Riassunto promessi sposi

     

    Promessi sposi


    Tratto da wikipedia : I promessi sposi è un romanzo storico di Alessandro Manzoni, considerato il più importante ed il primo romanzo della letteratura italiana e l'opera letteraria più rappresentativa del Risorgimento italiano. Fu pubblicato in una prima versione nel 1827 e in seguito rivisto, soprattutto nel linguaggio, dallo stesso autore e ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1841.

    Ambientato dal 1628 al 1630 in Lombardia durante l'occupazione spagnola, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Secondo un'interpretazione risorgimentista il periodo storico era stato scelto da Manzoni con l'intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia, ma questa interpretazione è stata oggi abbandonata. Quella che Manzoni vuole descrivere è la società italiana di ogni tempo, con tutti i suoi difetti che tuttora mantiene.

    Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi del XVII secolo, come ad esempio le vicende della Monaca di Monza e la grande peste del 1629-1631, si basano tutti su documenti d'archivio e cronache dell'epoca. Il romanzo di Manzoni viene considerato non solo una pietra miliare della letteratura italiana, ma anche un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana. Nei dialoghi, riporta anche diversi esempi di parlato spontaneo non ammissibili nella lingua standard. È una delle letture obbligate del sistema scolastico italiano.

 

Riassunto promessi sposi

 

 PROMESSI SPOSI

Di Alessandro Manzoni

 

 Il romanzo è ambientato durante la dominazione spagnola in Italia, più precisamente, come ci fa sapere l’autore nel primo capitolo, nel 1628 è infatti il 7 novembre di quell’anno quando Don Abbondio tornandosene a casa incontra i bravi(pag.2 cap.I).

Oltre alla dominazione spagnola che tratterò successivamente, altri problemi rendevano il periodo ancor più difficile. Basti pensare alla carestia,per la prima volta viene nominata nel palazzotto di don Rodrigo (cap. V)  alla presenza di Fra Crisoforo, del conte Attilio e del dott. Azzecca Garbugli e tutti sostengono che essa non è presente ma è solo una speculazione di fornai e incettatori. Alla carestia Manzoni  dedica poi l’intero capitolo XII. In questo prima di descrivere l’assalto ai forni si sofferma sulla storia della carestia, attraverso una digressione con la quale da la colpa di questa prolungata carestia( nelle prime righe del capitolo ci fa sapere che è già il secondo anno di raccolto scarso) in parte al maltempo  e in parte agli uomini ed alla guerra che dovevano fronteggiare, che toglieva i contadini dai campi. Il poco raccolto andava poi per buna parte alle truppe alloggiate nelle vicinanze, come viene detto nella terza pagina del capitolo, qui viene poi sottolineata la spregevole condotta di tali truppe che andava accrescendo l’amarezza del popolo. Si può notare poi leggendo il  proseguo del capitolo come il tema della carestia sia il nucleo centrale della sommossa, la gente infatti chiede pane, ed è pronta ad andare contro la legge per averlo(fine capitolo) ciò è dimostrato anche nel cap.XV nel quale Renzo viene arrestato per aver partecipato ai tumulti; questo dimostra il livello di povertà e fame a cui si era giunti. Il problema della carestia ritorna poi nel cap XVIII, ma questa volta Manzoni afferma cause differenti per il problema: erano secondo lui stati i danni e lo spreco derivato dalla sommossa a far ricadere nuovamente Milano nella miseria dopo due giorni in cui ogni famiglia aveva potuto godere dei frutti derivati dall’assalto ai forni, quali l’abbondanza momentanea0 di pane, il prezzo basso di esso e l presenza in proporzione di farina ( prime righe cap.XVIII). La nuova ondata di carestia fa il suo arrivo più avanti, dalla prime pagine del capitolo fino alla sua metà, dove si sottolinea il fatto che un economia così è destinata a giungere al collasso in quanto la richiesta di pane, incentivata dal suo basso costo, era troppo elevata rispetto alle reali possibilità  dei fornai dove la materia prima scarseggiava. Il panorama della città cambiò così rapidamente e di questo ne fa Manzoni una dura descrizione nelle pagine successive. Ne il governo ne la città erano pronti ad affrontare un problema del genere, Milano perciò decade, botteghe chiuse, fabbriche deserte, mendicanti che litigano per l’elemosina ecc… questa situazione, che durò fino alla raccolta delle nuove messe, portò ad un graduale aumento della mortalità, argomento che viene descritto nelle ultime pagine del capitolo.

Riferimenti alla carestia si possono poi ritrovare durante i dialoghi dei protagonisti o attraverso loro comportamenti(Cap.III  le scuse che Lucia pone alla madre pone dopo offerta di noci fatta a Fra Galdino, inizialmente può sembrare insignificante come gesto, ma nel contesto storico assume una sua rilevanza, si capisce infatti il sacrificio fatto da Lucia).

Come precisato dal Manzoni già nel primo capitolo, il   romanzo è ambientato durante la guerra dei trent’anni; vi sono perciò  spesso riferimenti riguardanti il passaggio di eserciti nelle zone descritte, specie nel milanese. Il primo esercito che  viene facilmente riconosciuto, è quello citato nella prima parte del capitolo XXVIII, ossia quello di Luigi XII re di Francia che discende in  Italia sotto la richiesta del cardinale Richelieu, per dare un aiuto al ducato di Nevers. In queste pagine viene poi descritta l’avanzata delle sue truppe, lo scontro contro il duca di Savoia e la vicenda che portò poi don Gonzalo a togliere l’assedio da Casale e ad andarsene da Milano. Discese poi successivamente in Italia un ulteriore esercito, ne veniamo a conoscenza sempre nel capitolo XXVIII, era quello dell’imperatore Ferdinando, comandato dal conte Rambaldo di Collalto per pretendere il possesso degli stati del duca di Neveres. Il passaggio degli eserciti viene descritto anche  se non specificatamente nella fine del capitolo quando si fa cenno allo spostamento delle truppe alemanne, ventotto mila fanti e sette mila cavalieri, verso il milanese, e  si viene a conoscenza della loro crudeltà: essi saccheggiavano tutti i posti che incontravano durante la loro discesa, e quello che non potevano portare con   se lo distruggevano. Nel capitolo XXIX, ci da una testimonianza diretto dell’arrivo dell’esercito il povero Don Abbondio il quale impaurito scappa con Agnese e Perpetua, per mettersi in salvo dalla crudeltà di quelle milizie.

Testimonianza del passaggio dell’esercito ne danno gli stessi protagonisti un capitolo più avanti( cap. XXX), i quali rientrando al paese, dal castello dell’Innominato, ritrovano le loro case distrutte e saccheggiate: “Don Abbondio e Perpetua rientrarono in casa senza usare chiavi” trovarono l’orto distrutto, le cose preziose che erano state da loro nascoste, rubate e i muri scarabocchiati. Altro segno indiscutibile del passaggio degli eserciti è dato dalla peste, perché come viene affermato nel capitolo XXXI, fu un soldato Spagnolo in passaggio da Milano a dare inizio alla pestilenza.

Questo è un altro argomento che viene trattato spesso dall’autore per tutta la durata del romanzo, attraverso cenni e supposizioni( cap.XII ) e poi più specificatamente nel corso del capitolo XXVIII quando il tribunale della sanità inizia a mandare i primi segnali di pericolo in vista della discesa ormai imminente degli eserciti in Italia, non curante di questo però il tribunale di provvigione raduna nel lazzaretto tutti gli accattoni e gli infermi, pensando di evitare la diffusione di malattie; avviene però il contrario e centinaia di persone troveranno proprio li la morte.  Nel capitolo XXXI e XXXII poi si parla del tipo di peste, si fanno riferimenti alla peste passata, quella del 1576, e si iniziano a ricercare i colpevoli di questa; essi vengono indicati negli eserciti alemanni che discesi nel Milanese avevano portato con loro il seme della pestilenza, che in un periodo di alta mortalità e vagabondaggio per colpa della carestia, si diffuse rapidamente. Fino alla fine del capitolo si parla poi del tentativo  del tribunale della sanità di mettere un freno alla pestilenza, esso non riesce però a trovare una soluzione ed è perciò costretto ad affidarsi a cappuccini, i quali si davano da fare per migliorare al vita nel lazzaretto,: “ la maggior parte di essi vi lasciò la vita, ma tutti con allegrezza.”

Nonostante tutto il popolo non crede ancora nella peste, e il tribunale della sanità, alla fine del capitolo, svela a tutto il popolo i cadaveri dei morti per la nuova epidemia, era ormai impossibile  non credervi. La paura ossessionava i cittadini tanto da portarli alla pazzia come si può leggere nel capitolo XXXII.

Sono poi molto ricorrenti i tentativi d’aiuto che i cittadini mandano al governatore perché li aiuti a pagare le spese derivanti dall’arrivo della peste,: “ ma esso era troppo impegnato nella guerra per poter far qualcosa.”

Nei capitoli precedenti si avvertiva già la presenza di una pestilenza dovuta alla carestia, e ai morti i quali cadaveri erano posati sul ciglio della strada, ma si sperava che con la fine della carestia anche la pestilenza avesse fine (cap. XXVIII), fu perciò un peso insostenibile per la popolazione sapere dell’arrivo degli eserciti alemanni, portatori di peste, che si andavano aggiungendo alle già numerose guarnigioni spagnole.

La presenza di una dominazione spagnola viene sancita già nel primo capitolo quando descrivendo Lecco Manzoni si sofferma sul vantaggio non invidiabile per la città di essere una fortezza, luogo di residenza di un comandante e di una guarnigione di soldati spagnoli, presenza confermata poche pagine più avanti quando si fa riferimento alle grida contro i bravi che avevano emanato prima,  rafforzato e contestato poi illustrissimi capitani e governatori Spagnoli, incaricati di governare in Italia, nella Stato di Milano per la precisione.

La presenza spagnola in Italia è poi riconfermata sia nel capitolo XXVIII, quando in occasione del passaggio degli eserciti si narrano le problematiche del governo spagnolo in Italia, e nel capitolo XXXI quando si afferma che fu un soldato spagnolo a portare la peste in Italia. Sono poi una prova indiscutibile i nomi dei vari personaggi politici presenti in Italia, tutti di origine Spagnola: Ferrer, don Gonzalo Fernandez di Cordova,il marchese D’Aymante ecc…

Associate proprio a questo governo straniero sono alcune delle rivolte e sommosse cittadine. Un  esempio lo ritroviamo nel capitolo XII, durante l’assalto ai forni della popolazione, che lamenta una finta carestia da parte dei fornai e un non intervento deciso del potere centrale; vengono perciò descritte in questo capitolo varie situazioni atte a descrivere la rabbia del popolo: i vari focolai della rivolta, un primo davanti al forno delle grucce, un secondo in piazza del duomo, un terzo in piazza Cardusio e per finire un quarto o per meglio dire tutti e tre insieme sotto la casa del vicario di provvisione, sfogare la loro rabbia su di lui, ritenuto da loro unico responsabile della carestia. Solo l’arrivo di Ferrer ritenuto l’amico del popolo: “colui che abbasserà il prezzo del pane e metterà il vicario in prigione” salva lo sventurato da una morte certa. La folla rassicurata dalle parole di Ferrer si scioglie in gruppetti, per godere del bottino ottenuto.

Le conseguenze inaspettate di questa rivolta le ritroviamo però nel capitolo XXVIII, dove si indica la sommossa come principale causa della nuova carestia in corso.

2)  Alle problematiche fino ad ora  descritte se ne legano altre: come detto l’inquadratura storica del

romanzo è quella del 1600, della dominazione spagnola in Italia, ed è proprio questo un elemento che spesso ritorna. Legato a questo è da sottolineare il profondo pessimismo descritto dal Manzoni verso il governo spagnolo, ritenendolo responsabile della crisi che attraversava l’Italia. Basti pensare che Manzoni nel cap XII accusa questo governo di essere una delle cause della carestia, perché la guerra che portava avanti sottraeva forza lavoro dai campi lasciandoli incolti; o nel proseguo del capitolo accusa le truppe di comportamenti spregevoli e oppressivi verso la popolazione, la quale aveva già abbastanza problemi, tra i quali  i gravami fiscali troppo elevati per una popolazione in crisi(assalto ai forni). È proprio questo che sottolinea il malgoverno spagnolo, il fatto che non seppe reagire e trovare soluzioni contro una carestia che anzi prolungarono con le loro decisioni, allo scopo di accaparrarsi il piacere del popolo( cap. XII Ferrer). Oltre a non essere in grado di risolvere problemi economici, in quanto essi pensavano ai propri interessi, i governatori non era in grado nemmeno di proteggere il popolo dalle invasioni di altri eserciti , pur essendo consapevoli che questo avrebbe favorito la venuta della peste (capXVIII).Anche nei capitoli successivi quali il XXXI e XXXII non curante della presenza della peste, come il tribunale della sanità gli aveva fatto sapere, il governatore di Milano proclama feste, e quando viene avvertito dal marchese d’Aymonte delle condizioni della sua città sperando in aiuti per finanziare i soccorsi ai malati la risposta del governatore è un no, e lascia tutte le spese a carica della popolazione e del fisco.(pag.2 capXXXII), in compenso però il governatore offre premi in denaro ai suoi soldati per meriti speciali, e spreca denari in divertimenti. Elemento che contraddistingue poi il governo spagnolo è la sua debolezza: le grida non sono prese in considerazione ne dal popolo(cap.XII) ne dai bravi ( cap. I), il popolo si mette contro questo governo e ne ha ragione, è un governo per buona parte corrotto (cap. XXXVI) ne è testimonianza la vicenda di Renzo il quale riesce ad entrare in Milano e poi nel lazzaretto comprando con   una moneta la guardia. Un fatto che viene poi sottolineato spesso nel romanzo è il grado di importanza che il governo spagnolo assegna alla gente italiana, questo grado è minimo, perché esso mette al primo posto la guerra e la sua superiorità sugli altri stati; questa affermazione possiamo ricavarla leggendo i capitoli (XXVI, XXXI e XXXII)

Nel primo infatti i numerosi pensieri che don Gonzalo aveva per la testa non gli permettevano di pensare alle vicende di Renzo; nel secondo e nel terzo invece ci si riferisce prima alla non volontà del governatore di fermare l’esercito alemanno, e poi alla sua noncuranza verso il problema della peste.

Il grave problema del tempo era dato da come amministrare la giustizia. Noi veniamo a conoscenza già nel primo capitolo della risposta, la giustizia era amministrata da grida, leggi emanate sia dai capitani che dai governatori spagnoli, che venivano a conoscenza del popolo per mezzo della voce, esse erano infatti gridate.  La prima che incontriamo è relativa ai bravi (cap.I) essi erano tenuti ad abbandonare la città, ma proseguendo nella lettura ne ritroviamo altre come quella relativa alla registrazione del nome e del cognome di colui che soggiorna in una locanda( cap. XIV, quando Renzo si reca nella locanda della Luna per passare la notte dopo i tumulti); sono poi diverse le grida che ritroviamo nel capitolo XII, durante la sommossa e XXVIII, atte a regolamentare i comportamenti della popolazione durante la carestia; ultima grida che ritorna nel romanzo è quella emanata dal governatore per dare un valore politico e di pubblicità verso le feste pubbliche proclamate(cap. XXXI). Altro modo di amministrare la giustizia era quello attraverso i processi come avviene nel cap.XXXII nel quale i magistrati danno la caccia agli untori, evento rimasto vivo nella storia.

Queste grida come già ricordato erano spesso ignorante e ne venivano dunque proclamate altre più rigide e severe (cap I).

Queste grida avevano poi un valore diverso a secondo della persona che le sentiva: se era un nobile o ecclesiastico egli si poteva ritenere escluso da esse( cap.I).Vi era poi un'altra categoria di persone i signorotti locali(don Rodrigo e L’Innominato)i quali erano così potenti da permettersi di andare contro  ad esse, ne è un esempio la presenza dei bravi di Don Rodrigo in paese dopo che le grida contro di loro erano gia state emanate da parecchio tempo,e ne è un ulteriore esempio la vicenda stessa, è solo la potenza e la paura che mette don Rodrigo a far rimandare le nozze e a dar l’inizio alla vicenda. Questo potere è però limitato in un ambito territoriale, perché persino il capo dei bravi di don Rodrigo, il Griso aveva paura di recarsi a Milano perché li un altro signorotto comandava e il suo capo non aveva più alcun potere(cap XI), tanto che lo stesso Griso aveva paura della taglia posta sulla sua testa a Monza.

Oltre ai signorotti godevano di una posizione privilegiata i nobili, ed a questo proposito è interessante conoscere una tradizione nobiliare che Manzoni ci relaziona nel capitolo IX, nel quale afferma che i possedimenti e le ricchezze dei nobili erano destinate al primo genito mentre per gli altri figli era obbligo la  vita ecclesiastica. Esempio di tutto questo è Gertrude, personaggio inserito nel IX e nel X capitolo, che per volere del padre entrò in monastero a soli 6 anni. Una seconda tradizione nobiliare è quella che ci viene raccontata dall’autore attraverso una digressione riguardante la vita   di Fra Cristoforo, leggendo ciò nel capitolo IV, si viene a sapere che quando si incontrava un nobile per la strada bisogna cedergli il passo lasciando libero il transito a fianco del muro, in modo tale che egli potesse continuare il suo tragitto.

La vita di un secondogenito era perciò simile a quella di un umile, ciò di quelle persone costrette a sottostare alla volontà dei potenti. Essi costituivano la maggior parte della popolazione, e non avevano possibilità di scelta: lo stato non li tutelava e loro non erano in grado di difendersi da soli. Esempio di persone umili è quello di Renzo e Lucia, essi si amano ma sono costretti a fuggire per coronare il loro sogno d’amore, non vi era nulla da fare, nessuno era in grado  di aiutare una persona umile quando contro di lei si era messo un signorotto locale (cap. II), è stato infatti vano il tentativo di  un giudice prima, il dottor Azzecca Garbugli a colloquio con Renzo non sa trovare una grida che potesse incriminare don Rodrigo( cap III), e di fra Cristoforo poi (cap V) il quale pensava che almeno Dio sarebbe stato in grado di toccare la coscienza del signorotto. Ma come si sa la gente umile, deve lottare sempre da sola, nel capitolo XVII infatti all’interno dei tumulti non si registra presenza di signori, era solo la povera gente che scendeva a protestare, perché qualsiasi carestia, pestilenza o guerra è logico che colpisca loro per primi perché ad essi manca lo possibilità di sopravvivere a lungo con  i soli propri mezzi. Un ulteriore  esempio che descrive la condizione degli umili, è quello di Lucia la quale, pur di mettere fine a questa storia si consacra alla Vergine ,   pensando che questo sacrificio l’avrebbe avvicinato a lei e che le sue preghiere sarebbero state ascoltate. Una cosa che ha sempre accomunato la povera gente è la fede in Dio ne Agnese e ne tanto meno Lucia hanno mai smesso di pregare e di credere che prima o poi Dio avrebbe messo fine a questa situazione.

Non è però vero che le persone erano lasciate sole al loro destino, almeno per i protagonisti della nostra storia; vi era in città una persona fra Cristoforo il quale dopo essere venuto a conoscenza della faccenda di Renzo e Lucia (cap V) si impegna in tutti i modi a sua disposizione per far celebrare le nozze il più presto possibile. Egli è pronto a sfidare in prima persona la furia di Don Rodrigo (cap. VI), va infatti a discutere della situazione direttamente  nel suo palazzotto e anche se poi da li viene cacciato e minacciato egli non si   ferma, fa di tutto per trovare a Renzo e Lucia una sistemazione in tanto che si calmano le acque: manda perciò Renzo a Milano e Lucia a Monza, consegnando loro lettere di raccomandazione da consegnare al loro arrivo. Lo si ritrova poi a fine libro, nel capitolo XXXV nel lazzaretto al giaciglio di don Rodrigo, e aiuta ulteriormente Renzo a ritrovare Lucia.

Altro personaggio difensore degli umili fù Federigo Borromeo il quale spesso si accaparrò spese e debiti della povera gente( capitolo XXIII e XXIV) spese che il governo locale non si  voleva accaparrare soprattutto per quanto riguarda gli aiuti per la carestia(cap XXVIII). Non curante del pericolo di perdervi la vita il cardinale entra poi nel lazzaretto dove porta aiuto agli infermi, ma il suo impegno va oltre, pur essendo  una figura di rilievo, gira in prima persona per le case per portare aiuto ai poveri rinchiusi in casa (cap.XXXI). Egli riesce poi a far cambiare vita ad un potente signorotto quale era l’Innominato (Cap XXIII) e con ciò dispone per la liberazione di Lucia dal castello. Da dopo l’incontro con il cardinale, l’Innominato cambia vita, e fa di tutto per aiutare Renzo e Lucia (dona a loro 100 scudi)e accoglie nel suo castello numerose persone per aiutarle a sopravvivere all’arrivo degli eserciti stranieri(capitolo XXIX)

3)I personaggi presenti nei promessi sposi si possono distinguere in due categorie: personaggi d’invenzione e personaggi realmente esistiti. Descriverò ora la prima categoria:

Renzo: il suo vero nome era Lorenzo Tramaglino, era un giovane filatore di seta che accecato dall’amore per Lucia era disposto a far qualsiasi cosa per poterla prendere in moglie (cap II), anche affrontare in prima persona un signorotto  potente come Don Rodrigo. Viveva in lui una forte bontà e credeva molto nella giustizia anche se non sapeva accettare forse per cocciutaggine il consiglio che Lucia da a lui, ciò quello di non affrontare in modo diretto don Rodrigo. Caratteristica del personaggio è una forte impulsività, la quale spesso gli fa compiere scelte errate come quella di entrare nei tumulti a Milano (cap.XII).Si dimostra però in grado di uscire da tutti gli impicci nei quali con maestria si va cacciando.

Lucia Mondella: descritta nel secondo capitolo ci appare ragazza dalla infinita bellezza e delicatezza, cose che fanno perdere la testa anche a don Rodrigo il quale si mette contro tutti pur d’averla. Possedeva in oltre una smisurata fede in Dio (cap.XXI) la quale le fa vedere un lieto fine nella storia. Prova inoltre un puro amore verso Renzo tanto da ritenerlo la cosa più importante che ha.(cap XXI).

Agnese: madre di Lucia viene descritta in più capitoli (III, IV e VIII)nutre un sentimento fortissimo verso la figlia ed è disposta a seguirla in     qualunque luogo per aiutarla a venire fuori dalla disgrazia. Nei primi capitoli si noto poi la gioia che ha nel cuore, gioia che non le fa veder l’ora delle nozze tra i due innamorati, gioia che le fa tentare anche azioni disperate per trovare una soluzione( cap. III manda Renzo dal dottor Azecca Garbugli).

Don Rodrigo: potentissimo signorotto locale, alle quali dipendenze stavano i bravi il Griso , Tiradritto ecc… furfanti pronti a tutto per il loro padrone il quale dava loro in cambio protezione.

Era di animo crudele e non si fermava davanti a nulla, questo viene dimostrato dall’amore che prova verso Lucia(capI)pur sapendo di non poterla possedere la perseguita per  sfizio, per una stupida scommessa fatta con il conte Attilio.

L’innominato: altro potente signorotto milanese il quale ci viene descritto nel capitolo XIX, esso a differenza di don Rodrigo quando viene a contatto con Lucia( cap. XXIV) capisce che la sua vita era stata errata, prova a porvi rimedio aiutando gli altri e liberando Lucia.

Don Abbondio: ci appare gia nel primo capitolo un uomo pauroso, che non sa affrontare i problemi e prova perciò ad aggirarli, viene meno anche ai suoi doveri di sacerdote, quando per timore in don Rodrigo non celebra le nozze tra Renzo e Lucia (cap.II), colpa che il cardinale gli fara poi verso la fine del Romanzo: è proprio la sua paura che da il via alle   varie avventure dei due innamorati. Era sicuramente un uomo istruito come dimostra il latino parlato con Renzo nel capitolo II.  

    Perpetua: come ci viene descritto nel primo capitolo, essa era una zitella molto affezionata a don Abbondio, anche se spesso lo rimprovera per il suo carattere un po’ fastidiosa. Pur essendo un personaggio di poco rilievo essa interviene nel romanzo in modo forte dando suggerimenti a don  Abbondio sul da farsi. Per il resto svolge i suoi compiti di perpetua in maniera diligente, e ha piena fiducia nel curato.

Fra Cristoforo: è descritto in modo particolareggiato dal  Manzoni nel capitolo IV “era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo era raso , salvo la piccola corona di capelli che vi girava intorno[…]la barba bianca e lunga gli copriva le guance e il mento…” con il proseguo del capitolo si  scopre poi la storia di Cristoforo, prima della conversione Ludovico, e il fatto ( un omicidio) che gli ha aperto gli occhi verso il mondo ecclesiastico, con un particolare impegno verso l’aiuto dei poveri, dei malati e dei bisognosi. Era insomma una persona veramente buona, tanto che è lui stesso nel capitolo XXXV a chiedere di essere trasferito nel lazzaretto per poter aiutare i malati pur sapendo di potere rischiare la morte.

Tra i personaggi realmente esistiti troviamo poi nel racconto:

Gertrude: alla quale Manzoni dedica quasi interamente i capitoli IX e X, risulta essere descritta come figlia di un nobile milanese il quale la costringe a intraprendere la vita monastica, come voleva la tradizione del tempo. Nel corso dei due capitoli l’autore racconta in modo dettagliato la vicenda che la condotta a diventare monaca, questo la segna nel profondo perché vede svanire tutti i suoi sogni di divenire badessa. Il dolore che racchiude nel cuore Gertrude è dato anche dal fatto che non riesce a scordare l’errore che ha commesso non opponendosi, per paura, al volere del padre. Vive nel convento dove conduce una vita non esemplare, ha incontri con il suo amante Egidio, e non prova emozioni se non nei confronti di quel poco di buono. Solo Lucia è in grado di fargli provare il sentimento della compassione, tanto che Gertrude le offre la sua protezione..

Federigo Borromeo: è un altro personaggio storico realmente vissuto che il Manzoni inserisce nel racconto. Vescovo di Milano, compare in diversi capitoli (VIII,XXII,XXIII) e sempre ci appare come figura buona rivolta cioè a  far del bene. Si offre in prima persona di andare a curare i bisognosi nel Lazzaretto e fa di tutto per  rendere l’innominato persona diversa, ci riesce, diventa così il mito del popolo. Non fu solamente un uomo buono ma bensì anche un uomo dotto, e come riferitoci a fine capitolo XXII, “egli lasciò circa  cento opere tra grandi e piccole, tra latine ed italiane, tra stampate e mano scritte: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia antica, di letteratura, di arti ed altro…” All’inizio del capitolo abbiamo invece informazioni relative alla vita del vescovo: egli nacque nel 1564 e fu uno dei pochi, di quel tempo, ad utilizzare i suoi pregi per far del bene e fin da bambino pensò che per far questo non vi era vita migliore se non quella ecclesiastica. Prende l’abito nel 1580 a soli sedici anni ed entrò poi nel collegio Borromeo di Pavia. Divenne arcivescovo di Milano nel 1595 grazie a Papa Clemente VIII. Importante è anche la fondazione della biblioteca Ambrosiana, con la quale si impegnò nella promulgazione della cultura. Visse il resto della sua vita da uomo nobile nei sentimenti e devoto alla carità.  

        

  • I  PROMESSI SPOSI

     

    L'AUTORE :

     

    Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785.

    Compie i suoi primi studi in istituti religiosi e nel 1805 si reca a Parigi per raggiungere la madre. Qui conosce Fauriel , storico e critico francese .

    Avvicinandosi agli studi di Pascal, apprende una visione nuova del Cattolicesimo.

    Nel 1810 abbandona Parigi per ristabilirsi nuovamente a Milano dove vi resta fino alla morte.

    A Milano si dedica al lavoro ed anche alla conduzione della vita famigliare che viene segnata da numerosi lutti : la morte della prima moglie , della madre , della seconda moglie e di sei dei suoi otto figli.

    Muore nel 1873.

     

     

    RIASSUNTO PROMESSI SPOSI

     

    Don Abbondio sta passeggiando mentre legge il suo breviario ed ad un tratto viene bloccato dai Bravi : persone manda te da Don Rodrigo per intimare al povero sacerdote di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia , inoltre gli intimano di non farne parola con nessuno altrimenti  avrebbe pagato con la vita. Sconvolto per ciò che aveva udito Don Abbondio si rifugia nella sua casa dove, ad attenderlo c'era Perpetua.

    Perpetua appare molto agitato così decide che la  cosa migliore sarebbe stata quella di prendere tempo infatti quando il giovane Renzo si reca da Don Abbondio egli dice al giovane che purtroppo sono sorte delle complicazioni e che , purtroppo, il matrimonio non sarebbe stato celebrato . Poi però Renzo ,parlando con Perpetua , scopre che Don Abbondio viene minacciato . Renzo si dirige a casa della sua fidanzata per riferire a Lucia che il matrimonio non sarebbe per il momento stato celebrato ; dentro di sé medita vendetta.

    Dopo che Renzo ha informato Lucia decide di recarsi a Lecco dal Dottor Azzecca Garbugli, avvocato che aveva risolto numerosi casi . All' inizio l'avvocato pensa che Renzo sia responsabile ma Renzo lo ferma bruscamente e gli confessa il nome di Don Rodrigo . Sentendo quel nome l'avvocato si irrita assai e lo caccia fuori di casa. 

    Anche Fra Cristoforo viene messo a conoscenza dell'accaduto perciò decide di recarsi da Don Rodrigo per convincerlo a mettere fine alla sua prepotenza. Egli si trova a pranzo con alcune persone ed il frate viene invitato ad unirsi a loro

    Il suo piano fallisce miseramente infatti Don Rodrigo lo caccia con epiteti piuttosto offensivi . Intanto Agnese, la madre di Lucia elabora un piano per far maritare la figlia con il suo amato : bastava che i due sposi si presentassero davanti al curato con due testimoni e recitassero davanti a lui la formula di rito ; in questo modo il matrimonio sarebbe stato considerato valuto ma Lucia è molto insicura riguardo a ciò perché non voleva unirsi a Renzo con l'inganno.

    Tuttavia si lascia convincere .

    I due sposi ed i due testimoni si recano di fronte a Don Abbondio ma, prima che Lucia potesse completare la formula di rito , il curato si reca nella stanza accanto al suo studio e chiama a gran voce il sacrestano  che suona le campane per attirare l'attenzione di tutto il paese. Quando la gente giunge a casa di Don Abbondio  egli stesso informa tutti che il pericolo è scampato. Lucia Renzo ed Agnese decidono quindi di cercare rifugio da Fra Cristoforo. Giunti a Monza i due innamorati si separano : Renzo si dirige a Milano mentre Lucia e sua madre chiedono ospitalità alla monaca di Monza.

    Don Rodrigo intanto , attende con ansia il ritorno degli uomini che aveva mandato per rapire la bella Lucia ma questi lo informano della fuga dei due ragazzi. Uno dei bravi viene a conoscenza che Renzo era andato a Milano mentre Lucia a Monza .Per questa ragione parte anch'egli per Monza.

    A Milano Renzo cerca aiuto nel convento di Padre Bonaventura. La situazione a Milano era molto complicata infatti tutta la folle contestava con forza l'aumento dei prezzi e le troppe tasse ; stava scoppiando una rivolta.

    Renzo partecipa alla rivolta e, per aver gridato " pane e giustizia " sta per essere arrestato ma la gente che viene a conoscenza di ciò si avvicina alle guardie che lo trattengono con fare minaccioso; per questo motivo le guardie se ne vanno lasciandolo in libertà. Renzo decide di lasciare Milano e di dirigersi a Bergamo. Chiede a molte persone la strada corretta per arrivare alla metà prefissa. Giunto a Gorgonzola entra in una locanda dove viene assalito da innumerevoli persone che chiedevano notizie recenti riguardo a quanto stava avvenendo a Milano.

    Il mattino seguente, Renzo decide di abbandonare Gorgonzola e di incamminarsi verso il fiume Adda . Il cammino è arduo difficile : Renzo teme di essersi perso, è impaurito quindi si ferma e non sa se proseguire il suo cammino o arrestarsi e ritornare sui suoi passi quando, ad un tratto sente il rumore dell'acqua : è l'Adda.

    Essendo ormai sopraggiunta l'oscurità Renzo opta di trascorrere la notte in un vecchio capanno che aveva intravisto poco lontano da lui .

    Giunto il mattino egli chiede ad un pescatore di aiutarlo ad attraversare l'Adda con la sua barca ; di nuovo prosegue il suo cammino verso Bergamo.

    Don Rodrigo si appella all'Innominato : necessità della sua collaborazione per far rapire Lucia . Egli si mette subito all'opera e riesce a far uscire la fanciulla dal convento utilizzando l'inganno. La fa rapire da una carrozza mentre la giovane si trovava per la strada : Ella viene condotta nel castello dell'Innominato ed aveva molta paura.

    L'Innominato si pente dell'azione riprovevole da lui stesso compiuta : in cuor suo sente il desiderio di cambiare , vorrebbe tanto diventare un uomo migliore.

    L'Innominato va a trovare Lucia nel suo luogo di prigionia per cercare di confortarla ma ella appare molto turbata infatti si chiede il perché di tanta crudeltà.

    Quando il Cardinale Borromeo sopraggiunge in città il "pentito" si reca da lui per discutere su ciò che di miserabile ha compiuto.

    Pertanto il Cardinale ordina ad una donna ed al curato Don Abbondio di dirigersi con l'Innominato al suo castello e di restituire alla ragazza la sua legittima libertà. Don Abbondio appare molto titubante , ha infatti paura di essere troppo coinvolto e di cacciarsi in qualche spiacevole situazione infatti teme che Don Rodrigo sia stato già avvisato della conversione dell'Innominato e che lui lo consideri il responsabile di tutto ciò. Quando la giovane viene trasferita in un luogo sicuro i tre " salvatori " si separano e Don Abbondio , lungo la strada del ritorno, incontra la madre di Lucia e la informa riguardo la figlia; L'Innominato ritornando alla sua dimora  mette al corrente tutti i suoi servitori della sua improvvisa conversione e rende nulli tutti quei comandi che erano stati dati prima di questo suo cambiamento. 

    Alcuni giorni più  tardi Don Abbondio riceve una visita dal Cardinale Borromeo il quale lo ammonisce perché egli si era opposto a celebrare il matrimonio dei due giovani infatti, a suo parere , la paura della morte non era un pretesto valido per sabotare un matrimonio.

    Intanto la situazione di Renzo risulta assai più complicata rispetto a quella della sua amata infatti tutti gli danno la caccia ; lui si nasconde presso il cugino sotto falsa identità.

    Comunicare con Lucia risulta essere molto complicato infatti , non sapendo scrivere, deve affidarsi ad un suo caro amico che lo aiuta nella sua impresa ma la giovane scrive a Renzo che si deve rassegnare perché aveva fatto voto di castità.

    Arriva la guerra e la situazione appare disperata : arrivano le truppe tedesche , i Lanzichenecchi e le carestie.

    Agnese Perpetua, scortate da il loro curato , partono alla volta del castello dell'Innominato dove ricevono ospitalità fino al termine della guerra. Quando questa è cessata numerosi gruppi di cittadini lasciano il castello alla volta delle loro case ma Don Abbondio Perpetua ed Agnese credono che sia meglio ritardare la partenza di qualche giorno per paura di incontrare per la strada qualche sbandato . Al loro ritorno trovano tutto a soqquadro .

    Dopo la carestia e la guerra , un nuovo problema si abbatte su Milano : la peste.

    Ci sono numerosi morti e la situazione si aggrava anche per il fatto che il popolo non vuole ammettere il problema ; questo impedisce di prendere delle misure risolutive efficaci.

    La situazione continua a peggiorare e a Milano i monatti , che avevano il compito di portare gli appestati al Lazzaretto o alle fosse comuni, avevano preso il possesso dell'intera città .

    Tra le vittime della peste troviamo anche Don Rodrigo che , dopo aver scorto un bubbone sul suo corpo , manda a chiamare un famoso chirurgo che si preoccupava della guarigione dei malati senza denunciarli alle autorità Sanitarie ma , al posto suo sopraggiungono i monatti che lo portano al Lazzaretto . Renzo decide di ritornare al suo paese , per le strade incontra Don Abbondio che lo incita a fuggire poiché ricercato : Renzo cerca ricovero da un suo amico perché lì sarebbe stato indubbiamente al sicuro.

    Giunta l'alba il giovane si mette nuovamente in cammino alla volta di Milano in cerca della sua Lucia.

    Egli guarda su ogni carro di appestati che passa ma mai la vede . Finalmente giunge all casa di donna Prassede ,la quale sarebbe stata in grado di dargli notizie riguardo all'amata. Fu così che Renzo scopre che Lucia si trova al Lazzaretto.

    In questo luogo ha occasione di incontrare anche Fra Cristoforo e Don Rodrigo che ormai sono sul punto di morte . In seguito incontra anche Lucia ma ella è sempre intenzionata a respingere Renzo perché vincolata al voto fatto .Il ragazzo non si rassegna e chiede a Fra Cristoforo di intervenire : così fece e sciolse Lucia dal suo voto.

    Passa del tempo : Lucia e Renzo riescono , dopo varie peripezie, ad unirsi in matrimonio e ad avere figli inoltre Renzo decide di entrare in società con l'amico Bortolo comprando un filatoio.

     

     

    PERSONAGGI  :

     

    RENZO :

     

    Egli è il principale protagonista del romanzo. E' dipinto come un ragazzo coraggioso pronto a combattere per ottenere ciò che desidera : fondare una famiglia con la donna che ama .

    E' molto impulsivo infatti quando apprende che Don Abbondio non è intenzionato a celebrare il matrimonio , non esita subito a mettersi in viaggio per chiedere aiuto al Dottor Azzeccagarbugli.

    E' molto irascibile perché saputo del complotto di Don Rodrigo vorrebbe vendetta.

    Renzo è anche molto testardo infatti quando Lucia gli dice di non poterlo sposare a causa di un voto fatto egli non si rassegna e , chiedendo aiuto a Fra Cristoforo, ottiene lo scioglimento del voto.

    Ha una grande forza di volontà.

    Egli era orfano.

     

    LUCIA :

     

    E' vista come la guida morale del giovane sposo per la sua bontà e la sua innocenza. Ella conserva tutte le caratteristiche che la rendono membro del mondo rurale.E' semplice, è fedele al suo sposo ma anche alla religione infatti una volta compiuto il voto ella sarà disposta anche a sacrificare il suo rapporto con Renzo pur di non infrangere al voto compiuto .

    E' anche molto sincera infatti quando Agnese gli propone il piano per sposare Renzo cogliendo di sorpresa Don Abbondio , ella ne è "sconvolta " perché non condivide l'idea di maritarsi con Renzo sfruttando l'inganno.

    Lucia si dimostra anche molto umile.

     

     

    DON ABBONDIO :

     

    Era il curato del paesello dei due promessi sposi .

    Egli è ritratto come una persona non coraggiosa infatti non esita ad annullare il matrimonio tra Renzo e Lucia dopo che i Bravi , mandati per conto di Don Rodrigo,

    lo avevano minacciato.

    Non era ricco ed appartenente ad una nobile famiglia ma si dice che avesse deciso di farsi ordinare prete per avere così protezione dall'abito indossato.

    E' molto codardo infatti non ha il coraggio di raccontare a Renzo la verità e lo allontana ogni volta da casa sua con delle scuse quando il giovane innamorato si reca dal curato per avere da lui delle spiegazioni in merito al rinvio del suo matrimonio.

     

     

    PERPETUA :

     

    E' la domestica di Don Abbondio . Era ritratta come una donna affezionata e fedele al suo padrone che sapeva ubbidire e comandare a seconda delle circostanze ed inoltre era anche una buona confidente per Don Abbondio.

    Manzoni la descrive come una donna molto paziente infatti convivere con un uomo che frequentemente brontolava non era affatto cosa facile.

     

     

    FRA CRISTOFORO :

     

    Era un uomo sulla sessantina d'anni . Il suo vero nome era Ludovico ed era figlio di un mercante. Quando muore il padre egli viene duramente contestato dai nobili della società che non riconoscevano il lui un signore . Stanco di queste continue insinuazioni Ludovico aveva più volte pensato di diventare un frate.

    Un giorno mentre sta camminando su una strada incontra un tale di nome Cristoforo. Quest'ultimo secondo le leggi della cavalleria avrebbe dovuto cedere il passo a Ludovico  ma non lo fa così si scatena un duello nel quale Cristoforo rimane ucciso per mano di Ludovico .Da allora Ludovico decide di entrare in convento per espiare il suo peccato e decide di assumere il nome di Cristoforo.

    Egli è umile di cuore infatti cerca in tutti i modi di aiutare i due giovani ed anche il suo prossimo infatti anche sul punto di morte non rinuncia a dare una parola di conforto agli appestati.

    E' favorevole al perdono, ed è contro alla violenza ed alla vendetta infatti quando nel Lazzaretto Renzo si adira con Don Rodrigo Fra Cristoforo si arrabbia moltissimo e lo prega di concedere lui il perdono.

     

     

    LA MONACA DI MONZA

     

    Il suo vero nome è Gertrude . Ella era figlia di un principe il quale , desiderando conservare il proprio patrimonio manda la figlia in un convento con lo scopo di farla diventare monaca . Egli ha l'appoggio anche della badessa . La ragazza sembra determinata a non seguire la volontà del padre così gli viene resa la vita impossibile ed ella è costretta a cedere al ricatto del padre.

    Gertrude è dipinta come una ragazza coraggiosa e caparbia che non esita ad andare contro la volontà del padre per realizzare i propri sogni .

    Ella è anche una donna altezzosa e sicura di sé infatti mira a diventare una persona importante affinchè fosse oggetto di invidia nei confronti di altre persone.

     

     

    INNOMINATO

     

    E' un personaggio a tutto tondo infatti nel corso del romanzo è destinato a cambiare .

    Egli era un'anima perfida che più volte durante la vita  aveva commesso azioni ignobili .

    Egli viene chiamato da Don Rodrigo che gli affida l'incarico di rapire la bella Lucia .L'Innominato esegue gli ordini ma poi si pente e chiede aiuto al Cardinal Borromeo il quale dice lui di farsi accompagnare da Don Abbondio al suo castello e di liberare la fanciulla che aveva fatto rinchiudere in una stanza del suo palazzo. Più volte prima di recarsi dal Crdinal aveva cercato invano di consolare.

     

     

    DON RODRIGO :

     

    E' il signore del paesello in cui vivevano Renzo e Lucia .

    E' un uomo molto ricco e potente .

    Don Rodrigo è ritratto come una persona prepotente infatti pretende di ottenere tutto ciò che desidera e non vuole sentire un rifiuto .

    Egli fa minacciare Don Abbondio dai bravi affinchè il tanto famoso matrimonio tra Renzo e Lucia non venisse celebrato .

    E' un uomo meschino ed egoista che punta al soddisfacimento dei suoi capricci senza curarsi minimamente della felicità di chi gli sta intorno.

    E' arrogante e presuntuoso .

    Ama banchettare infatti più volte Manzoni lo descrive seduto a tavola con altri illustri personaggi . Morirà di peste.

     

    CARDINAL  BORROMEO

     

    E' un uomo molto saggio ,semplice e leale . E' determinante per la liberazione di Lucia .

    E' nobile di cuore ed anche assai devoto infatti quando viene a sapere che D Abbondio è restio nel celebrare il matrimonio lo ammonisce dicendogli che la paura di morire non è una valida scusa e che egli può trovare la forza di compiere ciò in Dio

     

     

     

    DIALOGHI

     

    Ci sono molti dialoghi tra i personaggi ; questo contribuisce a ravvivare la narrazione .

    Dalle parole che Manzoni fa esprimere ad i suoi personaggi emergono gli ideali dell'autore stesso : ad esempio c'è molta religiosità . Il narratore è interno infatti ne sa quanto i personaggi , non ci sono particolari anticipazioni.

     

     

    DESCRIZIONI :

     

    Le descrizioni sono molto particolareggiate e questo dà più corpo a tutto il romanzo .

    Le descrizioni riguardano luoghi e personaggi .

    IL romanzo si apre , per esempio, con una descrizione paesaggistica.

    Anche i luoghi ,secondo il Manzoni, hanno una loro importanza infatti anche attraverso la descrizione di questi si può comprendere anche i diversi stati d'animo dei personaggi stessi.

    Inoltre per permettere al lettore di comprendere meglio l'opera il Manzoni descrive anche le situazioni sociali che si stavano creando ed anche la mentalità delle persone del tempo.

     

     

     

    ELEMENTO RELIGIOSO :

     

    I Promessi Sposi sono il romanzo della Provvidenza . Dio è sempre presente nella vita dei personaggi infatti più volte viene invocato e nominato . Dio interviene sempre nella vita di questi uomini.

    In particolare Lucia è molto devota infatti quando viene rapita dall'Innominato, invoca subito l'aiuto e la protezione divina ; sarà pronta anche a rinunciare a Renzo dopo aver fatto un voto .

    Anche il Cardinal  Borromeo è molto devoto infatti esorta Don Abbondio a trovare il coraggio per unire in matrimonio i due sposi in Dio .

  •  

Riassunto I Promessi Sposi

 

 

CAPITOLO 1

 

In quel ramo del lago di Como che volge a Mezzogiorno ,tra due catene continue di monti ,il 7 novembre del 1628 un prete,don Abbondio,come tutte le sere con il breviario in mano si dirige verso la curia recitando sermoni .

 

Dopo essere giunto dove il sentiero si divide e aver svoltato a destra si trova davanti due loschi individui che bloccano il suo cammino .

