Letteratura
Tratto da wikipedia : la letteratura è la forma d'espressione umana che ha come mezzo il linguaggio verbale e come risultato un testo.
Strettamente legata alle facoltà intellettuali e simboliche della mente umana, ha come finalità le più disparate: la comunicazione, l'informazione, l'arte, l'istruzione, la memoria, l'intrattenimento. Per estensione la letteratura è anche l'insieme dei componimenti verbali.
Il componimento verbale può essere sia orale che scritto.
Benché oggigiorno si tenda a considerare letteratura solo l'insieme dei componimenti verbali scritti, numerose culture hanno avuto ed hanno tuttora una ricca letteratura orale la cui conservazione e trasmissione è stata affidata a figure istituzionali. Ad esempio gli amusnaw della letteratura berbera della Cabilia, gli aedi e i rapsodi dell'Antica Grecia, o i druidi della letteratura celtica. La letteratura, secondo i formalisti trasforma e intensifica il linguaggio quotidiano, sia nella struttura, sia nel ritmo, sia nel significato. Nel XVIII secolo in Inghilterra solamente la scrittura che incarnasse i valori e i gusti di una particolare classe sociale veniva reputata letteratura.
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La Poesia o Lirica Siciliana
All’inizio del XIII sec, la crociata indetta da papa Innocenzo III contro gli Albigesi (o Catari di Albi) in Provenza e le violenze che questa comportò, determinarono la decadenza delle corti feudali della Francia merdionale (dove si era sviluppata la lirica provenzale). A causa di ciò, i poeti trovatori abbandonarono la Francia meridionale e trovarono accoglienza in diverse parti d’Europa, soprattutto in Germania, nella penisola iberica e nell’Italia nord orientale.
Proprio nell’Italia nord orientale, dietro il loro modello, si sviluppò un tipo di produzione lirica che recuperava i temi convenzionali, i procedimenti stilistici e la lingua d’oc della produzione lirica provenzale (Sardello da Goito).
Alla corte di Federico II (Sicilia) dal 1230 al 1250, circa, si sviluppò, la prima produzione letteraria in volgare in Italia ad opera di poeti di varia provenienza che erano i funzionari di corte di Federico II: burocrati, amministratori, che quindi non erano professionisti, ma dilettanti colti, esperti di diritto e di retorica che si dedicano alla poesia come evasione, elegante esercizio intellettualistico.
Federico II promosse all’interno della propria corte qualsiasi stimolo culturale valorizzando anche la tradizione culturale araba soprattutto in ambito medico, filosofico e matematico. Inoltre tentò di determinare un forte accentramento del potere politico attraverso un capillare apparato burocratico e cercò di affermare la propria egemonia in Italia (anche se non vi riuscì) entrando in conflitto con la chiesa e di rivendicare la legittimità del potere laico autonomo da quello pontificio. Anche la scelta di promuovere un tipo di produzione laica (quella provenzale) si può ricondurre ad un desiderio di autonomia dalla chiesa.
Nella sua corte fiorì un tipo di produzione poetica che aveva come modello la lirica provenzale ed è probabile (non è sicuro, è un’ipotesi) che il contatto tra Federico II e la lirica trobadorica sia avvenuto nell’Italia nord–orientale (in Veneto) alla corte di Ezzelino da Romano che divenne signore di Verona grazie all’aiuto di Federico II.
Il contesto socio - politico in cui si sviluppò la lirica siciliana era diverso rispetto a quello della lirica provenzale, poiché il potere in Sicilia era accentrato, mentre in Francia il potere era fortemente decentrato. Inoltre in Francia i poeti erano vassalli dei signori, mentre in Italia erano funzionari del re.
Nonostante queste differenze, i temi erano gli stessi, o meglio, venne considerata solo la tematica amorosa, affrontata secondo le stesse modalità della lirica provenzale (culto della donna, idealizzazione della bellezza della donna, la nobilitazione interiore provocata dall’amore fino). Ma i temi non erano più affrontati in modo realistico, ma astratto, stilizzato (poiché non corrispondevano più a situazioni concrete, in quanto i funzionari non avevano tempo per l’amor fino). Inoltre, le poesie erano destinate alla lettura, quindi sono prive di accompagnamento musicale.
La lingua era un volgare di tipo illustre, aulico, raffinato che comportava l’eliminazione di tutte le espressioni correnti, basse e colloquiali. Era un volgare regolare nella sintassi, ricco di latinismi e provenzalismi. Era una produzione destinata a un pubblico ristretto, d’élite, quello gravitante intorno alla corte di Federico II.
Questa lirica aveva esclusivamente fini d’arte, nessun fine didascalico - religioso, politico o pedagogico.
Uno dei maggiori poeti siciliani fu Giacomo da Lentini (o Jacopo), notaio alla corte di Federico II a cui si attribuisce l’invenzione del sonetto, forma metrica costituita da 14 endecasillabi articolati in due quartine denominate nell’insieme ottava e in due terzine denominate nell’insieme sestina.
Nella produzione siciliana lo schema metrico delle due quartine era a rime alternate (ABAB ABAB), delle due terzine a rime replicate (CDE CDE) o rime alterne – alternate (CDC CDC) o rime incatenate (CDC DCD).
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Francesco Petrarca
In Petrarca possiamo riscontrare uno stretto rapporto tra la sua vita e le sue opere, che, nell’insieme possono essere considerate come un’autobiografia morale ed intellettuale dell'autore.
Due elementi soprattutto emergono: la contraddizione, il disagio interiore e poi l’accidia (debolezza di volontà, mutevolezza, volubilità intellettuale) che lo porta a non perseguire con le necessarie energie gli obiettivi che si prefigge.
La vita di Petrarca
Petrarca nasce ad Arezzo nel 1304, figlio di un notaio, esule fiorentino: per questo Petrarca si sentirà sempre più fiorentino che aretino.
Nel 1312 la famiglia si trasferisce ad Avignone, dove il padre ha una mansione all’interno della corte papale. La famiglia abiterà in un paesino poco distante dalla città.
Costretto dal padre, frequenta gli studi di diritto (a Montpelier e a Bologna) ma non sono gli studi adatti a lui perché, anche se ha grande rispetto per le leggi ed il diritto, ritiene che esse vengano applicate ed utilizzate ingiustamente.
Quando nel 1326 il padre muore interrompe gli studi perché non si sente portato ed inizia lo studio della letteratura e dei classici antichi: Cicerone, Virgilio, Orazio, Tito Livio.
Nel 1327 vede per la prima volta in chiesa Laura, nome fittizio dietro cui si cela una donna sposata che egli celebrerà nelle proprie opere.
Nel 1330 intraprende la carriera ecclesiastica, per potersi mantenere.
Nel 1337 si ritira, comprando una proprietà terriera in Provenza, in cui si rifugia dalla mondanità e si dedica all’ozium: lo studio, la riflessione, la meditazione, lo scrivere, ovvero l’attività intellettuale.
Contemporaneamente è attratto però anche dal successo e dalla gloria, presso i contemporanei e tra i posteri, sì da perciò da fare e nel 1341 riesce a farsi incoronare “poeta” a Roma.
Dal 1334 al 1347 Petrarca ha il suo periodo più prolifico.
Nel 1337 compone il “Canzoniere” (una raccolta di liriche in volgare), numerose liriche in latino, da cui si spetta la gloria, che però lascia incompiute.
Nel 1349 c’è il periodo di crisi: scoppia la peste e muoiono persone assai care al poeta, tra cui Laura e il cardinale Giovanni Colonna, alle cui dipendenze Petrarca era stato. Inizia così un periodo di riflessione, da cui scaturisce la necessità di creare qualcosa di duraturo nel tempo. Per questo intensifica l’attività letteraria e compone un'opera in latino.
Il “Secretum”
Compone così il “Secretum” (opera della fine degli anni ’40), in cui finge un colloquio tra S.Agostino (punto di riferimento più importante dal punto di vista spirituale), che rappresenta l’anima più spirituale ed attenta alla fede di Petrarca, con Francesco, che invece incarna l’anima più interessata al godimento terreno, alla fama, alla materialità terrena. Il dialogo si svolge in tre giorni (uno per libro) e avviene in presenza di una donna bellissima ma silenziosa, allegoria della verità.
Agostino nel dialogo sottolinea come Francesco sappia bene quale sia la via verso il bene, ma nota anche che la sua vita sia caratterizzata anche da un peccato, una colpa, che non riesce ad eliminare: l’accidia, che lo porta ad una perenne inquietudine. Inoltre altre due colpe colpiscono Francesco: l’attrazione sensuale per Laura e la ricerca del successo, l’attrazione per la gloria mondana e terrena. Francesco, anche se d’accordo con Agostino, non riesce però a cambiare, a “convertirsi”.
Nel 1353 lascia la Francia, e va a Milano, fino al 1361, alla corte dei Visconti: per questo verrà rimproverato dai fiorentini, perché considerano i Visconti dei tiranni. Petrarca è così impegnato in azioni diplomatiche in tutta Europa.
Nel 1361 gli muore però un figlio. Questo porta il poeta in una nuova fase di crisi, di riflessione, e sente addosso la stanchezza di una vita così condotta. Nel 1370 si ritira ad Arquè, sui colli Euganei, vicino a Padova, con la seconda figlia avuta, dove morirà nel 1374.
Petrarca rappresenta per la sue epoca una nuova figura di intellettuale:
- non è più strettamente legato ad un città sola, è un intellettuale cosmopolita, che si muove di città in città, senza essere legato a nessuna di esse, anche questo testimonia la sua inquietudine interiore
- l’essere chierico gli consente di essere autonomo
- è un cortigiano: frequentando le corti fornisce lustro e prestigio, e da cui ne trae fama, senza però esserne dipendente
- importanza della letteratura: la letteratura viene riconosciuta nelle corti, ed è per Petrarca la più alta espressione dell’animo umano, come in nessun’altra espressione è data. La letteratura è anche strumento di espressione civile, politica, morale ed intellettuale.
- consapevolezza dell’eccellenza, del valore del letterato, punto di riferimento per la comunità da cui deve attingere valori
- recupero del mondo classico, avvertita la distanza tra il proprio mondo e quello antico, tenta di ricostruire quello classico: approccio filologico ai testi che studia (tentativo di ricostruire l’opera originale il più fedelmente possibile) e capire il significato originale che le opere avevano quando furono prodotte.
Un'altra ambivalenza che si riscontra in Petrarca, è quella linguistica, costituita dall'uso sia del latino sia del volgare.
Petrarca considerava il latino quello dotato di maggior dignità letteraria, e che gli avrebbe garantito l'immortalità letteraria e la fama perpetua, e riteneva il volgare lingua non ancora abbastanza degna per essere usata a livello letterario.
Quello da lui utilizzato era un latino modellato sugli esempi della classicità, depurato dalle corruzioni volgari, diverso da quello utilizzato nel medioevo.
Proprio per questa ragione gran parte delle sue opere sono redatte in latino
In pratica le sue opere in volgare sono solamente due:
_ i "Trionfi", un poema allegorico redatto nei suoi ultimi anni di vita e lasciato incompiuto;
_ il cosiddetto "Canzoniere", da lui chiamato "Rerum vulgarium fragmenta", cioè "Frammenti di cose volgari", oppure "Rime sparse", dal nome del primo sonetto che compare nell'opera.
Il nome "Rime sparse" deriva dal fatto che lui considerava le cose qui contenute delle bazzecole, delle cose da nulla, nugae, recuperando un attestazione di modestia appartenente all'antichità (Catullo, Orazio).
Petrarca svalutava i componimenti contenuti in questa opera, e infatti nel ritratto ideale di sé che fornisce in una lettera in latino indirizzata "Alla posteriorità", in cui evoca le sue varie opere, il Canzoniere non è citato.
Di fatto però si dedica ad esso per quasi quarant'anni, attraverso un continuo lavoro di selezione, riorganizzazione, sistemazione e modificazione dei singoli componimenti (soluzioni formali).
Infatti oggi si conoscono una decina di versioni del Canzoniere, e dell'ultima se ne possiede un testo autografo.
E' composto da 366 componimenti, suddivisi in VITA e MORTE di Laura, e di cui una gran parte sono sonetti.
Se si esclude il primo componimento, che funge da proemio (introduzione), ne abbiamo 365, come i giorni dell'anno.
Ciò rappresenta l'intenzione di Petrarca di offrire una compiuta autobiografia spirituale e interiore.
Ogni componimento ha una sua autonomia ma devono anche essere letti nell'insieme, nel loro susseguirsi, che delinea la storia interiore del poeta che da una fase di traviamento giovanile (amore per Laura) tenta col tempo di affrancarsi dalla tirannia di questa passione dominante, per raggiungere uno stato di quiete, pace e tranquillità, che crede di poter raggiungere rivolgendosi a Dio.
L'ultima canzone è dedicata alla Vergine, e Petrarca si propone di abbandonare definitivamente la lode di Laura, ormai assunta in cielo, e di volgersi definitivamente a Dio.
A differenza di ciò che avviene in Dante, si capisce che la "conversione" non è compiuta, infatti Petrarca è ancora proiettato nel passato e non riesce a rassegnarsi ad abbandonare i beni e i piaceri materiali.
Il poeta in realtà non riesce in questa sua conversione perché non vuole, in quanto vorrebbe che ciò che è terreno avesse la stessa stabilità di ciò che è divino.
Petrarca è dominato da una passione che ingenera sia gioia sia sofferenza, e si viene perciò a creare uno spontaneo contrasto tra passione terrena, amorosa e passione divina.
Il processo di purificazione che il poeta si sente di dover compiere non si compie.
Laura ha caratteristiche più concrete della donna stilnovista, ma viene delineata in termini abbastanza generici, e assume la valenza simbolica sia dell'amore sia di tutto ciò che di terreno vi è di più allettante e attraente (ad esempio la gloria).
Il protagonista incontrastato di quest'opera non è l'amore di Petrarca per Laura, ma le ripercussioni che l'amore ha sulla sua anima, che è perennemente caratterizzata da un profondo travaglio interiore.
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Giovanni Boccaccio: Decameron
Articolo realizzato da Alan Wachs
La vita e l'esperienza letteraria
Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 da una relazione illegittima del padre, facoltoso uomo d’affari, con una donna di cui non si hanno notizie. Incertezze sussistono per il luogo (Certaldo o Firenze).
Nel 1327 si trasferisce con il padre, agente della Banca dei Bardi e consigliere del re, a Napoli e inizia il suo apprendistato bancario.
1327- 40, Periodo Napoletano (in questi anni Napoli è una vera oasi di pace). Il tempo trascorso nella città partenopea è fondamentale per la sua formazione umana e intellettuale: esperienze mondane e frequentazione della corte (mondo aristocratico francese e italiano), alla quale è ammesso con i titoli di Consigliere e Ciambellano del re Roberto d’Angiò; appassionati studi letterari come autodidatta e conoscenza della produzione romanzesca francese.
1340-41, in seguito al fallimento della Banca dei Bardi, è costretto a tornare a Firenze. La sua vita non è più gioiosa, ma mesta, triste e aggravata dalla precaria situazione finanziaria. Si intensifica negli anni seguenti la sua attività letteraria: la Commedia delle Ninfe (1342), l’Elegia di madonna Fiammetta (1343-44). A Firenze non riesce a trovare una sistemazione soddisfacente e pertanto si reca presso varie corti.
Nel 1348, è a Firenze, dove scoppia intanto la peste, durante la quale perde il padre.
1349-50, nasce Violante, la terza dei suoi figlia illegittimi.
1349-51, composizione del Decameron. La fama letteraria conquistata gli procura incarichi e missioni ufficiali.
1351, per qualche settimana è ospitato ad Arquà da Petrarca (1304 - 1374), col quale era già da tempo in corrispondenza (Boccaccio era un grande ammiratore di Petrarca), e nasce una buona amicizia.
1359, Fa istituire presso lo Studio di Firenze una cattedra di greco (Boccaccio è uno tra i primi in Europa occidentale che accosta allo studio del latino anche quello del greco). A Milano rivede Petrarca.
1362-63, si reca a Napoli dove gli era stata promessa una onorevole incombenza, ma tutto si risolve in un fallimento e ritorna a Certaldo. Continuano intanto i rapporti con Petrarca, si incontrano nuovamente nel 1363 a Venezia, e l’attività letteraria. Fino agli ultimi anni di vita il Boccaccio, malgrado la salute malferma e la povertà, continuò la sua attività culturale che fece di lui uno dei maestri dell’imminente movimento umanistico.
A differenza di Petrarca, Boccaccio tenne vivo anche l’interesse per la poesia romanza, diffondendo il culto di Dante, cui dedicò un’opera commossa, il “Trattatello in laude di Dante”.
Nell’ottobre 1373 fu incaricato dal comune di Firenze di commentare pubblicamente, nella chiesa di Santo Stefano di Badia la Commedia di Dante. Dopo pochi mesi interrompe le sue letture a causa delle condizioni ormai troppo precarie della sua salute. Si ritirò così a nella casa di Certaldo, dove morì nel 1375.
Il mondo dei mercanti
Il mondo di Dante è finito, ora, nell'Italia centro settentrionale la classe dominane è costituita dai mercanti, i quali, nel loro spostarsi da un luogo all'altro, portano con se i propri racconti tradizionali. Siamo nel periodo storico in cui nascono le banche, dove si prestano soldi per interesse: è il mondo dei mercanti.
Questo mondo ha una sua etica, ma anche un preciso scopo: quello di fare soldi. È uno scopo concreto che mette in primo piano i profitti; ma non sempre gli affari vanno bene. In agguato, pronti a colpire i mercanti, ci sono molti pericoli. Fra questi, i maggiori sono: i pericoli naturali (tempeste, naufragi,…) e i nemici (briganti, pirati, la concorrenza, le alternanze degli affari,…). Quindi, un mercante se vuole essere vincente deve avere dalla sua almeno l'intelligenza e la fortuna.
Il Boccaccio ha una conoscenza diretta di questo mondo, essendo lui figlio di un mercante.
Il Decameron
Il titolo, derivato dal greco, significa 10 giornate: Rimanda ad opere come l’”Hexameron” di S. Ambrogio riferito ai 6 giorni biblici della creazione della creazione. Sembra voler proporre, nell’arco di 10 giorni, il tempo della ricreazione, della ricostruzione.
Nel Decameron vi è la rappresentazione esemplare, ma realistica dell’uomo che agisce all’interno di una ben precisa società (quella Europea che, partendo dall’assetto imperiale e feudale, assume un nuovo volto e una nuova vita nella civiltà dei comuni e delle nuove organizzazioni regionali, ad opera dell’azione potente della borghesia e della sua capacità organizzativa imprenditoriale). Quest’uomo agisce secondo idee di forza della cultura dominante (FORTUNA, AMORE, INTELLIGENZA).
Quest’opera è stata definita una commedia umana, da cogliere quindi come un viaggio con cui l’uomo, partendo dalla sconvolgente e terribile pestilenza del 1348 (situazione negativa iniziale) giunge ad una nuova ipotesi di convivenza civile.
Ad una morte etica e sociale si contrappone la voglia di ricreare e ricrearsi, affidata alla “allegra brigata”.
I modelli di riferimento
I modelli a cui fa riferimento il Boccaccio sono divisibili in tre gruppi:
- primo gruppo: i racconti trasmessi dai mercanti (orali);
- secondo gruppo: exempla dei predicatori (orali). Spesso si trattava di racconti con funzione didattico-illustrativa-educativa, racconti fantastici (esempio: I Promessi Sposi: storia sulla donazione delle noci).
- terzo gruppo: letteratura romanza, in questo periodo quasi esclusivamente in francese (es: romanzi cortesi: Re Artù, Tristano e Isotta, …) e antica a carattere narrativo (romanzi antichi in latino tipo l'Asino d'oro di Apuleio, contenente il racconto di Amore e Psiche).
Struttura dell’opera
Nel proemio del Decameron, Boccaccio indica nelle donne il pubblico a cui le sue novelle sono preferenzialmente destinate. Questo potrebbe sembrare una professione di umiltà verso le donne, viste le condizioni di inferiorità culturali in cui erano di norma tenute nella società comunale. Il rivolgersi alle donne non va però inteso alla lettera: è metafora che serve al Boccaccio per alludere ad un nuovo tipo di lettore, il lettore-consumatore di novelle. La novella era il nuovo genere letterario, di cui Boccaccio stava inventando e fissando gli schemi. Le donne sono dunque un pubblico più ampio, ma nel contempo più ”alto” per la sua sensibilità. L’autore assume dunque in questo proemio una posizione caratterizzata da due atteggiamenti:
- si indirizza alle donne;
- indica nella sofferenza d’amore e nel bisogno di conforto un terreno di esperienza comune a se stesso e alle lettrici.
I temi ricorrenti
Di fronte all’ideale idilliaco della cornice, a quel pacato e sereno conversare, si accampa spesso nelle novelle il mondo vasto e tumultuoso della vita reale, con i suoi contrasti e la molteplicità di casi e di avventure. Boccaccio guarda l’uomo, lo coglie nella realtà del suo vivere terreno, con i conflitti di istinti e passioni, con la sua intelligenza e capacità di dominio su se stesso e sulle cose (l'ingegno), con le sue colpe, le sue debolezze e la sua virtù, la sua appassionata ricerca del successo e della felicità (i sentimenti).
Il Decameron è la leggenda di ognuno perché presenta un vasto panorama dell’umanità; ma nonostante questa sua straordinaria varietà, mantiene un’unità strutturale (proprio per questa unità Boccaccio è considerato un autore medievale).
I complessi problemi morali, religiosi, che ritroviamo in Dante o nella tormentata introspezione petrarchesca, appaiono lontani dall’interesse del narratore. Non che Boccaccio le avversi; li lascia semplicemente in disparte; il suo atteggiamento è di colui che osserva con lucida intelligenza e con intima partecipazione i modi dell’agire umano. A volte il tono si fa commosso , quando lo scrittore vagheggia un ideale di nobili virtù cavalleresche, a volte ironico e maliziosamente divertito, quando osserva i vizi umani e la bassa commedia della vita (non poche novelle presentano situazioni teatrali): gli amori facili e volgari, le beffe degli intelligenti ai danni dei meno furbi, i religiosi che, come gli altri, cedono a cattivi istinti o ingannano la credulità delle folle ignoranti.
Dalle novelle potrebbe quindi nascere l’immagine erronea di uno scrittore ironico e cinico, irreligioso e amorale, che si compiace soprattutto di una comicità volgare; ma egli descrive con analisi attenta, con una conoscenza psicologica approfondita.
Nel Decameron il tema dominante è la fortuna in senso latino (cioè sia in senso positivo che in senso negativo) che guida i destini umani: “ Tutte le cose che noi chiamiamo nostre, sono decise da fattori che agiscono in modo sconosciuto all’uomo” (Pampinea giornata seconda novella 3°).
Per questo il mondo del Decameron è un mondo a continuo rischio dove anche i valori più saldi vengono messi in pericolo e completamente affidati al caso, alla fortuna; ciò che resta da fare agli uomini è solo tentare di modificare a posteriori le cose. Tre sono le forze a loro disposizione: l’amore che trattato sotto tutti i suoi aspetti è al centro dell’esperienza vitale descritta nel Decameron (il 70% delle novelle ha tema erotico).Misurandosi con questa grande forza che sembra reggere il mondo (insieme alla fortuna), l’uomo può rivelare la sua virtù. Boccaccio ammira ed esalta soprattutto l’ingegno, la capacità di comprendere gli uomini, il mondo e se stessi, e di dare conseguentemente al proprio agire un carattere di piena efficienza e nel contempo un’impronta di compostezza e dignità, espressione di intima armonia fra spirito e natura, intelletto e sensi. Le figure sulle quali si abbatte, a volte pesantemente, l’ironia maliziosa dell’autore sono quelle di coloro che non sanno attuare in se questo decoroso equilibrio.
L'introduzione
L’introduzione è costruita su una grande opposizione; l’opposizione VITA-MORTE. Ci sono persone che cercano di sfuggire alla morte vivendo agli eccessi, cercando di soddisfare tutte le loro voglie, c’è chi invece vive moderatamente... ma in tutti e due i casi si cerca di sfuggire alla morte.
Questa opposizione VITA-MORTE vuole mostrarci come la gente avesse paura della morte e come fosse impotente di fronte ad un evento come quello della peste; lo sconvolgimento che la morte porta nella vita delle persone.
Nell’introduzione si descrive la peste; la quale viene vista come un fenomeno naturale che sconvolge la vita sociale soprattutto nei rapporti interpersonali fra gli uomini. La peste (un evento esterno) mette in crisi le regole sociali: le persone ancora “sane” cercavano di evitare qualsiasi genere di contatto con le persone contagiate; l’unione della famiglia era caduta, non vi era più aiuto e sostegno nemmeno tra i famigliari; la proprietà privata diventa proprietà comune; nelle città regna il caos, gli esiliati ritornano in città compiendo atti di violenza visto che oramai le autorità non esistevano più, perdita di fiducia nelle autorità,... .
L’introduzione si allunga poi nella CORNICE, dove per sfuggire al contagio e lasciare una collettività allo sbando, sette giovani donne tra i 18 e i 28 anni, si ritrovano nella chiesa di S. Maria Novella. Queste giovani donne sono unite fra di loro da un legame di parentela o amicizia, sono nobili, si può pensare che siano ragazze di chiesa, visto il luogo del loro ritrovo.
Pampinea è la più vecchia e la più decisa, cerca di convincere le sue compagne ad abbandonare la città e fuggire in campagna per ritrovare quelle regole di vita che in città non esistono più a causa della peste. Vogliono vivere in un luogo dove regna la gioia e l’allegria, in un luogo dove al vita e la natura danno sollievo. Questa decisione sarebbe una decisione provvisoria, affinché la situazione in città non sarebbe migliorata. Al gruppo delle 7 ragazze si aggiungono 3 ragazzi uniti anche loro da un legame di parentela. I 10 ragazzi abbandonano così Firenze e si ritrovano in una villa sulle colline circostanti per ricreare una vita più degna.
Il loro soggiorno durerà 2 settimane, nelle quali trascorreranno le giornate fra canti, danze, conversazioni e racconti. Il venerdì e il sabato sono giorni dedicati alle pratiche religiose e alla cura del corpo. Nei 10 giorni restanti ciascuno di loro racconterà una novella (100 in tutto) secondo un tema proposto da un “re” o una “regina” eletti quotidianamente. La prima e la nona giornata sono a tema libero. Uno dei 3 giovani, Dioneo (libertino spregiudicato) è libero sempre di raccontare ciò che vuole.
L’invenzione della cornice ha uno scopo preciso, in essa Boccaccio ha espresso, raccogliendo come in un vasto arazzo quell’ideale che si rifrange nelle trame dei suoi racconti e il suo atteggiamento serenamente contemplativo nei confronti dello spettacolo multiforme della vita.
La cornice è considerata una macro-novella, la centunesima, serve per dare unità (tenere assieme) alle 100 novelle. Permette l’intervento dell’autore che spiega i motivi del suo raccontare (proemio) e si difende dalle critiche che gli vengono mosse.
Rapporto fra giornata, tema narrativo e re o regina
Giornata prima: tema libero sotto il reggimento di Pampinea.
Giornata seconda: «chi da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine». LA regina è Filomena, nome poetico di una donna amata da Boccaccio.
Giornata terza: «Chi alcuna cosa da lui desiderata [con ingegno e intraprendenza] acquistasse o la perduta [cosa] ricoverasse [recuperasse]». Neifile è la regina, e rappresenta l'amata inesperta che richiama la donna stilnovista.
Giornata quarta: le vicende di «coloro li cui amori ebbero infelice fine». Il re è Filostrato (etimologicamente: l'amante della guerra, il malinconico).
Giornata quinta: «ciò che ad alcuno amantte, dopo alcuni fieri e sventurati accidenti, felicemente avvenisse». Fiammetta, donna poetica di Boccaccio.
Giornata sesta: «chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse [riuscì a trarsi d'impiccio], o con con pronta risposta o con avvedimento [accorgimento] fuggì perdita o pericolo o scorno [beffa]» Elissa (amara), soprannome dato a Didone.
Giornata settima: «beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a' loro mariti, senza esserne avveduti [accorti] o no». Dioneo (che discende da Venere) è il re gaudente, che gode la vita e si da al piacere dell'amore.
Giornata ottava: «quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo o uomo a donna o l'uno all'altro si fanno». Lauretta (Laura del Petrarca).
Giornata nona: «si ragiona ciascuno secondo che cli piace e di quello che più gli aggrada». Emilia, donna conscia della sua bellezza.
Giornata decima: « chi liberamente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a' fatti d'amore o d'altra cosa» . Il re è Panfilo (l'amante del dio Pan, il dio dei boschi) ed è il più qualificato e il più intelligente: forse è l'alter ego del Boccaccio.
Le novelle analizzate
Landolfo Rufolo Dec.II°, 4 ( appunti).
Lisabetta da Messina Dec.IV°, 5. (Paz. 555)
Nastagio degli Onesti Dec.V°, 8. (Paz. 567)
Cisti il fornaio Dec.VI°, 2. (Paz. 582)
Landolfo Rufolo, Dec. II, 4 ( appunti).
"Landolfo Rufolo, impoverito, divien corsale e da' Genovesi preso, rompe in mare, e sopra una cassetta, di gioie carissime piena, scampa, e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si torna a casa sua."
Il primo paragrafo contiene la prolessi che indica l'esito finale della novella, sottolineando che l'interesse è incentrato sullo svolgimento dei fatti e non su come la novella finisce.
Il secondo paragrafo inserisce la novella in un preciso contesto geografico partendo dal generale fino al particolare (tecnica usata poi dal Manzoni in apertura ai Promessi Sposi). Più presente è l'uso dei superlativi.
Il primo episodio che si crea, dopo l'acquisto di una grande barca (l. 23 grandissimo legno),è sfavorevole, Landolfo deve svendere la merce ad un costo bassissimo. La reazione è razionale, vende la barca grande e ne compera una più piccola, la arma e diventa un pirata.
È il primo risvolto positivo della novella, dopo un anno L. ha raddoppiato i suoi averi. La saggezza (l. 40-44) del mercante intelligente, qualità presente nel protagonista, gli fa prendere la decisione di smettere avendo ora guadagnato abbastanza. Ma la sfortuna è in agguato e l'avvertimento arriva alla linea 48 dove il "grossissimo mare" si contrappone al "picciol legno" (l. 49).
Il secondo episodio inizia con l'arrivo di un forte vento che obbliga L. a rifugiarsi in una baia, ma due cocche di genovesi (navi da trasporto, notare che non viene più fatta distinzione fra i pirati e i mercanti), anche'esse rifugiatesi nella baia, lo derubano (l. 60-61 picciol, piccola, picciolo) e gli affondano la nave. Landolfo viene caricato su una delle due barche. La tempesta cessa, e le barche di genovesi ripartono, ma una nuova ondata di mal tempo e il mare in agitato (l. 66 il mare è personificato) separa le due imbarcazioni. Quella su cui si trova L. si arena e finisce distrutta, nel buio della notte L. riesce ad afferrare una tavola. Il mattino seguente, con il far del giorno L. si accorge che una cassa, a causa della corrente, gli stava venendo addosso; egli, appena poteva, la spingeva lontano. Ma un improvviso colpo di vento gett• la cassa addosso alla trave sbilanciando Landolfo che cadde in acqua. Ormai la corrente aveva allontanato troppo la trave quindi L. decide di aggrapparsi alla cassa. Le correnti lo portano al sicuro sulla terra ferma.
La fortuna premia Landolfo, la cassa è piena di gioielli. Landolfo, grazie a questa serie di esperienze ha imparato a essere più attento.
Figure retoriche:
Il termine "legno" è usato al posto di barca ed è una sineddoche, c'e chiasmo alla liea 73 "oscurissima notte fosse e il mare grossissimo e gonfiato".
Osservazioni
Quando Landolfo cade in disgrazia, il suo nome viene preceduto da aggettivi come misero, povero, & (l. 68, "misero e povero Landolfo").
Il narratore non prende posizione e si astiene da ogni giudizio morale nei confronti di L., si limita a narrare la vicenda (cronaca); sono la provvidenza, la fortuna e Dio che entrano in gioco e fanno cambiare gli eventi nella novella; comunque la principale forza d'azione è la fortuna.
L'andamento della novella è altalenante fra situazioni di pericolo (crisi) e miglioramenti, ma l'andamento risultante è segnato dal peggioramento della situazione in cui si trova Landolfo (vedi punti 1…3), infatti egli spera che la morte lo colga presto.
1) Congiuntura economica (crisi economica)
2) Tempesta e genovesi
3) Tempesta e naufragio
Alla fine c'è un rovesciamento e sembra essere comunque il premio che la Fortuna assegna a chi non si è lasciato vincere dalla sventura.
La novella si svolge per la gran parte in mare, lo stesso mare, come visto, è attivo, personificato.
Il Personaggio
Landolfo Rufolo
All'inizio Landolfo vuole diventare ricchissimo, questo lo porta al primo insuccesso, ma egli fa tesoro dell'esperienza, ma la fortuna prima lo punisce nuovamente, poi lo premia proprio quando L. ha finito di sperare. Il messaggio di fondo sembra essere "chi troppo vuole nulla stringe".
Il racconto non è comunque definibile di iniziazione, infatti L. all'inizio della novella non è uno
sprovveduto alle prime armi, bensì è già "capace" e sa intervenire prontamente alle situazioni che si creano, perfettamente allineato con il tema della seconda giornata.
Il tema della seconda giornata
L'andamento generale delle novelle della seconda giornata è incentrato sugli ambienti mercantili, sulle vicende amorose e sull'aristocrazia. Lo svolgimento di queste novelle non è mai lineare, bensì presenta alti e bassi, il risultato finale però conferma la formula «chi da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine»: quindi la situazione iniziale A si presenta qualitativamente inferiore a B.
Lisabetta da Messina, Dec. IV, 5. (Paz. 555)
"I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso."
Parafrasi
Prima sequenza
Lisabetta s'innamora di Lorenzo, il garzone dei fratelli.
Vengono sorpresi, ma il fatto non viene reso noto per non compromettere gli affari. Lorenzo però viene ucciso dai fratelli grazie a un tranello (prima punizione).
Disperazione e vana attesa di Lisabetta (da l. 42 a l. 52).
Seconda sequenza
Una notte Lorenzo appare in sogno a Lisabetta e le racconta quanto è successo (chi, che cosa, dove).
Lisabetta si reca sul luogo del delitto, scava e trova il corpo di Lorenzo ne stacca la testa e la porta a casa. Poi nasconde la testa in un vaso e vi semina del basilico che innaffia continuamente con le lacrime (l. 89); (rimozione parziale della mancanza, necrofilia). Il basilico ha sicuramente un valore simbolico, anche Verga ne I Malavoglia accenna ad una donna con il basilico, e ripropone un rituale magico).
Terza sequenza
I vicini vedono lo strano comportamento di Lisabetta (vaso e pianto) e ne parlano ai fratelli i quali le tolgono al pianta. Incuriositi, i fratelli rovesciano il vaso e trovano i resti corrotti della testa di Lorenzo. Impauriti dalla possibile pubblicità negativa data dal fatto, sotterrano la testa e scappano da Messina per Napoli.
Quarta sequenza
Lisabetta muore di dolore. (ultimo danneggiamento e punizione).
Osservazioni
Chi agisce nelle sequenze sono: nella prima e nella terza i fratelli, nella seconda e nella quarta Lisabetta. Quindi i veri attori sono Lisabetta e i fratelli, mentre Lorenzo è un personaggio secondario.
Le novelle della quarta giornata partono da un divieto/ostacolo esplicitato o implicito, in questo caso Lisabetta non deve più vedere Lorenzo perché egli appartiene ad un ceto sociale più basso; questa è una caratterista tipica del mondo dei mercanti: le "ragioni di mercatura" richiedevano prezzi umani troppo elevati, l'amore e la passione non rientravano nel contesto della vita dei mercanti. È da ritenere il fatto che promessa e divieto sono le due facce della stessa medaglia. La sorella fa parte degli affari ereditati, quindi i fratelli anche con lei vogliono fare un buon affare.
Un tema tipico è quello del sogno rivelatore, la credenza era che i sogni fatti al mattino erano veri e che il sogno fosse un mezzo di comunicazione fra Dio e l'uomo.
C'è trasferimento di bellezza fra Lisabetta e il basilico, mentre lei si sciupa, distrutta dal dolore, il basilico cresce forte e rigoglioso.
L'elemento dell'amore come forza che non rispetta le regole sociali e che va oltre la morte è sostenuto dal Boccaccio in quanto per lui è un sentimento carico di una forza invincibile che domina insieme i sensi e l'anima, che sa ugualmente essere pienezza gioiosa di vita e passione di morte.
Elementi descrittivi dei personaggi
- I tre fratelli sono giovani e ricchi e gestiscono un'azienda ereditata dal padre,Lisabetta è giovane, assai bella e costumata, già in età di marito.
- Lorenzo è bello (leggiadro), giovane e costumato, intelligente, viene da Pisa.
Lisabetta e Lorenzo sono descritti nello stesso modo creando un'anticipazione del loro amore che fra i due nasce grazie allo sguardo e viene consumato in segreto. Due punti, questi, che richiamano lo stile dell'amor cortese.
Il narratore è sarcastico con i tre fratelli.
Elementi spaziali e temporali (non narrativi)
Lo sfondo della novella è il paesaggio di Messina, Sicilia; l'ambiente è quello mercantile, San Giminiano ha una grande tradizione mercantile; l'arte è quella della lavorazione della lana. I dati topografici sono molto
precisi. L'intorno è da intendersi come luogo dove vivono i vicini. C'è una divisione chiara fra un
dentro e un fuori:
Dentro |
Fuori |
I pensieri di Lisabetta |
|
Il dolore di Lisabetta |
Dove andranno i fratelli |
La città, la casa, il magazzino |
Dove è sepolto Lorenzo |
La notte della scoperta della relazione segreta e quella del sogno di Lisabetta sono gli elementi temporali..
Azioni
I fratelli agiscono in modo premeditato e non d'impulso, hanno paura che la relazione fra la sorella ricca e il garzone di umile provenienza possa rovinare i loro affari, il tranello è calcolato ed è il mezzo per raggiungere lo scopo prefissato.
Alla freddezza dei fratelli si oppone la sensibilità e l'amore oltre ogni limite della sorella.
Forma
Poco discorso diretto e mancanza di discorso indiretto. Fra Lisabetta e i fratelli non c'è comunicazione, sono troppo diversi per poter avere comunicazione fra loro. I fratelli parlano poco e ciò che dicono è molto chiaro, sono abituati ad agire e chi agisce non parla molto.
È presente il linguaggio gestuale (es: segni, guasta bellezza, … ).
Connubio amore - morte
Amore tra Lisabetta e Lorenzo |
Azione dei fratelli È Uccisione di Lorenzo |
Lisabetta È dolore |
Azione dei fratelli È Sottrazione della testa |
Lisabetta È Dolore |
Morte di Lisabetta |
Situazione iniziale |
Sottrazione |
Mancanza quindi azione della protagonista |
Reazione degli antagonisti |
Nuova mancanza della protagonista |
Situazione finale |
Fra la situazione iniziale e quella finale si alternano l'azione dei fratelli alla mancanza di Lisabetta (cfr. 4.2).
Nastagio degli Onesti, Dec. V, 8. (Paz. 567)
"Nastagio degli Onesti, amando una de'Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato. Vassene, pregato da'suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani. Invita i parenti suoi e quella donna amata da lui ad un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranare; e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio."
Parafrasi
La generosità da risultati negativi quindi la situazione iniziale di Nastagio è negativa.
Interviene l'ingegno del protagonista per rimuovere la mancanza.
Situazione positiva come risultato dell'ingegno. |
Nastagio ama una donna che non ricambia il sentimento. Per conquistarla lui fa di tutto, spende anche un sacco di soldi, ma lei non cede; così lui prova un senso di frustrazione. Gli amici gli consigliano di lasciare la Ravenna per un po', così Nastagio si reca a Chiassi (sempre nei pressi di R.). Casualmente, nella pineta circostante la sua abitazione, N. assiste ad una visione. Gli nasce l'idea d'usare questa visione per risolvere il suo problema. Invita il parentado e la donna di cui è innamorato ad un banchetto nella pineta il giorno che si ripete la visione. Tutti assistono alla visione e provano paura. La visione e la paura aiutano a convincere la giovane a diventare la sposa di Nastagio. |
Situazione di mancanza per il protagonista. La generosità dell'amor cortese.
Intervento magico, interviene una forza (fortuna, caso ?).
Azione con tranello, con secondi fini, dell'eroe.
Effetto dell'azione. Rovesciamento e rimozione della mancanza. |
Tema della caccia infernale
La novella riprende un tema frequente nella letteratura religiosa ed edificante del Medioevo, quello della caccia infernale; degli amanti, cioè, peccaminosi che, condannati all'inferno, ritornano ogni giorno sulla terra per vivere una vicenda orrenda: la donna fugge senza posa e l'uomo l'insegue, ma per straziarla ogni volta che la raggiunge. E tale visione infernale appare agli uomini per mostrare gli orribili castighi dell'altro mondo.
Ma il Boccaccio ha invertito la situazione: il dannato è suicida per amore, e insegue e strazia la donna che fu verso di lui troppo crudele e che per questo è stata dannata. Il «significato» della visione è che la crudeltà femminile in amore è rigidamente punita dalla giustizia divina, come dice il prologo della novella; e la conclusione rende maliziosamente noto che dopo quella visione le donne di Ravenna divennero più arrendevoli ai desideri dei loro amanti.
Ma la bellezza della novella sta nella grandiosa e mirabile visione che appare a Nastagio, affranto da un amore infelice, nella solitaria pineta di Ravenna, quasi come una proiezione fantastica del suo intimo tormento. Nelle grandiose linee della fantomatica apparizione infernale, si leva umanissima e dolente la voce del cavaliere dannato, ad esprimere un'angoscia che consuona mirabilmente con quella di Nastagio. Reale e irreale si compongono in poetica armonia; le capacità evocative della prosa boccaccesca si rivelano intensissime.
La caccia infernale è un TOPOS medievale, la sua presenza nella novella non può non metterla in relazione con il canto 13 dell'inferno di Dante.
La visione
La scena è quella di un cavaliere che insegue una donna che scappa lanciando altissimi urli (guaii) perché morsa da due cani. Questa visione è un racconto secondo nel quale viene descritta la vita del cavaliere e della donna (un racconto nel racconto) ed è utilizzato per insegnare qualche cosa alla donna di Nastagio. Lo scopo della visione è didattico (EXEMPLUM: strumento usato a fine didattico).
In questo caso l'exemplum non insegna a non peccare, come solitamente era usato, bensì dice che peccato è non concedersi all'amore. Da questa osservazione se ne può dedurre che questa novella è una parodia dell'exemplum ("Ser Ciappelletto" è una parodia della confessione).
La forte corrispondenza fra il racconto primo e il racconto secondo è un monito a Nastagio: se lui non trova una soluzione, è molto probabile che seguirà la strada del cavaliere suicida.
Osservazioni
Le forze in gioco presenti sono: amore, ingegno e fortuna. Il racconto primo e il racconto secondo sono messi in stretta relazione fra loro.
In amore l'ingegno non produce effetti, non ha una grande influenza; ma la ragione, quando usata per sfruttare le occasioni date dalla fortuna, può mettersi anche a servizio dell'amore.
Quello di Nastagio è un amore naturale, quello di lei no (è la paura che ha spinto la donna a decidersi), è la situazione contraria a quella di Isabella e Lambertuccio VII, Vi.
Cisti il fornaio, Dec. VI, 2. (Paz. 582)
"Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda. "
Parafrasi riassuntiva
Il papa Bonifazio manda degli ambasciatori a Firenze, i quali vengono ospitati a casa del Geri Spina. Ogni mattina, nel tragitto fra la casa del Geri e la chiesetta di Santa Maria Ughi, il gruppo di ambasciatori guidato dal Geri passa davanti alla bottega del Cisti, il quale nota la cosa.
È estate, nella mente dell'artigiano comincia a formarsi l'idea per come invitare il Geri a bere il suo buon vino. Ma il Cisti è consapevole che uno del suo ceto sociale non può permettersi d'invitare un nobile. Il Cisti allora si interroga su come fare in modo che sia il Geri ad invitarsi. Trova la soluzione (tranello).
Tutte le mattine, prima che il gruppetto di persone passi, il Cisti fa portare un panche sul bordo della via e, quando passano il Geri e gli altri, si mette a bere con particolare gusto uno fra i suoi migliori vini.
Il Geri, dopo un paio di giorni che il Cisti lo tenta, cede e con gli altri beve il vino, tutti lo trovano eccellente.
Arriva il momento della partenza degli ambasciatori del papa e il Geri decide di dare una festa alla quale invita tanti nobili signori e il Cisti il quale però non accetta.
Il Geri manda uno dei suoi servitori alla bottega del Cisti per prendere del vino; ma il Cisti, viste le dimensioni del fiasco si rifiuta di dargli il vino e rimanda indietro il servo a mani vuote. Geri impone al servo di tornare alla bottega e di dire che era proprio lui che lo mandava. Il servo ubbidisce, ma Cisti si rifiuta nuovamente di credergli e gli dice che con quel fiasco il padrone poteva solo mandarlo all'Arno. Il Cisti controlla il fiasco e capisce, rimprovera il servo e gli ordina di prendere un fiasco più piccolo. In questo modo ottiene il vino. Lo stesso giorno il Cisti porta tutto il suo vino al Geri, spiegandogli che il suo comportamento era volto a evitare che la servitù si servisse di un vino così pregiato.
Dal quel fatto in poi, Geri e Cisti tessono buoni rapporti d'amicizia.
Commento alla novella (Pazzaglia )
È forse la novella più «democratica» del Decameron, dominata dalla Figura di Cisti, uomo garbato e gentile, capace di cortesia, pur essendo un popolano. Il Boccaccio mostra, meglio che in altre novelle, di pregiare non tanto la nobiltà del sangue quanto piuttosto quella dell'animo; se, infatti la Fortuna ha posto Cisti in una posizione sociale umile, la finezza della sua indole lo innalza ad una ideale aristocrazia dello spirito, che è quella che conta.
La libertà, la discrezione, la finezza, la saviezza di Cisti sono le stesse qualità che il Boccaccio ammira nei suoi personaggi più cari. Che esse possano allignare nell'animo di un fornaio rimane cosa eccezionale, conforme al giudizio, o pregiudizio, dei tempi, ma per nulla impossibile; e in questo riconoscimento l'Autore mostra di sentire gli ideali della borghesia illuminata del Trecento, senza però alcuna spinta rivoluzionaria.
La lotta fra Fortuna e Natura (che ha impresso nell'animo di Cisti una virtù al suo stato sociale) si risolve con la vittoria della seconda, possibile però soltanto in un ordinato vivere civile, quale è quello rappresentato dalla figura nobile e comprensiva di Geri Spina.
Caratterizzazione dei personaggi
Il personaggio principale è Cisti il fornaio, la cui condizione sociale è medio bassa. Grazie al suo azienda, e soprattutto alla sua intelligenza, è diventato "ricchissimo" (l. 29) e "splendidamente vivea" (l. 30), ma quello che più importa è che sa abbassarsi di classe (ll. 53…61 ) senza perdere il riferimento della sua posizione.
Classi rappresentate
Le classi rappresentate sono essenzialmente tre: l'alta borghesia (Geri Spina), ceto artigiano (Cisti) e il popolo minuto (i servitori). Il Cisti conosce questa distinzione ed è abbastanza intelligente da capire come muoversi fra i vari livelli senza però intaccare la sua posizione. Infatti Cisti sa prendere il posto dei suoi servitori (ll. 53…61 ), ma non accetta l'invito che gli viene offerto da Geri perché è fuori dalle regole della cortesia vigenti nei rapporti fra classi sociali diverse.
Il sistema sociale del periodo è molto strutturato, la gerarchia è rigida e non va forzata (cfr. Lisabetta da Messina); comunque l'amicizia fra persone di diversa estrazione sociale è possibile, ma solo a condizione che il rappresentante del ceto sociale più basso abbia capacità e conoscenze particolari.
La gerarchia sociale del periodo può essere così rappresentata: Alto rango Aristocrazia (Geri Spina)
Mercanti
Artigiani (Cisti)
Basso rango Popolo minuto
Fine articolo
Letteratura tutto di tutto
L’età dell’ansia, tempo di sperimentazione
Con l’avvento del XX secolo si apriva un’epoca nuova, sullo spartiacque tragico della prima guerra mondiale.
Si trattò di un periodo assai complesso e tormentato, che, nonostante numerosi tratti comuni, assunse connotazioni diverse in ogni singolo contesto nazionale.
In Inghilterra tale fase è stata designata dall’autorevole studioso Mario Praz come “età dell’ansia”, dal titolo di una poesia di Auden che poneva l’accento sulla misera condizione dell’uomo “poor muddled maddened mundane animal”, preda della malevola autorità e del cieco caso (wilful authorithy and blind accident).
Diverse furono le componenti che concorsero a determinare questo senso di smarrimento e d’insicurezza.
Per ciò che riguarda l’ambito più strettamente politico, l’Inghilterra perdeva la propria posizione di predominio, minacciata da nuove forze emergenti – Stati Uniti, Giappone – e dalla Germania bismarkiana, mentre all’interno sempre più si avvertivano gli attriti e le
contraddizioni propri di una società classista.
Lo stabile equilibrio, che aveva consentito ai vittoriani di crogiolarsi in un facile ottimismo, sembrava essere crollato. Il nuovo clima d’instabilità metteva in luce la precarietà di tutto un sistema di valori ritenuti universalmente validi ed imprescindibili.
Sul piano culturale si affermava in Inghilterra lo stesso fervore di rinnovamento che caratterizzò l’Europa del tempo, conseguenza delle profonde trasformazioni in ambito scientifico e filosofico che avevano messo in crisi il dominante positivismo ottocentesco.
Nel campo delle scienze naturali determinanti furono le acquisizioni di Max Plank ed Albert Einstein. Il primo, con la teoria dei quanti, apriva le porte all’esplorazione teorica e sperimentale del mondo atomico e subatomico. Nasceva la meccanica quantistica indeterminata, secondo cui esistono eventi fisici destinati a non essere mai completamente conosciuti. Il secondo, con la teoria della relatività, frantumava la concezione di spazio e tempo come entità assolute.
In sostanza ad essere messa in discussione era l’oggettività e l’universale validità del sapere scientifico.
Affermava, a questo proposito, Benedetto Croce: “Le cosiddette
scienze naturali, (…), riconoscono esse medesime di essere sempre circondate da limiti: limiti i quali non sono poi altro che dati storici e intuitivi. Esse calcolano, misurano, pongono eguaglianze, stabiliscono regolarità, foggiano classi e tipi, formulano leggi, mostrano a loro modo come un fatto nasca da altri fatti; ma tutti i loro progressi urtano sempre in fatti che sono appresi intuitivamente e storicamente. Perfino la geometria afferma ora di riposare tutta su ipotesi, non essendo lo spazio tridimensionale o euclideo se non uno degli spazi possibili, che si studia di preferenza perché riesce più comodo. Ciò che di vero è nelle scienze naturali, è o filosofia o fatto storico; ciò che vi è di propriamente naturalistico è astrazione o arbitrio” .
Nel campo delle scienze umane una grande rivoluzione apportarono le teorie di Sigmund Freud, il quale rompeva decisamente con il determinismo psicologico positivistico per dimostrare che le azioni umane sono il risultato di impulsi irrazionali, istinti, paure, desideri repressi annidati in uno strato sommerso dell’io, cui diede il nome di inconscio.
Ancora sul terreno filosofico si affermavano le nuove
concezioni del tempo di William James e Henry Bergson.
Il primo elaborava la teoria del presente specioso, per cui il presente altro non è che un continuo fluire dall’immediato passato (“non più”), all’immediato futuro (“non ancora”).
Bergson, invece, criticava il concetto di tempo come sequenza d’istanti che si succedono in ordine cronologico, rappresentabili come una linea che si distende nello spazio. Vero tempo è quello vissuto, condensato nell’esperienza della coscienza, non misurabile quantitativamente, né inquinato dall’idea di spazio, ma costituito da una “durata” unitaria e globale: “Ci sono (…) due concezioni possibili della durata, l’una pura di ogni mescolanza, l’altra in cui interviene di nascosto l’idea di spazio. La durata assolutamente pura è la forma che assume la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione tra lo stato presente e gli stati interiori. (…) Ma abituati a quest’ultima idea (quella dello spazio), ossessionati anzi da essa, la introduciamo a nostra insaputa nella nostra rappresentazione della successione pura; giustapponiamo i nostri stati di coscienza in modo da percepirli simultaneamente, non più l’uno nell’altro, ma l’uno accanto all’altro; in breve proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la durata in estensione, e la successione prende per noi la forma di una linea continua o di una catena, le cui parti si toccano senza penetrarsi” .
La “durata” bergsoniana è, dunque, un continuo fluire in cui il passato non si perde ma penetra prepotentemente nel presente: “In realtà il passato si conserva da se stesso automaticamente. Esso ci segue tutt’intero in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino nel presente che esso sta per assorbire in sé, (…). Che cosa siamo, infatti, che cos’è il nostro carattere se non la sintesi della storia da noi vissuta sin dalla nascita, prima anzi di essa, giacché portiamo con noi disposizioni prenatali?”
La portata di queste nuove idee fu tale da privare l’uomo del Novecento del conforto di qualsiasi certezza, sprofondandolo in sentimenti di angoscia, ansia e relatività.
Sul piano letterario, tale atmosfera di disagio e di smarrimento si tradusse nel rifiuto del naturalismo e nella impossibilità di un’indagine obiettiva ed oggettiva del reale, di cui si percepiva l’estrema insicurezza e
precarietà.
Si apriva un’età di arditissime sperimentazioni, volte all’acquisizione di nuove tecniche espressive e conoscitive che rispondessero all’esigenza da parte degli scrittori di un’organizzazione diversa della struttura letteraria.
Si assisteva in questi anni, in ambito narrativo, al passaggio dal romanzo d’origine essenzialmente borghese (volto alla rappresentazione della realtà sociale e finalizzato alla creazione di tipi umani incarnanti gli aspetti più caratteristici della propria epoca, secondo valori pubblici universalmente condivisi) ad un tipo di narrazione che aveva spostato il proprio centro di focalizzazione dalla società all’individuo, da una visione oggettiva e collettiva della realtà a sottili interpretazioni individuali di ciò che abbia maggior significato nelle esperienze umane.
La realtà appariva inconoscibile e disarticolata, in quanto non poteva più esistere nessuno sguardo inquadratore che la riunificasse. Il narratore onnisciente ottocentesco, detentore di un bagaglio di conoscenza tale da potersi porre al di sopra e all’interno del personaggio, nella posizione di burattinaio o di spettatore consapevole, perdeva la sua centralità e le sue sicurezze. L’onniscienza lasciava il posto al punto di domanda.
Si trasformava, in rapporto alla nuova concezione del tempo, anche l’organizzazione della materia del romanzo: siccome “l’uomo è la somma di tutte le proprie esperienze emotive, e questa somma è una presenza costante e pregnante nella sua coscienza, è la sua coscienza stessa, allora non v’era più scopo di condurre il personaggio attraverso una serie di ‘esperienze rivelatrici’; per mettere in luce tutta la sua storia e le sue potenzialità, bastava condurre un’attenta esplorazione della sua personalità, un’esplorazione che poteva iniziare in un momento qualsiasi della sua vita e esplicarsi in un arco di tempo anche molto breve, anche in un solo giorno” .
Non più, quindi, la certezza di un tempo lineare e progressivo all’interno del quale ordinare gli eventi secondo un rapporto di consequenzialità. La narrazione si faceva verticale piuttosto che orizzontale, mirava a raggiungere la profondità piuttosto che l’estensione.
Di fronte a questo nuovo modo di procedere, il corposo realismo ottocentesco appariva privo di spessore, come la resa di uno sguardo che registra ogni cosa ma si muove solo in superficie.
Si passava, in sostanza, da una rappresentazione del mondo
esteriore a quella della realtà più segreta ed interiore, in cui l’individuo era
visto come prigioniero del proprio flusso di coscienza.
Flusso di coscienza: definizione
A seguito dell’influenza esercitata, nel campo delle lettere, dalle nuove acquisizioni filosofiche e scientifiche e dalle ricerche di Freud e di Jung, i maggiori esponenti della narrativa europea a cavallo fra Ottocento e Novecento si proposero di sondare i più profondi e inesplorati livelli della vita psichica, raccogliendo arditamente la sfida di tradurre in parole ciò che è inespresso, inconoscibile e anteriore alla verbalizzazione stessa.
Maturava l’esigenza di una nuova tecnica che permettesse di registrare sulla pagina scritta la simultaneità di sensazioni, sentimenti, idee, in ogni momento della durata o tempo interiore, affinché l’opera divenisse “Image exacte de notre logique intime, reflet de notre réalité profonde” .
Tale tecnica è quella che noi italiani, assieme ai francesi e ad altri popoli, chiamiamo monologo interiore. In Inghilterra esistono, invece, due espressioni: interior monologue (diretta traduzione dal francese) e stream of consciousness. La presenza simultanea di queste due opzioni linguistiche, ha generato una confusione terminologica ben difficile da districare.
Prima di soffermarci sulle diverse posizioni assunte dalla critica, sarà opportuno ricordare l’origine di entrambi i termini e le prime volte in cui furono usati. L’espressione stream of consciousness è legata all’ambito della psicologia, in quanto formulata per la prima volta dallo psicologo William James (fratello di Henry James) nel capitolo nono dei Principi di Psicologia, intitolato The stream of thought. Per confutare la concezione della coscienza come una successione di frammenti, elaborata da Hume, lo studioso scriveva: “Such word as ‘chain’ or ‘train’ do not describe it fitly as it presents itself in the first instance. It is nothing joined; it flows. A ‘river’ or a ‘stream’ are the metaphors by which it is most naturally described. …let us call it the stream of thought or subjective life” .
La felice espressione passò ben presto all’ambito della
letteratura, introdotta da May Sinclair, che in una sua recensione del 1918
l’applicava ai romanzi di Dorothy Richardson.
Nella sua accezione attuale l’espressione monologo interiore (vnutrenji monolog), invece, comparve per la prima volta nel 1856 in un saggio del critico russo Cernicevski sui Racconti di Sebastopoli di Tolstoj, ma, osserva Carapezza, “il termine vi ricorre quasi casualmente, una sola volta e senza particolari sottolineature” , mentre “a conferirgli il posto attuale nella terminologia critica fu (…) Valery Larbaud” .
Il poeta e romanziere francese incontrò Joyce nel 1920 e due anni più tardi, dopo aver letto l’Ulisse pubblicò, sull’opera, un articolo assai entusiastico, che diede inizio ad un acceso dibattito sul monologo interiore.
Della nuova tecnica egli stesso aveva tentato una prima definizione nella sua prefazione alla terza edizione del romanzo di Dujardin, Les lauriers sont coupés, dove scriveva: “Une de ces formes avait particulièrement frappé les esprits par sa nouveauté, sa hardiesse, et les possibilités qu’elle offrait pour exprimer avec force et rapidité les pensées les plus intimes, les plus spontanées, celles qui paraissent se former à l’insu de la conscience, et qui semblent antérieures au discours organisé. C’est à cette forme qu’on a donné, en France et peu après la publication de Ulysses, le nom de monologue interieur” .
Sempre nella prefazione all’opera di Dujardin, Larbaud riporta la definizione più autorevole e attendibile di monologo interiore: quella di James Joyce. Rifiutandosi di accettare la paternità del nuovo genere narrativo, che Larbaud gli attribuiva, Joyce indicava in Dujardin il suo precursore, nel cui romanzo (apparso nel 1888) “…le lecteur se trouvait…installé, dès les premières lignes, dans la pensée du personnage principal et c’est le déroulement ininterrompu de cette pensée qui, se substituant complètement à la forme usuelle du récit, apprenait au lecteur ce que fait ce personnage et ce que lui arrive” .
Passato inosservato al tempo della sua pubblicazione, il romanzo di Dujardin veniva in questo modo riabilitato e considerato germe
di quelle che sarebbero state le caratteristiche del romanzo novecentesco.
Forte della sua nuova posizione, lo scrittore francese, nel 1931, in un testo dedicato a Joyce e al monologo interiore (Le monologue interieur. Son apparition, ses origines, sa place dans l’oeuvre de James Joyce e dans le roman contemporain) ne dava la definizione seguente: “Le monologue interieur est, dans l’ordre de la poésie, le discours sans auditeur et non prononcé, par lequel un personnage exprime sa pensée la plus intime, la plus proche de l’inconscient, antérieurement à toute organisation logique, c’est-à-dire en son état naissant, par le moyen de phrases directes réduites au minimum syntaxial, de façon a donner l’impression tout venant” . Si trattava, insomma di un artificio per il quale il lettore era direttamente introdotto “nella vita interiore del personaggio senza alcun intervento di spiegazione o di chiosa da parte dell’autore” .
