l’albero rivelano una misteriosa profondità.
Questi simboli essenziali e cosmologici, in realtà non sono moltissimi, anzi direi che possono essere ricondotti a cinque o sei, oltre all’albero, troviamo certamente le figure semplici (il cerchio, il quadrato, la croce, il centro, la stella) e figure complesse (il cosmo, il mare, il tempio) oggetto quest'ultimo dei nostri prossimi incontri.
Torniamo all’albero ...


Innanzitutto vediamo il simbolismo naturale dell’albero. L’albero è il simbolo
perfetto di vita, piantato nel paradiso, in elevazione verso i cieli, vivificatore di tutto l’universo.
Sono queste le immagini evocate spontaneamente dall’albero in ogni uomo, sensazioni profonde tipiche di un simbolismo essenziale. L’albero è il mistero della verticalizzazione, della crescita prodigiosa verso il cielo, della perpetua rigenerazione, la costante vittoria sulla morte, l’espressione perfetta del mistero della vita che continuamente rinasce (spiegazione della figura dell’albero dalla Camera delle offerte, pag. 309 dei Simboli del Medioevo).
Nella Bibbia sono moltissime le citazioni degli alberi sacri, che per la loro sacralità rivestono un ruolo fondamentale: il cedro del Libano, l’ulivo, il pioppo, il cipresso ...
(citazione Ezechiele pag. 313 de I Simboli del Medioevo).

In molte tradizioni, religiose o mitologiche, accanto all'albero troviamo molto spesso un serpente o un animale feroce. Esso impedisce all’uomo di accostarsi all’albero e normalmente sbarra l’accesso all’albero della vita, alla Fontana di Gioventù o al Paradiso. lstintivamente I'uomo sperimenta, anche al di fuori di ogni Rivelazione, che l’invincibile nostalgia che prova per una condizione rinnovata, affrancata dal male, dal peccato e dalla morte, non avviene senza una conquista difficile, senza una lotta contro le forze del male, forze misteriose che agiscono nel mondo e nell’uomo stesso.
Tale è la storia di Ercole, che per impadronirsi delle mele d’oro delle Esperidi deve vincere il mostro che le custodisce. II vello doro della Colchide è anch’esso protetto da un dragone e Giasone deve ucciderlo per impadronirsene. I serpenti vegliano nella lontana Scizia sul tesoro di Apollo e custodisco i tesori nascosti sottoterra o i diamanti e le perle del fondo dell’oceano.
Nel contesto biblico il serpente si trova accanto all’albero del Paradiso; in molti casi è un serpente drizzato, modello perfetto, simbolo perfetto di quel peccato di elevazione nel quale il tentatore si sforza di trascinare i nostri progenitori (foto capitello di Moirax).

L'albero di Jesse

L'allegoria dell’albero è molto sfruttata anche nella Bibbia, soprattutto con la famosa simbologia dell’albero di Jesse. II re Davide figlio di Jesse e capostipite della discendenza da cui scaturirà il Messia è spesso rappresentato mentre dorme e sogna, dal suo petto esce un albero. Nel suo simbolismo naturalistico ralbero, in questo caso, si presta ad evocare il mistero delle vita e della redenzione (descrizione del Leggendario di Citeaux, pag. 354 de I simboli del Medioevo).
L'albero di Jesse in questo caso diventa un albero "mariano". E' l’albero della chiesa universale, paradisiaco per natura. L’albero della vita celato in mezzo al paradiso è cresciuto in Maria. Uscito da Lei, ha esteso la sua ombra sull’universo, ha sparso suoi frutti sui popoli più lontani, come su i più vicini. Calbero di Jesse è un albero che rimane carico dei suoi valori di sacralità naturale, ed è latore di promesse storiche divine.

