Arabo tutto di tutto
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Arabo
lingua
la lingua araba: incontro con i segni e i suoni
l’arabo è considerato, nell’immaginario comune, come quanto di più incomprensibile si possa incontrare nella comunicazione verbale
l’arrivo di un bambino arabo in una classe può creare sensazioni di impotenza, e di conseguente ansia, negli insegnanti, di fronte a un salto linguistico spesso vissuto come pressoché insuperabile
la lingua araba e la cultura araba, tuttavia, fanno parte integrante della nostra identità mediterranea, al punto di aver influenzato in più luoghi e occasioni la nostra stessa lingua, oltre che aspetti della nostra scienza, matematica, arte
la presenza di bambini arabi nelle classi può quindi essere un grande arricchimento anche per i bambini italiani, una riscoperta di comuni radici culturali, una costruzione di una nuova identità comopolita, che contrasti la sempre più diffusa teorizzazione dell’inevitabilità di uno “scontro fra civiltà”
nei percorsi sperimentati con i bambini l’aspetto della scrittura ha avuto la preminenza rispetto agli approfondimenti sulla lingua parlata
innanzitutto attraverso la scrittura i bambini sono entrati in contatto più immediatamente e facilmente con il meraviglioso mondo della calligrafia araba, scoprendo un universo artistico e culturale inaspettato per varietà e ricchezza
inoltre la pratica della scrittura consente un più facile e immediato confronto con un codice linguistico-culturale differente senza necessità di difficili spiegazioni teoriche
l’avvicinamento alla lingua parlata invece è senza dubbio più complesso per diversi motivi
la domanda iniziale che il laboratorio si è posto è stata: quale lingua andava proposta ai bambini?
quando si parla di lingua araba in generale infatti si parla di qualcosa di assai difficile da afferrare nel concreto
l’arabo letterario standard, versione semplificata dell’arabo classico coranico, è la lingua che viene studiata a scuola, scritta sui giornali, parlata in televisione in tutti i paesi arabi, dal marocco all’iraq
questa lingua tuttavia non è parlata nella vita quotidiana, dove invece prevalgono versioni locali a volte molto differenti da paese a paese o da zona a zona
oltre a ciò rimangono vivi moltissimi dialetti, talvolta anche non di derivazione araba
i bambini arabi presenti nelle classi, quasi tutti di origine marocchina, parlano spesso lingue locali o addirittura solo il dialetto della loro zona di provenienza e non conoscono l’arabo se non per averlo in minima parte avvicinato a scuola prima del loro viaggio in italia; talvolta non sanno scrivere e leggere l’arabo
utilizzare la lingua araba letteraria in queste situazioni rischia talvolta di mettere in difficoltà e in imbarazzo i bambini arabi anziché aiutarli
si è spesso scelto pertanto di utilizzare le varianti marocchine, nella convizione che per gli altri bambini sarebbe stato comunque un segnale forte di possibile avvicinamento ad una lingua considerata impossibile e che i bambini marocchini sarebbero stati in questo caso davvero competenti e gratificati
la musica è stata il tramite ideale per il lavoro di avvicinamento ai suoni della lingua
il piacere dell’invenzione musicale, il coinvolgimento motorio hanno facilitato le memorizzazione e hanno ridotto la sensazione di bambini e adulti di non poter nemmeno provare a pronunciare qualche parola in arabo
un’annotazione finale sul problema della traslitterazione in caratteri latini della lingua araba
nel lavoro con i bambini non è stata utilizzata una traslitterazione scientifica, come codificata in numerosi testi di lingua araba; piuttosto si è scelto di usare una traslitterazione più intuitiva e di volta in volta più facilmente comprensibile per i bambini, senza troppo insistere sui problemi sollevati dai suoni così lontani dall’italiano
attraverso la traslitterazione è stato possibile con i bambini fare confronti sulle differenze di pronuncia e sui suoni nuovi che andavano incontrando
talvolta i bambini arabi rifiutavano una traslitterrazione troppo scientifica che non sentivano corrispondente alla lingua che cercavano di far capire ai loro compagni, così come hanno spesso avuto difficoltà nell’accettare versioni traslitterate dei loro nomi che non fossero corispondenti con quella ormai accettata dai loro compagni
3. la scrittura araba a scuola
incontro con i segni
nonostante la lontananza linguistica e la difficoltà della lingua araba i bambini si sono molto affascinati dall’aspetto grafico e calligrafico della scrittura araba
in tutti i percorsi di avvicinamento alla lingua sono stati sempre proposti esempi dell’arte calligrafica araba
oltre a essere una buona chiave d’accesso alla lingua araba, la scrittura e le forme artistiche della calligrafia sono state per i bambini e gli adulti una rivelazione della ricchezza culturale del mondo arabo-islamico, che spesso viene dimenticata e soffocata dai pregiudizi correnti
la scrittura entra in varie forme nell’arte arabo-islamica: architetture, manufatti, decorazioni,
la calligrafia è il centro di un intero sistema di rappresentazione del mondo e strettamente legata agli aspetti religiosi
per avvicinarsi alla calligrafia è necessario tenere sempre in considerazione questo aspetto fondamentale dell’identità culturale araba
l’incontro dei bambini con la scrittura e l’arte calligrafica è avvenuto sia attraverso testi, libri d’arte, diapositive sia con la sperimentazione diretta della scrittura e degli stili e tecniche calligrafiche
con i bambini inoltre è stato introdotto l’aspetto della traslitterazione, ovvero della trascrizione dei suoni della lingua arba in caratteri latini, con tutti i problemi che questa solleva; in questo modo è stato possibile effettuare un collegamento tra l’oralità e la scrittura anche senza conoscere approfonditamente la scittura araba
letture consigliate
g. mandel khan, l’alfabeto arabo, mondadori
a.k. khatibi, m. sijelmassi, l’arte calligrafica dell’islam, vallardi
La calligrafia è un,arte, arte del tratto di penna che visualizza una lingua e la sua topografia; è costruita su un principio spaziale semplice: l’alfabeto arabo si compone di una linea orizzontale e di una linea verticale concatenate, formate da consonanti da leggersi da destra a sinistra, tra le quali si inserisce una partitura di vocali, di punti e di riccioli che si collocano sopra e sotto questa linea…
La calligrafia … obbedisce a una geometria dello spirito.
Come quella cinese, la calligrafia araba appartiene alla civiltà del segno…
E’ la potenza dell’arte ornamentale a caratterizzare la civiltà islamica del segno, dove il libro ha il posto d’onore. Ricordiamo che durante l’era classica l’arte della visualizzazione si esprimeva con il libro…, le architetture, e le arti decorative, la ceramica, la tessitura, il mosaico, la lavorazione delle pelli…
Questa scrittura è un’arte estremamente astratta e dalla quale si può far derivare una geometria o una matematica del segno
tratto da a.k. khatibi, m. sijelmassi, l’arte calligrafica dell’islam, vallardi
percorsi di lavoro
in laboratorio
- giochi di preparazione alla scrittura
- seduti, in cerchio in penombra con una musica araba lenta di sottofondo
il gesto della mano segue la musica e “scrive” nell’aria, con movimenti prima molto piccoli, poi via via più ampi
- il gesto si amplia e tutto il corpo diventa un pennello per scrivere nello spazio
- proiezione sul muro o su un telo di diapositive di calligrafie o lettere dell’alfabeto arabo
- movimenti danzati della mano e del corpo per seguire la traccia della calligrafia proiettata



- scrittura intuitiva su grandi fogli
seguendo la musica con un pennello intinto nell’inchiostro si lascia un segno su un grande foglio
riproduzione di alcune lettere viste nella proiezione
in classe
- dal testo narrativo alla scrittura
- lettura bilingue di un brano
- scelta di alcune parole significative o ricorrenti nel testo
- l’animatore scrive le parole scelte in arabo e in traslitterazione
con i bambini si sottolinea la direzione della scrittura araba da destra a sinistra
fame juâ
- l’animatore mette in evidenza le lettere che compongono le parole scritte
- ‘ain waw jim
per ogni lettera l’animatore ripete il suono e spiega come avviene il collegamento tra una lettera e l’altra
- giochi calligrafici e scrittura con lettere e parole
per familiarizzare con le lettere si propongono semplici esercizi grafici, coloriture e decorazioni secondo stili calligrafici diversi e invenzioni grafiche con le lettere
lavoro di gruppo classe IV
- scrittura finale delle parole con stili calligrafici diversi
- l’alfabeto
a partire dalle parole evidenziate nelle narrazioni, memorizzate dai bambini perché sperimentate in vari modi, si ricostruisce l’alfabeto arabo
- laboratorio di scrittura con i genitori
i genitori italiani e stranieri partecipano ad un laboratorio sulla scrittura insieme ai bambini
l’animatore propone parole che sono già state sperimentate dai bambini durante le attività in laboratorio o in classe
spiega l’uso del calamo, strumento tradizionale della calligrafia araba
i genitori scrivono insieme ai bambini
il calamo
da g. mandel khan, l’alfabeto arabo, mondadori
la scrittura araba, come d'altronde anche quella ebraica, trova il suo naturale mezzo di stesura nel calamo (qalam), penna tratta da una sezione di canna opportunamente tagliata. questa si ricava da un comune canneto (canna comune, o canna di palude - arundo donax, phragmites communis - diffusa lungo le rive dei corsi d'acqua) (figura 1), o da più sottili steli di graminacee o di rosa.
1 calami hanno quindi diametri molto vari, dal paio di millimetri a qualche centimetro. calami con la punta più larga si possono ricavare da assicelle di legno tenero.
una volta tagliata nella sezione necessaria, lunga all'incirca ventiquattro centimetri, la cannuccia vien lasciata cadere su una superficie dura. si sente così, dal suono che dà, se è buona, senza fenditure, senza fessurazioni.
si taglia poi il becco con una lama diritta, sottile e ben tagliente; una sorta di rasoio. il taglio parte dal corpo verso la punta, con una lieve incurvatura concava (figura 2).

la punta viene appiattita da tutti i lati, a forma di becco; poi si procede al taglio obliquo del becco poggiando la cannuccia su una superficie apposita (fìgura 3), infine si fende il becco in senso verticale, secondo una opportuna proporzione delle parti (o alla metà, o a due terzi, ecc.). 1 vari modi di tagliare il becco del calamo si prestano infatti a variazioni calligrafiche. si può dire che per ogni carattere c'è la sua propria inclinazione (figura 4).
il calamaio ha all'interno una matassa di cascami di seta, o un batuffolo di lana, o una spugnetta, affinché intingendo la punta del calamo, questa assorba una quantità di inchiostro non eccessiva e inoltre non urti contro la base del calamaio e si alteri.
il termine qalam (plurale áqlám) deriva dal radicale q-l-m, che dà il verbo di prima forma qalama: tagliare, potare. à anche il soprannome della novantaseiesima súra del corano (ál'alaq: il grumo di sangue), giusto il quarto versetto: alladhi 'allama biá271qalam (colui che ha insegnato con il calamo).
- il colore
la coloritura di parole, lettere, piastrelle e decorazioni con pennarelli, pennelli, acquerelli, matite ha consentito di familiarizzare con la scrittura e nello stesso tempo di entrare nel mondo affascinante dell’arte decorativa arabo-islamica
prima di ogni attività grafica sono state proposte ai bambini libri, diapositive, immagini d’arte e architettura
sono state fatte osservazioni sui colori e le tonalità e sugli accostamenti cromatici
da a.k.khatibi, m.sijelmassi, l’arte calligrafica dell’islam, vallardi
la gamma coloristica usata dai calligrafi è ricca e diversificata.
il nero dell’inchiostro è il colore di base, ma non è esclusivo.
nel maghreb è preparato utilizzando la lana del ventre del montone; i ciuffi di lana, mesi in un recipiente di terra vengono essiccati sul fuoco. poi si polverizzano con una pietra e, con l’aggiunta di acqua, si forma una miscela che viene riscaldata.
si ottiene così una pasta, che, una volta raffreddata, diventa dura e omogenea.
al bisogno, se ne prelevano dei pezzi da diluire in acqua.
a seconda del grado di diluizione, si ottiene un inchiostro nero o marrone.
gli altri colori, oro, argento, blu, verde, arancio, violetto, giallo e rosso, sono preparati con sostanze vegetali o minerali.
come molti pittori i calligrafi fabbricano loro stessi l’inchiostro colorato secondo tecniche personali, che mantengono segrete fino alla morte.
Fonte :www.scuolenuoveculture.org/
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Fine articolo Arabo tutto di tutto
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Arabo
Lingua araba e problemi di apprendimento dell’italiano
estratto da
a.antit, problemi linguistici e didattici dei bambini arabofoni nella scuola dell’obbligo a genova, tesi di laurea in lingue e letterature straniere, università di genova
a disposizione per consultazione presso il centro scuole e nuove culture
Una considerazione preliminare volta a chiarire l’oggetto del nostro studio è che i bambini marocchini e tunisini sono sottoposti ad un “input misto”, la lingua viene appresa sia spontaneamente sia a scuola.
È importante allora chiedersi quale sia la situazione di inserimento del bambino e del ragazzo immigrato nel tempo extrascolastico. I bambini tunisini, partendo dal fatto che sono nati in Italia, si sentono più italiani che tunisini, e dichiarano di avere tanti amici italiani quanti amici tunisini. Per loro vi sono possibilità d’incontro, gioco, scambio con altri bambini italiani. I bambini marocchini invece, vivono in completo isolamento dentro alla comunità ed hanno amici esclusivamente marocchini e riescono di rado a fare amicizia con ragazzi italiani. La loro situazione abitativa è di tipo “separato” particolarmente nel centro storico di Genova e non consente scambi comunicativi nella nuova lingua.
Nel primo caso di alunni che ricevono, in grande o sufficiente quantità, input linguistici anche al di fuori della scuola, l’apprendimento della lingua si rivela più veloce e sostenuto. Nel caso invece di bambini e ragazzi “isolati” e che non dispongono di contesti extrascolastici di aggregazione e di scambio, l’acquisizione dell’italiano per comunicare sembra più lenta, quanto meno durante la prima fase. Il nuovo sistema linguistico si costituisce infatti soprattutto a scuola, mattone dopo mattone, giorno dopo giorno, a partire dalle interazione con i pari e con gli insegnanti.