 

Subito intimorito cerca una vietta laterale per cui sfuggire ,ma non potendoli più evitare decide di affrontarli,sicuro nell_animo di non avere colpe .

 

I due sono dei bravi mandati da don Rodrigo per far sì che il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella non si celebri.

 

Per riuscire nel loro intento minacciano la vita del curato che una volta tornato a casa chiede consiglio sul da farsi alla serva Perpetua .

 

Nonostante tutto i suoi dubbi rimangono: "Celebrare o no il matrimonio?".

 

 

 

CAPITOLO 2

 

Don Abbondio dopo l_incontro con i bravi e il dialogo con Perpetua passa una notte insonne .

 

Non ha alcuna intenzione di celebrare il matrimonio ,ne di parlare dell_accaduto con Renzo e crede che l_unica soluzione sia prendere tempo.

 

Una volta riuscito ad addormentarsi incomincia a sognare ,a sognare di don Rodrigo,dei bravi ,di fughe .

 

La mattina seguente incontra il giovane Renzo e inventa molteplici scuse per rinviare le nozze.

 

Il ragazzo sconsolato si dirige verso casa quando passando davanti all_orto del curato sente la voce di Perpetua e pensa di poter avere qualche notizia sullo strano comportamento di don Abbondio .

 

Ingenuamente la serva cade nel suo inganno e gli confida la verità.

 

Renzo si reca allora a casa della sposa e la mette a conoscenza dell_accaduto ,rendendo poi noto a tutti che il matrimonio è rinviato perché la febbre aveva colpito nella notte il curato.

 

Ironia della sorte don Abbondio fu veramente vittima di questa febbre.

 

 

 

CAPITOLO 3

 

Lucia davanti alla madre Agnese e a Renzo inizia a raccontare di quando, l_ultimo giorno della filanda ,era venuta a conoscenza dell_interesse mostrato verso di lei da don Rodrigo e della sua scommessa.

 

Finita la narrazione Agnese propone di chiedere un consiglio a qualcuno più colto di loro e fa il nome dell_Azzecca-Garbugli .

 

Allora Renzo ,portando in offerta dei capponi ,si reca da quest_avvocato che appena sentito il nome di don Rodrigo finge di scambiarlo per un bravo e rifiuta la causa .

 

Renzo torna al paese infuriato .

 

Intanto Lucia attraverso fra_ Galdino manda a chiamare padre Cristoforo ,il suo confessore ,sperando che lui trovi un rimedio.

 

Al cominciare del tramonto i tre si separano scambiandosi consigli.

 

 

CAPITOLO 4

 

L_autore racconta la vera identità di fra_ Cristoforo.

 

Il suo vero nome è Ludovico e un tempo era un ricco mercante ritiratosi dall_attività per continuare a vivere nel lusso.

 

Un giorno passando nei pressi del convento per una questione d_onore arriva alle armi con altro nobile che uccide perché durante il combattimento aveva ucciso il suo giovane amico.

 

Cristoforo.

 

Spaventato dell_accaduto e delle sue possibili conseguenze tenta di scappare ma sviene.

 

Si risveglia all_interno del convento e una volta guarito trova come soluzione al problema il farsi frate .

 

Così una volta acquisiti gli abiti religiosi chiede e ottiene il perdono da parte dei familiari dell_uomo che ha ucciso.

 

Sarà però costretto a trasferirsi in un convento a più di sessanta miglia da quella città .

 

Il capitolo si chiude con il suo arrivo a casa di Lucia accolto dal vociare delle donne .

 

 

 

CAPITOLI 5 e 6

 

Fra_ Cristoforo a colloquio con Lucia e la madre Agnese propone di recarsi in persona da don Rodrigo per cercare di risolvere la questione .

 

Giunto al palazzo del signore viene invitato a unirsi al banchetto e ai discorsi di don Rodrigo e dei suoi commensali .

 

Dopo un lungo dibattito sull_onore cavalleresco è sollecitato dal padrone di casa a seguirlo in un_altra stanza per poter discutere in privato.

 

Mentre i due discutono animatamente ,Renzo e Lucia su consiglio di Agnese,decidono che la cosa migliore sia sposarsi segretamente per far sì che una volta uniti nessuno li possa più dividere.

 

Grazie alla promessa di ricompensa Renzo riesce a ottenere la collaborazione di Tonio e Gervaso ,suoi amici,che faranno da testimoni .

 

Una volta organizzato tutto, i due promessi sposi e Agnese decidono di non riferire nulla a fra_ Cristoforo che stava tornando da loro turbato per non essere riuscito nel suo intento .

 

 

 

CAPITOLO 7

 

Padre Cristoforo Giunto a casa di Lucia riferisce il fallimento del colloquio con don Rodrigo.

 

La mattina seguente strani mendicanti si presentano alla porta di Lucia e una volta entrati in casa per ricevere l_elemosina tentano di aggirarsi per l_abitazione.

 

A questo punto interviene il narratore che spiega al lettore che questi loschi individui non sono altri che i bravi mandati da don Rodrigo per organizzare il rapimento di Lucia.

 

Rapimento ispirato dalla paura del signore che le parole del frate si avverino.

 

Per una scherzo del destino il matrimonio in segreto e il rapimento avranno luogo la stessa sera.

 

Così prima di prepararsi Tonio,Gervaso e Renzo cenano all_osteria dove incontrano i bravi che dovranno rapire la sposa.

 

Dopo aver cenato si incontrano con Lucia e si recano dal curato dove Agnese si presenta sola alla porte e cerca di far allontanare la serva Perpetua .

 

 

 

CAPITOLO 8

 

Agnese riesce nel suo intento e i due sposi con i testimoni entrano nella curia.

 

Tonio si presenta al curato con i soldi per saldare il debito che aveva e sfruttando un momento di distrazione dell_anziano prete fa cenno al fratello e ai due giovani di uscire allo scoperto .

 

Renzo e Lucia tentano di recitare la frase che davanti ai testimoni e al prete li farà marito e moglie,ma il sagrestano ha sentito le urla di paura di don Abbondio e ha dato l_allarme.

 

Per non essere scoperti sono costretti a scappare senza essere riusciti nel loro intento .

 

Mentre si sviluppa la vicenda i bravi,incaricati di rapire Lucia entrano nella casa ispezionata quella mattina ,ma non trovano nessuno e sentendo in lontananza l_allarme del sagrestano credono di essere stati scoperti e così fuggono.

 

 

 

CAPITOLO 9

 

Renzo , Lucia e Agnese fuggono sull_altra sponda del lago e si preparano a passare la notte in una locanda .

 

La mattina seguente le due donne ,dopo essersi separate da Renzo,sono guidate da un buon "barocciaio" al convento di Monza cui sono state mandate da padre Cristoforo.

 

Una volta arrivate vengono accolte da un frate che le guida in una stanza dive conoscono la "signora".

 

La "signora" è la madre superiora e si chiama Geltrude .

 

Qui l_autore apre una lunga digressione sulla sua vita.

 

Fin dalla sua tenera età Geltrude era stata indirizzata a una vita di clausura e castità per seguire la via ecclesiastica .

 

Però la giovane si innamorò del paggio che viveva nella casa del padre,un principe molto noto a Monza.

 

Quando una sera stava scrivendo una lettera al suo innamorato venne scoperta da una governante che consegnò il suo scritto al padre,che arrabbiatissimo licenziò il paggio e la chiuse in una stanza con la sua accusatrice che le facesse da guardia.

 

A questo punto Geltrude cerca di ottenere il perdono del padre mandandogli una lettera di scuse dove rimarcava il suo pentimento,il suo abbattimento e la speranza che erano dentro d lei.

 

 

 

CAPITOLO 10

 

Il principe legge la lettera mandatagli dalla figlia e la manda a chiamare .

 

Nasce così una lunga conversazione in cui il padre cerca di far capire alla figlia che la soluzione migliore per non coprire di vergogna il casato era quella di diventare monaca presso il convento di Monza dove era stata educata.

 

La mattina seguente Geltrude viene portata a Monza e fa domanda d_ammissione al monastero .

 

Viene a lungo interrogata da un prete con lo scopo di capire le sue vere intenzioni sono quelle di diventare monaca o se qualcuno l_ha spinta nella sua decisione.

 

Preferisce nascondere la verità intuendo che ormai è troppo tardi per cercare una via d_uscita.

 

Passa così l_esame ed entra a far parte del monastero.

 

Lentamente iniziano a nascere il lei il rammarico per la libertà perduta e i pensieri su desideri non realizzati.

 

Inizia così a svilupparsi il suo dramma interiore: si comporta stranamente e usa un linguaggio violento.

 

Le monache che la circondano non possono capirla e vedono in questi suoi comportamenti solo dei capricci.

 

In seguito si innamora di Egidio,il giovane che abita a fianco del convento e quando una conversa scopre la loro relazione la uccidono.

 

La parentesi si chiude e si ritorna alla narrazione .

 

La monaca e Lucia parlano a lungo e le continue domande della donna insospettiscono la ragazza .

 

 

 

CAPITOLO 11

 

I bravi tornano dal padrone e lo informano del fallimento del rapimento.

 

Da un giro di voci,presumibilmente partite dal buon barocciaio,viene a sapere del nascondiglio di Lucia e della sua separazione da Renzo e così decide di mandare il Griso a Monza che dopo un iniziale tentennamento si decide a partire con due bravi al seguito.

 

Poi il discorso si sposta su Renzo che giunge a Milano con la lettera datagli da padre Cristoforo per il frate Bonaventura che però al momento è assente e così decide di aspettarlo .

 

In città intanto ci sono delle sommosse per la carestia e il giovane viene attirato al centro del tumulto dal rumore della folla.

 

 

 

CAPITOLO 12

 

Questo (1628) era il secondo anno di carestia e il Manzoni incomincia ad analizzarne le cause:

 

l_ostilità delle stagioni e gli sprechi fatti per la guerra di successione del Ducato di Mantova;

 

prosegue descrivendone gli effetti: la scarsità del grano e la conseguente riduzione del consumo e dello spreco.

 

La gente non crede che si tratti di una vera e propria carestia , ma sospetta che siano i fornai e gli incettatori che per il loro tornaconto nascondano la farina.

 

Le riforme istituite dai magistrati furono tre:

 

*la prima imponeva un prezzo fisso massimo che prevedeva pene per chi si rifiutava di vendere secondo queste disposizioni ,ma i suoi effetti furono nulli e in pratica non si risolse il problema sotto nessun problema;

 

*la seconda riforma ad opera del vice-governatore Ferrer che prevedeva la riduzione del prezzo della pena costituì la scontata protesta dei fornai

 

*nella terza riforma don Gonzalo (il governatore) declinando ogni responsabilità ,nominò una giunta che cercando di risolvere il problema stabilì un ulteriore aumento dei prezzi .

 

In tal modo i fornai furono accontentati ma la gente esplose manifestando la propria rabbia con l_assalto ai forni.

 

Il primo ad essere saccheggiato fu il forno delle Grucce ,nonostante il vano tentativo del capitano di giustizia e degli alabardieri di bloccare la sommossa .

 

Poi il popolo si diresse verso la casa del vicario ,ritenuto dalla gente il responsabile di tutto.

 

 

 

CAPITOLO 13-14-15-16

 

Il Manzoni nel capitolo 13 passa alla descrizione del terrore del vicario barricato nella sua abitazione ,mentre la folla minacciosa si avvicina .

 

Renzo è coinvolto nel tumulto e rischia di essere scambiato per un servitore del vicario .

 

Dopo qualche minuto giunge sul luogo il governatore Ferrer che diplomaticamente riesce a conquistare il popolo con la promessa che il vicario sarà condotto in prigione .

 

Il protagonista si presta nell_aiutare Ferrer che se ne va con la sua carrozza in compagnia del curato.

 

Nel capitolo 14 Renzo separatosi dalla folla si unisce alla discussione di alcune persone e una volta finito il suo discorso chiede un consiglio su dove passare la notte .

 

Uno sconosciuto si offre di guidarlo in un_osteria dove a causa di qualche bicchierino di troppo perde il lume della ragione e dopo essersi rifiutato di dare le sue generalità all_oste cade nel tranello del suo accompagnatore che una volta venuto a conoscenza del suo nome lo abbandona.

 

Nel capitolo 15 l_oste accompagna in camera il giovane e dopo un ultimo tentativo sulla sua identità lo spoglia e lo mette a letto.

 

Tornato in cucine l_oste lascia con mille consigli il lavoro alla moglie e si reca al palazzo di giustizia per denunciare Renzo.

 

Qui viene a sapere che il giovane era già stato denunciato dal suo accompagnatore ,uno sbirro di nome Giorgio Fusella.

 

All_alba del mattino seguente tre poliziotti e il notaio criminale giungono all_osteria per arrestare Renzo che svegliato di soprassalto è stupito perché non sa di cosa è accusato.

 

Portato sulla strada in manette per essere condotto da Ferrer ,il protagonista chiede aiuto al popolo che si ribella e lo libera.

 

Nel capitolo 16 Renzo decide di uscire dal ducato di Milano e di recarsi a Bergamo dal cugino Bartolomeo.

 

In giornata giunge nel paese di Gorgonzola ,dove si ferma in un_osteria.

 

Poco dopo il suo arrivo giunge all_osteria un mercante di Milano a cavallo che racconta ai presenti dei tumulti in città e della fuga di un giovane dalle mani della polizia.

 

Il giovane a cui egli si riferisce è proprio Renzo che spaventato lascia indifferente l_osteria e continua per la sua strada.

 

 

 

CAPITOLO 17-18

 

Renzo continua a camminare per il sentiero ed è combattuto dalla voglia di scappare e quella di nascondersi.

 

Dopo aver a lungo riflettuto sta per decidersi a tornare a Gorgonzola per riposarsi in una locanda quando avverte in lontananza il mormorio dell_Adda,fiume che sente suo amico,fratello e salvatore.

 

Improvvisamente la stanchezza che lo assaliva scompare .

 

Decide di attraversare il corso d_acqua il giorno seguente e ricordandosi di una capanna inabitata vista poco prima ,vi si reca e li passa una notte tormentata dal freddo e da strani pensieri.

 

Si sveglia la mattina seguente verso le 11 e tornato sulla riva del fiume si fa portare da un pescatore sull_altra sponda.

 

Durante il tragitto gli viene confermato che la città che si può vedere in lontananza è Bergamo e una volta giunto sulle sponde del ducato di Venezia pranza a un_osteria e si reca dal cugino Bartolomeo che lo rincuora e lo ospita.

 

Il capitolo 18 si apre con la perquisizione della casa di Renzo e con la partenza di Attilio per Milano.

 

Intanto il Griso torna al suo padrone da Monza dove ha scoperto il nascondiglio di Lucia .,e don Rodrigo che aveva intenzione di abbandonare l_impresa ci ripensa per una questione di orgoglio.

 

A Monza Agnese e Lucia vengono a conoscenza delle terribili notizie su Renzo.

 

Agnese non ricevendo più notizie da padre Cristoforo decide di tornare in paese dove viene a sapere da fra_ Galdino che il suo "confessore" è stato trasferito a Rimini.

 

L_autore spiega il perché.

 

Attilio si è recato a Milano per chiedere a suo zio di trasferire padre Cristoforo che infastidisce il cugino Rodrigo e riesce a convincerlo spiegandogli che salverà l_onore della famiglia frenando lo spirito di vendetta del nipote.

 

 

 

CAPITOLO 19

 

Il conta Attilio riesce nel suo intento.

 

Lo zio,amico da antica data del padre provinciale,lo invita a pranzo.

 

A tavola il conta parla di Madrid e, della sua visita all_Escuriale, mentre il padre provinciale parla del cardinale Barberini ,un cappuccino che era fratello del papa.

 

Finiti i preliminari i due passano in un_altra stanza per un colloquio più personale.

 

Il conte zio la prende da lontano :vuole sapere il parere del religioso su fra _ Cristoforo e lo informa che questi protegge il fuggiasco di Milano ;gli ricorda inoltre i trascorsi giovanili del padre.

 

Il padre provinciale ha già capito tutto ,ma risponde come richiede la convenienza e costringe così il conte a venire al punto.

 

Il punto è questo: "il frate ha preso a cozzare con suo nipote".

 

Dispiaciuto il religioso si incarica di prendere tutte le informazioni necessarie.

 

Ma il conte zio ha un altro parere: è meglio risolvere le cose senza fare chiasso ,è meglio "sopire ,troncare" e secondo lui la soluzione migliore è allontanare padre Cristoforo.

 

Il padre provinciale accetta ,ma in cambio vuole una dimostrazione di riguardo per i cappuccini.

 

L_affare è fatto.

 

E così una sera giunge al convento di Pescarenico un frate con un plico per il padre guardiano.

 

Dentro c_è l_obbedienza per cui padre Cristoforo dovrà andare a Rimini.

 

Don Rodrigo nel frattempo ha deciso di chiedere l_aiuto dell_innominato,uno scellerato di professione che si era meritato un bando e il dover vivere in un castello isolato,lontano da tutti;e tuttavia onnipresente nel milanese ,dove rispettato da tutti per timore ,è collegato con molti altri malfattori.

 

 

 

CAPITOLO 20

 

Il capitolo si apre con la descrizione del "castellaccio dell_innominato":due sono le note che lo contraddistinguono :l_altezza e l_asprezza del paesaggio che lo circonda.

 

L_innominato si incontra con don Rodrigo ed è sbrigativo :si assume l_incarico del rapimento di Lucia e il signorotto lo informa di avere una carta segreta per poter stanare Lucia dal convento:Egidio,il giovane seduttore di Geltrude ,è tra i suoi sicari.

 

Ma appena dato il suo consenso a don Rodrigo ,l_innominato si pente .

 

Da tempo aveva incominciato a provare "se non rimorso,una cert_uggia dalle sue scelleratezze".

 

L_ordine a Egidio è comunque dato :la risposta giunge presto:l_impresa è facile e sicura.

 

Il Nibbio,il bravo di fiducia dell_innominato ,può partire con una carrozza.

 

Geltrude trova spaventosa la proposta di Egidio,ma è costretta ad ubbidire.

 

Il giorno stabilito ,chiede a Lucia di andare a chiamare il padre guardiano ,sa far fronte alle incertezze e alla ritrosia della fanciulla ,non senza rimorsi e ripensamenti.

 

Lucia parte,esce dal monastero ,va nella via maestra ,e vede una carrozza ferma.

 

Un uomo le chiede se quella è la strada per Monza ,Lucia si volta per indicare la via giusta e viene afferrata,schiacciata dentro la carrozza che parte di gran carriera.

 

L_innominato attende dall_alto del castello l_arrivo della carrozza : la vede.

 

Pensa di mandare uno dei propri sgherri dal Nibbio per ordinargli di portare subito la ragazza da don Rodrigo.

 

Ma un imperioso no nella mente glielo impedisce .

 

Chiama allora una vecchia donna e le da uno strano ordine : le intima di fare coraggio alla giovane che stava per arrivare.

 

 

 

CAPITOLO 21

 

La vecchia accoglie Lucia senza però trovare le parole giuste per confortarla .

 

Intanto l_innominato dopo un breve colloquio con il Nibbio decide di vedere la ragazza e così si reca nella sua stanza dove alla vista della giovane terrorizzata modera i termini utilizzati precedentemente con il Nibbio e riesce a tranquillizzarla un po__.

 

Lucia implora misericordia in nome di Dio e turba l_innominato che dopo l_accenno di una mezza promessa di liberazione si ritira .

 

La vecchia incoraggia la fanciulla e la invita a mangiare , ma dopo vani tentativi si addormenta e Lucia rivive fra il sonno e la veglia la sua esperienza .

 

Ripresasi si affida alla preghiera ,trova finalmente pace e si addormenta tranquillamente.

 

Intanto l_innominato colpito dal pentimento riesamina le varie tappe della sua vita.

 

E_ disperato,ha la tentazione di uccidersi,ma l_inconsapevolezza della vita ultraterrena lo ferma.

 

CAPITOLO 22

 

L_innominato ,venuto a sapere della presenza in paese del Cardinale Federigo Borromeo,decide di ottenere un colloquio da lui.

 

Prima di lasciare il suo castello ,porta visita a Lucia addormentata,e le lascia detto della sua prossima liberazione.

 

Una volta giunto in canonica,chiede all_impacciato segretario ,che lo ha riconosciuto, di essere introdotto al cardinale ,sul quale a questo punto l_autore apre una lunga parentesi.

 

Federigo,nato nel 1564 ,già all_età di 16 anni decise di dedicarsi al ministero ecclesiastico ,stimolato dal perseguire il modello del cugino Carlo che aveva dato alla gente un_idea di santità preminenza sulla sua famiglia .

 

Una volta conclusa la presentazione il narratore descrive le qualità dell_uomo Federigo Borromeo e cioè:

 

*l_attenzione costante verso la povera gente ;

 

*l_apertura e la liberalità del suo carattere ;

 

*la grande modestia ;

 

Per poi passare alla descrizione del suo amore per lo studio,che gli valse il titolo "d_uomo dotto", e a quella sulla fondazione della biblioteca ambrosiana,che come sottolineò PierPaolo Bosca ,nonostante "fosse stata eretta da un privato,quasi tutta a sue spese ,i libri fossero esposti alla vista del pubblico

 

,dati a chiunque li richiedesse.".

 

 

 

CAPITOLO 23

 

In questo capitolo il discorso torna alla narrazione dei fatti.

 

Il cardinal Federigo sta studiando mentre aspetta l_ora di andare in chiesa quando entra il cappellano crocifero che lo avvisa di una "strana visita ,strana davvero".

 

Quando Borromeo viene a sapere l_identità del suo visitatore lo accoglie con prontezza.

 

Per qualche secondo all_entrata nella stanza dell_innominato domina il silenzio poi rotto dal cardinale .

 

L_accoglienza calorosa del religioso lo sorprende e dopo le prime parole del suo interlocutore cade in pianto e in parole di pentimento per la sua vita piena di nefandezze.

 

Dopo essersi sfogato l_innominato prova finalmente una gioia nuova per essersi confidato e aver aperto il proprio cuore a qualcuno .

 

Non potendo più riparare alle male opere compiute non può far altro che sistemare quelle in compimento e così parla al cardinale del rapimento di Lucia.

 

Qui torna in scena il timoroso don Abbondio che viene convocato dal cardinale che gli ordina di riaccompagnare al castello l_innominato per liberare la sua compaesana Lucia Mondella .

 

Durante il tragitto verso il castello si esprimono tutti le paure e i dubbi di don Abbondio nei confronti dell_innominato : "Sarà vero pentimento o nasconde un losco piano?".

 

Tutte le sue paure sbiadiscono quando arrivati al castello le parole ,il volto dell_innominato placano ogni suo dubbio .

 

Il capitolo si chiude con l_entrata di nel castello e la salita silenziosa della scalinata che conduceva alle stanze.

 

 

CAPITOLO 24

 

L_innominato ,don Abbondio e la brava donna sono appena giunti al castello .

 

Quando Lucia vede entrare il curato con la notizia della liberazione è commossa e alquanto sorpresa.

 

Si convince sempre più d_aver ottenuto un miracolo dalla Madonna.

 

L_innominato le chiede perdono e la ragazza chiede a Dio misericordia per quell_uomo pentito.

 

I protagonisti escono dal castello ,Lucia viene fatta salire sulla carrozza con la donna,moglie di un sarto del paese,che si presenta e cerca di confortarla rivelandole la conversione dell_innominato.

 

Giunta finalmente a casa della donna viene sfamata.

 

Una volta finito il pranzo la giovane si risistema e toccandosi il collo sfiora la corona e così si ricorda del suo voto.

 

Sembra quasi pentirsene,ma piena di gratitudine verso la Madonna lo riconferma.

 

Intanto il sarto torna dalla chiesa con il resto della famiglia e l_autore ne da una piccola descrizione.

 

L_autore esalta la carità e lo spirito con cui il sarto accoglie Lucia.

 

Agnese e la figlia riescono finalmente a incontrarsi e le fa visita anche il cardinale giunto alla casa del sarto.

 

Agnese lancia dure accuse al curato, ma Lucia completa la verità ,rivelando il tentativo di matrimonio a sorpresa.

 

Intanto l_innominato tornato al castello raduna tutti i suoi bravi e dichiara la sua conversione e i suoi scopi nel futuro lasciando libero chi vuole di andarsene.

 

Tutti sono molto sorpresi e c_è chi si rodeva,chi pensava di adattarsi al far di galantuomo e chi non sapeva cosa fare.

 

Dopo qualche minuto l_innominato si ritirò nella sua stanza e si affidò alle preghiere.

 

CAPITOLO 25

 

La gente di Pescarenico,una volta venuta sapere che Lucia è miracolosamente libero,commenta deplorando don Rodrigo e i suoi compagni.

 

Il signorotto infastidito dalle chiacchiere e preoccupato per l_imminente arrivo del cardinale Federigo,lascia il paese il più presto possibile.

 

Il sopraggiungere del cardinale è festeggiato con grandi cerimonie e tutti sono felici.

 

Il solo don Abbondio teme un rimprovero per non aver celebrato il matrimonio,rimprovero rinviato dal cardinale che attende il momento giusto.

 

Intanto Lucia e Agnese ,ospiti del sarto conoscono donna Prassade,una nobile signora,e Lucia accetta la sua offerta di ospitalità sapendo di non poter tornare in paese.

 

Quindi il cardinale interroga don Abbondio sul suo operato e gli porta duri rimproveri che però il prete non coglie a causa del suo persistente egocentrismo.

 

CAPITOLI 25-26-27

 

Don Rodrigo venuto a conoscenza del clamoroso fallimento del suo piano e dell_avvicinarsi dell_arrivo del cardinale, scappa per evitare chiacchiere malevole e l_imbarazzante incontro con il religioso.

 

Il cardinale Borromeo continua nel suo rimprovero a don Abbondio ricordandogli i suoi doveri e gli impegni presi una volta indossato l_abito religioso.

 

Il Manzoni riporta la vicenda a Lucia che ha ricevuto 100 dall_Innominato che vuole riscattarsi.

 

Con l_arrivo di questi soldi Agnese fa molti progetti,stroncati però dalla confessione del voto alla Madonna da parte della figlia.

 

Con la collaborazione di uno scrivano le due riescono a mandare la metà di questa cifra a Renzo che era a Bergamo dal cugino Bortolo.

 

Intanto il governatore di Milano,don Gonzalo Fernandez di Cordova, fa un gran fracasso quando viene a sapere che Lorenzo Tramaglino ,uno dei furfanti della sommossa si trova nel suo ducato.

 

Quindi Renzo non è più al sicuro e allora cambia nome in Antonio Rivolta e cambia occupazione.

 

Durante la narrazione del romanzo il Manzoni ha più volte accennato alla guerra di successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga,

 

Alla sua morte il ducato di Milano cadde in mano a don Gonzago che impegnato nella guerra di casale si dimentica temporaneamente di Renzo.

 

Il quale rimasto nascosto dietro la nuova identità trova il modo di corrispondere con Agnese e venuto a conoscenza del voto di Lucia si infuria.

 

Lucia viene invitata da donna Prassade una certa nobildonna incline a far del bene di cui però l_autore fa_ un quadro un po_ ambiguo .

 

Una donna molto impegnata in opere di bene che opera la sua influenza su tutte le persone all_interno della casa tranne che sul marito ,don Ferrante.

 

Uno studioso di varie materie dall_astrologia alla filosofia antica,dalla filosofia naturale alla magia e alla stregoneria.

 

Almeno in una merita il titolo di professore:la scienza cavalleresca.

 

Fino all_autunno 1929 la situazione dei personaggi è stabile.

 

Nell_inverno e nella primavera di quell_anno sopraggiunge una nuova carestia.

 

In ogni città ci sono botteghe chiuse e fabbriche deserte.

 

Il buon cardinale Federigo si impegna per far fronte alla sciagura e comprata una certa quantità di grano la distribuisce nelle varie diocesi.

 

Passata finalmente la primavera i campi resuscitarono e tutti i contadini tornarono alle campagne.

 

Poco dopo don Gonzalo se ne andò da Milano a cause delle sconfitte subite.

 

La gente lo contesta .

 

intanto l_esercito alemanno discende l_Italia saccheggiandola e la popolazione si nasconde sui monti.

 

CAPITOLO 28

 

L_attenzione dello scrittore ritorna alla situazione nel ducato di Milano ;si inizia con alcune notizie sulla pubblicazione di nuove gride relative al problema del pane , che l_autorità emana per cercare di dare tardivo rimedio ai problemi posti dalla carestia ,ma che ,nella realtà, si rivelano assolutamente inadeguate e inefficaci di fronte al degenerare della situazione .

 

Manzoni descrive quindi la tragica e allucinante realtà cittadina ,fatta di miseria ,abbandono,fame,sporcizia ,in cui la moria causata dalla tremenda carestia incomincia a far comparire le prime avvisaglie di un morbo dilagante.

 

Col supporto di numerose testimonianze di storici dell_epoca,il Manzoni illustra quindi i provvedimenti presi dalla pubblica amministrazione ,che si limita a destinare a centro di raccolta i poveri ,mendicanti e malati ,il lazzaretto ,un edificio in periferia ,costruito alla fine del _400 come ricovero per gli appestati .

 

Il provvedimento si rivela tardivo ,come appare nella descrizione dell_apocalittico spettacolo che si presentava all_interno del lazzaretto .

 

Infine,dopo le notizie sulla riapertura del lazzaretto e la temporanea fine della carestia,Manzoni torna a parlare di avvenimenti storici ,e in particolare della solita guerra di successione al ducato di Mantova ,che subisce delle svolte decisive ,culminanti con il fallimento di don Gonzalo e il suo allontanamento.

 

Ma,legata ai fatti della guerra ,si prospetta una nuova minaccia sulle terre del milanese,quella della calata e dei saccheggi delle truppe mercenarie dell_esercito tedesco ,chiamate dall_imperatore di Germania nel 1625 : i famigerati lanzichenecchi,che porteranno in Italia la peste e costringeranno la popolazione a rifugiarsi sui monti.

 

CAPITOLO 30

 

I tre fuggitivi si avvicinano alla valle e cominciano a incontrare compagnie di viaggio e di sventura che da sentieri sboccavano sulla strada.

 

Queste nuove presenze non erano gradite a don Abbondio, che temeva che il radunarsi di tanta gente attirasse i soldati e di conseguenza di trovarsi coinvolto nella battaglia.

 

Giunti alla "Malanotte" il baroccio si ferma ,viene licenziato il conducente e i tre si avviarono a piedi per la salita.

 

Dopo qualche minuto viene loro incontro l_innominato che riconobbe immediatamente don Abbondio e fu ben felice di poter ospitare la madre di Lucia ,della quale chiede notizie.

 

Tutti insieme salgono al castello e ai tre ospiti vengono assegnate delle stanze.

 

Si trattennero per circa 24 giorni e fortunatamente in quel lasso si tempo non accadde nulla di straordinario anche se non passava giorno in cui non fosse lanciato un allarme.

 

Il più delle volte si trattava solo di semplici saccheggiatori che si ritiravano appena sorpresi.

 

Agnese e Perpetua per sdebitarsi dell_ospitalità ,avevano voluto essere impiegate nei sevizi che erano necessari.

 

Don Abbondio invece non aveva niente da fare,ma non si annoiava perché la paura gli teneva compagnia .

 

Non sia azzardava neppure a uscire dal castello,passeggiava solamente per i corridoi e si ingegnava nel trovare passi praticabili per una veloce fuga in caso di invasione.

 

Alla fine tutti lasciarono il castello .

 

Quelli delle terre invase partirono per primi e ogni giorno molti altri.

 

Don Abbondio ,Agnese e Perpetua furono gli ultimi ad andarsene .

 

Mentre il primo era ancora timoroso nel caso di un incontro con i Lanzichenecchi ,la serva sosteneva che più si tardava ,più si dava agio ai soldati di rubare nelle case.

 

Fissarono il giorno della partenza e l_innominato fece trovar loro pronta una carrozza .

 

Dopo che ricevette i ringraziamenti da don Abbondio e Perpetua ,prese in disparte Agnese e le diede degli scudi per riparare i danni che avrebbe trovato in casa.

 

Durante il ritorno fecero una breve sosta alla casa del sarto dove ascoltarono attenti gli atti dei soldati passati:le solite ruberie,percosse,ma li non si erano visti Lanzichenecchi.

 

Giunti al paese trovarono ciò che si aspettavano .

 

I saccheggiatori però non si erano limitati a rubare ,ma avevano anche imbrattato i muri di figuracce.

 

Scesi nell_orto si accorsero che anche il loro tesoro era stato rubato,non dai soldati,ma dai loro compaesani.

 

CAPITOLO 31

 

Sulla peste che si diffonde nel milanese dopo l_invasione dei lanzichenecchi esistono molte relazioni di autori contemporanei ,fra le quali la più importante è quella del Ripamonti .

 

Secondo il narratore tuttavia ,esse sono tutte più o meno incomplete o imparziali .

 

Perciò egli si propone di dare una nuova versione dei fatti ,mettendo in rilievo la responsabilità della classe dirigente del tempo.

 

Al verificarsi dei primi casi di peste ,vengono svolte alcune indagini ,ma il governatore mostra pochissimo interesse per lo stato delle cose in città :a occupare la sua mente sono piuttosto i pensieri della guerra .

 

Rifiuta pertanto di prendere delle precauzioni .

 

Anche se la maggior parte della popolazione nega l_evidenza e accusa i medici che parlano di peste di essere degli impostori , animati dal desiderio di gettare nello spavento l_intera città.

 

Quando però la verità non può essere più nascosta ,il lazzareetto torna alla sua funzione originaria di ricovero per gli appestati .

 

La popolazione che vi si raccoglie aumenta di giorno in giorno : il numero dei nuovi arrivati supera di gran lunga quello,se pur elevato,dei decessi.

 

Questa situazione solleva diversi problemi ,di ordine finanziario e organizzativo ,ai quali si pone rimedio come si può ,e non sempre in modo ottimale .

 

Intanto ,non potendo più negare la verità, la superstizione popolare va cercando fra le più astruse la causa del flagello.

 

CAPITOLO 32

 

Il capitolo si apre con la richiesta d_aiuto dei decurioni al governatore che da_ però una risposta molto evasiva e trasferisce la sua autorità a Ferrer ,perché lui doveva pensare alla guerra.

 

Guerra che aveva portato via milione di persone anche a causa del contagio e che si era conclusa con il riconoscimento del duca ,per escludere il quale era iniziata la guerra.

 

Nello stesso tempo i decurioni pregarono il buon cardinale che si facesse una processione solenne ,ma egli rifiutò per due motivi.

 

Primo:se la cosa non avrebbe riportato risultati si sarebbe aperto uno scandalo e mancanza di fiducia nella religione.

 

Secondo:l_accalcarsi di una così gran massa avrebbe favorito il lavoro degli untori o ,se questi non esistevano,aumentato il rischio di contagio.

 

Il sospetto delle unzioni si era infatti ridestato più generale e forte di prima .

 

Ma i decurioni non si abbatterono all_iniziale rifiuto e convinsero Federigo a concedere il permesso per la processione .

 

Il giorno seguente la processione ,le morti aumentarono in ogni parte della città.

 

E la popolazione passò da 250 mila prima della peste a 64 mila abitanti.

 

I decurioni stabilirono nuovi serventi pubblici: commissari,apparitori e monatti.

 

I primi regolavano apparitori e monatti .

 

I secondi precedevano i carri dove i monatti raccoglievano i moribondi e i cadaveri e suonavano un campanello per far sgombrare la strada.

 

Il cardinal Federigo non volle lasciare la città,dove i monatti erano diventati padroni ormai di ogni cosa, infatti si impadronivano dei beni dei moribondi .Si diceva addirittura che lasciassero cadere dal carro roba infetta per divulgare la pestilenza divenuta per loro motivo di ricchezza .

 

Dal pari con la perversità,in questa situazione crebbe la pazzia ,che rinforzò la paura delle unzioni.

 

Così i magistrati sempre più confusi si misero alla ricerca di questi untori.

 

 

 

 

 

CAPITOLO 33

 

Una notte,verso la fine di Agosto ,don Rodrigo accompagnato dal fido Griso torna in Milano .

 

Camminando però sentiva un malessere e anche il suo viso aveva qualcosa di strano .

 

Giunto a casa si sdraiò e il suo malore crebbe e durante un turbolento sogno vide di fra Cristoforo.

 

Ripresosi sentì il dolore sempre più forte e dando un_occhiata scoprì un bubbone.

 

Il terrore della morte lo invase e così si confidò con il Griso e lo mandò a chiamare un dottore.

 

Il Griso però lo tradì e mandò a chiamare i monatti che lo derubarono e lo portarono al lazzaretto.

 

Il Griso ,il giorno seguente ,dopo aver preso più che poteva si sentì male e dopo essere stato spogliato dei suoi beni morì sul carro dei monatti.

 

Intanto Renzo tornato in paese incontra Tonio ,ormai irriconoscibile per la peste e don Abbondio dal quale viene a sapere che Lucia è a Milano .

 

Renzo salvatosi dalla peste si rifugiò da un vecchio amico e il giorno seguente partì per Milano alla ricerca della sua promessa sposa.

 

CAPITOLO 34

 

Renzo riesce a entrare in Milano da Porta Nuova e viene scambiato da un barbone per un untore.

 

Proseguendo il suo cammino e giungendo in piazza san Marco vede la tremenda macchina della tortura.

 

Incontra poi un prete in farsetto al quale chiede la via per la casa di don Ferrante.

 

Il Manzoni racconta gli inutili tentativi di proteggersi dalla peste da parte del popolo.

 

Mentre percorre la via indicatagli dal prete si trova di fronte a una moltitudine di ammalati condotti al lazzaretto.

 

Giunto finalmente da don Ferrante gli viene detto che Lucia si trova nel lazzaretto e viene scacciato.

 

Viene nuovamente preso per un untore e la folla lo circonda.

 

Riesce a fuggire saltando su un carro funebre dal quale scende una volta trovatosi di fronte al lazzaretto che gli presenta uno spettacolo mostruoso: un brulicare di ammalati e moribondi.

 

CAPITOLO 35

 

Il lazzaretto era un recinto popolato da 16000 appestati e Renzo non vedendo nessuna donna pensò che le donne dovevano essere in un luogo separato e si dispose a cercarlo.

 

Aveva già girato per un bel pezzo quando si imbatté in un cappuccino dall_aria a lui familiare :era fra Cristoforo ,che da Rimini ,scoppiata la peste,aveva chiesto di venire a Milano per assistere gli appestati.Il conte zio era morto e così la sua domanda fu accolta.

 

Renzo si fece riconoscere e fu accolto con molto affetto .

 

Gli fu offerta una scodella di minestra e un bicchiere di vino .

 

Renzo racconta la sua avventura .

 

Fra Cristoforo gli raccomanda pazienza ,ma anche rassegnazione,perchè non era facile trovare una persona viva nel lazzaretto.

 

Allora Renzo ripensa a don Rodrigo e pensa di farsi giustizia da solo .Ma rimproverato da Cristoforo si pente .

 

Il frate accorgendosi della sua onestà lo porta in una capanna dove morente c_era per terra don Rodrigo.

 

Renzo dopo aver pregato per lui si avviò verso la cappella.

 

CAPITOLO 36

 

Renzo entrato nella cappella assiste alla predica di padre Felice e nonostante i ripetuti sforzi non riesce a scovare Lucia tra la folla.

 

Allora entrò nel quartiere delle donne e trovò un campanello, di quelli usati dai monatti,e pensò che un tale strumento sarebbe potuto essergli utile.

 

Un commissario lo scambiò allora per un monatto e fu costretto a fuggire.

 

Nascostosi tra le capanne si chinò per levarsi il campanello e sentì provenire dall_interno della capanna una voce familiare:era proprio quella dalla sua amata Lucia.

 

Immediatamente entrò nella capanna ,ma viene respinto da Lucia memore del voto fatto alla Madonna.

 

Renzo torna allora da Fra Cristoforo e gli parla del voto.

 

Insieme si recano alla capanna di Lucia dove il frate spiega alla giovane che è possibile sciogliere il voto perché interessa la volontà di un altra persona,così la libera dalla sua promessa.

 

Padre Cristoforo si congedò quindi da Lucia ,che non riusciva a rassegnarsi all_idea di doversi per sempre staccare da lui ,e uscì con Renzo dalla capanna.

 

CAPITOLO 37

 

Appena Renzo ebbe varcato l_uscita del lazzaretto ,iniziò una pioggia impetuosa,quella pioggia che portò via il contagio.

 

Il giovane proseguiva felice il suo cammino ,col solo pensiero di arrivare il prima possibile al suo paese e di rimettersi poi in cammino per Pasturo,in cerca di Agnese .

 

Mentre andava ,veniva sempre a galla un pensiero :l_ho trovata ,è guarita , è mia!

 

Passato l_Adda la mattina seguente giunse alla casa dell_ospite amico,il quale fu ben felice di apprendere che Lucia era stata trovata e che era guarita.

 

Poi mentre Renzo si cambiava con vesti asciutte preparò una buona polenta.

 

Il mattino seguente s_alzò prima che facesse giorno e,vedendo cessata la pioggia,si incamminò per Pasturo.

 

Era ancore mattino quando vi arrivò ,cercò di Agnese e gli fu indicata una casupola.

 

Ci andò e trovata la donna iniziò con lei una lunga conversazione.

 

Renzo tornò poi al paese ,passò la notte in casa dell_amico e il giorno dopo si mise nuovamente in viaggio verso il paese adottivo.

 

Lì trovò Bortolo in ottima salute e la peste scomparsa;gli promise che presto sarebbe tornato al lavoro e prese in affitto una casa più grande che fornì di mobili e di attrezzi utilizzando gli scudi donati a Lucia dall_innominato.

 

Dopo qualche giorno tornò al paese nativo per poi recarsi di nuovo a Pasturo.

 

Intanto Lucia con la mercantessa che aveva accudito era uscita dal lazzaretto ed era venuta a conoscenza della morte di padre Cristoforo e di donna Prassede e del marito.

 

Per la morte di don Ferrante il narratore racconta alcuni particolari.

 

Egli dice che ,al primo parlar che si fece di peste ,quel brav_uomo fu uno dei più risoluti a negarla,sostenendo la sua opinione con ragionamenti,ai quali non mancava certo logica.

 

Diceva che in natura non vi possono essere che sostanze o accidenti .

 

Ma la peste non poteva essere sostanza ,perché le sostanze sono quattro :aerea.acquea,ignea,terrea.

 

La peste non può essere nessuna di queste come non può essere un accidente,perchè passa di soggetto in soggetto.

 

Secondo la sua teoria la ragione della pestilenza andava ricercata nella maligna congiunzione tra Saturno e Giove,contro la quale non vi era rimedio.

 

HIS FRETUS ,vale a dire su queste convinzioni,non prese alcuna precauzione e andò a letto a morire come un eroe di Metastasio,prendendosela con le stelle.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO I

 

Il racconto della vicenda da cui prende le mosse il romanzo prende l'avvio con un'ampia, minuta, realistica, visione del paesaggio in cui si colloca il paese brianzolo dove abitano Renzo e Lucia, i due promessi sposi. Lui è un filatore di seta, orfano di padre e di madre; lei è filatrice in una filanda ma senza continuità di lavoro: vive con la madre vedova. Si dovevano sposare e il matrimonio era fissato per l'otto novembre 1628. Tutto sarebbe andato liscio, se il signorotto locale, doti Rodrigo, non si fosse incapricciato di Lucia e non avesse scommesso col cugino, don Attilio, che in tempi brevi, se ne sarebbe impadronito e l'avrebbe portata al castello. Per questa violenza egli poteva sperare nell'immunità dovuta sia al suo grado sociale sia alla connivenza del potere giudiziario e politico, alleato dei potenti. Bisognava impedire intanto la celebrazione del matrimonio. Per questo il pomeriggio del 7 manda due bravi ad ordinare al curato don Abbondio che quel matrimonio non si deve celebrare. I due bravi si appostano all'angolo di una strada di campagna, percorsa d'abitudine dal curato. Il quale, intimidito, si dichiara pronto ad obbedire. Lo fa perché per temperamento è un pauroso; non era nato con un cuor di leone; ma obbedisce e si rassegna e si fa complice di un gesto di violenza anche perché la società nella quale viveva era violenta, ingiusta e non offriva adeguata protezione contro i soprusi dei potenti ai poveri, ai disarmati, ai miti. A casa dove giunge affannato ed agitato confida ogni cosa alla sua serva Perpetua: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l'occasione. L'ordine impartito a lei è di non fiatare della cosa con nessuno. Lei dà qualche suggerimento, tra cui quello di avvertire il cardinale. Ma don Abbondio è troppo dominato dalla paura procuratagli da quei bravi e crede che la disobbedienza gli costerà una fucilata. La notte, che trascorre agitatissima, è difatti popolata di bravi e di archibugiate.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO II

 

Don Abbondio passa una notte agitata tra ricerche di scuse per non celebrare il matrimonio e incubi popolati di bravi e di agguati. Tra il sonno e la veglia egli elabora un piano per superare le prevedibili obiezioni di Renzo e ritardare così le nozze. Per prendere gli ultimi accordi per il matrimonio, Renzo si reca da don Abbondio vestito in gran gala, con un cappello piumato e il pugnale dal manico bello. Il promesso sposo è un giovane di vent'anni, rimasto orfano di ambedue i genitori fin dall'adolescenza. La sua professione, quella di filatore di seta, e i continui risparmi, gli hanno dato una certa tranquillità economica.