 

alberi

"Oh, come desidero ardentemente crescere
Guardo fuori
E l'albero dentro di me cresce"
(Rainer Maria Rilke)

E' esistita un'epoca in cui le piante erano considerate la manifestazione più concreta e immediata della divinità: alle piante gli uomini chiedevano protezione e conforto, illuminazione e consiglio, e intorno ad esse fiorirono miti e leggende in cui si fondevano mirabilmente il Mistero della Vita e il Mistero del Divino.
Albero della Vita, Albero della Conoscenza, Albero del Bene e del Male, Albero della Cabala ... Albero che con la sua verticalità unisce il cielo alla terra, il sacro al profano, il visibile all'invisibile... Albero che è espressione stessa della vita che si rigenera incessantemente. Albero che come l'uomo ha il destino di dover realizzare pienamente la sua forma, di diventare un'entità perfetta e compiuta.
Mistici e sciamani, saggi, filosofi, artisti e alchimisti hanno da sempre legato alla simbologia dell'albero le eterne e inquietanti domande dell'uomo: il Bene e il Male, la Vita e la Morte, la Conoscenza, la Trasmutazione, I'Umano e il Divino. Oggi, a fronte di un equilibrio ecologico quasi distrutto, l'uomo rinnova il suo interesse per l'albero per ragioni puramente utilitaristiche di sopravvivenza, ma nel profondo del suo essere è incisa una simbologia millenaria che tornerà a vibrare e a guardare gli alberi e la natura con amore.

Albero Cosmico:
"Si sviluppa in maniera rotonda, dando pian piano al proprio essere, la forma che elimina la volubilità del vento" Rainer Maria Rilke
Mircea Eliade, storico delle religioni, ha evidenziato come tutti gli aspetti del comportamento umano legati al mito, riflettono il desiderio di cogliere la realtà essenziale del mondo e le origini delle cose, il "centro", il punto di inizio assoluto quando furono creati gli uomini e il mondo. Nel linguaggio simbolico, questo punto è l'ombelico del mondo, l'uovo divino ecc. ma viene spesso immaginato come un asse verticale o asse cosmico che, situato al centro dell'universo, attraversa il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. L'immagine di un asse cosmico è antichissima - pare che risalga al IV o III millennio avanti Cristo - e diffusa in tutto il mondo sotto forma di pilastro, o palo, di albero e di montagna.
L'albero cosmico - simbolo del mondo - mediatore tra le profondità della terra e le altezze dei cieli, non appartiene solo alla nostra cultura Giudaico-ellenica: nell'India antica, l'universo è rigorosamente ordinato attraverso gli alberi. Per la tradizione indiana infatti l'universo si divide in 7 continenti concentrici, ognuno è circondato da un oceano e ognuno porta il nome dell'albero da cui gli abitanti traggono benefici.

C'è però un altro rapporto tra il mondo e l'albero: il legno. Legno per fare il fuoco, per riscaldare e quindi associato al fumo che sale verso il cielo, ma anche legno come materia prima per l'artigiano, legato alla conoscenza teorica e pratica e quindi alla Saggezza.
Esiste infatti una omonimia completa tra il sostantivo "scienza" e il sostantivo "legno" in tutte le lingue celtiche, mentre nella tradizione ebraica si trova un rapporto tra l'albero e la parola. Si legge nello Zohar o "Libro dello splendore: "Nell'epoca messianica, la Colonna centrale assicurerà il nutrimento per ciascuno... L'albero della vita sarà allora piantato nel centro del giardino e si realizzerà La Parola; egli prenderà anche dell'albero della Vita, ne mangerà e vivrà in eterno."
E' attraverso l'albero quindi che si deve realizzare il mondo che verrà; e nutrirsi dell'albero significa assorbire la sostanza del mondo e la conoscenza assoluta.

La totalità della simbologia cristiana ruota attorno a quel simbolo fondamentale che è la croce; il palo esprime la verticalità, l'albero che si innalza dalla terra verso il cielo (e in certe rappresentazioni della crocifissione Cristo non è inchiodato su una croce, ma su un albero). C'è però da notare che sia l'albero cosmico che la croce sono simboli universali: nelle leggende orientali infatti, la croce è la scala sulla quale le anime degli uomini salgono verso Dio. Ci sono rappresentazioni in cui il legno della croce ha 7 gradini, così come gli alberi cosmici rappresentano 7 cieli. Questo stesso senso cosmico della croce è presente nell'arte africana e nei suoi motivi cruciformi. Prima di tutto comunque, la croce ha un senso cosmico totale; perché indica i 4 punti cardinali.
Gli storici moderni ritengono che Cristo sia stato crocefisso su un palo, trasformato in croce più per effetto del mito che della storia: Cristo sacrificato, al centro del mondo, sull'albero cosmico che congiunge il cielo alla terra e situato all'incrocio orizzontale dei raggi delle 4 direzioni, omologo all'Albero della Vita che si erge al centro del giardino dell'Eden all'inizio dei tempi. Lo stesso Stupa Buddista è l'immagine del cosmo attraversato dall'axis mundi. Nelle più antiche rappresentazioni delle tentazioni di Buddha, Buddha stesso non appare: essendosi unito al sacro che irradia in tutto il cosmo, egli è meglio raffigurato dall'albero cosmico.
Cristo, Buddha e Maometto compirono la loro ascesa partendo dal centro e salendo lungo l'axis mundi.

