Lezioni di storia tutto di tutto
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CONSTANT
Premessa
Non si può capire senza la rivoluzione francese.
1789 -1792: seduta di apertura degli stati generali a Versailles. Il terzo stato chiede la votazione per testa non per ordini. Gli stati generali vengono proclamati assemblea Nazionale (17 giugno) e con il giuramento della Pallacorda il terzo stato decide di “non separarsi fino a che non sia raggiunta la Costituzione.
Costituente 89-91
Il re riconosce la situazione, ma il licenziamento di Necker e le truppe concentrate fuori Parigi fanno scattare la rivoluzione. Presa della Bastiglia. Il popolo vince le truppe e l’esercito si sbanda. La Fayette crea una milizia cittadina – coccarda bianca rossa blu: colori di Parigi e simbolo borbonico.
La grande paura provoca sollevazioni di contadini e fuga dei nobili. Sorgono municipalità autonome. L’assemblea nazionale delibera:
1. abolizione del regime feudale e la liberazione dei contadini. Lo stato di ordini diventa stato di classi.
2. 26 agosto: Dichiarazione dei diritti dell’uomo Libertè Egalitè fraternità.
3. Il re viene costretto a stabilirsi a Parigi (invece che versaille)
4. OTTOBRE: vengono incamerati i beni della chiesa e della corona. Foglianti = moderati; cordiglieri = radicali (Danton Desmulins Marat Herbert) Giacobini (Saint just Robespierre): la lega santa contro i nemici della libertà.
Caratteristiche: Idea di concludere un processo in vista dell’ordine naturale, sociale definitivo. Il regno della virtù che non si può compromettere: esistenza di una solo morale e una sola coscienza umana. Una sola verità. LIBERTA = MORALITA’ =RAGIONE.
5. 1790 costituzine civile del clero, statalizzazione della chiesa, soppressione dei conventi e ordini religiosi, elezione dei ministri di culto. Giuramento alla costituzione richiesto. Rifiuto.
1791 il re Luigi XVI cerca di fuggire. Viene riportato a Parigi e privato di tutti i poteri politici.
1791 proclamazione della nuova costituzione. Giurata dal re. Monarchia parlamentare con esecutivo debole e rappresentanza legislativa unicamerale ottenuta con elezione censitaria cariche amministrative e giudiziarie elettive; processi pubblici; divisione dello stato in dipartimenti.
745 deputati, foglianti, girondini, giacobini e indipendenti.
1792 dichiarazione di guerra all’Austria e Prussia. Assalto alle Tuileries, La famiglia reale è imprigionata e viene convocata una Convenzione eletta a suffragio universale.
Iniziano le perquisizioni: 3000 arresti.
Gironda (destra), montagna(sinistra), pianura.
Condanna a morte del re voti: 387 contro 338. Guerre (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Napoli, etc.) MOBILITAZIONE, LEVA DI MASSA, PROVVEDIMENTI ECCEZIONALI.
Terrore. (1793-1794) Costituzione: democrazia assoluta, abolizione della separazione dei poteri. Tribunale rivoluzionario. Ghigliottina 1251 sospetti. Notre dame diventa il tempo della ragione. Robespierre l’incorruttibile e fa giustiziare i moderati (Danton).
Culto dell’ente supremo – introduzione del nuovo computo del tempo. Festa dell’ente supremo. Il culmine è la grande epurazione.
1794 cade Robespierre che viene arrestato e giustiziato insieme a 21 partigiani.
Questi avvenimenti sono importanti perché creano lo spartiacque del pensiero filosofico politico e del costituzionalismo.
Il giudizio sulla rivoluzione francese è fondamentale.
Constant : 1797 Des reaction politiques. (IIa ed.) ; Des effects de la terreur. Editate da Constant stesso dopo – 1829, epurate degli aspetti polemici.
- terrore come aspetto degenerativo della rivoluzione. Interpretazione dualistica della rivoluzione. Ottantanove buono e novantatre cattivo.
- Teoria della dinamica rivoluzionaria. Mette in luce il rapporto tra istituzioni e idee che esprime una interpretazione intellettualistica della rivoluzione.
Evidentemente si può interpretare il terrore come la logica conseguenza della rivoluzione. Per esempio Hegel. Il bersaglio di Constant è la tesi della necessità del terrore. (dietro la quale fa capolino la tesi della legalità del terrore)
Si tratta di ristabilire la santità delle origini.: le origini della repubblica francese e quella romana anche. Il vero padre della repubblica non è Romolo,. Ma Giunio Bruto, il fondatore della repubblica di Roma,
IL TERRORE CORRODE LE CERTEZZE DELL’ILLUMINISMO POLITIVCO.
Constant, in un’opera tarda (melanges de literature et de politique – afferma che i governi assoluti opprimono nell’ombra, quelli popolari alla luce del sole. I crimini erano stati perpetrati in nome della dei principi della rivoluzione.
Il terrore introduce il conflitto nell’ambito stesso della ragione. DOVEVANO ESERCI VALORI POLITICI INCONTROVERTIBILI. L’ideologia cerca di riparare gli errori della filosofia.
Constant contesta la legittimità dl terrore:nel governo rivoluzionario si ha
La parte legittima: di tutti i governi = parte legale, repressiva, coercitiva. Costituisce la condizione minima di uno stato. Assicurare l’ordine interno ed esterno
La parte atroce. Propria dei governi dispotici. Esercizio di un potere illimitato e incontrollato.
Interpretazione: emerge l’idea della limitazione della sovranità. Occorre stabilire dei limiti nell’esercizio dei poteri. IL TERRORE E’LA PARTE ATROCE DEL GOVERNO RIVOLUZIONARIO. Il terrore no ha contribuito alla salvezza della repubblica, al contrario.
La storia= gioco in cui quantità decerescenti di forza soo sostituite con quantità crescenti di ragione. Fine= perfettibilità e civilizzazione. Politicamente= libertà e eguaglianza. Questo fine è il metro di giusizio degli eventi storici.
La rivoluzione è vittoria della ragione sulla forza, sulla tradizione dispotica. Il suo valore è la rottura con questa tradizione. Se la riv fa ricorso al terrore, si inserisce nella traizione dispotica dell’ancient regime. E PERDE LE SUE MOTIVAZIONI IDEALI RINNEGA LE SUE RAGIONI STORICHE.
Storici: Michelet equine = interpretano il terrore giacobino come continuità con il dispotismo della monarchia francese. (M. Histoire de la revolution francaise 1847-53).In base agli arcana imperii e la ragion di stato.
Nei melanges Constant traccia un parallelo tra Luigi XVI e il terrore. – principio della ragion di stato sotto forma della salute pubblica.
Quinte: lo formula sul solco della interpretazione di Toqueville sulla centralizzazione. Sulle stessa scia anche Constant.
Importanza dell’opinione: perché le istituzioni siano stabili c’è bisogno delle idee. LE ISTITUZIONI PROSPERANO SE C’E’ACCORDO CON LE OPINIONI. Rivoluzine come adeguatezza delle istituzioni alle idee. I valori si devono affermare storicamente. Per Constant si tratta dei principi.
Principi della rivoluzione= abolizione dei privilegi, uguaglianza civile e politica
Degenerazione = uguaglianza sociale, abolizone della proprietà. Anche se nessuno dei giacobini aveva mai messi in discussione la proprietà privata.
Principi = gli ideologues cercano i loro paradigmi nei campo delle scienze esatte. Sono come principi della fisica. Il problema è il rapporto con la prassi
Si tratta di trovare il principio intermediario: quello che consente l’applicabilità. Es: democrazia. Applicazione= democrazia diretta (polis). Principio intermediario = rappresentanza. Dove la grandezza dello stato non consente. Le difficoltà di applicazione di un principio non devono portare all’abbandono, ma all’approfondimento. Teoria/prassi e ruolo della prudenza.
= contro le opinioni di Burke contro la teoria = che no comprende la mutevolezza delle prassi.
Il principi solo le basi ideali, la costituzione la forma giuridica. La rivoluzione ha incarnato per la prima volta questi principi.
Il carattere sovversivo dei principi è da ricondurre al modo con cui hanno fatto irruzione sulla scena politica e sociale. OCCORRE LASCIARE AI PRINCIPI IL TEMPO DI RADICARSI: DIVERRANNO LA BASE DI UN ORDINE - es: il principio dell’uguaglianza ha dovuto essere distruttivo perché ha lottato contro il privilegio, Se il principio diventa prassi diventa fondamento e garanzia dell’ordine.
LIBERALISMO E COSTITUZIONE
- esperienza: esperienza inglese. Equilibrio: la finzione legislativa delve essere eserciyaya da 3 organi: re camera alta e camera bassa. Libertà e interesse generale vengono dai contrappesi. Il pbl è il rapporto con l’individuo e il suo interesse (A.O. Hirschman, Le passioni e gli interessi Milano 1979). Mondo = meccanica degli interessi individuali perseguendo i propri si perseguono indirettamente quelli della società. Mano invisibile Mandeville favola delle api. Così veniva interpretata la rivoluzione del 1688.
- Il conflitto tra le parti è un principio d’ordine, dietro i conflitti apparenti c’è armonia superiore..
- Montesquieu = descrive per conservare. “La riduzione della dinamica politica a meccanica degli egoismi avviene a patto di considerare quest’ultima come processo naturalistico. Sono necessari i corpi sociali – intermedi. Meccanicismo tra le “parti” che non hanno più bisogno della virtù ma solo interesse/obbedienza alla legge. P. 105 Barberis. Il bilanciamento dei poteri ha comje prodotto la libertà dei cittadini come sicurezza della persona e dei beni. Mauro Barberis, B. Constant. Costituzione, progresso, Bologna, 1988.
- ragione =posizione di un modello costituzionale la cui eccellenza è attribuita dal carattere di razionalità. E’razionalità relativa ai mezzi, non i fini. Al principio anglofilo empirista oppone un principio applicativo della separazione dei poteri: il principio della specializzazione. Non definisce i fini ma i mezzi che rendono la macchina costituzionale adatta al raggiungimento di questi fini. E’un’impostazione costruttivistica. Interesse generale il fine. Si teorizza la SEPARAZIONE DEI POTERI E IL PRINCIPIO RAPPRESENTATIVO.
- Sieyes: distingue tra nazione e stato: nazione è associazione spontanea, stato la sua veste politica. Formazione artificale che presuppone una nazione che vuole costituirla.
- Comporta la distinzione tra governanti e governati. La costituzione politica deve riguardare i poteri centrali istituiti a garanzia della libertà sociale, qualsiasi estensione è illegittima. La nazione attribuisce allo stato solo il minimo di poteri. I cittadini sono tanto più liberi in quanto delegano. Il principio dell’interesse della comunità è il frutto dell’ingegneria costituzionale, non si dà spontaneamente. Gli interessi particolaristici devono essere esclusi. Libertà = tutto ciò che non è vietato è permesso.
- tradizione si oppone al costituzionalismo. De maistre. Il suo assunto è la non esprimibilità in regole delle pratiche e dei fondamenti del governo. La divisione dei poteri inglese è derivata dalla tradizione ed ha le sue radici nella libertà. Che non si può produrre PER CINVINCIMENTO ASTRATTO, MA PER TRADIZIONE CULTURALE ED ISTITUZIONALE. E’uno spirito pubblico che no può e non deve essere soggetto a discussione. Se viene tematizzato si autodistrugge.
- Diventa oggetto di manipolazioni
- Ciò che vincola è la legge divina
- La scrittura – costituzione – è segno di nullità.
- Le cose politiche sono complesse. Ciascuna regola prevede sempre un’eccezione. Chi può rivendicare l’incongruenza e contestare il sovrano diventa sovrano esso stesso.
COATITUZIONALISMO REPUBBLICANO 1795-1813
Nel tradizionalismo il potere politico è costitutivo del legame sociale; nel discorso della Ragone è dichiarativo di tale legame. Nel tradizionalismo non vi è distinzione tra società e stato.
IL MODELLO CONTRATTUALISTA IMPLICA UNA DIFFERENZA TRA SOCIETA’E STATO.
Framenti sulla costituzione repubblicana
Elemento decisivo delle istituzioni = pubblica opinione.
Due principi = ereditarietà e uguaglianza. Uguaglianza = idea madre, mai espulsa del tutto dal cuore dell’uomo-Il potere è effetto delle idee (non ella tradizione) TRA LA SOCIETA’ E IL POTERE VI E’LA MEDIAZIONE DELLE OPINIONI DIFFUSE NEL CORPO SOCIALE, CHE VANNO VERSO L’UGUAGLIANZA
La “tecnologia” è IL COSTITUZIONALISMO
novità: non inficia una proposta politica – potere performativo dlelle idee. Innovazione costituzionale. Problema: immaginare una repubblica grande – emancipazione dal mito della polis dem.
Lib. I Cap I) interesse diverso tra i governanti e i governati. Che vengono scelti o per ereditarietà o per elezione. Questa divergenza non cessa quando i governanti sono eletti.
Lib.II Cap. II due principi di elezione ed ereditarietà. Quello per elezione avvicina i governanti ai governati, ma non elimina la divergenza. A ciò serve la costituzione: a tutela e sicurezza dei governati. DIFFIDENZA PER IL POTERE. Il perseguimento del proprio interesse non crea equilibrio,
il potere va circoscritto e limitato.
L’equilibrio inglese è in esportabile e frutto del caso. I limiti sono dati dalle procedure legali.
Divisione tra esecutivo legislativo giudiziario ed amministrativo.
Sente l’esigenza di una completa indipendenza dell’esecutivo. L’esecutivo può anche essere monarchico (libro III). NE LA FORMA REPUBBLICANA ME QUELLA MONARCHICA GARANTISCONO LA LIBERTA
LIB v ESECutivo repubblicano, le discussioni all’interno dell’esecutivo garantiscono stabilità e razionalità nelle decisioni.
L’elezione deve essere popolare, ma non si può ritirare il mandato,
L’ELEZIONE SERVE DA GARANZIA ALL’ESERIZIO DI UNA LIBERTA’POPOLARE SCONFINATA.
LIB. VI abusi del potere esecutivo.= dilapidare soldi statali, guerre inutili, attentare alla libertà) il diritto di pace e guerra deve essere limitato, le imposte possono essere rifiutiate, il potere giudiziario è indipendente e vi ‘ un criterio di RESPONSABILITA’PENALE.
I COMPORTAMENTI ANTICOSTITUZIONALI SOPNO SANZIONATI. Il regime repubblicano, no ammettendo criteri non razionali, non può prescindere da un principio di responsabilità.
VIII potere neutro e preservatore. Regola i conflitti tra i poteri.. non conserva particolari dottrine. E’ neutro perché imparziale tra esecutivo e legislativo. . Il potere difendi il governo dalle sue divisioni interne, I membri devono avere gli interessi dei governanti e dei governati.
L’ORGANO NON HGA COMPETENZA ATTIVA DI GOVERNO – NON SONO ELEGGIBILI IN ALTRE FUNZIONI (conflitti di interesse).
Sono eletti a vita (=ciò crea problema, ma non si accorge)
Rappresenta l’idea che un potere è tanto più in grado di governare, quanto più esterno rispetto alla lotta politica (principio di inesprimibilità?)- lo spazio della monarchia costituzionale.
Libertà. 1819 ateneo di Parigi.
Libro V la complessità del potere esecutivo
fonte: www.sp.units.it
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RAWLS
A quali problemi intende rispondere John Rawls?
Constant – fa i conti con la democrazia e la rivoluzione francese.
Volontà una e terrore. Religione civile e libertà positiva
Il contesto è hobbesiano: - origine umana del potere;- antropologia: concetto di volontà; concetto di libertà; - concetto di sfera pubblica (artificio); dominio dell’opinio e della confessio; articolazione del rapporto tra religione e politica.
Contesto di Rawls è quello della società contemporanea.
Di questo è ben consapevole. (Liberalismo politico 1993) traccia una sorta di genealogia delle tappe che stanno alla base della società contemporanea.
- riforma protestante = pluralismo religioso;
- formazione dello stato moderno = amministrazione centralizzata, burocratica
- scienza moderna – fisica newtoniana – analisi matematica
società medievale “compatta” così caratterizzata:
religione autoritaria guidata da un clero istituzionale
- religione di salvezza, via alla vita eterna. Fede nella chiesa
- religione dottrinale – credo obbligatorio
- religione di sacerdoti detentori dell’autorità e degli strumenti di salvezza
- religione espansionistica della conversione.
Il liberalismo politico sta nella riforma e nelle sue conseguenze.
Divisione religiosa = divisione valoriale, ideale. Il concetto moderno di soggettività.
PROBLEMA DEL LIBERALISMO:
“come può esistere continuativamente nel tempo una società stabile e giusta di cittadini liberi e uguali profondamente divisi da dottrine religiose, filosofiche e morali ragionevoli”
“quali sono i termini equi di cooperazione sociale tra cittadini concepiti come libri ed uguali, ma divisi da profondi conflitti dottrinali?quali sono la struttura e il contenuto della concezione politica che si richiede a questo scopo, ammesso che una simile concezione sia possibile?
Rawls afferma che nelle società precedenti si sia cercato di fondare il vivere sociale su una concezione sostantiva del bene: occorre rinunciare a ciò, perché non è più possibile. Si deve cercare di spostare il baricentro: da una idea di bene ad un’idea di giustizia.
Alcune concezioni morali ne hanno costituito il presupposto.
-la consapevolezza di come dobbiamo agire è accessibile a ogni persona coscienziosa
-l’ordine morale deriva dalla “natura umana” (ragione, sentimento etc)
-dobbiamo conformarci ai nostri doveri e obblighi: nella nostra natura esistono motivazioni sufficienti a portarci ad agire come vorremmo, senza bisogno di costrizioni.
Hume, Kant.
Il liberalismo politico non è un liberalismo comprensivo NON ASSUME UNA POSIZIONE GENERALE SULLE TRE DOMANDE CHE ABBIAMO POSTO, MA LASCIA CHE VI RISPONDANO VISIONI COMPRENSIVE DIVERSE.
IL Liberalismo politico le condivide in quanto adatte ad un regime di tipo democratico costituzionale.
I problemi generali di filosofia morale non interessano il liberalismo, se non in quanto influiscono sul modo in cui la cultura di fonda e le sue dottrine comprensive tendono a sostenere un regime costituzionale.
IL LIBERALISMO ASSUME COME PROBLEMA DI FONDO: COME E’POSSIBILE UNA SOCIETA’ GIUSTA E LIBERA IN CONDIZIONI DI CONFLITTO DOTTRINALE PROFONDO E SENZA PROSPETTIVE DI RISOLUZIONE?
RIFormulata la domanda è la seguente:
qual è la concezione della giustizia più adatta a specificare gli equi termini di una cooperazione sociale, da una generazione all’altra, fra i cittadini considerati liberi, uguali e membri pienamente cooperativi della società per tutta la vita?
Prob 2. tolleranza: quali sono le basi della tolleranza, dato il fatto di un pluralismo ragionevole prodotto inevitabile di istituzioni libere?
Panorama: divergenze infinite su come si possano intendere e applicare i valori di libertà e eguaglianza.
Constant: Antichi/moderni, coscienza, diritti,
Rousseau: libertà degli antichi valori della vita pubblica.
R. “cerca di arrivare ad un arbitrato fra queste tradizioni rivali proponendo, innanzitutto, due principi di giustizia che servano da criteri orientativi per la realizzazione dei valori di libertà e uguaglianza da parte delle istituzioni di base e specificando, in secondo luogo, un punto di vista dal quale questi principi di giustizia possano essere adeguati più di altri all’idea dei cittadini come persone libere ed eguali.” 24.
- Ogni persona p. 25.
- Principio di differenza.
I due principi esprimono una concezione liberale della giustizia. Ha tre caratteristiche.
1. specificazione di certi diritti e libertà fondamentali
2. assegnazione di speciale priorità a certi diritti libertà e opportunità in particolare rispetto a rivendicazione del bene generale e di valori perfezionistici.
3. misure che assicurino ai cittadini di poter usufruire di tali beni.
Ci sono delle convinzioni acquisite: abolizione della schiavitù, pluralismo religioso.
“simili convinzioni sono punti fermi provvisori di cui qualsiasi concezione ragionevole deve tenere conto.” 26
la cultura pubblica è essenziale.
R. parla di “equilibrio riflessivo” = convinzione meditata, acquisita,.
Occorre trovare una formulazione del concetto di giustizia come equità che “dia espressione a queste idee” ma in maniera diversa (non filosofica) .
L’idea ispiratrice è che esista una società come equo sistema di cooperazione sociale fra persone libere e uguali considerate membri pienamente cooperativi della società per tutta la vita.
Lo scopo è pratico, non teorico. La giustizia come equità è frutto di un accordo politico ragionato, informato e volontario. PER QUESTO DEVE ESSERE UN IDEA INDIPENDENTE DALLE CONCEZONI FILOSOFICHE.
Cerca il “consenso per intersezione”. Dà della giustizia una visione autonoma. (non epistemologica)
La concezione politica della giustizia ha 3 aspetti.
- oggetto: si applica alla “struttura di base” della società = complesso delle principali istituzioni politiche sociali ed economiche e il modo in cui si combinano, esteso da una generazione all’alta. Per comodità una società che non considera relazioni con altre società. È un sistema di cooperazione che dura nel tempo.
- concezione “politica”= autonoma ed esposta a prescindere da uno sfondo dottrinale. Si adatta a tutte le dottrine comprensive ragionevoli.
- idee fondamentali di una società democratica. Istituzioni politiche democratiche e alcuni testi conosciuti.
1. Società come equo sistema di cooperazione.
Cfr. p. 32.
=pubblicamente riconosciute ed accettate;
= equi termini “Che ognuno possa accettare a patto della reciprocità”.
=vantaggio razionale
CONCETTO DELLA RECIPROCITA’ =RELAZIONE TRA CITTADINI DI UNA SOCIETA BENE ORDINATA
2. PERSONA.
Nessuna concezione filosofica complessa: “Persona è chi può essere cittadino, cioè membro operativo di tutta la società. P. 34” per tutta la vita.
Nel regime democratico le persone sono libere e uguali – grazie a due poteri morali
Avere giustizia;
poter concepire il bene.
Senso di giustizia “capacità di comprendere e applicare la concezione pubblica della giustizia. P. 35.
- domanda:qual è la forma di giustizia adatta a specificare i termini della cooperazione sociale tra cittadini considerati liberi ed uguali?
IDEA DI POSIZIONE ORIGINARIA.
Come un “contratto sociale” p. 38
Posizione originaria e velo dell’ignoranza.
Artificio espositivo
“la concezione della giustizia che queste persone ( i rappresentanti di cittadini liberi ed uguali) adotterebbero per specificare i termini della cooperazione sociale relativamente alla struttura di base della società”
“L’idea di fondo è di usare la posizione originaria per costruire un modello sia della libertà che dell’uguaglianza, sia delle restrizioni da imporre alle ragioni utilizzabili, tale da rendere perfettamente evidente quale accordo verrebbe concluso dalle parti in quanto rappresentanti dei cittadini.” P. 40
Il velo del’ignoranza non ha implicazioni metafisiche specifiche riguardo all’io. Si può entrare in questa posizione in ogni momento. Come recitare una parte.
Il criterio della teoria della giustizia come equità è quello dell’equilibrio riflessivo: fino a che punto la teoria esprime le nostre convinzioni meditate a proposito della giustizia.
Concezione politica della persona.
Non metafisica. Nella posizione originaria i cittadini sono inseriti come persone libere
In quanto riconoscono a se stessi e reciprocamente il potere morale di conoscere il bene. In quanto cittadini sono capaci di modificare questa concezione per motivi ragionevoli. La libertà prevede che le persone possano cambiare nel tempo. LA LORO IDENTITA’PUBBLICA RESTA.
L’IDENTITA’POLITICA RESTA INVARIANTE – TUTTE LE ALTRE FORME DI IDENTITA’VARIANO.
“In una società bene ordinata e sostenuta da un consenso per intersezione i valori e gli impegni politici dei cittadini, in quanto parte della loro identità non istituzionale e morale, sono grosso modo gli stessi” 44.
- i cittadini vedono se stessi come fonti autoautenticanti di rivendicazioni valide (sulla dottrina del bene. Ci sono anche altre tradizioni. Si tratta dell’autonomia morale. (non c’è la schiavitù)
- i cittadini sanno prendersi la responsabilità dei propri fini. I cittadini sono capaci di limitare le proprie richieste di giustizia alle cose consentite dai principi della giustizia stessa.
Società bene ordinata.
- società in cui ciascuno accetta e sa che gli altri accettano, gi stessi principi di giustizia pubblica
- che l’opinione pubblica sa che la sua struttura di base soddisfa questi principi
- che i cittadini hanno un senso efficace della giustizia normalmente sviluppato, per cui obbediscono in genere alle istituzioni di base della società, che considerano giuste.
CI VUOLE L’APPOGGIO DI UN CONSENSO RAGIONEVOLE. LA CAPACITA’ DI CONQUISTARLO E’LA CONDIZIONE PER UNA CONCEZIONE POLITICA DELLA GOIUSTIZIA.
= cultura democratica.
Pluralismo ragionevole e pluralismo in quanto tale. Che si muove nella cornice del dibattito pubblico ragionevolmente e liberamente. Il pluralismo come fatto positivo.
Un accordo comprensivo può essere attuato solo con la violenza.
L’accordo riguarda solo l’ambito politico e i suoi valori.
Questo rappresenta il “consenso per intersezione” . non è una forma di equilibrio. Non è relativo al bene.
La giustizia come equità elabora una concezione politica come tesi autonoma partendo dall’idea fondamentale della società come equo sistema di cooperazione.
fonte: www.sp.units.it
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MACHIAVELLI
Temi.
- Machiavelli vuole entrare nelle grazie dei Medici. Perciò scrive il Principe nel 1513. Uno scritto di occasione. Si nota questo intento:
- Cap. 20: i principi si devono aspettare più fede e più utilità in quegli uomini che nel principio del loro stato sono stati tenuti sospetti, che in quelli che nel principio erano confidenti” – contraddetto nei Discorsi (I,16)
- “Non voglio lasciare indietro ricordare ai Principi esser molto più facile guadagnarsi amici quegli uomini che dello Stato innanzi si contentavano.”
- “a conoscere bene la natura dei principi bisogna essere popolare”, non un principe.
- Che deve insegnare? Nel primo capitolo parla del concetto di dominio: “Tutti li stati, tutti e’dominii che hanno avuto ed hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati.” I quali a loro volta sono ereditari o nuovi.(o aggiunti) Questi possono essere soggetti ad un principe o usi ad essere liberi; e si acquisiscono “o con le arme d’altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.”
- Ereditari: si possono mantenere facilmente – e se si perdono si riacquistano)
- Nel principato nuovo consistono le difficoltà. “Li uomini mutano volentieri signore credendo migliorare” – per “un'altra necessità naturale e ordinaria” .p. 17 Ci si fa molti nemici, ma non si riesce ad accontentare gli amici. (esempio l’occupazione francese di Milano) Occorre riflettere sul “rimedio”.
- Stati annessi con stessa lingua = è facile tenerli soprattutto se non sono soliti a vivere liberi = basta avere “spenta” la linea del principe che vi dominava. Occorre “non alterare né legge né dazi”. Così “diventa, con loro principato antiquo, tutto un corpo”
- Stati annessi senza stessa lingua. “quando si acquista stati in una provincia disforme di lingua,di costumi e di ordini, qui sono le difficoltà, e qui bisogna avere grande fortuna e grande industria e tenerli; - occorre andarci ad abitare ed anche tenere dei militari “satisfannosi e’sudditi del ricorso propinquo al principe; donde hanno più cagione di amarlo volendo essere buono e, volendo essere altrimenti di temerlo.” (amore e timore come forme del dominio) – colonie.; - provincie: occorre stare attenti ai vicini potenti: possono avere alleati interni negli “scontenti” principi savi ..hanno riguardo non solo alli scandali presenti, ma a’futuri,.. perché “prevedendovi discosto, facilmente vi si può rimediare, ma aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile. Et interviene di questa come dicono e’fisici dello etico, che, nel principio del suo male, è facile a curare e difficile a conoscere, ma nel progresso del tempo, non l’avendo in principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare. Così interviene nelle cose di stato; perché conoscendo discosto e mali che nascono in quello, si guariscono presto; ma quando, per non li avere conosciuti, si lasciano crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è più rimedio” (corpo/medicina)
- I principati nuovi qui armis propriis et virtute acquiruntur.: leggere p. 30.notare la “VIRTU’” dell’arco. “Dico adunque, che ne’principati tutti nuovi, dove sia uno principe, si trova a mantenerli più o meno difficoltà secondo che più o meno è virtuoso colui che li acquista. E perché questo evento, di diventare di privato principe, presuppone o virtù o fortuna, pare che l’una o l’altra di queste dua cose mitighi in parte molte difficoltà: non di manco, colui che è stato di meno su la fortuna, si è mantenuto di più.”
- Fortuna: Tito Livio libro 30 della storia: descrive la capitolazione di Annibale davanti a Scipione. Il cartaginese nota che il suo nemico è stato un uomo che “la fortuna non ha mai deluso (30, 11)”
- Moralisti: fortuna= bona dea alleata potenziale. Occorre attirare la sua attenzione. Essa dispone dei beni: Montaigne la mette in rapporto alle ricchezze “la fortuna è di vetro, quando risplende si infrange”. Se si cerca il suo favore è perché possiede i beni che si desiderano: “onori, ricchezza e prestigio” (Seneca) “gloria, onore e potere” (Sallustio). Cicerone: il massimo bene per l’uomo è la conquista della gloria” “l’accrescimento dell’onore e della gloria personali”. L’acquisto della gloria più autentica che si possa ottenere” (Doveri morali). Nella Iconologia di Cesare Ripa Perugino 1618 “Fortuna “donna co’l globo celeste in capo, e in mano il cornucopia. Il globo celeste dimostra, siccome egli è in continuo moto, così la fortuna sempre si move, e muta daccia a ciascuno, hor’inalzando, e hor’abbassando, e perché pare che ella sia dispensatrice delle ricchezze e delli beni di questo mondo; perse le fa anco il cornucopia, per dimostrare che no altrimenti quelli girano di mano in mano”.
- Severino Boezio: Consolazione della filosofia: sulla fortuna non si può agire. Non può farsi influenzae. Forza spietata, il simbolo è la ruota delle vicissitudini. Reazione di indifferenza, (attenzione alla dimora celeste) In questo senso è ancilla dei(fortuna e provvidenza)
- Pontano, Sulla fortuna: elemento di erotismo: “Chiede alla F. “chi è in grado di tenertistretta più degli altri? “quelli che tengono a freno il mio potere con il massimo dell’ardimento” Disprezza quelli che fuggono lontano da lei e si sente eccitata da quelli che mettono lei in fuga”. Enea Silvio Piccolomini opuscolo 1444 Un sogno intorno alla fortuna. Dialogo con essa: “quanto a lungo resti benigna ad un uomo? E risponde “a nessuno a lungo”. Quali sono le doti che permettono di avere il suo favore: “quanti mancano di coraggio mi sono odiosi”
- Machiavelli: La fortuna è cieca. XXV : E’non mi è incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dala fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbiano rimedio alcuno; e, per questo, potrebbono iudicare che non fussi da insulare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte..”p. 98 la fortuna governa metà delle azioni nostre e etiam ne lasci governare l’altra metà presso a noi. ET ASSOMIGLIANO…”La fortuna deve trovare una ORDINATA VIRTU’CHE LE RESISTE.- perciò il principe non può basarsi tutto sulla fortuna, che varia. C’è anche un’idea della fortuna come consonanza con i tempi: “Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discostano i tempi”. – fine degli uomini “gloria e ricchezze” procedono però gli uomini in modo diverso, con rispetto (volpi) e con impeto (leoni), violenza e arte, pazienzia e il suo contrario. Quello che fa la differenza è la qualità dei tempi. “Di qui nasce quello ho detto, che dua iversamente operando, sortiscano il medesimo effetto; e dua egualmente operando, l’uno si conduce al suo fine e l’altro no, Da questo ancora dipende la variazione del bene: perché se uno che si governa con rispetti e pazienza, e’tempi che le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e’viene felicitando; ma se li tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta procedere.”- “Variando la fortuna devono anche variare gli uomini. 101. IO IUDICO BENE QUESTO, CHE SIA MEGLIO ESSERE IMPETUOSO CHE RESPETTIVO, PERCHE’LA FORTUNA E’DONNA; ET E’NECESSARIO, VOLENDOLA TENERE SOTTO BATTERLA ED URTARLA”101 Audaci /la fortuna aiuta).
- Occasione: “Esaminando le azioni e vita loro (degli uomini che per virtù sono diventati principi) non si vede che quelli avessino altro della fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurrvi drento quella forma parse loro; e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spentam e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano.”
- Virtù da vir = l’uomo maschio per eccellenza. Ecco il principe: insegna la “virtù” del governo.
- Cap. XV “si parte dagli ordini degli altri” p. 65
- Cura dell’apparenza: deve fuggire l’infamia di quelle che gli torrebbero lo stato da quelle che non gliene tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma, non tossendo, vi si può con meno rispetto lasciare andare. Et etiam non si ciìuri di incorrere nella fama di quei vizii sanza quali e’possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considererà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua, e qualcun’altra che parrà vizio, e seguendola ne segue la sicurtà et il ben essere suo” =ragion di stato.
Filosofo della libertà.
Machiavelli disingannato. Si considera sempre più un letterato. Frequenta il gruppo di umanisti e scrittori che si raccoglie attorno a Cosimo Rucellai. Orti Oricellari. Discutono sulla lingua, rappresentano opere teatrali. Anche Machiavelli ne scrive una: la Mandragola. /storia della seduzione della giovane moglie di un vecchio giudice) Prima stesura circa nel 1518. Venne rappresentata a Roma e Firenze l’anno seguente. Si parla anche di politica, delle repubbliche.
Dagli Orti partì una congiura anti-medicea (1522) e i congiurati, scoperti, vennero uccisi (Jacopo da Diacceto) altri furono esiliati.
Machiavelli no era così partigiano. Alle discussioni degli Orti si deve l’Arte della guerra del 1521. Questo dà lo stimolo alla scrittura dei Discorsi (forse iniziati prima della stesura del Principe ma sicuramenti finiti dopo) sulla prima deca di Tito Livio, ovvero i primi dieci libri delle storie di Livio. Sono dedicati a Rucellai e Buondelmonti, uno dei cospiratori. La storia antica è paradigmatica.
Repubblica Romana: indagine sui primi secoli. La gloria e l’imperio di Roma ne costituiscono l’oggetto. Quello che importa è il “governo delle città”- siano Repubbliche o principati. “ Come nel Principe obiettivo supremo è come ottenere la gloria, l’onore il ptere, così qui lo stesso obiettivo è esteso alle repubbliche. (I, 6)
I modi circa “lo ampliare” di Roma. Il caso è paradigmatico, perché “chi consideri le cose presenti e le antiche, conosce facilmente come un tutte le città e in tutti i popoli sono quei medesimi desideri e quei medesimi umori” perciò “è facile cosa per chi esamina con diligenza le cose passate prevedere quelle future” o “pensare nuovi rimedi per la similitudine degli accidenti”
Lo studio di Roma rivela: che le città non hanno mai ampliato il loro dominio se non in libertà.
“veramente meravigliosa cosa è considerare a quanta grandezza venne Atene per spazio di cent’anni, poiché la si liberò da Pisistrato. Ma sopra tutto meravigliosissima è a considerare a quanta grandezza venne Roma poiché a si liberò dai suoi Re”II,2. p. 280.
“il contrario di tutte queste cose segue in quei paesi che vivono servi.”
“dimodochè..p. 280.
Città libera: esternamente = dipendente e serva di una potenza imperiale
Internamente = da un tiranno.
Libertà = indipendenza da ogni autorità che non sia quella della comunità.
L’aspetto discriminante è il bene comune (ricorda Aristotele e la differenza tra libero e servo).
Le Repubbliche servono meglio il bene comune. P. 280.
“Non il bene privato ma il bene comune è quello che fa grandi le città.”
= le repubbliche fanno profitti grandissimi.,
Come si produce la repubblica?
-fortuna: le città che cominciano in libertà, le altre fanno fatica a raggiungerla
-virtù.: la capacità di mantenerla.
= prima era attribuita al principe o ai capi militari. Ora a tutta la città.: Se una città deve acquisire grandezza la virtù deve essere di tutta la cittadinanza.III, 31.
- mito del fondatore: il fondatore deve dare buone leggi iniziali. Interessante la fondazione di Roma. Cicerone critica l’assassinio di partenza; Machiavelli lo scusa: “(Romolo) accusandolo il fatto, l’effetto lo scusi; e quanto sia buono come quello di Romolo, sempre lo scuserà: per ché colui che è violento per guastare, no quello che è violento per racconciare, si deve riprendere. I,9.
- La salvezza della patria sopporta qualsiasi delitto (come ne Principe).
- Cfr. III, 41, p. 495.
- L’amore per la patria. Virtù: non voler giovare a se ma al bene comune, non alla propria successione (figli) ma alla patria comune” (I,9)
Il problema è mantenere la virtù di tutti i cittadini. La figura del fondatore è fondamentale. Questo deve essere riconosciuto dalla città come “abbia a riconoscere come figliola il nascimento”. (I,I) Deve essere anche un “fondatore di ordini”. Sono gli organi della città.
NON PUO’ESSERE FONDAZIONE COLLETTIVA: perhcè le diverse opinioni non sono adatte a formare uno stato. Consegue che “a ordinare una repubblica deve essere uno solo” Inoltre, se una città è caduta in declino può essere riparata solo da uno. “..se mai occorre che la si rilevi /la città decaduta), occorre per la virtò d’un uomo che è vivo allora, non per la virtù dell’universale” I, 17.
Quella del fondatore è una FORTUNA INIZIALE. NON ci si può fare conto. Non deve governare il principe o fondatore, ma fare in modo che le ulteriori fortune della città vadano apoggiare sulla “virtù dell’universale” ovvero dell’intera città.
Metafora del corpo politico III, 12 p. 379.
-degenerazione = risponde al problema platonico della decadenza?
-riduzione verso i principi = gli ordini del fondatore.
Come avviene che degenera?
-si corrompe perché i membri divengono oziosi e non coltivano più la virtù - favoriscono le ambizioni privateprendono il comando uomini che promettono favori e non si curano del bene universale.
-i potenti vanno al potere e curano solo i loro interessi , fanno “leggi non per la comune libertà ma per la potenza loro” (I,18);le magistrature non vengono più tenute da chi ha la virtù “ma da quelli che avevano piùpotenza” e quindi nella prospettiva di fini egoistici.
Perseverare nella libertà è necessario per le repubbliche e la corruzione è fatale alla libertà. Se prevale ques’aspetto della natura umana la repubblica si divide in fazioni. Sorge la tirannia.
Come si può mantenere la virtù (tornare verso gli ordini primitivi)?
- esempi di virtù civica. “se fossero seguiti almeno ogni 10 anni in quella città (Roma) non si sarebbe mai corrotta. Deve trovare un capo che ne rinnovi le leggi e “che non solo la ritenesse che
la non corresse a rovina, ma la ritirasse indietro” III, 22 Il risultato sarebbe una repubblica perpetua.
Questo può avvenire in due modi: o per opera degli “ordini” , una kegge che nasca da quel corpo; o per opera di un uomo, che riconduca la città alla virtù.
- Influenzando altri cittadini con l’esempio.
- Costringendo con la forza alla virtù. (annibale istilla nei soldati terrore nella sua persona.
- Descrive le virtù del capo adatto a ripristinare gli ordini.
- Camillo “prudentissimo tra i capitani romani”. Doti: sollecitudine, prudenza, grandezza d’animo” il “buon ordine che lui serbava nell’adoperarsi e nel comandare gli eserciti”.
- Deve saper disarmare l’invidia “cagione che gli uomini…non abbiano quell’autorità la quale è necessaria nelle cose di importanza”. (III, 30) . Per l’incapacità a dominare l’invidia Savonarola e Sederini rovinarono (III, 30)
- Deve avere coraggio personale
- Prudenza politica (III,43) e circospezione, cautela (III, 48)
Importante è che i cittadini siano bene ordinati. Siano spinti ad acquistare la virtù e custodire la libertà.
-gli “ordini” = istituzioni, ordinamenti costituzionali e organizzazione dei cittadini.I, 2 e 49 Soprattutto due sono le cose importanti:
a. il culto pubblico, la religione civica. L’osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle repubbliche” I,1 Se viene meno questo inizia la decadenza. Polemica con Roma: “Per gli esempi rei di quella corte (papale) questa provincia ha perduto ogni devozione e ogni religione” I, 12- Italiani= popolo corrotto. Es: gli auspici fatti prima della battaglia. Presagio favorevole e azione virtuosa. Paura del’empietà.
b. sentimento religioso: anima la plebe e mantiene gli uomini buoni, fa vergognare i rei”. Il merito delle religioni è quello di produrre questi utili effetti. La religione romana è preferibile a quella cristiana. “ha glorificato gli uomini umili e contemplativi” “ha psto il sommo bene nell’umiltà, abbiezione, nel dispregio delle cose umane.” Togliendo valore alla “fortezza del corpo e a tutte e altre cose atte a fare gli uomini.” Oltremondana religione e gloria civica. “ha reso il mondo debole e datolo in preda agli scellerati”
c. Organizzazione degli ordini. Occorre studiare i codici costituzionali di Roma. Tripartizione delle forme di governo (aristotelica), Fautore di una forma mista in cui l’instabilità delle forme viene corretta e le loro forze combinate.= TEORIA DEGLI UMORI . “Ci sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello dei grandi”. (I,4)
LA COSTITUZIONE IMPLICA CHE NESSUNO PREVALGA SULL’ALTRO e si ottenga un equilibrio. OCCORRE REPRIMERE L’INSOLENZA DEI GRANDI E LA LICENZA DELL’UNIVERSALE. I,2 i GRUPPI SI SORVEGLIANO perché NON VENGA COMPROMESSA LA LIVBERTA’.
TUTTE LE LEGGI CJE SI FANNO IN FAVORE DELLA LIBERTA’NASCERANNO DALLA DISUNIONE LORO”.
=tesi scandalosa (omnis regno in se diviso desolabitur) Va contro tutta la tradizione repubblicana, La pace. “I tumulti (di ROMA) meritano summa laude” – A Mio parere viene dalla metafora dell’organismo e degli uomori che devono sfogarsi).
La prevenzione della corruzione.
La costituzione mista è necessaria ma non sufficiente. Ci sono sempre i tentativi dei potenti di acquisire tutto il potere.
Il prezzo della libertà è la massima vigilanza. Riconoscere il pericolo quando una componente cerca di “pigliare più forze che non è ragionevole”(I, 33)
-sviluppare leggi utili in quei frangenti “una repubblica tra gli ordini suoi deve avere questo, di vigilare che i suoi cittadini sotto ombra di bene non possano fare male, e ch’essi abbiano quella riputazione che giovi e non noccia alla libertà.” I, 46.
-ciascuno ha il dovere di “aprire gli occhi” e stare attento alle tendenze di corruzione. Usare la forza per fare piazza pulita quando diventano minacciose.
Roma – vissuta 400 anni, ha sviluppato misure idonee. Occorre “ammazzare i figlioli di Bruto” (Giunio Bruto assassino di Tarquinio il Superbo liberò Roma dalla tirannia, ma i suoi figli divennero tiranni essi stessi.) “Chi piglia una tirannide e non ammazza Bruto, chi fa uno stato libero e non ammazza i figlioli di Bruto, si mantiene poco tempo.” III,3
-altra minaccia viene dall’ingratitudine (invidia?). La città spesso per “mantenersi libera” offende i cittadini che dovrebbe premiare”. Questo può portare alla tirannide – indebolimento delle figure virtuose. Rimedio:
“aprire i luoghi alle accuse”. Ogni cittadino che si sente calunniato deve poter farlo in pubblico-. Ci vuole un’indagine e una verifica.
Evitare che un cittadino troppo ambizioso si appropri del potere fondando un partito e vincolando la gente alla sua fedeltà personale. Dal Cap. 34 fino alla fine del I libro. Come si sviluppa questa corruttela e come ci si può liberare.
-evitare che si prolunghi il comando dell’esercito. (autoritàlibera per un tempo lungo). I, 35 Silla, Cesare, la fedeltà personale dei soldati. Infedeli alla repubblica. Ordini per non far abusare di questo potere. (sarebbero le “regole”). Il comando deve essere a tempo determinato.
Evitare la maligna influenza dei ricchissimi. Che sono sempre capaci “di far beneficio a questo ed a quell’altro privato, col prestargli denari, maritargli figliole, difenderlo dai magistrati e facendogli simili privati favori” – questa protezione fa degli uomini dei partigiani dei padroni a detrimento del pubblico bene. E ciò dà animo a chi è così favorito di poter corrompere il publico e sforzare (violare) le leggi. III, 38. Machiavelli insiste: “tale corruzione e poca attitudine alla vita libera nasce da un’ineguagianza in quella città” (I, 17); ecco anche perché mette sempre in guardia contro “L’ambizione dei grandi…se per varie vie ed in vari modi ella non è in una città sbattuta (atterrata), tosto riduce quella alla rovina sua. I, 17.
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
PLATONE
Filosofia che ha la caratteristica dell'apertura. Non ha carattere sistematico ma dialogico.
Ha caratteristiche precipue:
A. Koyrè:
"Leggere Platone è un vero piacere, direi senz'altro una gioia intensa" (Introduzione alla lettura di Platone, Firenze, 1956)
Anzitutto per la forma del dialogo. Forma artistica: vengono descritte situazioni
(ES: Simposio: Aristofane non parla perchè ha il singhiozzo "Allorchè Pausania ebbe fatto pausa avrebbe dovuto parlare Aristofane. Senonchè costui, o per aver mangiato troppo o per altro motivo, era stato colto dal singhiozzo e non era in grado di discorrere" XI 185/186.)
Ancora XXX p. 450 Alcibiade che irrompe ubriaco fradicio al banchetto)
personaggi
Anito (conformista, fautore dell'educazione tradizionale
caratteri
le problematiche teoriche si mescolano a stati psicologici ed emotivi, come rabbia,
(La sfuriata di Polo nel Gorgia: quando Socrate afferma che gli ingiusti sono i più infelici tra tutti:
"Ma che dici? Un uomo, per esempio, che ingiustamente e insidiosamente tenti di farsi tiranno, e, scoperto, sia arrestato, messo alla tortura, fatto a brani, abbacinato, e dopo essere stato tormentato egli medesimo con ogni sorta di tormenti, e di aver visto moglie e figli tormentati del pari, venga in fine crocifisso o bruciato in un sacco di pece, costui sarà più felice che se, sfuggito al castigo, divenga tiranno, e, impadronitosi del potere, viva facendo ciò che vuole, invidiato e ritenuto felice da tutti, concittadini e forestieri? E questo è, secondo te, verità inconfutabile?" XXVIII 473/474
l'ingiuria, il pudore
(ES: Quando nel Gorgia interviene Callicle - il sofista - subentrando a Polo nell'affermare che è meglio commettere ingiustizia che patirla, afferma:
Socrate, mi pare che tu ti lasci trasportare dalla foga della tua eloquenza, come un vero oratore da comizi; ed ora parli così, perchè Polo è caduto in quello stesso errore, nel quale egli accusava Gorgia di essere caduto di fronte a te. Egli infatti diceva che Gorgia, richiesto da te se chi va da lui per apprendere la retorica senza avere un'idea della giustizia, l'avrebbe imparata da lui; si è lasciato vincere da un falso pudore, e aveva detto che gliel'avrebbe insegnata lui, per il pregiudizio comune degli uomini, che si scandalizzerebbero se si rispondesse in maniera diversa" XXXVIII 482/483
Anche la violenza, la minaccia.
(Callicle: Paragona il filosofo a un "adulto che balbetti". La filosofia va bene per I giovinetti, "per un giovinetto non è brutto filosofare". Ma per un uomo anziano "la cosa diventa ridicola" "Udire un adulto che balbetti e vederlo trastullarsi come un bimbo, questo è ridicolo, indegno d'un uomo e meritevole di sculacciate" XL 484/485. E'un uomo che non è in grado di difendersi nel foro, e che dunque "si può impunemente prendere a schiaffi XLI 486/487. )
insofferenza, entusiasmo.
Gioca un posto privilegiato l'ironia,
strumento socratico per eccellenza
Si contrappone al riso come modo di ridicolizzare l'avversario
(es: Socrate: Che c'è Polo, tu ridi?...E'forse una confutazione questa? Mettersi a ridere quando l'avversario parla, e non dimostrargli che ha torto? Gorgia XXIX 473/474)
l'allusione, la meraviglia, la stigmatizzazione di atteggiamenti.
TUTTI QUESTI ELEMENTI SONO SOSTANZIALI PER L'INTERPRETAZIONE DEI DIALOGHI.
La sostanza è che vengono portate a fondo argomentazioni e alla fine il dialogo ha un carattere di sospensione:
"La discussione termina in maniera molto elusive con una professione di ignoranza" (Koyrè p. 24)
Ed è all'interno del dialogo che possiamo cogliere il senso che Platone ascrive alla filosofia.
Definizioni:
1. Gorgia (482a 5) la filosofia insegna a ragionare, a porre giuste premesse.
2. Teeteto (174b) la filosofia è propria di chi non fa afrettati ragionamenti. "Filosofare = saper pensare, non accettare niente per dato, a non accordare premesse di un qualsiasi ragionamento, perchè ammesse dai più, perchè si trovano nella corrente situazione culturale.
3. Si delineano le caratteristiche di un discorso vero. Quello che si fonda su premesse non più confutabili razionalmente, e le conseguenze che da esse discendono.
4. Filosofia è altrimenti definita amore per il sapere (Simposio 201d), amore che è definito con un mito: banchetto di Afrodite, Penia giace con Poros (caratteristiche)
Descrive questa natura mediana.
FILOSOFARE=SAPER PENSARE. La condizione che consente il formarsi di un unico sapere, valido per tutti. Questo è inscindibilmente connesso alla forma del dialogo. (Filosofia implica il dialogo e viceversa). Prima accezione del termine dialegestai = dialettica e dialogo. E'UNA RAPPRESENTAZIONE DI COME IL PENSIERO SI MUOVE (Nel Rinascimento I dialoghi venivano rappresentati)
Si contrappone alla retorica:
Pensiero basato sull'opinione. Ha come caratteristica l'epidissi, il discorso lungo, il fare uso di leve psicologiche (psicagogiche), si basa su premesse accettate dall'opinione. In cui si può trovare affermazione personale. Callicle: datti allo studio che ti può dare fama di saggezza (XLI 486/487) E'strumento.
Cfr. Teeteto:
"Quegli altri (I retori) parlano sempre come a gente a cui manchi il tempo, e la parte avversa non li lascia ragionare di quello che desiderano, ma sta a loro addosso, brandendo la legge inflessibile e l'atto di accusa di cui si dà lettura, che segnano I confine da I quali non è lecito uscire. I loro discorsi, concernenti sempre qualche compagno di servitù, si indirizzano a un padrone che se ne sta lì seduto con in mano la pena; e le gare non si svolgono mai per questa o quella via indifferentemente, ma sempre intorno ad una meta determinate." Teeteto XXIII 172/173.)
Pensiero filosofico: discorso breve (brachilogico); metodo dialettico (IIa accezione) basato su premesse non accolte nell'ambito dell'opinione (doxa), ma della scienza. La scienza del discorso esatto dove ci deve essere accordo, homologia "date queste premesse si debbono accordare le conclusioni, ciò che consegue da esse, CHE IL PROCESSO DEL RAGIONAMENTO NON PUÓ CHE ESSERE UNO E UGUALE PER TUTTI (HOMOLOGIA). Il discorso (logos) non può essere che uguale (homos: homologia) il processo ragionativo non può essere che uno soltanto, e dunque vero.
Datazione dei dialoghi.
Il problema è complesso. Ci sono analisi stilistiche, ma I dialoghi sono stati rimaneggiati, anche successivamente. Vi sono, inoltre due correnti interpretative:
1. Schleiermacher (1804) che ordina I dialoghi secondo un processo evolutivo inerente al pensiero stesso di P.
La scuola di Tubinga, che sostiene una sostanziale coerenza, appunata su un nucleo del pensiero platonico veramente dialogico, ovvero relative alle "dottrine non scritte", a cui P. nei dialoghi costantemente alluderebbe, senza mai affrontarle in termini diretti.
Gruppi:
1. Dialoghi negativi "s'imposta, sul piano umano, etico-politico, la questione dei vari livelli del sapere, nel rintracciare mediante la dialettica vome esercizio a saper ragionare, le condizioni che permettono il sapere scientifico. (Eutifrone, Jone, Ippia Minore, Ippia Maggiore, Alcibiade I e II, Critone, Lachete, Liside, Carmide, Protagora, Gorgia, Menesseno, I Repubblica Clitofonte. Periodo tra il 395-386. Periodo posteriore alla morte di Socrate (399) Platone fugge a Megara e compie un lungo viaggio
2. Dialoghi dialettici positivi (si determinano attraverso la dialettica le condizioni che permettono il sapere, sia il sapere scientifico, sia quello scientifico politico, sia quello scientifico retorico. (Menone, Fedone, Convito, Fedro, tutta la Repubblica Periodo tra il 386 e 370) Dal 388 al 387 Platone è a Siracusa presso il tiranno Dionigi I, ove si legò di amicizia con Dione cognato, torna ad Atene e fonda nel 386 l' Accademia.
3.Periodo critico-dialettico: Imposta il problema del rapporto tra il mondo e le idée, tra sensibilità e razionalità, anche sul piano politico dove contrappone I "politici privati" (sofisti) e I politici scienziati (filosofi) (Eutidemo Cratilo, Teeteto, Parmenide, Sofista, Politico, Filebo. Periodo tra il 370 al 353. Occorre notare che P. torna a Siracusa presso Dionigi II tra il 361 e il 360) del 353-351 dovrebbero essere la VII e l'VIII lettera.
4. Ultimo periodo quello del Timeo, Crizia, Leggi che non furono finite per la morte 347.
Ogni dialogo è appuntato su un personaggio caratterizzante, su una problematica che viene seguita selettivamente. (Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Milano 1997)
Così P. si confronta con tutta la storia della filosofia precedente, e soprattutto con Parmenide/Zenone ed Eraclito, affronta il tema della paideia (Gorgia), e, naturalmente la figura di Socrate:
il filosofo che cerca di ricondurre alla consapevolezza critica (conosci te stesso)
che insegna il metodo di ragionare =giuste premesse e giuste definizioni: ti esti
che è mosso verso la ricerca della "giusta vita", che non si risolve in opinioni correnti ma nella ricerca della verità e nella verità del SAPERE DI NON SAPERE. In questo senso ha un'immensa portata politica. Il sapere è anche sapere del bene. Chi sa il bene non può non farlo (razionalismo etico)
che si oppone alla politica fondata sulla opinione corrente, del "lungo discorso"e che tenta di fondarla sul sapere.
Apologia di Socrate è un testo cardinale. (condanna nel 399)Socrate è accusato:
"S. è colpevole di fare ciò che non dovrebbe, indagando le cose di sotterra e le celesti, rendendo più forti le ragioni più deboli e insagnando agli altri a fare lo stesso" Apologia III 19/20 . Inoltre "E' colpevole di corrompere I giovani e di non venerare e non ammettere gli dei che la città venera, bensì altri esseri demoniaci nuovi" XI
In realtà S. esamina coloro che si ritengono sapienti:
Colui che ha la fama di sapiente:"mi ingegnai di dimostrargli come egli credesse di essere sapiente ma non lo fosse, e la conseguenza fu che venni in uggia a lui e a tutti gli astanti"VI
I poeti e I vati: "Anche dei poeti conobbi questo: che non per sapienza poetavano come poetavano, ma per certa natura e ispirazione divina, come I profei e I vati, giacchè questi pure dicono tante belle cose, ma poi non sanno nulla di quello che dicono" VII 21/22
Lo stesso vale per gli artefici: "ognuno di loro presumeva di essere sapientissimo in tutte le alter cose (oltre che alla prorpia arte), anche le più gravi, e questa illusione gettava un ombra sul loro sapere…."VIII
IL DISCORSO FILOSOFICO "DISTURBA" LA POLITICA.
Mileto (retore) afferma un certo ideale di paideia, tutto "interno" alla città: "I giovani migliori sono quelli che obbediscono alle leggi", e le leggi le conoscono I giudici XIII. Nella risposta di Socrate si vede l'uso dell'ironia socratica e del discorso "breve" di cui egli è sostenitore:
Cfr XII 24/25 p. 31.
In questo senso S. non si occupa delle cose celesti, ma solo di indagare ed esaminare le cose umane, con procedimento critico.
Questo atteggiamento viene definito "demonico": "In me si verifica qualcosa di divino e di demonico" ancora: "E questo, che si è manifestato in me fin da fanciullo, è una cotal voce, la quale, allorquando ha luogo, mi dissuade sempre da ciò che sto per fare, ma non mai mi spinge ad agire. Ed è questo che si oppone alla mia partecipazione alla vita politica." XIX
EPPURE É ALTAMENTE POLITICO PERCHÈ SI OPPONE ALL'OPINIONE COMUNE ED É ALLA RICERCA DI UN CRITERIO SCIENTIFICO DI FONDAZIONE DELLA POLITICA.
Il discorso Socratico è dunque il discorso sul sapere e, allo stesso tempo, è discorso etico, sul giusto e sulla virtù.
COS'É UN CRITERIO "SCIENTIFICO"?
Gli assunti teoretici sono indispensabili per affrontare la tematica politica, perchè questa deriva da quelli. Altresì non ci troviamo di fronte ad un sistema. Possiamo analizzare il procedere dei dialoghi e del significato II della dialettica.
E` un procedimento che va in due sensi:
procedimento generalizzante: consiste nel cogliere in funzione di una visione sinottica molteplici Idee particolari e disperse, nell'ambito di un idea più ampia ed unificatrice. SINOSSI
procedimento della distinzione e della articolazione, che seguono articolazioni presenti per natura. DIAIRESI
Fedro:
Socrate: - A me sembra che in tutte le altre cose noi abbiamo fatto solamente dei giochi; ma tra alcune di queste cose dette a caso, riguardo a due forme di procedimenti non sarebbe spiacevole che qualcuno fosse in grado di cogliere ad arte la loro potenza.
Fedro - Quali sono?
Socrate : -La prima forma di procedimento consiste nel ridurre ad un unica idea, cogliendo con uno sguardo d'insieme le cose disperse e molteplici allo scopo di chiarire, definendola, ciascuna cosa, intorno alla quale di volta in volta si voglia insegnare
Fedro: - E l'altra forma di procedimento, cosa dici o Sorate?
Socrate: Consiste in senso opposto nel saper dividere secondo le idée, secondo le articolazioni che hanno per natura, e cercare di non spezzare nessun parte, come invece suole fare un cattivo scalco. Fedro, 265 C 8 -266 B 7
Il procedimento risale dal particolare al sempre più generale.
Es: schema a p. 428.
La base è del materiale empirico. Levi, Il problema dell'errore…: "E'chiaro che sia il genere che le specie e sottospecie debbono essere già conosciuti per mezzo del procedimento induttivo intuitivo […] sicchè la divisione non funziona in astratto, ma si serve di materiale empirico che costituisce la condizione dell'intuizione di ogni forma o idea, e che la stessa cosa si deve ripetere per la distinzione delle specie entro un genere, ossia per la partecipazione di quelle a questo; e inoltre si richiede un atto intuitivo per riconoscere all'inizio che la specie ultima da definire appartiene ad un certo genere, ossia ne partecipa" (Cit. in Reale p. 429)
Insomma: É UN PROCEDIMENTO CHE SUDDIVIDE E RIPORTA ALL'UNITÁ.
"Una convinzione basilare che innerve tutta la filosofia precedente a Platone, consiste nella convinzione secondo cui spiegare significa unificare" Reale p. 214. La domanda "ti esti" implica la "riduzione sistematica di ciò che era oggetto di discussione ad una unità." 215. UNIFICARE SIGNIFICA DEFINIRE E DETERMINARE: "CIASCUNA COSA É UNA IN QUANTO É FINITA E DETERMINATA." (Alessandro di Afrodisia)
Spiegare
Che cosa?
Le idée che costituiscono il modo attraverso cui è possibile comprendere la realtà. Sono il criterio di ordine che unifica e gerarchizza la realtà stessa.
Qui c'è un passaggio di fondamentale importanza.
Lo Si trova nel Fedone 96 A -102 A. Esso rappresenta LA MAGNA CHARTA DELLA METAFISICA OCCIDENTALE. E' la "mappa metafisica della filosofia di Platone." . Qui "Platone vuole mostrare quale sia il tragitto che la mente umana deve compiere quando ricerca la verità" (Reale 138)
Tavola sinottica a p. 140.
La spiegazione più avanzata, dal punto di vista dei naturalisti, è quella di Anassagora. Egli afferma che l'intelligenza è causa di tutto, ma non riesce, secondo Platone, a dare fondamento a questa sua affermazione, perchè il metodo dei naturalisti non lo consentiva.
Anassagora non riesce a spiegare I fenomeni naturali in funzione del meglio. Ovvero rimane sul piano delle pure cause fisiche.
Es: Anassagora afferma che Socrate fa tutto ciò che fa con l'Intelligenza, ma se poi si spinge a cercare la causa per cui, ad esempio, è rimasto in carcere, afferma che è per via dei suoi organi locomotori, I suoi nervi, e così di seguito,e non guarda alla vera causa CHE É STATA LA SCELTA DEL GIUSTO E DEL MEGLIO FATTA CON L'INTELLIGENZA." LA VERA CAUSA É L'INTELLIGENZA CHE OPERA IN FUNZIONE DEL MEGLIO.
Questa dimensione del sensibile si può guadagnare solo con un metodo diverso. Si tratta della "seconda navigazione" ( si chiama seconda navigazione quell ache uno intraprende quando, rimasto senza venti, naviga con I remi") Cicerone contrapponeva il metodo di "pandere vela orationis" con quello consistente in "dialecticorum remis"cioè del metodo dialettico, che dà accesso al soprasensibile.
DAI SENSI E LE SENSAZIONI AI RAGIONAMENTI E I POSTULATI.
Il nuovo tipo di conoscenza si deve fondare sui logoi, con cui cercare la verità delle cose.
QUESTO TIPO DI CONOSCENZA CONDUCE PLATONE A RICONOSCERE DUE PIANI DELL'ESSERE; UNO FENOMENICO E VISIBILE E L'ALTRO METAFENOMENI E INVISIBILE, che si può cogliere solo con l'intelleggibile.
CORPOREO/INCORPOREO; EMPIRICO/METAEMPIRICO; FISICO E SOPRAFISICO.
La FILOSOFIA HA GUADAGNATO IL MONDO INTELLEGGIBILE LA SFERA DELLE REALTÁ CHE NON SONO SENSIBILI MA SOLAMENTE PENSABILI.
Queste sono le "vere cause". La realtà sensibile è solo il mezzo attraverso cui si realizza la "vera causa".
Quindi, ad esempio, si spiegeranno le cose belle non con gli elementi fisici, ma in funzione della bellezza in sé; si spiegeranno le cose grandi e quelle piccole per la grandezza in sé e per la piccolezza in sé.
Caratteristiche metafisiche delle idée.
1.Idee come realtà intelleggibili ed incorporee.
Il metodo di Platone si fonda su ragionamenti, quindi sulla realtà che si coglie solo con I ragionamenti = la realtà delle idée.
Fedone
-e se mai c'è un mezzo attraverso cui qualcuno degli esseri si manifesta all'anima, questo non è forse il ragionamento?
-si
-allora, l'anima ragiona nel modo migliore, quando nessuno di questi sensi la turbi, né la vista, né l'udito, né il piacere, né il dolore, ma quando si raccolga in se stessa lasciando il corpo, e rompendo il contatto e la comunanza col corpo nella misura in cui ciò è possible, miri con ogni sua forza all'essere!
- E'così
- E allora, anche inquesto caso, l'anima del filosofo non ha forse disprezzo del corpo e non rifugge da esso e non cerca di rimanere sola per se stessa?
- E'chiaro
-E che cosa diremo. o Simmia, di quest'altra questione? Diciamo noi che il giusto è qualcosa per se stesso, oppure no?
- Sì, lo diciamo, per Zeus!
-E similmente anche il bello e il buono?
- E come no?
-E hai mai visto qualcosa di queste cose con gli occhi?
-No affatto, rispose.
-E le hai mai colte, forse, con altro senso del corpo? Non parlo delle cose nominate sopra, ma anche della grandezza, della forza, della salute, in una parola, di tutte le alter cose nella loro essenza, ossia di ciò che ciascuna di quelle cose è veramente. Ebbene: forse che si conosce ciò che in esse c'è di più vero mediante il corpo, o viceversa, solamente chi di noi non è preparato a considerare con la sola mente ciascuna cosa di cui fa ricerca, solamente costui può avvicinarsi maggiormente alla conoscenza di ciascuna di queste cose?
-Certamente.