Il curato finge di non ricordarsi del matrimonio, poi, utilizzando termini latini per confondere il giovane, lascia intendere che sono sopravvenuti degli impedimenti che obbligano a ritardare le nozze. Renzo accondiscende allo spostamento, ma rimane insospettito dal comportamento del parroco.

Uscito dalla canonica Renzo incontra Perpetua e riceve da lei conferma dei propri sospetti: don Abbondio è stato minacciato da qualcuno.

Renzo torna velocemente nel salotto di don Abbondio. Dopo aver imprigionato il parroco nella stanza, il giovane, con fare apparentemente minaccioso, lo costringe a dirgli la verità. Perpetua rientra e don Abbondio l'accusa di aver infranto il giuramento del silenzio fatto la sera prima. Dopo un acceso battibecco tra i due, il curato si mette a letto vinto dalla febbre. Renzo si dirige nuovamente verso casa di Lucia. Nella sua mente passano fieri propositi di vendetta, ma al pensiero della fidanzata egli abbandona ogni ipotesi violenta. Giunto nel cortile della casa, Renzo incarica una bambina, Bettina, di chiamare in disparte Lucia e di condurla da lui.

Lucia, orfana di padre e di qualche anno più giovane di Renzo, è acconciata e vestita per le nozze: i suoi capelli neri sono raccolti in trecce fissate con spilloni, indossa un corpetto di broccato con un gonna pieghettata di seta, e attorno al collo porta una modesta collana. Il suo viso giovanile riflette una bellezza interiore.

Lucia viene messa al corrente delle minacce di don Rodrigo

Lucia, circondata dalle amiche, viene raggiunta dalla bambina che le trasmette il messaggio di Renzo. La ragazza scende al piano terreno e Renzo la mette al corrente dell'accaduto, ed ella mostra di essere già a conoscenza della passione di don Rodrigo per lei. Ai due si aggiunge poi Agnese. Lucia sale a congedare le donne dicendo che il matrimonio è rimandato a causa di una malattia del parroco. Alcune di esse si recano alla canonica per chiedere conferma di quella malattia e Perpetua dice loro che don Abbondio ha un febbrone.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO III

 

Il capitolo si apre con il racconto di Lucia ad Agnese e a Renzo dei suoi involontari incontri con don Rodrigo (questi, infatti, aveva avvicinato Lucia lungo la strada e aveva scommesso con un altro nobile, il conte Attilio, suo cugino, che la ragazza sarebbe stata sua). Lucia rivela poi di aver narrato l'accaduto a fra Cristoforo. Renzo e Agnese, l'uno come fidanzato, l'altra come madre, sono amareggiati dal fatto che Lucia non si sia confidata a loro. Al sentire gli episodi descritti da Lucia, Renzo viene colto da un nuovo attacco d'ira e da propositi di vendetta, ma Lucia riesce a placare le sue nuove ire. Agnese consiglia poi al giovane di recarsi a Lecco, da un avvocato soprannominato Azzecca-garbugli e gli consegna quattro capponi da portare in dono al dottore. Renzo si mette dunque in cammino verso Lecco. Lungo la strada, agitato e incollerito, dà continui strattoni ai capponi che ha in mano: le povere bestie, pur accomunate da un triste destino, si beccano tra loro. Ciò dà l'occasione all'Autore per riflettere sulla mancanza di solidarietà tra gli uomini, anche quando questi sono accomunati dalle sventure ("i quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura"). Giunto alla casa dell'Azzecca-garbugli e consegnati i capponi a una serva, Renzo viene fatto accomodare nello studio: uno stanzone disordinato, polveroso e un po' decadente in cui spiccano, alle pareti, i ritratti degli imperatori romani, simbolo del potere assoluto. Il dottore lo accoglie indossando una toga consunta che lo fa apparire decrepito quanto i mobili della stanza. Azzecca-garbugli scambia Renzo per un bravo e, per intimorirlo, legge confusamente una grida che annuncia pene severissime per chi impedisce un matrimonio. Ha qui inizio il tragicomico equivoco tra Renzo e l'Azzecca-garbugli che, credendo che il giovane si sia camuffato tagliandosi il ciuffo che contraddistingue i bravi, si complimenta con lui per la sua astuzia. A questo proposito, l'Autore non perde l'occasione per sottolineare ancora una volta l'ottusità della macchina burocratica spagnola, e ci propone frammenti di gride in cui si vieta addirittura di portare il ciuffo. Renzo nega di essere un bravo, ma l'avvocato non gli crede e lo invita a fidarsi di lui, prospettando poi una linea di difesa. Scoperto l'equivoco, Azzecca-garbugli si infuria e rifiuta ogni aiuto, mettendolo infine alla porta, poiché colpevole di un crimine all'epoca gravissimo: essere vittima, e per di più senza appoggi nobiliari. Intanto Lucia e Agnese si consultano nuovamente tra loro e decidono di chiedere aiuto anche a fra Cristoforo. In quel momento giunge fra Galdino, un umile frate laico, in cerca di noci per il convento di Pescarenico, lo stesso dove vive il padre Cristoforo. Per eludere le domande del fraticello circa il mancato matrimonio si porta il discorso sulla carestia; Galdino racconta allora un aneddoto riguardante un miracolo avvenuto in Romagna. Lucia dona a fra Galdino una gran quantità di noci affinché egli, non dovendo continuare la questua, possa recarsi subito al convento ed esaudire la sua richiesta di inviare presso di loro fra Cristoforo. A questo punto il Manzoni ci tiene a precisare che, nonostante fra Cristoforo avesse a che fare con la gente umile, era un personaggio "di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno" e approfitta dell'occasione per un excursus sulla condizione dei frati cappuccini nel Seicento. Renzo fa quindi ritorno alla casa di Lucia e racconta il pessimo risultato del suo colloquio con Azzecca-garbugli. Tra Renzo e Agnese si accende una piccola discussione, subito placata da Lucia, circa la validità del consiglio di rivolgersi all'avvocato. Dopo alcuni sfoghi di Renzo ed altrettanti inviti alla calma da parte delle donne, il giovane torna a casa propria.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO IV

 

Fra Cristoforo esce dal convento del paese di Pescarenico, un piccolo villaggio di pescatori nei pressi di Lecco.

Sebbene il paesaggio autunnale sia splendido, il cammino del frate verso casa di Lucia è rattristato dalle immagini di miseria che si vedono ovunque: persone smunte, animali smagriti dalla fame, mendicanti laceri.

Un uomo vicino ai 60 anni, dalla lunga barba bianca, umile ma fiero al tempo stesso, con due occhi vivacissimi.

Lodovico (questo è il nome di fra Cristoforo prima di prendere i voti), figlio di un ricco mercante con ambizioni da nobile, viene educato in maniera aristocratica. Non essendo però accettato nella cerchia dei nobili, il giovane inizia, quasi per vendetta, a difendere gli umili contro i signorotti prepotenti.

Un giorno per strada, scoppia una disputa per futili motivi tra Lodovico ed un nobile arrogante.

Nel corso della disputa che ne segue, il giovane, vedendo gravemente ferito Cristoforo, il suo più fedele servitore, uccide il signorotto.

Lodovico viene condotto dalla folla nel vicino convento dei frati cappuccini, affinché possa trovare riparo dalla vendetta dei parenti dell'ucciso.

Questi intanto circondano il convento al fine di colpire l'uccisore alla sua uscita.

Durante la sua permanenza in convento Lodovico matura la decisione di farsi frate. Dona tutti i suoi beni alla famiglia del servo Cristoforo che era morto per lui e assume il nome di fra Cristoforo. Intanto il padre guardiano del convento convince il fratello del nobile ucciso ad accettare come rivalsa la scelta monacale di Ludovico. Prima di partire per il luogo del suo noviziato, fra Cristoforo chiede ed ottiene di domandare scusa alla famiglia dell'ucciso.

In casa del nobile vengono convocati tutti i parenti per assaporare la vendetta, ma con il suo contegno umile, fra Cristoforo ottiene un sincero perdono da tutti e induce i presenti a mitigare la loro superbia.

Quale segno di riconciliazione il fratello dell'ucciso dona un pane al frate; questi, mangiatane una metà, conserverà il resto quale ricordo dell'accaduto.

Oltre a predicare e assistere i moribondi, fra Cristoforo opera per rimuovere le ingiustizie e per difendere gli oppressi. Intanto il frate, giunto alla casa di Lucia e Agnese, viene accolto con gioia dalle due donne.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO V

 

Dalle informazioni ottenute da Agnese sul pesante intervento intimidatorio di don Rodrigo, padre Cristoforo sa tutto ormai; ma non avendo altre armi che quelle della religione, decide di affrontare il prepotente nel tentativo di dissuaderlo in nome dei principi morali e religiosi dal proposito di rapire Lucia. Dalla casa di Lucia il tratto di campagna che attraversa è per il frate motivo di costernazione: dappertutto i segni della carestia, il palazzotto del signorotto, segno di forza e di potenza, sorge tetro sulla cima di un poggio quasi come minaccioso custode della gente disseminata nei paesi sottostanti. Per il formale (anche i prepotenti sono ipocritamente pronti a rendere omaggio agli uomini di religione) ossequio che gli si deve in quanto cappuccino, padre Cristoforo non solo è introdotto nel palazzo, ma addirittura ammesso alla sala da pranzo dove don Rodrigo banchetta con alcuni ospiti: c'è il cugino Attilio, più vivace che mai, il podestà di Lecco, l'Azzeccagarbugli e altri uomini di minore rilievo. Si discute in modi frivoli di un argomento violento: dei duelli, sui quali si chiede, dato il contrasto di opinioni tra gli ospiti, il parere del frate. Questi riconferma come inalienabile la legge evangelica della non violenza. Altro argomento, questa volta politico, è quello della guerra tra Francia e Spagna scatenata in conseguenza della mancanza di un erede diretto nel ducato dì Mantova. La Francia sostiene un Gonzaga da tempo trasferitosi al di là delle Alpi e fattosi francese: altro è il candidato della Spagna. La guerra da quei loro discorsi appare come una partita di scacchi ingaggiata da due abili giocatori: da un lato il cardinale Richelieu, dall'altro il conte duca, che i commensali servilmente dicono grande ministro del re di Spagna. Alla fine si sfiora anche l'argomento della carestia. Per loro non esiste: è solo il risultato malefico dell'intervento dei fornai che imboscano la farina per ottenerne prezzi più alti. Se si dovesse giudicare della nobiltà lombarda del Seicento da questi rappresentanti accolti intorno ad una tavola, li si dovrebbe dire non solo cinici e perversi, ma insensibili e intelligenti. Ad un certo momento don Rodrigo che mal sopporta la vista di quel frate concentrato e silenzioso si decide a dargli udienza.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO VI

 

Con tatto e diplomazia, fra Cristoforo chiede a don Rodrigo di far cessare le persecuzioni contro Lucia e di permettere il matrimonio tra i due promessi. Il nobile reagisce però violentemente accusando il frate di nutrire un equivoco interesse per la ragazza. Il colloquio si trasforma così in un duello verbale nel quale Cristoforo predice al suo antagonista il compiersi della giustizia divina (verrà un giorno).

Al termine il frate viene cacciato. La sua missione è fallita, ma don Rodrigo rimane scosso dalle minacciose profezie del cappuccino.

Uscendo dal palazzotto per andare verso casa di Lucia, il frate incontra il vecchio servitore che l'aveva accolto al suo ingresso. Quest'ultimo dice a fra Cristoforo di avere delle rivelazioni da fargli e gli dà appuntamento per l'indomani al convento.

Agnese propone ai due promessi, di effettuare il matrimonio di sorpresa, di presentarsi cioè davanti al parroco con due testimoni e di pronunciare la formula del matrimonio. Sebbene celebrato contro la volontà del parroco, questo matrimonio avrebbe valore a tutti gli effetti. Renzo si mostra entusiasta, ma Lucia è contraria al progetto poiché esso prevede dei sotterfugi.

Renzo, in cerca dei testimoni per il matrimonio di sorpresa, si reca a casa di Tonio. Quando vi giunge, l'intera famiglia (Tonio, il fratello, l'anziana madre, la moglie e i figli) è riunita in attesa di una scarsa polenta. Renzo, rifiutando l'invito a trattenersi, conduce l'uomo all'osteria e lì gli chiede di far da testimone al matrimonio. In cambio del favore, Renzo gli offre del denaro per pagare un debito contratto con don Abbondio. Tonio accetta e propone suo fratello Gervaso come secondo testimone.

Renzo torna da Lucia e tenta nuovamente di convincerla ad accettare il "piano" della madre. Nel frattempo si avvertono i passi di fra Cristoforo, giunto per riferire gli esiti del colloquio con don Rodrigo.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO VII

 

Fra Cristoforo comunica ad Agnese e ai due promessi che, malgrado il suo intervento, don Rodrigo non intende cambiare atteggiamento. Renzo reagisce con rabbia. Uscendo, il frate raccomanda di inviare qualcuno al convento il giorno successivo, per avere nuove informazioni. Renzo, irritato dalle notizie appena ricevute e dall'opposizione di Lucia al progetto di matrimonio di sorpresa, dà in escandescenze. Alla fine Lucia cede e accondiscende al piano della madre. Renzo rincasa.

Agnese e Renzo stabiliscono i dettagli del piano di matrimonio di sorpresa, mentre Lucia resta in disparte. Seguendo le indicazioni di fra Cristoforo, Agnese invia poi al convento Menico, un ragazzino suo parente.

Per tutta la mattinata, dei loschi figuri vestiti da viandanti e da pellegrini si aggirano nelle vicinanze della casa di Lucia, curiosando anche all'interno dell'abitazione.

Dopo lo scontro con padre Cristoforo, don Rodrigo, furibondo per non esser riuscito ad intimorire il frate e turbato per quel Verrà un giorno, cammina per il palazzo al cospetto dei ritratti dei suoi avi, che sembrano rimproverarlo per la sua debolezza.

Per dimenticare l'episodio il nobile esce, scortato dai bravi, per una passeggiata trionfale, durante la quale egli viene ossequiato da tutti. Tornato al palazzotto, egli viene però deriso dal conte Attilio; risentito, raddoppia allora la posta dell'infame scommessa.

Dopo una notte di sonno tranquillo, don Rodrigo, dimenticati i timori suscitati in lui da fra Cristoforo, predispone con il capo dei suoi bravi, il Griso, un piano per rapire Lucia. I bravi, guidati dal Griso, cominciano le loro ricognizioni in casa di Lucia (gli strani figuri visti nella casa sono i bravi travestiti).

Tornati al palazzotto, il Griso dà le ultime istruzioni ai suoi compagni. Il vecchio servitore si avvia alla volta del convento per riferire al frate circa il previsto rapimento di Lucia. Nel frattempo alcuni bravi hanno già occupato le posizioni concordate ed altri si avviano a farlo.

Dopo aver preso con Agnese e Lucia gli ultimi accordi per il matrimonio di sorpresa, Renzo, assieme a Tonio e a Gervaso, si reca all'osteria e qui incontra tre individui (sono tre bravi di don Rodrigo) dal comportamento minaccioso. Renzo, durante la cena, chiede all'oste informazioni sui tre, ma l'oste finge di non conoscerli; al contrario, egli fornisce ai bravi diverse notizie su Renzo e i suoi amici.

Usciti dall'osteria, Renzo, Tonio e Gervaso, vengono seguiti da due bravi, che si arrestano però, vedendo arrivare gente di ritorno dai campi. I tre passano poi a chiamare Agnese e Lucia e insieme si recano alla canonica, dove Tonio bussa alla porta dicendo a Perpetua di voler saldare un debito.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO VIII

 

Quella sera don Abbondio stava gustando un po' di tranquillità dopo le agitazioni dei due giorni precedenti, era immerso nella lettura di un libro e aveva incespicato nel nome di un filosofo greco di cui nulla sapeva. A questo punto Perpetua annuncia la visita di Tonio e Gervasio: Tonio voleva pagare il debito che aveva col curato e ottenere il pegno da togli. L'ora era tarda, ma era bene profittare dell'occasione: Tonio quei soldi poteva sciuparli nell'osteria. Da questo pensiero indotto don Abbondio, nonostante la diffidenza, lo lascia entrare ed ammette nello studio. Dietro, ma lui non se ne avvede, ci sono Renzo e Lucia: Agnese si è portata via Perpetua attirandola con l'argomento, per Perpetua sempre molto sensibile, del mancato matrimonio con uno dei tanti pretendenti. Quando don Abbondio alza la testa per consegnare la Polizza a Tonio, si vede davanti Renzo e Lucia: Renzo riesce a pronunciare la formula: non vi riesce Lucia travolta dal tappeto del tavolino che il curato le scaglia addosso. La confusione ora è generale: la candela è caduta per terra e s'è spenta: tutto è nel buio e nel buio i due promessi cercano di guadagnare la porta, Tonio di riprendersi la ricevuta, e Gervasio di uscire dal marasma creandone altro. Dalla stanza attigua dove s'è barricato il curato invoca l'aiuto del campana io Ambrogio, il quale improvvisamente destato suona a martello le campane svegliando il paese e sollecitandone l'aiuto contro il misterioso nemico. Intanto Menico torna a casa dal convento e quando si avvicina alla casa di Agnese è bloccato dai bravi di don Rodrigo, che erano penetrati nella casa ma l'avevano trovata vuota. A questo punto comincia il suono delle campane: ritenendosi scoperti i bravi fuggono. Scappano anche Renzo e Lucia: scappa verso il curato Perpetua e dietro le è Agnese. Il paese è in preda ad una grande agitazione: don Abbondio invita tutti a tornare a casa: il pericolo è finito. Menico sfuggito ai bravi informa Agnese, Lucia e Renzo che in casa ci sono i bravi: seguano il consiglio di padre Cristoforo che li attende nella chiesa del convento. Lucia ed Agnese si recheranno con una sua lettera di raccomandazione a Monza: saranno ospitate in un convento; Renzo con altra lettera si recherà a Milano presso il convento dei cappuccini. Comincia così il viaggio di dispersione dei tre.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO IX

 

I tre fuggitivi approdano sulla sponda del lago opposta a Pescarenico e si accomiatano dal barcaiolo che li aveva trasportati.

Guidati poi da un barocciaio, i tre giungono fino a Monza su di un carro. Qui possono riposarsi e rifocillarsi in una locanda. Dopo un breve pasto Renzo dà l'addio alle due donne. Sempre sotto la guida del barocciaio, le due donne si recano prima al convento dei cappucini e poi, accompagnate dal padre guardiano, al monastero di monache nel quale sperano di trovare ospitalità. Il frate chiede per loro la protezione di Gertrude, una suora di nobile e potente famiglia. La giovane monaca ha circa venticinque anni e il suo viso mostra una bellezza sfiorita. Il suo atteggiamento e il suo modo di indossare il saio hanno qualcosa di strano.

Gertrude interroga le due donne e il padre guardiano a proposito delle vicende di Lucia. Al termine del colloquio concede ospitalità ad Agnese e Lucia.

Viene descritta la famiglia di Gertrude e la regola in essa vigente, secondo la quale, tutti i figli, ad esclusione del primogenito, dovevano entrare in convento.

Fin dalla prima infanzia, i genitori e i parenti di Gertrude cercano, anche con subdoli espedienti, di inculcarle l'idea della vita consacrata.

L'infanzia e l'adolescenza di Gertrude trascorrono nel convento di Monza, dove viene educata in vista di una sua futura scelta monacale. Nei suoi rapporti con le compagne la bambina manifesta la sua innata superbia, ma anche i primi cenni di rifiuto della vita religiosa.

Prima di prendere definitivamente i voti. Gertrude è ricondotta nella casa paterna. Qui viene trattata con indifferenza ed isolata al fine di metterla a disagio e di farle desiderare il convento. Scoperto il suo innamoramento per un paggio, Gertrude viene imprigionata in una stanza: per uscire da quella segregazione, ella si dichiara disposta a scegliere la vita consacrata.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO IX

 

I tre fuggitivi approdano sulla sponda del lago opposta a Pescarenico e si accomiatano dal barcaiolo che li aveva trasportati.

Guidati poi da un barocciaio, i tre giungono fino a Monza su di un carro. Qui possono riposarsi e rifocillarsi in una locanda. Dopo un breve pasto Renzo dà l'addio alle due donne. Sempre sotto la guida del barocciaio, le due donne si recano prima al convento dei cappucini e poi, accompagnate dal padre guardiano, al monastero di monache nel quale sperano di trovare ospitalità. Il frate chiede per loro la protezione di Gertrude, una suora di nobile e potente famiglia. La giovane monaca ha circa venticinque anni e il suo viso mostra una bellezza sfiorita. Il suo atteggiamento e il suo modo di indossare il saio hanno qualcosa di strano.

Gertrude interroga le due donne e il padre guardiano a proposito delle vicende di Lucia. Al termine del colloquio concede ospitalità ad Agnese e Lucia.

Viene descritta la famiglia di Gertrude e la regola in essa vigente, secondo la quale, tutti i figli, ad esclusione del primogenito, dovevano entrare in convento.

Fin dalla prima infanzia, i genitori e i parenti di Gertrude cercano, anche con subdoli espedienti, di inculcarle l'idea della vita consacrata.

L'infanzia e l'adolescenza di Gertrude trascorrono nel convento di Monza, dove viene educata in vista di una sua futura scelta monacale. Nei suoi rapporti con le compagne la bambina manifesta la sua innata superbia, ma anche i primi cenni di rifiuto della vita religiosa.

Prima di prendere definitivamente i voti. Gertrude è ricondotta nella casa paterna. Qui viene trattata con indifferenza ed isolata al fine di metterla a disagio e di farle desiderare il convento. Scoperto il suo innamoramento per un paggio, Gertrude viene imprigionata in una stanza: per uscire da quella segregazione, ella si dichiara disposta a scegliere la vita consacrata.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XI

 

Don Rodrigo, attendendo con inquietudine il ritorno dei bravi, pensa alle possibili conseguenze del rapimento di Lucia, ma sa di non correre grossi rischi.

Al suo ritorno, Griso annuncia il fallimento della spedizione e riceve severi rimproveri da Don Rodrigo. Dopo aver discusso dei fatti della nottata, i due concordano una strategia per scoprire se vi siano state fughe di notizie sul progetto di rapimento. Il conte Attilio viene informato dal cugino del fallito rapimento di Lucia e attribuisce la responsabilità a fra Cristoforo. I due cugini stabiliscono poi di intimorire il console del villaggio, di convincere il podestà a non intervenire, e di far pressioni sul Conte zio, affinché faccia trasferire il frate.

Il Griso si reca in paese per cercare di comprendere ciò che è successo la notte precedente. Nel villaggio c'è un fitto intrecciarsi di voci: tutti i protagonisti di quei fatti turbolenti commentano l'accaduto. Il bravo riferisce al padrone quelle voci e insieme escludono l'ipotesi di una spia interna al palazzotto. Al termine del colloquio, don Rodrigo incarica il proprio uomo di fiducia di scoprire dove si sono rifugiati Renzo e Lucia. Grazie alle chiacchiere del barocciaio, passate di bocca in bocca, il bravo è in grado di informare il suo signore che Lucia si trova a Monza. Il nobile incarica allora il sicario di proseguire là le ricerche: il Griso, che proprio in Monza è maggiormente ricercato dalla giustizia, cerca di sottrarsi, ma alla fine obbedisce agli ordini. Renzo, colmo di tristezza per la separazione da Lucia e per la partenza dal paese, procede verso Milano. Giunto alle porte della città chiede ad un passante indicazioni per raggiungere il convento cui è destinato.

Entrato in città, il giovane scopre con sorpresa della farina e del pane gettati a terra. Pur con timore raccoglie tre pani. Proseguendo poi verso il centro della città, incontra parecchia gente che trasporta affannosamente pane e farina. Viene colpito dalla vista di una famigliola particolarmente impegnata nel trasporto. Il giovane comprende finalmente che è in atto una rivolta e che la gente sta dando l'assalto ai forni: la sua prima sensazione è di piacere. Renzo decide di star fuori dal tumulto e si reca al convento, ma il frate portinaio gli nega l'ingresso. Il giovane va così a curiosare tra la folla e si lascia attrarre dal tumulto.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XII

 

Il capitolo si apre con un'ampia digressione storica nella quale si analizzano le ragioni della carestia: raccolti scarsi, sprechi, pressione fiscale.

Il cancelliere Antonio Ferrer adotta un provvedimento molto criticato dal Manzoni: stabilisce per il pane un prezzo un prezzo troppo basso, il quale quasi non consente l'acquisto delle materie prime. Il prezzo del pane viene aumentato e comincia a farsi sentire il malumore del popolo. La folla blocca il garzone di un panettiere e lo deruba della cesta del pane: prende così avvio il tumulto di San Martino. La massa si dirige poi verso il forno "delle grucce" e, malgrado l'intervento degli alabardieri e del capitano di giustizia, dopo un breve assedio, dà l'assalto al forno stesso rubando pane, farina, denaro e distruggendo ogni cosa. Renzo, incuriosito da tutto quel movimento, si muove inconsapevolmente verso il cuore del tumulto ascoltando i pareri contrastanti dei presenti. Mentre il giovane assiste alla distruzione del forno e critica, dentro di sé, tutta quella furia, giunge la notizia di nuovi disordini al Cordusio.

La folla si dirige là, passando sotto la statua di Filippo II, la quale offre all'Autore lo spunto per alcune riflessioni sui simboli del potere. La voce si rivela però falsa e la massa, inferocita e delusa, decide di dar l'assalto alla casa del vicario di provvisione, ritenuto responsabile della scarsità di cibo. Renzo, pur non volendo farsi coinvolgere nella rivolta, viene vinto dalla curiosità e si lascia trascinare dalla folla.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XIII

 

La folla si dirige verso il palazzo del vicario. Quest'ultimo, aiutato dai servi, riesce a barricarsi in casa e a nascondersi in uno stanzino.

Alcuni rivoltosi tentano di scardinare e smurare la porta del vicario per catturarlo e ucciderlo e ciò sotto gli occhi dei soldati spagnoli, i quali non osano intervenire. Renzo, al centro del tumulto, è tra coloro che si oppongono a una giustizia sommaria. Per questo, dopo aver reagito con sdegno alle proposte sanguinarie di un vecchio, rischia il linciaggio. Dal fondo della piazza fa la sua apparizione il gran cancelliere Antonio Ferrer, il quale, forte del sostegno popolare, interviene per salvar la vita del vicario. Nella folla si creano due fazioni, l'una favorevole e l'altra ostile all'intervento di Ferrer; ciò offre all'Autore lo spunto per una riflessione sui meccanismi delle rivolte popolari . Il cancelliere procede in carrozza attraverso la piazza gremita di gente. Alcuni, tra cui Renzo, si adoperano affinché egli possa avanzare, ma il cocchiere, ostentatamente cortese, è costretto a continue fermate. Ferrer promette alla folla di arrestare il vicario e di abbassare nuovamente il prezzo del pane, ma il lettore comprende che le sue promesse non verranno mantenute. Ferrer riesce infine ad entrare nel palazzo del vicario e a trarre in salvo quest'ultimo. Fattolo poi salire sulla propria carrozza, si dirige verso il "castello" continuando a blandire la folla. Scampato il pericolo di un linciaggio Ferrer comincia a temere per le reazioni dei propri superiori, mentre il vicario, ancora molto spaventato, annuncia di volersi ritirare in un grotta.

vicario aveva cominciato a sentire le conseguenze della sommossa. sulla sua tavola non era arrivato il pane fresco e lui stava facendo una digestione agra e stentata. D 'un tratto sente venire delle voci, poi la voce possente della folla che si muove con il ritmo di un torrente inarrestabile. I servitori provvedono a chiudere porte e finestre e a barricarsi in casa: il vicario, preso da paura, si raccomanda a tutti e crede di trovare salvezza in soffitta. Renzo che, ormai, è entrato dentro la psicologia della folla e si accorge che questa si muove per una richiesta di giustizia, parteggia per essa, ma non è d'accordo quando sente alzarsi delle voci che chiedono la morte del vicario. E ad alta voce dice la sua disapprovazione: scambiato per un partigiano dei vicario, si sottrae alla folla solo perché l'attenzione generale è attratta dalla voce che dice che sta per arrivare il cancelliere Ferrer, l'amico del popolo: viene, dicono, a portare in carcere il vicario. Ferrer si affaccia agli sportelli della carrozza distribuendo sorrisi e gesti affettuosi di saluto: a tutti dà ragione, al cocchiere in spagnolo consiglia fretta e prudenza. Renzo che, dalla folla, ha saputo che Ferrer è l'uomo della giustizia, un uomo che va bene anche per lui che ha subito da poco una grave ingiustizia, si dà da fare per creare spazio alla carrozza di Ferrer. Si trova a lui vicino, recita la parte del protagonista, fa da battistrada. Ferrer, giunto alla porta del palazzo del vicario, si fa aprire e senza che la gente s'avveda fa entrare nella carrozza il vicario ed inizia il viaggio di ritorno. Stavolta le cose vanno più rapidamente: i sorrisi si sprecano, la folla è più che mai certa che le cose stanno per cambiare. L'angoscia è tutta concentrata nel vicario che, in fondo alla carrozza, dice che vuoi tirarsi via dalla politica per andare a vivere in una montagna, in una grotta, a far l'eremita.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XIV

 

La folla ora non è più compatta: si dirada e si ricompone in piccoli capannelli a commentare e a prevedere. Si parla dell'accaduto, delle ragioni che vi stanno sotto, si manifestano propositi di ritorno per il giorno seguente. Renzo che per la nuova e straordinaria esperienza vissuta in quelle ore vive come in una sorta di eccitazione, quasi di ubriachezza, al centro di un crocchio prende la parola e dal fatto milanese risale al fatto personale: parla ad alta voce di ingiustizia, di prepotenze di certi tiranni, del tutto dissimili da Ferrer, manifesta propositi di vendetta e di pulizia, avanza la proposta del tutto rivoluzionaria dell'alleanza di tutto il popolo per la restaurazione della giustizia. Tutti applaudono. Ma ormai è buio: la gente si dispone a tornare a casa. Renzo da uno che gli si è messo alle costole e che gli si dimostra premuroso (è un informatore della polizia) si fa accompagnare in una trattoria vicina: li può mangiare e dormire. A tavola lo sbirro cerca di farlo parlare e di fargli dire nome e cognome: non c'era riuscito l'oste. Ma lui lo fa cadere in un tranello, favorito anche dal fatto che Renzo da uno stato di esaltazione passa, per il molto vino che beve, ad uno stato di effettiva ubriachezza. Sproloquia e nelle sue parole in modi oscuri ed incerti torna l'immagine di don Rodrigo, il persecutore, l'ingiusto e prepotente tiranno che lo ha indotto alla fuga dal suo paese. Finalmente l'oste riesce a portarlo in camera e a buttarlo sul letto.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XV

 

Renzo, ormai completamente ubriaco, abbandona la sala dell'osteria, tra saluti e risa. Accompagnato e sorretto dall'oste raggiunge poi la camera che gli è stata destinata.Giunto in camera, l'oste tenta nuovamente di far declinare a Renzo le proprie generalità, ma alle nuove proteste di quest'ultimo rinuncia. Fattosi poi pagare il conto, l'albergatore lascia la stanza del giovane, il quale, intanto, si è addormentato.

L'oste decide di andare al palazzo di giustizia per denunciare Renzo e, dopo molte raccomandazioni, affida la cura dell'osteria alla moglie. Camminando lungo le strade di Milano, si imbatte in personaggi dall'aria fosca e in drappelli di soldati. Inizia così un lungo soliloquio, durante il quale, alle espressioni di disappunto per quell'uscita fuori programma, si mischiano considerazioni di tipo politico. Arrivato al palazzo di giustizia, l'oste denuncia al notaio criminale la presenza, nella sua osteria di un giovane che non ha voluto rivelare le generalità. Il funzionario, che ha già ricevuto il rapporto del delatore e che conosce già il nome di Renzo, mostra però di non accontentarsi delle informazioni fornite dal padrone dell'osteria e sottopone l'uomo ad un serrato interrogatorio.

Il notaio criminale e due birri penetrano nella camera di Renzo e gli ingiungono di seguirli. Intimorito dal rumore che viene dalla strada e che sembra annunciare nuovi tumulti, il notaio abbandona subito l'atteggiamento autoritario e, con le buone, cerca di indurre Renzo a seguirli. Il funzionario si mostra eccessivamente gentile ed afferma che si tratta di una pura formalità, ma il giovane non gli presta fede e comincia ad elaborare un piano per far intervenire la folla a suo favore.

Scesi in strada, i due birri danno una stretta alle manette di Renzo, il quale, con un grido di dolore, richiama l'attenzione dei passanti. Approfittando della piccola folla che si è formata attorno al gruppetto, il giovane chiede aiuto. Per sfuggire al linciaggio, i birri e il notaio, abbandonano il prigioniero e si confondono tra la folla. -righi

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XVI

 

Renzo sfugge ai birri e, rifiutando l'ipotesi di chiedere asilo in un convento, corre via cercando di uscire dalla città e dallo stato. Non sapendo orientarsi, Renzo, dopo aver esaminato attentamente alcuni passanti, chiede informazioni ad uno di essi che gli ispira fiducia. Il giovane attraversa Milano e, superando con indifferenza un presidio di soldati, esce dalle mura diretto al paese nel Bergamasco dove vive Bortolo.

Renzo si allontana da Milano, ma, per il timore di percorrere le strade principali, e per il desiderio di non attirare su di sé sospetti chiedendo informazioni, sbaglia più volte direzione. Durante il suo cammino egli ripensa ai fatti del giorno precedente ed esamina la sua situazione. Giunto ad un'osteria isolata, il giovane pranza. Con uno stratagemma, egli riesce poi a farsi indicare, dalla vecchia ostessa, la strada per il confine.

Verso sera, Renzo arriva nel paese di Gorgonzola, vicino al confine, e qui cena in un'osteria. Cerca, senza esito, di ottenere dall'oste delle indicazioni sul percorso da seguire per attraversare l'Adda e passare nella Repubblica veneta. Viene poi avvicinato da un cliente che gli chiede se egli venga da Milano e se abbia informazioni sulla rivolta: Renzo fornisce risposte evasive. Al gruppo degli avventori, si aggiunge poi un mercante milanese. Si tratta di un conservatore, metodico e nemico di ogni disordine, che dà una propria personale versione degli avvenimenti. In particolare, egli dice che i capi della rivolta sono stati tutti arrestati, tranne uno che, fermato in un'osteria, è riuscito a fuggire. Il riferimento alla vicenda di Renzo è evidente.

Temendo di cadere nuovamente nelle mani della giustizia, Renzo lascia l'osteria di Gorgonzola e va, quasi istintivamente, verso l'Adda.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XVII

 

Uscito dall'osteria di Gorgonzola, Renzo prosegue il suo cammino nell'oscurità, lungo le strade che, secondo il suo senso dell'orientamento, dovrebbero condurlo all'Adda. Durante il tragitto, i suoi pensieri vanno al mercante e al suo resoconto distorto e calunnioso. Dopo aver oltrepassato alcuni paesi ed aver scartato l'ipotesi di chiedere ospitalità, Renzo si inoltra in una zona non coltivata e poi in un bosco. Qui viene colto da un oscuro timore, ma, proprio quando sta per tornare sui suoi passi, sente il rumore dell'Adda e si precipita verso il fiume.

Non potendo attraversare il fiume, né potendo passare la notte all'aperto, a causa del freddo, Renzo si rifugia in una capanna abbandonata. Dopo aver recitato le preghiere della sera, il giovane tenta di addormentarsi, ma alla sua mente si affacciano ricordi dolorosi.

Verso le sei del mattino successivo, Renzo, sullo sfondo di una magnifica aurora, riprende il cammino verso l'Adda. Traghettato da un pescatore passa sulla sponda bergamasca del fiume; di qui, il giovane procede a piedi verso il paese del cugino.

Renzo pranza all'osteria. Terminato il pasto, dona le ultime monete che gli sono rimaste a una famiglia ridotta, dalla fame, a mendicare; l'episodio gli offre lo spunto per alcune riflessioni sulla Provvidenza.

Giunto nel paese di Bortolo, Renzo individua immediatamente il filatoio e lì trova il cugino, il quale lo accoglie festosamente, dichiarandosi disposto ad aiutarlo, sebbene i tempi non siano dei più propizi. I due cugini si informano reciprocamente sulla rispettiva situazione e sulle vicende politiche dei propri paesi. Dopo essere stato avvertito dell'uso bergamasco di chiamare baggiani i milanesi, Renzo viene presentato al padrone del filatoio e assunto come lavorante.

che si sa ricercato, Renzo non se la sente di passare per la via maestra. Il suo timore è che sbirri siano stati disseminati per la strada alla ricerca di presunti delinquenti. Prende una strada di campagna. Cammina anche la mente che riepiloga gli ultimi avvenimenti e si ferma in particolare sul racconto del mercante, dalle cui parole lui usciva dipinto come un congiurato pericoloso, al servizio di potenze straniere. E, intanto, con le tenebre protettive e difensive aumenta l'ansia: Renzo comincia ad avvertire la stanchezza; non può avvicinarsi alle case isolate da cui vede filtrare la luce. Può essere ritenuto un malvivente. Anche i cani gli abbaiano contro. C'è un momento in cui, confuso tra l'intrico della vegetazione, ha un attimo di smarrimento e sta per essere preso dalla disperazione. Ma in quel momento sente la voce delle acque del fiume: è l'Adda. La notte la trascorre in una capanna abbandonata che aveva intravisto prima: vi si accomoda e il suo pensiero corre a padre Cristoforo, ad Agnese ed in particolare a Lucia, la creatura che lo aiuta e lo sorregge nel travaglio. La mattina presto si porta sull'argine: da un barcaiolo si fa traghettare sull'argine opposto. Ormai è nel territorio di Venezia e si sente come liberato dal peso dell'angoscia. A Bergamo cerca e trova il cugino Bortolo che lavora come dirigente in una fabbrica tessile. Bortolo riesce a trovargli un lavoro ed una prima sistemazione.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XVIII

 

La giustizia compie una perquisizione in casa di Renzo e interroga i suoi compaesani. Don Rodrigo intanto, si compiace dei provvedimenti contro Renzo e dal conte Attilio riceve nuovi incoraggiamenti e stimoli a proseguire nel suo proposito. Ma il suo compiacimento è turbato dalle notizie su Agnese e Lucia, riferitegli dal Griso. Egli è dunque sul punto di abbandonare l'impresa, poiché il monastero e la presenza in esso della potente Gertrude costituiscono per lui un ostacolo insormontabile. Prevale però il timore dell'onta per la sconfitta, e don Rodrigo decide così di tentare nuovamente il rapimento di Lucia, avvalendosi dell'aiuto di un nobile tristemente noto per le sue imprese criminali: l'Innominato.

Lucia e Agnese vengono informate dalla fattoressa del convento che Renzo è ricercato per i fatti del tumulto, mentre un pescatore, incaricato da fra Cristoforo, nel confermare la relazione, aggiunge che il giovane ha trovato riparo nel Bergamasco.

Le due donne continuano la loro vita al monastero di Monza, confortate dalle notizie rassicuranti su Renzo, che il frate invia loro tramite i suoi messaggeri. Lucia, intanto, è entrata in maggior confidenza con Gertrude e passa con lei molto del suo tempo.

Non avendo più ricevuto notizie da fra Cristoforo, Agnese decide di abbandonare il convento e di passare da Pescarenico prima di tornare a casa. Nel suo viaggio è aiutata dal pescatore che aveva portato le prime notizie certe di Renzo.

Giunta a Pescarenico, Agnese apprende da fra Galdino che padre Cristoforo è stato trasferito a Rimini. La donna torna così al proprio paese in preda allo sconforto.

Il conte Attilio si rivolge ad uno zio, membro del Consiglio segreto, perché questi, che è in confidenza con il padre provinciale dei cappuccini, intervenga per far trasferire fra Cristoforo. Per convincerlo, Attilio espone, a proposito dello scontro tra il frate e don Rodrigo, una propria versione dei fatti menzognera e calunniosa.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XIX

 

Il conte zio organizza un banchetto al quale vengono invitati alcuni illustri esponenti della nobiltà milanese, alcuni parassiti sempre in accordo con il padrone di casa e il padre provinciale dei cappuccini. Durante il pranzo, il conte zio guida la conversazione sul proprio soggiorno madrileno e sui privilegi accordatigli in quell'occasione; mentre il padre provinciale parla della curia romana e del prestigio dei cappuccini.

Terminato il pranzo, il conte zio, parlando con il padre provinciale, insinua che fra Cristoforo abbia appoggiato Renzo nell'azione rivoltosa del tumulto milanese. Il religioso assicura che prenderà informazioni, e il conte è costretto a parlare anche del contrasto tra il frate e don Rodrigo. Tra velate minacce e richiami al prestigio della famiglia, il nobile suggerisce di trasferire fra Cristoforo. Dopo aver accennato a una debole difesa del frate e ad una più accesa difesa del prestigio dell'ordine, il padre provinciale giunge a un compromesso: trasferirà Cristoforo in cambio di una tangibile prova d'amicizia verso il convento di Pescarenico, da parte di don Rodrigo.

Al convento di Pescarenico, giunge, una sera, l'ordine di trasferimento per padre Cristoforo; ma il padre guardiano lo comunicherà all'interessato solo il giorno successivo. Appresa la volontà del padre provinciale, il buon frate parte per Rimini accompagnato da un altro cappuccino.

Viene narrata brevemente la storia dell'Innominato, le sue azioni violente, il suo atteggiamento indifferente verso la legge, verso la morale e la religione. Viene inoltre descritta sommariamente la sua dimora, posta sul confine tra il Milanese e la Repubblica veneta, in modo da poter trovare rifugio nell'uno o nell'altro stato.

Don Rodrigo interpella l'Innominato

Dopo molti ripensamenti, dovuti anche alle differenze che vi sono tra lui e l'Innominato, don Rodrigo decide di richiedere il suo aiuto per rapire Lucia e di andare al suo castello con un seguito di bravi.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XX

 

Descrizione del castello dove l'Innominato conduce la sua vita solitaria: un luogo elevato selvaggio e aspro nel quale solo i suoi amici e i suoi uomini osano avventurarsi. Al castello si accede attraverso una ripida strada in salita, all'inizio della quale, quasi fosse un posto di guardia, si trova la taverna della Malanotte. Don Rodrigo vi giunge e viene accolto da un ragazzaccio armato di tutto punto. Dopo aver deposto le armi, il signorotto viene accompagnato al castello dai bravi dell'Innominato, mentre i suoi accompagnatori, ad eccezione del Griso, devono rimanere alla taverna.

Il ritratto dell'Innominato: un uomo sulla sessantina, dalla forza straordinaria. Don Rodrigo gli chiede di far rapire Lucia.

Seppure a malincuore, l'Innominato accetta, sapendo di poter contare sull'aiuto di Egidio, l'amante di Gertrude.

Nella sua solitudine tremenda, l'Innominato ripensa ai suoi crimini e appare terrorizzato dall'idea della morte e del giudizio divino. Anche il pensiero del rapimento di Lucia lo turba; ma per non ascoltare la voce della propria coscienza, egli invia subito il Nibbio, il capo dei suoi bravi, da Egidio, per predisporre il piano criminoso.

Convinta da Egidio a farsi complice del rapimento, Gertrude, nonostante le resistenze della ragazza, riesce ad inviare Lucia fuori dal convento, con il pretesto di portare un messaggio al padre guardiano dei cappuccini.

Giunta in una strada solitaria, Lucia viene avvicinata con l'inganno dai bravi dell'Innominato e caricata a forza su una carrozza. Durante il viaggio verso il castello dell'Innominato, il Nibbio, pur bloccando con la forza i suoi tentativi di fuga, cerca di rassicurare la ragazza. Lucia, intanto, prega i suoi rapitori che la lascino andare; vista poi l'inutilità delle sue richieste, rivolge le sue preghiere a Dio.

Nel vedere la carrozza che si avvicina alla Malanotte, l'Innominato è tentato di sbarazzarsi rapidamente di Lucia e di farla condurre direttamente da don Rodrigo. Ma un no imperioso della sua coscienza gli consiglia di tenere ancora la fanciulla presso di sé. Il nobile manda dunque a chiamare una vecchia serva e le ordina di raggiungere la carrozza e di fare coraggio a Lucia. Il ritratto fisico e morale della serva: una vecchia decrepita, pigra e stizzosa.

Lucia arriva al castello dell'Innominato.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXI

 

La vecchia, dunque, ubbidisce lestamente agli ordini del suo padrone, si ferma alla Malanotte, (una specie di osteria) e attende l’arrivo della carrozza. Quando vi giunge, riferisce al Nibbio gli ordini dell’innominato, e quindi Lucia viene fatta salire sulla bussola della vecchia. Malgrado costei si prodighi di consolare Lucia, come meglio può, non riesce nell’intento. Lucia, infatti, sentendo una voce di donna, prova un conforto momentaneo, ma poi ricade in una angoscia più penosa, nel " vedere quel ceffo sconosciuto e deforme".

Intanto il Nibbio si reca dall’innominato, e fatta una succinta relazione sul rapimento, parla con trepidazione e con accenti insoliti di Lucia, una creatura fragile e onesta, che con il suo " piangere, pregare, e far cert’occhi, e diventar bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole..., " l’aveva commosso.

Le parole del Nibbio sconvolgono ancor di più l’animo e la mente dell’innominato. Perché non se ne penta, ordina al Nibbio di avvertire don Rodrigo, affinché venga a prelevare la preda; ma subito, vinto da un indicibile tormento, manda il Nibbio a riposare.

Il suo tormento è ancor più grave, quando pensa che quella donna ha persino commosso il Nibbio, tanto da domandarsi se non vi sia " un qualche demonio, o... un qualche angelo che la protegge. ".