L'energia vitale dell'albero è associata anche ai poteri femminili della creazione, nella maggior parte delle tradizioni; per estesione, è associato alla terra (principio femminile) e al cosmo, poiché, come l'albero, il cosmo si rigenera incessantemente ed è sorgente inesauribile di vita, che include tutte le cose in una dinamica creatrice.
Nelle civiltà pre-indiane, l'albero cosmico è rappresentato dal Ficus Religiosa, nei cui pressi stanno delle dee nude... motivo questo che si ritrova nelle leggende cristiane dove l'albero, simbolo femminile ha origine dalla terra madre. In numerosi miti infatti, l'uomo nasce dall'albero e, alla sua morte, viene sepolto in un albero cavo, restituito quindi alla dea - madre - albero che lo partorì.
Nelle religioni arcaiche, l'albero è l'universo; nella tradizione indiana è la manifestazione del Brahma nel cosmo; secondo le Upanishad, i suoi rami "sono l'etere, l'aria, il fuoco, l'acqua, la terra."


Albero di illuminazione e luce

Gaston Bachelard: “L'immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E' radici e rami. Vive tra terra e cielo. Vive nella terra e nel vento”.

L'albero immaginato diviene impercettibilmente cosmologico, epitome e creatore di un universo. Spesso l'albero del Mondo - o Albero Cosmico - è descritto come "colonna di fuoco", simbolo dell'illuminazione intellettuale e spirituale e Platone stesso, lo descrive come "Asse luminoso di diamante".
Nelle varie tradizioni gli alberi appaiono come "pegno" di resurrezione e di immortalità: il "ramo d'oro" dei Misteri antichi, l'acacia delle iniziazioni massoniche, le palme della tradizione cristiana e più in generale tutti gli alberi sempreverdi e quelli che producono gomme o resine.

In tempi più arcaici, i luoghi sacri rappresentavano il cosmo in miniatura; erano fatti di alberi, pietre e acqua, oppure di un recinto sacro che conteneva un altare, una pietra e un albero, come se ne trovano ancor oggi in India. Fu su un simile altare, ai piedi di un albero sacro che Buddha sedette quando, sacrificando il proprio sé individuale, ottenne l'illuminazione. Tale albero divenne un albero sacro, albero Bodhi, o albero dell'illuminazione, la cui talea è stata trapiantata e cresce tuttora.
L’albero dell'Illuminazione di Buddha è l'immagine dell'infinita rigenerazione del cosmo da un'unica fonte trascendente, mentre l'albero cosmico cinese è rappresentato curvo su se stesso come per raccogliere le forze e la concentrazione per l'ascesa.
Intorno a un albero, o a un grande palo, gli Indiani Nordamericani compivano molti riti con cui rafforzavano il loro legame con il mondo sacro, il più famoso è forse la "Danza del Sole".

Gioachino da Fiore era un mistico e un contemplativo, il cui pensiero fu plasmato da una serie di illuminazioni; tra queste la più importante fu quella che egli ebbe mentre stava studiando il libro dell'Apocalisse, in cui Giovanni descrive la sua visione dell'Albero della Vita. L'albero che gli apparve divenne l'immagine generatrice della sua concezione dinamica della storia, e cioè di un processo di sviluppo ascendente in tre stadi, ciascuno associato a una persona della Trinità e ognuno dei quali si sviluppava sul completamento dello stadio precedente. I seguaci di Gioachino fissarono al 1260 l'inizio dell'ultima era - quella dello Spirito Santo... ed è un fatto curioso che alcuni storici ravvisino oggi, in quegli stessi anni, l'inizio dell' "Era Moderna".

Il grande pioniere della pittura moderna, Vassily Kandinsky, si serve dell'albero trinitario di Gioachino da Fiore per illustrare la propria visione sull'evoluzione spirituale dell'arte.