-E non è forse vero che potrà fare questi nella maniera più pura colui il quale, per quanto è possible, si accosta a ciascuna realtà con la ragione stessa senza appoggiarsi nel suo ragionare alla vista e, senza prendere a compagno del pensiero alcun altro senso del corpo e valendosi della pura ragione in sè e per sè, cerca di raggiungere ciascuno degli esseri nella sua purezza in sè e per sè, separandosi il più possible dagli occhi e dagli orecchi, e, in una parolam da tutto il corpo, in quanto esso turbi l'anima e non le lascia acquistare veritá e sapienza, quando ha comunione con essa? Non è forse costui che, più di chiunqzue altro, potrà attingere all'essere?
Fedone 65 C 2.
L'intelleggibile, in quanto trascende la realtà sensibile, è per sua natura incorporeo:
"[…]infatti le cose incorporee, che sono le più belle e le più grandi, si manifestano chiaramente solo con il ragionamento e in nessun altro modo" (Politico, 286 A 5-7)
2.Idee come puro essere
Nel Fedone le idée vengono qualificate come vero essere, essere stabile ed eterno, che si pone su un piano totalmente diverso dal sensibile. Le idée sono quella realtà che non nasce né perisce, né cresce né diminuisce, né muta né diviene in alcuna maniera, ed ha un rapporto essenziale con I due caratteri di cui sopra. Fonti:
a. Simposio:
"[…] chi sia stato educato fino a questo punto rispetto alle cose d'amore, contemplando una dopo l'altra e nel modo giusto le cose belle, costui, giunto ormai al termine delle cose d'amore, scorgerà immediatamente qualcosa di bello, per sua natura meraviglioso, proprio quello, o Socrate, in vista del quale sono state sostenute tutte le fatiche di prima: un qualcosa, in primo luogo, che sempre è, e che non nasce né perisce, non cresce né diminuisce, e inoltre che non é in parte bello e in parte brutto, né talora bello e talora no, né bello in relazione ad una cosa e brutto in relazione ad un'altra, né bello in una parte e brutto in unaltra parte, in quanto sia bello per alcuni e brutto per altri. Nè il bello si mostrerà a lui come un volto, o come delle mani […] ma si manifesterá in se stesso, per se stesso, con se stesso, come unica forma ed essere eterno; invece tutte le alter cose belle partecipano di quello in modo tale che, mentre esse nascono e periscono, quello in nulla diventa maggiore o minore, né patisce nulla" Simposio 210 E 2 - 211 B 5
b. Fedone = particolarmente interessante l'esistenza di due piani dell'essere. (fisico e sopra fisico)
c. Nella Repubblica si dice che il vero essere è veramentec conoscibile. Il mondo sensibile, misto di essere e di non essere, è solamente opinabile. Il filosofo viene definto come colui che ha "brama di essere", che tenta l'"ascesa all'essere".
3. Idee come realtà immutabili ed in sé e per sé.
Platone si oppone alla impostazione di Eraclito, per cui tutto muta, cioè l'essere è in un flusso perenne. Tutto viene ridotto a molteplicità ed a stati relative. Platone attribuisce questa mobilità alla sfera sensibile: un oggetto puó essere più o meno bello, può anche diventare brutto o bello. Ma se anche l'idea della bellezza - quella in base alla quale riteniamo una cosa bella o brutta, MUTA (diviene non bella) ciò IMPLICHEREBBE LA DISTRUZIONE DI OGNI BELLEZZA PARTECIPATA, e, dunque, lo scomparire di ogni bellezza empirica, perché, compromessa la causa, rimane compromesso anche il causato. LA VERA CAUSA CHE SPIEGA CIÓ CHE MUTA NON PUÓ A SUA VOLTA MUTARE.
Si legge nel Cartilo:
Socrate: - come potrebbe essere qualcosa ciò che non sta allo stesso modo? Infatti, se per un momento resta fermo nello stesso modo, almeno in quell tempo è evidente che non passa via; e se resta sempre allo stesso modo, ed è in "se stesso", come potrebbe mutarsi e muoversi non allontanandosi affatto dalla sua propria idea?
Cratilo: - In nessun modo.
Socrate: _ Ma neppure potrebbe essere conosciuto da nessuno. Infatti nello stesso momento in cui chi sta per conoscerlo si avvicina, esso diventerebbe altro e di altra specie; cosicchè non si potrebbe più conoscere né che cosa sia né come sia. E certamente nessuna conoscenza conosce ciò che conosce se questo in nessun modo sta fermo. (Cratilo 439 B 10 - 440 A 5)
4. Idee come unità. Ciascuna idea è un'unità, e, come tale, spiega le cose sensibili che di essa partecipano, costituendo in questo modo una molteplicità unificata. LA VERA CONOSCENZA CONSISTE NEL SAPER UNIFICARE LA MOLTEPLICITÁ IN UNA VISIONE SINOTTICA; RAGGRUPPANTE LA MOLTEPLICITÁ SENSORIALE IN UN IDEA DA CUI ESSA DIPENDE. La natura del filosofo si manifesta nel saper cogliere questa unità. Il filosofo sa vedere l'insieme e cogliere la molteplicitá abbracciandola nell'unità:
Repubblica VII 537: "Chi sa vedere l'insieme è dialettico, chi no, no."
Questa caratteristica di riduzione all'unità non si riferisce solo al rapporto tra le idée e le cose sensibili, ma anche alle idée tra di loro. Anche loro sono sottoposte ad un principio unitario.
LA TEORIA DELLE IDEE TROVA ESPRESSIONE NEL MITO, che è espressione simbolica, un "parlare per immagini". Si tratta del mito dell'Iperuranio. (p. 195-196)
"Iperuranio" significa luogo sopra il cielo, un'immagine che indica un luogo che non é luogo in senso fisico, ma luogo in senso metafisico, ovvero la dimensione sopra-sensibile.
PROBLEMATICA DELL'UNO E MOLTI RIFERITA ALLE IDEE.
Il problema della molteplicità si pone anche in rapporto alle stesse idee. Sono molte. C'è un principio dal quale esse dipendono?
Esistono dei rapporti di connessione e di esclusione.
ES: l'idea del 3. Implica l'idea del dispari, che è causa del tre, perchè è strutturalmente implicate ad esso. L'idea del dispari esclude l'idea del pari, perché è contraria. Ma la escludono anche il 3 ed ogni numero dispari. Ecco che il tre esclude l'idea del pari.
CERTE IDEE NE ESCLUDONO CERTE ALTRE; OPPURE NE IMPLICANO CERTE ALTRE.
I rapporti di esclusione non si limitano ai contrari, ma investono tutto ciò che ha rapporto con I contrari. Così I rapporti di connessione. Se un'idea è connessa con un'altra, anche sul piano sensibile saranno connesse. SI ALLUDE QUI AL PROCEDIMENTO DIALETTICO DI RACCOLTA E DIVISIONE.
Più in generale, il procedimento dialettico porta ad affrontare il problema dell'uno e dei molti, in senso astratto.
SI ACCEDE QUI ALLA PROTOLOGIA PLATONICA.
Il pluralismo delle idée è molto cospicuo. Per questo la teoria delle idée non può essere accettata come teoria ultimativa. La scuola di Tubinga vede la necessità di un secondo livello di fondazione metafisica. I dialoghi si fermano solo al primo livello; se si vuole capire il secondo bisogna vedere: 1. fonti secondarie (quelli che hanno parlato delle dottrine non scritte) 2. Le allusioni interne ai dialoghi stessi. E'un nuovo principio ermeneutico.
HP: COME LA SFERA DEL MOLTEPLICE SENSIBILE DIPENDE DALLA SFERA DELLE IDEE COSÍ LA SFERA DELLA MOLTEPLICITÁ DELLE IDEE DIPENDE DA UN ULTERIORE SFERA DI REALTÁ DA CUI DERIVANO LE IDEE MEDESIME E QUESTA É LA SFERA SUPREMA IN SENSO ASSOLUTO.
Da un punto di vista storico-filosofico il problema prende rilievo con gli Eleati, che negavano l'esistenza del non essere (il non essere non è) e interpretavano l'essere in senso henologico, ovvero unitario. Al contrario, I pluralisti, assumevano come originaria l'esistenta di un "certo molteplice" (Quattro radici di Empedocle, Atomi di Democrito etc., )
La novità di Platone è quella di giustificare la realtà ultimativa della molteplicità in funzione dei Principi dell'Uno e della Diade infinita, secondo uno schema metafisico bi-polare.
UNO = principio meta-matematico. ha struttura metafisica. Principio radice della molteplicità degli esseri.
DUALITÁ=dualità del "grande e del piccolo". Infinita grandezza ed infinita piccolezza. E'infinita e indefinita. Es: cubo infinitamente suddivisibile. NB: l'infinito e l'indefinito ha carattere negativo: è l'informe, la mancanza di misura (proprio per il suo carattere indeterminato e indefinito. Invece l'uno dà forma. E'il principio "materiale", nel senso di una "materia intelleggibile" Def: "E'una molteplicità in-determinata, la quale, fungendo come sostrato all'azione dell'uno, produce la molteplicità delle cose in tutte le sue forme. E'PRINCIPIO DI PLURALITÀ ORIZZONTALE MA ANCHE DELLA GRADAZIONE GERARCHICA DEL REALE.
L'uno non avrebbe efficacia produttiva senza la diade, anche se genericamente è superiore alla diade. Reale lo definisce un "bipolarismo" (P. 224)
U1 D1
idée=U2 D2
enti matematici=U3……………………..D3
realtà sensibili
p. 629.
La conclusione è che l'essere è prodotto da due principi originari, e quindi è una sintesi, un misto di unità e molteplicità, di determinante e indeterminate, di limitane e illimitato.
E'un carattere essenziale al pensiero Greco in generale. Paula Philippson: "la forma polare è la struttura di base della teogonia greca e del modo greco di pensare in generale. Essa vede, concepisce, modella e visualizza il mondo come coppie di contrari. Esse sono la forma in cui il mondo si presenta allo spirito Greco[…]. Queste coppie di contrari sono fondamentalmente diversi dalla forma di pensiero monistica o dualistica, nell'ambito delle queli esse si escludono, oppure, combattendosi, a vicenda, si distruggono, o infine, conciliandosi, cessano di esistere come contrari. Nella forma di pensiero polare, invece I contrari di una coppia non sono soltanto tra loro indissolubilmente collegati, come I poli dell'asse di una sfera, ma essi nella più intima essenza logica, precisamente cioè polare, sono condizionati alla loro opposizione: perdendo il polo opposto perderebbero il loro stesso senso." reale p. 275.
Da questo schema risulta che esistano delle idée generalissime (meta idée) che sono messe in rapporto ai numeri ideali.
Perchè:
IL PROCEDIMENTO DIAIRETICO SI PUÒ ESPRIMERE NUMERICAMENTE, appunto attraverso un rapporto numerico. QUESTO COMPORTA CHE LE IDEE GENERALI CORRISPONDANO A DEI NUMERI INTERI DA CUI DERIVANO I SUCCESSIVI RAPPORTI NUMERICI. (Reale 234)
Il numero è posto anche a mediare tra le idée generalissime e le idée. Struttura gerarchica della realtà e nessi che collegano I suoi vari piani:
piano dei principi uno - dualità ideterminata
piano delle idée numeri e figure ideali
IDEE generalissime o meta idée
……………… idée generali e particolari
piano degli enti matematici oggetti della matematica
oggetti della geometrua piana
…………………………… oggetti della stereometria
oggetti della astronomia pura
oggetti della musicologia.
"Platone possedeva l'occhio plastico dell'elleno…" è l'occhio che permette di vedere l'invisibile, la capacità di pensare con l'intelletto e cogliere l'essenza. Oltre la vista sensibile, la forma numerica e matematica. FORMA = IDEA = proporzione perfetta esprimibile in numeri.
Esempi.
p. 284 .canone di Policleto;
p. 290
I PRINCIPI
Triplice valenza ontologica, gnoseologica e assiologica dei principi.
L'UNO è fondativo:
1. dell'essere. L'uno, agendo sul molteplice e l'illimitato, lo de-termina, lo de-limita, lo ordina e lo unifica, producendo gli enti a vari livelli. E'principio formale.
2. della verità: ciò che è de-limitato, de-terminato e ordinate è strutturalmente conoscibile. Pertanto unità, limite e ordine sono il fondamento della conoscibilità delle cose.
3. del bene. L'uno se produce ordine e stabilità produce anche valore. Ciò che è ordinate e armonioso è anche buono e bello. IL BENE É L'ORDINE PRODOTTO DALL'UNO.
In tutte le accezioni il bene puó essere considerato come misura esattissima. IN QUESTO SENSO HA UNA VALENZA POLITICA. E'portatore di valore il principio unitario, ciò che porta unità nella molteplicità.
LA CITTÁ GIUSTA
Nella Repubblica. Protagonisti: -Cefalo; - Trasimaco; -Polemarco; -Glaucone; -Adimanto.
Il problema è quello della costruzione della città giusta. Di cosa sia.
1. Cefalo: Il punto di vista della tradizione: la giustizia è "dire la verità e rendere a ciascuno il debito (ciò che si è ricevuto). (=questa semplice definizione viene "confutata" da Socrate in base alla problematicità insita nell'idea stessa di debito (se devo restituire le armi ad un pazzo). Si tratta di rendere il giusto. Cefalo adduce anche una motivazione "religiosa": la vecchiaia la vicinanza alla morte, lo fanno temere della giustizia degli dei. Con la ricchezza si possono fare sacrifici ed andare "senza paura colà" (V 331)
1. Trasimaco: la giustizia è l'utile del più forte.
"Orbene, ciascun governo si fa le leggi che meglio giovano a sé: la democrazia se le fa democratiche, la tirannia tiranniche e gli altri del pari; e fattele, I governanti dichiarano giusto per I sudditi ciò che giova a se stessi, e puniscono chi trasgredisce I loro ordini come violatori delle leggi e colpevole di ingiustizia" XI 338/339
Queste "grandi ingiustizie" - tra tutte la tirannide - non vengono mai punite; mentre sono punite "le piccole":
"[…] guarda a costui (quello che avendo un grande potere può avvantaggiarsi di molto) se vuoi renderti conto quanto a lui in privato giovi più l'ingiustizia che la giustizia. E lo intenderai tanto più facilmente…..344
La tesi viene rafforzata ed estremizzata: anche nella vita l'ingiusto ha successo, mentre il giusto ha sempre la peggio:
"Anche nei contratti privati, quando un uomo giusto si associ con uno ingiusto, non troverai mai che allo sciogliersi della società il giusto abbia guadagnato più dell'ingiusto, ma meno" XVI 343
D'altra parte esiste la neccessità di una qualche forma di giustizia (dikaion ti) perchè altrimenti nessuna forma di convivenza civile potrebbe esistere:
"gli ingiusti sono inetti a far alcuna cosa insieme; [..] se fossero stati in tutto e per tutto ingiusti, non si sarebbero risparmiati a vicenda; ma che evidentemente c'era in loro una certa dose di giustizia che li tratteneva dall'agire ingiustamente gli uni con gli altri e con coloro ci cui danni muovevano - giustizia per la quale fecero ciò che fecero e si spinsero negli atti ingiusti, malati soltanto a metà di ingiustizia ….- XXIII 352.
La tesi viene spinta fino alle sue estreme conseguenze.
Chi fa professione di giustizia la fa
1. Perchè è peggio patire l'ingiustizia che fare l'ingiustizia. Allora, seguendo il proprio interesse, ci si attiene alla giustizia.
2. Se si potesse commettere ingiustizia impunemente, tutti lo farebbero.
Mito dell'anello di Gige: Repubblica II 359.
"se ad essi toccasse il potere….
3. L'ingiustizia porta felicità, la giustizia infelicitá. L'ingiusto perfetto deve sembrare giusto: "il colmo dell'ingiustizia è sembrare giusto senza esserlo" (II, IV 361); mentre il giusto, poichè non si cura della sua fama, "abbia la maggiore riputazione di ingiustizia, affinchè sia provato in giustizia col non lasciarsi commuovere dalla cattiva fama e dalle sue conseguenze, ma vada imperturbato sino alla morte, sembrando ingiusto durante tutta la vita, ma essendo giusto….." Così, alla fine, è più felice l'ingiusto:
"Dagli dei e dagli uomini si apparecchia all'ingiusto vita migliore che al giusto" II V
NB: l'ottica con cui si guarda alla giustizia è quella del vantaggio personale. Non vi è altro punto di vista: Se esistono gli Dei, o non se ne curano, oppure basta propiziarseli - e dunque si può commettere ingiustizia.
Socrate deve spiegare "quale effetto ha sia la giustizia che la ingiustizia su chi le possiede, così da dimostrare che l'una sia bene e l'altra male." IX
COME SI DIFENDE LA GIUSTIZIA.
Ci sono due vie: la giustizia dell'singolo individuo e quella della città.
"l'individuo è "scritto in lettere minuscole", la città in lettere maiuscole. X 369: "si ha un vero guadagno a leggere prima quelle maggiori". Dunque:
"esamineremo dapprima nelle città quale e che cosa essa sia; poi la studieremo anche in ciascun individuo, scrutando la somiglianza della più grande nei tratti caratteristici della più piccola" II X
= da notare la corrispondenza individuo-città 8che viene ripresa dopo)
-genesi della città:
Non si tratta di genesi storica: "Il metodo platonico è quello costruttico, imitato e consapevolmente dedotto dall'analisi geometrica" (Kojré p. 140). La genesi fa comprendere la natura. "Una città sorge perchè ciascuno di noi non è sufficiente a se stesso ma ha bisogno di molte cose". Si prospetta una sempre maggiore articolazione dei bisogni e delle necessità (agricoltura, pastorizia, commercio) Resta una città semplice, Rousseauiana, "sana" ove:
"(gli abitanti) menando la vita in pace e in buona salute, com'è naturale morendo vecchi, trasmetteranno questo medesimo tenore di vita ai loro nipoti" II, XIII
= questa è, per Glaucone, la "città dei maiali"
Si hanno ulteriori specializzazioni, nascono i lussi e bisogni sempre più complessi) si ha la divisione del lavoro, e la funzione, fondamentale, dei "custodi" che segue al principio "secondo il quale abbiamo fondato la città…: è impossibile che uno solo attenda bene a più cose". I custodi devono fare la guerra.
LA FORZA
ci sono 2 possibilità: -difesa della città
- attacco "interno" usurpazione del potere.
"il custode è l'armatura dello stato. Ne é l'anima e la difesa, ma ne è anche l'amministratore.
DI QUESTA FIGURA SI OCCUPANO I SEGUENTI LIBRI.
I custodi devono ricevere un'educazione adatta.
Ritorna il problema della "formazione" che già era emerso nell'apologia. Polemica Platonica contro le "favole dei poeti":. E'una critica violenta all'educazione ateniese:
- Storie degli dei: menzagna, frode, crudeltà. (Esiodo, Omero) esempi di ingiustizia e parzialità.
-storie inverosimili di eroi (letteratura greca).
GINNASTICA E MUSICA.
musikè = arte delle Muse, cioè le scienze e le arti. La cultura, in generale. (uomo musicale = uomo colto). Ma anche la musica in senso stretto: i modi: vengono banditi il modo lidio (lamento e piagnisteo). Si adottano le armonie doriche e frigie (III, X, 398/399 - p. 941). Lira, cetra e zampogna. I ritmi devono esprimere una vita ordinata e coraggiosa.
"-Orbene Glaucone, dissi, non sarebbe forse per questo di somma importanza l'educazione musicale, non solo perchè il ritmo e l'armonia penetrano addentro nell'anima e le si attaccano fortissimamente, portandovi la convenienza e creando un contegno conveniente in chi sia rettamente allevato…" III, XII 401/402
Ginnastica: dieta adatta, resistenza fisica, fierezza d'animo, armonia ed equilibrio. (kalos kagathos)
Esercizio dell'arte militare e
della filosofia: istruzione scientifica (matematica) e dialettica. Deve essere fatta in età opportuna:
I fanciulli si divertono a confutare e a discutere.."In conseguenza, quando hanno confutato l'opinione di molti; quando essi stessi per opera di molti hanno subito confutazioni, finiscono ben presto e con piena conseguenza con il credere che nulla sia più vero di quanto prima credevano".
LA FILOSOFIA È IMPRESA PERICOLOSA.
Bisogna iniziare con le arti del corpo:
"Finchè sono giovani e ragazzi si dovrebbe dar loro un'educazione e una cultura propria dell'età e avere una gran cura del corpo, mentre questo germoglia e si approssima alla virilit`q, perché acquistino nel corpo uno strumento atto a secondare lo studio della filosofia. Col passare degli anni, poi, a misura che l'anima si va avvicinando al suo pieno sviluppo, intensificarne via via gli esercizi; e quando infine viene meno il vigore del corpo e non si possa più partecipare nè agli affari politici né alle spedizioni militari, allora lasciarli pascolare liberamente nei campi della filosofia…." VI, XI 498. Dunque:
15 anni di attività pratica;
15 meditazione filosofica;
15 tirocinio
"Giunti poi sulla cinquantina, il gruppo che potrà essere salvato e avrá prestato perfetto ogni suo ufficio, nella vita pratica e nella vita speculativa, dovrà finalmente essere addotto all'ultima esperienza. Si tratta di fare in modo che questi uomini, volgendo in alto la pupilla dell'anima, possano guardare l'essere che somministra la luce a tutte le cose"
A 50 ANNI I MIGLIORI GOVERNANO
=con la vecchiaia essi sono pronti a governare (la saggezza è retaggio dell'età).
SENSIBILITÀ PER IL BENE DELLA CITTÁ: qui si configura l'aspetto "comunistico" della città platonica. Per poter adempiere al meglio alle proprie funzioni devono avere tutto in comune: donne, figli, proprietà.
Chi devono essere I custodi?
Devono essere gli uomini migliori e più competenti e devono curarsi della città. Viene espresso attraverso "una favoletta""una cosa menzognera, ma bella"
= Gli abitanti della città sono come "figli della terra", sono tutti fratelli.
"Certo, tutti quelli che vivete nella città siete fratelli – diremo loro favoleggiando -; ma il dio, nel formarvi, in quanti tra voi destinò a governare, in questi nel generarli commischiò dell’oro,e perciò sono più preziosi fra tutti; in quanti desinò ad essere degli ausiliari, mescolò dell’argento; e ferro e poi bronzo negli agricoltori e negli altri operai. In quanto dunque siete tutti della stessa prole, per lo più potete generare altri simili a voi stessi; ma può talvolta accadere che dall’oro nasca una prole d’argento; che dall’argento nasca una d’oro e che così lo scambio si verifichi tra tutti i metalli. Perciò il dio ai governanti prescrive innanzi tutto di non essere di nessuna cosa così buoni custodi e di non guardare niente altro con altrettanta cura, quanto i loro figlioli, e vedere cosa mai sia commischiata negli animi loro; e allorché i figlioli siano venuti al mondo con qualche vena di bronzo o di ferro, non si lascino muovere a pietà in nessun modo; ma, assegnando loro il posto che per natura meritino, li releghino tra gli artigiani e gli agricoltori e allorché invece da questi nascano alcuni con vena d’oro o di argento, li onorino e li sollevino gli uni alla classe dei custodi, gli altri a quella degli ausiliari.” - III, XXI 414/415 p. 952"
In questo stato ciascuno si deve attenere al compito proprio.
Che cos'è la giustizia?
Distingue 4 virtù:
-saggezza = la virtù dei reggitori
-coraggio. la virtù dei guerrieri
-temperanza: la virtù dei produttori. (dominio sui piaceri)
Vi è una gerarchia. Il principio razionale deve governare quello passionale, e: " I due principi governeranno il principio concupiscibile, che in ciascuno di noi tiene la maggior parte dell'anima ed è per natura insaziabilissimo…" IV XVI
Vi è una corrispondenza antropologica: componenti -logistikon; -thumoeides (irascibile) -epithumetikon- anima concupiscibile.
Cos' è la giustizia?
essa dà alle tre virtù indicate il potere di conserversi e riprodursi. "Giustizia ..non permette che ciascuna delle parti, che sono in lui, faccia quello che non le è prorprio e che I principi esistenti nell'anima invadano l'uno il campo dell'altro." IV, XVII = Si tratta di creare amicizia ed armonizzare questi principi.
Il principio di giustizia deve essere ancora meglio fondato:
"perchè in cose tanto importanti non può fare difetto neanche una particella di verità" VI, XVI 504. Si tratta di una "lunga via" che è difficile da percorrere. (seconda navigazione)
"..il fondamento più alto è l'idea del bene, e, appunto fondandosi su questa , la giustizia e le altre virtù diventano utili e giovevoli" 504
Il bene è lo scopo di tutte le azioni dell'anima.
P. 1013:
Glaucone - O socrate, in nome di Zeus, non smettere quasi già esaurito l’argomento. A noi basterà se, come hai ragionato della giustizia, della temperanza e delle altre virtù, così vorrai ragionare anche del bene.
- Sicuro, dissi, mio caro, ne sarei ben contento pure io! Senonché temo di non esserne capace e che, mostrandomene sollecito, lo farò male e diventerò oggetto di riso. Ma, miei ottimi amici, cosa sia il bene lasciamo indagarlo – giacché mi sembra che per la via intrapresa sarebbe troppo lungo esporvene il mio concetto; - ma quello he mi pare un figliolo del bene e similissimo ad esso voglio dirvelo.
- - Ma dillo, riprese, un’altra volta poi pagherai il tuo debito esponendoci la natura del padre.
- Per me, dissi, vorrei potervi render subito tutto ciò che vi devo, e che voi non doveste, come ora, portarrvi soltanto i frutti. Ad ogni modo, per ora, portatevi questo frutto e figliolo del bene; ma state però in guardia che io non dovessi ingannarvi mio malgrado presentandovi dei frutti un conto falso.
- Staremo, disse, in guardia per quanto potremo; ma tu intanto parla.
- Però diss’io, solo dopo che mi abbiate concesso e ch’io vi abbia richiamate a mente le cose dette pocì’anzi e quelle già discorse più volte in altri casi.
- E quali sono? chiese
- Noi, dissi, affermiamo che ci sono molte cose belle, molte cose buone e tante altre che distinguiamo nel discorrere.
- Difatti.
- E così pure che c’è un bello in sé e un buono in sé; e allo stesso modo di tutte le cose, che allora ponevamo come multiple, noi, daccapo, riferendoci per ciascuna di esse alla sua unica idea, chiamiamo quest’unica idea l’essenza di quelle.
- Precisamente.
- E quelle cose affermiamo di vederle, ma non di pensarle, mentre invece delle idee affermiamo di pensarle e non di vederle.
- Poroprio così.
- Ebbene, con quale organo dei nostri vediamo ciò che vediamo?
- Con la vista, disse.
- E così pure, soggiunsi, con l’udito noi udiamo ciò che udiamo e con gli altri sensi percepiamo tutte le cose sensibili?
- E come no?
- Or dunque, diss’io, hai tu riflettuto con quanto maggior cura l’artefice dei sensi abbia elaborato la facoltà del vedere e dell’esser veduto?
- Non molto, rispose.
- Ma riflettici a questo modo: .l’udito e la voce hanno forse bisogno di qualche altra cosa di specie differente, l’uno per udire, l’altra per essere udità, di guisa che ove questa manchi, l’uno non udrà e l’altra no sarà udita?
- Di nient’altro, rispose…
- Ma il senso della vista non pensi tu che ne abbia bisogno?
- E come?
- Giacché, pure essendo negli occhi la facoltà della vista e pure essendo negli oggetti il colore, ove non intervenga una terza specie di cose naturalmente appropriata a questo scopo, sai bene che la vista non vedrà nulla e i colori non saranno visibili.
- Di quale altra cosa vuoi parlare?
- Di quella che chiamiamo luce.
- E’ vero, convenne.
= passo con riferimenti alle dottrine non scritte:
(allusione all'"oggetto di riso") = platone tenne delle lezioni intorno al bene, dove sostenne che il Bene é l'uno. Ed "alcuni lo disprezzarono, altri lo biasimarono". (Aristosseno, Harm. Elem.
allusione al proposito di non indagare il bene in sè.
allusione alla figura del "figlio"= non può parlare del "padre", perchè sarebbe riservato all'oralità.
Spiegazione: 506- 507
1. Idea della pluralitá: "Ci sono tante cose belle, molte cose buone, e molte altre che distinguiamo nel discorrere" [..] " e così pure c'è un buono in sé, un bello in sé"
2. Queste cose si percepiscono con I sensi, quelle con l'intelletto. "E quelle cose affermiamo di vederle, ma non di pensarle, mentre invece delle idee affermiamo di pensarle ma non di vederle." = MOLTEPLICITÁ =SFERA SENSIBILE; UNITÁ=SFERA INTELLEGGIBILE.
3. L'artefice dei sensi ha forgiato nella maniera più preziosa la facoltà del vedere e quella dell'essere visibile , perchè ha introdotto un terzo elemento. "A questo modo l'udito e la voce hanno bisogno di qualche altra cosa di specie differente, l'uno per udire e l'altra per essere udita? […]Per la vista sì: "Giacchè, pur essendo negli occhi la facoltà della vista e apprestandosi chi l'abbia a servirsene, e pur essendo negli oggetti il colore, ove non intervenga una terza specie [..] non si vedrà nulla."= LA LUCE DEL SOLE.
la vista non coincide con il sole ma è simile. Riceve dal sole la sua facoltà.
4. Il bene può essere illustrato in analogia con il sole, che sarebbe il "figlio" del bene. a). NELLA SFERA DELL'INTELLEGGIBILE IL BENE STA IN UNA FUNZIONE E PROPORZIONE ANALOGA A QUELLA DEL SOLE PER IL MONDO SENSIBILE. Quando gli occhi guardano al chiarore della notte, non vedono nulla; quando guardano alla luce del sole, allora vedono. "Ciò accade anche all'anima, la quale, se fissa ciò che è mescolato alle tenebre, ciò che nasce e che muore, può solo opinare e congetturare, e sembra che non abbia intelletto, mentre quando contempla il puro intelleggibile, allora assume la sua statura e ruolo adeguato." Reale 329. IL BENE STA IN MEZZO TRA LA CONOSCENZA E LA VERITÁ.
b)Il sole non dá alle cose solo la capaicitá di essere viste, ma anche la generazione (_del sole, credo, tu dirai che agli oggetti visibili non comunica soltanto la facoltà d'essere veduti, ma anche la generazione, l'accrescimento e la nutrizione….Così l'idea del bene dà l'essere: "non derivano dal bene soltanto la conoscibilità, ma anche l'esistenza e l'essenza (ousia), per dignitá e potere sta anche al di sopra dell'essenza.." VI XIX , 558.
Le città ingiuste.
Una la cittá giusta, molte le cittá imperfette (uno - diade del grande e del piccolo).
4 categorie:
1. Città del coragio e dell'onore. Timocrazia. = I custodi invece di preoccuparsi della città pensano solo a se stessi. Perseguitano ambizioni private. Diventano I signori della cittá. Si impadroniscono dei beni dei cittadini, li rendono schiavi. Trascurano la filosofia e la scienza, la cultura dello spirito."solo l'addestramento dei corpi costituiscono gli interessi di questi rozzi signori dello Stato militare" (Kojrè, p. 176) VALORI: coraggio, ambizione, gloria militare.
=corrisponde all'uomo timocratico: lo thumos. durezza, crudeltà, insensibilità.
E'una cittá instabile: lo thumos diventa, senza la parte irrazionale, vittima del desiderio, dell'epithumetikon.
2. cittá del denaro. Oligarchia., plutocrazia. Dilaniata dall'ostilità interna. Debole, ma pacifica, non per amore per la pace, ma per paura. Non vogliono pagare tributi di guerra, hanno paura del popolo in armi.
l'uomo: "sordido che cerca di trarre guadagno con qualsiasi mezzo; tutto tesaurizza. Non è estremo solo per meschinità e vigliaccheria. AVARIZIA É LA PASSIONE DOMINANTE.
Con ciò la cittá crea le condizioni per la propria distruzione. PRODUCE UNA CLASSE DI GENTE POVERA E IMPOVERITA. Causa la sedizione.
"avviene come un corpo non sano. basta una piccola causa esterna per cadere in malattia. Talvolta anzi, senza causa esterna, l'organismo finisce per subire interne crisi, quasi interne rivolte e sedizioni. allo stesso modo lo stato [..] basta una piccola causa: gli uni sollecitano l'aiuto di una cittá democratica e gli altri di una cittá oligarchica.."
3. stato democratico: è l'uomo oligarchico liberato dai freni che imponeva l'avarizia e il timore della rovina
L'UOMO DEMOCRATICO SODDISFA TUTTI I DESIDERI: "passa la vita profondendo denaro, sforzi e tempo per soddisfare indistintamente piaceri necessari e non necessari.." "NESSUN SENSO DI ORDINE, NESSUNA COERENZA, E NECESSITÁ IN QUELLA VITA. SOAVE,LIBERALE,BEATA EGLI LA CHIAMA E CERCA DI GODERNE SENZA INTERRUZIONE.
Cittá: istabile, incompetente, debole.
4 Tirannide. Lo stato democratico si inebria della libertà, e degenera nell'indisciplina e nell'anarchia. I cittadini non si danno più pensiero delle leggi, scritte e non scritte: no vogliono che sopra ci sia un padrone. Questo è il terreno della tirannide. Sono soggetti ad adulatori e ad agitatori. Si cercano un capo - che li difenda dai più ricchi tra loro, che rappresentano un pericolo. Questo dichiara di non essere un tiranno. Appena prende Il potere lo diventa.
REGIME DI PAURA E DI DELITTO: Ha paura del popolo e delle sue guardie.
Anima tirannica: povera, attanagliata dal timore, servile e volgare. E'schiavo delle sue passioni.
Il filosofo ha equilibrio.
fonte: www.sp.units.it
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Lezioni di storia tutto di tutto
ROUSSEAU
- Rapporto controversi con la società (Ginevra 1712 Isaac e Susanne Bernard, che muore poco dopo. Traduce la speciale problematica anche culturale e politica. 1728 cattolico m de Warens. Amino di Diderot. e Condillac.
- Speciale, contraddittorio sentimento di se stesso. “Due cose quasi incompatibili si uniscono in me..p.8 Vi è un elemento del sentire ed uno intellettuale
- Jean Starobinski, La trasparenza e l’ostacolo. In tutta la produzione vede una tendenza all’accusa: -discorso sulle scienze e sulle arti;-origine della disuguaglianza. Questo “pensiero accusatore” ha origine nella sua vita. Forti contrasti. La fonte è l’autobiografia. Analizzata in base alla psicologia del profondo. Rapporto tra interno/esterno, soggetto/società, verità/apparenza estranezione/rivolta. Ha un fondamento esperienziale. Emblematico il caso dell’apparenza del misfatto e della punizione ingiusta. P. 754. “Le apparenze mi condannavano”- L’apparenza toglie a Rousseau dalla unità infantile. Vi è la percezione della distanza del rapporto con gli altri. Alcuni frammenti fanno pensare allo stato di natura: p. 872
- Un’uscita da uno stato di innocenza. L’intuizione di un epoca paragonata all’infanzia è preliminare a qualsiasi idea sullo stato di natura. Due ere dell’uomo: innocenza e caduta. Confessioni: educazione calvinista, ma episodi scabrosi. Padre “uomo di piaceri”- sensibilità pagana. La NATURA CORRISPONDE ALL’INDIVIDUALITA’.I rapporti sociali, estrinsecati dall’essenza dell’uomo,sono portatori del male.
- IL MALE NON HA LO STESSO STATUTO ONTOLOGICO DEL BENE, MA la libertà può esistere solo con il male. Singolo uomo= positivo; società = corrotta. Questo è un aspetto calvinista.
- Illuminazione di Vincennes.
- Legge che l’accademia di Digione ha indetto un concorso se il ristabilimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a purificare i costumi. Ha una illuminazione. P. 16.
- Discorso pronunciato nell’anno 1759 dall’Accademia di Digione, sulla questione proposta dalla stessa accademia. La civiltà ha creato un mondo nel quale cfr. appunti.
- Discorso sull’origine e i fondamenti dell’inuguaglianza tra gli uomini 1753-1754.
- Introduzione: ode a Ginevra. La città è meglio governata perché è piccola. (grandezza limitata, estensione nelle facoltà umane).Non vi è delega. Il giudizio è pubblico; vi è l’amor di patria come amore dei cittadini e non della terra. L’interesse del sovrano e del popolo deve coincidere, questo solo avviene quando il popolo è spvrano, cioè in un governo democratico. L’uomo è libero; cioè sottomesso ALLE SOLE LEGGI. Nessuno si deve mettere al disopra della legge. La Repubblica non deve essere nuova, perché non è detto che convenga ai cittadini, magari è troppo libera per sopravvivere, se i cittadini sono deboli (libertà e licenza) divengono vittime dei demagoghi. I cittadini devono essere degni della loro libertà. Una patria senza amore di conquista e non facile preda degli altri stati. Il diritto di legislazione comune a tutti i cittadini. Ma la facoltà di proporre nuove leggi fosse soltanto di un piccolo numero di magistrati. I cittadini non devono conservare l’amministrazione degli affari civili e l’esecuzione delle proprie leggi (come in Atene)ma che vi siano dei magistrati che amministrano la giustizia e governano lo stato, eletti tra i cittadini. Ode alla repubblica di Ginevra come incarnazione di questa repubblica ideale. Modesta, senza lusso.
- Prefazione. Per conoscere la disuguaglianza tra gli uomini bisogna conoscere l’uomo. Come conoscere l’uomo dopo tutti i cambiamenti che nella successione dei tempi ha subito? (Statua di Glauco) Aumentando i progressi e le conoscenze ci allontaniamo dallo stato primitivo. Più accumuliamo conoscenze nuove più ci allontaniamo dalla conoscenza più importante di tutte: l’uomo. “Per confessione comune gli uomini erano uguali tra di loro. Sono congetture che, coscio di non poter risolvere il problema si limitano a bene impostarlo.” Si tratta di uno stato che “no esiste più, che forse non è mai esistito, e che probabilmente non esisterà mai.”di cui non è necessario avere nozioni giuste per giudicare bene il nostro stato presente. Tuttavia è necessario conoscere lo stato di naura perché da esso si desume il diritto naturale. Su questo argomento esiste una notevole confusione,
- Diritto naturale:
- –giureconsulti romani = legge = espressione di rapporti generali, stabilita dalla natura.
- –moderni: legge= regola prescritta a un essere morale (libero intelligente) e fondano il suo contenuto su principi metafisici. Inoltre molte di queste leggi non possono essere state concepire se non dopo l’uscita dello stato di natura. = critica importante al giusnar. Grozio, Pufendorf:, Locke: immaginazione di esseri liberi razionali, autonomi, eguali, ignari di potere e coercizione sociale. Recta ratio-. Metodo genetico: parlavamo di stato selvaggio, descrivevamo l’uomo civilizzato. Metodo genetico: Buffon, Storia naturale generale e particolare. Origine biologica della specie. /anche se ammette un salto ontologico per quel che riguarda l’uomo) Natura: ripetizione; uomo: progresso.
- Operazioni semplici dell’anima umana: compassione (pietà) conservazione. Da questi due principi scaturiscono gli altri. Le leggi di natura vengono stabilite dalla ragione dopo che la natura è stata soffocata. “così non si è obbligati di fare dell’uomo un filosofo prima di farne un uomo, Così l’analisi dello stato di natura mette a nudo le fondamenta dell’edificio ormai corrotto delle istituzioni umane.
- 2 tipi di disuguaglianze: naturale o fisica, morale o politica (permessa dal consenso degli uomini
- problema: quando la natura fu sottomessa alla legge? Poiché le differenze sociali non corrispondono alle differenze naturali (vi è una contrapposizione tra natura e legge)
- diritto naturale antico (gusto e ingiusto)
- diritto naturale moderno (proprietà)
- Hobbes
ii.parlavano di uomo selvaggio e dipingevano l’uomo civile”
premessa: per chiarire lo statuto ontologico dello stato di natura: si tratta di un ragionamento ipotetico, non una verità storica. Si ipotizza come sarebbe l’uomo se fosse stato abbandonato a se stesso.
Prima parte:
non considero l’uomo nella sua evoluzione da forma animale ma come se fosse come già ora è:
- livello minimo dei bisogni.
- non ha l’istinto delle bestie, per questo impara da esse e “si appropria di tutti gli istinti”
- la natura rende robusti e vigorosi (come sparta con i cittadini), perché l’uomo non può che contare su se stesso.
- non teme gli animali perché li conosce.
- infanzia, vecchiaia e malattie sono meno sentite che nell’epoca civile (la civiltà porta malattie). Scarse malattie, scarsi medici e rimedi.
- ha le facoltà che servono all’assalto e alla difesa pienamente sviluppate. (rozzi: tatto e gusto; raffinati: vista, udito e odorato)
(Lo stato della riflessione è contro natura, l’uomo che medita è un animale depravato. Diventando socievole e schiavo diventa effeminato e strisciante. Perde forza e coraggio. Degenera).
Lato metafisico e morale.
Ciò che differenzia l’uomo dalla bestia è la sua qualità di agente libero. La natura comanda,la bestia obbedisce; l’uomo valuta ciò che è utile o no. Può resistere all’istinto o consentire.
Facoltà di perfezionarsi: trae fuori l’uomo dalla tranquilla innocenza dello stato di natura. Questo deriva dalla mancanza di un istinto solido, che viene riempito con lo sviluppo dell’intelligenza. Bisogno – passione – desiderio di appagarla.
Il bene equivale all’appagamento, il male alla privazione.
Tutto sembra allontanare l’uomo selvaggio, la tentazione e i mezzi per cessare di essere tale. Non osserva, non riflette, non ha cognizione del futuro.
Come avviene il superamento di questo stadio, nell’agricoltura, nella nascita di un sapere trasmissibile. ORIGINE DEL LINGUAGGIO. Problemi:
- come diventa necessario? Lo stato di natura è individuale e non c’è linguaggio, se c’è lingua essa è individuale. Ogni volta si riforma.
- il rimo linguaggio è il grido naturale. Quando i contatti diventano più frequenti si creano segni più numerosi e un linguaggio più esteso (gesti o nomi onomatopeici). Il linguaggio sostituì il gesto. Poi si articolò nelle parti del discorso. Ogni cosa corrispondeva ad una parola. Gli universali. Lasciando insoluto questo problema R. passa a lodare l’uomo primitivo.
- Soddisfatti del necessario;
- Privi di alcuna relazione morale (ma l’uomo civile prevalgono i vizi sulle virtù) Non sono però nemmeno cattivi (contro Hobbes).Hobbes ha visto il difetto delle definizioni moderne del diritto naturale, ma ne ha tratte delle errate conclusioni: che la sopravvivenza nostra sia legata alla lotta contro gli altri; che l’uomo primitivo abbia le passioni tipiche dell’uomo civile. Inoltre l’uomo primitivo ha la pietas: da questa qualità derivano tutte le virtù sociali.
- La pietas sorge dall’identificazione con l’animale sofferente; identificazione più facile nello stato di natura che in quello di ragionamento. Riflessione = stato di separazione.
- Pietà = concorre alla conservazione di tutta la specie. E’una norma che dice “fa il tuo bene e il minor male altrui possibile”. Gli uomini non sono soggetti a conflitti molto pericolosi.
- Amore: -fisico= prontamente appagato e non si appunta su qualche soggetto particolare. Non provoca violenza e contese, almeno più di quanto non accade oggi.; morale = sentimento artificiale nato dall’uso sociale. Perché nasce dalla differenziazione degli individui.
Questo quadro dello stato di natura fa vedere che le differenze che distinguono gli uomini non sono tanto naturali quanto il prodotto della civiltà. Uniformità della vita primitiva e differenziazione della vita civile. (cultura, status etc.). Non vi è servitù né dominio.
SECONDA PARTE
“il primo che, avendo cinto un terreno pensò di affermare: “questo è mio” e trovò persone abbastanza semplici per crederlo è il fondatore della società civile.”
Questo è il coronamento di un processo.
- La necessità (difesa, pesca, caccia) li porta a procurarsi i primi utensili, i primi vestiti, il fuoco
- la prudenza sviluppa le sue capacità intellettuali – addomesticamento.
- l’interesse comune sviluppa la tendenza alla socialità. Associazioni che durano quanto il bisogno. (stato di branco). Nascita di una forma rozza di linguaggio.
- capanne, famiglia. Divisione del lavoro tra maschi e femmine. Le prime comodità (il primo giogo). Perfezionamento del linguaggio.
- alimenti, clima, genere di vita creano unità di costumi e di caratteri. Nascita dell’amore “morale” perché nasce la possibilità di fare confronti. Canto, danza, stima pubblica = inizio della disuguaglianza. (differenza e stima). Nascono vanità e disprezzo, vergogna e invidia: fine della felicità e dell’innocenza. Nascono i “doveri della civiltà”: onore (vendetta, crudeltà). Il terrore della vendetta tiene luogo delle leggi. Si altera il sentimento di pietà naturale. Di qui è cominciata una decadenza: a partire dall’abbandono delle opere che uno poteva fare da solo, per affrontare lavori fatti per la collaborazione: metallurgia e agricoltura. Agricoltura: dà impulso ad altre arti: più agricoltura, più metallurgia, più agricoltura.
- agricoltura = proprietà privata. = regole di giustizia. Solo il lavoro, dando diritto al coltivatore sul prodotto della terra da lui arata, gliene dà per conseguenza sul terreno. Nasce il diritto di proprietà. Questo sistema di vita accentua le differenze.
- l’uomo assume una fisionomia moderna. Per l’utile nasce la finzione. Essere e parere diventano differenti. L’uomo diviene schiavo dei suoi bisogni. Il bisogno (dell’altro) crea l’inganno, l’astuzia, la furbizia. L’ambizione, la gelosia. L’allargarsi delle terre occup0ate porta i selvaggi alla servitù o alla violenza. I ricchi usurpano = stato di guerra incessante; il solo diritto è la forza. Allora il ricco convince il povero a combattere in sua difesa. LI CONVINCE (una sorta di Trasimaco di classe) ISTITUZIONE DI ORDINAMENTI DI GIUSTIZIA E PACE (LEGGI E GOVERNO) = altre catene = nuove pastoie per il debole e nuove forze per il ricco.
- il diritto civile sostituisce la legge di natura e nasce il diritto delle genti nel rapporto tra stato e stato. E’una tacita convenzione che sostituisce la pietas naturale = guerre.
- lo stato politico, quasi opera del caso restò sempre imperfetto (salvo Licurgo che lo riformò completamente). Il diritto civile, non potendo essere osservato, per la sola volontà del popolo, fu affidato all’autorità pubblica e ai magistrati.
CONTRATTO SOCIALE 1762
Libro 1
Problema: se nell’ordine civile ci possa essere qualche regola di amministrazione legittima e sicura, prendendo gli uomini quali sono e le leggi quali possono essere. Associazione di ciò che il diritto permette a ciò che l’interesse prescrive, perché giustizia e utilità non si trovino disgiunte.
Cap. 1 L’uomo è nato libero e dovunque è in catene. Cosa può legittimare ciò? Il governo non può basarsi sulla sola forza (il problema del fondamento). Vi è un “diritto sacro: l’ordine sociale”. Questo diritto non proviene dalla natura ma è basato sulla convenzioni. Occorre analizzare quali.
Cap. 2 società primitive: famiglia. Da un insieme casuale alla famiglia. Ad essa si giunge per volontà, per convenzione. Questo è il primo modello delle società politiche. Nella famiglia l’amore motiva il padre. Nello stato il piacere di comandare supplisce l’amore.
Grozio-Hobbes = nessun potere umano può essere stabilito a favore dei governati: il fatto precede e dona il diritto (fallacia naturalistica). Ciò vale anche per Aristotele e la schiavitù. Non è naturale.
Capitolo 3. il diritto del più forte: non vi è alcuno abbastanza forte da poter comandare senza trasformare la sua forza in diritto. Il “diritto del più forte” non è un diritto, è un atto necessario.
- non volontario (cedere alla forza) – il diritto presume una volontà.
- Non fonda alcun ordine; impunità = legittimità (si può legittimamente disobbedire).
- La parola “diritto” non aggiunge nulla alla forza; perché ognuno obbedisce costretto dala forza, senza che il diritto abbia un senso; “cedete alla forza” = precetto superfluo.
LA FORZA NON FA IL DIRITTO E NON SI E’OBBLIGATI A OBBEDIRE CHE AI POTERI LEGITTIMI.
Cap. 4 Della schiavitù. Resta la convenzione come origine dell’autorità legittima.
- Grozio: il popolo aliena la sua libertà. Rousseau interpreta “vende”. Perché vende? Manca un lato dello scambio.
- Se vende per la “tranquillità della vita civile” è una tranquillità fittizia. La rapina del despota è peggiore dei “dissensi”.
- Se vende per nulla in cambio è follia: la pazzia non fonda il diritto
- Se aliena per se stesso non lo può fare per i figli
RINUNCIARE ALLA LIBERTA’SIGNIFICA RINUNCIARE ALLA PROPRIA QUALITA’ DI UOMINI E AI PROPRI DOVERI. Ciò toglie moralità all’azione e ogni libertà alla volontà. LA CONVENZIONE CHE VEDE DA UNA PARTE OBBLICHI E DALL’ALTRA DIRITTI E’NULLA.
- lo stato di guerra. Al diritto di uccidere il vincitore può sostituire un patto che – come riscatto della vita – rende schiavo il vincitore. Non esiste tale diritto nello stato di natura, perché pace e guerra sono relazioni tra stati, non tra privati. Cfr. p. 282. (la dichiarazione di guerra è ciò che distingue il nemico pubblico da quello privato.).La guerra rispetta i privati ed uccide solo i soldati in armi. Ciò è basato sulla ragione. Non c’è nessun diritto all’asservimento.
Cap 5. differenza tra sottomissione della moltitudine e governo della città. Nell’aggregazione sottomessa non vi è bene pubblico, né corpo politico. Colui che sottomette resta un privato.
Grozio:il popolo si dona al re. Rousseau: ma come il popolo diventa popolo: quest’atto è il vero fondamento della società. Inoltre che diritto avrebbe la maggioranza dei cittadini di imporre un re anche alla minoranza? “La legge della maggioranza dei voti è essa stessa una regola stabilita per convenzione; e suppone, almeno una prima volta, l’unanimità”.
Cap. 6 Patto sociale.
gli uomini sono giunti a non aver, per sopravvivere, più forze esclusivamente individuali, dunque sono costretti a cambiare la loro maniera d’essere. Ha bisogno di una forma di aggregazione: Come può aggregarsi restando se stesso? Deve “trovare una forma di associazione che difenda e protegga con tutte le forza comune, le persone e i beni di ciascun associato, per la quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso e resti altrettanto libero come prima.”
Le clausole sono determinate dalla natura; sono ovunque le stesse; venir meno ad esse scioglie il patto; ciascuno rientra nei “diritti primitivi” e perde quelli civili. CLAUSOLA = alienazione totale dell’individuo nella comunità. L’associato non deve avere niente da rivendicare; perché se restasse qualche diritto ai singoli, non essendoci alcun superiore comune, che potesse pronunciarsi tra loro e il pubblico, ciascuno, essendo su qualche punto il proprio giudice, pretenderebbe ben presto di essere tale su tutti: “ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale e noi tutti in un corpi riceviamo ciascun membro come parte indivisibile del tutto.” ASSOCIAZIONE 0 CORPO MORALE COLLETTIVO. Da quest’atto esso riceve la sua unità. Una volta era città, ora è repubblica e corpo politico.
- associati:
- popolo = collettivamente
- cittadini = come partecipi dell’autorità sovrana
- sudditi = come sottomessi alle leggi dello stato.
Cap. 7 Del sovrano.
Il contratto prevede un’obbligazione reciproca tra pubblico e privati. Ciascuno è obbligato a) come membro del sovrano rispetto ai privati; b) come membro dello stato verso il sovrano.
Il sovrano non può obbligarsi verso se stesso. P. 286.
Non può neanche derogare al contratto originario alienando parti o sottomettendosi ad un altro sovrano.
Il sovrano non ha bisogno di tutelarsi dagli individui che lo compongono perché non ha interesse contrario al loro (tutti i membri). P. 286
IL SOVRANO, PER IL SOLO FATTO CHE E’, E’ SEMPRE ANCHE TUTTO CIO’ CHE DEVE ESSERE. Ma non è così per i sudditi nei confronti del sovrano: esso deve assicurarsi la loro fedeltà.
L’interesse privato può parlargli in modo diverso dall’interesse comune. Chi si rifiuterà di obbedire all’interesse generale vi sarà costretto da tutto il corpo = SARA’ COSTRETTO AD ESSERE LIBERO.
Cap. 8 dello stato civile.
Con la società civile nascono giustizia e ragione. L’uomo è forzato ad operare secondo giustizia e ragione” “da un animale stupido e limitato diviene un uomo”.
Perde la libertà naturale e il diritto illimitato su tutto ciò che tenta o può conseguire.
Acquista: la libertà civile e il diritto di proprietà (diritto positivo).La libertà morale rende l’uomo padrone di se stesso: l’impulso è schiavitù, l’obbedienza alla legge è libertà.
Cap. 9
Del dominio reale.
Il diritto del primo occupante diventa diritto solo dopo l’istituzione del diritto di proprietà. (il contratto fonda il diritto).
Chiarificazioni sul diritto del primo occupante: la territorialità è fondamentale nello stato: essa tutela i terreni occupati dai sudditi; ma non tutti i terreni che vuole. In questo modo i sudditi sono tutelati in un vero diritto di proprietà: proprio cedendola alla collettività, perchè sovrano e proprietario hanno sullo stesso terreno diritti diversi. Il patto sociale, invece che distruggere la disuguaglianza naturale ne ha creata una morale e legittima.
fonte: www.sp.units.it
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Lezioni di storia tutto di tutto
TOMMASO
Nasce tra il 1221 e il 1227 da una famiglia di piccoli feudatari imperiali: d’Aquino di Roccasecca e Montesangiovanni.
Diventa Magister nel 1256. Ultimo di 4 maschi (e 5 femmine). Tutti uomini d’armi. Tommaso diventa oblato nell’abbazia benedettina di Montecassino. Speravano divenisse Abate. Per le continue guerre con Federico II spostarono Tommaso a Napoli.
Grande fermento:
- TRADOTTO ARISTOTELE: Metafisica, libri naturales (de celo, de anima) Michele Scotto
- Averroè, Avicenna (commenti)
- Pietro de Hibernia come maestro nelle cose naturali.
Entra nell’ordo predicatorum. 1244. Non piace alla famiglia. Rapimento. Prigionia e tentativi di convincimento.
1245 riparte per Colonia e Parigi.
Colonia: Alberto Magno.Bue muto. Commento di Atristotele. E confronto tra i commenti
Francescani e domenicani. I classici e le fonti scritturistiche
Tommaso: assimilazione.
Alberto manda Tommaso quando il Maestro generale dell’Ordine gli chiese un giovane bacelliere da avviare alla carriera accademica a Parigi. Il compito era quello di leggere – commentare la bibbia e le Sentenze di Pier lombardo. (=raccolta di commenti dei padri in materia teologica, raccolte in modo da formare la dottrina cattolica).
Baccalaureus biblicus (1252 – 1254)
Baccalaureus sententiarum (1254 – 1256)
Lo scriptum di Tommaso sulle sentenze non è un commento in senso proprio, ma un insieme di questioni a sua volte suddivise in articoli, ognuno dei quali tratta un problema particolare.
Questio:
problema.
Primum, etc. sed contra. Corpo. Risposte.
1256 diviene magister – professore a pieno titolo,
Discute quaestiones quodlibetales e quaestiones disputatae (pubbliche). Venivano dibattute dai bacellieri, ed infine interveniva il maestro che dava una risposta definitiva: la determinatio. (questioni relativi al rapporto tra orale e scritto)
Summa contra Gentiles,
1259 torna in Italia. Segue la corte pontificia.
Scrive anche degli opuscola, come il De redimine Principum ad regem Cypri 1265 completato da Tolomeo da Lucca.
In Italia inizia la Summa Teologica.
Struttura:
ordo disciplinae\ordo historiae. (exitus reditus) 3 parti:
-dio come principio
- l’azione umana: la virtù
-la gloria
Nel 1268 viene richiamato a Parigi e vi rimase fino al 1272 – porta a termine la Summa.
Commenta Aristotele – la Metafisica
Fu richiamato a Napoli da Carlo d’Angiò scrisse commenti alla Bibbia. Dal 1273 non scrisse più. Recandosi al concilio di Lione, dietro ordine del papa – Gregorio X – cade, si ammala e muore nela abbazia cistercense di Fossanova. 7 marzo 1924.
Natura dell’uomo.
Anima e corpo.
Anima = forma del corpo. In senso aristotelico: forma = principio di determinazione di una realtà esistente (contro la materia).
La religione parla di immortalità dell’anima. – risurrezione.
Da un punto di vista filosofico Platone è più vicino: teoria del Fedone. (ripresa da Agostino e da tutto il medioevo latino) Quando muore l’uomo muore solo il corpo.
La conoscenza del de anima di Aristotele aveva creato problemi e diverse interpretazioni.
- Aristotele: anima = forma del corpo, non principio separato. Ma in alcuni capitoli (dal terzo all’ottavo) si parla di quella parte dell’anima che conosce e riflette, lasciando in sospeso se sia separabile o meno. Per la conoscenza riconosce un intelletto attivo ed uno passivo. Il primo sta agli oggetti come la luce al colore: è separato, impassibile, non mescolato alla materia, immortale ed eterno. L’intelletto passivo è corruttibile.
- Alessandro di Afrodisia; l’intelletto è separato -. È i n Dio. Mette in discussione la pluralità delle anime.
- Avicenna: de anima o liber VI naturalium. Insegna che si può essere credenti ad aristotelici.
- Tommaso: l’anima umana è forma sussistente: ha l’essere in proprio, non partecipa solo dell’essere del singolo. In un albero cosa esiste è l’albero- non la sua forma sostanziale – nell’uomo invece esiste l’anima.
Aristotele dice: “Se vi è un’attività o una passione che sia propria dell’anima, potrà l’anima stessa essere separata. Se invece non ha nessuna attività che le sia propria, non sarà separabile. “
Per Tommaso l’attività intellettuale è propria dell’anima e indipendente dal corpo.
Si chiama Forma subsistens – come indipendente dal corpo sarà anche forma immortale.
Questa immortalità riguarda ogni uomo, L’anima umana è anche forma del corpo (ciò che lo determina).
Volontà: tendenza razionale: appetitus rationalis. (appetitus naturalis e appetitus sensitivus= impulso alla conservazione o individuale –cibo – o della specie - sesso).
Nell’uomo vi è anche la tendenza che segue la conoscenza intellettiva e questa è la volontà.
Come l’appetito intellettivo segue l’universale così la caratteristica della volontà è quella di tendere ad un oggetto considerato sotto un aspetto universale. La tendenza sensitiva è diretta a questo singolo oggetto, la volontà tende ad un oggetto perché si presenta come bene.
VOLONTA’ = TENDENZA AL BENE come e’conosciuto dall’intelletto, cioè nella UNIVERSALITA’.
Gli oggetti particolari sono beni non in senso assoluto, C’è sempre un limite, un aspetto in cui sono manchevoli. Nessun bene finito ha il potere di determinare la nostra volontà.
Fine ultimo: beatitudo – concetto teologico.
Mezzo: consilium (boulesis)
Conclusione= scelta (electio) = sillogismo pratico.
La libertà è determinata dal giudizio (arbitrium) che segue da un confronta tra beni e un ragionamento.
Nel giudizio c’è il peso della volontà.
La legge.
- luogo: q. 90 – 108 I, II. Seconda pars: Prologo: Come dice D. l’uomo è fatto a immagine di Dio p. 34. Immagine: = scienza dell’agire umano in cui si realizza, attraverso il raggiungimento della beatitudine, la pienezza dinamica dell’immagine divina dell’uomo. L’antropologia si basa sull’idea di Dio ed è presente nella I pars (Q… 75 ss) Adamo e la sua condizione.. Il momento “operativo” quello della somiglianza, è nella II pars. Reditus: restaurazione della natura corrupta.
- legge.
- Legge = disposizione di ragione (fonte esterna dell’atto)(come la grazia) “lex quaedam regula et mensura actuum, secundum quam inducitur aliquis ad agendum vel ab agendo retrahitur: dicitur enim lex a ligando, quia obligat ad agendum.” (la legge è una regola e misura delle azioni…si chiama legge da ‘legare’, poiché obbliga ad agire)
- – ligare: obbligo (obbedienza, ma anche trasgressione). Si dice “legge naturale” come l’inclinazione naturale non propriamente ma solo “partecipativamente”.
- – regula et mensura = ratio: razionalità è ordinata al fine e non strumentale.
- – sillogismo pratico. Differenza con quello teoretico. (ci riferiamo qui alla prassi) legge è ratio pratica (non speculativa).
- sillogismo pratico.
Q. 76/77 synderesis = asse portante della legge. Premessa del sillogismo pratico. Azione singola= conclusione del sillogismo pratico.
Leggere a p. 41.
universali (premessa) particolari (circostanze concrete).
Per queste (particolari) c’è la possibilità di un vero sapere. LE UNIVERSALI SONO UNIVERSALMENTE CONOSCIUTE; LE PARTICOLARI LO SONO RELATIVAMENTE AGLI STATUS ET OFFICIA. Questo sapere può essere accumulato: perché il risultato del sillogismo può fungere da premessa per altri sillogismi.
Nozione di habitus che serve a creare quelle competenze che permettono al sapere pratico di costituirsi.
q. 51 (sull’habitus)= le disposizioni (habitus) si attivano in rapporto con l’empiria.
q. 63 (I,II) sulla virtù. Untrum virtus insit nobis a natura. Habitus come ciò che si insegna. – leggere p. 44: L valenze empirico-euristiche e cumulativo-trasmissibili.
- la legge è ordinata al bene comune.
Concetto aristotelico. Bene della parte e bene del singolo. Problema.
- Passerin d’Entreves: come Aristotele
- maritain: individuo e persona.
- 2 fini dello stato: prossimo e remoto (bene politico e bene assoluto, trascendente) Bonum: se si tratta del bene remoto l’indiviuo è sottoposto al bonum comune; se si tratta del bene prossimo no. Questo aspetto conflittuale si verifica soltanto per quanto riguarda la legge umana e non gli altri tipi.
- La legge è emanata dall’autorità.
Ordinare aliquid in bonum comune est vel totius multitudinis, vel alicuius gerentis vicem totius multitudinis. (Ordinare qualcosa come bene comune è proprio o della moltitudine intera o di chi fa le veci della moltitudine intera).
Qualificazione: ruolo vicario. Rapporto proporzionale tra causa efficiente e causa finale.
- la legge deve essere promulgata,
la conoscenza della legge è il presupposto per poterla obbedire. La legge poggia su un presupposto di carattere morale.
- La divisione delle leggi
Definizione generale: rationis ordinatio ad bonum comune, ab eo qui curam communitatis habet, promulgata. (ordine della ragione orientata al bene comune, promulgata da colui che si occupa della comunità).
La definizione è tratta dalla legge positiva e si applica ad essa.
- legge eterna. Def p. 56. = saggezza divina. Ottempera alla definizione generale di lex:. Saggezza divina = razionalità. Tessendo la trama della creazione è finalizzata al bonum comune. Dio è l’autore. (paragona la legge divina alla divina prudenza – ovvero provvidenza. “L’ordinatio rationis (di Dio) ad finem assume il valore di legge in quanto presuppone la provvidenza quale operazione divina, fondata sull’intreccio sottile di volontà e intelligenza come libera disposizione divina al fine ultimo.” (libertà e finalismo). “Ita ratio divinae sapientiae moventis omnia ad debitum finem obtinet rationem legis” (Perciò la ragione della sapienza divina che muove ogni cosa al debito fine ottiene la qualifica di legge). 59 Sono tutte le cose sia contingenti che necessarie. E la promulgazione è il Verbo. Viste le condizioni formali la legge eterna è legge nel senso pieno del termine. In questa guisa la LEGGE ETERNA E’INCONOSCIBILE. . Solo i beati possono conoscerla p. 60.
- Legge naturale: la legge eterna la si può conoscere per i suoi effetti: come la luce del sole. Ogni conoscenza avviene per partecipazione della legge eterna: principio supremo in campo pratico e speculativo. Synderesis. Luce della mente. QUESTA PARTECIPAZIONE E’LA LEX NATURALIS. Def. Pag. 64.I principi “per se noti” = bonum est appetendum, malum fugiendum. (il bene va desiderato, il male va evitato).
- Caratteristica dell’obbedienza umana: sicut regulante = attivamente, che si auto regola;
- Sicut regulato: come essere irrazionale soggetto ad appetiti.
Il contenuto della legge naturale,. Leggere p. 66. L’ inclinazione naturale costituisce l’aspetto empirico, il principio materiale nella costituzione del bene. Leggere a p. 67.IL BONUM EST APPETENDUM SI RIEMPIE DI CONTENUTI POSITIVI.
- Legge umana.. Tommaso riabilita il fenomeno politico.
