Parchi naturali nazionali e regionali

     

    Parchi naturali nazionali e regionali


    Tratto da wikipedia : Le aree naturali protette, chiamate comunemente anche oasi naturali, sono quelle aree di particolare interesse naturalistico, o storico-culturale, che rispondono a determinati criteri stabiliti dalla legge.

    Parchi nazionali

    sono costituiti da aree terrestri, marine, fluviali, o lacustri che contengano uno o più ecosistemi intatti, o solo parzialmente alterati da interventi antropici; e/o una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche d'interesse nazionale od internazionale, per valori naturalistici, scientifici, culturali, estetici, educativi o ricreativi, tali da giustificare l'intervento dello Stato per la loro conservazione.

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Parchi naturali nazionali e regionali

 

  • PARCO NAZIONALE DELLO STELVIO

    Anno di istituzione 1935  Superficie 134.620 ettari

    parchi naturali italianiSe le Alpi hanno un cuore, dev’essere dalle parti del parco dello Stelvio. Quest’area protetta si estende infatti nel mezzo delle Alpi centrali e comprende l’intero massiccio montuoso dell’Ortles-Cevedale, con le sue vallate laterali. Questo è un parco prevalentemente di alta montagna, trovandosi il suo territorio per tre quarti a quote superiori ai 2.000 metri. Le rocce che costituiscono le montagne del parco sono in parte rocce cristalline, antichissime, e in parte dolomitiche. Qui, nel settore lombardo del parco, si trova il più grande ghiacciaio delle Alpi (quello dei Forni, con una superficie di oltre 13 chilometri quadrati) ed anche più in generale la più importante concentrazione di ghiacciai delle Alpi centrali, ben 116. Alla presenza abbondante di ghiacci e nevi perenni sono pure legati i numerosi laghetti alpini, spesso di grande bellezza, e le acque di fusione che trasportano a valle enormi quantità di terra, ciottoli e detriti. Dai massicci montuosi discendono numerose valli, modellate dai ghiacciai o dalle acque dei torrenti, e più o meno colonizzate dall’uomo. Dalla val Venosta alla valle di Trafoi, sovrastata dall’Ortles, dalla lunga val Martello alla valle di Rabbi, alla celebrata Valtellina, sono tante e ciascuna caratterizzata da paesaggi, usi, tradizioni. Qui passavano le antiche vie di comunicazione con la pianura o i più elevati alpeggi, qui sono sorti villaggi e malghe ancora oggi, in parte, utilizzate per offrire ristoro e ospitalità agli escursionisti.

    La notevole estensione del parco e l’escursione altimetrica tra il punto più basso e la cima dell’Ortles (3905 m), insieme ai diversi suoli e a microclimi particolari, sono fattori che spiegano la grande varietà di vegetazione e flora. Gli studiosi hanno contato almeno 1.200 specie di piante superiori, 600 di funghi e 1.500 tra muschi e licheni e un’idea sufficientemente completa di questo universo multicolore è offerta dal giardino botanico Rezia, alla periferia di Bormio. Alle quote più elevate i fiori non sono molti, fatta qualche eccezione come per il ranuncolo dei ghiacciai (che cresce anche a 3.500 metri) dalla corolla bianco-rosata. Ancora in alto, ma sui conoidi di detriti o meglio sulle morene consolidate, si insediano sassifraghe, cuscini di silene, soldanelle, tipiche specie pioniere. Sulle praterie di quota si incontrano invece diverse associazioni erbacee, dove non è infrequente l’incontro con la stella alpina, la nigritella, diverse specie di genziana. Al di sotto dei 2.000 metri ha inizio la foresta di conifere, e qui a prevalere sono soprattutto l'abete rosso ed il larice: ma vi vegetano pure abeti bianchi, pini mughi e cembri. Sui fondovalle, le aree più umide sono popolate di ontani, e pure caratteristica è la vegetazione delle zone palustri e delle sponde dei laghetti, con specie come l'erioforo o la drosera, che si ciba d’insetti.

    parchi naturali italianiLe foreste costituiscono l’habitat ideale per la maggior parte delle specie animali presenti nel parco. Vivono ad esempio qui scoiattoli e picchi, galli cedroni e sparvieri, nocciolaie e civette capogrosso. La salamandra abita i recessi più umidi, mentre le radure e i dintorni degli alpeggi sono gli ambienti della vipera (sia il marasso che la vipera comune). Pure nel bosco vive il mammifero più rappresentativo del parco, il cervo, possibile da osservare (meglio se alle prime luci dell’alba o verso sera) dai fondovalle alle quote più alte. Caprioli, camosci e stambecchi (reintrodotti in val Zebrù nel 1968 con esemplari presi al Gran Paradiso) sono gli altri ungulati presenti, e assicurano altre emozioni agli escursionisti. Quanto all’orso, estinto su queste montagne dai primi anni del Novecento, è da registrare il recentissimo avvio di un programma di reintroduzione nell’adiacente parco dell’Adamello-Brenta, finanziato con fondi comunitari del programma Life. Nella primavera del ’99 sono stati liberati due orsi provenienti dalla Slovenia, muniti di radiocollare e trasmettitori auricolari per consentirne il monitoraggio degli spostamenti. Data la vicinanza dell’area dal parco dello Stelvio, la speranza che in un futuro non remoto il grande plantigrado torni a popolarne le vallate si è nuovamente accesa.

    Sopra il limite della vegetazione arborea lo scenario faunistico cambia completamente. Tra i mammiferi questo è il regno dell’ermellino, della lepre variabile e, soprattutto, della marmotta. Nei laghetti è presente il raro tritone alpino, nonché la trota fario, il salmerino e la sanguisuga. L’avifauna conta pernici bianche, gracchi corallini, codirossoni e molte altre specie tra cui in particolare l’aquila reale, nel parco particolarmente abbondante e divenuta il simbolo stesso dell’area protetta. Da qualche tempo è possibile avvistare anche l’avvoltoio degli agnelli, il gipeto, che sta nuovamente occupando i territori alpini a seguito di reintroduzioni operate sui versanti austriaco, francese e svizzero. Una coppia nella primavera del '98 ha nidificato nel settore lombardo del parco, e da allora il grande uccello (i suoi tre metri di apertura alare sono un record assoluto per l’avifauna europea) è entrato stabilmente a far parte della fauna dello Stelvio.

     

     

    PARCO NAZIONALE DELLE DOLOMITI BELLUNESI

    Anno di istituzione 1993  Superficie 31.512 ettariì

    parchi naturali italianiE’ un parco soprattutto di natura selvaggia, di alta montagna, dove i confini sono per lo più in quota e gli abitati si concentrano in una ristretta fascia periferica. Dei centomila e passa abitanti censiti nei Comuni che fanno parte dell’area protetta, quelli realmente residenti stabilmente dentro il parco all’ultimo censimento erano infatti solo 88. Tra i gruppi montuosi principali, le cui vette non di rado superano i duemila metri, sono le Alpi Feltrine, i Monti del Sole, lo Schiara-Pelf e la Tavelna. Qui si viene a camminare tra panorami non di rado grandiosi, a risalire le valli ammirando una flora che già attraeva i botanici del Settecento, a veder volare le aquile sullo sfondo di circhi glaciali e vastissime foreste di conifere.

    Cuore selvaggio del parco sono i Monti del Sole, solcati da forre profonde, che si elevano quasi inaccessibili alle spalle di Belluno fino ai 2.240 m del Piz di Mezzodì. Più a oriente danno spettacolo le rocce della Tavelna e la foresta della conca di Cajada, dove l’abete bianco forma splendidi popolamenti. Altre abetine sono in Val Grisol, mentre più diffusamente sono distribuite le pinete — sia a pino silvestre che a pino nero — e i boschi di abete rosso, spesso impiantati dall’uomo, e alle quote più elevate le bellissime associazioni di pino mugo. Nel settore occidentale altre mete da non perdere sono l’area dei Piani Eterni, ricca di grotte (ve ne sono state censite più di duecento, una delle quali profonda almeno 960 metri), e quella della Busa delle Vette. La Busa, cioè conca nel dialetto locale, offre ai visitatori la lunare visione di un paesaggio costellato di doline e inghiottitoi e circondato da una corona di cime da cui scendono come fiumi di pietre i ghiaioni. Nel parco non mancano nemmeno due bacini d’origine artificiale, il lago del Mis nell’area centrale e La Stua in Val Canzoi, tra i Piani Eterni e il massiccio del Colsent.

    parchi naturali italianiTra i mammiferi spicca il camoscio, presente con circa 2.000 esemplari, cui si aggiungono caprioli, cervi e i più piccoli ermellino, tasso, marmotta, lepre variabile, scoiattolo, ghiro, volpe, donnola, nonché il muflone, originario della Sardegna e della Corsica e introdotto in passato a fini venatori, di cui sono presenti circa 200 esemplari. Sulla possibile competizione tra camoscio e muflone sono da poco stati resi noti i risultati di una ricerca, che ha studiato l’uso dell’habitat e la sovrapposizione spaziale delle due specie di erbivori. La conclusione è stata che il camoscio tende a frequentare ambienti quali il prato, seguito dagli arbusteti e dal lariceto, evitando la mugheta, mentre il muflone sceglie soprattutto il macereto in associazione con il prato e la roccia, senza poi precludersi sortite nella mugheta.

    Scomparso il lupo alla fine del secolo scorso, sono da registrare al parco due graditissimi ritorni. Il primo è quello della lince, le cui orme inconfondibili si rinvengono, a partire dal 1992, ogni tanto sulla neve o nel fango. E poi c’è l’orso bruno, il grande plantigrado pure scomparso a fine secolo scorso e adesso in via di reintroduzione in altri settori dell’arco alpino, come all’Adamello.

    parchi naturali italianiTra gli uccelli star indiscussa è l’aquila reale, con cinque coppie nidificanti. Ma non mancano molte altre specie significative di rapaci tra cui l’astore, lo sparviere, il gufo reale, la civetta capogrosso e la civetta nana. Da notare pure la presenza negli ambienti forestali di alcuni tetraonidi, gruppo di uccelli in preoccupante rarefazione del nostro Paese, tra cui il gallo cedrone, il fagiano di monte, il francolino di monte e la pernice bianca. Anche la coturnice popola i pendii montani, mentre quattro specie di picchi tra cui il raro picchio nero frequentano i boschi del parco. Quanto ad anfibi e rettili, vivono qui molte specie ancora oggetto di studio ma sicuramente, tra gli altri, il colubro di esculapio, tre specie di vipere (vipera comune, vipera dal corno e marasso), la coronella austriaca, diversi tritoni e la rara salamandra nera.

    In un parco di alta montagna come questo non sono molte le testimonianze storiche e artistiche. La più importante è la certosa di Vedana, che ospita un convento di clausura, cui si aggiungono malghe e casere per lo più abbandonate da decenni, oppure il piccolo villaggio di Gena nella valle del Mis. Feltre e Belluno, appena fuori i confini del parco, offrono numerosi spunti interessanti al riguardo.

     

     

     

    PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO

    Anno di istituzione 1922 Superficie 70.286 ettari

    E’ il parco alpino per eccellenza, il primo ad essere istituito in Italia, nel 1922. La sua origine in realtà è ancora precedente, e risale al 1856 allorché sorse sul massiccio per volontà della Casa Savoia una riserva di caccia destinata a salvare gli ultimi stambecchi delle Alpi. Tre anni prima della nascita dell’area protetta, Vittorio Emanuele III donò le sue proprietà allo Stato italiano che, dopo gli studi di una commissione creata dal ministro dell’Agricoltura, diverranno il fulcro del nuovo parco nazionale del Regno, sorto allo scopo di conservare la fauna, la flora e di preservare le speciali formazioni geologiche nonché la bellezza del paesaggio.

    parchi naturali italianiLe montagne del gruppo del Gran Paradiso sono state in passato incise e modellate da grandi ghiacciai e dai torrenti fino a creare le attuali vallate. Quelle principali sono la valle di Cogne, la Valsavarenche e la valle di Rhemes sul versante valdostano, e la valle dell’Orco e la val Soana su quello piemontese. Le colture e gli insediamenti umani coprono una superficie trascurabile, più o meno il 4% del parco. Villaggi e alpeggi, spesso interamente in pietra, raccontano la lunga storia della civiltà dei pastori. Tutto il resto sono rocce, pascoli, morene e ghiacciai: di questi ultimi, tra grandi e piccoli, ne sono stati censiti oltre 60. La vetta più alta, appunto il Gran Paradiso, misura 4.061 metri e sulle Alpi è l’unico "quattromila" interamente italiano. Pure presenti sono numerosi laghi alpini, soprattutto nella zona del colle del Nivolet, e alcuni bacini artificiali sul versante piemontese.

    parchi naturali italianiLa vegetazione è composta prevalentemente da boschi di conifere con larici e abeti rossi, e in misura minore abete bianco. Pino silvestre e pino mugo sono presenti, rispettivamente, a quote più basse e oltre il limite del bosco, intorno ai 2.200 m, dove lascia quindi il posto agli ontani associati nelle zone più umide a rododendri e ginepri. Simbolo dell'alta montagna, la stella alpina (Leontopodium alpinum) è diffusa dai 1500 ai 3.200 metri di altezza. Ancora più in alto crescono la piccola Gentiana bavarica e il ranuncolo dei ghiacciai, mentre nei boschi e su prati e morene si rinvengono rispettivamente la linnea boreale e il semprevivo dei monti. Quanto ad un’altra rarità del parco, il candido giglio di monte (Paradisea liliastrum), è stato scelto come simbolo per il giardino botanico Paradisia di Valnontey, presso Cogne: un'esposizione all'aperto da non mancare, estesa su 10.000 metri quadrati, per ammirare tutti insieme i principali rappresentanti della flora alpina.

    parchi naturali italianiparchi naturali italianiLa "capra più bella del mondo", com’é stato definito lo stambecco, vive in tutt’Europa sulla sola catena alpina e nel parco ha la sua roccaforte. I maschi adulti si distinguono per le corna più pronunciate rispetto a quelle delle femmine, provviste di anelli regolari. Alle quote elevate, dove non si spinge nemmeno il camoscio, gli stambecchi sfruttano la proverbiale abilità per spostarsi agilmente sulle rocce e cercare le erbe e i licheni di cui si nutrono. In estate femmine e giovani fanno vita di branco, mentre la stagione degli amori è l’inverno. I piccoli, generalmente uno a coppia, nascono a inizio estate. Gli stambecchi del parco sono circa 6.000, e da qui altri nuclei, da una trentina d’anni a questa parte, sono stati introdotti in diverse zone alpine come le Alpi Orobie in Lombardia, le Prealpi Carniche in Friuli, l’Alpe Veglia in Piemonte. Nel parco il periodo migliore per gli avvistamenti va da maggio a ottobre, quando gli animali pascolano al limite superiore del bosco e si incontrano la mattina presto e la sera. Di giorno se ne stanno accoccolati sulle cenge tra le rocce, dove si mimetizzano alla perfezione ed é difficile scorgerli.

