Ugo Foscolo

     

    Ugo Foscolo


    Tratto da wikipedia : Niccolò Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Turnham Green, 10 settembre 1827) fu un poeta e scrittore italiano, uno dei principali letterati del Neoclassicismo e del Preromanticismo.

    Ugo Foscolo è stato il principale esponente letterario italiano del periodo, a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestano o cominciano ad apparire in Italia le correnti del Neoclassicismo, del Preromanticismo e del Romanticismo. Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l’isola greca di Zacinto, oggi Zante), allora repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da quel mondo di ideali classici in cui era nato. Errava di terra in terra, privo di fede religiosa in quanto intellettualmente formatosi alla scuola degli Illuministi, incapace di trovare felicità nell’amore di una donna; avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni, ma, come molti intellettuali della sua epoca, si sentì attratto dalle splendide immagini dell’Ellade, simbolo di armonia e di virtù.

     

    Ugo Foscolo

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Ugo Foscolo

 

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    Zante 1778, padre Veneziano, madre greca. Conservò sempre il simbolo della bellezza e dell’armonia della civiltà classica. Non ancora 18enne possedeva vasta cultura su classici latini, greci e italiani, nozioni sui filosofi del ‘700 (Locke, Hobbes.Rousseau, Montesquieu, Voltaire) aveva interesse sulla meditazione sulla vita e il destino dell’uomo. In questi anni si avvertono influssi settecenteschi di Parini, Alfieri, Monti e preromanticismo europeo. Avava abbracciato le idee rivoluzionarie e giacobine, sì da diventare sospetto al governo veneto e costretto a rifugiarsi nel ’96 sui colli Euganei, dove iniziò la stesura dell’Ortis. Nel ’97 scrive la tragedia Tieste (di stampo alfieriano e spiriti giacobini) gran successo. Quando nell’ottobre ’97 Napoleonevande Venezia all’Austria F. ripara a Milano, affranto per il crollo dei suoi ideali. Nonostante il disinganno capiva che le sorti dell’Itali erano in mano alla rivoluzione Francese. A Milano strinse amicizia con Alfieri e Parini e diresse il Monitore italiano (giornale soppresso per la spregiudicatezza sull’operato dei francesi). Passò poi a Bologna dove pubblicò l’Ortis, romanzo idealmente autobiografico, espressione delle angoscie della sua giovinezza, ideali, speranze. Riprese le armi combattendo valorosamente a Trebbia, Cento, Novi e Genova dove ristampò l’ode a Bonaparte e compose l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. e Genova dove ristampò l’ode a Bonaparte e compose l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. A Firenze (1800) conobbe Isabella Concioni, A Milano (1802-3) Antonietta Fagnani Arese ( All’amica risanata). Questi amori arricchirono la trama dell’Ortis che fu pubblicato in edizione completa nel 1802. 1803 i 12  Sonetti e le Odi . Dal 1804 a 1806 visse nella Francia del Nord, capitano di fanteria. Conobbe Sofia Emerytt ebbe la figlia Floriana. Comincia traduzione di Sterne di Viaggio sentimentale. Tornato in Italia Sepolcri 1806. Nel 1811 a Milano fa rappresentare la tragedia  Aiace, insuccesso perché i nemici vi videro allusioni antinapoleoniche. ’12-’13 scrisse il suo più grande capolavoro, le Grazie e nel ’13 la terza tragedia Ricciarda. Dopo sconfitta di Napoleone a Lipsia torna a Milano ma il 31 Marzo 1815 si recò in esilio volontario prima in Svizzera (discorsi della servitù d’Italia) e poi in Inghilterra. Gli ultimi anni passioni infelici, difficoltà e economiche, compose saggi critici su Dante, Tetrarca e Boccaccia. Morì in miseria nel 1827 a Turnham Green. Nel ’71 le ossa furono sepolte a S. Croce, Firenze, accanto alle tombe dei grandi citati nei Sepolcri.

    Sepolcri (1806)

    • Non è tecnico, si allontana dalla melodia arcaica,versi sono pensati,si coglie una certa umanità nella stesura.
    • Carme in endecasillabi (in sillabe) sciolti(non in rima),295 versi. 8 capoversi:hanno un contenuto argomentativi anche se collegati fra loro.
    • Dedicato ad Ippolito Pindemonte: tradusse l’Odissea, preromantico, scrisse poesie campestri e i cimiteri.
    • Motivo occasionale dedica:editto di Saint-Cloud (1804) in Italia 1806 anno di stesura; in base al quale i morti dovevano essere sepolti fuori dalla città, in luoghi pubblici, senza distinzione di ceti. Lapide uguale per tutti,revisionata e approvata da un magistrato.
    • Accesa discussione tra i due da cui ne esce una convinzione per la quale F. fu grato a P.Nel 1807 il carme fu ristampato con la lettera che P. scrisse a F. per ringraziarlo della dedica i Sepolcri. Il vero motivo muove da concezioni più profonde,attraverso il sentimento maturato nel tempo (Ortis, odi, Sonetti) mosso dalla bellezza della vita (esaltazione) mosso dai valori della vita, della storia (come rom.) e della poesia(esternatrice) ma si trova in contrasto con la realtà, per questo si rifugia nelle illusioni che concretizza nella poesia. Nel carme regna l’ armonia e l’ equilibrio.
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    • Ugo Foscolo


      Poeta e scrittore italiano (Zante, 1778 - Turnham Green, presso Londra, 1827).
      Foscolo nasce nell'isola greca di Zante (già Zacinto), allora possedimento della Repubblica di Venezia, da un medico di bordo d'antica famiglia veneziana e da madre greca di modeste origini. Battezzato col nome di Niccolò, cui egli aggiunge dal 1797 e poi sostituisce, quello di Ugo, compie a Spalato i primi studi. Nel 1792 raggiunge la madre a Venezia, dove essa si è trasferita dopo essere rimasta vedova e che il poeta considererà sempre come la sua vera patria, nonostante il vivo attaccamento all'isola dell'infanzia.

      Formazione classica e sensibilità romantica nel giovane Foscolo

      I primi anni veneziani sono decisivi per la formazione culturale del Foscolo che acquisisce fra il 1793 e il 1797 una notevole padronanza delle lingue antiche e moderne, della cultura classica e delle nuove idee illuministiche, grazie alle vastissime letture personali testimoniate dal Piano di studi del 1796 e alla frequentazione della vicina università di Padova, dove segue le lezioni del sacerdote Melchiorre Cesarotti.
      Illuminista moderato, insegnante di greco e di ebraico, il Cesarotti concorre inoltre, soprattutto con la traduzione dei Canti di Ossian, al diffondersi in Italia del gusto e dei modelli stilistici dei preromantici, destinati a esercitare una profonda influenza sul giovane Foscolo il cui temperamento esuberante e passionale trova contemporaneamente espressione nella relazione amorosa con la dama letterata Isabella Teotochi Albrizzi e in una sempre più coinvolgente partecipazione alle vicende politiche.
      Modelli e grandiosità neoclassiche si intrecciano a enfatiche accensioni sentimentali già nelle prime opere in cui rivela la sua precoce vocazione poetica, dalla raccolta del 1794, apparsa postuma nel 1831, alla tragedia Tieste, rappresentata nel gennaio del 1797. In essa si manifesta inoltre quell'adesione alle idee giacobine, alimentata dalla lettura di Locke, Montesquieu, Rousseau, che lo mette in contrasto col regime oligarchico dominante a Venezia costringendolo in aprile ad abbandonare la città e a rifugiarsi nella Repubblica Cispadana, dove si arruola fra i cacciatori a cavallo dell'esercito napoleonico.

