Corsetti e busti tutto di tutto

 

 

    Corsetti e busti

 

CORSETTO CHÊNEAU
Indicazioni cliniche
Si propone di ridurre le curve scoliotiche dell’adolescenza in soggetti con apice inferiore a T7 e valore angolare inferiore a 30° - 35°
Azione prodotta dal tutore
Il corsetto Chêneau rappresenta attualmente la proposta più avanzata del trattamento conservativo delle curve scoliotiche, avendo sia un’ottima tollerabilità, sia un buon modellamento del gibbo. Esso corregge la deformità senza favorire il dorso piatto che comunemente si associa alla scoliosi. Il principio biomeccanico con cui l’ortesi agisce è quello di applicare spinte sul lato convesso delle curve e su tutte le gibbosità rilevabili sul tronco, sia anteriore che posteriore, e sviluppare ampie camere di espansione là dove vi siano depressioni ed in particolare dal lato concavo delle curve.
Caratteristiche tecniche
Il corsetto è composto da un’unica valva in cui devono essere comprese tutte le sue caratteristiche (spinte, appoggi, camere di espansione) che sono difficilmente modificabili in seguito. Viene costruito in polietilene. Nella forma originale non comprende la fodera in plastazote la cui presenza è considerata nel nomenclatore tariffario.


BUSTO AGOSTINI ANTIGRAVITARIO
Indicazioni cliniche
Trattamento correttivo della cifosi.
Azione prodotta dal busto
Azione antigravitaria che si realizza grazie alla regolazione delle aste laterali che progressivamente flesse in avanti appianano la lordosi lombare e proiettano in avanti il torace. La forma particolare della presa del bacino con appoggio gluteo si oppone all’antiversione pelvica. La spinta centrale sullo sterno contribuisce alla correzione grazie ad un meccanismo di stimolo propriocettivo e mantiene l’iperestensione del rachide dorsale.
Caratteristiche tecniche
Il busto è costituito da una presa di bacino in cuoio rinforzata da due semianelli in acciaio modellati al di sopra delle creste iliache e fissati anteriormente ad una cerniera. Solidali ai due semianelli pelvici vengono fissati lateralmente due montanti in acciaio che oltre ad essere regolabili in altezza presentano alla base un giunto con vite continua che permette di regolare e bloccare la loro flessione in avanti. Ai due montanti laterali sul margine superiore si pongono, non fissi ma con escursione regolabile, due emiarchi di giunzione posteriore collegati tra di loro da un gancio di chiusura. Sugli emiarchi sono fissati due pressori che agiscono all’apice della cifosi.
Anteriormente è applicata al centro una molla di acciaio che partendo dalla cerniera in zona pubica termina munita di “pad” esercitando una spinta centrale sullo sterno. La pressione della molla è regolabile tramite cinghie che girano attorno ai montanti laterali e si fissano anteriormente con velcro. La presa di bacino anteriormente ha un ampio inserto in elastico per permettere la flessione in avanti del tronco e posteriormente presenta un ampio contenimento gluteo.


CORSETTO MILWAUKEE
Indicazioni cliniche
Il Milwaukee è stata l’ortesi di tronco più comunemente usata nel mondo per il trattamento delle deformità vertebrali evolutive dell’infanzia e della adolescenza. Si propone di ridurre le curve scoliotiche in soggetti con apice non superiore a T5.
Azione prodotta dal tutore
Il meccanismo correttivo è basato sull’elongazione del tronco e sull’apertura delle convessità delle curve attraverso delle pelote di spinta situate sulle costole afferenti l’apice delle curve, per effettuare una derotazione del corpo vertebrale attraverso le costole.
Caratteristiche tecniche
Il corsetto di tipo Milwaukee è composto da una presa di bacino costruita su calco di gesso, con presa in polietilene generalmente rivestita con schiuma di polietilene o cuoio rinforzate con placche metalliche, due aste metalliche in acciaio inox posteriormente e anteriormente un’asta in lega leggera RX trasparente regolabili in altezza collegate ad un collare, di medesimo materiale, regolabile con appoggio occipitale e mentoniera anteriore. A tale struttura vengono applicate pelotte di compressione munite di tiranti con i quali si stabilisce l’intensità della spinta con cui si vuole agire. -
Originariamente la presa di bacino veniva proposta in cuoio con rinforzi metallici.



CORSETTO BOSTON BRACE
Indicazioni cliniche
Il Boston Brace è indicato nelle scoliosi lombari primarie e talvolta può trovare applicazione nelle toraco-lombari con apice non superiore a D9.
Questo corsetto con l’aggiunta di aste montanti (tipo Milwaukee) viene usato per scoliosi con apice più alto delle curve.
Azione prodotta dal tutore
L’azione biomeccanica prodotta dal corsetto Boston Brace permette, mediante il progetto eseguito su esame radiografico, di posizionare delle spinte capaci di derotare i corpi vertebrali. L’obiettivo principale è quello di correggere la deviazione laterale e la rotazione dei corpi vertebrali, riportando il tronco in assetto sul sacro.
Caratteristiche tecniche
E’ costituito da un modulo prefabbricato in polipropilene di 4 mm rivestito internamente in materiale anallergico morbido con 15° di flessione lombare posteriore e 30° di concavità sull’addome. Superiormente alle creste iliache a livello L2-L3 tra il polipropilene e il rivestimento sono inseriti dei cuscinetti di plastazote semirigido detti “cordoni iliaci” che da postero medialmente si prolungano in basso via via verso l’addome. Nella parte posteriore dello stesso viene inserita una pad di spinta situata sull’apice della curva (ricavata dalla RX del paziente) e anteriormente nella parte controlaterale alla spinta posteriore, una pelota derotante.



CORSETTO A TRE PUNTI DI MICHEL ALEGRE (conosciuto anche come “lionese a tre punti”)

Indicazioni cliniche
Si propone di ridurre le scoliosi prettamente lombari in soggetti adolescenti che abbiano una chiusura dell’angolo ileo-lombare e che non abbiano curve toraciche alte.
Azione prodotta dal tutore
Si propone di ridurre le scoliosi lombari imprimendo una spinta verso il basso (cresta) ed una laterale (verso l’asse principale della colonna) per riuscire a raggiungere come obiettivo l’apertura dell’angolo ileo-lombare.
Caratteristiche tecniche
II corsetto è composto da due aste montanti in lega leggera RX trasparenti, una anteriore e una posteriore registrabili in altezza, con tre punti di appoggio: una spinta principale ileo-lombare, una controspinta pelvica eventualmente estesa fino al gran trocantere ed un appoggio toracico. Il corsetto tre punti viene realizzato in materiale plastico indeformabile ad alta rigidità.




BUSTO AGOSTINI
Indicazioni cliniche
Trattamento della scoliosi con curve lombari o dorso lombari.
Azione prodotta dal busto
E’ un corsetto corto con buona azione correttiva facilmente sopportabile e con un’ampia possibilità di autocorrezione attiva.
Caratteristiche tecniche
Il busto è costituito da una presa di bacino in cuoio rinforzata da due semianelli in acciaio modellati al di sopra delle creste iliache e fissati anteriormente ad una cerniera. Due montanti laterali in acciaio, regolabili in altezza e terminanti con ascellari vengono fissati ai due semianelli pelvici e congiunti posteriormente da due emiarchi collegati tra di loro da un gancio di chiusura. I montanti vengono sagomati dal lato della concavità della curva in modo da consentire ampio spazio ai movimenti di traslazione e scostamento dal pressore. I pressori, costruiti in cuoio rinforzato, semirigidi, sono muniti all’interno di un marker metallico per evidenziarne l’esatto posizionamento nei controlli radiografici. L’ancoraggio anteriore del pressore è costituito da un archetto metallico realizzato allo scopo di ottenere un adeguato punto di attacco antero laterale e conseguentemente una spinta dinamica grazie alla sua azione a balestra. Spesso è necessaria l’applicazione di una controspinta fissa, solidale all’emiarco posteriore, ampiamente imbottita.

 

Scheda articolo

Area tematica : ortopedia | Argomento : Corsetti e busti | Indice argomenti

Fonte articolo : www.asberto.net | Autore : se non indicato nell' articolo non era specificato nel documento di origine |

Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 29/1/11

 

    Corsetti e busti

     

     

    A. Debay

     

     

     

    Igiene delle mani e dei piedi, del petto e del corpo tutto,
    dove si indicano i sistemi per raddrizzare
    le direzioni viziose di tali organi
    e per combattere le diverse affezioni
    che n’alterano le funzioni
    o nuocciono alla loro bellezza.

     

     

    a cura di Ugo Gabriele Becciani

     

     

    La donna ha sempre cercato di migliorare, con il trucco e l’igiene del corpo, il proprio aspetto fisico, per piacere al partner e, perché no, farsi ammirare da tutti gli appartenenti al sesso opposto.

    Anche se non si può escludere che la toeletta femminile risalga alla più vicina preistoria, i primi reperti archeologici che ci possono documentare un tale stile di vita risalgono alle antiche civiltà egizia e mesopotamica: sono di questo periodo piastre di pietra incavate, atte a miscelare polveri ed oli, al fine di personalizzare il proprio belletto. In quelle torride regioni, dove la sabbia del deserto aggrediva violentemente la pelle, nacquero le prime creme cosmetiche, preparate con grassi animali, fiori ed essenze estratte per macerazione o decozione. I prodotti base erano forniti dai sacerdoti del tempio, depositari dei secreti della scienza, considerata emanazione divina.
    Ecco il qamdi, profumato di giglio, il nenufar, a base di fiori di loto, o il chichi, allestito con olio di ricino e riservato quindi, per l’odore non certo gradevole, al ceto più basso.
    Risalgono a qualche secolo prima di Cristo i preparati per truccare gli occhi, in genere neri, per la presenza di galena, o verdi, per la malacchite. Le ocre gialle erano riservate per le ciprie, quelle rosse per tingere le labbra, l’henna per le unghie o per tingere, di un bel nero, i capelli.

    Il culto della bellezza, in Grecia, prima ostacolato da uomini insigni come Licurgo o Solone, che cacciavano i profumieri da Sparta o proibivano i cosmetici ad Atene, divenne, con Socrate, un principio di vita.
    Le fanciulle, per le quali l’unico trattamento igienico fino ad allora consentito era di cospargersi il corpo d’oli profumati, scoprirono l’uso di bagni con infusi vegetali o il bicarbonato di sodio. Con Galeno la cosmesi entrò a far parte, ufficialmente, della medicina, e, sotto il governo di Pericle, apparvero unguenti come quello di rose (rodinon), di zafferano (croceron), d’alcanna (ciprinon), di mela cotogna (melinon), e, ancora, di nardo, maggiorana, mandorle amare, foglie di vite; e profumi, distinti da Teofrasto in secchi, umidi, calidi, astringenti, dolci.


    Nei primi tempi del dominio romano, quando il problema principale era costituito dalle guerre di consolidamento ed espansione dello stato, non c’era tempo per dedicarsi alla cura del corpo più di tanto: si cercava soltanto di rispettare i canoni di bellezza imposti dagli scultori greci. Ma, in un secondo momento, quando i costumi si rammollirono, il trucco affascinò le matrone romane, comparvero ricche profumerie, con disparate preparazioni, dal bianchetto per le guance, fino al costosissimo ‘unguento regio’ che conteneva più di 25 ingredienti.
    Numerose sono le ricette riportate dagli scritti che ci sono pervenuti. Il medico Quinto Severo scrive, a proposito della cura delle lentiggini: spalma assieme ruchetta ed aceto, bene anche la cipolla stemperata nel miele e unita a rape crude ed aceto… oppure il sangue di lepre. Ovidio, nelle “Metamorfosi” riporta il ‘ceratum refrigerans', l’antesignano della cold-cream: abbrustolisci lupini gialli e, nel solito tempo fa cuocere fave gonfiate nell’acqua… d’ogni cosa sei libbre. Riduci in polvere, mescola con more mature ed unisci a biacca, nitro rosso ed iris illirica, impastando con forza… Dopo aver incorporato intimamente con sterco del martin pescatore… vedrai eliminare le macchie del volto… Se mi chiedi quanto serve di questo rimedio, ti dirò che ne basta ½ oncia, spalmata sulla pelle con miele d’Attica.

    Quando, nel tardo impero, giunsero in Italia le orde barbariche, le donne romane s’invaghirono dei lunghi e bei capelli biondi delle compagne degli invasori e cominciarono ad usare estratti di camomilla e saponi alcalini forti, per schiarire le chiome.
    Ma il predominio del Cristianesimo, tarpò presto le ali all’uso dello specchio, considerato dalla Chiesa l’anticamera dell’inferno.
    Solo il contatto con la civiltà araba, portò a raffinare i saponi, fino a quel momento preparati con il sego, con l’aggiunta di calce, che migliora le proprietà detergenti e sbiancanti. A Savona, il cui nome deriva appunto da sapone, nacquero i primi artigiani saponai, che si trasformarono presto in fiorenti industrie dove il sapone si allestiva con grassi animali raffinati e, soprattutto con l’olio d’oliva, di cui è ricca la Liguria, confezionandolo nei panetti attuali.
    L’influenza araba investì anche la Scuola Salernitana dove l’ostetrica Tortula, scrisse un trattato di cosmetologia ed igiene femminile: il viso è trattato con biacca, allume, borace, limone, aceto, bianco d’uovo, zafferano, nonostante le reprimende che si alzavano dai pulpiti delle chiese, per nulla ascoltate.
    Le donne tornarono a prepararsi i cosmetici personalizzati, con grassi animali o vegetali, latte di mandorle, piante aromatiche macerate o decotte nel vino o nell’aceto, come malva, viola, salvia, rosmarino, e profumi muschiati.

    Con il Rinascimento, sotto lo stimolo di pittori e scultori famosi, che immortalarono bellezze femminili insuperabili, fu un vero pullulare di trattati sui rimedi cosmetici, scritti anche dai più illuminati ecclesiastici. Riportiamo, come esempio, il consiglio di G. Marinello, per rendere le labbra vermiglie (1547): …un’oncia di succo di cicoria, una di cocomero asinino, e altrettanto di succo di canna e d’acqua di rose, quattro once di miele schiumato. Cocete tutto assieme per molto tempo, poi colate e serbate in vaso. Quando andrete a dormire, bagnatevi le labbra e, se vi piace, anche il volto e le gengive; il mattino lavatevi con acqua di rose.

    Le dame francesi del ’600 portarono il trucco all’esaspe­razione, con l’impiego di rossetti impastati con essenze come quella detta orientale, derivata dalle squame d’aringa; e con una colorazione diafana della pelle, ottenuta con un composto di mele, mostarda, mandorle amare. È di questo periodo anche il vezzo dei finti nei. Scrive Isabella Cortese nel suo manuale “varietà di secreti, nei quali si contengono minerali, medicinali, profumi, belletti, artifizi e chimica” (1614): prendi fave, fagioli e ceci, fanne polvere e stempera con acqua tiepida, chiara d’uovo e latte d’asina; fa seccare, quindi diluisci in acqua e lavati, con essa, il viso, che vedrai bello e lucente.

    Nel ’700 il belletto dilaga. Cagliostro vende, a Londra, nel 1776, il suo balsamo e spopolano il ‘rosso del Portogallo’ o il ‘rosso vegetale di Circassa’. Perfino nei testi ‘sacri’ della medicina, ad esempio il Ricettario Sanese del 1777, si riportano ricette: per le crepe delle labbra e le asprezze della pelle, si consiglia un miscuglio di mele dolci, sugna, sevo di pecora, polvere di radice di giaggiolo ed acqua di rose.
    S’impone la moda degli annunci murali o inseriti nei giornali: adragante, gelatina di zampa di vitello, bianco d’uovo, chiodi di garofano, si fanno prima digerire in vino e poi si distilla. Con il prodotto ottenuto s’imbevevano salviette, che si facevano seccare all’ombra.

    Nel XIX secolo, si riscopre la pulizia personale, trascurata nei secoli precedenti e mascherata con profumi e trucchi eccessivi, si riaffermano i bagni con acqua e sapone, aborrendo tutte quelle sostanze chimiche dannose impiegate fino a quel momento, come piombo, biacca, aceto di Saturno, magistero e fiori di bismuto, ecc., anche se i turbinosi avvenimenti di quel secolo, portarono all’alter­narsi delle due correnti di pensiero per la scelta dei cosmetici e degli strumenti coadiuvanti per avere un corpo perfetto.

    E siamo al lavoro, anzi ai numerosi lavori (ci troviamo di fronte a più di 25 trattati brevi) del nostro A. Debay, tutti concernenti l’igiene della persona in ogni parte del corpo ed in ogni occasione. Debay è un acceso sostenitore della scelta il più naturale possibile e nemico convinto di tutti quei sistemi che costringono il corpo delle donne, in particolare del corsetto, vero flagello delle femmine dell’epoca.
    Il piacevole saggio che vi proponiamo riporta, in particolare i consigli per la migliore conservazione di mani, piedi petto, corpo in genere. Ve lo offriamo, nella quasi interezza, in una traduzione abbastanza libera ma rispettosa dei contenuti, per rendere la lettura più leggera, ed apprezzare un quadro brillante sulla cura del corpo femminile alla fine del '800.

     

     

     

     

     

     

    Le mani e le braccia
    Il cervello e la mano sono i due organi che fissano la superiorità dell’essere umano su tutti gli animali. Quando si esamina attentamente la conformazione della mano, si scoprono tutte le situazioni di progresso nelle arti e nelle scienze alle quali l’uomo è pervenuto. Armata di dita flessibili e ben articolate, la mano è dotata del pollice, la cui opposizione alle altre dita è necessaria alla completa esecuzione dei movimenti... Le dita, libere alle estremità, sono protette dalle unghie e guarnite di una specie di cuscinetto che contiene un gran numero di papille nervose disposte a parabola, nelle quali ha sede il senso del tatto. Un sistema muscolare semplice e nello stesso tempo complesso fa muovere le dita in maniera che esse possono afferrare sia i corpi più densi, sia quelli più morbidi; la forma, il volume, la consistenza dei corpi, il loro peso, la levigatezza, ecc. sono appezzabili toccandoli. Qualcuno sostiene che certi ciechi portano la finezza del tatto al punto di distinguere i colori. Questa mirabile conformazione delle mani ne fa uno strumento di precisione e di sensibilità talmente raffinati che non n’esiste nessun altro sulla terra dotato di simili prerogative.
    Le braccia devono essere proporzionate al corpo e perfettamente uguali in lunghezza e grossezza; questo stato di cose si riscontra assai raramente, a causa dell’abitudine che si ha di servirsi più frequentemente di un braccio rispetto all’altro. Nell’uomo il braccio s’appiattisce salendo verso l’alto e i muscoli e i tendini sono in rilevo. Nella donna le braccia devono essere mollemente arrotondate e ricoperte di una pelle bianca e delicata; devono essere, soprattutto, senza peli, vene in rilievo ed impronte muscolari e nervose, tutti attributi tipici dell’uomo. Un braccio ben arrotondato e proporzionato, alla stessa maniera di una mano appropriata, è un attributo che aiuta assai ad avere un bel corpo; è per questo che le donne non saranno mai troppo prodighe di cure.
    Dopo il viso è di solito la mano che si presenta più spesso alla vista. Le femmine non ignorano tale circostanza; così, quelle che sono dotate di un braccio affusolato, di una mano bianca e delicata, con dita graziose, li offrono di continuo agli sguardi perché siano ammirati; e gli uomini se ne invaghiscono perché piace loro tutto ciò che è bello…

    Aristotele soprannominò la mano lo strumento degli strumenti. In proporzione all’arto la mano deve avere una certa lunghezza, che possiamo dividere in quattro parti: la prima va dal polso al palmo della mano; la seconda s’arresta alla base del pollice; la terza finisce alla giuntura di mezzo del dito medio; la quarta alla cima dello stesso dito. Una mano ben fatta deve essere un po’ allungata, col dorso arrotondato, in maniera che le vene che corrono sotto l’epidermide non appaiano troppo. Una bella mano non deve essere né larga né stretta, né grassa né magra. La mano aperta avrà, nel mezzo del palmo, un’impercettibile fossetta, circondata da tre lievi cuscinetti carnosi ed arrotondati.
    Le dita, per essere belle e ben fatte, devono descrivere una curva nella parte superiore ed essere appiattite nella parte sottostante; le articolazioni, poco marcate non presentino alcuna nodosità spiacevole; le loro proporzioni, in quanto alla lunghezza, sono stabilite come di seguito: 1- il pollice non passi la prima articolazione del dito indice; 2- l’estremità dell’indice in estensione termini all’attacco dell’unghia del dito medio; 3- il dito medio sia più lungo di tutte le dita; 4- la punta dell’anulare non vada oltre la metà dell’unghia del medio; 5- il mignolo termini all’ultima giuntura dell’anulare; 6- l’estremità del polpastrello di tutte le dita termini a forma di cono arrotondato. Queste proporzioni che blandiscono l’occhio valgono per le donne statutarie come per quelle graziose.
    Le unghie devono essere arcuate, diafane, in modo da lasciare intravedere il fondo rosa sul quale sono poste; alla base dell’unghia si trova un piccolo segmento biancastro, che deriva dalla matrice dell’organo. Il taglio più grazioso è quello oculare; non vanno tagliate né troppo corte, né troppo lunghe. La moda delle unghie lunghe, o alla cinese, introdotta in Francia da molti anni, va, secondo noi, posta al di fuori dei canoni di bellezza. Le Veneri greche, le Elene, le Lais, le Aspasie ed altre femmine celebri, amanti della cura della bellezza, non avrebbero mai avuto la malaugurata idea di lasciarsi le unghie di una lunghezza smisurata; loro pensavano, a ragione, che le delicate mani della donna, sono fatte per prodigare dolci carezze e non per graffiare…

    La fisionomica è l’arte di distinguere l’individuo interiore da quello esteriore, vale a dire i suoi pensieri, le sue passioni, la posizione sociale, ecc.
    Le mani giocano un gran ruolo in quest’arte ed hanno favorito la nascita della chiromanzia….di cui parleremo più avanti.
    Forma e volume variano secondo l’età, il sesso, il temperamento, la professione, ecc. ed offrono all’osservatore segni distintivi facili da comprendere. È certo che si riconosce, coll’ispe­zione delle mani, una donna travestita da uomo, un contadino in abiti da ‘dandy’ o da un uomo effeminato, l’elegante dedito a balli e serate mondane celato sotto le vesti di un artigiano. La mano di un soggetto linfatico differisce essenzialmente da quella di un uomo bilioso; quella di un nervoso non assomiglia mai a quella di un sanguigno. Le vene, più o meno visibili, i tendini e le linee, marcate o no, così come certe macchie o callosità, lo spessore, la forza o la delicatezza della mano, fanno riconoscere un individuo dedito a lavori fisici o intellettuali, un ciabattino, un fabbro, un sarto, un artista, uno scrittore, ecc. ciò fa affermare che l’uomo ha sulle mani il marchio della sua posizione sociale: così le mani spesse, dure, callose denunciano un’attività fisica, mentre quelle delicate, affilate, con la pelle fine sono il segno dell’inattività manuale o dell’ozio. Le mani grosse, dalle dita corte, adunche o malfatte, svelano spesso sentimenti bassi, ignobili, un’economia sordida, l’avarizia, la grossolanità e la brutalità. Le mani affusolate, dalle dita ben fatte, si riconoscono facilmente in persone di spirito ed apprezzabili per la loro affabilità e cortesia. Una mano piccola, dalle dita affilate, con unghie curate è tipica di persona di ceto elevato e dà un giudizio positivo su tutto il corpo, mentre mani ed unghie non curate fanno nascere idee contrarie. Sia in movimento, sia a riposo, la mano possiede un’innumerevole quantità d’espres­sioni: la posizione tranquilla annuncia calma, la flessione e la contorsione, al contrario denotano passioni; le diverse pose e tutti i movimenti svelano i moti dell’animo. In una parola, i gesti della mano, dopo la voce, sono l’indice più naturale e semplice dei nostri sentimenti e del nostro stato affettivo.

    La chiromanzia è l’arte di predire il futuro, il destino degli individui, dall’esame delle linee della mano. Senza discutere i principi di questa frivola arte, diremo che si ritrova in tutti i popoli dell’antichità: Caldei, Assiri, Babilonesi, Egizi; gli Arabi furono molto versati a quest’arte; i Greci non la disdegnarono ed Artemidoro d’Efeso ne fece l’argomento di un voluminoso trattato.
    Presso i popoli moderni, soprattutto nel Medioevo, una folla d’autori di basso livello e di ciarlatani, aggiunsero altre assurdità a quelle degli antichi. Qualche uomo più colto ed elevato, riuscì a trovare, cercando in quel mostruoso caos d’autori, sparsa qua e là, qualche verità che servirà, più tardi, a stabilire su basi più solide, i segni fisionomici di cui verremo a parlare. Una miriade di scrittori ha lasciato, sulla chiromanzia, pagine assai bizzarre e puerili: rinviamo il lettore al nostro trattato sulle scienze occulte, dove troverà nomi ed opinioni di tali autori. Qui è sufficiente ricordare che la chiromanzia ha intimi rapporti con l’astrologia.
    La mano è divisa in più regioni sotto l’influenza di un pianeta: il pollice è controllato da Venere, l’indice da Giove, il medio da Saturno, l’anulare dal Sole, l’auricolare da Mercurio; le sporgenze del tenar e dell’ipotenar appartengono alla Luna, il centro della mano a Marte. In quest’ultimo si trova il gran triangolo, formato dalla linea della vita, quella mediana e quella del fegato.
    Presso le più abili chiromanti si può trovare il libro ‘vero’ sul destino dell’uomo.
    Noi non ci fermeremo a credere che un individuo vada considerato come una delle fantasticherie umane e non affermeremo mai che la chiromanzia elevata al pari della fisionomica, possa essere considerata un’arte d’osservazione che merita stima, poiché non tiene per nulla conto della ragione.

    Igiene delle mani
    Essendo la mano, fra tutti i nostri organi, quello dall’uso più frequente, sarebbe troppo soprassedere alle diverse influenze che possono o potrebbero nuocere al suo sviluppo, influenzando i diversi tessuti che la compongono. I colpi, le lacerazioni, le contusioni, le bruciature, ecc. sono assai nocivi per la bellezza della pelle; qualche volta alterano la mobilità e la delicatezza del tatto. Andranno quindi evitati i corpi duri e spigolosi, gli acidi, gli irritanti ed i caustici e, se si è costretti a toccare tali sostanze od oggetti, bisognerà far ricorso per prima cosa ad oli, grassi, cerati e a preparati come la pomata al cetriolo o la crema lenitiva.
    Dopo aver lavato le mani in acqua calda, bisogna guardarsi dal passarle subito nell’acqua fredda; allo stesso modo, occorrerà scaldarle, nel periodo invernale, al fuoco vivo, e non esporle al freddo della strada. Il passaggio istantaneo dal caldo al freddo, o viceversa, altera il tessuto cutaneo, lo indurisce e lo rende scuro, lo screpola, lo spacca o lo ricopre di squame.
    I guanti sono necessari in inverno, per proteggere le mani dal freddo; in estate, per preservarle dall’abbronzatura, occorre far seguire ripetute attenzioni e cure, durante tutto il giorno.
    Esiste in commercio una gran quantità d’acque, paste, saponi, creme, ecc. per la cura delle mani, prodotti ai quali ci si può affidare. Però, considerato che il commercio ha come unico fine un effetto istantaneo, se una sostanza deterge e rischiara solo la pelle, viene proposta come un eccellente e miracoloso cosmetico, gli annunci riempiono i giornali, i manifesti ricoprono i muri ed i foglietti illustrativi circolano in ogni luogo. Ma, in genere, questi composti, sotto forma di povere, pasta, sapone, sono astringenti, qualche volta caustici e, dopo l’applicazione, la pelle s’indurisce, diventa cadente, secca, si screpola o si fende.  Le sostanze più naturali e migliori per la pulizia delle mani sono la pasta di mandorle, la mollica di pane, la crusca, il sapone, il sapone dermofilo e, soprattutto la pasta lenitiva. Queste ultime preparazioni, non nocive per la pelle, la sbarazzano, al contrario di tutte le impurità, l’addolciscono, la conservano fresca e morbida.
    Se la pelle è macchiata d’inchiostro o d’altri colori tenaci, si comincia con l’ungere d’olio o di pomata la parte, si sfrega poi leggermente con una spugna e, alla fine si lava con pasta lenitiva.
    Fra tutti i procedimenti, il migliore per addolcire la pelle e donarle la freschezza e l’aspetto vellutato che rendono le mani eleganti è il seguente: Prendete quanto una nocciola di crema lenitiva e, la sera prima di coricarsi, fregate le mani in tutti i versi per un minuto. Quando saranno ben impregnate dall’aroma, indossate subito guanti di pelle di capra o d’agnello. L’indomani, lavatele con la pasta lenitiva ed acquisteranno il biancore della neve e la dolcezza del velluto.
    A molte persone, particolarmente i giovani, la pelle che borda i due lati delle unghie si screpola, si strappa e si solleva in piccoli fili, detti pepite. Queste possono essere assai lunghe e profonde, secondo le cause che le hanno provocate, ed allora divengono molto dolorose; a volte formano piccoli ascessi. Sono cagionate, di solito, da sfregamenti ripetuti, dal freddo e dal caldo, alternati, da sostanze irritanti, sbiancanti, tinture, ecc. Esistono persone particolarmente soggette, soprattutto quelle che tengono le dita coperte d’inverno, o dalla pelle particolarmente secche. Bisogna evitare di strappare le pepite, cosa che si fa abitualmente: la loro estirpazione violenta può ingenerare irritazione, rigonfiamento, infiammazione del dito ed anche il mal bianco, noto col nome d’avventura o patereccio. Il metodo migliore per eliminarle è di ungere le estremità delle dita con un po’ di crema lenitiva, poi, dopo un quarto d’ora circa, tagliarle il più vicino possibile alla base, con forbicine curve, affilate e taglienti; dopo questa piccola operazione, se rimane sensibilità al dito, conviene ricoprirlo con un pezzetto di taffettà d’Inghilterra odi sparadrappo ‘baudruche’ , per sottrarlo al contatto con gli agenti esterni. Le persone che eseguono lavori manuali non devono trascurare le pepite, per evitare che divengano dolorose. Il metodo per prevenirle per le persone che ne vanno soggette è di ungere con un poco d’olio le estremità del dito, massaggiando delicatamente la pelle, dall’alto verso il basso….
    Le mani, essendo fra tutti gli organi del corpo, quelli che s’adoprano di più, sono frequentemente esposte ad influenze perniciose esterne… (vedete l’opera “Igiene della pelle”).
    Le mani rosse o con vene troppo sporgenti, sono brutte per una donna. Si raccomanda alle giovani afflitte da questi inconvenienti di non lavarsele con acqua calda, di non indossare corsetteria troppo stretta, poiché queste vesti esercitano la stasi del sangue nelle vene delle braccia e delle mani. Le maniche strette al polso sono ugualmente vietate, per il solito motivo, mentre vanno bene i quanti di pelle. Infine, si raccomanda come metodo chimico per rendere le vene meno appariscenti, una lozione composta di 125 g d’acqua e di 15 dg di cianuro di potassio, ma solo quando la pelle non è lesa, poiché il cianuro è un potente veleno.
    Le dita larghe possono perdere questa forma grossolana, con pizzicotti e frizioni ripetute frequentemente. Si può raggiungere il solito risultato, serrandole, la sera prima di coricarsi in legnetti simili per forma a ditali da cucito.

    I guanti
    L’uso dei guanti è oggi esteso a tutte le classi sociali; l’inconfutabile utilità di questa piccola veste, che protegge le mani contro la gelida tramontana dell’inverno o l’arsura dell’estate, l’ha ormai resa indispensabile. La pelle, la lana, il cotone, il lino e la seta, sono, di solito, impiegati per la fabbricazione dei guanti. I guanti più modellabili e morbidi vanno preferiti a tutti gli altri: non sono gravosi per le mani e le addolciscono; i guanti di cotone, di lana, di seta, possono causare, occasionalmente, rossore alle pelli delicate. I guanti variano secondo la stagione: quelli di castoro, daino o cachemire foderato, ecc. sono più convenienti per l’inverno; quelli di pelle, di capra, di lino, di seta, di filaticcio di seta, i mezzi-guanti in filo, ecc. si portano d’estate. Si raccomanda soprattutto di non far uso di guanti troppo stretti o troppo serrati al polso: oltre a strapparsi presto, hanno l’inconveniente di stringere le mani delicate, di fermare la circolazione del sangue e di provocare la dilatazione delle vene.
    L’arte del guantaio ha seguito, in Francia, passo a passo, quella del sarto: come quest’ultimo maschera alcuni difetti del corpo, con un abile colpo di forbici, l’altro, con quanti idonei, riduce una mano larga od allunga dita troppo corte.
    Si fabbricano anche quanti laccati o profumati, di cui non considereremo l’uso; i primi hanno l’inconveniente di nuocere alla traspirazione, i secondi possono, per l’odore che emanano, indurre inconvenienti alle donne nervose… (v. formulario in appendice).