    Nel parco poi sono pure presenti il camoscio, il cinghiale, la lepre variabile, la marmotta, l’ermellino e un’altra decina di piccoli mammiferi. Nonché la lince, splendido ed elusivo felino, scomparsa da queste montagne negli anni tra i due conflitti mondiali e oggi tornata nel parco dopo ripetute reintroduzioni avvenute in Svizzera, a partire dagli anni Settanta. Quanto all’avifauna, tra i rapaci nidificano nel parco una dozzina di coppie di aquila reale ma pure astori e sparvieri, gufi reali e civette capogrosso. Anche il gipeto sta tornando nel parco, da cui era assente dal 1918. Il suo ritorno è stato favorito da un progetto di reintroduzione internazionale, e oggi frequenti avvistamenti di questa inconfondibile specie (le enormi dimensioni delle strette ali e la coda a forma di cuneo non lo fanno confondere con nessun altro rapace) vengono segnalati nell’alta val di Rhemes e lungo tutto il confine col parco della Vanoise. Infine, pernici bianche e fagiani di monte frequentano i pascoli montani e i boschi, dove vivono picchi, nocciolaie, ciuffolotti, crocieri e cince dal ciuffo.

    LA FLORA DEI PARCHI

    parchi naturali italianiAcero (Acer campestre, Acer pseudoplatanus)

    L'acero, presente in Italia soprattutto nelle varietà campestre e montano, è diffuso in un'area che va dall'Europa centromeridionale al Caucaso, fino a raggiungere il nord dell'Inghilterra e della Scandinavia nel caso dell'acero campestre. L'acero campestre è assai frequente nei boschi di latifoglie e cresce fino ai 1200m di altitudine. Si insedia preferibilmente in posizioni soleggiate e su terreni freschi, evitando sia i terreni troppo umidi che quelli troppo aridi. Il tronco è contorto, spesso con portamento arbustivo, e non supera di norma i 10-15 metri di altezza, la chioma è leggera e poco ombreggiante. Le foglie assumono una splendida colorazione giallo intenso nel periodo autunnale. Essendo una specie che cresce lentamente viene utilizzata come pianta ornamentale per la creazione di siepi. Il legno viene invece impiegato per la costruzione di manici di attrezzi e come combustibile. L'acero montano vive quasi esclusivamente nei boschi settentrionali collinari e montani, fino ai 1800 metri di altitudine. Si tratta di una pianta ad accrescimento rapido che predilige i terreni freschi e umidi e può raggiungere i 25-30 metri di altezza. Si trova di frequente nei boschi di abete bianco e rosso e in quelli di faggio. Il legno, di color bianco avorio venato di bruno, è pregiato e resistente e viene utilizzato per la costruzione di mobili, manici di attrezzi, utensili da cucina e strumenti musicali.

     

    Faggio

    parchi naturali italianiSono grandi alberi dal fusto grigiastro. La loro forma può essere molto diversa: alti e colonnari nelle vecchie fustaie, massicci e nodosi negli esemplari isolati, bassi e fitti nei boschi cedui. L'ambiente d'elezione del faggio è quello dal clima che gli ecologi chiamano "atlantico", con inverni relativamente brevi e estati fresche e piovose. Sulle Alpi il faggio è presente solo in alcune valli, al di sotto della fascia delle conifere. Sugli Appennini si incontra in genere tra i 1000 e i 1800 metri di altitudine, ma dove le condizioni locali lo permettono, anche a quote più basse, come sui Monti Cimini dell'alto Lazio. Un tempo, sui versanti appenninici, il faggio era accompagnato dall'abete bianco. A partire dall'epoca romana, l'abete bianco è stato molto ricercato per le grandi costruzioni edilizie e navali, ed è oggi quasi completamente scomparso dalle nostre montagne, lasciando anche il suo posto al faggio. Secondo i botanici, la storia del faggio ebbe inizio molti milioni di anni fa addirittura in Giappone, da dove raggiunse l'Europa occidentale passando per l'Asia centrale, il Caucaso e l'Asia minore. Qui trovò alberi come il tasso e l'agrifoglio. A ogni glaciazione il faggio scomparve, o quasi, dall'Italia per tornare ogni volta che il clima ridivenne favorevole. Così avvenne anche 10.000 anni fa, al termine dell'ultima glaciazione.

     

     

    Pino mugo

    parchi naturali italianiOltre i 1800 metri di quota sulla Maiella non c'è più posto per gli alberi. Dove il vento e il gelo non permettono più la sopravvivenza dei faggi, hanno inizio le boscaglie di arbusti prostrati, l'ultima frontiera della vegetazione che sale fino ai 2200 metri circa. Qui si incontrano ginepro comune, rododendro, uva ursina. Ma il vero protagonista è il pino mugo che negli Appennini è sopravvissuto soltanto sulla Maiella e nel parco nazionale d'Abruzzo, dopo la fine dell'era glaciale. Resistentissimo al freddo, si accontenta di poca acqua e di poca terra ed è capace di mettere radici persino sulle pietraie che rimangono coperte di neve per molti mesi all'anno. I rami del pino mugo crescono infatti dapprima in senso orizzontale, poi verso l'alto, ma non superano mai i 2 - 3 metri di altezza. Questo portamento prostrato non è dovuto all'azione del vento o al peso della neve, ma è un carattere proprio della specie. Il risultato è una boscaglia fitta e contorta, quasi impenetrabile all'escursionista ma adattissima a trattenere la neve, e per questo preziosa per la protezione della montagna dalle valanghe. Il pino mugo si riconosce, oltre che per il portamento basso, per gli aghi robusti, leggermente ricurvi e riuniti in fascetti di due, più raramente di tre, e per le pigne, lunghe da 3 a 5 cm e prive di picciolo. Dal suo legno, che per la sua elasticità veniva un tempo impiegato per cerchiare le botti, si ricava il mugolio, una sostanza balsamica impiegata nelle infiammazioni delle vie respiratorie.

     

    Abete rosso

    parchi naturali italianiLe più grandi e suggestive abetine delle Alpi, tra gli 800 e i 1800 metri di altitudine, sono costituite quasi esclusivamente da abeti rossi. Conosciuto anche come peccio, l'abete rosso è notissimo anche molto lontano dal suo ambiente abituale perchè altro non è che l'albero di Natale, erede di una tradizione antichissima dei popoli scandinavi, legata al ritorno della luce dopo il solstizio d'inverno. Il portamento di quest'albero può variare a seconda della latitudine e della quota alla quale vive. Gli individui isolati hanno in genere una chioma espansa. Nelle vallate alpine invece, dove forma foreste densissime, è tipicamente colonnare e molti esemplari possono raggiungere i trenta metri di altezza. L'abete rosso deve il suo nome alla corteccia di colore rosso-bruno. Gli aghi invece sono verde scuro, e pendono all'ingiù dai rami sottili che si dipartono dai rami primari. Si riconosce facilmente anche per la pigna (che i botanici chiamano più propriamente "cono"), allungata e pendente anch'essa all'ingiù. Resistente al freddo invernale e ai geli primaverili, l'abete rosso evita invece gli ambienti troppo umidi e quelli in cui le temperature estive sono troppo alte. Per questo, in Italia, è diffuso nelle valli alpine e discende gli Appennini solo fino alla Toscana. Rispetto ad altre conifere, l'abete rosso è sempre stato favorito dall'uomo sia per la qualità del suo legno, che per la sua maggiore produttività. Particolarmente famose sono le abetine del Cadore, nelle Dolomiti, che nei secoli d'oro della Repubblica di Venezia contribuirono non poco alle costruzioni navali e dunque alla fortuna della Serenissima.

     

    parchi naturali italianiDa non confondere con l’ Abete bianco che, nell'aspetto generale,  potrebbe ricordare l'abete rosso, ma ad un esame più attento permette di distinguerlo con sicurezza. La corteccia del tronco è grigio bruno chiaro, le gemme sono prive di resina, i rametti che portano gli aghi sono rivestiti di peli corti e radi, e i coni (le "pigne"), lunghi da dieci a diciotto centimetri, anziché essere penduli sono rivolti verso l'alto come candelabri. I coni, inoltre, non cadono, ma restano sul ramo dove si sgretolano squama per squama.

    Le grandi foreste pure di abete bianco che si incontrano oggi a Camaldoli o all'Abetone non sono spontanee, ma sono state piantate dall'uomo. Sugli Appennini, infatti, l'abete bianco cresce insieme al faggio, alle quote più basse di diffusione di quest'albero. oggi ne sopravvivono solo pochi esemplari sul monte Cimone, sull'Amiata, sul Gran Sasso, sui monti della Laga e in Calabria sul Pollino e in Aspromonte. Nell'antichità era invece diffusissimo, come ci ricordano molti scrittori latini, tra cui Virgilio. A determinarne la scomparsa è stata la mano dell'uomo. I lunghi tronchi dell'abete bianco sono state ricercati per secoli per le grandi costruzioni edili e per farne alberi per le navi. Le flotte romane e poi delle repubbliche marinare, i palazzi e le cattedrali dell'Italia medioevale e rinascimentale

     

     

    Stella alpina (Leontopodium alpinum, Leontopodium nivalis)

    parchi naturali italianiLa nostra stella alpina, forse il più noto tra i fiori di montagna, cresce oltre che sulle Alpi e sul vicino Appennino Ligure, su molte delle catene montuose più elevate d'Europa. E' un fiore tipico delle alte quote, di solito fra i 1700 e i 3400 metri di altitudine, ma può scendere anche più in basso come nelle Prealpi Friulane dove si spinge a soli 350 metri di altezza. Specie molto simili sono diffuse dagli altipiani desertici dell'Asia fino alle steppe siberiane, dalle alte quote himalayane, dove raggiunge i 5400 metri, fino ad altitudini molto inferiori e territori del tutto pianeggianti. Se osserviamo da vicino la stella alpina - in tedesco edelweiss, sinonimo di purezza e nobiltà - vediamo che Þ alta circa trenta centimetri e che Þ dotata in media di 5-8 fiori gialli raccolti a capolino, circondati da una serie di foglie bianche (brattee), comunemente scambiate per petali, ricoperte di un denso strato di peli. Diversamente da quanto si potrebbe credere, il pelo che ricopre le brattee non serve a difendere il fiore dal freddo ma a ridurre la disidratazione e come protezione dalle radiazioni ultraviolette. Una specie affine alla stella alpina propriamente detta (L. alpinum) Þ la stella alpina appenninica (L. nivalis), vero relitto dei tempi della glaciazione, presente sulle cime più alte dell'appennino centrale: Sibillini, Gran Sasso e Monti della Laga, Maiella. Si distingue facilmente per il portamento nano e per le brattee che sono più larghe e corte e coperte da una peluria più abbondante. Entrambe le specie sono minacciate, oltre che dal pascolo eccessivo, dalla eccessiva raccolta per il mercato dei souvenir. Nei secoli scorsi, invece, la stella alpina, vero e proprio simbolo delle Alpi, veniva utilizzata come cura per la rabbia e la dissenteria, e bruciata affinché i fumenti da essa prodotti allontanassero il malocchio.

     

    LA FAUNA DEI PARCHI

    Aquila reale

    parchi naturali italianiDa migliaia di anni per nazioni e dinastie l'aquila reale è simbolo della forza e del potere. E in effetti - scomparso da tempo l'avvoltoio degli agnelli dai nostri cieli - l'aquila è il più grande rapace italiano: l'apertura alare raggiunge due metri e trenta centimetri nelle femmine (due metri nei maschi), il peso i sei chili e mezzo, il becco è robusto e gli artigli sono lunghi e affilati. Le penne dorate della nuca e del capo, simili a una corona, le hanno valso il titolo di "reale". L'aquila è anche uno dei più importanti predatori delle Alpi, dove sono presenti 250-300 coppie. Uccello molto attaccato al suo territorio, che può andare dai 50 ai 500 chilometri quadrati a seconda della disponibilità di cibo, l'aquila reale predilige gli spazi aperti con grandi pareti rocciose, sulle quali costruisce i suoi nidi. Questi si trovano in genere a una quota più bassa rispetto ai territori di caccia, per non costringere l'uccello a faticose risalite quando è appesantito dalla preda. La tecnica di caccia dell'aquila reale è inconfondibile: scivola silenziosamente a bassissima quota lungo i crinali e piomba di sorpresa sulla preda che uccide quasi sempre con gli artigli. Le vittime sono soprattutto lepri, marmotte e piccoli di camoscio o di capriolo. In realtà l'aquila reale non è un rapace di montagna, perchè potrebbe vivere facilmente anche a quote più basse. Solo in montagna però riesce ormai a trovare territori relativamente disabitati e ricchi di selvaggina. Nonostante la sua forza, poi, l'aquila reale è stata a lungo in pericolo a causa del bracconaggio, del furto dei piccoli e del disturbo arrecato da strade e impianti di risalita, anche perchè si riproduce molto lentamente. Oggi però le aquile italiane, protette dalla legge, sono in ripresa. Oltre alle coppie presenti sulle Alpi, un'altra cinquantina è presente sugli Appennini, e una trentina tra Sicilia e Sardegna.