Ma eccolo finalmente di fronte a questa donna piangente e desolata, accorata e terrorizzata, rannicchiata in terra, nell’angolo più lontano dalla porta. Nel vederla a terra, dopo aver redarguito la vecchia, l’innominato invita Lucia, con tono imperioso, ad alzarsi; questa, invece, messasi " subito in ginocchioni, " con frasi schiette e vibranti, come: " son qui, m ammazzi.., perché mi fa patire le pene dell’inferno?... cosa le ho fatto?... Dio perdona tante cose per una opera di misericordia, " scuote e turba irrimediabilmente l’animo dell’innominato. E scorgendo nel contegno del suo tiranno una certa esitazione, lo prega caldamente di lasciarla libera. Ma l’innominato, con una dolcezza da far " trasecolar la vecchia, " dopo averle fatto coraggio e assicuratale che nessuno le farà del male, se ne va, dicendo: " domattina ci rivedremo. ".

Intanto Lucia, rifiutato il cibo e il letto, è in preda ad una terribile disperazione. Trova conforto nella preghiera, e perché possa essere più accetta, la accompagna da un’offerta, la più cara in suo possesso: la sua verginità. Infatti, in ginocchio, rivolge queste parole alla Vergine santissima: " fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre o Madre del Signore, e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto."

Ora ella si sente un po’ tranquilla e fiduciosa; anzi le parole dell’innominato: " ci rivedremo domattina, " le sembrano " una promessa di salvazione. ".

Ciò invece non accade per l’innominato; egli è inquieto, incapace di prender sonno; il suo letto è come un cumulo di spine. Egli con la mente passa in rassegna i crimini commessi, e ciò sconvolge ancora una volta la sua coscienza, ed è sul punto di suicidarsi; ma l’atterrisce e lo fa desistere il giudizio dell’al di là, dove sarà giudicato il suo operato. Allora lo assale un angoscia più grave; ma ad un tratto, pensando alle parole pronunziate da Lucia: " Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia," ha un attimo di sollievo, " una speranza lontana. ". Ma, poi, i pensieri, che si scontrano nella sua mente, come le onde del mare in tempesta, non gli permettono di prendere alcuna decisione. Intanto sopraggiunge l’alba; si ode un suono di campane, e nella vallata una folla che va verso la stessa direzione.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXII

 

L’innominato, viene informato da un bravo che tutta quella gente, così festosa, va verso un paese vicino, per vedere il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano.

La popolarità, il rispetto e la venerazione che il popolo dimostra verso il cardinale, fa nascere nell’innominato la speranza, parlandogli " a quattr’occhi, " che egli possa curare il suo spirito tanto in crisi, che possa pronunciare parole rasserenatrici.

Presa, quindi, la decisione di parlare con il cardinale, si reca prima nella camera di Lucia, che intanto sta dormendo in un cantuccio; rimprovera la vecchia, per non aver saputo convincere Lucia a dormire sul letto, le raccomanda di lasciarla riposare in pace, e di riferirle, quando si sarà svegliata " che il padrone è partito per poco tempo, che tornerà e che... farò tutto quello che lei vorrà. ". E’ superfluo dire che la donna resta sbalordita per lo strano e insolito comportamento del suo padrone, che intanto mette di guardia un bravo, davanti alla porta della camera di Lucia, perché nessuno la disturbi; quindi, risoluto, si dirige verso il paese, dove si trova il cardinale; e giuntovi, avuta indicazione che egli si trova in casa del curato, va là, entra in un cortiletto, dove sono riuniti molti preti che lo guardano con aria di meraviglia e di sospetto, e chiede di voler parlare al cardinale.

Prima che si svolga il colloquio tra l’innominato e l’arcivescovo, l’autore traccia un profilo di Federigo Borromeo; la descrizione, fatta con calore in tutta la sua splendida grandezza, risulta veramente efficace.

Ancora giovinetto, manifestata la vocazione di dedicarsi al ministero ecclesiastico, oltre a dedicarsi alle occupazioni prescritte, decide di sua spontanea volontà " di insegnare la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del popolo, e di visitare, servire, con­solare e soccorrere gl’in fermi. ".

Quantunque discenda da nobile famiglia, tutto il suo comportamento è improntato alla più servile umil­tà; teme le dignità, anzi cerca di evitarle, non per sottrarsi al servizio altrui, ma perché non si stima " abbastanza degno, né capace di così alto e pericoloso servizio". Poco più che trentenne, infatti, ricusa l’arcivescovado di Milano, successivamente costretto ad accettare su ordine del papa. Riduce al minimo le sue esigenze, ed offre tutto ai poveri; per lui, infatti, " le rendite ecclesiastiche sono patrimonio dei poveri". E’ merito suo la fondazione della biblioteca ambrosiana. Ma quel che più spicca in lui è la bontà, la giovialità, la cortesia verso gli umili.

Quanto scrive il Manzoni, per magnificare questo uomo di virtù predare, non è un parto di fantasia, ma realtà evidente, tanto è vero che riuscirà a convertire, come per grazia divina, chi si era macchiato di tanti infami crimini: l’innominato.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXIII

 

Sebbene sia sconsigliato di ricevere l’innominato, descritto come " un appaltator di delitti, " il cardinale, consapevole della sua missione, ordina che sia fatto entrare subito. Quando appare sulla soglia, gli va incontro e lo accoglie con cristiana carità, con affetto e con umile gioia; l’innominato, invece, è turbato da due passioni contrastanti: il desiderio e la speranza " di trovare un refrigerio al tormento interno, " da una parte, e dall’altra, " una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, ad implorare un uomo". Ma Federigo Borromeo, quest’uomo dall’aspetto venerabile, sa trovare le parole adatte, per sconfiggere definitivamente l’innominato.

Dopo un breve silenzio, mettendo a suo agio l’ospite, manifesta tutta la sua gratitudine per la " preziosa visita; " anche se essa, per il prelato, ha " un po’ del rimprovero; " poiché sarebbe toccato a lui, pastore d’anime, a cercarlo.

Con queste mosse sapienti si avvia il dialogo, in cui vi è un susseguirsi di espressioni pregne di ardore divino e passione pastorale; una dolcezza mistica ed una soavità ineffabile, che dapprima stordiscono, poi vincono le residue resistenze diaboliche dell’innominato, finché il suo animo, come stretto in una morsa di ferro, a cui non può sfuggire, è vinto e piegato al bene.

Infatti, quando il cardinale con modi affettuosi dice: "E che? Voi avete una buona novella da darmi, e me la fate tanto sospirare? " l’innominato, come a volersi liberare d’un peso che finora non aveva potuto scacciare, replica che lui non ha una buona nuova, ha " l’inferno nel cuore". Ma Federigo risponde che è Dio che lo agita e lo opprime; quello è "un segno della sua potenza e della sua bontà; " e aggiunge che per liberarsi da quell’oppressione, basta che condanni la sua vita, che accusi se stesso, che se ne penta; solo così " Dio sarà glorificato, " e lui potrà sperare nella salvezza dell’anima.

Aver la possibilità di salvare la sua anima, sentirsi vicino a Dio, è per l’innominato motivo di una gioia immensa, di una commozione profonda, di un turbamento potente, che sfociano in un pianto dirotto, in un pentimento senza limiti.

A quella vista il cardinale Federigo, ringraziando Dio, per averlo fatto assistere ad un tale miracolo, stende le braccia al collo dell’innominato, il quale, dopo un debole tentativo di sottrarsi, con lo stesso impeto, abbraccia il cardinale, versando lacrime abbondanti, e implorando con calore e con amore Dio.

L’innominato, l’uomo dal passato spietato e feroce, con l’animo infiammato dal desiderio di convertire in breve tutto il male che ha fatto, come suo primo atto di bontà, manifesta l’intenzione di liberare Lucia, prigioniera nel suo castello. " Questo è pegno del perdono di Dio, " — fa presente il cardinale — che fa sì che voi diveniate " strumento di salvezza a chi vole­vate esser di rovina. ".

Accertatosi che tra i parroci convenuti c’è anche don Abbondio, venuto non di sua iniziativa, ma per l’insistenza di Perpetua, il cardinale lo invita a recarsi in compagnia dell’innominato a casa di questo, per prelevare Lucia.

Don Abbondio con sotterfugi tenta di sottrarsi all’incomodo incarico, che gli provoca un gran terrore, ma di fronte alla decisione del cardinale deve ubbidire. Malgrado il cardinale Federigo faccia capire che l’innominato non è più quell’essere spietato d’un tempo, che ora si è votato al bene, don Abbondio ha sempre paura; nulla riesce a confortano; neppure l’aspetto sereno, durante il viaggio, del lettighiero e della donna scelta a confortare Lucia. Quanta differenza tra questo personaggio e il cardinale! Nel primo non c’è gesto che non sia ridicolo, che non mostri meschinità d’animo, che non susciti disgusto e ilarità in pari tempo; nell’altro, invece, notiamo ogni azione volta al bene altrui, un gran fervore pastorale, una carità inesauribile, una nobiltà d’animo impareggiabile.

In questo capitolo — come si è visto — i personaggi di spicco sono tre: l’innominato, il cardinale e don Abbondio; tre personaggi tanto diversi tra loro, ma descritti dall’autore con mirabile arte con tratti inconfondibili che sembra proprio di vederli.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXIV

 

Lucia s'era destata da poco dal sonno profondo in cui era caduta dopo aver fatto alla Madonna il voto di castità, se fosse stata liberata e restituita a sua madre. Grande è la sua gioia al mattino, quando sente di essere libera. L'Innominato si affretta a chiederle perdono. Con la stessa lettiga con cui la donna era venuta al castello, anche Lucia si avvia in paese. La discesa è tormentosa per don Abbondio, che sembra il centro di attrazione di tutti i guai. La mula, nonostante i tentativi di farla camminare al centro del sentiero, scende lungo l'orlo: sotto c'è il vuoto. Tutto sembra collaborare a fare di lui nolente un missionario, tutto sembra avviano al martirio. E non c'è solo la mula testarda a tormentarlo, ma anche il pensiero di don Rodrigo, che non potendo sfogarsi contro il cardinale, potrà riversare su di lui tutta la sua collera. Quando è in fondo alla valle, decide di tornare subito al suo paese. Decisamente non è uomo nato per le avventure. Ma più cerca di scansarle, più queste vanno in cerca di lui. Lucia è ospitata e rifocillata dalla moglie del sarto. Intanto si manda a chiamare Agnese. Nel pomeriggio, all'improvviso, giunge nella stessa casa del sarto il cardinale: vuole fare una visita a Lucia. Ottiene anche altre informazioni su Renzo e su don Abbondio che non aveva voluto sposare i due promessi. Queste ultime notizie le dà Agnese. Quando si allontana, il sarto che è un po' letterato e aveva sognato da sempre l'incontro con un uomo di cultura, non sa dire altro al cardinale che un banale "Si figuri!". Questa figuraccia lo accompagnerà per tutta la vita. Intanto l'Innominato nel castello riunisce tutti i bravi e ad essi comunica il suo proposito di cambiare vita. Ed il cambiamento doveva avere effetto immediato: ogni ordine scellerato veniva cassato: coloro che se la sentivano di mutare vita e di seguirlo nella nuova dimensione umana, sarebbero stati suoi graditi compagni. Gli altri potevano andarsene dopo aver ciascuno ottenuto ciò che gli spettava. La sera accanto al letto recita una preghiera, quella già detta durante l'infanzia e che si era miracolosamente depositata nella sua memoria.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXV

 

Don Rodrigo non aveva ancora interamente gustata la gioia del trasferimento di padre Cristoforo che su di lui si abbatte la notizia della conversione dell'Innominato e della conseguente liberazione di Lucia. La gente presto ricostruisce la trafila che conduce a lui: nulla altro può fare che scappare a Milano, inseguito dalla vergogna dell'insuccesso. Si allontana dal paese la sua ombra minacciosa e vi approda in visita il cardinale, sempre festosamente accolte, tanto più perché nel miracolo da lui compiuto vi è implicata una loro paesana. L'unico uggioso in tanta festa è don Abbondio, che fa i doveri di ospite in modo inappuntabile. Però è sull'attenti; il cardinale sarà stato informato da qualcuno sulle sue responsabilità nella vicenda dei due promessi? Sembra dall'atteggiamento del cardinale di poter dedurre che nulla egli sappia. L'attenzione del vescovo ora si sposta verso Lucia: è affidata alle cure e alla protezione di certa donna Prassede, donna di consistente ricchezza e potenza, che si offre di fare del bene alla giovine. Il cardinale dà il suo assenso. E così Lucia qualche tempo dopo, deve spostarsi ancora una volta: stavolta starà in casa di donna Prassede. Le cose si schiariscono per Lucia che ancora nulla dice alla madre del voto fatto alla Madonna. Ma la tempesta si addensa sul capo di don Abbondio. Il cardinale ha saputo e al curato in un colloquio chiede conto del suo operato. Ma al curato sembra che le cose non potessero andare diversamente: egli era stato minacciato di morte da don Rodrigo e questa era per lui ragione più che mai persuasiva ad indurlo in stato di necessità. Il cardinale oppone che dovere di ogni sacerdote è di affrontare anche la morte per l'attuazione del proprio ideale. Ma don Abbondio oppone che le cose potevano andare nel verso del cardinale, solo se non si doveva fare conto alcuno della vita. Ma cosa ci si può guadagnare a fare il bravo contro gente che ha la forza e che non vuoi sentir ragioni? Ma allora, aggiunge il cardinale, dimenticate di esservi impegnato in un ministero che vi impone di stare in guerra con gli interessi dei potenti, dei peccatori? E per difendere i poveri, i diseredati, i parrocchiani che erano sotto la vostra custodia cosa avete fatto? Li avete amati fino al sacrificio o li avete abbandonati al potente, all'ingiusto, al sopraffattore?

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXVI

 

Don Abbondio non trova argomenti da opporre alle incalzanti e sempre religiosamente concrete domande del cardinale. C'è un'altra accusa contro di lui: quella di non avere sposato i due promessi ricorrendo a pretesti. È tutto vero e lui, il curato, dentro di sé non ha altro da dire che mandare qualche parola di condanna alle donne che non hanno saputo frenare la loro lingua. Ma insomma, conclude il curato, cosa avrei potuto fare in una situazione come quella? Prima, risponde il cardinale, doveva fare il suo dovere e sposarli, poi avrebbe potuto chiedere l'intervento del suo vescovo (la stessa cosa che aveva a lui suggerito Perpetua). Ma Federigo non vuol fare l'inquisitore: ha capito di quale stoffa sia il curato e pur non perdonando lo comprende e lo conforta a sperare e lo esorta alla resistenza in nome dei grandi valori della religione: la vita nostra deve essere misurata e valutata non sullo sfondo delle cose terrene ma di quelle eterne dell'aldilà. Dall'Innominato intanto giunge al cardinale una lettera con cento scudi: dovranno servire per la dote di Lucia. Ma questa, messa alle strette, ora rivela alla madre il voto: la esorta alla pazienza e a mandare la metà della somma a Renzo. Del quale Renzo nello Stato di Milano nessuno sa nulla: neanche il cardinale riesce ad avere notizie precise. Il fatto si è che la polizia dì Milano aveva incaricato quella di Venezia di fare ricerca del noto delinquente. Renzo, avvertito, aveva per suggerimento del cugino Bortolo cambiato residenza e cognome: si faceva chiamare Antonio Rivolta.

 

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXVII

 

La guerra per la successione del ducato di Mantova, che aveva visto di giorno in giorno l'Italia settentrionale coinvolta nella guerra europea che prende il nome di guerra dei trent'anni, impegnava del tutto l'attenzione del governatore don Gonzalo. Temeva questi che anche Venezia volesse scendere in campo contro la Spagna: bisognava cercare di distoglierla facendo la voce forte contro la Repubblica veneta. E l'occasione fu fornita a don Gonzalo dalla notizia che Renzo si era rifugiato nel territorio bergamasco. Di qui la finzione delle ricerche condotte per accertare se Renzo era veramente a Bergamo. Era una formalità: Renzo diventò una pratica burocratica. Il potere, di lui non s'accorse, perché era sola un pretesto. Ma Renzo, pur cambiando residenza e nome, continuava a nascondersi: sapeva per esperienza che del potere politico non ci si poteva fidare. Una sola cosa lo tormenta: quella di mettersi in contatto con Agnese e Lucia. Riesce a trovare una fidata trafila e un giorno riceve insieme con una lettera di Agnese cinquanta scudi: Lucia, era detto nella lettera, non poteva sposarlo più perché aveva fatto voto di castità. Si mettesse il cuore in pace e attendesse agli affari suoi. Cosa che Renzo si dichiarò non disposto a fare. Il suo unico proposito ora sarebbe stato di indurre Lucia al matrimonio. Lucia, intanto, aveva trovato ospitalità in casa di donna Prassede, una donna che poco poteva sul marito, don Ferrante, un intellettuale che da lei si difendeva chiudendosi tra i suoi libri. Così donna Prassede sfogava la sua volontà di strafare e la sua voglia di fare del bene ad ogni costo (ma il bene coincideva stranamente col suo concetto piuttosto storto di bene) alle persone come Lucia che si erano lasciate traviare. Non altrimenti si poteva e doveva spiegare l'innamoramento della giovane per uno come Renzo che per poco era sfuggito alla forca e che sicuramente doveva essere un poco di buono, se era ricercato dalla polizia. Pensiero dominante di donna Prassede era di liberare la mente di Lucia dall'immagine di Renzo e perciò a lei parlava spesso e in termini duri ed ingiusti: Lucia per forza di cose doveva difenderlo da tanta aggressività e così il suo Renzo se lo confermava sempre più dentro. E sempre più intensamente l'immagine di lui l'assediava, sempre come risultato dei metodi educativi di donna Prassede. Nulla c'era da temere dal marito di lei, don Ferrante, un letterato di grande classe: aveva tanti libri e la sua attenzione si fermava su scienze come l'astrologia e la duellistica, dove era diventato un'autorità. Era il tipo di letterato astratto, inutile, formalistica, che non sa legare scienza e realtà, cultura e società.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXVIII

 

Questo è un capitolo, in cui il Manzoni abbandona di nuovo i suoi personaggi, per tracciare un quadro storico degli avvenimenti successivi alla sedizione di San Martino, che ebbe come conseguenza un ribasso del prezzo del pane; un ribasso che risultò fatale, in quanto la plebe, affamata, si abbandonò ad uno sfrenato consumo, e troppo tardi se ne avvide delle conseguenze disastrose, perché così facendo, non solo rendeva impossibile una lunga durata " a goder del buon mercato presente", ma addirittura ne impediva "una continuazione momentanea. ". Anche i contadini abbandonavano la campagna e si riversavano in città; la situazione era destinata a precipitare; i tentativi di porvi rimedio non ottenevano alcun risultato efficace. Consumate le scorte, la fame divenne un male disastroso, pericoloso e inevitabile.

In città, chiusi negozi e fabbriche, la disoccupazione imperversa e la miseria si spande a macchia d’olio. Accattoni di mestiere e mendicanti formano una lugubre e grossa schiera, ridotti a litigar l’elemosina, che fanno pena a vedersi.

Il cardinale Federigo in questa circostanza organizza i suoi soccorsi; forma tre coppie di preti che, seguiti da facchini carichi di cibi e di vesti, girano per la città, per ristorare chi è più bisognevole. Ma l’interessamento caritatevole del cardinale, unito alla generosità dei privati e ai provvedimenti dell’autorità della città, si dimostra inadeguato rispetto alla vastità del male.

Per tutto il giorno nelle strade si ode " un ronzio confuso di voci supplichevoli, la notte, un sussurro di gemiti," ma non si ode " mai un grido di sommossa. ". Eppure, osserva il Manzoni, tra coloro che soffrivano " c’era un buon numero di uomini educati a tutt’altro che a tollerare, " per cui conclude che spesso " ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi".

Se qualcuno era in grado di fare qualche elemosina, la scelta era ardua; all’ avvicinarsi di una mano pietosa, all’intorno era una gara d’infelici, che stendevano la loro mano.

Poiché le strade diventano ogni giorno di più un ammasso di cadaveri, trascorso l’inverno e la primavera, il tribunale di provvisione decide " di radunare tutti gli accattoni, sani ed infermi, in un sol luogo, nel lazzaretto, " dove potranno essere aiutati a spese del pubblico. In pochi giorni gli infelici ospitati divengono tremila; ma i più, o per godere l’elemosine della città o per la ripugnanza di star chiusi nel lazzaretto, restano fuori. Per cacciare dunque gli accattoni al lazzaretto, si deve ricorrere alla forza, e così, in pochi giorni, il numero dei ricoverati sale a circa diecimila.

Ma tale iniziativa, sia pur lodevole nelle intenzioni, per l’ammassarsi di tanti infelici in un sol luogo, per l’organizzazione carente e per l’inadeguatezza dei mezzi, è insufficiente. La gente dorme per terra o su paglia putrida; il pane è alterato " con sostanze pesanti e non nutrienti"; manca persino l’acqua potabile; perciò la mortalità cresce a tal punto che si comincia a parlare di pestilenza.

Per porre rimedio a questa grave e pericolosa situazione, si mandano via dal lazzaretto tutti i poveri non ammalati, mentre gli infermi vengono ricoverati nell’ospizio dei poveri di Santa Maria della Stella.

Finalmente, con il nuovo raccolto il popolo ha di che sfamarsi, ma la mortalità, per epidemia o contagio, anche se con minore intensità, si protrae fino all’autunno, quand’ecco, implacabile, un nuovo flagello si abbatte sulla popolazione: la guerra.

Infatti il cardinale Richelieu con il re, alla testa di un esercito, scende in Italia e occupa Casale, tenuto prima da don Gonzalo. Nel frattempo si dispone " a calar nel milanese" anche l’esercito di Ferdinando, nel quale pare che covasse la peste, tanto che si fa divieto a chiunque, quando l’esercito muove all’assalto di Mantova, " di comprar roba di nessuna sorte dai soldati".

Ma tale divieto non è preso in alcuna considerazione.

L’esercito di Ferdinando, era per lo più composto da bande mercenarie che mettevano a soqquadro tutti i paesi, asportando dalle case tutti gli oggetti di valore.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXIX

 

All'arrivo devastatore dell'esercito dei lanzichenecchi, alleato degli Spagnoli politicamente e militarmente, ma autentica bufera per la popolazione esposta al saccheggio impunito e a ogni forma di violenza, anche la gente del paese di don Abbondio scappa verso territori ritenuti più sicuri. Deve fuggire anche lui: e Perpetua lo sollecita ad uscire dal torpore e a dare una mano d'aiuto, invece che a riempire la casa di lamenti improduttivi e a dipingersi come da tutti abbandonato. Agnese suggerisce un rifugio sicuro: il castello dell'Innominato. Prima di partire Perpetua ha sepolto sotto un albero le poche ricchezze della casa: si ritiene furba anche lei. Al solito non è d'accordo con il suo gesto don Abbondio. In viaggio si fermano a fare visita al sarto e alla sua famiglia: ne vengono accolti con molta festa. Li accoglie con signorile gentilezza anche l'Innominato. Il quale ha predisposto il castello a difesa contro i lanzichenecchi. non dovrebbero passarci se non gruppi di sbandati o di ritardatari. Nel castello c'è molta gente e questo fatto preoccupa don Abbondio che in questo fatto vede come un invito ai lanzichenecchi. Lo preoccupa anche il fatto che I 'Innominato si metta disarmato a capo dei suoi ex bravi e vada a sconfiggere un gruppo di lanzichenecchi che si era troppo avvicinato al castello. Ma quella che domina dappertutto qui è la figura dell'Innominato ormai convertito e interamente volto ad imprese in difesa dei deboli e di lotta all'ingiustizia. Tutti coloro che ora, spinti dalle forze tedesche, si rifugiavano da lui lo ammiravano e lo guardavano estatici. Lui non stava mai fermo: dentro e fuori del castello era sempre in moto a vedere, a farsi vedere, a mettere ordine e a sorvegliare e a dare coraggio.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXX

 

Nonostante che la maggior parte delle persone cerchi asilo e protezione nel castello, salendo dalla parte opposta a quello di don Abbondio, questi, vedendo che altri compagni di sventura si avviano verso il castello dalla sua parte, incomincia a borbottare, perché pensa che tanta gente attiri i soldati, che " crederanno che lassù ci siano tesori". Né serve sapere a don Abbondio che il castello è fortificato, in quanto, dice lui, è proprio il mestiere dei soldati espugnare le fortezze. Insomma, costui, egoista ed inumano, noncurante dei mali altrui, vorrebbe il castello solo per sé.

Giunto alla Malanotte con Perpetua e Agnese, nel vedere un picchetto d’armati, ripete tra sé: " son proprio venuto in un accampamento". Qui i tre scendono dal baroccio e s’incamminano per la salita. Agnese alla vista di quei luoghi selvaggi prova una infinita tenerezza per la figlia, passata proprio per questa strada.

Mentre don Abbondio con la solita paura addosso raccomanda alle due donne di essere prudenti e " di non dire cose che posson dispiacere, specialmente a chi non è avvezzo a sentirne", vedendo avvicinare l’innominato, si toglie il cappello e fa un profondo inchino. L’incontro tra costui e i tre è commovente. L’innominato è felice di poterli ospitare; chieste ad Agnese notizie di Lucia, sistema i fuggitivi nel modo migliore.

Durante la loro permanenza al castello (ventitré o ventiquattro giorni), non accade nulla di particolare, anche se bisogna stare all’erta tutti i giorni, per l’avvicinarsi dei lanzichenecchi nei dintorni. Informato che un paesetto stava per essere saccheggiato, l’innominato raccoglie i suoi uomini e all’improvviso va addosso a quei ribaldi saccheggiatori, che precipitosamente fuggono, sparpagliandosi. L’innominato li insegue per un buon tratto; poi con i suoi uomini ritorna, e, passando per il paese liberato, riceve " applausi e benedizioni".

Intanto Agnese e Perpetua, donne operose e grate per l’ospitalità ricevuta, " per non mangiare il pane a ufo, " si rendono utili per buona parte della giornata con il loro lavoro. Don Abbondio, invece, pur potendo essere, come sacerdote, in quelle circostanze il pilastro morale, sta sempre rinchiuso nel castello, e se qualche rara volta vi esce, si allontana " quanto un tiro di schioppo" e, preso tutto dalla paura, unica sua preoccupazione è di trovare " un nascondiglio in caso di un serra serra". Al castello frequenta poche persone e conversa preferibilmente con le due donne. A tavola limita la sua presenza al minimo e parla pochissimo.

Finalmente l’esercito nemico, apportatore di saccheggi e vandalismi, si allontana, e così ognuno può tornare alla propria casa. L’ultimo a partire è naturalmente don Abbondio, che teme ancora di incontrare soldati rimasti indietro.

Il giorno della partenza l’innominato fa trovare alla Malanotte una carrozza con un corredo di biancheria per Agnese, a cui consegna anche " un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe in casa". La esorta anche di ringraziare Lucia da parte sua, in quanto, aggiunge: " già son certo che prega per me, poiché le ho fatto tanto male".

Dopo che don Abbondio e Perpetua ringraziano l’innominato svisceratamente, la carrozza si muove, e i tre, di concerto, stabiliscono di fare " una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa del sarto", dove apprendono notizie intorno alle ruberie dei lanzichenecchi, anche se non s’eran visti in quel paese.

Proseguendo il viaggio, sotto i loro occhi si presenta un vero flagello: vigne scompigliate, come colpite da una tempesta di grandine; pali staccati, cancelli portati via; nei paesi, poi, usci sfondati, impo­ste fracassate, mucchi di cenci seminati per le strade; tutti segni premonitori, questi, di ciò che troveranno a casa loro.

Il danno patito da Agnese non è di grande entità, e può ripararlo con una piccola parte di denaro offerto dall’innominato. Invece i danni nella casa di don Abbondio sono veramente disastrosi: non c’è nulla di sano, " ma avanzi e frammenti di quel che c’era stato". Si vedono sparsi per la casa brandelli di biancheria, cocci di pentole e di piatti; il focolare è un ammasso di tizzoni spenti, residuo di sedie, tavolo, armadio, panca di letto, doghe di botte. Il resto è cenere e carbone, col quale i saccheggiatori hanno scarabocchiato i muri con figuracce orribili. Ma lo sbigottimento, la rabbia e i litigi di Perpetua e don Abbondio, raggiungono l’incredibile, quando si avvedono che il denaro nascosto sotto il fico non c’e più. Per loro fortuna, a rendere meno doloroso il disastro, c’è Agnese col suo denaro.

Ma i litigi tra Perpetua e don Abbondio hanno un’appendice. Costei, venuta a conoscenza che alcune masserizie non sono state predate dai soldati, ma si trovano in casa di persone del paese, mette in croce il suo padrone per farsele restituire; però don Abbondio, a cui preme tenere buoni quei birboni, replica che non ne vuole sapere; " quel che è andato a andato". Ma Perpetua, inflessibile e puntigliosa, cerca sempre il pretesto per ricominciare, e non esita a spifferare al suo padrone che si " lascerebbe cavar gli occhi di testa", pur di non incomodarsi.

Tuttavia le traversie di don Abbondio sono poca cosa in confronti all’immane flagello che si abbatte su tanti infelici!

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXI

 

Si ritira l'esercito ma lascia dietro di sé oltre che le devastazioni un segno negativo di paurosa potenza distruttiva: la peste che allora sembrava essere costantemente presente all'interno degli eserciti. Le prime vittime furono accertate nel territorio di Lecco. Un soldato italiano militante nell'esercito tedesco la porta a Milano. Primo ad accorgersene e a darne l'allarme alle autorità sollecitando interventi precisi e rapidi; fu il protofisico (una sorta di Ministro della Sanità) Ludovico Settala: ne aveva diretta esperienza essendo passato indenne per quella del 1576. La gente sembra mettersi la testa dentro la sabbia e non ci crede: si dice che si tratta di un 'epidemia di varia natura dovuta alla carestia e agli strapazzi provocati dall'invasione dei lanzi. C'è una sorta di fuga dalla realtà. Si ha tanta paura delle parole che, invece di peste, si parla di febbre pestilenziale. Il governatore Ambrogio Spinola (don Gonzalo era stato sostituito), occupato dalla guerra, risponde alle autorità che facessero loro. lui ha cose più importanti cui pensare. Si riapre il lazzaretto che si vede ogni giorno di più colmare di malati: la maggior parte dei quali muore. Il lazzaretto, data l'insipienza e l'inefficienza dei poteri politici, affidato alla direzione ed amministrazione dei padri cappuccini: questi si adoperano eroicamente per i malati, molti prendono la peste, i più di loro muoiono. Ma la peste non è solo un male di per sé, non semina soltanto sofferenze e morte: scompiglia la vita mentale della gente e l'avvia verso le credenze più folli, verso Pirrazionalità. Non trovando la vera causa dell'epidemia, la gente inventa e dà credito ad alcune motivazioni e cause infondate: si pensa e crede che in giro vadano degli untori che, spinti da ragioni politiche o da perverse tendenze assassine, spargano e imbrattino di cose unte le cose e i luoghi pubblici. Chi ne è toccato, si prende la peste. Si credette di averne trovati alcuni che sottoposti a tortura si dissero colpevoli: furono avviati a morte e là dove c'era la casa di uno, fu eretta una colonna col compito di ricordare alle generazioni seguenti l'infamia di così efferato gesto.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXII

 

Le autorità politiche si svegliano e chiedono l'intervento del governatore: almeno le spese per i provvedimenti sanitari le sostenga lo Stato spagnolo. Il governatore risponde che non ci può fare nulla: lui è impegnato nella guerra in modi esclusivi. Ci pensi il vice governatore Ferrer. E questi con tutte le altre autorità non sa altro proporre che il ricorso al soprannaturale: si aspetta il miracolo. E perciò si fanno pressioni sul cardinale perché autorizzi e guidi una solenne processione. Il cardinale non vorrebbe, ma poi cede. La processione si svolge ampia e solenne per le strade principali della città: vi partecipano tutti i cittadini che ancora si reggono in piedi: i malati si attendono soluzione improvvisa e positiva del morbo. Ma il contagio favorito dall'ammassamento scatena in forme ancora più drammatiche la forza della peste: i malati aumentano in modo impressionante. Alla fine, di peste morranno i due terzi della popolazione. Più esposti alla morte furono i bambini, i vecchi, le donne. Nel lazzaretto è un via vai di malati che vi sono fatti affluire e di morti che vengono avviati alle fosse comuni. La città è attraversata da carri guidati dai monatti, incaricati della raccolta dei malati: si tratta di gente che ha avuto la peste e ne è immunizzata. Si abbandonano a ruberie, a violenze, a scene orgiastiche. La popolazione superstite vive nello stato d'animo di chi si vede costantemente e misteriosamente minacciato da un nemico subdolo e potentissimo. Tutti vivono nella paura: dappertutto si crede di vedere degli untori. E il livello intellettuale si abbassa a tal punto che perfino persone di alto sentire come il cardinale o il Tadino vi credono.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXIII

 

La peste la prende anche don Rodrigo: se la scopre addosso una sera tornando da un festino dove aveva celebrato ironicamente il morto conte Attilio. Chiede aiuto al Griso perché chiami un medico: il Griso chiama invece i monatti. Che lo portano al lazza retto. Ma prima del padrone muore fulminato dalla peste anche il Griso. Di peste s'ammala anche Renzo, ma la forte, contadinesca fibra lo salva: superata la convalescenza decide di far ritorno al suo paese in cerca di Lucia. Nessuno in tanta confusione si curerà di lui e dei suoi conti con la Giustizia. Salutato il cugino Bortolo, riattraversa l'Adda e si affaccia al suo paese. Dovunque imperano i segni della morte, dell'abbandono, della sofferenza. Incontra Tonio in camicia che dice cose senza senso: la malattia lo aveva reso idiota e fatto somigliare stranamente al fratello folle. Da una cantonata vede avanzare una cosa nera; è don Abbondio che ha perduto Perpetua: è mal messo ma si preoccupa della presenza di Renzo. per lui sorgente di guai. Di Agnese sa che si rifugiata a Pasturo, di Lucia dice che è a Milano in casa di don Ferrante. Altro non sa; una sola cosa vorrebbe: che Renzo torni al più presto dond'è venuto. Renzo passa anche accanto alla sua vigna: ormai ridotta a una marmaglia di piante, di vilupponi arrampicati, di rovi, di un guazzabuglio di steli. Pare anch'essa investita e disgregata dalla peste. A sera trova rifugio in casa di un amico. L'indomani decide di recarsi a Milano in cerca di Lucia.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXIV

 

Quantunque sia vietato entrare in Milano, " senza bulletta di sanità, " Renzo vi riesce con relativa facilità. Giunto allo " stradone di santa Teresa, " incontra finalmente una persona, dalla quale vorrebbe qualche informazione; ma quando gli è vicino, costui, scambiandolo per un untore, alza un nodoso bastone in segno di minaccia, e gli grida: " via! via! via! ". Il povero Renzo, che non ha voglia di litigare, ma che ignora pure quanto la gente sia ossessionata dall’idea del maleficio e veneficio, perplesso, prosegue per la sua strada. Ma una voce accorata di donna, circondata da una nidiata di bambini, dal terrazzino di una casuccia isolata, lo chiama. Renzo ci va di corsa e apprende che, dopo la morte del marito, hanno inchiodato la porta di casa, e non è venuto nessuno, " e questi poveri innocenti moion di fame". Renzo caccia i due pani che ha in tasca, e con spontanea generosità li offre alla donne. Proseguendo il suo cammino, per la prima volta, preceduto da un apparitore, vede un carro funebre, e poi un altro, e un altro ancora, e attorno i monatti che incitano i cavalli. I cadaveri sono "ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi". Quella visione lo inorridisce, e prega per quei morti sconosciuti.

Renzo cammina nella speranza di trovar qualcuno che gl’insegni la casa di don Ferrante, padrone di Lucia; e si imbatte in un prete, al quale, facendo un gesto di riverenza, chiede appunto l’ubicazione di quella casa, al che, dopo che il prete risponde esaurientemente, Renzo gli raccomanda la povera donna dimenticata.

Mentre Renzo si avvia verso la casa di don Ferrante, ai suoi occhi si presentano scene strazianti e orribili. Lungo la strada si vedono mucchi di cenci, qualche cadavere abbandonato, e poi una desolante solitudine. Se passa qualche viandante, caso raro, ha l’aspetto abbruttito dal dolore.

Camminando in mezzo a tanto squallore, agli occhi di Renzo si presenta una scena patetica e piena di cristiana rassegnazione. Una donna, ancora giovane, con i segni del dolore sul viso, ma con un contegno sereno, rassegnato, va incontro ad un carro funebre, portando in braccio, amorevolmente, una sua bambina morta, " ma tutta bene accomodata, coi capelli divisi sulla fronte, con un vestitino bianchissimo". Ella stessa adagia la figlia, che si chiama Cecilia, sul carro. Un monatto, ricevuto del denaro, assicura alla donna che la metterà sotto terra così, come vuole lei. Quindi, la donna, andando, dice al monatto di passare verso sera da casa sua, per prendere lei ed un’altra sua bambina, in procinto di morire.

Ripresosi " da quella straordinaria commozione," Renzo si imbatte ancora in altre scene di dolore. Ad un crocicchio vede una moltitudine di persone che viene condotta al lazzaretto. Molti, che volevano morire sul loro letto, vi vengono condotti a forza dai monatti.

Intanto Renzo, su indicazione di un commissario, e " con una nuova e più forte ansietà in cuore," giunge finalmente alla casa di don Ferrante. Bussa al portone e una donna "con un viso ombroso" rispondendo contro voglia alle domande di Renzo, dice che Lucia è al lazzaretto con la peste, e tronca il dialogo, chiudendo la finestra, donde si era affacciata.

Renzo, afflitto e indispettito, afferra il martello, " per picchiar di nuovo alla disperata" e guarda in pari tempo se viene persona a cui chiedere informazioni più precise; e vede una donna " con un viso ch’esprimeva terrore " e con gli occhi stralunati la quale, poiché non è riuscita a chiamare gente di nascosto, comincia a gridare come una forsennata: "l’untore, dagli! dagli! dagli all’untore! ". Anche quella donna sgarbata, riaffacciatasi alla finestra, grida che costui (Renzo) è " uno di quei birboni che vanno in giro a unger le porte de’ galantuomini".

Alle grida delle due donne, cerca di svignarsela, mentre la gente l’insegue, lo incalza minacciosamente. Il povero Renzo, vistosi a mal partito, divenuto sempre più furioso e disperato, si ferma di fronte alla folla, sfodera un coltellaccio, brandisce in aria la lama in segno di minaccia.

A questo punto i suoi persecutori, titubanti, si fermano, gesticolando e urlando. Per sua fortuna in quel momento passa una fila di carri funebri; senza perder tempo, prende la rincorsa e salta sul secondo. Qui si sente al sicuro; i suoi inseguitori non si avventeranno contro di lui. Infatti se ne tornano; ma alcuni, ancora vicini al carro, fanno versacci e gesti di minaccia. Allora uno dei monatti, i quali avevano accolto trionfalmente Renzo, credendolo veramente un untore, strappa un lurido cencio ad un cadavere e finge di buttarlo addosso a quegli ostinati, che fuggono precipitosamente.

Renzo è felice di essere uscito da una situazione, divenuta pericolosa, " senza ricevere male né farne". Ora bisogna che si liberi dai monatti.

Quando il carro giunge sul corso di porta Orien­tale, Renzo riconosce quel luogo; vi era passato una volta; e sa pure che il lazzaretto è vicino. Ad una improvvisa fermata del carro, spicca un salto, ringrazia i monatti, e via verso il lazzaretto, dove giunge in un baleno.

Appena messovi piede, fin dove si stende lo sguardo, vede un brulichio di malati; ovunque è uno scenario di miseria e di dolore, che sbalordisce Renzo, stanco ormai di assistere a tanto strazio.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXV

 

L'aria si fa sempre più afosa, il cielo si copre di una coltre di umidità greve, quando Renzo entra nel lazzaretto: un insieme di capanne e di fabbricati posticci, alzati per la circostanza, accanto ad altri in muratura. L'impressione è quella del covile segnato da un vasto brulichio prodotto da sani e malati, da serventi e da folli, impazziti per la peste, da gente variamente indaffarata. Su tutto domina l'organizzazione imposta dai cappuccini ed è, il loro, un ordine esemplare sempre tenendo conto che bisogna amministrare, confortare, curare o avviare al cimitero ben sedicimila appestati. La visione generale è quella che insorge da un luogo che è un condensato, un contenitore di grandi sofferenze su cui incombe l'aria ed il cielo nebbioso. Il primo gruppo di malati, collocati a parte, dentro un recinto, è quello dei bambini allevato da nutrici e da capre: alcuni sono neonati ed hanno bisogno di costante cura ed attenzione. Molte donne guarite dalla peste provvedono alla cura dei bambini: ma anche le capre, quasi consapevoli della grande sofferenza, offrono mansuete il proprio latte ai bambini. È uno spicchio di umanità che intende sopravvivere e resistere nonostante tutto sembri avviare a morte o a disperazione. E proprio in un atteggiamento di padre che si cura dei propri piccoli Renzo intravede dopo tanto tempo la cara immagine di padre Cristoforo. Affettuoso l'incontro tra i due. Il padre dopo essere stato per anni a Rimini, per pressioni esercitate sui superiori ha ottenuto di essere richiamato a Milano e di essere adibito al servizio dei malati. Renzo gli fa un succinto riassunto delle sue avventure e dice di essere nel lazzaretto in cerca di Lucia. Potrebbe essere, se è ancora viva, nel recinto assegnato alle donne: è proibito entrarvi. Ma il padre lo autorizza date le buone intenzioni che lo animano. Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si dice pronto a fare vendetta su don Rodrigo, che è all'origine di tutte le disavventure sue e di Lucia. E a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di vendetta contrappone la legge cristiana del perdono e della carità. Lui, che ha fatto l'esperienza dell'assassinio di un uomo, sa quanto arida sia la strada della vendetta e quanto allontani da Dio e quindi dall'umanità la ricerca di una giustizia che impone morte per morte. La vera giustizia è la carità che compensa la morte di un uomo con la crescita ideale di nuova umanità. Renzo convinto si dice disposto al perdono del suo avversario. E il frate lo conduce in una capanna dove gli mostra don Rodrigo moribondo: ecco come si è ridotto colui che voleva farsi padrone dell'altrui vita! E il padre non sa decidere se in quelle condizioni il signorotto sia per un castigo o per un atto di misericordia della divinità.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXVI

 

Allontanatosi dal letto di morte di don Rodrigo, con animo molto commosso, con la commozione che ci prende quando pressati dall'impressione dei morti o dei moribondi ci ripieghiamo a pensare a noi e al senso di tutta la vita, Renzo riprende lungo il lazzaretto la sua ricerca di Lucia: come cercare un ago in un pagliaio. Al centro, quasi punto di riferimento e di convergenza, la cappella a pianta centrale, con un portico che girando intorno lascia la vista dell'altare da qualunque posizione ci si volga verso di esso. intanto la processione dei guariti o avviati a guarigione, comincia a riunirsi intorno, guidata dal padre Felice, che si volge ai malati o convalescenti e li saluta prima che essi tornino alle loro case, alle solite occupazioni. Sono i sopravvissuti di una epidemia terribilmente devastatrice: con quali sentimenti i guariti guarderanno ora alla vita? Con la coscienza, dice padre Felice, che essi la vita ottenuta come dono dalla divinità l'impieghino in opere che siano alla stessa accette. Si aiutino tutti e si avvertano fratelli: la sofferenza conceda a tutti i salvati il senso della fugacità dell'esistenza con la congiunta consapevolezza che la legge del mondo dovrebbe essere quella dell'amore. Finita la processione, Renzo si avvia nei reparti riservati alle donne: quando sembra avviato a disperazione, postosi accanto ad una capanna ne sente venire una voce inconfondibile: quella di Lucia. L'ha ritrovata e con la solita generosa impetuosità vorrebbe che le cose tornassero come prima. Il voto, che ancora Lucia insiste di voler rispettare, a lui sembra il frutto di una mente turbata, quindi una cosa sconclusionata. Contro la recisa, fermissima opposizione di Lucia, non c'è altri che possa sciogliere la difficoltà, che padre Cristoforo. il quale, chiamato, ascolta da Lucia tutta la storia del voto, comprende che si tratta di gesto nobile ma viziato all'origine: era stato fatto senza tenere conto che lei s'era promessa a Renzo e in momenti di grande agitazione. Se lei consente, dal voto può essere sciolta. E così padre Cristoforo pronuncia la formula di scioglimento ed insieme dà ad ambedue un avvertimento ed un consiglio: possono tornare come promessi sposi ai pensieri di una volta ma si ricordino che la vita deve essere spesa nella ricerca del bene e che le sofferenze patite devono disporli ad un 'allegrezza raccolta e tranquilla. Così si congeda il frate, ormai con nel volto i segni della morte imminente. Lucia resta nella capanna ad assistere la mercantessa che le si è affezionata. Renzo decide dì partire subito e di andare alla ricerca di Agnese. il tempo che era prima afoso e nebbioso e percorso da rumori di tuoni, ora sembra voler precipitare in forma di burrasca.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXVII

 

Renzo ha da poco varcato l'ingresso del lazzaretto, che il tempo quasi sciogliendosi dalla gravezza da tempo imperante sulla città si risolve in un forte temporale. L'acqua veniva a secchie. Ma Renzo non si lascia frenare o distogliere: una nuova, fervida, alacre vita sembra essersi ridestata in lui e lo spinge infaticabile verso il proprio paese. Deve ordinare parecchie cose e deve ormai preparare tutto per l'arrivo di Lucia: allora si penserà al matrimonio. Cammina tutta notte e al mattino si trova in casa dell'amico che, quasi avvertendo anche lui la liberazione da un incubo, sorride al vedere Renzo ridotto così malamente. Lo fa mangiare e si fa raccontare per filo e per segno tutte le avventure degli ultimi giorni. Asciugato e riposato il giorno dopo Renzo si reca a Pasturo: vi trova Agnese e anche a lei racconta di Lucia e dello scioglimento del voto. Poi sempre a piedi ed incontenibile va a Bergamo per Bortolo e per cercare casa: sposato intende trasferirvisi. Infine torna al paese e vi trascorre alcuni giorni ora chiacchierando con Agnese ora lavorando il poderetto di lei. Renzo manifesta il proposito di vendere la sua vigna e la sua casa. Lucia, intanto, con la mercantessa ormai guarita, si trasferisce nella casa di questa. Da lei Lucia viene a sapere di Gertrude e della turpe vita che conduceva al monastero. Sa anche della morte dei suoi ospiti, donna Prassede e don Ferrante. Questi era morto come un eroe della scienza: si era convinto che la peste era dovuta ad un influsso, avverso, delle stelle e quindi non prese alcuna precauzione: un giorno si mise a letto e vi morì con un ultimo sguardo alle stelle, della cui dottrina aveva creduto di nutrirsi.