Sebbene Dujardin individuasse, come soggetto della nuova tecnica, i ‘pensieri anteriori ad ogni organizzazione logica’, nel suo romanzo
si susseguono ricordi, progetti, desideri, fantasticherie in forma già verbale e razionalizzata. Il Debenedetti sostiene che si possa più propriamente far rientrare l’opera di Dujardin nella categoria del soliloquio, piuttosto che in quella del monologo: “…fa meraviglia che Joyce abbia detto in maniera tanto perentoria di avere trovato lì il modello del suo monologo. Semmai vi aveva trovato l’esempio di una delega totale del compito di raccontarsi rilasciata al personaggio, di un nuovo modo di raccontarsi con cui il personaggio assolve quella delega, scoprendosi dentro e fuori, informandoci dell’azione e comunicandoci il proprio modo di viverla o il proprio commento, insomma le proprie armoniche interiori a ciò che succede: tutto questo attraverso un succedersi fittissimo di notazioni, prelevate istante-per-istante” .
Unico merito da Debenedetti attribuito a Dujardin consiste nell’aver aggiunto alle tre dimensioni, che normalmente si percepiscono in una visione ‘stereoscopica’ del personaggio, una quarta, insieme spaziale e temporale: “La novità di Dujardin è di fare occupare simultaneamente al personaggio il posto in cui si trova, quello a cui lo riporta il ricordo e
quello in cui lo proietta la sua immaginazione del futuro” .
Malgrado le incontestabili imperfezioni e goffaggini, Dujardin
era stato il primo a basare l’intera sua opera sulla forma del monologo interiore,apportando al genere narrativo una considerevole innovazione, che solo il maturare dei tempi e l’evolversi delle condizioni culturali avrebbero permesso di comprendere.
Bisogna sottolineare che né Larbaud né Dujardin utilizzarono nei loro trattati il termine stream of consciousness, la cui nozione veniva da loro riassorbita in quella di monologue intérieur .
Diversi studiosi e critici di lingua inglese, a partire dagli anni ’50, ritennero invece necessaria una netta separazione fra i due termini sulla base della loro appartenenza ad ambiti culturali distinti.
A giudizio di Robert Humphrey il monologo interiore era soltanto una delle tecniche che serviva alla rappresentazione letteraria dello stream of consciousness, che tuttavia riteneva “properly a phrase for psychologists” .
Alla definizione di monologo interiore data da Dujardin, egli ne opponeva una più semplice e precisa: “Interior monologue is, then, the technique of representing psychic content and processes at various levels of conscious control; before they are formulated for deliberate speech” .
Rifacendosi al testo di Humphrey, anche Scholes e Kellog osservavano come, trovandosi spesso combinati nella letteratura moderna, monologo interiore e flusso di coscienza non venivano più distinti e s’ignorava quanto fossero diverse le loro storie: “Il ‘flusso di coscienza’, affermavano i due studiosi, è propriamente un termine psicologico più che letterario. Descrive un certo tipo di processo psicologico (…) il termine flusso di coscienza sarà usato per designare qualsiasi presentazione in campo letterario di esempi di pensiero illogico, non grammaticale e prettamente associativo” . Il monologo interiore veniva invece descritto come “termine letterario (…) sinonimo di soliloquio muto (…) presentazione immediata e diretta dei pensieri (non espressi a voce) di un personaggio, senza che vi sia la mediazione di alcun narratore” .
In base a questa distinzione, i due autori facevano risalire le origini del monologo interiore ad un passato molto più lontano rispetto a quello in cui affondava le radici il flusso di coscienza: “Come espediente narrativo il monologo interiore ha una storia molto più antica del flusso di coscienza (…) Alcuni autori che svilupparono e sfruttarono il monologo nel mondo antico sono: Omero, Apollonio Rodio, Virgilio, Ovidio, Longo e Senofonte di Efeso” .
Intanto anche in Francia si cominciava a mettere in discussione la stessa espressione monologo interiore. Nel 1966 Michel Raimond scriveva: ““L’expression monologue intérieur (…) est (…) quelque peu contradictoire puisqu’elle suggère l’idée de parole, mais aussi de solitude, de profondeur, d’un en-deçà de la parole. Les expressions anglaises stream of thought (courent de pensée), puis stream of consciousness (courent de conscience) puis thought train (enchaînement de la pensée) font mieux apparaître le caractère de deroulement des états de conscience” .
Venti anni dopo Genette, ritenendo “goffa” la definizione di
monologo interiore, proponeva di sostituirla con quella di discorso immediato: “…dato che l’essenziale, come non è sfuggito a Joyce, non è tanto il fatto che sia interiore, ma che sia immediatamente emancipato (‘fin dalle prime righe’) da qualsiasi tutela narrativa” .
Ritenendo fondata la separazione fra monologo interiore e stream of consciousness designeremo col primo termine una delle tecniche del romanzo del flusso di coscienza del quale cercheremo, nelle prossime pagine, di tracciare la genealogia.
Antecedenti dello stream of consciousness
Nella sua storia della letteratura inglese, Mario Praz individua due genealogie: “l’inglese che segue la linea Sterne – Meredith – James – Conrad, la francese che passa per Diderot – Rousseau – Stendhal – Flaubert” . A questi ultimi aggiungerei come ulteriore tappa l’immancabile nome di Proust. Ritengo, inoltre, che non si possa trascurare il grande contributo apportato da autori come Svevo o dai russi Tolstoj e Dostoevskij.
Vediamo ora in che modo ciascuno di questi scrittori contribuì alla nascita del nuovo romanzo.
In anticipo di due secoli sugli scrittori novecenteschi, Sterne applicava alla narrativa la teoria lockiana delle associazioni d’idee, nella resa singolarissima di una nuova dimensione temporale, quella che Bergson
avrebbe teorizzato due secoli più tardi. Nel suo Tristam Shandy, usando una narrazione in prima persona, Sterne spostava l’attenzione dalla successione cronologica di avventure ed eventi (tipica del romanzo realistico) a ciò che il personaggio pensa e sente, in un sovrapporsi di episodi apparentemente non correlati fra loro. Come si vede l’originale tecnica da lui inventata molto aveva in comune con il particolare modo di scrivere in cui in seguito si sarebbero cimentati i romanzieri del Novecento.
Del Meredith sottolineeremo la particolare vena psicologica, nonché l’interesse per i problemi relativi al modo di acquistare coscienza di sé.
Quanto a Henry James, poi, con le sue opere egli gettava le basi del moderno romanzo psicologico. Con geniale intuizione riduceva il campo visivo dall’onniscienza classica alle percezioni, ai pensieri e alle opinioni del personaggio, dal cui punto di vista l’azione veniva filtrata, mentre l’autore doveva sembrare assente dall’opera e in nessun modo doveva intervenire a dirigere o manovrare lo svolgersi degli eventi.
Anche Conrad contribuiva in modo determinante allo sviluppo
di nuovi moduli narrativi. Introducendo una o più figure di narratori, egli permetteva al lettore di guardare agli eventi da prospettive diverse e molteplici; inoltre, nel seguire pensieri e ricordi dei suoi personaggi Conrad spostava l’azione avanti e indietro nel tempo, manipolando la tradizionale sequenza temporale.
La genealogia francese di Mario Praz parte da Diderot, che dal suo temperamento vigoroso e appassionato era indotto ad una scrittura tutt’altro che logicamente e rigorosamente costruita: egli componeva con spontaneità ed intrecciava i temi seguendo le sue associazioni d’idee.
Tappa successiva è Rousseau con le Rêveries du promeneur solitaire, in cui l’intrecciarsi dei ricordi segue un procedimento che anticipa quello che più tardi sarà adottato da Proust e si riconnette agli Essais cinquecenteschi di Montaigne: i monologues bavardés che Larbaud colloca all’origine della sua storia dei precedenti del monologo interiore .
Quanto a Stendhal, straordinarie furono le sue intuizioni, mai portate a compimento nei suoi romanzi, circa l’effetto estremamente realistico realizzabile attraverso un’ipotetica ed improbabile forma narrativa in cui l’autore, come uno stenografo invisibile, riuscisse a tener dietro al rapido corso dei pensieri e dei sentimenti del protagonista: “On pense beaucoup plus vite qu’on ne parle. Supposons qu’un homme pût parler aussi vite qu’il pense et sent, que cet homme une journée entière prononçat de manière à n’être entendu que d’un seul homme tout ce qu’il pense et sent, qu’il y eût, cette même journée, toujours à côté de lui un sténographe ivisible qui pût écrire aussi vite que le premier penserait et parlerait. Supposons que le sténographe, après avoir noté toutes les pensées et sentiments de notre homme, nous les traduisît le lendemain en écriture vulgaire, nous aurions un caractère peint pendant un jour aussi ressemblant que possible” . In questo modo Stendhal teorizzava ciò che soltanto un secolo più tardi, nella prosa novecentesca, avrebbe raggiunto una piena maturazione.
Altra tappa è Flaubert che fece uso dello stile indiretto libero e dell’adozione del punto di vista del protagonista, attraverso i quali il narratore cedeva, man mano e in maniera sempre più diretta, la parola al
personaggio.
Citiamo, infine, Proust che non compare nella ricostruzione genealogica di Praz, ma che pare inevitabile ricordare per il totale sconvolgimento da lui operato nella tradizionale dimensione narrativa.
Ponendosi alla ricerca del tempo perduto, l’autore s’inoltrava nel labirintico terreno della memoria per trovare, con un’operazione a ritroso, un nuovo significato dell’esistenza. Tale operazione si realizzava attraverso le “intermittenze del cuore”, attimi rivelatori che richiamano le “epifanie” di Joyce e che nascono da percezioni del reale in grado di sollecitare la messa in moto del processo involontario della memoria, alterando il nostro ritmo d’esistenza e consentendo al passato di confluire nel presente.
In base a questi presupposti, nell’opera di Proust ad una trama lineare si sostituiva un intreccio di continui rimandi temporali: analessi, prolessi, espansioni e contrazioni della durata contrassegnavano il ritmo narrativo. Inoltre, adottando la prima persona, Proust spostava il punto d’osservazione dall’esterno all’interno della vicenda, sovrapponendo il ruolo del personaggio a quello del narratore, il cui compito diveniva
semplicemente quello di un’imparziale registrazione.
Dello stream of consciousness ritroviamo qualche avvisaglia anche nel romanzo russo. Si pensi al confuso intreccio di pensieri e percezioni esterne nel monologo interiore della Anna Karenina di Tolstoj, colta nei momenti che precedono il suicidio. Ma più vicino agli scrittori del nostro secolo è, forse, Dostoevskij, nelle cui opere trova posto il brulichio del pensiero in formazione. Egli è colui che, prima di Joyce, ha portato la forma del monologo “à toute la perfection diverse et subtile que cette forme littéraire pouvait attendre” .
Grande fu pure il contributo apportato dal romanziere italiano Italo Svevo, amico di Joyce e fra i primi in Italia ad avere familiarità con le teorie freudiane, nei cui romanzi si rileva la presenza delle più innovative tecniche narrative: dalla dissoluzione del personaggio all’assunzione del tempo interiore come asse portante della narrazione e all’invadente monologo interiore del personaggio.
Tuttavia una sostanziale differenza separa la grande narrativa psicologica dai romanzi dello stream of consciousness: nella prima troviamo il personaggio che consapevolmente si narra e si analizza, i secondi
pretendono d’essere l’imparziale annotazione di pensieri e sentimenti che, all’insaputa del personaggio, l’autore ha misteriosamente colto e rappresentato.
Le tecniche e i maggiori esponenti dello stream of consciousness novel
Come Robert Humphrey sottolinea, i cosiddetti romanzieri dello stream of consciousness escogitarono ognuno un proprio metodo da seguire nella rappresentazione della coscienza: “…the techniques for presenting stream of consciousness are greatly different from one novel to the next, it has led to the dilemma one has when one acknowledges that a particular piece of writing displays stream of consciousness technique and then turns to an entirely different kind of technique which has generally been labeled stream of consciousness also and sees no great similarity between the two. (…) then, we shall be dealing with techniques and not with the stream of consciousness technique” .
Di seguito Humphrey propone una classificazione delle
tecniche di rappresentazione basilari, che possiamo ritenere come la più attendibile e a cui tutti gli studiosi successivamente si sono rifatti.
Humphrey indica, come fondamentali per la rappresentazione del flusso di coscienza, quattro tecniche: 1) monologo interiore diretto, 2) monologo interiore indiretto, 3) descrizione onnisciente, 4) soliloquio . Come si vede si tratta sia di vere e proprie innovazioni formali che di rielaborazioni e revisioni delle modalità narrative tradizionali.
Una disamina di queste tecniche e degli autori nelle cui opere compaiono con maggiore frequenza, tenendo presente tuttavia che spesso esse si mescolano in un unico romanzo, aiuterà senz’altro ad una visione più chiara del genere letterario dello stream of consciousness e dei suoi maggiori rappresentanti.
Cominceremo, quindi, con il chiarire che cosa sia il monologo interiore diretto, quello di cui si accredita l’invenzione a Dujardin.
Essenziale caratteristica di questa tecnica è, innanzi tutto, l’uso della prima persona: l’istanza narrativa viene a cancellarsi quasi completamente in modo tale che l’impressione è quella di una registrazione oggettiva dello scorrere e dell’incoerente concatenarsi di pensieri, immagini,
sensazioni, ricordi nella mente del personaggio.
Mancano, quindi, interventi o commenti autoriali che possano funzionare da guida o fornire spiegazioni al lettore, il quale da solo deve riuscire ad orientarsi nella vicenda. Trattandosi, infatti, della descrizione di processi interiori, non si può formalmente ipotizzare la presenza di un lettore, o di un destinatario, o di un pubblico.
Osserva Debenedetti che “la condizione sine qua non del monologo interiore è la completa assenza di testimoni; qualunque testimone inibirebbe il flusso e la possibilità di confessarlo” .
Visto che a parlare nel romanzo è la voce interiore del personaggio, il linguaggio utilizzato è proprio del suo particolare modo di esprimersi; il tempo in cui si svolge il discorso narrativo è il presente, dato che l’illusione che s’intende creare è quella d’immediatezza e di contemporaneità fra i pensieri nel loro svolgersi e la loro rappresentazione.
L’esempio classico di monologo interiore diretto è quello di Molly Bloom nell’ultimo capitolo dell’Ulisse. In esso il lettore si ritrova a seguire i vagabondaggi della coscienza della donna, che svegliata dal rientro
del marito (il quale le giace ora a fianco addormentato) attende di riprendere
sonno. Ne ricordiamo il frammento iniziale: “Yes because he never did a thing like that before as ask to get his breakfast in bed with a couple of eggs since the City Arms hotel when he used to be pretending to be laid up with a sick voice doing his highness to made himself interesting to that old faggot Mrs. Riordan that he thought he had a great leg of and she never left us a farthing all for masses for herself and her soul greatest miser ever was actually afraid to lay out 4d for her methylated spirit telling me all her ailments…” . Il passo continua, così, attraverso strati di coscienza sempre più profondi, finché Molly non si addormenta e si conclude il romanzo.
Vediamo quali sono gli elementi che ci consentono di definire questo brano monologo interiore diretto: è scritto in prima persona, senza il minimo intervento da parte dell’autore e senza un presupposto uditore; il flusso dei pensieri di Molly è rappresentato così come si suppone si svolga all’interno della sua mente: le idee si accavallano velocemente
ed una interrompe l’altra; il carattere d’incoerenza è ancor più sottolineato
dalla totale assenza di punteggiatura.
Ben si presta tale tecnica all’intento che il grande scrittore irlandese si proponeva di raggiungere attraverso la sua narrativa: “It is a method for doing what Joyce wanted to do, and that is to present life as it actually is, without prejudice or direct evaluations. It is then the goal of the realist and the naturalist. The thougths and actions of the characters are there, as they were created by an invisible, indifferent creator. We must accept them, because they exist” .
Tornando alla classificazione di Humphrey, vediamo in che modo opera il monologo interiore indiretto.
Nel monologo indiretto, attraverso l’uso della terza persona, viene data al lettore l’impressione della continua presenza di un’istanza narrativa superiore, che invece nel monologo diretto, come abbiamo visto, manca completamente.
Attraverso i propri interventi, per quanto limitati, l’autore può
adempiere a due importanti funzioni – quella di guida per il lettore e quella
di selezione dei materiali – senza peraltro intaccare la fluidità e verosimiglianza della rappresentazione.
Diremo con Humphrey che: “Indirect interior monologue is, then, that type of interior monologue in which an omniscient author presents unspoken material as if it were directly from the consciousness of a character and, with commentary and description, guides the reader through it. It differs from direct interior monologue basically in that the author intervenes between the character’s psyche and the reader. The author is an on the scene guide for the reader. It retains the fundamental quality of interior monologue in that what it presents of consciousness is direct; that is, it is in the idiom and with the peculiarities of the character’s psychic processes” .
Humphrey indica Virginia Woolf come la scrittrice che maggiormente fece uso di questa tecnica; propongo, a mò di d’esemplificazione, il conosciutissimo passo d’apertura di Mrs Dalloway:
“Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself. For Lucy had her work cut out for her. The doors Would be taken off their hinges; Rumpelmayer’s men were coming. And then, thought Clarissa Dalloway, what a morning – fresh as if issued to a children on a beach. What a lurke! What a plunge! For so it has always seemed to her, when, with a little squeak of the hinges, which she could hear now, she had burst open the French windows and plunged at Bourton into the open air. How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave, chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen…” .
Rispetto al monologo di Joyce quello di Virginia Woolf è
caratterizzato da maggiore logicità e da un effetto di unità esteriore che può farlo apparire maggiormente convenzionale. Il Debenedetti affermò addirittura che i risultati cui la Woolf era pervenuta non potevano dirsi davvero così innovativi. Nel romanzo della scrittrice, infatti, “tutto si connette al lume della psicologia più diurna e visibile, sul filo delle associazioni logiche, mentali, sensorie”. L’opera non è altro, quindi, che una “intensificazione più selettiva, più infinitesimale, se così può dirsi del tipo d’investigazione del personaggio quale ci presentava, sia pure in aspetti più macroscopici, il romanzo tradizionale” . Il critico, insomma, sosteneva che soltanto nella forma diretta si poteva a giusto titolo parlare di monologo interiore.
In realtà c’è una comunanza di fondo che avvicina il monologo di Molly Bloom a quello di Clarissa Dalloway ed è il carattere voluto e costruito d’incoerenza e di disunità, tipico della coscienza, che si ravvisa nelle continue divagazioni rispetto ad un argomento dato o nei riferimenti intenzionalmente lasciati in sospeso. Pur adottando metodi diversi, i due autori avevano mirato allo stesso risultato, quello di un’efficace resa del funzionamento dei processi mentali.
Altra tecnica di rappresentazione, a detta di Humphrey, è la descrizione del flusso di coscienza fatta da un narratore onnisciente: “…in which an omniscent author describes the psyche through conventional methods of narration and description” . Questa che è in realtà una tecnica tradizionale, appare, in combinazione con le altre, nelle opere di gran parte degli scrittori di stream of consciousness, i quali seppero farne un uso davvero originale ponendovi al centro un soggetto nuovo: quello della realtà interiore.
E’ nei romanzi di Dorothy Richardson che tale tecnica appare con maggiore frequenza, alternata dapprima soltanto con frammenti di monologo interiore indiretto e poi, negli scritti più maturi, anche con scampoli di monologo interiore diretto. Vedremo più avanti in che modo le tecniche suddette si mescolano nella creazione richardsoniana.
L’ultima tecnica inclusa da Humphrey nella sua classificazione è quella del soliloquio, che si differenzia dal monologo interiore in quanto presuppone un uditorio immediato a cui il monologante si rivolge nella comunicazione dei suoi intimi pensieri, sentimenti ed idee relativi allo svolgersi degli eventi esteriori. Pur concentrati nella resa della realtà soggettiva, i romanzieri che fecero uso di tale tecnica non rinunciavano
alla trama e all’azione. Osserva a questo proposito Humphrey: “…novels using soliloquy represent a successful combination of interior stream of consciousness with exterior action. In other words, both internal and external character is depicted in them. The method for achieving this could not have been interior monologue, for greater coherence and more unity were needed than that technique provides; nor did simple description prove sufficiently variable. It was the soliloquy which was flexible enough to carry the double load” .
Di questo metodo troviamo mirabili esempi nel romanzo The Waves di Virginia Woolf. Senza commenti o spiegazioni autoriali, il romanzo si costruisce attraverso i ‘soliloqui drammatici’(così denominati dalla stessa scrittrice ) dei sei personaggi: Bernard, Rhoda, Jinny, Louis, Neville e Susan.
Si legga il passo seguente: “ ‘I love’ said Susan ‘and I hate. I
desire one thing only. My eyes are hard. Jinny’s eyes break into a thousand
lights. Rhoda’s like those pale flowers to which moths come in evening. Yours grow full and brim and never break. But I am already set on my pursuit. I see insects in the grass. Though my mother still knits white socks for me and hems pinafores and I am a child, I love and hate’. ‘But when we sit together, close,’ said Bernard, ‘we melt into each other with phrases. We are edged with mist. We make an unsubstantial territory’. ‘I see the beatle,’ said Susan. ‘It is black, I see; it is green, I see; I am tied down with single words. But you wander off; you slip away; you rise up higher, with words and words in phrases’”.
Sebbene l’intervento di ciascun protagonista sia introdotto dalle parole ‘Susan disse’, ‘Bernard disse’, è chiaro che non si tratta di una conversazione: il rivelare e rivelarsi del personaggio, pur se rivolto formalmente ad un potenziale interlocutore, è interiore e non pronunciato.
Per queste vie i più abili scrittori del Novecento modellavano la loro inedita e innovativa modalità di scrittura.
The Age of Anxiety di W. H. Auden, cit. in M. Praz, Letteratura inglese dai romantici al Novecento, Milano, BUR, 1992, p. 233. (“povero confuso folle mediocre animale).
Benedetto Croce, cit. in R. Marchese/A. Grillini, Scrittori e opere 3, Milano, La Nuova Italia, 1988.
H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, trad. it. di G. Bartoli, Torino, Borimghieri, 1964, pp. 107-8.
4 H. Bergson, L’evoluzione creatrice, in Le opere, trad. it. di P. Serini, Torino, Utet, 1971,
pp. 155-6
Si riprende liberamente il discorso di A. Carapezza, Lo stenografo invisibile, Palermo, Quaderno 8 nuova serie, Università degli studi di Palermo, 1995, p. 13. La lettura di tale saggio mi è stata particolarmente utile per l’organizzazione di questo paragrafo.
Jean de Pierrefeu, Journal des Débats, 19 dicembre 1923, cit. in M. Raimond, La Crise du Roman des Lendemains du Naturalisme aux Années ’20, Paris, José Corti, 1966, p. 266. (“Immagine esatta della nostra intima logica, riflesso della nostra realtà profonda”).
W. James, Principles of Psychology, London, 1907, p. 620. (“Parole come ‘catena’ o ‘successione’ non la descrivono adeguatamente così come si presenta in primo luogo. Non è niente di concatenato; essa fluisce. ‘Fiume’ o ‘corso d’acqua’ sono le metafore con cui si descrive più naturalmente … lo chiameremo flusso del pensiero o della vita soggettiva”).
V. Larbaud, Préface alla terza edizione di E. Dujardin, Les lauriers sont coupés, Messien Paris, 1925, p. 6. ( “Una di queste forme aveva particolarmente colpito gli spiriti per la sua novità, la sua arditezza, e le possibilità che offriva di esprimere con forza e rapidità i pensieri più intimi, più spontanei, quelli che paiono formarsi all’insaputa della coscienza, e che sembrano anteriori al discorso organizzato. E’ a questa forma che si è dato, in Francia e poco dopo la pubblicazione dell’Ulisse, il nome di monologo interiore”).
12Ivi, p. 7. (“…il lettore si trovava…immesso, fin dalle prime righe, nel pensiero del personaggio principale, ed è lo svolgimento ininterrotto di questo pensiero che, sostituendosi completamente alla forma abituale di racconto, informa il lettore di ciò che il personaggio fa e di quanto gli accade”.)
E. Dujardin, Le monologue interieur. Son apparition, ses origines, sa place dans l’oeuvre de James Joyce et dans le roman contemporain, Paris, A. Messein, 1931, p. 256. ( “Il monologo interiore è, nell’ordine della poesia, il discorso senza ascoltatore e non pronunciato, mediante il quale un personaggio esprime il suo pensiero più intimo, più vicino all’inconscio, anteriore a qualsiasi organizzazione logica, cioè in forma embrionale, con frasi dirette ridotte al minimo della sintassi, in modo da dare l’impressione del ‘casuale’”.)
17 Cfr. A. Carapezza, op. cit., p. 21.
18 R. Humphrey, Stream of consciousness in the Modern Novel, Berkley, Los Angeles, Londra, University of California Press, 1954, p. 1. (“propriamente una frase per psicologi”).
Ivi, p. 24. (“Il monologo interiore è, allora, la tecnica di rappresentazione dei contenuti e dei processi psichici a vari livelli di controllo cosciente; prima che vengano formulati in un discorso deliberato”).
M. Raimond, op. cit., p. 17. (“L’espressione monologo interiore (…) è (…) un po’ contraddittoria poiché suggerisce l’idea di parola, ma anche di solitudine, di profondità, di un al di qua della parola. Le espressioni inglesi stream of thought (corrente di pensiero), poi
stream of consciousness (corrente di coscienza) poi thought train (concatenazione del pensiero) mostrano meglio il carattere di svolgimento degli stati di coscienza”).
Stendhal, Filosofia nova, cit. in Attilio Carapezza, op. cit., p. 13. (“Si pensa molto più velocemente di quanto si parla. Supponiamo che un uomo potesse parlare altrettanto velocemente di quanto pensa e sente, che quest’uomo per un’intera giornata pronunciasse in modo da essere ascoltato da un solo uomo tutto ciò che pensa e sente, che ci fosse, quella stessa giornata, sempre accanto a lui uno stenografo invisibile che potesse scrivere altrettanto velocemente di quanto il primo pensi e parli. Supponiamo che lo stenografo, dopo aver annotato tutti i pensieri e i sentimenti del nostro uomo, ce li traducesse il giorno successivo in scrittura comune, noi avremmo un personaggio dipinto nel corso di una giornata tanto somigliante quanto possibile”).
A. Gide, Dostoïevsky, cit. in M. Raimond, op. cit., p. 262. (“a tutta la perfezione multiforme e sottile cui questa forma letteraria poteva pervenire”).
R. Humphrey, op. cit., p. 23. (“…le tecniche per rappresentare il flusso di coscienza sono enormemente diverse da romanzo a romanzo; ciò ha condotto al dilemma che ci si trova ad affrontare quando si riconosce che un’opera narrativa esibisce la tecnica dello stream ofconsciousness e ci si volge poi ad un tipo di tecnica completamente diversa che è stata pure generalmente etichettata come stream of consciousness e non si vedono grandi somiglianze fra le due. (…) dunque, avremo a che fare con le tecniche e non con la tecnica del flusso dicoscienza).
J. Joyce, Ulysses, New York, Random House, 1934, p. 723. Trad. it. di Giulio de Angelis, Milano, Mondadori, 1991, p. 698. (“Si perché prima non ha mai fatto una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova da quando eravamo al City Arms hotel quando faceva finta di star male con la voce sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco tutte messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere mi raccontava di tutti i suoi mali…”).
R. Humphrey, op. cit., pp. 15-16. (“E’ un metodo che ben si presta a fare ciò che Joyce voleva fare, e cioè presentare la vita così come veramente è, senza pregiudizi o valutazioni dirette. Si tratta, allora, del traguardo del realista e del naturalista. I pensieri e le azioni dei personaggi sono lì, come se fossero creati da qualche creatore invisibile ed indifferente. Dobbiamo accettarli perché esistono”).
Ivi, p. 29.(“Il monologo interiore indiretto è, allora, quel tipo di monologo interiore in cui un autore onnisciente presenta del materiale non detto come se provenisse direttamente dalla coscienza di un personaggio e, con il commento e la descrizione, guida il lettore attraverso di essa. Esso differisce dal monologo interiore diretto principalmente in quanto l’autore interviene fra la psiche del personaggio e il lettore; l’autore è una guida sul campo per il lettore. Esso conserva la qualità fondamentale del monologo interiore nel fatto che quanto presenta della coscienza è diretto; ovvero si manifesta nel linguaggio e con le peculiarità dei processi psichici del personaggio”).
V. Woolf, Mrs Dalloway, London, The Hogarth Press, 1963, pp. 5-6, trad. it. di Pier Francesco Paolini, Roma, Newton, 1997, p. 23. (La signora Dalloway disse che i fiori sarebbe andata a comprarli lei. Poiché Lucy aveva avuto il suo bel da fare. Bisognava tirar giù le porte dai cardini: venivano gli operai di Rumpelmayer. Eppoi pensò Clarissa Dalloway, che mattinata!…limpida, come per farne dono ai bimbi su una spiaggia. Che delizia! Che tuffo! Sempre, infatti, le aveva fatto questo stesso effetto, a quei tempi, allorquando, spalancata la porta finestra – con un lieve cigolio dei cardini, che ancora le pareva di udire – lei si tuffava nell’aria aperta, a Bourton. Com’era fresca, là, com’era calma – e più silenziosa che qui ovviamente – l’aria del primo mattino: come il frangersi di un’onda; il bacio di un’onda; fresca e pungente eppure (per la fanciulla di diciott’anni ch’era allora) solenne: là alla finestra aperta, ella provava infatti un presagio di qualcosa di terribile ch’era lì lì per accadere…”).
R. Humphrey, op. cit., pp. 33-34. (“…in cui un autore onnisciente descrive la psiche attraverso metodi convenzionali come la narrazione e la descrizione”).
Ivi, p. 38. (“… i romanzi che usano il soliloquio rappresentano una riuscita combinazione di flusso di coscienza interiore ed azione esteriore. In altre parole, in essi il personaggio è raffigurato sia dall’interno che dall’esterno. Il metodo per ottenere ciò non sarebbe potuto essere il monologo interiore, poiché sono necessarie una coerenza ed unità maggiori di quanto tale tecnica fornisca; né la semplice descrizione si dimostrò sufficientemente variabile. Fu il soliloquio, che era sufficientemente flessibile per portare il duplice carico”).
V. Woolf, The Waves, London, Penguin Books, 1992, p. 10. Trad. it. di Giulio De Angelis, Le Onde, Milano, Rizzoli, 1994, p. 16. (“ ‘Amo’ disse Susan ‘e odio. Desidero solo una cosa. Ho gli occhi duri. Quelli di Jinny si frangono in mille luci. Quelli di Rhoda sono come quei fiori pallidi a cui di sera s’accostan le falene. I tuoi diventan pieni e colmi e non si frangono mai. Ma io sono già sul mio sentiero di guerra. Vedo gl’insetti tra l’erba. Sebbene la mamma mi faccia sempre le calzette bianche e mi ricami i grembialini e io sia una bambina, pure amo e odio.’ ‘Ma quando sediamo vicini, insieme, io e te’ disse Bernard ‘ci fondiamo, parlando, l’uno nell’altra. Siamo alonati da una nebbiolina. Formiamo un territorio impalpabile, incorporeo.’ ‘Vedo lo scarabeo’ disse Susan. ‘E’ nero, lo vedo; no, è verde; sono legata alla terra, stretta da parole isolate. Ma tu ti distacchi e fuggi via, ti sollevi in alto con parole e parole e parole unite a formare frasi’ ”).
Letteratura tutto di tutto
PRIMO LEVI
VITA E OPERE
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una famiglia ebrea piemontese di solide tradizioni intellettuali. Laureato in chimica e chimico di professione, diventa scrittore in seguito alla traumatica esperienza della deportazione ad Auschwitz. E’ questo l’evento centrale della sua vita, che fa scattare in lui la molla della scrittura, sentita come un’impellente necessità di confessione, di analisi e come un ineludibile dovere morale e civile. Il ricordo mai estinto di Auschwitz è anche probabilmente alla base dell’inatteso ed enigmatico suicidio con il quale lo scrittore pone termine alla sua esistenza, nel 1987.
Fino al 1938 Primo Levi è un normale studente di agiata famiglia con la passione della chimica, dalla quale spera di ricavare "la chiave dell’universo…il perché delle cose"; le leggi razziali rappresentano per lui una svolta che gli apre gli occhi sulla natura del fascismo e lo orienta verso l’azione politica. Alla fine del 1942 entra nel Partito d’Azione clandestino e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unisce a un gruppo partigiano di "Giustizia e libertà" operante nella Valle d’Aosta. Catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943, viene internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz (febbraio 1944).
Nel Lager, dove rimane circa un anno, Primo Levi riesce a sopravvivere grazie a circostanze fortunate, sulle quali torna per tutta la vita a mettere l’accento:
"Sono stato fortunato: per essere stato chimico, per avere incontrato un muratore che mi dava da mangiare, per avere superato le difficoltà del linguaggio…; mi sono ammalato una volta sola, alla fine, e anche questa è stata una fortuna, perchè ho evitato l’evacuazione dal lager: gli altri, i sani, sono morti tutti, perchè sono stati deportati verso Buchenwald e Mauthausen, in pieno inverno".
Il Lager incide profondamente sulle sue convinzioni: gli dà la coscienza di essere diverso in quanto ebreo e lo spinge verso lo scetticismo religioso.
"Sono diventato ebreo in Auschwitz. La coscienza di sentirmi diverso mi è stata imposta."
"L’esperienza di Auschwitz è stata per me tale da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa….C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio".
A testimonianza di questa tragica esperienza, Primo Levi scrive di getto nel 1946 e pubblica nel 1947 Se questo è un uomo, il libro che solo dieci anni più tardi sarà riconosciuto come il capolavoro della letteratura concentrazionaria, sul quale la nostra classe ha svolto uno studio approfondito.
Dal momento in cui le truppe russe entrano nel Lager di Auschwitz, abbandonato dai tedeschi in ritirata, prende avvio La tregua, il secondo libro di memoria di Levi, pubblicato nel 1963 e considerato da alcuni la sua opera più alta. La tregua narra il tormentato viaggio di ritorno in patria dell’autore con un gruppo di compagni attraverso un’Europa ancora sconvolta dalla guerra. Come l’esperienza del Lager è associabile all’inferno (cfr. Il Lager come metafora dell’inferno), così l’odissea del viaggio di ritorno, nel quale avviene una lenta e travagliata resurrezione alla vita, rimanda al purgatorio, in una sorta di percorso simile a quello dantesco; tuttavia l’analogia si ferma qui, in quanto Levi, a differenza di Dante, non potrà mai raggiungere la completa liberazione.
Questo secondo libro rivela l’acquisita consapevolezza di una vocazione letteraria: scrivere non è più per Levi un fatto occasionale o episodico e, al dolente testimone del Lager, si affianca uno scrittore dall’ispirazione varia, che sperimenta forme letterarie diverse dalla memorialistica.
Pubblica racconti di genere fantascientifico come quelli raccolti nelle Storie naturali (1967) o in Vizio di forma (1971), accanto ai quali vanno ricordati i brevi testi di Sistema periodico (1975), intitolati ciascuno a un elemento chimico e ispirati alla professione dell’autore. Per spiegare la sua doppia natura, di scrittore e di scienziato, Levi usa la metafora del centauro, come abbiamo scoperto nello spettacolo visto quest’anno al Teatro, diretto dal regista Scaglione, che si basa proprio su alcuni racconti delle Storie naturali (cfr. Dossier dell’Area di progetto). Questi testi rivelano, dietro le vicende paradossali venate da una sottile ironia, l’intento di indurre alla riflessione sui rapporti fra la scienza e l’umanità.
Nell’ambito del filone legato agli interessi scientifici dell’autore, l’opera più importante è forse La chiave a stella (1978), dove si raccontano le esperienze di vita e di lavoro dell’operaio piemontese Faussone, che gira il mondo per svolgere il suo lavoro di montatore: nel personaggio, quasi una proiezione dell’autore, spiccano la curiosità intellettuale e un vivo senso della dignità del proprio lavoro.
Ma il filone memoriale-saggistico nella produzione letteraria di Levi non si interrompe: direttamente a La tregua si collega infatti il romanzo Se non ora, quando?(1982), che descrive il viaggio di un gruppo di partigiani ebrei russi che vanno dalla Bielorussia all’Italia passando per la Palestina, e il libretto memoriale-ragionativo I sommersi e i salvati (1986) torna sulla tragedia di Auschwitz con l’intento non più di raccontare ma di riflettere, riallacciandosi a Se questo è un uomo.
Su una linea di sostanziale continuità rispetto alle opere in prosa si collocano le raccolte poetiche ( L’osteria di Brema, 1975; Ad ora incerta, 1984; Altre poesie, riunite postume), anticipate dai versi che precedono come un’epigrafe Se questo è un uomo e La tregua e ispirate alla tematica del Lager.
Il punto di contatto fra le "due nature" di Primo Levi, quella del letterato e quella dello scienziato, sta in una fiducia illuministica nella ragione che si traduce in una scrittura limpida, chiara, essenziale, dove ogni parola viene "pesata".
Primo Levi
Se questo è un uomo
Vita dell'autore
Questo libro è un'opera di Primo Levi, scrittore- testimone e poeta italiano; egli nacque a Torino nel 1919, studiò chimica all'università di Torino dal 1939 al 1941 e successivamente, mentre lavorava come ricercatore chimico a Milano, decise di unirsi ad un gruppo di resistenza ebraica che si formò in seguito all'intervento tedesco nel nord d'Italia nel 1943. Per questo motivo fu catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943 e fu condotto prima in un campo d'internamento a Fossoli, poi nel campo di sterminio (Lager) nazista di Monòwitz, vicino Auschwitz, insieme con altri 650 ebrei, egli sopravvisse perché impiegato in attività di laboratorio.
Furono proprio le attività di laboratorio che aumentarono le sue possibilità di non ammalarsi gravemente, di salvarsi dai congelamenti, poiché i laboratori erano riscaldati, e di superare le selezioni. Infine, nel 1987, Levi si tolse la vita forse a causa delle negative conseguenze psicologiche apportategli dall'esperienza del Lager.
Tra i suoi numerosi libri i più importanti sono: "La tregua", che descrive il lungo viaggio verso casa attraverso la Polonia e la Russia dei sopravvissuti ai campi di sterminio, e "Se non ora, quando?" in cui riprende il tema della guerra e dell'ebraismo.
Lager
A partire dal 1942 furono istituiti i campi di sterminio (detti anche Lager), nei quali venivano rinchiusi ebrei vittime di deportazioni sistematiche, eseguite per attuare la "soluzione finale", che ebbe come scopo l'annientamento delle "razze inferiori".
I prigionieri erano costretti ai lavori forzati e coloro che non resistevano venivano uccisi. Alcuni vennero addirittura impiegati come cavie in esperimenti scientifici e medici. Qui morirono con i gas oppure per fame e malattie circa 11 milioni di persone, di cui più di sei milioni di ebrei.
Queste cifre di morti così elevate pensano che siano una vergogna per l'umanità e Primo Levi scrisse "Se questo è un uomo", in cui racconta delle condizioni di vita dei deportati ad Auschwitz, con lo scopo di far riflettere il mondo su questo "genocidio di razze" e di evitare il ripetersi di tutto ciò.
Primo Levi nel libro riporta testimonianze obiettive, infatti scrive con un linguaggio pacato di un testimone, non con quello lamentevole di una vittima.
Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia ve lo impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi.
Questi sono alcuni dei versi più belli e significativi che abbia scritto Primo Levi, e proprio con questi versi si apre il suo libro "Se questo è un uomo". Questo libro è una testimonianza sconvolgente sull'inferno del Lager, è un libro sulla dignità e sullo stato di degradazione dell'uomo di fronte agli spietati meccanismi dello sterminio di massa.
Se questo è un uomo
Il libro descrive il trasporto delle vittime nei campi, le loro condizioni di vita, e la struttura dei campi, in particolare di quello dove fu deportato Primo Levi.
Primo Levi fu catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943 e fu mandato prima a Fossoli, presso Modena, in un campo d'internamento; poi il mattino del 21 febbraio 1944 insieme agli altri ebrei del campo, che erano circa seicentocinquanta, venne trasportato ad Aushwitz. Il trasporto delle vittime avvenne in treno, in vagoni merci sprovvisti di tutto persino di prese d'aria. Il treno viaggiava lentamente verso la destinazione e molti deportati morirono lungo il tragitto, il loro punto d'arrivo era Monowitz, un campo vicino Auschwitz.
Arrivati al campo venne fatta una prima selezione, secondo la quale, i bambini, i vecchi e gli inabili al lavoro vennero condotti direttamente nelle camere a gas; gli altri, invece, furono portati in stanze poco riscaldate dove vennero spogliati, rasati e portati a fare la doccia, dopo di che li vennero consegnate le uniformi da lavoro. Così dei seicentocinquanta deportati solo centoventi superarono la prima selezione, i rimanenti furono uccisi.
In seguito, quelli rimasti in vita, dopo esser stati battezzati con un nuovo nome, cioè un numero tatuato sul braccio sinistro, erano pronti per lavorare; il lavoro consisteva o nel trasportare blocchi di cemento da ottanta Kg l'uno dai treni alle fabbriche, o nel produrre gomma che serviva alle riparazioni sia delle attrezzature da guerra sia del campo stesso. Si lavorava d'estate e d'inverno, con il sole o con la neve sempre vestiti con una camicia e un pantalone.
Il campo di Monowitz era uno dei lager più grandi che poteva contenere fino a quattordicimila prigionieri. Questo lager era un "quadrato" di seicento metri di lato formato da sessanta baracche in legno e da una gran piazza centrale, detta piazza dell'Appello, dove i prigionieri si riunivano il mattino per formare i gruppi di lavoro e la sera per contarsi, il tutto era delimitato da due reticolati di filo spinato percorso da corrente ad alta tensione. Le baracche, chiamate Blocks, erano le abitazioni dei prigionieri e dei capi baracca ed erano divise in due locali: il primo locale, dove viveva il capo- baracca, era un mini appartamento di lusso; il secondo invece, dove c'erano i prigionieri, era un dormitorio con centocinquanta cuccette (fatte con tavole di legno) a tre piani divise da tre corridoi, nelle quali dormivano duecentocinquanta persone, quasi due per ogni cuccetta.
I prigionieri erano divisi in tre categorie: gli ebrei, i politici e i criminali, i quali comandavano sulle altre due categorie; essi si distinguevano dal segno che portavano tatuato sul braccio, infatti, i criminali portavano tatuato un triangolo verde, i politici uno rosso e gli ebrei la stella ebraica.
Otto di quelle baracche costituivano l'infermeria, qui in un periodo che va da due settimane a due mesi i prigionieri erano tenuti a guarire o a morire, infatti chi tendeva alla guarigione veniva curato, chi, invece, tendeva ad aggravarsi veniva mandato alle camere a gas. La vita nell'infermeria Levi la definiva un "limbo", qui i disagi materiali erano pochi, a parte la fame e la sofferenze dovute alle malattie, non faceva freddo e non si lavorava, per di più il pranzo e la cena venivano distribuiti nel letto.
Nel lager la lotta per sopravvivere era senza remissione perché ognuno è "disperatamente ferocemente solo", qui l'uomo è solo a lottare per la sua vita e su di lui regna una legge feroce la quale afferma: "A chi ha, sarà dato; a chi non ha sarà tolto". Infatti con gli individui più forti i capi mantengono volentieri i contatti perché sperano di poterne trarre qualche utilità, mentre con quelli più deboli, che come afferma l'autore sono i mussulmani, non vale la pena di rivolgerli la parola e di farseli amici. La vita nel lager è un inferno, è una guerra giornaliera contro la fatica, la fame e il freddo; per cercare di sopravvivere e di sfuggire alle selezioni il più a lungo possibile c'erano tre vie: l'organizzazione, la pietà e il furto; chi non metteva in pratica questi metodi ma soccombeva semplicemente, cioè chi eseguiva tutti gli ordini che si ricevevano, chi mangiava solo la razione che gli veniva data o si atteneva alla disciplina del lavoro e del campo non rimaneva in vita più di tre mesi.
Tuttavia nonostante le terribili condizioni di vita del lager i tentativi di fuga erano rarissimi perché erano difficili e molto pericolosi dato che i prigionieri erano indeboliti dalla fame e dai maltrattamenti, demoralizzati, e facilmente riconoscibili dai loro abiti a strisce.
Inoltre per reprimere i tentativi di fuga si adottavano durissime contromisure, infatti chi veniva ripreso veniva impiccato pubblicamente nella piazza dell'Appello, quando veniva scoperta una fuga gli amici dell'evaso venivano considerati suoi complici e fatti morire di fame nelle celle della prigione, talvolta venivano arrestati e deportati nel lager anche i genitori del colpevole. Per questi motivi i prigionieri che tentarono la fuga furono poche centinaia e quelli a cui la fuga riuscì una decina. Quelli che riuscirono ad evadere furono solo alcuni prigionieri polacchi che abitavano poco lontano dal lager, i quali avevano una meta precisa e la sicurezza di essere protetti dalla popolazione. Primo Levi sopravvisse alla terribile esperienza del campo solo perché riuscì ad entrare a lavorare come chimico in laboratorio, sottraendosi al freddo e alla fatica.
Letteratura tutto di tutto
Machiavelli: la scoperta della “verità effettuale”. Una nuova prosa che si apre a quella scientifica. Continuatori del pensiero di Machiavelli.
- L’originalità rivoluzionaria del Principe
Nel 1516 a Venezia esce la prima edizione dell’ Orlando Furioso dell’Ariosto, a tre anni di distanza dal Principe di Machiavelli .
Il poema dell’Ariosto è l’espressione delle tendenze artistiche del primo ‘500 nella forma, perché realizza quelle esigenze di decoro, di misura, aspirazione più intima del gusto classicistico, nella sostanza, perché è il frutto di una visione della vita libera e serena, umana, mondana, concezione senza turbamenti instaurata dall’Umanesimo e Rinascimento, prima che lo spirito si ripiegasse nuovamente su di sé ad ascoltare la voce del dubbio e dell’inquietudine sorgente.
L’ottava ariostesca, calma piena, con un ritmo sciolto, attua la fusione del discorso poetico con il metro, la coincidenza del periodo logico col periodo strofico, realizza la fusione nelle sue prove più alte di reale e ideale, ricercata dal Petrarca, attuata solo e in parte nel Rinascimento.
Nell’Ariosto categoria espressiva che assurge a nuova importanza è l’aggettivazione, perché la realtà è vista da questo poeta nei suoi particolari, nelle sue sfumature, con profonda attenzione per la psicologia dell’uomo, ma in una contemplazione acronica, priva di drammaticità, che sembra confermare una visione della vita distaccata e serena, perché nelle mutevoli vicende del mondo si riconosce la divina armonia della vita.
Probabilmente tra il luglio e il dicembre del 1513 , nasce il trattato “De principatibus” di Machiavelli.
Machiavelli, “mediocre poeta quando scrive versi, grande poeta nelle opere in prosa, la sua poesia è poesia dall’aggressività omerica, di Diomede e Ulisse insieme, sotto il cielo di un fato necessario e ineluttabile” (F. Montanari).
M. fa professione di povertà di stile , ma rivendica : “la varietà della materia e la gravità del subietto”.
Machiavelli non fu un erudito, né un letterato, ebbe un interesse fortissimo dei fatti storici e della psicologia umana e a 29 anni (1498), entrò nell’attività politica fiorentina, come segretario della seconda cancelleria, che trattava la guerra e gli affari interni. La sua attività politica lo portò in Francia da Luigi XII, a Roma da Giulio II, in Tirolo dall’imperatore Massimiliano.
Frutto di queste missioni sono vari e importanti testi come: “Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati” (1502), “I rapporti delle cose della Magna” (1508), “I ritratti delle cose di Francia” (1510), “I ritratti delle cose dell’ Allemagna” (1512)…di natura storica o storico- politica.
Machiavelli applica all’agire politico la fine analisi psicologica, fino ad ora patrimonio e quasi bagaglio esclusivo del letterato: “Nessuno ha mai studiato così bene come il M. la tempra del capo e quella del volgo , M. studia le relazioni tra dominanti e dominati, lo studio si risolve in un’analisi psicologica” (A. Momigliano).
La sua visione della vita e dell’uomo si scosta da quella senza turbamenti di tanto Rinascimento, non è distaccata e serena, perché riconosce nelle mutevoli vicende del mondo la forza di una natura non equa e imprevedibile, e studia come il politico può farle forza con la “virtù” e la “fortuna”.
Pensatore rivoluzionario e fondatore del moderno pensiero politico, autore amato, frainteso e odiato, il suo Principe è il classico della letteratura italiana più noto e conosciuto nel mondo.
- Dall’ideale al reale nella politica nel pensiero occidentale
“Prima di M. i teorici della politica- dice Momigliano- avevano studiato come si dovrebbe vivere, cioè erano andati dietro all'utopia , lui studia come si vive”.
Un’opera di capitale importanza per seguire l’evoluzione della mentalità del mondo classico per quanto riguarda lo Stato è il De republica di Cicerone.
L’opera, confrontata con la Repubblica di Platone mostra delle interessanti novità.
Mentre quella di Platone parla di uno stato ideale, quella di Cicerone fa riferimento a uno stato realmente esistito, la repubblica romana delle origini, anche se in parte idealizzata.
Al Mito di Er si contrappone il Sogno di Scipione l’Emiliano, che dimostra l’atteggiamento più realistico della mentalità romana, e al Regno ultraterreno dei Buoni che coincidono coi Giusti, in Platone, si contrappone quello dei Buoni, che sono i meritevoli della patria in Cicerone, fatto che rivela l’importanza dello stato e della politica nel pensiero e nella mentalità del cittadino romano.
Da uno stato ideale, quale “dovrebbe essere”, secondo ideali di perfezione, difficilmente realizzabili in terra, a uno stato quale “potrebbe essere”, costruito sulla falsariga di uno realmente esistito anche se in epoca diversa, in diverse condizioni, e ritenuto migliore.
La sicurezza e la fiducia nel potere piegare il corso della storia e la volontà degli uomini ai propri principi e convincimenti politici, Cicerone lo pagò con la vita, non riuscendo a “pre-vedere” un possibile nuovo triunvirato a distanza di 17 anni dal primo, di cui era stato spettatore.
La fine della comunque gloriosa repubblica romana aveva dato un’ importante opera letterario- politica, che mostrava oltre a un fortissimo interesse per la politica, una nuova attenzione per la realtà storica, una nuova sensibilità per la psicologia dell’uomo da parte del politico, sempre col fine di orientare e di indicare strade maestre da seguire, ancora frutto della tendenza a una certa idealizzazione.
C’è ancora spazio per l’eclettismo e per l’utopia, come nel pensiero politico di Petrarca.
Bisogna arrivare a Machiavelli perché sia analizzato uno stato e una realtà politica quale effettivamente: “è”, e lo spazio all’eclettismo e all’utopia sia ulteriormente resecato.
3. Dal reale alla verità effettuale.
Machiavelli, come afferma F. Montanari, risolve tutta la politica in un calcolo scientifico di natura fisico – matematica .
Egli ha posto in rilievo che la politica è l’arte del possibile, perché agisce su una massa, quella degli uomini, volubile, che lui osserva con occhio vigile, attento e disincantato.
Se si può notare in lui un certo estremismo, un forte pessimismo, questa è una reazione all’ottimismo umanistico, a cui lui giunge constatando che quell’uomo, che Pico della Mirandola aveva posto al centro dell’universo , “potes sui” , è in fondo cattivo.
Egli riscopre la dottrina cristiana del peccato originale, il suo mondo è estraneo a ogni riferimento ad un annuncio di redenzione dell’uomo, il suo mondo è precristiano, il suo salvatore è un ente politico.
Ma M. non crede nella perennità di questo ente, che è sottoposto alla legge naturale, che assimila gli stati ad ogni essere vivente, condannato ad un ciclo di crescita – culmine vitale – decadenza e morte. La vita degli stati è un perenne circolo.
L’osservazione attenta della realtà, della natura, dell’uomo lo porta a “scoprire” ciò che è, e non ciò che dovrebbe o potrebbe essere, lo porta a scoprire che nella politica è più conveniente:
“andar dietro la verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa” .
Tale verità semplice è risultata oscurata nel corso dei lunghi tempi della storia a vantaggio di una visione più distaccata e rivolta all’ideale o all’ultraterreno, per un atteggiamento comune, ma di diversa matrice, che si ritrova nel mondo classico e cristiano, di svalutazione della realtà nei suoi aspetti più concreti e umili.
Nel mondo classico ha avuto più peso la conoscenza legata alle idee che alle cose, copia delle prime, la storia è apparsa inferiore all’arte, perché rivolta al particolare (Aristotele) e questa inferiore alla filosofia, la forma di sapere ultimo e disinteressato.
Le arti maggiori sono apparse quelle liberali, non legate ad aspetti pratici della vita sociale e individuale, ma allo spirito: capaci di rendere libero veramente l’uomo, e superiori a ogni altro tipo di attività umana.
Il mondo Cristiano, si è sempre più allontanato da una visione diretta e concreta della realtà e dell’uomo, aumentando il solco tra vita terrena, sminuita nel suo valore, e vita ultraterrena.
In quest’ottica è apparsa ridimensionata anche ogni attività terrena, guidata comunque dalle virtù cardinali , e non legata ad aspetti pratici, come la filosofia , non ancella della teologia, e l’arte , non didascalica .
Qui si è avuto interesse a credere o far credere che le cause dei fatti sono nascoste e le apparenze ingannano , che la vista dell’uomo è corta , la verità è nascosta, la ragione non basta , l’uomo deve accontentarsi dei fatti e non cercare le cause , il sapere è avvolto da un alone sacro e concesso solo per volere divino , chi lo detiene si può o deve esprimere in forma velata .
In ambiente classico la consapevolezza dei limiti della ragione umana, portava ad un atteggiamento più clemente e tollerante nei confronti dell’uomo , in clima cristiano medievale e post- tridentino, il credente si è arrogato un diritto di Dio, senza sentirne il peso.
Il diritto di giudicare e condannare moralmente. E di far coincidere la propria giustizia con la giustizia divina e la Giustizia con la vendetta .
Anche la legge del contrappasso (condecens vindicta), applicata da Dante nella Divina Commedia, rimanda alla vendetta privata, ancora in uso ai suoi tempi, che però si riteneva giusto mitigare.
M. denuncia senza mezzi termini la realtà nei suoi aspetti più duri e inquietanti e giudica l’uomo senza pietà, ma per trarne insegnamenti utili alla vita sociale.
Lo scopo dell’analisi e del duro giudizio dell’uomo non è morale, il miglioramento utopistico dell’umanità, ma la conoscenza delle leggi e delle costanti del comportamento umano e della vita politica che diano al politico la capacità di pre-vedere, di comprendere anticipatamente gli esiti delle situazioni per predisporre le difese necessarie, in una realtà infida e mutevole.
La sua concezione drammatica della politica dominata dal pericolo sempre incombente e dalla possibilità del mutamento e crisi è motivata dalla concreta realtà della politica italiana del primo Cinquecento.
Anche per lui l’ideale è la “concordia ordinum” classica, lo stato misto, dove i poteri sono divisi, come nella repubblica romana, esaltata da Livio, prova ne sia l’opera intitolata “Dai discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”.
Ma M. dedica le sue massime energie a indagare la natura del principato nuovo “nel quale consistono le difficultà”, che auspicava si formasse in Italia sotto la guida dei Medici, capace di mantenersi e far fronte alla drammatica situazione politica dell’Italia, la quale si trovava:
“più stiava che gli Ebrei, più serva ch’ e’ Persi, più dispersa che gli Ateniesi; senza capo, senza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, ed aveva sopportato d’ogni sorte ruina”, Il Principe, Capitolo XXVI.
Dà il primo esempio di conoscenza al servizio dell’utile, utile sociale e politico, e questo fine pratico lo avvia a uno studio forse riduttivo e semplicistico della realtà e dell’uomo, ma di fondamentale importanza per il pensiero occidentale, già dal mondo latino orientato verso la rivalutazione dell’aspetto pratico della conoscenza su quello speculativo fine a se stesso , e della collettività sull’individuo.
Il cristianesimo aveva dato l’esempio di un sapere sempre al servizio dell’ utilità sociale morale, più privata che pubblica, almeno nella fase iniziale evangelica.
La fase umanistico – rinascimentale risveglia nell’uomo nuova fiducia nelle sue capacità, un nuovo amore per il terreno, l’attenzione per la cosa pubblica, di ciceroniana memoria, e M. applica l’analisi dell’ io, l’esame di coscienza, tipicamente cristiano, al singolo e alla collettività per fini unicamente politici, denuncia il vero , senza sensi di colpa e falsi pudori .
Non molto lontano è l’atteggiamento del Petrarca, che si confessa senza sperare e far sperare in una utopistica conversione.
Il Vero entra, con Machiavelli, a pieno diritto nel pensiero, nell’immaginario, nella cultura dell’uomo occidentale, ma con quante reticenze!
4. “Mi è parso più conveniente andar drieto alla verità effettuale della cosa che alla imaginazione di essa”.
“Non si meravigli alcuno se, nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi, e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli, perché camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie altrui al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore, e fare come gli arcieri prudenti, a quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere, con lo aiuto di sì alta mira, pervenire al disegno loro” .
Dal fondamentale testo precedente si evincono alcuni importanti concetti:
- “nel parlare che farò de’ principati al tutto nuovi”: su questi si ferma la sua attenzione, principati di nuova costituzione nei quali: “consistono le difficultà”; che possono presentare situazioni meno comuni e più difficili da risolversi. Ciò prova che la sua attenzione si è spostata dal generale al particolare: a situazioni a volte invasive su cui il politico deve avere il coraggio di indagare senza crearsi rasserenanti illusioni.
- “procedendo nelle azioni loro con le imitazioni”: è ribadito il concetto dell’imitazione, concetto basilare del mondo classico, da Aristotele in poi, secondo cui l’uomo in ogni sua attività procede imitando; concetto ripreso e rielaborato nell’Umanesimo- Rinascimento. M. si fa sostenitore di tale concetto sia nel Principe che nei Discorsi, ritenendo possibile creare una scienza della politica proprio il comportamento dell’uomo si ripete e può essere imitato.
- “né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere”: è ribadito il concetto dei limiti delle capacità dell’uomo, dipendenti da minori virtù e/o da diverse condizioni contestuali, concetto classico e in parte confluito in quello dell’umiltà cristiana verso gli altri e verso Dio, che talvolta però si coniuga con la superbia di chi si arroga il diritto di farsi interprete e conoscitore della volontà e giustizia divina ;
- “addurrò grandissimi esempi” : l’oggetto della imitazione è ancora ricercato tra i modelli più alti, più nobili, più difficili da raggiungere, ma non come potrebbe apparire, per un desiderio- aspirazione al miglioramento, alla perfezione, che è classico e cristiano, ma per:
- “rendere almeno qualche odore della virtù degli eccellentissimi”, perché come studioso di politica, letterato e politico sa che difficilmente si può raggiungere la virtù somma e conferma che la politica è l’arte del possibile, non dell’ideale, dell’auspicabile…Molta fatica deve essere fatta con la speranza di raggiungere un piccolo obiettivo.
Il politico deve fare come l’arciere prudente che per raggiungere il suo bersaglio pone la mira assai più alta.
In questo importante capitolo del Principe, M. enuncia l’oggetto principale del suo studio: i principati nuovi; “la cognizione delle azioni degli uomini grandi imparata da me con una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique” ( Dedica); e il metodo seguito, appunto: l’imitazione – osservazione della natura e dei precedenti scrittori in materia, da cui confessa che si discosterà in parte, proprio per la maggiore aderenza a ciò che è.
Il politico, deve sapere che non giova seguire l’immaginazione della cosa, ma deve andare dietro alla verità effettuale della stessa:
“egli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere , che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare impara piuttosto la ruina che la perservazione sua” .
Il procedimento utilizzato è quello di studiare l’uomo e le sue reazioni nel particolare con la stessa cura con cui era osservata già la natura : e frequenti sono gli esempi tratti dalla vita quotidiana, i riferimenti alla natura, vista antropomorficamente, e le similitudini naturali .
5. Andando dietro la verità effettuale scopre che..: Deduzioni.
L’uomo è:
“E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto ( non osservare la fede) non sarebbe buono, ma perché sono tristi, e non la osservarebbono a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro”, Cap. XVIII
“ Gli uomini non credono le cose nuove , se non ne veggano nata ferma esperienza.