- Tesi della naturale socievolezza; il potere non deriva dala natura corrupta, ma c’era anche nello stato di innocenza. Q. 96 Prima Pars. De dominio quod homini in statu innocentiae competebat. (contraddice agostino nell’ad primum.
- Continuità della legge umana con le altre due. Q. 95 – 96: in continuità con le altre leggi. Continuità anche con agostino. Q. 95 inizia discutendo dell’UTILITAS.
- Utilitas è riferita alla condizione di peccato: l’uomo non sempre obbedisce spontaneamente: ha bisogno della vis e del metus. L’obbedienza dovrebbe essere portata spontaneamente, ma non lo è, ha bisogno della VIS e del METUS. L‘utiltà della legge è piegare i refrattari.
- “superaddita” sono le cose che la legge umana aggiunge alla naturale.
- l’obbligo discende dalla legge naturale: p. 83 (in tantum habet de ratione legis in quantum a lege naturae derivatur etc) = la validità viene dalla legge naturale
- per conclusione = specificazione che riceve la legge naturale, leggere p. 84.; e per determinazione =stabilisce i contenuti delle pene..La mutevolezza nulla toglie al fatto che la legge sia derivata dalla legge naturale: perché si tratta di realtà pratica. (aliqua necessitas/una qualche necessità). E’cumulabile: obiezione all’ad quartum dove si cita il codex: “non omnium quae maioribus lege statuta sunt, ratio reddi potest. Risponde Tommaso che – anche laddove apparentemente sembrerebbero andare contro ragione si DEVONO TENERE COME PRINCIPI” perché SONO JUDICIUM EXPERTORUM ET PRUDENTORUM (giudizio e decisione degli esperti e dei sapienti). Bisogna notare la mentalità!
- La legge umana non è artificiale: la legge naturale copre tutto il campo della legge umana (schema?) Non vi è nemmeno separazione tra morale e diritto. L’”adattabilità” riguarda tutta la sfera pratica. Differenziazione: la legge umana non copre TUTTI GLI ATTI PRESCRITTI DALLA LEGGE NATURALE. Essendo mensura ed avendo come obiettivo il bonum commmune è per sua natura omogenea = reprime i vizi più gravi e prescrive le cose “basilari” (quelle che tutti possono fare) “a quibus (actis) possibile est maiorem partem multitudinis abstinere”/ dalle quali è possibile che la maggioranza si astenga).
- Bonum comune = spazio della esteriorità. “ovvero quanto attiene alla convivenza umana a partire dal suo livello minimale, ovvero la pace e tranquillitas e l’unità. LE NORME DELLA LEX HUMANA HANNO ORIGINE E SI GIUSTIFICANO NELLA NECESSITA’ DEL COORDINAMENTO DELLA PLURALITA’ DI INDIVIDUI COSTITUENTI LA COMUNITA’. P. 87 Esteriore = minimale; esteriore = in foro esterno.Sopravvivenza del corpo politico. Il rapporto ad alterum in una articolazione primitiva ed esteriore.
- L’obiettivo del legislatore è quello di coprire l’ambito della legge naturale, gradatim. Cioè non solo prescrivendo le virtù che direttamente attengono al bonum comune, ma anche quelle che vi attengono indirettamente.
- L’obbligo è coscienziale. P. 89.
- Il minimo etico consente anche che venga obbedita una legge ingiusta: propter scandalum. = obbedienza giusta ad una legge ingiusta.
- Versante “soggettivo” = obbedienza ingiusta (metu vis) di una legge giusta. Vis coactiva (coercibilità, uso legittimo della forza) come caratteristica della legge umana. P.92
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
ARISTOTELE
Vita
Nasce nel 384/383 (Apollodoro) da una famiglia di medici. Il padre si chiama Nicomaco la madre Festide, anch’ella di famiglia Asclepiade. Di Stagira (Macedonia – Stavro). Città colonizzata dai greci.
Padre prestigioso – presta servizio presso il re macedone (Aminta). Nella città di Pella. Rimane orfano ed emigra. Probabilmente ad Atarneo. Avrà ottimi rapporti con Ermia che diventerà tiranno di Atarneo e Asso. Il suo tutore (Pirosseno) accortosi delle capacità e dell’intelligenza lo manda all’Accademia di Platone.
Diogene Laerzio:
“Si incontrò con Platone all’età di diciassette anni e si intrattenne nella sua scuola per venti” (Vita dei filosofi V, 9)
Platone aveva fondato l’Accademia dopo il primo viaggio in Sicilia (388 ac) e le aveva dato lo stato giuridico di una comunità religiosa consacrata al culto delle Muse e ad Apollo. Finalità della scuola: politico-etico-educativo. Preparava i “veri politici”
Si coltivavano anche le scienze (Eudosso –matematico)
Quando Aristotele entrò all’Accademia (367/366)Platone faceva il secondo viaggio in Sicilia fino al 364. Eudosso= empirico = “Salvare i fenomeni”., un principio che tenesse conto dei fatti, del loro modo di apparire. Filippo di Opunte, Speusippo.
Il platonismo è il nucleo attorno a cui si sviluppa la riflessione di Aristotele.
Probabilmente all’inizio studia matematica – secondo il ciclo di studi della Repubblica.
Opere “platoniche”
1. Il Grillo: opera dedicata alla retorica. Polemica contro la retorica: irrazionale mozione dei sentimenti – secondo le teorie di Gorgia e Isocrate. Dopo Platone scriverà il Fedro – con cui critica, ma parzialmente rivaluta, la retorica. Un allievo di Isocrate, Cefisodoro, scrive un Contro Aristotele. Segno che il tattato di Aristotele aveva avuto successo.
2. Eutidemo, sull’anima.Forma di dialogo, dedicata a Eutidemo, amico di Aristotele – morto in combattimento presso Siracusa. E’un dialogo socratico, il modello è il Fedone. Sull’immortalità dell’anima. Ha un carattere oltremondano: si pensa che la vita nell’al di là sia migliore. Vi si trovano argomenti basati sulla persuasione.
Problema: condivide A. la teoria platonica delle idee?
In realtà l’immortalità dell’anima a cui qui si fa cenno si riferisce all’anima intellettiva.
“Se poi rimanga qualche cosa anche dopo la corruzione della sostanza composta, è un problema che resta da esaminare. Per alcuni esseri nulla lo vieta: per esempio per l’anima: non tutta l’anima, ma solo l’anima intellettiva; tutta sarebbe impossibile” (metaf. VII 3, 1070 a 24-26).
Emerge il concetto aristotelico di Idea = non come qualcosa di separato, ma come sostanza, forma. L’anima è sostanza/forma del corpo, non si dissolve con esso.
Il carattere mistico dell’Eudemo verrà superato. La filosofia guadagna una dimensione scientifica che non lascia spazio a tale carattere religioso.
3. Propteptico o Esortazione alla filosofia – di questa opera si possiedono frammenti riportati da Giambico. Si tratta di una difesa integrale della filosofia. Viene chiarito l’ideale della vita teoretica. Attributi:
- necessaria = anche chi al nega è costretto a filosofare: “IL CERCARE è LA CAUSA DELLA FILOSOFIA”;
- i principi e le cause prime sono l’oggetto della filosofia:nucleo dell’ontologia aristotelica “ciò che è primo per i sensi è l’ultimo nell’ordine della conoscenza”.
- non ha bisogno di strumenti o di luoghi particolari “ma in qualunque luogo della terra uno vi ponga il pensiero, allo stesso modo attinge alla verità”
- è un bene oggettivo e costituisce il fine metafisico dell’uomo. La conoscenza è la virtù suprema.
- la filosofia è utile. La contemplazione ha valore autonomo, la vita pratica un valore subordinato. I beati vivono contemplando, non agendo.
-la filosofia dà felicità:
“nulla di divino o di beato appartiene agli uomini, eccettuata quella sola cosa degna di considerazione, ossia quanto vi è in noi di intelligenza e di sapienza; questa sola tra le cose che sono in noi appare essere immortale e questa sola divina. L’intelligenza è il dio che è in noi.
4. Sulle idee.
Prende le distanze con la filosofia platonica. Respinge l’idea delle idee come sostanze separate. Afferma che per tener ferma la dottrina delle idee bisogna rinunciare alla dottrina dei principi.
Le idee sono CAUSE FORMALI delle cose. Sono forme IMMANENTI nelle cose.
Berti: da enti trascendenti a STRUTTURE TRASCENDENTALI
5. Sul bene: è sulla teoria dei principi.
L’uno e la diade “del grande e del piccolo” vengono associate all’idea della causa formale e della causa materiale.
Le speculazione del dialogo platonico Filebo si avvicinano a queste conclusioni: Il Flebo parla di quattro generi supremi del reale: il limite (o principio determinante), l’illimite (o principio indeterminato) il misto di questi due e la causa della mescolanza.
Si jntravvede la causa formale e materiale e l’idea della sostanza come sinolo – unione di forma e materia.
6. Sulla filosofia -. L’opera più importante. Anch’essa pervenutaci in frammenti. In tre volumi, in stile dialogico, affrontava i temi principali della filosofia platonica, dal senso della filosofia, alle idee numeri, alla teologia. Pare emerga l’idea di Dio –
De caelo (Simplicio. 228, 28).
Sono tesi presenti nella metafisica. Dio è apathos, impassibile, eterno IL trascendente diventa nous = intelligenza suprema, NON INTELLEGIBILE.
Dopo la morte di Platone Aristotele abbandona l’accademia.
Ritorna ad Atarneo – dove lo impiega Ermia, il tiranno. Tiene una scuola ad Asso, insieme ad altri dell?Accademia platonica fuoriusciti con lui. Poi passa a Mitilene nell’isola di Lesbo – da dove veniva Teofrasto.
Nel 343 diventa precettore di Alessandro il Macedone.
Nel 335/334 quando Alessandro consolida il suo potere sulla Grecia A. torna ad atene e fonda una scuola in un ginnasio pubblico, il Liceo (sacro ad Apollo Licio) aveva nei suoi pressi un edificio e un giardino – passeggiata, Peripato: Aristotele insegnava passeggiando.
Ci restano le lezioni di Aristotele e nessuna delle opere scritte per il pubblico (essoteriche).
Opere principali:
metafisica
Fisica, Sul cielo, Sulla generazione e corruzione, Sull’anima;
tre corsi di Etica: etica Eudemea, etica Nicomachea, Grande Etica.
Politica, Poetica, Retorica,
Organon: -categorie; - De interpretazione; Analitici primi e secondi; Topici e Confutazioni sofistiche.
Muore nel 322.
Metafisica: indagine sulle cause e i principi; sull’essere in quanto essere; la sostanza; Dio e la sostanza soprasensibile. Dio è il momento centrale e definitorio della metafisica.
Dottrina delle cause: formale, materiale, efficiente e finale. (efficiente: il padre che genera il figlio) finale (il telos): lo scopo a cui tende il divenire.
Dottrina dell’essere. A. analizza il senso che prende l’essere. Ha una molteplicità di significati.
Vengono analizzati ed Aristotele ne costruisce una “tavola”, una mappatura. Sono sensi non univici, non equivoci ma analoghi.
(Essere come accidente; come essenza ovvero come sostanza; essere come vero cui viene contrapposto il non essere come falso: si tratta dell’essere logico in base a cui viene formulato un giudizio vero o falso; essere come potenza e come atto)
Il concetto di sostanza:
-forma (morphè, eidos)
-materia (substrato necessario per la forma)
-sinolo (unità concreta di feorma e materia).
ETICA
- Separazione tra teoria e prassi.
-rispecchia la divisione aristotelica tra una sfera propria dell’umano da una sfera inferiore, relativa al mondo animale, e una sfera superiore, relativa al mondo umano.
Theorein, teoria: il modo con cui l’uomo si mette in rapporto razionale con ciò che non è cambiato o trasformato da questo interessamento umano. Il voler sapere le cose come sono in se stesse.
“come dottrina della natura (episteme), essa si occupa del genere dell’essere che ha in se stesso il principio del movimento e della quiete….”non è una scienza pratica e neanche poetica; infatti per quel che concerne le cose prodotte, il principio risiede nel producente, tanto se questo sia un intelletto se sia un arte o una qualche capacità, mentre, per quel che concerne le cose pratiche, il principio risiede nell’agente, ed è un atto di libera scelta, giacchè l’oggetto dell’azione e quello della scelta si identificano.” (Met. 1075 a 1)
Definizione dell’episteme, p. 95 /arte e prassi 96 97
Prassi: attuazione esistenziale ed azione dell’uomo ed autorealizzazione esistenziale.
Prassi umana è prassi di un essere che ha la ragione. Si distingue dalla scienza teoretica per due momenti:
- l’oggetto: non so tratta dell’eterno e dell’immutaile, ma nemmeno dell’essere al quale le cause e i motivi del divenire e dell’accadere non sono immanenti (altrimenti si identificherebbero con le cose naturali – oggetto della scienza fisica), bensì risiedono nella ragione o arte o qualsiasi altra capacità dell’uomo. OGGETTO DELL’EPISTEME PRAKTIKE – scienza pratica sono ta anthropina – le cose umane.
- Le scienze pratiche esse stesse vogliono la prassi: “scopo della scienza teoretica è la verità, quello della scienza pratica è l’attività pratica” Ancora: “La parte della filosofia con cui noi abbiamo qui a che fare non è esercitata come le altre a causa delle teoria; cioè non svolgiamo la nostra indagine per sapere che cosa sia la virtù in se, ma per diventare noi stessi buoni; altrimenti questo filosofare sarebbe inutile. Pertanto dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’agire.
Politica = la scienza complessiva dell’attività morale dell’uomo sia come singolo che come cittadino. Questa “politica” si suddivide in etica e politica.
Si nota una SUBORDINAZIONE DELL’ETICA ALLA POLITICA (uomo= cittadino)
“Se infatti identico è il bene per il singolo e per a città, sembra importante e più perfetto scegliere e difendere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città” (Etica Nicomachea A 2, 1094b 7-8)
- L’uomo nelle sue azioni tende a fini specifici, che si configurano come beni. I beni sono relativi. Non si può passare da bene a bene all’infinito (forma “cattiva di infinito”) i beni sono funzionali ad un fine ultimo, ovvero a un bene supremo.
Il bene supremo è la felicità = eudaimonia. Cos’è? Qui iniziano i problemi.
- piacere, godimento.
- Onore = vita politica. Ma non può essere un fine ultimo:”Esso infatti sembra dipendere più da chi conferisce l’onore che da chi è onorato: noi invece riteniamo che il bene sia qualcosa di individuabile e di alienabile.” Gli uomii lo cercano per il riconoscimento pubblico.
- Ricchezze. “la vita (…) dedita al commercio è qualcosa di contro natura, ed è evidente che la ricchezza non è il bene che cerchiamo; infatti essa è solo in vista del guadagno ed è un mezzo per qualcosa d’altro” (EN, A 5, 1096, 5-7)
- Il bene in sé dei platonici. Non è realizzabile per l’uomo. Il bene che riguarda l’etica è quello immanente, realizzabile, a portata dell’azione umana.
- Bene = aretè. Virtù. Ciò che l’uomo sa svolgere. Qui vi è un riferimento all’antropologia e alla dottrina dell’anima:
- Non è il semplice vivere (anima vegetativa)
- Non è nemmeno il sentire, comune con gli animali
- Ragione: l’attività dell’anima secondo ragione. Questa è la virtù dell’uomo , qui va cercata la felicità.
“se dunque è così, allora il bene proprio dell’uomo è l’attività dell’anima secondo virtù, e se molteplici sono le virtù, secondo la migliore e la più perfetta. E ciò vale anche per tutta una vita completa. Infatti una sola rondine non fa primavera né un solo giorno; così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità”. EN A 7, 1098 a 12-20.
Intelletto è la parte migliore dell’uomo.
“E’dunque chiaro che ciascuno è intelletto e che la persona moralmente conveniente ama soprattutto esso” EN I, 8,1169, a 2 ss.
Le virtù sono dedotte dalle parti dell’anima.
- Vegetativa
- Sensitiva o concupiscibile=virtù etiche perché quasta parte dell’anima”partecipa in qualche modo alla ragione” EN, A, 13 – la virtù etica serve a dominare questi impulsi.
- intellettiva o razionale= virtù dianoetiche
virù etiche: sono molte, perché molti sono gli impulsi che devono essere dominati. Derivano dall’abitudine/habitus/seconda natura. Esercizio: se ci abituiamo a fare qualcosa, ci diventa facile. Le virtù si apprendono come le altre arti.
Qual è la natura comune a tutte le virtù etiche? NON C’E MAI VIRTU’QUANDO C’E’ ECCESSO O DIFETTO.
“In ogni cosa, sia essa omogenea oppure divisibile, è possibile distinguere il più, il meno e l’uguale, e ciò o in relazione alla cosa stessa o in relazione a noi: l’uguale è la via di mezzo tra l’eccesso e il difetto. Io chiamo dunque posizione di mezzo di una cosa quella che dista ugualmente da ciascuno degli sìestremi, ed essa è una sola ed identica in tutte le cose e chiamo posizione di mezzo rispetto a noi ciò che non eccede né fa difetto; essa però non è l’unica, né uguale per tutti. “ EN, B 6, 1106 a 26-1106b 7.
L’oggetto è la passione: la virtù etica è la medierà tra i due estremi della passione. E’ il massimo dal punto di vista del valore perché segna l’affermazione della ragione sull’irrazionale. (sempre l’idea del limite!)
-coraggio (viltà/audacia)
-temperanza (insensibilità/dissolutezza)
-liberalità (avarizia/prodigalità)
Giustizia: libro V dell’EN.
Virtù dianoetiche. = virtù di ragione.
Ci sono due funzioni dell’anima razionale:
- quella che conosce le cose variabili
- quella che conosce le realtà immutabili.
Vi è perfezione della virtù per entrambe le funzioni. Ragione pratica e ragione teoretica. Phronesis e Sophia. Due visioni della felicità, che si connettono una forma difettiva ed una forma eccedente di felicità. P. 141 ss.
La felicità della vita teoretica eccede la felicità specifica per l’uomo, è la felicità umana “massima”. E’ rivolta all’elemento divino nell’uomo. Soddisfa le condizioni per la felicità sono prevalenti nell’uomo.
Sophia= verte sulle cose immutabili.
- la teoria è forma suprema dell’attività umana. Lo spirito il “nous” ha il grado supremo perché si rivolge agli oggetti più eccellenti: il bello e il divino.
- la teoria può essere esercitata con maggiore continuità.
fronesis: verte sulle cose che potrebbero anche essere diversamente. Felicità di “tipo umano” 1.
Saggezza: saper correttamente dirigere la vita dell’uomo, saper deliberare su ciò che è bene e male. LA FRONESIS ADDITA I MEZZI PER RAGGIUNGERE I FINI. I veri fini e il vero scopo sono colti dalla virtù che indirizza il volere in modo corretto.
“…L’opera umana si compie attraverso la saggezza e la virtù etica: infatti la virtù rende retto lo scopo, mentre la saggezza rende retti i mezzi” EN Z 12, 1144 a 6-9
LA VIRTU’ETICA E DIANOETICA SONO LEGATE TRA DI LORO: non E’POSSIBILE ESSERE VIRTUOSI SENZA LA SAGGEZZA NE’ ESSERE SAGGI SENZA LA VIRTU’ETICA.
La virtù dianoetica è la conoscenza dei principi e delle conseguenze che da essi logicamente vengono tratte. La saggezza riguarda l’uomo, la sapienza riguarda le cose che sono sopra l’uomo.
Perfetta felicità:
Contemplazione intellettiva.
Passi :
1 »Vi sono altre cose molto più divine, come, per restare alle più visibili, gli astri di cui si compone l’universo. Da ciò che si è detto è chiaro che la sapienza è insieme scienza e intelletto delle cose più eccelse per natura. » EN Z 7 1141 a 34-1141;
2 (..)se l’attività dell’intelletto, essendo contemplativa, sembra eccelllere per dignità e non mirare a nessuna ltro fine all’infuori di se stessa ed avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficente, agevole, ininterrotta, per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attvità si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato : allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita. Infatti in ciò che riguarda la felicità non può esserci nulla di incompiuto. Ma una tale vita sarà superiore alla natura dell’uomo; infatti non in quanto uomo egli vivrà in tal maniera, bensì in quanto in lui v’è qualcosa di divino; e di quanto esso eccelle sulla struttura composta dell’uomo di tanto eccelle anche la sua attività conforme alle altre virtù. Se dunque in confronto alla natura dell’uomo l’intelletto è qualcosa di divino, anche la vita conforme ad esso sarà divina in confronto alla vita umana.Non bisogna però seguire quelli che consigliano che, essendo uomini si attenda a cose umane, ed essendo mortali, a cose mortali, bensì, per quanto è possibile, buisogna farsi immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più elevata di quelle che sono in noi ; seppure infatti essa è piccola per estensione, tuttavia eccelle di molto su tutte le altre per potenza e valore » EN K 7, 1177b 19-1178;
3. « (..) cosicchè l’attività del dio, che eccelle per beatitudine, sarà contemplativa. Quindi anche tra le attività umane quella che è più congenere a questa, sarà quella più capace di rendere felici. Prova di ciò è anche il fatto che gli altri esseri viventi non partecipano della felicità, perchè sono completamente privi di questa attività. Invece per gli dei tutta la vita è beata, e per gli uomini lo è in quanto vi è in essi un’attività simile a quella ; ma nessuno degli altri esseri vivienti è felice, perchè no npartecipa per nulla della speculazione. Per quanto dunque si estende la speculazione, di tanto si estende anche la felicità, e in quelli in cui si trova maggior speculazione vi è anche maggior felicità ; e ciò accade no per caso, ma per via della specuolazione : essa infatrti ha valore di per se stessa. Così la felicitò è una specie di speculazione. »
EN K 8, 1178 b 21-32.
Psicologia dell’atto morale.
- Razionalismo etico di Socrate e anche di Platone.
- Aristotele è realista: altro è conoscere il bene, altro è il praticarlo. Così cerca di indagare l’atto morale più da vicino.
- Azioni involontarie =azioni coatte;
- Azioni volontarie”in cui il principio risiede in chi agisce, se conosce le circostanze particolari in cui si svolge l’azione. (EN L 1, 1111 a 22-24)”. In questa categoria entrano tutte le azioni dettate dall’impetuosità, ira, desiderio etc. Sono volontarie anche le azioni dei bambini. Volontarie sono le azioni spontanee.
- Volontarie sono le azioni determinate da una scelta (proairesis): la scelta “sembra essere cosa essenzialmente propria della virtù e più atta che non le azioni a giudicare i costumi”.- deliberazione (o proponimento)
- Scelta: si riferisce ai mezzi che vengono ritenuti idonei, tutte le cose che servono per realizzare il fine, dalle più prossime alle più remote. Scarta quelle irrealizzabili e mette in atto le realizzabili.
“L’oggetto della deliberazione e quello della scelta sono la stessa cosa, eccetto il fatto che ciò che si sceglie è già stato determinato. Infatti oggetto della scelta è ciò che è già stato giudicato con la deliberazione. Ciascuno infatti cessa dal ricercare come dovrà agire, quando avrà ricondatoo a se stesso il principio dell’asione e l’abbia ricondotto a quella perte di lui chew comanda: essa infatti e quella che decide” …EN L 3 1113 a 2-7
Non si nota una chiara formulazione della nozione di volontà. La volontà riguarda solo i fini (bulesis). NOI SIAMO BUONI IN RELAZIONE AI FINI CHE CI PROPONIAMO, non in relazione ai mezzi.
Come si determina la bontà del fine?
- se è tendenza infallibile verso il bene – non vi è volontà (su cosa delibero?) E se scelgo il male sarà solo per ignoranza;
- se è tendenza a ciò che appare bene, si dovrebbe concludere che “ciò che è voluto non è voluto per natura, ma a seconda che a ciascuno pare; e poiché a uno pare una cosa, a uno un’altra, se così fosse, ciò che è voluto sarebbe insieme cose contrarie” =nessuno potrebbe più essere chiamato buono o cattivo.
- Soluzione prospettata: ..bisogna dire allora che assolutamente e secondo verità l’oggetto della volontà e il bene, però a ciascuno di noi oggetto della volontà è ciò che sembra bene: per chi è virtuoso ciò che è veramente bene, per chi è vizioso quello che capita; come anche per i corpi, a quelli che sono ben disposti sono sane le cose che sono veramente tali, a quelli malati invece lo sono le altre cose: e altrettanto è delle cose amare, di quelle dolci di quelle calde, di quelle pesanti e così via. Chi è virtuoso, infattim giudica rettamente ogni cosa ed in ciascuna gli appare il vero. In realtà le cose adatte a ciascuna disposizione sono belle e piacevoli, e forse l’uomo virtuoso differisce dagli altri soprattutto perché vede la verità in tutte le cose, essendo egli il canone e la misura di esse. Nella maggioranza degli uomini, invece, sembra sorgere l’inganno attraverso il piacere che sembra bene, pur non essendolo.Perciò essi scelgono come bene ciò che è piacevole, come male ciò che è doloroso.” (EN L 4, 113 a 23-111 b 2.)
Ci si trova come in un circolo: per diventare ed essere buono ho bisogno di volere i fini buoni, per fare questo devo essere buono. = antropologia. Il bene dell’uomo è ciò che è a òui specifico, l’attività dell’anima secondo ragione. P. 46
Noi siamo responsabili delle nostre azioni a causa dei nostri abiti morali.
Possiamo notare una interessante dialettica tra esterno e interno.
POLITICA.
Aristotele segna l’autonomizzazione del bios politikos. Che assume due diversi significati: la vita civile e l’attività politica, pubblica, in posizione dirigente. Autonomizzazione significa che la politica è possibile anche senza metafisica e senza teologia. Il possesso, l’esercizio del potere politico non sono legate a conoscenze di carattere filosofico. Scienza e responsabilità politica devono rimanere separate: il politico si può avvalere dell’aiuto dello scienziato.
Il bene dello stato è sopra quello dell’individuo: il tutto è più perfetto della parte. Il motivo si trova nella natura umana,
- tesi della naturale socievolezza dell’uomo: l’uomo è un animale politico.
- la natura ha distinto diverse tipologie di uomini. Vi sono uomini e donne. Uniti a costutire una famiglia per il soddisfacimento dei bisogni elementari. Dalla famiglia si forma il villaggio. Ma non basta: per garantire la vita perfetta occorrono le leggi, le magistrature, l’organizzazione dello stato. Nello stato l’individuo esce da una concezione soggettiva del bene. Lo stato incarna ciò che è oggettivamente buono. Ultimo cronologicamente è PRIMO ONTOLOGICAMENTE. Il tutto precede le parti. Solo lo stato dà senso alle altre comunità, solo lo stato è autosufficiente.
- “Chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla bastando a se stesso, non è parte di una città, o è una belva o è un dio”
il cittadino.
- La donna è per natura inferiore all’uomo.
- esistono gli schiavi per natura. Sono i barbari. “Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo (devono essere subordinati) o l’uomo dalla bestia, costoro sono per natura schiavi (…) in effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro e chi in tutto partecipa di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla” Politica I 5, 1254, 15 ss.
- analisi della ricchezza, la “crematistica”: ha come nucleo fondamentale la famiglia. Il baratto e alla fine il denaro. Le attività basate sul commercio e fatte per accumulare denaro non sono adatte alla famiglia. Ma non sono nemmeno auspicabili: un’economia che si basasse su queste forme di attività perderebbe di mira lo scopo della vita, che non è quello della produzioni di beni materiali, ma è la vita buona. Così la vita sarebbe a servizio dei mezzi. – critica al comunismo paltonico.
- i cittadini: colui che partecipa ai tribunali e alle magistrature. Colui che prende parte all’amministrazione della giustizia e fa parte dell’assemblea che legifera sulla città. Anche gli uomini liberi, che non hanno il tempo di partecipare alle magistrature e alle assemblee non sono veramente cittadini. Tutti questi – come gli schiavi – sono mezzi che soddisfano i bisogni dei cittadini. La libertà è quella del cittadino che partecipa alle magistrature della città.
Stato e forme.
1.lo stato può stabilirsi secondo diverse costituzioni: “La costituzione è la struttura che dà ordine alla Città, stabilendo il funzionamento di tutte le cariche e soprattutto dell’autorità sovrana” (Pol. L 5, 1278) Le costituzioni sono tante quanto le forme di governo.
a. uno: monarchia/tirannide
b. pochi:aristocrazia/oligarchia
c. molti: politia/democrazia.
Le costituzioni rette sono quelle in cui i governanti governano per l’interesse collettivo, quelle non rette sono quelle governate da un interesse privato. Quale è la migliore?
La migliore forma di governo è quella in cui viene perseguito il bene comune. Se si trovasse un uomo eccellete, evidentemente sarebbe la monarchia oppure l’aristocrazia; ma siccome è più probabile che queste elite degenerino, la forma migliore è la politia. Molti uomini sono capaci di comandare e di essere comandati secondo la legge.
LA POLITIA E’UNA VIA DI MEZZO TRA LA OLIGARCHIA E LA DEMOCRAZIA – una democrazia temperata con l’oligarchia. Governa una moltitudine agiata capace di servire anche l’esercito ed eccellente nella virtù guerriera.
La politia tempera i difetti e assume i pregi delle due forme pure. E’ la forma della clesse “media” e come tale garantisce più stabilità.
Lo stato ideale. Ultimi due libri. L’accento è posto sull’educazione.
Parallelismo tra uomo e stato:
“(…)d’altronde il coraggio, la giustizia, la prudenza e la saggezza d’uno stato hanno la stessa forza e la stessa natura di quello che deve avere un uomo per essere detto valorosoe giusti e prudente e saggio” Politica VII (H) 13
Lo stato ideale è cercato in base a parametri morali ed educativi.
Si è visto come A. distingua i beni esteriori, i beni corporei e i beni spirituali. La città deve finalizzarsi all’acquisto di questi ultimi, che soli portano alla felicità. Polemizza contro costituzioni volte al dominio esterno e alla conquista “a Sparta e Creta l’educazione e l’intero corpo delle leggi è ordinato, più o meno, in vista della guerra” VII 2, 1324, 10
Il dominio viene criticato: tanto come fine della città quanto come fine dell’individuo: “non è legale dominare, non solo secondo giustizia, ma anche contro giustizia..” (si tratta di un dominio che è dispotismo)- E’il dominio che caratterizza il rapporto di schiavitù.
“il comando è di due specie, l’uno in vista di chi comanda, l’altro in vista di chi è comandato: nel primo caso diciamo che si ha il comando del padrone, nel secondo quello che conviene ai liberi” VII, 14, 1333 4-7.
La felicità massima è data dai beni dell’intelletto.
Ci sono delle condizioni ideali.
- Popolazione ideale: né troppo esigua né troppo numerosa, ma in giusta misura. Quella troppo numerosa sarà ingovernabile e quella troppo esigua non autosufficiente. I cittadini devono potersi conoscere l’un l’altro. = amicizia politica = “scelta deliberata di vivere in comune” Politica III, 9, 1280, 40.
- Territorio = deve avere caratteristiche analoghe. Il territorio corrisponde alle diverse costituzioni: un territorio piano va bene per una democrazia, un acropoli per una aristocrazia. Il territorio deve essere ben difendibile, in posizione favorevole verso il retroterra e verso il mare.
- Le qualità del cittadino sono quelle che presentano i greci: VII 7, 1327. Occorre notare come siano contemplati i due elementi, intelligenza e cuore – virtù dianoetiche e etiche. L’importanza dell’elemento cuore è massima: “E il desiderio di dominio e di libertà deriva in tutti da questa facoltà, perché il cuore è elemento dominatore e invincibile”. VII, 7-8,1328,6 E’il giusto mezzo.
- analizza le principali funzioni della città: devono esserci agricoltori, artigiani, commercianti, guerrieri e “consiglieri”, ovvero quelli che decidono cosa sia utile alla comunità e cosa sia giusto. Ci son poi i sacerdoti. Queste ultime sono le funzioni principali. Il cittadino libero deve occuparsi della vita pubblica (la città è parassitaria). La comunità ideale è quella di “persone uguali, il cui fine è la migliore vita possibile” VII, 8, 1328, 35. “E poiché il bene migliore è la felicità e la felicità è realizzazione e pratica perfetta di virtù e poiché succede che taluni possono partecipare di essa, altri poco o niente, risulta chiaro che è questo il motivo per cui esistono forme e varietà di stati e più tipi di costituzioni.” 1328, 40. Qui prende in esame i cittadini “giusti assolutamente” e non solo secondo un certo rapporto (III, 9, 1280). Uguaglianza tra i cittadini migliori: il problema delle funzioni viene risolto con un criterio di rotazione. VII, 9, 1329.
- La felicità della città dipende dalla virtù, ma la virtù vive in ciascun cittadino, la città può essere felice nella misura in cui sono virtuosi i cittadini. Questo avviene quando si realizza l’ideale stabilito dall’etica: il corpo viva in funzione dell’anima, le parti inferiori dell’anima in funzione di quelle superiori, che si realizzi l’ideale della pura contemplazione. Questa èla felicità: Politica VII, 13, 1332, 9: “noi diciamo che è perfetta attività e pratica di virtù e non condizionatamente, ma assolutamente” (energea)
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
GIORGIO NEGRELLI
Andiamo avanti, occupandoci più precisamente della nazione come idea politica: idea che matura in Europa sulla metà del Settecento. L’ idea politica di nazione può intenderesi come l’autoaffermazione di un’individualità politica collettiva autosufficiente collegata ad un territorio, posta in essere dai suoi stessi componenti, preliminare e preminente rispetto a qualsiasi altro loro obbligo pubblico e a qualsiasi altra dipendenza da gruppi intermedi o esterni.
Nell’Europa occidentale di metà ‘700, l’idea politica di nazione presuppone il concetto di sovranità popolare. Un suo esempio lo troviamo in Inghilterra verso la fine del ‘600, ma ancor prima Hobbes ha secolarizzato il potere politico togliendolo dalla fonte divina e consegnandolo all’uomo, alla sua “retta ragione”. Nella Gloriosa Rivoluzione del 1688, il parlamento inglese in rappresentanza del popolo sovrano fa decadere un re e ne nomina un altro. Contemporaneamente, Locke afferma che è l’uomo a creare la società politica per garantire i diritti naturali individuali, ma precari in natura (la vita, la libertà, la proprietà) e che i consociati ne affidano la tutela al corpo politico (in Inghilterra il re e il parlamento) vincolandolo in un rapporto fiduciario. Se manca alla fiducia, il popolo mantiene il proprio diritto primitivo alla resistenza e alla rivoluzione.
Guardiamo ora all’America. Nel 1776 a Philadelphia, i rappresentanti delle tredici colonie inglesi, a nome dell’ autorità dei popoli che rappresentano, affermano che l’indipendenza dalla madre patria è loro diritto, in quanto ella ha mancato a quella fiducia. Le colonie hanno così formulato il principio di autodeterminazione dei popoli ed ora sono dotate di una loro identità autonoma dalla madrepatria, cui erano legate da specifici statuti giuridici. Permane negli immigrati una diffusa memoria storica: la memoria dell’insediamento, dell’esperienza della vita comune. Anche se provengono da luoghi diversi, tutti parlano inglese, questa è la riprova di un’integrazione avvenuta. Per questo motivo la dichiarazione d’indipendenza indica l’affermazione di un diritto all’autodeterminazione: è una dichiarazione di volontà espressa da un soggetto che è già determinato e il cui esito consiste nella vittoria sul campo, a cui seguiranno altre dichiarazioni relative ai diritti e agli obblighi di cittadinanza. Coloro che non saranno d’accordo con le costituzioni degli stati e con quella federale proposta nel ’87 approvata nel ’89, se ne saranno già andati. A sua volta, la federazione combinerà le tradizioni dei vari popoli aggregati tra loro in un progetto di esperienza comune. Predisporrà, con simboli e miti da destinare alla memoria collettiva (i monumenti in memoria dei padri fondatori, le dichiarazioni scritte su marmi), tradizioni da destinare alle generazioni future. Infatti, non passerà neanche un secolo (durante la guerra di secessione tra il 1861 e il 1865) quando il suo diritto alla sopravvivenza vincerà sul diritto all’autodeterminazione. La federazione U.S.A. precisa i modi d’espressione della sovranità popolare nel governare il paese: non esistono istituzioni tradizionali, come re e parlamento, a cui affidare la gestione del “bene comune” intesa da Locke. Ciò ha dato vita a un modello nuovo, in una società aperta priva di gerarchie ramificate e stratificazioni storiche e sociali. La nazione può assumere perciò la guida diretta di se stessa. Si crea così una concezione ascensionale del potere che, più precisamente, parte dal basso e associa, nel popolo, la fonte con la gestione del potere politico. La società si gestisce grazie all’esistenza di una democrazia fondata sul pluralismo delle opinioni e degli interessi, nonché attraverso le variabili convergenze di individui e gruppi.
Anche il modello inglese si è disposto in modo articolato e procede verso la determinazione di quel sistema di controlli e bilanciamenti della volontà popolare (con associazioni, sindacati e cooperative, partiti, opinione pubblica, Parlamento) che insieme, costituiscono il governo rappresentativo, espressione di una realtà sociale composita, di una sovranità che si esercita attraverso convergenze di volontà particolari, da aggregare in funzione del benessere comune. Molti in Europa guardano all’Inghilterra: anche Montesquieu , che sottolinea però la necessità di far corrispondere il sistema politico alla specifica realtà di ogni singolo paese; Rousseau invita invece a guardare oltre, a rifiutare quel modello nel presupposto di una nuova civiltà, non più espressione di particolari egoismi ma conforme a quella che egli ritiene essere la vera natura dell’uomo, capace di riconoscersi nell’altro, ritrovarsi all’interno della volontà generale di quel corpo morale che è lo Stato. Egli continua sostenendo che la nazione non debba essere intesa come aggregazione di volontà particolari, di visioni parziali, ma piuttosto come espressione unitaria della comunità.
Restando in Francia, la tradizione dell’assolutismo consiste in un unico potere sacralizzato, come diceva Luigi XIV : “Lo Stato sono io”, un'unica volontà ordinatrice rivolta ai fini generali, a contrastare le resistenze ed i privilegi particolari per unificare la società sotto il suo potere sovrano. Contro la riforma costituzionale, che consacrava la divisione degli ordini sociali, il Terzo Stato si richiama al principio dell’unità della società: sostiene la sovranità della nazione quale totalità e unità. Alla guida legale si può collocale solamente il Terzo Stato, in quanto classe attiva, quella che crea e che perciò è capace di esprimere la vera volontà comune. La Francia rivoluzionaria ritiene di aver imboccato la via della vera civiltà di cui parlava appunto Rousseau. Pretende perciò di estenderla universalmente: una pretesa che con Napoleone diviene conquista.
All’interno della realtà tedesca, si eleva la risposta contro l’universalismo, in nome dell’individualità delle culture e delle tradizioni. La nazione culturale, secondo Herder , è il sentimento di una individualità storica collegata a un ambito territoriale. In contrapposizione all’idea universalistica della civilizzazione (Kultur contro Civilisation), il particolare deve essere valorizzato, non però per una sua chiusura municipale, ma perché in funzione del progresso universale. Nella storia dell’umanità il carattere nazionale deve essere aperto al confronto costruttivo: per esempio, in Italia durante il Risorgimento, Cavour guarda al regime parlamentare inglese in Europa, nelle lotte per l’indipendenza, nazione culturale e nazione politica sono necessariamente congiunte. La nazione culturale pretende una soggettività politica generale, attraverso l’auto riconoscimento dei singoli in questa pretesa. Il momento fondativo della nazione consiste nel passaggio dalla nazione patria “sentita”, alla nazione patria “voluta”. La nazione è intesa come un tutto unico sociale, centro degli affetti, fonte dei doveri, garanzia dei diritti e capace di autogovernarsi. L’auto identificazione soggettiva nella nazione comporta che un soggetto individuale sappia ritrovarsi all’interno di un tutto collettivo: si tratta di un esperienza totalizzante, che implica una forte carica emotiva. Va perciò considerata la capacità aggregante del simbolo e del rito coralmente vissuto. Come nella Francia rivoluzionaria in momenti d’esaltazione condivisa, così per esempio: feste popolari negli spazi urbani, proposte dal genio pittorico Jacques Louis David , che pone il popolo come protagonista. Nella Germania egemonizzata dai Francesi troviamo invece feste sacre nei boschi mentre, in Italia, esse avvengono in luoghi chiusi, all’interno di teatri, con il melodramma.
Qui gli spettatori si identificano non solo con la rappresentazione in scena, ma soprattutto con l’applauso, con cui realizzano un’unità che non tiene conto di distinzioni di posto o di grado. La struttura interna del teatro è a ferro di cavallo, la quale dà circolarità, simbolo di totalità. Negli anni ’40 Verdi propone un nuovo personaggio, il coro, che non si limita soltanto a commentare, ma agisce sulla scena diventandone il protagonista. Nella tecnica compositiva si intravede la sua valenza simbolica, cioè l’omofonia, e non c’è spazio per il contrappunto. Basti pensare a “Va pensiero” : il procedere gregoriano è unità del popolo, un’ invocazione alla patria: “O mia patria sì bella e perduta”, un ardito passaggio armonico in cui si arriva alla fusione delle voci. Ciò significa che le varie voci si fondono all’unisono, come dovrebbe avvenire per l’unità del popolo. In generale il momento culminante delle opere verdiane è quando il solista e il coro sono coprotagonisti; la struttura musicale scelta dal compositore è liturgica, una forma parallela a quella che è la solennità nelle messe ufficiali, viene riproposta e rivestita di altri temi e di altri ritmi. Introduce in forma di responsorio il modello religioso, che si traveste di toni eroici e si insinua così nella confusa memoria dello spettatore. L’autoidentificazione nel messaggio politico è nascosta e genera un impegno, quello di essere fondativo del futuro.
Ciò si incanala sulla base della tradizione cattolica. Infatti in Europa c’è ancora il potere sacralizzato da Dio, che si avverte ad esempio nella rivoluzione del luglio del 1830, quando Luigi Filippo D’Orleans è stato fatto re per grazia di Dio e volontà della nazione. Nel 1848 all’interno dello statuto Albertino ciò sarà ripetuto: “Dio e nazione”: forse è eccessivo accostare Dio all’uomo, ma per la compatibilità di questi termini, alla assolutezza del valore divino è da accostare una massima stabilità del modello umano, una sacralizzazione laica dell’autorità politica. La nazione non è perciò solo l’espressione della volontà di una maggioranza, ma è unità e costanza della ragione. Quest’ultima è eterna, espressione del vero, interpretabile da chi sa elevarsi sopra le viste particolari, che sappia esprimere la sovrastante volontà di quel tutto unico indivisibile, che è la nazione sovrana. “Il rappresentante ha il compito di esprimere la volontà della nazione”. Questo principio si trova all’interno dello statuto Albertino all’art. 41 ed è ripreso all’art. 46 della costituzione repubblicana. Il rappresentante quindi (cioè il parlamentare) non rappresenta particolari interessi e non è vincolato al mandato, piuttosto rappresenta la nazione.
Il secondo Ottocento è il periodo in cui si afferma lo stato moderno: si tratta di una realtà politica che unifica gli interessi della società civile all’interno della libertà politica (costituzionalismo, parlamentarismo, libera associazione); è titolare dei rapporti internazionali, per questo vuole rappresentare tutto il paese. Lo stato moderno propone la modernizzazione del paese, istituendo: la leva militare, i lavori pubblici, l’unificazione sia giuridica che amministrativa, quella del mercato interno, la politica delle economie integrate sul territorio, che permettono l’aumento del reddito. Lo stato pretende di realizzare i grandi principi del 1789 che consistono in: libertà, uguaglianza e fratellanza. Per libertà si intende lo stato di diritto contro gli abusi di potere; per uguaglianza si considera quella civile e giuridica, eliminando le posizioni previlegiate. Infine, fratellanza che indica solidarietà all’interno della nazione e tra nazioni differenti.
Ci troviamo nell’età sia del romanticismo che del positivismo, dove si intravedono necessarie le grandi soggettività solidali collettive, per questo il popolo e la società assumono una grande rilevanza. In tutto questo arco di tempo c’è un sentimento, una specie di imperativo sociale della ragione pratica, che porta l’individuo all’integrazione: Mazzini , per la nazione, parla di imperativo morale. E’ pure l’età della sempre minor considerazione della discendenza dall’ “alto” del potere, favorendo in modo netto la scelta proveniente dal “basso”, creando così un allargamento del suffragio, ma graduale e costante. Nell’ esempio di Napoleone III , si è visto il pericolo cesarista che sta dietro ad un'eccesiva ed impropria apertura del suffragio. Nei richiami plebiscitari, possiamo vedere un astratto omaggio al principio roussoiano, il quale deve cedere di fronte a concrete articolazioni costituzionali di garanzia, mantenendo comunque la sovranità nazionale come principio fondamentale. Non tutti sono ancora pronti e non tutti hanno maturato dentro di loro questa idea, che diventa la meta finale in una età dove si tende ad aumentare il consenso all’azione dei governi. Di conseguenza, la sacralizzazione della politica attraverso una religione della patria serve per far permeare in tutti gli strati sociali l’idea di nazione. Questo sentimento di intimo legame tra il soggetto e un’entità superiore è astratto, pur contenendo riferimenti ad elementi concreti come il territorio. La nazione diventa ispiratrice di valori e amore verso la patria, che perciò ne diventa l’espressione emotiva e favorisce il culto verso il proprio luogo d’origine, la madre comune di tutto un popolo. Durante il periodo di massima divisione sociale del lavoro, essere una nazione unita aiuta a creare forti legami di solidarietà sociale, suscitando una forte valenza aggregante; come base ci sono il sentimento di comunanza e i vincoli di appartenenza che consacrano l’unità.
La borghesia ha un ruolo dominante già grazie alle leggi elettorali per la rappresentanza politica e si proclama interprete della verità vera e sostanziale della nazione. Si tratta di una classe ispirata alla cultura letteraria e scientifica più avanzata, portatrice di valori necessari per raggiungere finalità generali. Intende se stessa non come classe particolare ma come classe generale, capace di corrispondere ai bisogni della società. Queste affermazioni le troviamo anche in uno dei pensatori del Risorgimento italiano, Angelo Camillo De Meis , nell’espressione “pensare come paese”. Tutto ciò significa gestire il potere in modo oggettivo e scientifico, presumendo il coinvolgimento di tutto il paese in regole uniformi, in un comune sentire e attribuendo allo Stato la funzione pedagogica dell’espansione della nazione attiva e della coscienza nazionale. L’espressione attribuita a D'Azeglio “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” diventa un motto costante della destra storica del primo governo dopo l’unificazione.
L’Italia è anche scenario di patriottismi locali, comunali e regionali dato che il popolo è diviso dalla storia secolare sul piano politico, linguistico e sociale. Basti pensare che solo il 5% della popolazione parla e si fa capire in italiano, mentre il 70% è analfabeta. Per realizzare l’ordine nazionale non è sufficiente dunque l’opera politica di modernizzazione. Occorre invece il sostegno del mito, la funzione aggregante di un’ epopea sentita o presentata come comune, per esempio il Risorgimento. Questo infatti viene presentato come epopea comune, non ha importanza se ha portato sangue e scontri tra Italiani di vario orientamento politico. La proposta consente di intendere il Risorgimento come unità in rapporto alla sua finalità: il mito di fondazione di un' Italia unita. A partire dalla fine degli anni ’70 si celebrano figure le cui gesta assumono valenza simbolica, perciò vengono proposte per ottenere il consenso e per trasmettere quei principi moderni di alta cultura che ispiravano le minoranze che in realtà hanno fatto l’Italia. Si ottiene così una rappresentazione simbolica della nazione in cui i cittadini si possano rispecchiare, attraverso una tradizione nazionale. Ciò avviene naturalmente dopo accorte manipolazioni, utilizzando: bandiere tricolori all’interno degli uffici, feste nazionali, testi scolastici e così via; tutti aspetti che influenzeranno la nazionalizzazione delle masse.
Va però avanzando la società di massa. Nella sua tendenza livellatrice, essa non accetta né le pretese dell’élite né l’élite stessa e la nazione è intesa ormai come aggregazione di interessi. Bisogna acquisire nei Programmi di governo le richieste provenienti dal basso. E’ la via che Giovanni Giolitti propone ispirandosi modello inglese e aprendo l’ordine legale, sia elettorale che ideologico, spaziando su punti di vista ignorati fino ad allora, che si intrecciano e si confrontano in funzione all’idea di utilità generale.
Siamo ormai negli imperialismi di inizio ‘900 con i miti del social-darwinismo, da cui nasce il nazionalismo che riafferma ed esalta l’idea delle gerarchie e gli obblighi totali di dedizione delle parti al tutto. Assume perciò un’espansibilità indeterminata nelle colonie e si proietta sul mondo come volontà di potenza. Si arriva alla guerra con il trionfo dello Stato-nazione, con l’accelerazione della nazionalizzazione delle masse sui campi di battaglia e nelle città, si arriva ad una svolta epocale, dopodiché nulla è come prima.
Passiamo al mondo asburgico, perché in esso si colloca Trieste, dove troviamo una visione municipalistica di nazione culturale in Rossetti e invece nella “Favilla” tra il 1838 e il 1846 l’apertura in chiave federativa alle culture; c’è l’autonomismo federalistico della “Società del progresso” di Hermet ; troviamo poi le posizioni apparentemente contradittorie dei liberal nazionali, quella dei socialisti, degli irredentisti ed infine quelle dirompenti degli “italianissimi” legati al nazionalismo italiano.
Osserviamo il concetto di Stato, la Staatsidee asburgica, per comprendere meglio il problema della sovranità popolare, che viene aggirato, già con l’idea del legame “patrimoniale” tra corona e territori. Il sovrano è incoronato per volontà di Dio, ma è pure “padre dei suoi popoli”, secondo la tradizione dell’illuminismo asburgico. Il patriottismo essenzialmente consiste nel lealismo dinastico, l’autoidentificazione popolare si rivolge verso la figura mitizzata dell’imperatore. La concezione dello Stato è essenzialmente di tipo strumentale. Si dice che lo Stato è una macchina, perciò non ha bisogno di sacralizzazioni per funzionare bene e realizzare il benessere comune sia per i singoli che per l’insieme. Per fare ciò si organizza in un sistema che deriva dall’assolutismo illuminato, rafforzato nel secondo ‘800 dal garantismo liberale costituzionalistico. Si tratta di un sistema che coinvolge tutti nei loro ruoli in funzione della massimizzazione delle utilità, dal piccolo produttore al sovrano (la saldatura del sistema). Ognuno è organo dello Stato e partecipa con la sua attività all’ordine complessivo, che assicura sicurezza, tranquillità e rispetto. La partecipazione popolare al governo della cosa pubblica è assicurata non in virtù di diritti politici astratti, ma in rapporto al ruolo di portatori di interessi. L’elettorato viene diviso in curie (proprietà fondiaria, camere di commercio, comuni urbani e rurali), la concezione ascensionale del potere si de-ideologizza: è strumento attraverso il quale il popolo partecipa al governo dello Stato in rapporto ai propri interessi. Ciascuno poi si autotutela all’interno del sistema di garanzie poste dallo Stato di diritto per difendere le libertà individuali: i cittadini sono protetti nella loro sfera individuale.
Il sistema cerca di dare la massima tutela alla nazione culturale, ma sostiene che non è necessaria l’unificazione tra la nazione culturale e quella politica. Nelle proposte federali del 1848, momento di confusione incredibile, si propone un’irrealizzabile federalismo etnico da parte di alcuni esponenti boemi, mentre il radicalismo nazionale magiaro radicalizza il “lealismo” degli altri e così ci si avvia all’autodistruzione. Dopo un decennio di riorganizzazione dello Stato si pensa al federalismo, ponendovi alla base però non le nazioni culturali, bensì le province storiche, che sono dei territori plurietnici con una storia comune di tradizioni giuridiche, politiche e di convivenza tra le varie etnie, nonché un sentimento patriottico di comunanza all’interno del territorio: qui si assicurerebbero le garanzie particolari per le diverse nazionalità.
Si risvegliano però i popoli senza storia,le “nazioni contadine” prevalentemente slave, che all’interno dei territori dove vivono non hanno avuto propria tradizione né culturale né istituzionale; sono però immedesimate con i territori, andando anche al dì la dei confini provinciali. I contadini inurbandosi rompono i rapporti etnici e linguistici all’interno delle città che assumono i caratteri delle campagne circostanti, così crescono nuove borghesie composte da ex contadini che si scontrano con le borghesie già esistenti. Il punto di rottura è vicino, ma si cerca di distinguere ancora tra nazionalità e nazione politica: gli Stati si compongono per convenienza in vista del proprio benessere, così come le federazioni.
Questa distinzione regge nella realtà austriaca ed ha una svolta con la proposta austro-marxista. Con questa, si crea una separazione non solo tra momento culturale e momento politico, ma anche tra nazione e territorio: l’idea di nazionalità è intesa come diritto pubblico soggettivo, con cui i cittadini partecipano alla vita pubblica complessiva. E’ intesa come atto di libera scelta, un diritto collegato alla persona esercitabile in qualsiasi punto del territorio.
Vengono proposte molte riforme che resteranno inattuate e l’Austria, in un “blando malcontento”, si avvierà verso la propria dissoluzione.
Thomas Hobbes (1588-1679), filosofo Inglese. Nel 1640 pubblicò in Inglese gli Elementi della legge naturale e politica, nel 1642 il De cive e nel 1651 il Leviathan, che alcuni giudicarono composto con intenti adulatori verso Cromwell. La sua dottrina è una teorizzazione coerente e rigorosa dell’assolutismo politico e deriva da una concezione pessimistica della natura umana (homo homini lupus), che ricorda quella di Macchiavelli.
John Locke (1632-1704), filosofo Inglese. Nel 1690 pubblicò il Saggio sull’intelletto umano, i Trattati sul governo e nel 1693 Pensieri sull’educazione. E’ senza dubbio uno dei rappresentanti più tipici della cultura Inglese del suo tempo e uno dei grandi maestri dell’Illuminismo Europeo.
Charles de Secondat barone di La Brède e di Montesquieu (1689-1755), scrittore Francese. Nel 1721 pubblicò Lettere persiane romanzo epistolare, nel 1745 Mercure e nel 1748 Lo spirito delle leggi. I contemporanei apprezzarono la sua ultima opera. A prescindere dall’originalità del suo metodo d’indagine la sua opera offre un ricco campionario di quelle idee che furono il patrimonio più cospicuo dell’Illuminismo.
Luigi XIV il Grande, detto il Re Sole (1638-1715). Regnò fino al 1651 sotto la reggenza della madre e fino al 1661 sotto il governo effettivo del cardinale Giulio Mazzarino. Con la morte di quest’ultimo iniziò il suo regno personale. Dotato di una memoria ferrea, aveva di mira, oltre la grandezza propria, la grandezza e la prosperità del paese, che subordinava a ogni altra considerazione.
Jacques Louis David (1748-1825 ) pittore francese. Dipinse nel 1744 l’Antioco e Stratonice, nel 1781 Belisario riconosciuto da un soldato, nel 1783 Dolore di Andromaca. Lo spirito neo classico di David si formò attraverso alcuni ritratti, tra i quali quello del Conte Potocki del 1781 e di Alphonse Leroy del 1783 ed ebbe la sua piena affermazione quando il pittore si recò per la seconda volta a Roma, dove dipinse Il Giuramento degli Orazi. Pittore ufficiale di Bonaparte, ne dipinse un concitato ritratto equestre, Napoleone al San Bernardo. Fu sepolto nel cimitero di Evere sotto una piramide: una semplice scritta lo proclama rinnovatore della pittura francese.
Giuseppe Fortunio Francesco Verdi (1813-1901) è stato un compositore italiano, autore di melodrammi che fanno parte del repertorio operistico dei teatri di tutto il mondo.
Va, pensiero (Va, pensiero, sull’ali dorate). È uno dei cori più noti della storia dell’opera, collocato nella parte terza del Nabucco di Giuseppe Verdi (1842), dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia.
Luigi Filippo Borbone duca di d’Orléans (1773-1850), conosciuto durante la Rivoluzione come il cittadino Chartres oppure Egalité fils, fu re dei Francesi dal 1830 al 1848 con il nome di Luigi Filippo I.
Giuseppe Mazzini (1805-1872), è stato un patriota, politico e filosofo italiano. Le sue idee e la sua azione politica contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano. Le sue teorie furono di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato. Viene considerato uno dei padri della patria.
Carlo Luigi Napoleone Bonaparte chiamato Napoleone III di Francia ( 1808-1873), fu presidente della Repubblica francese dal 1848-1852 e Imperatore dei Francesi dal 1852-1870.
Angelo Camillo De Meis (1817-1891) è stato un patriota, filosofo e politico italiano. Dopo la promulgazione della costituzione nel Regno di Napoli, venne eletto deputato per la circoscrizione Abruzzo Citra: sostenne la protesta di Pasquale Stanislao Mancini contro la repressione operata dalle truppe borboniche contro i manifestanti del 15 maggio e l’accusa di tradimento al re. Fu deputato al parlamento del Regno d’Italia dal 1861 al 1867, sedendo tra i ministeriali.
Massimo Taparelli d’Azeglio (1798-1866) è stato uno statista piemontese, artista versatile cresciuto alla scuola Alferiana. Confidando in Carlo Alberto per il successo delle idee nazionali e costituzionali, e insieme sospettoso verso l’attività delle società segrete, fu esempio tipico di moderato liberale, gradualista, legalitario e federalista: espresse tali idee nello scritto Gli ultimi casi di Romagna (1846). Dopo la rotta di Novara formò un ministero (7 maggio 1849) con il compito di liquidare la guerra contro l’Austria. Vinte del re le opposizioni del parlamento subalpino con il proclama di Moncalieri il d’Azeglio capeggiò il governo piemontese per quattro anni riuscendo a evitare il prevalere del municipalismo e attuando importanti riforme.
Giovanni Giolitti (1842-1928) è stato un politico italiano più volte presidente del Consiglio dei ministri. Sebbene la sua azione di governo sia stata oggetto di critica da parte di alcuni suoi contemporanei, come ad esempio Giovanni Salvemini, Giolitti fu uno dei politici liberali più efficacemente impegnati nell’estensione della base democratica del giovane Stato unitario, e nella modernizzazione economica, industriale, e politico-culturale della società italiana.
fonte: www.sp.units.it
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Lezioni di storia tutto di tutto
Naturalmente, come nelle altre conversazioni, titolo è occasione per sviluppare un discorso più ampio, in questo caso il problema della Dalmazia dalla conclusione della grande guerra fino al trattato di Rapallo.
tanto per cominciare: perché la dalmazia? Vale a dire, perché il governo italiano dalla vigilia della guerra fino al Trattato di pace pone fra le sue rivendicazioni, anche se non proprio fra le sue priorità, la questione della Dalmazia?
Ragione principale: strategia = considerato l’andamento delle coste adriatiche, il possesso della Dalmazia = controllo dell’Adriatico. Questo, in linea di massima è ovvio à nel momento in cui l’Italia pensa all’ultima guerra contro l’AU, prevede un assetto futuro di massima sicurezza nei confronti di una potenza di cui non si contempla la dissoluzione.
Naturalmente, una volta affermato il principio, le varianti poi sono tante: secondo alcuni esponenti della diplomazia e delle forze armate potrebbe bastare anche il controllo della fascia insulare esterna, poi invece prevale un’ipotesi più radicale, anche per opportunità di tattica negoziale. L’incubo da scongiurare, da parte della diplomazia italiana, è la ripetizone della catostrofe diplomatica del 1866, quando l’Italia s’imbarcò nella guerra contro l’AU avendo alle spalle un’accordo così vago e minimale con la Prussia, che non le consentì, vista anche la figuraccia militare, di ottenere il Trentino - - Questa volta invece, ragionano salandra e Sonnino, bisogna chiedere qualcosa più del massimo, per non mettere a rischio le rivendicazioni vitali. Chiaramente, la richiesta di parte della terraferma dalmata è parte di quel più del massimo.
Anche l’opinione pubblica è divisa: esiste una forte corrente, i nazionalisti, che fanno campagna per l’annessione dell’intera Dalmazia, altri invece – due nomi su tutti, Salvemini e Mussolini – che paventano l’annessione di una regione a forte maggioranza slava e preferebbero un accordo strategico con la Serbia in funzione antiasburgica.
alla fin fine, come sapete, il Patto di Londra accoglie le rivendicazioni italiane sulla terraferma dalmata fino a capo Planka, comprendendo cioè Zara e Sebenico, ma non Spalato. Dietro questa concessione, come è stato detto nella conversazione iniziale di questo ciclo, sta naturalmente la volontà di far entrare l’Italia in guerra dalla parte dell’Intesa anche promettendole la luna nel pozzo, ma sta anche il desiderio anglo-francese di bloccare, grazie all’Italia, un possibile sbocco russo nel Mediterraneo per il tramite della Serbia.
Questa è la sostanza strategico/diplomatica della poszione italiana, che però si arrichisce di altri elementi, di natura nazionale e sentimentale, che apparentemente sono marginali rispetto alla Realpolitik, ma che svolgono invece un ruolo importante di mobilitazione dell’opinione pubblica: e in un’epoca di guerre di massa e di politica di massa, la mobilitazione dell’opinione pubblica diventa anch’essa un elemento strategico
Il punto è, quindi, che in Dalmazia ci sono degli italiani: pochini, ma ci sono. Secondo l’ultimo censimento au (1910), l’Ita è parlato solo dal 2,7% della popoalzione. 30 anni prima erano il doppio. Ora, questa rapida dimunuzione ha fatto sì che alcuni amici dalmati abbiano parlato di un primo esodo degli italiani già negli ultimi anni dell’Impero asburgico. Può essere senz’altro vero che alcuni gruppi se ne siano andati altrove, tuttavia la spiegazione più semplice è un’altra: i dati sono stati manipolati.
In linea generale, rare fonti sono altrettanto ingannevoli dei cosidetti “censimenti etnici”. Varie ragioni: 1. innanzitutto censimenti linguistici, i cui risultati vengono poi, con una certa arbitrarietà, considerati espressione di identità nazionale 2. lingua materna o lingua d’uso? i risultati, chiaramete, cambiano 3. Le autorità che gestiscono i censimenti (= comuni) hanno la possibilità di influire sui risultati, non solo con brogli palesi, ma indirizzando e interpretando le risposte all’interno di realtà plururilingui. Di fatto, voi vedete che quando cambia l’autorità che esegue il censimento, si modificano anche i risultati.
esempio clamoroso: 1910 a Trieste: il censimento fatto dal comune dà un certo risultato, quello eseguito dal Luogotenente, dopo una serie di ricorsi, dà un risultato molto diverso. ci sono 35 mila slavi in più.
à ci dobbiamo chiedere: in Dalmazia erano gonfiati i dati sugli italofoni forniti dai comuni guidati dagli italiani, oppure erano sottodimensionati i dati forniti dai comuni a guida croata? Probabilmente, sono vere entrambe le osservazioni, posto che le domande sull’uso linguistico si prestano di per sé a diverse interpretazioni, che possono venir scelte con malizia à fattostà, che i dati dei censimenti non vanno presi come oro colato.
Peraltro, anche se proviamo a raddoppiare la quantità degli italiani di Dalmazia, in modo da conteggiare oltre ogni ragionevole dubbio anche gli italofoni mascherati da risultati viziati, non arriviamo neanche al 6% della popolazione; se vogliamo strafare, come fecero i nazionalisti del tempo, possiamo sfiorare il 10%: come dire, che, in ogni caso, di italiani ne rimangono davvero pochini, concentrati prevalentemente in alcuni nuclei urbani: Zara, l’unica città a prevalenza italiana; Spalato, dove gli ita non sono maggioranza numerica ma comunque sono numerosi e influenti, qualcosina a Sebenico e Traù e su di alcune isole, come ad esempio Curzola.
Da un punto di vista politico, gli ita fanno in genere riferimento al partito autonomista, creato alla metà del secolo come espressione dei ceti urbani, di origine etnica mista (ita, cro, ung), ma accomunati dall’uso della lingua e della cultura ita. Nel corso della seconda metà dell’ ‘800 il partito autonomista è stato travolto dalla combinazione di due processi:
1. molto visibile e denunciato dagli osservatori ita del tempo = il progressivo sospetto delle autorità asburgiche verso gli italiani e l’appoggio quindi concesso alle forze politiche croate
2. Molto più sostanziale = la modernizzazione politica della società dalmata, che si esprime nella nazionalizzazione delle masse croate, cui l’allargamento del suffragio consente di conquistare tutte le posizioni di potere à
à nel primo decennio del ‘900 ita quantità politicamente trascurabile, anche se lingua e cultura italiana svolgono ancora un ruolo notevole nella società dalmata
In genere, nei confronti dell’AU gli autonomisti mantengono una posizione lealista, anche perché hanno comunque bisogno della protezione dello stato nei confronti dei loro vicini dal fervente sentimento nazionale crato à come in genere accade in qesti casi, un gruppetto di giovani insoddisfatti della moderazione degli anziani si stacca e si colloca su posizioni francamente irredentiste. Gli anziani tergiversano e anche allo scoppio della guerra confermano il loro lealismo alle istituzioni imperiali, anche perché è convinzione diffusa che l’AU vincerà la guerra
Invece, le cose vanno diversamente e comincia addirittura a profilarsi la possibilità di un conflitto fra Ita e AU: questo naturalmente cambia tutto, e alla vigilia dell’intervento la dirigenza del partito autonomista decide di inviare a Roma uno dei suoi principali esponenti, Roberto Ghiglianovich, compiendo così un’esplicita scelta irredentista
In Ita si recano anche alcune altre decine di dalmati, qualcuno si arruola come volontario irredento, correndo quindi il doppio rischio della morte in guerra e della fucilazione se caduto prioniero e riconosciuto. Questo è appunto quel che accade allo spalatino Francesco rismondo, che entra quindi nel novero dei martiri irredenti, assieme a sauro, battisti, Slataper, Stuparich e tanti altri.
