Linguistica
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Manuale di linguistica e filologia romanza
1 - Che cosa sono la linguistica e la filologia romanza
1.1 - Romanzo
La filologia e la linguistica romanza abbracciano tutte le lingue derivate dal latino.
L'aggettivo romanzo indica ciò che nel medioevo è una continuazione della lingua parlata anticamente a Roma.
Nel medioevo e nel rinascimento questi idiomi erano detti volgari, cioè lingue parlate dal popolo.
Dal latino derivano moltissimo idiomi:
Area ibero-romanza:
Portoghese
Galego
Spagnolo o Castigliano
Catalano
Area gallo-romanza:
Francese
Area italo-romanza
Italiano
Romancio
Area romanza orientale:
Romeno (rumeno)
L'elenco non è esaustivo, ci sono anche altre lingue che nel passato hanno goduto di grande prestigio mentre oggi hanno una importanza minore: Provenzale (parlato in Provenza) e Dalmatico (parlato in Dalmazia) non hanno ricevuto il riconoscimento di lingue ufficiali e sono decadute o scomparse.
Anche i dialetti fanno parte dello studio della filologia romanza. La differenza tra lingua e dialetto è di ordine sociale e non linguistico.
Il dominio romanzo o Romània è l'insieme delle varietà linguistiche derivate dal latino e non coincide con parti di un territorio nazionale.
Il dominio romanzo è un concetto strettamente linguistico e non antropologico o culturale.
Non c'è identità tra popoli e lingue
Non c'è identità tra popoli e razze, intese come etnie.
Gli individui e i gruppi passano infatti da una lingua a un'altra.
1.2 - Linguistica
La linguistica è la disciplina che studia il linguaggio umano inteso come lingua parlata.
Manifestazioni linguistiche secondarie sono le varie tipologia di scrittura, i gesti sono invece manifestazioni paralinguistiche. La semiotica o semiologia si occupa di tutti i sistemi di comunicazione.
La linguistica romanza si occupa del complesso degli idiomi romanzi, non solo delle lingue vive ma anche del loro sviluppo storico, quindi si parla di linguistica storica
1.3 - Filologia
Il termine deriva dal greco e significa 'amore della parola. Oggi indica:
- somma di linguistica e letteratura
- studio linguistico di documenti letterari
- studio della storia e dei processi di trasmissione di testi antichi.
In Italia prevale la seconda definizione.
Non c'è filologia senza linguistica, ma occorrono anche conoscenze storiche, di paleografia (studio della scrittura), codicologia e diplomatica (studio dei documenti storici per accertarne la provenienza).
1.4 - Ambito di studio
L'ambito di studio è molto vasto. Evoluzione del latino non solo limitato all'italiano, ma osservata in rapporto con gli sviluppi che il latino ha avuto nelle altre lingue romanze e non solo.
2 - I tre paradigmi degli studi romanzi
Si può parlare di filologia romanza solo agli inizi dell'800
Il paradigma è quel complesso di principi e di risultati acquisiti sulla base dei quali è possibile portare avanti una ricerca.
L'evoluzione degli studi romanzi comprende 3 paradigmi successivi:
Classico - nato nella cultura greco-romana - visione statica della cultura, importanza della tradizione.
Metodo storico-comparativo - nato nella cultura romantica dell'800 - scoperta della dimensione storica, elaborazione di un metodo di indagine e classificazione.
Strutturale - nato dalle teorie di Saossure - lingua concepita come sistema complesso, come una struttura.
Capitolo 1 - Il dominio romanzo
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1 - il dominio romanzo
Il territorio in cui si parlano le lingue romanze è detto Romània. Si tratta di un'area continua che va dal Portogallo all'Italia e comprende 4 grandi stati: Portogallo, Spagna, Francia e Italia. C'è poi una zona isolata a est costituita dalla Romania e dalla Moldova.
Per Romània perduta si intende quella zona fortemente latinizzata in antichità: Africa settentrionale, Germania, Gran Bretagna.
All'interno della Romània ci sono poi numerose isole di lingue non romanze:
Basco l'unica lingua non indoeuropea
Bretone, Cimbro, Albanese ecc.
La Romània nuova comprende i territori di lingua romanza che non sono stati conquistati da Roma, ma dove la lingua romanza è stata importata più tardi.E' un fenomeno dovuto alla colonizzazione:
Spagnolo in America centre-meridionale e Filippine
Portoghese in Brasile, Macao, Timor ecc.
Francese in Antille, Haiti, Guyana, Canada ecc.
Derivazioni delle lingue romanze sono le lingue creole e i pidgin.
I pidgin si sono formati in Africa e Asia con il contatto con le lingue indigene, sono caratterizzate da un lessico ridotto e grammatica semplificata.
Le lingue creole sono una evoluzione dei pidgin e hanno un sistema linguistico più complesso.
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2 - Le principali varietà romanze
2.1 - Le lingue della penisola iberica
Le lingue romanze della penisola iberica sono: portoghese, galego, spagnolo o castigliano, catalano.
Excursus storico
Conquista degli arabi tra il 711 e il 720. La PenIb si divide in sud arabo e piccolo nord cristiano fino all'eliminazione completa del dominio arabo nel 1492.
Gli stati cristiani erano:
regno di Leon da cui si stacca la contea, poi regno di Castiglia e la contea di Portogallo
regno di Navarra
regno di Aragona
contea di Barcellona che si unirà col regno di Aragona.
Gruppi linguistici.
Galego-portoghese che si divise poi nel Leon a nord galego e a sud nel Portogallo portoghese
Asturo-leonese nella parte centrale del Leon
Castigliano nel regno di Castiglia
Aragonese nei regni di Navarra e Aragona.
Catalano nella contea di Barcellona.
Mozarabico nel territorio conquistato dagli arabi - significa lingua dei mozarabi (sudditi degli arabi).
Con la riconquista il mozarabico venne progressivamente eliminato, le altre lingue ebbero fortune differenti.
Il portoghese si stacco dal galego diventando lingua a sé e lingua ufficiale del Portogallo
Il castigliano diventò la lingua egemone e dal '500 cominciò a essere chiamato spagnolo diventando la lingua ufficiale della Spagna. E' l'unica lingua a essere stata esportata nelle americhe e nelle colonie.
A oriente il catalano, oggi ancora parlato nella regione autonoma della Catalogna.
A nord-est il galego è parlato nella Galizia regione autonoma dal 1981..
2.1.1 - Il portoghese
Nel medioevo il portoghese e il galego costituivano due varianti del galego-portoghese di cui si trovano liriche trobadorica nei sec. XIII e XIV.
Dopo la separazione del Portogallo dal Leon il portoghese ha avuto uno sviluppo autonomo ed è diventato lingua ufficiale del Portogallo.
Il portoghese è parlato anche in alcune ex colonie, (la più importante è il Brasile) anche se con differenze tra la lingua parlata e quella scritta.
Il portoghese è parlato da 180 milioni di persone ed è la seconda lingua romanza per diffusione nel mondo.
I dialetti sono divisi in dialetti settentrionali parlati nella zona nord del paese e dialetti meridionali che corrispondono alla zona di sovrapposizione con il mozarabico
2.1.2 - Il galego
Il galego formava inizialmente un blocco col portoghese. Nel XIII e XIV secolo ci fu la stagione della lirica detta galego-portoghese, lingua adottata come lingua della poesia anche in Castiglia.
Dal XVI secolo fu ridotto a dialetto solo parlato poi ci fu una rinascita letteraria riacquistando il ruolo di lingua ufficiale nelle province galiziane. Legge di normalizzazione linguistica del 1983.
2.1.3 - Lo spagnolo
Lo spagnolo è la lingua romanza più parlata nel mondo, lo parlano 350 milioni di persone ed è la lingua ufficiale di 21 stati dell'ONU.
Deriva dal castigliano e si è imposto nell'intera penisola iberica. Ha pochissimi dialetti (asturiano, leonese, aragonese).
La diffusione fuori dalla Spagna è dovuta a due avvenimenti storici
Cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna (1492).
Ondate di colonizzazione nelle americhe, nell'Africa settentrionale e nelle Filippine.
2,1,4 - Il catalano
.E' parlato da 7 milioni di persone, il suo periodo di splendore è stato tra il XIII e XV secolo. Con l'unificazione della Catalogna al regno di Castiglia decadde per rinascere nell'800. represso dal regime franchista è stato poi riconosciuto come lingua nazionale che affianca lo spagnolo nella regione autonoma della Catalogna.
Viene anche parlato a Valencia, nelle Baleari, in Francia nel Roussillon (Pirenei), Andorra, Alghero in Sardegna.
Il catalano antico è molto somigliante al provenzale, ma le due lingue sono state sempre distinte.
2.2 - Il francese
Il francese è parlato da circa 75 milioni di persone. É diffuso in Francia, Svizzera romanda, Belgio, Lussemburgo, Principato di Monaco, Valle d'Aosta. Fuori dell'Europa in Canada, Stati Uniti, ex colonie di America, Africa e Oceania.
Il francese ha origine nella regione dell'Ile de France e a partire dal XII secolo ha influenzato i testi letterari e non del nord. Nell'800 si è diffuso su tutto il paese riducendo a patois i dialetti antichi. I più importanti sono stati: il piccardo, normanno, vallone, champenois, borgognone.
Una considerazione a parte va fatta per l'anglo-normanno che è la varietà di francese parlata in Inghilterra dopo l'invasione normanna.
Dante definisce l'insieme delle varietà medievali settentrionali come «lingua d'oil».
Il francese ha avuto una forte modificazione nel corso del tempo per cui ci sono stati dei cambiamenti radicali. Oggi mantiene un legame con il francese antico attraverso la grafia che non è fonetica, ma etimologizzante. La grafia francese è la più complessa delle lingue romanze.
2.3 - L'italiano
L'italiano ha oggi circa 56 milioni di parlanti. La base dell'italiano moderno è il fiorentino del '300 diffuso come lingua letteraria per le opere di Dante Petrarca e Boccaccio. E' stato a lungo una lingua prevalentemente scritta, perché nelle varie zone d'Italia si parlavano prevalentemente dialetti. Anche il fiorentino era un dialetto, molto conservativo e quindi gradito ai letterati. Al di fuori di Firenze e della Toscana si parlava fiorentino solo a Roma presso la corte pontificia. Il romanesco è una varietà di toscano.
L'italiano appare oggi alquanto differenziato tra il nord, centro e sud e da regione a regione soprattutto nella fonetica e nel lessico.
2.4 - Il romancio
Il romancio è una delle 4 lingue della Svizzera. E' simile ai dialetti italiani settentrionali. Particolarmente con il friulano e ladino centrale tanto da costituire una unica unità linguistica detta ladino.
2.5 - Il romeno
E' parlato da circa 26 milioni di persone. E' parlato in modo abbastanza uniforme dell'odierna Romania. Moldova e parte dell'Ucraina. A causa della dominazione russa gran parte dei moldavi sono bilingui
Il romeno ha due varietà: munteno a sud e moldavo a est. A questi due tipi principali si rifa anche la lingua della Transilvania..
Accanto al romeno detto anche dacoromeno esistono tre dialetti:
Aromeno (macedoromeno) con influenze ungheresi si trova nella Macedonia.
Meglenoromeno piccolo gruppo in Grecia al confine con la Macedonia
Istroromeno piccolissimo gruppo che si trova in Coazia, è a rischio di estinzione.
Il romeno è stato fortemente influenzato da slavo, greco, ungherese e turco. Fino al 1840 si scriveva con caratteri cirillici.
Il romeno appartiene alla lega linguistica balcanica con fenomeni linguistici comuni con neo-greco, bulgaro, albanese.
Ha subito una grande influenza francese a partire dall'800 avendo seguito modelli culturali e linguistici francesi.
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3 - Altre varietà romanze
3.1 - L'occitano (o provenzale)
L'occitano è la lingua romanza della Francia meridionale, ora patois occitanico. In Italia viene chiamato provenzale. Con l'espressione dantesca «lingua d'oc» si indica invece la lingua letteraria del medioevo. Tra le varietà dialettali in cui oggi è suddiviso ricordiamo: il guascone, il languedocino, il provenzale alpino, l'occitano settentrionale.
La decadenza della lingua occitana è stata causata dalla politica centralizzante di Parigi, il francese era la lingua del re. Oggi è riconosciuto come lingua regionale.
3.2 - Il franco-provenzale
Viene parlato nella parte sud orientale della Francia, vicino alla Svizzera romanda e a Lione. Ora il franco provenzale comprende solo dialetti rustici (patois). Può essere considerato una sorta di ponte fra nord e sud.
3.3 - Il sardo
Il sardo viene parlato da circa 1 milione e mezzo di persone. E' la varietà romanza più conservativa.
La Sardegna ha avuto dal V secolo forme amministrative relativamente autonome tanto che a partire dal IX secolo i documenti giuridici sono scritti in sardo.
A nord si sono avute influenze toscane.
Le varietà di sardo sono: il campidanese, il logudorese, il nuorese, il gallurese, il sassarese.
Il sardo è tutelato dalla legge del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche.
Enclave linguistiche all'interno della Sardegna sono: il catalano ad Alghero, il genovese nelle isole di San Pietro e S. Antioco detto anche tabarchino.
3.4 - Il corso
E' parlato in Corsica ed oggi è una lingua regionale della Francia, insegnato a scuola come seconda lingua. Ha affinità col sardo e il toscano.
3.5 - Il ladino centrale
E' parlato nella regione alpina orientale: Trentino-Alto Adige e Veneto da circa 75.000 parlanti.
E' insegnato nelle scuole come terza lingua dopo l'italiano e il tedesco.
3.6 - Il friulano
E' parlato da circa 700.000 persone nel nord-est dell'Italia, in Friuli Venezia giulia. E' classificato tra le varietà ladine. Gode anch'esso dei vantaggi della legge del 1999 sulle minoranze linguistiche
3.7 - Il dalmatico
Era parlato lungo le coste dalmate dell'Adriatico, ma si è estinto. E' noto da documenti di natura pratica. E' stato assorbito nel tempo dal veneziano sulla costa e dal croato nell'entroterra.
3.8 - I dialetti italiani
I dialetti italiani sono la continuazione locale del latino. Sono stati scritti quasi tutti nel medioevo per scopi amministrativi o religiosi. In seguito hanno anche avuto un uso letterario in quella che viene definita letteratura dialettale.
Si dividono in tre grandi gruppi: settentrionali, toscani e centromeridionali.
I dialetti settentrionali si parlano in Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia Romagna. Al di sotto della linea Massa-Senigallia si trovano i dialetti centromeridionali. Ci sono sostanzialmente tre varietà.
Marchigiano umbro laziale
Abruzzese molisano pugliese settentrionale campano lucano
Salentino calabro siculo
Il romano si differenzia dal laziale perché fortemente influenzato dal toscano.
Capitolo 2 - Il paradigma classico
1. Il pensiero linguistico classico
E' con Aristotele (IV sec. A.C.) che si comincia ad esaminare anche il campo della linguistica oltre che quello della filosofia anche se solo come riflesso del pensiero. Aristotele individua le categorie linguistiche (nome, verbo, congiunzioni ecc.) ma solo come strumenti necessari al raggiungimento della verità filosofica.
Nel III e II a.C. sono gli Alessandrini che applicano l'analisi linguistica ai testi letterari soprattutto ad Omero. Nasce la filologia in cui lingua e letteratura si incontrano..
Sempre ad Alessandria si sviluppa la grammatica greca studiata come un vero e proprio complesso di regole.
La grammatica greca diventerà poi modello di quella latina.
Le categorie grammaticali elaborate da Aristotele sono praticamente le stesse di quelle odierne.
Il pensiero greco aveva una concezione ellenocentrica, i greci chiamavano barbare le lingue degli altri popoli non ritenendole degne di considerazione.
I romani adattarono le grammatiche greche al latino minimizzando le differenze tra le due lingue rafforzando la convinzione dell'universalità delle categorie grammaticali di Aristotele.
L'analisi grammaticale e l'analisi logica sono infatti arrivate fino a noi attraverso le mediazioni alessandrina, romana, medievale, rinascimentale e infine cartesiana tramite le grammatiche ragionate ispirate dal pensiero razionalistico di Cartesio 1596-1650).
E' il filosofo tedesco Leibniz (1646-1716) che scinde lo studio della logica da quello della lingua. Dopo di lui lo studio della lingua prosegue con metodi nuovi.
Leibniz provò a riunire le lingue in base alle loro somiglianze organizzandole in famiglie genetiche, cioè in base alla derivazione da una lingua più antica.
Non sappiamo se i greci e i loro successori avessero notato il fenomeno del cambiamento linguistico. Gli alessandrini si dedicavano allo studio dei classici allo scopo di conservare lo stato linguistico originario. La lingua scritta era considerata superiore a quella parlata e questo punto di vista è durato per secoli.
Oggi il linguista John Lyons l'ha definita classical fallacy (errore classico).
Secondo il paradigma classico la buona lingua (letteraria) non cambia e il cambiamento deve essere combattuto ed emarginato.
In Italia tra il Settecento e l'Ottocento il Purismo difendeva il toscano degli autori del Trecento contro i forestierismi penetrati nella lingua moderna.
Questa idea è arrivata fino ad oggi anche se sbagliata, infatti le lingue sono portate naturalmente a cambiare.
Uno dei principali argomenti della filologia oggi è di capire i meccanismi che regolano il cambiamento.
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2. Prime grammatiche romanze
Nel medioevo i grammatici continuarono a scrivere grammatiche del latino, lingua della Chiesa, della cultura e delle scienze. Le lingue parlate dal popolo erano dette volgari (da vulgus 'popolo'), solo nel XIII secolo viene l'idea di scrivere delle grammatiche delle lingue romanze fatte naturalmente secondo gli schemi grammaticali del latino, gli unici conosciuti.
Nel Duecento la lirica occitanica dei trovatori provenzali raggiunge il suo apice, è diffusa oltre i confini della Provenza ed è imitata dai rimatori locali. Le grammatiche provenzali erano destinate ai poeti non provenzali che volevano comporre liriche in lingua d'oc. Si tratta comunque di grammatiche combinate che insegnano anche il corretto modo di poetare, cioè la retorica, la metrica e la tecnica poetica.
Grammatiche provenzali:
Razos de Trobar ('i soggetti del poetare') del catalano Raimon Vidal (1190-1213 ca.)
Regles de Trobar ('regole del poetare') del catalano Jofrè de Foixà (1258-1291 ca.)
Doctrina d'Acort ('insegnamento dell'accordo') dell'italiano Terramagnino da Pisa (1282-1296 ca.) in rima per facilitarne l'apprendimento mnemonico.
Donat proensal ('donato provenzale') di Uc Faidit composto probabilmente a Treviso
Il Donato è una vera e propria grammatica scritta in provenzale e latino.
Contemporaneamente al provenzale in Italia sett. veniva usato molto il francese che per la forte somiglianza con i volgari locali si fondeva con essi dando luogo a lingue ibride: franco-veneto, franco-lombardo che veniva compreso anche dagli strati più bassi della popolazione per questo il suo prestigio era minore. Per questo non venne prodotta nessuna grammatica.
Nell'Inghilterra conquistata dai Normanni invece il francese era la lingua della corte, dell'aristocrazia e degli strati elevati. Le grammatiche dedicate alla lingua francese riguardavano soprattutto l'ortografia e la pronuncia come l'Ortographia Gallica in latino della fine del XIII secolo.
La prima grammatica è opera dei clercs parisiens scritto agli inizi del Quattrocento: Donat françois. Era destinata a tenere vivo un buon francese in una società plurilingue.
La realizzazione delle grammatiche, sia provenzali che francesi era destinata a tutelare la purezza di una lingua in ambiente straniero e in una situazione di bilinguismo: catalano/provenzale, italiano/provenzale, inglese/francese.
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3. Dante e l'eccellenza linguistica dell'italiano
Al passaggio tra il Duecento e il Trecento dà inizio alla trattatistica dedicata all'italiano comparando il volgare col latino. Nel De vulgari eloquentia afferma l'eccellenza del volgare italiano che potrebbe servire come mezzo per l'espressione letteraria di tutti i poeti d'Italia.
Si tratta quindi di una visione letteraria, infatti il trattato è scritto in latino però Dante fa osservazioni sulla lingua, le lingue d'Europa e sul latino. Passa in rassegna molti dialetti italiani citando anche alcune frasi caratteristiche. Il suo scopo è quello di criticarli per proporre una lingua ideale che comprenda gli elementi migliori di ciascun dialetto. L'esame di Dante è dettato da un criterio estetico, molto diverso da una prospettiva linguistica in senso moderno.
Nel De vulgari eloquentia inoltre Dante cita molti dei poeti suoi contemporanei e precedenti.
Più tardi anche Petrarca si occuperà dell'eccellenza dei vari poeti in Trionfo dell'Amore dove però i meriti di iniziatori della lingua scompaiono.
I Trionfi assieme al De vulgari saranno il punto di riferimento per gli studiosi del Rinascimento che andando a cercare le fonti riscopriranno la lirica occitanica e inizieranno gli studi filologici sul provenzale in Italia.
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4. La riflessione rinascimentale sull'origine delle lingue romanze
Dante nel De vulgari eloquentia esprime l'opinione che il latino sia una creazione artificiale dei dotti, l'idea che l'italiano provenga dal latino non compare anche se dice che francese, provenzale e italiano un tempo avevano formato una sola lingua.
Nel 1435 Biondo Flavio (umanista e storico forlivese, 1392-1463) in una sua lettera a Leonardo Bruni (aretino 1374 ca.-1444) lancia la rivoluzionaria idea che nella Roma antica si parlasse latino, non tanto quello dei grandi scrittori ma un latino popolare.
Per Flavio il latino si divideva in tre varietà di stili: poetica, oratoria, vulgaris. Dalla varietà parlata sarebbe derivato l'italiano.
Per il Bruni invece a Roma ci sarebbero state due lingue nettamente distinte: il latino letterario e la lingua del volgo, simile al volgare.
L'ipotesi rivoluzionaria del Flavio viene accolta dagli umanisti italiani e poi da quelli francesi e spagnoli. Ma non mancano le difficoltà:
1 - Superstrato: il passaggio dal latino al volgare appariva come una corruzione o degradazione causata dalle invasioni barbariche.
2 - Sostrato: il latino era già differenziato per la varietà delle diverse lingue che poi sono confluite nel latino.
Col tempo si comincia a esaltare il volgare come lingua che ha prodotto capolavori letterari e il termine corruzione perde la sua eccezione negativa e viene inteso come un termine tecnico che indica cambiamento linguistico.
Benedetto Varchi propone nel suo Ercolano, pubblicato postumo nel 1570, di sostituire corruzione con generazione.
In Italia quindi spetta al Flavio e al Varchi di avere impostato il problema storico dell'origine della lingue romanze.
In Spagna Bernardo Aldrete scrive: Origine e principio della lingua castigliana romanza nel 1606.
Anche in Francia Gilles Ménage scrive nel 1650 Origines de la langue française e 1669 Origini della lingua Italiana, ricchissimi repertori etimologici rimasti insuperati fino alla prima metà dell'Ottocento.
Con la sua seconda opera Ménage batté l'Accademia della Crusca che aveva progettato un vocabolario etimologico dell'italiano. Conteneva molti errori, ma anche spiegazioni etimologiche esatte.
Uno degli errori era la sopravvalutazione del greco non pensando che già il latino aveva assorbito molte parole greche facendole proprie.
Mancava la distinzione tra forme trasmesse per via popolare e cultismi (linguaggio ecclesiastico ecc.) che presentano molte forme trasmesse dal greco.
Questa distinzione era stata tracciata tra il Cinquecento e l'inizio del Seicento da Claudio Tolomei e Celso Cittadini, ma non ne era stata colta l'importanza.
Nonostante tutto l'idea della derivazione delle lingue romanze dal latino si impone anche se la metodologia dello studio è incerta e le derivazioni sono basate su generiche somiglianze.
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5. Grandi opere dedicate alle lingue romanze
Le lingue romanze che emergono come lingue letterarie sono l'italiano, il francese, lo spagnolo e il portoghese. Nella prima metà del XVI cominciano ad apparire le prime grammatiche.
Queste opere nascono però dopo che ogni lingua si è affermata letterariamente.
In Italia questa opera è il De vulgari eloquentia.
Leon Battista Alberti (1404-1472) scrive la prima grammatica dell'italiano, un'opera di poche pagine che rimane inedita. Altri che scrivono sulla questione della lingua sono: Pietro Bembo, Sperone Speroni, Baldesar Castiglione.
In Francia l'eccellenza della lingua nazionale è sostenuta per la prima volta da Joachim du Bellay sul modello di Speroni
In Spagna nel 1492 (anno della scoperta dell'America) era stata già pubblicata la grammatica di Antonio de Nebrija che fonde l'idea di eccellenza della lingua con il destino imperiale della Spagna. In effetti oggi lo spagnolo è la lingua romanza più diffusa nel mondo.
In Portogallo la prima opera è di João de Barros del 1530 che scrive anche le prime grammatiche del portoghese insieme a Fernão de Oliveira.
Solo nel 1757 compare la prima grammatica romena.
In questo periodo nasce anche un altro genere di opera linguistica sconosciuto nell'antichità classica: il vocabolario.
E' in Italia che nasce nel 1612 il più importante vocabolario romanzo del Rinascimento: Vocabolario degli Accademici della Crusca. Sul suo modello seguono in Francia, Spagna e in Portogallo
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6. La nascita della filologia volgare
Nel XV secolo gli umanisti rifiutano l'interpretazione allegorico-figurale o morale che il medioevo aveva dato ai testi antichi. Si contrappose quindi una lettura filologica delle opere, mediante una conoscenza approfondita della lingua, dello stile e della cultura di un autore si mirava all'esatta comprensione del testo.
Il primo problema era il recupero dei testi antichi dimenticati per quasi mille anni, il secondo era che molte opere classiche erano state copiate in versioni piene di errori di copiatura, interpolazioni, aggiunte apocrife.
Per correggere tutto ciò gli umanisti fecero ricorso a due tecniche:
l'intervento congetturale cioè la correzione attraverso l'ingegno e l'intuizione
la collazione dei codici cioè il confronto con i codici ritenuti più autorevoli.
Nasce dunque con l'Umanesimo la filologia testuale (o critica del testo) la disciplina che punta a ricostruire il testo nella sua forma originale.
A un certo punto la filologia testuale si cominciò ad applicarla anche a i testi in volgare per ragioni connesse alla Questione della lingua.
All'inizio del Cinquecento diminuisce l'interesse per il latino e comincia il dibattito sui modelli della lingua letteraria volgare. Prevalse la tesi di Pietro Bembo che vedeva nella lingua degli autori del Trecento (Petrarca, Boccaccio e Dante) il modello da adottare. Bembo trasferiva il concetto di imitazione dei classici da quelli latini e quelli in volgare. Il fatto di definire classici le opere trecentesche le rendeva degne di studi filologici.
Bembo pubblica a stampa nel 1501-1502 le opere di Petrarca a Dante. Trissino pubblica in traduzione il De vulgari Eloquentia.
Sulla scia degli studi sugli autori del Trecento si cominciò anche a riscoprire i precursori: i trovatori, la Scuola Siciliana, il Dolce Stil Nuovo.
Insieme a Bembo altri filologi: Angelo Calocci, Giulio Camillo Delminio, Ludovico Beccadelli e altri, riportarono alla luce e trascrissero alcuni importanti testimoni della lirica delle origini e diedero inizio agli studi di provenzalistica.
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7. L'erudizione settecentesca
Discorso a parte merita l'attività degli eruditi e antiquari del Settecento che soprattutto in Francia ampliarono la conoscenza sul medioevo e sulla prima letteratura in volgare.
In Francia Jean-Baptiste Lacurne de Sainte-Palaye compilò una storia dei Trovatori trascrivendo numerosi componimenti provenzali.
Gli studi provenzali ebbero un ruolo importante negli studi romanzi moderni.
Sempre in Francia Charles Du Fresne Du Cange preparò un immenso vocabolario che portò nuove conoscenze nel latino volgare e permisero di diminuire la distanza tra il latino e le lingue romanze moderne.
In Italia il più importante erudito fu Ludovico Antonio Muratori, antiquario e storiografo modenese.
Fine articolo sulla linguistica
MANUALE DI LINGUISTICA GENERALE
Cap. 1°
GENERALITA’
Definizione della disciplina:
La linguistica generale è il ramo delle scienze umane che si occupa di che cosa sono e come funzionano le lingue. Oggetto della linguistica sono le lingue storico-naturali, cioè le lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e usate dagli esseri umani: l’italiano, il francese, il romeno, lo svedese, il russo, il cinese, il tongano, il latino, il sanscrito, lo swahili, il tigrino, il piemontese…
Il linguaggio verbale umano:
Il linguaggio verbale umano è il termine usato per indicare le lingue storico-naturali. il linguaggio verbale umano è uno degli strumenti e dei modi di comunicazione a disposizione dell’homo sapiens.
Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro che serve per comunicare questo qualcos’altro.
La definizione di comunicazione in senso largo implica il fatto che tutto può comunicare; mentre una definizione di comunicazione più ristretta implica l’intenzionalità: si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare dell’informazione e che viene percepito da un ricevente come tale; altrimenti si ha un semplice passaggio di informazione.
Segni, codice:
Il segno è l’unità fondamentale della comunicazione. Esistono diversi tipi di segni:
- INDICI: motivati naturalmente/non intenzionali basati sul rapporto causa-effetto
Nuvole scure = sta per piovere
- SEGNALI: motivati naturalmente/usati intenzionalmente
Sbadiglio volontario = “sono annoiato”
- ICONE: motivati analogicamente/intenzionali basati sulla similarità di forma o struttura, riproducono proprietà dell’oggetto designato.
Cartine geografiche, mappe…
- SIMBOLI: motivati culturalmente/intenzionali
Colore nero/bianco = lutto
- SEGNI: non motivati/intenzionali
Suono al telefono di una linea occupata
Mentre gli indici, in quanto fatti di natura, sono per definizione di valore universale, uguali per tutte le culture in ogni tempo, i simboli e i segni sono dipendenti da ogni singola tradizione culturale.
Nella comunicazione in senso stretto c’è un emittente che emette, produce intenzionalmente un segno per un ricevente.
Per codice si intende l’insieme di corrispondenze fissatesi per convenzione, fra qualcosa e qualcos’altro che fornisce le regole di interpretazione dei segni. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici; i segni linguistici costituiscono il codice lingua.
LE PROPRIETA’ DELLA LINGUA
Biplanarità: una prima proprietà di tutti i segni linguistici è la biplanarità, il fatto che ci siano in un segno due piani, compresenti ossia il significante e il significato. Il significante/espressione è la parte fisicamente percepibile del segno (es. la parola “gatto” pronunciata o scritta); il significato/contenuto è la parte non materialmente percepibile.
Arbitrarietà: non c’è alcun legame naturalmente motivato, connesso alla natura o all’essenza delle cose, derivabile per osservazione empirica o per via di ragionamento logico tra il significante e il significato di un segno. Il significante “gatto” non ha nulla a che vedere con l’animale gatto. I rapporti che ci sono tra significato e significante non sono dati naturalmente, ma posti per convenzione e quindi sono arbitrari.
Al principio dell’arbitrarietà dei segni linguistici esistono eccezioni come le onomatopee o certe parole indicanti versi di animali (tintinnio, sussurrare..) che imitano nel loro significante il suono o il rumore che designano e presentano un aspetto più o meno iconico.
Doppia articolazione: consiste nel fatto che il significante di un segno linguistico è articolato a 2 livelli diversi:
1° livello – il significante di un segno linguistico è organizzato e scomponibile in unità (mattoni) che sono ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate per formare altri segni; la parola “gatto” è scomponibile in due pezzi più piccoli gatt- , -o che recano ciascuno un proprio significato. Tali pezzi costituiscono le unità minime di prima articolazione: i morfemi. Ogni segno linguistico è analizzabile e scomponibile in morfemi.
2° livello – I morfemi, risultano ulteriormente scomponibili in unità più piccole che non sono più portatrici di significato autonomo. Tali elementi che non sono più segni perché non hanno un significato, sono i fonemi, che costituiscono le unità minime di seconda articolazione.
Non esistono altri codici di comunicazione naturali che possiedano una doppia articolazione piena e totale come la lingua. Essa consente alla lingua una grande economicità di funzionamento: con un numero limitato (poche decine), di fonemi, mattoni elementari privi di significato, si può costruire un numero grandissimo di morfemi. Quindi è molto importante nella strutturazione della lingua il principio della combinatorietà: la lingua funziona combinando unità minori per formare un numero indefinito di unità maggiori (segni).
Trasponibilità di mezzo: il significante dei segni linguistici possiede un’altra proprietà molto importante: può essere trasmesso sia attraverso il mezzo aria, il canale fonico-acustico, sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo o grafico.
Anche se i segni linguistici possono essere trasmessi o oralmente o graficamente, il carattere orale è tuttavia prioritario rispetto a quello visivo: il canale fonico-acustico appare il canale primario.
Lingua parlata e lingua scritta: il parlato è primario antropologicamente rispetto allo scritto. Tutte le lingue che hanno una forma e un uso scritti sono anche parlate, mentre non tutte le lingua parlate hanno una forma scritta: migliaia di lingue africane e oceaniche non hanno una scrittura. Ogni individuo umano impara prima a parlare a poi a scrivere. Nella storia della nostra specie, la scrittura si è sviluppata molto tempo dopo il parlare. Le prime attestazioni in forma scritta della lingua risalgono a non più di 5 millenni prima di Cristo (scritture pittografiche), e quelle di un sistema vero e proprio, cioè la scrittura cuneiforme presso i Sumeri risale a circa il 3500 a.C.
Invece le origini del linguaggio, sono certamente più antiche. È ipotizzabile che qualche forma embrionale di comunicazione orale con segni linguistici fosse già presente nell’Homo habilis e nell’Homo erectus 3 milioni di anni fa.
Il canale fonico-acustico e l’uso parlato della lingua presentano una serie di vantaggi bilogici e funzionali:
- Purchè vi sia presenza di aria, possono essere utilizzati in qualunque circostanza ambientale e consentono la trasmissione anche in presenza di ostacoli fra emittente e ricevente a relativa distanza;
- Non ostacolano altre attività;
- Permettono la localizzazione della fonte di remittenza del messaggio;
- La ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio;
- L’esecuzione parlata è più rapida di quella scritta;
- Il messaggio può essere trasmesso simultaneamente ad un gruppo di destinatari diversi;
- Il messaggio è evanescente, ha rapida dissolvenza, libera il canale e lascia il passaggio ad altri messaggi;
- L’energia specifica richiesta è molto ridotta, il parlare è concomitante con la respirazione;
Nelle società moderne, lo scritto ha una certa priorità sociale, lo scritto ha maggiore importanza, prestigio e utilità sociale e culturale; è lo strumento di fissazione e di trasmissione del corpo legale, della tradizione culturale e letteraria e del sapere scientifico. Lo scritto è nato come fissazione, trascrizione del parlato; ma si è poi sviluppato con aspetti e caratteri in parte propri: non tutto ciò che fa parte del parlato (tono voce..) può essere reso e corrisposto nello scritto, né tutto ciò che fa parte dello scritto (uso maiuscole..) può essere reso e corrisposto nel parlato.
Linearità e discretezza: per linearità del segno si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio. Non possiamo capire completamente il messaggio se non dopo che siano stati attualizzati uno dopo l’altro tutti gli elementi che lo costituiscono.
Per discretezza dei segni si intende il fatto che la differenza fra gli elementi, le unità della lingua, è assoluta; c’è un confine preciso fra un elemento e un altro.
Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività: l’onnipotenza semantica consisterebbe nel fatto che con la lingua è possibile dare un’espressione a qualsiasi contenuto. Con la lingua si può parlare di tutto. Per plurifunzionalità si intende che la lingua permette di adempiere ad una lista molto ampia di funzioni diverse. Ricorre lo schema proposto dal grande linguista di origine russa, Roman Jakobson, che identifica 6 classi di funzioni:
- Funzione emotiva/espressiva: un messaggio linguistico volto ad esprimere sensazioni del parlante “che bella sorpresa!”
- Funzione metalinguistica: messaggio volto a specificare aspetti del codice o calibrare il messaggio sul codice “ho detto pollo non bollo!”
- Funzione referenziale: il messaggio definisce informazioni sulla specifica realtà esterna “l’intercity per Milano delle ore 15 parte sul binario 2”
- Funzione conativa: messaggio volto a far agire in qualche modo il ricevente, ottenendo da lui un certo comportamento “chiudi la porta!”
- Funzione fatica: messaggio volto a verificare e sottolineare il canale di comunicazione e/o il contatto fisico o psicologico fra i parlanti “pronto, chi parla?”
- Funzione poetica: messaggio volto a mettere in rilievo e sfruttare le potenzialità insite nel messaggio e i caratteri interni del significante e del significato “la gloria di Colui che move per l’universo…”
La funzione metalinguistica permette di parlare del linguaggio stesso; non sembra che esistano altri codici di comunicazione che consentano di formulare messaggi su se stessi, che abbiano come oggetto il codice di comunicazione.
Produttività: con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi, mai prodotti prima e parlare di cose nuove e nuove esperienze mai sperimentate prima o anche di cose inesistenti.
Con la lingua da un lato è possibile produrre messaggi sempre nuovi, dall’altro è possibile associare messaggi già usati a situazioni nuove. La produttività è resa possibile dalla doppia articolazione che permette una combinatorietà illimitata di unità più piccole in unità via via più grandi.
Distanziamento e libertà da stimoli: proprietà che riguarda il modo di significazione della lingua e che ha una notevole importanza, soprattutto per quanto concerne la differenza tra il linguaggio umano e i sistemi di comunicazione animali. Infatti per distanziamento si intende la possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o entrambi dal momento e dal luogo in cui si svolge l’interazione comunicativa. Mentre il mio gatto può comunicare miagolando che ha fame e vuole mangiare, ma non può comunicarmi che ieri aveva fame, con la lingua noi di solito parliamo di cose non presenti nella situazione e nell’ambiente immediatamente circostante, remote nello spazio e spesso anche nel tempo.
Il di stanziamento consiste essenzialmente nella possibilità di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza, o dello stimolo che ha provocato tale esperienza.
La libertà da stimoli consiste nel fatto che i segni linguistici rimandano a e presuppongono un elaborazione concettuale della realtà esterna, e non semplicemente stati dell’emittente. In questo senso la lingua è indipendente dalla situazione immediata e dalle sue costrizioni /dai suoi stimoli.
Trasmissibilità culturale: la lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società e cultura. Le convenzioni che costituiscono il codice di una determinata lingua passano da una generazione all’altra per insegnamento/apprendimento spontaneo, non attraverso informazioni genetiche, ereditarie. Questo non vuol dire che il linguaggio verbale umano sia un fatto unicamente culturale. Al contrario, la componente innata è molto importante nel linguaggio verbale.
Complessità sintattica: i messaggi linguistici, a differenza dei messaggi di altri codici naturali, possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale; i rapporti fra gli elementi o parti del segno, danno luogo a una fitta trama plurima, percepibile nella sintassi del messaggio. Questa proprietà si può chiamare complessità sintattica.
Equivocità: la lingua è un codice tipicamente equivoco. È equivoco un codice che pone corrispondenze non biunivoche, ma plurivoche fra gli elementi di una lista e quelli della lista a questa associata.
A un unico significante possono corrispondere più significati (omonimia, polisemia), come il termine “carica” inteso come “mansione, funzione, ufficio”, “quantitativo di energia”…e ad un significato possono corrispondere più significanti (sinonimia) come “parte anteriore della testa” = “faccia, viso, volto”.
L’equivocità non costituisce un difetto o uno svantaggio ma un pregio. L’equivocità del codice lingua, contribuisce a consentire l’eccezionale flessibilità dello strumento linguistico e la sua adattabilità ad esprimere contenuti ed esperienze nuove.
Lingua solo umana? La facoltà verbale, di esprimersi attraverso sistemi comunicativi come le lingue, è specie-specifica dell’uomo ed è maturata come tale nel corso dell’evoluzione. Solo l’uomo ha le precondizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale:
- Adeguato volume del cervello
- Conformazione del canale fonatorio a due canne
La prima condizione rende possibile la memorizzazione, l’elaborazione e la processazione di un sistema così anche neurologicamente complesso quale il linguaggio; la seconda consente le sottili distinzioni articolatorie nelle produzione fonetica necessarie per la comunicazione verbale.
La zoosemiotica (settore che si occupa della comunicazione animale), ha accumulato una vasta serie di studi sui sistemi e i modi di comunicazione utilizzati da diverse specie animali (formiche, danze api), ma in nessuno si sono riscontrate tutte o anche solo una parte delel proprietà che ritroviamo nella lingua. La capacità acquisite da scimpanzé dopo anni di addestramento, risultano ridotte se confrontate con le capacità di un bambino di 3 anni. Nei casi migliori, gli scimpanzé arrivano a maneggiare un centinaio di segni e a formare un repertorio limitato di combinazioni di 3-4 segni con struttura molto semplice. Il loro comportamento sarebbe privo di intenzionalità comunicativa, e consisterebbe nella messa in opera di imitazione, un esercizio appreso più per ottenere una ricompensa che un reale comportamento linguistico.
A tutt’oggi sembra che ci siano più argomenti per dare ragione a Noam Chomsky, il più noto linguista contemporaneo, quando sostiene che il linguaggio è una capacità innata ed esclusiva della specie umana.
Definizione di lingua e principi generali per la sua analisi: la lingua è un codice che organizza un sistema di segni del significante fonico-acustico, arbitrari ad ogni loro livello e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi. Sono note le 3 dicotomie di Saussure:
1) Sincronia/Diacronia: i termini di sincronia e diacronia si impiegano per indicare due diverse condizioni con le quali si può guardare alle lingue e ai fatti linguistici in relazione all’asse del tempo. Per diacronia si intende la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua lungo lo sviluppo temporale, nella loro evoluzione storica. Per sincronia si intende invece la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua facendo un “taglio” sull’asse del tempo, e guardando a come essi si presentano in un determinato momento agli occhi e all’esperienza dell’osservatore.
2) Sistema astratto/Realizzazione concreta: la distinzione si è ripresentata, nella linguistica moderna, secondo 3 terminologie principali:
-langue/parole (uno dei cardini del pensiero di Ferdinand de Saussure)
-sistema/uso
-competenza/esecuzione
col primo termine di tutte e tre le coppie si intende l’insieme di conoscenze mentali, di regole interiorizzate insite nel codice lingua, che costituiscono la nostra capacità di produrre messaggi in una certa lingua e sono possedute come sapere astratto in ugual misura da tutti i membri di una comunità linguistica. Col secondo termine si intende invece l’atto linguistico individuale, vale a dire la realizzazione concreta. La parole, ossia l’uso e l’esecuzione, per essere messi in opera richiedono l’esistenza di langue, sistema o competenza.
Langue à astratto, sociale e costante
Parole à concreto, individuale e mutevole.
3) Asse paradigmatico/Asse sintagmatico: l’asse paradigmatico riguarda il processo mentre l’asse sintagmatico riguarda il sistema. Nella frase“il cane abbaia”, “cane”, ha un rapporto sintagmatico con “il” e “abbaia” che lo precedono e lo seguono. Gli elementi del messaggio hanno dei rapporti sintagmatici tra loro.
Cap. 3°
FONETICA E FONOLOGIA
Fonetica: occorre rendersi conto di come sono fatti fisicamente i suoni di cui le lingue si servono. La parte della linguistica che si occupa di questo compito è la fonetica (dal greco phoné “voce, suono”). La fonetica si divide in 3 campi principali:
- Fonetica articolatoria: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono articolati, cioè prodotti dall’apparato fonatorio umano.
- Fonetica acustica: che applicando i principi dell’acustica, studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica, in quanto onde sonore che si propagano in un mezzo
- Fonetica uditiva: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dall’apparato uditivo umano.
Apparato fonatorio e meccanismo di fonazione: l’apparato fonatorio è l’insieme degli organi e delle strutture anatomiche che l’uomo utilizza per parlare.
I suoni del linguaggio vengono prodotti mediante l’espirazione, quindi con un flusso di aria regressivo: l’aria attraverso i bronchi e la trachea, raggiunge la laringe dove incontra le corde vocali. Quest’ultime, che durante la normale respirazione silente restano separate e rilassate, nella fonazione, possono contrarsi e tendersi avvicinandosi o accostandosi l’una all’altra. Cicli rapidissimi di chiusure e aperture delle corde vocali costituiscono le vibrazioni delle corde vocali. Il flusso d’aria passa poi nella faringe e da questa nella cavità boccale. Nella parte superiore della faringe, la parte posteriore del palato (velo), da cui pende l’ugola, può a questo punto lasciare aperto o chiudere il passaggio che mette in comunicazione la faringe con la cavità nasale.
Nella cavità orale, svolgono una funzione importante nella fonazione alcuni organi mobili o fissi:
-la lingua in cui si distinguono una radice, un dorso e un apice;
-il palato, in cui occorre considerare separatamente il velo e gli alveoli, cioè la zona immediatamente retrostante ai denti;
-i denti;
-le labbra;
-anche la cavità nasale può partecipare al meccanismo di fonazione.
In ciascuno dei punti compresi tra la glottide e le labbra al flusso di aria espiratoria può essere frapposto un ostacolo al passaggio, ottenendo così rumori che costituiscono i suoni del linguaggio. Il luogo in cui viene articolato un suono costituisce un primo parametro fondamentale per la classificazione e identificazione dei suoni del linguaggio; un secondo parametro fondamentale è dato dal modo di articolazione, e cioè dal restringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o no al passaggio del flusso d’aria. Un terzo parametro è dato dal contributo della mobilità di singoli organi (corde vocali, lingua, velo e ugola, labbra), all’articolazione sei suoni.
In base al modo di articolazione abbiamo una prima grande opposizione fra i suoni del linguaggio; quella fra suoni prodotti senza la frapposizione di alcun ostacolo al flusso d’aria fra la glottide e il termine del percorso (suoni vocalici), e suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo parziale o totale al passaggio dell’aria in qualche punto del percorso (suoni consonantici).
I suoni prodotti con la concomitante vibrazione delle corde vocali sono detti “sonori”. Le vocali sono normalmente tutte sonore, le consonanti possono essere sia sonore che sorde.
Consonanti – Modo di articolazione: le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vi è frapposizione di un ostacolo al passaggio d’aria. A seconda che questo ostacolo sia completo o parziale, si riconoscono due grandi classi di consonanti:
-consonanti occlusive à ostacolo completo
-consonanti fricative à ostacolo parziale
esistono suoni consonantici la cui articolazione inizia come un’occlusiva e termina come una fricativa, si tratta di consonanti “composte”, costituite da due fasi che vengono chiamate consonanti affricate.
Abbiamo consonanti laterali quando l’aria passa solo ai due lati della lingua, e consonanti vibranti quando vibranti quando la lingua vibra mediante rapidi contatti intermittenti con un altro organo articolatorio. Abbiamo consonanti nasali quando vi è passaggio dell’aria anche attraverso la cavità nasale.
Luogo di articolazione: le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate. Partendo dal tratto terminale del canale, abbiamo:
-consonanti bilabiali à prodotte dalle labbra o tra le labbra
-consonanti labiodentali à prodotte fra le labbra e i denti anteriori
-consonanti dentali à prodotte a livello dei denti
-consonanti palatali à prodotte dalla lingua contro o vicino al palato
-consonanti velari à prodotte dalla lingua contro o vicino al velo
-consonanti uvulari à prodotte dalla lingua contro o vicino all’ugola
-consonanti faringali à prodotte fra la base della radice della lingua e la parte posteriore della faringe
-consonanti glottidali à prodotte direttamente nella glottide, a livello delle corde vocali
Vocali: le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al flusso dell’aria nel canale orale. Le diverse vocali non sono quindi caratterizzate dal modo di articolazione né dagli organi che partecipano allo loro realizzazione, ma dalle diverse conformazioni che assume la cavità orale a seconda delle posizioni che assumono gli organi mobili, in particolare la lingua.
Per classificare i suoni vocalici occorre far riferimento alla posizione della lingua, e precisamente al suo grado di:
-avanzamento o arretramento à le vocali possono essere anteriori, posteriori o centrali
-innalzamento o abbassamento à le vocali possono essere alte, medie o basse.
La posizione in cui vengono articolate le vocali secondo il duplice asse orizzontale e verticale, può essere rappresentata dallo schema detto “trapezio vocalico”.
Un altro parametro importante nella classificazione dei suoni vocalici, è la posizione delle labbra durante l’articolazione. Le labbra possono trovarsi:
-distese formanti una fessura à vocali non arrotondate
-tese o protruse sporgendo in avanti a dando luogo ad un arrotondamento à vocali arrotondate
Semivocali: vi sono suoni con modi di articolazione intermedio fra vocali e consonanti fricative, e quindi prodotte con un semplice inizio di restringimento del canale orale, cioè la frapposizione di un ostacolo appena percettibile al flusso dell’aria. Si tratta di suoni assai vicini alle vocali, di cui condividono la localizzazione articolatoria, e vengono chiamati “semivocali”.
Trascrizione fonetica: nei sistemi alfabetici tipici delle lingue europee ogni singolo suono viene resa in linea di principio da un particolare simbolo grafico. Le grafie alfabetiche formatesi per convenzione e accumulo di abitudini non sono univoche e coerenti. Non c’è rapporto biunivoco tra suoni e unità grafiche (grafemi, cioè le lettere dell’alfabeto): allo stesso singolo suono possono corrispondere più grafemi differenti e viceversa uno stesso grafema può rendere suoni diversi.
Per ovviare alle incongruenze delle grafie tradizionali ed avere uno strumento di rappresentazione grafica sei suoni del linguaggio, valido per tutte le lingue, che riproduca scientificamente la realtà fonica, i linguisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica, in cui c’è corrispondenza biunivoca fra suoni rappresentati e segni grafici che li rappresentano. Lo strumento più diffuso è l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA, API). Una parte dei grafemi IPA corrisponde a quelli dell’alfabeto latino, usati nella grafia normale dell’italiano, ma molti altri grafemi hanno una forma speciale. La trascrizione fonetica si pone fra parentesi quadre [ ]. L’accento nella trascrizione IPA è identificato con un apice ‘ posto prima della sillaba su cui esso cade.
Consonanti:
OCCLUSIVE:
-Bilabiali: p sorda, come in Pollo, b sonora come in Bocca
-Dentali: t come in Topo, d come in Dito
-Velari: k come in Cane, g come in Gatto
-Uvulari: q sorda come in arabo IraQ
FRICATIVE:
-Bilabiali: p sorda come nella pronuncia fiorentina di “tiPo”, b sonora come in spagnolo “caBeza”
-Labiodentali: f come in Filo, v come in Vino
-Dentali: th come in inglese “THink”, “THat”
-Palatali: s come in Sci, j come in francese “Jour”
-Velari: x come in tedesco “buCH”, o spagnolo “hiJo”
-Uvulari: R come in francese “JouR”
-Glottidali: h sorda come in inglese Have, in tedesco Haben e nella pronuncia fiorentina di parole come poCo
AFFRICATE:
-Labiodentali: pf sorda come in tedesco aPFel
-Dentali: ts come in paZZo, dz come in Zona
-Palatali: c come in Cibo, g come in Gelo
NASALI:
-Bilabiale: m come in Mano
-Labiodentale: n come in iNvito
-Dentale: n come in Nave
-Palatale: n come in Gnocco
-Velare: n come in faNgo
LATERALI:
-Dentale: l come in Lana
-Palatale: gl come in Gli
VIBRANTI:
-Dentale: R come in Riva
-Uvulare: R come in francese Rose, in tedesco Rot (rosso)
Vocali e semivocali:
ANTERIORI (non arrotondate):
-Semivocale: i come in pIano
-Vocali: i come in vIno
CENTRALI:
-Medio-alta: e come in francese jE o in inglese thE
POSTERIORI:
-Semivocale: w come in Uomo
-Vocali: u alta come in mUro
Fonologia: ogni suono producibile dall’apparato fonatorio rappresenta un potenziale suono del linguaggio, che chiamiamo ora “fono”. Un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio. Quando i foni hanno valore distintivo, cioè si oppongono sistematicamente ad altri foni nel distinguere e formare le parole, si dice che funzionano da fonemi. I foni sono le unità minime della fonetica; i fonemi sono le unità minime della fonologia/fonematica. La fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico.
La parola “mare” è costituita da 4 foni diversi in successione; posso pronunciare ognuno dei foni costitutivi della parola in modi diversi ma la parola rimarrà sempre “mare”.
Ciascuno dei 4 foni distingue/oppone la parola in considerazione da altre parole: “m” oppone “mare” a “pare”, “care”..
La parola “mare” è quindi formata dai 4 fonemi /m/a/r/e/.
Fonema è dunque l’unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico. Un fonema è una classe astratta di foni, dotata di valore distintivo, cioè tale da opporre una parola ad un’altra una data lingua.
Foni diversi che costituiscono realizzazioni foneticamente diverse, ma prive di valore distintivo, di uno stesso fonema si chiamano allofoni di un fonema: in italiano per [r] – [R] (r moscia ululare cioè moscia), sono due allofoni dello stesso fonema, dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a parole diverse.
Una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione forma una coppia minima, che identifica sempre due fonemi. “mare”, “care” “pare” sono coppie minime.
Fonemi e tratti distintivi: i fonemi sono unità minime di seconda articolazione, e non sono ulteriormente scomponibili; non è possibile scomporre un fonema /t/ in due pezzi più piccoli.
Il fonema non è un segno perché privo di significato, ma i fonemi si possono però analizzare sulla base delle caratteristiche articolatorie che li contrassegnano: potremmo identificare /t/ come “occlussiva dentale sorda”, /d/ come “occlusiva dentale sonora”. Le caratteristiche articolatorie diventano tratti distintivi, che permettono di analizzare i fonemi in maniera economica.
Un fonema, si può ulteriormente definire come costituito a un fascio di tratti fonetici distintivi che si realizzano in simultaneità. La teoria dei tratti distintivi è stata sviluppata in fonologia. In linguistica si è giunti a formulare un certo numero chiuso e limitato di tratti che permetterebbero di dar conto di tutti i fonemi attestati e possibili nelle lingue del mondo.
I fonemi dell’italiano: non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi. Gli inventari fonematic delle diverse lingue del mondo sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi. L’italinoa standard ha 30 fonemi. L’inventario fonematic dell’italiano è connesso con numerosi problemi: per trascrivere foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata (fonia), e non sulla grafia, che spesso può essere fuorviante.
È problematico lo statuto delle consonanti lunghe o doppie se accettiamo per esempio “cane” vs “canne” che costituiscono una coppia minima.
Nella pronuncia dell’italiano esistono molte differenze regionali. Le opposizioni fra /s/ - /z/, fra /ts/ - /dz/, fra /j/ - /i/, fra /w/ - /u/. nell’italiano del settentrione la fricativa dentale è sempre realizzata sonora in posizione intervocalica, quindi [kieze] vale “chiese” nel caso di “edifici di culto” che nel caso di “domandò”; mentre in toscano si distingue fra [kieze] con la sonora nel caso di edifici di culto e [kiese] con la sorda nel caso di domandò. Al nord casa si pronuncia [kaza] con S sonora, ma al centro sud [kasa] con S sorda.
È problematica l’opposizione fra vocali medio-alte e vocali medio-basse; è tipica della varietà tosco-romana in italiano ma è ignota nelle altre varietà regionali. Quindi avremo /’peska/ “azione di pescare” vs. /’pEska/ “frutto”.
Sillabe: sono le minime combinazioni di fonemi che funzionino come unità pronunciabili. Una sillaba è costruita attorno a una vocale: una consonante o una semivocale ha sempre bisogno di appoggiarsi a una vocale che costituisce il perno/apice della sillaba. Ogni sillaba è formata da almeno una e solo una vocale è da un certo numero di consonanti. Esistono condizioni sulla distribuzione delle consonanti all’interno della sillaba. In ogni lingua ci sono strutture sillabiche canoniche cioè preferenziali. In italiano la struttura canonica, utilizzando V per indicare la vocale e C per indicare la consonante:
-CV come in “ma-no”
-V come in “a-pe”
-VC come in “al-to”
-CCCV come in “stra-no”
Il dittongo è una combinazione di fonemi interessanti, in quanto è la combinazione di una semivocale e di una vocale come in “aiuto”, “”pieno”; il trittongo prevede la combinazione di due semivocali e una vocale come in “aiuola”, “miei”.
Fatti prosodici/soprasegmentali: vi è una serie di fenomeni fonetici e fonologici che riguardano non i singoli segmenti, ma la catena parlata nella successione lineare. I fondamentali fra di essi sono l’accento, il tono, l’intonazione e la lunghezza o durata relativa.
Accento: è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba. In italiano l’accento è dinamico o intensivo, cioè la sillaba tonica è tale grazie a un aumento del volume della voce, in altre lingue l’accento è musicale, connesso all’altezza della sillaba.
La posizione dell’accento all’interno di una parola, può essere libera o fissa. In certe lingue è fissa come in francese, dove l’accento cade sempre sull’ultima sillaba.
In altre lingue la posizione è libera e l’accento può cadere su una qualunque delle sillabe della parola.
In italiano l’accento è libero, può trovarsi sul:
-ultima sillaba come in “qualità” à parola tronca
-penultima sillaba come in “piacere” à parola piana
-terzultima sillaba come in “camera” à parola sdrucciola
-quartultima sillaba come in “capitano” (3° persona plurale del verbo capitare) à parola bisdrucciola
In italiano l’accento interviene a differenziare parole diverse a seconda della sua posizione. Es “càpitano” (3° persona plurale del verbo capitare) vs. “capitàno” (nome), vs. “capitanò” (3° persona singolare del passato remoto di capitanare).
Tono e intonazione: i fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con sui le sillabe sono pronunciate e la curva melodica a cui la loro successione da luogo. Tono è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba. In molte lingue tonali il tono può avere valore distintivo come nel cinese mandarino in cui [ma] con tono alto e costante è la parola per “mamma” mentre con tono basso discendente-acendente vale come “cavallo”.
L’intonazione è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase o un intero gruppo tonale. In molte lingue l’intonazione distingue il valore pragmatico di un enunciato cioè permette di capire se si tratta di un’affermazione, di una domanda, di un ordine o di un esclamazione.
Lunghezza/durata/quantità: riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti. Ogni fono può essere breve o lungo. La lunghezza delle vocali o delle consonanti può avere valore distintivo. In italiano non ha funzione distintiva e meno che non prendiamo in considerazione le consonanti doppie come “cane” vs. “canne”.
Per le vocali la durata in italiano non è pertinente. In molte lingue la durata vocalica funziona da tratto pertinente. In latino classico dove “malum” con al “a” breve è “male, malanno” mentre con la “a” lunga è “mela”.
Cap. 4°
MORFOLOGIA
Morfemi: morfologia viene dal greco (morphè “forma” + logìa “studio”, da logos “discorso”). L’ambito d’azione della morfologia è la forma o meglio la struttura della parola.
Definiamo parola la minima combinazione di morfemi costruita attorno a una base lessicale, che funziona come entità autonoma della lingua.
Criteri che identificano la parola:
-all’interno della parola l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido/fisso à gatto (gatt-o) ma non ogatt (o-gatt)
-i confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso
-la parola è di solito separata/separabile nella scrittura
-foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta
se proviamo a scomporre parole in pezzi più piccoli di prima articolazione, troviamo i morfemi. “Dentale” viene scomposto in 3 pezzi dent- (con significato di organo della masticazione), -al (con significato di aggettivo relativo al), -e (con significato di singolare).