      Il bonapartismo

      La speranza di trasformare Venezia in una repubblica democratica grazie all'intervento francese anima il sonetto A Venezia, le odi A Bonaparte liberatore e Ai novelli repubblicani, i versi sciolti Al Sole, tutti composti nello stesso anno. Se per un verso queste posizioni si ricollegano al libertarismo alfieriano, tentando di superarne il limite individualistico e di dargli concreto sbocco politico, d'altra parte preannunciano quel moderatismo realistico che verrà in evidenza nel Foscolo maturo e che lo porterà a restare sempre fautore del regime napoleonico. Al pari di molti patrioti italiani dell'epoca, nota il De Ruggiero, Foscolo si mostra meglio disposto «ad apprezzare la libertà civile che non quella politica» e finisce così col professare «un liberalismo che ha per vertice la dittatura».
      Il bonapartismo stesso è tuttavia vissuto da Foscolo in modo critico e contraddittorio, con frequenti oscillazioni fra impennate indipendentiste e diretta partecipazione alle imprese militari del Bonaparte. Causa di particolare delusione e amarezza è il trattato di Campoformio dell'ottobre 1797 con cui Napoleone cede all'Austria Venezia e che costringe nuovamente all'esilio il poeta, rientrato nella città dopo la caduta del regime oligarchico.
      Ma questo avvenimento non provoca una sostanziale modifica del suo orientamento politico. Stabilitosi a Milano, dove conosce alla fine del 1797 Parini e diventa amico di Monti, Foscolo inizia una vivace collaborazione con la rivista liberale il Monitore italiano, proseguita l'anno successivo a Bologna attraverso il Monitore bolognese e il Genio democratico, e torna a combattere con l'esercito napoleonico nell'aprile 1799 contro la coalizione austrorussa. Dopo essere stato ferito a Cento e aver preso parte alla difesa di Genova, dove ristampa l'ode A Bonaparte liberatore, egli svolge per conto del governo napoleonico alcune missioni diplomatiche e compone nel 1802 l'Orazione a Bonaparte, in cui lo invita a unificare l'Italia. Essa evidenzia il significato e i limiti del liberalismo foscoliano, particolarmente là dove scrive: «E col popolo tutto io chiamo libertà il non avere (tranne Bonaparte) niun magistrato che Italiano non sia, niun capitano che non sia cittadino».
      A questa intensa attività politica s'intrecciano intanto nuove relazioni amorose con Isabella Roncioni e Antonietta Fagnani Arese e un'altrettanto instancabile attività letteraria. Contrassegnata da materiali importanti nel quadro della formazione letteraria del Foscolo, come il romanzo autobiografico incompiuto Sesto tomo dell'Io o le lettere ad Antonietta Fagnani Arese poi confluite nel vastissimo Epistolario, essa culmina con la pubblicazione nel 1802 del romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis iniziato nel 1797, apparso una prima volta l'anno seguente e poi ripetutamente rivisto.

      Le «Ultime lettere di Jacopo Ortis»

      L'Ortis si colloca non a caso nel filone del romanzo epistolare, ossia del genere settecentesco che più aveva dato spazio a un autobiografismo e a un'analisi dei sentimenti già di gusto romantico. Il riferimento autobiografico è trasparente sia nell'intreccio sia nell'ispirazione dell'opera, influenzata da modelli famosi nel genere come La Nuova Eloisa di Rousseau o I dolori del giovane Werther di Goethe.
      Attraverso la finzione delle lettere inviate dal giovane patriota Jacopo all'amico Lorenzo vengono narrate le disavventure politiche e amorose del protagonista, costretto a fuggire da Venezia dopo il trattato di Campoformio e isolatosi nei suoi nativi Colli Euganei. Qui s'innamora di Teresa, giovane figlia d'un conte che è però già promessa a Odoardo. Non potendo offrirle di dividere la sua sorte di profugo, Jacopo si rimette in viaggio per l'Italia traendo nuovo motivo di sconforto dallo spettacolo di sottomissione e oppressione che gli si presenta in tutta la penisola. Dopo aver vanamente cercato di avvicinare Alfieri, aver incontrato Parini e aver visitato le tombe dei grandi italiani in Santa Croce, Jacopo torna sui Colli Euganei dove apprende che Teresa ha sposato Odoardo e si uccide.
      In questo atto, come nota Binni, si esprime la suprema protesta del Foscolo «contro una realtà troppo diversa dai suoi ideali e dal suo bisogno di vita alta e virile». Ma il romanzo, come nota sempre Binni, ci fa anche assistere allo «sdoppiamento fra autore e personaggio, tra il Foscolo collaboratore-critico del potere napoleonico e l'Ortis intellettuale disperato e suicida». Al personaggio il poeta assegna il compito di esprimere quel pessimismo esistenziale, quel sentire tormentoso e romantico, quel subitaneo trapasso dall'entusiasmo alla disperazione e quella disillusione politica cui seguitano a opporsi l'adesione intellettuale del Foscolo alla filosofia meccanicistica settecentesca e agli ideali giacobini. Questo contrasto si riflette anche nel modo complesso e contraddittorio di sentire la morte, che tanta parte avrà nella successiva poesia foscoliana: da un lato «fatal quiete» che pone fine ai travagli dell'esistenza e da cui l'autore si rivela romanticamente attratto anche nel successivo sonetto Alla sera; dall'altro ricordo e simbolo attraverso i sepolcri degli uomini illustri, di vite intensamente vissute che «A egregie cose il forte animo accendono», come avrà a esprimersi nei Sepolcri.

      Le «Odi» e i «Sonetti»

      Proprio il tentativo di armonizzare idee o modi di sentire così contrastanti anima la produzione poetica immediatamente successiva, dalla traduzione della Chioma di Berenice di Callimaco (1803), alle Poesie pubblicate lo stesso anno. Esse comprendono due famose odi (A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, All'amica risanata) e dodici sonetti gli ultimi dei quali (In morte del fratello Giovanni, A Zacinto, Alla sera) sono fra le più alte espressioni della lirica italiana.
      A differenza dei primi, anteriori al 1802 e maturati nel clima stesso del romanzo, gli ultimi sonetti rivelano un più maturo equilibrio che porta il poeta a trasfigurare la vicenda autobiografica fino a farne motivo di una meditazione intensa e di una rappresentazione pacata, squisitamente classica nella forma. Una visione più armoniosa e rasserenata esprimono anche le due odi che, in uno stile apertamente neoclassico, elegante e lieve, propongono un altro motivo centrale della successiva poetica foscoliana, quello dell'«aurea beltade» unico «ristoro» concesso agli uomini dal destino.
      Si tratta tuttavia di una bellezza «non più decorativa come per gli scrittori neoclassici, ma già romanticamente identificata con la stessa coerenza del comportamento morale e politico» (Bonfiglioli).
      La bellezza come i sepolcri, come la poesia stessa, ha valore in quanto simbolo e mito capace di suscitare nobili sentimenti e di stimolare ad azioni generose.
      Comincia così a delinearsi quella religione delle «illusioni» (i sepolcri la bellezza, la poesia), come tali criticamente giudicate dalla ragione illuminista ma tuttavia accolte dal poeta come i soli valori capaci di consolare l'uomo e di conferire senso alla sua travagliata esistenza.

      I «Sepolcri»