    Astore

    parchi naturali italianiForte, agile, abilissimo nella caccia, l'astore è sempre stato considerato un uccello "feroce", tanto da diventare uno dei rapaci più ricercati dai falconieri. In effetti, è uno dei più grandi predatori della foresta, ambiente ricco di rifugi per le prede, dove è indispensabile volare veloci tra i rami ed effettuare brevi ma velocissime picchiate. A questo servono le ali corte e la coda lunga di questo uccello, specialista proprio degli agguati e degli inseguimenti. L'astore, predatore quasi al vertice delle catene alimentari, occupa territori molto ampi, fino a circa 5000 ettari. Qui cattura mammiferi di medie dimensioni come donnole, scoiattoli, lepri, conigli, esercitando su di essi una preziosa azione regolatrice, e uccelli come corvi, gazze, piccioni e poiane. Uccello stanziale in Italia, dove è presente sulle Alpi e sugli Appennini, soprattutto in quello meridionale, l'astore costruisce il suo nido sui rami degli alberi più alti, oppure utilizza, dopo averli riadattati, i nidi abbandonati di corvi e poiane. Maschio e femmina, che vivono isolati da luglio a gennaio, si riuniscono nello stesso territorio nel cuore dell'inverno, a febbraio, praticamente l'unico periodo in cui è possibile vederli volare ad alta quota, mentre eseguono giri concentrici e spettacolari picchiate di corteggiamento. Le uova sono covate dalla femmina, cui il maschio procura il cibo, e si schiudono in primavera. Per quaranta giorni i piccoli restano al nido, alimentati da tutti e due i genitori. Ancora un mese e diventano del tutto indipendenti. Inizia così per loro il periodo più difficile, quello della ricerca di un territorio. Gli adulti che ne possiedono già uno scacciano i giovani che vi si avventurano, e spesso li uccidono: una forma, questa, di autoregolazione della popolazione di astori, resa più frequente dal fatto che l'aquila reale e il gufo reale, gli unici animali che possono minacciarlo, sono ormai divenuti molto rari.

    Corvo imperiale

    parchi naturali italianiL'intelligenza, tra le più raffinate tra gli uccelli, la forza e la capacità di nutrirsi di una gamma amplissima di cibi diversi hanno fatto la fortuna del corvo imperiale, una specie presente dalle coste artiche alle steppe, dal livello del mare ai 2400 metri di quota in Nordamerica, Europa, Asia settentrionale e Nordafrica. Il corvo imperiale è un uccello onnivoro, con una preferenza tuttavia per i cibi di origine animale. Innanzitutto si nutre di carogne, che riesce a trovare con lunghi voli di perlustrazione. In questo la sua abilità è grandissima, al punto che spesso gli avvoltoi se ne servono come "cane da caccia". Molto spesso attacca altri uccelli, i gabbiani per esempio, o le cornacchie, per rubare loro le prede. La pirateria è frequente perchè il corvo imperiale non teme nessuno in volo e solo aquile e avvoltoi a terra. Quando può, cattura anche animali vivi di piccole dimensioni come topi, lucertole, rane e larve insetti. E se si trova vicino a un centro abitato, si rifornisce volentieri nelle discariche dei rifiuti. La stessa complessità di comportamento si ritrova nella riproduzione. Il nido viene costruito in grotte, oppure sulla cima di alberi molto alti. I piccoli nascono in genere in marzo, e vengono subito accuratamente puliti dalla madre, che si preoccupa poi per i successivi 40 giorni di sistemare l'imbottitura del nido a seconda della temperatura esterna, di pulire e lavare i nidiacei, mentre il padre procura loro il cibo. In maggio i piccoli si rendono indipendenti e iniziano a cercarsi un territorio, che a seconda della disponibilità di cibo può avere un'ampiezza variabile tra i 10 e i 50 chilometri quadrati.

    Picchio muraiolo

    parchi naturali italianiSi incontra quasi sempre da solo il picchio muraiolo, mentre si arrampica sulle rocce verticali a piccoli balzi o "camminando" grazie alla presa esercitata dalle sue unghie fortemente arcuate. Di colore grigio, si riconosce facilmente per le penne copritrici delle ali color carminio, molto ben visibili quando l'uccello si sposta in volo. In realtà il picchio muraiolo non è un vero picchio, non è cioè parente dei picchi che vivono sugli alberi. Solo l'abitudine di spostarsi sulle pareti verticali restando ben dritto, e il lungo becco, gli hanno valso questo nome. Il suo habitat sono invece le pareti rocciose, in modo particolare quelle riparate dal sole e piuttosto umide, come le gole attraversate da torrenti. Sebbene lo si incontri più di frequente tra i 1000 e i 2000 metri di altitudine e occasionalmente sulle Alpi si spinga fino ai 3000 metri, il picchio muraiolo non è propriamente un uccello montano, perché se trova un ambiente congeniale può scendere fino ai 400 metri circa. Solo d'inverno il picchio muraiolo, che è una specie sedentaria, si sposta sulle pareti assolate, dove può ancora trovare degli insetti. Uova e larve di insetti e ragni infatti sono il suo solo nutrimento, che estrae pazientemente con il lungo becco sottile dalle fessure della roccia, che esplora senza sosta durante il giorno. Nella tarda primavera il maschio corteggia la compagna svolazzandole intorno, ed è questa che provvede ad attrezzare il nido, in genere all'interno di una fenditura nella roccia. I piccoli nascono tra la metà di maggio e la metà di giugno, e dopo tre o quattro settimane sono già in grado di provvedere a se stessi. Il picchio muraiolo in Italia vive in ampi settori delle alpi occidentali e orientali, e nell'Appennino centrosettentrionale.

    parchi naturali italianiPicchio nero

    E' impossibile non riconoscere il picchio nero, anche se non è facile avvistarlo. Grande all'incirca come una cornacchia ma più snello, con l'inconfondibile cresta rossa (nel maschio), il becco lungo e robusto, il picchio nero sta diventando sempre più raro. Può vivere infatti soltanto in foreste ben conservate dell'Europa e dell'Asia, dagli alberi secolari, al punto che la sua presenza è un segno sicuro della salute di tutto l'ecosistema. La ragione è semplice. Il picchio nero ha bisogno di una dieta molto variata, costituita in gran parte dalle larve degli insetti che si nutrono del legno, che sono più abbondanti nei vecchi alberi. Le trova sotto la corteccia o direttamente nel legno, che può perforare con il becco, e le cattura con la lingua lunghissima e munita di piccolissime setole uncinate. D'estate si nutre anche di frutti, e non disdegna neppure le formiche. Ma tutta la vita del picchio nero è legata agli alberi, fin dall'inizio. Nei tronchi più grandi infatti scava il suo nido, facilmente riconoscibile perché l'apertura è ovale, al contrario di quella degli altri picchi, che è rotonda. Quasi sempre ne scava uno nuovo ogni anno: un intero mese di lavoro sia per il maschio che per la femmina. Gli ornitologi sono in grado di riconoscere, dalla velocità con la quale tamburella il legno con il becco, se il picchio nero - solitario e territoriale - sta mangiando, sta scavando il nido, o se sta invece segnalando la sua presenza ad altri picchi, perché si tengano alla larga. Più difficile è difendersi dai suoi nemici. Il più pericoloso è la martora, che si può infilare nel nido e sorprenderlo addormentato, ma anche l'astore, il rapace specializzato alla vita nella foresta, riesce qualche volta a piombargli addosso in pieno giorno e a ucciderlo.

    Gracchio

    parchi naturali italianiE' negli ambienti severi e deserti delle alte quote, tra le creste rocciose e le grandi pietraie, che volano gli stormi rumorosi di gracchi, corvidi neri delle dimensioni poco più grandi di quelle di un merlo. Slanciati, dal caratteristico becco sottile giallo, le ali larghe e lunghe e la coda lunga e arrotondata che permettono loro di sfruttare anche le correnti aeree, i gracchi sono degli ottimi volatori e possono spostarsi a grandissima velocità da una quota all'altra. Quasi mai i gracchi penetrano nelle foreste delle quote più basse. Cavallette, grilli, vermi, larve di insetti, uova e nidiacei di altri uccelli rientrano tutti nella dieta del gracchio che, fedele all'adattabilità alimentare caratteristica dei corvidi, non disdegna anche i frutti del ginepro, del mirtillo e della rosa selvatica. La vita sociale dei gracchi si attenua in primavera, per il periodo riproduttivo. Per nidificare i gracchi scelgono fessure e sporgenze inaccessibili nelle pareti rocciose, dove costruiscono una coppa semisferica di rametti e radici, che imbottiscono con erbe e penne. Da tre a cinque uova vengono deposte nel mese di maggio. Due soli nidiacei riescono però in genere a sopravvivere, e lasciano il nido tra la fine di giugno e l'inizio di luglio. Nel giro di qualche settimana le famiglie tornano a riunirsi in stormi. In Italia, il gracchio è diffuso in ampi settori delle Alpi e nell'Appennino centromeridionale ed è una specie sedentaria. Può venire confuso con il più raro gracchio corallino, con il quale convive in molti luoghi, Gran Sasso compreso. Molto simile nell'aspetto generale, il gracchio corallino si può distinguere con sicurezza dal becco, che è rosso, ed è più lungo e sottile di quello del gracchio.

     

     

    Gufo reale

    parchi naturali italianiE' negli ambienti misti, dove si trovano sia boschi con forre o piccole pareti rocciose che zone aperte, che è possibile trovare il gufo reale, il più grande rapace notturno italiano ed europeo. Alcuni esemplari in passato sono diventati famosi per essersi stabiliti sul Duomo di Firenze o al Colosseo, diventando il terrore di gatti, piccioni e pipistrelli. Oggi è piuttosto raro anche perché, essendo un predatore al vertice della catena alimentare, risente prima degli altri di ogni alterazione dell'ecosistema in cui vive. Il gufo reale è un uccello solitario e stanziale. Non migra quindi, ma resta sempre all'interno del suo territorio personale. Trascorre le sue giornate nel nido, ricavato in genere dentro un grande albero cavo o in un anfratto roccioso, più raramente sul terreno, ed esce a caccia all'alba e poi di nuovo al crepuscolo. Le grandi dimensioni (fino a 180 centimetri di apertura alare per quasi tre chilogrammi di peso), il volo potente e silenziosissimo, i lunghissimi artigli e la vista e l'udito particolarmente sensibili fanno del gufo reale un temibilissimo predatore. Le sue vittime, che ingoia intere, sono piccoli mammiferi come lepri, ricci, topi e scoiattoli, uccelli come colombi, cornacchie e gallinelle d'acqua, e grossi insetti. Non facile da vedere, il gufo reale si fa però sentire in febbraio, all'epoca degli amori, con il profondo "huhuh" del maschio, cui risponde il sommesso "chrang" della femmina. Non avendo nemici, i gufi reali "autoregolano" la loro popolazione adeguando il numero delle uova deposte alla disponibilità di cibo. I nuovi nati che riescono a sopravvivere i primi mesi possono aspettarsi una vita anche molto lunga. Non si dispone di dati certi derivati da studi compiuti in natura, ma alcuni gufi reali allevati in cattività sono vissuti fino a sessant'anni.

    Marmotta

    parchi naturali italianiLe praterie di montagna comprese tra i 1000 metri di altitudine e il limite delle nevi perenni (intorno ai 3000 metri) sono l'ambiente in cui si possono avvistare le marmotte, che qui vivono in colonie composte da alcune decine di individui. La prateria è un ambiente aperto, che offre pochi rifugi dall'attacco dei predatori, primo tra tutti la grande aquila reale. Per questo ogni famiglia di marmotte vi scava una profonda tana: un lungo cunicolo principale conduce ad una camera tappezzata d'erba, provvista anche di uscite di sicurezza. La vita in colonia è un adattamento ad un ambiente così pericoloso. Mentre adulti e piccoli sono fuori dalle tane alla ricerca di foglie e semi, qualche marmotta è sempre di guardia. All'avvicinarsi di un predatore, le sentinelle lanciano acuti fischi d'allarme, e in pochi istanti tutta la colonia rientra precipitosamente nelle tane. L'anno delle marmotte inizia ad aprile, alla fine del letargo invernale. Quasi subito hanno inizio i combattimenti tra maschi, che si contendono le femmine in estenuanti tornei di spintoni. I piccoli nascono a giugno, e dopo tre settimane sono già pronti a mettere il naso fuori dalle tane. Adesso inizia per loro il periodo più pericoloso perché, ancora inesperti, sono facili prede di aquile e volpi. All'arrivo dell'autunno le marmotte cominciano ad accumulare riserve di grasso per l'inverno. Per affrontare la cattiva stagione si spostano nelle tane invernali, più profonde, che scavano a quota più bassa. Si radunano fino a 15 per tana, si avvolgono di fieno e addossate le une alle altre, cadono in letargo. Il lungo sonno durerà sei mesi, fino alla nuova primavera.Non è difficile avvistare le marmotte, che oggi si fanno anche avvicinare. Ma non è sempre stato così. Fino a qualche decennio fa, fino a quando cioè sono state oggetto di caccia da parte dell'uomo, erano timide e sospettosissime.

