Letteratura greca
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Letteratura greca
Letteratura greca : L’ellenismo, La tragedia, Menandro, epitrepontes , Callimaco, Aitia, Inni, Epigrammata, Giambi, Apollonio Rodio, Le Argonautiche, L 'epigramma, Anite, Nosside, Asclepiade, Leonida, L’Esclusa, Antipatro, Meleagro, L 'elegia, Filita, Ermenesiatte, Fanocle, Teocrito, Tirsi, Talisie, Mietitori, Ciclope, Amore di Cinisca, Siracusane, Incantatrice, Eroda, La Poesia, Arato, Mosco, Bione, La Storiografia, Timeo, Duride, Polibio, Filologia, Scienza, Periodo greco-romano, Plutarco, Moralia, Vite parallele, La retorica, Anonimo del Sublime, La Seconda Sofistica, Luciano, Il romanzo greco, L’asino d’oro \ le Metamorfosi, Lo Stoicismo, Epitteto, Marco Aurelio.
L’ellenismo
323 a. C.: muore Alessandro Magno e il suo sconfinato impero viene diviso fra i suoi generali; si vengono a creare numerosi regni di varie dimensioni, ma accomunati dalla stessa lingua, il greco della koinh dialektos. Tra loro s’instaura una fitta rete di scambi commerciali e su questo nuovo assetto politico si sviluppa una nuova cultura; questa cultura verrà chiamata Ellenismo.
Regno di Macedonia: il più stabile dei regni ellenistici, perché mancava la contrapposizione tra l'aristocrazia, classe dominante, ed il popolo, dualismo tipico della maggior parte degli altri regni. Vi regnò la dinastia degli Antigonidi. Il cammino verso l'acculturamento fu molto lineare e conseguenza della stabilità politica, favorita anche dal fatto di essere lo stato originario d’Alessandro Magno.
Regno di Pergamo: al centro dell'attuale Turchia, era piccolo ma ricco di miniere d'argento. Vi regnò la dinastia degli Attalidi, ma questa si esaurì ben presto. L'ultimo re, Attalo III, fu molto lungimirante; prevedendo che il suo regno sarebbe stato diviso tra gli stati confinanti, lo lasciò in eredità a Roma. Infatti, il regno di Pergamo fu l’unico a non essere stato conquistato dai Romani. A questo riguardo, va rilevato che l'unico autore greco a capire che la Grecia doveva cedere il passo a Roma fu Polibio, che scrisse un’opera (le Storie) in cui esaltava la grandezza di Roma e della sua costituzione.
Regno di Siria: i Seleucidi controllavano una vasta zona, corrispondente più o meno alle attuali Siria, Giordania e Palestina. L'economia, erede di quella fenicia, era basata sui commerci marittimi.
Regno d’Egitto: politicamente visse un dualismo fortissimo, favorito dalla sua posizione geografica di pressoché totale isolamento; il faraone, appartenente alla dinastia dei Tolomei, era considerato un dio vivente, non un semplice imperatore, e veniva appoggiato dall’unica casta istruita, quella dei sacerdoti, mentre le masse popolari erano totalmente tagliate fuori dal potere politico e da buona parte di quello economico. In seguito ad una fitta rete di scambi commerciali via terra e soprattutto via mare, Alessandria (il porto principale) divenne la città più importante dell'ellenismo. Il resto dell'Egitto rimase in una condizione d’isolamento e d’arretratezza, sempre tenuto sotto stretto controllo dalla mano del faraone. Da un punto di vista culturale, di tutto l'Egitto solo la città d’Alessandria fu interessata dall'ellenismo, ed anzi ne divenne uno dei poli più importanti, in quanto fu sempre proiettata verso il mare e verso gli scambi commerciali (l’Egitto era un grande esportatore di frumento) e culturali con gli altri regni ellenistici.
Una fitta rete di scambi commerciali accrebbe il potere economico delle singole città e favorì il fenomeno dell'urbanesimo; in quest'epoca avviene la nascita della borghesia, nuovo ceto emergente creato da bottegai arricchitisi grazie al commercio. Questi fatti portano gli artisti ad interessarsi delle classi umili: lo vediamo nelle tragedie (pullulano servi e nutrici tra i personaggi), in architettura (dove si afferma lo stile Corinzio, che si applica solo alle colonne, le quali consentono una maggiore visibilità rispetto ai pilastri) e in scultura.
Mentre nella Grecia classica, dove si erano sviluppati governi democratici ed era permessa ogni libertà di pensiero ed espressione, esisteva il concetto della libertà di ogni cittadino di potersi acculturare a spese dello stato, nella cultura ellenistica i dotti rivolgono la loro opera non agli studenti, ma solo ad altri, pochi dotti. I monarchi ellenistici, infatti, non avevano nessun interesse a incoraggiare la diffusione della cultura nei vari strati della popolazione, ed era assolutamente vietato ai dotti trattare di politica. Per la prima volta per i Greci la politica veniva scissa dalla cultura. Per l'età ellenistica si può parlare esclusivamente di centri, isolati dal resto della nazione e in fitta comunicazione tra di loro.
Nell'Ellenismo l'oggetto dello studio si modifica, e l'interesse per la scienza comincia a differenziarsi da quello per la filosofia; cominceranno ad essere eseguiti studi scientifici fini a se stessi, slegati da convinzioni filosofiche. Atene diventa il principale centro della filosofia e Alessandria quello della scienza. La filosofia trova il suo campo di interesse nella morale dell'uomo, e nascono le due correnti filosofiche dello Stoicismo e dell'Epicureismo; laqe biwsas(=vivi di nascosto) dicevano gli Epicurei, portatori di una filosofia prettamente soggettiva e contrapposti agli Stoici, che propugnavano un cosmopolitismo coagulato dal logos, fiamma presente in ogni uomo. I rapporti tra Atene ed Alessandria si guastarono ben presto, essendo Atene molto invidiosa dell'importanza culturale di Alessandria. Ad Atene si sviluppò solo una filosofia di taglio moralistico (Epicuro e gli Stoici) e non più la ricerca all'interno dell'uomo.
Dal punto di vista pratico gli autori si staccano dal mondo esterno e si dedicano ad una ricerca interiore da un lato, dall'altro studiano le idee provenienti da altri paesi, sviluppando un pensiero cosmopolita. Callimaco, padre dell'Ellenismo, abbraccia non solo tutti i generi letterari, ma anche entrambe le correnti di pensiero; infatti gli autori non si specializzano su un genere specifico, ma abbracciano più di un genere e più di un ideale, sempre restando però esclusi dalla politica.
Tutti i temi letterari vennero trattati nell'Ellenismo; anzi, questo periodo vide nascere un nuovo genere letterario: il romanzo. Il tema amoroso vide la distinzione tra elegia ed epigramma; l'elegia, che precedentemente era usata per trattare vari temi (bellica, gnomica, amorosa, quotidiana, politica), nell'Ellenismo si sofferma prettamente sul quotidiano, in quanto l'amore viene ad inglobare tutti gli argomenti e non rimane settorializzato. Gli autori si dedicarono indifferentemente a cantare l'amore provato nei confronti della propria donna o quello nel confronti del mito, ma anche questo secondo caso viene approfondito come il primo perché l'autore cerca di immedesimarsi nel mito. L'amore cantato è un amore vero, reale, scavato in tutti i sensi e contrapposto al sentimento del dolore. L'amore viene codificato in eros (passione d'amore), imeros (amore in senso generale) e poqos (desiderio d'amore). Anche per il dolore ci sarà un'attenta analisi di tutte le possibili sfumature.
I personaggi, in ogni genere letterario, vengono analizzati tutti nella loro interezza e non più visti solo in funzione del protagonista (come accadeva nella cultura classica). Fu in questo periodo che nacque il concetto di arte per l'arte; l'opera letteraria è concepita in piena libertà e non è scritta con lo scopo di diffondere un messaggio. Lo stile è, per l'appunto, molto curato; l'autore riversa tutta la sua attenzione ad una cura formale volta alla perfezione, facendo sfoggio non di cultura, ma di erudizione (avviene per questo motivo un recupero dei miti minori ed una ricerca delle particolarità di quelli famosi). Molte opere ellenistiche saranno da leggere in quanto perfette dal punto di vista formale, ma totalmente prive di contenuti. Tuttavia non tutte queste opere d'arte sono sterili perché il lettore è libero di scegliere linee di interpretazione a suo piacimento. In quest'epoca nasce il libro.
La tragedia
La tragedia assume queste caratteristiche: viene a mancare sia un legame tra attori e spettatori, sia un dio che s’impone e detta le regole da seguire, l'individualismo viene esasperato. Per questi motivi la tragedia diviene uno sfoggio di erudizione.
Abbiamo solo due autori, Alessandro Etolo e Licofone, famoso per la tragedia "Alessandra", narrazione in 1400 versi di tutte le profezie di Cassandra (quasi tutte sbagliate). Riscontriamo anche nella tragedia l'attenzione per personaggi umili, quali servi e nutrici.
Menandro
Fu il principale esponente della commedia nea, che stravolse completamente i canoni della commedia arcaia e della commedia mesa; per certi aspetti il suo concetto di filanqropia, principale caratteristica delle sue commedie, è confrontabile con l'humanitas di Terenzio. Segnò la linea di demarcazione fra la cultura del 1V° secolo e l'ellenismo e ripose nell'uomo una fiducia illimitata, rifiutando nel contempo la religione ufficiale.
La filanqropia (simile all'humanitas latina) è la principale caratteristica della commedia di Menandro; il concetto di filia non è nuovo nella letteratura greca (basti pensare al fortissimo legame di amicizia esistente tra Patroclo e Achille) e riguardava un forte sentimento di unione tra due persone che si riproponevano i medesimi obiettivi. In Menandro la filanqropia diventa un cercare di capirsi con gli altri uomini, un sentimento di amicizia non circoscritto a due persone ma allargato a tutti gli uomini; e qui è evidente il parallelismo con Terenzio ("homo sum: humanum nihil a me alienum puto"). Mentre però Terenzio rivolge la sua humanitas ad una ristretta élite di persone, Menandro concepisce la filanqropia rivolta a tutti- gli uomini ("com’è cosa gradita per l'uomo essere uomo, qualora l'uomo sia veramente tale"). Tutti gli uomini sono uguali, sia il nobile cittadino sia l'umile servo; quest’aspetto anticipa l'uguaglianza promossa dal Cristianesimo.
Le commedie menandree ci presentano un uomo profondamente complesso psicologicamente, specchio della reale complessità esistente nel rapporto tra uomo e natura. Tutti gli uomini sono presenti nelle commedie di Menandro, con una particolare attenzione all'uomo borghese, il quale non può che comportarsi in modo morale conformemente ai canoni della cultura ellenistica. Questo dà origine al perbenismo, tipica chiave di lettura di tutte le commedie di Menandro. In ogni situazione troviamo un atteggiamento di ironico rispetto verso gli altri, rispetto che spesso sottintende una velata condanna ma che è manifestazione del dovere di rientrare nei canoni ellenistici, che prevedevano un assoluto rispetto del modus vivendi altrui. Perbenismo quindi sia nel nostro significato positivo che negativo del termine. L'uomo di Menandro, infatti, deve rispettare i dettami della sua società conservando sempre le apparenze. Ciò è innovativo per la cultura greca. Questo rispetto si traduce in un sorriso benevolo nei confronti dell'agire umano (anziché nel riso sguaiato di Aristofane, nelle cui commedie l'unico punto di contatto tra realtà e fantasia era rappresentato dalla politica), con una serenità che esclude la tristezza esacerbata e sfumando tutti i sentimenti anche nelle situazioni in cui la realtà spinge l'uomo alla tristezza. Lo scavo psicologico dei personaggi (tropos) è profondo ma non completo, a causa appunto del perbenismo. Menandro ripone nell'uomo una fiducia pressoché illimitata, rifiutando la religione ufficiale; egli vede un pericolo per l'uomo nel fatto che esso dipenda troppo da se stesso e dalla propria razionalità. Questa visione, pur contraddetta dall'uso di scrivere commedie, lo porta ad introdurre il concetto di tuch, che limita la possibilità dell'uomo di cambiare la realtà, ma che non corrisponde ad una divinità, poiché non guida l'uomo secondo un andamento logico (nell'Ellenismo era possibile dare ogni possibile risposta sul divino). Questa limitatezza dell'agire umano si rispecchia nel fatto che le commedie contengono un susseguirsi di azioni che s’incastrano tra loro, facendo sì che non tutto dipenda dall'uomo e consentendo allo stesso tempo lo scavo psicologico. Le commedie di Menandro finiscono tutte in maniera positiva, con una certa contentezza per l'uomo. Questo avviene per due motivi: la necessità di rispettare le regole della commedia e la fiducia estrema che Menandro ripone nella bontà umana dell'uomo. A far sì che le sue opere finiscano sempre bene provvede il perbenismo, chiave di lettura di tutto l'Ellenismo e tipico della borghesia del tempo.
epitrepontes
Questa commedia verrà ripresa da Terenzio con il nome di Ecira. N’abbiamo due terzi; è andato perduto quasi tutto il primo atto, che espone l'antefatto. Carisio, borioso e goliardico figlio di un ricco mercante, ad una festa si ubriaca e violenta una ragazza, Panfila, che in seguito sposerà senza riconoscerla. Dopo cinque mesi di matrimonio Panfila partorisce il bambino nato da quell'episodio, ma non rendendosi conto che era figlio di suo marito lo espone in un bosco mettendogli al dito un anello che aveva strappato a Carisio alla festa. Carisio, venuto a conoscenza del fatto, abbandona la moglie credendola adultera e cercando invano di dimenticarla insieme alla flautista Abrotono. Due pastori si litigano l'anello e si rivolgono ad un arbitro per appianare la questione (da qui il titolo della commedia, che significa "coloro che si rivolgono ad un arbitro"). Abrotono nel frattempo s’impossessa dell'anello con 1’intenzione di ottenere la libertà facendosi credere la madre del bambino; poi però incontra Panfila e riconosce in lei la ragazza violentata alla festa cui anche lei era presente. Capisce allora che il bambino è figlio dei due sposi e decide di abbandonare i suoi interessi e svela a Panfila la verità. Intanto il padre di Panfila, Smàrine, tenta di convincere la figlia ad abbandonare il marito; Panfila, da sposa fedele, si rifiuta e Carisio, che aveva ascoltato, non visto, il colloquio, perdona la moglie e decide di ritornare con lei. Carisio, che si era dunque comportato crudelmente verso sua moglie, ma non aveva mai smesso di volerle bene, si riscatta attraverso il pentimento e perdonando la moglie. Panfila ha sbagliato ad esporre suo figlio, ma comprende il marito che l'offende con la flautista e non lo abbandona. Abrotono smentisce la fama di etera avida e corrotta ed anzi, avendo pietà di una madre, contro i suoi stessi interessi salva un matrimonio. Infine, nella figura dei due sposi, Menandro c’insegna che solo comprendendo e perdonando si può rendere meno difficile il peso della vita e del rapporto coniugale, e si può raggiungere quella dignità che ci rende veramente uomini.
Callimaco
Il maggiore dei poeti alessandrini, è considerato sia il principale teorico sia il migliore esponente della poesia ellenistica. Nato intorno al 300 a. C. a Cirene, in gioventù visse in ristrettezze economiche e si guadagnava da vivere insegnando in una scuola di provincia; poi, non sappiamo come, entrò a far pane della corte, ottenendo il favore dei sovrani. Lavorò alla Biblioteca come poeta ed erudito, ma sappiamo con certezza che non ne divenne mai il direttore; tutte le sue opere sono dedicate ai sovrani che lo proteggevano, Tolomeo Filadeflo e poi Tolomeo Evergete. Le sue opere gli procurarono fama e gloria, ma scatenarono aspri dibattiti con invidiosi contemporanei. Morì intorno al 240.
La produzione di Callimaco come erudito e come poeta fu immensa: la tradizione gli attribuiva ben 800 volumi, oggi quasi tutti perduti. Fatto nuovo nella letteratura greca, Callimaco s’interessò a diversi generi letterari. Delle sue opere di prosa la più importante furono i Pinakes, catalogo ragionato di tutti gli autori e di tutte le opere raccolte nell'immensa Biblioteca di Alessandria. Oltre a classificare le opere per genere e gli autori per ordine alfabetico, Callimaco affrontava anche numerose questioni biografiche e di autenticità. I Pinakes possono essere considerati la prima opera di storiografia letteraria.
Aitia
Gli Aitia erano l'opera più vasta di Callimaco: contenevano circa 4000 versi divisi in quattro libri. Non si trattava di un'opera ordinata, bensì di una raccolta di numerose elegie, in genere indipendenti tra loro. Ogni aition era dedicato alla ricerca delle origini di una festa, di una città, di un mito, di un'istituzione. Oggi ci rimangono il proemio ed alcuni frammenti, tra cui la Chioma di Berenice. Nonostante l'apparente contenuto scientifico, gli Aitia sono in realtà un'opera di intrattenimento, uno sfoggio di erudizione in cui risalta soprattutto la raffinatezza dell'arte di Callimaco.
Il proemio è un'invettiva di Callimaco contro i Telchini, soprannome dato ai poeti invidiosi del suo successo. Il poeta imputa ai Telchini di non rifarsi ai canoni ellenistici del tempo, ma a quelli classici. C’è pervenuto un elenco di questi Telchini, in cui stranamente non figura il nome di Apollonio Rodio, ma vi troviamo Posidippo, che ebbe con Callimaco un'aspra disputa riguardante non lo stile, come quella con Apollonio Rodio, ma l'interpretazione di un'opera che a noi non è pervenuta, probabilmente la Lide di Antimaco di Colofone, risalente al 400 a.C. e antesignana dell'ellenismo
La Chioma di Berenice è l'aition che chiude il quarto e ultimo libro dell'opera. La chioma stessa narra in prima persona la sua storia: fu offerta in voto dalla regina Berenice in occasione della partenza del marito, Tolomeo Evergete, per una spedizione militare in Siria. Ma scomparve dal tempio e l'astronomo di corte la scoprì in cielo, trasformata nella costellazione che da lei prese il nome. Quest’elegia piacque immensamente a Catullo, che la tradusse in latino nel carmen 66; ed è nella sua traduzione che oggi è a noi nota. In quest’elegia l'esaltazione del faraone si unisce a quella della nascente scienza: non si tratta solo di riscontrare una cosa umana nella sfera celeste, ma piuttosto di assecondare il crescente interesse verso la ricerca scientifica.