 

RIASSUNTO PROMESSI SPOSI CAPITOLO XXXVIII

 

Questo è l'ultimo capitolo, che si può definire del trionfo del bene sul male. Tutto ha una conclusione felice, come a voler dimostrare che se le sventure e i dolori si sopportano con fede e cristiana rassegnazione, si è premiati anche in questo mondo.

Finalmente Lucia e la sua accompagnatrice arrivano a casa di Agnese, di sera. Il mattino seguente i due giovani si incontrano: Renzo ne è entusiasta; Lucia invece lo saluta con riserbo, con discrezione, " senza scomporsi". Lucia è stata sempre così: misurata nei gesti e nel parlare, e Renzo sa capirla. Egli se ne duole quando apprende che padre Cristoforo è morto. Si intrattiene a lungo a parlare con Lucia; ora tutto è cambiato: i minuti non gli sembrano ore, come quando attendeva il suo arrivo, ma al contrario, le ore gli sembrano minuti.

Adesso, finalmente, Renzo dice che andrà da don Abbondio, " a prendere i concerti per lo sposalizio". E va con un’ aria scherzosa e rispettosa nello stesso tempo, pensando che ormai, cambiata la situazione, il prete non ostacolerà il matrimonio.

Ma il Manzoni fino all’ultimo non cessa di punzecchiarlo, di mettere in evidenza la sua paura, sempre viva, presente e ossessionante.

Don Abbondio, infatti, alla richiesta di Renzo, comincia a tentennare, e lo consiglia di sposarsi altrove, col pericolo di quella cattura che ha addosso. Neppure quando Renzo gli riferisce che don Rodrigo è moribondo, che anzi ormai sarà andato, il curato riesce a liberarsi dalla paura. " Dopo qualche altra botta e risposta, " Renzo se ne va, per non perdere la pazienza, e per non rischiar di mancargli di rispetto; e si convince che è proprio meglio andare a sposare dove andranno ad abitare.

L’accompagnatrice di Lucia, ancora ospite di Agnese, anche per soddisfare la propria curiosità di conoscere quest’uomo, così sensibile alla paura, propone di andare da don Abbondio con Agnese e Lucia, e tentare loro a fargli cambiare idea.

Concertato il modo come prendere don Abbondio, le donne vanno all’assalto. Arrivate a casa sua questi le fa accomodare, e poi si dilunga a parlare di Lucia, della peste, di Agnese, al fine di evitare, di proposito il discorso sul matrimonio.

Le donne più anziane sono all’erta, attendono il momento propizio, per entrar nel discorso. Ma don Abbondio è " sordo da quell’orecchio"; non dice di no, ma volteggia, serpeggia, scivola. Ora trova il pretesto della cattura, ora consiglia di sposare altrove, visto che " hanno già intenzione di spatriarsi". Come il flusso e riflusso delle onde, don Abbondio si difende e le donne ripartono alla carica, e lui rimette altri pretesti, quando vi giunge Renzo, annunziando la morte di don Rodrigo e l’arrivo del signor marchese. Il curato ha un momento d’incertezza, e perplesso; ma quando il sagrestano conferma la morte di don Rodrigo, allora don Abbondio cambia aspetto, umore e parere.

Ora si sente rincuorato, libero dall’incubo delle minacce di morte, dall’angoscia del terrore. Egli intesse quasi un elogio funebre di don Rodrigo; dice che è stato " un gran respiro per questo povero paese". La peste, poi, se da una parte è stata un vero flagello, dall’altra è stata anche " una scopa; ha spazzato via certi soggetti " dai quali sarebbe stato alquanto difficile potercisi liberare.

Don Abbondio è diventato finalmente euforico, loquace, cordiale; è pronto a sposar presto i due giovani; ora anche lui è convinto che nessuno pensa più alla cattura di Renzo; egli stesso, che una volta adduceva pretesti per guadagnar tempo, ora accelera i tempi.

Il giorno dopo don Abbondio riceve la visita, inaspettata e gradita, del signor marchese, colui che ho sostituito don Rodrigo dopo la morte, e gli porta i saluti del cardinale.

Costui ha un aspetto cortese e dignitoso; chiede notizie di Renzo e Lucia su incarico del cardinale, ed esorta il curato ad indicargli il modo come si possa far loro del bene.

Don Abbondio assicura che presto i due saranno marito e moglie; in quanto al modo di aiutarli, suggerisce al signor marchese di acquistare lui la terra e la casa di Renzo e quella di Agnese, perché, dice don Abbondio, quando i poveri vogliono disfarsi delle proprie cose, gli altri, le comprano " per un pezzo di pane".

Il marchese apprezza il suggerimento di don Abbondio; lo invita a fissare il prezzo, ma che sia alto, e gli propone, addirittura, di andare subito a casa della sposa. Intende così compensare i due giovani dei guai procurati loro da don Rodrigo.

Anche don Abbondio, " tutto gongolante," finalmente si prodiga per il bene di Renzo; con modi garbati, camminando verso la casa di Agnese, prega il marchese, uomo di gran prestigio e autorità, di ottenere l’assolutoria di Renzo. Il marchese lo ascolta e promette il suo interessamento.

Giunti alla casa di Agnese, trovano le tre donne e Renzo, che rimangono allibiti, con il respiro sospeso. Per toglierli dal disagio, avvia lui la conversazione, parlando del cardinale; poi esorta don Abbondio a fissare il prezzo, che lui raddoppia, e conclude invitando la compagnia a desinare al suo palazzo, il giorno dopo le nozze.

Ora per i due giovani, a coronamento delle loro traversie, come premio, giunge la dispensa, giunge l’assolutoria, e giunge finalmente il giorno in cui Renzo e Lucia, in quella chiesa e per bocca di don Abbondio, si sposano.

Il giorno dopo fanno trionfalmente il loro ingresso in quel palazzo, dove, essendo in vita don Rodrigo, si tramarono tante insidie ai danni della povera Lucia; l’unico motivo di tristezza: l’assenza di padre Cristoforo.

Ora si pensa solo " a fare i fagotti e a mettersi in viaggio " per la nuova casa Tramaglino. Dopo affettuosi ringraziamenti e promessa di render visita alla vedova, dopo la tenera separazione di Renzo dall’ospite amico, dopo un caloroso saluto della famigliola a don Abbondio, verso il quale è rimasto sempre "un certo attaccamento affettuoso, " dopo un doloroso addio al paese natio, ecco il terzetto nella nuova patria.

Ora Renzo, dopo che gli avvenimenti hanno preso un corso favorevole, potrebbe essere felice; invece c’è qualcosa che turba la sua felicità.

Nel paese adottivo si era molto sentito parlare, e parlato, di Lucia. L’immaginazione popolare vedeva Lucia di una bellezza sfolgorante, dall’aspetto e dal contegno principesco, e invece, nel vedere " una contadina come le altre, " piuttosto brutta, vi è una delusione generale. Renzo, disgustato da tale atteggiamento paesano, compra, in società col cugino Bortolo, un filatoio alle porte di Bergamo, dove Lucia, non aspettata, non è soggetta a critiche, e finalmente può vivere tranquilla e felice.

Gli affari vanno a gonfie vele; non è passato ancora un anno, per di più, che viene "alla luce una bella creatura, " e poi tante altre, che costituiscono la gioia non solo di Lucia e Renzo, ma anche di Agnese, che, affaccendata, le porta " in qua e in là, l’uno dopo l’altro".

 

 

Riassunto i promessi sposi

di Alessandro Manzoni

 

 

1) Riassumi brevemente il primo capitolo.

 “Quel ramo del lago di Como...” il romanzo si apre con una bellissima descrizione dei luoghi in cui si ambientano le primi fasi della storia. L’autore ci offre una descrizione del lago, dei monti, del fiume Adda, della città di Lecco e dei paesini circostanti  come se li vedesse dall’alto, in una ipotetica ripresa aerea.

All’idillio del paesaggio si contrappone però ben presto la dura situazione delle regioni sottomesse alla dominazione spagnola, in un excursus sulla presenza, a Lecco, di una guarnigione di soldati spagnoli, dei quali l’autore ci presenta, con la sua solita sottile ironia, il comportamento vessatorio nei confronti della popolazione. La dolcezza con la quale viene descritto il paesaggio iniziale e con la quale il Manzoni descrive anche le violenze dei soldati (“...sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia.”) stride, e crea un curioso effetto di ironica drammaticità.

La descrizione del paesaggio riprende, ma questa volta il punto d’osservazione non è più aereo, ma si trova sulle pendici dei monti circostanti, dove, per una delle innumerevoli stradine di campagna, sta passeggiando Don Abbondio.

La passeggiata di Don Abbondio prosegue tranquilla per un certo periodo di tempo, durante il quale l’autore ci fornisce già implicitamente un primo quadro psicologico del personaggio, deducibile dal suo modo di camminare, dagli avverbi che lo accompagnano (oziosamente, tranquillamente) e dall’emblematico gesto di scansare con il piede i ciottoli che gli si parano davanti, metafora del suo abitudinario e tranquillo modo di vita. Ad un certo punto, la passeggiata del curato deve interrompersi di botto, per lasciare spazio all’episodio fondamentale che è all’origine della storia. Don Abbondio, arrivato a un bivio della strada, incontra due bravi che intendono parlargli. In questo caso, tanto il bivio, tanto l’assenza di strade laterali che permettano al curato di aggirare i due loschi figuri, sono due figure emblematiche che rappresentano sia la svolta che il colloquio con quelli porterà nella vita di Don Abbondio, sia l’insorgere di un problema apparentemente insormontabile, dal quale scaturiranno tutti gli eventi successivi (ossia Renzo e Lucia vogliono sposarsi ma Don Rodrigo è fermamente deciso a impedirlo).

L’autore si sofferma sull’aspetto e l’abbigliamento dei bravi e cita le moltissime “gride”, ovvero disposizioni legali, emanate dai diversi governanti di Milano nel corso degli anni, al fine di estirpare il fenomeno della clientela dei bravi al servizio dei vari signorotti locali, commentandone ironicamente tra le righe, l’assoluta inefficacia.

Come Don Abbondio si accorge che i due bravi aspettano proprio lui e che non ha scampo, si avvicina loro fingendosi tranquillo. I due bravi gli sbarrano quindi la strada e gli intimano di non celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, e lo informano di essere stati mandati da Don Rodrigo, un potente signorotto del luogo.

Spaventato al nome di Don Rodrigo, Don Abbondio si dichiara più volte disposto all’obbedienza e i due bravi se ne vanno, lasciandolo sconvolto.

L’episodio dà spazio all’autore per una digressione sul clima di violenza che caratterizza il Ducato di Milano sotto la dominazione spagnola: i deboli sono costretti a subire le angherie dei potenti e non sono tutelati dalla Giustizia, che si limita a proferire gride su gride senza alcun effetto positivo. All’interno di questo duro quadro sociale, si inserisce Don Abbondio, e ci viene dunque fornita la spiegazione della sua vocazione a parroco: egli è infatti un uomo poco aggressivo e pacifico, che non avrebbe potuto resistere in una società violenta come quella dei territori sotto la dominazione Spagnola nel XVII secolo (“...come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro...”). Da qui dunque la sua decisione di inserirsi in una classe riverita e potente come quella ecclesiastica e di elaborare un sistema di totale neutralità o di schieramento con il più forte, come metodo di difesa dai pericoli del mondo esterno.

L’excursus sulla Giustizia e sulla vocazione di Don Abbondio termina, e lascia spazio alla narrazione che riprende con il soliloquio durante il quale Don Abbondio si interroga su cosa dire a Renzo, sulle sue possibili reazioni, e su che cosa avrebbe potuto dire ai bravi. Infine inveisce contro Don Rodrigo (non senza però aver dato prima la colpa ai “ragazzacci” che si mettono in capo di sposarsi per non saper che fare, mettendo in difficoltà i galantuomini).

Don Abbondio giunge infine stravolto a casa, dove, dopo vari tentennamenti, si confida alla sua serva, Perpetua, una donna popolana decisa, energica e un po’ pettegola. Perpetua gli consiglia di rivolgersi al vescovo di Milano, ma Don Abbondio, terrorizzato all’idea di ribellarsi a un potente, rifiuta il saggio consiglio e, infine, stremato, si ritira nella sua stanza.

 

2) Parla del personaggio di Don Abbondio (descrizione fisica e psicologica).

Il carattere di Don Abbondio, si intuisce chiaramente si dalla sua prima apparizione. Gli avverbi che lo accompagnano (oziosamente, tranquillamente) e il gesto emblematico dello scansare i ciottoli che gli si parano davanti, fanno subito pensare a quel tipo di uomo tranquillo, abitudinario, poco amante del nuovo che è Don Abbondio. Egli è il curato del paesino dove abitano Renzo e Lucia, ma la sua vocazione non è certamente scaturita dall’ardore della fede, ma dalla sua piena consapevolezza di essere un debole in una società di forti, un “...vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro...”, se vogliamo usare l’azzeccatissima similitudine del Manzoni. Le uniche ragioni per le quali Don Abbondio ha aderito al sacerdozio, sono l’opportunità di entrare a far parte di una classe, quella ecclesiastica, molto potente, che gli avrebbe potuto garantire un’adeguata protezione e quella di trovare un modo sicuro per condurre una vita abbastanza agiata. Tuttavia, come il Manzoni ci fa notare, “....una classe qualunque non protegge, non rassicura un individuo che fino a un certo segno...”, e Don Abbondio, per non essere schiacciato da una società violenta alla quale non era in grado di far fronte, ha dovuto anche elaborare un sistema di vita che gli avrebbe dovuto consentire di scansare quanto più è possibile i guai, e quindi un sistema di vita basato su di un atteggiamento di “...neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui...” ,o , quando questo non fosse stato possibile, su di una blanda alleanza con il più forte, in modo da garantirsi sempre la massima protezione e il minimo danno. Don Abbondio è fondamentalmente un uomo debole che cerca di evitare le ritorsioni dei forti con una obbedienza incondizionata a chi si dimostri tale. I continui atti di sottomissione richiesti dal suo sistema di vita, il suo continuo buttar giù bocconi amari in nome della tranquillità, lo rendono poi, di fronte ai deboli e agli oppressi, tanto forte e dispotico quanto arrendevole e docile davanti ai potenti. Che giudizio dare di Don Abbondio ? Difficile dirlo. Una figura che il Manzoni, pur con le dovute attenuanti, ci presenta come inevitabilmente negativa.

 

 

Riassunto i promessi sposi

Capitolo II

 

1) Riassumi brevemente il secondo capitolo.

 

La notte di Don Abbondio trascorre angosciosa e agitata tra ricerche di scuse per non celebrare il matrimonio e incubi popolati di bravi e di agguati; tutte le sue paure peggiori sembrano assalirlo di colpo. In ogni modo, tra il sonno e la veglia egli riesce a elaborare un piano per superare le prevedibili obiezioni di Renzo e ritardare così le nozze, rimandandole di quindici giorni.

Per prendere gli ultimi accordi per il matrimonio, Renzo si reca da don Abbondio vestito in gran gala, con un cappello piumato e il pugnale dal manico bello (excursus storico sui costumi del seicento: anche gli uomini più pacifici, infatti, giravano armati e avevano una certa aria di braverìa). L’Autore coglie quindi l’occasione per presentarci il personaggio e ripercorre brevemente la sua storia: il promesso sposo è un giovane di vent'anni, rimasto orfano di ambedue i genitori fin dall'adolescenza. La sua professione, quella di filatore di seta, e i continui risparmi, gli hanno dato una certa tranquillità economica.

Interrogato da Renzo, tuttavia, il curato finge di non ricordarsi del matrimonio, poi, utilizzando termini latini per confondere il giovane (Renzo: “...Che volete ch’io faccia del vostro latinorum ?...”), lascia intendere che sono sopravvenuti degli impedimenti che obbligano a ritardare le nozze. Renzo accondiscende allo spostamento, ma rimane insospettito dal comportamento del parroco. Uscito dalla canonica, Renzo incontra Perpetua e riceve da lei conferma dei propri sospetti: don Abbondio è stato minacciato da qualcuno. Renzo torna velocemente nel salotto di don Abbondio e dopo aver imprigionato il parroco nella stanza, il giovane, con fare apparentemente minaccioso, lo costringe a dirgli la verità. Al ritorno di Perpetua, don Abbondio l'accusa di aver infranto il giuramento del silenzio fatto durante il loro colloquio la sera prima. Dopo un acceso battibecco tra i due, il curato si mette a letto vinto dalla febbre.

Intanto Renzo si dirige nuovamente verso casa di Lucia. Nella sua mente passano fieri propositi di vendetta, ma al pensiero della fidanzata egli abbandona ogni ipotesi violenta.

In questo momento prende forma uno dei punti fondamentali del discorso. Alla cinica filosofia di cui si fa portavoce don Abbondio (“...non si tratta di torto o di ragione, si tratta di forza...”) non c’è altra risposta se non quella violenta ma inutile di Renzo, alla quale però si contrappone una diversa concezione, che incomincia a delinearsi e trova il suo simbolo in Lucia: l’appello ai valori religiosi, la possibilità che questi possano trovare espressione in una chiesa fedele agli ideali di giustizia contenuti nel Vangelo. Alla chiesa serva del potere, quella di don Abbondio, si contrappone un’altra chiesa, una chiesa che porta, in contrapposizione alla logica della forza, quella della fede in Dio e nella sua giustizia, la chiesa di padre Cristoforo.

Dopo queste riflessioni, deposti gli atteggiamenti bellicosi, Renzo giunge nel cortile della casa, e incarica una bambina, Bettina, di chiamare in disparte Lucia e di condurla da lui. Lucia fa la sua prima apparizione, anche se la sua personalità si era già parzialmente delineata durante la redenzione di Renzo dai propositi di vendetta. Lucia, orfana di padre e di qualche anno più giovane di Renzo, è acconciata e vestita per le nozze: i suoi capelli neri sono raccolti in trecce fissate con spilloni, indossa un corpetto di broccato con un gonna pieghettata di seta, e attorno al collo porta una modesta collana. Il suo viso giovanile riflette una bellezza interiore. Lucia, circondata dalle amiche, viene raggiunta dalla bambina che le trasmette il messaggio di Renzo. La ragazza scende al piano terreno e Renzo la mette al corrente dell'accaduto, ed ella mostra di essere già a conoscenza della passione di don Rodrigo per lei (Lucia: “...fino a questo segno !...”). Ai due si aggiunge poi Agnese. Lucia sale  quindi a congedare le donne dicendo che il matrimonio è rimandato a causa di una malattia del parroco. Alcune di esse si recano alla canonica per chiedere conferma di quella malattia e Perpetua dice loro che don Abbondio ha un febbrone.

 

Riasunto i promessi sposi

Capitolo III

 

1) Riassumi brevemente il terzo capitolo.

 

Il capitolo si apre con il racconto di Lucia ad Agnese e a Renzo dei suoi involontari incontri con don Rodrigo (questi, infatti, aveva avvicinato Lucia lungo la strada e aveva scommesso con un altro nobile, il conte Attilio, suo cugino, che la ragazza sarebbe stata sua). Lucia rivela poi di aver narrato l'accaduto a fra Cristoforo. Renzo e Agnese, l’uno come fidanzato, l’altra come madre, sono amareggiati dal fatto che Lucia non si sia confidata a loro. Al sentire gli episodi descritti da Lucia, Renzo viene colto da un nuovo attacco d’ira e da propositi di vendetta, ma Lucia riesce a placare le sue nuove ire.

Agnese consiglia poi al giovane di recarsi a Lecco, da un avvocato soprannominato Azzecca-garbugli e gli consegna quattro capponi da portare in dono al dottore. Renzo si mette dunque in cammino verso Lecco. Lungo la strada, agitato e incollerito, dà continui strattoni ai capponi che ha in mano: le povere bestie, pur accomunate da un triste destino, si beccano tra loro. Ciò dà l'occasione all'Autore per riflettere sulla mancanza di solidarietà tra gli uomini, anche quando questi sono accomunati dalle sventure (“...i quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”).

Giunto alla casa dell’Azzecca-garbugli e consegnati i capponi a una serva, Renzo viene fatto accomodare nello studio: uno stanzone disordinato, polveroso e un po’ decadente in cui spiccano, alle pareti, i ritratti degli imperatori romani, simbolo del potere assoluto. Il dottore lo accoglie indossando una toga consunta che lo fa apparire decrepito quanto i mobili della stanza. Azzecca-garbugli scambia Renzo per un bravo e, per intimorirlo, legge confusamente una grida che annuncia pene severissime per chi impedisce un matrimonio. Ha qui inizio il tragicomico equivoco tra Renzo e     l’Azzecca-garbugli che, credendo che il giovane si sia camuffato tagliandosi il ciuffo che contraddistingue i bravi, si complimenta con lui per la sua astuzia. A questo proposito, l’Autore non perde l’occasione per sottolineare ancora una volta l’ottusità della macchina burocratica spagnola, e ci propone frammenti di gride in cui si vieta addirittura di portare il ciuffo. Renzo nega di essere un bravo, ma l'avvocato non gli crede e lo invita a fidarsi di lui, prospettando poi una linea di difesa. Scoperto l'equivoco, Azzecca-garbugli si infuria e rifiuta ogni aiuto, mettendolo infine alla porta, poiché colpevole di un crimine all’epoca gravissimo: essere vittima, e per di più senza appoggi nobiliari.

Intanto Lucia e Agnese si consultano nuovamente tra loro e decidono di chiedere aiuto anche a fra Cristoforo. In quel momento giunge fra Galdino, un umile frate laico, in cerca di noci per il convento di Pescarenico, lo stesso dove vive il padre Cristoforo.

Per eludere le domande del fraticello circa il mancato matrimonio si porta il discorso sulla carestia; Galdino racconta allora un aneddoto riguardante un miracolo avvenuto in Romagna. Lucia dona a fra Galdino una gran quantità di noci affinché egli, non dovendo continuare la questua, possa recarsi subito al convento ed esaudire la sua richiesta di inviare presso di loro fra Cristoforo. A questo punto il Manzoni ci tiene a precisare che, nonostante fra Cristoforo avesse a che fare con la gente umile, era un personaggio “...di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno...” e approfitta dell’occasione per un excursus sulla condizione dei frati cappuccini nel Seicento.

Renzo fa quindi ritorno alla casa di Lucia e racconta il pessimo risultato del suo colloquio con Azzecca-garbugli. Tra Renzo e Agnese si accende una piccola discussione, subito placata da Lucia, circa la validità del consiglio di rivolgersi all'avvocato. Dopo alcuni sfoghi di Renzo ed altrettanti inviti alla calma da parte delle donne, il giovane torna a casa propria.

 

Riasunto i promessi sposi

Capitolo IV

 

1) Individuate le espressioni che il Manzoni usa per delineare i caratteri somatici di Fra Cristoforo.

Il Manzoni ci descrive Fra Cristoforo con il suo solito stile: tocchi precisi che vanno a formare un insieme sommario. Così di Fra Cristoforo non si fa una descrizione dettagliatissima, ma se ne delineano i tratti più importanti e significativi. Nella letteratura romantica, come i paesaggi rispecchiano lo stato d’animo dei personaggi e anzi, ne penetrano la psiche (la tranquilla e quieta passeggiata di Don Abbondio nel capitolo I, oppure il tragitto di Fra Cristoforo per la campagna dove già si sente la mestizia della carestia, nel capitolo IV), anche l’aspetto fisico di una persona serve a delinearne il pensiero, i valori, addirittura quasi la storia.

Questa tecnica risulta evidente nella breve (cap. IV righi 28-41) ma eloquente descrizione di Fra Cristoforo. L’Autore si sofferma innanzitutto sul suo capo raso e la sua corona di capelli da monaco, e subito questi due elementi ci trasmettono l’idea di un uomo votato alla penitenza (il capo raso) e all’umiltà, e ciò costituisce una sorta d’anticipazione della storia del personaggio che sarà per meglio chiarita in seguito. Tralasciando poi tutti gli altri elementi descrittivi superflui (il modo di vestire, la corporatura) l’Autore passa direttamente all’andatura del personaggio (“...s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto;...”) e all’espressione del volto, con tutti i suoi elementi caratteristici: la barba lunga e bianca, l’espressione grave accentuata dai lunghi digiuni, e gli occhi. Particolarmente a questi è dedicata la descrizione di Fra Cristoforo. Attraverso la descrizione degli occhi, infatti, (“Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.”) il Manzoni compie una profonda analisi psicologica del personaggio, trasmettendocene la personalità in tutta la sua vivacità e preannunciandone il carattere.

 

7) Riassumi brevemente il capitolo IV.

Il capitolo si apre con la descrizione del cammino di Fra Cristoforo dal convento del paese di Pescarenico, un piccolo villaggio di pescatori nei pressi di Lecco, alla volta della casa di Lucia.  Sebbene il paesaggio autunnale sia splendido, il cammino del frate verso casa di Lucia è rattristato dalle immagini di miseria che si vedono ovunque: persone smunte, animali smagriti dalla fame, mendicanti laceri.

L’Autore, sulla scia della descrizione d’ambiente che ci lascia intravedere, materializzandolo, l’animo di Fra Cristoforo, ci fornisce anche una sua descrizione fisica. Fra Cristoforo è uomo vicino ai 60 anni, dalla lunga barba bianca, umile ma fiero al tempo stesso, con due occhi vivacissimi.

Il Manzoni s’inoltra dunque in una digressione sul passato del frate. Lodovico (questo è il nome di fra Cristoforo prima di prendere i voti), figlio di un ricco mercante con ambizioni da nobile, viene educato in maniera aristocratica. Non essendo però accettato nella cerchia dei nobili, il giovane inizia, quasi per vendetta, a difendere gli umili contro i signorotti prepotenti.

Un giorno per strada, scoppia una disputa per futili motivi tra Lodovico ed un nobile arrogante. Nel corso della disputa che ne segue, il giovane, vedendo gravemente ferito Cristoforo, il suo più fedele servitore, uccide il signorotto. Lodovico viene condotto dalla folla nel vicino convento dei frati cappuccini, affinché possa trovar riparo dalla vendetta dei parenti dell'ucciso. Questi intanto circondano il convento al fine di colpire l'uccisore alla sua uscita. Durante la sua permanenza in convento Lodovico matura la decisione di farsi frate. Dona tutti i suoi beni alla famiglia del servo Cristoforo che era morto per lui e assume il nome di fra Cristoforo. Intanto il padre guardiano del convento convince il fratello del nobile ucciso ad accettare come rivalsa la scelta monacale di Lodovico. Prima di partire per il luogo del suo noviziato, fra Cristoforo chiede ed ottiene di domandare scusa alla famiglia dell'ucciso.

In casa del nobile vengono convocati tutti i parenti per assaporare la vendetta, ma con il suo contegno umile, fra Cristoforo ottiene un sincero perdono da tutti e induce i presenti a mitigare la loro superbia. Quale segno di riconciliazione il fratello dell'ucciso dona un pane al frate; questi, mangiatane una metà, conserverà il resto quale ricordo dell'accaduto. Oltre a predicare e assistere i moribondi, fra Cristoforo opera per rimuovere le ingiustizie e per difendere gli oppressi.

Riprende intanto la narrazione, e il frate, giunto alla casa di Lucia e Agnese, viene accolto con gioia dalle due donne.

 

Riassunto i promessi sposi

Capitolo V

 

 

1) Riassumi brevemente il capitolo V.

 

Giunto a casa di Lucia, fra Cristoforo apprende con sdegno dalle due donne l’accaduto (“Mentre la buona donna [Agnese] faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori...”). Esaminata la situazione, e spinto dal suo carattere impulsivo, decide di andare a parlare con don Rodrigo per distoglierlo dal suo proposito. Arriva intanto anche Renzo, il quale rivela di aver tentato invano di organizzare un agguato contro il signorotto. Per questo viene rimproverato dal frate.

Congedatosi, Fra Cristoforo si incammina dunque verso il palazzotto di don Rodrigo. Nel palazzotto stesso e nel villaggio sottostante tutto appare segnato da un clima di violenza e di malvagità: ovunque si vedono armi e neppure sui volti dei bambini e dei vecchi si riesce a scorgere l'innocenza.

Dopo aver parlato con due bravi e con un servitore, molto sorpreso di vederlo lì, fra Cristoforo viene introdotto nella stanza da pranzo. Attorno al tavolo, alcuni personaggi (don Rodrigo, il Podestà, il conte Attilio, Azzecca-garbugli e altri) discutono animatamente su una questione di cavalleria. Il frate è chiamato ad esprimere un giudizio, ma la sua sentenza, che invita alla pace e alla carità, viene scambiata per una battuta di spirito; il frate stesso è schernito da don Rodrigo che gli ricorda il suo passato “mondano”. La disputa cambia tema e volge poi sulla guerra per il ducato di Mantova e sulle relative manovre politiche di Spagna, Francia, Germania e Papato (il Manzoni da qui prova di grande coerenza e documentazione storica). In questa circostanza il Podestà si spaccia per un fine conoscitore dei maneggi politici. Il narratore informa poi il lettore circa quella guerra, nata per la successione al ducato di Mantova, che vede opporsi il duca di Nevers, sostenuto dalla Francia e dal papato, e Ferrante Gonzaga principe di Guastalla, appoggiato dalla Spagna e dal duca di Savoia. Le discussioni vengono abbandonate per un attimo per lasciare posto a un brindisi, ma subito riprendono sul tema della carestia, evocato da Azzecca-garbugli in un suo elogio al vino. La colpa della penuria di cibo viene attribuita ai fornai che farebbero incetta di grano per alzarne il prezzo. È don Rodrigo a porre fine al dibattito congedando i commensali e conducendo infine fra Cristoforo in un altra stanza. Su questo momento di grande suspence, a un passo dallo scontro finale, si conclude il capitolo, invitando il lettore (o dovrei piuttosto dire “lo spettatore” ?) a  continuare a seguire le vicende del romanzo.

 

Riassunto i promessi sposi

Capitolo VI

 

 

1) Riassumi brevemente il capitolo VI.

 

Comincia dunque il colloquio tra fra Cristoforo e don Rodrigo. Con tatto e diplomazia, fra Cristoforo chiede a don Rodrigo di far cessare le persecuzioni contro Lucia e di permettere il matrimonio tra i due promessi. Il nobile reagisce però violentemente accusando il frate di nutrire un equivoco interesse per la ragazza. Il colloquio si trasforma così in un duello verbale nel quale Cristoforo predice al suo antagonista il compiersi della giustizia divina (“verrà un giorno...”). Al termine il frate viene cacciato. La sua missione è fallita, ma don Rodrigo rimane scosso dalle minacciose profezie del cappuccino. Don Rodrigo resta solo, vittorioso sul campo di battaglia, ma attanagliato da un “misterioso spavento” che lo accompagnerà sino alla morte.

Uscendo dal palazzotto per andare verso casa di Lucia, il frate incontra il vecchio servitore che l'aveva accolto al suo ingresso. Quest'ultimo dice a fra Cristoforo di avere delle rivelazioni da fargli e gli dà appuntamento per l'indomani al convento.

Intanto a casa, Agnese propone ai due promessi di effettuare il matrimonio di sorpresa, di presentarsi cioè davanti al parroco con due testimoni e di pronunciare la formula del matrimonio. Sebbene celebrato contro la volontà del parroco, questo matrimonio avrebbe valore a tutti gli effetti. Renzo si mostra entusiasta, ma Lucia è contraria al progetto poiché esso prevede dei sotterfugi.

Renzo, si mette dunque in cerca dei testimoni per il matrimonio di sorpresa, e si reca a casa di un suo amico, Tonio. Quando vi giunge, l'intera famiglia (Tonio, il fratello, l'anziana madre, la moglie e i figli) è riunita in attesa di una scarsa polenta di grano saraceno. Renzo, rifiutando l'invito delle donne a trattenersi, conduce l'uomo all'osteria e lì gli chiede di far da testimone al matrimonio. In cambio del favore, Renzo gli offre del denaro per pagare un debito contratto con don Abbondio. Tonio accetta e propone suo fratello Gervaso come secondo testimone.

Renzo torna da Lucia e tenta nuovamente di convincerla ad accettare il "piano" della madre. Nel frattempo si avvertono i passi di fra Cristoforo, giunto per riferire gli esiti del colloquio con don Rodrigo.

 

Riasunto i promessi sposi

Capitolo VII

 

 

1) Riassumi brevemente il capitolo VII.

 

Tornato dal palazzotto di don Rodrigo, Fra Cristoforo giunge di nuovo a casa di Lucia e comunica ad Agnese e ai due promessi che, malgrado il suo intervento, don Rodrigo non intende cambiare atteggiamento. Renzo reagisce con rabbia. Uscendo, il frate raccomanda di inviare qualcuno al convento il giorno successivo, per avere nuove informazioni.

Renzo, irritato dalle notizie appena ricevute e dall'opposizione di Lucia al progetto di matrimonio di sorpresa, dà in escandescenze. Alla fine Lucia cede e accondiscende (a malincuore) al piano della madre.

Renzo torna infine a casa. Agnese e Renzo stabiliscono insieme i dettagli del piano di matrimonio di sorpresa, mentre Lucia resta in disparte. Seguendo le indicazioni di fra Cristoforo, Agnese invia poi al convento Menico, un ragazzino suo parente.

Per tutta la mattinata, dei loschi figuri vestiti da viandanti e da pellegrini si aggirano nelle vicinanze della casa di Lucia, curiosando anche all'interno dell'abitazione. Dopo lo scontro con padre Cristoforo, don Rodrigo, furibondo per non esser riuscito ad intimorire il frate e turbato per quel “Verrà un giorno...”, cammina per il palazzo al cospetto dei ritratti dei suoi avi, che sembrano rimproverarlo per la sua debolezza. Per dimenticare l'episodio il nobile esce, scortato dai bravi, per una passeggiata trionfale, durante la quale egli viene ossequiato da tutti.

Tornato al palazzotto, egli viene però deriso dal conte Attilio; risentito, raddoppia allora la posta dell'infame scommessa. Dopo una notte di sonno tranquillo, don Rodrigo, dimenticati i timori suscitati in lui da fra Cristoforo, predispone con il capo dei suoi bravi, il Griso, un piano per rapire Lucia. I bravi, guidati dal Griso, cominciano le loro ricognizioni in casa di Lucia (gli strani figuri visti nella casa sono i bravi travestiti). Tornati al palazzotto, il Griso dà le ultime istruzioni ai suoi compagni.

Il vecchio servitore  si avvia alla volta del  convento per riferire al frate circa il previsto rapimento di Lucia. Nel frattempo alcuni bravi hanno già occupato le posizioni concordate ed altri si avviano a farlo. Dopo aver preso con Agnese e Lucia gli ultimi accordi per il matrimonio di sorpresa, Renzo, assieme a Tonio e a Gervaso, si reca all'osteria e qui incontra tre individui (sono tre bravi di don Rodrigo) dal comportamento minaccioso. Renzo, durante la cena, chiede all'oste informazioni sui tre, ma l'oste finge di non conoscerli; al contrario, egli fornisce ai bravi diverse notizie su Renzo e i suoi amici.

Usciti dall'osteria, Renzo, Tonio e Gervaso, vengono seguiti da due bravi, che si arrestano però, vedendo arrivare gente di ritorno dai campi. I tre passano poi a chiamare Agnese e Lucia per dare il via al matrimonio a sorpresa, e insieme si recano alla canonica, dove Tonio bussa alla porta dicendo a Perpetua di voler saldare un debito. Ancora una volta, il capitolo si conclude sul momento culminante della scena, e invita a proseguire la lettura.

 

Riassunto i promessi sposi

Capitolo VIII

 

 

1) Riassumi brevemente il capitolo VIII.

 

In seguito all’arrivo di Tonio e suo fratello (e segretamente anche di Renzo e Lucia) Don Abbondio abbandona le letture in cui era immerso e autorizza Perpetua a far salire Tonio.

Scesa in strada, Perpetua incontra Agnese che, fingendo di passare di lì per caso, la coinvolge in una conversazione a proposito di alcune maldicenze sul suo conto, creando un efficace diversivo.

Tonio e Gervaso accedono allo studio del curato, mentre Renzo e Lucia, approfittando della distrazione di Perpetua, raggiungono il pianerottolo della canonica. Tonio salda il suo debito. Il curato esamina le monete, restituisce il pegno e inizia a compilare una ricevuta.

A un segnale convenuto entrano anche i due promessi. Renzo riesce a pronunciare l'intera formula, mentre Lucia viene interrotta violentemente dal curato, che si rifugia poi in una stanza attigua. Don Abbondio chiede aiuto dalla finestra. Ambrogio, il sacrestano, per non essere coinvolto nella mischia, suona allora le campane per richiamare gente. I rintocchi del campanile in piena notte svegliano l'intero paese e la gente scende in strada.

Intanto i tre bravi che erano all'osteria escono per una ricognizione; poi chiamano i compagni appostati al casolare per il rapimento di Lucia. Agli ordini del Griso, il gruppo dei bravi penetra in casa della ragazza, ma non trova la vittima predestinata. Menico, di ritorno dal convento, entra in casa di Lucia. Appena entrato il ragazzo viene afferrato dai bravi. Tuttavia questi, spaventati dal suono delle campane, lasciano andare Menico e fuggono disordinatamente. Il Griso riprende in mano la situazione e li richiama all'ordine e la fuga prosegue a ranghi compatti.

Agnese continua intanto a distrarre Perpetua, ma, sentite le grida di don Abbondio e i rintocchi, le due donne corrono verso la canonica. Renzo e Lucia si ricongiungono con Agnese e vengono raggiunti da Menico, che dice loro di fuggire verso il convento e li segue per un tratto.

Intanto la gente si raduna in piazza e si reca da don Abbondio. Visto che quest'ultimo non è più in pericolo, la folla si sposta alla casa di Lucia e scopre che le due donne sono sparite. Dopo qualche vano progetto di inseguimento dei presunti rapitori, corre la voce (interessata) che le donne siano salve e tutti si ritirano.

Il giorno dopo, console del paese di Renzo e Lucia viene minacciato da due bravi di don Rodrigo che gli intimano di non riferire al podestà i fatti della notte precedente, quella dell'incursione in casa di Lucia.

Renzo, Lucia e Agnese si sono intanto allontanati attraverso i campi, accompagnati da Menico che, raccontata la sua avventura, viene poi rimandato a casa. I tre fuggitivi giungono al convento di Pescarenico.

Qui ritrovano fra Cristoforo che, dopo aver vinto le resistenze di fra Fazio, il sacrestano, li fa entrare nella chiesa del convento ed illustra i piani di fuga che ha predisposto per loro. Dopo aver pregato anche per l’anima di don Rodrigo, i tre lasciano il convento e si dirigono verso il lago.

Raggiunto il lago, i tre salgono sulla barca predisposta da fra Cristoforo. Segue la descrizione del paesaggio. Lucia piange segretamente e il suo addio ai monti e ai luoghi natii costituisce un po’ il “coro” del capitolo. Il Manzoni tradisce qui, nonostante stia scrivendo un romanzo, la sua origine di tragediografo.

 

Riassunto i Promessi sposi

Capitolo IX

  

In seguito alla loro brusca partenza dal paesino natale, Renzo, Agnese e Lucia, grazie all’appoggio di fra Cristoforo, riescono a fuggire e, dopo aver navigato nottetempo sulle acque del lago di Como, approdano sull’altra riva del lago, opposta a Pescarenico, e si accomiatano dal barcaiolo che li aveva trasportati. Grazie all’aiuto di un barrocciaio di passaggio, i tre giungono fino a Monza su di un carro.

Arrivati in città, possono finalmente riposarsi e rifocillarsi in una locanda. Dopo un breve pasto, Renzo dà l'addio alle due donne. Sempre sotto la guida del barrocciaio, le due donne si recano prima al convento dei cappuccini (portando la lettera di fra Cristoforo) e poi, accompagnate dal padre guardiano, al monastero di monache nel quale sperano di trovare ospitalità.

Il frate decide quindi di chiedere per loro la protezione di Gertrude, una suora di nobile e potente famiglia. L’Autore dà ora inizio ad una sua profonda descrizione fisica e psicologica, caratterizzata da quelle “pennellate descrittive”, da quello stile sintetico ma estremamente espressivo, quasi compendiario che è proprio del Manzoni. La giovane monaca ha circa venticinque anni e il suo viso mostra una bellezza sfiorita. Il suo atteggiamento e il suo modo di indossare il saio hanno qualcosa di strano. L’Autore riesce qui, nella descrizione, ad anticipare qualcosa di quello che narrerà poi più esplicitamente, a proposito della storia e della vocazione di Gertrude. Egli predispone in qualche modo il lettore alle rivelazioni successive, che così appariranno poi più convincenti.

La narrazione riprende, e Gertrude interroga le due donne e il padre guardiano a proposito delle vicende di Lucia. Al termine del colloquio, concede ospitalità ad Agnese e Lucia.

Inizia da ora quello che sarà un lungo flash-back, sulla vita di Gertrude e una digressione sulle usanze della nobiltà dell’epoca in ambito familiare. Viene, infatti, descritta la famiglia di Gertrude e la regola in essa vigente, secondo la quale, tutti i figli, ad esclusione del primogenito, dovevano entrare in convento, per non frammentare il patrimonio della casata.

Fin dalla prima infanzia, i genitori e i parenti di Gertrude cercano, anche con subdoli espedienti, di inculcarle l'idea della vita consacrata. L'infanzia e l'adolescenza di Gertrude trascorrono nel convento di Monza, dove viene educata in vista di una sua futura scelta monacale. Nei suoi rapporti con le compagne la bambina manifesta la sua innata superbia (alla quale, peraltro, è stata educata), ma anche i primi cenni di rifiuto della vita religiosa.

Prima di prendere definitivamente i voti, Gertrude è ricondotta, secondo la regola, per un mese nella casa paterna. Qui viene trattata con indifferenza ed isolata al fine di metterla a disagio e di farle desiderare il convento. In seguito, scoperto il suo innamoramento per un paggio, Gertrude viene imprigionata in una stanza e sottoposta ad un ignobile ricatto: per uscire da quella segregazione, ella dovrà dichiararsi disposta a scegliere la vita consacrata. Dopo cinque giorni di vita in isolamento, spinta dal bisogno impellente di uscire dalla solitudine e fiaccata dalla resistenza che aveva opposto alla famiglia, il pentimento prende in lei il sopravvento e, con una lettera al genitore, conferma la sua (?) scelta di prendere i voti.

 

Riassunto  Capitolo Secondo

 

Don Abbondio dopo una notte insonne si sveglia. Deve convincere Renzo a rimandare il matrimonio. Il ragazzo si presenta dal curato, poiché era il giorno del matrimonio, per fissare l’ora della celebrazione della cerimonia. Don Abbondio inizia a dire a Renzo che erano sorti degli ostacoli, i cosiddetti impedimenti dirimenti, e rimanda il matrimonio di una settimana,così dopo ci sarebbe stato l’avvento e se ne sarebbe riparlato dopo qualche mese. Così il ragazzo a malincuore lascia il curato. Per la strada incontra Perpetua,e Renzo conoscendo il vizio di chiacchierare di questa signora, cerca di scoprire cosa nasconde Don Abbondio. Grazie ad lei il giovane ha la conferma che il curato nasconde un segreto e torna da Don Abbondio. Arrivato lo minaccia con un pugnale e scopre che il sacerdote è stato ricattato da due bravi mandati da Don Rodrigo. Dopo la fine del dialogo fra i due si reca verso la casa di Lucia dove trova la ragazza già pronta per il matrimonio. Renzo le racconta brevemente la vicenda e Lucia che già sapeva di Don Rodrigo non si meraviglia più di tanto. Intanto giunge Agnese, la mamma di Lucia.

 

Riassunto  Capitolo Terzo

 

Il colloquio fra i due promessi continua. Agnese dà il primo consiglio a Renzo: di andare dall’avvocato AzzeccaGarbugli. Quest’avvocato era noto poiché era imbroglione e difensore dei delinquenti, ma la mamma di Lucia queste cose non le sapeva. Renzo decide d’accettare il consiglio e si reca verso lo studio di quest’avvocato con in mano due capponi, come omaggio per l’avvocato. Arrivato i due si mettono a parlare nello studio dell’avvocato. L’arredamento dello studio è in perfetta consonanza con l’avvocato poiché era sporco, vecchio e trascurato. All’inizio del dialogo l’avvocato Azzeccagarbugli crede che Renzo sia un bravo e che avesse minacciato qualcuno. Capita la verità scaccia male Renzo e gli fa ridare i capponi dalla serva. Intanto a casa di Lucia giunge Fra Galbino al quale le donne chiedono di dire a Fra’ Cristoforo di venire nella loro casa, poiché i due frati si trovavano nello stesso convento.