Gli effetti sull’acquisizione dell’italiano, conseguenti alle due diverse situazioni di “esposizione” alla nuova lingua, sono più evidenti nella prima fase e influenzano soprattutto la lingua orale.
Per quanto riguarda le pratiche linguistiche quotidiane, i bambini marocchini intervistati usano il dialetto marocchino per comunicare con i genitori (solitamente soltanto il padre), con i fratelli e con gli altri familiari. Oltre a capire e a parlare la lingua di origine, generalmente, questi bambini arrivano in Italia dopo aver frequentato la scuola per alcuni anni, quindi sanno anche leggere e scrivere in arabo. In alcuni casi, hanno anche appreso il francese, che si insegna già dalla terza elementare.
Arrivati in Italia, questi bambini non frequentano corsi di insegnamento della lingua di origine. Probabilmente perché ritengono di essere abbastanza competenti in L1, e la loro concentrazione è focalizzata invece sull’apprendimento della nuova lingua.
Le pratiche linguistiche quotidiane dei bambini tunisini intervistati sono un po’ diverse; infatti, questi bambini sono tutti nati in Italia, con i fratelli e il padre parlano in Italiano, mentre la madre sembra essere l’unica persona che cerca di comunicare in arabo con i figli.
Di conseguenza, questi bambini capiscono l’arabo e cercano di parlarlo, mentre non riescono a leggere né a scrivere nella lingua d’origine; questo nonostante la frequenza (a volte forzata dai genitori) di corsi di arabo che si svolgono tutte le domeniche mattina per una durata di due ore. Questi corsi sono organizzati dalle famiglie e con l’aiuto di un mediatore culturale che svolge anche il ruolo di maestro di arabo e di religione, in questo caso.
1. Rilevanza della distanza tipologica:
“la variazione nell’apprendimento di una lingua seconda può essere addebitata anche alla “distanza” delle due lingue a contatto nella mente dell’apprendente”.
Ad esempio un bambino arabo dovrà imparare a usare l’articolo, cosa che nella L1 non esiste. Infatti, in arabo “l’articolo” è una “al” invariabile e si scrive attaccato al nome. Perciò è molto frequente che un arabo scriva “lacasa”, ad esempio. Mentre l’articolo indefinito viene sostituito dalla parola “mà” dopo il nome che vuol dire “qualunque”.
Inoltre, un bambino arabo dovrà imparare che gli aggettivi e pronomi possessivi accompagnano il nome e concordano in genere e numero, mentre in arabo si usano lettere che si attaccano al nome oggetto di possessione e concordano col soggetto e non con l’oggetto.
La L1 non può essere di aiuto per questi bambini nell’acquisizione del passato prossimo, che in italiano è formato dall’ausiliare insieme al participio, perché l’arabo non ha una categoria di ausiliari confrontabile con quella dell’italiano.
I bambini arabofoni non hanno capacità di riflessione metalinguistica. È quindi necessario farli riflettere sulle categorie linguistiche per via induttiva.
a) Il sistema verbale arabo:
L’ordine basico dell’arabo è V.S.O. c’e la frase verbale e la frase nominale.
La frase verbale comporta un verbo e un agente, un soggetto che po’ essere anche sottointeso, e con cui il verbo concorda.
L’accordo del verbo con il soggetto riguarda il genere (maschile o femminile) e il numero (singolare, plurale o duale)
Il participio attivo e il participio passivo corrispondono al participio presente e al participio passato.
Ci sono sedici tipi di verbo, il verbo ha una forma base e una forma derivata.
I tempi e modi del verbo sono: il non-passato, il non-passato congiuntivo, il non-passato condizionale, il non-passato indicativo, il passato, il futuro, l’infinito e l’imperativo.
I pronomi personali sono dodici fra i quali il duale e cinque sono pronomi personali soggetto.
2. Problemi di apprendimento e influenza della prima lingua:
Nel percorso di apprendimento di una nuova lingua, l’apprendente occorre a ogni tipo di conoscenza che potrebbe fargli da appoggio, la lingua prima è naturalmente una ricca fonte di ipotesi e di schemi mentali e strutturali.
Secondo Giacalone Ramat, non tutti i livelli linguistici appaiono permeabili all’influenza della L1 in ugual misura.
A. la fonologia:
i bambini hanno meno difficoltà degli adulti nell’abbandonare le abitudini fonologiche derivanti dalla L2, inoltre hanno la fortuna di riuscire a produrre perfettamente una grande varietà di suoni appartenenti a tutte due le lingue.
I bambini risultano favoriti nel fatto di riuscire senza particolare sforzo a pronunciare alcuni fonemi tipicamente arabi, anche i tunisini che hanno scarsamente studiato l’arabo e non riuscivano a leggere un testo in L1, pronunciavano correttamente i nomi delle città tunisine e degli oggetti (che avevo chiesto di nominare) anche se comportavano suoni particolari, come ad esempio la quarta lettera dell’alfabeto arabo che si pronuncia come un Th inglese sordo (thick) e la settima lettera dell’alfabeto, che si pronuncia come un J spagnolo (juego), ed altri suoni particolarmente difficili, come la diciottesima e la diciannovesima lettera che sono relativamente un suono faringale sonoro e un r francese e infine la ventiseiesima lettera dell’alfabeto arabo che si pronuncia come un h inglese(home).
L’apprendente tende ad assimilare i suoni della nuova lingua con quelli della L1 e a “trasferire le categorie fonetiche fissate nella sua L1, a suoni equivalenti o simili della L2, mentre non sempre è in grado di sviluppare categorie fonetiche aggiuntive” .
In molti casi, gli apprendenti applicano la strategia di sostituzione, mettendo un fonema familiare della L1 al posto di un fonema simile della L2.
Abbiamo notato grazie alle interviste, che alcuni apprendenti pronunciano la parola “geografia” in arabo cioè “gioğrafia” e il suono [t] uguale alla terza lettera araba “tā”
Generalmente gli arabofoni hanno difficoltà con le consonanti sorde e sonore, in particolare [p/b] e [v/f] e con le vocali [o/u], [e/i] oltre alle difficoltà con le doppie consonanti.
Bernini in uno studio sulla fonologia italiana di un gruppo di arabofoni ha analizzato le realizzazioni delle consonanti /p/, /v/, /ts/, e /dz/ del sistema italiano, che non hanno corrispondenza nella lingua araba. Infatti nell’alfabeto arabo mancano le lettere P, V, e C dolce e le vocali E e O.
Inoltre abbiamo notato che gli arabofoni hanno spesso difficoltà a sviluppare il suono [gn] che non ha corrispondenza in arabo.
“un principio di marcatezza trova applicazione nel caso degli apprendenti arabofoni di italiano, in quanto il ritardo nell’apprendimento di /p/ può essere spiegato col fatto che /p/ è il termine più marcato in una gerarchia di marcatezza delle occlusive” .
B. morfologia e sintassi:
Le interlingue finora esaminati mostrano che generalmente, l’ordine basico delle parole per l’italiano, S.V.O, viene appreso senza particolare difficoltà.
Inoltre notiamo il ricorso all’ordine pragmatico, basato sull’articolazione topic/comment.
I bambini apprendono un italiano del “hic et nunc” cioè che riguarda soltanto concetti presenti non precedenti o futuri. Ad esempio, a domande come “avevi amici in Marocco”, rispondono “si c’e”, oppure “ho amici”. A domande come “cosa pensi di fare nel futuro, studiare all’università o lavorare” rispondono “lavorare” e in altri casi “non lo so”.
Il presente delle interlingue è un tempo polivalente, usato per esprimere sia concetti presenti, sia passati o futuri.
In altri momenti però, dimostrano di aver acquisito che il passato prossimo si riferisce ad eventi passati.
L’infinito è comparso in alcuni casi come forma non marcata al posto dei verbi finiti, e nella maggior parte dei casi in contesti obbligatori, cioè in dipendenza da modali o in proposizioni all’infinito.
Spesso però la loro impulsività gli porta ad usare la forma basica della terza persona singolare per il presente. Afferma Giacalone Ramat che la forma basica di un verbo è solitamente utilizzata “per far riferimento a situazioni presenti, passate o future, il che equivale a dire che non marcata dal punto di vista temporale”
Mentre in altri apprendenti notiamo un’estensione impropria della seconda persona singolare a tutta la coniugazione (io hai aiutato un altro bambino marocchino)
Specialmente nell’ordine delle parole, la L1 fa sentire il proprio peso. La difficoltà nel produrre un discorso chiaro, si manifesta, a volte invertendo l’ordine delle parole. Ad esempio, alcuni apprendenti arabi tendono a mettere il pronome personale all’inizio della frase, questo fatto riflette la regola grammaticale araba che implica il pronome personale esplicito.
In alcuni casi, l’oggetto compare in posizione preverbale con un risultato analogo alla dislocazione a sinistra dell’italiano
Gli arabofoni hanno difficoltà nell’usare il gerundio perché non c’e un suo corrispondente in arabo.
Gli apprendenti arabofoni hanno difficoltà anche nell’uso dell’articolo e nella selezione dell’ausiliare. In molti casi manifestano incertezze e oscillazione nell’impiego dei tempi (passato prossimo- imperfetto)
Si notano delle difficoltà nelle concordanze oltre all’uso improprio delle preposizioni.
Emerge nei bambini marocchini la tendenza a non utilizzare o ad utilizzare in modo scorretto o a confondere articoli e preposizioni.
La ripresa col clitico è presente solo nel discorso di un tunisino nato in Italia: “l’arabo non lo so leggere”
In morfologia, secondo Giacalone Ramat, le relazioni trasparenti tra forma e significato dei morfemi sono preferite a quelle non trasparenti.
Nelle interlingue iniziali, gli enunciati sono molto brevi e frammentari con poche connessioni logico-semantiche. “la semplice giustapposi-zione di segmenti di informazione, accompagnata non regolarmente da censura intonativa (intonation break), o la loro coordinazione tramite e, ma, sembra precedere lo sviluppo di subordinatori espliciti”.
Gli apprendenti intervistati usano poche connessioni logico-semantiche esplicite, costruiscono il discorso per giustapposizione di segmenti con qualche tentativo di subordinazione tramite che e perché. Che, è usata con il generico valore esplicativo e come marca esplicita delle relative, mentre perché è un esplicativo-giustappositivo.
Afferma Giacalone Ramat, “la codificazione morfosintattica della lingua viene appresa gradualmente, si passa da un pragmatic mode a un syntatic mode.
I tratti principali che distinguono il pragmatic mode:
Preminenza della struttura topic/comment
Coordinazione non rigida
Ordine delle parole governato da principi pragmatici
Assenza di morfologia.
Il sintatic mode, invece, è caratterizzato da:
Struttura soggetto/ predicato
Subordinazione
Ordine delle parole usato per segnalare le funzioni semantiche dei casi
Presenza di morfologia anche in forme elaborate
In base a questa distinzione possiamo classificare i ragazzi intervistati in tre livelli secondo le loro competenze linguistiche:
Livello 1
contiene tratti di varietà iniziali (prebasic varieties). “comprendono i primi tentativi dei parlanti di farsi capire: consistono prevalentemente di elementi lessicali e di pochi elementi funzionali, tra cui una forma della negazione”
presente indicativo.
Forma basica del verbo, che non è marcata dal punto di vista temporale.
lessico di base indicante l’esperienza di studio e le amicizie.
Articoli non sempre coordinati
La morfologia flessiva è assente
C’è, per esprimere relazioni possessive, locative e esistenziali.
Livello 2
È la varietà basica “caratterizzata dall’aumento degli elementi lessicali, e in particolare di elementi avverbiali. I verbi compaiono in una forma non flessa. I nomi non hanno marche di plurale, di genere e di caso.”
Sviluppo del participio passato
passato prossimo del verbo essere ed avere e di alcuni verbi indicanti studio e spostamenti. Rimangono incertezze nella scelta dell’ausiliare e nell’accordo col soggetto.
frasi del tipo: ho studiato x, ho fatto x, sono nato in x, sono venuto in/nel x
Struttura della frase semplice con più espansioni di tempo, luogo, modo, indicate anche avverbialmente.
Pronomi personali e aggettivi possessivi
Articoli usati abbastanza correttamente
Livello 3
Forme verbali come il livello uno e due, con ampliamenti.
Strutture avverbiali
Utilizzo di subordinazioni e congiunzioni per esprimere confronto( invece, anche, però)
Frasi semplici con espansioni(come nel livello 2) e frasi composte con coordinate.
Articoli, pronomi personali e aggettivi possessivi sono usati correttamente.
Emergono forme di imperfetto, soprattutto terza e prima persona singolare, era e ero con funzione di copula.
Distinzione fra fattualità e non fattualità.
C. Il nome e le sue categorie:
Generalmente, la categoria del numero viene appresa prima di quella del genere: troviamo il morfema -i- di plurale maschile usato più frequentemente e correttamente dei morfemi per il genere femminile sia singolare che plurale.
Nell’acquisizione del genere, -a- è percepita come marca tipica del femminile e -o- del maschile, per quanto riguarda l’accordo del genere, “man mano che aumenta la distanza dalla testa nominale, aumenta per gli apprendenti la difficoltà nel fare l’accordo, o decresce la probabilità di trovare nelle interlingue marche di accordo”
Anche negli apprendenti presenti in Italia da pochi mesi, abbiamo trovato una distinzione e uso dei pronomi io/tu/lui/lei e di una doppia serie di forme toniche e atone: io/me/mi, lui/lo.
Anche le interlingue dispongono di mezzi per il movimento referenziale del discorso, come diceva Giacalone Ramat “i mezzi per mantenere il riferimento sono sostanzialmente tre: l’anafora zero(assenza di marche esplicite), i pronomi e i sintagmi nominali(nomi propri, nomi accompagnati dall’articolo definito), in alcuni apprendenti pronomi e articoli possono essere sostituiti da elementi pragmaticamente più salienti, come i dimostrativi”.
Nella tentativo di essere più chiari, alcuni apprendenti usano la strategia del pronome soggetto esplicito.
D. Il lessico:
Il lessico delle interlingue è semplice e poco preciso.