Inni
Gli Inni di Callimaco sono sei, ciascuno indirizzato ad una divinità. Probabilmente furono composti in momenti differenti e riuniti insieme solo in un secondo tempo. Sono tutti in esametri, tranne Per il bagno di Pallade che è in distici elegiaci. Il contenuto degli Inni è di tipo arcaico e ripreso dagli inni agli dei dello pseudo-Omero, ma affrontandolo con sensibilità totalmente nuova. Gli dei sono messi sullo stesso piano degli uomini e compiono le loro stesse azioni. La somiglianza arriva ad un punto tale che sono descritte la nascita e la fanciullezza del dio, cosa che prima non si era mai trovata se non in Eros, il cupido sempre bambino che scagliando le frecce fa innamorare le persone. Callimaco scrive non semplicemente per esporre il mito ma per fare sfoggio d’erudizione; la sua opera è scritta innanzi tutto per il piacere di scrivere, e solo in secondo piano c'è l'intenzione di erudire il lettore (siamo in un'epoca in cui si diffonde il libro, e con lui si allarga la diffusione della cultura).
Nell'inno A Zeus troviamo un’Atena bambina che tira la barba di Zeus per farsi ascoltare: una scena tipicamente umana che potrebbe avvenire tra qualsiasi figlia e padre. Gli dei sono dunque descritti come esseri che provano un coinvolgimento emotivo simile a quello umano.
In Per il bagno di Pallade è ripreso il mito della dea che si bagna nelle acque del fiume e viene vista per caso da Tiresia, il quale per punizione viene accecato, ma riceve la capacità di predire il futuro. La madre di Tiresia, una ninfa, supplica la dea di perdonare il figlio, ma senza risultato; c’è dunque un distacco tra mondo divino e mondo umano. Il contenuto è tipicamente aulico, ma non c'è la passionalità tipica di una situazione del genere; troviamo delicatezza, tedio, non appassionata richiesta. C’è la tendenza a sfumare tutti i toni e a renderli il più delicati possibile.
L'inno A Demetra descrive una processione in onore della dea, durante la quale viene portato un cesto di offerte sulle cui pareti è raffigurato il mito di Erisittone. Erisittone aveva tagliato delle querce sacre alla dea ed era stato punito con una fame insaziabile che lo aveva portato alla morte. Qui c'è il procedimento dell'enqrasis, in altre parole l'inserimento di un mito nel mito.
Epigrammata
Gli epigrammi di Callimaco si caratterizzano per la loro brevità e per il fatto che al centro di ogni componimento è posto il sentimento. A noi ne sono pervenuti 63, la maggior parte di argomento funerario, ma alcuni anche riguardanti l'autore stesso.
A Conopio è un epigramma che si riallaccia ad un altro del secondo secolo a.C., il lamento della donna abbandonata, di cui ignoriamo l'autore. Il fare collegamenti con altri epigrammi è una caratteristica degli epigrammi di tutti i tempi. Compare il motivo del paraklausiquron, il lamento davanti alla porta chiusa dell'amato. L’unico desiderio dell’amata è quello di godere ancora del tempo che passa, unito al rimpianto della giovinezza ormai trascorsa. Questo tema sarà ripreso da Tibullo. Negli ultimi due versi ("ma ai primi fili bianchi tu ricorderai tutte queste cose") è introdotta un’innovazione per il mondo greco, ma non per quello latino, in cui la senectus era sinonimo di sapientia; per i greci il tempo che passa non portava necessariamente alla sofia, accessibile a tutti gli uomini meritevoli (ad esempio, per Ulisse ci si riferiva alla sofrosunh)
Nell'epigramma funerario Per la morte del poeta amico Callimaco esprime il suo concetto di amicizia lamentando la morte dell'amico con partecipazione affettiva. Gli "Usignoli" di cui si parla erano delle aure epicedi, ossia degli epigrammi funebri scritti per le bestiole, ma che esprimevano forti sentimenti umani.
Per la morte del piccolo Nicotele è un epigramma funerario dedicato ad un bambino morto dodicenne. E' tipico dell'ellenismo dedicare degli epigrammi alla morte dei bambini.
Giambi
Erano tredici componimenti caratterizzati da una grandissima varietà di metro e di contenuto. I meglio conservati sono il primo e il quarto; quest'ultimo, bellissimo, narra un fortissimo contrasto tra l'alloro e l'ulivo.
L'alloro e l'ulivo si sfidano su chi sia la pianta migliore, vantando ciascuno le proprie qualità e l'uso che fanno gli uomini dei loro rami (le piante non solo sono assunte a soggetto dell’opera, ma sono addirittura personalizzate). Tra i rami c’è una coppia di usignoli molto ciarliera (rappresentante della voce del popolo) che fa da arbitro alla sfida. Chi li creò? Atena l'ulivo e Apollo l'alloro; in questo sono pari perché gli dei sono tutti sullo stesso piano. Chi li ha trovati? Pallade trovò l'ulivo, mentre l'alloro, come tante altre piante, fu trovato dalla terra e dalla pioggia; qui l'alloro perde un punto. A cosa servono? L'alloro a dare gloria poetica, mentre l'ulivo costituisce il cibo dell'uomo (c’è qui un’attenzione all'aspetto pratico delle cose, anticipatore dell'utile latino); in definitiva vince l'ulivo. Interviene nella disputa un vecchio rovo a fare del moralismo, ma è subito messo a tacere. E' ovvio che alla base di questo giambo ci deve essere stata una disputa letteraria, ma ne ignoriamo i dettagli.
Apollonio Rodio
In genere i poeti alessandrini attingevano alla tradizione epica per ricavarne non un ampio poema volto all'esaltazione di gesta eroiche, ma un componimento breve e raffinato; a questi fa eccezione Apollonio Rodio. Apollonio Rodio nacque ad Alessandria d'Egitto intorno al 290 a.C. e soggiornò a lungo a Rodi (da qui l'appellativo di Rodio). L'unica altra notizia certa della sua vita è che divenne direttore della Biblioteca.
Apollonio Rodio viene generalmente visto in contrapposizione con il suo ex maestro, Callimaco; in realtà questa rivalità è per alcuni aspetti solo apparente. Apollonio aveva in effetti uno stile molto diverso da quello dì Callimaco, e riteneva di poter scrivere un’opera di carattere epico in età ellenistica. Scrisse effettivamente un’opera gigantesca, le Argonautiche, unico poema ellenistico a noi pervenuto. Non gli riuscì di raggiungere l'acme della poesia in ogni punto dell’opera (era questo il suo intento), ma il III libro è rispondente ai canoni ellenistici e anzi supera per bellezza le opere di molti poeti a lui contemporanei. Paradossalmente Apollonio Rodio, che non voleva assolutamente essere vox dell’ellenismo, ne diventa una sorta di emblema.
Le Argonautiche
Sono un poema in esametri lungo circa seimila versi divisi in quattro libri. Narra le vicende della spedizione degli Argonauti, dalla partenza da Iolco fino al ritorno in Grecia. Il I, il II (che descrivono il viaggio di andata nella terra della Colchide) e il IV (dedicato al ritorno in patria) sono molto pesanti, ma il terzo, che racconta l'amore tra Giasone e Medea, è considerato uno dei capolavori dell'ellenismo. Eccettuato il terzo libro, si può affermare che Apollonio non si inserisce a viva forza nel mito, mutandolo o spezzandolo, ma lo mantiene sostanzialmente inalterato; ad esempio, il poema inizia con la descrizione dei partecipanti alla spedizione, che ricalca l'elenco delle navi che presero parte alla guerra di Troia contenuto del II libro dell'Iliade. Giasone viene messo in evidenza (è l'ultimo ad essere nominato), ma di lui sono descritti i tratti più umani; non è presentato come anhr, ma nemmeno come uomo emblema dell'ellenismo; ha dei sentimenti, ma non c’è uno scavo psicologico profondo. Egli vuole raggiungere il proprio fine (conquistare il vello d'oro), ma non scavalca il suo mondo sentimentale (come invece fece Enea). Giasone resta freddo (mentre il Giasone di Euripide ha un suo mondo sentimentale in cui crede), a metà strada tra uomo e eroe.
Il III libro è incentrato su Medea e sul suo amore per Giasone. Eeta, re dei Colchi e padre di Medea, impone a Giasone durissime prove da affrontare prima di entrare in possesso del vello d'oro con la speranza che il greco muoia nel corso delle prove. Ma Medea, colpita da una freccia di Eros, s’innamora a prima vista di Giasone; la ragazza trascorre una notte agitata da angoscianti sogni, nei quali la vergine fedele al padre si scontra con la donna colpita dalla passione per l'amato. Nella mente di Medea balena anche l'idea del suicidio, ma il bel ricordo della vita trascorsa la fa tornare sui suoi passi e, momento dopo momento, matura l'idea di salvare Giasone, procurandogli delle pozioni indispensabili per superare la prova. Il mattino seguente Medea, con il cuore che le sobbalza in petto (cuore reso con kardia, a rilevare la fisicità del sentimento di Medea), incontra Giasone che si avvia per affrontare la prova e, offrendogli le pozioni, gli confessa il suo amore. E Giasone la rassicura dai suoi timori assicurando che la porterà con sé in Grecia, dove, onorata da tutti per l'aiuto reso agli Argonauti, vivrà per sempre accanto a lui: questo è il suo pegno d'amore. Poi Giasone, grazie all'aiuto di Medea, supera la prova.
Nel corso del terzo libro emergono dei concetti particolari. Innanzitutto quello della maledizione, che colpisce non solo il diretto interessato ma anche la sua famiglia e i suoi figli. Assume un valore particolare anche la memoria del passato; il ricordo assume una connotazione personale ed è privo di qualsiasi valore educativo (il contrario avviene nel mondo latino, dove il ricordo è sempre oggettivo e si riferisce alle gesta di tutto il popolo, sia belliche che sociali). Si riscontrano anche delle caratteristiche peculiari dell'ellenismo, come lo scendere nel particolare (ad esempio quando Apollonio, anziché parlare di generici alberi, specifica di quali alberi si tratta, querce e pioppi) o l'azione ripetuta molte volte per aumentare il paqos e la tragicità dell'azione. E' invece tipico di Apollonio il gusto per l'avventura e per l'esotico, e si sofferma a descrivere posti nuovi, distanti e lontani (sullo sfondo c'è lo sviluppo commerciale raggiunto dall'ellenismo). Questa voglia di conoscere è però diversa dalla voglia di fare esperienza (swfrosunh) di Ulisse. Il gusto per l'elemento naturalistico non si limita al livello descrittivo, ma si presenta anche come interesse sentimentale nei confronti della natura. Non è questa una novità per il mondo greco: la partecipazione sentimentale verso la natura la riscontriamo in Omero e Saffo (1a quale, addirittura, diventava natura); anche se in Apollonio non c'è un annullarsi dell'elemento umano nell'elemento naturalistico, ci si arriva vicino sul piano del sentimento.
L 'epigramma
L'epigramma ellenistico, pur venendo ancora usato come iscrizione per motivi pratici, si slegò progressivamente dal motivo occasionale per diventare il componimento lirico più coltivato dagli autori ellenistici, in quanto genere che meglio di tutti rispondeva alle esigenze della poetica del tempo. La sua caratteristica fondamentale fu la brevitas, che permetteva di raggiungere immediatamente l'acme della poesia e di mantenerlo per tutto il componimento: la cura formale era infatti essenziale per i poeti dell'ellenismo. Un altra caratteristica peculiare fu la spiccata soggettività: l'autore si poneva in prima persona nel componimento e fissava in pochi versi uno stato d'animo o una vicenda della vita. I temi trattati erano svariati: l'amore il vino, la morte, un paesaggio, una disputa letteraria, la descrizione di un ambiente o di un mestiere. Il metro più usato fu il distico elegiaco. Quasi tutti gli autori ellenistici composero epigrammi, e tra loro spiccano Anite e Nosside, le uniche due autrici di tutto l'ellenismo.
L'intera composizione epigrammatica greca ci è giunta attraverso due raccolte: l'Antologia Palatina e l'Antologia Planudea. L'Antologia Platina fu scoperta in un codice della biblioteca Palatina di Heidelberg nel 1607; abbraccia una produzione di oltre 15, secoli, comprendente circa 3700 epigrammi divisi per argomento in 15 libri. La Palatina si basa su precedenti raccolte di cui le principali sono le seguenti:
- La Corona (Stefanos) di Meleagro di Gadara, risalente al I sec. a.C.; raccoglieva i suoi epigrammi e quelli di molti altri poeti precedenti e li disponeva in ordine alfabetico (secondo le lettere iniziali di ciascun componimento).
- La Corona di Filippo di Tessalonica, risalente al I sec. d.C. Segue lo stesso ordine alfabetico adottato da Meleagro.
- Il Ciclo composto da Agatia, risalente al VI secolo d.C. Gli epigrammi non erano raggruppati alfabeticamente, ma secondo il contenuto.
- La raccolta fatta nel IX-X secolo d.C. da Costantino Cefala, protopapas della corte di Bisanzio. Egli utilizzò le tre raccolte precedenti e altre minori seguendo la classificazione per argomenti adottata da Agatia. La raccolta di Costantino Cefala fu fondamentale sia per la costituzione della Palatina che della Planudea.
L'Antologia Planudea prende il nome dal monaco amanuense Massimo di Planudea che la portò a termine nel 1299. Comprende sette libri in cui compaiono sostanzialmente gli stessi epigrammi della Palatina con la totale esclusione di quelli a carattere erotico o amoroso. Per non far notare il taglio il monaco collocò gli epigrammi in ordine alfabetico. La Planudea ne comprende anche 388 che non si trovano nella Palatina e che vanno a costituire l'Appendix Planudea.
Anite
Originaria dell'Arcadia, la terra sacra al dio Pan e tanto cara a pastori e poeti, Anite acquisì dalla sua terra una profonda sensibilità, spiccatamente bucolica, nei confronti della natura, che costituisce il motivo dominante della sua poesia. Infatti, dei venti epigrammi che ci sono pervenuti con la sua firma, quasi tutti descrivono paesaggi naturali con fresca naturalezza. In Paesaggio sul mare ella tratta un tema che verrà ripreso poi da Teocrito: quello della fonte che sgorga acqua limpida e fresca; qui l'acqua è vista di per sé, in Teocrito (che lega la natura all'uomo) verrà vista come ristoro. Ne il pianto di Miro la poetessa rivolge la propria sensibilità verso una bambina; l'attenzione per il mondo dei bambini è una caratteristica tutta femminile. Ne Il canto di Pan Anite esprime lo stesso concetto che sarà fatto proprio da Virgilio nelle Bucoliche: la musica modulata come svago e passatempo che rinfranca un lavoro non troppo pesante. Il Virgilio delle Bucoliche non è affatto attento alla realtà, ma piuttosto è portato all'esaltazione della pax augustea, esaltazione raggiunta grazie al poema epico, che permetteva al poeta di utilizzare la propria fantasia; egli rifiutò di comporre un'opera di carattere storico, e quindi di doversi attenere ai fatti, ma compose un'opera di carattere epico con dei forzati agganci storici.
Nosside
Originaria della Magna Grecia, Nosside esprime nella sua poesia un altro aspetto dell'animo femminile: l'amore e la passione. Di lei ci restano solo 12 epigrammi, la maggior parte ritratti di donne sue amiche fatti con mano delicata e leggera. Nell'epigramma La nuova Saffo, che probabilmente costituisce una sorta di finto autoepitaffio della sua opera, Nosside si paragona alla poetessa di Lesbo, peccando di eccessiva superbia in quanto la sua poesia, sebbene dotata di una sensibilità forte, non raggiunge l'unicità della poesia saffica.
Asclepiade
Originario di Samo, visse dedicandosi all'arte e alla poesia, senza però trascurare i piaceri della vita. Fu il capostipite di una serie di poeti che presero il nome di "scuola di Samo", ed ebbe come successori Edilo e Posidippo, quello stesso che ebbe una disputa con Callimaco. Il tema ricorrente della sua poesia è l'amore.
In Sfida a Zeus troviamo una netta contrapposizione tra l'elemento naturalistico e quello amoroso. La natura è descritta non solo dal punto di vista esteriore, ma anche in funzione del tema dell'amore. Asclepiade non usa la tecnica descrittiva tipica dei suoi predecessori (che ricorrevano all'aggettivazione o alla sinestesia), ma ci presenta la natura grazie a un susseguirsi di verbi: egli scende nell'ambito della natura vivificandola. La natura di Asclepiade è una natura che vive e .agisce: è una natura personalizzata. Nella seconda parte del brano l'amore è sentito come qualcosa che sconvolge l'animo.
In Post mortem nulla voluptas troviamo un invito a godere di ogni piacere; ricorda apparentemente il Carpe diem di Orazio, ma non bisogna dimenticare che quello di Orazio non voleva essere un invito a cogliere il piacere superficiale, ma una godere della felicità per se stesso, evitando ogni rapporto, positivo o negativo, con gli altri. Anche Mimnermo fece un invito simile a godere del piacere, ma il suo era più specifico e circoscritto all'età della gioventù; in Asclepiade non ci sono limiti cronologici.
In Veglia d'amore Asclepiade manifesta il suo interesse specifico per gli astri (è un lampante esempio di sfoggio di erudizione). Viene ripreso il tema del paraclausiquron, già trovato in Callimaco.
In tedium vitae troviamo il concetto della noia, che verrà abbondantemente trattato da Lucrezio nel De Rerum Natura, presentandola come uno dei tanti sentimenti che travagliano l'uomo. Anche Leopardi tratterà diffusamente il tema della noia, definendola nello Zibaldone "il più nobile dei sentimenti umani" perché il più sincero. Possiamo in qualche modo ricollegarla anche all'accidia di Petrarca, che era sempre combattuto da due desideri, il lauro e l'amore, senza mai riuscire a soddisfarli entrambi allo stesso momento.
