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  • La parafrasi (dal latino paraphrăsis, parola prestata dal greco παράφρασις, letto paràphrasis e traducibile con riformulazione) indica la transcodificazione di un testo scritto nella propria lingua ma in un registro linguistico distante (sia esso arcaico, elevato o poetico). Il processo di parafrasi prevede dunque operazioni come la ricostruzione sintattica, la sostituzione degli arcaismi, l'esplicitazione delle figure retoriche e la riscrittura in prosa del testo poetico. Possono anche essere operati dei chiarimenti di alcuni punti del testo. Una buona parafrasi include tutti i dettagli e rende il testo originale più semplice da comprendere: dato che il testo risultante è normalmente più ampio del testo di partenza, questa operazione si oppone a quella del riassunto. Inevitabile effetto, per così dire "collaterale", della parafrasi la perdita del profondo rapporto tra significante e significato, tipico della comunicazione letteraria e fulcro dei testi poetici. Lo scopo della parafrasi è la verifica simultanea sia della comprensione della lingua arcaica, o poetica, che della propria competenza di riformulazione lessicale e sintattica: pertanto la parafrasi è generalmente usata come esercizio scolastico. Dal manuale di Elio Teone (I d.C.) sappiamo che già in epoca antica la creazione di una parafrasi costituiva uno degli esercizi preparatorii (progymnasmata) allo studio della retorica. La creazione di una parafrasi era usata come esercizio anche nella retorica medioevale: agli studenti veniva richiesto di scrivere parafrasi di poesie del periodo classico.

 

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parafrasi

Parafrasi dei versi 254 – 368 Eneide Giove, il creatore dei numi e degli uomini, sorridendole con uno sguardo rassicurante, la baciò e le disse: ”O Citerea, non ti preoccupare i destini dei tuoi protetti non possono essere cambiati, vedrai una città, e porterai Enea sublime fino alle stelle del cielo: nessuno mi preoccupa. Enea (ti svelerò, per placarti la paura, che farà una grande guerra in Italia, combatterà popoli selvaggi, darà una città e delle leggi alla sua gente, fino a tre anni dopo in inverno dopo la battaglia con i Rutuli. Ma il piccolo Ascanio, chiamato anche Iulo o anche Ilo durante il regno di Ilio, avrà trent’anni, prenderà il comando e trasferirà la sede del regno a Lavinio, e rinforzerà Albalonga. Da qui per trecento anni ci sarà un regno guidato dai discendenti di Ettore finché la regina partorirà da Marte due gemelli in Ilia. Allora, dopo essere svezzato da una lupa Romolo erediterà il comando, fonderà le sacre mura e battezzò il suo popolo i Romani: a questi darò un regno vasto, potente e duraturo. E Giunone che ora scuote i mari e agita la terra, cambierà comportamento in meglio, insieme a me farà crescere i dominatori del mondo, i Romani. Così vuole il destino. Verrà il tempo in cui i Greci verranno dominati. Nascerà il bel Troiano, Cesare che allargherà il regno fino all’Oceano, Giulio, dal nome che deriva da Iulo sarà un amante delle stelle. Lui anche da morto, dalle battaglie in Oriente, lo accoglierai sicura e sarà messo ai voti. Dopo un secolo travagliato da guerra ci sarà un periodo di pace, le Fede candida e Vesta, Quirino con il fratello Remo daranno delle leggi: saranno deposte le armi e verrà deposto il Furore della battaglia sotto le spade. Disse e manda dal cielo il figlio di Maia poiché le porte di Cartagine si stanno aprendo per i Troiani perché Didone ignara di tutto non deve cacciarli. Mandalo in Africa volando nell’aria battendo le ali. Deve compiere l’ordine e i Cartaginesi devo non devono essere ostili e per volere del Dio Didone deve essere di animo benigno nei confronti dei Troiani. Ma Enea trascorse una notte travagliata dagli affanni e una volta giorno decide di esplorare i nuovi luoghi, sapere dove si trova, che vi abita, se uomini o animali feroci, poiché la terra è incolta e riferire ogni cosa trovata ai compagni. Nasconde le navi nei boschi, in una gola protetta dal buio e da alberi. Ed egli va, seguendo soltanto Acate, stringendo in mano due aste di ferro. E nel mezzo del bosco si presento a lui la madre sotto forma di vergine, come quelle di Sparta. Fino alla spalla aveva teso l’arco come vuole una cacciatrice e lasciva che i capelli fossero spostati dal vento, le ginocchia nude con le vesti raccolte con un nodo. E disse: ”O giovani, guardate se vedete qualcuna delle mie sorelle, che inseguono una lince o un cinghiale con la faretra in spalla. Poi il figlio Enea: ”Non ho visto né sentito nessuna delle tue sorelle, o vergine? Anche se non hai una voce mortale sei forse la sorella di Febo? Sei una Ninfa? È tuttavia un buon incontro. Dicci in quali rive del mondo siamo finiti: non conoscendo né i nomi né i luoghi qui vagabondiamo, sbattuti qui dalle onde e dal vento. Sacrificherò molte vittime per te. E Venere: Oh no, non sono degna di simile onore, solitamente porto la faretra alle fanciulle di Tiro e legò la veste nelle gambe. Qui vedi il territorio dei Puni, popolo tirico, discendenti da Agenore anche se in Africa, imbattibili in guerra. Regna Didone, partita da Tiro per fuggire dal fratello. Ebbe una vita piena di intrighi e ostacoli e ora ha sposato Sicheo, il più ricco tra i Fenici, amato dalla povera con grande amore; che le fu promessa in sposa dal padre che la unì in prime nozze. Il fratello Pigmalione aveva il regno di Tiro, uomo molto feroce; e trai i due ci fu subito odio e lui accecato dalla brama di ricchezza uccise Sicheo a tradimento senza avere cuore per la sorella. E per molto tempo la donna si illuse del delitto con molte finzioni ma invano. Ma un giorno le venne in sogno il fantasma insepolto del marito che le mostro la ferita nel petto e così svelò l’assassino della casa. Poi la incita ad abbandonare la casa, la patria e per aiutarla nel cammino le fa trovare quantità d’oro e d’argento, tesori antichi nascosti nel terreno, e così sconvolta Didone cercava la fuga e amici. Si unirono coloro che avevano odio verso il tiranno di Tiro o per terrore prepararono già le navi, caricarono l’oro e si portano i tesori di Pigmalione per il mare con a capo la donna. Giunsero nei luoghi dei quali ora tu vedi le mura della città e sorgere la nuova città e contrattarono il terreno con la pelle del toro.

 

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Parafrasi del 1° canto del paradiso

 

 

La splendente potenza di Dio che provoca il movimento di tutte le cose penetra per tutto l’universo, e si manifesta di più in alcune parti e meno in altre. Io fui in quel cielo che riceve più abbondantemente la sua luce, e vidi cose che, chi ne discende, non sa né può riferire; perché avvicinandosi alla meta del suo desiderio, il nostro intelletto addentra tanto, che la memoria non può seguirlo. Tuttavia quanto del regno santo potrei conservare come tesoro della mia mente, sarà ora materia della mia cantica. O valente Apollo, per la mia ultima impresa poetica fa’ di me un tale ricettacolo della tua potenza, come tu stesso richiedi per concedere alloro, amato. Fin qui uno dei gioghi del Parnaso mi fu sufficiente; ma ora che devo affrontare l’ultima parte della prova intrapresa, ho bisogno di entrambi. Entra nel mio cuore, e ispirami come quando traesti Marsia dall’involucro delle sue membra. O divina potenza, se ti concedi a me in modo che io possa esprimere il tenue ricordo del beato regno rimasto nella mia mente, mi vedrai venire ai piedi del tuo albero prediletto, e incoronarmi delle sue foglie di cui la materia e tu mi avranno reso degno. O padre, così di rado se ne colgono per coronare la fronte di un imperatore o di un poeta, per colpa e vergogna delle stolte ambizioni umane, che la fronda dell’alloro dovrebbe procurare letizia nella lieta divina delfica, quando in qualcuno suscita desiderio di sé. Una piccola scintilla può provocare un grande incendio: forse dopo di me poeti più dotati pregheranno perché Cirra li assista. Per noi mortali il sole sorge da diversi punti dell’orizzonte, ma da quel punto nel quale quattro cerchi si uniscono in modo da formare tre croci, si leva congiunto ad una più favorevole costellazione e procede con un percorso più propizio, e plasma e incide più efficacemente sulla materia del mondo. Sorgendo da quel punto aveva recato il mattino di là e la sera di qua e quasi tutto quell’emisfero era illuminato, e l’altro oscuro, quando vidi Beatrice, voltasi alla sua sinistra, guardare intensamente il sole: mai aquila poté fissarlo così. E come il raggio riflesso deriva dal primo e si volge verso l’alto, proprio come un pellegrino che voglia tornare, così dall’atto, trasmesso alla mia immaginazione attraverso lo sguardo, derivò il mio, e fissai il sole oltre ogni nostra possibilità. Molte cose che qui non sono lecite alle nostre facoltà, là sono lecite, grazie al luogo creato come luogo dell’umanità. Non sopportai per molto tempo, ma non per così poco, che non lo vedessi sfavillare tutto intorno, come un ferro che esca incandescente dal fuoco; e subito sembrò che la luce si aggiungesse alla luce, come se colui che può avesse collocato in cielo un altro sole. Beatrice se ne stava tutta fissa con gli occhi nelle eterne sfere celesti; ed io distolsi i miei occhi dall’alto e li volsi a lei. Guardando il suo volto dentro di me mi sentii divenire tale, quando divenne Glauco quando mangiò l’erba che lo rese simile agli altri dei marini. Non e possibile esprimere con parole il passaggio; perciò l’esempio basti a colui al quale la grazia riserba esperienza. Se io ero solo la parte di me creata per ultima, o amore che governi i cieli, lo sai solo tu, che mi sollevasti in alto con la tua luce. Quando il moto circolare che tu rendi sempiterno col desiderio, attrasse la mia attenzione con l’armonia che distingui e armonizzi, allora mi parve accesa dalla fiamma del sole una parte così ampia del cielo, che mai pioggia o fiume crearono un lago altrettanto vasto. Quella musica, nuova per me, e la grande luce produssero in me un desiderio di conoscere le cause, quale mai ne provai di pari intensità. Per cui ella, che vedeva dentro di me come me stesso, per quietare il mio animo turbato, prima ancora che io ponessi la domanda, aprì la bocca, e cominciò: <<Tu stesso rendi ottusa la tua mente con una falsa opinione, tanto che non vedi ciò che vedresti se te ne fossi liberato. Tu non sei più sulla terra, come credi; ma sei come una folgore, che allontanatasi dal suo luogo d’origine, non corse quanto fai tu che a quel luogo ritorni>>. Se io fui liberato dal primo dubbio grazie alle sue brevi parole dette col sorriso, mi trovai preso da un altro, e dissi: << Soddisfatto e pieno d’ammirazione ho calmato; ma ora mi meraviglio come io possa salire attraverso questi corpi leggeri>>. Per cui ella, dopo un sospiro di pietà, volse verso di me gli occhi con quella stessa espressione che ha una madre quando si china sul figlio delirante, e cominciò: << Tutte le cose partecipano di un ordine che le mette in rapporto tra loro, e questa è la caratteristica che rende l’universo simile a Dio. In questo gli esseri superiori vedono l’impronta della potenza, che è il fine cui tende la legge ricordata. A questo ordine di cui sto parlando hanno un’inclinazione, in vario modo, tutte le creature, più o meno vicino al loro principio; per cui si muovono verso mete diverse nel grande mare dell’esistenza, e ciascuna con l’istinto che le è stato dato e che la guida. Questo porta il fuoco verso la luna; questa è la forza che muove i cuori mortali; questo rende la terra in sé compatta e unita; questo impulso non colpisce solo le creature prive d’intelligenza, ma anche quelle che hanno intelligenza e volontà. La provvidenza, che così dispone, appaga della sua luce quel cielo entro il quale si volge il più veloce di tutti gli altri; e ora lì, come a luogo destinato, ci conduce la forza dell’istinto che rivolge sempre a buon fine ciò che scocca. E’ vero che, come molte volte la forma non corrisponde alle intenzioni dell’artista, perché la materia è sorda a rispondere, così talvolta l’uomo, benché spinto, si allontana da questa direzione, perché può volgersi verso un’altra parte; e come si può vedere fuoco che cade da una nube, così il primo impulso si volge verso il basso fuorviato da un falso bene. Se il mio giudizio non erra, non devi stupirti di salire, come che un fiume scenda dall’alta montagna verso la pianura. Fatto straordinario sarebbe in te se, privo di ostacoli, fossi rimasto fermo in basso, come nel mondo la mancanza di un movimento in un fuoco vivo>>. Poi di nuovo volse lo sguardo verso il cielo.

 

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Parafrasi de "Il cinque maggio"

Napoleone è morto. Come il suo corpo è immobile dopo aver esalato l'ultimo respiro, così è immobile ed attonita tutta la terra alla notizia della morte di un uomo così potente e resta muta, pensando all'ultima ora dell'uomo che è stato così importante e non sa quando nascerà un altro uomo di tale calibro e che ha sparso tanto sangue
Il mio genio poetico (cioè io stesso) lo ha visto folgorante, vincitore ed in auge, ma ha taciuto e così ha continuato a tacere anche quando, con alterne è caduto ad è ritornato potente e non ha unito la sua voce a quella di altri poeti che lo osannavano o lo condannavano.
Così Manzoni dice che il suo spirito poetico pulito e limpido sia da  servili lodi, che da vigliacchi oltraggi e solo ora, commosso per la repentina morte, scrive un'ode su quest' uomo così importante che forse resisterà nel tempo.
Ricorda le rapidissime campagne di Napoleone, come un fulmine, che coinvolsero tutta l'Europa fino all'Egitto, dall'uno all'altro mare.
Fu vera gloria? Lasciamo ai posteri la difficile sentenza, mentre noi chiniamo il capo al divino valore che volle in Napoleone, dar un segno più grande del suo sfinito creatore.
La tempestosa e trepida gloria di un grandissimo disegno, l'ansia di un cuore che serve impaziente pensando di divenire re e poi vi giunge e ottiene un premio che sarebbe stato una follia sperare.
Egli provò tutto: la più grande gloria dopo il pericolo la fuga e la vittoria; provò ad essere re e anche l'esilio fu due volte sconfitto nella polvere e due volte vincitore.
Egli si diede nome: due secoli così diversi tra loro si rivolsero a lui docili, come aspettando il loro destino; egli fece silenzio e si sedette tra loro come arbitro.
Nonostante tanta grandezza, improvvisamente scomparve e finì la sua vita in ozio, prigioniero in una piccola isola ed egli suscita ancora grande invidia e profonda pietà, grande odio e grande amore.
Come sul capo del naufragio si rovescia e pesa l'onda dove poco prima scorreva la vista del naufragio a cercare terre lontane, così sull'anima di Napoleone è sceso il peso delle memorie.
Oh , quante volte ha iniziato a scrivere le sue memorie! E quante volte su quelle pagine cadde la sua stanca mano! Quante volte al tramonto stette con gli occhi bassi e le braccia conserte e lo assalì la malinconia e il ricordo del passato!
E allora ripensò agli accampamenti sempre spostati da un posto all'altro, alle trincee, lo scintillare delle armi e l'avanzare della cavalleria e i suoi secchi comandi e come questi venivano soddisfatti rapidamente.
Ah, forse a tanto dolore cadde il suo spirito e si disperò, ma valido venne l'aiuto di Dio, che lo trasportò pietroso in un'aria più respirabile.
E lo guidò per i floridi sentieri delle speranze verso i campi eterni, lo guidò verso la beatitudine eterna, che supera qualunque desiderio umano, lo guidò verso quel luogo dove la gloria terrena non vale nulla.
Bella, immortale, benefica fede, così solita a trionfare.
Scrivi anche questo tuo trionfo, rallegrati perché nessuna personalità più grande si è mai chinata davanti alla croce.
Tu, o fede, allontana dalle stanche spoglie di quest'uomo ogni parola malvagia: il Dio che può tutto, che ci dà i dolori e ci consola si è posato accanto a lui, per consolarlo nel momento della sua morte.