    Igiene delle braccia
    … Le qualità, la forma ed il volume delle braccia s’influenzano soprattutto con l’alimentazione. Le braccia magre vanno ingrassate, così come le troppo grasse devono essere sottomesse ad un regime contrario. Il lettore troverà nel nostro testo “Igiene degli alimenti” i diversi generi di cibo adatti per ingrassare o dimagrire… senza inconvenienti per la salute…
    I peli delle braccia si tolgono col depilatorio indicato in “Igiene del viso e della pelle”.
    La freschezza e la purezza della pelle esigono bagni frequenti e lavaggi giornalieri con acqua tiepida, leggermente aromatizzata. La dolcezza ed il biancore s’ottengono con unzioni di crema lenitiva, lasciata sulla pelle per un quarto d’ora, o più se necessario. Si lava in seguito con acqua tiepida e pasta lenitiva o sapone dermofilo. Questo sapone, recentemente proposto per sostituire quello alla pomice, rende la pelle morbida, possiede le proprietà di togliere le impurezze, le pelli morte dell’epider­mide e d’addolcire la cute, rendendola liscia come il vetro.
    Pochi sanno portare bene le braccia. Alcuni imprimono loro movimenti rudi, bruschi, spigolosi; altri sembrano farle ballare. Alcuni le tengono serrate allo stomaco; altri dietro la schiena, e ciò farà pensare che siano imbarazzati. Le pose ed i movimenti delle braccia richiedono studio ed esercizio per arrivare a muoverle con gusto e garbo. La cattiva abitudine di lasciar cadere le braccia libere provoca la sporgenza delle scapole ed una postura viziata delle spalle; la schiena s’incurva, le clavicole si portano in avanti ed il petto si restringe. Il solo modo di opporsi a tali difetti è di abituarsi a portare i gomiti indietro… Il lettore troverà altre notizie in “igiene del viso e della pelle” e in “Igiene della bellezza umana”.

    Il torace o busto

    Il petto
    Il petto si presenta come la regione più vasta del corpo: è quadrato, largo, coperto di peli e ben piazzato, nell’uomo; nella donna è più stretto, meno esteso, ma più attraente, formoso ed esige un certo grado di rotondità per nascondere le sporgenze e gli incavi della struttura ossea. Le principali caratteristiche di un seno femminile sono una pelle bianca, liscia e vellutata, una rotondità non eccessiva ed uno sviluppo normale delle ghiandole mammarie, vale a dire, né troppo né poco. In un petto ampio e ben conformato gli organi respiratori ed il cuore sono alloggiati a loro agio e funzionano in piena libertà. Al contrario, in un petto stretto, soprattutto quando è compresso da vesti, questi organi sono a disagio e le loro funzioni non si esplicano più con facilità; ecco perché è essenziale non comprimere mai il petto e lasciarlo in libertà.
    Fisionomia – Il petto largo, squadrato e villoso annuncia, nell’uomo, la forza e la rusticità, mentre il petto stretto denota uno spirito delicato e la tendenza all’amore. Nella femmina, un petto largo e ben fornito è il segnale di una salute fiorente, che coincide con un carattere gaio ed aperto. Mentre il petto stretto, secco, rientrante, cela istinti morbosi e gelosia. Il petto carenato fa pensare ad una debolezza degli organi respiratori ed alla predisposizione alla tisi.
    Igiene – L’igiene del petto abbraccia due tipi di cure, alcune rivolte alla pelle, altre necessarie per il seno. La pelle di questa regione deve essere tenuta in uno stato di rigorosa correttezza, soprattutto nei mesi caldi, quando le pieghe del seno sono invase da un’umidità eccessiva. Il petto va difeso da bruschi cambiamenti di temperatura; bisogna ugualmente guardarsi da tutte quelle influenze che potrebbero nuocere allo sviluppo, alla bellezza ed all’integrità degli organi pettorali.
    Le influenze nocive possono essere sistemiche o locali; fra le prime, che agiscono sull’intero organismo, le veglie prolungate, le notti dedite ai piaceri, l’abuso di tè, caffé e liquori eccitanti; la mancanza d’esercizio fisico, una vite molle e trascurata, un’alimentazione delimitante, tristi passioni, malattie d’ogni genere, ecc. Fra le cause locali, che tendono di continuo a deformare il petto, ad opporsi allo sviluppo dei seni, a rammollirli, avvizzirli e renderli flaccidi prima del tempo, va citato, in primo luogo, l’uso del corsetto in l’età giovanile e l’impiego di corsetteria e camicette troppo strette o serranti.
    Le antiche femmine greche e romane, dalle ampie vesti, non ostacolavano per nulla la crescita del loro corpo, ed avevano un petto largo, sul quale due graziosi seni addolcivano le forme. Oggi che il costume ha cambiato le usanze, le nostre graziose donne, convinte da mode assurde, imprigionano il petto in stecche di balena, restringendo il loro torace, comprimendo lo stomaco; diventano isteriche e cattive e si preparano a parti laboriosi che portano a volte, alla morte…

    Il lungo capitolo che segue è dedicato ai corsetti, dalla loro origine fino ai tempi dell’autore. Poiché non interessa strettamente l’argomento che ci siamo proposti di trattare, riporteremo solo qualche brano, di squisito interesse storico e sociale.

    Il corsetto, questa veste ridicola inventata per vanità, allo scopo di nascondere difetti e deformità… e che le nostre dame portano oggi, era completamente sconosciuto ai grandi popoli dell’antichità che ci hanno condotto alla civiltà, i Greci ed i Romani. Tuttavia gli storici di quel tempo c’insegnano che, fra le donne, erano in uso diverse cinture o fasce, con lo scopo di renderle più attraenti e di conferire loro forme più seducenti.
    Omero afferma che Venere, con la sua cintura, era più attraente e che Giunone gliela chiese in prestito per soggiogare il signore degli dei.
    Giulio Polluce, che s’occupò spesso della cosmesi delle dame dell’antichità, c’informa che le donne greche e romane avevano quattro tipi di cinte: 1- lo stéthodesmon, che s’applicava, sulla nuda pelle, al petto e serviva a sostenere seni voluminosi. 2- lo strophion, guarnito d’oro e di pietre preziose, che serviva a comprimere leggermente il busto ed a moderare lo sviluppo dei seni tendenti ad ingrossare troppo. Aristofane fece l’elogio di tale cintura. 3- la ‘zona’ che s’applicava sul ventre per comprimerlo e mantenerlo turgido. 4- l’anamaskalis, benda molto larga, avvolgente tutto il petto: le donne afflitte da uno sviluppo eccessivo del seno, cercavano con essa d’appiattire quest’organo.
    Le Romane chiamavano queste cinture fascia castula, ecc… Nessun rapporto, comunque, con le corsetterie moderne…
    Marziale, Ovidio, Catullo e Tibullo, dettero consigli alle donne per una posa conveniente e graziosa di queste cinture. Alessio d’Atene, zio del poeta Menandro, c’iniziò ai segreti delle cortigiane greche, usati per ridurre le forme secondo l’esigenza della moda. Già ai tempi di Galeno, sotto Antonino e Marco Aurelio, le femmine abusavano di bande e cinghie, come prova il passaggio seguente, tratto da uno scritto del celebre medico: “Il petto delle bambine è spesso deformato per l’ignoranza delle nutrici, che applicavano male le fasce…”. Tacito riporta che le fasce, sconosciute ai Galli, penetrarono nei loro paesi con le conquiste romane. I Galli, asserviti, conservarono quel costume romano fino ai tempi di Carlo Magno. Solo in quell’epoca il costume si modificò, assumendo una connotazione nazionale. Herbé, autore di un’opera sui costumi francesi, affermò che sotto Carlo Magno le vesti erano così attillate che i seni e tutte le forme si stagliavano vigorosamente in rilievo. Questo costume, nonostante le rivoluzioni ed i cambiamenti di dinastia, attraversò vari secoli, senza cambiamenti degni di nota. Sotto Luigi XI, la moda delle vesti aderenti era ancora talmente radicata che si cucivano i corsetti direttamente sul corpo della persona, perché fossero più stretti. Fino a qui nessuna stecca di balena o di metallo. La regina Jeanne de Bourbon, moglie di Carlo V, inventò una mantellina, discendente sul tronco e guarnita, sul davanti di una stecca fermata con un gallone d’oro; questa stecca, assai resistente, applicata al petto lo divideva in due parti uguali. Isabella di Baviera congegnò per prima i corsetti steccati e li fece adoperare alle dame di corte, come mezzo per sostenere i loro corpi disfatti dagli eccessi. Caterina de’ Medici estese la moda in tutta la Franca ed ogni donna imprigionò il proprio seno in un astuccio talmente rigido che le faceva appena respirare.
    Questi corpetti steccati, modificati solo leggermente, restarono un capo d’abbigliamento indispensabile; ci vollero le ‘luci’ del XVIII secolo e la gran rivoluzione del 1789, per aprire gli occhi delle donne e far loro abbandonare le corazze d’osso di balena… ma il ritorno alla ragione non fu di lunga durata: verso il 1810 il corsetto comparì di nuovo… In tal maniera, oggi, di una giovane donna, che sarebbe divenuta una bella e superba femmina, il corsetto ne ha fatto una bambola stinta, senza grazia, senza salute; di una femmina che prometteva una madre feconda ne ha fatto un ‘vitino di vespa’, ansimante al minimo movimento, una creatura fragile, indebolita che non ha seni da offrire al suo gracile bambino.

    L’autore si domanda se il corsetto possa essere considerato un ausilio di bellezza, o vadano piuttosto apprezzate le belle forme che ci sono pervenute di Venere, di Diana o Niobe. Passa poi ad esaminare tutti i gravi inconvenienti che ci si può procurare come il restringimento della cassa toracica, l’alterazione del respiro del circolo, della nutrizione e della digestione; inoltre, i danni che si possono indurre nel feto ed alle facoltà virili del nascituro ed, infine alle ghiandole mammarie. In proposito cita il testo “Igiene del matrimonio”, opera d’enorme successo, che raggiunse una tiratura di 60000 copie, un vero record per la fine del ’800.

    M. Senes, professore d’antropologia al museo di storia naturale, ha recentemente fatto intendere le seguenti dure parole: “Il corsetto spinge la massa intestinale verso il basso e lo stesso accade all’utero, organo mobile. Da qui le affezioni terribili di quest’organo, così frequenti a Parigi, che nemmeno i medici possono curare. Potete osservare – signori – che l’uso della corsetteria non è solo funesto a chi l’adopera; se non ci si riguarda, sarà un attentato per la razza umana: poiché questa moda ridicola e mortificante attacca la stessa fonte della vita e tende ad alterarla”…
    Nelle persone giovani e di costituzione delicata, il corsetto esercita una compressione spesso intollerabile, su una parte o tutto il busto; allora le giovani ragazze, cercano di eliminare il dolore con movimenti… La conseguenza di questo stato di cose è un risultato opposto a quello che ci si attendeva: la deviazione che si voleva raddrizzare, con il corsetto, s’aggrava… ogni giorno e finisce per diventare incorreggibile…
    Altro inconveniente è quello di far perdere alle giovinette il gusto di giocare, correre, folleggiare, come si conviene alla loro età; la camicia di forza che le comprime rende difficili e faticosi i giochi, che richiedono movimenti rapidi e leggerezza del corpo: allora la loro salute langue e la freschezza scema…
    Povere giovani! ... Avete eliminato la maglia, quando dunque farete giustizia del vostro corsetto? …
    Possa la seguente tabella, redatta da un celebre medico, fare aprire gli occhi alle madri che, sperando di donare un busto elegante alle loro figlie, le bloccano all’età di 7-10 anni, con un corsetto rigido.
    La tabella è la media di 40 anni d’osservazione. Su 100 giovani assoggettate al corsetto:
    25 soccombettero a malattie di petto.
    15 morirono in seguito al primo parto.
    15 restarono inferme dopo aver partorito.
    15 divennero deformi.
    30 soltanto resistettero, ma furono, in seguito, afflitte da indisposizioni più o meno gravi.
    … Riportiamo, qui di seguito, alcuni aneddoti che provano i danni del corsetto e l’errore delle femmine che lo consideravano indispensabile alla loro avvenenza.
    L’imperatore Giuseppe II, colpito dai profondi attentati che la corsetteria recava alla salute delle donne dei suoi stati, lanciò una proscrizione contro queste vesti perniciose, e, per convincere le donne, ordinò che le donne inadempienti fossero condannate a pene corporali che lasciassero il segno, come perenne macchia d’infamia. Questa proscrizione non impedì ai corsetti di ricomparire, dopo breve tempo.
    Nel 1812, epoca in cui la moda del busto si propagò nell’impero, Napoleone, intrattenendosi con il suo medico Corvisart, disse: “Questa veste, di una civetteria di cattivo gusto, che martirizza le donne e maltratta la loro progenie, annuncia che, in Francia, si va perdendo lo spirito bellicoso, e mi fa presagire una decadenza vicina”.
    Luigi XVIII disse a madame du Cayle: “ Voi sareste la femmina più carina del mio reame, se disprezzando una moda assurda, abbandonereste quest’orrido corsetto, che abbruttisce la natura”.
    Quando si domandava alla signora Tallieu quale fosse il segreto per essersi conservata così fresca e bella, in un’età avanzata, lei rispondeva: “Non ho mai portato corsetti”.
    Carlo V ripeteva ai suoi intimi: “Non era raro, un tempo, trovare alla corte di Francia Veneri, Diane, Niobi; oggi non si vedono che busti”.
    La contessa ***, durante l’assenza del marito, generale dell’esercito in Africa, aveva combinato il marito di suo figlio con la figlia della duchessa ***. Al ritorno a Parigi, quando il generale ebbe buttato gli occhi sulla donna che era stata scelta, la rifiutò in modo perentorio, dicendo a sua moglie: “Sapete, signora, che da 500 anni la nostra famiglia onora il proprio paese per gli uomini fornitigli. La signorina ***, gracile come una rosa, che non ha né fianchi né petto, non saprebbe perpetuare la mia stirpe. Io mariterei mio figlio con una donna robusta, che non avesse mai deformato il corpo con il corsetto”.
    Il saggio Cuvier accompagnava una ragazza, pallida e gracile, nell’orto botanico. Essendosi la donna fermata ad ammirare un fiore molto grazioso e dai colori brillanti, egli le disse: “Poco fa, voi assomigliavate a quel fiore e domani quel fiore somiglierà a voi”. L’indomani Cuvier riportò la giovane, la quale emise un grido di dolore, vedendo il prezioso fiore ricurvo, pallido e languente; lei domandò la causa all’illustre professore, che rispose: “Signora, questo fiore è la vostra immagine: come voi, esso languisce sotto una crudele stretta”, e mostrò contemporaneamente una legatura praticata dal giardiniere sul gambo del fiore. “Voi farete lo stesso – aggiunse – sotto la dolorosa compressione del vostro corsetto e perderete poco a poco il fascino della vostra giovinezza, se … non abbandonerete la vostra pericolosa veste. La giovinetta seguì il consiglio del gran naturalista e ritornò presto in salute.
    L’illustre Percy diceva alle donne di sua conoscenza che l’insegna sovrastante numerosi magazzini ‘fabbrica di corsetti’ equivale, per lui, a ‘fabbrica di veleni’.
    “Quanto male nei corsetti! – scriveva l’eminente professor Delpech – Unica causa delle morti premature”.
    Reveille-Parise disse, con ragione: “Se, per un capriccio di moda, il corsetto venisse proscritto di colpo, come si troverebbero più libere le donne! E se, in seguito, s’infliggesse loro come punizione d’indossarlo di nuovo, come s’infligge la canga ai Cinesi, loro lancerebbero alte grida e si rivolterebbero contro la barbarie di un supplizio”.
    Keratry, nella sua eccellente opera “Sul sublime e sulla bellezza”, riporta che, essendo un giorno nello studio di Prudhon , ammirò una Venere al bagno e chiese se la modella si trovasse a Parigi. Il gran pittore gli rispose negativamente e deplorò la scarsezza di risorse che la capitale offriva in quel genere. Secondo lui le femmine della città non mancano di morbidezza e di correttezza nella parte inferiore del corpo: i piedi, le gambe, le cosce, le anche, sono di proporzione gradevole; quanto sono invece difettose nel petto e nel busto. L’abile artista credeva dover attribuire queste imperfezioni all’uso della corsetteria, ed aveva perfettamente ragione.
    Il dottor Alibert si trovò, a corte, ad una brillante serata, dove tutte le dame sembravano essersi sfidate a strangolare il più possibile il proprio busto. Qualche giovanotto, che non aveva cessato di complimentarsi con le signore dell’apprezzabile finezza del loro tronco, s’avvicinò al celebre medico, dicendo: “Dottore, voi sembrate triste, diamine! La vostra figura preoccupata è un controsenso, in una festa così brillante di fascino e di grazia femminile. A cosa pensate, dunque?”. È vero, sono profondamente corrucciato, ma non potrebbe essere diversamente, vedendo la crema degli uomini parigini incitare, ridendo, le donne al suicidio! …
    Voi, signore francesi, ridete del costume che obbliga la Cinese a deformarsi i piedi, o l’Indiana a forarsi il naso per sospendervi un anello; canzonate il largo braccialetto che la Beduina porta alla caviglia; trovate ridicole le lunghe orecchie deformate da enormi orecchini d’oro; parlate con malizia contro la larga taglia della femmina turca o moresca, ma sapete voi cosa pensano le donne di quelle nazioni, di una francese strangolata da un corsetto? …
    Sentite cosa disse in proposito lady Morgan: “Durante il mio soggiorno a Costantinopoli, amavo prendere bagni orientali assieme alle donne d’Osman Pascià. L’harem di questo ricco signore era composto di trenta femmine, greche, circasse o magrebine, di una bellezza fisica insuperabile. Ogni volta che entravo nel bagno, non potevo non soffermarmi ad ammirare quei bei corpi, dai ricchi contorni e senza alcun legaccio…

    Il testo prosegue con la descrizione delle donne orientali che, vedendo spogliarsi un’amica di lady Morgan, giunsero persino a chiedere se si trattasse di una donna. Tutto ciò Debay racconta per dimostrare che il corsetto non favorisce l’eleganza, non dà grazia ai movimenti del corpo e non rende le donne più seducenti. Infine prova che anche deviazioni della spina dorsale o deformità del corpo non possono essere annullate con l’uso della corsetteria, citando, a sostegno delle sue tesi, l’esperienza di medici ortopedici come Guerin e Tavernier, direttori d’ospedali ortopedici di Parigi, o di fisioterapisti e ginnasti come Paz, Pinette, Clias, tutti concordi nell’affermare che le uniche cure applicabili sono l’esercizio fisico ed un’alimentazione razionale. L’autore rimanda per questo al suo “Igiene e perfezione della bellezza umana”.

    Ciò nonostante, a Parigi, alla fine del ’800, esistevano 3722 corsetterie, con una produzione annua di 677404 manufatti; considerando poi che in ogni dipartimento di Francia vi erano, all’incirca, 50 corsetterie, la produzione poteva raggiungere la strabiliante cifra di un milione e cinquecentomila pezzi…
    Di ritorno dal suo viaggio dall’India, M. de Jouy raccontava alle dame parigine che le baiadere si servono di un corsetto elegante e comodo. Quest’igienico indumento ha le proprietà di conservare i seni nella loro forma sferica e nello stesso tempo di mantenerli fermi, e di consentire la freschezza.
    Ogni seno è coperto da una coppa di tessuto chiaro, delicato al tatto, convenientemente elastico per consentire ai seni di restare in posizione orizzontale ed evitare che possano cadere, a causa del loro peso

    Organi mammari (seni)
    Sul petto delle femmine nascono e s’arrotondano quei graziosi organi dai quali il bambino prende la vita; è alla loro freschezza ed alla fermezza dei contorni che si deve la magica influenza che esercitano sull’occhio, anche il più indifferente, ma non tutti i petti offrono seni con forme delicate o tessuti che eccitano l’ammirazione: alcune donne non presentano altro che rudimenti, in altre, al contrario, si ha uno sviluppo oltre misura, con dimensioni mostruose.
    Per riunire le condizioni utili alla bellezza voluta, i seni devono occupare, sul petto, una linea orizzontale perfetta; si slanceranno da una base larga e restringeranno gradualmente le proprie linee sferiche fino ad arrotondarsi in un cono sormontato da un capezzolo rosa (i seni rotondi come una boccia sono difettosi).In più, dovranno offrire un’armonia perfetta delle proporzioni, tenersi fermi in modo naturale e possedere quella resistenza elastica, quell’aspetto vellutato e quel biancore di pelle, tipici della perfezione. Noi abbiamo constatato, però, che queste qualità non si trovano in quelle femmine che, durante la loro giovinezza, fecero uso di corsetti.
    La bellezza, secondo i canoni artistici, esige ancora che lo spazio che separa i due seni sia uguale alla distanza che va dal capezzolo alla fossetta clavicolare.
    Fisionomia – Seni ben conformati, fermi, con capezzoli erettili, annuncino la salute, la fecondità ed un buono stato sessuale. Seni grossi, flaccidi, cadenti, indicano, in genere un temperamento freddo, indolente, mentre seni piccoli designano un temperamento contrario. L’assenza di seno è segno di uno stato femminile incompleto e deve far credere alla sterilità.
    Igiene – Le cure richieste per i seni sono di due tipi: le prime riguardano la pelle, che deve essere sempre tenuta in uno stato perfetto, soprattutto nei capezzoli; le altre concernono le mammelle, composte di un agglomerato di piccole ghiandole, facilmente sensibili ad influenze esterne che richiedono i maggiori trattamenti.
    Così la giovane femmina, resa dotta sulla delicatezza del tessuto di questi organi, deve guardare sempre di sottrarli alle intemperie, alla compressione dei corsetti ed ai massaggi eccessivi, che spesso minacciano freschezza, bellezza e salute. Lei li preserverà soprattutto da colpi e contusioni, che causano spesso stati infiammatori, alterazioni più o meno profonde, come l’ingorgo, gli ascessi e gli indurimenti che, a volte, possono avere esiti funesti come lo scirro o il cancro.
    Plasticità dei seni – Gli antichi greci, che ci hanno lasciato modelli così belli, apprezzavano seni medi e terminanti a pera. Le loro giovani figliole, se tendevano ad avere un petto troppo voluminoso, si servivano, per arrestarne lo sviluppo, di una pietra ferruginosa nell’isola di Naxos ; questa pietra, ridotta a polvere finissima e sospesa in un liquido astringente, veniva applicata, sotto forma di cataplasma, sui seni. Quella che noi chiamiamo la terra ‘cimolée’ otterrebbe probabilmente lo stesso risultato.
    Le dame romane, che non potevano sopportare un petto grosso, avevano cura di comprimerlo con una corazza di bende intrise di un liquido astringente, diminuendo così il detrimento della fermezza dei seni.
    Le baiadere, de tempo immemorabile, per non avere seni allungati e pendenti, come le altre donne indiane, conservano ad essi la forma sferica ed una misura media, inguainandoli nel modo di cui abbiamo già parlato.
    In una regione della Spagna c’era una gran bellezza, detta la contessa d’Aulnoy, che aveva il seno piatto, e le altre donne, prevenute, si atrofizzarono completamente i seni con placche di piombo fortemente serrate con bende…
    In alcune località dell’Auvergne le donne hanno il petto piatto ed i seni poco sviluppati. Tale difetto deriva dall’uso dalla corsetteria corazzata con larghe stecche di legno.
    Si può vedere, procedendo, come la compressione sia stato il metodo più spesso impiegato per diminuire il volume dei seni. Questo metodo è in realtà solo profilattico, vale a dire che previene lo sviluppo dei seni, ma deve essere considerato inutile, quando il petto ha già raggiunto la sua naturale consistenza. In tal caso, non si fa che deformare i seni, appiattirli ed aumentarne la circonferenza. Se la compressione potesse essere applicata direttamente sulle arterie mammarie, noi crediamo che la diminuzione del seno avrebbe luogo senza deformazioni, ma questo procedimento, dall’esecuzione difficile, non è stato mai applicato. Ai giorni nostri la medicina si serve, con successo, di una sostanza assai energica per combattere l’ingorgo e l’indurimento delle mammelle: è lo iodio, sotto diverse forme. Si sono visti seni enormi afflosciarsi e sparire sotto la potente azione di questo medicamento, per nulla pericoloso. Le femmine afflitte da una crescita eccessiva del petto, dovranno inoltre sottomettersi ad un regime idoneo per dimagrire (v. “Igiene generale della bellezza”), quindi frizionare i seni, due volte il giorno, con la pomata di Walther o con la unguento di ioduro di potassio . Per avere un successo immediato, faranno bene ad assumere pillole di ioduro di potassio: sotto l’influenza di queste efficaci medicine, si sono viste ghiandole enormi, diminuire notevolmente.
    La natura ha voluto che le mammelle delle puerpere costituiscano la riserva del primo alimento del neonato; per questo esse meritano un’attenzione particolare. Le donne che allattano conferiscono al latte la sua normale composizione e per questo sono esenti da malattie negli organi deputati; ma le madri che non possono, o non vogliono, svolgere il compito di nutrici, sono esposte a diverse malattie, spesso infauste per la purezza del seno. In effetti, il seno, gonfio per il latte che affluisce in abbondanza e non trova via d’uscita, deve riassorbirlo… ed è durante tale lavoro gravoso che sopravvengono la febbre da latte e l’infiammazione delle ghiandole mammarie: tale infiammazione, non trattata in modo adeguato, può dar luogo ad ascessi, indurimenti, scirri, ecc. ed allora la bellezza del seno va perduta per sempre.
    Non ci stancheremo mai di ripetere alle donne incinte di non prestare orecchio ai rimedi delle vecchie comari e d’ascoltare rigorosamente solo il consiglio di un esperto dell’arte; è il sol modo d’evitare gravi accidenti e rimpianti.
    Per togliere le durezze e fare, come si dice volgarmente ‘passare il latte’, le sole indicazioni sono di combattere moderatamente l’infiammazione delle ghiandole mammarie e di far esaurire, piano piano, il latte che ingorga i condotti in questa maniera: 1- ricoprendo il petto con salviette calde, fissate con bende che esercitino una leggera compressione; 2 - osservando un regime dietetico severo; 3 – avendo cura che le feci, le urine, i lochi ed il sudore, abbiano la massima libertà di evacuare facilmente. Si può ottenere un ventre libero con qualche leggero purgante. Con queste semplici regole non occorrono cataplasmi od alti topici astringenti, irrazionali fin dal primo giorno del puerperio. Il dolce calore del letto, una tisana calda, trattengono la giusta umidità della pelle; qualche lavativo emolliente o, come abbiamo detto, un purgante leggero, favoriranno la liberà dell’intestino e basteranno, di solito per eliminare il latte e dissipare il gonfiore dei seni. Rinviamo il lettore a “Igiene del matrimonio”, che contiene i più interessanti dettagli su quest’argomento.
    Un capezzolo troppo grosso, così come uno troppo piccolo, sono vizi che occorre combattere fin dall’inizio. Si sviluppano capezzoli appena visibili con frizioni ripetute o con l’uso di topici stimolanti; si diminuiscono i grossi con metodi contrari.
    I capezzoli sono soggetti a screpolature e spacchi che, trascurati, possono ingrandirsi e causare forti dolori. Sotto l’influenza di un’irritazione che li tumefa, questi organi preziosi, degnamente paragonati a boccioli di rosa, perdono la loro freschezza, passano da un colore rosso-vinoso al blu livido, si macchiano e, se non s’arresta il progredire del male, si può formare un’ulcerazione che li danneggia irrimediabilmente. Per prevenire questa funesta conseguenza il metodo più sicuro è di ungere, appena compare la ragade, con la pomata specifica (v. formulario).
    Ma, quando le ragadi sono croniche e diventano vere piaghe od ulcere, è necessario sottoporle a trattamenti regolari e specifici ed il soccorso del medico è indispensabile. Qualche volta, in ogni caso, si sono avuti risultati eccellenti con leggere pennellature di crema-neve, e dopo sette od otto applicazioni si è ottenuta la guarigione. Il cerato saturnino è ugualmente utile per far seccare le ulcere; l’unguento Canet dà anch’esso buoni risultati .
    Se l’eccesso di volume dei seni è un difetto da eliminare, bisogna credere che la loro assenza è un vizio assai più importante.
    Vediamo, tutti i giorni, in bella mostra negli atelier di moda, deliziose formosità, imbottite di cotone o di polvere d’osso di balena, o meglio ancora, rivestite da un tessuto elastico che fa risaltare i seni e gli incavi, belli come se si trattasse di quelli che si ammirano nelle cartoline. Le femmine giovani alle quali la natura dimenticò di fare un così dolce regalo, invece di ricorrere a quest’artificio per attrarre su di sé gli sguardi d’ammira­zione, dovrebbero gettare nel fuoco il corsetto e provare uno dei rimedi emplastici che andiamo ad indicare.

    Gli orientali amano ed apprezzano formosità evidenti; le loro donne hanno scoperto il segreto d’ottenere la crescita del petto, con frizioni ed un’alimentazione particolare (v. “igiene e perfezionamento della bellezza umana).
    In Egitto, come in tutta l’Africa, la bellezza del seno consiste nel mostrarli allungati. Le donne di questi paesi, massaggiano energicamente i seni delle loro figlie, poi li stringono come una salciccia di Lione. Questi trattamenti, ripetuti più volte, fanno acquistare ai seni un aspetto allungato e pendente; non è raro trovare donne con mammelle che arrivano all’ombelico. Del resto la lunghezza è necessaria, poiché le donne portano spesso i loro bambini sulla schiena e li allattano gettando la mammella sopra la spalla. Tutto ciò può sembrare un’esagerazione, una favola, mentre è la pura verità, come si può riscontrare dai diari di molti viaggiatori.
    Da noi, dove i canoni del seno sono un volume medio-piccolo ed una certa fermezza, esistono altri metodi cui ricorrere.
    La mancanza di seno nelle ragazze dipende spesso dalla compressione con il corsetto, che provoca la malnutrizione delle ghiandole mammarie; per rimediare a quest’atrofia si consiglia di liberare il petto da ogni compressione, di frizionare, in seguito, leggermente ma spesso, il seno con lozioni d’acque stimolanti ed aromatiche, al fine d’attirare una gran quantità di sangue. I massaggi vanno fatti
    Con moto circolare, con un guanto di pelle o con flanella morbida, continuando per alcuni minuti. È indispensabile sottoporsi ad un regime alimentare adeguato…
    Molti ortopedici si sono serviti, per sviluppare i seni, di molle di caucciù, queste molle, applicate, pressano delicatamente la base e provocano un impercettibile allargamento, dando, col tempo, buoni risultati.
    L’applicazione di larghe ventose, ripetuta più volte il giorno, è stata preconizzata come il metodo più efficace. In effetti, la violenta aspirazione che produce il vuoto, fa entrare la mammella, quasi interamente nella coppetta, attira sangue e aumenta la vitalità dell’organo; ma per ottenere un risultato vantaggioso bisogna ricorrere ad un sistema di ventose graduate in larghezza: si comincia dalla più stretta, arrivando gradualmente alla maggiore, in maniera di ottenere un seno con la base più larga .
    Molte belle donne celebri, negli annali della bellezza, ottennero con un metodo simile, formosità di cui non possedevano che i rudimenti; si ricorda, fra tutte, Madame Pompadour.