L'arte non consiste di nuove scoperte che cancellano le precedenti, ma di uno sviluppo organico fondato su una precedente saggezza... cosi come il tronco dell'albero non diventa superfluo per lo spuntare di un nuovo ramo. In occasione di un'esposizione, il grande amico di Kandinsky, Paul Klee, si serve della parabola dell'albero per esprimere il concetto del processo che opera nell'artista: "l'artista si limita, al suo posto nel tronco dell'albero, a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre"; in altre parole, Klee vide nella creatività umana, semplicemente la prosecuzione del processo cosmico. E Carl Gustav Carus nel 1800 descrisse la vita mentale di un essere umano come una pianta che, radicata al suolo dell'inconscio, cresce verso l'alto, protendendosi verso la luce divina di una maggiore coscienza." Lo stesso Mondrian produsse numerosi disegni e dipinti nei quali emerge l'aspetto cosmico dell'albero.

Gli alberi e i cespugli in fiamme sono ben noti nella storia delle religioni, poiché il sacro si manifesta spesso sotto forma di fuoco e di luce; Mosé, su istruzione diretta di Dio, foggiò il candelabro a 7 braccia, chiamato menorah, che -come l'albero cabalistico delle Sephiroth - simboleggia la luce divina. La menorah proviene, come altre forme dell'albero cosmico, dalla Mesopotamia; i 7 bracci sono legati al significato astrologico del numero 7 e cioè del numero dei corpi celesti conosciuti nell'antichità; secondo Filone di Alessandria, i rami curvi esterni del candelabro rappresentano le orbite dei pianeti, mentre l'asse centrale è il sole, la luce di Dio, da cui gli altri 6 traggono luce e gloria; le 7 luci del menhorah sono anche i 7 occhi del Signore, contemplati da Zaccaria nella sua visione del candelabro d'oro, ritto tra due alberi d'ulivo che fornivano l'olio per far ardere le lampade. Questa associazione con l'albero di ulivo si trova anche nel Corano dove sta scritto che "un ulivo non appartiene né all'Oriente, né all'Occidente (si trova cioè nel centro del mondo) e può bruciare anche se nessun fuoco lo tocca."
"Ti prego, contempla con gli occhi dello spirito la piccola pianta contenuta nel chicco di grano e osservane tutte le circostanze, onde tu possa far crescere l'albero dei filosofi". Così scriveva un alchimista del XVII secolo.


L'albero delle Sephiroth

L'Albero delle Sephiroth è un ideogramma che collega tra loro 10 essenze di grande importanza metafisica, cui fanno ripetutamente riferimento sia la Bibbia, che il Nuovo Testamento, facendo supporre che, essendo il cuore stesso della conoscenza, siamo per questo incisi nella coscienza universale. L'albero delle Sephirot è formato da 3 triangoli sovrapposti - i nove angoli rappresentano 9 Sephirot - sormontate da un punto isolato, occupato dalla decima Sephirot.

Queste rappresentano, dall'alto verso il basso, il Mondo di Emanazione, di Creazione e di Formazione. La disposizione verticale simboleggia ancora una volta la totalità dell'albero e del corpo umano: la testa (Emanazione), il tronco (la Creazione) il ventre (la Formazione), le gambe e i piedi (il Regno). Ma l'albero delle Sephirot rappresenta contemporaneamente anche il cosmo: il tronco, il ventre e la testa nella persona; l'atmosfera, la terra e i cieli, nel mondo; il tronco è del soffio, la terra è dell'acqua, i cieli del fuoco. Si completa così il simbolismo dell'albero nella persona e dell'albero nel mondo.

Si ritrova infatti, pressoché ovunque nel mondo, la tradizione dell'albero rovesciato come simbolo del cosmo: il più antico testo cabalistico conosciuto, il 'Livre de Bahir', scritto intorno al 1180, afferma: "Tutte le potenze divine formano, come l'albero, una successione di anelli concentrici" ...e lo Zohar, scritto nel XIII secolo, dice: "L'albero della vita si estende dall'alto in basso e il sole lo illumina pienamente"; secondo Platone, l'uomo è una pianta rovesciata, le cui radici si estendono verso il cielo e i rami verso la terra; le radici dell'albero nella tradizione islamica affondano nell'ultimo cielo e i suoi rami si estendono al disotto della terra; i Lapponi nel corso di una cerimonia dedicata ai dio della vegetazione pongono presso l'altare un albero con le radici verso il cielo e le fronde a terra; in certe tribù australiane, gli stregoni piantavano un albero rovesciato; nelle Upanishad, l'universo è un albero rovesciato e il Rig-Veda precisa:
"Verso il basso si dirigono i rami, in alto si trova la radice; che i suoi raggi scendano su di noi!"