In tutte le interlingue abbiamo notato l’uso di forme di saluto e di ringraziamento, nomi di persone e di luoghi ed “altre espressioni frequenti e comunicativamente rilevanti, di solito apprese come formule non analizzate o routine” .
Non si può dimenticare che questi alunni acquisiscono la lingua in gran parte in modo spontaneo: questo li porta sicuramente ad avere molte oscillazioni e ad usare alcune strutture in modo “automatico”
“Lo sviluppo dell’acquisizione in L2 ha inizio assegnando un’etichetta lessicale a concetti rilevanti per l’apprendente dal punto di vista comunicativo e facendo affidamento su principi pragmatici e di organizzazione del discorso” .
La trasferibilità di elementi lessicali sembra quasi inesistente per la maggiore distanza tipologica tra l’arabo e l’italiano, salvo nel caso di parole francese trasferite in arabo e modificate e di seguito trasferite in italiano. Le interferenze più rilevanti sono dal francese, quando l’apprendente ha già studiato il francese nel suo paese.
La maggiore distanza fra l’arabo e l’italiano, la maggior parte degli apprendenti sembra non essere in grado di ordinare il lessico in classi di parole.
L’arricchimento del lessico è connesso alle attività scolastiche e al tipo di contatti soprattutto di amicizia. Rilevanti nel caso dei tunisini e lo è di meno nel caso dei bambini marocchini che hanno maggiore difficoltà nel fare amicizia con i bambini italiani.
La mancata o limitata interazione con parlanti nativi provoca un ritardo nell’acquisizione di nuovi elementi lessicali.
Quando un apprendente non conosce o non ricorda una parola che gli serve, ricorre all’uso di parafrasi o di altre strategie lessicali di compensazione basate su relazioni semantiche quali la sinonimia e l’iperonimia.
In realtà l’analisi degli errori non ci porta subito a distinguere fra errori più o meno gravi, ma a riconoscere quelli sistematici e quelli non sistematici. “Gli errori sistematici sono quelli che appaiono con regolarità, o almeno con una certa misura di regolarità, gli altri sono quelli più casuali, più legati non tanto al sapere del parlante apprendente, ma alle concrete circostanze della comunicazione” . Questi ultimi errori si possono produrre quando i bambini intervistati sono maggiormente intimiditi dalla presenza della telecamera.
Un esempio di errore molto frequente nelle interviste è dire “mi piace” come risposta a domande del tipo “ti piace studiare?”, “ti piacerebbe studiare l’arabo a scuola?” o “ai tuoi genitori farebbe piacere?”. In questo caso, l’errore sistematico non è più da considerare come una deviazione, ma come la manifestazione di una regola: “la regola è il frutto dell’elaborazione creativa dell’apprendente quando entra in contatto con un input, con materiale comunicativo in L2”.
Gli apprendenti tendono a percorrere tappe di apprendimento che sono per molti aspetti simili in tutti, e per altri aspetti, invece, più individualizzati, proprio perché le varietà di apprendimento sono il frutto dello sforzo elaborativo, creativo dell’apprendente che crea un’entità diversa dalla L1 e dalla L2, chiamata interlingua. L’interlingua come varietà di apprendimento, è una varietà della lingua di arrivo, senza annullare il ruolo della lingua di origine come fonte di ipotesi e repertorio di forme a cui l’apprendente può attingere. Quindi è un sistema intermedio che mostra caratteristiche della L1 e della L2 e caratteristiche autonome.
In alcuni casi, l’apprendimento po’ passare in un processo di fossilizzazione che è un rallentamento delle regole e/o un apprendimento deviato che diventa sempre meno produttivo.
3. Bambini arabofoni di seconda generazione:
Sul tema dei bambini di seconda generazione di immigrati, Giacalone Ramat ritiene che “i problemi di identità e di integrazione sociale e culturale si intrecciano con quelli linguistici ed emergono con particolare urgenza nei punti nevralgici della scolarità e dell’insuccesso scolastico”
Un altro aspetto del problema linguistico dei bambini stranieri riguarda il mantenimento o il recupero della lingua e cultura di origine per non correre il rischio come affermava Giacalone Ramat di “una doppia marginalizzazione: da una parte non sono ben integrati nella lingua e nella cultura del paese ospite, dall’altra rischiano di perdere il contatto con la loro cultura di origine”.
Afferma Rossel, un sociologo francese che
«l’enseignement de la langue d’origine aux enfants n’a pas pour seul objectif la sauvegarde ou le maintien de cette langue, mais c’est le développement affectif, intellectuel et social de ces enfants qui è visé, grâce à cet enseignement. Les pédagogues insistent sur l’importance de ce «facteur-clé» dans l’éducation des enfants étrangers» L’insegnamento della lingua 2 non dovrebbe interferire con la cultura di origine dell’alunno straniero ma sarebbe opportuno che diventasse, anche nell’educazione linguistica,un’esperienza di educazione interculturale per lui e per tutti gli altri alunni.
Giacalone Ramat A., Italiano di stranieri, in Sobrero A.A., Introduzione all’italiano contemporaneo. La variazione e gli usi (vol. II), Roma-Bari, Laterza, 1993
Fonte :www.scuolenuoveculture.org/
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Fine articolo Arabo tutto di tutto
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Arabo
Gnawa
storia, aspetti rituali e musicali di un’antica tradizione del Marocco
scheda curata da Riccardo Damasio
cenni storici
Il termine Gnawa si fa risalire presumibilmente ad una antica deformazione delle parole Ghana o Guinea, ad indicare coloro che provenivano da quelle zone dell’Africa nera (in arabo ghinée awa, quelli della Guinea).
Con tale termine si intendono solitamente in Marocco i discendenti di antichi schiavi neri che si sono raggruppati in associazioni di tipo religioso, vere e proprie confraternite, legate, come vedremo in seguito, in forme complesse al Sufismo.
La presenza di neri in Africa del Nord è un fatto storico conosciuto fin dall’antichità: essa si sviluppa fortemente a partire dall’XI secolo quando gli scambi con “il paese dei neri”, il Sudan, secondo la terminologia araba, si fanno più numerosi e intensi.
La civiltà maghrebina è stata profondamente influenzata dall’impronta sudanese, oltre che da quella berbera, e l’Islam, introdotto nell’area a partire dall’VIII-IX secolo ha esercitato una funzione di elemento unificatore.
La storia moderna degli Gnawa ha inizio con la diaspora nera seguita, alla fine del XVI secolo al crollo dei grandi imperi del Sudan.
Nel 1591 le truppe del sultano saâdita di Marrakesh, Ahmed el Mansur, conquistano Tombuctu e conducono verso Nord oro e schiavi.
Circa un secolo più tardi è il grande sultano âlawita Moulay Isma’il a creare una potente armata, costituita pressoché integralmente di truppe di neri sudanesi, che avevano la funzione di guardie di palazzo: i membri della Guardia nera, istituzione ancora esistente, giuravano fedeltà al sultano, prendendo a testimone la raccolta canonica degli Hadith (i detti del Profeta) raccolti da Mohammed al Bokhari, da cui il nome con il quale ancor oggi sono spesso appellati di Âbid Bukhari.
E’ in quel periodo che Gnawa diviene nell’immaginario collettivo la confraternita degli “schiavi” (Âbid), ovvero i servitori di palazzo.
Bisogna per inciso far notare come la condizione dello schiavo, nell’ambiente culturale islamico, è soggetta ad uno statuto particolare. La schiavitù è legittimata, come nel mondo antico greco-romano, ma nell’Islam ha caratteristiche e toni assai meno duri: i figli degli schiavi per esempio nascono liberi e così pure la libertà è auspicata per gli schiavi convertiti, inoltre la prossimità con i centri del potere sembra aver permesso in molti casi a questi schiavi di palazzo di accedere ai gradi più alti dell’organizzazione statale.
Nell’ambiente islamico insomma la condizione dello schiavo sembra sia stata più facile di quella del suo fratello deportato verso le Americhe, o addirittura in alcuni casi persino superiore al contemporaneo “uomo libero” europeo.
In seguito alla colonizzazione franco-spagnola e in seguito all’indipendenza, la maggior parte della Guardia nera è stata licenziata dai palazzi reali e gli Gnawa hanno cercato di ritagliarsi un nuovo ruolo nella società marocchina contemporanea; tuttavia la condizione dello schiavo è rimasta a suggellare metaforicamente il portato delle concezioni religiose degli Gnawa: schiavitù è l’imprigionamento nei vincoli corporei, liberazione l’esperienza della trance e della possessione, come espansione della coscienza. Gli Gnawa sono attualmente diffusi in tutto il Marocco, e in particolare nelle grandi città del Sud: Marrakesh, innanzitutto, ma anche Meknès, Fez, Essaouira.
Gruppi analoghi agli Gnawa marocchini sono presenti in tutto il Maghreb, assumendo di volta in volta caratteristiche locali.
La cosmogonia degli Gnawa
Come tutte le confraternite del sufismo popolare, dalle quali vedremo più oltre come si differenziano, gli Gnawa si rifanno ad un “santo” fondatore, un patrono al quale fare risalire la catena mistica (silsila) che definisce la confraternita stessa (tariqa), in quanto via mistica. Questo patrono fondatore (marabut) è Sidi Bilal, un abissino, probabilmente cristiano, convertito e divenuto il primo muezzin dell’Islam. Negli hadith Sidi Bilal è ricordato in relazione al mi’raj, il viaggio attraverso i sette cieli che condusse il Profeta Mohammed alla presenza di Dio. L’ascensione fu resa possibile grazie all’invocazione la ilaha ila allah (Non c’è divinità al di fuori di Dio) lanciata da Bilal al crepuscolo: la sua voce e l’ardore della sua fede aprirono un varco nel firmamento, attraverso il quale l’arcangelo Gabriele guidò Mohammed verso il Cielo.
Bilal appare inoltre come protagonista di un mito di fondazione che si presenta sotto tre diverse versioni.
L’episodio è legato alla figura di Fatima, la figlia di Mohammed, che si era chiusa i casa e si rifiutava di aprire la sua porta: una prima versione dice che Fatima fosse malata, in preda ad una crisi nervosa, una seconda versione sostiene che si fosse rinchiusa per non sposarsi e rimanere per sempre legata a suo padre, la terza che, sposata, si fosse rinchiusa in seguito ad un litigio con suo marito ‘Ali. In tutti e tre i casi l’intervento di Bilal presenta le caratteristiche di un mito di fondazione: dopo aver indossato una tunica colorata e un berretto decorato con cauri, con in cima un pon-pon fissato alla coda di un toro nero, che ruotava muovendo la testa, Bilal impugnò i qaraqeb, grosse nacchere di ferro molto rumorose caratteristiche proprio degli Gnawa, e si recò davanti alla porta di Fatima. Qui cominciò a rotolarsi e piroettare, accompagnandosi con il suono dei qraqeb finchè Fatima incuriosita si affacciò alla porta per spiarlo. Alla vista delle clowneries di Bilal Fatima scoppiò a ridere e uscì fuori, sia che fosse guarita, o disposta finalmente a sposarsi o riconciliata col marito, secondo quale delle tre versioni si vuole accettare, comunque in grado di generare la discendenza del Profeta.
Esteriormente gli Gnawa si presentano dunque come dei nuovi Bilal e i non iniziati li scambiano con gli attori di un gioco destinato a suscitare ilarità. Il loro essere musicisti, danzatori e guaritori è strettamente collegato col mito fondativo che li contraddistingue, che consente di ricondurre in ambito islamico, almeno per via leggendaria, le pratiche rituali e le credenze di questa vasta minoranza nera in Marocco, anche se i maestri dell’ortodossia islamica rimangono molto diffidenti.
Le loro cerimonie religiose sono pubbliche, ma il loro senso profondo rimane oscuro ai non iniziati che non riescono ad andare oltre le parole e i gesti che non sono invece che allusioni ad una dimensione ulteriore comprensibile solo agli iniziati. La cerimonia principale degli Gnawa è la derdeba, una lunga liturgia che ha luogo di notte. Tale liturgia i cui gesti, i canti, le danze, i profumi e i colori simbolizzano le tappe della creazione è accompagnata da sacrifici che rinnovano la virtù del sacrificio primordiale il quale diede al mondo il movimento e la vita. Per comprendere appieno il significato della derdeba, bisogna sempre tenere presente che l’insieme dei sacrifici, delle danze, della musica e delle invocazioni, rievoca e ripete la nascita del nostro universo a partire da un autosacrificio divino.
Non si tratta di una rappresentazione sacra quanto di una vera e propria riattualizzazione del momento creatore iniziale. Tutta la creazione si effettua in un solo e medesimo istante ed è già da subito completa. La durata, il tempo e lo spazio sono pure illusioni dei nostri sensi.
Quando si effettua il rituale che ripete la nascita del mondo nell’unità temporale di Dio, esso è la partecipazione medesima all’evento primordiale. Partecipare alla derdeba per l’iniziato vuol dire mettersi in comunione con l’ordine cosmico. “E’ per questo che guardare questi culti di possessione fissando unicamente l’attenzione sui loro effetti terapeutici o sulle loro implicazioni psicologiche, economiche e sociali o ancora sui loro innegabili effetti estetici sarebbe svuotare le cerimonie del loro contenuto, del loro significato, della loro vita. Sarebbe come studiare una messa senza tener conto della presenza di cristo nell’eucarestia” .
Seguiamo lo straordinario studio di V. Pâques sulla cosmologia degli Gnawa per riassumere in breve la complessa, e in molti casi oscura, mitologia soggiacente alla derdeba.
Le due metafore attraverso le quali seguiamo le fasi della cosmogonia nel rito sono quelle del fabbro e del chicco d’orzo: l’uomo è come il ferro e subisce tutte le vicissitudini del metallo, che attraverso sacrifici e raffinamenti si trasforma, l’uomo è come il chicco d’orzo che dopo essere germogliato grazie alla pioggia e maturato, viene raccolto dalla terra, battuto, cotto e diventa nutrimento universale.
“Per gli Gnawa, la Creazione si è sviluppata a partire da Dio, da cui tutto è partito, in dieci tappe successive e tuttavia simultanee.
