Letteratura italiana
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La Poesia o Lirica Siciliana
All’inizio del XIII sec, la crociata indetta da papa Innocenzo III contro gli Albigesi (o Catari di Albi) in Provenza e le violenze che questa comportò, determinarono la decadenza delle corti feudali della Francia merdionale (dove si era sviluppata la lirica provenzale). A causa di ciò, i poeti trovatori abbandonarono la Francia meridionale e trovarono accoglienza in diverse parti d’Europa, soprattutto in Germania, nella penisola iberica e nell’Italia nord orientale.
Proprio nell’Italia nord orientale, dietro il loro modello, si sviluppò un tipo di produzione lirica che recuperava i temi convenzionali, i procedimenti stilistici e la lingua d’oc della produzione lirica provenzale (Sardello da Goito).
Alla corte di Federico II (Sicilia) dal 1230 al 1250, circa, si sviluppò, la prima produzione letteraria in volgare in Italia ad opera di poeti di varia provenienza che erano i funzionari di corte di Federico II: burocrati, amministratori, che quindi non erano professionisti, ma dilettanti colti, esperti di diritto e di retorica che si dedicano alla poesia come evasione, elegante esercizio intellettualistico.
Federico II promosse all’interno della propria corte qualsiasi stimolo culturale valorizzando anche la tradizione culturale araba soprattutto in ambito medico, filosofico e matematico. Inoltre tentò di determinare un forte accentramento del potere politico attraverso un capillare apparato burocratico e cercò di affermare la propria egemonia in Italia (anche se non vi riuscì) entrando in conflitto con la chiesa e di rivendicare la legittimità del potere laico autonomo da quello pontificio. Anche la scelta di promuovere un tipo di produzione laica (quella provenzale) si può ricondurre ad un desiderio di autonomia dalla chiesa.
Nella sua corte fiorì un tipo di produzione poetica che aveva come modello la lirica provenzale ed è probabile (non è sicuro, è un’ipotesi) che il contatto tra Federico II e la lirica trobadorica sia avvenuto nell’Italia nord–orientale (in Veneto) alla corte di Ezzelino da Romano che divenne signore di Verona grazie all’aiuto di Federico II.
Il contesto socio - politico in cui si sviluppò la lirica siciliana era diverso rispetto a quello della lirica provenzale, poiché il potere in Sicilia era accentrato, mentre in Francia il potere era fortemente decentrato. Inoltre in Francia i poeti erano vassalli dei signori, mentre in Italia erano funzionari del re.
Nonostante queste differenze, i temi erano gli stessi, o meglio, venne considerata solo la tematica amorosa, affrontata secondo le stesse modalità della lirica provenzale (culto della donna, idealizzazione della bellezza della donna, la nobilitazione interiore provocata dall’amore fino). Ma i temi non erano più affrontati in modo realistico, ma astratto, stilizzato (poiché non corrispondevano più a situazioni concrete, in quanto i funzionari non avevano tempo per l’amor fino). Inoltre, le poesie erano destinate alla lettura, quindi sono prive di accompagnamento musicale.
La lingua era un volgare di tipo illustre, aulico, raffinato che comportava l’eliminazione di tutte le espressioni correnti, basse e colloquiali. Era un volgare regolare nella sintassi, ricco di latinismi e provenzalismi. Era una produzione destinata a un pubblico ristretto, d’élite, quello gravitante intorno alla corte di Federico II.
Questa lirica aveva esclusivamente fini d’arte, nessun fine didascalico - religioso, politico o pedagogico.
Uno dei maggiori poeti siciliani fu Giacomo da Lentini (o Jacopo), notaio alla corte di Federico II a cui si attribuisce l’invenzione del sonetto, forma metrica costituita da 14 endecasillabi articolati in due quartine denominate nell’insieme ottava e in due terzine denominate nell’insieme sestina.
Nella produzione siciliana lo schema metrico delle due quartine era a rime alternate (ABAB ABAB), delle due terzine a rime replicate (CDE CDE) o rime alterne – alternate (CDC CDC) o rime incatenate (CDC DCD).
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PRIMO LEVI
VITA E OPERE
Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una famiglia ebrea piemontese di solide tradizioni intellettuali. Laureato in chimica e chimico di professione, diventa scrittore in seguito alla traumatica esperienza della deportazione ad Auschwitz. E’ questo l’evento centrale della sua vita, che fa scattare in lui la molla della scrittura, sentita come un’impellente necessità di confessione, di analisi e come un ineludibile dovere morale e civile. Il ricordo mai estinto di Auschwitz è anche probabilmente alla base dell’inatteso ed enigmatico suicidio con il quale lo scrittore pone termine alla sua esistenza, nel 1987.
Fino al 1938 Primo Levi è un normale studente di agiata famiglia con la passione della chimica, dalla quale spera di ricavare "la chiave dell’universo…il perché delle cose"; le leggi razziali rappresentano per lui una svolta che gli apre gli occhi sulla natura del fascismo e lo orienta verso l’azione politica. Alla fine del 1942 entra nel Partito d’Azione clandestino e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unisce a un gruppo partigiano di "Giustizia e libertà" operante nella Valle d’Aosta. Catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943, viene internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz (febbraio 1944).
Nel Lager, dove rimane circa un anno, Primo Levi riesce a sopravvivere grazie a circostanze fortunate, sulle quali torna per tutta la vita a mettere l’accento:
"Sono stato fortunato: per essere stato chimico, per avere incontrato un muratore che mi dava da mangiare, per avere superato le difficoltà del linguaggio…; mi sono ammalato una volta sola, alla fine, e anche questa è stata una fortuna, perchè ho evitato l’evacuazione dal lager: gli altri, i sani, sono morti tutti, perchè sono stati deportati verso Buchenwald e Mauthausen, in pieno inverno".
Il Lager incide profondamente sulle sue convinzioni: gli dà la coscienza di essere diverso in quanto ebreo e lo spinge verso lo scetticismo religioso.
"Sono diventato ebreo in Auschwitz. La coscienza di sentirmi diverso mi è stata imposta."
"L’esperienza di Auschwitz è stata per me tale da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa….C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio".
A testimonianza di questa tragica esperienza, Primo Levi scrive di getto nel 1946 e pubblica nel 1947 Se questo è un uomo, il libro che solo dieci anni più tardi sarà riconosciuto come il capolavoro della letteratura concentrazionaria, sul quale la nostra classe ha svolto uno studio approfondito.
Dal momento in cui le truppe russe entrano nel Lager di Auschwitz, abbandonato dai tedeschi in ritirata, prende avvio La tregua, il secondo libro di memoria di Levi, pubblicato nel 1963 e considerato da alcuni la sua opera più alta. La tregua narra il tormentato viaggio di ritorno in patria dell’autore con un gruppo di compagni attraverso un’Europa ancora sconvolta dalla guerra. Come l’esperienza del Lager è associabile all’inferno (cfr. Il Lager come metafora dell’inferno), così l’odissea del viaggio di ritorno, nel quale avviene una lenta e travagliata resurrezione alla vita, rimanda al purgatorio, in una sorta di percorso simile a quello dantesco; tuttavia l’analogia si ferma qui, in quanto Levi, a differenza di Dante, non potrà mai raggiungere la completa liberazione.
Questo secondo libro rivela l’acquisita consapevolezza di una vocazione letteraria: scrivere non è più per Levi un fatto occasionale o episodico e, al dolente testimone del Lager, si affianca uno scrittore dall’ispirazione varia, che sperimenta forme letterarie diverse dalla memorialistica.
Pubblica racconti di genere fantascientifico come quelli raccolti nelle Storie naturali (1967) o in Vizio di forma (1971), accanto ai quali vanno ricordati i brevi testi di Sistema periodico (1975), intitolati ciascuno a un elemento chimico e ispirati alla professione dell’autore. Per spiegare la sua doppia natura, di scrittore e di scienziato, Levi usa la metafora del centauro, come abbiamo scoperto nello spettacolo visto quest’anno al Teatro, diretto dal regista Scaglione, che si basa proprio su alcuni racconti delle Storie naturali (cfr. Dossier dell’Area di progetto). Questi testi rivelano, dietro le vicende paradossali venate da una sottile ironia, l’intento di indurre alla riflessione sui rapporti fra la scienza e l’umanità.
Nell’ambito del filone legato agli interessi scientifici dell’autore, l’opera più importante è forse La chiave a stella (1978), dove si raccontano le esperienze di vita e di lavoro dell’operaio piemontese Faussone, che gira il mondo per svolgere il suo lavoro di montatore: nel personaggio, quasi una proiezione dell’autore, spiccano la curiosità intellettuale e un vivo senso della dignità del proprio lavoro.
Ma il filone memoriale-saggistico nella produzione letteraria di Levi non si interrompe: direttamente a La tregua si collega infatti il romanzo Se non ora, quando?(1982), che descrive il viaggio di un gruppo di partigiani ebrei russi che vanno dalla Bielorussia all’Italia passando per la Palestina, e il libretto memoriale-ragionativo I sommersi e i salvati (1986) torna sulla tragedia di Auschwitz con l’intento non più di raccontare ma di riflettere, riallacciandosi a Se questo è un uomo.
Su una linea di sostanziale continuità rispetto alle opere in prosa si collocano le raccolte poetiche ( L’osteria di Brema, 1975; Ad ora incerta, 1984; Altre poesie, riunite postume), anticipate dai versi che precedono come un’epigrafe Se questo è un uomo e La tregua e ispirate alla tematica del Lager.
Il punto di contatto fra le "due nature" di Primo Levi, quella del letterato e quella dello scienziato, sta in una fiducia illuministica nella ragione che si traduce in una scrittura limpida, chiara, essenziale, dove ogni parola viene "pesata".
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ALESSANDRO MANZIONI
Scrittore italiano (Milano 1785-1873). Figlio di Pietro Manzoni, ricco possidente del contado di Lecco, e di Giulia Beccaria, figlia del giurista autore del famoso trattato Dei delitti e delle pene; sembra in realtà che Manzoni sia nato da una relazione della madre con Giovanni Verri, fratello dei celebri Alessandro, Pietro e Carlo. L'ipotesi non è accettata da tutti, ma il fatto è che, se anche Pietro Manzoni riconobbe quel figlio come suo, di lì a qualche anno si separò legalmente dalla moglie (1792). Manzoni iniziò gli studi a Merate, nel collegio dei padri somaschi, e li proseguì a Lugano, quindi (1798) a Milano nel Collegio dei Nobili tenuto dai barnabiti. Quindicenne, compiuti gli studi, tornò a vivere nella casa paterna dove la madre non c'era più, fuggita a Londra dopo la separazione, per convivere col conte Carlo Imbonati (lo stesso discepolo prediletto di Parini, al quale il poeta aveva dedicato l'ode L'educazione). Manzoni si dedicò alle sue prime composizioni poetiche, con le quali diede sfogo all'anticlericalismo come reazione all'ambiente chiuso e retrivo dei collegi (Il trionfo della libertà). Imitò Monti e mostrò le sue simpatie per gli ideali democratici e giacobini della Rivoluzione. Scrisse sonetti e idilli, il più maturo dei quali appare, tra gli altri convenzionali e retorici, Adda, del 1803: una doviziosa fantasia mitologica con molte descrizioni di paesaggi, che riappariranno più ampiamente svolte nel futuro romanzo. L'anno successivo terminò la stesura di quattro Sermoni: Amore a Delia, Contro i poetastri, Al Pagani, Panegirico a Trimalcione, composizioni satiriche, non prive di quel moralismo che fu in seguito la caratteristica di tutta la sua arte. Morto nel 1805 a Parigi Carlo Imbonati, Manzoni, che da poco aveva raggiunto la madre, riconquistò il suo affetto e scrisse il carme in 242 versi sciolti In morte di C. Imbonati, col quale manifestava le tesi di una morale laica destinate a diventare la premessa o almeno il complemento necessario delle sue future convinzioni religiose. Restò a Parigi fino al 1810, salvo brevi viaggi a Milano, come quando, dopo la morte del padre (1807), nominato erede universale, dovette recarvisi con la madre. Durante quell'estate incontrò a Blevio, sulle colline bergamasche, la sedicenne Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino, e l'anno seguente la sposò, lui ventiduenne, col rito calvinista, rispettando le convinzioni religiose di lei, ma suscitando uno scandalo nella società milanese. Con la madre e la sposa tornò allora a Parigi, dove riprese a frequentare alla "Maisonnette" di M.me Sophie Condorcet, le riunioni degli "ideologi", ultimi rappresentanti dell'illuminismo repubblicano in tempo di reazione. Fu in questo periodo che probabilmente approfondì la conoscenza dei grandi moralisti e oratori francesi del Seicento: Pascal, Bossuet, Condillac; incontrò di nuovo il filosofo sensista Jean Georges Cabanis, e strinse una fraterna amicizia con il letterato Claude Fauriel: personaggi ambedue che tanto peso ebbero sulla sua formazione artistica; scrisse nel 1807 il mediocre poemetto mitologico Urania (pubblicato nel 1809).
Biografia: dalla conversione alla stesura del Cinque maggio
Intanto Enrichetta, che sotto la guida dell'abate genovese Eustachio Degola, giansenista, andava avvicinandosi al cattolicesimo e aveva fatto battezzare col rito romano la primogenita Giulia Claudia, riuscì a convincere il marito a ripetere il matrimonio col rito cattolico (febbraio 1810), dopo la propria pubblica abiura. Infine Manzoni si accostò con la moglie ai sacramenti della confessione e della comunione (dicembre 1810). Non si può tuttavia parlare di una vera e propria "conversione" di Manzoni, ma più esattamente di un ritorno alla fede dell'infanzia, di una lenta crisi che lo portò ad accettare con rinnovato fervore una soluzione ai problemi morali che lo tormentavano. A questo contribuirono, anche come preparazione all'intenso periodo di attività letteraria che Manzoni dispiegò nell'arco dei successivi quindici anni, i frequenti "ritiri" nella villa di Brusuglio, avuta in eredità da Imbonati, dopo il definitivo ritorno a Milano, e soprattutto le meditazioni che gli servirono ad approfondire i temi dell'impegno religioso, sotto la direzione spirituale di monsignor Luigi Tosi. Tra il 1812 e il 1815, Manzoni si dedicò alla stesura dei primi quattro Inni sacri (La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione), dopo il ripudio di tutte le opere scritte prima della "conversione" e da lui definite delicta iuventutis. Soltanto nel 1822 portò a termine il quinto inno, La Pentecoste, dei dodici che in origine aveva pensato di scrivere, corrispondenti alle grandi feste dell'anno liturgico. Nei primi quattro Manzoni non riesce a trasformare in vera poesia l'emozione dell'animo di fronte ai misteri della religione abbandonandosi ora all'enfasi, ora alla fredda riflessione, ora alla retorica; soltanto ne La Pentecoste la religione è sentita e celebrata come strumento di solidarietà umana, incontro del divino con l'umano in un'intonazione corale che è preludio al mondo de I promessi sposi. Nel 1816 Manzoni cominciò la stesura della tragedia Il conte di Carmagnola, portata a termine e pubblicata nel 1820 con una dedica a Fauriel, nella quale manifestava la sua idea sul teatro, ulteriormente ampliata nelle Notizie storiche, oltre che nella Lettre à M. Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, del 1820, e nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, pubblicato insieme all'Adelchi nel 1822. L'idea di Manzoni è che il teatro debba essere un «mezzo potente di miglioramento» del popolo e che i fatti storici debbano essere rispettati nello spirito e nei particolari, se non si vuol mettere in gioco la moralità e la serietà dell'opera.
In queste diverse occasioni, Manzoni affrontò anche il problema dell'unità di tempo, di luogo e di azione, mostrando la necessità di abolire le prime due, come avevano già fatto Shakespeare, Goethe e Schiller, per ottenere un'originalità non asservita a schemi classici. Manzoni volle tuttavia conservare i cori, come efficace commento all'azione drammatica, per consentire all'autore «uno slancio più lirico, più variato e più fantastico», e far sì che le opere fossero anche «destinate alla lettura», senza eccessive preoccupazioni per la loro destinazione alle scene. La critica ha rimproverato a Il conte di Carmagnola una mancanza di teatralità, ma nel protagonista già s'intravvede la struttura dei grandi personaggi manzoniani: il Carmagnola è, come Napoleone, Ermengarda, l'Innominato, un potente, redento dalla sventura. Adelchi, dedicata alla moglie, è certamente migliore. C'era stato nel frattempo un ripensamento del Manzoni - ispirato dal Fauriel - sul rapporto fra storia e poesia, specialmente su quella "nuova" poesia romantica che, essendo di natura e di argomento popolari, poteva raccogliere una partecipazione e un interesse più ampi nel pubblico. L'argomento è tratto dalle storie longobarde, «una favola di tempi barbari stupendamente ingentilita» (C. Angelini). Anche qui la storia serve al Manzoni per «conoscere i veri pensieri attraverso i quali gli uomini giungono a commettere una grande ingiustizia» e a mettere in risalto la Provvidenza divina che, attraverso le ingiustizie e le sventure, porta le innocenti vittime a insospettate grandezze: la "provvida sventura" di un verso famoso dell'Adelchi, tema ricorrente del Carmagnola, dell'ode Cinque maggio e de I promessi sposi.
E fu la fede nella Provvidenza e in una vita futura, di cui questa è solo preparazione, che permise a Manzoni di superare la concezione pessimistica della vita e del mondo che egli acquisì, non diversa da quella di Foscolo e di Leopardi. Tra il 1818 e il 1819, Manzoni compose le Osservazioni sulla morale cattolica, per confutare le accuse dello storico ginevrino Jean Charles Leonard de Sismondi contro l'influenza della Chiesa, causa prima della corruttela degli Italiani. Manzoni volle dimostrare «che la morale cattolica è la sola morale santa e ragionata in ogni sua parte; che ogni corruttela viene anzi dal trasgredirla, dal non conoscerla, o dall'interpretarla alla rovescia; che è impossibile trovare contro di essa un argomento valido». Nel suo libretto, Manzoni cercò di conciliare col pensiero contemporaneo dogmatica e morale cristiana, usando una logica rigorosa e un'analisi che rispecchiava, oltre che una solida dottrina, anche una sincera convinzione: fra l'altro egli metteva a tacere tutte le accuse di giansenismo che avrebbero potuto rivolgergli: «È cosa orribile il non amare quelli che Dio ha predestinati alla sua gloria; ed è giudizio della più rea e stolta temerità, l'affermare di alcun vivente che non lo sia, l'escludere anche uno solo dalla speranza nelle ricchezze della misericordia divina». C'è se mai da dire che Sismondi non aveva attaccato la morale cattolica, bensì la Chiesa intesa come istituzione storica.
Nel 1814 Manzoni aveva scritto l'ode civile Aprile 1814 e l'anno successivo Il proclama di Rimini, rimasta allo stato di frammento, con le quali manifestava le sue idee politiche e patriottiche; nel 1821 scrisse Marzo 1821 e Cinque maggio, per la prima prendendo spunto dai moti piemontesi: trascinato anch'egli dall'entusiasmo, prima che la reazione austriaca rendesse vane le speranze dei liberali, stese quasi di getto l'ode che sarebbe stata però pubblicata dopo le Cinque Giornate, nel 1848, forse con qualche aggiunta e con la dedica al patriota tedesco Teodoro Körner morto nella battaglia di Lipsia, «nome caro a tutti i popoli che combattono per difendere e per riconquistare una patria». Il Cinque maggio, più che un'ode civile e politica, si può considerare un'ode d'ispirazione religiosa. Manzoni la scrisse in tre giorni, dal 17 al 19 luglio 1821, appena qualcuno portò a Brusuglio la notizia della morte di Napoleone. «La storia, questa cospirazione divina nei fatti umani, non ha mai avuto in poesia un'interpretazione religiosa così profonda come quest'epica in settenari» (C. Angelini). L'ode ebbe 27 traduzioni, Goethe la tradusse in tedesco, ed è rimasta, nella considerazione di storici e critici, la cosa migliore che sia mai stata scritta su Napoleone, veduto come un gigante assiso fra «due secoli l'un contro l'altro armato», abbandonato dalla gloria terrena e dagli uomini e consolato dalla vicinanza di Dio, suo esaltatore e suo vincitore.
Opere: da Fermo e Lucia alla seconda edizione dei Promessi Sposi
Dal 24 aprile di quello stesso anno 1821, Manzoni aveva iniziato a Brusuglio la prima stesura del romanzo storico Fermo e Lucia (che in questa versione fu pubblicato come curiosità filologica solo nel 1954). Se Manzoni nell'affrontare questo genere letterario rispondeva a un gusto allora imperante sulla traccia del successo dei romanzi di W. Scott, altri e più profondi motivi, di natura artistica e morale, maturarono la genesi dell'opera. Infatti fin dal tempo del superamento della sua crisi spirituale e come conseguenza di essa, Manzoni aveva rifiutato il principio dell'arte per l'arte, contrapponendovi quello di un'arte utile e volta a fini morali, educativi e religiosi; di un'arte accessibile a tutti, patrimonio dei più umili, rispecchiante la realtà della vita. Infine, nel 1816 con l'ode scherzosa L'ira d'Apollo per la lettera semiseria di Grisostomo e più ancora con la lettera Sul romanticismo (1823) indirizzata al marchese Cesare Taparelli d'Azeglio, Manzoni mostrò di aver accolte le nuove dottrine romantiche, rifiutando l'imitazione dei classici (ma non negandone lo studio), e riconoscendone gli elementi positivi contro coloro che vi vedevano «non so qual guazzabuglio di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca stravagante». Difendendo insomma il principio fondamentale di una letteratura che avesse «l'utile per iscopo, il vero per soggetto, l'interessante per mezzo», anche se poi tornò sopra a questi concetti che si erano dimostrati di non facile applicazione. E tanto più accettò le dottrine romantiche, perché sentì che i loro principi si conciliavano col cristianesimo. Per questo scelse il romanzo che con una trama "fantastica" traesse origine da una realtà storica. Col nuovo titolo I promessi sposi. Storia milanese del sec. XVII scoperta e rifatta da A. Manzoni (ripudiato all'ultimo momento l'altro, Gli sposi promessi), il romanzo in tre volumi uscì nel 1827 (la cosiddetta "ventisettana"), dopo che dal 1824 al 1826 Manzoni aveva lavorato a ridurlo in linee più essenziali, perfezionando la sua documentazione storica, tentando di eliminare le difficoltà di carattere linguistico e quelle strutturali, per cui la prima stesura appariva priva di omogeneità e la tensione narrativa era appesantita da troppi indugi moralistici e didascalici, oppure da lunghe digressioni storiche estranee alla vicenda (storia della monaca di Monza, dei processi agli untori, del conte del Sagrato, divenuto l'Innominato, ecc.). Raggiunta la celebrità, Manzoni riceveva nella sua casa di via del Morone i maggiori esponenti della cultura romantica milanese: Ermes Visconti, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet, Carlo Porta, mantenendo vivo, anche dopo la soppressione de Il Conciliatore, voluta con determinazione dalla censura austriaca, il suo impegno di scrittore compartecipe delle ansie e delle contraddittorie istanze dei suoi connazionali, diventandone anzi l'interprete principale proprio attraverso il romanzo che andava lentamente componendo, ostacolato da frequenti malattie (soffriva anche di attacchi epilettici), da piccole e grandi manie e da difficoltà d'ogni genere. In quello stesso anno 1827, Manzoni, scontento, si recò a Firenze per dedicarsi a una scrupolosa revisione linguistica del romanzo. Già nel 1806 aveva scritto a Fauriel: «Per nostra sventura, lo stato dell'Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l'ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta. Ed è perciò che gli scrittori non possono produrre l'effetto che eglino (m'intendo i buoni) si propongono, d'erudire cioè la moltitudine, e di rendere in questo modo le cose un po' più come dovrebbero essere». Per liberarsi da un tipo di lingua ancora troppo legata a quella "morta" dei puristi, pensò che il fiorentino dei "ben parlanti" potesse fare al caso e si avvalse dell'aiuto di alcuni amici: il drammaturgo G. B. Niccolini, il medico G. Cioni, Emilia Luti, che portò con sé a Milano come istitutrice delle figlie, e altri. A Firenze incontrò inoltre il gruppo dei liberali che collaboravano all'Antologia di Gian Pietro Vieusseux e conobbe anche Giordani e Leopardi, verso il quale si mostrò stranamente freddo. In questo periodo di intensa attività, una bufera di lutti si abbatté sulla casa di Manzoni: nel 1833 morì Enrichetta, dalla quale aveva avuto dieci figli; poi la primogenita Giulia, andata sposa a Massimo d'Azeglio, poi altre figlie e la madre. Nel 1837 sposò in seconde nozze Teresa Borri, vedova del conte Decio Stampa. La seconda edizione del romanzo (la "quarantana") si cominciò a pubblicare a dispense dal 1840, con le illustrazioni di Gonin e di Riccardi; in appendice fu aggiunta la Storia della colonna infame. La pubblicazione terminò nel 1842: il romanzo ottenne numerosi e autorevoli riconoscimenti anche dagli stranieri: Chateaubriand assegnò la priorità a Manzoni su W. Scott, lo lodarono Comte, Villemain, Lamartine, Stendhal, Sainte-Beuve; fu tradotto in tutte le principali lingue europee.
Opere: la fortuna critica dei Promessi Sposi
La fortuna critica del romanzo ha conosciuto una stagione particolarmente propizia, che ha avuto riscontro anche all'estero. Dissipatosi l'equivoco (sorto da un giudizio di G. Scalvini e ripreso da Croce in un primo tempo) che aveva ristretto l'opera manzoniana entro gli angusti confini dell'"oratoria", negandole il carattere di "poesia", si è riconosciuta la strettissima interdipendenza, ne I promessi sposi, tra l'ideologia e l'invenzione letteraria. Tuttavia, si ripresenta periodicamente nei critici di orientamento ideologico opposto al cattolicesimo di Manzoni il sospetto che l'ideologia cattolica abbia impedito a I promessi sposi di divenire un grande romanzo, specie se posto a confronto con l'opera narrativa di un Tolstoj. Si tratta però di un errore di prospettiva storica: non si deve dimenticare che Manzoni, «sull'ardua via del romanzo, non aveva pressoché nulla di esemplare a cui riferirsi, e non solo in Italia ma anche all'estero, e che egli è, in ordine di tempo, il primo grande innovatore della tradizione romanzesca settecentesca e il primo creatore di una nuova forma di narrativa moderna» (Caretti). Negli anni di stesura del romanzo, dal 1821 al 1825, Manzoni non aveva infatti a disposizione niente altro che il romanzo francese del Settecento e W. Scott; e, quanto a Tolstoj, doveva seguire a mezzo secolo di distanza, avvantaggiandosi di una splendida tradizione romanzesca, da Stendhal a Balzac, e dei fermenti di rinnovamento dei pensatori democratici della Russia ottocentesca. Il momento creativo manzoniano, che si inserisce nel decennio 1815-25, coincide invece ancora, in Italia, con la fase di trapasso dall'ottimismo illuministico alla presa di coscienza delle grandi idee democratiche: a una concezione della storia ancora dominata dai grandi personaggi subentra così, con il romanzo manzoniano, una ben diversa prospettiva, secondo cui gli uomini di "piccol affare" divengono protagonisti della storia. A questo sentimento di etica democratica si adeguano le forme espressive: l'ingresso degli "umili" nell'area sociologica del romanzo si accompagna con la liquidazione delle istituzioni retoriche e linguistiche del passato e con l'invenzione di una prosa narrativa moderna, che segna il passaggio da una letteratura d'élite a una letteratura popolare e nazionale.
Opere: l' ultimo periodo
Conclusosi, con la seconda edizione del romanzo, il più felice periodo creativo, nell'ultimo periodo Manzoni si dedicò all'elaborazione di diversi saggi e discorsi di carattere storico e letterario, oltre a quelli già citati: Del romanzo e in genere de' componimenti misti di storia e d'invenzione (1845), col quale si dichiarava contrario a mettere insieme il vero e il verosimile, e quindi indirettamente criticava anche le sue tragedie e il romanzo; il dialogo Dell'invenzione (1850) nel quale rielaborava alcuni concetti del Rosmini; il Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859 (1868) rimasto incompiuto. Molti gli scritti sul problema della lingua: una raccolta di piccoli saggi e relazioni, scritti tra il 1835 e il 1836, fu pubblicata postuma nel 1923 col titolo Sentir messa; poi, in ordine di tempo, la lettera a Giacinto Carena Sulla lingua italiana (1845); la relazione al ministro Broglio Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868) con un'Appendice (1869), le due lettere a Bonghi Intorno al libro "De vulgari eloquio" di Dante e Intorno al vocabolario (1868) e la Lettera al marchese Alfonso della Valle di Casanova (1871). Nel 1861 fu nominato senatore del nuovo regno (nel 1859 aveva ricevuto la visita di Cavour e di Garibaldi) e a Torino partecipò alla seduta durante la quale Roma fu proclamata capitale d'Italia (anche Manzoni votò contro il potere temporale dei papi). L'anno seguente ebbe la presidenza della commissione per l'unificazione della lingua e nel 1872 ricevette la cittadinanza romana in riconoscimento di quanto aveva fatto per la causa dell'unità nazionale. Dopo una caduta, che gli procurò gravi sofferenze per due mesi, si spense a 88 anni nella casa di via del Morone. Nell'anniversario della morte, Giuseppe Verdi gli dedicò la sua Messa da Requiem.