Al di là dei combattenti, questi esuli di guerra, assieme ad altri dalmati che erano arrivati in Ita già qualche tempo, come Alesandro Dudan e Antonio Cippico, si impegnano in un’intensa propaganda a favore dell’annessione della Dalmazia all’Italia, sostenendo posizioni che vanno ben al di là di quanto previsto dal Patto di Londra, vale a dire propugnando l’annessione dell’intera costa dalmata
Aspetto importante da sottolineare: in questa loro opera di propaganda massimalista, gli esuli dalmati non si muovono da soli, sulla spinta delle loro motivazioni nazionali, ma lavorano in stretto contatto con il ministero degli esteri, che li esorta a darsi da fare senza por limiti alle rivendicazioni ita, in modo da mostrare all’opinione pubblica internazionale la forza del sentimento espansionista ita nell’Adriatico: Scaloja 1916 in una lettera ad Attilio tamaro: “ la propaganda va fatta per tutto, senza limiti, compresa dunque Cattaro. Anche se i trattati accennano ad un limite, nelle sfere competenti nulla Si vuol pregiudicato e si desidera la propaganda per tutto”
facciamo a questo punto un salto in avanti, e arriviamo alla conclusione della guerra: : Il governo italiano ottiene il 31 ottobre 1918 dal Comando supremo interalletao l’autorizzazione ad occupare in maniera esclusiva i territori promessi dal Patto di Londra e ad instaurarvi la propria amministrazione militare. Questo viene fatto senz’altro nel Trentino Alto-Adige e nella Venezia Giulia e la medesima operazione viene avviata anche in Dalmazia.
Qui però la situazione è un po’ più complicata: : Zara viene occupata subito, fra il tripudio della popolazione, mentre a Sebenico le truppe italiane restano a bordo delle navi fino al giorno 9 novembre, poi mettono cautamente piede a terra, ma possono muoversi solo se scortati da un guardia locale - - Per fare un confronto, nella VG la linea di armistizio viene intergralmente raggiunuta entro il 19 novembre, in Dalmazia appena il 20 febbraio del 1919.
Questo significa almeno due cose:
1 = la stragrande maggioranza della popolazione dalmata non è propriamente entusiasta dell’occupazione italiana. le sue simpatie vanno con tutta evidenza in un’altra direzione, quella del Consiglio nazionale jugoslavo, formato a zagabria il 28 ottobre 1918, che ha proclamato il distacco della Croazia dal regno d’Ungheria ed ha assunto il governo di tutti i territori abitati dagli slavi del sud dell’ex Monarchia asburgica:
Croazia-Slavonia, Bosnia-Erzegovina, Dalmazia e Istria, e questo in attesa dell’unione con la Serbia per costituire uno stato jugoslavo, il che avverrà il 1° dicembre.
2 = le forze impiegate da parte ita nell’operazione sono nettamente insufficienti: perché? in parte, difficoltà oggettive = occupare la miriade di isole dalmate non è uno scherzo; ma in parte anche perché lo stato maggiore non ci crede : : Armando Diaz, duca della vittoria, profetizza cupamente che lo sbarco finirà come nei dardanelli […]In generale, lo stato maggiore non sa che farsene della Dalmazia, militarmente inutile e indifendibile e la lasciarebbe perdere volentieri. Gli unici a insistere sono i vertici della Marina, che però hanno le navi, ma non gli uomini à gli uomini arrivano con il contagocce: :
risultato : alla fine di novembre del 1918 il presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, bombardato da notizie allarmanti provenienti dalla Dalmazia, scrive al capo di stato maggiore della Marina, e gli comunica che, fino a quando non sarà possibile inviare rinforzi, nei rapporti con le autorità filo-jugoslave costituite in tutti i centri della regione i comandi italiani incaricati di far rispettare le condizioni di armistizio dovranno “destreggiarsi” ed attendere tempi migliori. Insomma, l’ordine è quello di arrangiarsi
E gli ita si arrangiano: la reponsabilità dell’operazione Dalmazia viene affidata all’ammiraglio Millo, personaggio prestigioso, eroe della guerra italo-turca, fautore convinto dell’annessione della costa dalmata, uomo dal pugno di ferro, cui viene affidato il ruolo di governatore militare della Dalmazia.
E’ un incarico che affida all’ammiraglio un mandato preciso, simile a quello impartito ai governatori miliari delel altre province ex austriache oggetto di rivendicazione italiana: potremmo esprimerlo così:
instaurare un pieno ed esclusivo controllo del territorio, finalizzato non solo ad evitare la formazione di contropoteri avversi all’annessione all’Italia, ma anche ad orientare la società locale in senso favorevole agli interessi italiani
Contemporaneamente però le condizioni di armistizio pongono dei limiti ben precisi all’azione delle autorità occupanti, e questo vi segnala subito un primo, sostanziale, elemento di differenza fra questa prima occupazione italiana della Dalmazia, e la seconda, che si realizzerà durante la seconda guerra mondiale fra il 1941 e il 1943 : : Allora le autorità italiane potranno disporre ad libitum dei territori immediatamente annessi, mentre nel 1918 ci troviamo di fronte all’occupazione provvisoria territori appartenenti ancora ad un’altra entità statale – la pur disciolta Austria-Ungheria – la cui legislazione e le cui istituzioni devono venir mantenute fino a quando la conferenza della pace non deciderà la sorte dei territori occupati.
Questo crea una serie di problemi, aggravati dal fatto che quando arrivano gli italiani, in Dalmazia l’amministrazione è già stata assunta fin dal 30 ottobre da un Governo provinciale provvisorio, che fa capo al Consiglio nazionale jugoslavo di zagabria ed ha sede a Spalato, capoluogo della regione e situata fuori dalla zona di occupazione italiana. à il governo provinciale di Spalato cerca di interferire nell’amministrazione del territorio dalmata occupato dall’Italia.
Ad esempio, le autorità di Spalato, oramai dipendenti dal governo di Belgrado, cercano nella seconda metà di novembre del 1918 di ottenere il giuramento di fedeltà allo stato SHS da parte di tutti gli impiegati pubblici della Dalmazia, minacciando il governatore italiano di far trasferire oltre la linea d’armistizio tutto il personale alle proprie dipendenze, qualora le autorità italiane non avessero consentito tale atto. Gli impiegati italiani si rifiutano e di conseguenza alcuni di loro, residenti nella zona amministrata dagli jugoslavi, vengono sospesi dall’incarico.
Da parte sua Millo, sul territorio da lui controllato vieta di richiedere «agli impiegati di servizio qualsiasi giuramento, le istruzioni che potranno pervenire da Zagabria e da Spalato non potendo essere applicate nel territorio di occupazione previsto dall’armistizio».
Una situazione preoccupante si crea anche in alcune amministrazioni di elevato valore strategico, come quella delle poste e telegrafi, perché subito dopo l’occupazione le trasmissioni telegrafiche e telefoniche vengono ostacolate degli impiegati jugoslavi, che censurano le comunicazioni italiane.
Difficoltà serie vengono anche dalla magistratura, che è nettamente spaccata lungo linee di frattura nazionali, ma i cui vertici sono occupati da magistrati croati, che avviano una sistematica campagna di contrasto nei confronti delle autorità di occupazione : : In alcuni casi si tratta, di punture di spillo come quando, nel marzo del 1919 i giudici “jugoslavi” di Zara – uno dei quali peraltro si chiama Finelli, ed è figlio di un calabrese – riescono a sottrarre al Tribunale di guerra il procedimento contro cinque giovanotti italiani accusati di danneggiamento alla locale sala di lettura croata e li mandano in galera nonostante l’ostruzionismo dei carabinieri.
Ma in linea generale, si può dire che per più di un anno la diversità di orientamenti nazionali fra la magistratura e le autorità di pubblica sicurezza rende praticamente impossibile arrestare e condannare chicchessia per qualsiasi reato che abbia un minimo risvolto politico. Alla fine, nel giugno del 1920, si arriva Allo scontro frontale tra il governatore, sostenuto dai magistrati, dagli avvocati e dai notai di sentimenti italiani, e la parte filo-jugoslava della magistratura, stretta attorno alla Corte di Appello di Zara. Il giorno 21 la sede del tribunale viene perquisita, il governatore sospende dalle loro funzioni due giudici, accusandoli di aver costituito un vero e proprio «centro di agitazione jugoslava», e ne fa confinare uno all’Isola Grossa.
Un altro fronte aperto è quello con la Chiesa. Fin dai primi sbarchi gli ufficiali italiani si rendono conto sia dell’ostilità del clero croato, sia dell’influenza che i sacerdoti esercitano sugli abitanti della terraferma e delle isole, anch’essi in stragrande maggioranza croati. Contemporaneamente, dallo Stato Maggiore della Marina arriva al governatore l’esortazione ad «attivare cordiali relazioni col Clero» à
Millo ci prova, costringendosi anche lui, gran massone, a partecipare anche ad alcune cerimonie religiose, però la situazione è difficile : : Secondo un rapporto steso da vicario castrense della Marina, mons. Rodolfo Ragnini, «nei riguardi dell’occupazione italiana il clero diocesano si può dividere in due classi: il clero non amico (tutto il clero secolare, dal Vescovo in giù) e il clero nemico (tutto il clero regolare, cioè i frati e specialmente i francescani della provincia di San Girolamo»
In realtà, la contrapposizione fra clero e autorità di occupazione situazione non è così drammatica, almeno per quanto riguarda gli ordinari diocesani: meno drammatica ad esempio che nella Venezia Giulia. Pensiamo a Trieste, dove il vescovo Karlin si vede la curia invasa da squadre di nazionalisti – non fascisti – e, tempo un anno, deve scappare a Lubiana, venendo sostituito dall’ordinario castrense. Oppure pensiamo a Veglia, dove il vescovo Mahnić è ai ferri corti con le autorità militari italiane, finché un giorno, imbarcatosi su di una nave italiana per recarsi a Segna, sulla costa croata, si ritrova invece ad Ancona, da dove viene spedito a Roma.
A Zara invece vescovo è mons. Vinko Pulisić, nostalgico asburgico di sentimenti prettamente croati, ma è gravemente malato di diabete, in cattivi rapporti con gli altri vescovi dalmati e desidera soltanto di essere lasciato in pace, in attesa dell’agognato collocamento a riposo. Mons. Pulisić quindi cerca di andar d’accordo con tutti, e finisce, poverino, che tutti se la prendono con lui accusandolo di essere una banderuola.
A Sebenico il vescovo è mons. Luca Pappafava, anch’egli di sentimenti austro-croati, però poco combattivo e per giunta in attesa del trasferimento nella sede marginale di Lesina, che avviene nella primavera del 1919. Mons. Pappafava non viene subito sostituito, perché il Vaticano preferisce attendere un chiarimento della situazione internazionale prima di provvedere alla nomina di un nuovo vescovo à Nel frattempo, viene eletto quale vicario capitolare il canonico Vincenzo Scarpa: nome di evidente ascendenza veneta, ma in dalmazia il nome significa poco:
pensate che il principale esponente del partito italiano, di cui abbiamo già parlato, si chiama Ghiglianovoch, Mentre uno dei leader più focosi del partito croato si chiama BianKini -
Dunque, anche mons. Skarpa è nettamente filo-croato, e per di più combattivo à Quindi, si mette subito in urto sia con i pochi fedeli italiani della città, abol. Mons. Skarpa, abolendo l’uso della lingua italiana nella predicazione, sia anche con le autorità di occupazione, impedendo i rapporti fra i cappellani militari italiani e la popolazione civile. va a finire che Millo si stufa e il 29 aprile del 1920 i carabinieri prelevano il vicario e lo spediscono a Lesina. Ovviamente segue una protesta ufficiale del Vaticano, che però è solo formale, perché nella curia romana mons. Skarpa è ritenuto «un fanatico croato che della religione fa uno strumento di propaganda per la lingua croata» e che, nonostante i ripetuti ammonimenti della Sante Sede, si è reso intollerabile per le sue vessazioni.
Come dunque avrete capito, la situazione in Dalmazia non è semplice, ed è resa ancor più delicata dai timori di invasione Jugoslava, dei quali credo avrete già parlato nella lezione tenuta da Angelo Visintin. Questo però non vuole assolutamente dire che il Governatore sia impotente: assolutamente no: è uomo vigoroso e sa bene come aggirare i limiti armistiziali.
Ad esempio, il mantenimento dello stato di guerra, che in Dalmazia si prolunga sino all’entrata in vigore del trattato di Rapallo a fine 1920, consente alle autorità militari di emettere bandi, che non possono modificare la legislazione austriaca, ma che hanno efficacia superiore a qualsiasi norma vigente nel Paese occupato E quindi, Millo governa con i bandi à Così, Per superare l’impasse con la magistratura, grazie ai bandi il Governatore estende progressivamente il numero e il tipo dei reati ricadenti sotto la giurisdizione del Tribunale militare istituito a Zara il 7 dicembre 1918, fino a che, nel luglio del 1920 al Tribunale militare viene assegnata la competenza su tutti i reati connessi a qualsiasi comportamento vagamente ostile all’Italia e agli italiani, svuotando le competenze in materia dei tribunali civili
Complessivamente, Millo governa usando il bastone e la carota.
la carota, è data dall’azione amministrativa e dalla propaganda, azioni che spesso si equivalgono. Ad esempio, i tentativi di far ripartire l’economia locale usando la classica leva dei lavori pubblici, rientrano nel campo del buon governo, della lotta alla disoccuopazione, ma servono anche a sottrarre almeno una parte della popolazione di nazionalità croata all’influenza dei Comitati jugoslavi, che cercano invece di boicottare le iniziative italiane.
Ancora più evidente è la valenza propagandistica dell’attività assistenziale, che è molto intensa ed ha una valenza strategica in una realtà provata da anni di guerra e di fame: e qui parliamo di distribuzioni di viveri e medicinali, di refezione scolastica, di assistenza sanitaria. E difatti, da un lato quelle iniziative vengono boicottate – per la verità, con scarso successo – dagli esponenti croati locali, che ne capiscono benissimo l’importanza per la costruzione del consenso, dall’altro gli ufficiali italiani sono perfettamente consapevoli dell’ “un’opera che non solo umanitaria ma politica» diretta a convertire «l’odio in buon sentimento».
Discorso a parte, scuola, che in tutte le province adriatiche dell’Impero asburgico nella seconda metà dell’Ottocento aveva costituito uno dei campi di elezione dei contrasti nazionali fra italiani e slavi, similmente a quanto accadeva negli altri domini imperiali a popolamento misto
L’obiettivo strategico della politica scolastica delle autorità di occupazione in Dalmazia non è quello dell’italianizzazione della scuola dalmata, che è vietata sia dalla situazione internazionale che dalla realtà di una regione ad ampia maggioranza croata. Anche qui, vediamo la differenza con la seconda occupazione italiana, quella del ’41, che avvierà invece un’opera di italianizzazione intensiva che avrà uno dei suoi fulcri proprio nella scuola.
Obiettivo piuttosto è quello di un “riequilibrio” rispetto a quelle che dagli italiani di Dalmazia erano state percepite quali forzature compiute dall’amministrazione asburgica in favore della componente slava. Questo porta prima al ridimensionamento e poi alla chiusura del Ginnasio superiore croato di Zara, ed alla chiusura di alcune scuole popolari croate.
Bastone: attività repressiva, che si concentra nei primi tempi dell’occupazione, quando la scarsezza di mezzi e l’ostilità della grande maggioranza della popolazione rendono incerta la dominazione italiana, e quindi “conviene – secondo le parole del presidente del consiglio, Nitti – nei casi dubbi, eccedere nelle persecuzioni anche in base a semplici sospetti, spesso basati su denunce non sempre disinteressate”. E difatti, il governatore non esita ad applicare la normativa austriaca che prevedeva l’internamento di singoli individui o interi gruppi familiari ed era stata largamente praticata nel corso della guerra. Vengono così in tutto internate e confinate un centinaio di persone, secondo altri calcoli 200, in genere impiegati pubblici del passato regime, persone che avevano occupato cariche pubbliche durante il periodo austriaco – come l’ex sindaco di Sebenico – ed esponenti del basso clero.
Non siamo però né in tempo di guerra né di fascismo, ci sono vivaci proteste della stampa internazionale, che trovano eco anche nel parlamento italiano à Pertanto Nitti dispone «procedere ad una revisione dei provvedimenti presi, riesaminandoli con criteri benevoli e larghi, per revocare l’internamento di tutti coloro a carico dei quali non sussistono prove serie e concrete di fatti gravi da renderne effettivamente pericoloso il ritorno». Millo nicchia, ma alla fine del 1919 quasi tutti gli internati tornano a casa.
Tuttavia, agli espulsi e internati ufficiali vanno aggiunte alcune altre centinaia di persone, slavi non originari della Dalmazia che si allontanano dai territori occupati perché entrati in urta per vari motivi con le autorità italiane o perché queste ultime esplicitamente li invitano «ad andarsene al loro paese natio». Questi profughi si concentrano soprattutto a Spalato, e questo ci conduce a dare un’occhiata a quello che nel frattempo accade nella principale città dalmata, dove pure vive una cospicua minoranza italiana, ma che è amministrata da governo provvisorio jugoslavo.
A Spalato, sono anni di scontri nazionali incandescenti. Gli italiani sono presi di mira dai nazionalisti croati ed in particolare dagli esuli dalla Dalmazia occupata, che sfogano il loro risentimento sugli spalatini di lingua italiana à lunga sequenza di incidenti, bastonature, devastazioni di circoli italiani. La protezione delle autorità croate è abbastanza debole e ondivaga, e gli italiani chiedono protezione all’Italia. Questa però, di protezione ne può dare poca. Invia una nave da guerra, che si aggiunge a quelle francesi, inglesi e americane controllano il porto, e che ha una molteplice funzione: mostrare la bandiera, offrire aiuto agli italiani e raccogliere informazioni, in termini meno eleganti detto spionaggio, e far propaganda alla causa italiana mediante generose distribuzioni di viveri alla popolazione affamata.
effettivamente, dopo l’arrivo della nave le autorità locali migliorano la gestione dell’ordine pubblico, perché temono che i marinai italiani aspettino solo il pretesto buono per sbarcare ed occupare la città. Hanno perfettamente ragione, perché proprio questo è l’intendimento non solo del comandante dell’unità da guerra italiana, ma anche dell’ammiraglio Millo, che più volte propone al comando supremo di procedere all’occupazione di Spalato
E qui si crea una situazione completamente paradossale. Il governo italiano e lo stato maggiore non hanno alcuna intenzione di “tener duro” in Dalmazia. Anzi, fin dal dicembre del ’18, hanno deciso che la priorità è Fiume, non i territori dalmati assegnati all’Italia dal Patto di Londra. Poi, alla conferenza di pace combinano un orrendo pasticcio, come avete sentito nella prima conversazione, ma in linea di principio tutti quanti, a cominciare dal “falco” Sonnino, sono pronti a rinunce in Dalmazia. Contemporaneamente però, le autorità militari in loco a tutti livelli, dal capitano di fregata all’ammiraglio, non solo si battono per allargare invece ulteriormente l’occupazione anche al di là di quanto pevisto dal Patto di Londra, ma si muovono come se questo fosse uno scenario possibile, o addirittura probabile à
à gli italiani di Spalato vengono confortati nelle loro richieste di annessione all’Italia, e questo ovviamente allarga il solco con i concittadini croati e le autorità jugoslave.
In questa situazione difficilisima e tesisissima, scoppia come una bomba la notizia dell’impresa di Fiume.
Come già sapete, ancor prima che a Fiume, D’Annunzio la sua attenzione l’aveva rivolta proprio alla Dalmazia: ricordate la lettera ai dalmati del gennaio del 1919 con l’esaltazione della “più grande Italia”; ; per qualche tempo il poeta aveva pensato ad un’azione su Spalato, per poi invece deviare su Fiume. Ma Fiume, come sapete, per D’annunzio non è fine a sé stessa : : da una parte ci sono i grandi progetti di ribaltamento della situazione politica in Italia, dall’altra, D’Annunzio pensa di aver risolto, con la sua azione, il problema fiumano, in modo da consentire all’Italia di tener duro sulla Dalmazia
Fatto sta, che in Dalmazia si ha subito un effetto imitazione: fatti di Traù. Il 23 settembre del ’19 un reparto italiano supera la linea di arimistizio e occupa Traù, chioamatovi da un notabile italiano del posto, Nino fanfogna. In realtà, la dimensione dell’avventura è quella dell’operetta, e l’inziativa rientra in poche ore senza spargimento di sangue, però è un segnale evidente dello stato d’animo delle truppe.
Da Fiume, D’Annunzio continua a pensare alla Dalmazia, fonda una legione dalmata e comincia a preparare la spedizione. Non Parte al buio, ma anzi, cerca un’intesa preventiva con le autorità italiane del posto, cioè con l’ammiraglio Millo. D’annunzio sa che sul problema adriatico mILLO LA PENSA COME LUI, E SA ANCHE CHE IL GOVERNATORE è CAPACE di dire di no all’odiato Nitti: : Nel mese di Ottobre, il presidenbte del consiglio crede di essere vicino ad un compromesso con gli alleati e chiede a Millo di cominciare a preparare la popolazione alla prospettiva dell’evacuazione delle truppe italiane. Millo non solo non lo fa, ma tempesta Nitti di messaggi per spiegargli che di evacuazione non è proprio il caso di parlare.
Nitti ovviamente si infuria, accusa il governatore di sabotare l’azione del governo – che non è davvero un’accusa da poco – Millo ovviamente offre le dimissioni, e Nitti invece lascia perdere.
un altro dei segni – è stato detto – dell’irresolutezza del Presidente del consiglio nell’affrontare la crisi adriatica: Giolitti probabilmEnte avrebbe mandato Millo a COMANDARE IL PORTO DI LAMPEDUSA - - - mA NON è SOLO DEBOLEZZA, è ANChe ambiguità: Notoriamente, da Zara Millo sostiene materialmente la posizione di D’Annunzio a Fiume, e questo al governo sta bene
A questio punto, D’annunzio decide di alzare il tiro, ritenendo che senza una nuova azione “l’occupazione di Fiume, lungi dal costituire un incitamento per il governo, sarebbe diventata per il governo una comoda giustificazione della rinuncia alla Dalamzia” à 13 novembre parte per Zara con una nave e 800 uomini e il 14 sbarca in città
L’accoglienza della popolazione è trionfale, ma quel che più conta è la posizione del governatore: Millo e D’annunzio arringano congiuntamente la folla e il governatore dà pubblicamente la sua parola d’onore che la Dalmazia occupata non sarà sgombrata. D’annunzio è contento e torna a Fiume, lasciando a zara alcuni reparti di legionari, che però si pongono agli ordini di Millo
Meno contento è il presidente del consiglio, dal momento che la massima autorità italiana in Dalmazia ha pubblicamente assunto un impegno del tutto incompatibile con la linea negoziale adottata dal governo in sede internazionale: in un certo senso, il gesto di Millo è ancora più sedizioso di quello di D’annunzio.
Ma ancora una volta, all’arrabbiatura ed alla scambio di lettere incandescenti, non segue acun provvedimento. Millo resta al suo posto, ulteriore conferma che in realtà al governo italiano la situazione va bene così com’è, perché consente di avere di fatto il controllo sia di Fiume che della Dalmazia fino alla conclusione di un accordo territoriale soddisfacente. L’ultima cosa che il governo desidera è una guerra civile fra dannunziani e forze lealiste, anche per non sa come si comoprterebbero le truppe.
In ogni caso, Millo ha ottenuto di non regalare la Dalmazia a D’Annunzio, e usa la sua influenza sul poeta per scongiurare nuove spedizioni dannunziane, ad esempio a Sebenico, o – adirittura – a Spalato, perché la prima comporterebbe un conflitto armato con la popolazione locale croata, la seconda la guerra con la Jugoslavia.
D’annunzio accetta i consigli, nonostante gli appelli che gli vengono rivolti da alcuni elementi dalmati, e la situazione si mantiene relativamente tranquilla fino all’autunno del 1920, quando Giolitti conclude il trattato di rapallo. A questo punto, scoppia una nuova crisi, perché il trattato prevede effettivamente lo sgombero della Dalmazia, a parte Zara, che viene annessa all’Italia à i dalmati sono ovviamente divisi: disperati o sebenzani, sollevati gli zaratini, meno alcuni elementi più oltranzisti.
A Zara però ci sono anche i legionari dannunziani, affluiscono profughi dal resto della Dalmazia e confluiscono anche dall’Italia militanti nazionalisti e dannunziiani, come il giornalista triestino attilio Tamaro à caos: l’ordine pubblico va a farsi benedire e partono richieste rivolte a D’Annunzio perché lanci una nuova spedizione a zara e Sebenico: ancora una volta problema è: che cosa farà Millo?
caso evidente di doppia lealtà. Millo ha giurato a D’Annunzio ma anche, ben prima, al re. Nel 1919 le due lelatà non sembravano antagoniste, perché i vertici dello stato italiano avevano dato prova di manifesta ambiguità nei confronti di D’annunzio - - ma nell’autunno del 1920 la situazione è completamente diversa. I comandi militari sono soddisfattismi del confine di rapallo, il migliore possibile, e quindi non appoggeranno né tollererano più alcuna iniziativa sediziosa - - le forze politiche concordano, anche Mussolini à D’Annunzio è completamente isolato e al governo c’è Giolitti, che sa usare benissimo il pugno di ferro : :
la differenza si vede subito: quando D’Annunzio convoca Millo ad un incontro in mezzo al mare, Vittorio Emanuele III gli manda un telegramma assai esplicito: “Ella è soldato e sa che un soldato è laato da giurmanto e cioè da quello che prestò quale miliare. Ogni impegno posteriore è nullo se lo dovese far mancare ai suoi impegni di soldato”.
In realtà il telegramma arriva in ritardo, ma Millo ha già capito e si è adeguato: a D’Annunzio spiega che non c’è più nulla da fare e che il trattato di rapallo va applicato : : D’Annunzio, comprensibilmente, la prende male, e qualche tempo dopo accusa pubblicamente Millo di tradimento, ma capisce anche lui che la partita è persa e non ascolta le implorazioni di chi vorrebbe tentare un’ultima, disperata impresa in Dalmazia à quindi rimana a Fiume fino al “Natale di sangue”, mentre a Zara, sempre più in preda al caos, Millo viene contestato e chiede al governo di venir sostituito à suo sucessore un generale dell’esercito, che prende in mano la situazione, fa disarmare i legionari e riporta l’ordine con uno spargimento limitato di sangue
Eventuale aggiunta: che cosa succede degli ita dopo lo sgombero? trattato di rapallo prevede diritto di opzione, ma svincolandolo dal trasferimento: linea concordata con i rappresentanti dalmati à possibilità di rimanere sul territorio, ma con protezione diplomatica à rovescio della medaglia: ghettizzazione degli italiani e divisione fra optanti e cittadini jugoslavi di lingua italiana , troppo pochi per venir tutelati in maniera significativa
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Lezioni di storia tutto di tutto
Carlo Alberto
per la grazia di Dio
Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme
Con lealtà di Re e con affetto di Padre Noi veniamo oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai Nostri amatissimi sudditi col Nostro proclama dell'8 dell'ultimo scorso febbraio, con cui abbiamo voluto dimostrare, in mezzo agli eventi straordinarii che circondavano il paese, come la Nostra confidenza in loro crescesse colla gravità delle circostanze, e come prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del Nostro cuore fosse ferma Nostra intenzione di conformare le loro sorti alla ragione dei tempi, agli interessi ed alla dignità della Nazione.
Considerando Noi le larghe e forti istituzioni rappresentative contenute nel presente Statuto Fondamentale come un mezzo il più sicuro di raddoppiare coi vincoli d'indissolubile affetto che stringono all'Italia Nostra Corona un Popolo, che tante prove Ci ha dato di fede, d'obbedienza e d'amore, abbiamo determinato di sancirlo e promulgarlo, nella fiducia che Iddio benedirà le pure Nostre intenzioni, e che la Nazione libera, forte e felice si mostrerà sempre più degna dell'antica fama, e saprà meritarsi un glorioso avvenire. Perciò di Nostra certa scienza, Regia autorità, avuto il parere del Nostro Consiglio, abbiamo ordinato ed ordiniamo in forza di Statuto e Legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della Monarchia, quanto segue:
Art. 1.
La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.
Art. 2.
Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica.
Art. 3.
Il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e da due Camere: il Senato, e quella dei Deputati.
Art. 4.
La persona del Re è sacra ed inviolabile.
Art. 5.
Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il Capo Supremo dello Stato: comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra: fa i trattati di pace, d'alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano, ed unendovi le comunicazioni opportune. I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere.
Art. 6.
Il Re nomina a tutte le cariche dello Stato; e fa i decreti e regolamenti necessarii per l'esecuzione delle leggi, senza sospenderne l'osservanza, o dispensarne.
Art. 7.
Il Re solo sanziona le leggi e le promulga.
Art. 8.
Il Re può far grazia e commutare le pene.
Art. 9.
Il Re convoca in ogni anno le due Camere: può prorogarne le sessioni, e disciogliere quella dei Deputati; ma in quest'ultimo caso ne convoca un'altra nel termine di quattro mesi.
Art. 10.
La proposizione delle leggi apparterrà al Re ed a ciascuna delle due Camere. Per ogni legge d'imposizione di tributi, o di approvazione dei bilanci e dei conti dello Stato, sarà presentata prima alla Camera dei Deputati.
Art. 11.
Il Re è maggiore all'età di diciotto anni compiti.
Art. 12.
Durante la minorità del Re, il Principe suo più prossimo parente, nell'ordine della successione al trono sarà Reggente del Regno, se ha compiti gli anni vent'uno.
Art. 13.
Se, per la minorità del Principe chiamato alla Reggenza, questa è devoluta ad un parente più lontano, il Reggente, che sarà entrato in esercizio, conserverà la Reggenza fino alla maggiorità del Re.
Art. 14.
In mancanza di parenti maschi, la Reggenza apparterrà alla Regina Madre.
Art. 15.
Se manca anche la Madre, le Camere, convocate fra dieci giorni dai Ministri, nomineranno il Reggente.
Art. 16.
Le disposizioni precedenti relative alla Reggenza sono applicabili al caso, in cui il Re maggiore si trovi nella fisica impossibilità di regnare. Però, se l'Erede presuntivo del trono ha compiuti diciotto anni, egli sarà in tal caso di pieno diritto il Reggente.
Art. 17.
La Regina Madre è tutrice del Re finché egli abbia compiuta l'età di sette anni; da questo punto la tutela passa al Reggente.
Art. 18.
I diritti spettanti alla podestà civile in materia beneficiaria, o concernenti all'esecuzione delle Provvisioni d'ogni natura provenienti dall'estero, saranno esercitati dal Re.
Art. 19.
La dotazione della Corona è conservata durante il Regno attuale quale risulterà dalla media degli ultimi dieci anni. Il Re continuerà ad avere l'uso dei reali palazzi, ville e giardini e dipendenze, non che di tutti indistintamente i beni mobili spettanti alla corona, di cui sarà fatto inventario a diligenza di un Ministro responsabile. Per l'avvenire la dotazione predetta verrà stabilita per la durata di ogni Regno dalla prima legislatura, dopo l'avvenimento del Re al Trono.
Art. 20.
Oltre i beni, che il Re attualmente possiede in proprio, formeranno il privato suo patrimonio ancora quelli che potesse in seguito acquistare a titolo oneroso o gratuito, durante il suo Regno. Il Re può disporre del suo patrimonio privato sia per atti fra vivi, sia per testamento, senza essere tenuto alle regola delle leggi civili, che limitano la quantità disponibile. Nel rimanente il patrimonio del Re è soggetto alle leggi che reggono le altre proprietà.
Art. 21.
Sarà provveduto per legge ad un assegnamento annuo del Principe ereditario giunto alla maggiorità, od anche prima in occasione di matrimonio; all'appannaggio dei Principi della Famiglia e del Sangue Reale delle condizioni predette; alle doti delle Principesse; ed al dovario delle Regine.
Art. 22.
Il Re, salendo al trono, presta in presenza delle Camere riunite il giuramento di osservare lealmente il presente Statuto.
Art. 23.
Il Reggente prima d'entrare in funzioni, presta il giuramento di essere fedele al Re, e di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato.
DEI DIRITTI E DEI DOVERI DEI CITTADINI
Art. 24.
Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi.
Art. 25.
Essi contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato.
Art. 26.
La libertà individuale è guarentita. Niuno può essere arrestato, o tradotto in giudizio, se non nei casi previsti dalla legge, e nelle forme ch'essa prescrive.
Art. 27.
Il domicilio è inviolabile. Niuna visita domiciliare può aver luogo se non in forza della legge, e nelle forme ch'essa prescrive.
Art. 28.
La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi. Tuttavia le bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del Vescovo.
Art. 29.
Tutte le proprietà, senza alcuna eccezione, sono inviolabili. Tuttavia quando l'interesse pubblico legalmente accertato, lo esiga, si può essere tenuti a cederle in tutto o in parte, mediante una giusta indennità conformemente alle leggi.
Art. 30.
Nessun tributo può essere imposto o riscosso se non è stato consentito dalle Camere e sanzionato dal Re.
Art. 31.
Il debito pubblico è garantito. Ogni impegno dello Stato verso i suoi creditori è inviolabile.
Art. 32.
È riconosciuto il diritto di adunarsi pacificamente e senz'armi, uniformandosi alle leggi che possono regolarne l'esercizio nell'interesse della cosa pubblica. Questa disposizione non è applicabile alle adunanze in luoghi pubblici, od aperti al pubblico, i quali rimangono intieramente soggetti alle leggi di polizia.
DEL SENATO
Art. 33.
Il Senato è composto di membri nominati a vita dal Re, in numero non limitato, aventi l'età di quarant'anni compiuti, e scelti nelle categorie seguenti:
- Gli Arcivescovi e Vescovi dello Stato;
- Il Presidente della Camera dei Deputati;
- I Deputati dopo tre legislature, o sei anni di esercizio;
- I Ministri di Stato;
- I Ministri Segretarii di Stato;
- Gli Ambasciatori;
- Gli Inviati straordinarii, dopo tre anni di tali funzioni;
- I Primi Presidenti e Presidenti del Magistrato di Cassazione e della Camera dei Conti;
- I Primi Presidenti dei Magistrati d'appello;
- L'Avvocato Generale presso il Magistrato di Cassazione, ed il Procuratore Generale, dopo cinque anni di funzioni;
- I Presidenti di Classe dei Magistrati di appello, dopo tre anni di funzioni;
- I Consiglieri del Magistrato di Cassazione e della Camera dei Conti, dopo cinque anni di funzioni;
- Gli Avvocati Generali o Fiscali Generali presso i Magistrati d'appello, dopo cinque anni di funzioni;
- Gli Uffiziali Generali di terra e di mare. Tuttavia i Maggiori Generali e i Contr'Ammiragli dovranno avere da cinque anni quel grado in attività;
- I Consiglieri di Stato, dopo cinque anni di funzioni;
- I Membri dei Consigli di Divisione, dopo tre elezioni alla loro presidenza;
- Gli Intendenti Generali, dopo sette anni di esercizio;
- I membri della Regia Accademia delle Scienze, dopo sette anni di nomina;
- I Membri ordinarii del Consiglio superiore d'Istruzione pubblica, dopo sette anni di esercizio;
- Coloro che con servizi o meriti eminenti avranno illustrata la Patria;
- Le persone, che da tre anni pagano tremila lire d'imposizione diretta in ragione de' loro beni, o della loro industria.
Art. 34.
I Principi della Famiglia Reale fanno di pien diritto parte del Senato. Essi seggono immediatamente dopo il Presidente. Entrano in Senato a vent'un anno, ed hanno voto a venticinque.
Art. 35.
Il Presidente e i Vice-Presidenti del Senato sono nominati dal Re. Il Senato nomina nel proprio seno i suoi Segretarii.
Art. 36.
Il Senato è costituito in Alta Corte di Giustizia con decreto del Re per giudicare dei crimini di alto tradimento, e di attentato alla sicurezza dello Stato, e per giudicare i Ministri accusati dalla Camera dei Deputati. In questi casi il Senato non è capo politico. Esso non può occuparsi se non degli affari giudiziarii, per cui fu convocato, sotto pena di nullità.
Art. 37.
Fuori del caso di flagrante delitto, niun Senatore può essere arrestato se non in forza di un ordine del Senato. Esso è solo competente per giudicare dei reati imputati ai suoi membri.
Art. 38.
Gli atti, coi quali si accertano legalmente le nascite, i matrimoni e le morti dei Membri della Famiglia Reale, sono presentati al Senato, che ne ordina il deposito ne' suoi archivi.
DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
Art. 39.
La Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegii Elettorali conformemente alla legge.
Art. 40.
Nessun Deputato può essere ammesso alla Camera, se non è suddito del Re, non ha compiuta l'età di trent'anni, non gode i diritti civili e politici, e non riunisce in sé gli altri requisiti voluti dalla legge.
Art. 41.
I Deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori.
Art. 42.
I Deputati sono eletti per cinque anni: il loro mandato cessa di pien diritto alla spirazione di questo termine.
Art. 43.
Il Presidente, i Vice-Presidenti e i Segretarii della Camera dei Deputati sono da essa stessa nominati nel proprio seno al principio d'ogni sessione per tutta la sua durata.
Art. 44.
Se un Deputato cessa, per qualunque motivo, dalle sue funzioni, il Collegio che l'aveva eletto sarà tosto convocato per fare una nuova elezione.
Art. 45.
Nessun Deputato può essere arrestato, fuori del caso di flagrante delitto, nel tempo della sessione, né tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera.
Art. 46.
Non può eseguirsi alcun mandato di cattura per debiti contro di un Deputato durante la sessione della Camera, come neppure nelle tre settimane precedenti e susseguenti alla medesima.
Art. 47.
La Camera dei Deputati ha il diritto di accusare i Ministri del Re, e di tradurli dinanzi all'Alta Corte di Giustizia.
DISPOSIZIONI COMUNI ALLE DUE CAMERE
Art. 48.
Le sessioni del Senato e della Camera dei Deputati cominciano e finiscono nello stesso tempo. Ogni riunione di una Camera fuori del tempo della sessione dell'altra è illegale, e gli atti ne sono intieramente nulli.
Art. 49.
I Senatori ed i Deputati prima di essere ammessi all'esercizio delle loro funzioni prestano il giuramento di essere fedeli al Re di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato e di esercitare le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria.
Art. 50.
Le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad acuna retribuzione od indennità.
Art. 51.
I Senatori ed i Deputati non sono sindacabili per ragione delle opinioni da loro emesse e dei voti dati nelle Camere.
Art. 52.
Le sedute delle Camere sono pubbliche. Ma, quando dieci membri ne facciano per iscritto la domanda, esse possono deliberare in segreto.
Art. 53.
Le sedute e le deliberazioni delle Camere non sono legali né valide, se la maggiorità assoluta dei loro membri non è presente.
Art. 54.
Le deliberazioni non possono essere prese se non alla maggiorità de' voti.
Art. 55.
Ogni proposta di legge debb'essere dapprima esaminata dalle Giunte che saranno da ciascuna Camera nominate per i lavori preparatorii. Discussa ed approvata da una Camera, la proposta sarà trasmessa all'altra per la discussione ed approvazione; e poi presentata alla sanzione del Re.
Le discussioni si faranno articolo per articolo.
Art. 56.
Se un progetto di legge è stato rigettato da uno dei tre poteri legislativi, non potrà essere più riprodotto nella stessa sessione.
Art. 57.
Ognuno che sia maggiore di età ha il diritto di mandare petizioni alle Camere, le quali debbono farle esaminare da una Giunta, e, dopo la relazione della medesima, deliberare se debbano essere prese in considerazione, ed, in caso affermativo, mandarsi al Ministro competente, o depositarsi negli uffizii per gli opportuni riguardi.
Art. 58.
Nissuna petizione può essere presentata personalmente alle Camere.
Le Autorità costituite hanno solo il diritto di indirizzar petizioni in nome collettivo.
Art. 59.
Le Camere non possono ricevere alcuna deputazione, né sentire altri, fuori dei proprii membri, dei Ministri, e dei Commissarii del Governo.
Art. 60.
Ognuna delle Camere è sola competente per giudicare della validità, dei titoli di ammessione dei proprii membri.
Art. 61.
Così il Senato, come la Camera dei Deputati, determina per mezzo d'un suo Regolamento interno, il modo secondo il quale abbia da esercitare le proprie attribuzioni.
Art. 62.
La lingua italiana è la lingua officiale delle Camere. E' però facoltativo di servirsi della francese ai membri, che appartengono ai paesi, in cui questa è in uso, od in risposta ai medesimi.
Art. 63.
Le votazioni si fanno per alzata e seduta, per divisione; e per isquittinio segreto. Quest'ultimo mezzo sarà sempre impiegato per la votazione del complesso di una legge, e per ciò che concerne al personale.
Art. 64.
Nessuno può essere ad un tempo Senatore e Deputato.
DEI MINISTRI
Art. 65.
Il Re nomina e revoca i suoi Ministri.
Art. 66.
I Ministri non hanno voto deliberativo nell'uno o nell'altra Camera se non quando ne sono membri. Essi vi hanno sempre l'ingresso, e debbono essere sentiti sempre che lo richieggano.
Art. 67.
I Ministri sono risponsabili. Le Leggi e gli Atti del Governo non hanno vigore, se non sono muniti della firma di un Ministro.
DELL'ORDINE GIUDIZIARIO
Art. 68.
La Giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo Nome dai Giudici ch'Egli istituisce.
Art. 69.
I Giudici nominati dal Re, ad eccezione di quelli di mandamento, sono inamovibili dopo tre anni di esercizio.
Art. 70.
I Magistrati, Tribunali, e Giudici attualmente esistenti sono conservati. Non si potrà derogare all'organizzazione giudiziaria se non in forza di una legge.
Art. 71.
Niuno può essere distolto dai suoi Giudici naturali. Non potranno perciò essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie.
Art. 72.
Le udienze dei Tribunali in materia civile, e i dibattimenti in materia criminale saranno pubblici conformemente alle leggi.
Art. 73.
L'interpretazione delle leggi, in modo per tutti obbligatorio, spetta esclusivamente al potere legislativo.
DISPOSIZIONI GENERALI
Art. 74.
Le istituzioni comunali e provinciali, e la circoscrizione dei comuni e delle provincie sono regolati dalla legge.
Art. 75.
La Leva militare è regolata dalla legge.
Art. 76.
E' istituita una Milizia Comunale sovra basi fissate dalla legge.
Art. 77.
Lo Stato conserva la sua bandiera: e la coccarda azzurra è la sola nazionale.
Art. 78.
Gli Ordini Cavallereschi ora esistenti sono mantenuti con le loro dotazioni. Queste non possono essere impiegate in altro uso fuorché in quello prefisso dalla propria istituzione. Il Re può creare altri Ordini, e prescriverne gli statuti.
Art. 79.
I titoli di nobiltà sono mantenuti a coloro, che vi hanno diritto. Il Re può conferirne dei nuovi.
Art. 80.
Niuno può ricevere decorazioni, titoli, o pensioni da una potenza estera senza l'autorizzazione del Re.
Art. 81.
Ogni legge contraria al presente Statuto è abrogata.
DISPOSIZIONI TRANSITORIE
Art. 82.
Il presente Statuto avrà il pieno suo effetto dal giorno della prima riunione delle due Camere, la quale avrà luogo appena compiute le elezioni. Fino a quel punto sarà provveduto al pubblico servizio d'urgenza con Sovrane disposizioni secondo i modi e le forme sin qui seguite, ommesse tuttavia le interinazioni e registrazioni dei Magistrati, che sono fin d'ora abolite.
Art. 83.
Per l'esecuzione del presente Statuto il Re si riserva di fare le leggi sulla Stampa, sulle Elezioni, sulla Milizia comunale, e sul riordinamento del Consiglio di Stato.
Sino alla pubblicazione della legge sulla Stampa rimarranno in vigore gli ordini vigenti a quella relativi.
Art. 84.
I Ministri sono incaricati e responsabili della esecuzione e della piena osservanza delle presenti disposizioni transitorie.
Dato in Torino addì quattro del mese di marzo l'anno del Signore mille ottocento quarantotto, e del Regno Nostro il decimo ottavo.
CARLO ALBERTO
Il Ministro e Primo Segretario di Stato per gli affari dell'Interno BORELLI
Il primo Segretario di Stato per gli affari Ecclesiastici, di Grazia e di Giustizia, Dirigente la Grande Cancelleria AVET
Il Primo Segretario di Stato per gli affari di Finanze DI REVEL
Il Primo Segretario di Stato dei Lavori Pubblici, dell'Agricoltura, e del Commercio DES AMBROIS
Il Primo Segretario di Stato per gli Affari Esteri E. DI SAN MARZANO
Il Primo Segretario di Stato per gli affari di Guerra e Marina BROGLIA
Il Primo Segretario di Stato per la Pubblica Istruzione C. ALFIERI
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
Trieste, 25 nov 2010,-
Risorgimenti d'Italia la morte della nazione
Consideriamo ora l'ambito adriatico e partiamo da una citazione di Carlo Schiffrer, uno dei maggiori storici triestini tra guerra e dopoguerra, storico geografo, etnografo. A Schiffrer dobbiamo una serie di giudizi assai penetranti sulla crisi dell'italianità adriatica; in particolare, riferendosi all'8 settembre e a quel che ne è seguito, nella Venezia Giulia, Schiffrer dice: “è stato l'anno zero dell'italianità adriatica”
Il significato di anno zero è evidente, quello di "italianità adriatica" un po' meno. Nel linguaggio storiografico, non si intende semplicemente una qualsiasi forma di presenza italiana per lingua, per cultura, per etnia, sulle rive dell'Adriatico - fenomeno questo di lungo periodo, che ha radici antiche e che non è ancora del tutto esaurito - ma si fa riferimento ad una realtà più specifica. Vale a dire, alla forma di identità nazionale italiana che si crea sulla sponda dell'Adriatico orientale fra '800 e '900 e che a cavallo dei due secoli, come abbiamo appreso dalle lezioni sull'irredentismo, finisce per concepire l'inserimento del territorio giuliano-dalmata in uno Stato nazionale italiano quale condizione indispensabile per il suo mantenimento.
Fra '800 e '900 si pensa che senza la gabbia protettiva dello Stato italiano questa forma di identità nazionale non potrebbe sussistere e ne segue la scelta dell'irredentismo, inizialmente minoritaria ma poi sempre più forte, cioè la richiesta di annessione protettiva all'Italia, considerata la propria Madre Patria.
Questa condizione, ritenuta ormai indispensabile per il mantenimento dell'identità nazionale, sembra realizzarsi con la prima guerra mondiale, ma dopo l'8 settembre 1943 viene completamente meno. Lo Stato Italiano si dissolve, cioè viene a mancare proprio quello che era il puntello indispensabile dell'appartenenza nazionale, dell'identità dell'italianità così come si era costituita.
Questo Stato italiano ritornerà in qualche misura soltanto a tappe e in momenti successivi tra il 1947 e il 1954 e soltanto per alcune parti della regione Giulia. Nel 1947 rientreranno sotto la sovranità italiana Monfalcone e Gorizia, nel 1954 Trieste ed una piccola parte della sua provincia: insomma, solamente i margini occidentali della regione Giulia. In tutto il resto della Venezia Giulia, lo Stato italiano non ritornerà e quindi la presenza di una italianità adriatica, così come si era definita, diventerà estremamente problematica, tanto da cessare di esistere nei territori usciti dalla sovranità italiana. In questo senso, per essi si parla di “ catastrofe italiana “.
Dopo questa considerazione iniziale, è opportuno presentarne un altra, anch'essa preliminare all'analisi degli eventi. La scomparsa dello Stato italiano da una parte dei territori alto adriatici pone infatti alla nostra attenzione un altro dei problemi di fondo della storia giuliano-dalmata; vale a dire, si tratta di una vicenda che è incomprensibile all'interno di una sola storia nazionale.
Ad esempio, se per comprenderla si usano solo la logica, i paradigmi tipici della storia nazionale italiana, si capiscono alcune vicende ma non tutte, perché a spiegarne il senso non è la storia d'Italia Fino al 1918 sono piuttosto la storia austriaca e le sue dinamiche, che spiegano ciò che accade nel 1848 e successivamente (si riveda la prima lezione del prof. Negrelli) ciò che accade in tutto l'impero, e tale storia si intreccia con la storia risorgimentale italiana e con quella dell'Italia liberale. Nel periodo fra le due guerre nella Venezia Giulia, come nel resto dell'Italia, si ha l'avvento del fascismo, del totalitarismo incompiuto, con le sue specificità locali. Dopo l'8 settembre tutto ciò finisce perché lo Stato Italiano non c'è più, succedono altre cose e le logiche che spiegano quelle vicende sono diverse. Sono, ad esempio, soprattutto - anche se non solo - quelle della storia jugoslava, che è diversa ed ha altri calendari.
ICosì, in Italia la resistenza comincia dopo l'8 settembre del 1943, quando si ha l'occupazione tedesca, perché è un moto di ribellione contro l'occupatore, così come nelle altre parti dell'Europasotto la dominazione nazista. Il movimento di liberazione Jugoslavo comincia molto prima, nel 1941 nei territori che l'Italia ha occupato, ma nella Venezia Giulia prima ancora. Si fa resistenza al fascismo non solo come Stato totalitario, ma anche come Stato italiano oppressore e snazionalizzatore: i primi germi di opposizione armata risalgono quindi alla fine degli anni Trenta e la ribellione su larga scala si diffonde dalla Jugoslavia alla Venezia Giulia dopo il 1941. Quindi i due calendari sono completamente diversi e le due storie si muovono parallele, incrociandosi e sovrapponendosi ogni tanto. Se si segue soltanto uno di questi fili non si avrà mai la visione del tessuto complessivo, bisogna combinarli e ciò comporta complicazioni sia nello studio che nella spiegazione di questi avvenimenti.
Veniamo quindi ai fatti. Fin dagli inizi del 1943 l'Italia ha perso il controllo di parte del territorio della regione Giulia, perché anche qui si è diffuso il movimento partigiano jugoslavo, sloveno e croato. Il motore di questo processo è stata l'invasione della Jugoslavia nel 1941, che molto presto ha suscitato moti di ribellione.
Si tratta di una storia particolarmente complessa, che qui non possiamo approfondire. Basterà ricordare che tra i diversi interlocutori che si muovono nello spazio precedentemente occupato dal Regno di Jugoslavia, quello che col tempo diventa più forte sino a diventare protagonista assoluto, è il movimento di liberazione a guida comunista. Ce ne sono anche altri: in Croazia gli Ustascia, in Serbia i Cetnici, in Slovenia i Domobranci e altri; ma progressivamente egemone diventa il Movimento di Liberazione, che ha una propria struttura particolare, che da un certo punto di vista è un unicum, nel senso che obbedisce ad alcune indicazioni che vengono dalla Centrale comunista Internazionale di Mosca, applicate però in maniera alquanto fantasiosa.
In periodo di guerra arriva da Mosca una direttiva a tutti i partiti comunisti che operano nei territori occupati dai tedeschi: creare dei fronti di liberazione il più possibile ampi in modo da coinvolgere le masse nella lotta contro i tedeschi e sollevare in questo modo l'URSS dal peso dell'aggressione tedesca. Il partito comunista jugoslavo accetta ovviamente questa indicazione, ma la interpreta alla luce di un'altra concezione, pure presente nel movimento comunista internazionale, quella cosddetta "classe contro classe", che vedeva in tutti quelli che non erano bolscevichi dei nemici da "smascherare" e distruggere.
Quindi si ha questa sorta di paradosso: il partito comunista jugoslavo crea un ampio fronte popolare di liberazione, in cui tutti stanno dentro, ma la cui guida è strettamente in mano ai comunisti. E' evidente la differenza con quello che accade in Francia o più tardi in Italia, paesi in cui la resistenza è pluripartitica. Il primo obiettivo del fronte di liberazione jugoslavo è dunque quello liberare il territorio del Paese dagli occupanti italiani, tedeschi, bulgari, ungheresi, cioè quelli che hanno sbranato letteralmente la Jugoslavia nel 1941. Però non basta, in quanto i calendari e le logiche sono diversi. Il movimento nazionale sloveno e croato ad esempio, vogliono liberare la Dalmazia che è stata annessa dall'Italia nel '41, ma anche l'Istria e la parte di Venezia Giulia che gli sloveni chiamano il Litorale sloveno, che sono state annesse stata annessa anche nel 1920. Tutti questi territori vengono considerati come occupati dallo stesso nemico invasore e vanno perciò liberati.
Possiamo esprimere lo stesso concetto anche con altre parole: il movimento di liberazione jugoslavo fa proprie le rivendicazioni dei diversi movimenti nazionali (sloveno, croato, serbo) in modo da dirottare verso l'esterno quel nazionalismo che fra il '41 ed il '43 sta devastando la Jugoslavia in una terrificante guerra civile. Ad esempio, gli Ustascia croati e i Cetnici serbi si tanno massacrando in nome di una forma esasperata di nazionalismo etnico.
La logica del movimento di liberazione è completamente diversa: non rifiuta la spinta nazionale, non lo potrebbe fare, ma la rilancia verso l'esterno. Quindi la sua non è una politica nazionalista ne slovena , o croata, o serba, o macedone, ma è una politica nazionale pan-jugoslava, che fa proprie le rivendicazioni dei popoli jugoslavi nei confronti di tutti i territori "irredenti".
Questi sono, ad esempio, per la Slovenia la Carinzia meridionale, il Litorale sloveno con Gorizia e Trieste e la zona vicina al confine con l'Ungheria, per i serbi sono il Montenegro, che è stato staccato, e il Kossovo, che è stato annesso all'Albania e così via. Questo programma quindi ha tante facce e proprio per questo riesce ad intercettare le domande di irredentismo dei movimenti nazionali, presenti non solo nel Regno di Jugoslavia ma anche nei territori dello Stato Italiano annessi nel '20 in cui sono presenti minoranze slovene e croate che, come detto nelle lezioni precedenti, sono state sottoposte ad una dura politica di snazionalizzazione.
In questo modo, per il movimento di liberazione è aperta la porta per l'infiltrazione della Venezia Giulia. Possiamo scorgere un segno tangibile della capacità egemonica di questo discorso politico, non soltanto perché nel '42 e '43 vediamo sorgere delle formazioni partigiane nel territorio del Regno d'Italia , ma anche perché, in una fase successiva , non vediamo formarsi quei movimenti anticomunisti ed antipartigiani che si sviluppano invece in altre parti della Slovenia e della Croazia.
Ad esempio, nella Slovenia occupata dai tedeschi e dagli itialiani, oltre al movimento di liberazione, c'è anche un forte movimento collaborazionista anti-comunista, i Domobranci, che nel '42 schierano forze tanto numerose quanto i partigiani. In Croazia ci sono gli Ustascia che hanno conquistato lo Stato e contendono il terreno ai partigiani. In Istria e nel Litorale sloveno invece queste formazioni non ci sono, perché il fronte di liberazione copre tutti gli spazi politici, cioè - fondamentalmente - lo spazio nazionale dell'irredentismo.
Per proseguire nel nostro discorso, distinguiamo per un momento le vicende del movimento di liberazione sloveno e di quello croato. Il movimento di liberazione sloveno si espande direttamente dalla zona di Lubiana, dopo il '41 anch'essa parte dell'Italia, verso il Postumiese e la valle dell'Isonzo. Crea gruppi armati, fa azioni di sabotaggio che si trasformano in vera e propria guerriglia. Dalla fine del '42 l'alto Carso e le valli laterali dell'Isonzo sono ormai zone insicure per le truppe italiane. Agli inizi del '43 cominciano ad esserci scontri vicino alla città. Avviene un episodio significativo nel Boschetto di Trieste, dove una staffetta partigiana viene uccisa in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Il fatto di per sé non è grave, però il segnale politico è chiarissimo: i ribelli sono ormai alle porte della città. Per giunta, l'episodio viene sopravvalutato dalle autorità, che perdono la testa e sospendono l'oscuramento di guerra pensando di poter meglio tutelare l'ordine pubblico che con la riaccensione delle luci. Questa però è una scelta clamorosamente sbagliata in quanto la popolazione, che non sapeva niente dell'accaduto, interpreta il segnale come l'avviso che la pressione partigiana ormai investe anche la città.
In Istria invece è attivo il movimento di liberazione croato. La situazione però è diversa: nelle province di Trieste e di Gorizia ci sono delle zone montuose e boscose, le grandi selve, quelle di Tarnova, di Piro e dell'alta valle dell'Isonzo, territori tutti che si prestano ad imboscate e nascondigli. In Istria c'è qualche bosco nella zona del monte Maggiore ma, a parte questo, il territorio è più fittamente popolato e per giunta da una popolazione mista, italiana e slava, quindi il territorio non è completamente sicuro per il movimento di liberazione. Ecco allora che si sceglie un'altre strada alternativa, quella di un movimento cospirativo che si organizza in attesa del momento opportuno. Le risorse locali però non sono sufficienti a strutturarlo, perché la classe dirigente croata è stata decapitata dal fascismo e i vari movimenti di ribellione sono stati eliminati con i grandi processi tra il '29 e il '41. Vengono allora mandati in Istria dalla Jugoslavia alcuni elementi esterni, "rivoluzionari di professione", cioè giovani militanti comunisti. Questi sono in maggioranza figli di esuli istriani, cioè di croati che hanno dovuto abbandonare l'Istria nel '20 – '30 per ragioni politiche. Questi giovani hanno collegamenti col territorio e vanno dai loro parenti, si appoggiano sulla rete di solidarietà costituita dagli esponenti di quello che era stato il movimento nazionale, che hanno mantenuto le loro idee anche se non fanno più politica, perché verrebbero presi e mandati in galera.
Il termine che di solito viene usato per definirli è quello di narodnjaci : sono le figure più eminenti dei paesi, dotati di un'autorevolezza e di una fedeltà agli ideali nazionali croati cui nessuno può dubitare. Costoro mettono a disposizione del nascente fronte di liberazione e dello stesso partito comunista croato la propria collaborazione. Ciò ha però una conseguenza politica: il fronte di liberazione in Istria, dopo il '41, si innesta sul ceppo del movimento nazionale croato e quindi assume una curvatura politico nazionale estremamente precisa ed intensa.
Questi sono i due movimenti che si diffondono fra il '41 e il '43 ed alla fine di questo periodo sono fortemente radicati sul territorio anche se fanno attività di tipo diverso.
Si presenta il problema di cosa fare con gli italiani, che non sono solo le autorità ma sono anche le così dette masse italiane. La base del partito comunista sloveno e croato non intende affatto coinvolgere gli italiani, in quanto li ritiene nemici e oppressori; la dirigenza però non la pensa così perché ritiene indispensabile rafforzare il fronte di liberazione cooptando anche le masse italiane. D'altra parte questa è l'indicazione che viene data in tutta la Jugoslavia, per la costruzione di un fronte popolare che coinvolga tutti, però secondo la logica del movimento di liberazione jugoslavo. Tutti perciò sono chiamati a partecipare, ma a decidere saranno soltanto i comunisti, anche se il movimento si espanderà fino ad integrare le masse popolari, che poi sono gli operai delle città e i contadini delle campagne. Questa è la linea di Tito del movimento di liberazione la cui guida è strettamente in mano alla classe dirigente comunista rispettivamente slovena e croata.
In Istria e nella Venezia Giulia però esiste già il partito comunista italiano e secondo le disposizioni dell' Internazionale Comunista in ogni Paese può starci un solo partito comunista e questo nella Venezia Giulia c'è già. Certo, sono rimasti in pochi dopo le persecuzioni fasciste, però qualche nucleo c'è a Trieste e a Monfalcone e c'è anche in Istria nella zona mineraria di Albona. I vecchi minatori, come ad esempio Lelio Zustovich, un personaggio mitico del socialismo e poi bolscevismo istriano, non sono assolutamente d'accordo con la costruzione del nuovo partito comunista croato, perché già ci sono loro e perché hanno una concezione della lotta completamente diversa.
Per i comunisti italiani la lotta si fa in fabbrica e in città: si mobilitano gli operai e ci si prepara per il momento buono. Per gli sloveni ed i croati la lotta si fa invece nelle campagne e nei boschi e le città servono solo da bacino di reclutamento delle formazioni partigiane. Inoltre, per i comunisti italiani le rivendicazioni nazionali slovene e croate sono piccolo borghesi. C'è quindi una forte incomunicabilità, ma anche un divario di forze enorme e i comunisti italiani vengono assolutamente emarginati, il mitico Zustovich verrà addirittura eliminato.
I comunisti italiani sono in grande difficoltà per una ragione banale: gli sloveni ed i croati hanno già costituito un movimento armato e stanno facendo resistenza contro gli occupatori, mentre i dirigenti italiani sono pochissimi sul territorio, perché la maggior parte di loro è al confino o in galera. I pochi rimasti si adattano quindi a fare un accordo con i comunisti jugoslavi. Il protagonista dell'intesa è tale Vincenzo Marcon, detto Davila e l'accordo prevede che i comunisti italiani entrino negli organi del movimento come una delle componenti del fronte.
Accade però che il 25 luglio cade il fascismo e ne segue quindi una fase un po' confusa nella quale, tra l'altro, rsi aprono le carceri e gli anti-fascisti tornano dal confino. Nella Venezia Giulia torna quindi la classe dirigente comunista; in particolare a Muggia, che è la cittadina rossa per eccellenza, fra i dirigenti ritornati ci sono Luigi Frausin, Vincenzo Gigante ed altri che la pensano diversamente da Davila rinnegano l'accordo da lui stipulato e reimpiantano un nucleo locale del partito. A partire da questo momento, per un certo periodo, i comunisti giuliani di lingua italiana sono parte dello schieramento politico dell'Italia antifascista e danno vita assieme ad altri partiti anti-fascisti ad un Comitato di salute pubblicae
Dopo l'8 settembre si arriva alla crisi: tedeschi e partigiani sanno benissimo ciò che vogliono, mentre gli italiani no.
Per i tedeschi l'area giuliano-friulana rappresenta la finestra sull'Adriatico e la saldatura con il fronte balcanico, che acquista importanza dopo l'armistizio firmato dall'Italia. Il loro obiettivo è quindi disarmare l'esercito italiano che, pur essendo prostrato, schiera ancora centinaia di migliaia di uomini in aree strategiche, non solo in Italia ma anche nei Balcani. Uno dei timori dei tedeschi è che gli italiani prendano le armi contro di loro e costituiscano nella penisola balcanica una testa di ponte, magari assieme ai cetnici, per aprire la strada ad un'invasione inglese. Quindi la loro priorità è disarmare gli italiani; nello specifico nella regione Giulia è acquistare il controllo dei punti strategici, cioè i porti di Trieste, Fiume e Pola, Gorizia e Monfalcone e gli assi viari.
Dietro queste priorità ci sono anche delle motivazioni politiche, che però emergeranno più tardi. In una fase successiva infatti - siamo nell'ottobre, quando il controllo tedesco sarà diventato più saldo grazie all'arrivo di nuove truppe - si costituiranno due Zone di operazione: una Prealpi (Trento, Bolzano, Belluno) e l'altra Litorale adriatico (Udine, Gorizia, Trieste, Fiume ,Pola, Lubiana), vale a dire le zone di giunzione a cavaliere delle Alpi tra la pianura padana, la Germania e i Balcani. Queste però non sono soltanto zone militari, perché prevedono un'amministrazione civile retta da un supremo commissario, funzionario del partito nazista, e prefigurano verosimilmente un distacco di questi territori strategici dal nesso statale italiano. In queste zone il controllo tedesco sarà diverso rispetto al resto dell'Italia; si tratterà di una situazione sospesa fino al termine delle guerra.