Ciascuno dei 3 morfemi può essere una componente di altre parole; Ritroviamo infatti:
-Dent- in dente, dentario, dentista…
-Al che è un morfema che serve a ricavare aggettivi partendo da nomi, in stradale, globale…
-E che è un morfema che in italiano esprime il numero ed il genere si ritrova in gentile, abile, mente…
Morfema è l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio e riusabile come tale.
Il significato di una parola è dato dalla somma dei significati dei singoli morfemi che la compongono.
In morfologia c’è la distinzione tra morfema, morfo e allomorfo:
-morfema: unità pertinente a livello di sistema
-morfo: è il significante del morfema, la sua forma
-allomorfo: realizza lo stesso significato di un morfo con la stessa funzione ma con diversi significanti/forme. L'allomorfo è quindi una variante formale di un morfema ed una variante di un morfo. Ad esempio, è allomorfo il suffisso "ven-", e può avere diversi morfi (do, go, ale, ecc.), dando vita a "ven-do", ven-go", ven-ale", ecc.
il morfema lessicale col significato “spostarsi avvicinandosi verso un luogo determinato” che troviamo nel verbo “venire”, appare in italiano nelle 5 forme:
-ven- (venire, venuto, veniamo, veniva…)
-venn- (venni, venne)
-veng- (vengo, venga)
-vien- (vieni, viene)
ver- (verrò, verrebbe)
Ciascuna di esse è un allomorfo dello stesso morfema. Il morfema ven- di venire ha 4 allomorfi.
L’italiano è una lingua molto ricca di fenomeni di allomorfia.
Tipi di morfemi:
Esistono due punti di vista principali per individuare differenti tipi di morfemi:
- CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE: la prima distinzione da fare è tra morfemi lessicali e grammaticali: i morfemi grammaticali a loro volta si suddividono in morfemi derivazionali e flessionali. I morfemi lessicali stanno nel lessico, nel vocabolario e costituiscono una classe aperta arricchibile di nuovi elementi. I morfemi grammaticali stanno nella grammatica e costituiscono una classe chiusa.
La derivazione da luogo a parole regolandone i processi di formazione e la flessione che da luogo a forme di una parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi, costituiscono i due grandi ambiti della morfologia.
- CLASSIFICAZIONE POSIZIONALE: i morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono rispetto al morfema lessicale o radice, che costituisce la testa della parola. I morfemi grammaticali possono essere chiamati affissi (un affisso è ogni morfema che si combina con una radice). Esistono diversi tipi di affissi, che nella struttura della parola, i prefissi stanno prima della radice; i suffissi stanno dopo la radice;
Vi sono però nelle lingue del mondo, altri tipi di affissi; abbiamo degli infissi che sono inseriti dentro alla radice. Un altro tipo di morfemi sono i circonfissi che sono formati da 2 parti, una che sta prima della radice e una dopo. In alcune lingue esistono degli affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice, sono i morfemi a pettine ossia i trafissi.
Formazione delle parole: i morfemi derivazionali svolgono l’importante funzione di permettere la formazione di un numero infinito di parole a partire da una certa base lessicale.
In italiano il più importante e produttivo dei procedimenti di formazione di parola è comunque la suffissazione. Fra i suffissi derivazionali più comuni ricordiamo:
-zion (-azion, -izion, -uzion)
-ment (-iment, - ument-)
…
è peraltro in italiano assai produttiva la prefissazione. Fra i prefissi più comuni vanno ricordati:
-in (in+legale = illegale)
-s (sleale)
…
Flessione e categorie grammaticali: fra le categorie grammaticali vi sono quelle più propriamente flessionali che riguardano il livello dei morfemi stessi: ogni categoria è l’insieme dei valori che può assumere una determinata dimensione semantica. Le categorie flessionali si distinguono in due grandi categorie:
-quelle che operano sui nomi
-quelle che operano sui verbi
In lingue come l’italiano la morfologia nominale ha come categorie fondamentali il genere e il numero.
Un’altra categoria flessionale importante per i nominali è il caso che mette in relazione le forma della parola con il ruolo sintattico che essa ricopre nella frase. Il tedesco ha 4 casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo).
In molte lingue gli aggettivi possono essere marcati per grado: comparativo, superlativo. L’italiano affida alla flessione soltanto l’espressione del superlativo.
La morfologia verbale ha come sue categorie flessionali principali:
-il modo cioè la modalità nella quale il parlante si pone nei confronti del contenuto di quanto vien detto (indicativo che indica certezza rispetto a quanto viene affermato, condizionale che indica incertezza.)
-il tempo che colloca nel tempo assoluto e relativo quanto viene detto (presente, futuro..)
-l’aspetto che riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati l’azione o l’evento
-la diatesi/voce che esprime il rapporto in cui viene vista l’azione rispetto al soggetto
-la persona che indica chi compie l’azione
Categorie grammaticali a livello di parola, che classificano le parole raggruppandole in classi a seconda della natura del loro significato sono le classi di parole/parti del discorso; 9 secondo la grammatica tradizionale (nome/sostantivo, aggettivo, verbo, pronome, articolo, preposizione, congiunzione, avverbio, interiezione).
Mentre le categorie grammaticali sono definibili sull’asse paradigmatico, considerando le parole in isolamento, altre importanti categorie grammaticali si individuano sull’asse sintagmatico, cioè considerando le parole nel loro rapporto con le altre parole di uno stesso messaggio. Queste categorie sono le funzioni sintattiche, cioè le nozioni definibili dall’analisi logica (soggetto, predicato, oggetto, complemento di termine, complemento di specificazione, complemento di luogo…).
Capitolo 5
Sintassi
La SINTASSI si occupa della struttura delle frasi, cioè come si combinano tra loro le parole e come sono organizzate in frasi.
La FRASE è l’entità linguistica che funziona da unità e che costituisce
un messaggio autonomo nella comunicazione e contiene una predicazione; in genere ogni verbo autonomo coincide con una frase ci sono, però frasi senza verbo dette FRASI NOMINALI.
Il principio per l’analisi delle frasi è basato sulla segmentazione.
Il SINTAGMA è la minima combinazione di parole (costituita da almeno una parola) che funzioni come un’unità della struttura della frase.
I sintagmi sono costituiti attorno a una testa, da cui prendono il nome: testa è la classe di parole che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire sintagma.
Il SINTAGMA NOMINALE un sintagma costruito attorno a un nome.
Esistono tre tipi di principi che intervengono per determinare il funzionamento della sintassi:
- La prima classe è interna alla sintassi e si tratta della FUNZIONI SINTATTICHE e riguardano il ruolo che i sintagmi assumono nella struttura sintattica sequenziale della frase.
SOGGETTO: definito tradizionalmente “da chi fa l’azione”;
PREDICATO VERBALE: definito tradizionalmente “ l’azione”;
OGGETTO: definito tradizionalmente “chi subisce l’azione”;
Sono tre funzioni sintattiche fondamentali.
- Il secondo ordine dei principi che intervengono nella costruzione di una
frase è dato dai PRINCIPI SEMANTICI, che concernono il modo in cui il referente di ogni sintagma contribuisce e partecipa all’evento rappresentato dalla frase. Per individuare i RUOLI SEMANTICI occorre guardare la frase come rappresentazione di una scena o eventi, in cui diversi elementi presenti hanno una certa relazione gli uni con gli altri in termini di che cosa succede nella scena.
Categorie che vengono usate per designare i ruoli semantici sono :
AGENTE (parte attiva), PAZIENTE (subisce), SPERIMENTATORE (entità toccata da un certo processo psicologico), BENEFICIARIO ( entità a vantaggio della quale va a ricadere quanto succede nell’avvenimento), STRUMENTO (entità inanimata mediante la quale avviene ciò che accade), DESTINAZIONE (entità che costituisce l’obiettivo).
- Il terzo ordine è l’ORGANIZZAZIONE PRAGMATICO - INFORMATIVA,
una frase può essere vista come un’affermazione fatta attorno a qualche cosa. Di qui un’importante distinzione fra la parte della frase che identifica e quella che isola, cioè fra TEMA E REMA : il TEMA è ciò su cui si fa un’affermazione, il REMA è l’informazione che viene fornita a proposito del tema. Un’opposizione considerata sinonimica a tema/rema è quella fra DATO e NUOVO : DATO è l’elemento della frase da considerare noto o perché precedentemente introdotto nel discorso o perché fecente parte delle conoscenze condivise, NUOVO è l’elemento portato come informazione non nota.
Le lingue possiedono dispositivi per separare le tre nozioni e mutare o invertire l’ordine dei costituenti per esempio le DISLOCAZIONI A SINISTRA può portare a tema l’oggetto e a rema il soggetto.
Un’altra funzione importante è quella del FOCUS e con esso si intende il punto di maggior salienza comunicativa della frase, l’elemento su cui si concentra maggiormente l’interesse del parlante e che fornisce la massima quantità di informazione nuova.
Nella linguistica è presente una teoria particolare dello studio della sintassi la GRAMMATICA GENERATIVA : è una grammatica che intende predire in maniera esplicita le frasi possibili di una lingua. ‘Generativa’ riguarda il senso logico – matematico del verbo generare; essa è costituita da un lessico e da delle regole che governano i diversi aspetti della grammatica. REGOLE intese come istruzioni da applicare nella generazione di un determinato prodotto. Le regole sono spesso regole di RISCRITTURA a struttura sintagmatica. Le regole possono essere ricorsive, quando nell’uscita della regola è contenuto un simbolo di categoria che rappresenta l’entrata della regola (es. SN -> SN + SPrep) ; le regole ricorsive rendono molto potente la grammatica, consentono di formare elementi inseriti gli uni dentro gli altri, frasi dentro frasi, sintagmi dentro sintagmi.
Le regole che contengono una barra obliqua sono REGOLE CONTESTUALI, la linea orizzontale indica il contesto locale, cioè la posizione in cui sta la categoria interessata dalla regola, le specificazioni contenute prima e/o dopo della linea indicano la caratteristiche o proprietà che devono avere gli elementi che stanno prima e/o dopo tale posizione perché la regola si possa applicare.
Le frasi spesso non vengono realizzate come unità isolate, ma si combinano in sequenze strutturate anche lunghe, frasi complesse: la SINTASSI DEL PERIODO è ulteriore importante sottolivello di analisi del sistema linguistico. Vi sono principi che regolano il modo in cui il sistema linguistico organizza le combinazioni di frasi, e parole. La COORDINAZIONE si ha quando le diverse frasi vengono accostate l’una all’altra senza che si ponga tra di esse un rapporto di dipendenza (sono tutte allo stesso livello), si ha SUBORDINAZIONE quando vi è un rapporto di dipendenza tra le frasi , in quanto una frase si presente come gerarchicamente inferiore ad un’altra.
Le frasi subordinate si possono distinguere in tre principali categorie: AVVERBIALI, COMPLETIVE e RELATIVE. Le frasi avverbiali sono frasi subordinate che modificano l’intera frase da cui dipendono (es. esco, benché piove; mentre Luigi mangia le fragole, Carla gioca a ramino). Le completive sono subordinate che costituiscono un costituente nominale maggiore (cioè il soggetto o l’oggetto, o anche il predicato nominale o l’oggetto indiretto) della frase (es. sembra che faccia bel tempo; Giorgio dice che Chomsky ha ragione; penso a come risolvere il problema. Le relative sono frasi subordinate che modificano un costituente nominale della frase (es. non ho più visto lo studente a cui ho dato il libro).
Al di sopra dell’unità frase bisogna riconoscere un altro livello : il livello dei TESTI. Un teso è definibile come una combinazione di frasi più il CONTESTO in cui essa funziona da unità comunicativa. Per CONTESTO si deve intendere sia il contesto linguistico, sia il contesto extralinguistico, la situazione specifica in cui la combinazione di frasi è prodotta.
La LINGUISTICA TESTUALE presenta elementi appartenenti alla struttura sintattica di una frase il cui comportamento non è spiegabile né descrivibile se non uscendo dalla sintassi della frase e facendo riferimento al contesto. Un caso di questo genere è solitamente la PRONIMIZZAZIONE cioè l’impiego e il comportamento dei pronomi, in particolare i pronomi cosiddetti personali.
La presenza di elementi per la cui interpretazione è necessario far riferimento al contesto linguistico precedente, si chiamano ANAFORE. Le anafore individuano elementi che rimandano a un identico oggetto.
Con il termine DEISSI si designa la proprietà di una parte dei segni linguistici di indicare cose o elementi presenti nella situazione extralinguistica, e nello spazio e nel tempo in cui essa si situa.
Un altro fenomeno è l’ELLESSI che consiste nella mancanza od omissione, in una frase, di elementi che sarebbero indispensabili per dare luogo a una struttura frasale completa.
I SEGNALI DISCORSIVI sono elementi estranei alla strutturazione frasale che svolgono il compito di esplicitare l’articolazione interna del discorso ,come anzitutto, allora, senti, così, no?, insomma , infine……
Capitolo 6
Semantica
La LINGUISTICA è la parte della linguistica che si occupa del significato.
Non abbiamo una definizione specifica per ‘significato’, ma esistono due modi per concepirlo:
- una concezione REFERENZIALE del significato: il significato è visto come un concetto, un’immagine, un’idea corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua;
- concezione OPERAZIONALE del significato, secondo cui esso è funzione dell’uso che si fa dei segni, ovvero ciò che accomuna i contesti d’impegno di un segno.
Potremmo dare una definizione di significato come l’informazione veicolata da un segno o elemento linguistico.
Il SIGNIFICATO DENOTATIVO corrisponde al valore di identificazione di un elemento della realtà esterna.
Il SIGNIFICATO CONNOTATIVO è il significato connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso da luogo.
Il SIGNIFICATO LINGUISTICO è la somma del significato denotativo più quello connotativo di un segno.
Il SIGNIFICATO SOCIALE è il significato che un segno ha in relazione ai rapporti fra i parlanti ( es. buongiorno ha come significato linguistico ‘ auguro una buona giornata ’ ma come significato sociale ‘ riconosco colui a cui indirizzo il saluto come persona ‘).
Il SIGNIFICATO LESSICALE i termini che rappresentano ‘oggetti’, entità o concetti della realtà esterna.
IL SIGNIFICATO GRAMMATICALE i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema linguistico.
Il significato vero e proprio fa parte della lingua ed è codificato da categorizzazioni nel sistema e non va confuso con la conoscenza del mondo esterno che noi abbiamo in quanto esseri viventi in un determinato ambiente.
L’INTENSIONE e ESTENSIONE, termini della logica, valgono rispettivamente ‘ l ‘insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da un termine ‘ e ‘ l ‘insieme degli individui (oggetti) a cui il termine si può applicare ’ (es. l’ intensione di cane è l’insieme di proprietà che costituiscono la ‘caninità’ , l’ estensione è data da tutti i membri della classe deicani.
Il LESSEMA corrisponde a una parola considerata dal punto di vista del significato, studiare il lessema di rivoluzione significa studiare i significanti di rivoluzione.
L’insieme dei lessemi di una lingua costituiscono il LESSICO, che è un’insieme aperto, molto numeroso ed eterogeneo di lessemi che non hanno alcun rapporto semantico gli uni con gli altri.
L’ OMONIMIA sono i lessemi che hanno lo stesso significante ma a cui corrispondono significati diversi, non imparentati tra loro e non derivabili l’uno dall’altro ( es. riso l’atto di ridere e riso un cereale ).
Se i diversi significati associati a uno stesso significante sono imparentati fra loro e derivati l’uno dall’altro abbiamo invece POLISEMIA ( es. corno protuberanza del capo di molti animali/ strumento musicale a fiato / cima aguzza di una montagna).
Vi sono poi rapporti basati sulla compatibilità o somiglianza semantica fra lessemi, il primo di questi è la SINONIMIA, indica lessemi diversi aventi lo stesso significato (es. urlare/gridare, pietra/sasso).
Un altro importante rapporto di somiglianza semantica è l’IPONIMIA, si tratta di una relazione di inclusione semantica, il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e generico rappresentato da un altro lessema.
Esistono rapporti di compatibilità semantica sull’asse sintagmatico. Uno di questi è la SOLIDARIETA’ SEMANTICA basata sulla collocazione preferenziale di un lessema rispetto ad un altro, nel senso che la selezione di un termine è dipendente dell’altro (es. nitrire/cavallo, miagolare/gatto).
Fra i rapporti di incompatibilità semantica va menzionato l’ANTONIMIA, ovvero due lessemi di significato contrario (es. alto/basso, buono/cattivo).
Altre due relazioni di incompatibilità sono COMPLEMENTARIETA’ e INVERSIONE: sono complementari due lessemi di due uno è la negazione dell’altro (es. vivo/morto, maschio/femmina), sono inversi due lessemi che esprimono la stessa relazione semantica vista da due direzioni opposte (es. dare/ricevere, comprare/vendere).
E’ possibile individuare SOTTOINSIEMI LESSICALI, insieme che costituiscano gruppi organizzati di parole, uniti da rapporti di significato. Il CAMPO SEMANTICO che è l’insieme dei lessemi che hanno tutti uno stesso iperonomio immediato, il quale non necessariamente deve essere rappresentato da una parola unica ( es. aggettivi di età giovane, vecchio, nuovo, antico, recente…..).
L a SFERA SEMANTICA è l’insieme di lessemi che abbiano in comune il riferimento a un certo spazio semantico (es. l’insieme delle parole della moda).
Un FAMIGLIA SEMANTICA è l’insieme di lessemi imparentati nel significato e nel significante, ovvero le parole derivate da una stessa radice lessicale.
Una GERARCHIA SEMANTICA è costituita invece da un insieme in cui ogni termine è una parte determinata di un termine che nell’insieme lo segue (es. i nomi delle unità di misura del tempo secondo , minuto, ora, giorno…).
Tutti i generi di rapporti che abbiamo preso qui in considerazione valgono per il significato linguistico proprio, primario, dei termini. Molti lessemi sono suscettibili da assumere significati traslati e il processo su cui si basano tali spostamenti si significato sono noti come METAFORA fondata sulla somiglianza concettuale o connotativi ( coniglio persona molto paurosa) o METONIAMIA fondata sulla contiguità concettuale.
Uno dei metodi per l’analisi del significato è l’ANALISI COMPONENZIALE il principio su cui si basa tale metodo è del tutto simile alla scomposizione dei numeri in fattori primi in algebra, si tratta infatti di scomporre il significato dei lessemi comparando i lessemi gli uni con gli altri e cercando di cogliere in che cosa differisce il loro rispettivo significato, in pezzi o unità di significato più piccoli.
Es.
/UMANO/ /ADULTO/ /MASCHIO/
“uomo” + + +
“donna” + + -
“bambino” + - +
“bambina” + - -
I COMPONENTI SEMANTICI è la proprietà semantica elementare che combinandosi in simultaneità dà luogo al significato dei lessemi, ogni lessema secondo questo metodo è analizzabile rappresentabile come un fascio di componenti semantici realizzati in simultaneità : uomo= /+umano + adulto + maschio/ bambina = /+ umano –adulto – maschio/.
I tratti semantici sono BINARI, cioè ammettono i due valori + e – (sì e no).
Il PROTOTIPO è una sorta di immagine – modello ideale con cui confrontare tutti i membri di una classe o categoria.
I componenti semantici sono più di una lista fissa di proprietà tutte necessarie per definire il significato di un lessema, ma diventano un insieme di criteri più o meno, basata sulla GRADUALITA’ invece che sulla CATEGORICITA’.
Un concetto importante nella semantica prototipica è quindi anche quello di GRADO DI ESMPLARITA’ ovvero appartenenza di un termine a una categoria.
Il significato di una frase è la somma e combinazione dei significati dei lessemi che la compongono. Questo non esaurisce però il senso globale di una frase. Un a prima distinzione tra ‘frase’ che come abbiamo visto è un’importante unità di analisi massimale nella sintassi , ed ‘enunciato’.
ENUNCIATO è una frase considerata dal punto di vista del suo concreto impiego in una situazione comunicativa, come segmento di discorso in atto; enunciato è dunque unità del sistema linguistico.
I CONNETTIVI per esempio sono molte congiunzioni coordinati e subordinati che hanno spesso anche il valore di operatori logici, allo stesso modo dei QUANTIFICATORI e della negazione.
Un altro aspetto importante del significato degli enunciati è quello PRAGMATICO che riguarda che cosa ci fa in un determinato contesto situazionale e chiama quindi direttamente in causa l’intenzionalità del parlante. La lingua è studiata come modo d’agire.
Gli enunciati prodotti nella normale interazione verbale costituiscono gli ATTI LINGUISTICI. Produrre un enunciato equivale a fare contemporaneamente tre cose distinte:
- ATTO LOCUTIVO: consiste nel formare una frase in una data lingua una proposizione con la sua struttura fonetica, grammaticale, lessicale;
- ATTO ILLOCUTIVO: consiste nell’intenzione con la quale e per la quale si produce la frase;
- ATTO PERLOCUTIVO: che consiste nell’effetto che si provoca nel destinatario del messaggio, nella funzione concreta effettivamente svolta da un enunciato prodotto in una determinata situazione.
L’aspetto centrale degli atti linguistici è l’atto illocutivo , ovvero l’affermazione, la richiesta, la promessa, l’invito…
Un’altra importante nozione per la semantica è quella dei PRESUPPOSTI, il tipo più rilevante di significato non detto, non esplicitato verbalmente ma fatto assumere o inferire da quanto vien detto.
A: andiamo al cinema? B: ho un po’ di mal di testa…
La battuta di B non ha alcun nesso con quella di A, B vuole implicitare che non intende andare al cinema.
La presupposizione è quel tipo particolare di significato implicitato che sta nell’organizzazione stessa del sistema linguistico.
Capitolo 7
Cenni di tipologia linguistica
Le lingue storico – naturali sono numerose.
L’Italia è un caso esemplare, in Italia si parlano molte lingue, non tenendo conto solo la lingua nazionale comune, ma anche le lingue delle minoranze, parlate da gruppi più o meno considerati di parlanti in alcune aree del paese (tedesco, francese, sloveno, ladino dolomitico, neogreco, albanese, serbo croato, catalano, provenzale e franco – provenzale, sardo, latino friulano).
I dialetti italiani (piemontese, lombardo, veneto,napoletano, pugliese, siciliano..) dal punto di vista della storia e della distanza linguistica avrebbero le carte in regola per essere considerati sistemi linguistici a sé stanti, autonomi rispetto all’italiano, se li calcoliamo come lingue a sé arriviamo a una trentina di lingue ‘indigene’ presenti in Italia.
Le lingue romanze vengono considerate ciascuna come lingua a sé stante.
Le lingue del mondo sono alcune centinaia di migliaia, moltissime peraltro in via di estinzione. La maniera principale per mettere ordine consiste nel raggrupparli in famiglie, secondo criteri di parentela che si basano sulla possibilità di riportare le lingue ad un antenato comune.
L’italiano ha stretti rapporti di parentela con tutte le lingue derivate, come l’italiano, dalla comune base del latino, e costituisce assieme a queste il gruppo delle lingue romanze che comprende: italiano, francese, spagnolo, portoghese, romeno, catalano, provenzale, retoromanzo.
Il gruppo romanzo, come le lingue germaniche, celtiche, indo – arie, e tre lingue isolate forma la grande famiglia delle LINGUE EUROPEE.
Il livello della famiglia rappresenta il più alto livello di parentela ricostruibile con mezzi della linguistica storico – comparativa, che individua le somiglianze fra le lingue come prova della loro comunanza di origine.
La linguistica comparativa riconosce fino a un massimo di diciotto famiglie linguistiche, più quattro lingue singole isolate, di cui non si è riusciti a provare la parentela con altre lingue.
Delle migliaia di lingue esistenti, soltanto alcune decine possono essere considerate GRANDI LINGUE, con un numero sostanzioso di parlanti e appoggiate a una tradizione culturale di ampio prestigio.
In EUROPA sono tradizionalmente parlate lingue di quattro diverse famiglie linguistiche.
L a TIPOLOGIA LINGUISTICA si occupa di individuare che cosa c’è di uguale e che cosa c’è di differente nel modo in cui, le diverse lingue sono organizzate e strutturate.
Un universale linguistico non è necessariamente tale solo se è manifestato o posseduto da tutte le lingue conosciute; l’importante è che non sia contraddetto dalle caratteristiche di nessuna lingua.
Un TIPO LINGUISTICO si può definire come un insieme di tratti strutturali in armonia gli uni con gli altri, ed equivale a un raggruppamento di sistemi linguistici con molti caratteri comuni.
Un primo modo per classificare le lingue è basato sulla morfologia, sulla struttura della parola.
Si distinguono quattro tipi morfologici fondamentali di lingua:
il primo è dato dalle lingue isolanti, una lingua in cui la struttura della parola è la più semplice possibile, costituita da un solo morfema. Ad esempio il vietnamita, il cinese, il tailandese.
Un secondo esempio è dato dalle lingue agglutinanti, in cui le parole hanno una struttura complessa, sono formate dalla giustapposizione di più morfemi, tali lingue presentano alto indice di sintesi, i morfemi di solito hanno un valore univoco e una sola funzione. Ad esempio l’ungherese , il finlandese , il turco, il giapponese.
Un secondo tipo è dato dalle lingue flessive, che presentano parole abbastanza complesse, costituite da una radice lessicale semplice o derivata e da uno o anche più affissi flessionali che spesso sono morfemi cumulativi, veicolando più valori grammaticali assieme e assommando diverse funzioni; hanno una radice di sintesi minore.
Le lingue FUSIVE sono quelle lingue che hanno la caratteristica di riunire più significati su un solo morfema flessionale e di fondere assieme i morfemi rendendo spesso poco trasparente la struttura interna della parola.
Le lingue FLESSIVE sono quelle lingue che presentano parole in forma flessa che modulano la radice lessicale.
Le lingue flessive sono le lingue INDOEUROPEE, il greco, il latino, il russo, le lingue romanze e quindi l’italiano.
Nel tipo morfologico flessivo si distingue un sottotipo INTROFLESSIVO, caratterizzato dal fatto che i fenomeni di flessione avvengono anche DENTRO la radice lessicale, ad esempio l’arabo.
Un altro tipo morfologico fondamentale è quello POLINSINTETICO e sono quelle lingue che hanno una struttura della parola molto complessa, formata da più morfemi attaccati assieme, presentano la peculiarità che nella stessa parola possono comparire due o anche più radici lessicali, morfemi pieni. Le parole di queste lingue tendono dunque a corrispondere spesso a ciò che nelle altre lingue sarebbero delle frasi intere, ad esempio il groenlandese occidentale.
U n secondo criterio per classificare le lingue è basato sulla sintassi, precisamente sull’ordine BASICO, i costituenti fondamentali sono il soggetto (S), il verbo o predicato verbale (V) e il complemento oggetto (O). D al punto di vista delle combinazioni sono possibili sei ordini diversi: SVO, SOV, VSO, VOS,OVS,OSV.
SOV è l’ordine più frequente insieme a SVO.
L’italiano come tutte le lingue romanze è lingua SVO.
Perché gli ordini predominanti sono SOV e SVO?
Perché il soggetto coincide con il tema, e il tema nell’ordine naturale dei costituenti informativi sta in prima posizione, a questa condizione agiscono due principi:
- PRINCIPIO DI PRECEDENZA: per cui il soggetto deve precedere l’oggetto;
- PRINCIPIO DI ADIACENZA: per cui O e V debbono essere contigui.
L’ERGATIVITA’ riguarda l’organizzazione dei sistemi di casi che traducono in superficie i ruoli semantici connessi al verbo, esistono anche delle lingue che assegnano una marcatura diversa di caso al soggetto a seconda che esso sia soggetto di un verbo transitivo o di un verbo intransitivo. Queste lingue si chiamano ERGATIVE perché attribuiscono una rilevanza particolare alla funzione o ruolo semantico di agente.
Realizzato da Berruto
Fine articolo sulla linguistica
Uno sguardo alla linguistica testuale.
Loredana Cerrato
Fondazione Ugo Bordoni Roma
Abstract
In questo lavoro vengono presentati i principi costitutivi e regolatori della comunicazione testuale, viene introdotto e chiarificato il concetto di testo come unità comunicativa e vengono trattati i sette criteri di testualità facendo riferimento in particolar modo al modello di analisi testuale proposto da DeBeaugrande e Dressler.
1. Introduzione
Per poter analizzare i fenomeni complessi di una lingua solitamente si prendono in considerazione i vari elementi che la compongono in maniera separata: lo studio dei suoni (fonetica), lo studio del lessico (morfologia), lo studio delle frasi e dei periodi (sintassi). Nell’uso concreto del linguaggio però, il comportamento linguistico non si manifesta semplicemente sotto forma di suoni, parole, frasi e clausole, ma piuttosto sotto forma di un intreccio organico, caratterizzato dal fatto che gli elementi che lo compongono sono strutturati in maniera particolare. Questo intreccio organico di elementi prende il nome di testo .
2 Il concetto di testo e la linguistica testuale
Il testo è un messaggio reale e completo, i cui singoli elementi sono organizzati in maniera coerente ed assumono un significato compiuto, rivolto ad uno scopo ben preciso. L’emissione di un messaggio verbale (l’atto linguistico), infatti, non è mai fine a se stessa, ma è sempre animata da un intenzione ed è sempre finalizzata ad uno scopo .
Fino a pochi anni fa il termine testo si riferiva solo ai discorsi scritti: un manuale è un testo, un romanzo, un racconto sono testi; oggi il termine è riferito anche alle conversazioni. Da un punto di vista quantitativo un testo può essere costituito da più frasi, ma anche da una frase sola o da una singola parola, addirittura un espressione quale: “Shh!” può essere considerata un testo se inserita in un contesto appropriato, ad esempio se prodotto da un'insegnante in una classe rumorosa, “shh!” sortisce l'effetto di ottenere silenzio. “Shh!” quindi è un testo che stabilisce un rapporto comunicativo e influisce sulla realtà circostante modificando una situazione (dal chiasso al silenzio).
A partire dal concetto di testo si è sviluppato un nuovo settore nell’ambito degli studi linguistici: la linguistica del testo, che consiste in un corpo di nozioni e di metodi di analisi dedicate ad affrontare il modo in cui è organizzato un testo. La linguistica testuale parte dall'ipotesi che il testo sia costituito da frasi, ma non sia riducibile a frasi, perché esso ha una propria peculiare struttura.
Il testo viene considerato come un sistema, un insieme di elementi che costituiscono una globalità di funzioni. Mentre la lingua è un sistema virtuale di selezioni possibili, ma non ancora realizzate, il testo rappresenta un sistema attualizzato in cui sono state eseguite e realizzate certe selezioni possibili per dar forma ad una determinata struttura.
L'elaborazione di una teoria del testo si prefigge quindi, come scopi principali:
a) la specificazione di ciò che fa di un atto linguistico un testo (quali sono le leggi della sua strutturazione, in che cosa consiste la sua coerenza ecc.),
b) la definizione del concetto di competenza testuale,
c) la differenziazione dei vari tipi di testo.
Ogni atto linguistico viene avviato secondo una precisa intenzione comunicativa, la prima fase di produzione di un atto linguistico è infatti, la sua progettazione: chi produce un messaggio ha l'intenzione di raggiungere un certo fine tramite esso: diffondere ciò che sa, ottenere un'adesione ad un suo progetto ecc. Dopo la fase di ideazione del messaggio si passa alla fase di sviluppo, che serve a precisare e a collegare fra loro le idee trovate. Infine il messaggio viene strutturato dal punto di vista grammaticale, ma affinché un messaggio diventi un testo occorrono alcuni requisiti fondamentali, requisiti che de Beaugrande e Dressler[2] hanno schematizzato in sette criteri di testualità: coesione, coerenza, intenzionalità, accettabilità, informatività, situazionalità e intertestualità. I primi due criteri sono incentrati sul testo, i criteri di intenzionalità ed accettabilità sono orientati verso il parlante-ascoltatore, i criteri di informatività e situazionalità servono a collocare il testo nella situazione comunicativa e il criterio di intertestualità garantisce la definizione dei diversi tipi testuali. Il testo è per de Beaugrande e Dressler una unità comunicativa, frutto di un processo comunicativo per comprendere il quale non si può prescindere né dagli aspetti più strettamente linguistici, né dagli aspetti che riguardano il contesto di produzione (gli atteggiamenti di chi lo produce e di chi lo riceve e la cornice comunicativa).
La teoria di Dressler e Beaugrande è rivolta principalmente alla definizione delle operazioni e dei principi generali che regolano le unità testuali nei processi d’uso del sistema linguistico.
- I sette criteri di testualità
3.1 La coesione
La coesione è l'insieme di meccanismi di cui un testo si serve per assicurare il collegamento tra le sue parti al livello superficiale. Il grado di coesione testuale è dato quindi dalla sintassi superficiale del testo: le ripetizioni, le unità tempo aspettuali, i parallelismi, i deittici sono fenomeni che garantiscono coesione al testo.
Ad esempio in un testo si verificano spesso ripetizioni di elementi (ricorrenza); ciò avviene in particolare nella lingua parlata, perché non c'è il tempo di pianificare l'enunciazione e perché il testo di superficie si disperde facilmente; per evitare queste ripetizioni al livello formale esistono dei meccanismi particolari quali la parafrasi e le ellissi.
La parafrasi è la ricorrenza del contenuto in espressioni diverse, a mezzo di proforme, ossia forme che fanno le veci di espressioni già nominate, come ad esempio i pronomi.
I pronomi si distinguono in anaforici e cataforici. Si dicono anaforici quei pronomi che vengono usati dopo il coreferente ad esempio: c'era una volta una ragazza, ella era bionda.
Si dicono cataforici quei pronomi che vengono prima del coreferente: non so se egli avesse ragione, ma Gianni sembrava convinto
Le ellissi sono mezzi di coesione che consistono nella cancellazione degli elementi che vengono ripresi in un testo. In italiano, ad esempio, si verifica molto spesso l'ellissi del soggetto:
Lory non riusciva a seguire il film, quindi[0] si addormentò.
Hai visto nessuno? No[0](non ho visto nessuno)
Le ellissi occorrono anche in inglese:
Do you want a cup of tea? Yes I do [0] (want a cup of tea).
Un altro mezzo di coesione è costituito dai giuntivi, ossia le congiunzioni (e), le disgiunzioni (o) le controgiunzioni (ma, però), le subordinazioni, tutte relazioni di coerenza che tengono connesse le frasi tra loro.
Per garantire la coesione di un testo esiste anche un procedimento mediante il quale, utilizzando particolari elementi linguistici, i deittici, si mette in rapporto l’enunciato con la situazione spazio-temporale a cui si riferisce. I deittici in senso stretto possono essere personali e sociali, spaziali e temporali,
La deissi personale riguarda la codifica del ruolo dei partecipanti all'evento comunicativo; sono deittici i pronomi tonici: la 1° persona singolare (io), indica il riferimento del parlante a se stesso, la 2° persona (tu) indica il riferimento del parlante a chi parla e la 3° persona (egli) indica un riferimento a persone assenti; e i pronomi atoni o clitici (ne, lo, la, li, ecc.) che sono usati per riprese anaforiche, a breve distanza dall'elemento cui si riferiscono nel testo come nell’esempio:
sto preparando il caffè, ne vuoi una tazza?
Fanno parte della deissi personale anche gli appellativi (chi) e gli allocutivi (signora, ehi, lei ecc).
I deittici sociali sono quelli che vengono usati per esprimere il rapporto di ruolo che lega i partecipanti all'interazione. Gli allocutivi naturali (tu) si usano nei rapporti paritari, mentre nei rapporti gerarchici si usano gli allocutivi di cortesia (lei, voi). Attraverso la scelta dell'allocutivo chi parla segnala la propria valutazione del rapporto di ruolo esistente fra se e l'interlocutore e del ruolo sociale dell'interlocutore e anche del grado di formalità della situazione.
La deissi spaziale riguarda la codifica delle collocazioni spaziali relativamente alla posizione dei parlanti nell'evento comunicativo; i deittici spaziali possono essere prossimali o distali.
I principali deittici spaziali sono gli avverbi di luogo: qui, qua, lì, là, che situano l'oggetto rispetto al luogo in cui si trovano i parlanti e i pronomi dimostrativi: questo, codesto quello situano l'oggetto rispetto ai singoli interlocutori e i pronomi personali: costui, costei, colui colei coloro situano l'oggetto rispetto agli interlocutori anche se hanno connotazione negativa.
La deissi temporale codifica in punti ed in intervalli di tempo relativamente al momento in cui viene pronunciato l'enunciato; sono deittici temporali sia gli avverbi di tempo, sia i tempi grammaticali che distinguono il tempo di codifica dal tempo di ricezione.
Tra i tipi di deissi Levinson[3] annovera anche la deissi testuale, che concerne l'uso, all'interno di un enunciato, di espressioni che si riferiscono ad una parte del discorso che contiene tale enunciato come ad esempio, l'uso di espressioni quali: comunque, o di espressioni temporali per fare riferimento a porzioni di discorso: l'ultimo passaggio, il primo verso, la frase precedente ecc.
Nella categoria della deissi testuale rientra anche l’articolo: la scelta fra l'articolo determinativo e l'articolo indeterminativo è definita infatti dalle caratteristiche del referente e dall'organizzazione informativa del testo. Se il referente è costituto da una categoria generale si usa l’articolo determinativo: il gatto è un felino; se invece il referente è costituito da un termine che indica un individuo specifico si usa l'articolo indeterminativo: Ho visto un gatto nero.
Rispetto alla struttura informativa se l'articolo riguarda un referente già menzionato (dato) si usa l’articolo determinativo, altrimenti, nel caso di un referente nuovo, cioè menzionato per la prima volta in quel punto del testo e non presente nelle conoscenze condivise dei parlanti, si usa l’indeterminativo; ad esempio: c'era una volta un re...il re disse.
3.2 La coerenza
La coerenza è data invece, al livello più profondo rispetto alla coesione, dalla continuità di senso che caratterizza un testo. Essa riguarda la struttura semantica di un testo e la struttura logica e psicologica dei concetti espressi. Un testo produce senso se esiste una continuità di senso all'interno del sapere attivato con le espressioni testuali; un testo privo di senso è un testo in cui i riceventi non riescono a rilevare una tale continuità.
Il testo: I passeggeri del volo BZ415 per Milano sono pregati di ritirare il loro bagaglio presso il settore 5, è coerente, perché comprensibile e organizzato secondo il rispetto puntuale di regole e modalità di uso; ciò consente ai destinatari del messaggio di capire il fine del messaggio e conseguentemente di recarsi al settore 5 per ritirare il proprio bagaglio.
Mentre un testo come quello che segue:
I passeggeri del bagaglio BZ415 sono pensati di pregare il loro calzolaio nella presso volo
è incoerente perché contiene due verbi (pensare e pregare) che non hanno alcun rapporto né fra loro né col contesto in cui figurano, un nome (calzolaio) che è del tutto fuorviante, un avverbio (presso) e una preposizione articolata (nella) male adoperati; di conseguenza anche se passeggeri, bagaglio, BZ415 e volo appartengono allo stessa area di significato, il messaggio risulta incoerente ed incomprensibile perché nessuno dei destinatari riuscirà a capire il fine con il quale è stato emesso.
La coerenza di un testo non risiede solo nelle sue caratteristiche propriamente linguistiche, ma anche nell'insieme delle conoscenze enciclopediche preesistenti con cui il ricevente elabora il testo e lo confronta; un testo risulta coerente quando nel riceverlo il destinatario è in grado di attivare (cioè di richiamare alla memoria) una serie di conoscenze già immagazzinate e condivise: l’insieme di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno di loro stessi, l’insieme delle conoscenze riguardo le eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno presuppone nell’altro e viceversa e l’insieme di conoscenze della realtà esterna.
Quando si usano espressioni linguistiche in una funzione comunicativa si attivano le relazioni ed i concetti corrispondenti in uno spazio di lavoro mentale; questo spazio, o deposito, può accogliere un numero limitato di unità da memorizzare contemporaneamente, ma se tra le unità ci sono invece collegamenti concettuali, il deposito riesce a memorizzare un numero più ampio di concetti. Di conseguenza si presuppone che il sapere alla base dell'uso testuale sia organizzato in pattern globali, ossia in schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze e che, essendo molto frequenti, permettono delle previsioni sul senso dei vari concetti .
Quindi quando si analizza un testo a livello superficiale si attiva sia una analisi di tipo grammaticale, sia un’analisi di tipo concettuale, volta a ricostruire la continuità di senso all’interno del messaggio.
3.3 L’ intenzionalità
Il criterio dell'intenzionalità riguarda l’intenzione di chi produce un testo coeso e coerente, ovvero l'atteggiamento del locutore rispetto al conseguimento di determinati scopi.
Già Austin[4] e Searle[5] a partire dagli anni ’50 si erano dedicati ad analizzare e a schematizzare le intenzioni di chi produce atti linguistici. Secondo il punto di vista di Austin e Searle, chi parla compie, attraverso l’uso della lingua, una serie di atti di volontà di diverso tipo: vuole convincere, chiedere, invitare, negare e via dicendo. Quando si dice qualcosa, si possono sortire degli effetti sui sentimenti, sui pensieri e sulle azioni degli ascoltatori, del parlante o di altre persone. L'espressione può essere prodotta con il piano o con l'intenzione di suscitare qualche effetto; il parlante è dunque realizzatore di un'azione e la realizzazione di tale azione è un atto perlocutivo.
Austin afferma che dire qualcosa equivale quindi, a compiere tre atti simultanei:
un atto locutorio, un atto illocutorio, un atto perlucotorio.
L'atto locutorio è la produzione fisico-austica dell'atto linguistico, ma anche la sua organizzazione sintattico-semantica. E siccome parlare non si esaurisce nel dire qualcosa, perché chi parla intende che il proprio interlocutore recepisca ciò che viene detto, l’atto locutorio è anche un atto illocutorio. Per realizzare un atto illocutorio è sufficiente che il parlante formuli un espressione con la quale si obbliga a compiere determinate azioni, l'ascoltatore la comprenda e accetti le sue condizioni.
L'atto illocutorio sortisce un effetto sull'ascoltatore, sui suoi sentimenti e sui suoi pensieri e sulle sue azioni e per questo l’atto illocutorio è un atto perlocutorio, ossia un atto eseguito col dire qualcosa: ispirare, impressionare, imbarazzare, intimidire, persuadere..., azioni linguistiche che sortisconosul destinatario un effetto corrispondente ad un intenzione del parlante. La forza perlocutoria si può dedurre in base all'effetto dell'atto linguistico sull'ascoltatore.
Inoltre Austin classificò gli atti linguistici in cinque classi:
1) verdittivi: con cui si esprime un giudizio, un verdetto (valutare, condannare, ecc.)
2) esercitivi: con cui si fa riferimento all'esercitazione di un potere (ordinare, licenziare,ecc.)
3) commissivi: con cui ci si assume un obbligo o la dichiarazione (promettere, giurare, ecc.)
4) espressioni di comportamento: che includono la nozione di reazione ai comportamenti degli altri (scusarsi, ringraziare ecc.)
5) espositivi con i quali si chiariscono ragioni, si argomenta (affermare, negare, spiegare, ecc.)
Searle operò una risistemazione della teoria di Austin, ridisegnò la tripartizione austiniana dell'atto linguistico in modo tale da recuperare la base proposizionale del significato sottoforma di atto linguistico stesso, quindi secondo Searle compiere un atto linguistico consiste nel:
1) esprimere parole che realizzano l'atto espressivo
2) attribuire a tali parole una predicazione ed una referenza: atto preposizionale.
Questi due atti corrispondono all'atto locutorio di Austin, l'atto illocutivo e l'atto perlocutivo restano invariati. Searle sosteneva anche che l'analisi della comunicazione linguistica conduce inevitabilmente allo studio degli aspetti pragmatici del linguaggio: compiere un atto linguistico significa impegnarsi in un comportamento governato da regole, regole s'intende comunicative, non grammaticali. Searle classifica gli atti linguistici come segue:
1) rappresentativi: caratterizzati dallo scopo illocutorio di impegnare il parlante alla verità della proposizione espressa (asserire, concludere, ecc.)
2) direttivi: il cui scopo illocutorio consiste nel far fare qualcosa all'interlocutore (richiedere, domandare, ecc.)
3) commissivi: come Austin, che impegnano il parlante a fare qualcosa nel futuro (promettre, minacciare, offrire, ecc. )
4) espressivi: il loro scopo illocutorio coincide con l'espressione dello stato psicologico relativo al contenuto prorposizionale (scusarsi, ringraziare, ecc.)
5) dichiarativi: il loro contenuto proposizionale coincide con uno stato del mondo, questi verbi provocano cambiamenti immediati nello stato di cose istituzionale (scomunicare, battezzare, ecc.).
La tipologia searliana non è costruita sistematicamente, mancano infatti, altri tipi di atti linguistici: gli atti indiretti, ossia quelli in cui la forza illocutoria, lo scopo, non è esplicito, ma deve essere inferito dal contesto. Inoltre la teoria di Searle, focalizzando l'attenzione sulle intenzioni del parlante, non tiene conto delle interazioni tra parlante ed ascoltatore, accantonando quindi il processo di negoziazione tra parlante ed ascoltatore e rendendo passivo il ruolo dell’ascoltatore.
Fu Grice[6], con la sua teoria delle implicature, a modificare i limiti della teoria searliana, affermando che è possibile trarre da un dato enunciato un certo numero di inferenze o implicature. Le implicature intese da Grice sono un recupero di informazioni implicite contenute in uno scambio comunicativo ad esempio:
a. hai visto la mostra di van Gogh?
b. non, non mi appassionano i pittori olandesi
In questo scambio l’emittente a implica che b conosca van Gogh e sappia che è un pittore, mentre b presuppone che a sappia che van Gogh è un pittore olandese; inoltre a opera un recupero sintattico della frase del tipo: no, non ci sono andato perché...
Dunque la nozione di implicatura fornisce una spiegazione esplicita di come sia possibile intendere più di quanto si dica effettivamente in un processo comunicativo.
3.4 L’accettabilità
Il criterio dell'accettabilità riguarda invece, il ricevente: un testo coeso e coerente prodotto con una certa intenzionalità deve essere accettato dal ricevente sullo sfondo di un determinato contesto sociale e culturale; l'accettazione del ricevente prevede sia la tolleranza di determinati disturbi comunicativi, sia la ricerca di una coesione e di una coerenza anche dove queste potrebbero mancare. Inoltre l’accettabilità di un testo si riferisce anche alla disponibilità del ricevente di prendere parte alla conversazione.
3.5 L’informatività
Il criterio dell’informatività si riferisce al grado di prevedibilità o probabilità che determinati elementi o informazioni compaiano nel testo. L'informatività è collegata all'attenzione: testi maggiormente informativi richiedono un'attenzione maggiore rispetto a testi altamente prevedibili.
I principali fattori che contribuiscono alla informatività sono l'intonazione e la struttura dato/nuovo e tema/rema.
L’intonazione, le pause, il ritmo, la quantità, le variazioni di timbro e di velocità di eloquio, sono tutti tratti soprasegmentali che assumono un ruolo rilevante nel processo di produzione e comprensione di un enunciato. Essi segnalano le intenzioni di chi parla (in italiano la differenza tra una frase interrogativa ed una frase dichiarativa è data solo da un diverso contorno intonativo) i confini interni dell’enunciato (le pause e le variazioni della frequenza fondamentale, caratterizzano la struttura informativa del testo) e i punti di maggiore enfasi all’interno dell’enunciato. I tratti relativi alle variazioni timbriche (falsetto, sussurro, bisbiglio, voce rauca) ci forniscono invece informazioni riguardo allo stato emotivo e allo stato di salute del parlatore[7].
L’opposizione dato/nuovo riguarda l'informatività dal punto di vista dell'ascoltatore. Lo scambio enunciativo è reso possibile dal fatto che l’emittente e l’ascoltatore hanno in comune una base di conoscenze; queste conoscenze possono essere sia ricavate da porzioni precedenti dell’enunciato, sia da riinvii all’esperienza extralinguistica, per questo l’enunciato può rinviare anche a qualche cosa che sta al di fuori di esso: l’emittente in questo caso da per scontato che il ricevente possa facilmente ricostruire l’argomento di cui si sta parlando anche se l’argomento non è esplicitamente formulato. Ad esempio:
Ti piace Matisse? |
C’è una sua esposizione a Roma |
dato |
nuovo |
Questo enunciato dal punto di vista del ricevente è diviso in due parti: l’informazione data che rinvia ad una conoscenza già acquisita (l’emittente presuppone che il reicevente conosca l’artista Matisse) e l’informazione nuova che integra una nuova conoscenza nel ricevente.
La distinzione tema/rema non coincide con quella dato/nuovo; la prima è incentrata sull’emittente, il quale stabilisce l’argomento di cui vuol parlare, mentre la seconda è incentrata sul ricevente.
Il tema è l'argomento già noto, mentre il rema è ciò che si dice a proposito del tema. In genere il tema in italiano si trova in prima posizione nella frase e spesso corrisponde al soggetto, inoltre da un punto di vista prosodico il tema è caratterizzato da prominenza enunciativa.[8]
Ti piace |
Matisse? |
Rema |
tema |
3.6 La situazionalità
Il criterio della situazionalità riguarda la rilevanza e l’adeguatezza di un testo all'interno di una determinata situazione comunicativa. Per situazione comunicativa si intende l’insieme delle circostanze, sia linguistiche sia sociali, nelle quali l'atto linguistico viene prodotto; pertanto in una situazione si possono riconoscere:
a) un contesto extralingusitico, vale a dire l’insieme di dati, di eventi concreti al momento della comunicazione,
b) un tempo, vale a dire il momento determinato in cui avviene l’atto linguistico
c) un luogo specifico
d) dei ruoli esibiti o attesi dal parlante e dagli ascoltatori
e) un enciclopedia, ossia un insieme di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno di loro stessi, della realtà esterna e delle eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno presuppone nell’altro e viceversa.
La più recente tendenza negli ambiti di studio della linguistica testuale è proprio quella di prendere in esame, insieme al testo, il contesto pragmatico in cui esso viene prodotto. Diventa necessario infatti, considerare il contesto, soprattutto nel caso dei testi orali in cui le scelte linguistiche e comunicative degli interagenti sono spesso il risultato di strutture sociali. Al momento dell'interazione verbale il parlante e l'ascoltatore dispongono di un insieme di informazioni che derivano loro sia da fonti percettive che da fonti mnemoniche. Questo insieme di informazioni non può propriamente considerarsi il contesto, ma rappresenta piuttosto lo sfondo cognitivo[10] sul quale è proiettato il discorso e dal quale il discorso ritaglia un sottoinsieme rilevante alla sua comprensione, non solo sul piano dei significati letterali, ma anche e soprattutto sul piano dei suoi significati non convenzionali. Questo sottoinsieme costituisce il contesto, ossia quella parte di informazioni necessarie al parlante/ascoltatore per organizzare/interpretare una sequenza verbale in vista del conseguimento/riconoscimento di uno scopo. E' chiaro che questo contesto sia suscettibile di cambiamenti a seconda dello svolgimento del discorso, ed è anche chiaro che solo il contesto può indicare con certezza lo scopo, l’intenzione con cui viene emesso un messaggio. Per cui il significato che assume un messaggio dipende da elementi extra-linguistici di tipo mentale, cognitivo, psicologico, percettivo: è ad esempio, un problema psicologico quello della misura delle modalità di ricezione-comprensione del testo e di come questa influisca a ritroso sulla programmazione e sulla realizzazione stessa del testo da parte del parlante.
- L'intertestualità
L’intertestualità mette in rapporto il testo con altri testi con cui esistono connessioni significative. Questo criterio designa le interdipendenze fra la produzione e la ricezione del testo e le conoscenze che i partecipanti alla comunicazione hanno di altri testi. Inoltre permette di riconoscere il testo come appartenente ad un determinato tipo ad esempio come intervista, articolo scientifico, pubblicità, eccetera.
3.8 I tre principi regolativi
Questi sette criteri valgono come principi costitutivi della comunicazione mediante testi: se uno o più criteri non sono soddisfatti al punto tale che la comunicazione ne risulta compromessa, il testo è considerato un non-testo. Accanto ai criteri costitutivi vi sono tre principi regolativi che controllano la comunicazione testuale: il principio di efficienza, che dipende dal grado di impegno che un testo richiede ai partecipanti per il suo uso; il principio dell'efficacia, relativo alla capacità del testo di creare una certa impressione, quindi favorire il raggiungimento di un fine e il principio dell’ appropriatezza che è data dal rapporto tra il contenuto espresso e i modi in cui sono soddisfatte le condizioni di testualità.
4. La competenza testuale
Capire e/o produrre un testo fanno dunque parte di una specifica competenza del parlante: la competenza testuale. I linguisti definiscono la competenza testuale come la capacità di distinguere il testo da un agglomerato di frasi e quindi come la capacità di compiere sul testo una serie di operazioni di parafrasi, riassunto, segmentazioni ecc. Questa capacità fa parte di una più ampia competenza: la competenza comunicativa, che secondo la definizione di Habermas[11] e dell'Hymes[12] consiste nella capacità di un parlante di una qualsiasi lingua di produrre e capire i messaggi che lo pongono in interazione comunicativa con altri parlanti; questa capacità non comprende solo l'abilità linguistica, grammaticale, ma necessariamente consta da una parte di una serie di abilità extralinguistiche interrelate, come ad esempio quelle sociali, cioè il saper produrre un messaggio adeguato alla situazione, quelle semiotiche, cioè il saper utilizzare, in aggiunta o anche in alternativa al fondamentale strumento linguistico, anche altri codici, come quelli cinesici : e dall'altra di una abilità linguistica multiforme, ad esempio possedere più varietà di una lingua, essere capaci di identificarle e saper passare da una varietà all'altra. Chiaramente la competenza testuale non riguarda solo la produzione di un testo, ma anche la sua comprensione; comprendere un testo non consiste soltanto nella decodificazione di una espressione e di un codice, ma consiste piuttosto nella sintesi delle proprie esperienze e delle proprie aspettative con quanto viene udito[14].
5 . I vari tipi di testo
Abbiamo visto che il termine testo è considerato come sinonimo di discorso e non si riferisce solo ai testi scritti, ma a qualsiasi forma di comunicazione verbale, scritta o parlata di carattere sia monologico che dialogico. La linguistica testuale ha come suo scopo anche quello di differenziare i vari tipi di testo. La principale differenziazione è quella tra testi scritti e testi orali che sono caratterizzati da una diversa modalità di trasmissione e di ricezione. La lingua scritta è un mezzo di comunicazione visivo-duraturo, capace di funzionare a distanza di tempo e di luogo, la lingua orale è invece un mezzo di comunicazione acustico-momentaneo, l’emissione orale è una tantum, irripetibile, perché il contesto non si ripresenta mai identico dato che circostanze quali il contesto, lo stato d'animo, le situazioni, variano sempre. Le differenze fra le due varietà di testo sono notevoli e non si basano solo sulla diversa modalità di trasmissione e ricezione; esiste un complesso di fattori, legati alla situazione comunicativa, alla modalità di interazione (ossia alla diversa posizione dell’emittente verso i riceventi e dei riceventi verso il messaggio), alle capacità di utilizzazione del codice, alla diversa finalità del messaggio testuale, al variare del rapporto tra testo e contesto, e via dicendo, che diversificano profondamente i due tipi di testo in ulteriori tipi[15].
In anni recenti la maggior parte degli studi è stata dedicata all’analisi e alla classificazione dei testi orali; l’analisi della conversazione ha evidenziato che il flusso del discorso può essere segmentato in enunciati, ciascuno corrispondente ad un atto linguistico; la collocazione di un enunciato in una classe di atti è basata su procedure che considerano sia la forma dell'enunciato sia il soddisfacimento di alcune condizioni contestuali.
Le sequenze conversazionali sono altamente strutturate e sono determinate da regole di concatenamento che legano fra loro non gli enunciati in quanto tali, ma gli atti linguistici di cui questi sono l'espressione. Gli atti che si possono realizzare sono di numero finito e la loro classificazione è riconducibile a quella dei verbi performativi.Inoltre gli scambi verbali vanno considerati nel contesto in cui vengono prodotti, perché la scelte linguistiche e comunicative degli interagenti sono spesso il risultato delle strutture sociali.
Conclusioni
Con questa breve rassegna abbiamo cercato chiarire che fare quattro chiacchiere non è una attività casuale: la conversazione presuppone infatti, l'applicazione di determinate regole (strategie di discorso) che garantiscono il procedere dello scambio verbale ed è stata proprio la linguistica testuale ad assumersi il compito di specificare quali siano le leggi che strutturano gli atti linguistici. Come abbiamo visto la teoria di Dressler e Beaugrande è rivolta principalmente alla definizione delle operazioni e dei principi generali che regolano le unità testuali nei processi d’uso del sistema linguistico e lo studio dell’uso del sistema linguistico mette necessariamente al centro dell’analisi l’uomo, che non è soltanto un “utente cui capita di usare forme linguistiche preconfezionate proiettandole su contesti predeterminati, e neanche soltanto un interprete di significati stabiliti autonomamente e associati alle forme per pura convenzione, prescindendo dalla creatività dell’individuo” ma è una figura attiva, strutturante, che da forma al sistema linguistico. Di conseguenza il parlante-ascoltatore viene pensato come il centro fisico dell’interazione verbale e la linguistica testuale finisce col prendere in considerazione anche gli aspetti cognitivi, affettivi ed emotivi degli individui che partecipano ad una conversazione, allargando il suo ambito di analisi fino ad includere gli aspetti pragmatici del linguaggio.
Bibliografia.
[1] Jakobson R., 1966, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano
[2] Dressler W.U, Beaugrande R.A., 1984, Introduzione alla linguistica testuale, Il Mulino, Bologna
[3] Levinson S. C., 1985, Pragmatica, il Mulino, Bologna
[4] Austin J.L., 1974, Quando dire è fare, Marietti, Torino
[5] Searle J.R., 1969 Speech Acts, CUP
[6] Grice, H.P., 1957, “Meaning”, The philosophical review, 66: pp.377-388
[7] Bertinetto P.M., Magno Caldognetto E. Ritmo e Intonazione, in Sobrero A.(a c. di) Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture, Laterza Bari 1993 p. 141
[8] Halliday M.A,K,1985, An introduction to functional grammar, Arnold, Londra.
[9] Orletti F.,1994,Tra convesrazione e discorso, Nuova Italia Scientifica
[10] Sperber J. Wilson E.O, 1986, Relevance: Communication and Cognition. Oxford Blackwell
[11] Habermas J., 1971 “Osservazioni propedeutiche per una teoria della competenza comunicativa”, in Habermas J. e Luhman N, Teoria della società o tecnologia sociale, Milano, Etas-Kompass, pp.67-94.
[12] Hymes D.,1972 “On Communicative Competence”, in Pride J.B. e Holmes J. (eds.), Sociolinguistics, Harmondsworth, Penguin, London pp.269-293
[13] Sobrero A., 1993, La Pragmalinguistica in Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture, Bari Laterza, p.403.
[14] Cerrato L., 1997, Appunti sui processi percettivi, in Rivista Italiana di Acustica in stampa
[15] Segre C., Testo, in Enciclopedia Einaudi, vol. Critica letteraria e filologica, pp. 269-291
Testo dal latino textus, participio passato di texere: intessuto. La parola textus si afferma abbastanza tardi in latino, con Quintiliano, come uso figurato del participio passato di texere: metafora che vede il complesso linguistico del discorso come un tessuto; il testo è dunque il tessuto linguistico di un discorso.