 

 

 

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Ariosto, Satira IV

 

Parafrasi

Ognuno dica quel che vuole, e pensi

quel che gli pare: insomma ti confesso

che qui ho perduto l’allegria, il divertimento e la felicità.

Questa è la prima; ma ce ne sono molte altre vicino

e molte altre ragioni posso aggiungere,

che mi hanno distolto dalla poesia.

Furono per me dolce stimolo a scrivere

i luoghi ameni di cui Reggio,

mia patria, abbonda.

Una villa dei Malaguzzi a cui penso sempre,

la bella dimore, un torrente vicino,

abitato da ninfe fluviali,

una peschiera dalle acque limpide

con tutt’intorno il giardino, il fresco ruscello che corre,

bagnando l’erba, dove poi fa il mulino;

non mi si possono togliere dalla memoria

le vigne e i solchi del fecondo monte,

la valle, il colle e l’imponente torre.

Cercando ora questo e ora quel luogo ombroso,

in questi luoghi ameni io scrissi componimenti poetici

in italiano e in latino e di diverso genere

traevo ruscelli dal gorgoneo lago.

Allora erano i miei anni belli tra aprile

e maggio, che ora l’ottobre lascia

indietro, e nemmeno più luglio e agosto.

Ma, senza il cuore sereno, nemmeno

i luoghi consacrati alle muse, le ridenti valli,

potranno far uscire da me una gioconda rima.

Quale altro luogo potrebbe mai essere meno

adatto di questo per la poesia, vuoto di

ogni gioia e pieno di orrori?

Mi potresti domandare chi mi ha spinto

da dolci studi e così cara compagnia in cui mi trovavo,

in questo rincrescevole labirinto.

Tu devi sapere che io non fui mai avido di

ricchezze, che io solevo accontentarmi

dello stipendio che percepivo a Ferrara;

ma forse non sai come lo stipendio veniva erogato saltuariamente e in ritardo,

dopo la guerra, e come volle il Duca fu poi del tutto sospeso.

Finchè la guerra durò, non me ne importava;

finita la guerra, invece, mi ferì il vedere che continuavano

a non stipendiarmi, tant’è che ogni paura scomparve.

Tanto più che, a causa della guerra che faceva tacere le leggi,

non mi veniva più corrisposto l’affitto del mio ufficio di Melano.

Ricorsi al Duca: “ o voi, signor, dovete mandarmi via

per mio bisogno, o non vi rincresca

che io vada a procacciarmi lo stipendio di un altro signore”.

In quel tempo i Grafagnini, appena insorti,

si spinsero fuori da Firenze per procurarsi dell’altro cibo,

con frequenti lettere e ambasciatori

ripetevano al Duca, e lo sollecitavano

per riavere i loro capi e i loro usati onori.

Io fui scelto improvvisamente,

o forse perché il termine era breve

di consigliar chi si metta per il meglio,

oppure il Duca tenne più presente

il mio bisogno che non quello dei sudditi,

gli sono grato quanto gli spetta.

Gli sono grato della sua bontà, più di quanto

non apprezzi il suo dono, il quale è grande,

ma non molto conforme al mio desiderio.

Se ora chiedi di me a questi uomini,

potranno dire che era bisogno di alterezza,

non di clemenza, alle loro opere nefande.

Come in me, forse così

in loro non c’è contentezza;

e io mi sento come quel gallo

che la gemma ha trovato ma non l’apprezza.

 

 

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Angelo Poliziano

 

La metamorfosi: Iulio scopre l’amore.

 

Parafrasi

 

Ah, quanto è bello vedere Iulio

aprirsi il passaggio dove il bosco si fa più folto

per stanare la bestia irritata,

con i rami avvolti intorno al capo

con i capelli scompigliata e polverosi,

e il volto bagnato di sudore che gli fa onore!

Qui Amore, che aspetta tempo e luogo adatti,

decise di compiere la sua vendetta;

 

e fece apparire, come magicamente,

l’immagine di una splendida e nobile cervia

con fronte alta, corna ramificate,

dal corpo candido, grazioso e snello.

E come tra le bestie timorose

lei si presentò al giovane cacciatore

che contento incitò il suo cavallo a seguirla

pensando subito di ucciderla.

 

Dopo aver scoccato un dardo senza colpirla,

trasse dal fodero la sua fidata spada,

e con tanto furore fece correre il cavallo,

che il fitto bosco sembrava una larga strada.

La bella cervia, come se fosse stanca,

sembrava andare sempre più lenta;

ma quando pareva che la stesse per toccare,

riprendeva un piccolo vantaggio davanti a lui.

 

Quanto più Iulio segue inutilmente la vana figura,

tanto più di seguirla invano si eccita;

sempre ripercorre le sue stanche tracce

sempre la raggiunge, senza però catturarla mai:

così come Tantalo sta immerso nelle onde dello Stige fino alle labbra

e un albero protende i rami vicino a lui,

ma ogni qualvolta che tenti di bere o di mangiare,

subito l’acqua e i frutti scompaiono.

 

Egli si era già allontanato di molto dai compagni

inseguendo l’oggetto del suo desiderio,

ma nemmeno di un passo si avvicina alla preda,

e sente il cavallo molto stanco;

ma continuando a seguire la sua vana speranza,

arrivò in un prato verde e fiorito:

dove gli apparve una bella donna (Simonetta Cattaneo)

sotto un bianco velo, e la cervia sparì.

 

La bestia scomparve dai suoi occhi;

ma il giovane non bada più alla cervia,

anzi trattiene le redini del cavallo,

e lo fa fermare sul prato.

Qui Iulio esplode di meraviglia,

vede solamente la figura della donna:

gli pare che dal bel viso e dai bei occhi

una nuova dolcezza si sparge nel suo cuore.

 

Come la tigre, a cui dalla tana rocciosa

sono stati sottratti, da un cacciatore, i suoi cari cuccioli,

rabbiosa lo segue per la selva dell’Ircania

perché pensa di poter presto bagnare gli artigli del sangue del cacciatore,

poi si arresta di fronte alla propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua

col dubbio di veder i suoi cuccioli;

e mentre la sciocca si innamora di tale vista

il cacciatore scappa furiosamente.

 

Rapidamente Cupido nascosto dentro i bei occhi,

aggancia la freccia al nervo dell’arco,

poi lo tende con il potente braccio,

tanto che le due estremità dell’arco si toccano;

e con la punta d’oro della freccia tocca la mano sinistra,

con la corda la parte destra del petto.

Non appena la freccia parte ronzando nell’aria,

Iulio già sente l’amore nel suo cuore.

 

Ahi, che successe! Ah, come scorreva il brivido ardente

per tutto il corpo del giovane!

Che fremito gli scosse il cuore nel petto!

Era tutto bagnato di un sudore freddo;

e ingolosito dal dolce aspetto della donna,

non poteva levare lo sguardo dai suoi occhi,

ma, preso intensamente dal vago splendore,

il meschino non si accorge che qui c’è Amore.

 

Non si accorge che Amore è armato dentro gli occhi di lei

per turbare la sua lunga quiete;

non si accorge in che guaio si è cacciato;

non conosce i dolori, ancor segreti, che gli riserva;

è tutto invischiato di piaceri e desideri,

e così il cacciatore è caduto in trappola:

le braccia fra sé loda il viso e i capelli,

e in lei scopre qualcosa di divino.

 

Lei è splendente, e bianca è anche la veste,

se pur di rose, fiori ed erba è ornata;

i capelli biondi, a riccioli, scendono dal capo sulla fronte umile ma superba nello stesso tempo;

intorno le ride tutta la foresta,

e quanto può il suo cuore mitiga;

dal fare regalmente tranquillo

e con il solo sguardo calma le tempeste.

 

Gli occhi sfolgorano di una serena dolcezza,

dove Cupido tiene nascoste le sue fiaccole;

tutt’intorno si rallegra,

ovunque cade lo sguardo d’amore;

ha il volto pieno di innocente felicità,

dolcemente adorno di siepi e rose.;

ogni venticello cessa quando lei parla,

e ogni uccellino canta nel proprio linguaggio.

 

In lei c’è l’onestà umile e semplice

che sa aprire i cuori più chiusi;

in lei c’è la gentilezza in persona,

e da lei impara il fare dolce e grazioso;

anima villana non può guardarla in faccia,

se prima non prova dolore per i propri errori;

Amore prende molti cuori, ferisce o uccide,

quanto lei parla o ride dolcemente.

 

 

 

Sembra una Musa quando prende in mano la cetra,

sembra Minerva quando prende in mano il bastone;

se ha in mano l’arco e al fianco il portafrecce

è sicuramente la casta Diana.

L’ira scompare dal suo volto triste

e poco, innanzi a lei, la superbia resiste;

la accompagna ogni dolce virtù,

evidenti sono la bellezza e l’eleganza.

 

Lei era seduta sull’erba,

allegra, e aveva intrecciato una corona

di tutti i fiori che c’erano,

dei quali era ornata tutta la sua veste

e no appena si accorse di Iulio,

un po’ spaventata alzò la testa,

poi ripiegò l’estremità della veste con la candida mano,

alzandosi in piedi con il grembo pieno di fiori.

 

Già la donna  si avviava, per allontanarsi da lì,

sopra l’erba, piano piano,

lasciando il giovane in gran sofferenza,

che non desidera nessuno all’infuori di lei

ma il misero, non potendo soffrire che se ne andasse,

la pregò di rimanere;

pare che, tremando e sudando,

iniziò umilmente dicendo:

 

o chiunque tu sia, vergine sovrana,

ninfa o dea, anche se mi sembri certamente una dea;

se sei dea, forse sei tu Diana;

anche se mortale, dimmi chi sei tu,

perché la tua bellezza è sovrumana;

nemmeno so quanto sia merito mio,

o per quale grazia dal cielo, o per quale stella così buona,

che io sia degno di vedere una donna così bella.

 

Udito il suono delle parole di Iulio,

la donna fece uno splendido e dolce sorriso,

che i monti avrei fatto ir, restare il sole:

perché sembrava proprio che si aprisse in paradiso.

Poi parlò fra denti e labbra,

in modo tale da spaccare in due un blocco di marmo,

soave, saggia, e piena di dolcezza

da far innamorare, non che altri, una Sirena:

 

Io non so cosa immagini la tua mente,

non degna d’altare, non di pura vittima;

ma là sopra l’Arno nella vostra Etruria

sono legittimamente sposata;

la mia patria natale è la Liguria,

sopra una costa sulla riva del mare,

dove lontano dagli scogli si sente

l’invano lamento e l’ira del dio del Mare Nettuno.

 

Spesso passeggio in questo luogo

Qui vengo a soggiornare tutta sola;

questo è un luogo dove posso ritirarmi a pensare tranquillamente,

l’erba, i fiori e l’aria fresca mi invitano a venirci;

da qui posso rapidamente tornare a casa,

qui me ne sto lieta e il mio nome è Simonetta,

all’ombra, presso qualche limpida e fresca fonte,

e spesso in compagnia di alcuna donna.

 

 

Nei giorni di festa,

quando non si lavora,

sono solita venire ai sacri altari nelle vostre chiese

fra le altre donne con l’abbigliamento fastoso dei giorni festivi.

Ma perché io ti appaghi in tutto il tuo desiderio

e ti tolga il dubbio che ti tormenta,

non ti meravigliare delle mie tenere bellezze

perché io nacqui in riva al mare.

 

Ora che il sole tramonta

E le ombre degli alberi si allungano,

già la stanca cicala lascia posto al grillo,

già il rozzo contadino abbandona il campo,

e già sale il fumo dalle alte ville,

la villanella apparecchia la tavola per il suo uomo,

ormai mi incamminerò per la via più veloce

e tu fa’ lieto ritorno alla tua casa.

 

Poi con occhi felici e ridenti,

tal che il cielo si rasserenò tutt’intorno,

s’incamminò sull’erba a passi lenti

con atto ornato di amorosa grazia.

Allora i boschi fecero dolci lamenti

E gli uccellini cominciarono a piangere:

ma l’erba verde sotto i dolci passi

si fece bianca, gialla, vermiglio e poi azzurra.

 

Che deve fare Iulio? Ahimè, perché egli desidera

seguire la sua stella, ma il timore lo trattiene:

sta lì come un forsennato, e il cuore si raffredda,

e gli si ghiaccia il sangue dentro le vene;

sta immobile come un marmo, ma non pensa

alle sue pene, bensì a lei che se ne va,

dentro di sé lodando il dolce cammino aggraziato

e lo svolazzo della candida veste.

 

Pare che il suo cuore si schianti sul petto

e che l’anima fugga via dal corpo

e che come la brina al sole

tutto si consumi e si distrugga nel pianto.

Già si sente di essere uno dei tanti amanti,

e gli pare che Amore gli succhi ogni vena;

ora teme di seguirla, ora lo desidera,

da una parte lo spinge l’amore, dall’altra lo trattiene la vergogna.

 

Iulio, sono gravi le sentenze,

le magnifiche parole e i precetti,

con i quali molestavi i miseri amanti?

Perché non ti diverti ancora a cacciare?

Ecco che ora una donna possiede le chiavi

di ogni tuo desiderio, e misero, tieni tutti

ristretti i tuoi dolci pensieri;

ora guarda chi sei, e chi eri solo poco tempo fa.

 

Prima eri a caccia di una bestia

adesso una bestia più bella ti ha catturato,

prima eri te stesso, ora sei fatto di Amore;

ora sei legato, prima eri libero.

Dov’è la tua libertà, dov’è il tuo cuore?

Amore e una donna te l’hanno tolto.

Ahi, come un uomo deve credere poco a se stesso!

A virtù e fortuna Amore pone legge.