La natura de’ populi è varia ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione”, Cap. VI
“e son tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti…*”, Cap. XVIII
“E gli uomini, in universali, iudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li defenda,..
Perché il vulgo va sempre preso con quello che pare, e con lo evento della cosa, e nel mondo non è se non vulgo .”, Cap.XVIII
“Perché gli uomini sono molto più presi dalle cose presenti che dalle passate; e quando nelle presenti truovono il bene, vi si godono e non cercano altro”, Cap. XXIV
“Per il che si ha a notare che gli uomini si debbano o vezzeggiare o spegnere, perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono;…” , Cap. III
“è comune defetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta” , Cap. XXIV
“gli uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio”, Cap. XVII
“Uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni…*
Corollari
Il principe “deve sapere”:
*…Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità”, Cap. XV
“Pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo. Sendo dunque necessitato sapere bene usare la bestia debbe di quelle pigliare la golpe e il lione, perché il lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi .
Ma è necessario questa natura ( della golpe ) saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore” , Cap. XVIII
“*…che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare”, Cap. XVIII
“A uno principe, adunque, non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità , ma è necessario parere di averle. Anzi ardirò di dire questo, che, avendole e osservandole sempre, sono dannose; e parendo di averle sono utili .
E hassi a intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro la fede, contro la carità, contro alla umanità, contro la religione.
E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo ch’e’ venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male necessitato.” , Cap. XVIII
“e nelle azioni di tutti gli uomini e massime de’ principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato, e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno laudati” , Cap.XVIII
“… l’offesa che si fa all’uomo debba essere in modo che la non tema la vendetta” , Cap. III
“ Perché le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno.”, Cap. VIII
“Bene usate si possono chiamare quelle ( crudeltà), se del male è licito dire bene, che si fanno a uno tratto, per la necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento, ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può”, Cap. VIII
“E io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa in uno principe trovarsi, di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone, ma perché le non si possono avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, gli è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quei vizi che li torrebbano lo stato, e da quelli che non gnene tolgano, guardarsi, se egli è possibile, ma, non possendo, vi si può con meno respetto la sciare andare. ..perché si troverà qualche cosa che parrà virtù e, seguendola, sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e, seguendola, ne riesce la securtà e il bene essere suo” , Cap. XV
“ Debbe nondimanco el principe farsi temere in modo che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio, perché può molto bene stare insieme essere temuto e non odiato”, Cap. XVII
“io iudico che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla”, Cap. XXV
“non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari e con argini. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li suoi impeti dove non è ordinata virtù a resisterle”, Cap.XXV
“Non si debba lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia, dopo tanto tempo vegga uno suo redentore” , Cap. XXVI.
“Pigli la illustre casa vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese giuste; acciocché, sotto la sua insegna, e questa patria sia nobilitata, e, sotto i sua auspizi , si verifichi quel detto del Petrarca :
Virtù contro furore
prenderà l’arme , e fia el combatter corto;
ché l’antico valore
nell’italici cor non è ancor morto.” , Cap. XXVI
“M., storico debolissimo - afferma F. Chabod- come politico diveniva una potenza universale”.
Come pensatore fu non sistematico, fu un teorico dalla passionalità violenta .
Mente acuta, capace di ampie sintesi, costruttiva, nella osservazione della realtà supera l’esperienza frammentaria e immediata.
Scopre che l’uomo è sempre lo stesso, la possibilità di ricavare leggi eterne, la possibilità di fondare una scienza politica.
Ha una concezione della storia prammatica, che vede l’uomo motore della storia. Più cattivo che buono .
Ma il suo pessimismo è eroico e non esclude la fiducia nelle possibilità del “vir”, non esclude una realtà futura forse ideale.
Visto che l’azione politica deriva dalla situazione storica + la virtù individuale contro la fortuna,
e il buon governo da: buone leggi + buone armi (milizie cittadine) .
Come uomo d’azione fu utopista .
Scopre che la politica è autonoma dalla morale , la virtù dell’uomo politico non coincide con la virtù dell’uomo buono.
La sua è una concezione utilitaria, ma non egoistica, perché l’utile del singolo si purifica in quello della Patria.
La Patria è al di sopra della morale .
- Novità dello stile del Principe
Il Principe appartiene al genere della trattatistica oggi considerato extra-letterario, ma fino al ‘700 genere di rilievo. Affermatosi nel ‘400, nella forma del dialogo, ha un ruolo centrale nel ‘500, perché deve fondare un nuovo costume e una nuova scrittura.
Il trattato era il genere del discorso filosofico- scientifico, per il quale si usava per lo più il latino , ma quando il trattato filosofico verteva sulla politica, sull’amore, sulla bellezza – temi centrali del neoplatonismo- era scritto in volgare, perché si rivolgeva a un pubblico più ampio. È significativo che M. abbia scritto in volgare il Principe, come il Bembo gli Asolani.
Il trattato si lega all’idea di perfettibilità umana e alla pratica della pedagogia: è evidente il suo rapporto col platonismo e a partire dal 1536 anche con l’aristotelismo, che rese più forte la tendenza all’imitazione e aprì la strada ad una precettistica più chiusa e regolata.
Il trattato del ‘500 offre tre modelli: modelli di comportamento che riguardano la vita politica (Il Principe), la vita cortigiana (il Cortegiano del Castiglione), il codice amoroso (gli Asolani del Bembo); modelli artistici e letterari (il Trattato del Castelvetro), modelli linguistici (le Prose della volgar lingua di Bembo).
Lo stile del Principe è personalissimo, spezzato, nervoso, fatto di forti contrasti, fa prevalere la paratassi sull’ipotassi.
Espone gli argomenti uno dopo l’altro, in modo che ogni affermazione coordinata abbia un massimo di assolutezza, imponendosi al lettore come una verità obiettiva semplicemente constatata; i suoi ragionamenti, che si impongono come indiscutibili, apodittici, tendono a organizzarsi per coppie oppositive con una forte intensità drammatica.
“Linguaggio della necessità” è stato definito: tipica è la sua perentorietà ( “conviene- è necessità- deve- si deve”).
Frequenti i connettivi conclusivi (”pertanto- adunque – onde”), in un discorso che si configuri rigoroso nelle premesse e nelle conclusioni e dotato di una compiuta organicità.
Vivacità e concretezza sono determinate da similitudini tratte dall’esperienza quotidiana, da metafore, da immagini che colpiscono la fantasia del lettore.
Alla concretezza dell’esperienza quotidiana e alla lingua corposa dei mestieri rimandano alcuni termini come “ruinare, ruina, fondamenti” tratti dalla lingua dell’arte muraria, l’attribuire un significato tecnico ad alcune parole (“occasione, spegnere…”) indica la sua tendenza a fare della politica una scienza rigorosa, dotandola di una terminologia sufficientemente precisa.
La struttura del P. ha una chiarezza architettonica .
La sintassi sembra adeguarsi alla libertà del pensiero di M.: sparisce il ragionamento a piramide degli scolastici, per cui l’asserto principale occupa il posto d’onore, al centro del periodo, e si inaugura il ragionamento a catena, per cui le asserzioni scaturiscono naturalmente, una dall’altra, e sono tutte poste sullo stesso piano in una composizione più libera e semplice.
Tale ragionamento a catena sarà poi quello di Galileo e di tutta la prosa scientifica moderna.
La prosa di M. riesce ad essere in ogni momento un impasto di lingua e sintassi colta e di lingua e sintassi popolare. Lo scrittore –M. è classico e popolare, dotto e istintivo, complesso e immediato.
Da frasi di stampo latino passa a espressioni di plebea vigorìa . Ma scrittore impetuoso e istintivo, quando deve dare regole e massime, sa usare uno stile fermo ed epigrammatico.
Dalla polemica più soggettiva sa giungere alla scienza più oggettiva.
A M. interessano le verità essenziali, quindi anche lo stile sarà essenziale , niente retorica classicheggiante.
La sua forma ha una secchezza matematica. nel suo periodare che presenta il procedimento dilemmatico, evidenziato dall’uso dei connettivi conclusivi.
“Stile di marmo”, lo ha definito il Russo, nelle pagine di maggior violenza e incisività, come in quella che del Capitolo VII sulla terribile fine di Remirro de Orco.
7. Machiavelli nella critica: detrattori e continuatori del suo pensiero .
Il Machiavellismo, o la deformazione del pensiero politico di M. si sviluppò a partire dal ‘600, ma le prime avvisaglie risalgono al 1547 con l’Apologia ad Carolum V del cardinale inglese Reginaldo Poole, che accusava M. di empietà, perché subordinava la religione all’utilità politica.
E al 1576 con l’Antimachiavellicus del protestante francese Jean Gentillet, che nel Principe vide l’elemento ispiratore della strage di San Bartolomeo ordinata da Caterina dei Medici.
“Il fine giustifica i mezzi” fu la formula, di origine gesuitica, divenuta di dominio pubblico con cui si definì e condannò il pensiero di M.
Prima di passare agli autori che tentano una conciliazione tra pensiero di M. e morale cristiana, è da ricordare il concittadino, e per tanti aspetti pensatore non lontano, Guicciardini.
Grande storico, pur partendo dalla stessa concezione della storia, prammatica, e dell’uomo, pessimistica, Guicciardini giunge a un relativismo, che nega la possibilità di ricavare leggi universali, di fondare una scienza politica, e nelle Considerazioni sui Discorsi di M., del 1530, asserisce:
“E’ errore parlare delle cose del mondo assolutamente e per regola”.
Il relativismo di G. salva le sue asserzioni, ugualmente pessimistiche e denigratorie sull’uomo, il potente e la chiesa, dalla dura condanna a cui è andato incontro il Principe, nei secoli.
Nella II metà del ‘500, a Firenze, il Tacitismo, il culto e l’imitazione di Tacito, che sostituisce quella di Livio, permette di perpetuare la parte più spregiudicata della dottrina del Principe e riaffermare la ragion di stato, perché le pagine degli Annali, in cui è descritta la tirannide di Tiberio, diventano codice di sapienza politica, Tiberio, tipo di monarca assoluto, leone e volpe.
Dati e Davanzati furono gli autori che tradussero (1560 c. ), gareggiando in concisione con l’originale il secondo, tutta l’opera di Tacito.
Già Benedetto Varchi, è il primo autore di una Storia di Firenze (1538), che si richiama a Tacito e Polibio.
Tra il 1580 e il 1650 si ha una grande produzione di scritti politici, influenzati dal Principe.
Tutti oscillano tra atteggiamento utilitaristico e morale, optando per un via di compromesso.
Botero, con il trattato Della Ragion di Stato( 1589) pone a fondamento della sua dottrina la morale e la religione, pur con debite riserve.
Zuccolo, autore di un trattato “ Della ragion di stato”, ( 1621) , nel quale considera la politica autonoma dalla morale.
Boccalini, nei suoi “Ragguagli del Parnaso” (1610), immagina che M. sia condannato per aver svelato ai sudditi i segreti e le arti del governo assolutistico dei principi, e aver messo denti posticci di cane alle pecore, che sono preziose non per la lana, ma per la molta semplicità e mansuetudine, e voler mandare in rovina la razza dei pecorai (governanti). Apre la strada all’interpretazione illuministica democratica dell’opera.
Nei “Principi di una scienza nuova” (1725), la scienza della storia umana, fatta dagli uomini, Giambattista Vico col “verum ipsum factum”(il vero è lo stesso fatto), cerca la certezza e la verità , la penetrazione oggettiva del reale, e formula leggi costanti, risultando sintetico e riduttivo.
Alfieri, in un capitolo dell’opera politica “Del principe e delle lettere” (1786), accetta tale interpretazione:
“molto più per disvelare ai popoli le ambiziose e avvedute crudeltà dei Principi, che non certamente per insegnare ai principi a praticarle” , avrebbe scritto il Principe, e “il M. ad ogni sua parola respira libertà, giustizia, verità e altezza d’animo”.
Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio sulla rivoluzione napoletana del ’99, manifesta chiaramente i suoi debiti verso Machiavelli:
“Volendo, dice Machiavelli, che un errore non sia favorito da un popolo, gran rimedio è fare che il popolo stesso lo abbia a giudicare”; “..è sempre debole quello stato che non è difeso dai cittadini, e non sono cittadini quelli che occupano col loro corpo sette palmi di terra in una città, bensì coloro che contano tra i loro doveri l’amarla e il difenderla”.
Foscolo, nell’Ortis, nella lettera (4 Dicembre), in cui ricorda l’incontro col Parini, riprende da vicino una importante asserzione di M.:
“Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma, credimi, la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte e l’altro quarto a’ loro delitti”.
Nei Sepolcri (1807) nei famosi versi:
… Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande, (v.155)
che temprando lo scettro a’ regnatori,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue.
non si allontana dall’interpretazione democratica di marca illuministica.
Manzoni, nel capitolo III della Morale Cattolica, del 1845, libera il pensiero di M. da tutte quelle deformazioni cinquecentesche e secentesche, per cui era apparso il genio del male. E afferma che il suo pensiero è dominato dal criterio del l’utilità, che egli voleva con la giustizia o con l’ingiustizia.
Per De Sanctis l’uomo di M. non è un essere autonomo, ma uno strumento della patria, sia essa repubblica o principato.
Croce mette in risalto l’acre amarezza con la quale M. accompagna le sue categoriche e pessimistiche asserzioni : “se gli uomini fossero buoni…”, segno di austera coscienza morale.
Chabod definisce l’insegnamento di M. un insegnamento di valore europeo (1926).
Per Montanari M. concepisce la vita politica come noi la chimica : prese uguali quantità di elementi e combinandole insieme in identiche condizioni si ottengono identici risultati.
Sfugge al M. la dimensione storica della continua novità dei fatti.
Il pessimismo aristocratico del M., nei confronti del “volgo”, che da Orazio percorre la cultura del mondo occidentale fino ai nostri giorni, trova spazio anche in uno scrittore cristiano come il Manzoni , e insieme al pessimismo l’amore e l’accettazione della realtà:
“ Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello era così.”, Promessi Sposi, Capitolo XXXIII, I parte.
Pessimismo e concezione della natura come forza inclemente verso l’uomo sono presenti in tutta l’opera di Leopardi, e la protesta dell’autore nell’ultima parte della sua vita conferma la scoperta del vero, dell’arido vero, come titolo di nobiltà anche per il poeta lirico:
Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte
( La Ginestra, v.111-116)
Il culto della verità oggettiva dal romanticismo al verismo trionfa, nella letteratura e nella cultura occidentale.
Pessimismo e coraggio nel denunciare il vero, anche quando non piace, e porta danno al denunciatore, lo troviamo in Pirandello, che ama e ammira Machiavelli, e attua nell’arte la rivoluzione di Machiavelli nella politica.
Come Machiavelli lotta contro l’idealismo- irrealtà in politica, così Pirandello combatte la “stupidissima verosimiglianza”, che bandiva dall’arte, “il possibile non credibile”, a vantaggio del “verosimile credibile”, e poneva come criterio – guida dell’arte la “credibilità”, ciò che lo spettatore- lettore crede, e quindi non la “verità”, dato che: “quod fere libenter homines id quod volunt credunt”. Cesare, De bello gallico, libro III, XVIII.
L’elenco dei politici che hanno attinto e attingono all’ “opuscolo” del “mariolo” non può esaurirsi facilmente, e alcune massime sembrano alimentino ancora la politica dei nostri giorni:
“Perché uno principe debbe avere due paure: una drento, per conto dei sudditi, l’altra di fuora per conto dei potentati esterni. Da questa si difende con le buone arme e con li buoni amici, e sempre se avrà buone arme arà buoni amici, e sempre staranno ferme le cose di drento, quando stieno ferme quelle di fuora.” Cap. XIX.
Riferimenti bibliografici:
Luperini Cataldi, La scrittura e l’interpretazione , Palumbo.
Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi.
De Caprio – Giovanardi, I testi della letteratura italiana, Einaudi.
Ceserani – De Federicis, Il materiale e l’immaginario, Loescher.
Il Principe e altre opere a cura di Anselmi- Menetti- Varotti, Bruno Mondadori
Bergamo, 15 ottobre 1999.
“La quale opera (Il Principe) io non ho ornata né ripiena di clausole ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare”. Dedica.
E per far meglio ciò bisogna essere uomo “di basso e infimo stato”, come lui, ché: “a conoscere bene la natura de’ popoli, bisogna essere principe, e a conoscere bene quella de’ principi , bisogna essere populare”, Il Principe, Dedica.
prova ne sia l’Esortazione finale (Cap. XXVI), in cui riprende i versi della Canzone all’Italia del Petrarca, dove appunto la sua eloquenza politica era intonata all’esortazione (e non all’invettiva, come in Dante, Purg., VI), dimostrando quindi ancora di oscillare tra un atteggiamento utopistico (= Petrarca) ed uno rigorosamente laico (# Petrarca). In Dante l’atteggiamento politico è utopistico- cristiano- non eclettico.
“Quivi sto io con quei che le tre sante / virtù non si vestiro, e sanza vizio / conobber l’altre e seguir tutte quante” , Purg. , VII, v. 34-36.Virgilio a Sordello parla del Limbo e delle anime lì relegate.
“Voi non andate giù per un sentero / filosofando: tanto vi trasporta/ l’amor dell’apparenza e ‘l suo pensero!” , Par., XXIX, v. 85-87.
Sintomatico di tale parziale condanna è l’aver collocato il maggior numero di artisti nel secondo regno, il Purgatorio: vedi Casella, Sordello, Oderisi da Gubbio, Stazio, Bonagiunta da Lucca, …
La poesia di Virgilio è salvata perché: “Per te poeta fui , per te cristiano;”, Stazio, Purg., XXII, v.73; e così quella di Dante, perché: “Ma non di men , rimossa ogni menzogna, /tutta tua vision fa manifesta ;”, Par. , XVII, v.127-128.
“ Veramente più volte appaion cose / che danno a dubitar falsa matera / per le vere cagion che son nascose” , Purg. XXII , v. 28- 30.
“non creda donna Berta e ser Martino , /per vedere un furare , altro offerere/, vederli dentro al consiglio divino/ché quel può surgere, e quel può cadere”, Par., XIII, v.139-142.
“ Or tu chi se’ che vuo’ sedere a scranna, /per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna ?/, Par. , XIX , v. 79- 81.
“ Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sostanza in tre persone”. Purg., III, v.34- 36 .
“ State contenti, umana gente , al quia :/ ché se possuto aveste veder tutto , / mestier non era parturir Maria;” Purg., III, v.37- 39.
“O voi ch’ avete li ‘ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s’asconde/ sotto il velame de li versi strani”, Inf.,IX, 61-63
Seneca , De clementia I, 6: “Pensa tu in Roma, Nerone, quanta solitudine e desolazione ci sarebbe se rimanessero soltanto le persone meritevoli di essere assolte da un giudice severo”.
Più che le singole leggi del contrappasso trovate da Dante per i dannati dell’Inferno, creduto reale dai cristiani, il mondo del Purgatorio, nuovo per i tempi, con la sua scala di vizi da purificare mostra la certezza che un mortale possa farsi interprete della volontà di Dio. Come la meritocratica differenziazione della beatitudine delle anime nel Paradiso, che ripropone un concetto classico.
“ché la viva giustizia che mi spira, / li concedette , in mano a quel ch’i’ dico, / gloria di far vendetta a la sua ira”, Par., VI, v.88-90.
Vedi l’assenza di un pensiero filosofico autonomo e originale nel mondo latino, e l’eclettismo di Cicerone, esponente di rilievo della Nuova Accademia, col suo pensiero rivolto prevalentemente alla etica e alla politica.
Lucilio: “virtus est commoda praeterea patriai prima putare, deinde parentum , tertia iam postremaque nostra”: virtù inoltre è considerare al primo posto gli interessi della patria, poi quelli dei genitori, al terzo posto e ultimo i nostri.
Il Vero, nel suo aspetto basso, comune e quotidiano, oggetto di una arte minore, umile, comica, parodistica, satirica, nel mondo greco, ha nel mondo latino per la prima volta un suo genere autonomo: la Satira, che assurge a genere degno con Orazio.
Ed entra di prepotenza come oggetto dell’arte con Dante, inteso come Vero del Poeta, ora cristiano ora laico: “ e s’io al vero son timido amico ,/ temo di perder viver tra coloro / che questo tempo chiameranno antico” , Par., XVII, v. 118-120.
Come Dante : “Ma non dimen , rimossa ogni menzogna , / tutta tua vision fa manifesta ; / e lascia pur grattar dov’è la rogna”, Par. , XVII, v. 127-129.
“ O superbi cristian , miseri lassi, / che , de la vista de la mente infermi, / fidanza avete ne’ retrosi passi; / non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola alla giustizia sanza schermi?” , Purg., X, v. 121- 126.
“Oh vendetta di Dio , quanto tu dei / essere temuta da ciascun che legge / ciò che fu manifesto a li occhi mei!”, Inf., XIV, v.16-18.
“Però ti son mostrate in queste rote , / nel monte e ne la valle dolorosa , / pur l’anime che son di fama note ,/ che l’animo di quel ch’ode , non posa / né ferma fede per esemplo ch’aia, / la sua radice incognita e nascosa , / né per altro argomento che non paia”, Par., XVII, v. 136- 142.
“nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza, se essa non passa per le matematiche dimostrazioni e se tu dirai che le scienze che principiano e finiscono nella mente abbiano verità, questo non si concede, ma si nega per molte ragioni; e prima che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza”, Leonardo da Vinci
Vedi la famosa similitudine del Capitolo XXV: “E assomiglio quella (la fortuna ) a uno di questi fiumi rovinosi , che quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano gli alberi e gli edifizi, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte obstare.”
Per combattere ci sono due armi: le leggi proprie dell’uomo, la forza propria della bestia, se non bastano le prime, bisogna ricorrere alla seconda: il principe sarà leone ( forza) e volpe (astuzia ).
“si ritrova in quest’opera la passionalità violenta di chi vuol costruire, del creatore, che ha il sopravvento sulla serenità investigatrice di chi vuole osservare”, F. Chabod.
“L’insegnamento di valore europeo che si potè ritrovare in quell’opera è il riconoscimento dell’autonomia della politica , che è al di là del bene e del male morale”, F. Chabod.
“La patria è una divinità al di sopra della moralità e della legge, per la patria tutto è lecito”, F. De Sanctis.
Da ricordare , naturalmente il Convivio di Dante che inaugura la prosa scientifico- filosofica italiana.
Vedi la prosa del Boccaccio, importante precedente in questo senso, anche se di impostazione ciceroniana e il pluristilismo di Dante, primo esempio di rottura dei canoni classici. “In molte parti storico- narrative dello stesso Principe e dei Discorsi il modello della prosa Boccacciana ha esercitato un peso non secondario”, Anselmi- Menetti, Il Principe e la Mandragola, Bruno Mondadori, pag. VIII.
“Le parole non mi interessano bensì le cose”, dice Pirandello, e proprio tra gli scrittori di cose e non parole pone Machiavelli, di cui talvolta ripropone il periodare brusco e disarmonico, la tensione drammatica, che lui volge ad altri fini.
Letteratura tutto di tutto
1984
- Winston Smith è un abitante di Oceania. Qui tutta la vita è controllata dal Grande Fratello. In tutte le case un teleschermo trasmette immagini del Partito e controlla tutti i movimenti delle persone. Lo stato è organizzato in quattro ministeri (Amore, Verità, Pace, Abbondanza). Incomincia a scrivere di nascosto un diario, ricordando ciò che accadeva ogni giorno coi due minuti di odio, in cui la visione di un rivoluzionario provocava l’odio in tutti gli spettatori che si calmava con l'apparire del Grande Fratello. Winston vuole inconsciamente ribellarsi a questo sistema, pur essendo certo che sarà ucciso.
- Nell'ora di pausa prima di tornare a lavoro continua a scrivere il diario. Non sa per chi lo sta scrivendo, se per il passato o per il futuro, ma sa già che scrivendolo lui è già morto: da allora il suo unico obiettivo è di continuare a resistere senza essere scoperto il più a lungo possibile.
- Sognava spesso la madre che moriva sacrificandosi per lui e una donna che gettava via i suoi vestiti annullando ogni sistema. Si sveglia e mentre fa i consueti esercizi ginnici riflette sul bipensiero: il Grande Fratello è in grado di controllare il passato, il presente, il futuro, annulla la memoria e i ricordi che vivono solo nella coscienza dell'individuo fin quando non vengono annientati.
- Il lavoro di Winston consisteva nel "correggere" vecchie edizioni del Times che contenevano notizie non gradite al Grande Fratello e sue previsioni che non si erano avverate. Correggendo si potevano anche creare persone mai esistite.
- A mensa conosce un impiegato alla compilazione del vocabolario della neolingua. Questa era costituita da poche parole senza sfumature di significato che non davano la possibilità di costruire un pensiero. La neolingua, il socing è non coscienza. Durante un comunicato sui teleschermi Winston pensò di essere l'unico ad avere la memoria, a non essere assoggettato al Grande Fratello ad accorgersi che ciò che veniva propagandato era assurdo, contrario anche a quanto era stato detto il giorno prima.
- Il sesso veniva visto negativamente dal partito, l'unico scopo che aveva era quello della procreazione. Winston era stato sposato, ma poiché la moglie era pienamente sottomessa al Grande Fratello si separarono. Ogni tanto andava dalle prostitute, ma ciò non eliminava il suo desiderio di avere una moglie.
- I prolet, l'85% della popolazione, vivevano in condizioni misere, ma la loro attività era lavorare e generare; non erano assoggettati perché non pensavano e non rappresentavano alcun pericolo. Forse da loro poteva partire la rivoluzione contro il Grande Fratello Era infatti terribile come questo controllasse tutto: assoggettava la mente, e poiché la mente conosce la realtà, questo era in grado di controllare la realtà tutta. Si è allora liberi quando si è liberi di affermare le cose più semplici, più ovvie, senza alcuna assoggettazione: come che 2+2=4.
- Andò in alcune zone abitate dai prolet, dove poteva incontrare qualcuno nato prima della rivoluzione, ma questo ricordava solo piccoli particolari insignificanti. Tornò nel negozio dove aveva comprato il diario e comprò un segna carte solo perché antico. Intanto pensava che un collega, spia della psicopolizia lo stesse pedinando. Tornò a casa, voleva scrivere nel diario, ma la voce martellante del teleschermo gli fece tornare in mente gli slogan del Grande Fratello.
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- Una camerata che lavorava nello stesso ministero di Winston già da alcuni giorni lo seguiva. Un giorno gli fece cadere in mano un bigliettino con scritto " Ti amo". Si videro in una piazza e si diedero appuntamento in un luogo inosservato.
- Si incontrarono. Entrambi odiavano il partito. Il loro amore era un atto politico di rivalsa contro la purezza ostentata nel partito.
- Winston e Julia continuarono a incontrarsi e a conoscersi meglio, ogni volta in un posto diverso. Anche a lei piaceva andare contro il partito ma lo faceva solo per se stessa per potersi divertire, e lo considerava una cosa naturale. Al contrario di Winston tradendo gli ordini del Grande Fratello non si sentiva già morta: era una cosa normale.
- Winston e Julia affittarono una stanza sopra il negozio d'antiquariato arredandola come ai tempi prima della rivoluzione. Qui volevano costruire una storia "normale", con quelle cose (pane, latte, caffè) che erano ormai diventate introvabili.
- Fervono i preparativi per la settimana dell'odio, e Winston e Julia si incontrano nel loro rifugio solo per poche volte. Spesso parlano della situazione politica, ma mentre Winston è preoccupato per l'annientamento del passato, per il fatto che questo continua a vivere solo nella mente del singolo, per Julia questo non è un problema perché non intacca le sue esigenze, e poi perché ciò che dice il Partito sono solo fandonie.
- Un giorno un collega, O'Brien, che per Winston era capo della rivolta contro il Grande Fratello, con una scusa gli diede il suo indirizzo.
- Dopo un sogno in cui ricorda sua madre e sua sorella, scomparse dopo che lui aveva fatto un gesto ignobile parla con Julia e concordano sul fatto che il Grande Fratello può controllare i fatti, le gesta, può costringere a confessioni, ma non potrà mai controllare i sentimenti, dignità degli uomini.
- Winston e Julia andarono da O’Brien e entrarono a far parte della Fratellanza, organizzazione che contrastava il Grande Fratello Il loro destino era di eseguire gli ordini che ricevevano senza capire il perché e poi morire. Avrebbe ricevuto un libro in cui si esponevano le teorie della Fratellanza.
- CAPITOLO III: dopo una analisi storica si capisce come oggi la tecnica sia in grado di produrre più di quanto sia necessario. Ciò comporta che tutti potrebbero essere uguali, mettendo però a rischio il potere di pochi. Ecco che allora la sovrapproduzione va spesa: in guerra, continua, inutile; senza scopo, non importa contro chi. Inoltre il continuo stato di guerra implica uno stato di paura nelle masse che ne facilita il controllo ==> LA GUERRA E' PACE.
CAPITOLO I: la società in Alti, Medi e Bassi, con un progredire ciciclo. Il socing è una dittatura in cui pochissimi possiedono tutto (abolizione proprietà privata). Per mantenere il potere questi devono controllare le coscienze delle masse: queste devono o non poter conoscere e ragionare (accettano la situazione) oppure accettare l'ideologia del partito, onnicomprensiva, infallibile, che assume in se ogni cosa e il suo contrario (bipensiero) così da arrestare indefinitamente il corso della storia annullando il passato.
- Winston e Julia erano nel loro rifugio. Venne la psicopolizia e li arrestò. A capo c'era colui che aveva il negozio d'antiquariato e che aveva affittato loro la stanza.
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- Fu condotto in una stanza. Passavano molti prigionieri che lui conosceva. La sua unica speranza di trovare un modo per uccidersi.
- Winston sottoposto alla tortura da O’Brien. Lo scopo non è quello di punire ma di convincere Winston che è pazzo che la sua memoria non esiste e che il suo pensiero, la realtà tutta è decisa dal Grande Fratello al punto che 2+2 può fare 3, 4, 5 a seconda di ciò che voglia il Partito, e che il passato non esiste, tutto è un presente in cui il Partito controlla tutto.
- Seconda fase è quella del comprendere. O’Brien gli spiega come ogni rivoluzione è impossibile, come l'uomo, mortale, non esiste, e che esiste solo il Partito, immortale che costruirà una società basata sull'odio e il cui unisco scopo è il potere fine a se stesso.
- Rimase in una stanza trattato un po’ meglio in attesa di essere fucilato. Si accorse intanto che se razionalmente aveva accettato l'ideologia del partito, col cuore ancora lo odiava e pensava a Julia che non aveva tradito.
- Fu portato nella stanza 101 dove la tortura era peggiore: si utilizzava ciò che per il comando era qualcosa di cui anche la vista era impossibile: per Winston erano i topi. Un momento prima di cominciare tradì anche Julia. Implorando che quella pena fosse inflitta a lei. Da allora fu tratto in salvo.
- Continuò a vivere, ma ora amava il Grande Fratello passava le giornate a letto e in un Bar, si interessava di ciò che diceva il televisore, era contento quando l'Oceania vinceva una battaglia. La totale conversione era riuscita. Amava il Grande Fratello
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I PRINCIPI DELLA NEOLINGUA
Nel 2050 l'Archelingua (l'inglese) sarebbe stata sostituita dalla Neolingua. Questa nasceva con lo scopo di rendere possibili solo pensieri compatibili con il Socing, annullando qualsiasi eterodossia. Ciò era ottenuto con la diminuzione costante del numero di parole, con la semplificazione della grammatica, con la formazione di parole composte, immediate, eufoniche, senza sfumature di significato, che non lasciassero il tempo di pensare. Ottenuto ciò il Grande Fratello avrebbe governato totalmente perché nessun altra forma di pensiero era possibile.
Letteratura tutto di tutto
IL BAROCCO
Il Barocco è una delle tante tensioni che vennero a svilupparsi nel corso del Seicento. Il Barocco, sviluppatosi prima in ambiente artistico, poi letterario, ha in se tendenze artistiche molto diverse tra loro, di paese in paese, che a volte si dubita di poterle ridurre ad un unico fenomeno culturale. L’Italia in cui operano gli scrittori del primo Seicento è cambiata da quella del Rinascimento: le corti hanno perso la loro autonomia (con un’eccezione per la Toscana), provocando la caduta dell’ottimismo rinascimentale di Castiglione e Tasso che facevano parte di questo “microcosmo”; l’intellettuale, ora, dopo tante repressioni e dopo l’istituzione dell’Indice dei Libri Proibiti, è costretto a pubblicare all’estero le proprie opere, o, più spesso, cerca di aggirare la censura ricorrendo alla dissimulazione: l’Italia in questo periodo è politicamente oppressa dal potere spagnolo, l’intellettuale si sente subordinato e non in grado di poter esprimere liberamente il proprio pensiero politico (come un Guicciardini che preferiva essere protestante anziché cattolico); l’intellettuale, quindi, può parlare di politica solamente se il proprio pensiero non va contro il potere spagnolo, evitando così la censura; ma la maggior parte dei letterati di questo periodo non vedono altra soluzione che esprimere il proprio malcontento tramite una poesia che va alla ricerca del bello, che non fa altro che diventare pura poesia d’intrattenimento. Ed è su queste basi che si sviluppano due correnti che, mentre dai contemporanei erano viste come due poetiche diverse e antitetiche, passando attraverso De Sanctis e Croce, i quali le consideravano prive di sentimento, e quindi negative, la critica contemporanea ha cominciato a scorgere delle caratteristiche comuni, delle quali fa due espressioni diverse di un unico fenomeno: il Barocco letterario. Queste due espressioni letterarie sono il classicismo chiabreresco e marinismo, prendendo il nome dai loro principali fautori: Gabriello Chiabrera e Giambattista Marino.
MARINO E IL MARINISMO
I poeti barocchi, sia che siano pro o contro Marino, condividono gli stessi temi: l’amore, la bellezza, cantati in modo artificioso e retorico, il piacere derivato dalla contemplazione della natura, ma, allo stesso tempo, il senso della caducità del tutto, del passare inesorabile del tempo, del contrasto tra la vita e la morte. Entrambi le espressioni letterarie usano una lingua ed uno stile ricercati, retorici e riccamente metaforici; e mentre per Petrarca il Canzoniere era più che altro un “cammino” della vicenda psicologica dell’autore, nel Seicento viene definito “selva”, in quanto è un insieme di testi diversi tra loro per temi e per stile.
Il Marinismo, che prende il nome dal proprio capostipite, Giambattista Marino, voleva rinnovare la lirica mediante il ricorso al meraviglioso, allo strano e allo sbalorditivo; è conosciuta anche come poesia concettista. Già nel Cinquecento cominciarono a delinearsi le basi che portarono poi, nel secolo successivo, al superamento della tradizione cinquecentesca e ad un deciso antipetrarchismo. Negli ultimi anni del ‘500, infatti, Tasso apparve ai contemporanei come l’unica persona da poter contrapporre a Petrarca, grazie anche a tutte le innovazioni che egli apportò nelle sue opere: interpretazione edonistica, rinuncia di vedere Petrarca come unico e indiscusso modello, stile retoricamente ricco e fastoso, definito appunto “concettoso”. Ora, i rappresentanti del concettismo cinquecentesco, si dedicavano non tanto al contenuto dell’opera o alla ricerca metrica, quanto invece alla loro forma, divenendo, più che letterati, tecnici della letteratura. Ed è in questo contesto che Giambattista Marino si impose, divenendo punto fondamentale per molte esperienze letterarie successive. Disinteressato completamente di politica, egli fu l’unico intellettuale, fu capace di uscire dai confini nazionali, per andare in Francia e in Europa. Il confronto con Tasso è molto evidente, non solo nell’Adone, che divenne un’opera in concorrenza con la Gerusalemme Liberata, ma anche nelle Rime: questo avvenne perché Marino in ogni momento emulava il suo modello, facendo suoi molti dei procedimenti di scrittura di Tasso.
La sua produzione letteraria è quasi interamente lirica: fanno eccezione le Dicerie Sacre, qualche scritto encomiastico e la raccolta delle Lettere. Le Dicerie Sacre sono orazioni, in stile concettistico, caratterizzate da interminabili sequenze metaforiche, sono tre: La Pittura, La Musica, Il Cielo. La raccolta principale di Marino rimane tuttavia La Lira: 413 componimenti, tra quali ci sono sonetti, madrigali e canzoni; il suo capolavoro è invece l’Adone, poema mitologico in 40000 versi, in competizione con la Gerusalemme Liberata, vista la grande ammirazione per Tasso. Costruito sulla trama degli amori di Venere e Adone, il poema è arricchito da episodi collaterali e digressioni, che consentono all’autore di dare ampio spazio ai virtuosismi caratterizzanti del suo stile. Discorso a parte dalle altre opere merita LA GALERIA. E’ una nutrita raccolta di liriche che illustrano pitture e sculture, reali e immaginarie, disposte in un ideale museo poetico. Contiene poesie composte nei più svariati metri (sonetti e madrigali), ordinate in Pitture e Sculture. All’interno delle Pitture i componimenti sono inoltre distinti in Favole mitologiche, in Storie religiose, e in Ritratti di filosofi, poeti, guerrieri, monarchi, eretici, alchimisti, corsare e negromanti, di donne virtuose, belle, o impudiche e scellerate. Le sculture invece sono divise in Statue e Rilievi, modelli e medaglie. Chiudono entrambe le sezioni i Capricci, figure, scene o paesaggi fantastici e bizzarri. L’idea di partenza di Marino era quella di accompagnare i suoi componimenti con incisioni di soggetto mitologico, eseguite da pittori: produrre quindi una sorta di libro illustrato. Ma per motivi finanziari, o la cura di altre opere, distolsero Marino dal suo progetto iniziale, accontentandosi della sola stampa dei capricci poetici. ALTRE OPERE. Tra le raccolte minori di Marino troviamo la Murtoleide (scritto satirico contro Murtola), gli Epitalami, le Egloghe boscherecce (antologia delle composizioni giovanili a carattere pastorale), il poema sacro La Strage degli Innocenti (poema epico-religioso). LA LIRA. La pubblicazione delle Rime avviene nel 1602, ed è divisa in due parti: la prima parte contiene 454 sonetti ordinati per materia in Amorosi, Marittimi, Boscherecci, Eroici, Lugubri, Morali e Sacri; nella seconda parte troviamo invece 255 madrigali e 18 tra canzoni e canzonette meliche in metro oraziano. Dopo 10 anni di attività, nel 1614, Marino pubblicò la raccolta definitiva delle rime, intitolata “La Lira”, facendo una scelta delle Rime del 1602, aggiungendo però una terza parte, divisa in Amore, Lodi, Lagrime, Divozioni e Capricci, per un totale di 413 componimenti. A prima vista, “Le Rime” non appaiono eccessivamente innovative rispetto a Tasso; le novità che possiamo riscontrare, sembrano piuttosto essere riprese da alcune tematiche di Tasso, e lo stile dei componimenti non appare eccessivamente ricco di artifici formali, come metafore e allitterazioni, ma viene tutto usato con misura. Nella Prima Parte della Lira risalta la sezione delle Rime Marittime: suggestione dei Paesaggi, tematica amorosa (pescatore Fileno e la Ninfa Lilla); fusione tra il cielo e mare è metafora dell’unione degli amanti. Nella Seconda Parte, composta da madrigali, composizioni graziose, che in questo periodo ebbero particolare fortuna. Nella Terza Parte c’è la Sezione degli Amori, dove i personaggi diventano vittime del concettismo di Marino, dove compaiono personaggi estremi (schiava negra del sonetto), sui quali Marino agisce con ossimori, paronomasie e antitesi. SAMPOGNA. Nel 1620 Marino pubblicò una raccolta di otto idilli mitologici (Orfeo, Atteone, Arianna, Europa, Proserpina, Dafni, Siringa, Piramo e Tisbe) e quattro pastorali (la bruna pastorella, la ninfa avara, la disputa amorosa, i sospiri d’ergasto). L’opera si apre con cinque lettere, per mezzo delle quali Marino rivendica a sé l’introduzione del genere idillico nella letteratura italiana, e si difende dalle accuse dei suoi detrattori, che lo accusavano di plagio. Marino giustappunto fa una distinzione tra traduzione e imitazione. La traduzione è legittima purché provenga da fonti classiche; da lui non è molto usata (se non in Proserpina, Piramo e Tisbe e La Disputa Amorosa); l’imitazione, invece, consiste nel dare nuova forme alle cose vecchie o anche vestire di vecchia maniera le cose nuove: è comune a tutti i poeti, e tra gli idilli è riconducibile ad Orfeo, Atteone, Arianna ed Europa. Nella Sampogna, all’interno di ogni componimento, troviamo parti narrative (in endecasillabi o endecasillabi e settenari) e parti discorsive, composte da vari metri. ADONE. L’Adone è l’opera a cui Marino dedicò la sua vita. E’ un poema mitologico di quasi 41000 versi, distribuiti in venti canti. Nato come un poemetto in tre canti, è stato col tempo dilatato, fino a raggiungere dimensioni tali da diventare il poema più lungo della nostra letteratura. L’adone si presentò come una poema di tipo barocco: infatti, la dilatazione del poema, avvenne per mezzo di episodi secondari, mitologici, sentimentali, mondani, storici, che vennero apportati alla struttura classicista di base. Sul piano stilistico il poema mariniano si presenta come una sorta di sintesi antologica della letteratura antica e di tutta la produzione dell’autore. La lingua scelta dall’autore è quella comune italiana, aperta all’uso di neologismi e dialettalismi. La pubblicazione avvenne in Francia, poiché Marino aveva paura che la censura ecclesiastica non lasciasse passare certi racconti amorosi presenti nel poema. Furono mosse molte critiche all’opera di Marino, come il rimprovero della violazione dei principi aristotelici, la mancanza di unità, impurità linguistica e macchinosità stilistica.
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Aldo Palazzeschi
Aldo Palazzeschi è lo pseudonimo di Aldo Giurlani, poeta e narratore fiorentino. Nato nel 1885 e morto nel 1974, fu un arguto e fantasioso narratore ed un poeta sottile che ondeggiò fra l’ironia malinconica, l’umorismo bizzarro e la deformazione caricaturale, e costituì certamente una delle figure più originali del nostro primo ‘900. Ebbe un acutissimo senso dell’humour ed una vera e propria vocazione al riso. Pochi autori seppero risolvere come lui questo umorismo in un linguaggio così pronto e spigliato, con una tale vivacità di ritmi ed immagini da rendere il tono brioso e bizzarro dell’“opera buffa”.
Visse in un periodo centrato attorno ad una profonda crisi d’identità. Il periodo compreso tra l’ultimo decennio dell’800 e gli anni precedenti la prima guerra mondiale, è caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: questo aveva celebrato la fede nella scienza, nel progresso sociale, nella pacifica collaborazione fra i popoli, ma la realtà, fatta di guerre, imperialismi, lotte di classe, era ben diversa da quanto si era sperato. Tale situazione determina nuovi atteggiamenti spirituali: subentra la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del nulla; in arte si reagisce con la rottura dei moduli naturalistici.
Distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell’800, immerso in un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, posto di fronte all’ascesa vertiginosa della borghesia capitalistica che impone un modello di società tutto basato sulla logica del capitale e del profitto come unici valori, l’uomo di cultura/l’intellettuale (europeo) del primo ‘900 vive una profonda crisi d’identità, avverte chiaramente la fine di un’epoca e l’avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era quello del “praeceptor”, del “creatore di valori”. Egli generalmente, al contrario di quanto avveniva nel secolo precedente, proviene dai ceti medi borghesi, una classe sociale che vede compiere il suo declassamento schiacciata com’è tra la forza indiscussa della grande borghesia finanziario-industriale e le emergenti forze del proletariato. Emarginata da questi due colossali protagonisti, la piccola e media borghesia, e con essa l’intellettuale, si sente frustrata, indebolita, disorientata ed, incapace di farsi classe egemone come aspira, si vede ridotta a classe subalterna e strumentale. In questa situazione di inferiorità per gli scrittori scrivere diviene un lavoro come un altro per procurarsi da vivere. In tal modo poeti e scrittori si sentono semplici lavoratori, uomini tra gli uomini, “poveri mortali” come tutti gli altri. Nasce da ciò una situazione di disagio, di noia esistenziale, (di scontento) di malcontento, di provocazione.
La coscienza del disagio esistenziale, del “male di vivere” che travaglia l’uomo contemporaneo è presente in gran parte della poesia e della narrativa dei primi del ‘900.
Lo scrittore avverte con angoscia che sta per compiersi la frattura definitiva tra io e mondo, tra artista e realtà, iniziata nell’Ottocento, e si sente “spersonalizzato”, “disumanizzato”, “disintelligenziato”. Oramai “i tempi sono cambiati”, come dice Palazzeschi, e gli uomini “non domandano più nulla ai poeti”, a quei poeti che altro non sono che “articoli di non prima necessità”, come afferma Gozzano.
Siamo in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico nella sua libertà e frastornato dalle voci della guerra, che cerca dentro di sé, in un ripiegamento introspettivo, nuovi mondi in cui credere. La faticosa autoanalisi dell’uomo moderno è accompagnata dalla coscienza di quanto sia amaro far parte della storia in un mondo che cerca la propria grandezza nel sopruso, in violenti imperialismi e nazionalismi prevaricatori.
La risposta degli uomini di cultura alla profonda crisi esistenziale, morale e culturale che investe la coscienza dell’uomo agli albori del Novecento e alla crisi che travolge l’intellettuale tradizionale approda a soluzioni diverse e spesso contraddittorie.
Alcuni scrittori (Svevo, Pirandello, Mann, Musil, Kafka, ecc.) si impegnano in una inquieta e tormentosa analisi della malattia dell’uomo moderno nella civiltà industriale e borghese che essi condannano in maniera corrosiva e impietosa. Nelle loro opere questi scrittori parlano di malattia (Svevo e Mann), di eroe in tensione (Mann), di inettitudine (Tozzi e Svevo), di universo labirintico (Kafka); e ancora di uomo senza qualità (Musil), di uomo spersonato nel male del tempo (Rebora), di male di vivere (Montale). Escono dalle loro opere personaggi incapaci di agire, di darsi una consistenza, tesi a smontare la storia dei loro fallimenti e della loro coscienza frantumata (Pirandello). Tali personaggi lottano invano contro i pregiudizi e la morale borghese, contro la città che massifica l’uomo; essi individuano chiaramente i meccanismi alienanti e ripetitivi dell’inferno tecnologico che riduce l’uomo a semplice manovella, rovesciando così i miti imperialistici della macchina in “malattia industriale”. Ma questi personaggi non riescono a configurare pienamente un “uomo nuovo” veramente alternativo; la loro protesta tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.
L’Italia era stata anch’essa coinvolta dalla crisi di valori che caratterizzò l’intera Europa agli inizi del ‘900; ma la penetrazione della cultura e soprattutto della letteratura decadente, era stata rallentata nel paese dalla persistenza della tradizione aulica.
Alcuni intellettuali e letterati, ossia i Crepuscolari, cercano di risolvere la crisi fuggendo la città, in un impossibile ritorno alla provincia, alla semplicità, all’innocenza ingenua degli affetti sani della campagna o alle “buone cose di pessimo gusto” del tempo passato. Sarà, però, un tentativo tutto programmato e spesso intellettualmente voluto, a cui gli stessi Crepuscolari, in ultima istanza, non crederanno.
Aldo Palazzeschi porta il suo contributo, in un primo momento, alla tematica e al linguaggio crepuscolari. Si tratta però di un contributo tutto personale, perché Palazzeschi sfugge ad una precisa identificazione con questo o quel movimento, rimanendo una delle figure più unitarie e coerenti del primo Novecento. Nella sua prima produzione poetica ritorna il mondo caro ai crepuscolari, fatto di conventi, monachine, cimiteri, ecc., ma il poeta toglie a quei temi il sospiro, la tenerezza e la malinconia, per sostituirvi la vocazione al riso, forme più stilizzate, spettrali, funambolesche. Viene ribaltata nel grottesco e nel ridicolo la funzione del poeta, ridotto a un “saltimbanco, e del poetare, nient’altro ormai che un divertimento, un gioco.
L’avvicinamento successivo di Palazzeschi ai futuristi non necessita della rottura con il passato. Al poeta basta accentuare il suo clownismo, il suo tono grottesco, irridente, quella sua “feroce ironia” che era già caratteristica della produzione precedente.
Alcune spie della una nuova sensibilità, che agli inizi del ‘900 si va diffondendo in Europa e in Italia, sono già ravvisabili, infatti, negli intellettuali futuristi, i quali tendono a risolvere la crisi storica e dell’intellettuale, che pure essi avvertono, in uno sfrenato attivismo, in un’esaltazione incondizionata della civiltà industriale, in una celebrazione della religione della macchina e della velocità. Essi, quindi, come risposta - reazione alla profonda crisi esistenziale, sia morale che culturale, che li travolse agli albori del’900, tesero a liquidare un certo vecchiume culturale, a credere nella positività della rivoluzione industriale e ad esaltare incondizionatamente la civiltà industriale, la macchina, la velocità e la guerra, sentita come azzeramento totale per una nuova ricostruzione, poiché dopo la necessaria distruzione si profetizzava un nuovo mondo guidato da una generazione giovane, forte, vigorosa. Ma non c’è nei Futuristi italiani una sufficiente coscienza critica della nuova realtà; di conseguenza, se essi pur liquidano un certo vecchiume culturale, finiscono per bruciare una carica di rottura e di rivolta alleandosi alla spregiudicata borghesia industriale con i loro miti tecnicizzati, i loro feticci metallici, la loro “modernolatria”. Gli intellettuali futuristi altro non sono che la versione tecnologizzata del “superuomo” dannunziano ed esaltano la macchina, la guerra, le folle da dominare. Tutti tesi ad emergere, a darsi un ruolo egemone di guida culturale della borghesia, diventano invece produttori, con maggiore o minore originalità, di un’ideologia funzionale ma subalterna alla grande borghesia nella sua fase imperialistica, inevitabilmente destinati, quindi, ad essere assorbiti nell’esperienza fascista.
Partecipando vivamente/attivamente alle polemiche letterarie, Palazzeschi entrò in contatto con queste idee rivoluzionarie, proprie dell’arte moderna. Influenzato dalle correnti di avanguardia aderì per qualche tempo al Futurismo, quella vivace corrente artistica e letteraria d’avanguardia sviluppatasi in Italia nel primo decennio del ‘900 il cui scopo essenzialmente era quello di liberare la poesia dagli schemi e dai modelli arcaici e vincolanti della cultura tradizionale. Nei futuristi troviamo la volontà di rifiutare il passato e l’esigenza di rinnovare il linguaggio artistico per adeguarlo ai tempi nuovi.
Nato in Francia nel 1910 da genitori italiani, il Futurismo ebbe ben presto risonanza europea e costituì una nuova ventata rivoluzionaria che scosse l’ambiente dell’arte. Il clima in cui maturò l’avventura futurista era dominato da un rapido sviluppo sia delle scienze che delle nuove tecnologie, sotto la pressione dei grandi interessi industriali e finanziari. I primi anni del Novecento segnano, infatti, in ogni campo, il distacco dal passato, il balzo verso un avvenire più “tecnologico”. Il nuovo secolo si annuncia come il secolo delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità: la luce elettrica permette all’uomo di uscire per sempre fuori dal tunnel di una lunga notte che per millenni lo ha condizionato; l’automobile gli consente di provare emozioni, gusti, odori, sensazioni che nessuno prima ha mai sentito; la potenza devastatrice delle armi genera un’esaltata euforia; l’aeroplano sembra coronare l’antico sogno dell’uomo di dominare anche il cielo. E sono proprio i modelli di questa nuova realtà ad attirare l’attenzione e la simpatia dei futuristi: le macchine, i grandi complessi industriali, le città moderne, la velocità, il telegrafo, il telefono, il cinema, simboli delle accelerate comunicazioni di massa ed, infine, l’automobile, nuovo mito nascente, ne sono alcuni esempi. Il Futurismo celebrò il mito della macchina e della velocità e la concezione della guerra come “sola igiene del mondo”.
Il Futurismo, che ebbe come suo fondatore, teorico ed animatore Filippo Tommaso Marinetti, contro la cultura e l’arte tradizionale, propugnò una nuova estetica ed una nuova concezione di vita, fondate sul dinamismo come principio – base della moderna civiltà industriale. I futuristi, quindi, rinnegarono il passato e guardarono alla realtà dell’era meccanica, nella quale tutto si muove, tutto corre. Nacque da qui l’esigenza di dipingere l’oggetto in movimento, o meglio il movimento stesso degli oggetti nello spazio, creando composizioni in cui sono resi concreti dinamismo, velocità, suoni, odori, rumori; gli oggetti, in tal modo, venivano rappresentati con un procedimento molto simile a quello attuato dai cubisti che, sulla superficie piana della tela, scomponevano l’oggetto nei suoi volumi, in tutte le sue parti, visibili e nascoste, riducendolo quasi ad una sequenza di forme geometriche organizzate in una visione simultanea nel tempo e nello spazio. Si tratta di immagini che si deformano in un turbine di linee, forme e colori, dentro il quale lo spettatore si sente quasi trascinato. Per rendere evidente questa esplosione di movimento e velocità i futuristi scomposero e costruirono le immagini con un procedimento molto simile a quello adottato dai Cubisti.
Tutta l’avventura futurista iniziò con il “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti (fondatore, teorico ed animatore della nuova corrente) pubblicato a Parigi nel 1909, con la funzione di propagandare lo stile innovativo del Futurismo. Nel 1912 Marinetti pubblicò il “Manifesto tecnico della letteratura futrista”. Il suo scopo era essenzialmente quello di liberare la poesia dagli schemi e dai modelli arcaici e vincolanti della cultura tradizionale. Rinnegando il passato Marinetti intendeva rivolgere la poesia al futuro: di qui il nome del suo movimento, appunto il “Futurismo”. In letteratura, infatti, i futuristi proposero una rivoluzione formale basata, ad esempio, sulla distruzione della sintassi, della punteggiatura, dell’aggettivo, dell’avverbio e su una nuova disposizione delle parole “in libertà”, anticipando in tal modo il “Dadaismo”. Si tratta di un movimento artistico e letterario d’avanguardia, sorto a Zurigo nel 1916. Siamo nel periodo della prima guerra mondiale: le distruzioni, la morte, il dolore che il conflitto lascia dietro di sé e il crollo di ogni valore spirituale provocano in un gruppo di artisti, poeti e scrittori pacifisti per lo più profughi, provenienti da varie nazioni e di differenti ideologie, tutti impegnati in una intensa propaganda contro la guerra e rifugiatisi a Zurigo, un gesto di protesta violenta, di accusa e di rivolta contro la società ed i miti da essa costruiti come la cultura tradizionale e le convenzioni sociali. Nasce così il movimento Dada la cui parola, probabilmente presa dal linguaggio infantile, nella sua insignificanza, vuole significare il rifiuto radicale di quel gruppo per ogni atteggiamento razionalistico. Il movimento Dada fu dunque il violento disgusto di intellettuali ed artisti per l’assurdità e l’orrore della guerra; fu un preciso impegno anticonformista; fu la rivolta antiautoritaria che divenne nelle opere di quegli artisti violenza provocatoria; fu la rivolta contro una società impositiva ed alienante che tutto valutava in rapporto alla logica del profitto; fu un’intransigente negazione verso l’arte, al fine di costruirne una nuova, in radicale opposizione a quella tradizionale, o meglio una “anti-arte” che fosse contestatrice, provocatoria, ironica.
Del Futurismo Palazzeschi accoglie lo sperimentalismo delle onomatopee, ossia quei suoni che imitano la natura, delle immagini e delle parole in libertà. Si incontra inoltre con le tematiche delle insegne luminose, delle réclames, degli annunci pubblicitari. Inoltre in Palazzeschi, come nei futuristi e in altre avanguardie del primo Novecento, troviamo la volontà di rifiutare il passato e l’esigenza di rinnovare il linguaggio artistico per adeguarlo ai tempi nuovi. Ma l’avversione al romanticismo sentimentale, alla retorica, all’estetismo dannunziano, che aveva condotto Palazzeschi a far parte inizialmente della corrente dei crepuscolari, è sempre intrisa del solito tono ironico e burlesco del poeta “saltimbanco dell’anima”. Del Futurismo rifiuta, invece, il mito della macchina e della velocità e la concezione della guerra come “sola igiene del mondo”. Ben presto, pertanto, si stacca dal Futurismo sentendo in sé, tra l’altro, il mutare dei tempi e la necessità di credere nella speranza del mondo democratico, sorto al tramonto del Fascismo e precisamente nel 1946. Nonostante questi cambiamenti politici Palazzeschi predilige sempre, nella sua opera poetica, coerentemente con la sua indole spigliata, una fine e profonda ironia. Anziché aggredire gli schemi arcaici e vincolanti della cultura tradizionale con violenza ed asprezza, come aveva fatto Marinetti, il quale ne aveva attuato una impetuosa corrosione, Palazzeschi preferì farli crollare fingendo un’assoluta ingenuità, come se la secolare cultura tradizionale non lo avesse neanche sfiorato.
Palazzeschi si mise insomma a giocare con i versi, utilizzando parole tutt’altro che solenni, talvolta buffe. Nella sua poesia, che apparve subito nuova ed originalissima perché liberata da tradizioni letterarie e da imitazioni, egli abolì l’“io”, ossia la soggettività che impone una rappresentazione della realtà attraverso la coscienza interiore dello scrittore. Abolendo l’“io” poetico Palazzeschi costruì nelle sue poesie un mondo totalmente impersonale, in cui l’individualismo umano è soffocato dalla materia dilagante, un mondo cioè pienamente coerente alla civiltà in cui il poeta visse e in cui viviamo anche noi, ossia la “civiltà dei consumi”. Palazzeschi fa della sua poesia non l’esaltazione dell'io, ma semplicemente libertà d’invenzione, estro, divertimento, gioco clownesco, da saltimbanco, rottura con ogni forma di convenzione sociale, con ogni regola, con ogni logica.
Nella poesia “Chi sono?” Palazzeschi tenta di recuperare la propria soggettività chiarendo a se stesso e agli altri quale sia la funzione del suo “essere poeta”, in una società qual è quella del primo ‘900, caratterizzata da profonde modificazioni dovute alla nuova situazione economico – politica che si andava allora delineando in Italia. Aldo Palazzeschi nella poesia “Chi sono?”, tesa a chiarire a se stesso ed agli altri la funzione del poeta in una società profondamente mutata, definisce “malinconia” lo stato d’animo che contraddistingue, appunto, il poeta agli inizi del ‘900: tale termine connota una situazione di depressione, temperata da una certa dolcezza e caratterizzata da struggenti pensieri. La “malinconia” del poeta scaturisce dalla sua condizione di emarginato all’interno di una società dominata dalla borghesia finanziario – industriale, i cui valori sono essenzialmente il denaro, il profitto, il potere. La poesia, il cui scopo fondamentale è di realizzare quanto è stato detto precedentemente, finisce inevitabilmente col diventare una vera e propria sfida del poeta contro il mondo irreparabilmente autoritario e convenzionale che lo circonda.
Una delle più note poesie di Palazzeschi è “La fontana malata”. In essa la fontana malata, che fatica a far defluire liberamente l’acqua, che spasima in un sordo e strozzato gorgoglio come di tosse, simboleggia l’impotenza creativa del poeta nella nuova realtà – storico – culturale del primo Novecento, la sua possibilità di produrre se non “spazzature”. La fontana malata tende ad essere una piccola funambolica invenzione, una trovata bizzarra del poeta che ha voglia di giocare con la propria materia, che vuole divertirsi. Appare, inoltre, evidente l’intenzione parodistica di Palazzeschi di rovesciare la grande orchestrazione musicale de “La pioggia nel pineto” dannunziana, il suo canto spiegato, la sua materia alta. La lingua della poesia del Novecento recupera spesso materiali dannunziani e pascoliani, sia a livello lessicale che ritmico, rovesciandoli, però, e degradandoli, recuperandoli in senso eversivo, ironico, parodistico. “La fontana malata” è, quindi, il simbolo di una impotenza creativa che oppone al canto spiegato dell’Ottocento una musica franta e singhiozzante, il gorgoglio strozzato dell’acqua che non riesce a fluire. L’orchestrazione musicale della “pioggia” del pineto dannunziano si traduce qui, con chiaro intento parodistico, nei colpi di tosse fatti di consonanti momentanee, sorde, con soffi spiranti: “Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchete, …” Qui, più che nelle “romanze” crepuscolari o nelle filastrocche, altrettanto crepuscolari, dei bambini, più che nei “rumori” dei futuristi, viene liquidata la musicalità ottocentesca.