    Le spalle
    Le spalle sono una delle parti del corpo che le femmine amano offrire agli sguardi degli ammiratori. Belle spalle, bianche e ben formate, non solo gratificano gli occhi, ma denotano anche un corpo appropriato ed una salute brillante; le donne cui la natura rifiutò un bel viso, devono ai tratti delle spalle il vantaggio di fermare, attorno a sé, più di uno spasimante, poiché spalle bianche, carnose, paffutelle, hanno caratteri graziosi ai quali nessun uomo può restare indifferente. La bellezza delle spalle risiede nella loro simmetria, perfetta in altezza e larghezza, nei contorni e nelle curvature che, partendo dalle scapole, vanno a fondersi alla colonna vertebrale. Le spalle di una donna devono essere grasse e carnose, al fine di nascondere i vuoti sgraziati formati dalle scapole, così come l’attacco del collo, i lombi e la schiena devono offrire alla vista una superficie leggermente arrotondata e paffuta, unitamente ad una carne uniforme. Le femmine sanno mene che ci si può innamorare di belle spalle e questo motivo le induce a non trascurare l’igiene di questa regione.
    Fisionomia – Spalle larghe e vigorose indicano forza fisica, spirito rude ma buono; quelle magre e strette svelano un animo fine e sottile. Spalle vuote annunciano la perseveranza nel lavoro, se non dipendono da un vizio costituzionale.
    Igiene – Consiste nell’evitare tutto ciò che può offuscare la pelle, colpi, affaticamenti con stecche di balena, lacci, spalline rigide, corsetti, fasce, ecc. Si mantiene la freschezza della carne con gli stessi bagni consigliati in “Igiene della pelle” e se, a volte, la secchezza o alcune efelidi, alterano la purezza, si farà ricorso alle ricette indicate nella stessa opera contro queste affezioni.
    Il metodo delle donne romane per trattare le spalle non va denigrato…: prendevano prima un bagno di mezz’ora; verso la fine del bagno, alcune schiave impregnavano le spalle con oli fini e aromatici e, con mano leggera, fregavano la pelle in tutti i sensi, in modo di far assorbire gli oli; fatto questo, insaponavano le spalle della loro padrona, lavandole poi abbondantemente; subito dopo passavano al massaggio, che durava finché la pelle, liberata da tutti gli oli, si presentava morbida e vellutata, come un guanto di pelle di castoro. Le più ‘civette’, si facevano levigare, dopo il massaggio, con una pietra pomice intrisa d’olio aromatico.
    Fra tutti i procedimenti conosciuti per pulire le spalle, renderle bianche, lisce e vellutate, il migliore è il seguente: si prende una noce di crema lenitiva e si stende su tutta la superficie, frizionando in ogni direzione; terminate le frizioni, si lascia agire per un quarto d’ora, quindi s’asciuga la pelle con una salvietta morbida, s’insapona con sapone dermofilo o con pasta lenitiva e si fa un lavaggio prolungato. La pelle assumerà il massimo grado di biancore, morbidezza e dolcezza. Si può trovare in “Igiene dei bagnanti” una serie di bagni cosmetici assai favorevoli alla bellezza della pelle…

    Le ascelle
    Il sudore abbondante delle ascelle provoca numerosi inconvenienti: inumidisce la pelle, bagna i vestiti e, peggio ancora, esala un odore che, soprattutto nelle persone con i capelli rossi, non è per nulla gradevole. Tuttavia bisogna rispettare il sudore ascellare, poiché, avendo stabilito la natura, per questa via, un sistema d’eliminazione, la brusca soppressione porta certamente ad un danneggiamento grave della salute. Esistono tuttavia procedimenti igienici propri a mascherare o a prevenire quest’inconveniente.
    Igiene – Le persone che sudano molto dovranno, ogni mattina, lavarsi le braccia con acqua leggermente aromatizzata con qualche goccia di lozione balsamica, a temperatura ordinaria d’estate e tiepida d’inverno. Dopo aver perfettamente asciugato con una salvietta fine si mette, fra le pieghe delle ascelle, un sacchettino di tela fine pieno di povere d’iris, che ha la proprietà d’assorbire il sudore e di mitigare l’odore. Si devono avere più sacchetti, per sostituire quelli che il sudore ha bagnato. Conosco una giovane che, con questo metodo semplicissimo, è giunta a mascherare completamente il fetore del suo sudore, senza che nessuno nella buona società che frequenta si sia accorto del suo inconveniente.
    Consiglio anche di bere un decotto di radice di carciofo (o d’asparago) che ha la proprietà di convogliare nei reni i principi fetidi, i quali saranno espulsi con l’urina. Questo metodo non è infallibile, mentre il precedente è più sicuro.

    I fianchi
    Regione compresa fra la base del petto e le ossa de bacino: la loro bellezza sta nelle proporzioni e nell’armonia con le altre parti del corpo; la loro eleganza, nella leggerezza e nella facilità dei movimenti, che devono essere indipendenti da quelli del bacino; così come un piccolo naso in una faccia larga o uno grosso, in un viso piccolo, sono orrendi e ridicoli, fianchi minuti con spalle larghe, o sodi e formosi con un petto stretto stridono con l’estetica.
    No, mille volte no! La bellezza, la grazia dei fianchi non si trova in un orrido strangolamento. L’assurda compressione che obbliga le femmine a stringersi i fianchi è una depravazione del gusto…
    Fisionomia – Una vita elegante, in armonia con il petto e le anche, annuncia una costituzione forte e capace d’attività. I fianchi stretti, se la finezza è dovuta a corsetti, rivelano ridicole pretese amorose e uno spirito infimo; quindi una femmina che si sottomette alle torture, seguendo la moda è comparata, dagli uomini saggi ai montoni di Panurge .
    Igiene – Le cure che si rivolgono ai fianchi si riducono a poca cosa per le persone ben fatte: occorre semplicemente lasciarli in libertà. Quanto a chi è afflitto da deformità, si consigliano corsetti no fabbricati da corsetterie che mirano a deformare il corpo, piuttosto che raddrizzarli, ma a busti di fasce, costruiti da specialisti che si occupano d’apparecchi correttivi ortopedici; tuttavia, prima di rivolgersi a costoro, è indispensabile consultare l’ortopedico che, dopo aver esaminato la deformità, indicherà il genere e la forma del bendaggio da applicare.

    L’addome
    Questa regione del corpo umano non h espressioni peculiari, ma può. Secondo le proporzioni, eccessive o scarse, sfigurare il corpo umano. Mentre nell’uomo è leggermente bombato, nella donna il ventre deve la sua bellezza all’armonia delle proporzioni con le parti vicine.
    Fisionomia – Il ventre piatto è proprio dei temperamenti melanconici; quello grosso annuncia uno spirito grossolano o un’eccessiva attività dell’apparato gastro-enterico.
    Igiene – L’addome, per gli organi importanti che contiene, deve essere protetto da variazioni atmosferiche che potrebbero intaccare l’integrità dei tegumenti. Si raccomanda, alle persone soggette a disturbi digestivi, di fare, ogni tanto, frizioni secche o aromatiche, e di portare una cintura di flanella. Gli obesi devono usare bendaggi propri a sostenere un peso che impedirebbe i movimenti naturali.

    Senza titolo (indirizzato alle donne)
    Le donne sono assoggettate, per il loro sesso, a maggiori attenzioni degli uomini: le cure dell’igiene sono più ricercate, più minuziose; ciò si deve anche al desiderio, dominante della femmina, di piacere, essere belle e che le cure prestate possano, in qualche modo, sostituire la bellezza. Senza entrare nei dettagli di una toilette che le signore conoscono molto meglio di noi, senza alcun dubbio, c’è sembrato utile ricordare, in questo capitoletto, qualche norma igienica generale relativa a quella regione innominabile.
    Non vanno mai dimenticate le abluzioni quotidiane che per i popoli orientali sono un precetto religioso rigorosamente osservato; servirsi d’acqua fredda, tranne che nei giorni del mestruo, nei quali l’acqua fredda dovrà essere sostituita da quella tiepida. Nel periodo mestruale le cure vanno moltiplicate: rinnovare spesso la biancheria, per togliere il cattivo odore e prendere un bagno generale l’indomani dell’ultimo giorno del ciclo. Eliminare dall’igiene acque astringenti, latti verginali, e aceti, anche i più rinomati. È ormai noto che le proprietà dei più famosi aceti esistono solo sui volantini ed i fogli d’affis­sione pubblicitari; la medicina e l’esperienza dimostrano, ogni giorno di più, i funesti effetti degli acidi sulla pelle, che s’indurisce e diventa lucida. L’azione dell’aceto è ancor più nefasta sulle mucose che seccano e vengono private della naturale elasticità e della freschezza.
    L’acqua naturale, aromatizzata con qualche goccia d’acqua di Colonia, o meglio d’acqua balsamica, è l’unico cosmetico di cui ci si deve servire la donna gelosa della conservazione del proprio fascino.
    Non dimenticheremo di dire che una negligenza dannosa nella cura e nell’igiene di quelle parti, può portare a risultati negativi, sia per la salute, sia nei rapporti con lo sposo. Raccomandiamo questo punto importante alla meditazione delle giovani donne che piangono della fredda indifferenza dei loro mariti.
    Le affezioni leggere che possono instaurarsi in tale regione del corpo, sono il rossore, il prurito, il bruciore, le escoriazioni e possono essere occasionate dal mestruo, dal sudore acre, sfregamenti energici, ecc. Esse cedono facilmente alle lozioni emollienti, ai lavacri locali e ad unzioni con crema lenitiva, che possiede la preziosa virtù di calmare l’irritazione e di rendere alla cute la freschezza originale. Si può trovare in “Igiene del matrimonio” una scelta di consigli, formule e metodi efficaci contro il rilassamento e l’atonia dei muscoli…
    Fra le malattie più gravi, alcune sono organiche, altre dovute ad una debilitazione generale che, danneggia gli organi in questione.
    Parleremo soltanto del ritardo e della soppressione del mestruo, come l’amenorrea e la dismenorrea ed il rilassamento dei muscoli che danno luogo alla leucorrea o fiori bianchi, così comune nelle metropoli, malattia che, a sua volta, si ripercuote sullo stomaco e porta l’organismo della donna alla debilitazione. Non sarà troppo raccomandare alle giovani donne afflitte da tale inconveniente di sottoporsi, senza indugi, ad un trattamento medico, poiché se è facile guarire, quando la malattia si prende per tempo, è assai improbabile sbarazzarsene se è cronica.
    Dopo le numerose osservazioni, fatte, in tanti anni, sui trattamenti diretti a curare la leucorrea, il trattamento del dottor Pétrequin ottenne i migliori risultati (v. formulario, in appendice).
    Si consigliano anche le pillole di carbonato ferroso o di ferro ridotto con l’idrogeno: queste due preparazioni rendono più facile l’assorbimento del ferro e ne versano una maggior quantità nel torrente circolatorio. Senza mettere in dubbio l’efficacia del metodo Pétrequin, siamo costretti, dopo lunga esperienza, ad avvertire che la cura radicale dei fiori bianchi allo stato cronico appartiene piuttosto alla sfera dell’igiene che a quella della medicina. Non respingiamo affatto le cure terapeutiche, anzi, al contrario, le riteniamo indispensabili, ma la loro applicazione è interamente subordinata ad una puntuale precisione dell’igiene, sia generale, sia locale.
    Il trattamento generale dei fiori bianchi comprende regime alimentare, esercizio fisico, aria fresca della campagna, un’abita­zione ariosa e non umida, bagni tiepidi, mai caldi, bagni di mare o di ruscello in estate, frizioni e massaggi su tutti il corpo, sortendo dal bagno, passeggiate, distrazioni, tranquillità d’ani­mo, ecc. I piaceri di coppia devono essere sospesi per qualche tempo e l’abbandono del corsetto è d’obbligo.
    Trattamenti locali: bagni aromatici della regione, astringenti, freddi o quasi, frizioni con una spazzola di flanella, ed i bagni di mare, sono metodi da impiegare; ma ripetiamo, per avere il massimo risultato esigono una regola nel coricarsi e nell’alzarsi da letto, cioè eliminare le veglie e svegliarsi all’alba, per andare a camminare in campagna e respirare l’aria fresca e balsamica del mattino. L’aria del mattino contiene più ossigeno e l’ossigenazione nei polmoni del sangue, impoverito di leucociti, reca un gran profitto.
    Tutte le indicazioni che abbiamo dato per combattere il fluor albus… assieme a viaggi, una vita attiva, eliminano radicalmente quella malattia così triste che spesso rende le donne sterili, n’altera la freschezza e la bellezza ed influisce sulla costituzione di chi è destinata, dalla natura, alla procreazione.

    Le gambe
    Esistono due tipi di belle conformazioni delle gambe: quella d’Ercole di Farnese, con uno sviluppo muscolare indice di forza fisica, e quella d’Apollo, tipica per la grazia. Allo stesso modo, nelle donne, quella di Venere, assai delicata, e quella di Diana, dalle forme un po’ pronunciate.
    Sono poche le persone che possono uguagliare tali modelli. Spesso, al contrario, si hanno gambe mal conformate, troppo grosse o troppo fini, troppo corte o troppo lunghe… infine non è raro riscontrare soggetti che hanno una deviazione dei ginocchi verso l’interno o l’esterno, che sono detti cagnoli, sciancati, storti, ecc.
    Le gambe devono essere proporzionate al resto del corpo e costituire un appoggio solido all’edificio umano. Le cosce, larghe e grosse in alto, assottigliate al ginocchio. Nell’uomo il garretto deve essere ben innervato e muscoloso; l’articolazione del ginocchio ferma e ricca di tendini. Nella donna il ginocchio arrotondato, e la sporgenza rotulea quasi impercettibile; le gambe propriamente dette devono riempirsi in prossimità del garretto, offrendo un polpaccio arrotondato, e terminare, senza inflessioni brusche, in modo fine, pur dando al piede un attacco forte e solido.
    Fisionomia – Gambe lunghe, gracili e magre, denotano un carattere gioviale; quelle corte o grosse, un animo laido; gambe grasse indicano un temperamento apatico; gambe forti, muscolose e con tendini robusti, un buon vigore fisico; gambe delicate, ma ben proporzionate sono indice di un animo fine.
    Igiene – Niente è più comune fra le madri e le nutrici, quell’impazienza che le porta a far camminare troppo presto i bambini. Questi giungono al punto che le loro ossa, troppo tenere per sopportare il peso del corpo, cedono sotto tale gravoso onere; le gambe si torcono, in dentro o in fuori, secondo la posizione che i pargoli assumono istintivamente. I parenti che non bramano di porre rimedio a queste deviazioni, avranno la pena di vedere i loro bambini crescere con membra difettose. Un modo assai semplice di prevenire e combattere questi vizi è di non farli camminare presto, ma di indurli al movimento lasciandoli stesi su un tappeto, dove loro si agiteranno e rotoleranno in tutte le direzioni: le ossa non tarderanno ad ingrossarsi ed ad acquistare la solidità che possa sopportare il peso del corpo.
    I vizi scrofolosi o rachitici, le costituzioni deboli ed imperfette per ereditarietà, sono altre cause di deviazione delle gambe. Ad essi deve porre rimedio il medico
    Per diminuire il volume delle gambe – Le gambe grosse che dipendono da un eccesso di nutrimento, conseguente ad un esercizio fisico incessante, come quello di ballerini, atleti, si combattono con il riposo delle membra inferiori e l’attività delle braccia. Si può agire direttamente con la compressione, vale a dire fermando le gambe con una calza lunga di pelle, o di un forte tessuto, strettamente legato. L’uso continuo di queste calze ha, qualche volta, diminuendo il volume di gambe grosse fino a renderle magre.
    Per aumentare il volume delle gambe – Esercizi fisici frequenti come la corsa, il salto, e, soprattutto, la danza, sono metodi sicuri, poiché richiamano nei tessuti i succhi nutritivi. Le frizioni con stimolanti aromatici aumentano anche la muscolatura. Se il nutrimento, in luogo di fermarsi nei muscoli del polpaccio, si porta troppo alla base delle gambe o nei ginocchi, converrà di moderarne l’afflusso con una ginocchiera o con una mezza ghetta che abbracci interamente il malleolo e la caviglia; allora, il polpaccio, ritenendo la pressoché totalità di succhi, si sviluppa in piena libertà, mentre la parte inferiore della gamba resta fine e muscolosa.
    Non sarà troppo raccomandare di evitare l’uso d’indumenti troppo stretti come le giarrettiere sotto il ginocchio, o i nastri di filo che servono di solito a fissare l’orlo dei calzini maschili; questi legacci fermano la circolazione del sangue, possono ingorgare i malleoli e, spesso, portare a varici incurabili.
    Una parola sulle giarrettiere. Questo tipo d’abbigliamento non è un’invenzione della civiltà moderna. Il prezzo delle giarrettiere di certe nobili romane superava i centomila franchi attuali e l’imperatrice Sabina ne possedeva un paio valutato un milione, per le pietre con cui erano decorate e i ricchi lacci che servivano a fermarle.
    Dopo l’invenzione delle calze lunghe, le giarrettiere divennero indispensabili. Si è cercato d’attenuare il più possibile gli inconvenienti che portano, fabbricandole con ottone dolce, avvolto in sottili spire e con gomma, materia dolce ed elastica, che permette diversi movimenti della gamba ed esercita solo una pressione debole. Le giarrettiere non elastiche sono pericolose e quelle che stringono le parti rallentano la circolazione sanguigna, provocando il gonfiore delle gambe e dei piedi, e l’ingorgo dei tessuti.
    Non si può scrivere la storia della giarrettiera senza raccontare l’avventura della contessa di Salisburgo. Questa donna fece cadere, durante un ballo, una delle sue giarrettiere ed il galante Edoardo III, re d’Inghilterra, la raccattò velocemente e l’appli­cò alla propria gamba. Per tappare la bocca ai cortigiani, che avrebbero schernito l’episodio, Edoardo istituì l’Ordine della Giarrettiera, con il famoso motto ‘Honni sont qui mal y pense’. Quest’ordine si conferisce solo ai grandi dignitari.
    È un’annosa questione sapere se le femmine debbano applicare le giarrettiere sopra o sotto il ginocchio. I ‘casisti’ decisero per il sotto, cosa che sembrava essere poco igienica alle dame; qualcuno di loro arrivò a definire mondane le femmine che le portavano sopra il ginocchio. Gli uomini dell’arte intervennero e provarono che il luogo d’elezione era la coscia, per le ragioni già dette… vi furono da ambo le parti invettive, libelli e, cosa incredibile, asti e minacce. Era forse argomento teologico, per giungere a tante intolleranze? Quei buoni casisti di cosa si potevano dolere? In ogni caso il successo fu per i medici, poiché le femmine, gelose di conservare le curve eleganti dei loro polpacci, applicarono le giarrettiere sopra il ginocchio.
    Noi crediamo che sia conveniente avere due paia di giarrettiera, uno del tipo superiore, l’altro di quello inferiore, poiché una compressione continua, nella stessa parte e per tutta la vita, provoca, necessariamente, una depressione del tessuto. Queste due paia di giarrettiere, di cui ci si servirà alternativamente, ovvieranno, in parte ai difetti segnalati.

    I piedi
    I piedi servono da sostegno per il corpo umano e devono, di conseguenza, conservare condizioni di forma e solidità idonee alla loro funzione.
    I piedi ben fatti devono essere di una lunghezza e di una larghezza media, avere dita ben conformate e decrescenti dall’alluce al mignolo; lo spazio che esiste alla base delle dita deve formare una linea ad arco; difetti di questa curvatura provocano l’imperfezione detta piede piatto. Secondo i canoni dell’arte, il piede, nella sua lunghezza, si divide in quattro parti uguali: la prima inizia al tallone e termina al malleolo; la seconda, dal malleolo alla parte media del collo del piede; la terza da qui alla base delle dita, e la quarta finisce alla punta dell’alluce. Piedi troppo corti o lunghi, troppo fini o robusti, troppo larghi o stretti, s’allontanano dai canoni previsti di bellezza. Vi sono pochi individui che possiedono esattamente le proporzioni indicate; i più, al contrario, hanno proporzioni anomale. Le innumerevoli differenze che si riscontrano dipendono, in genere: 1. dall’origine dell’individuo, vale a dire il ceto sociale al quale egli appartiene. Le persone nate da famiglie agiate, che portano, fin da bambini, calzature fini e rinnovate spesso, avranno piedi meglio conformati di quelle che sono costrette ad usare scarpe scadenti, massicce e fabbricate per durare a lungo; chi cammina parecchio, i cacciatori, i ballerini e tutti quelli che usano frequentemente le membra inferiori ed i piedi, piuttosto di chi usa vetture o conduce vita sedentaria; e soprattutto fra i ballerini di teatro, che hanno membra inferiori sproporzionate con il resto del corpo: è facile, a prima vista, notare petto e braccia dei ballerini dell’Opéra, gracili, rispetto alle gambe ed ai piedi, che si sono sviluppati in maniera quasi mostruosa. 2. dalla calzatura. È inconfutabile che il piede s’allunga o s’allarga, secondo la compressione sui lati o sul tallone e la punta. Si deduce facilmente che, nell’età in cui il piede cresce, se il bambino ha una calzatura divenuta troppo corta o che s’affloscia, la crescita si svilupperà in larghezza, invece che in lunghezza. 3. dalla natura del suolo del paese: i montanari hanno, di solito, piedi più larghi degli abitanti di pianura. 4. dall’idea della bellezza che vige, in ogni popolo, su questa o quella conformazione del piede e dai procedimenti seguiti per ottenere la voluta conformazione. Così i Cinesi, che apprezzano il piede molto corto, fin dall’infanzia, imprigionano i piedi delle bambine in un socco di cuoio bollito, di legno o di metallo, al fine d’opporre resistenza all’allungamento naturale; i piedi s’atrofizzano ed acquistano in spessore ciò che perdono in lunghezza. Gli Inglesi, ugualmente, ottengono un piede affusolato e allungato, mediante la compressione delle calzature in giovane età. I Creoli peruviani, per impedire lo sviluppo dei piedi, li avvolgono in fasce imbevute d’acque astringenti. I Francesi, che hanno un’idea più giusta della bellezza del piede, disprezzano un piede troppo lungo o corto, largo o stretto. Le dame del bel mondo ottengono un piede fine e piccolo ma proporzionato, servendosi, in giovinezza, di calzature graduate che cambiano ogni volta che il caso lo richiede. Va detto anche che l’indirizzo seguito dai ciabattini, o dai calzolai che fanno scarpe su misura, ha portato l’arte della calzatura ad un grado di perfezione che sarà difficile superare e che appaga perfettamente la civetteria delle nostre graziose dame.
    Fisionomia – I piedi, come le mani, si presentano diversamente secondo l’età, il sesso, il ceto sociale e la professione. L’uomo ha piedi più forti di quelli della donna...  Questi organi sono molto più sviluppati negli individui che camminano molto… I danzatori mostrano punte dei piedi più sporgenti, gli scudieri, al contrario, hanno le dita pressoché sulla stessa linea; gli abitanti della campagna e gli uomini dediti a lavori onerosi, camminano pesantemente; i cittadini, i signorotti, avanzano a passi leggeri. Infine, un piede minuto, delicato, ben fatto è indice di un’origine agiata e di una buon’educazione impartita; piedi grossi, larghi, ossuti, mal fatti, sono il segno di una bassa estrazione o della podagra.
    Igiene generale – I piedi esigono imperiosamente cure appropriate giornaliere; trascurare queste cure, vuol dire esporli ad incomodi ripugnanti e ad affezioni del derma, a volte molto dolorose, come calli, duroni, geloni, unghie incarnite, ecc. È dunque necessario curarli con la stessa assiduità delle mani e trattarli con un’igiene da rinnovarsi tutte le volte che il caso lo esige. La pulizia del piede comprende: 1. i pediluvi ed i bagni locali; 2. l’uso di una spazzola rigida, o, meglio ancora della pomice, sulla pelle indurita dai massaggi eccessivi o dalla compressione delle scarpe; 3. la pulizia delle unghie; 4. la limatura o l’eliminazione di duroni e calli, con una lima adatta all’uso o con strumenti idonei per sradicarli.
    I bagni dei piedi sono necessari per purgare la pelle dalle secrezioni fetide che il sudor deposita fra le dita. Questa pulizia non esige, a volte, un pediluvio prolungato, ma basta lavarsi i piedi così come ci si lava le mani o, meglio ancora, con una spugna, da passare su tutta la superficie e, in particolare, fra le dita. È inutile raccomandare di non lavarsi i piedi con l’acqua fredda, se questi sono sudati: tutto il mondo conosce le funeste conseguenze di un brusco arresto del sudore. Un metodo facile e poco dispendioso per lavarsi bene è il seguente: fate bollire tre litri d’acqua, nella quale avrete posto tre o quattro pugni di crusca; immergetevi i piedi e lasciateli così per 6-10’, in modo che s’impregnino bene, quindi lavateli in un altro recipiente che contenga acqua tiepida, aromatizzata con un po’ d’acqua di lavanda, facendo seguire un altro lavaggio. Le persone che vogliono lavarsi i piedi in modo perfetto per togliere tutti i cattivi odori, dovranno detergersi con la pasta lenitiva, che possiede la proprietà d’addolcire, d’imbianchire e di profumare la pelle. La spazzola, la pomice e la lima, per alcune persone, sono necessarie quando l’epidermide del tallone e della pianta, vicino alle dita, è indurita; ciò vale soprattutto per gli anziani: senza questa precauzione i duroni, le callosità ed i calli veri e propri non tarderanno a svilupparsi in tali luoghi…
    L’incisione e la limatura dei duroni, e l’estirpazione dei calli, divengono più urgenti sei dolori che causano sono più vivi. Dedicheremo un capitolo particolare sulla descrizione di piccole operazioni con le quali ci se ne può sbarazzare.

    Il sudore dei piedi
    Durante la calda estate, soprattutto dopo aver camminato, i piedi sono soggetti ad inumidirsi più o meno abbondantemente; e per molte persone il sudore diventa un incomodo. Il sudore immoderato dei piedi ha come cause principali una predisposizione naturale e il clima. Questo inconveniente, assai più frequente negli uomini che non nelle donne, è accresciuto dalla mancanza d’igiene dei piedi stessi, dalle calze o dalle scarpe che non sono rinnovate spesso… La traspirazione non può evaporare e, non potendo essere assorbita dalle calze ormai sature, si condensa e forma attorno al piede un’atmosfera umida che mantiene la dilatazione dei pori e dà luogo ad un aumento della stessa traspirazione. Se l’indomani ed i giorni seguenti si portano le stesse calze e scarpe, nuovo sudore s’aggiunge al precedente e si forma un sudiciume persistente che emana un odore fetido. Oltre l’inconveniente di quest’odore ripugnante, il sudore immoderato può, per la sua acidità, irritare il derma, occasionare screpolature, scorticature ed eruzioni d’erisipela, seguite da dolore assai vivo.
    Come correggere l’incomodo del sudore – Stabiliamo il principio che il solo vero metodo per rimuovere il sudore eccessivo, senza nuocere alla salute, è la pulizia; ma una pulizia rigorosa e continua di piedi e calzature. Questa pulizia consiste in: 1. avere scarpe, stivali, o stivaletti, di ricambio, in modo che si possano lasciare alternativamente a riposo ed aerare per qualche giorno. 2. cambiare le calze o i calzini che si portano, se sono impregnati di sudore. 3. lavarsi i piedi mattina e sera, ed anche durante il giorno, se emanano cattivo odore…
    Le donne, durante il periodo mestruale, evitino l’immersione prolungata dei piedi, sia nell’acqua calda, sia in quella fredda: la prima può occasionare perdite, la seconda la soppressione del mestruo.
    Il sudore dei piedi va in ogni caso rispettato. Si può moderarlo con l’igiene, ma sarà imprudente ed assai pericoloso sopprimerlo con decotti astringenti o polveri stitiche. Si sono viste malattie riconducibili alla soppressione del sudore, seguite a volte da morte…
    Tutti gli uomini dell’arte che si sono occupati dei piedi sono concordi nel definire il metodo seguente come il migliore ed il più razionale per ridurre il sudore di questi organi. Asciugare con cura i piedi con un panno asciutto, il mattino e la sera, e anche durante il giorno se si sentono umidi; fatto questo, imbibire una spugna od una salvietta in un’acqua alcolica o aromatizzata con acqua di Colonia, o, meglio, balsamica; detergere i piedi d asciugarli subito dopo. Queste lozioni, leggermente toniche, hanno la proprietà di diminuire la sudorazione e togliere il cattivo odore.
    Se durante il giorno, dopo aver camminato, si hanno i piedi umidi, occorre cambiare calze e calzature e rinnovare le lozioni toniche. Queste cure potrebbero sembrare eccessive per qualcuno, ma costoro sappiano bene che sono le uniche consentite da un’igiene ed una medicina prudenti.
    In seguito ad una marcia forzata, le persone delicate possono sentire un riscaldamento dei piedi e notare escoriazioni sulle parti più esposte a compressione o a sfregamento. In questo caso, è utile un pediluvio tiepido, preparato facendo bollire una testa di papavero; dopo il pediluvio va impiegata la pomata lenitiva specifica.
    Per prevenire il surriscaldamento doloroso, dovuto all’acidità del sudore e dalla pressione della calzatura, consigliamo di ungere le dita e la pianta del piede con la solita pomata prima di mettersi in marcia…

    Calze e calzini
    Riguardo alla materia delle calze e dei calzini, il cui uso è indispensabile, vi sono diverse opinioni. Alcuni affermano che il lino sia meglio, altri danno la preferenza a cotone e lana…
    Ora, il piede, trovandosi racchiuso per tutto il giorno in una calzatura, è una delle parti del corpo meno aerate e con maggiore traspirazione. Calze e calzini di cotone o lino, tanto in uso oggi, hanno l’inconveniente che, una volta impregnati di sudore, non lasciano più passaggi attraverso il tessuto; allora l’umidità s’accumula e, in questo stato, se la persona resta riposo, il freddo al piede non tarda ad estendersi. È soprattutto con le calze di lino che il raffreddamento è più sensibile; ecco perché le persone che portano quella sorta di calze devono cambiarle tutte le volte che s’accorgono che la traspirazione le ha impregnate. Calze e calzini di lana non presentano tale inconveniente. Gli umori della traspirazione riescono facilmente a passare attraverso le maglie del tessuto e la poca umidità che aderisce al piede non raffredda come nei tessuti precedenti: quindi calze e calzini di lana sono più igienici, durante l’inverno…

    Il freddo ai piedi
    Un proverbio: “La testa fredda, il ventre libero, i piedi caldi”. È una verità sull’igiene della persona che non va trascurata, se si vuole conservare la salute. Gli osservatori si possono convincere facilmente dei rapporti che esistono, fra testa, ventre e piedi. Questi rapporti, in certe persone, sono così intimi che il freddo ai piedi occasiona loro, spesso, diverse indisposizioni come raffreddore, coliche, rilassamento intestinale e, a volte coriza, bronchite od altre affezioni catarrali. Ciò fa comprendere l’importanza per la salute di cure igieniche cui vanno assoggettati i piedi.
    Sono numerose le persone che soffrono spesso di freddo ai piedi, soprattutto nella stagione invernale, quando il freddo glaciale si fa sentire… Indicheremo qualche metodo per rimediare a quest’inconveniente. Il primo metodo va trovato nell’igiene quotidiana dei piedi; occorre frizionarli o, meglio, spazzolarli, due o tre volte il giorno, con una spazzola di flanella od una di crine per le persone che hanno la pelle dei piedi secca e dura. Dopo ogni frizione, vanno cambiate le calze, perché l’umidità impercettibile che le impregna è una delle cause di raffreddamento. Un altro metodo consiste nel far rotolare sotto i piedi un rullo di legno, finché non si sviluppa calore. Terzo metodo, che pochi vogliono impiegare e che, tuttavia è il più efficace, è l’immersione dei piedi in acqua fredda… I piedi, una volta ritirati, vanno asciugati e frizionati; due o tre immersioni successive sono sufficienti, di solito, per determinare una reazione benefica e riportare il calore ai piedi. Noi consigliamo anche di calzare, prima di coricarsi, calzini di maglia di lana, durante la cattiva stagione, o di portare babbucce impermeabili con suola di paglia fine.
    Per maggiori dettagli si rinvia il lettore al nostro testo “Igiene degli indumenti e dei completi in uso presso popoli antichi o moderni – Precetti igienici concernenti il tessuto, il taglio, la forma, più favorevoli ad un libero sviluppo del corpo”.

    Il capitolo che omettiamo è il riassunto delle regole fin qui fornite per il trattamento del piede.

     

    Il sudore fetido
    … Si consiglia di spolverizzare i piedi con la polvere d’ireos fiorentina o di licopodio aromatizzato . Queste polveri hanno il vantaggio d’assorbire il sudore e di proteggere, per qualche ora, calze e scarpe. Il sudore fetido, ritenuto incurabile fino ad oggi, cesserà d’esistere, se il contenuto dell’inserto fatto da un medico sul “Giornale di chimica medica” fosse confermato. Questo medico assicura d’aver combattuto il sudore fetido in parecchi individui, facendo loro bere una decozione di radici di carciofo, alla dose di una pinta il giorno. Questa pianta porterebbe ai reni il principio fetido del sudore, rendendo le urine abbondanti e cariche dell’odore sgradevole, ed il sudore residuo assai ridotto. Del resto questo secreto è noto fin dall’antichità: Dioscoride ed Oribase lo menzionano come un rimedio sicuro e Wecker lo pose nel suo libro di secreti. Malauguratamente i risultati furono poco incoraggianti e non confermarono le affermazioni dei Greci.