 

 

 

 

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Analisi e parafrasi I SEPOLCRI

 

È un carme in endecasillabi sciolti, dedicato ad Ippolito Pindemonte.

 

L’origine del carme

Causa dei Sepolcri fu:

I decreti napoleonici di Saint –Cloud (1804), per i quali si vietava, per motivi igienici, che i morti venissero sepolti in città; e si ordinava, per motivi democratici, che gli epitaffi fossero messi sul muro di cinta del cimitero e non dov’era inumato il cadavere.

Il Foscolo vide in quei decreti il pericolo che si soffocassero i liberi spiriti della rigenerazione che si spegneva (Parini); mentre i sepolcri, attraverso l’illusione dell’immortalità, sono ispiratori di opere generose, e avviano verso la rigenerazione e la risurrezione della patria.

La poesia sepolcrale era venuta a noi dall’Inghilterra, ma il Foscolo la trattò con l’originalità del genio, sollevandola dal banale sentimentalismo ad un altissimo significato umano.

In realtà non il problema sul luogo più opportuno e il modo delle sepolture è quello che sta più a cuore al poeta, bensì gli importa l’idea del sepolcro in sé, quale s’era affacciata a varie riprese nell’Ortis e nei sonetti:

  • il sepolcro come nodo di affetti familiari
  • il sepolcro come istituzione e religione, testimonianza delle memorie
  • il sepolcro come segno di gloria
  • il sepolcro sorgente di poesia, le tombe degli eroi vincono il silenzio dei secoli attraverso il canto dei poeti

L’importanza poetica e storica

I Sepolcri sono impostanti perché:

  • Iniziano la vera e concreta poesia del Risorgimento
  • Preludono al romanticismo imminente (rinnovato senso della storia, della tradizione; senso del mistico, del malinconico, del misterioso

Il contenuto

I Sepolcri si possono dividere in un preludio e in due parti:

  • Il preludio rievoca la vita nei suoi incanti e la morte che rompe questi incanti e tutto fa precipitare nel nulla
  • La prima parte ha carattere più universale, umanitario e contiene il motivo ispiratore di tutto il carme:  culto delle tombe perché attraverso esse si stabilisce una comunione di affetti tra i vivi e i morti, una umana religione delle tombe.
    • Visione politica: il cui il poeta descrive la tomba circondata dall’affetto dei superstiti a quella abbandonata nel suo squallore
    • Visone storica: in cui il poeta descrive il rito sepolcrale pagano e il rito sepolcrale cristiano: e afferma che il primo è comune a tutti i popoli civili
  • La seconda parte ha carattere più particolare, civile, politico: attraverso il vincolo che si stringe tra i vivi e i morti sorge il senso dell’eroico e la rigenerazione della patria.
  • Inno a Firenze
  • Inno a tutti gli spiriti eroici e generosi,

Il carme si chiude con l’immagine di Ettore, chiamato fraternamente per nome, come il più grande e il più sventurato di tutti gli eroi.

Le tombe non servono ai morti, però se le tombe non servono ai morti, servono ai vivi per quattro motivi:

  • Versi 23-90: ragioni di sentimento, corrispondenza d’amorosi sensi.
  • Versi 91-150: ragioni di storia, le tombe sono espressione di civiltà dei popoli.
  • Versi 151-225: ragioni morali e patriottiche, le tombe dei grandi suscitano grandi sentimenti per il rinnovamento della coscienza politica.
  • Versi 226-295: ragioni poetiche, le tombe ispirano i poeti.

 

Gli eroi per il Foscolo sono quelli che hanno operato a favore dell’umanità, per il progresso della civiltà (educazione vichiana, la storia come progresso).

E’ vero che tutta l’opera foscoliana poggia sul principio illuministico-materialistico che non esiste una vita dell’anima nell’aldilà, ma il carme è pervaso dal principio alla fine dal bisogno di credere in qualcosa di immortale, che dia uno scopo alla vita umana.

Se l’esistenza è destinata a finire nel nulla eterno, come possiamo vivere alla morte? Questa è la domanda che si pone il Foscolo e la risposta è una: il solo mezzo che l’uomo ha per sfuggire alla morte è di cercare la gloria praticando la virtù, compiendo egregie cose, lasciando di sé buona memoria ed esempi degni di essere imitati dai posteri.

L’individualismo romantico è già presente in questa ricerca di immortalità, di distinzione da quegli uomini che vivono privi di ideali e di nobili sentimenti, pertanto la gloria può essere acquisita o con opere d’ingegno o con gesta compiute per la grandezza della patria.

Il pessimismo del Foscolo sembra placarsi nella certezza che la gloria può dare un senso all’esistenza dell’uomo, consolando con l’illusione che il suo nome e la sua opera non si perderanno nel tempo.

Dal punto di vista razionalistico ed oggettivo,le tombe non hanno valore, perché la morte restituisce il corpo alle vicende della materia, ed è legge universale che tutto quanto esiste sia distrutto e trasformato dalle vicende del tempo (vv. 1-22)

Dal punto di vista soggettivo, invece, vale la considerazione che ognuno, mediante la tomba, abbia l’illusione di sopravvivere nell’affetto dei propri cari, partecipi di illusione analoga, e solo chi sa di non avere affetti dietro di sé no ha motivo di desiderare una tomba. (vv. 23-50)

La nuova legge è perciò da condannare, perché, accomunando o livellando le tombe, ferisce la coscienza comune, ed il sentimento del poeta è particolarmente toccato dal fatto che una tomba propria sia stata negata al Parini. (vv. 51-90)

Considerando nella sua realtà storica, il costume delle tombe è l’oggettivazione di tale impulso della coscienza, il quale è proprio dell’uomo non appena esce dalla stato ferino; comune a tutti i popoli civili, l’usanza di onorare i propri cari con una tomba si è variamente atteggiata attraverso i secoli. (vv. 91-103)

La consuetudine di seppellire i morti nelle chiese è rito di tempi remoti, ma troppo squallido e terrificante; suggestiva è invece la consuetudine che fa – nei cimiteri – luoghi in cui i vivi e i morti si uniscono in una <<corrispondenza d’amorosi sensi>>: tale costume fu in uso presso gli antichi pagani e lo è ora presso gli Inglesi. (vv. 104-136)

Ma, dove manchi una coscienza civile e la gente non apprezzi altro se non le forme materiali del vivere, le tombe non hanno senso, e sono soltanto una <<inutile pompa>>, vana manifestazione di ricchezza, e malaugurate immagini di morte; il poeta ne augura a sé una modesta, che giovi a ricordare agli amici la propria figura di uomo libero e una poesia, come la sua, ricca di sentimenti generosi e degna di nobili spiriti. (vv. 137-150)

Questa prima parte del carme costituisce prologo alla seconda, in cui i sepolcri sono come l’oggettivazione dell’ansia di durare e presidio della tradizioni patrie. I sepolcri sono santuari in cui si perpetua la memoria dei grandi: così è di Santa Croce in Firenze, che accoglie le tombe di Machiavelli, Michelangelo e Galilei. (vv. 151-185)

Se c’è un luogo da cui gli spiriti alti e audaci attingano incitamento alla gloria, di lì si dovranno trarre gli auspici per la riscossa della patria. Quest’onore spetterà a Santa Croce, dove Vittorio Alfieri veniva a ispirarsi e dove ora la sua tomba è ammonimento di amore alla patria. Da quella religiosa pace sembra parlare una divinità, quella stessa divinità che alimentava nei Greci di Maratona il valore e l’accanimento contro l’invasore persiano. Questi sentimenti d’amor patrio trovano corpo nella visione di battaglia che, secondo la tradizione, appariva di notte ai naviganti nei luoghi di quello scontro. (vv. 186-212)

Agli spiriti nobili, la morte è giusta  dispensatrice di gloria, e la tomba può essere incentivo perché all’estinto sia resa postuma giustizia dei torti ricevuti in vita, così come avvenne, secondo la leggenda, per Aiace, alla cui tomba le onde portarono le armi di Achille, che ingiustamente erano state negate a lui da vivo. (vv. 213-225)

Ma soprattutto la tomba serve a mantenere quella memoria alla quale s’ispira il canto dei poeti. La tomba di Ilo nei luoghi dell’antica Troia fu forse di ispirazione ad Omero per consacrare all’eternità, insieme con il valore degli Argivi, l’eroismo e il sacrificio di Ettore, difensore della sua patria. (vv. 226-295)

Nella prima parte:

I vv. 1-21 affermano le leggi materialistiche, i vv. 23-50 affermano invece l’illusione. Sono quasi simmetrici, quasi uguale il numero dei versi. Entrambi si aprono con un interrogazioni retoriche di 3 vv. Nei primi c’è una lunga domanda seguita da una piccola risposta, nei secondi il contrario. Da 1-21 si distruggono i valori positivi della vita, da 23-50 il contrario. La prima domanda ha versi incalzanti come la seconda risposta, la seconda domanda e la prima risposta hanno invece versi brevi e perciò un ritmo scorrevole.

I vv. 51-90 sono una risposta alla tesi prima dimostrata dicendo ci non attribuire il giusto peso al sepolcro.

La seconda parte è più argomentativi che interrogativa. Medioevo (condannato per le barbarie, mancanza di igiene, visione della vita tetra e macabra), Civiltà classica (visione serena della vita e della morte), Inghilterra (positività delle tombe, unione dello spirito dei popolo intorno alle glorie e agli eroi nazionali), Italia napoleonica (mancanza di spirito eroico e di valori civili).

La terza parte. Ricordo dei grandi del passato. Le tombe dei grandi uomini stimolano gli animi generosi a compiere grandi azioni e a rendere sacra la terra che gli accoglie.

La quarta parte: Alla funzione della tomba nel serbare la memoria e nel perpetuare i valori della civiltà, si affianca quella della poesia. Se tutto ciò che esiste viene distrutto, anche le tombe diverranno ciò e verranno così ricordate dalle poesie.


PARAFRASI DEI SEPOLCRI

 

Il sonno della morte non è certamente meno pesante in un'urna confortata dal pianto. Quando il sole non risplenderà più davanti al poeta una pietra che distingua le sue dalle infinite altre ossa disseminate sul mondo dalla morte niente ricompenserà il defunto dei giorni perduti. Persino l'ultima dea, la Speranza, abbandona i sepolcri; e il tempo tutto travolge nella sua notte, non soltanto gli uomini e le loro tombe ma i resti stessi della terra e del cielo. Perché tuttavia l'uomo dovrebbe rinunciare all'illusione del sepolcro, che sembra trattenerlo al di qua del regno dei morti? Chi è scomparso non vive forse ancora tra noi, grazie alle soavi cure della tomba per le quali ancora sopravvive sotto terra chi è scomparso? Una celeste dote esiste negli uomini per mezzo della quale si genera tra i vivi ed i trapassati una corrispondenza di amorosi sensi; per mezzo di questa dote noi viviamo con l'amico estinto e l'estinto con noi, se le sue ossa siano state accolte pietosamente dalla terra nativa, e un sasso serbi il ricordo del nome. Solo per chi non lascia sulla terra eredità di affetti il sepolcro è privo di senso, né alcun messaggio ideale proviene dalla tomba ai viventi. Eppure nuove usanze vorrebbero contendere ai morti la memoria del nome, e togliere ai superstiti l'illusione del sepolcro. Ed un poeta come il Parini giace privo di tomba in una fossa comune. Invano la Musa della poesia satirica tenta di custodire le sue ossa, invano prega che la notte sia dispensatrice di rugiada ai resti del poeta. Soltanto il compianto e le lodi di chi sopravvive possono far sorgere sulle tombe il conforto dei fiori. Dal giorno stesso in cui gli uomini superarono la barbarie primitiva, il sepolcro è stato un altare per i vivi, il simbolo degli ideali che animarono gli antenati, un incitamento al progresso e alle conquiste. Del resto il culto dei morti non fu sempre così orrido come nei riti propri delle età più oscure, riti torbidi e che incutevano terrore. Un tempo i sepolcri furono allietati dalla luce del sole, dal profumo dei fiori, dal verde perenne dei cedri, un tempo chi sedeva a raccontare le sue pene agli estinti sentiva d'intorno la fragranza medesima degli Elisi. Gli amici ponevano una fiaccola sul sasso tombale per illuminare la notte dell'aldilà, e facevan crescere fiori d'intorno. Pietosa follia, che porta le giovinette inglesi a piangere la madre defunta, e pregare per il ritorno del comandante Nelson. Inutili sono le tombe dove domina la viltá, dove dorme ogni furore di gesta eroiche; è il caso degli ambienti altolocati della Repubblica cisalpina. Ma dovunque sorgano degli animi generosi le tombe dei grandi incitano a nobili imprese. Quando il poeta visitò in S.Croce le tombe degli italiani più grandi (Machiavelli, Michelangelo, Galileo), disse "Beata Firenze per le felici aure pregne di vita, per la lingua che dette a Dante e al Petrarca; ma più beata perché serba raccolte in un unico tempio le uniche glorie italiche superstiti". Da quel tempio infatti gli italiani avrebbero tratto gli auspici per il loro riscatto. Quivi veniva a meditare l'Alfieri; e da quei marmi traeva l'unico conforto e la sola speranza di riscatto per la patria. Un Nume parla davvero tra quelle mura, quello stesso Nume che suscitò in Maratona l'ira e il valore dei Greci contro gli invasori persiani, e dimorò poi eterno in quei luoghi. Il navigante che veleggiò nella notte lungo le coste greche vedeva rinnovarsi nelle tenebre l'antica battaglia, e le immagini dei guerrieri greci risorgere fremendo dalle tombe. Felice il Pindemonte che nella sua giovinezza veleggiò per quei mari e udì l'eco delle antiche imprese! trascorre fuggitivo ed esule. Il poeta invece è costretto ad andar ramingo per altri luoghi; ma le Muse gli concederanno almeno di rendere eterni col canto gli eroi. Infatti le Muse siedono a custodia delle tombe, e quando su di esse il tempo stampa la sua ora distruttrice, sorge la voce dei poeti ad eternare le gesta degli eroi con la poesia. Ancor oggi nella Troade risplende eterno un luogo; eterno appunto per il canto di un poeta. Quando la ninfa Elettra, amata da Giove, udì la voce della Parca, chiese all'amato che rimanesse immortale almeno la sua fama. E Giove fece sacra la sua tomba. Intorno a quella tomba si raccolsero i sepolcri dei grandi troiani. Qui Cassandra, figlia di Priamo, insegnava ai giovinetti il lamento funebre e prediceva le sventure della patria. Troia sarebbe caduta ma quelle tombe sarebbero rimaste tra le macerie a testimoniare la virtù e l'eroismo dei vinti. Un giorno un cieco mendico sarebbe entrato brancolando tra quelle antichissime ombre, abbracciando i sepolcri ed interrogando le urne. Dalle cavità più riposte gli eroi avrebbero narrato ad Omero le vicende troiane; ed il poeta, placando quelle afflitte anime col canto, avrebbe eternata la gloria dei greci, ma anche la fama e la pietà dei vinti, dovunque fosse onorato il sangue versato per la patria, e finché il sole risplendesse sulle sciagure degli uomini.