    Stambecco

    parchi naturali italianiE' quasi un miracolo il fatto di poter ammirare i branchi di stambecchi sugli alti pascoli del parco del Gran Paradiso. Diffuso fino a qualche secolo fa sull'intero arco alpino, lo stambecco è stato l'oggetto di una persecuzione che ha pochi eguali a causa di una serie di credenze - del tutto infondate - sui poteri curativi di molte parti del suo corpo, dalle corna al pelo, persino al sangue. La caccia fu così accanita che di stambecchi, nel 1821, non ne restavano che un centinaio appena, isolati proprio nei recessi più inaccessibili del Gran Paradiso. La creazione della Riserva Reale del Gran Paradiso da parte del re Vittorio Emanuele II nel 1836 fece appena in tempo a salvare quegli ultimi branchi superstiti. Oggi gli stambecchi del Gran Paradiso sono oltre 4000 e una serie di reintroduzioni effettuate nel corso degli anni in Italia, Francia, Svizzera e Austria hanno definitivamente messo al sicuro l'avvenire di questo animale, presente con oltre 20.000 capi tutto l'arco alpino. Lo stambecco è un animale fatto apposta per la vita sulle più alte pendici delle montagne, al di sopra del limite degli alberi. La sua corporatura è massiccia (tra i 65 e i 100 chilogrammi nei maschi, fino a 60-65 chilogrammi nelle femmine). A renderlo inconfondibile sono le corna dei maschi, lunghe e ricurve, che non servono per difendersi ma per combattere contro gli altri maschi durante il periodo degli amori. Questo ha inizio in novembre. Per tutto il resto dell'anno i branchi di maschi e quelli di femmine restano divisi. I maschi si affrontano, usando anche le corna se necessario, per stabilire una gerarchia basata sulla forza, quindi sull'età: solo i più forti hanno il diritto di accoppiarsi con le femmine. Dopo una lunga gestazione, i piccoli nasceranno intorno alla prima metà di giugno, per poter approfittare dei ricchi pascoli estivi prima dell'arrivo del nuovo inverno. In questi primi mesi possono però diventare le prede dell'aquila reale.

    Volpe

    parchi naturali italiani"Furbo come una volpe", si dice. Gli etologi non sono d'accordo con questa antica credenza popolare. Il lupo ad esempio, parente stretto della volpe, è molto più intelligente di lei e molto più bravo a sfuggire ai cacciatori. Altre, secondo loro, sono le qualità che hanno fatto il successo della volpe, un animale che vive nei boschi e nei campi, come nelle paludi, e sempre più spesso si avventura fin nei parchi e nelle periferie delle città. Più che furba, infatti, è estremamente prudente. Quasi sempre l'olfatto, l'udito e la vista acutissimi la avvertono in tempo dei pericoli. La capacità della volpe di accontentarsi delle più diverse fonti di cibo è proverbiale. In quanto carnivoro predatore cattura topi, lepri, anatre, fagiani, persino piccoli di capriolo. In caso di necessità però caccia anche pesci, lucertole e piccoli uccelli, che inganna fingendosi morta e non disdegna neppure lombrichi, lumache, larve di insetti e rane. Anche rifiuti di ogni tipo rientrano nella sua dieta, e molto spesso anche frutta matura come uva, susine e mirtilli. Le volpi vivono in tane sotterranee, per le quali scelgono luoghi soleggiati, e riutilizzano anche vecchie tane di tassi o di conigli selvatici, che allargano. Il territorio circostante può avere un'estensione molto variabile, a seconda della disponibilità di cibo: dai 5 ai 50 chilometri quadrati. Nel nido nascono i piccoli, da tre a cinque, alla fine della primavera. Nelle prime settimane di vita la madre li nutre e li protegge dai predatori. L'infanzia infatti è il momento più rischioso nella vita di una volpe. Aquile, astori, gufi e gatti selvatici possono facilmente catturare i volpacchiotti. Molto più difficile, se non impossibile, è invece catturare una volpe adulta, che oltre ad essere prudente è velocissima nella fuga e possiede comunque una temibile dentatura.

    Camoscio

    parchi naturali italianiPerfettamente adattato alla vita alle alte quote, il camoscio è diffuso in tutte le Alpi. Lo si incontra durante l'estate sui pascoli e i dirupi oltre il limite degli alberi, mentre nei mesi invernali può scendere anche nei boschi più in basso. Guardiamolo da vicino. Il corpo è massiccio, le zampe sono forti e dotate di tendini eccezionalmente resistenti per arrampicarsi o scendere di corsa lungo i più ripidi pendii rocciosi. Le due metà dello zoccolo, dalla superficie plantare capace di grande aderenza sulla roccia, si possono divaricare ad angolo retto per migliorare la presa o frenare sulla neve. Le corna ricurve all'indietro nella parte terminale, invece, servono soltanto nei combattimenti tra maschi e i ricercatori ci leggono l'età dell'animale in base al numero degli anelli di crescita. Maschi e femmine vivono separati per quasi tutto l'anno. Le femmine abbastanza attaccate alla zona in cui sono nate, i maschi invece, a partire dai quattro-sei anni di età, si allontanano verso altri pascoli e altri branchi. Tornano insieme tra novembre e dicembre, per la stagione riproduttiva, il periodo di più intensa attività. I maschi più vecchi e più forti, che hanno resistito al freddo di molti inverni, alle malattie e agli attacchi dei predatori e dei parassiti sono quelli che si accoppiano più spesso. Ciascuno di loro possiede anzi un "harem" composto di femmine dalle quali tiene lontani i maschi più giovani. Quando uno di loro si fa avanti, i due camosci si affrontano con prove di forza e inseguimenti. Ma tenere lontani i concorrenti non è tutto. Occorre anche scoprire qual è il breve periodo dell'estro delle femmine, sempre irrequiete e pronte a lasciare il branco, e guadagnarsene la fiducia. L'accoppiamento dura pochi secondi, poi via: è arrivato l'inverno. I piccoli nasceranno molti mesi più tardi, tra maggio e giugno, al ritorno della bella stagione.

    Cervo nobile

    parchi naturali italianiSono i grandi palchi ramificati posseduti dai maschi la caratteristica più appariscente del cervo nobile, il più grande erbivoro delle foreste europee. Cominciano a crescere alla fine della primavera, e raggiungono le loro dimensioni definitive dopo circa cento giorni. Per l'animale la crescita dei palchi, costituiti da tessuto osseo, è uno sforzo enorme, paragonabile alla gestazione e al parto delle femmine. Migliori sono le sue condizioni fisiche, più grandi sono le corna: in questo modo la natura si assicura che a riprodursi saranno i maschi capaci di dare alle femmine i figli più forti e più sani. Tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno, infatti, la vita dei branchi di cervi viene sconvolta dalla stagione degli amori. I maschi smettono quasi di pascolare, iniziano a occupare le radure all'interno dei boschi e a emettere potenti bramiti, al doppio scopo di attirare le femmine e di scoraggiare gli altri maschi. Quando il bramito non basta, i contendenti si impegnano in veri e propri combattimenti a colpi di corna, che non servono a ferire l'avversario ma a dimostrare la propria forza. Si accoppieranno - ciascuno con più femmine - i maschi dalle corna più grandi, che avranno dimostrato di essere i più forti. Poco dopo l'accoppiamento, che avviene nella prima metà di ottobre, i palchi cadono, e il maschio ritorna improvvisamente timido e pauroso. Le femmine invece si riuniscono di nuovo ai loro gruppi familiari, cui appartengono anche i giovani. I cerbiatti nascono tra maggio e giugno, in tempo per approfittare della buona stagione. Il loro mantello fulvo e pomellato di bianco li aiuta a nascondersi nel fitto sottobosco alla vista dei predatori. Una precauzione ormai inutile, almeno sulle Alpi, dove il lupo e la lince sono da tempo scomparsi.

     

    Scoiattolo

    parchi naturali italianiI grandi boschi di conifere sono l'ambiente ideale dello scoiattolo, che non disdegna però anche i boschi di latifoglie, dal livello del mare fino ai 2500 metri di altitudine. In Italia infatti vive in tutte le regioni forestali dalle Alpi alla Calabria, ma manca nelle isole.Grande scalatore, dall'agilità eccezionale nel saltare da un ramo all'altro, capace se necessario anche di buttarsi già impiegando la grande coda come un paracadute, lo scoiattolo sugli alberi costruisce il suo nido, simile a quello degli uccelli, e trova di che nutrirsi. Il suo cibo preferito sono i pinoli e i semi in genere, e i semi in genere, il cui guscio spacca con i grandi incisivi a crescita continua. Quando questi scarseggiano, ricerca anche germogli, fiori, bacche, persino uova e nidiacei di uccelli. Suoi nemici, invece, sono i tipici rapaci del bosco come l'astore o lo sparviere, dai quali scappa arrampicandosi a spirale lungo il tronco dell'albero, un movimento che gli uccelli non riescono a seguire. Anche il gatto selvatico e la martora sono attivi cacciatori di scoiattoli. Nonostante l'aspetto a noi così simpatico, la vita sociale degli scoiattoli è regolata da rigide gerarchie. I giovani sono inferiori agli adulti, e le femmine ai maschi, salvo nel periodo della gestazione, durante il quale arrivano a scacciare i maschi dal territorio. Al contrario di quanto avviene in molti altri animali, il territorio non è possesso esclusivo di un individuo o di una coppia, ma viene in buona parte condiviso con diversi "vicini di casa". D'estate lo scoiattolo è attivo al mattino e poi di nuovo verso il crepuscolo. D'inverno non va in letargo, ma si limita a brevi escursioni mattutine fuori dal nido, dove ha accumulato durante la buona stagione una riserva di semi.

     

     

     

 

Parchi naturali

 

 

I Parchi naturali

 

Articolo realizzato da Ufficio Stampa – dott. Manolo Morandini

 

 

La macchia mediterranea è la costante di questo territorio. La si trova in tutti i parchi a far da cornice alle emergenze etrusche, medievali e moderne, ma si scopre a pieno nei parchi costieri dove lunghi e ampi litorali sabbiosi cedono il passo alla tenace vegetazione dunale e nei estesi parchi forestali dell’entroterra. Itinerari nella natura, lungo sentieri che non conoscono la voce dei motori, percorribili a cavallo, in bicicletta, a piedi.

   Il Parco costiero della Sterpaia è un bosco ritrovato. Dopo quasi trent’anni di battaglie l’abusivismo edilizio è stato sconfitto e l’area recuperata e restituita alla fruizione pubblica. Il bosco è tornato a respirare e del passato sono rimasti solo i filari di tamerici, pitosfori ed eucalipti, che corrono su brevi segmenti e si chiudono a quadrato. Così quelle che un tempo erano le recinzioni dei lotti abusivi testimoniano la storia del bosco e le sue traversie. Oggi, i trecento ettari che il comune di Piombino ha sottratto all’edificazione abusiva, costituiscono un sistema ambientale di grande valore, in cui si estendono dune, aree umide, radure agricole, aree boscate e una rara porzione di foresta umida litoranea. La particolarità botanica risiede nelle dimensioni monumentali raggiunte da alcune piante: frassini, cerri e querce, con circonferenze del fusto di alcuni metri. Ma ancora più rilevante è il valore paesaggistico dell’area, che rappresenta un esempio relitto di uso del suolo a pascolo alberato, tipico del paesaggio dell’alta maremma del primo Novecento. Il Parco si estende per 296 ettari di cui 17 di arenili, per uno sviluppo di circa 10 km di costa, 124 ettari tra aree dunali e retrodunali, 155 ettari tra boschi e radure agricole.

   Il Parco costiero di Rimigliano, invece, è una fascia costiera verde, affacciata sul mare. Un paesaggio forte e selvaggio, lungo la costa bassa e sabbiosa. Centocinquanta ettari di macchia modellata dai venti marini, dominata dal leccio e tratti di ombrosa pineta. Un caratteristico ambiente mediterraneo alle spalle dell’arenile, in cui si alternano le specie erbacee che colonizzano le dune sabbiose a cui segue la macchia bassa di ginepro, mirto e fillirea e infine una stupenda lecceta in associazione con pini domestici e marittimi modellati dall’azione del vento. Piccoli roditori, ricci, volpi, donnole ma anche la ghiandaia e il picchio verde popolano il bosco.

   Per incontrare  stupendi esemplari di castagni, lecci e querce c’è il Parco forestale di Poggio Neri. Un verde regno, dominato da caprioli e cinghiali, a poca distanza dall’antico borgo medievale di Sassetta. Le tracce di un’economia antica di carbone, di castagne e di caccia, sono ben visibili nei settecento ettari di estensione del Parco, di cui seicento interamente boscati. Nel parco il Museo del bosco dove gli attrezzi per le varie lavorazioni introducono alla scoperta dei mestieri del bosco. Il museo presenta anche una ricostruzione perfetta e minuziosa del mondo dei carbonai: una capanna tradizionale,un seccatoio e una carbonaia.