 

Riassunto  Capitolo Quarto

 

Il giorno dopo all’alba Fra Cristoforo esce dal suo convento (si ha così l’entrata in scena di questo personaggio). Egli era un uomo di 60 anni sempre pronto ad aiutare gli altri e soprattutto i poveri. Egli non era sempre stato frate. Era figlio di un ricco mercante ed a quei tempi si chiamava Ludovico. Non era considerato dagli altri un vero nobile poiché discendeva da un mercante. Un giorno incontrò un importante cavaliere. Nessuna voleva cedere il passo all’altro, ma per le leggi della cavalleria aveva ragione Ludovico. Ma il cavaliere insisteva poiché insinuava che Ludovico non era un vero cavaliere. Allora cominciarono a combattere e il “vero” nobile uccise Cristoforo, uno dei bravi di Ludovico, nonché suo grandissimo amico. Per vendicarsi Ludovico uccise il nobile e poi si rifugiò in un convento dai frati cappuccini sia per curarsi che per cercare protezione. Osservando quell’ambiente Ludovico si pente e decide di diventare frate per dedicare la sua vita alla protezione dei poveri. Diventa così frate, ma non con il suo vero nome, bensì con quello dell’amico morto. Il suo primo atto da prete sarà quello di recarsi a casa di Lucia in suo aiuto.

 

RIASSUNTO CAPITOLO IV DE “I PROMESSI SPOSI”

 

Lodovico è figlio di un mercante ed ha ricevuto un’educazione signorile, ma pur essendo borghese e vivendo difendendo i più deboli per amor della giustizia è costretto ad essere circondato da suoi bravi.

Un giorno, mentre cammina per la strada della sua città accompagnato da due bravi e da un vecchio e fedele servitore di nome Cristoforo, Lodovico ha una lite con un nobile per una questione di precedenza sulla strada. Dal diverbio si passa ai fatti: nella zuffa Cristoforo, che ha fatto scudo al padrone col proprio corpo, cade colpito a morte dal prepotente; e Lodovico fa subito vendetta del feritore ma, ferito a sua volta, viene trasportato dalla folla dentro un convento di cappuccini col diritto di asilo, e si trova così in salvo, riguardo alla giustizia terrena; purtroppo sapere che un uomo era morto per difenderlo e un altro uomo per mano sua, gli rivelano dolore, sgomento e rimorso, fa maturare un proposito: prendere il saio dei cappuccini, e per l’occasione prende anche il nome di Cristoforo.

La decisione di Lodovico di farsi frate è accolta con sollievo dai cappuccini, che erano per causa sua in un bel pasticcio. La famiglia dell’ucciso risente infatti verso il convento che aveva custodito l’uccisore dalla giustizia, e macchinava la vendetta verso Lodovico, per motivi di orgoglio e onore più che per amore verso il defunto parente. Il rettore del convento decide di parlare col fratello e spiegargli la faccenda del pentimento di Lodovico, e perviene di far lasciare la città al novizio frate. In un secondo colloquio gli chiede che Lodovico possa andare nel suo palazzo a chiedere perdono e addirittura, contrariamente alla parentela che si aspettava l’umiliazione al frate, il fratello dell’ucciso dà il bacio del perdono a fra Cristoforo, essendo stato turbato e commosso dall’autentica umiltà nella richiesta di perdono del frate, e dandogli un pane richiestogli come pegno del perdono.

Da quel momento fra Cristoforo si dedica unicamente alla sua innata vocazione: “accomodar differenze, e proteggere oppressi”.

 

 

Riassunto  Capitolo Quinto

 

Arrivato a casa di Lucia Agnese e la sua figliola gli raccontano cosa era accaduto. Intanto arriva anche Renzo e si mise anche lui a parlare con Fra Cristoforo. Il frate decide d’incontrare Don Rodrigo per distoglierlo dai suoi propositi. Giunto al palazzotto di Don Rodrigo viene ricevuto dal padrone di casa a pranzo con i suoi ospiti. Dopo un’animata discussione riguardante il passato del frate (illustrato nel quarto capitolo) che degenera quasi in rissa, il frate e il signorotto si appartano in un’altra stanza a parlare più liberamente.

 

 

Riassunto i personaggi dei promessi sposi .

 

Il personaggio manzoniano mentre vive nelle coordinate oggettivo-realistiche di un determinato ambiente, una sua parte opera o matura al di sopra dell’ambiente, in un mondo governato da leggi superiori che non quelle degli stati.

Il personaggio manzoniano non è mai solamente e del tutto uomo fisico determianto dai vincoli della storia o della propria natura, ma possiede la possibilità della scelta morale.

Per Manzoni ogni singola vita è depositaria di pari diritto e di pari dignità umani.

Renzo: popolano leale e schietto, Renzo Tramaglino è l’immagine dell’onesto lavoratore e dell’uomo tranquillo che, solo se provocato, rischia di combinare guai a sé e agli altri. I suoi propositi sono quelli di sposare Lucia, avere un dignitoso lavoro e avere una vita retta e timorata da Dio. La sua fede è limpida, semplice, sincera, ferma. Renzo sa essere cordiale e lieto ma diventa furioso quando vede la giustizia calpestata e i più sacrosanti diritti dileggiati dai potenti. Ma anche nel mezzo della persecuzione, Renzo non si lascerà sopraffare: spererà in Dio e nella Provvidenza.

Manzoni ne fa un credibile esemplare di uomo del popolo che finisce per tener testa ai sapienti e ai potenti.

Lucia: Lucia Mondella è una figura centrale. Il ritratto di Lucia è contessuto di mille particolari. A Lucia, Manzoni dà la parola o di lei narra o rammenta indirettamente, ma con il segreto scopo di non esaudire mai definitivamente una linea, un tocco, uno sguardo, un discorso. Ha un carattere estremamente pudico e ritroso e riservato. E’ umile, dolce, amabile, pura e leale, ha un grande e vivo senso della onnipotenza di un Dio cui è affidato l’intero universo delle cose e degli uomini. Queste caratteristiche la fanno unica, moralmente insuperabile.

Don Abbondio: ogni situazione sembra convergere su di lui richiedendo la sua presenza proprio quando vorrebbe essere dimenticato, lasciato a se stesso e alle sue innocue occupazioni. Don Abbondio non è mai posto in nessun posto: quando non intenzionalmente teso a salvaguardare il suo quieto vivere è la realtà circostante a metterlo costantemente nei pasticci. Uomo privo di coraggio, timido, dal carattere pieghevole, don Abbondio è sacerdote perché, a conti fatti, gli è parso che solo la tonaca lo avrebbe potuto mettere in posizione tale da non ricevere tutte quelle offese della vita che invece sono costretti a subire i deboli e gli indifesi. Sapendosi debole cerca un’ancora.

Don Rodrigo: nobile di nascita ma ignobile nelle azioni, don Rodrigo impersona il signore ribaldo, il padrone di un feudo sul quale ha facoltà di esercitare la sua funesta e insindacata arroganza. Scatena il dramma dei due promessi, impedendo a don Abbondio di sposarli. E non si ferma davanti a nessun ostacolo. Don Rodrigo, nel romanzo, è l’incarnazione del male più vicina all’impossibilità della salvezza, anche se Manzoni non decide mai della sorte ultraterrena dei suoi personaggi.

Padre Cristoforo: e’ la prima, in ordine di apparizione, delle due grandi figure di «convertiti» del romanzo manzoniano. Si chiamava Lodovico, prima della conversione, ed era un giovane pieno di vita. Ma il carattere era chiaro, leale, concreto, propenso a cogliere per natura il giusto equilibrio umano e morale nei fatti e nelle cose. Per questo egli abbandona il mondo e si vota a Dio, ribaltando la propria vita e schierandosi della parte dei deboli, dei perseguitati. Dal suo fondo di robusta umanità trova ancora momenti di vibrante rivolta, che prende i toni di santa collera contro l’ingiustizia. Serenità della speranza e coscienza del sacrificio contraddistinguono ogni sua apparizione nel romanzo e la qualità sua più peculiare è l’umiltà. Dal giorno che ha chiesto perdono agli uomini e a Dio per la sua vita precedente mantiene inalterato il sentimento dell’espiazione in ogni suo intervento, in ogni suo consiglio, e il ritrovarlo nel lazzaretto degli appestati è la conferma del suo voto.

Gertrude: tragicamente destinata, contro la sua stessa volontà, alla vita del convento. Un sottile gioco di ricatti, menzogne, sotterfugi, sottomissioni, ribellioni e pentimenti ha portato Gertrude alla conclusione che non avrebbe avuto scampo se non nel convento, ma, assolutamente inadeguata alla vita monastica, via via la sua psicologia si stravolge, sceglie le strade della non osservanza delle regole, ritiene una sola soddisfazione mondana più appagante di qualsiasi sacrificio all’ideale della vita claustrale. E’ dotata di un carattere estroverso, appassionato, libertario e sensuale, finisce per incarnare una vita sbagliata, per di più in un luogo di devozione, preghiera, silenzio, sacrificio. Questo personaggio non avverte alcun trasporto di fede, che cede assai più volentieri ai richiami dei sensi e alla altrui, oltre che alla propria, volontà di male.  Una volta che Lucia è rapita dal convento con il suo assenso, anche per lei viene l’ora del rimorso: si sottrarrà alle passioni, si sottoporrà a volontarie prove e rinunce e punizioni.

L’Innominato: l’Innominato è il più solido e tetragono malfattore della Lombardia e degli stati vicini. L’Innominato viene introdotto nel libro quando, dopo una vita d’innumerosi soprusi, sta cominciando ad avvertire l’amara vuotezza della solitudine. Quando ordina il rapimento di Lucia per compiacere don Rodrigo, è già fortemente annoiato di queste occasioni e cerca una trasformazione.

Il cardinale Federigo.

Agnese: madre di Lucia, modello di genitrice premurosa, di onesta e furba paesana, dell’instancabile favella ma dalla simpatica e amabile accortezza, spontaneità…malizia.

Perpetua: carattere di serva-padrona, è la faccendiera di don Abbondio, è pronta, impudente, petulante, sfacciata. Ma è anche lei buona, onesta e umile.

Azzecca - garbugli: e’ il «dottore in legge» a cui Renzo si rivolge per avere consigli in una eventuale azione da opporre alla prepotenza di don Rodrigo. Figura comica, ambigua, servile, ha il ruolo di imbroglione, di abile opportunista.

Conte Attilio: è il personaggio che con don Rodrigo divide l’onere morale della scommessa ai danni di Lucia.  E’ più colto, più intelligente, più raffinato di don Rodrigo.

Conte zio: è caratterizzato per quel suo vantarsi dei appartenere al Consiglio Segreto. Sciocco orgoglio e sporca politica lo individuano fra i «superflui» del mondo: un genere di superflui che riescono ad essere presenti dove si decide o si pensa qualcosa di male.

Don Ferrante: è il vanitoso e pedante erudito che impersona il formalismo culturale del ‘600. Corta intelligenza e mente vanamente farcita di nozioni, divide la sua esistenza con donna Prassede.

Donna Prassede: vecchia gentildonna cocciuta ed ignorante, ha un’idea del bene come se fosse stata lei ad inventarlo.

Padre provinciale: è un cappuccino. E’ il superiore di padre Cristoforo, ma, pur essendo di sana e salda vocazione trovandosi alla «dirigenza» di una famiglia di frati cede per ingenuità o quieto vivere a certi atteggiamenti diplomatici (trasferimento di Fra Cristoforo).

Sarto: (presente nel XXIV capitolo). Onesto artigiano, uomo sincero, caritatevole, buono.

Griso: braccio destro di Don Rodrigo. In fondo al suo animo è vile e spregevole anche per quanto riguarda i sentimenti comuni di amicizia, della fedeltà.

Nibbio: fido scudiero dell’Innominato. A lui sarà data la possibilità di ravvedersi quando il suo padrone deciderà di cambiar vita.

Antonio Ferrier: gran cancelliere, è colui che fa le veci del governatore di Milano. E’ un demagogo, gli preme cavarsela e riscuotere popolarità.

Padre Felice: è un cappuccino, della stoffa di padre Cristoforo.

Galdino: frate cercatore, passa di casa in casa a raccogliere generi di sostentamento per i confatelli.

Tonio: un contadino. E’ della compagnia che cercherà di sorprendere don Abbondio. E’ un carattere estroverso ed estroso.

Bortolo: ospiterà Renzo nella parentesi del suo soggiorno bergamasco aiutandolo a ritrovare tranquillità, fiducia, forza per tornare da Lucia e risolvere la sua tormentosa disavventura.

 

Riassunto capitolo Settimo

 

Lucia era contraria all’imbroglio del matrimonio per sorpresa e cede soltanto per calmare Renzo che era deciso a farsi giustizia da sé. Intanto Don Abbondio convoca Griso uno dei suoi più fedeli bravi. Il fatto che il signorotto proteggeva costui sottraendolo alla giustizia, era dimostrazione della sua forza.

Ordina a questo bravo di rapire Lucia, ma senza farle del male. Il bravo accetta di eseguire l’ordine e prepara un piano per rapire la ragazza; questo consiste di inoltrarsi nella casa della ragazza travestendosi da mendicante.

Nel frattempo il vecchio servitore nominato nel capitolo precedente informa Fra Cristoforo.

Nella serata Agnese, Tonio, Gevarso e i due promessi si dirigono verso la casa del curato. I due testimoni bussano alla porta. All’inizio Perpetua non vuole aprire, ma nel momento in cui i due ragazzi le affermano che erano lì per restituire i soldi a Don Abbondio, si dirige dal curato per chiedergli se voleva ricevere i due ragazzi.

 

  

Riassunto capitolo Ottavo

 

Don Abbondio decide di ricevere i due ragazzi nonostante l’ora. Quando Perpetua torna alla porta trova anche Agnese che finge di doverle raccontare delle cose straordinarie che le erano successe.  Le due donne si dirigono dietro la casa in modo che Perpetua non possa vedere cosa succedesse davanti l’abitazione. Fa un colpo di tosse per dare il segnale a Renzo che prende Lucia sotto braccio. I due promessi entrano nella casa e si nascondono dietro la porta dello studio di Don Abbondio e, mentre il curato faceva i conti dei debiti di Tonio, entrano nella stanza. Il sacerdote all’inizio si meravigliò, ma subito dopo s’infuriò. Il matrimonio non riuscì poiché Lucia non riuscì a completare la frase. L’allarme del sacrestano mette in subbuglio tutto il paese e fa fuggire i bravi dalla casa di Lucia. Così Agnese e i due ragazzi decidono di rifugiarsi nel convento di Fra Cristoforo. Lì i due ragazzi prendono strade diverse: Renzo a Milano e le due donne a Monza.

 

Riassunto del capitolo 10 dei Promessi Sposi

 

Questo capitolo racconta la storia di Gertrude, che fin da piccola era indirizzata verso la strada del monastero.

In questo capitolo, Gertrude è costretta dal padre a mandare una lettera per essere ammessa al monastero, ma immediatamente né invia un’altra per ritirare l’iscrizione.

Il servo se ne accorge e dice al padre ciò che fece Gertrude, la quale pentita disse a tutti i familiari che non voleva essere esclusa dalla famiglia per ciò che aveva fatto.

Il padre continuò a convincere la figlia a diventare monaca. Così la famiglia decise di organizzare una festa per la bella decisione presa dalla ragazza.

Arrivata al monastero, si presentò un vicario, il quale aveva il compito di capire se la giovane Gertrude era stata condizionata da qualcuno o la sua scelta veniva dal cuore.

Dopo un pò di tempo Gertrude divenne finalmente monaca, ma era sempre contraria e ribelle alla decisione presa dal padre.

 

Riassunto del capitolo 12 dei Promessi Sposi

 

 Il capitolo si apre con un'ampia digressione storica nella quale si analizzano le ragioni della carestia: raccolti scarsi, sprechi, pressione fiscale.

Il cancelliere Antonio Ferrer adotta un provvedimento molto criticato dal Manzoni: stabilisce per il pane un prezzo un prezzo troppo basso, il quale quasi non consente l'acquisto delle materie prime.

Il prezzo del pane viene aumentato e comincia a farsi sentire il malumore del popolo.

La folla blocca il garzone di un panettiere e lo deruba della cesta del pane: prende così avvio il tumulto di San Martino.La massa si dirige  poi verso il forno "delle grucce" e, malgrado l'intervento degli alabardieri e del capitano di giustizia, dopo un breve assedio, dà l'assalto al forno stesso rubando pane, farina, denaro e distruggendo ogni cosa.

Renzo, incuriosito da tutto quel movimento, si muove inconsapevolmente verso il cuore del tumulto ascoltando i pareri contrastanti dei presenti.

Mentre il giovane assiste alla distruzione del forno e critica, dentro di sé, tutta quella furia, giunge la notizia di nuovi disordini al Cordusio. La folla si dirige là, passando sotto la statua di Filippo II, la quale offre all'Autore lo spunto per alcune riflessioni sui simboli del potere.

La voce si rivela però falsa e la massa, inferocita e delusa, decide di dar l'assalto alla casa del vicario di provvisione, ritenuto responsabile della scarsità di cibo. Renzo, pur non volendo farsi coinvolgere nella rivolta, viene vinto dalla curiosità e si lascia trascinare dalla folla.

Riassunto del capitolo 13 dei Promessi Sposi

 

La folla si dirige verso il palazzo del vicario. Quest'ultimo, aiutato dai servi, riesce a barricarsi in casa e a nascondersi in uno stanzino.

Alcuni rivoltosi tentano di scardinare e smurare la porta del vicario per catturarlo e ucciderlo e ciò sotto gli occhi dei soldati spagnoli, i quali non osano intervenire. Renzo, al centro del tumulto, è tra coloro che si oppongono a una giustizia sommaria. Per questo, dopo aver reagito con sdegno alle proposte sanguinarie di un vecchio, rischia il linciaggio.

Dal fondo della piazza fa la sua apparizione il gran cancelliere Antonio Ferrer, il quale, forte del sostegno popolare, interviene per salvar la vita del vicario.

Nella folla si creano due fazioni, l'una favorevole e l'altra ostile all'intervento di Ferrer; ciò offre all'Autore lo spunto per una riflessione sui meccanismi delle rivolte popolari .

Il cancelliere procede in carrozza attraverso la piazza gremita di gente. Alcuni, tra cui Renzo, si adoperano affinché egli possa avanzare, ma il cocchiere, ostentatamente cortese, è costretto a continue fermate. Ferrer promette alla folla di arrestare il vicario e di abbassare nuovamente il prezzo del pane, ma il lettore comprende che le sue promesse non verranno mantenute.

Ferrer riesce infine ad entrare nel palazzo del vicario e a trarre in salvo quest'ultimo. Fattolo poi salire sulla propria carrozza, si dirige verso il "castello" continuando a blandire la folla.

Scampato il pericolo di un linciaggio Ferrer comincia a temere per le reazioni dei propri superiori, mentre il vicario, ancora molto spaventato, annuncia di volersi ritirare in un grotta.

 

Riassunto del capitolo 14 dei Promessi Sposi

 

La folla che assediava la casa del vicario comincia a sciamare, ma senza disperdersi del tutto: gruppetti di persone continuano a formarsi lungo le vie. Per le strade, la gente commenta i fatti della giornata e prende accordi per il giorno successivo.

Renzo si avvicina ad un crocchio e tiene un piccolo "comizio" esponendo il proprio ideale di giustizia sociale. Nel suo discorso, le vicende personali si mescolano a considerazioni di carattere generale. Il suo discorso si conclude tra complimenti e critiche dei presenti; poi il gruppetto si scioglie. Il giovane montanaro chiede che gli venga consigliata un'osteria, ed uno sconosciuto si incarica di accompagnarlo.

Malgrado le proteste dello sconosciuto accompagnatore, che vorrebbe portarlo altrove, Renzo decide di fermarsi all'Osteria della Luna Piena.

I due entrano nella locanda e l'oste, pur senza darlo a vedere, riconosce nello sconosciuto un informatore della polizia. Renzo e il suo accompagnatore siedono ad un tavolo, tra giocatori di carte e bevitori, e ordinano un fiasco di vino che viene rapidamente svuotato. Il giovane esibisce uno dei pani rinvenuti per terra durante la mattinata e per questo egli viene ritenuto dai presenti uno degli assalitori del forno.

Renzo, alterato dal vino, si rifiuta di fornire all'oste le proprie generalità per la registrazione degli ospiti della locanda. Il giovane, parlando ad alta voce, inizia una nuova arringa contro la scrittura e contro l'amministrazione della giustizia. Alla fine, sostenuto dal consenso degli avventori, riesce ad evitare la registrazione.

L'informatore della polizia, che si spaccia per uno spadaio dalle idee egalitarie, riesce, con un espediente, a far dire a Renzo il proprio nome.

 

 

Riassunto del capitolo 15 dei Promessi Sposi

 

Renzo, ormai completamente ubriaco, abbandona la sala dell'osteria, tra saluti e risa. Accompagnato e sorretto dall'oste raggiunge poi la camera che gli è stata destinata

Giunto in camera, l'oste tenta nuovamente di far declinare a Renzo le proprie generalità, ma alle nuove proteste di quest'ultimo rinuncia. Fattosi poi pagare il conto, l'albergatore lascia la stanza del giovane, il quale, intanto, si è addormentato.

L'oste decide di andare al palazzo di giustizia per denunciare Renzo e, dopo molte raccomandazioni, affida la cura dell'osteria alla moglie. Camminando lungo le strade di Milano, si imbatte in personaggi dall'aria fosca e in drappelli di soldati. Inizia così un lungo soliloquio, durante il quale, alle espressioni di disappunto per quell'uscita fuori programma, si mischiano considerazioni di tipo politico.

Arrivato al palazzo di giustizia, l'oste denuncia al notaio criminale la presenza, nella sua osteria di un giovane che non ha voluto rivelare le generalità. Il funzionario, che ha già ricevuto il rapporto del delatore e che conosce già il nome di Renzo, mostra però di non accontentarsi delle informazioni fornite dal padrone dell'osteria e sottopone l'uomo ad un serrato interrogatorio.

Il notaio criminale e due birri penetrano nella camera di Renzo e gli ingiungono di seguirli. Intimorito dal rumore che viene dalla strada e che sembra annunciare nuovi tumulti, il notaio abbandona subito l'atteggiamento autoritario e, con le buone, cerca di indurre Renzo a seguirli. Il funzionario si mostra eccessivamente gentile ed afferma che si tratta di una pura formalità, ma il giovane non gli presta fede e comincia ad elaborare un piano per far intervenire la folla a suo favore.

Scesi in strada, i due birri danno una stretta alle manette di Renzo, il quale, con un grido di dolore, richiama l'attenzione dei passanti.                                                                        

 

Approfittando della piccola folla che si è formata attorno al gruppetto, il giovane chiede aiuto. Per sfuggire al linciaggio, i birri e il notaio, abbandonano il prigioniero e si confondono tra la folla.

 

Riassunto del capitolo 16 dei Promessi Sposi

 

Renzo sfugge ai birri e, rifiutando l'ipotesi di chiedere asilo in un convento, corre via cercando di uscire dalla città e dallo stato.

Non sapendo orientarsi, Renzo, dopo aver esaminato attentamente alcuni passanti, chiede informazioni ad uno di essi che gli ispira fiducia.

Il giovane attraversa Milano e, superando con indifferenza un presidio di soldati, esce dalle mura diretto al paese nel Bergamasco dove vive Bortolo.

Renzo si allontana da Milano, ma, per il timore di percorrere le strade principali, e per il desiderio di non attirare su di sé sospetti chiedendo informazioni, sbaglia più volte direzione. Durante il suo cammino egli ripensa ai fatti del giorno precedente ed esamina la sua situazione.

Giunto ad un'osteria isolata, il giovane pranza. Con uno stratagemma, egli riesce poi a farsi indicare, dalla vecchia ostessa, la strada per il confine.

Verso sera, Renzo arriva nel paese di Gorgonzola, vicino al confine, e qui cena in un'osteria. Cerca, senza esito, di ottenere dall'oste delle indicazioni sul percorso da seguire per attraversare l'Adda e passare nella Repubblica veneta. Viene poi avvicinato da un cliente che gli chiede se egli venga da Milano e se abbia informazioni sulla rivolta: Renzo fornisce risposte evasive.

Al gruppo degli avventori, si aggiunge poi un mercante milanese. Si tratta di un conservatore, metodico e nemico di ogni disordine, che dà una propria personale versione degli avvenimenti. In particolare, egli dice che i capi della rivolta sono stati tutti arrestati, tranne uno che, fermato in un'osteria, è riuscito a fuggire.

Temendo di cadere nuovamente nelle mani della giustizia, Renzo lascia l'osteria di Gorgonzola e va, quasi istintivamente, verso l'Adda.

 

Riassunto del capitolo 17 dei Promessi Sposi

 

Uscito dall'osteria di Gorgonzola, Renzo prosegue il suo cammino nell'oscurità, lungo le strade che, secondo il suo senso dell'orientamento, dovrebbero condurlo all'Adda. Durante il tragitto, i suoi pensieri vanno al mercante e al suo resoconto distorto e calunnioso.

Dopo aver oltrepassato alcuni paesi ed aver scartato l'ipotesi di chiedere ospitalità, Renzo si inoltra in una zona non coltivata e poi in un bosco. Qui viene colto da un oscuro timore, ma, proprio quando sta per tornare sui suoi passi, sente il rumore dell'Adda e si precipita verso il fiume.

Non potendo attraversare il fiume, né potendo passare la notte all'aperto, a causa del freddo, Renzo si rifugia in una capanna abbandonata. Dopo aver recitato le preghiere della sera, il giovane  tenta di addormentarsi, ma alla sua mente si affacciano ricordi dolorosi.

Verso le sei del mattino successivo, Renzo, sullo sfondo di una magnifica aurora, riprende il cammino verso l'Adda.

Traghettato da un pescatore passa sulla sponda bergamasca del fiume; di qui, il giovane procede a piedi verso il paese del cugino.

Renzo pranza all'osteria. Terminato il pasto, dona le ultime monete che gli sono rimaste a una famiglia ridotta, dalla fame, a mendicare; l'episodio gli offre lo spunto per alcune riflessioni sulla Provvidenza.

Giunto nel paese di Bortolo, Renzo individua immediatamente il filatoio e lì trova il cugino, il quale lo accoglie festosamente, dichiarandosi disposto ad aiutarlo, sebbene i tempi non siano dei più propizi. I due cugini si informano reciprocamente sulla rispettiva situazione e sulle vicende politiche dei propri paesi. Dopo essere stato avvertito dell'uso bergamasco di chiamare baggiani i milanesi, Renzo viene presentato al padrone del filatoio e assunto come lavorante.

 

Riassunto del capitolo 18 dei Promessi Sposi

 

La giustizia compie una perquisizione in casa di Renzo e interroga i suoi compaesani.

Don Rodrigo intanto, si compiace dei provvedimenti contro Renzo e dal conte Attilio riceve nuovi incoraggiamenti e stimoli a proseguire nel suo proposito. Ma il suo compiacimento è turbato dalle notizie su Agnese e Lucia, riferitegli dal Griso. Egli è dunque sul punto di abbandonare l'impresa, poiché il monastero e la presenza in esso della potente Gertrude costituiscono per lui un ostacolo insormontabile. Prevale però il timore dell'onta per la sconfitta, e don Rodrigo decide così di tentare nuovamente il rapimento di Lucia, avvalendosi dell'aiuto di un nobile tristemente noto per le sue imprese criminali: l'Innominato.

Lucia e Agnese vengono informate dalla fattoressa del convento che Renzo è ricercato per i fatti del tumulto, mentre un pescatore, incaricato da fra Cristoforo, nel confermare la relazione, aggiunge che il giovane ha trovato riparo nel Bergamasco.

Le due donne continuano la loro vita al monastero di Monza, confortate dalle notizie rassicuranti su Renzo, che il frate invia loro tramite i suoi messaggeri. Lucia, intanto, è entrata in maggior confidenza con Gertrude e passa con lei molto del suo tempo.

Non avendo più ricevuto notizie da fra Cristoforo, Agnese decide di abbandonare il convento e di passare da Pescarenico prima di tornare a casa. Nel suo viaggio è aiutata dal pescatore che aveva portato le prime notizie certe di Renzo.

Giunta a Pescarenico, Agnese apprende da fra Galdino che padre Cristoforo è stato trasferito a Rimini. La donna torna così al proprio paese in preda allo sconforto.

 

RIASSUNTO DEI CAPITOLI 12,13,14 DEI "PROMESSI SPOSI"

 

 

CAP. XII

Protagonista di questo capitolo è la carestia.Il Manzoni aveva avuto modo di accennare alla situazione disastrosa causata dallo scarso raccolto dell'annata;adesso ne analizza le cause e le conseguenze sulla psicologia della folla,con un'acutezza degna di un trattato di economia.La guerra per il ducato di Mantova,i saccheggi,la contrarietà delle stagioni,il disinteresse del governatore don Gonzalo che,tutto impegnato nelle operazioni militari,aveva delegato ogni potere a Ferrer,l'incompetenza di questi,avevano reso disastrosa la situazione alimentare del milanese.Imbestialito per la fame il popolo si ribella,assalta il forno delle grucce,si impadronisce,facendone grande sperpero,della farina;poi,non contento,si dirige verso la casa del vicario di provvisione per fare giustizia sommaria.In mezzo a questi burrascosi avvenimenti viene a trovarsi il nostro Renzo,dapprima come innocente spettatore,poi da protagonista.

 

 

CAP. XIII

La folla giunge alla casa del vicario mentre questi,preoccupato per gli avvenimenti,stava facendo "un chilo agro e stentato".Ben presto dalle urla e dalle imprecazioni si passa all'azione:cento mani picchiano contro la porta nel tentativo di abbatterla;il vicario corre a nascondersi tutto tremante in soffitta.Proprio mentre la situazione si fa più critica arriva Ferrer,il quale,con il pretesto di portare in prigione il vicario,vuole sottrarlo alla ferocia popolare.Renzo,anch'egli convinto della colpevolezza dell'uomo,ma amante della legalità,si adopera con grande zelo perchè la carrozza del cancelliere possa attraversare la folla e arrivare davanti al portone.La cosa riesce.Ferrer entra in casa e ne esce poco dopo con il vicario terrorizzato attaccato alla sua toga;salgono ambedue in carrozza e riescono ad allontanarsi.

 

 

CAP. XIV

L'attenzione del Manzoni torna a puntarsi su Renzo per presentarcelo in un atteggiamento del tutto nuovo,fonte di situazioni imprevedibili trattate con raffinato senso di umorismo.

Dopo aver esposto le proprie idee sulla rivolta,sulla giustizia,ecc.Renzo,scambiato per uno dei capi della rivolta,cade nelle grinfie di uno sbirro travestito,il quale,approfittando della sua scarsa conoscenza della città,vorrebbe portarlo in prigione,con il pretesto di trovargli un alloggio per la notte.Per fortuna il giovane preferisce entrare nella prima taverna in cui si imbatte,sempre seguito però dal suo pericoloso accompagnatore,che suscita grande preoccupazione nell'oste.Dopo aver bevuto diversi bicchieri di un gustoso vino,Renzo si ubriaca ed imbastisce un vivace dialogo con gli altri avventori:lo sbirro ne approfitta per conoscere il suo nome e cognome.

 

 

Promessi Sposi – riassunto capitoli 30 e 31                                 

 

Dal capitolo 31 in poi non abbiamo l’attenzione dell’Autore per ogni singolo personaggio, ma iniziano i cosiddetti capitoli corali, mentre nel 33 ritroviamo un personaggio di cui non si parla da tempo, Don Rodrigo. Nel capitolo 30, Don Abbondio, Agnese e Perpetua sono presso l’Innominato. Sembra che ogni cosa infastidisca e impaurisca Don Abbondio. L’accoglienza presso l’Innominato è come le donne si aspettavano, e questi rassicura gli ospiti dicendo che se anche i lanzichenecchi avessero dovuto attaccare, loro sarebbero stati pronti a combattere e quindi sarebbero stati al sicuro. Agnese e Perpetua decidono di aiutare dentro il castello per non essere troppo di peso all’Innominato. Don Abbondio non ha di queste esigenze e passeggia nervosamente da una stanza all’altra tutto il giorno e, mentre l’Innominato vorrebbe entrare in contatto con quest’uomo che, essendo un uomo di Chiesa, considera quasi al suo pari, Don Abbondio tenta in ogni modo di evitare qualsiasi dialogo con l’Innominato, di cui ha un terrore folle e di cui non si fida pienamente. Trascorso qualche giorno dal passaggio dei lanzichenecchi, i tre lasciano il castello dell’Innominato per ultimi, dopo tutti gli altri ospiti di questi, perché Don Abbondio voleva essere certo di non trovare lanzichenecchi per la strada. La casa del sarto non ha subito danni perché era fuori dall’itinerario. La loro invece è stata saccheggiata e non solo dai lanzichenecchi e anche il tesoro che Perpetua aveva nascosto in giardino è stato rubato. Don Abbondio per questo l’accusa di non aver pestato bene la terra dopo averlo sotterrato e Perpetua allora si arrabbia e gli fa notare che lui, oltre a non essere stato d’aiuto in nessun modo era stato anzi d’impiccio. La gente ha rubato anche tovaglie pregiate e altre cose di Don Abbondio, e questi, che ha paura di tutto e di tutti, non si sogna nemmeno di andare a riprendersele, e per questo Perpetua gli da’ del vigliacco.

La peste nel romanzo di Manzoni è praticamente lo spannung, il momento di massima tensione a cui segue lo scioglimento, l’unica soluzione possibile ai problemi di Renzo e Lucia. Manzoni scrive alcune pagine pacate in cui descrive la morte, la carestia, la disperazione di questa gente, descrivendo vari episodi.

In questo periodo, per diversi motivi, non si hanno le cure adeguate per la peste.

Tadino e Ripamonte sono due storici che si interessano al problema della peste, più che altro tentando di scoprire chi l’aveva portata. Il marito di Donna Prassede, Don Ferrante, ritiene che, siccome la peste non si vede e non si tocca, non esiste. Egli muore di peste.

Il governo tenta di tacitare la malattia e i suoi effetti.

Nel capitolo 31 Manzoni mette in evidenza il comportamento di una popolazione spaventata.

La peste agisce generalmente in poche ore, a volte di più, ma comunque in tempo brevi, portando rapidamente alla morte le vittime. In pochi casi si guarisce, e allora si è immuni. La peste provoca la degenerazione delle ghiandole linfatiche in bubboni (da qui il nome, peste bubbonica). Vengono organizzate riunioni all’aperto per pregare insieme Dio che faccia scomparire questa terribile malattia, il che, invece di fermare la diffusione di questa malattia, la accelera, perché la gente sana stando a contatto con quella malata, veniva contagiata facilmente. Gli abitanti iniziano addirittura a pensare che ci sia qualcuno che di proposito diffonde la malattia, gli untori. In realtà gli untori non esistono, ma si sono verificati casi in cui il popolo, spinto dalla disperazione, ha deciso di uccidere qualcuno sospettato di aver diffuso intenzionalmente la peste. Un esempio è il vecchio che fu ucciso perché in Duomo, prima di sedersi, aveva spazzolato la panca sporca con il cappello, ed era stato accusato di star spargendo la malattia.

 

PROMESSI SPOSI

 

1821/23 - 1° STESURA -  Fermo & Lucia

1823/27 - 1° PUBBLICAZIONE - I Promessi Sposi

1840/42 - 2° PUBBLICAZIONE - I Promessi Sposi

 

DIFFERENZE:

  • Nel Fermo & Lucia il Manzoni dà molto spazio alle vicende della Monaca di Monza
  • Nel Fermo & Lucia le tinte più cupe e forti: manca il dominio razionale.
  • Nel Fermo & Lucia vengono narrate nei particolari le vicende degli untori.
  • Lingua: nel Fermo & Lucia la lingua è troppo vicina all’ambiente lombardo e a Manzoni non piace. Non gli piace nemmeno quella sostenuta dal Bembo e cioè quella con cui scrissero Petrarca e Boccaccio. Sceglie infine il fiorentino parlato dalle classi colte del tempo.

 

Il Manzoni sostiene di avere trovato la vicenda narrata in un MANOSCRITTO.

 

NARRATORE ONNISCIENTE E FOCALIZZAZIONE 0: sa tutto dei personaggi ed esprime giudizi e opinioni. Non cambia il modo di scrivere a seconda descriva classi basse o elevate.

 

SOGGETTO=VERO

MEZZO=INTERESSANTE

FINE=UTILE

 

ROMANZO DI FORMAZIONE: tutti i personaggi imparano qualcosa all’interno della vicenda.

 

IDILLIO MANCATO: Renzo e Lucia si sposano ma in loro è chiara la consapevolezza che il male esiste, domina la nostra esistenza e bisogna accettarlo in nome di Dio.

 

I promessi sposi

La scelta del "romanzo" come genere letterario per I promessi Sposi rappresenta un'innovazione nel panorama letterario italiano. Secondo la mentalità classicista, infatti, il romanzo è considerato un genere inferiore non sufficientemente in grado di trattare tematiche "alte", degne di considerazione.

 

Perché Manzoni sceglie il "romanzo"?

  • è un simbolo del movimento romantico poiché si colloca nella battaglia per un rinnovamento culturale italiano in senso moderno.
  • consente di rappresentare la realtà così com'è.
  • attira un pubblico di lettori più vasto per la semplicità del linguaggio e per un interesse più ampio dei temi trattati.
  • risponde all'esigenza, da parte dell'autore, di intraprendere con la stesura di un romanzo un impegno morale e civile (frutto della concezione illuministica educativa ed utilitaria della letteratura).
  • la novità di tale genere permette allo scrittore di non imbattersi in regole esterne prefissate, e di poter agire in piena libertà.
  • la realtà quotidiana può essere raffigurata con serietà; abbandonando gli eroi protagonisti della letteratura classica, l'autore sceglie umili personaggi del popolo.
  • i personaggi sono rappresentati in rapporto al momento storico e all'ambiente in cui sono collocati.
  • ogni personaggio è profondamente caratterizzato, e possiede una personalità complessa e dinamica.
  • l'autore rifiuta ogni tipo di idealizzazione dei personaggi, che mantengono, proprio come nella realtà, le virtù e le manchevolezze proprie di ogni persona.

 

Da Walter Scott…

I personaggi scottiani sono frutto di invenzione, la loro condizone non è ben definita, ma si tratta comunque di gente comune; sullo sfondo si stagliano personaggi famosi e grandi avvenimenti, il cui punto di vista viene dal basso, poiché incidono sulla vita degli umili protagonisti.

… a Manzoni

Per lo scrittore personaggi ed avvenimenti devono essere simili alla realtà il più fedelmente possibile. Per fare ciò, egli si documenta attraverso biografie, cronache del tempo, memorie, archivi.

il quadro storico del seicento

 

La critica di Manzoni nei confronti della società secentesca

L'acuta critica, svolta con atteggiamento tipicamente illuminista, fa riferimento all'irrazionalità, ai pregiudizi, alla prepotenza, presente sia nella gestione del potere, sia nel costume e nella cultura in generale.

Manzoni allo stesso tempo si rivolge al presente: la stesura del romanzo viene iniziata nel 1821 in seguito ai fallimenti dei moti liberali. Attraverso tale critica l'autore risale alle origini dell'arretratezza italiana e propone inoltre, alle nascenti forze borghesi, un modello di società ideale con le seguenti caratteristiche:

  • un potere statale in grado di regolare gli interessi dei privati;
  • una legislazione equa e ben applicata;
  • una politica economica adeguata in grado di sostenere l'iniziativa individuale;
  • un'organizzazione sociale in cui i beni siano equamente ripartiti, secondo i principi della cristianità: l'aristocrazia metta a disposizione della collettività ciò che ha in abbondanza, e le classi inferiori rinuncino a rivendicare i propri diritti con la forza.
  • deve ispirarsi sia ai principi liberali della borghesia, sia ai principi del cattolicesimo. La religione è per Manzoni l'unica vera forza riformatrice, in grado di evitare violenze simili a quelle della Rivoluzione Francese. Nonostante egli sia convinto che la ricostituzione della felicità originaria presente prima del peccato originale sia impossibile da attuare (in questo consiste la visione pessimistica della storia), è comunque del parere che il male della società può essere attenuato grazie al doveroso intervento dell'uomo.

 

I personaggi del romanzo:

 

 

POSITIVO

NEGATIVO

dal NEGATIVO al POSITIVO

ARISTOCRAZIA

cardinal Federigo,

 

Gertrude,

Don Rodrigo

l'innominato

POPOLO

Lucia

folla di Milano

Renzo

CETI MEDI

Fra Cristoforo

Don Abbondio,

l'Azzeccagarbugli

 

 

Renzo e Lucia compiono, nel corso del romanzo, un'esplorazione attraverso il negativo della realtà storica. Violentamente estrapolati dalla loro vita tranquilla e innocente fra i fonti, i due protagonisti vengono a contatto con il male, ma, nello stesso tempo, giungono ad una loro maturazione.

La loro consapevolezza di un'avvenuta maturità si manifesta alla fine del romanzo, quando essi parole proprie, dunque elementari, esprimono il "sugo" della storia.

 

La formazione di Renzo:

egli possiede molte virtù, ma ha una componente ribelle che l

o porta a farsi energicamente giustizia da sé

x

sommossa di MilanoVnotte di riflessione sull'Adda

peste a MilanoVperdono di don Rodrigo morente

x

rassegnazione alla volontà divina

 

La formazione di Lucia:

ella possiede già la virtù della rassegnazione alla divina Provvidenza, ma ha dei limiti che consistono nell'ingenuità e nell'inconsapevolezza del male

x

sofferenze, peripezie

x

comprensione della negatività presente nel mondo

 

 

Il riassunto breve  della storia

  • il rifiuto dell'idillio: L'idillio in questo caso rappresenta una vita quieta, felice, lontana dal male presente nella storia. Infatti presupporre come obiettivo finale il raggiungimento di una vita non contaminata dal male sarebbe incoerente con il proposito di trattare esclusivamente il "vero". Al termine del romanzo la vita di Renzo e Lucia non ha raggiunto l'idillio, poiché essi sono diventati consapevoli della tragicità della vita, e il loro fine non è vivere bene, ma  agire attivamente contro il male.
  • la concezione della provvidenza: Tale concezione è differente per Manzoni rispetto ai suoi personaggi. Essi ingenuamente credono nel trionfo della giustizia e nel fatto che Dio in questo modo premi i buoni per le sofferenze patite. Manzoni ha una visione teologica superiore e crede che i buoni verranno ricompensati solo alla fine del mondo; la provvidenzialità consiste nel far maturare l'uomo attraverso delle sventure, che nella sfera terrena vengono inflitte ai buoni senza alcun risarcimento.

 

Riassunto promessi sposi

 

Analisi del personaggio: il padre di Gertrude.

 

Nel romanzo di A. Manzoni I Promessi Sposi compare in aiuto dei protagonisti Renzo e Lucia, più precisamente in aiuto di Lucia ed Agnese, un personaggio di secondo piano ma di notevole rilevanza per la comprensione della mentalità del ceto sociale nobile del tempo: Gertrude o la Signora o meglio ancora come la conoscon tutti la monaca di Monza. Alla storia di questo personaggio Manzoni dedica più di un capitolo, evidenziandone la caratteristica principale. A dettare la vita di questa donna fin da bambina verso un destino nel monastero è il padre, chiamato appunto “il principe padre”. Infatti il principe, come era solito al tempo, aveva deciso che il suo intero patrimonio sarebbe andato al figlio primogenito, mentre agli altri sarebbe stato legato un destino di clausura in convento, chi qua, chi là. Gertrude nasce con un nome secondo il padre da chiostro, cresce con giocattoli raffiguranti monache e anche se non le viene mai detto direttamente di diventare monaca glielo viene fatto intendere senza troppi complimenti. Inoltre riceve la sua educazione dall’età di sei anni fino ai quattordici nel monastero di Monza, dove avrebbe poi trascorso anche la sua vita adulta.

Il principe padre è un, come lo si potrebbe definire, “nobile convinto”, ovvero è molto legato al valore del nome della famiglia. E’ convinto che “... il sangue si porta per tutto dove si va”, intendendo che una sua figlia nel monastero avrebbe goduto di privilegi superiori e sarebbe sicuramente diventata col tempo madre badessa, ma questo comportava anche comportarsi da nobile. Notiamo quindi il contrasto tra una possibile educazione cristiana come avrebbe dovuto essere quella assegnata a Gertrude e la vera educazione che invece fornisce il padre nobile. Egli è molto orgoglioso ed è una perfetta espressione del nobile seicentesco. Pur essendo egli padre di Gertrude, lo stesso sangue e lo stesso nome, ciò non prelude un obbligo di amore tra i due, o almeno ne esclude il dovere a dimostrarlo. Infatti il principe padre non è un padre come lo si può intendere, cioè genitore amorevole, base (un tempo) del nucleo familiare, bensì un padre-padrone, non affettuoso, ma indisponente, mai arrendevole, bensì pretenzioso e arrogante.