La teoria delle funzioni della lingua ha una lunga tradizione nelle scienze del linguaggio, poichè la lingua viene utilizzata praticamente in tutte le attività umane, ne risulta che le funzioni della lingua possono essere praticamente infinite; vari studiosi, a partire da Buhler negli anni ‘30, hanno cercato di classificare le funzioni in modo schematico. La classificazione più nota è sicuramente quella proposta da Jakobson, che comprende 6 funzioni orientate in senso psicologico e sociologico. [1]
Nei testi orali inoltre l'intonazione svolge una importante funzione coesiva perché fornisce indicazioni riguardo alle attese, agli atteggiamenti, alle intenzioni e alle reazioni dei parlanti.
Il concetto è una configurazione di conoscenze, che possono essere attivate o richiamate alla coscienza con maggiore o minore unitarietà e consistenza. Il significato di un concetto è vago e varia a seconda dei contesti comunicativi. I concetti che di volta in volta si incontrano nel testo vengono elaborati in funzione del fine che si intende raggiungere con quel testo, ma globalmente l'elaborazione procede attraverso la ricerca dei centri di controllo, cioè dei punti strategicamente più importanti per capire l'unità e la continuità del testo.
Vi sono poi schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze, che per la loro alta frequenza, sono memorizzati in modo tale da consentire alcune previsioni sul senso da dare ai vari concetti inseriti nel testo.
La traccia dell'esperienza passata accumulata nella memoria lascia nella conoscenza delle tracce che permettono di collegare le frasi di un testo tra loro, anche quando ci sono lacune di informazione
Un filone molto importante nell’ambito degli studi di linguistica testuale e di pragmalinguistica è quello dell’analisi del discorso[9], che effettua l’analisi testuale del flusso del discorso, facendo ricorso alle categorie e alle procedure della linguistica. L’analisi del discorso mostra come i testi orali possano essere segmentati in enunciati, ciascuno corrispondente ad un atto linguistico; la collocazione di un enunciato in una classe di atti è basata su procedure che considerano sia la forma dell'enunciato sia il soddisfacimento di alcune condizioni contestuali (le condizioni di felicità). Le sequenze conversazionali sono determinate da regole di concatenamento che legano fra loro non gli enunciati in quanto tali, ma gli atti linguistici di cui questi sono l'espressione. Gli atti che si possono realizzare sono di numero finito e la loro classificazione è riconducibile a quella dei verbi performativi. Inoltre l’analisi del discorso cosidera gli scambi verbali all’interno del contesto in cui vengono prodotti, perché la scelte linguistiche e comunicative degli interagenti sono spesso il risultato delle strutture sociali. Dunque fare quattro chiacchiere non è una attività casuale, ma presuppone l'applicazione di determinate regole (strategie di discorso che garantiscono il procedere dello scambio verbale
Per codici cinesici si intendono le espressioni e i movimenti del volto e delle mani, tutti quegli effetti visivi che interagiscono in maniera specifica con la comunicazione verbale; chi parla produce anche una serie di gesti ai quali affida una parte del suo intento comunicativo: gesti e movimenti della testa tendono a coincidere con i punti di maggiore enfasi, i movimenti delle mani possono essere usati per aggiungere sfumature di significato a ciò che si sta dicendo, le espressioni facciali forniscono anche un feedback al parlante esprimendo significati come la perplessità, l’incredulità, mentre la postura del corpo indica l’atteggiamento di una persona rispetto all’interazione in corso (rilassamento, interesse, noia).[13]
Fine articolo sulla linguistica
FONDAMENTI DI TIPOLOGIA LINGUISTICA
Di Nicola Grandi
- La tipologia linguistica: nozioni introduttive
- Ambito di studio, metodo di indagine e obiettivi
- L’oggetto della tipologia linguistica e la definizione di “tipo”
La tipologia linguistica si occupa della variazione interlinguistica classificando le lingue storico/naturali in base ad affinità strutturali sistematiche.
Le lingue vengono ripartite in gruppi ® tipi linguistici (modelli di descrizione delle lingue)
La scelta delle proprietà su cui si fondano i tipi deve consentire di operare previsioni attendibili sulla struttura delle lingue indagate.
Altro parametro è relativo all’ordine dei costituenti delle strutture sintattiche (verbo, soggetto etc)
- Indagine tipologica: metodi e obiettivi
Primo passo è quello di individuare i parametri pertinenti del sistema lingua (potenzialità predittiva), e stabilire quanti e quali tipi possano essere ricondotte a lingue storico/naturali.
Secondo passo cogliere la ratio profonda del fenomeno e abbandonare il livello descrittivo e spostarsi sul livello predicativo e predittivo. La ratio profonda deve tenere presente la funzione cui la lingua deve assolvere, cioè consentire alle comunità di comunicare
- La costruzione del campione
È impensabile procedere alla comparazione di tutte le lingue del mondo, quindi per tracciare un quadro esauriente è necessario selezionare un campione altamente rappresentativo che dovrebbe essere immune da:
- Distorsioni genetiche, rappresentare in egual misura le famiglie linguistiche
- Distorsioni areali, le lingue possono sviluppare tratti comuni in virtù dei contatti tra i parlanti
- Distorsioni tipologiche, non deve essere sbilanciato a favore di alcune tipologie
- Distorsioni legate alla consistenza numerica delle comunità parlanti. Oggi sono parlate + 6000 lingue e circa 100 sono parlata da + dell’80% della popolazione. Il campione deve riprodurre al suo interno qs rapporti numerici
- Tipologia e sintassi
Il lessico è escluso dal dominio della tipologia perché è il componete della lingua + vulnerabile
Il livello fonetico/fonologico è + impermeabile alle influenze provenienti dall’esterno
Morfologia e sintassi occupano una posizione intermedia perché da un lato hanno inclinazioni assolutamente specifiche e dall’altro rivelano gli effetti di tendenze linguistiche generali; in qs senso sono da sempre considerate un ottimo banco di prova per la tipologia linguistica.
- L’ordine dei costituenti
un parametro è rappresentato dall’ordine in cui gli elementi della frase vengono disposti.
POSIZIONE DEL SOGGETTO
La frase può essere segmentata in tre costituenti:
- Soggetto
- Verbo
- Oggetto
La loro disposizione all’interno della frase è, per la maggioranza delle lingue del mondo, è in prevalenza di due tipi: SOV per il 45% e SVO per il 42% e solo il 10% VSO. Per la totalità coprono il 97% della variazione interlinguistica su scala mondiale. La ragione di qs uniformità (S prima di O) è che di norma il soggetto dà via all’azione espressa dal verbo e quindi gli assegna una preminenza rispetto all’oggetto. In fase di comunicazione qs chiarisce di chi o di che cosa si intende parlare.
ORDINE NATURALE E ORDINE MARCATO
L’ungherese dà ampia libertà si costituenti che possono mutare posizione senza pregiudicare la grammaticalità della frase, e ciò che indica tale qs discrepanza è la marcatura dei costituenti.
Dati 2 costrutti uno si definisce marcato rispetto all’altro se in esso compare un elemento in + detto MARCA, elemento assente nell’altro costrutto (es p e b ®b è marcata perché si contraddistingue dal tratto sonoro di p). La struttura sintattica naturale è quella in cui si intende trasmettere esclusivamente l’info che deriva dalla somma dei significati parziali degli stessi costituenti. È la struttura prevalente.
TESTA E MODIFICATORI
Per ciò che riguarda la posizione del soggetto si è visto che la quasi totalità delle lingue adotta la medesima strategia (il 97% antepone il S all’O), quindi un’analisi basata solo si qs parametro sarebbe destinata all’insuccesso……….. poniamo invece attenzione agli altri costituenti: V e O.
I principali parametri in correlazione con la loro posizione sono la presenza di preposizioni e posposizioni
Testa a sinistra
- VO ® preposizioni, nome genitivo, nome aggettivo etc ® tailandese
Sintagma verbale ® VO, il verbo precede il suo complemento ® è alla testa
Sintagma nominale ® nome genitivo ® testa - precede i propri complementi
Sintagma adiposizionale ® proposizioni ® alla SX dei complementi
Testa a destra
- OV ® posposizioni, genitivo nome, aggettivo nome etc ® turco
Sintagma verbale ® OV, la testa segue i modificatori
Sintagma nominale ® genitivo nome
Sintagma adiposizionale ® posposizioni
La Branching Direction Theory prevede però che i una lingua storico-naturale vi è una tendenza a collocare i costrutti di natura sintattica sempre prima o sempre dopo la testa. Entrambe le ipotesi quindi ricorrono a fattori interni per spiegare correlazioni tipologiche in ambito sintattico, spiegazione che può essere ricondotta alla tendenza all’economia che porta ogni lingua ad avere la maggior efficacia comunicativa riducendo al minimo la dotazione formale.
- tipologia e morfologia
la tipologia morfologica presuppone l’azione di 2 parametri:
- indice di sintesi ® nr di morfemi individuabili in unaparola
- indice di fusione ® segmentabilità della parola stessa, difficoltà di individuare i morfemi
la combinazione dei due indici permette di individuare 4 tipi di riferimento
- tipo isolante
indice di sintesi ha valore minimo, ogni parola tende ad essere morfemica ed esprime un solo significato, quindi esistono solo confini tra parole ® CINESE MANDARINO
- tipo polisintetico
indice di sintesi ha valore massimo, nr elevato di morfemi, in una sola parola info che richiederebbero una frase ® ESCHIMESE, SIBERIANO
- tipo agglutinante
indice di fusione con valori minimi, parlola con + morfemi, corrispondenza tra livello di forma e contenuto
- tipo fusivo
indice di fusione con valori massimi, i confini tra morfemi perdono visibilità, la loro segmentazione ostica e non c’è corrispondenza tra livello di forma e contenuto
le lingue indoeuropee hanno qs tipo di carattere
indice di sintesi ha valori medio-bassi: la possibilità di far convergere + unità semantiche su un singolo morfema consente di ridurre il nr complessivo di morfemi all’interno della parola.
1.3.2. marcatura della dipendenza sulla testa VS sul modificatore
Una seconda classificazione concerne la strategie morfologiche che le lingue adottano per codificare le relazioni di dipendenza. Può essere espressa mediante dispositivi di natura sintattica (ordine costituenti) o con il ricorso ad afissi (strumenti di natura morfololgica) che riguarda le lingue che marcano la relazione di dipendenza sulla testa. Si possono prevedere 3 tipi di riferimento:
- marcatura sulla testa ® tipico delle lingue che collocano il V inizio frase dichiarativa
- marcatura sulla dipendenza
- sia sulla testa che sulla dipendenza
1.4 tipologia e fonologia
Il TONO è una proprietà che caratterizza i suoni sonori, cioè i suoni che prevedono, nella loro articolazione, la vibrazione delle corde vocali, tanto più elevata è la frequenza con cui vibrano le corde vocali, tanto più alto è il tono del suono prodotto; ha valore distintivo per circa la metà delle lingue parlate oggi, è possibile cioè che due parole, con significato diverso, siano uguali in tutto a eccezione del tono.
Lingue di questo tipo vengono definite lingue a toni o lingue tonali (il cinese mandarino distingue il significato delle parole a seconda del tono)
L’unità a cui deve essere associato il tono e la funzione cui il tono deve assolvere si possono identificare in base a diversi parametri:
- la distinzione più frequente è quella tra toni associati a vocali
- meno usata quella tra toni associati a sillabe
Alla funzione dei toni, la prima e più importante suddivisione è tra i toni che distinguono morfemi lessicali e quelli che distinguono invece morfemi con valore più specificatamente grammaticale.
1.5 tipologia e lessico
Quando le unità della fonologia paiono assolutamente refrattarie ad assecondare condizionamenti extrasistemici, tanto il lessico appare vulnerabile rispetto a perturbazioni provenienti dall’esterno.
BERLIN E KAY hanno individuato undici colori che sembrano essere riconosciuti ed indicati allo stesso modo dai parlanti di oltre 100 lingue incluse nel campione. Queste undici classi cromatiche paiono disporsi in una gerarchia organizzata in modo rigidamente implicazionale:
- vertice bianco/nero (se due parole)
- rosso (se una terza)
- giallo/verde (se quinta/sesta)
- blu etc………
- marrone
- porpora/rosa- arancio/grigio
è impossibile che una lingua abbia i termini per il blu senza avere il giallo e verde……..
1.6 non esistono tipi puri
Le lingue storico-naturali si caratterizzano come tipologicamente miste.
L’inglese esibisce un ricco campionario di incongruenze e di contraddizioni tipologiche, si configura come una lingua VO. Nel sintagma nominale l’aggettivo precede sempre il nome (the black dog) in aperta contrapposizione con il principio soggiacente al tipo VO.
A quale tipo morfologico appartiene l’inglese?
Viene spesso ascritto al tipo isolante, ogni parola è morfema e invariabile. Il plurale dei nomi e il comparativo degli aggettivi vengono realizzati con strategie di natura agglutinante.
Sono fusive le forme pronominali di terza persona singolare,alternanza vocalica introflessivo.
Quindi è di tipo isolante, ma con una componente agglutinante non trascurabile; una quantità non indifferente di elementi fusivi e qualche forma introflessivi.
Ed è una condizione estrema e sotto molti aspetti eccezionale.
1.7 classificazione tipologica e genetica delle lingue
Quali sono i rapporti tra la classificazione tipologica e la classificazione genetica delle lingue, o più in generale tra la linguistica e la linguistica storico-comparativa?
Vi sono alcuni importanti punti di contatto tra questi due settori della linguistica:
- essi ricorrono di norma al medesimo procedimento di analisi quello comparativo, in questo senso il contributo maggiore è quello fornito dalla linguistica storica che ha affinato il metodo rendendolo ormai uno strumento di estrema efficacia.
- la tipologia non può prescindere dall’apporto della linguistica storico-comparativa ha una rilevanza teorica maggiore, per sancire l’esistenza di una tendenza tipologica più o meno generale, è necessario escludere che questi tratti siano la conseguenza di una comune filiazione genetica. La tipologia può supportare la classificazione genetica delle lingue e quindi la linguistica storico-comparativa per tre motivi:
- la tipologia può suggerire alla linguistica storico-comparativa una sorta di “gerarchia di pertinenza” di tratti linguistici nei processi di legami di parentela.
- La tipologia può contribuire ad avvalorare o smentire le ipotesi ricostruttive formulate dalla linguistica storico-comparativa.
- La classificazione tipologica può sostenere: la classificazione genetica in aree geolinguistiche particolarmente intricate e l’assenza di un’adeguata documentazione scritta; sono le affinità di natura tipologica a dare l’input alle ipotesi ricostruttive della linguistica storico-comparativa.
1.8 il ruolo della tipologia in una teoria del linguaggio
La tipologia può classificare tanto le lingue storico-naturali quanto singoli elementi delle lingue storico-naturali. Nel primo caso le singole lingue vengono classificate in virtù di proprietà strutturali condivise, nel secondo caso, viene proposta una classificazione tipologica di particolari strategie formali. In entrambi i casi rimane imprescindibile il metodo comparativo, non ha senso realizzare un’indagine tipologica basata su una sola lingua. Ciò non significa che non sia possibile tracciare un ritratto tipologico di una singola lingua.
La tipologia linguistica non può e non vuole essere una teoria generale del linguaggio, ma una tipologia del linguaggio ambisce a capire come funzioni il linguaggio inteso come capacità cognitiva e come esso si realizzi nelle lingue storico-naturali.
La tipologia si propone di individuare schemi e strutture ricorrenti a livello interlinguistico, esplicitando i principi che ne giustifichino le correlazioni.
Per trovare la spiegazione di fatti linguistici, la tipologia svolge uno sguardo sovente all’esterno del singolo sistema , tendono a privilegiare condizionamenti intrasistemici.
In chiave tipologica è naturale attendersi che ogni segmento del sistema lingua obbedisca a un proprio principio organizzativo.
Per riassumere:
- La tipologia linguistica si occupa essenzialmente della variazione interlinguistica sul piano sincronico, con l’obiettivo primario di rendere espliciti i limiti di quest’ultima.
- Lo strumento d’indagine privilegiato della tipologia linguistica è rappresentato dai tipi linguistici, insiemi di proprietà strutturali reciprocamente indipendenti, ma correlate in virtù dell’azione di un unico principio organizzativo soggiacente.
- I tipo sono modelli di descrizione linguistica, cioè entità astratte, non oggetti linguistici esistenti nella concreta realtà linguistica. Le lingue storico-naturali, fatte salve pochissime eccezioni, tendono dunque a essere tipologicamente miste.
- Gli universali linguistici
Gli UNIVERSALI LINGUISTICI indicano proprietà o correlazioni di proprietà che si suppone contraddistinguano ogni lingua storico-naturale del presente come del passato.
La tipologia e la ricerca sugli universali paiono perseguire obiettivi diametralmente opposti, la prima si occupa della variazione interlinguistica; la seconda studia ciò che è comune a tutte le lingue.
I punti di contatto tra le due discipline sono molteplici, entrambe si collocano a livello sincronico; hanno un carattere descrittivo e non normativo né esplicativo; fotografano uno stato di cose : osservano che una specifica proprietà occorre in tutte le lingue storico-naturali; né gli universali né le correlazioni tipologiche hanno in sé la ragione della propria esistenza.
La tipologia e la ricerca sugli universali ricorrono ai medesimi fattori, interni o esterni, per spiegare le generalizzazioni proposte. Gli universali individuano ciò che è tipologicamente irrilevante, delimitano e circoscrivono il campo di indagine della tipologia stessa.
Non tutti gli universali hanno la medesima rilevanza per la tipologia, distinguere tra universali assoluti e implicazionali, sono questi ultimi a interagire più fruttuosamente con la tipologia.
2.1 Gli universali assoluti
Gli universali assoluti sanciscono la presenza (o l’assenza) di una particolare proprietà in ogni lingua storico-naturale, senza fare riferimento ad alcun altro parametro e senza stabilire correlazioni fra tratti differenti, l’esempio cui tutte le lingue hanno vocali orali.
Gli universali assoluti non lasciano alcuno spazio alla variabilità, la rilevanza di questi universali sta nel fatto che stabilendo dei requisiti imprescindibili per ogni lingua forniscono informazioni sulla natura profonda del linguaggio umano.
Nell’interazione comunicativa l’uomo impiega principalmente la memoria a breve termine, che rende problematico il recupero di informazioni legate a strutture sintattiche molto complesse.
2.2 Gli universali implicazionali
Gli universali implicazionali pongono in relazione due (o più) proprietà , vincolando la presenza di una di esse alla presenza dell’altra.
Ponendo in relazione due proprietà distinte e teoricamente indipendenti, un universale implicazionale lascia alle lingue un buon margine di reciproca differenziazione e offre parametri affidabili e attendibili per lo studio della variabilità interlinguistica.
Gli universali imlicazionali rappresentano un valido supporto per la tipologia linguistica: essi stabiliscono i limiti estremi della variazione interlinguistica, indicando i terreni sui quali le lingue non possono avventurarsi, la tipologia proietta queste generalizzazioni sulla realtà concreta.
2.3 Come spiegare gli universali?
A livello intuitivo gli universali indicano una serie di requisiti che ogni lingua storico-naturale deve soddisfare, e paiono proiettare sulla concreta realtà linguistica proprietà essenziali del linguaggio.
Gli universali in base alle loro specifiche caratteristiche e al livello della lingua cui fanno riferimento, possano obbedire a fattori di natura diversa.
Se il fine ultimo di ogni lingua storico-naturale è la comunicazione, gli universali possono essere concepiti come strategie comunicative così efficaci da essere condivise da tutte le lingue storico-naturali.
2.3.1 Economia, iconicità e motivazione comunicativa
Esistono vari principi in grado di giustificare la presenza o l’assenza di particolari strutture linguistiche:
- l’economia può essere definita come la tendenza a snellire il più possibile l’apparato formale di un sistema linguistico, pur preservando intatte le sue potenzialità comunicative. L’economia si manifesta a vari livelli: nel contenimento entro limiti compatibili per la memoria umana dell’inventario delle unità di base della lingua e nella limitazione di strutture ridondanti.
- con iconicità si intende la tendenza a riprodurre le sequenze di base a cui viene organizzata l’informazione da trasmettere. Il piano dell’espressione mira a fotografare con una certa fedeltà la scansione dell’informazione che avviene a livello mentale.
- la motivazione comunicativa , se la lingua ha come traguardo essenziale la comunicazione, è logico attenersi che essa faccia convergere tutte le proprie risorse su questo obiettivo. E proprio questa motivazione comunicativa offre una spiegazione dell’universale secondo cui tutte le lingue hanno categorie pronominali implicanti, almeno tre persone (prima,seconda e terza persona)e due numeri (singolare e plurale).
2.3.2 L’universale 38: la marcatura del soggetto nei sistemi di caso
L’universale in questione afferma che in presenza di un sistema di casi, l’unico caso che può essere espresso mediante un affisso zero è quello che include tra le sue funzioni quella di soggetto del verbo intransitivo.
Il sistema nominativo accusativo è quello con cui un parlante occidentale ha la maggior dimestichezza.
2.4 Universali e tendenze
Anni ’60 JOSEPH H. GREENBERG l’allargamento del campione di lingue ha fatto affiorare una copiosa messe di eccezioni e di controesempi a molte generalizzazioni ipotizzate.
Tutto ciò ha obbligato a rivedere i cardini della disciplina e rimettere in discussione lo statuto stesso degli universali.
La distinzione tra universali e tendenze universali: i primi indicano quelle proprietà, correlazioni o strutture linguistiche che, senza alcuna eccezione, ricorrono in ogni lingua sorico-naturale. Le seconde designano le proprietà, le correlazioni o le strutture linguistiche che sono attestate in una porzione statisticamente rilevante delle lingue storico-naturali.
Il valore delle tendenze, intese come descrizioni di situazioni statificamente significative, sta nel fatto che esse dimostrano inequivocabilmente che la distribuzione dei tratti linguistici e delle correlazioni tra essi non è casuale, ma obbedisce a una ratio rigorosa.
Per riassumere
- proprietà condivise dalla totalità delle lingue del mondo ( gli universali linguistici) o almeno da una porzione statisticamente significativa di esse (le tendenze universali). Rispetto alla tipologia, gli universali hanno una rilevanza maggiore di quella degli universali assoluti.
- Spiegazione convincente da trovare per le tendenze universali e per gli universali per i fenomeni o processi linguistici osservati. I fattori che paiono più influenti in questo senso sono l’economia, l’iconicità e la motivazione comunicativa.
3 La tipologia e il contatto interlinguistico
Ogni lingua è intrisa si elementi alloglotti in buona parte delle proprie componenti. L’interferenza interlinguistica può manifestarsi a più livelli:
-attraverso semplici prestiti lessicali, mediante l’assimilazione di regole morfologiche
-con l’adozione di costrutti più complessi a livello microsintattico.
L’interferenza è uno di quei fenomeni in cui può essere ricondotto il fatto che non esistono nella concreta realtà delle lingue storico-naturali, tipi puri.
- La tipologia areale e la nozione di area linguistica
Le lingue storico-naturali rappresentano una fonte estremamente preziosa per la ricostruzione delle intricate vicende storiche delle singole comunità umane e dei territori da esse abitate. Se il popolamento di una regione si è concretizzato mediante una fitta relazione di scambi tra i diversi gruppi umani, le abitudini linguistiche possono serbare tracce di qs contatti. Si possono ricavare testimonianze preziose per far luce sulle vicende passate delle comunità umane.
L’insieme dei tratti linguistici che si sono imposti in una data regione geografica a seguito di una profonda contaminazione interlinguistica costituisce un “tipo areale”. Vi è stata una spinta propulsiva degli eventi storico-sociali che hanno innescato i processi di convergenza.
Per poter asserire che le somiglianze hanno una motivazione di natura areale è indispensabile escludere che esse siano dovute a tendenze tipologiche generali o a familiarità genetica.
Due implicazioni metodologiche:
- per poter individuare eventuali tracce di contatto areale è indispensabile operare una comparazione più ampia tra le situazioni osservate nell’area in esame e le tendenze tipologiche prevalenti nelle lingue del mondo.
Le regioni geografiche in cui tipi areali si concretizzano maggiormente, cioè le regioni in cui le lingue sviluppano tratti comuni per il fatto di essere fisicamente contigue, vengono definite aree linguistiche.
Un’area linguistica deve caratterizzarsi per la presenza di più lingue parlate nel medesimo contesto geografico, ma non immediatamente imparentate e di tratti linguistici da esse condivisi.
3.1.2. Storia e linguistica
un’area linguistica per poter essere tale deve aver assistito a movimenti di popoli di vaste proporzioni e alla conseguente creazione di aree bilingui o plurilingui.
L’implicazione teorica più rilevante, del rapporto tra storia e linguistica nella verifica delle ipotesi di diffusione areale di tratti linguistici consiste nell’ineludibile necessità di attribuire un ruolo preminente alla storia. Non si può prevedere la formazione di un’area linguistica contro l’evidenza della storia, al contrario è del tutto plausibile che l’evidenza storica non si trasformi in evidenza linguistica. Un’area linguistica deve essere prima di tutto un’area culturale-storica.
3.2 Alcune aree linguistiche
3.2.1 I Balcani
Il primo esempio di contesto areale, teatro di intricati fenomeni di convergenza interlinguistica, sono i Balcani. Di fatto sono divenuti il primo LIMES naturale tra Oriente e Occidente, due mondi non solo opposti ma spesso contrapposti.
Presentano una stratificazione etnica certamente senza pari in Europa, conseguenza di una serie di ondate migratorie, che hanno più volte stravolto l’assetto complessivo della regione. L’area Balcanica è il territorio europeo in cui si concentra il maggior numero di lingue appartenenti a gruppi linguistici diversi: oltre al neogreco e all’albanese, due lingue isolate, va notata la presenza di lingue slave meridionali, di una lingua romanza, di una lingua altaica e di una lingua uralica.
I tratti essenziali del tipo areale balcanico sono:
- sistema vocalico neogrecoà articolato su 5 fonemi vocalici (/i/, /u/, /e/, /o/, /a/).
- Sincretismo tra i casi genitivo e dativo à la tendenza prevalente è quella a far confluire nel genitivo le funzioni precedentemente esercitate dal dativo.
- Formazione di un futuro perifrastico à verosimilmente come effetto di attrazione del greco bizantino e medievale.
- Formazione dei numeri da 11 a 19 à che prevede una matrice “numero + preposizione su+ 10”.
- Perdita dell’infinito à sostituito da preposizioni finite di natura finale, consecutiva o dichiarativa (finse che dormiva, finse di dormire).
- Preposizione dell’articolo definito à tra le lingue balcaniche la collocazione postnominale dell’articolo definito riguarda il bulgaro, il macedone, l’albanese e il rumeno dove l’articolo postposto consente di preservare la distinzione tra un caso nominativo-accusativo e un caso genitivo-dativo.
3.2.2 L’Europa centro occidentale (l’area di Carlo Magno)
In Europa si registra la presenza di oltre 100 lingue diverse, non tutte immediatamente imparentate, ma caratterizzate da una serie di tratti comuni e condivisi.
Alcuni tratti che paiono caratterizzare in modo quasi esclusivo alcune lingue d’Europa e il cui insieme è noto come standard average european (SAE) alcuni di questi tratti sono:
- somiglianze lessicali à che di fatto si articolano su due livelli distinti:
- presenza di un comune lessico di matrice greca e/o latina
- presenza di comuni strategie nelle formazione delle parole
- ordine dei costituenti maggiori della frase indipendente, assertiva relativamente rigida e di tipo SVO
- presenza di preposizioni e di genitivi postnominali
- uso di “avere ed essere” come ausiliari à nella formazione di alcuni tempi verbali complessi
- presenza simultanea di articoli definiti e indefiniti
- carattere no pro-dropà le lingue pro-drop, altrimenti dette a soggetto nullo tollerano l’omissione del pronome personale in posizione di soggetto nella frase dichiarativa, senza che ciò pregiudichi la grammaticalità e la conseguente piena comprensibilità della struttura linguistica prodotta. Nelle lingue non pro-drop la mancata espressione del soggetto produce stringhe del tutto agrammaticali e quindi incomprensibili (inglese e francese) le lingue romanze sono pro-drop.
- agente e soggetto possono divergereà il ruolo semantico di “agente” viene assegnato all’argomento che designa l’autore dell’azione, il costituente a cui è attribuito il ruolo semantico di agente corrisponde al soggetto grammaticale della frase
- la forma passiva consente l’espressione dell’agente
- accordo delle forme finite del verbo con il soggettoà nella maggior parte delle lingue europee il verbo nelle sue forme finite concorda solo con il soggetto
- paradigmi di caso fortemente semplificati e di tipo nominativo-accusativo à la tendenza piuttosto marcata, che emerge da una disamina della morfologia flessiva nominale delle lingue europee è quella che porta ad una progressiva riduzione delle terminazioni del caso.
La combinazione dei 10 tratti rappresenta la combinazione centrale del nucleo del SAE.
Tedesco/francese/nederlandese à la quasi totalità dei tratti si realizza
Basco/turcoà solo un numero esiguo dei tratti si realizza
Italiano/inglese/lingue slave/neogreco/albanese/lingue baltiche, celtiche e malteseà i tratti 1,3,4,5,7,8,9 trovano una piena realizzazione.
Le lingue che realizzano il maggior numero di tratti del SAE si collocano nella regione Renana. UN’AREA LINGUISTICA NON COPRE UNO SPAZIO OMOGENEO
3.3 Due sogni infranti: il Mediterraneo e il Baltico
Vi sono nel mondo vari contesti regionali in cui i sistemi linguistici non hanno intrapreso alcuna marcia di progressivo avvicinamento ad un tipo strutturale parzialmente unitario.
NE IL MEDITERRANEO NE IL BALTICO POSSONO ESSERE CONSIDERATI AREE LINGUISTICHE.
Nel mediterraneo e nel baltico emergono delle costellazioni di microprocessi di convergenza ma mancano tratti condivisi globalmente. E per sancire l’esistenza di un’area linguistica quest’ultima condizione pare imprescindibile.
Per riassumere
- le condizioni necessarie alla formazione di un’area linguistica sono: la presenza in una stessa regione di più lingue non strettamente imparentate, la condivisione, da parte di queste lingue, di tratti tipologicamente significativi, contatti prolungati e sistematici tra le diverse comunità di parlanti
- queste condizioni sono si necessarie, ma non sufficienti. Si è visto infatti che in alcuni casi il loro soddisfacimento non si traduce effettivamente nella formazione di un’area linguistica.
- La tipologia e il mutamento linguistico
4.1 Il paradigma dinamico
la tipologia linguistica costituisce un procedimento di classificazione delle lingue che si colloca su un piano sincronico, tuttavia i possibili punti di contatto con la linguistica storico-comparativa sono molti.
La storia ci pone davanti agli occhi sia mutamenti marginali e quasi irrilevanti nell’equilibrio complessivo della lingua, sia trasformazioni radicali e dall’impatto devastante, nelle quali non sono solo singoli segmenti del sistema a mutare, ma è l’intero sistema ad essere coinvolto o addirittura sconvolto dal cambiamento. Nessuna configurazione tipologica può essere considerata come un’acquisizione definitiva, ma in continua trasformazione (DINAMICIZZAZIONE DELLA TIPOLOGIA)
4.2 Tipi stabili e tipi frequenti
Vi sono tipi diffusissimi e altri assolutamente rari, tipi apparentemente duraturi e altri particolarmente vulnerabili, tipi diffusi in modo uniforme e altri che caratterizzano solo lingue concentrate in regioni limitate.
I tipi linguistici non hanno la medesima probabilità di occorrenza e quest’ultima dipende solo in parte dalla loro coerenza interna. I fattori in grado di influenzare la distribuzione dei tipi linguistici sono due, indipendenti l’uno dall’altro:
- la stabilitàà si intende la probabilità che un determinato tipo venga abbandonato o mantenuto. I tipi stabili di norma, esibiscono una diffusione omogenea all’interno delle famiglie linguistiche.
- la frequenzaà corrisponde alla probabilità che un determinato tipo venga assunto dalle lingue storico-naturali. I tipi frequenti mostrano una diffusione più uniforme in termini areali.
La combinazione dei due criteri consente di giustificare la diffusione di tutti i tipi linguistici secondo lo schema seguente:
- tipi stabili e frequenti: diffusi geneticamente
- tipi stabili e infrequenti: diffusi in singole famiglie linguistiche, ma non geograficamente.
- Tipi instabili e frequenti: diffusi geograficamente e sporadico nelle varie famiglie linguistiche
- Tipi instabili e infrequenti: piuttosto rari sia nelle famigli linguistiche che geograficamente
4.2.1 Tendenze tipologiche e areali nel mutamento linguistico
L’azione dei criteri di stabilità e frequenza nella diffusione dei tipi linguistici e la loro efficacia nel prevedere le strategie coinvolte nel mutamento linguistico possono essere esemplificate in modo piuttosto chiaro analizzando la distribuzione sincronica e il percorso evolutivo dei diminutivi e degli accrescitivi.
Latino à trasmissione dei propri diminutivi alle lingue romanze
Greco anticoà trasmissione dei propri diminutivi al neogreco
Slavo comuneà alle moderne lingue slave
Protogermanicoà alle moderne lingue slave
I diminutivi trasmessi fanno parte dell’eredità del protoindoeuropeo, mentre gli accrescitivi sono una strategia linguistica molto recente e più vulnerabile.
Diminutivià fenomeno contraddistinto da un alto grado sia di stabilità che di frequenza.
Accrescitivià fenomeno instabile ma frequente.
I diminutivi stabili e frequenti si svilupparono diacronicamente secondo una matrice tipologica piuttosto generale e interlinguisticamente diffusa. Gli accrescitivi piuttosto frequenti ma instabili ricorrono a cliche diversi e ben connotati in senso areale.
In sostanza in questo caso non è la parentela tra le lingue coinvolte, ma l’interferenza con i sistemi geograficamente adiacenti ad indirizzare il processo evolutivo.
4.3 I tipi devianti: quando la diacronia spiega la sincronia
Se ci avvaliamo di un approccio in grado di conciliare le dimensioni sincronica e diacronica le lingue della fisionomia problematica non devono necessariamente essere relegate ai margini, ma trovano una loro ragion d’essere e una piena legittimazione come espressione della sintomatologia di un più o meno complesso di mutamento in atto.
Esempio il latino, come lingua morta, se operassimo su un livello puramente sincronico no potremmo fare altro che certificare la natura incoerente del latino pompeiano. Se però aprissimo una finestra sulla diacronia il quadro complessivo ci apparirebbe in una luce diversa, il latino classico e le lingue romanze.
Il latino pompeiano collocandosi in una posizione intermedia rispetto questi due estremi, rivela, che la transazione tipologica che ha accompagnato la formazione dei primi volgari romanzi era già avviata nel primo secolo d.c.
4.4 Universali e implicazionali e mutamento linguistico
Il rapporto interlinguisticamente difforme tra diminutivi e accrescitivi è stato schematizzato nell’universale implicazione accrescitivi diminutivi : in sostanza, se una lingua dispone di un procedimento morfologico per realizzare gli accrescitivi, allora dispone necessariamente di un procedimento morfologico per realizzare i diminutivi, ma non viceversa.
4.5 Si può prevedere la direzione del mutamento linguistico?
Rimane innegabile l’esistenza di mutamenti più naturali di altri e, una volta individuate le premesse tipologiche pertinenti, dovrebbe essere possibile stabilire almeno le direzioni precluse al cambiamento in atto. Ma, poste queste premesse, niente garantisce che il mutamento giunga in effetti al suo compimento.
Edward Sapir ha definito “DERIVA” la lenta trasformazione della lingua. Il termine rende bene l’idea di un movimento libero e incontrollato. La storia delle lingue è in parte governata da agenti esterni, cioè dai successi e dagli insuccessi delle comunità umane, che possono intervenire in qualunque momento sulla deriva della lingua imponendole deviazioni di percorso, arrestandone l’azione o dirottandola verso mete inizialmente impreviste.
Per riassumere
- la tipologia dinamica studia il mutamento linguistico nell’ambito del complesso slittamento tipologico che coinvolge ogni lingua nel corso della propria storia.
- Le caratteristiche dei mutamenti tipologici sono in parte desunte dal valore che viene attribuito agli indici di stabilità e frequenza.
- Gli universali implicazionali possono fungere da efficaci strumenti di previsione circa le fasi del mutamento.
5. Ai margini della tipologia
- Tipologia e dialetti
La lingua cambia nello SPAZIO, la differenza + evidente è quella che viene comunemente definita “accento”. Qs variazione nello spazio è indicata come “variazione dialettale”.
Quanto devono essere distanti 2 sistemi per essere definiti due lingue diverse piuttosto che due dialetti della stessa lingua?
IL DIALETTO corrisponde all’uso linguistico di una comunità geograficamente ristretta facente parte a sua volta di una realtà sociale e politica + ampia; deve essere geneticamente imparentato alla lingua di cui è considerato una variante.
- Tipologia e variazione sociolinguistica
Conoscere e parlare una lingua vuole dire anche essere in grado di adeguare la propria produzione linguistica alle diverse situazioni comunicative. Quindi la lingua è un sistema che varia nel tempo- variazione diacronica - e nello spazio - variazione diatopica - in base alla situazione comunicativa - variazione diafasica -, alla caratterizzazione sociale dei parlanti - variazione diastratica - e al mezzo utilizzato per la comunicazione –scritto vs parlato variazione diamesica -.
Le grammatiche fotografano in genere una sola varietà della lingua, quella che si è solito definire standard che include consuetudini linguistiche fortemente orientate alla scrittura; ne consegue che trascurano usi non standard delle lingue che invece caratterizzano le comunità linguistiche reali. SI TENDE INSOMMA AD ASTRARRE LA INGUA DAL CONTESTO DA CUI TRAE LINFA VITALE.
- Tipologia e acquisizione
- Gli universali implicazionali e l’apprendimento linguistico
Le interlingue sono le produzioni linguistiche di un apprendente, di chi sta studiando una lingua straniera. Vi sono fasi ricorrenti e talvolta universali.
- La tipologia morfologica e le interlingue
Fine articolo sulla linguistica
Argomenti affrontati durante il corso di Linguistica Generale
a.a. 2009-2010
LEZIONE 13/10/09
Introduzione
descrizione esame, bibliografia
oggetto di studio della linguistica
idee su cosa sia la linguistica
breve storia della disciplina
caratteri della disciplina linguistica: la lingua come oggetto di studio sfuggente in quanto composito: tante linguistiche quanti sono i diversi aspetti
LEZIONE 15/10/09
Distinzione tra lingua e linguaggio
Concetto di comunicazione
BIPLANARITA': il linguaggio è strutturato su due piani (HJELMSLEV)
- Espressione
- Contenuto
NASCITA LINGUISTICA: FRANZ BOPP, "Sul sistema di coniugazione verbale del Sanscrito comparato con quello delle lingue greca, latina, persiana, germanica." (1816).
Si tratta di una linguistica
- Storica
- Comparativa
- Indoeuropea
NASCITA LINGUISTICA GENERALE: SAUSSURE, "Corso di linguistica generale" (1916, pubblicazione postuma).
Si tratta di una linguistica
- Generale
- Teorica
I LINGUAGGI
Si distinguono diversi linguaggi in base al tipo di espressione:
- Linguaggi espressivi
- Linguaggi acustici
- Linguaggi tattili
- Linguaggi olfattivi
Tali linguaggi sono definiti in base ai sensi che il RICEVENTE attiva per fruirne.
la comunicazione si svolge grazie a questi elementi:
Codice
Mittente Messaggio Ricevente
Canale
Linguaggi aperti: linguaggi che si servono della combinazione di alcuni elementi di base (Es. linguaggi acustici: musica, lingua ecc.).
Linguaggi chiusi: linguaggi i cui elementi non possono essere combinati (Es. linguaggi olfattivi).
LINGUAGGIO UMANO
- Dimensione universale (se si ascolta qualcuno parlare, si capisce che è una lingua, anche se non si conosce la lingua stessa)
- Dimensione storica (anche se non si sa parlare una lingua, ascoltandola si comprende che è proprio quella lingua)
- Dimensione individuale (si comprende la lingua, e si riconosce anche il mittente)
LINGUAGGI DISCONTINUI E LINGUAGGI CONTINUI
- I linguaggi discontinui hanno la caratteristica di non avere alcun legame con il contenuto espresso. Per questo motivo sono anche detti linguaggi immotivati o arbitrari: la loro espressione non è in alcun modo motivata dal loro contenuto.
- I linguaggi continui hanno una certa continuità con il contenuto che vogliono esprimere: sono chiamati anche motivati perché la loro espressione è motivata dal loro contenuto e il contenuto diviene di più facile accesso tramite l’espressione.
IL LINGUAGGIO DELLE API come esempio di linguaggio continuo
I linguaggio delle api è un linguaggio mimico – tattile. Esse comunicano solo riguardo alla distanza dal cibo. Possono scegliere:
LEZIONE 20/10/09
Glottologia: parola derivante dal greco, (glotta = lingua e logos = discorso) indica lo studio della lingua.
Linguistica: aggettivo, sottintende la parola “scienza”.
I due termini sono sinonimici, ma connotano interessi diversi (linguistica più moderna di glottologia)
SEMIOTICA: disciplina che si occupa di tutti i linguaggi, cioè di tutti i sistemi di segni o codici. Saussure affermava che la linguistica doveva rientrare in quella che secondo la tradizione francese si definisce semiologia (=semiotica).
Durante la comunicazione, si distinguono due fasi:
- Codifica: il mittente passa dal contenuto all’espressione.
- Decodifica: il ricevente passa dall’espressione al contenuto.
CODICI PRIMARI E SECONDARI
- Codici primari: sono codici strutturati in espressione e contenuto
- Codici secondari: sono strutturati in due codici; il contenuto di un codice è oppure rimanda all’espressione di un altro codice.
LINGUAGGI ANALOGICI E DIGITALI
I linguaggi continui vengono anche detti analogici poiché esiste un’analogia tra espressione e contenuto. I linguaggi discontinui vengono anche detti digitali poiché in essi le unità sono separate le une dalle altre.I linguaggi continui sono anche iconici. Quelli discontinui, come la lingua, presentano solo delle tracce di iconicità (es. parole onomatopeiche).
I LINGUAGGI DISCONTINUI: ARTICOLAZIONE E COMBINAZIONE.
I linguaggi discontinui sono più complessi di quelli continui. Implicano due caratteri: Articolazione, Combinazione.I linguaggi discontinui, infatti, si basano sull’articolazione e sulla combinazione illimitata di un numero limitato di elementi, mentre tale possibilità non sussiste nei linguaggi continui.
LA LINGUA: LA DOPPIA ARTICOLAZIONE.
La lingua è un linguaggio doppiamente articolato (MARTINET).
- Il primo livello restituisce unità che hanno valore sia sul piano dell’espressione che su quello del contenuto. Tali unità sono i MONEMI, che non sono necessariamente parole ( possono infatti essere anche di ordine inferiore alla parola)
- Il secondo livello restituisce unità di sola espressione, ottenute scomponendo le unità di primo livello, cioè i monemi: si ottengono così i FONEMI, unità minime della lingua valide solo sul piano dell’espressione ma non su quello del contenuto.
LEZIONE 29/10/09.
I linguisti adoperano due termini tecnici per descrivere la generalità o la particolarità di alcuni nomi:
- IPERONIMI: termini generali
- IPONIMI: termini specifici
L’iponimo è dunque incluso nell’iperonimo. La parola “lingua” è un iponimo di “linguaggio”. Inoltre, se la lingua è un tipo di linguaggio, lo studio della lingua (linguistica) rientra nello studio del linguaggio (semiologia).
Importanza nel modello comunicativo di Jakobson al contesto. I DEITTICI sono degli elementi che fanno riferimento al contesto comunicativo. Essi limitano l’ambiguità di un messaggio.
FUNZIONI DEGLI ELEMENTI COMUNICATIVI: ad ogni elemento dell’atto comunicativo è associata una funzione. (le funzioni emotiva, conativa, referenziale, fatica, metalinguistica, poetica)
GLI UNIVERSALI DEL LINGUAGGIO VERBALE (HOCKETT, brano pag. 83, Atlante).
- Canale vocale – uditivo
- Carattere Direzionale del messaggio
- Carattere evanescente del segnale
- Possibilità di scambio tra mittente e ricevente
- Caratteristica di feedback: il mittente è allo stesso tempo ricevente, può controllare e migliorare il proprio messaggio.
- Specializzazione:non esiste un rapporto di proporzionalità tra gli effetti che un segnale linguistico provoca e le sue implicazioni in senso strettamente biologico .
- Semanticità: I segnali linguistici funzionano perché ci sono delle combinazioni riferite alla realtà: la capacità dei segni linguistici di riferirsi a elementi extralinguistici (cioè propri della realtà) viene detta DENOTAZIONE.
- Arbitrarietà. Non c’è alcuna relazione tra forma e denotazione. Riferimento a SAUSSURE.
- Discretezza: i messaggi, in qualsiasi lingua, sono in un repertorio discreto.
- Dislocazione: gli elementi del linguaggio verbale sono slegati dallo spazio e dal tempo.
- Apertura: si creano sempre nuovi repertori e nuove parole.
- Fusione, Analogia e Trasformazione : si possono creare nuove parole fondendone due già esistenti o trasformandone alcune più antiche.
- Un segnale linguistico può cambiare il suo significato
- Tradizionalità: la lingua passa per un processo di apprendimento
- Dualità della strutturazione: doppia articolazione, ogni lingua ha un sistema plerematico (monemi) e cenematico (fonemi) > HJELMSLEV
- Prevaricazione: i messaggi linguistici possono essere falsi; colui che comunica ha potere sul ricevente
- Riflessività: la lingua può parlare di se stessa
- Apprendibilità: si possono apprendere più lingue.
LEZIONE 3/11/09
Ancora sull’universale della riflessività
Esistono due tipi di linguaggio:
- Linguaggio ordinario o linguaggio oggetto: parla della realtà
- Linguaggio metalinguistico: parla della lingua.
Come il linguaggio oggetto, anche il linguaggio metalinguistico ha delle regole. Una regola fondamentale è che tutte le parole nel metalinguaggio sono sostantivi. Si possono usare alcuni espedienti per segnalare che si sta esercitando la facoltà del metalinguaggio: ad esempio, omissione dell’articolo, uso delle virgolette.
LA COMPONENTE NATURALE DEL LINGUAGGIO
Nonostante il carattere di apprendibilità e tradizionalità, nel linguaggio sussiste anche una componente naturale e innata. L’uomo nasce infatti con una naturale predisposizione all’apprendimento della lingua, in quanto ha una
- Dotazione neurolinguistica
- Dotazione di un apparato di fonazione.
Neurolinguistica
Le conoscenze della linguistica sono legate a elementi di medicina. Studi sulle aree cerebrali addette alla funzione linguistica furono avviati anche quando non si disponeva di strumenti scientifici come Tac o risonanza magnetica: si procedeva dunque con la vivisezione. Fu BROCA a scoprire, attraverso lo studio dei cervelli di persone con disturbi del linguaggio, la zona del cervello deputata al linguaggio. In particolare, l’emisfero sinistro di occupa dell’elaborazione linguistica, (anche se vi partecipa, in misura minore, anche l’emisfero destro). La capacità del linguaggio fu localizzata nella terza circonvoluzione dell’emisfero sinistro. Si comprende, dunque, che lo studio della facoltà del linguaggio è legato allo studio delle afasie (patologie linguistiche). Broca comprese che esistevano diverse afasie, dovute a fatti congeniti o a traumi.
Ci sono due categorie di disturbi, etichettate con i nomi dei loro scopritori: Broca e Wernicke.
L’afasia di Broca è di tipo grammaticale. L’afasia di Wernicke è di tipo semantico.
RELAZIONE TRA AFASIE E APPRENDIMENTO LINGUISTICO
I linguisti (in particolare Jakobson) hanno scoperto che esiste una correlazione tra disturbi del linguaggio e apprendimento del linguaggio da parte del bambino; in particolare, c’è un rapporto di inversa proporzionalità: i caratteri che l’afasico perde per ultimi o che non perde affatto sono i primi caratteri che il bambino acquisisce; essi sono i caratteri comuni a tutte le lingue del mondo, (articolazioni fondamentali). Allo stesso modo, i caratteri che l’afasico perde per primi, sono gli stessi che vengono appresi per ultimi dai bambini (o da coloro che stanno apprendendo anche una seconda lingua). In particolare, tali caratteri sono i caratteri con uno statuto più grammaticale. Esempi: in inglese, delle tre –s che seguono, la terza è quella di più difficile accesso per il bambino
es. Dreams Parola
John’s dream Sintagma
John dreams Frase
La terza s viene significativamente persa per prima dagli afasici, perché la frase è una struttura più complessa rispetto alla parola o al sintagma.
La scoperta della correlazione tra afasia e apprendimento linguistico si deve a Jakobson.
LE ARTICOLAZIONI FONDAMENTALI
I bambini, in tutte le lingue, emettono alcuni suoni come primi. Tali suoni vengono emessi dopo i tre mesi, nella fase di lallazione. Essi hanno le stesse caratteristiche in tutte le lingue: presentano sempre la vocale A e le consonanti P, M, T. la combinazione di tali suoni forma infatti le parole base delle varie lingue del mondo (es. mamma, papà). Tali suoni sono i primi appresi dai bambini e gli ultimi persi dagli afasici. La P, la M e la T, infatti, sono suoni presenti in tute le lingue.
L’APPARATO DI FONAZIONE
L’apparato di fonazione è il risultato di un lungo processo evolutivo. Nell’uomo, infatti, la laringe, si è spostata: negli ominidi era molto più alta, così come nei neonati, e non permetteva l’articolazione di suoni complessi. Gli elementi dell’attuale apparato di fonazione umano non erano dunque originariamente adibiti a tale funzione, ma avevano funzioni differenti.
Descrizione dell’apparato di fonazione
LEZIONE 5/11/09
La fonetica si occupa del suono da un punto di vista fisico, indipendentemente dalla sua funzione. Si divide in
- Fonetica articolatoria (produzione del suono)
- Fonetica uditiva (ricezione del suono)
- Fonetica acustica (propagazione del suono)
I foni (termine tecnico che sta per “suoni” linguistici) sono divisi in due categorie:
- Vocali
- Consonanti
Durante la produzione di vocali, non si sono chiusure nel canale di fonazione. Durante la produzione di consonanti, ci sono chiusure parziali o totali del canale di fonazione. L’esistenza delle consonanti dipende dalle vocali: ciò si comprende già dal termine con – sonanti, in cui sonanti è sinonimo di vocali. Ci sono anche dei suoni che sono intermedi tra consonanti e vocali: essi sono detti sonanti o sonoranti. portare l’accento.
Descrizione delle articolazioni consonantiche in relazione a tre parametri
- Assenza o presenza di vibrazione delle corde vocali (sordità o sonorità)
- Luogo di articolazione
- Modo di articolazione.
Descrizioni delle vocali
Si distinguono per procheilia o aprocheilia, cioè per la presenza o assenza di protrusione delle labbra in avanti. Tale parametro sostituisce quello di sordità /sonorità delle consonanti, in quanto le vocali sono tutte sonore. Per quanto riguarda luogo e modo di articolazione, c’è una variabilità minore rispetto alle consonanti. Un parametro è quello del grado di apertura o chiusura (che corrisponde al modo di articolazione): le vocali possono essere aperte, semiaperte, semichiuse, chiuse. Per il luogo, si parla di vocali più o meno avanzate (palatali, centrali, velari). [a], [i], [u] sono definite vocali cardinali: sono vocali presenti in tutte le lingue, e ciascuna di esse definisce un carattere dato nella sua massima espressione.
LEZIONE 10/11/09
Esercitazione generale
Trascrizioni fonetiche
LEZIONE 17/11/09
VOCALI E CONSONANTI
le vocali e le consonanti sono degli universali delle lingue: ogni lingua ha sia vocali che consonanti. Sembra che l’ossatura delle parole sia costituita dalle consonanti, che esprimono i loro significati di base, mentre le vocali sono accessorie ed esprimono perlopiù funzioni grammaticali. Infatti, esistono delle lingue (Semitiche) in cui si scrivono solo le consonanti; inoltre, le vocali vengono spesso approssimate nella pronuncia e vengono omesse nella scrittura abbreviata.(vedi SMS e linguaggio usato nelle chat)
Altre nozioni di fonetica: lunghezza, accento. Differenza tra fatti segmentali e sovrasegmentali.
LA TRASCRIZIONE FONETICA
La trascrizione fonetica è molto utile in quanto la grafia non corrisponde alla reale pronuncia. Questo perché le lingue non sono motivate e perché cambiano nel tempo: un tempo infatti, la grafia registrava esattamente la scrittura. Con il passare del tempo però la scrittura e la lingua si sono sviluppate seguendo un doppio binario, in quanto la scrittura tende a rimanere uguale, mentre la lingua nel parlato ha subìto forti cambiamenti.
LA FONOLOGIA
La fonologia studia i suoni non per le loro caratteristiche fisiche, ma per la loro funzione. Essa si occupa dei fonemi, che sono unità astratte, considerate nella loro funzione. Esse, in particolare, sono dotate di una funzione distintiva: servono a distinguere i significati delle parole.
Gli allofoni sono delle realizzazioni diverse dello stesso fonema. Possono essere allofoni o varianti combinatorie, se sono dovuti alla coarticolazione. Se essi non dipendono dalla presenza di altri suoni, sono detti allofoni o varianti libere.
Le coppie minime sono coppie di parole che si distinguono per un solo fonema.
LA LANGUE E LA PAROLE
- Saussure e la distinzione tra piano astratto e piano concreto.
La parole è concreta: è la produzione linguistica effettiva; in essa mettiamo in atto la langue. La langue è invece astratta: vi troviamo le unità e le regole per combinarle. La langue è qualcosa di sociale e collettivo, mentre la parole è un fatto individuale. La parole non coincide con la langue: la parole di ognuno fa riferimento alla conoscenza della langue di ognuno.
LEZIONE 19/11/09
Ancora sui concetti di langue e parole
C’è una circolarità tra langue e parole: nella parole si fa riferimento alla langue, e la langue si sviluppa grazie alla parole.
Saussure parla di atto di parole. Esso è efficace quando viene instaurato un circuito di parole, e il circuito si chiude. Il circuito della parole si Saussure e i tre processi implicati: processo, psichico, fisiologico, fisico
Confronto tra i concetti di langue e parole e quelli di competence e performance (Chomsky). Accenni alla corrente del generativismo.
A differenza della langue di Saussure, la competence di Chomsky è un fatto individuale, perché è un fatto mentale e ha qualcosa di innato. La competence si identifica con il codice, la performance con il messaggio (Jakobson). Il messaggio può essere molto diverso a seconda della diversa conoscenza della competence.
Il fonema è un elemento astratto. Un fonema, nella sua realizzazione (fono), non può essere variato troppo: le variazioni sono permesse, ma è fondamentale che i fonemi non si confondano tra loro.
I fonemi sono unità oppositive – differenziali – negative. Questo perché i fonemi non godono di caratteristiche proprie, ma hanno caratteristiche in relazione agli altri fonemi. Il fonema infatti è un pacchetto di tratti, e tra questi tratti anche uno solo di essi può servire a distinguere un fonema da un altro. In questo caso, quel tratto viene definito pertinente, cioè l’unico ad avere carattere distintivo.
E’ stata la scuola di Praga a fondare lo studio fonologico con studiosi come Trubeckoj, Jakobson, Karchevsky.
Trubeckoj elaborò una classificazione delle opposizioni dei fonemi, definiti opposizioni fonologiche. Egli parte dal concetto di base di comparazione: per essere comparati, i fonemi devono avere qualcosa di diverso, ma anche degli elementi in comune. E’ possibile distinguere
- Opposizioni che riguardano l’intero sistema di fonemi
- Opposizioni che riguardano solo i fonemi messi a confronto.
Le opposizioni fonologiche si possono perdere: un fonema può confluire in un altro. La neutralizzazione delle opposizioni fonologiche
LEZIONE 24/11/09
Le regole di Trubeckoj per distinguere i fonemi dai foni. Concetto di contesto (distribuzione complementare) in cui si realizza un fono.
Il fonema come “forma fonica”. L’opposizione di Saussure tra sostanza e forma.
Ancora sulle nozioni di distintività e pertinenza. Principio dell’opposizione.
Il principio dell'opposizione come tratto funzionale: le opposizioni sistematiche negli atteggiamenti del cane e del gatto nell'interpretazione di Darwin.
La fonologia di Jakobson: concezione oppositiva e binarismo. >Esempio di analisi fonologica compiuta da J. : i tratti non sono più esclusivamente articolatori come quelli individuati da Trubeckoj.
Altre nozioni centrali per la fonologia e derivanti dalla impostazione teorica di Saussure: funzione e valore.
La nozione di valore di un segno linguistico.
LEZIONE 26/11/09
La separazione tra studio dei foni e dei fonemi si riproduce anche se consideriamo il fattore tempo e studiamo i mutamenti di foni e fonemi
Distinzione di Saussure tra studio sincronico e studio diacronico.
Diacronico= variazione nel tempo. Esistono altre variazioni e varietà. Altri –dia. Varietà diatoniche (dialetti); diastratiche (socioletti) e di afasiche (idioletti).
I mutamenti fonetici furono individuati già nell’Ottocento e formulati in “leggi fonetiche”. Soltanto dopo Saussure si concepiranno i mutamenti fonologici.
Riferimenti alla linguistica diacronica dell’Ottocento e ai Neogrammatici.
I mutamenti fonetici possono essere sintagmatici (cioè condizionati) o paradigmatici (assoluti e sistematici).
Mutamenti sintagmatici: assimilazione. L’assimilazione avviene tra consonanti, tra tratti di consonanti. Avviene tra consonante e vocale o tra vocali. Metafonesi , primo riferimento all’apofonia.
La dissimilazione, l’interversione
La legge di Grimm (detta rotazione consonantica) e il passaggio delle tre serie consonantiche dall’Indeuropeo al germanico. . Considerazione del sistema
LEZIONE 1/12/09
Un mutamento può essere considerato nella sua dimensione fonologica, facendo quindi riferimento all’intero sistema.
Martinet e l’economia dei mutamenti fonetici. La legge di Grimm descritta come riempimento delle caselle vuote e affollamento delle caselle piene.
Alcuni fonemi non sono facilmente suscettibili ai cambiamenti (resa funzionale).
Principi di fonologia diacronica nella visione di Jakobson: rifonologizzazione, defonologizzazione, fonologizzazione. La legge di Grimm come esempio di rifonologizzazione. Il quadro del vocalismo italiano rispetto a quello latino con casi di defonologizzazione.
Sui concetti di sintagmatico e paradigmatico. Nozione di rapporto tra segni all’interno di un sistema. Teoria saussuriana.
Saussure e i caratteri fondamentali del segno linguistico: la linearità. La linearità consente la combinazione. Eccezione per i tratti distintivi che nel fonema non sono disposti in modo lineare. L’arbitrarietà e i concetti di significante e significato.
LEZIONE 3/12/09
Saussure e i rapporti sintagmatici (in praesentia) e in absentia (associativi o paradigmatici).
Sulla base di questi rapporti si individuano i meccanismi fondamentali di funzionamento di una lingua.
Jakobson: selezione e combinazione
Hjelmslev e la funzioni di “congiunzione” e “disgiunzione”.
