Niccolò Machiavelli
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MACCHIAVELLI
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La vita
È nato nel 1469, del suo periodo giovanile non si hanno molte informazioni. Abitava a Firenze in un periodo travagliato perché vengono cacciati i Medici e s’instaura la Repubblica. Macchiavelli partecipava attivamente nella politica fiorentina, come II segretario della cancelleria, che non era un compito molto importante, però viaggiò e gli fu molto utile per capire come veniva governato il paese, capendo che l’Italia era debole dal punto di vista politico e militare, per questo patteggiò con le milizie cittadine per i loro forti ideali ed inoltre era nel loro interesse difendere le loro proprietà (le case), quindi secondo lui questo era l’unico modo per difendersi.
Al loro ritorno, i Medici non vedevano in modo positivo Macchiavelli, perché aveva collaborato con la repubblica e quindi fu torturato ed esiliato, questo portò ad una pausa della sua vita politica, permettendogli però di scrivere, proprio in questo periodo, le sue opere più importanti.
Macchiavelli è importante perché viene ritenuto l’inventore di una nuova scienza: la politica, in quanto scinde questa dalla religione (e quindi dalla provvidenza) e la basa su fatti della realtà (le leggi universali). Il nuovo concetto della politica si basa sullo studio dell’uomo e le leggi che regolano la sua vita. Inoltre Macchiavelli fu tra i primi a teorizzare l’unificazione dell’Italia, ma nel 1500 non c’erano le condizioni per realizzarla, infatti le sue opere, in cui esprime queste teorie, vengono considerate utopie.
L’opera
Il Principe è un’opera di insegnamento, Macchiavelli è il primo storico che crede possa avvenire l’unità d’Italia, ma le sue dottrine, in questo periodo, vengono considerate utopiche, in quanto sono irrealizzabili. Secondo lui la storia è considerata come espressione di pochi individui eccezionali. Macchiavelli si ricorda con la frase: “Il fine giustifica i mezzi”; molti uomini fraintesero il suo significato capendo che per raggiungere uno scopo si può usare qualsiasi mezzo (anche illegale), ma Macchiavelli questa frase è collegata al concetto che il principe per dirigere bene lo stato poteva e doveva usare qualsiasi mezzo.
Per Macchiavelli il principe doveva possedere la virtù, cioè la capacità che lo mette in grado di far sì che la fortuna volga a favore dello stato.
- Fine articolo
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Nicolò Machiavelli
Il Principe è un’opera che cambierà le sorti della politica.
Machiavelli è molto studiato in tutto il mondo.
Lettera a Francesco Vettori (10.12.1513)
In questa lettera Machiavelli descrive la sua giornata-tipo.
Egli viene cacciato da Firenze a causa della congiura e nel 1513 è un uomo politicamente morto.
Machiavelli è uno scrittore asciutto, preciso e poco ridondante.
All’inizio vi è una citazione di Petrarca “la grazia di Dio non viene mai troppo tardi” che è detta in modo ironico per motivare la sua condizione; bisogna tener presente che Francesco Vettori è ambasciatore dei Medici a Roma dal papa Leone X che è anche lui uno dei Medici.
In questo inizio vi è un’amabilità colloquiale.
La Fortuna viene messa in contrapposizione alla virtù.
Machiavelli dice di catturare le tortore e questo è un segno della sua cattiva condizione economica poiché solitamente questa caccia era lasciata ai servi.
Egli, inoltre, conosce molto bene i classici e i meccanismi della politica del presente e del passato (ha girato tutta l’Europa come ambasciatore dei Medici).
Machiavelli discute con i taglialegna che cercano di ingannarlo per ricevere le cataste ad un prezzo migliore; ad es. Frosino di Panzano dichiara che quattro anni prima aveva sconfitto Machiavelli e che gli dovesse ancora 10 soldi oppure una catasta che doveva arrivare intera a Firenze è stata dimezzata durante il percorso.
Allietandosi egli cerca di ovviare alla malignità della sua sorte .
La sera, poi, si toglie i panni pieni di fango e si mette vestiti raffinati; il suo cibo sono i classici che gli trasmettono conoscenza, questo è un riferimento al Convivio di Dante, e dice d’essere nato per quel cibo.
Con questo cibo che lui trae dalle cose antiche, la conoscenza, compone un opuscolo sui principi e i principati (gli Stati e la loro politica) dove lui cerca di andare a fondo discutendo e ragionando su come siano i principati, come si conquistino, come si mantengano e perché si perdano. Il trattato è composto e lui lo sta ripulendo e elaborando.
Lo stile e la suddivisione in tre momenti della lettera
- Introduzione
Nell’introduzione Machiavelli cerca l’ironia ma cita frasi celebri.
Un’ironia è l’aggettivo magnifico con il quale indica il Vettori facendo sembrare che lui lavori molto ma non è vero, per lui una sua semplice lettera è una grazia divina ed è dubbioso del perché lui non gli scriva.
In seguito afferma che chi rinuncia ai propri vantaggi per favorire gli altrui finisce con il perdere soltanto i suoi e i servizi resi non gli vengono riconosciuti ossia chi ha il potere deve tenerlo stretto.
Secondo lui la fortuna interviene nelle cose degli uomini ma non si deve interromperla ma lasciarla agire e stare tranquilli aspettando che permetta di far qualcosa agli uomini per agire nel momento opportuno e più propizio.
Riassunto: l’introduzione ha un’alta retorica con intonazione ironica, c’è una sorta di allocuzione iniziale allusiva ad uno scarso prestigio. Poi vi è una citazione che eleva il destinatario ad altezze divine e si fa distinzione fra perduto e smarrito e l’ironia si accentua. Infine vi sono due sentenze, massime, una sui comodi e una sulla fortuna.
- La vita quotidiana
La vita quotidiana può essere divisa in tre momenti: vita nel bosco, l’osteria e il colloquio con gli antichi uomini.
In tutta questa seconda parte vi è la centralità dell’io narrante ovvero si sottolinea la personalità (soggetto che agisce, attivo).
Machiavelli accentua i passaggi usando dei costrutti con il participio passato.
- Bosco
- Il tono è colloquiale.
- Machiavelli uccella a tordi che è un tipo di cacciagione dei servi perché i nobili cacciavano con il falco.
- Scrive in modo ironico ma alza lo stile paragonandosi a Geta.
- Lui ha bisogno di soldi ed è per questo motivo che vende la legna ad altri. Egli fa notare come i boscaioli hanno sempre da litigare (sciagura di mano) e lui osserva le liti con grande attenzione ed addirittura potrebbe fare molti esempi (osserva e trae esperienza per parlare di cose più complesse). Ricava da queste persone un’esperienza di vita.
- I boscaioli tentano di fregarlo.
- Va alla fonte vicino alla quale c’è un bosco nel quale lui caccia e mentre rimane nascosto legge le storie d’amore.
- Poi si trasferisce all’osteria dove parla e s’informa; non si alteggia da alto locato e non disprezza gli umili.
- Mangia con la sua brigata (famiglia) accontentandosi del poco che ha.
- Ritorna all’osteria dove c’è l’oste, un macellaio, un mugnaio e due panettieri.
- Osteria
- Si ingaglioffa con persone simili.
- Gioca e dal gioco nascono mille contese.
- Rianima il suo cervello e sfoga la malignità della sua sorte.
- Immerso in queste cose volgari impedisce al suo cervello di ammuffire e secondo la sua triste sorte è contento che lo calpesti per vedere quale vergogna si prova; anche se è convinto che la sorte muta.
- Colloquio con gli antichi
- Si libera dell’ingoffagliamento per vestire le vesti delle corti raffinate.
- Parla con gli antichi come parla all’osteria.
Anacoluto = frase che presenta un errore grammaticale (riga 82-83)
- Legge cercando delle risposte.
- Tra le sue preoccupazioni vi sono la morte e la povertà.
- Dal passato ricava l’esperienza per capire il presente.
- Scrive un libretto: il Principe che tratta dei nuovi principati, di che genere sono, come si acquistano, come si fa a non perderli o come si perde.
Ghiribizzo -> in realtà è un libro che cambia le sorti della cultura politica.
- Parte finale
Nella parte finale si trovano molte parole legate al dubbio.
Machiavelli, inoltre, afferma di voler ritornare alla vita politica e rivendica il fatto di essere stato sempre fedele ai Medici chiedendo loro un impiego qualsiasi.
Il registro poetico è un‘invocazione dignitosa ed il tono è serio e grave [vocabolario del dubbio].
Dedica a Lorenzo de’ Medici
à Ritrova nella dedica a Lorenzo de’ Medici dei parallelisimi con la lettera a Francesco Vettori.
Acquistare grazia: in tutte e due i testi Machiavelli vuole acquistarsi la stima dell’interlocutore per poter tornare a Firenze.
Situazione economica: descrive la sua situazione economica precaria da una parte parlando della caccia a tordi e dei boscaioli e dall’altra affermando di non avere nulla di più prezioso da donare che il suo libello (“non ho trovato niente, intra le mie suppellettile”).
Descrizione del contenuto del Principe: nella lettera Machiavelli fa un riassunto del contenuto mentre nella dedica spiega come ha utilizzato il linguaggio.
Mala sorte/fortuna avversa: Machiavelli scrive in tutti e due i testi che l’interlocutore ha fortuna mentre lui no e dice che l’altro potrà conoscere le sue disgrazie e la sua mala sorte in un caso leggendo la descrizione della sua giornata e nell’altro leggendo il Principe.
Discorsi politici: egli afferma che prima di fare discorsi politici bisogna conoscere il popolo.
Ironia: in tutti e due i testi risalta il suo stile ironico.
Conoscenza dei testi antichi: Machiavelli ha una lunga esperienza delle cose moderne e riceve una continua lezione da quelle antiche (“quel cibo che solum me mio et che io nacqui per lui”).
La vita di Machiavelli
L’aggettivo machiavellico significa comportamento politico, morale, astuto e infido che si ispira ai principi individuati da Machiavelli (ogni mezzo è lecito per raggiungere il fine).
à Non vi è più un agire morale ossia tendere verso il bene evitando il male.
à Il Principe viene diffuso e discusso in tutta Europa.
Machiavelli è il fondatore della politica moderna e colui che scopre che l’attività politica è un’attività umana autonoma.
Egli nasce a Firenze nel 1469; riceve una formazione umanistica anche se non conosce il greco e assiste alla crisi di Firenze.
à Nel 1494 i Medici vengono scacciati e nel 1498 Savonarola viene bruciato.
Dopo il 1498 Machiavelli inizia la sua attività entrando al servizio della Repubblica come segretario (Il Segretario), poi fa 10 anni di Balia, compie missioni diplomatiche, osserva attentamente gli eventi e gli vengono affidati incarichi di vario tipo (amministrativi e militari).
àLui sostiene che se vogliono un esercito forte per Firenze lo devono formare loro e non deve essere composto da mercenari (nei suoi scritti riporta sempre al fatto politico e consiglia a Firenze di munirsi di armi).
Il servizio pubblico dura 15 anni durante i quali rimane a contatto con molti personaggi di spicchi e con varie problematiche; egli prima di fare una conclusione conosce gli eventi.
In esilio
- 1512 a Firenze rientrano i Medici e lui viene esiliato
- 1513 viene accusato di congiura e si ritira in campagna durante la tregua concessa per festeggiare l’elezione del papa mediceo Leone X
- 1521 può riprendere la sua attività e gli viene affidato il compito di scrivere l’Historie Fiorentine.
Durante l’esilio egli ha una vivace corrispondenza con Vettori e Guicciardini.
Stesura e elaborazione del Principe (v. pag 39): il nuovo principe agisce anche in maniera immorale pur di mantenere lo Stato.
Discorsi sulla prima deca di Tito Livio
- L’elaborazione del testo dura anni.
- Leggeva parti e interpretava la storia antica traendone lezioni politiche valide per il presente.
- Viene pubblicato dopo la sua morte (1531).
- In questo libro vi sono divagazioni, riflessioni e chiarimenti.
- Il libro è a sua volta diviso in tre parti:
- politica interna: importanza delle tensioni interne e della lotta politica interna per la vitalità di uno Stato
- politica estera: ribadisce le sue idee sulla guerra
- misto: trasformazione delle repubbliche.
Arte della guerra
1519-1520 è l’unica sua opera pubblicata quando era ancora vivo.
Mandragola
Vedi pagine 41-42.
Il Principe
Grazie alla lettera al Vettori del 10.12.1513 si può capire che il trattato è composto mentre con il capitolo 26 si intende che non può essere stato scritto dopo il 1514.
L’edizione critica del Principe risale al 1994 ed è a cura di Giorgio Inglese.
Dionisotti afferma che il Principe è stato scritto di getto mentre altri ritengono che il Principe è stato scritto in due parti prima I-XI e poi il resto.
à tradizione manoscritta: codice D (Monaco), codice G (Gotha) e codice Y (antica vulgata) sono alla base dell’edizione critica di Inglese
à 4.1.1532 prima edizione a stampa
Il testo nella prima versione è dedicato a Giuliano de’ Medici ma poi Machiavellli nel 1513 cambia la dedica e scrive quella a Lorenzo de’ Medici (nipote di Lorenzo il Magnifico).
Perché cambia la dedica?
Egli la cambia molto probabilmente perché cambia la prospettiva politica ossia Lorenzo nel 1516 diventa duca di Urbino.
Perché Machiavelli scrive l’opera?
Urgenza di trovare per Firenze un principe (motivazione intrinseca).
Il dibattito filosofico attorno al tipo di Stato era diffuso e c’era chi sosteneva un principato e chi la repubblica; Machiavelli sosteneva un principato civile ma autoritario.
Suddivisioni del Principe
Il discorso va distinto nei vari tipi di principati: sui modi nei quali si acquista, come si mantenga e come si perda.
Prima parte
I à distinzione dei vari tipi di pincipato
II-V à principe antico ossia colui che eredita il principato
VI-IX à principe nuovo
X-XI à principati ecclesiastici
Seconda parte
XII-XIV à ordinamento militare (critica verso i mercenari)
XV-XXIII à governi di un principe
XXIV-XXVI à rivoluzioni d’Italia
Nella dedica vi sono due presupposti fondamentali:
- la lunga esperienza delle cose moderne
- continua lezione delle cose antiche
Perché è un opera così fondamentale?
Perché il Principe presenta una sostanziale novità; per la prima volta la politica è considerata come una cosa a se senza essere collegata a istanze metafisiche, religiose di ordine morale. Si studia l’uomo e si studiano i fatti per porre delle regole alla storia, non si dice bisogna agire per il bene ma bisogna che questo sia utile al principe.
Ciò che Machiavelli propone è caratterizzato da due fattori:
- prudenza ossia la visione lucida della realtà politica
- armi ossia l’esercito che difende.
Per lui il potere politico corrisponde a realtà concrete e non ha nulla di divino.
Rapporto fra virtù e fortuna
Virtù: capacità che ogni essere umano possiede.
Fortuna: mutamento incontrollabile degli eventi.
Il campo di scontro fra questi due concetti è la politica; la virtù non è più in campo morale ma è agire e perseguire il proprio fine in circostanze propizie mentre la fortuna è il caso.
Dalla dedica
Cerca di imbonirsi il principe tramite regali à lui offre la consapevolezza e le sue conoscenze à dona il Principe.
Il Principe è la concentrazione in poche parole di tanti anni di studio.
L’immagine del cartografo indica che uno deve essere fuori dal principato per parlare di questo inoltre vi è una velata ironia poiché Machiavelli è consapevole che Lorenzo non ha molte doti politiche.
Nella dedica vi è la volontà di rimettersi sulla breccia.
I: Vari tipi di principato
Procedimento dilemmatico
Per ogni argomento Machiavelli propone due soluzioni distinte nettamente e ognuna si può ancora dividere (non c’è una via di mezzo) [stile asciutto]; ogni scelta politica è estrema.
Si tratta a livello scientifico lo studio della politica con uno stile conciso (dire con la minima superficie verbale il massimo contenuto).
Stato può significare o governo o dominio (città attorno a Firenze).
Il primo capitolo introduce alla materia e vengono subito messi in evidenza fortuna e virtù.
La virtù indica una capacità creativa, decisionale; la virtù è quella capacità che consente all’uomo di intervenire sulla realtà per realizzare i propri fini (virtuoso è chi è forte e scaltro). Il termine virtù non ha niente a che vedere con la virtù morale ossia con la rettitudine ma si riporta alla virtus latina ovvero alla forza, al valore militare e alla fierezza.
La fortuna indica l’insieme dei condizionamenti che la realtà impone all’individuo; è sempre imprevedibile e va al di la del calcolo razionale umano.
Per Machiavelli virtù e fortuna sono antagoniste.
Francesco Sforza: 1401-1466, ha ereditato dal padre una compagnia di ventura. Nel 1434 viene nominato Signore della Marca e nel 1450 diviene duca di Milano dopo aver sconfitto la repubblica Ambrosiana. Nel 1441 ha sposato l’unica figlia del Visconti. Egli viene citato come esempio di virtù poiché ha una grande abilità strategica. Questo personaggio è molto ammirato da Machiavelli e viene presentato come principe nuovo.
Re di Spagna: Ferdinando il Cattolico si allea con il re di Francia e poi sconfigge l’Aragonese, viene nominato re di Napoli nel 1504 (aggiunge un membro al regno).
Nel primo capitolo passa in rassegna i temi che poi verranno sviluppati.
II: Principati ereditari
Sono facili da mantenere.
Machiavelli da due consigli:
- non trascurare gli ordinamenti dei propri antenati (i sudditi sono abituati)
- temporeggiare ossia riuscire ad adeguarsi alle situazioni e sapere indugiare.
Chi eredita questo tipo di potere deve usare meno forza ed è più probabile che sia ben voluto e amato.
Ogni mutamento crea un certo malcontento che è la base del prossimo mutamento.
III
L’ascesa ai principati misti è più complicata.
Lo scontro armato può causare un malcontento che porterà le persone offese ad una insurrezione nel futuro se il principe non si comporta virtuosamente.
Misto: una parte ereditata e l’altra di recente acquisizione.
Quale esempio porta Luigi XII che occupò nel 1499 il ducato di Milano. Dopo l’occupazione Ludovico Sforza si è rifugiato in Germania e pochi mesi più tardi riconquista la città perché i milanesi si ribellano.
à Gli uomini devono essere o beneficati o messi nella condizione di non nuocere (non c’è via di mezzo) cioè il principe dopo aver scelto fra le due possibilità non può più tornare indietro.
La gente è subito pronta a cambiare.
I consigli di Machiavelli
- il dominatore dovrebbe conoscere bene la lingua dello Stato conquistato
- deve estinguere la stirpe conquistata
- deve rispettare le leggi e i dazi che sono in vigore
- dovrebbe andarci ad abitare
- non deve entrare nessun forestiero che è più forte di lui
- costruire una sorte di colonia.
IV
Dario è il re di Persia che dopo la morte di Alessandro riesce a riconquistare i territori toltigli (attorno al 300 a.C.).
Governati
assolutisticamente con i Baroni
difficili da conquistare ma facili da conquistare ma
facili da mantenere (Turchi) difficili da mantenere (Francia)
Se il re non mantiene unite le parti del regno è la morte dello Stato (frammentazione al posto di unione).
V: Come governare i territori conquistati
I tiranni, precedenti a Machiavelli, non avevano uno schema da seguire ed è per questo che sbagliavano.
à Ci si avvia a poco a poco nel discorso sui principati nuovi per i quali Machiavelli fa l’esempio di Cesare Borgia [Montalban, O Cesare o nessuno, Storia della famiglia Borgia].
Machiavelli da dei consigli a chi vuole conquistare degli Stati già costituiti.
VI: Principati nuovi che si acquistano con le armi proprie o con la virtù
Machiavelli dice che i nuovi Stati si costituiscono o con la virtù o con la fortuna.
La virtù è la maniera più opportuna di agire seguendo le circostanze propizie ciò che è determinante è che l’uomo può agire sulla storia modificandola a proprio favore secondo occasioni propizie.
La fortuna è il mutamento casuale e incontrollato degli eventi; questa può avere effetti positivi o negativi.
à cfr. Dante inf. VII: l’uomo per Dante accetta il suo destino e agisce di conseguenza mentre Machiavelli afferma che nei momenti propizi l’uomo agisce e muta gli eventi
Non bisogna affidarsi alla sorte.
Generalmente uno Stato che si mantiene con la fortuna dura meno, oltre alla fortuna è determinante l’occasione.
Gli esempi di vie virtuose sono: Mosè, Ciro, Savonarola.
VII
Un principe (Cesare Borgia) che approfitta del potere politico acquistato dal padre che a sua volta aveva pagato i cardinali per diventare papa. Certamente non è un esempio di virtù morale cattolica ma diventa interessante per Machiavelli (si vede come virtù morale e la virtù di Machiavelli siano due cose diverse). Si studia un uomo risoluto che viene trattato come esempio.
Perché diventa interessante?
- I principati acquisiti per fortuna sono difficili da mantenere perché uno rimarrà principe solo se saprà mantenere il suo Stato con la virtù politica.
- Vi sono due esempi: Sforza e Borgia; Sforza fa molta fatica a diventare duca di Milano ma conserva il potere mentre Borgia si affida alla fortuna del padre e cade a causa di una straordinaria malignità di fortuna (muore Alessandro VI, suo padre). Machiavelli ammira la virtù del duca Valentino.
- La politica di Alessandro VI per fare grande il duca Valentino ha successo grazie a una favorevole situazione interanzionale.
- Vi sono due ostacoli: affidarsi a milizie infide e l’opposizione della Francia.
- In Romagna vi erano molti Signori; la ripulisce grazie a Ramiro de Lorca che poi fa uccidere e lo espone in due pezzi sulla piazza.
- Rimane il problema della Francia e di conseguenza aveva cercato di stringere nuove alleanze.
- Il problema è come conservare lo Stato in futuro quando, morto il padre, vi sarebbe stato un papa avverso:
- eliminare la discendenza ai quali ha tolto dominio
- tirar dalla sua parte l’aristocrazia romana
- avere massima influenza sul Collegio cardinalizio
- acquistare tanto potere da riuscire a resistere a un impeto anche con le sue forze.
Ma il padre muore e manda all’aria i suoi progetti.
8. Machiavelli ricava le sue conclusioni e da norme da imitare: è il modello di principe
nuovo. La rovina totale di Borgia fu causata da un suo grave errore: permise l’elezione
di Giulio II della Rovere al soglio pontificio.
Testo
à Soltanto un uomo con la virtù politica può comandare.