      A questa visione si accompagna nel Foscolo una considerazione più distaccata della vicenda politica, di cui pure seguita a essere attivo protagonista nonostante i crescenti dissensi col governo francese in Italia.
      Determinati soprattutto da una mai sopita aspirazione indipendentista che alimenta i sospetti delle autorità, essi spingono infine il poeta a lasciare nel 1804 la penisola per recarsi come ufficiale napoleonico nella Francia del nord, dove si sta preparando una spedizione contro l'Inghilterra. Qui Foscolo ha la relazione con l'inglese Fanny Emerytt da cui nascerà la figlia Floriana e comincia a tradurre il Viaggio sentimentale di Laurence Sterne.
      Nel marzo 1806, sfumato il progetto napoleonico, ritorna a Milano. Ma nel frattempo la trasformazione della Repubblica Italiana in Regno d'Italia (1805) con la diretta assunzione della corona da parte di Napoleone, che governa tramite il viceré Eugenio di Beauharnais, rende sempre più stretta la dipendenza dai Francesi accentuando il disagio del Foscolo nei confronti del regime.
      Poco dopo, viene esteso al Regno d'Italia (5 settembre 1806) l'editto di Saint-Cloud, emanato in Francia nel 1804 per vietare la sepoltura fuori dei cimiteri comuni e l'uso dei monumenti funebri. È questo il motivo occasionale che spinge Foscolo a scrivere il carme Dei Sepolcri, originariamente pensato come epistola in versi all'amico Ippolito Pindemonte, cui è diretto.
      Alimentato da motivi comuni a tutta la poesia sepolcrale inglese, e dalla riflessione foscoliana sulla morte, quale si era sviluppata dall'Ortis ai sonetti, il poema rappresenta il momento di più alto e felice equilibrio raggiunto dalla lirica foscoliana fondendo razionalità illuministica, forma classica e nuova sensibilità romantica. Al centro del carme vi è la meditazione sull'esistenza umana che è sì perenne fluire, travolto dalla «forza operosa» del tempo secondo una concezione materialistica mai rinnegata dal poeta, ma che può attingere un superiore significato ove si stabilisca un ideale legame fra i vivi e i morti.
      Il culto delle tombe, inutile ai defunti e che l'editto napoleonico vorrebbe eliminare sostituendovi le fosse comuni, diventa così essenziale ai viventi in quanto perpetua il ricordo degli illustri trapassati stimolando a rinnovarne le imprese e realizza quella continuità fra le generazioni e fra le stirpi che rappresenta a parere di Foscolo l'unica forma possibile d'immortalità.
      In questo modo i sepolcri vengono ad avere una funzione simbolica e mitica, rasserenante e consolatoria, ma anche quella più immediatamente politica di incitare alla lotta per la libertà sull'esempio dei grandi. Proprio su questo ruolo fondamentale dei sepolcri nella storia di una nazione si sofferma la parte centrale del carme, traendone spunto per incitare alla liberazione e all'unificazione d'Italia.
      Questo auspicio d altra parte offre spunto per un confronto con l'eroica lotta dei Greci contro i Persiani a Maratona o con la sfortunata difesa di Troia da parte di Ettore, riportando a riflessioni di significato più universale. Attraverso la figura di Ettore, cantato da Omero, il poeta esalta insieme all'eroismo sfortunato e al patriottismo la funzione eternatrice della poesia che, vincendo «di mille secoli il silenzio», ne immortala il ricordo finché il sole «risplenderà sulle sciagure umane».
      Nella celebrazione dei sepolcri , inutili solo ai vili e ai mediocri che non lasciano «eredità d'affetti», si fondono così meditazione filosofica, potente lirismo e passione civile, eloquenza e poesia. Qui si saldano, come non accadrà più nelle opere successive, la forte tensione politica a lungo dominante nel Foscolo, e la tendenza più tardi prevalente a rifugiarsi in una dimensione atemporale trascendente la storia, in una sorta di religione delle «illusioni» seppure tutta laica e terrena.

      Dalle «Lezioni sulla letteratura» alle «Grazie»

      Tale equilibrio si rompe invece o vien meno nell'ultimo Foscolo, parallelamente al suo definitivo abbandono del giacobinismo giovanile.
      Sia l'influenza delle letture preferite nella maturità, da Vico a Hobbes a Machiavelli, agli «ideologhi» francesi, sia la deludente esperienza del nuovo ordine napoleonico, cui resta tuttavia complessivamente legato, inclinano sempre più Foscolo verso un realismo politico che considera le speranze rivoluzionarie come vuote utopie. Alla tesi di Rousseau secondo cui l'uomo deve recuperare la libertà dello stato di natura mettendo fine alle diseguaglianze della società civile, egli oppone che la disegualianza è una condizione ineliminabile, determinata dalle stesse leggi della natura. La società è congenitamente un «aggregato di pochi, che comandano per mezzo della spada e delle opinioni, e di molti che servono». L'intellettuale, visto da Foscolo come portatore di verità sulla base di una concezione sostanzialmente aristocratica della letteratura, non può «pigliare tutte le parti degli uni senza offendere le ragioni degli altri» ma deve tendere piuttosto a farsi mediatore fra il potere e il popolo, che seguita a essere considerato con distacco.
      Queste posizioni, già implicite nel bonapartismo del Foscolo, si precisano soprattutto dal 1809 quando egli ottiene la cattedra di eloquenza all'università di Pavia, particolarmente nelle sue Lezioni su la letteratura e la lingua (1809-11) introdotte dalla celebre orazione inaugurale Dell'origine e dell'ufficio della letteratura (22 gennaio 1809).
      Poco dopo, la cattedra viene soppressa dalle autorità francesi che nel 1811 vietano anche le repliche della seconda tragedia foscoliana, l'Aiace, velatamente antinapoleonica, e tolgono al poeta l'incarico di revisore dei testi teatrali. Questi fatti, insieme alla clamorosa rottura con Monti contro cui scrive Ragguaglio dell'Accademia de' Pitagorici (1810), decidono il Foscolo a lasciare il Regno d'Italia per recarsi a Firenze dove conosce un periodo di relativa tranquillità, ha una relazione con Quirina Mocenni e attende alla stesura delle sue ultime opere importanti: la terza tragedia (Ricciarda), la traduzione assai libera e originale del Viaggio sentimentale di Sterne, pubblicata con la Notizia intorno a Didimo Chierico d'intonazione autobiografica, le parti fondamentali delle Grazie.
      Ripreso anche in seguito, ma mai concluso, questo poemetto segna l'aperta adesione del Foscolo ai canoni neoclassici. Attraverso una ricerca formale che approda a risultati di grande raffinatezza si esprime ormai una concezione elitaria della poesia, che a tratti raggiunge ancora risultati di alto lirismo ma «in un dominio privato e non in senso civile» (Salinari). La funzione civilizzatrice avuta dalla poesia nel corso della storia è il tema stesso dei tre inni solo parzialmente svolti in cui si articola il poema e ne sottolinea il carattere didascalico. Nel primo, dedicato a Venere, si canta la nascita delle Grazie che accompagna i primi progressi della civiltà. Nel secondo, dedicato a Vesta, s'immagina di innalzare alle Grazie un altare sul colle Florentino di Bellosguardo e si chiamano a celebrarne il culto tre donne amate dal poeta. Nel terzo, dedicato a Pallade, si celebra con versi che sono fra i più belli di tutta l'opera il velo tessuto per proteggere le Grazie dalle passioni umane e rendere così possibile la loro azione nel mondo.

      Il periodo londinese

      Al tentativo del poeta di rifugiarsi in una distaccata lontananza dalle travagliate vicende quotidiane si oppone tuttavia il precipitare degli avvenimenti politici e il crollo dell'impero dopo la sconfitta dell'esercito napoleonico nel 1813 a Lipsia.
      Foscolo ritorna a Milano per partecipare alla difesa del Regno d'Italia contro gli Austriaci. Successivamente valuta la possibilità di collaborare da posizioni critiche col nuovo regime, che cerca di assicurarsene i servigi offrendogli la direzione della rivista Biblioteca italiana. Ma nel 1815, quando si pone concretamente la necessità di prestare giuramento di fedeltà all'Austria, Foscolo rompe ogni indugio e fugge da Milano riprendendo definitivamente la via dell'esilio.
      Dalla Svizzera, dove pubblica nel 1816 una nuova edizione dell'Ortis e la satira in prosa latina Ipercalisse, passa a Londra, dove resterà fino alla morte. Qui viene accolto con simpatia dai liberali inglesi e ritrova, in circostanze fortunose, la figlia Floriana che gli rimarrà affettuosamente legata per tutta la vita. Ma presto i suoi comportamenti improntati a scontrosa intolleranza ne provocano l'isolamento, mentre le difficili condizioni economiche lo costringono a un duro lavoro in campo editoriale e giornalistico che concorre a logorarlo fisicamente e ad aggravare le sue condizioni di salute, rese precarie dall'idropisia. Nonostante ciò il Foscolo continua a svolgere un'intensa attività intellettuale, curando la quarta edizione dell'Ortis (1817), tentando di riprendere il poemetto le Grazie e producendo soprattutto importanti opere di critica letteraria come il Saggio sullo stato della letteratura italiana nel primo ventennio del secolo decimono ( 1818), i Saggi su Petrarca (1821), il Discorso sul testo della Divina Commedia e il Discorso storico sul testo del Decamerone, entrambi del 1825. Si tratta di contributi che innovano profondamente la critica italiana, rompendo con la tradizione settecentesca. Egli continua inoltre a seguire con lucida attenzione le vicende italiane, offrendoci un'analisi dell'esperienza giornalistica italiana che resta fra le più penetranti e intervenendo attivamente nella polemica fra «romantici» e «classici», a favore di questi ultimi.
      Ma la sua vita è resa sempre più gravosa dalla malattia e dai disagi economici. Dilapidato il piccolo patrimonio della figlia è costretto a nascondersi nei più squallidi quartieri londinesi per sfuggire ai creditori, che lo fanno imprigionare nel 1824. Scarcerato ma ridotto in miseria deve adattarsi a vivere nel piccolo villaggio di Turnham Green, dove muore il 27 settembre 1827 a soli 49 anni.