   Un paesaggio vegetale la cui storia è legata alle attività minerarie, alla produzione del carbone e al taglio del bosco è anche il Parco naturale di Montioni. Un bosco di sclerofille sempreverdi, dove prevale il leccio, misto talvolta a caducifoglie che si estende per complessivi settemila ettari agli estremi confini delle Province di Livorno e Grosseto, in cui ci si può avventurare lungo innumerevoli sentieri un tempo battuti da taglialegna, carbonai, pastori e cacciatori. Altro aspetto di notevole valore culturale è lo sfruttamento minerario dell’allume, con i resti di un villaggio minerario di epoca napoleonica ancora oggi ben visibili, voluto dalla Principessa di Piombino Elisa Bonaparte. Di grande interesse è anche l’aspetto faunistico per il cospicuo numero di ungulati allo stato libero: cinghiale, daino e capriolo. All’interno del Parco interprovinciale sono presenti due riserve naturali statali: la Marsiliana (440 ettari) e Poggio Tre Cancelli (100 ettari).

 

Fine articolo

 

 

Parchi naturali

 

  • I PARCHI NAZIONALI

     

     

    Tra le varie azioni a tutela dell'ambiente, la più efficace è sicuramente quella realizzata attraverso le aree naturali protette, di cui i Parchi nazionali fanno parte dopo l'inquadramento sistematico effettuato dalla legge quadro sulle aree protette n. 394/1991.

    Prima della normativa del 1991 i Parchi nazionali c.d. storici erano stati istituiti in maniera episodica in assenza di un disegno programmatico, nell'arco di tempo che va dal 1922 al 1935, con l'eccezione del parco nazionale della Calabria, istituito nel 1968.

    La tutela apprestata dai parchi storici si è rivelata negli anni poco efficace, proprio in virtù della mancanza di un disegno sistematico unitario: mancanza di coordinamento; separazione dell'amministrazione del parco dalle collettività locali, esponenziali queste ultime di interessi territoriali configgenti con quelli protezionistici; mancanza di poteri di pianificazione e di autorizzazione; questi i limiti all'azione di tutela dei parchi, in parte superati con l'emanazione della legge quadro.

    Con la nuova disciplina contenuta nella legge n. 394/1991 si modifica, inoltre, il rapporto tra tecnica e amministrazione: ora la prassi prevalente colloca di regola gli organi tecnico-scientifici in posizione di ausilio (funzioni consultive, di proposta, di raccolta e di elaborazione di informazioni, etc.) rispetto agli organi dotati di potere discrezionale in senso proprio (le autorità amministrative). Da ciò deriva sia un elemento di forza, come la possibilità di coordinare strutturalmente una molteplicità di enti pubblici e le relative competenze, ma anche un eventuale elemento di debolezza, rappresentato dal rischio di una paralisi amministrativa, in parte scongiurato dalla previsione di poteri sostitutivi.

    La normativa del 1991 trasforma il Parco nazionale in un ente giuridico autonomo, dotato di una specifica struttura organizzativa e di determinate potestà amministrative; l'organizzazione dell'ente parco assume quindi la finalità di unificare nello stesso ambito molteplici competenze (statali, regionali, locali) incidenti sull'area protetta, divenendo così un'ipotesi di soluzione al problema dei "grandi spazi". L'ente parco, infatti, costituisce uno strumento di governo dei grandi spazi: nel territorio devono infatti convivere interessi nazionali e locali, ambientali naturalistici e paesaggistici, scientifici, produttivi, pubblici e privati, in una gerarchia che vede comunque al primo posto l'interesse ambientale (c.d. tutela integrale).

    L'ente parco è sottoposto alla vigilanza del Ministro dell'ambiente (art. 9, l. 394/1991), ed ha sede legale ed amministrativa proprio all'interno del territorio del parco: viene così assicurato lo stretto legame tra gli organi di gestione del parco e la popolazione interessata, in modo da evitare che quest'ultima possa considerare come corpo estraneo la struttura organizzativa dell'ente di gestione.

    Il procedimento istitutivo del Parco è articolato secondo un meccanismo programmatorio che prevede la predisposizione della Carta della natura e l'adozione delle linee fondamentali del territorio; il primo è uno strumento che individua lo stato dell'ambiente in Italia, evidenziando i valori naturali ed i profili di vulnerabilità territoriale, permette di stabilire le effettive interazioni tra il livello di tutela locale, di quella nazionale e internazionale, e di andare oltre la valenza locale della protezione, connettendo i parchi tra loro in termini ecologici e funzionali. Il d.lgs. 112/1998 ha inoltre soppresso il programma triennale per le aree naturali protette, che doveva specificare i territori oggetto del sistema delle aree naturali protette delimitandone i confini, e indicare il termine per l'istituzione di nuove aree o per l'ampliamento e la modifica di quelle già esistenti, individuando la delimitazione di massima delle aree stesse, (si deve ritenere che queste funzioni siano in parte riassorbite nella Carta della natura).

    Gli organi dell'Ente parco sono individuati dall'art. 9 e sono costituiti:

    1. dal Presidente, che viene nominato con decreto del Ministro dell'ambiente, d'intesa con i presidenti delle regioni o delle province autonome di Trento e Bolzano nel cui territorio ricada in tutto o in parte il Parco (se ne deduce quindi il ruolo politico); ha la rappresentanza legale dell'Ente, ne coordina l'attività, esplica le funzioni a lui delegate dal Consiglio Direttivo e adotta provvedimenti urgenti.
    2. dal Consiglio Direttivo, organo di governo dell'Ente.
    3. dalla Giunta esecutiva.
    4. dalla Comunità del Parco, che rappresenta le istanze, le esigenze e le aspettative delle popolazioni locali, espressiva quindi degli interessi territoriali e titolare di competenze organizzative, propositive, consultive e di vigilanza.
    5. dal Collegio dei Revisori dei Conti.

    Uno dei più importanti aspetti della disciplina delle aree protette è costituito dai poteri di pianificazione e di autorizzazione dell'Ente Parco: il Piano per il parco, sovraordinato a tutti gli altri strumenti di pianificazione che agiscono sul territorio (ad eccezione del Piano di bacino), attraverso un sistema di zonizzazione, attribuisce una diversa intensità di tutela all'area secondo le sue caratteristiche naturali e il suo livello di antropizzazione; questo strumento permette, attraverso il suo procedimento di formazione, la partecipazione delle collettività locali, esponenziali degli interessi economico-sociali territoriali, superando in questo modo quello che era uno dei maggiori limiti dei Parchi nazionali storici, il porsi cioè in maniera antitetica rispetto agli interessi territoriali presenti sull'area. Il piano di sviluppo economico e sociale, invece, viene redatto dalla stessa Comunità del parco e, nella sua volontà di conciliare la protezione della natura con lo sviluppo economico, promuove attività produttive ecocompatibili. Un'ultima menzione va fatta in ordine al nulla-osta, strumento con cui l'Ente parco valuta la conformità di qualsiasi opera, da effettuarsi nel proprio territorio, al piano e al regolamento del Parco, e che costituisce l'antecedente necessario e imprescindibile di qualsiasi autorizzazione o concessione di competenza delle diverse amministrazioni.

    A distanza di dieci anni dall'emanazione della legge quadro è possibile stilare un bilancio di quella che è attualmente la situazione delle aree protette, ed in particolare dei Parchi nazionali. L'Italia è balzata ai primi posti in Europa per la quantità percentuale di superficie nazionale protetta, e gli obiettivi raggiunti hanno contribuito ad una buona tutela, e in alcuni casi anche ad un miglioramento della nostra biodiversità.

    Oggi le aree naturali protette del nostro paese sono rappresentate da 21 Parchi nazionali, 143 riserve naturali dello Stato, 18 riserve marine statali, 114 parchi naturali regionali, 252 riserve naturali regionali e 128 altre aree protette.

    In realtà la legge del 1991 avrebbe bisogno di essere snellita al fine di eliminare la troppa burocrazia che rende più difficoltosa, oltre che la tutela, la gestione della tutela (la legge mira infatti non solo a finalità conservative ma anche ad un inserimento di attività ecocompatibili all'interno del parco, per un maggior coinvolgimento anche delle popolazioni locali).

    Anche il principio della leale collaborazione tra i vari livelli istituzionali titolari insieme delle aree protette, essenziale per una efficace gestione delle stesse, non è stato attuato, o meglio, ha dato luogo ad una "intesa" formale, generando ulteriori problemi (si pensi ad esempio al fenomeno dei residui passivi dei parchi nazionali: forse un risultato del mancato coordinamento?)

    Un'ultima annotazione va fatta riguardo al mancato raggiungimento degli obiettivi rappresentati da strumenti come la Carta della natura, basilare per le linee fondamentali di assetto del territorio, al fine di una ottimale organizzazione nell'uso delle risorse del territorio italiano.

     

     

     

     

     

    Parchi nazionali attualmente presenti in Italia (dati del Ministero dell'ambiente)

     

    Parchi storici:

    • Parco nazionale del Gran Paradiso
    • Parco nazionale d'Abruzzo
    • Parco nazionale del Circeo
    • Parco nazionale dello Stelvio
    • Parco nazionale della Calabria

    Parchi precedenti alla legge quadro sulle aree protette, istituiti nell'ambito della legge 11 marzo 1988, n, 67 ("Finanziaria") e legge 29 agosto 1989, n. 305 ("Programmazione triennale per la tutela dell'ambiente"):

    • Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi
    • Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, del Monte Falterona e Campigna
    • Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano
    • Parco nazionale dei Monti Sibillini
    • Parco nazionale del Pollino
    • Parco nazionale dell'Aspromonte

    Parchi istituiti con la legge quadro:

    • Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano
    • Parco nazionale del Gargano
    • Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
    • Parco nazionale della Maiella
    • Parco nazionale della Val Grande
    • Parco nazionale del Vesuvio

    Parchi istituiti con leggi successive alla legge quadro:

    • Legge 4 gennaio 1994, n. 10
      • Parco nazionale dell'Arcipelago della Maddalena
    • Legge 8 ottobre 1997, n. 344
      • Parco nazionale dell'Asinara
    • D.P.R. del 30 marzo 1998
      • Parco nazionale del Gennargentu e del Golfo di Orosei

    Parchi istituendi:

    • Legge 8 ottobre 1997, n. 344 ("Disposizioni per lo sviluppo e la qualificazione degli interventi e dell'occupazione in campo ambientale")
      • Parco nazionale delle Cinque Terre
      • Parco nazionale della Sila
      • Parco nazionale dell'Appennino (nei territori delle province di Reggio Emilia, Parma e Massa Carrara)
    • Legge 9 dicembre 1998, n. 426 ("Nuovi interventi in campo ambientale")
      • Parco nazionale dell'Alta Murgia
      • Parco nazionale della Val d'Agri e Lagonegrese

     

 

Parchi naturali

 

Tratto da Wikipedia

 

Parchi "storici"

Immagine

Nome

Anno

Altopiano del Nivolet.jpg

Parco nazionale del Gran Paradiso

1922

PNAbruzzo2.jpg

Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise

1923

Quarto caldo.JPG

Parco nazionale del Circeo

1934

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Parco nazionale dello Stelvio

1935

Timpone Carcara da Macchia Fraga. Sila Grande.jpg

Parco nazionale della Calabria3

1968

Parchi istituiti negli anni ottanta

Immagine

Nome

Anno

Cascate di Maesano.jpg

Parco nazionale dell'Aspromonte

1989

Parchi istituiti negli anni novanta

Immagine

Nome

Anno

Sass de mura PNDB.jpg

Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi

1990

Gran Sasso mountain CIMG2759.JPG

Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

1991

Sanza da Colle del Pero.JPG

Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano

1991

Maiella flickr01.jpg

Parco nazionale della Majella

1991

Gargano0001.jpg

Parco nazionale del Gargano

1991

Valgrande-il Pedum.jpg

Parco nazionale della Val Grande

1992

Monte Pollino e Serra del Prete dal contrafforte ovest di Serra delle Ciavole..PNG

Parco nazionale del Pollino

1993

Casentino-Nationalpark.jpg

Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

1993

Montisibillini flickr03.jpg

Parco nazionale dei Monti Sibillini

1993

La Maddalena Archipel Aerial view.jpg

Parco nazionale Arcipelago della Maddalena

1994

Vesuvio1.jpg

Parco nazionale del Vesuvio

1995

Aerial view of Elba 1.jpg

Parco nazionale Arcipelago Toscano

1996

Asinara-Island01.jpg

Parco nazionale dell'Asinara

1997

Spezia monterosso.jpg

Parco nazionale delle Cinque Terre

1999

Parchi istituiti negli anni 2000

Immagine

Nome

Anno

Monte Ventasso.jpg

Parco nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano

2001

Lago Ariamacina.jpg

Parco nazionale della Sila

2002

Trullomurgia.jpg

Parco nazionale dell'Alta Murgia

2004

Contrafforte nord del Monte Volturino (1.836 m) - Monti della Maddalena (Potenza).PNG

Parco nazionale dell'Appennino Lucano-Val d'Agri-Lagonegrese

(istituito con D.P.R. del 8-12-2007, in attesa della nomina degli organi di gestione)

 

 

Parchi naturali Dolomiti Patrimonio naturale dell’umanità UNESCO

 

parchi

 

 

Articolo realizzato da Ufficio stampa Dolomiti Superski Dott. Diego Clara

 

 

L’UNESCO dichiara le DOLOMITIPatrimonio Naturale dell’Umanità”

In data 26 Giugno 2009, l’UNESCO ha inserito le montagne calcaree situate nel nordest d’Italia nella lista dei più bei paesaggi del mondo. Con questo atto, le Nazioni Unite hanno riconosciuto ufficialmente tramite la propria organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura, le peculiarità e l’unicità delle Dolomiti. Adesso le Dolomiti, con le loro note cime della Marmolada (3.342 m), delle Tre Cime di Lavaredo (2.999 m), del Rosengarten (3.004 m), dello Sciliar (2.563 m), delle Pale di San Martino (3.192 m) e del Monte Pelmo (3.169 m) per citarne solo alcune, sono riconosciute a ragione fra le montagne più belle della Terra.   