Bevi e dimentica riprende l'antico concetto del bere comune ad Archiloco e ad Alceo. "Tra non molto la nostra lunga notte dormiremo" è un espressione che verrà ripresa da Catullo con lo stesso valore: godere dell'amore e del piacere del vino che ci permette di dimenticare. La descrizione di Eros riprende i canoni classici ed è uno sfoggio di erudizione.
Didima è la donna amata, per la quale Asclepiade si consuma. Il poeta ricorre per descrivere la sua passione a un paragone, tecnica molto usata dai poeti di tutti i tempi per precisare meglio i concetti; lo troviamo usato fin da Omero, il quale però usava il paragone solo per definire precise caratteristiche, mentre Asclepiade lo usa in se per sé. Della donna amata sono stati evidenziati i capelli bruni, rispecchiando il gusto, tipicamente ellenistico, dello scendere nel particolare. Pochi tratti descrivono i particolari; anche Ovidio, teorico dell'amore, con poche parole dipingerà tutte le sue innamorate.
In Funere mersit acerbo troviamo la vecchiaia concepita in ottica soloniana.
Leonida
Poeta originario della Magna Grecia, condusse un'esistenza povera, vagabondando presso tutte le corti del Mediterraneo. Nei suoi epigrammi sono quasi del tutto assenti i temi dell'amore e del piacere, sostituiti da ritratti della sua povera esistenza e della miseria altrui; motivo per cui è stato considerato il primo poeta degli umili. Sostanzialmente non ha ideali e si limita a esprimere la sua realtà di poeta povero e errante; i suoi epigrammi sono un po' più lunghi della media proprio perché evidenziano la sua esperienza personale.
Il poeta e i topi è un epigramma autobiografico in cui Leonida ci presenta con vivo realismo una situazione quotidiana: l'estrema povertà della sua madia, nella quale nemmeno i topi troveranno da mangiare. Per la prima volta troviamo un quadro di introspezione psicologica applicato al tema della povertà, che viene evidenziata mediante cose semplicissime. L'elemento naturalistico è costituito dai topi, già trattati nella Batracomiomachia dell’Omero minore e ripresi da Orazio nella favola il topo di campagna e il topo di città
Le offerte ad Artemide che Leonida presenta sono le più semplici e umili che esistano; un'unta focaccia, delle olive e un fico colto da un ramo. La descrizione è precisa fino all'estremo e si scende nel particolare, come ad esempio riguardo alla focaccia unta (già trovata in Archiloco, che la presentava come il cibo più semplice delle persone povere, e nel moretur dell'appendix virgiliana, in coi un'ostessa enumera le prelibatezze che metteva in vendita, tra cui la focaccia) al fico, di provenienza africana, di cui si servirà Catone come esempio per dimostrare quanto Cartagine sia pericolosamente vicina a Roma.
In E' arrivata primavera troviamo una descrizione apparentemente oggettiva, in realtà finalizzata alla praticità: il quotidiano viene unito alla semplice descrizione della natura, testimonianza del legame alla vita reale tipico dell'arte di Leonida.
L’Esclusa
Nel 1896 Grenfell pubblicò un breve brano trovato su un papiro del II secolo, battezzato Fragmentum Grenfellianum o L’esclusa. Il brano, dotato di una profonda sensibilità psicologica, sembra ricollegarsi alla tradizione mimica, in quanto viene recitato da una donna, presumibilmente sola sul palcoscenico, che canta il suo profondo lamento per essere stata abbandonata, forse dopo una lite, dall’uomo che amava.
Antipatro
Di Antipatro abbiamo un unico epigramma veramente notevole: Sulle rovine di Corinto. È una mistione perfetta tra un elemento freddo (la descrizione delle rovine della potente città) e l’afflato sentimentale, che richiama la poesia dei primi lirici. E’ la prima volta nella letteratura greca che il soggetto di una poesia è costituito dal lamento sulle rovine della città scomparsa, un tema che in seguito eserciterà un certo fascino nei poeti di tutti i tempi.
Meleagro
Nacque a Gadara verso il 130 a.C. e visse poi a Tiro ed infine in vecchiaia si recò a Cos, dove mori intorno al 60. Divise la sua vita tra gli amori e gli studi; la sua opera principale è costituita dalla Corona, la prima grande antologia epigrammatica.
Sit tibi terra levis è un delicato epitaffio per sensazioni e sentimenti, in occasione della morte del piccolo Esigene.
In Alla cicala il poeta invoca la cicala, "ubriaca di rugiada" a cantargli un canto agreste affinché possa dimenticare gli affanni d’amore. Insolita questa commistione tra la cicala, l’unico animale che canta a mezzogiorno, e l’elemento amoroso. La parte conclusiva richiama Teocrito.
In Al grillo troviamo una delicata sensibilità verso gli animali, unita allo scendere nel particolare tipico dell’ellenismo.
In Amore e saggezza troviamo l’amore cantato con toni leggeri e scherzosi, già trovato in Archiloco e Orazio.
Bevi e dimentica e Brindisi triste presentano gli stessi concetti tanto cari ad Archiloco e Alceo.
Odi et amo presenta un immediato richiamo a Catullo, che distingueva l’amare (passionale) dal bene velle (razionale).
Il migliore epigramma di Meleagro è però In morte di Eliodora, la donna tanto amata dal poeta. Il suo profondo sentimento è accostabile a quello di Properzio per Cinzia. La costruzione architettonica del verso è molto curata e risulta poeticissimo il rapporto madre- terra nella quale Eliodora è sepolta.
L 'elegia
Accanto all'epigramma, fu il genere letterario più coltivato dai poeti ellenistici. Pur avendo in comune con l'epigramma il metro (distico elegiaco); l'elegia presenta significative differenze con quest'ultimo; è un componimento di maggior lunghezza, e per questo non raggiunge subito l'acme della poesia e non sempre riesce a mantenerlo fino al termine; l'individualismo è meno accentuato e spesso il protagonista non coincide con il poeta, ma è un personaggio mitico, i cui sentimenti rispecchiano quelli dell'autore. Il tema più trattato fu quello amoroso, ma spesso l'amore del mito si sostituiva all'amore del poeta; si sviluppò anche un particolare tipo di elegia, detta elegia etiologica, che è dedicata a spiegare l'origine di una festa o di un nome e ha la sua massima espressione negli Aitia di Callimaco.
Filita
Filita fu il padre della nuova elegia ed uno degli iniziatori della poesia ellenistica. Nacque a Cos verso il 340 e dimorò per qualche tempo ad Alessandria, dove fu educatore del futuro sovrano Tolomeo Filadelfo. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nell’isola natale, che anche per merito suo diventò un importante centro culturale. Morì intorno al 280.
Filita riunì nella sua persona le doti dell’erudito e dell’artista, creando un’arte dotta e raffinata: egli è come l’ontano sul monte che scure di boscaiolo non reciderà ("io conosco l’ornamento delle parole e con molte fatiche ho appreso la via di ogni canto"). Purtroppo la sua produzione, tranne scarsissimi frammenti dei Pagnia (poesie leggere) e degli epigrammi, è andata perduta: sappiamo che scrisse una raccolta di parole rare, le Glosse sparse, e diverse elegie dedicate all’amata Bittide. La bellezza dei frammenti e i numerosi elogi che gli sono stati fatti (da Callimaco, Teocrito, Properzio…) ci fanno ritenere la perdita dell’opera di Filita una delle più gravi della letteratura greca.
Ermenesiatte
Nato verso il 300 a Colofone, sulla scia dei cuoi compatrioti Mimnermo e Antimaco compose un poema elegiaco, intitolato Leonzio, dal nome della donna amata. Di quest’opera conserviamo un lungo brano del terzo libro, che raccoglie uno strano elenco di poeti e filosofi tormentati dalla passione d’amore. Da questo arido elenco è impossibile farsi un’idea dell’arte di Ermenesiatte.
Fanocle
Poco più giovane di Ermenesiatte, scrisse un’opera intitolata gli Amori o i belli, una raccolta di amori efebici (tra un uomo maturo e un adolescente) tratti generalmente dal mito. A noi è pervenuto quello di Orfeo, innamorato del giovane Calai ed ucciso per gelosia dalla donne di Tracia: la sua testa fu gettata nel mare inchiodata alla cetra, e venne trasportata dalle onde sulla spiaggia di Lesbo, a rendere feconda di canti la terra di Saffo e Alceo. Il brano si chiude con un aition: il tatuaggio delle donne tracie ricorda le lividure che i mariti inflissero loro per punirle dell’uccisione di Orfeo.
Teocrito
Fu il poeta che meglio interpretò le esigenze dei tempi e che seppe unire alla perfezione formale la sincerità del sentimento, riuscendo quasi sempre ad evitare quelli che erano i pericoli più gravi dell'ellenismo: l'erudizione e l'artificiosità. Uno dei suoi principali meriti è quello di essere stato il padre della poesia bucolica, raccogliendo il modello mitico di Dafni, il pastore-poeta cantato da Stesicoro, ed elevandolo a nobile e seguito genere letterario.
Incerte sono le vicende della sua vita; sappiamo però con certezza che egli fu particolarmente legato a tre località: Siracusa, Cos e Alessandria. A Siracusa il poeta nacque poco prima del 300 a.C. e da questa terra ebbe l'ispirazione per i suoi componimenti che cantano i pastori, la vita dei campi, il paesaggio mediterraneo. A Cos il poeta visse a lungo e conobbe Filita e Asclepiade, come è testimoniato dalle Talisie. L'Encomio di Tolomeo ci mostra Teocrito legato alla corte di Alessandria, dove certamente conobbe Callimaco, di cui fece suoi gli ideali artistici. Ignoriamo il luogo e la data della sua morte.
Di lui ci sono pervenuti 30 idilli (di cui una ventina di sicura attribuzione), 24 epigrammi e la Zampogna. Gli idilli (quasi tutti in esametro e lingua dorica) sono brevi componimenti di contenuto vario; appunto in base al contenuto vengono divisi in:
- 8 Carmi bucoIici (da boucolos =.pastore), composizioni in cui si canta la vita dei campi ed i sentimenti dei pastori. Particolare bellezza hanno quattro diloro: il Tirsi,le Talisie, I Mietitori, il Ciclope.
- 3 Mimi (L'Incantatrice, l'Amore di Cinisca, le Siracusane),che trattano la vita quotidiana.
- 4 Epilli(L’Ila, l'Epitalamio di Elena, i Dioscuri, l'Eracle bambino); si tratta di brevi poemetti epico mitologici che spesso introducono nel mito quella nota borghese caratteristica del tempo.
- 2 Encomi (a lerone, l'Encomio di Tolomeo), che abbondano di omaggio cortigiano.
- 3 Carmi lirici (metro lirico e dialetto eolico), due dei quali cantano l'amore adolescenziale, di scarso rilievo.
I 24 epigrammi, molti dei quali di discussa autenticità, hanno le stesse caratteristiche della migliore epigrammatica alessandrina.
La Zampogna è un tecnwpaegnion, ossia un carme figurato in cui Teocrito fa sfoggio della propria abilità; i versi, che a ogni riga diventano più brevi, imitano visivamente la figura della zampogna di Pan.
Tirsi
Il pastore Tirsi, invitato da un capraio, canta la morte dolorosa e misteriosa del mitico pastore siciliano Dafni (soggetto trattato anche da Stesicoro). Il verso che ritorna sempre uguale ("date inizio, o Muse, date inizio di nuovo alla canzone bucolica") non è una semplice ripetizione, ma ha una funzione melodica (bisogna qui ricordare la concezione teocritea di un arte raffinata).
E' interessante notare che la campagna di Teocrito (non solo in questo, ma in tutti i carmi) è completamente diversa da quella di Virgilio: è una campagna solare, c'è un caldo soffocante, il sole infuoca la natura. I pastori sono stesi sull'erba, come lo erano quelli di Virgilio, ma mentre Tirsi è steso all'ombra di un albero per riparasi del sole e sogna un po' d'acqua, Titiro e Melibeo sognano una vita diversa. Il sentimento che unisce il poeta alla natura è sempre presente in Virgilio, che si identifica nei pastori. In Teocrito questo non avviene: i suoi pastori si rapportano con la natura solo quando è necessario. Alle volte la natura è sentita solo come sfondo e paesaggio; Teocrito la descrive con assoluto verismo, ma non sente il bisogno di rifugiarsi in essa. Nella poesia bucolica di Teocrito avviene una cosa molto strana: i "pastori da salotto", non veramente inseriti nell'ambiente in cui vivono. Perfetti dal punto di vista della descrizione fisica, questi semplici uomini dei campi parlano un linguaggio forbito e ricercato. Virgilio, al contrario, riuscirà a creare dei pastori credibili anche dal punto di vista del linguaggio, testimonianza di una sentita partecipazione verso l'argomento di cui si parla. In Teocrito il pastore usa un linguaggio molto curato proprio perché il pastore non sente alcun legame nei confronti dell'argomento di cui si parla.
Talisie
A Cos le Talisie erano una festa della raccolta in onore di Demetra. Il poeta (che si identifica con Simichida) vi si reca con alcuni amici e lungo il cammino incontra il capraio Licida, con cui si intrattiene a parlare di arte e di poesia. Teocrito in questo carme, l'unico in cui ci siano riferimenti alla storia contemporanea, esalta Filita ed Asclepiade e afferma la sua preferenza per il carme breve, alla maniera di Callimaco. In questo carme si vede chiaramente il gusto di Teocrito per i particolari e per gli aggettivi scelti con cura, basti pensare con quale precisione è descritto il momento del mezzogiorno: "dove vai a mezzogiorno, quando anche la lucertola dorme sui muretti e neppure le lodole capellute, amiche delle tombe, vanno aliando?'. La descrizione della natura è accuratissima, come si può notare da espressioni come le arse cicale, dove in due parole Teocrito ha rievocato con estrema precisione un aspetto particolare e ricorrente della campagna mediterranea.
Mietitori
Il carme si articola sul dialogo tra due pastori, il debole Buceo, stremato dalle pene d'amore, e Milone, lavoratore instancabile. Particolarmente riuscita è la descrizione che Buceo fa della donna per cui ha preso la testa, in cui Teocrito riprende alcune immagini sensuali tipici dell'ellenismo, come i piedi ("i tuoi piedi son gioielli d'avorio").
Ciclope
Il protagonista di questo carme è il turpe ciclope Polifemo, che non riesce a dimenticare il suo amore infelice per la bella Galatea, ninfa marina che gli è del tutto indifferente. Il carme è particolarmente riuscito perché il ciclope non è il vendicativo ciclope omerico, ma è un uomo- ciclope, bruttissimo esteticamente, ma dotato di profondi sentimenti umani. Molto belle sono alcune immagini, come il latte e il cacio, umile frutto del proprio lavoro che il ciclope offre alla bianca Galatea, aggettivo che sia descrive il candore con cui il ciclope vede la ninfa sia evoca l'intima sensazione tattile legata a quell'aggettivo. E quando il ciclope raffronta il suo mondo con quello di Galatea sembra quasi di vedere l'acqua dell'oceano, tanto è descritta minuziosamente. Teocrito non stravolge la natura a livello fisico, ma solo a livello di sensazione infondendo il proprio affiato poetico.
Amore di Cinisca
Eschine racconta all'amico Tionico le sue pene d'amore: il suo posto nel cuore di Cinisca è stato preso da un altro ed egli ora, solo e disperato, medita di abbandonare la sua terra per dimenticare. L'amico gli consiglia di andare alla corte del re Tolomeo, di cui fa un elogio smaccato. Teocrito scende nel particolare fino a raggiungere livelli estremi, come quando descrive il volto di Eschine smunto dalla passione. Tionico incoraggia l'amico a non perdere tempo: si deve agire quando si è giovani.
Siracusane
Le Siracusane sono il capolavoro di Teocrito per quanto riguarda il campo della poesia realistica. Gorgo si reca a casa di Prassinoa e la convince ad andare a palazzo ad assistere alla festa di Adone; le due donne si fanno largo tra la folle e riescono ad entrare e a sentire la canzone in onore di Adone. Il mimo si allarga fino ad affrescare la variopinta folla dell'Alessandria del III a. C., ma le due figure borghesi sono talmente realistiche che appartengono ad ogni tempo e ad ogni luogo.
Incantatrice
Protagonista di questo mimo è Simeta, una povera donna abbandonata dall'uomo che ama. Nella prima parte la donna tenta con ogni mezzo di far tornare da lei l'amato, ricorrendo anche alle sue arti magiche; nella seconda rievoca la sua triste storia d'amore e confida a Selene, dea della notte, le sue pene. In questo mimo Teocrito abbandona il suo abituale tono disincantato, ricorrente nella maggior parte dei carmi bucolici, e canta con commossa e profonda partecipazione la passione ardente di Simeta. Teocrito si rifà anche a Saffo per indicare la fisicità del tormento amoroso ("giallo come il tapso diventava il colore della mia pelle"). Il poeta riprende anche la confusione dell'animo di Simeta, descrivendo prima Eros come dolcissimo, e poche righe dopo come perverso e portatore di male. Per la prima volta troviamo in un'opera di poesia i giochi dei bambini, testimonianza di quale livello di quotidianità Teocrito arrivi a descrivere. Teocrito in questo mimo ci presenta il destino dell'uomo come sofferenza e rassegnazione, mentre la natura segue impassibile il suo corso. Questo resta un caso unico anche nella poesia teocritea, perché Teocrito, come Callimaco, è spirito alieno dalle grandi passioni, non ama affrontare i grandi problemi della vita e non ha grandi ideali da proporre. Lui cerca soltanto l'evasione in un mondo semplice e primitivo, dove è bello sognare e dimenticare; una sola cosa ha veramente voluto offrire agli uomini, la dolcezza e il conforto della sua poesia.
Eroda
Riprese il genere del mimo, ma in maniera diversa da Teocrito, adattandolo maggiormente alla realtà del quotidiano; non ebbe la genialità poetica del padre della poesia bucolica, ma ci ha lasciato ugualmente ritratti vivissimi e non convenzionali di alcuni popolani del III secolo a. C.