      Nel 1870, per decisione del governo italiano, i suoi resti vengono trasferiti a Firenze, nella chiesa di Santa Croce a lui tanto cara.


      La collocazione di Foscolo fra classici e romantici

      Concordemente ritenuto uno dei massimi poeti italiani, Foscolo resta tuttavia figura di non facile collocazione nel quadro della storia letteraria.

      Per numerosi aspetti egli anticipa il romanticismo e di una sensibilità romantica è testimonianza la stessa rottura che in lui si opera rispetto alla figura del letterato tradizionale, con una stretta associazione fra vita e opera, produzione poetica e impegno politico.

      Ma è contemporaneamente necessario sottolineare i persistenti legami con una concezione aristocratica di derivazione settecentesca sia in campo letterario sia politico. È da rilevare, soprattutto, come la sua tensione civile, «crucciosamente chiusa in se stessa», tradisca i limiti propri anche al «distacco e disprezzo» alferiano verso «la plebe» (Timpanaro), mentre il suo modo di intendere la poesia, segnatamente nelle Grazie, sembra rappresentare piuttosto il punto d'arrivo e la più alta sintesi del classicismo settecentesco che non un superamento di esso. Tale classicismo anzi, in quanto viene distaccandosi dai problemi politico-sociali per farsi celebrazione «della poesia consolatrice, in un mondo storico considerato ormai irrecuperabile alla bellezza e alla magnanimità» (Carretti), si allontana dallo stesso neoclassicismo illuministico ricollegandosi a quello accademico e riproponendo, come scrive Asor Rosa, «una poesia di tipo sublime (vecchia idea della retorica classicista italiana». Anche la polemica condotta da Foscolo contro i romantici durante il suo periodo londinese «consiste fondamentalmente in una rivendi( azione della poesia pura» (Timpanaro) .

      Questo è uno dei motivi che possono spiegare la limitata influenza esercitata dal Foscolo sulla letteratura italiana dell'Ottocento e sugli scrittori romantici, «convinti che l'arte dovesse tener conto in primo luogo della società com'era» e «abbassarsi fino al livello di comprensione, di gusto e di predominanti idealità del pubblico contemporaneo» (Asor Rosa).

      Ma un altro motivo è senza dubbio da vedere, all'opposto, nell'adesione del Foscolo al meccanicismo illuminista e nel suo conseguente fastidio per il moralismo cattolico dei romantici lombardi. Anche quando sfocia nella «religione delle illusioni» la sua poesia resta tenacemente laica rifuggendo da ogni apertura a quella visione religiosa e cristiana della vita che sostanzia invece gran parte del romanticismo italiano, da Pellico a Settembrini o a Manzoni. Da questo punto di vista gli è piuttosto accostabile Leopardi, che analogamente inscrive il suo profondo pessimismo esistenziale entro una visione laica e materialistica pervenendo tuttavia, attraverso un maggior approfondimento ideologico, a rifiutare il culto della poesia, al contrario di Foscolo.

       

    • Ugo Foscolo

      (1778-1827)

       Nasce il 26 febbraio 1778 a ZAKINTHOS (Zante).

      Nel 1788 dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia con la famiglia. Basa la sua formazione su studi letterari classici e moderni, nonché su letture filosofiche e si fa notare come precoce talento poetico.

      Giovane molto impulsivo animato da forti sentimenti democratici attira l'attenzione della polizia; per sfuggire ai primi arresti si trasferisce a Milano dove conosce Parini e Monti.

       

       

      A dimostrazione delle sue idee politiche dal ’95 preferirà farsi chiamare Ugo anziché Nicolò per identificarsi con il rivoluzionario francese Ugo Bassville.

       

      Nel 1797 si trasferisce a Bologna. Si arruola nella Guardia Nazionale combattendo al fianco di Napoleone e compone l’ode a Bonaparte Liberatore. La firma del trattato di Campoformio con cui Venezia viene ceduta all’Austria, gli apre gli occhi sui limiti della politica napoleonica.

       

      Lavora alla stesura del romanzo autobiografico "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", pubblicato nel 1802, scrive la "Notizia intorno a Didimo Chierico". Compone le Odi, i Sonetti. In qualità di capitano dell’esercito va in Francia, nel 1806 torna in Italia e compone i Sopolcri, pubblicati nel 1807. Nel 1808 fu nominato professore di eloquenza all’Università di Pavia, dove tenne l’orazione inaugurale "Dell’origine e dell’ufficio della letteratura" ma poche lezioni a causa della soppressione della cattedra.

       

      Nel 1812, dopo vari viaggi, torna a Firenze dove frequenta i salotti della contessa D’Albany. Nel ’13 riceve l’invito dagli austriaci a dirigere un giornale "La biblioteca italiana". Rifiuta l'opportunità sceglie l’esilio volontario in Svizzera.

       

      Ammalato, poverissimo e materialmente isolato, muore il 10 settembre 1827, in uno squallido sobborgo di Londra, assistito dalla figlia.

       

      FOSCOLO - IL RUOLO DELL'EROE

       

      Ne "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" troviamo il prototipo dell’eroe romantico che soffre e si comporta secondo criteri sentimentali. L’eroe romantico è la novità letteraria dell’800, si contrappone all’eroe classico che combatte per la religione.

       

      Il romanzo è modellato sui "Dolori del giovane Werther" di Wolfgang Goethe. Le affinità sono evidenti: entrambe le opere hanno una struttura epistolare; in entrambe domina il tema di una passione fatale; sia Jacopo che Werther rappresentano il tipo dell’eroe sentimentale e generoso, connotato dal fallimento e dall’isolamento, ma capace di elevarsi al di sopra del mondo. Nel Werther non c’è il tema patriottico che è invece presente in Foscolo unito al tema sentimentale. Werther non deve combattere contro la società ostile, ma soffre per amore. Ortis è un personaggio romantico condannato all’inazione è sradicato dalla realtà crede fermamente nei suoi ideali e per questi pronto a rinunciare a tutto. L’eroe e la società sono collocati su due piani diversi: la società agisce secondo il criterio dell’utile mentre Ortis secondo quello sentimentale.

       

      Jacopo, come Foscolo, subisce la delusione storica dovuta al fallimento degli ideali di patria, di eroismo, di virtù e di amore. Il suicidio rappresenta la protesta di chi con la morte reagisce ad ogni forma di dittatura e alla realtà ostile; non è quindi un gesto di rinuncia e di resa di fronte alle avversità, ma un gesto dimostrativo. Durante il periodo risorgimentale Ortis rappresentò per i giovani patrioti una figura esemplare e anche Mazzini ne risentì l’influsso.

       

      Il suicidio era già stato concepito da Goethe come un sentimento di distruzione appartenente ad alcuni individui che in particolari momenti della vita se ne sentono irrimediabilmente attratti in quanto viene a mancare in loro la capacità di sopportare le sofferenze.

       

      Per Ortis il suicidio non arriva improvviso, ma già dalle prime pagine del romanzo si intravede il suo destino di sconfitta. Ortis non è soltanto un giovane amante infelice, ma un patriota tradito nei suoi ideali. Il suicidio non è provocato solo dalla delusione d’amore, ma anche dalla delusione politica susseguente all’abbandono di Venezia agli austriaci. Ortis, angosciato di fronte allo spettacolo della patria schiava dello straniero, è pessimista sulla natura umana e sulla società in genere.

       

      L’Ortis è quindi il manifesto della ribellione al dispotismo napoleonico ed alla morale dei benpensanti: la ribellione di un giovane intellettuale isolato, che non cerca collaborazione in alcuna classe sociale.

       

      Se si considerano le sue relazioni con gli altri personaggi del romanzo, possiamo dedurre una costante: egli è "innamorato impotente della propria città". Infatti dal punto di vista politico si vede sottrarre la patria in seguito al trattato di Campoformio e nell’ambito sentimentale gli è sottratta Teresa. Antagonisti dell’eroe-Ortis sono due figure autoritarie, il Signor T*** e Napoleone, dalle caratteristiche ambivalenti, ottimi e crudeli, che il protagonista non può interamente odiare. Solidale è invece la madre, confinata, però, in un ruolo inattivo. L’impossibilità di agire conduce Ortis a rivolgere l’azione contro se stesso, il suicidio.