Bibliografia
A. Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano, 1948; D. Chiomenti Vassalli, Giulia Beccaria, la madre del Manzoni, Milano, 1956; T. Gallarati Scotti, La giovinezza del Manzoni, Milano, 1959; A. Caglio, Nel cerchio dei Manzoni e dei Giorgini, Palermo, 1966; Guglielmo Alberti, Alessandro Manzoni, in Autori Vari, Storia della letteratura italiana, vol. VII, L'Ottocento, Milano, 1969; L. Russo, I personaggi dei Promessi sposi, Bari, 1969; L. Caretti, Ideologia e stile, Torino, 1972; A. C. Jemolo, Il dramma di Manzoni, Milano, 1973; P. Fossi, La conversione di Alessandro Manzoni, Firenze, 1974; C. Bo, La verità degli umili, Urbino, 1990.
Fine articolo sulla letteratura italiana
Aldo Palazzeschi
Aldo Palazzeschi è lo pseudonimo di Aldo Giurlani, poeta e narratore fiorentino. Nato nel 1885 e morto nel 1974, fu un arguto e fantasioso narratore ed un poeta sottile che ondeggiò fra l’ironia malinconica, l’umorismo bizzarro e la deformazione caricaturale, e costituì certamente una delle figure più originali del nostro primo ‘900. Ebbe un acutissimo senso dell’humour ed una vera e propria vocazione al riso. Pochi autori seppero risolvere come lui questo umorismo in un linguaggio così pronto e spigliato, con una tale vivacità di ritmi ed immagini da rendere il tono brioso e bizzarro dell’“opera buffa”.
Visse in un periodo centrato attorno ad una profonda crisi d’identità. Il periodo compreso tra l’ultimo decennio dell’800 e gli anni precedenti la prima guerra mondiale, è caratterizzato da una violenta reazione al Positivismo: questo aveva celebrato la fede nella scienza, nel progresso sociale, nella pacifica collaborazione fra i popoli, ma la realtà, fatta di guerre, imperialismi, lotte di classe, era ben diversa da quanto si era sperato. Tale situazione determina nuovi atteggiamenti spirituali: subentra la disillusione, l’angoscia, la sensazione del vuoto e del nulla; in arte si reagisce con la rottura dei moduli naturalistici.
Distrutti i vecchi schemi della cultura positivistica, rinnegati i miti consolatori dell’800, immerso in un mondo sfiduciato nelle prospettive della scienza e della vita politica e sociale, posto di fronte all’ascesa vertiginosa della borghesia capitalistica che impone un modello di società tutto basato sulla logica del capitale e del profitto come unici valori, l’uomo di cultura/l’intellettuale (europeo) del primo ‘900 vive una profonda crisi d’identità, avverte chiaramente la fine di un’epoca e l’avvento di una nuova e prende coscienza della perdita del suo tradizionale ruolo sociale che era quello del “praeceptor”, del “creatore di valori”. Egli generalmente, al contrario di quanto avveniva nel secolo precedente, proviene dai ceti medi borghesi, una classe sociale che vede compiere il suo declassamento schiacciata com’è tra la forza indiscussa della grande borghesia finanziario-industriale e le emergenti forze del proletariato. Emarginata da questi due colossali protagonisti, la piccola e media borghesia, e con essa l’intellettuale, si sente frustrata, indebolita, disorientata ed, incapace di farsi classe egemone come aspira, si vede ridotta a classe subalterna e strumentale. In questa situazione di inferiorità per gli scrittori scrivere diviene un lavoro come un altro per procurarsi da vivere. In tal modo poeti e scrittori si sentono semplici lavoratori, uomini tra gli uomini, “poveri mortali” come tutti gli altri. Nasce da ciò una situazione di disagio, di noia esistenziale, (di scontento) di malcontento, di provocazione.
La coscienza del disagio esistenziale, del “male di vivere” che travaglia l’uomo contemporaneo è presente in gran parte della poesia e della narrativa dei primi del ‘900.
Lo scrittore avverte con angoscia che sta per compiersi la frattura definitiva tra io e mondo, tra artista e realtà, iniziata nell’Ottocento, e si sente “spersonalizzato”, “disumanizzato”, “disintelligenziato”. Oramai “i tempi sono cambiati”, come dice Palazzeschi, e gli uomini “non domandano più nulla ai poeti”, a quei poeti che altro non sono che “articoli di non prima necessità”, come afferma Gozzano.
Siamo in pieno Decadentismo, periodo che vede un uomo incerto e stanco, sconfitto sul piano politico nella sua libertà e frastornato dalle voci della guerra, che cerca dentro di sé, in un ripiegamento introspettivo, nuovi mondi in cui credere. La faticosa autoanalisi dell’uomo moderno è accompagnata dalla coscienza di quanto sia amaro far parte della storia in un mondo che cerca la propria grandezza nel sopruso, in violenti imperialismi e nazionalismi prevaricatori.
La risposta degli uomini di cultura alla profonda crisi esistenziale, morale e culturale che investe la coscienza dell’uomo agli albori del Novecento e alla crisi che travolge l’intellettuale tradizionale approda a soluzioni diverse e spesso contraddittorie.
Alcuni scrittori (Svevo, Pirandello, Mann, Musil, Kafka, ecc.) si impegnano in una inquieta e tormentosa analisi della malattia dell’uomo moderno nella civiltà industriale e borghese che essi condannano in maniera corrosiva e impietosa. Nelle loro opere questi scrittori parlano di malattia (Svevo e Mann), di eroe in tensione (Mann), di inettitudine (Tozzi e Svevo), di universo labirintico (Kafka); e ancora di uomo senza qualità (Musil), di uomo spersonato nel male del tempo (Rebora), di male di vivere (Montale). Escono dalle loro opere personaggi incapaci di agire, di darsi una consistenza, tesi a smontare la storia dei loro fallimenti e della loro coscienza frantumata (Pirandello). Tali personaggi lottano invano contro i pregiudizi e la morale borghese, contro la città che massifica l’uomo; essi individuano chiaramente i meccanismi alienanti e ripetitivi dell’inferno tecnologico che riduce l’uomo a semplice manovella, rovesciando così i miti imperialistici della macchina in “malattia industriale”. Ma questi personaggi non riescono a configurare pienamente un “uomo nuovo” veramente alternativo; la loro protesta tende a risolversi in se stessa, in una dolente quanto amara impotenza.
L’Italia era stata anch’essa coinvolta dalla crisi di valori che caratterizzò l’intera Europa agli inizi del ‘900; ma la penetrazione della cultura e soprattutto della letteratura decadente, era stata rallentata nel paese dalla persistenza della tradizione aulica.
Alcuni intellettuali e letterati, ossia i Crepuscolari, cercano di risolvere la crisi fuggendo la città, in un impossibile ritorno alla provincia, alla semplicità, all’innocenza ingenua degli affetti sani della campagna o alle “buone cose di pessimo gusto” del tempo passato. Sarà, però, un tentativo tutto programmato e spesso intellettualmente voluto, a cui gli stessi Crepuscolari, in ultima istanza, non crederanno.
Aldo Palazzeschi porta il suo contributo, in un primo momento, alla tematica e al linguaggio crepuscolari. Si tratta però di un contributo tutto personale, perché Palazzeschi sfugge ad una precisa identificazione con questo o quel movimento, rimanendo una delle figure più unitarie e coerenti del primo Novecento. Nella sua prima produzione poetica ritorna il mondo caro ai crepuscolari, fatto di conventi, monachine, cimiteri, ecc., ma il poeta toglie a quei temi il sospiro, la tenerezza e la malinconia, per sostituirvi la vocazione al riso, forme più stilizzate, spettrali, funambolesche. Viene ribaltata nel grottesco e nel ridicolo la funzione del poeta, ridotto a un “saltimbanco, e del poetare, nient’altro ormai che un divertimento, un gioco.
L’avvicinamento successivo di Palazzeschi ai futuristi non necessita della rottura con il passato. Al poeta basta accentuare il suo clownismo, il suo tono grottesco, irridente, quella sua “feroce ironia” che era già caratteristica della produzione precedente.
Alcune spie della una nuova sensibilità, che agli inizi del ‘900 si va diffondendo in Europa e in Italia, sono già ravvisabili, infatti, negli intellettuali futuristi, i quali tendono a risolvere la crisi storica e dell’intellettuale, che pure essi avvertono, in uno sfrenato attivismo, in un’esaltazione incondizionata della civiltà industriale, in una celebrazione della religione della macchina e della velocità. Essi, quindi, come risposta - reazione alla profonda crisi esistenziale, sia morale che culturale, che li travolse agli albori del’900, tesero a liquidare un certo vecchiume culturale, a credere nella positività della rivoluzione industriale e ad esaltare incondizionatamente la civiltà industriale, la macchina, la velocità e la guerra, sentita come azzeramento totale per una nuova ricostruzione, poiché dopo la necessaria distruzione si profetizzava un nuovo mondo guidato da una generazione giovane, forte, vigorosa. Ma non c’è nei Futuristi italiani una sufficiente coscienza critica della nuova realtà; di conseguenza, se essi pur liquidano un certo vecchiume culturale, finiscono per bruciare una carica di rottura e di rivolta alleandosi alla spregiudicata borghesia industriale con i loro miti tecnicizzati, i loro feticci metallici, la loro “modernolatria”. Gli intellettuali futuristi altro non sono che la versione tecnologizzata del “superuomo” dannunziano ed esaltano la macchina, la guerra, le folle da dominare. Tutti tesi ad emergere, a darsi un ruolo egemone di guida culturale della borghesia, diventano invece produttori, con maggiore o minore originalità, di un’ideologia funzionale ma subalterna alla grande borghesia nella sua fase imperialistica, inevitabilmente destinati, quindi, ad essere assorbiti nell’esperienza fascista.
Partecipando vivamente/attivamente alle polemiche letterarie, Palazzeschi entrò in contatto con queste idee rivoluzionarie, proprie dell’arte moderna. Influenzato dalle correnti di avanguardia aderì per qualche tempo al Futurismo, quella vivace corrente artistica e letteraria d’avanguardia sviluppatasi in Italia nel primo decennio del ‘900 il cui scopo essenzialmente era quello di liberare la poesia dagli schemi e dai modelli arcaici e vincolanti della cultura tradizionale. Nei futuristi troviamo la volontà di rifiutare il passato e l’esigenza di rinnovare il linguaggio artistico per adeguarlo ai tempi nuovi.
Nato in Francia nel 1910 da genitori italiani, il Futurismo ebbe ben presto risonanza europea e costituì una nuova ventata rivoluzionaria che scosse l’ambiente dell’arte. Il clima in cui maturò l’avventura futurista era dominato da un rapido sviluppo sia delle scienze che delle nuove tecnologie, sotto la pressione dei grandi interessi industriali e finanziari. I primi anni del Novecento segnano, infatti, in ogni campo, il distacco dal passato, il balzo verso un avvenire più “tecnologico”. Il nuovo secolo si annuncia come il secolo delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità: la luce elettrica permette all’uomo di uscire per sempre fuori dal tunnel di una lunga notte che per millenni lo ha condizionato; l’automobile gli consente di provare emozioni, gusti, odori, sensazioni che nessuno prima ha mai sentito; la potenza devastatrice delle armi genera un’esaltata euforia; l’aeroplano sembra coronare l’antico sogno dell’uomo di dominare anche il cielo. E sono proprio i modelli di questa nuova realtà ad attirare l’attenzione e la simpatia dei futuristi: le macchine, i grandi complessi industriali, le città moderne, la velocità, il telegrafo, il telefono, il cinema, simboli delle accelerate comunicazioni di massa ed, infine, l’automobile, nuovo mito nascente, ne sono alcuni esempi. Il Futurismo celebrò il mito della macchina e della velocità e la concezione della guerra come “sola igiene del mondo”.
Il Futurismo, che ebbe come suo fondatore, teorico ed animatore Filippo Tommaso Marinetti, contro la cultura e l’arte tradizionale, propugnò una nuova estetica ed una nuova concezione di vita, fondate sul dinamismo come principio – base della moderna civiltà industriale. I futuristi, quindi, rinnegarono il passato e guardarono alla realtà dell’era meccanica, nella quale tutto si muove, tutto corre. Nacque da qui l’esigenza di dipingere l’oggetto in movimento, o meglio il movimento stesso degli oggetti nello spazio, creando composizioni in cui sono resi concreti dinamismo, velocità, suoni, odori, rumori; gli oggetti, in tal modo, venivano rappresentati con un procedimento molto simile a quello attuato dai cubisti che, sulla superficie piana della tela, scomponevano l’oggetto nei suoi volumi, in tutte le sue parti, visibili e nascoste, riducendolo quasi ad una sequenza di forme geometriche organizzate in una visione simultanea nel tempo e nello spazio. Si tratta di immagini che si deformano in un turbine di linee, forme e colori, dentro il quale lo spettatore si sente quasi trascinato. Per rendere evidente questa esplosione di movimento e velocità i futuristi scomposero e costruirono le immagini con un procedimento molto simile a quello adottato dai Cubisti.
Tutta l’avventura futurista iniziò con il “Manifesto del Futurismo” di Filippo Tommaso Marinetti (fondatore, teorico ed animatore della nuova corrente) pubblicato a Parigi nel 1909, con la funzione di propagandare lo stile innovativo del Futurismo. Nel 1912 Marinetti pubblicò il “Manifesto tecnico della letteratura futrista”. Il suo scopo era essenzialmente quello di liberare la poesia dagli schemi e dai modelli arcaici e vincolanti della cultura tradizionale. Rinnegando il passato Marinetti intendeva rivolgere la poesia al futuro: di qui il nome del suo movimento, appunto il “Futurismo”. In letteratura, infatti, i futuristi proposero una rivoluzione formale basata, ad esempio, sulla distruzione della sintassi, della punteggiatura, dell’aggettivo, dell’avverbio e su una nuova disposizione delle parole “in libertà”, anticipando in tal modo il “Dadaismo”. Si tratta di un movimento artistico e letterario d’avanguardia, sorto a Zurigo nel 1916. Siamo nel periodo della prima guerra mondiale: le distruzioni, la morte, il dolore che il conflitto lascia dietro di sé e il crollo di ogni valore spirituale provocano in un gruppo di artisti, poeti e scrittori pacifisti per lo più profughi, provenienti da varie nazioni e di differenti ideologie, tutti impegnati in una intensa propaganda contro la guerra e rifugiatisi a Zurigo, un gesto di protesta violenta, di accusa e di rivolta contro la società ed i miti da essa costruiti come la cultura tradizionale e le convenzioni sociali. Nasce così il movimento Dada la cui parola, probabilmente presa dal linguaggio infantile, nella sua insignificanza, vuole significare il rifiuto radicale di quel gruppo per ogni atteggiamento razionalistico. Il movimento Dada fu dunque il violento disgusto di intellettuali ed artisti per l’assurdità e l’orrore della guerra; fu un preciso impegno anticonformista; fu la rivolta antiautoritaria che divenne nelle opere di quegli artisti violenza provocatoria; fu la rivolta contro una società impositiva ed alienante che tutto valutava in rapporto alla logica del profitto; fu un’intransigente negazione verso l’arte, al fine di costruirne una nuova, in radicale opposizione a quella tradizionale, o meglio una “anti-arte” che fosse contestatrice, provocatoria, ironica.
Del Futurismo Palazzeschi accoglie lo sperimentalismo delle onomatopee, ossia quei suoni che imitano la natura, delle immagini e delle parole in libertà. Si incontra inoltre con le tematiche delle insegne luminose, delle réclames, degli annunci pubblicitari. Inoltre in Palazzeschi, come nei futuristi e in altre avanguardie del primo Novecento, troviamo la volontà di rifiutare il passato e l’esigenza di rinnovare il linguaggio artistico per adeguarlo ai tempi nuovi. Ma l’avversione al romanticismo sentimentale, alla retorica, all’estetismo dannunziano, che aveva condotto Palazzeschi a far parte inizialmente della corrente dei crepuscolari, è sempre intrisa del solito tono ironico e burlesco del poeta “saltimbanco dell’anima”. Del Futurismo rifiuta, invece, il mito della macchina e della velocità e la concezione della guerra come “sola igiene del mondo”. Ben presto, pertanto, si stacca dal Futurismo sentendo in sé, tra l’altro, il mutare dei tempi e la necessità di credere nella speranza del mondo democratico, sorto al tramonto del Fascismo e precisamente nel 1946. Nonostante questi cambiamenti politici Palazzeschi predilige sempre, nella sua opera poetica, coerentemente con la sua indole spigliata, una fine e profonda ironia. Anziché aggredire gli schemi arcaici e vincolanti della cultura tradizionale con violenza ed asprezza, come aveva fatto Marinetti, il quale ne aveva attuato una impetuosa corrosione, Palazzeschi preferì farli crollare fingendo un’assoluta ingenuità, come se la secolare cultura tradizionale non lo avesse neanche sfiorato.
Palazzeschi si mise insomma a giocare con i versi, utilizzando parole tutt’altro che solenni, talvolta buffe. Nella sua poesia, che apparve subito nuova ed originalissima perché liberata da tradizioni letterarie e da imitazioni, egli abolì l’“io”, ossia la soggettività che impone una rappresentazione della realtà attraverso la coscienza interiore dello scrittore. Abolendo l’“io” poetico Palazzeschi costruì nelle sue poesie un mondo totalmente impersonale, in cui l’individualismo umano è soffocato dalla materia dilagante, un mondo cioè pienamente coerente alla civiltà in cui il poeta visse e in cui viviamo anche noi, ossia la “civiltà dei consumi”. Palazzeschi fa della sua poesia non l’esaltazione dell'io, ma semplicemente libertà d’invenzione, estro, divertimento, gioco clownesco, da saltimbanco, rottura con ogni forma di convenzione sociale, con ogni regola, con ogni logica.
Nella poesia “Chi sono?” Palazzeschi tenta di recuperare la propria soggettività chiarendo a se stesso e agli altri quale sia la funzione del suo “essere poeta”, in una società qual è quella del primo ‘900, caratterizzata da profonde modificazioni dovute alla nuova situazione economico – politica che si andava allora delineando in Italia. Aldo Palazzeschi nella poesia “Chi sono?”, tesa a chiarire a se stesso ed agli altri la funzione del poeta in una società profondamente mutata, definisce “malinconia” lo stato d’animo che contraddistingue, appunto, il poeta agli inizi del ‘900: tale termine connota una situazione di depressione, temperata da una certa dolcezza e caratterizzata da struggenti pensieri. La “malinconia” del poeta scaturisce dalla sua condizione di emarginato all’interno di una società dominata dalla borghesia finanziario – industriale, i cui valori sono essenzialmente il denaro, il profitto, il potere. La poesia, il cui scopo fondamentale è di realizzare quanto è stato detto precedentemente, finisce inevitabilmente col diventare una vera e propria sfida del poeta contro il mondo irreparabilmente autoritario e convenzionale che lo circonda.
Una delle più note poesie di Palazzeschi è “La fontana malata”. In essa la fontana malata, che fatica a far defluire liberamente l’acqua, che spasima in un sordo e strozzato gorgoglio come di tosse, simboleggia l’impotenza creativa del poeta nella nuova realtà – storico – culturale del primo Novecento, la sua possibilità di produrre se non “spazzature”. La fontana malata tende ad essere una piccola funambolica invenzione, una trovata bizzarra del poeta che ha voglia di giocare con la propria materia, che vuole divertirsi. Appare, inoltre, evidente l’intenzione parodistica di Palazzeschi di rovesciare la grande orchestrazione musicale de “La pioggia nel pineto” dannunziana, il suo canto spiegato, la sua materia alta. La lingua della poesia del Novecento recupera spesso materiali dannunziani e pascoliani, sia a livello lessicale che ritmico, rovesciandoli, però, e degradandoli, recuperandoli in senso eversivo, ironico, parodistico. “La fontana malata” è, quindi, il simbolo di una impotenza creativa che oppone al canto spiegato dell’Ottocento una musica franta e singhiozzante, il gorgoglio strozzato dell’acqua che non riesce a fluire. L’orchestrazione musicale della “pioggia” del pineto dannunziano si traduce qui, con chiaro intento parodistico, nei colpi di tosse fatti di consonanti momentanee, sorde, con soffi spiranti: “Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / clocchete, …” Qui, più che nelle “romanze” crepuscolari o nelle filastrocche, altrettanto crepuscolari, dei bambini, più che nei “rumori” dei futuristi, viene liquidata la musicalità ottocentesca.
Palazzeschi, inoltre, svaluta la letteratura attraverso operazioni extragrammaticali e utilizzando la “spazzatura / delle altre poesie”.
La poesia “Lasciatemi divertire” è emblematica di quella “poetica del divertimento”, di quella vocazione al riso, di quel clownismo lirico, buffonesco, che distanzia Palazzeschi non tanto da D’annunzio, ma dall’intimismo crepuscolare da un lato e, dall’altro, anche dal rumore futurista. Di fronte ad una profonda crisi di valori e all’esaurirsi di una tradizione, al poeta non resta che l’alternativa del divertimento, dello sberleffo, dell’ironia, dell’arguzia, del riso divertito. È importante sottolineare la presenza nella poesia di elementi prosaici del lessico, la mimesi del parlato e il tono colloquiale, l’evasione felice nelle vocali, nelle sillabe, nella “spazzatura” letteraria. Il poeta fa pulizia di tutto un passato. L’arte è azzerata; la nuova poesia ripartirà da questo livello infimo per ricostruirsi in termini nuovi.
Viene ribaltata, quindi, nel grottesco e nel ridicolo la funzione del poeta, ridotto a un “saltimbanco dell’anima”, e del poetare, nient’altro ormai che un “divertimento”, un gioco. L’ironia, in Palazzeschi così come anche in Guido Gozzano, si trasforma in coscienza problematica dell’uomo moderno, solo, deluso, sfiduciato in un mondo sospeso tra il ”non essere più” e il “non essere ancora”, oscillante tra le cose che potevano essere e non sono state; un uomo sospeso in una condizione limbale tra un Ottocento che tarda a morire e un Novecento che fatica a nascere, quasi un bruco che non sa divenire crisalide.
La produzione di Palazzeschi successiva alla prima guerra mondiale (“Stampe dell’800”, “Sorelle Materassi”, ecc…), si avvia alla riscoperta di una fine malinconia e di una sofferta comprensione delle vicende umane. Lo sberleffo, l’ironia, il clownismo sono tramontati, anche se non verrà mai meno la vocazione al divertimento, all’arguzia, al riso divertito.
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Vittorio Alfieri
La Vita
Nacque ad Asti il 16 gennaio 1749 da nobili, agiati ed onesti parenti: il conte Antonio e Monica Maillard. Nel 1758, a 9 anni entrò nella Reale Accademia militare di Torino, un duro collegio, dal quale uscì disgustato e ignorantissimo. Uscito otto anni dopo con il grado di “port-insegna”, Alfieri iniziò la serie dei suoi lunghi viaggi nel quale attraversò l’Italia e l’Europa. Proprio in questi anni si pongono i fondamenti della formazione culturale di Alfieri attraverso appassionale, disordinate e personalissime letture: gli illuministi francesi (Voltaire, Rousseau, ecc.) che suscitano piuttosto diffidenza che adesione. Sono invece Le vite parallele di Plutarco a suscitare il suo entusiasmo come anche l’eroica folla di Cervantes e le accese passioni di Shakespare. Nel 1772 Alfieri tornò definitivamente a Torino, dove scoprì la propria vocazione poetica.
Scrisse così la sua prima tragedia, Cleopatra, e subito dopo il Filippo e il Polinice. Da questo momento la sua vita sarà interamente dedicata alla poesia. Solo adesso Alfieri si dedica davvero allo studio, con quel furore, che lo induce persino a farsi legare alla sedia dal suo servo.
Morì a Firenze nel 1803 e su sepolto in Santa Croce.
Rilettura di una vita: la “Vita scritta da esso”
Mente Parini appare collegato con la con la cultura e le aspirazioni del suo secolo, Alfieri, si presenta sradicato da esse e tutto proteso verso posizioni che saranno tipiche del Romanticismo. Nonostante questo si viene a collegare alla civiltà dei Lumi dalla quale mostra di condividere alcuni dei più diffusi e caratteristici postulati.
Ma dell’Illuminismo, esso rifiutava più o meno consapevolmente due aspetti fondamentali: la fiducia nella possibilità effettiva di riforme che migliorassero le condizioni dell’umanità e la fiducia nella ragione come unica facoltà che permette all’uomo di dominare la natura e la storia.
La Vita si divide in due parti e quattro epoche:
PRIMA PARTE. Epoca prima. Puerizia. Abbraccia nove anni di vegetazione. Epoca seconda. Adolescenza. Abbraccia otto anni di ineducazione. Epoca terza. Giovinezza. Abbraccia tre anni di viaggi e dissolutezze. Epoca quarta. Virilità. Abbraccia trenta e più anni di composizioni e studi diversi.
PARTE SECONDA. Continuazione della quarta epoca.
L’autobiografia non è scritta con l’animo di chi ripercorra, ormai al tramonto della vita, le vicende dell’esistenza per riviverle con affettuosa nostalgia, m bensì e la storia interiore di un poeta il cuoi primo dramma è stato la lotta con la famiglia, la scuola, la società, le istituzioni, le idee, i pregiudizi del tempo.
L’avversione alla tirannide e i trattati politici
La vita di Alfieri è una vita tutt’altro che illuministica, è quella di un uomo che viveva di rendita e quindi lontano dai problemi concreti della quotidianità, di un uomo solitario, perennemente scontento, sfiduciato e pessimista, che contrapponeva orgogliosamente la propria personalità e tutte le norme della società civile.
Il suo pensiero politico è dominato dall’avversione alla tirannide: e tale avversione potrebbe sembrare mutata dal liberalismo del pensiero illuministico. La l’atteggiamento dell’alfieri non è liberale, è liberatorio, egli non crede che la tirannide possa essere eliminata attraverso un nuovo assetto delle società e determinate istituzioni politiche. E ancor meno crede che il potere cambi la natura se viene trasferito dalla persona del monarca o da una stretta oligarchia al popolo intero.
Queste idee sono espresse nelle opere politiche e in specie nel trattato Della tirannide, ideato nel 1777, poi ripreso a Parigi e pubblicato nel 1800. Dedicato alla libertà e composto solo perché i tempi impediscono l’azione, l’opera si compone in 2 libri, nel primo si definiscono i caratteri e le debolezze del tiranno, nonché la forza su cui si basa il suo dominio; nel secondo si insegnano i modi con cui ci si posa sottrarre alla tirannide o scuoterla.
La poetica alfieriana e il sistema tragico
L’esasperato individualismo, l’impeto prorompente delle passioni, la tensione al sublime e all’espressione di sentimenti eroici, presenti nella Vita e nei trattati politici, sono alla base della poetica di Alfieri.
Nata da una forte tensione emotiva, da un nucleo oscuri di “abbondanza” e di “furore”, questa indistinta volontà di esprimersi ha per sua natura bisogno del “beneficio del tempo”, di un lungo lavoro di elaborazione e di lima, che passa per tre momenti , che soli possono consentire al primo ed essenziale brillare dell’ispirazione di oggettivarsi in forme essenziali e assolute, classicamente rigorose.
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Alighieri Dante
(Firenze, 1265 - Ravenna, 1321)
Dante apparteneva a una famiglia della piccola nobiltà guelfa fiorentina; in gioventù frequentò la vita elegante e “cortese”, attendendo, sotto la guida di Brunetto Latini, agli studi di retorica. Ben presto si accostò al gruppo dei poeti dello Stilnovo con i quali condivideva un ideale di vita aristocratico e raffinato. Nel 1285 Dante sposò Gemma Donati, ma già nel 1274 egli ebbe il suo primo incontro con Beatrice, il cui vero nome era Bice di Folco Portinari, moglie di Simone de’ Bardi, morta nel 1290. Nel 1289 Dante prese parte alla battaglia di Campaldino contro i ghibellini di Arezzo. Poemetti giovanili sono il Fiore e il Detto d’amore, anche se la prima opera certa resta la Vita Nuova, composta tra il 1292 e il 1294. In seguito alle complesse vicende politiche fiorentine, ossia la lotta tra le due fazioni guelfe dei Bianchi e dei Neri, che videro il poeta schierato con i Bianchi e contro le manovre di papa Bonifacio VIII, Dante fu esiliato, con un processo sommario, nel 1302. Seguì un periodo di peregrinazione tra varie città della Toscana e del nord Italia, durante il quale, oltre alla Commedia, egli compose il Convivio e il De vulgari eloquentia. Per quanto concerne la Commedia, capolavoro del poeta fiorentino e caposaldo della letteratura italiana di tutti i tempi, si pensa che questa sia stata iniziata verso il 1306 e proseguita fin quasi alla data della morte del poeta. Con la discesa di Arrigo VII in Italia (1310) e il suo tentativo di conquistare Firenze, Dante si illuse di poter rientrare a Firenze, ma in seguito all’improvvisa morte dell’imperatore a Buonconvento, ogni speranza svanì definitivamente. Il poeta morì di febbre malarica a Ravenna, dove era ospite dei da Polenta, signori della città.