Fino alla fine del secolo scorso, quando furono ritrovati in un papiro egizio otto dei suoi mimi, non sapevamo praticamente nulla di Eroda. Grazie al ritrovamento possiamo collocare il poeta nel III a.C. e ipotizzare che sia vissuto in una delle isole del mediterraneo, Cos o la Sicilia. Gli otto mimi, l'ultimo dei quali lacunoso, presentano una particolare attenzione per il mondo borghese, per le descrizioni minuziose e particolareggiate, per il quotidiano e per il realismo delle situazioni; tutte caratteristiche tipiche per periodo ellenistico. Contrariamente ai mimi di Teocrito (che erano in distici elegiaci, il metro nobile per eccellenza), i mimi di Eroda sono dei mimiambi, cioè mimi in giambi, o più esattamente in coliambi, il metro di Ipponatte. E di Ipponatte, oltre al metro, Eroda adotta anche la lingua che presenta un forte colore ionico e un certo crudo verismo che si manifesta per la predilezione di ambienti e caratteri comuni.
Nel Mimo I (la mezzana) assistiamo al tentativo di una vecchia mezzana di convincere una giovane sposa il cui marito è in viaggio da mesi a lasciarsi andare alle avancedi un giovane atleta. La mezzana incarna la saggezza popolare, slegata da qualsiasi morale, mentre la giovane difende la fedeltà del proprio sentimento, considerando tra l'altro che la bianchezza dei capelli rende ottusa la mente.
Nel Mimo III (il maestro di scuola) sono descritte le imprese di Cottalo, un ragazzino svogliato e monello che non vuole saperne di studiare. La madre, esasperata, decide di ricorrere ad un maestro privato, che però fallisce anche lui nell'intento.
Nel Mimo VII (il calzolaio) èdescritta l'abilità di un bravo calzolaio a vendere le proprie calzature a nuove clienti al prezzo stabilito da lui, grazie anche all'aiuto di una sua vecchia cliente.
Il Mimo VIII (il sogno)ci è giunto gravemente mutilo; lo sviluppo della trama è molto particolare, in quanto esula dalla quotidianità e ci presenta un sogno con significato allegorico riguardante gli elementi della letteratura.
Riguardo ad Eroda sono stati molto discussi due problemi. Il primo riguarda il fatto se egli meriti il nome di poeta o se i suoi personaggi siano dei semplici tipi fissi; studiando attentamente la mezzana, il suo personaggio più riuscito, possiamo rilevare la sua abilità poetica, esistente ma certamente inferiore a quella di Teocrito. Il secondo problema riguarda il realismo in Eroda, ed è un problema che riguarda l'intera letteratura greco-romana: la rappresentazione del popolo e del quotidiano è veramente realistica? Non lo è nel senso moderno del termine, perché gli antichi riservavano lo stile sublime alla rappresentazione del mondo aristocratico e consideravano tutto ciò che è ordinario e quotidiano (insomma il mondo degli umili) solo come materia da rappresentare comicamente, senza un reale approfondimento. E questo limite è stato superato dalla letteratura moderna, che ha trattato ogni personaggio, nobile o umile che sia, con il differente taglio di approfondimento problematico scelto dallo scrittore.
La Poesia
Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito furono senza dubbio i maggiori poeti dell’età ellenistica. Tuttavia, meritano considerazione altri poeti, che si distinsero nel genere didascalico (Arato) e in quello bucolico (Mosco e Bione).
Arato
E’ il maggior rappresentate della poesia scientifica e didascalica, che aveva come oggetto nozioni di agricoltura, di astronomia, di scienze naturali o di medicina e le metteva in versi. Arato nacque a Soli in Cilicia e visse all’incirca nella prima metà del III secolo; dopo aver completato la sua formazione ad Atene, si recò a Pella in Macedonia, e qui divenne quasi il poeta ufficiale. L’unica sua opera pervenutaci sono i Fenomeni, un lungo poema astronomico (1154 esametri), suddiviso in due parti: la prima tratta delle stelle, dei pianeti e delle costellazioni (ad essa si addice precisamente il titolo di fainomena), la seconda descrive i segni che ci dà la natura per prevedere le variazioni del tempo (detta Pronostici). Nel proemio il poeta fa professione di fede stoica e celebra Zeus, che regge e governa l’universo, riprendendo l’Inno a Zeus di Cleante.
I Fenomeni sono in effetti la versificazione di uno scritto astronomico, lo Specchio di Eudosso. Arato cerca di coniugare l’interesse per la scienza con quello per la poesia, ma riesce solo in alcuni brani a dar vita ad una vera creazione poetica. Siamo ben lontani dall’afflato di Lucrezio. Per il resto, l’opera abbonda di arida erudizione e di mera abilità formale. Nonostante ciò, ebbe l’onore di ben quattro traduzioni latine: Varrone Atacino, Cicerone, Germanico, Avieno.
Mosco
Nacque a Siracusa e visse nel II secolo. Sotto il suo nome ci sono giunti tre idilli d’impostazione teocritea, tre carmi bucolici e un epigramma.
L’Eros fuggitivo è un idillio che rientra pienamente nei canoni dell’ellenismo; descrive il lamento di Eros, il dio bambino che scocca la freccia e scappa via. C’è quasi un gusto per la pittura espressionistica.
Mare e Campagna è uno dei carmi bucolici e descrive il fascino del mare quando c’è bonaccia, e il richiamo della campagna, quando invece si scatena la burrasca. C’è lo scendere nel particolare tipico dell’ellenismo.
Bione
Nacque presso Smirne e visse a cavallo del I secolo. Di lui conserviamo 17 frammenti bucolici e l’Epitaffio di Adone.
l’Epitaffio di Adone è un canto in onore del dio di origine semitica. Narrava il mito che il bellissimo Adone era teneramente amato da Afrodite, ma durante una cacci fu ucciso da un cinghiale e la dea aveva appassionatamente pianto la sua morte. Bione usa la tecnica del verso che si ripete ogni tanto (già riscontrata nel Tirsi di Teocrito). Il canto è baroccheggiante, con alcuni versi eccessivamente adorni, e c’è il gusto per la contrapposizione. Ritornano i piedi nudi, simbolo di attrazione sessuale nell’ellenismo.
La Storiografia
Gli storiografi minori dell'ellenismo si sono distinti nell'esaltare la figura di Alessandro Magno, figura che ha colpito gli animi di molti seguaci eruditi. Abbiamo una storiografia encomiastica ma realistica. I generali di Alessandro sentirono spontaneamente il bisogno di incoraggiare gli intellettuali a tessere le lodi del grande conquistatore; fu una lode non costretta, ma libera (unico caso di esaltazione spontanea del principe). La storiografia assunse un carattere moralistico (1a storia vista secondo le categorie del bene e del male) e retorico (1'opera storica era considerata come un'opera d'arte e gli storici si preoccupavano di ricercare il diletto del lettore), visione che portava lo storico ad inserire una gran quantità di aneddoti per arrivare all'insegnamento morale. Della produzione storica del primo Ellenismo non ci è pervenuto nulla; tra gli storici più famosi ricordiamo Timeo e Duride, intellettuali molto colti ed eruditi. Il maggior rappresentante della storiografia ellenistica fu Polibio, il quale scelse una linea d'indagine molto più moderna, criticando duramente le involuzioni e le degenerazioni dei suoi contemporanei.
Timeo
Originario di Taormina, fu lo storico più notevole del mondo occidentale. Scrisse le Storie che, in circa 38 libri, esponevano le vicende della Sicilia e della Magna Grecia dalle origini mitiche fino a forse l’inizio della prima guerra punica (264). Timeo inseriva nella sua opera le storie dei vari popoli che entravano in contatto con i Greci, tra cui la storia dei Romani (l’opposto di quello che opererà Polibio). Il grande storiografo gli rimproverò un’eccessiva erudizione data dalle fonti (Timeo lavorò per 50 anni nelle biblioteche d’Atene) e non da una diretta conoscenza dei luoghi e dei fatti. A parte questo, Timeo fu uno storico accurato e obiettivo, che si interessò di molte cose, anche diverse tra loro.
Duride
Originario di Samo, fu il teorico e il rappresentante della storiografia drammatica. Le sue opere principali furono le Storie e la Storia di Agatocle, tiranno di Siracusa e grande nemico dei Cartaginesi. In un frammento, Duride espone il suo programma, affermando che il compito dello storico è quello di dilettare il lettore rappresentando i fatti drammaticamente.
Polibio
Fu il più grande storico della letteratura dell’ellenismo. Esaltò non la potenza greca, ma la nascente potenza di Roma, che avrebbe conquistato l'intero mediterraneo. Oltre a mettere Roma al centro della sua storia, la sua seconda caratteristica fondamentale è quella di preoccuparsi di ricercare le cause con la massima accuratezza possibile.
Nato in Arcadia poco prima del 200 a.C. da una famiglia di stampo aristocratico che partecipava attivamente alla Lega achea, Polibio fece la sua carriera politica all'interno della Lega aderendo al partito avverso ai romani, finché, dopo la battaglia di Pidna, all'interno della Lega prevalse il partito filo-romano e per sua istigazione furono deportati a Roma mille cittadini del partito avverso, tra cui Polibio. L'esilio durò 17 anni e costituì una svolta importantissima nella sua vita e nel suo pensiero; ospitato nella casa del vincitore di Pidna, il console Emilio Paolo, entrò in amicizia con il più giovane dei suoi figli, Scipione Emiliano, il quale lo introdusse nel circolo degli Scipioni. A contatto con il pensiero politico, culturale e filosofico (lo stoicismo stava allora diventando l'ideologia della classe dirigente) della Roma del tempo, Polibio cominciò a rinnegare la sua ostilità di cittadino acheo e a ricercare le cause della prepotente ascesa della potenza romana. Lentamente si convertì alla causa di Roma e si convinse che il suo impero era voluto dalla stessa tuch. A questo periodo risale a composizione delle Storie. Finalmente nel 150 Polibio poté far ritorno in patria, ma non vi rimase a lungo; seguì Scipione Emiliano nella terza guerra punica a fianco del quale assisté alla caduta di Cartagine, e compì numerosi viaggi per visitare quei luoghi che andava descrivendo nelle Storie. Morì in patria a 82 anni per una caduta da cavallo.
Ci resta un terzo della sua opera maggiore: le Storie. Comprendenti 40 libri, le Storienarravano gli avvenimenti d'Oriente e d'Occidente dal 264 (inizio della prima guerra punica) al 144 (due anni dopo la distruzione di Cartagine e di Corinto). Tuttavia i primi due libri trattano brevemente il periodo 264-220 e fanno da introduzione, così che l'opera vera e propria inizia con la seconda guerra punica. Conserviamo per intero i primi cinque libri (264-216); degli altri abbiamo estratti e frammenti. E' ipotizzabile che siano state fatte fino a cinque edizioni dell'opera, come che essa sia stata pubblicata postuma, senza la revisione da parte dell'autore. Da sottolineare come Polibio si interessa essenzialmente della storia a lui contemporanea.
Nell'ellenismo è possibile determinare con precisione le caratteristiche di un'opera storica perché ogni autore era solito specializzarsi in un determinato settore. Cosi la storia di Polibio può essere definita grazie a due aggettivi: universale e pragmatica. Universale nel senso che Polibio contempla l'intera storia romana e relaziona ad essa la storia di tutte le altre popolazioni (le altre storie sono degne di essere raccontate solo se in funzione dell'unica grande storia, quella romana). Questa visione ha origine nel fatto che la stessa tuch ha voluto creare con l'impero romano "la più bella delle sue opere" e quindi l'evidenza stessa delle cose impone di superare le storie particolari per giungere a una visione unitaria dell'insieme. Pragmatica in quanto Polibio si basa solo sui fatti realmente accaduti, sulle "imprese compiute dai popoli, dalle città e dai monarchi"; gli storici moderni, invece, si basano, oltre che sui fatti in sé e per sé, anche sul contesto e sulle molteplici cause. Nel libro XII, criticando aspramente gli storici precedenti, Polibio chiarisce ulteriormente il carattere della sua storia pragmatica; la storiografia abbraccia tre campi: studio dei documenti, informazione geografica, conoscenza della politica. Polibio è lo storico più oggettivo del suo tempo nel riportare i fatti: ricorre a più fonti, le verifica per quanto gli è possibile, cerca di visitare di persona tutti i luoghi di cui narra per rendere le sue descrizioni le più precise possibile (in questo si accosta ad Erodoto, il quale però mirava all'edonh, cioè ad interessare il lettore). L'interesse per la geografia, così come l'essere precisi e il ricercare il passato, sono caratteristiche comuni a tutto l'ellenismo. Comune a Tucidide è invece l'interesse per la politica, in quanto l'ateniese voleva esaminare la società nel modo più complesso possibile; l'interesse di Polibio per la politica è strettamente connesso alla realtà dei fatti accaduti. Anche in Polibio, come in Tucidide, c'è la presenza di discorsi diretti da parte dei protagonisti, ma i due autori diedero tagli molto diversi ai loro discorsi: Tucidide, attraverso il discorso, voleva farci conoscere l'animo di chi lo pronunciava, Polibio si atteneva ai discorsi effettivamente pronunziati, senza inventare o ricostruire arbitrariamente nulla. I suoi dialoghi, rispetto a quelli riportati da Tucidide, sono ancora più specifici e personalizzati, non messi in relazione all'interlocutore a cui il personaggio si rivolge. Questo perché a Polibio non interessa minimamente descrivere la società in cui vive o è vissuto il personaggio. I suoi dialoghi sono quasi dei monologhi nel senso che a Polibio non interessa farci capire come questi discorsi possono essere recepiti da chi ascolta, ma vuole farci capire quali intenzioni avesse chi pronunciò il discorso. In Polibio nei discorsi c e solo individualismo, non emblema della società; la stessa finalità sarà ripresa da Livio. Non c’è interesse per l'oratoria (che invece costituirà la base della storiografia latina).
Polibio cerca attentamente di rintracciare le cause della vicenda storica e opera una distinzione per quanto riguarda le cause, che vengono suddivise in tre tipi:
- aitia = causa vera del fatto storico (accettata universalmente).
- profasis = pretesto ufficiale, causa apparente (non la vera motivazione).
- arch = causa iniziale, scintilla, causa scatenante.
Quando non è possibile recuperare l’aitia si ricorre alla tuch; questo è tipico dell'ellenismo (durante il quale l'uomo, dove non arriva con la gnwmh, arriva con la tuch) e avverrà anche in Tacito. La realtà del contesto storico porta Polibio a ricercare quindi l'elemento casualistico, che riveste una grande importanza ma che non assume un significato univoco: ora la tuch si avvicina alla provvidenza stoica, ora personifica il caso e l'irrazionale, ma in realtà costituisce un'espressione di comodo che esclude un vero significato religioso e filosofico.
Tre libri interrompono la trattazione in rigoroso ordine annalistico e costituiscono degli excursus all'interno del poema; il libro VI sulle costituzioni, il libro XII sulla storiografia precedente e il libro XXXIV sulla geografia del mondo mediterraneo. Il libro VI, in gran parte conservato, contiene l'esposizione della famosa teoria dell'anakuklwsis, ossia del ritorno ciclico delle costituzioni. Esistono sei forme di governo possibili, tre buone e tre cattive in cui le buone necessariamente devono degenerare:
- Monarchia (ogni stato nasce perché qualcuno si è imposto sugli altri) ereditaria che diventa elettiva per l'incapacità dei successori.
- Tirannide (degenerazione della monarchia).
- Aristocrazia (i migliori, per potenza e virtù morali, s'impadroniscono del potere).
- Oligarchia (degenerazione dell'aristocrazia; i migliori si sono rivelati incapaci e la corruzione regna sovrana).
- Democrazia (governo del popolo che prende il potere).
- Oclocrazia (oclos = folla; è un hapax di Polibio. Quando Cicerone riprenderà la visione polibiana userà il termine anarchia per indicare il caos più totale che viene con la degenerazione della democrazia).
Ogni stato deve, per una sorta di immutabile legge naturale, percorrere tutte le sei fasi del ciclo, alla fine del quale se ne instaurerà uno nuovo. Esiste però un particolare tipo di costituzione, detto costituzione mista, che è riuscita a racchiudere in se le tre fasi positive, conviventi insieme. Solo due stati al mondo, la Sparta di Licurgo e Roma, hanno adottato questa costituzione, nella quale la monarchia è rappresentata dai due consoli (monarchia in quanto ciascuno dei due può esercitare il diritto di veto e bloccare le decisioni), l'aristocrazia dal senato e la democrazia dai tribuni della plebe, che garantiscono la presenza del popolo al governo della città. Ecco il segreto della potenza di Roma: l'aver assunto la costituzione più perfetta possibile, che le ha permesso di evitare l'anakuklosis, il ciclo ripetuto. Tuttavia Polibio ritiene che ogni stato è destinato alla decadenza, anche Roma, e ciò avverrà quando il popolo, avido di dominio, avrà aumentato il proprio potere oltre ogni misura.
Come per Tucidide, il fine della storia è il maqema; la storia deve essere magistra vitae, deve insegnare agli uomini come agire. Questo insegnamento è a livello pratico e materiale, tipico di una mentalità romanizzata come era quella polibiana.
Polibio ha una particolarissima (e, per la quasi totalità dei critici, limitata) visione della religione. La religione non è altro che un'abile invenzione dei capi che serve a tenere a freno le masse e a garantire l'ordine sociale. L'intervento divino può essere forse invocato per spiegare avvenimenti straordinari, come carestie e pestilenze, ma in genere i fatti umani hanno spiegazioni naturali. A questa visione fondamentalmente atea si contrappone. solo in apparenza la presenza della tuch nella storia, in quanto essa, come abbiamo visto sopra, costituisce solo un'espressione di comodo.
Il limite più grande di Polibio è costituito dal suo stile. Egli adopera la koinh nella sua versione peggiore, la sua lingua, tranne rare eccezioni, è arida e priva di colore e il periodo è prolisso e monotono. Polibio ha il pregio di essere chiaro, ma è privo dell'arte dello scrivere.