Prima tappa. Dio, un Dio androgino, è rinchiuso in se stesso, segreto, pieno di tutti i semi dell’Universo e di tutto il nutrimento, come un ventre di donna e un sesso di uomo al centro del mondo.
Seconda tappa. Dio fa uscire dalla parte inferiore del suo sesso maschile l’Oceano, come un’urina amara che cade a sud. L’Oceano è come un serpente arrotolato che separa il mondo finito da quello infinito. E’ come una prima terra, come uno specchio: è il vuoto. Su di lui tutto discende e risale in seguito per riflesso perché tutto ciò che è in Basso è come ciò che è in Alto.
Dio sgozza poi la parte alta del suo sesso maschile, simbolizzata dal caprone; ne esce l’anima (ruah) e il soffio o spirito (nefs) che sono l’ acqua e il fuoco mischiati al sangue. Questa onda va a cadere sull’Oceano, a Sud. Il soffio, che è come fuoco, cadendo sull’oceano fa salire una leggera nebbiolina verso Est (considerato come in basso rispetto a Sud) vale a dire verso ciò che rappresenta il sesso femminile di Dio. Questo sesso è simbolizzato dalla vacca sterile che non ha mai generato. Il suo posto nell’universo sarà più tardi segnato dalla stella Aldebaran. Dal sesso esce la mano destra. Essa esce senza nascita direttamente da Dio, come Eva esce da Adamo. Questa mano è costituita da tre elementi: la dunya (l’Universo, la Terra), la Montagna (il Firmamento) e le piccole meshbuah (su cui torneremo più avanti). Per semplificare si potrebbe dire che la mano destra è costituita da Terra, Cielo e Soffio. Ma l’insieme forma una terra ancora sterile.
Terza tappa. La mano accende il fuoco (ovvero il soffio simbolizzato dal latte) il quale a contatto con l’acqua interiore (l’anima, il liquido seminale) con un gesto masturbatorio fa uscire dalla Montagna lo xmam (la nebbia, le nuvole nere cariche di pioggia). Lo xmam cade a Sud sull’Oceano, e diventa la gaba, la foresta selvaggia o ancora il coltello d’acciaio, misto di acqua e fuoco (le nuvole e i lampi).
Quarta tappa. E’ il grande sacrificio e la frammentazione, l’esplosione del Dio-sesso. Ogni parte risultante da questa frammentazione dà origine a differenti fenomeni, ognuno dei quali a sua volta è legato ad un particolare elemento simbolico. La mano è la Croce del Sud, La Montagna genera la foresta, il grande soffio delle meshbuah, genera la via lattea, le cui stelle costituiscono la massa di materiale che il fabbro lavora sulla terra-incudine. Le grandi meshbuah cadono a sud, il punto in cui tutto va a morire, la loro morte è tuttavia fecondante.
L’insieme formato dalla sovrapposizione e interpenetrazione dell’Oceano, della foresta, della dunya, della Montagna e del soffio fecondante, formano la mano del sud, l’Axira, la terra dell’al di là.
Quinta tappa. Dopo aver fecondato la foresta, la mano la accende dal basso, con il fuoco della conoscenza. Una gran parte delle grandi meshbuah cadute a sud risalgono verso Aldebaran, tagliano in due il cielo-ventre e ne fanno uscire il cordone ombelicale, le Pleiadi, le quali a loro volta salgono verso il polo nord e lanciano nel cielo il soffio fecondante della preghiera iniziale, la professione di fede, il lam-alif.
Sesta tappa. La foresta sale verso il cielo-ventre e diviene l’albero del limite, la Jojoba, di cui parla il Corano (sedrat el muntaha); là andrà a posizionarsi Orione.
Settima tappa. La mano fa uscire dal suo essere la Montagna che diventa visibile mentre la Cintura di Orione sale verso sedrat el muntaha, penetra nel Cielo-ventre e diventa la costellazione di Orione, circondato dalla Jojoba celeste. In tal modo, tutta la costellazione di Orione è un insieme creato dalla ascesa, dopo la loro stessa morte delle grandi meshbuah, dalla mano-dunya che ha dato nascita a Bellatrix, Bételgeuse, Rigel e Saiph.
Tutto questo insieme costituisce la nuova Terra-Universo, la nuova dunya, in rapporto alla prima Terra dell’al di là, l’axira. Questa è la nuova mano destra che in rapporto alla prima diventa la mano sinistra simmetrica, sempre per lo stesso effetto specchio. Le due mani diventano le due spose di Aldebaran da cui erano uscite le grandi e le piccole meshbuah, il soffio, il latte.
Ottava tappa. La penetrazione di questa nuova mano destra e la sua unione cion il Cielo-ventre che contiene l’acqua-sperma della ruah, dell’anima, fa nascere la stella fajar, la stella dell’alba, che è la nuova Venere dell’est (qibla).
Nona tappa. Sotto il potere del soffio della mesbua si produce allora a partiere da Sud un grande movimento ascensionale: L’Oceano sale alla foresta, che sale alla dunya, terra-incudine che sale alla montagna, che sale alla qibla e così via via fino all’albero del limite, sedrat al muntaha.
Decima tappa. Prima di morire Sirio lancia il suo fuoco che diventa il Sole, o piuttosto il sistema solare, nel quale si trovano riuniti i tre elementi che dall’inizio della creazione e dall’esplosione di Dio circolano attraverso tutto l’Universo: l’acqua, il latte e il sangue. Grazie all’unione e all’autofecondazione dei tre principi derivati dall’autosacrificio divino, l’Universo a potuto e può manifestarsi.”
Il rito di possessione degli Gnawa: la derdeba
Il rito coreutico-musicale degli Gnawa, che sfocia nel fenomeno della trance e della possessione, è stato di recente oggetto di svariati studi che lo hanno analizzato sotto diversi aspetti.
Innanzitutto l’aspetto religioso, che affonda le sue radici da un lato in una complessa concezione cosmogonica, che l’opera di Viviana Pâques ha mostrato provenire da una antica fonte africana, dall’altro nel sufismo nord africano, già di per sé fortemente in odore di eresia rispetto all’ortodossia islamica. Spesso si è parlato di sincretismo per definire sbrigativamente il sistema di conoscenza degli Gnawa, ma un’analisi più attenta rivela sia i punti di contatto che le differenze profonde tra tale sistema e l’islam anche nella sua componente mistica. In secondo luogo è stato molto studiato il complesso sistema di danze e di musiche che formano il rito stesso: da parte degli etnomusicologi sono state scandagliate con attenzione le forme e le strutture della musica degli Gnawa, gli strumenti, i testi dei loro canti, i passi delle danze. E’ sempre tuttavia parso impossibile comprendere alcunché di tutto il complesso apparato senza rifarsi costantemente e puntualmente alla cosmogonia di cui si è parlato in precedenza.
La musica e le danze gnawi, svincolate dal contesto rituale in cui si collocano risultano quasi incomprensibili: è anche per questo che nella percezione comune in Marocco gli Gnawa sono spesso associati semplicemente all’intrattenimento spettacolare di piazza, alla clownerie, alla musica d’occasione per le feste di matrimonio o di nascita (ed è così che prevalentemente trovano d’altronde sostentamento).
L’ultimo aspetto rilevante è inoltre il carattere terapeutico del rito di possessione gnawi, che lo accomuna ad altre pratiche diffuse nel bacino del Mediterraneo, in particolar modo al rito della taranta; tuttavia la mentalità occidentale ha letto spesso riduttivamente anche questo aspetto, limitandosi a studiare gli effetti della musica e della danza sull’induzione della trance o gli aspetti medico-psichiatrici di un rito che rimane essenzialmente religioso e che diventa terapeutico solo in quanto religioso. L’opera di Viviana Pâques segna uno spartiacque decisivo nella comprensione del complesso universo gnawi.
Uno dei suoi meriti maggiori consiste nell’aver chiaramente messo in luce come tutti gli aspetti sopra descritti si tengano insieme strettamente e come tuttavia l’aspetto religioso, e in particolar modo cosmogonico, ne rappresentino il centro interpretativo essenziale.
Scrive Viviana Pâques: “Seguire la via della derdeba è ricondurre la propria persona nell’ordine cosmico, grazie al gioco di corrispondenze tra concetti, suoni, preghiere, profumi, gesti e ritmi, quale che sia il livello d’intellettualizzazione dell’individuo. Tutti gli adepti afferrano il senso di queste corrispondenze, vi si abbandonano e se ne lasciano penetrare.
A seconda del grado di abbandono, l’individuo arriva a quella che viene chiamata possessione, che è un rimettere in ordine tutti i suoi principi costitutivi, fisici, mentali o spirituali, cosa che può avere come risultato delle guarigioni spettacolari.”
L’aspetto musicale, estetico, e terapeutico sono, come si può dedurre facilmente da queste poche righe, ricondotti in secondo piano rispetto al centro spirituale e religioso del rituale.
La manifestazione del sacro e gli eventuali exploits terapeutici hanno luogo nel corso di un rituale dalle forti connotazioni estetiche, basato su forme di comunicazione non linguistica (gesto, odore, colore, musica, danza); la percezione dei partecipanti è orientata in una dimensione non esclusivamente visiva, ma anche, e soprattutto, uditiva, olfattiva, tattile. Il rituale si configura come una performance che instaura tra i partecipanti il senso della comunità e della realtà (o dell'allucinazione) condivisa, un'esperienza collettiva del caos che ha luogo attraverso un'attività estetica, non produttiva, uno "spreco energetico" simile al gioco o al teatro.
Per quanto se ne sa, una vera derdeba, eseguita nel corso di sette giorni e sette notti consecutive, non si celebra in Marocco da più di vent'anni.
Una forma ridotta della derdeba, della durata di tre giorni e tre notti, è chiamata grande lila.
Più comunemente, a causa dei cambiamenti di ritmi di vita e di lavoro prodotti dalla modernizzazione, il rituale viene celebrato nel corso di un solo giorno e di una sola notte e in questo caso è chiamato lila (notte appunto in arabo), mettendo l'accento sull'aspetto femminile e misterioso della notte.
La derdeba, o la lila, può essere organizzata o dagli Gnawa stessi in uno dei loro santuari, e ciò avviene almeno due volte l’anno, il 15 del mese di shaabane e 7 giorni dopo la festa di moulud, oppure in seguito alla richiesta di committenti privati (in questo caso con fini purificatori e terapeutici).
La festa comincia con un sacrificio di sangue, quello del capro; si chiama tanga o dbiha e corrisponde alla purificazione dei grani dell’orzo, di cui l’uomo è l’immagine. Questo sacrificio riproduce il primo sacrificio, quello del sesso che dio si è tagliato da solo e da cui è scaturita la sua mano, che ha generato la sua anima, il soffio e il sangue, raffigurati rispettivamente dall’acqua di fiori d’arancio, dal braciere dove brucia l’incenso, e dai datteri; il sangue che cola è come il mestruo sterile di Dio.
Tre giorni più tardi ha luogo il sacrificio grande: al tramonto una vacca sterile viene sgozzata e smembrata; da lei scaturisce l’Universo intero.
Il primo sangue, misto di acqua e latte, d’anima e di soffio, è bevuto dalla sacerdotessa, mogadma, che presiede alla confraternita, conduce il rituale insieme al mo’allem e guida le donne .
Questo momento rappresentala prima unione con la divinità. Il sangue nutre anche gli strumenti musicali, il guimbri e le qarqab, su cui ci soffermeremo più avanti nel dettaglio.
Bisogna ricordare che nel mondo islamico tutte le uccisioni di animali sono ritualizzate e ripetono il sacrificio di Abele e di Abramo: anche nei mattatoi delle grandi città ogni capo di bestiame è ucciso in modo ritualizzato e "personalizzato", è lavato, incensato, rivolto verso la Qibla (la direzione della Mecca) e sgozzato secondo il modo e le formule prescritte.
Nella dbiha degli gnawa il sacrificatore è un membro della confraternita, vestito per l'occasione con una tunica rossa. Il sacrificante è la persona che ha richiesto e organizzato la lila, che può essere un maestro della confraternita se la lila è organizzata nell'ambito delle pratiche periodiche della confraternita, ma anche un privato se la lila è organizzata su richiesta, spesso per fini terapeutici.
Nel corso della dbiha gli gnawa eseguono le parti appropriate del repertorio musicale, cambiando bruscamente il ritmo quando la vittima viene sacrificata.
La persona che offre la lila siede davanti ai musicisti, coperta da veli colorati; l'animale viene fatto girare per tre volte intorno al sacrificante e accostato per tre volte al suo corpo; tutti i presenti sono avvolti nel fumo del jawi (benzoino) e tutti ricevono l'offerta tradizionale dell'ospitalità: datteri, latte, acqua profumata ai fiori d'arancio, simbolo del corpo, dell'anima e dello spirito.
Anche gli strumenti musicali vengono "nutriti" da queste tre sostanze.
Poi, con il coltello bagnato di sangue il sacrificatore tocca le gambe, le braccia e la fronte del sacrificante e tutti gli strumenti degli Gnawa.
A questo punto la notte può cominciare.
Al calar della sera gli Gnawa si riuniscono nell'abitazione che ospita la lila, coni loro strumenti musicali: il guimbrì (un grande liuto-tamburo basso), due t'bola (grandi tamburi a doppia membrana) e i qarqab (nacchere di ferro).
I musicisti sono vestiti con lunghe tuniche colorate e indossano cinture a bandoliera e berretti decorati con cauri.
Inizia allora la Yugba, piccola festa serale, celebrata per rinfrancarsi delle fatiche della giornata, secondo antiche usanze del Sudan.
L'atmosfera è quella di un intrattenimento festoso e disimpegnato: vengono serviti pasticcini e tè alla menta e i presenti possono conversare e fumare.
Dal punto di vista della cosmologia che abbiamo innanzi descritto questa parte rappresenta il momento in cui cade la pioggia dal sesso divino, rappresentato dal guimbri.
I cantori battono le mani per aiutare il guimbri a fare uscire l’acqua dell’anima: vengono eseguiti canti in memoria dei "fratelli" africani, i popoli da cui provengono prevalentemente gli Gnawa, ovvero Bambara, Haussa, Peuls.
Pur trattandosi di un momento festoso e rilassato, la musica, i testi e lo stesso pasto sacrificale che viene servito al termine di questo primo momento musicale rimandano ad un rito funebre, in onore del sacrificato.