Le opere:
- opera giovanile: il Fiore
- opera giovanile: il Detto d’amore
- 1292-94: la Vita Nuova; le Rime
- 1303-04: il De vulgari eloquentia
- 1304-07: il Convivio
- 1304-26: le Epistole
- 1306-21: la Commedia (1306-09 l’Inferno, prima del 1316 il Purgatorio, 1316-21 il Paradiso)
- 1313-18: De Monarchia
- 1319-20: le EglogheBacone Ruggero
(Ilchester, Inghilterra, 1214 - dopo il 1292)
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Cesare Balbo - Uomo politico, storico e letterato, nato a Torino da Prospero B. il 27 novembre 1789 e morto ivi il 3 giugno 1853, risentì, nella sua formazione mentale e morale, delle tendenze dell'epoca napoleonica. Tornato a Torino da Firenze con alcuni amici fondò, nel 1804, l'Accademia dei Concordi, nella quale, coltivando gli studi, si coltivava anche l'amore per la patria. Nell'ottobre del 1807 fu nominato uditore al Consiglio di stato, poi segretario generale della giunta Governativa di Toscana, quindi inviato a Roma per riordinare lo Stato pontificio e adattarlo al regime napoleonico.
La caduta di Napoleone allontanò, per vari anni, Balbo dalla vita politica e nel 1817 seguì il padre in Spagna. E' proprio in questo periodo che, attraverso gli studi storici, si forma il suo ideale politico: l'Italia liberata dal dominio austriaco per opera di casa Savoia; le forze delle varie classi sociali, rette da un regime costituzionale, sul tipo inglese. Nel 1819-1820 si unì al gruppo dei liberali che frequentavano Carlo Alberto, presso il quale il Balbo esercitò opera di moderatore: se lo incitava all'indipendenza della patria, dall'altra parte lo esortava a non garantire la costituzione senza il consenso del re. Carlo Alberto lo coinvolse invece in un'unica colpa con il Santarosa e gli altri capi della rivoluzione, sicché il Balbo fu sottoposto all'inchiesta politica e confinato per dieci anni in Camerano.
Nel 1844 pubblicò a Parigi l'opera "Le speranze d'Italia" all'interno della quale oltre a criticare il programma di Gioberti illustra le proprie tesi. Gioberti aveva segnato senz'altro un passo avanti nella preparazione dell'opinione pubblica al compimento dell'unificazione: esso però non chiariva a sufficienza quale parte avrebbe avuto l'Austria nella nuova confederazione. Le possibilità erano due: o l'Austria vi sarebbe entrata, e in tal caso avrebbe preteso il primo posto e rafforzato così il suo predominio in Italia; oppure ne sarebbe stata esclusa, ma allora insieme all'Austria sarebbero rimaste fuori dalla confederazione importanti regioni, quali la Lombardia e le Venezie. Il ragionamento formulato da Balbo era giusto e coglieva uno dei punti deboli del programma neo-guelfo: un'operazione così importante e complessa, quale era l'unificazione politica della penisola, non poteva infatti compiersi senza l'indipendenza del Lombardo-Veneto.
Secondo il Balbo, però per allontanare gli Austriaci non sarebbe stata indispensabile la guerra. L'Austria, a suo avviso, avrebbe finito presto o tardi per abbandonare l'Italia per espandersi verso il Danubio e i Balcani, dove tutto lascia prevedere il crollo dell'impero turco: il "compenso balcanico" avrebbe permesso alla monarchia asburgica di rifarsi largamente della perdita subita. D'altra parte per spingere il governo di Vienna a lasciare l'Italia per i Balcani, era necessario un forte e agguerrito esercito, capace di affrontare e vincere l'Austria in campo aperto: ecco perché bisognava guardare, piuttosto che al pontefice, a Carlo Alberto, sovrano dell'unico Stato ricco di una lunga e gloriosa tradizione militare e capace di garantire la difesa del paese. Anche Balbo, dunque, mirava ad una federazione nell'ambito della quale però doveva essere riservata al papato una funzione moderatrice e al Piemonte un compito preminente.
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BIOGRAFIA DI GIACOMO LEOPARDI
1798
29 giugno: Giacomo nasce a Recanati, nello Stato pontificio, dal conte Monaldo (1776-1847) e dalla marchesa Adelaide Antici (1778-1857).
Il giorno successivo riceve il battesimo.
1799
12 luglio: nasce il fratello Carlo.
1800
6 ottobre: nasce la sorella Paolina.
1804
nasce il fratello Luigi.
1805
28 giugno: prima confessione di Giacomo.
29 settembre: cresima.
1807
Giacomo Carlo e Paolina vengono affidati alle cure dell'abate Sebastiano Sanchini e del pedagogo don Vincenzo Diotallevi.
1809
Dopo aver letto Omero, Giacomo scrive il sonetto La morte di Ettore.
9 aprile: prima comunione.
1811
Giacomo, da autodidatta, studia sui libri della biblioteca paterna l'ebraico, il francese, l'inglese, lo spagnolo. Traduce l'Ars poetica di Orazio. Scrive la tragedia La virtù indiana.
1812
Scrive la tragedia Pompeo in Egitto; compone e traduce Epigrammi.
1813
Nasce il fratello Pier Francesco. Scrive la Storia dell'astronomia. Ottiene la licenza paterna di leggere i libri messi all'indice.
1814
Compone la Dissertazione sopra l'origine e i primi progressi dell'astronomia; traduce e commenta la Vita di Plotino di Porfirio. Dal greco traduce ancora gli Scherzi epigrammatici e stende i Commentarii de vita et scriptis rhetorum quorundam qui secundo post Christum saeculo vel primo declinante vixerunt. Inizia i Fragmenta patrum secundi saeculi, incompiuti.
1815
Compone In Julium Africanum, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, l'Orazione agli italiani, in occasione della liberazione del Piceno. Traduce gli Idilli di Mosco e la Batracomiomachia pseudomerica, che conoscerà un nuovo volgarizzamento sullo scorcio del 1821 e l'inizio del 1822 e poi ancora nel 1826.
1816
Compone il Discorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone, le due odi anacreontiche adespote e l'Inno a Nettuno, l'idillio Le rimembranze. Pubblica le Notizie istoriche e geografiche sulla città e chiesa arcivescovile di Damiata e, sulla rivista "Lo Spettatore italiano e straniero" di Stella, la traduzione del primo libro dell'Odissea. Inizia la tragedia Maria Antonietta, rimasta allo stato di abbozzo; traduce le Iscrizioni greche triopee, il Moretum pseudovirgiliano. Scrive il saggio Il salterio ebraico, il discorso Della fama di Orazio presso gli antichi (che apparirà nello "Spettatore"), la Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana, La dimenticanza e traduce il Libro secondo dell'Eneide, apparso l'anno successivo da Pirotta, stampatore milanese. Termina l'Appressamento della morte.
1817
Traduce i frammenti delle Antichità romane di Dionigi di Alicarnasso. Nello "Spettatore" di Stella appaiono: l'Inno a Nettuno, la traduzione della Titanomachia di Esiodo, il saggio Sopra due voci italiane. Scrive i Sonetti in persona di Ser Pecora, Diario d'amore, Letta la vita di Vittorio Alfieri scritta da esso ed un'elegia, che nei Canti si intitolerà Il primo amore, per Gertrude Cassi Lazzari, cugina del padre. Incomincia il manoscritto dello Zibaldone. Entra in rapporti epistolari con Pietro Giordani.
1822
Compone le canzoni Alla Primavera, Ultimo Canto di Saffo, Inno ai Patriarchi e, in prosa, la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte, il Martirio de' Santi Padri, tentativo di contraffazione letteraria in lingua trecentesca. Parte per Roma. ospite dello zio Carlo Antici.
1823
Compone la canzone Alla sua donna e la maggior parte delle Annotazioni alle prime dieci Canzoni. Traduce la Satira di Simonide sopra le donne (che apparirà nel '25 nel "Nuovo Ricoglitore" e poi nell'edizione bolognese dei Versi del '26). A Roma conosce, tra gli altri, il cardinale Mai, Bunsen, Jacopssen, Niebuhr. Visita la tomba di Tasso, nella chiesa di Sant'Onofrio sul Gianicolo. Torna a Recanati.
1824
Scrive la maggior parte, 20, delle Operette morali e il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani. (Altri data quest'opera 1826). Pubblica le prime dieci Canzoni da Nobili, editore bolognese.
1822
Compone le canzoni Alla Primavera, Ultimo Canto di Saffo, Inno ai Patriarchi e, in prosa, la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte, il Martirio de' Santi Padri, tentativo di contraffazione letteraria in lingua trecentesca. Parte per Roma. ospite dello zio Carlo Antici.
1823
Compone la canzone Alla sua donna e la maggior parte delle Annotazioni alle prime dieci Canzoni. Traduce la Satira di Simonide sopra le donne (che apparirà nel '25 nel "Nuovo Ricoglitore" e poi nell'edizione bolognese dei Versi del '26). A Roma conosce, tra gli altri, il cardinale Mai, Bunsen, Jacopssen, Niebuhr. Visita la tomba di Tasso, nella chiesa di Sant'Onofrio sul Gianicolo. Torna a Recanati.
1824
Scrive la maggior parte, 20, delle Operette morali e il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani. (Altri data quest'opera 1826). Pubblica le prime dieci Canzoni da Nobili, editore bolognese.
1825
Nel "Caffè di Petronio" di Bologna appaiono la canzone Alla sua donna e, anonimo, l'idillio Il sogno, con il titolo di Elegia.
Scrive la Storia di un'anima incompiuta, i due Manifesti e la Notizia per un'edizione di tutte le opere di Cicerone, il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco.
Traduce i Caratteri morali di Teofrasto, il Manuale di Epitteto, la Favola di Prodico. È invitato, da Stella, a Milano, e vi giunge dopo una permanenza di dieci giorni a Bologna. Visita Monti. Riparte per Bologna. Fra il dicembre di quest'anno e il gennaio successivo esce l'editio princeps dei sei idilli composti fra il '19 e il '21 nella rivista "Il Nuovo Ricoglitore" di Milano.
1826
Traduce per la terza volta la Batracomiomachia.
Pubblica per l'editore Stella un commento alle Rime di Francesco Petrarca redatto nello stesso anno. Sempre a Bologna compone un'Epistola al conte Carlo Pepoli, che viene recitata presso l'Accademia dei Felsinei il 28 marzo. Conosce la contessa Teresa Carniani Malvezzi, di cui si innamora per breve tempo. Pubblica i Versi.
Torna a Recanati.
1827
Scrive il Dialogo di Plotino e di Porfirio, Il Copernico e redige l'Indice dello Zibaldone. Pubblica la Crestomazia italiana dei prosatori e le Operette morali presso lo Stella di Milano.
Torna a Bologna; si trasferisce poi a Firenze, dove, fra gli altri conosce Vieusseux, Capponi, Montani, Tommaseo, Colletta, Alessandro Poerio, Antonio Ranieri e, successivamente, incontra Manzoni.
Parte per Pisa.
1828
Muore, ventiquattrenne, il fratello Luigi. Compone lo Scherzo, Il risorgimento, A Silvia.
Pubblica la Crestomazia italiana poetica.
Torna a Firenze, dove, al Gabinetto Vieusseux, conosce Vincenzo Gioberti che, nello stesso anno, sarà suo ospite a Recanati.
1829
Scrive Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio e, tra quest'anno e il successivo, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
1830
Parte da Recanati per Firenze ove il generale Colletta gli ha assicurato un assegno mensile per un anno a nome di anonimi "amici di Toscana".
Soggiorna a Bologna e giunge a Firenze. Qui conosce, tramite Alessandro Poerio, Fanny Targioni Tozzetti, e il filologo svizzero Luigi de Sinner.
Inizia il sodalizio con Antonio Ranieri.
1831
Il Pubblico consiglio di Recanati lo nomina deputato rappresentante nell'Assemblea nazionale di Bologna.
Il ritorno degli austriaci a Bologna renderà inoperante la sua designazione.
Pubblica dall'editore Piatti di Firenze la prima edizione dei Canti.
Soggiorna per qualche tempo a Roma con Ranieri. Comincia a raccogliere e a elaborare i Pensieri, che appariranno postumi nell'edizione Le Monnier curata da Ranieri nel 1845.
1832
Ritorna a Firenze.
Scrive il Dialogo di un venditore di almanacchi e d'un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico.
4 dicembre: ultima nota dello Zibaldone. Fra quest'anno e il successivo probabilmente scrive il Consalvo, Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso.
1833
Scrive l'abbozzo di un inno Ad Arimane.
Parte con Antonio Ranieri per Napoli, dove giunge il 2 ottobre dopo una sosta a Roma.
1834
Seconda edizione delle Operette morali da Piatti.
Riceve la visita di August von Platen. Compone, probabilmente, Aspasia e, fra quest'anno ed il '35, Il passero solitario, la cui datazione è ancora oggetto di discussione.
1835
Si stampa l'edizione Starita dei Canti.
Compone le canzoni Sopra un basso rilievo, Sopra il ritratto di una bella donna, la satira I nuovi credenti e, probabilmente, la Palinodia al marchese Gino Capponi.
Rende visita, a Palazzo Bagnara, agli allievi della scuola di Basilio Puoti; l'episodio è ricordato da Francesco De Sanctis.
1836
Viene stampato, dall'editore Starita di Napoli, il primo volume della terza edizione corretta e accresciuta delle Operette morali (datato 1835).
Il secondo non vedrà mai la luce per la censura imposta dal governo borbonico; tale provvedimento impedirà anche la circolazione del primo tomo e dell'edizione dei Canti del precedente anno. Compone, probabilmente, La ginestra e Il tramonto della luna, dopo essersi trasferito, a causa dell'epidemia di colera in atto a Napoli, presso villa Ferrigni, alle falde del Vesuvio, ancora ospite dell'amico Ranieri e della sorella Paolina.
1837
Lavora fino agli ultimi giorni ai Paralipomeni.
Il 14 giugno si spegne a Napoli. Viene sepolto nella chiesa di San Vitale, ora del Buon pastore, nel quartiere di Fuorigrotta.
Nel 1939 i suoi resti saranno traslati accanto alla tomba di Virgilio, nel parco di Piedigrotta a quest'ultimo intitolato.
Fine articolo sulla letteratura italiana
SALVATORE QUASIMODO
Salvatore Quasimodo (1901-1968) è un poeta il cui percorso umano e letterario si è snodato tra la Sicilia mitica e solare e la Lombardia emblema dell’attivismo e della civiltà industriale. Nato a Modica in provincia di Ragusa nel 1901, figlio di un capostazione, trascorre l’infanzia e l’adolescenza in diversi paesi dell’isola a causa degli spostamenti del padre. Dopo aver conseguito il diploma di geometra, ottiene un impiego al Genio Civile e intanto coltiva studi letterati e classici. Durante un soggiorno fiorentino il cognato Elio Vittorini lo presenta al gruppo di letterati che collaborano alla rivista “Solaria” sulla quale vengono pubblicate le sue prime poesie. Si avvicina anche ai poeti ermetici e ne condivide le scelte letterarie. Risentono fortemente dell’Ermetismo, infatti, le sue prime raccolte di versi, Acque e terre, Oboe sommerso, Errato e Apollion, Nuove poesie successivamente verranno ripubblicate in un unico volume intitolato Ed è subito sera. Nel secondo Quasimodo si segnala per un attivo impegno politico e imprime una svolta anche alla sua poesia che diventa strumento di testimonianza civile e di polemica sociale e assume toni più discorsivi. Risalgono a questo periodo le raccolte Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso è vero verde, La terra impareggiabile, Dare e avere. Nel 1959 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Muore improvvisamente a Napoli nel 1968.
ALLE FRONDE DEI SALICI di Salvatore Quasimodo
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
5 d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
- oscillavano lievi al triste vento.
IDENTIKIT DEL TESTO
Epoca:1947
Genere letterario: lirica
Forma metrica: endecasillabi sciolti
La lirica trae spunto dal Salmo136 della Bibbia che esprime il dolore degli ebrei durante le schiavitù in Babilonia:” Sui fiumi in Babilonia, là sedemmo e spargemmo lacrime, ricordandoci di Sion (Israele). Ai salici, in mezzo ad essa, appendemmo i nostri strumenti. Come canteremo un cantico del Signore in terra straniera?”. Come gli ebrei non possono intonare il loro canto a Dio durante l’esilio e la schiavitù, così la poesia non può tacere di fronte alla violenza della guerra che colpisce i deboli (il lamento/ d’agnello dei fanciulli), lacera i più sacri vincoli d’amore (all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo), cancella ogni forma di umana compassione (i morti abbandonati nelle piazze). Il silenzio della parola poetica dunque è segno di pietà e di rispetto per chi soffre, è sacrificio del poeta che offre in voto a Dio la sua rinunzia al canto, è protesta contro le atrocità commesse. Il gesto di appendere le cetre alle fronde dei salici può essere però inteso anche come allusione al mutamento dalla poesia di Quasimodo. Egli abbandona la cetra, simbolo di lirica pura, individuale, per approdare e una poesia corale, profondamente calata nella tragicità della storia.
Fine articolo sulla letteratura italiana
Arrigo Boito
Nacque a Padova nel 1800 42, e della formazione e sinceramente musicale studiando al conservatorio di Milano.Fu influenzato dall'amicizia col Praga e la scapigliatura fu una sua parentesi giovanile.
Scrisse: La favola del re orso, Il libro dei versi, L'alfiere nero, Ilaria, Trapezio, Poesie nel Libro dei versi. Nell'alfiere nero si evidenzia la concezione dualistica della realtà, fra il pezzo bianco e nero degli scacchi.
Dualismo
Si tratta di un'altra poesia manifesto, che definisce da condizione spirituale dell'avanguardia scapigliata.. Anche qui è presente il tema del dualismo che è evidentemente il riflesso della condizione di crisi: nasce dalla consapevolezza di vivere una età che nega i valori ideali, dominata dal criterio della pura economicità. È presente il tema del rifiuto dell'età moderna: l'uomo è la creatura di un buio zio del male, che la creata per compiacersi della sua sofferenza. Da questo rifiuto della vita moderna nasce in un impianto dell'ideale, che una condizione ormai irraggiungibile di purezza morale e di bellezza estetica.
Per il poeta non resta che cantare il vero, la squallida realtà presente che ella negazione del io ideale. Lo studio è principalmente forma mistico di manca una completa rivoluzione del linguaggio, poiché la parola e ben lontana dal caricarsi di valori suggestivi ed educativi, che agisca un livello più profondo di quello della comunicazione razionale.
Fine articolo sulla letteratura italiana
Carducci
Vita
Fu importante al suo tempo perché con lui inizia il terzo Romanticismo. Il primo Romanticismo è quello dei tre grandi autori, il secondo è la continuazione stanca e inutile di tematiche amorose ormai decadute, il terzo è la reazione alla maniera del secondo.
Carducci nasce nel 1835, in Maremma. Il padre era carbonaio e lo educa ai valori di libertà e azione. Studia a Firenze in collegio dai padri scolopi; matura una reazione contro il clericalismo e la religione; studia alla Normale di Pisa e si laurea a 20 anni in Lettere. Insegna per qualche anno in un liceo. Nel 1880 accetta la cattedra di Lettere a Bologna. Avrà un figlio ma morirà piccolo.
Opere
1860 IUVENILIA
Raccolta di liriche scritte fra il ’50 e il ’60. È interessante perché ci dà un’indicazione precisa sulle letture del poeta: Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Alfieri, Monti (per l’aspetto formale). Legge gli illuministi per l’adesione al razionalismo che dopo la reazione al clericalismo è molto importante. Le tematiche presenti sono quelle che lo accompagneranno nelle successive: paesaggio toscano (un paesaggio forte, aspro, duro), la morte, la romanità, il Risorgimento al quale è legato il tema del Medioevo.
1871 LEVIA GRAVIA
Raccoglie poesie dal ‘61 al ’71. È importante per l’adesione formale al classicismo: il classicismo non è morto con il Romanticismo. La classicità soprattutto greca e il rimpianto per l’antica Roma ci fa capire come il classicismo non è morto ma come sia pronto a risorgere. Per Foscolo ricordare la classicità è proclamare valori estremamente attuali. Per Carducci il tema risorgimentale patriottico è esaltato nel richiamarsi a un’epoca più recente come il Medioevo. È una raccolta con tematiche simili a IUVENILIA. Ci sono più tematiche di interesse politico sociale. Questo interesse è evidente soprattutto in una lunga composizione poetica, Inno a Satana (1863), che non fa parte di nessuna raccolta. È una sorta di simbolo del progresso dell’uomo, è fiducia nel progresso, un inno alla forza e all’intelligenza dell’uomo (l’aspetto razionale) contro quegli aspetti di chiusura, interiorizzazione e abbandono che avevano caratterizzato un certo romanticismo deteriore contro cui Carducci aveva l’esigenza di reagire. L’inno è significativo perché si entra in pieno positivismo. È un inno al treno, simbolo di forza che unisce parti di mondo molto lontane, supera ogni ostacolo; questo è sintomo di un nuovo modo di sentire.
1879 GIAMBI ED EPODI
È una raccolta che si incastra con LEVIA GRAVIA e comprende poesie dal ’67 al ’79. I giambi e gli epodi sono due forme metriche greche di tipo satirico e polemico, infatti le tematiche sono tipicamente polemiche perché in esse Carducci interviene su problematiche sociali, religiose e politiche in tono polemico. In queste poesie Carducci polemizza contro la sua società contemporanea. Ciò che rimprovera è l’aver perso la grande generosità degli spiriti più magnanimi del Risorgimento, denuncia la sua impressione che, per raggiungere la sospirata unità d’Italia, la classe dirigente è scesa a compromessi troppo materiali, li accusa di avere rinunciato ai grandi ideali di libertà, di giustizia, di amor di patria. È una protesta. Evidenzia la levatura morale di questo poeta che diventerà il leader di quell’idealismo tipico del suo tempo.
1886 RIME NUOVE
Raccoglie liriche dal ’61 all’86. Qui Carducci abbandona le polemiche per recuperare due filoni di grande importanza: quello autobiografico e quello storico. È di questi anni (‘66-’69) la canzone di Legnano. Nel medioevo Carducci vedeva realizzata utopisticamente quella semplicità, comunanza di idee, solidarietà che Carducci auspicava per i suoi tempi e vedeva impossibile realizzarsi. A differenza di un Walter Scott che del Medioevo recuperava l’aspetto più vistoso, del torneo, delle donne, dei cavalieri, Carducci vedeva la gente dell’arengo, il popolo riunito attorno ai due cardini della società, il vescovo e il podestà. Questa solidarietà suscitava in Carducci un desiderio di poter rinnovare quest’epoca. Per quanto riguarda l’autobiografismo, è importante la ripresa del paesaggio della Maremma come riflesso della sua personalità, dei suoi sentimenti. Le sue poesie più sentite, più intime, più liriche sono quelle in cui Carducci immagina di tornare in Maremma e mette a confronto gli stati d’animo della gioventù con gli stati d’animo della maturità. Questo tema si concretizza anche nello scavo interiore su temi legati alle vicende della sua vita (la morte del figlio, del fratello e del padre). Scava dentro di sé alla ricerca di quei sentimenti più profondi che questi fatti provocano in lui. Non cerca il senso della vita ma ricerca i sentimenti.
1889 ODI BARBARE
Questa raccolta (dal ’77 all’89) presenta lunghe composizioni che hanno tematiche non sentimentali. Barbare perché in queste odi Carducci vuole riprodurre la metrica greca e latina però agli antiche queste stesse metriche sarebbero suonate strane, appunto barbare, perché la metrica antica era di tipo quantitativo cioè fondata sull’alternanza di sillabe brevi e lunghe, e non di tipo accentuativo, cioè basato sugli accenti (da qui si ottiene un ordine metrico). Le odi di Carducci alle orecchie degli antichi sarebbero suonate strane per la diversità metrica. In queste poesie Carducci non si limita a far metrica ma fa rivivere la classicità: era un’intima armonia fra uomo e natura, una sintesi di forza e grazia, era accettazione virile della vita con i limiti, compiti, responsabilità. Era una concezione kantiana. In questo ideale di classicità trovava la realizzazione di tutti i suoi ideali che si sintetizzano in una visione eroica dell’uomo e della storia, nella possibilità dell’uomo di agire da protagonista sia nella sua vita sia nella sua storia.
1898 RIME E RITMI
e' l’ultima raccolta (dall’87 al ’98). Unisce metri barbari (ritmi) a metri tradizionali (rime). In questa raccolta tarda si trova un Carducci più pacato e calmo, si trova il gusto delle grandi celebrazioni storiche, che però non hanno più quell’enfasi, quel coinvolgimento profondo delle opere storiche precedenti. Le poesie più belle sono quelle intime, malinconiche, talvolta nostalgiche, tipiche dell’età avanzata dove c’è nostalgia del passato e poi attesa serena della morte.
La prosa
CONFESSIONI E BATTAGLIE: opera autobiografica.
DELLO SVOLGIMENTO DELLA LETTERATURA NAZIONALE: storia della letteratura italiana.
Scrisse alcuni saggi critici che trattano di autori della letteratura italiana. I migliori sono quelli in cui critica quei poeti come Alfieri, Parini, Foscolo ai quali si sentiva particolarmente affine. Per il resto fu più filologo che vero critico. Fu sempre attento all’aspetto formale senza considerare abbastanza gli influssi che il contesto storico, politico, sociale e individuale hanno sulla produzione di un certo artista.
La poesia
La produzione poetica si colloca fra il ’60 e il ’90 in quel trentennio durante il quale si assiste alla nascita, allo sviluppo e al declino del Positivismo. Per Carducci l’idea fondamentale è che il mondo non è dannato da Dio, dal destino, dal sentimento, ma da leggi fisiche e la ragione e la scienza devono servire all’uomo per distruggere le false credenze sovrannaturali, le superstizioni e devono servire per guidare l’uomo alla conoscenza e quindi al superamento di queste leggi fisiche per condurlo alla conquista del progresso, della libertà e della democrazia. Per questo motivo il Positivismo rafforza in Carducci il sentimento della natura intesa come forza primordiale, originaria e l’uomo aspira a vivere con questa natura originatrice in serenità. Infatti il tema della natura come paesaggio è importante perché sia nelle rievocazioni storiche sia nelle poesie autobiografiche il paesaggio ha lo scopo di evidenziare il legame che è sempre lo stesso per generazioni, così come è sempre lo stesso il paesaggio che fa da sfondo.
Digressione sul positivismo
È la fede nel progresso e nella scienza. È una corrente di pensiero ben strutturata che mise radici solide in Europa.
Nasce in Inghilterra poi si sviluppa in Francia, Germania, Italia, dovuta alle rivoluzioni industriali. È una visione positiva della storia, del mondo e dell’uomo. Il senso della vita dell’uomo è positivo nel presente, nel mondo, in cui si apre e si chiude la vita dell’uomo. La scienza in questo periodo fa passi da gigante: sono processi fenomenali. La sconfitta della malattia permette all’uomo di vivere di più; la crescita dell’economia permette di vivere meglio. Il positivismo ha una parabola debole perché i problemi sociali, economici, politici aprono una nuova crisi già negli anni ottanta dell’Ottocento.
Maremma
Il tema è il poeta che ritorna in Maremma, rivede il paesaggio usato, a cui è abituato e il rivedere questo paesaggio aspro gli fa tornare in mente quanto lui somigli a questo paesaggio. Nella prima strofa c’è il paragone tra paesaggio e personalità. Nella seconda strofa il paesaggio noto rievoca in lui ideali propri della gioventù e constata amaramente che questi sogni sono illusioni e tuttavia questo paesaggio (strofa quarta) ispira il cuore del poeta alla pace, alla serenità, all’armonia.
Tema della storia
Carducci è poeta della storia.
(B. Croce)
Carducci intende la storia come un lungo poema epico, nel quale, a seconda delle epoche, si affermano via via i più grandi valori dell’umanità che sono valori eterni (libertà, giustizia, patria, fraternità), che Carducci vede realizzati di volta in volta nelle diverse epoche ma la storia è un lento cammino di conquiste da parte dell’uomo di questi valori. Per questa sua concezione Carducci stesso non poteva rimanere al di fuori della sua storia contemporanea ma era ovvio che partecipasse attivamente alla vita nazionale. Il poeta Carducci è il poeta vate che “usciva alla nuova età vibrando strofe come spade e diffondendo il canto come ale d’incendio” (Croce). Nel suo tempo Carducci fu vate, guida della nazione come Manzoni a suo tempo. La concezione di Carducci è massimalista; ma non sono i personaggi che fanno la storia, al contrario è l’uomo che fa la storia perché positivista. Una delle regole che Carducci propone è quella della solidarietà umana cioè l’importanza per gli uomini di aiutarsi reciprocamente per realizzare nella storia ciò che è giusto e ciò che è bene. L’uomo è positivo perché tende e deve tendere con l’aiuto degli altri verso il bene. Questo è importante perché ha una conclusione ovvia: il sentimento di Carducci nei confronti della vita è un sentimento virile, forte, è un sentimento che ignora il dolore o la morte ma che riesce a superarli, non si lascia opprimere, non si rinchiude in se stesso ma la consapevolezza della gravità di questo problema lo spinge a cercare la solidarietà di altri uomini e a trovare nel collettivo superamento di questo problema la ragion dell’esistenza. Si collega alla solidarietà, il tema della classicità: è una presenta attiva, Roma parla ancora attraverso le sue rovine. Ma è un recupero formale del classicismo perché la poesia antica era austera, nobile, semplice, essenziale, perché era lontana dal sentimentalismo estremamente noioso del tardo Romanticismo. Invece nell’antichità Carducci vede la stabilità, l’essenzialità, la solidità, vede qualcosa di definitivo. Ci dà un’idea di eternità. Il monumento antico pur essendo fatto dall’uomo dà il senso dell’eternità, delle cose che Carducci non vede nel suo tempo.