Benveniste: strutturazione dei livelli linguistici. Tratti distintivi, fonemi, morfemi, parole, sintagmi, frasi, testi. Architettura della lingua.
Definizione di morfologia;
Definizione di morfema;
Morfemi lessicali e grammaticali: derivativi e desinenziali;
Morfemi continui e discontinui
la segmentazione morfologica: procedimento per confronto
LEZIONE 10/12/09
Bloomfield e la distinzione tra morfemi liberi e legati. Distinzione che si effettua sulla base della condizione formale dei morfemi, a differenza ad es. di quella esistente tra morfemi lessicali e grammaticali (di contenuto)
L’allomorfia e i concetti di morfo e morfema. Ancora sull’opposizione tra langue e parole. Gli allomorfi realizzano in modo diverso l’unicità del morfema (astratto). Un pacchetto di indicazioni morfologiche può coincidere con un solo morfo, e con un solo fonema (es. forma del verbo essere è)
L’allomorfia della radice è definita “suppletivismo”. Esempi di radice suppletive (essere, andare)
Processi di formazione delle parole e riferimento alla categorizzazione fatta da Sapir.
La suffissazione può cambiare la categoria grammaticale, la prefissazione no.
I composti (endocentrici, esocentrici, a due teste)
LEZIONE 17/12/09
Processi morfologici che compie il parlante manifestando la propria competenza metalinguistica.
Analogia (definizione, riferimento al modello del quarto proporzionale)
Risegmentazione morfologica (attenzione: si coglie solo attraverso nuove formazione sulla base dei “nuovi morfemi”, risultato di una erronea segmentazione)
Etimologia popolare. Differenza con l’etimologia scientifica
Questi processi si realizzano in circostanze particolari come nel linguaggio infantile o nell’apprendimento delle lingue straniere o nel trattamento di elementi linguistici di cui il parlante non ha piena padronanza (etimologia popolare).
Difficoltà nella definizione di “parola”, colta tuttavia a livello intuitivo dal parlante. Parole e lessico.
Meccanismi di ampliamento del lessico: formazione di nuove parole con i processi che la lingua mette a disposizione, utilizzo di altre risorse (prestiti e calchi).
Passaggio lessico grammatica e viceversa. Una parola può diventare morfema (es.in ingl. il suffisso –ful di beautiful che deriva dall’agg. full) ma un morfema si può tradurre in parola (in it. indiscutibilmente può diventare “in modo che non si può discutere”)
La grammaticalizzazione. L’impiego funzionale di elementi del lessico.
La grammatica e la formazione di parole formate con più morfemi come limitazione dell’arbitrarietà.
Saussure e la distinzione tra arbitrarietà assoluta e relativa (i composti e i derivati sono relativamente arbitrari). Tutta la grammatica è limitazione di arbitrarietà (un pl. di un nome che si forma con semplice modificazione, o aggiunta di un suffisso alla forma base contrapposto all’impiego di una forma del tutto nuovo. Cfr. in it. pecora, pecore e gregge : pecore è relativamente arbitrario, mentre gregge è del tutto immotivato).
Distinzione tra lingue grammaticali (come l’italiano) e lingue lessicologiche (come il cinese).
LEZIONE 22/12/09
Esiste una continuità tra parole e combinazione di parole, morfologia e sintassi. Sono sempre in opera i principi di selezione e combinazione: nel primo caso si ha una combinabilità più stretta, nel secondo, una combinabilità più larga. I rapporti sintagmatici riguardano morfemi e parole.
Nozione di sintagma. I sintagmi fondamentali
Oggetto di studio della sintassi
Principi della sintassi: combinabilità, posizionalità, possibilità di sospendere frasi per riprenderle. Frasi relative (incassate)
Ricorsività (esclusivo nella sintassi della lingua). Esempi di ricorsività
Linearità e struttura della frase. L’analisi sintattica inaugurata dalla scuola distribuzionalista americana
L’analisi sintattica di Hockett ed il sistema di rappresentazione a scatola. Costituenti immediati e costituenti ultimi
Analisi sintattica di frasi ambigue
Il descrittivismo americano (Bloomfield, Hockett, Harris) avrà fine con l’avvento della teoria di Chomsky
Prime nozioni sul generativismo. La creatività del linguaggio e il carattere innato
LEZIONE 7/1/10
Un possibile approccio all’analisi della frase consiste nell’attenersi alla struttura lineare ; un altro approccio, del tutto diverso, muove dall’idea che la frase sia strutturata secondo un modello astratto, pre-esistente che può manifestarsi in vario modo.
Tesnière e la sua analisi della frase in stemma: nodo verbale, attanti e circostanti
Centralità del verbo, definizione di valenza. Esempi di verbi monovalenti, bivalenti, trivalenti, avalenti
Esempi di rappresentazione della frase in stemmi
Chomsky e la prima fase del suo pensiero: l’idea di grammatica trasformazionale e generativa. I concetti di struttura profonda e superficiale, e di componente, sintattico, semantico, fonologico.
Centralità della sintassi nella sua visione. Grammatica= sintassi. frase grammaticale vs frase semanticamente non accettabile. Il parlante, in base alla propria competenza, accetta frasi sintatticamente ben costruite anche se prive di significato.
Importanza attribuita al processo di acquisizione della lingua da parte del bambino. Questo lo porta alla conclusione che molto nella lingua è innato. Conoscenze implicite del parlante
Contrapposizione con il modello comportamentista (imitativo) che era dominante. Riferimento a Bloomfield e al comportamentismo.
La seconda fase del pensiero di Chomsky: grammatica universale. Principi e parametri
Chomsky: rappresentazione della frase con grafo ad albero
I quattro sintagmi fondamentali, portato delle categorie lessicali universali (nome, verbo, adposizione, aggettivo)
Esempi di rappresentazione dell’analisi sintattica con grafo ad albero
Esempi di frase “ambigue”, che possono essere riportate ad alberi diversi. A una stessa struttura superficiale possono corrispondere più strutture profonde
Applicazione della visione generativista. Fillmore e i casi profondi. Considerazione del significato su un piano profondo. Contrapposizione con i casi tradizionali, che riguardano la struttura superficiale
LEZIONE 12/1/10
La semantica è connessa con la semiotica (o semiologia) I segni stanno per qualcos’altro, il loro significato.
Oltre alla impostazione di Saussure è importante la concezione triadica del segno di Peirce (segno, realtà e interpretazione del loro rapporto. Il rapporto può essere immotivato, motivato, necessario ecc.)
Classificazione dei segni di Peirce: simboli, icone, indici
Esempi di simboli, icone ed indici in semiologia e in linguistica
All’interno della categoria dei segni motivati (icone) bisogna distinguere i diagrammi
La diagrammaticità della lingua nella visione di Jakobson
Indici linguistici: i deittici. Deissi di persona, deissi di tempo, deissi di luogo.
LEZIONE 14/1/10
La semantica e lo studio del significato
Significati lessicali e grammaticali: rapporto lingua e realtà extralinguistica, rapporti intralinguistici
La lingua non si riferisce direttamente alla realtà, c’è la mediazione del pensiero: rappresentazione diagrammatica del significato (Ogden e Richards).
Riferimento alle nozioni di pertinentizzazione sul piano del contenuto e di valore nell’ottica di Saussure. Il valore non coincide con il significato.
Tripartizione dei livelli di significazione del segno di Frege: referenza
senso, immagine associata
Livelli del significato secondo Mill:denotazione e connotazione . semplificazione della visione di Frege
Le parole con i loro significati sono organizzati in campi semantici
I campi semantici sono organizzati secondo rapporti di subordinazione (rapporti di iperonimia e iponimia) e di gradazione
Altre nozioni fondamentali in semantica: distinzione tra sinonimia, omonimia, polisemia
LEZIONE 19/1/10
In semantica si va dal rifiuto a studiare il significato (Bloomfield) al tentativo di esaminarlo in modo molto rigoroso (Hjelmslev )
Hjelmslev e l’analisi del significato in tratti semantici. Parallelo con l’analisi fonologica e i tratti distintivi
Come le parole sono correlate nel condividere l’impiego di morfemi, ugualmente sono correlate sul piano semantico nella condivisione di tratti semantici. Uomo condivide con gatto il tratto animato, maschile ecc.
La semantica è strettamente connessa con la pragmatica: mentre la semantica è lo studio del significato delle espressioni linguistiche, la pragmatica è lo studio del loro uso specifico.
La pragmatica: considerazione del contesto, dei partecipanti, dei fini e di tutte le variabili che intervengono nel singolo atto comunicativo
Il termine pragmatica è stato introdotto negli anni ’30 da Morris, il quale divideva la semiotica in sintassi, semantica e pragmatica. La sintassi si occupa del rapporto dei segni tra di loro; la semantica del rapporto tra i segni e la realtà; la pragmatica degli stessi campi di sintassi e semiotica valutando in più il rapporto dei segni coi parlanti in un contesto.
Tradizione anglosassone negli studi di pragmatica. Rilevanza del contributo di Austin (anni ’60)
Per Austin ogni comunicazione è un atto (ATTI LINGUISTICI). Esistono due tipi di atti: a. performativi, che cambiano la realtà, e a. constatativi, che si limitano a constatare.
Successivamente Austin rivede la propria classificazione distinguendo tra a. locutivi, illocutivi e perlocutivi. I primi coincidono con gli a. constatativi, ma sono comunque considerati un agire; i secondi sono locutivi ma cambiano la realtà (dal punto di vista del parlante); i terzi implicano i primi due e tengono conto del punto di vista del ricevente dell’atto comunicativo.
Durante la comunicazione il ricevente ha un ruolo attivo: deve capire al di là di ciò che viene detto, deve dedurre cose che non vengono dette…
Le implicature conversazionali, la cooperazione e gli atti linguistici indiretti.
Il principio della cooperazione nella visione di Grice. Le norme della quantità, qualità, relazione e modo.
LEZIONE 21/1/10
Varietà e pluralità delle lingue. Precisazione sulla distinzione tra lingua e dialetto e sul concetto di lingua morta e a rischio di estinzione. Osservazioni sulla relazione tra lingua e numero di parlanti
-Due categorie di classificazione sulla base di criteri esterni e interni: per numero di parlanti e geografico (I categoria), genealogico e della somiglianza strutturale (II categoria)
criteri di classificazione:geografico, genealogico e della somiglianza strutturale e relative classi (leghe, famiglie, tipi)
rapporti orizzontali verticali e circolari (= geografici, genealogici, tipologici).
Parole chiave dei tre criteri: tempo e storia comune (linguistica genealogica); spazio e influenza reciproca (linguistica areale); somiglianza strutturale indipendente da qualsiasi altro fattore (linguistica tipologica)
Classificazione genealogica e linguistica comparativa
Principi fondatori del metodo comparativo (principio dell’importanza del confronto grammaticale e principio della regolarità delle corrispondenze)
Rappresentazione di una famiglia linguistica secondo il modello dell’albero genealogico. Criterio classificatorio: famiglie, gruppi, sottogruppi, ecc.. Riferimento a Schleicher e alla sua applicazione del darwinismo in linguistica. La metafora biologica: lingue come organismi; lingue madri, figlie, sorelle
famiglia indoeuropea (famiglia "esemplare "e molto articolata), uralo-altaica, afroasiatica,sinotibetana, ecc.. Le lingue amerindiane non appartengono ad una famiglia, riemerge il criterio geografico, come per le lingue caucasiche.
LEZIONE 26/1/10
Classificazione tipologica. Ulteriore articolazione all’interno del criterio tipologico: somiglianza fonologica, sintattica, morfologica
La tipologia che prende in considerazione il parametro morfologico nasce nell’Ottocento ad opera dei fratelli Schlegel. Lingue isolanti, agglutinanti e flessive. Esemplificazione dei tipi
Ancora sui fratelli Schlegel e la classificazione morfologica: distinzione tra lingue sintetiche e lingue analitiche. Elemento di diacronicità all’interno della classificazione tipologica che, per sua natura, è sincronica.
I tipi possono mutare nel tempo. Non esiste fissità
Non esistono tipi puri: l’italiano, pur essendo flessivo, mostra tratti agglutinanti e incorporanti
Incorporante e polisintetico come tipi ulteriori rispetto alla classificazione classica a tre gruppi.
Altro criterio di classificazione tipologica è quello sintattico
Classificazione sintattica elaborata da Tesnière sulla base della posizione Nome / Agg. : lingue centripete e lingue centrifughe
Classificazione sintattica elaborata da Greenberg alla luce di 4 parametri: ordine basico, presenza di preposizioni o posposizioni, posizione dell’Agg. e del Gen. rispetto al Nome
Lingue SVO, SOV, VSO (Greenberg). Correlazione tra le caratteristiche relative ai 4 parametri
Gli universali (ad es. Il S precede sempre l’O ).
Classificazione degli universali: statistici (empirici), essenziali, possibli
Programma dell’esame di Linguistica Generale
a.a. 2009-2010
LINGUA E LINGUAGGIO. Principi generali
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 57 Linguaggi non verbali
Lez. 1.1. La lingua è …
Lez. 36.2. L’atto linguistico secondo Jakobson
Lez. 28.5. André Martinet e la doppia articolazione del linguaggio
Lez. 13.3. I primi studi comparativi; 13.3. Franz Bopp
C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.1.2. La danza delle api (p. 80)
2.2.1.c l'atto comunicativo e le sue funzioni (p. 98)
Universali del linguaggio umano (p.83)
2.5.1. Il metalinguaggio (p.183-185)
2.3.1. Doppia articolazione (p. 110-111)
Economia (p. 111)
2.4.2. Il “dia” (pp. 156-157)
Voci del Dizionario di Linguistica:
Linguaggio, Lingua, metalinguaggio, articolazione doppia, codice
LA COMPONENTE NATURALE DEL LINGUAGGIO VERBALE: neurolinguistica e fonazione
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 55.1 Le regioni neuro-anatomiche delle abilità linguistiche; 55.2. La neuro-anatomia funzionale del linguaggio
Lez. 49.1. Il problema del linguaggio infantile
Lez.42.1. Percezioni foniche del parlante 42.2. Le vocali, 42.3. Le consonanti, 42.4. La coarticolazione
Lez. 41.1. Definizione di sillaba. 41.2. Sonanti e dittonghi.
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.5.3. Universali dell’apprendimento fonologico (p.206-207)
1.1.3 e. Afasia di Broca (p.42)
2.1.3 d. struttura linguistica e afasia (p. 94-95)
3.1.2. Alfabeto fonetico internazionale
Voci del Dizionario di Linguistica: Afasia, Lallazione, Lateralizzazione, Accento, Affricato, Alfabeto Fonetico Internazionale, Allofono, Aperto, Articolazione, Brevità, Chiuso, Commutazione, Consonante, Dentale, Diaframma, , Dittongazione, Dittongo, Durata, Fonetica, Fonetica acustica, Fonetica articolatoria, Fono, , Fricativo, Intonazione, Labiale, Labiodentale, Labiovelare, Laterale, Libero, Lunghezza, Luogo di articolazione, Modo di articolazione, Nasale, Occlusivo, Palatale, Pronuncia, Prosodia, Qualità, Quantità, Segmentale, Semiconsonante, Semivocale, Significante, Sonante, Sonoro, Sordo, Variante, Velare, Vibrante, Vocale.
LO STUDIO FUNZIONALE DELLE UNITA’ LINGUISTICHE: LA FONOLOGIA
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
2.2. Un caso di taglio: I fonemi
28.3. Fonemi e opposizioni fonologiche secondo N.S. Trubeckoj
29.2. Le varianti fonologiche e la neutralizzazione
17.1. Mutamenti fonetici paradigmatici; 17.1.1. Casi di rifonologizzazione; 17.1.2. Catene di trazione e catene di propulsione; 17.2. Mutamenti fonetici sintagmatici; 17.2.1. L’assimilazione; 17.2.2. La differenziazione
Lez. 28.4. Roman Jakobson e il carattere binario delle opposizioni fonologiche
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.4.Definizione di fonema (p.131)
2.3.3. le opposizioni fonologiche (p.123-124)
2.5.4. fondamento delle opposizioni sistematiche (p. 211-212)
2.4.2. b Principi di fonologia storica (p. 161)
2.4.2. evoluzione del vocalismo romanzo (p. 159)
La legge di Grimm (p. 159)
Voci del Dizionario di Linguistica:
Base di comparazione, Coppia minima, Coscienza fonemica, Distintivo , Economia, -etico / -emico, Fonema, Invariante, Fonematica, Fonologia, Neutralizzazione, Opposizione, Pertinente, Marca, Marcato, Arcifonema, Rendimento funzionale, Binarismo, Legge fonetica
LA TEORIA DI SAUSSURE
-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 35.3. La dicotomia suassuriana langue-parole
Lez. 36.1. Il circuito della parole secondo Saussure
Lez. 25.3. L'arbitrarietà del segno linguistico secondo Ferdinand de Saussure.;
28.1. Rapporti paradigmatici, opposizioni, valori; 28.2. Le unità come entità concrete della lingua; 29.1. Rapporti sintagmatici
34.1. Identità, realtà e valore come dimensione sistematica delle unità secondo Saussure
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.2. caratteri del segno (p. 112)
-Voci del Dizionario di Linguistica:
Arbitrarietà; linearità; deissi, Differenza; Forma – sostanza; Identità; Langue – parole; immagine acustica; Lingua; Linguaggio; Segno; Segno linguistico; Semiologia; Significante; Significato; Valore.
COMBINAZIONI DI FONEMI: MORFEMI E PAROLE. La MORFOLOGIA
-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 34.3. Selezione e combinazione secondo Jakobson
34.4. La complessità del sistema linguistico (solo Benveniste, pag. 166)
Lez. 2.3. Un altro caso di taglio: i morfemi
Lez. 28.7. Il formalismo descrittivo di l. Bloomfield
Lez. 40.1. Il parlare come produzione linguistica ed analisi metalinguistica
40.2. L’analogia, la risegmentazione morfologica, l’etimologia popolare
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.3.b Selezione e combinazione (p. 124-125)
Funzioni ET/AUT (p. 124)
2.3.3.c i livelli dell’analisi linguistica (p. 125)
2.3.4. b monema, lessema, morfema (p.133)
2.3.4.c morfema, parola, sintagma (p. 133-134)
2.4.2.c grammaticalizzazione (p.162-163)
-Voci del Dizionario di Linguistica:
Affisso, allomorfo, analogia, categorie grammaticali, composizione, composto, coniugazione, convenzione, costruzione, declinazione, derivato, derivazione, desinenza, eccezione, economia, errore, etimologia, etimologia popolare, flessione, flessivo, forma, forma legata, forma libera, grammatica, grammaticalizzazione, infisso, lessema, lessico, lessicografia, lessicologia, libero, minimo, monema, morfema, morfo, morfologia, opposizione, paradigma, parola, parti del discorso, posposizione, prefisso, preposizione, radice, rapporti associativi, rapporti sintagmatici, selezione e combinazione, sostantivo, suffisso, unità, vocabolario.
COMBINAZIONI DI PAROLE. LA SINTASSI
-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 37.2. I referenti epistemologici della sintattica
Lez. 29.4. La grammatica generativa di N.A. Chomsky
Lez. 29.3. I processi grammaticali secondo Sapir
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.4.g struttura della frase semplice (p. 139-140)
2.3.3.d analisi in costituenti immediati (p.129)
2.3.5.d struttura superficiale e profonda (p.151-152)
2.4.1.d competenza/esecuzione (p. 155)
creatività della competenza (p. 155)
2.3.4.g giudizi di grammaticalità (p. 142-143)
2.3.5.b casi profondi (p. 148-149)
-Voci del Dizionario di Linguistica: costituenti immediati, sintagma, sintassi, struttura profonda, struttura superficiale, componente, segmentazione, competenza, esecuzione, frase, funzioni sintattiche, grammatica generativa, grammaticalità, ipotassi, paratassi, regole di riscrittura, regole di trasformazione, caso
SEMIOTICA E SEMANTICA
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 25. Simboli
Lez. 26. Icone
Lez. 27. Indici (tutte)
Lez. 31.1. Che cos'è la designazione; 31.2. Il posto della designazione: referenza, senso e immagine associata;
31.3. Il triangolo fondamentale di Ogden e Richards;
28.7. Il formalismo descrittivo di Leonard Bloomfield
32.3. L. Hjelmslev e gli elememti minimi del contenuto
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.3.2. diagrammaticità della lingua (pp. 112-113)
2.2.3.c significato, senso, rappresentazione (p. 109)
Rappresentazione diagrammatica del significato (p. 110)
2.2.3.b come saziare la fame (p. 108-109)
-Voci del Dizionario di Linguistica: campo semantico, comportamentismo, designazione, iperonimo, iponimo, lessico, omofonia, omonimia, polisemia, sema, semantica, significato sinonimia
LA LINGUA NELL’USO. LA PRAGMATICA
D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 36.2. L’atto linguistico secondo Jakobson
Lez. 39.1. Definizione di pragmatica; 39.2. Orientamenti e problematiche della pragmatica attuale; 39.2.1. La deissi; 39.2.2. L'implicatura conversazionale; 39.2.4. Gli atti linguistici
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.2.1.c l'atto comunicativo e le sue funzioni (p. 98)
2.3.4.h L'atto linguistico (p. 143-144)
Voci del Dizionario:
Ascoltatore, appello, Atto linguistico, Canale, Codice, Comunicazione, Contatto, Conativa, Contesto, Deissi, Denotativa, Destinatario, Emittente, Emotiva, Fàtica, Interlocutore , Locutivo, Locutore, Pragmatica, performativo, Rappresentazione, Ricevente, Referente, Referenza, Situazione, Competenza Comunicativa
PLURALITA' e DIVERSITA' DELLE LINGUE. LA CLASSIFICAZIONE
-D. Silvestri, La forbice e il ventaglio:
Lez. 15.1. Il cerchio tipologico; 15.2. La tipologia morfologica dei fratelli Schlegel; 15.3. La tipologia dell'ordine basico;
Lez. 3.2. Universali linguistici
Lez. 19.1. Varietà diatopica ed etnoletti; 19.3. Conoscenza e classificazione delle lingue del mondo
Lez. 10.1. Il procedimento comparativo; 10.2. Le famiglie linguistiche; 10.3. Una famiglia esemplare; Lez. 13.1 Le leggi fonetiche; 13.2. I primi studi comparativi; 13.3. Franz Bopp; 13.4. August Schleicher 13.7. Le lingue indeuropee
-C. Vallini, Atlante di materiali e citazioni:
2.5.3.a lingue centrifughe/centripete (p. 196)
Tipologia dell'ordine basico (p. 197-198)
2.5.3.b tipi di universali (p. 202-203)
Universali empirici di Greenberg (p. 204-206)
2.5.4. darwinismo di Schleicher (p. 213)
Le principali lingue del mondo (p. 329-333)
-Voci del Dizionario di Linguistica: Agglutinante, Classificazione delle Lingue, Comparativismo, Differenza, Famiglia Linguistica, Flessivo, Genealogico, Geografia Linguistica, Indeuropeo, Isolante, Lingua Madre, Lingua Morta, Lingua Storica, Ordine Basico, Tipologia, Universali Linguistici.
Fine articolo sulla linguistica
Storia del pensiero linguistico
a.a. 2007-2008 – prof. L. di Pace
La storia della linguistica nel panorama degli studi linguistici
Il pensiero linguistico nell’antica Grecia:
(da Robins, Storia della linguistica cap. II)
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sulla prima riflessione dei pensatori Greci: la scrittura lineare B, p. 228-229,
sulla disputa relativa all’origine del linguaggio: adeguatezza del nome p. 87
sulla persistenza del dibattito nella storia del pensiero: linguaggio come istituzione p. 88, Universali dell’apprendimento fonologico pp. 206-207, allolanguage pp. 126-127, fonosimboli p.116)
Il pensiero linguistico nel mondo latino:
(da Robins, Storia della linguistica cap. III)
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sulla differenza fra etimologia storica e derivazione sincronica: diversi ordini di provenienza pp. 214-215)
Il pensiero linguistico nel Medioevo:
(da Robins, Storia della linguistica cap. IV)
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sul confronto tra i modi (essendi, intelligenti, significandi) e la rappresentazione del significato (referente, pensiero, simbolo) p. 110)
Il pensiero linguistico dal Rinascimento al Settecento:
(da Robins, Storia della linguistica cap. V)
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sulle lingue artificiali: Leibniz p. 270, Wilkins p. 271)
L’Ottocento e la classificazione genealogica delle lingue
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sul concetto di famiglia linguistica: darwinismo di Schleicher p. 213-214
principali famiglie linguistiche pp. 329-333
confronto con la sistematizzazione delle lingue nella Bibliographie linguistique pp. 322-325)
Sviluppi recenti nella classificazione delle lingue: la macrocomparazione
(da C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni,
sull’approccio interdisciplinare linguistica/genetica: albero delle lingue e i dei geni, p. 194)
(da L. di Pace, Preistoria e protostoria linguistica, materiali distribuiti)
La classificazione tipologica nell’Ottocento: F. e A.W. Schlegel, F. Bopp, A. Pott, A. Schleicher
Storia del pensiero linguistico
a.a. 2008-2009, prof. L. di Pace
Argomenti |
C. Vallini, Atlante di Materiali e citazioni |
R.H.Robins, Storia della linguistica |
La storia della linguistica nel panorama degli studi linguistici Il pensiero che si cela dietro al parlare di Storia del Pensiero Linguistico piuttosto che di Storia della Linguistica. Centralità nella storia della linguistica dei temi relativi alla classificazione. Classificazione genealogica e tipologica |
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La linguistica nasce con la percezione della alterità linguistica |
Le lingue e la lingua (Saussure: p. 182) |
Cap. II |
Anche nel mondo greco l’attenzione per il linguaggio comincia con la presa di coscienza della diversità linguistica. Il concetto di Barbaro, il mito della Torre di Babele |
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Caratteri del pensiero linguistico nell’antica Grecia: attenzione alla scrittura. Il lineare B come scrittura sillabica. Nascita della scrittura alfabetica greca come adattamento dell’alfabeto fenicio |
Sillabario lineare B (p. 228-229)
Diffusione dell’alfabeto fenicio (p. 233) |
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Le due dispute del pensiero greco: l’origine del linguaggio, la natura della grammatica. Origine del linguaggio: tesi convenzionalista Vs tesi naturalista. Il Cratilo di Platone |
Adeguatezza del nome (p. 87) |
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Persistenza dell’interesse per la questione dell’origine del linguaggio. Nell’Ottocento contrapposizione tra Whitney (convenzionalista) e Max Muller: istinto naturale e suoni associati ad alcuni concetti – prime parole indicavano concetti astratti Contrapposizione con la visione per la quale le prime parole sarebbero espressive di realtà e concetti particolari e concreti (Riferimento a Condillac e Adam Smith) |
linguaggio come istituzione (pag. 88)
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Attenzione degli studiosi greci per l’etimologia. Distinzione tra etimologia come “ricerca del vero originario” e come “storia delle parole” |
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Teorie che considerano l’origine della lingua come fatto naturale, non concettuale, non razionale, ma espressivo: Rousseau e Jespersen Teorie contemporanee: l’allolingua di Wescott |
Jespersen (pag. 88) ragione e sentimento Rousseau (pag. 88-9) bisogno e passione Allolanguage (pag.126) |
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L’altra disputa, relativa alla grammatica. Contrapposizione tra analogisti e anomalisti. Alla base c’è la mancata distinzione tra flessione e derivazione. Concetto di analogia come principio di ordine e regolarità. Riferimento ai Neogrammatici e al concetto di quarto proporzionale |
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La storia dell’individuazione delle classi di parole. Platone: onoma e rhema (componente nominale e verbale). Aristotele e i syndesmoi. Gli ulteriori passaggi dagli Stoici fino alla classificazione di Dionisio Trace. Importanza della Techne grammatike e concezione della grammatica nell’ottica di Dionisio Trace. Distinzione tra classi grammaticali e categorie grammaticali che si applicano alle classi di parole Descrizione delle classi di parole sulla base dei criteri formale e sostanziale |
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L’atteggiamento empirico, descrittivo continua nel mondo latino. Dominio del modello della lingua greca. Atteggiamento pedagogico, prescrittivo, senza alcuna pretesa di generalizzazioni e interpretazioni. |
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Cap. III |
Mancanza di originalità nella riflessione della Roma antica ad eccezione dell’opera di Varrone. Varrone si occupa di etimologia, morfologia Importante distinzione tra declinatio naturalis (flessione) e declinatio voluntaria (derivazione) Acute osservazioni sulla derivazione sincronica, ma in lui manca la coscienza della dimensione storica della lingua. Confronto con la distinzione di Saussure tra derivazione (etimologia) storica e derivazione sincronica |
Diversi ordini di provenienza (p. 214-15) |
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Classificazione delle parole in Varrone e Prisciano
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Il pensiero del Medioevo rappresenta una svolta , ma solo a partire dal 1100. Nel periodo precedente continua il dominio della riflessione antica |
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Cap. IV |
Il pensiero linguistico della Scolastica: la grammatica descrittiva cede il passo alla grammatica filosofica, speculativa e universale. Grammatica universale: confronto tra la visione scolastica e quella generativista. Comune l’attenzione della lingua per il processo gnoseologico. Cfr. “Linguaggio e problemi della conoscenza” di Chomsky. Centralità della sintassi e della semantica. La linguistica dei modisti, visione che prende in considerazione tre componenti: realtà, pensiero, lingua (modi essendi, intelligendi, significandi). Confronto con il triangolo di Ogden e Richards
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Rappresentazione diagramm. del significato (p. 110) |
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La classificazione delle parole è inscritta nello schema modistico: il modus entis (nome, persistenza nel tempo) e il modus esse (verbo, mutamento nel tempo). Le definizioni sono sostanziali |
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Importanza della sintassi: nozioni di accettabilità delle frasi: distinzione tra ciò che è adeguato e ciò che è ben collocato. Cfr. dimensione grammaticale e semantica Parallelo con la nozione di accettabilità in Chomsky |
Giudizi di accettabilità (Chomsky, p. 143) |
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Distinzione tra flessione e derivazione riletta come distinzione tra modi respectivi e e modi absoluti. |
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Universalismo dei Modisti opposto al relativismo di etnolonguisti come Sapir e Whorf. Ipotesi Sapir-Whorf |
Relativismo linguistico (p. 102) |
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Come Chomsky rappresenta la reazione all’esasperato descrittivismo degli studiosi americani (Bloomfield, Hockett, Harris), similmente l’atteggiamento dei modisti rappresenta la reazione al descrittivismo del pensiero antico considerato nella sua globalità |
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Con il Rinascimento si torna a prediligere un atteggiamento descrittivo più che interpretativo. L’orizzonte cambia completamente: non esistono più solo le lingue classiche, ma accanto a queste (affiancate da arabo e ebraico) emergono lingue diverse in seguito alla scoperte geografiche. Nascono le prime grammatiche di lingue europee |
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Cap. V |
Importanza dello studio del cinese, particolarmente della scrittura “a caratteri” |
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Nel XVII-XVIII secolo sviluppo della corrente empirista, come reazione alla Scolastica medievale, soprattutto in ambiente inglese. Ritorno al descrittivismo e al metodo induttivo. |
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L’allargamento dei confini linguistici, la nascita delle lingue nazionali europee determinano, per contrastare la varietà e diversità delle lingue, il nascere della tendenza a creare lingue artificiali/universali |
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La lingua universale di Leibniz |
Leibniz (p. 270-271) |
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Wilkins e la sua Philosophical language. Evidente l’influsso dei caratteri cinesi. Traduzione del Padre Nostro in “caratteri filosofici” |
Wilkins (p. 271) |
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In Francia sviluppo del razionalismo. La grammatica di Port Royal |
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L’Ottocento, la nascita della linguistica storico-comparativa e la linguistica genealogica. Due fattori determinanti: la scoperta del sanscrito, l’influsso delle scienze naturali. Il discorso di William Jones alla Royal Asiatic Society |
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Il metodo comparativo-ricostruttivo. Importanza delle corrispondenze fonetiche e dei confronti grammaticali |
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La teoria della classificazione in Darwin e in studiosi a lui contemporanei: Wheewell, Latham |
Materiali distribuiti a lezione |
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Il concetto di famiglia linguistica e sua rappresentazione attraverso l’albero genealogico. Schleicher e le lingue indeuropee |
Darwinismo di Schleicher (p. 213-214) |
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Analisi della classificazione delle lingue del mondo nello schema della “Bibliographie linguistique” Confronto con l’altra classificazione presente nell’Atlante |
(p. 322-325)
(p. 329-333) |
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Tendenze moderne della classificazione genealogica: la macrocomparazione |
Materiali distribuiti a lezione |
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Confronto tra la linguistica storica tradizionale e la linguistica macrocomparativa. Differenze nel metodo |
Materiali distribuiti a lezione |
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Il metodo della macrocomparazione si avvale del confronto con altre discipline come l’archeologia, la genetica, l’antropologia Cavalli-Sforza e la correlazione tra dati genetici e dati linguistici |
Albero delle lingue e dei geni (p. 194) |
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Fine articolo sulla linguistica
Linguistica
MANUALE DI LINGUISTICA GENERALE
Cap. 1°
GENERALITA’
Definizione della disciplina:
La linguistica generale è il ramo delle scienze umane che si occupa di che cosa sono e come funzionano le lingue. Oggetto della linguistica sono le lingue storico-naturali, cioè le lingue nate spontaneamente lungo il corso della civiltà umana e usate dagli esseri umani: l’italiano, il francese, il romeno, lo svedese, il russo, il cinese, il tongano, il latino, il sanscrito, lo swahili, il tigrino, il piemontese…
Il linguaggio verbale umano:
Il linguaggio verbale umano è il termine usato per indicare le lingue storico-naturali. il linguaggio verbale umano è uno degli strumenti e dei modi di comunicazione a disposizione dell’homo sapiens.
Un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro che serve per comunicare questo qualcos’altro.
La definizione di comunicazione in senso largo implica il fatto che tutto può comunicare; mentre una definizione di comunicazione più ristretta implica l’intenzionalità: si ha comunicazione quando c’è un comportamento prodotto da un emittente al fine di far passare dell’informazione e che viene percepito da un ricevente come tale; altrimenti si ha un semplice passaggio di informazione.
Segni, codice:
Il segno è l’unità fondamentale della comunicazione. Esistono diversi tipi di segni:
- INDICI: motivati naturalmente/non intenzionali basati sul rapporto causa-effetto
Nuvole scure = sta per piovere
- SEGNALI: motivati naturalmente/usati intenzionalmente
Sbadiglio volontario = “sono annoiato”
- ICONE: motivati analogicamente/intenzionali basati sulla similarità di forma o struttura, riproducono proprietà dell’oggetto designato.
Cartine geografiche, mappe…
- SIMBOLI: motivati culturalmente/intenzionali
Colore nero/bianco = lutto
- SEGNI: non motivati/intenzionali
Suono al telefono di una linea occupata
Mentre gli indici, in quanto fatti di natura, sono per definizione di valore universale, uguali per tutte le culture in ogni tempo, i simboli e i segni sono dipendenti da ogni singola tradizione culturale.
Nella comunicazione in senso stretto c’è un emittente che emette, produce intenzionalmente un segno per un ricevente.
Per codice si intende l’insieme di corrispondenze fissatesi per convenzione, fra qualcosa e qualcos’altro che fornisce le regole di interpretazione dei segni. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici; i segni linguistici costituiscono il codice lingua.
Cap. 2°
LE PROPRIETA’ DELLA LINGUA
Biplanarità: una prima proprietà di tutti i segni linguistici è la biplanarità, il fatto che ci siano in un segno due piani, compresenti ossia il significante e il significato. Il significante/espressione è la parte fisicamente percepibile del segno (es. la parola “gatto” pronunciata o scritta); il significato/contenuto è la parte non materialmente percepibile.
Arbitrarietà: non c’è alcun legame naturalmente motivato, connesso alla natura o all’essenza delle cose, derivabile per osservazione empirica o per via di ragionamento logico tra il significante e il significato di un segno. Il significante “gatto” non ha nulla a che vedere con l’animale gatto. I rapporti che ci sono tra significato e significante non sono dati naturalmente, ma posti per convenzione e quindi sono arbitrari.
Al principio dell’arbitrarietà dei segni linguistici esistono eccezioni come le onomatopee o certe parole indicanti versi di animali (tintinnio, sussurrare..) che imitano nel loro significante il suono o il rumore che designano e presentano un aspetto più o meno iconico.
Doppia articolazione: consiste nel fatto che il significante di un segno linguistico è articolato a 2 livelli diversi:
1° livello – il significante di un segno linguistico è organizzato e scomponibile in unità (mattoni) che sono ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate per formare altri segni; la parola “gatto” è scomponibile in due pezzi più piccoli gatt- , -o che recano ciascuno un proprio significato. Tali pezzi costituiscono le unità minime di prima articolazione: i morfemi. Ogni segno linguistico è analizzabile e scomponibile in morfemi.
2° livello – I morfemi, risultano ulteriormente scomponibili in unità più piccole che non sono più portatrici di significato autonomo. Tali elementi che non sono più segni perché non hanno un significato, sono i fonemi, che costituiscono le unità minime di seconda articolazione.
Non esistono altri codici di comunicazione naturali che possiedano una doppia articolazione piena e totale come la lingua. Essa consente alla lingua una grande economicità di funzionamento: con un numero limitato (poche decine), di fonemi, mattoni elementari privi di significato, si può costruire un numero grandissimo di morfemi. Quindi è molto importante nella strutturazione della lingua il principio della combinatorietà: la lingua funziona combinando unità minori per formare un numero indefinito di unità maggiori (segni).
Trasponibilità di mezzo: il significante dei segni linguistici possiede un’altra proprietà molto importante: può essere trasmesso sia attraverso il mezzo aria, il canale fonico-acustico, sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo o grafico.
Anche se i segni linguistici possono essere trasmessi o oralmente o graficamente, il carattere orale è tuttavia prioritario rispetto a quello visivo: il canale fonico-acustico appare il canale primario.
Lingua parlata e lingua scritta: il parlato è primario antropologicamente rispetto allo scritto. Tutte le lingue che hanno una forma e un uso scritti sono anche parlate, mentre non tutte le lingua parlate hanno una forma scritta: migliaia di lingue africane e oceaniche non hanno una scrittura. Ogni individuo umano impara prima a parlare a poi a scrivere. Nella storia della nostra specie, la scrittura si è sviluppata molto tempo dopo il parlare. Le prime attestazioni in forma scritta della lingua risalgono a non più di 5 millenni prima di Cristo (scritture pittografiche), e quelle di un sistema vero e proprio, cioè la scrittura cuneiforme presso i Sumeri risale a circa il 3500 a.C.
Invece le origini del linguaggio, sono certamente più antiche. È ipotizzabile che qualche forma embrionale di comunicazione orale con segni linguistici fosse già presente nell’Homo habilis e nell’Homo erectus 3 milioni di anni fa.
Il canale fonico-acustico e l’uso parlato della lingua presentano una serie di vantaggi bilogici e funzionali:
- Purchè vi sia presenza di aria, possono essere utilizzati in qualunque circostanza ambientale e consentono la trasmissione anche in presenza di ostacoli fra emittente e ricevente a relativa distanza;
- Non ostacolano altre attività;
- Permettono la localizzazione della fonte di remittenza del messaggio;
- La ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio;
- L’esecuzione parlata è più rapida di quella scritta;
- Il messaggio può essere trasmesso simultaneamente ad un gruppo di destinatari diversi;
- Il messaggio è evanescente, ha rapida dissolvenza, libera il canale e lascia il passaggio ad altri messaggi;
- L’energia specifica richiesta è molto ridotta, il parlare è concomitante con la respirazione;
Nelle società moderne, lo scritto ha una certa priorità sociale, lo scritto ha maggiore importanza, prestigio e utilità sociale e culturale; è lo strumento di fissazione e di trasmissione del corpo legale, della tradizione culturale e letteraria e del sapere scientifico. Lo scritto è nato come fissazione, trascrizione del parlato; ma si è poi sviluppato con aspetti e caratteri in parte propri: non tutto ciò che fa parte del parlato (tono voce..) può essere reso e corrisposto nello scritto, né tutto ciò che fa parte dello scritto (uso maiuscole..) può essere reso e corrisposto nel parlato.
Linearità e discretezza: per linearità del segno si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio. Non possiamo capire completamente il messaggio se non dopo che siano stati attualizzati uno dopo l’altro tutti gli elementi che lo costituiscono.
Per discretezza dei segni si intende il fatto che la differenza fra gli elementi, le unità della lingua, è assoluta; c’è un confine preciso fra un elemento e un altro.
Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività: l’onnipotenza semantica consisterebbe nel fatto che con la lingua è possibile dare un’espressione a qualsiasi contenuto. Con la lingua si può parlare di tutto. Per plurifunzionalità si intende che la lingua permette di adempiere ad una lista molto ampia di funzioni diverse. Ricorre lo schema proposto dal grande linguista di origine russa, Roman Jakobson, che identifica 6 classi di funzioni:
- Funzione emotiva/espressiva: un messaggio linguistico volto ad esprimere sensazioni del parlante “che bella sorpresa!”
- Funzione metalinguistica: messaggio volto a specificare aspetti del codice o calibrare il messaggio sul codice “ho detto pollo non bollo!”
- Funzione referenziale: il messaggio definisce informazioni sulla specifica realtà esterna “l’intercity per Milano delle ore 15 parte sul binario 2”
- Funzione conativa: messaggio volto a far agire in qualche modo il ricevente, ottenendo da lui un certo comportamento “chiudi la porta!”
- Funzione fatica: messaggio volto a verificare e sottolineare il canale di comunicazione e/o il contatto fisico o psicologico fra i parlanti “pronto, chi parla?”
- Funzione poetica: messaggio volto a mettere in rilievo e sfruttare le potenzialità insite nel messaggio e i caratteri interni del significante e del significato “la gloria di Colui che move per l’universo…”
La funzione metalinguistica permette di parlare del linguaggio stesso; non sembra che esistano altri codici di comunicazione che consentano di formulare messaggi su se stessi, che abbiano come oggetto il codice di comunicazione.
Produttività: con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi, mai prodotti prima e parlare di cose nuove e nuove esperienze mai sperimentate prima o anche di cose inesistenti.
Con la lingua da un lato è possibile produrre messaggi sempre nuovi, dall’altro è possibile associare messaggi già usati a situazioni nuove. La produttività è resa possibile dalla doppia articolazione che permette una combinatorietà illimitata di unità più piccole in unità via via più grandi.
Distanziamento e libertà da stimoli: proprietà che riguarda il modo di significazione della lingua e che ha una notevole importanza, soprattutto per quanto concerne la differenza tra il linguaggio umano e i sistemi di comunicazione animali. Infatti per distanziamento si intende la possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o entrambi dal momento e dal luogo in cui si svolge l’interazione comunicativa. Mentre il mio gatto può comunicare miagolando che ha fame e vuole mangiare, ma non può comunicarmi che ieri aveva fame, con la lingua noi di solito parliamo di cose non presenti nella situazione e nell’ambiente immediatamente circostante, remote nello spazio e spesso anche nel tempo.
Il di stanziamento consiste essenzialmente nella possibilità di parlare di un’esperienza in assenza di tale esperienza, o dello stimolo che ha provocato tale esperienza.
La libertà da stimoli consiste nel fatto che i segni linguistici rimandano a e presuppongono un elaborazione concettuale della realtà esterna, e non semplicemente stati dell’emittente. In questo senso la lingua è indipendente dalla situazione immediata e dalle sue costrizioni /dai suoi stimoli.
Trasmissibilità culturale: la lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società e cultura. Le convenzioni che costituiscono il codice di una determinata lingua passano da una generazione all’altra per insegnamento/apprendimento spontaneo, non attraverso informazioni genetiche, ereditarie. Questo non vuol dire che il linguaggio verbale umano sia un fatto unicamente culturale. Al contrario, la componente innata è molto importante nel linguaggio verbale.
Complessità sintattica: i messaggi linguistici, a differenza dei messaggi di altri codici naturali, possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale; i rapporti fra gli elementi o parti del segno, danno luogo a una fitta trama plurima, percepibile nella sintassi del messaggio. Questa proprietà si può chiamare complessità sintattica.
Equivocità: la lingua è un codice tipicamente equivoco. È equivoco un codice che pone corrispondenze non biunivoche, ma plurivoche fra gli elementi di una lista e quelli della lista a questa associata.
A un unico significante possono corrispondere più significati (omonimia, polisemia), come il termine “carica” inteso come “mansione, funzione, ufficio”, “quantitativo di energia”…e ad un significato possono corrispondere più significanti (sinonimia) come “parte anteriore della testa” = “faccia, viso, volto”.
L’equivocità non costituisce un difetto o uno svantaggio ma un pregio. L’equivocità del codice lingua, contribuisce a consentire l’eccezionale flessibilità dello strumento linguistico e la sua adattabilità ad esprimere contenuti ed esperienze nuove.
Lingua solo umana? La facoltà verbale, di esprimersi attraverso sistemi comunicativi come le lingue, è specie-specifica dell’uomo ed è maturata come tale nel corso dell’evoluzione. Solo l’uomo ha le precondizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per l’elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale:
- Adeguato volume del cervello
- Conformazione del canale fonatorio a due canne
La prima condizione rende possibile la memorizzazione, l’elaborazione e la processazione di un sistema così anche neurologicamente complesso quale il linguaggio; la seconda consente le sottili distinzioni articolatorie nelle produzione fonetica necessarie per la comunicazione verbale.
La zoosemiotica (settore che si occupa della comunicazione animale), ha accumulato una vasta serie di studi sui sistemi e i modi di comunicazione utilizzati da diverse specie animali (formiche, danze api), ma in nessuno si sono riscontrate tutte o anche solo una parte delel proprietà che ritroviamo nella lingua. La capacità acquisite da scimpanzé dopo anni di addestramento, risultano ridotte se confrontate con le capacità di un bambino di 3 anni. Nei casi migliori, gli scimpanzé arrivano a maneggiare un centinaio di segni e a formare un repertorio limitato di combinazioni di 3-4 segni con struttura molto semplice. Il loro comportamento sarebbe privo di intenzionalità comunicativa, e consisterebbe nella messa in opera di imitazione, un esercizio appreso più per ottenere una ricompensa che un reale comportamento linguistico.
A tutt’oggi sembra che ci siano più argomenti per dare ragione a Noam Chomsky, il più noto linguista contemporaneo, quando sostiene che il linguaggio è una capacità innata ed esclusiva della specie umana.
Definizione di lingua e principi generali per la sua analisi: la lingua è un codice che organizza un sistema di segni del significante fonico-acustico, arbitrari ad ogni loro livello e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi. Sono note le 3 dicotomie di Saussure:
1) Sincronia/Diacronia: i termini di sincronia e diacronia si impiegano per indicare due diverse condizioni con le quali si può guardare alle lingue e ai fatti linguistici in relazione all’asse del tempo. Per diacronia si intende la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua lungo lo sviluppo temporale, nella loro evoluzione storica. Per sincronia si intende invece la considerazione delle lingue e degli elementi della lingua facendo un “taglio” sull’asse del tempo, e guardando a come essi si presentano in un determinato momento agli occhi e all’esperienza dell’osservatore.
2) Sistema astratto/Realizzazione concreta: la distinzione si è ripresentata, nella linguistica moderna, secondo 3 terminologie principali:
-langue/parole (uno dei cardini del pensiero di Ferdinand de Saussure)
-sistema/uso
-competenza/esecuzione
col primo termine di tutte e tre le coppie si intende l’insieme di conoscenze mentali, di regole interiorizzate insite nel codice lingua, che costituiscono la nostra capacità di produrre messaggi in una certa lingua e sono possedute come sapere astratto in ugual misura da tutti i membri di una comunità linguistica. Col secondo termine si intende invece l’atto linguistico individuale, vale a dire la realizzazione concreta. La parole, ossia l’uso e l’esecuzione, per essere messi in opera richiedono l’esistenza di langue, sistema o competenza.
Langue à astratto, sociale e costante
Parole à concreto, individuale e mutevole.
3) Asse paradigmatico/Asse sintagmatico: l’asse paradigmatico riguarda il processo mentre l’asse sintagmatico riguarda il sistema. Nella frase“il cane abbaia”, “cane”, ha un rapporto sintagmatico con “il” e “abbaia” che lo precedono e lo seguono. Gli elementi del messaggio hanno dei rapporti sintagmatici tra loro.
Cap. 3°
FONETICA E FONOLOGIA
Fonetica: occorre rendersi conto di come sono fatti fisicamente i suoni di cui le lingue si servono. La parte della linguistica che si occupa di questo compito è la fonetica (dal greco phoné “voce, suono”). La fonetica si divide in 3 campi principali:
- Fonetica articolatoria: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono articolati, cioè prodotti dall’apparato fonatorio umano.
- Fonetica acustica: che applicando i principi dell’acustica, studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica, in quanto onde sonore che si propagano in un mezzo
- Fonetica uditiva: che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dall’apparato uditivo umano.
Apparato fonatorio e meccanismo di fonazione: l’apparato fonatorio è l’insieme degli organi e delle strutture anatomiche che l’uomo utilizza per parlare.
I suoni del linguaggio vengono prodotti mediante l’espirazione, quindi con un flusso di aria regressivo: l’aria attraverso i bronchi e la trachea, raggiunge la laringe dove incontra le corde vocali. Quest’ultime, che durante la normale respirazione silente restano separate e rilassate, nella fonazione, possono contrarsi e tendersi avvicinandosi o accostandosi l’una all’altra. Cicli rapidissimi di chiusure e aperture delle corde vocali costituiscono le vibrazioni delle corde vocali. Il flusso d’aria passa poi nella faringe e da questa nella cavità boccale. Nella parte superiore della faringe, la parte posteriore del palato (velo), da cui pende l’ugola, può a questo punto lasciare aperto o chiudere il passaggio che mette in comunicazione la faringe con la cavità nasale.
Nella cavità orale, svolgono una funzione importante nella fonazione alcuni organi mobili o fissi:
-la lingua in cui si distinguono una radice, un dorso e un apice;
-il palato, in cui occorre considerare separatamente il velo e gli alveoli, cioè la zona immediatamente retrostante ai denti;
-i denti;
-le labbra;
-anche la cavità nasale può partecipare al meccanismo di fonazione.
In ciascuno dei punti compresi tra la glottide e le labbra al flusso di aria espiratoria può essere frapposto un ostacolo al passaggio, ottenendo così rumori che costituiscono i suoni del linguaggio. Il luogo in cui viene articolato un suono costituisce un primo parametro fondamentale per la classificazione e identificazione dei suoni del linguaggio; un secondo parametro fondamentale è dato dal modo di articolazione, e cioè dal restringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o no al passaggio del flusso d’aria. Un terzo parametro è dato dal contributo della mobilità di singoli organi (corde vocali, lingua, velo e ugola, labbra), all’articolazione sei suoni.
In base al modo di articolazione abbiamo una prima grande opposizione fra i suoni del linguaggio; quella fra suoni prodotti senza la frapposizione di alcun ostacolo al flusso d’aria fra la glottide e il termine del percorso (suoni vocalici), e suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo parziale o totale al passaggio dell’aria in qualche punto del percorso (suoni consonantici).
I suoni prodotti con la concomitante vibrazione delle corde vocali sono detti “sonori”. Le vocali sono normalmente tutte sonore, le consonanti possono essere sia sonore che sorde.
Consonanti – Modo di articolazione: le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vi è frapposizione di un ostacolo al passaggio d’aria. A seconda che questo ostacolo sia completo o parziale, si riconoscono due grandi classi di consonanti:
-consonanti occlusive à ostacolo completo
-consonanti fricative à ostacolo parziale
esistono suoni consonantici la cui articolazione inizia come un’occlusiva e termina come una fricativa, si tratta di consonanti “composte”, costituite da due fasi che vengono chiamate consonanti affricate.
Abbiamo consonanti laterali quando l’aria passa solo ai due lati della lingua, e consonanti vibranti quando vibranti quando la lingua vibra mediante rapidi contatti intermittenti con un altro organo articolatorio. Abbiamo consonanti nasali quando vi è passaggio dell’aria anche attraverso la cavità nasale.
Luogo di articolazione: le consonanti vengono classificate anche in base al punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate. Partendo dal tratto terminale del canale, abbiamo:
-consonanti bilabiali à prodotte dalle labbra o tra le labbra
-consonanti labiodentali à prodotte fra le labbra e i denti anteriori
-consonanti dentali à prodotte a livello dei denti
-consonanti palatali à prodotte dalla lingua contro o vicino al palato
-consonanti velari à prodotte dalla lingua contro o vicino al velo
-consonanti uvulari à prodotte dalla lingua contro o vicino all’ugola
-consonanti faringali à prodotte fra la base della radice della lingua e la parte posteriore della faringe
-consonanti glottidali à prodotte direttamente nella glottide, a livello delle corde vocali
Vocali: le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga alcun ostacolo al flusso dell’aria nel canale orale. Le diverse vocali non sono quindi caratterizzate dal modo di articolazione né dagli organi che partecipano allo loro realizzazione, ma dalle diverse conformazioni che assume la cavità orale a seconda delle posizioni che assumono gli organi mobili, in particolare la lingua.
Per classificare i suoni vocalici occorre far riferimento alla posizione della lingua, e precisamente al suo grado di:
-avanzamento o arretramento à le vocali possono essere anteriori, posteriori o centrali
-innalzamento o abbassamento à le vocali possono essere alte, medie o basse.
La posizione in cui vengono articolate le vocali secondo il duplice asse orizzontale e verticale, può essere rappresentata dallo schema detto “trapezio vocalico”.
Un altro parametro importante nella classificazione dei suoni vocalici, è la posizione delle labbra durante l’articolazione. Le labbra possono trovarsi:
-distese formanti una fessura à vocali non arrotondate
-tese o protruse sporgendo in avanti a dando luogo ad un arrotondamento à vocali arrotondate
Semivocali: vi sono suoni con modi di articolazione intermedio fra vocali e consonanti fricative, e quindi prodotte con un semplice inizio di restringimento del canale orale, cioè la frapposizione di un ostacolo appena percettibile al flusso dell’aria. Si tratta di suoni assai vicini alle vocali, di cui condividono la localizzazione articolatoria, e vengono chiamati “semivocali”.
Trascrizione fonetica: nei sistemi alfabetici tipici delle lingue europee ogni singolo suono viene resa in linea di principio da un particolare simbolo grafico. Le grafie alfabetiche formatesi per convenzione e accumulo di abitudini non sono univoche e coerenti. Non c’è rapporto biunivoco tra suoni e unità grafiche (grafemi, cioè le lettere dell’alfabeto): allo stesso singolo suono possono corrispondere più grafemi differenti e viceversa uno stesso grafema può rendere suoni diversi.
Per ovviare alle incongruenze delle grafie tradizionali ed avere uno strumento di rappresentazione grafica sei suoni del linguaggio, valido per tutte le lingue, che riproduca scientificamente la realtà fonica, i linguisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica, in cui c’è corrispondenza biunivoca fra suoni rappresentati e segni grafici che li rappresentano. Lo strumento più diffuso è l’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA, API). Una parte dei grafemi IPA corrisponde a quelli dell’alfabeto latino, usati nella grafia normale dell’italiano, ma molti altri grafemi hanno una forma speciale. La trascrizione fonetica si pone fra parentesi quadre [ ]. L’accento nella trascrizione IPA è identificato con un apice ‘ posto prima della sillaba su cui esso cade.
Consonanti:
OCCLUSIVE:
-Bilabiali: p sorda, come in Pollo, b sonora come in Bocca
-Dentali: t come in Topo, d come in Dito
-Velari: k come in Cane, g come in Gatto
-Uvulari: q sorda come in arabo IraQ
FRICATIVE:
-Bilabiali: p sorda come nella pronuncia fiorentina di “tiPo”, b sonora come in spagnolo “caBeza”
-Labiodentali: f come in Filo, v come in Vino
-Dentali: th come in inglese “THink”, “THat”
-Palatali: s come in Sci, j come in francese “Jour”
-Velari: x come in tedesco “buCH”, o spagnolo “hiJo”
-Uvulari: R come in francese “JouR”
-Glottidali: h sorda come in inglese Have, in tedesco Haben e nella pronuncia fiorentina di parole come poCo
AFFRICATE:
-Labiodentali: pf sorda come in tedesco aPFel
-Dentali: ts come in paZZo, dz come in Zona
-Palatali: c come in Cibo, g come in Gelo
NASALI:
-Bilabiale: m come in Mano
-Labiodentale: n come in iNvito
-Dentale: n come in Nave
-Palatale: n come in Gnocco
-Velare: n come in faNgo
LATERALI:
-Dentale: l come in Lana
-Palatale: gl come in Gli
VIBRANTI:
-Dentale: R come in Riva
-Uvulare: R come in francese Rose, in tedesco Rot (rosso)
Vocali e semivocali:
ANTERIORI (non arrotondate):
-Semivocale: i come in pIano
-Vocali: i come in vIno
CENTRALI:
-Medio-alta: e come in francese jE o in inglese thE
POSTERIORI:
-Semivocale: w come in Uomo
-Vocali: u alta come in mUro
Fonologia: ogni suono producibile dall’apparato fonatorio rappresenta un potenziale suono del linguaggio, che chiamiamo ora “fono”. Un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio. Quando i foni hanno valore distintivo, cioè si oppongono sistematicamente ad altri foni nel distinguere e formare le parole, si dice che funzionano da fonemi. I foni sono le unità minime della fonetica; i fonemi sono le unità minime della fonologia/fonematica. La fonologia studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico.
La parola “mare” è costituita da 4 foni diversi in successione; posso pronunciare ognuno dei foni costitutivi della parola in modi diversi ma la parola rimarrà sempre “mare”.
Ciascuno dei 4 foni distingue/oppone la parola in considerazione da altre parole: “m” oppone “mare” a “pare”, “care”..
La parola “mare” è quindi formata dai 4 fonemi /m/a/r/e/.
Fonema è dunque l’unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico. Un fonema è una classe astratta di foni, dotata di valore distintivo, cioè tale da opporre una parola ad un’altra una data lingua.
Foni diversi che costituiscono realizzazioni foneticamente diverse, ma prive di valore distintivo, di uno stesso fonema si chiamano allofoni di un fonema: in italiano per [r] – [R] (r moscia ululare cioè moscia), sono due allofoni dello stesso fonema, dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a parole diverse.
Una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione forma una coppia minima, che identifica sempre due fonemi. “mare”, “care” “pare” sono coppie minime.
Fonemi e tratti distintivi: i fonemi sono unità minime di seconda articolazione, e non sono ulteriormente scomponibili; non è possibile scomporre un fonema /t/ in due pezzi più piccoli.
Il fonema non è un segno perché privo di significato, ma i fonemi si possono però analizzare sulla base delle caratteristiche articolatorie che li contrassegnano: potremmo identificare /t/ come “occlussiva dentale sorda”, /d/ come “occlusiva dentale sonora”. Le caratteristiche articolatorie diventano tratti distintivi, che permettono di analizzare i fonemi in maniera economica.
Un fonema, si può ulteriormente definire come costituito a un fascio di tratti fonetici distintivi che si realizzano in simultaneità. La teoria dei tratti distintivi è stata sviluppata in fonologia. In linguistica si è giunti a formulare un certo numero chiuso e limitato di tratti che permetterebbero di dar conto di tutti i fonemi attestati e possibili nelle lingue del mondo.