Al termine della yugba, dopo che tutti gli invitati sono arrivati e hanno preso posto gli Gnawa eseguono musiche e danze dedicate ai neghshà (gli Ebrei), chiamati anche Setiyn, coloro che festeggiano il Sabato.
Ai presenti è richiesta una maggiore partecipazione e da questo momento in poi non si può bere, fumare o chiacchierare.
Ha inizio così la trance codificata, i cantori accompagnano il guimbri con i qarqab; si tratta di un aiuto per fare uscire da lui stesso il fuoco, far bollire l’acqua, farla salire.
I due momenti della yugba e della neghshà hanno prodotto la tempesta e con essa il ferro del sacrificio che sgozzerà la divinità.
La terza parte del rito è denominata ‘adat e rappresenta il momento della grande onda fecondante: i tamburi e i qarqab escono all’aperto.
Questo momento rappresenta l’apertura dello spazio, dove attraverso il sacrificio tutto è fecondato. E’ il momento che rappresenta sia la raccolta che la trebbiatura. I due tamburi, il grande e il piccolo costituiscono una entità unica assimilabile al Fabbro cosmico e al suo sesso. Nell’interpretazione cosmogonia del rito che fa V. Pâques “egli è lo sposo. E’ il legno nato dalla mescolanza dell’acqua e del fuoco caduto nell’Oceano: E’ lo spazio, che era dritto, ma è stato curvato come il legno del tamburo per rombare con un rumore di tuono… I tamburi aprono la parte bassa del cosmo, introducono i cibi rituali, fecondano la terra e muoiono. Essi entrano portando con se tutti gli alimenti, l’acqua, il latte, il sangue, l’anima, lo spirito. Dopo la loro morte essi diventano il morto-vivente, il guimbri, e non vengono più utilizzati per tutto il rituale.”
A questo punto inizia il viaggio ciclico tra la vita e la morte, l’operazione che fa passare l’adepto attraverso i sette colori:
- il bianco: Dio-Universo;
- il nero: la foresta, che diventa tempesta e coltello sacrificale;
- l’insieme dei colori, l’arcobaleno: la terra mischiata al cielo e al soffio;
- il blu: le acque scure del mare e chiare del cielo. E’ l’onda della Via lattea che scende e che sale. Sono le acque del parto e del liquido seminale.
- il rosso: tutto il sangue , quello della deflorazione, del parto, del taglio del cordone ombelicale e della circoncisione;
- il verde: il legno, il morto-vivente;
- il nero: il legno bruciato nell’incendio cosmico;
- il bianco: il velo d’acqua che discende sulla terra, per vivificarla e farne una terra di resurrezione;
- il giallo: la nostra nuova terra, il sole e l’anima.
Danzando tutte le sette tappe, l’iniziato, il morto-vivente ha subito lo sgozzamento, ha frammentato il proprio essere, poi lo ha rimesso insieme dando vita ad un uomo nuovo, purificato come l’oro del Sole.
Rivivendo e ripercorrendo questi momenti della creazione egli ha rimesso in ordine tutte le parti del suo essere legate a tutte le parti del Dio-Universo, ristabilendole nella loro unità come il contadino raccoglie in un’unica spiga il grano raccolto.
Ciascuna anima appartiene ad un archetipo, ad un antenato, dal quale deriva come la spiga dal grano d’orzo che le ha dato vita.
Ciascuno archetipo, o genio, simbolizzato da un colore, si situa in preciso posto del corpo del Dio-Universo e presiede a tutta una serie di categorie di esseri, dalle stelle del firmamento agli animali, ai vegetali e naturalmente agli uomini.
Secondo V. Pâques, quindi, “danzare una derdeba significa non soltanto essere posseduti dal proprio genio, ma ugualmente essere capace di accogliere l’insieme di tutti i geni, in modo da riunificare l’universo frammentato dal sacrificio primordiale e identificarsi con Dio nel suo atto creatore originario. Infatti senza il sacrificio originario, che ha aperto il corpo divino, maschio e femmina, niente si sarebbe manifestato, tutto sarebbe rimasto nel segreto intimo del corpo chiuso.
Bisogna che il melograno sia aperto perché appaia con il sangue la moltitudine dei grani.”
Aspetti musicali del rito gnawa
A seguito delle profonde considerazioni che hanno guidato la ricerca di V. Pâques e che le hanno permesso di rileggere tutto il rituale della derdeba in funzione della cosmogonia degli Gnawa, appare riduttivo soffermarsi solo sugli aspetti musicale ed estetici, che pure sono presenti in forte misura.
Sono questi, in effetti, insieme alle valenze terapeutiche della derdeba, gli aspetti che più hanno interessato e affascinato il mondo occidentale.
La lettura degli aspetti musicali del rito Gnawa non può evidentemente prescindere dal loro significato all’interno della cosmologia descritta; è solo una deformazione etnocentrica quella che ci permette di sganciare la musica e la danza dal resto del contesto.
E’ difficile che un Gnawa sappia render conto della propria musica, per non dire delle parole o dei gesti danzati, in termini di astrazione razionale: la musica è solo un atto, mai un pensiero.
La stessa Pâques dice di quanto avesse avuto difficoltà persino a comprendere il significato dei testi cantati, fino a quando non le era apparso chiaro che il significato non stava nei testi, ma nel modo in cui essi venivano presentati, in come si inserivano nel contesto del rito, in come servivano da codice di riconoscimento per momenti diversi dell’azione rituale.
Solo il nostro orecchio pretende di percepire come slegate queste parti, quando esse traggono senso reciprocamente dentro alla struttura del discorso rituale.
E’ per questo che i riti Gnawa non sono mai stati segreti: in verità solo gli iniziati possono riconoscere i legami che tengono insieme le parti, attraverso un insieme complessissimo di rimandi e di segnali; per gli altri si tratta solo di musica, o di danza.
Tuttavia, almeno per la nostra forma mentis, è necessario provare ad analizzare e a vedere più da vicino come sono fatti gli elementi musicali della derdeba e provare a collegarli con le osservazioni fatte più sopra.
Ritorniamo per un momento alla descrizione della derdeba per soffermarci sugli aspetti più tecnico-musicali.
Innanzitutto gli strumenti.
Pochi, ma tutti estremamente interessanti gli strumenti usati dagli Gnawa.
Innanzitutto il guimbri, strumento antichissimo e senz’altro diffuso in tutta l’Africa occidentale, sotto nomi e fogge diverse.
Si tratta di una chitarra-tamburo, così denominata per la sua duplice veste di strumento a corda e a percussione; la cassa armonica è infatti ricavata da un unico pezzo di legno, scavato e ricoperto con pelle di dromedario.
Monta tre grosse corde di budello di sonorità grave,accordate a intervalli di quarta e quinta, messe in tensione per mezzo di legacci di cuoio e pizzicate senza plettro; la corda centrale, pizzicata sempre a vuoto, ha funzione di bordone acuto.
I materiali utilizzati per la sua costruzione, come si può facilmente capire, hanno una forte valenza simbolica e rituale: i legni utilizzati, come anche quelli utilizzati per la costruzione del telaio e delle bacchette del t’bel, il tamburo principale (albero di giuggiolo, di fico e di olivo) rappresentano la triplice divisione dell’albero cosmico, simbolo della vita.
Nel corso della fase rituale della derdeba sulla sommità del manico del guimbri viene inserito un sistro metallico (sersera): lo strumento assume così una connotazione ancor più fortemente antropomorfa.
La sersera è la testa, il manico il collo, la casa è il corpo del morto-vivente, il demiurgo che regola i ritmi dell’universo e la circolazione dell’energia e delle entità spirituali. Il tintinnio degli anelli metallici della sersera è il timbro della sua voce; il suono delle tre corde di budello sono le sue parole; il gioco percussivo sulla pelle di dromedario che ricopre la cassa scandisce il ritmo e i movimenti della danza cosmica dell’energia.
Durante la derdeba il guimbri non esce dalla casa e viene custodito dal ma’allem che ne è anche l’unico suonatore autorizzato.
Le qaraqeb (sing. qraqeb) sono delle particolarissime nacchere o castagnette, diventate il simbolo per eccellenza degli gnawa, che non se ne separano mai, anche nei giri tradizionali di questua.
Sono castagnette di ferro, suonate per scuotimento reciproco, particolarmente rumorose.
Con i qaraqeb gli Gnawa accompagnano e si accompagnano in tutti i movimenti danzati.
Il ritmo ambivalente tra ternario e binario, che caratterizza molti modelli ritmici gnawa, sembra uno dei più importanti elementi induttori di trance.
I qaraqeb e i t’bola (sing. t’bel) sono i protagonisti del corteo rituale che prelude all’inizio della vera e propria derdeba.
I tbola sono grossi tamburi bipelli, a cassa circolare, portati a tracolla con una bandoliera, spesso riccamente decorata con cauri.
Si è già visto come il tamburo abbia valenze rituali enormi, né questo può stupire in un rito di provenienza centrafricana.
Le mani stesse sono spesso usate in funzione strumentale e questa è una caratteristica di molta musica tradizionale marocchina ( e si pensi l’influenza di ciò sulla musica spagnola): in particolar modo nella zona di Marrakesh esistono intere sezioni ritmiche unicamente basate su un uso assai raffinato del battito di mani, con tutte le sfumature anche timbriche che da esso si possono ottenere.
Dal punto di vista tecnico-musicale gli elementi salienti della derdeba sono di ordine melodico e ritmico.
Le cellule ritmiche che il ma’allem scandisce con il guimbri all’inizio di ogni sezione della lila diventano, per la duplice e sempre ambivalente veste del guimbri, tamburo e chitarra contemporaneamente, la matrice delle melodie che vengono cantate e che introducono le varie sezioni del rito.
Nel corso del rituale, che come si è visto è rigidamente codificato, la variazione su queste cellule genera quelle che in gergo a noi abituale potremmo definire delle suites di canti.
Si è precedentemente notato come queste cellule ritmico-melodiche servano come segnali per il riconoscimento, da parte degli adepti delle entità spirituali evocate durante il rito.
Ogni suite è infatti associata ad un melk, letteralmente un re, un archetipo, al quale sono associati anche un colore e un profumo, in una fortissima tensione sinestesia.
La musica del guimbri e il canto, quindi, assumono la duplice veste di segnale della presenza delle entità soprannaturali e di loro richiamo.
Al guimbri vanno inoltre associati sempre i qarqaba, che ostinatamente eseguono un ritmo costantemente in bilico tra la pulsazione binaria e quella ternaria.
Tutti questi fattori di tipo musicale (la ripetizione ostinata, il forte volume sonoro, l’ambivalenza ritmica) portano inevitabilmente a favorire lo scatenarsi della trance.
Tuttavia gli aspetti musicali da soli non sono sufficienti a dar conto di questo fenomeno così complesso: vanno infatti sempre ben tenuti in considerazione gli aspetti di coinvolgimento corporeo che la musica comporta, le forti valenze sinestesiche, che possono provocare stati dela coscienza fortemente alterati e soprattutto l’aspetto mistico-religioso che dà senso a tutto l’insieme del rito.
Considerazioni su Gnawa e Islam
Si possono definire gli Gnawa propriamente musulmani?
A interrogarli la risposta è sempre chiara e certa: sì, inequivocabilmente.
Essi si sentono a pieno titolo musulmani e rivendicano l’appartenenza ai movimenti sufi dell’Islam maghrebino.
L’analisi critica del i loro riti e delle loro credenze, tuttavia, non possono che far sorgere dei forti dubbi in una mente educata allo scetticismo e al razionalismo occidentale.
Spesso gli Gnawa vengono classificati come una delle forme che il sufismo popolare ha preso nell’area maghrebina e in particolare in Marocco.
Numerosi studiosi hanno tuttavia tentato di fare emergere le differenze tra il sufismo popolare marocchino e i riti e le credenze gnawa.
Innanzitutto mentre il sufismo, pur con posizioni spesso al limite dell’eresia, è sorto e si è sviluppato all’interno dell’Islam, l’universo gnawa deriva in maniera evidentissima dalle pratiche animistiche dell’Africa centrale.
Lo stesso termine confraternita, che per assimilazione con la terminologia del sufismo, viene utilizzata anche per definire gli Gnawa, è in realtà fuorviante. Le confraternite sufi si rifanno tutte, infatti, ad un santo fondatore, che ne ha definito il metodo spirituale, la via mistica, e le forme di organizzazione interna. Per gli Gnawa il fondatore mitico Sidi Bilal si presenta piuttosto con le caratteristiche dell’antenato, più che del fondatore, è la guida, l’esempio, piuttosto che non il primo Gnawa.
L’Islam inoltre sembra aver sovrapposto gli antichi riti Africani degli Gnawa lentamente, non si è trattato in sostanza di una conversione, ma piuttosto di una assimilazione.
Lo stesso rapporto mistico che gli Gnawa tengono con le entità che evocano nel loro rito differisce dalle pratiche di transe estatica del sufismo: non si tratta di una ascesi, di una progressiva ascensione nel dominio del soprannaturale, ma di forme di possessione, di convivenza con le entità richiamate; non si tratta mai di esorcizzare il demone, di scacciare lo spirito, come in molte pratiche esorcistiche del sufismo, ma altresì di convivere e di allearsi con esso.
Non stupisce che spesso le autorità dell’ortodossia islamica abbiano guardato con occhio diffidente le pratiche e le credenze degli Gnawa, che si situano in un territorio di difficile collocazione teologica, dove oltre alla componente animista africana possiamo ritrovare tracce evidenti anche delle influenze ebraiche e cristiane.