Da parte loro, i partigiani vogliono approfittare del crollo italiano per instaurare il loro contro-potere. Vogliono cioè fare cioè quello che stanno realizzando in tutta la Jugoslavia, dove il movimento di liberazione conquista periodicamente delle zone libere, che sono molto utili non solo dal punto di vista militare – strategico ma anche perché lì il movimento partigiano impianta i suoi ordinamenti e pertanto dimostra di essere un germe di statualità nuova. Crea istituzioni, fa la leva militare, impone le proprie leggi. Le zone libere durano quel che durano, poi normalmente arrivano i tedeschi, o gli Ustascia o i Cetnici e i partigiani vengono allontanati ma intanto, hanno precostituito una situazione. Lo stesso viene fatto nell'autunno del '43 nell'interno della provincia di Gorizia e dell'Istria, dove però c'è una particolarità, rispetto ad esempio alla Bosnia ed al Montenegro: questi prima del '41 facevano parte dello Stato Jugoslavo, ma la Venezia Giulia no, quindi per prima cosa i partigiani devono sancire la propria legittimità proclamando l'annessione del Litorale sloveno alla Slovenia e dell'Istria alla Croazia. Questo atto politico fondamentale viene fatto con una serie di assemblee popolari il cui esito verrà poi ratificato da un altro organo, il così detto Parlamento Partigiano, dal quale deriverà in seguito il Parlamento dello Stato Jugoslavo.
Gli italiani non si accorgono neanche di queste assemblee e proclamazioni di annessione, che non hanno alcuna valenza internazionale. Il loro valore però non è soltanto propagandistico, poiché a seguito di tali atti, per il movimento di liberazione e poi per lo Stato Jugoslavo la Venezia Giulia viene considerata annessa già dal '43 e questo significa che le uniche istituzioni legittime sul territorio sono quelle del movimento di liberazione. Chi si oppone non è quindi un nemico esterno bensì un criminale, perché non rispetta le leggi dello Stato e ogni ribellione viene considerata come guerra civile.
Un'altra peculiarità di queste zone libere è la repressione, ovvero l'eliminazione dei così detti nemici del popolo. Il termine fa riferimento alla nota categoria bolscevica, che funziona a fisarmonica, poiché in essa può rientrare chiunque, nello specifico tutti coloro che si oppongono al movimento di liberazione per le più diverse ragioni e che quindi sono considerati pericolosi.
Nel caso dell'Istria costoro sono ben numerosi perché potenzialmente tutta la classe dirigente italiana è nemica, anzi lo è pregiudizialmente in quanto è la stessa classe dirigente del nazionalismo, dell'irredentismo, del fascismo; sono coloro che hanno “ oppresso gli slavi “ e sono sicuramente contrari al movimento di liberazione. Quindi all'interno di questa classe, dopo il 9 – 10 settembre, per alcune settimane vengono individuati i nemici più pericolosi ed eliminati.
E' una vera repressione ordinata dall'alto, che segue un progetto applicato in tutta la Jugoslavia e che qui ha una specificità: la classe dirigente italiana viene colpita nelle sue figure più rappresentative delle istituzioni, del partito, dei ceti sociali: sono coloro che hanno maggiore visibilità, che contano qualcosa. Tutti coloro, possiamo dire, che in qualche modo rappresentano il potere italiano. Esiste pertanto un progetto dall'alto, che però agisce in una situazione di estrema confusione: tutte le fonti, sia italiane che jugoslave ci trasmettono l'impressione di un grande caos. Questo da ragione anche delle diverse forme di violenza che si scatenano sul territorio. In Istria ci sono arresti, spostamento degli arrestati in giro per la penisola, concentrazioni in alcune località, processi sommari, fucilazioni di massa, occultamento dei cadaveri nelle cavità carsiche. Il processo di repressione dall'alto, in qualche modo si disgrega in una molteplicità di motivazioni, anche locali, e diventa in una certa misura incontrollabile.
Questo dunque è ciò che fanno i partigiani jugoslavi. E gli italiani? Non sanno nemmeno che cosa vogliono. Fra l'8 e il 9 settembre le autorità militari e politiche del tempo non riescono più a capire qual'è il nemico. Gli alleati non più, ma i tedeschi che stanno occupando il territorio e disarmando le truppe italiane? I partigiani che formalmente affiancano gli alleati, ma pure vengono considerati il nemico storico dell'italianità? Da chi bisogna difendersi? Dai partigiani slavi che sono arrivati in quel momento o dal tedeschi che pure erano alleati fino a ieri? Di fronte a questi interrogativi non risolti, in una crisi oggettivamente terribile come quella dell'8 settembre, nell'incertezza di chi sia l'avversario, il risultato inevitabile è lo sfascio totale, le autorità vanno in pezzi, anzi potremmo dire che il soggetto Italia si dissolve.
Rimangono gruppi ed individui che si muovono nel vuoto, cercando ognuno la propria strada. Ci sono gruppi di resistenza contro i tedeschi che potrebbero anche avere qualche successo, visto che i tedeschi sono pochi. C'è un progetto di contrattacco della divisione alpina Julia, mentre a Fiume, gli italiani in armi sono dieci volte più numerosi dei tedeschi, lperché a città è la retrovia del fronte jugoslavo quindi pullula di truppe, che però non fanno nulla perché non hanno ordini, pertanto si sfasciano e abbandonano il territorio.
Queste sono le caratteristiche dell'atteggiamento italiano durante la crisi del '43, che soprattutto in questa zona è connotato da disorientamento e contraddizione. Esempio tipico di questa situazione è quanto accade a Monfalcone e a Gorizia. Alcuni nuclei di operai dei cantieri di Monfalcone prendono le armi lasciate dai soldati e combattono contro i tedeschi assieme ai partigiani sloveni. Resistono per qualche tempo finché non vengono sgominati. Contemporaneamente, nella città di Gorizia quando arrivano i tedeschi vengono accolti con applausi perché sventano il pericolo jugoslavo.
La società quindi si sta dividendo e non è solo una frammentazione nazionale, perché anche all'interno del gruppo nazionale italiano si avvia un processo di disgregazione progressiva, che sarà la caratteristica fondamentale della società italiana nella Venezia Giulia fra il '43 e il '45.
L'inizio di questa crisi l'abbiamo posto all'8 settembre, data in cui viene firmato l'armistizio. Ma questo termine - armistizio - tecnicamente preciso - rende però male l'idea dell'a situazione. Più realisticamente, la storiografia jugoslava parla di capitolazione perché si tratta di una resa senza condizioni seguita dallo sfascio generale.
Con quali conseguenze? Per prima cosa, l'Italia cessa di essere soggetto e diventa oggetto. Ci sono vari gruppi di italiani che tentano di fare qualcosa ma non ottengono niente, dato che non hanno nessuno strumento per incidere sulla realtà, non hanno legittimità, ne potere.
L'Italia dopo l'8 settembre, non è in grado di negoziare proprio perché non ha nulla da offrire, ovvero non è padrona nemmeno di se stessa. Sul territorio della Venezia Giulia ci sono dei poteri reali, tedeschi e partigiani, che si scontrano, mentre gli italiani cercano di adattarsi in qualche modo a vivere negli interstizi lasciati da questi poteri forti. A livello nazionale ci sono dei tentativi di difendere la posizione italiana al confine orientale, ma i risultati sono nulli appunto perché il soggetto Italia si è disgregato.
Ci sono due governi nel paese: uno al Nord e uno al Sud, sono entrambi governi quasi fantoccio, ma hanno la medesima preoccupazione nei confronti del confine orientale, ovvero quella di evitare il collasso dell'italianità.
Il regno del sud, con il governo Badoglio, cerca di persuadere agli anglo-americani di farsi carico delle posizioni italiane. In particolare, chiede che venga occupata la Venezia Giulia per evitare un bagno di sangue ulteriore dopo quello rimasto nella memoria come le "foibe istriane". Gli alleati rispondono solo con vaghe promesse, visto che non hanno ragione di impegnarsi in quanto l'Italia non è loro alleata, bensì è stata sconfitta.
Il governo della Repubblica sociale tenta di tenere una parvenza di sovranità sul territorio giuliano ma non ci riesce, poiché nella Zona di operazione Litorale Adriatico la sovranità della repubblica è completamente sospesa: non possono fare la leva, né inviare truppe senza il permesso dei tedeschi.
Alcuni esponenti del governo italiano tentano anche alcuni accordi diretti con ambienti militari del RSI, per tenere le posizioni al confine orientale e aspettare gli alleati, ma anche questa iniziativa alquanto avventurosa porta ad un nulla di fatto.
Infine, il Comitato di Liberazione Italia - che è l'organo politico delle forze della resistenza che stanno al nord - tenta di negoziare degli accordi con il movimento di liberazione Jugoslavo. Nel corso dell'estate del '44 si arriverà ad un risultato, però l'accordo verrà sciolto dopo una settimana visto che la controparte, cioè gli jugoslavi, non ha più alcun interesse a vincolarsi ad un soggetto debole come quello italiano e medita piuttosto di risolvere direttamente la situazione con la forza militare.
Sul territorio gli effetti della repressione feroce del '43 in Istria, creano delle grandi difficoltà alla partecipazione italiana alla resistenza. Alcuni italiani che vorrebbero partecipare alla resistenza in chiave patriottica, anti-fascista e anti-tedesca, sono fermati dal fatto che tutto è controllato dal movimento di liberazione sloveno e croato, che è a guida comunista e che ha precise rivendicazioni territoriali su tutta la Venezia Giulia.
In termini più generali, fra gli italiani, in particolare a Trieste, si rafforza il complesso della città assediata. Questo non è un complesso nuovo, è l'esasperazione di un concetto già elaborato negli ambienti nazionali italiani tra l'800 e il 900: allora il "pericolo slavo" veniva individuato nella maggior dinamicità demografica degli elementi slavi nella regione Giulia, da cui derivava la percezione di una probabile sommersione etnica del giro di una paio di generazioni.
Con l'annessione all'Italia, le cose si sono ribaltate e c'è stato il timore degli slavi nei confronti degli italiani. Dopo il '43 c'è un ulteriore ribaltamento, però con una esasperazione della violenza. Gli avvenimenti di quell'anno ripropongono il tema del pericolo slavo, che era stato sempre presente nella cultura e nella propaganda nazionalista italiana. Lo confermano nella maniera più esplicita, più dura, più sanguinosa: se gli slavi prendono il potere per gli italiani è la fine.
Gli italiani vivono il periodo tra il 1943 e il 1945 in uno stato di massima disgregazione, di assoluta impotenza e di complesso di minaccia da parte di tutti. I tedeschi vogliono probabilmente staccare la Venezia Giulia dall'Italia e la loro propaganda ripropone la mitologia asburgica e critica in maniera durissima il fascismo e lo Stato italiano. Si preconizza un futuro diverso, mitteleuropeo a guida tedesca. Il movimento di liberazione sloveno e croato vuole chiaramente l'annessione alla Jugoslavia. Gli italiani sanno quello che desiderano ma non hanno nessuna possibilità concreta di influire sulla situazione, se non appunto muovendosi in qualche interstizio .
In altri termini, per l'italianità adriatica, il crollo dello Stato italiano e del regime nel quale aveva finito per identificarsi negli anni '20 – '30, significa la perdita del riferimento principale. Questa italianità adriatica faceva riferimento dal 1922, ad una struttura specifica, concreta, lo stato italiano fascista. Quando questo si dissolve, l'italianità rimane sospesa, senza un aggancio istituzionale forte. Pertanto, tutti gli anni successivi al 1943, ma anche nel 45, fino a quando questa sospensione durerà, saranno attraversati dalla ricerca spasmodica di un nuovo riferimento che dia altrettanta sicurezza all'italianità adriatica.
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
IL SECONDO RISORGIMENTO. UN RIFERIMENTO NON BANALE A TRIESTE
Nell’estate del ’45, esattamente il 25 luglio – data fatale, il quotidiano del Partito Comunista della Regione Giulia (P.C.R.G.), allora schierato su posizione marcatamente filojugoslave e in aperta polemica con i partiti italiani che avevano costituito il Comitato Giuliano di Liberazione Nazionale, dal quale i comunisti triestini erano usciti nell’autunno 1944 per aderire alle tesi annessionistiche di Tito, ospitava un’inaspettata intervista a un autorevole esponente triestino del Partito d’Azione, Giovanni Paladin, qui indicato con il nome di copertura utilizzato durante la lotta di liberazione, Libero Giuliano.
Paladin, probabilmente messo a suo agio da un interlocutore che conosceva e cui apprezzava le qualità morali, con reciprocità di sentimento, si esprimeva in modi molto aperti sulle finalità del suo partito e sulla tradizione storica che lo accompagnava. Dopo avere ricordato la propensione dei volontari garibaldini giuliani di battersi dalla parte dei popoli oppressi, dalla Francia del 1871 alla Polonia, dall’Ungheria alla Grecia, all’Albania ed infine alla Serbia nel 1914, e l’opera di Giuseppe Mazzini per l’emancipazione dei polacchi e dei popoli slavi meridionali e a favore di un patto tra popolo italiano e mondo slavo, egli volle ricordare le caratteristiche proprie del movimento democratico triestino. La questione era strettamente contingente ad un articolo comparso qualche tempo prima sul medesimo quotidiano, intitolato “Colmiamo il fosso”, in cui si auspicava un riavvicinamento delle forze democratiche in città, chiusa l’esperienza dell’occupazione jugoslava ed iniziata quella anglo-americana. Argomento delicatissimo, dopo tutto quanto era successo a Trieste e nella Venezia Giulia da quell’autunno 1944 in poi e soprattutto durante i quaranta giorni jugoslavi, quando anche il C.L.N. era stato costretto a tornare in clandestinità e i suoi esponenti braccati, perseguitati, arrestati con i consueti metodi dei comunismo stalinista. Per questo motivo Giovanni Paladin è fermo nelle posizioni:
“Voi sapete (…) che a Trieste il fine del Partito d’Azione è l’unità con l’Italia e che la sua via è quella della resistenza tetragona contro ogni tentativo diretto a separare gli italiani della Venezia Giulia dal resto d’Italia. Il nostro partito, erede del mazzinianesimo, erede dello spirito dei suoi caduti nella lotta antitedesca nelle due guerre mondiali – da Nazario Sauro e Giuseppe Vidali a Gabriele Foschiatti e Umberto Felluga a Maovaz, Sala e tanti altri – crede ed ha fiducia nell’Italia nascente oggi dal sangue di un popolo martire, che nella lotta contro i tedeschi ed i fascisti ha compiuto il suo secondo Risorgimento. Ed in questo atteggiamento vi è una decisione irrevocabile, senza esitazioni, senza equivoci. Il Partito d’Azione, malgrado il suo inconfondibile atteggiamento nazionale e pur rimanendo fedele a tale presupposto, non può dimenticare di essere un partito essenzialmente democratico.”
Queste parole contenevano i motivi e le ragioni della Resistenza intesa come secondo Risorgimento, come atto imprescindibile per riprendere il cammino interrotto dopo la prima guerra mondiale, come necessaria rigenerazione morale dell’Italia in nome di quel movimento politico e culturale che nel corso della seconda metà dell’Ottocento aveva ottenuto l’unità nazionale. Unità nazionale che era stata messa a repentaglio nel corso della seconda guerra mondiale, soprattutto tra il 1943 e il 1945, e che ora si manifestava in tutta la sua drammatica condizione proprio a Trieste e nella Venezia Giulia. Ciò che era stato ottenuto nel 1918 ora era messo in discussione anche alla luce dell’urto tra nazionalismi ed imperialismi nel primo dopoguerra e poi nello svolgersi del secondo conflitto mondiale. Le pretese nazionaliste italiane contro quelle slave, l’imperialismo fascista e poi nazista, la sconfitta militare italiana, le occupazioni straniere, tedesca, jugoslava, anglo-americana, avevano rimesso in discussione e fatto vacillare certezze ma non certo gli ideali di coloro che erano rimasti legati a quella tradizione democratica che si appellava al Risorgimento italiano, alla battaglia per l’emancipazione sociale e per la difesa dei diritti nazionali a Trieste e in Istria, proprio in nome di una tradizione che sull’Adriatico nord-orientale muoveva dal mito di Venezia per approdare a quello del garibaldinismo e del mazzinianesimo che avevano alimentato, ben oltre il limite cronologico del Risorgimento, l’idea stessa di una lotta per costruire una società, di per sé già moderna, su basi morali completamente nuove.
1. Ultimo Risorgimento e continuità morale nella Resistenza
La continuità morale dell’ultimo Risorgimento non sta solo nell’impegno di uomini che avevano militato agli inizi del secolo a fianco degli ultimi esponenti storici del movimento risorgimentale, diventandone eredi, ma anche nella convinzione che da quella estrema prova della lotta a fascismo e al nazismo si potesse generare una nuova Italia. Se per i mazziniani triestini, già prima della prima guerra mondiale, lo Stato austriaco non era riformabile, ora quello italiano andava costruito su basi completamente nuove nel segno della discontinuità con il modello liberale collassato durante la Grande Guerra e sotto le spallate del fascismo. Però nemmeno la costruzione di uno Stato socialista, nel senso marxista del termine, era soddisfacente né per l’Italia e tanto meno per Trieste le cui sorti in bilico non potevano propendere per una soluzione jugoslava; secondo Paladin, a Trieste si doveva dare un futuro autonomista, fondato sulla centralità del suo porto, capace di garantire a tutta la Venezia Giulia lavoro e diritti nazionali, (“Trieste per rinascere economicamente non può attendersi nulla da demagogie scioviniste ed impotenti che fanno sperare miracoli che mai si avvereranno.”), però assicurata per nesso alla nuova Italia democratica. Ciò che dirà con altre parole un giovanissimo Carlo Tullio Altan nel maggio 1945: “Noi, possiamo dirlo apertamente, siamo federalisti ed umanitari, ma ad una tale organizzazione della vita noi riteniamo indispensabile il concetto della giustizia e della libertà.”
Poche forze politiche nel 1943 a Trieste, potevano dichiararsi e dimostrare di essere democratiche ed italiane, e potevano al tempo stesso vantare una continuità ideale e morale con il Risorgimento, per avere vissuto dall’interno, direttamente, il travaglio dall’irredentismo al volontarismo, dall’antifascismo alla lotta di liberazione. E perché poche forze, queste risultavano pure minoritarie al favore delle grandi masse, eppure una tradizione stava dalla loro parte, ad iniziare dal primo socialismo pre-marxista triestino che si appellava all’umanesimo sociale garibaldino, e poi il mazzinianesimo come fonte di ispirazione laica e democratica, oltre che repubblicana. Sono note le vicende che hanno condizionato dall’ultimo decennio del XIX secolo l’ampio fronte dei lavoratori con il Partito Socialista Operaio Austriaco nel Litorale prebellico diviso sul piano nazionale (tedesco, italiano e slavo – o jugoslavo come poi si definirà) e dei modelli tra austromarxismo e democrazia latina: il primo più radicato a Trieste e la seconda in Istria, similmente a quanto accadeva in Trentino. I mazziniani della Società Democratica Italiana, che raccoglieva pure una componente proveniente dalla sinistra liberale, non avevano modelli ideologici così precisi ma guardavano nella direzione di una società egalitaria da costruire, non sul conflitto di classe ma sulla piena emancipazione sociale. Sarà questo uno dei motivi forti che confluirà nel loro antifascismo.
Il 3 novembre 1948, l’avvocato Michele Miani, nominato presidente del comune di Trieste – una funzione corrispondente a quella di sindaco, durante la prima fase di occupazione anglo-americana e rimasto in carica fino alle elezioni amministrative del 1949 – nel corso della cerimonia di ripristino della lapide dei volontari giuliani caduti nella guerra 1915-1918 e di inaugurazione del masso dedicato ai combattenti della Resistenza nonché il cippo con la motivazione della Medaglia d’Oro conferita alla città di Trieste, affermava tra l’altro: “erigendo tali monumenti, il Comune ha inteso il dovere di esaltare tutto ciò che di preclaro fu operato negli ultimi decenni dagli spiriti nobili della nostra Città e della nostra Regione, a salvaguardia degli eterni principii di Patria e di Libertà, e di riaffermare la continuità spirituale del profondo istinto patriottico della nostra gente, continuità che non ha trovato interruzioni o soste, ma che venne trasmessa da un’epoca all’altra dai superstiti della generazione del Risorgimento, ai Volontari della Resistenza.” Il senso di questo discorso poteva essere perfettamente compreso a tre anni dalla fine della guerra, a cinque dall’inizio della lotta di liberazione, ma anche a trenta dalla fine della Grande Guerra ed a cento anni da quel 1848 che non sembrava ancora così lontano.
Eredità materiale e morale, quindi, che si era manifestata già nell’intitolazione delle formazioni partigiane a Garibaldi, e pure a Mameli, Mazzini, Pisacane, Nievo, cioè a quelle figure che erano poste alla base di un Risorgimento non solo effettivo ma anche tradito nelle speranze e nelle aspettative da un’Italia monarchica e prefettizia che si era fatta diarchia di potere durante il regime fascista. Ecco, allora, che anche nella Venezia Giulia sorgeranno le brigate “Garibaldi”, di montagna, con una loro particolare e complessa storia, e a Trieste le divisioni cittadine di “Giustizia e Libertà” e poi “Domenico Rossetti”. Nella prima opereranno quattro brigate denominate “Garibaldi”, “Frausin”, “Foschiatti”, “Pisoni”, queste ultime tre intitolate a tre esponenti del C.L.N. arrestati ed eliminati dai nazisti o morti in deportazione; nella seconda le brigate “Venezia Giulia”, “Ferrovieri”, “Timavo”, “San Sergio”, denominazioni richiamanti per certi versi il territorio, la storia locale o situazioni contingenti.
Va detto che nell’immaginario collettivo il Risorgimento non era mai declinato, con le sue figure storiche coltivate soprattutto nel mondo della scuola, anche se il mito era stato sostituito dal regime fascista con quello di maggior presa dei fasti imperiali romani, usati per analogia con le fortune coloniali fasciste: anzi risultava assai difficile, dopo i Patti lateranensi e poi davanti all’ingombrante alleanza con la Germania nazista, far sopravvivere un’idea del Risorgimento che si era nutrito dal 1820 al 1918 con la lotta contro l’oppressione austriaca (quindi del mondo tedesco) oppure di un’unità nazionale compiuta a danno del potere temporale della Chiesa romana cattolica.
Era difficile spiegare alle generazioni del Carso e di Vittorio Veneto che il nemico di ieri era l’alleato di oggi, evocando la breve alleanza italo-prussiana del 1866. Lo era ancora più difficile nella Venezia Giulia, dove propaganda e uso pubblico della storia si erano accompagnate a lungo, per cui in un sol colpo si doveva rimuovere irredentismo e il mito della “vittoria mutilata” obbligando a vedere il mondo tedesco – in verità del terzo Reich – già affacciarsi dal 1938 alle Alpi come una nuova opportunità data dal destino politico. Inoltre Mazzini e Garibaldi erano stati due rivoluzionari, il primo pure repubblicano e antimonarchico, il secondo vagamente socialista, mentre il Mussolini fascista aveva abbandonato rapidamente quelle sponde e il regime fascista era perfettamente inserito nello Stato monarchico con l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche più conformiste.
Però quando il conflitto iniziò a registrare sconfitte e disastri, il mito della Roma imperiale finì ben presto in soffitta per un ritorno ai temi risorgimentali, perfino nelle esecuzioni musicali: evitati le facili canzonette di propaganda – quelle della vittoria facile – si tornava addirittura ai canti di guerra risorgimentali, se non della Grande Guerra. Quelli intonati a speranza e sofferenza. In un clima di guerra civile, tra 1943 e 1945, anche nella propaganda visiva c’è un revival risorgimentale, soprattutto in quella esercitata dalla Repubblica Sociale Italiana. Il 1849 è riscoperto assieme a Goffredo Mameli in un manifesto intitolato “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta!”, ed altrettanto forte è il richiamo a Garibaldi e perfino alla sua prima consorte con “Anita Garibaldi guida alla riscossa le donne d’Italia”. Il simbolo del fascio adottato dal Partito fascista repubblicano è ripreso da quello della Repubblica romana di Mazzini, Armellini e Saffi; lo stesso Mazzini, perché antimonarchico e perseguitato dai Savoia, compare in effige nei francobolli della Repubblica Sociale. Rimane famosa la cartolina del garibaldino sconsolato, seduto sulle macerie, gravato dalla scritta “Otto settembre!” come quella evocativa il sacrificio della Grande Guerra con una donna in gramaglie sul cui petto è appuntata la medaglia d’oro e sotto il monito “non tradite mio figlio”, in cui non è difficile riconoscere Maria Bergamas, madre dell’irredento gradiscano Antonio disperso in guerra, che fu chiamata a indicare la salma che sarebbe diventata il Milite ignoto.
Constatato l’uso improprio del nome e dell’immagine di Garibaldi (nel dopoguerra sarà altrettanto usato dal Fronte popolare social-comunista per le elezioni politiche del 1948) quanti si sentivano eredi diretti di quella storia reagirono con appelli ed iniziative atte a ristabilire la verità: il 2 giugno 1944, 62° anniversario della morte di Garibaldi, il Partito d’Azione lanciava a Trieste un manifesto commemorativo il “cavaliere del genere umano”, ricordando che la “salvezza del popolo italiano è nella tradizione di libertà, lontana da ogni egoismo nazionalista, da ogni isterismo imperialistico” quindi ben lontano da ciò che i propagandisti della Repubblica Sociale volevano far intendere; un Garibaldi difensore dei popoli oppressi e della democrazia, profeta quindi della lotta contro il fascismo e l’occupatore tedesco e i suoi collaborazionisti (“…tedeschi (…)guardia bianca croato-slovena, che con la stessa brama anelano di prendere la nostra città, la nostra terra e il nostro mare ed agognano di ridurci in schiavitù economica e nazionale…). L’appello era rivolto ai giovani giuliani (“se sarete degni delle tradizioni garibaldine della nostra gente e se saprete attivamente collaborare con i nostri fratelli che, come combattenti dell’Italia libera e quali precursori del rinnovamento italiano e della federazione dei popoli liberi, si sacrificano e lottano per aprire al popolo italiano le vie del nuovo Risorgimento”) per spronarli all’impegno, all’emulazione degli altri giovani italiani che erano affluiti nelle formazioni partigiane, ma che a Trieste tardavano ancora. Il richiamo alla stagione morale del volontarismo appare in un altro appello firmato “Comitato Nazionale di Liberazione”, rivolto ai militari ed ufficiali, l’indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944), affinché aderissero alla brigata d’assalto “Garibaldi-Trieste”, quando essa era ancora sotto il controllo del C.L.N. giuliano: “se avete sangue italiano nelle vene; se volete essere degni di vostri padri e dei vostri nonni, se gli insegnamenti degli uomini che propugnarono e conseguirono il primo Risorgimento riunendo la Patria allora divisa (…)rifiutate di servire i tedeschi ed i fascisti (…) passate subito nelle file dei patrioti e delle Brigate “Garibaldi”che combattono per conseguire il secondo Risorgimento…” Era la prima volta che in un appello del C.L.N. giuliano appariva esplicita la continuità ideale Risorgimento-Resistenza, che tale non poteva essere ancora chiamata, per cui era evidente la connotazione di “secondo” Risorgimento per un’Italia che sembrava precipitata al 1848-49 e per una Venezia Giulia ritornata al 1914. Trieste era stata l’ultima città a chiudere il Risorgimento - come aveva scritto Giani Stuparich nel giugno 1945 sul quotidiano del Partito d’Azione, “L’Italia libera” – ma ebbe la “disgrazia di essere coinvolta, dopo un breve periodo di disorientamento, in quella fatale aberrazione della storia d’Italia che fu il fascismo.”
La correlazione è indicata pure da Ercole Miani, mazziniano ma anche legionario fiumano e tra i fondatori di quel fascio triestino, formato pure da irredenti e volontari giuliani, da cui prenderà le distanze all’avvento del fascismo per diventare poi animatore della resistenza italiana nella Venezia Giulia, in un articolo pubblicato sul noto numero monografico de “Il Ponte” dedicato a Trieste nel 1948: “i patrioti del C.L.N. presero l’iniziativa della riscossa e, organizzando la gioventù alla resistenza, additarono alla stessa il dovere della lotta senza quartiere contro l’invasore tedesco come il mezzo più efficace per riaffermare il diritto dell’Italia di Mazzini e di Garibaldi di esistere agli estremi confini orientali e la volontà degli italiani giuliani di sopravvivere e non abdicare al diritto di vita e di indipendenza dallo straniero.”
E su questo tema si spenderanno per lungo tempo, tante parole in polemiche e precisazioni, prima tra gli uomini del C.L.N. ed i comunisti filojugoslavi e poi tra i primi e gli assertori della cosiddetta “resistenza legale”, del patriottismo alla Bruno Coceani, già Capo della provincia sotto occupazione tedesca e sotto continua tutela del Deutschen Berateter: si era arrivati a dare del traditore al C.L.N., favoleggiando su accordi e cedimenti davanti ai partigiani comunisti e le truppe jugoslave. E quelle accuse giungevano proprio da ex collaborazionisti e gerarchi del passato regime, reclamando ed agitando i loro presunti meriti patriottici in una condizione politica triestina, quella degli inizi degli anni Cinquanta, in cui la questione di Trieste e la difesa dell’italianità li avevano sdoganati senza chiedere ammenda. In tal senso giungeva nel 1951 un’articolata precisazione di Carlo Antoni dalle pagine del settimanale “Il mondo” che partendo da alcune considerazioni espresse da Giani Stuparich così si concludeva riferendosi al fatto che gli jugoslavi dovettero riconoscere l’esistenza nella Venezia Giulia di una resistenza italiana: “essi hanno ammesso di fatto che l’italianità di Trieste aveva dei difensori loro pari nella lotta di liberazione.(…) Erano tra loro parecchi degli antichi volontari irredenti che, rimasti nell’ombra durante il ventennio, nel momento dell’estremo pericolo erano riapparsi a combattere i prima fila. Tra questi, Gabriele Foschiatti e Umberto Felluga sono morti a Dachau, Francesco Terrazzani è stato fucilato dalle Brigate Nere, Nicolò Vidali è caduto nelle strade di Trieste durante l’insurrezione. Sono uomini come questi che si vogliono far passare per traditori.” La loro attività cospirativa fu ben viva anche durante il fascismo ma forse non altrettanto nota ai lettori italiani e perciò Carlo Antoni ne rimarcava le virtù.
Ma su tutti, la vita di Gabriele Foschiatti sembrava rappresentare la prova vissuta di quel legame tra passato prossimo e presente; nel 1955, lo volle ricordare sempre Giani Stuparich, rammentando pure l’atmosfera in cui era precipitata la città dopo l’occupazione tedesca del ’43 che aveva smorzato gli ultimi entusiasmi dei volontari della guerra precedente, salvo pochi, oppure orientato taluni ad accettare ed assecondare lo stato delle cose; ebbene, tra quei pochi, sopravissuti morali, c’era Gabriele Foschiatti: “era pieno di fervore intimo (…) e le sue idee, temprate nell’eroica custodia dei principi mazziniani, erano sicure.”
Ancora nel 1958 la polemica non si era spenta verso una certa stampa minore della destra neofascista che marcava il “25 aprile” come giornata di lutto nazionale: a questa rispondeva il periodico socialdemocratico “Italia socialista” ricordando come in passato la Patria era diventata espressione di interessi ed egoismo, il tricolore simbolo di un regime, il sentimento nazionale espressione di fedeltà al fascismo e di ostilità agli altri popoli; “pertanto chi non era fascista non era italiano e chi reagiva a questa mostruosa deformazione della verità finiva in galera.” E c’era nel secondo dopoguerra un’intera generazione che poteva testimoniare di avere subito gli accanimenti della gendarmeria austriaca, e di avere conosciuto le galere fasciste, le deportazioni naziste e le persecuzioni dei comunisti di Tito: una generazione che magari, in certi momenti, aveva preso anche strade diverse, ma che si ritrovava ancora in quella matrice originaria comune “tutti mazziniani di fede e mentalità carbonara” che li aveva portati in mezzo secolo dalla cospirazione al volontarismo, dall’antifascismo alla lotta di liberazione.
In un rapido schizzo storico, Carlo Ventura rammentava le tappe di quel percorso segnate dalla presenza e continuità di alcune figure, su tutte Diomede Benco, Gabriele Foschiatti, Mario Maovaz, Umberto Felluga, Ercole Miani, dove alcune più anziane provenivano dal movimento mazziniano giuliano ed altre vi si erano accostate con l’antifascismo: dalla breve esperienza di Democrazia Sociale Italiana, in polemica con l’austro-marxismo visto quale espressione pangermanica ed invece solidale con i socialisti istriani e trentini più affini ad una idea di “democrazia latina”, all’impegno nella prima guerra mondiale e poi, dopo il conflitto, “il gruppo combatté la più bella battaglia della sua vita, marciando al limite delle forze popolari di sinistra non marxista, spesso anche in contrasto con l’iniziale atteggiamento contradditorio assunto da alcune sezioni del Partito repubblicano in altre province italiane di fronte all’avanzata del fascismo.” Ma negli anni precedenti quel conflitto era maturata l’idea precisa che l’affrancamento dei popoli della duplice Monarchia e la loro emancipazione poteva essere realizzata solo con l’abbattimento dell’impero e non con la costituzione di nuovi stati nazionali eredi delle tensioni politiche.
In un appunto di Biagio Marin a ripresa di un articolo di Vittorio Furlani su “Nuova Antologia” , si ripercorre la storia delle origini dall’ Associazione democratica, della sinistra liberale triestina, alla Gioventù Libera Triestina al Circolo Garibaldi fino a Democrazia Sociale Italiana, afferma: “certo la passione nazionale era in loro molto grande e questa è stata la costante fondamentale di tutto il movimento. Ma non era loro estranea la chiara coscienza di ciò che li separava dalla borghesia conservatrice, e grande era in loro la preoccupazione di non perdere il
contatto con la classe operaia e di aprirsi ai suoi bisogni di progresso sociale.” Un richiamo ancora più forte tra il volontarismo della Grande Guerra e i caduti della seconda guerra mondiale e della resistenza, testimonianza del nesso morale, è rimarcato nel discorso tenuto da Marin il 4 novembre 1948 a Gorizia nel trentesimo anniversario della vittoria: “E’ venuta l’ora dei nostri morti dimenticati dietro la frana, sotto la frana (…) Fra la generazione dei combattenti della guerra del ’15 e quella coinvolta nella sciagura recente, sopra ogni ipocrita distinzione di fazione, la Patria stabilisce la continuità dei padri con i figli. Al triestino Sergio Forti, medaglia d’oro ed eroe della resistenza, la Patria dà per fratello Giuliano Slataper, l’eroe dell’onore militare.(…)”
Il tema della continuità tra i due volontarismi è più volte ripreso da Biagio Marin che aveva vissuto quell’esperienza, memore della sua esperienza nel fascismo; in un articolo pubblicato nel 1965 sulla rivista “Trieste”, che trovava origine dal testo di un pubblico intervento, ripercorre le tappe dell’unità nazionale ma anche l’insegnamento che da esse di doveva trarre, soprattutto nel concetto di Patria, non chiusa ed ostativa ma aperta e solidale “una sempre nuova realtà umana”: per la Venezia Giulia la guerra del ’15-’18 su soprattutto lotta civile per l’indipendenza e libertà ma per incapacità della classe dirigente si giunse alla rinuncia di quella indipendenza e libertà “per le quali in fin dei conti ci si era battuti” e “l’involuzione autoritaria (…) vinse la coscienza di quasi tutto il popolo” così “il regno fascista portò l’Italia a quella guerra che mise in forse tutta la nostra realtà politica. (…) fu la Resistenza a salvare e stato e unità nazionale.”
Quel primo volontarismo si sarebbe fuso con il secondo l’indomani dell’armistizio, davanti al tracollo dello Stato, con la nascita delle formazioni partigiani dai “corpi mutilati dell’Esercito”; un “volontarismo italiano, meravigliosamente vivo in ogni avversa fortuna.”
Le commemorazioni degli anniversari erano sempre buona occasione per tornare su questi argomenti; il 4 novembre 1948, nella citata cerimonia, Giani Stuparich accennava alla responsabilità generazionale per la tragedia dell’Italia invasa e divisa; se “la guerra del’15-’18 fu una guerra di rivendicazione e di giustizia”, e la redenzione della Venezia Giulia “epilogo glorioso”, ciò che seguì fu la “più dolorosa tragedia della nostra Patria” ma se l’Italia si salvò, grazie anche al contributo degli eserciti alleati, “lo si deve agli italiani stessi, che insorsero prima spiritualmente nella loro coscienza, nei loro sentimenti, e poi fisicamente nelle capanne e nelle officine, per i monti e per le città, da per tutto, in una lotta oscura, difficile, doppiamente ingrata e dolorosa, ricca di sacrifizi e di sangue. Ma in questa lotta e con questa lotta essi dimostrarono al mondo che l’Italia amava la Libertà, combatteva per la Libertà, sapeva morire per la Libertà e la Giustizia.”
In buona sostanza il discorso di Stuparich riverberava quanto espresso nel dicembre 1944 dal patto dei quattro partiti costituenti il C.L.N. della Venezia Giulia (Partito d’Azione, Partito Socialista, Democrazia Cristiana e Partito Liberale): “considerano sacro ed inviolabile il principio di unità d’Italia raggiunto in queste terre con il più puro sacrificio di sangue e riconosciuto dalle democrazie occidentali nella precedente guerra di liberazione, che chiudeva il ciclo delle guerre risorgimentali. Essi considerano perciò l’appartenenza della Venezia Giulia all’Italia come un problema, in linea di massima, risolto e definito nell’interesse della comunità europea.”
Eppure, come avrà modo di osservare l’ex sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, la grande mostra allestita a palazzo Carignano (Torino) per il centenario dell’unità nazionale mancava di riferimenti all’Istria e alle città perdute, che pure avevano contribuito per intero alla storia italiana, pure con i caduti e gli eroi della Resistenza, come sottostare ad un atto di prudenza nei riguardi della suscettibilità della Jugoslavia.
Ma è cose erano tutt’altro che evidenti o chiare; ciclicamente si poneva il problema della riflessione sul significato della Resistenza italiana nella Venezia Giulia; nel 1955 Enzo Collotti, un articolo di vasto respiro, in cui cerca di cogliere la peculiarità di questa resistenza rispetto quella maturata altrove in Italia, individuava nell’eredità fallimentare che il fascismo aveva lasciato nella Venezia Giulia, fino a compromettere l’idea medesima di italianità, il maggiore e più grave peso sulle spalle della Resistenza a Trieste, chiamata pure a dimostrare l’opposto soprattutto nei confronti del movimento di liberazione sloveno e croato, per cui fu chiamata ad una “duplice opera di contenimento delle mire slave e di lotta contro i nazifascisti” . Quindi “l’ipoteca nazionale grava sulla Resistenza giuliana dalla nascita, ne è anzi una delle premesse che la condizionano…”
Alla consacrazione ultima di Resistenza come “secondo Risorgimento” si giunge alla metà degli anni Sessanta, esattamente nel 1965, occasione per ricordare il cinquantenario della guerra ’15-’18 e il ventennale della fine della seconda guerra mondiale. Carlo Schiffrer richiama le due date inserendole all’interno di un processo storico, e pure politico, che già allora vedeva alcuni ambienti obiettare del Risorgimento e negare la Resistenza se non come guerra civile tra italiani, con il pericolo che, pur di far cadere le polemiche, prevalesse infine l’oblio per carità di patria. Schiffrer rammenta che la guerra del ’15 e la guerra del ’43 ebbero fattore comune la lotta contro l’imperialismo germanico, nel segno di un “programma nazionalitario europeo, da conseguire con l’ultima guerra, quella che doveva por fine alle guerre fratricide dei popoli europei.” Le cose andarono diversamente, si sa, e pure in Italia non si realizzò compiutamente quella convergenza tra forze moderate e forze democratiche e progressiste che avevano invece promosso e realizzato le prime tappe dell’unità nazionale. Ma furono le contingenze storiche a fare della lotta di liberazione il “secondo Risorgimento”, perché il territorio nazionale era diventato nuovamente campo di battaglia di eserciti stranieri; l’unità nazionale, l’indipendenza, perfino la libertà del singolo individuo messe a repentaglio, per cui come nel ’15 così nel ’43, quella lotta divenne “guerra di popolo” mazziniamente intesa; Garibaldi non esitò a mettere i suoi uomini, italiani, contro altri italiani perché egli si era proposto una meta patriottica – l’unità nazionale – senza attendere che unità e libertà fossero ottenuti e concessi per mezzo di un esercito straniero. E come il Risorgimento così la Resistenza non furono fatti specifici ed esclusivi della storia d’Italia ma fenomeni complessi della storia europea. Paradossalmente, a queste conclusioni giungeva Schiffrer, il disastro del ’43 aveva fatto vivere agli italiani un’esperienza nuova, irreversibile, e rigenerato il proprio sentimento nazionale.
Lotta antigermanica nei due risorgimenti
Proprio nel 61° anniversario dell’esecuzione di Guglielmo Oberdan, era allora il 20 dicembre 1943, il Partito d’Azione diffondeva clandestinamente un manifesto compilato da Ercole Miani in cui, portando esempio del giovane patriota, si spronava studenti e lavoratori a non collaborare con l’occupatore tedesco ma nemmeno dare ascolto alla borghesia triestina “austriacante prima, fascista poi ed ora municipalista” oppure farsi convincere dalla lusinga dei collaborazionisti prezzolati; il tedesco, oltre che razziatore e saccheggiatore era “eterno barbaro” che mirava “ad annettersi la Venezia Giulia e a ridurci in schiavitù politica ed economica.” La lotta contro il pangermanesimo della prima guerra mondiale si fondeva all’opposizione al nazifascismo, animata da una forte intransigenza verso il collaborazionismo filotedesco in nome della “difesa dell’italianità di Trieste e dell’unità della regione all’Italia sul piano della libertà” , ma anche in avversione alle mire annessionistiche jugoslave.
Merita qui ricordare un articolo comparso sul quotidiano dei socialisti triestini il 27 ottobre 1918 in cui si temevano le conseguenze per le pretese su Trieste agitate dalla borghesia slovena: “…certi jugoslavi assertori di democrazia tendono a una pace che lasci insoluto il problema nazionale in queste terre, anzi a “risolverlo” – diciamo così – in modo da lasciare aperto il più acerbo conflitto nazionale fra italiani e slavi. (…) Venite ad ascoltare gli sloveni e vi convincerete che tutti sono pronti, se sarà necessario, a spargere ancora una volta il loro sangue piuttosto che permettere che Trieste sia strappata alla Jugoslavia. (…) Come se Trieste già appartenesse a questo Stato che ha ancora da sorgere! (…) non un italiano si sottometterebbe alla violenza nazionale che da lungo tempo manifesta il nazionalismo jugoslavo. (…) tutti indistintamente gli italiani sono d’accordo nella lotta contro l’incorporazione alla Jugoslavia e tutti saranno uniti come un sol uomo se si oserà una simile violenza.” Sono parole che risuoneranno un quarto di secolo più tardi negli appelli del C.L.N..
Quindi due motivi di fondo dell’ultimo risorgimento e dell’interventismo avevano trovato una più stretta convergenza in un’azione, quella del C.L.N., senza la quale le sorti di Trieste sarebbero state pregiudicate agli occhi delle potenze alleate. Questo sarà motivo ricorrente nelle commemorazioni a cui si aggiungerà quello dell’effettivo pericolo corso dall’Italia nord-orientale con il distacco delle province trattate come sfera d’influenza tedesca. C’è in effetti un ragione pratica per questi richiami: diversi protagonisti ed animatori della prima resistenza avevano fatto parte della terza generazione del Risorgimento giuliano: ricercati dalle autorità militari negli anni della prima guerra mondiale per reati di tradimento, di diserzione e renitenza alla leva di massa. Essi sono perfettamente inseriti in una chiara biografia politica di quella lunga stagione che lega le fasi più critiche delle due guerre mondiali vissute nella Venezia Giulia; ed allora è comprensibile lo stato d’angoscia, la forte preoccupazione che si può cogliere anche dalle testimonianze e dalle memorie di quegli uomini che stavano assistendo allo sgretolamento inarrestabile di una realtà a cui avevano contribuito nell’edificazione. Uno sgretolamento che avveniva sì per spinta esterna, per effetto della dissoluzione dello Stato italiano e dell’occupazione tedesca, ma che si alimentava pure da una crisi di valori presente nella società giuliana, dal rafforzamento identitario antagonista di sloveni e croati causa le persecuzioni fasciste, da un inestinto austrianchesimo e pangermanismo ben radicato ad ogni strato della popolazione che guardava con diverse aspettative al nuovo ordine europeo della Germania nazista; “l’invasore tedesco, fedele più che mai al vecchio programma espresso nel “Mein Kampf” secondo cui la Germania vittoriosa dovrà ruotare attorno all’asse Amburgo-Trieste, mira ad isolare, con procedimento sicuro e sistematico, la Venezia Giulia ribattezzata Litorale Adriatico, dal resto dell’Italia” così scriveva il foglio clandestino “Giustizia e Libertà” distribuito sotto occupazione nazista.
Nel novembre 1946 al sacrario di Redipuglia, il col. Antonio Fonda Savio, comandante dell’insurrezione di Trieste, offriva il significato di quei morti della guerra ’15-‘18: “ricordano che l’Italia entrò in guerra perché gli italiani non finissero calpestati dal tallone germanico, ed a fianco della Serbia, perché essa potesse affrancare dal dominio austriaco le popolazioni slave che v’erano soggette, e ne nascesse la Jugoslavia.” Poi questo ultimo aspetto scompare e l’anno successivo, firmato il Trattato di pace, egli rimarcava la condizione di isolamento della Venezia Giulia, preludio di una prossima annessione “al Grande Reich tedesco, più ferocemente stretti nella morsa delle vicine province tedesche o tedeschizzate (Slovenia annessa alla Carinzia, Croazia) ferocemente controllati…”
La lotta contro il pangermanesimo era stata rivendicata pure da Palmiro Togliatti quando si trattava di difendere il confine settentrionale dalle richieste austriache - “la modifica della nostra frontiera settentrionale sarebbe grave, perché con essa sbarriamo le porte al permanessimo. Non deve poi essere dimenticato che, mentre l’Italia combatteva contro i tedeschi, molte divisioni delle SS, di stanza in Italia, erano austriache” – ma si riscontrava altrettanto vigore per quella orientale pure sottoposta all’espansionismo di Tito, se non una condanna delle posizioni dei comunisti triestini dichiaratosi a favore dell’annessione jugoslava.
Una componente del movimento antigermanico faceva capo a figure intellettuali espressione della comunità ebraica che tanta parte aveva avuta nel corso dell’Ottocento nel promuovere e radicare il concetto di lotta per la libertà nel Risorgimento quale confluenza naturale del processo di emancipazione ebraica dall’adesione ai movimenti bonapartisti al biennio rivoluzionario 1848-49 fino al garibaldinismo. In una pubblicazione del 1952, Angelo Scocchi – un controverso mazziniano passato al fascismo e poi rientrato nell’alveo repubblicano - presentava un quadro molto intenso e perc certi versi non scontato: se da un canto la guerra ’15-’18 aveva chiuso la stagione della lotta nazionale ciò che seguì non fu per la componente ebraica il conseguimento delle aspettative: il regime fascista dopo una iniziale fase di assimilazione nazionale e politica delle minoranze, a cui molti ebrei si adeguarono convintamente, assunse ben presto caratteri fortemente discriminatori con le note e gravi accentuazioni razziali dettate dall’alleanza con la Germania nazista, per cui la componente ebraica, che tanta parte aveva dato all’unità nazionale e al suo compimento, sarà letteralmente rimossa e cancellata dalla memoria. Comunque la comunità ebraica si divise, nella piena adesione, tra fascismo ed antifascismo, con casi umani e personali affatto rari o sporadici fino al sostegno attivo allo squadrismo oppure all’abiura religiosa per rendere compiuta l’assimilazione e l’allineamento politico. Tra coloro che invece aderiranno all’antifascismo resterà inalterato il motivo della lotta per la libertà. Non sfugge, quindi, la continuità dell’impegno degli uomini dell’ebraismo osservante o secolarizzato contro l’imperialismo germanico, e tra i tanti pereguitati dalla polizia austriaca, negli anni della prima guerra mondiale, ci sono pure diversi ebrei, assertitavamente indicati come candidati al rabbinato ma forse obiettori di coscienza e pertanto ancor più sospetti.
Si è detto dell’angoscia che era diventata dramma per il carattere dell’occupazione nazista che provocherà la riscoperta dello spirito risorgimentale ora volto anche alla costruzione di una nuova Italia democratica e in essa una nuova Trieste democratica.
L’idea di democrazia e di Stato moderno
Si trattava, quindi, di gettare il seme per una nuova società, fondata sui principi democratici di libertà ed eguaglianza entro i quali anche le popolazioni slave avrebbero dovuto riconoscersi ed accettare la nuova Italia come “patria morale fondata su un comune senso di giustizia.” Questo l’auspicio contenuto in un manifesto del Partito d’Azione scritto da Gabriele Foschiatti e diffuso già il 1° luglio 1943, quando nulla ancora era successo ma già trapelava la percezione che il regime fascista sarebbe stato travolto dalla sconfitta militare italiana; era pure la prima risposta antifascista italiana alle dichiarazioni del Fronte popolare di liberazione sloveno e del Consiglio di liberazione della Croazia che proclamava la lotta ed auspicava, nel secondo caso, all’unificazione di tutte le località croate, Istria, Fiume, isole del Quarnero e Zara comprese. In una più generale riformulazione dei rapporti tra i popoli europei, Foschiatti ipotizzava pure la costituzione di una “Federazione europea delle libere Nazioni”: non erano argomenti nuovi, già affrontati nei primi anni Venti, quando i repubblicani si proponevano di rompere i vincoli di privilegio e il parassitismo che bloccavano già allora le potenzialità di Trieste. Conquistata la redenzione nazionale si trattava allora di dare vita a una rigenerazione politica, ma i repubblicani erano isolati per scelta e minoritari per destino, non ammettevano alleanze con i ceti borghesi e non avevano trovato un accordo con socialisti e comunisti, fermi sulle loro posizioni marxiste, per un fronte unitario popolare. Con l’affermarsi del fascismo in seno agli ex combattenti ed ex legionari si aprirà il varco della gravitazione squadrista che porrà fine all’esperienza di quella stagione dell’irredentismo, e perfino i repubblicani diventeranno oggetto di offesa ed offensiva fascista. Nel luglio 1922 “Emancipazione” denunciava l’immigrazione di una massa di diseredati italiani pronti a prendere il posto della manodopera locale e già agile strumento delle prepotenze fasciste. Da lì a breve il partito avrebbe vissuto gli ultimi anni di battaglia politica pubblica, di aperta opposizione al fascismo, fino ai decreti di sequestro del suo giornale - nel 1924 più perseguitato che ai tempi della polizia austriaca - coincisi con la denuncia del delitto Matteotti e la fine dello Stato liberale in Italia. L’ “Emancipazione” chiuderà il 19 dicembre 1925.
Nel secondo dopoguerra, era chiaro a quella generazione sopravvissuta che la società italiana, come pure la Venezia Giulia, si era aperta al regime fascista per un deficit di democrazia, anche se in alcuni ambienti non cessò mai un esercizio di cultura democratica, come nella scuola dove diversi insegnanti diedero vita a forme di nicodemismo per presentare anche un altro mondo possibile che fosse solo quello offerto dal regime fascista. Ecco allora il Risorgimento spogliato dai motivi nazionalistici e di primato per esaltarne le caratteristiche di passione per la libertà. Sarà questo il clima in cui matureranno le scelte di tanti giovani che daranno poi la vita nella Resistenza a Trieste e con essi anche i loro insegnanti. In un primo sommario accenno, purtroppo non approfondito, Elio Apih segnalava, impegnati sul fronte della Resistenza, un gruppo di studenti del liceo “Guglielmo Oberdan” e i docenti che avrebbero dato vita, negli anni dell’occupazione tedesca, alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma sappiamo che, pur mancando di una aggregazione propriamente studentesca, la partecipazione alla lotta di liberazione fu significativa, per il tributo in vita umane, e tutt’altro che marginale, tanto nella Venezia Giulia che in altre province italiane e all’estero. Si può dire che essi, come la generazione dei volontari della guerra precedente, si posero il problema di rifondare e rinnovare la società.
Quindi un caso di coscienza nazionale o forse democratica, come lasciò intendere nel 1954 Giani Stuparich quando individuò nella storia d’Italia, storia di lotta per la libertà contro la servitù, “storia di risorgimento sopra le dominazioni straniere” per cui dall’esperienza maturata sotto il fascismo era giunto l’insegnamento “per quali vie l’Italia non deve più andare.” Sono gli stessi concetti riproposti nove anni più tardi quando egli volle spiegare le ragioni dell’essere italiano ma non irredentista o nazionalista, che decise di farsi irredentista “conseguente” per non lasciare l’argomento ad appannaggio di irredentisti e nazionalisti, ma anche per contrastare il disegno pangermanista messo in atto su Trieste: “non si trattava più di conciliare benessere economico e italianità, ma di salvare la propria esistenza (…)era una necessità storica per l’Italia e che dalla guerra sarebbe dipeso il destino di Trieste. (…) Se vincevano gli Imperi centrali, si sa quale sarebbe stato il suo destino. Trent’anni dopo (…) si ebbe una prova concreta di ciò che i tedeschi intendevano fare della Regione Giulia.”
L’eredità morale
Quale eredità morale alla fine della prima guerra mondiale? Già nel 1924 era stata individuata nella conciliazione di interessi comuni tra italiani e slavi, a fronte delle interferenze economiche e politiche, la missione degli ex volontari giuliani per evitare la nuova minaccia di uno slavismo compattamente unito ed imperialista da Praga a Port Arthur. Ciò avrebbe potuto minacciare l’italianità, non direttamente da parte slava, ma per effetto di una presunta necessità di difenderla in nome del fascismo che si voleva fare paladino di una causa, senza averne il merito e senza che fosse stato necessario il suo intervento. L’italianità si poteva ben difendere da sola, come aveva fatto sotto l’Austria, ma ora doveva perfino dubitare “dal governo italiano che emana(va)dei decreti come quelli sulle proprietà di confine – decreto mai abrogato che abbassa(va) queste terre al livello di colonie asiatiche…”
Così in perfetta continuità storica gli esponenti del C.L.N. dovranno spendere non poche energie per ribattere le accuse dei nazionalcomunisti di collusione col fascismo e quelle post-neo fasciste di tradimento nazionale. Per Carlo Schiffrer, non era esistita una minaccia slava su Trieste – a ripresa delle affermazioni del 1924 – fino a quando un fu riesumata dalla politica fascista e dalla guerra, ma il C.L.N. ebbe il merito di “aver creato nella Venezia Giulia quel centro di raccolta di forze democratiche (…) che si dimostrò capace di resistere agli slavi, contribuendo così in maniera decisiva a salvare quello che si è potuto salvare in mezzo allo sfacelo generale.” Una eredità morale però fatta risalire non ai giorni della vittoria della guerra precedente oppure a quelli della liberazione ma ai giorni più bui dell’armistizio e del tracollo dello Stato italiano: “la data dell’8 settembre ci ricorderà il supremo nostro avvilimento (…) il ricordo dell’8 settembre deve essere lo sprone il giorno che l’unità d’Europa potrà venire proclamata.”
Ancora un richiamo ai “due plebisciti di Trieste”, il primo del 30 ottobre 1918, il secondo del 30 aprile 1945, con la duplice sconfitta dell’imperialismo germanico a cui fece seguito, il 5 maggio 1945, il crollo dello “striminzito sogno, poggiato sulla forza altrui” con l’eccidio della “folla inerme”.
Negli anni ’50 la stampa triestina ospita frequenti articoli in tema di irredentismo e impegno del mondo intellettuale italiano, per effetto delle condizioni politiche internazionali della città che avevano imposto un revival con risvolti però molto diversi da quelli mezzo secolo prima. Si guarda a quella lontana stagione per ristabilire un nesso con i motivi vociani, Scipio Slataper su tutti, ma anche Angelo Vivante, per cui si rendeva necessario un distinguo tra quell’irredentismo e quella italianità e il loro uso strumentale per legittimare il neo irredentismo suscitato dalla Questione di Trieste. Emerge in taluni interventi il desiderio di correggere l’errata collocazione spirituale di alcune figure e di precisare che l’irredentismo democratico è confluito nel patriottismo democratico che alimentò l’antifascismo giuliano e l’azione del C.L.N. Infatti non è casuale che Carlo Schiffrer si occupi di Angelo Vivante per strapparlo dall’uso politico deformato che se n’era fatto per dare sostanza all’indipendentismo triestino che in quegli anni stava riscuotendo un certo successo. Schiffrer non ha timore nel definire l’opera di Vivante figlia del suo tempo, anzi della storiografia austrofila che aveva già trovato in Pietro Kandler un fervido sostenitore. La vocazione danubiana e meno adriatica di Trieste era stato il grande tema politico e culturale della seconda metà dell’Ottocento, ma l’analisi economica del Vivante risultava ormai superata nella contingenza dei fatti: quel mondo passato, dopo la seconda guerra mondiale, non esisteva più e a quei modelli di sviluppo non ci si poteva appellare. Rimaneva la grande lezione e la sensibilità con la quale Vivante aveva trattato la questione dei rapporti tra italiani e slavi traendo il convincimento che “l’italianità possa in sostanza esercitare ancora l’attrazione propria delle grandi civiltà”.
Scipio Slataper, sul versante opposto, sentiva invece il dramma nazionale come tormento esistenziale ma anche grande scontentezza per il presente, e forse più il secondo del primo fece scattare in lui la molla del sacrificio e della morte eroica. Egli, pur dichiarandosi non irredentista, sfida gli irredentisti sul piano dell’impegno “voi dovete con me una nostra nuova vita” rivelando una formazione e una tempra mazziniana che lo distingueva dai nazionalisti e dagli irredentisti per una salda coscienza nazionale e per una aperta visione moderna del mondo e del libero esercizio di giudizio. Ma siamo ormai nell’ultima dimensione olocaustica di Slataper.
Di Scipio Slataper ne parlerà spesso Biagio Marin, come di un fratello spirituale e modello esistenziale, soprattutto in materia di patriottismo: “patria è spirito in atto” ben sapendo che i modelli politici e sociali di raffronto tra il 1912, gli anni degli scritti slataperiani, e il 1952 quando Marin lo “incontra” nuovamente sul tema della lotta nazionale, sono sì profondamente mutati la profezia che il mondo slavo sarebbe un giorno riuscito a “togliere l’italianità dalla nostra anima o costringerci a scappare” si era puntualmente realizzata.
Biagio Marin si è dimostrato sempre molto attento ai richiami evocativi e al peso dell’eredità morale nei volontarismi delle due guerre, spesso ripresi nei discorsi ufficiali cui fu chiamato parteciparvi o in testi preparatori di interventi non pronunciati perché spesso andava a braccio, mosso dall’ispirazione di fondo e motivato dal clima che si creava intorno alla circostanza. In un testo presumibilmente inedito, intitolato “24 maggio 1915”, rievoca quelle giornate di attesa passate assieme a tanti giovani provenienti dalle più disparate province d’Italia, giungendo infine ad una considerazione per come quella guerra abbia sancito l’unità nazionale a titolo definitivo: “ma la guerra del ’15, non fu solo la guerra della redenzione dei Giuliani e dei Trentini; lo fu per tutta l’Italia una redenzione, non miracolosa e che pertanto avviene fuori dal tempo, ma l’avvio di un sacrificio, alla solidarietà che resero possibile la resistenza ai tedeschi nel ’44, ’45, e la vittoria sul pericolo dello sfacelo dell’unità italiana. Ad onta di tante pressioni, di tanta follia il popolo italiano ha riconfermato con nuovo sangue con nuova anima il dovere di ognuno verso la Nazione, verso la Patria.” Per cui proponeva spesso la correlazione tra i caduti della prima e della seconda guerra mondiale, non come eroi, ma come la perdita di due generazioni vitali per il destino di Trieste di cui sentiva la mancanza e verso le quali si rivolgeva con devoto senso di colpa anche per la troppo rapida rimozione dalla memoria del loro sacrificio. Al punto di chiedersi come sarebbe stata la città se fossero sopravvissuti e quale nuova società essi avrebbero offerto. Le “nostre primavera sacre” come li aveva chiamati.
Anche Ferruccio Parri, rientrato nel novembre 1951 da un congresso pacifista tenuto a Zagabria, aveva dovuto giustificare la sua partecipazione in una Jugoslavia con la quale l’Italia aveva ancora aperta la questione di Trieste e della zona B dell’Istria. Ma c’era pure la questione delle persecuzioni ad italiani ed antifascisti, alcuni dei quali, repubblicani, erano rinchiusi nelle carceri jugoslave. Ebbene, il vecchio azionista e repubblicano aveva dovuto sfoderare i meriti conquistati sul Carso, nel ’17, quando ottenne la promozione sul campo dopo un vano tentativo di espugnare il monte Hermada che sbarrava il passo verso Trieste, oppure il suo intervento presso Alexander nel 1945 per perorare la causa dell’Istria italiana: come a dire che egli si riteneva con le carte in regola in materia di dovere e di patriottismo e pertanto non gli si poteva imputare alcun presunto tradimento morale.
Proprio negli stessi giorni Giani Stuparich veniva chiamato a Venezia a commemorare il 4 novembre, con un discorso dalla loggia del cortile del palazzo Ducale. E’ un’altra occasione per tornare il motivo del volontarismo in quella guerra che aveva assunto di caratteri e lo spirito del Risorgimento, anche se poi si era dimostrata assai più dura e meno romantica del previsto. Se la vittoria del ’18 aveva confermato il diritto italiano sulla Venezia Giulia, la successiva sconfitta aveva pregiudicato quel diritto ed ora si trasformava in abdicazione alla dignità al punto - questa la preoccupazione di Stuparich – di vedere vilipesa la civiltà italiana e abbandonati gli italiani rimasti al di là del confine.
Però le cose cambiarono del tempo, e non in positivo, quando con l’affermazione del fascismo si consolidò l’identificazione tra nazionalismo ed italianità, mettendo in secondo piano tutti i valori che avevano accompagnato l’impegno a difenderla dalla strumentalizzazione, anzi si era “paludata l’italianità con la retorica” - come affermò Elio Apih nel 1965 – “mentre l’idea democratica di patria, quella di tradizione risorgimentale, progressivamente approfondita da tutto un filone di risorgimentale, progressivamente approfondita da tutto un filone di cultura che comincia coi redattori de “La Favilla” e giunge sino a noi attraverso la mediazione di Scipio Slataper, viveva, per così dire, alla macchia, oppure di isolamento. Quando essa potè riprendere il suo posto, dopo il crollo del regime, poté sì mettere a frutto - come fece Gabriele Foschiatti – tutta la sofferta convinzione di sé stessa che aveva maturato sotto l’oppressione, ma dovette riporre la sua fiducia soprattutto in gente che sentiva per istinto l’umanità dell’idea democratica, perché i vent’anni del regime non avevano consentito che quest’idea, tra noi, diventasse patrimonio comune ed istituzionale della società.”