Filologia
Nell’ellenismo nacque una nuova disciplina, la filologia, che rientra nel campo dell’indagine scientifica ed esatta. Il suo oggetto è lo studio dei grandi autori del passato (ad esempio, Omero), finalizzato al recupero, alla ricostruzione e alla comprensione del testo originale. All’Iliade e all’Odissea vennero in questo periodo attribuite l’attuale scansione in libri e la successione cronologica (Iliade in lettere maiuscole, Odissea in lettere minuscole); inoltre, si affrontarono numerosi problemi di autenticità, si diedero le prime edizioni critiche e le prime interpretazioni dei punti più difficili. Risale a questo periodo il primo dibattito sulla questione dell’unità o meno dei due poemi omerici, e si vennero a creare i due filoni dei korizontes (separatisti) e dei neounitari (il cui campione fu Aristarco)
I centri principali per lo studio dei testi antichi furono Alessandria e Pergamo. Alessandria si specializzò nella critica testuale, occupandosi di organizzare le varie lectiones dei testi più importanti; ad Alessandria si svolse il dibattito sulla questione omerica, con tutte le conseguenze sopra elencate. A Pergamo si sviluppò prevalentemente il commento dei contenuti, che inizialmente vennero interpretati alla luce dello stoicismo in un’ottica allegorica e moraleggiante. Via via la scuola di Pergamo moderò i suoi eccessi, andando a costituire la prima scuola di critica letteraria in senso moderno. Ad Alessandria si affermò prevalentemente l’analogia, mentre a Pergamo l’anomalia.
Scienza
Nell’ellenismo si assiste al fenomeno delle specializzazione, che riguardò anche l’ambito scientifico; tranne la notevole eccezione di Eratostene, il più grande enciclopedico del tempo, i dotti si specializzavano in precisi settori: matematica (Euclide e Archimede), astronomia (Aristarco e Ipparco), medicina (Erofilo ed Erasistrato), meccanica (Ctesibio e Erone).
E’ significativo notare come un così grande sviluppo scientifico non sia stato accompagnato da un altrettanto grande sviluppo della tecnica, esattamente l’opposto di quanto avverrà poi a Roma. La cause sono da ricercare in parte nell’impostazione della filosofia platonica, che metteva al primo posto il sapere e all’ultimo il fare, e in parte nella grande abbondanze di manodopera a basso costo fornita dagli schiavi, che non incoraggiava lo sviluppo di macchine che sostituissero il lavoro dell’uomo.
Eratostene di Cirene (che rivestì anche l’incarico di direttore della Biblioteca) fu il fondatore della geografia moderna: disegnò con sufficiente esattezza una carta geografica, tracciandovi meridiani e paralleli, misurò la lunghezza del meridiano terrestre con un’approssimazione che ha del prodigioso (40050 km. o, secondo altri, 46000 circa, rispetto ai 40003 calcolati dalla scienza moderna); distinse sulla superficie della terra le cinque zone astronomiche che sono rimaste fondamentali; ci diede infine nel primo libro della Geografia, la sua opera più importante, una prima storia della scienza geografica, da Omero ai suoi tempi.
Euclide fu il padre della scienza geometrica. Gli Elementi, in 13 libri, sono un’organica sistemazione dell’intera geometria sulla base del metodo ipotetico-deduttivo; per 22 secoli gli Elementi sono stati il testo fondamentale per l’apprendimento della geometria e solo ai giorni nostri si è giunti a concepire una geometria non euclidea.
Archimede di Siracusa fu non solo un grande matematico, ma anche un geniale ingegnere. Inventò numerose macchine, tra cui sono rimaste famose quelle da guerra, usate per la difesa della città contro il console romano Marcello. Tra le sue opere fondamentali ci rimangono uno scritto sulle sezioni coniche, Dei conoidi e sferoidi, e uno indirizzato ad Eratostene, Sul metodo, in cui l’autore precorre il moderno calcolo infinitesimale. Normalmente Archimede scrive in dialetto dorico; solo quest’ultima opera è scritta usando la koinh.
Aristarco di Samo fu il primo a superare la teoria delle sfere concentriche, intuendo il sistema eliocentrico in quella forma che dopo oltre 17 secoli doveva essere ripresa da Niccolò Copernico. Ci resta il suo scritto: Sulla grandezza e la distanza del sole e della luna.
Ipparco rifiutò la teoria di Aristarco e preferì seguire l’eliocentrismo tradizionale. Compì numero scoperte astronomiche, più grande di tutte fu quella della precessione degli equinozi. Di lui conserviamo il commento ai Fenomeni di Arato.
Erofilo ed Erasistrato furono tra i primi ad eseguire la dissezione dei cadaveri, pratica ufficialmente proibita dalla tradizione greca.
Ctesibio ed Erone vissero entrambi ad Alessandria e furono tra i primi a costruire apparecchi meccanici; il primo si perfezionò nella costruzione di macchine idrauliche, il secondo si specializzò nella costruzione di giocattoli automatici.
Periodo greco-romano
Nel 30 a.C. cade l’ultimo dei regni ellenistici; ora la cultura greca è totalmente soggetta al dominio di Roma e si avvia verso il declino. Tuttavia, emergeranno ancora figure rilevanti come Plutarco, Luciano, Marco Aurelio, senza contare che il greco divenne la lingua del dirompente Cristianesimo negli anni della sua affermazione in tutto l’Impero.
L’ultimo periodo della letteratura greca va dal 30 a.C. (conquista dell’Egitto) al 529 d.C. (soppressione della scuola neoplatonica di Atene per ordine dell’imperatore Giustiniano). Tra le varie denominazioni possibili, si è scelto quello di periodo greco-romano per evidenziarne il carattere fondamentale: la letteratura greca si sviluppa ora in un mondo dominato politicamente e culturalmente da Roma, e non può più prescindere dal suo legame con essa.
Nel campo politico Grecia e regioni orientali, come anche le altre parti dell’Impero, non hanno nessuna indipendenza: ridotte a provincie imperiali, sono governate da proconsoli eletti dal senato (le provincie senatorie) e da legati scelti dall’imperatore (quelle imperiali). Nei primi tre secoli, tuttavia, gli imperatori permisero una certa autonomia locale e favorirono la formazione di una classe dirigente locale che, entro le strutture imperiali, regge l’amministrazione della città. Con l’avvento di Diocleziano (284-305) scompare ogni residua traccia di autogoverno cittadino e ogni parvenza di autonomia delle poleis. Nello stesso tempo, con l’introduzione della tetrarchia (divisione dell’impero in quattro zone rette da due Augusti e da due Cesari) si avvia un processo che porterà al completo distacco fra le regioni orientali e quelle occidentali, distacco sancito da Teodosio nel 395 con la creazione dell’Impero d’Occidente, ben presto miseramente travolto da onde si barbari, e dell’Impero d’Oriente, che riuscì a sopravvivere per circa un millennio (1453, caduta di Costantinopoli) e fu chiamato Bizantino.
In campo economico si diffuse in tutto l’Impero quel "capitalismo urbano" che aveva contrassegnato il periodo ellenistico: la città è il centro di tutte le attività produttive e commercia fiorentemente con le altre, trovando in una borghesia ricca e intraprendente il suo principale sostegno. Si raggiunse l’apice di questo sviluppo produttivo, ma soprattutto commerciale, nel II secolo, durante l’età di Adriano e degli Antonini. Nel frattempo si acuivano le tensioni sociali: all’agiatezza delle classi medie si contrapponeva la miseria del proletariato urbano e contadino. Nel III secolo scoppiò una grave crisi che portò ad una lunga anarchia militare e a sanguinose lotte di classe. Le riforme di Diocleziano e di Costantino cercarono di portare un rimedio a questa situazione, ma riuscirono solo in parte. Ne seguì un impoverimento progressivo, che portò al sostituirsi ad un’economia di tipo urbano, soprattutto nelle regioni occidentali, di una "economia domestica"; le città perdettero il loro importante ruolo, aumentò il significato ed il peso della campagna. Erano i prodromi del Medioevo.
In campo culturale, generalizzando, si avverte un’esasperazione delle tematiche ellenistiche. L’individuo si dissocia sempre di più dalla vita politica, sentendo estraneo a sé il significato e il destino dell’Impero. Nella generale instabilità politica, economica e sociale non crede più nella razionalità delle cose e afferma l’ideale della rinunzia e della fuga dal mondo, ricercando la salvezza dell’uomo nella sua interiorità e più ancora in Dio. La religione tradizionale ha definitivamente perduto ogni ragion d’essere: ora sono le religioni orientali e i culti misterici ad appagare le esigenze spirituali dei cittadini dell’Impero. La ricerca scientifica perde il suo carattere sociale e diventa uno strumento con cui poter accedere alla salvezza, confondendosi sempre di più con la magia, l’astrologia, l’alchimia. Anche la filosofia smette di ricercare la santità a favore della salvezza dell’uomo, privilegiando la rivelazione alla ragione e spesso sfociando in una fede religiosa (il neopitagorismo, lo stoicismo, il neoplatonismo di Plotino…). In questo clima di stanchezza e di sfiducia, mentre la sapienza antica canta il suo vanitas vanitatum, sorge il Cristianesimo e a predicare la mondo la "Buona novella". Uscito vittorioso da secoli di lotte e di persecuzioni, il Cristianesimo ottenne prima la libertà di culto (313, Editto di Costantino), e fu poi riconosciuto religione ufficiale dell’impero (380, editto di Teodosio), andando a rappresentare la svolta decisiva di questo periodo.
La letteratura del periodo greco-romano mostra evidenti segni di decadenza, acuiti, oltre che dal clima generale, dall’invadenza della retorica, che la rese vuota e sterile, e dalle mode classiciste che proponevano l’imitazione del passato, a scapito delle creazioni originali. Pure, si affermarono ancora notevoli scrittori, come Plutarco e Luciano, nobili figure di imperatori-filosofi, come Marco Aurelio e Giuliano, un geniale pensatore come Plotino. Il romanzo conobbe adesso la sua massima diffusione, e anche la poesia presenta qualche voce nuova, come quella dell’epigrammatista Agatia, autore del Ciclo. Infine, accanto alla letteratura profana sorse quella cristiana, che utilizzò il greco per diffondere il Vangelo in tutto l’Impero (il Nuovo Testamento è interamente in greco).
Con la chiusura della scuola neoplatonica, avvenuta nel 529, si fa finire tradizionalmente la letteratura greca antica; ma essa non finì mai veramente: la civiltà bizantina e cristiana ne assorbì gli elementi più fecondi e ne continuò l’eredità nei secoli del Medioevo.
Plutarco
E’ il biografo per eccellenza della cultura greca, colui che ha creato che le sue Vite eroi immortali che sono stati visti nei secoli come modelli di virtù e di perfezione morale, o come simboli d libertà e di ribellione alla tirannide, o come esempi di destini tragici e dolorosi, o infine come rappresentanti dei più autentici valori umani.
Nacque a Cheronea in Beozia poco prima del 50 d.C. da una famiglia che apparteneva alla tipica borghesia del periodo imperiale. Completò la sua formazione ad Atene, aderendo al platonismo. Compì numerosi viaggi e fu a più riprese anche a Roma, ma non vi rimase a lungo; egli amava il piccolo borgo di Cheronea che non voleva abbandonare e dove trascorse la maggior parte della sua esistenza, dedicandosi ai suoi studi e occupando anche importanti cariche pubbliche nell’amministrazione cittadina. Per molti anni fece anche parte del collegio sacerdotale del vicino santuario di Delfi; assieme al platonismo, l’esperienza religiosa fu determinante per la formazione della sua concezione morale. Morì poco dopo il 125.
Della sua vastissima produzione a noi sono giunti due gruppi di opere: i Moralia e le Vite parallele.
Moralia
Sotto il nome di Moralia ci sono pervenuti un’ottantina di scritti (alcuni di dubbia autenticità) che trattano delle questioni più disparate: morali, filosofiche, religiose, pedagogiche, letterarie, politiche, scientifiche, erudite. Nelle opere filosofiche e morali Plutarco espone e divulga il pensiero platonico, polemizzando con epicurei e stoici e proponendo una serie di saggi consigli e pratici rimedi contro i vizi e le passioni, ponendosi come "un medico dell’anima". Inoltre Plutarco fu uno spirito profondamente religioso e animato da un vero interesse per il problema di Dio e della sua opera del mondo; da una parte resta fedele alle credenze e ai riti della religione tradizionale, dall’altra si apre alle esigenze filosofiche e alle idee dei suoi tempi e cerca di pervenire alla concezione di un dio unico e di una religione comune a tutti gli uomini.
Vite parallele
La fama di Plutarco è però legata alle Vite parallele, coppie di biografie nelle quali un personaggio greco viene contrapposto ad un personaggio romano (es. Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone, Teseo-Romolo); spesso, alla fine di ogni coppia segue un breve parallelo che sottolinea analogie e differenze tra i due personaggi studiati. Conserviamo in tutto 50 Vite: di esse 46 sono abbinate e 4 isolate. Questa impostazione rivela che il confronto non è tra i singoli personaggi, ma tra il mondo greco e quello romano, in modo da dimostrare la grandezza di entrambi. Va comunque rilevato che molti accostamenti sono forzati e arbitrari. La biografia di Plutarco segue in genere uno schema fisso: narra in ordine cronologico, dalla nascita alla morte, i principali avvenimenti del personaggio, ponendo una certa attenzione ad aneddoti e particolari curiosi, nell’ottica che "spesso un fatto insignificante, una parola, uno scherzo, manifestano l’indole di un uomo, più delle battaglie sanguinose o dei grandi schieramenti di eserciti o degli assedi delle città". Caratteristica di Plutarco è di porre in risalto i momenti più solenni e più drammatici della vita dei suoi eroi, creando scene piene di un paqos che avvince e commuove; questa predilezione per gli eventi più drammatici e per le tinte più fosche e macabre lo avvicina a Tacito. Plutarco definisce nella sua opera il taglio biografico che intende seguire: "non scriviamo storia, ma vite". Infatti, non ha un vero interesse per la storia e spesso è incapace di cogliere i nessi profondi degli avvenimenti e di analizzare in modo globale il contesto storico in cui si muovono i personaggi delle Vite. Il suo scopo dichiarato è quello di presentare al lettore le grandi figure del passato, creandone degli eroi (è più poeta che storico). Gli eroi di Plutarco sono imbevuti delle sue concezioni etiche, in modo che dalle azioni e dal carattere del personaggio si può con immediatezza trarne un insegnamento morale. Questo , se da una parte impedisce una visione profonda dell’esistenza con il giudicare ogni cosa con una visione unilaterale, dall’altra gli permette di disporre i fatti in virtù di un ordine superiore, illuminando il personaggio di una luce singolare da cui emerga il suo carattere e la sua grandezza. L’eroe di Plutarco non è perfetto, non è esente da difetti o da errori, ma anche nei suoi aspetti negativi si distingue dagli altri, ergendosi sopra un piedistallo.
Plutarco è confrontabile con tre biografi della letteratura latina: Varrone, Cornelio Nepote, Svetonio. In generale, l’interesse dei latini, volto alla vita, è per i fatti realmente accaduti, per le azioni (fine pragmatico), piuttosto che alla conoscenza del profondo dell’animo del personaggio, ottenuta da Plutarco facendo ricorso all’elemento patetico. Con Cornelio Nepote siamo nella fase delle guerre civili, ed il suo travaglio interiore si rispecchia nel De viris illustribus; anche lui aveva adottato lo stesso sistema di confrontare Greci e Romani con intento moralistico, ma senza l’ampiezza di respiro di Plutarco. Varrone, nei Logi Storici, parla di un miscuglio di razionalità e di azione compiuta; adotta un taglio particolare avvicinabile a Cornelio Nepote perché i personaggi sono travagliati e incapace di aderire a qualcosa di sicuro. Svetonio, nel De vita Caesarum, cammina per categorie chiuse (schema fisso della biografia), avendo già in testa la visione dei fatti. Questo avere un programma già prefissato gli permette di evidenziare i particolari, appagando il suo gusto per l’aneddoto: Svetonio narra la vita degli imperatori come se guardasse dal buco della serratura Plutarco è l’unico tra i biografi antichi che ha un vero interesse per l’uomo e per il suo dramma. Da notare il fatto che i biografi vengono fuori prevalentemente in momenti di crisi.
La retorica
Nel I e nel Il secolo d.C. la retorica assume una grandissima importanza e un notevole prestigio, andando a identificarsi con la cultura stessa. Il suo significato verrà molto approfondito, ma sarà accompagnato parallelamente da un impoverimento dei contenuti; l'interesse per la retorica sarà soltanto a livello formale. Il mondo greco lascerà la sua eredità in questo campo al mondo latino, il quale a sua volta lo trasmetterà alla letteratura apologetica (detta anche patristica dal nome degli artefici, "i padri della chiesa").
Il dibattito in campo stilistico fa sì che comincino a delinearsi due movimenti distinti, l'asianesimo e l'atticismo. L'asianesimo nacque all'inizio dell'ellenismo (III a.C.) per opera di Egesia di Magnesia in Africa, prendendo come modello lo stile di Lisia (denso, schematico, non indulgente a costruzioni artificiose). Nei due secoli successivi si venne a creare un ribaltamento totale all'interno dell'asianesimo (anche per il fatto che fu adottato in prevalenza dai retori dell'Asia Minore, che introdussero nel dialetto attico termini ionici): si venne a creare uno stile ricercato, pieno di ornamenti retorici, ampolloso, "bombastico". Noi intendiamo per asianesimo questo stile. Contemporaneamente (I a.C.) si venne a creare una nuova corrente di retorica basata su Lisia, ossia sulla stringatezza della frase e sull'essenzialità del costrutto. Questa corrente di retorica è detta atticismo. Per assurdo, l'atticismo nacque a Roma, capitale della ricerca di un nuovo indirizzo letterario, e si diffuse subito nel mondo greco. Ci fu una reale contrapposizione tra i due stili. Lo stile di Cicerone è lo stile rodiese, a metà strada tra i due a livello di costruzione, ma non a livello cronologico. Lo stile rodiese nacque nel II a.C. per mitigare gli eccessi dell'asianesimo prima maniera, quando l'atticismo non era ancora nato.