à Bisogna riuscire ad avere una radice unitaria.
à In una lettera al Vettori del 1515 Machiavelli scrive che avrebbe imitato il suo operare se fosse stato un principe nuovo.
à Straordinaria e estrema malignità di fortuna.
à Giulio II aveva promesso, prima del Collegio, di rendere il duca Valentino gonfaloniere generale della Chiesa e di reintegrarlo nel dominio della Romagna.
à I verbi hanno delle oscillazioni poiché la lingua non è ancora codificata (12 anni dopo Pietro Bembo la codifica).
Analisi del libro
Lo Stato viene visto come un organismo vivente (metafora), qualcosa che muta; le radici devono essere solide per poter reggere tutto il peso.
Strage di Senigallia
Il duca Valentino ha convocato i capi delle terre che stava conquistando non per negoziare con loro ma per ucciderli.
Dieci regole per conquistare
- Assicurarsi i nemici
- Guadagnarsi amici
- Vincere o per forza o per frode
- Farsi amare e temere dal popolo
- Farsi seguire e riverire dai soldati
- Spegnere chi ti può offendere o deve farlo
- Innovare gli ordini antichi
- Essere severo e garto, magnanimo e liberale
- Spegnere la milizia infedele e crearne una nuova
- Mantenere l’amicizia dei principi e dei re in modo che ti abbiano a beneficare con grazia o a offendere con rispetto
VIII: Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al principato
Si cita l’esempio di Agatoche Siciliano (tiranno di Siracusa) che riuscì a diventare tiranno con al violenza e a mantenere il suo potere contro i Cartaginesi; lui è un esempio di grande crudeltà, scelleratezza, ma nello stesso tempo virtuoso di come si evitano i pericoli e di come si superano le avversità.
Nell’ultima parte del capitolo egli dedica spazio ad Alessandro VI.
L’ottavo capitolo focalizza l’aspetto della crudeltà: come la si utilizza ai fini di raggiungere il potere.
IX: Al principato civile
In un principato civile si diventa principe con l’aiuto del popolo e dei grandi.
[umori: fluidi corporei]
Si spiega un avvenimento politico con una metafora del corpo umano.
Due esempi di come sia difficile acquisire virtù e combattere la fortuna: Gracchi e Spartani.
X: In che modo si debbono misurare le forze di ogni principato
La forza di un principato si misura con l’esercito ma questo deve essere proprio. Bisogna fortificare la terra per prevenire un attacco o scoraggiarlo.
Machiavelli prende come esempi le città tedesche che potrebbero resistere per settimane tra le proprie mura e nessuno oserebbe mai conquistarle.
XI: Principati ecclesiastici
I principati ecclesiastici si mantengono senza fortuna o virtù visto che sono sostenuti da questi ordini antichi di natura religiosa. Si fa riferimento a tutte le guerre dello Stato pontificio con gli Stati confinanti.
à Quasi tutti questi capitoli parlano di principati mentre nella seconda parte del libro si sottolinea la figura del principe.
XII: Di quante ragioni sia la milizia e i soldati mercenari
Machiavelli critica l’uso di armate mercenarie, ausiliarie o miste.
Ad esempi cita gli Svizzeri.
I mercenari sono soldati guidati da un condottiero che stipula un accordo e che viene pagato mentre gli ausiliari sono soldati non preparati.
Gli Svizzeri secondo Machiavelli sono un esempio negativo però fanno la guerra fuori dal loro Stato e sono, dunque, liberi.
Machiavelli è contro perché: manca la disciplina, la morale (si vendono al miglior offerente) e non sono attaccati al territorio.
XIII: Distinzione dei tre ordini militari [mercenari, ausiliari e propri]
Machiavelli è favorevole agli eserciti propri.
La sua conclusione è:
ogni principe deve coltivare l’arte della guerra e confidare esclusivamente sulle armi proprie.
XIV: Quello che s’appartenga ad un principe circa la milizia
Machiavelli afferma che un vero principe non deve avere altra preoccupazione che l’interesse per l’arte della guerre e gli raccomanda di leggere e imitare le storie degli uomini antichi eccellenti.
XV: I motivi di lode o di vituperio per i principi
Verità effettuale: parola chiave di questo capitolo.
Fonda la scienza politica moderna: vi è un modello di Stato che si immagina e poi ciò che si vede.
- leggi politiche separate da quelle morali
Testo
à Calarsi nella realtà concreta su come un principe deve governare.
à Molti hanno immaginato un modello che non esiste.
à Se è necessario bisogna essere cattivi.
Analisi
Machiavelli inserisce nuove parole: effettuale (attribuito alla verità) con cui sottolinea l’oggetto della sua ricerca che è la realtà vera.
Fa un’analisi costruita sulla realtà e non sull’utopia: solo la realtà consente di analizzare la politica.
Contrasto fra essere e dover essere: il principe deve imparare a essere cattivo se è necessario.
Il principe deve possedere virtù e vizi per mantenere uno Stato. [virtù politica vuol dire agire per mantenere il potere, vizi sono difetti]
Machiavelli fa una diversa distinzione: un principe dovrebbe avere tutte le qualità positive ma visto che la realtà è un’altra bisogna che se per mantenere lo Stato deve essere crudele lo sia.
Vi sono tre categorie di vizi:
- vizi che fanno perdere lo Stato
- vizi indifferenti
- vizi necessari alla conservazione dello Stato, questi sono da coltivare.
Certe virtù son rovina e certi vizi saranno il suo bene.
Il capitolo XV è il capitolo che segna una svolta.
Perché questo capitolo è considerato il più importante del principe?
Dopo aver trattato i vari tipi di principato qui si apre una nuova sezione dedicata al modo di comportarsi del principe con i propri sudditi. È centrale perché contiene la più lucida enunciazione del metodo che sta alla base dell’opera di Machiavelli.
Machiavelli si rende conto di avere un approccio diverso rispetto agli autori precedenti; egli si allontana dalla tradizione del pensiero politico precedente (il principe deve agire secondo la morale).
Egli vuol scrivere “cosa utile a chi la intenda”, vuole fornire un’opera “militante” che abbia immediata incidenza pratica, un’opera che possa essere d’aiuto al principe che vuole fondare lo Stato dove non esiste (Italia).
à Non vi è spazio per un’ideale, un’immaginazione, bisogna misurarsi con la realtà concreta.
Per costruire uno Stato ideale bisogna partire dal presupposto che l’uomo è buono e onesto cosa non vera. Le sue affermazioni sono rivoluzionarie perché il campo politico si distingue da quello morale, tutta la tradizione precedente aveva subordinato la politica alla morale ( si giudicava l’agire di un uomo di Stato in base alla morale).
Perché arriva a queste conclusioni?
Dice che se è bene moralmente può essere politicamente dannoso. Il politico deve essere pronto ad agire anche usando metodi riprovevoli come spegnere i nemici e mancare alla parola data (non morale ma politicamente efficace).
Da questo testo emerge una sorta di pessimismo sulla natura umana: vi è la convinzione che gli uomini siano malvagi, il vero essere non coincide con la realtà effettuale (questa è una constatazione di fatto immanente e laica).
L’affermazione segna una svolta di portata straordinaria per il pensiero moderno; di colpo si supera tutta la tradizione medievale e quattrocentesca. L’agire politico dell’uomo può essere valutato con principi propri ed è una condizione necessaria perché possa nascere uno studio scientifico dai fatti politici.
Verità effettuale e immaginazione, qual è il metodo?
Vuole partire dall’esperienza, dalla realtà così com’è, secondo un metodo induttivo.
metodo induttivo à legge e applicazione
metodo deduttivo à partire da condizioni per arrivare a leggi
Machiavelli non procede con principi universali ma parte da dati empirici e ne ricava le leggi generali.
L’immaginazione è il procedere da dati generali quindi applica una distinzione fra verità effettuale e immaginazione.
L’osservazione diretta della realtà è il fondamento del pensiero scientifico moderno.
Sulla base di questi temi Machiavelli indica tutta una serie di virtù e che il principe deve adottare.
XVII: Della crudeltà e pietà e s’elli è meglio esser amato che temuto,
e più tosto temuto che amato
Cesare Borgia: è stato crudele e lo Stato politico è la rappacificazione della Romagna grazie alla crudeltà.
I fiorentini sono stati pietosi con i pistoiesi e hanno mandato in rovina la città (crudeltà e morte).
Ha una visione utilitaristica e non morale.
Il sedicesimo capitolo dice che il principe deve essere sia liberale che parsimonioso a seconda dell’occasione, afferma il vantaggio della parsimonia sulla liberalità.
Si serve di una citazione dotta per rafforzare la sua teoria.
Egli fa un esempio storico a tutti gli effetti che trae dalla continua lezione delle cose antiche.
L’amore degli uomini è solo fittizio; è meglio essere temuto che amato (si ribadisce il pessimismo sulla natura umana).
XVIII: Il principe e la lealtà
Un principe deve mantenere la parola data?
A volte questo non corrisponde alla realtà effettuale [si vede dall’esperienza; è un dato empirico].
Usare, nel tempo opportuno, le qualità della bestia (forza, ferocia) e quando conviene quelle dell’uomo (razionalità).
Machiavelli fa l’esempio del Centauro, mezzo uomo e mezzo bestia, Chirone che è stato maestro di Achille.
Un principe deve sapere usare tutte e due le nature e una senza l’altra non funziona; deve essere leone e volpe. Se un principe è costretto deve ispirarsi alle qualità della volpe e alla natura del leone.
Il principe deve essere dinamico e deve agire di conseguenza.
Qui Machiavelli inserisce un altro esempio, quello di Alessandro VI che coglie l’occasione propizia e a dipendenza dell’occasione deve, a volte, andare contro a ciò che è bene; di conseguenza conta più l’apparire che l’essere (un altro esempio è Ferdinando il Cattolico che predica la pace e la lealtà ma è nemico).
Introduzione
Machiavelli ha un realismo aspro e spregiudicato così rovescia il punto di partenza.
Il fine è sempre quello di mantenere lo Stato.
Commento
Vi sono due modi di combattere o con le leggi o con la forza, il principe deve sapere usare i due aspetti.
Egli non cerca di collegare la politica alle norme ma prende coscienza della vera forza della politica; c’è una necessità di azione che non può essere arbitraria.
Machiavelli compie un ragionamento in parte deduttivo e in parte induttivo.
XIX: In che modo si abbia a fuggire l’essere disprezzato e odiato
Si afferma che il principe debba evitare di essere odiato presso i sudditi e non deve essere un usurpatore rapace delle cose altrui. Deve cercare di non farsi odiare mantenendo i principi cardine del principe.
Machiavelli fa esempi di imperatori che non hanno saputo fuggire l’odio.
XX: Se le fortezze (…) sono utili o no
Il principe deve armare i suoi sudditi perché così diventano partigiani mentre se li disarma può causare odio.
Si afferma che nessuna milizia mercenaria può difendere dai principi potenti o dai sudditi sospetti e che bisogna avere un esercito proprio.
Egli dice che non serve nessuna fortezza se c’è l’odio dei sudditi ossia il peggior nemico.
XXI: Che si conviene a un principe perché sia stimato
Si fanno vari esempi sul perché un principe debba condurre grandi imprese e dare prova di magnificenza. Si dice che è utile che un principe si schieri apertamente in favore di un potentato rispetto a rimanere neutrale perché chi vince non vuole amici sospetti e chi perde non ti riceve per non aver voluto con le armi in mano correre la fortuna sua (la via neutrale è rovinosa).
Se un principe deve allearsi non si deve alleare con uno più potente di lui.
Il principe deve mostrare ai sudditi che incoraggia le loro attività.
XXII: Dei segretari che i principi hanno presso di loro
Machiavelli afferma che è impossibile scegliere le persone giuste e che un principe è giudicato per le persone che gli stanno attorno.
Tre gradi dell’ingegno: uno capisce da solo (eccellentissimo), uno capisce gli altri (eccellente) e uno non capisce ne sé ne gli altri (inutile).
XXIII: In che modo si abbiano a fuggire gli adulatori
Viene spiegato quali falsi consiglieri il principe debba cacciare.
Poi si afferma che un principe prudente sceglie uomini saggi, di fiducia poi ascolta il loro consiglio ma sceglie in completa autonomia.
Gli adulatori, invece, spingono il principe ad agire e a mutare di parere.
XXIV: Per quali ragioni i principi d’Italia hanno perso i loro Stati
C’è una critica ai principi italiani e alla precaria situazione politica italiana. È necessario avere: un solido ordinamento politico e costituzionale, un’adeguata forza militare, agire con azione magnanime che procurino onore, stima e ammirazione. Secondo Machiavelli i principi italiani hanno agito con ignavia, inefficienza e arriva alla conclusione che i mali d’Italia non nascono da una fortuna avversa ma dagli errori commessi dai principi (assenza di virtù).
I termini di virtù e fortuna vengono inseriti nella prospettiva di una precisa integrazione storica.
XXV: La fortuna
In Italia non vi è uno Stato unitario; è opportuno che il principe nuovo ristabilisca l’unità (l’ultimo capitolo esorta la liberazione dell’Italia dal barbaro dominio).
Virtù = capacità attiva e volitiva dell’uomo
Come si fa ad andare contro il destino avverso? (cfr. Dante VII, Dante afferma che bisogna accettare) Può l’uomo modificare il proprio destino?
Machiavelli aveva composto già in età giovanile una poesia sulla fortuna.
Testo
Non è sconosciuto che c’è una fatalità (tesi fatalistica).
â Il nostro libero arbitrio è ovviamente metà governato dalla fortuna e metà da noi.
La fortuna viene paragonata a un fiume rovinoso (evento non prevedibile) contro il quale l’uomo non può fare nulla ma quando questo è quieto può costruire argini per agire contro il destina avverso.
La fortuna sottomette dove non è presente la virtù.
à stilisticamente Machiavelli parte dal generale per poi andare nello specifico
â Come si spiega che un principe che non si occupa del suo comportamento ottiene per un po’ successo e per un po’ rovina? Questo accade perché appoggiando tutto sulla fortuna va in rovina quando questa cambia.
Teoria del riscontro
Ogni uomo si attiene a comportamenti legati alla sua inclinazione naturale ed è quasi impossibile che sappia modificare la sua natura a seconda delle necessità.
Chi è per natura impetuoso tenderà ad usare forza e violenza anche dove dovrebbe mediare e ciò vale anche per il cauto.
Il fattore che determina il successo è saper usare o l’una o l’altra ma usarla cercando di capire il tempo. Ha successo chi combatte in una situazione che richiede le doti di cui è fornito.
L’esempio portato è quello di Giulio II che voleva ampliare lo Stato vaticano ed ha agito con dinamismo e ha conseguito gli obbiettivi.
Un’altra metafora è quella della fortuna vista come donna: bisogna batterla per farla stare zitta.
Commento
Le circostanze storiche mutano ed è opportuno trovare l’occasione propizia anche se non è facile perché si sa che l’uomo non può deviare da ciò per il quale la natura lo inclina.
Se l’uomo sapesse adattarsi a ogni tempo la fortuna non muterebbe.
La fortuna varia mentre la natura degli uomini è immutabile e quindi è meglio essere impetuoso che rispettoso visto che la fortuna è come una donna e può essere tenuta con al violenza.
Elementi metaforici
L’immagine del fiume in piena sottolinea la forza distruttiva della fortuna; la fortuna è qualcosa di incontrollabile (l’uomo può limitare i suoi effetti devastanti?).
L’immagine della donna riprende una tradizione consolidata di misoginia (odio verso le donne) che vede nella donna un’irrazionalità istintiva, una volubilità capricciosa e bisogna picchiarla affinché stia zitta.
Si passa ad un’immagine meno tragica della prima ossia riporta a un aspetto di vita quotidiana. I connotati della fortuna sono meno tragici: l’incontenibile violenza della fortuna viene ridotta a una “piccola” violenza quotidiana.
Viene mostrata l’efficacia della virtù e le sue possibilità costruttive (da un lato costruire argini mentre dall’altro un giovane impetuoso è capace di ottenere la sottomissione della sua amante).
Fine articolo su Macchiavelli
Relazione sulla politica di Macchiavelli
«Esamina rapporti e condizioni che intercorrono tra attività politica e le tesi teoretiche del Machiavelli»
«Il fine giustifica i mezzi»; con questa breve frase non autografa si riassume la politica del Machiavelli. Questo fine nella sua opera politica è l'ordine stabile ottenibile solamente mediante una repubblica. L'autore de «il principe», però, non intende scrivere una nuova «utopia» come aveva già fatto Platone, in cui si descrive minuziosamente i particolari di uno stato idilliaco dove tutti gli uomini sono conformi ai principi morali e rispettosi della legge. Al contrario, il letterato toscano vuole scrivere un manuale di istruzioni per assestare l'Italia in uno stato capace di fare fronte alle grandi potenze quali Spagna e Francia ottenibile solamente mediante un saldo principato provvisorio capace di sottomettere i particolarismi politici dell'epoca. Per ottenere ciò, bisogna essere pronti a tutto, perché il traguardo a cui si arriva arreca un bene maggiore dei mali commessi per ottenerlo e bisogna inoltre considerare gli uomini come esseri perfidi, infidi avari e costanti nel loro agire quali sono.
Per ottenere l'ordine quindi Machiavelli è disposto a sacrificare anche la morale, perché a suo dire è più importante perseguire gli obbiettivi che portano al bene comune piuttosto che quelli mirati a perseguire l'integrità morale dell'individuo. Infatti Machiavelli relega la morale e con essa la religione ad un ruolo di «instumentum regnii» utile solamente a governare le masse popolari. Si può dire quindi che lo statista fiorentino ritenga che per sconfiggere il caos sia necessario usare le sue stesse armi quali violenza e iniquità.
Niccolò quindi vede nel principe una entità politica particolare, capace di ottenere molto più facilmente di una repubblica il potere, ma non altrettanto capace di mantenerlo. Infatti il principato ha la caratteristica di vertere in tutto e per tutto su una persona, e quindi nel caso in cui siano necessarie delle decisioni rapide oppure sia necessario perseguire degli obbiettivi a lungo termine il principe è lo strumento ideale di governo ma, come dice il proverbio ogni medaglia ha il suo rovescio e questo personalismo che è estremamente positivo se il signore è un buon principe diventa causa di rovina se costui non è all'altezza della carica. La repubblica al contrario avendo più persone al potere fa in modo che la scelleratezza di un individuo incapace di detenere il potere abbia effetti meno catastrofici sulla nazione e oltretutto limita anche la corruzione in quanto le persone al potere si controllano a vicenda. Tutto questo però aumenta il tempo decisionale, perché!
ogni decisione deve essere frutto di un dibattito e limita il perseguitare di obbiettivi a lungo termine in quanto questi spesso cambiano col cambiare dei governi e indubbiamente questi ultimi cambiano molto più velocemente in una repubblica che in un principato. Quindi Machiavelli relega al principato le situazioni di emergenza in cui lo stato ha bisogno di decisioni chiare, rapide e in coerenza fra loro per ottenere un preciso e limitato fine (questa è appunto la situazione italiana all'epoca dello scrittore); una volta raggiunto questo scopo con ogni mezzo possibile è essenziale istituire una repubblica che garantisca questa situazione di stabilità e benessere nel tempo.
Dall'ordinamento politico che propone Machiavelli quindi traspare tutta la sua conoscenza dell'epoca classica in quanto la sua idea non discosta di molto dall'idea di repubblica che avevano i romani che ammetteva, se necessario, una dittatura semestrale con il dovere di risolvere un determinato problema entro e non oltre i sei mesi di mandato
Fine articolo su Macchiavelli
I punti cardine che Machiavelli, considerato il fondatore della politica, sviluppa nel suo trattato, “Il Principe”, sono la realtà effettuale, l’amoralità, il tema del consenso e la simulazione. Con l’utilizzo di questi topoi, l’autore spiega come i principati “si acquistono…si mantengono, perché si perdono”. Egli affronta nella forma più rapida ed efficace che si possa immaginare le leggi più riposte dell’umano operare, scruta a fondo in che modo si governi nel suo periodo storico e dice le cose con risoluta fermezza, affrontando la realtà in maniera oggettiva, guardando le cose in faccia così come sono, respingendo ogni tentazione a mistificare il vero.
Il concetto di “realtà effettuale” si estrinseca proprio esprimendo questo contrasto tra apparenza e verità e verificando che l’essere umano non vive in un mondo costruito o ispirato da nobili ideali, ma che la sua dimensione più vera è rappresentata dall’orizzonte dei fatti e delle situazioni che vanno al di là dei nostri principi astratti (“….mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa…..”. Questo concreto realismo dà a Machiavelli la coscienza della profonda crisi e della rovina in cui si consuma l’Italia. Egli rifiuta, infatti, qualsiasi evasione dal reale, descrivendo il mondo come è, non come dovrebbe essere, opponendosi così all’utopismo politico dell’Umanesimo e del Rinascimento che, rifacendosi ai testi classici, greci e latini, delineava un Principe virtuoso, riferendolo, invece, come un uomo padrone di se stesso, capace di muovere la storia, di cogliere le occasioni e di volgerle a proprio vantaggio, in una parola, l’uomo della Rinascita. Ed è proprio il suo andar dietro alla verità effettuale delle cose, piuttosto che all’immaginazione di esse, che costituisce la vera e propria rivoluzione del Machiavelli. Inoltre, grazie all’utilizzo di questo tema egli fa trasparire il suo giudizio fortemente pessimista sulla natura umana, caratterizzata da violenza e malvagità.
L’autore, con una tecnica tipica degli scienziati, espone questi concetti in modo argomentativo, avvalendosi o del cosiddetto “modulo dilemmatico”, che consiste nel presentare tutte le alternative possibili, o di metafore e ipotetiche obiezioni, quali la continua ripetizione del concetto del “sarebbe bello ma”, che indica concretezza, non utopia e del paragone delle strutture statali a “barbe e corrispondentie”. Il trattato, tutto incentrato sulla realtà effettuale, mette
a nudo nell’ultimo cap. la grande aspirazione del Machiavelli di liberare l’Italia, mettendo a nudo i suoi ideali patriottici mediante una contraddizione che lo trasforma da realista puro in un sognatore- poeta. La politica non appare più fredda scienza del vero, priva di ogni impeto passionale, dal momento che emerge una dimensione ideale che confuta il concetto di realtà effettuale. Egli si rivolge al Principe come se in esso potesse essere la virtù e l’eroismo dei liberatori dei popoli e, dimentico dello stato di abiezione della popolazione italiana, eleva il popolo, che per tutto il resto del libro viene considerato “volgo”, ad un ruolo “comprimario”, ritenendolo quasi migliore dello stesso principe e capace di essere protagonista. Secondo lo Chabod, invece, il cambiamento repentino è solo apparente in quanto troviamo un continuo giustapporsi di realtà effettuale ed utopistica anche nei capitoli centrali del trattato.