 

Da sempre le DOLOMITI incantano l'uomo  

Dino Buzzati Traverso (1906 - 1972), scrittore, giornalista e pittore di origini bellunesi, amava le montagne ed in particolare le Dolomiti, all'ombra delle quali era nato e cresciuto. Quasi tutti i suoi testi più famosi sono influenzati da questa sua passione. Ma anche come pittore, Dino Buzzati seppe come dare spazio a questa sua grande considerazione per le montagne calcaree del Nordest, dipingendo per esempio il Duomo di Milano a forma di montagna dolomitica, frastagliata, ricca di guglie e di torri acuminate.

Il grande scrittore vicentino Mario Rigoni Stern (1921 - 2008), noto ai lettori anche come il „Sergente“, nel 1993 fu uno dei primi firmatari del manifesto dell'associazione ambientalistica Mountain Wilderness, con il quale si chiedeva il riconoscimento delle Dolomiti quali „Monumento del Mondo“. In una lettera aperta indirizzata agli alunni delle scuole del Veneto, Mario Rigoni Stern, parlando delle bellezze del paesaggio di montagna e del suo valore, scrisse: „Ma lo sapete che qui da noi abbiamo le montagne più belle della Terra? Sono le Dolomiti.“

Scientificamente parlando, già nel 18° secolo le montagne dolomitiche divennero, per le particolari stratificazioni rocciose dai più diversi colori e per gli innumerevoli fossili di animali preistorici, un’apprezzata zona di ricerca frequentata dai geologi, esperti di mineralogia e geografi più quotati dell’epoca a livello internazionale. Furono loro a scoprire le particolarità della composizione rocciosa, iniziando in seguito a studiare la genesi di queste imponenti montagne frastagliate dal colore chiaro, talvolta anche rossiccio. Lo scienziato italiano Giovanni Arduino (1714 – 1795), il francese Déodat de Dolomieu (1750 – 1801) ed il tedesco Alexander von Humboldt (1769 – 1859) sono soltanto alcuni degli scienziati famosi, che si sono occupati più da vicino delle Dolomiti. Fu Déodat de Dolomieu a definire nel 1791 la composizione mineralogico-chimica della roccia dolomitica. Da allora è in uso la denominazione “Dolomia“. Nel 1864, il pittore inglese Josiah Gilbert ed il suo compatriota e naturalista George Churchill pubblicarono un rapporto di viaggio dal titolo: „The Dolomite Mountains“. Il nome „Dolomiti“ si radicò però soltanto dopo la Grande Guerra, quando il territorio divenne a far parte del Regno d’Italia.

 

Le DOLOMITI – per molti le montagne più belle del mondo

Verso la fine del 19° Secolo, numerose attività pionieristiche trovarono nelle Dolomiti un ottimo contesto territoriale per sperimentazioni di vario tipo. Furono temerari nobili inglesi i primi conquistatori delle guglie acuminate, delle creste frastagliate e delle pareti strapiombanti delle Dolomiti. Seguirono gli alpinisti asburgici, che scrissero i capitoli più importanti della storia dell’alpinismo nelle Dolomiti.

Grandi rocciatori come il viennese Paul Grohmann (1838 – 1908), il primo a conquistare la vetta della Tofana de Rozes e del Monte Cristallo presso Cortina d’Ampezzo, del Sassolungo in Val Gardena e delle Tre Cime di Lavaredo nelle Dolomiti di Sesto, amavano queste montagne e ne propagarono la fama con numerose pubblicazioni. L’Austriaco Emil Zsigmondy (1861 – 1885), anche lui uno dei pionieri in fatto di scalate storiche nelle Dolomiti, una volta le definì „una deliziosa gemma nelle Alpi“. L’alpinista, attore e regista cinematografico gardenese Luis Trenker (1892 - 1990), nato ad Ortisei ai piedi dell’inconfondibile Sassolungo, documentò la sua passione per queste montagne in numerosi libri e film che fecero il giro del mondo. Grazie a Trenker le formazioni rocciose delle Dolomiti raggiunsero per la prima volta un ampio pubblico a livello internazionale. Ed infine il “Re degli ottomila“ – Reinhold Messner. Fin da bambino, le Dolomiti lo hanno catturato. Dalla finestra di casa in Val di Funes poteva ammirare le Odle e forse capì ben presto, che le montagne non lo avrebbero mai più lasciato. Messner ha conquistato tutte le montagne più alte del pianeta, mantenendo però sempre un debole per le Dolomiti: „Non sono le montagne più alte, ma sicuramente sono le più belle del mondo“.

Pareti maestose, torrioni alti ed appuntiti, strapiombi insuperabili e creste frastagliate. La varietà delle forme, dei colori e delle valli che attraversano le Dolomiti però non hanno incantato soltanto i grandi alpinisti della storia, ma anche i maestri dell’estetica. Le Corbusier (Svizzera-Francia 1887 – 1965), forse il più grande architetto contemporaneo, vedeva nelle Dolomiti „la più bella architettura naturale del mondo“.

 

 

Le DOLOMITI – Patrimonio Naturale dell’Umanità UNESCO

L’UNESCO, l’organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura delle Nazioni Unite, cura un elenco mondiale di paradisi naturali e tesori culturali protetti, ritenuti di particolare valore per le generazioni future. Negli anni scorsi l’organizzazione si è occupata della candidatura per il Patrimonio Naturale dell’Umanità delle Dolomiti. Questa venne inoltrata dalle cinque provincie italiane di Bolzano, Trento, Belluno, Udine e Pordenone, sul cui territorio si estendono le Dolomiti, con un obiettivo ben preciso: ottenere il prestigioso riconoscimento da parte dell’UNESCO.

La IUCN (International Union for Conservation of Nature) venne incaricata dall’UNESCO di verificare la compatibilità delle caratteristiche delle Dolomiti con i criteri di ammissione al Patrimonio Naturale dell’Umanità. Il risultato: le Dolomiti sono uniche dal punto di vista geologico, botanico e paesaggistico e perciò non sono paragonabili ad altre montagne della Terra. La IUCN a proposito: “Le Dolomiti sono generalmente considerate tra i paesaggi alpini più belli del mondo, pur non avendo le vette più alte e i ghiacciai più vasti.” Infatti sono stati i pregi estetici, la straordinaria bellezza, le particolarità geologiche e la ricchezza della flora, con oltre 2.400 specie diverse, a convincere la commissione dell’IUNC. Nel suo rapporto conclusivo, la IUCN ha proposto all’UNESCO di accoglierle nella lista delle scenografie naturali di prim’ordine. Nell’ambito del 33° congresso annuale a Siviglia, il 26 giugno 2009 l’UNESCO ha dichiarato le Dolomiti Patrimonio Naturale dell’Umanità. Le Dolomiti adesso sono tra i 50 paesaggi più belli d’Europa e tra i 199 a livello mondiale.

Grazie all’esistenza di vasti parchi naturali, parchi nazionali e zone protette Natura 2000, che da decenni ormai proteggono le aree centrali delle Dolomiti, l’UNESCO ha insignito queste montagne come tali del titolo di Patrimonio Naturale dell’Umanità. Ne fanno parte il gruppo formato da Pelmo e Croda da Lago (in Veneto); il massiccio della Marmolada; il gruppo formato dalle Pale di San Martino, Pale di San Lucano e Dolomiti Bellunesi; il gruppo formato dalle Dolomiti Friulane e d'Oltre Piave; le Dolomiti Settentrionali, situate fra Alto Adige e Veneto e comprendenti Cadini, Dolomiti di Sesto, Dolomiti d'Ampezzo, Dolomiti di Fanes, Sennes e Braies e il  gruppo Puez-Odle; il gruppo formato da Sciliar, Catinaccio e Latemar, a cavallo fra Alto Adige e Trentino; le Dolomiti di Brenta, le più occidentali, tutte in territorio trentino; il Rio delle Foglie (Bletterbach), uno straordinario canyon, unico al mondo, le cui stratificazioni rocciose dai più diversi colori e gli innumerevoli fossili di animali preistorici. Complessivamente si tratta di un’estensione di ben 142.000 ettari, integrati da una zona cuscinetto di ulteriori 90.000 ettari.

Le cosiddette zone cuscinetto sono impiegate dall’UNESCO da alcuni decenni come strumento di protezione esterna delle zone centrali del Patrimonio Naturale dell’Umanità. In questa fascia territoriale si cerca di evitare o di limitare attività edilizie, infrastrutturali ed urbanistiche che possano intaccare il valore delle zone centrali. Per esempio si tende a limitare l’altezza di fabbricati, come anche la larghezza di strade. Nel caso specifico delle Dolomiti, la IUCN conferma nel proprio rapporto conclusivo, che analogamente alle zone centrali, anche le zone cuscinetto sono già inserite in riserve naturali protette al 98 %

 

Su scala mondiale ben 199 paesaggi fanno parte del Patrimonio Naturale dell’Umanità UNESCO. In Italia le Dolomiti sono la seconda zona di questo tipo e si aggiungono alle Isole Eolie, inserite nell’elenco nel 2000.     

 

Le DOLOMITI: un tempo atolli tropicali, oggi montagne maestose

Acque calde color turchese, poco profonde, barriere coralline, pesci variopinti, crostacei, spiagge bianche. Questa descrizione calza alla perfezione, parlando di un atollo nei caraibi – ma anche delle Dolomiti, che hanno le loro origini nel mare tropicale preistorico.

Circa 250 milioni di anni fa, l’attuale arco alpino era una parte del continente Pangea, che si trovava molto più a sud, all’interno della fascia tropicale della Terra. Data la presenza di molluschi, alghe, coralli e pesci, in questa zona vigeva una massiccia produzione di calcare. A causa dell’attività vulcanica e del conseguente riversamento di magma basaltico, vi fu una vasta moria di questi organismi, che si depositarono sul fondo marino. Per questo motivo oggi le Dolomiti sono un paradiso per i ricercatori di fossili. L’azione tettonica innalzò il fondo marino, il mare primordiale si ritirò man mano e la dolomia principale venne a galla. In seguito lo spostamento delle varie zolle terrestri innalzò le catene montuose, l’arenaria si consolidò grazie agli elementi calcarei presenti e venne compattata dall’enorme pressione praticata dagli strati geologici superiori. Dopo l’era glaciale ebbe inizio il modellamento della superficie delle Dolomiti, dove l’acqua si rivelò uno scultore provetto e fantasioso. Frane e detriti fluivano verso valle, mentre il vento, la pioggia ed il gelo continuavano inesorabilmente nel loro lavoro, tant’è che le Dolomiti cambiano perennemente il loro aspetto.

Una delle meraviglie che si fondano sulla particolare composizione mineralogica delle Dolomiti, è senz’altro il fenomeno della cosiddetta „Enrosadira“. La presenza di carbonato di calcio e di magnesio nella Dolomia fa si, che al tramonto le montagne si accendano di un colore rosso intenso. Le pareti rocciose sviluppano uno spettro cromatico che va dal giallo chiaro al rosso fuoco, per poi attenuarsi in vari livelli di viola, fino a scomparire del tutto nel buio della notte. L’ Enrosadira è una delle peculiarità delle Dolomiti ed è sicuramente uno degli spettacoli naturali più particolari che ci siano.

 

Le DOLOMITI: tra miti e leggende

Le bizzarre montagne del nordest d’Italia mutano costantemente le loro sembianze, offrendo sempre nuovi scorci a chi le visita. Per questo motivo le Dolomiti sono sempre state fonte di ispirazione per miti e leggende.

Le forme particolari delle Dolomiti ed i colori che cambiano nel tempo, da millenni stimolano la fantasia delle persone che vi abitano. Chi, durante una passeggiata in montagna, non ha mai creduto di vedere visi nella roccia, grotte e antri abitati forse da Salvans (cavernicoli) o da Ganes (fate del bosco)? Nel corso dei secoli sono nate leggende con varie trame, che narrano di re nani (Re Laurino), guerriere e principesse, di alleanze tra l’uomo e le marmotte, di declino e ritorno di misteriosi regni sulle montagne. Karl Felix Wolff (1879 - 1966) ha raccolto e trascritto queste leggende nel 1913, preservandole così dall’oblio.

 

 

Sciare nelle DOLOMITI “Patrimonio Naturale dell’Umanità”  – con DOLOMITI SUPERSKI   

Ci sarà un motivo per il quale le Dolomiti, già all’inizio del 19° secolo, furono teatro dei primi esperimenti sciistici in Europa? I pionieri, provenienti per la maggior parte da ambienti culturali anglosassoni ed asburgici, riconobbero subito la bellezza di queste montagne, la predisposizione dei dolci pendii alla pratica dello sci e la magicità dell’atmosfera che vi regna. Con lungimiranza, il connubio tra le Dolomiti e lo sport invernale si è sviluppato fino ad oggi, quando le Dolomiti sono entrate a far parte del Patrimonio Naturale dell’Umanità UNESCO. Ed il fatto di poter andare alla scoperta di uno dei paesaggi alpini più belli del mondo, sci ai piedi, è un privilegio impagabile.