Palazzeschi, inoltre, svaluta la letteratura attraverso operazioni extragrammaticali e utilizzando la “spazzatura / delle altre poesie”.
La poesia “Lasciatemi divertire” è emblematica di quella “poetica del divertimento”, di quella vocazione al riso, di quel clownismo lirico, buffonesco, che distanzia Palazzeschi non tanto da D’annunzio, ma dall’intimismo crepuscolare da un lato e, dall’altro, anche dal rumore futurista. Di fronte ad una profonda crisi di valori e all’esaurirsi di una tradizione, al poeta non resta che l’alternativa del divertimento, dello sberleffo, dell’ironia, dell’arguzia, del riso divertito. È importante sottolineare la presenza nella poesia di elementi prosaici del lessico, la mimesi del parlato e il tono colloquiale, l’evasione felice nelle vocali, nelle sillabe, nella “spazzatura” letteraria. Il poeta fa pulizia di tutto un passato. L’arte è azzerata; la nuova poesia ripartirà da questo livello infimo per ricostruirsi in termini nuovi.
Viene ribaltata, quindi, nel grottesco e nel ridicolo la funzione del poeta, ridotto a un “saltimbanco dell’anima”, e del poetare, nient’altro ormai che un “divertimento”, un gioco. L’ironia, in Palazzeschi così come anche in Guido Gozzano, si trasforma in coscienza problematica dell’uomo moderno, solo, deluso, sfiduciato in un mondo sospeso tra il ”non essere più” e il “non essere ancora”, oscillante tra le cose che potevano essere e non sono state; un uomo sospeso in una condizione limbale tra un Ottocento che tarda a morire e un Novecento che fatica a nascere, quasi un bruco che non sa divenire crisalide.
La produzione di Palazzeschi successiva alla prima guerra mondiale (“Stampe dell’800”, “Sorelle Materassi”, ecc…), si avvia alla riscoperta di una fine malinconia e di una sofferta comprensione delle vicende umane. Lo sberleffo, l’ironia, il clownismo sono tramontati, anche se non verrà mai meno la vocazione al divertimento, all’arguzia, al riso divertito.
Letteratura tutto di tutto
AGOSTINO ( Alberto Moravia )
RIASSUNTO
Agostino è un ragazzo di tredici anni , ma in realtà è ancora un bambino ; figlio unico di madre vedova ( e piacente ) , proviene da una famiglia borghese benestante . Il giovane , in vacanza al mare a Viareggio con la madre , appare fiero e geloso di quest' ultima . Presto , però , la donna fa amicizia con un bellimbusto del luogo ; questo rapporto rende molto infelice il piccolo Agostino , tanto che in lui scoppia una vera e propria crisi , aiutata anche dall' incontro del protagonista con una banda di ragazzi popolani : Berto , Tortima e tanti altri ; in mezzo a loro vi è il bagnino omosessuale , Saro , che cerca di circuire Agostino , ed il suo amante , il negro Homs . Da questa banda , che si ritrova ai bagni " Amerigo Vespucci " , nel modo più brutale , attraverso gesti molto espliciti , Agostino viene reso partecipe della realtà del sesso . Poi , agli occhi del giovane , tutto quello relativo alla madre appare inspiegabilmente diverso : la figura , i gesti , ma soprattutto le uscite in pattino con il giovane suo amico . Ogni suo movimento è accompagnato da fantasie erotiche , poiché la madre di Agostino viene ora vista dal figlio come una donna , ma per lei egli rimane sempre il ragazzino innocente di tredici anni . Per conoscere una vera donna , egli decide allora di entrare nel postribolo del paese , ma viene respinto a causa dei suoi pantaloni corti . Agostino viene così la sciato solo con la propria consapevolezza di adolescente .
ANALISI
Il romanzo narra il risveglio di un adolescente nel mondo del sesso , la cui ossessione per la madre non deve essere vista come una perversione , ma piuttosto come una morbosa attenzione , poiché la madre è per lui la sola donna che abbia modo di avvicinare .
L' assoluta ignoranza , dovuta ad un' educazione sbagliata circa il sesso , e la degenerazione , sempre rispetto al sesso , dei ragazzi della banda , sono le due visioni della sessualità che Moravia ci presenta nella sua opera .
Vi è poi la realtà delle classi : il fanciullo deve accordare la sua natura alla società dei compagni di spiaggia , figli di pescatori e di popolani , da lui ricercati costantemente.. Essi , infatti , sono per Agostino dei modelli con cui confrontare la propria nascente mascolinità . I ragazzi , ovviamente , invidiano la condizione del fanciullo e di conseguenza sono contenti quando lo sminuiscono , sentendolo quasi come un dovere di classe . Agostino , malgrado numerosi sforzi , come indossare i vestiti più logori e brutti che possedesse , non riesce a regredire a farsi popolano : infatti , alla fine , viene ributtato nel suo originario ordine sociale . Uscendo dalla propria ingenuità infantile , egli si sente attratto dalla vita reale , dai comportamenti torbidi e impuri che scopre dappertutto intorno a sé , ma è come prigioniero della sua impotenza di adolescente , della sua condizione di bravo ragazzo borghese , che gli nega le esperienze che sono invece possibili ai ragazzi del popolo
Agostino non è potuto entrare a far parte della cerchia selvaggia dei ragazzi della banda , ma ha capito la molla delle loro azioni e dei loro pensieri . Chiuso nella sua condizione , egli aspetta solo di crescere e di uscirne
Letteratura tutto di tutto
ALESSANDRO MANZONI
Il superamento del pessimismo
Anche il Manzoni, come il Foscolo e il Leopardi, ebbe una concezione dolorosa della vita. Tuttavia il suo pessimismo non è di natura filosofica, come in Foscolo e Leopardi, il loro pessimismo, infatti, scaturisce dal contrasto tra la concezione materialistica della realtà e la reazione del sentimento che si sente frustrato nella sua ansia di assoluto, di infinito e di eterno. Quando essi cercano di scoprire la causa del dolore e dell’infelicità pur sapendo che essa non verrà mai conquistata. Il pessimismo del Manzoni, invece è di natura morale, perché coinvolge la responsabilità dell’individuale dell’uomo, il quale, pur comprendendo la negatività del dolore e del male, ama causarli agli altri per egoismo, nella speranza di allontanarli da sé. La storia è una rassegna interminabile di oppressioni,soprusi,violenze ed ingiustizie, che genera nell’animo del poeta un profondo pessimismo: per questo i protagonisti delle tragedie, (Il conte di Carmagnola, Adelchi ed Ermengarda) inorriditi dalla malvagità del mondo trovano conforto nella fede e pace nella morte. Ma il pessimismo non dura a lungo, perché il Manzoni si libera gradatamente da esso, aiutato dalla concezione cristiana della vita, secondo la quale il bene e il male coesistono nell’animo umano. La natura umana, pura e perfetta al momento della creazione, in seguito al peccato originale divenne fragile e debole, esposta alle passioni, ma essa è anche ansiosa, per il senso innato della propria dignità, la potenza originaria, che si può raggiungere con il frutto della redenzione. La redenzione del peccato ottenuta da Cristo col sacrificio della croce continua ad operare nella vita e nella storia. Non a caso, di tutti i misteri della fede cristiana, il Manzoni diede importanza soprattutto alla redenzione, da lui considerata come il momento fondamentale della storia umana, perché il divino discende e si confonde con l’uomo, illuminandolo, purificandolo e fortificandolo. Prima della redenzione, il mondo era in balia dei malvagi violenti, oppressori degli umili e dei deboli. Dopo la redenzione,rimangono sempre fra gli uomini i malvagi violenti ma intanto gli umili e i deboli hanno la consolazione della fede, la certezza della giustizia di Dio. E anche per i malvagi e i violenti c’è la possibilità di ascoltare la voce di Dio di convertirsi e di salvarsi; perciò la vita dell’uomo sulla Terra è una milizia, un impegno a combattere per vincere il male che si annida in noi e il male che opprime il mondo.
I caratteri del cristianesimo manzoniano
Da ciò deriva il carattere particolare del cristianesimo manzoniano: un cristianesimo attivo, agonistico, intransigente, caratterizzato da un gran rigore morale che, mente prepara alla beatitudine nell’altra vita, impegna costantemente il credente, sul piano morale nella scelta continua fra il bene e il male, e sul piano politico, nella lotta per la libertà e la giustizia su questa Terra. Ne “I Promessi sposi” questo cristianesimo militante è rappresentato da Padre Cristoforo, dal cardinale Federigo e dall’Innominato dopo la conversione. Mentre è fatto oggetto di condanna sia il cristianesimo quietistico di don Abbondio, che rinuncia alla lotta per egoismo o paura, sia anche il cristianesimo accomodante e politicizzato del Padre Provinciale.
Il Romanticismo del Manzoni
Manzoni è lo scrittore più rappresentativo del Romanticismo italiano, alla cui caratterizzazione egli contribuì non solo con il prestigio della sua personalità e della sua opera di scrittore, ma anche con alcuni scritti specifici come “Lettre à M.Chauvet” e la “Lettera sul Romanticismo” diretta al marchese Cesare D’Azzeglio. Fu proprio il Manzoni ad imprimere al Romanticismo italiano quel carattere moderato, equilibrato, educativo, morale, patriottico e civile. Egli,infatti, rifiutò del Romanticismo europeo i due principi più rivoluzionari: l’assoluta libertà di ispirazione della poesia e dell’arte, e la supremazia del sentimento e della fantasia sulle altre facoltà dello spirito. Secondo il Manzoni, invece la poesia e l’arte devono ispirarsi alle idee morali e religiose se vogliono continuare ad assolvere nella società quella funzione d’educazione e d’elevazione spirituale che ebbero in ogni tempo; inoltre, il sentimento e la fantasia devono essere sempre frenati e guidati dall’intelletto, poiché abbandonati a se stessi degenerano in sentimentalismi e fantasticherie vuote ed inconcludenti. A parte queste riserve, il Manzoni rientra pienamente nel Romanticismo. Romantica è la sua concezione della poesia come rappresentazione del vero, che porta al rifiuto della mitologia e delle regole della poetica classica. Romantica è la soluzione alla questione della lingua che deve essere chiara, semplice, moderna, accessibile a tutti, o popolare. Romantiche sono le sue idee politiche e sociali, poiché egli propugna l’ideale di una patria libera e indipendente, ed innalza per la prima volta a protagonisti di un’opera d’arte gli umili dotati di una insospettata ricchezza interiore.
Svolgimento della religiosità manzoniana
- Cristianesimo celebrativo: il primo momento è quello del cristianesimo celebrativo rappresentato poeticamente negli “Inni Sacri” (La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, la Passione), quando l’ardore del poeta celebra le feste liturgiche della Chiesa e rileva soprattutto il loro significato teologico, dando scarso rilievo ai riflessi umani e storici della redenzione.
- Cristianesimo elegiaco: il secondo momento è quello del cristianesimo elegiaco e della grazia, quando la meditazione sugli orrori della storia, dominata dalla violenza, porta il Manzoni, alla totale condanna di essa ed una visione pessimistica della vita e alla sfiducia nella lotta di un mondo migliore. Questo momento è espresso poeticamente nelle tragedie, in cui i protagonisti (Il conte di Carmagnola, Adelchi ed Ermengarda) sono le vittime innocenti della malvagità e della violenza: purificati e santificati dalla sofferenza e dalla grazia, essi si allontanano con orrore dal mondo, trovando la pace solo nella morte e ricevendo nell’altra vita il premio riservato ai giusti.
- Cristianesimo agonistico: il terzo momento è quello del cristianesimo agonistico o dell’ottimismo cristiano, che vede la presenza del divino nell’umano e impegna il credente a collaborare con Dio, per instaurare anche nella vita terrena il regno della libertà e della giustizia. Questo momento è rappresentato nella “Pentecoste”, nelle “Odi civili” e soprattutto ne “I promessi sposi”, in cui gli umili non subiscono passivamente la violenza ma reagiscono ad essa, sorretti dalla coscienza dei loro diritti e dalla fede nella provvidenza e nella giustizia di Dio.
Manzoni e l’Illuminismo
L’Illuminismo, sul quale si formò negli anni giovanili lasciò una traccia profonda nello spirito e nella cultura del Manzoni. Da esso, infatti, il Manzoni derivò i principi di libertà, di uguaglianza, di giustizia e di progresso e soprattutto il concetto di letteratura-azione, intesa cioè come promotrice di educazione morale e di elevazione spirituale dei popoli. Quando si convertì, dopo anni di meditazione, egli non modificò le idee politiche e sociali apprese dall’Illuminismo, anzi conferì loro una base religiosa e una forza di convinzione più profonda. Si accorse, infatti, che esse non solo non contrastavano con la fede, ma anzi dalla fede traevano un impulso più vigoroso, in quanto la religione cristiana impone il rispetto e l’amore del prossimo ed auspica la fratellanza universale, perché tutti gli uomini sono creature di Dio e godono dei frutti della redenzione. Cristo, infatti, morì sulla croce per redimere dal peccato tutti gli uomini senza alcuna distinzione.
La concezione della storia
Dopo “I promessi sposi” il Manzoni, convinto che la storia, da sola, è sufficiente a darci il vero, si dedica esclusivamente al suo studio, sempre mosso da una concezione coerente con la propria personale visione etico religiosa della vita e dell’uomo. Il Manzoni concepì la storia vichianamente (come Vico) e idealisticamente come svolgimento d’avvenimenti che hanno in se stessi la loro giustificazione, ma come l’attuarsi dei disegni della provvidenza volti a far trionfare la giustizia e il bene e a ricavare il bene dallo stesso male, mediante il dolore e la provvida sventura. Da qui deriva il suo atteggiamento etico-religioso di storico. Davanti agli avvenimenti, infatti, il Manzoni non si pone come osservatore distaccato, ma come giudice volto a scoprire le responsabilità morali degli uomini, a vedere cioè se essi hanno violato l’una e l’altra per obbedire alle loro passioni e ai lori istinti perversi.
Le tragedie
Le tragedie del Manzoni sono “Il Conte di Carmagnola”, composta nel 1816 e l’”Adelchi”, composta nel 1820 e 1822 dedicata alla moglie Enrichetta Blondel. L’autore concepì anche una terza tragedia “Lo Spartaco” ma non la portò a termine.
Le unità
Le due tragedie costituiscono il primo esempio di teatro romantico, innanzitutto non viene rispettata l’unità di tempo: nel Carmagnola tra la prima e l’ultima scena intercorrono sette anni e la trama dell’Adelchi si svolge in tre anni, inoltre non viene rispettata l’unità di luogo, perché sia nel Carmagnola che nell’Adelchi l’azione si svolge in luoghi diversi con frequenti mutamenti di scena. Delle tre unità aristoteliche il Manzoni rispettò invece l’unità d’azione, intesa non come descrizione di un fatto unico e isolato, ma nel senso di rappresentazione di un complesso organico d’avvenimenti in sé concluso.
I cori
Nelle tragedie greche i cori erano parte integrante delle opere. Interpreti dei sentimenti e dei principi morali dell’opinione pubblica essi dialogavano con gli eroi e le eroine dando loro consigli di prudenza e commovendosi alle loro audacie e alle loro sventure. Erano perciò ineliminabili dal contesto della storia. I cori del Manzoni invece non sono parte integrante della vicenda scenica e si possono perciò eliminare senza che l’azione soffra, perché essi costituiscono il commento lirico del poeta ai momenti culminanti, il vero e proprio cantuccio, dal quale poter far sentire la propria voce, che egli si è sforzato di tenere lontano dalla rappresentazione delle vicende, per rispetto della verità storica e oggettiva.
Il vero
Anche nelle tragedie, il Manzoni fu fedele al principio del vero nella sua poetica rappresentando eventi realmente accaduti. Perciò entrambe le tragedie sono precedute da notizie storiche alle quali egli si attiene scrupolosamente, tranne per qualche particolare; tuttavia, nonostante questo impegno oggettivo le due tragedie hanno un carattere essenzialmente lirico in quanto esprimono la visione pessimistica della stria che ebbe Manzoni, e il suo cristianesimo elegiaco dominato dalla grazia.
Adelchi
L’Adelchi è un’opera più complessa e più ricca di poesia rispetto al Carmagnola. In essa è rappresentato l’epilogo della guerra tra Desiderio, re dei Longobardi e Carlo re di Francia, disceso in Italia in aiuto del papa. L’Adelchi è superiore al Carmagnola innanzi tutto per la più ampia prospettiva storica, costituita dall’urto tra due popoli, i franchi e i longobardi, nel quale s’inserisce il dramma del popolo italiano oppresso che s’illude di ottenere la libertà dallo straniero. Inoltre i personaggi dell’Adelchi presentano una maggiore complessità ideologica, essi non lottano contro una forza esterna, ma contro alcuni sentimenti umani profondamente radicati nel loro animo in contrasto con altri ugualmente radicati ma più elevati.
Il dramma interiore
Il dramma interiore è evidente in Ermengarda e Adelchi. Ermengarda, sebbene ripudiata da Carlo, lo ama ancora profondamente, nonostante gli sforzi che ella fa per staccarsi dai terrestri ardori e rivolgersi al via. Solo nella morte si placherà il suo dissidio interiore; lo stesso destino tocca ad Adelchi, combattuto tra il dovere di lottare accanto al padre e la consapevolezza di una guerra ingiusta e senza speranza. Nelle parole che pronuncia prima di morire vi è tutto il senso del suo cristianesimo, che vede nella morte la liberazione dalla feroce violenza che infuria nel mondo.
Differenze tra le tragedie e i Promessi sposi
I promessi sposi sono diversi dalle tragedie sia sul piano dell’ispirazione religiosa, sia sul piano politico, sia sul piano sociale. Nelle tragedie, infatti, c’è una visione pessimistica e disperata della vita, in cui Dio è sentito solo come conforto che riserva la grazia ai giusti, i quali vengono purificati dalla sofferenza e vedono nella morte il momento della liberazione dalla forza feroce che possiede il mondo. Il Manzoni delle tragedie, pertanto se non è proprio giansenista, come vogliono alcuni studiosi appare un agostiniano giansenistante. Ne I promessi sposi la situazione è capovolta. Vi permane una visione pessimistica della vita, ma essa non è disperata è anzi rasserenata dalla fede in Dio. Sul piano politico-sociale I promessi sposi sono diversi dalle tragedie, per il modo assolutamente nuovo di considerare il popolo, gli umili, i deboli. Nelle tragedie infatti la storia è ancora fatta dai grandi (re, principi, duchi) ed il popolo è una massa amorfa e spregiata, che subisce passivamente gli effetti delle loro azioni. Nel romanzo, invece, i potenti sono continuamente oggetto di ironia e di scherzo, colti nella loro debolezza, ipocrisia, vanità e malvagità, ed il popolo più vicino agli ideali cristiani oer la sua semplicità non subisce più passivamente la violenza dei grandi, ma reagisce attivamente sorretto dalla fede nella provvidenza e nella giustizia.
Genesi interna de I promessi sposi
Del romanzo dobbiamo distinguere una genesi interna e una genesi esterna. Per quanto riguarda la genesi interna bisogna ricordare che il Manzoni era portato al romanzo dalle esigenze stesse della sua poetica, fondata sul vero per soggetto, utile per scopo e sull’interessante per mezzo. Queste esigenze molteplici e concomitanti, già soddisfatte in parte negli Inni sacri, nelle Odi civili e nelle tragedie, aspettavano l’occasione per articolarsi e svilupparsi in un’opera di più ampio respiro e di struttura più complessa. Quest’opera romanzo che segue la conclusione morale e intellettuale della poesia manzoniana. Ne I promessi sposi infatti, si attua la perfetta fusione fra lo storico, lo psicologo, il moralista, il narratore e l’artista. Per quanto riguarda la genesi esterna, l’occasione a scrivere il romanzo fu offerta al Manzoni dalla lettura della “Storia milanese” di Giuseppe Ripamonti e del “Saggio di economia” di Melchiore Gioia. Dalla Storia milanese il Manzoni derivò le vicende della monaca di Monza, dell’Innominato e spunti diversi per descrivere la vita del lazzaretto. Nel Saggio di economia trovò la “grida” del governatore spagnolo contro chi contrastava con minacce la celebrazione del matrimonio. Un’altra sollecitazione viene al Manzoni dalla lettura de “I romanzi storici” di Walter Scott, allora in gran voga in Europa e in Italia perché andavano incontro al gusto romantico della rievocazione storica. Il romanzo storico proponeva un misto di storia e di invenzione, narrando vicende fantastiche sullo sfondo degli avvenimenti storici di un paese e di un popolo. Le più importanti vicende storiche del romanzo sono la guerra per la successione al Ducato di Mantova, la carestia, la sommossa di San Martino, la discesa dei lanzicanetti , la peste del 1630. Storici sono anche alcuni personaggi come L’Innominato in cui è raffigurato Bernardino Visconti, la monaca di Monza, in cui è raffigurata la figura di Virginia de ………., il cardinale Federigo Borromeo, il governatore don Ponzalo de Cordova, il cancelliere Antonio Furer.
Manzoni e Walter Scott
Nella sua mescolanza di storia e di invezione, I promessi sposi, hanno pertanto la stessa scrittura dei romanzi di Walter Scott. Tuttavia guardando in profondità solo esteriormente I promessi sposi possono dirsi un romanzo storico di tipo scottiano. I romanzi dello Scott sono opere intrattenimento, ossia di piacevole passatempo caratterizzate , da una rievocazione superficiale, pittoresca e colorita della storia e dei costumi di un’epoca, mentre l’opera del Manzoni è caratterizzata non solo da una più precisa e scrupolosa ricostruzione del passato ma anche da un’approfondita analisi psicologica e morale delle vicende e dei personaggi, da un impegno totale dello scrittore, che ha inteso rappresentere, nel romanzo la propria visione della vita, così come egli la vedeva svolgersi, e non soltanto nel ‘600 ma in tutti i tempi.
Letteratura tutto di tutto
Vittorio Alfieri
La Vita
Nacque ad Asti il 16 gennaio 1749 da nobili, agiati ed onesti parenti: il conte Antonio e Monica Maillard. Nel 1758, a 9 anni entrò nella Reale Accademia militare di Torino, un duro collegio, dal quale uscì disgustato e ignorantissimo. Uscito otto anni dopo con il grado di “port-insegna”, Alfieri iniziò la serie dei suoi lunghi viaggi nel quale attraversò l’Italia e l’Europa. Proprio in questi anni si pongono i fondamenti della formazione culturale di Alfieri attraverso appassionale, disordinate e personalissime letture: gli illuministi francesi (Voltaire, Rousseau, ecc.) che suscitano piuttosto diffidenza che adesione. Sono invece Le vite parallele di Plutarco a suscitare il suo entusiasmo come anche l’eroica folla di Cervantes e le accese passioni di Shakespare. Nel 1772 Alfieri tornò definitivamente a Torino, dove scoprì la propria vocazione poetica.
Scrisse così la sua prima tragedia, Cleopatra, e subito dopo il Filippo e il Polinice. Da questo momento la sua vita sarà interamente dedicata alla poesia. Solo adesso Alfieri si dedica davvero allo studio, con quel furore, che lo induce persino a farsi legare alla sedia dal suo servo.
Morì a Firenze nel 1803 e su sepolto in Santa Croce.
Rilettura di una vita: la “Vita scritta da esso”
Mente Parini appare collegato con la con la cultura e le aspirazioni del suo secolo, Alfieri, si presenta sradicato da esse e tutto proteso verso posizioni che saranno tipiche del Romanticismo. Nonostante questo si viene a collegare alla civiltà dei Lumi dalla quale mostra di condividere alcuni dei più diffusi e caratteristici postulati.
Ma dell’Illuminismo, esso rifiutava più o meno consapevolmente due aspetti fondamentali: la fiducia nella possibilità effettiva di riforme che migliorassero le condizioni dell’umanità e la fiducia nella ragione come unica facoltà che permette all’uomo di dominare la natura e la storia.
La Vita si divide in due parti e quattro epoche:
PRIMA PARTE. Epoca prima. Puerizia. Abbraccia nove anni di vegetazione. Epoca seconda. Adolescenza. Abbraccia otto anni di ineducazione. Epoca terza. Giovinezza. Abbraccia tre anni di viaggi e dissolutezze. Epoca quarta. Virilità. Abbraccia trenta e più anni di composizioni e studi diversi.
PARTE SECONDA. Continuazione della quarta epoca.
L’autobiografia non è scritta con l’animo di chi ripercorra, ormai al tramonto della vita, le vicende dell’esistenza per riviverle con affettuosa nostalgia, m bensì e la storia interiore di un poeta il cuoi primo dramma è stato la lotta con la famiglia, la scuola, la società, le istituzioni, le idee, i pregiudizi del tempo.
L’avversione alla tirannide e i trattati politici
La vita di Alfieri è una vita tutt’altro che illuministica, è quella di un uomo che viveva di rendita e quindi lontano dai problemi concreti della quotidianità, di un uomo solitario, perennemente scontento, sfiduciato e pessimista, che contrapponeva orgogliosamente la propria personalità e tutte le norme della società civile.
Il suo pensiero politico è dominato dall’avversione alla tirannide: e tale avversione potrebbe sembrare mutata dal liberalismo del pensiero illuministico. La l’atteggiamento dell’alfieri non è liberale, è liberatorio, egli non crede che la tirannide possa essere eliminata attraverso un nuovo assetto delle società e determinate istituzioni politiche. E ancor meno crede che il potere cambi la natura se viene trasferito dalla persona del monarca o da una stretta oligarchia al popolo intero.
Queste idee sono espresse nelle opere politiche e in specie nel trattato Della tirannide, ideato nel 1777, poi ripreso a Parigi e pubblicato nel 1800. Dedicato alla libertà e composto solo perché i tempi impediscono l’azione, l’opera si compone in 2 libri, nel primo si definiscono i caratteri e le debolezze del tiranno, nonché la forza su cui si basa il suo dominio; nel secondo si insegnano i modi con cui ci si posa sottrarre alla tirannide o scuoterla.
La poetica alfieriana e il sistema tragico
L’esasperato individualismo, l’impeto prorompente delle passioni, la tensione al sublime e all’espressione di sentimenti eroici, presenti nella Vita e nei trattati politici, sono alla base della poetica di Alfieri.
Nata da una forte tensione emotiva, da un nucleo oscuri di “abbondanza” e di “furore”, questa indistinta volontà di esprimersi ha per sua natura bisogno del “beneficio del tempo”, di un lungo lavoro di elaborazione e di lima, che passa per tre momenti , che soli possono consentire al primo ed essenziale brillare dell’ispirazione di oggettivarsi in forme essenziali e assolute, classicamente rigorose.
Vittorio Alfieri - Poeta e drammaturgo italiano, uno dei maggiori interpreti delle istanze patriottiche in epoca prerisorgimentale.
Di nobile famiglia, fu educato presso l'Accademia militare di Torino, dalla quale uscì nel 1766 per compiere una serie di viaggi in tutta Europa.
Se le istituzioni inglesi realizzavano per lui l'ideale di libertà politica, determinante per la sua formazione fu il pensiero degli illuministi francesi, in particolare Montesquieu, Voltaire e Rousseau.
Ritornato a Torino nel 1772, esordì nel 1775 con la tragedia Cleopatra, che riscosse grande successo. Da allora si dedicò interamente all'attività letteraria; nel 1776 si trasferì a Firenze per perfezionare l'italiano, poiché fino ad allora si era servito del francese, la lingua dell'aristocrazia torinese.
A Firenze si innamorò di Luisa Stolberg, contessa di Albany, che avrebbe esercitato una benefica influenza sulla sua vita fino ad allora molto irrequieta.
Nel 1778 abbandonò definitivamente il Piemonte per la Toscana, lasciando tutti i suoi beni alla sorella in cambio di un vitalizio annuale.
Negli anni successivi scrisse la prima parte delle Rime (1804, postume) e diciannove tragedie. La più nota, Saul (1783), riprende il racconto biblico della follia del re d'Israele e della sua gelosia per Davide; tra le altre si ricordano, Filippo (1775-1783) Antigone (1776), Agamennone (1783) e Mirra (1784-1786), incentrata sul conflitto tra istinto e valori morali.
Tra le opere in prosa le più significative sono la Vita (1790-1803), lucida autobiografia alla quale Alfieri lavorò instancabilmente fino alla fine dei suoi giorni, e i due trattati Della tirannide (1777-1789) e Del principe e delle lettere (1778-1789), opere pervase dall'amore per la libertà che risvegliarono l'orgoglio nazionale degli italiani e alimentarono quel desiderio di indipendenza che avrebbe caratterizzato il Risorgimento
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Alighieri Dante
(Firenze, 1265 - Ravenna, 1321)
Dante apparteneva a una famiglia della piccola nobiltà guelfa fiorentina; in gioventù frequentò la vita elegante e “cortese”, attendendo, sotto la guida di Brunetto Latini, agli studi di retorica. Ben presto si accostò al gruppo dei poeti dello Stilnovo con i quali condivideva un ideale di vita aristocratico e raffinato. Nel 1285 Dante sposò Gemma Donati, ma già nel 1274 egli ebbe il suo primo incontro con Beatrice, il cui vero nome era Bice di Folco Portinari, moglie di Simone de’ Bardi, morta nel 1290. Nel 1289 Dante prese parte alla battaglia di Campaldino contro i ghibellini di Arezzo. Poemetti giovanili sono il Fiore e il Detto d’amore, anche se la prima opera certa resta la Vita Nuova, composta tra il 1292 e il 1294. In seguito alle complesse vicende politiche fiorentine, ossia la lotta tra le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri, che videro il poeta schierato con i Bianchi e contro le manovre di papa Bonifacio VIII, Dante fu esiliato, con un processo sommario, nel 1302. Seguì un periodo di peregrinazione tra varie città della Toscana e del nord Italia, durante il quale, oltre alla Commedia, egli compose il Convivio e il De vulgari eloquentia. Per quanto concerne la Commedia, capolavoro del poeta fiorentino e caposaldo della letteratura italiana di tutti i tempi, si pensa che questa sia stata iniziata verso il 1306 e proseguita fin quasi alla data della morte del poeta. Con la discesa di Arrigo VII in Italia (1310) e il suo tentativo di conquistare Firenze, Dante si illuse di poter rientrare a Firenze, ma in seguito all’improvvisa morte dell’imperatore a Buonconvento, ogni speranza svanì definitivamente. Il poeta morì di febbre malarica a Ravenna, dove era ospite dei da Polenta, signori della città.
Le opere:
- opera giovanile: il Fiore
- opera giovanile: il Detto d’amore
- 1292-94: la Vita Nuova; le Rime
- 1303-04: il De vulgari eloquentia
- 1304-07: il Convivio
- 1304-26: le Epistole
- 1306-21: la Commedia (1306-09 l’Inferno, prima del 1316 il Purgatorio, 1316-21 il Paradiso)
- 1313-18: De Monarchia
- 1319-20: le EglogheBacone Ruggero
(Ilchester, Inghilterra, 1214 - dopo il 1292)
La Vita nova (di Dante Alighieri)
La Vita nova è un'opera giovanile di Dante, composta di prosa e poesia (25 sonetti, 4 canzoni, 1 ballata e 1 stanza isolata). Il primo sonetto è del 1283 e l'ultimo è di nove anni dopo. La prosa nacque tutta nello stesso tempo. Dapprima appaiono evidenti gli influssi di Guittone d'Arezzo che si riallaccia alla tradizione siciliana, rinnovata dai Toscani, e alla poesia trovatorica provenzale. "Donne ch'avete intelletto d'amore" rivela l'attenzione e l'ammirazione di Dante per Guinizzelli: ne accoglie il concetto di donna angelicata, ecc., ma lentamente viene dimostrando la sua originalità nelle poesie "Donna pietosa", "Tanto gentile e tanto onesta pare", "Ne li occhi porta la mia donna amore" dove anche la prosa si fa più unitaria. Dante disegnò la sua donna da subito come un angelo più che come una figura terrena (fuse, infatti, così la vita dei santi con le concezioni dello stil novo). Morta Beatrice nel 1290 Dante aveva pensato di poter dedicare un nuovo amore ad un'altra donna ma fu proprio questo che determinò per reazione la composizione della Vita nova come glorificazione di Beatrice. La novità di Dante fu quella di tramutare l'ideologia del dolce stil novo da persuasione dottrinale in realtà sentimentale. Egli sente davvero e realizza in sé quel perfezionamento, quell'elevazione morale che continuamente si erano attribuiti all'amore. Attua nella realtà sentimentale quell'amore perfetto che prima era stato solo idealità. La storia d'amore narrata nelle prose nella Vita nova è la storia del generarsi e confermarsi dell'amore perfetto, è la storia del passaggio dal senso allo spirito, dal reale all'ideale, dal contingente all'eterno. La Vita nova perciò è da considerarsi non solo uno dei tanti componimenti del dolce stil novo, ma la sua opera più compiuta, coerente ed organica. È l'unica opera in cui l'amore assume l'andamento di storia, l'unica concepita secondo un disegno determinato e unitario.
Pagina critica sulla Vita Nova (di Natalino Sapegno)
da Storia letteraria
Il libello è certamente la storia di un amore reale, ma non esclude interpretazioni mistiche; invero è un'opera ingenua e giovanile, nella quale si rispecchia una cultura non vasta né ordinata, bensì informe e tumultuosa (educazione biblica, autori latini, una citazione di Aristotele, limitazione della poesia d'amore contemporanea). La Vita nova appartiene a quel genere di opere letterarie nelle quali i particolari autobiografici acquistano un maggior rilievo. Occorre, infatti, tenere presente che dopo l'interpretazione del De Sanctis (che fu il primo critico ad aver apprezzato la lirica dantesca trascurata dalla tradizione) si manifestarono nei riguardi della Vita nova principalmente due indirizzi critici: quello realistico e quello allegorista. Il Sapegno ritiene che Beatrice sia realmente esistita e che l'analisi delle vicende amorose, che nei poeti anteriori era tutta estrinseca o quasi, disgregata e frammentaria, diventa con i poeti del dolce stil novo più intima, coglie con maggior immediatezza la realtà dell'animo. Gli allegoristi ritengono che i poeti fiorentini hanno mirato piuttosto ad esprimere l'influsso della donna sul loro animo, che non a lasciarci dell'amata un ritratto più o meno materiale e realistico. Le donne degli stilnovisti hanno proprio da chiamarsi simboli della potenza stessa d'amore. Anche l'uomo, il poeta, è un simbolo e rappresenta l'essere su cui la passione d'amore opera, perfezionandolo moralmente. La Vita nova, secondo il Sapegno, sta a mezzo tra la vita e la letteratura, tra poesia e scienza. Le rime, composte nell'arco di circa dieci anni, sono di valore assai diverso: dai primi esercizi verseggiati, alle liriche concepite sotto l'influsso del Cavalcanti, nelle quali l'amore è visto come una forza terribile e violenta, Dante imbocca la strada vera solo nelle rime della lode ("Donne ch'avete intelletto d'amore", "Tanto gentile e tanto onesta pare", "Donna pietosa"). In questo gruppo di liriche, infatti, gli schemi artistici dello stil novo si trovano a concordare in modo perfetto con il sentimento del poeta. La prosa è tutta animata da un tono di ispirazione: costituisce la trama logica, ma astratta e pedantesca, del romanzo, ne crea l'atmosfera e qui il poeta si mostra più lucido e freddo. Essa rappresenta un più alto grado di maturità umana e poetica; ha un tono lirico-oratorio più contenuto e pacato delle liriche.
La prima apparizione di Beatrice (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
- Individuati tutti i punti del capitolo in cui l'autore indica precisi momenti temporali, riflettere sulla natura delle perifrasi usate.
Le perifrasi usate hanno un valore elevato in quanto Dante, quando descrive soffermandosi sui minimi particolari, ritiene l'oggetto della descrizione molto importante (le ampie descrizioni sono una caratteristica del Paradiso).
- Oltre al valore simbolico del nome Beatrice ci sono altri elementi simbolici nel testo?
Il numero nove ha una propria simbologia, in quanto il tre è il numero della Trinità e, elevato al quadrato, non può che esprimere un miracolo quale è Beatrice.
- Dopo aver schedato tutte le espressioni riferite a Beatrice, ricavare le caratteristiche che la donna possiede.
Beatrice ha le apparenze di una divinità e ha il potere di impressionare Dante a tal punto da far piangere lo <<spirito naturale>>. Inoltre, possiede tutte le caratteristiche tipiche dell'amor cortese.
La seconda apparizione di Beatrice (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
A ciascun'alma presa – Parafrasi
Indirizzo il mio saluto a nome di Amore, loro signore, a tutte le anime innamorate e a tutti i cuori gentili, al cui cospetto è presentato il presente sonetto.
Era quasi già giunta la terza ora del tempo in cui le stelle splendono (le nove di sera) quando, improvvisamente, mi apparve Amore, e ricordare l'aspetto di questo mi procura paura.
Amore mi sembrava allegro mentre teneva in mano il mio cuore e tra le braccia aveva la mia donna, la quale stava dormendo, avvolta in un drappo.
Poi la svegliò e lei si nutrì timorosamente di questo cuore: poi lo vedevo andarsene in lacrime.
- Come viene presentata Beatrice? Con quali formule viene indicata?
Beatrice viene indicata con le formule <<gentilissima>> e <<mirabile donna>> e si presenta al poeta come una visione divina, in quanto gli appare improvvisamente e vestita di bianco (il colore della luce e, quindi, di Dio), oltre che apparirgli all'ora nona.
- Si introduce in questo capitolo un motivo nuovo, quello del saluto: qual è il suo valore simbolico?
In chiave cortese, il saluto simboleggia il dono fatto dalla donna all'amante che ne provoca la felicità. In questo caso, però, il fatto che il saluto sia stato ricevuto dal poeta all'ora nona contribuisce a rendere questo gesto miracoloso.
- Quali sono gli elementi simbolico-rituali che caratterizzano il sogno? Vi sono richiami biblici? Il sogno ha un valore profetico, preannunciando eventi futuri?
Nel sogno Amore compare improvvisamente, quindi mantiene un'analogia con l'apparizione di Beatrice. Inoltre il fatto che la donna mangi il cuore del poeta simboleggia che d'ora in poi Dante sarà suo "servo", cioè suo "vassallo". Questo perché, nel Medioevo, mangiare il cuore di un altro significava impossessarsi della forza e dell'anima di questo. Infine, le parole di Amore in latino contribuiscono a creare il clima di mistero presente nel sogno.
- Quali indicazioni si possono ricavare da questo capitolo sul rapporto che nella Vita nova lega prose e poesie? Si confronti il sonetto con la parte in prosa che lo precede: quali elementi mancano in esso?
Nella Vita nova la prosa serve da introduzione al sonetto anticipandone i temi mentre il commento finale è un vero e proprio commento stilistico-formale al sonetto stesso.
- Nel sonetto si possono cogliere le caratteristiche dello stile <<dolce>>?
Si, perché mancano suoni aspri e i periodi non sono spezzati, grazie alla grande quantità di enjambement.
Genova, 1 dicembre 1999
Donne ch'avete intelletto d'amore (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
Riassunto
Nella prima strofa Dante afferma di voler parlare di Beatrice attraverso delle donne gentili e lo fa non perché crede di poter esporre in maniera esauriente le sue qualità miracolose ma solo per trovare uno sfogo ai suoi pensieri. Egli dice anche di voler usare uno stile non troppo elevato perché, a causa della grandezza di Beatrice, dovrebbe desistere dal suo intento.
Nella seconda strofa il poeta comincia la lode di Beatrice, dicendo che gli angeli, chiedendo a Dio di avere per loro la donna, in quanto era la sola mancanza che aveva il Paradiso, ricevettero risposta dal Signore che ella deve restare sulla Terra perché coloro i quali l'hanno potuta vedere saranno privilegiati: infatti, quando un uomo non nobile la incontra per la strada non può che convertirsi e, dopo la morte, non potrà essere punito con una condanna eterna.
Poi, tramite Amore, Dante afferma che Beatrice non può essere altro che una creatura divina e, dai suoi occhi, escono degli spiriti che arrivano sino al cuore di chi la osserva.
Nell'ultima strofa, infine, il poeta invia la canzone ad Amore, affinché possa, tramite esso, arrivare a Beatrice, ma la ammonisce a fermarsi a chiedere indicazioni solo presso donne e uomini gentili.
- Perché Dante individua nelle <<donne>> che hanno <<intelletto d'amore>> il pubblico privilegiato della sua lode?
Dante individua nelle <<donne>> che hanno <<intelletto d'amore>> il pubblico privilegiato della sua lode perché sono le sole che vivono l'amore rettamente e, in questo, si distinguono dalle <<femmine>>.
- Quali sono le differenze più significative tra Beatrice e la donna cantata da Guinizzelli?
In primo luogo, Beatrice è realmente esistita mentre le donne del Guinizzelli sono un "artificio retorico". Inoltre, Beatrice è posta su un piano nettamente superiore.
- Quali temi vengono trattati nel congedo della canzone?
Dante manda la canzone in cerca di Beatrice ma la ammonisce a fermarsi a chiedere indicazioni solo a persone nobili. C'è, quindi, un'ulteriore distinzione tra persone gentili e persone <<villane>>.
Genova, 3 dicembre 1999
Tanto gentile e tanto onesta pare (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
Parafrasi
La mia signora si mostra così gentile e così onesta che, quando saluta, ogni lingua diventa, per il tremore, muta e gli occhi non osano guardarla.
Ella procede, mentre si sente lodare, vestita benignamente di umiltà; e sembra che sia una cosa venuta dal cielo sulla terra a manifestare la potenza divina.
Si manifesta con una tale bellezza a chi la contempla che dona attraverso gli occhi una dolcezza al cuore, che, chi non la prova, non può capire: e sembra che dalle sue labbra emani un soave spirito amoroso che suggerisce all'anima: Sospira.
- Stabilire un confronto tra questa donna e quelle cantate da Guinizzelli e Cavalcanti nei TT18-20.
Le donne lodate da Dante, da Guinizzelli e da Cavalcanti sono molti simili e hanno tutte quelle caratteristiche proprie del dolce stil novo (donna angelicata, ecc.).
C'è, però, una differenza fondamentale: Beatrice è realmente esistita mentre le donne lodate da Guinizzelli e da Cavalcanti erano un puro artificio retorico.
- Nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare individuare:
- le caratteristiche di Beatrice desunte dalle espressioni che Dante le attribuisce (ad esempio <<gentile>>, <<onesta>>, ...);
- le azioni compiute da Beatrice;
- gli effetti del saluto di Beatrice;
- i fruitori del saluto di Beatrice.
Beatrice si presenta gentile, onesta e vestita d'umiltà e, quindi, sembra un miracolo divino.
Ella, mentre cammina per la strada, è ammirata da tutti e, quando saluta, fa ammutolire i fruitori di questo nobile gesto e gli occhi di questi non osano guardarla.
Genova, 6 dicembre 1999
Oltre la spera che più larga gira (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
Parafrasi
Il sospiro che esce dal mio cuore oltrepassa la sfera celeste che ruota con moto più largo: una capacità di comprendere straordinaria che Amore, malgrado pianga la morte di Beatrice, mette in lui, lo eleva verso l'alto.
Quando il sospiro perviene là dove desidera, vede una donna che riceve onore da tutti i beati e la luce della grazia illuminante a tal punto che lo spirito, uscito dal mondo, l'osserva stupefatto per lo splendore che emana.
Il mio pensiero vede Beatrice tale che, allorché, ritornato presso di me, me ne riferisce la gloria, quale l'ha vista in cielo, io non lo comprendo tanto elevato e complesso è il suo discorso rivolto al cuore che lo fa parlare.
So io che parla di quella donna gentile per il fatto che spesso ricorda Beatrice, almeno questo lo capisco bene, donne mie care.
- Stabilire un confronto tra l'ineffabilità della visione di Beatrice e quella descritta nel sonetto di Cavalcanti Chi è questa che vèn ch'ogn'om la mira (T20).
Nel sonetto Chi è questa che vèn ch'ogn'om la mira c'è un clima di ineffabilità, accentuato dalla seconda terzina, ma la presenza profana del dio Amore riporta il discorso entro precisi confini terreni.
In questo componimento, invece, non ci sono riferimenti al profano ma solo al divino. Inoltre, stilisticamente, Dante si attiene alla rota Vergilii, cioè alla corrispondenza tra stile usato e argomento trattato (argomento basso con stile basso; argomento medio con stile medio; argomento alto con stile sommo). In questo senso, quello che gli viene detto dallo spirito è talmente alto che il poeta stesso non è in grado di esprimerlo.
- Stabilire un confronto tra questo testo e quello di Iacopo da Lentini, Io m'ag[g]io posto in core a Dio servire (T14). Ad esempio quali elementi caratterizzano i due paradisi? Quali personaggi vedono l'oggetto del loro amore?
Nel sonetto Io m'ag[g]io posto in core a Dio servire il Paradiso è immaginato come un luogo nel quale si mantengono eternamente <<sollazzo, gioco e riso>>.
Qui, invece, il Paradiso è un insieme di più zone circolari concentriche che, man mano che ci si avvicina a Dio, girano sempre più vorticosamente. Inoltre, per Dante il Paradiso è pura luce.
La <<mirabile visione>> (di Dante Alighieri)
dalla Vita nova
- Perché la <<mirabile visione>> non può essere raccontata?
Perché Dante, secondo la rota Vergilii, non ne avrebbe potuto parlare degnamente.
- Quali sono gli ultimi attributi riferiti a Beatrice?
Beatrice, che nei capitoli precedenti era definita cortesissima, gentilissima e nobilissima, è ora chiamata benedetta.
Genova, 10 dicembre 1999
Il significato del Convivio (di Dante Alighieri)
dal Convivio
- Completare lo schema seguente che riproduce, semplificandolo, il discorso molto argomentato di Dante:
- <<...dice lo Filosofo... tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere>>
- <<Veramente da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro a l'uomo...>>
- <<Dentro...>>
- ...
- Secondo Aristotele tutti gli uomini per natura sono inclini alla conoscenza.
- Alcuni, però, sono impediti alla loro inclinazione naturale per diversi motivi che possono essere dentro l'uomo o fuori di lui.
- Dentro l'uomo ci sono impedimenti corporali (ad esempio i sordi e i muti sono impossibilitati a conoscere) e un'inclinazione innaturale verso il male.
- Fuori di lui ci sono necessità, cioè gli impegni pubblici e privati che non gli consentono di studiare, e la <<pigrizia>>, cioè la mancanza nel luogo di nascita o nel luogo in cui vive di centri di studi e di studiosi e, quindi, di scambi culturali.
- <<Le due di queste cagioni, cioè la prima da la parte di dentro e la prima da la parte di fuori, non sono da vituperare, ma da escusare e di perdono degne; le altre due, avvenga che l'una più, sono degne di biasimo e d'abominazione>>.
- Sono pochi coloro i quali conoscono mentre la maggior parte degli uomini è sempre affamata di questo cibo
- Dante, mosso dalla solidarietà verso gli altri, intende farli partecipare a questo convivio in cui si servono pane (commenti) e vivande (canzoni).
- I beneficiari del convivio sono coloro i quali, per impedimenti di natura pubblica e privata, non hanno potuto perseguire la conoscenza. Gli altri, invece, non sono degni di sedere direttamente alla mensa.
- L'opera è composta da quattordici canzoni e altrettanti commenti che hanno come materia l'amore e la virtù.
- Mentre la Vita nova rifletteva soprattutto una problematica individuale ed era destinata alle persone nobili, il Convivio propone un allargamento di pubblico ed ha un vero e proprio compito divulgativo. Dante spiega questo mutamento di scopi e intenzioni attribuendo la Vita nova ad una fase ancora giovanile e il Convivio a quella di una raggiunta maturità.
- Il poeta spiega il metodo con il quale intende commentare le canzoni: prima chiarendo il significato letterale e, in seguito, interpretando le canzoni allegoricamente.
- Individuare i termini che appartengono all'area semantica del cibo, con i quali si esprime la seconda parte del discorso.
<<Innumerabili sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!>>
<<Coloro che a così alta mensa sono cibati sono inver di quelli che in bestiale pastura veggiono erba e ghiande sen gire mangiando.>>
<< [...] de la cui acqua si refrigera la naturale sete [...] >>
<<E io adunque, che non seggio a la beata mensa, ma, fuggito de la pastura del vulgo, a' piedi di coloro che seggiono ricolgo di quello che da loro cade.>>
<<Per che ora volendo loro apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò ch'i' ho loro mostrato, e di quello pane ch'è mestiere a così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe esser mangiata. E questo è quello convivio, di quello pane degno, con tale vivanda qual io intendo indarno non essere ministrata. E però ad esso non s'assetti alcuno male de' suoi organi disposto, però che né denti né lingua ha né palato; né alcuno assettatore di vizii, perché lo stomaco suo è pieno d'omori venenosi contrarii, sì che mai vivanda non terrebbe. Ma vegna qua qualunque è per cura familiare o civile ne ha la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s'assetti; [...] e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane, che la farà loro e gustare e patire. La vivanda di questo convivio sarà di quattordici maniere ordinata. [...] le quali sanza lo presente pane [...] ma questo pane [...] >>
<< [...] ne la presente opera, la quale è Convivio nominata [...] >>
<< [...] sì che l'una ragione e l'altra darà sapore a coloro che a questa cena sono convitati. [...] se lo convivio non fosse tanto splendido quanto conviene a la sua grida [...] >>
- Quali sono le <<mense>> di cui parla Dante?
Le mense di cui parla Dante sono quei banchetti in cui si mangia conoscenza, simboleggiati dal titolo dell'opera (Convivio = banchetto). A queste mense sono servite sia vivande (canzoni) sia pane (prosa), distribuite in quattordici portate (trattati).
- Quali sono gli invitati a questo banchetto? A quale classe sociale appartengono? Perché Dante li sceglie come convitati?
A questo banchetto sono invitati tutti coloro i quali non hanno potuto studiare perché impediti da doveri pubblici e privati, cioè sono gli appartenenti alla classe dirigente.
Dante sceglie questi come convitati perché sono gli unici, insieme agli impediti per natura, ad essere giustificati per non aver studiato e, allo stesso tempo, sono i soli a poterlo ancora fare tramite questa occasione offertagli dal poeta.
- Qual è il ruolo dell'intellettuale? Quale sapere Dante vuole comunicare al pubblico del Convivio? (cfr. riga 13: <<ozio di speculazione>>).
In quest'opera l'intellettuale, e con lui lo stesso Dante, non è invitato al banchetto perché lo scopo di questo è comunicare un sapere filosofico e teologico e non far progredire il sapere stesso, cosa che accadrebbe se gli intellettuali partecipassero alla mensa.
- Quali ostacoli al raggiungimento del sapere sono per Dante insuperabili?
Per Dante gli unici ostacoli al raggiungimento del sapere sono quelli fisici, come l'essere muti o sordi. Tutti gli altri non hanno giustificazioni accettabili e, tra questi, sono compresi anche gli appartenenti alla classe dirigente, prima difesi da Dante, dal momento che quest'opera è finalizzata proprio a fargli raggiungere la conoscenza.
Genova, 13 dicembre 1999
Caratteri del volgare illustre (di Dante Alighieri)
dal De vulgari eloquentia
Domanda
Spiega perché il volgare è chiamato illustre, cardinale, regale e curiale.
Il volgare è illustre perché, rispetto agli altri volgari comunali, risplende per le sue caratteristiche; è cardinale perché deve essere il cardine intorno al quale tutti gli altri volgari devono ruotare; è regale perché, se l'Italia avesse una reggia, sicuramente vi si parlerebbe questo volgare; infine, è curiale perché risponde a quelle esigenze di eleganza e dignità che si possono avere solo nelle corti migliori.
Genova, 15 dicembre 1999
Dante e la politica
Il 1304 segna la fine dell'attività politica di Dante in senso stretto, con la rinuncia a rientrare a Firenze. Infatti, è nelle opere dell'esilio (Epistole, De monarchia, Commedia) che si delineano i caratteri della sua ideologia: <<talmente profondo e radicato è il male nella società del suo tempo che soltanto attraverso il ripristino di un ordine universale è immaginabile una soluzione positiva>>. Occorrerà, perciò, una rigenerazione dell'intera cristianità tramite il recupero degli antichi valori.
Al suo tempo Papato e Impero erano in crisi profonda, eppure egli concepì il progetto politico di restaurazione della società civile fondato sulla presenza e collaborazione delle due istituzioni universali (N.B.: gli sfuggirono le motivazioni storiche per le quali l'evoluzione delle civiltà europee favorì la nascita degli stati nazionali!). Era ormai fuori e lontano dalle correnti più avanzate e laiche che mettevano in dubbio la legittimazione divina del potere monarchico. Egli segue il pensiero filosofico di Aristotele e di San Tommaso, secondo il quale la politica è una parte della filosofia morale e Dante cerca di ergersi in una posizione di giudice del suo tempo (giudice delle parti). Nel De monarchia egli sostiene che sia la Chiesa sia l'Impero siano indispensabili elementi del disegno della Provvidenza per la salvezza dell'umanità (vedi Sant'Agostino, Graziano, Egidio Romani, San Tommaso, Giacomo da Viterbo). Egli si inserisce in quella corrente medievale secondo la quale, attraverso Aristotele e San Tommaso, si era arrivati alla rivalutazione cristiana dell'uomo nella sua dimensione sociale e di conseguenza alla rivalutazione del potere politico come strumento per la costruzione di una corretta convivenza civile.
Etienne Gilson ritiene Dante <<un cristiano abbastanza personale>> perché manifestava una indipendenza di giudizio rispetto alle posizioni della Chiesa. Ad esempio il poeta sostiene che le diverse competenze di teologia e filosofia hanno origine dalla duplice natura umana (corruttibile e incorruttibile cioè il corpo e l'anima) e trovano naturale corrispondenza nella reciproca autonomia della politica e della religione (pensiero contrario a quello di San Tommaso).
Il De monarchia ebbe scarsa fortuna per l'ostilità degli ambienti ecclesiastici; infatti, Ludovico il Bavaro, quando nel 1328 a Roma si fece incoronare imperatore contro la volontà del papa, usò quest'opera di Dante come giustificazione.
Nel 1559 fu stampato per la prima volta ma fu messo subito all'indice. Solo Leone XIII nel 1881 revocò la condanna, ma ebbe comunque poco successo per l'arretratezza delle idee esposte.
L'imperatore, il papa e i due fini della vita umana (di Dante Alighieri)
dal De monarchia
- Quali fini la Provvidenza ha assegnato all'uomo?
I fini dell'uomo sono la <<beatitudine di questa vita>> e la <<beatitudine della vita eterna>>.
- Con quali strumenti l'uomo può raggiungere tali fini?
L'uomo arriva alla beatitudine terrena per mezzo delle dottrine filosofiche e a quella eterna grazie agli insegnamenti divini praticando, però, le virtù morali e intellettuali nel primo caso e quelle teologiche, cioè fede, speranza e carità, nel secondo.
- Quali sono i ruoli rispettivamente del pontefice e dell'imperatore? Sono totalmente indipendenti nelle loro sfere d'azione? Presentano una qualche correlazione?
Secondo la teoria dei <<due soli>> l'imperatore si deve occupare della felicità dell'uomo sulla terra mentre il papa di quella eterna. Inoltre, entrambi ricevono il loro potere direttamente da Dio e non devono avere interferenze tra di loro.
- Quale rapporto intercorre tra l'imperatore ed il pontefice? (Riflettere in particolare sull'ultimo periodo: <<Usi pertanto Cesare quella riverenza verso Pietro...>>).
Tra il papa e l'imperatore non c'è un ordine di importanza, cioè il potere temporale non è sottomesso a quello spirituale e tanto meno il contrario, ma, tuttavia, l'imperatore deve avere verso il pontefice quel rispetto che un figlio prova verso il padre.
Letteratura tutto di tutto
A M L E T O
di W. Shakespeare
La tragedia comincia davanti al castello di Elsinoire, in Danimarca, in tempi leggendari. È la mezzanotte di una notte fredda e Marcello e Bernardo si approssimano per dare il cambio alle sentinelle. Giunge poi anche Orazio, che era stato invitato al posto di guardia per essere testimone di un fatto sovrannaturale che vi si verifica da due sere. Marcello descrive la visione apparsa ma prima che possa completare la descrizione, entra il fantasma. I tre, meravigliati, tentano di instaurare un colloquio ma il gallo canta e il fantasma scomparve. Sono però del parere che si tratti del defunto re. Il giorno seguente, mentre re Claudio (zio e patrigno di Amleto) stava discutendo degli affari di stato (il suo recente matrimonio, le minacce della Norvegia...) e pregava Amleto di accettarlo come padre, giungono Orazio, Marcello e Bernardo che, in segreto, dicono ad Amleto dell’incontro col fantasma dalle sembianze di suo padre. Amleto lo vuole incontrare la sera stessa e così avviene. Il fantasma, una volta comparso, chiama Amleto che lo segue senza nessun timore. Gli viene svelato che era stato il fratello Claudio ad ucciderlo dopo aver sedotto Gertrude mentre egli era ancora in vita. Quindi spiega il modo in cui è stato ucciso: Claudio gli aveva versato del veleno nell'orecchio cogliendolo nel sonno. Desiderio estremo del fantasma è che Amleto vendichi la sua morte e non lasci che il letto reale si trasformi in un rifugio di amanti incestuosi. La scena si sposta ad una stanza del castello in cui il re e la regina accolgono Polonio che riferisce le ragioni della pazzia di Amleto (fatta nei confronti della fidanzata Ofelia); i due ascoltano e decidono di spiarlo. Così avviene, Amleto in segrete confidenze col Ofelia, dopo aver pronunciato il suo monologo più famoso (essere o non essere..) gli dice di ritirarsi in un convento perché non abbia a generare peccatori. Claudio e Polonio, nascosti capiscono che la situazione di Amleto era molto più grave di quanto poteva sembrare. Polonio suggerisce di far chiamare Amleto dalla madre perché lei stessa lo interroghi sulla causa del suo stato; egli stesso ascolterà la loro conversazione nascosto nella stanza. Il giorno seguente Amleto fa il suo ingresso nella sala del castello dove lo aspettano degli attori. Gli dice di voler vedere la rappresentazione della “Morte di Gonzago” (vicenda simile a quella fatta da Claudio nei confronti del fratello). Nella scena del veleno Claudio lascia la sala senza spiegazione. Amleto viene a conoscenza del fatto che la madre gli vuole parlare e così, giunto nella sua stanza, cominciano a discutere. Polonio, dietro l’arazzo, tradisce la sua presenza ed Amleto, snuda la spada trafiggendolo. La madre chiede cosa abbia fatto per meritare tutto ciò e gli viene risposto l’ipocrisia con la quale ella ruppe le sue promesse matrimoniali. Compare il fantasma che rappacifica lo stato del figlio. Gertrude però non vede il fantasma ed osserva con stupore il dialogo di Amleto con il vuoto. Calmato, chiede scusa alla madre e gli dice di non parlare al re della sua falsa pazzia, poi la madre gli rammenta che partirà per l’Inghilterra e che non dovrà fidarsi né dei suoi amici di viaggio né della lettera che Claudio sta per inviare. Amleto parte con Rosencrantz e Guildenstern. Giunge nel frattempo alla corte danese Laerte, figlio di Polonio e fratello di Ofelia. Questi vuole vendicare la morte del padre uccidendo Amleto il quale aveva inviato una lettera nella quale riferiva il suo ritorno entro pochi giorni. Laerte, felice perché può incontrarlo a duello, viene a conoscenza che la sorella era stata trovata affogata forse a cause della sua pena d’amore. Giunto a casa, Amleto partecipa al funerale di Ofelia e successivamente deve partecipare ad un duello con Laerte. Claudio, favorevole alla vittoria di Laerte, chiede che del vino (avvelenato solo per Amleto) venga posto sulla tavola ed annuncia l’inizio dello scontro. Dopo due tocchi da parte di Amleto la madre decide di brindare al figlio e bevve la coppa di vino destinata ad Amleto. Nel frattempo Laerte riesce ad aver la meglio ma quando l’avversario riesce a colpirlo per ucciderlo, la madre crolla a terra. Amleto viene a sapere che la bevanda era avvelenata come pure la spada di Laerte; la folla grida al regicidio. Amleto costringe così il padre a bere del vino avvelenato e alla sua morte, dopo aver proclamato Fortebraccio (tornato dalla vittoriosa conquista della Polonia) re, stramazza al suolo.