I fonemi dell’italiano: non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi. Gli inventari fonematic delle diverse lingue del mondo sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi. L’italinoa standard ha 30 fonemi. L’inventario fonematic dell’italiano è connesso con numerosi problemi: per trascrivere foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pronunciata (fonia), e non sulla grafia, che spesso può essere fuorviante.
È problematico lo statuto delle consonanti lunghe o doppie se accettiamo per esempio “cane” vs “canne” che costituiscono una coppia minima.
Nella pronuncia dell’italiano esistono molte differenze regionali. Le opposizioni fra /s/ - /z/, fra /ts/ - /dz/, fra /j/ - /i/, fra /w/ - /u/. nell’italiano del settentrione la fricativa dentale è sempre realizzata sonora in posizione intervocalica, quindi [kieze] vale “chiese” nel caso di “edifici di culto” che nel caso di “domandò”; mentre in toscano si distingue fra [kieze] con la sonora nel caso di edifici di culto e [kiese] con la sorda nel caso di domandò. Al nord casa si pronuncia [kaza] con S sonora, ma al centro sud [kasa] con S sorda.
È problematica l’opposizione fra vocali medio-alte e vocali medio-basse; è tipica della varietà tosco-romana in italiano ma è ignota nelle altre varietà regionali. Quindi avremo /’peska/ “azione di pescare” vs. /’pEska/ “frutto”.
Sillabe: sono le minime combinazioni di fonemi che funzionino come unità pronunciabili. Una sillaba è costruita attorno a una vocale: una consonante o una semivocale ha sempre bisogno di appoggiarsi a una vocale che costituisce il perno/apice della sillaba. Ogni sillaba è formata da almeno una e solo una vocale è da un certo numero di consonanti. Esistono condizioni sulla distribuzione delle consonanti all’interno della sillaba. In ogni lingua ci sono strutture sillabiche canoniche cioè preferenziali. In italiano la struttura canonica, utilizzando V per indicare la vocale e C per indicare la consonante:
-CV come in “ma-no”
-V come in “a-pe”
-VC come in “al-to”
-CCCV come in “stra-no”
Il dittongo è una combinazione di fonemi interessanti, in quanto è la combinazione di una semivocale e di una vocale come in “aiuto”, “”pieno”; il trittongo prevede la combinazione di due semivocali e una vocale come in “aiuola”, “miei”.
Fatti prosodici/soprasegmentali: vi è una serie di fenomeni fonetici e fonologici che riguardano non i singoli segmenti, ma la catena parlata nella successione lineare. I fondamentali fra di essi sono l’accento, il tono, l’intonazione e la lunghezza o durata relativa.
Accento: è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba. In italiano l’accento è dinamico o intensivo, cioè la sillaba tonica è tale grazie a un aumento del volume della voce, in altre lingue l’accento è musicale, connesso all’altezza della sillaba.
La posizione dell’accento all’interno di una parola, può essere libera o fissa. In certe lingue è fissa come in francese, dove l’accento cade sempre sull’ultima sillaba.
In altre lingue la posizione è libera e l’accento può cadere su una qualunque delle sillabe della parola.
In italiano l’accento è libero, può trovarsi sul:
-ultima sillaba come in “qualità” à parola tronca
-penultima sillaba come in “piacere” à parola piana
-terzultima sillaba come in “camera” à parola sdrucciola
-quartultima sillaba come in “capitano” (3° persona plurale del verbo capitare) à parola bisdrucciola
In italiano l’accento interviene a differenziare parole diverse a seconda della sua posizione. Es “càpitano” (3° persona plurale del verbo capitare) vs. “capitàno” (nome), vs. “capitanò” (3° persona singolare del passato remoto di capitanare).
Tono e intonazione: i fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l’altezza musicale con sui le sillabe sono pronunciate e la curva melodica a cui la loro successione da luogo. Tono è l’altezza relativa di pronuncia di una sillaba. In molte lingue tonali il tono può avere valore distintivo come nel cinese mandarino in cui [ma] con tono alto e costante è la parola per “mamma” mentre con tono basso discendente-acendente vale come “cavallo”.
L’intonazione è l’andamento melodico con cui è pronunciata una frase o un intero gruppo tonale. In molte lingue l’intonazione distingue il valore pragmatico di un enunciato cioè permette di capire se si tratta di un’affermazione, di una domanda, di un ordine o di un esclamazione.
Lunghezza/durata/quantità: riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti. Ogni fono può essere breve o lungo. La lunghezza delle vocali o delle consonanti può avere valore distintivo. In italiano non ha funzione distintiva e meno che non prendiamo in considerazione le consonanti doppie come “cane” vs. “canne”.
Per le vocali la durata in italiano non è pertinente. In molte lingue la durata vocalica funziona da tratto pertinente. In latino classico dove “malum” con al “a” breve è “male, malanno” mentre con la “a” lunga è “mela”.
Cap. 4°
MORFOLOGIA
Morfemi: morfologia viene dal greco (morphè “forma” + logìa “studio”, da logos “discorso”). L’ambito d’azione della morfologia è la forma o meglio la struttura della parola.
Definiamo parola la minima combinazione di morfemi costruita attorno a una base lessicale, che funziona come entità autonoma della lingua.
Criteri che identificano la parola:
-all’interno della parola l’ordine dei morfemi che la costituiscono è rigido/fisso à gatto (gatt-o) ma non ogatt (o-gatt)
-i confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso
-la parola è di solito separata/separabile nella scrittura
-foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta
se proviamo a scomporre parole in pezzi più piccoli di prima articolazione, troviamo i morfemi. “Dentale” viene scomposto in 3 pezzi dent- (con significato di organo della masticazione), -al (con significato di aggettivo relativo al), -e (con significato di singolare).
Ciascuno dei 3 morfemi può essere una componente di altre parole; Ritroviamo infatti:
-Dent- in dente, dentario, dentista…
-Al che è un morfema che serve a ricavare aggettivi partendo da nomi, in stradale, globale…
-E che è un morfema che in italiano esprime il numero ed il genere si ritrova in gentile, abile, mente…
Morfema è l’unità minima di prima articolazione, il più piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato proprio e riusabile come tale.
Il significato di una parola è dato dalla somma dei significati dei singoli morfemi che la compongono.
In morfologia c’è la distinzione tra morfema, morfo e allomorfo:
-morfema: unità pertinente a livello di sistema
-morfo: è il significante del morfema, la sua forma
-allomorfo: realizza lo stesso significato di un morfo con la stessa funzione ma con diversi significanti/forme. L'allomorfo è quindi una variante formale di un morfema ed una variante di un morfo. Ad esempio, è allomorfo il suffisso "ven-", e può avere diversi morfi (do, go, ale, ecc.), dando vita a "ven-do", ven-go", ven-ale", ecc.
il morfema lessicale col significato “spostarsi avvicinandosi verso un luogo determinato” che troviamo nel verbo “venire”, appare in italiano nelle 5 forme:
-ven- (venire, venuto, veniamo, veniva…)
-venn- (venni, venne)
-veng- (vengo, venga)
-vien- (vieni, viene)
ver- (verrò, verrebbe)
Ciascuna di esse è un allomorfo dello stesso morfema. Il morfema ven- di venire ha 4 allomorfi.
L’italiano è una lingua molto ricca di fenomeni di allomorfia.
Esistono due punti di vista principali per individuare differenti tipi di morfemi:
- CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE: la prima distinzione da fare è tra morfemi lessicali e grammaticali: i morfemi grammaticali a loro volta si suddividono in morfemi derivazionali e flessionali. I morfemi lessicali stanno nel lessico, nel vocabolario e costituiscono una classe aperta arricchibile di nuovi elementi. I morfemi grammaticali stanno nella grammatica e costituiscono una classe chiusa.
La derivazione da luogo a parole regolandone i processi di formazione e la flessione che da luogo a forme di una parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi, costituiscono i due grandi ambiti della morfologia.
- CLASSIFICAZIONE POSIZIONALE: i morfemi grammaticali si suddividono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono rispetto al morfema lessicale o radice, che costituisce la testa della parola. I morfemi grammaticali possono essere chiamati affissi (un affisso è ogni morfema che si combina con una radice). Esistono diversi tipi di affissi, che nella struttura della parola, i prefissi stanno prima della radice; i suffissi stanno dopo la radice;
Vi sono però nelle lingue del mondo, altri tipi di affissi; abbiamo degli infissi che sono inseriti dentro alla radice. Un altro tipo di morfemi sono i circonfissi che sono formati da 2 parti, una che sta prima della radice e una dopo. In alcune lingue esistono degli affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice, sono i morfemi a pettine ossia i trafissi.
Formazione delle parole: i morfemi derivazionali svolgono l’importante funzione di permettere la formazione di un numero infinito di parole a partire da una certa base lessicale.
In italiano il più importante e produttivo dei procedimenti di formazione di parola è comunque la suffissazione. Fra i suffissi derivazionali più comuni ricordiamo:
-zion (-azion, -izion, -uzion)
-ment (-iment, - ument-)
…
è peraltro in italiano assai produttiva la prefissazione. Fra i prefissi più comuni vanno ricordati:
-in (in+legale = illegale)
-s (sleale)
…
Flessione e categorie grammaticali: fra le categorie grammaticali vi sono quelle più propriamente flessionali che riguardano il livello dei morfemi stessi: ogni categoria è l’insieme dei valori che può assumere una determinata dimensione semantica. Le categorie flessionali si distinguono in due grandi categorie:
-quelle che operano sui nomi
-quelle che operano sui verbi
In lingue come l’italiano la morfologia nominale ha come categorie fondamentali il genere e il numero.
Un’altra categoria flessionale importante per i nominali è il caso che mette in relazione le forma della parola con il ruolo sintattico che essa ricopre nella frase. Il tedesco ha 4 casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo).
In molte lingue gli aggettivi possono essere marcati per grado: comparativo, superlativo. L’italiano affida alla flessione soltanto l’espressione del superlativo.
La morfologia verbale ha come sue categorie flessionali principali:
-il modo cioè la modalità nella quale il parlante si pone nei confronti del contenuto di quanto vien detto (indicativo che indica certezza rispetto a quanto viene affermato, condizionale che indica incertezza.)
-il tempo che colloca nel tempo assoluto e relativo quanto viene detto (presente, futuro..)
-l’aspetto che riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati l’azione o l’evento
-la diatesi/voce che esprime il rapporto in cui viene vista l’azione rispetto al soggetto
-la persona che indica chi compie l’azione
Categorie grammaticali a livello di parola, che classificano le parole raggruppandole in classi a seconda della natura del loro significato sono le classi di parole/parti del discorso; 9 secondo la grammatica tradizionale (nome/sostantivo, aggettivo, verbo, pronome, articolo, preposizione, congiunzione, avverbio, interiezione).
Mentre le categorie grammaticali sono definibili sull’asse paradigmatico, considerando le parole in isolamento, altre importanti categorie grammaticali si individuano sull’asse sintagmatico, cioè considerando le parole nel loro rapporto con le altre parole di uno stesso messaggio. Queste categorie sono le funzioni sintattiche, cioè le nozioni definibili dall’analisi logica (soggetto, predicato, oggetto, complemento di termine, complemento di specificazione, complemento di luogo…).
Capitolo 5
Sintassi
La SINTASSI si occupa della struttura delle frasi, cioè come si combinano tra loro le parole e come sono organizzate in frasi.
La FRASE è l’entità linguistica che funziona da unità e che costituisce
un messaggio autonomo nella comunicazione e contiene una predicazione; in genere ogni verbo autonomo coincide con una frase ci sono, però frasi senza verbo dette FRASI NOMINALI.
Il principio per l’analisi delle frasi è basato sulla segmentazione.
Il SINTAGMA è la minima combinazione di parole (costituita da almeno una parola) che funzioni come un’unità della struttura della frase.
I sintagmi sono costituiti attorno a una testa, da cui prendono il nome: testa è la classe di parole che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire sintagma.
Il SINTAGMA NOMINALE un sintagma costruito attorno a un nome.
Esistono tre tipi di principi che intervengono per determinare il funzionamento della sintassi:
- La prima classe è interna alla sintassi e si tratta della FUNZIONI SINTATTICHE e riguardano il ruolo che i sintagmi assumono nella struttura sintattica sequenziale della frase.
SOGGETTO: definito tradizionalmente “da chi fa l’azione”;
PREDICATO VERBALE: definito tradizionalmente “ l’azione”;
OGGETTO: definito tradizionalmente “chi subisce l’azione”;
Sono tre funzioni sintattiche fondamentali.
- Il secondo ordine dei principi che intervengono nella costruzione di una
frase è dato dai PRINCIPI SEMANTICI, che concernono il modo in cui il referente di ogni sintagma contribuisce e partecipa all’evento rappresentato dalla frase. Per individuare i RUOLI SEMANTICI occorre guardare la frase come rappresentazione di una scena o eventi, in cui diversi elementi presenti hanno una certa relazione gli uni con gli altri in termini di che cosa succede nella scena.
Categorie che vengono usate per designare i ruoli semantici sono :
AGENTE (parte attiva), PAZIENTE (subisce), SPERIMENTATORE (entità toccata da un certo processo psicologico), BENEFICIARIO ( entità a vantaggio della quale va a ricadere quanto succede nell’avvenimento), STRUMENTO (entità inanimata mediante la quale avviene ciò che accade), DESTINAZIONE (entità che costituisce l’obiettivo).
- Il terzo ordine è l’ORGANIZZAZIONE PRAGMATICO - INFORMATIVA,
una frase può essere vista come un’affermazione fatta attorno a qualche cosa. Di qui un’importante distinzione fra la parte della frase che identifica e quella che isola, cioè fra TEMA E REMA : il TEMA è ciò su cui si fa un’affermazione, il REMA è l’informazione che viene fornita a proposito del tema. Un’opposizione considerata sinonimica a tema/rema è quella fra DATO e NUOVO : DATO è l’elemento della frase da considerare noto o perché precedentemente introdotto nel discorso o perché fecente parte delle conoscenze condivise, NUOVO è l’elemento portato come informazione non nota.
Le lingue possiedono dispositivi per separare le tre nozioni e mutare o invertire l’ordine dei costituenti per esempio le DISLOCAZIONI A SINISTRA può portare a tema l’oggetto e a rema il soggetto.
Un’altra funzione importante è quella del FOCUS e con esso si intende il punto di maggior salienza comunicativa della frase, l’elemento su cui si concentra maggiormente l’interesse del parlante e che fornisce la massima quantità di informazione nuova.
Nella linguistica è presente una teoria particolare dello studio della sintassi la GRAMMATICA GENERATIVA : è una grammatica che intende predire in maniera esplicita le frasi possibili di una lingua. ‘Generativa’ riguarda il senso logico – matematico del verbo generare; essa è costituita da un lessico e da delle regole che governano i diversi aspetti della grammatica. REGOLE intese come istruzioni da applicare nella generazione di un determinato prodotto. Le regole sono spesso regole di RISCRITTURA a struttura sintagmatica. Le regole possono essere ricorsive, quando nell’uscita della regola è contenuto un simbolo di categoria che rappresenta l’entrata della regola (es. SN -> SN + SPrep) ; le regole ricorsive rendono molto potente la grammatica, consentono di formare elementi inseriti gli uni dentro gli altri, frasi dentro frasi, sintagmi dentro sintagmi.
Le regole che contengono una barra obliqua sono REGOLE CONTESTUALI, la linea orizzontale indica il contesto locale, cioè la posizione in cui sta la categoria interessata dalla regola, le specificazioni contenute prima e/o dopo della linea indicano la caratteristiche o proprietà che devono avere gli elementi che stanno prima e/o dopo tale posizione perché la regola si possa applicare.
Le frasi spesso non vengono realizzate come unità isolate, ma si combinano in sequenze strutturate anche lunghe, frasi complesse: la SINTASSI DEL PERIODO è ulteriore importante sottolivello di analisi del sistema linguistico. Vi sono principi che regolano il modo in cui il sistema linguistico organizza le combinazioni di frasi, e parole. La COORDINAZIONE si ha quando le diverse frasi vengono accostate l’una all’altra senza che si ponga tra di esse un rapporto di dipendenza (sono tutte allo stesso livello), si ha SUBORDINAZIONE quando vi è un rapporto di dipendenza tra le frasi , in quanto una frase si presente come gerarchicamente inferiore ad un’altra.
Le frasi subordinate si possono distinguere in tre principali categorie: AVVERBIALI, COMPLETIVE e RELATIVE. Le frasi avverbiali sono frasi subordinate che modificano l’intera frase da cui dipendono (es. esco, benché piove; mentre Luigi mangia le fragole, Carla gioca a ramino). Le completive sono subordinate che costituiscono un costituente nominale maggiore (cioè il soggetto o l’oggetto, o anche il predicato nominale o l’oggetto indiretto) della frase (es. sembra che faccia bel tempo; Giorgio dice che Chomsky ha ragione; penso a come risolvere il problema. Le relative sono frasi subordinate che modificano un costituente nominale della frase (es. non ho più visto lo studente a cui ho dato il libro).
Al di sopra dell’unità frase bisogna riconoscere un altro livello : il livello dei TESTI. Un teso è definibile come una combinazione di frasi più il CONTESTO in cui essa funziona da unità comunicativa. Per CONTESTO si deve intendere sia il contesto linguistico, sia il contesto extralinguistico, la situazione specifica in cui la combinazione di frasi è prodotta.
La LINGUISTICA TESTUALE presenta elementi appartenenti alla struttura sintattica di una frase il cui comportamento non è spiegabile né descrivibile se non uscendo dalla sintassi della frase e facendo riferimento al contesto. Un caso di questo genere è solitamente la PRONIMIZZAZIONE cioè l’impiego e il comportamento dei pronomi, in particolare i pronomi cosiddetti personali.
La presenza di elementi per la cui interpretazione è necessario far riferimento al contesto linguistico precedente, si chiamano ANAFORE. Le anafore individuano elementi che rimandano a un identico oggetto.
Con il termine DEISSI si designa la proprietà di una parte dei segni linguistici di indicare cose o elementi presenti nella situazione extralinguistica, e nello spazio e nel tempo in cui essa si situa.
Un altro fenomeno è l’ELLESSI che consiste nella mancanza od omissione, in una frase, di elementi che sarebbero indispensabili per dare luogo a una struttura frasale completa.
I SEGNALI DISCORSIVI sono elementi estranei alla strutturazione frasale che svolgono il compito di esplicitare l’articolazione interna del discorso ,come anzitutto, allora, senti, così, no?, insomma , infine……
Capitolo 6
Semantica
La LINGUISTICA è la parte della linguistica che si occupa del significato.
Non abbiamo una definizione specifica per ‘significato’, ma esistono due modi per concepirlo:
- una concezione REFERENZIALE del significato: il significato è visto come un concetto, un’immagine, un’idea corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua;
- concezione OPERAZIONALE del significato, secondo cui esso è funzione dell’uso che si fa dei segni, ovvero ciò che accomuna i contesti d’impegno di un segno.
Potremmo dare una definizione di significato come l’informazione veicolata da un segno o elemento linguistico.
Il SIGNIFICATO DENOTATIVO corrisponde al valore di identificazione di un elemento della realtà esterna.
Il SIGNIFICATO CONNOTATIVO è il significato connesso alle sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso da luogo.
Il SIGNIFICATO LINGUISTICO è la somma del significato denotativo più quello connotativo di un segno.
Il SIGNIFICATO SOCIALE è il significato che un segno ha in relazione ai rapporti fra i parlanti ( es. buongiorno ha come significato linguistico ‘ auguro una buona giornata ’ ma come significato sociale ‘ riconosco colui a cui indirizzo il saluto come persona ‘).
Il SIGNIFICATO LESSICALE i termini che rappresentano ‘oggetti’, entità o concetti della realtà esterna.
IL SIGNIFICATO GRAMMATICALE i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema linguistico.
Il significato vero e proprio fa parte della lingua ed è codificato da categorizzazioni nel sistema e non va confuso con la conoscenza del mondo esterno che noi abbiamo in quanto esseri viventi in un determinato ambiente.
L’INTENSIONE e ESTENSIONE, termini della logica, valgono rispettivamente ‘ l ‘insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato da un termine ‘ e ‘ l ‘insieme degli individui (oggetti) a cui il termine si può applicare ’ (es. l’ intensione di cane è l’insieme di proprietà che costituiscono la ‘caninità’ , l’ estensione è data da tutti i membri della classe deicani.
Il LESSEMA corrisponde a una parola considerata dal punto di vista del significato, studiare il lessema di rivoluzione significa studiare i significanti di rivoluzione.
L’insieme dei lessemi di una lingua costituiscono il LESSICO, che è un’insieme aperto, molto numeroso ed eterogeneo di lessemi che non hanno alcun rapporto semantico gli uni con gli altri.
L’ OMONIMIA sono i lessemi che hanno lo stesso significante ma a cui corrispondono significati diversi, non imparentati tra loro e non derivabili l’uno dall’altro ( es. riso l’atto di ridere e riso un cereale ).
Se i diversi significati associati a uno stesso significante sono imparentati fra loro e derivati l’uno dall’altro abbiamo invece POLISEMIA ( es. corno protuberanza del capo di molti animali/ strumento musicale a fiato / cima aguzza di una montagna).
Vi sono poi rapporti basati sulla compatibilità o somiglianza semantica fra lessemi, il primo di questi è la SINONIMIA, indica lessemi diversi aventi lo stesso significato (es. urlare/gridare, pietra/sasso).
Un altro importante rapporto di somiglianza semantica è l’IPONIMIA, si tratta di una relazione di inclusione semantica, il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e generico rappresentato da un altro lessema.
Esistono rapporti di compatibilità semantica sull’asse sintagmatico. Uno di questi è la SOLIDARIETA’ SEMANTICA basata sulla collocazione preferenziale di un lessema rispetto ad un altro, nel senso che la selezione di un termine è dipendente dell’altro (es. nitrire/cavallo, miagolare/gatto).
Fra i rapporti di incompatibilità semantica va menzionato l’ANTONIMIA, ovvero due lessemi di significato contrario (es. alto/basso, buono/cattivo).
Altre due relazioni di incompatibilità sono COMPLEMENTARIETA’ e INVERSIONE: sono complementari due lessemi di due uno è la negazione dell’altro (es. vivo/morto, maschio/femmina), sono inversi due lessemi che esprimono la stessa relazione semantica vista da due direzioni opposte (es. dare/ricevere, comprare/vendere).
E’ possibile individuare SOTTOINSIEMI LESSICALI, insieme che costituiscano gruppi organizzati di parole, uniti da rapporti di significato. Il CAMPO SEMANTICO che è l’insieme dei lessemi che hanno tutti uno stesso iperonomio immediato, il quale non necessariamente deve essere rappresentato da una parola unica ( es. aggettivi di età giovane, vecchio, nuovo, antico, recente…..).
L a SFERA SEMANTICA è l’insieme di lessemi che abbiano in comune il riferimento a un certo spazio semantico (es. l’insieme delle parole della moda).
Un FAMIGLIA SEMANTICA è l’insieme di lessemi imparentati nel significato e nel significante, ovvero le parole derivate da una stessa radice lessicale.
Una GERARCHIA SEMANTICA è costituita invece da un insieme in cui ogni termine è una parte determinata di un termine che nell’insieme lo segue (es. i nomi delle unità di misura del tempo secondo , minuto, ora, giorno…).
Tutti i generi di rapporti che abbiamo preso qui in considerazione valgono per il significato linguistico proprio, primario, dei termini. Molti lessemi sono suscettibili da assumere significati traslati e il processo su cui si basano tali spostamenti si significato sono noti come METAFORA fondata sulla somiglianza concettuale o connotativi ( coniglio persona molto paurosa) o METONIAMIA fondata sulla contiguità concettuale.
Uno dei metodi per l’analisi del significato è l’ANALISI COMPONENZIALE il principio su cui si basa tale metodo è del tutto simile alla scomposizione dei numeri in fattori primi in algebra, si tratta infatti di scomporre il significato dei lessemi comparando i lessemi gli uni con gli altri e cercando di cogliere in che cosa differisce il loro rispettivo significato, in pezzi o unità di significato più piccoli.
Es.
/UMANO/ /ADULTO/ /MASCHIO/
“uomo” + + +
“donna” + + -
“bambino” + - +
“bambina” + - -
I COMPONENTI SEMANTICI è la proprietà semantica elementare che combinandosi in simultaneità dà luogo al significato dei lessemi, ogni lessema secondo questo metodo è analizzabile rappresentabile come un fascio di componenti semantici realizzati in simultaneità : uomo= /+umano + adulto + maschio/ bambina = /+ umano –adulto – maschio/.
I tratti semantici sono BINARI, cioè ammettono i due valori + e – (sì e no).
Il PROTOTIPO è una sorta di immagine – modello ideale con cui confrontare tutti i membri di una classe o categoria.
I componenti semantici sono più di una lista fissa di proprietà tutte necessarie per definire il significato di un lessema, ma diventano un insieme di criteri più o meno, basata sulla GRADUALITA’ invece che sulla CATEGORICITA’.
Un concetto importante nella semantica prototipica è quindi anche quello di GRADO DI ESMPLARITA’ ovvero appartenenza di un termine a una categoria.
Il significato di una frase è la somma e combinazione dei significati dei lessemi che la compongono. Questo non esaurisce però il senso globale di una frase. Un a prima distinzione tra ‘frase’ che come abbiamo visto è un’importante unità di analisi massimale nella sintassi , ed ‘enunciato’.
ENUNCIATO è una frase considerata dal punto di vista del suo concreto impiego in una situazione comunicativa, come segmento di discorso in atto; enunciato è dunque unità del sistema linguistico.
I CONNETTIVI per esempio sono molte congiunzioni coordinati e subordinati che hanno spesso anche il valore di operatori logici, allo stesso modo dei QUANTIFICATORI e della negazione.
Un altro aspetto importante del significato degli enunciati è quello PRAGMATICO che riguarda che cosa ci fa in un determinato contesto situazionale e chiama quindi direttamente in causa l’intenzionalità del parlante. La lingua è studiata come modo d’agire.
Gli enunciati prodotti nella normale interazione verbale costituiscono gli ATTI LINGUISTICI. Produrre un enunciato equivale a fare contemporaneamente tre cose distinte:
- ATTO LOCUTIVO: consiste nel formare una frase in una data lingua una proposizione con la sua struttura fonetica, grammaticale, lessicale;
- ATTO ILLOCUTIVO: consiste nell’intenzione con la quale e per la quale si produce la frase;
- ATTO PERLOCUTIVO: che consiste nell’effetto che si provoca nel destinatario del messaggio, nella funzione concreta effettivamente svolta da un enunciato prodotto in una determinata situazione.
L’aspetto centrale degli atti linguistici è l’atto illocutivo , ovvero l’affermazione, la richiesta, la promessa, l’invito…
Un’altra importante nozione per la semantica è quella dei PRESUPPOSTI, il tipo più rilevante di significato non detto, non esplicitato verbalmente ma fatto assumere o inferire da quanto vien detto.
A: andiamo al cinema? B: ho un po’ di mal di testa…
La battuta di B non ha alcun nesso con quella di A, B vuole implicitare che non intende andare al cinema.
La presupposizione è quel tipo particolare di significato implicitato che sta nell’organizzazione stessa del sistema linguistico.
Capitolo 7
Cenni di tipologia linguistica
Le lingue storico – naturali sono numerose.
L’Italia è un caso esemplare, in Italia si parlano molte lingue, non tenendo conto solo la lingua nazionale comune, ma anche le lingue delle minoranze, parlate da gruppi più o meno considerati di parlanti in alcune aree del paese (tedesco, francese, sloveno, ladino dolomitico, neogreco, albanese, serbo croato, catalano, provenzale e franco – provenzale, sardo, latino friulano).
I dialetti italiani (piemontese, lombardo, veneto,napoletano, pugliese, siciliano..) dal punto di vista della storia e della distanza linguistica avrebbero le carte in regola per essere considerati sistemi linguistici a sé stanti, autonomi rispetto all’italiano, se li calcoliamo come lingue a sé arriviamo a una trentina di lingue ‘indigene’ presenti in Italia.
Le lingue romanze vengono considerate ciascuna come lingua a sé stante.
Le lingue del mondo sono alcune centinaia di migliaia, moltissime peraltro in via di estinzione. La maniera principale per mettere ordine consiste nel raggrupparli in famiglie, secondo criteri di parentela che si basano sulla possibilità di riportare le lingue ad un antenato comune.
L’italiano ha stretti rapporti di parentela con tutte le lingue derivate, come l’italiano, dalla comune base del latino, e costituisce assieme a queste il gruppo delle lingue romanze che comprende: italiano, francese, spagnolo, portoghese, romeno, catalano, provenzale, retoromanzo.
Il gruppo romanzo, come le lingue germaniche, celtiche, indo – arie, e tre lingue isolate forma la grande famiglia delle LINGUE EUROPEE.
Il livello della famiglia rappresenta il più alto livello di parentela ricostruibile con mezzi della linguistica storico – comparativa, che individua le somiglianze fra le lingue come prova della loro comunanza di origine.
La linguistica comparativa riconosce fino a un massimo di diciotto famiglie linguistiche, più quattro lingue singole isolate, di cui non si è riusciti a provare la parentela con altre lingue.
Delle migliaia di lingue esistenti, soltanto alcune decine possono essere considerate GRANDI LINGUE, con un numero sostanzioso di parlanti e appoggiate a una tradizione culturale di ampio prestigio.
In EUROPA sono tradizionalmente parlate lingue di quattro diverse famiglie linguistiche.
L a TIPOLOGIA LINGUISTICA si occupa di individuare che cosa c’è di uguale e che cosa c’è di differente nel modo in cui, le diverse lingue sono organizzate e strutturate.
Un universale linguistico non è necessariamente tale solo se è manifestato o posseduto da tutte le lingue conosciute; l’importante è che non sia contraddetto dalle caratteristiche di nessuna lingua.
Un TIPO LINGUISTICO si può definire come un insieme di tratti strutturali in armonia gli uni con gli altri, ed equivale a un raggruppamento di sistemi linguistici con molti caratteri comuni.
Un primo modo per classificare le lingue è basato sulla morfologia, sulla struttura della parola.
Si distinguono quattro tipi morfologici fondamentali di lingua:
il primo è dato dalle lingue isolanti, una lingua in cui la struttura della parola è la più semplice possibile, costituita da un solo morfema. Ad esempio il vietnamita, il cinese, il tailandese.
Un secondo esempio è dato dalle lingue agglutinanti, in cui le parole hanno una struttura complessa, sono formate dalla giustapposizione di più morfemi, tali lingue presentano alto indice di sintesi, i morfemi di solito hanno un valore univoco e una sola funzione. Ad esempio l’ungherese , il finlandese , il turco, il giapponese.
Un secondo tipo è dato dalle lingue flessive, che presentano parole abbastanza complesse, costituite da una radice lessicale semplice o derivata e da uno o anche più affissi flessionali che spesso sono morfemi cumulativi, veicolando più valori grammaticali assieme e assommando diverse funzioni; hanno una radice di sintesi minore.
Le lingue FUSIVE sono quelle lingue che hanno la caratteristica di riunire più significati su un solo morfema flessionale e di fondere assieme i morfemi rendendo spesso poco trasparente la struttura interna della parola.
Le lingue FLESSIVE sono quelle lingue che presentano parole in forma flessa che modulano la radice lessicale.
Le lingue flessive sono le lingue INDOEUROPEE, il greco, il latino, il russo, le lingue romanze e quindi l’italiano.
Nel tipo morfologico flessivo si distingue un sottotipo INTROFLESSIVO, caratterizzato dal fatto che i fenomeni di flessione avvengono anche DENTRO la radice lessicale, ad esempio l’arabo.
Un altro tipo morfologico fondamentale è quello POLINSINTETICO e sono quelle lingue che hanno una struttura della parola molto complessa, formata da più morfemi attaccati assieme, presentano la peculiarità che nella stessa parola possono comparire due o anche più radici lessicali, morfemi pieni. Le parole di queste lingue tendono dunque a corrispondere spesso a ciò che nelle altre lingue sarebbero delle frasi intere, ad esempio il groenlandese occidentale.
U n secondo criterio per classificare le lingue è basato sulla sintassi, precisamente sull’ordine BASICO, i costituenti fondamentali sono il soggetto (S), il verbo o predicato verbale (V) e il complemento oggetto (O). D al punto di vista delle combinazioni sono possibili sei ordini diversi: SVO, SOV, VSO, VOS,OVS,OSV.
SOV è l’ordine più frequente insieme a SVO.
L’italiano come tutte le lingue romanze è lingua SVO.
Perché gli ordini predominanti sono SOV e SVO?
Perché il soggetto coincide con il tema, e il tema nell’ordine naturale dei costituenti informativi sta in prima posizione, a questa condizione agiscono due principi:
- PRINCIPIO DI PRECEDENZA: per cui il soggetto deve precedere l’oggetto;
- PRINCIPIO DI ADIACENZA: per cui O e V debbono essere contigui.
L’ERGATIVITA’ riguarda l’organizzazione dei sistemi di casi che traducono in superficie i ruoli semantici connessi al verbo, esistono anche delle lingue che assegnano una marcatura diversa di caso al soggetto a seconda che esso sia soggetto di un verbo transitivo o di un verbo intransitivo. Queste lingue si chiamano ERGATIVE perché attribuiscono una rilevanza particolare alla funzione o ruolo semantico di agente.
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/linguistica.html
Tipo fonte: documento word
Autore : non indicato
Linguistica
Linguistica
Lezione del 07/03/2005
Nel 1916 venne pubblicato il “Corso di linguistica generale”, risultato degli appunti delle lezioni di Saussure, che fu il momento in cui la linguistica si affermò come scienza autonoma vera e propria.
La dicotomia lingua scritta e lingua parlata ha due tipi di accezioni:
si può parlare di lingua parlata in opposizione alla lingua scritta sulla base della valenza sociolinguistica che comporta che per parlato si intende la lingua di uso comune, meno ricercata e meno attenta al rispetto delle regolarità grammaticali e lessicali standard e che è per sua stessa natura ricca di elementi normalmente assenti nello scritto (come esclamazioni, tono e inflessione di voce), mentre la lingua scritta, sempre dal punto di vista sociologico, è più ricercata soprattutto nel rispetto delle regolarità grammaticali e lessicali standard. Nello scritto per esprimere le idee si ha un modo diverso rispetto al parlato.
Un altro punto di vista per esaminare parlato e scritto intende il parlato come codice lingua in tutti i suoi aspetti, lo scritto è il codice scrittura, l’insieme delle regole con le quali l’enunciato, il flusso inarrestabile del parlato, viene trasposto su un supporto stabile per essere riusato o riletto.
Riassumendo la differenza tra scritto e parlato ha due accezioni, la prima che guarda a scritto e parlato come due varietà della lingua studiandone le differenze, l’altra accezione vede il parlato come lingua in generale e come scritto i sistemi di scrittura, i segni impiegati per scrivere.
Linguistica può essere vista come lo studio scientifico delle lingue.
Si parla di linguistica generale per intendere lo studio delle lingue dal punto di vista delle loro caratteristiche costitutive prese in un momento preciso, ossia nel loro aspetto sincronico.
Altro ramo della linguistica importante è quello della linguistica storica che studia lo sviluppo diacronico delle lingue, lo sviluppo attraverso il tempo.
Con linguistica si intende la scienza che studia lingue e che ricomprende dentro di se sia l’aspetto diacronico che sincronico.
Altro ramo importante è quello della tipologia linguistica, che studia le lingue in base a caratteristiche della loro struttura e verifica i caratteri comuni che comportano altre caratteristiche associate, catalogando così una sorta di parentela linguistica in base a degli universali linguistici al di la della parentela effettiva. Ad esempio inglese e tedesco sono imparentate poiché discendono dal protogermanico, altre lingue sono quelle slave che sono legate per il protoslavo, russo, serbo, sloveno, bulgaro (…) che hanno la caratteristica di avere un alfabeto in comune quale il cirillico.
Meno noto è che queste lingue madri da cui discendono le lingue moderne, sono imparentate a loro volta per il fatto di discendere dall’indoeuropeo comprendente anche lingue indiane derivanti dal sanscrito. Con l’andare del tempo le lingue si sono talmente differenziate che non sono più reciprocamente comprensibili, per l’effetto del mutamento linguistico che agisce incessantemente su tutte le lingue, sia sui significanti che sui significati: il mutamento dei significati è comprensibile per lo sviluppo scientifico-tecnologico che necessita di nuovi termini o il recupero di parole già esistenti con un nuovo significato per indicare nuovi concetti o fenomeni.
Saussure ricorre al recupero di termini già esistenti con nuovi significati per introdurre la dicotomia langue e parole per indicare un nuovo concetto.
Altro esempio è quello della parola fonema, un neologismo, per definire il nuovo concetto elaborato dalla scienza linugisitca.
Le lingue mutano anche nei significanti in modo più o meno vistoso, l’inglese ha subito mutamenti dei significanti molto radicali. Ad esempio la “r uvulare”, che è un fonema, in francese è stata inserita quando in classi sociali alte come carattere distintivo superiore che ha raggiunto nel corso del tempo l’intera lingua parlata francese. La “r uvulare” non crea ambiguità e per questo non ha sostituitola “r” originaria diventandone solo variante libera.
La sociolinguisitca studia come gli strati sociali influiscono sulla forma con cui si articola l’enunciato a seconda delle situazioni.
Il latino in Italia ha avuto moltissimi discendenti con una varietà di parlati locali, ma anche con grossi agglomerati quale ad esempio in dialetto toscano scelto poi per italiano perché era meno corrotto rispetto al latino originario. A partire dal latino si sono avuti moltissimi cambiamenti a livello di significante.
Il mutamento linguistico avviene con velocità diverse:
ad esempio in inglese la parola mouse ha il plurale in mice, nell’inglese medioevale si aveva mus (con la u lunga) al singolare, mentre al plurale mis (con la i allungata), nel 1500 si aveva mous e meis, quindi alla fine del ‘600 si è arrivati a mouse e mice. I motivi di questi mutamenti sono molteplici, per esempio una causa poteva essere la classe dominante che adottava una certa pronuncia per differenziarsi, oppure la nuova generazione tende a differenziarsi dalla precedente con nuovi metodi di pronuncia (…). Un motivo chiaro per questi cambiamenti non è stato ancora trovato.
Le lingue possono essere raggruppate su base genealogica, ossia la parentela, si parla in questo caso di classificazione genealogica delle lingue. Altro tipo di raggruppamento è la classificazione tipologica, ossia a seconda del tipo grammaticale a cui appartengono, ci sono analogie di comportamento tra grammatiche di lingue molto diverse non imparentate tra loro, i cosiddetti universali linguistici.
Creta è stata il luogo in cui lo sviluppo della scrittura ha avuto una storia eccezionale, probabilmente il nostro alfabeto moderno ha avuto una tappa fondamentale a qui, Creta è un punto di riferimento importante, mediatrice culturale tra oriente e occidente, culla di popoli che hanno sviluppato scrittura particolari sull’isola e successivamente ha influenzato la civiltà greca. Uno dei documenti più enigmatici è il disco di Festo, importante per il tipo di riflessioni che porta con se.
L’invenzione della scrittura è fondamentale per la nascita della linguistica, la riflessione sulle lingue non avrebbe potuto nascere e progredire senza la scrittura, tanto meno svilupparsi uno studio scientifico. La scrittura alfabetica ha permesso di raggiungere la segmentazione più piccola dell’enunciato, il fonema, rappresentato da un segno grafico.
Quando si parla di alfabeto latino, non significa che la lingua con cui esso viene trascritto sia il latino, un testo italiano è scritto in italiano, ma il sistema di scrittura è quello latino, con cui si scrivono diversi tipi di lingue. L’italiano è l’ultimo sviluppo del latino che era una fase di una lingua che si stava evolvendo cristallizzata all’epoca di Giglio Cesare, Cicerone (…). Questa lingua è stata cristallizzata all’interno della pubblica amministrazione romana il che le ha permesso di diffondersi nel bacino mediterraneo, successivamente è diventata la lingua ufficiale della chiesa, la struttura che si è sostituita all’impero romano al momento del suo crollo nel 476 d.C. quando l’ultimo imperatore dell’impero romano d’occidente viene destituito.
L’impero d’oriente sopravvive fino al 1476 quando i turchi riescono a conquistare anche Bisanzio imponendo la loro lingua come superstrato, non imparentato con la lingua indoeuropea, ma con quella mongola.
In Italia scendono gli Ostrogoti che rimangono per un periodo limitato visto che i Bizantini attorno all’anno 540 riprendono il controllo dell’Italia. Nel 578 i longobardi invadono e occupano l’Italia portando con se una lingua somigliante al gotico che ha influenzato l’italiano, ad esempio il termine guerra deriva dal longobardo.
I longobardi costituirono la classe dominante per diversi secoli fino all’800, la lingua dominante in questo periodo non fu il longobardo, ma il latino influenzato in parte dal longobardo.
Negli atti giuridici si aveva la distinzione tra longobardi e romani, i romani erano gli abitanti dell’Italia prima dell’arrivo dei longobardi.
All’interno dell’Italia c’era il nucleo dello stato della chiesa molto importante dal punto di vista linguistico perché assicurava al latino la preminenza.
Le zone non conquistate vennero definite romania, attuale Romagna, occupata dai Bizantini.
Il medioevo segna la decadenza della lingua latina che porta alla sua frammentazione a seconda delle zone. Gli eventi storici influiscono molto, quindi, sui mutamenti linguistici sia a livello dell’espressione che del contenuto.
I musulmani portando una cultura che ritenevano superiore, si sovrapponevano alla cultura precedente cancellandola, quindi l’arabo non ha subito le stesse influenze ad esempio dell’Italiano.
In Italia, a differenza di altre nazioni invase, i nobili tendevano a rinnegare il loro albero genealogico, qualora esso li ricollegava alle popolazioni di invasori, sostenendo di discendere invece dai romani, questo ha permesso al tuscanico, ad esempio, di preservarsi dalla corruzione dal latino originale.
Spesso la linguistica è stata legata alla politica, ad esempio in Albania Oxa ha voluto legare gli albanesi ai Pelasgi, quando in realtà non lo sono, infatti essi discendevano da popolazioni indoeuropee. I Pelasgi erano una popolazione raccontata nei miti greci come una popolazione che dominava la maggior parte dell’Europa. Nel tentare di realizzare il suo progetto Oxa ha allontanato dalle università tutti coloro che sostenevano la verità, chiamando invece coloro, come Mayani, che sostenevano le idee di Oxa.
Un mutamento da s ad h è molto frequente, molto più raro il contrario, la linguistica opera su dati statisticamente certi, quando il dato statistico aumenta si raggiunge la qualità della certezza, per stabilire i legami di parentela.
Nella comparazione linguistica non importa la somiglianza poiché le lingue possono adottare prestiti, ma anche perché possono avvenire mutamenti dei significanti radicali che traggono in inganno nell’indagine linguistica. Utile è invece l’esame del lessico fondamentale: per esempio i numeri, che risalgono ad una tradizione antichissima, possono rivelare somiglianze tra lingue importanti. Interessa che ci siano delle corrispondenze sistematiche, il che significa che se in una lingua una c corrisponde ad una q più volte questo significa che esse discendono da un suono comune per il mutamento diacronico.
Esistono fenomeni linguistici come l’assimilazione per cui i suoni della parole che vicino ad altri suoni assumono un’altra forma: in-abile im-possibile (invece di in-possibile), tutte queste mutazioni sono state catalogate in modo da poter essere riconosciute e studiate. Le mutazioni sono dovute alla semplice vicinanza di suoni, non ad altri motivi, si chiama mutamento articolatorio.
Lo studio dell’indoeuropeo ha portato alla creazione delle linguistica.
Nel 1952 Michael Ventris ha decifrato la scrittura lineare b risalente al 1300 a.C. (ca.), scoperta nel 1900 da Evans che scoprì anche la lineare a, ma la più diffusa era la lineare b. Si è scoperto che la lineare b era una forma di scrittura che trascriveva il greco, in questa forma era ancora presente la q, diventata t nel greco moderno, questa è la dimostrazione delle teorie in base al quale nel greco doveva esserci la q poiché lingua indoeuropea.
Tra scrittura e lingua c’è una differenza sostanziale, la scrittura può essere sempre letta, ma per essere compresa è necessaria la conoscenza della lingua.
Lezione del 14/03/2005
Si hanno due distinzioni in linguistica: per linguistica generale si intende sia la linguistica in generale, sia una parete della linguistica poiché studia le strutture fondamentali comuni a tutte le lingue; la linguistica sincronica, studia una fase della lingua in un determinato momento e applica i criteri generali comuni ricavati dalle singole lingue. La lingua è un fenomeno strettamente connesso alla mente, è il modo in cui la mente si manifesta all’esterno. Per questo la lingua ha strutture comuni, gli universali, la mente umana è uguale per tutti. Queste concezioni generali vengono applicate allo studio delle singole lingue, sono la facoltà che ha l’uomo u creare un codice complesso di comunicazione, ossia il linguaggio.
La linguistica storica studia lo sviluppo della lingua nel tempo.
La linguistica nacque sulla base degli studi di linguistica storica ha importanza fondativa, la linguistica nacque sulla base degli studi di europei, in particolare tedeschi, sulla comparazione delle lingue indoeuropee per risalire ad una protolingua. Questi studi hanno portato alla legge fonetica e all’introduzione del metodo scientifico esatto nello studio delle lingue che da sempre è stato ambito delle scienze umanistiche.
L’esistenza di una letteratura conosciuta permette la stabilità di una lingua che impedisce ala formazione di varianti, rallentando o evitando il mutamento linguistico.
Saussure ha per primo applicato le regole delle scienze esatte alle studio delle lingue, sia morte che vive.
Oggi si fa una distinzione tra lingua e dialetto in base alle convenzioni politco-sociali: una lingua ha una letteratura politica e un popolo che la appoggia. In realtà i dialetti sono lingue vere e proprie solo non hanno la tradizione scritta e vengono usati solo in determinati situazioni contingenti.
La linguistica storica è importante anche perché il mutamento linguistico agisce sempre sulle lingue più o meno lento, siccome la linguistica storica studia questo mutamento essa ha in conseguenza un’importanza fondamentale poiché da la prospettiva temporale necessaria per capire elementi, che derivano dal mutamento, altrimenti incomprensibili.
Le forme plurali si formano sulla base della legge dell’analogia, la legge del quarto proporzionale, es. loda:lodano=egli:x si usa il suffisso dei verbi per declinare i pronomi. In passato il plurale di egli era elleno, il –no derivava dal suffisso di –no del verbo al plurale, oggi questa forma è scomparsa proprio per la mutazione linguistica. Oggi al posto di eglino o elleno si usa loro o essi, loro però è anche un pronome possessivo. In italiano si ha il meccanismo di accordo in base al cui una si ha una sequenza di parole che si legano e che sono da usare insieme. La linguistica storica è importante per dare una spiegazione a certi fenomeni che avvengono all’interno di una lingua, altrimenti inspiegabili.
All’interno della linguistica esistono altri rami che studiano altri settori, uno di questi è la linguistica applicata che studia le tecniche con cui gli universali linguistici possono rendersi utili ad un’applicazione concreta, uno di questi è la glottodidattica che studia le tecniche di apprendimento per facilitare insegnamento e apprendimento. Sempre all’interno della linguistica applicata si ha la linguistica computazionale che studia l’interazione tra linguistica e informatica.
Altri rami importanti è quello della sociolinguistica, quello dell’interlinguistica, che studia le interferenze che ci sono tra le varie lingue e quello della tipologia linguistica che studia le lingue sulla base delle caratteristiche comuni sulla base della loro struttura: una lingua x che ha una certa caratteristica strutturale, automaticamente ci si deve aspettare che ne abbia altre, caratteristiche comuni.
La sociolinguistica studia il fatto che la lingua presente delle frastagliature, delle parti che si diversificano: si hanno assi lungo i quali sono rappresentate le diversificazioni possibili, l’asse diafasico, l’asse diastratico e l’asse diamesico.

La sociolinguistica studia la lingua nelle sue diverse varietà che ha all’interno della società dei parlanti, queste varietà dipendono da diversi fattori, i fattori diafasico, diastratico, diamesico, a cui si aggiunge il diatopico.
Il fattore diatopico è il fattore della varietà linguistica a seconda dei luoghi, la variazione attraverso i luoghi, studia le varietà locali.
Il diafasico studia le diverse varietà a seconda delle situazioni.
Il diastratico studia le varietà a seconda dello strato sociale.
Il diamesico indica le varietà linguistiche a seconda del mezzo tramite cui si trasmette il messaggio linguistico, ossia parlato, scritto,…
Quindi la stessa lingua ha al suo interno molte variazioni e differenze in base al luogo di provenienza, in base al contesto in cui si parla, dello strato sociale e in ultimo del mezzo con cui si comunica. Oggi la differenza per strato sociale è meno evidente rispetto alle epoche passate.
In Italia c’è una situazione di diglossia ossia i parlanti usano due lingue, ma una è inferiore all’altra (i dialetti). Questo porta a interferenze tra le lingue a livello dei suoni e delle parole. A livello delle parole, si hanno interferenze a livello sintattico, ad esempio “a me mi piace” che nell’italiano standard non è corretto, ma esso deriva dal dialetto in cui questa forma ridondante esiste. Altra interferenza si ha a livello dei suoni, nel dialetto lombardo esistono più vocali dell’italiano che vanno a influenzare le pronunce, per questo si riconosce la provenienza di una persona es “situassione”, la z italiana, suono affricato, è stata sostituita dal suono più simile, la sibilante, fricativa alveolare s. Questa situazione di interferenza si verifica soprattutto nei casi in cui l’italiano è una lingua appresa, ossia prima si è imparato il dialetto e poi l’italiano.
Nell’asse diamesico si passa da un polo scritto-scritto a parlato-parlato (parlato a braccio). Se una persona scrive per parlare, si useranno strutture diverse da quando si opera nel polo scritto-scritto, poiché nel parlato si devono fare ripetizioni per permettere una comprensione precisa, che nello scritto non sono necessarie, nello scritto si può rileggere.
La sociolinguistica è importante poiché spiega molti fenomeni altrimenti inspiegabili se la lingua fosse concepita come monolite.
La lingua è il primo aspetto della mente, la linguistica potrebbe essere quindi considerata come subordinata alla psicologia. La linguistica ha grande importanza nello studio dei suoni, delle grammatiche, quindi studia i rapporti tra lingua e mente, la lingua come calco della mente. In realtà questi codici sono il prodotto dell’interazione tra un fenomeno naturale e un fenomeno storico, le lingue vengono prodotte da un processo che si sviluppa nella mente in funzione di una situazione storica-sociale-tecnologica, la lingua permette di comunicare in una determinata dimensione. Quindi si studia come interagiscono due ordini di fenomeni interni ed esterni all’essere umano, altro fattore che rende importante la linguistica e la rende autonoma dalla psicologia.
Data chiave, oltre al 1916, è il 1957 quando venne pubblicato il libro “Strutture sintattiche” di Chomski che lavora va come studioso all’istituto di tecnologie del Massachussets, che divenne importante nello studio linguistico dopo che vi si trasferì Jacobson di cui fu allievo Chomski. Saussure fondò lo strutturalismo, Chomski andò oltre fondando una nuova corrente scientifica di studio, il generativismo che si base su un’analisi della lingua altamente matematizzante che alle volte risulta eccessivo. Egli pose in evidenza il fatto che alla base del linguaggio c’è una struttura profonda che sarebbe uguale per tutte le lingue e per ciò era inevitabile che la lingua si formasse e sviluppasse in questo modo.
La linguistica è una scienza umana con metodi esatti che ha per oggetto le lingue e il linguaggio, in quanto facoltà di associare l’ordine dell’espressione all’ordine del contenuto.
Non viene studiato solo il linguaggio umano, ma anche quello animale, poiché anche in esso c’è un’associazione tra ordine e contenuto: ad esempio il linguaggio delle api che in base alle vibrazione dell’addome e dall’ampiezza del cerchio compiuto, indicano l’ampiezza e la distanza da un giacimento di cibo. Questo linguaggio, però, non ha la capacità di esprimere concetti astratti, ma ben più importante non ha la libertà dagli stimoli, non si può comunicare qualcosa che riguarda un momento passato o futuro, ma solo all’esigenza, uno stimolo, del presente. Il linguaggio umano invece ha libertà dagli stimoli, è discreto, il linguaggio delle api non è discreto, non si ha una netta differenza tra un segno ed un’altra, l’ampiezza del cerchio e il numero delle vibrazioni è di interpretazione soggettiva, si può confondere. Il linguaggio umano ha invece un limite in base al quale le percezioni sono ben distinti. Altra distinzione è il carattere della ricorsività per cui una regola può essere applicata più volte al risultato della sua applicazione: ad un nome si può applicare una frase relativa “Luigi che ha bevuto la camomilla dorme” alla frase relativa “che ha bevuto la camomilla”, può essere applicata un’altra relativa “Luigi che ha bevuta la camomilla che gli ha dato la mamma dorme” e così via, teoricamente all’infinito. La ricorsività non esiste nel linguaggio animale. La ricorsività è connesso con la dipendenza dalla struttura, la frase principale può essere divisa da diverse frasi relative, la capacità di riconoscere la struttura a cui applicare le relativa si chiama dipendenza dalla struttura, nel linguaggio animale questa caratteristica non si ha.
Lo studio scientifico della lingua e del linguaggio si articola su diversi livelli a seconda di come si seziona l’elemento linguistico. Saussure ha introdotto il concetto di segno linguistico, distinto in significante e significato. Per Saussure era più importante quel che sta nel cervello (l’idea), rispetto a quel che viene pronunciato: per spiegare questo ha introdotto l’antinomia langue e parole, la langue è il livello astratto, le convenzioni osservate da tutti e che fanno funzionare il codice all’interno di una comunità di parlanti, per codificare e decodificare il codice, mentre la parole è il livello concreto, la messa in pratica delle regole astratte. Questa dicotomia è stata tenuta in italiano senza essere tradotta per poter mantenere il significato poiché traducendo in italiano parole con parola si avrebbe commesso un errore visto che parola in francese si dice mot.
Quella caratteristica che ci permette di distinguere uno dall’altro i suoni della lingua, appartiene alla langue, ad es. vero-velo anche riconoscere quei significanti che non hanno significato es. vepo.
Nel cervello è presente un elenco di caratteristiche che ci permette di riconoscere un elemento fonetico molto diverso da un altro e associarli come uguali: ad es. incapace (n alveolare) e indivisibile (n dentale), le n sono diverse sia dal punto di vista fonico che articolatorio, ma noi le percepiamo come uguali. Questa caratteristiche varia da lingua a lingua, poiché suoni che in italiano hanno uguale valore come la n dell’esempio sopra citato, in altre lingue hanno carattere distintivo e quindi valore differente per distinguere i significanti: un esempio è l’inglese dove sing e sin possono essere pronunciate in maniera analoga, ma in inglese standard le due n sono da pronunciare in maniera differente.
Saussure riteneva che sia significante che significato stanno nella mente, poiché abbiamo l’idea di quel che vogliamo dire, ossia il significato, e il modo per dirlo, ossia il significante.
Bari e pari sono due parole diverse, la differenza tra b e p sta nel fatto che la p è una consonante occlusiva bilabiale sorda, mentre la b è una consonante occlusiva bilabiale sonora, il sonoro è dato dalla vibrazione delle corde vocali, stessa differenza si ha per t e d e per c e g.
I suoni posso essere pronunciati in maniera sempre più simile, fino all’ambiguità, ma il cervello sarà sempre in grado di distinguere i suoni per la discretezza. Nel caso in cui il soggetto emittente abbia dei difetti di pronuncia tale da scambiare i suoni ad es. gari ragazzi, il cervello riesce a decifrare il significato per il contesto, se si prende la parola singola si possono avere difficoltà. I fonemi presenti nel nostro cervello, la parte più piccola in cui può essere diviso un significante con valore distintivo, permetto appunto di distinguere i significanti. Ci sono fonemi che non sono rappresentati da un’unica lettera alfabetica, ad esempio un fonema come ∫ sarà rappresentato da due grafemi, sc, quindi la corrispondenza tra scrittura e pronuncia non è sempre uguale, in italiano la differenza è minima, in altre lingue, come l’inglese è molto più evidente, poiché si ha uno scollamento tra scritto e parlato, per questo i linguisti hanno ideato l’alfabeto fonetico internazione API o IPA, che serve per scrivere i suoni delle lingue in modo scientifico, prescindendo dalle grafie che sono risultato di un adattamento di una scrittura precedente ad una nuova lingua che varia nel tempo. In italiano c’è un fonema /n/ che ammette tanti variabili, può essere articolata come [n] vera e propria consonante nasale-alveolare (la lingua va contro gli alveoli), come [ŋ] consonante nasale-velare (il dorso della lingua si sposta verso il velo palatino), oppure come [η] consonante nasale labiodentale (i denti si poggiano sul labbro inferiore, la lingua non si solleva). Per il primo caso è l’esempio di naso o indivisibile, per il secondo l’esempio è anche o incapace, mentre per il terzo anfora o infido.
In altre lingue questi tre suoni distinguono tre suoni diversi, essi diventano fonemi, in italiano invece sono foni, varianti del fonema n, il cui usa dipende da un contesto, dalla posizione occupata nella parola.
Tutti i foni raggruppati come varianti di uno stesso fonema si chiamano allofoni, sono i suoni concreti realizzati a livello di parole. Il fonema è il suono astratto, il fono è il suono concreto che per questo può avere delle varianti che saranno catalogate sotto uno stesso fonema. Nella lingua le distinzioni si fanno non con valore positivo, ma oppositivo, in pratica non si definisce cosa è una n, ma cosa non è.
Dal punto di vista linguistico la lingua si può analizzare su diversi livelli: fonetico (più basso), fonologico, morfologico, lessicale, semantico, testuale, sintattico,…
Il livello fonetico studia i suoni emessi dalla voce umana.
Il livello fonologico studia i suoni per funzione nelle singole lingue.
Il livello morfologico studia i morfemi e le combinazioni.
Il livello lessicale studia le parole.
Il livello semantico studia i significati dei segni linguistici.
Il livello sintattico studia le combinazioni delle parole.
Il livello testuale studia le combinazioni per comporre un testo.
Al momento della pronuncia dei suoni delle consonanti si distinguono due concetti: il punto di articolazione è il punto in cui gli organi articolatori si avvicinano maggiormente a partire dalla punta delle labbra fino alla gola (glottidali), mentre il modo di articolazione è il modo in cui gli organi articolatori si dispongono per la pronuncia.
Lezione del 21/03/2005
All’interno delle scritture fonetiche ci sono quelle alfabetiche, tra cui si distinguono quelle in senso proprio e quelle consonantiche, e quelle sillabiche.
Il codice lingua è l’unico codice che ha anche funzione metalinguistica, è l’unico che può essere impiegato per parlare di altri codici. La lingua è il codice concreto con cui una comunità di parlanti comunica, il linguaggio è la facoltà di associare un ordine dell’espressione ad un ordine di contenuto al fine di manifestare quest’ultimo, il contenuto è il concetto mentale, l’espressione sono le azioni a cui si associano questi contenuti (suoni, segni, movimenti,…). Sono conformi quei codici che hanno corrispondenza biunivoca tra significante e significato, ad un solo significato corrisponde uno e uno solo significato, la lingua italiana non è conforme, spesso si incontra omofonia, stessa espressione fonica, ma contenuto diverso, tra parole, la sinonimia, invece, si ha quando due segni linguistici hanno espressione diversa è contenuto simile. L’omonimia si ha quando l’uguaglianza a livello di significato va oltre l’espressione fonica e comprende anche quella grafica, si scrive e si pronuncia allo stesso modo (es piano), in italiano si hanno spesso omonimi che sono anche omonimi, nelle altre lingue, ad esempio in inglese questa situazione non si ha.