    Il piede torto
    … infermità congenita che sfigura l’essere umano e toglie la normale motilità dei piedi.
    Questa deturpazione presenta quattro forme principali, che la gente dell’arte ha nominato varo (torsione del piede all’interno), valgo (laterale), talo (in avanti), equino (all’in­dietro). Queste deformazioni richiedono a tutt’oggi, di un’operazione chirurgica o di un trattamento ortopedico. Non sarà inutile ripetere ai parenti che più il bambino è giovane, maggiori sono le possibilità di raddrizzare il piede. Al contrario le possibilità di successo diminuiscono con l’amento degli anni e in tarda età il raddrizzamento diviene impossibile. Non v’è cosa migliore per convincere il lettore sulla facilità di raddrizzare piedi storti che trascrivere un brano del “Manuale d’orto­pedia” del dott. Mellet, direttore di un noto ospedale ortopedico. “È una verità che abbiamo spesso accertato, che la deviazione del piede consiste nella torsione del tarso sull’asse minore dell’arto; non si tratta di una lussazione, né di un’anchilosi, ma del fatto che i muscoli ed i legamenti destinati a regolare i movimenti dell’articolazione sono in parte tesi ed accorciati ed in parte allungati e rilassati, e, di conseguenza, incapaci di mantenere il piede nella posizione normale. Nota tale verità, diventa facile trarre le conseguenti indicazioni di cura: 1. portare gradualmente, in maniera lenta e continua, il piede in senso contrario alla deformazione e dare a questo la forma che deve avere un piede ben conformato; 2. ristabilire l’equilibrio nell’azione dei muscoli desinati a far muovere il piede, vale a dire supplire all’azione dei muscoli allungati o rilassati e vincere la resistenza dei muscoli opposti, in modo da eliminare l’ostacolo ai moti di flessione e d’estensione; 3. mantenere in uno scarpone ortopedico le parti raddrizzate, fino al giorno in cui l’equilibrio muscolare sarà ristabilito senza possibilità ulteriore di ritrazione in grado di produrre una nuova deformazione”.
    Aggiungiamo che i metodi ortopedici, per essere coronati da successo, devono essere applicati con moderazione: agire lentamente e non produrre mai contusioni; gli apparecchi ortopedici vanno tolti, ogni giorno, il tempo necessario alle manipolazioni che si devono esercitare sull’articolazione. Tali manipolazioni vanno eseguite più frequentemente possibile, poiché sono condizione essenziale per un buon esito. Frizioni violente e stiramenti, lontano dal determinare il raddrizzamento, producono l’effetto contrario, vale a dire la ritrazione e l’irrigidi­mento delle parti che s’intende raddrizzare…

    Le unghie
    Sono ben poche le donne di un certo ceto che sanno, a proposito dell’arte di curare le mani, che le unghie sono dovute ad una secrezione della pelle, analoga a quella che produce l’epider­mide ed i capelli. Ora, dopo la lettura di questo trattato, le nostre lettrici saranno informate che la sostanza cornea di cui si compone l’unghia altro non è, alla fine, che epidermide indurita.
    La bellezza delle unghie dipende dalla forma arrotondata, dal colore roseo e da una lunghezza media; il corpo dell’unghia deve essere lucente, polito, diafano, ed avere, alla radice, un segmento biancastro, al limite del bordo arcuato della pelle. Unghie troppo corte sono laide e predispongono le persone che hanno la cattiva abitudine di roderle ad avere dita larghe ed appiattite all’estremità. Unghie troppo lunghe sono, a loro volta, poco piacevoli; la moda delle unghie alla cinese, adottata da qualche anno, sta, fortunatamente, passando…
    Igiene delle unghie – Le cure da portare alle unghie si riducono al taglio ed alla pulizia quotidiana. Il taglio si pratica con forbicine curve, in maniera che ad ogni colpo di forbice si può seguire esattamente la linea semi-ellittica dell’estremità del dito, senza lasciare alcun’asperità. Non si devono tagliare le unghie troppo corte, ne lasciarle crescere troppo. Queste due estremità presentano, entrambe, inconvenienti. Al contrario l’unghia dell’alluce deve essere tagliata pari, per evitare quel male doloroso e difficile da guarire che va sotto il nome d’unghia incarnita (che entra sotto la pelle)….
    La pulizia s’esegue per mezzo di un piccolo strumento d’acciaio, un’estremità del quale termina con un bulino, mentre l’altro capo è largo ed appiattito, leggermente scanalato ed arrotondato nella parte tagliente. Con il bulino si fa uscire il sudiciume depositatosi sotto l’unghia, avendo cura di non ledere la carne; l’estremità tagliente dello strumento serve ad asportare le pelli indurite che si formano spesso agli angoli dell’unghia e a ripulire il bordo della radice che, se trascurato, viene lacerato dall’unghia in crescita…
    Dopo questo strumento segue l’impiego dello spazzolino: s’immerge in acqua saponosa e si frega la cima delle unghie, per completare la pulizia.
    Se, da un lato, è necessario mantenere pulite le unghie, affermiamo pure che è ridicolo ‘divertirsi’ ogni giorno e perder tempo a grattare, polire, come fanno le donne oziose; il grattare incessante produce l’effetto opposto a quello desiderato, rendendo le unghie opache…
    Per fare brillare le unghie e dare ad esse un bel colore rosato, si prepara una polvere impalpabile, composta di una parte di smeriglio, una di catecù e due di cinabro . Si bagna un tamponino di lana con un po’ d’alcool o d’acquavite e, cospargendolo con una piccola quantità di polvere, si fregano leggermente le unghie, mattina e sera. Continuando per qualche giorno, le unghie diventano rosee, lucenti e polite come un cristallo.
    Quanto alle piccole macchie che si sviluppano nel corpo dell’unghia, dovute ad una secrezione naturale della sostanza cornea… lasciate a se stesse, seguono la crescita dell’unghia e, giunte all’estremità, saranno eliminate col taglio. Gli antichi testi riportano, per le macule, numerose ricette, delle quali il minor inconveniente è quello di lasciarle immutate. Una manicure moderna e perfezionata nell’arte, offrirà il miglio metodo con la preparazione riportata in appendice.
    Si crede anche che, umettando più volte il giorno l’unghia con le macule con una soluzione d’allume di potassio, si ottenga il solito risultato.

    Vizi, difetti e malattie delle unghie
    Le unghie sono soggette a diverse affezioni che possono non solo alterarne la sostanza di cui sono composte, la forma ed il colore, ma anche provocarne la distruzione e la caduta.
    L’alterazione della sostanza dipende, in genere, dall’azione di un virus infettante come quello della sifilide, dello scorbuto, della scrofola, ecc. ed è necessario, pertanto, ricorrere alla più alta medicina per ottenere la guarigione. Le malattie esterne si possono guarire quasi sempre con un trattamento locale; così le unghie che si screpolano, si fendono e si sfogliano, esigono la stessa cura: si avvolgono in un pezzetto di sparadrappo di montone e qualche giorno basta per riportarle allo stato naturale. Quando le unghie peccano per un difetto di consistenza e sono troppo tenere, s’induriscono con l’applicazione del relativo unguento all’olio di lentisco. Per le unghie troppo dure, che si spaccano, si trova rimedio con unzioni frequenti di crema lenitiva, coprendole con le dita tagliate di un guanto di pelle, dopo ogni applicazione .
    Ogni volta che un corpo estraneo come un frammento di vetro, schegge, spine, ecc. sarà penetrato sotto l’unghia, occorre estrarlo, poiché la presenza di corpi estranei nel tessuto vivo porta sempre ad infiammazione e suppurazione.
    Unghie rigate, ruvide, troppo contornate dalla pelle, non possono essere riportate alla norma, poiché il vizio risiede nella natura stessa dell’unghia. Ma l’arte può diminuire momentaneamente tali difetti, grattando le scanalature, le pelli e le rugosità con una piccola raspa, un pezzo di vetro, una lima o altro strumento adatto…
    Nel caso di punture, assai frequenti, si pressa il polpastrello finché sorte un po’ di sangue e, dopo aver dato alcuni colpi con la parte piatta della lama di un coltello, si lascia immerso il dito in olio d’oliva, o altro olio fresco, per qualche minuto.
    In caso di un colpo od uno schiacciamento, occorre sempre far uscire il sangue, immergere il dito in un bicchiere d’acqua fresca, asciugarlo ed avvolgerlo in un tessuto impregnato d’acqua vegeto-minerale .
    Quando l’unghia è stata tagliata troppo vicino alla carne, il bordo gonfia e causa un forte dolore; si rimedia fasciando il dito con un pezzetto di tela, bagnata continuamente con un’acqua risolvente fresca . Molti assicurano, per la loro esperienza, che, foderando il dito con un pezzetto di polmone di maiale, o vitello, il dolore si calma e la ferita non tarderà a cicatrizzare.
    Se, in seguito ad una violenta contusione s’è formato un ematoma sotto l’unghia, appare una sacca bluastra, che passa presto al viola o al nero; il dito diventa caldo, brucia, e si sente un gran dolore battente e pungente… Il solo rimedio, in tale circostanza, è di fasciare dopo aver posto il liquore che indicheremo, sempre molto freddo. Il freddo continuo che si ottiene con applicazioni ripetute impedisce al sangue di giungere alla parte contusa e la virtù risolutiva dell’acqua favorisce il riassorbimento del sangue travasato. Se il riassorbimento non ha luogo, il sangue travasato indurisce e forma una macchia nerastra, aderente all’unghia, che seguirà la crescita della stessa. Per un male meno gravoso, la parte contusa s’infiamma e forma un focolaio purulento che tende ad aumentare; il pus si porta verso la base della radice, distruggendola… Allora occorre far uscire il pus, raschiando con un pezzetto di vetro, una lima o un grattino, la parte dell’unghia sotto la quale si trova il deposito purulento… Si favorisce lo spurgo del pus con una dolce pressione e si applica poi un batuffolo di filaccia polverizzata, fissato con una benda fine; per dare più solidità alla medicazione si copre con il dito tagliato di un guanto…
    Tutte le volte che un’unghia sarà stata urtata o schiacciata violentemente da un corpo pesante, dopo aver tolto la cute, si dovrà porre il dito in acqua fredda, al fine di prevenire l’afflusso del sangue… Dopo mezz’ora si toglierà dall’acqua e si applicherà il cataplasma indicato. Due o quattro applicazioni sembrano essere sufficienti per prevenire le conseguenze…

    L’unghia incarnata
    Si è assegnato questo nome ad una malattia molto dolorosa, che avviene quando i bordi laterali dell’unghia bucano la pelle e s’affossano nella carne. Possono esserne affette sia le dita delle mani, sia quelle dei piedi, ma, nella maggioranza dei casi è l’alluce che ne soffre, a causa della continua compressione della scarpa. L’unghia incarnata dell’alluce impedisce la corretta deambulazione e finisce per renderla impossibile, con una calzatura comune.
    Nei primi tempi della malattia non ci se ne cura e solo quando l’impedimento ed il dolore aumentano si ricorre a qualche intervento palliativo. Si rifilano e s’arrotondano i bordi, ma il sollievo è solo momentaneo. Come i capelli, le unghie ricrescono con più rapidità, se sono tagliate sovente. In un secondo momento, l’unghia diventa talmente dolorosa… che richiede, solitamente, l’intervento del chirurgo; se non si ricorre a costui e l’infermità è lasciata a sé stessa, l’unghia irrita ancor più la carne incisa e determina un’inevitabile suppurazione. I bordi della piaga gonfiano, il tessuto degenera e la guarigione non è più possibile, se non s’asportano, con strumenti taglienti metà dell’unghia ed il tessuto degenerato.
    Ora, per evitare gli atroci dolori di una simile operazione, ecco la condotta da tenere. Nel momento in cui ci s’accorge che un’unghia minaccia di bucare la pelle, o è già entrata sotto, la prima operazione è di calzare scarpe larghe e di stare in riposo; in seguito si raschia la parte superiore dell’unghia, dov’è malata, finché la parte assottigliata si può sollevare con una pinzetta e raddrizzare in senso opposto alla sua curvatura naturale. Fatto questo, si pone sotto l’unghia una piccola lamina di piombo, di qualche centimetro di spessore, e, dopo averla ribattuta sotto al dito, si fissa con un pezzetto di cerotto. In questa maniera, la carne non si trova più a contatto con il bordo dell’unghia, il dolore cessa e la piaga cicatrizza. Si deve controllare spesso il piccolo apparecchio e constatare che la lamina di piombo non si sia spostata; bisogna inoltre raschiare l’unghia ogni due giorni, al fine di mantenerla sottile e flessibile, finché la pelle, ritornata al suo stato naturale, possa resistere allo sfregamento con l’unghia, quando la lastrina di piombo sarà tolta.


    Deviazione dell’unghia
    Qualche volta avviene che l’unghia dell’alluce si sposta verso quello vicino, la disturba e finisce per intaccarla. Se, per rimediare, si taglia spesso la porzione viziata dell’unghia, si ottiene il risultato opposto a quelle che ci si è proposto, per la ragione detta prima che, più un’unghia s taglia, più si sviluppa e cresce. Il metodo razionale, in questo caso, è di limare leggermente la parte viziata, finché non toccherà più la parte opposta; a questo punto il taglio ripetuto porterà l’unghia a crescere e, alla lunga, ristabilirà l’equilibrio.

    Dita dei piedi accavallate
    Compresso da una scarpa troppo stessa, un dito del piede può uscire dalla posizione naturale e portarsi sopra, o sotto, un dito vicino. Tale deformità disturba il cammino, al punto di rendere inabili al servizio militare i giovani che ne sono colpiti. Questa deviazione, se recente, cede facilmente con l’uso di calzature larghe e con il fissaggio con nastri di seta, in maniera che le dita laterali fungano da tutore al dito deviato. Ma se la deviazione è cronica, si ha la deformazione delle faccette articolari o la ritrazione dei tendini; allora il trattamento entra nel campo dell’ortopedia e la guarigione non si può ottenere che attraverso essa.

    Duroni e calli
    Queste due affezioni, che si sviluppano sulla pelle, non sono che un ispessimento dell’epidermide, causato dalla compressione o dallo sfregamento. Ci se ne può sbarazzare facilmente, ricorrendo a bagni tiepidi e prolungati ai piedi. Poiché l’acqua ammorbidisce la sostanza cornea, si può raschiare con una lama morbida o con la pietra pomice, finché la parte dura è eliminata del tutto. Un procedimento meno lungo consiste nel togliere le callosità, tagliandole con un rasoio od una lima idonea. Dopo l’operazione, si prende un bagno ai piedi e si ricopre la parte con un pezzetto di sparadrappo di montone.

    L’ispessimento della pelle sulla pianta del piede costituisce, a volte, un incomodo molto doloroso, che porta il nome scientifico di tilosi. Le callosità del tallone e della pianta del piede, nella regione metatarsica, s’allargano alla pelle circostante; ciò provoca fessure più o meno profonde che, trascurate, finiranno per degenerare in ulcere e renderanno difficoltosa e impossibile la deambulazione. Il rimedio più efficace per ammorbidire e staccare le croste formatesi è un pediluvio alcalino, fatto con una decozione di cenere di legno, che si ripete due volte il giorno, fino a guarigione completa.

    Di tutte le infermità alle quali sono soggetti i piedi, i calli sono certamente le più comuni. Su cento presone, novanta almeno ne sono affette. L’incomodo e spesso il vivo dolore occasionato da un callo trascurato, avrebbero dovuto fissare l’attenzione dei chirurghi, che, però, sembrano considerare al di sotto della loro professione il trattamento di un callo. Questa indifferenza… ha portato alla prolificazione dei pedicure… cosa del tutto irrazionale… Il callo è un’affezione alquanto dannosa alla locomozione, qualche volta molto dolorosa e, per questo, meriterebbe che le persone dell’arte medica se n’occupassero.

    Seguono alcuni capitoli sull’anatomia del callo, le cause che lo determinano, le sedi che questo va ad occupare, il suo sviluppo.

    Trattamento e guarigione dei calli – “La cura del callo - disse un medico insigne - è stato abbandonato agli empirici, assai ignoranti sull’anatomia, ma furbi, industriosi e più sfrontati che intelligenti”. Per ciò questa parte dell’arte è rimasta indietro, rispetto ai progressi della chirurgia. Così, se si considerano tutti i manifesti, con i quali, ogni giorno, si tappezzano i muri della capitale, ed i numerosi annunci che riempiono i giornali, si può trovare, presso di questo o quel pedicure, uno specifico per i calli. Qui si legge di un unguento verde, là di uno giallo, rosso, bruno o nero; ovunque un segreto rimedio, infallibile e che genera meraviglia: provatelo e non guarirete mai! Ho fatto visita a quasi tutti quei mercanti di secreti, ho fatto ricetta dei loro specifici, li ho messi alla prova e non sono rimasto soddisfatto, anzi, ho constatato che avrebbero potuto produrre effetti pericolosi, se non vi avessi posto rimedio. Tutti questi adulatori di secreti infallibili certificano che il loro specifico rode, divora, consuma il callo fino alle radici. Ahimé! Bisogna che facciano affari con gente assai credula, poiché, chiunque abbia le più elementari nozioni sulla natura del callo, riconoscerebbe in tali parole l’ignoranza e l’impostura. In effetti, essendo la radice del callo, assai più dura della pelle circostante, come potrebbe il loro specifico divorarne la radice, senza intaccarne la pelle dintorno? Al contrario il tubercolo, o radice del callo, di un tessuto durissimo, non è per nulla intaccato dal preteso specifico, mentre le parti sane che sono molli, sono asportate.
    Non impiegheremo troppo tempo a convincere i nostri lettori a diffidare dei guaritori di calli, poiché la loro pretenziosità non è suffragata dalla scienza.
    Il trattamento dei calli può essere palliativo o curativo. Il primo consiste nel tagliare o limare il callo, quando il dolore si fa sentire troppo. Questo dolore, occasionato e trattenuto dall’epider­mide indurita che ricopre il tubercolo, cede presto a questo metodo. Si taglia, di solito, il callo con un rasoio, levando, strato per strato, l’epidermide indurita, avendo cura di non arrivare alla carne viva; poi con la punta di una raspa si scava nel foro dove sta la radice, al fine di togliere il più possibile; fatto questo si ricopre la parte con n pezzetto di sparadrappo di montone. Il diachilon così preparato è il migliore, più efficace di tutti gli unguenti che si possono impiegare per i calli.
    Le lime per i calli, fatte d’acciaio duro, e forgiate a forma di raspa, agiscono sul callo senza provocare alcun dolore e così perfettamente che le persone che se ne servono per la prima volta se ne meravigliano. L’operazione si esegue così: si lima, poco a poco, finché l’epidermide indurita è ridotta in polvere e si scopre la radice; quindi, s’avvolge la parte limata con il cerotto e, dopo due giorni, si ricomincia a limare nella stessa maniera, continuando, d giorno in giorno, finché ci si sarà completamente sbarazzati del callo. La distruzione del callo con la lima non provoca i danni degli strumenti taglienti e, con un po’ di costanza, si giunge, a volte, alla guarigione completa.
    Le lime del commercio sono lontane dal riunire tutte le qualità richieste. Sono pochi i fabbricanti che ne producono di veramente eccellenti. Sono pochi i fabbricanti che ne producono di veramente eccellenti: fra questi, in primis, va posto il signor Charrièr, artigiano sagace ed abile, al quale la chirurgia francese deve i migliori strumenti.
    I calli non vanno mai trattati con acidi concentrati, per la ragione che, essendo la radice di una materia assai più dura della pelle circostante, gli acidi distruggerebbero il tessuto della pelle sana ed attaccherebbero solo in superficie il tubercolo.
    Trattamento curativo – L’estrazione della radice è il solo metodo di guarigione pronta e durevole ed è anche il metodo più semplice ed essente da inconvenienti. L’estirpazione di un callo, fatta da mano abile, è spesso coronata da successo. Quando il callo è recente, è facile levarlo, sia grattando con un’unghia, sia con un raschiatoio, perché il tubercolo, abbastanza superficiale, si stacca facilmente. Al contrario, se il callo è inveterato, la radice è alloggiata in profondità e le difficoltà dell’estrazione aumentano, in ragione della profondità. Ecco il miglior procedimento per operare: s prende uno strumento tagliente, come un coltellino, un rasoio od un bisturi, o, meglio, una lama a due tagli, ben affilata e con la forma simile a quella dei raschiatoi per la carta. Si elimina, leggermente e strato per strato, l’epidermide dura che forma la corona del callo; così, si scoprono piccoli punti bruni o biancastri, che costituiscono il tubercolo del callo. Con la punta di un raschiatoio s’accerchia e s’isola la radice, in maniera di giungere, dolcemente e senza far uscire sangue, alla base. Una volta isolato il tubercolo, si può afferrare con le pinzette e strappare o staccare, poco a poco, con precauzione. Eseguita l’estirpazione, restano uno o più piccoli fori, secondo il numero dei tubercoli tolti, di un colore rosato. Vi si versa sopra una goccia di latte di Ebe , e, qualche minuto dopo, si prende un bagno tiepido della durata di 15’. Le parti del callo che non si sono potute estrarre, si gonfiano nell’acqua, diventano bianche, spugnose e fini e si asportano con la lima o si tagliano con le forbicine; si avvolge infine il dito con un pezzetto di sparadrappo di montone. Questa è la piccola operazione con la quale ci si sbarazza completamente di un callo, senza ricorrere agli unguenti o agli impiastri dei ciarlatani che non guariscono mai e che spesso sono nocivi.
    Se i calli hanno più tubercoli, sono inveterati, grossi e dolorosi e, di conseguenza, difficili da estirpare, consigliamo di ricorrere ad un pedicure indirizzato e ben istruito nell’arte.

    Perché il lettore possa giungere all’abilità del pedicure, per il metodo operatorio da impiegare o anche per indirizzare le persone che desiderano dedicarsi a quest’arte, riassumeremo qualche brano di un manuale specifico per il trattamento e la guarigione dei calli.
    Il pedicure si porrà vicino ad una finestra se il giorno è bello e luminoso, riaccomoderà su una sedia, il piede sinistro rialzato con un panchetto. La persona da operare si metterà alla luce, seduta su una sedia, una poltrona un po’ alta o su un tavolo. Il pedicure terrà una salvietta sul ginocchio sinistro, sul quale poggerà il piede da operare; avrà alla sua destra un piano sul quale disporre, in ordine, gli strumenti necessari all’operazione. Comincerà col ridurre i calli che si presentano più spessi, con lo strumento tagliente; in seguito circoscriverà il callo, grattando su tutta la superficie con la punta di un quadrello, o punteruolo con punta quadrata; imiterà gli operai che lavorano per sradicare un albero. Dopo aver fatto la prima pulizia e isolata la radice, comincerà a tagliare e, per separare il tubercolo completamente dallo stato epidermico, scalzerà, poco a poco, sia con il furetto sia con la spola .
    I punteruoli, montati su piccoli manici, si sostengono come fossero penne da scrivere; le ultime due dita servono come punto d’appoggio. La mano deve essere sicura e lieve, per ben seguire le ultime ramificazioni del callo, attraverso le disuguali asperità dell’epidermide indurita, per staccare e togliere senza interessare il derma o causare il minimo dolore. Alla sicurezza della mano si dovrà aggiungere una buona vista; quanto alla destrezza nel maneggiare gli utensili sarà acquisita con l’esercizio e la pratica.
    Il pedicure porterà la massima attenzione a non causare dolore, o spargere una sola goccia di sangue; opererà senza pressioni e staccherà, poco a poco, il tubercolo con la punta dello strumento, strappando leggermente ogni aderenza. Se la base del tubercolo aderisce a qualche tendine, nervo o al periostio o alla capsula sinoviale dell’articolazione, dovrà raddoppiare le precauzioni e non si ostinerà mai nel continuare, per non recare danni. È preferibile, in questi casi, attendere qualche giorno, prima di riprendere l’operazione.
    Ripetiamo ancora: quando la radice è stata perfettamente isolata, con un punteruolo diritto o ricurvo, si prende con le pinzette e si estirpa dolcemente, per non romperla, perché se resta una minima porzione, quest’ultima farebbe ricrescere il callo e l’operazione dovrebbe essere ricominciata da capo…
    Se l’operazione è stata ben condotta, il dolore scompare e il piede si ritrova come se non avesse mai avuto un callo. Al contrario se si sente qualche fitta, è segno che l’estirpazione è stata imperfetta e occorrerà ripetere il procedimento dopo otto giorni; questo secondo intervento è assai meno difficile del precedente e, di solito è seguito da successo. Metodi per distruggere il corpo del callo con gli acidi o il fuoco, provocano solo danni… mentre il metodo dell’eradicazione e l’unico razionale.
    Raccomandiamo soprattutto di affidare i propri piedi a pedicure abili, perché i pericoli ai quali può esporre la mancanza d’abilità di un pedicure ignorante vanno evitati. Molte persone, piuttosto che affidarsi ad un ciarlatano inesperto, preferiscono levarsi i calli da sole; se l’operazione non è perfetta… occorrerà ripeterla spesso, ma estrazioni rinnovate finiranno per eliminare definitamene il male.
    È un errore credere che bagni frequenti ai piedi guariscano i calli e li rammolliscano: l’acqua ammorbidisce l’epidermide solo momentaneamente e, quando i piedi sono tolti dall’acqua, la corona del callo diviene più dura, poiché l’acqua ha tolto all’epidermide la materia oleosa; per evitare tale inconveniente, si dovrà dunque ungere i piedi, dopo il pediluvio con grasso o, meglio con la crema lenitiva, che conferirà loro un buon odore.
    Cure successive – Due cose sono necessarie per opporsi alla formazione di un nuovo tubercolo, o per favorire la distruzione di frammenti di radice: la prima è di toccare la parte operata con tintura di iodio; la seconda di coprirla con lo sparadrappo di montone, che dovrà essere cambiato ogni giorno, dopo aver esaminato lo stato del callo. Se appare uno strato d’epidermide morbida e biancastra, occorre toglierla con le forbici o con lo strumento tagliente. Quando i tormenti dolorosi dell’epidermi­de scompaiono, è segno che il tubercolo non c’è più ed una nuova pelle rimpiazzerà presto l’epidermide indurita che ricopriva il callo. Nel caso si trascuri di cambiare il cerotto, può accadere che l’epidermide s’ispessisca e indurisca, ogni giorno, per lo sfregamento della scarpa e provochi la nascita di un nuovo callo…
    Sii deve bene assimilare questa verità, che la pulizia dei piedi afflitti da calli esige le stesse continue cure di quella dei denti. Ora, quando i denti incrostati di tartaro sono stati puliti dal dentista, è necessario che la persona continui con cure giornaliere per conservare lo stato igienico della bocca; senza di questo la pulizia del dentista andrà presto ripetuta. Lo stesso vale per i piedi: dopo l’estrazione di calli, sono indispensabili cure per ostacolarne la ricrescita.
    Regola generale – Si deve tentare l’estrazione dei calli solo quando causano poco o niente dolore; altrimenti, se vi è molto dolore, occorre mettersi a riposo ed applicare al dito un piccolo cataplasma o un impiastro emolliente, finché l’irritazione sia scemata. Se questa resiste ancora e si forma un piccolo ascesso attorno al tubercolo, si applicherà con un pennellino un po’ d’unguento di Lamert o d’altro unguento suppurativo, per combattere la formazione e la fuoriuscita di pus che, di solito, ha luogo dopo 48 ore.

    La cipolla
    È un callo vero e proprio, composto di più nodi e radici, e non differisce da questo che per la forma più grande e la maggiore estensione che occupa. I tubercoli della cipolla sono, di solito, piccoli come un grano di miglio, hanno forma ovale o conica e, spesso, si presentano traslucidi come una lamina di corno; qualche volta assumono un colore bruno e si può notare un puntino nero al centro. La carne circostante appare tumefatta, bulbosa, molle e rossastra; sulla superficie avviene un’esfo­liazione della pelle che assomiglia alla peluria della vera cipolla.
    Poiché le cause e la natura della cipolla sono le stesse di quelle dei calli, il trattamento è simile, salvo qualche modifica, ma richiede più tempo e precauzioni.

    Le verruche
    Si assegna questo nome a piccole escrescenze rugose che nascono nella parte fibrosa del derma e portano le loro radici alla superficie della pelle. Contrariamente al tubercolo del callo, per sé stesso insensibile, le radichette fibrose della verruca sono vive e ditate di una sensibilità a volte notevole e fanno sortire il sangue se sono tagliate. Secondo il loro numero, il volume e la quantità del corpo visibile, le verruche possono costituire un’affezione della pelle assai sgradevole e scomoda. Per ciò che riguarda la forma possono essere sia piatte, sia allungate da un pedicello, ma più spesso presentano una forma intermedia. Le cause determinanti delle verruche possono essere sia locali, sia sistemiche. Se le verruche hanno origine da un vizio costituzionale, la guarigione non può aver luogo che per un trattamento interno riservato al medico. Se invece dipendono da cause locali la guarigione esige solo un trattamento topico.
    Trattamento delle verruche – Come per il mal di denti o un’ustione, mille rimedi segreti sono stati vantati. Tali rimedi, quasi nulli o perlomeno bizzarri, sono ‘secreti veri’ di donnette, tramandati dalla tradizione, ma il cui risultato non avverrà che per caso, o mai. Fra questi numerosi specifici citiamo: il succo di celidonia, di titimalo, di fico, d’edera, di cicuta, d’aristo­lochia, di ruta, di consolida maggiore; i semi di basilico contusi, la cenere di frassino o di salice piangente, i tralci di vite strutti nell’aceto; le tele di ragno, lo sterco di piccione o di capra, sempre disciolti nell’aceto, ecc. Questi metodi popolari hanno, per la maggior parte virtù negative e, a volte, possono nuocere, piuttosto che guarire.  Nell’evo della ‘luce’, in cui noi viviamo, non si crede più agli arcani delle comari, si consultano libri di scienza ed uomini dell’arte, certamente preferibili ed assai meno pericolosi.
    Nella nostra opera intitolata “Igiene del viso e della pelle” abbiamo descritto i diversi procedimenti impiegati per estirpare le verruche; ripetiamo qui che il migliore fra tutti è la legatura con un filo cerato, per le verruche con pedicello, e la distruzione con acido d’azoto o con l’azotato d’argento per quelle a base larga. Per far scomparire quest’ultime, si taglia, con uno strumento tagliente, la superficie dura e, intinto uno stecchino di legno, tagliato a punta, nell’acido, si scuote per far cadere l’eccesso di liquido e si passa su tutta la verruca; si ripete questa semplice operazione mattina e sera e, dopo qualche giorno, le radichette della verruca, seccate dall’acqua forte, si staccano e si possono grattar via con l’unghia. Si può giungere al medesimo risultato toccando la verruca con una matita di nitrato d’argento.
    Si raccomanda alle persone afflitte da molte verruche di cauterizzare solo la più grande: l’esperienza ha provato questo fatto singolare, che la caduta della verruca maggiore fa scomparire anche le più piccole. Ma, quando le verruche pullulano, al punto di coprire le mani, o altre parti del corpo, l’impiego di caustici sarebbe troppo lungo e doloroso; in tal caso occorre agire nella maniera seguente: la sera, prima di coricarsi, si coprirà la parte verrucosa con un pezzetto di cerotto o con un cataplasma e, l’indomani, si laverà con un’acqua fortemente acetosa, nella quale si è fatto sciogliere un pugno di sale da cucina; dopo aver asciugato si frizionerà con sale ammoniaco. Questa operazione si ripeterà tre volte il giorno, finché le verruche seccano e cadono. Noi consigliamo la polvere di sabina in luogo del sale ammoniaco.
    Un medico insigne preconizzò l’uso del sale ammoniaco, come specifico provato contro le verruche delle mani, seguendo questo metodo: s’inizia con l’immersione delle mani in acqua salata per 5-6’; dopo aver asciugato le mani, si raschia leggermente la superficie delle verruche più grosse e si tratta, poi, con una soluzione di sale ammoniaco, che si lascia seccare, senza asciugare. L’applicazione va ripetuta tre volte il giorno, mettendo, la sera, compresse di garze imbevute con una soluzione un po’ più concentrata di sale ammoniaco; dopo qualche giorno, le verruche seccano e cadono da sole…

    I geloni
    Il vocabolo gelone deriva da gelo, poiché è sotto l’influenza delle prime gelate che i geloni si sviluppano. Il gelone è una malattia infiammatoria della pelle, caratterizzata da rossore e tumefazione della parte malata. Le cause sono i primi freddi invernali ed i bruschi cambiamenti di temperatura, che hanno luogo all’inizio di quella stagione. La cattiva abitudine di avvicinare mani o piedi al fuoco, quando sono stati aggrediti dal freddo o si sono appena lavate, è spesso la causa decisiva. Le persone delicate, linfatiche, di pelle fine e, particolarmente quelle che soffrono di scrofola, sono più soggette delle altre, soprattutto da giovani. Le regioni del corpo sulle quali il gelone si sviluppa sono le mani, i piedi, le orecchie, il naso e, più raramente le labbra ed i gomiti. Si chiama pianella, quando si forma nel tallone.

    Omettiamo il capitolo relativo all’anatomia ed alla fisio-patologia del gelone.