Roberto Spazzali
Per una scheda biografica di Giovanni Paladin rimando alle note introduttive: Giovanni Paladin, La lotta clandestina di Trieste. Nelle drammatiche vicende del C.L.N. della Venezia Giulia, Civiltà del Risorgimento, 72, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Trieste e Gorizia, Del Bianco, Udine 2004, pp. 17-66;
Trieste, (Carlo Tullio Altan), “Veneto Liberale”, a. I, (Serie III), n. 1, (Venezia) 28 maggio 1945;
Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia (IRSML FVG), fondo Venezia Giulia, doc. 1450, Discorso pronunciato dal sindaco di Trieste avv. Michele Miani il 3 novembre 1948 sul colle di San Giusto in occasione del trentennale della redenzione, cc. 2;
Per la loro attività operativa e cospirativa rimando ai documenti pubblicati nel volume: Roberto Spazzali, Volontari della libertà. Dalla resistenza politica all’insurrezione armata. Documenti e testimonianze, Civiltà del Risorgimento, 86, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Trieste e Gorizia, Del Bianco, Udine 2008;
Pasquale Iaccio, Spettacolo, propaganda e cultura di massa dalla guerra alla Liberazione, Adolfo Mignemi (cur.) Tra fascismo e democrazia.Propaganda politica e mezzi di comunicazione di massa, Istituto storico della Resistenza in provincia di Novara “P. Fornaia”, Novara 1995, pp. 75-96
Adolfo Mignemi, La propaganda RSI in una realtà territoriale: il caso di Novara, in Adolfo Mignemi, cit., pp. 276-335;
Giovanni Paladin, cit., Manifesto per il 62° anniversario della morte di Garibaldi, Garibaldi, pp.143-144;
Il dramma di una città, (Giani Stuparich), “L’Italia libera”, 5 giugno 1945, ripubblicato in Patrick Karlsen, Stelio Spadaro (cur.), L’altra questione di Trieste. Voci italiane della cultura civile giuliana 1943-1955, Associazione Volontari della Libertà (Trieste), Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2006, p. 45 (45-49);
La Resistenza nella Venezia Giulia, (Ercole Miani), “Il Ponte”, IV, n, 4, 1948, ripubblicato in Patrick Karlsen, Stelio Spadaro (cur.), L’altra questione di Trieste…, p. 32 (29-38);
Sul gruppo del Partito d’Azione e dei mazziniani storici impegnati nella Resistenza a Trieste e nella Venezia Giulia rimando all’insostituibile testo di Galliano Fogar, Dall’irredentismo alla resistenza nelle province adriatiche: Gabriele Foschiatti, Lotta politica e Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia, 8, Deputazione regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli e Venezia Giulia, Del Bianco, Udine 1966;
Gabriele Foschiatti cavaliere dell’onestà, (Giani Stuparich), “Trieste”, rivista politica giuliana, 17, maggio-giugno 1955, pp. 22-23;
IRSML FVG, fondo Venezia Giulia, b. CCIV, doc. 8071, Mazziniani e il fascismo (Carlo Ventura), cc. 4;
Vittorio Furlani, Brigate e cenacoli triestini, “Nuova Antologia”, n. 1866, giugno 1956, pp. 198-210;
Tempi e figure del movimento mazziniano a Trieste (Biagio Marin), Edda Serra, Pericle Camuffo, Isabella Valentinuzzi (cur.), Autoritratti e impegno civile. Scritti rari e inediti dell’Archivio Marin della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, “Studi Mariniani”, n. 11 suppl., Centro studi “Biagio Marin” Grado, Fabrizio Serra Editore, Pisa – Roma 2007, pp. 156-157;
Cittadini di Trieste (Biagio Marin), id., pp. 214-222, pubblicato con qualche variazione in Conquista di civiltà e libertà, la vittoria della guerra ’15-’18, “Trieste” rivista politica giuliana, n. 66, marzo-aprile 1965, pp. 3-6;
Quattro novembre 1918. Orazione pronunciata da Giani Stuparich a San Giusto il 3.11.1948, sotto gli auspici del Comune di Trieste, Trieste 1950, IRSML FVG, fondo Venezia Giulia, b. XIV, doc. 1452;
Giovanni Paladin, cit., Patto dei 4 partiti costituente il C.L.N. della Venezia Giulia, 9 dicembre 1944, pp.216-218; citato pure in 30 aprile ‘45, “Giornale di Trieste”, 30 aprile 1954;
Gianni Bartoli, Il contributo dei giuliani e dalmati al Risorgimento italiano, discorso pronunciato nella sala maggiore della Camera di Commercio di Torino, il 18 giugno 1961, sotto gli auspici dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia – Dalmazia, Trieste 1961;
Il valore morale della Resistenza giuliana, (Enzo Collotti), “Trieste”, rivista politica giuliana, 17, maggio-giugno 1955, pp. 2-5;
Perché la Resistenza è il secondo risorgimento, (Carlo Schiffrer), “Trieste”, rivista politica, 66, marzo-aprile 1965, pp. 2-4;
Il duplice martirio triestino nel manifesto dei partigiani, “Giornale di Trieste”, 30 settembre 1951;
IRSML FVG, fondo Venezia Giulia, b. CC, docc. 7806, 7807, 7808, 7809, 7810, 7811, Indice di Foglio di polizia pubblicato dall’i.r. Direzione di Polizia in Trieste, (anni 1915, 1916, 1917);
Gloria ai Caduti per la Vittoria che più non riposano in pace, (Antonio Fonda Savio), discorso tenuto al sacraio di Redipuglia, 4 novembre 1946, Antonio Fonda Savio, La Resistenza italiana a Trieste e nella Venezia Giulia, Civiltà del Risorgimento, 76, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Comitato di Trieste e Gorizia, Del Bianco, Udine 2006, pp. 243-244;
27 aprile 1947, (Antonio Fonda Savio), discorso tenuto a San Giusto (Trieste) per il secondo anniversario della liberazione, Antonio Fonda Savio, La Resistenza…, pp. 247-249;
Angelo Scocchi, Gli ebrei di Trieste nel Risorgimento italiano, Libreria editrice mazziniana, Trieste 1952; estratto riveduto e corretto dalla “Rassegna Storica del Risorgimento”, XXXVIII, f. III-IV, luglio-dicembre 1951;
Il problema nazionale della Venezia Giulia. Orientamenti repubblicani e del Partito d’Azione, “Emancipazione” (Trieste) 1° ottobre 1945; il testo è stato pubblicato anche in saggi ed antologie.
Nicodemismo antifascista, (Giuseppe Granata), Resistenza a Trieste, (Elio Apih), “La voce della scuola democratica”, II, 9, (Roma) 1 maggio 1955;
Passato e presente di Trieste in una profonda disamina di Giani Stuparich, (Giani Stuparich), “Giornale di Trieste”, 23 aprile 1954;
La nostra missione. Dopo dieci anni, “La frontiera. Giornale dei mutilati”, (Trieste) 2 agosto 1924;
I diritti della nostra italianità, “La frontiera. Giornale dei mutilati”, (Trieste) 29 dicembre 1924;
La missione storica del C.L.N. giuliano, (Carlo Schiffrer), “Trieste”, rivista politica giuliana, 17, maggio-giugno 1955, pp. 13-15;
La nostra lotta nazionale secondo Scipio Slataper (Biagio Marin), Edda Serra, Pericle Camuffo, Isabella Valentinuzzi (cur.), Autoritratti e impegno…, pp. 148-151;
24 maggio 1945, (Biagio Marin), Edda Serra, Pericle Camuffo, Isabella Valentinuzzi (cur.), Autoritratti e impegno…, pp.208-210;
Roberto Spazzali, Le nostre primavere sacre. Biagio Marin ed i giovani caduti in guerra e nella lotta di liberazione, “Studi Mariniani”, Centro Studi Biagio Marin, Grado, a. XI, nn. 7-8, (Grado) dicembre 2002, pp. 43-51;
L’on. Parri ai triestini, “Ultime notizie”, (Trieste) 10 novembre 1951; Risposta dell’A.M.I. a una lettera di Parri, “L’Emancipazione”, (Trieste) 10 nvembre 1951;
Se esisteva un problema della Venezia Giulia la Vittoria del Piave l’ha risolto per sempre, (Giani Stuparich), “L’Emancipazione”, (Trieste) 10 novembre 1951;
Patriottismo democratico e patriottismo nazionalista, (Elio Apih), “Trieste”, “Trieste”, rivista politica giuliana, 67, maggio-giugno 1965, pp. 9-10, pubblicato anche in Patrick Karlsen, Stelio Spadaro, L’altra questione di Trieste. Voci italiane della cultura civile giuliana 1943-1955, Associazione Volontari della Libertà, Trieste, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2006, pp. 153-158;
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
FORME E CARATTERI PECULIARI DELLA STORIA ISTITUZIONALE ITALIANA
Parte prima
Premessa
Come già detto, dedichiamo le ultime lezioni ad una sintesi del dibattito storiografico recente sui caratteri specifici della storia istituzionale degli antichi stati italiani e dello stato unitario.
Come possiamo definire queste particolarità ? quali sono le più percepibili ?
Le risposte che si è provato a dare stanno su piani diversi: la storia, i caratteri degli italiani, la diversità territoriale, i ritardi culturali, la presenza della Chiesa ecc.
E’ evidente che alcuni elementi –come i presunti caratteri nazionali – richiedono spiegazioni di tipo sociologico, culturale e antropologico, mentre altri, il ritardo o lo scarso grado di statualità, hanno spiegazioni di tipo sociologico ma anche storico.
Cominciamo da alcuni dati storici.
1. Popoli, dominazioni, occupazioni
Senza tornare troppo indietro nel tempo, una dato originario da cui partire è l’estrema frammentazione della penisola italiana dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476) : da allora si succedono Arabi, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Franchi, Svevi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Francesi, Spagnoli, Austriaci, Lorenesi, i Francesi di Napoleone.
Una vicenda millenaria ripercorsa di recente da G. ARNALDI, L’Italia e i suoi i invasori, Laterza 2003).
Ma anche altri hanno notato come la stessa conformazione della penisola e la sua collocazione al centro del Mediterraneo, siano stati elementi decisivi della sua stessa storia, come mostrano anche le tendenze attuali dell’immigrazione:
"Abbiamo scoperto - sempre che non ce ne fossimo accorti prima - che la penisola italiana ha nei 7456 chilometri delle sue coste, più o meno frastagliate, infiniti punti di approdo per i gommoni o le imbarcazioni di ogni tipo adibite al trasporto di quanti tentano di sfuggire alle guerre, alle tirannidi, al sottosviluppo, agli eccidi balcanici, mediorientali, maghrebini, per cercare presso di noi la terra promessa o magari solo per farvi una tappa, in attesa di andarla a cercare al di là delle Alpi."
Non sono vicende solo recenti: l'Italia è stata per secoli una sorta di zona di passaggio, conquista e insediamento per popolazioni provenienti sia dal mare che dal continente. Anche in epoca moderna, le potenze europee si sono combattute sul suolo italiano per l’egemonia in alcune aree strategiche della penisola: la sua straordinaria posizione geografica al cuore del Mediterraneo, le sue risorse, la presenza della Chiesa, l’abilità e la fortuna dei suoi mercanti, le sue bellezze archeologiche e architettoniche ne hanno fatto una sorta di ambito premio nel gioco della supremazia europea. Vanno poi aggiunte le occupazioni, scorrerie e attacchi dei popoli che giungevano dalle coste opposte del Mediterraneo, e tra questi gli Ottomani, minaccia costante delle città e popolazioni affacciatesi sui mari (si vedano ad esempio gli studi recenti di G. RICCI, Ossessione turca. In una retrovia cristiana dell'Europa moderna, Il Mulino 2002, e I Turchi alla porte, Il Mulino 2008, dove ricorda le incursioni che i "turchi" effettuarono sul finire del Quattrocento sul bordo orientale del territorio italiano: in Friuli con cinque successive scorrerie, e in Puglia con la sanguinosa presa di Otranto).
Il rapido alternarsi di dominazioni diverse ha marcato soprattutto il Sud del paese, dove si sono succeduti arabi, bizantini, svevi, angioini, aragonesi, francesi, spagnoli, austriaci, i Borbone, i Savoia.
La storia dell’intera penisola è invece segnata in particolare dal dominio della Spagna, tra 1559 e 1713, sul Ducato di Milano, i presidi toscani (costa e arcipelago toscano), e i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, e dalla pesante influenza politica e militare spagnola sugli altri stati indipendenti. Per alcuni periodi, è possibile affermare che la politica italiana fu decisa o controllata da un asse Roma/Madrid che poteva poi contare sul consenso, la collaborazione e le risorse dei ceti dirigenti italiani.
E’ questo uno dei dati che affiorano dalle tante ricerche sull’Italia del Seicento: anziché parlare di dominazione spagnola, si preferisce oggi il termine “sistema di potere spagnolo” per sottolineare come non si sia trattato solo di un dominio diretto, dall’alto, con mezzi militari e fiscali, ma di un autentico “dualismo” di potere, di un accordo tra ceti di governo italiani (milanesi o napoletani) e i sovrani spagnoli, che consentiva agli uni di accedere ad onori, cariche, risorse finanziarie, carriere nell’esercito o negli uffici spagnoli, nonché di esercitare il “governo locale”, e alla Spagna di ottenere quel consenso e quella collaborazione che apparivano più che mai indispensabile per assicurare la “quiete d’Italia”. Certo non mancarono malumori, proteste, congiure, e anche rivolte, come la più celebre, quella di Masaniello (1647), che portò alla proclamazione, a Napoli, di una repubblica ispirata a quella olandese. Ma nel complesso il sistema di potere spagnolo resse per quasi due secoli, anche nei decenni finali del Seicento, quando la Spagna non era più una potenza egemone in Europa, e fu messo in discussione solo dalla fine della dinastia Asburgo in Spagna e dalla guerra di Successione spagnola (trattato di Utrecht 1713 che ridefinisce l’assetto geo-politico della penisola).
Anche lungo il XVIII secolo, va ricordato, molti stati italiani in cui si erano esaurite le dinastie autoctone saranno visti dalle potenze europee come altrettante ‘pedine’ dei giochi diplomatici in corso: assistiamo così all’arrivo a Napoli degli Austriaci (1707-1737) e poi dei Borbone di Spagna (dal 1737), all’insediamento degli Asburgo-Lorena in Toscana, al passaggio del ducato di Mantova agli Asburgo, all’arrivo dei Borbone di Spagna a Parma e Piacenza. Un valzer di mutamenti territoriali che non favorì certamente la stabilizzazione del potere, la creazione di solidi apparati pubblici, o l’avvio di politiche economiche efficaci.
Anche se, come vedremo, saranno proprio le dinastie straniere, soprattutto gli Asburgo, a tentate di modernizzare alcuni aspetti della vita politica e amministrativa italiana che erano rimasti immobilizzati nelle forme dello stato cittadino medievale.
2. Le piccole patrie e le radici del municipalismo
Basta un’occhiata a una qualunque cartina dell’Italia del Due-Trecento per cogliere uno dei tratti di fondo della nostra storia, ossia l’accentuata frammentazione dei poteri territoriali. Se questa è una caratteristica di tutta l’Europa tardo medievale, va detto che in Italia nessuna dinastia o signoria riuscì a ricucire queste divisioni ponendo le basi di uno stato territoriale di una qualche estensione, in grado di diventare perno di un processo di costruzione dello stato nazionale.
Segno dell’incapacità dei grandi stati della penisola a unificare tutta o parte della penisola fu la pace di Lodi del 1454, che sanciva una sorta di ‘stallo’ tra i potentati italiani a causa dell’impossibilità di ciascuno di sopravanzare gli altri per risorse, forze militari, capacità strategiche e alleanze.
Ancora nel ‘400, Flavio Biondo, un umanista che scrive l’Italia illustrata, individua nella penisola 18 regioni e 400 città !
A monte delle frammentazione sta comunque uno dei tratti peculiari della nostra vicenda storica, ossia lo sviluppo, a partire dal X secolo, di una fitta rete di città libere che tentano di sottrarsi al dominio dei signori feudali, dei poteri ecclesiastici, o dell’imperatore, attraverso una serie di patti e contratti, sanciti da solenni giuramenti, in cui si stabiliscono i principi e le regole fondamentali della convivenza cittadina. Sono documenti assai interessanti sia perché ci fanno comprendere l’alto grado di inventiva e di sperimentazione di formule, regole, istituzioni inventate per organizzare i nuovi poteri, sia per il costante riferimento agli ideali della pace e della giustizia presente in questi testi. Pace, concordia, armonia sociale, giustizia: tutti ideali riassunti nella formula del “bene comune”, termine che ha dunque in origine un chiaro riferimento e contenuti e scopi etico-religiosi.
Tappa importante dello sviluppo dei Comuni fu la pace Costanza (1183), che segue la lotta tra i comuni della Lega lombarda e Federico Barbarossa: in essa l'imperatore riconosceva ai comuni della Lega (ma le concessioni furono poi dai giuristi estese ai Comuni in generale) una larghissima autonomia amministrativa, politica e giudiziaria, che comprendeva la nomina dei consoli e dei podestà, che dovevano però giurare fedeltà all'imperatore e ricevere da lui l'investitura. All’Imperatore restava il pagamento di un tributo annuo, l’aiuto militare da parte dei Comuni quando fosse sceso in Italia, e la giustizia in appello su reati di una certa rilevanza.
Se questa fu la cornice giuridica e istituzionale, furono però le dinamiche sociali ed economiche a permettere lo sviluppo di una vera “civiltà comunale”, che vide al suo interno una estrema diversificazione di ceti, interessi, professioni, attività mercantili, norme e regolamenti (Statuti).
In particolare, le città seppero creare dei veri stati cittadini in grado di controllare gran parte delle campagne circostanti. Dopo la pace di Costanza i Comuni attuano tra il XIII e il XIV secolo una rapida espansione nel territorio circostante, volgendo a proprio favore l'ambiguità di quel testo, dove si diceva che le prerogative concesse dall'Imperatore valevano "tanto in città che fuori" (in civitate quam extra civitatem). Cosa intendeva dire questa frase ? Prendendola in senso restrittivo, essa indica i poteri cittadini in quella fascia di territorio circostante (suburbio) che anche dopo la dissoluzione dell'Impero romano le città avevano considerato come parte integrante della propria giurisdizione, e che serviva ad alimentare i mercati cittadini per i generi di prima necessità. In senso più ampio, quelle parole potevano invece indicare un territorio più ampio attorno alla città (distretto), a sua volta popolato di villaggi, signorie e città minori. E' chiaro che l'Imperatore intendeva dare alla frase un significato restrittivo: si ammetteva insomma la giurisdizione della città sul suburbio, ma al tempo stesso la si limitava ad esso. Ma i giuristi cittadini dettero di quella frase, all'opposto, un'interpretazione estensiva, che autorizzava le città ad estendere fin dove potevano la propria giurisdizione.
Se prima del 1183 l'espansione nel contado avviene soprattutto attraverso patti di alleanza con i signori e le comunità, dopo Costanza si intensificano i patti di sottomissione vera e propria, a segnalare la nuova e più robusta consapevolezza dei propri fondamenti giuridici che animava ora gli ordinamenti cittadini.
A lungo comunque, la città estese i suoi poteri sulla campagna in modo sostanzialmente pacifico, o barattando la sottomissione dei centri minori con la concessione di privilegi e immunità, o comprando in denaro la giurisdizione dei luoghi del contado, o creando nel distretto dei centri amministrativi autonomi e dipendenti dalla città.
Tra la fine del XII e il primo XIV secolo, ebbe particolare rilevanza la creazione dei cosiddetti “borghi franchi”, centri urbani creati dalle città nel territorio circostante per rispondere a un ampio ventaglio di funzioni militari (difesa del territorio: in questo caso i borghi sono "murati"), economico-commerciali, per controllare strade e transiti, o per crearvi fiere annuali o mercati periodici ecc., o per popolare la campagna onde favorire il disboscamento delle zone incolte e avviare una produzione agricola atta a soddisfare i bisogni dei mercati cittadini.
Si calcola che nella sola Italia settentrionale, per il periodo su indicato, siano stati creati 220 borghi franchi: ma ricerche recenti hanno rivelato una diffusione ancora più capillare del fenomeno. Ne restano ancor oggi i nomi: Villafranca, Borgonuovo, Villanuova ecc.
Sicuramente, si assiste all’inizio ad un certo miglioramento della vita nel contado: si diffondono particolari tipi di contratti agrari tesi al miglioramento delle colture; si riducono gli obblighi feudali; si avviano interventi cittadini in materia di strade, acque e altri servizi collettivi; si diffondono nuove colture (ad es. il gelso, destinato a rifornire le manifatture cittadine della seta). Ma con l'estendersi del dominio cittadino, e con le trasformazioni politiche interne ai Comuni stessi, ove i governi popolari e delle "arti" cercano di attuare una politica annonaria assai più rigida, anche le condizioni del contado si fanno più difficili. Le campagne e il territorio circostante le città sono sottoposte ad una sorta di "spoliazione", sia con l'imposizione degli obblighi annonari per il rifornimento cittadino, sia con l'introduzione di sistemi fiscali che penalizzano enormemente i contadini e i centri rurali, tendendo al contempo ad alleggerire i carichi fiscali della proprietà cittadina nel contado. E' questa l'origine antica della profonda disuguaglianza nella ripartizione delle imposte che caratterizza la storia di tutti gli Stati italiani in età moderna, e che solo con le riforme del XVIII secolo sarà in parte corretta.
Ciò che si forma nei secoli XIII-XIV è in pratica un sistema di organizzazione territoriale la cui durata va ben oltre l'esperienza comunale. Lo “stato cittadino” è visto come un unico corpo, costituito dalla stretta simbiosi di città e campagna. Ma assai diverse erano le posizioni giuridiche dei due soggetti: in quanto "testa" di questo stato, la città gode di un'ampia serie di privilegi, che solo le riforme settecentesche tenderanno ad abolire in nome di una visione del territorio come spazio relativamente omogeneo e ugualmente sottoposto al comando del sovrano.
Se pure intaccato dalla crescita dei poteri degli stati preunitari, la prevalenza dello stato cittadino si perpetua fino al XVIII secolo: Anzilotti parla di “tramonto dello stato cittadino” solo a seguito delle riforme dell’amministrazione locale attuate da molti sovrani illuminati.
Ciò significa anche la prevalenza come fonti normative per l’amministrazione pubblica degli statuti urbani, del diritto comune e del diritto giurisprudenziale dei giudici, mentre altrove in Europa i saperi amministrativi (police, cameralistica, statistica economica) si sviluppano per impulso dei principi territoriali e dei sovrani.
3 Un giudizio storiografico controverso
Uno dei caratteri fondamentali della nostra storia pare dunque questo accentuato “policentrismo”, ossia una fitta rete di centri urbani che disegna a sua volta l’organizzazione economica e giuridica del territorio circostante (e da cui deriva in gran parte l’assetto attuale delle nostre province). Un elemento che Carlo Cattaneo indicava nel primo ‘800 come il “principio” stesso dell’Italia moderna, e dunque un elemento di cui tener conto nel pensare l’assetto ideale della penisola, che per Cattaneo non poteva che essere di tipo federale. Anche una corrente iniziale del dibattito sulla devolution ha fatto riferimento a questa radicata tradizione municipale italiana per sostenere la necessità di un federalismo incentrato non solo sulle regioni, ma incentrato invece sull’ente più vicino ai cittadini, ossia il Comune.
Di recente, anche Ascheri ha ripreso l’idea che la città-stato debba essere vista “come elemento fondante della storia italiana sul lungo periodo, come elemento basilare della nostra storia, e quindi costitutivo dell’identità italiana” (M. ASCHERI, La città-stato, Il Mulino 2006, p.9). Fu infatti un fenomeno eccezionale anche a livello europeo, fino a costituire “un’alternativa minoritaria ma robusta al trionfante modello istituzionale europeo monarchico-principesco”.
E ciò concerne non solo le città che si trasformarono in repubbliche (Venezia, Lucca), ma anche le città che si ritrovarono con il tempo accorpate in ordinamenti principeschi più ampi (Firenze).
In tal senso, varie sono particolarità delle città messe in luce dagli storici:
* centri della rivoluzione commerciale e proto-industriale (Lopez)
* ordinamenti territoriali ispirati a criteri organizzativi e politici razionali prima
sconosciuti (Weber)
* centri politici legati da un rapporto organico al territorio circostante, fino a
diventare l’asse organizzativo di intere zone economiche (Chittolini)
Nella storiografia dell'Otto e Novecento il tema degli ordinamenti comunali ha occupato un posto di rilievo, associato all'idea che in quella peculiare fase della storia della penisola fosse possibile rintracciare una effettiva esperienza di libertà e di partecipazione popolare al governo della cosa pubblica. Ma tutta la storiografia più recente tende a sottolineare come per l'esperienza tardo medievale e comunale (ma è un concetto che va esteso all'intero periodo d'antico regime) si debba piuttosto parlare di un fascio di "libertà" al plurale, ossia di situazioni di privilegio, di capacità giuridiche e di forme di partecipazione popolari assai diverse da caso a caso, e mutevoli nel tempo. Tramontato il mito del comune come area ‘pacificata’ e concorde, gli storici tendono oggi a sottolineare come la vita comunale fosse in realtà attraversata da tensioni e conflitti continui tra le famiglie nobiliari, i gruppi mercantili, i ceti di governo, le corporazioni e le arti.
Una ulteriore semplificazione storiografica dell'esperienza comunale da cui occorre prendere le distanze è quella che vede nei Comuni l'espressione sul piano politico dell'egemonia dei ceti mercantili o "borghesi". Il Comune come espressione della formazione di una precoce "borghesia": è questo un luogo comune che la storiografia più attenta ha definitivamente superato, anche se resta vero che in tante esperienze politiche e istituzionali della fase comunale trovano spazio interessi mercantili e finanziari di tipo nuovo. Ma siamo sempre all'interno di un'economia prevalentemente "naturale", in cui gli scambi internazionali restano limitati a certe produzioni di lusso, mentre il grosso della produzione è su base locale. Soprattutto però, manca una visione "capitalistica" del processo produttivo, e si resta in una dimensione economica che privilegia la conservazione della ricchezza e la sua distribuzione rispetto ai processi produttivi. Si pensi al concetto di masserizia che emerge dai Libri della famiglia di Leon Battista Alberti, dove quel termine sta ad indicare in primo luogo la capacità di una casata di preservare le sue ricchezze familiari dai rovesci della fortuna tramite un uso accorto della stessa, e la capacità di impiegare al meglio le risorse domestiche: lo scopo di questa oculata gestione domestica è comunque non il guadagno in sé, ma l'onore che l'uso della ricchezza può procurare all'intera famiglia. Ricchezza e beni materiali sono sempre incardinati ad una famiglia, una casata, un nome.
L'equiparazione comune/borghesia sorge su un equivoco di fondo, quello della confusione tra città e comune, caratteristica di tanta storiografia dell'Ottocento. Ma va tenuto presente che comune e città non sono sinonimi. Il fenomeno della ripresa degli scambi mercantili, della formazione di nuclei urbani dediti a lavorazioni artigianali e al commercio, l'irrobustirsi delle classi mercantili, sono fenomeni che hanno un'ampia diffusione: un po' in tutta l'Europa centro-occidentale si assiste dopo il Mille ad una netta ripresa della vita cittadina.
Il “comune" è invece un fenomeno in parte diverso, e sta ad indicare il costituirsi della città come ordinamento politico autonomo, con proprie leggi e propri organi di governo: con tali caratteri è un fenomeno peculiare dell'Italia centro-settentrionale, delle Fiandre e dell’Impero tedesco. Come vedremo, il fenomeno delle città-stato è limitato nel tempo, e tende a scomparire attorno al XIV-XV secolo, quando i comuni sono assoggettati a domini territoriali più ampi: ma anche all'interno degli ordinamenti territoriali le città italiane mantengono ampie sfere di autonomia, soprattutto sul pieno amministrativo. E' anzi questa, come diremo meglio, una delle ragioni di fondo individuate dalla storiografia italiana per spiegare la mancata formazione, nella nostra penisola, di stati unitari e accentrati. Il comune medievale italiano è quindi in primo luogo non una mera unità amministrativa, o una ripartizione territoriale, ma un ordinamento politico.
Era anche una questione di ‘massa critica’ : le dimensioni cittadine favoriscono sviluppo intellettuale ed economico di società dal forte vincolo comunitario, ma potevano avere successo militare e diplomatico solo fino a che si confrontavano con potenze maggiori che difettavano di organizzazione e cultura (es. il Barbarossa) > ma diventano limiti appena gli antagonisti congiungono alle risorse a agli uomini derivanti dai grandi spazi anche capacità organizzative e risorse di civiltà (magari copiate proprie dalle città italiane)
Sempre Arnaldi sottolinea come la difesa accanita dei propri privilegi spinse le città ad una continua lotta le une contro le altre: in questo senso, l’assenza in Italia di istituzioni rappresentative come le diete germaniche, gli stati francesi o altri, non abbia fatto che accentuare la ‘solitudine’ delle città, impedendo quelle forme di aggregazione degli interessi su base territoriale di cui parla Fioravanti nel suo saggio. In tal modo, neppure le élite politiche locali riescono a pensare a forme di integrazione nei nuovi stati, e restano chiuse nella gestione della singola città, incapaci di progettare forme di organizzazione più ampie, sia nel territorio che nei contatti internazionali.
La storiografia recente cerca quindi un equilibrio fra una realistica osservazione di ciò che fu effettivamente la vita comunale nei suoi aspetti politici, economici e sociali, e la valutazione di un’esperienza per tanti versi unica nella storia europea. Di recente ad esempio, nel presentare alla Commissione europea una visione sintetica della storia europea, Blockmans ha privilegiato monarchie come asse del costituzionalismo moderno: ma ha poi sentito il bisogno di presentare l’allegoria del Buon Governo di Siena come una “visione chiara, esaustiva e coerente, della struttura di un governo repubblicano fondato su principi essenzialmente profani”. Qui Lorenzetti condensa la cultura di due-tre secoli di vita e ideologica cittadina. E’ un ciclo pittorico che la storiografia ha riscoperto e analizzato, negli ultimi anni, come una sorta di “manifesto” dell’ideologia cittadina, in cui Lorenzetti condensa la cultura e le immagini di due-tre secoli di vita delle città.
Il grande segno della unicità delle città italiane nel panorama europeo è anche l’intensità e continuità della loro elaborazione politico-istituzionale, con continue riforme, soluzioni istituzionali inedite, un ampio ventaglio di magistrature deputate a funzioni differenziate, procedure elettorali complesse atte a garantire (pur senza riuscirvi veramente) la partecipazione e l’uguaglianza dei cittadini, strumenti di lotta politica come l’esilio o le leggi anti-magnatizie (per impedire l’egemonia della nobiltà o dei ceti più ricchi e influenti). Ma anche una vivacissima vita culturale incentrata sulle scuole pubbliche, le discussioni pubbliche, le università, e animata da giuristi, letterati, artisti e clerici.
Va poi tenuto conto degli elevati risultati della “civiltà” comunale: centri urbani, piazze, chiese, torri, palazzi, caratterizzano ancor oggi il nostro tessuto urbano e sono parte fondamentale del nostro patrimonio culturale: conoscerne le origini e le ragioni può contribuire ad avere più interesse e passione per la loro conservazione.
L’esperienza comunale significa infine, come afferma la celebre ricerca Robert PUTNAM (La tradizione civica delle regioni italiane, ora anche negli “Oscar” Mondadori), il radicarsi nel tessuto sociale di una tradizione di servizio sociale, di disponibilità all’impegno locale, di controllo, anche, sulla politica locale. Putnam arriva a sovrapporre le zone di ‘buona amministrazione” locale degli anni ’70 con la presenza in quelle zone dell’eredità culturale e sociale dei Comuni. Tipico del sopravvivere di forti radici locali sono le infinite manifestazione folkloristiche, a volte reinventate di recente, che fanno rivivere eventi e caratteri della vita comunale o rinascimentale (cortei, banchetti al castello, pali, giostre). Come pure i tanti comitati che sorgono a difesa del patrimonio urbanistico e artistico delle nostre città di fronte ai paventati stravolgimenti della modernità.
Ma come in tutti i fenomeni di lunga durata vi sono anche altrettanti esiti problematici e discutibili.
Ad esempio, il modello cittadino italiano si è modellato su un forte dominio del centro urbano sul territorio circostanze, producendo un forte squilibrio fra città e campagna sul piano economico, culturale, dei servizi. E’ interessante notare che i territori di campagna che precocemente furono inglobati in stati ampi, o entro compagini politiche straniere (la Lombardia, ad esempio), risentono meno di quegli squilibri proprio perché vi fu un’istanza politica centrale in grado di compensarli e di dare all’insieme del dominio un minimo di servizi e prerogative comuni.
Ma anche rispetto ai Comuni, si guardano ora in una luce nuova le dinamiche politiche effettive entro le mura cittadine, cercando di porre in evidenza le reali forze sociali e i veri meccanismi di governo: vengono così alla luce i poteri esercitati di fatto dalle grandi famiglie cittadine, dalle consorterie nobiliari, dalle associazioni corporative, e si rivela la fitta rete di legami di tipo "privatistico" che stava alla base della vita repubblicana e cittadina.
Un’altra distorsione è quella relativa al presunto “spirito di patria”: è evidente che quando si affaccia l’ipotesi di una sola nazione, le tante piccole patrie, i tanti comuni e municipi non favoriscono né l’adesione a quell’idea, né il successivo impegno a sostanziare la nuova appartenenza nazionale con un corrispondente sentimento di impegno, dedizione, identificazione.
“I poteri locali cittadini, in modo più evidente nelle realtà di origine comunale, si sono tendenzialmente rapportati ai poteri centrali evitando omologazioni, tentando di sfruttare per quanto possibile ogni debolezza di questi ultimi… Con la possibilità di strappare ogni qualvolta fosse possibile privilegi di ogni genere (fiscali, contributivi per lo “sviluppo” ecc.), con la conseguenza di alimentare una concezione organicistica della società urbana, chiusa in se stessa e autoreferenziale. Quante sono le nostre città in cui ci si sente orgogliosamente al ‘centro del mondo’“? (ASCHERI 2009, 184-85).
Altri hanno sottolineato, tra i limiti dell'esperienza comunale, il carattere rudimentale e semi-privatistico dell'ordinamento comunale, vedendo nel Comune una sorta di "cittadella di immunità e diritti particolari". Il Comune, insomma, sarebbe stato un ordinamento fin dall’inizio minato dalla lotta interna tra interessi particolari.
Un ulteriore elemento è dato dalle forme e formule dell’identificazione cittadina, che ruotano attorno a parole retoriche come sviluppo, concordia, libertà ecc., mentre assai limitate appaiono le capacità operative : insomma vi è sempre stato, fin dai Comuni, un forte iato tra affermazioni e programmi e realizzazioni di fatto, funzionamento ordinario della vita collettiva, aspetti, questi ultimi, spesso assai carenti.
Un esempio eclatante è l’affermazione della Lega Nord negli ultimi decenni, che si è appropriata di istanze, formule retoriche, miti e simboli comunali (il Carroccio), ma senza per ora riuscire a tradurre davvero in un nuovo stile politico e in riforme efficaci questo insieme di slogan e desideri.
Lo stesso può forse dirsi per la corsa di tanti comuni a diventare province, ispirandosi a dati storici ormai superati dalla necessità di altre e diverse forme di integrazione territoriale, anche su scala europea.
Anche la recente riforma dell’elezione dei sindaci ha consegnato a questi un potere che va a scapito della partecipazione di tutte le forze alle decisioni locali, riducendo alla mercé dei sindaci, fra l’altro, l’unica figura di controllo effettivo in loco, quella dei segretari comunali.
Ma alcune eredità ‘negative’ si possono individuare anche sul piano dell’ideologia. Se l’’appartenenza al comune o alla città è un sentimento che per secoli ispira i comportamenti dei singoli, per alcuni storici ciò avvenne a scapito dell’affermazione nella penisola di una robusta tradizione di diritti individuali.
“Quel repubblicanesimo aveva portato alla concordia corporativa, ma impedito sui tempi lunghi, adagiatosi sui successi troppo precoci, lo sviluppo di una società civile separata dalle istituzioni e perciò anche, in molti casi lamentati da un Montesquieu, ad esempio, di una cultura del controllo e della divisione dei poteri, della par condicio delle forze in campo e così via” (ASCHERI 2009 p. 187).
Certo, tra la città comunale e l’oggi sta la storia delle città in età moderna e contemporanea, che furono nella penisola dominate da élite di governo chiuse: patriziati, oligarchie, famiglie, notabili. Come ha scritto Ascheri è come se la nostra precoce modernità repubblicana fosse migrata altrove, tra gli olandesi, i coloni americani, gli svizzeri. Mentre le città italiane si trovarono ingabbiate, dal Risorgimento in poi, in schemi giuridici imposti dall’alto, che sono oggi sono stati rivisti e sono tuttora in discussione.
Alcune puntualizzazioni sulla storiografia :
J.C.S. SISMONDI - Histoire des républiques italiennes du Moyen Âge, 1807-1812 > crea il mito delle città italiane come repubbliche ‘borghesi’ che si contrappongono al regime feudale, come laboratorio di libertà e civiltà. Ma trascura il periodo delle origini e la lunga ‘gestazione’ delle esperienze comunali a favore della fase di maturità delle istituzioni comunali, che per Sismondi è un periodo di ‘trionfo’ delle virtù civiche e dell’etica collettiva. Nel 1832 l’autore sintetizza l’opera in una Storia della rinascita della libertà italiana, dei suoi progressi e della sua decadenza" dove il modello comunale era proposto come “canone interpretativo generale”: le città italiane avrebbero mostrato all'Europa che era possibile governare gli uomini sulla base del ‘bene comune’, con leggi giuste, magistrati "zelanti" e cittadini consapevoli e partecipi. Sismondi ritiene che questo ‘modello’ possa essere additato anche all’Europa del suo tempo.
J. BURCKHARDT, La civiltà del Rinascimento in Italia, 1860 > se per Sismondi gli italiani avevano mostrato all’Europa come governarsi in modo libero, per B. l’Italia è la culla della ‘stato moderno’, che ha i suoi esordi nelle signorie e nei principati italiani del ‘400 e ‘500, entro la cornice intellettuale, culturale e artistica del Rinascimento. Il Rinascimento è pertanto rappresentato come il primo atto dell’età moderna, che profila anche una nuova concezione politica dello stato e, quindi, del cittadino che in esso si riconosce. E l’autonomia della politica è considerata il fondamento del modello statuale posto alla base dello sviluppo della civiltà europea: Burckhardt individua nella nuova concezione dello stato (anch’esso un’opera d’arte) uno dei postulati dai quali prende avvio la storia rinascimentale italiana, che sancisce la definitiva trasformazione dell’organizzazione feudale della società del Medioevo.
4. Dalle piccole patrie ai piccoli stati : la continuità del particolarismo
Quando si parla di "crisi" degli ordinamenti comunali ci si riferisce non ad un avvenimento, ma ad una lunga fase di mutamenti e di instabilità degli assetti cittadini, che va dalla seconda metà del secolo XIII all'inizio del Cinquecento, ossia dall'avvento delle prime signorie allo stabilizzarsi dell'assetto politico italiano dopo le "guerre d'Italia". Identificata dalla storiografia del tardo Ottocento e del primo Novecento come momento di crisi delle "libertà comunali" e avvio della "decadenza" politica ed economica della penisola, questa fase è oggi al centro di numerose ricerche che a loro volta si intrecciano con il tema della costituzione dei cosiddetti "Stati regionali", ossia le formazioni politiche della penisola che salvo qualche aggiustamento giungono fino al periodo dell’unificazione italiana.
Dal XV secolo in poi la carta geografica della penisola si semplifica e appaiono alcuni stati regionali impossibilitati ad affermarsi sull’intero territorio italiano. Per alcuni, i Visconti o Venezia avrebbero forse potuto, in circostanze diverse, porsi come stati in grado di aggregare vasti domini, fino a costituire uno stato settentrionale. Ma numerosi fattori impedirono un simile sviluppo: la conflittualità endemica nella penisola, con cambi di alleanze anche improvvisi, la posizione del Papato, contrario alla supremazia di uno stato italiano che ne avrebbe ridimensionato l’egemonia, la debolezza del potere dinastico e repubblicano, e la volontà di alcuni stati, in primis Firenze, di difendere strenuamente la propria libertas contro la tirannia “signorile”.
Una prima tappa della formazione di stati regionali è l’affermazione delle signorie cittadine, che poi condurranno, una volta stabilizzato il loro potere interno, una politica di espansione verso gli stati confinanati.
L’affermazione di casate signorili nelle diverse realtà locali ebbe varie ragioni:
- l’alta conflittualità interna ai comuni, dovuta alla divisione tra famiglie, fazioni, corporazioni ecc.
- la necessità di competere sul piano militare con le altre realtà territoriali
- il prestigio che alcune famiglie avevano assunto entro la scena cittadina
- le risorse finanziarie che alcune dinastie poterono mettere in campo (es. il Banco dei Medici)
- i vasti possessi terrieri che molte casate possedevano nel territorio attorno, che forniva loro risorse e uomini armati per difendere la loro egemonia (es. i Gonzaga)
Per altri (ad es. Pini nel suo contributo alla Storia d’Italia della Utet), anche le difficoltà economiche e le ripetute carestie sono tra le ragioni dell’affermazione dei regimi signorili. E’ infatti nei momenti di ristrettezze economiche, di eccessivo fiscalismo, di difficoltà commerciali, che affiorano entro il comune una accesa rivalità fra famiglie e fazioni, una chiusura delle élites dirigenti a difesa delle posizioni di potere acquisite, e una aperta frattura tra città e contado. “La soluzione è vista nell’uomo forte che è, o si pensa possa essere, al di sopra delle parti” (Pini), e dunque in grado di mettere fine agli abusi, alle discordie interne, alle minacce esterne.
Quali che siano le ragioni della loro ascesa, con l’eccezione di Venezia e Bologna, quasi tutti i comuni del Nord Italia sono agli inizi del Trecento sotto il governo di un signore. La maggior parte di questi sono in origine podestà, o capitani di ventura, o nobili del contado, esterni dunque alle dinamiche e alla conflittualità interna. A questi signori vengono da subito concessi poteri assai larghi, a volte con diritto ereditario. Inizialmente, i signori innovano assai poco nella struttura amministrativa cittadina, e si limitano a rafforzare apparati fiscali e burocratici in vista delle funzioni di cui sono investiti. Ma già nel 400-500 queste si trasformano in veri principati, legati non più al consenso popolare o cittadino, ma legittimati dall’alto dal Papa o dall’Impero attraverso la concessione di titoli feudali (marchese, duca, granduca ecc.). Dal XV secolo lo sviluppo politico italiano passa dunque per la formazione di stati territoriale e regionali abbastanza coesi, che si manterranno tali anche nel succedersi di dominazioni. Permane dunque, anche se semplificato nei tratti di fondo, quel carattere di “particolarismo” territoriale che è uno dei tratti fondamentali della vicenda italiana pre-unitaria.
“La storia italiana preunitaria è … una molteplicità di storie cittadine, regionali e interregionali, parallele ed interferenti fra loro. Bisogna, inoltre, aggiungere che il carattere particolare di quelle storie si consolidò, tra la fine del medioevo e gli inizi dell’età moderna, in una dimensione che non era più semplicemente locale, ma arieggiava a quella di piccole nazioni nell’ambito generale della nazionalità e della cultura italiana … Pertanto la regionalizzazione della storia politica-sociale del paese prima della sua unificazione è una dimensione di essa alla quale non si può sfuggire, se se ne vuole cogliere il tratto autentico a cui è legata pure tanta parte della realtà odierna” (GALASSO, 1979).
La costruzione degli stati regionali avviene in forme diverse: all’espansione di alcune città già dal tardo Medioevo si affianca l’iniziativa dei signori, le unioni matrimoniali, le acquisizioni mediante arbitrati (es. il Monferrato che pur essendo fisicamente in Piemonte è assegnato da Carlo V ai Gonzaga di Mantova), o trattati internazionali.
Ma una delle forme più consuete è l’aggregazione di territori e città sotto un unico centro mediante forme contrattuali : patti di sudditanza, contratti di sottomissione, patti di dedizione, che precisano le forme dell’assoggettamento, prevedendo in genere ampie clausole di garanzia per le consuetudini, gli statuti e le istituzioni locali. Qualcuno ha paragonato la formazione degli stati regionali italiani ad una sorta di grande Lego in cui a partire da elementi di base (città, territori), si edificano ordinamenti via via più ampi e complessi.
Tramite i patti e i relativi privilegi garantiti, restano alle città molte funzioni giudiziarie e amministrative: mercati, annona, sanità, corporazioni, fiscalità locale, cui centri politici sovrappongono le ‘loro’ imposte per la difesa e per altri bisogni generali.
Il declino del comune e l’affermazione di regimi signorili e di principati è stato a lungo visto come un passaggio negativo, in cui alla vivacità e apertura del mondo comunale subentrava la stabilizzazione di élite per lo più aristocratiche, che si consolidano al governo delle città, diventandone signori o attorniando i signori nella corte.
Qualche studioso - ad es. Giorgio Chittolini - ha anche proposto di riconsiderare l'intera questione alla luce degli esiti delle vicende comunali, che approdano ovunque ad un processo di involuzione oligarchica e di aristocratizzazione: "appare opportuno spostare l'attenzione a quelle forze politiche che esercitano la loro azione sovrapponendosi e contrapponendosi alle istituzioni cittadine; sia quelle che hanno le loro basi fuori dalla città e del sistema delle istituzioni urbane, e agiscono al di fuori della cerchia delle mura, sia quelle che, pur inserite nel mondo urbano... non esauriscono nelle istituzioni municipali la loro autonoma capacità di iniziativa" (Chittolini, Alcune considerazioni …, p. 408).
Anche Marcello Verga ha ricordato che la lunga storia della costruzione degli stati regionali italiani “è caratterizzata da un processo di identificazione e di legittimazione di oligarchie urbane titolari di precisi diritti di governo”, e che questo processo ha comportato una dinamica di nobilitazione dei ceti di governo cittadino, che vengono ora a porsi come élite inamovibili sulla base della professione, della tradizione famigliare e di altri requisiti definiti nei “libri di nobiltà”, tendenti ad escludere i ceti nuovi dalla possibilità di accesso alle cariche pubbliche. Si formano così patriziati e nobiltà civili che non solo perpetuano il proprio potere per secoli, ma che assumono decisioni ed emanano provvedimenti a difesa dei loro stessi interessi, specie economici.
Gli stati regionali non realizzano se non in qualche caso isolato (Toscana di fine ‘600, Savoia di inizio ‘700, Stato pontificio fra ‘500 e ‘600) forme e istituzioni dello stato moderno. Vi è sì ora un potere centrale che cerca di coordinare l'esercizio del potere pubblico su un ampio territorio; vi sono sì forme nuove di amministrazione, di esazione fiscale, di amministrazione della giustizia, di difesa militare. Ma lo stato territoriale resta pur sempre un sistema pluralistico, "un sistema di giurisdizioni particolari, di autonomie, di feudi, di privilegi, di immunità": un sistema in parte caotico, e sempre altamente conflittuale. Al punto che quando nel ‘700 i riformatori vollero metter mano ad una riforma complessiva dell’amministrazione del territorio, si meravigliarono di come certi sistemi amministrativi territoriali avessero potuto funzionale, bene o male, per tre o quattro secoli.
Se mai, gli stati italiani sviluppano alcuni aspetti che sono stati giudicati a lungo come “anti-moderni”, mentre ora vengono studiati come manifestazioni e forme organizzative consoni a determinati obiettivi ed esito di una precisa cultura politica: la creazione di capitali, l’organizzazione di grandi corti, la costruzioni di palazzi, i grandi progetti urbanistici, il mecenatismo artistico e letterario, le reti di clientele, le strette relazioni tra Roma e le dinastie italiane, l’uso della congiura come lotta politica, la ricerca di titoli (in primis il titolo regio, preteso anche dalle repubbliche!), il culto dello sfarzo e dell’onore, l’ostentazione della propria fede religiosa, la gara per la precedenza nei cerimoniali ecc.
“L’essenza della signoria in questa prospettiva è dunque proprio l’aristocratizzazione in opposizione alla democrazia intesa come consenso dei cittadini” (CASANOVA 2001, 71).
Anche all’interno delle città si ha un processo di aristocratizzazione, con l’affermazione dei patriziati (nobiltà cittadine) che monopolizzano il potere locale attraverso norme di sbarramento nell’accesso alle cariche pubbliche, e che legiferano poi a difesa dei propri privilegi e dei propri interessi economici.
Con una tesi assai dibattuta, molti storici hanno parlato di “tradimento della borghesia” italiana : affermatisi precocemente nelle città medievali attraverso i commerci, i cambi, le esportazioni, il credito, i ceti produttivi italiani avrebbero preferito da un certo punto in poi ritirarsi o diminuire i loro investimenti per rivolgersi ad attività più sicure ma soprattutto più onorevoli e prestigiose (terre, uffici, professioni giuridiche, politica a corte). In tal modo, le società italiane avrebbero perso un prezioso patrimonio di conoscenze tecniche, di esperienze economiche e di saperi artigianali, avviando la penisola ad una posizione marginale nell’economia dei secoli moderni, dal XVII in poi.
Un esempio eclatante sono i patrizi veneziani, che dopo tanti successi nel commercio col Levante dal XVI secolo preferiscono gli investimenti fondiari, come dimostra il pullulare di ville in Terraferma dal Cinquecento in poi.
Questo assetto bloccato dura fino alle riforme del Settecento, quando l’azione dei sovrani stranieri (Asburgo, Lorena) tenta di scardinare l’antico regime italiano in favore di opzioni amministrative e modelli di gestione del territorio più efficaci e razionali.
FORME E CARATTERI PECULIARI DELLA STORIA ISTITUZIONALE ITALIANA
Parte seconda : riforme e dinamiche sociali fra Sette e Ottocento
1. Dallo stato giurisdizionale allo stato moderno: il caso italiano
“Se mai è esistito uno stato nel quale il “comando” sia di esclusiva competenza del “centro” politico e passi senza alcuna mediazione dall’alto al basso, questa di certo non rappresenta la realtà degli stati europei dell’età moderna. In questi stati l’unico “comando” possibile era quello che nasceva da una convergenza di interessi – talora esito di scontri anche intensi (in alto: principe, corte, uomini di governo e degli apparati; in basso: ceti dirigenti locali) e trovava attuazione non tanto secondo gli strumenti e le pratiche che oggi chiameremmo dell’amministrazione, quanto, piuttosto, seguendo le istanze e la prassi dell’esercizio della giurisdizione” (Verga 1996, p. 31)
Mi è sembrato opportuno ricordare con le parole di Verga la sostanza dello stato giurisdizionale: un tipo di sistema politica in cui il comando sulle realtà territoriali e cetuali era esercitato attraverso gli organi giurisdizionali, deputati a risolvere le mille controversie tra comunità, corpi, ceti, territori, ecclesiastici, proprietari, collettività rurali o cittadine.
Un modello che in Italia giunge intatto fino alle riforme del Settecento, salvo tentativi di mutamento a fine Seicento, quando molti sovrani, soprattutto in relazione alle esigenze fiscali, crearono appositi organi per il governo delle comunità (ad es. a Torino, dove si crea nel 1661 la “Delegazione sopra il buon governo delle comunità”; o a Firenze, dove troviamo i “Nove conservatori della giurisdizione e del dominio”).
Magistrature che si limitano però ad un controllo fiscale e dei bilanci delle comunità senza intaccare il groviglio di privilegi e norme che regolavano le stesse.
Ma è solo nel Settecento che questo complesso sistema di articolazione dei poteri è messo radicalmente in discussione: i funzionari asburgici o lorenesi che misero mano ai primi interventi non nascosero il loro stupore per un sistema di governo così farraginoso, e diedero giudizi drastici degli ordinamenti politici e giuridici della penisola. Il conte di Richecourt, ad esempio, il funzionario lorenese che doveva metter mano alle prime riforme in Toscana, giudicò il governo di quello stato un caos quasi impossibile da sbrogliare, un misto di aristocrazia, democrazia e monarchia, un insieme di leggi inadatte ai tempi. Il rimedio che suggeriva era di azzerare completamente tutto e avviare un sistema completamente nuovo.
Anche il toscano Pompeo Neri, spedito a Milano per sovrintendere al catasto, scrisse una relazione per denunciare l’assurdità del sistema fiscale milanese in vigore fino a quel momento, e per tracciare le linee di una riforma del settore.
Ma questi interventi di riforma, anche se promossi in larga parte dalle dinastie straniere (Asburgo, Lorena, Borbone) che si insediano nella penisola a seguito di alcuni trattati internazionali (ricordiamo il trattato di Utrecht, che vede il cambio fra la dominazione spagnola e quella austriaca, anche se già nel 1737 un ulteriore cambiamento portò a Napoli Carlo di Borbone), non sarebbero stati possibili senza un profondo mutamento della cultura politica e, in parte, delle forze sociali.
2. La cultura politica
I primi segnali di una nuova prospettiva culturale nella penisola si colgono già negli ultimi 20 anni del Seicento, quando tende a esaurirsi l’ideale della ‘conservazione’ del potere e della società che aveva dominato le dottrine della “Ragion di Stato”, diminuiscono le opere di institutio indirizzate al principe, al nobile, ai ministri, e si fa strada una prima percezione dei reali compiti dello stato.
Ne abbiamo un esempio nell’opera di Giovan Battista De Luca, cardinale e giurista, che nel 1680 scrive Il Principe cristiano pratico, in cui si distacca dall’idea che compito del principe sia la difesa, la guerra e la sua ‘gloria’, e propone un vero e proprio “programma di governo” incentrato sulla cura dei sudditi (istruzione, sanità, ordine pubblico) e sugli interventi rivolti a stimolare le manifatture, i commerci, l’agricoltura.
Senza addentrarci in un tema troppo vasto per essere anche solo sintetizzato in questa sede, ricordiamo alcuni autori che oltre a rappresentare in qualche modo una ‘svolta’ nella cultura politica o giuridica italiana, ebbero anche una vasta eco nella cultura europea:
- Ludovico Antonio MURATORI Dei difetti della giurisprudenza (1742) > denuncia le distorsioni e le inutile complicazioni del diritto comune del suo tempo proponendo una riforma del diritto centrata sulla chiarezza del linguaggio, sulla razionalità e sulla conoscenza del diritto stesso da parte di tutti
- In un’altra sua opera importante, Della pubblica felicità oggetto de’ buoni principi (1749), Muratori, pur conservando la centralità del principe come ‘motore’ delle trasformazioni politiche ed economiche, identifica il compito dei sovrani in una vasta azione di educazione della società, di riequilibrio delle differenze sociali, di intervento a favore dei ceti più poveri, di promozione delle attività produttive, dei commerci e dell’agricoltura, di sviluppo delle comunicazioni.
- Cesare BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1763) > propone una radicale revisione del diritto penale, sulla base delle idee di utilità e certezza della pena, e nella direzione di una mitigazione delle pene, che devono essere proporzionali al reato commesso e conosciute in anticipo. Propone l’abolizione della tortura e della pena di morte
- “Il Caffè” > giornale milanese che raccolse le migliori menti del tempo ( i fratelli Verri, Beccarla ecc.) e che divenne in breve espressione da un lato dell’opinione pubblica milanese e lombarda, dall’altro testimonianza dei temi e delle discussione dell’Illuminismo italiano.
- Gaetano FILANGIERI, La scienza della legislazione (1780-1785) > vasto progetto di codificazione del diritto e della procedura penale, in cui denuncia anche le distorsione del diritto e della società napoletana del suo tempo, e in particolare i privilegi feudali dei baroni e lo sfruttamento del popolo. Propugna una monarchia illuminata che sappia farsi carico della trasformazione del paese, attraverso una seria azione riformatrice che miri a una più equa ripartizione delle proprietà terriere e ad un rafforzamento dell’istruzione pubblica.
3. Le “due Italie”: riforme e conservazione
Nel corso del Settecento la penisola italiana subisce profonde trasformazioni sul piano politico, sociale e culturale.
In primo luogo le guerre di successione del primo Settecento determinano alcuni fondamentali mutamenti nella divisione geo-politica della penisola :
- con la guerra di successione spagnola ai Savoia è assegnata la Sicilia (e il relativo titolo regio), e si sancisce il dominio degli Asburgo su Milano e sul Regno di Napoli. Ma già con la pace dell'Aja (1720) i Savoia perdono la Sicilia (che va all'Austria), e in cambio ricevono la Sardegna, isola più povera e meno importante dal punto di vista strategico
- con la fine della guerra di successione polacca si assegna a Francesco di Lorena, marito di Maria Teresa d'Austria, il possesso della Toscana, mentre Napoli e Sicilia formano un unico Regno meridionale sotto la corona di Carlo di Borbone.
Sarà proprio la presenza dei sovrani assurgici a Milano e in Toscana a imprimere a queste realtà un dinamismo nuovo sul piano culturale, istituzionale ed economico. Gli Asburgo attuano infatti una serie di riforme che mutano radicalmente il rapporto tra governo e territorio, limitano privilegi e immunità ecclesiastiche, e avviano fra gli intellettuali un serrato dibattito sullo stato e le sue funzioni, sui diritti dei proprietari, sulle misure più opportune per raggiungere la “pubblica felicità”.
I progetti e le riforme più incisivi furono quelli che andarono ad intaccare il tradizionale governo del territorio, in cui convivevano città grandi e piccole, contadi, e altre giurisdizioni minori, per cercare di creare forme di amministrazione locale più moderne e uniformi. Lo storico Anzilotti ha efficacemente parlato, per questo tipo di riforme, di "tramonto dello stato cittadino".
Ma anche in altre realtà italiane l’esigenza di svecchiare gli apparati dello stato e incentivare le attività economiche spinge alcuni sovrani ad un’azione di profonda riforma dello stato.
Altrove invece, gli stati italiani appaiono nel Settecento incapaci di rinnovare la propria politica, attuare significativi provvedimenti di politica economica, modernizzare gli apparati pubblici: lo Stato della Chiesa, Venezia, Genova, e altri piccoli stati sembrano chiusi in una politica di “conservazione dell’esistente” che li allontanerà dalle esperienze di rinnovamento avviate dai sovrani illuminati.
Sembrano insomma apparire, anche nelle immagini dei viaggiatori che attraversano la penisola, “due Italie” diverse, con diverse ‘velocità’ di sviluppo e di rinnovamento, e diverse dinamiche sociali ed economiche.
a) Le riforme in Piemonte
Nel caso dei Savoia, le riforme dirette a snellire e razionalizzare gli antichi consigli ducali produssero alla fine la creazione di una nuova nobiltà di servizio, frutto della scelta di Vittorio Amedeo II di incoraggiare la formazione di un ceto burocratico a lui fedele, esautorando le famiglie aristocratiche più antiche.
Mosso prima dalle necessità della guerra, e poi della nuova collocazione internazionale del suo regno, Vittorio Amedeo II concepì un vasto piano di riforme tese ad assicurare al sovrano il pieno controllo ed utilizzo di tutte le risorse economiche dello stato, limitando sia il potere nobiliare e feudale che le autonomie comunitative.
Nel 1717 le riforme investirono il vertice dello stato : si crearono tre distinte Segreterie di Stato (Guerra, Interni ed Esteri), e un Consiglio generale delle Finanze che doveva controllare tutte le entrate e le uscite dello Stato.
Altre misure importanti furono una politica economica di stampo mercantilistico volta a favorire le imprese di trasformazione locali e le esportazioni; la riforma dell'università di Torino, concepita come la "fucina" dei funzionari che dovevano collaborare con la monarchia nel governo dello stato; una politica di assistenza ai poveri (ospedali, ospizi) che tendeva a togliere alla Chiesa il monopolio da sempre detenuto nel campo dell'assistenza e delle opere pie.
Sul piano legislativo, Vittorio Amedeo II incaricò una apposita commissione di compilare una raccolta e una revisione delle leggi vigenti. Nel 1723 furono così emanate le Leggi e costituzioni di Sua Maestà il Re di Sardegna, primo esempio nella penisola di "consolidazione legislativa". In esse non vanno cercati principi e orientamenti giuridici di tipo "illuminato": esprimono piuttosto l'intento del sovrano di porsi come fonte principale (ma non ancora esclusiva) della legge, che secondo le istruzioni date ai giuristi della commissione doveva rispondere ai requisiti della chiarezza, della semplicità, della sistematicità. Nuovi non sono insomma i contenuti della consolidazione legislativa, che lasciava tra l'altro del tutto inalterati i rapporti sociali e di proprietà: nuova è l'idea che la legge del principe così risistemata debba essere applicata come norma superiore in tutto lo stato. E' questo in sintesi un primo e ancora rudimentale tentativo di superamento del particolarismo giuridico che abbiamo visto caratterizzare tutte le esperienze politiche d'antico regime.
Ci siamo soffermati sulle riforme piemontesi non solo per la loro precocità, ma anche perché esse costituiscono una caso in parte anomalo, essendosi generate da esigenze fiscali e finanziarie interne allo stato sabaudo, senza essere influenzate da altri modelli dottrinali. Sono insomma "riforme senza Illuminismo", un tentativo di riorganizzare l'assetto dello stato in modo funzionale alle esigenze di un sovrano, nel quale qualche storico ha intravisto più la personificazione della "ragion di Stato" che l'anticipazione delle istanze illuministiche.
Due sono i principali movimenti riformatori all’interno degli stati italiani: il primo è quello asburgico-lorenese, che investe soprattutto il Milanese e la Toscana, con forme di intervento che in certi casi ricalcano ma in altri ‘anticipano’ gli interventi che la monarchia austriaca stava approntando in altre parti dei suoi domini; l’altro è quello borbonico a Napoli e in Sicilia, dove maggiori saranno le difficoltà e le opposizioni rispetto ai tentativi di riordino del sistema giudiziario e di riforma degli assetti sociali, di stampo ancora ‘feudale’.
b) Il riformismo asburgico a Milano
L’azione di Maria Teresa d’Austria in Lombardia fu caratterizzata dalla ricerca di una continua collaborazione coi ceti di governo locali, ancora organizzati nelle magistrature tradizionali, e rappresentati nel Senato di Milano.
Uno dei primi obiettivi dell’azione asburgica fu la creazione di un nuovo catasto, strumento indispensabile per procedere a successive riforme fiscali e amministrative. Nel 1749 fu nominata una Giunta con il compito di portare a termine l'opera, e a presiederla fu chiamato il fiorentino Pompeo Neri, convinto sostenitore dell'idea che il sistema fiscale dovesse basarsi su una sola imposta fondiaria, abolendo ogni altra gabella. La riforma fiscale entrò in vigore nel 1760, ma già nel 1755 si era proceduto alla riforma delle amministrazioni municipali, ora elette sulla base del censo e della proprietà e dunque aperte anche ai nuovi ceti borghesi.
Nel 1765 fu creata una apposita Giunta per gestire la politica ecclesiastica: in pochi anni questo organismo emanò editti su un migliore utilizzo della proprietà ecclesistica improduttiva (manomorta), sulla censura, per la soppressione del Tribunale dell'Inquisizione, e sull’abolizione delle immunità ecclesiastiche.
Una terza fase dell’azione di riforma, la più creativa e la più vivace dal punto di vista dell'opinione pubblica e dell'elaborazione teorica, vide coinvolti gli illuministi lombardi che si riunivano attorno al periodico "Il Caffé" (1764-1766). Dalle pagine di questi autori uscirono decine di proposte per la trasformazione degli assetti sociali lombardi: come nota di cronaca, ricordiamo che questi intellettuali erano in molti casi figli di famigli aristocratiche, e le loro prese di posizione finirono per configurare anche, all’interno della cultura italiana, un vero e proprio ‘scontro generazionale’, tra i padri che difendevano gli antichi privilegi del patriziato, e i figli che proponevano una sua radicale modifica.
La collaborazione tra riformatori e monarchia asburgica non fu comunque priva di contrasti: pur convinti sostenitori di una politica di intervento attivo del sovrano per correggere abusi e ingiustizie secolari, i riformatori lombardi, anche per la loro provenienza sociale, erano anche strenui difensori dell'autonomia del Ducato nei confronti delle tendenze accentratrici di Vienna. Il contrasto si farà autentica rottura dopo la fase più acuta delle riforme, che vede Giuseppe II impegnato ad estendere al Milanese riforme decise e sperimentate a Vienna, con l'obiettivo di fare dell'antico Ducato una vera e propria provincia imperiale.
Accanto ad una vasta azione in favore dell'alfabetizzazione dei ceti popolari e della riforma del sistema scolastico, Giuseppe II soppresse il Foro ecclesiastico e riformò il clero secondo un modello di controllo statale sulla Chiesa già sperimentato in Austria ("giuseppinismo"). Nel 1781 fu pubblicata anche in Lombardia la legge sulla tolleranza religiosa.
Importanti e fortemente avversate dal patriziato milanese le riforme attuate in campo amministrativo: abolizione di tutte le antiche istituzioni municipali, che avevano conservato il potere effettivo nelle mani della nobiltà lombarda, e creazione di un Consiglio di Governo articolato in Dipartimenti, mentre il territorio fu diviso in 8 circoscrizioni provinciali a capo di ciascuna delle quali fu posto un intendente, con funzioni di collegamento tra Consiglio di Governo e amministrazione periferica, affidata alle Congregazioni municipali.
Sostenitore di una concezione del potere regio di tipo statalistico che nulla concedeva al tradizionale potere dei "corpi intermedi", Giuseppe II si alienò dunque la fiducia e la collaborazione dei ceti locali. Si spezzò quindi il rapporto di fiducia tra ceti lombardi e potere imperiale che aveva caratterizzato gli anni di Maria Teresa, e che era stato decisivo per il decollo di molte riforme. Proprio per questo, si formerà negli anni una sorta di ‘mito’ del “buon governo” teresiano, che sarà contrapposto al dispotismo di Giuseppe II.
c) Le riforme lorenesi in Toscana.
La stagione delle riforme in Toscana fu tra le più significative del Settecento europeo: oltre a combattere i privilegi ecclesiastici, importanti furono le misure economiche per la bonifica della Maremma, la liberalizzazione del commercio dei grani, l’abolizione dei vincoli sulla terra (fedecommessi).
Durante il regno di Pietro Leopoldo (1765-1790) fu rinnovata anche l'amministrazione locale, restituendo importanti competenze all'autogoverno locale. Recenti studi hanno mostrato come il significato complessivo di questa operazione sia in parte opposto a quello della riforma comunitativa lombarda: sulla scia di una cultura riformatrice di stampo liberistico, e in accordo con le idee di un sovrano educato nelle idee dei philosophes e dell'Illuminismo austriaco, si cercava qui di restituire alle comunità locali un'autonomia che il regime Mediceo aveva in parte limitato a favore di organi centrali (ad es. i Nove Conservatori del Contado e della Giurisdizione di Firenze, preposti al controllo delle comunità toscane).