Ci sono casi in cui possono esserci omografi che non sono omofoni, è l’esempio di botte e bòtte.
Riconoscere dove cade l’accento non è semplice, si può adottare la regola dei latini secondo cui si deve ipotizzare di dire ad alta voce la parola, la lettera detta più a lungo è quella accentata.
Il linguaggio verbale umano si distingue da quello animale per la maggiore capacità di linguaggio, è caratterizzato da discretezza (il linguaggio animale è continuo), è l’unico a essere doppiamente articolato, è caratterizzato dalla ricorsività. Per ricorsività si intende che un enunciato qualsiasi prodotto da una qualsiasi regola, è passibile dell’applicazione della stessa (es nome più frase relativa a cui si può aggiungere altre frasi relative). Altra differenza è la dipendenza dalla struttura, legata alla ricorsività, per cui si intende che si percepisce la sequenza dei suoni e anche il loro legame, grazie a questo si può stabilire quale sia la frase principale anche se essa è divisa da una serie di frasi relative.
La doppia articolazione è stata scoperta da Martinet che ha elaborato il modo classico di classificare i morfemi della lingua, ma ha anche detto che si prende un qualunque enunciato come il “cane abbaia”, questo deve essere articolato, ossia segmentare dal punto di vista linguistico (in fonetica significa pronunciare dei suoni) per riconoscere i componenti base: si possono fare due tipi di articolazione, la prima consiste nel fare tagli in pezzi in modo che ognuno di essi abbia ancora associare un significato, quindi il/can/e/abba/i/a. Il non può essere diviso ulteriormente perché la “L” non ha nessun significato in italiano, cane invece può essere spezzato perché può essere confrontato con il suo plurale o femminile, una parte resta invariata, essa porta il significato ed è “can”, la “e” indica invece il genere e il numero. Per quel che riguarda abbaia si fa sempre un confronto e allo stesso modo si stabilisce la divisione. Ogni elemento della prima articolazione si chiama morfema, è la più piccola parte dotata ancora di significato in cui si può dividere l’enunciato.
La seconda articolazione consiste nello spezzettare ancora di più l’enunciato, si ha quindi i/l/c/a/n/e/a/bb/a/i/a, le unità di seconda articolazione si chiamano fonemi. Ogni lingua è basata su un numero limitato di fonemi, i suoni della lingua. Potrebbe sembrare che ogni fonema corrisponde ad una lettera, ma non è così, ad esempio la parola scienza si divide in sci/e/n/z/a poiché sci è un singolo fonema. Il fonema può essere definito come l’elemento minimo che ha ancora valore distintivo a livello di significante, per esempio cane (c/a/n/e) si distingue da pane (p/a/n/e) solo per la prima consonante, questo tipo di confronto con parole del tutto simili, differenti solo per un unico suono, permette di individuare i fonemi, ed è la prova di commutazione, quel più piccolo pezzo è un fonema proprio perché ha valore distintivo, distingue un significante da un altro, in questo caso l’opposizione p e c permette di distinguere le due parole.
Carattere comune a tutti i suoni è il passaggio dell’aria, emissione della stessa.
Lo schema dei segni per trascrivere la voce umana, i fonemi, consiste nella rappresentazione grafica che riproduce per certi aspetti la posizione degli organi di fonazione all’atto della pronuncia. È fondato su due coordinate, sull’asse orizzontale sono indicati i punti di articolazione, su quello verticale i modi di articolazione: i punti di articolazione sono i punti dove gli organi fonatori si avvicinano maggiormente all’atto della pronuncia, i modi di articolazione sono invece i modi in cui si dispone l’organo fonatorio. I punti di articolazione sono disposti a partire dalla punta delle labbra fino in fondo alla glottide: si hanno i bilabiali, labiodentali, dentali, post-alveolari,…
Per quel che riguarda i modi di articolazione si hanno diversi modi:
un primo modo è quello delle occlusive, suoni che per essere prodotti prevedono il trattenimento dell’aria, ad esempio la p si produce senza vibrazione delle corde vocali, è un’occlusiva, l’aria viene bloccata fino ad una sorta di esplosione, per questo le occlusive si chiamano anche esplosive. In italiano sono molto usate, quando si ha una coppia di occlusive la prima è sorda, la seconda è sonora (vibrano le corde vocali), nel caso della p è una consonate occlusiva bilabiale sorda, la b è uguale alla p solo che è sonora. La d e la t sono occlusive dentali sorda nel caso della d, sonora nel caso della t.
Le occlusive retroflesse sono caratterizzate dal fatto che la punta della lingua è rivolta all’indietro, esse sono presenti in alcuni dialetti del sud.
Le occlusive palatali, anch’esse non presenti in italiano, sono occlusive in cui l’occlusione si ha a livello del palato.
Le occlusive velari, presenti in italiano, presentano una prima differenza a livello di scrittura, la c di casa si scrive K, per scrivere che (ch/e) Ke, lo stesso per la g, alghe verrà scritto come alge (a/l/gh/e).
Le occlusive glottidali, rare in italiano, consistono in una sorta di colpo all’inizio della parola, ad esempio attenzione.
Un secondo modo è quello delle nasali, rispetto alle occlusive comportano l’abbassamento del velo palatino così che possa funzionare la cassa di risonanza nasale, ad esempio n e m sono i più conosciuti, ad esempio naso o mano. Il passaggio dell’aria avviene anche attraverso la cavità nasale, non solo orale. In caso di raffreddore si ha difficoltà nella pronuncia di questi fonemi che vengono pronunciati come occlusive sonore, per esempio invece di m si pronuncia b e di n si pronuncia d. Le nasali sono contigue, sempre sonore, non hanno la caratteristica dell’esplosività, possono essere prolungate, la m è una consonante nasale bilabiale (stesso punto di articolazione della b, ma diverso modo), la n è consonante nasale dentale (stesso punto di articolazione della d, ma un diverso modo).
Digrafi e trigrafi sono gruppi di segni per scrivere un singolo suono, un esempio è la gn, nasale palatale, di gnomo, nell’alfabeto fonetico internazionale si scrive come una n con allungata la parte anteriore. Anche nel caso delle nasali esistono le retroflesse che non esistono in italiano, ma in lingue come il sanscrito.
In italiano sono pertinenti anche le nasali labiodentali e la nasale velare, esse, in italiano, non sono dei fonemi, ma delle varianti che dipendono dal contesto, sono allofoni, per esempio in anche, incapace, la n [ŋ] viene pronunciata senza il sollevamento della punta della lingua, essa ricorre sempre quando c’è una n che compare davanti ad una consonante occlusiva velare (gh o ch).
Ad esempio incapace sarà scritto in alfabeto fonetico come [ίŋkàpat∫e], infelice come [ίηfelit∫e], mentre inabile [inabile].
In italiano le uniche vibranti che interessa è la consonante vibrante alveolare o dentale, ossia la r, la caratteristica delle vibranti è la vibrazione ripetuta, sono sempre sonore, possono essere prodotte a lungo.
Le due categorie più importanti delle consonanti sono le occlusive e le fricative, questo perché alcuni elementi che in italiano sono consonanti come la m e la n, in atre lingue sono vocali.
In italiano non esistono fricative bilabiali, ma in spagnolo si, come ad esempio la [β] che è una fricativa bilabiale sorda pronunciata in parole come vita, dove in spagnolo la v diventa “b”, la [β]. In italiano questo suono non esiste e viene considerata come v.
Nelle fricative non c’è uno stop come nelle occlusive, ma l’aria incontra un ostacolo tale che provoca una frizione, l’aria passa sempre, il passaggio è molto stretto e per questo provoca frizione, da questo la definizione di fricative. In italiano il suono più simile è la v, con l’unica differenza che invece di appoggiare le labbra una sull’altra, appoggiamo i denti sul labbro inferiore provocando la frizione. I punti in cui si avvicinano di più gli organi articolatori sono o le labbra o il labio-dente, da qui il termine fricative labio-dentali e fricative bilabiali. F e V sono uno stesso suono l’unica differenza è che la v è sonora mentre la f no.
Le fricative dentali sono chiamate anche interdentali, sono caratterizzate dal fatto che la lingua sta tra i due denti, in italiano non esistono, in inglese sì, per fenomeni di fonologia contrattiva, quando un suono non esiste in una lingua, il ricevente lo associa al più simile presente nella sua lingua, per questo thing sarà associato fing, la f è la più simile alla fricativa dentale th inglese. Anche in questo caso si distingue in sonore e sorde.
Due fricative che esistono in italiano sono la “s” e la “sz”, la differenza tra s e “sz” sta nel fatto che la s fa vibrare le corde vocali, mentre la “sz” no.
In italiano esiste una norma che dice che tutte le volte che la s compare scempia tra due vocali si pronuncia “sz” (casa, televisione,…), dal punto di vista diatopico questo criterio non viene percepito e la “sz” viene pronunciata sempre come “s”, andando così a costituire un marcante di competenza. “S” e “sz” potrebbero essere chiamate anche fricative alveolari dentali.
Altri due suoni presenti in italiano sono la “sc” e la “sg” una coppia di cui il primo membro è pertinente il secondo no, il primo caso è per esempio scimmia [‘∫im:јa], la [∫] è una fricativa post-alveolare, i due punti significa che la m è doppia. In italiano la “sg” non esiste, mentre in francese si è rappresentato come [з].
Esistono poi le fricative retroflesse, palatali e velari, ma in italiano non sono usate.
Le fricative laterali sono rappresentate con una linea continua al di sopra.
Altra categoria sono le approssimanti e le approssimanti lateriali, le lateriali sono rappresentata della l, consonante laterale dentale o alveolare, a seconda di dove si pone la lingua, il termine laterale deriva dal fatto che la lingua va a costituire un ostacolo al centro e l’aria passa ai lati. L’altra laterale è la laterale palatale [λ], presente in coniglio e aglio [aλ:io] i due punti vengono messi poiché quando la laterale palatale è interna è sempre doppia.
Infinite ci sono le approssimanti, la frizione è minore delle fricative, l’apertura è maggiore, due sono quelle più importanti, l’approssimante bilabiale, o velare, [w] e l’approssimante palatale [j], codificati non molto bene in italiano, mentre in inglese sì, per esempio in will e wish poiché è stata percepita una differenza tra la u e la w. In italiano si può trovare questa situazione in uomo, dove la u di uomo è “scivolante” e sarà rappresentata come [w], stesso caso in iena dove la i sarà rappresentata come [j]. Questi suoni sono stati chiamati semivocali o semiconsonanti per differenziarli.
Altro gruppo sono le affricate, tra cui le più comuni sono [ts], [dz], [t∫]
e [dз], digrafi che rappresentano un solo suono. La loro caratteristica è quella di essere composta da una parte occlusiva (l’attacco) e da una parte fricativa (la coda). Ad esempio zio si scrive [dzio] (non vibrano le corde vocali) o [tsio] (vibrano le corde vocali), agio [‘adзo], raggio [rad:зo] e razzo [rad:zo], quindi le doppie vengono rappresentato con i due punti tra il digrafo.
La grafia incide sulla lingua, sul piano fonologico, un esempio si ha in scritture in cui quello che si scrive non è esattamente come quello che si dice, un esempio è efficienza che sarebbe da pronunciare senza la i, ma c’è chi pronuncia anche la i, il che è marca diastratica e diatopica, il valore della forma scritta va a prevalere su quella parlata. Un altro caso è quello dei prestiti dove i suoni vengono pronunciati come quelli più simili a loro presenti in italiano.
In italiano esistono sette vocali, la dimostrazione sta ad esempio nelle parole come botte e bòtte che mostra l’esistenza di due o, lo stesso dicasi per la e però nell’italiano del nord si può dire che questa differenza è sparita. L’italiano del nord sta diventando l’italiano standard, sta prevalendo su quello dell’italia centrale, esso presenta sei vocali. La vocale centrale è la a perché il dorso della lingua è in mezzo e più in basso possibile, invece per pronunciare la “e” e la “o” il dorso della lingua si deve innalzare più in avanti verso il palato duro nel caso, ramo anteriore delle vocali palatali, oppure verso il dietro nel caso delle velari, ramo posteriore. Il punto in cui la lingua si avvicina di più al palato è quello corrispondente alla lettera i, quello in cui si avvicina di più al velo è la o.
Esistono altre vocali, presenti in altre lingue, si hanno un ramo anteriore, un ramo posteriore e un ramo centrale, la a viene posta appartenente al ramo anteriore, ci sono le vocali aperte, medioaperte o mediobasse, mediochiuse, chiuse, alte e medioalte. Dallo schema che ne deriva esistono due coppie di suoni, la prima rappresenta la variante non labializzata o non arrotondata, la seconda la variante labializzata o arrotondata, la i è un suono che si pronuncia ponendo la lingua con il dorso in avanti spinto verso il palato duro, senza arrotondare le labbra, arrotondandole invece si produce un suono usato in francese, uguale per quel che riguarda la posizione della lingua alla i, ma diverso per le labbra che fanno modificare il suono emesso.
Le vocali posteriori in italiano sono i regola tutte arrotondate, quelle anteriori invece non arrotondate.
Lezione del 04/04/2005
Nello studio dei codici, il codice secondario è quel codice il cui contenuto è espressione di un altro codice. La scrittura alfabetica è un codice composto da elementi e regole, per la scrittura gli elementi sono segni grafici, le regole sono diverse da quelle grammaticali, sono le regole ortografiche, quindi si ha il repertorio dei grafemi.
Le sillabe accentate aperte, che non finiscono per consonante, sono lunghe, ossia pronunciate allungandole. Normalmente in italiano la lunghezza delle vocali non è pertinente, in altre lingue invece si.
La trascrizione tra parentesi [ ] è una trascrizione fonetica, quella tra parentesi / / è fonologica o fonematica, trascrive i fonemi, gli elementi fonici strettamente pertinenti. Può capitare che le due trascrizioni sono uguali, ma si hanno casi in cui è diversa, per esempio [‘aŋke] e /’anke/, l’apostrofo è l’accento che si segna prima della sillaba su cui cade. Le due “n” sono diverse in scrittura, nella scrittura fonetica si ha la trascrizione della nasale velare, ma essa in italiano non è pertinente, rappresenta, cioè, solo un allofono della “n”, quindi nella trascrizione fonologica essa sarà rappresentata solo con una /n/ poiché non è pertinente. La “n” fonema è normalmente rappresentata da una n, davanti a ch e gh è rappresentato dal segno della nasale-velare. Queste differenze dipendono dal contesto, ossia dalla posizione della n, in questo caso.
Dal punto di vista del parlato si ha una distinzione in espressione, indicata con le parentesi [ ], e contenuto indicato con “ “. Nello scritto, codice secondario, si ha una distinzione tra espressione, che è rappresentata con le < > in cui è posta la parola come è da scrivere, e un contenuto che rappresenta il suono, ossia come è da leggere, per questo il codice scrittura è definito secondario perché ha come contenuto l’epsressione di un altro codice. Ogni linea della scrittura è qualcosa che sta per qualcosa d’altro, ossia il suono.
Esistono scritture in cui l’aderenza tra scritto e parlato è minore rispetto all’italiano, ma lo schema concettuale è analogo, con l’accortezza di intenderlo riferito ad ogni parola presa singolarmente.
Si hanno varie classificazioni di sistemi di scrittura che derivano da una riflessione su di essi nel corso dei secoli, si possono classificare tutti i sistemi in due gruppi:
1)scritture ideografiche: la loro struttura è sempre la stessa
2)scritture fonetiche: sono la prevalenza, tranne nel caso del cinese e del giapponese che sono ideografiche. Si hanno al loro interno delle sottodistinzioni: scritture fonetiche sillabiche e scritture fonetiche alfabetiche. All’interno delle scritture alfabetiche si ha la distinzione tra scritture alfabetiche consonantiche e le scritture alfabetiche in senso proprio.
Le scritture alfabetiche in senso proprio si basano su un alfabeto che in linea di principio permette di individuare numerosi collegamenti tra grafemi, chiamate lettere che in linea di principio corrispondono spesso ad un fonema, e fonemi. L’ordine tra grafemi e fonemi è strutturato in modo tale che tra loro vi sia una quasi aderenza, ci sono però scritture alfabetiche progredite nel tempo che hanno incontrato uno scollamento tra il repertorio grafematico e il repertorio fonematico. Quando si usano due grafemi per scrivere un fonema si parla di digrafo, trigrafo nel caso in cui vengano usati tre grafemi. Esempio è la parola scienza, dove “sci” è indicato con il simbolo ∫ consonante fricativa palatale.
Le scritture alfabetiche consonantiche sono trascrizioni di sole consonanti, sono le scritture delle lingue semitiche.
Le scritture sillabiche sono oggi quasi scomparse, sostituite da alfabetiche. L’eccezione è rappresentata dall’India in cui si usa la scrittura devanagarica. Ogni grafema rappresenta una sillaba. Non c’è quindi una corrispondenza netta tra ordine del repertorio grafematico e fonematico perché si trascrivono sillabe, inoltre queste scritture sono meno economiche perché prendendo solo le sillabe aperte, si arriva ad un’ottantina di elementi a cui bisogna aggiungere segni per sillabe differenti. Questo sistema di scrittura, quindi, si presta alla scrittura di lingue che hanno vocali aperte, in maggioranza.
Il repertorio fondamentale dei grafemi è costituito in assoluto è costituito da segni che trascrivono un suono, sono i fonogrammi, grafemi che trascrivono un suono, sia esso un fonema, una sillaba o un’unità superiore.
Quello che accomuna, quindi, le scritture fonetiche è il fatto di avere il loro repertorio grafematico fondamentale rappresentato da fonogrammi, l’insieme dei loro segni di scrittura è un segno suono.
Ad esempio in ebraico le vocali vengono poste da chi legge, la morfologia della lingua permette di riempire questi vuoti, stesso discorso per l’arabo.
La lineare B serviva a trascrivere il greco parlato tra il 1200-1400 a.C. sull’isola di Creta e sul continente greco, ossia il dialetto miceneo, la consonate finale presente in alcuni termini, veniva omessa e messa al momento della pronuncia dal parlante, ad esempio il nome Alessandra in lineare B veniva scritto Alecasandara, proprio perché è una scrittura sillabica, è un caso di ipodifferenziazione grafica, ossia il sistema scrittorio non ha elementi per rappresentare tutti i suoni, è una lingua “deficiente”. Le scritture sillabiche hanno bisogno di espedienti per trascrivere sillabe complesse, si hanno due tipi di espedienti:
1)l’omissione grafica, si omette di scrivere il suono, caso di pater in cui non si scriveva la r finale
2)vocale quiescente, il caso di Alecasandara, dove in dara, la prima a non si pronuncia, è una vocale quiescente.
Queste lingue per essere lette prevedono una conoscenza della lingua, prima si impara la lingua, poi sarà possibile leggere la scrittura. Gli espedienti però complicano molto il sillabario.
Ci fu un tempo in cui le scritture ideografiche erano le prevalenti
Per quel che riguarda le scritture ideografiche si ha un esempio storico, ossia l’”alfabeto” Maya di Diego Demanda.
Dopo la scoperta dell’America, le popolazioni locali sono entrate in contatto con le popolazioni europee più evolute. I conquistatori spagnoli hanno depredato queste culture, ma bisogna dire che esse erano molto arretrate, avevano conoscenze approfondite in campo architettonico e astronomico. I Maya in particolare avevano molto sviluppato queste conoscenze, avevano anche sviluppato una scrittura, definita scrittura Maya, ma è più corretto dire che questa deriva dalla scrittura degli Olmechi, popolo precedente. All’arrivo degli spagnoli l’impero più potente era quello degli Aztechi, avevano una lingua differente dai Maya che ormai erano diventati una popolazione secondaria occupando la penisola dello Yucatan conservando molte nozioni della civiltà da cui discendevano pur essendo sottomessi agli Aztechi, avevano conservato dei codici, fogli piegati a fisarmonica, che erano tutti scritti con la loro tipica scrittura ideografica. Gli spagnoli pensano che siano a livello morale ed etico molto arretrati visto che praticavano ancora sacrifici umani di massa. Per questo De Landa pensò che essi praticavano culti demoniaci e che la loro scrittura fosse un codice dato loro dal diavolo, quindi ordinò di ammucchiare e bruciare questi codici. In un secondo momento, dopo aver sottoposto ad un esame più approfondito questa civiltà si dovette ricredere, fece riunire i superstiti della civiltà e fece loro riscrivere questo alfabeto. La scrittura Maya era composta da centinaia di segni diversi e non aveva un alfabeto, De Landa non fece altro che interrogare uno dei vecchi saggi del popolo Maya domandando di scrivere l’alfabeto Maya. La scrittura Maya non era un alfabeto, lui ha chiesto di scrivere “l’alfabeto” perché era l’unica forma i scrittura che conosceva, non considerava ancora la scrittura ideografica.
Ancora oggi ci sono studiosi convinti che in scritture come il cinese, ogni segno rappresenta una parola, il fatto che De Landa chiese di vedere per iscritto l’alfabeto, fa capire che esiste un abisso tra il sistema di scrittura ideografica e alfabetica. Il discendente Maya non ha fatto altro che trascrivere dei segni il cui suono somigliava ai suoni suggeriti da De Landa. Oggi si è scoperto che i segni trascritti sono corretti. Oltre a questi segni la scrittura Maya includeva però altre centinaia di segni.
Una prima differenza tra scrittura ideografica e scrittura sillabica è il numero di segni, la prima usano centinaia di segni, la seconda un centinaio circa. La scrittura ideografica è quella scrittura in cui gli ideogrammi sono una parte fondamentale del repertorio grafematico, l’ideogramma è l’elemento essenziale del funzionamento della scrittura.
I fonogrammi non sono l’elemento unico di questo sistema, ma un elemento aggiuntivo. Più precisamente l’ideogramma è il segno parola, un segno che corrisponde ad una parola.
Il logogramma, sinonimo dell’ideogramma, è un grafema indicante una sequenza fonica della lingua indicante un’intera parola, nel nostro sistema $+3 sono ideogrammi o logogrammi. Nel nostro sistema possono esserci degli ideogrammi, ma essi non sono parte fondamentale del repertorio fondamentale dei grafemi, che siano qualcosa in più è dimostrato che essi possono essere sostituiti dalla scrittura alfabetica.
La scrittura egizia ha la caratteristica dell’iconicità, il grafema è così accurato che si può ancora riconoscere l’oggetto che raffigura. Tutte le scritture naturali sono nate da gruppi di segni che raffiguravano degli oggetti, per esempio la A deriva dalla raffigura della testa di un toro.
La scrittura iconica è molto decorativa, la scrittura egiziana vedeva la scrittura strettamente collegata al suono, conoscere il nome di una certa divinità e pronunciarlo in un certo modo significava dominarla. La scrittura geroglifica è così accurata che spesso, a causa della superstizione, coloro che avevano realizzato il disegno, raffiguravano l’animale o attraversato da un pugnale o diviso a metà per evitare che esso prendesse vita e assalisse il disegnatore. I segni erano pericolosi in quanto alle formule che rappresentavano.
Il disegno più diffuso era il serpente, raffigurava la parola dire, il geroglifico egiziano inoltre è la prima forma di scrittura consonantica, è una lingua appartenente al gruppo camito-semitico o afro-asiatico. Le lingue semitiche sono le lingue come l’ebraico, l’aramaico, l’arabo, l’etiopico, che vengono trascritte con alfabeti sillabari diversi, i popoli sono strettamente imparentati, infatti la somiglianza tra le parole è molto stretta. Il geroglifico appartiene ad un gruppo di lingue, le camitiche, strettamente imparentate con le semitiche, da qui il termine camito-semitiche. Queste lingue hanno una grammatica particolare, invece di essere basata sulla flessione delle parole e sulla derivazione tramite suffissi, non hanno una parte fissa che comprende consonanti e vocali, ma una parte fissa contenente solo consonati, ad esempio lo scheletro consonantico KTB arabo che significa scrivere: da esso deriva Kitabu (libro), Katibu (scriba), Kataba (egli scrisse),… basta cambiare le vocali all’interno che il significato cambia, lo scheletro consonate è invariato. Nelle lingue semitiche le vocali sono solo tre, a i u, la ricostruzione è più facile. La grammatica dell’egiziano è simile a quella dell’arabo, non solo nella flessione, ma anche nella derivazione. Questo procedimento di scrittura è definito procedimento ad interfissi, perché le vocali vengono poste all’interno dello scheletro formando parole diverse. Gli egiziani quando inventarono la loro scrittura, trascrissero solo le consonanti, per questo non si sa più con certezza questa lingua. L’unica cosa che si può trascrivere la lingua sono le consonanti, quando una scrittura viene trascritta in alfabeto latino, si parla di traslitterazione, ogni scrittura ha segni di traslitterazione particolare. Per esempio la D trascrive la [dз], g, l’affricata dentale sonora. La convenzione è mettere sempre la vocale “e” per leggere l’egiziano, a parte alcuni casi.
Il geroglifico è stato decifrato ad inizio 800 grazie alla stele di Rosetta. Nel 1600 un Attanasius Kircher riuscì, secondo lui, a decifrare i geroglifici. I suoi lavori però sono errati. Il suo ragionamento era che il geroglifico doveva essere una scrittura ideografica, ma non sapeva cosa significasse, ritenne che ogni segno rappresentasse una parola, questo ha compromesso il suo studio. Questo errore è stato commesso per due motivi, non aveva coscienza di come funzionasse la scrittura ideografica e, secondo, perché aveva una fonte precedente a lui che lo trasse in inganno.
Nel ‘700 alcuni dimostrarono che questa decifrazione era errata. Nessun segno, tranne pochi, è un segno parola, sono segni suoni, i fonogrammi possono essere di tre tipi:
1)monoconsonantici, una solo consonante
2)biconsonantici, due consonanti
3)triconsonantici, tre consonanti
Il remo spesso veniva usato come ideogramma per indicare “parola”, la canna di papiro in fiore è la j, l’ascia indica la parola dio, ma spesso questa non doveva essere letta, serviva solo per capire il significato dei segni precedenti, è un determinativo. In questo caso per capire che, ad esempio, un occhio, indicava Osiride. Tutte le scritture ideografiche hanno i determinativi, anch’essi segni parola, che servono per superare delle ambiguità e capire il significato corretto, è un logogrammi utilizzato per precisare i fonogrammi che precedono.
Kircher faceva riferimento a Orapollo.
Con Alessandro Magno in Egitto, si inizia a scrivere in greco, nel 300 a.C. circa. In Egitto i regnanti praticavano matrimoni endogamici stretti, la gente comune non poteva sposare i propri fratelli o le proprie sorelle, i regnanti invece avevano l’obbligo di farlo per conservare la specie.
Con l’editto di Teodosio tutti coloro che non erano cristiani erano perseguitati e anche uccisi.
Alle soglie del Medioevo, nessuno sapeva più scrivere in geroglifico, uno degli ultimi conservatori fu Orapollo che con antri seguaci si ritirò in una delle ultime cataratte, conservando scrittura e culti.
In “Geroglifica” scrisse tutte le nozioni di cui era a conoscenza, non conosceva più le regole di associazione degli elementi, conosceva solo i significati di alcuni elementi, non era più in grado di dire il perché e il modo in cui si usavano all’interno dei testi il geroglifico. Conosce solo gli ideogrammi, non conosce i fonogrammi, descrive quindi solo i segni ideografici. Questo testo arrivato a Kircher, ha influenzato pesantemente la sua linea di pensiero, quindi era convinto che tutti i segni erano segni parola proprio perché nel suo testo, Orapollo, riportava solo segni parola.
Alcuni segni venivano utilizzati per indicare suoni o parole per omofonia, ad esempio Oca per indicare figlio, Orapollo aggiungeva che questo animale era quello che più ama i figli che in caso di pericolo si offre per salvare i figli, cerca quindi di trovare una connessione logica, tralasciando il semplice motivo dell’omofonia. Semplice, ma esatto. Orapollo non sa inoltre che i segni cambiano il loro significato a seconda del contesto, per esempio Osiride viene indicato da un occhio, ma lo stesso occhio può indicare, se accompagnato da un trattino, semplicemente un occhio, a seconda del contesto, per la polinfuzionalità dei segni delle scritture ideografiche. In base a questa regola, un segno può essere ideogramma, fonogramma e determinativo a seconda dei casi.
Altra caratteristica delle scritture ideografiche è la polifonia, i segni possono avere due letture differenti.
Lezione del 11/4/2005
Per quanto concerne le singole lingue naturale, esse vengono apprese durante l’infanzia come lingua madre, successivamente l’apprendimento di altre lingue, che avverrà in un secondo momento, andranno a costituire le lingue seconde.
L’opposizione tra due fonemi come “a” e “e” ci permette di distinguere moltissime parole: manto e mento, lana e lene, sola e Sole,… Dal punto di vista astratto si ha l’opposizione tra “a”, vocale centrale medio bassa, e “e”, vocale anteriore medio alta, in concreto, sia la a che la e sono pronunciate in maniera sempre diversa, fatto rilevabile con i sonogrammi che illustrano la pronuncia concreta di sequenze foniche. La “a” ha tantissime variazioni concrete che dipendono dalla pronuncia, stesso discorso per la “e”. La a viene pronunciata tenendo il dorso della lingua e al centro, per la e in avanti e in alto, ma queste non sono posizioni fisse, si ha una certa area in cui si verifica la pronuncia della “a” o della “e”.
Le diverse pronunce non vengono percepite come differenti dal nostro orecchio poiché la percezione avviene sulla base di schemi mentali, i fonemi, che quindi sono in realtà nel cervello e non nel timpano, come si potrebbe invece pensare. In altre parole avviene una selezione per cui suoni diversi vengono percepiti come uguali poiché rispondono ai caratteri e agli intervalli imposti dagli schemi mentali.
I linguisti hanno elaborato differenti dicotomie per lo studio delle lingue:
● Saussure ha evidenziato l’importanza della differenza tra astratto e concreto, sincronico e diacronico, sintagmatico e paradigmatico. Sincronico significa studiare la lingua in un determinato momento, diacronico invece significa studiare la lingua nell’evolversi nel tempo. Questo significa che una regola grammaticale valida oggi, un tempo non esisteva, ma è stata introdotta nel tempo, cosa rilevabile solo con lo studio diacronico.
La differenza tra sintagmatico e paradigmatico consiste nel fatto che gli elementi della lingua possono essere in rapporto di tipo paradigmatico o sintagmatico il che significa un articolo viene posto davanti ad un certo sostantivo per il rapporto sintagmatico (il sarà posto davanti ad un sostantivo di genere maschile e singolare), un rapporto logico e grammaticale. I rapporti paradigmatici sono i rapporti che gli elementi hanno con parole alla loro stessa classe lessicale, un esempio sono i verbi, nel senso che un verbo può essere sostituito ad un altro perché verbo, prestando attenzione al senso della frase. Stesso discorso per i nomi, gli aggettivi,…
Per quel che riguarda l’astratto e il concreto, Saussure disse per primo che ogni lingua poteva essere studiata sotto questi due piani. Con lo strutturalismo introdusse la dicotomia langue, in riferimento all’astratto,e parole, in riferimento al concreto. La langue è la lingua come insieme di conoscenze che appartengono a tutta la società, le regole che ci permettono di codificare e decodificare messaggi. La parole è la realizzazione concreta di un messaggio tramite l’uso di queste regole. L’atto di parole ha tantissime variazioni a livello di pronuncia, in astratto invece le variazioni non esistono, cosa che permette di raggruppare le differenti pronunce, le varianti dette allofoni, di uno stesso suono in uno stesso fonema. Le coppie minime sono due elementi linguistici uguali in tutto tranne che per un unico suono che le distingue, il fonema, quindi le coppie minime permettono di distinguere e riconoscere i fonemi.
● Jacobson ha introdotto la dicotomia codice e messaggio, il codice è l’insieme delle regole e degli elementi per produrre della significazione intenzionale, per codificare e decodificare correttamente. A livello astratto la lingua può essere considerata come codice semiotico, a livello concreto come applicazione di questo codice per produrre il messaggio.
● Chomski introduce la competenza e l’esecuzione. A livello astratto si ha competenza a livello concreto l’esecuzione. La competenza è strettamente individuale, non collettiva come la langue, Chomski sostiene che le regole grammaticali e lessicali che associano gli elementi stanno nella competenza dei singoli parlanti, che opera su diversi livelli. La competenza è a livello fonetico e fonologico, a livello morfologico, a livello sintattico e a livello semantico. La competenza a livello fonologico permette di conoscere quali sono le sequenze di fonemi ammesse in una determinata lingua. La competenza morfologica indica i morfemi e le loro regole di associazione. A livello sintattico sono poste le regole che permettono di associare le parole per generare una frase che abbia significato. Una larga parte di competenza è comune, ma esistono particolari differenze, l’importanza non è stabilire la quantità di competenza comune, ma sta nel fatto che esistono delle differenze a volte sostanziali, come per esempio i caratteri dialettali che influiscono sulla lingua che non tutti comprendono. L’esecuzione non si distingue molto dalla parole, è individuale e ha la variabilità dei fonemi, cosa individuata anche da Saussure.
Anche nel caso dei grafemi si ha la stessa variabilità che si incontra nella pronuncia, il livello concreto è il grafo, l’astratto è il grafema. Anche in questo caso i segni devono mantenere dei caratteri distintivi per essere differenziati dagli altri e quindi non essere confusi, devono conservare cioè i tratti pertinenti.
Antropologia della scrittura
L’isola di Creta è un luogo di eccezionale importanza per la scrittura, è il punto dell’Europa in cui si sono sviluppati diversi sistemi di scrittura, anche concorrenti tra loro. L’isola è stata al centro del commercio tra Europa e Asia minore, ha subito quindi l’influenza delle diverse culture con le loro scritture. Creta riuscì a sviluppare un impero commerciale, controllava tutte le vie di comunicazione più importanti.
Gli impulsi per la creazione della scrittura fu di carattere economico-contabile e di carattere propagandistico.
Mentre in tutto il resto dell’Europa non si scriveva, a Creta e in Grecia si svilupparono tre sistemi di scrittura: il geroglifico cretese, il sistema lineare a e il sistema lineare b.
La filosofia Greca è stato il pilastro della cultura occidentale per molto tempo e ancora oggi se ne risente l’influenza, basta pensare alla medicina, la ricerca scientifica serviva solo per avvalorare una propria ipotesi, questo ha rallentato il progresso scientifico.
Il metodo sperimentale era ostacolato dalla linea di pensiero conservativa greca, proprio per questo diversi famosi studiosi, quale ad esempio Galileo, incontrarono molta difficoltà ad affermare le proprie teorie differenti a quelle degli studiosi greci affermati.
La mitologia greca fa spesso riferimento a Creta, basti pensare che Zeus veniva fatto nascere e crescere a Creta.
A Creta era vissuta una civiltà di grandissima importanza, la civiltà minoica che aveva preceduto i greci elaborando tantissime delle concezioni che vennero acquisite dalla cultura greca. Le meraviglie di questa civiltà vennero dimenticate, solo dall’inizio del ‘900 venne fatte scoperte che testimoniano l’esistenza di questa cultura: Arthur Evans, archeologo inglese, ha condotto ricerche importanti a Creta sulla scia delle scoperte di Scliemann che scoprì la città di Troia sulla base degli studi su Omero, in Turchia. Scliemann dimostrò che i racconti avevano un fondamento storico. Evans scava a Creta sulla base dei racconti mitologici greci, nella zona dove doveva trovarsi il palazzo di Cnosso. Scopre non solo il palazzo, ma anche la scrittura, diverso dall’alfabeto greco, sconosciuto prima di allora. Evans aveva trovato le “pietre del latte”, ciondoli d’avorio, che sembravano aiutassero le donne ad allattare, in realtà erano sigilli, molto usati. Evans capì che sull’isola vennero usate tre scritture che, in ordine di tempo, chiamò geroglifico cretese, con un forte carattere iconico, usato tra il 2100 a.C. al 1450 a.C., lineare a, caratterizzata dall’uso di linee e usata dal 1850 a.C. fino al 1350 a.C., e lineare b, usata dal 1400 a.C. al 1200 a.C. Evans non riuscì a decifrare queste scritture.
Per quanto riguarda il tipo di scrittura, la lineare a e b sono dei sillabari, ogni segno corrisponde ad una sillaba. Evans fece una scopertà più importante di quelle di Scliemann, scoprì delle scritture, centinaia di tavolette di argilla cotte nell’incendio che distrusse il palazzo di Cnosso. Erano tavolette usate per l’archivio del palazzo, essiccate al Sole, a fine anno venivano registrate su rotoli di papiro e quindi riutilizzate. Le tavolette riportano quindi informazioni molto vicine alla fine della civiltà. Alcune di queste riportano annotazioni sul fatto che i cretesi temevano che la loro fine fosse vicina. Evans non riuscendo a decifrare la scrittura tenne nascoste le tavolette. Dopo la sua morte, vennero rese pubbliche e dopo sette anni, 1952, venne decifrata la scrittura lineare b da Ventris, architetto inglese. Ventris era addetto alla decodifica dei messaggi cifrati tedeschi durante la guerra, vista questa sua capacità riuscì a svolgere studi che lo portarono a decifrare la lineare b che aveva più testi. Dopo aver decifrato la scrittura chiamò un linguista che lo aiutò a dimostrare l’esattezza della decifrazione.
Evans era convinto che la civiltà minoica aveva scritto nei tre modi di scritture da lui individuati, affermando quindi che erano pregreche. Ventris invece dimostrò che la lineare b era stata usata anche in parallelo al greco.
A Pilo è stato trovato un altro palazzo che aveva stanze come erano state descritte nell’Iliade, anch’esso con le tavolette.
Queste scoperte dimostrano le ipotesi fatte dai linguisti su quel che doveva essere il greco in antichità.
La lineare b non è altro che l’adattamento della lineare a, per trascrivere il greco, realizzato dai greci che invasero Creta, oggi grazie alla decifrazione della lineare b si è riusciti a decifrare la lineare a. Nel 1450 i greci invasero Creta e soppiantarono la lineare a con la b.
Il geroglifico cretese è un tipo di scrittura diverso dalla lineare a e b, ha alcuni segni simili alla lineare, nel palazzo di Mallia vennero usate insieme il geroglifico e la lineare a. Nel 1700 a.C. avvenne un fatto molto importante quale un terremoto che distrusse tutti palazzi, nei resti del palazzo di Festo è stato trovato il disco di Festo, altra forma di scrittura diverso dalle tre esaminate, stampato con caratteri mobili.
Lezione del 18/04/2005
Per classificare le lingue si hanno tre criteri:
- Genealogico, corrisponde a trovare delle parentele genetiche tra lingue, ossia si stabilisce che una tradizione linguistica discende da una precedente dalla quale sono tratte altre lingue naturali. Ad esempio le lingue indoeuropee, le semitiche,… oggi le lingue che discendono da lingue comuni, non sono più comprensibili reciprocamente, nonostante questo sono imparentate strettamente. Il latino da cui derivano le lingue, non è lo stesso che si studia nei licei, è una lingua più bassa, il latino del popolo, il latino studiato è una lingua usata dall’alto ceto. Tracce di questa varietà di latino basso possono essere rintracciate ad esempio nei bagni come è successo a Pompei. Nel mutamento linguistico i pronomi sono quelli più conservativi perché sono le parole più usate nel discorso. Con la caduta dell’impero romano si è prodotta una maggiore frammentazione per barriere naturali o istituzionali, il che portò ad una nascita di tante lingue diverse, tutte discendenti dal latino. Il latino si era riuscito a sovrapporre alle lingue delle regioni conquistate dai romani. Gli unici punti in cui il latino non è riuscito a sovrapporsi sono state le isole britanniche e l’Irlanda in cui i romani arrivarono tardi o non arrivarono per niente. Quando c’è una lingua superiore si parla di superstrato linguistico, in riferimento alla lingua che si impone, e substrato, in riferimento alla lingua precedente. Il latino ha assorbito spesso una larga parte del substrato nel lessico in particolare. Altra zona indenne al latino è la regione greca per il suo prestigio culturale acquisito nel tempo, il greco era diventato un superstrato era una lingua franca, paragonabile all’inglese moderno. Con l’arrivo delle popolazioni germaniche, il latino venne cancellato nelle zone conquistate.
Sono state così tante le differenziazioni nel corso del tempo che non è più possibile risalire ad una lingua comune di inizio. Ad esempio il Basco è ciò che resta di una famiglia linguistica ormai ora scomparsa. Il primo documento scritto è il numerico, esso non può essere imparentato con l’indoeuropeo ma presenta elementi di questa lingua, probabilmente ne ha subito l’influenza. Forse la lingua di origine è una di quelle che sono state cancellate dai superstrati successivi. Si è avuto un periodo nella preistoria in cui, fino a circa 200.000 anni fa, in cui il linguaggio era più lento rispetto al nostro, l’impennata della civiltà si è avuta quando è aumentata la velocità di fonazione. Oggi è stato notato che persone che hanno difficoltà di fonazione, simili a quelle degli uomini primitivi, cantando superano queste difficoltà. Per questo si pensa che le prime lingue avevano un forte accento musicale. Il cinese oggi ha questo accento musicale, quindi probabilmente è una lingua molto antica. In italiano si hanno le intonazioni, una sorta di accento melodico che cade sull’intera frase distinguendo una domanda da un’affermazione e da una esclamazione. Nei graffiti primitivi più antichi sono posti sotto una figura una serie di puntini paralleli, secondo gli studiosi della musicalità essi indicano il ritmo per decifrare quanto scritto.
- Tipologico, le lingue possono essere classificate sulla base delle caratteristiche comuni che ha la loro struttura grammaticale. Ad esempio una lingua può mettere il nome prima o dopo l’aggettivo, in italiano di regola l’aggettivo si mette dopo il nome, in inglese il contrario. Questa caratteristica riguarda la competenza sintattica. Certe lingue possono avere dal punto di vista sintattico una costruzione soggetto-ogetto-verbo, altre soggetto-verbo-oggetto, come nel caso dell’italiano, in latino si ha il primo caso. Arabo ed egiziano hanno la costruzione verbo-soggetto-oggetto.
Gli studiosi della tipologia hanno appurato che le lingue che hanno la costruzione s-v-o hanno prevalentemente preposizioni, nelle lingue con costruzione s-o-v erano più frequenti le postposizioni. In latino si hanno delle eccezioni, sono presenti delle preposizioni. Le lingue parenti dal punto di vista genealogiche possono essere diverse dal punto di vista tipologico, come nel caso di italiano e latino che sono parenti genialogicamente, ma diverse tipologicamente, l’italiano è s-v-o, il latino s-o-v.
In base a sudi recenti, si è scoperto che l’introduzione delle proposizioni in latino è avvenuta in epoca recente. In italiano si hanno parole come meco e teco che derivano per prestito dotto dal latino secum e mecum, nei pronomi sono sopravvissute le postposizioni. La tipologia deve tener conto dello sviluppo diacronico della lingua.
- Areale, importante soprattutto per il concetto di lega linguistica, esistono lingue non imparentate, senza caratteri tipologici simili, ma hanno tratti comuni perché vivono in un insieme culturale coerente strettamente connesso. Un esempio sono cinese e giapponese, condividono una gran parte del lessico e delle strutture morfologico-sintattiche.
Il concetto di lega linguistica significa uno stretto scambio interculturale che si protrae per secoli o millenni.
La grammatica è l’insieme di tutte le competenze, secondo la teoria di Chomsky, il linguista deve cercare di dare una descrizione accurata di queste grammatiche.
In linguistica l’asterisco indica la forma agrammaticale, non riconoscibile in un determinato codice per la linguistica sincronica, per la linguistica diacronica indica la forma ricostruita, non attestata, ma quasi certamente esistita. La competenza semantica permette di identificare i significati delle parole, la competenza morfologica ci permette di identificare i morfemi.
Le regole fonomantiche regolano la collocazione dei suoni e fanno parte della competenza fonologica.
Per quel che riguarda l’arbitrarietà, essa si estende su vari livelli, un segno è arbitrariamente associato al suo significante, a questo livello si hanno le eccezioni delle onomatopee come ad esempio mucca. Un altro livello di arbitrarietà è quello tra segno linguistico o suo referente, più attenuata in quanto il significato è calzato sopra il referente, però si forma una categoria di libro che prescinde dal singolo libro.
Altro livello di arbitrarietà è quello tra forma e sostanza del significato e forma e sostanza del significante: il significante ha come sostanza l’insieme di tutti i suoni che la voce umana può emettere, la forma è la selezione dei suoni della singola lingua. Il rapporto che c’è tra forma e sostanza è arbitrario.
La sostanza del significato è tutto il pensabile, all’interno di questo vengono fatte delle “caselle” che selezionano i concetti adottati dalla lingua, ossia la forma. La selezione è arbitraria.
La caratteristica comune ha tutti i suoni è il passaggio dell’aria, il modo per classificare le vocali è basato sulla posizione della lingua, in particolare come si posiziona il dorso della stessa. La lingua forma una sorta di trapezio capovolto: la “i” è una vocale anteriore chiusa, il dorso della lingua è spostato in avanti e vicino al palato, per questo viene definita anche palatale. Per pronunciare la “e” il dorso sarà sempre in avanti, ma più in basso, quindi sarà definita anteriore semichiusa. Per pronunciare la “è” si forma una cassa di risonanza diversa che permette di percepire il suono come diverso, una vocale anteriore tra medioaperta e aperta.
La “a”è da considerare una vocale centrale.
Nello schema è presente la “e muta”, rappresentata come una e all’incontrario, è la e del francese parle.
Le vocali posteriori hanno la caratteristica di essere pronunciate arrotondate, le labbra vengono arrotondate, esistono comunque varianti non arrotondate: la variante non arrotondata della “u” è presente in giapponese, ad esempio “fuji”, allo stesso modo la “o” (vocale posteriore mediobassa o medioaperta arrotondata) non arrotondata è la vocale che compare in termini come “cut”.
Un caso di decifrazione celebre è stato quello della stele di Rosetta scoperta nel 1799. Champollion consegna la sua lettera relativa alla decifrazione è il 1822, la decifrazione sarà completata l’anno dopo, 24 anni dopo la scoperta della stele. La stele è un testo diviso in 3 sezioni: in quella in alto è riportato un testo in geroglifico egiziano, risalente all’epoca dei tolomei; la parte più in basso è scritta in greco; al centro si ha la scrittura demotica. Questa scrittura è un’evoluzione del geroglifico, successivo allo ieratico, una semplificazione dei tratti del geroglifico. Il demotico è uno sviluppo, quindi, di tipo stilistico, per praticità che aumenta a discapito dell’iconismo.
Nella stele i testi sono sicuramente uno traduzione dell’altro, un documento triscritto, ma bilingue perché le prime due sono le stesse, solo una evoluzione dell’altra. Una parte superiore della stele è andata persa, Champollion è riuscito a ricostruire quanto era scritto grazie al demotico. Nonostante questo non si era riusciti a superare le convinzioni erroneamente date dagli studi di Kircher e Orapollo. Per questo in tutti gli studi c’era la convinzione che ad ogni segno corrispondeva una parola, questo fu la causa della del lungo periodo tra la scoperta della stela di Rosetta e la sua decifrazione.
Nella stele furono spesso usati i nomi di Cleopatra e Tolomeo, sulla base dell’unica scrittura ideografica presente all’epoca, il cinese, e dei cartigli, in cui erano riportati questi nomi, si scoprì che questa scrittura era una scrittura ideografica-fonetica. In più si scoprì che questa scrittura non era di tipo recente, come alcuni pensavano, ma si è sempre avvalsa di simboli fonetici, fino dall’epoca di Tutmose e Ramesse.
I segni della Val Camonica, usata dai Camuni, non possono essere considerati una scrittura, sono tutti dei pittogrammi, fanno parte di pittografie, sono una forma di prescrittura, non c’è associazione tra fonetica e scrittura. Il pittogramma permette solo commenti, non una lettura univoca, non c’è collegamento stretto tra la sequenza delle parole e quanto è scritto. La pittografia può dar luogo a interpretazioni l’una l’opposto dell’altra.
Altro esempio è la petizione inviata da alcune tribù indiane ad un congresso degli Stati Uniti per il diritto di pesa su alcuni laghi: sono presenti simboli totemici delle sette tribù coinvolti, collegati con il cuore e il cervello per ottenere il diritto di pesca su un lago riportato nel disegno. La petizione può essere compresa perché è stata commentata da chi l’ha realizzata. Ha però un elevato tasso di ambiguità che può essere sciolta da chi ha composto la pittografia altrimenti incomprensibile. Nonostante la traduzione resterà sempre ambigua per il fatto che non ha un collegamento univoco tra significato e significante.
Lezione del 2/05/2005
Il sistema dell’italiano standard prevede sette vocali per lo sdoppiamento delle vocali medie, anteriori e posteriori: al nord l’opposizione tra “e” e “è”, vocale anteriore medio-alta o medio-bassa, oppure semichiusa e semiaperta, è poco produttivo, basta guardare l’esempio di parole come pesca (il frutto) e la pesca (intesa come lo sport), dove la e viene pronunciata allo stesso modo. È rimasta vitale la differenza tra “o” e “ò” in parole come botte e bòtte.
In ogni lingua esistono nessi consonantici diversi, con restrizioni diverse, in italiano un nesso come “ptf”non esiste, mentre esistono nessi come “per” o “rp”.
I dittonghi sono composti da vocale più una approssimante, come ad esempio “uo” in uovo, quando l’approssimante compare prima della vocale si parla di dittongo ascendente, discendente nel caso contrario: ad esempio nella parola “fai”, ai è un’unica sillaba, la i è una approssimante, una semivocale.
L’italiano è una grafia abbastanza coerente, ma presenta casi eccezionali come il caso della “c” e della “q” per scrivere lo steso suono: cuore e quadro. Si ha in italiano grafemi che a volte corrispondono a due o più fonemi, o due grafemi per indicare uno stesso suono: il primo caso è quello della “n”, che corrisponde a tre suoni, varianti dello stesso fonema, il secondo caso è quello appena descritto della “c” e della “q”. Ci sono fonemi, affricati, composti dall’attacco occlusivo e dall’esplosione fricativa, nell’alfabeto fonetico internazionale sono scritti con due segni come ad esempio la “g” di Giorgio viene scritta come “dg”.
Il confine di parola è espresso da un cancelletto (#), il confine di sillaba da un punto, il confine di sillaba è diverso dal confine di morfema, rappresentato con il più (+).
Le unità di studio della fonetica si chiamano suoni o foni, la fonologia i foni, per questo un sinonimo di fonologia è fonematica.
Un fonema può essere decritto in base alle sue caratteristiche fisiche, modo e punto di articolazione.
Un fonema può ricorrere in determinati contesti, si parla di distribuzione, ossia l’insieme dei contesti in cui ricorre in una determinata lingua.
Le coppie minime sono coppie di parole uguali in tutto tranne che in un elemento, questo elemento è un fonema, suono minimo della lingua, con capacità distintiva, distingue due significanti diversi con un significato, ad esempio tale e pale. Uno stesso fonema può avere delle varianti che però non interessano, ossia non sono pertinenti, non verranno percepiti come diversi, essi sono varianti combinatoria, mentre si parla di variante individuale nel caso di “r” e “r uvulare” rappresentata nell’alfabeto fonetico internazionale come /R/.
Si chiama allofono la variante di un fonema, quando un fonema ha diverse varianti esse saranno allofoni, la variante individuale non è da definire come allofono, ma solo le varianti combinatorie: le tre varianti della n sono allofoni, la R non è un allofono della r, ma solo una variante individuale.
Trubeckoj, principe russo, fu tra i fondatori, con Jacobson, della scuola di Praga, erede di Saussure perché porta a sviluppo di alcune sue regole ponendo alcuni concetti che saranno base della linguistica successiva. Trubackoj elaborò delle regole per identificare le varianti individuali, le varianti combinatori e i fonemi:
- identifica il fonema, esempio varo-faro
- identifica la variante individuale, esempio rema-Rema
- identifica la variante combinatoria
Antropologia della scrittura
Le scritture sillabiche hanno grafemi che trascrivono delle sillabe invece che dei fonemi. La sillaba è una unità fonica minima che un parlante, che non abbia conoscenze linguistiche, riesce a individuare come mattone base della sequenza fonica. È spontaneo dividere una sequenza in sillabe, anche se poi è difficile dare i confini di queste sillabe, al contrario non è spontaneo la segmentazione in fonemi. La separazione delle consonanti è altrettanto difficile, è un’acquisizione recente nella storia della linguistica, prima, nelle fasi più remote della scrittura, si ha la divisione sillabica.
L’unica eccezione è il geroglifico egiziano che riporta le consonanti. L’egiziano aveva una grammatica simile all’arabo, questo fece si che per inventare una loro scrittura, identificarono le consonanti, poiché si potevano avere parole con sole consonanti, ad esempio il segno per il pane corrispondeva ad una sola “t”.
Tutte le altre volte che è stata inventata una lingua, è stato creato un sillabario, un esempio è Creta: la civiltà cretese ha sviluppato una cultura complessa, l’isola si trovò ad essere nel mezzo di traffici commerciali importantissimi quali quelli che dalla fenicia verso l’occidente. In cambio di manufatti, i commercianti davano materiali preziosi. Altra importante direttiva era quella che partiva dall’Egitto verso occidente. Creta, essendo un’isola, sviluppò una forte flotta, controllò le direttive commerciali da cui trasse ingenti guadagni. Le due città fondamentali sono Cnosso, a nord, e Festo, a sud, furono probabilmente in contrasto in certi periodi.
Su quest’isola c’è stata una concentrazione di risorse tale, tra 1800 e 1500 a.C., che si creò la necessità di ricorrere ad un sistema di scrittura. Il motivo per cui si ricorre ad un sistema di scrittura sono due: economico contabile e propagandistico.
La paletta di Narmer è uno dei documenti più antichi in geroglifico egiziano, 60 cm di grandezza. Essa riporta simboli particolari: ha un’importanza storica fondamentale sia per la storia in senso stretto che per la storia della scrittura. Riporta illustrate delle scene particolari: momenti di dominio, risale alla prima dinastia, al 3100 ca a.C.
Sul lato c’è un personaggio stante, reca dei segni particolari quale la coda, la corona, ha una mazza sollevata e una mano poggiata sulla testa di un soggetto inginocchiato. La mazza serve da martello rispetto al piolo sulla testa del personaggio inginocchiato. Narmer è il personaggio in piedi, è un re, il primo re dell’alto e del basso Egitto: prima della prima dinastia l’Egitto era diviso, alto Egitto (sud) e basso Egitto (nord). Alto perché con montagne, basso perché pianeggiante, la zona del delta.
Manetone era uno storico del 300 a.C., dell’ultima dinastia, la 31°, racconta la storia degli antichi re dell’Egitto, da un elenco di re con la rispettiva durata di regno. Questo suo elenco ha delle corrispondenze con la pergamena custodita al museo egizio di Torino. La divisione in dinastia la introduce Manetone, la divisione in 30 non è però corretta, probabilmente ci sono state famiglie sdoppiata, ma per convenzione viene accettata. All’inizio dell’Egitto le fonti pongono lo stesso re: Menes, primo re che ha unificato i due regni. Questo fatto è avvenuto sicuramente, le fonti lo attestano, ma la tavoletta di Narmer riporta eventi che si riferiscono all’unificazione, il problema è che il nome è un altro, Narmer appunto. I re dell’Egitto avevano però diversi nomi, uno di nascita, uno assunto al momento dell’incoronazione e altri durante il regno. Il nome assunto con l’incoronazione aveva un significato preciso, spesso in riferimento alla divinità da cui credevano di discendere. Il nome Narmer è scritto nel cartiglio sopra il disegno, il serek, che rinchiude uno dei nomi del faraone, scritto con due segni, lo scalpello e il pesce gatto, appunto Nar-mer. questo significa che già nel 1300 a.C. si aveva già la scrittura con fonogrammi, inventati fin dal principio per scrivere i nomi propri.
Il prigioniero inginocchiato ha il nome, non all’interno di un serek, Wash (arpione+vasca), più indietro è rappresentato un personaggio con i sandali del re e con una brocca d’acqua. Questo particolare e gli attributi del re dimostrano che già in epoche remote si aveva un protocollo per venerare il re. Il personaggio con i sandali e la brocca riporta anch’egli il nome. Al di sotto sono rappresentati altri due sconfitti con il geroglifico indicante o il loro nome o il nome della città che governavano. Altro punto importante è il fatto che non è presente un testo che descriva il fatto rappresentato, ma è stata usata una pittografia, una pre-scrittura, molto simbolica, che rappresenta un falco poggiato su dei giunchi che emergono da un basamento, che rappresenta il delta, emerge, inoltre, una testa barbuta arpionata dal falco con un uncino: il personaggio rappresentato dal falco ha sottomesso il nemico che si nascondeva nella paludi del nord, quindi la conquista del sud ai danni del nord. Il segno del giunco, in geroglifici successivi indica il numero mille, in questo caso, ipoteticamente, indica il numero di prigionieri fatti, 6000 (6 giunchi). Nei geroglifici successivi il falco serve per rappresentare il faraone, incarnazione di Orus, quindi si può ipotizzare che questo falco rappresenta il faraone del sud. La certezza che sia il sud a conquistare il nord, oltre che dalla storia, è data dalla corona indossata dal personaggio stante che appartiene ai re del sud.
La seconda faccia è divisa in tre sottili, quello centrale, pittografico, rappresenta due leoni con un collo prolungato che formano un cerchio, un oggetto usato per pestare qualche sostanza sacra. Il disegno rappresenta due leoni che si guardano affrontandosi a simboleggiare lo scontro nord-sud. In basso è presente un’altra pittografia che rappresenta un toro, titolo del re che simboleggia la virilità e la forza, che a cornate abbatte le mura di una città. Sotto i piedi del toro viene calpestato il nemico. Questa pittografia ribadisce la lotta.
In alto c’è una scena chiara che rappresenta il re con la corona rossa dell’alto Egitto, il re è lo stesso, il serek lo dimostra, dietro è ancora presente il funzionario con i sandali e la brocca. Davanti è raffigurato un altro personaggio con un nome, ma non il nome personale, ma quello del titolo, ossia visir. Il re è il più alto, il visir ha una certa altezza, e il soggetto alle spalle del re anche. Più avanti rispetto al visir, sono presenti dei personaggi con degli stendardi che rappresentano le province principali del regno, più piccoli del re, del visir e del funzionario. In alto sono presenti segni non ancora spiegati. Nell’ultima parte il re passa in rassegna i principi sconfitti decapitati, con la testa tra i piedi, il re è ancora raffigurato con il nome e il copricapo del nord. La raffigurazione ha elementi di scrittura, per scrivere i nomi, ed è descritta con pittografie altamente simboliche. Nelle epoche successive il faraone porterà entrambe le corone, del nord e del sud, innestante una dentro l’altra. Il titolo del faraone sarà anche signore delle tue terre a sottolineare la divisione storica. Altro titolo importante era “colui che appartiene al giunco e all’ape”, simboli totem del nord e del sud. Questa tavoletta mostra il fatto che la scrittura in Egitto era nata per motivi propagandistici, non economici come invece accadde a Creta.
