Tedesco antico
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Alle origini del tedesco
La lingua tedesca e le origini germaniche: la situazione dell’Alto Medioevo
Da Clodoveo a Carlo Magno, si assiste ad una progressiva emarginazione delle popolazioni di lingua germanica orientale e settentrionale; la costituzione di un’area omogenea sotto il dominio dei Franchi.
Clodoveo, re della dinastia merovingia dei Franchi salii (originariamente stanziati lungo il fiume Ijssel in Olanda e da lì allargatisi fino alla Somme in Piccardia, distinti dai Franchi ripuarii stanziati lungo il medio corso del Reno) che avevano già esperienza di convivenza con i Romani della Gallia del nord (Ezio e poi Siagrio) accetta di convertirsi al Cattolicesimo (evitando l'eresia ariana professata dal più importante re germanico del tempo, Teodorico di Ravenna) creando di conseguenza nel 496 un legame preferenziale con il papato di Roma che durerà praticamente fino alla Rivoluzione francese. Questa conversione, come tutte le altre dei popoli germanici d’ora in poi, è una scelta dall’alto, imposta dal re con un atto che è soprattutto di natura politica.
I Franchi salii (stanziati grosso modo nell’attuale Belgio e aree limitrofe, con capitale Tournai) si trovano così a disposizione il clero cattolico: una struttura burocatica efficiente, in grado di scrivere in latino classico e di comunicare in latino volgare con le genti sottomesse, provvisto di una conoscenza capillare del territorio, necessaria per riscuotere le decime. Questo permette loro di affermarsi come il potere più importante della Gallia postromana, anche se all’inizio la tendenza a frammentare i domini (quando un re riesce ad unire sotto di sè l’intera Gallia, si trova poi a spartire nuovamente il regno tra i suoi figli) ritarda l'espansione della potenza franca.
Tra l’altro, il VI secolo è segnato dal contrasto con i Goti d’Italia e di Provenza. Il prestigio di Teodorico frena all’inizio l’espansionismo franco nei confronti della penisola: subito dopo la sconfitta degli Ostrogoti in Italia e dei Vandali in Africa ad opera dei bizantini (Prammatica sanzione del 554), arrivano i Longobardi (568-9) e fondano in Italia un regno forte, in grado di tenere testa ai Franchi per oltre due secoli. Intanto, all’inizio del VI secolo, i Franchi avevano cominciato un’espansione che li portò a sottomettere per primo il regno visigoto di Tolosa (507).
Successivamente sottomettono anche la Burgundia, allora dominata da una popolazione germanica orientale, appunto i Burgundi, che abitavano nella regione di Worms prima che il loro regno fosse annientato dalle armate di Attila (questo episodio sembra sia all’origine della leggenda della strage dei Nibelunghi) e fossero pertanto costretti, nel 437, a trasferirsi tra Lione e il mare, lungo il corso del Rodano: cioè nella Borgogna storica, molto più vasta dell'attuale regione francese.
I Franchi fanno della Burgundia/Borgogna dapprima uno stato-satellite che poi inglobano (nel 534); quasi contemporaneamente, sottomettono anche una vasta regione, abitata da una confederazione di popoli nota come Alamanni (appunto “tutti gli uomini”), corrispondente grosso modo all’odierna Germania sud-orientale e alla Svizzera.
Nel corso del VII secolo, i Franchi si annettono anche gran parte della Germania centrale odierna, lasciando indipendenti uno stato-satellite in Baviera, la Longobardia italiana (formata dal regno vero e proprio, in gran parte coincidente con l’Italia settentrionale, e da due ducati semi-indipendenti, con capitali a Spoleto e Benevento, che contendevano ai Bizantini il dominio della Puglia e – con meno successo – della Calabria) e una vasta confederazione di Sassoni nel nord, quest’ultima la più lontana dal punto di vista etnico-linguistico e anche religioso, in quanto ‘ingevone’ e pagana.
L’età di Carlo Magno
La successiva ondata espansionistica avviene come reazione all’invasione araba che sommerge il regno visigoto di Toledo (711), l’ultimo di una popolazione germanica orientale. Questa nuova fase avviene sotto i Carolingi e non più i Merovingi; dapprima i Franchi si limitano a bloccare l’espansione dell’Islam verso nord (733, a Poitiers, con Carlo Martello), poi Pipino consolida il potere della casata.