Funere mersit acerbo
Scritto in ricordo del figlioletto Dante, morto a 3 anni. È anche un’invocazione a suo fratello Dante, suicidatosi a 20 anni, perché accolga il piccolo, per aiutarlo a superare il terrore delle tenebre (morte = buio), perché questo bambino era ancora attaccato alla vita. il tema apparentemente è lacrimoso e patetico: invece è una accettazione dignitosa di tale grande dolore. Trova un coraggio nuovo per reagire. Il dissidio vita – morte si risolve sempre a favore della vita, simboleggiata dalla luce in contrapposizione alla morte – tenebre.
Non ci sono lacrime. C’è invece una descrizione. Le cose che abbandona sono il sole e la madre, che non avrebbe mai lasciato volontariamente. È la vincita della luce sulla morte. Dopo il dolore c’è sempre la vita.
Il comune rustico
Il medioevo di Carducci è quello comune, della città dove regna la solidarietà contro il comune nemico. È il Medioevo delle Corporazioni. L’arte, le corporazioni, le guilde, erano o nostri sindacati, associazioni di mutuo soccorso perché la famiglia doveva sopravvivere: a Carducci piaceva così.
Descrive un comune della Carnia (regione dell’alto Friuli) dove una domenica mattina dopo la messa, il podestà o il console raduna in piazza i cittadini e con equità e giustizia suddivide i pascoli fra gli allevatori di modo che nessuno si lamenti e inoltre ai giovani dà il compito di difendere i pascoli e il comune. Democrazia e fraternità li trova solo nel medioevo e le auspica per il suo tempo.
- Il poeta saluta le foreste simbolo di questa regione, le saluta ricordandole nel momento del mattino e in quello del tramonto.
- Il pensiero erra e sogna. Non vede apparizioni di morti e streghe – non vede il medioevo tragico che di solito si pensa ma vede il valore, la dignità, la serenità rustica ma virile del comune.
- Il console dopo avere posto le amni sulle reliquie, dopo avere chiesto, cioè, l’ispirazione divina, dice: “Divido la foresta, che sembra nera tanto è lontana, e voi pastori porterete le greggi alle cime dopo la foresta, e a voi figli, se sopraggiunge il pericolo, do la spada per difendere il comune e morirete per la vostra libertà. I giovani devono lottare e se necessario morire per la libertà”.
- Questi giovani erano orgogliosi del compito onorevole di difendere la città (dopo l’unità d’Italia ciò che Carducci accusava era l’essersi liberati dei valori della restaurazione e di interessarsi solo agli interessi particolari). Il sole li colpiva ma le donne piangevano.
Nick: malva
Fine articolo sulla letteratura italiana
Carlo Goldoni
Carlo Goldoni commediografo italiano nato a Venezia nel 1707.
Carlo Goldoni e il settecento Scorrendo l'autobiografia goldoniana (i 'Memoires', 1784-87) subito ci colpiscono l'armonia e l'unità della personalità dell'autore: sentiamo che la volontà e la ragione non sono divise, l'animo è guidato da un ottimismo etico che impedisce alle emozioni di sconvolgere l'intelligenza e a questa di far tacere i sentimenti.
I ruoli comici La metamorfosi dei ruoli comici è alla base della riforma; il restauro goldoniano riguarda soprattutto il mondo interiore delle maschere: il vecchio Magnifico, per esempio, da cui deriva Pantalone, amava le giovani donne e cercava di ottenerne i favori, ricorrendo ai servigi del secondo Zanni, balordo e avido; i primi Pantaloni della commedia improvvisa avevano una violenza maledicente e una nascosta lussuria; Goldoni li trasforma in onesti mercanti; continuano a portare l'abito nero e rosso, la berretta di lana, ma il loro animo è mutato; sanno sottomettere sentimenti e desideri al dominio della ragione. |
Fine articolo sulla letteratura italiana
Carlo Gozzi
(Venezia, 1720 - 1806)
Carlo Gozzi, fratello di Gasparo, nasce nel 1720 a Venezia, città che lascia una sola volta, nel 1738, per recarsi in Dalmazia, dove ha occasione di recitare nei piccoli teatri di provincia, riscuotendo un certo successo soprattutto nel ruolo comico della “servetta”. Nel 1744 torna stabilmente a Venezia. Oppresso, come il fratello maggiore, dalle difficoltà economiche della famiglia, non accetta mai, tuttavia, di scrivere su commissione. Con Gasparo, nel 1747, fonda l’Accademia dei Granelleschi. Tra il 1761 e il 1765 compone le dieci Fiabe teatrali. Scrive inoltre il poemetto eroicomico La Marfisa bizzarra (1774). L’ultima sua opera è le Memorie inutili (1798). Muore nel 1806.
Il Gozzi stila personalmente il programma dell’Accademia dei Granelleschi, che diventerà una delle istituzioni più conservatrici della cultura veneziana. Gli obiettivi fondamentali dell’Accademia sono la difesa della tradizione letteraria italiana classica e rinascimentale, soprattutto per quanto riguarda la lingua e lo stile, con una particolare attenzione per i poeti burleschi del Cinquecento, dal Berni al Burchiello. All’interno dell’Accademia il Gozzi, autodidatta che coltiva per tutta la vita un profondo interesse per la letteratura, svolge un’intensa attività di critico e di polemista. Egli esercita il suo spirito acre indirizzando la battaglia specialmente contro il Goldoni, promotore della riforma teatrale alla quale egli è fieramente ostile, e contro il mediocre commediografo Pietro Chiari, anch’egli avversario del Goldoni. Tra le opere che contengono gli attacchi più duri vi è un almanacco, La Tartana degli influssi per l’anno 1756, seguito dalla satira Il teatro comico all’Osteria del Pellegrino tra le mani degli Accademici Granelleschi, rimasta inedita. Il Gozzi rimprovera ai suoi avversari di trattare argomenti realistici e di trascurare lo stile, ma in realtà il motivo della sua condanna è d’altra natura: egli intuisce che il teatro goldoniano comporta grandi novità sul piano sociale, poiché rappresenta le debolezze e i vizi della borghesia veneziana e introduce come protagonisti personaggi di ceto umile. In questa novità l’aristocratico conservatore vede un pericoloso tentativo di sovvertire le istituzioni e una minaccia all’instabile equilibrio politico del governo veneziano.
Le dieci Fiabe teatrali, che il Gozzi progetta e realizza tra il 1761 e il 1765, rappresentano il momento più aspro dello scontro con il Goldoni. Tra le più celebri vi sono la prima, L’amore delle tre melarance, messa in scena dalla compagnia di Antonio Sacchi nel teatro veneziano San Samuele (gennaio 1761), Il re Cervo, La Turandot e La donna serpente, tutte dell’anno successivo; la Zobeide, del 1763, L’Augellin Belverde e Zeim re de’ geni del 1765.
Gli argomenti sono tratti dalle fonti più disparate, dalle Mille e una notte, al Pentamerone di Giambattista Basile; l’autore riesce a conciliare abilmente il racconto avventuroso e fantastico con la satira contemporanea, lanciando frecciate contro i suoi avversari, irridendo la moda filosofica francesizzante e rivelando una decisa opposizione contro qualunque novità. Egli contrappone alle forme del teatro moderno la tradizione della commedia dell’arte e delle maschere. Il successo delle Fiabe teatrali è tanto grande che, dopo la rappresentazione della Turandot, il Goldoni è costretto a lasciare Venezia alla volta di Parigi, dove spera di trovare un pubblico più incline ad apprezzare le sue commedie, ed il Chiari torna nella nativa Brescia, dove si dedica interamente al romanzo.
Nel poemetto eroicomico La Marfisa bizzarra (1774), il Gozzi ironizza, in forma allegorica, sull’Illuminismo, sulle più recenti dottrine democratiche e sui costumi contemporanei.
Inoltre si cimenta in altri generi teatrali, tra i quali la tragicommedia, la commedia romanzesca e il dramma avventuroso; con loro non riesce tuttavia a ripetere il successo delle Fiabe teatrali.
Interessante è infine l’autobiografia Memorie inutili, la sua ultima opera nata dall’intento di difendersi dalle accuse che gli aveva mosso un nobile veneziano, Pier Antonio Gratarol, il quale si era riconosciuto in un personaggio caricaturale d’una commedia del Gozzi. Intrapresa la stesura verso il 1780, il libro viene pubblicato solo nel 1798 per l’opposizione delle autorità della Repubblica. Qui Carlo Gozzi esprime al meglio il suo stile vivace e arguto, e caratterizza i personaggi con facilità e con sottile umorismo, cominciando da se stesso. I toni divertiti non gli impediscono tuttavia di proseguire la sua infaticabile polemica contro avversari passati e presenti e contro tutte quelle teorie che ai suoi occhi di intransigente conservatore appaiono deleterie per l’ordine costituito.
Fine articolo sulla letteratura italiana
CECCO ANGIOLIERI
Cecco Angiolieri, scrittore senese nato nel 1260 e morto ne 1313. Figlio di un ricco banchiere, condusse una vita inquieta e dissipata e fu spesso ossessionato da problemi di denaro. Morì in miseria e carico di debiti, tanto che i figli rinunciarono all’eredità. Questi tratti biografici sembrano adattarsi perfettamente all’immagine che il poeta ha lasciato di sé nei suoi componimenti, tanto che per molto tempo e critici li hanno interpretati come degli sfoghi autobiografici, immediati e spontanei. In realtà la produzione dello scrittore senese si inserisce in una ben definita corrente letteraria, nota come poesia comico-realistica, che si proponeva di capovolgere, facendone la parodia, tematiche e linguaggio della poesia stilnovista. All’amore spirituale veniva contrapposto l’amore sensuale, al motivo della lode quello dell’ingiuria, alla donna-angelo la donna volgare aggressiva, alla celebrazione delle virtù morali l’elogio dei piaceri della vita, in particolare la donna, la taverna ed il dado. Il linguaggio era concreto, realistico, fortemente espressivo, ma anche ricco di figure retoriche: anafore, iperboli, antitesi, parallelismi, elementi questi che rivelano una notevole perizia tecnica.
Fine articolo sulla letteratura italiana
Gabriele D'Annunzio
Gabriele D'Annunzio divenne un personaggio di primo piano nella nostra storia nazionale per la sua azione favorevole all’intervento italiano nella prima guerra mondiale: Il celebre discorso La sagra dei mille, pronunciato sullo scoglio di Quarto il 5 maggio 1915, fu come una scintilla che percorse tutta l’Italia ed infiammò i giovani alla lotta. Quando l’Italia entrò in guerra, D’annunzio aveva 52 anni, ma partecipò alla lotta prima fra i Lancieri di Novara, poi in marina e quindi in aviazione. Compì molte imprese eccezionali, dalla beffa di Buccari al volo su Vienna. Alla fine della guerra non fu soddisfatto della cessione di Fiume alla Jugoslavia e perciò occupò la città dalmata costituendovi un governo.
D’Annunzio, il geniale D’Annunzio, D’Annunzio che tutto faceva invece di sognarlo, fu idolatrato dalla borghesia che sognava di imitarlo ma o non era capace o non poteva (gli affari, gli interessi, la famiglia, la mamma, il perbenismo). Fautore di un progetto aristocratico sia per la vita che per l’arte, D’Annunzio disprezzò le masse e coprì di parole di spregio e di derisione la borghesia bottegaia. Nondimeno era adorato.
Nell’Italia umbertina e giolittiana del buon senso il dannunzianesimo eccitava morbosamente la fantasia di quanti non avevano la forza morale (o dovrei dire immorale?), l’intelligenza e la vitalità per diventare essi stessi Gabrielid’annunzio.
LA VITA
Nasce a Pescara il 12 marzo 1863. Nel 1874 viene iscritto al collegio Cicognini di Prato, dove resta sino al completamento degli studi liceali nel 1881; nel 1879 pubblica una raccolta di versi, Primo vere, che esce in seconda edizione l'anno seguente.
1881-1891: periodo romano
Trasferitosi a Roma nel 1881, alla conclusione degli studi liceali, pubblicò dei racconti di cornice verista, Le novelle della Pescara , ambientate in un Abruzzo primitivo e prorompente di umori sensuali, che danno inizio a un periodo detto appunto il periodo romano, denso di interessi mondani e culturali. Tutto proteso alla conquista della notorietà e della gloria, frequentò i salotti più raffinati ed ebbe amori tanto travolgenti quanto effimeri; tentò l’avventura politica, ottenendo l’elezione al Parlamento e scrisse moltissimo sia in prosa che in poesia.
Pubblica le raccolte poetiche Canto novo (1882) e Intermezzo (1883). Lo "scandalo" della sua relazione con la duchessina Maria Hardouin di Gallese si conclude con il matrimonio. Nel 1889 pubblica Il piacere, la testimonianza più cospicua dell’estetismo italiano.
1891–94: periodo napoletano
La relazione con Barbara Leoni, iniziata all'incirca nel 1886, sta già per finire agli inizi degli anni Novanta: non se ne avvantaggia comunque il rapporto coniugale da cui sono nati tre figli. Si trasferisce a Napoli: collabora al "Corriere di Napoli" diretto da E. Scarfoglio e M. Serao; inizia una relazione con Maria Anguissola, principessa Gravina, da cui ha due figli, che finisce nel 1897 quando inizia la frequentazione con Eleonora Duse.
Pubblica:
- il romanzo L'innocente (1892)
- la raccolta di liriche Elegie romane (1892)
- le liriche del Poema paradisiaco (1893, il titolo della raccolta fu "imposto" a D'Annunzio dall'editore; il poeta, in quel momento in urto con il pubblico voleva titolarla: Margaritae ante porcos, Perle ai porci, dove è chiaro chi fossero i "porci" e cosa le "perle")
- il romanzo Trionfo della morte (1894).
Nell'estate del 1895 compie un viaggio in Grecia e nel 1897 partecipa alle elezioni riuscendo eletto deputato, con un programma «al di là della destra e della sinistra», che sostanzialmente è di chiara impostazione nazionalistica.
1898–1910: periodo de "La Capponcina"
Negli ultimi anni del secolo D’Annunzio si stabilì a Settignano in Toscana, nella villa della Capponcina, dove condusse una vita talmente dispendiosa che, caricatosi di debiti nonostante i cospicui guadagni ottenuti con le sue opere, nel 1909 fu costretto a fuggire in Francia, in "volontario esilio", come egli disse con sconfinata impudenza. "La Capponcina", che ha lussuosamente arredato, è poco lontana dalla villa della Duse, la quale nel 1899 è interpreta l'opera teatrale La Gioconda che ottiene notevole successo.
Nel 1900 il suo romanzo Il fuoco fa scandalo per le rivelazioni sugli amori con la Duse.
Produce varie opere teatrali: La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio, La nave e coltiva anche altre relazioni amorose..
1910–15: periodo francese
Vive, lussuosamente, a Parigi, circondato da ammiratori e da amanti. Dalla Francia seguiva attentamente le vicende italiane. Allo scoppio della guerra di Libia scrisse le Canzoni delle gesta d’oltremare che inneggiavano alle mire espansionistiche italiane.
Scrisse, in francese: Le martyre de Saint Sébastien, e la Pisanelle.
1915-1920: gli anni della guerra
Nel 1915 ritorna in Italia e partecipa attivamente alla propaganda interventista col discorso a Quarto per la Sagra dei Mille. Durante la guerra, alla quale partecipò come volontario, ottenne varie medaglie d’oro e d’argento per le sue imprese spericolate. In seguito a un incidente occorsogli durante un atterraggio di fortuna, perse un occhio. Costretto all’immobilità per un certo periodo, scrisse il Notturno, una serie di prose ritenute tra le cose di D’Annunzio più sincere e più intense.
Nel settembre, a capo di volontari e di forze regolari, occupa militarmente Fiume in opposizione al governo italiano: la abbandonerà di fronte all'intervento dell'esercito italiano nel dicembre del 1920.
1921–38: gli ultimi anni
Si stabilisce sul Lago di Garda, a Gardone Riviera, in una magnifica villa prospiciente il lago di Garda. Di qui salutò con grande favore l’avvento del fascismo ma Mussolini, mentre da una parte lo ricolmò di favori e di onori, dall’altra lo tenne alla larga dalla politica. D’Annunzio trascorse gli ultimi anni in un isolamento tanto splendido quanto intimamente vuoto. Nel 1937 viene nominato presidente dell'Accademia d'Italia; muore il 1° marzo 1938 per emorragia celebrale.
A quest’ultimo periodo risale il Libro segreto, che insieme al Notturno oggi gode di molta attenzione da parte dei critici.
OPERE PIÙ SIGNIFICATIVE
Canto novo, raccolta di liriche pubblicata nel 1882. La natura è rappresentata nel suo tripudio di luci, colori, odori e con essa il giovane poeta stabilisce un "rapporto di tipo solare" proteso al godimento e alla fusione con essa.
Il piacere, il più noto dei romanzi di D'annunzio.
Ne è protagonista Andrea Sperelli. Raffinato e gelido; cultore solo di un bello aristocratico; spregiatore del grigio diluvio democratico odierno che tante belle cose e rare sommerge miseramente, Andrea Sperelli è l'ultimo rampollo di un'antica famiglia nobile e ne continua anche la tradizione: è un raffinato, predilige gli studi insoliti, è un esteta. Tutta la sua vita è improntata su questi criteri come pure la vita amorosa.
Il romanzo si apre nel giorno di S.Silvestro. Andrea Sperelli, il protagonista, attende, nel suo appartamento la visita di Elena Muti, la donna che è stata sua amante, ma che non vede da quasi un anno. L’arrivo di Elena è preceduto da una rievocazione dell’ultimo incontro fra i due e, come in un gioco di scatole cinesi, dal ricordo della loro storia d’amore che in quel giorno lontano Andrea aveva rievocato. L’incontro porta però ad una nuova separazione ed Elena, che ora è sposata, se ne va piangente, lasciando l’amante nella prostrazione più profonda.
I capitoli che seguono ripropongono in modo più dettagliato ed impersonale il primo incontro tra i due e la loro storia d’amore, terminata quando la donna (già vedova del duca di Scerni) aveva preferito sposare il ricchissimo Lord Heathfield, e la tumultuosa serie di avventure erotico-sentimentali alle quali Sperelli si era abbandonato dopo il loro addio. Il primo libro termina con la descrizione di un duello in cui Andrea è coinvolto a causa di un'altra donna e che termina con il suo ferimento.
Durante la convalescenza, in una sorta di purificazione e di rinascita spirituale, Andrea Sperelli scopre la profonda perfezione dell’arte e medita di "trovare una forma di Poema moderno", "una lirica veramente moderna nel contenuto ma vestita di tutte le antiche eleganze". E’ in questo momento di elevazione intellettuale e di distacco dalle passioni tumultuose che egli incontra Maria Ferres, moglie di un ministro guatemalteco, ed inizia fra i due un amore platonico, poi rievocato, attimo per attimo, nel diario di Maria che occupa un’ampia sezione del secondo libro e che termina con l’esplicito riconoscimento, da parte della donna, del suo amore per Andrea.
A questo punto si chiude la lunga parentesi retrospettiva e la narrazione riprende dal quel giorno di San Silvestro in cui Elena ed Andrea si rincontrano. Tutta la parte finale è costituita da una sorte di tormentato contrappunto tra l’amore sensuale per la Muti, che illude e tradisce Andrea tenendolo però avvinto a sé, e l’amore più puro e spirituale del protagonista per Maria. Sarà però la passione dei sensi a prevalere e, proprio quando Andrea sembra aver conquistato definitivamente il cuore della Ferres che gli si concede, egli pronuncerà, fra le braccia della sua nuova amante il nome di Elena.
Poema paradisiaco, raccolta di liriche composte dal 1891 e pubblicate nel 1893. Il titolo, derivato dal latino, equivale letteralmente a "poema dei giardini". Si rileva qui la tematica decadente, ma segnata di rievocazione nostalgica, con aspirazioni epidermiche a una sorta di purezza e di spiritualizzazione delle passioni, che si traducono in un linguaggio e in una versificazione sapientissimi, accordati su toni dimessi, come di colloquio e di confessione.
L'Innocente, romanzo pubblicato nel 1892, che non tiene nascosti gli influssi della lettura del russo Dostoevskij. È una narrazione in prima persona ed è incentrato sulle vicende del "multanime" Tullio Hermil e della moglie Giuliana. A lei, malata, Tullio si dedica in modo particolare con una sorta di volontaristica pratica di "bontà", malgrado sia attratto e legato all'amante Teresa Raffo. Ma proprio quando si libera da questo legame, crede di scoprire gli indizi di una relazione della moglie con lo scrittore Filippo Arborio poi confermati dalla notizia che Giuliana è incinta. Nei due coniugi spunta un progetto delittuoso: sopprimere il nascituro, testimonianza di una fugace colpa, ostacolo alla realizzazione del loro "sublime" amore. È Tullio che, esponendo al freddo invernale il bambino, l'"innocente", compie il delitto.
Trionfo della morte, romanzo del 1894, terzo del "Ciclo della rosa". L'opera, articolata in sei "libri", ha una struttura narrativa debole. È incentrata sul rapporto contraddittorio e ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio e su questo tema di fondo si innestano o si sovrappongono altri motivi e argomenti. Giorgio, in una confusa contaminazione tra superomismo e velleità mistiche, aspira a realizzare una vita nuova, una perfezione di vita spirituale che si fondi sull'autodominio e sull'autosufficienza, e vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo.
Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi: l'opera poetica più notevole e famosa. Doveva essere di cinque libri, quante sono le Pleiadi, invece è solo di quattro.
Il primo libro, Maia, è composto nel 1903 e il sottotitolo (Laus vitae) ne chiarisce i motivi ispiratori: una vitalistica celebrazione dell'energia vitale, un naturalismo pagano impreziosito o sopraffatto dai riferimenti classici e mitologici.
Il secondo libro, Elettra, composto tra il 1899 e il 1902 celebra gli eroi della patria e dell'arte; nella terza parte sono cantate 25 "città del silenzio" e nella quarta parte è il famoso Canto augurale per la Nazione eletta che infiammò di entusiasmo i nazionalisti italiani.
Il terzo libro, Alcyone, pubblicato con il primo, contiene il meglio di D'Annunzio come poeta.
Il quarto libro, Merope, raccoglie canti celebrativi della conquista della Libia.
Notturno, raccolta di meditazioni e ricordi, in forma di prosa lirica, redatta nel 1916 durante il periodo di immobilità e di cecità. L’opera è caratterizzata da un momento di intimità e di ripiegamento su sé stesso.
Nella prima parte del libro predomina il ricordo dell’amico e compagno di armi Giuseppe Miraglia, morto ancora giovane nel dicembre del 1915, cui farà seguito il sentimento denso di commozione affettuosa per la madre inferma e stanca, che morì di lì a poco, nel gennaio del 1917.
Tra pagine di esaltazione eroica, in cui il poeta lamenta l’inganno che la morte gli ha teso, lasciandolo in vita al posto dei suoi più giovani compagni, tra quelle di dolente rimpianto per gli amici scomparsi, troviamo appuntate le sensazioni del poeta, le sue osservazioni sulla vita e sull’arte e preziosissime riflessioni.
IL CICLO DEI ROMANZI
Sull'esempio dei romanzi ciclici dell'ottocento di Honorè de Balzac (La commedia umana), di Zola (i Rougon-Macquart), di Verga (I vinti), D'Annunzio si propose di scrivere un ciclo di romanzi, suddiviso in tre trilogie, ciascuna denominata da un fiore (la rosa, il giglio, il melograno), simbolo delle tappe evolutive del suo spirito dalla schiavitù delle passioni alla vittoria su di esse, giacchè i protagonisti dei romanzi non sono che la proiezione sul piano narrativo dello stesso D'Annunzio.
I romanzi della rosa, fiore simbolo della voluttà, della passione invincibile:
Il Piacere (1889) L'innocente (1892) Il trionfo della morte (1894)
I romanzi del giglio, fiore simbolo del superuomo, della passione che si purifica. La seconda trilogia doveva ispirarsi al superuomo di Nietzsche. Il superuomo non è più schiavo delle passioni ma si serve di esse per realizzare pienamente la propria volontà di potenza. In verità Nietzsche non auspicava l'avvento di un uomo superiore agli altri, al quale, in grazia delle qualità eccezionali, fosse tutto permesso, ma l'avvento di un'umanità rinnovata la quale, per poter sviluppare tutte le sue potenzialità, doveva liberarsi da ogni soggezione alla trascendenza e alla morale tradizionale, fatta di ipocrisie e finzioni. D'Annunzio ignorò o finse di ignorare il significato profondo del niccianesino e lo adottò al suo temperamento sensuale, facendo del superuomo l'individuo d'eccezione, destinato a dominare sugli altri. Nel superuomo nicciano, così come lo immaginò D'Annunzio, s'intravede piuttosto il profilo dei grandi dittatori sanguinari e deliranti del nostro secolo, col loro macabro seguito di tragedie e di guerre.
Della seconda trilogia, D'Annunzio scrisse solo il primo, Le vergini delle rocce (1896). Claudio Cantelmo, aristocratico e imperialista, seguace delle dottrine del superuomo, concepisce il disegno di unirsi in matrimonio con una delle principesse (Massimilla, Anatolia, Violante) di un'antica famiglia borbonica del regno delle due Sicilie, i Capece-Montaga, ridottasi a vivere nell'ultimo dei suoi feudi, Trigento, "paese di rocce". Scopo del matrimonio è procreare il futuro sovrano, al quale un giorno il popolo, disgustato della demagogia e dalla corruzione della vita politica, offrirà la corona regale.
I romanzi del melograno, pomo dai molti granelli, simbolo dei frutti che possono derivare dal dominio delle passioni. Dei tre romanzi previsti, D'Annunzio scrisse solo il primo, Il fuoco (1900).
Il fuoco (così intitolato perché inteso come simbolo della creatività dell'artefice), narra, sullo sfondo di Venezia, la storia dell'amore di Stelio Éffrena per la Foscarina. E' un romanzo scopertamente autobiografico, perché vi è adombrata la storia dell'amore del poeta per l'attrice Eleonora Duse.
Stelio è un poeta che sogna una nuova forma di arte drammatica, che risulti dall'intima fusione della parola, del colore, del suono, dell'azione. E' la stessa poetica di Wagner, che del romanzo è un personaggio. La Foscarina dovrebbe essere l'interprete di questo nuovo dramma; ma Stelio s'innamora della giovinetta Donatella Arvale. La Foscarina se ne accorge e ne è gelosa, ma dopo, rassegnata, cede il posto alla rivale e si accomiata da Stelio.
IL MITO DI D'ANNUNZIO
D'Annunzio rappresentò nella vita italiana, con i suoi atteggiamenti, innanzitutto un fatto di costume, incarnò i desideri di evasione dalla monotonia quotidiana di ceti intellettuali e borghesi insoddisfatti della realtà della vita nazionale nei decenni post-risorgimentali. Per questo gran parte della sua vastissima opera, creata per esaltare e sostenere il mito che di sé aveva costruito, appare oggi superata e priva di attualità.
Ebbe tuttavia almeno due meriti: sul piano culturale, si avvicinò di volta in volta ad autori ed atteggiamenti del decadentismo europeo contribuendo a diffonderne la conoscenza in Italia ed a sprovincializzare la nostra cultura. Sul piano più intimamente poetico, accanto all'esteriorità di molti atteggiamenti esibizionistici seppe almeno cogliere ed esprimere la comunione dei sensi e dell'anima con la molteplicità della vita naturale, creando quella dimensione "panica", di immedesimazione quasi fisica e sensuale basata sulle immediate sensazioni, che in particolare nella raccolta Alcyone segna il nascere di un atteggiamento nuovo per la nostra poesia.
Per esprimere questo atteggiamento raffinato e sensuale D'Annunzio si servì di un linguaggio ostentatamente insolito ed artistico, basato sul recupero di preziose voci arcaiche e sull'invenzione di neologismi capaci di stupire e meravigliare; creò così un "culto della parola" ricercata soprattutto per clamorose risonanze musicali (anch'egli si affidò molto alle onomatopee) che spesso è solo espediente retorico, ma che sa anche diventare talora esperienza linguistica originale e contribuisce, anche se in misura minore del Pascoli, ad avviare il nuovo linguaggio poetico del '900 verso le svolte successive.
Fine articolo sulla letteratura italiana
Eugenio Montale
ugenio Montale ha cominciato a scrivere a vent’anni e ha continuato fino alla morte; ha vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è stato fatto senatore a vita per i suoi meriti nei confronti della letteratura italiana. Eppure, in fondo, alla poesia si è formato da solo, grazie alla sua “mania” di lettore onnivoro, capace di “divorare” ogni tipo di testo e di leggere in molte lingue, e alla sua capacità di osservare anche i fenomeni meno “vistosi”, gli elementi più piccoli e più umili della vita.