L’autore non rimprovera questo comportamento che nessuno di noi si augurerebbe e men che meno augurerebbe al proprio padre, ma di certo non lo può approvare essendo pienamente contrario a quelli che oggi sono i diritti prima del bambino e poi della persona e che una volta erano solo parte di una morale comune che disapprovava una padronanza così completa da parte del padre (pur nemmeno lontanamente ai livelli di oggi). L’autore non rimprovera, non approva, ma compatisce la figlia, Gertrude, vittima prima ancor della nascita di un tale supplizio dettato dalla mentalità nobiliare. Lo vediamo nei tratti in cui le assegna epiteti come: “... poveretta...”, “... misera ascoltatrice...”, “... infelice...”, “... sventurata...” e altro.

Concludo quindi appoggiando l’opinione di Manzoni riguardo al comportamento umanamente scorretto del principe padre e allo stesso tempo sono costretto, al pari dell’autore, a comprenderlo, limitandomi, al massimo, a compatire la misera figlia di un padre così legato alla e dalla mentalità nobiliare seicentesca. Infine ammetto l’abilità di Manzoni nel rendere così comprensibile un intera corrente di pensiero della nobiltà con la sola magia dei caratteri.

 

I PROMESSI SPOSI

CAPITOLO 1

(sera 7 NOVEMBRE 1628)

ampia, precisa e realistica descrizione paesaggio

descrizione di Don Abbondio che torna a casa e incontra 2 bravi che gli dicono di non celebrare il matrimonio fra Renzo e Lucia

scommessa tra Don Rodrigo e cugino Attilio per beccarsi Lucia

Perpetua riesce a farsi raccontare tutto da Don Abbi

CAPITOLO 2

(mattina 8 NOVEMBRE 1628)

Don Abbi cerca di guadagnare tempo

Renzo va da lui e decide di aspettare una settimana perché Don Abbi gli dice che ci sono problemi amministrativi

Renzo incontra Perpetua che gli dice tutto

Don Abbi gli confessa che è stato Don Rodri

Renzo lo dice a Lucia che dice a gente paese che prete è malato

CAPITOLO 3

(8 NOVEMBRE 1628)

Lucia racconta ad Agnese e Fra Cristoforo della scommessa di Don Rodri e Attilio

Cristoforo consiglia di affrettare le nozze

Agnese consiglia a Renzo di andare dall' avvocato di Lecco, Azzeccagarbugli

Renzo va da lui e l' avvocato dapprima pensa che Renzo sia un bravo ma quando capisce che si tratta di Don Rodri lo caccia

Renzo torna a casa e aspetta Cristoforo con Lucia e Agnese

CAPITOLO 4

(mattino 9 NOVEMBRE 1628)

Cristoforo parte per raggiungere Lucia

FLASHBACK: Cristoforo si chiamava Ludovico, era figlio di un ricco mercante, educato come un nobile, anche lui aveva i suoi bravi. Un giorno su un marciapiede nessuno dei 2 signorotti voleva lasciare il passo all' altro. L' altro uccide un bravo di Ludovico e lui uccide lui. Spinto dal rimorso decide di farsi prete e va a scusarsi con la famiglia del nobile

CAPITOLO 5

(9 NOVEMBRE 1628)

F. Cris arriva da Lucia e decide di affrontare direttamente Don Rodri

arriva al palazzo e viene accolto al banchetto di Don Rodri, là si parla del + e del -, della guerra per la successioneal Ducato di Mantova, della carestia

Don Rodri decide di parlargli

CAPITOLO 6

(sera 9 NOVEMBRE 1628)

Don Rodri è arrogante con P. Cris e Cris ha parole di preghiera che indispettiscono l' altro. Don Rodri dice di consigliare a Lucia di mettersi sotto la sua protezione. Cris s' incazza e gli fa una profezia "verrà un giorno...", allora Don Rodri ha paura e lo caccia

Mentre Cris esce un servitore di Don rodri gli dice che stanno macchinando qualcosa e che verrà al convento a parlargli

Agnese ha l' idea del matrimonio per sorpresa e Renzo trova i 2 testimoni: Tonio e Gervaso, che dovevano saldare un debito con Don Abbi

bisogna convincere Lucia, lei vuole parlarne con Don Abbi ma Agnese le dice di no

CAPITOLO 7

(fino a mattina 10 NOVEMBRE 1628)

P. Cris annuncia l' esito negativo e dice di sperare in Dio

Renzo è isterico e dice che vuole uccidere Don Rodri, allora Lucia si dichiara disposta a tentare il matrimonio per sorpresa

il giorno dopo Agnese manda Menico da P. Cris

Don Rodri dice al Griso di rapire Lucia

i bravi travestiti da mendicanti si recano a casa di Lucia per studiare il terreno

la sera Griso manda 3 dei suoi bravi da Lucia, intanto il servitore va da Cris

Agnese, Lucia, Renzo e i 2 testimoni vanno da Don Abbi

CAPITOLO 8

(sera 10 NOVEMBRE 1628)

Perpetua annuncia la visita di Tonio per saldare il suo debito e Don Abbi lo accoglie prima che cambi idea

Agnese riesce ad allontanare Perpetua parlando del mancato matrimonio con uno dei suoi pretendenti

Renzo e Lucia entrano e si nascondono dietro a Tonio e Gervaso mentre Don Abbi scrive la ricevuta

Don Abbi alza la testa e renzo pronuncia la formula, Lucia non riesce perché Don Abbi rovescia il tavolo e la avvolge in un tappeto, poi fugge e Renzo cerca di fermarlo

i bravi intanto erano entrati in casa di Agnese e avevano sorpreso Menico di ritorno dal convento

Menico sfugge ai bravi, incontra Renzo, Lucia e Agnese e gli dice di stare attenti e di andare da cris

arrivano al convento e decidono di dividersi: Lucia e Agnese andranno con una lettera del frate in un convento a Monza e Renzo andrà con un' altra lettera a Milano presso i cappuccini

partono

CAPITOLO 9

(mattino 11 NOVEMBRE)

giunti a Monza si separano

FLASHBACK: il padre di Gertrude l' aveva destinata al convento fin dalla nascita perché voleva lasciare la sua ricca eredità al maschio, come consuetudine. A 6 anni è affidata a un convento ma la vicinanza con compagne destinate al matrimonio le fa cambiare idea, allora scrive a suo padre. Non riceve risposta e quando torna a casa si trova in un ambiente ostile e una sua avventura con un paggio le viene dipinta come un grave delitto. Capisce che l' unica speranza è farsi suora.

CAPITOLO 10

(11 NOVEMBRE 1628)

quando Gertrude chiede perdono, il padre sfrutta il momento per farle accettare il convento

all' esame con il vicario delle monache, uno che deve accertare se la decisione era spontanea, non ha il coraggio di dire la verità a si fa suora ma non trovò mai serenità e consolazione nella fede e continua a rimpiangere la libertà perduta

si fece sedurre da Egidio e ne divenne l' amante ma poi una conversa maltrattata minaccia di dirlo, allora lei e lui la uccidono

Lucia viene accolta al monastero

Capitolo 11

(notte 10 NOVEMBRE 1628)

Don Rodri si arrabbia col griso perché ha fallito e lui e Attilio pensano che dietro ci sia Cris, allora va punito perché è in gioco l' onore della famiglia, a Milano Attilio parlerà col conte zio

Griso intanto li ha scoperti e riceve l' ordine di cercare Lucia a Monza

giunto a Milano Renzo è finito nel tumulto di San Martino ma lui non lo sa, si reca al convento dei cappuccini ma padre Bonavventura non c'è, allora se ne va a vedere cosa succede in città

CAPITOLO 12

(11 NOVEMBRE)

in assenza del governatore Milano era affidata al cancelliere Ferrer, che abbassa il prezzo del pane perché il popolo si lamenta

così a poco a poco i fornai andavano in fallimento e si lamentavano

la gente si riunisce e aggredisce un garzone che consegnava il pane, poi saccheggia il forno, la giustizia non ha potere perché sono troppi

pensano che Renzo sia il vicario e se la prendono con lui

CAPITOLO 13

(11 NOVEMBRE 1628)

il vicario si chiude in casa per la paura e Renzo vuole aiutarlo allora esprima ad alta voce la sua disapprovazione ma viene preso come spia del vicario

arriva Ferrer e nasconde il vicario nella sua carrozza poi inizia il viaggio di ritorno

la gente pensa che il vicario andrà in prigione

il vicario vuole lasciare la politica e fare l'eremita

 

fine articolo

 

 

INTRODUZIONE AI PROMESSI SPOSI

 

 

 

         Alessandro Manzoni inizia a scrivere I Promessi Sposi il 24 aprile 1821, mentre si trova con la famiglia nella bella villa di

Brusuglio, immersa nella campagna, a pochi chilometri da Milano.

Sono tempi difficili: in città la polizia austriaca sta arrestando, uno a uno, i patrioti affiliati alla società segreta della Carboneria.

L'anno prima è stato arrestato Pietro Maroncelli e ora sono in corso i processi nei quali sono anche implicati i collaboratori del

Conciliatore, tra cui il direttore del giornale, Silvio Pellico (1789-1854).

         Molti di loro sono amici e conoscenti di Manzoni che spera, nel suo rifugio, di non essere coinvolto né chiamato a subire

estenuanti interrogatori .

         Ha con sé alcuni libri: le Storie milanesi di Giuseppe Ripamonti (1573-1643) e il saggio di Melchiorre Gioia

(1767-1829) Sul commercio di commestibili e caro prezzo del vitto, dove legge il passo di una grida (legge emanata dal

Governatore di Milano, chiamata così perché veniva gridata nelle strade da pubblici ufficiali, al fine di informare i cittadini,

spesso analfabeti) del Seicento, che commina pene severe a chi impedisca la celebrazione di un matrimonio.

         Nell'arco di quaranta giorni Manzoni stende di getto l'Introduzione e i primi due capitoli del romanzo che, in realtà, sta

enucleando nella mente da alcuni anni e che rappresenta una vera e propria sfida, per la sua novità formale e di contenuto.

Ricostruire il processo di ideazione, stesura e revisione di questo capolavoro significa aprire anche uno spaccato sulla vita

culturale dell'Ottocento e calarsi in quell'affascinante fase della cultura italiana che segue e sorregge le prime fasi del processo di

unificazione nazionale.

 

   - L'Illuminismo lombardo

 

         Il tardo Settecento è un momento particolarmente felice per la vita culturale di Milano: la Lombardia, infatti, è passata nel

1713, con il trattato di Utrecht, sotto il controllo dell'Austria, liberandosi dal malgoverno spagnolo. Sovrani aperti alle riforme,

come Maria Teresa e suo figlio, Giuseppe II d'Asburgo, introducono innovazioni che danno, nel decennio 1770-80, i primi

risultati positivi. Ricordiamo in particolare l'istituzione del Catasto geometrico della proprietà fondiaria che pone la proprietà

terriera su basi sicure, regola il gettito fiscale, accorda facilitazioni agli agricoltori più intraprendenti, senza danneggiare

l'aristocrazia, che poggia la sua ricchezza sul razionale sfruttamento della fertile pianura Padana.

         Gli intellettuali, per lo più di estrazione nobiliare o alto-borghese, sono chiamati a collaborare: ricevono incarichi di

responsabilità e a volte sono accreditati consulenti per migliorare la legislazione e controllare l'opportunità di scelte fondamentali,

in ambito monetario o nei rapporti commerciali.

         Pietro Verri (1728-1797) è un esempio convincente di questa figura di intellettuale calato nella vita civile: chiamato a far

parte nel 1770 della Giunta per la riforma fiscale, ottiene l'abolizione degli appalti privati nella riscossione delle imposte.

Come presidente del Magistrato camerale (l'equivalente della direzione finanziaria), si sforza di riorganizzare meglio l'apparato

fiscale. Intanto si diffondono in Europa nuove idee che egli enuclea nelle Meditazioni sull'economia politica (1771).

         Il movimento culturale dell'Illuminismo (così chiamato perché gli intellettuali confidano unicamente nel lume della

Ragione) nasce in Inghilterra e si sviluppa rapidamente in Francia, Italia e nel resto dell'Europa. Gli illuministi esaltano una cultura

operativa, che propugna lo sviluppo della scienza e delle tecniche. Ricordiamo che l'opera più significativa di questo movimento,

l'Enciclopedia (in 17 volumi pubblicati tra il 1751 e il 1772, più altri volumi successivi di tavole), riceve dai suoi ideatori e

organizzatori, Denis Diderot (1713-1784) e Jean Baptiste d'Alembert (1717-1783), un significativo sottotitolo: Dizionario

ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, da parte di un'associazione di letterati. Ad essa collaborano, con articoli

e interventi sulle varie voci, i nomi più prestigiosi della Francia del tempo: Voltaire (1694-1778), Jean-Jacques Rousseau

(1712-1778), Charles de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), Étienne de

Condillac (1715-80), Paul-Henry D'Holbach (1723-89), il naturalista George-Louis Buffon (1707-88), gli economisti Robert

Turgot (1727-81) e François Quesnay ( 1694-1774).

         Si diffondono i giornali, sul modello dello Spectator (1711) dell'inglese John Addinson, strumento di informazione

destinato al largo pubblico, e dello spregiudicato "Tatler" ("Il Chiacchierone") di Richard Steele.

         A Milano questa cultura, proiettata verso il progresso, attenta ai problemi concreti dell'uomo, pronta a intervenire nella

gestione del pubblico interesse, trova attenti interlocutori. Nasce, così la Società dei Pugni e un periodico, "Il Caffè", edito dal

giugno 1744 al maggio1766. Si distinguono, per impegno e numero di interventi, i fratelli Pietro e Alessandro Verri

(1741-1816), ma il collaboratore più prestigioso è Cesare Beccaria (1738-1794), l'autore di un vero best-seller, il trattato Dei

delitti e delle pene (1764) in cui dimostra l'inefficacia della pena di morte e delle torture nella prevenzione dei delitti.

 

   - Il Romanticismo

 

         Il Romanticismo entra in Italia attraverso la garbata mediazione di una grande "operatrice culturale", madame de Stäel

(1766-1817). Il suo articolo, Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni, esce nel gennaio del 1816 sulla Biblioteca italiana,

periodico milanese promosso e divulgato a cura del governo austriaco.

         La scrittrice francese invita gli italiani ad aprire i propri orizzonti, a guardare anche alla produzione d'oltr'Alpe e, in

particolare, agli sviluppi della cultura in Inghilterra, Germania e Francia, dove ormai si sta diffondendo il Romanticismo. Subito

si infiamma il dibattito fra i critici della proposta della Stäel e i suoi sostenitori, come Pietro Borsieri (1786-1852), autore

dell'articolo Intorno all'ingiustizia di alcuni giudizi letterari italiani (1816) e Ludovico Di Breme (1780-1820) che scrive

Avventure letterarie di un giorno (1816), ma non mancano in primo piano gli amici del Manzoni, come Ermes Visconti e

Giovanni Berchet. Questi, nella Lettera semiseria di Giovanni Grisostomo (dicembre 1816), elabora il manifesto del

Romanticismo italiano. In tono elegante e vivace polemizza contro i classicisti, che ripetono sempre gli stessi moduli poetici,

imitando i modelli antichi, fanno della poesia mezzo di diletto, piuttosto che di educazione, ignorano il sentimento, si rivolgono a

una categoria ristretta di "addetti ai lavori".

         Invece il Romanticismo propugna un'arte diretta a un ampio pubblico borghese, mira a riprodurre i problemi degli uomini,

calati nella realtà, si propone una funzione importante, perché vuole educare le menti e i cuori.

 

         Anche Alessandro Manzoni vi aderisce con entusiasmo, ma non si pronuncia per iscritto. Conosciamo le sue idee sul

questo movimento dalla lettera Sul Romanticismo, inviata al marchese Cesare D'azeglio nel 1823 e pubblicata senza il suo

consenso nel 1846. Egli ritiene assurdo l'uso della mitologia, massicciamente presente nella poesia neoclassica, perché crea una

letteratura d'evasione, elaborata secondo l'imitazione acritica, pedissequa e anacronistica dei classici. Invece l'opera d'arte deve

essere educativa, cioè deve aiutare l'uomo a conoscere meglio se stesso e il mondo in cui vive. In questo testo Manzoni elabora

una formula che mette a fuoco la sua concezione poetica: l'opera letteraria ha «l'utile per iscopo, il vero per oggetto e

l'interessante per mezzo».

         È questa un'affermazione non nuova nella forma, ma certamente nuova nella sostanza. L'utile coincide con la moralità in

senso cristiano ed è il fine stesso della poesia tesa alla formazione delle coscienze; l'interessante viene a coincidere con la scelta

stessa dell'argomento da trattare, che deve restare nell'ambito della meditazione sull'uomo, sulla sua vita e sul suo rapporto con

la Divina Provvidenza; mentre il vero coincide con la ricerca del vero storico.

         In pratica considera il Romanticismo come un rinnovamento dei moduli espressivi e dei temi propri della letteratura,

poiché si indirizza a un pubblico vasto. In modo particolare sottolinea le peculiarità del Romanticismo lombardo‚ che, erede

dell'Illuminismo, non lo sconfessa ma ne approfondisce e sviluppa le tematiche. Aperta all'Europa, Milano, ex capitale della

napoleonica Repubblica Cisalpina, ospita intellettuali e periodici che non intendono sconfessare la Ragione, ma, semmai,

vogliono affiancarle il sentimento, per rendere più completa la visione dell'uomo. In nome della Ragione si cerca di svecchiare la

letteratura, liberandola da regole assurde, come le tre unità aristoteliche, che hanno condizionato la produzione teatrale italiana

sino al Settecento.

         I classici sono letti con ammirazione e costante interesse, ma non più imitati, perché l'opera d'arte nasce strettamente

congiunta con lo spirito di un'epoca, che è irripetibile. Infine anche la Religione è vissuta in sintonia con il vaglio della Ragione.

         L'esempio più evidente delle strette interrelazioni tra i due movimenti culturali, in Lombardia, è proprio Manzoni, un

grande romantico, nipote di un grande illuminista, Cesare Beccaria. Ma c'è di più: il Romanticismo lombardo porta avanti, senza

nasconderlo, un preciso intendimento patriottico-risorgimentale che emerge dalle pagine del periodico Il Conciliatore.

         È un foglio azzurro che viene pubblicato due volte la settimana a Milano, dal 3 settembre 1818 al 17 ottobre 1819: viene

sostenuto economicamente dal conte Luigi Porro Lambertenghi (1780-1860) e dal conte Federico Confalonieri (1785-1846),

che collaborano anche con interventi redazionali. Lo dirige il piemontese Silvio Pellico e scrivono articoli Giovanni Berchet,

Ludovico Di Breme, Pietro Borsieri, Ermes Visconti. Collaboratori occasionali sono grandi nomi dell'economia, come

Melchiorre Gioia, Gian Domenico Romagnosi (1761-1835) e Giuseppe Pecchio (1785-1835), storici come il ginevrino

Sismonde de Sismondi (1773-1842), scienziati come il medico-letterato Giovanni Rasori (1766-1837).

         Manzoni ne rimane estraneo, troppo assorbito dalla sua attività creativa, che in quegli anni è davvero intensa. Segue, però,

con attenzione e partecipazione, condividendone il programma. Il titolo del periodico, Conciliatore, non è casuale: nasce

dall'intenzione di mettere in comune gli sforzi dei circoli intellettuali milanesi per dare alla letteratura forza ed efficacia, per

elaborare un valido progetto culturale, sociale e politico: inevitabile, quindi, proprio alla luce dell'evidente intento patriottico, che

intervenga l'occhio vigile della censura austriaca, la quale lascia ben poca vita al giornale. L'impegno sociale del Conciliatore,

che mira alla «pubblica utilità», istruendo i Milanesi sulle innovazioni che in Europa segnano il progresso in tutte le branche del

sapere (dalla pedagogia all'agricoltura, dalle istituzioni alla medicina, dalle scienze naturali alle loro applicazioni tecniche), lo

pongono sulla linea del Caffè, del quale, peraltro, i "conciliatori" si considerano eredi e prosecutori.

         Naturalmente il giornale si presenta come espressione di una cultura italiana. Per esempio, il problema della coltivazione

della vite in Toscana non risulta meno interessante di quello dei bachi da seta in Lombardia. C'è quanto basta per indurre

l'Austria a sopprimere il giornale e costringere al silenzio i collaboratori con l'intimidazione o la deportazione: tra questi

ricordiamo Silvio Pellico, il quale riporta le memorie della sua prigionia nel carcere asburgico dello Spielberg nel libretto Mie

prigioni (1832), che fece grande scalpore e rappresentò per l'Austria una notevole sconfitta.

 

         Gli anni del "periodo creativo" del Manzoni sono caratterizzati da grandi eventi storici che si ripercuotono sulla

Lombardia, lasciando tracce profonde. Il crollo di Napoleone, e la restaurazione sui troni degli antichi sovrani, "spazzati via"

dalla conquista francese, porta la Lombardia nuovamente sotto la dominazione austriaca. Anche qui, come in altri Paesi europei,

si formano società segrete; in Lombardia sorge la Carboneria, che organizza moti insurrezionali, destinati a fallire prima ancora

di realizzarsi.

         Manzoni abbraccia gli ideali patriottici e risorgimentali, auspicando l'indipendenza e l'unificazione delle regioni italiane:

esprime le sue idee soprattutto nelle quattro appassionate Odi civili.

         Proprio il Cinque maggio, che non ha un carattere militante patriottico, perché non invita all'azione, rappresenta una

riflessione sul rapporto fra l'uomo e la storia. Manzoni introduce il concetto di provvida sventura, affermando che le sconfitte,

come l'esilio di Napoleone, avvicinano l'uomo alla fede e gli fanno conquistare qualcosa di molto più alto e prezioso, la salvezza

dell'anima.

         Con la scrittura delle tragedie, Il conte di Carmagmola e l'Adelchi, si rafforzano proprio due concetti che diventeranno il

fondamento della poetica manzoniana: la provvida sventura e il vero storico.

         Nella Lettre à monsieur Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, pubblicata nel 1823, il Manzoni

offre un vero saggio di metodologia. Egli sostiene che l'unità d'azione non corrisponde a un singolo avvenimento, ma a molti

avvenimenti, anche lontani nel tempo e nello spazio; essi, però, sono collegati da rapporti interni (come quello di causa ed

effetto). Collante che garantisce l'unità dell'azione è, per Manzoni, il vero storico ossia rispetto per i fatti e riproduzione fedele

delle caratteristiche dei personaggi, così come ci sono state tramandate dalla storia e puntualizzate in seguito a una severa

ricostruzione preliminare. Sentiamo l'eco dell'insegnamento dello Schlegel che costituisce il punto fondamentale della poetica

manzoniana: il rispetto della verità storica è garanzia della validità morale ed estetica dell'opera d'arte: l'unità d'azione, dunque,

nasce dalla capacità dello scrittore di cogliere i nessi tra gli eventi e rintracciarne il senso più alto. Si noterà anche che non è

estranea, soprattutto in quest'ultima implicazione, la visione religiosa dell'autore.

 

   - L'ideazione

 

         Siamo arrivati al punto da cui eravamo partiti. All'inizio abbiamo detto che Manzoni ìdea I Promessi Sposi leggendo una

grida del Seicento, riportata da Melchiorre Gioia. È la stessa trascritta nel terzo capitolo del romanzo, circa le pene a cui va

incontro chi impedisca la celebrazione di un matrimonio.

         «Sai che cos'è stato che mi diede l'idea di fare I Promessi Sposi? È stata quella grida che mi venne sotto gli occhi per

combinazione, e che faccio leggere, appunto, dal dottor Azzecca-garbugli a Renzo dove si trovano, tra l'altro, quelle penali

contro chi minaccia un parroco perché non faccia un matrimonio. E pensai, questo sarebbe un buon soggetto per farne un

romanzo (un matrimonio contrastato), e per finale grandioso la peste che aggiusta ogni cosa!», scriverà il Manzoni, anni dopo, al

figliastro Stefano Stampa.

         Sono anni di lavoro intenso. Così Pietro Citati lo immagina intento nel suo sforzo creativo: «Fu il periodo più felice della

sua vita: l'unico, forse, felice ch'egli conobbe... Era incuriosito e divertito da quello che raccontava, e per la prima volta scoprì la

gioia di proporre avventure, di sciogliere intrighi, di giocare con i fatti... persino la nevrosi e gli incubi sembrarono allentare per

qualche tempo la loro presa sopra di lui» (da Pietro Citati, La collina di Brusuglio, in Immagini di Alessandro Manzoni,

Milano, Mondadori, 1973, p. XXXIX).

         Come arriva al romanzo? Quali sono le urgenze interiori che lo avvicinano a questo tipo di produzione, pressoché assente

in Italia, considerata anzi con una sorta di sufficienza dagli intellettuali, perché orientato verso un pubblico borghese di non

"addetti ai lavori"?

         In realtà Manzoni capisce che né la lirica civile né il teatro soddisfano quel bisogno di comunicare "ad ampio raggio" che

è una sua aspirazione profonda. Anzi, i personaggi del teatro si trasformano quasi in simboli, si innalzano in una sfera astratta che

coinvolge la meditazione esistenziale: Adelchi è un eroe, chiuso nel cerchio sublime del suo pessimismo. Quanti lettori possono

riconoscersi in lui, pur condividendone, i princìpi e le aspirazioni?

         Il romanzo, invece, si presenta al largo pubblico con un linguaggio più semplice, una narrazione avvincente, personaggi

verosimili per le loro umanissime reazioni. Il genere del romanzo è l'immagine letteraria della classe borghese che rappresenta un

pubblico non d'élite e tuttavia desideroso di letture.

         Grazie a Fauriel, durante il secondo soggiorno parigino, Manzoni ha conosciuto le opere dello scozzese Walter Scott: con

lui si parla di romanzo storico perché le vicende sentimentali dei protagonisti sono calate in periodi storicamente ben definiti e

per lo più nel Medioevo, ricostruito con una certa attendibilità. Ivanhoe è, all'interno della feconda vena narrativa dello Scott, il

romanzo più celebre, pubblicato nel 1820. Se vogliamo comprendere in quale misura il Manzoni ne rimane influenzato, ma

anche se ne distacca per costruire I Promessi Sposi all'insegna di una straordinaria originalità, bisognerà soffermarci un poco su

di esso.

 

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         La vicenda di Ivanhoe è ambientata nell'Inghilterra del XII secolo. I Normanni hanno imposto la loro supremazia sui Sassoni e re Riccardo

Cuor di Leone cerca di amalgamare i due popoli. Partito per una crociata, il sovrano ha affidato l'amministrazione del regno al fratello Giovanni,

incapace e sleale.

         La narrazione comincia con la descrizione di un grande torneo, in cui si distingue un misterioso cavaliere, che poi si scoprirà essere

Wilfred d'Ivanhoe, figlio di Cedric il Sassone, tornato dalla Terrasanta. Egli viene ripudiato dal padre, perché vorrebbe trovare un accordo con i

Normanni. Per questo non può sposare lady Rowena, pupilla di Cedric, deciso a maritarla soltanto a un Sassone fedele ai suoi principi. Nella

storia intervengono vari personaggi. L'ebreo Isacco di York e la figlia Rebecca aiutano Ivanhoe quando si trova in difficoltà, mentre Robin Hood,

con i suoi uomini, fuorilegge abitanti la foresta di Sherwood, che rifiutano di pagare le tasse, non esitano a dare man forte al cavaliere, circondato

da nemici. Tra questi è accanito il templare Brian de Bois-Guilbert che, alla fine, viene ucciso in duello. La storia, naturalmente, è a lieto fine:

Ivanhoe e Rowena si sposano, il misterioso personaggio che ogni tanto compare, denominato "il cavaliere nero", non è altri che re Riccardo,

tornato a riportare il buon governo. La giustizia e l'amore trionfano.

 

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         Come si può notare, il romanzo è impostato sulla contrapposizione di buoni perseguitati e di cattivi persecutori, i quali

troveranno il giusto castigo. L'amore, a lungo mortificato e quasi annullato dalla prepotenza dei "cattivi", alla fine si risolve in

nozze benedette.

Alessandro Manzoni comprende le enormi potenzialità letterarie contenute nel romanzo. In Italia questo esperimento non è

ancora compiuto. Circola solamente il romanzo epistolare di Ugo Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis (1817), dal carattere

parzialmente autobiografico, dove al tema dell'amore si unisce quello della patria asservita allo straniero. Jacopo, deluso nelle

speranze di sposare l'amata e deluso perché con il trattato di Campoformio del 1797 la Repubblica di Venezia è caduta in mano

agli Austriaci, si uccide.

 

   - L'Europa e il romanzo

 

         Nell'Europa del primo Ottocento, invece, il romanzo si è affermato pienamente da circa un secolo. Compare in Francia

nel 1678 con la commovente vicenda della Princesse de Clèves narrata da madame de La Fayette: ambientato a metà del

Sedicesimo secolo, alla corte di Enrico II, è la storia di una passione tenuta a freno dal senso dell'onore e del dovere.

Avventura e ricerca filosofica sono abbinate nel romanzo di Voltaire Candide(1759) in cui un giovane, dopo mille peripezie,

sposa la sua amata, ormai vecchia e brutta, ma scopre anche il senso della vita.

         Nei Promessi Sposi le partenze i viaggi, le separazioni, le ricerche, gli incontri fortuiti sono piuttosto frequenti e, alla base,

sta il meccanismo tipico dei romanzi d'avventura.

D'altra parte il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau, nel romanzo La nouvelle Eloïse (1761), riprende il tema dell'amore

contrastato dal senso del dovere, costruendo un modello insuperabile di eroina romantica nella figura di Giulia, figlia obbediente

e moglie fedele al quale, fatte le debite riserve, potremmo accostare quello di Lucia. Il tema del viaggio, del naufragio, delle

difficoltà a cui l'uomo, con la scienza, sa porre rimedio, tornano in Robinson Crusoe (1719) dell'inglese Daniel De Foe, mentre

il motivo dell'ingiustizia e della malvagità del nobile che si accanisce su un giovane povero emerge in Tom Jones (1749) di

Henry Fielding.

         Inutile dire che tutti questi romanzi si risolvono con un lieto fine: l'intrigo viene smascherato e il perseguitato riceve la giusta

dose di ricompensa, proprio come nei Promessi Sposi, benché nel romanzo manzoniano esista una componente che manca in

tutti gli altri: la visione religiosa. Abbiamo dovuto anticipare questa osservazione per evitare false interpretazioni. Nel

Settecento, all'interno del filone "gotico", compaiono romanzi "neri", in cui gli eroi si muovono su sfondi tenebrosi di castelli

popolati da forze misteriose e sovrumane, ostacolati da malvagi che evocano potenze ultraterrene: è questo il contenuto del

Castello di Otranto (1764) dell'inglese Horace Walpole, in cui emerge la figura della fanciulla che, a causa della persecuzione

del nobile prevaricatore, non può sposare il giovane che ama. La monaca (1796) del francese Dénis Diderot, narra le peripezie

di una giovane che entra in convento, forzata dalla famiglia: non possiamo non pensare alla celebre vicenda manzoniana della

monaca di Monza, anche se la storia di questo personaggio è recuperata dalle cronache secentesche del Ripamonti. Il monaco

(1796 ), di Mattew Gregory Lewis, rappresenta il tipico esempio di romanzo gotico in cui orrore, erotismo, suspense e violenza

si mescolano, avvincendo il lettore. Non dimentichiamo che anche nei Promessi Sposi non mancano rapimenti e colpi di scena,

compaiono personaggi che potrebbero ben essere definiti "oppressori".

         Il grande scrittore tedesco Wolfgang Goethe (1739-1842) suggerisce al Foscolo il tema dell'amore infelice nelle Ultime

lettere di Jacopo Ortis con il romanzo I dolori del giovane Werther (1774), che racconta la storia di un amore impossibile

per la bella Carlotta. Tuttavia nell'altro suo romanzo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister (1795) offre un valido

spunto anche per Manzoni. L'analisi goethiana della formazione del giovane, infatti, non è estranea all'ideazione del personaggio

di Renzo che, nel corso del romanzo, matura e arricchisce la sua esperienza, sino a consolidare una personalità sicura.

 

   - Fermo e Lucia

 

         La prima stesura dei Promessi Sposi è molto diversa dall'edizione definitiva, che vedrà la luce quasi vent'anni dopo, nel

1840. L'autore, nell'arco di due anni scrive il romanzo in quattro tomi, intitolandolo provvisoriamente Fermo e Lucia, dal nome

dei protagonisti.

La composizione inizia nel 1821 e termina nel 1823, con alcune interruzioni. Le sue fonti sono quelle già citate: oltre ai romanzi

che circolano in quegli anni e che vengono pubblicati intorno al 1820, come quello di Walter Scott, il Manzoni attinge alle

cronache e alle opere di storiografia del Seicento: ricordiamo: De peste Mediolani quae fuit anno MDCXXX (La peste che

scoppiò a Milano nel 1630), e Historiae Patriae (Le storie della patria, in 23 libri) di Giuseppe Ripamonti (1573-1643), il

Raguaglio di Alessandro Tadino (1580-1661), medico milanese che diagnosticò la peste e le sue cause, nonché le già citate

opere dell'economista Melchiorre Gioia, contemporaneo del Manzoni.

         La novità che balza subito all'occhio è il fatto che sono protagonisti personaggi di origine umile e l'ambientazione è di tipo

rurale. Niente cavalieri né damigelle, tornei, imboscate e duelli all'ultimo sangue, ma solo situazioni che, trasposte in epoche

diverse, potrebbero vedere coinvolto chiunque. Certo non mancano vicende eccezionali, come la peste, la guerra, il rapimento

della protagonista, una clamorosa conversione: tuttavia Manzoni le presenta con estrema verosimiglianza. Infatti crede nella

necessità di rifondere, nel romanzo, il vero storico e l'invenzione poetica: lo scrittore pensa che la letteratura, per avere

carattere educativo, non può rinunciare a proporsi come momento di conoscenza e stimolo alla riflessione. Perciò deve

prospettare personaggi, vicende, situazioni, considerazioni, scene, dialoghi e soliloqui in cui il lettore si possa riconoscere.

         Come mai la scelta degli umili come protagonisti? E perché proprio un romanzo storico? Sicuramente non è estranea la

concezione cristiana del Manzoni e la sua opinione che la storia sia fatta dalla gente comune, dalla massa popolare, piuttosto che

dalle élites al potere. Naturalmente si tratta di una narrazione, nella quale una vicenda d'amore è inserita in un contesto illustrato

con precisione e sul quale l'autore si documenta con cura puntigliosa. A questo punto torniamo ancora una volta al felice

binomio di verità e fantasia che dà al romanzo realismo e universalità.

         Spieghiamoci meglio: l'ambientazione rigorosamente studiata e i tipi umani scelti dall'autore rimandano alla realtà. I

protagonisti non sono creature eccezionali, ma gente semplice come se ne trova ovunque e in ogni epoca. I personaggi "storici",

ossia quelli ricavati dalle cronache, sono riprodotti senza che mai siano falsate (o "romanzate") le fonti storiche, ma proprio

questi personaggi acquistano una suggestione straordinaria quando l'autore cerca di illuminare la loro psicologia e immagina ciò

che le cronache non possono dire, ossia il loro dramma interiore, il fastello di irrequietezze, di paure, di contraddizioni, le

riflessioni, i compromessi che li portano a scelte e decisioni sofferte. L'autore li ricostruisce dall'interno, inventa il processo

spirituale che li ha resi quelli che tramandano gli storici. Per questa operazione letteraria deve fare appello alla sua arte

poetica, alla sua sensibilità, e, perché no?, anche alla sua esperienza personale: chi potrebbe negare che, per ricostruire la

faticosa conversione dell'innominato, Manzoni non abbia ripensato alla "sua" conversione?

         Un'altra domanda: perché proprio il Seicento? Si può rispondere, ricordando il patriottismo profondo del Manzoni. Nel

secolo della dominazione spagnola sul Milanese, egli ravvisa molte analogie con il suo tempo, in cui la Lombardia è sottomessa

agli Austriaci e ancora compaiono prevaricazioni e violenze. Come a quei tempi gli umili erano in balìa delle forze politiche, così

ora i diritti dei cittadini sono violati e le loro giuste esigenze di libertà sono soffocate. La vicenda è ambientata nel territorio del

Ducato di Milano e dura per due anni, dal 1628 al 1630. Protagonisti sono due giovani borghigiani che non possono sposarsi

perché il signorotto della zona si è incapricciato della promessa sposa. Dopo lunghe peripezie (i fidanzati devono separarsi ma si

ritrovano, poi, in circostanze drammatiche) le nozze vengono celebrate.

 

         Il romanzo non soddisfa affatto l'autore che lo dà in lettura agli amici Visconti e Fauriel. Quest'ultimo gli suggerisce alcuni

tagli sostanziali, per modificare una struttura poco equilibrata, in alcune parti prolissa e fuorviante.

         A questo punto, però, l'autore comprende che non si tratta soltanto di scrivere una bella storia capitata in passato, di

comporre un romanzo che sappia divertire e intrattenere il lettore: sente dentro di sé l'urgenza di trasmettere un messaggio

universale e di dare alla sua opera quella funzione educativa, già obiettivo dei suoi capolavori precedenti. Occorre, quindi,

guadagnare in sobrietà e chiarezza, dando ai personaggi quel carattere particolare che consente di farsi portavoce di

un'esperienza di vita.

         Nel 1825 i quattro volumi sono ridotti a tre, dall'intreccio più agile e organico. Nel 1827 ecco l'edizione (detta

"ventisettana") dei Promessi Sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni: duemila

copie sono esaurite nell'arco di due mesi. Già il titolo è notevolmente suggestivo: l'autore, infatti, si presenta nelle vesti di

scopritore e rifacitore, nel milanese in uso ai suoi tempi, di un antico manoscritto secentesco, composto da un misterioso autore

Anonimo: non è un espediente molto originale, se pensiamo che già Ludovico Ariosto l'ha usato per l'Orlando furioso (1532) e

Miguel de Cervantes se ne è servito per il Don Chisciotte (1605-16015).

 

   - La storia

 

         Vediamo ora, in sintesi, la storia che inizia la sera del 7 novembre 1628.

 

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         Don Abbondio, parroco di un paesino sulle colline presso Lecco, viene minacciato dai bravi di don Rodrigo, affinché non celebri il

matrimonio fra Renzo e Lucia. I malviventi, al servizio del signorotto, sanno incutere una gran paura al pavido curato che, con mille pretesti,

l'indomani convince lo sposo a rimandare la cerimonia. I due giovani cercano una soluzione: Renzo si reca a Lecco per chiedere aiuto

all'avvocato Azzecca-garbugli, Lucia confida nell'intervento di padre Cristoforo, un cappuccino che non esita ad affrontare don Rodrigo in

persona.

         Ma questi è irremovibile; anzi, progetta il rapimento della ragazza. I fidanzati devono fuggire la notte del 10 novembre. Qui la narrazione si

biforca: la storia di Lucia porta il lettore in un convento di Monza. Qui la ragazza trova protezione presso una potente monaca, di cui l'autore ci

racconta la storia. Successivamente Lucia viene rapita dal convento, con la connivenza della suora, e portata in un castello sul confine con il

territorio veneziano; è in quest'occasione che fa un voto alla Madonna: rinunciare a Renzo in cambio della salvezza e della libertà. Lì il rapitore,

l'innominato, un potente malfattore che ha voluto assecondare don Rodrigo, commosso dalla ragazza, decide di cambiare vita: già da tempo si

sentiva stanco di commettere delitti e violenze. Alla "conversione" lo aiutano anche le buone parole dell'arcivescovo di Milano Federigo

Borromeo. Lucia, liberata, trova ospitalità presso la nobile famiglia milanese di don Ferrante e donna Prassede.

         Frattanto Renzo giunge a Milano e si fa coinvolgere nei tumulti scoppiati in seguito alla scarsità di pane. A stento sfugge alla polizia, che

lo crede un sobillatore, e raggiunge il cugino Bortolo a Bergamo, dove lavora in un filatoio, sotto falso nome. Trascorre così un anno. Nel 1630 le

truppe imperiali dei lanzichenecchi scendono in Italia, attraversano il ducato di Milano, per andare ad occupare Mantova: infatti è in corso la

guerra dei trent'anni, che coinvolge molti Stati europei. Francia e Spagna sono in lotta per il controllo del ducato di Mantova e del Monferrato.

Le truppe diffondono la peste che falcia migliaia di vite umane e mette in ginocchio la ricca e prosperosa Milano. Renzo si ammala, ma guarisce e

decide di tornare in cerca di Lucia. La trova al lazzeretto, un centro di raccolta degli appestati di Milano: anche lei ha preso la peste ma l'ha

superata ed ora è convalescente e assiste una ricca vedova di Milano.

         Nel lazzeretto si trova anche don Rodrigo è malato, ma la sua situazione non lascia sperare, ed è stato oltretutto reso folle dalla malattia e

dal tradimento del suo fedele Griso. Non lasciano sperare neanche le condizioni di Fra' Cristoforo che con totale abnegazione assiste i malati: a

lui si rivolge Renzo per la questione del voto, che viene cancellato perché non valido in quanto fatto in condizione di pericolo. Ottenuta la nuova

promessa di Lucia, Renzo torna al paesello per preparare le nozze: un violento acquazzone fa terminare il contagio. I due giovani si riuniscono al

paesello e, finalmente, don Abbondio celebra le nozze. Risolti tutti i problemi, compresa la pendenza con la giustizia relativo al tumulto di San

Martino, la famigliola si trasferisce a Bergamo, dove Renzo impianta un filatoio con il cugino. La storia finisce serenamente.

 

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         Che cosa è cambiato dal Fermo e Lucia ai Promessi Sposi? Qualcosa di molto sostanziale. Non solo, infatti, i

personaggi modificano il loro nome (Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino, filatore di seta, come ricorda il cognome; Lucia

Zarella si chiama Lucia Mondella; fra Galdino, il cappuccino che protegge i fidanzati, assume il nome di padre Cristoforo; il

Conte del Sagrato riceve la misteriosa denominazione dell'innominato, Marianna De Leyva diventa l 'anonima monaca di

Monza), ma sono introdotti tagli decisi alla narrazione. Le vicende dei due personaggi storici per eccellenza (perché sono il

frutto di una pignola consultazione delle cronache del tempo), ossia l'innominato e la monaca di Monza, sono sfumate e

ridotte. Di queste figure il lettore non conosce tutti gli antefatti, ma soltanto le notizie fondamentali: in compenso è approfondito

lo scandaglio psicologico, a tutto vantaggio della poeticità e suggestione della loro personalità. Infatti la storia della fanciulla

monacata per forza nel Fermo e Lucia è così vasta da costituire davvero "un romanzo nel romanzo", che spiazza il lettore e gli

fa dimenticare il filo centrale della narrazione. Inoltre, subito dopo l'interminabile odissea della monaca, ecco apparire il

tenebroso Conte del Sagrato, anche lui con una lunghissima biografia alle spalle, vero excursus in cui il lettore si immerge nel

mondo violento dei sicari secenteschi. Però ne deriva un grosso inconveniente: quando, dopo pagine e pagine, ricompare il

povero Fermo, che poi è il protagonista, sembra quasi un intruso piovuto non si sa da dove. A ciò si aggiunge, come osservano

gli amici di Manzoni, che emerge un eccessivo compiacimento per gli aspetti truculenti, torbidi, violenti dei personaggi. Per

esempio l'autore illustra con esagerato realismo l'agguato del Conte a un nemico sul sagrato della chiesa, oppure si dilunga nel

descrivere l'assassinio di cui la monaca si rende complice tra le mura del convento.

         Tacendo i torbidi retroscena della monaca e lasciando intuire solamente il passato dell'innominato, il romanzo acquista

maggiore eleganza e omogeneità stilistica, mentre i personaggi risultano più misteriosi, interiormente ricchi, sfaccettati, verosimili

e forti di una incredibile capacità di ricreare la suspense.

         Solo don Rodrigo rimane immutato, anzi, risulta peggiore. Sembra che Manzoni voglia davvero fare di lui l'incarnazione

del male di tutto un secolo. Nel Fermo e Lucia, infatti, egli è scosso da una vera passione per la ragazza e vive una tremenda

crisi di gelosia nei confronti di Fermo. La sua persecuzione, in fondo, nasce da un sentimento che potrebbe, se non giustificarla,

renderla umanamente comprensibile. Nella redazione successiva, invece, gli ostacoli che frappone alle nozze nascono da una

futile scommessa stipulata con il cugino Attilio, superficiale e prepotente come lui.

         Alcune scene ad effetto, come la morte di don Rodrigo, che impazzisce per il contagio della peste e si getta in una

furibonda cavalcata nel lazzaretto, vengono riequilibrate, smorzate nella suspense, a tutto vantaggio dell'armonia della

narrazione.

         Anche dal punto di vista strutturale I Promessi Sposi risultano in parte modificati, con lo spostamento di alcuni blocchi

narrativi: i due episodi della monaca di Monza e dell'innominato vengono distanziati con l'inserimento delle avventure di Renzo

nei tumulti di Milano.

         Nell'edizione del Ventisette il Manzoni attua anche tagli decisi nelle parti più specificatamente metodologiche e

storiografiche: abolisce la dissertazione sul problema della lingua del romanzo e toglie tutta la documentazione dei processi

agli untori (presunti responsabili della diffusione della peste a Milano) che ha rinvenuto negli atti riportati dalle cronache milanesi.

Questa documentazione, peraltro di grande interesse, verrà enucleata e rielaborata nella Storia della colonna infame,

pubblicata nel 1842 in appendice all'ultima e definitiva edizione del romanzo.