In questi, dove tratta delle virtù che un Principe deve possedere, è messo chiaramente in evidenza il concetto di amoralità che rappresenta un tipo di comportamento che contrappone la politica all’etica. Infatti, la “virtù” machiavelliana è intesa come nesso di “intelligenza” e “ardimento” e come capacità di resistere alla “fortuna”, per questo non deve essere condizionata dai principi tradizionali dell’etica cristiana o dai paradigmi di qualsiasi altra morale. Fra l’altro Machiavelli si mostra estremamente critico nei confronti della religione, accusando la chiesa di essere colpevole della rovina d’Italia. Distingue, infatti, fra morale politica e morale privata e le infrazioni alla morale corrente sono consigliate solo al politico e solo in quanto utili allo Stato. Infatti, comportamenti virtuosi per quest’ultima, potrebbero essere dannosi nella condotta politica e viceversa, atteggiamenti immorali nella vita privata potrebbero essere molto positivi per mantenere in vita lo Stato e la comunità.
L’immagine della politica appare quindi come un’attività autonoma e le azioni del Principe sono sempre giustificate dai mezzi. Nella lotta continua, senza tregua e senza pietà, che si combatte ogni giorno per mantenere integra la comunità umana, non vi è posto per qualsiasi ragione di bene o di male che non si identifichi con l’utilità o la salvaguardia delle stesse istituzioni civili e di chi le guida.
Non si può quindi parlare di immoralità, ma semplicemente di a-moralità.
Il principe, per guadagnare la stima dei suoi sudditi ed ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica deve seguire la legge della necessità, per cui è per lui fondamentale applicare la politica del “consenso” tramite la “simulazione”. Anche qui troviamo il ribaltamento degli ideali classici, dove si esaltava l’essere, condannando l’apparire e la sofistica. Il consenso lo troviamo nella politica italiana fin dagli albori del regime signorile e consiste nel dover guadagnare o, se necessario estorcere, l’appoggio popolare per poter governare in maniera più tranquilla ed equilibrata. Di questo “topos” se ne tratta nei cap. XV, XVI, XVII in cui si sottolinea come il Principe debba fare attenzione alle ripercussioni che i suoi comportamenti potrebbero avere sul popolo.
Strettamente connessa a questo è indubbiamente la simulazione che consiste nella contrapposizione tra moralità codificata e virtù politica.
Non importa quindi come colui che governa sia in realtà, ma come si presenta e agisce. La simulazione viene addirittura innalzata a virtù e ben raccomandata.
Abbiamo, in questi capitoli, l’esplicito consiglio di sembrare piuttosto che essere: “….piena della soprascritte qualità…paia….opinione….pare….reputazione….mostrarsi amatore delle virtù….”.
Fine articolo su Macchiavelli
Niccolò Machiavelli
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
*
Niccolò Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai salute.
Io vi mando uno presente, il quale, se non corrisponde agli obblighi che io ho con voi, è tale, sanza dubbio, quale ha potuto Niccolò Machiavelli mandarvi maggiore. Perché in quello io ho espresso quanto io so e quanto io ho imparato per una lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo. E non potendo né voi né altri desiderare da me più, non vi potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può increscere della povertà dello ingegno mio, quando siano queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudicio, quando io in molte parte, discorrendo, m'inganni. Il che essendo, non so quale di noi si abbia ad essere meno obligato all'altro: o io a voi, che mi avete forzato a scrivere quello che io mai per me medesimo non arei scritto; o voi a me, quando, scrivendo non vi abbi sodisfatto. Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano tutte le cose degli amici; dove si considera più sempre la intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è mandata. E crediate che in questo io ho una sola satisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi ingannato in molte sue circunstanzie, in questa sola so ch'io non ho preso errore, di avere eletto voi, ai quali, sopra ogni altri, questi mia Discorsi indirizzi: sì perché, faccendo questo, mi pare avere mostro qualche gratitudine de' beneficii ricevuti: sì perché e' mi pare essere uscito fuora dell'uso comune di coloro che scrivono, i quali sogliono sempre le loro opere a qualche principe indirizzare; e, accecati dall'ambizione e dall'avarizia, laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando da ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo. Onde io, per non incorrere in questo errore, ho eletti non quelli che sono principi, ma quelli che, per le infinite buone parti loro, meriterebbono di essere; non quelli che potrebbero di gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che, non potendo, vorrebbono farlo. Perché gli uomini, volendo giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non quelli che possono essere liberali, e così quelli che sanno, non quelli che, sanza sapere, possono governare uno regno. E gli scrittori laudano più Ierone Siracusano quando egli era privato, che Perse Macedone quando egli era re: perché a Ierone ad essere principe non mancava altro che il principato; quell'altro non aveva parte alcuna di re, altro che il regno. Godetevi, pertanto, quel bene o quel male che voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo errore, che queste mie opinioni Vi siano grate, non mancherò di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio vi promissi. Valete.
LIBRO I
Proemio
[Ancora che, per la invida natura degli uomini, sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare modi ed ordini nuovi, che si fusse cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d'altri; nondimanco, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare, sanza alcuno respetto, quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine considerassino. E se lo ingegno povero, la poca esperienzia delle cose presenti e la debole notizia delle antique faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità; daranno almeno la via ad alcuno che, con più virtù, più discorso e iudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare: il che, se non mi arrecherà laude, non mi doverebbe partorire biasimo.]
Considerando adunque quanto onore si attribuisca all'antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempli, un frammento d'una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo, per averlo appresso di sé, onorarne la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella arte si dilettono; e come quegli dipoi con ogni industria si sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo; e veggiendo, da l'altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga. E tanto più, quanto io veggo nelle diferenzie che intra cittadini civilmente nascano, o nelle malattie nelle quali li uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli iudizii o a quelli remedii che dagli antichi sono stati iudicati o ordinati: perché le leggi civili non sono altro che sentenze date dagli antiqui iureconsulti, le quali, ridutte in ordine, a' presenti nostri iureconsulti iudicare insegnano. Né ancora la medicina è altro che esperienze fatte dagli antiqui medici, sopra le quali fondano e' medici presenti e' loro iudizii. Nondimanco, nello ordinare le republiche, nel mantenere li stati, nel governare e' regni, nello ordinare la milizia ed amministrare la guerra, nel iudicare e' sudditi, nello accrescere l'imperio, non si truova principe né republica che agli esempli delli antiqui ricorra. Il che credo che nasca non tanto da la debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo, o da quel male che ha fatto a molte provincie e città cristiane uno ambizioso ozio, quanto dal non avere vera cognizione delle storie, per non trarne, leggendole, quel senso né gustare di loro quel sapore che le hanno in sé. Donde nasce che infiniti che le leggono, pigliono piacere di udire quella varietà degli accidenti che in esse si contengono, sanza pensare altrimenti di imitarle, iudicando la imitazione non solo difficile ma impossibile; come se il cielo, il sole, li elementi, li uomini, fussino variati di moto, di ordine e di potenza, da quello che gli erono antiquamente. Volendo, pertanto, trarre li uomini di questo errore, ho giudicato necessario scrivere, sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignità de' tempi non ci sono stati intercetti, quello che io, secondo le cognizione delle antique e moderne cose, iudicherò essere necessario per maggiore intelligenzia di essi, a ciò che coloro che leggeranno queste mia declarazioni, possino più facilmente trarne quella utilità per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie. E benché questa impresa sia difficile, nondimanco, aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto questo peso, confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro resterà breve cammino a condurlo a loco destinato.
Capitolo 1
Quali siano stati universalmente i principii di qualunque città, e quale fusse quello di Roma
Coloro che leggeranno quale principio fusse quello della città di Roma, e da quali latori di leggi e come ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli mantenuta in quella città; e che dipoi ne sia nato quello imperio al quale quella republica aggiunse. E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico che tutte le cittadi sono edificate o dagli uomini natii del luogo dove le si edificano o dai forestieri. Il primo caso occorre quando agli abitatori dispersi in molte e piccole parti non pare vivere securi, non potendo ciascuna per sé, e per il sito e per il piccolo numero, resistere all'impeto di chi le assaltasse; e ad unirsi per loro difensione, venendo il nimico, non sono a tempo; o quando fussono, converrebbe loro lasciare abbandonati molti de' loro ridotti; e così verrebbero ad essere subita preda dei loro inimici: talmente che, per fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi, o da alcuno che sia infra loro di maggiore autorità, si ristringono ad abitare insieme in luogo eletto da loro, più commodo a vivere e più facile a difendere.
Di queste, infra molte altre, sono state Atene e Vinegia. La prima, sotto l'autorità di Teseo, fu per simili cagioni dagli abitatori dispersi edificata; l'altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dello Imperio romano, nascevano in Italia, cominciarono infra loro, sanza altro principe particulare che gli ordinasse, a vivere sotto quelle leggi che parevono loro più atte a mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non avendo quelli popoli, che affliggevano Italia, navigli da poterli infestare: talché ogni piccolo principio li poté fare venire a quella grandezza nella quale sono.
Il secondo caso, quando da genti forestiere è edificata una città, nasce o da uomini liberi o che dependono da altri: come sono le colonie mandate o da una republica o da uno principe per isgravare le loro terre d'abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono sicuramente e sanza ispesa mantenersi; delle quali città il Popolo romano ne edificò assai, e per tutto l'imperio suo: ovvero le sono edificate da uno principe, non per abitarvi, ma per sua gloria; come la città di Alessandria, da Alessandro. E per non avere queste cittadi la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano processi grandi, e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste fu l'edificazione di Firenze, perché (o edificata da' soldati di Silla, o, a caso, dagli abitatori dei monti di Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto Ottaviano nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si edificò sotto l'imperio romano: né poté, ne' principii suoi, fare altri augumenti che quelli che per cortesia del principe gli erano concessi.
Sono liberi gli edificatori delle cittadi, quando alcuni popoli, o sotto uno principe o da per sé, sono constretti, o per morbo o per fame o per guerra, a abbandonare il paese patrio, e crearsi nuova sede: questi tali, o egli abitano le cittadi che e' truovono ne' paesi ch'egli acquistano, come fe' Moises; o e' ne edificano di nuovo, come fe' Enea. In questo caso è dove si conosce la virtù dello edificatore, e la fortuna dello edificato: la quale è più o meno maravigliosa, secondo che più o meno è virtuoso colui che ne è stato principio. La virtù del quale si conosce in duo modi: il primo è nella elezione del sito; l'altro nella ordinazione delle leggi. E perché gli uomini operono o per necessità o per elezione; e perché si vede quivi essere maggior virtù dove la elezione ha meno autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere, per la edificazione delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gli uomini, constretti a industriarsi, meno occupati dall'ozio, vivessono più uniti avendo, per la povertà del sito, minore cagione di discordie; come interviene in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione sarebbe sanza dubbio più savia e più utile, quando gli uomini fossero contenti a vivere del loro, e non volessono cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gli uomini assicurarsi se non con la potenza, è necessario fuggire questa sterilità del paese, e porsi in luoghi fertilissimi; dove, potendo per la ubertà del sito ampliare, possa e difendersi da chi l'assaltasse e opprimere qualunque alla grandezza sua si opponesse. E quanto a quell'ozio che le arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle necessità le leggi la costringhino, che il sito non la costrignesse, ed imitare quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, e atti a produrre uomini oziosi ed inabili a ogni virtuoso esercizio, che, per ovviare a quelli danni i quali l'amenità del paese, mediante l'ozio, arebbe causati, hanno posto una necessità di esercizio a quelli che avevano a essere soldati; di qualità che, per tale ordine, vi sono diventati migliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati aspri e sterili. Intra i quali fu il regno degli Egizi, che, non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità, ordinata dalle leggi, che ne nacque uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussono dalla antichità spenti, si vedrebbe come ei meriterebbero più laude che Alessandro Magno, e molti altri de' quali ancora è la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno del Soldano, e l'ordine de' Mammalucchi e di quella loro milizia, avanti che da Salì, Gran Turco, fusse stata spenta, arebbe veduto in quello molti esercizi circa i soldati, ed averebbe, in fatto, conosciuto quanto essi temevano quell'ozio a che la benignità del paese li poteva condurre, se non vi avessono con leggi fortissime ovviato.
Dico, adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi infra i debiti termini si ristringa. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città per sua gloria, venne Dinocrate architetto, e gli mostrò come e' la poteva edificare sopra il monte Atho, il quale luogo, oltre allo essere forte, potrebbe ridursi in modo che a quella città si darebbe forma umana; il che sarebbe cosa maravigliosa e rara, e degna della sua grandezza. E domandandolo Alessandro di quello che quelli abitatori viverebbero, rispose non ci avere pensato: di che quello si rise, e, lasciato stare quel monte, edificò Alessandria, dove gli abitatori avessero a stare volentieri per la grassezza del paese, e per la commodità del mare e del Nilo. Chi esaminerà, adunque, la edificazione di Roma, se si prenderà Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle cittadi edificate da' forestieri; se Romolo di quelle edificate dagli uomini natii del luogo; ed in qualunque modo, la vedrà avere principio libero, sanza dependere da alcuno: vedrà ancora, come di sotto si dirà, a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gli altri, la costringessono; talmente che la fertilità del sito, la commodità del mare, le spesse vittorie, la grandezza dello imperio, non la potero per molti secoli corrompere, e la mantennero piena di tanta virtù, di quanta mai fusse alcun'altra città o republica ornata.
E perché le cose operate da lei, e che sono da Tito Livio celebrate, sono seguite o per publico o per privato consiglio, o dentro o fuori della cittade; io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro e per consiglio publico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò, aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi; con i quali Discorsi questo primo libro, ovvero questa prima parte, si terminerà.
Capitolo 2
Di quante spezie sono le republiche, e di quale fu la republica romana
Io voglio porre da parte il ragionare di quelle cittadi che hanno avuto il loro principio sottoposto a altrui; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni servitù esterna, ma si sono subito governate per loro arbitrio, o come republiche o come principato: le quali hanno avuto, come diversi principii, diverse leggi ed ordini. Perché ad alcune, o nel principio d'esse, o dopo non molto tempo, sono state date da uno solo le leggi, e ad un tratto; come quelle che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in più volte e secondo li accidenti, come ebbe Roma. Talché, felice si può chiamare quella republica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che gli dia leggi ordinate in modo che, sanza avere bisogno di ricorreggerle, possa vivere sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento anni sanza corromperle, o sanza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado d'infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta a uno ordinatore prudente, è necessitata da sé medesima riordinarsi. E di queste ancora è più infelice quella che è più discosto dall'ordine; e quella ne è più discosto che co' suoi ordini è al tutto fuori del diritto cammino, che la possa condurre al perfetto e vero fine. Perché quelle che sono in questo grado, è quasi impossibile che per qualunque accidente si rassettino: quelle altre che, se le non hanno l'ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a diventare migliore, possono per la occorrenzia degli accidenti diventare perfette. Ma fia bene vero questo, che mai si ordineranno sanza pericolo; perché gli assai uomini non si accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella città se non è mostro loro da una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità sanza pericolo, è facil cosa che quella republica rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione d'ordine. Di che ne fa fede appieno la republica di Firenze, la quale fu dallo accidente d'Arezzo, nel dua, riordinata; e da quel di Prato, nel dodici, disordinata.
Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero; dico come alcuni che hanno scritto delle republiche dicono essere in quelle uno de' tre stati, chiamati da loro Principato, Ottimati, e Popolare, e come coloro che ordinano una città, debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e, secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi: delli quali tre ne siano pessimi tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono e' soprascritti tre: quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendano; e ciascuno d'essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano dall'uno all'altro: perché il Principato facilmente diventa tirannico; gli Ottimati con facilità diventano stato di pochi; il Popolare sanza difficultà in licenzioso si converte. Talmente che, se uno ordinatore di republica ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perché nessuno rimedio può farvi, a fare che non sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virtute ed il vizio.
Nacquono queste variazioni de' governi a caso intra gli uomini: perché nel principio del mondo, sendo gli abitatori radi, vissono un tempo dispersi a similitudine delle bestie; dipoi, moltiplicando la generazione, si ragunarono insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciarono a riguardare infra loro quello che fusse più robusto e di maggiore cuore, e fecionlo come capo, e lo ubedivano. Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e ree: perché, veggendo che se uno noceva al suo benificatore, ne veniva odio e compassione intra gli uomini, biasimando gl'ingrati ed onorando quelli che fussero grati, e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano essere fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano a fare leggi, ordinare punizioni a chi contrafacessi: donde venne la cognizione della giustizia. La quale cosa faceva che, avendo dipoi a eleggere uno principe, non andavano dietro al più gagliardo, ma a quello che fusse più prudente e più giusto. Ma come dipoi si cominciò a fare il principe per successione, e non per elezione, subito cominciarono li eredi a degenerare dai loro antichi; e, lasciando l'opere virtuose, pensavano che i principi non avessero a fare altro che superare gli altri di sontuosità e di lascivia e d'ogni altra qualità di licenza: in modo che, cominciando il principe a essere odiato, e per tale odio a temere, e passando tosto dal timore all'offese, ne nasceva presto una tirannide. Da questo nacquero, appresso, i principii delle rovine, e delle conspirazioni e congiure contro a' principi; non fatte da coloro che fussono o timidi o deboli, ma da coloro che, per generosità, grandezza d'animo, ricchezza e nobilità, avanzavano gli altri; i quali non potevano sopportare la inonesta vita di quel principe. La moltitudine, adunque, seguendo l'autorità di questi potenti, s'armava contro al principe, e, quello spento, ubbidiva loro come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome d'uno solo capo, constituivano di loro medesimi uno governo; e, nel principio, avendo rispetto alla passata tirannide, si governavono secondo le leggi ordinate da loro, posponendo ogni loro commodo alla commune utilità; e le cose private e le publiche con somma diligenzia governavano e conservavano. Venuta dipoi questa amministrazione ai loro figliuoli, i quali non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile equalità, ma rivoltisi alla avarizia, alla ambizione, alla usurpazione delle donne, feciono che d'uno governo d'ottimati diventassi uno governo di pochi, sanza avere rispetto ad alcuna civilità, talché, in breve tempo, intervenne loro come al tiranno; perché, infastidita da' loro governi, la moltitudine si fe' ministra di qualunque disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e così si levò presto alcuno che, con l'aiuto della moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo disfatto lo stato de' pochi e non volendo rifare quel del principe, si volsero allo stato popolare; e quello ordinarono in modo, che né i pochi potenti, né uno principe, vi avesse autorità alcuna. E perché tutti gli stati nel principio hanno qualche riverenzia, si mantenne questo stato popolare un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella generazione che l'aveva ordinato; perché subito si venne alla licenza, dove non si temevano né gli uomini privati né i publici; di qualità che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni dì mille ingiurie: talché, costretti per necessità, o per suggestione d'alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenza, si ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la licenza, ne' modi e per le cagioni dette.
E questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano ne' governi medesimi; perché quasi nessuna republica può essere di tanta vita, che possa passare molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel travagliare, una republica, mancandole sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno stato propinquo, che sia meglio ordinato di lei: ma, posto che questo non fusse, sarebbe atta una republica a rigirarsi infinito tempo in questi governi.
Dico, adunque, che tutti i detti modi sono pestiferi, per la brevità della vita che è ne' tre buoni, e per la malignità che è ne' tre rei. Talché, avendo quelli che prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per sé stesso, ne elessero uno che participasse di tutti, giudicandolo più fermo e più stabile; perché l'uno guarda l'altro, sendo in una medesima città il Principato, gli Ottimati, e il Governo Popolare.
Intra quelli che hanno per simili constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il quale ordinò in modo le sue leggi in Sparta, che, dando le parti sue ai Re, agli Ottimati e al Popolo, fece uno stato che durò, più che ottocento anni, con somma laude sua e quiete di quella città. Al contrario intervenne a Solone, il quale ordinò le leggi in Atene; che, per ordinarvi solo lo stato popolare, lo fece di sì breve vita, che, avanti morisse, vi vide nata la tirannide di Pisistrato; e benché, dipoi anni quaranta, ne fussero gli eredi suoi cacciati, e ritornasse Atene in libertà, perché la riprese lo stato popolare, secondo gli ordini di Solone, non lo tenne più che cento anni, ancora che per mantenerlo facessi molte constituzioni, per le quali si reprimeva la insolenzia de' grandi e la licenza dell'universale, le quali non furono da Solone considerate: nientedimeno, perché la non le mescolò con la potenza del Principato e con quella degli Ottimati, visse Atene, a rispetto di Sparta, brevissimo tempo.
Ma vegnamo a Roma; la quale, nonostante che non avesse uno Licurgo che la ordinasse in modo, nel principio, che la potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore, lo fece il caso. Perché, se Roma non sortì la prima fortuna, sortì la seconda; perché i primi ordini suoi, se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perché Romolo e tutti gli altri re fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perché il fine loro fu fondare un regno e non una republica, quando quella città rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate. E avvengaché quelli suoi re perdessono l'imperio, per le cagioni e modi discorsi; nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito due Consoli che stessono nel luogo de' Re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà regia: talché, essendo in quella republica i Consoli e il Senato, veniva solo a essere mista di due qualità delle tre soprascritte, cioè di Principato e di Ottimati. Restavale solo a dare luogo al governo popolare: onde, sendo diventata la Nobilità romana insolente per le cagioni che di sotto si diranno si levò il Popolo contro di quella; talché, per non perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte e, dall'altra parte, il Senato e i Consoli restassono con tanta autorità, che potessono tenere in quella republica il grado loro. E così nacque la creazione de' Tribuni della plebe, dopo la quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella republica, avendovi tutte le tre qualità di governo la parte sua. E tanto le fu favorevole la fortuna, che, benché si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si tolse mai, per dare autorità agli Ottimati, tutta l'autorità alle qualità regie; ne si diminuì l'autorità in tutto agli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una republica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato, come nei dua prossimi seguenti capitoli largamente si dimosterrà.
Capitolo 3
Quali accidenti facessono creare in Roma i tribuni della plebe, il che fece la republica più perfetta.
Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione; e quando alcuna malignità sta occulta un tempo, procede da una occulta cagione, che, per non si essere veduta esperienza del contrario, non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d'ogni verità.