       

      Nel sonetto A Zacinto , nel quale il poeta sviluppa il tema dell’esilio, canta la patria ideale, esprime il nuovo concetto romantico dell’eroe, grande per la forza e la dignità con cui sa sopportare le ingiurie della sventura, gli oltraggi della vita: la condanna al finito, che si oppone allo slancio infinito dell’io. Nasce la poesia dei "vinti" soccombenti e tuttavia superiori al destino. La sensibilità è quindi romantica: parla di una vicenda dolorosa, Foscolo definisce se stesso in relazione e contrapposizione con Ulisse.

       

      Dal paragone emerge l’eroe romantico che ha il fato avverso e l’eroe classico che ha il destino amico. Omero cantò l’esilio di Ulisse e il suo ritorno, Foscolo canta invece il suo esilio e il suo non ritorno.

       

      Nel carme "Dei Sepolcri" Foscolo riflette sul tema della tomba. Rendere le tombe tutte uguali sembrava al poeta un’offfesa ai meriti. Da un lato dice che non è importante la tomba, ma poi si accorge che anche nella morte gli uomini forti devono essere ricordati: ci sono degli uomini che combattono per affermare dei valori.

       

      Quindi la tomba serve per conservare il ricordo degli uomini forti che costituisce un esempio per i posteri. Anche quando la tomba sarà distrutta, resteranno le azioni degli uomini esaltate dalla poesia. Foscolo capisce che la storia ha un suo divenire, va verso la civiltà grazie agli uomini meritevoli per il loro contributo nella società.

       

      La tomba non ha solo un valore privato, ma è importante per un popolo come esempio di civiltà: suscita i sentimenti migliori.

       

      Le tombe dei grandi incitano a emulare le imprese, ad affermare nel mondo quegli ideali di verità, bellezza, libertà, giustizia per i quali essi lottarono. Ogni popolo trova nelle tombe dei propri uomini illustri l’espressione più alta delle proprie tradizioni, della propria civiltà e un incitamento a continuarle.

       

      Questo carme è sorretto da uno spirito energico e attivo di rivalsa, da uno spirito non domato, in virtù del quale il poeta è tratto a rivolgersi con commozione e fiducia alle glorie del passato, traendo da esse speranza per l’avvenire e travalicando così le angustie e le miserie dell’età contemporanea.

       

      La successiva incarnazione di Foscolo è quella di Didimo Chierico, che rappresenta il poeta negli anni maturi, quando capisce che l’arte aiuta a vivere. Didimo più che vivere discorre e sentenzia sul mondo, sugli uomini, sulla letteratura.

       

      Lo stile non ha più l’accento passionale dell’Ortis, ma è pacato, condensato in massime venate d’umorismo.

       

      Didimo è lontano dagli eroici e appassionanti furori ortisiani. E’ l’Ortis che si rivela più disingannato che rinsavito. Foscolo attribuisce a questo personaggio il carattere di colui che tiene nascoste le passioni o le lascia appena trasparire come "calore di fiamma lontana".

       

      Con Jacopo e Didimo il poeta fissò due esempi di comportamento

       

       

       

       

      LE PRINCIPALI OPERE

       

      EDIPPO (1795-96) E’ la prima tragedia che sarà ritrovata e pubblicata nel 1979 nell’archivio di Silvio Pellico e attendibilmente attribuita a Foscolo.

      TIESTE (1797) E’ da considerarsi un’opera giovanile di ispirazione alfieriana in cui la figura del protagonista è stata irrimediabilmente colpita negli affetti e nell’amor di patria.

      A BONAPARTE LIBERATORE (1797) E’ un’ode dedicata a Napoleone, personaggio da lui stimato particolarmente, che mette in evidenza spiriti di libertà.

      A LUIGIA PALLAVICINI CADUTA DA CAVALLO (1800) Tale ode è stata pubblicata nel 1802 insieme ad 8 sonetti nel "Nuovo giornale dei letterati" di Pisa. E’ un inno alla bellezza e alla leggiadria di ascendenza pariniana e montiana, ricca di quadri mitologici dove spicca la poetica del "sublime".

      ALL’AMICA RISANATA (1802) E’ un’ode dedicata ad Antonietta Fagnani Arese. La celebrazione della bellezza consolatrice si trasforma in esaltazione della poesia eternatrice.

      ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS (1802) E’ un romanzo epistolare, la vicenda è una duplice tragedia: è privata perché descrive un amore irrealizzabile ed è pubblica per la patria venduta. Infatti il protagonista è un esiliato innamorato e corrisposto da Teresa la quale si sposa con Odoardo provocando il suicidio di Ortis.

      POESIE (1803) E’ un volume che comprende dodici sonetti e le due odi, già pubblicate precedentemente, che erano considerate da Foscolo stesso quanto di meglio avesse composto fino a quel momento.

      DEI SEPOLCRI (1806-07) E’ un carme che vuole dimostrare che i sepolcri sono utili dal punto di vista affettivo, civile e simbolico. All’inizio si precisa l’inutilità delle tombe per chi ascolta la voce della ragione, ma l’autore afferma che agli spiriti magnanimi "l’urne de’ forti" ispirano azioni generose.

      DELL’ORIGINE E DELL’UFFICIO DELLA LETTERATURA (1809) E’ uno scritto di critica letteraria tra i più mediati e impegnativi dove Foscolo prende in considerazione la natura del linguaggio, l’uso sociale della parola, la funzione etico-politica che i letterati possono svolgere, il problema del pubblico medio-borghese a cui dovrebbe indirizzarsi una intelligente produzione narrativa.

      AJACE (1811) Tragedia di argomento classico che identifica Napoleone col personaggio di Agamennone, esprime allusioni antifrancesi.

      LE GRAZIE (1812-13) E’ un inno con una serie di frammenti lirici che celebrano il mondo ideale e sereno dell’armonia, dell’arte e della bellezza in contrasto con lo squallore e la crudeltà della storia.

      RICCIARDA (1812-13) E’ l’ultima tragedia che in un primo momento fu censurata e successivamente rappresentata a Bologna dove riscosse un certo successo.

      NOTIZIE INTORNO A DIDIMO CHIERICO (1812-13) Fu premessa alla produzione del "Viaggio sentimentale di Yorik" di Laurence Sterne e descrive un personaggio autobiografico, sereno, pacato, ironico e distaccato che rappresenta l’altra faccia del "romantico" e cupo Foscolo-Jacopo Ortis.

       

       

      LA POETICA

       

      Foscolo assegnava alla poesia il compito di eternare e tramandare nei secoli il ricordo dei più alti valori umani. La poesia è creatrice di valori, di nuovi ideali e di civiltà; si ispira alla realtà e tende ad intensificare la vita.

       

      Nell’orazione sul tema "Dell’origine e dell’ufficio della letteratura" Foscolo si preoccupa di scoprire la funzione etico-politica che spetta ai letterati. Dal discorso emerge una funzione dell’arte piuttosto contemplativa che non combattiva.Foscolo sostiene perciò:

       

      "Ufficio dunque delle arti letterarie dev’essere e di rianimare il sentimento e l’uso delle passioni, e di abbellire le opinioni giovevoli alla civile concordia, e di snudare con generoso coraggio l’abuso e la deformità di tante altre che, adulando l’arbitrio de’ pochi o la licenza della moltitudine, roderebbero i nodi sociali e abbandonerebbero gli Stati al terror del carnefice, alla congiura degli arditi, alle gare cruente degli ambiziosi e alla invasione degli stranieri".

       

       

      Il letterato deve quindi smorzare le passioni al fine di raggiungere l’equilibrio tra potenti e deboli.

       

      Il poeta parte da premesse sensistiche e materialistiche, che culminano nella constatazione del nulla eterno e dell’impossibilità per l’uomo di conoscere la realtà delle cose, il perché dell’esistenza. Assume importanza il ruolo delle illusioni, di quei valori (patria, bellezza, amore, gloria, affetti familiari) che hanno una funzione consolatrice.

       

      Foscolo attribuisce alla poesia la facoltà di "creare" miti: in virtù della poesia l’uomo "tenta di mirare oltre il velo che ravvolge il creato(…) crea le deità del bello, del vero, del giusto e le adora".

       

      L’autore si inserisce in un’atmosfera densa di cambiamenti politici e culturali. Registra in se stesso la crisi dell’illuminismo, dovuta alla delusione storica e al fallimento della ragione, e anticipa le tematiche romantiche.