 

Fine articolo Parafrasi

 

Parafrasi Purgatorio – Canto XI

 

« Padre nostro, che stai nel cielo, non perché limitato da questo, ma per il maggiore amore che tu nutri per i cieli e gli angeli (primi effetti di là su: le prime opere create dà Dio),

il tuo nome e la tua potenza siano oggetto di lode da parte di tutte le creature, così come è giusto rendere grazie al tuo amoroso spirito.

Ci sia concessa la pace del tuo regno, perché noi con le nostre sole forze, per quanto ci adoperiamo, non possiamo pervenire ad essa, se non ci viene incontro.

Come i tuoi angeli sottomettono a te la loro volontà, acclamandoti, così siano pronti a fare gli uomini della loro.

Donaci oggi la grazia divina, senza la quale retrocede colui che più si sforza di procedere attraverso le difficoltà del mondo,

E come noi perdoniamo a ciascun nostro nemico il male che abbiamo ricevuto, anche tu perdona a noi con misericordia, senza guardare i nostri meriti insufficienti.

Non mettere alla prova la nostra forza che facilmente si abbatte, con le tentazioni del demonio, ma liberala da lui che con tanta insistenza la spìnge (al male).

L'ultima parte della preghiera, o dolce Signore, non è più fatta per noi, dal momento che essa per noi non è più necessaria, ma per coloro che abbiamo lasciato sulla terra.»

Coscienza dei limiti umani e vibrante ansia dei beni superiori, non più caduchi ma perfetti, sorreggono la parafrasi del « Pater Noster », la preghiera evangelica più alta, che è confessione di umiltà del singolo uomo di fronte a Dio e voce corale di tutta la cristianità. Un largo filone critico, a partire dal Tommaseo, denuncia la scarsa validità poetica di queste terzine, che si dispongono come dottrinale svolgimento della ieratica semplicità delle parole di Cristo (Matteo VI, 9-13; Luca XI, 2-4) e giustifica l'inizio del canto XI come il prodotto di un gusto particolare del Medioevo, che amava parafrasare, in un genere Il tra dottrinale e retorico" (Parodi), le più conosciute preghiere biblíche. Senza dubbio il commento delle parole sacre è in parte teologico - guidato dalla esatta terminologia della filosofia scolastica (circunscritto, primi effetti) - e in parte morale - come nel dolente accenno all'aspro diserto che l'umanità deve percorrere e ai suoi sforzi inutili (verso 15) senza l'aiuto divino - ma il rilievo in cui è posto il dramma della debolezza umana e il confidente abbandono in Dio (versi 7-9; versi 13, 18; versi 19-21), e la lentezza del ritmo con cui si snoda la preghiera, non canto esaltante, ma faticosa espressione che richiama il verso finale del canto precedente, piangendo parca dicer: "Più non posso", arricchiscono la parafrasi di un particolare tono di poesia.
Il Fallani nota che l'aver risolto la preghiera nel ritmo della terzina, con pause efficaci, con riprese e lievi varianti e amplificazioni, non ha sfigurato la purezza originale dell'oratio, mentre questo gruppo che espia il suo orgoglio di fama e di gloria terrena e che per la superbia era costretto, un tempo, ad un'azione egoistica e vana, ora con la preghiera per color che dietro noi restaro entra nel circolo vastissimo e corale di tutto il mondo ch'è allo stato di prova".
Di grande efficacia è l'aver fatto recitare direttamente la preghiera dai superbi, perché le pause di riflessione trovano così la loro giustificazione: il rapporto fra Dio e le creature che deve essere vissuto come rapporto fra padre e figlio, il rapporto fra gli uomini che vengono così trasformati in fratelli, il dovere dell'amore e il bisogno della preghiera reciproca sono realtà che i superbi intendono solo ora, con estrema chiarezza, mentre, curvati verso la terra, gemono sotto il peso del rnacigno che li doma. Per questo, pur nel legame che impone di per sé la preghiera dei Pater, "il Poeta ha saputo trovare una cadenza ritmica solenne, quasi di salmo gregoriano, che scaturisce dalla realtà vivente dei peccatori... riguadagnati alla Grazia nella rappresentazione del loro ultimo dramma, prima della visione beatifica" (Fallani).
L'espressione quest'ultima preghiera è riferita da molti commentatori alla terzina 19: i superbi chiedono al signor caro la grazia di assistere chi in terra è ancora esposto alla tentazione, "fatti teneri della tenerezza che il Padre ha mostrato loro, salvandoli dal pericolo estremo" (Marzot). Il Porena più giustamente ritiene che essa comprenda tutta l'ultima parte della preghiera (versi 13-21), in cui i riferimenti alla vita terrena sono continui e diretti.


Così quelle ombre innalzando una preghiera di buon augurio per sé e per gli uomini, procedevano sotto il peso dei massi, peso simile a quello che talvolta ci opprime nell'incubo di un sogno,

girando tutte intorno al monte lungo la prima cornice, travagliate in modo diverso (disparmente: secondo la gravità del peccato) e sfinite, purificandosi delle brutture del peccato.

Se nel purgatorio pregano sempre per noi, quali preghiere e quali opere si potrebbero fare nel mondo per le anime penitenti da parte di coloro la cui volontà di suffragio nasce da un cuore in grazia di Dio?

E' giusto aiutarle a cancellare le macchie di peccato che hanno portato dal mondo, in modo che, purificate e prive di peccato, possano salire al cielo.

« Possano la giustizia e la misericordia liberarvi presto dal peso, in modo che possiate iniziare il volo, che vi innalzi dove desiderate, (in nome di questo augurio)

indicateci da quale parte si giunge prima alla scala (che porta al secondo girone); e se esistono più passaggi, mostrateci quello che sale meno ripido,

perché questo che procede con me, a causa del peso del corpo di cui è rivestito, è lento nel salire, di contro al suo desiderio.»

Il centro drammatico del canto. più che negli incontri che ne occupano la seconda parte, si risolve nelle terzine 25-39, il cui motivo conduttore . la sofferenza delle anime, la loro serena rassegnazione e la commossa partecipazione di Dante - non solo si dispone lungo l'arco dei tre canti dedicati ai superbi, ma è momento ricorrente in ogni altra cornice, perché è da questo che nasce la poesia del Purgatorio. Essa infatti "si muove tra i limiti di un passato, che perdura per rendere possibile il rimorso salutifero, e, il futuro, di cui l'anima coglie qualche vivido presagio. E questi due aspetti si scontrano dentro l'anima del penitente. che non ha una storia intermedia, su cui posi col pensiero... L'umano delle anime penitenti si esprime o si esalta in due sospiri: uno di rimorso, uno di speranza , (Marzot). Per questo la nuova siuazione poetica si sdoppia tra lo spettacolo di quello che l'uomo fu in terra - animoso, prode, magnanimo - e il senso dì quiete laboriosa, nell'esercizio mite della penitenza, che rintuzza ogni aggressività di natura e pone un sorriso nella realtà della propria storia, sempre più lontanante. I motivi drammatici emergenti da questa disposizione interiore delle anime e dalla figurazione scenica si ripercuotono nell'animo, di Dante - la cui umanità appare tutta in due versi (35-36) - e preparano gli episodi seguenti.

Le parole, che risposero a quanto aveva detto la mia guida, non si capì da quale anima fossero pronunciate;

ma si dìsse: « Seguiteci a destra lungo la parete, e troverete il passaggio che può essere salito da un vivente.

E se io non fossi impedito dal masso che piega il mio capo superbo, per cui sono costretto a tenere il viso abbassato,

guarderei costui, che è ancora vivo e non ha detto il proprio nome, per vedere se lo conosco, e per ispirargli pietà di questo peso.

Io fui italiano e fui figlio di un grande toscano: mio padre fu Guglielmo Aldobrandesco; non so se il suo nome sia mai arrivato alle vostre orecchie.

L'anima che parla a nome dei suoi compagni di pena (le lor parole) è quella di Omberto Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo, appartenente alla nobile famiglia ghibellina dei conti di Santaflora. Omberto fu signore di Campagnatico. nel Grossetano, e con l'aiuto dei Fiorentini continuò contro Siena le lotte iniziate dal padre. Mori nel 1259, e intorno alla sua morte esistono due versioni: secondo la prima fu ucciso da sicari inviati dai Senesi, secondo l'altra, più attendibile, morì eroicamente, difendendo il suo castello contro i Senesi. Il nome di Guglielmo, morto fra il 1253 e il 1256, riempì a lungo le cronache toscane, sia per il suo accanimento contro Siena. sia per la sua politica incerta fra Papato e Impero.

L'antichità della mia famiglia e le azioni illustri dei miei antenati mi resero così superbo, che, non pensando che unica è la madre di tutti, la terra,

disprezzai a tal punto il mio prossimo, che ciò fu causa della mia morte; e come essa avvenne, lo sanno i Senesi e a Campagnatico lo sa ogni essere parlante.

Se si accetta la versione dell'assassinio, bisogna intendere che solo i Senesi che ne furono causa e gli abitanti di Campagnatico che vi assistettero, conoscono come, cioè in quale misero modo, Omberto morì. Se si accetta la notizia della fine in battaglia, il come si riferirà al coraggio con cui eglì cadde.

Sono Omberto; e la superbia ha recato danno non solo a me, perché essa ha trascinato con sé nel male (in vita e dopo la morte) tutti i miei consanguinei (consorti: nel significato medievale di membri di famiglie provenienti dallo stesso ceppo).

Ed è necessario che io qui porti questo peso a causa della superbia, fin tanto che la giustizia divina abbia ricevuto soddisfazione, qui tra i morti, dal momento che non l'ho fatto mentre ero vivo ».

La caratterizzazione psicologica di Omberto Aldobrandeschi è raggiunta anzitutto attraverso il suo linguaggio aspro, difficile, continuamente spezzato dall'alzarsi improvviso della voce in un moto dell'antica superbia (s'io non fossi... guardere'io... io fui latino... io sono Omberto... io questo peso porti... poi ch'io nol fe') e dal suo piegarsi altrettanto improvviso in una voluta ricerca di umiltà (la cervice mia superba doma... per farlo pietoso a questa soma... non so se 'l nome suo già mai fu vosco). Non è ironia quella che muove questo discorso, come vorrebbe il Marzot, bensì Il sentimento drammatico di una non compiuta vittoria su se stesso, di un'oscillazione lenta a risolversi fra il guerriero di un tempo, abituato al comando, e il penitente, che sembra fare tutt'uno con la pietra che lo schiaccia contro la terra. Non c'è più il cuore di una volta, ma, nel breve cono d'ombra che la colpa proietta dentro di lui, si muove il superstite senso della terra, cioè perdura la condizione del carattere (l'orgoglio dell'antico sangue e delle opere leggiadre), essendo in lui ancora all'inizio quel processo di ascensione che invece già tanto ha eliminato del contingente presente in Oderisi e Provenzano Salvani.

Per ascoltare abbassai il viso; e una di quelle anime, non quella che parlava, si torse sotto il peso che le opprimeva,

e mi vide e mi riconobbe e mi chiamò per nome, tenendo faticosamente fissi gli occhi su di me che procedevo con loro tutto chinato.

« Oh! » gli dissi, « non sei Oderisi, il vanto di Gubbio e il vanto di quell'arte che a Parigi è chiamata illuminare (alluminar: miniare) ? »

Oderisi (o Oderigi) da Gubbio fu un celebre miniatore. vissuto intorno alla metà del '200. Alcuni documenti attestano la sua presenza a Bologna fra il 1268 e il 1271, e a Roma; pare abbia soggiornato anche a Firenze. Morì nel 1299. Dante, per quanto possiamo ricavare da questi versi, l'avrebbe conosciuto e stimato profondamente, quale principale esponente della miniatura bolognese, che in questo periodo subiva l'influenza di quella francese. Del resto la Francia dominava allora questo campo artistico, per cui accanto al termine italiano « miniare » esisteva anche la forma « illuminare », coniata sul francese enluminer, che a sua volta pare derivi dal latino alumen, « allume », un materiale particolare usato per accrescere la lucentezza dei colori adoperati dal miniatore.

« Fratello », mi rispose « sono più belle le opere che dipinge il bolognese Franco: la gloria ora è tutta sua, e a me ne resta solo una parte.

Franco fu un miniatore bolognese, più giovane di Oderisi di qualche anno; secondo il Vasari, che afferma di aver visto molte opere miniate da lui, sarebbe stato "miglior maestro" di Oderisi. Tuttavia tanto di Franco quanto di Oderisi non abbiamo alcuna opera che si possa loro attribuire con assoluta certezza.

Certamente, mentre ero in vita, (nell'ammettere la superiorità di un altro) non sarei stato così generoso, a causa del grande desiderio di eccellenza al quale il mio animo era tutto rivolto.

Qui si sconta la pena di questa superbia; e non mi troverei neppure qui (sarei ancora nell'antipurgatorio), se non fosse che mi pentii, mentre (essendo in vita) potevo ancora peccare.

Oderisi, che rappresenta la superbia nell'arte, dopo quella della stirpe di Omberto e prima della superbia politica di Provenzano, appare "in una condizione spirituale più monda di scorie psicologiche e terrestri che non Omberto Aldobrandeschi: egli è meglio riuscito a sconfiggere in sé i difficili e rissosi orgogli dell'artista, e all'amichevole enfasi con cui Dante l'aveva salutato onore della sua città e dell'arte della miniatura egli contrappone, con libero riconoscimento, il più luminoso sorriso delle pergamene miniate dal suo antagonista Franco bolognese. I ricordi delle accanite lotte per la conquista del primato nella propria arte, e la vicenda delle altre fame artistiche e letterarie, gli si sono ormai chiariti in una religiosa filosofia della vanità. Ma è una filosofia umanamente ancor patita, venata di malinconia, non tranquillamente serena: Oderisi disserta per persuadere, oltre Dante, anche se stesso, quanto in lui sopravvive, resistendo all'ultima e suprema liberazione spirituale, di umano e terrestre" (Mattalia).

Oh quanto è vana la gloria dell'umano valore! quanto poco tempo resta rigogliosa sulla cima del suo albero, se non è seguita da un periodo di decadenza!

Cimabue credette di essere senza rivali nella pittura, ed ora è di Giotto tutta la fama, cosicché la sua è oscurata:

Giovanni di Pepo, soprannominato Cimabue, nacque a Firenze nel 1240 e morì all'inizio del 1300. Iniziò l'opera di distacco della pittura italiana dalla tradizione bizantina, opera che fu continuata, con ancora maggiore decisione, dal suo allievo, Giotto. Un antico commentatore, l'Ottimo, ripreso poi dal Vasari, afferma che fu "pintore... molto nobile", ma particolarmente "arrogante e... sdegnoso".
Giotto di Bondone del Colle nacque a Vespignano (vicino a Firenze) intorno al 1266 e morì nel 1337 a Firenze, dopo un'intensa attività, della quale le principali testimonianze si trovano oggi ad Assisi, Padova e Firenze. Con la sua opera il rinnovamento della pittura italiana è ormai un fatto compiuto.
Dopo innumerevoli studi la maggior parte dei critici è d'accordo nell'ammettere fra Dante e Giotto rapporti di amicizia e di stima.


così Guido Cavalcanti ha strappato a Guido Guinizelli il primato nell'uso della lingua volgare; e forse è nato chi oscurerà la loro fama.