Nato a Genova nel 1896, destinato da genitori borghesi a fare il ragioniere nella ditta del padre, decide di diventare cantante operistico e per diversi anni prende lezioni di canto: una grande musicalità, un grande interesse per i suoni e per gli strumenti musicali restano poi una costante della sua opera. Nella sua vita piena di avvenimenti un’importanza grande quanto quella della lettura hanno i rapporti con uomini di coltura, che egli stringe negli ambienti più diversi: durante il servizio militare (prestato nel corso della prima guerra mondiale) conosce alcuni poeti ed intellettuali, che in seguito diverranno oppositori del fascismo, come fu sempre lo stesso Montale. E’ proprio uno di questi intellettuali antifascisti, Piero Gobetti, che pubblica, nel 1925, la prima raccolta poetica di Montale, Ossi di seppia, assai legata alla terra in cui il poeta aveva passato gli anni dell’infanzia, la Liguria arida e rocciosa delle Cinque Terre.
Intanto Montale, che ha firmato nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, allarga il suo giro di amicizie: conosce tra gli altri lo scrittore triestino Italo Svevo e il poeta Umberto Saba. Dopo alcuni anni di collaborazione a diverse riviste, Montale ormai trentenne si trasferisce a Firenze, dove lavora prima come redattore della Casa Editrice Bemporad e poi come direttore della Biblioteca del Gabinetto Vieusseux , una prestigiosa istituzione fiorentina. In questi anni Firenze è il vero centro culturale d’Italia e Montale conosce e frequenta molti scrittori, musicisti e pittori dell’epoca. Al Caffè “Le Giubbe Rosse” si parla di letteratura, di poesia, ma anche di politica; intanto il regime si fa più rigido, con l’avvicinarsi della seconda guerra mondiale, e Montale, che non ha voluto mai prendere la tessera del partito fascista, nel 1938 perde il proprio lavoro. Da qualche anno il poeta ha conosciuto e poi ha iniziato a convivere con Drusilla Tanzi, la cui figura ritornerà in molte sue poesie con l’affettuoso soprannome di Mosca. Questi sono anche gli anni in cui Montale lavora molto, anche per necessità economiche, a tradurre poeti, soprattutto inglesi, come Eliot (traduzioni che oggi sono piuttosto discusse, ma che sicuramente contribuirono ad allargare la cultura e ad affinare il gusto del poeta per la parola ben scelta, per la sonorità più raffinata).
Nel 1039 Montale pubblica presso Einaudi la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni, che ha grande successo: essa esprime le difficoltà e le angosce di anni davvero bui, ma insieme parla d’amore e di salvezza. Viene “completata” nel 1943 da Finisterre, un insieme di poesie che Montale stesso definisce come proiettate “sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre”, “nate nell’incubo degli anni ‘40-42” (quelli dunque della seconda guerra mondiale): per la stretta censura dell’epoca di guerra la raccolta viene pubblicata a Lugano, in Svizzera, grazie a Gianfranco Contini, un grande critico italiano, che la porta di nascosto oltre confine.
Durante la guerra Montale partecipa al Comitato di Liberazione Nazionale (una sorta di governo provvisorio democratico dopo la liberazione dell’Italia dai nazisti) e si scrive al Partito d’Azione. Subito dopo la guerra comincia a collaborare con il Corriere della Sera, da cui viene infine assunto in modo stabile: nel 1948 perciò si trasferisce a Milano, dove passerà gli anni della maturità e della vecchiaia.
Nella sua qualità di giornalista, e anche di critico musicale, viaggia molto; negli anni Cinquanta e Sessanta scrive moltissime recensioni di opere letterarie e musicali, articoli di costume, servizi da “inviato speciale”. Sul Corriere della Sera pubblica anche bozzetti e brevi racconti, che verranno poi raccolti nella Farfalla di Dinard.
Nel 1956 esce, presso Mondadori, la terza grande raccolta poetica di Montale, La bufera e altro ( in cui vengono riprese anche le liriche di Finisterre): una raccolta difficile, complessa, incentrata sulla crisi che minaccia le “presenze amate e familiari”, ma anche sulla possibilità di salvezza che scaturisce da figure di donne angeliche e insieme reali (Clizia, La Volpe, La Stessa Mosca) .
Negli anni Sessanta la fama di Montale è grandissima non solo in Italia, ma anche all’estero: le sue opere sono tradotte nei paesi europei, compresi quelli dell’Est, come Ungheria e Bulgaria, e negli Stati Uniti. Sarebbe una stagione felice per Montale che, nominato senatore a vita, privo di preoccupazioni economiche, può dedicarsi alle attività preferite: purtroppo, però, nel 1963 muore la Mosca, che il poeta non finirà mai di rimpiangere. Dopo un lungo silenzio “poetico”, Montale rinnova comunque la sua scrittura, tanto che molti critici parlano di una “seconda stagione poetica” dell’autore: escono Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), e infine Altri versi (1980); scopriamo un nuovo Montale, attento alle cose minime della vita quotidiana: al rondone che si è incatramato le ali, ad una vecchia pipa, all’infilascarpe.
Lo sguardo critico, ma insieme partecipe, sull’uomo e sul mondo non si è certo affievolito. E intatta resta la capacità di fare ironia sugli altri e su sé stesso, sulla falsa notizia della sua morte apparsa su molti giornali, sulla sua stessa esistenza.
“Quando il mio nome apparve in quasi tutti i giornali/una gazzetta francese avanzò l’ipotesi/che non fossi mai esistito”: questi i primi versi di una poesia del 1980, scritti a pochi mesi dalla morte, avvenuta a Milano nel 1981.
L’ERMETISMO. La poesia ermetica fu così chiamata nel 1936 dal critico Flora che con aggettivo ermetico volle definire un tipo di poesie caratterizzato da un linguaggio difficile, a volte ambiguo e misterioso (il termine è forse derivato dal nome del Dio greco Hermes, il Mercurio dei Romani, personaggio dai risvolti enigmatici).
I poeti ermetici con i loro versi non raccontano, non descrivono, non spiegano, ma fissano sulla pagina dei frammenti di verità a cui sono pervenuti in momenti di grazia, attraverso la rilevazione poetica e non con l’aiuto del ragionamento.
I loro testi sono estremamente concentrati: molti significati si racchiudono in poche parole e tutte le parole hanno un’intensa carica allusiva, analogica, simbolica.
La poesia degli ermetici vuole liberarsi dalle espressioni retoriche, dalla ricchezza lessicale fine a se stessa, dai momenti troppo autobiografici o descrittivi e dal sentimentalismo.
Vuole diventare “poesia pura” che si esprime con termini essenziali: concorrono a questa essenzialità anche la sintassi semplificata, spesso privata dei nessi logici, gli spazi bianchi e le pause lunghe e frequenti che rappresentano momenti di concentrazione, di silenzio, di attesa.
I poeti ermetici si sentono lontani dalla realtà politico - sociale dei loro tempi: l’esperienza della Prima Guerra Mondiale, e quella del ventennio fascista, li ha condannati ad una grande solitudine morale; l’impossibilità di farsi interpreti della realtà o messaggeri di verità storico - politiche li isola, li confina in una ricerca poetica riservata a pochi e priva di impegno sul piano politico.
Il poeta sicuramente più rappresentativo della corrente è Giuseppe Ungaretti. La poesia si Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale si può collegare per qualche aspetto all’ermetismo, ma dopo gli esordi si evolve in linee poetiche originali ed innovative.
Meriggiare Pallido e Assorto
Eugenio Montale
Il sole di cui ci parla Montale è in questo caso quello molto caldo delle giornate estive, quando non c’è vento ed è da poco passato mezzogiorno. Nel bagliore dei suoi raggi, il poeta osserva il paesaggio che lo circonda (il terreno arido, le onde del mare, il frinire delle cicale): paesaggio che diviene simbolo della vita umana e dei suoi limiti.
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto1,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi2
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe3 del suolo o su la veccia4
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche5.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare6
mentre si levano tremuli scricchi7
di cicale dai calvi picchi8.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio9
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia10.
(da L’opera in versi, cit.)
- Meriggiare ... d’orto: trovarsi a trascorrere il mezzogiorno presso un muretto che fa da recinto a un orto ed è molto caldo (rovente) per i raggi del sole: un sole bruciante, ma pallido, offuscato.
- tra i pruni e gli sterpi: tra gli arbusti spinosi (pruni) e i cespugli secchi (sterpi).
- crepe: sono le fenditure della terra provocate dal gran caldo e dalla mancanza d’acqua.
- su la veccia: la veccia è un’erba che viene utilizzata come foraggio, con un lungo stelo.
- ch’ora si rompono ... biche: le formiche procedono in file che si dividono o si uniscono sopra minuscoli mucchietti di terra, che hanno l’aspetto di piccoli covoni o fasci di grano (biche).
- Osservare ... mare: osservare tra i rami degli alberi (frondi) il movimento di piccole onde, che per i riflessi del sole brillano come minuscole scaglie e danno così l’idea di una leggera e ritmica vibrazione (palpitare).
- mentre si levano ... scricchi: mentre è possibile ascoltare il verso tremulo delle cicale.
- dai calvi picchi: sulle cime pietrose dei colli (picchi), privi di qualsiasi vegetazione (calvi).
- e il suo travaglio: e la sua fatica, il suo affanno.
- in questo seguitare ... bottiglia: in questo seguire, andare lungo un muro che ha in cima piccoli pezzi taglienti di vetro.
Parafrasi della poesia. Trovarsi a trascorrere il mezzogiorno presso un muretto che fa da recinto a un recinto a un orto ed è molto caldo per i raggi del sole: un sole bruciante, ma pallido, offuscato, ascoltare tra gli arbusti spinosi e i cespugli secchi, il verso del merlo e il rumore delle serpi. Spiare nelle crepe del terreno o sull’erba, le file delle formiche rosse che ora si dividono ed ora si uniscono sopra minuscoli mucchietti di terra, che hanno l’aspetto di piccoli covoni o fasci di grano. Osservare tra i rami degli alberi uno scorcio di mare e il movimento di piccole onde, che per i riflessi del sole brillano come minuscole scaglie e danno così l’idea di una leggera e ritmica vibrazione, mentre è possibile sentire i tremuli richiami delle cicale. E andando verso il sole abbagliante sentire con triste meraviglia, com’è tutta la vita e il dolore che l’accompagna in questo seguire, lungo un muro che ha in cima piccoli pezzi taglienti di vetro.
Felicità raggiunta, si cammina
Eugenio Montale
La felicità esiste? Per un poeta che, come Montale, ha cantato “il mal di vivere”, la felicità è forse piuttosto “attesa di felicità”: perché nel momento stesso in cui essa entra nella nostra vita - e ci illude per un attimo - subito ci sfugge dalle mani, all’improvviso, fragile e leggera come è venuta, lasciando in noi solo un vasto senso d’angoscia.
Felicità raggiunta1, si cammina
per te sul fil di lama2.
Agli occhi sei barlume che vacilla3,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina4;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari5, il tuo mattino6
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase7.
Ma nulla paga8 il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
(Da Ossi di seppia, Mondadori, Milano)
- Dopo che finalmente uno crede di averti raggiunta, di averti per sé.
- Essere felici è uno stato di grazia, e vale la pena di fare tutto per conservarlo il più lungo possibile, come camminare leggeri su un filo di lama. L’immagine figurata - come le altre che seguono - esprime tutta la cautela necessaria a conservare quel po’ di gioia che è entrata nella vita.
- Luce vacillante, che si spegne in un attimo.
- Lastra sottile di ghiaccio su cui deve camminare con cautela, perché subito si spezza.
- Quando arrivi a chi è triste, rischiari la sua anima.
- La luce che porti nella vita dell’uomo.
- Turba e commuove come la scoperta di nidi sotto i cornicioni delle case (cimase).
- Riesce a consolare. Così, nulla consolerà l’uomo del bene che ha perduto.
Parafrasi della poesia. Dopo che una persona pensa di avere raggiunto la felicità, di averla per sé, vale la pena di fare di tutto per conservare lo stato di grazia, di questo momento, il più a lungo possibile, come camminare leggeri su un filo di lama. Agli occhi sei una luce vacillante, che si spegne in un attimo, lastra sottile di ghiaccio su cui si deve camminare con cautela, perché subito si spezza, per questo, per non perderla non ti molesti a chi sei più cara. Quando arrivi a chi è triste, rischiari la sua anima, la luce che porti nella vita dell’uomo, turba e commuove come la scoperta di nidi sotto i cornicioni delle case. Così nulla consolerà (ma nulla paga) l’uomo (il pianto del bambino), del bene che ha perduto (a cui fugge il pallone tra le case).
Mediterraneo
Eugenio Montale
È un dialogo silenzioso fra il poeta e il mare che lo vide fanciullo: spesso, nelle poesie di Montale, ricorre il paesaggio ligure, da cui egli trae vasti motivi di contemplazione e di riflessione.
In questa poesia egli ricorda gli insegnamenti che gli vennero negli anni lontani dal mare: l’umiltà, il coraggio ad aprirsi ad ogni esperienza, la coerenza, la necessità di purificarsi, per realizzarsi come un uomo.
Antico1, sono ubriacato dalla voce2
ch’esce dalle tue bocche3 quando si chiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono4.
La casa delle mie estati lontane5,
t’era accanto, lo sai,
là6 nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare7.
Come allora oggi in tua presenza impietro8,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro9. Tu m’hai detto primo10
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo11; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa12: essere vasto13 e diverso
e insieme fisso14:
e svuotarmi15 così d’ogni lordura16
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie17
le inutili macerie18 del tuo abisso.
(da Ossi di seppia, Mondadori, Milano)
- È l’appellativo con cui il poeta si rivolge al Mediterraneo, che è anche culla delle più antiche civiltà.
- Esaltato dal suono.
- Dalle tue onde.
- Il movimento delle onde - nel loro andare e venire - è visto come un lento e vasto scampanio.
- Le estati della fanciullezza e della giovinezza del poeta.
- In Liguria.
- Le zanzare sono così numerose che si addensano come nuvole nell’aria.
- Il poeta rimane immobile e muto dinanzi all’immensità del mare, oggi come allora.
- Egli pensa di essere ormai cresciuto; di aver anche tentato di mettere in pratica ciò che il mare gli ha insegnato, spesso senza riuscirci.
- Per primo.
- La vita di un uomo non è che un attimo breve della vita dell’universo.
- Il mare insegna al ragazzo a seguire la stessa legge che è alla base del suo esistere.
- Aprirmi ad ogni esperienza.
- Non tradire mai me stesso.
- Liberarmi; purificarmi.
- Di ogni bruttura della vita.
- Le stelle marine.
- I rifiuti che non servono più.
Parafrasi della poesia. Mediterraneo, sono esaltato dal suono che esce dalle tue onde, che si chiudono come verdi campane e si ributtano indietro e si disciolgono. Le estati della mia fanciullezza e della mia giovinezza ti era vicino, lo sai (sogg. = il mare), in Liguria, nel paese in cui il sole è cuocente e le zanzare sono così numerose che si addensano come nuvole nell’aria. Oggi come allora, rimango immobile e muto dinanzi alla tua immensità mare, ma ormai cresciuto ho tentato di mettere in atto i tuoi insegnamenti, spesso senza successo. Tu m’hai detto per primo che la vita di un uomo non è che un attimo breve della vita dell’universo; la stessa legge che è alla base della tua esistenza: aprirmi ad ogni esperienza e non tradire mai me stesso: purificarmi di ogni bruttura della vita così come fai tu, con le onde che sbatti sulle sponde, tra sugheri e stelle marine, i rifiuti che non servono più, del tuo abisso.
Maestrale
Eugenio Montale
Non sempre quella di Montale è una poesia facile, proprio perché in ogni poesia egli cerca di chiarire, a sé e agli altri, la concezione amara della vita, intesa come pena e dolore. Lo spunto è sempre offerto alla contemplazione della natura, come in questa poesia, che si basa tutta sul cessare di una tempesta e su un volo di uccelli di mare. Da qui la riflessione sulla condizione dell’uomo: cercare, cercare sempre, andare “più in là”, come è scritto su tutte le cose della vita, senza accontentarsi mai.
S’è rifatta calma
nell’aria1: tra gli scogli parlotta2 la maretta3.
Sulla costa quietata, nei broli4, qualche palma
a pena svetta5.
Una carezza6 disfiora
la linea del mare e la scompiglia7
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.
Lameggia nella chiarìa
la vasta distesa8, s’increspa, indi si spiana beata
e specchia9 nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.
O mio tronco10 che additi11
in questa ebrietudine tarda12,
ogni rinato aspetto13 co’ tuoi raccolti diti14
protesi in alto, guarda15:
sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: ché su tutte le cose pare sia scritto:
“più in là”16.
(Da Ossi di seppia, Mondadori, Milano)
- È ritornata la quiete dopo il temporale.
- Sussurra leggera.
- È il movimento creato dal susseguirsi di brevi onde irregolari, al calmarsi di una burrasca marina.
- Giardini alberati.
- La cima della palma si muove leggermente al lieve soffio del vento.
- Del vento.
- La increspa.
- Nell’aria che si è rifatta limpida e luminosa (nella chiarìa) la distesa del mare scintilla come una lama al sole (lameggia).
- Riflette.
- O mia vita. A un tronco il poeta paragona la propria esistenza.
- Che indichi; mostri.
- In questa pace inebriante, arrivata tardi, dopo tanta tempesta.
- La natura rinata a nuova vita.
- Con i rami tesi verso il cielo.
- Rifletti.
- L’uomo non può e non deve accontentarsi mai. Ogni punto d’arrivo deve essere un punto di partenza verso le altre conquiste.
Parafrasi della poesia. È ritornata la quiete dopo il temporale: tra gli scogli sussurra leggero il movimento creato dal susseguirsi di brevi onde irregolari, al calmarsi di una burrasca marina. Sulla costa quietata, nei giardini alberati, la cima della palma si muove leggermente al lieve soffio del vento. Una carezza del vento sfiora la linea del mare e la increspa un attimo, un soffio lieve di vento che vi si rompe e ancora il cammino riprende. Nell’aria che si è rifatta limpida e luminosa (nella chiarìa) la distesa del mare scintilla come una lama al sole (lameggia), si increspa, quindi si libera beata e riflette nel suo profondo vasto questa mia povera vita turbata. O mia vita che mostri, in questa pace inebriante, arrivata tardi, dopo tanta tempesta, la natura rinata a nuova vita con i rami tesi verso il cielo, rifletti: l’uomo non può e non deve accontentarsi mai. Ogni punto d’arrivo deve essere un punto di partenza verso altre conquiste.
articolo eseguito da: Malagò GianLuca
Fine articolo sulla letteratura italiana
Niccolò Ugo Foscolo
nasce a Zante ( Zacinto ), isola greca dello Ionio, il 6 febbraio del 1778, suo padre Andrea è medico di bordo della marina veneziana; sua madre Diamantina Spathis è una greca di 31 anni, 7 più del marito. E' il primo di quattro fratelli, dopo di lui nasceranno Rubina e Giovanni Dionigi. Giulio, l'ultimo verrà alla luce nel 1787, quando tutta la famiglia si è già trasferita a Spalato; lì Ugo frequenta il Seminario, dove attende agli studi con poco profitto e viene espulso, per aver picchiato due maestri; lo confesserà al Monti, con rimorso, non per l'atto compiuto quanto per aver perso le proficue lezioni di latino.
Sono comunque quelli gli anni più tranquilli fino al 1788, quando muore il padre. La madre parte quasi subito per Venezia, mentre i figli sono affidati alle cure della nonna materna e delle zie di Corfù; Ugo va a stare con una zia di Zacinto. Lì trascorre alcuni anni nel paesaggio selvatico e ridente dell'isola, libero di correre e vagare, saziando il suo animo curioso e irrequieto; compirà le prime galoppate e imparerà a nuotare in quell'infinito mare azzurro. E' di quel periodo un episodio "scandaloso" riportato da Spiridione De Biasi, raccoglitore di memorie locali, secondo il quale Ugo cercò di forzare le porte del ghetto ebraico della città, perché non poteva ammettere che venissero usate certe discriminazioni. L'età del colpevole e l'intercessione della zia fecero in modo che il gesto non avesse conseguenze, ma l'accaduto serve a spiegare l'intima natura del poeta, che prepotentemente andava manifestandosi.
Il 1792 è l'anno dell'arrivo a Venezia ed anche quella città esplorerà con interesse e ammirazione. Frequenta la scuola laica di San Cipriano a Murano, dove ha come primo maestro Angelo Dalmistro, il quale gli trae dall'animo l'amore, già latente, per la poesia. I primi anni a Venezia sono di dura povertà ma di studio intenso: non ancora diciottenne conosce i classici greci, latini e italiani ed i filosofi del settecento, poiché, insieme con la vena letteraria, è comparso un profondo interesse sul mistero della vita e del destino dell'uomo, dopo il tramonto definitivo della fede cristiana. Elabora un Piano di studi in cui determina un sistematico programma di letture. E compone le prime poesie, nelle quali si intravedono i suoi modelli, Parini, Alfieri e Monti. Frequenta, anche se saltuariamente le lezioni di Melchiorre Cesarotti, grande patriota e traduttore di Omero e di Ossian.
Raccoglie i primi successi e come uomo e come poeta, s'aggira per le vie e i caffè, con un logoro soprabito verde, come un bohemien ed è ammirato dalle donne. Una di queste, Isabella Teotochi Albrizzi, colta e affascinante, che lo accoglie nel suo salotto letterario, suscita in lui una grande passione, la prima di una lunga serie di amori, spesso infelici. Nel frattempo aderisce alle idee rivoluzionarie e giacobine, con il risultato di rendersi sospetto al governo oligarchico di Venezia e di essere costretto a rifugiarsi sui Colli Euganei, dove inizia un romanzo d'amore in lettere , Laura (l'abbozzo del futuro romanzo epistolare "Le ultime lettere di Jacopo Ortis"), e termina la prima tragedia, il Tieste, di stampo alfieriano. L'opera è rappresentata con enorme successo il 4 gennaio del 1797, nel teatro di Sant'Angiolo e replicata per trenta sere consecutive. Il pubblico, che apprezza la tragedia, è composto da giovani, democratici e patrioti.
Il suo temperamento impetuoso non permette a lungo una vita dedita soltanto alla scrittura e alla contemplazione filosofica, è tempo che quello spirito ruggente esploda in qualche modo.
" il pensiero sta per divenire azione".
Preso, oltre che dalla poesia, anche dai capovolgimenti storici, abbandona Venezia, riparando a Bologna, nella Repubblica Cispadana, lì scrive l'ode "A Bonaparte liberatore", in cui esorta il francese a liberare l'Italia e si arruola come tenente tra i Cacciatori a cavallo. Ma pochi mesi durano le sue speranze: quando torna a Venezia, chiamato come segretario del Comitato del governo democratico, apprende del vergognoso trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), con il quale il Bonaparte cede Venezia agli Austriaci, e fugge a Milano. Lì conosce Parini , stringe maggiori legami con Vincenzo Monti, della cui moglie, Teresa Pickler, si innamora vanamente; diviene infine redattore del "Monitore italiano ", soppresso molto presto per la spregiudicatezza con cui si giudica l'operato dei Francesi. Di nuovo a Bologna incomincia a scrivere "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", interrotto per andare a combattere contro gli austro-russi, nell'esercito francese guidato dal Massena, in Emilia e in Romagna (1799); ferito a Cento, partecipa successivamente alla difesa di Genova.
Nella città ligure ristampa l'ode a Bonaparte, accompagnata da una sdegnosa lettera, che ammonisce il primo console a non farsi attirare dalla tirannide e a cancellare l'onta di Campoformio. Le imprese militari e le vicende amorose, da quel momento, saranno un susseguirsi ininterrotto, senza che lui tralasci la penna e da infaticabile scrittore qual è, compone l'ode " A Luigia Pallavicini caduta da cavallo"(1800), dedicata ad una nobildonna amica, rimasta sfigurata in seguito ad un incidente. Tra un'impresa militare e l'altra, a Firenze conosce Isabella Roncioni , che ama inutilmente, perché promessa ad un altro e dopo pochi mesi a Milano, dove è ritornato, dopo la vittoria francese di Marengo, intreccia una nuova relazione con Antonietta Fagnani Arese, per la quale scrive l'ode "All'amica risanata".
Nel 1802, compone per incarico del governo, l'Orazione a Bonaparte, per i comizi di Lione, dove il primo console aveva convocato i delegati d'Italia, volendo trasformare la Repubblica cisalpina in italiana. Pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis e nel 1803 le Odi e i celebri dodici sonetti. E' di quest'epoca il Commento alla Chioma di Berenice, poema di Callimaco, tradotto in latino da Catullo.
Dal 1804 al 1806 emigra nella Francia del Nord, presso la divisione del generale Pino, per lo sbarco in Inghilterra, progettato dal Bonaparte e mai realizzato. Conosce l'inglese Fanny Emerytt e da quella relazione nasce una figlia di nome Floriana, della cui esistenza sarà ignaro fino al suo trasferimento in Inghilterra. Ritorna a Milano e nel 1807 pubblica il carme Dei Sepolcri, scritto dopo aver appreso la notizia dell'editto di Saint Cloud, emanato dal governo francese ( giugno del 1804), il quale comandava che i cadaveri dovessero essere seppelliti fuori della città, in pubblici cimiteri, senza distinzioni di classe. Un anno dopo sarà professore di eloquenza all'università di Pavia, ma la cattedra sarà soppressa da Napoleone, ormai sospettoso di ogni forma di libero pensiero. Da quella cattedra il Foscolo ha il torto di non proferire parole leziose nei confronti dell'imperatore e di richiamare gli Italiani, incitandoli alla rinascita e alla libertà. Nel contempo viene attaccato con satire ed epigrammi da maligni avversari e dal Monti, con cui rompe ogni rapporto. Risponde alle accuse, non rendendosi conto di prodigare troppi onori a coloro che non lo meritano, ma è consapevole della sua indole dignitosa fino all'estremo e rivolge al Monti queste memorabili e schiette parole: "Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto; il vostro epitaffio sarà un elogio; sul mio si leggerà che, nato e cresciuto fra tristi passioni, ho serbato la mia penna vergine di menzogne."
Il 1811 vede nascere un'altra sua tragedia, l'Aiace, nella quale si intravedono allusioni antinapoleoniche, è di nuovo ramingo da Milano a Venezia, da Bologna a Firenze. Nuovi amori, nuove passioni: con la milanese Maddalena Bignami, con la contessa Cornelia Martinetti e a Firenze con Quirina Mocenni Magiotti. Nella villa di Bellosguardo, dove si è rifugiato, per trovare un po’ di pace, si dedica alla composizione dell'ultimo capolavoro, le Grazie e nel 1813 termina la terza tragedia, la Ricciarda, che ottiene maggiore successo della seconda.
All'annuncio della sconfitta napoleonica a Lipsia (1813), corre di nuovo in battaglia per la difesa dell'Italia. Porta, nel frattempo a compimento, la traduzione del Viaggio sentimentale dell'inglese Lorenzo Sterne e la Notizia intorno a Didimo Chierico, satira contro i letterati suoi avversari, in cui traccia un nuovo e più disincantato ritratto ideale di sé. Nel 1814 Napoleone abdica e la Lombardia è annessa all'Austria.
L'esilio
Viene invitato dal governo austriaco a collaborare alle iniziative culturali del regime, in un primo momento è incerto se accettare o meno, però alla vigilia del giorno in cui deve prestare giuramento di fedeltà agli invasori, non ha più esitazioni e lascia definitivamente l'Italia per andare in volontario esilio, prima in Svizzera e poi in Inghilterra. Si congeda dalla famiglia con una bellissima lettera, in cui scrive, tra l'altro:" L'onore mio e la mia coscienza mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obbligarmi a servire nella milizia, dalla quale le mie occupazioni e l'età mia e i miei interessi mi hanno tolta ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà, incontaminata fino ad ora, del mio carattere col giurare cose che non potrei attenere, e con vendermi a qualunque governo. Se dunque, mia cara madre, io mi esilio, tu non puoi né devi né vorrai querelartene, perché tu stessa mi hai ispirati e radicati col latte questi generosi sentimenti; e mi hai più volte raccomandato di sostenerli". E' l'atto conclusivo della vita di un uomo, che non piegò mai la testa di fronte al tiranno e che preferì una terra straniera, per non barattare la sua libertà con le lusinghe e le ricompense dei nemici.
In Svizzera dimora fino al 1816, incalzato dalle ristrettezze finanziarie e dalle persecuzioni della polizia austriaca, unico sollievo sono le lettere di Quirina Mocenni, che lo conforta col proprio affetto e lo aiuta economicamente. Decide comunque di approdare in Inghilterra e, prima di andarsene, riconoscente, scrive una commovente lettera alla donna, chiedendola in moglie. La risposta di lei ,che lo conosce nel profondo, forse più di qualunque altro, è sincera e nobile :"Tu perderesti il solo bene che ti resta, la libertà e l'indipendenza assoluta; io non potrei offrirti quel che vorrei di cui madre natura mi fu avara, e che l'età mi toglie. Vorrei piuttosto morire che essere cagione del tuo malcontento. Tu puoi trovare una compagna che sia degna di te, nobile, giovane, ricca, avvenente, amabile….io, non avendo nessuna di queste doti, ti sarei a carico come moglie".