Pareva che fusse in Roma intra la Plebe ed il Senato, cacciati i Tarquini, una unione grandissima; e che i Nobili avessono diposto quella loro superbia, e fossero diventati d'animo popolare, e sopportabili da qualunque ancora che infimo. Stette nascoso questo inganno, né se ne vide la cagione, infino che i Tarquinii vissero; dei quali temendo la Nobilità, ed avendo paura che la Plebe male trattata non si accostasse loro, si portava umanamente con quella: ma, come prima ei furono morti i Tarquinii, e che ai Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare contro alla Plebe quel veleno che si avevano tenuto nel petto, ed in tutti i modi che potevano la offendevano. La quale cosa fa testimonianza a quello che di sopra ho detto che gli uomini non operono mai nulla bene, se non per necessità; ma, dove la elezione abonda, e che vi si può usare licenza, si riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine. Però si dice che la fame e la povertà fa gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per sé medesima sanza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però mancati i Tarquinii, che con la paura di loro tenevano la Nobilità a freno, convenne pensare a uno nuovo ordine che facesse quel medesimo effetto che facevano i Tarquinii quando erano vivi. E però, dopo molte confusioni, romori e pericoli di scandoli, che nacquero intra la Plebe e la Nobilità, si venne, per sicurtà della Plebe, alla creazione de' Tribuni; e quelli ordinarono con tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare alla insolenzia de' Nobili.
Capitolo 4
Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella republica.
Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a' loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari. Né si può chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà. E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle città che nelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.
Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furano cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libertà romana, come nel seguente capitolo si mosterrà.
Capitolo 9
Come egli è necessario essere solo a volere ordinare una repubblica di nuovo, o al tutto fuor degli antichi suoi ordini riformarla.
Ei parrà forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo fatto alcuna menzione ancora degli ordinatori di quella republica, né di quelli ordini che alla religione o alla milizia riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli animi di coloro che sopra questa parte volessono intendere alcune cose; dico come molti per avventura giudicheranno di cattivo esemplo, che uno fondatore d'un vivere civile, quale fu Romolo, abbia prima morto un suo fratello, dipoi consentito alla morte di Tito Tazio Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando, per questo, che gli suoi cittadini potessono con l'autorità del loro principe, per ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che alla loro autorità si opponessero. La quale opinione sarebbe vera, quando non si considerasse che fine lo avesse indotto a fare tal omicidio.
E debbesi pigliare questo per una regola generale: che mai o rado occorre che alcuna republica o regno sia, da principio, ordinato bene, o al tutto di nuovo, fuora degli ordini vecchi, riformato, se non è ordinato da uno; anzi è necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Però, uno prudente ordinatore d'una republica, e che abbia questo animo, di volere giovare non a sé ma al bene comune, non alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l'autorità, solo; né mai uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione straordinaria, che, per ordinare un regno o constituire una republica, usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà: perché colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere. Debbi bene in tanto essere prudente e virtuoso, che quella autorità che si ha presa non la lasci ereditaria a un altro: perché, sendo gli uomini più proni al male che al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che virtuosamente da lui fusse stato usato. Oltre a di questo, se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d'uno; ma sì bene, quando la rimane alla cura di molti e che a molti stia il mantenerla. Perché, così come molti non sono atti a ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle diverse opinioni che sono fra loro; così, conosciuto che lo hanno, non si accordano a lasciarlo. E che Romolo fusse di quelli che nella morte del fratello e del compagno meritasse scusa, e che quello che fece, fusse per il bene comune, e non per ambizione propria, lo dimostra lo avere quello, subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo la opinione del quale deliberasse. E chi considerrà bene l'autorità che Romolo si riserbò, vedrà non se ne essere riserbata alcun'altra che comandare agli eserciti quando si era deliberata la guerra e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma divenne libera per la cacciata de' Tarquini, dove da' Romani non fu innovato alcun ordine dello antico, se non che, in luogo d'uno Re perpetuo, fossero due Consoli annuali; il che testifica, tutti gli ordini primi di quella città essere stati più conformi a uno vivere civile e libero, che a uno assoluto e tirannico.
Potrebbesi dare in sostentamento delle cose soprascritte infiniti esempli; come Moises, Licurgo, Solone, ed altri fondatori di regni e di republiche, e' quali poterono, per aversi attribuito un'autorità, formare leggi a proposito del bene comune: ma li voglio lasciare indietro, come cosa nota. Addurronne solamente uno, non sì celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassono essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che, desiderando Agide re di Sparta ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Licurgo gli avevano rinchiusi, parendogli che, per esserne in parte deviati, la sua città avesse perduto assai di quella antica virtù, e, per consequente, di forze e d'imperio, fu, ne' suoi primi principii, ammazzato dagli Efori spartani, come uomo che volesse occupare la tirannide. Ma succedendo dopo di lui nel regno Cleomene, e nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti ch'egli aveva trovati d'Agide, dove si vedeva quale era la mente ed intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se non diventava solo di autorità; parendogli, per l'ambizione degli uomini, non potere fare utile a molti contro alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, e qualunque altro gli potesse contrastare; dipoi rinnovò in tutto le leggi di Licurgo. La quale diliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a Cleomene quella riputazione che ebbe Licurgo, se non fusse stata la potenza de' Macedoni, e la debolezza delle altre republiche greche. Perché, essendo, dopo tale ordine, assaltato da' Macedoni, e trovandosi per sé stesso inferiore di forze, e non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e restò quel suo disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto.
Considerato adunque tutte queste cose, conchiudo, come a ordinare una republica è necessario essere solo; e Romolo, per la morte di Remo e di Tito Tazio, meritare iscusa e non biasimo.
Capitolo 12
Di quanta importanza sia tenere conto della religione, e come la Italia, per esserne mancata mediante la chiesa romana, è rovinata.
Quelli principi o quelle republiche, le quali si vogliono mantenere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a mantenere incorrotte le cerimonie della loro religione, e tenerle sempre nella loro venerazione; perché nessuno maggiore indizio si puote avere della rovina d'una provincia, che vedere dispregiato il culto divino. Questo è facile a intendere, conosciuto che si è in su che sia fondata la religione dove l'uomo è nato; perché ogni religione ha il fondamento della vita sua in su qualche principale ordine suo. La vita della religione Gentile era fondata sopra i responsi degli oracoli e sopra la setta degli indovini e degli aruspici: tutte le altre loro cerimonie sacrifici e riti, dependevano da queste perché loro facilmente credevono che quello Iddio che ti poteva predire il tuo futuro bene o il tuo futuro male, te lo potessi ancora concedere. Di qui nascevano i templi, di qui i sacrifici, di qui le supplicazioni, ed ogni altra cerimonia in venerarli: perché l'oracolo di Delo, il tempio di Giove Ammone, ed altri celebri oracoli, i quali riempivano il mondo di ammirazione e divozione. Come costoro cominciarono dipoi a parlare a modo de' potenti, e che questa falsità si fu scoperta ne' popoli, diventarono gli uomini increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono. Debbono, adunque i principi d'una republica o d'uno regno, i fondamenti della religione che loro tengono, mantenergli; e fatto questo sarà loro facil cosa mantenere la loro republica religiosa, e, per conseguente buona e unita. E debbono, tutte le cose che nascano in favore di quella come che le giudicassono false, favorirle e accrescerle; e tanto più lo debbono fare quanto più prudenti sono, e quanto più conoscitori delle cose naturali. E perché questo modo è stato osservato dagli uomini savi, ne è nato l'opinione dei miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false; perché i prudenti gli augumentano, da qualunque principio e' si nascano; e l'autorità loro dà poi a quelli fede appresso a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; intra i quali fu, che, saccheggiando i soldati romani la città de' Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed accostandosi alla imagine di quella, e dicendole: "Vis venire Romam?" parve a alcuno vedere che la accennasse a alcuno altro che la dicesse di sì. Perché sendo quegli uomini ripieni di religione (il che dimostra Tito Livio, perché, nello entrare nel tempio, vi entrarono sanza tumulto, tutti devoti e pieni di riverenza), parve loro udire quella risposta che alla domanda loro per avventura si avevano presupposta: la quale opinione e credulità da Cammillo a dagli altri principi della città fu al tutto favorita ed accresciuta. La quale religione se ne' principi della republica cristiana si fusse mantenuta, secondo che dal datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le republiche cristiane più unite, più felici assai, che le non sono. Né si può fare altra maggiore coniettura della declinazione d'essa, quanto è vedere come quelli popoli che sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione nostra hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti suoi, e vedesse l'uso presente quanto è diverso da quelli, giudicherebbe essere propinquo, sanza dubbio, o la rovina o il fragello.
E perché molti sono d'opinione, che il bene essere delle città d'Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio, contro a essa, discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne allegherò due potentissime ragioni le quali, secondo me, non hanno repugnanzia. La prima è, che, per gli esempli rei di quella corte, questa provincia ha perduto ogni divozione e ogni religione: il che si tira dietro infiniti inconvenienti e infiniti disordini; perché, così come dove è religione si presuppone ogni bene, così, dove quella manca, si presuppone il contrario. Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza religione e cattivi: ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è la seconda cagione della rovina nostra. Questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa. E veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la non viene tutta alla ubbidienza d'una republica o d'uno principe, come è avvenuto alla Francia ed alla Spagna. E la cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, né abbia anch'ella o una republica o uno principe che la governi, è solamente la Chiesa: perché, avendovi quella abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sì potente né di tanta virtù che l'abbia potuto occupare la tirannide d'Italia e farsene principe; e non è stata, dall'altra parte, sì debole, che, per paura di non perdere il dominio delle sue cose temporali, la non abbia potuto convocare uno potente che la difenda contro a quello che in Italia fusse diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per assai esperienze, quando, mediante Carlo Magno, la ne cacciò i Longobardi, ch'erano già quasi re di tutta Italia; e quando ne' tempi nostri ella tolse la potenza a' Viniziani con l'aiuto di Francia; di poi ne cacciò i Franciosi con l'aiuto de' Svizzeri. Non essendo, adunque, stata la Chiesa potente da potere occupare la Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto uno capo; ma è stata sotto più principi e signori, da' quali è nata tanta disunione e tanta debolezza, che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de' barbari potenti, ma di qualunque l'assalta. Di che noi altri Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa, e non con altri. E chi ne volesse per esperienza certa vedere più pronta la verità, bisognerebbe che fusse di tanta potenza che mandasse ad abitare la corte romana, con l'autorità che l'ha in Italia, in le terre de' Svizzeri; i quali oggi sono, solo, popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto agli ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco tempo farebbero più disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte, che qualunque altro accidente che in qualunque tempo vi potesse surgere.
Capitolo 16
Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultà mantiene la libertà.
Quanta difficultà sia a uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, perservare dipoi la libertà, se per alcuno accidente l'acquista, come l'acquistò Roma dopo la cacciata de' Tarquinii, lo dimostrono infiniti esempli che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficultà è ragionevole; perché quel popolo è non altrimenti che un animale bruto, il quale, ancora che di natura feroce e silvestre, sia stato nutrito sempre in carcere ed in servitù; che dipoi lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, né sappiendo i luoghi dove si abbia a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo.
Questo medesimo interviene a uno popolo, il quale, sendo uso a vivere sotto i governi d'altri, non sappiendo ragionare né delle difese o offese pubbliche, non conoscendo i principi né essendo conosciuto da loro, ritorna presto sotto uno giogo, il quale il più delle volte è più grave che quello che, poco inanzi, si aveva levato d'in sul collo: e trovasi in queste difficultà, quantunque che la materia non sia corrotta. Perché un popolo dove in tutto è entrata la corruzione, non può, non che piccol tempo, ma punto vivere libero come di sotto si discorrerà: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia ampliata assai, e dove sia più del buono che del guasto.
Aggiungesi alla soprascritta un'altra difficultà, la quale è, che lo stato che diventa libero si fa partigiani inimici, e non partigiani amici. Partigiani inimici gli diventono tutti coloro che dello stato tirannico si prevalevono, pascendosi delle ricchezze del principe; a' quali sendo tolta la facultà del valersi, non possono vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di ripigliare la tirannide, per ritornare nell'autorità loro. Non si acquista, come ho detto, partigiani amici; perché il vivere libero prepone onori e premii, mediante alcune oneste e determinate cagioni, e fuora di quelle non premia né onora alcuno, e quando uno ha quegli onori e quegli utili che gli pare meritare, non confessa avere obligo con coloro che lo rimunerano. Oltre a di questo, quella comune utilità che del vivere libero si trae, non è da alcuno, mentre che ella si possiede conosciuta: la quale è di potere godere liberamente le cose sue sanza alcuno sospetto, non dubitare dell'onore delle donne, di quel de' figliuoli, non temere di sé; perché nessuno confesserà mai avere obligo con uno che non l'offenda.
Però, come di sopra si dice, viene ad avere, lo stato libero e che di nuovo surge, partigiani inimici, e non partigiani amici. E volendo rimediare a questi inconvenienti, e a quegli disordini che le soprascritte difficultà arrecherebbono seco, non ci è più potente rimedio, né più valido né più sicuro né più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come la istoria mostra, non furono indotti, insieme con altri giovani romani, a congiurare contro alla patria per altro, se non perché non si potevono valere straordinariamente sotto i consoli come sotto i re; in modo che la libertà di quel popolo pareva che fosse diventata la loro servitù. E chi prende a governare una moltitudine, o per via di libertà o per via di principato, e non si assicura di coloro che a quell'ordine nuovo sono inimici, fa uno stato di poca vita. Vero è che io giudico infelici quelli principi che, per assicurare lo stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nimici la moltitudine: perché quello che ha per nimici i pochi, facilmente e sanza molti scandoli, si assicura, ma chi ha per nimico l'universale non si assicura mai, e quanta più crudeltà usa tanto più debole diventa il suo principato. Talché il maggiore rimedio che ci abbia, è cercare di farsi il popolo amico.
E benché questo discorso sia disforme dal soprascritto, parlando qui d'uno principe e quivi d'una republica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, uno principe guadagnarsi uno popolo che gli fosse inimico, parlando di quelli principi che sono diventati della loro patria tiranni, dico ch'ei debbe esaminare prima quello che il popolo desidera, e troverrà sempre che desidera due cose: l'una, vendicarsi contro a coloro che sono cagione che sia servo; l'altra, di riavere la sua libertà. Al primo desiderio il principe può sodisfare in tutto, al secondo in parte. Quanto al primo, ce n'è lo esemplo appunto. Clearco, tiranno di Eraclea, sendo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli ottimati di Eraclea, che, veggendosi gli ottimati inferiori, si volsono a favorire Clearco e congiuratisi seco lo missono, contro alla disposizione popolare, in Eraclea e tolsono la libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra la insolenzia degli ottimati, i quali non poteva in alcuno modo né contentare né correggere, e la rabbia de' popolari, che non potevano sopportare lo avere perduta la libertà, diliberò a un tratto liberarsi dal fastidio de' grandi, e guadagnarsi il popolo. E presa, sopr'a questo, conveniente occasione, tagliò a pezzi tutti gli ottimati, con una estrema sodisfazione de' popolari. E così egli per questa via sodisfece a una delle voglie che hanno i popoli, cioè di vendicarsi. Ma quanto all'altro popolare desiderio, di riavere la sua libertà, non potendo il principe sodisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare d'essere liberi; e troverrà che una piccola parte di loro desidera di essere libera per comandare; ma tutti gli altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per vivere sicuri. Perché in tutte le republiche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perché questo è piccolo numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via, o con fare loro parte di tanti onori, che, secondo le condizioni loro, e' si abbino in buona parte a contentare. Quelli altri, ai quali basta vivere sicuri, si sodisfanno facilmente, faccendo ordini e leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando uno principe faccia questo, e che il popolo vegga che, per accidente nessuno, ei non rompa tali leggi, comincerà in breve tempo a vivere sicuro e contento. In esemplo ci è il regno di Francia, il quale non vive sicuro per altro che per essersi quelli re obligati a infinite leggi, nelle quali si comprende la sicurtà di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello stato, volle che quelli re, dell'armi e del danaio facessero a loro modo, ma che d'ogni altra cosa non ne potessono altrimenti disporre che le leggi si ordinassero. Quello principe, adunque, o quella republica che non si assicura nel principio dello stato suo, conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare quella, si pente tardi di non avere fatto quello che doveva fare.
Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ei ricuperò la libertà, potette mantenerla, morti i figliuoli di Bruto e spenti i Tarquinii, con tutti quelli modi ed ordini che altra volta si sono discorsi. Ma se fusse stato quel popolo corrotto, né in Roma né altrove si truova rimedi validi a mantenerla; come nel seguente capitolo mosterreno.
Capitolo 17
Uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può con difficultà grandissima mantenere libero
Io giudico ch'egli era necessario, o che i re si estinguessono in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenisse debole e di nessuno valore; perché, considerando a quanta corruzione erano venuti quelli re, se fossero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione, che era in loro, si fosse cominciata ad istendere per le membra, come le membra fossero state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi ed ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che viva sotto uno principe, come che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, mai non si può ridurre libera, anzi conviene che l'un principe spenga l'altro: e sanza creazione d'uno nuovo signore non si posa mai, se già la bontà d'uno, insieme con la virtù, non la tenesse libera; ma durerà tanto quella libertà, quanto durerà la vita di quello: come intervenne, a Siracusa, di Dione e di Timoleone: la virtù de' quali in diversi tempi, mentre vissono, tenne libera quella città; morti che furono, si ritornò nell'antica tirannide. Ma non si vede il più forte esemplo che quello di Roma; la quale, cacciati i Tarquinii, poté subito prendere e mantenere quella libertà; ma, morto Cesare, morto Caio Caligola, morto Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non poté mai, non solamente mantenere, ma pure dar principio alla libertà. Né tanta diversità di evento in una medesima città nacque da altro, se non da non essere ne' tempi de' Tarquinii il popolo romano ancora corrotto, ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perché allora, a mantenerlo saldo e disposto a fuggire i re, bastò solo farlo giurare che non consentirebbe mai che a Roma alcuno regnasse; e negli altri tempi non bastò l'autorità e severità di Bruto, con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella libertà che esso, a similitudine del primo Bruto, gli aveva renduta. Il che nacque da quella corruzione che le parti mariane avevano messa nel popolo; delle quali sendo capo Cesare, potette accecare quella moltitudine, ch'ella non conobbe il giogo che da sé medesima si metteva in sul collo.
E benché questo esemplo di Roma sia da preporre a qualunque altro esemplo, nondimeno voglio a questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne' nostri tempi. Pertanto dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe ridurre mai Milano o Napoli liberi, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti; che, volendosi ridurre Milano alla libertà, non potette e non seppe mantenerla. Però, fu felicità grande quella di Roma, che questi rediventassero corrotti presto, acciò ne fussono cacciati, ed innanzi che la loro corruzione fusse passata nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione che gl'infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerono, anzi giovorono, alla Republica.
E si può fare questa conclusione, che, dove la materia non è corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono: dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le non sono mosse da uno che con una estrema forza le faccia osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se si è mai intervenuto o se fusse possibile ch'egli intervenisse: perché e' si vede, come poco di sopra dissi, che una città venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si rilievi, occorre per la virtù d'uno uomo che è vivo allora, non per la virtù dello universale che sostenga gli ordini buoni; e subito che quel tale è morto, la si ritorna nel suo pristino abito: come intervenne a Tebe, la quale, per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di republica e di imperio; ma, morto quello, la si ritornò ne' primi disordini suoi. La cagione è, che non può essere uno uomo di tanta vita, che 'l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E se uno d'una lunghissima vita, o due successione virtuose continue, non la dispongano; come la manca di loro, come di sopra è detto, rovina, se già con dimolti pericoli e dimolto sangue e' non la facesse rinascere. Perché tale corruzione e poca attitudine alla vita libera, nasce da una inequalità che è in quella città: e volendola ridurre equale, è necessario usare grandissimi straordinari, i quali pochi sanno o vogliono usare; come in altro luogo più particularmente si dirà.
Capitolo 21
Quanto biasimo meriti quel principe e quella republica che manca d'armi proprie
Debbono i presenti principi e le moderne republiche, le quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri, vergognarsi di loro medesime; e pensare con lo esemplo di Tullo, tale difetto essere, non per mancamento di uomini atti alla milizia, ma per colpa sua, che non han saputo fare i suoi uomini militari. Perché Tullo, sendo stata Roma in pace quarant'anni, non trovò, succedendo egli nel regno, uomo che fusse stato mai in guerra: nondimeno, disegnando esso fare guerra, non pensò valersi né de' Sanniti, né de' Toscani, né di altri che fussero consueti stare nell'armi, ma diliberò, come uomo prudentissimo, di valersi de' suoi. E fu tanta la sua virtù, che in un tratto, sotto il suo governo gli poté fare soldati eccellentissimi. Ed è più vero che alcuna altra verità, che, se dove è uomini non è soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro difetto o di sito o di natura. Di che ce n'è un esemplo freschissimo. Perché ognuno sa, come ne' prossimi tempi il re d'Inghilterra assaltò il regno di Francia, né prese altri soldati che popoli suoi; e, per essere stato quel regno più che trenta anni sanza fare guerra, non aveva né soldati né capitano che avesse mai militato: nondimeno, non dubitò con quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni eserciti, i quali erano stati continovamente sotto l'armi nelle guerre d'Italia. Tutto nacque da essere quel re prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel tempo della pace non intermette gli ordini della guerra.
Pelopida ed Epaminonda tebani, poiché gli ebbero libera Tebe, e trattala della servitù dello imperio spartano, trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli effeminati; non dubitarono, tanta era la virtù loro, di ridurgli sotto l'armi, e con quelli andare a trovare alla campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi ne scrive, dice come questi duoi in brieve tempo mostrarono che non solamente in Lacedemonia nascevano gli uomini da guerra, ma in ogni altra parte dove nascessi uomini, pure che si trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia, come si vede che Tullo seppe indirizzare i Romani. E Virgilio non potrebbe meglio esprimere questa opinione, né con altre parole mostrare di accostarsi a quella, dove dice:
desidesque movebit
Tullus in arma viros.