Guido Guinizelli, nato a Bologna fra il 1230 e il 1240 e morto nel 1276, fu iniziatore della scuola poetica del dolce stil novo (della quale Dante fu uno dei principali esponenti), sia per la concezione dell'amore sia per l'uso raffinato del volgare. Dante lo loda particoIarmente nel Convivio (IV, 20, 7) e nel De Vulgari Eloquentia (1, 9, 3; 15, 6; Il, 5, 4; 6, 6) ed esalterà la sua poesia nel canto XXVI del Purgatorio.
Guido Cavalcanti, figlio di quel Cavalcante dei Cavalcanti da Dante posto nell'inferno fra gli eresiarchi (canto X, versi 52-72), fu grande rappresentante del dolce stil novo, amico e maestro di Dante. Nato poco prima del 1260, morì nel 1300.
L'espressione e forse è nato chi l'uno e l'altro caccerà del nido pare voglia alludere, secondo molti commentatori antichi e moderni, a colui che, se pittore, oscurerà la fama di Gíotto (l'uno), se poeta, la fama di Guido Cavalcanti (l'altro) : riferendo l'uno e l'altro ai due Guidi, c'è da superare la difficoltà del fatto che la gloria del Guinizelli non si può più oscurare, dal momento che essa è già stata distrutta dal Cavalcanti. Tuttavia è più esatto intendere, seguendo alcuni interpreti antichi, che qui Dante alluda a se stesso, che supererà in grandezza i due poeti precedenti. Questa affermazione non è superba esaltazione di sé, ma consapevolezza delle proprie capacità poetiche (cfr. anche il canto XXIV del Purgatorio, versi 52-54). Tuttavia questo giudizio si svolge nell'ambito di una profonda meditazione intorno alla caducità dei fatti e della gloria terrena, cosicché anche Dante riconosce di non potersi sottrarre alla legge del tempo: come Cimabue, il Guinizelli e il Cavalcanti sono già stati dimenticati, presto lo saranno anche Giotto e lui stesso.


La gloria umana non è altro che un soffio di vento, che ora spira da una parte ed ora spira dall'altra, e cambia nome ogni volta chi cambia direzione.

Quale fama più grande avrai, se muori vecchio, di quella che avresti se fossi morto prima.di abbandonare il linguaggio dei bimbi (il pappo e il dindì rappresentano la storpiatura infantile di « Pane » e « moneta »),

prima che siano trascorsi mille anni? perché (mille anni) rispetto all'eternità costituiscono un periodo di tempo più breve di un battito di ciglia rispetto al movimento del cielo che ruota più lentamente degli altri (al cerchio che più tardi in cielo è torto: il cielo delle stelle fisse che impiega 360 secoli a compiere la sua rivoluzione).

Colui che cammina a passi così brevi davanti a me, fece risuonare del suo nome tutta la Toscana; ed ora a malapena è ricordato a Siena,

della quale era signore quando venne distrutta la baldanza fiorentina, che a quel tempo fu superba così come ora è avvilita.

Colui che fu sire in Siena è Provenzano Salvani, che fu uno dei più autorevoli ghibellini della Toscana, ed ebbe nelle sue mani il governo di Siena dopo il 1260, Al concilio dì Empoli, dopo la vittoria ghibellina di Montaperti, fu tra coloro che sostennero la necessità di una distruzione totale della guelfa Firenze (cfr. Inferno canto X, versi 91-93). Nel 1269 a Colle di Valdelsa partecipò ad uno scontro fra Senesi e Fiorentini e "fu preso e tagliatogli il capo, e per tutto il campo portato fitto in su una lancia" (Villani-Gronaca VII, 31).

La vostra fama è come il colore dell'erba, che appare e scompare, e viene seccata dal sole ad opera del quale esce dalla terra ancora immatura.»

La perorazione di Oderisi si inquadra perfettamente, nel concetto di «tempo» del mondo purgatoriale: se nell'inferno il passato immobilizzato nell'atto del peccato, si identifica col presente. che è la dannazione derivata da quel peccato, e che si distenderà all'infinito senza mutamenti, nel Purgatorio il ritmo del tempo è avvertito dalle anime perché è segnato dalla loro progressiva ascesa verso l'alto attraverso le varie cornici. La loro vita spirituale è in movimento continuo verso la perfezione, e il movimento presuppone una misura oggettiva delle ore entro cui svolgersi. Solo questo « tempo » ha valore, perché è in rapporto con l'eternità, mentre i mill'anni della terra rivelano tutti la loro caducità attraverso il rapido avvicendamento di luci e di ombre, che illuminano e coprono con rapidi trapassi (neppure una generazione intercorre fra Oderisi e Franco, Cimabue e Giotto, Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti) gli individui. Questa legge universale, che sembra dapprima affacciarsi con il vigore dell'invettiva (oh vana gloria del'umane posse!) si svolge poi entro il ritmo solenne di una contemplazione, che trasferisce ogni, significato ideale nelle immagini prese dalla vita della natura, là dove più visivamente si impone il trapassare del tempo: dalla suggestiva figura dell'albero con il suo breve e alterno verde, attraverso quella della mobilità del fiato di vento, per concludersi con una ripresa del motivo coloristico, la vostra nominanza è color d'erba. Dove però la visione si dispiega più commossa e fatta più certa nelle sue affermazioni, è nell'intervento dell'etterno e del cielo: sulla ,fama, grandeggia il tempo (pria che passin millanni) e sul tempo, l'eterno. Dagli esempi particolari di Omberto e di Oderisi, e dall'esperienza storica dì Cimabue, di Giotto, dei due Guidi, il Poeta giunge all'enunciazione di una legge universale, che trascende anche lui. "L'alta coscienza che Dante ha di sé e della sua opera resta nel fondo, inopprimibile elemento umano; però, se egli certo si sente tanto al di sopra dei due Guidi, non osa gridare alto il suo nome e affermare la sua gloria, perché subito il suo nome e la sua gloria sono sommersi dal valore universale della legge umana che egli, dopo lunga meditazione, sente ed esprime con così gravi parole" (Grabher).

Ed io gli dissi: « Le tue veraci parole mi infondono un sentimento di buona umiltà, e appianano il mio animo gonfio di grande superbia: ma chi è colui del quale ora stavi parlando? »

« Quello » disse « è Provenzano Salvani; e si trova qui perché ebbe la superba presunzione di impadronirsi di tutta Siena.

Così curvo ha camminato e cammina. senza riposo, dal momento in cui è morto: tale pena deve pagare chi nel mondo ha troppo presunto di sé.»

Ed io: « Se l'anima che aspetta, prima di pentirsi l'ultimo istante di vita, resta qui sotto (nell'antipurgatorio) e non può salire il monte

se non l'aiuta la preghiera di un cuore in grazia di Dio, prima che sia passato tanto tempo quanto visse, per quale motivo a Provenzano fu concesso di accedere (al purgatorio vero e proprio) ? »

« Quando era nel momento più glorioso della sua vita » disse, « messo da parte ogni sentimento di vergogna, di sua spontanea volontà si piantò sulla piazza del Campo di Siena (la più importante piazza della città);

e lì, per liberare un suo amico dalla pena che soffriva nelle prigioni di Carlo d'Angiò, si ridusse (a mendicare) tremando (per l'umiliazione) in ogni fibra. 

A Provenzano Salvani fu concesso di entrare subito nel purgatorio, senza so stare nell'antipurgatorio come avrebbe dovuto, essendosi pentito solo in fine di vita, grazie ad un grande atto di umiltà. Un suo amico, Bartolomeo Saracini secondo alcuni, Vinea o Mimo dei Mimi, secondo altri, fatto prigioniero da Carlo I d'Angiò nella battaglia di Tagliacozzo, doveva pagare, per aver salva la vita, una taglia di diecimila fiorini. Provenzano nel Campo di Siena cominciò a chiedere l'elemosina ai suoi concittadini, "non sforzando alcuno, ma umilmente domandando aiuto" (Ottimo), finché raggiunse la somma necessaria.per liberare l'amico.

Non ti dirò altre cose, e so che le mie parole sono oscure; ma passerà poco tempo, che i tuoi concittadini ti metteranno in condizione di poter in terpretare le mie parole. 

Questa azione gli evitò la sosta nel l'antipurgatorio (li tolse queí confini).» 

L'artista colorito, elegante nei modi, di gentile malinconia nel parlare della ricerca affannosa della fama, diventa pieno di eloquenza ammirativa nel presentare la figura di Provenzano Salvani, la sua fierezza partigiana, la volontà eroica che lo piegò liberamente a mendicare per l'amico: "C'era, dunque, in quel superbo, qualcosa oltre la superbia, qualcosa di così energico da sottomettere la superbia stessa: trionfo della bontà umana tra i più forti impedimenti, che sono quelli interiori, e perciò, in quanto drammatico, tanto più significante della forza incoercibile di essa" (Croce). Provenzano non parla, annientato quasi sotto il masso che lo costringe a prendere del cammin sì poco, antitesi amarissima con la sua vita di sire di un tempo: per questo più facilmente la sua apparizione si trasforma in autoritratto di Dante, o definizione autobiografica attraverso l'incontro con una creatura sorella, portando a compimento quel processo di identificazione con la sorte dei superbi da Dante iniziato procedendo tutto chin con loro. Nell'atto di Provenzano, quando "è la carne stessa che trema, la sua persona che s'impietra, tutto il suo essere che si capovolge nell'imperio audace, e finalmente vittorioso, sopra, di sé" (ApolIonio), è riassunta la storia dell'esilio di Dante, che Oderisi rivela con quel verbo « chiosare », che si conficca alla fine del verso con la stessa potenza del tremar per ogni vena.

 

 

 

Fine articolo Parafrasi

 

Parafrasi Purgatorio – Canto XXIV

 

Il parlare non rallentava il cammino, né il camminare rendeva più lento il discorso; ma, pur conversando, andavamo speditamente, come una nave spinta da vento favorevole.

E le ombre, che sembravano cose più che morte, (guardandomi) attraverso gli occhi infossati si meravigliavano di me, essendosi accorte che io ero ancora vivo.

E io, continuando il mio discorso (interrotto alla fine del canto precedente), dissi: « Quell'anima (Stazio) sale al paradiso forse più lentamente di quanto non farebbe (se fosse sola), per amore di Virgilio.

Ma se lo sai, dimmi dov'è tua sorella Piccarda (di lei Dante parlerà nel canto IIl del Paradiso, versi 34 sgg.) ; e dimmi se, tra questa gente che mi osserva in questo modo, posso vedere qualche persona degna di nota ».

« Mia sorella, che non so se fosse più bella o più buona, è già trionfante in paradiso, lieta della sua corona di gloria. »

Domina, nell'esordio del canto, il senso di pietà, non di crudele indagine, che scaturisce dall'accostamento lievissimo, appena sfiorato nel discreto parean, del termine ombre a quello, trascurato e non ulteriormente definito, di cose, cui I'attributo rimorte, denso di riferimenti alla sorte delle anime dopo la cessazione della vita in terra conferisce una cadenza di stanca, rassegnata abdicazione del volere individuale a quello della giustizia divina che impone di espiare. I versi 5-6 acquistano un ulteriore rilievo per la contrapposizione della vita destinata a manifestarsi nei penitenti di questa cornice in una condizione dura ed ingrata (per le tosse delli occhi riprende il motivo delle anella sanza gemme, ribadito poi nell'apertura dell'episodio di Forese - ed ecco del profondo della testa -) alla vita piena, non ancora votata al macerarsi nell'espiazione, al dissolversi quasi caricaturale del rivestimento corporeo.
Altri temi ancora del canto precedente riaffiorano musicalmente in questo: la evocazione di una figura femminile santificata nella preghiera e nella privazione (per cui all'immagine di Nella fa qui riscontro quella di Piccarda, veduta tuttavia quest'ultima non sullo sfondo di angosce costituito per le anime buone dal vivere in terra, ma nella gloria del suo trionfo paradisiaco), la recisa condanna di un costume e di una prassi che hanno trasformato l'ordinato agire dei cittadini di Firenze nel disordine assurdo ove l'arbitrio e la sete di primeggiare di ogni singolo, non trovano più un freno che li imbrigli e li regoli volgendoli a buon fine, per cui la condanna degli usi delle stacciate donne fiorentine troverà in questo canto (versi 82-87) la propria naturale continuazione e conclusione nella profezia del destino che attende il superbo Corso Donati. Verrà ripreso anche il tema dell'amicizia fedele e ormai purificata da ogni scoria terrena, che detterà a Forese l'ansiosa, addolorata domanda del verso 75 (quando fia ch'io ti riveggia?) e determinerà, nella risposta di Dante, gli accenti accorati della sua sazietà di vivere.


Cosi disse prima Forese; poi soggiunse: « In questo girone non è proibito (anzi è necessario) indicare ciascuno per nome, dal momento che, per il digiuno, la nostra fisionomia è così consunta.

Costui » e lo mostrò col dito « è Bonaggiunta, voglio dire Bonaggiunta da Lucca; e quello dietro a lui, con la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri,

fu sposo della Santa Chiesa (ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia): fu di Tours, e col digiuno sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia ».

Bonaggiunta Orbicciani degli Overardi fu un rimatore lucchese, vissuto nella seconda metà del secolo XIII. Le sue creazioni, raffinate ma fredde, sono di carattere provenzaleggiante e forse per tale motivo Dante lo ha scelto per mettere in rilievo la positività della nuova poesia, quella che chiamiamo dolce stil novo (versi 55 sgg.), rispetto alla precedente scuola poetica.
Colui che ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia è Martino IV, pontefice dal 1281 al 1285. Nacque a Montpincé nella Brie, e fu tesoriere della cattedrale di Tours. Il Villani (Cronaca VII, 58) lo giudica come papa "magnanimo e di gran cuore ne' fatti della Chiesa", mentre i cronisti del tempo (fra cui in particolare F. Pipino nel suo Chronicon) riportano numerosi e divertenti aneddoti sulla golosità di questo pontefice, particolarmente ghiotto delle anguille del lago di Bolsena, " le quali sono le migliori anguille che si mangino... e faceale mettere e morire nella vernaccia e poi battere e meschiare con cacio e uova e certe altre cose".


Forese poi mi nominò a uno a uno molti altri; e tutti apparivano lieti di esser indicati col loro nome, tanto che per questo non vidi nessuno per disappunto rabbuiarsi in volto.