Tutta questa intricata questione rimane ancora da studiare e da approfondire meglio.
nota bibliografica
Baldassarre A., Il rito musicale dei Gnawa del Marocco, in “Musica,rito e aspetti terapeutici nella cultura mediterranea”, a cura di D. Ferrari DeNigris, Erga, Genova 1997
Gabrieli F., Il medioevo arabo e islamico dell'Africa del Nord: il Maghreb, Jaca book, Milano 1991
Guigheney P., La storia di Bilal, Sensibili alle foglie, Roma, 1992
Lapassade G., Stati modificati e transe, Sensibili alle foglie, Roma 1993
Merriam A.P., Antropologia della musica, Sellerio, Palermo 1983
Pâques V., La religion des esclaves, Moretti e Vitali, Bergamo 1991
Pâques V., L’arbre cosmique dans la pensée populaire et dans la vie quotidienne du nord-ouest africain, Institut d’ethnologie, Musée de l’homme, Paris 1964
Rouget G., Musica e trance, Einuadi, Torino 1985
storie
le storie del mondo arabo scelte dal laboratorio migrazioni
il tema del viaggio fa da filo conduttore nelle storie scelte dal laboratorio migrazioni come porta d’ingresso nel mondo arabo
partenze, avventure, emozioni, incontri e scontri parlano ai bambini e ai ragazzi di un mondo fantastico e nello stesso tempo vicino alla loro realtà di giovani viaggiatori
i viaggi di sindibad il marinaio
da le mille e una notte
i viaggi di ibn battuta
viaggiatore marocchino del secolo XIV
1. i viaggi di sindibad il marinaio
le mille e una notte
Le mille e una notte sono una raccolta anonima di novelle arabe. Su un antico fondo indo-persiano, di cui fa parte la storia-cornice, si sono mano a mano aggiunte altre narrazioni, di fantasia o a sfondo storico, relative a Baghdad e all'Egitto, specie mammalucco, con elementi giudaici, bizantini, mesopotamici ecc. Successivamente ancora furono introdotte grosse storie, dapprima indipendenti, quali i cicli dei due Sindibad e Alì Babà. Nel secolo XV si ritiene sia stata messa per iscritto la redazione definitiva che conosciamo, diffusasi gradualmente in Europa tra il sec. XVIII e il XIX.
La storia-cornice, da cui si dipartono e si svolgono gli altri racconti, spesso inserendosi come scatole cinesi gli uni negli altri, ci presenta il re di Persia Shahriar, che dopo aver scoperto i tradimenti della moglie, della cognata e di altre presunte fedeli spose, si convince dell'inevitabile malafede delle donne e decide di sposare ogni giorno una ragazza per metterla a morte il mattino seguente.
A por termine alla tragica sequenza si offre la figlia del visir, Shahrazad, che, sposa del re, riesce a fargli rinviare la propria esecuzione interrompendo sul far del giorno un racconto di cui l'incuriosito sovrano vuole udire la conclusione. La saggia ragazza agisce in tal modo per mille e una notte, collegando fra loro storie sempre nuove. Quando essa è divenuta ormai madre di tre figli, il re, affezionatosi a lei e convinto della sua onestà, le concede infine la grazia tenendola con sé.
Fra i racconti di Shahrazad si possono individuare quelli appartenenti al fondo indo-iranico, quali il mercante e il genio , il pescatore e il genio, il re Yunan e il savio Ruyan, il gobbo, Ardashir e Hayat an- Nafus.
Al gruppo iracheno appartengono le storie del califfo Harun Ar- Rashid con il suo visir Giaafar il barmecide, la guardia e giustiziere Masrur ed il poeta di corte Abu Nuwas, tutti personaggi storici.
Infine, il gruppo più numeroso è rappresentato dalle novelle cosiddette egiziane, cui appartengono le realistiche avventure di Shams ed-Din e Nur ed-Din, di Abu Gir e Abu Sir, dei due Abdallah di terra e di mare, di Ali Zaybaq e Dalila, ecc.
Vi sono poi i romanzi e i cicli di racconti in origine indipendenti, quali il lungo Omar An-numa e i suoi figli, che ci riporta alle guerre tra musulmani, bizantini e crociati; i cicli dei due Sindbad, l'uno marinaio, l'altro saggio visir; la storia di Alì Babà e quella di Aladino e la sua lampada.
motivi della scelta dei viaggi di sindibad per percorsi di educazione interculturale
Mi ricordo che, da bambina, durante il mese di ramadan, ogni sera la radio trasmetteva una storia dalle mille e una notte. Tutti le ascoltavano e per noi bambini erano un momento magico.
il racconto di Lucy Ladikoff, docente di lingua e letteratura araba alla facoltà di lingue dell’università di Genova, introduce un elemento chiave nella scelta di presentare il mondo arabo ai bambini a partire da Le mille e una notte.
Altri testi sono possibili: le fiabe tradizionali, le famose storie di Giohà, il libro di Kalila e Dimna, ma la scelta de Le mille e una notte è dovuta a due fattori principali.
innanzitutto si tratta di un patrimonio, che pur non proveniendo interamente dalla cultura araba è presente nell’immaginario collettivo di tutti i popoli di lingua araba come un riferimento continuo, al punto di diventare strumento di lettura simbolico anche della realtà attuale.
in secondo luogo si tratta di storie dal valore e dalle tematiche universali, che permettono a tutti i bambini un coinvolgimento e un’identificazione nei personaggi che altri testi non consentono.
Nel vasto panorama di storie presenti ne Le mille e una notte è stata scelta la storia dei viaggi di Sindibad il marinaio che sono uno straordinario repertorio di avventure, incontri, luoghi e personaggi, con i quali i bambini possono compiere un vero e proprio viaggio di formazione personale.
Il ricco mercante Sindibad narra al povero Sindibad il facchino, assillato dal bisogno quotidiano, sette avventure di viaggio, dimostrandogli come ogni volta egli abbia saputo, con la propria tenacia e con l'aiuto della buona sorte, risollevarsi dai rovesci della fortuna. Alla fine di ogni avventura il mercante regala al povero una somma di cento denari.
Nel corso dei suoi sette viaggi il marinaio Sindibad passa attraverso numerose avventure e pericoli, scoperte e incontri, gioie e paure, travestimenti e svelamenti.
L’identità di Sindibad si forma attraverso tutto ciò e si manifesta in mille sfaccettature: ricco erede e naufrago, amico di re e potenti e prigioniero, vedovo e poi sposo felice, per poi tornare sempre alla sua condizione universale di viandante.
Ne I viaggi di Sindibad il marinaio il valore di testimonianza di una cultura si accompagna alla ricchezza delle situazioni emotive e permette ai bambini di avvicinarsi alla cultura araba con la partecipazione di tutta la loro personalità.
temi specifici per il lavoro con i bambini e i ragazzi
il viaggio
la partenza, l’avventura, gli incontri e gli scontri, la solitudine e l’amicizia, la paura e la curiosità, la fame e la ricchezza, la morte e la speranza.
l’ospitalità
l’ospitalità tradizionale del mondo arabo-islamico
l’ospitalità oggi
la città
la vita e le relazioni
le architetture e l’arte
luoghi: il suq, il palazzo, il giardino, la strada, l’hammam, la moschea
la città nella tradizione e nella modernità
Baghdad tra finzione, storia e attualità
il lavoro
il lavoro come dannazione e come riscatto
ricchezza e povertà
la religione
presenza costante della cultura religiosa nel testo letterario
elementi di conoscenza dell’islam: stereotipi e pregiudizi
islam e mondo attuale
raccontare e raccontarsi
Sindibad il facchino è fatalista e rassegnato ad un destino di povertà e sofferenza e si affida ad un disegno divino che non capisce.
La sua figura serve da sfondo al personaggio di Sindibad il marinaio, tutto proteso verso la realizzazione di sé nel mondo.
Sindibad il marinaio è insaziabilmente curioso, addirittura avido, di conoscenza e di ricchezze, instancabile.
Dopo una gioventù nella quale sembra aver bruciato tutto ciò che gli era capitato in sorte dalla nascita, il suo è un percorso di formazione, un viaggio iniziatico verso la saggezza.
Solo raccontando la sua storia al giovane facchino, che non casualmente porta il suo stesso nome, il vecchio Sindibad rilegge la sua vita e le assegna un senso.
I bambini entrano nella storia senza analisi, ma direttamente identificandosi con le situazioni e i personaggi.
Anche per loro è possibile fare come Sindibad, raccontarsi e così comprendere chi sono.
Le storie di Sindibad diventano un strumento per aiutare i ragazzi a parlare di sé, a elaborare anche i momenti più difficili e dolorosi dei loro spostamenti, a sentirsi accolti dal gruppo nella loro individualità.
Accanto a questo aspetto autobiografico alcuni temi e parole chiave della narrazione permettono l’invenzione di nuove storie e nuove avventure.
percorsi di lavoro
per bambini della scuola infanzia, elementare e media
i diversi percorsi di lavoro intorno ai viaggi di Sindibad sono stati sperimentati per tre anni soprattutto con classi del secondo ciclo della scuola elementare e della scuola media
anche con i bambini della scuola infanzia e del primo ciclo sono stati proposti brani dei viaggi di Sindibad, sottolineando maggiormente gli aspetti interculturali, piuttosto che quelli linguistici
in classe
- letture bilingue di alcuni episodi de I viaggi di Sindibad con discussioni insieme all’animatore su aspetti della cultura araba presenti nel testo
- individuazione da parte dei bambini di alcune parole ricorrenti
il testo de I viaggi di Sindibad il marinaio è stato tratto dall’edizione integrale in italiano de Le mille e una notte, che traduce in maniera fedele il testo arabo più comunemente diffuso
sul testo originale sono state fatte una serie di semplificazioni per rendere il linguaggio più vivace e più vicino ai livelli di comprensione dei bambini
non si è tagliato altro che alcune ridondanze e alcuni termini troppo letterari e inusuali
su questo testo semplificato l’animatore di lingua madre è intervenuto traducendo nuovamente in arabo
anche il testo arabo originale è infatti molto carico di arcaismi e pesantezze stilistiche, che lo rendono difficile e talvolta noioso; la nuova traduzione utilizza invece una lingua più semplice e moderna, più vicina alla lingua parlata dai bambini arabi
il testo è strumento per letture bilingue, attraverso le quali i bambini iniziano a familiarizzare con i suoni della lingua araba, a costruire ipotesi sul significato di alcune parole ricorrenti, a scoprire una prima chiave d’accesso ad un universo linguistico comunemente sentito come irraggiungibile
alla lettura, che permette una più stretta comparazione tra i due testi, si affiancano momenti di narrazione orale, sempre bilingue, tramite i quali passano invece più facilmente le emozioni e maggiore è il coinvolgimento corporeo del narratore e dell’ascoltatore
in laboratorio
lettura bilingue di un episodio de I viaggi di Sindibad come punto di partenza per le proposte di attività linguistica ed espressiva
un brano dal terzo viaggio di Sindibad il marinaio
il viaggio, l’incontro: mostruosità e bellezza, paura e curiosità
continuammo a viaggiare di mare in mare, di isola in isola, di città in città: vendevamo e compravamo, felici e contenti…
arrivati in una certa isola improvvisamente la terra tremò sotto di noi, sentimmo un gran rumore e vedemmo che dal castello scendeva verso di noi un essere enorme, che aveva forma di uomo: nero e alto come una grande palma, con due occhi simili a due tizzoni di fuoco, zanne uguali a quelle dei cinghiali, una grande bocca come quella di un pozzo, labbra simili a quelle del cammello che pendevano fino al petto, due orecchie come due zatteroni cadenti sulle spalle. le unghie assomigliavano ad artigli di leone.
la nostra paura, il timore e lo spavento furono tanto grandi che rimanemmo come tramortiti.
- proposta di gioco corporeo
con l’aiuto di musica e di immagini di paesaggi e di architetture araba creiamo una situazione teatrale che permette ai bambini di “entrare” nella storia
una musica araba accompagna l’improvvisazione corporea
il derbuka e il bendir sostengono il ritmo dei passi, segnano il battito del cuore durante l’incontro col gigante
le diapositive e la voce del conduttore guidano l’improvvisazione
l’animatore intercala la conduzione con alcune parole arabe
- dialoghi con i bambini sui temi del viaggio, dei motivi di partenza
al termine delle proposte di laboratorio e delle attività in classe si dialoga con i bambini sulle loro esperienze di viaggio, sulle loro paure e scoperte, ansie e aspettative, con particolare attenzione ai bambini stranieri
“siamo sulla zattera di sindibad, le onde prima ci cullano, poi ci minacciano”
“dal mare scorgiamo una torre: le onde ci fanno naufragare su un’isola misteriosa”
“camminiamo sull’isola in cerca di un rifugio”
“la terra comincia a tremare. dal castello lontano arriva un personaggio insolito”
- dal gioco corporeo al segno grafico
- proiezione di diapositive di calligrafie che rappresentano volti diversi
- prosecuzione del gioco corporeo: i bambini si avvicinano al volto proiettato, ripercorrono i segni che lo formano col gesto, seguendo la musica, ora lenta, ora più incalzante.

- gioco grafico di riproduzione delle simmetrie presenti nella calligrafia.