A Londra trova migliore accoglienza, per la sua fama di autore dei Sepolcri e per non essersi piegato di fronte a Napoleone, acerrimo nemico dell' Inghilterra. Ciò nonostante la sua personalità singolare e i suoi scatti di ira, creano qualche perplessità nella imperturbabile e composta società inglese. Si raccontano gustosi episodi, accaduti nei migliori salotti, dove Foscolo, oltre a fare sfoggio della sua eloquenza, si abbandonava a gesti impulsivi come, quando, dopo aver perso ad una partita a scacchi, si strappava i capelli e faceva volare dal tavolo tutto quello che vi era sopra; oppure quando, preso dai suoi discorsi enfatici ed appassionati, camminava in lungo e in largo per la stanza, dimenandosi e gesticolando. Non di meno il suo aspetto arruffato, il suo sguardo di fuoco, creavano disagio nei malcapitati spettatori. Lo scrittore Walter Scott, ci dà un convincente ritratto del poeta, descrivendolo con l'ironia tipica degli Anglosassoni, in una pagina del suo diario, datata 24 novembre 1825: "A proposito di forestieri, a Londra albergava, un quattro o cinque anni fa, uno di quegli animali che sono Leoni (inteso, il termine, come celebrità letteraria)dapprima, ma che in un paio di stagioni diventano con regolare metamorfosi cinghiali (seccatori), un certo Ugo Foscolo, immancabile nella bottega dell'editore Murray e nei ritrovi letterari. Brutto come un babbuino e insopportabile presuntuoso schiamazzava, infuriava e disputava senza aver nemmeno un'idea dei principi secondo i quali gli uomini di giudizio ragionavano, e strepitava tutto il tempo come un maiale quando gli tagliano la gola". Ma il suo genio superava di gran lunga il suo carattere irascibile e, se alcuni lo abbandonarono per il suo caratteraccio, altri continuarono ad apprezzarlo per l'ingegno, che oscurava fortunatamente la sua indole bizzosa. La vita lussuosa della città, gli fa spendere più denaro di quanto possa permettersi, perciò è costretto a lavorare alacremente, per pagare i debiti.
Finalmente incontra la figlia Floriana, dalla quale ha tremila sterline, avute in eredità dal nonno, Foscolo le spende per la costruzione di una magnifica villa, che chiama Digamma - Cottage e fa arredare con gusto raffinato. Il sogno dura fino al 1823, poiché il numero dei creditori si fa pressante ed è costretto lasciare la villa per andare ad abitare in un modesto appartamento. Scrive incessantemente soprattutto opere critiche come il Discorso sul testo della Divina Commedia e il Discorso storico sul testo del Decamerone. Ridotto agli estremi, vende i suoi libri e dà lezioni private.
Rifiuta sdegnosamente l'aiuto sincero di alcuni amici e preferisce vagare sotto falso nome di quartiere in quartiere, per sfuggire ai creditori e all'arresto. La sua forte fibra e il suo morale cominciano a cedere e pensa di tornare a morire nella sua terra, ma il destino sta per compiersi, quello che lui ha temuto e profetizzato nei suoi scritti, sta per accadere. Trattenuto da varie incombenze, non riuscirà a partire e si ritira in un villaggio poco distante da Londra, Turnham Green, assieme alla figlia, che, devota e affettuosa, non lo abbandonerà mai fino alla morte.
Gli stenti, le delusioni, la nostalgia hanno ragione di lui, ammalato di idropisia, si spegne il 10 settembre 1827, alle ore 8 e tre quarti di sera. Viene seppellito nel cimitero di Chiswick. Davanti a quella tomba si inginocchieranno altri due "grandi", Mazzini e Garibaldi. Essi, come tanti eroi del Risorgimento, lo riterranno un esempio e un maestro di grandi virtù, capace di accendere gli animi per la rinascita della propria terra.
Le sue spoglie dovranno attendere molti anni per poter riposare in patria: nel 1871,quando l'unificazione italiana è finalmente del tutto compiuta, vengono trasportate a Firenze e tumulate in Santa Croce, dove riposano accanto agli illustri, che egli ha celebrato nei Sepolcri.
Fine articolo sulla letteratura italiana
BIOGRAFIA DI CARLO EMILIO GADDA
Nasce a Milano nel 1893. La sua infanzia e la sua giovinezza sono caratterizzate da una serie di eventi traumatici che torneranno in modo quasi ossessivo come motivi della sua opera: la costruzione di una villa in Brianza, il fallimento del padre, la povertà, gli stenti, la generosità della madre nei confronti degli estranei e la scarsa attenzione per il figlio. Nasce così in lui quella "nevrosi", quel "male oscuro", di cui parlerà nella "Cognizione del dolore".
Prende parte alla prima guerra mondiale, combattuta sul Tonale, sull'Adamello e sul Carso ed è prigioniero in Germania. Nel 1920 si laurea in ingegneria al Politecnico di Milano. Lavora presso un'industria milanese e nel 1922, si trasferisce per lavoro in Argentina. Nel 1924 rientra in Italia, insegna al Liceo Parini di Milano e riprende lo studio della filosofia. Nel 1925 è a Roma, dove lavora prima per un'industria privata e in seguito per i Servizi Tecnici del Vaticano.Termina in questo periodo tutti gli esami di Filosofia e inizia la stesura della sua tesi su Leibniz, senza però laurearsi. Nel 1931 pubblica, per le edizioni Solaria, "La Madonna dei Filosofi", raccolta di prose narrative e nel 1934 "Il castello di Udine", che vince il Premio Bagutta. In "Letteratura" tra il 1938 e il 1941 pubblica "Cognizione del dolore".Tra il 1940 e il 1950 vive a Firenze, dedicandosi esclusivamente alla letteratura, pubblica "L'Adalgisa" (1944). Negli anni Cinquanta vengono pubblicati "Il primo libro delle favole" (1952) e "Novelle del ducato in fiamme" (1953). Tra il 1955 e il 1973, anno della sua morte, avvenuta a Roma, vengono pubblicati "I sogni e la folgore" e "Giornale di guerra e di prigionia" (1955), "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" (1957), "I viaggi la morte" (1958), "Verso la Certosa" (1961), "La cognizione del dolore" e "Accoppiamenti giudiziosi" (1963), "Le meraviglie d'Italia" e "I Luigi di Francia" (1964), "Eros e Priapo" e "Il guerriero, l'amazzone e il verso immortale nella poesia di Foscolo" (1967), "La meccanica" (1970), "Novella seconda" (1971).
Carlo Emilio Gadda ha profondamente rinnovato la narrativa italiana del '900 grazie a una geniale utilizzazione e mescolanza di dialetti, gerghi, tecnicismi, linguaggi diversi così come attraverso un continuo, imprevedibile stravolgimento delle strutture romanzesche tradizionali. Alla base di questo lavoro c'è una solida cultura scientifica (Gadda era ingegnere e contribuì, insieme ad altri alle ricerche sull'ammoniaca sintetica), filosofica e umanistica nutrita di passione morale e civile, di sarcasmo e pietà per l'uomo e le sue debolezze. L'insieme di queste esperienze, assolutamente originali e irrepetibili, fanno Carlo Emilio Gadda il più interessante scrittore sperimentale del nostro secolo e uno dei classici più grandi.
Nel nome Gadda si fondono cultura scientifica e cultura umanistica, si esalta la ricerca di una lingua ricca e moderna, si persegue il metodo sperimentale inteso come ricerca continua e apertura sul mondo contemporaneo: la nostra scuola e il nostro lavoro si muovono in questa direzione, si ritrovano all'interno di questo orizzonte.
INCIPIT DI “GIORNALE DI GUERRA E DI PRIGIONIA”
Rastatt. Campo di concentramento.
8 novembre 1917.
Jeri vidi Cola, che sta nel Blok N.º 1 e gli parlai attraverso il reticolato. – Nessuna novità, salvo la fuga di un nostro capitano dalla baracca N.º 7. Di Cerrato nessuna notizia. – Ho fatto degli scacchi di carta. – La fame è tremenda. –
Oggi: caffè e 1 pezzetto di pane la mattina. A mezzogiorno la sbob<b>a di orzo. –
Nel pomeriggio ci condussero nell’attiguo recinto dei soldati russi, dove in una cantina russa potemmo acquistare oggetti. - Trovammo varia roba, a buon prezzo. – Per 10 lire io acquistai 2 pezzetti di sapone, (finalmente) 1 rasoio tipo gillette, quaderni, penna, matita.–
In una attigua cantina per pochi pfennigs bevvi thè con alkermes (7,5 pfennigs la tazza), comprai delle caramelle russe e della colla di pesce da mangiare.
Ora vado a vedere se posso parlare a Cola.
Milano, 17 settembre 1919.
Via S. Simpliciano 2. Ore 19.
E’ oggi l’ultimo giorno della mia vita militare. Ho finito oggi, un’ora fa, le pratiche per il congedo. Ho riscosso stamane le indennità che mi spettavano: (£. 1700, fra tutto, compreso lo stipendio di settembre.) Esse sono: una mesata di stipendio da tenente per ogni anno di Campagna, (e due per il primo anno); più 250 lire di indennità vestiario, più lo stipendio di settembre. -
Sono di nuovo borghese.-
Sono in "licenza illimitata" per 15 giorni, fino al 4 ottobre. Con il 4 ottobre entro in "congedo illimitato", definitivamente. E’ oggi il 17 settembre 1919; il `13 giugno 1915 m’ero presentato al Distretto, la mattina, per partire per Parma: la mamma mi accompagnava.-
13 e 17 hanno governato nei trasferimenti, arrivi, ecc., la mia vita militare.-
Quattro anni e 3 mesi, cioè 51 mesi. Che anni! Quanti desiderî e rimpianti, ripensando, che atroci dolori, e come sono invecchiato di spirito! Domani vestirò l’abito borghese, smesso 51 mesi fa e non più portato neppur per un’ora, e lascerò la mia cara divisa di alpino.-
Milano, 17 settembre 1919. Ore 19.-
Carlo Emilio Gadda
Giornale di guerra e di prigionia
Edizione critica di Dante Isella
Garzanti, Milano 1999
Fine articolo sulla letteratura italiana
Gasparo Gozzi
(Venezia, 1713 - Padova, 1786)
Gasparo Gozzi nasce a Venezia nel 1713, da una famiglia nobile ma decaduta. È il primo di undici fratelli, tra i quali Carlo, aspro oppositore del Goldoni. Dopo aver seguito studi di legge e di matematica, sposa la poetessa Luigia Bergalli, alla quale dedica le sue prime opere in rima. Negli anni seguenti, le difficoltà economiche, progressivamente aggravate dalla nascita di cinque figli, lo inducono ad impegnarsi in vari lavori e non tutti fortunati; è insegnante privato, consulente per case editrici e traduttore, specialmente dal greco e dal francese. Nel 1747 è, insieme al fratello Carlo, fondatore dell’Accademia dei Granelleschi; tre anni più tardi pubblica le Lettere diverse, che raccolgono un gruppo di scritti di argomento non omogeneo; ad esse fanno seguito le Lettere serie, facete, capricciose, strane e quasi bestiali (1752), che lo rendono celebre a Venezia. Nel 1760, il Gozzi riesce finalmente a dar vita ad un antico sogno e fonda una rivista, “La gazzetta veneta” (1760-1761), alla quale seguiranno Il mondo morale (1760), una specie di romanzo allegorico a puntate, e infine il periodico “L’osservatore veneto” (1761-1762). Intanto continua a comporre le Rime piacevoli d’un moderno autore e i Sermoni in versi (1741-1781). Svolge anche attività critica; tra i suoi saggi è famoso il Giudizio degli antichi poeti sopra la moderna censura di Dante (1758). Muore a Padova, dove si è trasferito dopo le seconde nozze, nel 1786.
Le Lettere diverse (1750) e le Lettere serie, facete, capricciose, strane e quasi bestiali (1752) rivelano alcune qualità costanti nella prosa del Gozzi, che è un attento osservatore della realtà. Attratto dai particolari, riesce a coglierli e a descriverli con fine umorismo, o a tradurli in impressioni di immediata e quasi visiva evidenza.
“La gazzetta veneta” è una rivista modellata su esemplari inglesi; contiene articoli di costume e resoconti vivaci delle cronache veneziane, ma anche informazioni pratiche, destinate a incrementare la vendita del giornale, come prezzi delle merci, annunci economici, orari di utilità pubblica e così via. Gli articoli, scritti in lingua agile e scorrevole, raccontano gli episodi di cronaca e di costume in modo spesso pittoresco; la trovata più curiosa è quella di presentare gli annunci economici sotto forma di brevi novelle. Il Gozzi si rivela critico letterario e teatrale attento, misurato e acuto; una testimonianza significativa sono, ad esempio, le recensioni sull’allestimento dei Rusteghi e della Casa nova del Goldoni o su altri eventi culturali di un qualche rilievo.
“L’osservatore veneto” è un periodico di impostazione spiccatamente letteraria nel quale le scene di vita sono più rare che nella “Gazzetta”; la stessa raffinata agilità di scrittura caratterizza però i Ritratti dei contemporanei, una galleria di personaggi osservati con sobrio moralismo e con garbo satirico, che sono stati accostati ad alcune figure del Goldoni e a quelle che popolano le tele del pittore Pietro Longhi (1702-1785), ispirate alla vita quotidiana di Venezia. L’“Osservatore” sarà apprezzato dal pungente critico Giuseppe Baretti, che in un articolo del suo giornale, “La frusta letteraria”, lo definisce ricco di “cose piacevoli e ingegnose, e tutte tendenti a migliorare la specie nostra”.
Il Giudizio degli antichi poeti sopra la moderna censura di Dante (1758), o Difesa di Dante, è una polemica, che Gasparo conduce all’interno dell’Accademia dei Granelleschi, diretta contro le Lettere virgiliane del Bettinelli, di cui riprende la finzione iniziale. Infatti il Gozzi immagina che dai Campi Elisi lo scrittore cinquecentesco Anton Francesco Doni (1513-1574) riferisca le discussioni e lo scandalo provocato dalle incaute affermazioni contenute nelle lettere di Virgilio. Ad esse il Gozzi contrappone un ammirato giudizio sulla Commedia di Dante, che considera un poema organico e unitario, degno della tradizione classica e rispondente alle leggi della retorica, a cui ogni vera opera letteraria deve sottostare. La Difesa poggia su argomenti generici, ma ha una sua importanza in un periodo che in genere apprezza poco la poesia dantesca.
Anche le Rime piacevoli d’un moderno autore (1751), ispirate al Berni, e i Sermoni, di modello oraziano, testimoniano lo spirito d’osservazione del Gozzi, che affronta e svolge con notevole eleganza stilistica argomenti della vita moderna, come le abitudini dei nobili, la villeggiatura e il passeggio serale o alcuni particolari fenomeni di costume, in una forma satirica dai toni sempre leggeri.
Fine articolo sulla letteratura italiana
GIOVANNI GENTILE
Formazione e ruolo all’interno del fascismo
Giovanni Gentile è nato a Trapani nel 1875 ed è stato, insieme a Croce uno dei più importanti filosofi del neo - idealismo italiano.
Un ruolo importantissimo è stato da lui svolto nell’insegnamento prima all’Università di Palermo, poi nella Scuola Normale di Pisa, dove diede prova delle sue eccellenti doti organizzative.
Ha collaborato con Benedetto Croce a saggi apparsi su <<La Critica>> e a varie altre pubblicazioni, perseguendo una comune battaglia contro il positivismo.
Già dal 1912 aveva mostrato di distaccarsi da dall’affinità ideologica con Croce, fino ad arrivare a fondare la rivista <<Giornale critico della filosofia italiana>>, in opposizione a quella di Croce.
Nel 1923 aderì al fascismo, troncando la lunga amicizia e collaborazione, con Croce.
In questa sua presa di posizione egli vide il compimento ideale del Risorgimento e una rigenerazione spirituale e morale dell’Italia.
Tentò di dare un fondamento filosofico a questo movimento, considerandolo manifestazione del suo ideale dello <<Stato etico>>. Questo sarebbe stato la sintesi e l’espressione totale (o totalitaria) delle volontà degli individui che lo compongono. Per Gentile sarebbe stato una realizzazione di un Io universale, con una <<sua morale, diversa e superiore alla morale dei singoli individui>>, un tutto organico di cui gli individui sono le parti imperfette e perfezionabili solo nella partecipazione alla vita del tutto.
Questo stato dà anche legittimazione della violenza, che vede, attraverso l’abnegazione di sé, nel sacrificio di interessi particolari e nella stessa morte, la formazione di un’autorità che, non solo dà legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma che è anche potenza che fa valere la sua autorità all’esterno.
Tra il 1922 e il ’24 fu ministro della Pubblica istruzione e diede vita alla famosa Riforma Gentile di cui si è già parlato e di cui sopravvivono ancora alcuni aspetti.
L’Enciclopedia italiana
Importante per Gentile era il legame con la tradizione culturale italiana, tanto che programmò e diresse la redazione dell’Enciclopedia Italiana, edita dal 1929 al 1937, ma preparata già dal 1924: è stata la più significativa realizzazione del regime; in essa Gentile riuscì a coinvolgere anche intellettuali antifascisti o estranei al regime, attirandosi le ire dei “fascistissimi”.
Il Vaticano aveva già un progetto di realizzazione di un’Enciclopedia cattolica: Gentile assorbì questo progetto nel suo, collaborando con gli inviati dell’autorità ecclesiastica. Le “interferenze” e l’influenza di questi ultimi furono pesanti e Gentile si trovò isolato e abbandonato sia dai fascistissimi, che dai suoi amici di sempre, tanto che molte personalità, come De Ruggero e Codignola abbandonarono il progetto.
Come si è detto, dai primi anni ’30 mostrò le sue doti dedicandosi alla Scuola Normale di Pisa, fino alla morte.
Il crollo del regime
- Nel 1943, con il crollo del regime, Gentile mostrò un atteggiamento di forte fedeltà a Mussolini, conseguenza anche del pensiero e dei modi di fare siciliani, cioè di forte fedeltà verso i legami umani.
Aderì, infatti, alla Repubblica di Salò, e questo gli costò la vita: venne ucciso a Firenze nell’aprile 1944 dai partigiani.
Le opere
Tra le sue opere più importanti ricordiamo:
- “Il sommario di pedagogia come scienza filosofica” del 1912;
- la “Teoria dello spirito come atto puro” e i “Fondamenti della teoria del diritto” del 1916;
- il “Sistema di logica come teoria del conoscere” del 1917 - 21;
- il “Manifesto degli intellettuali del Fascismo” del 1925, di cui ci occuperemo specificamente;
- “La filosofia dell’arte” del 1931.
Il “Manifesto degli intellettuali del Fascismo”
La stesura di questo manifesto è stata decisa durante il Convegno per la cultura fascista di Bologna, organizzato dal Partito Nazionale Fascista e svoltosi tra il 29 e il 30 marzo 1925: vi parteciparono circa 250 intellettuali.
Fu pubblicato sulla stampa nazionale il 21 aprile 1925, cioè il “Natale di Roma”, solennità civile istituita dal fascismo.
Molti intellettuali e uomini di rilievo della cultura italiana aderirono a questo manifesto; gli intellettuali antifascisti, il primo maggio presentarono un manifesto, redatto da Croce: il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”.
In quest’opera Gentile:
- tenta di stabilire un legame tra Risorgimento e movimento fascista;
- insiste sul carattere religioso del fascismo offrendogli un alibi nazionalistico e idealistico e una legittimazione ad intransigenza e violenza;
- presenta una componente retorica e “oscura”, evidente soprattutto nell’ultima parte.
Gentile inizia con il definire il fascismo come movimento recente ed antico dello spirito italiano, strettamente legato alla storia della Nazione italiana, interessante e coinvolgente anche per tutte le altre.
Definisce l’origine prossima di questo movimento: risale al 1919, quando un gruppo di persone si raccolse intorno a Benito Mussolini, per combattere la politica democratica e socialista di quel tempo.
I combattenti della Grande Guerra avrebbero dovuto essere giustamente ricompensati.
Per Gentile all’origine il Fascismo fu un movimento politico e morale, fondato sull’idea della Patria, ideale in cui ogni individuo avrebbe dovuto trovare una ragione di vita.
Quindi afferma il carattere religioso del Fascismo, e, quindi, la sua conseguente intransigenza, spiegando la violenza squadrista.
Il Fascismo, secondo l’autore, si è trovato contro ad uno stato costituzionale antifascista, dove, solo nel 1921, cominciò a penetrare. Grazie alla forza della sua idea il Fascismo attrasse intorno a sé molti giovani, diventando <<il partito dei giovani>>.
Quindi diventò, piano piano, la fede di tutti gli uomini sdegnosi del passato e desiderosi di un rinnovamento: questa fede si era formata nelle trincee e dal pensiero del sacrificio consumatosi.
Quindi è sorto lo squadrismo, formato da molti giovani che si costituirono come forza armata <<contro lo stato per formare il nuovo stato>>.
Lo squadrismo ebbe il suo culmine con la marcia su Roma, il 28 ottobre 1922: secondo Gentile ha avuto un alto contenuto morale, e suscitò prima meraviglia, ammirazione e poi <<plauso universale>>.
A questo punto, con il governo fascista, non c’era più bisogno dello squadrismo e dell’illegalismo: coloro che avevano partecipato alla marcia su Roma, se ne ritornavano <<nel massimo ordine>> alle provincie da cui erano partiti.
Anche gli stranieri presenti in Italia, dopo l’istaurazione del regime guidato dal Duce, erano colpiti dall’ordine pubblico regnante nel paese e dall’accorgersi dall’unità patriottica che unisce la popolazione
Fine articolo sulla letteratura italiana
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo nasce il 6 Febbraio 1778 a Zante. Dopo l’infanzia, trascorsa tra Zante e Spalato, nel 1793 raggiunge la madre a Venezia (il padre era morto nel 1788). La discesa di Napoleone in Italia accende l’entusiasmo politico di Foscolo, che si impegna per la causa rivoluzionaria. Quando Napoleone cede Venezia all’ Austria con il Trattato di Campoformio (1797), la delusione del poeta è grande. Foscolo continuerà a seguire gli eserciti Napoleonici, ma il suo atteggiamento diventerà sempre più antifrancese.
Tuttavia, pur avversando il dispotismo Napoleonico, Foscolo ne comprende l’importanza storica e riconosce la sua funzione nel merito di aver svegliato in Italia la coscienza nazionale e l’ansia di libertà.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), Foscolo rientra a Milano da Firenze. Tornati gli Austriaci, per non giurare fedeltà al nuovo potere prende la via dell’esilio (1815). Sarà prima a Zurigo e poi a Londra, dove rimarrà fino alla morte avvenuta il 10 Settembre 1827.
La personalità letteraria: diviso tra razionalità e interiorità
Foscolo appartiene ad una cultura e a una tradizione letteraria di stampo Illuministico (meccanicismo), con forti tendenze al gusto neoclassico, ancora radicato in Italia nonostante l’avvento delle prime tendenze preromantiche. Anche Foscolo tuttavia è caratterizzato da una sorta di irrequietezza interiore di tipo preromantico, le sue opere sono infatti segnate dalla continua ricerca di arginare la piena della sua interiorità appassionata per riuscire ad esprimerla in forme limpide e serene secondo l’estetica Neoclassica (Estetica neoclassica: in un contesto storico fortemente segnato dai moti rivoluzionari e solcato da profondi cambiamenti, l’estetica neoclassica incarna il bisogno di serenità e pace e la necessità di rendere eterno e assoluto tutto ciò che alla luce dei fatti era mutevole e precario. Nell’arte e nella letteratura, tale bisogno si identifica con il modello greco della ricerca di una bellezza ideale, quasi artificiale, alienata da ogni elemento di disturbo, e capace di eternare e rasserenare).
Le opere:
E’ necessario osservare, per analizzare correttamente la produzione Foscoliana, come in alcune opere prevalga la passione (“Ortis”), mentre in altre prevalga il controllo razionale che “raffredda il sentimento” ( “Le Odi” ). Si considerano opere della maturità quelle in cui si raggiunge l’equilibrio tra realtà appassionata e armonia formale, ovvero tra reale e ideale.
“Le lettere di Jacopo Ortis”: romanzo epistolare in prima persona.
Nell’Ortis troviamo la più chiara e concreta espressione dell’interiorità appassionata di Foscolo, della sua angoscia per la realtà che lo opprime, delle sue giovanili illusioni (libertà, gloria, eternità).Il suicidio finale rappresenta la ribellione del giovane alla realtà oppressiva in cui la tirannide politica (Austria-Napoleone), le costrizioni sociali (impossibilità di sposare Teresa), sono espressione concreta della tirannia del vivere (leggi meccaniche).Nell’Ortis il reale prevale sull’ideale: questo si presenta ancora sottoforma di precarie illusioni che non reggono all’urto con la realtà. Prevale quindi l’aspetto preromantico (individualismo acceso, culto dei valori spirituali).
Odi, Sonetti, Sepolcri: Dalle precarie illusioni dell’Ortis, il Foscolo passa gradualmente alla creazione di grandi ideali che non si infrangono più all’urto con la realtà dolorosa ma si rafforzano sempre di più. Tali ideali sono: la bellezza (neoclassica), l’eroismo e la libertà, l’amore, l’arte (serenatrice ed eternatrice).
“Le Odi”: Ne scrisse due traendo spunto da occasioni concrete: la caduta da cavallo di una gentil donna che ne restò sfigurata (“A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”), e la malattia di un’amica che perse momentaneamente la bellezza (“All’amica risanata”). Tali fatti indussero il poeta a riflettere sulla caducità dei valori umani che, per quanto grandi, sono destinati a finire. All’arte spetta dunque il compito di eternarli. “Le odi” rimane comunque un' opera prevalentemente neoclassica sia per l’uso di immagini mitiche sia per il linguaggio aulico e latineggiante nonché per i temi fondamentali (bellezza serenatrice vv. 10-12 ; arte eternatrice vv. 61-62 \ 67-69 ).
“I Sonetti”: Gli ultimi quattro costituiscono uno dei vertici della poesia Foscoliana per il raggiunto equilibrio tra reale e ideale, ragione e sentimento, elementi preromantici e neoclassici.
- A Zacinto: E’ dedicato alla sua isola mitizzata come culla di bellezza e armonia, come sede di valori importanti (eroismo, arte). E’ presente nel sonetto un accento di individualismo e , per ciò che riguarda l’aspetto preromantico, sono presenti temi come la consapevolezza della morte, l’esilio e il sepolcro illacrimato. Per quanto riguarda l’aspetto neoclassico ritorna il tema del mito greco (Venere fecondatrice e simbolo di bellezza serena), e quello dell’arte eternatrice.
- In morte del fratello Giovanni: Scritto in occasione del suicidio del fratello, presenta maggiormente elementi preromantici ma i dati della realtà dolorosa si equilibrano con il conforto che viene dalle illusioni:
Reale: la morte, l’inquietudine, l’esilio, la dispersione familiare.
Illusioni: il sepolcro lacrimato, gli affetti, la madre (che con il suo affetto ricompone idealmente la famiglia dispersa).
- Alla Sera: E’ il sonetto meno legato ad elementi autobiografici. La sera è vista come simbolo di morte nella quale si acquietano le tempeste del vivere ed è definita nulla eterno.
Elementi neoclassici: descrizione della sera estiva e serena.
Elementi preromantici: descrizione della sera invernale, irrequietezza, sentimento del tempo che passa.
“I Sepolcri”: Il carme si pone in atteggiamento polemico nei confronti dell’editto di Saint Cloud del 1804, il quale stabiliva che le tombe dovevano essere uguali per tutti, senza distinzioni tra illustri e ignoti. Foscolo vede nell’editto un oltraggio al sacro e pietoso culto dei morti. Nel carme esprime le seguenti ragioni:
1) Le tombe, anche se sono inutili ai morti, sono tuttavia utili ai vivi per poter instaurare un vincolo d’amore con gli estinti;
2) hanno un valore storico: «il culto delle sepolture è nato con le stesse origini della civiltà» (Vico);
3) e valore patriottico: il carme, infatti, è anche un’esaltazione della patria, un continuo incitamento alla libertà; le tombe dei grandi, infatti, ispirano l’animo degli uomini generosi a compiere grandi imprese, a lottare e a sacrificarsi per la patria (Maratona, Santa Croce, Troia).
“I Sepolcri”sono, sicuramente, una delle opere più mature del Foscolo. In essa si realizza una sintesi armoniosa tra l’elemento passionale, derivato dalla partecipazione dell’autore alle tumultuose vicende del suo tempo, e la forma poetica, frutto del suo gusto neoclassico tendente all’armoniosa bellezza e alla serenità. Tali spinte contraddittorie si riscontrano, tuttavia, nel contrasto tra reale e ideale, tra verità e illusioni, conferendo all’opera quel tono di accorata commozione e di malinconia e che costituisce il carattere più originale dal punto di vista poetico.