Il VII-VIII secolo vedono un’ondata di missionariato insulare, prima irlandese, poi anglosassone. Le popolazioni anglosassoni, convertitesi in gran parte nel corso del VI secolo, erano pronte a seguire gli irlandesi sul Continente dalla fine del VII secolo, privilegiando le aree di insediamento germanico: lo stesso apostolo della Germania, s. Bonifacio (il cui nome di battesimo era in realtà Wynfrid), racconta della cordialità con cui veniva accolto da popolazioni germaniche occidentali, soprattutto i Sassoni, i quali usavano dire di essere discendenti dello stesso ceppo (lo stesso ‘osso’) degli anglosassoni insulari. Nei primi secoli di evangelizzazione, l'influsso insulare sulla Germania cristiana sarà dunque enorme.
Questa nuova cristianizzazione avviene sotto la protezione dei Pipinidi (cioè i carolingi precedenti a Carlo Magno) e partì da sud-ovest: essa comportò la creazione di una rete di monasteri di cui i più importanti furono probabilmente S. Gallo in Alamannia (719, oggi in Svizzera) e Fulda in Assia (744), quest’ultima opera di s. Bonifacio che chiamò come abate un tedesco meridionale, il bavarese Sturmi.
Carlo Magno, a cavallo tra VIII e IX secolo lancia una nuova serie di acquisizioni: Baviera, Longobardia italiana e Sassonia. Per uniformare il suo vasto impero, Carlo Magno promuoverà una vasta opera culturale, la Riforma carolingia, il cui massimo artefice sarà un anglosassone, Alcuino di York, chiamato a capo della Schola palatina e ricompensato con la nomina ad abate di s. Martino di Tours. Inoltre Carlo Magno si preoccupa di evangelizzare la popolazione, raccomandando al clero di predicare in lingua romana rustica o theutisca (una parola che originalmente è solo un calco sul latino vulgaris, cioè “lingua del volgo”), in modo da essere compresi dagli idiotae, cioè coloro che non capivano il latino.
Queste conquiste saranno caratterizzate da un forte missionariato in ambito sassone (mentre i regni di Baviera e di Longobardia erano già cristiani e cattolici da tempo), teso a spezzare la società tribale, gelosa delle proprie autonomie. In questo profondo sforzo di assimilazione culturale della gente Sassone si deve il Heliand, un’opera scritta in lingua sassone, tesa a presentare Gesù Cristo come un dio vincitore, accentuandone il carattere nobile e marziale, dunque in forme che fossero più accettabili alla gente sassone, dedicata a Ludovico il pio, come anche un tentativo di presentare in versi tradizionali la Genesi, offrendo un modello che poi sarebbe stato ripreso anche in ambito anglosassone.Occorre notare che la conquista carolingia non corrisponde agli attuali confini della Germania: l’impero carolingio comprendeva già i Paesi Bassi, gran parte della Renania Settentrionale-Westfalia, l’Assia, parte della Turingia, la Renania-Palatinato, Saarland, il Baden-Württemberg.
La Sassonia che Carlo Magno conquistò comprendeva gran parte dell’odierno Schleswig-Holstein, la Bassa Sassonia con Brema, una parte della Turingia e della Sassonia e Sassonia-Anhalt odierne.
La Baviera conquistata da Carlo Magno corrisponde ad una parte della Baviera odierna, ma anche parte dell’Austria e del Tirolo che oggi appartiene all’Italia.
L’attuale Germania nord-orientale rimase una terra eminentemente slava (Mecklemburgo-Pomerania anteriore, Berlino, Brandeburgo, parte di Sassonia-Anhalt e Sassonia) tranne che a nord, nell’attuale Schleswig e parte dello Holstein, dove coesistevano Frisoni, Danesi e Sassoni. Amburgo e Brema si presentano come roccaforti carolingie (più avanzata la prima, più difendibile la seconda).
Il primo periodo del missionariato, nell’VIII secolo, vede un’attività fortissima dal punto di vista glossatorio: prima di tutto, i santi padri anglosassoni devono essere in grado di comunicare con le popolazioni tedesche, ma queste ultime devono anche imparare il latino, cosa che sul continente era in parte agevolata dai contatti con popolazioni romanze.
La consapevolezza della necessità di istruire i germani nella lingua latina senza però trascurare le proprie radici germaniche appare da quanto ci viene trasmesso sulla persona di Carlo Magno: sappiamo dal suo biografo Eginardo (Vita di Carlo,cap. 29) che anche Carlo Magno fece trascrivere le leggi orali (iura quae scripta non erant) e i canti (barbara et antiquissima carmina, quibus veterum regum actus et bella canebantur) in cui si parlava degli antichi re e guerre, e cominciò persino la stesura di una grammatica in lingua patria.