Vidi Ubaldino della Pila muovere invano i denti per la fame e Bonifacio che, insignito del bastone pastorale, fu pastore di molte popolazioni.

Ubaldino degli Ubaldini, appartenente alla potente famiglia toscana dei conti della Pila (nel Mugello), fu padre dell'arcivescovo Ruggieri (Inferno XXXIII, 14) . Morì intorno al 1291.
Bonifacio dei Fieschi, un ligure che fu arcivescovo di Ravenna dal 1274 al 1295. godette fama di ecclesiastico gaudente.


Vidi messer Marchese degli Argogliosi, che già ebbe agio di bere a Forlì con minor sete di qui, sebbene sia stato così grande bevitore da non sentirsi mai sazio.

Marchese degli Argogliosi, nato a Forlì, fu eletto podestà di Faenza nel 1296. Molti furono gli aneddoti fioriti intorno alle sue notevoli capacità di bevitore.

Ma come fa chi guarda più persone e poi mostra di stimare più l'una che l'altra, così feci io verso Bonaggiunta, che sembrava più degli altri desideroso di conoscermi.

Egli parlava sottovoce: e io potevo percepire qualcosa come "Gentucca" dalla sua bocca dove egli sentiva più viva la tortura della fame e della sete che in tal modo li consuma.

Io dissi: « O anima che sembri così desiderosa di parlare con me, parla in modo che io ti capisca, e parlandomi appaga il tuo e il mio desiderio ».

Egli cominciò a dire: « È già nata una donna, che non porta ancora il velo maritale, la quale ti farà piacere la mia città, nonostante di essa si dica tanto male (come ch'uom la riprenda).

I commentatori più antichi, fra cui il Boccaccio, consideravano Gentucca non un nome proprio, ma un termine significante all'incirca "gente biasimevole'", "da poco", basandosi sul giudizio negativo da Dante sempre espresso nei confronti dei Lucchesi (cfr. Inferno XXI, 41-42) . Solo in un secondo tempo, sulla base di un suggerimento del Buti, si pensò ad un nome di donna e si affermò che Dante si sarebbe innamorato di Gentucca durante un soggiorno a Lucca. Esiste infatti un documento lucchese del 1317 che parla di Gentucca Morla, la quale sposò un certo Bonaccorso Fondora. Tuttavia i versi 43-45 non permettono in alcun modo di pensare ad un vero e proprio amore, bensì ad un sentimento di gratitudine che in questo momento il Poeta esprime per la cortesia e l'amicizia con cui questa donna lo avrebbe accolto durante il suo soggiorno a Lucca, avvenuto probabilmente intorno al 1306 mentre il Poeta era ospite di Moroello Malaspina, o alcuni anni più tardi.

Tu te ne andrai di qui con questa profezia: se per le parole che io mormoro è sorto in te qualche dubbio, i fatti ti illumineranno più delle mie parole.

Ma dimmi se qui vedo in te colui che diede l'avvio ad una nuova maniera di poetare, offrendone il primo esempio con (la canzone) « Donne ch'avete intelletto d'amore" ».

Ad un poeta come Bonaggiunta, ancora legato ai modi della lirica provenzale (nata spesso priva d'ispirazione e costruita su modelli ormai diventati canonici secondo uno stile oscuro e complesso, anche se elegante), non poteva non interessare l'incontro con chi invece da quei moduli si era staccato per creare un nuovo mondo poetico e un nuovo stile: ciò avveniva attraverso la composizione della Vita Nova e in modo particolare con la creazione di quel gruppo di rime amorose in lode di Beatrice, delle quali la prima è appunto "Donne ch'avete intelletto d'amore". Il Poeta così afferma a proposito di questa canzone: "la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: "Donne ch'avete intelletto d'amore" (Vita Nova XIX, 2) .

E io gli risposi: « Io sono semplicemente uno (fra gli altri) che, quando avverto che l"amore mi parla, attentamente prendo nota, e cerco di esprimere fedelmente con le parole (vo significando) quello che esso detta dentro di me ». 

Dopo che il primo verso della canzone "Donne ch'avete intelletto d'amore" ha precisato l'argomento della nuova poesia - quello dell'amore (in un significato che trascende quello solamente erotico della poesia passata, per svolgersi su un piano morale-religioso) . Dante vuole sottolineare il carattere dell'ispirazione, che deve nascere solo dall'anima (e non dalle regole accettate da una scuola poetica, come spesso avveniva nella lirica provenzale), avendo come unica guida, anzi dittator (verso 59), l'amore: in tal modo viene impegnata tutta l'esperienza intima di un poeta, nonché la sua capacità di ricercare una forma espressiva adeguata alla profondità della materia.

Egli disse: « O fratello, ora finalmente conosco l'impedimento che tenne il notaio Giacomo da Lentini e Guittone d'Arezzo e me al di fuori del dolce stiI novo, che ora mi spiego.

Giacomo da Lentini lavorò nella curia di Federico II, morendo intorno al 1250. II suo nome viene ricordato in questo momento per indicare i rimatori della scuola siciliana, che si formò intorno alla metà del '200 alla corte di Federico II, prendendo a modello la lirica provenzale.
Guittone d'Arezzo, morto a Firenze nel 1294, viene considerato, nella storiografia letteraria, come poeta di transizione (di animo vigoroso, ma di stile elaborato) fra la scuola siciliana e quella del dolce stil novo, sviluppatasi in Toscana. Benché Dante ne sia stato influenzato nella sua giovinezza, lo giudica severamente, insieme con Bonaggiunta e altri rimatori toscani, in un passo del De Vulgari Eloquentia (I, 131 sgg.) e del Purgatorio (XXVI, 124-126). È chiaro che Dante vuole mettere in rilievo la differenza fra la vecchia poesia (quella provenzale, siciliana, di transizione) e la nuova (che ha tra i suoi esponenti, oltre all'Alighieri, Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni), differenza di contenuto (quando Amor mi spira, noto) e di ispirazione (a quel modo ch'é ditta dentro vo significando). Il verso su cui la critica, soprattutto in sede storiografica, si è soffermata, è il 57, nel quale l'espressione dolce stil novo è stata poi scelta come nome indicativo di tutta la nuova corrente poetica (dopo che alcuni critici avevano avanzato l'ipotesi che stil novo fosse proprio di Dante e degli altri poeti e dolce stil novo fosse da riferirsi solo a Dante). Stil indica la poesia, novo la caratteristica della materia, dove l'amore diventa una forza di raffinamento e di ascesi spirituale verso Dio, dolce la musicalità dell'espressione, oltre che la delicatezza del contenuto che tratta d"amore.


Ora vedo bene come le vostre penne seguono con stretta fedeltà l'amore che detta, il che non accadde certamente alle nostre;

e chiunque si metta a considerare ancor più attentamente, tra l'uno e l'altro stile (il nostro e il vostro) non vede altra differenza oltre quella che abbiamo detto (quella cioè relativa all'argomento d'amore e alla sincerità dell'ispirazione)»; e tacque, come appagato.

L'episodio di Bonaggiunta Orbicciani da Lucca è stato fatto oggetto di esegesi accurata e ricca di svolgimenti da parte dei critici. Occorre tuttavia premettere che esso - ed in particolare la terzina 52 - è mantenuto in un clima di voluta imprecisione, in un'atmosfera la quale, mentre da un lato ne sfuma i contorni nell'indeterminato della profezia, insiste dall'altro nel sottolineare unicamente la qualità interiore del comporre poetico, lo spirito religioso di cui l'atto creativo deve informarsi. Osserva in proposito il Pellegrini che ognuno dei termini della terzina in esame presenta una notevole indeterminatezza lessicale. Nell'ambito di quest'ultima il "dittare" di Amore può essere con pari diritto inteso nel suo senso più comune ed immediato - al quale farebbe riscontro, da parte dello scrittore inteso come semplice scrivano, un mero registrare - quanto in un senso che fu proprio del Medioevo e che poi si è perduto (quello di un'attività più specificamente ristretta all'ambito della letteratura, per cui il "dittare", in questa accezione limitata, sarebbe proprio soltanto di coloro che sanno servirsi degli strumenti espressivi i quali sono stati fissati da una lunga tradizione retorica) ed equivarrebbe quindi ad "ornare con colori retorici". II termine noto d'altro canto potrebbe voler dire "tanto « scrivo » (in abbreviatura o no), ovvero « registro », «osservo», quanto «metto in musica» o « canto su note musicali »"; analoghe "alternative semantiche" presenterebbero all'analisi spira e significando, laddove l'intera sintassi dell'espressione e a quel modo ch'é ditta dentro vo significando sarebbe suscettibile di due divergenti letture, a seconda del valore transitivo o intransitivo attribuito al gerundio significando; l'esegesi corrente interpreta significando intransitivamente, ma niente vieterebbe, secondo il Pellegrini, d'intendere: "e a quel modo [cioè notando] vo significando ciò ch'egli ditta dentro". Le conclusioni cui questo critico perviene sono pertanto quanto mai caute, per non dire scettiche, circa la possibilità di interpretare in maniera univoca i versi 52-54 e, di riflesso, l'intero episodio di Bonaggiunta.
Lo studio del Pellegrini tuttavia, se costituisce un'introduzione efficace e quasi indispensabile all'analisi deil'episodio di Bonaggiunta, rischia - per eccesso di scrupolo e di cautela nella lettura di esso - di riuscire paralizzante per determinare il tono che la parola di Dante assume in questo passo, tono che ad una lettura, non ostacolata da remore critiche, risulta quanto mai evidente. Occorre a tale proposito osservare che tutte le interpretazioni miranti a trasformare il dialogo tra il protagonista e Bonaggiunta in uno scambio di battute più o meno velatamente polemiche finiscono con l'astrarre l'episodio di Bonaggiunta da quella che è la atmosfera mai smentita - se non nell'accensione dello sdegno politico, e quindi per motivi di ben altro peso che non quelli dai quali può scaturire una disputa fra poeti, una disquisizione intorno al rapporto fra ispirazione e resa stilistica nell'opera d'arte - dell'intera seconda cantica, laddove la tonalità che appare propria di questo passo rientra nel quadro di quella caratterizzante il Purgatorio. Costanti di questa tonalità sono, per quel che riguarda l'incontro fra Dante e le anime, un reciproco abdicare all'orgoglio ed agli accenti recisi, un festoso, perché spontaneo, manifestarsi della carità e della gentilezza.
Un retto avvio alla definizione in sede critica del significato di questa pagina può invece essere fornito da uno studio del De Negri, il quale mostra come il dialogo fra Dante e Bonaggiunta vada inserito in una serie di episodi del Purgatorio, nei quali, a proposito delle sue qualità di artefice della parola, Dante viene via via mettendo a sempre più severa prova se stesso l'uomo nuovo che in lui faticosamente, di cornice in cornice, matura la sua umiltà - di fronte al compiacimento che gli deriva dalla consapevolezza della propria eccellenza nel campo poetico. Gli elogi palesatigli da Casella nel canto II, non meno che alcune parole a lui rivolte da Oderisi da Gubbio nell'XI rappresentano per il protagonista della Commedia una pericolosa insidia, una vera e propria tentazione. Nel canto XXVI Dante, tessendo a sua volta gli elogi di Guido Guinizelli, abbandonerà d'altro lato ogni pretesa di superiorità sugli altri rimatori. In questo contesto tematico si inserisce naturalmente l'episodio di Bonaggiunta. In particolare, per quel che- riguarda i versi 52-54, il De Negri sostiene, in modo quanto mai convincente, che in essi Dante "esprime un intento deprecatorio (come di chi vuole sottrarsi ad una lode eccessiva ed immeritata)... Comincia con una formula (i' mi son un), mediante la quale declina ogni suo merito personale e toglie alla sua esperienza (che non è sua soltanto, ma di altri) ogni carattere di singolarità: e prosegue illustrandola con un'altra formula" la quale attribuirebbe al poetare dell'autore null'altro che "un compito subalterno di fedele e diligente registrazione". La medesima posizione del De Negri era stata in precedenza sostenuta nella monografia di uno studioso americano, lo Shaw, e nel commento del Sapegno. Quella dello Shaw risulta un'indagine assai accurata, condotta sul duplice binario di una caratterizzazione psicologica dei due dialoganti e di una interpretazione semantica delle loro parole, la quale mette in discussione più di un punto che sembrava ormai pacificamente acquisito all'esegesi tradizionale del passo. Tra l'altro, per quanto concerne l'issa con cui inizia il riconoscimento da parte di Bonaggiunta dei propri limiti nell'arte del comporre rime, il critico americano gli attribuisce non un valore esprimente l'immediato accorgersi (vegg io) di Bonaggiunta dei limiti della sua opera letteraria dopo la affermazione di Dante circa il "dittare" di Amore nell'animo, ma un'accezione assai più estesa, per nulla legata all'occasionale incontro tra i due poeti. Per lo Shaw infatti issa abbraccerebbe l'intero tempo trascorso da Bonaggiunta sulle balze del sacro monte, ribadendo in tal modo in lui quella qualità di veggente, quella lucidità di giudizio che caratterizza tutte le anime del purgatorio. In tono con l'esegesi dello Shaw si colloca quella, misurata ed attenta, del Sapegno, il quale, sempre in rapporto al controverso issa del verso 55, scrive: "Meglio che non: « adesso, dopo avervi udito », sarà da intendere: « adesso, che sono qui, nel purgatorio, libero da orgogli e polemiche terrestri, e meglio atto a giudicare secondo il vero ». Il carattere della poetica nuova si rivela a Bonaggiunta come una verità religiosa, in quanto egli è salito a una nuova vita spirituale; e si rende conto ora dell'importanza di quella poesia che celebra un amore inteso come rinnovamento interiore e fondamento di moralità".


Come gli uccelli (le gru) che svernano lungo il Nilo, talvolta formano in aria una schiera, poi volando più in fretta si dispongono in fila,

così tutta la gente che era lì attorno a noi, volgendo gli occhi in direzione del cammino, affrettò il suo passo, resa agile dalla magrezza e dal desiderio di espiare.

E come chi, stanco di correre, lascia andare i compagni, e così riprende il passo normale finché si calmi l'ansimare del petto,

così Forese lasciò andar oltre quella santa schiera, e procedeva dietro con me, dicendo: « Quando avverrà che ti riveda?»

Gli risposi: « Non so per quanto tempo vivrò ancora; ma certo il mio ritorno qui non sarà così prossimo, che io non anticipi prima col desiderio la mia venuta alla riva del purgatorio,

perché il luogo (Firenze) dove fui posto a vivere, ogni giorno più s'impoverisce d'ogni virtù, e appare avviato verso una miseranda rovina ».

« Orsù, fatti animo » egli disse, «perché io vedo il maggior colpevole trascinato dalla coda d'un cavallo verso la valle (l'inferno) dove le colpe non vengono mai rimesse.