       

      Foscolo, a differenza degli illuministi, non concepisce il ruolo dell’intellettuale come quello dello "scienziato" che mette al servizio della società il proprio bagaglio culturale. Egli ritiene infatti che compito dell’intellettuale è quello di rappresentare la coscienza collettiva in quanto il pensiero scientifico e razionale non rispecchia l’animo umano.

       

      La poesia può solamente esaltare i grandi valori della civiltà, ma non può riscattarla: Foscolo ha una visione negativa della storia in cui prevalgono le iniquità dei rapporti sociali e con la poesia tenta di sovrapporsi a questi valori.

       

      Rappresenta il nuovo modello di intellettuale che concepisce il lavoro letterario come impegno politico ed analizza la realtà con l’illusione di poterla cambiare.

    •  

    • UGO FOSCOLO

       

      F. nasce a Zante (o Zacinto), un’isola del mar Egeo, vicina alla Grecia. Per F. quella della Grecia antica è la cultura ideale.

      Alla morte del padre, F. si trasferisce con la madre a Venezia, dove vive in miseria, anche se aiutato da amici e parenti. Il governo oligarchico di Venezia non è apprezzato da F., che si allontana dalla città per andare a vivere (in esilio) sui colli Euganei, fino alla caduta del governo oligarchico a Venezia, grazie all'intervento di Napoleone; F. è infatti a favore delle idee napoleoniche (ideali di libertà, democrazia…), tanto che si arruola nell’esercito francese. Il trauma più grande per F. è costituito dal Trattato di Campoformio, con il quale Napoleone cede Venezia all’Austria, perciò egli, che prima era stato esaltato dal poeta come un salvatore, viene ora visto come un traditore. F. rimane comunque interno alle strutture napoleoniche, mantenendo però una posizione sempre molto critica nei confronti del regime napoleonico, ma rendendosi conto che l’intervento di Napoleone è stato essenziale per aprire la via alle riforme in Italia.

      La vita di F. è interessata dalla presenza di molte donne, amate in modo passionale ed intenso; F. cerca di esprimere al massimo i propri sentimenti, amando esporsi e rischiare.

      Nell’ultima fase della sua vita, F. si distacca dalla vita politica e si trasferisce a Londra, sia perché in Europa dopo la morte di Napoleone è ritornato l’antico regime, sia perché egli è perseguitato dai creditori. Muore in miseria a Londra, malato e povero, infatti per vivere dava lezioni di italiano e scriveva alcuni articoli.

      È impossibile separare la biografia tumultuosa di F. dalle sue opere: “Le ultime lettere a Jacopo Ortis” (romanzo epistolare, opera giovanile), i “Sonetti”, i “Sepolcri” (chiamati dall’autore carmen), “Le Grazie” e alcune altre opere saggistiche sulla letteratura.

       

      Il Romanzo Epistolare

      La massima diffusione del romanzo epistolare avviene in Europa nel ‘700. È un genere narrativo in prosa, il cui linguaggio è molto vicino al parlato e molto comunicativo. Il romanzo epistolare ha come protagonisti personaggi comuni (tratti dall’ambiente borghese), personaggi verosimili che vengono descritto “a tutto tondo” (nome, carattere, abiti…) ® realismo descrittivo. Questo genere letterario esalta alcuni valori della borghesia, quali l’individualismo, l’intraprendenza e l’intelligenza.

      Il romanzo epistolare consiste in una raccolta di lettere tra mittente e destinatario oppure in una raccolta delle lettere scritte solo da una persona (senza le risposte): la seconda forma indica la crisi del genere, in quanto rappresenta più che altro un monologo, ciò significa che il romanzo epistolare sta diventando un romanzo-confessione.

      Un romanzo epistolare molto famoso in Europa, oltre a “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di F., è “Le relazioni pericolose”.

       

      “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”

      La prima pubblicazione dell’opera è datata 1802.

      Il romanzo epistolare ha come tema sia una storia d’amore che un impegno politico. Il protagonista, Jacopo, abbandona Venezia dopo che la città è stata ceduta all’Austria da Napoleone e si rifugia sui colli Euganei, dove incontra Teresa e si innamora di lei, anche se la donna è già promessa sposa di un altro uomo, la cui ideologia è del tutto opposta a quella di Jacopo (più idealista, mentre l’altro è materialista). L’Ortis decide allora di intraprendere un viaggio per tutta l’Italia, così giunge a Firenze, poi a Milano, dove incontra Parini, poi a Ventimiglia, dove riflette sulla storia dell’uomo, caratterizzata dal continuo alternarsi di violenze e soprusi, infine egli torna sui colli, dove viene informato delle imminenti nozze di Teresa e si suicida, distrutto dal dolore della perdita dell’amata e della patria.

      Le lettere di Jacopo vengono raccolte da un suo amico, Lorenzo, che ne è anche il destinatario.

      Per scrivere quest’opera F. ha preso come esempio “I dolori del giovane Werther” di Goethe, dove però è presente solo la delusione amorosa, che porta il protagonista al suicidio, non c’è invece la delusione politica. Goethe esprime il contrasto tra la società a la propria classe sociale, la borghesia; il senso di esclusione dell’intellettuale (Werther) è rappresentato dal mancato matrimonio con Carlotta; Werther condivide gli ideali dell’aristocrazia, che però è una classe chiusa che esclude gli appartenenti ad altri gruppi sociali.

      Invece, poiché in Italia la situazione è diversa, nell’opera di F. c’è la delusione-esclusione politica, la mancanza di una patria.

      Molto critici non considerano “Ultime lettere di Jacopo Ortis” come un romanzo epistolare, perché mancano la narrazione, l’intreccio, i personaggi ben precisati e descritti anche dal punto di vista psicologico, è invece maggiormente presente un tono saggistico. La lingua e lo stile dell’opera sono caratterizzati dalla ricerca dell’enfasi, da un tono alto, da un’attenzione di tipo retorico (anche per questo l’opera di F. è diversa dal genere del romanzo epistolare).

      Nell’opera sono presenti due correnti:

      • corrente romantica: caratterizzata dall’espressione della passionalità, dall’irruenza
      • corrente neoclassica: presente nelle pagine in cui dominano l’equilibrio, la calma e la serenità (per esempio, nella descrizione di Teresa, rappresentata quasi con caratteristiche divine), vi è quindi un freno alla passionalità.

      [Lettere: 11/10/1797, 27/08, 19-20/02, 26/10, 1/11, ultime]

       

      Il Neoclassicismo

      Il Neoclassicismo è una tendenza culturale che si diffonde a cavallo tra il ‘700 e l’‘800; essa ha la stessa base del Rinascimento (classicismo), ovvero il culto del mondo e della cultura classici, ai quali si aggiunge però la consapevolezza che i valori antichi sono passati ed irrecuperabili, vi è quindi una grande malinconia, rivolta soprattutto al mondo greco, più che a quello latino.

      La corrente neoclassica nasce in seguito a nuove scoperte e ritrovamenti archeologici a Pompei e anche successivamente alla pubblicazione, nel ‘700, delle opere di Winckelmann (archeologo tedesco e teorico del Neoclassicismo), il cui tema principale è la storia dell’arte, infatti l’autore esalta la bellezza delle statue del mondo antico.

      Il Neoclassicismo influenza la produzione letteraria di F.; tale corrente è presente ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, ma soprattutto ne “Le Grazie” ed in alcune “Odi”, per esempio in quella intitolata “All’amica risanata”, dedicata alla guarigione di un’amica, della quale l’autore celebra la bellezza facendo continui riferimenti al passato e facendo paragoni con il mondo mitologico greco, inoltre in quest’ode F. esalta la poesia, in quanto essa è lo strumento che permette alla bellezza di superare il tempo.

       

      “Sepolcri”

      L’opera, scritta nel 1807, nasce da un evento storico, l’Editto di Saint Cloud (1804) di Napoleone, che vietava di seppellire i morti all’interno della cinta muraria della città, obbligando a scegliere le fosse comuni o comunque a evitare di mettere lapidi (sulle quali di solito veniva scritto il titolo nobiliare del defunto), affinché non si facessero distinzioni: la prima ragione è di tipo igienico, l’altra di tipo democratico. F. inizialmente si mostra favorevole all’iniziativa di Napoleone, poi ci ripensa perché l’editto viene a contrastare uno dei fondamenti della civiltà umana: il culto dei morti. Il poema illustra infatti ragioni sentimentali, affettive, morali… del culto dei morti, quindi, pur essendo ateo, F. riconosce che l’illusione della religione (riguardante il matrimonio, considerato da F. una semplice convenzione, il culto dei morti…) è fondamentale per non tornare allo stato primitivo, perché i vivi, attraverso il ricordo dei morti, possono prendere esempio per vivere meglio e comportarsi in maniera degna e virtuosa.