Capitolo 25
Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l'ombra de' modi antichi
Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d'una città, a volere che sia accetto, e poterlo con satisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l'ombra almanco de' modi antichi, acciò che a' popoli non paia avere mutato ordine, ancorché, in fatto, gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati; perché lo universale degli uomini si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi, molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono. Per questa cagione i Romani, conoscendo nel principio del loro vivere libero questa necessità, avendo in cambio d'uno re creati duoi consoli, non vollono ch'egli avessono più che dodici littori, per non passare il numero di quelli che ministravano ai re. Oltre a di questo, faccendosi in Roma uno sacrificio anniversario, il quale non poteva essere fatto se non dalla persona del re, e volendo i Romani che quel popolo non avesse a desiderare per la assenzia degli re alcuna cosa delle antiche; crearono uno capo di detto sacrificio, il quale loro chiamarono Re Sacrificulo, e sottomessonlo al sommo Sacerdote: talmente che quel popolo per questa via venne a sodisfarsi di quel sacrificio, e non avere mai cagione, per mancamento di esso, di disiderare la ritornata de' re. E questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono scancellare un antico vivere in una città, e ridurla a uno vivere nuovo e libero: perché, alterando le cose nuove le menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle alterazioni ritenghino più dello antico sia possibile; e se i magistrati variano, e di numero e d'autorità e di tempo, degli antichi, che almeno ritenghino il nome. E questo, come ho detto, debbe osservare colui che vuole ordinare uno vivere politico, o per via di republica o di regno: ma quello che vuole fare una potestà assoluta, la quale dagli autori è chiamata tirannide, debbe rinnovare ogni cosa, come nel seguente capitolo si dirà.
Capitolo 27
Sanno rarissime volte gli uomini essere al tutto cattivi o al tutto buoni
Papa Iulio secondo, andando nel 1505 a Bologna, per cacciare di quello stato la casa de' Bentivogli, la quale aveva tenuto il principato di quella città cento anni, voleva ancora trarre Giovampagolo Baglioni di Perugia, della quale era tiranno, come quello che aveva congiurato contro a tutti i tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione, nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con lo esercito suo, che lo guardasse, ma vi entrò disarmato, non ostante vi fusse drento Giovampagolo con gente assai, quale per difesa di sé aveva ragunata. Sì che, portato da quel furore con il quale governava tutte le cose, con la semplice sua guardia si rimisse nelle mani del nimico; il quale dipoi ne menò seco, lasciando un governatore in quella città, che rendesse ragione per la Chiesa. Fu notata, dagli uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e la viltà di Giovampagolo; né potevono estimare donde si venisse che quello non avesse, con sua perpetua fama, oppresso ad un tratto il nimico suo, e sé arricchito di preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le loro delizie. Né si poteva credere si fusse astenuto o per bontà o per conscienza che lo ritenesse; perché in uno petto d'un uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcun pietoso rispetto: ma si conchiuse, nascesse che gli uomini non sanno essere onorevolmente cattivi, o perfettamente buoni, e, come una malizia ha in sé grandezza, o è in alcuna parte generosa, e' non vi sanno entrare.
Così Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e publico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì, avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sé lasciato memoria eterna, sendo il primo che avesse dimostro a' prelati, quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro ed avessi fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni infamia, ogni pericolo, che da quella potesse dependere.
Capitolo 39
In diversi popoli si veggano spesso i medesimi accidenti
E' si conosce facilmente, per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le città ed in tutti i popoli sono quegli medesimi desiderii e quelli medesimi omori, e come vi furono sempre. In modo che gli è facil cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni republica le future, e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono stati usati; o, non ne trovando degli usati, pensarne de' nuovi, per la similitudine degli accidenti. Ma perché queste considerazioni sono neglette, o non intese da chi legge, o, se le sono intese, non sono conosciute da chi governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandoli in ogni tempo.
Avendo la città di Firenze, dopo il 94, perso parte dello imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata fare guerra a coloro che le occupavano. E perché chi le occupava era potente, ne seguiva che si spendeva assai nella guerra, sanza alcun frutto; dallo spendere assai, ne risultava assai gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo: e perché questa guerra era amministrata da uno magistrato di dieci cittadini che si chiamavano i Dieci della guerra, l'universale cominciò a recarselo in dispetto, come quello che fusse cagione e della guerra e delle spese d'essa; e cominciò a persuadersi che, tolto via detto magistrato, fusse tolto via la guerra, tanto che, avendosi a rifare, non se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si mandarono le azioni sue alla Signoria. La quale diliberazione fu tanto perniziosa, che, non solamente non levò la guerra, come lo universale si persuadeva, ma, tolto via quegli uomini che con prudenza l'amministravano, ne seguì tanto disordine, che, oltre a Pisa, si perdé Arezzo e molti altri luoghi: in modo che, ravvedutosi il popolo dello errore suo, e come la cagione del male era la febbre e non il medico, rifece il magistrato de' Dieci. Questo medesimo omore si levò in Roma contro al nome de' Consoli: perché veggendo quello popolo nascere l'una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi; dove e' dovevano pensare che la nascessi dall'ambizione de' vicini che gli volevano opprimere, pensavano nascessi dall'ambizione de' nobili, che, non potendo dentro in Roma gastigare la Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la volevon condurre fuora di Roma sotto i Consoli, per oppressarla dove la non aveva aiuto alcuno. E pensarono, per questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o regolare in modo la loro potestà, che e' non avessono autorità sopra il popolo né fuori né in casa. Il primo che tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale proponeva che si dovessero creare cinque uomini che dovessero considerare la potenza de' Consoli, e limitarla. Il che alterò assai la Nobilità, parendogli che la maiestà dello imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobilità non restasse più alcun grado in quella Republica. Fu nondimeno tanta l'ostinazione de' Tribuni, che 'l nome consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo qualche altro ordine, più tosto creare Tribuni con potestà consolare, che Consoli: tanto avevano più in odio il nome che l'autorità loro. E così seguitarono lungo tempo, infine che, conosciuto l'errore loro, come i Fiorentini ritornarono a' Dieci, così loro ricreorno i Consoli.
Capitolo 41
Saltare dalla umiltà alla superbia, dalla piatà alla crudeltà, sanza i debiti mezzi, è cosa imprudente e inutile
Oltre agli altri termini male usati da Appio per mantenere la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto da una qualità a un'altra. Perché l'astuzia sua nello ingannare la plebe simulando d'essere uomo popolare, fu bene usata; furono ancora bene usati i termini che tenne perché i Dieci si avessono a rifare; fu ancora bene usata quella audacia di creare sé stesso contro alla opinione della Nobilità; fu bene usato creare compagni a suo proposito: ma non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo che disopra dico, mutare, in uno subito, natura; e, di amico, mostrarsi inimico alla plebe; di umano, superbo; di facile, difficile; e farlo tanto presto, che, sanza scusa niuna, ogni uomo avesse a conoscere la fallacia dello animo suo. Perché chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo proposito diventar cattivo, lo debbe fare per i debiti mezzi; ed in modo condurvisi con le occasioni, che, innanzi che la diversa natura ti tolga de' favori vecchi, la te ne abbia dati tanti de' nuovi, che tu non venga a diminuire la tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e sanza amici, rovini.
Capitolo 55
Quanto facilmente si conduchino le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che, dove è equalità, non si può fare principato; e dove la non è, non si può fare republica
Ancora che di sopra si sia discorso assai quello è da temere o sperare delle cittadi corrotte, nondimeno non mi pare fuori di proposito considerare una diliberazione del Senato circa il voto che Cammillo aveva fatto di dare la decima parte a Apolline della preda de' Veienti: la quale preda sendo venuta nelle mani della Plebe romana, né se ne potendo altrimenti rivedere conto, fece il Senato uno editto, che ciascuno dovessi rappresentare in publico la decima parte di quello ch'egli aveva predato. E benché tale diliberazione non avesse luogo, avendo dipoi il Senato preso altro modo, e per altra via sodisfatto a Apolline, in sodisfazione della plebe; nondimeno si vede per tale diliberazione quanto quel Senato confidava nella bontà di quella, e come ei giudicava che nessuno fusse per non rappresentare appunto tutto quello che per tale editto gli era comandato. E dall'altra parte si vede come la plebe non pensò di fraudare in alcuna parte lo editto con il dare meno che non doveva, ma di liberarsi di quello con il mostrarne aperte indegnazioni. Questo esemplo, con molti altri che di sopra si sono addotti, mostrano quanta bontà e quanta religione fusse in quel popolo, e quanto bene fusse da sperare di lui. E veramente, dove non è questa bontà, non si può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle provincie che in questi tempi si veggono corrotte: come è la Italia sopra tutte l'altre, ed ancora la Francia e la Spagna di tale corrozione ritengono parte. E se in quelle provincie non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni dì, diriva non tanto dalla bontà de' popoli, la quale in buona parte è mancata, quanto dallo avere uno re che gli mantiene uniti, non solamente per la virtù sua, ma per l'ordine di quegli regni, che ancora non sono guasti. Vedesi bene, nella provincia della Magna, questa bontà e questa religione ancora in quelli popoli essere grande; la quale fa che molte republiche vi vivono libere, ed in modo osservono le loro leggi che nessuno di fuori né di dentro ardisce occuparle. E che e' sia vero che, in loro, regni buona parte di quella antica bontà, io ne voglio dare uno esemplo simile a questo, detto di sopra, del Senato e della plebe romana. Usono quelle republiche, quando gli occorre loro bisogno di avere a spendere alcuna quantità di danari per conto publico, che quegli magistrati o consigli che ne hanno autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per cento, o due, di quello che ciascuno ha di valsente. E fatta tale diliberazione, secondo l'ordine della terra si rappresenta ciascuno dinanzi agli riscotitori di tale imposta; e, preso prima il giuramento di pagare la conveniente somma, getta in una cassa a ciò diputata quello che secondo la conscienza sua gli pare dovere pagare: del quale pagamento non è testimone alcuno, se non quello che paga. Donde si può conietturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quegli uomini. E debbesi stimare che ciascuno paghi la vera somma: perché, quando la non si pagasse, non gitterebbe quella imposizione quella quantità che loro disegnassero secondo le antiche che fossino usitate riscuotersi, e non gittando, si conoscerebbe la fraude: e conoscendo si arebbe preso altro modo che questo. La quale bontà è tanto più da ammirare in questi tempi, quanto ella è più rada: anzi si vede essere rimasa solo in quella provincia.
Il che nasce da dua cose: l'una, non avere avute conversazioni grandi con i vicini; perché né quelli sono iti a casa loro, né essi sono iti a casa altrui, perché sono stati contenti di quelli beni, vivere di quelli cibi, vestire di quelle lane, che dà il paese; d'onde è stata tolta via la cagione d'ogni conversazione, ed il principio d'ogni corruttela; perché non hanno possuto pigliare i costumi, né franciosi, né spagnuoli, né italiani; le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. L'altra cagione è, che quelle republiche dove si è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo: anzi mantengono intra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini, che sono in quella provincia, sono inimicissimi; e se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come principii di corruttele e cagione d'ogni scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia, ma più perniziosi sono quelli che, oltre alle predette fortune, comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro. Di queste due spezie di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, Terra di Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle provincie non è mai surta alcuna republica né alcuno vivere politico; perché tali generazioni di uomini sono al tutto inimici d'ogni civilità. Ed a volere in provincie fatte in simil modo introdurre una republica, non sarebbe possibile: ma a volerle riordinare, se alcuno ne fusse arbitro, non arebbe altra via che farvi uno regno. La ragione è questa che, dove è tanto la materia corrotta che le leggi non bastano a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle maggior forza; la quale è una mano regia, che con la potenza assoluta ed eccessiva ponga freno alla eccessiva ambizione e corruttela de' potenti. Verificasi questa ragione con lo esemplo di Toscana: dove si vede in poco spazio di terreno state lungamente tre republiche, Firenze, Siena e Lucca; e le altre città di quella provincia essere in modo serve, che, con lo animo e con l'ordine, si vede o che le mantengono o che le vorrebbono mantenere la loro libertà. Tutto è nato per non essere in quella provincia alcuno signore di castella, e nessuno o pochissimi gentiluomini; ma esservi tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente, e che delle antiche civilità avesse cognizione, vi s'introdurrebbe uno vivere civile. Ma lo infortunio suo è stato tanto grande, che infino a questi tempi non si è abattuta a alcuno uomo che lo abbia possuto o saputo fare.
Trassi adunque di questo discorso questa conclusione: che colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una republica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e che colui che, dov'è assai equalità, vuole fare uno regno o uno principato, non lo potrà mai fare se non trae di quella equalità molti d'animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella e possessioni, e dando loro favore di sustanze e di uomini; acciocché, posto in mezzo di loro, mediante quegli mantenga la sua potenza; ed essi, mediante quello, la loro ambizione; e gli altri siano constretti a sopportare quel giogo che la forza, e non altro mai, può fare sopportare loro. Ed essendo per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato, stanno fermi gli uomini ciascuno negli ordini loro. E perché il fare d'una provincia atta a essere regno una republica, e d'una atta a essere republica farne uno regno, è materia da uno uomo che per cervello e per autorità sia raro: sono stati molti che lo hanno voluto fare e pochi che lo abbino saputo condurre. Perché la grandezza della cosa, parte sbigottisce gli uomini, parte in modo gl'impedisce, che ne' principii primi mancano.
Credo che a questa mia opinione, che dove sono gentiluomini non si possa ordinare republica, parrà contraria la esperienza della Republica viniziana, nella quale non possono avere alcuno grado se non coloro che sono gentiluomini. A che si risponde, come questo esemplo non ci fa alcuna oppugnazione, perché i gentiluomini in quella Republica sono più in nome che in fatto; perché loro non hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze grandi fondate in sulla mercanzia e cose mobili, e di più, nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione sopra gli uomini: ma quel nome di gentiluomo in loro è nome di degnità e di riputazione, sanza essere fondato sopra alcuna di quelle cose che fa che nell'altre città si chiamano i gentiluomini. E come le altre republiche hanno tutte le loro divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si divide in gentiluomini e popolari: e vogliono che quegli abbino, ovvero possino avere, tutti gli onori; quelli altri ne siano al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella terra, per le ragioni altra volta dette. Constituisca, adunque, una republica colui dove è, o è fatta, una grande equalità; ed all'incontro ordini un principato dove è grande inequalità: altrimenti farà cosa sanza proporzione e poco durabile.
Capitolo 56
Innanzi che seguino i grandi accidenti in una città o in una provincia, vengono segni che gli pronosticono, o uomini che gli predicano
Donde ei si nasca io non so, ma ei si vede per gli antichi e per gli moderni esempli, che mai non venne alcuno grave accidente in una città o in una provincia, che non sia stato, o da indovini o da rivelazioni o da prodigi o da altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da casa nel provare questo, sa ciascuno quanto da frate Girolamo Savonerola fosse predetta innanzi la venuta del re Carlo VIII di Francia in Italia; e come, oltre a di questo, per tutta Toscana si disse essere sentite in aria e vedute genti d'armi, sopra Arezzo, che si azzuffavano insieme. Sa ciascuno, oltre a questo, come, avanti alla morte di Lorenzo de' Medici vecchio, fu percosso il duomo nella sua più alta parte con una saetta celeste, con rovina grandissima di quello edifizio. Sa ciascuno ancora, come, poco innanzi che Piero Soderini, quale era stato fatto gonfalonieri a vita dal popolo fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado, fu il palazzo medesimamente da uno fulgure percosso. Potrebbonsi, oltre a di questo, addurre più esempli i quali, per fuggire il tedio, lascerò. Narrerò solo quello che Tito Livio dice, innanzi alla venuta de' Franciosi a Roma: cioè, come uno Marco Cedicio plebeio riferì al Senato avere udito di mezza notte, passando per la Via nuova, una voce, maggiore che umana, la quale lo ammuniva che riferissi a' magistrati come e' Franciosi venivano a Roma. La cagione di questo credo sia da essere discorsa e interpretata da uomo che abbi notizia delle cose naturali e soprannaturali: il che non abbiamo noi. Pure, potrebbe essere che, sendo questo aere, come vuole alcuno filosofo, pieno di intelligenze, le quali per naturali virtù preveggendo le cose future, ed avendo compassione agli uomini, acciò si possino preparare alle difese, gli avvertiscono con simili segni. Pure, comunque e' si sia, si vede così essere la verità; e che sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie e nuove alle provincie.
Capitolo 58
La moltitudine è più savia e più costante che uno principe
Nessuna cosa essere più vana e più incostante che la moltitudine, così Tito Livio nostro, come tutti gli altri istorici, affermano. Perché spesso occorre, nel narrare le azioni degli uomini, vedere la moltitudine avere condannato alcuno a morte, e quel medesimo dipoi pianto e sommamente desiderato: come si vede aver fatto il popolo romano, di Manlio Capitolino, il quale avendo condannato a morte, sommamente dipoi desiderava quello. E le parole dello autore sono queste: "Populum brevi, posteaquam ab eo periculum nullum erat, desiderium eius tenuit". Ed altrove, quando mostra gli accidenti che nacquono in Siracusa dopo la morte di Girolamo nipote di Ierone, dice: "Haec natura multitudinis est: aut humiliter servit, aut superbe dominatur". Io non so se io mi prenderò una provincia dura e piena di tanta difficultà, che mi convenga o abbandonarla con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una cosa, la quale, come ho detto, da tutti gli scrittori è accusata. Ma, comunque si sia, io non giudico né giudicherò mai essere difetto difendere alcuna opinione con le ragioni, sanza volervi usare o l'autorità o la forza. Dico, adunque, come di quello difetto di che accusano gli scrittori la moltitudine, se ne possono accusare tutti gli uomini particularmente, e massime i principi; perché ciascuno, che non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori che la moltitudine sciolta. E questo si può conoscere facilmente, perché ei sono e sono stati assai principi, e de' buoni e de' savi ne sono stati pochi: io dico de' principi che hanno potuto rompere quel freno che gli può correggere; intra i quali non sono quegli re che nascevano in Egitto, quando, in quella antichissima antichità, si governava quella provincia con le leggi; né quegli che nascevano in Sparta; né quegli che a' nostri tempi nascano in Francia; il quale regno è moderato più dalle leggi che alcuno altro regno di che ne' nostri tempi si abbia notizia. E questi re che nascono sotto tali constituzioni non sono da mettere in quel numero, donde si abbia a considerare la natura di ciascuno uomo per sé, e vedere s'egli è simile alla moltitudine; perché a rincontro si debbe porre una moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono loro; e si troverrà in lei essere quella medesima bontà che noi vediamo essere in quelli, e vedrassi quella né superbamente dominare né umilmente servire: come era il popolo romano, il quale, mentre durò la Republica incorrotta, non servì mai umilmente né mai dominò superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il suo grado onorevolmente. E quando era necessario commuoversi contro a un potente, lo faceva; come si vide in Manlio, ne' Dieci ed in altri che cercorono opprimerla: e quando era necessario ubbidire a' Dittatori ed a' Consoli per la salute publica, lo faceva. E se il popolo romano desiderava Manlio Capitolino morto, non è maraviglia, perché ei desiderava le sue virtù, le quali erano state tali, che la memoria di esse recava compassione a ciascuno, ed arebbono avuto forza di fare quel medesimo effetto in un principe, perché la è sentenzia di tutti gli scrittori, come la virtù si lauda e si ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, intra tanto desiderio, fusse risuscitato, il popolo di Roma arebbe dato di lui il medesimo giudizio, come ei fece, tratto che lo ebbe di prigione, che poco di poi lo condannò a morte; nonostante che si vegga de' principi, tenuti savi, i quali hanno fatto morire qualche persona, e poi sommamente desideratola: come Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della natura della moltitudine, non dice di quella che è regolata dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era la siragusana: la quale fece quegli errori che fanno gli uomini infuriati e sciolti, come fece Alessandro Magno, ed Erode, ne' casi detti. Però non è più da incolpare la natura della moltitudine che de' principi, perché tutti equalmente errano, quando tutti sanza rispetto possono errare. Di che, oltre a quel che ho detto, ci sono assai esempli, ed intra gl'imperadori romani, ed intra gli altri tiranni e principi; dove si vede tanta incostanzia e tanta variazione di vita, quanta mai non si trovasse in alcuna moltitudine.
Conchiudo adunque, contro alla commune opinione; la quale dice come i popoli, quando sono principi, sono varii, mutabili ed ingrati; affermando che in loro non sono altrimenti questi peccati che siano ne' principi particulari. Ed accusando alcuno i popoli ed i principi insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi, s'inganna: perché un popolo che comandi e sia bene ordinato, sarà stabile, prudente e grato non altrimenti che un principe, o meglio che un principe, eziandio stimato savio: e dall'altra parte, un principe, sciolto dalle leggi, sarà ingrato, vario ed imprudente più che un popolo. E che la variazione del procedere loro nasce non dalla natura diversa, perché in tutti è a un modo, e, se vi è vantaggio di bene, è nel popolo; ma dallo avere più o meno rispetto alle leggi, dentro alle quali l'uno e l'altro vive. E chi considererà il popolo romano, lo vedrà essere stato per quattrocento anni inimico del nome regio, ed amatore della gloria e del bene commune della sua patria; vedrà tanti esempli usati da lui, che testimoniano l'una cosa e l'altra. E se alcuno mi allegasse la ingratitudine ch'egli usò contra a Scipione, rispondo quello che di sopra lungamente si discorse in questa materia, dove si mostrò i popoli essere meno ingrati de' principi. Ma quanto alla prudenzia ed alla stabilità, dico, come un popolo è più prudente, più stabile e di migliore giudizio che un principe. E non sanza cagione si assomiglia la voce d'un popolo a quella di Dio: perché si vede una opinione universale fare effetti maravigliosi ne' pronostichi suoi; talché pare che per occulta virtù ei prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto al giudicare le cose, si vede radissime volte, quando egli ode duo concionanti che tendino in diverse parti, quando ei sono di equale virtù, che non pigli la opinione migliore, e che non sia capace di quella verità che egli ode. E se nelle cose gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli erra; molte volte erra ancora un principe nelle sue proprie passioni, le quali sono molte più che quelle de' popoli. Vedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare, di lunga, migliore elezione che un principe, né mai si persuaderà a un popolo, che sia bene tirare alle degnità uno uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e per mille vie si persuade a un principe. Vedesi uno popolo cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare in quella opinione: il che non si vede in un principe. E dell'una e dell'altra di queste due cose voglio mi basti per testimone il popolo romano: il quale in tante centinaia d'anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni, non fece quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe, come ho detto, tanto in odio il nome regio, che nessuno obligo di alcuno suo cittadino, che tentasse quel nome, poté fargli fuggire le debite pene. Vedesi, oltra di questo, le città, dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo augumenti eccessivi, e molto maggiori che quelle che sempre sono state sotto uno principe: come fece Roma dopo la cacciata de' re, ed Atene da poi che la si liberò da Pisistrato. Il che non può nascere da altro, se non che sono migliori governi quegli de' popoli che quegli de' principi. Né voglio che si opponga a questa mia opinione tutto quello che lo istorico nostro ne dice nel preallegato testo, ed in qualunque altro; perché, se si discorreranno tutti i disordini de' popoli, tutti i disordini de' principi, tutte le glorie de' popoli e tutte quelle de' principi, si vedrà il popolo di bontà e di gloria essere, di lunga, superiore. E se i principi sono superiori a' popoli nello ordinare leggi, formare vite civili, ordinare statuti ed ordini nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose ordinate, ch'egli aggiungono sanza dubbio alla gloria di coloro che l'ordinano.