Forese allude alla morte del fratello Corso, del quale non pronuncia il nome per un senso di pudore e orrore. Corso, uomo violento ed ambizioso, podestà a Bologna e altrove, fu tra i capi di parte nera a Firenze. Cacciato quando Dante era priore (1300) , tornò in Firenze alla venuta di Carlo di Valois e capeggiò i Neri nelle vendette contro i Bianchi. Aspirando alla signoria assoluta, si mise in contrasto con il suo partito e nel 1308 dovette fuggire dalla città, condannato come traditore: ma fu preso e, mentre veniva ricondotto a Firenze, presso San Salvi cadde da cavallo, e fu ucciso dai mercenari catalani della Signoria (cfr. Villani - Cronaca VIII, 96; Compagni - Cronaca III, 21) . L'accesa fantasia di Dante trasforma il fatto di cronaca, proiettandolo in un torbido alone di leggenda, dove Corso Donati viene trascinato all'inferno, come un traditore della patria, da un cavallo-demonio.

La bestia che lo trascina accelera la corsa ad ogni passo, e la sua velocità cresce sempre, finché lo percuote, e lascia il cadavere ignominiosamente sfigurato.

Non dovranno girare a lungo quelle sfere (cioè: non passeranno molti anni) », e alzò gli occhi al cielo, « prima che ti sarà manifesto quello che le mie parole non possono dire più chiaramente.

Ormai resta pure indietro; perché il tempo è prezioso in questo regno, e io ne perdo troppo procedendo così al passo con te ».

Come talvolta da una schiera di soldati a cavallo esce al galoppo un cavaliere, e corre per avere l'onore del primo scontro col nemico,

allo stesso modo si allontanò da noi Forese con passi più lunghi dei nostri; e io restai per via insieme con i due poeti, che furono così grandi maestri dell'umanità.

E quando Forese si fu allontanato davanti a noi, tanto che i miei occhi lo seguirono a stento, così come a stento la mia mente aveva seguito le sue oscure parole profetiche,

mi apparvero carichi di frutti e verdi di fogliame i rami d'un altro albero, e non molto lontani da me, essendomi io solo allora voltato verso quella parte.

Sotto l'albero vidi della gente alzare le mani, e gridare non so che cosa verso le fronde, quasi fossero bambinetti golosi e ingenui,

che pregano mentre colui che è pregato non risponde, ma tiene alto l'oggetto da essi desiderato e non lo nasconde, per rendere sempre più viva la loro brama.

Questa immagine così concreta, e tuttavia così percorsa da una trepida delicatezza, degnamente conclude l'incontro con le anime dei golosi, incontro sempre dominato dalla presenza di Forese. Infatti tutti i motivi che hanno definito, nel canto precedente, lo svolgersi della prima parte dell'episodio di Forese Donati vengono ripresi, in una non diversa disposizione tonale, nella sua seconda parte in questo canto. Così avviene ad esempio per il motivo che costituisce lo sfondo, non già indifferenziato ed amorfo, non già riconducibile, secondo un modulo crociano, a mere esigenze della cosiddetta "struttura", di questa pagina: la descrizione, dalla quale i temi dell'incontro tra i due amici naturalmente scaturiscono, della magrezza inimmaginabile in terra delle ombre dei golosi, Tale descrizione risulta nel canto XXIV meno evidenziata, meno analiticamente svolta che in quello precedente, per motivi inerenti alla disposizione fondamentale del Poeta di fronte alla materia trattata. La poetica di Dante è, infatti, una poetica dell'azione e dell'ascesi, non dell'indugio e della contemplazione ribadita ed ossessiva e disperante di questo o quel l'aspetto del reale. Dante non torna mai su un medesimo argomento senza che la riproposizione di quest'ultimo non sia motivata dalla necessità della narrazione, prima che da esigenze di musicalità e di armonia delle parti, prima cioè che da esigenze di stile Ecco perché nel canto XXIV il tema della magrezza dei golosi, spietatamente delineato in quello precedente (cfr. versi 22-33), appare soltanto accennato in balenanti scorci, come quello che compare in principio del canto (versi 4-5) - e che costituisce la conclusione del singolare esordio di questo, concepito, secondo quanto rileva il Gallardo, "come un inciso di carattere descrittivo tra le ultime parole dette da Dante alla fine del canto XXIII e la continuazione, che non presuppone alcuna interruzione, dei versi seguenti" - e quello, indiretto, ma altrettanto evidente che mostra per l'ultima volta le ombre del sesto girone (versi 106-111).

Poi quella gente si allontanò come disingannata; e noi ci avvicinammo subito al grande albero, che rifiuta di esaudire tante preghiere e lagrime.

«Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto (nel paradiso terrestre) vi è un altro albero il cui frutto fu gustato da Eva, e quest'albero derivò da quello. »

Così parlava una voce nascosta tra le fronde; per questo Virgilio, Stazio ed io, tenendoci stretti, procedevamo lungo la parete del monte.

Diceva: « Ricordatevi dei maledetti Centauri, figli della nuvola, che, ebbri, combatterono contro Teseo con i loro petti umani ed equini;

I Centauri, figli di Issione e di Nefele (la nuvola cui Giove aveva dato le sembianze di Giunone), di natura equina nella parte inferiore del corpo, di natura umana in quella superiore (cfr. Inferno XII, 56 sgg.), sono qui ricordati per l'intemperanza dimostrata durante il banchetto per le nozze di Piritoo, re dei Lapiti, con Ippodamia: in preda ai fumi del vino, tentarono di rapire la sposa e le altre donne; ma furono vinti e in gran parte uccisi dai Lapiti guidati da Teseo (cfr. Ovidio - Metamorfosi XIII, 210-535).

e degli Ebrei che si mostrarono ingordi nel bere, e per questo Gedeone non li volle come compagni, quando discese dai monti contro i Madianiti ».

Il secondo esempio di gola punita ricorda un episodio biblico avvenuto durante la guerra degli Ebrei contro i Madianiti: Gedeone, il condottiero ebraico, per ordine di Dio scelse a combattere solo trecento soldati che, alla fonte di Arad, erano stati temperanti nel bere portando l'acqua alla bocca con la mano, ed escluse gli altri che si mostrar molli inginocchiandosi e tuffando le labbra nell'acqua per bere abbondantemente (cfr. Giudici VI, ll; VII, 25).

Cosi accostati a uno dei due orli della cornice passammo oltre, udendo ricordare esempi di golosità, seguiti sempre da tristi castighi.

Poi, distanziati un po' l'uno daIl'altro nella strada deserta, procedemmo oltre di ben mille passi e più, ciascuno meditando in silenzio.

Una voce improvvisa ci disse: « Che cosa state pensando voi tre così solitari?»; perciò io mi scossi come fanno le bestie giovani quando vengono spaventate.

Alzai il capo per veder chi fosse (colui che aveva parlato); e mai furono visti in una fornace vetri o metalli cosi fulgenti e incandescenti,

com'era l'angelo che io vidi mentre diceva: « Se gradite salire, è necessario svoltare qui; da questa parte va chi vuole andare verso la pace del cielo ».

Il suo aspetto mi aveva abbagliato la vista; e per questo io voltai (a sinistra) dietro ai miei due maestri, come un cieco che cammina seguendo la voce che ode.

E quale il venticello di maggio, che annuncia il prossimo albeggiare, si leva ed è olezzante, perché tutto impregnato del profumo dell'erba e dei fiori,

tale fu il vento che sentii colpirmi in mezzo alla fronte, e sentii distintamente muoversi l'ala, la quale fece sì che l'aria odorasse d'ambrosia.

E udii dire: « Beati quelli ai quali splende tanta grazia, che il piacere della gola non eccita nel loro petto un desiderio eccessivo,

provando sempre fame soltanto della giustizia! »

L'angelo della temperanza parafrasa e adatta ai golosi una parte della quarta beatitudine: "Beati qui esurtunt... iustitiam": "Beati quelli che hanno fame... di giustizia" (Matteo V, 6), già applicata agli avari (cfr. Purgatorio XXII, 4-6).

 

 

 

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Paradiso – Canto III

 

Beatrice, quel sole che ancor fanciullo mi aveva acceso il cuore d’amore, mi aveva rivelato, portando prove e confutando opinioni erronee, il dolce volto della bella verità ( sulle macchie lunari);

e io, per dichiararmi corretto (del mio errore) e persuaso (della verità), levai il capo più diritto tanto quanto conveniva per parlare (a Beatrice con la dovuta riverenza);

ma mi apparve uno spettacolo che tenne la mia attenzione così strettamente legata a se, per vederlo, che non mi ricordai di fare la mia dichiarazione.

Come attraverso vetri trasparenti e chiari, oppure attraverso acque limpide e tranquille, ma non così profonde che il loro fondo non possa essere visto

i lineamenti dei nostri volti si riflettono così tenui, che una perla su una bianca fronte non è percepita con minore difficoltà dai nostri occhi,

altrettanto indistinti vidi molti volti nell’atteggiamento di chi sta per parlare; per cui io caddi nell’errore contrario a quello che fece nascere l’amore fra Narciso e la fonte.

Dante scambia i volti delle anime beate, che ora gli appaiono, per immagini riflesse, commettendo così l'errore opposto di Narciso, che, specchiandosi nell'acqua di una fonte, credette di essere di fronte ad una persona vera e si innamorò di quell'ombra riflessa (Ovidio - Metamorfosi III. versi 413-510). Il ritorno, all'inizio del canto III, ad un contenuto più decisamente sentimentale e descrittivo di contro a quello scientifico-morale delle macchie lunari, recupera l'esperienza delle Rime giovanili: l'impalpabile atmosfera di quel tempo felice (quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto), la stessa ricchezza affettiva capace di conferire un tono intimo e raccolto all'espressione (di bella verità m'avea scoverto... il dolce aspetto), l'identico uso di immagini incorporee, vaghe, sognate (quali per vetri trasparenti e tersi ... ), nelle quali la realtà sembra pronta a dissolversi in notazioni pittoriche (debili sì, che perla in bianca fronte) o in esiti musìcali (non sì profonde che i fondi sien persi) fatti di suoni senza stridore, trasparenti come acque nitide e tranquille. Anche la tecnica espressiva è uguale: "Una sintassi sempre limpida e lineare, senza artificiosa tensione retorica, senza inversioni e tortuosità di costrutti, senza innaturali fratture o chiasmi e stacchi" (Marti). Nel ritorno alle suggestioni, alle delicatezze e alla sensibilità raffinata della lirica giovanile, il Poeta chiederà aiuto per rendere in modo concreto il mondo nel quale la materia si scorpora nello spirito o diventa una vibrazione luminosa. Su questo ritorno, che gli anni e le vicende della vita hanno arricchito di esperienza e approfondito, il Poeta verrà costruendo non solo I'episodio di Piccarda, ma tutta la poesia del Paradiso.

Non appena io m’accorsi di loro, ritenendole immagini riflesse in uno specchio, volsi indietro gli occhi, per vedere di chi fossero;

ma non vidi nulla, e tornai a volgerli davanti a me fissandoli negli occhi della mia dolce guida, la quale, sorridendo, ardeva nelle sue sante pupille.

“ Non ti meravigliare se io sorrido ” mi disse “ a causa del tuo pensiero puerile, poiché esso non poggia ancora saldamente sulla verità,

ma, come al solito, ti riconduce verso ipotesi vane: ciò che tu vedi sono anime vere (non immagini riflesse ), relegate in questo cielo per inadempimento dei loro voti.

Nel canto IV (versi 28-39), Dante spiegherà l'ordinamento morale del paradiso, rilevando la distinzione fra un paradiso fisico e un paradiso spirituale. Poiché ogni anima è collocata nel cielo che con la sua influenza ne ha determinato l'indole al momento dei concepimento o della nascita, quelle che non hanno adempiuto completamente i voti fatti appaiono nel cielo della Luna. Infatti a coloro che sono sottoposti al suo influsso deriva, secondo il Buti, una certa "mutabilità" nel loro desiderio di fronte al bene.

Perciò parla con loro e ascoltale e credi (a quanto ti diranno); perché la luce divina che le appaga non permette che esse si allontanino da lei.”

Ed io mi rivolsi all’ombra che sembrava più desiderosa di parlare, e incominciai, quasi nello stesso modo di colui che è turbato da un intenso desiderio:

“ O spirito creato per la tua salvezza, che scaldandoti ai raggi della vita divina provi quella dolce beatitudine che, se non la si gusta direttamente, non potrà essere mai capita,

mi sarà gradito se vorrai soddisfare il mio desiderio rivelandomi il tuo nome e la vostra condizione”. Per questo essa, prontamente e con occhi sorridenti:

“ Il nostro amore non si nega ad un desiderio legittimo allo stesso modo dell’amore divino che vuole simile a se tutta la corte celeste.

Nel mondo io fui monaca; e se la tua memoria ricorda con attenzione, l’essere io diventata più bella ( passando dalla vita terrena a quella celeste ) non mi nasconderà a te,

ma riconoscerai che sono Piccarda, che, posta qui con queste altre anime elette, godo della beatitudine nel cielo che gira più lentamente.

Piccarda, figlia di Simone Donati e sorella di Forese, il caro amico di gioventù di Dante, e di Corso, l'odiato capo della fazione dei Neri a Firenze, è stata ricordata anche nel Purgatorio (canto XXIV, versi 13-15). Sappiamo che entrò in giovane età nell'ordine delle Clarisse e che ne uscì per sposare un nobile fiorentino, Rossellino della Tosa, uno dei più turbolenti rappresentanti dei Neri. Secondo alcuni cronisti del tempo sarebbe stata rapita dal chiostro dal fratello Corso, che la costrinse con la forza a sposare il della Tosa. Questa è pure la versione fornita da Dante, anche se si può pensare, invece che a un rapimento vero e proprio, a una serie di forti pressioni esercitate su Piccarda perché abbandonasse il convento. Non si sa l'anno in cui il fatto avvenne (forse tra il 1283 e il 1293), ma l'Ottimo tramanda una notizia secondo la quale Piccarda, subito dopo essere stata rapita dal chiostro, "infermò e finì li suoi dì e passò allo sposo del cielo... E dicesi che la detta infermità e morte corporale le cancedette Colui ch'è datore di tutte le grazie, in ciò esaudiendo li suoi devoti preghi".

I nostri sentimenti che si infiammano soltanto per ciò che piace allo Spirito Santo, gioiscono perché conformati all’ordine universale stabilito da Dio.

E questa condizione che appare tanto umile (essendo noi nell’ultimo dei cieli), ci è stata assegnata per questo, perché i voti da noi fatti rimasero inosservati, e non furono adempiuti in qualche parte”.

Per questo io le risposi: “Nelle vostre mirabili sembianze traspare una luce sovrannaturale che vi trasfigura rispetto a quello che eravate in terra:

perciò non fui sollecito nel ricordare; ma ora ciò che mi dici (di te) mi aiuta, così che mi è più facile riconoscerti.