La retorica antica non si limitava a porre la propria attenzione sulla scelta del termine (come avveniva con i Sofisti), ma aveva come oggetto di studio anche la costruzione migliore per il periodo. Nel I secolo a.C. si precisano a questo riguardo due posizioni opposte: la prima fece capo al retore Apollodoro di Pergamo, la seconda a Teodoro di Gadara, vissuto nella generazione successiva. Apollodoro concepisce la retorica come un scienza fissa, dotata di canoni ben precisi (a questa concezione ha aderito anche Cicerone, e anche in Lisia avveniva una divisione tra le varie parti dell'orazione apologetica). Ogni logos deve essere suddiviso in quattro parti, ma solo alla prima (prologo) e all'ultima (epilogo) è riservato l'elemento patetico, la capacità di suscitare nel lettore un particolare sentimento. La parti centrali consistono nella descrizione del fatto e nell'esposizione del ragionamento dell'oratore (non c’è una schematizzazione ben precisa). Teodoro concepisce la retorica come un'arte, una capacità insita nell'uomo, il quale può comporre la propria opera a seconda del proprio modo di vedere. il paqos può esserci in qualsiasi parte dell'orazione, cosi come l'esposizione può riguardare anche il prologo o l'epilogo. La ricerca del paqos è spiegabile nell'ellenismo con il fatto che è la forma espressiva più istintiva. Per paqos si intende una partecipazione emotiva e sentimentale, non circoscritta necessariamente al sentimento del dolore (come avveniva nella tragedia, che mirava alla catarsi). I teodorei fanno ampio ricorso alla fantasia, intesa come forza irrazionale che possiede l'anima e che esce dai canoni del logos. Nell'ellenismo fantasia non vuoi dire uscire dalla realtà e proiettarsi in un mondo fantastico, ma semplicemente uscire dalla realtà (non c'è il bisogno di costruire un qualcosa).
In estrema sintesi possiamo dire che i retori seguirono principalmente due filoni ben distinti e contrapposti tra loro: quello degli apollodorei\atticisti\analogisti\puristi (orazione impostata secondo un rigido schema, stile stringato ed esatto, rifiuto della lingua corrente, rifiuto di parole nuove e di hapax) e quello dei teodorei\asiani\anomalisti\antipuristi.
Anonimo del Sublime
Nel I a.C. Cecilio di Calatte, fedele seguace di Apollodoro, scrisse un opera dal titolo peri uyous , a noi non pervenuta. Possiamo conoscere in parte il contenuto di quest'opera grazie ad un altro trattato, intitolato sempre peri uyous, scritto da un seguace di Teodoro per controbattere Cecilio, autore che tutt'oggi non siamo riusciti a identificare.
Ci è pervenuto quasi integro un trattato intitolato Sul sublime (peri uyous) e contiene un elenco di canoni grazie ai quali un'opera raggiunge l'acme della perfezione. E' stato scritto da un seguace di Teodoro intorno alla metà del I secolo d.C. che, per l'impossibilità di identificarlo con certezza, chiamiamo Anonimo. Sono state fatte due ipotesi di identificazione. La prima con Dionigi di Alicarnasso, che visse alla corte di Augusto (l’autore del Sublime ebbe sicuramente dei legami con la corte dell'imperatore) ma che è stato un fedele assertore delle idee dell'atticismo, mentre l'Anonimo è asiano. La seconda con Cassio Longino, asiano e conforme alla idee dell'Anonimo, ma vissuto due secoli dopo la data probabile di composizione del Sublime.
L'Anonimo afferma che le fonti da cui scaturisce il Sublime sono cinque, delle quali tre (poggia delle figure retoriche, nobiltà dell'espressione, collocazione delle parole) si possono acquisire con l'esercizio e l'arte retorica, mentre le altre due (elevatezza del pensiero, passionalità) devono essere per forza innate. L'Anonimo tende a scendere sempre di più nel particolare, secondo un uso tipicamente ellenistico, e a fondere elementi degli apollodorei nella concezione teodorea.
il Sublime è anche un'opera di critica letteraria, e contiene un'infinità di giudizi critici sui più disparati autori dell'antichità. Infine, nell'ultimo capitolo, viene affrontato il problema della decadenza dell'oratoria, che l'Anonimo attribuisce alla mancanza di libertà dovuta alla situazione politica della Grecia del tempo e soprattutto alla schiavitù delle passioni e alla conseguente corruzione morale; è singolare notare che le stesse cause per cui decade l'oratoria greca saranno le stesse per cui decadrà l'oratoria latina.
La Seconda Sofistica
La Seconda Sofistica si richiama già nel nome alla prima, fiorita in Grecia nel V secolo a.C. Mentre l’antica Sofistica aveva esteso i suoi interessi ai vari campi della civiltà (retorica, filosofia, religione, politica…) e aveva rappresentato un momento decisivo nella storia del pensiero, la Seconda Sofistica riprese e continuò solo l’aspetto retorico e risultò un fenomeno vistoso ed appariscente, ma poco profondo e poco fecondo per l'avvenire. I secondi sofisti si dedicarono quasi esclusivamente alla ricerca della bella forma, facendo sfoggio di bravura stilistica, in argomenti spesso futili o di scarsa importanza; molti di loro furono dei conferenzieri brillanti ed applauditi.
Luciano
Vissuto a Samosata sull’Eufrate, si formò di una cultura epidermica e visse un gran senso di sfiducia verso il mondo del divino, che derise apertamente, non per dissacrare ma per divertirsi. Secondo il giudizio di Lesky, "aveva abbracciato lo scetticismo come concezione del mondo e la satira come professione".
Nato intorno al 120 a Samosata sull’Eufrate, imparò il greco a scuola, perché la sua prima lingua fu il siro. Da ragazzo fu apprendista presso uno zio scultore, ma un incidente sul lavoro pose fine all’esperimento, come egli racconta nel Sogno. Quindi Luciano compì gli studi retorici e iniziò la sua attività di sofista, viaggiando in tutte le regioni dell’Impero fino alla Gallia. Verso i quarant’anni abbandonò la retorica per dedicarsi al dialogo e alla satira; questo improvviso cambiamento e alcuni brani del Nigrino hanno fatto nascere in alcuni critici l’idea di una conversione di Luciano alla filosofia: "il discorso lo condusse a lodare la filosofia, e la libertà che da essa deriva, ed a spregiare quei che il volgo crede beni, la ricchezza, la gloria, la potenza, gli onori, l’oro, la porpora, ed altre cose tanto ammirate da molti, ed una volta anche da me"; "… in breve acquistai acutissima la vista dell’anima, che fino ad allora era stata cieca, ed io non me n’ero accorto". In realtà il Nigrino è sì un’opera che denota un serio atteggiamento di Luciano, ma si trattò di una disposizione momentanea, non di una vera conversione alla filosofia. Negli ultimi anni della sua vita, Luciano fu funzionario imperiale in Egitto; morì probabilmente verso il 190.
Sotto il nome di Luciano ci è giunta una raccolta di 82 scritti, chiamati comunemente Dialoghi. In realtà solo alcuni hanno forma dialogica, altri solo semplici esercitazioni retoriche, altri sono a carattere autobiografico (Sogno, Nigrino) altri sono dei veri e propri romanzi (come Lucio o l’asino), altre sono opere satiriche, divise, secondo l’argomento che prendono a bersaglio, in tre gruppi:
- Satira filosofica: Vite all’Incanto, Pescatore. Nelle Vite all’Incanto Zeus, con l’aiuto di Mercurio, vende all’asta le vite dei principali filosofi, e i compratori li prendono a pochissimo. Nel Pescatore si immagina che i filosofi che erano stati offesi nelle Vite all’Incanto risuscitino dall’Ade per vendicarsi del loro nemico; Luciano si difende sostenendo che egli ha inteso attaccare i filosofi contemporanei, che hanno tanto degenerato da quelli antichi. Per smascherali getta dall’Acropoli di Atene l’amo innescato con qualche fico e qualche moneta d’oro: subito molti abboccano.
- Satira religiosa: Dialoghi degli dei, Dialoghi marini, Zeus confutato, Zeus tragedo. I Dialoghi degli dei e i Dialoghi marini (cioè di divinità marine) sono dei mimi in cui gli dei vengono presentati nei loro difetti e nelle loro debolezze. Non è ancora un attacco aperto contro la religione tradizionale, ma un’ironia leggera e velata. La satira diventa audace e aggressiva nello Zeus confutato, dove il padre degli dei non riesce a conciliare destino e provvidenza, e nello Zeus tragedo, dove il padre degli dei è costretto ad appoggiare un filosofo stoico perché vinca una disputa contro un epicureo, evitando così l’oblio dei mortali.
- Satira morale e sociale: Dialoghi dei morti. Luciano deride apertamente la stoltezza degli uomini ed il loro affannarsi dietro alle grandi passioni; tanto, dopo la morte, tutto si deve abbandonare e tutti nudi e uguali si entra nel regno dei morti: vanità è la ricchezza, vanità è la potenza, vanità è la bellezza. C’è anche un po’ dell’invidia di classe (Luciano, a quanto ne sappiamo, non divenne mai ricco) in questo scherno contro i ricchi e i potenti. Siamo ora nella mordace satira menippea; non a caso il protagonista è il cinico Menippo, al quale viene concesso da Mercurio di portare con sé nel regno dei morti la parlantina, la franchezza, il buon umore, il motto e il riso, "cose vuote, leggere, e buone pel navigare" , contrapposte alle pesantezze del discorso che i retori devono abbandonare prima di salire sulla barca di Caronte.
Il concetto della morte che è uguale per tutti e del giudizio, severo, che non risparmia niente e nessuno è una costante del pensiero di Luciano; la troviamo infatti anche in altri dialoghi, che ribadiscono come siano vane la gloria, la bellezza e la potenza.
Sotto il nome di Luciano ci sono pervenuti due romanzi. Lucio o l’asino è di contestata autenticità, e narra la vicenda di Lucio che viene trasformato in un asino e, dopo varie peripezie, alla fine riacquista la forma umana. L’argomento è lo stesso delle Metamorfosi di Apuleio, ma mancano molte novelle (tra cui quella famosissima di Amore e Psiche e la parte finale che descrive le esperienze mistiche del protagonista. La Storia vera prende spunto dal tentativo di fare una parodia dei romanzi d’avventura, ma finisce con il diventare il più bizzarro e fantasioso racconto (i protagonisti vanno sulla luna, finiscono nel ventre di una balena, giungono nell’isola dei Beati…) che sia mai stato scritto, precorrendo, per certi versi, i Viaggi di Gulliver e Pinocchio.
La satira di Luciano coinvolge tutti gli aspetti della cultura e della società. Nell’età degli Antonini e della Seconda Sofistica grande era il vuoto morale e spirituale, gravi erano i disagi e le ingiustizie sociali: i ricchi e potenti signori romani sfruttavano e vessavano le provincie, circondati da un nugolo di adulatori e di leccapiedi, gente che cercava con ogni mezzo la gloria e il denaro. Luciano dovette trovarsi proprio a fare questa scelta, se essere uno di loro o remare controcorrente, e scelse la seconda: "io sono un uomo che odia i millantatori, i ciarlatani, i bugiardi, i superbi, tutta la genia dei malvagi... Amo la verità, la bellezza, la semplicità, tutto ciò che è degno di essere amato".
Le invettive di Luciano non sono invettive serie e solenni, ma sono avvolte dall’ironia, che critica amaramente in primis la tradizione ma talvolta anche la realtà contemporanea. In realtà Luciano non crede in un ideale da proporre e da contrapporre alla realtà che critica; il suo scetticismo radicale rivela una grande aridità spirituale. Egli combatte l’ingiustizia sociale, ma non crede che quest’ingiustizia possa in qualche modo venire annullata, e questo atteggiamento lo porta all’incapacità di affrontare i grandi problemi dell’esistenza. Il suo scetticismo è tanto più assoluto in quanto egli non crede neppure nel valore della sua propaganda negativa, non è neppure convinto di riuscire a distruggere veramente qualcosa. L’assenza di una fede qualsiasi e un’aridità spirituale di fondo hanno impedito a Luciano di essere un grande scrittore.
Il romanzo greco
E’ l’ultimo genere letterario inventato dall’ellenismo, quello che meglio riuscì a rispecchiarne i canoni letterari. Nato tardi, non riuscì a raggiungere quella bellezza e quella perfezione che troviamo negli altri campi della letteratura greca; infatti è ritenuto scarso il suo valore artistico. Tuttavia, il romanzo greco riveste una grande importanza come documento dei tempi e come fenomeno letterario che contribuì al sorgere della narrativa moderna: il romanzo moderno presenta tutt’oggi gli stessi caratteri fondamentali. I frammenti più antichi a noi pervenuti sono quelli del romanzo di Nino (il protagonista) e Seramide, innamorati l’uno dell’altra. In questo, come anche in tutti i romanzi successivi, il filone della trama è sostanzialmente lo stesso: due giovani s’innamorano, vengono separati da un evento casuale, vivono mille avventure, si rincontrano, nulla tra loro è cambiato, si sposano e vivono felici e contenti. Il romanzo di Nino è stato trovato su un papiro del I secolo d.C.; questo fece cadere, alla fine del secolo scorso, la tesi del Rohde, secondo la quale il romanzo sarebbe nato dalla fusione dell’elemento erotico con l’elemento avventuroso, fusione che sarebbe avvenuta nella pratica retorica della Seconda Sofistica. L’origine del romanzo è, invece, probabilmente da ricercare nel fatto che non fu un genere, come molti altri, destinato a pochi eruditi, ma alla classe borghese, benestante, non molto acculturata e spoliticizzata, che non si interessava più ai grandi problemi e cercava di evadere dagli angusti limiti della realtà quotidiana: era un genere d’evasione. Questo spiega anche il fatto - ed è unico per la letteratura greca- che solo i romanzi greci siano stati trovati in frammenti di papiro riutilizzato: era evidentemente un genere che non aveva molte pretese, come non ne avevano gli stessi autori, i quali non erano troppo eruditi e non trasmettevano alcun tipo di valori.
Due sono gli elementi fondamentali del romanzo greco: l’amore e l’avventura. L’amore sarà normale (ossia tra un ragazzo e una ragazza) e si ricollega alla feconda produzione poetica, in cui era uno dei temi più trattati dell’ellenismo, mentre le avventure di viaggio avevano avuto il loro battesimo con Omero (i viaggi di Ulisse finalizzati alla swfrosunh) e avevano trovato la loro piena espressione con le Argonautiche di Apollonio Rodio, appagando il gusto per l’esotico e la tendenza verso il cosmopolitismo tipici dell’ellenismo.
L’asino d’oro \ le Metamorfosi
Un famoso romanzo greco è il, già citato a proposito di Luciano, Lucio o l’asino, il quale ricalca nelle linee fondamentali la trama delle Metamorfosi di Apuleio, tanto che si è addirittura pensato, per le Metamorfosi, ad una traduzione in latino di un’opera greca. Quest’ipotesi è un po’ forzata, perché un autore di grande levatura e preparazione come Apuleio, difficilmente si sarebbe accontentato di fare una semplice traduzione; è più probabile che le due opere abbiano un’origine comune, da ricercarsi, pare, in una piccola opera greca, denominata l’Asino d’oro, scritta da un certo Lucio di Patre di cui ci dà notizia il patriarca Fozio. Purtroppo non abbiamo altre informazioni su Lucio di Patre né resti della sua opera, per cui questa rimane una semplice ipotesi. E’ stato anche ipotizzato che Apuleio, da giovane, abbia scritto un piccolo Asino d’oro in greco, utilizzato come base per le Metamorfosi. Le Metamorfosi di Apuleio si differenziano da Lucio o l’asino di Luciano di Samosata per due principali motivi:
- Nelle Metamorfosi compare un maggior numero di novelle (tra cui quella celeberrima di Amore e Psiche), tutte tratte dalle favole milesie e apparentemente prive di un legame unificante tra loro. Nel periodo finale della letteratura latina si diffondono ampiamente le religioni e i culti misterici; la chiave di lettura delle Metamorfosi è proprio in questi motivi escatologici, in quest’ansia religiosa che porta Apuleio a cercare ogni mezzo di accostarsi al mondo del divino.
- Le Metamorfosi sono in 11 libri, uno in più, rispetto all’opera di Luciano. L’undicesimo libro è completamente slegato dagli altri: l’autore si sostituisce al protagonista e fa passare per quelle di Lucio le sue esperienze personali, sempre collegate a quest’ansia misterica.
Comune a entrambe le opere è invece la voglia di sperimentare nell’ambito della tematica dell’amore; è straordinario il crearsi di una sorta di ciclicità tra la letteratura greca e quella latina, che finisce con questa voglia di sperimentare in amore, analoga a quella apparsa alle origini della letteratura greca (con Ulisse). Si tratta, però, in Apuleio, di una voglia di sperimentare che ha un che di mistico e di oscuro, assente nella voglia di nuove esperienze di Ulisse.
Lo Stoicismo
Lo Stoicismo fu la corrente di pensiero più diffusa nell’Impero romano nel I e II secolo d.C. La nuova Stoa, detta romana perché a Roma principalmente si sviluppò, si differenziò sempre di più dall’antica e dalla media, disinteressandosi della fisica e occupandosi prevalentemente di etica. Questo perché lo Stoicismo subì la generale crisi religiosa del periodo greco-romano, che determinò una generale sfiducia nella ragione, un rifiuto di cercare la risposta ultima e un accentuato misticismo nella pratica della filosofia. Non a caso in questo periodo si diffonde lo Scetticismo, che predicava la sospensione del giudizio. Lo Stoicismo si trovò così a predicare il distacco della vita e la preparazione alla morte. Gli esponenti principali della nuova Stoa furono Seneca, Epitteto e Marco Aurelio; dei tre Seneca scrisse in latino, ma generalmente la lingua usata dagli stoici romani fu il greco.
Epitteto
Nato verso il 50, schiavo frigio deportato a Roma, fu in seguito liberato e nella capitale iniziò ad insegnare filosofia. Sotto Domiziano fu messo al bando insieme ad altri filosofi e si stabilì a Nicopoli in Epiro, dove continuò l’insegnamento.