Assai importante, anche se mai realizzato, il progetto di “costituzione” di Leopoldo: completato nel 1782, prevedeva una monarchia costituzionale con un'assemblea nazionale elettiva a cui era affidato parte del potere legislativo, e delineava una prima separazione dei poteri, e la determinazione di una serie di vincoli all'autorità del sovrano. Scrive il Gianni che "il grande scopo della nuova instituzione consisteva nel far pervenire dalla nazione al trono la cognizione dei bisogni delle piccole comunità, delle maggiori provincie e dell'universale dello stato", perché "un principe che voglia ben governare non ha maggior bisogno né oggetto più importante che quello di conoscere dove il popolo sente un male e dove chiede un bene".
Ma l'azione di riforma toscana darà i suoi frutti più maturi, a partire dal 1771, nel settore della giustizia. La Riforma della legislazione criminale toscana del 1776 (nota appunto con il nome di "Leopoldina"), risente in modo marcato delle idee dell'opera di Beccaria, la cui prima edizione era uscita nel 1764 proprio a Livorno. Quest’opera è concordemente considerata il primo codice penale moderno in Italia: sono infatti abolite la tortura giudiziaria, la pena di morte, la pena della mutilazione delle membra, la confisca dei beni, e il reato di "lesa maestà", pene e reati che erano stati i cardini dei sistemi repressivi d'antico regime.
Nel complesso, l'esperienza riformistica lombarda e toscana muovono da avanzate posizioni teoriche e filosofiche, fatte proprie dai sovrani e dai loro più stretti collaboratori nell'ambito del cosiddetto "dispotismo illuminato", tipico appunto della monarchia asburgica e di quella prussiana.
d) Il riformismo borbonico.
Assai robusta fu all'inizio l'azione di riforma intrapresa a Napoli da Carlo di Borbone e dai suoi consiglieri. Obiettivi di fondo della prima fase delle riforme furono la limitazione dello strapotere baronale ed ecclesiastico, lo sradicamento della corruzione dei tribunali, lo snellimento della giustizia e delle leggi, una maggiore equità fiscale e il rilancio delle attività produttive e del commercio. Rispetto a questi obiettivi l'azione dei riformatori conobbe nella prima fase ripiegamenti ed anche sconfitte, per poi riprendere più vigorosa verso la metà del secolo. A fare ostacolo alle riforme era qui non il singolo centro di pressione, o un ceto in particolare, "quanto piuttosto la società meridionale nel suo complesso, così come si era aggregata nei secoli precedenti". Il vero ostacolo stava insomma nel permanere di un profondo connubio tra feudalesimo e Stato, che permeava tutti i rapporti sociali nel Sud.
Lo scontro più acceso fu quello per la limitazione delle immunità della Chiesa. Tre erano le immunità di cui godeva la Chiesa (non solo a Napoli): locale, personale e reale. Era la prima ad essere più avversata dai riformatori: grazie ad essa, infatti, chiunque si rifugiasse in un luogo sacro poteva sottrarsi alla giustizia civile, ed essere giudicato dai tribunali ecclesiastici. L'immunità “locale” diventava in tal modo una vera limitazione al fondamento stesso del potere regio, appunto la giustizia. Chiese e luoghi sacri erano diventati veri rifugi di banditi e delinquenti: si calcola che nel 1740 i rifugiati fossero almeno 20.000. L'immunità “personale” sottraeva alla giurisdizione civile tutti gli ecclesiastici, mentre quella “reale”, che assicurava a tutti i loro beni l'esenzione fiscale, era da sempre fonte di privilegi e abusi, come ad esempio l’uso di intestare tutto il patrimonio familiare ad un figlio chierico, salvo poi precisare con scritture private la ripartizione dello stesso tra gli altri membri della famiglia.
Con i Borbone si avviò quindi una politica di demarcazione delle reciproche competenza tra Stato e Chiesa che trovò una conferma nel concordato del 1741 che disciplinava i rapporti tra i due ordinamenti sotto il profilo economico, giuridico e fiscale, e prevedeva altresì l'abolizione del Tribunale del Sant'Uffizio di Napoli.
Assai più arduo fu l'obiettivo di ridimensionare gli enormi poteri economici dei feudatari, che dominavano pressoché incontrastati la vita delle comunità locali e delle campagne. A partire dall'esigenza di arginare la dilagante criminalità, furono prese alcune misure di contenimento e di controllo delle giurisdizioni feudali (1738), avviando nel contempo una revisione a scopi fiscali dei feudi, degli uffici e delle rendite feudali (1734-1735). Come ha scritto Venturi, avvocati e magistrati erano spesso i "giustificatori" dei soprusi baronali, che i loro "giustizieri".
Nel 1739 fu istituito il Supremo Magistrato del Commercio, con lo scopo di favorire la circolazione delle merci e incentivare l'esportazione dei prodotti nazionali, e l’anno dopo fu concesso agli ebrei di abitare e di esercitare attività economiche nel regno.
Non tutte le riforme ebbero successo, soprattutto a causa della pesante ostilità del blocco di potere feudale-ecclesiastico.
La carestia che tornò ad attanagliare il Sud nel 1764-1765 può essere considerata un vero spartiacque nella storia del riformismo napoletano, e non solo di questo. Tornarono nelle strade fame, morti ed epidemie: riformatori e intellettuali videro in questa drammatica situazione l'emblema dei tanti problemi e delle varie strozzature del sistema produttivo, che le prime riforme non avevano minimamente intaccato. La carestia funzionò insomma da acceleratore della presa di coscienza del tanto che restava ancora da fare, e dei problemi irrisolti della società meridionale: baronaggio, rapporti di produzione feudali nelle campagne, strapotere delle gerarchie ecclesiastiche, ingiustificati privilegi di ceti e corpi sociali.
A proposito della debolezza del riformismo borbonico, gli storici hanno rilevato lo scollamento tra le riflessioni anche originali degli illuministi meridionali, e un governo cui mancavano solidi appoggi tra le forze sociali del paese. Mancò in definitiva quel raccordo tra governanti e riformatori, che altrove trovò invece canali efficaci per attuarsi (Accademie, circoli culturali, giornali ecc.).
e) Conclusioni
Possiamo in sintesi dire che le esperienze riformistiche attuate nella penisola sono di diversa natura e perseguono finalità diverse. Seguendo una proposta di Allegretti possiamo delineare questa tipologia degli interventi riformatori:
riforme economico-civili > mirano al cambiamento delle condizioni sociali ed economiche, così da favorire la libera circolazione della terra, e la formazione di un nuovo ceto imprenditoriale e agrario. Tra queste, importanti furono l'abolizione del fedecommesso, la lotta contro la feudalità, lo scioglimento delle corporazione, le riforme fiscali, miranti a ridistribuire i carichi tra città e campagna, e la libera circolazione dei grani (prima vincolati dalle regole dell’annona)
riforme delle amministrazioni locali > a ispirare queste riforme vi è in primo luogo l'intento di dar vita ad un sistema di ordinamenti locali tendenti a favorire la proprietà fondiaria e il ceto dei proprietari, che sono i veri soggetti attivi del reggimento delle comunità locali. Ricordiamo tra i provvedimenti di riforma più significativi:
a) gli editti sabaudi per il "buon reggimento delle comunità" del 1733 e 1738, il "regolamento dei pubblici" del 1775 > che sono alla base del sistema amministrativo locale sabaudo poi esteso allo Stato unitario;
b) la riforma teresiana per lo stato di Milano del 1755;
c) i regolamenti per le comunità toscane del 1773-1777.
Al fondo di tutti questi regolamenti sta l'idea che a governare le comunità locali doveva essere la classe detentrice della terra, formata in questo periodo dalla nobiltà ma anche dai gruppi borghesi che lungo il Settecento si era irrobustiti grazie alle prime riforme e alla ridistribuzione delle terre dopo i provvedimenti contro la proprietà ecclesiastica e feudale. In tal modo, la proprietà diventa il fondamento dei diritti di partecipazione alla vita politica locale, in base al presupposto che solo i proprietari siano veramente co-interessati al ‘buon governo” della comunità locale.
riforme ecclesiastiche e culturali > si tratta di un insieme di misure tendenti a "laicizzare" lo stato, muovendo dal presupposto che il potere del sovrano non deve essere limitato da altri poteri, nobiliari, corporativi o ecclesiastici che fossero. Perciò le restrizioni dei poteri fin lì goduti dalla Chiesa e dal clero attuate dai sovrani illuminati, mirano in primo luogo a rendere effettiva e valida per tutti i sudditi l'autorità statale, estendendola a quelle autentiche "zone franche" fin lì costituite dai privilegi e dalle immunità ecclesiastiche. Tra le misure più importanti vanno ricordate l'assoggettamento dei beni della Chiesa all'imposizione fiscale; il ridimensionamento delle immunità del clero; la pretesa statale di ingerirsi nelle nomine ecclesiastiche e nel processo di formazione del clero; la soppressione di ordini monastici e religiosi; l'abolizione dell'Inquisizione.
Ma il potere degli enti ecclesiastici risulta indirettamente ridimensionato anche dalla crescente assunzione da parte dello stato di servizi e settori della vita civile fin lì controllati dalla Chiesa: ospedali, opere pie, assistenza, sanità, istruzione.
Per quanto attiene alle riforme culturali, diretta espressione delle idee più originali dell'Illuminismo, vanno ricordate l'abolizione della censura, la creazione di Accademie e la riforma degli studi universitari, le riforme scolastiche, la creazione di nuove cattedre. Permane peraltro anche nelle coscienze più critiche l'idea che l'istruzione debba rispondere alle esigenze differenziate di una società composita, ancora legata all'idea di ceto.
Mancarono invece progetti politici di rinnovamento dei principi di governo, ossia progetti costituzionali.
Va anche detto che in questi interventi i sovrani poterono contare sulla collaborazione di ceti locali nuovi, non nobili, che furono così “valorizzati” per le loro competenze, mentre si avviava un po’ ovunque una “revisione” dei criteri di nobiltà e una limitazione delle prerogative e delle funzioni sociali e politiche dei ceti nobili. Si avvia così quel ricambio di idee e di uomini che sarà poi rafforzato dall’età napoleonica, e che vede l’ascesa sociale della classe dei proprietari terrieri, che saranno nell’Ottocento il fulcro del governo del territorio, i destinatari dei diritti civili e politici e i protagonisti, in parte, delle aspirazioni e dei progetti liberali.
Infine, ricordiamo che le repubbliche italiane appaiono nel Settecento, assieme allo Stato della Chiesa, come le realtà politiche più fossilizzate: già dal secondo Seicento il mito di Venezia come perfetto esempio di “governo misto” si rovescia in un’immagine negativa, che dipinge la Serenissima come uno stato che ha esaurito la sua spinta vitale. Significative sono le osservazioni dell’abate Coyer nei suoi Voyages d’Italie et de Hollande (1775), dove paragona la Repubblica di Venezia non alle repubbliche europee come Olanda o Ginevra ma all’antico impero cinese, ritenendo che la sua classe dirigente sia assai simile nei suoi caratteri e nella sua chiusura agli antichi mandarini confuciani.
4. Il Triennio giacobino : l’importazione dei modelli
Il periodo napoleonico rappresenta per la vicenda della penisola una vera e propria ‘frattura’ che investe le strutture statali, la mentalità, la cultura, gli assetti economici e sociali. Nonostante il ristretto arco cronologico - un decennio circa - in cui si situa la vicenda dell'Italia giacobina e napoleonica, quel periodo assume un valore paradigmatico per le trasformazioni politiche e istituzionali che determina, e per il più generale mutamento sociale.
Sotto la spinta della Rivoluzione francese, il pensiero politico italiano subisce una sorta di accelerazione: da una concezione riformistica di impronta moderata, fondata sulla fiducia nel principe e nell'azione dall'alto, si passa ad un'idea costituzionale del potere. Mentre governi e sovrani illuminati fanno marcia indietro, intellettuali e riformatori trovano nelle idee democratiche il terreno su cui impostare in modo nuovo il rapporto tra stato e società. Si trattava di un movimento duplice: se gli intellettuali italiani guardavano alla Francia, questa, allora sotto il governo del Direttorio, aveva il chiaro obiettivo di “esportare” i principi della Rivoluzione e liberare i popoli europei dai monarchi e dai governi d’antico regime. La stampa napoleonica affermava a proposito dell’Italia : “Vous êtes le premier exemple dans l’histoire d’un peuple qui devient libre, sans sacrifice, sans révolution, sans déchirement. Nous vous avons donné la liberté, sachez la conserver”.
Ma ben presto i francesi invece che come ‘liberatori’ saranno visti come usurpatori per effetto delle pesanti requisizioni di beni (tra cui una enorme quantità di beni artistici che presero la via della Francia e sono oggi in vari musei, ma soprattutto al Louvre), delle durissime misure fiscali e della noncuranza per le aspirazioni degli italiani.
Il termine Triennio “giacobino” fa riferimento alle idee politiche che maturano in Italia in quegli anni: le correnti più radicali facevano infatti riferimento alle idee democratiche dei giacobini francesi, anche se quella fase era stata superata in Francia dal Direttorio. Con una sorta di distorsione temporale, i giacobini italiani si ispirano insomma al momento in cui la rivoluzione francese si era fatta interprete delle aspirazioni popolari: democrazia, istruzione, riforma agraria, controllo dei prezzi, egualitarismo (misure poi adottate dalla repubblica Cisalpina).
Al tempo stesso si pone il problema di conquistare il consenso delle masse popolari e contadine ai nuovi valori politici: da qui l’enfasi del giacobinismo italiano sulla necessità di “istruire il popolo” con ogni strumento possibile: stampe popolari, manifesti, catechismi rivoluzionari, comizi ecc. In sostanza, un vero programma (o una “missione”) di istruzione di massa, che diventa una sorta di missione politica, quella di far comprendere al popolo il valore e i principi della democrazia.
Ma questo obiettivo fu fallimentare: sia le idee che molte misure adottate dai francesi urtavano infatti profondamente la sensibilità e le pratiche religiose popolari. Anche la chiusura o la requisizione dei conventi e dei luoghi di culto a scopi militari indispose la popolazione: esito di questo dissenso popolare furono le tante rivolte e manifestazioni anti-francesi (“insorgenze”), la più celebre delle quali è quella che mise fine all’esperienza della Repubblica partenopea da parte di un esercito popolare guidato dal card. Ruffo.
Da un punto di vista istituzionale, uno dei primi banchi di prova delle nuove idee fu il Concorso bandito nel 1796 dall’Amministrazione provvisoria della Lombardia e intitolato Quale dei governo liberi meglio convenga alla felicità d’Italia. Il concorso fu vinto da Melchiorre Gioia, fautore di un’ipotesi unitaria: pochi i partecipanti che suggerirono per l’organizzazione futura della penisola un modello federalista, anche se non mancarono autori come Ranza che osservarono che l’idea della “repubblica una e indivisibile” era una ‘moda francese’ che non poteva essere indicata per ogni realtà. In sostanza, questa gara di idee mostrò l’adesione dei più ai modelli degli invasori, e la scarsa capacità di elaborare soluzioni istituzionali adatte alla storia e alla tradizione della penisola italiana.
Con il tempo, anche le Municipalità e le Repubbliche giacobine italiane furono modellate sulla Costituzione dell'anno III (1795), con una negazione, quindi, delle aspirazioni dei giacobini italiani, che avevano dato vita nel 1796 ad alcune esperienze di democrazia diretta e di suffragio universale.
Anche le Carte costituzionali italiane si modellarono quasi integralmente sulla costituzione dell'anno III (1795): "Dunque, il volto del primo costituzionalismo italiano è determinato da questo incontro tra dipendenza dalla Francia e tendenza all'autoritarismo, e passa attraverso varie fasi, strettamente legate alle fortune belliche e alla guida politica francese" (Allegretti, p. 324).
Ma esisteva anche il timore che modelli politici più ‘democratici’ avrebbero indebolito i ceti borghesi, ed esisteva anche una certa diffidenza verso il ‘popolo’ che – come abbiamo detto – aveva bisogno di essere istruito per potere partecipare in pieno alla vita politica. La proclamata uguaglianza dei cittadini resta dunque solo formale: ciò che più conta è l'affermazione dei diritti di proprietà e la loro tutela, mentre nessun esito hanno le proposte per una riforma agraria
Sul piano dell’amministrazione locale si attua una ripartizione "geometrica" e i territori delle Repubbliche (1796-99) e poi del Regno d’Italia sono divisi con criteri quantitativi e sottoposti ad un'unica gerarchia amministrativa. Viene meno il primo requisito dell'autonomia locale, quello dell'elettività e il controllo statale sugli enti locali trova il suo cardine nella figura del prefetto, erede dell'intendente, ma con poteri assai più incisivi.
Con queste forme, la penisola vive una prima esperienza di “unificazione amministrativa“, che si basa sull'imposizione di un modello istituzionale unico e alquanto semplificato rispetto ai farraginosi e complessi sistemi amministrativi d'antico regime. Si consolida l’immagine di uno stato amministrativo e razionale, basato sul primato della legge, sul rispetto della proprietà, su una burocrazia centralizzata e ben disciplinata, sulla presenza capillare dell’esercito, su una classe dirigente costituita da un amalgama tra nobiltà e borghesia emergente, sul ruolo fondamentale dei proprietari terrieri nella gestione locale.
Uno Stato che comincia a farsi carico di servizi e compiti nuovi: strade, acque pubbliche, rilevazioni statistiche, servizio di stato civile, igiene pubblica, sanità, istruzione, infrastrutture, politica economica.
Tutta l’epoca napoleonica è anche un periodo di mutamenti sociali, in cui emerge per la prima volta una borghesia di proprietari, di funzionari e di militari che sarà poi protagonista delle vicende del primo Ottocento. Ceti nuovi che furono beneficiati anche dalla nazionalizzazione e poi vendita dei beni ecclesiastici, e dalla possibilità di fare carriera nell’esercito e negli uffici pubblici.
Letture :
D. CARPANETTO - G. RICUPERATI, L'Italia del Settecento. Crisi, trasformazioni, lumi, Laterza 1986.
D. FRIGO, La dimensione amministrativa nella riflessione politica (secoli XVI-XVIII), in L’amministrazione nella storia moderna, “Annali ISAP”, Milano 1985, pp. 115-205.
D. FRIGO, Principe, giudici, giustizia: mutamenti dottrinali e vicende istituzionali fra Sei e Settecento, in Illuminismo e diritto penale, a cura di L. Berlinguer e F. Colao, Giuffré, Milano 1990, pp. 3-38.
D. FRIGO, Ceti, interessi e rappresentanza nella cultura politica del Settecento, in L. CASELLA (a cura di), Rappresentanze e territori. Parlamento friulano e istituzioni rappresentative territoriali nell’Europa moderna, Forum, Udine 2003, pp. 75-103.
G. GALASSO, Potere e istituzioni in Italia, Einaudi, Torino 1974 (e altre edizioni).
Storia della società italiana, Teti editore, vari volumi.
B. SORDI, L’amministrazione illuminata. Riforma delle comunità e progetti di costituzione nella Toscana leopoldina, Giuffré, Milano 1991.
F. VENTURI, Settecento riformatore, Einaudi, Torino, 1969, voll. I, II, e V.
U. ALLEGRETTI, Profilo di storia costituzionale italiana. Individualismo e assolutismo nello stato liberale, Bologna 1989.
C. GHISALBERTI, Dall’antico regime al 1848, Laterza, Bari 1978.
M. VERGA, Le istituzioni politiche, in Storia degli antichi stati italiani, a cura di G. GRECO – M. ROSA, Laterza, 1996, pp. 3-58.
Lo Stato unitario (1815-1865) e i caratteri della vita politica italiana
1. Le monarchie amministrative della Restaurazione
Nell’età della Restaurazione tutti i sovrani legittimati dal Congresso di Vienna aboliscono le costituzioni ma conservano l’organizzazione amministrativa napoleonica (sono dette “monarchie amministrative”)
Si registra una netta prevalenza dell'esecutivo sugli altri poteri dello Stato, ed una “sofferenza” del potere legislativo-rappresentativo, mentre prende avvio il sistema della giustizia amministrativa tipico dello Stato ottocentesco, con la formazione di un diritto pubblico e di organi appositi per la giustizia amministrativa
In sostanza, la monarchia amministrativa utilizza schemi e forme amministrative francesi per i suoi scopi, introducendo in essi anche la nobiltà > ma senza alcuna garanzia costituzionale
Ma questa visione della monarchia amministrativa, in cui erano riservate al sovrano le decisioni politiche e l’azione amministrativa appariva priva di agganci con le scelte fondamentali e qualificanti, si rivelerà ben presto illusoria, sotto la spinta dei movimenti liberali e delle richieste di costituzione.
2. Le carte costituzionali e l’imitazione dei modelli europei
Molti autori hanno evidenziato come il pensiero italiano sia debitore alle correnti europee e, con l’eccezione di Mazzini e pochi altri, presenti scarse tracce di originalità e di elaborazione di soluzioni istituzionali e costituzionali adatte alla realtà italiana.
Anche nelle rivoluzioni italiane del 1820-21 (Piemonte, Napoli) si fa riferimento quasi sempre a modelli stranieri: a Napoli ad esempio si adotta la costituzione di Cadice del 1812, che viene quasi ‘mitizzata’ per i suoi elementi nazionali e popolari, senza tener conto che proprio perché elaborato durante la lotta anti-napoleonica degli spagnoli, quel modello era ben difficile da applicare altrove.
I gruppi aristocratici e filo-monarchici italiani si rifanno invece alla Carta francese e al suo costituzionalismo ‘moderato’.
In generale, va detto che la borghesia italiana appare come un ceto debole e ancora in via di definizione, senza l’appoggio delle masse popolari: si radica perciò l’idea di un necessario “compromesso” tra sovrani e borghesie per raggiungere gli scopi dei liberali.
Anche le costituzioni del 1848 hanno un carattere “ottriato”, con l’eccezione di quella siciliana (esito di un parlamento convocato a Palermo in contrasto con la volontà del governo di Napoli, e che si ispira alla costituzione siciliana del 1812) e della Costituzione romana del 1849 (opera di una assemblea costituente apposita e con caratteri repubblicani e democratici).
Lo stesso Statuto albertino fu delineato sotto l’urgenza degli eventi dal Consiglio di conferenza, dove un consigliere disse che “il faut le donner, non se la laisser imposer; dicter les conditions, non les recevoir”. Il testo ebbe come riferimenti la carta francese del 1814, quella del 1830 e la costituzione belga del 1831.
Non entriamo nei contenuti dello Statuto (che dovrebbero essere già noti dagl studi di diritto costituzionale e di storia contemporanea).
Come sappiamo, il mantenimento dello Statuto anche dopo l’esaurirsi della rivoluzione del 1848 suscitò nella penisola una serie di attese che orientarono verso la dinastia sabauda le simpatie dei liberali degli altri stati.
Molti storici contestano oggi che vi sia poi stata una vera evoluzione, nella prassi, del regime piemontese da monarchia costituzionale a regime parlamentare-rappresentativo: pur introducendo la prassi del voto di fiducia del Parlamento verso il governo, il potere del Re non ne uscì ridimensionato nella sostanza, anche se la personalità di Cavour fu effettivamente il perno del sistema nel decennio di preparazione.
3. L’unificazione: tappe e problemi
Gli storici preferiscono oggi parlare di “unificazione nazionale” piuttosto che di “unità”: si tratta infatti di un lungo processo (il Risorgimento) nel quale si dibattono e si definiscono le linee e i principi della nuova formazione politica.
L'esito del processo è indicato spesso con i termini di "annessione", "unione per incorporazione", o "piemontesizzazione", proprio per indicare l'estensione al nuovo stato unitario dei caratteri costituzionali e amministrativi dell'ordinamento piemontese, e la scomparsa delle diverse ipotesi al centro del dibattito: repubblicana, costituente, federalista.
Va anche detto che questo esito dipese dall’egemonia dei moderati, mentre altri gruppi liberali avevano elaborato progetti diversi. In particolare, i liberali lombardi, nostalgici dell'esperienza di buon governo sotto M. Teresa e durante il Regno d’Italia, e il gruppo toscano, legato alla tradizione leopoldina, temevano fortemente una mera trasposizione all'Italia intera delle istituzioni piemontesi, cosa che poi realmente avvenne.
Il nuovo regno si apre all'insegna della continuità dinastica: Vittorio Emanuele II diventa "re d'Italia", ribadendo con il mantenimento del numero dinastico la continuità con il Regno di Sardegna e con le sue istituzioni e il suo ordinamento giuridico, rivisto e completato proprio nel 1859 in occasione dell'annessione della Lombardia. Va detto che l’accettazione di questa soluzione fu preparata sia dal consolidamento delle istituzioni del regno di Sardegna lungo gli anni ’50, sia dalla convinzione che la supremazia parlamentare affermatasi nel regno sabaudo avrebbe consentito una piena rappresentanza anche dei territori nuovi, sia dalla flessibilità dello Statuto, che si riteneva per questo estensibile al nuovo regno senza bisogno di assemblee costituenti.
Il processo di unificazione legislativa e amministrativa avvenne attraverso tappe assai complesse, diverse da territorio a territorio, che possono essere così schematizzate:
- La fase dei governi provvisori (1859-1860). Variamente denominati (Giunte di governo, Commissioni, Governatorati), legittimati o dalle insurrezioni popolari o dall’ingresso delle truppe subalpine o dalla spedizione garibaldina, questi governi si incaricano di estendere ai nuovi territori lo Statuto albertino, e di avviare con provvedimenti specifici l'unificazione legislativa e amministrativa. Importante fu la legge Rattazzi del 1859, con la quale si estendevano alla Lombardia (e poi all'Emilia) le norme piemontesi sugli ordinamenti comunali e provinciali: legge che fu duramente criticata dai ceti dirigenti lombardi perché faceva venir meno le disposizioni della riforma teresiana del 1755 (e si rafforza così il mito del "buon governo" teresiano e l'esaltazione dell'ordinamento comunale come strumento di autogoverno: se anche i Lombardi finiranno poi per accettare l'accentramento, restò sempre presente quel pizzico di “antistatalismo” che è ancora tipico di quella regione).
- I plebisciti. Le annessioni furono come è noto ratificate col sistema del plebiscito popolare, che servì anche ad assicurare la "legittimità" del nuovo ordinamento: il popolo si esprimeva allo stesso tempo sull'annessione del proprio Stato al Piemonte e sulla accettazione della monarchia sabauda a guida del nuovo ordinamento. Furono invece respinte le proposte dei liberali democratici di indire delle "costituenti" per sancire l'annessione, e per discutere della forma politica e costituzionale del nuovo stato. I plebisciti, a suffragio universale, finirono per legittimare un processo di unificazione nelle forme imposte dalle élite piemontesi, e il consenso espresso in quel modo da popolazioni scarsamente alfabetizzate non fu dunque verso l’unificazione in sé, ma verso un modello di stato con alcuni caratteri già definiti: una monarchia, un forte accentramento, un governo autoritario, forme amministrative preesistenti, codici e leggi in parte già elaborati. Le formule non furono tutte uguali: nelle regioni centrali si chiese di scegliere tra regno unito o separato, mentre al Sud fu chiesto di esprimere semplicemente il consenso all’unione. “Si trattava, però, di sollecitare dai votanti l’approvazione di talune formule proposte di unione incondizionata, non subordinata cioè a clausole o patti che garantissero alle popolazioni interpellate la persistenza o la formazione di istituzioni o di leggi ispirate a principi autonomistici” (Ghisalberti, p. 97).
- La nuova rappresentanza nazionale. L’esito del voto fu letto quindi come assenso all’estensione dello Statuto albertino, che prevedeva un voto censitario. Si azzerava perciò ogni ipotesi di riforma dello Statuto albertino e dello stato. Il risultato del voto fu “ricevuto” dal parlamento in quanto organo rappresentativo, e si procedette all’elezione della Camera allargata ai nuovi rappresentanti (25.3.1860), che passarono da 204 a 387. La proclamazione del nuovo stato fu perciò affidata a un decreto del governo, anche per tagliar corto su ogni discussione che potesse avere un’eco internazionale in un momento in cui il Veneto era ancora in mano austriaca. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di “re d’Italia”.
- L'unificazione legislativa e amministrativa : che in varie tappe giunge fino alle leggi di unificazione del 1865. E' la fase in cui si emanano o si perfezionano i codici, l'ordinamento giudiziario, la legge di espropriazione per pubblica utilità, e si definiscono le strutture amministrative fondamentali. La legge 14.8.1862 istituisce una Corte dei Conti e abolisce le magistrature affini degli antichi stati allo scopo “di concentrare il controllo preventivo e repressivo in un magistrato inamovibile” e di vigilare sull’uso del denaro pubblico da parte della pubblica amministrazione. Un bisogno di controllo aumentato dalla consapevolezza delle profonde diversità di cultura, preparazione, e formazione del nuovo personale che si accingeva ad entrare nell’apparato statale. Importante fu la legge 20 marzo 1865 n. 2245 sull’unificazione amministrativa del regno, un vero codice di diritto pubblico che dettava le nuove norme in materia di legge comunale e provinciale, pubblica sicurezza, sanità pubblica, Consiglio di Stato e contenzioso amministrativo, lavori pubblici. “Dalla calata delle armate napoleoniche non si era più avuta in Italia una così abbondante produzione normativa in un tempo tanto breve” (Ghisalberti, p. 114). La legge ribadiva la centralità del ruolo del prefetto: “il prefetto, rappresentante del governo e capo dell’amministrazione statale della provincia, era anche partecipe, come presidente della Deputazione provinciale, dell’amministrazione locale alla quale lo Stato, con un completo sistema di controlli e di interventi dovuti appunto alla vigilanza e alla tutela prefettizia, negava quell’autonomia che alla classe dirigente liberale appariva pericolosa e per l’unità dello Stato appena sorto e per la funzionalità del suo apparato governativo” (ibid., p. 117).
Si è trattato di un processo di “piemontesizzazione” della penisola ?
Recentemente (e forse con un po’ di esagerazione), Martucci ha paragonato l’occupazione del Regno delle Due Sicilie all’occupazione del Belgio da parte dei tedeschi all’inizio del secondo conflitto mondiale. Resta vero che l’unità italiana nasce dal dinamismo dello stato sabaudo, cui facevano riferimento gli intellettuali scontenti dai rispettivi governi, e non da un processo decisionale o costituente comune.
Va però ricordato che anche gli altri apparati amministrativi della penisola derivavano dallo stesso modello francese, e che era ben difficile rinunciare al modello del centralismo amministrativo in un momento in cui la classe dirigente moderata sentiva come urgente la questione dello sviluppo del Sud e delle altre zone depresse della penisola.
Certamente, mancò una riflessione sulle forme della rappresentanza.
Nel 1848 i lombardi avevano posto come condizione per l’unione la convocazione di una Costituente che doveva discutere le basi e le forme della nuova monarchia costituzionale: ma la sconfitta di Novara aveva poi arrestato il processo. Al momento della spedizione dei Mille, Cattaneo aveva poi riaperto la questione, proponendo la creazione di forti assemblee locali al Sud per stabilire le forme dell’unione: tramontata questa possibilità, negli anni seguenti Cattaneo continua a proporre forti autonomie locali contro l’onnipotenza del parlamento e dell’esecutivo. In tutto il processo unitario, insomma, se l’idea di nazione fu continuamente evocata la nazione vera restò sullo sfondo, e fu evitata la questione della rappresentatività del nuovo stato e delle forme di rappresentanza adatte a saldare lo scarto tra élite sabauda e le popolazioni degli altri stati.
La restrizione dell’elettorato prevista dallo Statuto era inoltre accentuata dalle difficoltà ad esercitare il voto: toccava all’aspirante lettore recarsi in Comune per dichiarare di possedere i requisiti previsti dalla legge. Salvo casi di persone ben note, non sempre era facile o veloce attestare se i requisiti vi fossero effettivamente.
Alla rappresentanza ristretta si aggiunge un altissimo astensionismo: nel 1861 su 22 milioni hanno diritto di voto poco più di 400.000 (meno del 2%), e di questi, solo 240.000 lo esercitano. Altri sottolinearono che l’assenteismo derivava dai caratteri dei popoli latini, dediti alla cura degli affari privati e poco propensi a occuparsi della respublica: serviva quindi un’opera di educazione, più che un obbligo giuridico. Ciò mostra come gli stessi liberali fossero consapevoli dello scarto tra lo stato liberale italiano e le esperienze liberali europee.
In conclusione, ci sembra utile riflettere su un'osservazione di Allegretti, che giudica l'unificazione così attuata responsabile di un vero e proprio “dualismo giuridico e istituzionale” tipico ancor oggi della nostra penisola, e parallelo al suo dualismo economico e sociale. "Si tratta di una situazione per cui l'uniformità legislativa, applicata stolidamente ad una società così accentuatamente disuniforme nella dimensione territoriale e in quella socio-economica (con sovrapposizione assai forte delle due) e concepita per lo più, anche nei pochi episodi progressisti, sulla base delle tradizioni e dei bisogni delle regioni del centro-nord, si converte nella pratica applicazione in una diversa concreta valenza, in una differenza di regolazione giuridica effettiva, nel centro-nord e nel sud e, se si vuole, nella società contadina e in quella urbana ed industriale" (Allegretti, pp. 405-406).
5. Un debole liberalismo ?
Per capire meglio le vicende e i caratteri dell’unificazione italiana occorre tener presenti anche le osservazioni di autori come De Ruggiero e Allegretti sulla fragilità del pensiero liberale italiano, che presenta secondo loro scarse tracce di originalità, e consiste soprattutto nell’adattamento dei principi liberali alla situazione italiana.
E’ anche vero che l’Italia del primo ‘800 presentava vari ‘ritardi’ rispetto ai paesi più avanzati dell’Europa, in particolare, accanto alla frammentazione in tanti stati, l’assenza di un vero sviluppo capitalistico, la debolezza della società civile, il forte distacco tra classi colte e popolazione. Basti ricordare che a metà ‘800 il 70-80 % degli italiani non sapeva né leggere né scrivere: è la percentuale più alta in Europa dopo la Russia (90 %).
Si genera così un senso dell’inferiorità italiana che è ben presente in molti protagonisti della storia del paese: da Muratori, che nel 1747 scrive di guardare “con invidia que’ dotti oltramontani che trattano la filosofia libera dalle inezie de’ secoli barbarici con tanta acutezza e precisione e con tanta libertà”, e che l’anno dopo constatava che “buona parte dell’Italia resta inferiore nell’industria e nel commercio ai suddetti ultramontani”, a Silvio Spaventa che, pur giudicando il selfgovernement inglese un ottimo modello di amministrazione locale, affermava che era impraticabile in Italia dove solo lo stato poteva governare, dirigere ed educare, ad Antonio Scialoja che riteneva che al Sud si potesse governare solo con la forza. Lo stesso Cavour coltiva un senso preciso dell’arretratezza del paese, impegnandosi in Piemonte in una serie di riforme economiche e strutturali che dovevano portare quel regno al livello dei paesi europei. (Allegretti 191)
Anche nell’elaborazione dello Statuto entrano in gioco argomentazioni simili: ad esempio, Ilarione Petitti di Roreto rilevò che un testo più democratico “sarebbe stato contrario alle tendenze e ai costumi del paese (Allegretti 193). La stessa rinuncia a seri progetti di decentramento, prima e dopo l’unificazione, significò nel concreto l’adesione ad una visione dell’Italia come paese arretrato, privo di una autonoma società civile e bisognoso di essere guidato ed educato dall’alto onde recuperare i suoi ritardi secolari.
Un esempio chiaro è dato dalla questione agraria, per la quale non si seppero trovare soluzioni razionali, e che fu anzi spesso svilita ad un problema di ‘educazione’ delle masse popolari, nel solco di una sorta di “paternalismo illuministico”.
Una nazione incompiuta ?
Già all'indomani della proclamazione dell'Unità, emerse la consapevolezza degli enormi problemi del nuovo ordinamento, e dei profondi squilibri tra una regione e l'altra. Molti autori – allora come ora – sottolineano la chiara percezione dei contemporanei della profonda scissione fra “stato legale” e “stato reale”, sottolineando aspetti come :
- il paese diviso = tra Nord e Sud, tra città e campagne, tra mercato e spinte protezionistiche
- il paese arretrato = per lo stato dell’agricoltura e della proprietà, per le infrastrutture, la crescita economica, ecc.
- il paese ‘separato’ = cattolici non partecipano alle elezioni – classe operaia non ha rappresentanza
- il paese silenzioso = limitata partecipazione alla vita pubblica, analfabetismo, scarsa istruzione, assenza di una vera opinione pubblica ecc.
Anche all’indomani dell’Unificazione resta quindi aperta, e forse in modo più drammatico che mai, la questione delle “due Italie”, da intendere sia come squilibrio tra zone sviluppate e zone arretrate, sia come distanza tra ceti dirigenti e popolo. Resta aperta, in particolare, la questione della “nazionalizzazione” delle masse, ossia della loro partecipazione attiva al nuovo stato.
Chiudo con un’osservazione di Schiavone che in un confronto tra il processo di unificazione italiana e tedesca rileva come in Germania si viva nel secondo Ottocento una stagione intellettuale alta, una sorta di “secolo d’oro” filosofico, letterario e giuridico, e uno sviluppo economico accelerato. L’Italia, invece, si avviò al processo unitario nel pieno di un’età di crisi, con intorno un deserto culturale e civile, che fu certo un elemento che favorì la politica espansiva di Casa Savoia, ma non giovò a creare poi una società civile aperta, interessata alla cosa pubblica, pluralista e in grado di interloquire con le istituzioni.
“La congiuntura – annota Schiavone - appariva come l’esatto rovescio di quella che aveva tormentato invano Machiavelli. Un capovolgimento cui è inchiodato – come a una paradossale geometria – il teorema della storia d’Italia. Allora vi furono civiltà e ricchezza, ma mancò la potenza: le armi, un principe e uno scenario europeo favorevole. Adesso era presente quest’ultima – la macchina bellica piemontese; Torino e la sua monarchia; Cavour; una rete di alleanze e di simpatie internazionali (Francia, Inghilterra) – ma erano scomparse le prime due. Il rovesciarsi degli elementi rese possibile la conclusione del disegno, ma ne fissò il profilo nei termini di una congenita labilità” (Schiavone 1998, pp. 92-93).
6. Fare gli italiani ? Identità civile e caratteri nazionali: una discussione in corso
Celebre è la frase di d'Azeglio quando disse che fatta l'Italia occorreva ora "fare gli Italiani". Da qui si potrebbe partire per capire se e in che misura questo obiettivo è stato perseguito e raggiunto. Ci sentiamo una nazione, oggi, 2009 ?
Quando inchieste e ricerche cercano di rispondere a questa domanda, è inevitabile il richiamo a un varietà di ragioni e percorsi. Già Pasquale TURIELLO in Governo e governanti in Italia (1882) invocava ragioni etnografiche per spiegare la mancanza in Italia di una disposizione alla cooperazione sociale e il forte senso di individualità: ma se all’epoca il positivismo spingeva a spiegare su basi genetiche o di razza comportamenti individuali e sociali, oggi i comportamenti sociali sono visti come un prodotto della storia, la vera radice dei tratti nazionali.
A sua volta, ancora prima, negli anni ’20 dell’Ottocento, Giacomo Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani (1824) rilevava l’assenza in Italia di una vera opinione pubblica, di una società civile basata su valori condivisi, di una letteratura e di una cultura nazionali, di una propensione all’industria. Per Leopardi, in Italia è mancato un processo di “formazione” della società, dell’opinione pubblica e dunque dell’onore sociale, ossia quel valore che ci fa agire rettamente e in modo cooperativo e responsabile anche in assenza di una sanzione. La formazione dell’individuo è rimasta affidata alla famiglia e ad ambiti religiosi e locali.
Molti i caratteri che sono stati additati come “responsabili”, sul lungo periodo, del nostro modo di stare in società e di concepire lo stato e la cittadinanza.
Alcuni sono di tipo geografico e riguardano la “doppia identità”, transalpina e mediterranea, della penisola, quasi una frattura, appunto, fra l’area del Nord proiettata verso l’Europa attraverso i corridoi alpini, e l’Italia mediterranea predisposta all’incontro con altre culture e popoli.
Anche le occupazioni straniere da cui siamo partiti in questa traccia costituiscono un motivo di divisione: l’Italia non è mai stata occupata per intero da uno stesso invasore, e si sono perciò prodotte, anche nello stesso periodo, identità ed esperienze assai frammentate e persino contrapposte.
Altre ragioni sono invece di natura storica:
> il “tradimento della borghesia”, ossia la precoce perdita di slancio e capacità innovative da parte dei ceti produttivi e mercantili medievali, quelli delle città italiane, che pure avevano avuto per 2-3 secoli un autentico primato in campo economico e commerciale
> l’assenza di una dinastia in grado di imprimere una forma di “civilizzazione”, di cultura politica e giuridica condivisa, in grado di fare da riferimento comune alla società civile.
> la presenza di Roma, con la sua azione tesa a controllare le coscienze anche e soprattutto attraverso una profonda osmosi con i poteri civili, e con la sua politica estera diretta a scoraggiare unioni troppo strette fra gli stati della penisola.
> l’assenza di una vera “Riforma” religiosa come quella attuata dalle fedi protestanti, che accentuarono la responsabilità del fedele nei confronti della fede e la necessità dell’impegno diretto del singolo, tutti aspetti che facilmente si trasferirono poi sul piano della vita civile.
Altre ragioni sono di tipo culturale: il basso tasso di alfabetizzazione, la separazione fra cultura dotta e cultura popolare, la permanenza nella penisola di una cultura tradizionale fino all’Ottocento, la diffidenza verso la cultura scientifica e tecnica.
Carlo Tullio Altan ha ripreso l’importanza del Settecento come secolo in cui si accentua il dualismo fra le due Italie, per effetto di trasformazioni diverse al Nord e al Sud : al Nord anche il settore agricolo si sposta verso il mercato e adotta una mentalità produttiva, cosa che non accade al Sud dove le terre sono ancora in mano ai baroni o ai grandi proprietari agrari. Al Sud permane anche nel Sette e Ottocento un sistema di dominio sociale di stampo signorile e arcaico, cui anche la scarsa borghesia si adegua, in funzione di supporto ai proprietari (avvocati, amministratori, notai ecc.). Al Nord si sviluppa dall’età napoleonica in poi un’élite aperta all’Europa, al rischio capitalistico, alla modernizzazione delle campagne, alla discussione pubblica.
Ancor oggi sociologi e politologi registrano, tra i nostri mali istituzionali, la complicazione delle procedure, l’eccesso di burocrazia, le troppe leggi, gli enti inutili, la scarsa trasparenza nella vita pubblica, la concentrazione dell’informazione. La burocrazia, in particolare, anziché come strumento fondamentale della correttezza del potere e dell’efficacia degli interventi pubblici è vista come una specie di “tessuto spugnoso” che impedisce l’azione per le sue abnormi dimensioni, l’arcaicità delle procedure, la lentezza nell’innovarsi, la scarsa efficienza, le pratiche clientelari, ecc. E poi l’eccessivo ruolo dei partiti politici, vera fonte di alcune tra le nostre maggiori disfunzioni, passate e anche presenti.
E poi la diffusione endemica – fino ad essere normale – di forme di delinquenza e criminalità organizzata (camorra, mafia ecc.) che si pongono come veri canali di affari, fedeltà e reti territoriali alternative a quelle pubbliche e statali, ma con queste sono anche intrecciate e colluse.
Ne emerge un quadro che delinea una sorta di “fragilità fisica e ambientale”, di labilità dei contesti pubblici, delle istituzioni e dei legami sociali. Con la sensazione di vivere in una società a rischio, in continua ‘emergenza’: e nella gestione delle emergenze, negli slanci di generosità o di volontariato, siamo davvero bravi. La stessa cosa non può dirsi per la gestione ordinaria delle cose, per il “far funzionare” bene servizi e istituzioni, per l’adesione continua e convinta a regole, leggi, norme.
Siamo un paese ‘dissociato’ ? un po’ schizofrenico ?
Per capire meglio occorre considerare altri elementi del nostro essere o non essere nazione, tratti di natura per così dire “antropologica”, quelli che si usa chiamare i “caratteri nazionali”.
Come sono gli italiani ? quali gli atteggiamenti più diffusi verso la vita civile, le istituzioni, la legge ?
Quali invece i comportamenti diffusi che ci allontanano dalle società europee formatesi in un arco temporale più lungo, con la possibilità di sedimentare meglio regole e esigenze della vita collettiva e civile ?
Qui davvero entriamo in un cantiere aperto, in un dibattito in corso che periodicamente occupa le pagine di giornali e riviste con inchieste sull’italiano medio, sulla nostra specificità come popolo, sui nostri vizi e difetti nazionali: familismo, individualismo, pratiche clientelari e favoritismi nella sfera pubblica, scarso senso civico, municipalismo, scarsa acculturazione scarsa (leggiamo pochi libri, romanzi inclusi !), il primato, in ogni condotta, dell’intenzione sulla responsabilità, delle parole sui fatti
E poi una percezione ambivalente del potere, cui conviene adattarsi “ma ritagliandosi una propria personale misura di disobbedienza, combinata con l’ostilità – altrettanto praticata – verso le regole generali e l’uniformità delle leggi” (Altan).
E ancora: un’immagine dello stato come possibile nemico, del quale diffidare una rappresentazione molecolare e autosufficiente di sé, un sé chiuso nella dimensione privata e familiare, che tende a far sbiadire sullo sfondo i vincoli della socialità e della sfera pubblica.
Altan ha parlato di assenza in Italia di una qualche forma di “ethnos”, ossia si una “configurazione simbolica, che fornisce a coloro che lo condividono le motivazioni adeguate a un comportamento di attiva e gratificante partecipazione, nel nome di valori comuni, alla vita collettiva” (Ethnos e civiltà, 1995, p. 103).
Gambino rileva una “disfunzione di socialità”, ossia uno scarso civismo, e in certi casi forme di inciviltà collettiva. L’italiano medio, pur sapendo bene di vivere in una società, tende a percepirla come un elemento di turbativa del vero ambiente in cui egli è naturalmente collocato, ossia la famiglia, le amicizie, la rete dei rapporti personali, e altre relazioni di questa natura, comprese le diverse forme di ‘clientela’ (assumendo il clientelismo come categoria ampia, come rapporto duale, basato su uno scambio immediato, in cui si esclude il “terzo” che dovrebbe fare da garanzia: legge, istituzioni, procedure ecc.).
Anche Galli della Loggia parla della riluttanza italiana “ad accettare come vincolante tutto ciò che non sia specificamente incardinato nell’orizzonte di vita degli individui, nei loro legami e nei loro sentimenti o bisogni”. E mette poi l’accento sulla litigiosità italiana, ben lontana dal modello della debating society, dove il dialogo collettivo di articola attorno ad alcun temi, in forme ordinate, e produce un’opinione pubblica consapevole e ‘critica’. In Italia pare prevalere un modello assembleare che prevede il parlare di tutti su tutti e su tutto, che fa affiorare una autentica “microconflittualità”, e che si dimostra perciò incapace di mettere dei limiti al contendere.
Anche Raboni, in un articolo sul “Corriere della Sera” del 1996 (Cultura, il trionfo dell’incompetente) aveva osservato che l’abitudine tutta italiana di intervistare tutti su tutto, o di esprimere opinioni politiche in ogni ambito, dagli show televisivi ai salotti, dove tutto è valutato e regolato coi dettami del sentimento, della spontaneità e della immediatezza, mostra il rifiuto di accettare una necessaria strutturazione della vita pubblica per ambiti, competenze, esperienze, meriti ecc.
Infine, ancora più significative le osservazioni di Gambino sulla nostra scarsa “etica pubblica”. Specie quando afferma che l’italiano ‘medio’ non solo non segue l’etica ma la disprezza, la avverte come un criterio con cui si valutano solo le azioni degli altri, mentre applica ai propri comportamenti i criteri dell’efficacia e della furbizia, come la diffusione della corruzione e dei favoritismi ben dimostra. Del resto, senso civico, onestà e etica pubblica si trasmettono solo se sono incarnate da figure esemplari, ma abbastanza numerose da diventare un ceto politico e dirigente. Si ha lealtà verso società se la si considera un corpo “realmente” esistente; allora la res publica si configura come ciò che è di tutti e non come ciò che non appartenendo a nessuno può essere dilapidato e usato a proprio esclusivo vantaggio. Come diceva Corrado Alvaro, “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile” (cit. in Gambino).
L’Italia, osserva Galli della Loggia, è stata dal Rinascimento in poi un contesto che ha promosso l’individuo e il genio individuale come poche altre. Ma è anche paese di individui che fanno ancor oggi fatica ad essere cittadini in senso ‘moderno’, ossia a rispettare l’uguaglianza di condizioni e di opportunità, la libera contesa delle opinioni, il valore della stima altrui da cui dipende, come diceva Leopardi, il senso della società. Ma perché l’individuo diventi cittadino è stato necessario, nella storia europea, lo stato: e proprio questo in Italia prima è mancato e poi, una volta creato, sia pure “artificiosamente”, ha trovato il suo limite nei particolarismi e nelle tante e diverse Italie chiamate a dar vita al nuovo ordinamento.
Letture
U. ALLEGRETTI, Profilo di storia costituzionale italiana. Individualismo e assolutismo nello stato liberale, Bologna, Il Mulino, 1989.
C.T. ALTAN, La coscienza civile degli italiani: valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1997
C.T. ALTAN, Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta, Udine, Istituto editoriale veneto friulano, 1995.
C.T. ALTAN, La nostra Italia: arretratezza socioculturale, clientelismo, trasformismo e ribellismo dall'unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1986.
E. GALLI DELLA LOGGIA, L’identità italiana, Bologna, Il Mulino 1998.
A. GAMBINO, Inventario italiano. Costumi e mentalità di un Paese materno, Torino, Einaudi, 1998
C. GHISALBERTI, Dall’antico regime al 1848, Bari, Laterza, 1978.
C. GHISALBERTI, Storia costituzionale d'Italia 1848/1948, Bari, Laterza, 1981
R. MARTUCCI, Storia costituzionale italiana. Dallo Statuto Albertino alla Repubblica (1848-2001), Roma, Carocci, 2002.
F. MAZZANTI PEPE, Profilo istituzionale dello stato italiano, Roma, Carocci, 2004.
G. MELIS, Storia dell’amministrazione italiana, Bologna, Il Mulino, 1996.
R. ROMANELLI, L’Italia liberale (1861-1900), Bologna, Il Mulino, 1979
G.E. RUSCONI, Possiamo fare a meno di una religione civile?, Roma, Laterza 1999
G.E. RUSCONI, Se cessiamo di essere una nazione: tra etnodemocrazie regionali e cittadinanza europea, Bologna, Il mulino, 1993.
A. SCHIAVONE, Italiani senza Italia. Storia e identità, Torino, Einaudi 1998.
fonte: www.sp.units.it
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Lezioni di storia tutto di tutto
La mistica della Patria
di Fabio Todero
Premessa
Io partii solo da Venezia nel pomeriggio di giovedì 11, con due buoni compagni e con trentanove gradi di febbre. Scelsi il giorno 11 in commemorazione dell’impresa di Buccari. Il mio piccolo quartier generale notturno stava di faccia all’alberghetto dove gli sbirri sorpresero Oberdan. La partenza fu ritardata da più di una avversità. Potei superare ogni impedimento, e formare la colonna verso le cinque del mattino. Le stelle brillavano come in Quarto dei Mille. Erano tutte fauste. L’alba era corsa da un brivido garibaldino. Su la via di Fiume presi con me quanti volli. Poche mie parole bastavano a muovere compagnie, battaglioni, squadriglie .
Con queste parole, pronunciate il 17 settembre, a cinque giorni dall’ingresso dei suoi legionari nella città liburnica, Gabriele D’Annunzio ricordava gli esordi della sua impresa. Al centro di queste poche frasi è proprio la parola dannunziana, capace di trasformarsi in azione, di plasmare le coscienze e la volontà di chi ascolta: qualcosa di simile al Verbo creatore nel libro della Genesi) o, per rimanere all’Antico Testamento, al Cantico di Giuditta (16, 17): «...e nessuno può resistere alla tua voce». In effetti, in questo breve passo è possibile trovare una serie di elementi chiave per l’edificazione della mitologia patriottica dannunziana, portata nei giorni di Fiume al massimo grado, con il massimo effetto: il ricordo di Buccari, con l’indiretto richiamo alla Grande guerra, ma anche al tema dell’italianità adriatica, nonché alla personalissima mitologia dannunziana; il ricordo del quartier generale di Ronchi posto accanto al luogo della cattura di Oberdan, e dunque il richiamo al primo martire dell’irredentismo; l’evocazione delle imprese garibaldine, ma anche del radioso maggio, aperto appunto dal discorso di Quarto; un tocco di antico, con il riferimento al favore delle stelle; su tutto, infine, la parola del Vate con la sua capacità formativa e trasformativa .
Anche se dell’avventura fiumana non fu certo l’unico motore o la sua causa prima – cosa della quale potevano probabilmente illudersi esteti, poeti, artisti e curiose figure di dandy che vi presero parte – alle sue origini e per tutta la sua controversa durata, la parola dannunziana vi occupò un posto centrale anche grazie allo straordinario prestigio di cui egli godeva accresciuto dal ruolo esercitato nel periodo della lotta per l’intervento e durante il conflitto.
Per comprendere almeno in parte le ragioni della presa che un intellettuale poteva esercitare sulla società italiana – o su parte di essa – giova ricordare che D’Annunzio aveva utilizzato con grande abilità tutte le possibilità che i mezzi di comunicazioni della sua epoca potevano offrirgli. Della sua stessa vita egli aveva fatto uno strumento per porsi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica: i molti scandali e le numerose imprese amorose, i duelli, l’avventurismo politico, l’uso spregiudicato dell’erotismo anche nella veste editoriale dei suoi testi che sfiorò la pornografia avevano finito per renderlo un personaggio assai noto in Italia, molto probabilmente più per questi aspetti pubblici della sua vita privata che non per l’attività letteraria. Le sue opere, del resto, non intendevano – né avrebbero potuto – essere rivolte a un pubblico di massa, che fu dunque conquistato dall’uomo, piuttosto che dallo scrittore. Non a caso, prima ancora che le sue audaci imprese belliche ne ingigantissero la fama , la sua popolarità era tale da indurre un critico siciliano, Giuseppe Antonio Borgese, a coniare nel 1909 il termine «dannunzianesimo» . Parola e linguaggio dannunziani (nonché quello che chiameremo genericamente il «discorso patriottico», riferendoci non esclusivamente a D’Annunzio) vanno pertanto interpretati alla luce di un’epoca nella quale: a. Oratoria, retorica, linguaggio, ma meglio sarebbe dire linguaggi, manifestazioni, celebrazioni che vedevano la partecipazione di larghe schiere di persone, occupavano un posto importante nella vita politica e sociale italiana (e non solo italiana); b. Tali generi ed occasioni, veicoli in primis di un discorso nazionale-patriottico dalle sfumature fortemente religiose, erano stati largamente utilizzati negli anni che precedettero la Grande guerra; momento culminante della diffusione di sentimenti patriottici, le celebrazioni per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia ; anche il consenso con cui fu generalmente accolta la Guerra di Libiarientra in quest’ambito ; si tratta di una strategia che, con il concorso di altri fattori (scuola, esercito, toponomastica, arredo urbano, musei) venne utilizzata in quel processo di educazione ai valori della nazione che è stato definito «nazionalizzazione delle masse» ; c. Esse, ancora, furono largamente utilizzate nel periodo della Grande guerra, evento chiave del Novecento anche sotto il profilo della creazione di miti e di simboli nonché per la sua influenza decisiva sulla costruzione di una religione della patria. In tale contesto, l’accentuazione del ricorso alla sfera del religioso si intrecciò strettamente al culto del soldato caduto, rituale largamente diffuso nel Paese (e in tutti i Paesi usciti dal conflitto) anche in relazione al diffuso clima di lutto presente nell’Italia e nell’Europa del primo dopoguerra . Tutti questi elementi dunque, che nello stile, nel linguaggio e perfino nella gestualità di D’Annunzio si rivestono di connotazioni particolari, avevano alle spalle un percorso significativo che non era certo rimasto estraneo alla coscienza degli italiani, in particolare a quella delle classi colte, e non rappresentavano per essi una novità assoluta; la novità era semmai rappresentata dal contesto e dalle modalità con le quali il vate avrebbe potuto sperimentarne l’efficacia, e mi riferisco evidentemente proprio all’impresa fiumana. D’Annunzio, infatti, non fu il primo a proporsi quale cantore delle gesta nazionali: prima di lui, con analoga autorevolezza, sia pur con personalità e modalità diverse, c’erano stati Giosuè Carducci e poi Giovanni Pascoli, cantore delle gesta coloniali della «grande proletaria» .
Parole chiave
Dovendo fare i conti con un periodo e un fatto storico nel quale le parole furono così importanti, ritengo corretto partire proprio dalle parole che qui saranno più frequentemente utilizzate, prima della quali la parola patria. Nel Vocabolario italiano della lingua parlata, di Giuseppe Rigutini e di Pietro Fanfani (Barbera ed., Firenze 1906), al lemma «patria» troviamo:
Paese, Regione dove altri è nato e vissuto alcun tempo, e dove avevano domicilio i suoi genitori; ma nel più alto e nobile senso abbraccia il paese dove uno è nato, e la nazione di cui fa parte: «Gli Svizzeri, che sono fuori per ragioni di commercio, desiderano sempre la patria: - Stato per molto tempo in Francia, alla fine è voluto tornare in patria: - Amore di patria: - Combattere per la patria: - Finalmente la nostra patria è libera dagli stranieri: - Bisogna amare sopra ogni cosa Dio, la patria e i genitori: - Uomo che amava la patria: - Il Re ha difeso la gloria della patria: -Ha tradito la sua patria: Cari ci sono i genitori, cari i parenti, cari gli amici, ma tutti questi amori l’amor della patria li comprende e li domina». La madre patria dicono que’ delle colonie all’antica patria de’ loro progenitori: «Per gli Americani la madre patria è l’Inghilterra». La patria celeste, intendesi Il paradiso. – Dal latino patria.
… al lemma «patriottismo»: «Qualità astratta di patriotta. Sincero e caldo amore di patria: “Niuno mette in dubbio il suo patriottismo”». Ancora, alla voce «patriottico»: «Di o da buon patriotto: “Sentimenti patriottici: - Azioni patriottiche.” E detto di cose che riguardano la libertà e il viver civile: “Canzoni patriottiche: - Dramma patriottico.” – Dal basso latino patrioticus». È quest’ultima definizione a offrirci degli spunti piuttosto interessanti: l’aggettivo patriottico è infatti accostato a termini come libertà e vivere civile: non vi è patria dunque, senza libertà e senza civiltà. Esaminiamo, infine, la definizione di «patriotto» e della sua variante «patriotta»: «Chi ama la patria e si studia di giovarle senza curar di sé stesso: “È un buon patriotta: - Il coltivare la lingua è opera di vero patriotto.” [ed è quanto stiamo facendo qui, a quanto pare…] Della stessa patria, Compatriotto: “Egli è mio patriotto: - Siamo patriotti.” Dal greco πατρίωτης».
Le esemplificazioni scelte dall’illustre filologo toscano, aggiornate dal collega Giuseppe Rigutini, puntano come si può vedere su un concetto molto elevato di patria che viene accostato all’amore, alla gloria, alla distanza, al tradimento, alla morte, alla libertà, al combattimento. Il Signore vi fa la sua apparizione, ma Fanfani pensò opportuno ricordare l’espressione patria celeste, confinando la sfera del religioso ad un ambito circoscritto. Il che ci rimanda all’altro termine del titolo, «mistica», evidentemente un concetto derivante dalla sfera della teologia. In effetti, esso si riferisce agli sviluppi della cosiddetta «religione della patria» nella particolare accezione in cui questa fu elaborata da Gabriele D’Annunzio ; essa va messa in rapporto a un’idea sublimata di patria, della quale i patrioti rappresentano il «corpo mistico», unione di spiriti in relazione tra loro grazie alla comune partecipazione a determinati valori e all’idea del sacrificio, della «testimonianza» del proprio credo, professato fino al martirio. Ma ci imbatteremo anche in una componente geografica di tale «corpo mistico», di una geografia dello spirito comprensiva di territori che rientravano in una «più grande Italia».
Occorre dunque cercare di capire che cosa il concetto di patria, letto alla luce delle interpretazioni linguistiche dell’epoca e collegato alla sfera del religioso, abbia potuto rappresentare per la generazione di italiani che affrontò la Grande guerra e che fu poi disponibile, ma in numero infinitamente minore, a seguire d’Annunzio nella sua avventura fiumana. Per alcuni di essi infatti – una frazione minima: si consideri che nel triennio 1915-1918 erano stati mobilitati oltre 5.000.000 di uomini! – di tale esperienza l’impresa di Fiume rappresentò la continuazione e il coronamento; per altri, per i più giovani, essa ebbe invece una sorta di valore «compensativo». Se per ragioni soprattutto anagrafiche, questi non avevano potuto partecipare alla grande avventura della guerra, ora la questione adriatica permetteva loro di riempire un vuoto altrimenti incolmabile; un fattore che avrebbe pesato anche nell’esperienza dello squadrismo . A questo scopo, è necessario rivolgersi ad alcuni dei modelli educativi impartiti a quelle generazioni attraverso la letteratura e in particolare attraverso la letteratura per l’infanzia, quella che passava cioè attraverso il ciclo scolastico obbligatorio. A proposito di «amor di patria», fondamentale fu senza dubbio il ruolo svolto dal libro Cuore (1888) di Edmondo De Amicis, mentre alla radice di un culto religioso dell’amor di patria e della patria stessa, è il pensiero di Giuseppe Mazzini: la «nazionalità è sacra, la bandiera è stata data a ciascun popolo da Dio, la patria «è il segno della missione che Dio v’ha dato da compiere nell’umanità» .
La traduzione di ideali patriottici in atti concreti che potevano giungere fino al sacrificio di sé si possono rintracciare in diversi momenti della storia della giovane nazione italiana, nonché in luoghi determinati. Ovviamente, il primo di questi momenti è rappresentato dalle guerre risorgimentali e in particolare dal volontarismo garibaldino, quando la diffusione degli ideali patriottici era ancora assai limitata e la patria degli italiani doveva ancora essere costruita: è in quella temperie, infatti, largamente intrisa di un romanticismo esasperato, che si può rintracciare un atteggiamento di piena disponibilità a sacrificare la propria vita per la patria . Nel pensiero mazziniano, nasce e si sviluppa l’idea di una religione della patria che tutti affratellava in una mistica unità il cui tessuto connettivo erano la lingua, le tradizioni, la cultura. Già agli albori del Risorgimento, spedizioni come quella dei fratelli Bandiera erano intrise di romanticismo e di un senso talmente esasperato dell’amor di patria da rendere sublime la morte e il sacrificio per essa. E non era solo, per allora, questione di linguaggio . Con il che abbiamo toccato un altro dei capisaldi della mitologia fiumana, quello del volontariato, alla base dell’esperienza fiumana, con in testa il garibaldinismo cui si intrecciò il mito dei volontari irredenti della Grande guerra.
L’eredità di questo aspetto particolare dello spirito risorgimentale – la disponibilità al sacrificio estremo per la patria – venne raccolta innanzitutto in quelle terre dove vivevano comunità di italiani ancora staccati – appunto – dalla «madre patria». A essa si sentivano uniti spiritualmente e volevano essere uniti effettivamente quanti si ispiravano ai valori dell’irredentismo : proprio nella comune lingua, cultura, ispirazione ideale essi individuavano i fattori che li facevano sentire parte della patria di tutti gli italiani che nel frattempo era nata, pur essendone essi rimasti esclusi: una comunità che andava al di là della realtà tangibile e che affondava le sue radici in un passato letto in termini mitologici, a partire dall’interpretazione del retaggio romano e veneziano. Nella regione adriatica, in particolare, celebrata in versi celeberrimi proprio da Giosuè Carducci , il Risorgimento era ancora vivo, al punto che un autore come Umberto Saba poteva ripetere che «nascere a Trieste nel 1883 era come nascere altrove in pieno risorgimento». Una patria ideale e idealizzata, vissuta con animus romantico, dunque, per la quale un personaggio come Guglielmo Oberdan intese sacrificare consapevolmente la propria vita. Di qui la sacralizzazione della memoria del giovane triestino, e il vero e proprio culto che sarà coltivato intorno alla sua figura. Non a caso, Giosuè Carducci ne valutò così la condanna: «No, [...] Guglielmo Oberdan non è condannato. Egli è un confessore e un martire della religione della patria… Egli andò, non per uccidere, io credo, per essere ucciso» . Allo stesso modo, come vedremo, D’Annunzio si sarebbe presentato ai fiumani, con espressioni che si richiamavano all’idea cristiana del totale sacrificio di sé e al ricordo di Oberdan.
A rinvigorire quei miti, sarebbe intervenuto il cinquantesimo anniversario dell’Unità, proclamata da Giovanni Pascoli «anno santo della patria ... Santo, io ripeto. Quello che noi facciamo e il popolo italiano fa, non è una festa e una commemorazione civile, ma è una cerimonia religiosa. Noi celebriamo un rito della religione della Patria» . È evidente, e non è solo questione nominalistica, che in questo modo il sentimento civile di amor di patria veniva trasposto da un piano terreno e politico, nel senso dell’appartenenza alla polis, a un piano sublimato, di ordine religioso.