PERIODI TRATTI DALL’AMLETO
SPETTRO: (atto I scena V) Io sono lo spettro di tuo padre, condannato a vagare la notte e a digiunare in giorno nel fuoco, fino a che non siano arse e purgate le gravi colpe di cui mi son macchiato nei miei giorni di natura. Se non mi fosse vietato di rivelare i segreti della mia prigione, potrei narrarti tale una storia da strapparti l’anima a ogni minima parola; e raggelare il tuo giovane sangue e trarre fuori dalle orbite loro le stelle dei tuoi occhi…
AMLETO,REGINA,POLONIO: (atto III scena IV) R: Ah si? E allora ti manderò qualcuno che ti sappia parlare. A: Via, via, restate lì, seduta. E non muovetevi ché non ve ne andrete prima ch’io v’abbia messo davanti agli occhi lo specchio che vi mostri la parte intima di voi fino in fondo. R: Che vuoi fare? Assassinarmi? No! Aiuto! Aiuto! Aiuto! P: (di dietro l’arazzo) Òlà! Aiuto! Aiuto! Aiuto! A: (snuda la spada) Che è? Un topo? Un ducato, che è morto! Morto! (Tira una stoccata attraverso l’arazzo). P: Ah! Sono assassinato!
LAERTE,RE: (atto IV scena V) L: Re svergognato! Ridammi mio padre […] Quella goccia del mio sangue che ora rimane calma proclama bastardo me, cornuto mio padre e stampa il marchio della baldracca proprio in mezzo alla casta e pura fronte della mia santa madre. R: Quali motivi hai, Laerte, di prorompere in una così gigantesca rivolta? Lasciatelo, Gertrude! Non temete per la mia persona[…] L: Dov’è mio padre ? R: Ucciso […] L: Come fu ucciso? Non mi lascio incantare! All’inferno la fedeltà di suddito, al diavolo dei diavoli il giuramento di vassallo[…]
AMLETO,RE,GERTRUDE: (atto V scena II) R: Il nostro Amleto vincerà. G: Ha il fiato corto; è grasso. Tieni il mio fazzoletto, Amleto. Asciugati le tempie. La regina beve alla tua fortuna, Amleto! A: Grazie, signora… R: (con un grido) Gertrude, non bere! G: Si, perdonate, monsignore; voglio bere. (Beve). R: (a parte) La coppa avvelenata. Troppo tardi! G: Bevi anche tu, Amleto. A: Non ora. Dopo, dopo. G: Aspetta, che ti asciughi la fronte.
Trad. Amleto Hamlet ( III i. 1-33)
Essere o non essere: questo è il problema
Se sia più nobile per l’animo subire
Le percosse e i dardi di una sorte oltraggiosa,
O levarsi in armi contro un mare di affanni,
E combattendoli porvi termine. Morire, dormire –
Null’altro. E in un sonno pensare che hanno fine
Il cruccio e gli infiniti mali della natura
A cui la carne va soggetta: è una consumazione
Da augurarsi devotamente. Morire, dormire;
Dormire, sognare forse. Ah, qui sta l’inciampo;
Poiché il pensiero di quali sogni possono venire,
Quando ci siamo spogliati di questa veste mortale,
Deve pur farci esitare. Ecco il timore
Che da sì lunga vita alla sventura;
Che infatti sopporterebbe i colpi e le beffe dei tempi,
I torti inflitti dall’oppressore, le ingiurie dei superbi,
Gli spasimi dell’amore spezzato, gli indugi della giustizia,
L’insolenza dei potenti, e le ripulse
Che il merito paziente riceve dagli indegni,
Quando egli stesso potrebbe procurarsi la pace
Con un semplice stiletto? Chi mai porterebbe simili fardelli,
Gemendo e sudando sotto una vita spossante,
Se non vi fosse la paura di qualcosa oltre la morte,
Il paese inesplorato, da cui confini
Nessun viaggiatore fa ritorno – a sgomentare la volontà,
E a farci piuttosto tollerare i mali che abbiamo,
Che fuggire ad altri di cui non sappiamo nulla?
Così la coscienza ci rende tutti codardi;
E così l’incarnato della risolutezza nativa
Si ricopre della tinta malsana del pensiero,
E imprese di grande levatura ed importanza
Per questo timore sviano le loro correnti
E perdono il nome stesso di azioni.
Letteratura tutto di tutto
ANALISI TESTUALE
LETTURA INTRINSECA
ASPETTO DENOTATIVO
- PERSONAGGI
- SPAZIO
- TEMPO: può essere esterno (quello reale) o interno (quello visto dal poeta: es. è primavera, ma dentro di me c'è l'inverno)
- TEMI
- SEQUENZE
ASPETTO STRUTTURALE
- METRICA
- SINTASSI: si suddivide in ipotassi (uso di proposizioni subordinate) e paratassi (uso di proposizioni coordinate)
- RITMO: può essere lento, concitato o misto
- LESSICO: può essere cavalleresco o erotico
- STILE: amoroso, patetico, elevato (in base a chi parla)
ASPETTO CONNOTATIVO
SIGNIFICATO: tutto ciò che il poeta ci stimola a pensare al di là della lingua.
FIGURE RETORICHE:
- Allitterazione: ripetizione di una consonante o un gruppo di consonanti. Es. far fuoco e fiamme
- Assonanza: (poesia) tipo di rima in cui i versi terminano con le parole che hanno le stesse vocali finali (toniche e atone), mentre le consonanti sono diverse. Es. dolore/forte
- Onomatopea
- Anafora: ripetizione delle stesse parole (o delle proposizioni di un periodo) all'inizio di un verso
- Anastrofe: inversione dell'ordine abituale delle parole
- Chiasmo
- Apostrofe: rivolgersi direttamente a persona o cosa assenti. Es. Godi, Fiorenza, poi che sei sì grande
- Ossimoro: accostamento di parole fra loro contraddittorie
- Enumerazione
- Similitudine, metafora, analogia
- Allegoria: figura retorica per cui, attraverso il senso letterale delle parole, s'intende esprimere un contenuto diverso
- Litote: si nega il contrario (es. Paolo non è un cattivo ragazzo)
- Iperbole: esagerazione
- Enjambement
- Iperbato: inserimento fra due parole che grammaticalmente dovrebbero essere unite di un’altra o di altre parole (es. Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire ).
- Deprecazione: disapprovazione
- Catacresi: es. il collo della bottiglia; le gambe del tavolo
- Sinestesia: es. Io venni in loco d’ogne luce muto
- Perifrasi: giro di parole usato in sostituzione di una parola. Es. Colui che cura i malati (=dottore)
- Adunaton: enunciazione di ipotesi impossibili. Es. Non lo dimenicherò, campassi mille anni
- Antifrasi: espressione che lascia intendere che chi parla o scrive vuol significare l’opposto. Es. Una bella giornata davvero! (mentre sta diluviando)
- Antonomasia: è la sostituzione di un nome proprio con un termine che ne indica le funzioni. Es. Sei un Ercole! (per indicare una persona di notevole forza)
- Anacoluto: quando si inizia con un soggetto e si termina con un altro
- Anadiplosi: ripetizione della parte terminale di una frase all’inizio della frase successiva
- Antitesi: è la contrapposizione di concetti opposti. Es. Ardo e son un ghiaccio
- Bisticcio: accostamento di due parole foneticamente simili ma semanticamente diverse. Es. fui per ritornar più volte volto
- Endiadi: uso di due termini coordinati fra loro invece di un espressione composta da due membri un subordinato all’altro. Es. nella strada e nella polvere (nella strada polverosa)
- Epanadiplosi: forma di ripetizione che segue lo schema X…X
- Epanalessi: forma di ripetizione che consiste nel raddoppiamento di un’espressione all’inizio, al centro o alla fine di un enunciato. Es. ben son, ben son, Beatrice
- Epifrasi: forma di iperbato determinato dall’inserzione di uno o più termini fra due o più parti del discorso coordinate fra loro. Es. Chi è costui che con sì dolce nota muove l’abisso e con l’ornata cetra?
- Ipallage: consiste nell’attribuire un aggettivo a un sostantivo contiguo a quello a cui propriamente andrebbe attribuito. Es. Il divino del pian silenzio verde (verde è riferito a “pian”)
- Personificazione
- Preterizione: affermare di non parlare di una cosa, mentre in verità se ne parla
- Reticenza: interrompere a metà un discorso lasciando però intendere ciò che si dice
- Tmesi: es. umile e dolcemente
- Zeugma: far dipendere da un medesimo verbo due o più sostantivi che richiederebbero di essere introdotte da due verbi distinti. Es. Parlare e lagrimar vedrai insieme.
LETTURA ESTRINSECA
LETTURA INTERTESTUALE: confronto fra il testo in esame e altri testi dello stesso autore oppure fra testi di autori diversi sullo stesso argomento
LETTURA EXTRATESTUALE: raccoglie dati utili per capire il testo nella vita dell'uomo, della società, della storia
Letteratura tutto di tutto
Analizzare una poesia dal punto di vista del significato e del significante
PIANO DEL SIGNIFICATO
- Parafrasi
- TEMATICA: tema della poesia
- Ipotassi: costruzione con una serie di subordinate
- Paratassi: frasi coordinate o accostate una accanto all’altra
- FIGURE RETORICHE DEL SIGNIFICATO
- Similitudine: stabilisce un paragone tra due termini che
hanno qualcosa in comune collegandole con \come, sembra,
tale, assomiglia ecc| I tuoi capelli sono luminosi come il sole
- Metafora: è una similitudine abbreviata, cioè un paragone
privo di nessi logici di raccordo| Quel ragazzo è una volpe |
- Metonimia: indicare una cosa con il suo nome abituale ma
con il nome di una altra cosa che è legata alla prima da una
affinità di tipo logico o materiale| Guadagnarsi la vita col su-
dore| Bere un bicchiere| Leggere Leopardi| Avere del fegato|
- Iperbole: consiste nell’usare termini esagerati per esprimere
un concetto| Eppure te l’ho già spiegato un milione di volte .
- Perifrasi: consiste nell’usare un giro di parole invece del suo
termine per indicare una persona, cosa o concetto | “ il bel
paese ove il sì sona” (il paese da dire col nome è l’Italia)
-Personificazione o Prosopopea: consiste nel dare aspetto
umano a cose o idee, farle parlare come se fossero pers.reali.
-Antonomasia: consiste nell’adoperare un nome comune di un
personaggio invece del nome proprio | L’apostolo (San Pietro)
- Litote: consiste nell’esprimere un concetto in forma attenuata
per lo più negando il concetto opposto| “Io non son viva che nel
tuo cuore (=sono morta).
-Ossimoro: consiste nell’accostare, nella stessa frase, parole di
significato opposto,che si contraddicono a vicenda| apparì,sparì
| tacito tumulto | grido silenzioso | amara dolcezza
-Sinestesìa: consiste nell’accostare, associare, termini di sfere
sensoriali diverse| Urlo nero (senz.uditiva+senz.visiva)|col.caldo
- PIANO DEL SIGNIFICANTE
- Il verso: una parola tronca (cioè accentatà sull’ultima sillaba)
in fine di verso vale per due| co\sì (il sì vale per due sillabe)
- Sinalefe: quando una parola finisce per vocale e la par.seguente
comincia per vocale si unisce in una sola sillaba| do_ in(fusione)
- Dieresi: quando troviamo (°°) sulla prima vocale non si unisce.
- Accenti Ritmici: determinano il ritmo (veloce o lento)
- Enjambement: quando si spezza una frase tra due versi con-
secutivi | interminati__spazi al… | mattina__bianca |
- Rima: ---baciata: AABBCC
---alternata: ABACDCD| rare\latte\mare\fratte\sussulto\..\ulto\…
---incrociata: ABBA | nes\gatt\fatt\ches\…………..
---incatenata: ABABCB| sera\scende\cerea\rapprende\….\ende
-Assonanza: quando 2 parole presentano, nella parte finale, voca-
li uguali, ma diverse consonanti: nave/sale .
-Consonanza: quando 2 parole presentano, nella parte finale, con-
sonanti uguali ma diverse vocali: canto\vento.
- Strofe: ---Distico:2 versi a rima baciata---Terzina:3 versi a
rima incatenata—Quartina:4 versi a rima varia—Ottava:6 a
rima alternata e gli ultimi 2 versi a rima baciata.
- Forme metriche: ballata, canzone, sonetto, madrigale.
- Figure retoriche dell’ordine
-Iperbato: consiste nell’invertire il normale ordine logico degli
elementi della preposizione.| posso la mia bambina assomigliare
-Anastrofe: consiste nell’invertire l’ordine normale delle parole
in un gruppo di parole|
-Chiasmo: consiste nel disporre in forma incrociata il soggetto con
l’altro sogg. e il verbo con l’altro verbo|Un bimbo piange canta una
vecchia.
-Antitesi: accostare termini o concetti di senso opposto.
-Enumerazione: polisindeto| e mangia e beve e dorme e veste | per
asindeto | di qua, di la, di su, di giu, poi, quando, dove.
-Anafora: ripetizione di una o più parole all’inizio dei versi.
Letteratura tutto di tutto
Analisi dei temi del “Don Giovanni” di Moliere
Articolo realizzato da Giulio Bernardi
1 – Lo status sociale
Don Giovanni è sicuramente un personaggio di elevato livello sociale, come possiamo facilmente capire dal gran numero di “indizi” indiretti che a ciò fanno riferimento. Primo fra tutti, sicuramente, il fatto che egli abbia con se un servo che permette anche, fin dalle prime scene, un confronto diretto relativamente al modo di parlare ed esprimersi, che ci mostra un protagonista colto e dal linguaggio elegante. Ancora più evidente è, però, questo fatto, quando per la prima volta compaiono personaggi di bassa estrazione sociale quali Pierino e Carlotta (lo stesso Don Giovanni afferma che si tratta di contadini), nella scena I dell’Atto II, che parlano con un tono più volgare, con frasi sconfusionate, e ponendo continuamente intercalari che rendono perfino comici i loro dialoghi.
Proprio nella scena suddetta troviamo, inoltre, una descrizione delle sfarzose vesti di Don Giovanni, fatta da parte di Pierino alla promessa sposa: “…Veder le storie e l’armamentario che si ficcano addosso questi signorini della Corte! Io, sicuro, mi ci perderei dentro, e me ne stavo lì a bocca aperta a veder tutta ‘sta roba…”, “… e son messi in un modo che io, a andare in giro vestito così, mi romperei l’osso del collo.”.
Insomma, Don Giovanni è un nobile, ma il suo comportamento conferma la sua estrazione sociale solo raramente, quando ne ha la necessità per conquistare una donna o ottenere altro tipo di vantaggi, o quando si trova di fronte a uomini che, almeno in parte, rispetta (ne è un esempio Don Carlo). Di ciò si lamentano molti personaggi ma, in particolare, risalta fra questi la figura di Don Luigi, sia perché padre del protagonista, sia perché l’unico che, nel tentativo di convincerlo a cambiar stile di vita si appigli anche alla speranza di cogliere in lui un qualche attaccamento ai suoi antenati e al titolo che a questi deve: “… Credete che basti portarne il nome e le insegne, e che sia motivo di gloria essere nati di nobile sangue, quando si vive da infami?” (scena IV, Atto IV). Ma Don Giovanni non bada neanche a queste parole poiché, come spesso ripete, non è assolutamente disposto a rinunciare allo stile di vita che ha scelto per se. Il titolo nobiliare che porta non può essere assecondato in alcun modo in quanto se lo facesse, perderebbe lo strumento per realizzare i suoi desideri.
Risultano interessanti sotto questo aspetto anche i rapporti con altri due personaggi che compaiono solo una volta ciascuno in due diverse scene: il signor Domenica e il mendicante. Il primo, creditore di Don Giovanni, così come le contadine, cade vittima dei suoi modi di fare e del suo linguaggio suadente senza riuscire neppure a dire ciò che avrebbe dovuto e allontanandosi “con la coda tra le gambe”. Il secondo, pur essendo, invece, personaggio di rango sociale più basso tra tutti quelli che compaiono nell’opera, si oppone, forte della sua fede in Dio, al volere del nobile. Così, quando gli viene offerto del denaro se avesse bestemmiato egli si rifiuta e in nessun modo viene convinto a cedere ma, anzi, alla fine viene premiato in ogni caso. Questi due personaggi, entrambi entrati in contatto con Don Giovanni per questioni monetarie risultano così quasi opposti e, come detto, solo quello dei due che dimostra la sua ferma forza di volontà esce vincitore, mentre l’altro appare ridicolo e diviene fonte di comicità fin dal suo arrivo in scena.
2 – Rapporto con la nobiltà (onore, duello)
Questo tema compare per la prima volta nella scena III dell’Atto III. Qui, infatti, vediamo Don Giovanni dialogare con Don Carlo, fratello di Elvira in cerca di vendetta per l’affronto subito all’onore della sua famiglia dall’ignobile seduttore della sorella. Proprio questo personaggio dà la sua visione della vita del nobile, sempre legata alla difesa dell’onore, che non è messo in pericolo solo dal proprio comportamento, ma anche da quello degli estranei. Così, per salvaguardarlo, il galantuomo, deve mettere in gioco la sua vita, in quanto, quand’anche uccidesse il suo avversario ottenendo la ricercata vendetta, per la legge, verrebbe anch’egli punito con la morte (…”Poiché ci troviamo costretti mio fratello ed io…”, “…ingiurie per le quali un galantuomo dev’esser pronto a morire.”). Questa stessa visione è completata in seguito da Don Alonso, fratello di Don Carlo: “… l’onore è infinitamente più prezioso della vita, nulla si deve in realtà a chi ci ha salvato la vita ma ci ha tolto l’onore” (scena IV, Atto III).
La posizione di Don Giovanni rispetto a questo genere di nobiltà rimane, in un certo senso, piuttosto dubbia in quanto il suo comportamento così come nei confronti del Cielo, presenta alcune evidenti contraddizioni. Lo vediamo, difatti, correre in aiuto di Don Carlo, come egli ammetterà in seguito, non per il semplice desiderio di aiutare chi si trovava in difficoltà sotto l’aggressione di furfanti, ma per salvaguardare il suo personale onore, dato che “il non opporsi sarebbe stato come prendervi parte”. Sempre nella stessa scena (ancora la III dell’Atto III), però, lo ritroviamo a mascherare la sua reale identità di fronte al pericolo di un duello, così come egli, nuovamente mentendo a Don Carlo, affermerà in seguito di voler dedicare la propria vita a Dio e di non potere per questo, né duellare, né sposare alcuna donna: “Ahimè, vorrei davvero anch’io, di tutto cuore, potervi dare la soddisfazione che chiedete! Ma Iddio vi si oppone; egli mi ha ispirato all’anima il fermo proposito di mutar vita,…” (scena III, Atto V).
Anche Don Luigi, come già detto, fa riferimento all’onore nella speranza di convincere il figlio a cambiar vita, poiché è convinto che egli col suo comportamento e il suo stile di vita disonori il suo nome e i suoi antenati che, ritiene, andrebbero imitati nelle gesta e nella gloria. Don Giovanni, pur non accettando ciò che gli viene detto, si rende probabilmente conto dell’importanza che gli uomini danno alla nobiltà e, confermando il suo forte materialismo, decide di mostrarsi, almeno in finzione, così come gli altri vorrebbero che fosse. In appoggio a questa sua idea, afferma che molti sono gli uomini che da sempre fanno altrettanto, e che tutti li vedono come figure positive poiché l’ipocrisia è la più diffusa delle “mode”. In particolare, il dito viene puntato contro coloro che hanno abbracciato la religione, non per reale ispirazione, ma per ottenere i vantaggi, tra cui, essenziale, la protezione politica e sociale, che la classe clericale assicura.
Don Giovanni mantiene comunque, già nelle scene precedenti a quella sopredetta, un atteggiamento gentile e disponibile, in apparenza, di fronte a tutti gli altri personaggi, tranne Sganarello, cui rivela spesso i suoi reali pensieri. Ciò non gli impedisce di apprezzare chi, secondo lui, si comporta nobilmente e, infatti, afferma, riferendosi ancora a Don Carlo: “Direi che è un gentiluomo; si è comportato bene, e mi dispiace aver questione con lui” (scena V, Atto III).
Da queste osservazioni possiamo concludere che il “Don Juan”, oscilla continuamente, rispetto a questo tema della nobiltà e dell’onore, a volte mostrando un atteggiamento degno della classe a cui appartiene ma, ben più spesso, rivelandosi meschino e sleale.
Di sicuro, contrariamente ai fratelli di Elvira, che affermano l’onore sopra la vita stessa, Don Giovanni, lo pone sotto e, sopra a tutto, vede invece la coerenza ad uno stile di vita per lui irrinunciabile.
3 – Rapporto padre-figlio
Nelle analisi precedenti abbiamo già visto che il padre di Don Giovanni, Don Luigi, fa parte dei personaggi che, disperatamente, tentano di cambiare il carattere del protagonista con la forza delle parole. Nell’opera tale personaggio compare solo due volte: la prima, nella scena IV dell’Atto IV, infuriato e totalmente privo di speranza per la riconversione del figlio; la seconda, nella scena I dell’atto V, addolcito e ingenuamente convinto della sincerità di ciò che gli viene detto. Queste due opposte situazioni sono divise dalla decisione, decisiva nell’avvicinare il protagonista alla fine che lo aspetta, di seguire la via dell’ipocrisia per eliminare le continue proteste da parte di chi lo circonda.
Nella sua prima apparizione, Don Luigi, afferma di non essere in grado di accettare un figlio dai comportamenti così privi di rispetto per l’onore e per Dio, e sfoga tutta la sua rabbia arrivando a sostenere che il suo amore di padre è ormai finito e che, perciò, è deciso ad abbandonare a se ed alle sue scelte Don Giovanni. Questo padre risulta, così, incapace di far valere la sua autorità su un figlio, d'altronde, irrispettoso nei suoi confronti e ben deciso a trattarlo così come ha fatto con tutti coloro che, allo stesso modo o con altri mezzi, hanno tentato di convincerlo a cambiare. Il desiderio di libertà di Don Giovanni, in effetti, è talmente forte da indurlo facilmente all’odio, evidente nella frase detta al momento in cui il padre sta per allontanarsi: “Morite presto, che la cosa che mi fa imbestialire è il vedere dei padri che vivono quanto i loro figli.”. In questa frase rabbiosa, inoltre, possiamo vedere anche l’espressione di una marcata insofferenza nei confronti di un sistema sociale che rende i figli schiavi e subordinati al padre.
Don Luigi, già in questa scena, provoca quasi un senso di pietà, ancor più accentuato nella sua seconda comparsa quando si dimostra così disposto a ristabilire il suo amore per il figlio e così felice per la sua decisione, senza sospettare neppure lontanamente di essere di fronte ad un inganno. Il rapporto padre-figlio vede, perciò, una netta superiorità del secondo nei confronti del primo che altro non riesce a fare se non inutili preghiere e altrettanto inutili prediche sull’onore e sulla religione che non possono assolutamente scalfire le idee di chi non crede in questi valori, ma che convincono Don Giovanni a trovare una soluzione, seppur conforme allo stile di vita adottato fino a quel momento. In un certo senso possiamo dire che il protagonista trova Don Luigi più insopportabile degli altri “predicatori” che lo tormentano (“Ah sono a posto! Ci mancava soltanto quest’altra visita per farmi imbestialire.”), perché, proprio in quanto padre, ha maggiori pretese di altri, che si limitano a dare consigli, senza alcun particolare interesse personale (fa quindi eccezione donna Elvira).
4 – Rapporto con il Cielo
Il tema della religione e di Dio è quello che più frequentemente ricorre nel testo ed esprime, se vogliamo, l’incancellabile tentazione dell’uomo a ribellarsi ai dogmi in favore della scienza sperimentale. In questa prospettiva, il protagonista può essere presentato o come un vero e proprio ateo, o come un peccatore che pur senza negare Dio gli si ribella e gli si contrappone. Nel corso delle vicende vediamo però oscillare la figura di Don Giovanni fra queste due rappresentazioni senza mai soffermarsi realmente su una sola.
Il primo a mettere ad affrontare la questione è Sganarello che, parlando con Gusman, servo di Elvira, afferma inizialmente con certezza l’eresia del suo padrone ma poi, non riuscendo a sottrarsi ai dubbi, chiede direttamente a Don Giovanni di parlare dell’argomento nella scena II dell’Atto I. La risposta che viene data appare molto significativa: “Va, va, questa è una questione che riguarda Dio e me, e ce la sbrigheremo noi senza che tu te ne preoccupi.”. Con ciò infatti, non vuole escludere la presenza della divinità ma allo stesso tempo le riserva una considerazione non degna della sua rilevanza, e la abbassa quasi al livello di un qualsiasi altro uomo con cui si possa avere in corso un diverbio. Don Giovanni continua su questa linea anche in seguito facendo della credenza altrui uno strumento per raggiungere i propri scopi, non solo quando alla fine dice che il volere di Dio lo ha convertito ma, anche in precedenza, quando, ad esempio, afferma, durante il suo primo incontro con Carlotta, che è il volere del Cielo ad averlo portato da lei, come a voler rendere più solenni e veritiere le sue parole.
Il dialogo con Sganarello di cui abbiamo già parlato riprende nella scena I dell’Atto III e qui vediamo che le risposte del protagonista sono diverse e, anzi, non si possono forse considerare delle vere e proprie risposte alle domande chiare e dirette che il servo rivolge. Don Giovanni infatti si limita a ridere, far brevi esclamazioni o annuire quasi per dar soddisfazione al suo interlocutore senza render chiaro se ciò che fa è da prendere più o meno seriamente. Sganarello interpreta, però, ciò che sente come una chiara negazione di Dio e a questo proposito chiede allora quale può essere la credenza di Don Giovanni, sempre che ne abbia una. Questi dà, questa volta, una risposta dal significato ben preciso: “Credo che due più due fa quattro, e che quattro più quattro fa otto”. Ossia, egli crede in ciò che è certo e provato e non in ciò che nasce da supposizioni o da dogmi non verificabili. A ciò il servo contrappone la sua teoria: “Il mio ragionamento è che nell’uomo c’è qualcosa di straordinario… che nessun sapiente potrà mai spiegare.”, ma senza provocare alcuna reazione e, quindi, ponendo fine alla discussione. Quindi Dio verrebbe effettivamente negato, e ciò sarebbe confermato dal fatto che Don Giovanni mantiene un comportamento coerente con tale idea ma, quando ne parla, in realtà, non ne esclude mai l’esistenza in modo esplicito. Così, per esempio nella scena IV dell’Atto V troviamo la frase, rivolta a Sganarello: “Va,va, Dio non è così pignolo come credi tu;…”, che mette in risalto nuovamente la contraddizione tra comportamento e pensiero. A questo punto, prendendo come significativa l’ultima frase di rifiuto che Don Giovanni esprime: “No, no, non sia mai detto, accada quel che accada, che io non mi pieghi a pentirmi.”, potremmo dire che l’aspetto prevalente è quello di un protagonista disposto a sfidare Dio e, per questo, peccatore. Ma in effetti, non possiamo escludere totalmente l’altra faccia, secondo cui egli invece nega ogni dogma, poiché, come visto, il personaggio oscilla continuamente fra uno e l’altro aspetto senza mai esplicare con chiarezza le proprie idee in merito.
Da questo tema nasce una possibile interpretazione: Don Giovanni non è solo un uomo pieno di vizi ma anche un peccatore che rifiuta Dio per basarsi unicamente sulle leggi della scienza moderna, e la sua punizione potrebbe aver quindi un significato più ampio di quello riguardante semplicemente la morale, per inglobare anche l’aspetto religioso e quello scientifico.
5 – Rapporto con le donne (nobili e povere)
Anche il tema delle donne è centrale rispetto all’opera poiché, quella di essere seduttore, è l’accusa più evidente e a cui si fa maggior riferimento nel corso degli eventi che emergono. Don Giovanni è un conquistatore per passione, non per crudeltà, e si innamora continuamente di donne belle e di ogni rango sociale, che abbandona non appena terminano in lui le forti emozioni iniziali.
Nella scena I dell’Atto I, Sganarello parla del suo padrone a Gusman e, nella sua descrizione profondamente negativa inserisce anche un riferimento al fatto che egli abbia sposato decine di donne di ogni genere e poi le abbia abbandonate infrangendo, quindi, il sacramento del matrimonio. Ma Don Giovanni stesso, solo poco dopo, parla del suo comportamento a Sganarello nella scena II dell’Atto I e in sua difesa, afferma: “… La bellezza mi conquista dovunque la trovo, e mai cedo tanto facilmente come alla dolce violenza con cui essa ci trascina.”, ammettendo quindi la sua debolezza, ma poi aggiunge: “… L’amore che ho per una bella donna non m’impegna affatto a fare ingiustizia alle altre; conservo occhi per vedere i pregi di tutte, e a ciascuna pago gli omaggi e i tributi cui la natura ci obbliga.”. Quindi il suo comportamento, è sì dovuto a una debolezza ma, nella sua visione, è anche giusto in quanto non fa di lui un uomo legato ad una sola donna ma a tutte quelle che lo meritano per le loro qualità naturali.
Don Giovanni descrive, poi, il piacere nella nascita di ogni nuovo amore e le emozioni della lenta conquista, fino alla fine della passione, che lo porta inevitabilmente a cercare in altre donne le stesse emozioni appena perse. Da ciò, nascono i suoi obiettivi: egli vuole conquistare tutte le donne del mondo, vivendo unicamente per questo scopo, senza mai rinunciarvi. Sganarello, in questo episodio, non riesce a opporsi alle idee del suo padrone, in quanto il modo chiaro e apparentemente logico con cui egli le esprime, lo spiazzano e, per la sua inferiore capacità dialettica, lo rendono incapace di controbattere.
Nel testo sono tre le donne conquistate da Don Giovanni che compaiono e, mentre due appaiono molto simili tra loro, una terza si distingue in modo particolare: donna Elvira. La incontriamo già nella III scena dell’Atto I in cui, affermando di aver seguito l’uomo da lei amato, chiede le ragioni di quella che altro non era se non una fuga, mettendo a nudo una “curiosa” incapacità di mentire. In effetti, Don Giovanni, rimanendo senza parole alle richieste della donna cerca delle scuse e tenta di far parlare il suo servo, rendendo evidenti le ragioni del suo allontanamento ma, allo stesso tempo, creando qua una falsa figura di se, poiché nel resto della commedia dimostrerà di essere un abile e astuto mentitore. Donna Elvira, vedendosi rivelata la vera identità dell’uomo amato, lo minaccia prima di una punizione divina e poi, rendendosi conto che questa non ha alcun effetto su di lui, ricorda lo spirito vendicativo delle donne, dopodiché esce di scena. Ricompare ancora nella scena VI dell’Atto IV per tentare di convincere Don Giovanni a cambiar vita, dopo essersi resa conto del suo errore e dopo aver deciso di tornare in convento, rivolgendo tutto il suo amore a Dio.
In contrasto rispetto alla figura di Elvira vediamo le due contadine, Carlotta e Maturina, diverse non solo per estrazione sociale e modo di parlare ma, molto chiaramente, anche per intelligenza. Queste, infatti, non comprendono e non sospettano niente degli inganni di Don Giovanni e rimangono convinte del suo amore per ciascuna. Esemplare è, inoltre, la scena II dell’Atto II, in cui il protagonista procede alla conquista della contadina Carlotta tramite false promesse, frasi dolci e riferimenti alla volontà divina, a cui ella crede fin da subito.
In conclusione, vediamo che il rapporto di Don Giovanni con le donne si basa essenzialmente sulla menzogna come mezzo per la conquista e per la fuga. Solo con Elvira egli appare in difficoltà ma ciò, probabilmente, perché come detto, tale donna si differenzia fortemente per qualità intellettive dalle semplici e sciocche contadine.
6 – Rapporto con i servi
Non molto possiamo dire sul rapporto di Don Giovanni coi servi in quanto l’unico di essi ad entrare realmente in contatto col protagonista è Sganarello. Gli altri, dei quali si fa il nome solo di Violette e Ragotin, compaiono unicamente nelle ultime scene e altro non fanno se non obbedire agli ordini impartiti dal loro padrone.
Sganarello, comunque, è una figura molto particolare poiché è il confidente di Don Giovanni e con lui intrattiene numerosi dialoghi che oltre a metterne meglio in luce la mentalità, danno spazio a numerosi temi rilevanti. Il servo, infatti, grazie ad un permesso accordatogli è libero di esprimere i suoi pensieri che però, non riescono mai a modificare quelli di Don Giovanni che, in alcuni casi, lo ascolta senza ribattere e in altri oppone le sue idee, senza che i due arrivino mai a qualche valida conclusione. Essi, quindi, appaiano opposti nei pensieri e nei valori, talmente sicuri delle loro convinzioni che i loro diverbi devono sempre essere interrotti poiché potrebbero non aver mai termine visto che nessuno dei due riesce mai a convincere l’altro.
La figura di Sganarello potrebbe essere riconducibile a quella del servo che segue il protagonista per vantaggio, come lo è Artotrogo nella commedia di Plauto, il “Miles Gloriosus”. Sganarello difatti pur non assecondando sempre il suo padrone, lo fa ogni volta che è effettivamente necessario per placarlo, non per propria convinzione ma solo per far si che Don Giovanni sia contento di lui. Inoltre questa somiglianza appare ancor più evidente se guardiamo le ultime parole che il servo dice nella commedia: “La mia paga! La mia paga!”. Sganarello quindi, non era realmente fedele al suo padrone, come dimostra il fatto che non si preoccupa minimamente della sua fine, ma lo seguiva unicamente per ricevere i soldi che gli spettavano per il suo lavoro. Ciò è comunque individuabile anche in altri episodi dell’opera, in cui, quando vediamo qualche pericolo presentarsi, il servo rimane nascosto o scompare del tutto dalla scena, mostrando di non aver alcun legame con Don Giovanni oltre a quello servo-padrone.
7 – I mascheramenti
All’interno dell’opera è possibile individuare due grandi generi di mascheramenti: il primo è quello fisico, basato sull’uso di vesti altrui allo scopo di nascondere la propria identità; il secondo è, invece, basato sulla menzogna per nascondere le proprie idee, o farle credere diverse da come realmente sono.
Nella scena I dell’Atto III vediamo Don Giovanni vestito da contadino e Sganarello travestito da medico, nel tentativo di sviare i cavalieri che, secondo un informatore, sarebbero sulle tracce del nobile per ucciderlo. Questa situazione, che permette al servo di “giocare” fingendosi realmente un medico, dà l’opportunità per un dialogo da cui emerge l’idea che i due personaggi hanno della medicina. Dietro il travestimento di Sganarello c’è, perciò, una scelta ben precisa dell’autore che ha voluto dare un occasione di riflessione, e esprimere delle critiche su un aspetto della società del suo tempo.
Dal punto di vista della storia, però, la “maschera” serve a ben poco a Don Giovanni che, ben presto viene riconosciuto da Don Alonso e corre il rischio di venir ucciso. In modo analogo anche il secondo mascheramento viene svelato in quanto chi conosce la realtà (Don Alonso conosce, evidentemente, il volto di Don Giovanni, e Dio, sicuramente, ne conosce i pensieri), non si lascia giocare da quella che è solo apparenza. Così, quando Don Giovanni finge di fronte a tutti di essere pentito delle sue azioni e indossa la “maschera” dell’uomo illuminato dal volere divino, rivelandosi solo a Sganarello, non evita, comunque la punizione che giunge, quasi prevedibile, alla fine della commedia.
In entrambe le situazioni osservate, quindi, fingere di essere ciò che non è, non serve al protagonista per raggiungere gli scopi prefissi poichè viene sempre, inevitabilmente, smascherato nonostante alcuni vengano tratti in inganno. Tra questi personaggi risalta sicuramente Don Carlo, di cui Don Giovanni si prende gioco ben due volte.
Il messaggio che se ne può ricevere è abbastanza chiaro: mascherare il nostro vero io con l’ipocrisia può permettere di ingannare alcuni, ma non tutti e, soprattutto, non Dio.
8 – Ideologia dell’epoca
Riguardo a questo argomento possiamo trarre, dal Don Giovanni, principalmente osservazioni relative alla morale, alla religione e alla scienza.
Per quanto riguarda il primo dei tre argomenti sopraccitati, è molto evidente come esso sia strettamente legato alla religione. In effetti, tutti i personaggi all’interno dell’opera, escluso chiaramente Don Giovanni, danno una visione della loro ideologia morale come strettamente legata alla fede, poiché ritengono giusto ciò che non va contro i dettami della religione stessa. La credenza in quest’ultima è, per alcuni, quasi totale, ma troviamo anche personaggi come Don Alonso e Don Carlo che ad essa antepongono l’onore della propria famiglia, o Don Luigi che mette Cielo e Onore quasi sullo stesso piano, e vediamo anche, attraverso i dialoghi di Don Giovanni, descrizioni di uomini ipocriti e falsi. Nonostante il finale a cui il personaggio è destinato in effetti, pare che Moliere lo abbia usato, in alcuni momenti, per esprimere delle proprie critiche ed idee. Quindi il riferimento suddetto, potrebbe essere preso proprio come una di queste critiche a uomini che fanno dell’ipocrisia la loro arma di vita e, spesso, usano la religione come maschera difensiva contro le difficoltà e la realtà della loro scelleratezza. In tal caso l’intera commedia diverrebbe un “avviso” per queste persone, a cui l’autore mostra un finale alquanto terribile per il protagonista che, in un certo senso, li rappresenta.
Un altro argomento per cui Don Giovanni si fa portavoce delle idee di Moliere è quello che riguarda la medicina dell’epoca. Il protagonista della sua commedia, infatti, critica le tecniche usate per guarire i malati, basate principalmente su salassi e clisteri, affermando che dopo una tal cura l’effettiva guarigione del malato è unicamente dovuta al caso e non ad un reale merito dei medici. L’inserimento di elementi comici, come il dialogo relativo all’uomo in agonia, “salvato” dandogli finalmente la morte tanto attesa, da ancor più risalto alla scena.
Per quanto riguarda la scienza, in ultimo, possiamo forse vedere una mancanza di fiducia da parte dell’autore che, mettendo le caratteristiche dello scienziato moderno, bisognoso di prove per dimostrare ogni teoria, nel suo Don Giovanni, fa si che automaticamente questa divenga una caratteristica negativa poiché permette di negare l’esistenza di Dio e l’essenza della fede. Infatti, questo personaggio, alla fine, appare persino stolto nel tentare di combattere ciò che è senza ombra di dubbio un fantasma, per provare che lo sia effettivamente.
9 – Confronto con altri personaggi della letteratura analizzati
Don Giovanni è un “modello”, le cui caratteristiche possono essere individuate, almeno in parte, in numerosi altri personaggi di commedie o di altre opere letterarie. Tra quelli di questi che abbiamo analizzato, si sono individuate delle analogie con Pirgopolinice, antagonista nel Miles Gloriosus, di Plauto, e Don Rodrigo, nobile crudele che si oppone al matrimonio dei promessi sposi nel romanzo del Manzoni.
Per rendere il confronto più immediato ho utilizzato una tabella:
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Pirgopolinice |
Don Giovanni |
Don Rodrigo |
Ruolo del personaggio negli eventi narrati |
Antagonista che, con il rapimento di Filocomasio, ostacola la felicità del congiungimento di questa con il fidanzato Pleusicle. E’ molto sensibile al fascino femminile. |
Protagonista della narrazione. Si innamora continuamente di giovani donne che illude e poi tradisce una volta conquistate. |
E’ il personaggio che si oppone alla felicità dei protagonisti, ostacolandoli con ogni mezzo in suo potere e costringendoli alla fuga e alla separazione.
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Status sociale |
E’ un soldato, di status sociale piuttosto agiato. E’ vanitoso ed esagerato negli apprezzamenti di se. |
E’ un nobile, come si può osservare da alcuni elementi: ha un servo, parla in modo diverso (e in particolare più colto) rispetto agli altri personaggi, e ha un vestiario ricco (come viene descritto dal personaggio di Pierino).
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E’ un nobile signorotto di Lecco che conduce una vita oziosa e viziata. |
Azioni compiute |
Si innamora della futura sposa di Pleusicle e per questo separa i due giovani, portando la ragazza nella sua casa di Efeso, dove verrà raggiunto da personaggi che cercheranno di ristabilire la situazione iniziale. |
Si innamora di tutte le donne belle che vede e, dopo averle conquistate le abbandona. Fra queste è in risalto donna Elvira che, assieme anche ad altri personaggi, cerca di convincerlo a cambiar vita, pur senza ottenere nessun risultato. |
Si invaghisce di Lucia, promessa sposa di Renzo, e dopo aver ricevuto un rifiuto da parte di questa, cerca di rapirla. Inoltre egli riceve un’ulteriore spinta alle sue azioni malvagie dalla scommessa fatta col cugino, che non è disposto a perdere.
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Caratteristiche |
Appare come negativo in quanto antagonista ma la sua figura è continuamente vittima di beffe e inganni che lo rendono un personaggio quasi comico. Inoltre la sua stupidità lo porta a fidarsi di personaggi che in realtà si limitano a sfruttarlo o perfino lo ingannano e tradiscono. |
E’ un personaggio che viene sempre descritto come negativo dagli altri personaggi che ritengono il suo stile di vita privo di ogni valore morale e religioso, pericoloso per la salvezza della sua anima. Don Giovanni però non si cura mai di ciò che gli viene detto e, in un certo senso, affronta apertamente il Cielo. |
Viene visto in modo fortemente negativo. Nonostante questo, appare un mediocre, tradito perfino dal suo uomo di fiducia per pochi denari. |
Comportamento nei confronti delle donne |
Si innamora di tutto ciò che ritiene bello ed è, quindi, molto volubile. Crede fermamente nella sua bellezza e nel fatto che tutte le donne lo desiderino e, perciò cade facilmente nell’inganno di Palestrione. In realtà le donne lo disprezzano per la sua bruttezza e stupidità.
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La sua strategia è quella di illudere e abbandonare donne di ogni rango sociale, per amore di ciò che è bello e per il gusto della conquista, per cui maggiori sono le difficoltà e maggiore è l’appagamento dato dal successo. |
Non riesce ad accettare che una donna possa rifiutarlo in quanto, il suo status sociale lo ha abituato ad essere assecondato in ogni suo desiderio. |
Ultima apparizione |
Al termine della commedia, dopo aver rinunciato a Filocomasio per un’altra donna, viene punito fisicamente. Egli, poi, afferma di aver capito la lezione e ammonisce gli adulteri fornendo una specie di morale. |
Al termine dell’opera, come più volte era stato preannunciato, Don Giovanni viene punito con l’Inferno. Egli, infatti, nell’evidenza di una punizione celeste, viene risucchiato dalla terra lasciando sulla scena solo il servo che ancora aspettava di essere pagato per i suoi servizi.
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Alla fine del racconto, quando si troverà in punto di morte a causa della peste, verrà perdonato per le sue azioni, da Renzo, che inizialmente lo vedeva come un acerrimo nemico. |
Fine articolo
Letteratura tutto di tutto
Istituzioni culturali e forme letterarie
- Dopo il crollo dell’impero romano l’unica istituzione scolastica fu la Chiesa. Le scuole laiche, già indebolite da tempo, scomparvero per lasciare il posto a quelle episcopali.
- La principale fonte culturale proveniva dai monasteri.
- Con San Benedetto da Norcia c’è l’istituzione dell’ordine benedettino con principi etici fondati sul lavoro e la preghiera.
- Per l’istruzione di monaci nacquero laboratori di produzione e copia dei libri chiamati scriptoria e amanuensi.
- Numerosi sono gli errori nella trascrizione dei testi che portano ad alterazioni del contenuto iniziale.
- Nei monasteri si formano delle biblioteche comprendenti scritti di vario tipo e argomentazione, dai saggi filosofici ai trattati matematici e astronomici.
- Per quanto riguarda gli uomini “liberi”, essi potevano frequentare le “arti liberali” che comprendevano discipline di tipo linguistico, letterario e filosofico che formavano il Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e materie scientifiche che erano comprese nel Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica).
- Il chierico, ossia l’uomo istruito, si basava su principi, dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento, di scrittori classici latini o greci, chiamati auctoritas, considerati sacri e quindi incontrastabili.
- La produzione letteraria del Medioevo era esclusivamente in latino, con delle differenze di sintassi e arricchito con dei neologismi rispetto al latino classico dei testi di Cicerone.
- I contenuti culturali dei testi erano mirati alla lettura di un pubblico colto.
- Per i ceti più bassi la Chiesa usava la persuasiva predicazione in volgare, rivolta al popolo con lo scopo di influenzarlo nelle sue decisioni politiche e morali.
- Alla società laica la cultura era propagata solo grazie la mediazione di chierici o oralmente e quindi alterata dai contenuti originari.
- Nel 813 il concilio di Tours aveva riconosciuto la predicazione e la produzione della Biblia pauperum, La “Bibbia dei poveri”, ricca di miniature e raffigurazioni allo scopo di rendere più chiaro il significato di alcuni passi.
- La situazione politica è pressoché la stessa in tutta Europa, l’assenza di un potere centrale aveva contribuito alla costruzione dei monasteri e alla diffusione della cultura ecclesiastica.
- Solo nei secoli successivi, in tutta Europa inizia a produzione letteraria in volgare che è destinata a breve termine ad affiancare quella in latino.
- Dopo il Mille si diffondono le Università, in cui il docente, laico o chierico, istruisce gli alunni, ricevendone un compenso.
- Si diffondono anche i chierici vagantes che sono studenti falliti o che non hanno portato a termine gli studi e esibiscono in pubblico in opere di propria produzione, principalmente in latino.
- Nel Medioevo il confine che distingueva la letteratura dalle altre forme culturali scritte era ancora vago.
- Le opere letterarie erano in genere dense di contenuti dottrinali e scientifici.
- Avviene successivamente la suddivisione degli stili a seconda dell’argomento trattato:
- sublime o tragico destinato ad argomenti elevati ed ad un pubblico colto
- medio con contenuti comici e mezzani destinati alla fascia borghese
- elegiaco umile adatto a trattare argomenti quotidiani e comuni, destinato ad un pubblico di cultura bassa.
- Anche per la prosa viene fatta una distinzione di stili
- romano perché era della Curia romana
- tulliano che prendeva spunto da Cicerone
- ilariano sul modello di Ilario di Poitiers
- isidoriano da Isidoro di Siviglia
- La prosa latina mirava sempre ad altissimo livello stilistico e aveva addirittura clausole ritmiche regolate da leggi (cursus).
- I tipi di curus medievali erano quattro:planus, velox, tardus, trispondaicus, a seconda delle cadenze ritmiche degli accenti.
- Oltre alle clausole ritmiche la prova era arricchita da metafore, metonimie, iperboli, sinneddochi figure retoriche.
- La codificazione della prosa era un artes dictandi. Il centro più prestigioso di questi studi era Bologna, importante anche per lo studio del diritto.
- Per la produzione letteraria non esiste una codificazione dei generi. I principali sono:
- l’agiografia, ossia la biografia della vita di santi
- l’exemplum, racconti con finalità morali ed edificanti
- le “visioni”, descrizioni dei regni dell’oltretomba
- le Summae, di ispirazione religiosa
Letteratura tutto di tutto
“I nostri antenati”, Italo Calvino
Si può affermare che questi tre romanzi siano divertenti già a partire dalle trame stesse: assurde, improbabili, paradossali. In ordine cronologico, la prima delle tre ad essere stata scritta è “Il visconte dimezzato”, storia di un nobile che, durante le guerre fra austriaci e turchi, viene diviso a metà da una palla di cannone; egli torna così a casa “vivo e dimezzato”. Ma, mentre la sua metà destra è totalmente cattiva, la sinistra è del tutto buona. Gli stessi sudditi del visconte non sanno, tuttavia, dire quale sia la migliore, poiché entrambe esagerano, chi nella crudeltà, chi nella gentilezza. La soluzione viene trovata solo nell’ultimo capitolo, quando la due metà vengono unite di nuovo.
Il narratore di questa storia è un bambino, nipote del visconte protagonista; anche nel romanzo “Il barone rampante”, il protagonista vive le sue avventure per bocca di un parente, ancora una volta di otto anni: in questo caso, la parentela è di fratellanza. Cosimo, il ragazzo protagonista del racconto, è fuggito dalla famiglia per non dover continuamente sottostare alle strane imposizioni dei genitori. Ribellandosi, si è rifugiato su un albero, dal quale “non scenderà più”. Comincia così la sua avventurosa vita vissuta completamente sugli alberi, tra le persone più svariate: una bambina nobile figlia degli «avversari» dei genitori di Cosimo, una banda di ladruncoli, briganti, pirati.
Nel terzo libro della trilogia- “Il cavaliere inesistente”- la voce narrante è quella di una monaca, che narra le gesta di un’armatura senza cavaliere che agisce nell’impero di Carlomagno; questa corazza viene accompagnata tra mille peripezie da uno scudiero che crede di essere tutto ciò che vede, da un giovane cupo chiamato Torrismondo che gira cercando la presunta madre Sofronia, dalla maliziosa vedova Priscilla e da una fiera amazzone di nome Bradamante (che solo nell’ultimo capitolo rivelerà di essere ella stessa la suora narratrice). L’ultimo personaggio è un ragazzo, Rambaldo, che giunge in guerra per vendicare il padre, innamorandosi poi di Bradamante stessa, che potrà raggiungere solo alla fine del romanzo, in quanto la giovane è a sua volta invaghita dell’armatura protagonista, quella dell’inesistente cavaliere Agigulfo. Una serie di inseguimenti costituiscono il filo conduttore della vicenda, la cui morale sembra essere che nessuno è ciò che sembra: il cavaliere valoroso non è nemmeno un uomo, la monaca e la guerriera sono la stessa persona, lo scudiero può essere tutto tranne sé stesso, chi sembra madre diviene moglie (è il caso di Sofronia e Torrismondo). L’unico ad essere sempre il medesimo è colui che pare, in realtà, il vero protagonista: il semplice e sincero Rambaldo.
A questo punto, sorge spontanea una domanda: perché i tre libri vengono raccolti sotto il titolo “I nostri antenati”? Una prima risposta si può trovare nel fatto che le tre storie che raccontano avventure accadute in passato, a coloro che avrebbero potuto essere nostri nobili progenitori; si può invece pensare più attentamente che, in quanto tali, siano il nostro specchio, l’immagine del mondo contemporaneo sotto forma di metafora. Inoltre, tutte le avventure raccontate diventano parte di una raccolta divertente, che vuole però avere anche una sua morale: Calvino aspira ad una pienezza di vita, ad un’umanità totale (questo si nota soprattutto in “Il cavaliere inesistente” e in “Il visconte dimezzato”), alla libertà (“Il barone rampante”).
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LA LETTERATURA ANTICLASSICA
A fianco dell’idealismo (di Ariosto) troviamo la letteratura anticlassica, che s’ispirava al grottesco, al realistico e al caricaturale. La letteratura anticlassica veniva espressa in due tipi di latino, molto simili fra di loro:
- Maccheronico, che ha la sua basa sull’italiano dialettale al quale si applicano le regole morfosintattiche del latino;
- Fidenziano, nella quale si utilizzavano come base il latino applicando le regole morfosintattiche dell’italiano.
Gli autori inspirati da questa tendenza sono in Italia Folengo, e in Francia Rabelais.
Folengo nacque a Mantova nel 1491. Egli divenne famoso dalla stesura delle Maccheronee che comprende il poema cavalleresco Baldus (in cui convivono e s’intersecano comicamente, una cultura popolare, inspirata alla corporalità e alla materialità del mondo contadino, e una cultura umanistica fondata soprattutto sulla conoscenza di Virgilio).
In Francia c’era un tipo di letteratura simile a quello dell’Italia, in cui il massimo esponente era Rabelais (1550) che scrisse Gargantua e Pantagruel.
TORQUATO TASSO
Nella seconda metà del 500 si avviò la crisi degli ideali del rinascimento, e si passò al manierismo (che è più usato dai pittori e gli scultori) che successivamente sfocerà nel Barocco.
La crisi è causata dalla controriforma iniziata nel 1545, in cui il clero, non solo non si lascia sopraffare dalla riforma, riafferma i suoi dogmi e ricostituì il tribunale dell’inquisizione. Inoltre, fece censurare tutti i libri che non rispettavano certe norme stilistiche, come quelle apprese dai libri di Aristotele. Le opere dovevano essere vagliate e giudicate, e se queste non rientravano nei parametri dovevano essere bruciati. Questi parametri consideravano molto di più all’aspetto formale che al manierismo.
Il massimo esponente di questa tendenza è Torquato Tasso.
La vita
Egli nacque a Sorrento nel 1544, ed ha origini bergamasche apprese da suo padre, Bernardo Tasso, che era anch’egli un apprezzato autore (l’amadigi), mentre sua madre era napoletana. Per quasi tutta la sua infanzia, Tasso seguì suo padre che era in esilio, e girovagò per l’Italia, tra i vari soggiorni ebbe modo di visitare Urbino, Venezia, Padova, e nel 1565 riuscì ad entrare nella corte degli Estensi al servizio del cardinale Luigi d’Este, dove passò i dieci anni più importanti della sua vita. Infatti, comincia a Ferrara la stesura di un nuovo poema: la Gerusalemme liberata. Nel 1572 Tasso entra al servizio del duca Alfolso II, ma solo dopo un anno, l’equilibrio che faticosamente aveva raggiunto, subisce continue crisi, arrivando in pochi anni a spezzarsi del tutto. Ciò induce il duca a far rinchiudere il poeta all’ospedale psichiatrico di sant’Anna. La reclusione dura sette anni e una volta uscito ricominciò a girovagare per l’Italia fino alla sua morte, avvenuta nel 1595 a Roma.
Le opere
Durante la sua giovinezza scrisse:
- Le rime, come quasi tutti gli scrittori del tempo, oltre l’opera principale, scrissero molte rime. Queste non ebbero un’organizzazione perché furono scritte in vari momenti della sua vita; Tasso cercò varie volte di costruire dei collegamenti tra uno e l’altro (come nel canzoniere di Petrarca), ma furono sempre dei vani tentativi. Le rime si svolgono su tre tematiche:
- Le liriche d’amore
- Le liriche d’occasione
- Le liriche di devozione (a carattere religioso)
- Rinaldo, contenente delle opere cavalleresche;
Mentre nei dieci anni passati felicemente nella corte degli Estensi scrisse:
- L’Aminta, un dramma pastorale. Il dramma è diviso in cinque atti, secondo le norme aristoteliche, precedute da un prologo e ad ogni atto abbiamo un coro. In quell’epoca c’era l’abitudine o l’usanza di far delle rappresentazioni nelle corti. L’Aminta fu rappresentato nel 1573 sul Po’ (sull’isoletta Belvedere) in un periodo in cui l’autore era dotato di grande considerazione. Il protagonista è Aminta, un pastore che s’innamorò di una ragazza, Silvia (alla quale non gli interessava). Tirsi e Dafne (ruolo positivo), vogliono aiutare i due giovani, in modo che finissero nell’amarsi. Ma dopo vari tentativi, Aminta decise di uccidersi buttandosi in un dirupo, successivamente cominciò a girare la voce che Silvia fosse morta, perché sbranata da un lupo, allora Aminta resuscitò per constatare se quello che dicevano era vero; in verità, Silvia era solo stata ferita dal morso del lupo. Quando Silvia seppe che Aminta era resuscitato per lei se ne innamorò, quindi troviamo un finale positivo, in quanto il loro amore viene coronato.
- Il dialogo, sono argomenti filosofici;
La Gerusalemme liberata
La Gerusalemme liberata è l’opera principale di Tasso. Tasso sceglie come argomento principale la prima crociata, e lo sceglie perché:
- Era nel clima della controriforma;
- I turchi erano ancora delle per gli scambi via mare, ….
Per quanto riguarda alla struttura, Tasso riprende lo schema classico, quindi nel primo canto abbiamo la protasi, l’invocazione alle muse e la dedica. Inoltre, mentre Ariosto applicava la tecnica entrelacement, Tasso utilizza un metodo di chiarezza e linearità.
La chiesa era stata attaccata e all’inizio questo veniva poco considerato, poi con l’andare del tempo diventò una vera e propria minaccia. Ma la Spagna (che allora dominava l’Italia), combatté contro i Turchi e li sconfisse.
La prima crociata fu indetta da Urbano II, ma dopo sei anni, i cristiani non avevano ancora compiuto la loro impresa e si affievolì anche lo spirito di battaglia. Allora Tasso pensò che Dio inviò l’arcangelo Gabriele per invitare Goffredo a riunire i principi cristiani, per rafforzare il loro spirito di battaglia e riprendere la guerra in modo più decoroso, e questi lo eleggono comandante dell’esercito crociato. Si conclude con la conquista di Gerusalemme e quindi la vincita dei cristiani.
Per quanto riguarda i personaggi principali dell’opera, questi si dividono in due rami; quelli cristiani:
- Goffredo, eroe della controriforma che aveva il comando delle operazioni (o spedizioni), e aveva la funzione importante di guida;
- Rinaldo (a cui Tasso aveva ispirato la sua opera giovanile)è il personaggio che fa riferimento al motivo encomiastico, in quanto immaginario fondatore della stirpe estense;
- Tancredi, si distingue per le sue leggende, e per il suo amore per Clorinda (che è impossibile perché è un’eroina pagana e una guerriera). Una notte i pagani cercarono di bruciare le macchine da guerra che il giorno dopo sarebbero state puntate su di loro. Ma i pagani vennero scoperti, quando Clorinda, che aveva l’armatura, cercò di fuggire, venne rincorsa da Tancredi, che non la riconobbe, e quando la raggiunse cominciarono un interminabile duello, che durò tutta la notte. Alla fine ha la meglio Tancredi, ma quando la ragazza, in punto di morte, si toglie l’elmetto, egli scopre che era la sua amata. Clorinda gli disse che lo perdonava per quello che aveva appena fatto e che vorrebbe ricevere il battesimo prima di morire.
E quelli pagani, i quali vengono esaltati per il loro egoismo:
- La maga Armida che aveva fatto un incantesimo a Rinaldo per allontanarlo dal campo di battaglia, perché egli era un grande combattiero, ma Rinaldo riesce lo stesso a ritornare a combattere perché Armida ama rinaldo e non può vederlo nel suo abbandono.
- Clorinda
- Erminia, era una principessa pagana innamorata di Tancredi
Dopo aver composto quest’opera, egli si fece condizionare dall’arte anticlassica, cercando quindi la perfezione formale dell’opera e riesaminando il contenuto (pur avendo per contenuto delle basi storiche come le crociate, la difesa della terra santa ed infine, l’amore, il tema più importante nella Gerusalemme liberata). Ma la preoccupazione d’andare contro la chiesa e il tribunale dell’inquisizione lo portarono a questo comportamento ed infine, alla follia.
Letteratura tutto di tutto
1. IL NARRATORE, IL PUNTO DI VISTA, LA FABULA, L’INTRECCIO
Autore l’uomo reale nato e vissuto in un determinato tempo, che ha scritto una o più opere
Narratore la voce che dice io nel racconto o che in terza persona è responsabile della narrazione
Narratore interno colui che dice io, anzi che è protagonista della storia autobiografia
Narratore esterno colui che si attiene a raccontare le vicende dei personaggi, senza dire come è entrato in possesso delle informazioni che fornisce
Omniscente punto di vista del narratore che sa tutto di tutti, che può muoversi liberamente all’interno del testo
Focalizzazione adozione di un punto di vista particolare. Può essere:
focalizzazione esterna ammette solo la registrazione dei dialoghi e la descrizione dei gesti del personaggio; rende la narrazione enigmatica, oggettiva, impersonale
focalizzazione interna adotta il punto di vista del personaggio
fabula insieme dei fatti così come sono accaduti nella realtà
intreccio l’ordine in cui i fatti della fabula sono stati organizzati dall’autore. Nell’intreccio l’ordine di presentazione degli avvenimenti non è necessariamente quello logico: la sua funzione è quella di sottolineare o attenuare certi eventi della storia
flash bach o analessi ricostruzione dei fatti già accaduti che l’autore può inserire nel momento più opportuno
prolessi una qualsiasi manovra del discorso che consista nel raccontare in anticipo un evento ulteriore
2. DESCRIZIONI, EVENTI, TEMPI VERBALI
durata tempo reale in cui i fatti sono accaduti
scena rappresentazione che “convenzionalmente realizza l’uguaglianza di tempo fra racconto e storia”. Le due componenti sono il dialogo e le azioni fisiche
ellissi vuoti nella narrazione che si esprimono con formule del tipo ”anni dopo” o “dopo qualche tempo”. L’autore tralascia di raccontare uno o più fatti, per cui il discorso si ferma, benché il tempo continui a passare nella storia
riassunto o sommario ricostruzione rapida di fatti che riguardano periodi di tempo molto lunghi
pausa interruzione della narrazione con una descrizione o con l’inserimento di elementi che rallentano il ritmo della storia
estensione produce un tempo del discorso più lungo del tempo della storia, con l’analisi di vicende interiori o di pensieri
TEMPI VERBALI
Bisogna distinguere i tempi che costituiscono lo sfondo della storia (imperfetto) e i tempi del primo piano narrativo (passato remoto). In un racconto solitamente i due tempi sono mescolati.
passato remoto segnala l’azione principale della narrazione, con la messa a fuoco di determinati fatti
imperfetto in questo tempo verbale c’è un aspetto durativo che lo rende adatto alle descrizioni e alle situazioni che non si esauriscono immediatamente. Permette al lettore di orientarsi nella scena, con descrizioni, illustrazioni, circostanze accessorie, opinioni e riflessioni
A questi tempi si contrappongono i tempi commentativi (presente, passato prossimo, futuro) usati dall’autore per esporre analisi, considerazioni...