Il discepolo Arriano, registrando fedelmente le lezioni del maestro, ce ne ha tramandato la dottrina negli 8 libri delle Diatribe (ne restano quattro) e nel famoso Manuale. Il pensiero di Epitteto si può riassumere nella massima anecou kai apecou (sopporta e astieniti), che propone un etica incentrata sull’ideale della sopportazione e della rinuncia. L’importanza di Epitteto non sta tanto nell’originalità del suo pensiero, quanto nella forza e nella coerenza con cui egli visse la sua filosofia come una religione, non cercando di comprendere la verità, ma di viverla, non aspirando alla "scienza", ma alla "sapienza".
Marco Aurelio
Imperatore-filosofo: questo è l’epiteto che la storia gli ha assegnato. Scelto per condurre il più grande impero che fosse mai esistito, Marco Aurelio cercò, nella vita di ogni giorno, di affidarsi alla filosofia e ai principi che da questa gli derivarono: "devi adattare te stesso agli eventi ai quali il destino ti diede in sorte d’esser compagno. E ama, ma davvero, gli uomini ai quali la sorte t’ha posto accanto".
Marco Aurelio nacque a Roma nel 121 e fu educato fin dalla fanciullezza ai principi dello stoicismo. Adottato da Antonino Pio nel 138 e designato erede al trono, ebbe come precettore Frontone, che tentò d’insegnargli l’arte della retorica, ma il discepolo si mostrava più attratto dalla profondità del contenuto che dalla bellezza della forma. Nel 161 Marco Aurelio divenne imperatore, e attese al suo compito con dignità e umanità, cercando di mettere in pratica i principi che lui stesso si era posto. Le dure necessità dell’Impero lo costrinsero a stare in guerra per quasi tutta la durata del suo regno, combattendo in Oriente contro i Parti e sulla frontiera del Danubio contro Quadi e Marcomanni; su quest’ultimo fronte morì, nel 180 d.C. Cassio Dione ci tramanda che, sul punto di morte, l’imperatore disse al tribuno che gli chiedeva la parola d’ordine: "va’ verso l’aurora, io ormai sono al tramonto".
Di Marco Aurelio conserviamo un’opera in 12 libri, intitolata ta eis eauton (A se stesso) e contenente circa 470 pensieri o considerazioni, appuntati l’uno accanto all’altro senza una prestabilita sequenzialità e scritti la maggior parte durante le campagne militari. Questi pensieri riguardano l’uomo e non propriamente l’imperatore, così che da Marco Aurelio s’impara sempre, perché le sue riflessioni sono utili anche oggi. Più esattamente, nei Pensieri Marco Aurelio si comporta come se stesse parlando con la sua anima: il Marco Aurelio filosofo colloquia con il Marco Aurelio uomo, e noi siamo portati immediatamente ad indentificarci con quest’ultimo. Questo modo di procedere è affine a quello che adotta Seneca nelle Epistole morali, con la differenza che Seneca dice di conoscere già il cammino, mentre Marco Aurelio fa compiere il cammino al lettore camminando con lui. La vita è breve ed il tempo va speso migliorando se stesso e gli altri; Marco Aurelio non parla, come fece Seneca, di un sapiens, ma di un uomo virtuoso che spende il suo tempo facendo da esempio e aiutando gli altri. L’uomo deve donare liberamente e spontaneamente all’altro uomo, e lo deve fare di nascosto (riprende qui i precetti del De beneficiis di Seneca). E’ un atteggiamento più greco che romano.
Su 470 pensieri, ben 100 riguardano il pensiero della morte, che è innanzi tutto sentita come crewn (=necessità); tutto ciò che nasce deve poi morire. La vita è troppo breve, secondo Marco Aurelio ("il tempo dell’umana vita è un punto"), ma si può lo stesso viverla con onestà (è antesignano del Cristianesimo). L’uomo ha l’urgente ("il momento fatale incombe su di te; finché ti dura la vita, diventa buono") necessità di vivere sempre in maniera onesta (capovolgimento del Carpe diem di Orazio). Sarà logico, per Marco Aurelio, desiderare che la morte giunga il prima possibile nel momento della grande sofferenza. L’uomo deve vivere in linea con i dettami che lui stesso si è dato, nonostante i tanti mali e le difficoltà dell’esistenza; solo in questo modo l’uomo sarà realmente pago di se stesso. Il suicidio è ammesso solo nel caso in cui l’uomo, oggettivamente, sia impossibilitato ad esercitare la virtù. Il "poter", in questi casi, suicidarsi, equivale però a un "dover", in quanto costituisce la scelta migliore da fare. Similmente, la guerra non è un male solo se è fatta per legittima difesa. Marco Aurelio vuol fare del bene agli altri non imponendo la strada, ma è l’uomo che, con il suo stesso esempio, trascina gli altri; e quale esempio migliore di quello di un imperatore che ha toccato con mano le difficoltà della vita. Tornando al discorso della morte, Marco Aurelio ne dà tre definizioni:
- fusews ergon (= azione della natura). "Colui che è stato causa, in un primo momento, della tua composizione, è lo stesso che in questo istante è causa della dissoluzione. Tu, invece, non c’entri né per l’uno né per l’altro fatto". Lo stesso nascere è un cominciare a morire, e per questo dobbiamo prepararci fin dal giorno della nascita. La vita è un dono e non possiamo sprecarlo.
- fusews misterion (= mistero della natura). Non sappiamo con certezza dove vada a finire l’anima dopo la morte. Marco Aurelio, stoico, ondeggia tra la visione della metempsicosi e l’idea stoica dell’eterno ritorno.
- metabolh (= cambiamento di stato). La vita muore e dalla morte si passa ad una nuova vita; è un pensiero solo accennato, non organicamente concepito.
La conclusione di Marco Aurelio riguardo alla morte è questa: se ti sei comportato virtuosamente, non ne devi avere paura (la sua conclusione si avvicina, paradossalmente, a quella degli epicurei).
Per Marco Aurelio, l’uomo cerca di raggiungere il piacere, concepito in maniera diversa dal piacere epicureo. L’imperatore-filosofo distingue due diversi tipi di piacere:
- Piacere cinetico; piacere in movimento, misto a dolore.
- Piacere catastematico; piacere fisso, in riposo, vero piacere, distinto di piaceri naturali e necessari, piaceri non naturali ma necessari, piaceri non naturali né necessari.
L’uomo, cercando il piacere, lo troverà il qualcosa di tangibile, come, per esempio, la bellezza (piacere transeunte). Perché, per Marco Aurelio, aspirare a qualcosa di caduco? Su questo punto gli sono state mosse alcune obiezioni, in quanto sembra che l’imperatore-filosofo non riesca a concepire nessun concetto valido di per sé, come la bellezza, la gloria o la fama, che sono sempre e necessariamente relazionati agli altri uomini, e quindi piaceri effimeri.
Marco Aurelio esamina la vita degli uomini e rimane amareggiato nel vedere gli uomini come dei cagnolini che si mordono la coda gli uni gli altri. "Siamo nel mondo per reciproco aiuto; in conseguenza è contro natura ogni azione di reciproco contrasto"; questa è la comprensione e la solidarietà che propone Marco Aurelio. "Gli uomini sono nati l’un per l’altro; conseguenza: o li rendi migliori con l’insegnamento oppure sopportali". Questo perché ritiene che tutti gli altri uomini siano parte di noi, come noi siamo parte del tutto, come l’ape lo è dello sciame; di conseguenza "una cosa che non arreca utilità allo sciame non ne arreca all’ape". E su questi precetti Marco Aurelio impostò la sua vita da imperatore del più grande impero che la storia avesse mai conosciuto.
Fine articolo
Euripide
VITA DELL’AUTORE
Secondo la leggenda Euripide sarebbe nato nel giorno della battaglia di Salamina, nel 480 a.C., ma probabilmente la nascita del tragediografo è da collocarsi nel 485/484, sebbene alcuni considerino dubbia anche questa data per il sincronismo con la prima vittoria tragica di Eschilo. Per quanto ci sia pervenuta una Vita anonima e la biografia del peripatetico Satiro, gli aneddoti e le dicerie formulate dai suoi avversari hanno contribuito all’incertezza generale riguardo alla sua vita; i suoi genitori, Mnesarco e Clito, agiati proprietari terrieri, furono fatti passare ad esempio per un bottegaio e un’ortolana ed anche la sua vita privata non fu risparmiata: stando alle voci maligne avrebbe sposato Melito e poi Cherine ma entrambi i matrimoni non furono felici. Ricevette un’ottima istruzione dedicandosi anche alla pittura. Ebbe a quanto pare rapporti con i sofisti e con Socrate e secondo la tradizione fu discepolo di Anassagora, Prodico e Protagora. Partecipò per la prima volta a un agwn tragico nel 455 ma ottenne solo il coro. La sua prima vittoria risale, secondo il Marmor Parium, al 441 ed a questa se ne aggiunsero solamente tre, o quattro, se si accetta quella, tramandata da alcune fonti, riportata dal figlio, dopo la sua morte, con la rappresentazione dell’Ifigenia in Aulide, dell’Alcmeone a Corinto e delle Baccanti. Dunque si percepisce una notevole ostilità del pubblico nei confronti di Euripide, dovuta, pare, all’accusa di empietà mossagli da Cleone.
Nel 408, dopo aver fatto rappresentare l’Oreste ad Atene, si recò a Pella, in Macedonia, su invito del re Archelao, che amava avere alla sua corte alti ingegni del calibro del tragico Agatone e del ditirambografo Timoteo. Lì morì nel 406 in circostanze non chiare e avvolte dalla leggenda: secondo alcuni sarebbe stato sbranato da dei cani Molossi come punizione per la sua irreligiosità e empietà, delle quali si credeva di trovare numerose e palesi prove nelle sue tragedie.
Di queste ce ne rimangono diciotto: Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Eraclidi (427), Eracle, Andromaca, Ecuba (ca. 420), Supplici (ca. 421), Troiane (ca. 415), Elettra (413), Elena, Ione (412), Fenicie, Ifigenia Taurica, Oreste (408), Ifigenia in Aulide, Baccanti (rappresentate postume nel 405), Reso, della cui autenticità si dubita. Possediamo anche numerosi frammenti delle tragedie perdute e un dramma satiresco, il Ciclope. Inoltre è stato da molti attribuito ad Euripide un epinicio che celebrava la vittoria olimpica di Alcibiade e un carme sepolcrale per gli Ateniesi caduti in Sicilia.
ARGOMENTO
Troia è presa ma Posidone e Atena annunciano severe punizione per i Greci, macchiatisi di ubriV. Il coro delle prigioniere troiane è afflitto per le sciagure e prevede i mali che verranno e la pesante schiavitù. Entra il messo che assegna Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Ulisse.
Cassandra, invasata, predice la morte dell’Atride, mentre Astianatte viene turpemente ucciso dai soldati. Segue uno scontro verbale tra Ecuba ed Elena, accusata di essere la causa di tutti i mali di Troia. Alla fine giunge il segnale di partenza, Troia arde e le prigioniere vengono condotte via sulle note dell’ennesimo lamento.
RIASSUNTO
Prologo
Sullo sfondo di alcune tende dell’accampamento greco davanti alle quali v’è Ecuba stesa per terra, arriva Poseidone che si duole della distruzione di Troia, sua città favorita, e che descrive lo stato di desolazione in cui versa l’alta rocca di Priamo e la sofferenza dei Troiani, abbandonati dagli stessi dei. Ed ecco che giunge Pallade Atena la quale, dopo aver aiutato gli Achei in guerra, ora, in seguito all’oltraggio da lei subito quando Aiace trascinò via con la forza Cassandra dal suo tempio, in cui ella si era rifugiata, portando via anche il suo simulacro, vuole con l’aiuto del dio del mare infliggere ai Greci un amaro ritorno. Dopo l’uscita di scena delle due divinità, Ecuba con un discorso ricco di paqos esprime il suo dolore per la rovina della città e per la perdita dei figli e dello sposo, maledicendo il giorno in cui approdarono sulle rive della Troade le navi achee.
Parodo
Da una tenda entra in scena il coro che viene informato da Ecuba del sorteggio prossimo. C’è quindi uno scambio di battute lamentevoli sull’incerto futuro e poi v’è il canto corale in cui le donne di Troia passano malinconicamente in rassegna alcuni luoghi in cui potrebbero giungere come serve o concubine degli Achei eleggendo a destinazione migliore Atene.
I Episodio
Arriva correndo Taltibio, araldo dei Greci, che comunica alle donne il sorteggio avvenuto: Cassandra è stata assegnata ad Agamennone, Andromaca a Neottòlemo, Ecuba ad Odisseo mentre Polissena è stata sacrificata sulla tomba di Achille ma la madre non capisce quest’ultima notizia. Segue una reazione violenta di Ecuba che non accetta di buon grado di diventare la serva di Ulisse, uomo abominevole e dalla duplice lingua. Ed ecco che giunge Cassandra invasata la quale canta un inno ad Imeneo signore in onore delle sue nozze con Agamennone. Profetizza poi l’exitium della casa di Atreo e sottolinea l’assurdità di questa guerra che per una sola donna, Elena, molte vite di eroi nell’Ade gettò e indusse il comandante a sacrificare ciò che di più caro avesse, la figlia Ifigenia. Tesse invece un elogio dei Troiani i quali combatterono e morirono in difesa della patria. Infine saluta la madre dicendo che morirà a Troia e non seguirà Odisseo il quale a sua volta dovrà affrontare innumerevoli pericoli prima di giungere a Itaca. Cassandra dunque esce di scena ed Ecuba, regina di un grande popolo e madre di cento figli eccellenti, piange la sua situazione attuale.
I Stasimo
Il coro rimembra l’inganno del cavallo ligneo, causa della caduta di Troia e ricorda con precisione e con tinte patetiche quella notte infernale in cui ciò che avevano ritenuto un dono divino si rivelò essere una macchina “inspectura domos venturaque desuper urbi”(Verg. Aeneidos, II, 47).
II Episodio
Andromaca entra in scena con il piccolo Astianatte e inizia un dialogo assai lamentoso con Ecuba, ognuna piangendo le proprie sventure; la prima quindi invoca l’aiuto di Ettore pathr, potnia, mhthr, kasignhtoV, qaleroV, parakoithV, la seconda invece chiede di morire. Andromaca compatisce quindi il dolore di Ecuba che apprende in quel momento da lei la morte della figlia Polissena ma sostiene che costei ebbe sicuramente un destino migliore del suo; Ecuba, contraddicendo ciò che aveva testé detto, a questa affermazione risponde che il vivere è sempre meglio del morire perché almeno vi sono speranze. Andromaca a sua volta ribatte che lei, dopo aver raggiunto la felicità con il matrimonio, lo sposo ed il figlio, è ora completamente disgraziata essendo Ettore morto e lei soggiogata ai Danai. E mentre Ecuba cerca di rinfrancarla esortandola a coltivare speranza per il figlio, giunge Taltibio portando il terribile ordine di precipitare giù dalle rocche di Troia Astianatte perché - così hanno deciso gli Achei- non si può lasciar crescere il figlio di un guerriero così valoroso. Si colloca qui una delle scene più belle e commoventi delle letteratura greca: l’allocuzione di Andromaca al figlio nell’atto di salutarlo per l’ultima volta. L’episodio si conclude con l’uscita di scena di tutti i personaggi tranne Ecuba la quale recita un breve monologo di impotenza di fronte alla morte del nipote e, più in generale, alla rovina della città.
II Stasimo
Il coro racconta la più antica distruzione di Troia ad opera di Eracle e Telamone e poi quella più recente dei Greci. Lo stasimo si conclude poi con l’invocazione ad Eros; un tempo infatti gli dei amavano Ilio, ora invece non più e per questo hanno permesso che essa perisse.
III Episodio
Il III episodio è caratterizzato dall’agwn logwn tra Ecuba ed Elena; giunge infatti Menelao con l’intenzione di portare via Elena per ucciderla ed Ecuba gli raccomanda di non rivederla per paura che egli possa recedere, in virtù della bellezza della donna, dalla sua intenzione; ma ecco che entra in scena la figlia di Tindareo che inizia la sua lunga autodifesa: afferma in primo luogo che l’origine di tutti i mali è Ecuba, generatrice di Paride, in secondo luogo che le sue nozze con Paride furono stabilite da Afrodite Cipride e che lei fu condotta via da Sparta con la forza e infine che dopo la morte di Paride ella tentò di andare al campo acheo per porre fine alla guerra ma Deifobo la trattenne con la violenza come sua moglie; Elena conclude pertanto che non è lei la causa delle sventure e che, qualora morisse, morirebbe ingiustamente. Ecuba, sostenuta dal coro ribatte con un discorso attrettanto ben formulato: costei non crede che le dee abbiano partecipato a una “gara di bellezza” e stabilito il suo amore con Paride; pensa piuttosto che lei sia stata folgorata dalla bellezza di Paride e abbia voluto scappare con lui anche perché la allettava molto la prospettiva di vivere nel lusso frigio; conclude quindi esortando Menelao a ucciderla in nome delle migliaia di vite gettate nell’Ade per causa sua. Il Pelopide dunque condivide l’opinione di Ecuba per cui Elena fuggì da Sparta volontariamente (ekousiws) e decide quindi di portare Elena ad Argo dove verrà uccisa.
III Stasimo
Il coro accusa Zeus per aver permesso la distruzione della città e poi esamina il risvolto di sofferenza che questo comporta riproducendo il pianto di un bimbo che viene separato dalla madre; infine scaglia una maledizione nei confronti di Menelao auspicando un naufragio durante il viaggio di ritorno e si augura la morte di Elena.
Esodo
Entra in scena Taltibio con lo scudo di Ettore su cui giace il cadavere del piccolo Astianatte; l’araldo dice quindi che fu Andromaca a volere che Il figlio venisse curato dalla nonna e seppellito sullo scudo di Ettore. Inizia qui il patetico e appassionato discorso di Ecuba che consiste in un susseguirsi di allocuzioni alle parti straziate del corpo di Astianatte e poi allo scudo del figlio in cui vede le sue tracce; Ecuba termina poi invitando gli uomini a non ritenersi felici in quanto la fortuna è come un uomo capriccioso che saltella di qua e di là. Si procede dunque tra i lamenti del coro e di Ecuba alla cura delle ferite del piccolo e al suo ornamento; il cadavere viene poi portato via. Arriva in seguito Taltibio che ingiunge alle donne Troiane di recarsi alle navi achee e ai soldati di appiccare il fuoco alla città. Dopo un folle tentativo, subito stroncato dai militi, di gettarsi nel rogo, Ecuba si dirige insieme al coro verso il campo greco e la tragedia si conclude con un loro canto lirico di commiserazione e di finale presa di coscienza della rovina di Troia e della loro situazione; il coro dunque esce di scena e così fa anche Ecuba per la prima e unica volta durante tutta l’opera.