Eredi del gesto di Oberdan furono i già ricordati volontari irredenti della Grande guerra, trentini e giuliani, dalle cui fila peraltro sarebbero provenuti diversi protagonisti dell’impresa fiumana tra i quali il fiumano Nino Host Venturi, ed Ercole Miani, Giuseppe Pogatschnigg (Pagano), Gabriele Foschiatti rappresentanti dell’ala mazziniana e repubblicana del composito mondo dei «legionari» fiumani . Ispirati dai modelli risorgimentali, formati al culto classico della patria e dell’eroismo, per molti volontari ben si può parlare di misticismo, di una consapevole pulsione di morte che li sospinse sui campi di combattimento della Grande guerra, rivelatisi assai meno romantici di quanto avevano potuto vagheggiare. Nel momento in cui erano scesi in campo, sin dai momenti della lotta per l’intervento, essi non avevano avuto dubbi: ogni differenza politica o ideologica andava riposta davanti alla necessità dell’azione. Poterono così aderire al movimento interventista repubblicani, nazionalisti, simpatizzanti socialisti o anarco-sindacalisti, un mondo composito per il quale Salvatore Lupo, riprendendo Hannah Arendt, ha potuto parlare di radicalismo . Gran parte di questo mondo radicale si sarebbe ritrovato a Fiume, nel nome di una patria i cui contorni e i cui significati dovremo ora cercare di definire.
Quale patria?
Proprio quel momento cruciale della storia italiana – la scelta dell’intervento – pone un problema di fondamentale importanza che ci rimanda diritti alla questione fiumana, ovvero di quale patria parlavano gli interventisti e di quale patria avrebbe parlato D’Annunzio a Fiume. Non era solamente una patria ideale, ma una patria «altra» rispetto a quella ufficiale e cioè quella di Giolitti e dei deputati che non avevano voluto il conflitto, deciso come noto con un colpo di mano della Corona e del ministro degli Esteri Sonnino attraverso il Patto segreto di Londra. In effetti, nel decennio che ha al suo centro proprio la Grande guerra, individuato da E. Gentile negli anni 1912-1922 ‒ e dunque tra la fine della Guerra di Libia e l’avvento del fascismo ‒, si affermano idee diverse di nazione e di patria, tra loro conflittuali. Tutte, però, individuavano nell’Italia liberale e nel parlamentarismo un esausto fantoccio da abbattere. Atteggiamenti di critica anche feroce nei confronti della «patria ufficiale», ovvero dello Stato e del governo che la rappresentava, avevano del resto alle spalle una lunga tradizione nel mondo intellettuale, dettata da svariate ragioni. Fu questo il caso di Giosuè Carducci che poté muoversi su una linea di «impegno politico di dissenso dalla classe dirigente che con la sua mediocrità aveva tradito gli ideali del Risorgimento» . E c’era la critica amara che al Risorgimento e al suo tradimento veniva da grandi scrittori meridionali: il tardo Federico De Roberto de L’imperio, ormai vicino alle testi del nazionalismo e duramente polemico nei confronti di un parlamento descritto come malattia mortale e putrescente, o il Pirandello de I vecchi e i giovani, deluso dalla corruzione e dalle trame della politica romana . Furono poi le riviste fiorentine, «violentemente antigiolittiane; di spiriti classisti e antisocialisti; esaltatrici del nazionalismo, del colonialismo, più tardi dell’interventismo; irrazionaliste in filosofia; propugnatrici di un attivismo fermentante di echi nicciani e stirneriani; celebratrici della guerra» e naturalmente il nazionalismo che vagheggiava una patria altra, più grande, più forte, che affondava le sue radici nella grandezza di Roma antica il cui impero legittimava appunto le ambizioni di una patria che non poteva essere rappresentata dal giolittismo. Ed appunto ad un’altra patria pensavano i rappresentanti della galassia interventista, sulle cui sensibilità, già così accese, le parole di D’Annunzio ebbero un effetto esplosivo. «Noi non lasceremo disonorare l’Italia – egli proclamava –; non lasceremo la patria perire … Quel che è necessario, si compia! La integrazione della patria si compia! La resurrezione della patria si compia!». È evidente che se la patria doveva risuscitare, essa giaceva morta per la «viltà, il tradimento, paura, miseria e contagio d’uomini e di cose … Voi volete un’Italia più grande non per acquisto ma per conquisto, non a misura di vergogna ma a prezzo di sangue e di gloria!» . Non era dunque l’Italia della politica, ed è significativa l’accezione negativa che veniva suggerita per questa parola, ma l’Italia del «conquisto», ovvero dell’azione militare. Nulla di diverso, direi, da ciò che avrebbe mosso i legionari e quanti si ritrovarono a Fiume a partire dal settembre 1919. In questa strategia dannunziana della parola, un posto centrale occupa appunto il famoso discorso di Quarto, l’Orazione per la sagra dei Mille (5 maggio 1915), aperto dalla mistica invocazione dei vivi e dei morti – un altro motivo abbondantemente ripreso nelle orazioni fiumane – che «tornanti pel Tirreno, dai sepolcreti di Sicilia … diranno: “Lode a Dio! Gli Italiani hanno riacceso il fuoco su l’ara d’Italia» che avrebbe dovuto divampare nel cielo dell’«Alpe d’Oriente» . E a proposito di richiami al sacro e al linguaggio del cristianesimo, che sarà appunto largamente ripreso dal D’Annunzio fiumano, è emblematica la celebre e blasfema chiusa del discorso, parafrasi in chiave nazionalista e guerrafondaia delle beatitudini che, ispirate alla mitezza, alla pace e all’amore nell’insegnamento di Gesù Cristo, erano qui piegate per costruire una civiltà della guerra e dell’odio.
Non è certo questo il luogo per ripercorrere tutta la vasta fenomenologia dell’oratoria dannunziana, ma è importante sottolineare che le basi per il bagaglio lessicale, mitologico e simbolico che sarà utilizzato a Fiume era già stato gettato nel periodo della sua battaglia per l’intervento, così come le modalità comunicative e lo scenario scelti dal poeta per le sue allocuzioni, che anticipavano «una parata della “nuova Italia”» il cui avvento e la cui affermazione erano preconizzati dalle forze del nazionalismo variamente connotato» .
Va da sé che le diverse componenti di questo mito della patria – qualunque essa fosse – dovettero misurarsi con la realtà di una guerra le cui caratteristiche ben poco spazio lasciarono all’ideale… Eppure anche per questo, proprio per questo, quell’evento fu determinante per la costruzione di una «mistica della patria». Già durante il conflitto, uno spazio preponderante fu occupato dal culto del soldato caduto, di cui D’Annunzio a Fiume avrebbe fatto sapientemente uso, per alimentare il quale fu largamente utilizzata anche la figura del volontario irredento caduto, non disdegnando il ricorso a celebrazioni di massa . Tali manifestazioni conferivano infatti ai partecipanti un senso di comunione, di unità mistica che trovava la sua ragione ultima nella patria, per il bene della quale altri non aveva esitato a dare la propria vita. Nel primo dopoguerra, proprio le celebrazioni in onore dei caduti fecero generosamente leva su questi aspetti irrazionali e sulla psicologia di massa.
A Fiume
Il secondo momento in cui D’Annunzio si presentò all’opinione pubblica nazionale, forte ormai delle numerose avventure belliche di cui era stato protagonista, fu quello delle polemiche relative alla questione adriatica esplose durante le trattative in corso a Versailles . Per sostenere la causa di una «più grande Italia», in opposizione alle posizioni espresse dal presidente americano Wilson, egli fece nuovamente ed esplicitamente ricorso al bagaglio di simboli, miti e riti utilizzato durante la lotta per l’intervento, attraverso articoli di giornale ed orazioni pubbliche. Schierato su posizioni ultranazionaliste, D’Annunzio si batté per il conseguimento di Fiume e della Dalmazia. Già autore della famosa espressione della «Vittoria mutilata» , nei mesi che precedettero l’avventura fiumana egli fu molto impegnato nell’edificazione del mito della Dalmazia, dell’Adriatico Mare nostrum (già al centro della propaganda nazionalista durante la guerra: es. gli articoli di Tommaso Sillani) , nella rivendicazione dell’italianità di quelle terre, attraverso l’esaltazione dell’eredità veneziana, condita da continui richiami al mito di Roma. Condita anche, purtroppo, anche di espliciti atteggiamenti razzistici nei confronti in particolare delle popolazioni croate, che di volta in volta vengono definite «accozzaglie di Schiavi meridionali che sotto la maschera della giovine libertà e sotto un nome bastardo mal nasconde il vecchio ceffo odioso» ; «schiave ria bastarda e le sue lordure e le sue mandre di porci» e quant’altro. Egli proseguì così nella definizione di una mistica patriottica, costruita sulla valorizzazione di simboli (in particolare la bandiera) e di espliciti riferimenti religiosi, che peraltro cozzano decisamente con gli esempi di linguaggio tutt’altro che religioso cui si è appena fatto riferimento: «Stiamo noi fisi al Santo Volto, al volto divino della Patria, che è tuttora coronato di spine, che è tuttora lordato di polvere, che è tuttora rigato di sudore e di sangue. È il solo volto che splende» .
Proprio nella già ricordata Lettera ai Dalmati, pubblicata tra il 14 e il 15 gennaio 1919 sulla «Gazzetta di Venezia», sull'«Idea nazionale» e sul «Popolo d'Italia», egli aveva potuto esplicitamente affermare di aver «combattuto per la più grande Italia. Vogliamo l’Italia più grande. Dico che abbiamo preparato lo spazio mistico per la sua apparizione ideale», riferendosi appunto alle terre adriatiche . Nel testo, veramente esplicativo dell’ideologia dannunziana e del suo nazionalismo estetizzante, si incontrano davvero i cardini di quella che sarà la retorica fiumana: l’idoleggiamento della più grande Italia, che non poteva rinunciare alle terre di Dalmazia; il mito della nazione grande e l’immagine hobbesiana della «nazione leonessa della nazione»; il mito dei caduti che reclamavano il diritto dell’Italia ai giusti compensi per i sacrifici compiuti; il mito della «pace romana». Al fondo, l’esaltazione dell’eredità veneziana della Dalmazia, della Dominante e delle sue bandiere, sepolte ma pronte a essere nuovamente spiegate per affermare l’italianità di terre che ora, altre nazioni e una classe politica imbelle volevano negare al paese: «per questa divina Patria abbiamo combattuto. Per questa vogliamo ricombattere. E chi si rammaricò di non averle dato la vita, oggi si rallegra di potere ancor gettare nella battaglia nazionale quanto gli resta» . Così, mentre varie iniziative più o meno segrete andavano profilandosi per un colpo di mano su Fiume, la propaganda dannunziana preparava il terreno all’impresa imminente che aveva al suo centro una concezione mistica e religiosa del proprio ruolo:
Soffiò loro nel viso, e disse loro: Ricevete lo spirito». Questa è la parola del vangelo di Giovanni. Fiume oggi soffia nel viso di tutti noi italiani, ci avvampa il viso col suo soffio, e ci dice: Ricevete lo Spirito, ricevete la Fiamma: […] Celebriamo oggi, nella gloria di Fiume e nella gloria di quel giovine leone d’Italia, la festa dello Spirito. […] È la città olocausta, la città del sacrificio totale, la rocca del consumato amore: quella che riempie di fuoco le occhiaie bianche di tutti i nostri morti marini radunati nel Carnaro a mirarla e bearsi .
Deposito, teatro e luogo in cui confluirono tutte queste contraddizioni, ed in primis quelle della linea eversiva che attraversava la storia del paese in quel primo scorcio del Novecento, ma anche tutto il bagaglio mitologico, simbolico, retorico di cui si erano avvalsi D’Annunzio e il discorso patriottico sulla Grande guerra, fu la Fiume occupata dalle truppe del poeta dal settembre 1919 fino al cosiddetto «Natale di sangue» del 1920. L’eclettismo dell’esperienza fiumana, che più volte abbiamo sottolineato e che va rapportato all’esperienza del fronte interventista, la diversità dei personaggi e dei gruppi politici che vi furono coinvolti sono a mio avviso il frutto di diverse questioni aperte e non risolte dal conflitto, tra le quali sottolineerei: a. Lo smarrimento delle coscienze successivo alla Grande guerra, la consuetudine alla violenza come strumento di lotta politica, il valore assunto dal combattentismo (anche questo peraltro, movimento dai volti diversi) e dal suo mito ; b. La volubilità estrema della classe intellettuale italiana di quel periodo; c. La funzionalità di una concezione mistica della patria capace di sublimare le differenze in un concetto astratto e mitopoietico capace, almeno all’apparenza, di presentarsi quale valore universale, ma in realtà fortemente discriminante. Terreno d’intesa dell’ideologia del fiumanesimo è proprio una visione largamente misticheggiante della patria, intesa come insieme di spiriti pronti a sacrificare anche la vita per essa, in comunione con i caduti della Grande guerra, padri spirituali – o meglio fratelli maggiori – dei nuovi combattenti per la più grande Italia: quella che – ricordiamolo ancora una volta – ambiva alla conquista della dignità nazionale attraverso l’azione, scavalcando i meccanismi della politica e della diplomazia. Si rinnovò così la situazione del radioso maggio, quando la volontà di entrare in guerra fece superare a personaggi e culture politiche diverse ciò che li separava. Certo, ciò che ora le univa era il fastidio e il rifiuto per il parlamento, per l’Italia liberale, per i suoi legittimi rappresentanti incapaci di far valere le proprie ragioni nel consesso internazionale, un rifiuto ammantato di nobili idealità nel nome sublime della patria del Carso e del Piave, dei sacrifici, delle trincee e dei caduti. «Qui è la Patria. Qui nuovamente si respira il vento eroico, si ansa nuovamente nella gloria, si ripalpita di allegrezza, si risplende di affilata volontà. […] L’Italia vera ci comanda questa fermezza» .
Un’altra componente non secondaria dell’impresa fiumana fu l’esaltazione della giovinezza . La rivolta di un mondo giovane contro il vecchio aveva del resto connotato anche l’esperienza del volontariato della Grande guerra, nonché in generale l’esperienza dei volontari (garibaldini inclusi); Giovinezza era divenuto l’inno degli arditi che a Fiume accorsero numerosi. A scorrere gli elenchi dei Legionari triestini, goriziani e istriani arruolati nel Battaglione Volontari Venezia Giulia in Fiume d’Italia, compilato da Ercole Miani balza agli occhi il grande numero dei giovanissimi (le classi dal 1900 in su, ovvero di quanti per ragioni anagrafiche erano rimasti esclusi dalla grande prova della guerra); gli altri, per lo più, erano uomini di giovane età, nati nell’ultimo decennio dell’Ottocento . La generazione fiumana – se in questi termini se ne può parlare e forse la definizione è eccessiva, dato che non si trattò di un fenomeno di massa – fu giovane sì, ma anche doppiamente eversiva: in nome di una Patria altra, che non coincideva con le istituzioni dello Stato liberale italiano, sentite come freno inibitore del dispiegamento delle energie della giovane nazione italiana, si coltivava il culto di una patria astratta, largamente idealizzata e dai contorni decisamente ambigui. Così, «alla giovinezza incorruttibile d’Italia» si sarebbe rivolto D’Annunzio a Fiume, invocando il delitto di lesa patria che vi si andava commettendo da parte dell’Italia «di Caporetto». In quanto alla fascinazione per il poeta-condottiero, non meno interessante è quanto si può leggere in un libello di Umberto Foscanelli:
La forma di vincolo che ha preso «il legionario» verso «il suo Comandante» ha dello spirituale, e del magnetico; è fatta di una forma interiore e di dedizione perfetta. Il Comandante ha in sé il fascino del dominatore. Anche quando parla in umiltà. Anzi; è proprio allora che maggiormente si manifesta la sua immensa forza magnetica. La sua presenza è istantaneo dominio dello spirito; la sua parola è un annullamento delle volontà. Questo non solo per i legionarii, che con lui hanno fatto l’ingresso trionfale nella città sacra la domenica degli ulivi, nel settembre 1919, e con lui hanno salito il Calvario nell’altra settimana di passione, del decembre 1920, ma per tutti coloro che la volontà o il caso li ha portati a vicini a questo aristocratico dionisiaco, tutto pieno di misticismo; a questo panteista cristiano; a questo Prometeo pieno di sdegno e di amore .
Traspare da queste frasi la dimensione religiosa – ma ideologicamente religiosa – del legame intercorrente tra D’Annunzio e i suoi seguaci, rimarcata anche dal parallelismo tra le vicende fiumane e quella di Cristo narrata dai Vangeli. L’entrata a Fiume, la Santa entrata, vi viene paragonata alla Domenica delle palme, il Natale di sangue alla Passione e al Calvario mentre l’ultima mensa celebrata a Fiume viene paragonata (ahinoi) all’ultima cena . Qui D’Annunzio viene rappresentato come il messia della patria e i legionari come i suoi apostoli: «i legionari quelli toccati dalla grazia, gli eletti; quelli che credettero; quelli che, in purità di cuore, si comunicarono a l’ultima cena di Fiume, e lasciato il fardello delle loro miserie, presero le vie dell’Italia, con la missione dell’apostolato…» .
A riprendere motivi analoghi è Giuseppe Pagano-Pogatschnigg, in un’orazione pronunciata l’11 novembre 1919. Al di là del dannunzianesimo di maniera, essa testimonia del diffondersi di alcune convinzioni, come quella della continuità sussistente tra Grande guerra e impresa di Fiume, consacrata dal vincolo del sangue e della comunione dei vivi e dei morti:
Giovanni Randaccio non è più nella sua tomba di Aquileia. I nostri morti non sono più nei cimiteri squallidi del Carso. I nostri morti non sono più nelle candide macerie dell’ossame insepolto. I nostri morti non s’avvoltolano più nell’alveo minaccioso della Piave. I nostri morti sono qua a gioire della nostra gioia, a temprare la nostra tempra, ad operare la nostra opera [sic!]. Io sento che la bandiera di Fiume è indissolubilmente legata al nostro tricolore. È forse la mano calda e insanguinata di Giovanni Randaccio, fante, che stringe più stretto questo nodo tenacissimo .
Davvero non è difficile cogliere nelle parole del volontario istriano un senso mistico dell’esperienza che andava dipanandosi a Fiume, per il quale la vita e la morte si fondevano in un corpo solo nella rinnovata esperienza della difesa della patria, simboleggiata dalla bandiera. Un culto, quest’ultimo che era allora fenomeno generalizzato e che D’Annunzio utilizzò a più riprese, esibendo proprio la bandiera che aveva avvolto il corpo di Randaccio per «consacrare» la sua nuova impresa .
Componenti del discorso dannunziano
Nella giornata stessa in cui le milizie capeggiate dal poeta erano entrate a Fiume, egli pronunciò un discorso al centro del quale pose se stesso e il rapporto che intendeva instaurare con la città: Fiume rappresentava il suo «focolare», «altare», «tumulo»; la sua intera esistenza ne era stata segnata: dal suo antenato che vi giunse dalle coste dell’Abruzzo, a lui stesso che vi era andato per la lettura di un poema (più precisamente, nel 1907 vi si era recato per leggere alcune parti del suo poema La nave) e quindi, soprattutto, in occasione della beffa di Buccari, quando «il Quarnero austriaco divenne il Carnaro italiano […] e da quella notte prese principio l’impresa italiana di Fiume»; il compimento della Grande guerra dunque si sarebbe avuto soltanto con l’annessione all’Italia della città. Ma soprattutto, chiave d’accesso alla particolare strategia comunicativa dannunziana,
ecco l’uomo; che tutto ha abbandonato di sé e tutto ha dimenticato di sé per esser libero e nuovo al servigio della Causa bella, della Causa vostra: la più bella nel mondo e l’eccelsa, per un combattente che in tanta bassezza e in tanta tristezza cerchi ancora una ragione di vivere e di credere, di donarsi e di morire .
In questo contesto, il culto della bellezza certo non nuovo nella poetica e nell’ideologia dannunziana, si tingeva di ulteriori significati; inoltre, siamo alla supervalutazione di un io che si impone al mondo circostante con la propria personalità, la propria esperienza, la vita stessa offerta, appunto, in sacrificio per essa, parole che rimandano anche al superomismo dannunziano . «Io prendo sopra di me ogni accusa, ogni colpa e me ne glorio», nuovo agnello sacrificale, disposto a dare la propria vita per la salvezza dell’Italia o, meglio, di questa idea di patria e di Italia che lui stesso aveva elaborato e alla quale andava conferendo nuovi attributi di sacralità. Sacra, e dunque inviolabile la patria: inviolabile nel corpo e nei confini, un corpo che il sacrificio dei suoi figli aveva reso più grande ma che quanti lo governavano non erano in grado di mantenere integro. A dirci quanto grande doveva essere questa patria è il riferimento ad altre località «martiri ancora senza palma»: Zara, Sebenico, Traù, Spalato, Almissa, Ragusa, Cattaro, Perasto» misticamente unite alla patria da un gesto simbolico. A concludere il discorso, lo spiegamento della bandiera che aveva avvolto il corpo di uno dei martiri della patria, Giovanni Randaccio:
Italiani di Fiume, ora spiego il gran Segno. Vi mostro questo sudario del sacrificio, questo indizio fatale del compimento. Sciolgo il voto in Fiume d’Italia. Ora, concittadini e commilitoni, innanzi alla bandiera del Timavo, dov’è rimasta effigiata l’imagine sublime del Fante che vi poggiò la testa, mi riconfermate voi unanimi il plebiscito del 30 ottobre 1918 ?
È precisamente nella costruzione di questa relazione con la folla, con il suo uditorio, che si definisce la dannunziana «mistica della patria»: la costruzione cioè di una comunità ideale, unita spiritualmente intorno a una serie di miti (Randaccio, il mito del soldato caduto); di simboli (la bandiera, la fiamma); di luoghi che evocano un passato glorioso (Roma, Venezia) e di intenti esplicitati attraverso un linguaggio di matrice religiosa dai contorni profetici :
Il Dio di Dante è con noi – dirà in una nuova occasione, il 20 settembre 1919 –. Il Dio degli eroi e di martiri è con noi. È con noi il Dio tremendo e soave che ha i suoi oratorii sul Grappa, sul Montello, nel Carso, che ha le sue mille e mille croci nei cimiteri silenziosi dei fanti, che ha quattordicimila croci in quella terra arsiccia di Ronchi da dove l’altra notte ci partimmo credendo sentire nell’aria l’odore beato del sangue di Guglielmo Oberdan misto al fiato leonino dei combattenti di Marsala accorsi. […] Chi può sperare non dico di abbattere ma di flettere questa volontà umana e divina? […] E il Dio nostro faccia che il vento del Carnaro, passando sopra Veglia, sopra Cherso, sopra Lussin, sopra Arbe, sopra ogni isola del nostro arcipelago fedele e giurato, nel natale italico di Roma e di Fiume romana, giunga ad agitare vittoriosamente tutte le bandiere d’Italia .
Nel volgere di poche frasi fanno la loro comparsa alcuni del luoghi che alla nuova Italia avrebbero dovuto diventare sacri (alcuni lo divennero effettivamente), i nuovi luoghi della memoria pubblica e, di più, luoghi di questa patria più grande, ricca del recente passato e delle sue conquiste e della rivendicazione di nuovi territori adriatici: il Grappa, il Montello e il Carso, consacrati dalle mille e mille croci dei caduti, erano misticamente uniti e Ronchi e questa a Marsala, e poi il Carnaro, Veglia, Cherso, Lussino e Arbe. A rinsaldare tale unione, l’accenno alla Fiume romana che festeggia i propri natali assieme a Roma, sua madre ideale.
Di forte valore simbolico, e molto presente nell’oratoria dannunziana, è il tema del sacrificio che completa la liturgia del discorso-rito patriottico; si tratta innanzitutto del sacrificio della città olocausta, sacrificata dall’anti-Italia liberale sul terreno della diplomazia; città che alla patria vera offre se stessa e i legionari che vi erano accorsi. Così, la morte di Aldo Bini e Giovanni Zeppegno, primi caduti a Fiume per un incidente di volo, sarebbe divenuta occasione per porre l’accento su questo tema e svelare la presenza di un cerchio mistico che univa i morti ai vivi: «i morti marinai radunati nel Carnaro», i due aviatori caduti e i legionari tutti, nella città che essa stessa era sinonimo di sacrificio nelle fiamme purificatrici. «Il loro amore s’è convertito in fuoco durevole, la loro fede s’è convertita in fuoco perpetuo». «E tenete per fermo che tutti, come questi due arsi confessori della fede, vogliamo per fede morire» . I due sventurati diventavano in questo modo martiri nel senso etimologico del termine di testimoni della fede patriottica. Al centro dell’orazione campeggia pure il tema del fuoco e delle fiamme, che ricorre anche in numerose altre occasioni: «Arditi d’Italia, venire a voi è come entrare nel fuoco, è come penetrare nella fornace ardente, è come respirare lo spirito della fiamma, senza scottarsi, senza consumarsi. Ardore-ardire è una parola sola, è una sola essenza mistica come Roma-amor» .
Nessun dubbio sussisteva sulla natura del mandato di D’Annunzio e dei suoi: «tutti obbedimmo allo spirito e fummo da ogni miseria mondi» ; «quel che abbiamo fatto sotto l’inspirazione e la protezione del nostro Dio. […] Io e i miei compagni abbiamo tutti ubbidito allo spirito e con esso abbiamo sormontato ogni impedimento, ogni miseria. Lo spirito ha compiuto il prodigio. […] Si conosce ormai la passione di Fiume. Vi sono qui confessori e martiri» . «Santa» è la causa di Fiume e i combattenti ne sono i devoti . Alle medesime suggestioni religiose corrispondeva anche l’introduzione di una sorta di calendario articolato nella celebrazione di ricorrenze misurate a partire dalla cosiddetta «santa entrata», oltre che su quelle del calendario civile.
Il culto del soldato caduto ‒ che sarebbe ritornato anche nella più tarda produzione dannunziana, assumendo toni davvero apocalittici ‒ nel contesto fiumano si tingeva di sfumature particolari. Quando a cadere fu, e per giunta per mano italiana anzi «fraterna», un legionario D’Annunzio ne fece «il più grande confessore della nostra fede»; il martire «deliberato a morire piuttosto che a cedere»; il prescelto dallo spirito di Giovanni Randaccio «per illuminarlo a sua somiglianza, come dei discepoli faceva il Maestro. E l’elezione è perfetta. Luigi Siviero è morto della stessa ferita. La stessa ferita s’è aperta in lui, come nel posseduto dall’amore di Cristo misteriosamente s’apriva la stigmate» . C’è, in verità qualcosa di profondamente decadente in questa voluttà della morte: un’inclinazione radicata nella poetica dannunziana, si incontrava qui con una dimensione pubblica e ancor più patriottica della morte, sposandosi a una ritualità che nel paese si stava diffondendo e che avrebbe conosciuto il suo apice nella cerimonia del Milite ignoto.
Come già anticipato, secondo un procedimento tipico del discorso patriottico, il poeta-condottiero fa riferimento a Fiume utilizzando termini come purezza, bellezza, profanazione e violazione, amore fraterno e martirio . Di fronte alle presunte mene corruttrici di Nitti, a Fiume si era concentrata l’Italia vera, quella che «non vive del suo ventre ma della sua idea, non si può salvare secondo la carne, ma secondo lo spirito», che rimanda anche al procedimento ricorrente della denigrazione del nemico, un «nemico interno» secondo il termine da lui utilizzato, cui era imputato il soddisfacimento dei più bassi istinti in contrapposizione alla spiritualità di D’Annunzio e dei suoi .
Andrebbero naturalmente prese in esame altre componenti del discorso dannunziano, quali l’esaltazione della forza, del sangue, il valore relativo attribuito alla vita che deve sempre essere messa alla prova, né manca l’utilizzo di un linguaggio tipico del futurismo di «Lacerba» o di quello teppistico alla Rosai o alla Soffici d’anteguerra, che sarebbe stato abbondantemente ripreso dallo squadrismo . E a questo proposito, il discorso dannunziano è altrettanto ricco di slogan, di parole d’ordine destinate a fissarsi nella mente dell’uditorio e a trasformarsi in programma: L’Italia è con me, l’Italia è con noi : l’Italia vera, l’Italia (Al colonnello Roncaglia, 14.9.1919); «qui rimarremo ottimamente», «cosa fatta capo ha», «chi non è con noi è contro di noi», «ardisco non ordisco» e naturalmente il grido di battaglia, «Eia, eia, eia, alalà», destinato nell’immediato futuro a grandi fortune con la sua ripresa da parte del fascismo.
Certo, come più volte sottolineato, all’impresa di Fiume parteciparono personaggi che non sono certo ascrivibili agli sviluppi totalitari della storia italiana; tuttavia, traspare con chiarezza la gravità inaudita della costante negazione della legittimità dello Stato e delle sue istituzioni, una carica eversiva del tutto insofferente di leggi, gerarchie – ivi comprese quelle militari –, diplomazia; questa super-valutazione di un io capace di plasmare la volontà della folla, anche se non ancora delle masse; né credo che la carta del Carnaro, elaborata da De Ambris con l’apporto di D’Annunzio, possa essere presa ad esempio di una concezione moderna dello Stato e dei rapporti intercorrenti tra cittadini e istituzioni . Per questo ci sarebbe voluto del tempo e in Italia ci sarebbe voluta l’esperienza del fascismo per risvegliare un’idea più alta e più nobile di democrazia. A me pare, insomma, che quell’impresa sia figlia del suo tempo; del resto, le stesse componenti artistiche d’avanguardia che vi erano confluite erano state elaborate in quei primi tormentatissimi anni del Novecento, i cui molti fermenti – quelli positivi e quelli negativi – si sarebbero scontrati con la tragedia e la profonda ferita della Grande guerra. Da lì, le successive drammatiche vicende dell’Italia e dell’Europa nell’età dei totalitarismi, durante la quale il culto del capo avrebbe occupato uno spazio centrale, fino al parossismo.
G. D’Annunzio, «Volete notizie», in Prose di ricerca, di lotta, di comando, di conquista, di tormento, d’ indovinamento, di rinnovamento, di celebrazione, di rivendicazione, di liberazione, di favole, di giochi, di baleni, vol . I, Mondadori, Milano 1954 (2a ed.), pp. 1027-1028.
Cfr. G. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Bari 1982, in particolare le pp. 97-115.
Cfr. su questo C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna 2002.
«Ricordo, – ha scritto Giuseppe Petronio – quando uscì il Notturno, la lettura e i commenti di mio padre, mia madre e i loro amici: piccoli borghesi senza lettere. Lo leggevano e ne discutevano tanto per i suoi valori di stile o perché era di D’Annunzio, l’autore del volo su Vienna, della beffa di Buccari». Cfr. G. Petronio, L’autore e il pubblico, edizioni Studio Tesi, Pordenone 1981, p. 153.
Si veda E. Gentile, La Grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Bari 2006, p. 84.
Nella Canzone d’oltremare, scritta insieme ad altre 9 per esaltare la guerra italo-turca, è possibile rintracciare alcuni dei tratti che avrebbero caratterizzato il discorso patriottico dannunziano: ad esempio sono i marinai morti a Lissa a richiamare il lettore – in realtà la comunità nazionale – a ricordare: «Emerge dalla sacre acque di Lissa/ un capo e dalla bocca esangue scaglia/ “Ricordati! Ricordati! E s’abissa”».
Si veda G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Il Mulino, Bologna 1975.
Non si può infatti parlare di impresa fiumana senza fare i conti con la Grande guerra: questo, non solo per ovvie ragioni innanzitutto cronologiche e poi evidentemente politiche e diplomatiche, ma anche per ciò che concerne la storia della mentalità cui la Grande guerra impresse una svolta fondamentale. Per quest’ordine di problemi: P. Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna 1984; E. J. Leed, Terra di nessuno: esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il mulino, Bologna 1985; G. L. Mosse, Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti, Laterza, Bari 1990; A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991; J. Winter, Il lutto e la memoria: la Grande guerra nella storia culturale europea, Il Mulino, Bologna 1998; Sulla funzione «pedagogica» della Grande guerra nella società italiana, si vedano almeno le considerazione di A. Gibelli, La Grande guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano 1999, p. 136-137, e di E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 84.
Sull’importanza assunta dalla figura del poeta ha scritto George Mosse: «Durante l’Ottocento il rapporto tra poesia e politica subì una profonda trasformazione. Il poeta, ottenuto un posto significativo nella creazione della politica dell’epoca diede un contributo in qualche modo nuovo, essenziale e originale all’arte di governare» .
In quanto all’accezione particolare con cui potremo utilizzare il termine mistica, ecco quanto si legge in G. Devoto, G. C. Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione del Reader’s Digest, Milano 1983: «1. Esperienza spirituale in cui, posta l’assoluta realtà del divino, lo spirito individuale conquista la propria perfezione nella massima adeguazione e risoluzione possibile di sé in tale realtà. 2. Presunta sublimazione sul piano etico dell’adesione a un programma politico: m. fascista ». E al lemma «misticismo», «atteggiamento spirituale, tendente all’unione col divino mediante il superamento dei limiti naturali o l’annullamento della personalità individuale». In quanto all’«annullamento della personalità individuale» proprio dell’atteggiamento mistico, non si può certo dire che sia stato questo il caso del D’Annunzio «mistico della patria».
Su questo, cfr. S. Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Donzelli ed., Roma 2000.
Sui garibaldini si può vedere ora E. Cecchinato, Camicie rosse: i garibaldini dall'unità alla grande guerra, Laterza, Roma 2007.
Non è un caso che il termine irredentismo provenga dal linguaggio della religione. Sull’irredentismo, mi limito a rimandare al classico C. Schiffrer, Le origini dell’irredentismo triestino (1813-1860), a c. di E. Apih, Del Bianco, Udine 1978.
Si veda A. Brambilla, Parole come bandiere: prime ricerche su letteratura e irredentismo, Del Bianco, Udine 2003.
Sui volontari adriatici, cfr. F. Todero, Morire per la patria. I volontari del Litorale austriaco nella Grande guerra, P. Gaspari editore, Udine 2005.
Ivi, p. 29. Su Carducci, si veda anche A. Piromalli, Introduzione a Carducci, Laterza, Roma-Bari 1988.
Sul Pirandello de I vecchi e i giovani, si veda C. Salinari, Miti e coscienza del decadentismo italiano: D'Annunzio, Pascoli, Fogazzaro e Pirandello, Feltrinelli, Milano 1993 (5a ed.).
Cfr. G. Petronio, L’attività letteraria in Italia. Storia della letteratura italiana, Palumbo, Palermo 1991 (9a ed.). Vedi anche L. Mangoni, Lo Stato unitario liberale, in Letteratura italiana, vol. I, Il letterato e le istituzioni, Einaudi, Torino, 1982, in particolare le pp. 509-519.
La sagra dei mille, parole dette al popolo di Genova nella sera del ritorno, 4 maggio 1915, in G. D’Annunzio, Prose di ricerca, di lotta, di comando,cit., p. 8.
Per le quali si vedano P. Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica, Feltrinelli, Milano 1959 e, in questo volume, il saggio di Giulia Caccamo.
Vittoria nostra, non sarai mutilata, è il titolo di un articolo apparso sul Corriere della Sera il 24 Ottobre 1918. D’Annunzio vi osteggiava le tesi del presidente americano Wilson, contrario all’annessione di Fiume da parte dell’Italia come compenso territoriale per la sua partecipazione alla guerra.
«La rivolta capeggiata da D’Annunzio – ha scritto Michael Ledeen – era diretta contro il vecchio ordine esistente nell’Europa occidentale, e fu attuata in nome della creatività e della virilità giovanili che si sperava avrebbero dato vita a un mondo modellato sull’immagine dei suoi creatori». M. A. Ledeen, D’Annunzio a Fiume, Laterza, Roma-Bari 1975, p. 6.
Già durante la guerra fu largamente utilizzato il paragone tra esperienza dei fanti e passione di Gesù. Su questo cfr. F. Todero, Le metamorfosi della memoria. La Grande guerra tra modernità e tradizione, Del Bianco, Udine 2002.
Interessante per l’ascendente di D’Annunzio anche la testimonianza di Badoglio in P. Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione fiumana, Feltrinelli, Milano 1959, p. 219.
Foscanelli ciitareCITare qui
La prima voce dell’arengo, 12.9.1919), in G. D’Annunzio, Prose di ricerca, cit., p. 1013. Già M. Ledeen aveva notato questa sottolineatura della contrapposizione tra la causa bella di Fiume e un mondo di bassezza e tristezza. CITARE LEDEEN
«Nel dialogo con la folla, D’Annunzio forgiava la massa dei suoi ascoltatori in una personalità unica, ed essa parlava con lui una sola voce. Quando egli chiese alla folla di pronunciare l’atto di fede, essa rispose con un unico “sì”, e D’Annunzio si attendeva una tale unanimità». Cfr. M. A. Ledeen, D’Annunzio a Fiume, cit., p. 99.
Nel Natale di Roma venne pronunciato il 20 settembre; in G. D’Annunzio, Prose di ricerca, cit., p. 1036 .
Alla mensa degli arditi, 24 settembre 1919, ivi, p. 1046. L’attribuzione di un valore simbolico del fuoco non era del resto nuovo nella poetica dannunziana; si pensi ad esempio a La figlia di Iorio o a, o, più banalmente al romanzo, Il fuoco.
Per quest’ordine di problemi, cfr. A. M. Banti, L'onore della nazione: identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla grande guerra, Einaudi,Torino 2005.
fonte: www.sp.units.it
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Fine articolo Lezioni di storia tutto di tutto
Lezioni di storia tutto di tutto
FORMA DI GOVERNO
Il termine forma di governo indica l’insieme delle regole che caratterizzano la distribuzione del potere fra gli organi collocati al vertice dell’apparato statale, ci riferiamo agli organi costituzionali.
Nella prassi costituzionale vi sono diverse forme di governo, ma soltanto nella forma Stato liberale e in quello democratico-pluralistico, mentre è assai diverso nelle forme di Stato di tipo autocratico, caratterizzate da una forte concentrazione del potere, nelle quali si è affermato che «la forma di Stato “assorbe” largamente quella di governo, riducendola a un insieme di modalità organizzative piuttosto marginali» (Leopoldo Elia)
In che modo possiamo classificare le forme di governo?
Vediamo alcuni criteri
A)Grado di separazione esistente fra i poteri
-forme di governo a separazione rigida (presidenziale) e
-forme di governo a separazione flessibile o basate sulla collaborazione tra i poteri (parlamentare).
B) Individuazione dell’organo titolare dell’indirizzo politico
-forma di governo costituzionale pura (monarchica o presidenziale),
-forma di governo costituzionale parlamentare (monarchica o repubblicana)
-forma di governo costituzionale direttoriale (repubblicana)
-a seconda che la titolarità dell’indirizzo politico venga attribuita al Capo dello Stato
-al raccordo Governo-Parlamento
-all’organo collegiale che svolge congiuntamente le funzioni di Governo e di Capo dello Stato
C)Forme di governo monistiche e dualistiche
Si basa sul criterio della composizione del potere esecutivo e distingue, a seconda che al suo vertice sia posto un unico organo (il Governo o il Capo dello Stato) o vi siano entrambi gli organi, tra forme di governo a esecutivo monista (presidenziale, parlamentare e direttoriale) e a esecutivo dualista (parlamentare, semiparlamentare, semipresidenziale)
Tenendo conto di questi criteri è possibile classificarele forme di governo in cinque categorie:
– la monarchia costituzionale, nella quale non vi è rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo e i Ministri sono politicamente responsabili nei confronti del Capo dello Stato monarchico titolare del potere esecutivo e dell’indirizzo politico; (categoria storica)
– la forma di governo parlamentare, nella quale vi è il rapporto di fiducia,nel senso che il Governo deriva dal Parlamento (anche senza voto di fiducia iniziale) ed è politicamente responsabile nei suoi confronti, e il Capo delloStato è un monarca o un presidente eletto da un organo parlamentare, che non partecipa alla determinazione dell’indirizzo politico;
– la forma di governo presidenziale, nella quale non è previsto il rapporto di fiducia né il potere di scioglimento del Parlamento e il Presidente è investito nella carica dal popolo ed è titolare dell’indirizzo politico;
– la forma di governo direttoriale, nella quale il Governo è eletto dal Parlamento, ma non è politicamente responsabile nei confronti di questo, non
potendo essere sfiduciato nel corso del mandato, e svolge collegialmente anche le funzioni di Capo dello Stato;
– la forma di governo semipresidenziale, nella quale il Governo nominato dal Presidente è politicamente responsabile nei confronti del Parlamento, ma nello stesso tempo il Presidente è eletto a suffragio universale ed è titolare di poteri importanti che possono consentirgli di partecipare alla determinazione
dell’indirizzo politico.
FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE
La monarchia costituzionale si trasforma per via consuetudinaria e convenzionale in monarchia parlamentare.
In Gran Bretagna ciò si verifica nel corso del XVIII secolo: dopo il 1714 con l’ascesa al trono di Giorgio I della dinastia degli Hannover, il Cabinet, nato fin dall’epoca degli Stuart per riunire i più stretti collaboratori del Re e che derivava la sua denominazione dalla stanza privata di lavoro di questi, si riunisce autonomamente sotto la presidenza di un Ministro (il Primo Lord del Tesoro), che assume un ruolo preponderante, trasformandosi progressivamente in Primo Ministro.
In Francia con la costituzione del 1830 si afferma nella prassi la procedura per cui un’interpellanza parlamentare può sfociare in un dibattito e nel voto di un ordine del giorno motivato contro il Governo; anche in Belgio, in Italia e in altri ordinamenti la prassi va nel senso dell’affermarsi della responsabilità
politica del Governo nei confronti del Parlamento.
La responsabilità politica del Governo nei confronti del Parlamento si afferma grazie all’evoluzione dell’istituto dell’impeachment, attraverso il quale la Camera elettiva si libera dei Ministri politicamente sgraditi, i quali rispondono politicamente degli atti che hanno controfirmato. Tale responsabilità da individuale diventa collegiale, anche grazie al ruolo di direzione svolto dal Primo Ministro.
Il Capo dello Stato, su richiesta del Governo, fa ricorso al potere di scioglimento in contrapposizione alla volontà politica della maggioranza
del Parlamento ostile al Governo, rimettendo la soluzione del conflitto
al corpo elettorale. Quindi il Re continua a svolgere un ruolo importante, partecipando insieme al Governo alla determinazione dell’indirizzo politico, ma, con un Parlamento titolare non solo del potere legislativo, ma anche di un potere di controllo politico sull’Esecutivo.
In questa fase il dualismo è riscontrabile a tre livelli:
istituzionale, nel rapporto di equilibrio fra potere esecutivo e potere legislativo,
entro il potere esecutivo che è a due teste, sociale, derivante dal confronto fra aristocrazia e
borghesia, le quali trovano il proprio punto di riferimento rispettivamente nel
Re e nella Camera elettiva. La posta in gioco è rappresentata dalla conquista
dell’egemonia sul Governo e quindi della titolarità dell’indirizzo politico.
314 MAURO VOLPI
Pertanto storicamente quella dualistica si configura come una fase transitoria,
destinata a sfociare nella supremazia dell’organo espressione della classe vittoriosa.
La forma di governo parlamentare si caratterizza in senso monistico in
Gran Bretagna nel corso del XIX secolo: nel 1832 viene varata un’importante
riforma elettorale, che aumenta il corpo elettorale del 50% circa, e ridistribuisce
i seggi dai villaggi contadini in via di spopolamento (i cc.dd. “borghi
putridi”) alle città in espansione, favorendo il rafforzamento della borghesia
nella Camera dei Comuni; nel 1834 per l’ultima volta il Re (Guglielmo IV) revoca
il Primo Ministro (Lord Melbourne) e scioglie la Camera che sostiene il
Governo, ma le elezioni riconfermano la maggioranza uscente e il Re è costretto
a inchinarsi alla volontà popolare.
In Francia la responsabilità politica collegiale dei Ministri di fronte alle
Camere viene proclamata nelle leggi costituzionali del 1875 che inaugurano la
III Repubblica (art. 6, l. 25 febbraio 1875 sull’organizzazione dei poteri pubblici),
ma l’affermarsi del monismo avviene soprattutto in seguito alla crisi del
16 maggio 1877: il Presidente della Repubblica Mac Mahon costringe alle dimissioni
il Primo Ministro moderato Simon, lo sostituisce con una persona di
sua fiducia e scioglie la Camera dei deputati che aveva votato un ordine del
giorno contro il nuovo Governo, ma le nuove elezioni danno la vittoria ai repubblicani
e il Presidente è costretto prima a sottomettersi alla volontà popolare,
accettando di formare un governo espressione della maggioranza, e
dopo due anni a dimettersi dalla carica. Negli altri Paesi europei l’affermazionedel modello monista si accompagna alla progressiva estensione del suffragio e alla graduale emarginazione del Capo dello Stato rispetto alla formazione del Governo e alla determinazione dell’indirizzo politico.
Nella forma di governo parlamentare monistica il Governo deriva ormai dalla volontà del Parlamento ed entrambi gli organi sono titolari dell’indirizzo politico.
“atti dovuti”; altri risultano fortemente condizionati dalla volon
La maggior parte dei poteri del Capo dello Stato sono meramente formali: alcuni si configurano come tà della maggioranza parlamentare (come la nomina dei Ministri) o passano sostanzialmente nelle mani del Governo (il che si verifica per tutti gli atti normativi del potere esecutivo e per lo scioglimento del Parlamento) o, più raramente, sono condivisi fra questi e il Capo dello Stato.
Nella forma di governo parlamentare possono considerarsi due modelli: quello a prevalenza del Governo, tipico dell’esperienza inglese (ma anche ormai in Italia), e quello a prevalenza del Parlamento, tipico dell’esperienza francese.
In Italia la decisione di dare vita a una forma di governo parlamentare viene compiuta nell’ambito dell’Assemblea costituente il 5 settembre 1946 con l’approvazione nella seconda sottocommissione, operante entro la Commissione dei 75 incaricata di approntare il progetto della nuova Costituzione.
FORMA DI STATO
Stato unitario
Paesi europei che hanno avuto storicamente una forte impronta di tipo centralistico (Francia, Spagna, Italia).
Stato composto
Negli Stati Uniti, in Svizzera e in Germania lo Stato nazionale è nato come Stato federale
In tempi recenti si sono verificati processi di decentramento politico in gran parte dei Paesi democratici,
forti rivendicazioni autonomistiche, nazionali o regionali.
Questo fenomeno interno agli Stati, e quello parallelo di partecipazione degli Stati a organismi di tipo sovranazionale all’esterno, hanno messo in crisi la tradizionale concezione della sovranità assoluta dello Stato. Alla luce di tale evoluzione è possibile individuare varie ipotesi di tipo federativo non inquadrabili nella tradizionale dicotomia Stato unitario-Stato federale.
Confederazione di Stati
Vari Stati indipendenti e sovrani danno vita ad un’organizzazione comune per affrontare questioni di carattere economico e militare.
Unione che non dà vita ad un nuovo tipo di Stato, in quanto si fonda su un patto di diritto internazionale liberamente sottoscritto, e in ogni momento revocabile, dagli Stati partecipanti
Non vi è una costituzione posta al vertice di un nuovo ordinamento giuridico statale.
Organizzazione comune semplificata, che prevede un organo rappresentativo dei vari Stati titolare di alcuni poteri in materia di politica estera, di difesa e di economia
pariteticità della rappresentanza degli Stati all’interno di tale organo, nella regola della unanimità nell’adozione delle principali decisioni e nel carattere vincolante di queste nei confronti degli Stati e non direttamente dei rispettivi cittadini.
Per ragioni organizzative e finanziarie, le Confederazioni tendono a trasformarsi in a trasformarsi in Stati federali
Dove si è avuta una Confederazione?
Stati Uniti (1777-1787)
Svizzera (1815-1848)
Germania (1815-1867).
STATO FEDERALE
Il federalismo
a) teoria politico-filosofica
b) categoria giuridica.
Sotto il primo punto di vista esso viene teorizzato da Kant, Proudhon, Friedrich) come un’unità di ordine superiore, o addirittura come governo
mondiale dell’umanità, volto a garantire l’eguaglianza e la pacifica convivenza
fra i popoli, riconoscendone le diversità
in netta antitesi rispetto ad ogni concezione nazionalistica e particolaristica incentrata sull’l’identità nazionale o locale su quella sovranazionale o comunitaria.
Lo Stato federale costituisce l’espressione tipica del federalismo come categoria giuridica.
3 ipotesi:
- Nasce storicamente per associazione o integrazione di Stati indipendenti, derivando da precedenti Confederazioni di Stati, come si verifica per gli Stati federali più antichi (Stati Uniti 1787, Svizzera 1848, Federazione tedesca del Nord 1867 e Impero tedesco 1871).
- Stati che si danno un assetto federale fin dal momento dell’indipendenza nazionale (Canada 1867, Australia 1900). Infine alcuni
- Stati federali si costituiscono per dissociazione di un precedente Stato unitario (Argentina 1853, Brasile 1891, Messico 1917, Austria 1920, Germania 1949). Belgio, che si è trasformato dapprima da Stato unitario in Stato regionale (1970/71), infine in Stato federale ( 1994).
I caratteri giuridici comuni che contrassegnano lo Stato federale:
– l’esistenza di un ordinamento statale federale, fondato su una costituzione scritta, che riconosce l’autonomia di enti politici territoriali collocati fra lo Stato e gli enti locali e variamente denominati («Stati membri»
negli Stati Uniti e in Australia, Brasile, Messico, «Cantoni» in Svizzera, «Länder » in Austria e Germania, «Province» in Canada e Argentina, «Comunità»e «Regioni» in Belgio), i quali hanno proprie costituzioni subordinate a quellafederale;
– la previsione nella costituzione federale della ripartizione delle competenze fra Stato centrale e Stati membri, che di solito riguardano i tre poteri fondamentali dello Stato (legislativo, esecutivo e giurisdizionale) e la
modificazione di tale ripartizione solo mediante il procedimento
di revisione costituzionale);
– l’assetto bicamerale del Parlamento, costituito da una camera espressione dell’intero corpo elettorale nazionale e da una seconda camera rappresentativa degli Stati membri (il «Senato» negli Stati Uniti e nella maggioranza degli Stati federali, il «Consiglio degli Stati» in Svizzera, il «Consiglio federale » in Austria e Germania).
La concreta configurazione della seconda Camera
varia notevolmente sia per la composizione che per le funzioni svolte. Essa
può essere composta in base a:
un criterio paritetico, che attribuisce ad ogni Stato lo stesso numero di rappresentanti (Stati Uniti, Svizzera, Australia)
un criterio differenziato in relazione alla popolazione degli Stati membri. I senatori possono essere eletti dal corpo elettorale (Stati Uniti dal 1913, maggioranza dei Cantoni svizzeri, Australia, Stati latino-americani) o designati dai Parlamenti statali (Stati Uniti fino al 1913, Cantone di Berna, Austria) o nominati dai Governi statali (Germania) o dall’Esecutivo federale (Canada)
Due sono i modelli dal punto di vista funzionale:
- del Senato, nel quale i senatori esprimono il loro voto individualmente e senza vincolo di mandato
- del Consiglio, tipico dell’esperienza tedesca, nel quale i consiglieri sono delegati dei Governi statali, esprimono un unico voto come delegazione di ogni Land e sono soggetti alle direttive politiche del rispettivo Governo;
– una composizione del Governo rappresentativa della natura composita dello Stato, prevista nei testi costituzionali (Belgio e Svizzera) o affermatasi in via di prassi (Australia e Canada) o come criterio condizionante la nomina presidenziale dei Ministri (Stati Uniti);
– la partecipazione degli Stati membri al procedimento di revisione costituzionale, che può esercitarsi o indirettamente, tramite l’approvazione della seconda Camera (con i 2/3 dei voti del Bundesrat in Germania e del Senato in Belgio), o direttamente, attraverso l’approvazione dei Parlamenti statali (3/4 degli Stati membri negli Stati Uniti, 2/3 delle Province in Canada, maggioranza degli Stati in Messico) oppure con il voto diretto del corpo elettorale (in Svizzera e in Australia il voto favorevole deve essere maggioritario su scala nazionale e in più della metà degli Stati membri)
– l’istituzione di un organo federale di tipo giurisdizionale, al quale è attribuito il potere di risolvere i conflitti fra Stato federale e Stati membri (Corte costituzionale in Austria e Germania, Corte Suprema negli Stati Uniti e in Australia, Tribunale federale in Svizzera, Cour d’Arbitrage in Belgio)
L’evoluzione degli Stati federali
L’analisi della concreta evoluzione storica degli Stati federali mette in evidenza che l’esistenza di due modelli
modello anglosassone
modello europeo (Croisat)
o fra modello statunitense e modello tedesco
Essa riguarda innanzitutto il riparto delle competenze legislative
Nel primo modello vi è la tendenza a distinguere in modo formalmente rigido le competenze esclusive del Governo centrale e di quelli periferici, mediante l’elencazione delle materie di competenza del Parlamento federale
e l’attribuzione dei poteri residui agli Stati membri
Fa eccezione il Canada, nella cui costituzione non solo la clausola dei poteri residui è posta a vantaggio dello Stato federale (art. 91), ma vi è anche un’elencazione delle materie spettanti in via esclusiva al legislatore federale e ai legislativi provinciali, mentre limitata è la previsione di una competenza legislativa concorrente.
In Germania l’importante revisione costituzionale del 2006 ha riordinato la materia, abolendo la “legislazione quadro” e, per quel che riguarda la legislazione concorrente, riducendo l’ambito di applicazione della “clausola di necessità” (che consentiva al Bund di legiferare per tutelare equivalenti condizioni di vita sul territorio federale o l’unità giuridica ed economica nell’interesse delle Stato) per alcune materie, mentre per altre ha ampliato la possibilità di intervento incondizionato del Bund, che è parzialmente compensato dal potere riconosciuto ai Länder di adottare entro sei mesi disposizioni in deroga rispetto alla disciplina federale
La differenza appena segnalata si riflette sul riparto delle funzioni amministrative.
Infatti, mentre nei Paesi anglosassoni di regola queste seguono le competenze legislative, per cui gli Stati membri sono responsabili nelle stesse materie sia della legislazione che dell’esecuzione delle leggi, in Svizzera e in Germania il federalismo si configura come un
federalismo di esecuzione, nel quale al predominio federale nella legislazione corrisponde l’intervento preponderante dei Cantoni e dei Länder nell’amministrazione e quindi nell’attuazione delle scelte normative.
Del tutto peculiare è poi lo Stato federale che si è andato realizzando in Belgio.
Si tratta innanzitutto di un federalismo di sovrapposizione
basato sulla successiva stratificazione di quattro aree linguistiche (francese, olandese, tedesca, bilingue di Bruxelles) e di due entità federate: le tre Regioni (vallona, fiamminga e di Bruxelles) e le tre Comunità (francese, fiamminga e germanofona), fra le quali non vi è coincidenza territoriale. In secondo luogo è un federalismo asimmetrico, nel quale all’asimmetria territoriale appena menzionata se ne aggiunge una istituzionale, in quanto mentre Comunità fiamminga e Regione fiamminga, pur mantenendo una distinta personalità giuridica, agiscono tramite gli organi della Comunità, lo stesso non si verifica per la Comunità francese, della quale fa parte la grande maggioranza degli abitanti della Regione di Bruxelles, e per la Regione vallona, che comprende la Comunità germanofona.
In terzo luogo quello belga è un federalismo di dissociazione o centrifugo, che teoricamente si configura come bipolare o di tipo dualista, in quanto è basato sulla distinzione fra i due principali gruppi linguistici (francese e olandese) nell’ambito sia del Parlamento sia del Governo e sulla netta separazione delle competenze, anche se sono previsti vari istituti di garanzia che attenuano tale distinzione.
A Comunità e Regioni sono attribuite competenze legislative e amministrative, ma non giurisdizionali, in quanto queste rimangono appannaggio dello Stato federale.
L’altra tendenza che si riscontra nei principali Stati federali è l’affermarsi del federalismo cooperativo in sostituzione dell’originario dual federalism tipico dell’epoca liberale,
si fa strada l’idea che qualsiasi attività pubblica di rilievo, indipendentemente dall’attribuzione formale della relativa competenza, deve essere oggetto dell’intervento congiunto e coordinato dei diversi livelli di governo.
Il federalismo cooperativo è caratterizzato da tre princìpi fondamentali:
il principio di sussidiarietà,
il federalismo fiscale,
il principio di collaborazione.
Il principio di sussidiarietà secondo il quale la funzione è esercitata nel luogo più vicino ai cittadini, gli interventi del livello superiore di governo siano giustificati solo quando non possano essere efficacemente compiuti dal livello inferiore o allorché sia in gioco l’interesse nazionale o l’esigenza di un’uniforme disciplina della materia (sussidiarietà verticale).
radici nella dottrina sociale della Chiesa,
a tutela delle autonomie sociali ed individuali nei confronti del potere pubblico (sussidiarietà orizzontale) alcuni testi costituzionali (cfr. l’art. 118, c. 4 cost. it.).
Il federalismo fiscale comporta che ogni livello di governo si procuri autonomamente, mediante tributi propri, risorse adeguate all’esercizio delle proprie competenze
salvi restando gli interventi redistributivi e perequativi fra le diverse realtà da parte dello Stato.
Il principio di collaborazione comporta che una gestione ottimale delle risorse renda indispensabili forme di accordo e di cooperazione fra i diversi livelli di governo, che possono essere orizzontali, quando riguardano le entità federate, e verticali, allorché intercorrono fra il governo centrale e quelli periferici.
Elementi differenziali tra Stato federale e Stato regionale
Una prima distinzione tra Stato federale e Stato regionale appartiene al processo storico da cui gli Stati stessi sono scaturiti (fusione tra Stati in origine dotati di sovranità, autonomizzazione di aree territoriali di uno Stato unitario)
Altri elementi differenziali:
– il possesso di alcuni caratteri dello Stato sovrano:
in alcuni Stati federali, gli Stati membri della federazione dispongono di capacità, sia pure limitata, sul piano internazionale, di organi a carattere giurisdizionale e di corpi militari.
L’ordinamento federale è dotato di una Costituzione scritta, come anche gli enti politici territoriali (Stati Uniti, Germania, Austria, Canada, Belgio). Nello Stato regionale, invece, la Costituzione garantisce, nei limiti posti dalla medesima Costituzione, l’esistenza di enti territoriali dotati di autonomia politica, di uno statuto, ma non di una Carta costituzionale (Italia, Spagna);
– la competenza: nello Stato federale, i membri della federazione hanno una competenza generale, con la sola esclusione delle materie attribuite dalla Costituzione agli organi federali, mentre nello Stato regionale sono gli organi dello Stato centrale ad avere la competenza generale, ad eccezione delle competenze attribuite alle Regioni. Per modificare la ripartizione di competenza, prevista generalmente dalla Costituzione federale, occorre seguire un procedimento di revisione costituzionale;
– la forma di governo: nello Stato federale, la seconda Camera è rappresentativa dei membri della federazione e non del complessivo corpo elettorale, come nello Stato regionale.
Una eccezione può essere rinvenuta in quelli ordinamenti che prevedono una composizione mista della seconda Camera, facendone parte alcuni rappresentanti delle autonomie territoriali (es. la Spagna);
– la revisione costituzionale: nello Stato federale, gli Stati membri della federazione condividono il potere di revisione costituzionale. Tale partecipazione può essere diretta o indiretta, a seconda che la seconda Camera partecipi al procedimento di revisione.
LE REGIONI ITALIANE
disegno delle autonomie territoriali, delineato dalla Costituzione, oggetto di ampio dibattito in seno all’Assemblea Costituente, già a partire dal luglio 1946. La Carta fondamentale traccia un disegno delle autonomie territoriali agli articoli 5 e 114.
L’art. 5 Cost. afferma il principio della forma unitaria della Repubblica e il principio del decentramento e rappresenta una disposizione-guida per l’interpretazione degli artt. 114 e ss. Cost.
Anche se contenuti nella medesima disposizione costituzionale, e tra loro strettamente connessi, i due principi rispondono ad esigenze diverse legate, rispettivamente, alle vicende storiche dello Stato italiano e alla evoluzione, dopo il secondo conflitto mondiale, della forma di Stato.
I principi contenuti all’art. 5 Cost. intendevano escludere che le regioni potessero tramutarsi in territori autonomi, occasionalmente ricollegati allo Stato italiano.
Tali principi costituiscono, secondo la prevalente dottrina, un limite implicito al potere di revisione costituzionale
Le Regioni ad autonomia ordinaria
L’art. 131 Cost. definisce l’articolazione territoriale delle Regioni.
Durante i lavori dell’Assemblea Costituente questo tema fu molto dibattuto, anche se la scelta del metodo di definizione cadde sul criterio storico-statistico, piuttosto che su altri parametri, quali le dimensioni territoriali o la programmazione
Le Regioni ad autonomia ordinaria, individuate dall’art. 131 Cost. sono quindici (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzi, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria).
La modifica del disegno costituzionale richiede un procedimento rinforzato sia per quanto riguarda la fusione di Regioni che per la istituzione di nuove Regioni, le quali abbiano almeno un milione di abitanti (art. 131, c. 2, Cost.), che in relazione alle variazioni del territorio regionale.
Il modello regionale ordinario, disciplinato nella Parte II del Titolo V, Cost. si incentrava sulla fonte statutaria, che rappresentava il principale strumento normativo per determinare autonomamente la organizzazione regionale.
Questo disegno non trovò facile e tempestiva attuazione nella legislazione statale di attuazione, come, ad esempio, avvenne con la l. n. 62/1953, attraverso cui venne subordinato il potere legislativo regionale nelle materie più importanti alla preventiva adozione di “leggi cornice” statali.
Le Regioni ad autonomia speciale
Dopo l’adozione della Costituzione, l’Assemblea Costituente approvò gli statuti speciali di quattro Regioni ad autonomia speciale (Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta), mentre per quanto riguardava la Regione Friuli-Venezia Giulia fu necessario attendere la soluzione del problema del confine orientale e la riaggregazione di Trieste alla comunità nazionale
Il disegno costituzionale relativamente alle Regioni a statuto speciale, non trovò immediata realizzazione. nonostante la previsione del termine di un anno dall’entrata in vigore della Costituzione (basti pensare che le prime elezioni dei Consigli regionali si tennero nel 1970) e, analogamente a quanto avvenuto per le Regioni ordinarie.
Soltanto, di recente, la l. cost. n. 2/2001 ha modificato la disciplina degli statuti delle Regioni ad autonomia speciale per armonizzarli a quanto previsto dalla l. cost. n. 1/1999 per le Regioni ad autonomia ordinaria.
La l. cost. n. 3/2001 introduce significative novità relativamente alle Regioni ad autonomia speciale. Nella nuova formulazione dell’art. 116 Cost., compare per la prima volta in Costituzione la denominazione bilingue della Regione Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e del Trentino-Alto Adige/Südtirol (senza estendere analoga definizione bilingue alla Provincia di Bolzano).
La riforma del Titolo V, Parte II, della Costituzione
Il Titolo V della Costituzione è stato modificato dalla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3. Il provvedimento era stato approvato dal Parlamento a maggioranza assoluta, e non con quella di due terzi dei componenti, e, di conseguenza, sulla base all’art. 138 Cost., la legge era stata sottoposta a consultazione referendaria.
La legge presenta importanti innovazioni, rispetto al disegno delineato dalla Costituzione del 1948, incidendo sull’assetto del governo territoriale, sui rapporti tra Stato e Regioni, tra Regioni ed enti locali e sulla stessa configurazione delle autonomie regionali e locali.
Alla base della riforma del Titolo V, Parte II, della Costituzione, come emerge dai lavori parlamentari, vi è l’esigenza di modificare o eliminare istituti e regole che non appaiono più conformi al disegno di progressiva trasformazione in senso federale della forma di Stato.
Una ulteriore esigenza è stata ravvisata nella necessità di adeguamento delle competenze regionali, tanto legislative quanto amministrative, al processo di conferimento di funzioni alle Regioni, avviato dalla l. n. 59/1997. Questa legge ha, da una parte, aumentato in modo significativo le competenze regionali, e, dall’altra, invertito la relazione tra legislazione ed amministrazione, ponendo il principio che l’amministrazione spetta per regola agli enti territoriali e locali anche nelle materie di competenza legislativa statale, ad eccezione di una espressa attribuzione legislativa allo Stato.
Un altro motivo alla base della modifica costituzionale è rappresentato dall’esigenza di adeguare i principi costituzionali in materia di finanza regionale alle istanze di autonomia che provengono dalle Regioni, le quali dovrebbero tendenzialmente garantire l’esercizio delle funzioni regionali con propri mezzi finanziari, principalmente mediante l’imposizione tributaria, garantendo attraverso fondi di compensazione i divari economici legati al territorio di ogni Regione.
fonte: www.sp.units.it
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