Carlo Magno sembra dunque aver avuto l’intenzione di riunire sotto il proprio dominio le popolazioni germaniche continentali: la sua capitale, Aquisgrana, era dunque rivolta verso nord-est, ed è possibile che abbia considerato più facile integrare nel proprio dominio popolazioni che parlavano una lingua affine al francone: l’altotedesco dei Bavaresi e il (futuro) basso-tedesco dei Sassoni, fermandosi di fronte alle popolazioni slave, sulle quali si limitò ad imporre la supremazia
carolingia.

Questa politica lungimirante sarà ripresa mezzo secolo dopo in Inghilterra da un re fortemente influenzato dalla figura di Carlo Magno, re Alfredo di Wessex (grazie a lui, l’Inghilterra sarà la sola tra le terre germaniche ad avere una tradizione di lingua volgare scritta in ogni ambito della vita quotidiana, persino quello cancelleresco in epoca alto-medievale).
Tale politica, invece, non sarà continuata dal figlio ed erede di Carlo Magno, Ludovico detto il pio: il suo biografo, Thegan, ci informa che rinnegò i canti barbari (carmina barbara respuit) che aveva imparato, cessando di ascoltarli e di leggerli (a conferma che Carlo Magno aveva stabilito la tradizione di mettere per iscritto i carmi eroici germanici di tradizione orale), segnando così una frattura culturale importante.
Della politica culturale di Carlo Magno ci rimane un unico frammento, il Carme di Ildebrando, la trascrizione di un canto su un seguace di Teodorico protagonista di una cupa vicenda di onore e dovere solo superficialmente cristianizzata, tramandata in modo fortunoso, in uno spazio marginale che era originariamente rimasto bianco.
Una presa di coscienza linguistica è testimoniata nei Giuramenti di Strasburgo (844), dove si segna la consapevolezza di una distinzione tra lingua romana rustica (cioè romanza) e lingua theodisca presso i figli di Ludovico il pio, Carlo il calvo e Ludovico il germanico. Nella prima metà del IX secolo si prende dunque atto della frattura tra Franchi occidentali (futuri francesi) e Franchi orientali (egemoni di una confederazione che avrebbe dato origine a Svizzera, Austria, Germania, Lussemburgo, Belgio e Olanda): non a caso i discendenti di Carlo Magno si spartiranno le terre secondo un criterio etnico-linguistico.
L’VIII-IX secolo ci tramandano numerosi testi in tedesco: prima di tutto glossari latino-tedeschi, traduzioni dal latino di testi biblici (come il Taziano, una armonia evangelica – cioè un unico racconto che compone le differenze dei quattro vangeli) e teologici (come l'Isidoro, traduzione di un trattato dell'erudito spagnolo Isidoro di Siviglia in cui si criticavano le credenze ebraiche), ma anche carmi apparentemente originali su temi cristiani (la Preghiera di Wessobrunn, sulla creazione del mondo; il Muspilli, sulla fine del mondo; ilCristo e la Samaritana, sull'omonimo episodio biblico). Una menzione particolare per la particolare consapevolezza sul ruolo della lingua volgare merita il Libro dei vangeli di Otfrid von Weißenburg (l'attuale Wissembourg, oggi in Francia) in cui l’autore usa un nuovo metro rimato, di evidente origine romanza, dimostrando una nuova consapevolezza anche nell’elaborazione di una norma ortografica coerente.
Dai Carolingi agli Ottoni
Dal punto di vista militare, intorno a metà del secolo si collocano due importanti vittorie contro slavi e ungari che rafforzano il prestigio della dinastia degli Ottoni.Nella seconda metà del secolo avviene la conversione al cristianesimo della Danimarca: gradualmente, la Scandinavia diventerà una provincia culturale tedesca, da cui dipende originariamente gran parte della sua chiesa. L’apporto anglosassone, originariamente forte in Norvegia e in Islanda, si indebolirà presto: lascerà però un importante lascito, l’abitudine a scrivere in lingua volgare, che distingue la Scandinavia occidentale da quella orientale.
Nello stesso periodo, la conversione del re di Polonia Mieszko ha effetti culturali più limitati: già nel sec. XI la gerarchia ecclesiastica di queste terre è polacca. Tuttavia, la graduale espansione verso est delle popolazioni germaniche ha un momento di rallentamento nel sec. XI.
Nel frattempo, l'espansione della riforma di Cluny nel corso del sec. IX è un sintomo e insieme una causa importante di un cambiamento culturale, i cui frutti si vedranno nel secolo X, con il rifiuto di comporre in lingua volgare e l'elaborazione di una letteratura esclusivamente latina (come le opere di Hrosvita di Gandersheim o il Waltharius).