    Trattamento dei geloni – Per curare con successo la malattia, occorre conoscere cause e sede, altrimenti sarà difficile porre rimedio.
    Il trattamento può essere preventivo o curativo. Il primo consiste nel guardarsi dall’aria fredda, dalle gelate e dai cambi bruschi di temperatura dal caldo al freddo, o viceversa… l’uso di manicotti o guanti nuoce alle persone soggette ai geloni, perché questi hanno la proprietà di conservare alle mani un calore umido e di renderle più sensibili all’azione del freddo. Lo stesso vale per le calzature: si avrà cura di non tenere mai scarpe umide e di avere i piedi sempre bene asciutti. Il calore che si sviluppa con l’esercizio fisico, è assai preferibile a quello del focolare. Si eviteranno pediluvi, o lavaggi delle mani, caldi, perché questi ammorbidiscono, rilassano e rendono la pelle più sensibile al freddo. Un metodo preventivo molto efficace consiste nel tonificare, ai primi freddi, la pelle soggetta ai geloni, con frizioni d’acqua fredda, al naturale o addizionata di qualche sostanza tonica ed astringente…
    Il trattamento curativo comprende vari metodi, dei quali alcuni sono applicabili ai geloni non ulcerati ed altri a quelli ulcerati.
    Nel primo caso si agisce semplicemente nel sottrarre la pelle all’azione irritante del freddo e nel ristabilire l’equilibrio circolatorio alterato dei capillari arteriosi e delle vene. Diverse formule sono state proposte per addivenire a ciò. Noi pensiamo che i grassi e gli astringenti leggeri sono preferibili ad altre sostanze ed i soli che si possono impiegare senza danno… Fra le numerose ricette contro i geloni, il vanto va all’acqua vegeto-minerale; poi, all’alcool canforato, alle soluzioni ammoniacali; alla tintura di mirra, all’acqua di calce, alla decozione di tannino, all’aceto bollito con sale ed allume, alle pomate canforate, con belladonna, o mercurio, a fumigazioni aromatiche di rosmarino, di giusquiamo, ecc. Riporteremo (in formulario) qualche ricetta tratta dagli “Annali d’igiene e medicina”. Il metodo che ci ha dato sempre buoni risultati, il più efficace è la pomata specifica contro i geloni. Questa pasta, composta di grassi e sostanze astringenti e toniche, assolve le due condizioni necessarie per la cura: 1. preservare la pelle dall’azione irritante dell’aria e di tonificarla; 2. eliminare la dilatazione dei capillari arteriosi e rendere alle vene, serrate dal freddo, il loro lume normale. Questo specifico, provato su molte persone d’ogni età, sesso e professione, non ha mai mancato di fornire un buon effetto; la guarigione si ottiene dopo qualche giorno.
    Il trattamento dei geloni ulcerati varia secondo l’estensione, la profondità e la costituzione del soggetto. La prima indicazione è di proteggere la pelle ulcerata dal contatto con l’aria e di riposarsi, se i geloni sono ai piedi. Si agisce sull’ulcera, mattina e sera, con un panno fine o meglio con piumaggio di filaccia, imbevuto con il cerato specifico (che troverete in appendice). Dopo ogni applicazione si potranno fare lavaggi sulle ulcere con acqua imbianchita con qualche goccia d’acetato di piombo. Se si è obbligati ad applicare cataplasmi per calmare il dolore, si raccomanda di metterli freddi.
    Quando il fondo dell’ulcera si mostra grigiastro o infiammato, è necessario toccarlo con il burro d’antimonio o il nitrato d’argento fuso o, ancora, con il nitrato di mercurio. È prudente mettere il soggetto a regime, quando le ulcerazioni restano stazionarie o s’allargano invece di diminuire: la dieta consiste nel moderare la quantità d’alimenti e di astenersi da cibi irritanti, indigesti e, ugualmente, da bevande eccitanti. Se si presentano sintomi d’imbarazzo gastrico, conviene sottoporre il malato all’uso di un’infusione di cicoria, per qualche giorno, e di somministrargli anche un leggero emetico. Infine, se i geloni coesistono con una malattia interna, che può ritardare la guarigione, è necessario trattare nello stesso tempo e con intensità, il morbo stesso.
    Fra tutti gli accidenti che possono complicare i geloni ulcerati, non va trascurata la cancrena. Questa infausta malattia si può riconoscere dai seguenti sintomi: la parte, prima di un rosso vivo, diventa bruna e lucida; il calore si spegne e la sensibilità scema; l’ulcera si ricopre di una crosta nerastra, detta escara, che annuncia che il principio della vita, in questa regione, non c’è più.
    Il trattamento, in caso di cancrena, deve essere diverso secondo la costituzione dell’individuo e lo stadio della malattia. Si somministrano, per via orale, pozione toniche, si lava la parte con acqua clorurata e si frega con una miscela di carbone e di cincona in polvere. Ci si serve poi di cataplasmi per staccare l’escara e dell’unguento di storace per portare a suppurazione e ravvivare la piaga. Ma, tali indicazioni sono incomplete: la miglior cosa da farsi, quando l’ulcera minaccia la cancrena, è di rivolgersi ad un medico che, lui solo, è competente su una malattia così importante…

    I tagli
    Sono provocati, in genere, da strumenti taglienti, frammenti di vetro, pietre, ecc. Possono essere profondi o superficiali, di piccole o di grandi dimensioni. Quelli molto estesi esigono la medicazione del chirurgo; quelli piccoli guariscono facilmente e in poco tempo.
    La prima indicazione, quando la pelle è stata lesa, è di assicurarsi che la ferita non ritenga un pezzetto dell’oggetto che l’ha prodotta, o altri corpi estranei, e di estrarli, eventualmente, con cura se vi è. In seguito si ripulisce dal sangue e si fanno combaciare le due labbra del taglio, mantenendole unite con pezzetti di taffettà gommato o di cerotto… Più le due parti combaciano esattamente, più la cicatrizzazione sarà pronta. Facciamo osservare anche che meno una ferita rimane esposta all’aria, più sarà facile una cicatrizzazione senza suppurazione. Sette od otto giorni bastano, di solito, per ottenere la cicatrizzazione completa, se la medicazione fu ben fatta.
    Nei tagli emorragici o su arterie, si consiglia una soluzione d’ergotina o l’acqua Brochieri . Basta applicare sulla ferita sanguinante una garza imbibita in esse per arrestare l’emorragia.

    Le punture
    Quando uno strumento pungente, un frammento di vetro, una spina, una scheggia, ecc. sono entrati nella pelle, è necessario, come nei tagli, togliere il corpo estraneo eventualmente rimasto all’interno. Poi si fanno forti pressioni per provocare la fuoriuscita di un po’ di sangue, fatto ciò, s’immerge la parte in un recipiente d’acqua fresca, si ritira dopo qualche minuto e si asciuga, e l’intervento è terminato.
    Se la puntura avviene sotto l’unghia, oltre alle indicazioni precedenti, va detto che bisogna battere il dito punto con una lama di coltello, un regolo, una spatola o altro oggetto piatto, al fine di forzare il sangue travasato e consentirgli di fuoriuscire. Si avvolge poi il dito con una salvietta umida, che va immersa di nuovo nell’acqua, quando comincia a seccare. Si ripete l’opera­zione più volte, finché il dolore persiste.

    Le contusioni
    Se una parte del corpo è stata contusa da un oggetto qualunque, si deve frizionare immediatamente con acqua aromatica. L’arnica gode, contro contusioni e cadute, di un’ottima reputazione popolare. Senza dubitare delle sue virtù, noi preferiamo l’acqua balsamica: una cucchiaiata di questo liquore aromatico, messa in un bicchier d’acqua, produce un latte soave, che ha la proprietà di dissipare, in breve tempo, gli ematomi più profondi e le ecchimosi più vaste. Si tratta solo d’immergere in essa una garza piegata a più doppi e d’applicarla sull’ematoma, immergendola ancora nella soluzione quando secca, perché è essenziale che sussista un’umidità permanente. Dopo pochi giorni la parte contusa riacquista il suo stato naturale. Siamo stati più volte testimoni dell’efficacia di quest’acqua e crediamo sia assai superiore all’arnica.

    Bruciature
    Sono mille i rimedi contro le scottature. Non esiste ciarlatano o comare che non ha il proprio specifico. Occorre difendersi da questi rimedi che sono, in genere, più nocivi che utili.
    Il trattamento delle ustioni minori si può riassumere in due procedimenti: 1. eliminare l’infiammazione che segue necessariamente; 2. moderarla quando non è possibile eliminarla.
    Le bruciature alle dita, alle mani ed al viso devono essere affrontate subito, se non si vuole che si formi una cicatrice, a volte deturpante.
    Fra tutti i secreti ed i rimedi preconizzati, ecco l più razionale, il più veloce e, di conseguenza, il migliore. Dopo una bruciatura, occorre mettere la parte interessata in un piccolo recipiente contenente ammoniaca liquida pura e lasciarvela per cinque minuti; oppure immergere una salvietta, piegata a più doppi, nell’ammoniaca pura ed applicarla sull’ustione. È necessario che la salvietta sia costantemente umida, perché se secca il dolore ricompare… con questo semplice trattamento la flistena o vescicola, riempita di sierosità, che può accompagnare la bruciatura, non si forma ed il dolore è nullo. L’indomani, si apre l’epidermide e si trova il bruciato biancastro e rugoso; qualche giorno più tardi, la pelle si distacca in lembi e tutto è finito.
    Si è anche preconizzato il cotone cardato contro le bruciature; in effetti, funziona bene nelle piccole ustioni. Si attornia la bruciatura con un batuffolo di cotone cardato, avendo cura di non comprimere; quindi si fissa leggermente con una benda di lino. Come l’ammoniaca, il cotone previene il dolore e secca l’epidermide. Se il dolore ricompare, vuol dire che il cotone è pressato; allora occorre una nuova medicazione.
    L’ammoniaca pura è un caustico e il suo contatto prolungato sulla pelle sana forma una vescicola, ma, sulla pelle bruciata l’azione non è la stessa. Essa possiede la proprietà d’indurire l’epidermide e rinnovarle la resistenza che aveva perduto e la callosità del tessuto mucoso. In tale maniera, avviene che l’afflusso del siero che forma la vescicola diventa impossibile; si produce un effetto simile avvicinando al fuoco la parte bruciata… Il fuoco indurisce l’epidermide ustionata alla stessa maniera dell’ammoniaca.
    La medicina impiega come specifico contro le bruciature il linimento oleo-calcareo, del quale daremo la composizione nel formulario. L’applicazione di questo linimento è lontana dall’essere sempre coronato da successo; confermiamo d’aver visto tre o quattro applicazioni oleo-calcaree fallire completamente: quando si toglie la medicazione, si trova, sotto, la bruciatura passata ad uno stadio di piaga purulenta. Crediamo dunque che l’ammoniaca liquida ed il cotone cardato, siano molto più sicuri.

     


    Piccolo formulario che riporta varie preparazioni indicate per la pelle e di provata efficacia contro numerose affezioni.

    La profumeria prepara diverse paste per le mani che hanno tutte come base la farina di mandorle, il miele, la potassa o la soda. Queste sono spesso poco adatte, per la ragione che detergono la pelle, a causa della soda e della potassa, e non l’addol­ciscono per nulla. Nel caso contrario che siano addolcenti per un eccesso d’olio, non detergono.

    Pomata di mandorle e miele
    Farina di mandorle amare g 500/olio di mandorle dolci e miele ana g 1000/rossi d’uovo n. 12. Fate fondere il miele a parte, versate la farina di mandorle e amalgamate i rossi d’uovo. Aggiungete, alla fine, l’olio. Mescolate di nuovo, fino ad ottenere una pomata fine e senza grumi…
    Si può aggiungere soda o potassa, per ottenere una pomata più detergente.

    Pasta trasparente
    Amido glicerolato g 150/olio di ricino, sapone di potassa ana g 200/alcool g 400.
    Questa pasta colpisce l’occhio per la sua trasparenza, ma nuoce molto alle pelli delicate, per la forte presenza d’alcool…

    La pasta lenitiva che segue è esente dagli inconvenienti detti fino ad ora.


    Pasta lenitiva adatta per addolcire ed abbellire la pelle
    Crema di sapone g 500/miele semi-liquido, olio di mandorle amare ana g 400/farina bianca di mandorle g 150/acqua di rose, gel di silice ana g 100…
    Produce lo stesso effetto del sapone con pomice, con la differenza che, mentre quest’ultimo irrita le pelli delicate, la pasta lenitiva pulisce ed addolcisce allo stesso tempo.

    Crema lenitiva (cold-cream modificata)
    Questo prodotto è realmente superiore a tutti quelli che la profumeria fabbrica sotto i diversi nomi di "Serkis”, “Crema dei sultani”, “Crema fredda”, ecc. La freschezza e la finezza delle sostanze grasse che entrano nella sua composizione, ne fanno uno dei più preziosi amici della pelle. La crema lenitiva possiede numerose proprietà, d’addolcire, di detergere, di eliminare le irritazioni leggere, di togliere il bruciore, d’essere, infine, lenitiva per eccellenza, quando addolcisce e calma. Nel prepararla occorre dare il così detto ‘giro di mano’, per ottenere una crema bianca, untuosa, esente di grumi, con una superficie brillante e madreperlacea.
    Bianco di balena g 70/cera vergine g 30/olio di mandorle g 300/acqua tripla di rose g 60. Fate fondere a fuoco dolce, colate in un mortaio e triturate, aggiungendo 2 grammi di codeina. Più questa crema è lavorata, più bianca e migliore diviene.

    Acqua per profumare i guanti
    Ireos fiorentina g 100/borace, calamo aromatico ana g 60/legno aloe g 30/cannella, chiodi di garofano ana g 5; pestate, e riducete in polvere fine, queste sostanze; mettetele in 2 libre d’acqua di fonte; lasciate macerare per tre giorni a temperatura mite ed aggiungete g 95 d’acqua di rose e g 45 d’acqua di fiori d’arancio. Mettete poi tutto in una zucca e distillate a bagnomaria. Otterrete un’acqua soave nella quale immergere i vostri guanti fino ad imbibirli; quindi toglieteli e fateli seccare all’ombra. I guanti così allestiti conservano l’aroma per lungo tempo.

    Le dame ci saranno grate, senza dubbio, d’indicare loro due sistemi molto semplici per pulire i loro guanti.

    Pulizia a secco dei guanti
    Argilla secca e sgrassata p. 2/allume p 1. Riducete le due sostanze in polvere, stendete i guanti su una tavola, impolverateli e fregate con una spazzola asciutta. Battete quindi con una piccola bacchetta per far cadere la polvere residua. Impolverate poi con crusca e, infine, date un ultimo colpo di spazzola.

    Pasta per pulire i guanti (Ganteine)
    Quando i guanti sono molto sudici, la pulizia, si attua bene con la seguente pasta:
    Sapone bianco in polvere g 250/varechina g 165/ammoniaca liquida g 10/acqua marina g 155/silice in polvere impalpabile g 15.  Mescolate tutto e preparate una pasta da conservarsi in vaso chiuso. Modo di servirsene: stendete su un pezzetto di flanella la quantità di pasta che basta e sfregate i guanti finché siano puliti. A pulizia ultimata, fregate ancora con un cencio bianco asciutto e, infine, gonfiate le dita dei guanti o, meglio, introducetevi dei bastoncelli e lasciate seccare all’ombra.

    Pomata per indurire le unghie
    Cera bianca g 5/colofonia g 40/allume porfirizzato g 2/olio di noce g 30. Fate fondere a fuoco dolce e mescolate, a lungo, per incorporare bene allume e colofonia, fino a consistenza di pomata uniforme.

    Acqua vulneraria contro le contusioni dell’unghia
    Acqua filtrata g 125/aceto di saturno g 15/solfato di zinco disciolto in acqua di rose g 4/laudano gocce 10. Agitate forte la bottiglia contenente gli ingredienti, per ottenere la soluzione.

    Cerato per le unghie deboli
    Olio di lentisco g 30/colofonia g 10/cera bianca g 5/allume porfirizzato g 2. Fate fondere a fuoco dolce, mescolando fino a consistenza di cerato.

    Liquore per le contusioni delle unghie
    Acqua filtrata g 125/solfato di zinco g 4/acetato di mercurio g 15/laudano gocce 10.

    Cataplasma per le contusioni delle unghie
    Farina di ghiande amare g 40/sapone comune g 30. Pestate assieme in un mortaio, mescolando con acqua vegeto-minerale, finche le sostanze, ben omogeneizzate, acquistano la consistenza di cataplasma.

    Smalto per far scomparire le macchie delle unghie
    Pece, trementina ana g 15/sale comune porfirizzato, solfuro di potassio ana g 16/aceto g 10. Fate fondere a dolce calore ed applicatene uno strato sull’unghia.

    Pomata lenitiva contro il calore dei piedi
    Olio rosato g 60/cera bianca g 20/rossi d’uovo, senza il germe, n. 2/laudano gocce 15. Fate fondere a fuoco dolce, versate in un mortaio di marmo e triturate in modo da ottenere una pomata ben legata e senza grumi.
    Stendete poi su tela fine, ed avvolgetevi i piedi…

    Pomata rosata contro le screpolature e le fenditure delle mani, dei capezzoli, delle labbra, ecc.
    Olio fresco di mandorle dolci g 60/bianco di balena g 5/cera vergine g 10/radice d’orcanetto , dentro un sacchettino, g 10. Fate fondere a bagnomaria, colate poi in un mortaio, triturate con il pestello ed aggiungete: acqua di rose g 10/solfato di zinco, sciolto nell’acqua di rose, g 1. Mescolate, di nuovo, con forza, fino a completa incorporazione dell’acqua, quindi aromatizzate con qualche goccia d’essenza di rose.

    Pomata per le ragadi del seno
    Grasso di rognone di vitello g 60/miele, olio d’oliva ana g 45/canfora g 4.

    Pomata contro i geloni
    Crema lenitiva g 50/canfora, acido gallico ana g 2/balsamo del Tolù g 5. Preparate pomata s.a.

    Pomata contro i geloni nascenti
    Clorito di calcio, borace ana g 4/sugna di maiale g 32 Mescolate in mortaio, fino ad ottenere la pomata.
    Frizionate, mattina e sera, il gelone e, dopo la frizione, bendate la parte.

    Crema lenitiva oppiacea
    Bianco di balena g 60/cera vergine, acqua tripla di rose ana g 30/olio di mandorle g 300/estratto gommoso d’oppio centigrammi 0,5. Fate fondere a fuoco dolce, colate in un mortaio e mescolate fino ad ottenere una pomata omogenea.
    Si pone su una tela fine, o un batuffolo di filaccia, un po’ di pomata e si mette sui geloni ulcerati. È superiore alla precedente per risultato.

    Polvere risolutiva contro i geloni
    Borato di sodio g 15/solfato d’alluminio g 12/farina di tanno g 10/crusca di frumento g 50/ireos fiorentina g 30. Polverizzate finemente il tutto e aromatizzate con olio volatile di scorza d’arancio gocce 25.
    Si mette un po’ di polvere sul palmo della mano e si umetta con qualche goccia d’acqua di rose, per allestirne una pasta semi-liquida, con la quale si friziona la pelle delle mani e dei piedi affetta da geloni.
    Non si deve asciugare, ma lasciare seccare la pasta. Questa pasta si può impiegare anche come cosmetico, per bianchire le mani.


    Trattamento curativo per i geloni
    Balsamo Fioravanti g 125/acido solfidrico gocce 22.
    Un cucchiaino da caffé, per frizioni, mattina e sera.

    Pomata contro i geloni ulcerati
    Foglie di giusquiamo, atropa spinosa , sambuco, dulcamara , d’ogni cosa ½ manipolo/ sugna fresca g 500. Fate bollire fino a consunzione del liquido e passate attraverso stamina; quindi mettete in vasetti, dove il raffreddamento darà una consistenza di cerato.

    Bagno per i piedi, risolutivo contro i geloni
    Scorza di quercia g 500/vino rosso generoso l. 2/acqua l. 8. Fate bollire fino a riduzione dei due terzi, ed aggiungete allume g 30.
    Due o tre bagni di ½ ora sono sufficienti per far sparire i geloni iniziali.

    Mistura contro i geloni nascenti, quando il prurito comincia a farsi sentire ed inizia la tumefazione
    Tannino, disciolto in g 100 d’acqua di rose, g 2/tintura di benzoino g 1/decotto di catecù g 50.
    Si lascia seccare il liquido sulle mani senza asciugare. Dopo due ore, si gratta leggermente la pelle con la crema lenitiva e si copre con guanti di pelle morbida, che vanno tenuti tutta la notte. L’indomani si ripete l’operazione. Tre o quattro giorni sono, in genere, sufficienti per tonificare, ammorbidire la pelle ed  eliminare l’irritazione nascente dei geloni.

    Tintura aromatica assai efficace, per frizioni, nel prevenire il rilassamento della pelle dei seni, del ventre, ecc.
    Cannella fine contusa g 20/catecù polverizzato g 10/cardamo­mo g 15/polvere di cincona g 5/solfato d’alluminio g 0,1/ alcool a 36° g 500. Fate digerire, per quindici giorni, in un boccale di vetro; passate per stamina e conservate per l’uso, in un recipiente chiuso ermeticamente.

    Polvere d’iris e cincona contro il sudore delle ascelle e dei piedi
    <Radice d’iris fiorentina e di china, polverizzate finemente, parti uguali.>
    Si riempiono sacchettini con questa polvere, e si fissano sotto le ascelle; oppure si spolvera l’interno delle calzature. Questa polvere è nello stesso tempo tonica ed assorbente, maschera il cattivo odore senza causare alcuna ripercussione dannosa.

    Polvere orientale per polire ed abbellire le unghie
    Catecù, china rossa ana. Queste due sostanze devono essere ridotte in polvere impalpabile.  Vi si versa sopra qualche goccia di una soluzione concentrata di benzoino, e si conserva in piccole bottiglie per l’uso.

    Polvere di riso
    La maggior parte delle polveri di profumeria, spacciate sotto questo nome hanno un solo difetto, vale a dire di non contenere un solo grano di riso. Più spesso sono una mescolanza di fecola di patate e di talco porfirizzato. Per essere sicuri d’avere vera polvere di riso, occorre rivolgersi alle grandi profumerie di Parigi. La polvere di riso s’impiega come assorbente del sudore.

    Sparadrappo, taffettà gommato, carta agglutinante
    Queste diverse preparazioni, che si trovano in tutte le migliori farmacie, sono molto utili ed indispensabili in caso di tagli, per riunire e ricomporre le due labbra della ferita…

    Sparadrappo di montone
    Diachilon gommato g 60/diapalma g 20/Tolù g 15. Fate fondere o fuoco dolce e stendete un fine strato su una pelle di montone, lasciate seccare. Va riscaldato per l’uso.

    Acqua balsamica contro le contusioni, le ecchimosi, le storte, ecc.
    Questa acqua balsamica, dal soave odore, rimpiazza con vantaggio l’acqua di Colonia e la tintura d’arnica.
    Essenza del Portogallo , di bergamotto, di scorza di limone ana g 15/ essenza di cedro, di lavanda ana g 20/essenza di garofano, d’anice ana g 5/essenza ti timo bianco, menta ana g 10/tintura d’abelmosco g 100/tintura del balsamo del Tolù g 50/tintura di musco g 10/alcool a 36° l. 2.
    Versate il tutto in un boccale di vetro dalla capacità di litri tre. Agitate, per mescolare bene e lasciate a riposo per qualche giorno, agitando più volte ogni giorno. Quindi filtrate in diverse riprese fino ad ottenere un liquido di una limpidezza perfetta.
    Ci si può servire di quest’acqua per profumare la biancheria o i locali; versata nell’acqua del bagno, comunica ad essa profumi tonici, utilissimi contro la leucorrea. Due cucchiai d’acqua balsamica, versati in un bicchiere d’acqua, creano un latte assai risolutivo; basta immergervi un fazzoletto, piegato a più doppi, ed applicare sul trauma per ottenere la guarigione in pochi giorni.

    Cioccolata ferruginosa
    Ioduro di ferro g 8/cioccolato alla vaniglia g 500.
    Mezza tazza a digiuno, e, dopo qualche giorno una tazza intera.

    Acqua ferruginosa
    Ioduro di ferro g 32/acqua g 500.
    Le parti malate devono essere lavate e iniettate con questo liquido, più volte il giorno.

    Pomata ferruginosa
    Ioduro di ferro g 16/sugna fresca g 32. Preparate la pomata s.a.
    Mattina e sera, frizionate all’interno delle cosce, con la quantità di una nocciola di questa pomata.

    Pastiglie con ferro
    Ioduro di ferro g 4/zafferano in polvere g 16/zucchero g 250/ gomma adragante con cannella q.s. formate s.a. una massa che dividerete in 240 pastiglie.
    Se ne prendono 10 il giorno, aumentando di 1, ogni tre giorni. Sostituiscono la cioccolata.

    Vino ferruginoso
    Ioduro di ferro g 10/ vino di Bordeaux g 500.
    La dose è di un cucchiaio da minestra, mattina e sera.
    Questo vino è ottimo anche contro la scrofola e l’amenorrea.
    Le pillole di carbonato ferroso, o di ferro ridotto, sono più assorbibili.


    Bibliografia essenziale

    Debay A.: Hygiène des mains et des pieds, de la poitrine et de la taille… - Dentu. Parigi, 1873.
    A.A. V.V.:   Dizionario de’ medicamenti ad uso dei medici e dei farmacisti. - G. Vicenzi e c. MO, 1836.
    “        :   Dizionario enciclopedico Melzi, cultura. - Vallardi. 1978.
    “        :   Enciclopedia scientifica – tecnica. - Garzanti, MI, 1969.      
    “        :   Il nuovo Garzanti di francese. - Garzanti. MI, 1992.
    “        :   Medicamenta – ed. VI. - Sormani. MI, 1964.
    “        :   Ricettario sanese. - Torchi di L. e B. Bindi. SI, 1777.
    Amoreux P. J.: Essai historique et litterarie sur la medicine des Arabes. - Richard. Montpellier, 1805.
    Blaxland Stubbs S. G.: From magic to modern medicine. - Universale Economica. MI, 1954.
    Campana A.: Farmacopea. - Ferrario G. MI, 1832.
    Charrier G. - Ghigi E.: Trattato di chimica farmaceutica inorganica. - Patron. BO, 1969.
    Charrier G. - Ghigi E.: Trattato di chimica farmaceutica inorganica. - Patron. BO, 1969.
    Devoto G. - Oli G. C.: Dizionario della lingua italiana. - Le Monnier. FI, 1971.
    Donzelli G.: Ricettario. - Cambiasi stampatore granducale. FI, 1799.
    (Madama) Fochetti: Secreti… - Castellini. VE, 1689.
    Freri A.: Canoni di bellezza: la cura della pelle nell’arco dei secoli. - Artrprogetti. CO, 2004.
    Negri G.: Nuovo erbario figurato. - Hoepli. MI, 1991.
    Passini A.: Storia, tradizioni e leggende nella medicina popolare. - Ist. It. Arti grafiche. BA, 1940.
    Raitano A.: Archeologia dei medicamenti. - Labanti e Nanni. BO, 1995.
    Suozzi R. M.: Le piante medicinali. - Newton c. Roma, 1994.
    Valnet J.: Fitoterapia: Cura delle malattie con le piante medicinali. - Giunti Martello. FI, 1980.


     

    Dello stesso autore:
    Un manoscritto pistoiese di ‘secreti’ del tardo ’600.
    Lettura di un manoscritto di ‘secreti’ del XVIII secolo.
    Raccolta di segreti medicinali…
    Quadretto di vita sociale degli anni ’30.
    Un ritrovamento di reperto dell’alto paleolitico in val di Lusia.
    Tre approcci alla medicina nel corso di un millennio.
    La spezieria del Medioevo.
    Ciarlatani nei secoli.
    Curiosità galeniche.
    Stregonerie e credenze popolari nella medicina dei secoli passati.
    Superstizione e medicina.
    Breve panoramica sulla legislazione sanitaria.
    Ancora sui ciarlatani.
    Appunti curiosi sugli elementi chimici…
    Saggio storico e letterario sulla medicina degli Arabi (libera traduzione e commento).
    Alcune note sull’alimentazione degli arabi.
    Medicina facile: una farmacopea popolare del XVIII secolo.
    Come si curavano gli animali all’inizio del ’900.
    Guarigione e fede.
    L’enologia all’inizio del ’900.
    corsetti e busti 


    Lais di Corinto fu un’etera, capriccio di Demostene, amante d’Alcibiade e d’Aristippo, discepolo di Socrate.
    Aspasia, anch’essa etera, fu amante di Pericle.

    Scrittore greco, interprete, per professione, di sogni, tentò una sistemazione scientifica della materia onirica.

    Prominenze del palmo della mano, situate rispettivamente sotto il pollice e l’indice.

    O drappo incollato, allestito con colla di pesce ed acqua piovana su un pezzetto di seta.
    Baudruche, termine francese intraducibile, stava ad indicare un cerotto fatto con la sottile ed elastica membrana estratta dall’intestino del montone o del bue.

    Cuvier Georges (1769-1823), naturalista francese, studioso d’anatomia comparata, lavorò allo Jarden de Plantes di Parigi. Acceso sostenitore della teoria del catastrofismo, scrisse, fra le altre cose, “Lezioni d’anatomia comparata”, “Ricerca sulle ossa fossili”.

    Strumento di tortura simile alla gogna.

    Proudhon Pierre-Joseph (1809-1865), teorico francese del socialismo, partecipò alla rivoluzione del ’48 (“Le confessioni di un rivoluzionario”, “Che cos’è la proprietà”).

    Bagno turco o hammam. Debay ne fa una bella descrizione in “Igiene dei bagnanti”.

    È la nascita del moderno reggipetto che in Francia, prese il nome di ‘corsetto igienico’.

    Forma tumorale nella quale le cellule cancerose sono concentrate in una massa fibrosa.

    Una terra sigillata ferrosa.

    Simile ad un cimolo, quindi morbida ed impalpabile.

    Esistono varie formulazioni del passato d’unguenti con iodio e/o ioduro di potassio. Ve ne proponiamo una: ioduro di potassio p. 10/grasso con benzoino p. 82/ acqua p. 8/ iposolfito di sodio p. 0,2.
    Le pillole erano composte di: ioduro di potassio g 0,20/ lattosio g 0,10/ lanolina q.b. per una pillola.

    I liquidi che fuoriescono dai genitali femminili durante il puerperio. Sono dovuti alla secrezione della membrana uterina in via di riparazione.

    La crema nivea (da cui ha preso il nome quella attualmente in commercio) era un semplice preparato all’ossido di zinco. In passato era detta unguentum nihil album.

    Anche nei recenti cataloghi di vendita per corrispondenza si può trovare un apparecchio analogo, con una variante idraulica, che consente un effetto rassodante per mezzo dell’acqua fredda.

    Nome del personaggio del “Pantagruel” di Rabelais, imbroglione e furfante.

    Nominare il pube era ancora cosa disdicevole, ai primordi del ’900. Più avanti sarà definito proprio regione innominabile.

    Calzatura nata per le esigenze di scena, degli antichi attori comici, che per il loro funambolismo, e per la figura che rappresentavano, necessitavano di una calzatura grossolana.

    L’uso di polveri vegetali, contro il sudore, in luogo di minerali come il talco, è senza dubbio un sistema adeguato che evita l’occlusione dei pori.

    Lo smeriglio è un minerale, varietà granulosa del corindone nero, che, ridotto in polvere, è usato come abrasivo. Più comunemente s’impiegava, però, la pelle dell’omonimo squalo che, opportunamente trattata e polverizzata, serviva a fabbricare anche la carta smerigliata.
    Il catecù o cattù è la sostanza brunastra ed amara ottenuta dal legno dell’Acacia catechu delle Mimosacee, usata come colorante e in farmacia.
    Il cinabro è il solfuro di mercurio, di colore rosso vermiglione, di cui è ricco il nostro monte Amiata.

    Ancora al nascere del ’900, non era ben chiara la differenza fra virus e battere, malattia endemica, sistemica o topica.

    Una forma di medicazione occlusiva, che aveva anche lo scopo di proteggere da ulteriori urti l’unghia lesa.

    Acetato di piombo liquido con alcool del Goulard: Acqua stillata, libbre 2/ alcool once 1/acetato di piombo concentrato once ½. Preconizzato anche per emorroidi cieche, ulcere fistolose e tumori localizzati.

    Come, ad esempio, l’acqua borica o il liquore per le contusioni proposto dallo stesso autore.