Alessandro Manzoni
Nasce il 7 Marzo 1785 dal conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccarla. Dopo un' infanzia e un’adolescenza trascorse nei collegi dei padri Somaschi e Barnabiti, Alessandro visse nella casa paterna, mostrando un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti del padre che gli imponeva un educazione retriva e repressiva. Si avvicinò alle posizioni giacobine in politica e neoclassiche in letteratura, scrivendo nel 1801 “Il trionfo della libertà”. A questa prima fase segue il periodo parigino (1805-1810) nel quale Manzoni, grazie all’incontro con Claude Fauriel, pone le basi della sua conversione al Romanticismo. Nel 1810 Alessandro si converte, insieme alla moglie Enrichetta, al cattolicesimo e, dopo il rientro a Milano, inizia per lui un periodo di intensissima attività letteraria nel quale comporrà molti dei suoi più grandi capolavori. Dopo il 1827 gli interessi del Manzoni tendono a diventare sempre più di tipo linguistico e filologico tanto che si dedica alla revisione linguistica dei Promessi sposi. Nel 1860 viene nominato senatore. Questo è per lui un periodo di scarsa produzione letteraria. Muore a Milano il 22 Maggio del 1873.
La morale e la poetica:”L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”
Manzoni può essere definito come uno dei maggiori esponenti del Romanticismo Italiano anche se si discosta fortemente dalle tendenze “irrazionali” che si erano diffuse, in quegli anni, prevalentemente in Germania. E’ proprio per questo motivo che egli viene collocato in un contesto letterario più specifico che è quello del Romanticismo lombardo (generalmente più coeso con le posizioni illuministiche del tempo). La poetica di Manzoni si può in definitiva riassumere con la formula:”l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”. L’arte insomma deve avere per fine l’utilità morale e pratica degli uomini; deve fondarsi sul vero storico e sulla realtà; deve servirsi di una materia e di argomenti che interessi il maggior numero possibile di persone. Adesione psicologica e morale alla realtà e riflessione critica su di essa, sono i principi fondamentali dell’ etica morale e letteraria di Manzoni: solo un uomo dal “forte sentire” è capace di farlo. Infatti,ogni grande opera sia in versi che in prosa è il frutto dell’unione tra meditazione e sentimento, tra ragione e istinto. Manzoni pone quindi i termini della propria poetica e della propria vita morale ai quali resterà sempre fedele: “…il santo Vero \ mai non tradir: né proferir mai verbo, \ che plauda al vizio, o la virtù derida”.
Compare inoltre il rifiuto delle regole letterarie: le tradizioni e le norme (per esempio quelle delle unità teatrali) creano situazioni convenzionali e personaggi fittizi, cioè un mondo più povero e limitato. La realtà è, secondo il Manzoni, infinitamente più ricca di ogni formula; per cui la rappresentazione della vita, se obiettiva ed integrale, è insieme, in sommo grado, poetica ed educativa.
L’ideologia religiosa: tra cattolicesimo e giansenismo
L’ideologia religiosa di Manzoni mostra due aspetti fondamentali: quello della chiesa militante, che obbedisce a un Dio concepito non solo come “aura consolatrice”, ma anche come “bufera” capace di incutere terrore o sgomento ai violenti; e quello della democrazia dell’eguaglianza degli uomini in quanto tutti figli di Dio. Il primo aspetto unisce all’immagine del Dio mite e pacificatore (visione cattolica) quella del Dio giustiziere e del mondo drammaticamente scisso tra bene e male (visione giansenistica). Il secondo aspetto, invece, ricollega il cristianesimo alla cultura illuministica e ai suoi ideali di eguaglianza rivisitandoli però sotto il profilo spirituale.
Le Opere:
Gli Inni Sacri: “La Pentecoste”: Gli Inni Sacri sono stati il primo serio impegno letterario dopo la conversione. In essi Manzoni non vuole tanto mettere in luce gli aspetti dottrinari, teologici e dogmatici del cattolicesimo, ma piuttosto sottolineare l’importanza e gli effetti della fede nella vita degli uomini. Del cristianesimo isola il filone evangelico, democratico ed egualitario, testimoniando così la continuità tra i valori illuministici della sua formazione e quelli nuovi, frutto della conversione.
“La Pentecoste” è senz’altro uno dei più originali e riusciti tra gli Inni Sacri. Esso celebra la discesa dello Spirito Santo e i suoi effetti nel mondo. L’inno si conclude con un' invocazione allo Spirito Santo da parte di tutti gli uomini affinché esso scenda a redimerli.
Si distingue dagli altri per l’originalità della visione del Cristianesimo. Mentre negli altri Inni c’è piuttosto la celebrazione dei fatti liturgici, nella Pentecoste il messaggio cristiano diviene autentico annuncio di giustizia e di libertà, in senso romantico e democratico.
Le Odi Civili: “Il Cinque Maggio”: E’ la più importante lirica patriottica del Manzoni anche per la chiarezza con cui definisce alcuni concetti fondamentali: 1) Il nuovo concetto di nazione intesa come patrimonio di tradizioni militari, linguistiche, culturali, religiose ed etniche (“Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”). 2) La libertà è conquista e sacrificio e deve nascere dalla volontà concorde del popolo e non da esterni e interessati interventi. 3) Il principio di diritto-dovere che accomuna tutti i popoli e tutte le nazioni. 4) Nessuna parola d’odio e di vendetta, ma un richiamo religioso alla fratellanza universale e all’eguaglianza di tutti i popoli d’innanzi a Dio. “Il Cinque Maggio” è una delle più importanti e conosciute Odi Civili. Il Manzoni era antinapoleonico per la sua concezione cristiana degli oppressori e degli oppressi. Tuttavia ammirava, anche se non amava, Napoleone (diciamo pure che era un lecca culo). Astenendosi da un giudizio “arduo” che toccherà “ai posteri”, il Manzoni individua comunque, in questo grande personaggio della storia, un arcano strumento della Provvidenza, un chiaro segno della potenza di Dio creatore, una figura esemplare del destino dell’uomo, sospeso tra grandezza e miseria, che soltanto nella fede e nell’abbandono a Dio può placare le proprie pene e ritrovare la pace.
Il genere Tragico: “L’Adelchi”: La novità Manzoniana è quella di aver creato un genere di teatro storico di ispirazione etico-religiosa e di strutturazione anticlassica. Tragedie come “L’Adelchi” o “Il Conte di Carmagnola” nascono dalla coscienza tragica dell’esistenza (pessimismo giansenistico), dal desiderio di applicare in concreto le teorie romantiche e dall’esigenza di trovare un nuovo modello di teatro, diverso da quello classico e da quello Alfieriano. Le innovazioni tecniche e tematiche sono: Il rifiuto delle unità del teatro classico, l’ispirazione morale e religiosa, e l’utilizzo di una trama storica basata sulla trattazione di problemi morali, al fine di scandagliare l’animo umano ( “risalire dai fatti all’animo umano”).
L’Adelchi è una tragedia ambientata all’epoca della caduta del regno Longobardo in Italia tra il 772 e il 774. La trama si sviluppa intorno alla guerra tra il re longobardo Desiderio e Carlo il re dei Franchi ma il vero tema di fondo della tragedia è lo scandaglio interiore dei due personaggi principali: Adelchi ed Ermengarda. Entrambi rappresentano gli oppressi dall’odio e dall’ingiustizia.
Sia Adelchi che Ermengarda, infatti, si troveranno a combattere una guerra ingiusta e senza senso. Il Manzoni, con tale espediente, riesce a esprimere quella che è la sua visione morale della vita e della storia: il latente pessimismo Manzoniano di derivazione giansenistica si fonde alla visione etico religiosa del cattolicesimo raggiungendo, in quest’opera, picchi elevatissimi di pathos e sentimento (la morte di Adelchi e la caduta del regno Longobardo).
Giacomo Leopardi
Nasce a Recanati il 29 Giugno 1798. E’ il primo figlio del Conte Monaldo e della Marchesa Adelaide Antici.
Già a dieci anni Giacomo è in grado di scrivere composizioni in Latino, in Italiano nonché brevi trattazioni filosofiche. Dal 1809 al 1816 Giacomo trascorse il cosiddetto periodo dell’erudizione (“Sette anni di studio matto e disperatissimo…”) nella biblioteca paterna. Intorno al 1816 si colloca la conversione letteraria di Leopardi: all’amore per l’erudizione si sostituisce una più accesa consapevolezza dei valori artistici (passaggio dall’erudizione al bello). L’incontro con Giordani in seguito favorì la rottura con le posizioni cattoliche e reazionarie della famiglia. Allo Zibaldone affida un gran numero di riflessioni che segnano la sua conversione filosofica e cioè l’adesione a una visione materialistica e atea caratterizzata da un esasperato pessimismo.
Dopo l’ultimo soggiorno a Recanati (1828-30) la produzione letteraria di Leopardi si svolge da Firenze a Napoli. In questo periodo esce la prima edizione dei “Canti” (1831) e alcune canzoni che segnano il “ ciclo di Aspasia”. A Napoli compone gli ultimi due canti (“Il tramonto della luna” e “La Ginestra”), e nel 14 Giugno 1837 si aggrava e muore mentre a Napoli infuriava il colera.
La concezione filosofica: Natura madre-matrigna
L’essenza del pensiero Leopardiano si può inquadrare nel periodo che va dalla conversione letteraria a quella filosofica: periodo, questo, che segna una vera e propria evoluzione, seppur difficile e travagliata, della personalità del poeta.
Caratteristica fondamentale di Leopardi è la sua concezione pessimistica della vita e della società. Tale pessimismo segue un filone evolutivo che si può riassumere in tre fasi:
Pessimismo storico: antitesi natura-ragione: Leopardi si rende conto della condizione umana e della sua infelicità. Egli attribuisce tale disagio all’antitesi tra natura e ragione: la natura è considerata come un entità positiva e benefica perché fornisce all’uomo le illusioni per poter raggiungere la felicità. La causa del disagio esistenziale non sta, quindi, nella natura, ma sta nella ragione umana la quale distrugge le illusioni e le demistifica, smascherando in tal modo “l’arido vero” della condizione terrena.
Pessimismo cosmico: antitesi natura-uomo: A partire dal 1823, con lo “Zibaldone” e quindi con la conversione filosofica, Leopardi stravolge drasticamente la sua visione della natura. Con il crollo delle illusioni viene pian piano affermandosi una concezione sempre più materialistica ed atea, caratterizzata da un forte sensismo di stampo illuministico. Nasce così la teoria del piacere: l’uomo, mai appagato dalle cose terrene, va alla ricerca di una felicità e di un piacere ultraterreni. Tale condizione non può essere raggiunta: è da qui che nasce l’infelicità umana la quale è indicata nel rapporto tra il bisogno dell’individuo e le possibilità di soddisfacimento oggettivo. Queste riflessioni comportano una ridefinizione del concetto di natura: ora la responsabilità dell’infelicità umana è fatta ricadere per intero sulla natura “matrigna”, che determina la tendenza umana al piacere e infonde negli uomini l’amor proprio e il bisogno di felicità; senza poter poi in alcun modo soddisfare tale bisogno; e anzi facendo della vita umana un insieme di delusioni, di sofferenze e di noia, con l’unico scopo di procedere verso la morte (“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”).
Pessimismo eroico o titanismo: Questa è la terza fase, iniziata nel 1830, con il definitivo abbandono di Recanati. Il poeta non cerca più conforto neppure nella memoria e assume un impegno morale, un atteggiamento titanico, un invito alla solidarietà tra gli uomini verso la comune “inimica”: la natura (Cfr. “La Ginestra” ).
La poetica:
Il Leopardi, attraverso un lento processo di maturazione letteraria e artistica, giunse a formulare una originale poetica romantica, assai diversa e contrastante con quella della scuola romantica dell’ alta Italia. Egli rifiutò i contenuti storici, le esigenze di popolarità, gli intenti patriottici, la fede in una missione morale ed educativa dell’arte: è una poesia dell’interiorità che si limita al dolore, alla tristezza, al pessimismo; e non canta la patria, la storia, gli affetti, salvo poche eccezioni. Leopardi divenne pertanto il maggior esponente della tendenza lirico-soggettiva del romanticismo italiano, opposta a quella oggettiva, realistica, narrativa rappresentata dal Manzoni. Leopardi tuttavia non rimane indifferente alla sua formazione neoclassica: egli, nonostante fosse contro ogni genere di imitazione, si ispirò alla grande tradizione poetica e letteraria di Petrarca e Tasso, riprendendone il lessico armonico e raffinato nonché una grande misura ed equilibrio nella composizione.
Più tardi, con la sua maturazione filosofica, egli fa la sua distinzione romantica tra poesia di immaginazione (propria degli antichi) e poesia di sentimento (propria dei moderni). Vera poesia è soltanto quella ingenua, spontanea, fantastica del mondo fanciullo (la poesia primitiva Omerica e classica). All’uomo moderno, nutrito di cultura, l’unica forma di poesia possibile è quella del sentimento (o patetica), con cui egli si addentra nell’intimo della propria coscienza e analizza la sua condizione di fronte alla natura e alla società.
La poesia come canto:
La poesia è espressione di stati d’animo indeterminati, vaghi, misteriosi: propri della poesia sono il senso dell’infinito e il ricordo. Il linguaggio deve essere dolce e musicale, decisamente antiprosastico. La poesia si risolve in rimembranza di impressioni infantili, nella rievocazione di un tempo ormai lontano e inafferrabile. Poiché l’indefinito si esprime soprattutto attraverso la musica, la poesia deve allontanarsi dalla rappresentazione e avvicinarsi alla melodia.
La funzione della poesia: il recupero della ragione.
La poetica leopardiana giunge alla sua più matura espressione solo dopo il 1828 quando riconoscerà nella lirica la più alta forma di espressione poetica: la lirica è, per Leopardi, canto di affetti spontanei, sfogo del cuore senza alcuna intromissione di elementi intellettualistici e culturali. La funzione della poesia consiste quindi nel recupero dei valori della natura come risposta ai “non valori” della società attuale, venendo ad assumere un ruolo oggettivamente liberatorio, contestativo e agonistico (“ titanico”) della civiltà razionale e scientifica creata dal progresso. Non tanto, dunque, sentimento contro ragione: ma piuttosto sentimento o poesia che sorge dalla ragione. Non è la poesia del sentimento che ha superato la ragione, ma è il canto della ragione stessa fatta sentimento.
Italo Svevo (Ettore Schmitz)
Il suo vero nome fù Ettore Schmitz; figlio di un ebreo di origine tedesca e di un italiana, Italo Svevo cresce cittadino Austriaco fino al 1918, viene educato in un collegio tedesco (1874-78), vive in una città di confine come Trieste, marginale alla cultura italiana e a quella Austriaca, ma, a causa dei traffici commerciali e della sua posizione geografica, profondamente immersa nella mentalità mitteleuropea caratterizzata da differenze linguistiche e sentimenti irredentistici. In questa città crocevia di più popoli e “crogiuolo europeo”, Svevo viene influenzato maggiormente dalla cultura europea piuttosto che da quella italiana. Lo pseudonimo “Italo Svevo” sta difatti a rappresentare la sua consapevolezza di appartenere a due tradizioni culturali diverse, quella italiana e quella germanica.
Rimane 18 anni impiegato alla banca Union (1880-98) e nel 1896 sposa la ricca Livia Veneziani. Dal 1907 al 1920 inizia la formazione culturale di Svevo e la sua produzione letteraria. Muore nel 1928 a Motta di Livenza per incidente d’auto.
La formazione culturale: diviso tra positivismo e decadentismo.
Nel pensiero di Svevo confluiscono filoni culturali contraddittori e, a prima vista, difficilmente conciliabili: da un lato il positivismo, la lezione di Darwin, il marxismo; dall’altro il pensiero negativo di Schopenhauer e Nietzsche. Quanto all’evidente influenza di Freud, in essa agiscono elementi sia positivisti che antipositivisti.
Questi spunti contraddittori sono in realtà assimilati da Svevo in un modo originalmente organico, riconducibile a una precisa modalità operativa: dal positivismo e da Darwin ma anche da Freud, Svevo riprende la propensione a valersi di tecniche scientifiche di conoscenza e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell’umanità nella sua evoluzione complessiva. Tralaltro anche il marxismo non viene accettato da Svevo come soluzione sociale, ma solo come strumento analitico e come prospettiva critica di giudizio sulla civiltà europea e sui suoi meccanismi economici e sociali.
Anche da Schopenhauer Svevo riprende alcuni strumenti di analisi e di critica, ma non la soluzione filosofica ed esistenziale: non accetta infatti la proposta di una saggezza da raggiungersi con la “noluntas” (la rinuncia alla volontà) e con il soffocamento degli istinti vitali. Dal filosofo tedesco egli desume soprattutto la capacità di cogliere gli “autoinganni” e il carattere effimero e inconsistente delle ideologie e dei desideri dell’uomo. Lo stesso atteggiamento Svevo rivela nei confronti di Nietzsche e Freud. Da Nietzsche riprende la teoria della pluralità dell’io e la critica spietata dei valori borghesi; mentre da Freud riprende lo studio razionale e scientifico della psicanalisi senza accettarla però come ideologia o come terapia.
Il disagio esistenziale: la figura dell’inetto.
La causa principale del disagio esistenziale di Svevo trova le sue radici all’interno dell’ideologia borghese di quel tempo: Svevo si sente “un diverso” proprio per il fatto che i canoni e gli stereotipi della sua civiltà gli impongono un “modus vivendi” totalmente in contrasto con il suo modo di concepire l’esistenza. Coloro che non rispettano questi modelli “precompilati” di “uomo normale” (“Sano”), sono considerati diversi (“ammalati”). E’ proprio per questo motivo che Svevo, nella “Coscienza di Zeno”, difende i diritti dei cosiddetti “ammalati” rispetto ai “sani”. La nevrosi, per Svevo, è anche un segno positivo di “non rassegnazione” e di “non adattamento” ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza delle leggi morali, sacrificando la ricerca del piacere. L’ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. La terapia lo renderebbe sì più normale, ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Per questo Svevo difende la propria “inettitudine”, che è una forma di resistenza all’alienazione circostante.
La poetica:”quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”.
In Svevo è caduta ogni funzione sociale e ideologica della letteratura: essa è un’attività privata, un vizio. L’autore stesso la praticò in questo modo, senza illusioni e con molti disinganni, fino a pensare seriamente di abbandonare, dopo l’insuccesso del secondo romanzo, “quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”.
Perché, allora, scrivere? La funzione si capovolge: non più estetica o sociale, ma conoscitiva e critica. L’intellettuale, identificato ormai con l’inetto, il diverso, il malato, il nevrotico, ricorre alla letteratura, estraniandosi dall’attività economica e dai modelli sociali, per recuperare la misura della sua esistenza (mediante l’autoanalisi) e dei rapporti sociali.
La Coscienza di Zeno: opera aperta.
La Coscienza di Zeno esce nel 1923 ed è l’autobiografia, seppur fittizia, dello stesso protagonista, Zeno, il quale, spinto dal suo psicanalista, si mette a scrivere la storia della sua vita, e il corso della sua nevrosi. Già nel titolo appare evidente che Svevo vuole sottolineare, con il personaggio di Zeno, la pluralità e l’ambiguità dell’io. Il termine coscienza può avere, infatti, due accezioni ambivalenti e contraddittorie: può essere intesa come coscienza morale o come consapevolezza delle proprie azioni; fatto sta che il vero punto di vista dell’autore non viene mai alla luce. Tant’è vero che Svevo utilizza la tecnica dell’ “io narrante” ovvero del protagonista narratore. Così facendo crea volutamente una sorta di equivoca ambiguità tra autore e voce narrante. E’ proprio per questo motivo che possiamo parlare di “opera aperta” , ovvero che lascia spazio alle interpretazioni del lettore. La coscienza è quindi, al tempo stesso, soggetto e oggetto conoscitivo: nell’indagare il soggetto si perviene inevitabilmente al lato conoscitivo di esso.
Luigi Pirandello
Tre diversi ambienti influirono sulla formazione psicologica e culturale di Pirandello: quello siciliano, quello tedesco e quello romano.
In Sicilia Pirandello visse dalla nascita, avvenuta ad Agrigento il 28 Giugno 1867, fino al 1887, anno in cui si trasferì a Roma per continuare gli studi universitari. In Germania Pirandello soggiornò dal 1889 al 1891, conseguendo a Bonn la laurea in filologia romanza. Tornato da Bonn e stabilitosi di nuovo a Roma, Pirandello dedicò la propria vita alla letteratura e al teatro. Morì a Roma il 10 Dicembre 1936, due anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura.
La cultura letteraria, filosofica e psicologica.
Possiamo dividere il processo evolutivo del pensiero Pirandelliano in due grandi fasi: quella prima della stesura del Fu Mattia Pascal (1904) e quella successiva, caratterizzata da un radicale cambiamento della concezione letteraria.
Nella prima fase Pirandello subisce l’influenza del pensiero positivista, assimilato però nella variante negativa tipica del Naturalismo siciliano: la scienza non è concepita ottimisticamente, come una ragione di speranza e di progresso, ma sentita come una potenza demistificatrice, capace di corrodere miti e credenze. Dopo essere passato dall’oggettivismo positivista al soggettivismo e dopo le letture di Nietzsche e Schopenhauer, Pirandello si trova di fronte a una grossa contraddizione: da un lato subisce l’influenza della tradizione idealistica e classica, che privilegia nell’arte il momento sintetico e armonico; dall’altro, invece, l’influenza di autori tedeschi come Heine, Tieck e Chamisso, che puntano sull’uso ironico del materiale romantico, sulla pluralità dell’io e su un razionalismo fortemente umoristico.
E’ proprio dopo questo primo periodo di incertezza che Pirandello raggiunge la sua maturità filosofico-letteraria. Non a caso in questi anni (1904-1908) egli scrive le due premesse del Fu Mattia Pascal, e da vita, cosa più importante, a un vero e proprio saggio della poetica umoristica intitolato appunto “L’Umorismo”: da un lato Pirandello vede un limite ontologico dell’uomo, che da sempre vive in un mondo privo di senso e che tuttavia si crea una serie di autoinganni e di illusioni attraverso i quali cerca di dare significato all’esistenza; dall’altro individua nella caduta dell’antropocentrismo tolemaico, la nascita di quel malessere, tipico della modernità, che induce alla percezione della relatività di ogni fede, di ogni valore, di ogni ideologia e all’intuizione che quest’ ultime sono solo autoinganni, utili per sopravvivere ma del tutto mistificatori (crisi delle ideologie ottocentesche).
L’umorismo pirandelliano non è solo una poetica: è anche l’espressione coerente del pensiero e della cultura del relativismo filosofico.
Esso presuppone la messa in discussione sia del positivismo, sia delle ideologie romantiche. Entrano in crisi tanto l’oggettività quanto la soggettività, ed è il concetto stesso di verità che viene posto radicalmente in questione. Perciò l’umorismo non propone né valori, né eroi che ne siano portatori, ma un atteggiamento esclusivamente critico-negativo e personaggi problematici e inetti nell’azione pratica; esso non risolve positivamente le questioni che affliggono l’uomo, ma mette in rilievo le contraddizioni e le miserie della vita, irridendo e compatendo allo stesso tempo.
Contrasto vita-forma e persona-personaggio:
L’uomo ha bisogno di autoinganni: deve cioè credere che la vita abbia un senso e perciò organizza l’esistenza secondo convenzioni, riti, istituzioni che devono rafforzare in lui tale illusione. Gli autoinganni individuali e sociali costituiscono la forma dell’esistenza: essa è data dagli ideali che ci poniamo, dalle leggi civili, dal meccanismo stesso della vita associata. La forma blocca la spinta anarchica delle pulsioni vitali, la tendenza a vivere momento per momento al di fuori di ogni scopo ideale e di ogni legge civile: essa cristallizza e paralizza la vita. Quest’ultima è una forza profonda e oscura che fermenta sotto la forma ma che riesce a erompere solo saltuariamente nei momenti di sosta o malattia, di notte o negli intervalli in cui non siamo coinvolti nel meccanismo dell’esistenza.
Il contrasto tra vita e forma è indubbiamente costitutivo dell’arte pirandelliana e della stessa poetica dell’umorismo, che sottolinea ironicamente i modi con cui la forma reprime la vita e rivela gli autoinganni con cui il soggetto si difende dalla forza sconvolgente dei bisogni vitali. Il soggetto, costretto a vivere nella forma, non è più una persona integra, coerente e compatta, fondata sulla corrispondenza armonica fra desideri e realizzazione, passioni e ragione, ma si riduce a un personaggio che recita la parte che la società esige da lui e che egli stesso si impone attraverso i propri ideali morali. Nel caso che il soggetto diventi consapevole delle contraddizioni, delle ipocrisie e degli autoinganni a cui si deve sottoporre, allora sceglierà di vivere la propria vita non più soggetto alla forma, ma bensì vivrà amaramente e autoironicamente la scissione tra essa e la vita. In questo caso la riflessione interviene continuamente a porre una distanza fra il soggetto e i propri gesti, fra l’uomo e la vita: più che vivere, il personaggio “si guarda vivere”e si pone fuori dall’esperienza vitale; condannato all’estraneità, guarda da fuori e compatisce non solo gli altri ma se stesso.
Le Opere:
“Si gira …”: Protagonista di questo romanzo è Serafino Gubbio, operatore cinematografico della Kosmograph. In seguito a un incidente durante le riprese, Serafino, per lo shock, diventa muto. Pirandello in quest’opera fa un bilancio della vita del protagonista e un’analisi impietosa della civiltà delle macchine. Da un lato, il bilancio esistenziale si conclude con la caduta di qualsiasi illusione e con la riduzione del protagonista a una totale impassibilità ed estraneità, resa allegoricamente dal suo mutismo; dall’altro, lo studio della modernità induce a un rifiuto drastico dei miti della macchina e del progresso, in implicita polemica con il Futurismo.
Questi due temi fondamentali sono inseriti in una struttura aperta e sperimentale (quella dei quaderni), ricca di anticipazioni, di ritorni all’indietro, di racconti nel racconto: una struttura che dà congedo definitivo a un impianto narrativo di tipo tradizionale.
“Uno, nessuno e centomila”: Come il Fu Mattia Pascal, è una narrazione retrospettiva condotta da una prima persona che è insieme voce narrante e protagonista della vicenda. Il protagonista è Vitangelo Moscarda, figlio scioperato di un banchiere.
Egli ha molti punti di contatto con la figura di Mattia Pascal: è un inetto, uno scioperato, una nullità, si è sposato per imposizione e come Pascal, conduce una ribellione. Ma, mentre nel Fu Mattia Pascal il personaggio tenta la propria affermazione e cerca la propria identità in modo passivo, casuale e quasi inconsapevole, qui si fa protagonista attivo e cosciente della propria liberazione. Invece di estraniarsi dalla vita e arroccarsi in un atteggiamento critico-negativo, come fanno Pascal e Serafino Gubbio, Vitangelo Moscarda alla fine scopre la vita nel rifiuto della forma e nell’adesione all’istinto naturale. La contrapposizione alla civiltà delle macchine e delle città industriali e fortissima anche in questo romanzo, ma questa volta si fa appello a un alternativa positiva, quella della campagna e della natura. In definitiva la conclusione del romanzo vuole essere paradossalmente positiva. A una struttura aperta e umoristica segue una conclusione “chiusa”, che vuole indicare un percorso di guarigione attraverso una fuoriuscita dalla forma per entrare nella vita, dalla società per entrare nella natura.
Novelle per un anno: Dal 1922 Pirandello pensò di riunire tutti i suoi racconti sotto il titolo di Novelle per un anno, suddividendoli in 24 volumi contenenti 15 novelle ciascuno, per un totale di 360, all’incirca una per ogni giorno dell’anno. In questa prospettiva corresse e riordinò le novelle estraendole dalle originarie raccolte e inserendole in nuove unità organizzative. L’opera comunque, presenta una struttura enigmatica: l’autore ha smembrato le vecchie unità organizzative per crearne di nuove, ma resta misterioso il criterio con cui le ha formate. L’opera insomma è un’allegoria della dissipazione e della varietà della vita, del suo carattere frantumato e insensato, in cui domina incontrastato il flusso distruttivo del tempo. Quest’ultimo è vissuto come dissipazione, vortice, caos, non come processo rettilineo, ordinato e lineare. Personaggi, vicende e paesaggi sono immersi nella caducità caotica e casuale della vita.
Possiamo indicare i seguenti criteri complessivi delle Novelle per un anno:
- L’uso mimetico e tuttavia critico.negativo e dissacrante del linguaggio: Pirandello rivela un estrema attenzione nel rendere realisticamente i segni di una comunità, i modi e la mimica con cui si riconosce un corpo sociale. La critica e la rottura delle convenzioni passano attraverso l’accettazione piena del linguaggio, che così viene portato fino all’assurdo mostrandone l’interna contraddizione e l’intrinseca paradossalità.
- L’isolamento espressionistico della parte rispetto al tutto: La tecnica della “zoomata” è frequente in Pirandello. Il particolare, ripreso da vicino e staccato dal resto, diventa mostruoso. Come negli autori espressionisti, il mondo non ha più ordine né gerarchia. La parte è ormai tagliata via da un tutto imprendibile e sfuggente e dunque da qualsiasi possibilità di significato.