in classe
- dal gioco grafico alla calligrafia
- con l’animatore scopriamo che il volto è composto da lettere e parole




lettera nun lettera sin lettera ĥa ĥasan
scriviamo le lettere isolate
ci avviciniamo all’alfabeto e alla scrittura araba
- inventiamo altri disegni a partire dalle lettere su modelli della calligrafia araba



- le parole del terzo viaggio di Sindibad
dalla narrazione estraiamo alcune parole chiave
le ascoltiamo, le ripetiamo
proviamo a collegare i suoni delle parole con le lettere scritte
viaggio safar
mare bahr
isola giazira
casa dar
castello kasr
porta bab
gigante kabir
uomo ragiul
paura kauf
- con le parole chiave inventiamo nuove storie.
dopo essere scappati dalla jazira, per via bahr, siamo arrivati in una bellissima medina, e dopo aver trovato una dar, ci siamo fermati per riposare tre giorni. esplorando la jazira, un rajol ci disse che verso nord c’era un kasr con una bab gigantesca. subito ci trovammo un po’ di kauf, ma appena preso un jamal, ci incamminammo per un lungo safar, ignorando il rajol.
un giorno un jamal che aveva kauf, si mise in safar, passò di bahr in bahr, di jazira in jazira, finché vide una medina. quando entrò nella medina, si trovò davanti a un dar, entrò ed incontrò un rajol. dopo si misero di nuovo in safar, finché non si trovarono davanti ad un bab (per l’esattezza era un kasr). entrarono e videro tanto oro e diventarono ricchi.
ero un rajol che stava andando a dar e da lontano vedo un kasr. ho camminato tanto tempo e per arrivarci c’era un bahr da attraversare. finalmente ero arrivato e la bab del kasr era chiusa. vidi passare un jamal, era tanto grosso che avevo kauf. mi feci portare nella jazira. e’ stato un bel safar, adesso era l’ora di tornare in medina.
ero in una medina di nome rabat dove ho conosciuto un rajol, che mi faceva molta kauf. aveva le labbra come un jamal e aveva una dar e una jazira, aveva un grandissimo bahr. nel suo castello c’era una bab d’oro. dopo averlo conosciuto sono ritornata a dar.
ero atterrato in una bellissima jazira, in una medina. il mio safar era andato bene anche nel bahr con le onde alte. ho visto un kasr dove abitava un rajol: mi aprì la porta su un jamal, ma io avevo kauf.
comunque entrai e dopo il tè ritornai a casa.
altri percorsi di lavoro
i viaggi di Sindibad sono una miniera quasi inesauribile di spunti per percorsi possibili con le classi
nella sperimentazione sono stati utilizzati brani in particolare dai primi cinque viaggi
le modalità di lavoro possono essere analoghe a quelle presentate in questa scheda
brani dal primo e dal secondo viaggio di Sindibad il marinaio
avventure
…Il padrone di casa gli disse: “Benvenuto e buongiorno. Io sono Sindibad il marinaio, sono arrivato a tutta questa ricchezza solo dopo grandi fatiche e numerose avventure.
comperai merci adatte al viaggio e con un certo numero di mercanti partimmo e continuammo a viaggiare di mare in mare e di isola in isola, vendendo, comprando e barattando merci
il destino ci gettò su una bella isola, senza case né abitanti.
Scesi sull’isola con gli altri, mi misi a sedere tra gli alberi e mi addormentai.
Quando mi svegliai la nave era partita con i passeggeri.
Mi girai a destra e a sinistra, ma non trovai nessuno: ero rimasto solo…
…Guardai più attentamente e mi apparve un essere bianco molto grande.
Era una cupola molto alta e grande; tutto d’un tratto l’aria divenne buia e il sole sparì dalla vista. Alzata la testa vidi un uccello grandissimo, il Rukh.
Sciolsi il mio turbante, lo piegai, lo attorcigliai e mi legai alle zampe di quell’uccello. Passai tutta la notte sveglio perché temevo che l’uccello volasse via. Quando fu l’alba l’uccello si alzò dall’uovo, fece un grido e si levò in aria portandomi via tanto in alto che credetti di essere arrivato alla sommità del cielo.
La testa mi girava per il sonno, la fame e la paura.

con i bambini della scuola dell’infanzia
si è lavorato sui temi del viaggio, dei saluti e dell’ospitalità realizzando nuove carte del viandante
narrazione, musica, immagini e giochi corporei sono stati il centro delle proposte con alcune piccole esplorazioni nel campo della lingua, soprattutto attraverso l’uso delle canzoni
i saluti
… il padrone di casa lo fece entrare: “benvenuto, buongiorno” gli disse, “come ti chiami?, che mestiere fai?”…
giochi con diapositive
i bambini entrano nel palazzo di sindibad guidati dalla musica
sindibad il marinaio accoglie sindibad il facchino con gesti di benvenuto
i bambini imparano con una canzone le parole arabe di saluto
…as-salamu ‘aalikum, ‘alaikum as-salam...
in viaggio
... viaggiammo di isola in isola, di mare in mare, di terra in terra...
finché sbarcammo su un’isola che assomigliava a un giardino del paradiso… il capitano ad un tratto cominciò a gridare: “affrettatevi a salire sulla nave. assriu, assriu! Questa non è un’isola, ma un grosso pesce che si è adagiato in mezzo al mare”…
con le diapositive di paesaggi i bambini immaginano di sbarcare sull’isola, camminando lentamente guidati dalla musica
al suono di un derbuka la terra comincia a tremare, si perde l’equilibrio, si cade, ci si rialza, si rotola
si riprende il viaggio verso altre isole
in cerchio i bambini raccontano i loro viaggi, le loro scoperte e le loro paure
Mario 5 anni
la lingua araba: incontro con i segni e i suoni
l’arabo è considerato, nell’immaginario comune, come quanto di più incomprensibile si possa incontrare nella comunicazione verbale
l’arrivo di un bambino arabo in una classe può creare sensazioni di impotenza, e di conseguente ansia, negli insegnanti, di fronte a un salto linguistico spesso vissuto come pressoché insuperabile
la lingua araba e la cultura araba, tuttavia, fanno parte integrante della nostra identità mediterranea, al punto di aver influenzato in più luoghi e occasioni la nostra stessa lingua, oltre che aspetti della nostra scienza, matematica, arte
la presenza di bambini arabi nelle classi può quindi essere un grande arricchimento anche per i bambini italiani, una riscoperta di comuni radici culturali, una costruzione di una nuova identità comopolita, che contrasti la sempre più diffusa teorizzazione dell’inevitabilità di uno “scontro fra civiltà”
nei percorsi sperimentati con i bambini l’aspetto della scrittura ha avuto la preminenza rispetto agli approfondimenti sulla lingua parlata
innanzitutto attraverso la scrittura i bambini sono entrati in contatto più immediatamente e facilmente con il meraviglioso mondo della calligrafia araba, scoprendo un universo artistico e culturale inaspettato per varietà e ricchezza
inoltre la pratica della scrittura consente un più facile e immediato confronto con un codice linguistico-culturale differente senza necessità di difficili spiegazioni teoriche
l’avvicinamento alla lingua parlata invece è senza dubbio più complesso per diversi motivi
la domanda iniziale che il laboratorio si è posto è stata: quale lingua andava proposta ai bambini?
quando si parla di lingua araba in generale infatti si parla di qualcosa di assai difficile da afferrare nel concreto
l’arabo letterario standard, versione semplificata dell’arabo classico coranico, è la lingua che viene studiata a scuola, scritta sui giornali, parlata in televisione in tutti i paesi arabi, dal marocco all’iraq
questa lingua tuttavia non è parlata nella vita quotidiana, dove invece prevalgono versioni locali a volte molto differenti da paese a paese o da zona a zona
oltre a ciò rimangono vivi moltissimi dialetti, talvolta anche non di derivazione araba
i bambini arabi presenti nelle classi, quasi tutti di origine marocchina, parlano spesso lingue locali o addirittura solo il dialetto della loro zona di provenienza e non conoscono l’arabo se non per averlo in minima parte avvicinato a scuola prima del loro viaggio in italia; talvolta non sanno scrivere e leggere l’arabo
utilizzare la lingua araba letteraria in queste situazioni rischia talvolta di mettere in difficoltà e in imbarazzo i bambini arabi anziché aiutarli
si è spesso scelto pertanto di utilizzare le varianti marocchine, nella convizione che per gli altri bambini sarebbe stato comunque un segnale forte di possibile avvicinamento ad una lingua considerata impossibile e che i bambini marocchini sarebbero stati in questo caso davvero competenti e gratificati
la musica è stata il tramite ideale per il lavoro di avvicinamento ai suoni della lingua
il piacere dell’invenzione musicale, il coinvolgimento motorio hanno facilitato le memorizzazione e hanno ridotto la sensazione di bambini e adulti di non poter nemmeno provare a pronunciare qualche parola in arabo
un’annotazione finale sul problema della traslitterazione in caratteri latini della lingua araba
nel lavoro con i bambini non è stata utilizzata una traslitterazione scientifica, come codificata in numerosi testi di lingua araba; piuttosto si è scelto di usare una traslitterazione più intuitiva e di volta in volta più facilmente comprensibile per i bambini, senza troppo insistere sui problemi sollevati dai suoni così lontani dall’italiano
attraverso la traslitterazione è stato possibile con i bambini fare confronti sulle differenze di pronuncia e sui suoni nuovi che andavano incontrando
talvolta i bambini arabi rifiutavano una traslitterrazione troppo scientifica che non sentivano corrispondente alla lingua che cercavano di far capire ai loro compagni, così come hanno spesso avuto difficoltà nell’accettare versioni traslitterate dei loro nomi che non fossero corispondenti con quella ormai accettata dai loro compagni
4. i suoni della lingua araba
la lettura e la narrazione in due lingue sono il punto di partenza del percorso di avvicinamento alla lingua araba.
il primo passo è quello del riconoscimento di alcune parole particolarmente significative all’interno del testo
possono essere parole riconosciute perché ripetute più volte, come spesso accade nelle narrazioni orali, oppure parole importanti per il loro significato all’interno dell’intreccio narrativo
su queste parole inizia il primo lavoro di scoperta della lingua araba da parte dei bambini non arabi: le parole vengono ripetute, si scoprono alcuni problemi di fonetica e spesso i bambini arabi aiutano gli altri a trovare la giusta pronuncia, le si riascoltano nella rilettura del brano, diventano parole chiave per giochi col corpo o grafici
a partire da alcune parole trovate il percorso si sviluppa attraverso proposte di coinvolgimento corporeo, teatrale, musicale, nella convinzione che per comprendere appieno il significato di una parola la si debba giocare, assaporare, far vivere anche attraverso canali non verbali, ma legati all’azione
le parole possono essere l’occasione per invenzione di nuove storie e nuovi giochi linguistici
musica e lingua
con parole tratte dalle narrazioni si è passati all’invenzione di testi per canzoni con musiche originali o composte per l’occasione
la musica si è rivelata un supporto importante per l’avvicinamento alla lingua: il piacere del canto, la fascinazione dei suoni della lingua e degli strumenti, il coinvolgimento corporeo hanno facilitato la memorizzazione di frasi e parole
la musica e il canto hanno raffrozato i legami dei gruppi di bambini facendo cadere diffidenze reciproche e differenze
gli gnawa, musicisti marocchini invitati periodicamente a genova per il progetto “fra più lingue e più culture” hanno arricchito il percorso di lavoro diventando il tramite tra i bambini e la lingua e la cultura araba
per dire ha devi aprire la bocca e fare un suono come con la gola secca
rafiq, quarta elementare
dal preambolo ai viaggi di sindibad
la canzone del facchino
sono stanco, sono stanco
questo sacco e' troppo pesante
quest'uomo è felice e senza miseria
sono stanco sono stanco
ana ‘ien ana 'ien
ua kad zada hamli
ua hadha sa'id bila shakua
ana 'ien ana 'ien
festa di fine ramadan
in occasione della festa di fine ramadan è stata inventata una canzone con parole di augurio e di saluto
ramadan ahlan wa sahlan
as-saum as-saum fi lailati-l-qadr
’idu-l-fitr
ahlan wa sahlan


kanarjau
ritornello della canzone gnawa
il testo completo è un inno alla pace ed è stato composto in uno stage con i ragazzi di sarayevo
speriamo in dio
speriamo in dio
kanarjau kanarjau narjauk ya arbi
kanarjau kanarjau narjauk ya arbi

as-salamu ‘alaikum
una canzone per salutarsi
buongiorno a voi
as-salamu ‘alaikum ‘alaikum as-salam
canzone della città
lavorando sul tema della città con i bambini sono stati evidenziati alcuni aspetti caratteristici ed è stata composta una canzona su una musica araba
mia città mia città madinati madinati
come sei bella al-jamila
mia città mia città madinati madinati
come sei bella al-jamila
città dei bambini madinatu al atfali
città degli anziani madinatu a-shoyuk
città dei vicoli madinatu al-shawari
città madina
città dei giardini madinatu al hadaiq
città dei mercati madinatu l-aswaqi
città degli odori madinatu al otori
città madina
città della guerra madinatu al harbi
città della pace madinatu assalam
mia città libera madinati horra
mia città mia città madinati madinati
come sei bella al-jamila
mia città mia città madinati madinati
come sei bella al-jamila
litania
genova e il mondo arabo
da una poesia di caproni sono stati estratti alcuni versi
alcune parole sono state tradotte e inserite in arabo
la musica è stata improvvisata dai ragazzi su un accompagnamento gnawa
genova città intera genova di sottoripa
madinati al kabira mia città grande emporio cibo vita
genova di ferro e aria genova di acquamarina
mia luce immaginaria area turchina
genova portuale genova verticale
cinese gutturale vertigine aria scale
genova nera e bianca genova che non si dice
righe in lontananza di barche di vernice
genova tutta tetti genova balneare
rassmù di architetti disegni di urti da non scordare
genova città pulita genova palpitante
madinati al jamila mia città bella mio cuore mio brillante
genova dell’entroterra genova che é tutto dire
sassi rossi, la guerra sospiro da non finire
genova giardini e rose genova sempre nuova
jasmine meravigliosi gelsomino vita che si ritrova
genova tutto colore
vita suq rumore mercato
una filastrocca per bambini
l’animatore insegna una filastrocca tradizionale del maghreb che diventa un gioco motorio
venite venite corriamo corriamo haya haya najry jiarya
bendati gli occhi ghatty-il-basara
e prendici uakhudhi-il-hadara
io sono davanti ana fi ssaffi
io sono dietro ana fi-il-khalfi
io sono a destra ana iumnaka
io sono a sinistra ana iusraka
corri corri saari’ saari’
e vincerai anta-il-baari’

zahratu-l madain fiore delle città
canzone della cantante libanese fairouz, famosa in tutto il mondo arabo sia per le qualità musicali, che per l’impegno civile e sociale
per te città delle preghiere, prego
per te, per le tue belle case
o fiore delle città… gerusalemme
gerusalemme, città delle preghiere, per te prego
i nostri sguardi, ogni giorno, viaggiano verso di te
girano tra i portici dei santuari,
abbracciano le chiese antiche,
e consolano le moschee
o notte del essra’ (il viaggio di maometto nei cieli)
o via di coloro che sono passati verso il cielo
i nostri occhi viaggiano, ogni giorno di te
e io sto pregando
il bambino nella grotta e sua madre maria
due volti piangenti
piangono per i dispersi
per i bambini senza case
per i martiri, per quelli che hanno lottato
e che sono morti alle porte della città.la pace è stata martire nella città della pace
ed è caduta la giustizia alle porte della città.