         Non mancano, infine, le aggiunte: poche, ma utili per infondere al romanzo quel tono di realismo, arricchito da un

umorismo sottile che tempera la drammaticità di alcuni episodi. Per esempio l'autore inventa il soliloquio di Renzo che, in fuga

verso Bergamo, sta cercando un facile guado dell'Adda. È un capolavoro di introspezione psicologica: chi non ha mai parlato da

solo, in maniera concitata e aggressiva, quando ha rimuginato fra sé un torto subito?

         Uno dei primi entusiasti recensori del romanzo è Wolfgang Goethe, ma seguono rapidamente giudizi molto positivi di

scrittori francesi come Stendhal (1783-1842), Alphonse de Lamartine e di autori che languiscono nelle carceri austriache, come

Silvio Pellico («quanto consola il vedere in Manzoni il cristiano senza pusillanimità, senza servilità, senza transazioni co' pregiudizi

dell'ignoranza», scrive dallo Spielberg nel 1829).

         Gli anni compresi tra il 1827 e il 1840 sono dedicati a una attenta revisione linguistica dell'opera. L'autore è da tempo

interessato alla questione della lingua , che in Italia è dibattuta sin dal XIII secolo: se ne occupa Dante Alighieri (1265-1321) nel

De vulgari eloquentia, se ne occupano importanti trattatisti del Cinquecento. Infatti gli Italiani, divisi politicamente, si sentono

uniti nella cultura e nell'Ottocento aspirano a una lingua letteraria che sia nazionale. La tradizione addita nel fiorentino l'idioma più

raffinato della penisola.

         Perciò il Manzoni, che vuole fare del suo romanzo un'opera italiana, e non lombarda, mobilita la famiglia, per trasferirsi a

Firenze qualche tempo. Ha bisogno di "orecchiare" il toscano parlato dalle classi colte, per frequenti e determinanti correzioni al

linguaggio della narrazione.

 

   - L'edizione del 1840 e il linguaggio

 

         Tredici persone, tra cui cinque domestici, stipate in due carrozze, nel luglio 1827 intraprendono il viaggio per quella che il

Manzoni chiama una "risciacquatura in acqua d'Arno".

Nel capoluogo toscano Manzoni riceve un'accoglienza festosa, mentre lo stesso granduca Leopoldo II lo convoca a corte.

         Gli intellettuali che si raccolgono nel Gabinetto scientifico-letterario di Giampiero Viesseux vedono nel Manzoni il

rappresentante più accreditato del Romanticismo nostrano.

         Il suo romanzo non è l'unico nel panorama italiano, poiché negli anni di pubblicazione dei Promessi Sposi sono dati alle

stampe altri romanzi storici, scritti sul modello delle opere di Walter Scott: proprio a Firenze escono, di Francesco Domenico

Guerrazzi (1804-1873), La battaglia di Benevento, L'assedio di Firenze e Beatrice Cenci. Ricordiamo anche Marco

Visconti, di Tommaso Grossi (1790-1853), Ettore Fieramosca, di Cesare D'Azeglio, Margherita Pusterla di Cesare Cantù

(1804-1895).

         Eppure nessuno si sognerebbe di negare il primato ai Promessi Sposi.

 

         A Firenze Alessandro Manzoni si lega d'amicizia con Giuseppe Giusti e Gino Capponi, mentre conosce, senza trarne

grande piacere, Giacomo Leopardi (1798-1837) e Giambattista Niccolini (1782-1861). Conosce anche una fiorentina

"verace", Emilia Luti, che lo segue a Milano, come istitutrice della nipotina Alessandra D'Azeglio, diventa la sua più fedele

collaboratrice nel faticoso lavoro di revisione linguistica che porterà all'edizione del 1840. Quando uscirà l'edizione illustrata dei

Promessi Sposi, il Manzoni gliene regalerà una copia con questa dedica: «Madamigella Emilia Luti gradisca questi cenci da lei

risciacquati in Arno, che Le offre, con affettuosa riconoscenza, l'autore» (da Citati, Immagini di Alessandro Manzoni, pag.

120).

 

         Fermo restando che nella Quarantana rimane inalterata la trama e non sono affatto modificati i personaggi, vediamo di

mettere a punto in che cosa consiste questa revisione linguistica.

Nel Fermo e Lucia il Manzoni ha usato una lingua derivata dalla sua abitudine a scrivere in poesie e in parte anche tradotta dal

francese. Ne è derivato (sono parole sue!) un «composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un

po' anche latine» cui, nella Ventisettana, viene sostituito il toscano letterario, con l'aiuto del Vocabolario milanese-italiano di

Francesco Cherubini, il Dizionario francese-italiano e il Vocabolario della Crusca, nell'edizione 1729-38. È un toscano

libresco che non soddisfa l'autore, il quale crede nel romanzo come genere letterario che si orienta a un lettore dinamico, calato

nella sua epoca, operativo, incisivo nella società e non certo "topo di biblioteca". Il viaggio a Firenze e la collaborazione della

Luti hanno proprio lo scopo di "insegnare" al Manzoni l'uso del fiorentino "borghese", parlato dalle persone colte, con le sue

sfumature ironiche, la sua spigliatezza, la sua armonia e musicalità. L'autore vuole superare il divario tra lingua parlata e lingua

scritta. Non è un capriccio, ma sente che è in gioco un elemento importante circa il futuro del popolo italiano: «per nostra

sventura» aveva scritto anni prima al suo amico Fauriel (in una lettera del 9 febbraio1806) «lo stato dell'Italia divisa in

frammenti, la pigrizia e l'ignoranza quasi generale hanno porto tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta che questa può dirsi

quasi morta». Si tratta di portare a dignità letteraria la lingua d'uso.

         Il suo obiettivo, si è detto, è di raggiungere un pubblico vasto, di non elevata cultura ma sinceramente interessato. D'altra

parte è proprio per questo pubblico che ha scritto il romanzo, genere letterario tenuto in scarsa considerazione dagli intellettuali

italiani che, prima dei Promessi Sposi, ancora lo ritengono proprio di persone poco acculturate.

         L'opera del Manzoni mostra l'assurdità di questo pregiudizio, ma l'autore deve compiere il grosso sforzo di aprire una

strada, anche sul piano del linguaggio, poiché deve inventarlo.

Dopo tredici anni di rimaneggiamenti, finalmente l'editore Redaelli di Milano può far uscire I Promessi Sposi a dispense, nella

sua redazione definitiva. La pubblicazione si conclude nel 1842, riscuotendo un grande successo grazie, ovviamente, anche alla

forma linguistica, in cui Manzoni riesce a superare la discrepanza tra lingua scritta e lingua parlata e appronta lo strumento

espressivo tanto atteso dai Romantici per una letteratura nazional-popolare.

         Non di rado l'autore dialoga con il pubblico, chiamandolo «i miei venticinque lettori» o interrogandolo giovialmente su

qualche problema, presentato in modo ironico. È un modo di costruire un rapporto immediato, che contribuisce a sottolineare

l'intento educativo del romanzo, finalmente riconosciuto nella sua dignità di genere letterario a tutti gli effetti.

         I critici sottolineano la vivacità dei dialoghi, la pluralità dei registri, che passano dal tono amichevole e colloquiale a quello

solenne e persino oratorio (per esempio del cardinal Borromeo).

 

         Manzoni sa introdurre una garbata ironia laddove la tensione emotiva si fa troppo opprimente, ma sa anche assumere la

severità dello storico che riferisce avvenimenti con l'indicazione delle fonti. Non meno importante è la capacità mimetica

dell'autore che sa mettere in bocca ai personaggi esattamente le parole e il tono giusto, quasi suggerendo al lettore anche

l'intuizione del gesto che lo accompagna. Quando il conte, zio di don Rodrigo, un "pezzo grosso" del Consiglio segreto, accoglie

nel suo studio il padre provinciale, responsabile dei cappuccini del ducato, per decidere la sorte di padre Cristoforo, il Manzoni

dice che «il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo» (cap. XVIII) e l'ampollosità della frase sottolinea la

cerimoniosità dei due interlocutori.

         Quando don Ferrante, nobile e ricco intellettuale milanese che ospita Lucia, viene presentato al lettore, l'autore sottolinea,

circa i rapporti con la moglie impicciona : «Che, in tutte le cose, la signora moglie fosse la padrona, alla buon'ora; ma lui servo,

no» (cap. XXVII), sottolineando, con la vivacità della negazione, la dimensione patetica in cui si inserisce il personaggio.

         E così, tanto per sottolineare un toscanismo, è da notare questa espressione: alla domanda di Lucia se rivelerà a padre

Cristoforo il progetto di forzare don Abbondio con il matrimonio "a sorpresa", «- Le zucche! -» (cap. VII), risponde Renzo,

frase che equivale a un "Fossi matto!", ma ha sicuramente un'incisività, una pregnanza e un'arguzia molto maggiori.

         La lingua manzoniana sa adattarsi alla psicologia dei personaggi: sa farsi allusiva laddove due "politiconi" organizzano una

piccola congiura; sa diventare appassionata ma non priva di humour quando narra le peripezie di Renzo in fuga; sa assumere il

tono severo di chi, senza giudicare, non condivide scelte educative improntate all'orgoglio e all'egoismo; sa rispettare talune

caratteristiche del personaggio, come la reticenza di Lucia a corrispondere verbalmente al fidanzato; sa evocare l'allucinazione

dell'incubo, nel sogno di don Rodrigo appestato, sa trasmettere il sollievo di chi ha finalmente ritrovato chi cercava; sa riportare

con lucidità cronache del passato; sa descrivere, con pochi tratti sobri e aggettivi "mirati", paesaggi che sono lo specchio dello

stato d'animo dei personaggi.

         È necessario sottolineare l'importante scelta artistica che sta alla base di questa "nuova" lingua manzoniana. Prima dei

Promessi Sposi il linguaggio veniva modulato secondo l'imitazione dei classici, sulla base della loro autorità. Il romanzo,

invece, propone nella redazione definitiva una lingua viva che ha, però, dignità letteraria. Il criterio che il Manzoni segue per

coniare questa lingua è quello, per usare le sue parole, dello «scrivere come il parlare», per la realizzazione di una prosa duttile,

comunicativa, attuale e... italiana. Sì, perché nelle intenzioni più riposte del "patriota" Manzoni c'è anche questa esigenza, che

costituisce un significativo contributo nel processo di unificazione nazionale. Se con la "Ventisettana" lo scrittore presenta un

romanzo indirizzato al pubblico milanese, con la "Quarantana" realizza l'ambizioso progetto di parlare a un pubblico italiano.

 

   - La struttura

 

         Potremmo definire "a cannocchiale" la struttura dei Promessi Sposi, per l'ampliamento della prospettive che, dai primi

capitoli chiusi nell'ambito ristretto del paese dei protagonisti, coinvolge spazi sempre più ampi e fatti storici di portata europea.

         I primi otto capitoli (I-VIII) costituiscono la sezione borghigiana, perché luogo dell'azione è il borgo dove vivono Renzo

e Lucia. Qui la storia prende inizio con la mancata celebrazione delle nozze, qui risiedono i personaggi d'invenzione, che sono

presenti per tutto lo svolgimento della storia: i promessi sposi, la madre della ragazza, Agnese, il parroco del paese, don

Abbondio e, naturalmente, il persecutore don Rodrigo, che vive in un palazzotto poco distante.

         Cronologicamente la sezione borghigiana presenta una narrazione molto lenta e un numero assai elevato di fatti,

concentrati in quattro giorni, dal 7 al 10 novembre 1628.

La seconda sezione e la terza sezione del romanzo comprendono rispettivamente i capitoli IX-XVII e XVIII-XXVI. Le

storie dei fidanzati divergono: Lucia viene a contatto con i personaggi "storici" (la monaca di Monza, l'innominato, il cardinal

Borromeo, dopo la sua liberazione). La ragazza svolge, del tutto inconsapevolmente, il ruolo di strumento della Provvidenza,

perché ha una parte significativa nella conversione dell'innominato. Le scene che la vedono protagonista si svolgono in spazi

chiusi (il convento, il castello, la casa del sarto dove viene ospitata dopo la liberazione). Il tempo in cui vive le sue avventure è

decisamente indeterminato.

         Renzo, invece, si muove in spazi aperti: Milano, la campagna lombarda, l'Adda, il territorio di Bergamo. Egli rimane

coinvolto nei tumulti contro il carovita nel capoluogo lombardo, dove, nell'arco di due giorni (11 e 12 novembre) partecipa alla

rivolta, si ubriaca, litiga con un ospite, si fa credere un rivoltoso, cade nella trappola di una spia, si fa arrestare, ma riesce a

scappare. Il 13 novembre eccolo libero in territorio bergamasco, alla volta del cugino Bortolo, presso cui si ferma una quantità

di tempo non specificata.

         La quarta e quinta sezione sono costituite rispettivamente dai capitoli XXVII-XXXII e XXXIII-XXXVIII. Vi sono

descritte, seguendo le cronache del tempo, senza risparmiare dettagli e particolari, la carestia nel Milanese, la guerra per il

possesso di Mantova (episodio "italiano" della guerra dei trent'anni che insanguina l'Europa) e la peste che i soldati imperiali (i

famigerati lanzichenecchi) diffondono nel ducato e nelle zone circostanti.

         Renzo guarisce dalla malattia e torna a Milano in cerca di Lucia. Dopo che l'ha trovata , si reca al paese. I loro destini si

ricongiungono e finalmente ecco celebrate le nozze. I personaggi essenziali alla storia ci sono tutti: i fidanzati, in primo luogo, la

madre Agnese e poi don Abbondio.

         Il respiro narrativo si fa ampio e compare anche una lunga ellissi (infatti non viene raccontato nulla di ciò che accade ai

nostri eroi nell'anno 1629) che fa scorrere velocemente il racconto. Però le parti in cui vengono illustrate le cause dei tre flagelli

sono molto dense e asciutte, veri resoconti storiografici che appesantiscono il ritmo e hanno indotto il critico e filosofo

Benedetto Croce (1866-1952) a considerarle pagine assolutamente prive di poesia, se non addirittura superflue (il critico

Benedetto Croce, nel saggio Alessandro Manzoni. Saggi e discussioni, Bari, Laterza, 1952, nega decisamente il carattere

poetico del romanzo, sostenendo che troppo rigido e intransigente è il moralismo manzoniano, mentre lo stile indulge all'oratoria

e le parti storiche risultano pesanti).

         Potremmo aggiungere che la struttura a cannocchiale implica anche una struttura "ad anello", poiché la storia parte dal

borgo, si snoda lungo una serie di direttrici spaziali che coinvolgono l'intero ducato di Milano, ma ritorna al borgo‚ dove le

nozze vengono finalmente celebrate, con due anni di ritardo sul programma iniziale.

Proviamo a visualizzare il percorso:

 

                     nozze mancate

                     al BORGO

                                 Renzo: Milano

                                 e poi Bergamo

                                              Guerra - Carestia

                                              Peste

                                                             ritorno al BORGO

                     I-VIII

                                 IX-XVII

                                              XVIII-XXXVI

                                                             XXXVII-XXXVIII

                     Lucia a Monza

                                 Lucia al castello

                                 dell'innominato

                                              Lucia a Milano

                                              e al lazzaretto

                                                             nozze al BORGO

 

 

         Come si può notare l'intreccio‚ (ossia la disposizione degli avvenimenti scelta dall'autore) è piuttosto complesso, perché

tiene conto della necessità di elaborare flash-back che illustrino al lettore alcuni antefatti. Perciò non sempre coincide con la

naturale sequenza dei fatti, che si chiama fabula. Lo vediamo, ad esempio, nei punti in cui l'autore racconta la vita di alcuni

personaggi. Nel IV capitolo viene illustrata la giovinezza di padre Cristoforo e un tragico episodio, fondamentali per

comprenderne il carattere e le scelte importanti che stanno alla base del suo atteggiamento in difesa degli umili. Allo stesso

modo due capitoli (il X e l'XI) raccontano la lunga serie di maneggi che riescono a costringere Gertrude alla clausura nel

convento di Monza; la storia dell'innominato viene sintetizzata (cap. XIX) per meglio illustrare la portata della sua

"conversione", mentre la vita del cardinal Borromeo viene proposta (cap. XXII) quasi come il modello di comportamento

cristiano. Si aggiungono le digressioni circa le condizioni del Milanese nel Seicento, la situazione sociale, le classi e il sistema di

governo. Ancora la narrazione viene interrotta per spiegare la causa dei tumulti per il caro-pane, la causa della calata dei

lanzichenecchi, il diffondersi della peste tra l'ignoranza, l'incompetenza e la superstizione sia della popolazione che degli addetti

alla tutela della salute pubblica.

         Nei confronti della vicenda l'autore si propone come narratore onnisciente, ossia al di sopra della storia, già al corrente

di "come andrà a finire" e quindi in grado di formulare giudizi, sdrammatizzare con toni pacati, intervenire ironizzando sulle

reazioni emotive dei personaggi. La sua è una focalizzazione zero, in quanto, essendo al di fuori degli avvenimenti, e

osservandoli criticamente, come un regista che dirige l'allestimento di una scena, non assume il punto di vista di alcun

personaggio, ma valuta con imparzialità.

         Talvolta l'autore interviene direttamente, apostrofando il pubblico: «Pensino ora i miei venticinque lettori...» (cap. I)

oppure esprimendo un chiaro giudizio morale: «Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre)...»

(cap. X); o ancora come quando introduce l'ironia (che corrisponde a un giudizio, pur sfumato e temperato) per sottolineare la

denuncia di Agnese all'arcivescovo delle scuse addotte da don Abbondio per rimandare le nozze: «non lasciò fuori il pretesto

de' superiori che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!)» ( cap. XXIV).

         Quella dell'autore però, non è l'unica voce narrante del romanzo: non dimentichiamo la finzione del manoscritto. Infatti

Manzoni immagina di trascrivere un libro elaborato da un Anonimo e, all'occasione, si trincera dietro le responsabilità di quello.

         Per esempio, quando non vuole rivelare il nome dell'innominato (che, in tal modo, risulta più misterioso e suggestivo),

dice, riferendosi anche alla località in cui sorge il castello: «Tale è la descrizione che l'anonimo fa del luogo: del nome, nulla; anzi,

per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo...». Infatti il signorotto sta recandosi

dall'innominato per chiedergli di rapire Lucia dal convento di Monza.

         Capita, però, che l'autore si cali nei personaggi, assumendone il punto di vista: non è la posizione prevalente, ma ogni

tanto succede che il narratore adotti una focalizzazione interna. Lo notiamo nei monologhi di Renzo in fuga: «Io fare il diavolo!

Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere , io!...» (cap. XVII).

 

   - Il sistema dei personaggi

 

I rapporti fra i personaggi si uniformano a quello che è lo schema consolidato nel romanzo storico e nel romanzo d'avventura:

accanto all'eroe (Renzo) compare l'antagonista (don Rodrigo) e l'oggetto del desiderio (Lucia) che li contrappone. Ecco, poi,

una folta schiera di sostenitori, dell'una o dell'altra parte, i "buoni" e i "cattivi". Tuttavia, il discorso si complica perché la notevole

capacità di penetrazione psicologica del Manzoni impedisce ai personaggi di assumere connotazioni nette, definite, unilaterali:

nessuno (salvo, forse, don Rodrigo e il suo luogotenente, il bravo Griso) è "completamente cattivo", mentre nemmeno un

sant'uomo come il cardinal Federigo risulta perfetto: anche lui, infatti, ha qualche difettuccio e commette errori. Così troviamo

dei "cattivi" che si trasformano, come l'innominato che assume, agli occhi della popolazione, l'aspetto d'un santo energico,

grande nel bene come lo è stato nel male.

         Analogamente la condotta di eroi positivi come Renzo non va immune da errori e da ambiguità (si ubriaca, parla a

vànvera...), mentre nel passato di un campione della carità e del perdono come padre Cristoforo campeggia... un omicidio.

         Inoltre non è semplice stabilire "da che parte stanno" alcuni aiutanti, perché la loro personalità si evolve nel corso della

storia. Tornando all'innominato, notiamo che inizialmente è aiutante di don Rodrigo (rapisce Lucia per lui!), ma poi, ravvedutosi,

non vede l'ora di liberare la ragazza!

         E la monaca di Monza? Comincia schierandosi a difesa della sicurezza di Lucia e poi, per cause di forza maggiore, si fa

complice del suo rapimento! Quanto a don Abbondio, nonostante i suoi sforzi di essere neutrale, di fatto sostiene gli squallidi

propositi di don Rodrigo.

Osserva questo schema:

 

                 EROE: Renzo

                                                        ANTAGONISTA: don Rodrigo

                                  OGGETTO DEL DESIDERIO: Lucia

                 Aiutanti dell'Eroe

                                                              Aiutanti dell'Antagonista

                 Padre Cristoforo, Agnese

                 Perpetua, Bortolo, don Ferrante

                 donna Prassede, il sarto e sua

                 moglie, Federigo Borromeo,

                 l'innominato, ecc.

                                                           Griso, conte Attilio, Nibbio

                                                               l'innominato conte zio,

                                                              monaca di Monza , ecc

 

 

         Potremmo comunque raggruppare i personaggi secondo le schema vittima-oppressore, anche questo molto usato nel

romanzo del Settecento e dell'Ottocento: le azioni sono collegate secondo la logica che regge tutto l'intreccio dei Promessi

Sposi: Renzo e Lucia sono le vittime, mentre Don Rodrigo l'oppressore. I suoi "alleati" (innominato, cugino Attilio, conte zio)

con i bravi e tutti i "parassiti" (Azzecca-garbugli, podestà di Lecco) che siedono alla sua tavola, sono gli aiutanti

dell'oppressore.

         Invece figure come padre Cristoforo, il cardinal Borromeo, Agnese e persino l'energica Perpetua, governante di don

Abbondio, o gli amici al paese, come Tonio e il fratello "tocco" Gervaso, possono annoverarsi fra gli aiutanti delle vittime.

Renzo e Lucia, infine, hanno anche dalla loro alcuni personaggi che li ospitano, danno protezione, lavoro, sicurezza, come il

cugino Bortolo che abita a Bergamo e la coppia di nobili milanesi (don Ferrante e donna Prassede, anche se molto a modo

loro) che accoglie Lucia dopo la sua liberazione.

Possiamo visualizzare quanto si è detto in questo schema:

 

                         VITTIME

                                           Renzo

                                                         Lucia

                         OPPRESSORI

                                           Don Rodrigo

                                                         Innominato

                         AIUTANTI

                         DELL'OPPRESSORE

                                           Griso

                                           Don Abbondio

                                                         Nibbio

                                                         Monaca di Monza

                         AIUTANTI

                         DELLE VITTIME

                                           Padre Cristoforo

                                           Tonio e Gervaso

                                                         Cardinal Borromeo

                                                         Agnese

                         OSPITI

                         DELLE VITTIME

                                           Bortolo

                                                         Don Ferrante

                                                         Donna Prassede

 

 

         I personaggi, poi, possono essere ulteriormente suddivisi in due categorie: statici e dinamici, da intendere non solo nel

senso che nel corso della storia non mutano e restano fedeli a se stessi nel corso del tempo, ma anche della staticità o dinamicità

rispetto allo spazio, se cioè restano fermi in un determinato luogo o sono portati dalle vicende a decidere autonomamente di

spostarsi (in questo senso Lucia è statica perché "viene spostata" contro la sua volontà e diviene dinamica solo alla fine quando

decide insieme al marito di abbandonare il paesello per andare a Bergamo, ma anche qui con una buona dose di staticità,

perché in fondo segue il marito).

         Sono personaggi statici‚ (o piatti) quelli che non modificano la propria personalità nel corso della narrazione, come don

Abbondio, definito "eroe della paura" e considerato da Luigi Pirandello (in Saggi, Milano, Mondadori, 1939, pp. 153 e segg.)

veramente "umoristico". Egli, infatti, proprio perché si comporta in una maniera diversa da come si dovrebbe comportare un

normale parroco, non solamente diverte il lettore, che sorride alle sue eccessive paure, alla sua pavidità di coniglio, al suo

egocentrismo, alle sue ansie per la propria tranquillità, alle meschinità messe in atto per non compiere scomodi doveri, ma anche

riflette sulle proprie piccinerie: in fondo don Abbondio è il personaggio nel quale meglio si riflettono i difetti degli uomini e,

soprattutto, le paure e gli egoismi dei mediocri.

         Lucia è un altro personaggio che rimane fedele a se stessa. Il Manzoni ne fa, riguardo a talune vicende, una specie di

strumento della Provvidenza Divina. La sua presenza al castello dell'innominato, alcune parole che dice impulsivamente, circa il

perdono di Dio, che viene concesso anche solo per un'opera di misericordia, hanno un effetto dirompente sul truce signore, in

crisi di identità e, ancora inconsciamente, desideroso di mutar vita, stanco di commettere violenze contro innocenti. Lucia, con la

sua umiltà, sembra veicolo della luce della Grazia Divina, ma non tutti i personaggi sanno accoglierla. Anche la monaca di

Monza, infatti, si affeziona alla ragazza e si consola al pensiero di poterle fare del bene, lei che conduce, benché religiosa,

un'esistenza colpevole. Tuttavia non ha il coraggio di andare fino in fondo nel suo sforzo di rinnovamento e, a differenza

dell'innominato, non riesce a far tesoro del buon influsso che emana la presenza della fanciulla.

         Anche don Rodrigo è un personaggio statico: lo troviamo sempre nel suo palazzotto, dal quale dirige le operazioni per far

capitolare Lucia; a un certo punto, vista la sua impotenza, è costretto a spostarsi nel castellaccio dell'innominato per chiedere

aiuto, e alla fine viene letteralmente trascinato al lazzaretto, dove finisce la sua miserabile esistenza: in questo senso lo possiamo

definire come il simbolo dell'eterna staticità del male nella sua essenza.

         Ai personaggi statici (o piatti), si contrappongono i personaggi a tutto tondo‚ (o dinamici), ossia quelli che si evolvono e

cambiano nel corso della narrazione, come l'innominato oppure Renzo. Il dinamismo di Renzo non riguarda soltanto la sua

trasformazione da giovane ingenuo in accorto imprenditore, attraverso le numerose peripezie a Milano, durante i tumulti e poi

all'epoca della peste. Renzo è dinamico anche perché le circostanze lo portano a percorrere, a piedi, chilometri e chilometri.

         Attraverso la sua persona, l'azione narrativa stessa acquista dinamismo e si sposta da un luogo all'altro del Milanese: è

legittimo definire una vera odissea, quella del giovane che, convinto di lasciare il paesino per trovare ospitalità a Milano per

qualche tempo, si trova al centro di fatti più grandi di lui. Inseguito dagli sbirri, che lo credono una spia responsabile dei tumulti,

fugge in direzione di Bergamo. Non è un percorso facile, il suo! Ricercato dalla polizia, deve "dribblare" astutamente la curiosità

di osti e avventori nelle taverne dove si ferma a riposare, deve trovare un riparo per la notte e guadare l'Adda. Poi, quando

l'anno successivo torna al paese in cerca di Lucia, viene a sapere che si trova a Milano, ospite di una nobile famiglia. Eccolo

ancora nel capoluogo lombardo, scambiato prima per un untore e poi per un monatto, e in questa veste raggiunge Lucia che è

ricoverata al lazzaretto: anche in questo luogo di dolore non mancano avventure. Ritrovata la fidanzata, comincia un andirivieni

tra il paese, Bergamo (dove torna per allestire la casa) e Pasturo, dove Agnese si è rifugiata per evitare il contagio.

         Quanto camminare! Ma non è soltanto un espediente per dare movimento all'azione. I viaggi di Renzo hanno un significato

più profondo, perché questo personaggio è davvero una guida‚ per il lettore. In sua compagnia subisce l'ingiustizia di don

Rodrigo e del dottor Azzecca-garbugli, si cala nei tumulti di Milano e vi partecipa come testimone oculare, con lui si commuove

e inorridisce di fronte alla condizione degli appestati, e gioisce della forza della pioggia purificatrice, come se vivesse in prima

persona gli avvenimenti, osservando i fatti attraverso gli occhi del giovane. Lo notiamo da molte osservazioni di Renzo:

«Spiccava tra questi, ed era lui stesso uno spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati,

contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica... agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con

che diceva di voler attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse» (cap. XIII). La rappresentazione non

è soltanto viva e interessante, ma trasmette anche l'indignazione del giovane, che emerge dal giudizio contenuto nelle espressioni

«mal vissuto» e «compiacenza diabolica». Inoltre la commozione del giovane, di fronte alle sofferenze dei malati, contagia il

lettore e gli fornisce le coordinate per "muoversi" anch'egli, in quella tragedia, con un preciso stato d'animo.

 

         Un'ultima osservazione circa i personaggi storici. Sono figure fortemente suggestive: l'innominato è modulato

sull'immagine di Bernardino Visconti, feudatario di Ghiara d'Adda, di cui parlano le cronache milanesi del Seicento. Si sa che,

per merito di Federigo Borromeo, cambiò vita e, dopo aver congedato i suoi bravi, visse onestamente gli ultimi anni della sua

esistenza.

         La monaca di Monza era Marianna De Leyva, figlia di don Martino, costretta alla monacazione con il nome di suor

Virginia. Anch'ella si pentì, come narrano gli storici e, dopo aver subito un processo a causa delle sue malefatte (tresche

amorose e un omicidio), venne murata viva e morì in odore di santità. Questi due personaggi sono "rivisitati" liricamente dal

Manzoni. Ciò che di loro tramandano le cronache viene illuminato poeticamente e viene messo in luce quanto la storia non può

dire: le segrete speranze, i timori, le pressioni psicologiche, il disagio esistenziale, il bisogno di amore, di bontà, di chiarezza nella

vita, di dialogo aperto con i propri simili, lo sforzo di non lasciarsi sopraffare dalla prepotenza altrui.

         Anche il gran cancelliere Antonio Ferrer, protagonista di una delle più vivaci sequenze durante i tumulti di Milano, viene

presentato con le sue caratteristiche storiche ma anche nelle sue connotazioni psicologiche. Operando con la fantasia l'autore

immagina il suo atteggiamento umile e cortese di fronte alla folla in rivolta e gli pone in bocca frasi in due lingue: in spagnolo dice

ciò che pensa veramente, in italiano pronuncia frasi di circostanza per ammansire i Milanesi inferociti: «è vero, è un birbante, uno

scellerato» dice alla gente, ma subito, chinato sul vicario di provvisione che sta portando in salvo, mormora in spagnolo:

«Perdone, usted» (cap. XIII).

         Le cronache non riportano questo particolare che colora di tinte fortemente ironiche tutta la vicenda: l'autore ha fatto

appello alla sua immaginazione, a quella che chiama invenzione e che serve a compenetrare il vero storico per dare ai

personaggi l'umanità che non rimane impressa nelle pagine delle fonti.

 

         Il critico ottocentesco Francesco De Sanctis (1817-1883), in particolare nel saggio I Promessi Sposi, pubblicato nella

rivista Nuova Antologia dell'ottobre 1873, ha notato un particolare curioso: il protagonista del romanzo è tutto il secolo, il

Seicento‚ illustrato nel suo carattere di epoca piena di contraddizione, dove i nobili ostentano sfarzo, ma anche sudiciume, dove

i sentimenti più umani e profondi cedono all'orgoglio, dove possono avvenire le più incredibili prevaricazioni, nonostante le leggi

parlino chiaro, dove un giovane onesto che vuole difendere un suo diritto, viene cacciato dall'avvocato abituato a difendere

soltanto malfattori (questo accade a Renzo in visita all'avvocato Azzecca-garbugli nel capitolo III). Il Seicento viene "illustrato"

attraverso alcune descrizioni che hanno il fascino delle stampe d'epoca. Manzoni è maestro nel ritrarre gli usi dei nobili, riuniti

per assistere a una cerimonia e intanto sfoggiare i loro abiti sontuosi, le scene di duello per le strade, i banchetti e le

conversazioni, i discorsi dove non si dice ma si sottintende un accordo che, per allusioni, viene siglato (lo puoi notare nel

capitolo XVIII, dove si narra l'incontro fra il conte zio e il padre provinciale).

 

         La riflessione sul Seicento, però, non è solamente dettata dall'interesse di Manzoni per la storia. Manzoni vuole aiutare i

suoi contemporanei a prendere coscienza degli squilibri politico-sociali, delle gigantesche ingiustizie e dell'inefficienza

burocratico-amministrativa che ha frenato in passato, ma frena anche al presente, il processo di crescita economica della

Lombardia insieme all'unificazione nazionale degli stati italiani. È un invito agli intellettuali del primo Ottocento a riflettere sulla

necessità di un ricambio di classe al potere: la borghesia sembra la più idonea a superare la crisi, a promuovere una nuova

realtà, nella quale i diritti civili siano rispettati e le energie popolari possano proficuamente esplicarsi, senza soprusi, violenze,

privilegi mortificanti, intrallazzi.

 

   - Il paesaggio

 

         L'uso del paesaggio nei Promessi Sposi è un elemento tecnico molto importante che porta alla soluzione di un problema

fondamentale: come far capire al lettore in profondità l'anima dei personaggi dando nel contempo una collocazione spaziale in

campo aperto alla vicenda (il campo aperto si contrappone al campo chiuso rappresentato da una casa o addirittura una

stanza), ed è descritto sempre con molta sobrietà. Rappresenta spesso il commento alle vicende e lo specchio dello stato

d'animo dei personaggi. La celebre descrizione di Quel ramo del lago di Como offre al lettore le coordinate spaziali della

vicenda e la inquadra in un alone di poesia. I segni della carestia, che ha aggredito anche gli abitanti delle campagne, sono

evidenziati all'inizio del capitolo IV con la rappresentazione dei contadini che seminano con parsimonia e preoccupazione, con la

ragazzetta che conduce una mucca magra e le sottrae erbe commestibili, da portare alla famiglia.

L'Addio ai monti, a conclusione del capitolo VIII sottolinea la struggente nostalgia di Lucia che si allontana da luoghi cari,

prendendone congedo con strazio, mentre il cielo luminoso, che accoglie Renzo dopo aver guadato l'Adda all'alba e aver

conquistato la libertà (cap. XVII), sembra la promessa di un futuro sereno. La valle cupa e le montagne brulle su cui incombe il

castello dell'innominato sono un'introduzione alla comprensione della sua violenza, mentre il cielo che lo sovrasta pare fungere

da interlocutore, quasi da coscienza per il tiranno (cap. XX). E quando egli, dopo la notte drammatica in cui le parole di Lucia

gli hanno suggerito una possibile soluzione al disagio della sua vita, si affaccia alla finestra, vede la valle chiara allietata dallo

scampanio e il cielo grigiastro percorso da nuvole leggere: paiono simboleggiare il suo passato che si va sfaldando, per lasciar

spazio alla luce della Provvidenza Divina (cap. XX).

         Molte sono le indicazioni di paesaggio che sembrano configurare aspetti della vita degli uomini. Quando Renzo torna al

suo paese, devastato dalla peste e dalla calata dei lanzichenecchi, trova la sua vigna distrutta e infestata dalle erbacce: segno

tangibile del disordine morale dei tempi (cap. XXXIII). Invece il paesaggio greve, oppresso dall'afa nella Milano distrutta dalla

peste e l'acquazzone gioioso che toglie il contagio (cap. XXXVI), non soltanto sottolineano un'atmosfera, ma traducono in

termini concreti un diffuso stato d'animo: al languore e alla spossatezza della disperazione si sostituisce una gioiosa speranza,

quasi un senso di purificazione e di rinnovamento.

In alcuni casi, più che di paesaggio si può parlare di ambientazione. Lo notiamo nelle scene di villaggio, nella descrizione

dell'interno delle case, in quel «brulichio» che riempie le strade al crepuscolo e dà la misura della vita, la sera in cui Renzo

organizza il matrimonio a sorpresa (cap. VII). Anche il palazzotto di don Rodrigo, cui si arriva per una stradetta che attraversa il

villaggio dei bravi, pare visualizzare il male come frutto di mediocrità, egoismo, opacità intellettuale, piattezza morale e staticità

spirituale. A guardia della massiccia costruzione stanno due bravi e due carcasse di corvi, mentre le finestre sbarrate, l'urlo dei

mastini all'interno e il vociare dei convitati al banchetto del padrone non sono meno volgari dell'aspetto degli abitanti del

villaggio: «... omacci tarchiati e arcigni... vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti... a digrignar le gengive; donne con

certe facce maschie, e con certe braccia nerborute...» (cap. V). Non è propriamente una descrizione di paesaggio, ma rimanda

a un ambiente con una precisa connotazione spirituale e, dunque, è coerente col modo in cui il Manzoni intende il paesaggio,

come riflesso e elemento per capire le alterne vicende umane.

 

   - Le tematiche della visione religiosa della vita

 

         Numerose sono le tematiche del romanzo: spicca, in primo piano, il tema del rapporto fra libertà e condizionamento,

in cui si innestano i motivi dell'amore, della prevaricazione, della paura, che concorrono a sviluppare quello unificante del

matrimonio mancato. La libertà è il valore su cui si incardina la morale cristiana, ma viene cancellata da disvalori, primo fra

tutti il conformismo (come quello di don Abbondio e di Gertrude, per i quali si parla giustamente di "cadute senza riscatto", e

soprattutto di donna Prassede, alla quale Manzoni riserva alla fine una stoccata cattiva: "Di donna Prassede, detto che è morta,

è detto tutto").

 

         Importante è anche il tema del contrasto fra ideale e reale, ossia fra come dovrebbe essere la società e come, invece,

di fatto è. Ecco, allora, comparire i motivi del privilegio che tocca solo a una piccola categoria di persone, dell'ingiustizia che

colpisce tutti coloro che patiscono l'oppressione dei privilegi altrui, della violenza nell'ambito sociale, politico e anche familiare,

della mancanza di moralità che nasce dal mancato rispetto delle più elementari norme evangeliche.

         A questo punto il pessimismo di Manzoni, insieme a un certo senso latente e sommesso di condanna si allenta nel tono

bonario dell'ironia, soprattutto nei punti in cui smaschera le piccole astuzie degli umili (che non sortiscono effetto, come il

matrimonio a sorpresa) oppure si colora di amarezza quando denuncia le ipocrisie dei politici come il conte zio o Ferrer e

diviene denuncia aspra quando constata come anche i valori più sacri, quali la paternità, siano inquinati dall'orgoglio, che porta

alla menzogna, alla coercizione (si pensi al padre di Gertrude), allo stravolgimento dei valori della famiglia e della società.

 

         Il tema più significativo, però, quello su cui poggia il messaggio manzoniano, si riferisce alla visione religiosa della vita,

in cui domina il leit-motiv del romanzo, ossia l'opera della Provvidenza di Dio nella storia e nelle umane vicende.

         Il pessimismo manzoniano emerge nella constatazione della presenza del male, dell'irrazionalità dell'agire umano, della

forza dirompente degli egoismi in contrasto. Pure la Grazia di Dio non abbandona gli uomini che lo cercano e confidano in Lui.

Per chi ha fede nella Provvidenza il succedersi dei fatti acquista un senso, una logica. Naturalmente Dio non è colui che punisce i

malvagi e premia i buoni, come un giustiziere. Il Suo giudizio e la Sua opera riescono per la maggior parte delle volte insondabili

agli uomini che devono accettare i fatti con umiltà e fiducia.

         Sbaglia don Abbondio quando, esultante, definisce la Provvidenza come una «scopa» (cap. XXXVIII) che finalmente ha

fatto piazza pulita di don Rodrigo e dei suoi scagnozzi. È più corretta la riflessione di padre Cristoforo che, di fronte a don

Rodrigo agonizzante e sofferente al lazzaretto, afferma: «Può essere gastigo, può essere misericordia» (cap. XXXV). La peste,

infatti, non deve essere semplicisticamente ridotta a una punizione dei malvagi e la morte di don Rodrigo, tra gli spasimi della

malattia, può essere intesa come l'ultima possibilità offerta a lui dalla Misericordia divina perché si ravveda e salvi la sua anima.

         In questo senso, anche se termina con la celebrazione delle nozze, il romanzo di Manzoni non presenta l'idilliaco "lieto

fine" dei romanzi storici tradizionali. Infatti, a ben vedere, la conclusione della storia si pone al capitolo XXXVI, quando padre

Cristoforo scioglie Lucia dal voto che ha fatto la notte trascorsa nel castello dell'innominato, secondo il quale rinuncia alle nozze.

In tal modo la ragazza può seguire la voce del cuore e anche Renzo vede finalmente rimosso l'ultimo ostacolo. I due si

congedano da padre Cristoforo, commossi dalle sue ultime parole, che suonano alle loro orecchie come un testamento spirituale

e che invitano a perdonare «sempre, sempre! tutto, tutto!».

         Gli ultimi due capitoli, con i preparativi del matrimonio, la celebrazione e la sintetica narrazione degli anni di vita coniugale,

sono un completamento della storia: il momento essenziale, invece, è rappresentato dal ritrovarsi dei due giovani con sentimenti

immutati e una capacità rafforzata di accettare la volontà di Dio nella loro vita.

 

         Il "lieto fine" dei Promessi Sposi, semmai, non consiste nel rito delle nozze, ma in quella sorta del "decalogo" con cui

Renzo, ormai marito, padre e imprenditore di successo (ha impiantato, come abbiamo detto, un redditizio filatoio a Bergamo)

attua un bilancio di quei due anni travagliati e avventurosi. Constata che si è fatto una dura esperienza di vita che lo mette in

grado di dare buoni consigli ai figli, quando cresceranno. Invece Lucia osserva che, per quanto la riguarda, non si è mai messa

nei guai, ma «son loro che son venuti a cercar me».

         Allora, insieme, gli sposi giungono alla conclusione che, di fronte alle tribolazioni, bisogna confidare in Dio e sperare che le

sofferenze migliorino la vita. È un finale senza idillio, come osservano i critici, ma coerente con la tensione religiosa che percorre

tutta la narrazione.

 

         Il tema religioso, insieme con la scelta di porre gli umili («genti meccaniche e di piccolo affare», li definisce l'Anonimo) a

protagonisti della storia, rappresenta sicuramente l'elemento di grande novità del romanzo. Non solo balzano alla ribalta due

contadini, ma anche le figure importanti (un arcivescovo, un potente feudatario, politici ed esponenti delle gerarchie

ecclesiastiche, un avvocato, un podestà, un nobilotto con parenti importanti) sono valutati sulla base della posizione che

assumono nei confronti di quelli. Infine flagelli e pubbliche calamità (come peste, rivolte, guerra e carestia), assumono rilievo

perché creano il contesto in cui si pongono le avventure dei protagonisti. È una scelta rivoluzionaria e un coraggioso

rovesciamento di valori letterari, che il Manzoni attua, convinto e sorretto dal messaggio evangelico. Questo, d'altra parte,

appare diluito tra le pagine come il tessuto connettivo della narrazione; affiora spesso ma con discrezione e a volte si incarna in

personaggi "minori" di notevole interesse. Valga, tra tutti, quella modesta ma splendida figura che è il servitore di don Rodrigo:

compare nel V capitolo ad accogliere padre Cristoforo in visita al palazzotto di don Rodrigo. L'aiuto che egli dà al frate è

fondamentale anche per lo svolgimento della storia, perché lo informa del progetto di rapire Lucia, in seguito al quale il

cappuccino organizza la fuga dei giovani dal paese e innesca il meccanismo che dà luogo alle vicende della seconda sezione.

Non a caso padre Cristoforo lo definisce «un filo» della Provvidenza.

 

   - La fortuna letteraria del Manzoni

 

         La fortuna del Manzoni nelle pagine di critica letteraria comincia già all'epoca della sua giovinezza, quando Vincenzo

Monti e Ugo Foscolo apprezzano il poeta in erba. I Promessi Sposi riscuotono un grande successo e nell'arco di un anno sono

stampate tredici edizioni, alcune delle quali in tedesco, francese, inglese.

         Il critico che contribuisce a far conoscere veramente l'opera del Manzoni in Italia è Francesco De Sanctis che dedica

all'autore un intero corso nel 1877. Detrattore del Manzoni è il poeta Giosue Carducci, che lo taccia di conformismo borghese,

mentre il filosofo e critico Benedetto Croce afferma che il romanzo manzoniano non contiene poesia, ma è opera oratoria,

Antonio Gramsci (1891-1937) accusa Manzoni di paternalismo nel suo atteggiamento verso gli umili, nel saggio Letteratura e

vita nazionale (1950), conglobato nei Quaderni dal carcere (1972).

         I prosecutori della ricerca di De Sanctis e di Croce sono, a tutt'oggi, gli interpreti più acuti dell'opera manzoniana. Attilio

Momigliano, Luigi Russo e molti altri, cercano di evidenziare, accanto ai vari temi e al significato dei personaggi, l'unità poetica e

il messaggio fondamentalmente umano dell'opera manzoniana. Michele Barbi progetta nel 1939 un'edizione nazionale delle

opere del Manzoni e, negli anni Cinquanta, attua un'edizione critica delle tre redazioni del romanzo, per consentire ai critici utili

esami comparativi.

         Gli studiosi più recenti (G. Petrocchi, L. Firpo, L. Caretti, G. Vigorelli, D. De Robertis, V. Spinazzola, D. Isella, E.

Raimondi, M. Vitale, M. Corti, U. Eco) si sforzano di illustrare anche i rapporti fra Manzoni e la cultura italiana ed europea del

suo tempo, valutando in quale misura essi siano filtrati attraverso l'opera letteraria.

         Natalia Ginzburg, ne La famiglia Manzoni (1983), ha ricostruito, attraverso gli epistolari, il complesso e variegato

"ambiente" manzoniano, costituito dai familiari, dagli amici e dai collaboratori.

 

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