Dell'albero rovesciato parla persino Dante Alighieri nel "Purgatorio", descrivendo due alberi rovesciati, vicino al vertice della "montagna", immediatamente sotto il piano dove è situato il Paradiso terrestre... qui giunti, però, gli alberi appaiono raddrizzati, nella loro posizione normale. Quindi, questi alberi sono in realtà soltanto aspetti diversi dell'Albero Unico e appaiono rovesciati unicamente al disotto del punto in cui ha luogo la rettificazione e la rigenerazione dell'uomo.
In altre parole, ciò che "è in alto" (sfera principale o sopra - cosmica) si riflette in senso inverso in "ciò che è in basso'', come sulla superficie dell'acqua. Questo è confermato dal fatto che in certi testi tradizionali indù si parla di due alberi, uno cosmico e uno sopra – cosmico: uno considerato il riflesso dell'altro; e nello stesso "Zohar" si parla di un albero superiore e di uno inferiore.

L'albero rovesciato non è quindi solo un simbolo "macrocosmico", ma anche un simbolo microcosmico... ecco perché Platone dice che l'uomo è una "pianta celeste". Questo Albero Mistico, che racchiude nelle sue 10 Sephirot anche il simbolismo sessuale maschile e femminile, congiunge quindi i tre mondi di Dio, dell'uomo e dell'Universo: l'uomo e l'universo si riflettono a vicenda e entrambi si riflettono nell'Infinito. Secondo René Guenon, infine, le due disposizioni dell'albero "devono mettersi in rapporto a due punti di vista complementari e diversi a seconda che lo si guardi dal basso in alto, o dall'alto in basso; in altre parole, a seconda che si collochi dal punto di vista della manifestazione, o da quello del principio. Così, l'albero in posizione normale rappresenterebbe l'ascensione della materia nello spirito, l'albero rovesciato al contrario la discesa dello spirito nella materia: la sua incarnazione.
Roger Cook sintetizza molto bene la simbologia di questo concetto: "I cabalistici vedevano nella creazione la manifestazione esteriore del mondo divino interiore e l'albero rovesciato serviva loro a illustrare questa idea. Proprio come il seme contiene l'albero e l'albero il seme, il mondo divino contiene tutta la creazione e la creazione a sua volta il mondo nascosto di Dio."

In molte tradizioni, l'immagine del sole è collegata a quella dell'albero: il sole lascia l'albero all'inizio di un ciclo, e viene a posarvisi alla fine: l'albero è quindi la "stazione del sole", il "Roveto ardente" di Mosé, luogo di manifestazione della divinità; nello Zohar, l'albero è rappresentato come "Albero di Luce", e persino nella tradizione islamica nella Suraten Nur si parla di un albero "carico di influenze spirituali", che non è né orientale, né occidentale. Questo albero è un ulivo, il cui olio alimenta la luce di una lampada che simboleggia Allah "Luce dei cieli e della terra"... nel testo coranico è Allah sotto forma di luce ad illuminare i mondi, "Luce su luce", si legge nel testo.
Una luce sovrapposta, quindi, che evoca la sovrapposizione dei due alberi, il manifestato e il non manifestato, la luce nascosta nella natura dell'albero e la luce visibile della fiamma e della lampada: la prima "supporto essenziale della seconda".

Si comprende quindi nello studio simbolico del mondo antico, come sia oggi assurdo discutere di “vie” o religioni o filosofie più o meno giuste, illuminate o sante. L’uomo, nella sua lunga e faticosa strada, ai quattro lati del mondo – e forse dell’universo – ha trovato modo di rappresentare l’essenza profonda del rapporto con Dio e con la trascendenza con questo simbolo universale, semplice e complesso, ma sempre lineare. E in questa simbologia profonda sta forse il segreto di tutte le cose.

 

 

 

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