Un quadro "muto, pallido, immobile, ma animato da un segreto movimento spirituale" (Momígliano) ha presentato le prime anime beate nei versi 10-16: esse sembrano emergere da uno spazio ìnfinito, nel quale alla fine torneranno a dissolversi (versi 122-123), mentre si sta realizzando in loro quel processo di smaterializzazione o di dissolvenza, che le porterà, nei cieli seguenti, a trasformarsi in un mobile tripudio di luci, in una vibrazione di canti e preghiere, in un inarrestabile movimento di danza. I beati della prima sfera conservano ancora qualcosa della primitiva figura umana (le postille debili del volto), che permette dì intuire la incorporea leggerezza di quei visi "appena profilati e affioranti" (Grabher), che già riflettono la quieta trasparenza del cielo e la pace distesa dello spirito (verso 85). Ma la presenza del divino che si scopre all'anima, opera una trasfigurazione (trasmuta), per cui Piccarda può ben affermare di esser più bella: "In quella poeticissima incapacità di precisare - non so che divino - senti lo smarrimento contemplativo di Dante" (Grabher) di fronte all'anima che è fissa in Dio, completamente appagata dalla sua visione. Siamo lontani ormai dalle figure e dalle scene costruite di materia e di violento realismo dell'Inferno come da quelle fatte di ombre e di contorni ammorbiditi e sottili del Purgatorio.

Ma sciogli un mio dubbio: voi che dimorate felici in questa sfera, non desiderate un grado di beatitudine più alto per contemplare più da vicino Dio e per diventare più intimamente amici con Lui ( cioè: per amarlo ed essere amati di più ) ?

Piccarda dapprima. sorrise lievemente con quelle altre anime; poi mi rispose illuminata da tanta letizia, che ben mostrava di ardere nel fuoco dell’amore divino :

Dio è il primo loco, cioè il primo amore, per la sublimità del suo sentimento e perché da Lui deriva ogni amore particolare. Una interpretazione meno recente e "mai accettabile per la degradazione del motivo ch'essa comporta nel paragone" (Mattalia), propone per il verso 69 questa spiegazione: come arde una fanciulla nella fiamma del primo amore.

“ Fratello, la nostra volontà è appagata dalla potenza dell’amore; divino, che ci fa desiderare solo ciò che possediamo, e non suscita in noi il desiderio di altro.

Se desiderassimo essere collocate in un grado più alto, i nostri desideri discorderebbero dalla volontà di Colui che ci ha giudicate degne del cielo della Luna;

cosa che vedrai non aver luogo in queste sfere celesti, se qui è necessario vivere sotto il segno dell’amore, e se tu esamini attentamente la natura di questo amore.

Anzi è condizione essenziale a questo stato di beatitudine mantenersi nell’ambito del divino volere, in virtù del quale le nostre volontà singole diventano una sola,

così che, il modo in cui in paradiso le anime beate sono distribuite di cielo in cielo, piace a noi tutti come piace a Dio che ci infonde desideri conformi al suo volere.

E nella volontà divina è la nostra pace: questa volontà è simile a un mare verso il quale ritornano tutti gli esseri che essa crea direttamente e che la natura ( come causa seconda) produce”.

Allora compresi chiaramente come ogni parte del cielo è pienezza di beatitudine, sebbene la grazia divina non scenda nella stessa misura in ogni luogo.

Anche la dimostrazione di Piccarda è di carattere dottrinale-didascalico come quelle precedenti di Beatrice (canto I, versi 103-141 e canto Il, versi 61-148), che tale dimostrazione richiama per una identica solennità di argomento e dignità di stile, ma che, poeticamente, supera in virtù di una maggiore vibrazione lirica: il tema trattato - la beatitudine intesa come il confluire armonico di tutti gli esseri in Dio - diventa sentimento, anzi non è altro che il sentimento d'amore che investe ed illumina in ogni parte l'anima di Piccarda. La trattazione ha un primo avvio nei versi 43-45: nel paradiso l'amore che lega le anime beate a Dio e fra di loro prende norma da quello divino, che vuole simile a sé tutta la sua corte. Per questo la volontà dei beati si uniforma alla volontà divina, accettando l'ordine universale stabilito da Dio (versi 52-54), anzi godendo di quanto Egli ama, vuole e dispone. Ma il dubbio di Dante (non desiderano le anime che sono poste nel cielo più basso un più alto loco?) esige una dimostrazione più approfodita, poiché il modo di pensare terreno e quello puradisiaco sembrano, in questo momento, opporsi senza possibilità di accordo. Nel mondo, infatti, la visione di una condizione migliore di vita porta al desíderio di conquistarla, se non addirittura all'invidia. Poco fa, invece, Piccarda ha affermato che posta qui con questi altri beati, beata sono in la spera più tarda. Da un punto di vista oggettivo esiste nel mondo celeste una maggiore o minore felicità (versi 89-90), corrispondente ad un maggiore o minore merito, ma da un punto di vista soggettivo ogni anima è assolutamente felice, perché il grado di felicità ad essa assegnato è proporzionale alla sua capacità di acquisto e di godimento, Ma l'ampio distendersi delle parole di Piccarda trova il suo momento di più intensa liricità allorché la beatitudine che risplende nei mirabili aspetti delle anime viene definita come l'adempimento, in ciascuna, della volontà divina, per cui le singole volontà desiderano solo ciò che desidera Dio. In questa suprema. volontà, che è acquietamento di ogni aspirazione, trova pace ogni creatura che si muove affannosamente per lo gran mar dell'essere (canto I, 113): anche, il tormentato pellegrino che dalle fiere della selva oscura è giunto al sommo ben.
La poesia dell'episodio di Piccarda emerge, oltre che dal velato racconto della sua vita, anche da questa zona che il Croce definirebbe "strutturale", e che un critico attento come il Cosmo ha considerato addirittura "la sostanza dell'episodio". Certamente queste terzine, pur essendo sostenute, come ogni parte, dottrinale nella Commedia, dalla terminologia della Scolastica, si svolgono secondo le commosse cadenze di un inno religioso: l'inno del supremo abbandono della creatura in Dio. La forza interiore che appoggia questi versi è rivelata dalla presenza della triade fiamma-amore-desiderio: il motivo del raggio luminoso, che ha aperto il canto, si trasforma, infatti, nell'immagine della fiamma che arde (verso 69), la luce di verità del verso 2 diventa ora virtù di carità, che attira a sé ogni desiderio (fa volerne... li nostri disiri... nostre voglie... a tutto il regno piace), mentre la ripetizione insistente di parole uguali o quasi uguali, come se la voce non sapesse staccarsene, sottolinea la gioia inebriante dell'anima. Si generano così "immagini di mistico ed annegante struggimento in un ritmo costantemente acensionale... in un impasto di natura decisamente lirica. Figurazione felicemente emblematica della perfetta fusione tra verità ed amore, tra luce ed ardore, è quella che traduce il tenersi dentro alla divina voglia nell’ampia, infinita vastità del mare. al qual tutto si muove ciò chella cria e che natura fece (versi 86-87); un’immagine di naufragio e di beatitudine immensa, di morte anche e d’annegamento in una vita ebbra d’infinito, ove Iddio è eterno approdo d’etrno amore...”(Marti).


Ma come accade che, se un cibo sazia e di un altro rimane ancora il desiderio, si chiede quello (di cui è rimasto il desiderio ) e si ringrazia per quello ( di cui si è sazi ),

cosi io ringraziai con l’atteggiamento e con le parole Piccarda, e le chiesi di rivelarmi quale fosse la tela (cioè il voto) che aveva incominciato ma non finito .

“ Una vita virtuosa perfetta e un grande merito (acquistato presso Dio) collocano in un cielo più alto una donna ” mi disse “ secondo la cui regola giù nel vostro mondo si prendono l’abito e il velo monacali,

affinché fino alla morte si passi ogni giorno e ogni notte con Cristo, lo sposo che accetta ogni voto il quale sia reso conforme al suo volere dall’amore.

"La storia della vita umana segue alla descrizione della vita divina" (Malagoli) e viene introdotta dalla figura di Santa Chiara d'Assisi (1194-1253), che, seguendo l'esempio di San Francesco, abbandonò il mondo e fondò un ordine di clausura (l'ordine delle Clarisse). La metafora Cristo-sposo, che regge nei versi 100-102, prelude a quelle analoghe con le quali San Tommaso presenterà San Francesco nel canto XI del Paradiso.

Per seguire la via di Santa Chiara abbandonai, ancora giovinetta, la vita del mondo, e vestii il suo abito, e promisi di osservare la regola del suo ordine.

In seguito uomini, più avvezzi a fare il male che il bene, mi rapirono fuori dal dolce chiostro. Dio solo sa quale fu poi la mia vita.

Piccarda è, con Francesca e Pia, una delle figure su cui la critica ha amato soffermarsi per cogliere, attraverso l'esame di ogni sfumatura, l'origine della commozione da esse suscitate. Se il momento dell'inno sulla beatitudine è il più acceso e vibrante, i versi 46-48 e 103-108 sono i più umani, i più vicini a noi, perché ricchi di elementi che, nonostante il loro trasferimento su un piano sovrannaturale, mantengono intatto il pathos di sentimenti e ricordi terreni.
Il racconto di Piccarda è scarno, chiuso fra due momenti (lui nel mondo vergine sorella e fuor mi rapiron della dolce chiostra) che trovano la loro conclusione, il loro porto di pace solo in Dio (Iddio si sa qual poi mia vita fusi) : è propria di Dante la "capacità di disegnare una vita con una lìnea e spirarvi attorno l'aura di un'anima" (Momigliano).
La concretezza poetica della figura di Piccarda nel canto III trova la sua anticipazione nelle luminose espressioni con le quali il fratello Forese l'ha, presentata nel Purgatorio (canto XXIV, versi 13-15): la mia sorella, che tra bella e bona non so qual lesse più, triunfa lieta nell'atto Olimpo già di sua corona. In questi versi già era prospettata, accanto al trionfo paradisiaco, la difficoltà della sua conquista, raggiunta dopo una lotta che ha meritato a Piccarda, come agli antichi atleti vittoriosi, la corona del premio.
Nasce così l'elegia di Piccarda: una storia tutta terrena, che la luce divina ha ormai reso fuggevole e velato ricordo. Il Grabber, commentando questi versi, ha trovato forse gli accenti più suggestivi per illuminare la figura di questa fiorentina che, apparendo improvvisamente nel primo cielo del paradiso, sembra riportare a Dante il ricordo della Firenze della sua giovinezza, di una città fatta di violenze ma anche di tenaci virtù, nella quale il Poeta aveva vissuto il suo amore per Beatrice e creato, nella Vita Nova, una raffinata poesia religiosa. "Un cenno solo - dal mondo per seguirla - e vedi la terra con le sue lotte e già senti l'anima che se ne allontana (fuggimi); e basta una parola - giovinetta - per dare alla vergine sorella quel tanto di umano che la fa sentire unita al « mondo» ma come una candida, fragile creatura, la cui volontà di rinunzia si fa per questo più grande. E l'abito la chiude in un totale isolamento e la mistica « promessa» (verso 105) la invola agli occhi dei terreni. Ma ecco la violenza umana che la strappa alla dolce chiostra, a quella vita di smarrimento in Dio, che tanto rimpianto suscita nel suo cuore, anche se larvatamente espresso in un aggettivo solo: dolce. Ma tutto qui si sublima in un superiore dominio di sé che è pudore, raccoglimento in Dio: anche il tormento e la tristezza del bene perduto, anche la colpa degli, uomini. Anzi per essi c'è, non dico una parola d'accusa, ma un profondo, sebbene tacito compianto per essere a mal più ch'a bene usi; tanto che, per un'alta carità, neppure li individua... e, all'infuori del rimpianto per la dolce chiostra, non ha malinconie per cose terrene, anzi, superata del tutto la vicenda umana... tutta si rifugia in Dio: Iddio si sa qual poi mia vita fusi. Qual poi... : ... non un cenno al tormento della sua vita qual fu poi, tra gli uomini, fino alla morte... Ombra e silenzio, come già fece della giovinetta il monastico velo, chiudono il suo cuore in quello d'Iddio.


E questo altro spirito splendente che vedi alla mia destra e che si illumina di tutta la luce del nostro cielo,

considera come riferito anche a se ciò che io dico di me: fu suora, e le fu strappato dal capo il velo monacale così come avvenne per me (cioè con la violenza).

Quest'altro splendor: è Costanza, figlia di Ruggero Il d'Altavilla e ultima discendente della casa normanna. Nata nel 1154, sposò nel 1185 l'imperatore Enrico VI di Svevia, portandogli in dote il regno di Sicilia. Rimasta vedova nel 1197, fu reggente e tutrice del figlio Federico II. Morì nel 1198. Gli ambienti guelfi, ostilissimi agli Svevi (Federico II e, poi, Manfredi), raccolsero la leggenda secondo la quale Costanza si sarebbe ritirata in un monastero di Palermo. Da qui sarebbe stata fatta uscire per ordine delle autorità ecclesiastiche, che avrebbero preparato il suo matrimonio con Enrico VI, affinché il regno normanno, che ultimamente si era mostrato ribelle nei confronti della Chiesa, entrasse a far parte dei domini dell'Impero (cfr. Villani I Cronaca V, 16). Il Poeta, pur accogliendo questa versione dei fatti, elimina ogni asprezza polemica e, come già nel Purgatorio canto III, verso 113), presenta la figura di Costanza in un'aura di particolare solennità, che ha spinto alcuni critici a vedere nello splendore di santità che circonda la gran Costanza anche lo splendore della dignità imperiale da lei rivestita in vita.

Ma dopo che fu ricondotta tutta al mondo contro la su volontà e contro ogni norma morale e giuridica non abbandonò mai dentro di se il velo monacale.

Questo è lo spirito luminoso della grande Costanza che dal secondo imperatore della casa di Svevia generò il terzo e ultimo rappresentante . ”.

Costanza, da Enrico VI, secondo imperatore della casa sveva, generò Federico Il, terzo ed ultimo sovrano svevo, il quale fu l' "ultimo, imperadore de li Romani" (Convivio IV, III, 6), perché dopo la sua morte nel 1250 l'Impero, secondo Dante, restò vacante fino all'incoronazione di Arrígo VII di Lussemburgo nel 1312.
Il termine vento per indicare i rappresentanti della casa sveva, vuole forse riferirsi alle vicende di questa famiglia e alla forza sconvolgìtrice con cui essa passò nella storia europea. Soave è la forma italianizzata, usata in quel tempo, del tedesco Schwaben, Svevia.


Così mi parlò, e poi incominciò a cantare “ Ave, Maria ”, e cantando si dileguò come (scompare) nelI’acqua profonda un oggetto pesante .

I miei occhi, che la seguirono finché fu possibile, dopo che non la videro più, cercarono Beatrice, oggetto del loro desiderio dominante,

e si volsero completamente verso di lei; ma ella risplendette davanti al mio sguardo di una luce così folgorante che dapprima la mia vista non riuscì a sopportarla;

e ciò mi rese più timido ad interrogarla (intorno ad altri dubbi ).

 

 

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