Piste di fama mondiale come la Saslong (Val Gardena), la Olimpia delle Tofane (Cortina d’Ampezzo) e la Gran Risa (Alta Badia), oppure i punti panoramici spettacolari in cima al Lagazuoi (2.800 m), al Sass Pordoi (2.950 m), alla Marmolada (3.342 m) e alla Forcella Staunies al Cristallo (2.930 m), tutti raggiungibili con gli impianti di risalita, offrono dei panorami invernali mozzafiato sulle vette dolomitiche innevate. Lo stesso dicasi di altre piste meno note nei 12 comprensori sciistici delle Dolomiti. Grazie a Dolomiti Superski è possibile sciare da una valle all’altra, godendo dalla pista le viste più belle sul paesaggio alpino, potendo quasi toccare con mano le rocce dai colori vivi. Emozioni forti ed uniche, enfatizzate dall’incontro a tu per tu con i giganti di roccia e da un pensiero che sembra un sogno: „Sto sciando nel cuore del Patrimonio Naturale dell’Umanità UNESCO”.  

Fine articolo

 

Parchi naturali regionali e nazionali

 

Maurizio Zanin

 

Gestione della Fauna nella Aree Protette della Provincia Autonoma di Trento

 

Il sistema delle aree protette in Provincia Autonoma di Trento interessa complessivamente il 24% della superficie provinciale e si compone di due Parchi Naturali Provinciali, del Parco Nazionale dello Stelvio, di 68 biotopi, di 4 riserve naturali, di 7 foreste demaniali e di 155 S.I.C.

Nella tabella sottostante sono riportate nel dettaglio le aree protette trentine con i dati relativi alla loro estensione.

 

Parchi Naturali provinciali

Parco Naturale

Paneveggio Pale di S. Martino

20.000 ha

 

Parco Naturale

Adamello Brenta

60.000 ha

Parco Nazionale dello Stelvio

 

19.300 ha

Biotopi di interesse provinciale

 

  3.295 ha

Riserve Naturali

Riserva Naturale guidata Campobrun

 

 

 

    725 ha

 

Riserva Naturale guidata Cornapiana

 

Riserva Naturale guidata Scanuppia

 

Riserva Naturale integrale

Tre cime del Monte Bondone

Foreste demaniali

 

11.000 ha

Siti Importanza Comunitaria

 

151.633 ha di cui 37.213 ha in zone non sottoposte ad altra tutela

 

Per quanto riguarda gli aspetti normativi inerenti alla gestione faunistica nelle aree protette, la L.P 24/91 recante “Norme per la protezione della fauna selvatica e per l’esercizio della caccia” all’art. 8 stabilisce che la pianificazione faunistica e il prelievo venatorio nei Parchi Naturali Provinciali sono disciplinati dall’art. 28 della L.P 18/88 recante “Ordinamento dei Parchi Naturali”. La stessa legge prevede poi che nelle Foreste demaniali non comprese nei Parchi Naturali sia eseguita una gestione diretta della Provincia con l’esclusione dell’attività venatoria. Nei Biotopi la L.P 24/91 prevede una gestione faunistica che si attui in conformità alle disposizioni individuate nel provvedimento d’istituzione di ciascun biotopo. Nel Parco Nazionale dello Stelvio la L.P 24/91 ribadisce il divieto all’esercizio venatorio ai sensi dell’art. 21, comma 1, lettera b), della legge n. 157/92.

Come prima accennato, la L.P 18/88 recante “Ordinamento dei parchi naturali”, all’art. 28, disciplina la pianificazione faunistica di un parco naturale. Ciascun Comitato di Gestione del Parco predispone il Piano faunistico del Parco che deve poi essere approvato dalla Giunta Provinciale sentito il Comitato Scientifico del Parco. Nelle aree a parco naturale l’esercizio della caccia e della pesca è esercitato dagli aventi diritto con le norme previste dalla specifica legislazione provinciale, fatte salve però alcune prescrizioni particolari.

La L.P 14/86 recante “Norme per la salvaguardia dei biotopi di rilevante interesse ambientale, culturale e scientifico” prevede che nei biotopi di interesse provinciale vi sia il divieto all’esercizio venatorio se richiamato nelle delibere istitutive.

Per quanto riguarda invece la gestione faunistica nelle riserve naturali, le delibere regionali e provinciali istitutive delle 4 riserve naturali contengono il divieto all’esercizio venatorio.

I soggetti responsabilidella gestione faunistica nelle aree protette sono la Provincia Autonoma di Trento e gli Enti Parco. La prima opera attraverso il Servizio Foreste e fauna ed il Servizio Parchi e Conservazione della natura. Essa ha poteri legislativi, di indirizzo e di controllo, di sorveglianza e ricerca e di gestione faunistica in alcuni territori. Gli Enti Parco concorrono alla gestione faunistica nei territori di competenza. L’Ente gestore della caccia (in altre parole, l’associazione cacciatori più rappresentativa) provvede alla gestione della caccia nelle riserve comunali di diritto, comprese quelle nei territori dei Parchi Naturali Provinciali secondo gli indirizzi fissati dall’Ente pubblico.

Le linee guidadella gestione faunistica nelle aree protette trentine sono contenute negli strumenti di pianificazione faunistica rappresentati dal Piano faunistico provinciale, dalla Carta Ittica e dai Piani faunistici dei Parchi Naturali.

Il Piano Faunistico Provinciale ha come finalità la tutela, la conservazione e il miglioramento della fauna selvatica al fine di realizzare l’equilibrio con l’ambiente. La realizzazione degli obiettivi di tutela, conservazione e miglioramento avviene, in primo luogo, attraverso l’individuazione degli areali delle singole specie selvatiche, il rilievo dello stato faunistico e vegetazionale esistente, la verifica della dinamica delle popolazioni faunistiche e con l’individuazione degli interventi e delle misure volte al miglioramento della fauna.

Documento omologo del precedente, con medesime finalità generali riferite però alla fauna ittica, è la Carta Ittica della Provincia, prevista dalla L.P. n 60/78 “Norme per l’esercizio della pesca nella provincia di Trento” quale strumento di accertamento della consistenza del patrimonio ittico e della produttività delle acque. Essa stabilisce inoltre i criteri di un razionale coltivazione delle acque. Fissa, infatti, i Piani di gestione per ognuno degli oltre 800 ecosistemi omogenei individuati sulle acque correnti e stagnanti trentine. In essa sono altresì definite le specie autoctone per ogni ecosistema omogeneo, quindi la vocazione ittica di ognuno, nonché le prescrizioni relative alla corretta gestione ittiofaunistica. Ciò nel rispetto del principio fondamentale della Legge che sancisce come “la coltivazione delle acque deve basarsi, di norma, sull’incremento della produttività naturale dell’acqua da pesca nel riequilibrio biologico e mantenimento delle linee genetiche originarie delle specie ittiche”.

Per quanto concerne il territorio dei Parchi naturali provinciali (Parco Naturale Adamello Brenta; Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino) il Piano Faunistico Provinciale, Carta ittica e i Piani faunistici dei Parchi concorrono assieme - nel rispetto delle linee generali della programmazione – a determinare le linee guida della gestione faunistica. In particolare, il Piano faunistico del Parco individua criteri operativi utili per mantenere (e ricreare) gli equilibri ecosistemici, realizzando l’equilibrio fra fauna selvatica ed ambiente, con riferimento alle interazioni interspecifiche tra le specie animali e tra gli animali e i vegetali presenti. Nella stesura di un Piano faunistico del Parco si rende necessaria una sua attenta programmazione considerando sia gli aspetti ecosistemici (vale a dire le relazioni tra le popolazioni animali e le altre componenti dell’ecosistema) che socioeconomici (le relazioni tra le popolazioni animali e l’uomo). Ne deriva che la gestione faunistica nei Parchi Naturali, pur favorendo azioni di conservazione e ricerca (un utilizzo indiretto delle popolazioni animali), comprende anche una gestione di tipo venatorio (utilizzo diretto) in accordo con l’art. 28 della L.P 18/88.

Gli obiettivi di questa pianificazione faunistica riguardano il mantenimento della stabilità delle zoocenosi, l’ottimizzazione della consistenza delle popolazioni animali, l’incremento del turismo naturalistico associati alla pratica di un esercizio venatorio basato su di un prelievo commisurato, oltre che sulle consistenze e sulla struttura delle popolazioni, anche sulle reali esigenze dell’ambiente.

Il perseguimento degli obiettivi di pianificazione faunistica deve basarsi sul presupposto che le aree protette vanno intese come ambiti pilota e laboratorio nelle quali è necessario creare un collegamento con il restante territorio al fine di attuare un reale trasferimento delle esperienze in esse maturate. A tal fine, in questi ambiti sono svolte una serie di azioni:

  • di conservazione, con il “Progetto LIFE Ursus” nel Parco Adamello Brenta ad esempio, il Progetto per il recupero del Salmerino alpino (Salvelinus alpinus);
  • di ricerca: i progetti di studio e di monitoraggio delle popolazioni di Cervo europeo (Cervus elaphus) e Stambecco (Capra ibex), ricerca morfogenetica sulla Trota mormorata (Salmo marmoratus);
  • di gestione: quest’ultima azione riguarda una serie di indagini sullo stato sanitario delle popolazioni (rogna sarcoptica per il camoscio, paratubercolosi per il Cervo), sulle dinamiche di popolazione, sul prelievo venatorio compatibile (non eseguito, in questa fase, nel Parco Nazionale dello Stelvio, nelle Riserve Naturali, nei Biotopi e nelle Foreste demaniali).

Il prelievo venatorio è gestito all’interno dei Parchi con gli stessi strumenti normativi validi per il restante territorio provinciale: le “Prescrizioni Tecniche e le Norme e Criteri per la predisposizione dei programmi di prelievo” deliberati annualmente dal Comitato Faunistico Provinciale.

Le limitazioni che i Piani Faunistici pongono al prelievo venatorio sono riprese nelle Prescrizioni Tecniche.

In particolare, non vi sono limitazioni per la caccia agli ungulati, mentre sussistono per altre specie. Ad esempio tra i galliformi la Pernice bianca (Lagopus mutus helveticus) e la Coturnice (Perdix saxatilis) non sono cacciabili, il Gallo forcello (Tetrao tetrix) non è cacciabile nel solo Parco Paneveggio Pale di San Martino.

 

Servizio Foreste e Fauna-Provincia Autonoma di Trento, Via G.B. Trener, 3 – 38014 Trento

 

 

 

Parchi naturali regionali e nazionali

 

Le aree protette

 

 

Il Corpo Forestale dello Stato gestisce attualmente 130 aree protette per una superficie totale di più di 100.000 ha contribuendo così in modo significativo al sistema nazionale delle aree protette.

Il rapporto tra il Corpo Forestale dello Stato e le aree protette ha radici profonde. Nel 1922 venne affidata alla Forestale la gestione del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano.

Contemporaneamente altri terreni e beni che la Casa Reale possedeva vennero trasferiti all’Azienda speciale del demanio forestale di Stato in seguito diventata Azienda di Stato per le Foreste Demaniali (ASFD).

Per l’amministrazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, istituito nel 1923, venne creato un apposito ente. Successivamente, nel 1933, l’amministrazione del Parco d’Abruzzo passò all’ASFD per ritornare all’ente autonomo nel 1950. Nel 1947 anche il Parco Nazionale del Gran Paradiso passò in amministrazione ad un ente autonomo.

Nel frattempo erano stati creati altri due parchi, quello del Circeo (1934) e quello dello Stelvio (1935), affidati entrambi all’ASFD come anche il Parco Nazionale della Calabria istituito nel 1968.

A quei tempi l’azione dello Stato nell’istituzione di aree protette è stata episodica e frammentaria e mancava un quadro normativo di riferimento. Nonostante ciò l’Amministrazione forestale ha non solo promosso l’istituzione delle riserve naturali, gestite dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, ma ha anche stimolato ed alimentato il dibattito sull’esigenza di porre sotto tutela il territorio andando a costituire la prima ossatura della rete italiana delle aree protette. Ciò avveniva in una fase storica nella quale la pressione sull’ambiente naturale era enormemente aumentata dallo sviluppo economico e demografico. Solo a tale impegno si deve la sopravvivenza di molti habitat e specie che sarebbero stati altrimenti cancellati e i nuclei centrali e naturalisticamente più interessanti di gran parte degli attuali parchi nazionali e regionali sono costituiti spesso da queste riserve naturali.

L’articolo 83 del D.P.R. n. 616/1977, nel trasferire alle Regioni le funzioni amministrative concernenti la protezione della natura, le riserve ed i parchi naturali, faceva salva, tuttavia la competenza statale nell’individuare nuovi territori sui quali istituire riserve naturali e parchi di carattere interregionale e per svolgere funzioni di indirizzo e di coordinamento. Venivano inoltre conservati allo Stato, in attesa di una legge quadro, i beni classificati come parchi nazionali o riserve naturali statali.

A partire dagli anni ’80, invece, si è verificata una profonda trasformazione dell’atteggiamento culturale nei confronti dell’ambiente che ha portato il bene natura ad assumere un ruolo fondamentale nella scala dei bisogni umani, in quanto portatore di valori indispensabili per la vita stessa dell’uomo. Tale mutato atteggiamento culturale ha favorito una importante produzione legislativa anche in materia di protezione della natura.

In tale nuovo contesto la Legge n. 349 del 1986, istitutiva del Ministero dell’Ambiente, trasferì ad esso le competenze originariamente proprie del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste in tema di parchi e di individuazione delle zone di importanza naturalistica nazionale ed internazionale.