Tuttavia, a cavallo tra sec. X e XI abbiamo una testimonianza estremamente interessante: si tratta dell’opera di Notker il tedesco, monaco di S. Gallo, autore di numerose traduzioni/commenti di opere latine ad uso dei suoi studenti, una sorta di equivalenti delle moderne edizioni con testo a fronte e commento: si tratta chiaramente di traduzioni di servizio, eppure in esse Notker usa la lingua con grande consapevolezza, il che è tanto più notevole se si pensa che a S. Gallo normalmente si parlava e si scriveva in latino, come in tutti i grandi monasteri europei, come si accorse a sue spese un monaco italiano di nome Gunzo di Novara, che di passaggio a s. Gallo nella intorno al 965 fece l’errore di confondere un accusativo con un ablativo, suscitando lo scherno dei confratelli.
Dopo Notker, si chiude l’età dell’antico tedesco e si comincia con la fase del tedesco medio, di cui Notker anticipa già alcuni fenomeni.
Dalla casa di Franconia agli Svevi
Nell’XI secolo, agli Ottoni succede la
casa di Franconia. Intorno alla metà del secolo ricominciano ad apparire componimenti in volgare di ambito spirituale (la Cantilena de miraculis Christi o Ezzolied, l’Expositio in Cantico canticorum di Williram, più tardi, all’inizio del sec. XII, l’opera di una mistica come Ava) o erudito (il Fisiologo, il Merigarto). L’inizio del sec. XII, con l’avvento al potere della dinastia degli imperatori di Svevia, vede la ripresa dell’offensiva nei confronti degli slavi (soprattutto in quella che sarà la futura Polonia), l’ingresso nella letteratura degli appartenenti al clero secolare (come gli autori dell’Alexanderlied e del Rolandslied) e l’affermarsi della letteratura cortese, con i suoi due generi: il romanzo cavalleresco (di cui questi sono i precursori) e la lirica cortese, il Minnesang.
Ma anche di una poesia veramente popolare, la Spielmannsepik, recitata da cantori professionisti (un esempio di tale genere è il König Rother, dedicato alle avventurose favolose di un mitico Rother “re di Bari e d'Italia”) come anche di un movimento ‘ribelle’: i vagantes, chierici fuggiti a sistemazioni stabili in monasteri e sedi episcopali – dove pure hanno studiato – e che lodano i piaceri della vita, pur deprecando l’instabilità economica che la loro scelta comporta: spesso in questi carmi latino e volgare tedesco si mischiano, dando origine a carmi cosiddetti “mescidati” (Carmina burana).
Tra la fine del sec. XII e l’inizio del XIII, dunque, si concentra la grande fioritura della letteratura cortese, ad opera di impiegati di cancelleria (i ministeriales, da cui l’italiano ‘menestrello’) o di nobili cavalieri, spesso non più ricchi degli impiegati.
Del poema cortese, occorre ricordare i nomi di Henrik van Veldeke (Eneis, il primo e l'unico a scrivere in un dialetto medio-tedesco), Hartmann von Aue (Erec, Gregorius, Iwein, Der arme Heinrich), Wolfram von Eschenbach (Parzival), Gottfried von Straßburg (Tristan) e l’anonimo Nibelungenlied.
Inoltre, in questo periodo appartengono anche le liriche d’amore; il Minnesang è infatti il “canto d'amore”, e la parola scelta per “amor cortese”, Minne, già arcaica nel sec. XIII, e normalmente riservata nei testi più antichi ad esprimere l'affetto cristiano (quello che lega i fedeli a Dio, ai suoi santi, ma anche l'uno all'altro). Di questa lunga stagione è possibile qui citare solo quello che forseè il suo più grande poeta, Walther von der Vogelweide, coevo dei precedenti grandi autori del poema cavalleresco.
La grammatica dell’alto tedesco anticoClassificazione
L’alto tedesco nel Medioevo è la lingua dei territori corrispondenti all’odierna Germania del centro-sud, Svizzera e Austria. Già nel Medioevo si articolava in numerosi dialetti. Possiamo individuare tre grandi aree: una centrale, comprendente vari dialetti franchi (o franconi) e due meridionali, occidentale (alamanna) e orientale (bavarese). Nell’attuale area basso-tedesca (plattdeutsch), si parlava una lingua affine all’anglosassone: l’antico sassone. Ad est dell’Elba, invece, erano stanziate popolazioni slave; sulle coste del Mare del Nord, infine, si parlava un’altra lingua affine al sassone e ben distinta dal tedesco, il frisone antico (di cui oggi rimangono tracce in alcune parlate nederlandesi e tedesche). Nell’area degli odierni Paesi Bassi, infine, si parlava il basso francone, per alcuni riconducibile geneticamente al sassone, per altri ad un dialetto tedesco: da questa lingua si sarebbe poi evoluto il nederlandese.