3. I PERSONAGGI E I LORO PENSIERI
I personaggi sono coloro che popolano i romanzi e i racconti.
Nella prima metà del nostro secolo, Edward Forster ha distinto l’uomo personaggio della vita e l’uomo personaggio di romanzo:
- L’homo fictus è l’uomo fabbricato, l’uomo inventato, che nasce tra le quinte e che è capace di morire in scena. Possiamo sapere i suoi sentimenti, i moti dell’animo e del cuore... Il personaggio prende forma nel testo, si stacca della pagina e rimane con noi: tra i lettore e l’autore si crea un rapporto di cooperazione e fiducia. Questa cooperazione porta il lettore a trarre dal testo quello che il testo non dice, a completare semplici indizi dell’autore.
- Il narratore interno è colui che conosce solo i fatti cui partecipa o assiste direttamente
- Il narratore esterno è colui che crea un effetto di imparzialità e di obiettività; la sua è una posizione che lo mette “sopra” tutti i personaggi.
Per far parlare i personaggi ci sono vari metodi:
- il discorso diretto è usato nei dialoghi e riproduce esattamente le parole pronunciate dai personaggi
- il discorso indiretto riferisce le parole dei personaggi “indirettamente”, facendole dipendere da verbi come dire, rispondere.
- il discorso indiretto libero è una forma di resoconto dei personaggi riportati dal narratore senza ricorrere ai verbi reggenti. L’indiretto libero è la forma con cui il narratore si immedesima nel personaggio.
- il monologo interiore si ha quando il personaggio fa riferimento a se stesso in prima persona
4. SUSPENSE E SORPRESA
Suspense e sorpresa Þ meccanismi tecnici e psicologici particolari che possono essere utilizzati in ogni tipo di racconto
Suspense Þ mezzo più potente per tenere viva l’attenzione del lettore.
Þ non è necessariamente legata alla paura
Þ forma dilatata di attesa
Þ per produrla è indispensabile che il lettore sia perfettamente informato di tutti gli elementi in gioco
Þ provoca grande coinvolgimento del lettore
Þ spesso viene ottenuta adottando un punto di vista particolare, che lascia ampio spazio alle congetture del lettore, suscitando la sua curiosità; oppure tacendo certi antefatti in modo che sia impossibile capire ciò che sta succedendo
Sorpresa Þ un qualcosa che non si attendeva, basato su rivelazioni che il lettore non aveva supposto o immaginato
Þ si può trovare nella fase conclusiva del racconto
Þ può costituire l’inizio di una nuova attesa
Ironia Þ tecnica molto diffusa che si basa sull’ambiguità degli aspetti semantici e delle intenzioni dello scrittore
Þ lo scrittore sembra voglia burlarsi di qualcuno
Þ sgonfiamento dell’enfasi, del prendersi sul serio
Þ in stretto rapporto con l’umorismo
1. GLI ELEMENTI COSTITUITIVI
TEMI
- Il racconto ha come sua caratteristica il fatto di essere breve e di consentire al lettore un controllo mnemonico totale degli elementi narrativi. Il romanzo, invece, può contemplare ampie disgressioni, elementi accessori o ridondanti.
Nei racconti psicologici troviamo grande varietà di argomenti; l’elemento comune fra tutti è costituito da una presentazione della storia più attenta all’analisi dei personaggi e alla ripercussione dei fatti su di loro, piuttosto che ai fatti stessi.
- RICORDI, CONFESSIONI: temi che ci rimandano a vicende già accadute e rivissute
- FATTI QUOTIDIANI: è la vita colta nei suoi aspetti quotidiani
- LA PAZZIA, I DISTURBI DELLA PERSONALITA': anche prendere in esame casi particolari aiuta a capire la realtà. Non è l’aspetto patologico della malattia che interessa, quanto la possibilità di ampliare la conoscenza sull’uomo
- SITUAZIONI ENIGMATICHE: si tratta di vicende che presentano situazioni fuori dalla norma
LE TECNICHE
Ogni racconto presuppone qualcuno che ha scritto la storia e ha creato la voce che la narra al lettore. Nelle storie in cui il narratore è esterno sappiamo che può cercare di rimanere imparziale e al di sopra dei fatti. Il narratore può scegliere di calarsi più intimamente nella vicenda narrata, intromettendosi ed esprimendo giudizi e commenti. E’ utile, poi, riconoscere da quale punto di vista vengono osservati e presentati gli eventi.
La differenza del punto di vista comporta scelte diverse sul piano delle tecniche narrative.
ß
procedimenti sintattici e scelte linguistiche che il narratore attua in relazione alle intenzioni
In ogni narrazione esiste un tempo della storia e un tempo del discorso
ß ß
quello in cui accadono le vicende quello in cui il narratore sta raccontando le vicende
Il rapporto tra questi due tempi determina delle scelte nell’esposizione della storia.
Anche i tempi verbali svolgono una specifica funzione, mettendo in risalto la durata di certi avvenimenti o la loro momentaneità.
I LUOGHI
Nel racconto gli eventi rappresentano l’elemento dinamico di una storia e si intrecciano con la rappresentazione dello spazio. Narrazione e descrizione sono strettamente connesse e di fatto lo spazio non è mai casuale.
Leggendo un libro ciascuno di noi si crea una propria immagine dei luoghi: per questo si dice che la rappresentazione verbale è astratta.
Alcune storie sono ambientate in situazioni o luoghi quasi simbolici della vita interiore del personaggio o della mentalità collettiva: assume un rilievo talmente forte da divenire in un certo senso un vero e proprio personaggio.
I PERSONAGGI
E’ molto difficile immaginare un racconto senza personaggi. Il personaggio è l’elemento centrale della narrazione. Non è quasi mai solo o isolato nella vicenda narrata: è per lo più coinvolto in una trama di rapporti dai quali emergono nuove informazioni che lo fanno conoscere più da vicino.
2. DESCRIZIONI, EVENTI, TEMPI VERBALI
durata tempo reale in cui i fatti sono accaduti
scena rappresentazione che “convenzionalmente realizza l’uguaglianza di tempo fra racconto e storia”. Le due componenti sono il dialogo e le azioni fisiche
ellissi vuoti nella narrazione che si esprimono con formule del tipo ”anni dopo” o “dopo qualche tempo”. L’autore tralascia di raccontare uno o più fatti, per cui il discorso si ferma, benché il tempo continui a passare nella storia
riassunto o sommario ricostruzione rapida di fatti che riguardano periodi di tempo molto lunghi
pausa interruzione della narrazione con una descrizione o con l’inserimento di elementi che rallentano il ritmo della storia
estensione produce un tempo del discorso più lungo del tempo della storia, con l’analisi di vicende interiori o di pensieri
TEMPI VERBALI
Bisogna distinguere i tempi che costituiscono lo sfondo della storia (imperfetto) e i tempi del primo piano narrativo (passato remoto). In un racconto solitamente i due tempi sono mescolati.
passato remoto segnala l’azione principale della narrazione, con la messa a fuoco di determinati fatti
imperfetto in questo tempo verbale c’è un aspetto durativo che lo rende adatto alle descrizioni e alle situazioni che non si esauriscono immediatamente. Permette al lettore di orientarsi nella scena, con descrizioni, illustrazioni, circostanze accessorie, opinioni e riflessioni
A questi tempi si contrappongono i tempi commentativi (presente, passato prossimo, futuro) usati dall’autore per esporre analisi, considerazioni...
3. I PERSONAGGI E I LORO PENSIERI
I personaggi sono coloro che popolano i romanzi e i racconti.
Nella prima metà del nostro secolo, Edward Forster ha distinto l’uomo personaggio della vita e l’uomo personaggio di romanzo:
- L’homo fictus è l’uomo fabbricato, l’uomo inventato, che nasce tra le quinte e che è capace di morire in scena. Possiamo sapere i suoi sentimenti, i moti dell’animo e del cuore... Il personaggio prende forma nel testo, si stacca della pagina e rimane con noi: tra i lettore e l’autore si crea un rapporto di cooperazione e fiducia. Questa cooperazione porta il lettore a trarre dal testo quello che il testo non dice, a completare semplici indizi dell’autore.
- Il narratore interno è colui che conosce solo i fatti cui partecipa o assiste direttamente
- Il narratore esterno è colui che crea un effetto di imparzialità e di obiettività; la sua è una posizione che lo mette “sopra” tutti i personaggi.
Per far parlare i personaggi ci sono vari metodi:
- il discorso diretto è usato nei dialoghi e riproduce esattamente le parole pronunciate dai personaggi
- il discorso indiretto riferisce le parole dei personaggi “indirettamente”, facendole dipendere da verbi come dire, rispondere.
- il discorso indiretto libero è una forma di resoconto dei personaggi riportati dal narratore senza ricorrere ai verbi reggenti. L’indiretto libero è la forma con cui il narratore si immedesima nel personaggio.
- il monologo interiore si ha quando il personaggio fa riferimento a se stesso in prima persona
4. SUSPENSE E SORPRESA
Suspense e sorpresa Þ meccanismi tecnici e psicologici particolari che possono essere utilizzati in ogni tipo di racconto
Suspense Þ mezzo più potente per tenere viva l’attenzione del lettore.
Þ non è necessariamente legata alla paura
Þ forma dilatata di attesa
Þ per produrla è indispensabile che il lettore sia perfettamente informato di tutti gli elementi in gioco
Þ provoca grande coinvolgimento del lettore
Þ spesso viene ottenuta adottando un punto di vista particolare, che lascia ampio spazio alle congetture del lettore, suscitando la sua curiosità; oppure tacendo certi antefatti in modo che sia impossibile capire ciò che sta succedendo
Sorpresa Þ un qualcosa che non si attendeva, basato su rivelazioni che il lettore non aveva supposto o immaginato
Þ si può trovare nella fase conclusiva del racconto
Þ può costituire l’inizio di una nuova attesa
Ironia Þ tecnica molto diffusa che si basa sull’ambiguità degli aspetti semantici e delle intenzioni dello scrittore
Þ lo scrittore sembra voglia burlarsi di qualcuno
Þ sgonfiamento dell’enfasi, del prendersi sul serio
Þ in stretto rapporto con l’umorismo
1. GLI ELEMENTI COSTITUITIVI
TEMI
- Il racconto ha come sua caratteristica il fatto di essere breve e di consentire al lettore un controllo mnemonico totale degli elementi narrativi. Il romanzo, invece, può contemplare ampie disgressioni, elementi accessori o ridondanti.
Nei racconti psicologici troviamo grande varietà di argomenti; l’elemento comune fra tutti è costituito da una presentazione della storia più attenta all’analisi dei personaggi e alla ripercussione dei fatti su di loro, piuttosto che ai fatti stessi.
- RICORDI, CONFESSIONI: temi che ci rimandano a vicende già accadute e rivissute
- FATTI QUOTIDIANI: è la vita colta nei suoi aspetti quotidiani
- LA PAZZIA, I DISTURBI DELLA PERSONALITA': anche prendere in esame casi particolari aiuta a capire la realtà. Non è l’aspetto patologico della malattia che interessa, quanto la possibilità di ampliare la conoscenza sull’uomo
- SITUAZIONI ENIGMATICHE: si tratta di vicende che presentano situazioni fuori dalla norma
LE TECNICHE
Ogni racconto presuppone qualcuno che ha scritto la storia e ha creato la voce che la narra al lettore. Nelle storie in cui il narratore è esterno sappiamo che può cercare di rimanere imparziale e al di sopra dei fatti. Il narratore può scegliere di calarsi più intimamente nella vicenda narrata, intromettendosi ed esprimendo giudizi e commenti. E’ utile, poi, riconoscere da quale punto di vista vengono osservati e presentati gli eventi.
La differenza del punto di vista comporta scelte diverse sul piano delle tecniche narrative.
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procedimenti sintattici e scelte linguistiche che il narratore attua in relazione alle intenzioni
In ogni narrazione esiste un tempo della storia e un tempo del discorso
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quello in cui accadono le vicende quello in cui il narratore sta raccontando le vicende
Il rapporto tra questi due tempi determina delle scelte nell’esposizione della storia.
Anche i tempi verbali svolgono una specifica funzione, mettendo in risalto la durata di certi avvenimenti o la loro momentaneità.
I LUOGHI
Nel racconto gli eventi rappresentano l’elemento dinamico di una storia e si intrecciano con la rappresentazione dello spazio. Narrazione e descrizione sono strettamente connesse e di fatto lo spazio non è mai casuale.
Leggendo un libro ciascuno di noi si crea una propria immagine dei luoghi: per questo si dice che la rappresentazione verbale è astratta.
Alcune storie sono ambientate in situazioni o luoghi quasi simbolici della vita interiore del personaggio o della mentalità collettiva: assume un rilievo talmente forte da divenire in un certo senso un vero e proprio personaggio.
I PERSONAGGI
E’ molto difficile immaginare un racconto senza personaggi. Il personaggio è l’elemento centrale della narrazione. Non è quasi mai solo o isolato nella vicenda narrata: è per lo più coinvolto in una trama di rapporti dai quali emergono nuove informazioni che lo fanno conoscere più da vicino.
LA SCOMPOSIZIONE IN SEQUENZE
DEFINIZIONE DI SEQUENZA
E’ un segmento del testo, breve o ampio, che contiene un gruppo di eventi o un insieme di informazioni convergenti su un unico tema. La sequenza, dunque, è un’unità di contenuto coerente, sufficientemente autonoma dalle sequenze vicine anche se ad esse connessa.
I CONFINI DELLA SEQUENZA
La suddivisione di un testo in sequenze, se pur entro certi limiti, è un fatto piuttosto soggettivo; pertanto non deve essere intesa rigidamente, corretta o sbagliata in modo indiscutibile. In un testo narrativo, possono essere considerati sequenze:
- la presentazione dei luoghi e dei personaggi
- la partenza dell’eroe
- l’incontro con l’antagonista
- le pause descrittive o riflessive
- i sommari introduttivi e di collegamento
Anche se i confini della sequenza possono essere variamente interpretati dal lettore, il passaggio da una sequenza a quella successiva è in genere segnalato da:
- un cambiamento di tempo (due giorni dopo)
- un cambiamento di luogo (dopo la sentenza il giudice rientrò a casa)
- l’entrata o l’uscita di scena di uno o più personaggi
- un cambiamento delle modalità narrative (dalla narrazione alò dialogo tra personaggi; da una descrizione ad una riflessione; dalla scena ad un sommario)
- variazione significativa del contenuto, cioè il passaggio da un tema ad un altro
Come si vede, tra una sequenza e l’altra ci deve essere una differenza significativa o di contenuto o di forma e il passaggio è sempre segnalato da una variazione rispetto alla sequenza precedente, da uno stacco simile a quello di una macchina da presa che passa da una scena all’altra.
Una volta individuata, la sequenza deve essere nominata, occorre cioè dare un nome al tema dominante che le sta dietro mediante:
- una breve frase sintetica (soggetto, verbo, complemento)
- una frase nominale, cioè senza verbo
- una funzione
VARI TIPI DI SEQUENZE
Le sequenze, a seconda del particolare significato di cui sono portatrici, si dividono in:
- narrative Þ raccontano nel loro svolgimento le azioni e gli avvenimenti che formano la storia; dunque focalizzano i mutamenti del discorso
- descrittive Þ descrivono personaggi, oggetti, situazioni, ambienti e luoghi in cui si svolgono le vicende
- espressive Þ presentano emozioni, stati d’animo, sensazioni, atmosfere
- riflessive Þ riportano i giudizi, le opinioni, le riflessioni dei singoli personaggi o del narratore intorno alla vicenda
- dialogate Þ riportano i dialoghi dei personaggi
LE SEQUENZE NARRATIVE
- Raccontano azioni e avvenimenti
- Hanno un carattere dinamico, perché mettono in moto l’azione narrativa e contribuiscono a farla procedere nel tempo
- Costituiscono l’ossatura portante della storia
LE SEQUENZE DESCRITTIVE, ESPRESSIVE E RIFLESSIVE
- Svolgono un compito complementare, cioè integrano la nuda esposizione dei fatti
- Hanno un carattere statico: infatti quando si descrivono luoghi o personaggi o si riflettono le opinioni, le idee dei personaggi o del narratore, si determina un momento di pausa nell’azione narrativa in atto. Queste sequenze determinano il funzionamento del racconto
- Assolvono a diverse funzioni:
- per quanto riguarda il contenuto:
- portano informazioni dirette o indirette sui personaggi
- chiarificano l’agire dei personaggi
- legano, con nessi profondi, uno o più personaggi con un ambiente un paesaggio o un catalogo di oggetti
- per quanto riguarda le strutture e l’organizzazione del materiale:
- talvolta aprono il racconto annunciando il movimento dell’opera, il clima (drammatico, malinconico, aristocratico) in cui si inquadrano i personaggi e i fatti
- determinano una pausa distensiva quando, rallentando l’azione, costringono a volgere lo sguardo verso l’ambiente descrittivo, dopo un susseguirsi di eventi
- creano tensione e suspense quando bloccano l’azione in un punto critico (racconti gialli) ritardandone così lo svolgimento
MICROSEQUENZE, SEQUENZE, MACROSEQUENZE
La sequenza può essere scomposta in unità più piccole, le microsequenze. Infatti se la sequenza contiene un gruppo di eventi o di informazioni, ogni evento del segmento narrativo, ogni informazione può dare origine ad una microsequenza.
Attorno al tema dominante dunque convergono unità minime di contenuto che si aggregano in una unità di contenuto più complessa, la sequenza.
A sua volta la sequenza si interseca con altre sequenze per formare un organismo più complesso e articolato, la macrosequenza.
Più macrosequenze costituiscono un racconto o un romanzo.
Su questa base possiamo riscrivere l’ossatura analitica di un testo se nomineremo le microsequenze; più sintetica se nomineremo le sequenze; generalizzante se nomineremo solo le macrosequenze.
2. GLI ELEMENTI COSTITUITIVI
I TEMI
- LA PAURA:
- è un elemento insostituibile e permanente della nostra vita
- reazione emotiva alla percezione di un pericolo
- quando si ha paura:
- si rimane immobili
- si diventa pallidi
- si suda freddo
- i peli si rizzano
- la bocca diventa secca
- le pupille si dilatano
- i muscoli o si irrigidiscono o sono portati a movimenti convulsivi
- si trema
- si ha un’accelerazione del battito cardiaco
- disturbi all’apparato gatro-intestinale e genito-urinario.
- tutti questi disturbi dipendono dal grado di emotività di un individuo, ma anche dalla cultura che si ha ricevuto
- si distingue dall’angoscia che è la prima a sorgere in presenza di un pericolo reale e che è nociva, perché disorganizza i comportamenti di chi ne soffre
- è utile, perché consente all’individuo di scongiurare il pericolo
- I DISTURBI DELLA PERSONALITA’: la follia è intesa come esperienza conoscitiva, oltre che come fenomeno patologico. E’ la conoscenza del limite, oltre il quale c’è la lacerazione, la spaccatura della schizofrenia.
- IL DOPPIO:
- è l’immagine di noi stessi che appare agli occhi di tutti quando non dovrebbe essere vista e che non compare quando dovrebbe essere visibile
- è la sensazione di una presenza invisibile
- è la parte integrante di noi stessi di cui dobbiamo temere la fuga
- è l’entità capace di assumersi i nostri dolori e di darci l’estasi
- L’ENIGMA: l’affermarsi in un mondo ordinato, disposto, descritto, di un’entità inqualificabile, che arreca turbamento senza poter essere definito
- IL COMPARIRE DI UN ESSERE SEDUCENTE O MINACCIOSO: cosa impalpabile, senza nome, ibrido o deforme, capace di porsi al di là della morte e dell’umana esistenza
LE TECNICHE
- LA NOVELLA:
- è legata all’azione
- ha due caratteristiche:
- la sua origine
- la tendenza a legare saldamente i suoi episodi
- l’autore rimarrà fedele all’unità d’azione, di luogo, di tempo e di effetto
- LA STRUTTURA: può essere rappresentata come una linea ascendente che conduce al punto culminante. Per arrivare a questo punto l’autore cerca di intervenire prima in modo vago, poi sempre più direttamente
- L’AMBIGUITA’ E L’ESITAZIONE: il fantastico prospetta situazioni incerte, indefinibili che si presta ad un doppio senso e procurano imbarazzo o esitazione nel lettore e/o in qualche personaggio. L’ambiguità può essere resa attraverso due processi di scrittura:
- imperfetto
- modalizzazione Þ consente l’uso di certe locuzioni introduttive che modificano la relazione tra il soggetto dell’enunciato e l’enunciato
L’ambiguità, attraverso i procedimenti di suspense e sorpresa, può mantenersi fino alla fine o sciogliersi dopo una spiegazione razionale o soprannaturale dei fatti narrati
- L’AMBIENTE E L’ATMOSFERA: i primi autori cercarono di creare un ambiente propizio alla paura. Creare un ambiente, un’”atmosfera” è ancora occupazione di molti scrittori.
In seguito molti autori scoprirono come fosse conveniente fare in modo che in un mondo credibile accadesse un fatto incredibile: l’effetto risultava più forte. Nasce allora la tendenza realistica della lettura fantastica.
- IL NARRATORE: il narratore interno si addice al fantastico, perché mantiene uno statuto ambiguo e alimenta dubbi e incertezze. Il narratore può anche assumere l’apparenza discreta di un presentatore, di un testimone
- IL NARRATORE-PROTAGONISTA: racconta spinto da diversi motivi:
- confessione che giustifica una scomparsa o delitto
- volontà di mettere in guardia il mondo intero
- estremo tentativo di chiarificazione
- IL NARRATORE-ESTERNO: racconta in terza persona e può mantenersi distante dalle vicende o assumere un punto di vista privilegiato
- I DESTINATARI ESPLICITI: attivano al massimo e aumentano la finzione narrativa e sollecitano e facilitano l’atto di identificazione del lettore
I LUOGHI
- L’universo fantastico è abituale al lettore. I luoghi del fantastico appaiono accessibili. Solo raramente si ricorre a scenari esotici.
- LA CASA: è sovente nel chiuso delle mura domestiche che l’evento fantastico si sviluppa. Gli oggetti usuali diventano i testimoni più attendibili del reale accadere dell’avvenimento narrato.
I PERSONAGGI
- I PROTAGONISTI: le novelle fantastiche sono scomponibili in due ampi settori:
- fantastico classico: i protagonisti possono essere figure convenzionali che inconsapevolmente disturbano qualcuno o qualcosa che sembra paziente, ma implacabile in secolare attesa, oppure rappresentanti del mondo razionale.
- fantastico interiore: presenta personalità doppie, lacerate e personaggi che non conoscono nessun equilibrio fra mente e sensi e sono spesso tormentati da fissazioni e ossessioni.
Il fantastico interiore non illustra delineate personalità, ma figure ambigue, sull’orlo della pazzia, segnate da esperienze irripetibili. Il protagonista del fantastico interiore è un eroe vittima che trova la sua unica salvezza nella narrazione.
- LE AMBIGUE FIGURE TRA LO STRANO E IL MERAVIGLIOSO: simbolo del turbamento interiore della vittima, figure reali che con la loro presenza sanciscono la rottura delle leggi razionali.
- I MOSTRI: i processi di formazione del mostruoso sono due:
- per deformazione, ovvero moltiplicando o eliminando qualche elemento dell’essere scelto
- per ibridazione, ovvero componendo un nuovo essere a partire da due generi o specie diversi
3. GLI ELEMENTI COSTITUITIVI
I TEMI
- L’AMORE: i teorici hanno discusso sulla natura dell’amore, sottolineandone gli aspetti positivi, negativi e contradditori. Per Sternberg l’amore deve essere considerato il risultato di tre componenti.
- l’intimità si riferisce ai sentimenti di confidenza, unione, affetto. Sono stati individuati 10 segnali di intimità:
- desiderio di contribuire al benessere materiale della persona amata
- sentirsi felici con la persona amata
- avere una profonda stima della persona amata
- poter contare sulla persona amata
- darsi reciproca comprensione
- condividere tutto con la persona amata
- ricevere sostegno emotivo dalla persona amata
- dare alla persona amata sostegno emotivo
- comunicare alla persona amata i sentimenti più intimi
- considerare il rapporto con la persona amata come qualcosa di grande valore
- la passione riguarda gli impulsi che portano a vivere una storia d’amore:
- attrazione fisica
- rapporti sessuali
- simpatia all’interno di una relazione amorosa
- la decisione/impegno è formata da due elementi
- la decisione di amare qualcuno (a breve termine)
- impegno a conservare vivo l’amore (a lungo termine)
L’amore romantico si configura come un amore intenso ed emotivo, ma irrealizzabile.
L’amore fatuo è caratterizzato da rapporti alla Hollywood, destinati a durare poco.
Anche l’infatuazione è temporanea. E’ un amore in cui si realizza un’idealizzazione.
La forma amorosa destinata a durare nel tempo è l’amore amicizia dove anche se la passione comincia a sfumare rimangono l’intimità e l’impegno
- IL TEMPO DELL’AMORE: bisogna vedere lo svolgersi temporale del rapporto amoroso in due diversi territori:
- la finzione romanzesca del romanzo rosa. La sua formula si può sintetizzare in una serie fissa di sequenze:
- eroina povera
- eroe nobile
- peripezie dell’eroina
- salvataggio dell’eroina da parte dell’eroe
- agnizione o rivelazione
- lieto fine
- la realtà sociologica. La coppia può attraversare 5 possibili fasi:
- semplice conoscenza
- sviluppo della relazione: i partner provano una reciproca attrazione fisica
- consolidamento: si forma la coppia ed è la fase che segue immediatamente il patto d’amore
- deterioramento: qualcosa nel rapporto comincia ad incrinarsi
- fine della relazione: possibile per cause naturali o decisione di rompere il rapporto
LE TECNICHE
- IL NARRATORE: il soggetto amoroso non può scrivere egli stesso il suo romanzo, perché rischierebbe di rendere il racconto banale e futile. E’ necessario che il narratore esterno adotti una focalizzazione multipla e che sia distaccato, analitico, capace di dare un ordine al discorso dell’innamorato.
- L’OSTACOLO: la dialettica dell’ostacolo è comune a tutta le letteratura d’amore. La differenza sta nel fatto che:
- nella letteratura alta l’ostacolo è in qualche modo interno alla struttura del rapporto
- nel romanzo rosa l’amore è diretto, assoluto, eterno, corrisposto. L’amore non corrisposto si può avere solo sotto forma dell’equivoco; l’ostacolo è così esterno. Anche qui ci sono delle differenze:
- nel rosa classico l’equivoco ha a che fare con vicende macroscopiche che causano impedimenti oggettivi
- nel rosa contemporaneo ci si accontenta di vicissitudini più modeste. Frequentemente l’ostacolo è psicologico, causato da fraintendimenti dei sentimenti dell’altro.
I LUOGHI
Non esiste un luogo particolarmente affine al nascere e allo svilupparsi del sentimento amoroso. E’ l’amore a rendere particolare, unico un luogo
I PERSONAGGI
L’innamorato:
- è il personaggio principale dei racconti d’amore
- proietta sull’essere amato tutto un insieme di qualità rendendolo dotato di caratteristiche straordinarie che lui stesso ha creato. La persona amata è una semplice proiezione fantastica della psiche dell’innamorato [Stendhal]
- si concentra ossessivamente su una persona, cioè soffre di una malattia dell’attenzione
- può riconoscere il proprio stato nel tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato. E’ colui che aspetta
Letteratura tutto di tutto
La Scapigliatura
Articolo by Nick: malva
Caratterizza la seconda metà dell’Ottocento. Si sentiva da parte dei poeti una situazione di chiusura, di staticità sul piano culturale e sociale che i poeti cercano di superare, cercano in se stessi qualcosa di nuovo che si opponga in qualche modo a quei canoni vecchi della tarda letteratura romantica. In Italia tale situazione è più pesante: il Romanticismo italiano (a parte Foscolo, Manzoni, Leopardi) si caratterizzava come letteratura e poesia del Risorgimento, cioè i poeti vedono nella creazione poetica un modo per propagandare gli ideali risorgimentali. Da un altro lato il sentimentalismo, l’interiorità che caratterizza la poesia romantica finisce per stemperarsi, in quei poeti meno dotati, in un sentimentalismo eccessivo, lacrimoso, i cui rappresentanti sono Prati e Aleardi.
È una poesia idilliaca, sentimentale, dai contenuti esausti, distruttivi. Questa cristallizzazione del Romanticismo in modi e forme ormai passate suscita reazioni molto forti da parte delle giovani generazioni. In particolare questo movimento della Scapigliatura si sviluppa a Milano, e più estesamente in Lombardia. È un fenomeno con caratteristiche geograficamente limitate perché proprio a Milano c’è un’aperta cultura dove ogni reazione può manifestarsi apertamente.
Il De Sanctis scriveva che ormai dopo questi grandi epigoni di Manzoni e Leopardi, la letteratura aveva bisogno di qualcosa di nuovo. I poeti dovevano ricercare nuove forme e contenuti e li avrebbero probabilmente trovati in una poesia che finalmente aderisse al vero e al reale, abbandonando la poesia sentimentale. De Sanctis aveva già intravisto le prime nuove manifestazioni della letteratura italiana; dall’altra fu profeta, in quanto la letteratura si spostò effettivamente verso il realismo. Il primo movimento che risponde al pensiero di De Sanctis è la Scapigliatura, che si sviluppa in Lombardia (1860-70). Croce lo definì: “un momento della letteratura italiana”; momento perché ebbe vita breve poiché non propose nulla di nuovo, non ebbe valore artistico, ma ebbe importanza storica come momento di rottura con la tradizione e come nodo culturale che unì il primo Romanticismo al terzo Romanticismo, che fu caratterizzato dal fenomeno del Positivismo.
Il termine Scapigliatura fu preso dal titolo di un romanzo di uno di questi letterati, Clepto Arrighi, “La scapigliatura e il 6 febbraio”. Questo è una sorta di programma letterario dove sono espresse le esigenze fondamentale di questi nuovi poeti. Sono esigenze di rottura che si manifestano contro la politica. Ci si rende conto della distanza tra Nord e Sud, la destra storica e la sinistra; si caratterizza dalla nascita di nuovi problemi. Tutto ciò provoca un disagio esistenziale nelle nuove generazioni che rifiutano drasticamente tutto ciò che è passato: rifiutano il sentimentalismo, i temi patriottici, criticano aspramente la società in cui vivevano, in particolare la borghesia, e, poiché l’unico modo per dimostrare la loro opposizione è fare il contrario di quello fatto fino a quel momento. Ecco che la prima esigenza sul piano politico è la nuova adesione sul piano reale, non come avverrà con verga e Zola, non la realtà com’è, ma è la realtà brutta, orribile, disgustosa; aderiscono al vero in quelle manifestazioni in cui la realtà non è considerata in letteratura o poesia. Si vuole provocare prendendo in considerazione aspetti della realtà che per vergogna, pudore o buon gusto si cerca di nascondere. È un atteggiamento violento e di voluto scandalo. È una reazione contro il manzonismo, le sue tendenze di cattolicesimo liberale. Il Risorgimento è finito perché l’unità d’Italia è compiuta. In quanto tentativo di rivoluzione, la Scapigliatura porta contraddizioni e provvisorietà proprie di un momento rivoluzionario perché quando si cambia completamente, la tradizione dà un senso di sicurezza, e la rivoluzione non dà certezze subitanee: è una situazione di instabilità. Come tutti i giovani rivoluzionai che scalzano certezze ma non vogliono fornirne altre. La loro poetica non è ben definita, e un insieme di tematiche, di avanguardia ante litteram, è una rivoluzione contro la letteratura ufficiale (Manzoni), ribellione allo spirito francese. Da un lato critica aspra, dall’altro incapacità a proporre qualcosa di nuovo che sostituisca il vecchio.
Il portabandiera degli scapigliati è Baudelaire, diventa in particolare il testo programmatico “Hymne à la beauté” (trad. Inno alla bellezza) e la frase “est-tu ange ou demon?” (trad. Sei un angelo o un demone?) è il motto degli scapigliati i quali sono demoni, i romantici gli angeli perché portavano ideali positivi. Baudelaire dirà: “sprofondare nell’abisso per trovarvi del nuovo”. Sono generazioni che cercano qualcosa di nuovo ma non si sa cos’è. Bisogna trovare nuovi mezzi. Ecco perché la ricerca del reale orribile. La Scapigliatura richiama lo spirito del primo Romanticismo, quello del Foscolo, dove c’è identificazione di arte e vita.
Fortuna critica della Scapigliatura
Sono considerazioni nel tempo. Dai contemporanei non fu ben considerata. De Sanctis l’aveva duramente criticata: non apprezzava il modo in cui gli scapigliati aderivano al reale. Inoltre, appartenendo alla borghesia ed essendo un critico letterario, fu accusato dagli scapigliati.
Carducci li accusò di non avere ideali da proporre e di distruggere quelli che c’erano e li accusò di rifiutare qualsiasi forma di classicismo.
La Scapigliatura oggi è tornata ad essere interessante per la critica perché ci sono e continuano ad esserci due fatti culturalmente importanti:
- Un faticosissimo, lento ma graduale superamento della critica crociana;
- Il progressivo superamento di quel terrore che la parola fascismo provocava nelle coscienze.
Ora c’è una forte rivalutazione del futurismo; riscoprirlo significa recuperare quei movimenti di reazione sul piano sociale che al futurismo in qualche modo assomigliavano. Ci sono sempre punti di contatto tra Scapigliatura e futurismo. Croce non apprezzò la Scapigliatura: era autore del neo - idealismo; aveva affermato il concetto arte pura, fine a se stessa, dell’arte per l’arte; quindi è bella poesia o bella letteratura quella poesia o letteratura che non si propone di cambiare il mondo o propugnare ideali o non si propone scopi ben precisi; quindi gli scapigliati, che avevano la funzione di ribaltare quello che c’era e, dal punto di vista formale, rifiutavano ciò che era considerato tradizionalmente bello, erano mal visti da Croce.
La letteratura fino all’Ottocento non è mai stata fine a se stessa. Il recupero della Scapigliatura è dovuto anche all’impostazione critica crociana. Si recupera la Scapigliatura con Walter Binni perché è alla base del decadentismo; il Sapegno considera la Scapigliatura come una tipica realizzazione, espressione del realismo e ne apprezza l’interesse per il vero anche se è manifestazione di cose poco ortodosse.
Fine articolo
Letteratura tutto di tutto
Letteratura di fine '800 e inizio '900
DECADENTISMO: Corrente letteraria, nata in Francia nel 1880. Rappresenta il declino di una civiltà visto in modo positivo.
L'INTELLETUALE DECADENTE: Assume un atteggiamento di ribellione nei confronti della società borghese in particolare per quanto riguarda i suoi valori e la sua filosofia (positivismo). Contestano la poesia tradizionale e i Parnassiani ( coloro che fanno una poesia razionale ).
DECADENMTISMO IN ITALIA: I maggiori esponenti sono: Pascoli, Svevo, D'Annuzio, Pirandello
SIMBOLISMO: Il predecessore dei simbolistii è Mallarme; 16 anni dopo Bodeler (padre) fece il manifesto. Gli altri simbolisti sono Rembow, Verlen. Per quanto riguarda l'italia uno dei maggiori esponenti è il Pascoli. I simbolisti, concepiscono la natura non come una cosa precisa, ma come un insieme di simboli di una realtà più complessa e remota che il poeta interpreta, non attraverso la logica ma attraverso una musicalità. Per i simbolisti la poesia deve essere appunto fatta di musicalità e soprattutto deve essere libera. L'universo è concepito come un organismo in cui i vari elementi hanno corrispondenza tra di loro e il compito del poeta è quello di cogliere le analogie e i simboli, cioè farsi interprete e veggente dell'ignoto.
SIMBOLO: Il simbolo si verifica quando un oggetto rappresenta un altro oggetto ed è legato ad esso con un valore profondo che oltrepassa l'apparenza
ANOLOGIA: L'analogia si verifica quando viene creato un legame tra due cose del tutto dissimili
ESTETISMO: E' caratterizzato dal culto della bellezza. L'arte è intesa come supremo valore che modella la vita. I maggiori esponenti sono Wild e D'Annunzio.
CREPUSCOLARISMO: I crepuscolari rifiutano il mondo che li circonda. Sono anti-dannuziani. Segnano la fine delle arti poetiche dell'800. La loro poesia è caratterizzata dalla stanchezza di vivere, da un senso di rinuncia e dalla incapacità di stabilire un rapporto attivo con la realtà
FUTURISMO: I futuristi odiano il passato ed esaltano la velocità e la guerra. Usano molto le analogie ammirano i simbolisti. Il fondatore è Marinetti. Questo movimento letterario fu esaltato dal fascismo e dal nazismo
AVANGUARDIE: Dadaismo e surrealismo
PASCOLI: Pascoli ebbe una infanzia difficile. Era in contrapposizione con la borghesia capitalistica essendo un proprietario terriero. Le poetiche che il poeta riporta nelle sue poesie sono:
Poetica del nido: estremo rifugio contro i mali e le violenze della storia e della società in cui vive Pascoli
Poetica della siepe: proteggere il piccolo appezzamento terriero della sua tenuta in campagna. Pascoli si sente parte della borghesia rurale
Poetica del fanciullino: capacità di sentire e di pensare come un bambino ( questa capacità per Pascoli l'hanno solo i poeti ).
Letteratura tutto di tutto
Biografia Ludvico Ariosto
Ludovico Ariosto (1474/1533)
Ariosto rappresenta il tipico intellettuale cortigiano del Rinascimento anche se egli critica l’ambiente della corte. Il suo rapporto con la corte è quindi duplice: da un lato l’apprezza dall’altro la critica. Questo fatto avrà poi importanti riflessi sulle sue opere.
Primogenito di dieci fratelli apparteneva ad una famiglia nobile. Il padre Niccolò era al servizio dei duchi d’Este e comandante della guarnigione di Reggio Emilia.
Ludovico intraprese i primi studi a Ferrara studiando diritto sotto l’imposizione del padre. In seguito approfondì gli studi umanistici.
Ariosto fu amico di Pietro Bembo, amicizia che lo fece avvicinare alla poesia volgare.
Entrò a far parte degli intellettuali stipendiati della casa d’Este, e nel 1500, a causa della morte del padre, dovette occuparsi del patrimonio familiare, di diventare tutore dei fratelli minori e di trovare marito alle sorelle.
Per far fronte alle necessità familiari dovette intraprendere cariche ufficiali fu, infatti, capitano della rocca di Canossa (1501/1503).
Entrò poi al servizio del cardinale Ippolito d’Este, figlio del duca Ercole1°, svolgendo gli incarichi più svariati, alcuni dei quali giudicava disonorevoli per la sua dignità di letterato. Per aumentare le entrate prese gli ordini minori diventando chierico e ottenendo così i privilegi ecclesiastici.
Si occupò nel frattempo degli spettacoli di corte scrivendo due commedie la Cassaria e i Suppositi (1508/1509).
Fra il 1509 e il 1510 compì molti viaggi diplomatici a Roma a causa del rapporto conflittuale fra il nuovo duca di Ferrara, Alfonso 1°, e il papa Giulio 2°. Nello stesso periodo si avvicinò alla famiglia de’Medici e in particolar modo al cardinale Giovanni, figlio del Magnifico, preparandosi così uno sbocco alla carriera, pensando di potere un giorno trasferirsi a Roma dove già lavoravano i suoi amici Bembo e Bibbiena.
Quando Giovanni diventò papa col nome di Leone 10°, (1513) Ariosto rimase fortemente deluso nel vedere infranto il suo sogno, dato che il nuovo papa non lo chiamò a lavorare per lui.
Intanto a Firenze aveva stretto legami con una donna sposata, Alessandra Benucci. Nel 1515 il marito morì, ma Ariosto non poté mai convivere con lei a causa del voto di celibato; la sposò comunque in segreto anni più tardi.
Nel 1516 pubblicò la prima versione dell’Orlando furioso dedicandola al cardinale Ippolito al quale non fu molto gradita.
Nel 1517 si rifiutò di seguire il cardinale Ippolito in Ungheria e passo al servizio del duca Alfonso, che gli affidò il governo della provincia della Garfagnana, territorio turbolento e infestato dai banditi, dove riuscì a dare prova delle sue capacità politiche.
Tornato a Ferrara, riprese ad occuparsi degli spettacoli di corte completando una commedia iniziata nel 1520, intitolata il Negromante, e scrivendone una nuova intitolata la Lena.
Questi furono gli anni più tranquilli della vita del poeta che si trasferì in una casa modesta in contrada Mirasole, dove continuò la revisione dell’Orlando furioso. Ammalatosi morì nel 1533.
Ariosto: Le SATIRE
Tre il 1517 e il 1527 Ariosto scrive sette satire in forma di lettere indirizzate a parenti e amici, il titolo si rifà al modello della satira latina in altre parole delle opere in versi.
Il termine satira è di origine greca e deriva da satura lanx che può indicare o un piatto ricolmo di diversi frutti, o un genere teatrale che inglobava in esso vari tipi di spettacolo.
Il primo scrittore di satira è stato Ennio e dopo di lui gli esponenti del circolo degli scipioni, tra i quali troviamo Lucilio che scrisse trenta libri di satire.
La parola satira è usata come titolo di un genere letterario perché troviamo nell’opera diversi argomenti e diversi tipi di verso e di metrica.
Il più grande autore di satire fu Orazio vissuto nell’età di Augusto e poeta di Mecenate. La sua satira ha carattere personale ed è scritta con uno stile elaborato, raffinato ma all’apparenza colloquiale, conversevole; proprio per questo motivo Orazio, aveva dato alla sua opera il titolo di Sermones cioè discorsi, per la cui composizione ha utilizzato l’esametro, che permette appunto uno stile discorsivo.
La seconda caratteristica dell’opera di Orazio è l’esemplificazione dei problemi trattati tramite favole. In altre parole, tutti gli avvenimenti narrati sono introdotti, paragonati o spiegati tramite favole.
Le satire hanno anche un altro elemento importante che esprime uno stato d’animo, una regola di vita. La regola in cui si esprime è est modus rebus che assume il significato di avere misura in tutte le cose; in pratica l’uomo deve avere un metro di misura proprio in ogni comportamento.
Abbiamo detto ciò perché nell’opera di Ariosto sono presenti tutte queste caratteristiche:
- Anche le sette satire di Ariosto partono da episodi personali e hanno diverse tematiche
- Anche in lui gli episodi narrati sono esemplificati dalle favole
- Lo stile è discorsivo, apparentemente colloquiale, quindi uno stile della conversazione quotidiana ottenuto con espressioni e termini tratti dal parlato e con uso di metafore che si rifanno alla vita comune ma non mancano però termini più rari o del linguaggio letterario. Il tutto è elaborato in modo tale che lo stile diventa il risultato di un lungo lavoro di limatura.
Dalla satira scaturisce il desiderio di Ariosto di condurre una vita serena, tranquilla, modesta, ma indipendente da qualsiasi tipo di servitù. Questo pensiero contrastava con la condizione dell’intellettuale dell’Italia rinascimentale perché vivendo nella corte non poteva essere né completamente libero né completamente rinchiuso.
Da ciò nasce la posizione di critica nei confronti della corte che scaturisce da tutte le satire di Ariosto.
Le satire di Ariosto hanno struttura dialogica perché il poeta dialoga, al loro interno, sia con se stesso sia con i destinatari delle satire che sono suoi parenti o amici.
A volte può capitare che l’interlocutore sia immaginario; questa caratteristica insieme al racconto mitologico è usata nell’Orlando furioso che è la sua opera più grande.
Tematiche delle varie satire di Ariosto:
- La condizione dell’intellettuale cortigiano
- L’ambizione di riuscire a rendersi indipendente e condurre così una vita tranquilla dedicata agli studi e alla famiglia
- Tutti i compiti di natura pratica che gli venivano imposti dal principe che gli impedivano di dedicarsi agli studi
- La follia degli uomini (che sarà poi al centro dell’Orlando furioso) che riguardava il rincorrere da parte dell’uomo la fama, il successo, la gloria e l’avidità di potere
Rispetto a questa follia l’Ariosto è ironico e polemico e sottolinea che nella vita di corte, tutti questi valori fittizi si sostituiscono ai veri valori e impediscono di raggiungere la serenità interiore.
Le satire sono importanti per capire l’Orlando furioso perché è sempre presente un atteggiamento di riflessione e di conoscenza del reale.
Nell’Orlando furioso quest’aspetto è meno appariscente perché è velato dal fiabesco, dal meraviglioso che è descritto attraverso le avventure cavalleresche.
Ariosto: L’ORLANDO FURIOSO
La prima edizione formata in 40 canti e scritta nel 1515/1516 è stata revisionata nel 1521, revisione di carattere linguistico poiché l’opera conteneva troppe strutture. Una seconda edizione è del 1521 ed è formata da 46 canti. Infine c’è una terza versione del 1532, corretta e revisionata secondo i canoni della lingua che ha prevalso, cioè quella di Pietro Bembo che ha pubblicato le vulgari lingue nel 1532.
Questa terza edizione contiene novità nei contenuti perché Ariosto ha introdotto molti avvenimenti della storia contemporanea.
- La prima edizione usa una lingua cortigiana mentre la terza usa quella di Petrarca e Boccaccio
- La terza edizione è stata pubblicata dal figlio dell’Ariosto con l’aggiunta di cinque canti composti dal padre nel 1518/1519.
Ariosto non aveva mai inserito questi cinque canti a causa delle tematiche pessimistiche che essi contengono e dello stile. Soprattutto le tematiche erano negative e riflettevano il progredire della crisi politica e storica accentuatasi negli ultimi anni della sua vita.
Tasso e l’opera “LA GERUSALEMME LIBERATA”
Tasso è vissuto nella seconda metà del 1500.
La Gerusalemme liberata era la prima idea di poema epico, idea avuta da Tasso quando aveva 15 anni e aveva composto nel 1559/1561 ben 116 ottave di un poema: il Gierusalemme.
Nel 1565 Tasso arriva a Ferrara alla corte d’Alfonso 1° d’Este, qui rimane affascinato dal fatto che a corte erano graditi i poemi. Nel 1566 Tasso riprende a scrivere sei canti di un poema il Gotifredo ripreso poi nel 1570 e concluso nel 1575. Tasso non fece mai pubblicare il poema ma, esso fu pubblicato ugualmente in 14 copie dalle copie manoscritte senza la sua autorizzazione nel 1580 con il titolo di Gotifredo. Tasso sconfessa quest’edizione e ripubblica l’opera in 20 canti col titolo di: Gerusalemme liberata.
Nel 1584, Tasso revisiona l’opera, trasportato da problemi religiosi e psicologici. Pone, infatti, delle censure soprattutto sulle parti che gli sembrava non rispondessero ai canoni voluti dalla chiesa.
Alla fine della sua vita aveva dato all’opera un altro titolo: Gerusalemme conquistata.
Differenze fra i poemi di Ariosto e Tasso
- Il poema di Ariosto è epico cavalleresco, scritto in ottave e attraverso le avventure dei personaggi celebra la casa d’Este. Il poema è dedicato ad Ippolito d’Este; lo stesso titolo “Orlando furioso” indica che sono raccontate vicende del ciclo carolingio, unite però alle avventure del ciclo bretone. La tematica è perciò amorosa e Ariosto la integra alla tematica della follia (Orlando furioso per amore). Queste tematiche sono trattate attraverso il fiabesco e il meraviglioso. Anche la struttura dell’opera è tipica dei poemi cavallereschi e cioè è aperta. Una struttura si dice aperta quando le vicende si snodano le une dalle altre ed è l’autore a decidere di porre fine alle avventure dei personaggi che però potrebbero continuare all’infinito.
- Il poema di Tasso è epico tradizionale, anch’esso scritto in ottave. Celebra la chiesa, l’eroismo guerresco e le idealità religiose. Possiamo notare il carattere tradizionalistico dell’opera anche dalla sua struttura che è chiusa. La struttura chiusa è in pratica tipica dei poemi tradizionali e consiste nel conoscere, da parte dell’autore, già all’inizio della composizione, quale sarà l’inizio, lo svolgimento e la conclusione delle vicende narrate.
- Il poema di Ariosto ha lo scopo di intrattenere il pubblico
- Il poema di Tasso ha lo scopo dell’insegnamento morale oltre che, naturalmente dell’intrattenimento.
- Tasso utilizza come modello l’epica classica (Omero con l’Iliade e Virgilio con l’Eneide)
- I modelli cui si rifà Ariosto sono i poemi cavallereschi medievali e i cantari popolari. Nell’Orlando furioso ci sono anche reminiscenze classiche. Ariosto, in base al principio d’imitazione umanistico rinascimentale, trae per intero episodi da autori come Virgilio e Ovidio (Eneide, Metamorfosi). Gli esempi presi sono mitologici dei quali sono riportati alcuni versi delle opere originali. Il risultato è che l’opera assume un rivestimento di forme classiche che però sono rielaborate secondo la visione della vita rinascimentale. L’autore realizzando un opera originale riprende l’opera di Matteo Maria Boiardo dal punto in cui lui l’aveva interrotta.
- La materia dell’Orlando furioso è la guerra tra Carlo Magno e i Saraceni (mori d’Africa); essa inizia con l’assedio di Parigi.
- Il poema di Tasso narra la conquista di Gerusalemme e la liberazione del Santo Sepolcro nel 1099, durante la prima crociata, da parte dell’esercito guidato da Goffredo di Buglione. Il racconto quindi, anziché su una storia leggendaria, si basa su fatti storici realmente accaduti ma lontano nel tempo in modo che l’autore possa inserire fantasia e finzione. L’episodio trattato dal Tasso è attuale. Infatti, in questo periodo si ha l’avanzata dei turchi nel Mediterraneo e la loro sconfitta a Lepanto nel 1570/1571 come ugualmente furono sconfitti durante la 1° crociata per liberare il Santo Sepolcro.
- Tasso rispetta il precettismo della 2° metà del 1500 in base alle unità aristoteliche rispettando l’unità d’azione. Tutta l’organizzazione dell’intreccio è basata sull’assedio di Gerusalemme e sulla conquista del Santo Sepolcro. Vi è un eroe centrale, Goffredo di Buglione, che riesce a contenere tutte quelle azioni disgregatrici che allontanano gli altri eroi dal campo cristiano (Goffredo li riporta sempre nel campo mantenendo in questo modo l’unità d’azione). Questo significa che nel poema non sono assenti azioni secondarie, dovute alle avventure dei diversi personaggi, però ogni avventura secondaria è sempre dominata dall’azione principale.
- Nel poema dell’Ariosto abbiamo tre filoni narrativi che sono:
- La guerra dei mori contro Carlo Magno
- Amore di Orlando per Angelica e pazzia di Orlando (Angelica è in continua fuga ed è continuamente ricercata da Orlando che diventerà pazzo quando Angelica si sposerà con Medoro. Alla fine Orlando recupererà il senno grazie al cugino Astolfo che andrà a recuperarlo sulla Luna)
- Storia di Ruggero e Bradomante
Il terzo filone narrativo ha carattere encomiastico perché dai due personaggi sopra citati l’Ariosto farà discendere la casa d’Este. La storia di Ruggero e Bradomante si svolge affrontando continui contrasti perché Ruggero, essendo pagano, non poteva sposare Bradomante che era cristiana per questo alla fine Ruggero si convertirà al cristianesimo.
Oltre a questi tre filoni sono portate avanti, in parallelo, tantissime altre storie della stessa importanza di quelle dei filoni principali con una tecnica particolare che era già stata utilizzata in minor misura dal Boiardo nell’Orlando innamorato.
Questa tecnica ha nome francese entrelacement e consiste nel portare avanti una storia fino al punto culminante, interromperla per creare nel lettore la suspance e per continuare un’altra storia che era stata interrotta al suo momento culminante per poi interromperla nuovamente e continuarne un’altra.
Oltre a questa tecnica molte volte il racconto è introdotto per inserire altre parti che non hanno continuità con la storia e la spezzano es. novelle a carattere mitologico o comico che hanno lo stesso rapporto all’interno dell’opera delle novelle con la cornice del Decameron di Boccaccio.
Inoltre abbiamo allusioni ad avvenimenti storici contemporanei e ancora delle parti in cui l’autore interviene in prima persona (io narrante indipendente dai personaggi).Questi interventi in generale hanno carattere morale rispetto al comportamento dei personaggi, in genere assumono anche carattere universale perché sono riferiti (prendendo spunto dal comportamento del personaggio) a tutto il genere umano (processo di universalizzazione dei concetti).
Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia da famiglia nobile nel 1474. La morte del padre, avvenuta nel 1500, fa’ si che l’Ariosto cominci a provvedere al sostentamento della famiglia. Trasferitosi a soli 10 anni a Ferrara, viene a contatto con la corte estense, dove è accolto subito al servizio del cardinale Ippolito, per conto del quale svolge un’intensa attività politica-amministrativa.
Nel 1517 Ludovico, però, rifiuta di seguire il Cardinale Ippolito in Ungheria : questo determina la rottura fra i due. Così, un anno più tardi, entra al servizio del duca Alfonso d’Este, fratello d’Ippolito.
Anche il nuovo incarico costringe l’Ariosto a vari spostamenti. Infatti intorno al 1522 deve, a causa di una crisi economica alla corte estense, accettare l’incarico di Commissario ducale in Garfagnana per fare giustizia contro briganti prepotenti. Proprio in questo periodo si innamora, a Firenze, di Alessandra Benucci, che più tardi sposa segretamente per non perdere un beneficio ecclesiastico. Esaurito il tempo del suo incarico in Garfagnana nel 1525 è ben lieto di ritornare ad avere una vita relativamente tranquilla in una “casetta” a Ferrara. Le faccende pratiche non gli hanno comunque impedito di continuare i suoi studi letterali ed oltre ad odi in latino scrive parecchie liriche in volgare, dedicandosi anche al teatro.
Dalla fine del ‘400, presso varie corti, specialmente a Ferrara e Mantova, si diffonde la recitazione di commedie di Plauto e Terenzio. Imitando Plauto, l’Ariosto, scrive allora la “Cassaria” e “I Suppositi”, dando l’avvio alla commedia classica in volgare. In quegli anni comincia anche l’ “Orlando Furioso” che compone fino alla prima edizione del 1516, in quaranta canti. Quest’opera, come tutti i cantari ed i romanzi cavallereschi, è scritta in ottave e si rifà alla materia cavalleresca e particolarmente a quella trattata da un altro poeta della corte ferrarese, Matteo Maria Boiardo, autore dell’ “Orlando innamorato”. L’Ariosto però introduce nel tema boiardesco un ulteriore sviluppo : Orlando, il saggio e santo paladino, non solo è innamorato ma per tale amore giunge alla pazzia.
Finita la composizione del poema, l’Ariosto scrive le “Satire” in cui esprime fatti della vita quotidiana commentati in tono dolente e consapevole dell’irrimediabilità dei difetti degli uomini. Tale attività però non lo distrae da una revisione dell’ “Orlando Furioso” che esce in seconda edizione, riveduta e corretta, nel 1521. Ancora negli anni seguenti aggiunge cinque canti alla fine e rivede ancora una volta a fondo l’intero poema, cosicché nel 1532 licenzia la terza edizione accresciuta di quarantasei canti, quale noi oggi la leggiamo.
Il 6 luglio dell’anno dopo muore a Ferrara all’età di 59 anni.
L’ Orlando Furioso
L’Ariosto inizia la stesura dell’ “Orlando Furioso” intorno al 1505, quando ha poco più di trent’anni. Il poema è la continuazione dell’ “Orlando Innamorato” di Matteo Maria Boiardo.
L’ “Orlando Furioso” non ha un unico protagonista né una trama lineare ma è possibile distinguere tre grandi filoni narrativi, che si intrecciano nel poema. Il primo è il tema della guerra, epico, che fa’ da scenario e riguarda tutti gli eroi del poema. Il secondo è la vicenda romanzesca tra Orlando e Angelica; infatti l’amore di Orlando per Angelica e la follia che ne deriva dà il titolo al poema. Il terzo permette lo svolgimento del tema encomiastico : dall’amore di Ruggiero e Bradamante sorgerà la casa degli Estensi.
Le avventure degli altri cavalieri, nel poema, si ricollegano più o meno direttamente a quelle di Orlando. Così accade per Rinaldo, suo cugino, anch’egli innamorato di Angelica, e per Astolfo che recupererà il senno di Orlando a cavallo dell’ Ippogrifo fin sulla luna.
L’ “Orlando Furioso”, riprendendo la materia cavalleresca trattata da Boiardo, obbedisce all’intento prevalente di ironizzarla e rivolgerla a nuovi significati. Lo stile di Ariosto esprime un tentativo di distacco e di controllo razionale sui fatti narrati, in quanto evita sia le punte estreme del realismo e del tragico sia quelle del tono comico e ironico.
Le opere minori
Le prime due commedie scritte dall’Ariosto, la “Cassaria” e “I Suppositi”, furono stese in prosa. Esse traggono origine da eventi biografici e affermano punti di vista che fanno riferimento ad atti concreti della realtà vissuta. La “Cassaria” venne rappresentata per il carnevale del 1508 mentre “I Suppositi” venne rappresentata un anno dopo. Dopo circa un decennio di riflessione l’Ariosto ritornò a riscrivere opere teatrali, abbandonando la prosa per la poesia. Nel 1520 ci fu la prima rappresentazione del “Negromante”, altra commedia scritta dall’Ariosto.
Le sette “Satire”, scritte tra il 1517 e il 1525, costituiscono dopo l’ ”Orlando Furioso” l’opera ariostesca più nota. Le “Satire” sono rivolte a personaggi reali : l’Ariosto immagina di colloquiare con essi, rispondendo alle loro domande e perfino alle loro accuse.
Nella prima satira l’Ariosto spiega perché non ha voluto seguire il cardinale Ippolito d’Ungheria : il disagio del viaggio, la lontananza dalle persone amate, la lontananza dagli studi e soprattutto il desiderio di vivere secondo i propri umori, in personale indipendenza. Nella seconda descrive e ripudia i costumi della corte papale di Roma, oltre a condannare il nepotismo, tornando ad esprimere il suo desiderio di vivere indipendente e lontano dallo sfarzo della corte. Nella terza condanna genericamente tutte le corti ed espone a suo cugino il suo ideale di vita, semplice e senza ambizioni mondane : desidera solamente una buona moglie. La quarta satira fu composta durante la permanenza in Garfagnana, in cui il poeta descrive la sua vita difficile ed esprime la nostalgia per Ferrara e per la donna amata. La quinta satira è rivolta ancora a suo cugino Annibale, in procinto di sposarsi, a cui dà consigli sul matrimonio. La sesta satira è rivolta a Pietro Bembo, a cui chiede di trovargli un maestro per il figlio Virgilio. L’ultima satira, analoga alla prima, fu scritta in Garfagnana nel 1524 e racconta come egli abbia rinunciato ad essere nominato ambasciatore del duca Alfonso presso il papa Clemente VII.
Ancora una volta il poeta delinea il proprio ideale di vita : accanto ad una donna innamorata, tra i libri e gli amici, e al di fuori della società mondana.