    “Diaquilon di Mesue della prima descrizione: Mucillagine di fieno greco, linseme, altea ana once 6/litargirio netto da piombo e da scaglie libbre 1/olio vecchio libbre 2. Pesta il litargirio sottilmente e mescola con l’olio in calderotto di rame, agitando con mestatoio, di poi cuoci a fuoco lento, rimenando sempre fino a che il litargirio s’incorpora; e quando è incorporato leva dal fuoco e lascia freddare, di poi aggiungi le mucillagini e tieni al fuoco sempre rimenando, tanto che sia cotto…”. Più simile il cerotto di pelle arietina d’Arnaldo, che impiegava come veicolo la colla ottenuta liquefacendo una pelle di capretto o di montone.

    Si fa riferimento alla coppiera degli dei greci, che dispensava ambrosia e bevande alcoliche. Nel nostro caso si tratta di una soluzione alcolica con la funzione di disinfettare e rendere il residuo del callo più molle.

    Due strumenti, il primo ad anello, il secondo semicircolare o ellittico.

    Simile al basilicon delle vecchie farmacopee si componeva di cera gialla, grasso di montone, resine, pece ed olio d’oliva.

    L’acido nitrico ed il nitrato d’argento. Più avanti si chiama la soluzione d’acido nitrico ‘acqua forte’.

    Juniperus sabina - Cupressinee. La sua efficacia è stata provata, ma l’alta tossicità ne ha impedito l’impiego terapeutico.

    Era detto burro, o butirro, il cloruro d’antimonio.

    La china.

    Balsamo estratto dalla corteccia del Liquidambar orientalis e a. Amamelidacee.

    L’ergotina è il principio attivo della Claviceps purpurea, fungo parassita della segale, su cui forma uno sclerozio, da cui il nome di segale cornuta.
    L’acqua del Brochieri era una soluzione a base di cloruro ferrico.

    Amido di frumento p. 7/acqua p. 3/glicerina p. 90. Si stemperi l’amido, finemente polverizzato, nell’acqua, s’aggiunga poi, agitando di continuo la glicerina; si scaldi la miscela a 100°, finché l’amido sia sciolto e la preparazione divenga traslucida, omogenea e gelatinosa.

    O saponea; è la crema che ancor oggi qualcuno usa per radersi.

    Silicato doppio d’alluminio e magnesio, a struttura colloidale, che, per la proprietà di rigonfiare, è utilizzato come emulsionante, addensante, sospendente, legante, tamponante.

    Cera bianca, spermaceti ana p. 8/ olio di mandorle p. 56. Si scalda fino a completa fusione e si lascia raffreddare. Quando comincia a solidificare si aggiunge, a poco a poco, una soluzione di: borace p. 0,5/acqua distillata p. 28/essenze di rose e di neroli ana p. 0,75.

    Detto anche cetina o spermaceti, è la sostanza solida che si separa, per raffreddamento, dalla sostanza grassa contenuta nelle cavità pericraniche d’alcuni cetacei.

    Sinonimo di pece greca. È il residuo solido della distillazione di diverse specie di trementina, fra le quali predomina quella del Pinus silvestris.

    Acetato di piombo.

    Schinus molle - Anacardiacee, detto anche pepe falso e terebinto dalle foglie strette. Balsamico, astringente (olio essenziale e resina).

    Il colorante estratto dall’Anchusa tinctoria, noto più comunemente come alcanna. In ambiente acido e alcolico è rosso; in ambiente alcalino e acquoso, azzurro.

    Ogni scorza di vegetale (quercia, ghianda amara, castagna) contenente tannino.

    O alcolato di trementina composta. Conteneva: aloe, elemi, galbano, mirra, storace ana p. 4/angelica, galanga, cannella, garofani, zenzero, zedoaria, noce moscata ana p. 2/essenza di trementina p. 5/acqua p. 27/acqua p. 88. In altre formulazioni si trovano anche bacche di lauro e dittamo cretico.

    Pianta appartenente al gruppo della belladonna (Solanacee).

    Solanum dulcamara - Solanacee, detta anche erba vitina, stallogi, vigna dei Giudei. Diaforetica, diuretica e depurativa.

    Elettaria cardamomum - Zingiberacee, originaria dell’India, Ceylon, Malabar.

    Sinonimo di china, in genere questo termine scusava per indicare la radice.

    Elettuario d’olio di ricino.

    L’incenso.

    O ambretta. Abelmoscus moschatus - Malvacee, noto anche come seme d’alcea moscata, grano di muschio. Un tempo fu preconizzato anche come afrodisiaco e stimolante.

     

 

 

 

Scheda articolo

Area tematica : ortopedia | Argomento : Corsetti e busti | Indice argomenti

Fonte articolo : www.ugobecciani.it | Autore : A. Debay a cura di Ugo Becciani

Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 29/1/11

 

    Corsetti e busti

 

Linee Guida SIMFER

"Trattamento riabilitativo del paziente in età evolutiva affetto da patologie del rachide"

Mandato

La Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione (SIMFER), sulla base delle indicazioni del Ministero della Sanità, ha dato incaricato ad una Commissione di suoi Soci per la stesura di Linee Guida sul " Trattamento riabilitativo del paziente in età evolutiva affetto da patologie del rachide".

 

Commissione

Fanno parte della Commissione SIMFER per la stesura Linee Guida sul " Trattamento riabilitativo del paziente in età evolutiva affetto da patologie del rachide":
Stefano Negrini (coordinatore) Fondazione Don Gnocchi ONLUS - IRCCS, Milano
Claudio Ferraro Clinica Ortopedica, Servizio di Riabilitazione, Università degli Studi di Padova
Paolo Fraschini Istituto "Eugenio Medea" IRCCS La Nostra Famiglia, Bosisio Parini (Co)
Stefano Masiero Clinica Ortopedica, Servizio di Riabilitazione, Università degli Studi di Padova
Paolo Simonazzi Azienda Ospedaliera "Santa Maria", Reggio Emilia
Claudio Tedeschi Azienda Ospedaliera "Santa Maria", Reggio Emilia
Andrea Venturin Azienda Ospedaliera, Università degli Studi di Padova
Hanno dato un contributo operativo alla Commissione:
Claudia Guerra Istituto "Eugenio Medea" IRCCS La Nostra Famiglia, Bosisio Parini (Co)
Vincenzo Pirola Azienda Ospedaliera "Salvini", Garbagnate Milanese
Simona Pochintesta Istituto "Eugenio Medea" IRCCS La Nostra Famiglia, Bosisio Parini (Co)
Umberto Selleri Azienda Ospedaliera "Bufalini", Cesena
Hanno dato un contributo alla Commissione:
Dinetta Bianchini Azienda Ospedaliera "Santa Maria", Reggio Emilia
Wanda Bilotta Istituti Ortopedici Rizzoli IRCCS, Bologna
Isabella Fusaro Istituti Ortopedici Rizzoli IRCCS, Bologna

Contenuti

Sono state elaborate le seguenti Linee Guida:

  • scoliosi idiopatica;
  • deformità sul piano sagittale;
  • rachialgie comuni e spondilolistesi.

 

Metodologia

  • recupero di tutta la bibliografia esistente; si è utilizzata: letteratura indicizzata, ricavata con apposita ricerca Medline; Linee Guida esistenti, reperita con apposita ricerca Internet; letteratura non indicizzata, individuata sulla base di appositi "hand searching" e della conoscenza diretta dei partecipanti alla Commissione, di contatti telefonici con altri esperti noti alla Commissione, della bibliografia di tutti gli studi indicizzati e non reperiti;
  • è stata stabilita una scala della forza delle evidenze scientifiche per i trattamenti come segue:

 

Prove scientifiche

Studi disponibili

A

Molto forti

Più di uno studio randomizzato controllato, con risultati tra loro coerenti

B

Forti

Almeno uno studio randomizzato controllato, con risultati coerenti con gli altri studi in letteratura

C

Discrete

Nessuno studio randomizzato, ma diversi studi controllati con risultati tra loro coerenti

D

Insufficienti

Un solo studio controllato non randomizzato o diversi studi controllati con risultati tra loro non coerenti

E1

Forte consenso scientifico

Consenso generale sulla procedura o sul trattamento

E2

Discreto consenso scientifico

Consenso prevalente, ma non generale, sulla procedura o sul trattamento

E3

Parere della commissione

Parere della commissione in mancanza di un consenso generale

La scala è stata codificata sulla base delle classiche indicazioni usate per la stesura di Linee Guida. Dato che l’argomento oggetto delle Linee Guida è caratterizzato da una sovrabbondanza di lavori descrittivi e da prassi principalmente basate sul consenso, più che su evidenze scientifiche, si è ritenuto utile ampliare l’ultima voce (E), suddividendola in tre gradazioni diverse di Consenso Scientifico.
La metodologia seguita nell’elaborazione delle Linee Guida ha previsto i seguenti passaggi:

  • i partecipanti alla Commissione e quanti si sono resi disponibili a dare un loro contributo hanno preparato un documento per una o più delle Linee Guida elaborate; si è proceduto in modo che per ogni Linea Guida fossero disponibili almeno due elaborati;
  • i documenti sono stati distribuiti a tutti i partecipanti alla commissione che ne hanno presa visione ed hanno proposto modifiche;
  • sono state effettuate tre Conferenze di Consenso di una intera giornata presso la Fondazione Don Gnocchi per la stesura definitiva;
  • le Linee Guida sono state inviate per una revisione metodologica alla Dott.ssa Silvia Minozzi, metodologa esperta in Linee Guida e collaboratrice del Cochrane Institute;
  • è stato programmato un Simposio Satellite al Congresso della Gruppo Italiano di Studio della scoliosi e della patologie vertebrali (GIS), principale società dei chirurghi ortopedici vertebrali, onde iniziare un lavoro di confronto esterno;
  • sono state quindi effettuate due ulteriori Conferenze di Consenso tra i partecipanti alla Commissione dalle quali è scaturita la versione definitiva (nel frattempo aggiornata secondo le ultime indicazioni comparse in letteratura).

Le Linee Guida vengono ora rese disponibili a tutti gli interessati (operatori sanitari, pazienti, amministratori) sul web sui siti www.simfer.it, www.fisionline.org, www.gss.it, www.dongnocchi.it, www.ediermes.it, in modo che possano essere oggetto di osservazioni scritte. Si provvede inoltre ad invio delle Linee Guida complete alle società scientifiche che possono essere interessate ed alla richiesta della pubblicazione delle stesse sui loro siti istituzionali. Le Società interessate, secondo il principio della massima rappresentatività di tutti i possibili operatori interessati, includono (in ordine alfabetico):

  • AIRM - Associazione Italiana Radiologia Medica
  • AITO - Associazione Italiana Terapia Occupazionale
  • AITR - Associazione Italiana Terapisti della Riabilitazione
  • FMSI – Federazione Medico Sportiva Italiana
  • GIS - Gruppo Italiano di Studio delle patologie vertebrali
  • GSS - Gruppo di Studio della Scoliosi e patologie vertebrali
  • SIGM - Società Italiana di Ginnastica Medica, Medicina Fisica, Scienze Motorie e Riabilitative
  • SIMA – Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza
  • SIMMG – Società Italiana Medici di Medicina Generale
  • SIOT - Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia
  • SIP - Società Italiana Pediatria
  • SIPPS – Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale
  • SITOP – Società Italiana di Traumatologia ed Ortopedia Pediatrica
  • UNC - Unione Nazionale Chinesiologi

Tutti i soci delle società sopra elencate saranno oggetto di mailing, oltre a rappresentanti di ASL e regioni. Si raggiungeranno i pazienti attraverso comunicazioni agli organi si stampa. A tutti si farà conoscere la collocazione sul web delle Linee Guida e lo svolgimento della Consensus Conference prevista per il 14 giugno 2002 per tutti gli interessati, ai fini di ricevere ulteriori proposte di variazione e di disporre di approfondimenti e discussioni adeguate. Dopo questo momento si provvederà ad un’ultima Conferenza di Consenso tra i partecipanti alla Commissione per elaborare le Linee Guida definitive che verranno rese disponibili a tutti nel modo più ampio possibile su vari tipi di pubblicazioni e supporti.

Esposizione dei risultati e delle raccomandazioni

  • Definizione: variazione delle condizioni di salute cui i risultati e le raccomandazioni successive si riferiscono;
  • Risultati: presentazione degli articoli in letteratura, valutazione metodologica e discussione dei contenuti;
  • Raccomandazioni: una o più raccomandazioni, seguite da una annotazione circa la forza della letteratura disponibile sull'argomento secondo la scala sopra riportata;
  • Bibliografia: articoli su cui si basano i risultati e le raccomandazioni.

 

Destinatari e campo di applicabilità

Le Linee Guida si rivolgono a tutti gli operatori della riabilitazione e sono applicabili a tutti i pazienti di interesse riabilitativo affetti dalle patologie di cui sono oggetto.


Scoliosi idiopatica

 

Definizione dell’oggetto

La scoliosi idiopatica è una complessa deformità strutturale della colonna vertebrale che si torce nei tre piani dello spazio; sul piano frontale si manifesta con un movimento di flessione laterale, sul piano sagittale con una alterazione delle curve, il più spesso provocandone una inversione, sul piano assiale con un movimento di rotazione (1,2,3). Per definizione, la scoliosi idiopatica non riconosce una causa nota, e probabilmente nemmeno una causa unica. Da un punto di vista eziopatogenetico, quindi, la deformazione vertebrale provocata dalla scoliosi idiopatica può essere definita come il segno di una sindrome complessa ad eziologia multifattoriale (4,8), vero e proprio epifenomeno di una patologia che ha origine lontano dalla colonna. Questa sindrome si manifesta quasi sempre con la sola deformità, ma non si identifica con essa in quanto con una indagine più approfondita è possibile trovare altri segni sub-clinici che appaiono significativi (3,8,9,11).
La definizione classica della Scoliosis Research Society (1,6), definisce la scoliosi come una curva di più di 10° Cobb sul piano frontale senza considerare il piano laterale, le cui modificazioni incidono significativamente sull'evoluzione della scoliosi e la trattabilità ortesica. In base a questo dato, molti dei lavori pubblicati sull’efficacia del trattamento conservativo della scoliosi (fisioterapia, corsetti gessati, busti) utilizzano come unico parametro la modificazione dei gradi Cobb. Questo aspetto è destinato nel futuro ad essere rivisto.
Le scoliosi idiopatiche possono essere classificate differentemente (1,6) secondo la localizzazione iniziale della deformità: scoliosi toraciche, toracolombari, lombari, a doppia curva, e secondo l’età di insorgenza: infantili e adolescenziali.
Secondo le classiche indicazioni della riabilitazione, anche per il paziente affetto da scoliosi idiopatica sono distinguibili l'aspetto di malattia (in inglese disease, processo eziopatogenetico), menomazione (in inglese impairment, danno di una funzione), disabilità (in inglese disability, incapacità di compiere un atto proprio dell'essere umano) ed handicap (conseguenze sociali).
La ricerca ha definito una serie di elementi di "malattia", con un possibile ruolo eziopatogenetico, classificabili come segue (3): fattori di origine dal Sistema Nervoso Centrale, fattori biomeccanici e fattori di pertinenza del tessuto connettivale. Le menomazioni del paziente scoliotico sono classificabili come (3,5) danni neuromotori, biomeccanici, cardio-respiratori ed estetici. Per quanto riguarda le problematiche relative alla disabilità, infine, queste riguardano in gran parte la scoliosi adulta. Il dolore, per esempio, od una significativa riduzione della capacità di sforzo o delle attività della vita quotidiana o professionale non fanno parte delle caratteristiche del giovane paziente scoliotico. Viceversa, ci sono due elementi tipici dell’età evolutiva che pure si riflettono pesantemente anche sull’età adulta: la disabilità dovuta a motivi psicologici ed un’altra definibile come iatrogena, laddove il ragazzo affetto da scoliosi non viene rispettato in quanto persona colta in un duplice momento delicato: quello della crescita e sviluppo puberale e quello dell’incontro/scontro con il proprio corpo affetto da una forma di patologia che ne mina una struttura portante che non per niente si chiama "colonna".
Il trattamento della scoliosi ripercorre tutte le fasi tipiche della prevenzione (3). Quando la patologia è lieve, il trattamento è una forma di prevenzione primaria. Questa fase terapeutica è da sempre stata definita come "trattamento libero" e riguarda la cosiddetta scoliosi minore. La prevenzione primaria diviene poi terapia perché, così come avviene quando si tratta l’ipercolesterolemia per evitare l’infarto del miocardio, si cura in questo caso un importante fattore di rischio primario: la scoliosi minore che può diventare scoliosi maggiore (7,10). La forma terapeutica principalmente applicata è quella cinesiterapica: si tratta di esercizio fisico finalizzato al miglioramento di capacità neuro-motorie, adattato e controllato sulla base della patologia e delle caratteristiche individuali del singolo paziente. Il complesso degli esercizi è teso a migliorare le capacità specifiche dell’individuo (equilibrio, coordinazione e controllo oculo-manuale) rispettando gli equilibri biomeccanici (l’azione è sui tre piani dello spazio).
Un secondo aspetto è quello della prevenzione secondaria, vale a dire del trattamento per evitare i danni conseguenti alla presenza della patologia conclamata. I confini possono essere fatti coincidere con un livello di patologia che richiede di intervenire con una ortesi. Lo scopo primario in questa fase è quello di evitare l’aggravamento della scoliosi, quindi di curare la malattia, ma anche, purtroppo a volte dimenticato, di trattare le menomazioni, di evitare la disabilità e di prevenire così l’handicap. Quindi, se l’elemento principe è l’ortesi, il trattamento delle menomazioni e della disabilità sono tipiche dell’intervento riabilitativo, sia cinesiterapico che psicologico ed anche educativo.
Infine, va considerata la prevenzione terziaria, spesso fatta direttamente coincidere "tout court" con la riabilitazione. Questo momento è tipico del recupero post-intervento e/o del superamento dei danni iatrogeni in età dell’accrescimento.

 

Bibliografia

  • Stagnara P. Les déformations du rachis. Paris: Masson, 1985
  • Perdriolle R: La scoliose: son etude tridimensionnelle. Maloine Ed, Paris, 1979
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Valutazione

Risultati della letteratura
Non vi è un’evidenza scientifica sufficiente per raccomandare, ma neppure vi è un’evidenza scientifica per sconsigliare la valutazione di adolescenti asintomatici attraverso programmi sanitari di visite di screening indirizzati all’individuazione preventiva di casi di scoliosi idiopatica (1,5,18,19). Poiché tuttavia l’efficacia positiva del trattamento conservativo con corsetto ortopedico sulla storia naturale della scoliosi idiopatica è stata confermata da studi controllati e prospettici (2,6,7,8), ne consegue che solo una individuazione precoce può condurre a una terapia conservativa, con corsetto ortopedico. Secondo le più recenti indicazioni della letteratura, poi, accanto ai concetti di efficacia ed efficienza, va introdotto quello di accettabilità delle terapie, particolarmente importante in questo campo in cui le prove scientifiche definitive sono attualmente mancanti. Su questa base lo screening come elemento su cui basare successivi interventi è preferito dal 95% delle famiglie (9).
Il principale test di valutazione nell’esame clinico del paziente scoliotico è il test di Adams (forward – bending test). La positività di tale test è patognomonica di scoliosi (15). Il valore predittivo positivo del forward – bending test è variabile, essendo inversamente proporzionale al grado di curvatura e dipendente dalla esperienza degli esaminatori (1).
L’inclinometro (Scoliometer - 16) rappresenta un altro strumento di valutazione che si è affermato negli ultimi anni come estremamente utile nei programmi di screening. Questo strumento, misura l’angolo di inclinazione del tronco (ATR) ed è dotato di una ripetibilità inter- esaminatori molto elevata, il che consente di determinare delle soglie al di là delle quali intervenire con una radiografia. La sua sensibilità è stimata intorno al 100% e la sua specificità intorno al 47% se si sceglie un ATR di 5°. Un ATR di 7° ha invece una sensibilità dell’83% ma una specificità dell’86% (3,10,14).
Il gibbometro (livella) è uno strumento in grado di fornire un ulteriore parametro di valutazione, differente rispetto all’inclinometro, ovvero l’altezza del dislivello tra concavità e convessità della curva (4). Uno studio recente ha dimostrato che l’affidabilità di questa misura è superiore a quanto precedentemente riportato (11). Altrettanto recentemente è stato presentato un nuovo strumento che ha dimostrato un’elevata ripetibilità (12).
La valutazione radiografica rimane in ogni caso il riferimento standard per la valutazione della sensibilità e specificità dei test di screening (1), anche se la valutazione estetica non può essere trascurata (20,21).
L’intervallo di confidenza nella misurazione dell’angolo di Cobb nelle radiografie è ritenuto essere 95% con variabilità intra - esaminatore ed inter - esaminatore rispettivamente di 3-5° e 6-7° (1,13).
Il segno di Risser è un ulteriore parametro radiografico di valutazione, utile a dare una indicazione sullo stato di accrescimento del paziente, in quanto desumibile dalla medesima radiografia effettuata per valutare la scoliosi (17). Altri parametri essenziali da considerare sono la comparsa del menarca nella femmina e lo sviluppo dei segni di Tanner.

 

Bibliografia

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Raccomandazioni

    • Si raccomanda il ricorso a programmi di screening rivolti alla diagnosi precoce (prevenzione secondaria) della scoliosi idiopatica (E2).
    • Si raccomanda durante le visite di valutazione generale a tutti i pediatri di libera scelta, i medici di medicina generale ed i medici sportivi di eseguire il Test di Adams nella fascia d’età compresa tra i 10 e i 15 anni (E2).
    • Si raccomanda che il test di Adams venga eseguito sotto responsabilità medica (E1).
    • Si raccomanda che la valutazione del paziente scoliotico venga effettuata da un medico esperto di patologia vertebrale (E1).
    • Si raccomanda che i pazienti affetti da scoliosi idiopatica vengano visitati, anche in strutture complesse, sempre dallo stesso medico (E2).
    • Si raccomanda che la valutazione del paziente scoliotico sia complessiva, clinica e radiografica (E1).
    • Si raccomanda di effettuare una valutazione del paziente affetto da scoliosi idiopatica, comprendente gli aspetti patologico, estetico, psicologico, funzionale e familiare (E2).
    • Si raccomanda la raccolta dei dati anamnestici dei pazienti durante le visite (E2).
    • Si raccomanda durante le visite di eseguire anche la valutazione dell’assetto sagittale del rachide (E2).
    • Si raccomanda l’utilizzo dello Scoliometer di Bunnel (E1).
    • Si raccomanda, nell’uso dello Scoliometer, di ricorrere ad un valore soglia non superiore a 5° (E2).
    • Si raccomanda la misurazione del gibbo con gibbometro o livella o altre strumentazioni nella valutazione clinica del paziente durante le visite specialistiche (E3).
    • Si raccomanda l’utilizzo di schede per la raccolta seriale della misurazione dei dati clinici e strumentali (E2).
    • Si raccomanda un follow-up clinico semestrale per i soggetti affetti da scoliosi idiopatica, che può essere ravvicinato in situazioni di particolare rischio (E3).
    • Si raccomanda di non prescrivere radiografie in caso di negatività del test di Adams (E3).
    • Si raccomanda che la scelta di eseguire l’indagine radiografica venga effettuata dallo specialista (E3).
    • Si raccomanda che la misurazione della radiografia venga effettuata utilizzando l’angolo di Cobb (E1).
    • Si raccomanda che alla prima valutazione radiografica venga effettuata anche una proiezione latero-laterale (E2).
    • Si raccomanda, per ridurre l’invasività del follow-up, che la radiografia non venga effettuata più di una volta all’anno (E3).
    • Si raccomanda che ad ogni esame radiografico venga effettuato il minor numero possibile di proiezioni (E1).

 

Trattamento cinesiterapico

Cinesiterapia
Risultati
Il lavoro del 1979 di Stone (1) dimostra una differenza non significativa fra un gruppo prospettico trattato per un anno con esercizi domiciliari ed un gruppo di controllo retrospettivo. Questo programma ha però una concezione molto meccanicistica degli esercizi che esclude la parte fondamentale di integrazione neuromotoria. Scarsa efficacia emerge dallo studio di Farady (2) anche se lo stesso studio pone in risalto i benefici degli esercizi condotti al di fuori del corsetto in pazienti ortesizzati sul miglioramento dei range articolari e sulle limitazioni di forza muscolare per raggiungere adeguata mobilità della gabbia toracica e per raggiungere una postura corretta.
Vi sono dei lavori che tendono a dimostrare invece l’efficacia della cinesiterapia: studi osservazionali con gruppo di controllo (3,4,5,24,25), confronti fra tecniche che testimoniano una azione sia sulla componente flessibile che sulla biomeccanica del rachide (6), semplici casistiche (32,33), studi basati su ipotesi eziopatogenetiche (7,8,9,10,11,26,30,31). Numerosa letteratura ha poi affrontato i contenuti tecnici che la cinesiterapia dovrebbe avere (3,8,11,30,31,34,35,36,37,38).
Un grande limite è rappresentato anche dalle non omogenee informazioni sulla evoluzione naturale della storia scoliotica (12,13,24).
Alcuni Autori nei loro lavori non prendono neppure in considerazione la possibilità di una cinesiterapia ma non supportano la esclusione con alcun dato bibliografico (14,15,16,27).
Hungerford non supporta la esclusione della cinesiterapia con citazioni bibliografiche ma ritiene validi gli esercizi per eliminare la rigidità da corsetto (17).
Focarile (18) in una review dell’89 ha rilevato la assenza di studi condotti sull’efficacia degli esercizi eseguiti da soli (sebbene alcuni studi sulle terapie in corsetto considerino efficace la associazione con alcuni tipi di esercizio).
Dickson (19,27) mette in discussione l’efficacia di tutto il trattamento conservativo affermando che la natura di per sé instabile della rotazione rende inefficace anche il corsetto. Inoltre solo il 10% di curve diagnosticate ha la tendenza a progressione soprattutto in giovani donne con curva toracica destra. La inefficacia della cinesiterapia è da lui basata sullo studio di Stone (1) ma si riconosce l’efficacia di esercizi per limitare la rigidità da corsetto. Solo una piccola parte delle curve identificate sono destinate a progredire fino a diventare significative.
La probabilità che la curva progredisca dipende dall’età del paziente al momento della diagnosi, dal tipo a dalla grandezza della curva, dal sesso e dall’età scheletrica (12,20, 21,24).
Dal 25% al 75% delle curve ritrovate nello screening possono rimanere invariate mentre dal 3 al 12% delle curve possono migliorare (12,22,24).
Weinstein nel suo ultimo lavoro (23) conclude che ogni decisione deve essere individualizzata prendendo in considerazione la probabilità di progressione della curva basandosi sull’ampiezza della stessa, sulla maturità scheletrica, sull’età e la maturità sessuale.
Uno studio di Lantz (29) documenta che le manipolazioni non hanno nessuna efficacia nel trattamento di scoliosi minori, inferiori ai 20°.
In conclusione, attualmente non c’è evidenza sufficiente per raccomandare o sconsigliare l’utilizzo della cinesiterapia (24). Peraltro, introducendo accanto ai concetti di efficacia ed efficienza, quello di accettabilità delle terapie, le famiglie hanno dimostrato di preferire l’effettuazione di cinesiterapia all’attesa di una eventuale evoluzione da trattare in seguito con corsetto (28). Inoltre, l’esame della letteratura a disposizione permette di ipotizzare un’efficacia della cinesiterapia nel rallentare l’evolutività delle curve patologiche in pazienti affetti da scoliosi idiopatica con curve minori (3,4,5,6).

 

Bibliografia

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Raccomandazioni

    • Si raccomanda che la scelta delle opzioni terapeutiche venga fatta dallo specialista di patologie vertebrali sulla base di tutti i parametri anamnestici, obiettivi e strumentali (E1).
    • Si raccomanda che il paramorfismo (atteggiamento scoliotico) e la scoliosi inferiore ai 10° Cobb non vengano trattati in modo specifico (E1).
    • Si raccomanda la cinesiterapia come primo gradino di approccio terapeutico alla scoliosi idiopatica per prevenirne l’evolutività (C).
    • Si raccomanda la costituzione di équipe terapeutiche specifiche (non necessariamente con rapporto di lavoro diretto), con una stretta collaborazione tra medico e rieducatore (E3).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano proposti e seguiti da un rieducatore specificamente formato ed esperto nel trattamento della scoliosi (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano svolti individualmente o, meglio ancora, in piccolo gruppo con programmi individualizzati (E3).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano effettuati con continuità sino alla fine del trattamento (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano individualizzati sulla base delle necessità dei pazienti (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi siano finalizzati ad un miglioramento del controllo neuromotorio e posturale del rachide, dell’equilibrio e della propriocezione e ad un rinforzo della funzione tonica della muscolatura del tronco (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi non incrementino l’articolarità e la mobilità del rachide, con esclusione della fase di preparazione all’uso di un’ortesi (E2).
    • Si raccomanda di evitare mobilizzazioni manuali e manipolazioni, con esclusione della fase di preparazione all’uso di un’ortesi (D).

Cinesiterapia respiratoria

Risultati
Gli studi sono diversi: alcuni (1,2) concludono per la inefficacia degli esercizi. Un altro (3) testimonia un aumento della capacità vitale e della espansibilità della parete tali da rendere possibile anche un trattamento della patologia ventilatoria restrittiva associata.
E’ d’altra parte difficile che scoliosi dell’età puberale inducano disabilità cardiorespiratoria o deficit polmonari clinicamente rilevanti, mentre lo possono fare scoliosi insorte intorno ai 5 anni con riduzioni di capacità vitale oltre il 50% (4,13,14,15).
Markin (5) nel suo studio evidenzia come anche in scoliosi lievi e medie vi sia un deficit funzionale polmonare apprezzabile con riduzione del volume polmonare e della capacità vitale associato a riduzione di flessibilità della colonna e delle articolazioni costo vertebrali con ridotta escursione costale durante la respirazione.
Altri studi (6,7) evidenziano una riduzione del volume polmonare totale, della capacità vitale, della tensione di O2 e della risposta ventilatoria alla CO2 anche se in scoliosi oltre i 30 gradi Cobb. Jones evidenzia anche la ridotta capacità di espansione della gabbia toracica in scoliosi che interessano quel tratto (7).
Lo studio di Smith (8) evidenzia che la funzione respiratoria può essere migliorata nella scoliosi idiopatica media (sotto i 35° Cobb) e che la forza sviluppata dai muscoli della respirazione è un fattore molto importante di questo miglioramento.
Lo studio di Pehrsson (9) dimostra che lo scompenso cardiorespiratorio avviene solo per gravi scoliosi insorte in età pre puberale e a forte tendenza di evolutività: la capacità vitale è il più forte indicatore di un eventuale "fallimento respiratorio".
Bjure (10) ha colto una correlazione fra l’aumento del grado di scoliosi e la riduzione di tutti i valori polmonari mentre Colin (11) ha rilevato la rigidità della gabbia toracica che incrementa con l’aumentare dell’età.
Cooper (12) ipotizza che i bassi volumi polmonari in adolescenti con scoliosi moderata o media siano causati da un deficit meccanico di interazione fra i muscoli inspiratori e la parete toracica.

 

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Raccomandazioni

Si raccomanda la cinesiterapia per migliorare la funzionalità respiratoria in pazienti affetti da scoliosi idiopatica che ne abbiano necessità (D).

 

Cinesiterapia durante trattamento ortesico e chirurgico

Risultati
Uno studio controllato e randomizzato su piccola popolazione dimostra che negli adolescenti che indossano un corsetto gli esercizi sono più efficaci della trazione nel migliorare le curve in bending laterale (1).
Un altro studio con una serie di casi non controllati conclude che alcuni pazienti con corsetto che hanno eseguito esercizi in flessione toracica hanno ridotto la rotazione e la curva toracica dopo gli esercizi (2).
Lo studio di Barman (3) condotto su 24 pazienti di cui la metà esegue esercizi osserva che il risultato clinico è sovrapponibile, ma anche qui c’è una componente molto meccanicistica degli esercizi stessi.
Stagnara e Perdriolle (4,5) seppure con diverse modalità sostengono la utilità della cinesiterapia sia in fase di preparazione che durante il trattamento in corsetto ma anche alla dismissione dello stesso o dopo l’intervento chirurgico.
Ci sono poi studi che riguardano alterazioni della funzionalità respiratoria indotte dal corsetto (6) e che concludono per una transitoria e reversibile riduzione della capacità vitale, e del volume residuo. Quest’ultimo dato può significare che l’uso del corsetto può ridurre la mobilità del torace.
Anche Refsum (7) ha notato riduzione di capacità vitale e di capacità polmonare totale con una VEF sempre ridotta, ma che a distanza di 24 mesi era tornata ai livelli normali.
Thulbourne (8) in seguito ad esercizi attivi condotti in corsetto ha rilevato un notevole decremento della depressione costale sul lato concavo della curva.
In conclusione, la situazione è analoga a quella della cinesiterapia, anche se meno contrastata: non c’è sufficiente evidenza per supportare l’utilizzo o l’abbandono della cinesiterapia in corsetto.