Ed insomma, per conchiudere questa materia, dico come hanno durato assai gli stati de' principi, hanno durato assai gli stati delle republiche, e l'uno e l'altro ha avuto bisogno d'essere regolato dalle leggi: perché un principe che può fare ciò ch'ei vuole, è pazzo; un popolo che può fare cio che vuole, non è savio. Se, adunque, si ragionerà d'un principe obligato alle leggi, e d'un popolo incatenato da quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se si ragionerà dell'uno e dell'altro sciolto, si vedrà meno errori nel popolo che nel principe e quelli minori, ed aranno maggiori rimedi. Però che a un popolo licenzioso e tumultuario, gli può da un uomo buono essere parlato, e facilmente può essere ridotto nella via buona: a un principe cattivo non è alcuno che possa parlare né vi è altro rimedio che il ferro. Da che si può fare coniettura della importanza della malattia dell'uno e dell'altro: ché se a curare la malattia del popolo bastan le parole, ed a quella del principe bisogna il ferro, non sarà mai alcuno che non giudichi, che, dove bisogna maggior cura, siano maggiori errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temano le pazzie che quello fa, né si ha paura del male presente, ma di quel che ne può nascere, potendo nascere, infra tanta confusione, uno tiranno. Ma ne' principi cattivi interviene il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita possa fare surgere una libertà. Sì che vedete la differenza dell'uno e dell'altro, la quale è quanto, dalle cose che sono, a quelle che hanno a essere. Le crudeltà della moltitudine sono contro a chi ei temano che occupi il bene commune: quelle d'un principe sono contro a chi ei temano che occupi il bene proprio. Ma la opinione contro ai popoli nasce perché de' popoli ciascuno dice male sanza paura e liberamente, ancora mentre che regnano: de' principi si parla sempre con mille paure e mille rispetti. Né mi pare fuor di proposito, poiché questa materia mi vi tira, disputare, nel seguente capitolo, di quali confederazioni altri si possa più fidare; o di quelle fatte con una republica, o di quelle fatte con uno principe.
LIBRO II
Proemio
Laudano sempre gli uomini, ma non sempre ragionevolmente, gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano quelle etadi che da loro sono state, per la memoria che ne hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro giovanezza avere vedute. E quando questa loro opinione sia falsa, come il più delle volte è, mi persuado varie essere le cagioni che a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia, che delle cose antiche non s'intenda al tutto la verità; e che di quelle il più delle volte si nasconda quelle cose che recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che possano partorire loro gloria, si rendino magnifiche ed amplissime. Perché il più degli scrittori in modo alla fortuna de' vincitori ubbidiscano, che, per fare le loro vittorie gloriose, non solamente accrescano quello che da loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de' nimici in modo illustrano, che, qualunque nasce dipoi in qualunque delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha cagione di maravigliarsi di quegli uomini e di quelli tempi, ed è forzato sommamente laudarli ed amarli. Oltra di questo, odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia, vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell'odio nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non ti dando cagione d'invidiarle. Ma al contrario interviene di quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, per la intera cognizione di esse, non ti essendo in alcuna parte nascoste, e conoscendo in quelle insieme con il bene molte altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle antiche molto inferiori, ancora che, in verità, le presenti molto più di quelle di gloria e di fama meritassoro: ragionando, non delle cose pertinenti alle arti, le quali hanno tanta chiarezza in sé, che i tempi possono tôrre o dare loro poco più gloria che per loro medesime si meritino; ma parlando di quelle pertinenti alla vita e costumi degli uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni.
Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del laudare e biasimare soprascritta: ma non essere già sempre vero che si erri nel farlo. Perché qualche volta è necessario che giudichino la verità; perché, essendo le cose umane sempre in moto, o le salgano, o le scendano. E vedesi una città o una provincia essere ordinata al vivere politico da qualche uomo eccellente, ed, un tempo, per la virtù di quello ordinatore, andare sempre in augumento verso il meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più gli antichi tempi che i moderni, s'inganna; ed è causato il suo inganno da quelle cose che di sopra si sono dette. Ma coloro che nascano dipoi, in quella città o provincia, che gli è venuto il tempo che la scende verso la parte più ria, allora non s'ingannano. E pensando io come queste cose procedino, giudico il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo, ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo; ma variare questo cattivo e questo buono, di provincia in provincia: come si vede per quello si ha notizia di quegli regni antichi, che variavano dall'uno all'altro per la variazione de' costumi; ma il mondo restava quel medesimo. Solo vi era questa differenza, che dove quello aveva prima allogata la sua virtù in Assiria, la collocò in Media, dipoi in Persia, tanto che la ne venne in Italia ed a Roma; e se dopo lo Imperio romano non è seguito Imperio che sia durato, né dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme, si vede nondimeno essere sparsa in di molte nazioni dove si viveva virtuosamente; come era il regno de' Franchi, il regno de' Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della Magna; e prima quella setta Saracina che fece tante gran cose, ed occupò tanto mondo, poiché la distrusse lo Imperio romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poiché i Romani rovinorno, ed in tutte queste sètte è stata quella virtù, ed è ancora in alcuna parte di esse, che si disidera, e che con vera laude si lauda. E chi nasce in quelle, e lauda i tempi passati più che i presenti, si potrebbe ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia diventato o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare gli altri: perché in quelli vi sono assai cose che gli fanno maravigliosi; in questi non è cosa alcuna che gli ricomperi da ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma sono maculati d'ogni ragione bruttura. E tanto sono questi vizi più detestabili, quanto ei sono più in coloro che seggono pro tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono essere adorati.
Ma tornando al ragionamento nostro, dico che se il giudicio degli uomini è corrotto in giudicare quale sia migliore, o il secolo presente o l'antico, in quelle cose dove per l'antichità e' non ne ha possuto avere perfetta cognizione come egli ha de' suoi tempi; non doverebbe corrompersi ne' vecchi nel giudicare i tempi della gioventù e vecchiezza loro avendo quelli e questi equalmente conosciuti e visti. La quale cosa sarebbe vera, se gli uomini per tutti i tempi della lor vita fossero di quel medesimo giudizio, ed avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli ancora che i tempi non variino, non possono parere agli uomini quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perché, mancando gli uomini, quando gl'invecchiano, di forze, e crescendo di giudizio e di prudenza, è necessario che quelle cose che in gioventù parevano loro sopportabili e buone, rieschino poi, invecchiando, insopportabili e cattive; e dove quegli ne doverrebbono accusare il giudizio loro, ne accusano i tempi. Sendo, oltra di questo, gli appetiti umani insaziabili, perché, avendo, dalla natura, di potere e volere desiderare ogni cosa, e, dalla fortuna, di potere conseguitarne poche; ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane, ed uno fastidio delle cose che si posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri; ancora che a fare questo non fussono mossi da alcuna ragionevole cagione. Non so, adunque, se io meriterò d'essere numerato tra quelli che si ingannano, se in questi mia discorsi io lauderò troppo i tempi degli antichi Romani, e biasimerò i nostri. E veramente, se la virtù che allora regnava, ed il vizio che ora regna, non fussino più chiari che il sole andrei col parlare più rattenuto, dubitando non incorrere in questo inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa sì manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire manifestamente quello che io intenderò di quelli e di questi tempi; acciocché gli animi de' giovani che questi mia scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro occasione. Perché gli è offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità de' tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché, sendone molti capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa operarlo. Ed avendo ne' discorsi del superior libro, parlato delle diliberazioni fatte da' Romani, pertinenti al di dentro della città, in questo parleremo di quelle, che 'l Popolo romano fece pertinenti allo augumento dello imperio suo.
Capitolo 1
Quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i Romani, o la virtù, o la fortuna
Molti hanno avuta opinione, ed in tra' quali Plutarco, gravissimo scrittore, che 'l popolo romano nello acquistare lo imperio fosse più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra le altre ragioni che ne adduce, dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla Fortuna che ad alcuno altro iddio. E pare che a questa opinione si accosti Livio; perché rade volte è che facci parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non vi aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcuno modo, né credo ancora si possa sostenere. Perché, se non si è trovata mai republica che abbi fatti i profitti che Roma, è nato che non si è trovata mai republica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perché la virtù degli eserciti gli fecero acquistare lo imperio; e l'ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo latore delle leggi gli fece mantenere lo acquistato: come di sotto largamente in più discorsi si narrerà. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del Popolo romano; perché e' non ebbero guerra con i Latini, se non quando egli ebbero, non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu fatta da' Romani in defensione di quelli; non combatterono con i Toscani, se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati con le spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze intere si fossero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana Republica. Ma, comunque questa cosa nascesse, mai non intervenne che eglino avessero due potentissime guerre in uno medesimo tempo: anzi parve sempre che, o, nel nascere dell'una, l'altra si spegnesse, o nello spegnersi dell'una, l'altra nascesse. Il che si può facilmente vedere per l'ordine delle guerre fatte da loro: perché, lasciando stare quelle che fecero prima che Roma fosse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gli Equi e con i Volsci, mai, mentre che questi popoli furono potenti, non scesero contro di loro altre genti. Domi costoro, nacque la guerra contro a' Sanniti; e benché, innanzi che finisse tale guerra, i popoli latini si ribellassero da' Romani; nondimeno, quando tale ribellione seguì, i Sanniti erano in lega con Roma, e con i loro eserciti aiutarono i Romani domare la insolenzia latina. I quali domi, risurse la guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a' Sanniti le loro forze, nacque la guerra de' Toscani; la quale composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti per la passata di Pirro in Italia. Il quale come fu ributtato, e rimandato in Grecia, appiccarono la prima guerra con i Cartaginesi: né prima fu tale guerra finita, che tutti i Franciosi, e di là e di qua dall'Alpi, congiurarono contro ai Romani; tanto che intra Populonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per spazio di venti anni ebbero guerre di non molta importanza; perché non combatterono con altri che con Liguri, e con quel rimanente de' Franciosi che era in Lombardia. E così stettero tanto che nacque la seconda guerra cartaginese, la quale per sedici anni tenne occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale finita, venne quella d'Antioco e d'Asia. Dopo la quale vittoria, non restò in tutto il mondo né principe né republica che, di per sé, o tutti insieme, che si potessero opporre alle forze romane.
Ma innanzi a quella ultima vittoria chi considererà bene l'ordine di queste guerre, ed il modo del procedere loro, vi vedrà dentro mescolate con la fortuna una virtù e prudenza grandissima. Talché, chi esaminassi la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe facilmente: perché gli è cosa certissima, che come uno principe e uno popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per sé paura ad assaltarlo e ne tema, sempre interverrà che ciascuno d'essi mai lo assalterà, se non necessitato; in modo che e' sarà quasi come nella elezione di quel potente, fare guerra con quale di quei sua vicini gli parrà, e gli altri con la sua industria quietare. E' quali, parte rispetto alla potenza sua, parte ingannati da que' modi ch'egli terrà per adormentargli, si quietano facilmente; quegli altri potenti, che sono discosto e che non hanno commerzio seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga a loro. Nel quale errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non hanno rimedio a spegnerlo se non con le forze proprie le quali dipoi non bastono, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare come i Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Volsci e gli Equi; e per non essere troppo prolisso, mi farò da' Cartaginesi: i quali erano di gran potenza e di grande estimazione, quando i Romani combattevano co' Sanniti e con i Toscani; perché di già tenevano tutta l'Africa, tenevano la Sardigna e la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale potenza loro, insieme con lo essere discosto ne' confini dal popolo romano, fece che non pensarono mai di assaltare quello, né di soccorrere i Sanniti ed i Toscani: anzi fecero come si fa nelle cose che crescano più tosto in loro favore, collegandosi con quegli e cercando l'amicizia loro. Né si avviddono prima dello errore fatto, che i Romani, domi tutti i popoli mezzi in fra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dello imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a' Franciosi che a' Cartaginesi, e così a Filippo re de' Macedoni, e a Antioco; e ciascuno di loro credea, mentre che il Popolo romano era occupato con l'altro, che quello altro lo superasse, ed essere a tempo, o con pace o con guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbero in questa parte i Romani, l'arebbono tutti quegli principi che procedessono come i Romani, e fossero della medesima virtù che loro.
Sarebbeci da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato de' Principati non ne avessimo parlato a lungo: perché, in quello, questa materia è diffusamente disputata. Dirò solo questo lievemente, come sempre s'ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che fussi scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che per il mezzo de' Capuani entrarono in Sannio, de' Camertini in Toscana, de' Mamertini in Sicilia, de' Saguntini in Spagna, di Massinissa in Africa, degli Etoli in Grecia, di Eumene ed altri principi in Asia, de' Massiliensi e delli Edui in Francia. E così non mancorono mai di simili appoggi, per potere facilitare le imprese loro, e nello acquistare le provincie e nel tenerle. Il che quegli popoli che osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna, che quelli che ne saranno non buoni osservatori. E perché ciascuno possa meglio conoscere, quanto possa più la virtù che la fortuna loro ad acquistare quello imperio, noi discorrereno, nel seguente capitolo, di che qualità furono quelli popoli con e' quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libertà.
Capitolo 4
Le republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare
Chi ha osservato le antiche istorie, trova come le republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare. L'uno è stato quello che osservarono i Toscani antichi, di essere una lega di più republiche insieme, dove non sia alcuna che avanzi l'altra né di autorità né di grado; e, nello acquistare, farsi l'altre città compagne, in simil modo come in questo tempo fanno i Svizzeri, e come ne' tempi antichi fecero in Grecia gli Achei e gli Etoli. E perché i Romani feciono assai guerra co' Toscani, per mostrare meglio le qualità di questo primo modo, mi distenderò in dare notizia di loro particularmente. In Italia, innanzi allo Imperio romano, furono i Toscani per mare e per terra potentissimi: e benché delle cose loro non ce ne sia particulare istoria, pure c'è qualche poco di memoria, e qualche segno della grandezza loro; e si sa come e' mandarono una colonia in su 'l mare di sopra, la quale chiamarono Adria, che fu sì nobile, che la dette nome a quel mare che ancora i Latini chiamono Adriatico. Intendesi ancora, come le loro armi furono ubbidite dal Tevere per infino a piè delle Alpi che ora cingono il grosso di Italia; non ostante che, dugento anni innanzi che i Romani crescessono in molte forze, detti Toscani perderono lo imperio di quel paese che oggi si chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da' Franciosi: i quali, mossi o da necessità o dalla dolcezza dei frutti, e massime del vino vennono in Italia sotto Belloveso loro duca; e rotti e cacciati i provinciali, si posono in quello luogo, dove edificarono di molte cittadi, e quella provincia chiamarono Gallia, dal nome che tenevano allora; la quale tennono fino che da' Romani fussero domi. Vivevono, adunque, i Toscani con quella equalità, e procedevano nello ampliare in quel primo modo che di sopra si dice: e furono dodici città, tra le quali era Chiusi, Veio, Arezzo, Fiesole, Volterra, e simili: i quali per via di lega governavano lo Imperio loro; né poterono uscire d'Italia con gli acquisti; e di quella ancora rimase intatta gran parte, per le cagioni che di sotto si diranno. L'altro modo è farsi compagni: non tanto però che non ti rimanga il grado del comandare, la sedia dello Imperio, ed il titolo delle imprese: il quale modo fu osservato da' Romani. Il terzo modo è farsi immediate sudditi, e non compagni; come fecero gli Spartani e gli Ateniesi. De' quali tre modi, questo ultimo è al tutto inutile; come si vide ch'ei fu nelle soprascritte due republiche: le quali non rovinarono per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le non potevano tenere. Perché, pigliare cura di avere a governare città con violenza, massime quelle che fussono consuete a vivere libere, è una cosa difficile e faticosa. E se tu non sei armato, e grosso d'armi, non le puoi né comandare né reggere. Ed a volere essere così fatto, è necessario farsi compagni che ti aiutino, e ingrossare la tua città di popolo. E perché queste due città non fecero né l'uno né l'altro, il modo di procedere loro fu inutile. E perché Roma, la quale è nello esemplo del secondo modo, fece l'uno e l'altro, però salse a tanta eccessiva potenza. E perché la è stata sola a vivere così, è stata ancora sola a diventare tanto potente: perché, avendosi lei fatti di molti compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con equali leggi vivevano seco; e, dall'altro canto, come di sopra è detto, sendosi riserbata sempre la sedia dello Imperio ed il titolo del comandare, questi suoi compagni venivano, che non se ne avvedevano, con le fatiche e con il sangue loro a soggiogare sé stessi. Perché, come ei cominciarono a uscire con gli eserciti di Italia, e ridurre i regni in provincie, e farsi suggetti coloro che, per essere consueti a vivere sotto i re, non si curavano di essere suggetti, ed avendo governatori romani, ed essendo stati vinti da eserciti con il titolo romano, non riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che quegli compagni di Roma che erano in Italia, si trovarono in un tratto cinti da' sudditi romani, ed oppressi da una grossissima città come era Roma; e quando ei s'avviddono dello inganno sotto il quale erano vissuti, non furono a tempo a rimediarvi; tanta autorità aveva presa Roma con le provincie esterne, e tanta forza si trovava in seno, avendo la sua città grossissima ed armatissima. E benché quelli suoi compagni, per vendicarsi delle ingiurie, le congiurassero contro, furono in poco tempo perditori della guerra, peggiorando le loro condizioni; perché, di compagni, diventarono ancora loro sudditi. Questo modo di procedere, come è detto, è stato solo osservato da' Romani: né può tenere altro modo una republica che voglia ampliare; perché la esperienza non ce ne ha mostro nessuno più certo o più vero.
Il modo preallegato delle leghe, come viverono i Toscani, gli Achei e gli Etoli e come oggi vivono i Svizzeri è, dopo a quello de' Romani, il migliore modo; perché, non si potendo con quello ampliare assai, ne séguita due beni; l'uno, che facilmente non ti tiri guerra a dosso; l'altro, che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La cagione del non potere ampliare è lo essere una republica disgiunta e posta in varie sedie: il che fa che difficilmente possono consultare e diliberare. Fa, ancora, che non sono desiderosi di dominare: perché, essendo molte comunità a participare di quel dominio, non stimano tanto tale acquisto quanto fa una republica sola, che spera di goderselo tutto. Governonsi, oltra di questo, per concilio, e conviene che sieno più tardi ad ogni diliberazione, che quelli che abitono drento a uno medesimo cerchio. Vedesi ancora per sperienza, che simile modo di procedere ha un termine fisso, il quale non ci è esemplo che mostri che si sia trapassato: e questo è di aggiugnere a dodici o quattordici comunità; dipoi, non cercare di andare più avanti: perché, sendo giunti a grado che pare loro potersi difendere da ciascuno, non cercono maggiore dominio; sì perché la necessità non gli stringe di avere più potenza; sì per non conoscere utile negli acquisti, per le cagioni dette di sopra. Perché gli arebbono a fare una delle due cose; o a seguitare di farsi compagni, e questa moltitudine farebbe confusione; o egli arebbono a farsi sudditi, e perché e' veggono in questo difficultà, e non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto, quando e' sono venuti a tanto numero che paia loro vivere sicuri, si voltono a due cose: l'una a ricevere raccomandati, e pigliare protezioni; e per questi mezzi trarre da ogni parte danari, i quali facilmente infra loro si possono distribuire: l'altra è militare per altrui, e pigliare soldo da questo e da quel principe che per sue imprese gli solda; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e come si legge che facevano i preallegati. Di che n'è testimone Tito Livio, dove dice che, venendo a parlamento Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flaminio, e ragionando d'accordo alla presenza d'uno pretore degli Etoli, e venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu da quello rimproverato la avarizia e la infidelità dicendo che gli Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi mandare loro uomini ancora a servigio del nimico; talché molte volte intra due contrari eserciti si vedevano le insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto, come questo modo di procedere per leghe, è stato sempre simile, ed ha fatto simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati tosto. E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle republiche armate, in quelle che sono disarmate è inutilissimo: come sono state ne' nostri tempi le republiche d'Italia. Conoscesi, pertanto, essere vero modo quello che tennono i Romani, il quale è tanto più mirabile, quanto e' non ce n'era innanzi a Roma esemplo, e dopo Roma non è stato alcuno che gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano solo i Svizzeri e la lega di Svezia che gli imita. E, come nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati da Roma, così pertinenti alle cose di dentro come a quelle di fuora, non sono ne' presenti nostri tempi non solamente imitati, ma non n'è tenuto alcuno conto: giudicandoli alcuni non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed inutili; tanto che, standoci con questa ignoranzia, siamo preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E quando la imitazione de' Romani paresse difficile, non doverrebbe parere così quella degli antichi Toscani, massime a' presenti Toscani. Perché, se quelli non poterono, per le cagioni dette, fare uno Imperio simile a quel di Roma, poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo del procedere concesse loro. Il che fu, per un gran tempo, sicuro, con somma gloria d'imperio e d'arme, e massime laude di costumi e di religione. La quale potenza e gloria fu prima diminuita da' Franciosi, dipoi spenta da' Romani: e fu tanto spenta, che, ancora che, dumila anni fa, la potenza de' Toscani fusse grande, al presente non ce n'è quasi memoria. La quale cosa mi ha fatto pensare donde nasca questa oblivione delle cose: come nel seguente capitolo si discorrerà.