La mazza di Narmer, in avorio, presenta un disegno tutto attorno, con il re con la corona del regno conquistato seduto sotto un’edicola, protetto della divinità avvoltoio. Dietro di lui c’è il visir e il “maggiordomo”, al di sotto i due portatori dei ventagli. Ciò che interessa è il fatto che sotto il re, che ha davanti a se tre capi con le braccia legate dietro la schiena, sono presenti una serie di simboli che rappresentano l’elenco del bottino fatto. Il sistema di numerazione egiziano è molto elementare, un sistema addizionale, il nostro è posizionale. La scomodità del sistema è il fatto che bisogna ripetere i simboli per giungere al numero desiderato. Avevano però simboli per scrivere cifre molto alte, ad esempio l’indice per 10.000, il giunco fiorito per 1.000. Sotto il re c’è un elenco di oggetti con la numerazione: sono stati depredati 400.000 bovini, 1.420.000 caprini, 120.000 prigionieri, la mazza risale all’epoca di Narmer, è una sorta di lista contabile. Questo dimostra che la scrittura può essere nata sia per propaganda, ma anche per contabilità-economia, ma mancano le prove per stabilire per quale priorità sia stata inventata.
A Creta non si hanno attestazioni di esigenze celebrative, ma solo contabili, le più antiche scritture crestesi risalgono a oltre il 2000 a.C.: esistono tre tipi di scritture con storie complesse, la geroglifica cretese, la lineare A e la lineare B. il nome delle scritture è stato dato da Evans, sembra che ci sia una evoluzione grafica da una forma all’altra: il geroglifico cretese è il più antico, la lineare A è intermedia, la lineare B la più recente. C’è però un lungo periodo in cui due scritture coesistono in certi palazzi. Oggi si sa bene perché si è passati dalla lineare A alla lineare B, la lineare A trascriveva la lingua indigena di Creta, il greco dei nuovi invasori era trascritto in lineare B.
La sicurezza di Creta era data dalla flotta che circondava l’isola, probabilmente per qualche episodio particolare la flotta non poté più assicurare la difesa dell’isola così i greci poterono invadere la regione impadronendosi della scrittura, modificandola, e del territorio. Molti segni tra lineare A e B si somigliano. Nonostante la scrittura lineare A sia stata decifrata, la lingua non è ancora comprensibile, mentre la lineare B è stata decifrata e la lingua è stata identificata come il greco. La cosa che non si spiega bene è il passaggio da geroglifico a lineare A. i cretesi inizialmente hanno ideato una scrittura copiandola dalle scritture ideografiche del vicino oriente, però capirono che era possibile prescindere dagli ideogrammi riferendosi solo alle sillabe. Crearono così una scrittura nuova e non ne copiarono una già esistente, copiarono solo l’idea. Vennero così ideati dei sillabogrammi. Non c’è prova di un’invasione che possa aver provocato il passaggio da geroglifico a lineare A, c’è stata una riforma che portò a convivere due scritture sillabiche diverse: nel palazzo di Mallia sono presenti le due scritture, la geroglifica e la lineare A. la lineare B è stata trovata solo a Cnosso perché i greci distrussero tutti i palazzi, tranne questo, quindi probabilmente l’isola era prima una sorta di confederazione di città stato. A Cnosso si insedia Wanax, il re greco da cui discendono i re successivi, che andranno poi a combattere a Troia, in particolare Didone. L’invasione avenne nel 1450 a.C.
La lineare B è stata decifrata da Ventris nel 1952 sulla base di osservazioni statistiche e pittografiche.
La lineare A si trova in tutta Creta era adatta per scrivere la lingua minoica, la lineare B si usava soltanto nei testi amministrativi, non era adatta a scrivere il greco, con conseguenti difficoltà.
Ventris decifrò la lineare B come greco, con le seguenti critiche viste le necessarie integrazioni per la lettura del codice, ma la lineare era stata inventata per scrivere il minoico, i greci la adattarono con le conseguenti ambiguità e difficoltà. La questione venne risolta con il ritrovamento della tavoletta dei tripodi, una sorta di “stele di rosetta” della lineare B. Questa tavoletta descrive vari vasi, riporta accanto alla scrittura dei disegni per superare le ambiguità e questo permise la corretta decifrazione e l’affermazione della teoria di Ventris. Grazie alla decifratura della lineare B si può leggere la lineare A, ma la lingua non è più comprensibile.
Lezione del 09/05/2005
Doppia articolazione significa doppio taglio, un qualunque prodotto del codice lingua viene scomposto con un primo taglio, la prima articolazione, che lo separa in elementi che sono ancora associati ad un significato, i morfemi, il più piccolo pezzo dell’espressione a cui ancora è associato un significato. La seconda articolazione consiste nello spezzettare questi elementi e arrivare al fonema, elemento fonetico con ancora valore distintivo.
Jacobson era andato oltre, aveva cercato di descrivere i suoni in base alle loro caratteristiche, ossia nel suo studio descriveva i vari suoni in base al fatto se fossero dentali, fricativi, labbiali, bilabiali, sonori,… componendo uno schema con tutte le caratteristiche possibili, se il suono aveva quella determinata caratteristica poneva il segno +, se invece non la possedeva mettava il segno -. In questo modo spezzettava il fonema in tratti ancora più piccoli, non pronunciabili, i tratti subfonematici.
Le regole fonologiche sono regole applicate sincronicamente, ossia all’interno di una lingua viva in un dato punto storico. Ad esempio l’elemento A diventa B davanti a C: AàB/___C, la freccia indica il divenire, la linea obliqua significa in contesto (davanti a), la linea ___ indica la posizione di A per cui avviene la modifica. Per esempio KàC ____ + i, + è il confine di morfema, il che significa che quando i è un morfema avviene la trasformazione, un esempio può essere “dico”à “dici”, il caso dell’esempio è una regola con delle restrizioni poiché non sempre “i” è un morfema. Un altro esempio, che non ha restrizioni, è nàm_____+ p, è il caso di possibile e impossibile, per cui non si dice inpossibile.
Esistono delle regole che determinano il cambiamento dei tratti, ad esempio una sorda diventa una sonora, ad esempio SàZ___+ r, come nel caso di sregolato, r ha come caratteristica di essere sonora, il che influisce sul carattere sordo della s trasformandolo in sonoro.
0à i/ {n r}__ #sC, dove la n e la r tra parentesi vanno poste l’una sopra all’altra in colonna, 0 diventa i in contesto di n o r prima di parola (#) che comincia con s seguita da consonante, la i è la i eufonica presente in vocaboli con istoria. Questo è un esempio di inserimento. In inglese sono presenti casi simili come cub+sàcub[z], poiché la b che è sonora trasmette il suo carattere alla s.
L’assimilazione include una gran quantità di regole fonologiche, un fenomeno prodotto a causa di un principio che regola lo sviluppo dell’espressione delle lingue, il principio dell’economia, che consiste nella volontà di esprimere più concetti possibili con il minor sforzo possibile, il che va a influire sulle regole fonologiche data la loro sincronia. Questo si traduce nel fatto che in presenza di fonemi molto diversi tra loro, uno fa passare i suoi caratteri al suono vicino, come nel caso di sparlare o sregolare.
L’assimilazione può essere totale o parziale, progressiva o regressiva. Totale quando i due segni si assimilano completamente, regressiva significa che il segno che viene dopo esercita l’assimilazione sul precedente, progressiva quando è il segno che viene prima a influire sul secondo. Un esempio di totale regressiva è il casso di irragionevole invece di inragionevole, inlogico diventa illogico. È totale perché la n diventa r nel primo caso e l nel secondo, è regressiva perché il suono che viene dopo va ad influire sul precedente. Un esempio di parziale regressiva è inprobabile che diventa improbile, la p, occlusiva bilabiale, trasforma la n in nasale bilabiale, non la trasforma completamente ma la modifica un suo carattere.
La sillaba è un elemento che molti linguisti ritengono poco utile da definire, poiché elemento prescientifico. Ma questo concetto riveste un’importanza fondamentale poiché il concetto di sillaba è stato identificato come mattone fondamentale della struttura dell’espressione. La sillaba è una minima combinazione di fonemi funzionante come unità pronunciabile, fondamentale in una sillaba è il nucleo che è sempre una vocale, ma esistono suoni che possono sostituire la vocale.
Quando ci sono due sillabe successive che sono uguali in tutto o in parte, una delle due viene cancellata, è il fenomeno dell’aplologia, un esempio è cavalleggeri, quello che deve essere uguale è l’attacco, cavalli e leggeri.
Esistono tratti che non possono essere pronunciati a parte, sono i tratti soprasegmentali, sta sopra il segmento fonico, per esempio l’accento, non può essere separato, è un qualcosa in più, come àncora e ancora, in questo caso l’accento è distintivo, ma non può essere considerato come fonema.
Stesso discorso può essere fatto per la lunghezza di una data lettera al momento della lettura, in italiano essa non è pertinente, in lingua come il tedesco si.
Esistono lingue con accento fisso, l’italiano, e con l’accento mobile, con l’accento mobile. L’accento è l’andamento melodico di una sillaba.
Altro elementi soprasegmentale è l’intonazione, andamento melodico di un’intera proposizione, in italiano ha un valore significativo, distingue ad esempio frasi interrogative da frasi esclamative, un’intonazione neutra corrisponde ad una affermazione.
Lo studio di tutti i suoni della voce umana, delle loro caratteristiche, di come vengono pronunciati, di come si trasmettono nel mezzo aria e di come vengono percepiti portano ad una distinzione nella fonetica: articolatoria, acustica (come si trasmette) e la fonetica uditiva (come viene recepito). Altro aspetto importante è la fonologia, in cui interessa la differenza tra i suoni, non in cosa il suono consiste, ma il suo carattere distintivo, esemplificato nell’esempio degli scacchi.
La morfologia è quella parte della linguistica che studia la struttura delle parole e come esse sono composte. Importante è quindi il concetto di parola, sviluppato prima della nascita della scienza linguistica (800), si ha una serie di definizione considerate però inadeguate, la parola non può essere definita in modo rigoroso. Il termine parola, nonostante la sua imprecisione, permane nella linguistica per gli indubbi vantaggi dal punto di vista descrittivo e concettuale.
Esistono due tipi di morfemi, in base alla distinzione di Blumfield, quelli liberi e quelli legati, liberi nel caso in cui i morfemi possono ricorrere come parola autonoma, in caso contrario sono legati, città è un unico morfema e quindi è libero. Un esempio di legato è cane, cove can non può essere separato da e se non in poesia, ma nella lingua comune non possono essere separati.
Altra classificazione dei morfemi è quella basata sui significati che essi portano a seconda del tipo, morfemi grammaticale e morfemi lessicali. All’interno dei grammaticali si hanno i flessionali e i derivativi. I morfemi lessicali sono quelli che portano un significato connesso con un referente extralinguistico per esemio il morfema “can”. La “e” di cane è uno strumento che esprime valori determinate categorie grammaticali, quindi è un morfema grammaticale, di tipo flessionale perché serve per flettere una stessa parola, piegarla in una determinata forma. I morfemi derivativi servono per comporre i derivati come paneàpanino.
I morfemi si dividono in due grandi gruppi, i morfemi grammaticali con un significato grammaticale (che serve per far funzionare il codice linguistico), e lessicali con un significato lessicale (collegati ad un referente esterno).
Altro modo per classificare i morfemi è quella a seconda della posizione che essi occupano rispetto alla base lessicale (il lessema), cioè gli affissi si dividono in prefissi, posti all’inizio, infissi, posti in mezzo, e suffissi, posti alla fine. In italiano gli infissi non esistono più, in altre lingue come l’arabo esistono.
La composizione è processo in italiano molto produttivo, un esempio è capostazione per cui da due parole diverse di ricava una nuova parola.
Gli allofoni sono varianti posizionali di uno stesso fonema, come ad esempio la n che ha tre varianti, in più si hanno le varianti libere quali la r uvulare. Esiste un morfema astratto che veicola una certa idea, può essere realizzato in modi diversi a seconda delle inflessione e delle varianti, gli allomorfi sono le varianti concrete di un morfema, un esempio è il verbo dire che ha infinite possibilità di realizzazione, il morfema astratto è dir.
Ci sono casi di allomorfia più spinti, quando cambia la radice, è il supplettivismo, nel verbo andare il morfema astratto è più complesso ad individuarsi. Le realizzazione concrete sono diverse anche dal punto diverso della fonologia, sono radici diverse fuse assieme in un unico paradigma. Altro esempio è la derivazione da acqua di idrico o di equina da cavallo, contenuti uguali, ma diverse espressioni.
Antropologia della scrittura
Il disco di Festo è un disco di argilla, trovato nel 1908 a Creta, cotto intenzionalmente, non come per le tavolette la cui cottura è stata a causa dell’incendio che bruciò il palazzo.
È scritto tramite l’impiego di caratteri mobili, inoltre è l’unico rappresentante esistente di questo tipo di scrittura. A Creta erano già stati individuati tre tipi di scrittura, la lineare A e B e la geroglifico-cretese, a cui si aggiunge questa scrittura, chiamata per convenzione la scrittura del disco di Festo.
Nel 1908 a Festo scava una squadra di archeologi italiana, su concessione greco-turca, per questo è stato usato un maggiore criterio rispetto a Schlieman e Evans, ma una minore ricostruzione.
Il disco è stato ritrovato in uno strato del 1700 a.C., ma non si è certi del periodo della sua realizzazione. Il disco è come un antecedente dell’invenzione della stampa di Guthemberg nel 1470, è stato trovato insieme ad una tavoletta di argilla che riporta generi alimentari e le rispettive quantità. Il palazzo di Festo è stato bruciato due volte, nel 1700 a causa di un terremoto e successivamente per le invasioni dei greci. Sono stati fatti diversi tentativi di decifrazione, da una storia religiosa ad un documento burocratico, tutte versioni diverse, ma in realtà possono essere radunati in gruppi: un primo gruppo traduce il testo come se fosse una scrittura ideografica in cui ad ogni segno corrisponde una parola, oggi si sa che questo gruppo ha dato una versione errata visto che scritture di questo tipo non esistono e mai sono esistite. Oggi sappiamo che l’ordine di lettura è dall’esterno all’interno in maniera circolare, ancora oggi c’è però che pensa che si debba partire dell’interno verso l’esterno. Ad appoggiare l’ipotesi che questa è una scrittura di tipo fonetico e non sillabario, è il fatto che il numero dei segni è troppo esiguo perché ciascuno abbia un significato diverso.
Un altro gruppo vedeva questo disco come un sistema fonetico, un codice scrittorio, tra cui Gordon: lui ha paragonato alcuni segni del disco di Festo con dei segni della lineare A per il contesto in cui era stato trovato il disco.
Oltre ai segni scritti, ci sono altri tre segni importanti: uno che separa i gruppi, identificabili come parole, altro segno importante è il primo che indica l’inizio del testo, ultimo è la linea, scritta a mano, posta alla fine dei vari gruppi con vari significati. Altre osservazioni sono il fatto che vari gruppi presentano delle somiglianze strane, per esempio c’è un gruppo che ricorre in varie parole, potrebbe quindi essere una base lessicale.
Lezione del 16/05/2005
Esistono morfemi liberi, che da soli possono costituire una parola (dog) e morfemi legati che devono essere associati ad altri per formare una parola (dog-s). In italiano i nomi tronchi sono morfemi liberi, come ad esempio città o auto. La funzione che svolgono le proposizioni può essere svolta anche da morfemi legati, quindi vengono definiti morfemi semiliberi, stesso discorso per gli articoli. I morfemi semiliberi sono parole funzionali, svolgono la funzione di adiuvante grammaticale. I morfemi si dividono in lessicali e grammaticali: il morfema lessicale è legato con la realtà extralinguistica, porta la maggior parte del significato, il morfema grammaticale da l’inflessione, marca le categorie di genere, numero, singolare e plurale. Il morfema lessicale può anche essere chiamato lessema. I morfemi grammaticali si distinguono in flessionali, declinano la stessa parola (es. cane-cani), e derivazionali, fa derivare una parola da un’altra (es. cane-canile).
Altra classificazione è quella in base alla posizione, il nome generico è affissi, rispetto al lessema con le sottocategorie: prefissi, suffissi e infissi. Il tema è la radice più la vocale tematica, ad esempio cant-a-re, cant è il lessema, a porta il significato grammaticale della prima coniugazione, re il significato di infinito.
La prova di commutazione, utilizzata per trovare morfemi e fonemi, si base su una teoria complessa, tale che non sempre da risultati soddisfacenti.
Gli infissi in italiano non esistono, in altre lingue si.
Esistono lingue che hanno altri tipi di morfemi per come si saldano agli altri, in tedesco esiste il circonfisso perché si aggiunge sia all’inizio che alla fine, per esempio un prefisso più un suffisso.
Un caso particolare è quello delle lingue semitiche che hanno una grammatica formata principalmente sul riconoscimento di una radice strettamente consonantica, il morfema lessicale è consonantico, per esempio l’idea dello scrivere è dato, in arabo, dallo scheletro KTB che a seconda delle vocali usate assume diversi significati. Le vocali sono morfemi che si definiscono transfissi o interfissi, perché si pongono tra una consonante e l’altra. La caratteristica delle lingue semitiche ha permesso di individuare la consonante occlusiva che nessun sistema di scrittura aveva individuato prima. Il primo popolo che fece questo ragionamento fu quello degli egiziani. I fenici avevano cominciato a scrivere per primi qualche vocali, i greci migliorarono in parte questo sistema. La trascrizione della sola consonante permise la realizzazione di un sistema efficiente ed economico, la base per la trascrizione scientifica delle lingue è quello semitico.
Il percorso dell’invenzione dell’alfabeto non è ancora chiaro, ma non c’è nessun dubbio che l’alfabeto sia nato grazie ai geroglifici egiziani. Nella penisola del Sinay vicino al tempio della dea Starte sono state trovate delle statuette con iscrizioni della scrittura protosinaitica, precedente all’afabeto fenicio, composto da pochi segni, una trentina, che sono una via di mezzo tra la scrittura geroglifica egiziana e i più antichi segni alfabetici. Il confronto può essere fatto solo a livello di significante, i segni in geroglifico si leggono in un certo modo e hanno un certo valore, in protosinaitico i segni sono simili, ma con diversa lettura e diverso valore, è una nuova scrittura che ricalca l’idea del geroglifico, non una copia precisa. In geroglifico egiziani il segno per la casa, si leggeva per o par e veniva usato anche per indicare il faraone, inoltre tutte le volte che ricorreva la sequenza pr si usava quel segno. Il protosinaitico è un sistema alfabetico, il segno della casa indica una lettera, quella con cui iniziava il nome della casa, la B, bait indica la casa.
Il concetto di parola si sviluppa spontaneamente, non ha valore scientifico, potrebbe essere, secondo alcuni, la minima combinazione di morfemi funzionante come entità autonoma, sorgono però diversi problemi, perché si potrebbe usare l’accento come punto di riferimento, ma in casi come la mamma, dal punto di vista della pronuncia è una sola parla. Un altro criterio è dire che la parola è l’unità linguistica che sta tra due spazi bianchi, ma in linguistica il concetto di scrittura è scollegato dal concetto di parlato, quindi questo criterio non può essere considerato.
Quindi la definizione non è scientifica, è un concetto intuitivo, ma di grande utilità, quindi la prima definizione data è la più tollerabile. Secondo Lyons, la parola è una sequenza caratterizzata dalla non interrompibilità e dalla mobilità che sono i due criteri identificativi di una parola. Per esempio la sequenza “l’uomo” scritta con l’apostrofo, ma in realtà è una sola sequenza [‘lwomo] (la prima o è da scrivere come un c al contrario) è interrompibile, quindi non è una parola perché si può dire l’atro uomo, così viene meno uno dei due criteri di identificazione di Lyons. Allora si può affermare che “l’” è una parola, ma non ha la caratteristica della mobilità perché va posta sempre prima di parole che iniziano con vocali. Questo dimostra come il concetto di parola sia estremamente variabile e incerto. L’articolo è un morfema che veicola il significato della determinatezza, della definitezza.
Incontro con Aspesi
Il raggruppamento in famiglie linguistiche è puramente convenzionale, si possono infatti avvicinare lingue con un numero di isoglosse (elementi linguistici comune) inferiore a quelle che costituiscono il nucleo della famiglia. Maggiore è il numero di isoglosse linguistiche comuni, più stretta è la parentela linguistica. Il campo delle lingue camito-semitiche e delle lingue semitiche in generale, oggi è più riconoscibile sotto il nome di afro-asiatico. Alcuni studiosi erano però contrari a questa nuova definizione, l’etichetta afro-asiatica ha assunto una connotazione più precisa nel tempo. Mentre la famiglia camito-semitica è tale per i glottologi, l’afro-asiatico definisce più o meno le stesse lingue ed è usata nella comparazione linguistica che si affianca alla genetica, l’indagine che studia la diffusione dei diversi DNA che consente il tracciamento della distribuzione dei vari tipi di uomo a partire dai primitivi, per cercare di risalire molto più all’indietro nel tempo di quanto non facciano i glottologi ad unità linguistiche che abbiano le loro radici nella formazione dell’uomo sapiens. Per raggiungere questi scopi le famiglie linguistiche sono molto più ridotte, per l’intero continente africano vengono riconosciute solo quattro famiglie, in base alla long range comparison, le macro famiglie linguistiche sono una ventina.
Nel semitico la lingua oggi più parlata è l’arabo, esistono ancora piccole comunità di parlanti che parlano lingue come l’aramaico: l’ordine delle lingue più parlate è l’arabo, l’amarico (Etiopia, una ventina di milioni di abitanti lo parlano), il trigrigna (parlato nel Tigre, nel nord dell’Etiopia con capitale Axun) e il tigrai (parlato in Eritrea).
Nell’ambito delle lingue semitiche è stata inventata la scrittura occidentale, oggi si ritiene che le scritture dell’estremo oriente siano, con probabilità, derivate da questo nucleo dopo una complessa mediazione.
La scrittura cuneiforme, strettamente identificata con la lingua, era molto simile all’egiziano per quel che riguarda il funzionamento, la storia di molte di queste lingue semitiche, molto simili tra loro, nonostante la distanza cronologica tra, ad esempio, l’egiziano e l’arabo moderno.
La lingua indoeuropea più antica è l’ittito che ha adottato dal mondo semitico mesopotamico la scrittura cuneiforme adattandola. L’attestazione scritta è molto più antica delle lingue europee.
La compattezza è dovuta al fatto che tutte queste lingue hanno insistito sullo stesso territorio, molto limitato per molto tempo, dalla penisola arabica, alla mesopotamia, fino all’attuale Yemen e Somalia, da cui si sono diversificate nelle varietà odierne. Le lingue semitiche si suddividono nelle lingue semitiche, l’antico egiziano con relativi sviluppi, le lingue libico-berbere (lega linguistica formatasi nel corso del tempo sulla costa settentrionale Africana) presenti fino al VII secolo prima della invasioni arabe. Il berbero è parlato tutt’ora, è un assieme di lingue. In Marocco il 50% parla arabo il 50% berbero perché sono i più lontani dal nucleo della conquista araba, stesso discorso per l’Algeria dove è presente una comunità parlante berbero. Sono tutte comunità islamizzate che però conservano la loro lingua. In Algeria, però, è in atto una repressione contro i berberi per un processo di arabizzazione.
In Etiopia è presente il sostrato delle lingue Cuscitiche, parlato prima che arrivasse il superstrato attuale, di cui la principale è l’Agau, parlata nell’altipiano etiopico dell’Abissinia, l’Afar è parlato invece più a occidente.
Ai quattro raggruppamenti camito-semitici qualche studioso aggiunge una serie di lingue parlate (senza una scrittura propria) in regioni dove la lingua scritta è l’arabo, intorno al lago Ciad. Questo dimostra come una famiglia linguistica sia arbitraria.
Le lingue semitiche sono molto vicine tra loro e questo permette una ricerca linguistica con un grado di certezza più elevato rispetto alle lingue indoeuropee, perché il divenire delle lingue, con le conseguenti modifiche e variazioni è fortemente influenzato dal numero di lingue diverse che insistono su un determinato luogo che da origine alla lingua odierna. Si possono mettere insieme elementi comuni tra loro come il sistema fonematico, morfologico e le caratteristiche predominanti sintattiche, ma arrivare a dire che una determinata lingua era la protolingua oggi non lo si può dire appunto per le variazioni linguistiche, nonostante le lingue semitiche siano molto simili tra loro.
Aggiungendo ad una famiglia linguistica lingue marginali, viene modificato il modello che i va a ricostruire perché necessariamente viene aggiunto un ulteriore termine di paragona che va a complicarlo. Il modello è quello del consonantismo semitico comune che, come il confine delle famiglie linguistiche, è convenzionale. Il fatto di avere un modello consente di attribuire lingue di nuova scoperta ad un certo raggruppamento, per esempio negli anni ’70 la scuola archeologica dell’università La Sapienza ha scoperto un archivio a Ebla collocabile al 23° secolo a.C. pieno di tavolette cuneiforme. Avendo un modello ha consentito la collocazione nel grupo camito-semitico e la decifrazione del codice.
Le maggiori differenze tipologiche tra le lingue, ci inducono a distinguere un semitico orientale da uno occidentale: il primo è rappresentato dalle lingue conosciute come assiro-babilonesi, i più antichi archivi sono quelli della Mesopotamia del sud relativi al regno, città stato, di Akkad (2005 a.C.) nelle tavolette sono stati ritrovati nomi propri semitici, ad un certo punto la lingua semitica ha preso il sopravvento i testi hanno quindi cominciato a essere scritti con la scrittura cuneiforme, a partire dalla lingua semitica. Nel terzo millennio abbiamo quindi una prima attestazione di una lingua semitica sottostante alla scrittura cuneiforme. Qualche secolo dopo, a occidente, abbiamo testimonianza di un’altra lingua semitica, l’eblaita, con delle caratteristiche diverse dall’accadico, sempre cuneiforme, che preluderanno alla diversificazione tra orientale e occidentale.
La scrittura cuneiforme ha una sua preistoria prescritturale che in Mesopotamia è documentata, con i primi documenti scritti si è già di fronte ad una scrittura mista. Una scrittura diventa veramente propria quando è in grado di fissare per iscritto l’elemento fonico e associarsi ad una lingua. La preistoria è costituita a partire, dall’inizio del quarto millennio, è la conquista di quella che può essere chiamata la civiltà occidentale, caratterizzata dall’istituzione urbana, della città intesa soprattutto dal punto di vista istituzionale. Quando fu possibile conservare cibo nei magazzini nacque l’amministrazione burocratica e una differenziazione sociale tra produttori e coloro i quali si occupavano di religione, giustizia, tutto quello che non riguardava la produzione di beni di sostentamento. Una delle nuove necessità fu quella della registrazione delle derrate, risolta utilizzando pezzi d’argilla su cui vengono incisi simboli che fanno riferimenti in modo più o meno arbitrario a quello che è immagazzinato: ad esempio un simbolo per il grane e una serie di altri simboli per la quantità. I simboli sono più pittografici. Successivamente si sentì la necessità di raccogliere i dati presenti nei sigilli dei contenitori, in una tavoletta a sigillo del magazzino: è già più complesso, comporta simboli più generali, per esempio cereali. Le registrazioni prescindevano dalla lingua di riferimento. Il passaggio fondamentale è dovuto alla necessità di registrare le razioni a seconda dei compensi e quindi occorre registrare i nomi propri tramite acronimi: attribuendo un valore fonetico all’ideogramma, ad esempio il simbolo che prima indicava il grano, ma la successione di suoni come “gra”. In questo momento nasce la scrittura, circa nel 34°secolo a.C., 6-700 anni prima che la scrittura dei sumeri si adatti alla lingua accadica.
Nel secondo millennio nella tipologia semitica orientale continuano le fasi successive della lingua accadica, sul piano linguistico si ha una distinzione tra assiro e babilonese, estremamente simili tra loro, lingue codificate da scrittura e comprensibili reciprocamente. A occidente si ha un panorama variegato, nel secondo millennio esistono due tipi linguistici, uno conservativo, il cananico, e uno più innovativo, l’amorreo. Per oriente si intende l’odierno Iraq, mentre per occidente si intende la regione tra la Turchia orientale, dalla Siria settentrionale all’Arabia Saudita.
Portatori di innovazioni nelle lingue semitiche sono i fenomeni di sedentarizzazione di popolazioni seminomadi, il passaggio dal nomadismo all’urbanizzazione passa per il seminomadismo che consente la formazione di codici linguistici. Quando i seminomadi assumono l’egemonie si ha un cambio linguistico con una varietà linguistica innovativa. Il cananaico è la lingua delle città, l’amorreo è quello dei seminomadi. La più grande attestazione è l’archivio di Ugarit che nell’ultima età del bronzo, prima delle invasioni dei popoli del mare, ha avuto egemonia sul mediterraneo oientale. A Ugarit molto probabilmente nasce l’alfabeto, alcuni segni della scrittura cuneiforme si specializzano a rendere in maniera più o meno univoca i fonemi consonantici. La scrittura alfabetica diventa molto economica anche perché nelle lingue semitiche la struttura fondamentale è consonantica. La scrittura cuneiforme non aveva ancora sperato la consonante.
Il tipo cananaico comprende oltre al fenicio anche l’ebraico biblico che coesiste a occidente con l’aramaico, continuazione in qualche modo dell’amorreo, l’aramaico appare all’inizio del primo millennio, semplifica la scrittura, la privatizza, diventando la lingua ufficiale affianco alla lingua assiro-babilonese prima dell’impero neo-assiro e neo-babilonese di Ciro. In questo momento l’aramaico affianco il nuovo superstrato, diventando la scrittura internazionale per comunicare con le varie parti dell’impero. Nel primo millennio appaiono le prime attestazioni di una nuova lingua semitica, delle città stato del punto di arrivo della rotta delle indie, una lingua molto simile all’arabo, di quelle popolazioni che finiranno in Etiopia, il cui antecedente è la lingua liturgica della chiesa copta d’Etiopia, la lingua GEEZ. Solo nel primo secolo dopo Cristo abbiamo le prime testimonianze dell’arabo.
L’arabo ha continuato ad essere parlato, suddiviso in varietà regionali, per consentire una comunicazione pan-araba i mezzi di comunicazione hanno messo a punto una lingua comune che si rifà alla lingua del corano, utilizza quanto di comune alle diverse lingue arabe, ma di fatto è una lingua nuova.
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/linguistica.html
Tipo fonte: documento word
Autori Sergio de Simone e Erika Giorgetti
Linguistica
LE LINGUE E IL LINGUAGGIO
G. Graffi, S. Scalise
CAPITOLO I
CHE COS’E’ IL LINGUAGGIO?
1. Linguistica, linguaggio e linguaggi
Tutti i tipi di linguaggi sono dei sistemi di comunicazione, servono cioè a trasmettere un’informazione da un emittente ad un destinatario. Quindi tutti i linguaggi sono uguali nella loro funzione (comunicazione) ma possono essere diversi nella loro struttura. La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano.
2. Caratteristiche proprie del linguaggio umano
Le caratteristiche del linguaggio sono:
Discretezza: il linguaggio umano è un tipo di linguaggio discreto mentre gli altri tipi di linguaggi sono detti continui; questo significa che gli elementi del linguaggio umano si distinguono gli uni dagli altri per l’esistenza di limiti ben definiti, mentre nei tipi continui il segnale viene specializzato (modificazione del ritmo, orientamento...). Una delle caratteristiche del linguaggio umano è di poter formare un numero altissimo di segni (significante/significato) tramite un numero limitato di elementi (fonemi) che non hanno significato ma la capacità di distinguere significati.
- Ricorsività: mentre la comunicazione animale è caratterizzata da un numero finito di segni, nella comunicazione umana si creano parole sempre nuove. Il numero delle frasi possibili in qualunque linguaggio naturale è infinito: si può sempre costruire una frase nuova aggiungendo alla frase data un’altra frase semplice. Sembra che solo gli esseri umani siano in grado di acquisire un sistema di comunicazione caratterizzato dalla caratteristica della ricorsività.
- Competenza: senso intuitivo di buona o cattiva formazione ossia grammaticalità o agrammaticalità delle espressioni di una determinata lingua.
Dipendenza dalla struttura: le relazioni tra parole non sono determinate dalla loro successione ma esse sono dipendenti dalla struttura.
3. Il linguaggio e le lingue
Con il termine “linguaggio” si intende la capacità comune a tutti gli esseri umani di sviluppare un sistema di comunicazione dotato delle tre caratteristiche sopra elencate. Con il termine “lingua” si intende la specifica forma che il sistema di comunicazione assume nelle varie comunità. Parliamo di linguaggio al singolare perché questa capacità è propria della specie umana, e di lingua tanto al singolare che al plurale perché tante sono le lingue del mondo. Esistono elementi comuni a tutte le lingue e si chiamano universali linguistici; una caratteristica che invece caratterizza le diverse lingue è l’ordine delle parole, in italiano SVO.
CAPITOLO II
CHE COS’E’ UNA LINGUA?
Intro
Una lingua è un sistema articolato su più livelli: è un sistema di sistemi.
1. Parlato e scritto
Una lingua è sia scritta che parlata, ma la linguistica privilegia la lingua come espressione orale per diversi motivi:
esistono lingue che sono solo lingue parlate e non scritte;
un bambino quando impara una lingua, impara prima a parlare e poi a scrivere;
le lingue cambiano nel corso del tempo, ma ciò che cambia è la lingua parlata e solo in ritardo quella scritta.
2. Astratto e concreto
Ogni atto linguistico è un fatto a sé ed irripetibile e si divide su due livelli, uno astratto e uno concreto:
Livello astratto: ciò che conta è l’opposizione dei diversi elementi che distinguono le parole (mano/meno).

Livello concreto: dipende da come in quel momento sono atteggiati gli organi della fonazione, cioè ripetendo per quattro volte la parola mano la pronuncia sarà sempre diversa.
2.1 Langue e parole
Saussure pose una serie di distinzioni indispensabile per la definizione di lingua: sincronia e diacronia, rapporti associativi e rapporti sintagmatici, significante e significato, langue e parole.
La parole è un’esecuzione linguistica realizzata da un individuo, è un atto individuale: producendo dei suoni concreti si produce un atto di parole. La langue invece è la lingua della collettività, sociale e astratta. La lingua esiste nella collettività, preesiste agli individui, ed è necessaria perché gli atti di parole siano intelligibili, ma anche gli atti di parole sono necessari perché la lingua si “stabilisca” e perché funzioni.
2.2 Codice e messaggio
Jakobson fece invece una distinzione tra codice e messaggio: il codice è un insieme di potenzialità ed è astratto; il messaggio invece viene costruito sulla base delle unità fornite dal codice ed è un atto concreto.
2.3 Competenza ed esecuzione
Una terza distinzione tra livello astratto e concreto è stata fatta da Chomsky tra competenza ed esecuzione: la competenza è tutto ciò che un individuo sa della propria lingua; l’esecuzione è tutto ciò che l’individuo fa.
Saussure Jakobson Chomsky
Livello astratto langue codice competenza
Livello concreto parole messaggio esecuzione
3. Conoscenze linguistiche di un parlante
Esistono quattro competenze linguistiche:
- Competenza fonologica. Un parlante conosce i suoni della sua lingua e sa come si combinano, ad esempio sa che se una parola comincia con tre consonanti la prima è una “s”.
- Competenza morfologica. Riguarda la conoscenza delle parole, ad esempio che di norma in italiano le parole finiscono con una vocale. Un parlante conosce le parole della sua lingua e le sa distinguere da parole di lingue straniere, sa formare parole complesse a partire da quelle semplici.
- Competenza sintattica. I parlanti conoscono le regole della sintassi, cioè sanno che possono formare vari tipi di frasi.
- Competenza semantica. I parlanti di una lingua sanno riconoscere il significato delle parole e delle frasi e sanno istituire molti tipi di relazioni semantiche tra parole, come ad esempio rapporti di sinonimia e antonimia; inoltre riescono a disambiguare frasi potenzialmente ambigue.
3.1 La grammatica dei parlanti
Tutti i tipi di competenze elencati nei paragrafi precedenti fanno parte della grammatica dei parlanti; esistono dei dati linguistici primari che sono quelli dai quali il bambino costruisce una grammatica.
4. Una lingua non realizza tutte le possibilità
Una lingua è un codice ed è costituita sostanzialmente da due livelli: le unità di base e le regole che combinano tali unità. Le lingue del mondo non sfruttano mai tutte le possibilità né a livello di unità né a livello di regole. Ad esempio, in italiano non esiste una distinzione tra dita delle mani e dei piedi mentre in inglese sì (fingers/toes), ma l’inglese non ha il suono “gn” di “gnomo”.
5. Sintagmatico e paradigmatico
In un atto linguistico i suoni vengono disposti in una sequenza lineare cioè uno dopo l’altro; in questa operazione succede che i suoni si influenzino l’un l’altro. Esistono rapporti sintagmatici che si stabiliscono tra elementi in presentia, ovvero co-presenti: ad esempio amico/amici: la prima parola ha un suono velare mentre la seconda un suono palatale. Esistono poi dei rapporti paradigmatici che si stabiliscono tra suoni che possono comparire in un certo contesto, sono rapporti in absentia, cioè la presenza di un determinato suono esclude tutti gli altri: ad esempio si consideri la parola “stolto”: tra la “s” e la “o” compare la lettera “t”, la sua posizione è il suo contesto; tra la “s” e la “o” possono comparire altri elementi “c”, “g”, “p”, “b”, “d”; scegliendo una combinazione si escludono le altre.
stolto “sto”
sdoganare “sdo”
scorta “sco”
sgombro “sgo”
sporta “spo”
sbobinare “sbo”
Rapporti sintagmatici e paradigmatici non esistono solo tra suoni ma anche tra espressioni. Nell’espressione <Questo mio amico.>, esiste una relazione sintagmatica tra la “o” di “questo”, di “mio” e di “amico”; nelle espressioni <Questo amico.> e <Quel amico.> esiste una relazione paradigmatica tra “questo”e “quel”.
6. Sincronia e diacronia
Nel corso del tempo le lingue possono andare incontro a dei cambiamenti. Lo studio di un cambiamento linguistico è detto “diacronico”, è lo studio di un fenomeno nel tempo. Un fenomeno “sincronico” è un rapporto tra elementi simultanei con l’esclusione dell’elemento tempo.
7. Il segno linguistico
Una parola è un segno, un segno è un’unione tra significante (rappresentazione sonora) e significato (rappresentazione mentale). Il segno ha varie proprietà tra cui:
Distintività: ogni segno si distingue da un altro (notte/botte).
Linearità: il segno si estende nel tempo se è orale e nello spazio se è scritto.
Arbitrarietà: non esistono regole che associano al significante il significato, esistono delle eccezioni che riguardano le forme onomatopeiche.
I segni possono essere linguistici o no: la disciplina che studia i segni linguistici è la linguistica, quella che studia i segni in generale è la semiologia o semiotica.
8. Le funzioni della lingua
Secondo Jakobson le componenti necessarie per un atto linguistico sono sei:
- parlante;
- referente (ciò di cui si parla, ciò cui l’atto linguistico rimanda, realtà extralinguistica);
- messaggio;
- canale (attraverso cui passa la comunicazione);
- codice;
- ascoltatore.
A ciascuna di queste componenti Jakobson associa una funzione linguistica:
- funzione emotiva: si realizza quando il parlante esprime stati d’animo;
- funzione referenziale: è informativa, neutra;
- funzione poetica: si realizza quando il messaggio inviato fa si che l’ascoltatore ritorni sul messaggio stesso per apprezzarne il modo in cui è formulato;
- funzione fatica: quando si vuole controllare se il canale è aperto è funziona regolarmente;
- funzione metalinguistica: quando il codice viene usato per parlare del codice stesso;
- funzione conativa: si realizza sotto forma di comando o di esortazione rivolti all’ascoltatore perché modifichi il suo comportamento.
9. Lingue e dialetti
Un parlante denuncia sempre la sua provenienza: si dice che esistono italiani regionali che corrispondono approssimativamente alle tre principali aree geografiche dell’Italia.
1^ divisione:
italiano standard;
italiano regionale;
italiano locale.
Attraverso l’italiano regionale passano all’italiano molte forme “locali”, ogni lingua è stratificata.
2^ divisione:
italiano scritto (forma più austera della lingua);
italiano parlato formale;
italiano parlato informale;
italiano regionale;
dialetto di koinè (regione dialettale);
dialetto del capoluogo di provincia;
dialetto locale.
Dato che anche il dialetto è costituito da suoni, parole, frasi e significati, la differenza tra questo e una lingua non è linguistica, ma semmai socio-culturale.
10. Pregiudizi linguistici
1- idea che vi siano lingue primitive à evolutesi poi in lingue complesse à impossibile perché tutte le lingue hanno sistemi fonologici, morfologici e sintattici complessi.
2- lingue per eccellenza logiche à non esistono lingue logiche e lingue illogiche, tutte le lingue hanno una loro logica interna.
3- distinzione lingua/dialetto à la lingua sarebbe un sistema più evoluto dei dialetti à ma ogni dialetto ha sistemi fonologici e sintattici complessi esattamente come quello di ogni altra lingua.
4- certe lingue sono belle altre brutte à sono giudizi soggettivi non ci sono parametri oggettivi per definire se una lingua è bella o brutta.
5- lingue facili o difficili.
CAPITOLO III
LE LINGUE DEL MONDO
Intro
La Linguasphere è un’organizzazione dedita allo studio delle lingue del mondo, che propone una classificazione che conta 10 ordini di grandezza che vanno da 9 (più di un miliardo di parlanti) a 0 (lingue estinte). Questa classificazione pecca però di imprecisione: molte lingue pur essendo diverse sono considerate la stessa lingua, perché i parlanti si comprendono a vicenda. Il numero dei parlanti si basa fondamentalmente sul numero dei cittadini di una nazione.
Da un punto di vista linguistico esistono tre modalità di classificazione:
- Genealogica: due lingue fanno parte della stessa famiglia genealogica quando derivano dalla stessa lingua originaria. La famiglia genealogica è l’unità massima, le unità inferiori sono dette gruppi.
- Tipologica: si dice che due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano una o più caratteristiche comuni.
- Areale: lingue che hanno sviluppato caratteristiche strutturali comuni perché appartengono alla stessa area geografica. Le lingue in questione formano una lega linguistica
1. Classificazione genealogica: le famiglie linguistiche
Due lingue sono genealogicamente parenti quando derivano dalla stessa lingua originaria o lingua madre. Famiglie linguistiche:
Indoeuropea: Europa. Latino, greco.
Afro-asiatica (camito-semitica): Africa settentrionale, Medio Oriente e parte dell’Africa orientale. Egiziano antico, arabo e ebraico.
Uralica: Europa orientale e Asia centrale e settentrionale. Finlandese, estone e ungherese.
Sino-tibetana: Asia occidentale. Cinese mandarino, tibetano e lolo-birmano.
Nigerkordofaniana: nazioni africane poste al Sud del Sahara. Swahili.
Altaica: Asia centrale. Mongolo, turco.
Dravidica: India meridionale. Tamil, brahui.
Austro-asiatica: Asia meridionale. Khmer e vietnamita.
Austronesiana. Oceania. Giavanese, hawaiiano.
Esistono anche delle lingue che sono isolate, cioè di cui non si può dimostrare la parentela con altre lingue: in Europa il basco, in Asia il giapponese e il coreano.
2. La famiglia linguistica indoeuropea
Nei primi decenni dell’Ottocento vi fu la scoperta che un’antica lingua dell’India, il sanscrito, ed alcune lingue europee, latino e greco, erano genealogicamente apparentate tra loro. Per identificare questa famiglia nel 1830 venne coniato il termine “Indoeuropeo” (asieuropeo, indogermanico); la famiglia indoeuropea si divide nei seguenti gruppi e sottogruppi:
Indo-iranco: diviso nei sottogruppi indiano e iranico; il sottogruppo iranico a sua volta si divide in lingue iraniche occidentali e orientali.
Tocario: formato da lingue estinte.
Anatolico ittita, lingue diffuse nel 1-2° millennio a. c..
Armeno: rappresentato dalla sola lingua armena.
Albanese rappresentato dalla sola lingua albanese.
Slavo: diviso in tre sottogruppi: slavo orientale (russo, bielorusso, ucraino), lo slavo occidentale (polacco, ceco, slovacco) slavo meridionale (bulgaro, macedone, serbo-croato, sloveno).
Baltico: comprende lituano e lettone.
Ellenico: rappresentato dalla sola lingua greca.
Italico: si divide nei sottogruppi italico orientale (lingue dell’Italia antica come osco, umbro, sannita) e occidentale. Quest’ultimo sottogruppo comprende il latino che ha dato origine alle lingue neolatine e romanze: portoghese, spagnolo, francese, italiano e romeno. Lingue a livello regionale: gallico, catalano, ladino e provenzale.
Germanico: si divide in tre sottogruppi: orientale (gotico), settentrionale (svedese, danese, norvegese, islandese) e occidentale che si divide in due rami: anglo-frisone e neerlando-tedesco.
Celtico: si divide nei sottogruppi gaelico (irlandese e gaelico di Scozia) e britannico (gallese, cornico e bretone).
3. Classificazione tipologica
Due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano una o più caratteristiche comuni e possono essere classificate in due modi: per tipologia morfologica o per tipologia sintattica.
3.1 Tipologia morfologica
I tipi morfologici tradizionalmente riconosciuti sono i seguenti:
Isolante: è caratterizzato dalla mancanza totale di morfologia: nei nomi non vi è distinzione per caso, numero, genere... Per indicare le varie relazioni tra le parole, una lingua isolante fa uso in modo cruciale dell’ordine delle parole stesse e di alcune particelle.
Agglutinante: ogni parola contiene tanti affissi quante sono le relazioni grammaticali che devono essere indicate. Es. lonely + ness =lonelyness
Flessivo: tutte le relazioni che devono essere indicate sono contenute in un solo suffisso; un’altra caratteristica delle lingue flessive è la flessione interna che consiste nel poter indicare le diverse funzioni grammaticali mediante la variazione della vocale radicale della parola. Le lingue flessive si dividono in analitiche (si possono realizzare relazioni grammaticali mediante più parole) e sintetiche (le relazioni grammaticali sono espresse in un’unica parola).
Polisintetico (o incorporante): una sola parola può esprimere tutte le relazioni che in italiano si esprimerebbero con una frase. Es horseriding
3.2 Tipologia sintattica
La tipologia sintattica si basa sull’osservazione che esistono delle correlazioni sistematiche, in tutte le lingue, tra l’ordine delle parole in una frase e in altre combinazioni sintattiche, e per questo viene anche chiamata tipologia dell’ordine delle parole. Le combinazioni sintattiche più analizzate sono:
- la presenza in una data lingua di preposizioni (Pr) oppure di posposizioni (Po);
- la posizione del verbo (V) rispetto al soggetto (S) e all’oggetto (O);
- l’ordine dell’aggettivo (A) rispetto al nome (N);
- l’ordine del complemento di specificazione o genitivo (G).
In generale queste correlazioni sistematiche possono essere riassunte come segue:
- VSO/Pr/NG/NA
- SVO/Pr/NG/NA
- SOV/Po/GN/AN
- SOV/Po/GN/NA
Queste formule sono chiamate “universali implicazioni”.
4. Sistemi di scrittura
I primi sistemi di scrittura sono del tipo cosiddetto “ideografico” o per meglio dire “logografico”. Un tipo di scrittura ideografico è utilizzato tuttora in diverse lingue tra le quali il cinese. Gli altri tipi di scrittura sono il tipo sillabico e il tipo alfabetico.
Tipo ideografico: ogni simbolo (ideogramma) corrisponde ad un concetto. L’utilizzazione fonetica del simbolo determinò l passaggio da un sistema di scrittura ideografico ad un sistema sillabico.
Tipo sillabico: in questi sistemi determinati segni passarono ad indicare determinati gruppi di suoni. L’adozione di un sistema sillabico riduce il numero dei simboli rispetto al sistema ideografico.
Tipo alfabetico: si basano sul principio che ad ogni suono corrisponde un segno, restringendo ancora di più il numero dei simboli.
CAPITOLO IV
I SUONI DELLE LINGUE: FONETICA E FONOLOGIA
1. Fonetica
La disciplina che studia la produzione dei suoni è la fonetica articolatoria, vi è poi la fonetica acustica che si occupa della natura fisica del suono e sulla sua propagazione, infine esiste una fonetica uditiva che studia gli aspetti della ricezione del suono da parte dell’ascoltatore.
1.1 L’apparato fonatorio
Un suono è prodotto normalmente dall’aria che viene emessa dai polmoni, sale lungo la trachea, attraversa la laringe, sede delle corde vocali e dopo aver superato la faringe, l’aria giunge alla cavità orale e fuoriesce dalla bocca. La cavità nasale può essere esclusa tramite l’innalzamento del velo palatino distinguendo tra suoni orali e nasali.

Apparato fonatorio
1.2 Classificazione dei suoni
Per la classificazione di un suono sono necessari tre parametri:
- Modo di articolazione: riguarda i vari assetti che gli organi assumono nella produzione del suono.
- Punto di articolazione: è costituito dal punto dell’apparato vocale in cui viene modificato il suono.
- Sonorità: e data dalle vibrazioni delle corde vocali: se vibrano si otterrà un suono sonoro altrimenti un suono sordo.
1.3 Classi di suoni
I suoni possono essere classificati in tre maggiori categorie: consonanti, vocali e semiconsonanti. Per produrre una consonante l’aria o viene momentaneamente bloccata o deve attraversare una fessura molto stretta, possono essere sorde o sonore. Nella produzione di una vocale l’aria che fuoriesce non incontra ostacoli. Le semiconsonanti condividono sia proprietà delle vocali che delle consonanti. Vocali, semiconsonanti, liquide e nasali sono sonoranti, tutti i suoni che non sono sonoranti sono ostruenti.
2. I suoni dell’italiano
Pà occlusiva,bilabiale, sorda àPane, taPPo, stoP
Bà occlusiva, bilabiale, sonora àBene, aBBastanza
Tà occlusiva, dentale,sorda à Tana, oTTo, alT
Dà occlusiva, dentale, sonora à Dente, aDorare
Kà occlusiva, velare, sorda àCaro, Che, aCCanto
Gà occlusiva, velare, sonora à Gara, Ghiro, alGHe
Mà nasale, bilabiale (sonora) àMano, aMare, uhM
à nasale, labiodentale (sonora) à aNfora, iNvidia, iNverno
Nà nasale, alveolare (sonora) à Naso, laNa, daNNo
ànasale, palatale (sonora) àGnocco, oGNi
ànasale, velare (sonora) à aNcora, aNguria
Làlaterale, alveolare (sonora) àLana, paLLa
àlaterale, palatale (sonora) à aGLio, eGLi
Ràpolivibrante, alveolare (sonora) àRana, caRRO, peR
Fàfricativa, labiodentale sorda àFame, aFa
Vàfricativa, labiodentale sonora à Vento, aVViso, VoV
Sà fricativa, alveolare sorda à Sano, caSSa,
Zà fricativa, alveolare, sonora àSmodato, caSa
àfricativa, palato-alveolare sorda àScemo, aSCesa, slaSH
àfricativa, palato-alveolare sonora àgaraGe, abat-Jour
TSàaffricata,alveolare, sorda àstaZione, paZZo
DZàaffricata, alveolare, sonora àZero, aZZimato
àaffricata,palato-alveolare sorda àCenare, aCido, aCCento
àaffricata,palato-alveolare sonora àGente, aGire, aGGiornare
Jàsemiconsonante palatale sonora à Ieri, pIede
Wà semiconsonante, velare, (sonora) àUovo, dUomo
2.1 Consonanti dell’italiano
Esistono vari tipi di consonanti:
Occlusive: occlusione momentanea dell’aria cui fa seguito un esplosione [p, b,t, d, k, g].
Fricative: l’aria passa attraverso una fessura stretta producendo una frizione, si possono prolungare nel tempo [f, v, s, z, ].
Affricate: suoni che iniziano con un’articolazione di tipo occlusivo e terminano con un’articolazione di tipo fricativo [ts, dz, t, dз].
Nasali: il velo palatino si posiziona in modo da lasciar passare l’aria attraverso la cavità nasale [m, n, ŋ].
Laterali: per produrre il suono la lingua si posiziona contro i denti e l’aria fuoriesce lateralmente [l].
Vibranti: i suoni vengono prodotti mediante la vibrazione dell’ugola o dell’apice della lingua [r].
Approssimanti: gli organi articolatori vengono approssimati senza mai toccarsi [j, w].
L’italiano utilizza sette punti di articolazione:
- Bilabiali: chiusura di entrambe le labbra.
- Labiodentali: l’aria esce da una fessura che si crea appoggiando gli incisivi superiori al labbro inferiore.
- Dentali: la parte anteriore della lingua tocca la parte interna degli incisivi.
- Alveolari: la lamina della lingua tocca o si avvicina agli alveoli.
- Palato-alveolari: la lamina della lingua si avvicina agli alveoli ed ha il corpo arcuato.
- Palatali o anteriori: la lingua si avvicina al palato.
- Velari o posteriori: la lingua tocca il velo palatino.
2.2 Vocali dell’italiano
Se la lingua assume una posizione alta si produrranno suoni come [i] o [u], se assume una posizione bassa suoni come [a]. Se la lingua è in posizione avanzata si produrrà una [i] o una [o], se è in posizione arretrata [u] o [o]. Se le labbra sono arrotondate si produrranno vocali come [u] o [o], se non sono arrotondate vocali come [i] o [e]. es.
-i alta anteriore non arrotondata à Italiano , vIno, solI
-e medio-alta anteriore non arrotondata àEroico, saporE
- medio-bassa anteriore non arrotondataà Elle, lacchE’
-a bassa centrale non arrotondata à Amo, sAno
- medio bassa posteriore arrotondata àOtto, perO’ ,botte (percosse)
-o medio alta posteriore arrotondata àObesità,amicO , botte vino
-u alta posteriore arrotondataàUnico, lUna
2.3 Combinazioni di suoni
Le consonanti possono combinarsi insieme formando dei nessi consonantici. Le combinazioni di consonanti non sono libere ma soggette a restrizioni; vi è inoltre una differenza tra le combinazioni possibili in posizione iniziale e quelle in posizione interna. Le combinazioni di vocali in una medesima sillaba danno luogo a dittonghi, che possono essere ascendenti (approssimante seguita da vocale accentata) o discendenti (vocale accentata seguita da un approssimante). Esistono anche dei trittonghi. La combinazione di due vocali appartenenti a due sillabe diverse da luogo ad uno iato.
3.suoni e grafia
Un sistema è coerente quando ad un suono corrisponde un segno e viceversa. In italiano si incontrano le seguenti incoerenze del sistema grafico:
-due simboli diversi per un suono solo : Cuore, Quando [K]
-due suoni diversi scritti con lo stesso simbolo : Sera, roSa [s] [z]
-due simboli per un solo suono e tre simboli per un solo suono : maGHe [g] SCIocco [ ]
4. Trascrizione fonetica
I suoni possono essere semplici o geminati. Il simbolo per l’accento [‘] si colloca prima della sillaba accentata.
A partire dai simboli IPA si può trascrivere qsi enunciato di qsi lingua.
4.1 Confini
Il morfema è l’unità più piccola dotata di significato, quindi parole come “veloce-mente“ o “bar-ista“sono composte da due morfemi. Il confine di sillaba viene normalmente rappresentato da un punto (.)es. ve.lo.ce.men.te, il confine di morfema con il simbolo (+)es. veloce+mente, mentre il confine di parola con il simbolo (#)#velocemente#.
5. Fonetica e fonologia
La fonetica si occupa dell’aspetto fisico dei suoni (la sua unità è il fono) mentre la fonologia si occupa della funzione linguistica dei suoni (la sua unità è il fonema). Nella linguistica innanzitutto si cerca di scoprire:
quali sono i fonemi di una data lingua; si ricorre alla nozione di distribuzione e di coppie minime
come i suoni si combinano insieme; vengono descritte dalle regole fonologiche
come i suoni si modificano in combinazione; vengono descritte dalle regole fonologiche
5.1 Il contesto
Ogni suono ha una sua distribuzione, ovvero contesti o posizioni in cui può comparire, è la posizione della parola.
5.2 Foni o fonemi
I “foni” sono suoni/rumori del linguaggio articolato e hanno valore linguistico quando sono distintivi, cioè contribuiscono a differenziare dei significati. Le “coppie minime” sono coppie di parole che si differenziano solo per un suono nella stessa posizione. Due foni che hanno valore distintivo sono detti “fonemi”.
Un fonema è un segmento fonico che ha:
una funzione distintiva;
non può essere scomposto in una successione di segmenti che abbiano valore distintivo;
è definito solo da caratteri che abbiano valore distintivo.
Il fonema è l’unità che si colloca a livello astratto, e dunque a livello di langue; i foni invece si collocano a livello concreto e dunque di parole.
5.3 Le regole di Trubeckoj
Trubeckoj enunciò tre regole per stabilire se due foni hanno valore distintivo o meno:
- Quando due suoni ricorrono nella stessa posizione e non possono essere scambiati fra loro senza che si modifichi il significato delle parole, sono realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi;es varo, faro
- quando due suoni della stessa lingua si trovano nelle medesime posizioni e possono essere scambiati senza modificare il significato delle parole, sono varianti fonetiche facoltative di un unico fonema; es renna-Renna – VALORE INDIVIDUALE
- quando due suoni di una lingua, simili dal punto di vista articolatorio, non ricorrono mai nelle stesse posizioni, sono due varianti combinatorie dello stesso fonema. Es. naso [nazo], ancora [a kora] – VALORE COMBINATORIO
La linguistica statunitense usa invece le nozioni di:
Distribuzione contrastiva: quando due foni possono comparire nello stesso contesto e si ottengono così due significati diversi, allora i due foni sono in distribuzione contrastiva e sono realizzazioni di due fonemi diversi;
Distribuzione complementare: quando due foni non possono ricorrere nello stesso contesto si tratta di “allofoni” dello stesso fonema.
Si può fare inventario dei fonemi in una lingua, in italiano sono circa 30.
5.4 allofoni
sono la variante di un fonema
5.5 varianti libere
Se due suoni foneticamente simili si possono trovare nello stesso contesto ci sono due possibilità: o sono fonemi diversi (cambia il significato) o sono varianti libere (il significato non cambia).
7.1 parentesi
serve a unificare fatti formalmente diversi tra loro
quelle tonde indicano la facoltività
8 fenomeni fonologici e tipi di regole
una regola fonologica è un meccanismo che connette una rappresentazione fonologica ad una rappresentazione fonetica ed opera una serie di cambiamenti,
9. La sillaba
è il mattone minimo dell’enunciato, l’unità di combinazione di fonemi funzionanti come unità pronunciabile
In italiano la sillaba minima è costituita da una vocale, il nucleo sillabico. Il nucleo può essere preceduto da un attacco o seguito da una coda; nucleo più coda costituiscono la rima. L’aplologia è la cancellazione della sillaba finale di parola in composizione.
11. Fatti soprasegmentali
La fonologia basata sui segmenti è detta “segmentale”; esistono però fenomeni che non possono essere attribuiti ad un segmento e che sono detti “soprasegmentali”:
Lunghezza: riguarda la durata temporale dei suoni e può avere caratteristiche distintive o meno. Es. pena/penna
Accento: è una proprietà delle sillabe e non dei singoli segmenti. Una sillaba tonica è realizzata con maggiore intensità rispetto ad una sillaba atona; solo nelle lingue ad accento non fisso questo può avere valore distintivo. Es. ‘ancora/an’kora
Intonazione: esistono dei picchi e degli avvallamenti che producono un effetto percettivo di tipo melodico che prende il nome di “intonazione”. Le dichiarative hanno una curva melodica con andamento finale discendente, mentre le interrogative hanno una andamento finale ascendente.