Fonetica
a) vocalismo
L’alto tedesco antico si qualifica rispetto per esempio all’antico inglese per il maggiore grado di conservazione delle vocali del germanico occidentale. Dunque, abbiamo tra le vocali brevi: [a, ε, i, o, u]. Di queste, l’unica innovazione rispetto al germanico comune è [o], dovuta a sviluppi posteriori – principalmente l'antica metafonia da [a] (come in gott dal g.c. guð-a) o ricorrente nei prestiti (Pfort dal latino porta).Per le vocali lunghe, abbiamo: [ã:, a:, e2:, i:, o:, u:], dove [a:] è esito di g.c. [æ] < g.c. [e1:] (ma è uno sviluppo già nordoccidentale, come dimostra il nordico bāru e il tedesco antico bārun < g.c. *bē1run “portarono), [ã:] è invece esito del nesso [a+n+x] (di nuovo, si tratta di uno sviluppo antichissimo, addirittura pangermanico: cfr. tedesco antico fahan, nordico fā, got. fahan < g.c. *faxan “prendere”).
Il tedesco antico presenta uno scarso influsso della metafonia sul timbro delle vocali radicali: nella fase antica si trova solo la metafonia palatale di [a] (ma non di [a:]). Per distinguere la [e] esito di metafonia da quella di origine germanica, di timbro più aperto ([ε]), normalmente le grammatiche moderne scrivono quest’ultima come <ë>; per esempio bëran “portare” ma sezzan dal g.occ. *sattjan “porre”.
Un fenomeno affine alla metafonia, proprio del tedesco, è l’adattamento della vocale della sillaba radicale (soprattutto [e]) che si apre o si chiude a seconda se la sillaba successiva presenta una vocale media/aperta ([a,e,o]) oppure chiusa [i,u]: dunque abbiamo l’alternanza tra ih gibu “io do” e gëban “dare”. Tuttavia, questo sviluppo è presto intaccato dall’analogia e non sopravvive oltre la fase antica.
Per quanto riguarda i dittonghi, [eu] subisce uno sviluppo simile ad [e], dunque può trovarsi come [iu] se nella sillaba successiva si trovano [i,u], ed eventualmente evolvere in [eu] (oggi pronunciato [ɔj]) o [ie] (cfr. aat. liuti, mod. Leute “gente”, aat. tiof, mod. tief “profondo”).
Nel sassone [ai]>[e:] e [au] > [o:]. In alto tedesco avviene di norma un’assimilazione parziale di [ai] > [ei] (g.c. *stainaz > aat. stein) e di [au] > [ou] (g.c. *ga-lauβō > aat. gilouba, ma cfr. mod. Glaube “fede”), mentre la monottoganzione avviene come in sassone solo se seguono determinati fonemi: [ai__r, w, h] > [e:] (g.c. *saiw-az > aat. seo “lago, mare”), [au__t,d,r,s,l,n]>[o:] (g.c. *laus-az > aat. los “sciolto; libero, privo”). Questo sviluppo avviene prima nel francone e poi nel tedesco superiore, che conserva meglio il vocalismo.
Allo stesso modo, parte da nord la dittongazione della vocale g.occ. [e2:] > [ea] > [ia] > [ie]
(g.c. hē2r > aat. hear, hiar, hier “qui”), come anche di quelle e lunghe chiuse che si trovavano nei prestiti dal latino (spiagal < spēculum “specchio”, ziagal < tēgulum “tegola”). Anche la vocale g.c. *[o:] si dittonga in [uo] e oggi l’esito è [u]: g.occ. *broθer > aat. bruoder.
L’alto tedesco antico mantiene abbastanza bene anche il timbro delle vocali desinenziali, rispetto per esempio all’inglese antico, dove si avverte prima la tendenza alla confusione tra le vocali desinenziali (merger) che poi sarà caratteristica anche dell’alto tedesco nella sua fase media.
In particolare, in tedesco sembrano trovarsi delle differenze di esito riconducibili alla differenza tra vocali lunghe e vocali iper-lunghe (esito di contrazione di una vocale lunga), dato che dove la comparazione indoeuropea ci permette di ricostruire una vocale iper-lunga la vocale è meglio conservata (nel primo caso, una vocale lunga si riduce, nell’altra si conserva: cf. nom. sg. m. gëba con [a] < [o:], ma gen. pl. f. tagō, con [o:] < [õ:]). In effetti, tale esito potrebbe essere in parte dovuto anche alla caduta di altri fonemi (per esempio, nom. pl. m. tagā, dove la desinenza germanica era verosimilmente [o:s]).
b) consonantismo
Dal punto di vista delle consonanti, il germanico occidentale presentava la geminazione di un’occlusiva sorda in determinate condizioni (preceduta da vocale breve e seguita da liquida o semivocale, ma soprattutto da [j]), e in alto tedesco ne restano gli esiti.