      F., Piedemonte (il destinatario dell’opera) e molti altri autori fanno parte degli scrittori di poesia sepolcrale, genere nato in Inghilterra; ma mentre gli altri danno alle loro opere un valore religioso, F. dà alla propria un valore più laico.

      I “Sepolcri” sono composti in endecasillabi sciolti ed hanno una struttura complessa, “sinfonica”, poiché si alternano parti liriche, descrittive, oratorie…

      Nella prima parte (vv. 1-90), è presente la polemica contro l’editto e la dimostrazione dell’utilità delle tombe per i vivi. La seconda parte (vv. 91-150) è di tipo argomentativo ed in essa l’autore ripercorre la storia dell’umanità dal Medioevo (facendo riferimento all’Inghilterra), descrivendo i vari modi in cui venivano seppelliti ed onorati i morti. Nella terza parte (vv. 151-112) vengono ricordati alcuni tra i più grandi ed illustri uomini di cultura ormai morti (Machiavelli, Michelangelo, Galileo, Dante…). Nella quarta ed ultima parte (vv. 113-295) F. descrive la funzione consolatrice della poesia, in quanto le tombe verranno distrutte con il tempo mentre la poesia continuerà la loro funzione di ricordo, sia dei vinti che dei vincitori.

       

      Ugo Foscolo

       

       

       

      Ugo Foscolo nacque il 6 febbraio 1778 a Zante una delle isole ioniche da padre veneziano e madre greca. Dopo la morte del padre egli si trasferì a Venezia, dove partecipò ai rivolgimenti politici del tempo manifestando simpatie verso Napoleone, salvo pentirsene amaramente dopo il trattato di Campoformio. Di qui andò in esilio volontario e si recò a Milano, dove conobbe Parini e Monti; passò poi a Bologna e a Genova dove combatte come Guardia nazionale. Nel 1804 fece parte in qualità di capitano dell'armata francese destinata allo sbarco in Inghilterra e visse in varie città francesi. Tornato in Italia, venne nominato professore di eloquenza all'Università di Pavia. Dopo l'abdicazione di Napoleone, abbandonò l'Italia per non dover giurare fedeltà agli austriaci e si rifugiò prima in Svizzera e poi a Londra, dove ebbe serie difficoltà economiche a causa delle eccessive spese e dovette lavorare per guadagnarsi da vivere. Ammalatosi di idropisia, morì il 10 settembre 1827 in un villaggio vicino Londra.

       

      Visse a cavallo tra il 700 e l'800 ed è considerato il primo grande intellettuale dell'età neoclassica; per il periodo in cui nacque è un figlio naturale dell'illuminismo ed incarna in sé tutti i fermenti culturali del mondo in cui vive. Troveremo presenti e coesistenti in ogni sua opera tutti e tre gli elementi culturali che caratterizzano l'età a lui contemporanea (Neoclassicismo, Illuminismo, Preromanticismo). Non possiamo seguire analizzando l'opera di Foscolo un itinerario in cui distinguiamo una fase illuminista poi una fase neoclassica e infine una fase preromantica; troveremo soltanto opere in cui sono presenti insieme tutti e tre questi elementi (persino nelle Grazie, che sembrano un regresso culturale verso il neoclassicismo dopo gli slanci dei Sepolcri, troviamo ad una attenta analisi tutti e tre gli elementi).

       

      La sua nativa Zante, che definì "la culla della civiltà" restò la sua patria ideale e le dedicò un bellissimo sonetto (A Zacinto), mentre Venezia venne considerata la patria reale, dove si lasciò coinvolgere nei rivolgimenti politici del tempo. E' questo un periodo in cui il Foscolo perde di vista la razionalità e si lascia prendere dalla passione. Dopo essersi sottoposto ad un esilio volontario ebbe un momento di serenità innamorandosi di Teresa (forse la moglie del Monti); elementi autobiografici di questa parte della vita del Foscolo sono presenti nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, ma l'autobiografia cede il passo alla fantasia e vengono presentati quegli ideali (chiamati poi "illusioni") che permettono all'uomo, tornato alla razionalità, di avere ragioni di vivere abbastanza forti da impedire il suicidio. Nell'Ortis troviamo abbozzati tutti gli elementi che verranno elaborati nelle opere successive (gli ideali della patria, della poesia, dell'amore....). Il protagonista segue una direzione diversa dallo scrittore: Ortis arriva al suicidio, Foscolo no pur sempre aspirando alla pace e alla tranquillità nella sua travagliata esistenza. Un momento di serenità Foscolo lo visse nel contemplare le memorie dei grandi del passato, visitando le tombe di Santa Croce.

       

      Foscolo fu illuminista, quindi ateo e credente nella materialità e nella meccanicità dell'esistenza; tuttavia visse il momento di crisi dell'illuminismo, ed alcune di quelle concezioni determinarono in Foscolo una visione pessimistica della vita. Foscolo aspira alla gloria, alla fama, all'eternità e la concezione illuministica (che vedeva la vita fatta di movimenti meccanici) limita la realizzazione di questa aspirazione, essendo l'uomo finito e soggetto alla morte. E' la realtà della morte che in Foscolo è causa del suo pessimismo. Egli vive la passionalità tipica dei giovani del tempo e comincia ad elaborare quella che sarà definita come "la filosofia delle illusioni" pur continuando a considerare il valore della ragione (alla base del ragionamento di Foscolo c'è sempre un procedimento razionale). "Le illusioni" danno un senso all'intera esistenza e contribuiscono alla convinzione di vivere per un qualcosa contrapposta all'idea del suicidio, sempre presente in Foscolo. Le illusioni sono la patria, la poesia, la famiglia, l'amore; e troveremo nei Sepolcri "l'illusione delle illusioni": la poesia civile.

       

      Accanto alla produzione maggiore (Ortis, Odi, Sonetti, Grazie, Sepolcri) ci sono altre opere, in particolare la fase didimea; è la fase dell'anti-Ortis, del viaggio in Inghilterra, del Foscolo maturo che ha abbandonato la passionalità e guarda con occhio critico ed ironico le cose della vita. Scrisse anche alcune tragedie (Aiace, Tieste e Ricciarda) ad imitazione dell'Alfieri, nel momento in cui questi raggiungeva l'esaltazione dell'agire passionale.

       

       

      Le Ultime lettere di Jacopo Ortis

       

       

      E' un romanzo epistolare, formato da lettere che si immagina vengano spedite al carissimo amico Lorenzo. Si tratta di un genere relativamente nuovo, e anche per questo la critica vi ha visto un'imitazione dei "Dolori del giovane Werther" di Goethe; questo è vero per certi aspetti, ma a ben vedere riconosciamo che nel Werther è completamente assente l'elemento politico e che si segue un diverso iter narrativo (già dalla prima lettera sappiamo che Werther si suiciderà, mentre per Ortis quest'idea si sviluppa nel corso del romanzo). Sul piano letterario, Foscolo mentre compone l'Ortis ha come modello l'Alfieri passionale del suicidio titanico, e la sua intenzione era quella di dare al suicidio un valore dimostrativo. In Alfieri il suicidio titanico era un gesto razionale e cosciente, perché riteneva che solo così avrebbe potuto colpire l'immaginario collettivo; in Foscolo troviamo un relativo fallimento nel tentativo di creare un suicidio titanico, perché, preso da tante sollecitazione nel lungo corso della stesura dell'opera, che era stata concepita in embrione come tentativo di dare un senso alla vita dell'uomo tramite il suicidio, fa compiere ad Ortis, dopo una progressiva maturazione, un gesto di completa irrazionalità, e non un atto coscientemente voluto.

       

       

      Odi

       

      La composizione delle Odi è contemporanea all'Ortis e ai Sonetti, che prolungano in una più complessa armonia l'esperienza del poeta. Le Odi, entrambe del 1802, sono: A Luigia Pallavicini e Alla amica risanata. Sono entrambe composizioni in cui il Foscolo abbonda di immagini neoclassiche.