- Il paesaggio e la sua disarmonia rispetto all’uomo: Nelle novelle il paesaggio è il distaccato e talora ironico scenario delle sventure umane. Fra natura e società si è aperta una frattura incolmabile che rende impossibili le corrispondenze simboliche tra l’una e l’altra: persino il paesaggio-stato d’animo, quando s’affaccia, può essere irriso.
- Il rapporto tra nichilismo e ricerca della verità: Nelle novelle Pirandello porta a fondo la critica all’idea stessa di verità, sia essa concepita in termini positivistici (la verità garantita dalla scienza), o in termini idealistico-religiosi (la verità garantita dal dogma di una fede o di un’ideologia). L’affermazione del carattere relativo di ogni opinione sfiora in Pirandello il nichilismo.
Gli scritti teatrali e le prime opere drammatiche: La fase del “Grottesco”
Pirandello comincia a dedicarsi al teatro con un certo impegno solo a partire dal 1910, e solo dal 1915 lavora in modo continuato a opere teatrali, pur persistendo a considerare questa attività solo una parentesi. La scelta teatrale diventa irreversibile solo fra il 1920 e il 1921, in seguito anche al successo di Sei personaggi in cerca d’autore.
La contraddizione fra teatro e letteratura viene risolta da Pirandello lavorando in due direzioni: 1) elaborando la teoria dell’autonomia dei personaggi dall’autore e 2) accentuando l’aspetto autocritico e dissacrante del lavoro artistico-teatrale.
Pirandello sottolinea che l’opera teatrale deve diventare beffa e parodia di se stessa. L’opera teatrale umoristica deve rinunciare a mostrarsi come “naturale” e deve invece sdoppiarsi, ostentando la propria artificiosità e divenendo, come dice Pirandello, “farsa che include nella stessa rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa, non come elementi soprammessi, bensì come proiezione d’ombra del suo stesso corpo”: nasce così il teatro nel teatro.
“Così è se vi pare”: Con quest’opera Pirandello introduce il tema della doppia verità, o meglio, dell’inconsistenza della verità oggettiva, preferendo analizzare i contrasti delle verità “soggettive” ben più determinanti e opprimenti.
La vicenda si svolge nel solito ambiente di provincia (Valdana) dove arriva un segretario di prefettura che tiene segregata la moglie dalla suocera. Invano i concittadini cercano di appurare la vera identità della signora Ponza (i documenti anagrafici sono stati distrutti in un terremoto): il marito e la suocera, separatamente, si accusano di pazzia e sostengono una tesi assurda: che essa sia contemporaneamente la figlia della signora Frola (e prima moglie,Lina) e la seconda moglie del signor Ponza, Giulia, ciò che obbiettivamente non è possibile, ma soggettivamente corrisponde alle idee contrastanti dei due. “Per me io sono colei che mi si crede”, conclude amaramente la signora, cioè “nessuna”. Sono annunciati, così, i temi della verità relativa, della solitudine umana, dell’incomunicabilità, della pietà.
“Sei personaggi in cerca d’autore”: Il dramma è l’esempio più radicale di “teatro nel teatro” di Pirandello.
Mentre una compagnia di attori sta provando il pirandelliano “Gioco delle parti”, irrompono sulla scena sei personaggi, ciascuno per presentare il proprio dramma che l’autore, dopo averlo immaginato, si è rifiutato di realizzare in forma compiuta.
L’intreccio della vicenda viene ricostruito frammentariamente in qualche modo dagli interventi dei sei personaggi, con anticipazioni, digressioni, regressioni, contestazioni reciproche e discussioni violente, il tutto in un crescendo di concitazione.
Con quest’opera Pirandello vuole dimostrare che il dramma borghese è irrappresentabile e che l’arte stessa è incapace di cogliere il significato della vita. La svolta è costituita dal raggiungimento di entrambi gli obbiettivi impliciti nella ricerca teorica di Pirandello sul teatro: l’autonomia piena dei personaggi dall’autore e la dissacrazione del momento artistico. L’autonomia dei personaggi è tale che essi sono addirittura portati sulla scena “in cerca d’autore” ciascuno con la sua verità in opposizione a quella degli altri, e in assenza, appunto, di un autore, capace di dare unità di senso alla loro vicenda. La dissacrazione giunge sino alla esibizione e alla messa a nudo degli artifici teatrali, smascherati come paccottiglia e trucco volgari, alla negazione della materialità del palcoscenico e cioè della tradizionale barriera tra scena e spettatori. Anzi la formula del “teatro nel teatro” va ben al di là dell’artificio di far recitare sulla scena, durante la recita di un dramma, un altro dramma, e diventa piuttosto pretesto per una discussione sul teatro stesso: insomma teatro e metateatro, finzione scenica e dibattito teorico su di essa si mescolano strettamente. La critica al dramma borghese dell’epoca, intriso di romanticismo melodrammatico, e alle compagnie che lo mettono in scena è evidente, ma l’autore vuole colpire più in alto: è il potere stesso dell’arte, così enfatizzato dalla letteratura decadente, che viene posto in questione.
Giovanni Verga
Nato a Catania da una famiglia di proprietari terrieri, Giovanni Verga trascorse la giovinezza nella città natale e fu educato ai valori romantico-risorgimentali. Dopo un primo soggiorno fiorentino nel 1865, Verga si stabilì nel1869 a Firenze dove risiedette fino al “72.
Alla fine del 1872 Verga si trasferì a Milano, dove restò fino al “93. Qui Verga divenne amico di diversi scrittori scapigliati. A Milano, capitale economica oltre che letteraria d’Italia, maturò l’adesione al naturalismo e la nascita del verismo. Dopo il 1893 Verga tornò a risiedere a Catania. Nel 1920 fu nominato senatore. Morì a Catania il 24 Gennaio del 1922.
La personalità letteraria: Verga verista, risoluzione stilistica e tematica.
Giovanni Verga attua in Italia una vera e propria rivoluzione stilistica e tematica che porterà in seguito alla nascita del “romanzo moderno”. Ancora condizionato dalla sua formazione tardoromantica, Verga, nel 1878, subirà una drastica svolta nel suo modo di concepire la letteratura. Il Verga dei grandi romanzi veristi ( I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo ), rinuncia alla prospettiva onnisciente: il punto di vista narrativo, rigorosamente dal basso, coincide con quello dei personaggi.
L’impersonalità verghiana comporta, infatti, una radicale rinuncia: l’autore non manifesta più, direttamente, i propri sentimenti e le proprie ideologie, ma assume l’ottica narrativa, l’orizzonte culturale, il linguaggio dei suoi stessi personaggi. Così facendo, Verga, offre al lettore uno spaccato perfettamente reale e coerente della società, dell’ambiente e della mentalità che egli stesso ha voluto mettere alla luce: un mondo nuovo, di particolari umili e concreti, il mondo della vita materiale e dell’esistenza quotidiana delle masse contadine, entra di prepotenza nella letteratura italiana. Oltretutto, nella produzione letteraria verghiana, compaiono elementi e caratteristiche tipici del positivismo. L’adesione a quest’ultimo è tuttavia parziale:Verga ne valorizza al massimo gli aspetti materialistici e deterministici rifiutandone però gli aspetti fiduciosi e ottimistici. Ne deriva un’ ottica integralmente critico negativa, una sorta di realismo duro e corrosivo che non concede spazi di speranza e che raggiunge il suo apice in opere come Mastro Don Gesualdo o I Malavoglia.
L’adesione al Verismo:la poetica.
La poetica Verista elaborata da Verga e Capuana dipende da quella naturalistica Francese. Sul piano filosofico rivela un impostazione di tipo positivistico, materialistico e deterministico. E’ positivistica perché parte dall’idea che la verità sia scientifica e oggettiva: solo un approccio scientifico, basato sullo studio dei fenomeni reali e non più sulla soggettività delle sensazioni, può permettere di conoscere a fondo la realtà. E’ materialistica perché il comportamento umano è assimilato a quello di ogni altro animale e viene visto in dipendenza dall’egoismo individuale, dai bisogni materiali e dalla spinta del sangue e del sesso. E’ deterministica perché lega la libertà del soggetto, il quale è sempre condizionato dall’ambiente in cui vive, dalle leggi economiche e dal comportamento ereditario, che influisce non solo sulla predisposizione alle malattie, ma anche sulle inclinazioni dell’uomo. Altro elemento fondamentale della poetica verista è l’esclusione della soggettività dell’autore e quindi l’impersonalità: nell’opera non si devono vedere né i sentimenti nè le opinioni dell’autore, il quale deve comportarsi come uno scienziato e un tecnico neutrale: deve cioè limitarsi ad indicare la realtà oggettiva, senza sovrapporre la propria interpretazione o le proprie reazioni psicologiche. Bisognerà dunque partire dalle classi più basse, nella rappresentazione delle quali è più facile cogliere il nesso tra causa ed effetto e il condizionamento naturale, per poi risalire a quelle più elevate, il cui studio è più complesso, “dato che la civiltà insegna a l’uomo a nascondere i sentimenti e a razionalizzare i comportamenti e dunque rende meno evidente la radice materiale che pure li determina” (Romano Luperini).
Secondo Verga, la narrazione deve essere condotta dal punto di vista dei personaggi rappresentati: lo scrittore deve annullarsi assumendo la loro prospettiva, la loro cultura, il loro modo di vedere le cose, il ritmo stesso del loro parlare. In altri termini Verga sostiene l’esigenza di una stretta correlazione tra livelli sociologici e livelli stilistici: modificando i primi dovrebbero modificarsi anche i secondi, e il lessico e la sintassi devono di volta in volta adeguarsi al mondo rappresentato.
L’intellettuale ha ormai perduto il ruolo ideologico e la centralità protagonistica che aveva avuto durante il Romanticismo.
Le Opere:
“Vita dei Campi ”: La prima opera verista di Verga è la raccolta di otto novelle intitolata “Vita dei campi”. In essa compaiono già i primi fondamenti della poetica verista: i personaggi sono di bassa estrazione sociale (contadini, pastori, minatori delle campagne siciliane); l’autore assume la prospettiva sociale e linguistica degli stessi personaggi (impersonalità); vengono rappresentati oggettivamente e scientificamente (concezione positivistica) tenendo conto dei condizionamenti della natura e dei bisogni materiali (matrialismo-determinismo). Tuttavia trapela ancora, in questa raccolta, la formazione tardo-romantica di Verga: agli elementi veristi si contrappongono il mondo arcaico-rurale, visto in una luce romantica, quasi idillica, e la fiducia in certi valori (amore e passione).
In ogni modo Verga fa trionfare i primi (l’egoismo economico e l’ordine sociale e naturale delle cose) sui secondi (la forza dei sentimenti, con la loro carica anarchica).
“Rosso Malpelo ”: Con Rosso Malpelo, protagonista della novella, Verga trova un personaggio addirittura emblematico della diversità: non solo egli è un orfano, e dunque più debole e indifeso dei suoi coetanei, ma ha anche i capelli rossi, che simboleggiano la sua estraneità e sembrano legittimare la persecuzione sociale di cui è vittima. Qui la voce narrante è quella malevola della comunità di contadini e di minatori che si accanisce contro il protagonista perché ha i capelli rossi e dunque sarebbe, di per se, “cattivo”. Tuttavia il punto di vista dell’autore, per quanto programmaticamente taciuto e nascosto, finisce per emergere comunque dalla regia del racconto, facendo capire che Rosso non è cattivo come parrebbe. Si crea così un punto di vista esplicito della voce narrante e un punto di vista implicito dell’autore: ebbene è proprio tale divario a fondare il procedimento di “straniamento” e la stessa struttura antifrastica del racconto.
“I Malavoglia”: La vicenda è tutta imperniata sulla storia di una famiglia di pescatori siciliani (chiamati in paese “Malavoglia”) e
sulle conseguenze che in essa provoca il progresso. Il contrasto tra il vecchio e il nuovo è rappresentato dalla contraddizione fra nonno
(padron ‘Ntoni) e il nipote (‘Ntoni). La narrazione è in larga misura filtrata attraverso il discorso indiretto libero, mediante il quale, le
varie voci della comunità arcaico-rurale raccontano la vicenda. Pertanto le similitudini, le metafore, le immagini, i proverbi, esprimono sempre la cultura e il punto di vista di un paese di contadini e di pescatori, con gli effetti di “straniamento” già riscontrati in
Rosso Malpelo. Anche il linguaggio tende al “parlato” e cerca di riprodurre l’immediatezza e la cadenza della sintassi siciliana. E’ con questa soluzione tecnica, risolutamente sperimentale, che Verga risolve nei Malavoglia la questione dell’impersonalità.
Per rendere la cultura e le immagini del mondo popolare, Verga ha usato come “fonti” gli studi di antropologia, etnologia, nonché di sociologia: tale metodo è dovuto alla sua concezione scientifica e deterministica della realtà acquisita dalla cultura positivista.
Nell’ideologia del romanzo convivono spinte diverse e contraddittorie: da un lato, l’aspirazione romantica alla ricerca di valori incontaminati in un idillio premoderno, e dall’altro, l’opposta tendenza veristica a verificare, a ogni gradino della scala sociale, e dunque anche ai più bassi e primitivi, la presenza del motivo economico e il predominio dell’egoismo individuale. Tende a prevalere l’amara coscienza che la società moderna, penetrando nel mondo della campagna siciliana, ne travolge inevitabilmente i valori e i sentimenti autentici. Essi possono essere salvaguardati solo attraverso l’atto eroico della rinuncia al progresso, arroccandosi nella difesa di un mondo ormai condannato dalla storia.
“Novelle rusticane”: Il mondo romantico della campagna e dei sentimenti appare, ormai, in crisi. Infatti, Novelle rusticane, raccolta di novelle uscita nel 1883, segna una svolta decisiva. Il mondo romantico dei valori ormai non è più proponibile. A partire da questi due libri, tutti i personaggi verghiani appaiono dominati esclusivamente dalla roba, e cioè dalla logica economica e dalle leggi dell’interesse e dell’egoismo. Il metodo verista è d’ora in poi del tutto coerente con la prospettiva pessimistica e materialistica dell’autore, che, ad ogni gradino della scala sociale, scopre il meccanismo della “lotta per la vita”.
Per il materialista Verga l’umano comportamento è e sarà sempre determinato esclusivamente dall’egoismo individuale: ogni motivazione ideale dell’agire umano appare perciò sistematicamente demistificata.
“La Roba”: Protagonista del racconto è Mazzarò, un contadino siciliano che a poco a poco, tutto sacrificando alla logica economica, è divenuto il maggior proprietario terriero della regione, sostituendosi al barone. Ma il processo di accumulazione economica si scontra con la sua sostanziale insensatezza: di fronte alla morte, infatti, Mazzarò scopre il non-senso di una vita dedicata esclusivamente alla roba. Il ritmo dell’accumulazione economica diventa ritmo del racconto, trasferendosi nella cadenza di epica popolaresca. Mazzarò, inoltre, pare identificarsi con la terra stessa che possiede: uomo e natura si scambiano le parti in una sorta di panismo antropocentrico e simbolico:”Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia”. Viene a delinearsi quindi una nuova figura, tipica della produzione letteraria verghiana, e cioè quella dell’arrampicatore sociale. Ma per poco: in realtà la roba non può dare senso alla vita e l’epica dell’accumulazione si rovescia, alla fine, nella scoperta della sua insensatezza.
Giosuè Carducci
Nasce il 27 Luglio a Valdicastello, in Versilia, da padre medico. Trascorse l’infanzia nell’ambiente maremmano della toscana e nel 1849 si trasferisce a Firenze, dove frequenta la scuola degli Scolopi. Nel 1853 frequenta la Normale di Pisa dove si laureò in seguito, in filosofia e filologia. Nel 1856 forma la società degli “Amici pedanti”. Nel 1859 sposa Elvira Menicucci. Si trasferisce a Bologna dove 10 anni dopo muore il figlioletto Dante. Nel 1890 è nominato senatore e nel 1906 riceve il premio Nobel per la letteratura. Muore il 16 Febbraio del 1907 per l’aggravarsi di una broncopolmonite.
La poetica e la concezione letteraria:
Giosuè Carducci è, secondo il mio punto di vista, uno dei poeti più contraddittori (insieme al Manzoni) di tutta la letteratura Italiana.
Nella sua concezione letteraria (ma soprattutto politica) confluiscono spinte ambivalenti e contraddittorie. Da un lato egli si schiera dalla parte dei classicisti ponendosi in un atteggiamento fortemente antiromantico e nazionalistico; fonda la società degli “Amici pedanti” e si dedica ad uno stile di poesia aulico e latineggiante, caratterizzato da un forte gusto Ellenico e ispirato da autori tipo Orazio, Vigilio, Lucrezio. Dall’altro, invece, possiamo riscontrare in Carducci elementi di un interiorità inquieta ( il tema della morte e dell’amaro rimpianto) e tendente a una modernità che l’autore della nostra antologia, Romano Luperini, ha osato definire “modernità classicista”. In opere come “Inno a Satana” si può vedere come il classicismo Carducciano si fonda audacemente con gli ideali di fiducia nel progresso (inteso anche come forza demistificatrice) e con la concezione laica e fortemente anticlericale ripresa da Lucrezio.
Le opere:
“Inno a Satana”: Ogni aspetto della modernità era condannato dai reazionari come prodotto di Satana. Carducci accetta questa definizione, ma la rovescia polemicamente in positivo, celebrando la figura di Satana. Le cose che i reazionari esecravano come opera del demonio, per Carducci sono gli aspetti più positivi della vita. Satana è così assunto come simbolo delle gioie terrene, delle bellezze naturali ed artistiche, della libertà di pensiero, della ribellione a ogni forma di dogma e di dispotismo, del progresso e della scienza.
Il trionfo del progresso, nelle strofe finali, si compendia nel simbolo della macchina, la locomotiva, motivo molto caro alla retorica del tempo. Questa concezione è contrapposta a quella del cristianesimo, che per Carducci nega i beni del mondo, la bellezza artistica, il progresso, la libertà, mortifica la ragione col dogmatismo e la gioia vitale con l’ascesi e la rinuncia. Secondo Carducci, oggi, la “forza vindice de la ragione” e del progresso, ha di nuovo vinto ogni oscurantismo e dogmatismo, cancellando l’oppressione religiosa. Levare un inno a Satana assumendolo come simbolo del progresso e della gioia vitale era fortemente provocatorio verso le concezioni conservatrici, benpensanti e clericali, e rivela l’atteggiamento battagliero che era proprio del giovane Carducci.
E’ interessante osservare come questo paganesimo democratico e progressista si rivesta, in Carducci, di forme classicheggianti: il poeta riprende il lessico aulico, la sintassi latineggiante, il peso dei riferimenti dotti ed eruditi che sono propri della tradizione del classicismo italiano.
“San Martino”: E’ un bozzetto scritto nel 1883. Pochi tocchi impressionistici delineano il quadro di un borgo maremmano nel giorno autunnale di San Martino (11 Novembre). Al clima autunnale rinviano il paesaggio nebbioso, l’odore di mosto, il momento della caccia e la migrazione degli uccelli. Nell’anno in cui scrive questa poesia, Carducci aveva trascorso parecchie settimane a Roma. Durante il ritorno aveva attraversato la Maremma toscana, dove aveva passato l’infanzia e l’adolescenza. Nel confronto inevitabile tra città e campagna, il poeta avverte che l’incanto selvaggio della Maremma appartiene ormai al passato. Per questo l’idillio di San Martino è in realtà un idillio inquieto, minacciato. L’aspro odore dei vini può tornare a rallegrare l’animo, mentre allegramente scoppietta lo spiedo; ma uno stormo di uccelli migratori introduce nella scena il brivido del tempo che passa, il senso della precarietà: gli uccelli sono neri e sembrano implicare un senso di morte. Così il quadretto, che potrebbe far pensare a un paesaggio macchiaiolo, resta lontano dall’idillio e dal semplice bozzetto, e comunica alla fine un senso di smarrimento e di inquietudine esistenziale.
“Alla stazione in una mattina d’autunno”: Il componimento, scritto nel 1875, rievoca un giorno d’autunno di tre anni prima, quando Lidia (Carolina Cristofori Piva) partì dalla stazione di Bologna. La poesia si organizza intorno a due temi principali strettamente connessi: quello del treno e della stazione ferroviaria, sentiti come simboli dello squallore del presente e della modernità, in contrasto con la bellezza classica della donna e dell’amore, che invece appartengono al passato; e quello del freddo, del fango, della pioggia, del tedio autunnale opposti al sole di giugno, al tepore estivo, al tripudio di vita del ricordo amoroso. Questo contrasto tematico diventa contrasto stilistico tra un lessico crudamente realistico e uno invece classico e nobilmente elevato. Nel suo insieme questa lirica appare il tentativo più coerente, fatto da Carducci, per inventare un classicismo moderno volutamente contraddittorio e per certi versi paradossale, in quanto consapevole dell’inconciliabilità fra la modernità e il classicismo.
L’ideologia del progresso: il topos del treno.
Il treno aveva ispirato al giovane Carducci l’Inno a Satana, dove era esaltato come simbolo stesso del progresso e della modernità.
Mentre però, nell’Inno giovanile, il treno era visto come “ bello e orribile mostro”, come un antidoto alla reazione religiosa nemica del progresso; successivamente, invece, Carducci lo definisce “ empio mostro”, in opposizione radicale ai valori dell’intimità e della classicità, dell’amore e della bellezza. In “ Alla stazione in una mattina d’autunno”, il progresso tecnico e la vita moderna sono respinti in quanto sinonimi di insignificanza, di vuotezza e di tedio, che rendono gli uomini (e il poeta stesso) simili a inerti fantasmi e la vita a un lugubre inferno. E’ evidente lo scarto rispetto alla politica di dodici anni prima: venuto meno l’entusiasmo combattivo e polemico, che allora induceva Carducci ad accettare la modernità assumendola come cavallo di battaglia contro le forze reazionarie, ora il poeta è tutto volto a difendere dall’industrializzazione avanzante, un mondo interiore che sta per essere travolto.
Difesa dell’interiorità, difesa del passato e difesa del classicismo diventano così una cosa sola.
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 Dicembre 1855. Trascorre un infanzia agiata fino a quando il padre viene ucciso (1867). Questo e altri due lutti familiari segnano profondamente il suo carattere. Nel 1882 si laurea in Lettere e, dopo aver insegnato in molti licei, viene nominato professore di grammatica greca e latina all’università di Bologna. Dal 1897 al 1905, insegna in varie università (Messina, Pisa), per poi tornare a Bologna dove eredita la cattedra che prima era appartenuta a Carducci.
Muore a Bologna il 6 Aprile del 1912.
Il pensiero:caratteri fondamentali della poesia Pascoliana.
Il pensiero di Pascoli si può schematicamente riassumere nei seguenti punti:
- Una sensibilità straordinaria lo porta a cogliere non solo gli aspetti misteriosi e intimi della vita, ma anche i problemi sociali del suo tempo, i nuovi atteggiamenti culturali europei, il socialismo, l’emigrazione.
- La sua è una visione pessimistica determinata dalla sfiducia nella scienza, che non appare uno strumento di liberazione dell’uomo e determina un angoscioso smarrimento per il futuro che si preannuncia.
- La vita è un mistero impenetrabile in cui le uniche certezze sono il dolore e il male ( la terra “atomo opaco del male” ). Solo possibile rimedio è che gli uomini si amino e si affratellino (socialismo). Di fronte al mistero l’anima si abbandona e vi naufraga: l’unico modo per cogliere il mistero della vita è la poesia.
- La poesia non è celebratrice ed educatrice, ma rivelatrice delle zone del mistero che dominano l’animo.
- L’anima è abbandonata al mistero: bisogna lasciarla parlare senza finzioni formalistiche. Essa è come la voce di un Fanciullino ingenuo e innocente che vive in noi e che ci rivela il mistero.
La poetica del Fanciullino: manifesto della poetica pascoliana.
Tale poetica fu elaborata nella prosa del Fanciullino nel 1897.
Secondo il poeta vi è in tutti gli uomini un fanciullo, che rimane tale anche dopo la crescita e dopo che “ la voce ingrossa e arrugginisce”…” piange e ride senza motivi apparenti, dà un nome alle cose che vede, ne scopre le somiglianze e le relazioni più ingegnose, sa stupirsi e meravigliarsi di tutto e trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima”.
Questo fanciullino dunque non è altri che il poeta, presente in tutti gli uomini in maniera potenziale; ma solo chi sa ascoltare questa voce, non contaminata dalle sovrastrutture culturali e letterarie e sa darle forma, diventa veramente poeta.
Da queste premesse teoriche consegue che:
- la poesia è rivelazione ingenua e spontanea, con carattere eminentemente irrazionale e intuitivo e con esclusione della riflessione; poesia, quindi, come scoperta delle cose e non come invenzione.
- Il poeta non crea ma riconosce la poesia già esistente nelle piccole cose, nella semplicità dell’esperienza quotidiana.
- La realtà, o meglio, l’anima segreta delle cose, viene scoperta con assorto stupore, come prodigio, sogno, mistero, ignoto.
- E necessaria una lingua precisa, senza sovrastrutture retoriche, che esprima con chiarezza e immediatezza le sensazioni e che dia ad ogni cosa il suo giusto nome (linguaggio musicale e simbolismo fonico).
Il Simbolismo fonico e la rivoluzione linguistica.
Con Pascoli possiamo parlare di una vera e propria rivoluzione linguistica, operata in special modo nelle Miricae e nei Canti.
La lingua assume chiaramente una connotazione simbolista e sta a metà strada fra continuazione della tradizione e rottura con essa, o meglio, è il risultato della loro combinazione. Secondo il Contini si intersecano un linguaggio propriamente grammaticale, usato comunemente come mezzo di comunicazione, ad un linguaggio post-grammaticale, dei vari gerghi e delle lingue speciali. Si aggiunge inoltre un terzo linguaggio che è quello pre-grammaticale, costituito da onomatopee e derivato dal mondo delle cose, degli animali e dalla natura in genere. E’ proprio quest’ultimo che costituisce il fulcro del Simbolismo fonico attuato da Pascoli nelle sue poesie: il linguaggio puramente mentale si fonde con quello istintivo e primordiale dei suoni, senza che in esso avvenga nessun tipo di mediazione razionale e intellettuale. La musica della natura diventa un tuttuno con la musica della vita; sta al poeta (cioè al Fanciullino) cogliere l’essenza primordiale di tale melodia e decodificarla, in modo da renderla orecchiabile all’uomo, tramite la poesia.
Strutture linguistiche:
Onomatopea: E’ l’armonia imitativa, cioè il suggerire col suono delle parole i rumori delle cose. Es.“ Sentivo un fru fru fra le fratte”, oppure “ Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle”.
Assonanza: E’ una forma di rima imperfetta tra parole che contengono le stesse vocali dopo l’accento (es. frasca-rimasta).
Allitterazione: Ripetizione, spontanea o ricercata (onomatopea), delle medesime lettere, oppure di gruppi uguali o simili di suoni.
Sinestesia: Associazione di diversi elementi sensoriali, come lo scambio tra una sensazione sonora e una visiva. Es. “Soffi di lampi”, oppure il “ sottil tintinnio” del pettirosso, che mette insieme una impressione tattile a una sonora.
Pascoli e l’impressionismo:
L’impressionismo è un modo di cogliere la realtà nell’arte mediante, non la riflessione e la ragione, ma singole, rapide e staccate impressioni che l’anima avverte in modo immediato (e spesso inconscio) attraverso la percezione dei sensi. L’impressionismo di Pascoli si avvicina, infatti, ai pittori simbolisti e decadenti (Gauguin), ai pittori dell’“en plein air” e a musicisti come Debussy.
E’ presente in molte poesie, specie nelle Myricae, dove il paesaggio è schizzato con pochi tocchi suggestivi apparentemente desunti dal vero, ma invece legati a stati d’animo.
Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’annunzio nasce a Pescara il 12 Marzo 1863. Compiuti gli studi liceali a Prato, si trasferisce nel 1881 a Roma, dove diventa presto noto come giornalista letterario e cronista mondano. Dal 1891 al 1893 vive a Napoli: in questo periodo è suggestionato da Nietzsche e Wagner. Dal 1898 al 1910 vive a Settignano, nella villa detta “La Capponcina”. Nel 1910 a causa dei debiti contratti si rifugia in Francia, dove rimane fino al 1915. Scoppiata la guerra, torna in Italia schierandosi tra gli interventisti e partecipando ad ardite imprese belliche. Conclusasi la guerra, compie, nel 1919-20, l’impresa di Fiume. Costretto nel 1921 ad abbandonare Fiume, si ritira a Gardone Riviera, in una villa detta “ Il Vittoriale degli Italiani”, nella quale vive in disparte fino alla morte, avvenuta il 1 Marzo del 1938.
L’estetismo e il panismo del superuomo:
Gabriele d’Annunzio può essere ricondotto a un movimento diffusosi nell’Italia pre-decadente e simbolista: l’estetismo.
Quest’ultimo consiste nell’identificazione tra arte e vita, che viene vissuta, appunto, come se fosse un “opera d’arte” (panismo).
L’estetismo nasce quindi dal rifiuto e dal disprezzo della realtà concreta, significa squisitezza e raffinatezza. C’è, inoltre,un’esasperata ricerca della parola e dei suoi effetti musicali e pittorici.
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