quando è precipitata gerusalemme
l’amore si è ritirato, e nei cuori del mondo
si è insediata la guerra
il bambino nella grotta, e maria sua madre
due volti piangenti
e io sto pregando
la rabbia accecante sta arrivando
la rabbia accecante sta arrivando e io credola rabbia accecante sta arrivando e la tristezza passerà oltre
da tutte le vie sta arrivando
su cavalli di paura sta arrivando
e come il volto di dio travolgente sta arrivando
e sconfiggerà il volto della forza
la porta della nostra città non si chiuderà mai
perché io sto andando a pregare
busserò alle porte e aprirò le porte
e tu, o fiume di giordania, laverai la mia faccia
con acqua santa
e cancellerai, o fiume di giordania,
le tracce del piede barbarola rabbia accecante sta arrivando
su cavalli di paura sta arrivando
e sconfiggerà il volto della forza
la casa è nostra e gerusalemme è nostra
e con le nostre mani faremo tornare
la bellezza di gerusalemme
con le nostre mani a gerusalemme
la pace arriverà arriverà arriverà
Fonte :www.scuolenuoveculture.org/
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Arabo
Nomi arabi e loro significato
Cosa vuol dire in arabo ..
i 99 nomi di allah
"Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli" (Corano Al 'Arâf 180)
1 Allâh Allah 44 Al-Raqîb Il Vigilante
2 Al-Rabb Il Signore 45 Al-Hasîb Lo Stimatore
3 Al-Ilah Il Dio 46 Al-Qawiy Il Forte
4 Al-Wâhid L'unico 47 Al-Šahîd Il Testimone
5 Al-Rahman Il Clemente 48 Al-Hamîd Il Degno di lode
6 Al-Rahîm Il Misericordioso 49 Al-Majîd Il Glorioso
7 Al-Malik Il Re 50 Al-Muhît Colui che circonda
8 Al-Quddûs Il Santo 51 Al-Hafîz Il Custode
9 Al-Salâm La Pace 52 Al-Haqq La Verità
10 Al-Mu'min Il Fedele 53 Al-Mubîn Il Chiaro
11 Al-Muhaîman Il Custode 54 Al-Gaffâr Colui che perdona
12 Al-Azîz Il Prezioso 55 Al-Qahhâr Il Vincitore
13 Al-Jabbâr Il Potente 56 Al-Khallâq Il Sempre-Creante
14 Al-Mutakabbir Il Fiero 57 Al-Fattâh Colui che apre
15 Al-Khaliq Il Creatore 58 Al-Wadûd L'Affettuoso
16 Al-Bari' Il Plasmatore 59 Al-Gafûr Colui che perdona
17 Al-Musawwir Colui che modella 60 Al-Ra'ûf Il Compassionevole
18 Al-Awwal Il Primo 61 Al-Šakûr Il Riconoscente
19 Al-Âkhir L'ultimo 62 Al-Kabîr Il Grande
20 Al-Zâhir Il Visibile 63 Al-Mutacâl L'Altissimo
21 Al-Bâtin L'invisibile 64 Al-Muqît Colui che dà cibo
22 Al-Hayy Il Vivente 65 Al-Mustacân Colui che aiuta
23 Al-Qayyûm Il Sempiterno 66 Al-Wahhâb Il Munifico
24 Al-‘Aliy L'eccelso 67 Al-Khafî L'Impenetrabile
25 Al-‘Azîm Il Magnifico 68 Al-Wârith L'Erede
26 Al-Tawwâb Colui che perdona 69 Al-Walî Il Tutore, l'amico
27 Al-Halîm Il Mite 70 Al-Qa'im Colui che sorveglia
28 Al-Wâsic L'immenso 71 Al-Qâdir Colui che può
29 Al-Hakîm Il Saggio 72 Al-Gâlib Colui che predomina
30 Al-Šâkir Il Riconoscente 73 Al-Qâhir Il Vincitore
31 Al-Calîm Il Sapiente 74 Al-Barr Il Benefico
32 Al-Ganiy Il Ricco 75 Al-Hâfiz Il Custode
33 Al-Karîm Il Generoso 76 Al-Ahad L'Unico
34 Al-Cafuw L'Indulgente 77 Al-Samad L'Eterno
35 Al-Qadîr L'Onnipotente 78 Al-Malîk Il Sovrano
36 Al-Latîf L'Amabile 79 Al-Muqtadir L’Onnipotente
37 Al-Khabîr Il ben informato 80 Al-Wakîl Il Procuratore
38 Al-Samîc Colui che ascolta 81 Al-Hâdî Colui che guida
39 Al-Basîr Colui che vede 82 Al-Kafîl Il Garante
40 Al-Mawlâ Il Patrono 83 Al-Kâfî Il Sufficiente
41 Al-Nasîr Il Vittorioso 84 Al-Akram Il Più Generoso
42 Al-Qarîb Colui che risponde 85 Al-Aclâ L'Altissimo
43 Al-Mujîb Il Vicino 86 Al-Razzâq Colui che elargisce
87 Dhû Al-Quwwa Al-Matîn Quello dall'enorme forza e onore
88 Gâfir Al-Dhunûb Colui che perdona i peccati
89 Qâbil Al-Tawb Colui che accoglie il pentimento
90 Šadîd Al-Ciqâb Il Duro nella punizione
91 Dhû Al-Tawl Il Magnanimo
92 Rafîc Al-Darajât Colui che eleva ai livelli più alti
93 Sarîc Al-Hisâb Il Veloce nel contare
94 Fâtir Al-Samawât Il Creatore dei cieli
95 Badic Al-Samawât Wa Al-Ard Il Creatore dei cieli e della terra
96 Nûr Al-Samawât Wa Al-Ard Luce dei cieli e della terra
97 Mâlik Al-Mulk Il Possessore del regno
98-99 Dhû Al-Jalâl Wa Al-Ikrâm Colui che ha gloria e onore
nomi maschili arabi e loro significato
Aban Antico nome arabo
Abdel 'Adil Servo del giusto
Abdel Ahad Servo del caro
Abdel Fattah Servo di colui che apre
Abdel Ghaffar Servo del perdonatore
Abdel Ghani Servo del sussistente
Abdel Hadi Servo della guida
Abdel Hafez Servo del protettore
Abdel Hakim Ser vo del giudice
Abdel Halim Servo del paziente
Abdel Hamid Servo del lodato
Abdel Haqq Servo del veritiero
Abdel Jabbar Servo di colui che obbliga
Abdel Jalil Servo del riverito
Abdel Karim Servo del generoso
Abdel Latif Servo del gentile
Abdel Majid Servo dell'immenso
Abdel Nasser Servo del vittorioso
Abdel Qader Servo del capace
Abdel Rahim Servo del misericordioso
Abdel Rahman Servo del clemente
Abdel Razzaq Servo del conservatore
Abdel Salam Servo della pace
Abdel Wahid Servo del solo
Abdallah Servo di Dio
'Adel Giusto
Akram Il più generoso
'Ala Nobilta', Eccellenza
‘Ala Ed Din Eccellenza nella Fede
Ahmad Lodato, Glorificato
Amid Supporto
Amir Principe
Amjad Più glorioso
Anuar Luminoso
Ashraf Il più nobile
Atef Indulgente
Ayman Fedele
Bashir Apportatore di buone notizie
Basim, Bassam Sorridente
Bilal Dissetato
Dawud Amato
Dhakir Colui che ricorda spesso Dio
Dhaki Intelligente
Diya ed Din Splendore della Fede
Fadi Redentore
Fadil Onorevole
Fahd Lince
Fahmi Comprensivo
Feisal Deciso
Fa'ez Vincitore
Fares Cavaliere
Fathi Trionfante
Fawzi Che ha a che fare col successo
Fayyad Munifico, Sovrabbondante
Firas Acutezza, Perspicacia
Fu'ad Cuore
Ghassan Impeto, Ardore Giovanile
Hadi Guida verso il giusto
Hamdan Variante di Ahmad
Hamid Variante di Ahmad
Hamza Leone
Hani Felice, Allegro
Hashim Distruttore del Male
Hassan Bello, Piacevole
Helmi Calmo, Tranquillo
Hisham Generosità
Hussein Di bell'aspetto e di buone maniere
Husam Spada
Husam ed Din Spada della religione
Ibrahim Padre di una moltitudine
Imad Supporto, Conforto
'Isa Nome di Profeta: Gesù
Issam Difesa, Protezione
Is'haq Profeta: Isacco
Ismail Profeta: Ismaele
Iyad Colomba
Izz ed Din, Ezzedin Forza Della Religione
Jaber Consolatore
Jaffar Piccolo Torrente
Jalal ed Din Gloria Della Religione
Jamal Bellezza
Jamil Bello
Jawad Che da a piene mani
Jibran Antico nome arabo
Jibril Gabriele
Jihad Sforzo sulla via di Dio
Junayd Giovane lottatore
Kamil Completo, Perfetto
Karim Generoso
Khader Verdeggiante
Khaled, Khalid Eterno
Khalil Bello, Buon amico
Labib Sensibile, Intelligente
Latif Gentile
Lutfi Benevolo, Affabile
Mahdi Guidato sulla retta via
Maher Capace, Bravo
Mahmud Variante di Mohammed
Majid Glorioso
Mandhur Votato a Dio
Mansur Vittorioso
Mu’Addh Protetto
Mu’Ayyad Aiutato (da Dio)
Muhammad Lodato, Glorificato
Mu'ezz Consolatore
Munir Brillante, Luminoso
Murad Desiderato
Musa Profeta: Mosè
Nabih Acuto
Nabil Nobile
Suleiman Profeta: Salomone
Nadim Amichevole
Nadir Raro, Prezioso
Nahid Generosità
Na'im Buono, Benefico
Najib Di nobile stirpe
Nashat Vivace, Giovane
Nasim Nobile, Elevato
Naser ed Din Protettore della fede
Nasser Vittorioso
Nawaf Alto, Sublime
Nayf Eccellente
Nidal Lotta
Nur ed Din Luce della religione
Qasim Colui che distribuisce
Qais Fermo, Risoluto
Rabi Primavera
Radi Soddisfatto
Raja Speranza
Rami Tiratore scelto
Ramzi Simbolo
Rani Che osserva
Rashid Retto, Ben guidato
Rayhan Favorito da Dio
Rayyan Lussureggiante, Fecondo
Ruwayd Che avanza gentilmente
Sabri Paziente, Perseverante
Sa'id Felice
Safy Puro, Chiaro
Sahl Con cui è facile vivere
Salah Rettitudine
Salah ed Din Rettitudine della Fede
Salim Salvo
Sami Alto (Moralmente)
Samih Perdonatore
Samir Compagno divertente
Shadi Incantatore
Shafi Mediatore
Shawqi Affezionato
Tahir Puro, Modesto
Talal Bello, Ammirevole
Talib Colui che ricerca
Tareq Nome di una stella
Taslim Sottomesso
Tawfiq Successo, Riconciliazione
Taissir Facilitazione
Ubayd Fedele
Uday Che corre velocemente
Umar, Omar Nome del secondo califfo
Usama, Osama Descrizione di un leone
Wadi Calmo, Pacifico
Wadid Favorevole, Devoto
Wahid Ineguagliato
Wa'el Colui che ritorna
Wajdi Di forte emozione, passione e amore
Walid Giovane, di nuova nascita
Yasser Benessere, Conforto
Yussef, Yusuf Aumentare (in potere e influenza)
Zeyd Crescita, Abbondanza
nomi femminili arabi e loro significato
Abir Fragranza
Adila Giusta
Afaf Castità
Afrah Felicità
Aidha Colei che parte ma ritorna
Aisha Vita, Prosperità
Alia Alta (Moralmente)
Amal Speranza
Amina Fedele
Amira Principessa
Anbar Profumo d'ambra
Anisa Amichevole
Asiya Colei che tende verso i deboli e li solleva
Asah Pianta dal verde brillante
Asma' Eccellente, Preziosa
Bahira Abbagliante, Brillante
Basma Sorriso
Dhuha Mattino
Faiza Vittoriosa, Vincente
Fadwa Colei che si sacrifica
Farida Perla Rara
Farah Felicità
Fawziya Coronata dal successo
Firdus Paradiso
Ghada Bella
Ghaliya Preziosa
Hadiya Dono, Guida verso il giusto
Hamida Lodevole, Encomiabile
Hanan Tenerezza
Halima Gentile, Paziente
Hyam Amore delirante
Huda Guida retta
Huriyya Angelo
Ikram Onore, Ospitalità
Ilham Intuizione
Iman Fede
Intissar Trionfante
Isdihar Fiorente, Rigogliosa
Jamila Bella
Jumana Perla d'argento
Kamila Perfetta
Karima Generosa
Kawthar Fiume del Paradiso
Lamia Dalle labbra colorate
Latifa Gentile, Educata
Leila Notte
Lina Tenera
Maha Gazzella
Maisa Che cammina con fierezza
Manaar Luce che guida
Maram Aspirazione
Maryam Maria, Antico nome arabo
Maimuna Propizia, Favorevole
Maysun Di bell'aspetto
Muna Desiderio
Munira Colei che sparge la luce
Nabila Nobile
Nada Generosità, Rugiada
Nadia Colei che comincia
Nadira Rara, Preziosa
Nadwa Conciliante
Naima Che vive una vita dolce, piacevole
Najaa Successo
Najat Sicurezza
Najla Dialogo segreto
Nawal Dono
Nazaha Purezza, Rettitudine
Nur Luce
Rania Che osserva con attenzione
Rasha Giovane gazzella
Rashida Saggia, Intelligente
Rim o Rima Gazzella
Safiya Tranquilla, Serena, Pura
Sahar Alba, Aurora
Salima Salva
Salwa Sollievo, Conforto
Selma Pacifica
Samar Colloquio notturno
Samira Compagna ospitale
Sanaa Splendore, Fulgore
Sharifa Nobile, Generosa
Siham Freccia
Suha Nome di una stella
Suheila Morbida, Delicata
Tahira Pura, Casta
Wafa Fedeltà, Lealtà
Wajiha Eminente, Distinta
Warda Rosa
Widad Amore, Amicizia
Yasmin Nome di un fiore
Yusra Accomodante
Zahira Raggiante, Splendente
Zahra Fiore
Zakiyyeh Pura
Zeina Bellissima
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