Bibliografia:
“Storia della letteratura italiana”
di F.Montanari e M.Puppo,
Società Editrice Internazionale, 1987 - Torino
“Il cavaliere medievale”
di T.Di Salvo,
La Nuova Italia Editrice, 1991 - Firenze
“La scrittura e l’interpretazione”
di R.Luperini, P.Cataldi, L.Marchiani, F.Marchese
Palumbo Editore, 1997 - Palermo
Ariòsto (Ludovico), poeta italiano (Reggio nell'Emilia 1474 - Ferrara 1533). Di nobile famiglia, dopo aver studiato con vari precettori, nel 1489 fu avviato dal padre agli studi giuridici, ma ben presto li abbandonò per seguire la vocazione letteraria. Fece le prime prove poetiche dedicandosi dapprima alla lirica latina (agli anni 1494-1503 risalgono i Carmina) e quindi a quella in volgare cui le Rime risalgono e dove l'A. sperimentò le diverse forme della tradizione petrarchesca. La morte del padre (1500) pose fine alla spensieratezza dei primi anni: l'A., che era il primogenito, dovette provvedere all'amministrazione familiare e alla sistemazione dei fratelli e delle sorelle, oltre che alla propria. Nell'intento di conciliare gli interessi letterari con le necessità pratiche, cercò dapprima di inserirsi, sull'esempio del padre, nella struttura laica dello Stato ferrarese, e fu capitano, dal 1501 al 1503, della rocca di Canossa. Nel 1503 tornò a Ferrara e iniziò una diversa carriera: prese gli ordini minori e nel 1504 entrò al servizio del cardinale Ippolito, fratello di Alfonso d'Este, che nel 1505 sarebbe diventato duca. Nell'insieme, il servizio presso il cardinale non era molto gradito al poeta, e tuttavia gli permise di ottenere alcuni benefici ecclesiastici e di accudire agli interessi propri e familiari e di comporre le prime commedie, destinate alle rappresentazioni di corte, La Cassaria in prosa (1508) e I Suppositi in prosa (1509), e di attendere inoltre, con cura paziente, alla prima stesura (1504-1516) del suo capolavoro, l'Orlando furioso. Lasciato il mondo un po'angusto della corte di Ippolito, il poeta entrò al servizio del duca Alfonso, che stava cercando con ogni sforzo di salvare, sullo scacchiere politico di quegli anni, in un gioco ormai ampio ed europeo, l'esistenza del suo Stato. L'A. gli fu stimato collaboratore, e ricevette da lui incombenze e onori ragguardevoli, anche se gli incarichi non furono sempre tranquilli, come quando fu inviato (1522-1525) a governare la turbolenta provincia della Garfagnana; e anche se non mancarono dissapori e tensioni, dovuti a una disputa patrimoniale, fra lui e il duca. Incontrata prima a Ferrara, poi a Firenze una gentildonna fiorentina, Alessandra Benucci, si innamorò di lei, prima ancora che le morisse, nel 1515, il marito Tito Strozzi. La Benucci si trasferì quindi a Ferrara e la relazione con il poeta prese l'aspetto di un amore calmo e costante e si regolarizzò in un matrimonio celebrato in segreto nel 1526. Dopo la seconda stesura dell'Orlando furioso, preparata nel 1521, il poeta ne preparò una terza, con ampie aggiunte e correzioni, pubblicata nel 1532. Per le rappresentazioni di corte egli preparò inoltre il rifacimento delle vecchie commedie e ne compose di nuove: La Lena (1528-1529), Il Negromante (1528), I Suppositi in versi (1529-1531), La Cassaria in versi (1531). La morte lo colse nell'intimità della famiglia quando la sua fama di poeta era ormai vasta in Italia e in Europa e gli erano giunti autorevoli riconoscimenti, anche da parte dell'imperatore Carlo V. Fra le opere minori vanno ricordate anche le Satire (1517-1525).
Letteratura tutto di tutto
Il superamento della filosofia materialistica in
Foscolo, Manzoni e Leopardi
La filosofia del Materialismo, che nega l’esistenza di sostanze spirituali, afferma che la materia è all’origine di tutte le cose, che vengono generate secondo un rapporto deterministico di causa-effetto, senza nessun finalismo e che inoltre anche la vita spirituale dell’uomo deriva dalla materia che forma il corpo. Attorno alla metà del Settecento, tale dottrina viene ripresa, diventando materialismo meccanicistico, da un gruppo di filosofi dell’Illuminismo. Il Materialismo meccanicistico in Italia fu fatto proprio dal Foscolo e dal Leopardi che scrisse una serie di appunti su di esso anche nello Zibaldone. Lo stesso Manzoni, nella sua concezione della storia, parte da una concezione illuministica meccanicistica, vedendo nella storia stessa, sangue ed ingiustizie senza nessuna speranza di redenzione o di felicità in terra. Così come Foscolo, che inizialmente vede nel mondo tirannide, oppressione e nessuna speranza di salvezza o di fiducia; anche Leopardi, precisamente nello Zibaldone, afferma che <<la materia può pensare, la materia pensa e sente>>.
Ma, in un secondo momento, i tre autori, ognuno in modo diverso, riescono a superare la filosofia materialistica, da cui erano partiti. Foscolo, dopo la delusione del trattato di Campoformio, con cui Venezia viene da Napoleone ceduta all’Austria, cade in un profondo pessimismo e la sua filosofia materialistica è così forte che il protagonista de "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" si suicida senza nessun’altra speranza. Ma, con "I Sepolcri" il Foscolo, dopo aver iniziato il Carme con una concezione materialistica. " A che servono le tombe, se tutto nasce e finisce nella materia?" supera tale concezione materialistica, perché il suo cuore si ribella alla ragione, la quale freddamente conclude che la vita è materia, è un ciclo continuo di vita e di morte. A questo punto, il poeta si affida alle Illusioni, ideali che, respinti dal filosofo, vengono accettati dal sentimento dell’uomo, incapace di credere che tutto verrà dimenticato dopo la morte, anche le gesta di grandi e valorosi uomini .
Foscolo con la ragione si rende conto che le Illusioni, come la Tomba, l’Amore, la Bellezza, la Poesia, l’Amicizia, non esistono realmente, ma con il cuore sente che l’uomo non può fare a meno per vivere e per superare le tragedie, le miserie e le ingiustizie della vita, di affidarsi alla fede in queste Illusioni.
Per il poeta, la più importante delle illusioni è la Poesia, pura e libera dal servilismo politico; grazie ai poeti come Omero che, traendo ispirazione dal sepolcro di Troia, dove erano seppelliti i grandi eroi, cantò gli stessi eroi e le loro imprese, i fatti e gli uomini grandi della Storia diventano eterni, combattendo e superando la concezione materialistica che vuole che tutto finisca con la fine stessa della Materia. Così, nei "Sepolcri", Foscolo supera il pessimismo e l’arida filosofia materialistica con la fede nelle Illusioni, che alimentano il cuore dei giovani eroi per grandi imprese; egli stesso, lasciando ai posteri un’opera come "I Sepolcri" che stimola alla libertà e a grandi gesta, sa che diventerà immortale ed eterno, anche dopo la sua morte, perché immortale sarà la sua opera.
Anche nell’Ode "All’amica risanata" la visione della malattia della donna (cioè della triste e peritura realtà) è superata dalla fede nell’Illusione della bellezza che, ispirando il poeta, rende divina quindi eterna la stessa donna mortale. Illusione delle illusioni è quindi la Poesia, eternatrice dei miseri ed aridi fatti umani, che si nutre a sua volta di Illusioni quali la Bellezza, l’Amore, la Patria. Nelle "Grazie", le idee pongono un velo di civiltà, armonia, divinità, al misero mondo umano, che viene così alla fine trasfigurato in un’aura di sogno e di simboli che fanno diventare la storia, Metastoria. E’ proprio con i Miti del mondo classico che Foscolo riesce a superare l’iniziale concezione materialistica: Omero, Venere, Aiace, personaggi reali che, divenuti grazie alla Poesia, eterni, sono ormai Ideali supremi che hanno trasfigurato e superato la triste realtà e che quindi incarnano dei valori assoluti e necessari, che permettono al sentimento degli uomini e alla loro stessa civiltà di sopravvivere alla breve esistenza terrena.
Anche il Manzoni, prima della conversione aveva una concezione meccanicistica del mondo, governato da una forza operosa che affatica le cose di moto in moto come il Foscolo e come più tardi il Leopardi. Ma mentre il Foscolo affida la sua immortalità alle opere poetiche, il Manzoni riesce a superare la sua concezione materialistica con la fede in Dio e nella Provvidenza che illumina e spiega, secondo un imperscrutabile giudizio divino, le tragiche e misteriose vicende della vita. I Promessi Sposi narrano la storia di due umili filatori di seta, Renzo e Lucia, il cui matrimonio viene impedito da Don Rodrigo, un signorotto prepotente che, invaghitosi di Lucia, ideò un rapimento, servendosi di un signore malvagio, l’Innominato. Da questo rapimento, deriva tutta una serie di peripezie a cui vanno incontro sia Renzo sia Lucia, fino alla conclusione quando i due Promessi Sposi possono finalmente sposarsi.
Dietro la vicenda di questi due umili personaggi, appare lo sfondo del ‘600, con la Peste, la presenza di personaggi storici e soprattutto con la Provvidenza che illumina tutto e tutti, perché anche la storia è, il Manzoni, rivelazione di Dio in terra così come per Dante la storia, la politica si fonde con la Teologia.
Tale opera infatti, rappresenta la fede degli umili sventurati, che nonostante le angherie dei potenti, non smettono mai di credere in Dio, il quale "non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande…". E’ questa grande fede in una vita ultraterrena, che sostiene e dà forza agli umili, per i quali ci sarà vera giustizia, felicità e uguaglianza nel regno dei cieli. Ne "I Promessi Sposi" si ha un vero superamento della concezione tragica, arida, materialistica della vita: infatti bisogna accettare la vita e le sue ingiustizie come fiduciosa attesa di Dio, come lotta contro le ingiustizie (Lucia, padre Cristoforo) perché i guai di questo mondo quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore. Perciò questo romanzo si può veramente considerare il poema del Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, come direbbe Dante. All’ideale-giustizia di Adelchi, qui subentra quello del Dio-Provvidenza, di Padre Cristoforo: anche il dolore, qui è accettato come un dono di Dio. A differenza dell’Adelchi, dove da una parte c’era l’ingiustizia degli uomini, dall’altra la giusta giustizia di Dio, ne I Promessi sposi il male e il bene si trovano nelle mani di Dio e gli uomini sono solo strumenti, "Baiuli" (come dice Dante nel canto VI del Paradiso) della Sua volontà.
E’ quindi la profonda carità che eleva e supera le tragedie e tutti i personaggi, in una visione ultraterrena, di eternità, dentro cui e per cui si muove la storia, in una unità intrinseca tra umano e divino, proprio come nel Poema dantesco. Nell’Inno sacro, la Pentecoste, Manzoni, rivolgendosi alla schiava che invidia la donna libera, le ricorda che anche per lei ci sarà libertà ed uguaglianza dopo la vita terrena e che il Regno dei Cieli è degli infelici. In questo modo, il poeta trova una spiegazione alla Sventura della storia, facendola diventare Provvida Sventura: tutte le sventure e le tragedie che si abbattono sul mondo e sulle persone, avendo fede in Dio, sono "provvidenziali" cioè volute dalla Provvidenza divina per condurci, alla fine, alla salvezza e felicità eterna. Ricordiamo l’ode "Il cinque maggio": Napoleone, dopo una vita di gloria, alla fine viene relegato in una piccola isola, solo e dimenticato da tutti; ma una Mano gli viene incontro per condurlo, in questo momento di Provvida Sventura, nel regno della gloria eterna. Lo stesso succede ad Ermengarda, (Adelchi), rifiutata dal marito Carlo Magno e accolta nel regno dei cieli, nel momento di massima solitudine e di infelicità. E’ chiaro, quindi come il Manzoni, partito da una concezione tragica e materialistica, riesca a superarla nella Fede nell’attesa fiduciosa della Grazia di Dio che scende dovunque come "aura consolatrice".
Anche Leopardi, pur non essendo filosofo nel senso comune della parola, parte da una cultura filosofica materialistica: ricordiamo l’operetta morale "Dialogo della natura e di un islandese": "La vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione…:a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tute le cose che lo compongono?" La concezione materialistica presenta, però, pure il senso della nullità dell’uomo e della vita affettiva, riflettendo il poeta sul rapporto tra il fine della natura cosmica e il fine della natura umana, che non coincidono. Infatti nello Zibaldone s’afferma che il fine della natura umana è la felicità… mentre il fine dell’esistenza generale non è la felicità degli uomini.
Il poeta supera quindi la concezione filosofica-materialistica del Settecento, scoprendo questa disarmonia tra la vita dell’uomo e quella dell’universo, che alla fine è la scoperta della spiritualità dell’uomo contro la realtà materialistica della natura. Il fine dell’uomo è quindi diverso da quello della natura: gl’ideali umani forse sono illusioni, espressioni del cuore, proiettate e cantate nel futuro o nel ricordo vago e idillico del passato. Ricordiamo "A Silvia": "Silvia… rimembri ancor". In questo idillio viene svolto il motivo della speranza delusa e stroncata prematuramente: il canto, muovendo da un ricordo personale (Silvia sarebbe Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta a ventun anni nel 1818), oltrepassa quella lontana realtà: la memoria della giovinetta, come dice il critico Flora è: "non più soltanto evocativa e pietosa, ma poetica… è cioè assunta in un significato lirico, ad esprimere non un fatto particolare ma il divino e l’eterno che è in un episodio terrestre". Quindi Teresa è qui diventata Silvia, una fanciulla che si affaccia al limitare della giovinezza "quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi / e tu, lieta e pensosa, il limitare / di gioventù salivi?". (A Silvia vv. 3-6).
In questo Idillio, Silvia lavora e canta, perché simboleggia anche la Speranza sua (e del poeta) in un dolce futuro. Alla fine Silvia muore prima di giungere al fiore dei sui anni, così come -muore– la Speranza del poeta, prima che egli possa vivere la piena giovinezza. L’essenza dolorosa del canto (potremmo dire materialistica nella constatazione della cruda realtà), è però superata dal Mito, dall’Incanto, "dolce e ameno inganno" della Giovinezza e quel senso di gioiosa attesa, presente negli occhi "ridenti e fuggitivi" di Silvia. Anche ne "Il Sabato del villaggio" il poeta ricorda con dolcezza il sabato del suo villaggio, le ragazze e i ragazzi in festa nell’attesa dell’Amore… Il Leopardi non ha la fede religiosa del Manzoni e perciò, quando osserva il rapporto tra le finalità della natura, sempre in un perpetuo circolo di vita e di morte, e le finalità dell’uomo, che cerca disperatamente la felicità, non credendo nell’immortalità dell’anima, supera la materia e trova l’infinità dello spirito, come supremo ideale. Più che superamento o risoluzione del materialismo, il suo atteggiamento si può meglio definire come idealismo naturalistico: egli crea, come poeta e non come filosofo, le infinite Illusioni della sua anima, i miti della Giovinezza, della Felicità, della Gloria.
Anche se in un secondo momento, Leopardi affiderà alla Ragione, il compito di affrontare le tristezze della vita, strappando il velo delle illusioni per guardare in faccia virilmente e titanicamente il vero, il suo sentimento è e rimarrà fondamentalmente un sentimento di commozione, di turbamento verso quegli anni lontani, verso quel mondo ideale di fremiti e di speranze, mondo proiettato nel futuro e nel passato. Così l’iniziale materialismo illuministico, rischiarato dalla voce del sentimento, è già diventato titanismo morale, forza spirituale, "infinito" che supera il finito. Oggi, più che mai, in un mondo proiettato verso un progresso senza limiti, l’uomo accoglie la voce leopardiana che parla ai nostri cuori, ricordandoci i nostro "infiniti" limiti e le nostre tragiche infelicità ma anche, e soprattutto, la nostra innata sete di "Infinito" che ci fa smaniare: "…e un fastidio m’ingombra / la mente, ed uno spron quasi mi punge / sì che, sedendo, più che mai son lunge / da trovar pace o loco". (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv.117-121)
Cesare Balbo - Uomo politico, storico e letterato, nato a Torino da Prospero B. il 27 novembre 1789 e morto ivi il 3 giugno 1853, risentì, nella sua formazione mentale e morale, delle tendenze dell'epoca napoleonica. Tornato a Torino da Firenze con alcuni amici fondò, nel 1804, l'Accademia dei Concordi, nella quale, coltivando gli studi, si coltivava anche l'amore per la patria. Nell'ottobre del 1807 fu nominato uditore al Consiglio di stato, poi segretario generale della giunta Governativa di Toscana, quindi inviato a Roma per riordinare lo Stato pontificio e adattarlo al regime napoleonico.
La caduta di Napoleone allontanò, per vari anni, Balbo dalla vita politica e nel 1817 seguì il padre in Spagna. E' proprio in questo periodo che, attraverso gli studi storici, si forma il suo ideale politico: l'Italia liberata dal dominio austriaco per opera di casa Savoia; le forze delle varie classi sociali, rette da un regime costituzionale, sul tipo inglese. Nel 1819-1820 si unì al gruppo dei liberali che frequentavano Carlo Alberto, presso il quale il Balbo esercitò opera di moderatore: se lo incitava all'indipendenza della patria, dall'altra parte lo esortava a non garantire la costituzione senza il consenso del re. Carlo Alberto lo coinvolse invece in un'unica colpa con il Santarosa e gli altri capi della rivoluzione, sicché il Balbo fu sottoposto all'inchiesta politica e confinato per dieci anni in Camerano.
Nel 1844 pubblicò a Parigi l'opera "Le speranze d'Italia" all'interno della quale oltre a criticare il programma di Gioberti illustra le proprie tesi. Gioberti aveva segnato senz'altro un passo avanti nella preparazione dell'opinione pubblica al compimento dell'unificazione: esso però non chiariva a sufficienza quale parte avrebbe avuto l'Austria nella nuova confederazione. Le possibilità erano due: o l'Austria vi sarebbe entrata, e in tal caso avrebbe preteso il primo posto e rafforzato così il suo predominio in Italia; oppure ne sarebbe stata esclusa, ma allora insieme all'Austria sarebbero rimaste fuori dalla confederazione importanti regioni, quali la Lombardia e le Venezie. Il ragionamento formulato da Balbo era giusto e coglieva uno dei punti deboli del programma neo-guelfo: un'operazione così importante e complessa, quale era l'unificazione politica della penisola, non poteva infatti compiersi senza l'indipendenza del Lombardo-Veneto.
Secondo il Balbo, però per allontanare gli Austriaci non sarebbe stata indispensabile la guerra. L'Austria, a suo avviso, avrebbe finito presto o tardi per abbandonare l'Italia per espandersi verso il Danubio e i Balcani, dove tutto lascia prevedere il crollo dell'impero turco: il "compenso balcanico" avrebbe permesso alla monarchia asburgica di rifarsi largamente della perdita subita. D'altra parte per spingere il governo di Vienna a lasciare l'Italia per i Balcani, era necessario un forte e agguerrito esercito, capace di affrontare e vincere l'Austria in campo aperto: ecco perché bisognava guardare, piuttosto che al pontefice, a Carlo Alberto, sovrano dell'unico Stato ricco di una lunga e gloriosa tradizione militare e capace di garantire la difesa del paese. Anche Balbo, dunque, mirava ad una federazione nell'ambito della quale però doveva essere riservata al papato una funzione moderatrice e al Piemonte un compito preminente.
Carlo Goldoni
Carlo Goldoni commediografo italiano nato a Venezia nel 1707.
Carlo Goldoni e il settecento Scorrendo l'autobiografia goldoniana (i 'Memoires', 1784-87) subito ci colpiscono l'armonia e l'unità della personalità dell'autore: sentiamo che la volontà e la ragione non sono divise, l'animo è guidato da un ottimismo etico che impedisce alle emozioni di sconvolgere l'intelligenza e a questa di far tacere i sentimenti.
I ruoli comici La metamorfosi dei ruoli comici è alla base della riforma; il restauro goldoniano riguarda soprattutto il mondo interiore delle maschere: il vecchio Magnifico, per esempio, da cui deriva Pantalone, amava le giovani donne e cercava di ottenerne i favori, ricorrendo ai servigi del secondo Zanni, balordo e avido; i primi Pantaloni della commedia improvvisa avevano una violenza maledicente e una nascosta lussuria; Goldoni li trasforma in onesti mercanti; continuano a portare l'abito nero e rosso, la berretta di lana, ma il loro animo è mutato; sanno sottomettere sentimenti e desideri al dominio della ragione. |
Letteratura tutto di tutto
Domande e risposte di letteratura
"Il sistema periodico" è un'opera di: Primo Levi
"La grande proletaria si è mossa". Così iniziava l'orazione in onore dei morti e dei feriti in Libia pronunciata nel 1911 da: Giovanni Pascoli
"Una questione privata" è un romanzo di: Beppe Fenoglio
A quale personaggio si ispirò Gabriele D'Annunzio nella creazione di Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere ? Al Jean Des Esseintes di Huysmans
Aldo Palazzeschi è da annoverarsi tra gli autori che: aderirono al Futurismo
Andrea Sperelli, protagonista del romanzo "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio è un personaggio: decadente
Carlo Altoviti, la Pisana, Clara, Spaccafumo, Padre Pendola, sono personaggi del romanzo: Confessioni di un Italiano
Chi è l'autore del romanzo Il gattopardo? Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Chi è l'autore dello Zibaldone? Giacomo Leopardi
Chi è l'autore di "Satura"? Eugenio Montale
Chi ha scritto Il gattopardo? Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Chi ha scritto la raccolta poetica "Sentimento del tempo"? Giuseppe Ungaretti
Chi, tra i seguenti autori, ha scritto La scacchiera davanti allo specchio? Massimo Bontempelli
Chi, tra i seguenti letterati, nacque per primo? Francesco Petrarca
Chi, tra i seguenti letterati, nacque per primo? Dante Alighieri
Chi, tra i seguenti letterati, nacque per primo? Giovanni Boccaccio
Chi, tra i seguenti letterati, nacque per primo? Torquato Tasso
Di quale dei seguenti romanzi è protagonista Agilulfo? Il cavaliere inesistente
Don Ferrante è un personaggio di: "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni
Dove e quando è ambientato il romanzo La ragazza di Bube di Carlo Cassola? In Toscana, poco dopo la seconda guerra mondiale
Ettore Schmitz è il vero nome di: Italo Svevo
Fra le opere più importanti di Luigi Pirandello si può annoverare: Questa sera si recita a soggetto
Il barone Lamberto, vecchissimo e ricchissimo signore novantenne tenuto in vita da un maggiordomo e da alcuni servitori che continuano a ripetere il suo nome, è un personaggio inventato da: Gianni Rodari
Il fondatore del periodico "Il Caffè" fu: Pietro Verri
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello è: un romanzo
Il progressivo affermarsi in Italia di comportamenti e valori tipici della civiltà dei consumi è stato definito omologazione culturale da: Pier Paolo Pasolini
Il protagonista del romanzo epistolare Le ultime lettere di Jacopo Ortis indirizza le sue missive a un amico che si chiama: Lorenzo Alderani
Il romanzo "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio è legato al movimento letterario: decadentista
Il romanzo "Il piacere" è stato scritto da Gabriele D'Annunzio. In quale secolo? Diciannovesimo
Il romanzo Canne al vento è un'opera di: Grazia Deledda
Il romanzo Il barone rampante è stato scritto da Italo Calvino. In quale secolo? Ventesimo
Il romanzo L'isola di Arturo di Elsa Morante è ambientato a: Procida
Il titolo dell'ultimo romanzo di Susanna Tamaro è: Anima mundi
In che secolo visse lo scrittore Alberto Moravia? XX secolo
In quale città era nato il poeta Giuseppe Ungaretti? Alessandria d'Egitto
In quale delle seguenti città nacque Giovanni Verga? Catania
In quale delle seguenti città nacque Giuseppe Tomasi di Lampedusa? Palermo
In quale secolo è nato Alessandro Manzoni? Diciottesimo
In quale secolo è nato Giacomo Leopardi? Diciottesimo
In quale secolo è nato Giosuè Carducci? Diciannovesimo
In quale secolo è nato Giovanni Pascoli? Diciannovesimo
In quale secolo è nato Giovanni Verga? Diciannovesimo
In quale secolo è nato Italo Calvino? Ventesimo
In quale secolo è nato Luigi Pirandello? Diciannovesimo
In quale secolo è nato Ugo Foscolo? Diciottesimo
Indicare il nome da scartare. Antonio Fogazzaro
Indicare quale delle seguenti raccolte di poesie NON è di Giuseppe Carducci. Myricae
Individuare l'alternativa che abbina in modo SCORRETTO opera e autore. "Morte accidentale di un anarchico" - Pier Paolo Pasolini
Individuare l'alternativa che abbina in modo SCORRETTO personaggio letterario e opera di cui è protagonista. Cosimo - Il sentiero dei nidi di ragno
Individuare l'ERRATO abbinamento romanzo-autore. "Il quartiere" - Pier Paolo Pasolini
Individuate il "don" anomalo rispetto agli altri quattro. don Abbondio
Insegnò grammatica greca e latina all'università di Messina: Giovanni Pascoli
Italo Svevo è lo pseudonimo di: Ettore Schmitz
La "poetica del fanciullino" è una caratteristica dell'opera di: Giovanni Pascoli
La barca dei Malavoglia si chiama: Provvidenza
La poesia "A Silvia" è stata scritta da Giacomo Leopardi. In quale secolo? Diciannovesimo
La raccolta poetica "Odi barbare" è stata scritta da Giosuè Carducci. In quale secolo? Diciannovesimo
La raccolta poetica "Ossi di seppia" è stata scritta da Eugenio Montale. In quale secolo? Ventesimo
L'autore del romanzo "Il giardino dei Finzi-Contini" (1962) è: Giorgio Bassani
L'autore della raccolta di poesie Ossi di seppia è: Eugenio Montale
Le cosmicomiche sono opera di: Italo Calvino
Le Operette morali sono state scritte da: Giacomo Leopardi
L'opera teatrale Sei personaggi in cerca d'autore"è stata scritta da Luigi Pirandello. In quale secolo? Ventesimo
Nel 1827 e nel 1840 uscirono la prima e la seconda edizione di un famoso romanzo, che l'autore aveva sottoposto, nel frattempo, a un'accurata revisione linguistica. Si trattava di: "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni
Nel 1990 moriva un famoso scrittore italiano, autore di vari romanzi, tra cui Gli indifferenti, La romana, La noia. Di chi si tratta? Alberto Moravia
Qual è il corretto ordine cronologico delle seguenti opere di Alessandro Manzoni? "Adelchi" - "Fermo e Lucia" - "Storia della colonna infame" - "Sulla lingua italiana"
Qual è il lavoro che ha lasciato incompiuto il drammaturgo Luigi Pirandello? I giganti della montagna
Quale autore italiano ha scritto Marcovaldo? Italo Calvino
Quale dei seguenti autori fu un esponente del Neorealismo? Vasco Pratolini
Quale dei seguenti autori fu un esponente del Realismo? Luigi Pirandello
Quale dei seguenti autori fu un esponente del Realismo? Italo Svevo
Quale dei seguenti autori fu un esponente del Verismo? Matilde Serao
Quale dei seguenti autori ha scritto la lirica "Pianto antico"? Giosuè Carducci
Quale dei seguenti autori ha scritto la poesia Pellegrinaggio? Giuseppe Ungaretti
Quale dei seguenti autori ha scritto la raccolta poetica Alcyone? Gabriele D'Annunzio
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel diciottesimo secolo? Alessandro Manzoni
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XIX secolo? Giovanni Verga
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XIX secolo? Giovanni Pascoli
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XIX secolo? Giosuè Carducci
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XVIII secolo? Giacomo Leopardi
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XVIII secolo? Ugo Foscolo
Quale dei seguenti autori italiani è nato nel XX secolo? Italo Calvino
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Carlo Goldoni
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Francesco Petrarca
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Francesco Petrarca
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Lorenzo Machiavelli
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Ugo Foscolo
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Ludovico Ariosto
Quale dei seguenti autori nacque per primo? Corrado Govoni
Quale dei seguenti autori NON è nato nel XVIII secolo? Giosè Carducci
Quale dei seguenti autori NON è nato nel XVIII secolo? Italo Svevo
Quale dei seguenti autori NON è nato nel XX secolo? Ippolito Nievo
Quale dei seguenti poeti aderì all'Ermetismo? Giuseppe Ungaretti
Quale dei seguenti racconti NON fa parte della raccolta Vita dei campi di Giovanni Verga? La roba
Quale delle seguenti alternative dispone le opere nel corretto ordine cronologico? Il fu Mattia Pascal; Le sorelle Materassi; Il cavaliere inesistente; l nome della rosa
Quale delle seguenti alternative riporta gli autori secondo il corretto ordine cronologico? Petrarca, Leopardi, Pavese, Fo
Quale delle seguenti composizioni poetiche è stata scritta da Giacomo Leopardi? Il passero solitario
Quale delle seguenti NON è un'opera di Eduardo De Filippo? Il mercante di Venezia
Quale delle seguenti opere è di Italo Calvino? Il sentiero dei nidi di ragno
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Alessandro Manzoni? Il Conte di Carmagnola
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Dino Buzzati? Il deserto dei tartari
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Gabriele D'Annunzio? Il Piacere
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Gabriele D'Annunzio? La pioggia nel pineto
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Ippolito Nievo? Le Confessioni di un italiano
Quale delle seguenti opere è stata scritta da Ugo Foscolo? Ultime lettere di Jacopo Ortis
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da Grazia Deledda? Agostino
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da Leonardo Sciascia? La cognizione del dolore
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? Moby Dick
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? I dolori del giovane Werther
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? Faust
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? Amleto
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? Il ritratto di Dorian Gray
Quale delle seguenti opere NON è stata scritta da un autore italiano? David Copperfield
Quale delle seguenti opere NON fu scritta da Pirandello? Una donna
Quale delle seguenti raccolte poetiche NON è stata scritta da Eugenio Montale? Il porto sepolto
Quale di questi cittadini italiani è stato insignito del premio Nobel per la letteratura? Grazia Deledda
Quale fu la prima opera letteraria composta da Alessandro Manzoni, dopo la conversione al cattolicesimo? Inni sacri
Quale intellettuale italiano fondò nel 1911 la rivista "L'Unità"? Gaetano Salvemini
Quale movimento letterario fu più vicino alla visione culturale del Positivismo? Il Verismo
Quale personaggio de "I promessi sposi" «aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato»? Don Ferrante
Quale romanzo alterna al linguaggio dello scrittore il gergo popolaresco delle borgate romane? Ragazzi di vita, di Pasolini
Quale tra i seguenti autori utilizzò la tecnica narrativa del "discorso indiretto libero"? Giovanni Verga
Quale tra i seguenti è il protagonista e la voce narrante del romanzo "Il nome della rosa" di Umberto Eco? Adso
Quale tra i seguenti è un personaggio di "I promessi sposi"? Gertrude
Quale tra i seguenti poeti ha utilizzato il dialetto nelle sue opere? Carlo Porta
Quale tra le seguenti è la nuova identità assunta da Mattia Pascal? Adriano Meis
Quale tra le seguenti opere NON è stata scritta da Cesare Pavese? Cronache di poveri amanti
Quale, dei seguenti autori italiani, ha scritto il romanzo Il fuoco? Gabriele D'Annunzio
Quale, dei seguenti letterati italiani, NON è stato insignito del premio Nobel? Giovanni Pascoli
Quale, delle seguenti alternative, riporta gli autori secondo il corretto ordine cronologico? Lorenzo il Magnifico, Ugo Foscolo, Carlo Emilio Gadda, Umberto Eco
Quale, delle seguenti alternative, riporta gli autori secondo il corretto ordine cronologico? Esopo, Petrarca, Pascoli, Moravia
Quale, delle seguenti alternative, riporta gli autori secondo il corretto ordine cronologico? Francesco d'Assisi, Boccaccio, Collodi, Svevo
Quale, fra i seguenti poeti, NON è ricordato da Ugo Foscolo nel carme "Dei Sepolcri"? Torquato Tasso
Quale, fra le seguenti, NON è un'opera di Cesare Pavese? "I ventitré giorni della città di Alba"
Quale, tra i seguenti autori italiani, ha vinto il premio Nobel per la letteratura? Luigi Pirandello
Quale, tra i seguenti scrittori, è l'autore del romanzo Fontamara? Ignazio Silone
Quale, tra i seguenti scrittori, è l'autore del romanzo Il piacere? Gabriele D'Annunzio
Quale, tra i seguenti scrittori, è l'autore del romanzo Sostiene Pereira? Antonio Tabucchi
Quale, tra le seguenti opere, fu scritta per prima? Eneide
Quale, tra le seguenti opere, fu scritta per prima? La locandiera
Quale, tra le seguenti opere, fu scritta per prima? Cantico delle creature
Quale, tra le seguenti opere, vede Ermengarda come protagonista femminile? Adelchi di Alessandro Manzoni
Quale, tra le seguenti riviste letterarie del primo Novecento, venne fondata da Giuseppe Prezzolini a Firenze nel dicembre del 1908? La Voce
Quali dei seguenti autori è estraneo al Romanticismo? Luigi Capuana
Quando visse la scrittrice Grazia Deledda? Tra il XIX e il XX secolo
Quando visse lo scrittore Giosuè Carducci? Tra il XIX e il XX secolo
Quando visse lo scrittore Ugo Foscolo? Tra il XVIII e il XIX secolo
Se si parla di Didimo Chierico, a quale grande scrittore dell'Ottocento ci si riferisce? Ugo Foscolo
Una di queste affermazioni è esatta e più completa delle altre. Alessandro Manzoni scrisse: narrativa, testi teorici, testi storiografici, poesia, drammi
Viola, Cosimo, Biagio sono personaggi del romanzo: Il barone rampante
Letteratura
A chi appartiene la paternità dei seguenti versi tratti dal Trionfo di Bacco e Arianna "Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia chi vuol esser lieto sia del doman non c'è certezza?" Lorenzo il Magnifico
A chi è dedicato il poema intitolato Amorosa visione? A Fiammetta
A chi si attribuisce l'invenzione del sonetto? Jacopo Da Lentini
A chi sono dedicate le Stanze per la giostra del Poliziano? Giuliano dei Medici
A cosa è legato il nome di Fiammetta nel panorama letterario del Trecento? È la donna amata da Boccaccio
A quale ceto sociale appartengono i personaggi del Decameron di Boccaccio? A tutte le classi sociali
A quale corrente letteraria si può ricondurre soprattutto la prima produzione poetica di Salvatore Quasimodo? Ermetismo
Alla morte di quale personaggio storico è ispirata l'ode manzoniana Il cinque maggio? di Napoleone
Apostolo Zeno fu celebre: riformatore del teatro musicale
Carlo Collodi è celebre per essere l'autore de: Le avventure di Pinocchio
Carlo Goldoni fu un celebre commediografo: veneziano
Carlo Goldoni ha scritto una celebre autobiografia dal titolo: Mémoires
Carlo Goldoni visse a lungo, nella seconda metà della sua vita, a: Parigi
Carlo Gozzi fu: l'autore delle Fiabe teatrali, con le quali cercò di reagire allo stile goldoniano
Cecco Angiolieri e Folgore da San Gimignano sono noti per quale genere letterario? Per la poesia comico realistica
Che cosa hanno in comune Italo Svevo e Luigi Pirandello? La tematica del subcosciente
Che cosa sono le Operette morali di Leopardi? Prose di argomento filosofico
Che significato assume il personaggio del conte Ugolino incontrato da Dante nell'Inferno? È la testimonianza della malvagità delle lotte delle fazioni medievali
Chi è `duca e maestro' per Petrarca? Agostino
Chi è Andreuccio da Perugia ll personaggio di una novella del Decameron
Chi è Gaspara Stampa? una poetessa
Chi è l'autore de Le confessioni di un italiano? Ippolito Nievo
Chi è l'autore de Le mie prigioni? Pellico
Chi è l'autore dei Quaderni dal carcere? Antonio Gramsci
Chi è l'autore del Baldus, poema eroicomico in esametri? Teofilo Folengo
Chi è l'autore del celebre romanzo storico Il Gattopardo, uscito nel 1958? Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Chi è l'autore del dramma Sei personaggi in cerca d'autore? Luigi Pirandello
Chi è l'autore del romanzo `sperimentale' Se una notte d'inverno un viaggiatore? Italo Calvino
Chi è l'autore del romanzo Il piacere? D'Annunzio
Chi è l'autore del romanzo Mastro-don Gesualdo? Verga
Chi è l'autore del trattato intitolato De principatibus? Nicolò Machiavelli
Chi è l'autore della Calandria Bernardo Dovizi detto il "Bibbiena
Chi è l'autore della poesia La pioggia nel pineto? D'Annunzio
Chi è l'autore dell'opera De Monarchia? Dante Alighieri
Chi è l'autore dell'opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione ? Lorenzo Valla
Chi è l'esponente più noto della poesia realistico-giocosa nata in Toscana nella seconda metà del Duecento? Cecco Angiolieri
Chi è secondo Dante il custode del Purgatorio? Catone
Chi era il poeta soprannominato "Notaro" nella seconda metà del Duecento? Jacopo da Lentini
Chi erano i redattori della rivista "Officina"? Pasolini, Leonetti e Roversi
Chi fu il più grande editore del Rinascimento? Aldo Manuzio
Chi fu il più grande storiografo del Rinascimento? Francesco Guicciardini
Chi fu il più noto ed illustre dei rimatori toscani, tanto da essere considerato, impropriamente, il loro caposcuola? Guittone d'Arezzo
Chi fu il principale mediatore della filosofia platonica nel Rinascimento? Marsilio Ficino
Chi fu l'iniziatore del movimento futurista? Filippo Tommaso Marinetti
Chi ha scritto il Cantico delle Creature? S. Francesco
Chi ha scritto il Dialogo della Natura e di un Islandese? Leopardi
Chi ha scritto, nel 1908, il saggio dal titolo L'umorismo? Luigi Pirandello
Chi scrisse Gargantuga e Pantagruele? François Rabelais
Chi scrisse il Galateo? Giovanni Della Casa
Chi scrisse La città del Sole? Tomaso Campanella
Chi scrisse L'Arcadia? Iacopo Sannazaro
Chi scrisse l'Oratio de homini dignitate Giovanni Pico della Mirandola
Chi tra i seguenti autori non ha mai scritto per il teatro? Eugenio Montale
Chi tra i seguenti autori non ha mai vinto il premio Nobel per la letteratura? Cesare Pavese
Chi tra i seguenti letterati firmò il Manifesto antifascista degli intellettuali italiani? Eugenio Montale
Chi tra i seguenti poeti non appartiene alla temperie culturale del Crepuscolarismo? Filippo Tommaso Marinetti
Chi tra i seguenti scrittori non aderisce alla temperie culturale del Neorealismo? Umberto Eco
Chi tra i seguenti scrittori redasse, nel 1925, il Manifesto antifascista degli intellettuali italiani? Benedetto Croce
Chi tra questi poeti esordisce nel 1942 con una raccolta di versi, dal titolo Poesie a Casarsa, scritta in dialetto friulano? Pier Paolo Pasolini
Chi veniva soprannominato il "Segretario Fiorentino"? Nicolò Machiavelli
Chi, nella seconda metà del Cinquecento, scrisse un'opera autobiografica intitolata Vita? Benvenuto Cellini
Chi, prima di Tasso, sperimentò il genere dell'epica storica? Gian Giorgio Trissino
Come si intitola la lirica che può essere considerata il testamento spirituale di Leopardi? La ginestra
Come si intitolava la prima edizione dei Promessi Sposi? Fermo e Lucia
Come si può definire il linguaggio della scuola dello stilnovo? Eletto, tale da esprimere il nuovo sentimento
Com'era l'Orlando di Ludovico Ariosto? Furioso
Con chi polemizza Francesco Guicciardini quando sostiene che la storia non è "Magistra vitae"? Machiavelli
Con l'opera di quale poeta-scrittore si può affermare che il processo di formazione del volgare italiano letterario giunge a completa maturazione? Con la Commedia di Dante
Con quale nome si suole designare il fenomeno legato alla massiccia produzione di poesia lirica nel Cinquecento? Petrarchismo
Con quale nome si suole indicare il periodo letterario conclusivo del Cinquecento? Manierismo
Con un decreto papale, nel 1559, il Sant'Uffizio pubblicò per la prima volta l'indice dei libri proibiti. Quale, tra le seguenti opere, fu tra le prime ad essere proibita? Il Principe
Cosa significa il termine "scapigliatura"? È l'equivalente italiano del termine francese bohème
Cos'è il Morgante di Luigi Pulci? Un romanzo cavalleresco
Cuore di De Amicis è un libro dall'intento: pedagogico
Dei molti e vari temi affrontati nel Decameron di Boccaccio quali sono quelli che hanno particolare rilievo? L'amore, l'intelligenza, la fortuna
Delle opere di Dante Alighieri, quale viene considerata una summa enciclopedica di sapere pratico? Il Convivio
Di chi sono le anime raccolte nel Limbo dantesco? Dei morti senza battesimo
Di quale poema il Furioso è l'ideale continuazione? Orlando Innamorato
Di quale romanzo dannunziano è protagonista il conte Andrea Sperelli? Il piacere
Di quanti canti si compone la Divina Commedia? Cento
Di quanti canti si compone la Gerusalemme Liberata? 20
Dove è sepolto Dante? Ravenna
Gabriello Chiabrera è nato e morto in quale dei seguenti anni: 1552-1638
Gabriello Chiabrera fu soprattutto: un metricologo, che esercitò la sua influenza sull'Arcadia e sul Metastasio
Gabriello Chiabrera ha scritto i Dialoghi dell'arte poetica. Si tratta di: cinque dialoghi sulla poesia e le sue forme
Giambatista Marino visse per lungo tempo a: Parigi
Giambattista Basile è vissuto: tra il 1640 e il 1703
Giambattista Basile fu: un poeta dialettale vissuto a Napoli
Giambattista Marino è morto: a Napoli nel 1625
Giambattista Marino nacque a: Napoli
Giambattista Marino nacque nel: 1569
Giuseppe Parini nacque: a Bosisio nel 1729
Il capolavoro storico di Francesco Guicciardini è intitolato: Storia d'Italia
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei si svolge nell'arco di: tre giornate
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo è un'opera di Galileo Galilei, pubblicata: a Firenze nel 1632
Il nuovo atteggiamento rivolto dagli Umanisti alle opere della classicità segna il nascere di una nuova disciplina. Quale? La filologia
Il Pastor Fido è un dramma pastorale
Il personaggio dell'"inetto" da quale scrittore è stato introdotto nell'ambito letterario italiano? Italo Svevo
Il Principe è: un trattato
Il Purgatorio è descritto da Dante come una grande montagna che sorge su un'isola dell'emisfero australe e, come per la prima cantica, anche questa ha una suddivisione; quante sono le parti in cui è suddivisa? 9
Il romanzo fu: uno dei generi più caratteristici della letteratura seicentesca
Il romanzo I Malavoglia è espressione della poetica: verista
Il Teatro delle favole rappresentative (1611) è: una raccolta di canovacci della commedia dell'arte
Il Torrismondo è una tragedia di Torquato Tasso
Il vero nome di Pietro Metastasio era: Pietro Trapassi
Il/la protagonista dell'opera più importante di Giamabattista Marino, l'Adone, è: Adone
In che anno furono pubblicate le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo? 1525
In che anno Petrarca completa la composizione della Posteritati? Mai
In che dialetto scrive Ruzante? veneto
In Italia quale fu l'approdo politico del Futurismo? L'interventismo e la destra fascista
In quale città il Tasso fece l'esperienza più lunga della vita di corte? Ferrara
In quale città, alla fine del Cinquecento, nasce il melodramma? Firenze
In quale città, nel Rinascimento, si sviluppa il mercato editoriale? Venezia
In quale componimento Dante dà spiegazioni sul motivo del titolo Commedia? Nell'Epistola a Cangrande della Scala
In quale epistola è tratteggiato a Petrarca il modello di intellettuale ideale al quale egli cercò sempre di adeguarsi? Nella Posteritati
In quale lingua si esprimono prevalentemente gli scrittori dell'Età Umanistica? latino
In quale metro è composto il Furioso? ottave
In quale opera compare il personaggio di Tancredi? Gerusalemme Liberata
In quale opera Dante affronta il problema della lingua? Nel De vulgari eloquentia
In quale opera di Petrarca si ripresenta il dissidio interiore fra la decisione di condurre una vita contemplativa e la scelta di vivere nel mondo? Secretum
In quale opera si trova un personaggio di nome Margutte? Morgante
In quale punto del Decameron Boccaccio interviene in prima persona? In tre momenti appositamente concepiti
Intorno al 1255 chi aveva il desiderio di voler fare di sé e dei suoi fraticelli dei veri e propri giullari di Dio? Francesco d'Assisi
La formazione di Leopardi è di stampo: classicista
La Mandragola è una commedia di Machiavelli
La scuola poetica siciliana a quale modello letterario si è ispirata? Alla poesia provenzale
La secchia rapita è un'opera di: Alessandro Tassoni
La Sofonisba è una tragedia
La trama di quale romanzo può essere definita "un giallo irrisolto"? Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Carlo Emilio Gadda
L'Arcadia fu: un'accademia
Laura, oltre ad essere la donna amata da un grande poeta, è anche la donna cantata in un famoso canzoniere; chi è il poeta che ha dedicato a questa donna la maggior parte delle proprie liriche? Petrarca
L'espressione "natio borgo selvaggio" è: leopardiana
L'ideale cortigiano dipinto da Castiglione è costituito da Grazia e sprezzatura
L'ideale, perseguito in Italia dai rappresentanti dell'Arcadia, era: il ritorno alla naturalezza e alla semplicità contro il fasto e le stravaganze barocche
L'Inferno dantesco è descritto come una grande voragine suddivisa in più cerchi concentrici in cui sono puniti i peccatori, quanti sono questi cerchi? 9
Lo cunto de li cunti, opera scritta da Giambattista Basile, è: una raccolta in prosa di fiabe popolari
Lo cunto de li cunti, opera scrtita da Giambattista Basile e che si svolge in cinque giornate, ha anche un altro titolo. Quale? Pentamerone
L'opera La secchia rapita è: un poema eroicomico
L'opera più celebre di Giuseppe Parini è il poema: Il giorno
L'opera più importante di Giamabattista Marino fu L'Adone. A quale dei seguenti generi letterari l'opera è ascrivibile? poema
L'opera più importante di Giamabattista Marino, L'Adone, è composta da: venti canti
Nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo Galileo Galilei: erige il copernicanesimo a fondamento della nuova scienza
Nel dibattito sulla Questione della lingua alla fine si affermò la tesi di Pietro Bembo
Nel giorno di Pasqua del 1341 in quale città Francesco Petrarca fu incoronato poeta? Roma
Nel Giorno Giuseppe Parini si propone di rappresentare la società nobiliare del Settecento insulsa e frivola
Nel Principe si trova la figura di un papa: di chi si tratta? Alessandro VI
Nel Seicento nacque: il melodramma
Nel XVII canto del Paradiso, Dante a chi parla del tema dell'esilio? Cacciaguida
Nella Divina Commedia Dante immagina di compiere da vivo un viaggio nell'oltretomba cristiana, in che anno avviene questo viaggio? Nel 1300
Nella poetica proposta da Pascoli, cosa sta ad indicare la metafora del "fanciullino"? Un tipo di conoscenza prerazionale, immaginosa e fantastica
Nella prima metà del Duecento a cosa si riferiva l'espressione "Magna Curia?" Era la Corte di Federico II
Nella produzione letteraria di quale dei seguenti poeti ricorre il tema del "nido"? Pascoli
Per Dante a cosa si riferisce il termine `commedia' così come egli stesso afferma nel XVI canto dell'Inferno, ai versi 128 e 129? Alla tipologia di linguaggio
Perché per Boccaccio è molto importante il periodo vissuto a Napoli? È il periodo più felice e spensierato della sua vita e ha incontrato Fiammetta
Perché Zeno Cosini, il protagonista della Coscienza di Zeno, si rivolge ad uno psicanalista? Per guarire dal fastidioso vizio del fumo
Pietro Metastasio fu un celebre: librettista
Pietro Metastasio fu: Poeta Cesareo a Vienna alla corte di Carlo VI
Pietro Metastasio nacque: a Roma nel 1698
Qale affermazioni non corrisponde a ciò che Beatrice rappresenta per Dante? Beatrice è il simbolo dell'amore terreno e passionale
Qual è il genere letteratrio che si sviluppa in Toscana nella seconda metà del Duecento accanto alla poesia amorosa? La poesia realistico-giocosa
Qual è il metro lirico più diffuso nelle raccolte di rime dei poeti del Cinquecento? il sonetto
Qual è il modello poetico di riferimento per la produzione lirica del Rinascimento? Petrarca
Qual è il nome del giovane protagonista delle Stanze del Poliziano? Iulo
Qual è il nome della fanciulla amata da Orlando? Angelica
Qual è il personaggio incontrato da Dante nel primo canto dell'Inferno? Virgilio
Qual è il romanzo che diede subito la fama ad Alberto Moravia? Gli indifferenti
Qual è il significato del "superuomo" d'annunziano? Il rifiuto aristocratico della normalità
Qual è il titolo definitivo della prima raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti pubblicata nel 1931? L'allegria
Qual è la caratteristica che accomuna il sesto canto di ciascuna delle tre cantiche della Divina Commedia? L'argomento politico
Qual è la lingua scelta da Manzoni nella stesura definitiva dei Promessi Sposi? Il fiorentino colto
Qual è la struttura metrica della Divina Commedia? Terzine di endecasillabi a rima incatenata
Qual è l'opera di Francesco Petrarca ispirata al pensiero e alle opere di Sant'Agostino? Il Secretum
Qual è l'opera più significativa di Matteo Maria Boiardo? L'Orlando Innamorato
Quale autore è scomparso tragicamente la notte tra l'1e il 2 novembre del 1975 ad Ostia? Pier Paolo Pasolini
Quale città svolse un ruolo determinante per la produzione e la diffusione della cultura umanistica? Firenze
Quale critico nel 1910 introduce il termine "crepuscolarismo" per designare, con accezione negativa, questa nuova poesia? Giuseppe Antonio Borgese
Quale dei seguenti aggettivi è il più adatto a definire lo stile di scrittura di Giuseppe Parini? ironico
Quale dei seguenti autori ha elaborato una poetica del "vago e indefinito"? Leopardi
Quale dei seguenti autori non appartiene alla Scapigliatura? Luigi Capuana
Quale dei seguenti Canti leopardiani inizia con i versi: "Che fa tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna?" Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Quale dei seguenti componimenti non è di Giuseppe Parini? Ad Angelo Mai
Quale dei seguenti elementi è assunto da Alberto Moravia a simbolo del degrado borghese? Sesso
Quale dei seguenti generi è estraneo alla produzione letteraria di D'Annunzio? Il romanzo storico
Quale dei seguenti intellettuali non fu un critico letterario del Settecento? Francesco Cerlone
Quale dei seguenti intellettuali non visse nel Settecento? Ippolito Nievo
Quale dei seguenti letterati mirò a creare l'immagine di una vita eccezionale? D'Annunzio
Quale dei seguenti letterati non fu docente universitario? Verga
Quale dei seguenti personaggi dei Promessi sposi viene definito da Manzoni "vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro"? Don Abbondio
Quale dei seguenti romanzi non può essere considerato un romanzo di formazione? Anna Karenina
Quale dei seguenti scrittori attuò la "poetica del naturale"? Ruzante
Quale dei seguenti scrittori è estraneo all'estetismo? Verga
Quale dei seguenti scrittori è già morto alla pubblicazione del romanzo Il Piacere (1889)? Nievo
Quale dei seguenti scrittori è l'autore del romanzo Cristo si è fermato a Eboli? Carlo Levi
Quale dei seguenti scrittori è l'autore del romanzo Fosca? Iginio Ugo Tarchetti
Quale delle seguenti opere è di Charles Baudelaire? I fiori del male
Quale delle seguenti opere non appartiene alla produzione letteraria di Leopardi? Il conte di Carmagnola
Quale delle seguenti opere non è di Vittorio Alfieri? Il conte di Carmagnola
Quale delle seguenti opere non è stata scritta da Carlo Goldoni? La Didone abbandonata
Quale delle seguenti opere non è stata scritta da Giambattista Marino? La gatta cenerentola
Quale delle seguenti poesie di Carducci inizia con il verso: "L'albero a cui tendevi"? Pianto antico
Quale delle seguenti raccolte poetiche è stata scritta da Giuseppe Parini? Alcune poesie di Ripano Eupilino
Quale fu il principale modello di riferimento per gli scrittori Umanisti? I classici latini e greci
Quale genere letterario si sviluppò ampiamente nel Cinquecento in relazione alla vita delle corti? Il poema epico
Quale grande artista rinascimentale fu anche autore di liriche pregevoli? Michelangelo
Quale grande filosofo è anche autore del Candelaio, la fortunata commedia con la quale si cerca di mettere in ridicolo la cultura ufficiale? Giordano Bruno
Quale nuovo nome assume Mattia Pascal dopo la `sua morte'? Adriano Meis
Quale opera scrisse Dante in lode di Beatrice? La Vita Nuova
Quale opera, tradotta per la prima volta da Giorgio Valla nel 1498, costituì un imprescindibile modello precettistico per la codificazione dei generi letterari? La Poetica di Aristotele
Quale poeta scrive una poesia intitolata A mia moglie, in cui paragona la sua consorte, appunto, alle femmine di alcune specie animali? Umberto Saba
Quale rivista novecentesca sosteneva la necessità di un "ritorno all'ordine"? "La Ronda"
Quale rivista, ancora oggi esistente, fu promossa nel 1953 da Albero Carocci e da Alberto Moravia? "Nuovi Argomenti"
Quale ruolo ha, nella Commedia dell'Arte, la maschera di Arlecchino? servo
Quale tra le seguenti opere è un documento in volgare della civiltà letteraria del medioevo? Il novellino
Quale tra le seguenti opere non è stata scritta da Luigi Pirandello? Una vita violenta
Quale tra le seguenti opere non è una raccolta poetica di Eugenio Montale? Le Ceneri di Gramsci
Quale tra le seguenti riviste è stata il punto d'incontro della più avanzata `intellighentzia' italiana tra le due guerre? "Solaria"
Quale tra le seguenti riviste non appartiene al primo Novecento? "Il Conciliatore"
Quale tra questi fattori ha esercitato una grande influenza sull'opera di Italo Svevo? La psicanalisi di Freud
Quali dei seguenti autori è estraneo al Decadentismo? Carducci
Quali dei seguenti temi caratterizzano la letteratura decadente? Il vitalismo, la malattia, la sensualità
Quali delle seguenti opere non è stata scritta dal celebre librettista Lorenzo Da Ponte? La Traviata
Quali si possono considerare i luoghi privilegiati della cultura rinascimentale? Le corti
Quali sono i livelli di significato della Divina Commedia? Letterale, allegorico, morale e anagogico
Quali sono i poeti in cui si trovano mescolati elementi ottocenteschi ed elementi decadenti? Giovanni Pascoli e Gabriele d'Annunzio
Quando e dove venne pubblicato il Manifesto del Futurismo? Nel 1909 su "Le Figaro", in Francia
Quando fu pubblicata l'edizione definitiva dei Promessi sposi? Nel 1840
Quante edizioni ebbe il Furioso? tre
Quante sono le raccolte delle Epistole petrarchesche riunite dal poeta stesso? Tre
Riccetto e Caciotta sono i personaggi principali di quale romanzo di Pier Paolo Pasolini? Ragazzi di vita
Salvator Rosa fu: lodato pittore, musicista e poeta vissuto a Napoli
Si dice "Barocco" la caratteristica e la manifestazione esterna del gusto seicentesco, consistente nella tendenza verso: Il "Meraviglioso"
Tommaso Campanella fu, oltre che intellettuale e poeta: filosofo e teologo
Tommaso Campanella visse: tra il 1568 e il 1639
Tra la poesia di Guido Cavalcanti e quella degli altri stilnovisti ci sono differenze stilistiche e/o tematiche? Sì, il modo di sentire l'amore è differente
Tra le seguenti quale non è un'opera di Dante Alighieri? Relazione
Un'importante opera poetica di Giuseppe Parini è la raccolta delle: Odi
Vittorio Alfieri fu autore di una celebre autobiografia dal titolo: La vita
Vittorio Alfieri fu un importante autore di: Tragedie
Vittorio Alfieri nacque: ad Asti nel 1749
Vittorio Alfieri scrisse molti componimenti poetici, raccolti a formare una parabola autobiografica. Il titolo di tale raccolta è: Rime
Letteratura italiana
"A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti... ": cosa ispira queste parole del Foscolo nel carme Dei Sepolcri? La visita a Santa Croce
"A Zacinto" è una poesia di quale scrittore italiano? Ugo Foscolo
"America primo amore" di M. Soldati è: Un diario
"Avere" e "essere" sono verbi cosiddetti: ausiliari
"Ei fu, siccome immobile ...". Chi è il personaggio a cui questi versi si ispirano? Napoleone Bonaparte
"La donzelletta vien dalla campagna,...": è l_incipit di quale poesia di Leopardi? Il sabato del villaggio
"La notte della cometa" di Sebastiano Vassalli è: Una biografia su Dino Campana
"L'amore, anche profondo e disperato, è sempre dolce": chi può essere l_autore di queste parole? Giacomo Leopardi
"L'arte per l'arte" rimanda: All'Estetismo
"Le ceneri di Gramsci" di P. P. Pasolini è: Un libro di poesia
"Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori" di Ariosto è un famoso esempio di: chiasmo
"Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,...": è il celebre incipit di ... Orlando Furioso
"Luna e gnac" è un racconto di: Italo Calvino
"Non son chi fui, perì di noi gran parte", "A Zacinto", "In morte del fratello Giovanni" e "Alla sera" di quale raccolta di Foscolo fanno parte? Dei Sonetti
"Questo matrimonio non s'ha da fare...": chi pronuncia questa famosa frase? Uno dei bravi di Don Rodrigo
"Solo gli emarginati lo piangeranno, perchè solo degli emarginati è il lutto.": è l'epitaffio che compare sulla tomba di chi? Oscar Wilde
"Tra le nubi ecco il turchino Cupo ed umido prevale": è il verso iniziale di quale poesia di Carducci? Nostalgia
"Tra un fiore colto e l'altro donato l'inesprimibile nulla" è un componimento di ... Giuseppe Ungaretti
A che cosa è ispirato "Zang Tumb Tumb" di Marinetti? All'assedio di Adrianopoli
A che cosa riporta la teoria dell'"arte per l'arte"? All'Estetismo
A che cosa si riferiva Manzoni con l'espressione "Risciacquare i panni in Arno"? Al fatto di imparare la parlata toscana e riscrivere i Promessi Sposi secondo quella
A chi appartengono i seguenti versi? "Al cor gentil rempaira sempre amore / come l'ausello in selva a la verdura / (...)" Guido Guinizzelli
A chi appartengono i seguenti versi? "O natura, o natura / perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi?" A G. Leopardi