Capitolo 5
Che la variazione delle sette e delle lingue, insieme con l'accidente de' diluvii o della peste, spegne le memorie delle cose
A quegli filosofi che hanno voluto che il mondo sia stato eterno, credo che si potesse replicare che, se tanta antichità fusse vera, e' sarebbe ragionevole che ci fussi memoria di più che cinquemila anni; quando e' non si vedesse come queste memorie de' tempi per diverse cagioni si spengano: delle quali, parte vengono dagli uomini, parte dal cielo. Quelle che vengono dagli uomini sono le variazioni delle sètte e delle lingue. Perché, quando e' surge una setta nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo è, per darsi riputazione, estinguere la vecchia; e, quando gli occorre che gli ordinatori della nuova setta siano di lingua diversa, la spengono facilmente. La quale cosa si conosce considerando e' modi che ha tenuti la setta Cristiana contro alla Gentile; la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia. Vero è che non gli è riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagli uomini eccellenti di quella: il che è nato per avere quella mantenuta la lingua latina; il che feciono forzatamente, avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perché, se l'avessono potuta scrivere con nuova lingua, considerato le altre persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo alcuno delle cose passate. E chi legge i modi tenuti da San Gregorio, e dagli altri capi della religione cristiana, vedrà con quanta ostinazione e' perseguitarono tutte le memorie antiche, ardendo le opere de' poeti e degli istorici, ruinando le imagini e guastando ogni altra cosa che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se a questa persecuzione egli avessono aggiunto una nuova lingua, si sarebbe veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare. È da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la setta Cristiana contro alla setta Gentile, la Gentile abbia fatto contro a quella che era innanzi a lei. E perché queste sètte in cinque o in seimila anni variano due o tre volte, si perde la memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo; e se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa favolosa, e non è prestato loro fede: come interviene alla istoria di Diodoro Siculo, che, benché e' renda ragione di quaranta o cinquantamila anni, nondimeno è riputato, come io credo, che sia cosa mendace.
Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che spengono la umana generazione, e riducano a pochi gli abitatori di parte del mondo. E questo viene o per peste o per fame o per una inondazione d'acque: e la più importante è questa ultima, sì perché la è più universale, sì perché quegli che si salvono sono uomini tutti montanari e rozzi, i quali, non avendo notizia di alcuna antichità, non la possono lasciare a' posteri. E se infra loro si salvasse alcuno che ne avessi notizia, per farsi riputazione e nome, la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo a' successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro. E che queste inondazioni, peste e fami venghino, non credo sia da dubitarne; sì perché ne sono piene tutte le istorie, sì perché si vede questo effetto della oblivione delle cose, sì perché e' pare ragionevole ch'e' sia: perché la natura, come ne' corpi semplici, quando e' vi è ragunato assai materia superflua, muove per sé medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così interviene in questo corpo misto della umana generazione, che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in modo che non possono vivervi, né possono andare altrove, per essere occupati e ripieni tutti i luoghi; e quando la astuzia e la malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi per uno de' tre modi; acciocché gli uomini, sendo divenuti pochi e battuti, vivino più comodamente, e diventino migliori. Era dunque, come di sopra è detto, già la Toscana potente, piena di religione e di virtù, aveva i suoi costumi e la sua lingua patria: il che tutto è suto spento dalla potenza romana. Talché, come si è detto, di lei ne rimane solo la memoria del nome.
Capitolo 10
I danari non sono il nervo della guerra, secondo che è la comune opinione
Perché ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi. Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue forze ei non s'inganni; ed ogni volta s'ingannerà, quando le misuri o dai danari, o dal sito, o dalla benivolenza degli uomini, mancando, dall'altra parte, d'armi proprie. Perché le cose predette ti accrescono bene le forze, ma ben non te le danno; e per sé medesime sono nulla; e non giovono alcuna cosa sanza l'armi fedeli. Perché i danari assai non ti bastano sanza quelle; non ti giova la fortezza del paese e la fede e benivolenza degli uomini non dura, perché questi non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere. Ogni monte, ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa piano, dove i forti difensori mancano. I danari ancora, non solo non ti difendono, ma ti fanno predare più presto. Né può essere più falsa quella comune opinione che dice, che i danari sono il nervo della guerra. La quale sentenza è detta da Quinto Curzio nella guerra che fu intra Antipatro macedone e il re spartano: dove narra, che, per difetto di danari, il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu rotto; ché se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la nuova in Grecia della morte di Alessandro, donde ei sarebbe rimaso vincitore sanza combattere: ma, mancandogli i danari, e dubitando che lo esercito suo per difetto di quegli non lo abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa: talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari essere il nervo della guerra. La quale sentenza è allegata ogni giorno, e da' principi, non tanto prudenti che basti, seguitata. Perché, fondatisi sopra quella, credono che basti loro, a difendersi, avere tesoro assai, e non pensano che se il tesoro bastasse a vincere, che Dario arebbe vinto Alessandro; i Greci arebbono vinto i Romani; ne' nostri tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni sono, il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta difficultà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Iulio II, nella guerra di Urbino. Ma tutti i soprannominati furono vinti da coloro che non il danaio ma i buoni soldati stimano essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso re de' Lidii mostrò a Solone ateniese, fu uno tesoro innumerabile, e domandando quel che gli pareva della potenza sua, gli rispose Solone, che per quello e' non lo giudicava più potente; perché la guerra si faceva con il ferro e non con l'oro, e che poteva venire uno che avessi più ferro di lui, e torgliene. Oltre a di questo, quando, dopo la morte di Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in Grecia, e poi in Asia, e, mandando i Franciosi oratori a il re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per mostrare la potenza sua e per sbigottirli, mostrò loro oro ed ariento assai: donde quelli Franciosi, che di già avevano come ferma la pace, la ruppono; tanto desiderio in loro crebbe di torgli quell'oro: e così fu quel re spogliato per quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata. I Viniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro pieno di tesoro, perderno tutto lo stato, sanza potere essere difesi da quello.
Dico pertanto, non l'oro, come grida la comune opinione, essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perché l'oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l'oro. Ai Romani, s'eglino avessoro voluto fare la guerra più con i danari che con il ferro, non sarebbe bastato avere tutto il tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che feciono, e le difficultà che vi ebbono dentro. Ma, faccendo le loro guerre con il ferro, non patirono mai carestia dell'oro, perché da quegli che gli temevano era portato loro infino ne' campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe a tentare la fortuna della zuffa, intervenne a lui quello, per conto de' danari, che molte volte è intervenuto per altre cagioni: perché si è veduto che, mancando a uno esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire di fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre di azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti può in qualche modo favorire. Ancora è intervenuto molte volte, che, veggendo uno capitano al suo esercito inimico venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e tentare la fortuna della zuffa; o, aspettando ch'egli ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne a Asdrubale, quando nella Marca fu assaltato da Claudio Nerone, insieme con l'altro console romano) che un capitano, necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge il combattere; parendogli in questo partito, ancora che dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro avere a perdere in ogni modo. Sono, adunque, molte necessitadi che fanno a un capitano fuor della sua intenzione pigliare partito di azzuffarsi, intra le quali qualche volta può essere la carestia de' danari; né per questo si debbono i danari giudicare essere il nervo della guerra, più che le altre cose che inducano gli uomini a simile necessità. Non è, adunque, replicandolo di nuovo, l'oro il nervo della guerra, ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in secondo luogo, ma è una necessità che i soldati buoni per sé medesimi la vincono; perché è impossibile che ai buoni soldati manchino i danari, come che i danari per loro medesimi trovino i buoni soldati. Mostra, questo che noi diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra con tutto il Peloponnesso, mostrando ch'e' potevano vincere quella guerra con la industria e con la forza del danaio. E benché in tale guerra gli Ateniesi prosperassino qualche volta, in ultimo la perderono; e valson più il consiglio e li buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio di Atene. Ma Tito Livio è di questa opinione più vero testimone che alcuno altro, dove, discorrendo se Alessandro Magno fussi venuto in Italia, s'egli avesse vinto i Romani, mostra essere tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e buoni, capitani prudenti, e buona fortuna: dove, esaminando quali o i Romani o Alessandro prevalessero in queste cose, fa dipoi la sua conclusione sanza ricordare mai i danari. Doverono i Capovani, quando furono richiesti da' Sidicini che prendessono l'armi per loro contro ai Sanniti, misurare la potenza loro dai danari, e non da' soldati: perché, preso ch'egli ebbero partito di aiutargli, dopo due rotte furono constretti farsi tributari de' Romani, se si vollono salvare.
Capitolo 13
Che si viene di bassa a gran fortuna più con la fraude, che con la forza
Io stimo essere cosa verissima che rado, o non mai, intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a gradi grandi, sanza la forza e sanza la fraude; pure che quel grado al quale altri è pervenuto non li sia o donato o lasciato per eredità. Né credo si truovi mai che la forza sola basti, ma si troverrà bene che la fraude sola basterà: come chiaro vedrà colui che leggerà la vita di Filippo di Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri simili, che d'infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti o a regno o a imperii grandissimi. Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare, considerato che la prima ispedizione che fe' fare a Ciro contro al re di Armenia è piena di fraude, e come con inganno, e non con forza, gli fe' occupare il suo regno; e non conchiude altro, per tale azione, se non che a un principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a ingannare. Fegli ingannare, oltra di questo, Ciassare, re de' Medii, suo zio materno, in più modi; sanza la quale fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella grandezza che venne. Né credo che si truovi mai alcuno, costituto in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo con la forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo con la fraude: come fece Giovan Galeazzo per tôrre lo stato e lo imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E quel che sono necessitati fare i principi ne' principii degli augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le republiche, infino che le siano diventate potenti, e che basti la forza sola. E perché Roma tenne in ogni parte, o per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a grandezza, non mancò ancora di questo. Né poté usare, nel principio, il maggiore inganno, che pigliare il modo, discorso di sopra da noi, di farsi compagni; perché sotto questo nome se gli fece servi: come furono i Latini, ed altri popoli a lo intorno. Perché prima si valse dell'armi loro in domare i popoli convicini, e pigliare la riputazione dello stato; dipoi, domatogli, venne in tanto augumento, che la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avvidono mai, di essere al tutto servi, se non poi che vidono dare due rotte ai Sanniti, e constrettigli ad accordo. La quale vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani co' principi longinqui, che mediante quella sentirono il nome romano, e non l'armi, così generò invidia e sospetto in quelli che vedevano e sentivano l'armi, intra i quali furono i Latini. E tanto poté questa invidia e questo timore, che non solo i Latini ma le colonie che essi avevano in Lazio, insieme con i Campani, stati poco innanzi difesi, congiurarono contro a il nome romano. E mossono questa guerra i Latini nel modo che si dice di sopra che si muovono la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma difendendo i Sidicini contro ai Sanniti; a' quali i Sanniti facevano guerra con licenza de' Romani. E che sia vero che i Latini si movessono per avere conosciuto questo inganno, lo dimostra Tito Livio nella bocca di Annio Setino pretore latino, il quale nel concilio loro disse queste parole: "Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati possumus etc.". Vedesi pertanto i Romani ne' primi augumenti loro non essere mancati etiam della fraude; la quale fu sempre necessaria a usare a coloro che di piccoli principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale è meno vituperabile quanto è più coperta, come fu questa de' Romani.
Capitolo 28
Quanto sia pericoloso a una republica o a uno principe non vendicare una ingiuria fatta contro al publico o contro al privato
Quello che facciano fare gli sdegni agli uomini, facilmente si conosce per quello che avvenne ai Romani quando ei mandarono i tre Fabii oratori a' Franciosi, che erano venuti a assaltare la Toscana, ed in particulare Chiusi. Perché, avendo mandato il popolo di Chiusi per aiuto a Roma contro a' Franciosi, i Romani mandarono ambasciadori a' Franciosi, i quali, in nome del Popolo romano, significassero loro che si astenessero di fare guerra a' Toscani. I quali oratori, sendo in su 'l luogo, e più atti a fare che a dire, venendo i Franciosi ed i Toscani alla zuffa, si messero in tra i primi a combattere contro a quelli: onde ne nacque che, essendo conosciuti da loro, tutto lo sdegno avevano contro a' Toscani, volsero contro a' Romani. Il quale sdegno diventò maggiore, perché, avendo i Franciosi per loro ambasciadori fatto querela con il Senato romano di tale ingiuria, e domandato che in soddisfazione del danno fussino loro dati i soprascritti Fabii, non solamente non furono consegnati loro, o in altro modo gastigati, ma venendo i comizi, furono fatti Tribuni con potestà consolare. Talché, veggendo i Franciosi quelli onorati che dovevano essere puniti, ripresono tutto essere fatto in loro dispregio e ignominia; ed accesi di sdegno e d'ira, vennero a assaltare Roma, e quella presono, eccetto il Campidoglio. La quale rovina nacque ai Romani solo per la inosservanza della giustizia; perché, avendo peccato i loro ambasciatori "contra ius gentium", e dovendo esserne gastigati, furono onorati. Però è da considerare quanto ogni republica ed ogni principe debbe tenere conto di fare simile ingiuria, non solamente contro a una universalità, ma ancora contro a uno particulare. Perché, se uno uomo è offeso grandemente o dal publico o dal privato e non sia vendicato secondo la soddisfazione sua; se e' vive in una republica, cerca, ancora che con la rovina di quella, vendicarsi; se e' vive sotto un principe, ed abbi in sé alcuna generosità, non si acquieta mai, in fino che in qualunque modo si vendichi contro a di colui, come che egli vi vedesse, dentro, il suo proprio male.
Per verificare questo, non ci è il più bello né il più vero esemplo che quello di Filippo re di Macedonia, padre d'Alessandro. Aveva costui in la sua corte Pausania, giovane bello e nobile, del quale era inamorato Attalo, uno de' primi uomini che fusse presso a Filippo ed avendolo più volte ricerco che dovesse acconsentirgli, e trovandolo alieno da simili cose, diliberò di avere con inganno e per forza quello che, per altro verso, vedea di non potere avere. E fatto uno solenne convito, nel quale Pausania e molti altri nobili baroni convennero, fece, poi che ciascuno fu pieno di vivande e di vino, prendere Pausania, e, condottolo allo stretto, non solamente per forza sfogò la sua libidine, ma ancora, per maggiore ignominia, lo fece da molti degli altri in simile modo vituperare. Della quale ingiuria Pausania si dolse più volte con Filippo; il quale, avendolo tenuto un tempo in speranza di vendicarlo, non solamente non lo vendicò, ma prepose Attalo al governo d'una provincia di Grecia: donde che Pausania, vedendo il suo nimico onorato e non gastigato, volse tutto lo sdegno suo, non contro a quello che gli aveva fatto ingiuria, ma contro a Filippo che non lo aveva vendicato. Ed una mattina solenne, in su le nozze della figliuola di Filippo, ch'egli aveva maritata a Alessandro di Epiro, andando Filippo al tempio, a celebrarle, in mezzo de' due Alessandri, genero e figliuolo, lo ammazzò. Il quale esemplo è molto simile a quello de' Romani, e notabile a qualunque governa: che mai non debbe tanto poco stimare un uomo, che ei creda, aggiugnendo ingiuria sopra ingiuria, che colui che è ingiuriato non pensi di vendicarsi con ogni suo pericolo e particulare danno.
LIBRO III
Capitolo 1
A volere che una setta o una republica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio
Egli è cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso che è loro ordinato dal cielo, generalmente, che non disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o che non altera, o, s'egli altera, è a salute, e non a danno suo. E perché io parlo de' corpi misti, come sono le republiche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a salute, che le riducano inverso i principii loro E però quelle sono meglio ordinate, ed hanno più lunga vita, che mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a detta rinnovazione. Ed è cosa più chiara che la luce, che, non si rinnovando, questi corpi non durano.
Il modo del rinnovargli, è, come è detto, ridurgli verso e' principii suoi. Perché tutti e' principii delle sètte, e delle republiche e de' regni, conviene che abbiano in sé qualche bontà, mediante la quale ripiglio la prima riputazione ed il primo augumento loro. E perché nel processo del tempo quella bontà si corrompe, se non interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessità quel corpo. E questi dottori di medicina dicono, parlando de' corpi degli uomini, "quod quotidie aggregatur aliquid, quod quandoque indiget curatione". Questa riduzione verso il principio, parlando delle republiche, si fa o per accidente estrinseco o per prudenza intrinseca. Quanto al primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo ripigliasse nuova vita e nuova virtù; e ripigliasse la osservanza della religione e della giustizia, le quali in lei cominciavano a macularsi. Il che benissimo si comprende per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e' Tribuni con la potestà consolare, non osservorono alcuna religiosa cerimonia. Così medesimamente, non solamente non punirono i tre Fabii, i quali "contra ius gentium" avevano combattuto contro ai Franciosi, ma gli crearono Tribuni. E debbesi facilmente presuppore, che dell'altre constituzioni buone, ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e necessario a mantenere il vivere libero. Venne, dunque, questa battitura estrinseca, acciocché tutti gli ordini di quella città si ripigliassono, e si mostrasse a quel popolo, non solamente essere necessario mantenere la religione e la giustizia, ma ancora stimare i suoi buoni cittadini, e fare più conto della loro virtù che di quegli commodi che e' paresse loro mancare, mediante le opere loro. Il che si vede che successe appunto; perché, subito ripresa Roma, rinnovarono tutti gli ordini dell'antica religione loro; punirono quegli Fabii che avevano combattuto "contra ius gentium"; ed appresso tanto stimorono la virtù e bontà di Cammillo, che posposto, il Senato e gli altri, ogni invidia, rimettevano in lui tutto il pondo di quella republica. È necessario, adunque, come è detto, che gli uomini che vivono insieme in qualunque ordine, spesso si riconoschino, o per questi accidenti estrinseci o per gl'intrinseci. E quanto a questi, conviene che nasca o da una legge, la quale spesso rivegga il conto agli uomini che sono in quel corpo; o veramente da uno uomo buono che nasca fra loro, il quale con i suoi esempli e con le sue opere virtuose faccia il medesimo effetto che l'ordine.
Surge, adunque, questo bene nelle republiche, o per virtù d'un uomo o per virtù d'uno ordine. E quanto a questo ultimo, gli ordini che ritirarono la Republica romana verso il suo principio furono i Tribuni della plebe, i Censori, e tutte l'altre leggi che venivano contro all'ambizione ed alla insolenzia degli uomini. I quali ordini hanno bisogno di essere fatti vivi dalla virtù d'uno cittadino, il quale animosamente concorre ad esequirli contro alla potenza di quegli che gli trapassano. Delle quali esecuzioni, innanzi alla presa di Roma da' Franciosi, furono notabili, la morte de' figliuoli di Bruto, la morte de' dieci cittadini, quella di Melio frumentario: dopo la presa di Roma, fu la morte di Manlio Capitolino, la morte del figliuolo di Manlio Torquato, la esecuzione di Papirio Cursore contro a Fabio suo Maestro de' cavalieri, l'accusa degli Scipioni. Le quali cose, perché erano eccessive e notabili, qualunque volta ne nasceva una, facevano gli uomini ritirare verso il segno: e quando le cominciarono ad essere più rare, cominciarono anche a dare più spazio agli uomini di corrompersi, e farsi con maggiore pericolo e più tumulto. Perché dall'una all'altra di simili esecuzioni non vorrebbe passare, il più, dieci anni: perché, passato questo tempo, gli uomini cominciano a variare con i costumi e trapassare le leggi; e se non nasce cosa per la quale si riduca loro a memoria la pena, e rinnuovisi negli animi loro la paura, concorrono tosto tanti delinquenti, che non si possono più punire sanza pericolo. Dicevano, a questo proposito quegli che hanno governato lo stato di Firenze dal 1434 infino al 1494, come egli era necessario ripigliare ogni cinque anni lo stato, altrimenti, era difficile mantenerlo: e chiamavano ripigliare lo stato, mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo, avendo in quel tempo battuti quegli che avevano, secondo quel modo del vivere, male operato. Ma come di quella battitura la memoria si spegne, gli uomini prendono ardire di tentare cose nuove, e di dire male; e però è necessario provvedervi, ritirando quello verso i suoi principii. Nasce ancora questo ritiramento delle republiche verso il loro principio dalla semplice virtù d'un uomo, sanza dependere da alcuna legge che ti stimoli ad alcuna esecuzione: nondimanco sono di tale riputazione e di tanto esemplo, che gli uomini buoni disiderano imitarle e gli cattivi si vergognano a tenere vita contraria a quelle. Quegli che in Roma particularmente feciono questi buoni effetti, furono Orazio Cocle, Scevola, Fabrizio, i dua Deci, Regolo Attilio, ed alcuni altri i quali con i loro esempli rari e virtuosi facevano in Roma quasi il medesimo effetto che si facessino le leggi e gli ordini. E se le esecuzioni soprascritte, insieme con questi particulari esempli, fossono almeno seguite ogni dieci anni in quella città, ne seguiva di necessità che la non si sarebbe mai corrotta: ma come ei cominciorono a diradare l'una e l'altra di queste due cose, cominciarono a multiplicare le corrozioni. Perché dopo Marco Regolo non vi si vide alcuno simile esemplo: e benché in Roma surgessono i due Catoni, fu tanta distanza da quello a loro, ed intra loro dall'uno all'altro, e rimasono sì soli, che non potettono con gli esempli buoni fare alcuna buona opera; e massime l'ultimo Catone, il quale, trovando in buona parte la città corrotta, non potette con lo esemplo suo fare che i cittadini diventassino migliori. E questo basti quanto alle republiche.
Ma quanto alle sètte, si vede ancora queste rinnovazloni essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta. Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che ei sono cagione che la disonestà de' prelati e de' capi della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente, ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e nelle predicazioni, che ci dànno loro a intendere come egli è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare a Dio: e così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha, adunque, questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa religione.
Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi, e ridurre le leggi di quegli verso i suoi principii. E si vede quanto buono effetto fa questa parte nel regno di Francia; il quale regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini più che alcuno altro regno. Delle quali leggi ed ordini ne sono mantenitori i parlamenti, e massime quel di Parigi; le quali sono da lui rinnovate qualunque volta ei fa una esecuzione contro ad un principe di quel regno, e che ei condanna il Re nelle sue sentenze. Ed infino a qui si è mantenuto per essere stato uno ostinato esecutore contro a quella Nobilità: ma qualunque volta ei ne lasciassi alcuna impunita, e che le venissono a multiplicare, sanza dubbio ne nascerebbe o che le si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel regno si risolverebbe.
Conchiudesi, pertanto, non essere cosa più necessaria in uno vivere comune, o setta o regno o republica che sia, che rendergli quella riputazione ch'egli aveva ne' principii suoi; ed ingegnarsi che siano o gli ordini buoni o i buoni uomini che facciano questo effetto, e non lo abbia a fare una forza estrinseca. Perché, ancora che qualche volta la sia ottimo rimedio, come fu a Roma, ella è tanto pericolosa, che non è in modo alcuno da disiderarla. E per dimostrare a qualunque, quanto le azioni degli uomini particulari facessono grande Roma, e causassino in quella città molti buoni effetti, verrò alla narrazione e discorso di quegli: intra e' termini de' quali questo terzo libro, ed ultima parte di questa prima Deca, si concluderà. E benché le azioni degli re fossono grandi e notabili nondimeno, dichiarandole la istoria diffusamente, le lascerò indietro; né parlereno altrimenti di loro, eccetto che di alcuna cosa che avessono operata appartenente alli loro privati commodi; e comincerenci da Bruto, padre della romana libertà.