 

Bibliografia

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  • Thulbourne T., Gillespie R.: The rib hump in idiopathic scoliosis. The Journal of Bone and Joint Surgery Vol 58, n 1, february 1976.

 

Raccomandazioni

    • Si raccomanda che, in associazione al trattamento ortesico, venga effettuata cinesiterapia (C).
    • Si raccomanda la cinesiterapia di mobilizzazione per migliorare l’articolarità del rachide in corsetto (B).
    • Si raccomandano esercizi di mobilizzazione in preparazione al corsetto (E2).
    • Si raccomandano esercizi di rinforzo della funzione tonica della muscolatura in corsetto (E1).
    • Si raccomandano esercizi e posture di recupero dell’assetto sagittale in corsetto (E2).
    • Si raccomandano esercizi di rieducazione posturale e funzionale, in particolare nei periodi di svezzamento dal corsetto e nel post chirurgico (E2).

 

Attività sportiva

Risultati
La cinesiterapia rappresenta un approccio terapeutico individuale alla componente posturale più flessibile e funzionale del paziente che, in fase precoce, è passibile di riducibilità mediante una azione sulla componente elastica dei tessuti molli (1,2,14). Altro elemento che testimonia la presenza di una componente elastica della colonna è la differenza di misura fra lastre eseguite in posizione eretta e supina (3).
Un altro studio evidenzia come gli aspetti psicologici e sociali sono correlati alla negatività di immagine nei confronti del proprio corpo (4).
L’attività sportiva consente un riequilibrio psico-motorio che è consigliabile per tutti e che deve trovare spazio nell’adolescente scoliotico con le dovute modalità a seconda del tipo di paziente e della gravità ed evolutività della curva. Il paziente scoliotico deve giocare "come e più di tutti gli altri" (5,6,7).
Il nuoto non è la panacea delle scoliosi e ci sono studi che tendono ad evidenziarne alcuni limiti (8,9,10,13,15,16) o addirittura controindicazioni (11,13). Uno studio recente ha poi documentato nelle ragazze praticanti ritmica agonistica ad alto livello una incidenza della scoliosi del 12% rispetto all’1,1% nei soggetti di controllo: l’intensa mobilizzazione ed estensione del rachide in soggetti a rischio potrebbe essere uno dei fattori determinanti (12).

 

Bibliografia

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Raccomandazioni

    • Si raccomanda che lo sport non venga prescritto come un trattamento per la scoliosi idiopatica (E2).
    • Si raccomanda lo svolgimento di attività sportive di carattere generale, che offrono al paziente scoliotico vantaggi aspecifici in termini psicologici, neuromotori ed organici generali (E2).
    • Si raccomanda, in ogni fase del trattamento, la continuazione dell’educazione fisica scolastica (E2).
    • Si raccomanda la continuazione delle attività sportive anche durante il periodo d’uso di un corsetto, per i vantaggi fisici e psicologici che questo garantisce (E3).
    • Si raccomanda di non usare il nuoto come terapia delle curve patologiche, in quanto assimilabile alle altre attività sportive (E2).
    • Si raccomanda di evitare attività agonistiche molto mobilizzanti e/o in estensione del rachide in scoliosi ad alto rischio (D).

Trattamento ortesico

Risultati
Il trattamento ortesico della scoliosi ha attualmente valido supporto in letteratura; storicamente si è passati da indicazioni entusiastiche negli anni '60 e '70 ad ampie, ma non univoche critiche negli anni '80, ad una rivalidazione scientifica negli anni '90 (21,12,17,20,22,23). E' stato allora infatti possibile il confronto tra l'evoluzione naturale della scoliosi in soggetti non trattati (21) rispetto a quelli trattati; uno studio controllato prospettico ha infine permesso una verifica di efficacia dei trattamenti proposti (12). Poiché molti dei lavori pubblicati sull’efficacia del trattamento conservativo della scoliosi utilizzano come unico parametro la modificazione dei gradi Cobb sul piano frontale, la reale efficacia del trattamento ortesico risente di tale limitazione.
La valutazione della scoliosi è progredita notevolmente con l'introduzione di metodiche diagnostiche radiologiche più precise, sia nelle lastre standard con dosaggi di radiazioni estremamente contenuti, sia con la diagnostica radiologica tridimensionale (CT, RMN) che hanno profondamente modificato la valutazione della deformità scheletrica e la costruzione delle ortesi correttive; anche il corsetto più tradizionale come il Milwaukee ha subito non indifferenti modificazioni negli ultimi anni sia nella struttura sia nei materiali utilizzati, per altro i corsetti toracolombari efficaci per curve con apice al di sotto di T7 hanno avuto grande sviluppo pur all'interno di due scuole abbastanza diverse (anglosassone e francese).
La ricerca bibliografica risente più che mai di tali differenze culturali: i lavori pubblicati su riviste indicizzate, reperibili tramite Medline interessano praticamente solo corsetti progettati negli U.S.A. (Boston, Milwaukee, Wilmington, Charleston), fanno esclusione pochi articoli in tedesco sul corsetto Chêneau. La maggior parte degli articoli pubblicati sui corsetti di scuola francese appaiono solo su riviste europee non indicizzate.
I lavori più recenti mostrano risultati positivi nell’uso del corsetto rispetto alla storia naturale della malattia, con dati statisticamente significativi in relazione ai gradi Cobb di partenza (3,5,6,10,11,12,11,12,13,14,15,16).
Nachemson (12) in uno studio prospettico controllato su 240 pazienti con curve toraciche o toracolombari di valori iniziali tra i 25 e i 35 gradi, di età tra 10 e 15 anni, di questi 129 vennero solo osservati e 111 trattati con corsetti toracolombari. Un evoluzione di 6 o più gradi sulle 2 radiografie successive a quella iniziale vennero considerate indice di insuccesso della scelta (osservazione o trattamento ortesico).
A quattro anni di distanza l'indice di successo per il trattamento ortesico era del 74% (52-84), per l'osservazione del 34%(16-49).
Bergoin (3) ha effettuato una revisione dei trattamenti ortopedici e chirurgici. La metodica classica della scuola lionese prevede un trattamento con corsetto gessato seguito da un corsetto a tre o quattro valve in relazione al livello della scoliosi e nei prepuberi un corsetto Milwaukee o un ortesi toracolombare in propilene o polietilene.Vengono riportati i dati relativi al trattamento di 56 soggetti con scoliosi di valori angolari iniziali medi di 23° (al di sotto dei 30 gradi) su vari livelli, seguite dal 1974-1979 fino ad oltre la maturazione scheletrica (follow-up medio 14 anni) riportando valori medi finali di 20 gradi.
Pries (13) in uno studio su 70 scoliosi idiopatiche trattate con la metodica lionese (gesso e corsetto in plexidur) evidenzia buoni risultati di riduzione e mantenimento della correzione ortopedica per curve di valori angolari iniziali tra i 30 e i 50 gradi. Il lavoro è condotto con ottimi livelli metodologici.
I lavori significativi di confronto tra differenti sistemi ortesici per curve a similare caratteristica clinica sono pochissimi(8,14,15), ma almeno uno altamente significativo per qualità metodologica (15).
Il lavoro di Rowe (15) presenta una meta-analisi diretta a confrontare la coerenza di più studi: vengono analizzati 1910 pazienti, di cui 1459 trattati con corsetti, 322 con elettrostimolazionee e 129 solo con osservazione. La media pesata di successi era di 0,39 per la stimolazione elettrica, 0,49 per l'osservazione, 0,60 per le ortesi utilizzate 8 ore al giorno, 0,62 per quelle utilizzate 16 ore al giorno, 0,93 per quelle utilizzate 23 al giorno (la modalità statisticamente più efficace - p<0.0001).Il corsetto più efficace risulta il MW (0.99), rispetto agli altri (0.90), mentre il Charleston (utilizzato solo di notte) aveva effetti meno validi (0.60), comunque statisticamente superiori alla semplice osservazione.
I lavori sugli effetti tridimensionali delle ortesi correttive sono ancora pochi e sperimentali (1), in relazione alla complessità degli studi tridimensionali (14).
Del tutto recentemente sono stati pubblicati alcuni articoli significativi in particolare sull’utilizzo del corsetto tipo Chêneau e Charleston (2,6,16). Appare rilevante l’importanza in entrambi i casi di una costruzione del corsetto mediante sistemi computerizzati che, in base al dato radiografico, consentano di confezionare sistemi giudicati più correttivi sul piano tridimensionale. Al tempo stesso la ricerca di corsetti ad uso parziale come il Charleston si integra con numerosi recenti lavori diretti a valutare gli effetti spesso negativi sulla psicologia di soggetti trattati per lunghi anni per tale patologia con sistemi coercitivi (24,25,26).

 

Bibliografia

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Raccomandazioni

    • Si raccomanda il trattamento ortesico nella terapia conservativa della scoliosi idiopatica (C).
    • Si raccomanda di non porre in trattamento ortesico curve al di sotto dei 15± 5° Cobb (E1).
    • Si raccomanda il trattamento con corsetto per curve superiori ai 20± 5° Cobb e residuo periodo di crescita (C).
    • Si raccomanda l’uso di un corsetto non amovibile (in gesso in vetroresina) per curve superiori ai 40± 5° Cobb, su indicazione dello specialista esperto (E2).
    • Si raccomanda che il corsetto venga indossato, riducendo progressivamente le ore, sino al termine dell’accrescimento osseo vertebrale (E2).
    • Si raccomanda che il corsetto venga disegnato per la specifica curva da trattare (E1).
    • Si raccomanda che i corsetti proposti, nel trattare la deformità scoliotica sul piano frontale ed orizzontale, ne rispettino il più possibile il piano sagittale (E3).
    • Si raccomanda l'utilizzo del corsetto meno invasivo in rapporto alla situazione clinica per ridurre l'impatto psicologico dell'ortesi e garantire una maggiore compliance del paziente (E1).
    • Si raccomanda che il corsetto non costringa il torace al punto da ridurre la funzionalità respiratoria (E1).
    • Si raccomanda che lo specialista indichi con precisione al paziente le ore di utilizzo, coerentemente con il tipo di corsetto prescritto (E1).
    • Si raccomanda la prescrizione, confezione e collaudo di corsetto ortopedico amovibile in regime ambulatoriale (E1).
    • Si raccomanda la costituzione di équipe terapeutiche specifiche (non necessariamente con rapporto di lavoro diretto), con una stretta collaborazione tra medico prescrittore e collaudatore, tecnico ortopedico confezionatore del corsetto e rieducatore (E3).
    • Si raccomanda che il corsetto venga confezionato da un tecnico ortopedico specificamente addestrato ed esperto nella confezione del corsetto prescritto (E1).
    • Si raccomanda che il collaudo venga effettuato dal medico prescrittore verificando personalmente la validità del corsetto confezionato dal tecnico ortopedico e proponendo (e in seguito verificando) tutte le correzioni necessarie per ottenere una maggiore efficacia e tollerabilità dell’ortesi (E1).
    • Si raccomanda la confezione e verifica di corsetto ortopedico non amovibile in gesso o in vetroresina in regime di ricovero presso ambiente specialistico (E1).
    • Si raccomanda che il corsetto ortopedico non amovibile in gesso o in vetroresina venga confezionato "manu medica" (E1).

Deformità sul piano sagittale

Definizione

Per dismorfismi o deformità sagittali del rachide si intendono le sue patologiche deviazioni posteriori (cifosi) o anteriori (lordosi), in varia misura irriducibili, conseguenti ad alterazioni strutturali disco-legamentose ed ossee vertebrali a varia eziologia. Poiché le deviazioni si iscrivono all'interno delle fisiologiche curvature del rachide, quest'ultime possono risultare esageratamente aumentate (ipercifosi toracica e/o iperlordosi lombare) o diminuite (lordosi toracica e/o cifosi lombare).
Prevale di gran lunga su tutte le altre, per frequenza, la cifosi toracica (dorso curvo) adolescenziale (giovanile) di Scheuermann, essenzialmente dovuta a un minore accrescimento in altezza nella parte anteriore dei corpi vertebrali. Nella forma classica, tre o più corpi vertebrali adiacenti presentano radiologicamente, di solito nel tratto toracico medio, una deformità a cuneo anteriore di 5 o più gradi (1); talvolta, tuttavia, sono cuneiformi solo una o due vertebre (2). Le tipiche alterazioni delle limitanti somatiche (addensamenti, ondulazioni, noduli di Schmorl, anomalie delle apofisi anulari) possono interessare anche le vertebre non cuneiformi o, al contrario, non essere neppure presenti nelle vertebre cuneiformi (2). Incostantemente può associarsi alla deformità una rachialgia dorsale legata al movimento e alla postura (dorsalgia meccanica).
Pur essendo l'eziologia sostanzialmente sconosciuta, si ipotizza che, a causa di primitive alterazioni istopatologiche nelle cartilagini fertili (3,4), l'accrescimento somatovertebrale sia inibito da fattori meccanici secondari (5,6).
Dato che la cifosi toracica fisiologica in età evolutiva è compresa, alla valutazione radiologica in stazione eretta, tra i 20-25° e i 40-45° (2,7), la cifosi di Scheuermann è generalmente considerata lieve sotto i 50°, di media gravità tra 50-70°, severa oltre i 70-75° (2,7,8); tuttavia, quando la deformità si situa al di fuori della fisiologica cifosi, essa è sempre patologica a prescindere dal valore angolare (7).
Una varietà relativamente poco conosciuta della malattia si riscontra a livello del passaggio toraco-lombare o del rachide lombare sotto forma di cifosi angolare, di solito assai poco appariscente per il coinvolgimento di solo una o due vertebre (Scheuermann lombare atipico); questa è frequentemente causa di lombalgia specie in presenza di sollecitazioni meccaniche eccessive (9,10).
Dalle curve strutturate sono da distinguere, in età pre-pubere e adolescenziale, per la loro minore importanza clinica le curve funzionali del tutto correggibili (dorso curvo o cifosi posturale, iperlordosi lombare posturale) che tuttavia potenzialmente possono andare incontro a strutturazione (2).
Il disagio psicologico (immagine del proprio corpo, stima di sè) conseguente alla deformità toracica non va sottovalutato (11).

 

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Valutazione

Risultati

  • Non esistono a tutt’oggi prove scientifiche definitive per imporre un protocollo valutativo. In letteratura sono reperibili indicazioni circa i seguenti passaggi valutativi:
  • Anamnesi (età di comparsa, familiarità, pregresse patologie che possano aver determinato la cifosi, condizioni sociali)
  • Valutazione generale per escludere patologie associate
  • Osservazione della cute, specie in corrispondenza del rachide (ipercromia, nevi, angiomi, neurinomi)
  • Osservazione del rachide sui tre piani in stazione eretta e in flessione (deviazione della linea delle apofisi spinose, asimmetria frontale e trasversale del tronco per concomitante scoliosi)
  • Misurazione di superficie delle curve sagittali del rachide (inclinometro, arcometro, frecce, ecc.) (1,2,3,4)
  • Valutazione della mobilità del rachide sui vari piani, in particolare della flessione anteriore (misurazione dell'ampiezza del movimento del rachide e del bacino)
  • Valutazione del grado di riducibilità attiva delle deviazioni sagittali, secondo vari test.
  • Ricerca della dolorabilità alla palpazione e alla mobilizzazione
  • Valutazione della presenza di lassità o retrazioni capsulo-mio-legamentose
  • Esame neurologico
  • Valutazione radiologica del rachide in proiezioni AP e LL, globale e segmentaria, in stazione eretta e in decubito (identificazione delle alterazioni strutturali vertebrali, misurazione delle curve e delle deformità a cuneo vertebrali con il metodo di Cobb, misurazione del grado di riducibilità passiva delle curve, valutazione del grado di maturità del rachide in base al test di Risser e alle apofisi anulari) (3,5)
  • In casi particolari possono essere proposti:
  • Valutazione con RMN, TAC, scintigrafia ossea
  • Esami di laboratorio (indici di flogosi, ecc.)

 

Bibliografia

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    • Lonstein J.E. Patient evaluation. In: Moe's Textbook of scoliosis and other spinal deformities, pp. 45-86. Edit by Bradford D.S., Lonstein J.E., Ogilvie J.W., Winter R.B. 3rd Edition, W.B. Saunders Company, Philadelphia, 1995

 

Raccomandazioni

      • Si raccomanda durante l’effettuazione degli screening e durante le visite di valutazione generale a tutti i pediatri di libera scelta, i medici di medicina generale ed i medici sportivi di valutare anche l’assetto sagittale del rachide nella fascia d’età compresa tra i 10 e i 17 anni (E3).
      • Si raccomanda che la valutazione del paziente affetto da deformità vertebrali sul piano sagittale venga effettuata da un medico esperto di patologia vertebrale (E1).
      • Si raccomanda che i pazienti affetti da deformità vertebrali sul piano sagittale vengano visitati, anche in strutture complesse, sempre dallo stesso medico (E2).
      • Si raccomanda che la valutazione del paziente affetto da deformità vertebrali sul piano sagittale sia complessiva, clinica e radiografica (E1).
      • Si raccomanda di effettuare una valutazione complessiva del paziente, comprendente gli aspetti patologico, estetico, psicologico, funzionale e familiare (E2).
      • Si raccomanda la raccolta dei dati anamnestici dei pazienti durante le visite (E3).
      • Si raccomanda di utilizzare una metodica di misura di superficie non invasiva per documentare il follow-up del paziente (E3).
      • Si raccomanda l’utilizzo di schede per la raccolta seriale della misurazione dei dati clinici e strumentali (E2).
      • Si raccomanda un follow-up clinico semestrale che può essere ravvicinato in situazioni di particolare rischio (E3).
      • Si raccomanda che la scelta di eseguire l’indagine radiografica venga effettuata dallo specialista (E3).
      • Si raccomanda che la misurazione della radiografia venga effettuata utilizzando l’angolo di Cobb (E1).
      • Si raccomanda, per ridurre l’invasività del follow-up, che la radiografia non venga effettuata più di una volta all’anno (E3).

 

Trattamento

Risultati
Non esistono a tutt’oggi prove scientifiche, basate su studi randomizzati controllati, per imporre un protocollo terapeutico. Gli obiettivi terapeutici ricavabili dall’analisi della letteratura sono:

  • Correzione o contenimento dell'evolutività delle curve e delle lesioni vertebrali
  • Miglioramento dell'efficienza biomeccanica delle strutture di sostegno del rachide
  • Miglioramento del controllo neuromotorio corporeo
  • Miglioramento estetico
  • Contenimento dei danni psicologici
  • Riduzione della sintomatologia dolorosa
  • Contenimento dei danni funzionali organici generali (capacità vitale e consumo di ossigeno)

La scelta del trattamento è condizionata dalla presenza forte di uno dei seguenti parametri o dalla loro associazione.
Criteri di scelta della cinesiterapia (1-9,11,21):

  • angolo di Cobb superiore ai 45± 5°
  • ottima o totale riducibilità delle curve

Criteri di scelta per le ortesi spinali (2,6,10-18,21,22):

  • angolo di Cobb superiore ai 55± 5°
  • buona ma incompleta riducibilità della curva

Criteri di scelta per i busti gessati (6,10,13,17,18,21):

  • angolo di Cobb superiore ai 65± 5°
  • ridotta riducibilità della curva

Criteri di scelta per il trattamento chirurgico (5,10,14,15,17,19,20,21,22):

  • angolo di Cobb superiore ai 75± 5° e risultato conservativo insoddisfacente per il paziente
  • compressione midollare

Esistono indicazioni circa l’utilità della cinesiterapia in associazione al trattamento con ortesi, corsetto gessato o chirurgico (6,7,10,11,16,18).

Bibliografia

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  • Wenger DR, Frick SL. Scheuermann Kyphosis. Spine 1999; 24 (24): 2630-9.

 

Raccomandazioni

    • Si raccomanda che la scelta delle opzioni terapeutiche venga fatta dallo specialista di patologie vertebrali sulla base di tutti i parametri anamnestici, obiettivi e strumentali (E1).
    • Si raccomanda che ipercifosi inferiori ai 40± 5° Cobb non vengano trattate in modo specifico (E1).
    • Si raccomanda la cinesiterapia come primo gradino di approccio terapeutico alla ipercifosi, anche nelle forme funzionali (posturali), potendo queste evolvere verso la rigidità e la strutturazione (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano proposti e seguiti da un rieducatore specificamente formato ed esperto (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano svolti individualmente o, meglio ancora, in piccolo gruppo con programmi individualizzati (E3).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano effettuati con continuità sino alla fine del trattamento (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi vengano individualizzati sulla base delle necessità dei pazienti (E2).
    • Si raccomanda che gli esercizi siano finalizzati ad una riduzione della rigidità del rachide, ad un’elasticizzazione della muscolatura dei cingoli, ad un miglioramento del controllo posturale del rachide, dell’equilibrio e della propriocezione e ad una riarmonizzazione della funzione tonica della muscolatura del tronco (E2).
    • Si raccomanda che venga insegnato al paziente a mantenere la posizione corretta nelle attività della vita quotidiana, proponendo contemporaneamente un’accurata educazione ergonomica (E1).
    • Si raccomanda il trattamento ortesico nella terapia conservativa dell’ipercifosi (E1).
    • Si raccomanda il trattamento con corsetto per ipercifosi al di sopra dei 55± 5° Cobb, buona ma incompleta correggibilità della curva e residuo periodo di crescita (E2).
    • Si raccomanda l’uso di un corsetto non amovibile (in gesso o in vetroresina) per ipercifosi superiori ai 65± 5° Cobb, ridotta correggibilità e residuo periodo di crescita (E2).
    • Si raccomanda che il corsetto venga indossato, riducendo progressivamente le ore, sino al termine dell’accrescimento osseo vertebrale (E2).
    • Si raccomanda che il corsetto venga disegnato per la specifica curva da trattare (E1).
    • Si raccomanda l'utilizzo del corsetto meno invasivo in rapporto alla situazione clinica per ridurre l'impatto psicologico dell'ortesi e garantire una maggiore compliance del paziente (E1).
    • Si raccomanda che lo specialista indichi con precisione al paziente le ore di utilizzo, coerentemente con il tipo di corsetto prescritto (E1).
    • Si raccomanda la prescrizione, confezione e collaudo di corsetto ortopedico amovibile in regime ambulatoriale (E1).
    • Si raccomanda la costituzione di équipe terapeutiche specifiche (non necessariamente con rapporto di lavoro diretto), con una stretta collaborazione tra medico prescrittore e collaudatore, tecnico ortopedico confezionatore del corsetto e rieducatore (E2).
    • Si raccomanda che il corsetto venga confezionato da un tecnico ortopedico specificamente addestrato ed esperto nella confezione del corsetto prescritto (E1).
    • Si raccomanda che il collaudo venga effettuato dal medico prescrittore verificando personalmente la validità del corsetto confezionato dal tecnico ortopedico e proponendo (e in seguito verificando nuovamente) tutte le correzioni necessarie per ottenere una maggiore efficacia e tollerabilità dell’ortesi (E2).
    • Si raccomanda la confezione e verifica di corsetto ortopedico non amovibile in gesso o in vetroresina in regime di ricovero presso ambiente specialistico (E1).
    • Si raccomanda che il corsetto ortopedico non amovibile in gesso o in vetroresina venga confezionato "manu medica" (E3).
    • Si raccomanda che, in associazione al trattamento ortesico, venga sempre effettuata la cinesiterapia (C).
    • Si raccomandano esercizi di mobilizzazione in preparazione al corsetto (E1).
    • Si raccomandano esercizi di rinforzo della funzione tonica della muscolatura in corsetto (E1).
    • Si raccomandano esercizi di rieducazione posturale e funzionale nei periodi di svezzamento dal corsetto e nel post chirurgico (E1).
    • Si raccomanda che lo sport non venga prescritto come un trattamento per le deformità sul piano sagittale (E2).
    • Si raccomanda lo svolgimento di attività sportive di carattere generale, che offrano al paziente vantaggi aspecifici in termini psicologici, neuromotori ed organici (E2).
    • Si raccomanda, in ogni fase del trattamento, la continuazione dell’educazione fisica scolastica (E2).
    • Si raccomanda la continuazione delle attività sportive anche durante il periodo d’uso di un corsetto, per i vantaggi fisici e psicologici che questo garantisce (E3).
    • Si raccomanda di scoraggiare l’eccessiva sedentarietà potendo essa rappresentare un fattore sfavorevole nella patomeccanica dell’ipercifosi (E2).
    • Si raccomanda nello Scheuermann lombare atipico, specie in presenza di lombalgia importante, di evitare sollecitazioni meccaniche eccessive del rachide come nel caso di alcuni sport agonistici (E2).

Rachialgie comuni e spondilolistesi

 

Definizione

Le rachialgie comuni, o aspecifiche dell'età evolutiva sono i dolori vertebrali in cui non sono identificabili patologie di fondo che ne spieghino l'origine. Negli ultimi anni infatti un numero crescente di studi ha dimostrato che il dolore in età evolutiva, sia pure di non elevata intensità, è piuttosto comune, con una prevalenza che varia tra il 30 ed il 50% (1-5): per i dolori cronici viene riportato il 3-5% (1-5). Non è più vero quindi quanto affermato sino a poco tempo fa, ossia che il dolore al rachide nei bambini fosse un evento anomalo, che richiedeva un approccio diagnostico aggressivo affinché non sfuggissero eventuali problemi gravi (2).
Tra le possibili cause di rachialgie va evidenziata in particolare la spondilolistesi, uno spostamento sul piano sagittale di una vertebra rispetto alla sottostante (6). Di solito si tratta di uno spostamento in avanti, essendo molto rari i casi di retroposizione, in particolare nei bambini.

 

Bibliografia

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Valutazione

Risultati
La diagnosi di rachialgia comune viene effettuata per esclusione (1,2,4-6). Le cause secondarie principali da escludere in fase pre-puberale (1,5) sono le infezioni (disciti ed osteomieliti) ed i tumori (leucemia, tumori midollari ed intracanalari, rari sarcomi). Le cause secondarie principali da escludere nell’adolescente (5) includono il m. di Scheuermann, le spondilolisi e spondilolistesi, le patologie infettive e reumatiche, le forme tumorali. Spesso nel bambino non vi è corrispondenza diretta fra patologia ed intensità del dolore (3,5,6). Per quanto riguarda alcuni principi generali della valutazione si sono riprese nelle loro linee essenziali le indicazioni delle Linee Guida per i pazienti lombalgici adulti (8-10).
La valutazione di una spondilolistesi è sostanzialmente radiografica. La scoperta di questa anomalia può essere anche casuale in quanto, ad esempio, rilevata osservando una radiografia del rachide sul piano laterale fatta eseguire anche per motivi diversi da quelli di una sintomatologia lombalgica o lombo-sacrale. La valutazione clinica consente, attraverso la palpazione della colonna vertebrale di un paziente in stazione eretta e/o prona, di apprezzare la presenza di un avvallamento (segno del gradino o della barra) sito all’altezza o subito sopra la spinosa della vertebra olistesica. Per precisare il grado di scivolamento si adotta, di consuetudine, lo schema di Meyerding che divide sulla radiografia in laterale la base della vertebra sottostante in 4 parti eguali: vi saranno così 4 livelli di gravità (11, 12, 13, 14) essendo 0 corrispondente all’origine posteriore della base della vertebra che si sta osservando (11). Possono essere usate in alternativa anche altre metodiche di misurazione, compresa quella in percentuale di scivolamento della vertebra soprastante sulla sottostante. In alcuni lavori scientifici vengono consigliate ulteriori valutazioni e misurazioni radiografiche (12, 13, 14, 15, 16, 17).

 

Bibliografia

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  • Kalebo P e al, Compression – traction radiography of lumbar segmental instability, 45 (5) : 361-365, Spine, 1990.

 

Raccomandazioni

  • Si raccomanda che la diagnosi di rachialgia comune venga posta per esclusione, primariamente sulla base di anamnesi ed esame obiettivo (E2).
  • Si raccomanda che la diagnosi di spondilolistesi venga posta sulla base della valutazione radiografica latero-laterale in ortostasi (E1).
  • Si raccomanda che, nel paziente rachialgico in età evolutiva vengano ricercati sistematicamente i seguenti campanelli di allarme (E1):
  • età inferiore a 4 anni;
  • anamnesi positiva per patologie di origine genetica che possono dare rachialgie;
  • dolore costante o peggiorato dal riposo o notturno;
  • dolore da oltre 4 settimane;
  • rigidità vertebrale globale o segmentaria;
  • scoliosi dolorosa;
  • grave contrattura muscolare paravertebrale invincibile;
  • manifestazioni cutanee;
  • dolori, gonfiori, rossori o alterazioni funzionali di altre articolazioni;
  • disturbi del cammino o della coordinazione;
  • deformità plantari;
  • febbre e perdita di peso;
  • segni neurologici;
  • cambiamenti delle abitudini urinarie e fecali.
  • Si raccomanda, nel paziente lombalgico, di ricercare la presenza di spondilolistesi alla valutazione clinica tramite il segno del gradino (o della barra) (E1).
  • Si raccomanda, in assenza di campanelli di allarme, di non effettuare ulteriori valutazioni al di là di anamnesi ed esame obiettivo (E2).
  • Si raccomanda di effettuare una valutazione radiografica del rachide lombare latero-laterale in ortostasi in presenza di segno del gradino (o della barra) in caso di lombalgia (E1).
  • Si raccomanda, in caso di incertezza diagnostica sull’origine della spondilolistesi, di effettuare radiografie oblique del rachide lombare (E2).
  • Si raccomanda di misurare sempre l’entità della spondilolistesi per garantire un follow-up adeguato del paziente (E2).
  • Si raccomanda di minimizzare il numero di radiografie durante il follow-up del paziente con spondilolistesi, anche se nel periodo di crescita rapida o all’inizio del trattamento può essere necessario effettuarle con cadenza semestrale (E3).
  • Si raccomanda, per ridurre l’irradiazione ai follow-up) di effettuare la radiografia latero-laterale del solo rachide lombare in ortostasi (E3).
  • Si raccomanda di effettuare in modo mirato, esclusivamente sulla base di un fondato sospetto diagnostico, ulteriori esami che possono includere, per ordine di frequenza (E2):
  • radiografie, di norma in ortostasi con 2 proiezioni, spesso teleradiografia;
  • esami di laboratorio (in particolare emocromo con formula, VES, PCR, altri test reumatici, eventuale emocultura);
  • scintigrafia ossea;
  • TAC o RMN;
  • EMG.

 

Trattamento

Risultati
Allo stato attuale non esistono studi di verifica clinica di efficacia dei trattamenti per il paziente affetto da rachialgie comuni in età evolutiva. Viceversa, numerosi sono gli studi sui fattori di rischio. Per questa Sezione delle Linee Guida si sono quindi utilizzati questi studi per derivarne raccomandazioni a scopo preventivo. Per quanto riguarda alcuni principi generali del trattamento si sono riprese nelle loro linee essenziali le indicazioni delle Linee Guida per i pazienti lombalgici adulti (1, 7, 37).
Sono risultati fattori di rischio per le rachialgie in età evolutiva:

  • l'età (5, 9, 14, 19, 23, 25, 28, 33, 40, 42): con il passare degli anni la prevalenza di dolori aumenta, sino a raggiungere quella dell'età adulta tra i 16 ed i 20 anni;
  • il sesso: ne soffrono di più le ragazze (4, 5, 6, 8, 9, 10, 12, 23, 25, 28, 30, 33, 42, 43);
  • la familiarità (5, 6, 33): questa può sottintendere fattori genetici, ambientali e/o psicosociali;
  • una anamnesi positiva per trauma (18, 30, 42);
  • il fumo (4, 8, 11, 42);
  • stare seduti a guardare la TV (4, 5, 42) e comunque stare seduti in generale (4, 27, 30, 33, 41, 42, 44);
  • far fatica a trasportare lo zainetto scolastico e sentirlo pesante (21, 22, 45, 46);
  • l'articolarità ridotta delle anche e delle ginocchia (12) e quella del rachide ridotta in estensione o aumentata in flessione (29);
  • l'elasticità muscolare ridotta degli ischio-crurali (19, 29) e dei quadricipiti (11);
  • la forza ridotta degli addominali se associata a ridotta elasticità degli ischio crurali (18, 33);
  • lo sport competitivo (4, 5, 9, 13, 16, 15, 17, 18, 22, 38, 39) o comunque elevati livelli di attività fisica (22, 26, 36, 40);
  • la depressione e lo stress emotivo (6, 8, 34, 35, 43);
  • gli scarsi risultati a scuola (1, 5, 33).
  • Viceversa, in età evolutiva non sono risultati fattori di rischio per le rachialgie:
  • i parametri antropometrici (22, 24, 27, 29, 31, 33): peso, altezza, body mass index; sembra viceversa correlata l'altezza del tronco da seduto (27);
  • la postura in ipercifosi (10, 27, 33);
  • l'articolarità ridotta del rachide lungo tutto l'arco di movimento di flesso-estensione (9, 11);
  • la forza dei flessori ed estensori in isocinetica (3).
  • Vi sono infine tuttora dei dubbi su alcuni possibili fattori di rischio per le rachialgie in età evolutiva:
  • la postura in iperlordosi (10, 27, 33);
  • la forza: ridotta resistenza in isometrica degli addominali e degli estensori del tronco (16, 31);
  • un basso livello di attività fisica (26, 32).