Si è tuttavia dovuti arrivare agli anni ’90 per assistere alla nascita di una “politica” per le aree protette e, dopo una “gestazione” parlamentare di svariati anni, ha visto la luce la legge quadro sulle aree protette n. 394 del 1991.

Infine, la Legge 6 febbraio 2004, n. 36 ha affidato al Corpo Forestale dello Stato la tutela e salvaguardia delle riserve naturali dello Stato riconosciute di importanza nazionale o internazionale nonché degli altri beni destinati alla conservazione della biodiversità animale e vegetale.

 

 

Aree protette nazionali

  • Agoraie di Sopra e Maggetto
  • Aquerino
  • Badia Prataglia
  • Bosco della Fontana
  • Bosco della Mesola
  • Campo di Mezzo - Pian Parrocchia
  • Castelvolturno
  • Circeo - Foresta di Sabaudia
  • Collemeluccio
  • Coturelle - Piccione
  • Cropani Micone
  • Cucco - Foresta di Tarvisio
  • Duna Feniglia
  • Foresta Demaniale Alto Aspromonte
  • Foresta Umbra
  • Gariglione - Pisarello
  • Giganti della Sila
  • Gole del Raganello
  • Golia Corvo - Cupone
  • Grotticelle
  • Guadine Pradaccio
  • I Pisconi
  • Isola di Montecristo
  • Lago di Pantaniello
  • Lago di Campotosto
  • Lamarossa
  • Marchesale
  • Monte Croccia
  • Monte Rotondo - Popoli
  • Monte Velino
  • Montedimezzo
  • Montefalcone
  • Orecchiella
  • Orrido di Botri
  • Piana di Corfino
  • Pian degli Ontani
  • Poverella - Villaggio Mancuso
  • Rio Bianco - Foresta di Tarvisio
  • Salina di Cervia
  • Saline di Margherita di Savoia
  • Saline di Tarquinia
  • Sasso Fratino
  • Selva di Meana
  • Somadida
  • Tirone - Alto Vesuvio
  • Tocchi
  • Tombolo di Cecina
  • Val Grande
  • Valle del Fiume Argentino
  • Valle dell'Orfento
  • Valle delle Ferriere
  • Vallombrosa
  • Vincheto di Cellarda

 

 

 

 

Il sistema delle aree protette

Il Corpo Forestale dello Stato gestisce 124 Aree Naturali Protette (Riserve Naturali). La legge 394/91 definisce la classificazione delle aree naturali protette e istituisce l'Elenco ufficiale delle aree protette, nel quale vengono iscritte tutte le aree che rispondono ai criteri stabiliti. Attualmente il sistema delle aree naturali protette comprende:

1) Parchi Nazionali

Sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l'intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future.

 

2) Parchi naturali regionali e interregionali

Sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e ambientale, che costituiscono, nell'ambito di una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.

 

3) Riserve naturali

Sono costituite da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono una o più specie naturalisticamente rilevanti della flora e della fauna, ovvero presentano uno o più ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche. Le riserve naturali possono essere statali o regionali in base alla rilevanza degli elementi naturalistici in esse rappresentati.

 

4) Zone umide di importanza internazionale

Paludi, lagune, saline, torbiere, tratti fluviali, lacustri e costieri ricompresi tra i siti classificati di importanza internazionale come habitat degli uccelli acquatici ai sensi della Convenzione firmata a Ramsar il 2 febbraio 1971 e ratificata dall'Italia con D.P.R. 13 maggio 1976, n. 448.

 

5) Altre aree naturali protette

Sono aree (oasi delle associazioni ambientaliste, parchi suburbani, monumenti naturali ecc.) che non rientrano nelle precedenti classi. Si dividono in aree a gestione pubblica, istituite cioè con leggi regionali o provvedimenti equivalenti e aree a gestione privata, istituite con provvedimenti formali pubblici o con atti contrattuali quali concessioni o forme equivalenti.

 

6) Zone di protezione speciale (ZPS)

designate ai sensi della direttiva 79/409/CEE, sono costituite da territori idonei per estensione e/o localizzazione geografica alla conservazione delle specie di uccelli di cui all'Allegato I della Direttiva citata, concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

 

 

7) Zone speciali di conservazione (ZSC)

designate ai sensi della direttiva 92/43/CEE, sono costituite da aree naturali che contengono zone terrestri o acquatiche le quali si distinguono grazie alle loro caratteristiche geografiche, abiotiche e biotiche, naturali o seminaturali (habitat naturali) e che contribuiscono in modo significativo a conservare, o ripristinare, un tipo di habitat naturale o una specie della flora e della fauna selvatiche di cui all'Allegato I e II della Direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche in uno stato soddisfacente a tutelare la diversità biologica all'interno della regione biogeografica interessata.

Tali aree vengono indicate come siti di importanza comunitaria (S.I.C.).

 

 

 

Classificazione dei Parchi Nazionali

I Parchi Nazionali possono essere distinti in:

 

Parchi storici:

 

· · Parco Nazionale del Gran Paradiso (R.D.L. 3.12.1922)

· · Parco Nazionale d'Abruzzo (R.D.L. 11.1.1923)

· · Parco Nazionale del Circeo (R.D.L. 25.1.1934)

· · Parco Nazionale dello Stelvio (Legge 24.4.1935, n. 740)

 

 

Parchi precedenti alla Legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette), istituiti nell'ambito della Legge 11 marzo 1988, n. 67 ("Finanziaria") e della Legge 29 agosto 1989, n. 305 ("Programmazione triennale per la tutela dell'ambiente"):

 

· · Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi (D.P.R. 12.7.1993)

· · Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, del Monte Falterona e Campigna (D.P.R. 12.7.1993)

· · Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano (D.P.R. 22.7.1996)

· · Parco Nazionale dei Monti Sibillini (D.P.R. 6.8.1993)

· · Parco Nazionale del Pollino (D.P.R. 15.11.1993)

· · Parco nazionale dell'Aspromonte (D.P.R. 14.1.1994)

 

Parchi istituiti con la Legge quadro

 

· · Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (D.P.R. 5.6.1995)

· · Parco Nazionale del Gargano (D.P.R. 5.6.1995)

· · Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (D.P.R. 5.6.1995 )

· · Parco Nazionale della Majella (D.P.R. 5.6.1995)

· · Parco Nazionale della Val Grande (D.P.R. 23.11.1993)

· · Parco Nazionale del Vesuvio (D.P.R. 5.6.1995)

 

Parchi istituiti con provvedimenti successivi alla Legge quadro

 

Legge 4 gennaio 1994, n. 10

· · Parco Nazionale dell'Arcipelago della Maddalena (D.P.R. 17.5.1995)

 

D.M. 28 novembre 1997

· · Parco Nazionale dell'Asinara (D.P.R. 3.10.2002)

 

D.P.R. del 6 ottobre 1999

· · Parco Nazionale delle Cinque Terre (D.P.R. 6.10.1999)

 

Parchi istituiti

 

Legge 8 ottobre 1997, n. 344 ("Disposizioni per lo sviluppo e la qualificazione degli interventi e dell'occupazione in campo ambientale")

 

· · Parco Nazionale della Sila (D.P.R. 14.11.2002)

· · Parco Nazionale dell'Appennino Tosco Emiliano (D.P.R. 21.5.2001)

· · Parco Nazionale del Golfo di Orosei e del Gennargentu (D.P.R. 30.3.1998)

 

Parchi istituendi previsti dalla Legge 9 dicembre 1998, n. 426 ("Nuovi interventi in campo ambientale")

 

· · Parco Nazionale dell'Alta Murgia

· · Parco Nazionale della Val d'Agri e Lagonegrese

 

 

Classificazione delle Riserve Naturali

Le Riserve Naturali dello Stato si dividono in varie tipologie a seconda delle priorità protezionistiche ad esse accordate.

Nelle Riserve Naturali Integrali vengono rigorosamente tutelate le risorse naturali limitando la presenza umana a scopi strettamente scientifici e di sorveglianza. Rientrano in questa categoria di riserve alcune delle aree naturalisticamente più pregevoli d’Italia come ad esempio l’Isola di Montecristo, uno degli habitat del Mediterraneo più incontaminati e che ospita specie animali ormai rarissime e in via di estinzione e la Riserva di Sasso Fratino che protegge una delle formazioni boschive più vecchie d’Italia.

Nelle Riserve Naturali Orientate l’indirizzo gestionale è volto ad una fruizione controllata e proporzionata alle caratteristiche ambientali dei territori. In tali Riserve vengono messe in atto strategie di gestione finalizzate non solo alla conservazione ma anche allo sviluppo delle piene potenzialità naturalistiche dei territori. Inoltre vi sono promossi programmi di educazione naturalistica per favorire forme di turismo compatibile più rispettose e consapevoli nei confronti dell’ambiente.

Le Riserve Naturali Biogenetiche sono volte principalmente alla tutela di aree prioritarie per la tutela del patrimonio genetico delle specie animali e vegetali presenti. È infatti scientificamente accertato il rischio che, in mancanza di concreti interventi di tutela, si determini un progressivo processo di erosione genetica a carico di quegli organismi animali e vegetali che subiscono, a causa delle attività umane, situazioni ecologiche o geografiche di isolamento. Da ciò ne conseguirebbe un danno inestimabile non solo di ordine naturalistico bensì anche economico e sociale. A titolo di esempio basti pensare ai materiali forestali di propagazione tutelati nelle riserve biogenetiche sui quali insistono i boschi da seme. Tali riserve sono ricomprese nella rete europea delle riserve biogenetiche istituita dal Consiglio d’Europa con la Risoluzione n. 17 del 1976.

Le Riserve di Popolamento Animale sono gestite prioritariamente a beneficio delle emergenze faunistiche in esse presenti. Queste riserve ospitano specie animali di estremo valore non soltanto a livello nazionale ma in alcuni casi mondiale. Particolare rilievo assumono le zone umide. Nove delle Riserve amministrate dal C.F.S. sono classificate zone umide di importanza internazionale per la protezione degli habitat, per la sosta e la nidificazione degli uccelli acquatici ai sensi della Convenzione di Ramsar.

 

 

 

Il sistema delle aree naturali protette: elementi quantitativi

 

II sistema delle aree naturali protette è costituito da 772 Aree Naturali Protette. Tali aree sono inserite in un Elenco Ufficiale previsto dalla Legge quadro sulle Aree Naturali Protette, che viene periodicamente aggiornato.

L'Elenco Ufficiale attualmente in vigore è quello relativo al V Aggiornamento, approvato con delibera Conferenza Stato Regioni del 24.07.03 e pubblicato nel S.O. n. 114 alla G.U. 205 del 4.09.03.

 

 

I Coordinamenti Territoriali del Corpo Forestale dello Stato per l'Ambiente

I Coordinamenti Territoriali per l'Ambiente operano esclusivamente nei territori protetti dei parchi nazionali; ciascun CTA si avvale di un certo numero di Comandi Stazione, numero che varia a seconda dell'ampiezza della superficie del parco e della geomorfologia del territorio.

Oltre alle funzioni proprie del Corpo, ogni CTA deve provvedere allo svolgimento dei compiti di sorveglianza e custodia del patrimonio naturale protetto, assicurando il rispetto del regolamento e dei piano del parco e svolgendo tutti quegli adempimenti connessi all'inosservanza delle misure di salvaguardia. Ciascun CTA deve assistere l'Ente Parco nell'espletamento di tutte quelle attività necessarie alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale.

Numerose sono pertanto le attività che vedono impegnati i Coordinamenti Territoriali: istruttorie per tagli boschivi e per vincoli idrogeologici, di antibracconaggio, antincendio boschivo, prevenzione e repressione dei reati ambientali, applicazione delle Direttive Comunitarie o delle Convenzione Internazionali.

Il Corpo Forestale che opera nei Parchi Nazionali collabora con l'Ente Parco nell'espletamento di compiti tecnici, di consulenza, di studio e di ricerca volti alla valorizzazione e conservazione del patrimonio naturale. Sempre più frequenti sono le richieste da parte degli enti parco per partecipare all'attività didattico educativa nei confronti dei visitatori delle aree protette, organizzando incontri ed escursioni naturalistiche con turisti o con scolaresche.

Il personale dei CTA è impegnato inoltre in servizi finalizzati al monitoraggio e ai censimenti faunistici di animali protetti: cervi, camosci, stambecchi e caprioli. Particolare attenzione viene riservata a quelle specie minacciate di estinzione nel recente passato che gradualmente ricominciano a popolare i territori protetti di Alpi e Appennini, quali l'orso bruno, il lupo, la lince e la lontra. Avvistamenti e censimenti di rapaci, in particolare l'Aquila reale e numerose specie di avvoltoi, consentono di tenere sempre sotto controllo le popolazioni di queste specie rare.

Per svolgere i servizi di sorveglianza all'interno dei territori protetti, recentemente gli uffici dei CTA sono stati dotati di reparti a cavallo che possono con più facilità e prontezza raggiungere zone accidentate e difficilmente raggiungibili con mezzi fuoristrada e inoltre non arrecano disturbo alla fauna selvatica e all'equilibrio dell'ambiente.

Nei parchi dell'Arcipelago Toscano e del Gargano, dove la sorveglianza viene effettuata anche nella zone costiere e nei tratti antistanti l'area protetta, i servizi di controllo vengono svolti con l'ausilio di mezzi nautici.

I CTA sono particolarmente attenti nella sfera del controllo dei reati ambientali, in particolare nel settore dell'abusivismo edilizio, delle cave e delle discariche  abusive.  

 

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