L’alto tedesco infatti sperimenta un rafforzamento nell’articolazione delle occlusive e delle fricative; la prima delle due è nota come rotazione consonantica alto-tedesca e prevede il passaggio delle occlusive sorde ad affricate (in posizione forte) o a fricative intense (in posizione debole) e delle occlusive sonore in occlusive sorde.
Si noti che si mantengono i raddoppiamenti germanici occidentali davanti a [j] (e più raramente le altre semivocali): setzan da g.occ. settan (< g.c. *satjan), contrapposto ad ëzan (pron. [es:an]) da g.occ./ g.c. *etan.
Non tutti i dialetti si comportano nello stesso modo, la rotazione sembra essere avvenuta in modo più profondo nei dialetti meridionali, mentre in ambito francone l’occlusiva sorda velare e le occlusive sonore velare e labiale (K-G-B) tendono a non modificarsi a meno che non siano geminate (sippe < g.occ. sibbjō < g.c. seβjō, cf. ags. gesibbe “parente”, ingl. sibling “fratello”). Occorre constatare, dunque, che le tre serie di consonanti hanno un comportamento del tutto disomogeneo: le dentali sono le più propense al cambiamento, le velari le più restie.Si può ricordare, a tal proposito, che la serie delle dentali era la più dinamica fin dal periodo germanico occidentale, quando la [ð] si era rafforzata in [d] in tutte le posizioni (mentre g. c. [β] [γ] rimanevano in posizione intervocalica o postconsonantica, laddove la consonate non fosse una nasale), al punto che nella mutazione consonantica si trasforma regolarmente in [t], mentre le altre consonanti fricative in alto tedesco centrale si rafforzano in occlusive senza però mutare (avremo così ata. fatar, ma sibun, sagen > mod. Vater, sieben, sagen).
Tra le fricative sorde, solo la fricativa dentale passa ad occlusiva: *θ > d. Evidentemente perché nel frattempo si era sonorizzata in molti contesti, ma anche perché non aveva più un fonema sonoro corrispondente da cui distinguersi (nel germanico occidentale, ricordiamo, *ð > d), mentre le altre due fricative sorde [f] e [x] si conservano senza problemi: la fricativa velare mantiene, in posizione precosonantica, l’articolazione velare, mentre altrove si era già ridotta a [h], come in inglese.
Morfologia
L’alto-tedesco conserva ancora numerosi modelli di declinazione germanici, distinti sulla base del suffisso tematico (cioè l’elemento che congiunge la radice nominale al suffisso desinenziale) in vocale (g.c. *wŭlf-ăz), in consonante (g.c. *tŭngw-ōn), in temi-radice (g.c. *năxt-z).
Tra i temi in vocale, in germanico comune esistevano temi solo maschili o neutri con tema in -ă, -jă, -wă, e temi solo femminili in -ō, -jō, -wō, mentre esistevano poi temi in -i e in -u maschili femminili e neutri. In alto tedesco antico, i temi in semivocale tendono a uniformarsi a quelli in vocale semplice (d’altra parte, la loro declinazione sembra simile a quella dei temi a vocale semplice fin dal germanico, infatti hanno quasi sempre le stesse desinenze), mentre i temi in -i e in -u tendono a semplificarsi per analogia: i temi in –i resistono meglio (il plurale e i femminili), i temi in –u tendono ad uniformarsi a quelli in –i prima, a quelli in –ă (se maschili o neutri) o in –ō (se femminili) dopo.
Tra i temi in consonante, fin dal germanico comune l’unico gruppo che tende ad espandersi sono i suffissi in –n, che erano diventati in –an se maschili o neutri, in –on se femminili. Gli altri temi (per esempio, in –r) tendono a sparire.
In tedesco antico, poi, dimostra una certa vitalità sono i neutri indoeuropei in -es/-os (che in germanico avevano -iz/-az). La sibilante sonora in altotedesco è passata a vibrante, con il risultato di avere un suffisso –ir che si aggiungeva al plurale (lamb, pl. lembir) e che tende invece ad ampliarsi, creando nuovi plurali, come Männer per un più antico*men. I temi-radice in alto tedesco subiscono l’influsso dei temi in –i (già in latino i temi in –i e i temi in vocale si sono fusi nella terza declinazione) e successivamente di altri temi.