       

       

       

      "Alla amica risanata"

       

      Venne scritta in occasione della guarigione di Antonietta Fagnani Arese, molto amata dal Foscolo; in quest'ode viene riproposto il tema della bellezza recuperata dopo la malattia, ma comunque destinata a sfiorire. La bellezza, però, continuerà a sopravvivere grazie alla poesia eternatrice, che, in quest'ode rivolta alla bellezza, verrà poi rivolta nei Sepolcri ai valori civili ("E tu onore di pianti, Ettore, avrai ove fia santo e lacrimato il sangue per patria versato"), andando a conseguire la maggiore delle illusioni.

       

      Nella prima parte dell'ode Foscolo celebra la bellezza dell'amica ormai guarita; lo stile è tipicamente classico, con un procedere lento, ricco di metafore, che vuole assaporare la bellezza descritta. Nella seconda parte si intraprende il tema della poesia eternatrice, facendo uso di riferimenti classici (Artemide, Bellona,....) volti a dimostrare come la poesia sia stata in grado di rendere immortale la bellezza mortale.

       

       

       

      Sonetti

       

      Nel 1802 il Foscolo pubblicò a Pisa sul "Giornale dei Letterati" otto sonetti, ai quali aggiunse poi in un'edizione successiva altri quattro sonetti, che sono quelli più maturi dell'autore; lo spirito passionale e l'autobiografismo, già sperimentati nell'Ortis restano inalterati. Tuttavia l'autobiografismo viene racchiuso in una sfera ideale: Foscolo appare in prima persona ed i sonetti ruotano tutti intorno all'Io, cosa che non avverrà nei Sepolcri.

       

      A Zacinto

       

      Il sonetto A Zacinto canta la patria del Foscolo, non semplicemente come patria reale, ma soprattutto come patria ideale. Intorno a questo tema ruotano molti altri aspetti; l'esilio dalla patria, incarnato da Ulisse (che in Foscolo assume il ruolo dell'eroe "bello di fama e di sventura" in quanto lottatore contro il destino avverso), il ruolo della poesia, incarnata nella figura di Omero (che per Foscolo simboleggia il poeta epico per eccellenza) ed infine, nella terzina conclusiva, il tema della tomba illacrimata. Non a caso il primo punto appare alla fine dell'undicesimo verso, ad indicare un momento di riflessione, e non di separazione, prima della terzina finale, immediata conseguenza dei versi precedenti; nei primi undici versi abbiamo un ritmo continuo con i termini che si intrecciano gli uni con gli altri ed ogni riferimento che si allaccia subito al precedente (Zacinto - greco mar - Venere - Omero - Ulisse - Itaca). E' impossibile commentare parola per parola questi versi senza entrare nella mente del poeta. Il tema della tomba illacrimata verrà riproposto, sempre legato all'esilio, nel sonetto In morte del fratello Giovanni.

       

       

       

      In morte del fratello Giovanni

       

      Composto nel 1802, in occasione del suicidio del fratello Giovanni Dionigi di fronte alla madre per un grosso debito di gioco, il sonetto "In morte del fratello Giovanni" prende come uno dei modelli un componimento di Catullo, che cantò la tomba del fratello morto dopo averla visitata; Foscolo al contrario è convinto di non poter mai veder la tomba del fratello. Man mano che i versi procedono alla tomba del fratello si sostituisce quella di Foscolo, in conseguenza dello sviluppare la tematica della tomba: le tombe dei morti servono ai vivi. Foscolo ha una visione atea e non crede nella vita ultraterrena; così la tomba è un'illusione che serve al vivo per farsi ricordare dai propri cari. "Solo chi non ha eredità di affetti" non si cura della sua tomba, tutti gli altri credono nell'illusione di poter lasciare un ricordo di sé negli animi dei familiari, cercando una risposta a quell'ansia di eternità che tormenta anche Foscolo, il quale cercherà di placarla con la poesia. Nella prima strofa il Foscolo sembra di volere andare veramente a vedere "il fior de'tuoi gentili anni caduto", unito alla speranza che il suo esilio possa essere temporaneo. Ma questa speranza si poggia su qualcosa di molto vago come vediamo nell'ultima terzina ("questo di tanta speme oggi mi resta!"). Rimane l'illusione di poter essere ricordati dopo la morte, illusione che diventa lo scopo della propria vita. E' un'illusione perché non si basa su un ragionamento razionale. L'unica speranza per il vivente di sopravvivere dopo la morte è quella di essere ricordato come esempio per i posteri e di essere annoverato tra i grandi del passato. Quest'ultimo pensiero verrà perfezionato nei Sepolcri.

       

       

       

      Alla Sera

       

      Viene considerato come il più bel sonetto del Foscolo: "esprime lo smorzarsi di un tumulto grande ma umano nello sconfinato sopore dell'universo" (Momigliano). Nel silenzio della sera il Foscolo si lascia andare ai suoi pensieri, rappresentando tutto il percorso compiuto nei sonetti, dal travaglio per l'esilio e per la tomba illacrimata fino a concludersi con un momento di quiete, in cui si desidera la morte per appianare i tumulti del giorno. C'è quasi un'accettazione virile dell'esistenza, con tutti i suoi dolori e i suoi travagli, che porta ad un ritrovare la pace, facendo propria quella pace che viene emanata dalla sera. Si tratta comunque di una pace momentanea, di un intervallo tra le afflizioni, in cui riesce a far dormire "quello spirto guerrier che entro mi rugge".

  •  

  • Ugo Foscolo, "Alla sera"

    analisi dei livelli

     

    Forse perché della fatal quiete
    tu sei l'imago a me sì cara vieni
    o sera! E quando ti corteggian liete
    le nubi estive e i zeffiri sereni,

    e quando dal nevoso aere inquiete
    tenebre e lunghe all'universo meni
    sempre scendi invocata, e le secrete
    vie del mio cor soavemente tieni.

    Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
    che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    questo reo tempo, e van con lui le torme

    delle cure onde meco egli si strugge;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    quello spirto guerrier ch'entro mi rugge

     

    1. strutturale e metrico: si tratta di un sonetto con schema ABAB ABAB CDC DCD. Questo schema è piuttosto innovativo rispetto alla tradizione di questo genere poetico.

    2. fonico: il sonetto risulta da un complicato intreccio di corrispondenze foniche. Oltre all'allitterazione della /s/ ("sempre scendi... secrete… soavemente"7-8, in combinazione con l’assonanza della /e/) sono frequenti altre assonanze e consonanze (la più forte è "questo reo tempo"11), anche spurie, in combinazioni come "guardo la tua pace"13.

    3. livello sintattico: il sonetto può essere diviso in due parti corrispondenti a due ampi discorsi, il primo dominato dalla quiete e il secondo dal movimento. Sono molti gli enjambement che allungano il ritmo del verso provocando un effetto di sospensione. L'equilibrio formale del componimento è tuttavia ottenuto anche con altre soluzioni come parallelismi ("le nubi estive e i zeffiri sereni"4) e inversioni (vedi soprattutto l'iperbato "inquiete / tenebre e lunghe"5-6), mentre l'anafora "e quando... e quando"3-5 separa immagini che si riferiscono rispettivamente all'estate e all'inverno.

    4. livello lessicale: le parole-chiave della poesia sono "sera" e "quiete", rilevate anche dal fatto che si trovano entrambe in posizione significativa, la prima dopo il lungo enjambement dei vv. 1-2, la seconda in chiusura del v. 1. Al v. 13 la stessa funzione di "quiete" viene assolta in parte dal termine "pace". La poesia si configura come un gioco di richiami tra la sera e la pace, da intendersi pertanto sia come pace eterna (la "fatal quïete"1, ma anche il "nulla eterno"10), sia come tregua dall'inquietudine dello "spirto guerrier"14. Nella prima parte la sera è associata a immagini di quiete. Nella seconda il ritmo varia, sebbene ai termini che indicano movimento ("Vagar"9, "fugge"10, "van", 11) segua nella terzina finale una nuova stasi ("guardo... dorme"13).Il movimento richiama lo scorrere del "reo tempo" (e non si può far notare qui la corrispondenza intertestuale con il "fugerit invida aetas" oraziano). Tutta la poesia è dominata, anche a livello lessicale, da una forte impronta soggettiva. Ne sono testimonianza i frequenti pronomi personali e aggettivi possessivi. Il linguaggio è medio-alto. Mancano infatti termini molto ricercati e aulici, caratteristica formale tipicadel neoclassicismo.

    5. retorico-semantico: la sera appare come la personificazione di una divinità.

 

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Ugo Foscolo