A chi appartengono i seguenti versi? "Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand'ella altrui saluta, / ch'ogne lingua deven tremando muta / (...)" Dante Alighieri
A chi appartengono i versi "San Lorenzo io lo so perché tanto / di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla"? Giovanni Pascoli
A chi appartiene l'opera "L'Allegria"? A Giuseppe Ungaretti
A chi comunemente viene affidata la paternità del cosidetto "realismo magico"? Gabriel Garcìa Marquez
A chi Foscolo attribuisce la sua traduzione del "Viaggio sentimentale di Yorick" di L. Sterne? A Didimo Chierico
A chi si deve la riscoperta di Gian Piero Lucini? A Edoardo Sanguineti
A chi sono indirizzate le lettere di Jacopo Ortis? A Lorenzo Alderani
A quale autore si fa riferimento con la "poetica del fanciullino"? Giovanni Pascoli
A quale canzone di Giacomo Leopardi appartengono i seguenti versi? "La donzelletta vien dalla campagna, / in sul calar del sole, / col suo fascio dell'erba; e reca in mano / un mazzolin di rose e viole, onde, siccome suole, ornare ella si appresta / dimani, al dì di festa, il petto e il crine. (...)" Il sabato del villaggio
A quale corrente letteraria appartiene Luigi Capuana? Al Verismo
A quale opera si riallaccia "L'Orlando furioso"? All'Orlando innamorato del Boiardo
A quale poesia del Pascoli appartengono i seguenti versi? "(...) Ritornava una rondine al tetto: / l'uccisero: cadde tra spini: / ella aveva nel becco un insetto: / la cena de' suoi rondinini. / (...) Anche un uomo tornava al suo nido: / l'uccisero; disse: Perdono; / e restò negli occhi aperti un grido: / portava due bambole in dono... (...) X Agosto
A quale poesia di Gabriele D'Annunzio appartengono i seguenti versi? "Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane. (...)" La pioggia nel pineto
A quale poesia di U. Foscolo appartengono questi versi? "I balsami beati / per te le Grazie apprestino, / per te i lini odorati / che a Citerea porgeano / quando profano spino / il piè divino, / quel dì che insana empiea / il sacro Ida di gemiti, / e col crine tergea, / e bagnava di lagrime / il sanguinoso petto / al ciprio giovinetto. / (...)" A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
A quale poeta ha dato i natali la città di Recanati? A Giacomo Leopardi
Al canovaccio della commedia dell'arte che cosa Carlo Goldoni sostituì? Il copione
Alfonso Gatto fu: Poeta e scrittore
All'inizio del Decameron Boccaccio parla di "orrido cominciamento"; a che cosa si riferisce? Alla peste del 1348
All'inizio del Decameron dove si incontrano i dieci ragazzi, che si ritireranno in isolamento in una villa sui colli fiorentini? Nella chiesa di S. Maria Novella
Aron Hector Schmitz è il vero nome di ... Italo Svevo
Arrigo Boito fu: Uno scapigliato
Astenia è: Debolezza
Avendo visto è: Il gerundio passato del verbo vedere
Avremo dato è: Il futuro anteriore di dare
Carlo Goldoni nacque: A Venezia
Carlo Goldoni si fece artefice di una riforma che colpì: La commedia dell'arte
Charles Baudelaire ha scritto: I fiori del male
Che cosa cerca Carducci di riprodurre nelle "Odi barbare"? La metrica greca e latina
Che cosa fu Indro Montanelli? Giornaliata e scrittore
Che cosa ha scritto Alessandro Tassoni? La secchia rapita
Che cosa ha scritto Edmondo De Amicis? Cuore
Che cosa ha scritto Gaspara Stampa? Le Rime
Che cosa ha scritto Giambattista Vico? La Scienza nuova
Che cosa ha scritto Giovanni Della Casa? Il Galateo
Che cosa ha scritto Michelangelo Buonarroti? Le Rime
Che cosa ha scritto Riccardo Bacchelli? Sono tutte vere
Che cosa intendeva Manzoni per Romanticismo? Tutte le seguenti risposte sono valide
Che cosa si proponeva Vasco Pratolini con la trilogia "Metello", "Lo scialo" e "Allegoria e derisione"? Di abbracciare la storia italiana dalla fine dell'Ottocento fino al 1945 e rintracciare in essa la nascita di una coscienza di classe
Che cosa significa abulico? Apatico
Che cosa significa adire? Ricorrere
Che cosa significa ammenicolo? Gingillo
Che cosa significa appannaggio? Rendita fissa
Che cosa significa appigionare? Affittare
Che cosa significa atarassia? Impertubabilità
Che cosa significa boria? Vanagloria
Che cosa significa buggerare? Imbrogliare
Che cosa significa collidere? Urtare
Che cosa significa draconiano? Severo
Che cosa significa esautorare? Togliere autorità
Che cosa significa morigerato? Retto
Che cosa significa parsimonia? Moderazione
Che cosa significa polla? Sorgente
Che cosa significa scipito? Insulso
Che cosa significa sublimazione? Elevazione
Che cosa significa verecondo? Pudico
Che cos'è "Ciaula scopre la luna" di L. Pirandello? Una novella
Che cos'è "L'uomo dal fiore in bocca" di L. Pirandello? Un atto unico
Che cos'è ambedue? Aggettivo e pronome numerativo
Che cos'è ebbi visto? Indicativo trapassato remoto
Che cos'è il "Giorno" di G. Parini? Un poema satirico
Che cos'è il "teatro nel teatro" pirandelliano? E' il dramma nel suo dispiegarsi, con conseguente dissoluzione della verosimiglianza del teatro classico
Che cos'è il Contrappasso: E' La legge che regola la punizione nell'Inferno e nel Purgatorio dantesco
Che cos'è la cornice nel "Decameron"? E' la struttura che dà coesione a tutte le novelle dell'opera, ed è una specie di novella anch'essa
Che cos'è la gabella? Un'imposta
Che cos'è la poesia per Montale? E' consapevolezza del male di vivere
Che cos'è la storia per Gian Battista Vico? E' l'unica scienza
Che cos'è qualunque? Un aggettivo indefinito invariabile
Che cos'è un mezzanino? Un piano rialzato
Che cos'è una congiunzione? E' una parte invariabile del discorso
Che cos'è una fusciacca? Una fascia
Che cos'è una ribalderia? Una mascalzonata
Che cos'era "Officina"? Una rivista
Che differenza c_è tra il romanzo storico e il romanzo ciclico? Il romanzo storico narra un episodio preciso della storia, mentre il romanzo ciclico si sviluppa in un tempo più lungo
Che finalità aveva l'accademia dell'Arcadia? Riportare il buon gusto nella poesia
Che motivazione portava il Neorealismo? Politica e sociale
Che scopo ha il "pastiche" linguistico nell'opera di Gadda? Quello di far esplodere l'aspetto problematico e caotico della realtà
Che tonalità di colore è il vermiglio? Rosso porpora
Chi accompagna Dante attraverso l'Inferno e il Purgatorio? Virgilio
Chi attribuì l'aggettivo "Divina" alla Commedia di Dante? Boccaccio
Chi dilania Lucifero nell'Inferno dantesco? Giuda, Bruto e Cassio
Chi è Andrea Zanzotto? Un poeta
Chi è Aracoeli nell'omonimo romanzo di Elsa Morante? La madre del protagonista
Chi è considerato il caposcuola del movimento naturalistico francese? Emile Zola
Chi è Giovanni Giudici? Un poeta
Chi è il poeta di "Al cor gentil rempaira sempre amore"? Guido Guinizzelli
Chi è il poeta di "Lasciatemi divertire"? Aldo Palazzeschi
Chi è il poeta italiano autore delle "Odi barbare" Giosuè Carducci
Chi è il protagonista del romanzo "L'idiota" di Fedor Dostoevskij? Il principe Lev Myskin
Chi è il protagonista della "Luna e i falò" di Cesare Pavese? Anguilla
Chi è il protagonista di "Ragazzi di vita" di Pasolini? Riccetto
Chi è il protagonista di "Senilità" di Italo Svevo? Emilio Brentani
Chi è il protagonista di "Una vita violenta" di P. P. Pasolini? Tommasino
Chi è la donna cantata nel "Canzoniere" di Francesco Petrarca? Laura
Chi è Laura? La donna cantata da Francesco Petrarca
Chi è l'aurore de "il Cortegiano" Baldesar Castiglione
Chi è l'autore de "Il Gattopardo" Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Chi è l'autore de "Quer pasticciaccio brutto di via Merulana"? Carlo Emilio Gadda
Chi è l'autore dei Canti orfici? Dino Campana
Chi è l'autore dei seguenti versi? "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, / che 'n mille dolci nodi gli avolgea, / e 'l vago lume oltre misura ardea / ei quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi, / (...)" Francesco Petrarca
Chi è l'autore del "Milione" Marco Polo
Chi è l'autore del "Mistero buffo"? Dario Fo
Chi è l'autore del "Principe"? Niccolò Machiavelli
Chi è l'autore del "Secretum"? Francesco Petrarca
Chi è l'autore del Don Chisciotte della Mancia Miguel De Cervantes
Chi è l'autore del libro di poesie "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi"? Cesare Pavese
Chi è l'autore del romanzo "Cristo si è fermato a Eboli"? Carlo Levi
Chi è l'autore del romanzo "Fontamara"? Ignazio Silone
Chi è l'autore del romanzo "Il castello di Udine"? Carlo Emilia Gadda
Chi è l'autore del romanzo "Il cavaliere inesistente"? Italo Calvino
Chi è l'autore del romanzo "Il codice di Perelà"? Aldo Palazzeschi
Chi è l'autore del romanzo "Il giardino dei Finzi-Contini"? Giorgio Bassani
Chi è l'autore del romanzo "Il giornalino di Gianburrasca"? Vamba
Chi è l'autore del romanzo "Il giorno della civetta"? Leonardo Sciascia
Chi è l'autore del romanzo "Il grande ritratto"? Dino Buzzati
Chi è l'autore del romanzo "Il visconte dimezzato"? Italo Calvino
Chi è l'autore del romanzo "La nausea"? Jean-Paul Sartre
Chi è l'autore del romanzo "La nausea"? J.P.Sartre
Chi è l'autore del romanzo "Uno nessuno centomila"? Luigi Pirandello
Chi è l'autore del romanzo "Viaggio al termine della notte"? Luois-Ferdinand Céline
Chi è l'autore del saggio "Il romanzo sperimentale"? Emile Zola
Chi è l'autore dell' "Opera da tre soldi"? Bertold Brecht
Chi è l'autore dell'"Aminta"? Torquato Tasso
Chi è l'autore delle "Sorelle Materassi"? Aldo Palazzeschi
Chi è l'autore dell'opera poetica "Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi"? Gabriele D'Annunzio
Chi è l'autore di "Ambleto", "Macbetto", "Edipus"? Giovanni Testori
Chi è l'autore di "Daniele Cortis"? Antonio Fogazzaro
Chi è l'autore di "Gente di mare", Giorni di guerra" e "L'Italiano errante per l'Italia"? Giovanni Comisso
Chi è l'autore di "Horcynus Orca"? Stefano D'Arrigo
Chi è l'autore di "La scomparsa di Majorana"? Leonardo Sciascia
Chi è l'autore di "La tregua"? Primo Levi
Chi è l'autore di "Nostra signora dei Turchi"? Carmelo Bene
Chi è l'autore di "Ossi di seppia"? Eugenio Montale
Chi è l'autore di "Paolo il caldo"? Vitaliano Brancati
Chi è l'autrice di "Canne al vento"? Grazia Deledda
Chi è Zeno Cosini? Il protagonista del romanzo "La coscienza di Zeno"
Chi era Guido Morselli? Un narratore
Chi era l'autore del sonetto "Languore" dove comparve per la prima volta la parole "decadenza", da cui prese nome il movimento artistico-lettererario omonimo? Paul Verlaine
Chi fra i seguenti autori scrisse opere in francese tra cui le "Mémoires"? Carlo Goldoni
Chi fra questi è un poeta della neo- avanguardia? Lo sono tutti
Chi fu detto Ruzzante? Angelo Beolco
Chi fu il celebre mecenate nella Firenze rinascimentale? Lorenzo Il Magnifico
Chi fu il massimo eponente del Barocco letterario italiano? Giambattista Marino
Chi fu l'autore della "Lettre à M. Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie"? Alessandro Manzoni
Chi fu l'esponente maggiore del barocco? Gian Battista Marino
Chi fu l'iniziatore dell'Ermetismo? Giuseppe Ungaretti
Chi guida Dante nella discesa agli Inferi? Virgilio
Chi ha influenzato Walter Scott con i suoi romanzi storici? Alessandro Manzoni
Chi ha portato sul grande schermo il "Decameron"? Pier Paolo Pasolini
Chi ha portato sul grande schermo il "Gattopardo"? L. Visconti
Chi ha scritto "Autobiologia"? Giovanni Giudici
Chi ha scritto "Confessioni d'un Italiano"? Ippolito Nievo
Chi ha scritto "Elias Portolu", "Cenere" e "Cosima"? Grazia Deledda
Chi ha scritto "Il barone Rampante"? Italo Calvino
Chi ha scritto "Il Conte di Carmagnola"? Alessandro Manzoni
Chi ha scritto "Il deserto dei Tartari"? Dino Buzzati
Chi ha scritto "Il nome della rosa"? Umberto Eco
Chi ha scritto "Il segreto di Luca"? Ignazio Silone
Chi ha scritto "Il sergente sulla neve"? Mario Rigoni Stern
Chi ha scritto "La pelle" Curzio Malaparte
Chi ha scritto "La ragazza Carla"? Elio Pagliarani
Chi ha scritto "Le avventure di Pinocchio"? Carlo Collodi
Chi ha scritto "L'esclusa"? Luigi Pirandello
Chi ha scritto "L'età del malessere"? Dacia Maraini
Chi ha scritto "Mafarka il futurista"? Marinetti
Chi ha scritto "Pao Pao"? Pier Vittorio Tondelli
Chi ha scritto "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta"? Pier Paolo Pasolini
Chi ha scritto "Rosso Malpelo"? G. Verga
Chi ha scritto "Tempo di uccidere"? Ennio Flaiano
Chi ha scritto il "Morgante Maggiore"? Luigi Pulci
Chi ha scritto il sonetto "A Zacinto"? Ugo Foscolo
Chi ha scritto il trattato "Della tirannide"? Vittorio Alfieri
Chi ha scritto l'"Ulisse"? J.Joyce
Chi ha scritto l'"Ultimo canto di Saffo" Giacomo Leopardi
Chi ha scritto la "Bassvilliana"? Vincenzo Monti
Chi ha scritto la famosa "Storia della letteratura italiana"? Francesco De Sanctis
Chi ha scritto la novella "Ciaula scopre la luna"? L. Pirandello
Chi ha scritto la raccolta di poesie "Rivolverate"? Gian Piero Lucini
Chi ha scritto le "IX Ecloghe"? Andrea Zanzotto
Chi ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1926? Grazia Deledda
Chi ha vinto il premio Nobel per letteratura 2008? Jean-Marie Gustave Le Clézio
Chi ha vinto l'ultima edizione del Premio Strega? Paolo Giordano, "La solitudine dei numeri primi"
Chi l'autrice di "Lessico famigliare"? Natalìa Ginzburg
Chi scrisse "La Mandragola?" Niccolò Machiavelli
Chi scrisse "Piccolo mondo antico"? Antonio Fogazzaro
Chi scrisse il Teseida? Giovanni Boccaccio
Ciò che viene normalmente chiamato complemento d'agente può essere definito anche in altro modo; quale? Soggetto logico
Come definisce Pascoli la propria poetica? Del Fanciullino
Come morì Cesare Pavese? E' morto suicida
Come si chiama il nipote delle sorelle Materassi nell'omonimo romanzo? Remo
Come si chiama il progetto letterario, non concluso, di Giovanni Verga? Il ciclo dei vinti
Come si chiama il protagonista del "Don Chisciotte della Mancia"? Alonso Quijano
Come si chiama la "trilogia araldica" di Italo Calvino composta dai romanzi "Il cavaliere inesistente", "Il visconte dimezzato" e "Il barone rampante"? I nostri antenati
Come si chiama la dama a cui Don Chisciotte dedica le sue imprese? Dulcinea
Come si chiama la figura retorica consistente nell'inversione dell'ordine abituale di un gruppo di termini successivi? Anastrofe
Come si chiama la tecnica narrativa con cui i pensieri di una personaggio vengono rappresentati così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi? Flusso di coscienza
Come si chiama l'amante della Moinaca di Monza nel romanzo "I promessi sposi"? Egidio
Come si chiamava il gruppo di intellettuali, artisti e poeti che si formò negli anni Venti a Madrid e che introdusse le avanguardie nella poesia spagnola? Generazione del '27
Come si chiamava il gruppo di intellettuali, artisti e poeti che si formò nel 1963 a Firenze nel nome di una nuova forma espressiva cchiamata "poesia visiva"? Gruppo 70
Come si chiamava la barca dei Malavoglia nell'omonimo romanzo di Verga? Provvidenza
Come si chiamava la donna amata da Giacomo Leopardi? Silvia
Come si può definire la figura retorica litòte? L' espressione di un concetto negando il suo contrario
Come sono puniti i suicidi nella "Divina Commedia"? Sono trasformati in alberi e tormentati dalle arpie
Con il termine Ermetismo si indica: Una poesia rivolta a pochi eletti
Con l'unità d'Italia chi ebbe un ruolo fondamentale rispetto al problema dell'unificazione linguistica? A. Manzoni
Con quale sonetto si apre il "Canzoniere" di Petrarca? Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
Cosa canta in Myricae Giovanni Pascoli? La campagna
Cosa ha elogiato Erasmo da Rotterdam in una sua opera? la follia
Cosa indica il Dolce stil novo? Movimento poetico italiano del secolo XIII che promuove un'espressione più raffinata e nobile dei propri pensieri
Cosa indica in poesia il termine "ermetismo"? Una poesia chiusa e volutamente complessa, attraverso l'uso di analogie difficilmente interpretabili
Cosa indica la prosopopea? Una figura retorica con cui si attribuiscono qualità o azioni umane ad animali, oggetti, o concetti astratti
Cosa indica la'"morale dell'ostrica" nella poetica di Giovanni Verga? L'attaccamento al luogo toccato in sorte
Cosa intende Dante con le parole: "Nel mezzo del cammin di nostra vita / (...)" All'età di trentacinque anni
Cosa rappresenta Eugenio Montale nelle sue poesie? La condizione umana nella sua essenzialità
Cosa si indica con il termine "endiadi"? Una figura retorica che consiste nell'utilizzo di due o più parole per esprimere un unico concetto
Cosa si indica con il termine "mecenatismo"? La protezione accordata dal principe a intellettuali e artisti
Cosa si intende con l'espressione "Muoia Sansone con tutti i Filistei"? esser disposti a danneggiarsi pur di danneggiare gli altri
Cosa si intende per "distico elegiaco"? Due versi, un esametro e un pentametro
Cosa si intende per "romanzo picaresco"? Genere narrativo di origine spagnola, i cui protagonisti sono solitamente avventurieri furbi e privi di scrupoli, coinvolti in peripezie di ogni tipo
Cosa significa "ad interim"? provvisoriamente
Cosa significa "invasato"? ossessionato
Cosa significa "Sturm und Drang"? Tempesta e impeto
Cosa significa iattanza? arroganza
Cosa significa l'espressione "in calce"? in fondo
Cosa significa l'espressione latina "ad libitum"? a volontà
Cosa significa pleonastico? superfluo
Cosa significa prillare? roteare
Cosa significa renitenza? resistenza
Cosa significa riattare? riparare
Cosa significa zinzino? piccola quantità
Cosa significano le lettere "u.s." scritte dal protagonista nel romanzo "La coscienza di Zeno"? ultima sigaretta
Cosa sono "Il Leonardo", l'"Hermes" e "Il Regno"? Delle riviste
Cosa vuol dire l'espressione "ipse dixit"? "L'ha detto lui"
Cos'è un explicit? La conclusione di un'opera, sspecialmentein versi
Cos'è un sillogismo? un ragionamento
Cos'è una quartina? Una strofa di quattro versi
Da che cosa è formata una preposizione articolata? Da una preposizione semplice più un articolo determinativo
Da che cosa fu ispirata l'ode "Marzo 1821" di A. Manzoni? Dai moti patriottici
Da che cosa fu profondamente influenzato Umberto Saba? Dalla psicoanalisi freudiana
Da che cosa sono accomunati De Roberto e Capuana? Dal Verismo
Da che cosa vengono sconfitti i cosiddetti vinti nei romanzi di Giovanni Verga? Dal progresso
Da chi fu scritta la "Scienza della legislazione"? Da Gaetano Filangeri
Da cosa prende spunto "Un re in ascolto" di Italo Calvino? Dalla Tempesta di Shakespeare
Da quale filosofia fu influenzato Giosuè Carducci? Dal positivismo
Da quale ode di A. Manzoni sono tratti i seguenti versi? "Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore / orba di tanto spiro, / così percossa, attonita / la terra al nunzio sta, / muta pensando all'ultima / ora dell'uom fatale; / (...)" Il cinque maggio
Da quale poesia di G. Leopardi sono tratti i seguenti versi? " (...) Or tutto intorno / una ruina involve, / dove tu siedi, o fior gentile, e quasi / i danni altrui commiserando, al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il deserto consola. (...)" La ginestra o il fiore del deserto
Da quale sonetto di Giosuè Carducci sono tratti i seguenti versi? "L'albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / da' bei vermigli fior, / nel muto orto solingo / rinverdì tutto or ora, / e giugno lo ristora / di luce e di calor. / (...)" Pianto antico
Da quante liriche sono composte le "Odi" di G. Parini? 19
Di che anno è "Gli indifferenti" di Alberto Moravia? 1929
Di che cosa è simbolo la ginestra nell'omonima poesia del Leopardi? Della nobiltà e della forza dell'uomo e allo stesso tempo della poesia
Di che cosa tratta la "Storia della colonna infame"? Del processo contro i presunti untori che si concluse con la loro condanna a morte
Di che cosa tratta la "Vita nova" di Dante? Della storia dell'amore del poeta per Beatrice
Di chi è l'opera "Lettere di una novizia"? Guido Piovene
Di chi è l'opera "Seminario sulla gioventù"? Aldo Busi
Di chi è l'opera di poesia "Ed è subito sera"? Salvatore Quasimodo
Di chi sono i seguenti versi? "M'illumino / d'immenso." Giuseppe Ungaretti
Di chi sono i versi "A nera E bianca I rossa U verde O blù: vocali, ..." Arthur Rimbaud
Di chi sono opera "I Canti"? Giacomo Leopardi
Di dove è la "Gente" di James Joyce? Dublino
Di quale celebre romanzo è autore Giorgio Bassani? Il Giardino dei Finzi- Contini
Di quale certosa scrisse Stendhal in un suo romanzo? Di Parma
Di quale corrente letteraria è esponente Giovanni Verga? Verismo
Di quale genere letterario "I promessi sposi" sono il più celebre esempio italiano? Romanzo storico
Di quale letteratura fanno parte Carlo Cattaneo, Carlo Pisacane, Giuseppe Mazzini e Luigi Settembrini? Della letteratura risorgimentale
Di quale opera fa parte il seguente incipit? "All'ombra de' cipressi e dentro l'urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro? (...)" Dei Sepolcri
Di quale poeta è la raccolta di versi i"Canti di Castelvecchio"? Giovanni Pascoli
Di quale poeta è l'opera "La bufera"? Eugenio Montale
Di quale raccolta di poesie di Giovanni Pascoli fa parte "Gelsomino notturno"? I canti di Castelvecchio
Di quale romanzo di C. Pavese è protagonista Anguilla? La luna e i falò
Di quale romanzo di Italo Svevo è protagonista Emilio Brentani? Senilità
Di quale romanzo è protagonista Alfonso Nitti? Di Una vita di I. Svevo
Di quale scrittore italiano fu amico James Joyce? Italo Svevo
Di quante novelle consta la raccolta "Novelle per un anno" di L. Pirandello? 241
Di quanti libri consta il "Cortegiano" del Castiglione? Di quattro libri
Di quanti libri consta il "De vulgari eloquentia"? Sarebbe dovuto essere di quattro libri, ma Dante scrisse solo il primo e parte del secondo
Di quanti versi è composto il sonetto nella sua forma tipica? quattordici
Dino Campana fu il precursore: Dell' Ermetismo
Dov_è nato Vasco Pratolini? Firenze
Dov'è ambientato il romanzo "L'isola di Arturo" di Elsa Morante? A Procida
Dove è nata Grazia Deledda? A Nuoro
Dove lavora Rosso Malpelo nell'omonima novella di G. Verga? In una cava
Dove nacque Baldesar Castiglione? A Casatico
Dove nacque Eugenio Montale nel 1896? Genova
Dove nacque Franz Kafka? Praga
Dove nacque Giovanni Boccaccio? A Certaldo o a Firenze
Dove nacque Pier Paolo Pasolini? Bologna
Dove nacque Sergio Corazzini? Roma
Dove nacque Torquato Tasso? A Sorrento
Dove nacque Vincenzo Monti? Ad Alfonsine
Dov'è nato Dante Alighieri? A Firenze
Dov'è nato Dino Campana? A Marradi
Dov'è nato Eugenio Montale? A Genova
Dov'è nato Gian Piero Lucini? A Milano
Dov'è nato Giorgio Bassani? A Bologna
Dov'è nato Guido Gozzano? A Torino
Dov'è nato Italo Calvino? A Santiago de Las Vegas (Cuba)
Dov'è nato Umberto Eco? Ad Alessandria
Dove nella "Divina Commedia" si incontra Pia de' Tolomei? Nel Purgatorio
Dove si parla di canovaccio? Nella commedia dell'arte
Dove si svolgono le vicende narrate nei Promessi Sposi? Lago di Como
Dove troviamo la protasi e l'apodosi? Nel periodo ipotetico
Due numeri-simbolo e i loro multipli sono presenti nella Commedia di Dante; quali sono questi numeri? Il tre e il dieci
Durlindana è la celebre spada di ... Orlando
Elio Pagliarani è: Un esponente della neoavanguardia
Espungere è: Eliminare
Fra i primissimi documenti in lingua volgare se ne trova uno molto particolare; di quale si tratta? L'indovinello veronese
Francesco Guicciardini scrisse: La Storia d'Italia
Franco Fortini è stato: Poeta, traduttore e critico
Gaetano Filangeri fu: Un illuminista
Galileo Galilei scrisse: Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo
Giovanni Berchet è autore: Della Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo
Gli autori "Macaronici" : parodiavano in vena plebea temi eruditi
Grazia Deledda: in continuità col Verismo vi innesta aspetti nuovi
Ha riformato il melodramma; chi? Metastasio
Ha sctitto il "Convivio"; chi? Dante
I "Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio" di N. Machiavelli riguardano: Lo stato come istituzione
Il 1929 vede l'uscita di un'opera di un giovane scrittore; di chi si tratta? Alberto Moravia
Il cervo: Bramisce
Il congiuntivo è il modo: Sono tutte vere
Il Futurismo: Nasce dall'ammirazione per la nuova industrializzazione che i paesi europei stavano vivendo
Il genere di Pietro Metastasio fu: Il melodramma
Il nome di Pietro Bembo è legato: Al Petrarchismo
Il participio passato del verbo "negligere" è: negletto
Il participio passato del verbo "parere" è: parso
Il personaggio della Monaca di Monza nel celebre romanzo di Alessandro Manzoni è realmente esistito? Sì, si tratta di Marianna De Leyva religiosa italiana e protagonista di uno scandalo che sconvolse Monza
Il popolo nei Promessi Sposi: Collabora più dei potenti all'attuarsi della vera civiltà, che coincide con il messaggio cristiano
il primo titolo di "Una vita" era: Un inetto
Il sonetto di Dante "Guido i vorrei/che tu Lapo ed io" a quale Guido si riferisce? Guido Cavalcanti
Il tema della "Gerusalemme liberata" è: Epico-religioso
Il titolo della prima redazione dei Promessi Sposi era: Fermo e Lucia
Il verso di Dante "Tu duca, tu segnore e tu maestro" è un esempio di: climax
In "Ossi di seppia" di E. Montale linguaggio e paesaggio: Servono a rendere visibile una dimensione interiore
In che anno Alessandro Manzoni si convertì al Cattolicesimo? 1810
In che anno è morto Umberto Saba? 1957
In che anno è nato Carlo Emilio Gadda? 1893
In che anno nacque Alessandro Manzoni? 1785
In che anno nacque Pietro Metastasio? 1698
In che anno venne pubblicata la raccolta di poesie "Myricae" di Giovanni Pascoli? 1891
In che opera Dante usa la terzina di endecasillabi a rima incatenata? Nella Divina Commedia
In cosa sono trasformati i suicidi nella Divina Commedia? alberi
In piede che cos'è -ie? Un dittongo
In quale accademia letteraria si incontravano "pastori"? In quella dell'Arcadia
In quale animale si trasforma Gregor Samsa nelle Metamorfosi di Kafka? Scarafaggio
In quale anno Dario Fo ha vinto il Nobel per la letteratura? 1997
In quale anno è ambientata la vicenda dei Promessi Sposi? 1628
In quale anno è nato Leonardo Sciascia? 1921
In quale anno è nato Ugo Foscolo? 1778
In quale anno furono scritti I "Sepolcri" di U. Foscolo? 1806
In quale anno Giosuè Carducci ha vinto il Nobel per la letteratura? 1906
In quale anno nacque Niccolò Machiavelli? 1469
In quale anno nacque Vittorio Alfieri? 1749
In quale anno venne pubblicato il sonetto "Languore" dove comparve per la prima volta la parole "decadenza", da cui prese nome il movimento artistico-lettererario omonimo? 1883
In quale campo di concentramento si svolge "Se questo è un uomo" di P. Levi? In quello di Auschwitz
In quale canto della "Divina Commedia" si incontrano Paolo Malatesta e Francesca da Rimini? Nel canto V dell'Inferno
In quale canto della Divina Commedia si trova Pia de' Tolomei? Nel quinto del purgatorio
In quale celeberrima opera sono cantate le vicende della Prima Crociata? Gerusalemme Liberata
In quale corrente artistico - letteraria si parla di poetica della meraviglia? Nel Barocco
In quale corrente letteraria troviamo il motivo della donna angelo? Nel Dolce stil novo
In quale corte prestò servizio Baldesar Castiglione? Alla Corte di Urbino
In quale dei seguenti movimenti letterari può essere collocato il poeta Giuseppe Ungaretti? Ermetismo
In quale di questi romanzi il protagonista si rivolge ad uno psicoterapeuta per superare le proprie nevrosi, fra cui il vizio del fumo? "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo
In quale lingua è espressa la lirica d'amore dei Trovatori? In lingua d'oc
In quale opera compare la figura della Pisana? In Confessioni d'un Italiano
In quale opera Dante inizia un viaggio il venerdì santo? Nella Divina Commedia
In quale opera di A. Manzoni compare il personaggio di Ermengarda? Nell'Adelchi
In quale opera di Cesare Pavese è narrata la crisi di un intellettuale? La casa in collina
In quale opera di Giocomo Leopardi compare il " Dialogo della Natura e di un Islandese"? Nelle Operette morali
In quale opera è contenuta la poesia "San Martino" di Giosuè Carducci? Nelle Rime nuove
In quale paese nasce convenzionalmente la corrente letteraria nota come "Romanticismo"? In Germania
In quale paese siciliano hanno luogo le vicende dei Malavoglia? Aci Trezza
In quale parola è presente un dittongo? autunno
In quale parola è presente uno iato? paura
In quale poema epico è narrata la vicenda di Ulisse? Odissea
In quale romanzo è narrata la storia della famiglia Buendìa? Cent'anni di solitudine
In quale romanzo è protagonista Arturo Bandini? "Chiedi alla polvere" di John Fante
In quale romanzo sono narrate le alterne vicende di una famiglia di commercianti? I Buddenbrook
In quale romanzo viene pronunciata la famosa frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!"? "Il Gattopardo", di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
In quanti cerchi è suddiviso l'Inferno dantesco? In nove cerchi
Inferno, Purgatorio e Paradiso: come si chiamano le 3 parti di cui si compone la Divina Commedia? Cantiche
L' accostamento di due parole simili per suono è: la paronomasia
L'"Arte della guerra" di N. Machiavelli è: In forma di dialogo
La "Commedia" è: Un poema allegorico
La "Gerusalemme liberata" si svolge: Durante la prima crociata
La "Mandragola" di N. Machiavelli è: Una commedia
La "Vita nova" è Una biografia
La celebre Emma del romanzo di Gustave Flaubert Bovary
La congiunzione "sebbene" è: concessiva
La coordinazione delle proposizioni nel periodo si definisce: paratassi
La corte di Federico II di Svevia fu culla di un'importante scuola letteraria; quale? La scuola siciliana
La corte estense a quale poeta è legata? A Torquato Tasso
La forma verbale "elisi" è: indicativo passato remoto
La forma verbale "fummo stati" è: Indicativo trapassato remoto
La forma verbale "temessimo" è: congiuntivo imperfetto
La forma verbale "valente" è: participio presente
La frase "Se non avesse fatto tardi, non avremmo perso il treno" è: Un periodo ipotetico dell'irrealtà
La lettura di quale filosofo influenzò Gabriele D'Annunzio? Quella di F. Nietzsche
La locuzione "un'ora" presenta: Un'elisione
La parola pugile è: sdrucciola
La poesia per Dino Campana è: Rivelazione
La poetica futurista prevedeva: La liberazione da ogni vincolo sintattico e grammaticale; massima libertà all'analogia
La polemica classico-romantica ebbe inizio in occasione dell'uscita di un articolo di Madame de Staël, il cui titolo era: Sulla maniera e utilità delle traduzioni
La prima persona singolare del condizionale presente del verbo "dolersi" è: mi dorrei
La seguente frase "Se lo hai detto, non sei stato gentile." è: Un periodo ipotetico della realtà
La storia per Machiavelli: E' una costruzione totalmente umana a cui si può opporre solo la fortuna
La terza persona plurale dell'indicativo passato remoto del verbo "cuocere" è: cossero
L'accademia dell'Arcadia nasce come reazione: Al marinismo
Le "Operette morali" di G. Leopardi sono: Sono tutte vere
Le vicende di chi sono narrate nell'opera "Il Milione" di Rustichello da Pisa? Del mercante veneziano Marco Polo
L'elemento "leuco" nelle parole composte significa: bianco
Leonardo Sciascia era: Siciliano
L'indaco è una tonalità di: blu
L'indicativo è il modo: Della realtà
L'Innominato: E' un personaggio dei Promessi Sposi
Lo "Zibaldone" di G. Leopardi è: Un diario che comprende riflessioni di ogni genere
Lo sradicamento vissuto dai personaggi di Cesare Pavese da cosa è originato? Dal distacco dall'infanzia
Lo stile di Andrea De Carlo si può definire: Iperrealista
L'opera di Italo Calvino "Marcovaldo ovvero le stagioni in città": E' una raccolta di venti racconti
Ludovico di Breme fu: Un letterato del Romanticismo italiano
Maggiore è: Il comparativo di grande
Mario Soldati fu: Scrittore e regista
Matteo Maria Bandello scrisse: Le Novelle
Ne' "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, quale pesce Santiago riesce a catturare dopo una lotta lunga ed estenuante? Un pescespada
Nei Promessi Sposi qual è il nome da laico di padre Cristoforo? Lodovico
Nel "Principe" di Niccolò Machiavelli, cosa fa da ostacolo alla libera azione individuale? La fortuna
Nel 1816 scoppia in Italia una polemica letteraria; quale? La polemica classico- romantica
Nel dialogo della Natura e un Islandese, com'è concepita la natura? Come indifferente alla sorte dell'uomo
Nel petrarchismo Petrarca fu: Modello di stile e modello umano
Nel romanzo "L'isola di Arturo" a chi è affidata la narrazione? Al protagonista
Nel romanzo postumo "Lezioni americane" di Italo Calvino è raccolto un ciclo di conferenze che hanno avuto luogo in quale università? Università di Harward
Nel verso di Dante "Lucevan li occhi suoi più che la stella" è presente una: similitudine
Nel XXVII canto dell'Inferno Dante fa cenno ad una città romagnola "E quella cui il Savio bagna il fianco, così com'ella sie' tra il piano e il monte, tra tirannia si vive e stato franco"; quale? cesena
Nell_opera "I dolori del giovane Werther" di Goethe, il protagonista come muore? Si uccide con un colpo di pistola
Nella "Commedia" da chi è mandato Virgilio, affinché faccia da guida a Dante? Da Beatrice
Nella "Commedia" di Dante, chi pronuncia le seguenti parole? "(...) Quando leggemmo il disiato riso / esser baciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi baciò tutto tremante. / Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: / (...) Francesca da Rimini
Nella "Commedia" di quanti canti sono composti rispettivamente l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso? 34, 33, 33
Nella "Commedia" fra quali peccatori si trova Ulisse? Fra i consiglieri fraudolenti
Nella frase "Avendo già mangiato, ho declinato l'invito a cena", che cos'è avendo già? Una proposizione causale implicita
Nella frase "Che cosa dici?", che cos'è che cosa? Pronome interrogativo
Nella frase "Che libro è?", che cos'è che? Aggettivo interrogativo
Nella frase "Dice di venire appena ha fatto", che cos'è di venire? Una proposizione oggettiva implicita
Nella frase "Domani vado per tutto il giorno al mare con i miei amici", qual è il soggetto? Io sottinteso
Nella frase "Domenica vado in campagna dai miei nonni", che cos'è in campagna? Complemento di moto al luogo
Nella frase "E' corso via per non fare tardi", che cos'è per non fare tardi? Una proposizione finale implicita
Nella frase "E' indispensabile che tu venga" che cos'è che tu venga? Una proposizione soggettiva
Nella frase "Ho letto un bellissimo libro", che cos'è bellissimo? Attributo del complemento oggetto
Nella frase "Mario è il più bravo di tutti", che cos'è il più bravo? Superlativo relativo
Nella frase "Oggi è una bella giornata", che cos'è bella? Aggettivo qualificativo
Nella frase "Oggi ho letto il giornale", che cosa sono rispettivamente ho letto e il giornale? Predicato verbale e complemento oggetto
Nella frase "oggi il signor Rossi mi ha fatto visita" che cos'è signor? Apposizione del soggetto
Nella frase "Vengo in macchina", che cos'è in macchina? Complemento di mezzo
Nella frase "Voglio che tu venga subito!", che cos'è che tu venga? Una proposizione oggettiva eplicita
Nella locuzione "gran freddo" è presente: Un'apocope
Nella poesia di Umberto Saba si canta: L'adesione totale alla vita e allo stesso tempo il dolore che la domina
Nella poesia, per Pietro Bembo, chi è il modello da seguire ? Petrarca
Nella prosa, per Pietro Bembo, chi è il modello da seguire? Boccaccio
Nella seguente frase "Oggi ho comprato un libro a Carla." che cos'è a Carla? Complemento di termine
Nelle parti del discorso variabili come si chiama la parte che non cambia? Radice
Nellla lirica "Infinito" di Leopardi, a cosa si riferisce l"quest_ermo colle"? Monte Tabor
Nell'opera di Sciascia si avverte l'influenza: Di Calvino e dei filosofi illuministi
Nell'Ulisse di Joyce come si chiama il personaggio che corrisponde all'eroe omerico? Leopold Bloom
Oltre a Virgilio e a Beatrice ci sono altri personaggi che accompagnano Dante attraverso L'oltretomba; quali? Stazio e San Bernardo
Partecipante è: Il participio presente di partecipare
Per gli scapigliati la poesia: Non ha nessuno scopo educativo
Per gli scapigliati qual è l'oggetto della poesia? Il vero
Per Gozzano: La poesia è incapace di messaggi definitivi
Per Machiavelli che cosa l'uomo può opporre alla fortuna? La virtù
Per Pavese vi è un periodo della vita della persona particolarmente importante; quale? L'infanzia, in quanto il distacco da quella genera lo sradicamento tipico dei suoi personaggi
Per quale motivo nel "Decameron" dieci ragazzi si isolano in una villa sui colli fiorentini? Per sfuggire alla peste
Per quali opere letterarie fu usato per la prima volta il termine di Neorealismo? Per gli Indifferenti di A. Moravia e per Gente in Aspromonte di C. Alvaro
Perché Dante scelse di usare il termine "commedia" per la sua grande opera? Perché inizia narrando cose terribili e difficili e si conclude felicemente
Primo Levi è autore di: Tutte sono esatte
Qual è il contrario di "involuto"? lineare
Qual è il contrario di avvenente? brutto
Qual è il contrario di sapido? insipido
Qual è il contrario di scabro? liscio
Qual è il contrario di sparuto? florido
Qual è il linguaggio usato da Gadda nelle sue opere? Una mescolanza di dialetti a cui si aggiunge il linguaggio della lingua colta, scientifica e filosofica
Qual è il nome della barca della famiglia Malavoglia? Provvidenza
Qual è il nome della Monaca di Monza nel romanzo "I Promessi Sposi"? Gertrude
Qual è il participio presente del verbo andare? Andante
Qual è il passato remoto indicativo del verbo mettere? Misi
Qual è il plurale di "caposquadra"? capisquadra
Qual è il plurale di "fuoribordo"? fuoribordo
Qual è il procedimento con cui si individuano le categorie sintattiche? L'analisi logica
Qual è il procedimento grazie al quale è possibile individuare le categorie grammaticali? L'analisi grammaticale
Qual è il significato del latinismo "ab imis"? dalle fondamenta
Qual è il significato del latinismo "coram populo"? pubblicamente
Qual è il significato dell'espressione "ciurlare nel manico"? Venir meno alle aspettative
Qual è il significato dell'espressione "lemme lemme"? piano piano
Qual è il significato dell'espressione "stare sulle spine"? essere in apprensione
Qual è il significato di "fare il nesci"? fare il finto tonto
Qual è il significato di "mordere il freno"? essere insofferenti
Qual è il significato di immanente? interno a un ente, insito in esso
Qual è il significato di interiezione? esclamazione
Qual è il significato di meticoloso? accurato
Qual è il significato di subitaneo? improvviso
Qual è il significato di tergo? posteriore
Qual è il significato esatto di infesto? dannoso
Qual è il sinonimo di fomentare? istigare
Qual è il superlativo assoluto di integro? integerrimo
Qual è il tema del romanzo "Agostino" di Alberto Moravia? I turbamenti di un adolescente di fronte alla sessualità
Qual è il tema del romanzo "Gli indifferenti" di Alberto Moravia? L'indifferenza ai problemi morali e conseguente approdo all'egoismo e all'incomunicabilità
Qual è il tema della poesia del Marino? La meraviglia
Qual è il tema di "Il gorno della civetta" e di "A ciascuno il suo" di Leonardo Sciascia? La mafia e i suoi delitti
Qual è il tema di "Sei personaggi in cerca d'autore" di L. Pirandello? L'incomunicabilità
Qual è il titolo della poesia "M'illumino d'immenso"? Mattina
Qual è il titolo dell'opera di Dino Campana? Canti Orfici
Qual è il titolo di un romanzo di Ugo Foscolo? "Sesto tomo dell'io"
Qual è il trapassato congiuntivo del verbo andare? Fossi andato
Qual è il vero nome di Aldo Palazzeschi? Aldo Giurlani
Qual è il vero nome di Trilussa? Carlo Alberto Salustri
Qual è la città "liberata" in un'opera di Torquato Tasso? Gerusalemme
Qual è la famiglia protagonista del "Gattopardo" La Famiglia di don Fabrizio Salina
Qual è la forma corretta? Abborracciare
Qual è la pena dei traditori nell'Inferno Dantesco? sono immersi nel ghiaccio
Qual è la raccolta di versi più celebre di Umberto Saba? Il Canzoniere
Qual è la sillabazione corretta del termine "aiuola"? a-iuo-la
Qual è la sillabazione corretta del termine "dietrologia"? die-tro-lo-gi-a
Qual è la sillabazione corretta della parola "guaire"? gua-i-re
Qual è l'imperativo del verbo essere? Sii tu
Qual è l'opera più importante di Pietro Bembo? Prose della volgar lingua
Qual è l'opera più originale di Matteo Bandello? Le Novelle
Qual è l'ordine cronologico delle seguenti opere di Giuseppe Ungaretti? Il porto sepolto, Allegria di naufragi, L'Allegria
Qual è un sinonimo dell'avverbio viepiù? sempre più
Qual è un sinonimo di "spilorcio"? taccagno
Qual è un sinonimo di astringere? Obbligare
Qual è un sinonimo di basito? attonito
Qual è un sinonimo di gaglioffo? Inetto
Qual è un sinonimo di lepido? arguto
Qual è un sinonimo di mesto? Triste
Qual è un sinonimo di olismo? Collettivismo
Qual è un sinonimo di orpello? Fronzolo
Qual è un sinonimo di palafreno? Destriero
Qual è un sinonimo di palliativo? Calmante
Qual è un sinonimo di paturnie? Malinconia
Qual è un sinonimo di putativo? Virtuale
Qual è un sinonimo di reiterazione? Ripetizione
Qual è un sinonimo di stanziale? Fisso
Qual è un sinonimo di ubertoso? Fertile
Qual è un sinonimo di viluppo? Groviglio
Qual era il vero nome di Pietro Metastasio? Pietro Trapassi
Quale altro grande personaggio italiano definì Italo Calvino "scoiattolo della penna"? Cesare Pavese
Quale autore ha ricevuto il Nobel nel 1934? Luigi Pirandello
Quale autore non ha scritto dentro il filone del realismo magico? Gabriele D'Annunzio
Quale biscotto risveglia involontariamente la memoria di Marcel Proust in un noto episodio della Recherche? Madeleine
Quale canzone divide il "Canzoniere" in due parti ovvero in vita e in morte di Laura? I'vo pensando, et nel penser m'assale
Quale celebre romanzo di Ernest Hemingway è ispirato alla Guerra di Spagna? Per chi suona la campana
Quale ceto sociale è al centro della satira del "Giorno" di G. Parini? La Nobiltà
Quale ceto sociale è protagonista dell'opera di Luigi Pirandello? La piccola borghesia
Quale città fa da sfondo alle opere narrative di Matilde Serao? Napoli
Quale corrente filosofica vede nella natura una serie di fenomeni regolati da rigide leggi? Il Meccanicismo
Quale degli aggettivi seguenti è un intruso? Gentile
Quale dei seguenti aggettivi è l_intruso? esterno
Quale dei seguenti articoli è un intruso? un
Quale dei seguenti personaggi è un manovale malinconico e goffo, con problemi economici e ingenuo? Marcovaldo, di Italo Calvino
Quale dei seguenti romanzi è considerato il primo romanzo moderno? Don Chisciotte della Mancha, di Miguel De Cervantes
Quale dei seguenti romanzi non è sul piacere della lettura? La noia, di A. Moravia
Quale dei seguenti romanzi non è un romanzo d'appendice? Il pendolo di Foucault, di Umberto Eco
Quale dei seguenti romanzi non è un romanzo d'avventura? La coscienza di Zeno, di Italo Svevo
Quale dei seguenti romanzi non è un romanzo giallo? Underworld, di Don DeLillo
Quale dei seguenti romanzi non è un romanzo picaresco? Il cavaliere inesistente, di Italo Calvino
Quale dei seguenti romanzi non è un romanzo storico? Se questo è un uomo, di Primo Levi
Quale dei seguenti sostantivi è un intruso? Pallottoliere
Quale dei seguenti termini è un intruso? rotondo
Quale dei seguenti termini è un intruso? reddito
Quale dei seguenti verbi è in intruso? cucinare
Quale dei seguenti verbi non è transitivo? nuotare
Quale dei sostantivi seguenti è un intruso? stringa
Quale dei termini seguenti non può essere un avverbio? pieno
Quale dei verbi seguenti è un intruso? amare
Quale dei verbi seguenti è un intruso? portare
Quale dei verbi seguenti è un intruso? rimproverare
Quale delle seguenti affermazioni riguardanti Carlo Goldoni è falsa? Sono tutte vere
Quale delle seguenti espressioni è un ossimoro? brivido caldo
Quale delle seguenti espressioni è una metafora? cuore di pietra
Quale delle seguenti espressioni non è una metafora? essere lento come una lumaca
Quale delle seguenti forme è corretta? Esterrefatto
Quale delle seguenti forme è corretta? Assennatezza
Quale delle seguenti forme verbali è un_intrusa? dipinge
Quale delle seguenti forme verbali non è un participio? pennuto
Quale delle seguenti frasi contiene un'iperbole? non lo vedo da secoli
Quale delle seguenti non è una zona del nono cerchio dell'Inferno di Dante? limbo
Quale delle seguenti opere di Ugo Foscolo è un romanzo epistolare? Le Ultime lettere di Jacopo Ortis
Quale delle seguenti opere non è di Dino Buzzati? L'uovo alla kok
Quale delle seguenti opere non è di Ugo Foscolo? I dolori del giovane Werther
Quale delle seguenti parole non è scritta correttamente? strabigliante
Quale delle seguenti parole non è un participio presente? imminente
Quale delle seguenti preposizioni è un_intrusa? del
Quale di queste affermazioni non è vera? Gli ermetici si riallacciano alla lezione pascoliana e dannunziana
Quale di queste affermazioni, riferite ai personaggi di Italo Svevo, è vera? I personaggi di I. Svevo hanno solo una vita interiore, ma sono incapaci di incidere sulla realtà
Quale di questi romanzi non è stato scritto da Alessandro Baricco? Il giovane Holden
Quale di questi romanzi non è stato scritto da Dino Buzzati? Il sentiero dei nidi di ragno
Quale elemento ritorna spesso nell'opera di Lalla Romano? Quello autobiografico
Quale famosa "lirica di guerra" di G. Ungaretti viene scritta il 27 agosto 1916 a Valloncello dell'Albero Isolato? San Martino del Carso
Quale figura è tipica nell'opera di Cesare Pavese? Quella dello sdradicato dalla propria realtà
Quale figura retorica è presente nel verso di Pascoli "Sentivo un fru fru tra le fratte"? allitterazione
Quale fra i seguenti non è un tema dell'opera di Pirandello? Sono tutte vere
Quale fra i seguenti romanzi non è di Alberto Moravia? Il Bell'Antonio
Quale fra le seguenti affermazioni è falsa? Quella di Pavese è una poesia ermetica
Quale fra le seguenti affermazioni è vera? La poesia crepuscolare è in aperta opposizione a quella dannunziana
Quale fra le seguenti coppie di nomi presenta un errore? Psicologo/Psicologhi
Quale fra le seguenti è la forma corretta? Lattiginoso
Quale fra le seguenti è una ballata di Guido Cavalcanti? Perch'i' no spero di tornar giammai
Quale fra le seguenti è un'opera di Curzio Malaparte? Kaputt
Quale fra le seguenti forme è corretta? Acquartierare
Quale fra le seguenti frasi contiene un predicato nominale? Roma è una bellissima città
Quale fra le seguenti frasi contiene un predicato verbale? Andrea è andato a Parigi
Quale fra le seguenti frasi presenta un aggettivo possessivo? Oggi è il mio compleanno
Quale fra le seguenti frasi presenta un pronome relativo? Il film che ho visto ieri non mi è piaciuto
Quale fra le seguenti opere è di Pier Paolo Pasolini? Amado mio
Quale fra le seguenti opere non è di Italo Svevo? Dedalus
Quale fra le seguenti opere non è di Mario Soldati? Il segreto di Luca
Quale fra le seguenti opere non è di Niccolò Machiavelli? Il Ruzzante
Quale fra le seguenti opere non è di Pietro Metastasio? Mandragola
Quale fra le seguenti poesie non è di A. Manzoni? All'Italia
Quale fra queste è un' opera di Matteo Maria Boiardo? L'"Orlando innamorato"
Quale fra queste è una novità del teatro pirandelliano? Il "teatro nel teatro"
Quale fra queste è una tipica opera preromantica? I canti di Ossian
Quale fra queste è un'opera di Cesare Beccaria? Dei delitti e delle pene
Quale fra queste è un'opera di San Francesco d'Assisi? Il Cantico di Frate Sole
Quale fra queste non è un'opera del Marino? La secchia rapita
Quale fra queste non è un'opera di C. Pavese? Il diavolo al Pontelungo
Quale fra queste non è un'opera di Giosuè Carducci? Inni sacri
Quale fra queste non è un'opera di Leonardo Sciascia? Nuovo commento
Quale fra queste opere è di Benvenuto Cellini? La Vita
Quale fra queste opere è di Leonardo Sciascia? Gli zii di Sicilia
Quale fra queste opere è di Pier Paolo Pasolini? Una vita violenta
Quale fra queste opere non è di Giacomo Leopardi? Le Grazie
Quale fra queste opere non è di Umberto Eco? Il gioco del rovescio
Quale fra queste opere teatrali non è di Luigi Pirandello? Madre coraggio
Quale fra questi autori è considerato un classicista? Giosuè Carducci
Quale fra questi autori elaborò la teoria del piacere, secondo cui il piacere, indeterminato e senza fine, può essere solo immaginato? Giacomo Leopardi
Quale fra questi autori non è ascrivile al movimento letterario noto come "ermetismo"? Umberto Saba
Quale fra questi è un romanzo di Federico De Roberto? I Vicerè
Quale fra questi è un romanzo di Lalla Romano? Una giovinezza inventata
Quale fra questi è un romanzo di Luigi Capuana? Giacinta
Quale fra questi non è un nome collettivo? Riunione
Quale fra questi non è un personaggio dei Promessi Sposi? Sono tutti personaggi dei Promessi Sposi
Quale fra questi non è un personaggio della "Bottega del caffè" di Carlo Goldoni? Mirandolina
Quale fra questi non è un personaggio della "Gerusalemme liberata"? Orlando
Quale fra questi non è un romanzo di Grazia Deledda? La storia
Quale fra questi non è un romanzo per ragazzi? Cosmicomiche vecchie e nuove
Quale fra questi può essere un tema della poesia crepuscolare? La vita di provincia
Quale fra questi scrittori può essere considerato postmoderno? Umberto Eco
Quale fu il maggiore poeta dell'Arcadia? Pietro Metastasio
Quale fu il motivo che portò alla stesura dei "Sepolcri" di Foscolo? Una discussione che il poeta ebbe con Ippolito Pindemonte intorno al problema delle sepolture
Quale fu la causa della morte di Guido Gozzano? La tisi
Quale giornale aveva come scopo la diffusione dell'utile e la guerra ai pregiudizi? Il Caffè
Quale grande giornalista italiano è autore di "Un altro giro di giostra"? Tiziano Terzani
Quale guerra fa da sfondo a "L'Orlando furioso"? Quella fra cristiani e saraceni
Quale modo dispone di otto tempi? L'indicativo
Quale modo finito dispone di due tempi? Il condizionale
Quale movimento ha fede nella ragione? L'Illuminismo
Quale movimento letterario nacque in Italia nella seconda metà del 1800? La scapigliatura
Quale non fa parte degli Inni sacri di A. Manzoni? La Crocifissione
Quale opera è suddivisa in Mattino, Mezzogiorno, Vespro e Notte? Il Giorno di Giuseppe Parini
Quale periodico fondò Pietro Verri? Il Caffè
Quale poeta parla di "corrispondenza d'amorosi sensi"? Ugo Foscolo
Quale romanzo di Alberto Moravia ha vinto il premio Viareggio? La noia
Quale romanzo di Corrado Alvaro vinse il premio Strega? Quasi una vita
Quale romanzo di Italo Svevo fu concepito come una confessione psicoanalitica? La coscienza di Zeno
Quale romanzo di Joyce si svolge in una sola giornata? Ulisse
Quale segno di interpunzione viene usato per chiarire ciò che è stato detto in precedenza? I due punti
Quale terna di opere teatrali è di Gabriele D'Annunzio? Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio
Quale terra è protagonista della raccolta di novelle "Vita dei campi" di G. Verga? La Sicilia
Quale terra è protagonista nell'opera di Corrado Alvaro? La Calabria
Quale tra i seguenti aggettivi ha un superlativo regolare? cattivo
Quale tra i seguenti autori ha scritto "Ed è subito sera"? Salvatore Quasimodo
Quale tra i seguenti autori non appartiene al realismo italiano? Giovanni Pascoli
Quale tra i seguenti autori non è annoverabile tra gli illuministi? Vincenzo Monti
Quale tra i seguenti è un aggettivo numerale cardinale? tre
Quale tra i seguenti è un avverbio interrogativo? come
Quale tra i seguenti è un modo verbale indefinito? gerundio
Quale tra i seguenti è un tempo composto? abbiamo mangiato
Quale tra i seguenti è un tempo semplice? andrò
Quale tra i seguenti gradi di comparativo non esiste? disuguaglianza
Quale tra i seguenti gruppi appartiene alle congiunzioni subordinative? comparative
Quale tra i seguenti luoghi fa parte della "topografia" del Purgatorio nella Divina Commedia? monte scosceso
Quale tra i seguenti non è un aggettivo dimostrativo? ella
Quale tra i seguenti non è un grado dell'aggettivo qualificativo? negativo
Quale tra i seguenti non è un nome collettivo? cittadino
Quale tra i seguenti non è un nome difettivo? popolo
Quale tra i seguenti non è un superlativo assoluto? il maggiore
Quale tra i seguenti non è uno dei "nove cieli" del Paradiso? Plutone
Quale tra i seguenti prefissoidi significa nuovo? neo
Quale tra i seguenti prefissoidi significa piccolo? micro
Quale tra i seguenti prefissoidi significa uguale? iso
Quale tra le seguenti congiunzioni è conclusiva? pertanto
Quale tra le seguenti congiunzioni è disgiuntiva? oppure
Quale tra le seguenti è una parola piana? nazione
Quale tra le seguenti è una parola tronca? caffè
Quale tra le seguenti forme verbali è un futuro semplice? gioiranno
Quale tra le seguenti non è una locuzione avverbiale di modo? in men che non si dica
Quale tra le seguenti parole è errata? socquadro
Quale tra le seguenti parole non appartiene alla medesima famiglia? rosa
Quale tra le seguenti parole non ha due plurali? mento
Quale tra le seguenti preposizioni articolate ha anche valore di articolo partitivo? Del
Quale tra queste è la forma corretta? Gliel'ho dato
Quale tra queste opere non è ascrivibile ad Alberto Moravia? La lunga vita di Marianna Ucrìa
Quale tra questi autori non ha usato la tecnica narrativa del "flusso di coscienza"? Giovanni Verga
Quale tra questi è un nome ambigenere? nipote
Quale tra questi fiumi degli Inferi viene citato per primo nella Divina Commedia? Acheronte
Quale tra questi non è un nome alterato? torrone
Quale tra questi non è un personaggio dei "Malavoglia"? Alessandro
Quale tra questi non è un verbo servile? essere
Quale tra questi scrittori italiani non ha vinto il Premio Nobel per la letteratura? Gabriele D'Annunzio
Quale tra questi scrittori italiani non ha vinto il Premio Nobel per la letteratura? Giorgio Bassani
Quali beati volteggiano cantando nel Paradiso Dantesco? gli spiriti amanti
Quali dannati sono "immersi nella pece bollente" nell'Inferno Dantesco? i barattieri
Quali fra queste scrittrici ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2007? Doris Lessing
Quali penitenti "camminano nel fumo" nel Purgatorio dantesco? gli iracondi
Quali romanzi comprende "I nostri antenati" di I. Calvino? Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente
Quali romanzi di Verga fanno parte del "ciclo dei vinti"? Malavoglia e Mastro- don Gesualdo
Quali sono i nomi più importanti degli scrittori appartenuti alla cosidetta "beat generation"? Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti
Quali sono le parti invariabili del discorso? Avverbio, preposizione, congiunzione e interiezione
Quali sono le parti variabili del discorso? Articolo, nome, aggettivo, pronome e verbo
Quali sono le tre fiere che sbarrano il passo a Dante nel primo canto dell'Inferno? lince-leone-lupa
Quali tra i seguenti non è un modo verbale finito? participio
Quali tra le seguenti non appartengono alle congiunzioni coordinative? comparative
Quali tra queste è una novella del "Decameron"? Lisabetta da Messina
Quali tra questi non è un personaggio de "L'Orlando furioso"? Tancredi
Quali tra questi romanzi non è stato scritto da Andrea Camilleri? Il cavallo rosso
Quali tra questi termini non è sinonimo? capoccione
Quando appaiono i primi testi in volgare di una qualche importanza letteraria? Nel XIII secolo
Quando fu compiuta la prima redazione del "Fermo e Lucia" di Alessandro Manzoni? 1823
Quando fu l'epoca dei "lumi"? Verso la metà del Settecento
Quando Ludovico Ariosto pubblicò per la prima volta "L'Orlando furioso"? 1516
Quando nacque Ippolito Nievo? 1831
Quando si afferma il Neorealismo? Nel dopo guerra
Quando una frase si dice ellittica? Quando soggetto o predicato non sono espressi
Quando una subordinata si dice esplicita? Quando contiene un verbo di modo finito
Quando una subordinata si dice implicita? Quando contiene un verbo di modo indefinito
Quando venne pubblicato "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde? 1891
Quando vinse Eugenio Montale il premio Nobel per la letteratura? 1975
Quando, tradizionalmente, si dà inizio al Medioevo? Con la caduta dell'impero romano
Quante copie vendette Cuore di De Amicis in vent'anni? 330000
Quante sono le coniugazioni verbali? tre
Quante sono le cornici del Purgatorio? sette
Quante sono le parti invariabili del discorso? Quattro
Quante sono le parti variabili del discorso? Cinque
Quante sono le preposizioni semplici? nove
Quanti anni aveva Dante quando vide per la prima volta Beatrice? Nove anni
Quanti sarebbero dovuti essere "Gli inni sacri" secondo l'idea iniziale di A. Manzoni? 12
Quanti sono i fratelli Karamàzov? 4
Quanti sono i modi verbali? sette
Quanti sono i protagonisti del Decameron di Boccaccio? 10 (7 donne e 3 uomini)
Quanti sono i tempi del modo verbale congiuntivo? quattro
Quanti sono i tempi del modo verbale indicativo? otto
Quanti tempi ha l'imperativo? Due
Quanti tempi ha l'infinito? 2
Rispetto alla forma "di modo che" è una: locuzione congiuntiva
Saremmo andati è: Il condizionale passato di andare
Sciascia porta nella sua opera: I diversi problemi della sua terra
Scrittore greco antico, autore di celebri favole Esopo
Solo una fra le seguenti opere è di Carlo Goldoni; quale? Bottega del caffè
Solo una fra le seguenti opere è di Giovanni Boccaccio; quale? Ninfale Fiesolano
Tommaso Campanella è autore di: La città del sole
Torquato Tasso è autore: Della Gerusalemme liberata
Tra i seguenti autori chi pubblicò "Le fiabe italiane"? Italo Calvino
Tra quali peccatori Dante incontra il conte Ugolino? Tra i traditori della patria
Tra questi autori quale fu influenzato dalla psicoanalisi freudiana? Italo Svevo
Tra singolare e plurale quanti sono gli articoli determinativi? 6
Umberto Saba e Italo Svevo sono accomunati da una cosa; quale? Sono nati tutt'e due a Trieste
Un aspetto contraddistingue Gozzano dagli altri poeti crepuscolari; quale? L'ironia
Fonte: Mininterno.net
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