L’aggettivo
Il tedesco antico conserva e tende a sistematizzare l’opposizione tra flessione forte e debole propria dell’aggettivo germanico. La flessione forte è l’originale flessione degli aggettivi, simile a quelle dei nomi in vocale con alcune desinenze pronominali: come per i nomi in vocale, anche gli aggettivi possono avere originariamente differenti temi: un tema in -ja/-jo è kuoni (mod. kühn “valoroso”), un tema in -wa/ -wo è garo (“pronto, deciso” da cui l'avverbio mod. gar “completamente”). L’unica traccia che rimane fin dal tedesco medio, quando le vocali desinenziali cadono o si ammutoliscono in [ə] (scritta <e>), è la metafonia palatale degli aggettivi in -ja/-jo. (per cui kuoni diventa küene).
La flessione debole, invece, segue grosso modo la flessione in nasale dei sostantivi, anche se tende a semplificarsi ulteriormente. Originariamente serviva a formare appellativi (dunque forme ‘individualizzanti’) ed è per questo che si trova utilizzata laddove si vuole indicare che il referente dell’aggettivo è determinato.
Il verbo
Il sistema verbale dell’alto tedesco è ancora assai simile a quello germanico occidentale, con verbi forti in 7 classi (di cui l’ultima deriva dagli antichi verbi indoeuropei a raddoppiamento), deboli in 4 classi, più un certo numero di perfetto-presenti e pochi atematici (tuon, gan, stan e il presente del verbo essere).
Il vocalismo radicale in questi verbi ha subito tutte le modifiche che possiamo immaginare dal capitolo sulla fonetica (compreso un certo numero di verbi che formavano il presente con il suffisso -j-, che causava non solo metafonia della vocale, ma anche raddoppiamento della consonate), diventando molto diverso da quello germanico:
I classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ĕ + j
ŏ + j
ĭ
ĭ
germanico comune
ī
ă + i
ĭ
ĭ
tedesco antico
ī
ei/ē
i
i
Esempi: bītan, beit, bitun, gibitan (ma līhan, lēh, ligun, gilogan)
II classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ĕ + w
ŏ + w
ŭ
ŭ
germanico comune
ĕu (ĭu)
ă + u
ŭ
ŭ
tedesco antico
eu/iu
au/ō
u
o
Esempio: liogan, loug, lugun, gilogan (la vocale del p.p. diventa o in germanico nordoccidentale per metafonia da a) biotan, bot, butun, gibotan
III classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ĕ + l/m/n/r + C
ŏ + l/m/n/r + C
l ̣/m ̣/n ̣/r + C
l ̣/m ̣/n ̣/r + C
germanico comune
ĕ + l/r + C
ĭ + m/n + C
ă + l/m/n/r + C
ŭ + l/m/n/r + C
ŭ + l/m/n/r + C
tedesco antico
e + l/r + C
i + m/n
a +l/r/m/n
ul, um, un, ur + C
o + l/r + C
u + m/n + C
Davanti a nasale, o > u. Esempi:wërdan, ward, wurdun, gi-wordan vs. findan, fand, fundun, gi-fundan.
IV classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ĕ + l/m/n/r
ŏ + l/m/n/r
ē + l/m/n/r
l ̣/m ̣/n ̣/r ̣
germanico comune
ĕ + l/r/m/n
ă + l/m/n/r
ē + l/m/n/r
ŭ + l/m/n/r
tedesco antico
e + l/r/m/n
a +l/r/m/n
ā + l/r/m/n
o + l/r/m/n
Esempi: bëran, bar, bārun, gi-boran; nëman, nam, nāmun, gi-nomman.
V classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ĕ + C
ŏ + C
ē + C
ĕ + C ̣
germanico comune
ĕ + C
ă + C
ē + C
ĕ + C
tedesco antico
e + C
æ + C
ā + C
e + C
Esempi: gëban, gab, gābun, gi-gëban.
VI classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
indoeuropeo
ŏ + C
ō + C
ō + C
ŏ + C
germanico comune
ă + C
ō + C
ō + C
ă + C
tedesco antico
ă + C
ō + C
ō + C
ă + C
Esempi: faran, for, foron, gi-faran (questa ă in genere non si palatalizza).