Capitolo 2
Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia
Non fu alcuno mai tanto prudente, né tanto estimato savio per alcuna sua egregia operazione, quanto merita d'esser tenuto Iunio Bruto nella sua simulazione della stultizia. Ed ancora che Tito Livio non esprima altro che una cagione che lo inducesse a tale simulazione, quale fu di potere più sicuramente vivere e mantenere il patrimonio suo; nondimanco, considerato il suo modo di procedere, si può credere che simulasse ancora questo per essere manco osservato, ed avere più commodità di opprimere i Re e di liberare la sua patria, qualunque volta gliele fosse data occasione. E, che pensassi a questo, si vide, prima, nello interpetrare l'oracolo d'Apolline, quando simulò cadere per baciare la terra, giudicando per quello avere favorevole gl'Iddii a' pensieri suoi; e dipoi, quando, sopra la morta Lucrezia, intra 'l padre ed il marito ed altri parenti di lei, ei fu il primo a trarle il coltello della ferita, e fare giurare ai circustanti, che mai sopporterebbono che, per lo avvenire, alcuno regnasse in Roma. Dallo esemplo di costui hanno ad imparare tutti coloro che sono male contenti d'uno principe: e debbono prima misurare e prima pesare le forze loro; e, se sono sì potenti che possino scoprirsi suoi inimici e fargli apertamente guerra, debbono entrare per questa via, come manco pericolosa e più onorevole. Ma se sono di qualità che a fargli guerra aperta le forze loro non bastino, debbono con ogni industria cercare di farsegli amici: ed a questo effetto, entrare per tutte quelle vie che giudicano essere necessarie, seguendo i piàciti suoi, e pigliando dilettazione di tutte quelle cose che veggono quello dilettarsi. Questa dimestichezza, prima, ti fa vivere sicuro; e, sanza portare alcuno pericolo, ti fa godere la buona fortuna di quel principe insieme con esso lui, e ti arreca ogni comodità di sodisfare allo animo tuo. Vero è che alcuni dicono che si vorrebbe con gli principi non stare sì presso che la rovina loro ti coprisse, né sì discosto che, rovinando quegli, tu non fosse a tempo a salire sopra la rovina loro: la quale via del mezzo sarebbe la più vera, quando si potesse osservare; ma perché io credo che sia impossibile, conviene ridursi a' duoi modi soprascritti, cioè o di allargarsi o di stringersi con loro. Chi fa altrimenti, e sia uomo, per la qualità sua, notabile, vive in continovo pericolo. Né basta dire: - Io non mi curo di alcuna cosa, non disidero né onori né utili, io mi voglio vivere quietamente e sanza briga! - perché queste scuse sono udite e non accettate: né possono gli uomini che hanno qualità, eleggere lo starsi, quando bene lo eleggessono veramente e sanza alcuna ambizione, perché non è loro creduto; talché, se si vogliono stare loro, non sono lasciati stare da altri. Conviene adunque fare il pazzo, come Bruto; ed assai si fa il matto, laudando, parlando, veggendo, faccendo cose contro allo animo tuo, per compiacere al principe. E poiché noi abbiamo parlato della prudenza di questo uomo per ricuperare la libertà a Roma, parlereno ora della sua severità nel mantenerla.
Capitolo 9
Come conviene variare co' tempi volendo sempre avere buona fortuna
Io ho considerato più volte come la cagione della trista e della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del procedere suo con i tempi: perché e' si vede che gli uomini nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con rispetto e con cauzione. E perché nell'uno e nell'altro di questi modi si passano e' termini convenienti, non si potendo osservare la vera via, nell'uno e nell'altro si erra. Ma quello viene ad errare meno, ed avere la fortuna prospera, che riscontra, come ho detto, con il suo modo il tempo, e sempre mai si procede, secondo ti sforza la natura. Ciascuno sa come Fabio Massimo procedeva con lo esercito suo rispettivamente e cautamente, discosto da ogni impeto e da ogni audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo modo riscontrò bene con i tempi. Perché, sendo venuto Annibale in Italia, giovane e con una fortuna fresca, ed avendo già rotto il popolo romano due volte; ed essendo quella republica priva quasi della sua buona milizia, e sbigottita; non potette sortire migliore fortuna, che avere uno capitano il quale, con la sua tardità e cauzione, tenessi a bada il nimico. Né ancora Fabio potette riscontrare tempi più convenienti a' modi suoi: di che ne nacque che fu glorioso. E che Fabio facessi questo per natura, e non per elezione, si vide, che, volendo Scipione passare in Affrica con quegli eserciti per ultimare la guerra, Fabio la contradisse assai, come quello che non si poteva spiccare da' suoi modi e dalla consuetudine sua; talché, se fusse stato a lui Annibale sarebbe ancora in Italia; come quello che non si avvedeva che gli erano mutati i tempi, e che bisognava mutare modo di guerra. E se Fabio fusse stato re di Roma, poteva facilmente perdere quella guerra; perché non arebbe saputo variare, col procedere suo, secondo che variavono i tempi: ma essendo nato in una republica dove erano diversi cittadini e diversi umori, come la ebbe Fabio, che fu ottimo ne' tempi debiti a sostenere la guerra, così ebbe poi Scipione, ne' tempi atti a vincerla.
Quinci nasce che una republica ha maggiore vita, ed ha più lungamente buona fortuna, che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de' temporali, per la diversità de' cittadini che sono in quella, che non può uno principe. Perché un uomo che sia consueto a procedere in uno modo, non si muta mai, come è detto; e conviene di necessità che, quando e' si mutano i tempi disformi a quel suo modo, che rovini.
Piero Soderini, altre volte preallegato, procedeva in tutte le cose sue con umanità e pazienza. Prosperò egli e la sua patria, mentre che i tempi furono conformi al modo del procedere suo: ma come e' vennero dipoi tempi dove e' bisognava rompere la pazienza e la umiltà, non lo seppe fare; talché insieme con la sua patria rovinò. Papa Iulio II procedette in tutto il tempo del suo pontificato con impeto e con furia; e perché gli tempi l'accompagnarono bene gli riuscirono le sua imprese tutte. Ma se fossero venuti altri tempi che avessono ricerco altro consiglio, di necessità rovinava; perché no arebbe mutato né modo né ordine nel maneggiarsi. E che noi non ci possiamo mutare, ne sono cagioni due cose: l'una, che noi non ci possiamo opporre a quello che ci inclina la natura; l'altra, che, avendo uno con uno modo di procedere prosperato assai, non è possibile persuadergli che possa fare bene a procedere altrimenti: donde ne nasce che in uno uomo la fortuna varia, perché ella varia i tempi, ed elli non varia i modi. Nascene ancora le rovine delle cittadi, per non si variare gli ordini delle republiche co' tempi; come lungamente di sopra discorremo: ma sono più tarde, perché le penono più a variare, perché bisogna che venghino tempi che commuovino tutta la republica, a che uno solo, col variare il modo del procedere, non basta.
E perché noi abbiamo fatto menzione di Fabio Massimo che tenne a bada Annibale, mi pare da discorrere nel capitolo sequente, se uno capitano, volendo fare la giornata in ogni modo col nimico, può essere impedito, da quello, che non lo faccia.
Capitolo 24
La prolungazione degl'imperii fece serva Roma
Se si considera bene il procedere della Republica romana, si vedrà due cose essere state cagione della risoluzione di quella Republica: l'una furon le contenzioni che nacquono dalla legge agraria; l'altra, la prolungazione degli imperii: le quali cose se fussono state conosciute bene da principio, e fattovi i debiti rimedi, sarebbe stato il vivere libero più lungo, e per avventura più quieto. E benché, quanto alla prolungazione dello imperio, non si vegga che in Roma nascessi mai alcuno tumulto; nondimeno si vide in fatto, quanto nocé alla città quella autorità che i cittadini per tali diliberazioni presono. E se gli altri cittadini a chi era prorogato il magistrato, fussono stati savi e buoni come fu Lucio Quinzio, non si sarebbe incorso in questo inconveniente. La bontà del quale è di uno esemplo notabile, perché, essendosi fatto intra la Plebe ed il Senato convenzione d'accordo, ed avendo la Plebe prolungato in uno anno lo imperio ai Tribuni, giudicandogli atti a potere resistere all'ambizione de' nobili, volle il Senato, per gara della Plebe e per non parere da meno di lei, prolungare il consolato a Lucio Quinzio: il quale al tutto negò questa diliberazione, dicendo che i cattivi esempli si voleva cercare di spegnergli, non di accrescergli con uno altro più cattivo esemplo, e volle si facessono nuovi Consoli. La quale bontà e prudenza se fosse stata in tutti i cittadini romani, non arebbe lasciata introdurre quella consuetudine di prolungare i magistrati, e da quelli non si sarebbe venuto alla prolungazione delli imperii: la quale cosa, col tempo, rovinò quella Republica. Il primo a chi fu prorogato lo imperio, fu a Publio Philone; il quale essendo a campo alla città di Palepoli, e venendo la fine del suo consolato, e parendo al Senato ch'egli avesse in mano quella vittoria, non gli mandarono il successore, ma lo fecero Proconsolo; talché fu il primo Proconsolo. La quale cosa, ancora che mossa dal Senato per utilità publica, fu quella che con il tempo fece serva Roma. Perché, quanto più i Romani si discostarono con le armi, tanto più parve loro tale prorogazione necessaria, e più la usarono. La quale cosa fece due inconvenienti: l'uno, che meno numero di uomini si esercitarono negl'imperii, e si venne per questo a ristringere la riputazione in pochi: l'altro, che, stando uno cittadino assai tempo comandatore d'uno esercito, se lo guadagnava e facevaselo partigiano; perché quello esercito col tempo dimenticava il Senato e riconosceva quello capo. Per questo Silla e Mario poterono trovare soldati che contro al bene publico gli seguitassono: per questo, Cesare potette occupare la patria. Che se mai i Romani non avessono prolungati i magistrati e gli imperii, se non venivano sì tosto a tanta potenza, e se fussono stati più tardi gli acquisti loro, sarebbono ancora più tardi venuti nella servitù.
Capitolo 26
Come per cagione di femine si rovina uno stato
Nacque nella città d'Ardea intra i patrizi e gli plebei una sedizione per cagione d'uno parentado: dove, avendosi a maritare una femina ricca, la domandarono parimente uno plebeo ed uno nobile; e non avendo quella padre, i tutori la volevono congiugnere al plebeo, la madre al nobile: di che nacque tanto tumulto, che si venne alle armi; dove tutta la Nobilità si armò in favore del nobile, e tutta la plebe in favore del plebeo. Talché, essendo superata la plebe, si uscì d'Ardea, e mandò a' Volsci per aiuto: i nobili mandarono a Roma. Furono prima i Volsci, e, giunti intorno ad Ardea, si accamparono. Sopravvennono i Romani, e rinchiusono i Volsci infra la terra e loro; tanto che gli costrinsono, essendo stretti dalla fame, a darsi a discrezione. Ed entrati i Romani in Ardea, e morti tutti i capi della sedizione, composono le cose di quella città.
Sono in questo testo più cose da notare. Prima, si vede come le donne sono state cagioni di molte rovine, ed hanno fatti gran danni a quegli che governano una città, ed hanno causato di molte divisioni in quelle: e, come si è veduto in questa nostra istoria, lo eccesso fatto contro a Lucrezia tolse lo stato ai Tarquinii; quell'altro, fatto contro a Virginia, privò i Dieci dell'autorità loro. Ed Aristotile, intra le prime cause che mette della rovina de' tiranni, è lo avere ingiuriato altrui per conto delle donne, o con stuprarle, o con violarle, o con rompere i matrimonii; come di questa parte, nel capitolo dove noi trattamo delle congiure, largamente si parlò. Dico, adunque, come i principi assoluti ed i governatori delle republiche non hanno a tenere poco conto di questa parte; ma debbono considerare i disordini che per tale accidente possono nascere, e rimediarvi in tempo che il rimedio non sia con danno e vituperio dello stato loro o della loro republica: come intervenne agli Ardeati; i quali, per avere lasciato crescere quella gara intra i loro cittadini, si condussero a dividersi infra loro; e, volendo riunirsi, ebbono a mandare per soccorsi esterni: il che è uno grande principio d'una propinqua servitù.
Ma veniamo allo altro notabile, del modo del riunire le città; del quale nel futuro capitolo parlereno.
Capitolo 29
Che gli peccati de' popoli nascono dai principi
Non si dolghino i principi di alcuno peccato che facciono i popoli ch'egli abbiano in governo; perché tali peccati conviene che naschino o per la sua negligenza, o per essere lui macchiato di simili errori. E chi discorrerà i popoli che ne' nostri tempi sono stati tenuti pieni di ruberie e di simili peccati, vedrà che sarà al tutto nato da quegli che gli governavano, che erano di simile natura. La Romagna, innanzi che in quella fussono spenti da papa Alessandro VI quegli signori che la comandavano, era un esempio d'ogni sceleratissima vita, perché quivi si vedeva per ogni leggiere cagione seguire occisioni e rapine grandissime. Il che nasceva dalla tristitia di quelli principi; non dalla natura trista degli uomini, come loro dicevano. Perché, sendo quegli principi poveri, e volendo vivere da ricchi, erano necessitati volgersi a molte rapine, e quelle per vari modi usare. Ed intra l'altre disoneste vie che tenevano, e' facevano leggi, e proibivono alcuna azione; dipoi erano i primi che davano cagione della inosservanza di esse, né mai punivano gli inosservanti, se non poi, quando vedevano assai essere incorsi in simile pregiudizio; ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena. Donde nasceva molti inconvenienti, e sopra tutto, questo, che i popoli s'impoverivano, e non si correggevano; e quegli che erano impoveriti, s'ingegnavano, contro a' meno potenti di loro, prevalersi. Donde surgevano tutti quelli mali che di sopra si dicano, de' quali era cagione il principe. E che questo sia vero, lo mostra Tito Livio quando e' narra che, portando i Legati romani il dono della preda de' Veienti ad Apolline, furono presi da' corsali di Lipari in Sicilia, e condotti in quella terra: ed inteso Timasiteo, loro principe, che dono era questo, dove gli andava e chi lo mandava, si portò, quantunque nato a Lipari, come uomo romano, e mostrò al popolo quanto era impio occupare simile dono; tanto che, con il consenso dello universale, ne lasciò andare i Legati con tutte le cose loro. E le parole dello istorico sono queste: "Timasitheus multitudinem religione implevit, quae semper regenti est similis". E Lorenzo de' Medici, a confermazione di questa sentenza, dice:
e quel che fa 'l signor, fanno poi molti;
ché nel signor son tutti gli occhi volti.
Capitolo 36
Le cagioni perché i Franciosi siano stati e siano ancora giudicati nelle zuffe, da principio più che uomini, e dipoi meno che femine
La ferocità di quello Francioso che provocava qualunque Romano, appresso al fiume Aniene, a combattere seco, dipoi la zuffa fatta intra lui e Tito Manlio, mi fa ricordare di quello che Tito Livio più volte dice, che i Franciosi sono nel principio della zuffa più che uomini, e nel successo del combattere riescono poi meno che femine. E pensando donde questo nasca, si crede per molti che sia la natura loro così fatta: il che credo sia vero; ma non è per questo che questa loro natura, che gli fa feroci nel principio, non si potesse in modo con l'arte ordinare, che la gli mantenesse feroci infino nello ultimo.
Ed a volere provare questo, dico come e' sono di tre ragioni eserciti: l'uno dove è furore ed ordine; perché dall'ordine nasce il furore e la virtù, come era quello de' Romani: perché si vede in tutte le istorie, che in quello esercito era un ordine buono, che vi aveva introdotto una disciplina militare per lungo tempo. Perché in uno esercito, bene ordinato nessuno debbe fare alcuna opera se non regolarlo: e si troverrà, per questo, che nello esercito romano, dal quale, avendo elli vinto il mondo, debbono prendere esemplo tutti gli altri eserciti, non si mangiava, non si dormiva, non si meritricava, non si faceva alcuna azione o militare o domestica sanza l'ordine del console. Perché quegli eserciti che fanno altrimenti, non sono veri eserciti; e se fanno alcuna pruova, la fanno per furore e per impeto, e non per virtù. Ma dove la virtù ordinata usa il furore suo con i modi e co' tempi, né difficultà veruna lo invilisce, né li fa mancare l'animo: perché gli ordini buoni gli rinfrescono l'animo ed il furore, nutriti dalla speranza del vincere; la quale mai non manca, infino a tanto che gli ordini stanno saldi. Al contrario interviene in quelli eserciti dove è furore e non ordine, come erano i Franciosi, i quali tuttavia nel combattere mancavano, perché, non riuscendo loro con il primo impeto vincere, e non essendo sostenuto da una virtù ordinata quello loro furore nel quale egli speravano né avendo fuori di quello cosa in la quale ei cunfidassono come quello era raffreddo, mancavano. Al contrario i Romani, dubitando meno de' pericoli per gli ordini loro buoni non diffidando della vittoria, fermi ed ostinati combattevano col medesimo animo e con la medesima virtù nel fine che nel principio: anzi, agitati dalle armi, sempre si accendevano. La terza qualità di eserciti è dove non è furore naturale né ordine accidentale: come sono gli eserciti italiani de' nostri tempi, i quali sono al tutto inutili; e se non si abbattano a uno esercito che per qualche accidente si fugga, mai non vinceranno. E sanza addurre altri esempli, si vede, ciascuno dì, come ei fanno pruove di non avere alcuna virtù. E perché, con il testimonio di Tito Livio, ciascuno intenda come debbe essere fatta la buona milizia, e come è fatta la rea; io voglio addurre le parole di Papirio Cursore, quando ei voleva punire Fabio, Maestro de' cavalli, quando disse: "Nemo hominum, nemo Deorum, verecundiam habeat; non edicta imperatorum, non auspicia observentur; sine commeatu vagi milites in pacato, in hostico errent; immemores sacramenti, licentia sola se ubi velint exauctorent; infrequentia deserant signa; neque conveniatur ad edictum, nec discernantur, interdiu nocte; aequo iniquo loco, iussu iniussu imperatoris pugnent; et non signa, non ordines servent: latrocinii modo, caeca et fortuita pro sollemni et sacrata militia sit". E puossi per questo testo adunque, facilmente vedere se la milizia de' nostri tempi è cieca e fortuita, o sacrata e solenne; e quanto le manca a essere simile a quella che si può chiamare milizia; e quanto ella è discosto da essere furiosa ed ordinata, come la romana, o furiosa solo, come la franciosa.
Capitolo 43
Che gli uomini, che nascono in una provincia, osservino per tutti i tempi quasi quella medesima natura
Sogliono dire gli uomini prudenti, e non a caso né immeritamente, che chi vuole vedere quello che ha a essere, consideri quello che è stato; perché tutte le cose del mondo, in ogni tempo, hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi. Il che nasce perché, essendo quelle operate dagli uomini, che hanno ed ebbono sempre le medesime passioni, conviene di necessità che le sortischino il medesimo effetto. Vero è, che le sono le opere loro ora in questa provincia più virtuose che in quella, ed in quella più che in questa, secondo la forma della educazione nella quale quegli popoli hanno preso il modo del vivere loro. Fa ancora facilità il conoscere le cose future per le passate; vedere una nazione lungo tempo tenere i medesimi costumi, essendo o continovamente avara, o continovamente fraudolente, o avere alcuno altro simile vizio o virtù. E chi leggerà le cose passate della nostra città di Firenze, e considererà quelle ancora che sono ne' prossimi tempi occorse, troverrà i popoli tedeschi e franciosi pieni di avarizia, di superbia, di ferocità e d'infidelità; perché tutte queste quattro cose in diversi tempi hanno offeso molto la nostra città. E quanto alla poca fede, ognuno sa quante volte si dette danari a re Carlo VIII, ed elli prometteva rendere le fortezze di Pisa, e non mai le rendé. In che quel re mostrò la poca fede, e l'assai avarizia sua. Ma lasciamo andare queste cose fresche. Ciascuno può avere inteso quello che seguì nella guerra che fece il popolo fiorentino contro a' Visconti duchi di Milano; ed essendo Firenze privo degli altri ispedienti, pensò di condurre lo imperadore in Italia, il quale con la riputazione e forze sue assaltasse la Lombardia. Promisse lo imperadore venire con assai genti, e fare quella guerra contro a' Visconti, e difendere Firenze dalla potenza loro, quando i Fiorentini gli dessono centomila ducati per levarsi, e centomila poi ch'ei fosse in Italia. Ai quali patti consentirono i Fiorentini; e pagatigli i primi danari, e dipoi i secondi, giunto che fu a Verona, se ne tornò indietro sanza operare alcuna cosa, causando essere restato da quegli che non avevano osservate le convenzioni erano fra loro. In modo che, se Firenze non fosse stata o costretta dalla necessità o vinta dalla passione, ed avesse letti e conosciuti gli antichi costumi de' barbari, non sarebbe stata né questa né molte altre volte ingannata da loro; essendo loro stati sempre a un modo, ed avendo in ogni parte e con ognuno usati i medesimi termini. Come ei si vede ch'ei fecero anticamente a' Toscani, i quali essendo oppressi dai Romani, per essere stati da loro più volte messi in fuga e rotti; e veggendo mediante le loro forze non potere resistere allo impeto di quegli; convennono, con i Franciosi che di qua dall'Alpi abitavano in Italia, di dare loro somma di danari, e che fussono obligati congiugnere gli eserciti con loro, ed andare contro ai Romani: donde ne seguì che i Franciosi, presi i danari, non vollono dipoi pigliare l'armi per loro, dicendo avergli avuti, non per fare guerra con i loro nimici, ma perché si astenessino di predare il paese toscano. E così i popoli toscani, per l'avarizia e poca fede de' Franciosi, rimasono ad un tratto privi de' loro danari, e degli aiuti che gli speravono da quegli. Talché si vede, per questo esemplo de' Toscani antichi, e per quello de' Fiorentini, i Franciosi avere usati i medesimi termini; e per questo facilmente si può conietturare, quanto i principi si possono fidare di loro.
Niccolò Machiavelli
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