E' stato inoltre dimostrato che il peso dello zainetto scolastico supera proporzionalmente il peso concesso dalle leggi del lavoro per gli adulti (20).

 

Bibliografia

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Raccomandazioni

Si raccomanda, in caso di dolore acuto di (E3):

  • sospendere momentaneamente le attività sportive agonistiche;
  • utilizzare mezzi antalgici appropriati: di prima scelta il paracetamolo e l'uso domiciliare di caldo o freddo secondo le risposte individuali;
  • sottolineare ai pazienti ed ai genitori la rapidità del recupero e la possibilità di eventuali ricadute;
  • effettuare gli interventi preventivi secondari riportati di seguito come prevenzione primaria.

Si raccomanda, in caso di dolore cronico di (E3):

  • effettuare esercizi per recuperare una corretta articolarità e bilanciamento muscolare a livello del rachide e del bacino ed una buona forza muscolare del tronco a scopo stabilizzante; introdurre inoltre un controllo della postura corretta e migliorare la coordinazione ed il controllo neuro-motorio del rachide;
  • sospendere le attività sportive agonistiche;
  • indurre il paziente a condurre una vita attiva ed a restare poco seduto;
  • sedare le ansie del paziente e, tenendo conto dei rapporti familiari, anche quelle dei genitori;
  • effettuare gli interventi preventivi secondari riportati di seguito come prevenzione primaria.

Si raccomanda, a scopo preventivo primario, di effettuare interventi sulla popolazione scolastica sottolineando i punti seguenti (E3):

  • è necessario ridurre il peso degli zainetti scolastici, in quanto correlati alla lombalgia in età evolutiva;
  • si devono indurre i ragazzi a condurre una vita attiva, ridurre i tempi in postura seduta ed effettuare attività sportive ricreative;
  • è utile offrire consigli ergonomici sulle posture corrette;
  • non si deve indurre il problema: i messaggi devono essere precisi ma comunque tranquillizzanti;
  • si deve sottolineare l'importanza di non fumare.

Conclusione

Per concludere questo lavoro di revisione complessiva della letteratura ai fini dell'impostazione di Linee Guida su il "Trattamento riabilitativo del paziente in età evolutiva affetto da patologie del rachide", ci sembra utile da un lato sottolineare l'unicità dell'iniziativa, attualmente non effettuata da alcuno a livello internazionale, dall'altro il panorama della ricerca cui ci siamo trovati di fronte, caratterizzata da un ridotto numero di pubblicazioni scientificamente valide. Come si evince dalla tabella sotto riportata, le raccomandazioni presentate, a parte un caso di evidenza di tipo B, sono tutte dal C in giù, con una vasta maggioranza di E.

 

 

Bib

Rac

A

B

C

D

E1

E2

E3

 

 

 

 

n° (%)

n° (%)

n° (%)

n° (%)

n° (%)

n° (%)

n° (%)

Scoliosi

Definizione

11

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valutazione

21

20

0

0

0

0

6

9

5

 

Cinesiterapia

31

10

0

0

1

1

2

5

1

 

Cinesiterapia respiratoria

14

1

0

0

0

1

0

0

0

 

Cinesiterapia in ortesi

8

6

0

1

1

0

1

3

0

 

Sport

13

6

0

0

0

1

0

4

1

 

Terapia ortesica

26

16

0

0

2

0

10

2

2

 

TOTALE

124

59

0

1
(2)

4
(7)

3
(5)

19
(32)

23
(39)

9
(15)

Deformità

Definizione

11

 

 

 

 

 

 

 

 

sul

Valutazione

5

12

0

0

0

0

3

3

6

piano

Terapia

20

32

0

0

1

0

13

15

3

sagittale

TOTALE

36

44

0

0

1
(2)

0

16
(36)

18
(41)

9
(20)

Rachialgie

Definizione

6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valutazione

17

11

0

0

0

0

4

5

2

 

Terapia

46

3

0

0

0

0

0

0

3

 

TOTALE

69

14

0

0

0

0

4
(29)

5
(36)

5
(36)

TOTALE

 

229

117

0

1
(1)

5
(4)

3
(3)

39
(33)

46
(39)

23
(20)

Bib: voci bibliografiche; Rac: numero totale di raccomandazioni
Questo ci ha indotti a sotto-classificare ulteriormente le evidenze di tipo E, per dare un'idea dell'entità del Consenso Scientifico presente in letteratura. Ci sembra a questo proposito essenziale sottolineare l'enorme difficoltà a realizzare in medicina riabilitativa studi significativi condotti secondo i rigorosi criteri della Evidence Based Medicine. Questo può avere origine da diversi fattori, tra i quali:

  • la difficoltà a definire criteri di inclusione ed esclusione, nonché a reperire gruppi di pazienti omogenei per le numerose variabili individuali presenti;
  • la difficoltà a standardizzare i trattamenti per l'alto numero di variabili: il tipo di trattamento (metodica) fisioterapico, il tipo di busto utilizzato, la compliance del paziente e della famiglia;
  • le difficoltà intrinseche alla disciplina stessa: infatti in ogni tipo di trattamento che si basa su tecniche di tipo rieducativo con l'intervento diretto di tecnici della riabilitazione, quindi anche la cinesiterapia per scoliosi, diviene impossibile rendere "cieco" l'operatore sul tipo di trattamento che "somministra" al paziente, così anche risulta molto problematico rendere "cieco" il paziente sul trattamento praticato;
  • la difficoltà a reperire casistiche adeguate e dati attendibili sulla storia naturale della malattia se non trattata.

Inoltre non si deve dimenticare che ogni disciplina scientifica ha bisogno di un processo di maturazione lungo e complesso per produrre studi di qualità e che la medicina riabilitativa come branca autonoma è sicuramente tra le più giovani in assoluto. Infine va ricordato l'importante ruolo svolto dall'industria farmaceutica nell'incentivare e produrre studi di qualità e anche questo è un limite non irrilevante in riabilitazione.
Sottolineato tutto questo, va anche detto però che non possiamo pensare di continuare a basare tutto il nostro lavoro esclusivamente sul Consenso. E' quindi auspicabile l'avvio di un intenso lavoro scientifico di ricerca, secondo attendibili criteri metodologici, per ovviare a tutte le carenze evidenziate.
Ci sembra poi essenziale sottolineare che le raccomandazioni qui riportate non sono una ricetta: ogni professionista deve infatti effettuare le scelte che riterrà più appropriate in scienza e coscienza, rispettando le indicazioni della letteratura, ove esistenti, sulla base delle proprie competenze cliniche, per rispondere alle esigenze del proprio paziente, unico caso individuale di riferimento (e quindi anche possibile eccezione che conferma una regola scientifica forzatamente non definitiva).
Infine, accanto alla conclusione istituzionale, una conclusione personale. Questo lavoro ci ha consentito di fortificare collettivamente il nostro approccio metodologico alla letteratura, sviluppando un linguaggio comune e rafforzandoci vicendevolmente nella piacevole scoperta di quante prassi quotidiane fossero già condivise, pur provenendo tutti da scuole riabilitative fondamentalmente diverse tra loro. Ne è scaturita una volontà di ovviare alle carenze metodologiche evidenziate in letteratura, attraverso una continuazione del lavoro comune intrapreso che speriamo possa condurci, accanto alla necessaria revisione di questa edizione delle Linee Guida, anche ad un lavoro di ricerca inter-centrico che possa evidenziare i risultati anche in questo campo della Scuola Riabilitativa Italiana po' troppo spesso trascurata o misconosciuta.

 

 

 

Scheda articolo

Area tematica : ortopedia | Argomento : Corsetti e busti | Indice argomenti

Fonte articolo : www.backschool.it/ | Autore : se non indicato nell' articolo non era specificato nel documento di origine

Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 29/1/11


 

    Corsetti e busti

 

ARGOMENTI DI ORTOPEDIA PEDIATRICA: SCOLIOSI

Prof. Marco Crostelli, Responsabile U.O.S. Patologia Vertebrale, Ospedale Bambino Gesù di Palidoro (RM)

 

Introduzione all’Ortopedia
Il termine “Ortopedia” deriva dalle due parole greche “orthòs” e “paideia” che letteralmente significano “corretta educazione”. Venne utilizzato per la prima volta nel XVIII secolo dal medico e filosofo francese Nicholas Andry nel descrivere un insieme di regole igieniche e di precetti pedagogici tesi a promuovere il corretto sviluppo psico-fisico della persona.
Attualmente il termine indica quella branca delle scienze medico chirurgiche che si occupa dello studio e della cura delle patologie congenite e acquisite del sistema muscolo-scheletrico. La Traumatologia è la branca dell’Ortopedia che si occupa del trattamento, chirurgico e medico, delle lesioni traumatiche muscolo-scheletriche.
Il campo d’interesse dell’Ortopedia è estremamente vasto e variegato, così come è ampia e diversificata la tipologia di pazienti trattata: con l’evoluzione delle tecniche e l’affinamento degli strumenti diagnostici si sono sviluppate delle sottospecializzazioni che hanno individuato campi di interesse specifici; le principali sono:

  • Chirurgia Vertebrale: si occupa delle deformità e delle lesioni del rachide
  • Chirurgia della Mano: si occupa delle patologie della mano e dell’arto superiore
  • Ortopedia Pediatrica: si occupa dei problemi ortopedici legati allo sviluppo del sistema muscolo-scheletrico dall’infanzia all’adolescenza
  • Chirurgia protesica delle grandi articolazioni: si occupa della sostituzione dell’anca, del ginocchio e della spalla danneggiati da patologie degenerative o traumi, con l’applicazione di articolazioni artificiali
  • Chirurgia Artroscopica: si occupa delle procedure interventistiche endoscopiche (mini invasive) nelle patologie articolari, tipicamente del ginocchio e della spalla
  • Oncologia muscolo-scheletrica: si occupa del trattamento delle neoplasie dell’apparato muscolo-scheletrico

Scienza affine all’Ortopedia è la Fisiatria. Il fisiatra è un medico che si occupa della riabilitazione muscolo scheletrica in corso di malattie degenerative o dopo traumi o interventi ortopedici. Il fisioterapista è invece un paramedico che segue i pazienti durante la riabilitazione attraverso esercizi fisici mirati e avvalendosi di macchine e ausili in grado di facilitare il recupero della funzione articolare.
Alcune comuni patologie ortopediche:
La scoliosi
La parola "scoliosi" deriva dal greco skolios (storto, contorto) e indica una deviazione laterale e una deformazione permanente della colonna vertebrale, fissata, non modificabile volontariamente, che si accompagna ad alterazioni anatomiche delle vertebre e delle altre strutture di sostegno del tronco.
La colonna vertebrale può essere paragonata ad una pila snodabile e flessibile di segmenti articolati (le vertebre). Normalmente la colonna rimane diritta poiché i segmenti sovrapposti hanno una forma perfettamente regolare e simmetrica, le capsule articolari ed i legamenti li mantengono in posizione esatta, i muscoli rappresentano una forza di sostegno ben equilibrata.
In presenza di una scoliosi, la colonna, osservata anteriormente e posteriormente, anziché essere diritta, è incurvata e torta su sé stessa.

 

Cenni storici
L'uomo è afflitto dalla scoliosi fin dall'assunzione della posizione eretta, e questo spiega perché la scoliosi sia una malattia conosciuta e studiata fin dai tempi più antichi.
Il termine "scoliosi" fu coniato dal medico greco Galeno del II sec. a.C., ma prima di lui il padre della medicina Ippocrate si era applicato nello studio, nella misurazione e nella classificazione delle curve scoliotiche, e aveva ideato alcune tecniche per la correzione della deformità, i cui principi sono ancora attuali.
Nel XVI secolo Ambroise Paré ideò un rudimentale corsetto metallico da applicare al dorso degli scoliotici. L'introduzione delle tecniche radiografiche all'inizio del XX secolo diede un fortissimo impulso alle attuali conoscenze. Nel 1931 Hubbs eseguì la prima artrodesi spinale, nel 1946 Blount e Schimdt idearono un corsetto (il corsetto di "Milwaukee") che associava alla trazione assiale della colonna l'azione di pressori laterali. Nel 1962 Harrington attuò il primo trattamento chirurgico moderno.
L’atteggiamento scoliotico
La scoliosi, in termini tecnici, è un "disformismo", e  va distinta dal semplice atteggiamento scoliotico, che rientra nel gruppo dei "paramorfismi". In presenza di un disformismo la colonna vertebrale è, da un punto di vista anatomico, deformata, in presenza di un paramorfismo la colonna vertebrale è del tutto normale. L'atteggiamento scoliotico comporta sempre una deviazione laterale della colonna, con conseguente perdita della verticalità della stessa, ma non si accompagna mai a deformazione dei corpi  ed è correggibile volontariamente o con semplici interventi esterni. La deviazione è visibile solo in alcune posizioni, in piedi generalmente. In posizione distesa, le vertebre si riallineano e la deviazione scompare completamente o quasi completamente.
L'atteggiamento scoliotico è generalmente determinato da condizioni statiche, ad esempio in presenza di dismetria degli arti inferiori, oppure ancora da dolore vertebrale o muscolare, o, piuttosto frequentemente, da alterazioni posturali o ipovalidità della muscolatura del tronco.
La terapia si basa sull'eliminazione della causa che ha prodotto la condizione (ad esempio compensando l'accorciamento dell'arto inferiore, eliminando il dolore vertebrale o rinforzando la muscolatura del tronco).
La scoliosi strutturata
A differenza della condizione precedente, una scoliosi strutturata è una deformazione permanente, fissa, non suscettibile di miglioramento senza intervento esterno, che si accompagna sempre ad alterazioni anatomiche della colonna vertebrale. Una scoliosi strutturata coinvolge, oltre alla parte ossea dei corpi vertebrali, le articolazioni, i legamenti, la muscolatura paravertebrale, e, nei casi più gravi, anche gli organi interni e i visceri.
La colonna vertebrale scoliotica è incurvata su sé stessa, ed è torta nelle tre direzioni dello spazio.
Nella scoliosi si individuano sempre una o due curve principali (o primitive).  Per mantenere l'asse di gravita del tronco e la verticalità del capo (importante per l'orizzontalità dello sguardo e dell'udito) il rachide si flette sopra e sotto tale curva. Alla curva principale si aggiungono pertanto curve secondarie o di compenso. La prima si distingue dalle seconde perché è più grave, più fissa, più difficilmente correggibile. A seconda della localizzazione della curva scoliotica principale la scoliosi può essere definita cervico-dorsale, dorsale, dorso-lombare, lombare. Le curve dorsali sono più difficilmente correggibili di quelle lombari. A seconda che la convessità della curva principale sia rivolta verso destra o verso sinistra la scoliosi viene definita rispettivamente destro-convessa e sinistro-convessa. Le curve dorsali sono più spesso destro-convesse, le curve cervico-dorsali e le lombari sono più spesso sinistro-convesse.
Deformazioni vertebrali e toraciche associate a scoliosi
A causa della forma delle vertebre e del modo con cui si articolano tra loro, una deviazione scoliotica si accompagna quasi sempre ad una rotazione vertebrale in toto attorno all'asse longitudinale del rachide e ad una componente di torsione differente in ogni singola vertebra.
Lo squilibrio laterale provocato dalla scoliosi obbliga le singole vertebre ad inclinarsi lateralmente, e spostare così l'asse di gravità verso il lato della concavità. Per riportare la gravità al centro, interviene a questo punto una rotazione dal lato opposto.
La rotazione dei corpi vertebrali dorsali è causa di gravi deformazioni a carico della gabbia toracica: il torace risulta compresso trasversalmente con conseguente diminuzione della capacità respiratoria. Nelle forme più gravi i polmoni sono compressi, la trachea e i bronchi sono deviati: si ha così una sindrome restrittiva.
La rotazione vertebrale provoca inoltre un'asimmetria costale: le coste del lato della concavità sono infatti spinte lateralmente ed in avanti dalle apofisi trasverse ed hanno così tendenza ad orizzontalizzarsi; al contrario, le coste del lato della convessità sono spinte indietro e si verticalizzano, causando una deformazione della gabbia toracica nota come gibbo costale.
I corpi vertebrali, sottoposti ad una compressione verticale lungo la concavità della curva, tendono inoltre a schiacciarsi da tale lato, assumendo così, visti di fronte, una forma trapezoidale.
Le deformazioni della colonna oltre a causare danni alla strutture alle quali le vertebre si articolano (muscoli, legamenti, vasi, nervi periferici) rendono sempre più difficile e incompleta la correzione della scoliosi. Tali alterazioni vertebrali sono tanto più gravi quanto più precocemente si è instaurata  la scoliosi, in quanto la deformità influisce negativamente sul normale accrescimento delle vertebre.
Quadro clinico
Il quadro clinico della scoliosi è tipico. Nel soggetto scoliotico si osservano sempre asimmetria del livello orizzontale delle spalle e delle creste iliache, curvatura della linea delle apofisi spinose, asimmetria dei triangoli della taglia, accorciamento del tronco con conseguente diminuzione della statura dell'individuo.
Alcune scoliosi sono chiaramente strapiombate lateralmente e squilibrate sul piano frontale; nel caso per esempio di una curva dorso-lombare destra non strapiombata, una parte maggiore del tronco è a destra rispetto al piano mediale sagittale; a tale asimmetria di masse è ovviamente correlata una asimmetria muscolare, la cui azione di riequilibrio strutturale sul lato convesso tende ad aumentare la rotazione dei corpi vertebrali.
Studi elettromiografici, su pazienti affetti da scoliosi idiopatica, hanno evidenziato l'esistenza di significative asimmetrie di attivazione ai lati del rachide, pur non chiarendo se tale asimmetria debba essere considerata causa o conseguenza della scoliosi.
Il sistema muscolare costituisce in molti casi (non solo in presenza di una miopatia) la causa della deformità, o comunque rappresenta una delle cause dell'aggravamento.
Le deformazioni vertebrali (rotazione e torsione vertebrale) causano, come abbiano detto in precedenza, il gibbo costale, la deformazione più evidente e più dannosa per la morfologia e la fisiologia del soggetto. Il gibbo costale si evidenzia al massimo nella flessione anteriore del tronco.
Oltre a causare problemi di natura estetica (e quindi psicologica) notevoli, nei casi più gravi si osservano grave deformazione della colonna, ipovalidità dell'apparato muscolare e capsulo-legamentoso, rachialgie, dolori artrosici, insufficienza respiratoria, complicazioni cardio-polmonari (cor. pulmonare cronico, da sovraccarico ventricolare destro), compressione midollare e mielo-radicolare, che si manifestano clinicamente con disturbi sensitivo-motori arrivando nei casi più gravi  alla paraparesi e paraplegia.
Misurazione delle curve scoliotiche
L'entità della deviazione scoliotica viene espressa in gradi. Il sistema di misurazione attualmente più usato è quello di Cobb: si tracciano due linee passanti per il piatto superiore ed inferiore delle vertebre limitanti la curva e a queste le rispettive perpendicolari. L'angolo che viene a formarsi è detto angolo di curvatura o angolo di Cobb.
Generalmente si considerano casi indicativi di scoliosi valori superiori ai 5 gradi Cobb; la maggior parte delle scoliosi presenta angoli di curvatura tra i 5 e i 30 gradi Cobb; se la curva supera i 30 gradi si è in presenza di una curva importante e tanto prima appare e tanto più può divenire grave.
Evolutività delle curve scoliotiche
L'evolutività della curva dipende dalla forma anatomo-radiologica della scoliosi, ma anche dall'età del paziente. Nel periodo dell'accrescimento, le curve dorsali sono le più instabili e le curve lombari le più stabili; in età adulta, al contrario, le curve dorsali sono le più stabili e le curve lombari le più instabili.
L'evolutività è variabile fino a 20° Cobb annui, ed è di massima entità durante il periodo dell'accrescimento (11-15 anni nelle ragazze e 13-17 anni nei ragazzi). In età adulta peggiorano, in misura assai variabile (mediamente 1° Cobb l'anno) le curve molto severe (sopra i 35°).
Incidenza nella popolazione
La scoliosi è un'affezione relativamente frequente, per alcuni frequente in senso assoluto. Il sesso femminile è maggiormente colpito nel rapporto di circa 5:1 rispetto a quello maschile. Le stime più attendibili calcolano che, al raggiungimento della maturità scheletrica, tra 2 e 4 persone per mille presentano una curva superiore ai 25 gradi Cobb.
Diagnosi
Da un punto di vista diagnostico è fondamentale valutare se si è alle prese con un paziente affetto da scoliosi strutturale o da semplice atteggiamento scoliotico. Sottovalutare il potenziale evolutivo di una scoliosi strutturata può portare a conseguenze drammatiche; allo stesso modo scambiare un semplice vizio posturale per una scoliosi può portare a proporre terapie lunghe, costose e spesso inutili se non dannose.
Il paziente scoliotico, o con scoliosi sospetta, deve essere esaminato in tre posizioni: in stazione eretta, flesso in avanti, adagiato su un lettino in posizione supina.
Osservando il soggetto in stazione eretta si può osservare bene l'eventuale asimmetria del livello orizzontale delle spalle e dei fianchi, l'asimmetria dei triangoli della taglia, la presenza di eventuali deformazioni a carico del torace e del bacino; e inoltre la sede della curva, il suo verso, la presenza o meno di curve di compenso. Le scapole possono essere alte o alate per la spinta ricevuta posteriormente dal gibbo costale.
Esaminando il paziente flesso in avanti, è possibile valutare l'incurvamento dei processi spinosi e soprattutto l'entità del gibbo costale, "ad occhio" o tramite uno speciale apparecchio, composto da una livella unita ad una scala graduata, che va appoggiata sul dorso del paziente, misurando con un lato sull'apice della prominenza del gibbo, la distanza in centimetri dall'emitorace controlaterale.
Osservando il paziente adagiato su un lettino in posizione supina è possibile misurare la lunghezza degli arti inferiori ma soprattutto valutare la conformazione globale del rachide ed il trofismo della muscolatura paravertebrale.
E' quindi importante valutare l'elasticità o grado di correggibilità della curva scoliotica, trazionando il paziente per il capo e facendogli compiere movimenti di lateralità del tronco.
L'esame radiografico è indispensabile: esso consente di misurare l'entità della curva scoliotica e la componente di rotazione-torsione dei corpi vertebrali.
Le radiografie standard in ortostatismo del rachide (AP e LL) sono la base di partenza per una valutazione; è necessario eseguire un secondo esame radiografico in "lateral bending" con inclinazione laterale del tronco, per valutare la riducibilità della curva.
Il test di Risser, infine, che valuta il grado di ossificazione della cresta iliaca per stabilire l'età ossea (che non sempre coincide con quella cronologica) del paziente, è indispensabile se si è alle prese con una scoliosi dell'età evolutiva. Normalmente l'ossificazione inizia dalla spina iliaca anteriore superiore procedendo posteriormente fino alla spina iliaca posteriore superiore; al termine della crescita si ha una fusione completa con l'ala iliaca. Per la classificazione Risser ha suddiviso l'accrescimento in cinque gradi: 1+ quando l'ossificazione è intorno al 25%; 2+ quando è intorno al 50%; 3+ quando la copertura è di circa il 75%; 4+ quando si ha l'ossificazione completa del tratto e 5+ quando si ha la fusione completa del nucleo apofisario con l'ileo (fine dell'accrescimento e  a quel momento se la curva non eccede i 30° cobb, in genere si ha una stabilità pressoché definitiva della curva scoliotica).
Scoliosi ad eziologia nota
Le scoliosi vengono sommariamente divise in due gruppi: le scoliosi ad eziologia nota e le scoliosi ad eziologia sconosciuta, cioè idiopatiche.
Le cause che possono determinare l'instaurarsi di una scoliosi sono molteplici: malformazioni congenite delle vertebre, di un'anca o di un arto inferiore, osteopatie gravi (osteogenesi imperfetta, rachitismo, osteomalacia), osteocondrodisplasie (acondroplasia), miopatie (esiti di poliomielite, distrofie muscolari), malattie delle vertebre (spondiliti e spondiloartriti) malattie mesenchimali (sindrome di Marfan), mucopolisaccaridosi (sindrome di Morquio), neurofibromatosi (morbo di Van Recklinghanson), malattie del torace (esiti di pleuriti, empiema), neoplasmi vertebrali.
Scoliosi idiopatiche
Le scoliosi idiopatiche, cioè quelle scoliosi di cui non sono ancora noti i fattori scatenanti, rappresentano il 70-80% di tutte le scoliosi.
La forma più comune è la scoliosi idiopatica dell'età evolutiva. Le cause che determinano l'insorgere della malattia sono solo ipotizzabili: la malattia ha comunque riconosciuta una base genetica multifattoriale (la possibilità di sviluppare la malattia per un individuo figlio di madre scoliotica è fino a 10 volte superiore rispetto ad un individuo figlio di madre normale).
Il fatto che si riscontri prevalentemente nel sesso femminile ha fatto pensare alla presenza di un possibile fattore ormonale; qualcuno ha proposto il coinvolgimento del sistema nervoso centrale.
L'ipotesi più attendibile è che la scoliosi idiopatica sia determinata da piccole turbe dell'accrescimento delle vertebre, da un cedimento del sistema capsulo-legamentoso vertebrale o da insufficienza o squilibrio della muscolatura paravertebrale. Alterazioni di questo tipo potrebbero agire singolarmente o associate. Una volta iniziata, la curva scoliotica tenderebbe a peggiorare per l'instaurarsi di un circolo vizioso (la deformità compromette ulteriormente la simmetria dell'accrescimento vertebrale, la stabilità dei legamenti, l'equilibrio muscolare).
Sulla base della loro lunga esperienza e delle loro lunghe ricerche sull'eziologia delle deformità spinali, Nachemson e Sahlstrand hanno definito la scoliosi idiopatica come "una malattia multifattoriale a cui partecipa una mutazione anormale del Sistema Nervoso Centrale geneticamente determinata, associata ad un disassamento dello scheletro per differenza di crescita dei diversi elementi vertebrali, sui quali agiscono fattori biochimici e neuromuscolari, per i quali è difficile stabilire se siano cause o conseguenze".
La malattia predilige spiccatamente il sesso femminile (in un rapporto di circa 6:1 rispetto a quello maschile); la curva principale insorge sempre prima della pubertà (generalmente tra gli 8 e i 12 anni) e tende a strutturarsi e ad evolversi rapidamente.
La progressione della curva può essere particolarmente rapida e intensa (anche fino a 20° Cobb l'anno), poiché la malattia tende ad aggravarsi, in misura assai variabile, con l'accrescimento corporeo. Al raggiungimento della maturità scheletrica la curva si stabilizza quasi completamente, fino a divenire notevolmente fissa una volta raggiunta l'età adulta. Solo scoliosi molto gravi (>35°) possono continuare a peggiorare, nella misura di circa 1 grado Cobb l'anno, anche nell'età adulta.
Le scoliosi idiopatiche hanno sempre curve ad ampio raggio: la curva principale può essere unica (o doppia); alla curva principale si associano sempre curve di compenso, la componente di rotazione-torsione dei corpi vertebrali è marcata e quasi sempre presente.
Trattamento delle scoliosi <35°
Gli accenni alla terapia che si fanno di seguito si riferiscono principalmente alla scoliosi idiopatica, di gran lunga la più comune.
Bisogna premettere che la correzione della deformità scoliotica è particolarmente difficile e si rende tanto più incompleta quanto maggiore è l'età del soggetto colpito e l'entità della curva.
All'inizio la scoliosi è discretamente correggibile: in seguito tende a divenire sempre più rigida fino a divenire notevolmente fissa una volta raggiunta l'età adulta. A quel punto l'esperienza insegna che la deformità non è più correggibile. Per questo è importante intervenire il più precocemente possibile e tenere sotto controllo il paziente scoliotico fino al termine dell'accrescimento, piuttosto frequentemente (ogni 4-6 mesi).
E' possibile distinguere due tipi di terapia: una cruenta e una incruenta. La cura incruenta (che non prevede cioè trattamento chirurgico) è indicata nell'età infantile-adolescenziale e nelle scoliosi lievi (<°30), compensate, con scarsa componente di rotazione vertebrale; nelle scoliosi, soprattutto, che non mostrano tendenza a peggiorare (scoliosi idiopatiche non evolutive). La terapia incruenta si oppone alla progressione della curva scoliotica onde evitare l'intervento chirurgico. La cura si avvale della combinazione tra terapia ortopedica e terapia fisioterapica. La prima si prefigge come scopo la limitazione dell'evoluzione della curva e la correzione della deformità; la seconda viene attuata per migliorare le condizioni generali del bambino o dell'adolescente, aumentando il trofismo della muscolatura. L'attività fisica acquista in particolare un ruolo determinante quando si passa dall'uso di un corsetto che, indossato a tempo pieno per mesi o per anni, comporta inevitabilmente atrofia muscolare e rigidità del rachide.
La terapia ortopedica si avvale dell'uso di corsetti, busti e apparecchi gessati. La funzione del corsetto è, nelle forme evolutive, di immobilizzare la colonna e prevenire così l'aggravamento della malattia; nelle forme più lievi e benigne, una terapia corretta può portare anche alla completa correzione della deformità. Il corsetto esercita una trazione continua e progressivamente aumentabile sulla colonna vertebrale. Si tratta però di uno strumento efficace solo nel periodo dell'accrescimento corporeo, e diviene praticamente inutile nell'età adulta. I corsetti vanno indossati 24 ore al giorno; successivamente le ore di applicazione possono essere progressivamente diminuite, anche per permettere al paziente di eseguire una ginnastica specifica per combattere l'atrofia muscolare e la rigidità del rachide provocate dal corsetto stesso.
Esistono numerose varietà di corsetti ortopedici, da adattare alle singole circostanze, ma essi sono fondamentalmente di tre tipi: il corsetto alto tipo Milwaukee, quello ascellare tipo Lionese e Cheneau, il corsetto basso tipo Boston. Il primo fa presa sul bacino, sul mento e sull'occipite ed è efficace nelle scoliosi con curva dorsale alta e cervico-dorsale; il secondo è indicato nelle curve dorsali o dorso-lombari in quanto il suo appoggio superiore è sotto le ascelle; il terzo è indicato per le curvature lombari  in quanto il suo appoggio è ancora più in basso
Trattamento delle scoliosi >35°
Nelle scoliosi più gravi e che hanno tendenza ad aggravarsi, si deve eseguire la cura cruenta. L'età ideale per eseguire il trattamento cruento è quella dai 12 ai 16 anni, quando l'evoluzione della scoliosi sta per esaurirsi e, d'altra parte, le curve si mantengono ancora discretamente elastiche e correggibili. Ciò non toglie che talora si possa intervenire anche in età infantile, se le curve tendono ad un peggioramento particolarmente rapido e intenso (come nella neurofibromatosi) o in età adultà, quando la scoliosi causa disturbi estetici e statici notevoli, o si complica con dolori artrosici, insufficienza respiratoria, compressione midollare o mielo-radicolare.
La metodica “classica” è quella di Risser, che prevede una correzione della deformità con più tappe di gesso prima dell'intervento chirurgico. L'intervento chirurgico consiste in un'artrodesi (fusione) vertebrale, generalmente posteriore. Il tratto di colonna da artrodesizzare deve comprendere tutta la curva principale e 1-2 vertebre sopra e sottostanti ad essa. In genere, si devono fondere gli archi posteriori di 8-14 vertebre. L'intervento consiste nel mettere a nudo la faccia posteriore degli archi vertebrali, cruentarla totalmente mediante l'asportazione di trucioli ossei, e ricoprirla con abbondanti frammenti ossei prelevati dallo stesso paziente, ovvero dalla banca dell'osso. Ai trapianti ossei si associano 2 aste metalliche (strumentario), le quali, ancorata alle vertebre con viti peduncolari e uncini laminari  correggono stabilmente la curva. Con questo mezzo di fissazione interna si garantisce meglio il mantenimento della correzione e si abbrevia il periodo di immobilizzazione. Se la fusione delle superfici cruentate e dei trapianti è buona, la deformità non è recidiva, e la funzionalità rachidea rimane sostanzialmente invariata.

 

 

Scheda articolo

Area tematica : ortopedia | Argomento : Corsetti e busti | Indice argomenti

Fonte articolo : www.fimproma.it/ | Autore : se non indicato nell' articolo non era specificato nel documento di origine

Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 29/1/11

 

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