VII classe
presente
preterito sing.
preterito pl.
participio pret.
germanico occidentale
V
ē
ē
V
tedesco antico
V
ie
ie
V
Il presente può avere vocali differenti (il participio passato prende la stessa vocale del presente), il preterito porta gli esiti della vocale ē o del dittongo eu, per un piccolo numero di verbi che presentavano già un dittongo nel presente. Esempio: lāzan, liaz, liazun, gi-lāzan vs. ruofan, riof, riofun, giruofan.
2. Verbi deboli
La flessione dei verbi deboli si conserva bene in tedesco antico: solo la quarta si è ormai assimilata completamente.
classe
infinito presente
preterito
participio pret.
I
-ja-n
(- i-)t-
(-i-)t
II
-ō-n
-ō-t-
-ō-t
III
-ē-n
-ē-t-
-ē-t
Nella prima classe, la -j- nella desinenza dell'infinito cade dopo aver prodotto il raddoppiamento della radice: sezzan < settan (< g.occ. * sattjan < g.c. *satjan “porre”); questo raddoppiamento non avviene quando la vocale è lunga, cf. tuoman (< g.occ. * dōm-jan “giudicare”).La -i- cade prima nei verbi a sillaba lunga: sezta, suohta mentre un verbo con sillaba radicale breve nerjan faancora nerita al preterito. Nella seconda, la ō resta conservata nella flessione: salbon (oggi salben “ungere”), nella flessione si conserva:ih salbom (salbon) “io ungo”, ih salbota “io unsi”. I pochissimi verbi della terza (sagen “dire”, haben “avere”) hanno flessioni regolari (ih sageta, ih habeta, ma cfr. tedesco mod. ich sagte, ich habte).
3. Verbi perfetto-presenti
Il tedesco antico ha alcuni verbi preterito-presenti (o perfetto-presenti) molto importanti come wizzan, cunnan (1. sg. pres. ih weiz, ih can da cui oggi ich weiß, ich kann); il preterito è formato con i verbi deboli: wizta, konta. E' per questo motivo che weiß non ha la prima e terza persona singolari **weiße, weißt: si comporta, appunto, come un preterito, dove prima e terza persona singolare sono uguali (ich/er weiß, ich/er kann).
A differenza dell'inglese, il plurale nel presente di questi verbi non si è assimilato al singolare: wir wißen, wir können perpetuano le antiche forme wir wizzun, wir kunnun.
4. Resti di flessione atematica
I verbi atematici in inglese antico sono passati tutti ad altre flessioni: gan/gangan alla VII, stan/standan alla VI, don alla debole, sia pure irregolare (si noti che ancora adesso l'inglese ha verbi molto irregolari: gehen, stehen e tun).
Solo l'antichissimo presente indoeuropeo del verbo essere dalla radice *es- mantiene ancora forme ormai fossili come ic bin, du bist, er ist, in cui la b- è dovuta all'influsso della radice concomitante g.c. *bew- (da cui si forma il corradicale aat. buan, mod. bauen “abitare” e l'infinito inglese to be).
5. Sintassi
Il tedesco antico crea un articolo dall'aggettivo pronominale: der, diu, daz (tutto il paradigma si forma con il tema d-). Questo 'articoloide' può dunque essere tradotto con l'aggettivo o con l'articolo, a seconda del contesto. Un vero e proprio articolo indeterminativo non esiste ancora in tedesco; si formerà dall'antico numerale ein “uno”.
Il tedesco antico ha già formato un passivo analitico e tempi passati composti con gli ausiliari “essere” e “avere” come in tedesco moderno, oltre ad una graduale grammaticalizzazione di perifrasi con il verbo “divenire” che poi diventerà I werde tun.
Tra i fatti di sintassi del tedesco antico c'è la cosiddetta 'verb-second': laddove la frase non cominci con il soggetto, il verbo mantiene la seconda posizione e il soggetto si pospone, una regola che è tuttora seguita. Anche l'inversione soggetto-verbo nelle interrogative ricorre comunemente, come nelle altre lingue germaniche nordoccidentali.
La negazione in tedesco antico avviene con il semplice avverbio ne “non” preposto, a volte con l'aggiunto di wiht, originariamente “(alcuna) cosa” e poi “niente, niente affatto” e anche avverbiale “per niente affatto” . Il composto niwith passerà dunque all tedesco medio nicht posposto (il tipo ich will nicht, che corrisponde ad una simile evoluzione nell'inglese I will not).
Il tedesco antico, infine, plasma la sua sintassi sul latino. Il sistema delle congiuzioni subordinanti, ma anche dell'ordine delle parole, si forma su influsso del latino; per esempio, l'uso del daz dichiarativo si afferma chiaramente sul modello del latino volgare quod/quia, da cui l'italiano “che”.
Lorenzo Lozzi Gallo
Tedesco antico
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