CAPITOLO V
LA STRUTTURA DELLE PAROLE: MORFOLOGIA
Intro
Lo studio delle parole e delle varie forme che possono assumere è la morfologia. Le parole possono essere semplici o complesse; le parole complesse possono essere derivate, cioè prefissate o suffissate, o composte. Sia le parole semplici che complesse possono essere flesse per genere, numero...
1. La nozione di parola
Le parole sono unità della lingua e non sempre ciò che conta come parola in una lingua vale anche per le altre. Si possono distinguere varie accezioni di parola: la parola fonologica non coincide con quella morfologica o sintattica. Un criterio operativo abbastanza efficace è di considerare parola quelle unità che non possono essere interrotte, o meglio al cui interno non si può inserire altro materiale linguistico.
1.1 Tema, radice e forma
Si consideri il verbo “amare”; la forma “amare” è la forma di citazione che troviamo sui dizionari, anche detta lemma; è la forma di rappresentazione di tutte le forme flesse che il verbo può avere. La forma di citazione è la forma del verbo all’infinito. La forma di citazione del nome è il maschile/femminile al singolare; la forma di citazione dell’aggettivo è sempre il maschile singolare. In un testo compaiono forme flesse; il processo che porta dalle forme flesse ai lemmi è la lemmatizzazione. Per quel che riguarda il verbo bisogna distinguere tra tema e radice: togliendo la desinenza flessiva al verbo “amare” si otterrà “ama” che è il tema; il tema può essere analizzato come una radice “am” più una vocale tematica.
2. Classi di parole
Le parole di un lingua sono raggruppate in “categorie lessicali” che sono: nome, verbo, pronome, articolo, aggettivo, preposizione, avverbio, congiunzione e interiezione. Le classi di nomi che assumono forme diverse sono dette “variabili”, mentre le altre sono dette “invariabili”. Un’altra distinzione è quella tra parole “aperte” e “chiuse”: alle prime si possono aggiungere sempre nuovi membri, le altre sono formate da un numero finito di membri. Le categorie lessicali cui le parole appartengono limitano le combinazioni possibili delle parole.
3. Morfema
Un morfema è la più piccola parte della lingua dotata di significato; è un segno linguistico costituito da significante e significato. I morfemi si dividono in lessicali e grammaticali: i primi hanno significato che non dipende dal contrasto mentre i secondi ricevono significato dal contesto in cui si trovano. Ad esempio la parola “libri” si divide in “libr” (morfema lessicale) e “i” (morfema grammaticale). Un morfema può essere così piccolo da essere costituito da un solo fonema.
I morfemi possono essere liberi o legati: sono liberi quando possono ricorrere da soli in una frase e sono legati quando per poter esistere in una frase bisogna aggiungere altre unità. Le parole composte da un solo morfema sono “monomorfemiche”, quelle composte da due morfemi sono “bimorfemiche”. Il termine morfema designa un’unità astratta che è rappresentata a livello concreto dall’allomorfo. Ad esempio in inglese il plurale viene indicato con la “s” di cui si possono avere tre realizzazioni [s], [z] e [׀z]: queste tre rappresentazioni del morfema sono i suoi allomorfi. Es. rock [S] toy [z] dish [iz]
4. Flessione, derivazione e composizione
Le parole semplici possono subire diversi processi di modificazione:
Flessione: aggiunge alla parola di base informazioni riguardanti genere, numero, caso...
Derivazione: aggiunta di una forma legata (affisso) ad una forma libera e può avvenire per prefissazione, suffissazione e infissazione.
Composizione: forma parole nuove a partire da due esistenti.
5. Morfologia come processo
Un verbo può nascere come tale o divenirlo attraverso diversi processi. La composizione e la derivazione si distinguono perché il primo processo unisce due forme libere mentre il secondo una forma libera e una complessa. Prefissazione e suffissazione in quanto il prima non cambia la categoria lessicale mentre la seconda sì.
Esistono altri processi di modificazione delle parole:
Conversione: cambiamento di categoria senza che vi sia aggiunta manifesta di affissi.
Raddoppiamento: raddoppiamento di un segmento parziale.
Parasintesi: base più prefisso e suffisso senza che la sequenza prefisso/base sia una parola dell’italiano e altrettanto non lo sia base/suffisso. Es a-bottone-are
6. Allomorfia e suppletivismo
L’allomorfia è il livello concreto dei morfemi. Si parla di suppletivismo quando in una serie omogenea si trovano radicali diversi che intrattengono evidenti rapporti semantici ma non altrettanto evidenti rapporti formali. Ad esempio vado/andiamo, acqua/idrico... Il suppletivismo può essere sia “forte” che “debole”: è forte quando vi è alternanza dell’intera radice, è debole quando tra i membri della coppia vi è una base comune.
7. Parole semplici e parole complesse
Le parole semplici sono date e costituiscono il lessico del parlante, esempio ieri, mentre quelle complesse sono formate tramite regole morfologiche esempio capostazione = capo+ stazione.
8. Parole suffissate
Postino = posta+ ino
Giornalaio= giornale+ aio
9. parole prefissate
Disabile= dis+abile
Retrobottega= retro+ bottega
10. Morfologia e significato
La formazione delle parole consta di una parte formale e una parte semantica. Ad esempio:
vino+aio = vinaio (persona che vende vino);
giornale+aio= giornalaio (persona che vende giornali).
La parte fissa “aio” è la parte fissa di significato, mentre quella variabile corrisponde al nome di base. La semantica di una parola è composizionale (o trasparente), cioè si ottiene dal significato degli elementi componenti. Il suffisso “-bile” fornisce un significato passivo. Quando una parola permane a lungo nel lessico può acquistare significati idiomatici, ovvero non desumibili dagli elementi che la costituiscono.
11. Composti dell’italiano
Si consideri un composto come “camposanto”, la struttura è rappresentabile come [[campo]N+[santo]A]N. Il composto ha la stessa categoria lessicale di uno dei suoi composti. Diremo che “campo” è la testa del composto e che la “categoria N” del composto deriva dalla testa. Identificare la testa del composto è importante perché è da questa che derivano al composto una serie di qualità; è dalla testa che derivano al composto a) le informazioni categoriali, b) i tratti sintattico-semantici e c) il genere. Un composto è una parola non interrompibile, all’interno della quale non possono essere inseriti altri elementi. Esistono vari tipi di composti:
composti neoclassici: formati da due forme legate di origine greca o latina e da una forma libera o una legata, ad esempio “antropo+fago”, “dieta+logo”;
composti incorporati: sono formati da un sintagma costituito da un verbo seguito da un SNO, ad esempio “horseride”;
composti sintagmatici: sono più di origine sintattica che morfologica;
composti reduplicati: formati dalla stessa parola ripetuta; hanno in genere un significato intensivo;
composti troncati: formati per troncamento del primo costituente o di entrambi.
CAPITOLO VI
LESSICO E LESSICOLOGIA
Intro
Esistono almeno due accezioni di lessico: uno è il lessico mentale dei parlanti e l’altro prende la forma del dizionario. Le parole di una lingua sono memorizzate, mentre le frasi sono costruite tramite regole, ma non sono memorizzate.
1. Lessico mentale
Con “lessico mentale” si intende non solo la conoscenza delle parole, ma anche le conoscenze relative al funzionamento delle parole e dei rapporti tra le parole. Questo significa che ogni parlante è in grado di estrarre dal proprio lessico mentale delle liste di parole con certe caratteristiche. I parlanti sanno anche come tradurre i suoni di una parola nella grafia del proprio alfabeto. Per quanto riguarda l’accesso al lessico si suppone che alle parole si acceda tramite i primi suoni delle parole stesse.
2. Dizionari
Un dizionario si pone a livello della langue nel senso che è l’insieme delle parole usate da tutta una comunità linguistica; nei dizionari vi è anche molta diacronia, cioè vi si conservano parole che appartengono al passato. Un dizionario è costituito da lemmi e non da forme flesse. La differenza tra dizionario e enciclopedia è che il primo è una lista di parole che contiene informazioni sulla natura e sull’uso delle parole, mentre la seconda contiene informazione su tutto lo scibile umano.
2.2 Lessicalizzazioni
Sono esempi di lessicalizzazioni “tagliare la corda”, “nontiscordardimé”, il cui significato non è desumibile dalla somma dei significati delle parti. Si ha lessicalizzazione quando un gruppo di parole si trasforma in un’unita lessicale che si comporta come una parola sola. Esiste poi un processo di grammaticalizzazione per cui un’unità perde il suo significato lessicale per assumerne uno grammaticale, come ad esempio il suffisso “–mente”.
3. Stratificazione del lessico
Il lessico di ogni lingua è stratificato; lo strato [+nativo] è quello centrale, quello [-nativo] definisce gli strati periferici che spesso riflettono le vicende storiche. Lo strato [-nativo] dell’italiano è costituito da prestiti e calchi. Sia prestiti che calchi riguardano interferenze tra sistemi linguistici diversi. Si parla di calco quando vi è una riproduzione che sia di struttura morfologica, sintattica o semantica (ad esempio “skyscraper”=”grattacielo”); se la riproduzione è più centrata sul significante si parla di prestito. I prestiti possono essere “adattati” (parole entrate a far parte della lingua italiana) o “non adattati” (forma estranea alle regole fonologiche dell’italiano).
4. Dizionari specialistici
I dizionari sono:
- Monolingui
- Bilingui
- Plurilingui
- Etimologici
- Sinonimi e contrari
- Neologismi
- Elettronici
- Inversi
- Di frequenza e concordanze
4.1 Dizionari elettronici
Permettono una serie di funzioni importanti:
- Ricerca di lemmi
- Ricerca di più lemmi con certe caratteristiche comuni
- Caratteri speciali
- Operatori logici
- Possibilità di creare dizionari personalizzati
- Sillabazione dei lemmi
- Ottenere le forme flesse con l’indicazione degli ausiliari per i verbi
- Trovare sinonimi e contrari
- Arrivare ad un lemma a partire da una forma flessa
- Ascoltare la pronuncia delle parole
CAPITOLO VII
LE COMBINAZIONI DELLE PAROLE: SINTASSI
1. La valenza
I verbi, così come gli elementi chimici, hanno bisogno di essere accompagnati da un determinato numero di altri elementi, affinché la frase risulti ben formata. Esiste quindi una valenza verbale. Gli elementi richiesti obbligatoriamente da un verbo sono detti argomenti.
Tipologie della valenza dei verbi:
verbi avalenti: non sono accompagnati da nessun argomento. Ad esempio piovere;
verbi monovalenti: un solo argomento, sono verbi intransitivi. Ad esempio correre, parlare, arrivare...;
verbi bivalenti: due argomenti, sono verbi transitivi. Ad esempio catturare, piantare, lanciare...;
verbi trivalenti: tre argomenti, sono i verbi “di dire” o “di dare”. Ad esempio <Il professore ha detto ai ragazzi di fare silenzio.>.
All’interno di una frase esistono inoltre degli elementi facoltativi detti circostanziali.
2. I gruppi di parole
Un gruppo di parole è detto “sintagma”. Esistono dei criteri che ci permettono di individuare gruppi di parole:
Movimento: le parole che fanno parte di uno stesso gruppo si muovono insieme.
Enunciabilità in isolamento: le parole che fanno parte dello stesso gruppo possono essere pronunciate da sole.
Coordinabilità: le parole che fanno parte dello stesso gruppo possono essere unite ad un altro gruppo.
La parola intorno alla quale è costruito un gruppo di parole è chiamata “testa” del gruppo di parole, gli altri elementi del gruppo sono detti “modificatori”; a seconda del tipo di parola otterremo diversi gruppi di parole:
Sintagmi preposizionali: testa=preposizione;
Sintagmi nominali: testa=nome;
Sintagmi verbali: testa=verbo;
Sintagmi aggettivali: testa=aggettivo.
Una rappresentazione della struttura dei sintagmi è costituita di diagrammi ad albero (indicatori sintagmatici), tramite lo “schema X-barra”, oppure tramite parentesi. I sintagmi sono i costituenti della frase mentre le parole sono i costituenti ultimi della sintassi. I sintagmi più semplici sono quelli costituiti dalla sola testa che è l’unico elemento la cui presenza è necessaria.
3. Le frasi
3.1 Frasi e gruppi di parole
Una frase è un gruppo di parole che esprime un senso compiuto, ma è anche vero che una sola parola può esprimere senso compiuto: se grido: <Gianni!> questa sola parola è sufficiente ad esprimere senso compiuto, cioè a richiamare l’attenzione di Gianni. Esiste una differenza essenziale tra i gruppi di parole chiamate “frasi” e gli altri gruppi di parole, cioè che le frasi sono composte di soggetto e predicato (con struttura predicativa). Il rapporto soggetto/predicato è di “dipendenza reciproca”, ossia l’uno dei due elementi esiste solo perché esiste l’altro. Con il termine “proposizione” si intende un frase con struttura predicativa di senso compiuto o meno. Esistono tre tipi di entità che possono essere chiamati frasi:
- proposizioni di senso compiuto;
- espressioni di senso compiuto che non sono gruppi di parole (struttura non predicativa);
- proposizioni senza senso compiuto.
3.2 Tipi di frasi
Una prima distinzione è quella tra frase semplice e complessa; la frase semplice non contiene altre frasi mentre quella complessa è formata da più frasi. Il rapporto tra le frasi che costituiscono una frase complessa può essere di coordinazione o di subordinazione: frasi semplici sono coordinate quando sono sullo stesso piano, sono subordinate quando non sono sullo stesso piano e in questo caso avremo frasi principali o dipendenti.
Modalità delle frasi:
Dichiarative.
Interrogative, che si dividono in “sì\no” e “wh-” (di specificazione).
Imperative.
Esclamative.
Dal punto di vista della polarità le frasi si distinguono in affermative e negative esempio (Gianni è partito/ Gianni non è partito); dal punto di vista della diatesi si distinguono frasi attive da frasi passive (Gianni ama maria/ maria è amata da Gianni), il punto di vista della segmentazione oppone frasi segmentate a quelle non segmentate (questo libro, non lo avevo mai letto /non avevo mai letto questo libro).
4. Soggetto e predicato
A livello sintattico si definisce “soggetto” l’argomento che ha la stessa persona e lo stesso numero del verbo; a livello semantico il “soggetto” è colui che compie l’azione, a livello della comunicazione il “soggetto” è ciò di cui si parla. E’ meglio però limitarsi ad usare i termini “soggetto” e “predicato” per riferirsi alle nozioni di livello sintattico. A livello semantico si parlerà di “agente” e “azione”, mentre a livello della comunicazione si parlerà di “tema” per indicare il “soggetto” e di “rema” per indicare il “predicato”.
5. Categorie flessionali
Le desinenze delle parti del discorso variabili esprimono le diverse categorie flessionali: ad esempio il genere, il numero, il caso, il tempo, la persona e il modo. Se due parole hanno le stesse categorie flessionali si parla di “accordo”; se invece una parola ha una data categoria flessionale perché le è assegnata da un’altra parola con categorie flessionali diverse si parla di “reggenza”.
5.1 Genere, numero e persona
In italiano esistono due generi, il maschile e il femminile; gli elementi del sintagma devono accordarsi con il genere del nome testa del sintagma nominale, questo non succede ad esempio in inglese in quanto l’aggettivo è invariabile. Per quanto riguarda il numero, l’italiano oppone l’indicazione di un solo oggetto a quella di più oggetti appartenenti alla stessa classe, quindi singolare e plurale. In lingue come il greco o il sanscrito esistono tre numeri grammaticali: il singolare, il plurale e il duale; altre lingue hanno un’espressione anche per il triale. Come il genere, anche il numero manifesta il fenomeno dell’accordo: se la testa del sintagma nominale è singolare devono esserlo anche gli altri elementi del sintagma. Le persone grammaticali sono tre: prima persona (colui che parla), seconda persona (a chi ci si rivolge) e terza persona (quella che non entra nel dialogo).
5.2 Caso
Il “caso” indica la relazione che un dato elemento nominale ha con le altre parole della frase, in cui si trova. In italiano, le relazioni tra verbo e argomenti sono espresse mediante 1) l’ordine delle parole e 2) l’uso di un morfema grammaticale libero. In latino la diversa relazione degli argomenti con il verbo è espressa dalla loro desinenza: nominativo, accusativo, dativo, genitivo, vocativo e ablativo.
5.3 Tempo e modo
Una frase come <Gianni è partito.> contiene un’espressione di tempo. La frase può essere enunciata in un determinato momento, il momento dell’enunciazione, mentre il tempo indicato nella frase è detto momento dell’evento. In determinate frasi viene indicato anche un momento di riferimento diverso dal momento dell’enunciazione e del momento dell’evento (ad esempio <Gianni parte.>. Per operare invece altre distinzioni all’interno del sistema dei tempi dell’italiano si ricorre alla categoria dell’aspetto: questa categoria ci permette di distinguere fra i tempi del passato cioè l’imperfetto, il passato prossimo e il passato remoto. Il termine “imperfetto” rimanda a qualcosa di non finito, si parla quindi di aspetto imperfettivo; passato prossimo e remoto sono esempi di aspetto perfettivo, cioè compiuto. Il passato prossimo descrive un evento passato i cui effetti sussistono ancora nel presente; il passato remoto descrive un evento che non ha più alcun rapporto con il presente.
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/linguistica.html
Tipo fonte: documento word
Autori: G. Graffi, S. Scalise
Linguistica
FONDAMENTI DI TIPOLOGIA LINGUISTICA – Nicola Grandi
- La tipologia linguistica: nozioni introduttive
- Ambito di studio, metodo di indagine e obiettivi
- L’oggetto della tipologia linguistica e la definizione di “tipo”
La tipologia linguistica si occupa della variazione interlinguistica classificando le lingue storico/naturali in base ad affinità strutturali sistematiche.
Le lingue vengono ripartite in gruppi ® tipi linguistici (modelli di descrizione delle lingue)
La scelta delle proprietà su cui si fondano i tipi deve consentire di operare previsioni attendibili sulla struttura delle lingue indagate.
Altro parametro è relativo all’ordine dei costituenti delle strutture sintattiche (verbo, soggetto etc)
- Indagine tipologica: metodi e obiettivi
Primo passo è quello di individuare i parametri pertinenti del sistema lingua (potenzialità predittiva), e stabilire quanti e quali tipi possano essere ricondotte a lingue storico/naturali.
Secondo passo cogliere la ratio profonda del fenomeno e abbandonare il livello descrittivo e spostarsi sul livello predicativo e predittivo. La ratio profonda deve tenere presente la funzione cui la lingua deve assolvere, cioè consentire alle comunità di comunicare
- La costruzione del campione
È impensabile procedere alla comparazione di tutte le lingue del mondo, quindi per tracciare un quadro esauriente è necessario selezionare un campione altamente rappresentativo che dovrebbe essere immune da:
- Distorsioni genetiche, rappresentare in egual misura le famiglie linguistiche
- Distorsioni areali, le lingue possono sviluppare tratti comuni in virtù dei contatti tra i parlanti
- Distorsioni tipologiche, non deve essere sbilanciato a favore di alcune tipologie
- Distorsioni legate alla consistenza numerica delle comunità parlanti. Oggi sono parlate + 6000 lingue e circa 100 sono parlata da + dell’80% della popolazione. Il campione deve riprodurre al suo interno qs rapporti numerici
- Tipologia e sintassi
Il lessico è escluso dal dominio della tipologia perché è il componete della lingua + vulnerabile
Il livello fonetico/fonologico è + impermeabile alle influenze provenienti dall’esterno
Morfologia e sintassi occupano una posizione intermedia perché da un lato hanno inclinazioni assolutamente specifiche e dall’altro rivelano gli effetti di tendenze linguistiche generali; in qs senso sono da sempre considerate un ottimo banco di prova per la tipologia linguistica.
- L’ordine dei costituenti
un parametro è rappresentato dall’ordine in cui gli elementi della frase vengono disposti.
POSIZIONE DEL SOGGETTO
La frase può essere segmentata in tre costituenti:
- Soggetto
- Verbo
- Oggetto
La loro disposizione all’interno della frase è, per la maggioranza delle lingue del mondo, è in prevalenza di due tipi: SOV per il 45% e SVO per il 42% e solo il 10% VSO. Per la totalità coprono il 97% della variazione interlinguistica su scala mondiale. La ragione di qs uniformità (S prima di O) è che di norma il soggetto dà via all’azione espressa dal verbo e quindi gli assegna una preminenza rispetto all’oggetto. In fase di comunicazione qs chiarisce di chi o di che cosa si intende parlare.
ORDINE NATURALE E ORDINE MARCATO
L’ungherese dà ampia libertà si costituenti che possono mutare posizione senza pregiudicare la grammaticalità della frase, e ciò che indica tale qs discrepanza è la marcatura dei costituenti.
Dati 2 costrutti uno si definisce marcato rispetto all’altro se in esso compare un elemento in + detto MARCA, elemento assente nell’altro costrutto (es p e b ®b è marcata perché si contraddistingue dal tratto sonoro di p). La struttura sintattica naturale è quella in cui si intende trasmettere esclusivamente l’info che deriva dalla somma dei significati parziali degli stessi costituenti. È la struttura prevalente.
TESTA E MODIFICATORI
Per ciò che riguarda la posizione del soggetto si è visto che la quasi totalità delle lingue adotta la medesima strategia (il 97% antepone il S all’O), quindi un’analisi basata solo si qs parametro sarebbe destinata all’insuccesso……….. poniamo invece attenzione agli altri costituenti: V e O.
I principali parametri in correlazione con la loro posizione sono la presenza di preposizioni e posposizioni
Testa a sinistra
- VO ® preposizioni, nome genitivo, nome aggettivo etc ® tailandese
Sintagma verbale ® VO, il verbo precede il suo complemento ® è alla testa
Sintagma nominale ® nome genitivo ® testa - precede i propri complementi
Sintagma adiposizionale ® proposizioni ® alla SX dei complementi
Testa a destra
- OV ® posposizioni, genitivo nome, aggettivo nome etc ® turco
Sintagma verbale ® OV, la testa segue i modificatori
Sintagma nominale ® genitivo nome
Sintagma adiposizionale ® posposizioni
La Branching Direction Theory prevede però che i una lingua storico-naturale vi è una tendenza a collocare i costrutti di natura sintattica sempre prima o sempre dopo la testa. Entrambe le ipotesi quindi ricorrono a fattori interni per spiegare correlazioni tipologiche in ambito sintattico, spiegazione che può essere ricondotta alla tendenza all’economia che porta ogni lingua ad avere la maggior efficacia comunicativa riducendo al minimo la dotazione formale.
- tipologia e morfologia
la tipologia morfologica presuppone l’azione di 2 parametri:
- indice di sintesi ® nr di morfemi individuabili in unaparola
- indice di fusione ® segmentabilità della parola stessa, difficoltà di individuare i morfemi
la combinazione dei due indici permette di individuare 4 tipi di riferimento
- tipo isolante
indice di sintesi ha valore minimo, ogni parola tende ad essere morfemica ed esprime un solo significato, quindi esistono solo confini tra parole ® CINESE MANDARINO
- tipo polisintetico
indice di sintesi ha valore massimo, nr elevato di morfemi, in una sola parola info che richiederebbero una frase ® ESCHIMESE, SIBERIANO
- tipo agglutinante
indice di fusione con valori minimi, parlola con + morfemi, corrispondenza tra livello di forma e contenuto
- tipo fusivo
indice di fusione con valori massimi, i confini tra morfemi perdono visibilità, la loro segmentazione ostica e non c’è corrispondenza tra livello di forma e contenuto
le lingue indoeuropee hanno qs tipo di carattere
indice di sintesi ha valori medio-bassi: la possibilità di far convergere + unità semantiche su un singolo morfema consente di ridurre il nr complessivo di morfemi all’interno della parola.
1.3.2. marcatura della dipendenza sulla testa VS sul modificatore
Una seconda classificazione concerne la strategie morfologiche che le lingue adottano per codificare le relazioni di dipendenza. Può essere espressa mediante dispositivi di natura sintattica (ordine costituenti) o con il ricorso ad afissi (strumenti di natura morfololgica) che riguarda le lingue che marcano la relazione di dipendenza sulla testa. Si possono prevedere 3 tipi di riferimento:
- marcatura sulla testa ® tipico delle lingue che collocano il V inizio frase dichiarativa
- marcatura sulla dipendenza
- sia sulla testa che sulla dipendenza
1.4 tipologia e fonologia
Il TONO è una proprietà che caratterizza i suoni sonori, cioè i suoni che prevedono, nella loro articolazione, la vibrazione delle corde vocali, tanto più elevata è la frequenza con cui vibrano le corde vocali, tanto più alto è il tono del suono prodotto; ha valore distintivo per circa la metà delle lingue parlate oggi, è possibile cioè che due parole, con significato diverso, siano uguali in tutto a eccezione del tono.
Lingue di questo tipo vengono definite lingue a toni o lingue tonali (il cinese mandarino distingue il significato delle parole a seconda del tono)
L’unità a cui deve essere associato il tono e la funzione cui il tono deve assolvere si possono identificare in base a diversi parametri:
- la distinzione più frequente è quella tra toni associati a vocali
- meno usata quella tra toni associati a sillabe
Alla funzione dei toni, la prima e più importante suddivisione è tra i toni che distinguono morfemi lessicali e quelli che distinguono invece morfemi con valore più specificatamente grammaticale.
1.5 tipologia e lessico
Quando le unità della fonologia paiono assolutamente refrattarie ad assecondare condizionamenti extrasistemici, tanto il lessico appare vulnerabile rispetto a perturbazioni provenienti dall’esterno.
BERLIN E KAY hanno individuato undici colori che sembrano essere riconosciuti ed indicati allo stesso modo dai parlanti di oltre 100 lingue incluse nel campione. Queste undici classi cromatiche paiono disporsi in una gerarchia organizzata in modo rigidamente implicazionale:
- vertice bianco/nero (se due parole)
- rosso (se una terza)
- giallo/verde (se quinta/sesta)
- blu etc………
- marrone
- porpora/rosa- arancio/grigio
è impossibile che una lingua abbia i termini per il blu senza avere il giallo e verde……..
1.6 non esistono tipi puri
Le lingue storico-naturali si caratterizzano come tipologicamente miste.
L’inglese esibisce un ricco campionario di incongruenze e di contraddizioni tipologiche, si configura come una lingua VO. Nel sintagma nominale l’aggettivo precede sempre il nome (the black dog) in aperta contrapposizione con il principio soggiacente al tipo VO.
A quale tipo morfologico appartiene l’inglese?
Viene spesso ascritto al tipo isolante, ogni parola è morfema e invariabile. Il plurale dei nomi e il comparativo degli aggettivi vengono realizzati con strategie di natura agglutinante.
Sono fusive le forme pronominali di terza persona singolare,alternanza vocalica introflessivo.
Quindi è di tipo isolante, ma con una componente agglutinante non trascurabile; una quantità non indifferente di elementi fusivi e qualche forma introflessivi.
Ed è una condizione estrema e sotto molti aspetti eccezionale.
1.7 classificazione tipologica e genetica delle lingue
Quali sono i rapporti tra la classificazione tipologica e la classificazione genetica delle lingue, o più in generale tra la linguistica e la linguistica storico-comparativa?
Vi sono alcuni importanti punti di contatto tra questi due settori della linguistica:
- essi ricorrono di norma al medesimo procedimento di analisi quello comparativo, in questo senso il contributo maggiore è quello fornito dalla linguistica storica che ha affinato il metodo rendendolo ormai uno strumento di estrema efficacia.
- la tipologia non può prescindere dall’apporto della linguistica storico-comparativa ha una rilevanza teorica maggiore, per sancire l’esistenza di una tendenza tipologica più o meno generale, è necessario escludere che questi tratti siano la conseguenza di una comune filiazione genetica. La tipologia può supportare la classificazione genetica delle lingue e quindi la linguistica storico-comparativa per tre motivi:
- la tipologia può suggerire alla linguistica storico-comparativa una sorta di “gerarchia di pertinenza” di tratti linguistici nei processi di legami di parentela.
- La tipologia può contribuire ad avvalorare o smentire le ipotesi ricostruttive formulate dalla linguistica storico-comparativa.
- La classificazione tipologica può sostenere: la classificazione genetica in aree geolinguistiche particolarmente intricate e l’assenza di un’adeguata documentazione scritta; sono le affinità di natura tipologica a dare l’input alle ipotesi ricostruttive della linguistica storico-comparativa.
1.8 il ruolo della tipologia in una teoria del linguaggio
La tipologia può classificare tanto le lingue storico-naturali quanto singoli elementi delle lingue storico-naturali. Nel primo caso le singole lingue vengono classificate in virtù di proprietà strutturali condivise, nel secondo caso, viene proposta una classificazione tipologica di particolari strategie formali. In entrambi i casi rimane imprescindibile il metodo comparativo, non ha senso realizzare un’indagine tipologica basata su una sola lingua. Ciò non significa che non sia possibile tracciare un ritratto tipologico di una singola lingua.
La tipologia linguistica non può e non vuole essere una teoria generale del linguaggio, ma una tipologia del linguaggio ambisce a capire come funzioni il linguaggio inteso come capacità cognitiva e come esso si realizzi nelle lingue storico-naturali.
La tipologia si propone di individuare schemi e strutture ricorrenti a livello interlinguistico, esplicitando i principi che ne giustifichino le correlazioni.
Per trovare la spiegazione di fatti linguistici, la tipologia svolge uno sguardo sovente all’esterno del singolo sistema , tendono a privilegiare condizionamenti intrasistemici.
In chiave tipologica è naturale attendersi che ogni segmento del sistema lingua obbedisca a un proprio principio organizzativo.
Per riassumere:
- La tipologia linguistica si occupa essenzialmente della variazione interlinguistica sul piano sincronico, con l’obiettivo primario di rendere espliciti i limiti di quest’ultima.
- Lo strumento d’indagine privilegiato della tipologia linguistica è rappresentato dai tipi linguistici, insiemi di proprietà strutturali reciprocamente indipendenti, ma correlate in virtù dell’azione di un unico principio organizzativo soggiacente.
- I tipo sono modelli di descrizione linguistica, cioè entità astratte, non oggetti linguistici esistenti nella concreta realtà linguistica. Le lingue storico-naturali, fatte salve pochissime eccezioni, tendono dunque a essere tipologicamente miste.
- Gli universali linguistici
Gli UNIVERSALI LINGUISTICI indicano proprietà o correlazioni di proprietà che si suppone contraddistinguano ogni lingua storico-naturale del presente come del passato.
La tipologia e la ricerca sugli universali paiono perseguire obiettivi diametralmente opposti, la prima si occupa della variazione interlinguistica; la seconda studia ciò che è comune a tutte le lingue.
I punti di contatto tra le due discipline sono molteplici, entrambe si collocano a livello sincronico; hanno un carattere descrittivo e non normativo né esplicativo; fotografano uno stato di cose : osservano che una specifica proprietà occorre in tutte le lingue storico-naturali; né gli universali né le correlazioni tipologiche hanno in sé la ragione della propria esistenza.
La tipologia e la ricerca sugli universali ricorrono ai medesimi fattori, interni o esterni, per spiegare le generalizzazioni proposte. Gli universali individuano ciò che è tipologicamente irrilevante, delimitano e circoscrivono il campo di indagine della tipologia stessa.
Non tutti gli universali hanno la medesima rilevanza per la tipologia, distinguere tra universali assoluti e implicazionali, sono questi ultimi a interagire più fruttuosamente con la tipologia.
2.1 Gli universali assoluti
Gli universali assoluti sanciscono la presenza (o l’assenza) di una particolare proprietà in ogni lingua storico-naturale, senza fare riferimento ad alcun altro parametro e senza stabilire correlazioni fra tratti differenti, l’esempio cui tutte le lingue hanno vocali orali.
Gli universali assoluti non lasciano alcuno spazio alla variabilità, la rilevanza di questi universali sta nel fatto che stabilendo dei requisiti imprescindibili per ogni lingua forniscono informazioni sulla natura profonda del linguaggio umano.
Nell’interazione comunicativa l’uomo impiega principalmente la memoria a breve termine, che rende problematico il recupero di informazioni legate a strutture sintattiche molto complesse.
2.2 Gli universali implicazionali
Gli universali implicazionali pongono in relazione due (o più) proprietà , vincolando la presenza di una di esse alla presenza dell’altra.
Ponendo in relazione due proprietà distinte e teoricamente indipendenti, un universale implicazionale lascia alle lingue un buon margine di reciproca differenziazione e offre parametri affidabili e attendibili per lo studio della variabilità interlinguistica.
Gli universali imlicazionali rappresentano un valido supporto per la tipologia linguistica: essi stabiliscono i limiti estremi della variazione interlinguistica, indicando i terreni sui quali le lingue non possono avventurarsi, la tipologia proietta queste generalizzazioni sulla realtà concreta.
2.3 Come spiegare gli universali?
A livello intuitivo gli universali indicano una serie di requisiti che ogni lingua storico-naturale deve soddisfare, e paiono proiettare sulla concreta realtà linguistica proprietà essenziali del linguaggio.
Gli universali in base alle loro specifiche caratteristiche e al livello della lingua cui fanno riferimento, possano obbedire a fattori di natura diversa.
Se il fine ultimo di ogni lingua storico-naturale è la comunicazione, gli universali possono essere concepiti come strategie comunicative così efficaci da essere condivise da tutte le lingue storico-naturali.
2.3.1 Economia, iconicità e motivazione comunicativa
Esistono vari principi in grado di giustificare la presenza o l’assenza di particolari strutture linguistiche:
- l’economia può essere definita come la tendenza a snellire il più possibile l’apparato formale di un sistema linguistico, pur preservando intatte le sue potenzialità comunicative. L’economia si manifesta a vari livelli: nel contenimento entro limiti compatibili per la memoria umana dell’inventario delle unità di base della lingua e nella limitazione di strutture ridondanti.
- con iconicità si intende la tendenza a riprodurre le sequenze di base a cui viene organizzata l’informazione da trasmettere. Il piano dell’espressione mira a fotografare con una certa fedeltà la scansione dell’informazione che avviene a livello mentale.
- la motivazione comunicativa , se la lingua ha come traguardo essenziale la comunicazione, è logico attenersi che essa faccia convergere tutte le proprie risorse su questo obiettivo. E proprio questa motivazione comunicativa offre una spiegazione dell’universale secondo cui tutte le lingue hanno categorie pronominali implicanti, almeno tre persone (prima,seconda e terza persona)e due numeri (singolare e plurale).
2.3.2 L’universale 38: la marcatura del soggetto nei sistemi di caso
L’universale in questione afferma che in presenza di un sistema di casi, l’unico caso che può essere espresso mediante un affisso zero è quello che include tra le sue funzioni quella di soggetto del verbo intransitivo.
Il sistema nominativo accusativo è quello con cui un parlante occidentale ha la maggior dimestichezza.
2.4 Universali e tendenze
Anni ’60 JOSEPH H. GREENBERG l’allargamento del campione di lingue ha fatto affiorare una copiosa messe di eccezioni e di controesempi a molte generalizzazioni ipotizzate.
Tutto ciò ha obbligato a rivedere i cardini della disciplina e rimettere in discussione lo statuto stesso degli universali.
La distinzione tra universali e tendenze universali: i primi indicano quelle proprietà, correlazioni o strutture linguistiche che, senza alcuna eccezione, ricorrono in ogni lingua sorico-naturale. Le seconde designano le proprietà, le correlazioni o le strutture linguistiche che sono attestate in una porzione statisticamente rilevante delle lingue storico-naturali.
Il valore delle tendenze, intese come descrizioni di situazioni statificamente significative, sta nel fatto che esse dimostrano inequivocabilmente che la distribuzione dei tratti linguistici e delle correlazioni tra essi non è casuale, ma obbedisce a una ratio rigorosa.
Per riassumere
- proprietà condivise dalla totalità delle lingue del mondo ( gli universali linguistici) o almeno da una porzione statisticamente significativa di esse (le tendenze universali). Rispetto alla tipologia, gli universali hanno una rilevanza maggiore di quella degli universali assoluti.
- Spiegazione convincente da trovare per le tendenze universali e per gli universali per i fenomeni o processi linguistici osservati. I fattori che paiono più influenti in questo senso sono l’economia, l’iconicità e la motivazione comunicativa.
3 La tipologia e il contatto interlinguistico
Ogni lingua è intrisa si elementi alloglotti in buona parte delle proprie componenti. L’interferenza interlinguistica può manifestarsi a più livelli:
-attraverso semplici prestiti lessicali, mediante l’assimilazione di regole morfologiche
-con l’adozione di costrutti più complessi a livello microsintattico.
L’interferenza è uno di quei fenomeni in cui può essere ricondotto il fatto che non esistono nella concreta realtà delle lingue storico-naturali, tipi puri.
- La tipologia areale e la nozione di area linguistica
Le lingue storico-naturali rappresentano una fonte estremamente preziosa per la ricostruzione delle intricate vicende storiche delle singole comunità umane e dei territori da esse abitate. Se il popolamento di una regione si è concretizzato mediante una fitta relazione di scambi tra i diversi gruppi umani, le abitudini linguistiche possono serbare tracce di qs contatti. Si possono ricavare testimonianze preziose per far luce sulle vicende passate delle comunità umane.
L’insieme dei tratti linguistici che si sono imposti in una data regione geografica a seguito di una profonda contaminazione interlinguistica costituisce un “tipo areale”. Vi è stata una spinta propulsiva degli eventi storico-sociali che hanno innescato i processi di convergenza.
Per poter asserire che le somiglianze hanno una motivazione di natura areale è indispensabile escludere che esse siano dovute a tendenze tipologiche generali o a familiarità genetica.
Due implicazioni metodologiche:
- per poter individuare eventuali tracce di contatto areale è indispensabile operare una comparazione più ampia tra le situazioni osservate nell’area in esame e le tendenze tipologiche prevalenti nelle lingue del mondo.
Le regioni geografiche in cui tipi areali si concretizzano maggiormente, cioè le regioni in cui le lingue sviluppano tratti comuni per il fatto di essere fisicamente contigue, vengono definite aree linguistiche.
Un’area linguistica deve caratterizzarsi per la presenza di più lingue parlate nel medesimo contesto geografico, ma non immediatamente imparentate e di tratti linguistici da esse condivisi.
3.1.2. Storia e linguistica
un’area linguistica per poter essere tale deve aver assistito a movimenti di popoli di vaste proporzioni e alla conseguente creazione di aree bilingui o plurilingui.
L’implicazione teorica più rilevante, del rapporto tra storia e linguistica nella verifica delle ipotesi di diffusione areale di tratti linguistici consiste nell’ineludibile necessità di attribuire un ruolo preminente alla storia. Non si può prevedere la formazione di un’area linguistica contro l’evidenza della storia, al contrario è del tutto plausibile che l’evidenza storica non si trasformi in evidenza linguistica. Un’area linguistica deve essere prima di tutto un’area culturale-storica.
3.2 Alcune aree linguistiche
3.2.1 I Balcani
Il primo esempio di contesto areale, teatro di intricati fenomeni di convergenza interlinguistica, sono i Balcani. Di fatto sono divenuti il primo LIMES naturale tra Oriente e Occidente, due mondi non solo opposti ma spesso contrapposti.
Presentano una stratificazione etnica certamente senza pari in Europa, conseguenza di una serie di ondate migratorie, che hanno più volte stravolto l’assetto complessivo della regione. L’area Balcanica è il territorio europeo in cui si concentra il maggior numero di lingue appartenenti a gruppi linguistici diversi: oltre al neogreco e all’albanese, due lingue isolate, va notata la presenza di lingue slave meridionali, di una lingua romanza, di una lingua altaica e di una lingua uralica.
I tratti essenziali del tipo areale balcanico sono:
- sistema vocalico neogrecoà articolato su 5 fonemi vocalici (/i/, /u/, /e/, /o/, /a/).
- Sincretismo tra i casi genitivo e dativo à la tendenza prevalente è quella a far confluire nel genitivo le funzioni precedentemente esercitate dal dativo.
- Formazione di un futuro perifrastico à verosimilmente come effetto di attrazione del greco bizantino e medievale.
- Formazione dei numeri da 11 a 19 à che prevede una matrice “numero + preposizione su+ 10”.
- Perdita dell’infinito à sostituito da preposizioni finite di natura finale, consecutiva o dichiarativa (finse che dormiva, finse di dormire).
- Preposizione dell’articolo definito à tra le lingue balcaniche la collocazione postnominale dell’articolo definito riguarda il bulgaro, il macedone, l’albanese e il rumeno dove l’articolo postposto consente di preservare la distinzione tra un caso nominativo-accusativo e un caso genitivo-dativo.
3.2.2 L’Europa centro occidentale (l’area di Carlo Magno)
In Europa si registra la presenza di oltre 100 lingue diverse, non tutte immediatamente imparentate, ma caratterizzate da una serie di tratti comuni e condivisi.
Alcuni tratti che paiono caratterizzare in modo quasi esclusivo alcune lingue d’Europa e il cui insieme è noto come standard average european (SAE) alcuni di questi tratti sono:
- somiglianze lessicali à che di fatto si articolano su due livelli distinti:
- presenza di un comune lessico di matrice greca e/o latina
- presenza di comuni strategie nelle formazione delle parole
- ordine dei costituenti maggiori della frase indipendente, assertiva relativamente rigida e di tipo SVO
- presenza di preposizioni e di genitivi postnominali
- uso di “avere ed essere” come ausiliari à nella formazione di alcuni tempi verbali complessi
- presenza simultanea di articoli definiti e indefiniti
- carattere no pro-dropà le lingue pro-drop, altrimenti dette a soggetto nullo tollerano l’omissione del pronome personale in posizione di soggetto nella frase dichiarativa, senza che ciò pregiudichi la grammaticalità e la conseguente piena comprensibilità della struttura linguistica prodotta. Nelle lingue non pro-drop la mancata espressione del soggetto produce stringhe del tutto agrammaticali e quindi incomprensibili (inglese e francese) le lingue romanze sono pro-drop.
- agente e soggetto possono divergereà il ruolo semantico di “agente” viene assegnato all’argomento che designa l’autore dell’azione, il costituente a cui è attribuito il ruolo semantico di agente corrisponde al soggetto grammaticale della frase
- la forma passiva consente l’espressione dell’agente
- accordo delle forme finite del verbo con il soggettoà nella maggior parte delle lingue europee il verbo nelle sue forme finite concorda solo con il soggetto
- paradigmi di caso fortemente semplificati e di tipo nominativo-accusativo à la tendenza piuttosto marcata, che emerge da una disamina della morfologia flessiva nominale delle lingue europee è quella che porta ad una progressiva riduzione delle terminazioni del caso.
La combinazione dei 10 tratti rappresenta la combinazione centrale del nucleo del SAE.
Tedesco/francese/nederlandese à la quasi totalità dei tratti si realizza
Basco/turcoà solo un numero esiguo dei tratti si realizza
Italiano/inglese/lingue slave/neogreco/albanese/lingue baltiche, celtiche e malteseà i tratti 1,3,4,5,7,8,9 trovano una piena realizzazione.
Le lingue che realizzano il maggior numero di tratti del SAE si collocano nella regione Renana. UN’AREA LINGUISTICA NON COPRE UNO SPAZIO OMOGENEO
3.3 Due sogni infranti: il Mediterraneo e il Baltico
Vi sono nel mondo vari contesti regionali in cui i sistemi linguistici non hanno intrapreso alcuna marcia di progressivo avvicinamento ad un tipo strutturale parzialmente unitario.
NE IL MEDITERRANEO NE IL BALTICO POSSONO ESSERE CONSIDERATI AREE LINGUISTICHE.
Nel mediterraneo e nel baltico emergono delle costellazioni di microprocessi di convergenza ma mancano tratti condivisi globalmente. E per sancire l’esistenza di un’area linguistica quest’ultima condizione pare imprescindibile.
Per riassumere
- le condizioni necessarie alla formazione di un’area linguistica sono: la presenza in una stessa regione di più lingue non strettamente imparentate, la condivisione, da parte di queste lingue, di tratti tipologicamente significativi, contatti prolungati e sistematici tra le diverse comunità di parlanti
- queste condizioni sono si necessarie, ma non sufficienti. Si è visto infatti che in alcuni casi il loro soddisfacimento non si traduce effettivamente nella formazione di un’area linguistica.
- La tipologia e il mutamento linguistico
4.1 Il paradigma dinamico
la tipologia linguistica costituisce un procedimento di classificazione delle lingue che si colloca su un piano sincronico, tuttavia i possibili punti di contatto con la linguistica storico-comparativa sono molti.
La storia ci pone davanti agli occhi sia mutamenti marginali e quasi irrilevanti nell’equilibrio complessivo della lingua, sia trasformazioni radicali e dall’impatto devastante, nelle quali non sono solo singoli segmenti del sistema a mutare, ma è l’intero sistema ad essere coinvolto o addirittura sconvolto dal cambiamento. Nessuna configurazione tipologica può essere considerata come un’acquisizione definitiva, ma in continua trasformazione (DINAMICIZZAZIONE DELLA TIPOLOGIA)
4.2 Tipi stabili e tipi frequenti
Vi sono tipi diffusissimi e altri assolutamente rari, tipi apparentemente duraturi e altri particolarmente vulnerabili, tipi diffusi in modo uniforme e altri che caratterizzano solo lingue concentrate in regioni limitate.
I tipi linguistici non hanno la medesima probabilità di occorrenza e quest’ultima dipende solo in parte dalla loro coerenza interna. I fattori in grado di influenzare la distribuzione dei tipi linguistici sono due, indipendenti l’uno dall’altro:
- la stabilitàà si intende la probabilità che un determinato tipo venga abbandonato o mantenuto. I tipi stabili di norma, esibiscono una diffusione omogenea all’interno delle famiglie linguistiche.
- la frequenzaà corrisponde alla probabilità che un determinato tipo venga assunto dalle lingue storico-naturali. I tipi frequenti mostrano una diffusione più uniforme in termini areali.
La combinazione dei due criteri consente di giustificare la diffusione di tutti i tipi linguistici secondo lo schema seguente:
- tipi stabili e frequenti: diffusi geneticamente
- tipi stabili e infrequenti: diffusi in singole famiglie linguistiche, ma non geograficamente.
- Tipi instabili e frequenti: diffusi geograficamente e sporadico nelle varie famiglie linguistiche
- Tipi instabili e infrequenti: piuttosto rari sia nelle famigli linguistiche che geograficamente
4.2.1 Tendenze tipologiche e areali nel mutamento linguistico
L’azione dei criteri di stabilità e frequenza nella diffusione dei tipi linguistici e la loro efficacia nel prevedere le strategie coinvolte nel mutamento linguistico possono essere esemplificate in modo piuttosto chiaro analizzando la distribuzione sincronica e il percorso evolutivo dei diminutivi e degli accrescitivi.
Latino à trasmissione dei propri diminutivi alle lingue romanze
Greco anticoà trasmissione dei propri diminutivi al neogreco
Slavo comuneà alle moderne lingue slave
Protogermanicoà alle moderne lingue slave
I diminutivi trasmessi fanno parte dell’eredità del protoindoeuropeo, mentre gli accrescitivi sono una strategia linguistica molto recente e più vulnerabile.
Diminutivià fenomeno contraddistinto da un alto grado sia di stabilità che di frequenza.
Accrescitivià fenomeno instabile ma frequente.
I diminutivi stabili e frequenti si svilupparono diacronicamente secondo una matrice tipologica piuttosto generale e interlinguisticamente diffusa. Gli accrescitivi piuttosto frequenti ma instabili ricorrono a cliche diversi e ben connotati in senso areale.
In sostanza in questo caso non è la parentela tra le lingue coinvolte, ma l’interferenza con i sistemi geograficamente adiacenti ad indirizzare il processo evolutivo.
4.3 I tipi devianti: quando la diacronia spiega la sincronia
Se ci avvaliamo di un approccio in grado di conciliare le dimensioni sincronica e diacronica le lingue della fisionomia problematica non devono necessariamente essere relegate ai margini, ma trovano una loro ragion d’essere e una piena legittimazione come espressione della sintomatologia di un più o meno complesso di mutamento in atto.
Esempio il latino, come lingua morta, se operassimo su un livello puramente sincronico no potremmo fare altro che certificare la natura incoerente del latino pompeiano. Se però aprissimo una finestra sulla diacronia il quadro complessivo ci apparirebbe in una luce diversa, il latino classico e le lingue romanze.
Il latino pompeiano collocandosi in una posizione intermedia rispetto questi due estremi, rivela, che la transazione tipologica che ha accompagnato la formazione dei primi volgari romanzi era già avviata nel primo secolo d.c.
4.4 Universali e implicazionali e mutamento linguistico
Il rapporto interlinguisticamente difforme tra diminutivi e accrescitivi è stato schematizzato nell’universale implicazione accrescitivi diminutivi : in sostanza, se una lingua dispone di un procedimento morfologico per realizzare gli accrescitivi, allora dispone necessariamente di un procedimento morfologico per realizzare i diminutivi, ma non viceversa.
4.5 Si può prevedere la direzione del mutamento linguistico?
Rimane innegabile l’esistenza di mutamenti più naturali di altri e, una volta individuate le premesse tipologiche pertinenti, dovrebbe essere possibile stabilire almeno le direzioni precluse al cambiamento in atto. Ma, poste queste premesse, niente garantisce che il mutamento giunga in effetti al suo compimento.
Edward Sapir ha definito “DERIVA” la lenta trasformazione della lingua. Il termine rende bene l’idea di un movimento libero e incontrollato. La storia delle lingue è in parte governata da agenti esterni, cioè dai successi e dagli insuccessi delle comunità umane, che possono intervenire in qualunque momento sulla deriva della lingua imponendole deviazioni di percorso, arrestandone l’azione o dirottandola verso mete inizialmente impreviste.
Per riassumere
- la tipologia dinamica studia il mutamento linguistico nell’ambito del complesso slittamento tipologico che coinvolge ogni lingua nel corso della propria storia.
- Le caratteristiche dei mutamenti tipologici sono in parte desunte dal valore che viene attribuito agli indici di stabilità e frequenza.
- Gli universali implicazionali possono fungere da efficaci strumenti di previsione circa le fasi del mutamento.
5. Ai margini della tipologia
- Tipologia e dialetti
La lingua cambia nello SPAZIO, la differenza + evidente è quella che viene comunemente definita “accento”. Qs variazione nello spazio è indicata come “variazione dialettale”.
Quanto devono essere distanti 2 sistemi per essere definiti due lingue diverse piuttosto che due dialetti della stessa lingua?
IL DIALETTO corrisponde all’uso linguistico di una comunità geograficamente ristretta facente parte a sua volta di una realtà sociale e politica + ampia; deve essere geneticamente imparentato alla lingua di cui è considerato una variante.
- Tipologia e variazione sociolinguistica
Conoscere e parlare una lingua vuole dire anche essere in grado di adeguare la propria produzione linguistica alle diverse situazioni comunicative. Quindi la lingua è un sistema che varia nel tempo- variazione diacronica - e nello spazio - variazione diatopica - in base alla situazione comunicativa - variazione diafasica -, alla caratterizzazione sociale dei parlanti - variazione diastratica - e al mezzo utilizzato per la comunicazione –scritto vs parlato variazione diamesica -.
Le grammatiche fotografano in genere una sola varietà della lingua, quella che si è solito definire standard che include consuetudini linguistiche fortemente orientate alla scrittura; ne consegue che trascurano usi non standard delle lingue che invece caratterizzano le comunità linguistiche reali. SI TENDE INSOMMA AD ASTRARRE LA INGUA DAL CONTESTO DA CUI TRAE LINFA VITALE.
- Tipologia e acquisizione
- Gli universali implicazionali e l’apprendimento linguistico
Le interlingue sono le produzioni linguistiche di un apprendente, di chi sta studiando una lingua straniera. Vi sono fasi ricorrenti e talvolta universali.
- La tipologia morfologica e le interlingue
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/linguistica.html
Tipo fonte: documento word
Autore : Nicola Grandi
Linguistica
CRETA MINOICA FACCHETTI-NEGRI
CAP.1 LINGUE E SCRITTURE DELL’ANTICA CRETA
1- Quadro storico generale
Nell’età del Bronzo l’isola di Creta fu sede di una fiorentissima cultura, il suo successo era fondato essenzialmente sul controllo di una vasta rete di scambi commerciali nell’area egeo-anatolica.
Nel 1450 a.C. Creta venne invasa dai greci micenei: tutti i palazzi vennero distrutti, tranne cnosso, che diventò sede di una dinastia greca.
Nel 1375 a.C. il palazzo miceneo di cnosso subì la totale distruzione.
Fin da un’epoca molto antica (22°-21° sec. A.C.) i cretesi elaborarono una forma di scrittura , nota con il nome di geroglifico cretese alla quale se ne affiancò un’altra con segni di forma stilizzata creata per un uso fondamentalmente contabile e oggi nota come lineare A.
I cretesi si possono considerare gli inventori delle più antiche scritture d’Europa.
La lineare A è un sistema scrittorio creato a Creta, ma diffuso in tutta l’area egea; e venne abbastanza presto adottata e adattata come forma di scrittura dalle popolazioni greche del continente e adattata alla trascrizione dell’antico dialetto greco oggi noto come lineare B, che si è rivelata, grazie alla decifrazione, un sistema di scrittura sillabico.
Il minoico è un’altra di quelle antiche lingue “mediterranee” non classificabili in famiglie note.
2- Sistemi scrittori connessi e derivati
Il sillabario cretese è alla base della cosiddetta “scrittura cipro-minoica”.
In seguito ai grandi spostamenti di popolazioni dell’inizio del 12° sec. A.C., sappiamo che da Creta un gruppo di profughi sbarcò in Palestina, in regioni frequentate dai Filistei.
3- Documentazione minoica
Partendo da una presentazione generale degli antichissimi sistemi di scrittura, geroglifici e lineari, di Creta, tuttavia ci si soffermerà nell’analisi della documentazione in lineare A.
Presenta rispetto al geroglifico cretese il vantaggio di una più abbondante documentazione di una lettura motivatamente fondata sui segni B.
4- Confronto “funzionale” tra lineare A e lineare B
I dati di partenza oggettivi di cui disponiamo si possono riassumere:
- il repertorio grafematico della lineare B è composto da sillabogrammi notanti solo le sillabe aperte; le regole ortografiche per la trascrizione di sillabe complesse o chiuse, si basano essenzialmente sulla regola della “vocale quiescente” e su quella della mera omissione delle consonanti.
- i testi di lineare B di carattere archivistico e contabile; lineare A si dispone alcune tavolette e pochi testi di carattere non amministrativo.
LINEARE A: per la notazione del minoico questa lineare è più adeguata ed è stata creata ad hoc appositamente per questa.
Ha un sillabario semplice notante solo le sillabe aperte, creato intorno alla lingua minoica.
LINEARE B: Questo tipo di lineare è più indicata al greco miceneo anche se altro non è che un adattamento del sillabario minoico alla trascrizione del greco. Non esistono documenti redatti con questo tipo di lineare che non appartengano al genere amministrativo.
Questo tipo di lineare è estremamente ambiguo e non è adatto alla trascrizione di testi letterari, religiosi, storici, ecc… ma tuttavia è sufficiente per notazioni di tipo contabile ed archivistico.
Il sillabario cipriota classico (che come la lineare b scrive una varietà di greco), e le sue regole ortografiche consentivano la redazione di testi lunghi e comprensibili, venne dunque utilizzato per trascrivere il dialetto greco.
CAP. 2 LA SITUAZIONE ETNOLINGUISTICA DEL MEDITERRANEO ORIENTALE ALLA FINE DELL’ETA’ DEL BRONZO
La fine dell’età del Bronzo costituì un momento straordinario per l’assetto etnolinguistico del bacino Mediterraneo.
I “popoli del mare” cercarono più volte di conquistare l’Egitto, in accordo con l’impero Ittita.
Dopo il 1190 a.c. la capitale degli ittiti venne distrutta e incendiata e questo grande impero indoeuropeo fu spazzato via. Anche se la lingua ittita si estinse nelle parti occidentali dell’impero non subirono uno scossone tanto violento.
CAP. 4 LA LINGUA MINOICA
- L’interpretazione del minoico
Si sono sperimentate alcune strategie per cercare di individuare probabili toponimi per avvalorare l’identificazione di alcuni suffissi e per raccogliere il materiale presumibilmente non onomastico della lingua minoica di cui attualmente disponiamo.
Non pochi elementi onomastici attestati in lineare b sono senz’altro pregreci e anche alcune unità lessicali potranno essere impegnate per utili confronti.
- Dati statistici ed elementi morfematici
Sulle tavolette d’archivio in lineare a non troviamo né frasi lunghe e complesse né descrizioni dettagliate come in lineare b.
Al contrario i documenti “non amministrativi” presentano frasi abbastanza lunghe e articolate anche se poco o per niente analizzabili.
- Antroponimi in A-RE
Una caratteristica dei testi redatti in lineare a è la presenza di una classe di termini uscenti in a-re. In nessun caso il contesto esclude o rende improbabile il valore di antroponimo per una parola in a-re, questo valore è comunque preferibile a quello di toponimo, in pochi casi il valore di antroponimo è l’unico soddisfacente.
- Elementi non onomastici
Le “parole funzionali” sono state isolate, sulla base delle loro particolari posizioni nei contesti dei documenti archivistici, esclusivamente nei testi amministrativi, rinviando l’analisi del materiale desumibile alle formule dedicatorie sulle “tavole della libagione”; i termini non onomastici che possiamo ottenere da un esame di tutti i testi in lineare a.
Tavoletta PH6
Fu trovata nel palazzo di Festo, databile nel XIX sec. A.c. ha un contenuto di carattere non amministrativo.
CAP. 8 LE FORMULE DEDICATORIE DELLE TAVOLE DELLA LIBAGIONE E I TESTI “NON AMMINISTRATIVI”
- I testi “non amministrativi”
Il mondo minoico vive diversamente il rapporto fra la scrittura e l’oralità, la scrittura vi appare assai presente.
All’interno della documentazione in lineare b, esisterebbe un solo testo concepito per l’espressione di un’esigenza individuale, il ciottolo di Kafkiana sul quale sono state avanzate da subito le più grandi riserve.
Lo spillone di Mavro Spillo frammento di vita affettiva del Tardo Bronzo.
- La “formula primaria” della libagione
Un’importante gruppo di testi ci consente di ricostruire la formula dedicatoria minoica “standard”. Le strutture formulari possono essere organizzate sul contrappunto fra una “formula primaria” e una “secondaria”, cui poi possono aggiungersi altri elementi di variabilità. Le varie componenti “fisse” possono talvolta essere sostituite da forme leggermente varianti o ampliate da altri gruppi o, addirittura, mancare del tutto.
L’elemento variabile X è sempre diverso nella forma, ma è evidentemente costante nella posizione, un elemento onomastico, verosimilmente un antroponimo nella maggioranza dei casi, o comunque di un’espressione che identifica il dedicante.
- la “formula secondaria” della libagione
(E’ molto difficile da mettere come schema… sul libro ci sono gli esempi di frasi tratte dalla libagione.)
- lo spillone di Mavro Spillo
Lo spillone appartiene con ogni verosimiglianza ad un’acconciatura femminile ed è stato accolto nell’arredamento funebre della proprietaria.
Fonte: http://www.scicom.altervista.org/linguistica.html
Tipo fonte: documento word
Autore : FACCHETTI-NEGRI - Fabio ?
Linguistica
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