LA SAGA TROIANA
L’Iliade e l’Odissea rappresentano solo una porzione di quella antichissima tradizione mitica che ruota attorno alla guerra di Troia; difatti sulla base di un verosimile evento storico – una spedizione di Greci continentali contro Troia, potente città dell’Asia Minore, situata in una posizione assai strategica da cui dominava l’Ellesponto – si è sviluppata una serie di vicende mitiche, tramandate in canti epici e delineate, circa nell’VIII secolo a.C., nelle loro linee essenziali.
Gli antefatti, ovvero le cause della guerra, erano narrate nelle Ciprie o Canti Ciprî ( Kupria eph ), attribuite a Stasino, ad Egesia ed anche ad Egesino. Questa opera, per il cui titolo non sono state ancora formulate tesi soddisfacenti, esponeva in undici libri gli avvenimenti precedenti all’Iliade.
Si diceva infatti che Zeus scatenò la guerra di Troia per far diminuire il numero degli uomini sulla terra, cresciuto negli ultimi tempi in maniera esagerata. Elena e Paride sarebbero dunque stati soltanto gli innocenti strumenti del suo progetto. Elena è la figlia di Zeus o Tindaro e di Leda, sorella dei Dioscuri; sposò in seguito Menelao, fratello di Agamennone e re di Sparta, a cui diede una figlia: Ermione. Paride, invece, è il figlio di Priamo ed Ecuba, la coppia reale troiana; prima della sua nascita, la madre sognò che avrebbe messo al mondo un tizzone ardente, futuro pericolo per Troia; il piccolo fu dunque esposto sul monte Ida, ma fu durante il banchetto delle nozze tra la Nereide Teti e il mortale Peleo, nel giardino delle Esperidi, Eris, la dea della discordia, non essendo stata invitata, lanciò sulla tavola un pomo d’oro che recava la scritta “alla più bella”. Era, Afrodite e Atena, che ritenevano di meritare tutte e tre il riconoscimento, contesero e scelsero come giudice un mortale, Paride. A costui, per ottenere il pomo, Era promise potenza e ricchezza, Atena saggezza e Afrodite la donna più bella del mondo. Paride dunque prescelse quest’ultima, attirandosi l’odio delle altre due dee, che si vendicarono in seguito su tutti i Troiani. Afrodite quindi condusse Paride a Sparta, dove fu ospite del re Menelao e donde fuggì con Elena, sposa del sovrano, che ricambiava il suo amore per intervento della dea. A nulla servì l’ambasceria guidata da Menelao e Odisseo, presso la corte troiana, ove era stata condotta Elena, al fine di riavere la donna. Menelao, dunque, e il fratello Agamennone, signore di Micene, prepararono una spedizione per punire coloro i quali avevano violato valori im portantissimi all’epoca: l’ospitalità e il sacro vincolo del matrimonio.
Le numerose navi e i soldati, anche di molti alleati, si riunirono nel porto di Aulide ma ivi ne fu impedita la partenza per le avverse condizioni meteorologiche, derivate ad ogni modo dall’offesa che Agamennone aveva recato ad Artemide, uccidendo una cerva a lei sacra; l’indovino Calcante vaticinò che l’ira della dea sarebbe stata placata solo mediante il sacrificio della figlia di Agamennone, Ifigenia. Da qui ha origine quella lunga tradizione che riguarda in qualche maniera il mito di Ifigenia, il cui sacrificio è stato ritenuto da moltissimi exemplum di empietà. Ricordiamo ad esempio Euripide con l’Ifigenia in Tauride e l’Ifigenia in Aulide e Lucrezio con il racconto del sacrificio nel primo libro del De rerum natura ma anche i drammaturghi francesi del Seicento come Rotrou e Racine, e ancora Pindemonte, Carli e Goethe, per limitarci qui alla letteratura. Ifigenia fu dunque immolata “exitus ut classi felix faustusque daretur” ( Lucr., De rerum natura, I, v.100 ), sebbene un’altra tradizione parli, già nelle Ciprie, di una sostituzione in extremis della fanciulla, da parte della stessa Artemide, con una cerva, e i Danai giunsero in Troade, dove inizia la lunga guerra.
Al decimo anno di questo conflitto si apre il racconto dell’Iliade: nell’accampamento greco scoppiò una lite tra Agamennone, il comandante della spedizione, e Achille, il più valoroso tra i Greci, in seguito alla quale quest’ultimo si ritirò dalla battaglia. Allora Zeus, su preghiera di Teti, madre di Achille, favorì i Troiani. Dopo una serie di sconfitte subite dai Greci, Patroclo si recò dall’amico Achille, implorandolo di rientrare in guerra, dal momento che i Danai erano in una non florida situazione, e quegli, pur non accettando, gli diede tuttavia le sue armi. Patroclo pertanto seminò terrore nel campo ma fu ucciso da Ettore, il più forte tra i Troiani. Achille allora, per vendicare il caro amico, scese in campo, terribile, e poi uccise Ettore, straziandone il corpo. Il poema si conclude con la restituzione del corpo di Ettore, da parte del Pelide, al padre Priamo, re di Troia, e con i riti funebri in onore dell’eroe troiano.
Un altro poema, l’Etiopide, in cinque libri, attribuita ad Arctino di Mileto narrava le vicende successive; infatti con la morte di Ettore non si concluse affatto la guerra, bensì vennero in aiuto dei Troiani due potenti guerrieri: Pentesilea, l’Amazzone figlia di Ares, e Memnone, figlio di Eos. Achille uccise in duello la prima e si apprestò a sfidare anche il secondo, sebbene Eos supplicasse Zeus di salvare il figlio e Teti tentasse di rimandare il duello, sapendo che dopo aver ucciso Memnone anche Achille sarebbe caduto. E così fu: Memnone fu ucciso dal Pelide e questi morì poco dopo per mano di Paride e Apollo; le armi di Achille furono messe in palio dalla madre e se le contesero Aiace Telamonio e Odisseo.
La continuazione della contesa per le armi, che si concluse con la vincita di Odisseo e con il suicidio di Aiace, era narrata nella Piccola Iliade, in quattro libri, attribuita a Lesche, che descriveva anche l’arrivo del figlio del Pelide, Pirro Neottòlemo, a cui vennero restituite le armi paterne, e la morte di Paride per mano di Filottete, un greco che era stato abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno, perché punto da un serpente velenoso. Inoltre si raccontavano ivi l’impresa compiuta da Odisseo e Diomede, i quali privarono Troia della statua di Pallade Atena, che rendeva la città inespugnabile, e i preparativi per la costruzione del celebre cavallo di legno.
Seguiva dunque la Distruzione di Ilio ( Iliou persiV ), in due libri, attribuita ad Arctino. Qui venivano riportate le discussioni dei Troiani circa il cavallo, la morte di Laocoonte, l’inganno con cui Sinone persuase i Teucri a introdurre il cavallo nella città, la festa notturna e l’incursione dei Greci a Troia con conseguente distruzione della città, che era accompaganta dalla descrizione della morte di Priamo e Astianatte, del sacrificio di Polissena e della disperata situazione di tutti i cittadini, che è dunque quella ritratta nelle Troiane.
I Nostoi, infine, in cinque libri, attribuiti ad Omero ma anche ad Agia di Trezene, raccontavano il ritorno in patria degli eroi più importanti: Diomede, Agamennone, Nestore, Menelao e Neottòlemo. Il ritorno di Odisseo era narrato dall’Odissea, appartenente anch’essa al ciclo dei Nostoi. La continuazione dell’Odissea è rappresentato dalla Telegonia, attribuita ad Eugammon di Cirene. Ivi si riferiva che, dopo le esequie dei Proci, Odisseo intraprese un nuovo viaggio in Tesprozia, dove sposò la regina della regione, Callidice. Tornato, dopo un combattimento con i Brigi, a Itaca, fu ucciso da Telegono, il figlio che egli aveva generato con Circe e che, venuto nell’isola per cercare il padre, l’aveva ucciso senza riconoscerlo. Il poema aveva termine con l’incontro di Telemaco e Penelope con Circe, che li rese immortali, e con il matrimonio di Telemaco e Circe e di Telegono e Penelope.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Andromaca
E’ la figlia del re di Tebe in Cilicia, Eezione, e la moglie di Ettore. La incontriamo per la prima volta nell’Iliade, dove la sua figura è stata messa in relazione dagli studiosi con quella di Elena. Come questa, infatti, Andromaca è una donna che “passa le acque” ( giungendo da Tebe a Troia, e poi lasciando l’Asia per l’Epiro, dove è condotta come schiava di Neottòlemo ) e come Elena, Andromaca arriva a Troia con molti tesori. Molti specialisti, riconoscendo nel tema del “passaggio delle acque” e nei tesori femminili, elementi inferi e iniziatici preludenti a rituali pre-nuziali, hanno individuato in Andromaca, come in Elena, una figura divina preposta a istituzioni matrimoniali molto antiche, sopravvissute soltanto indirettamente nella poesia omerica.
Andromaca compare significativamente nell’Iliade solo in pochi episodi: quello dell’incontro con Ettore, nel libro VI, e durante le esequie del marito, nel libro XXIV, mentre nelle Troiane si racconta appunto la sua assegnazione a Neottòlemo e l’uccisione straziante del figlioletto Astianatte. Andromaca è anche eponima di un'altra tragedia di Euripide e di una di Ennio ( Andromachae aechmalotis ) ed è presente anche nell’Eneide virgiliana.
Il mito di Andromaca ricompare in età moderna nella tragedia di Jean Racine, Andromaque ( 1667 ), e verrà poi ripreso da altri, come il russo Pavel Katenin, autore della tragedia Andromaca.
Ecuba
Moglie di Priamo, re di Troia, e madre di molti dei suoi figli, il suo nome è probabilmente un appellativo frigio di Ecate, cui si ricollega per il suo destino oltre la morte. Euripide, infatti, nell’Ecuba ricorda la tradizione mitica secondo cui la donna, nel momento della morte, si sarebbe trasformata in una cagna fantasma dagli occhi di fuoco, animale sacro ad Ecate, e si sarebbe buttata in mare, divenendo simile alla cagna marina Scilla.
Nell’Iliade Ecuba compare in due episodi che celebrano gli affetti familiari: nel libro VI infatti, offre del vino ad Ettore e lo esorta a riposarsi, mentre nel libro XXIV, piange il figlio insieme alle altre donne di Troia.
Euripide tratta le vicende di Ecuba nel dramma omonimo e appunto nelle Troiane, ove è la voce collettiva della tragedia umana delle donne troiane, assegnate agli eroi vincitori, personificazione del dolore delle prigioniere.
Il personaggio viene ripreso da Ennio e Accio che le intitolano due tragedie, ma anche da Seneca, il quale le affiderà il ruolo di protagonista nelle Troades. Numerose, infine, sono le riprese moderne, tra cui segnaliamo: Hécube di Jean Bochetel; Ecuba triste di Pérez de Oliva; Ecuba di Ludovico Dolce, tutte del Cinquecento. Da notare inoltre il ruolo della donna nel dramma Die Troerinnen di Franz Werfel ( 1914 ), in cui Ecuba dà voce al dolore di tutte le donne che piangono i loro figli morti in guerra.
Cassandra
Figlia di Priamo, compare pochissimo nell’Iliade; nel poema infatti si accenna alla sua giovinezza e alla sua verginità ma appare direttamente solo nel libro XXIV, quando annuncia al popolo il re. Nell’Odissea si dice che è stata assegnata ad Agamennone e che, arrivata ad Argo, è stata uccisa da Clitemnestra. La figura di Cassandra ha avuto tuttavia in seguito un grande sviluppo: in Pindaro appare come profetessa, mentre Eschilo nell’Agamennone racconta il mito formatosi attorno a lei: Apollo, innamorato di lei, le diede il dono della profezia, in cambio però del suo amore; ma la donna venne meno alla parola data e disdegnò l’amore del Dio, che, per punizione, decretò che niuno avrebbe creduto ai suoi vaticinî. Ella dunque predisse le sventure di Troia ma nessuno le credette, tanto che fu rinchiusa in una torre dove piangeva in solitudine le prossime disgrazie della patria; da ciò Cassandra è diventata simbolo di profeti di sventure e inascoltati. Nell’Eneide si oppone fermamente e vanamente all’introduzione nella città, del cavallo ligneo; presa Troia, ella si rifugiò nel tempio di Atena ove Aiace, figlio di Oileo, profanando il luogo sacro, la violentò e la fece prigioniera. Ancora nell’Agamennone, si racconta di come, divenuta schiava e concubina di Agamennone, giunse ad Argo e qui accennò alle sventure future degli Atridi e predisse l’uccisione sua e di Agamennone, per mano di Clitemnestra, profezia presente giustappunto anche nelle Troiane. Il poeta alessandrino Licofrone nell’Alessandra (il nome Alessandra equivale a Cassandra a causa della contaminazione che Licofrone opera tra la donna troiana e una divinità spartana) riporta le profezie di Cassandra che coprono un arco di tempo che va dalla guerra di Troia ad Alessandro Magno. Tra le rielaborazioni moderne ricordiamo il poema drammatico Cassandra della poetessa ucraina Lesja Ukrainka (1871-1913).
Elena
Figlia di Zeus o Tindaro, re di Sparta e di Leda, moglie di Tindaro, e sorella dei Dioscuri e di Clitemnestra. Molti studiosi hanno collegato la figura di Elena ad una divinità, rapita negli inferi e poi riconquistata ai regni sotterranei, che rappresentò il nucleo dei primi riti misterici greci e soprattutto di quelli eleusini in seno ai quali prese il nome di Core. Di Elena infatti si narra che sia stata rapita e riconquistata più volte: la prima volta sarebbe stata rapita da Teseo che, con l’aiuto di Piritoo, la condusse nella fortezza di Afidna donde la liberarono i fratelli Castore e Polluce. Il secondo rapimento, notissimo, è invece quello operato da Paride e di cui abbiamo altrove parlato in abbondanza. Diamo qui però una versione alternativa del famoso ratto di Elena: nel viaggio da Sparta a Troia, la nave in cui viaggiavano Paride e Elena, sarebbe naufragata in Egitto, dove il re, Proteo, trattenne Elena con la forza; a Troia sarebbe stato mandato dunque solamente un fantasma, un doppio della donna, inviato da Zeus ed Elena sarebbe rimasta in Egitto ad attendere che Menelao, tornato da Troia, giungesse a liberarla. Questa versione del mito è riportata da Stescoro e da Euripide nell’Elena. L’Egitto avrebbe qui la chiara funzione simbolica di regno infero, che cattura e segrega Elena. Ad ogni modo da Troia, o dall’Egitto, Menelao ricondusse Elena a Sparta, donde, secondo una particolare versione, fu cacciata dai figli di Menelao; si rifugiò dunque a Rodi, dove però fu impiccata dalle isolane. Gli studiosi hanno infatti riscontrato la presenza a Rodi di un antico culto di Elena come dea impiccata e la impiccagione è collegabile ad alcuni riti di fertilità agraria. Infine le dottrine pitagoriche assimilarono la figura di Elena ad una divinità lunare, donde l’etimologia suggerita da alcuni, selenh - Elenh.
Analizziamo di seguito la figura di Elena, riguardo al problema della colpa, ovvero se è innocente o colpevole, ed anche come appare in altri luoghi della letteratura greca.
Elena e il problema della colpa
Elena risulta essere uno dei personaggi più complessi della letteratura greca, soprattutto per le diverse interpretazioni cui ha dato luogo attraverso i secoli. Non c'è forse altro personaggio che al pari di Elena abbia attirato l'interesse e l'attenzione di tanti autori appartenenti ad epoche ed anche a generi letterari fra loro totalmente differenti. Ciò non deve stupire: anche se ella non ha un’azione sua vera e propria nelle storie che la riguardano, è a tutti gli effetti protagonista della vicenda mitica, in quanto responsabile, ovviamente insieme a Paride, di una serie di avvenimenti di enorme rilievo, che la vedono poi apparentemente estranea ai loro ulteriori sviluppi. Per queste sue caratteristiche gli autori hanno fatto di Elena l’emblema fondamentale di un problema che permea tutta la cultura greca: il problema della colpa. In sostanza, malgrado le differenti interpretazioni cui è andato soggetto il personaggio, vediamo rappresentato in Elena un tipo di colpa quasi esattamente all’opposto della colpa tragica: se ciò che caratterizza quest’ultima è la sua natura involontaria o addirittura imposta dalla volontà divina, e, malgrado ciò, imperdonabile, nella figura di Elena è possibile riconoscere l' espressione di una colpa di segno opposto, una colpa volontaria e tuttavia suscettibile di trovare delle attenuanti, delle giustificazioni.
Quello della colpa è un tema di riflessione perennemente al centro dell’attenzione dell’uomo: se pensiamo a come ancora oggi si cerca di risolvere il problema di atti devianti di tipo criminale attribuendone la colpa ora all’ambiente sociale, ora al contesto familiare, o comunque a fattori condizionanti non individuabili nella volontà del singolo, o al contrario a come si riconduca a questo unico elemento della volontarietà la responsabilità del delitto, possiamo facilmente capire la centralità in tutte le epoche di un simile argomento di riflessione, e ancor più nel mondo greco, che a questo tema fu particolarmente sensibile.
Nel personaggio di Elena vediamo fin dall’inizio in atto lo scontro fra le due opposte posizioni, la volontarietà e la involontarietà della colpa, e la difficoltà di comprensione che tale dualismo pone.
Elena nell’Iliade
Già dall' Iliade, anche se Elena figura in pochi momenti della vicenda, traspare il dramma di cui si sostanziano il personaggio e la meditazione dell’autore: da un lato Elena viene presentata come l' "adultera", e lei stessa, nel VI libro, nell’incontro con il cognato Ettore, riconoscendosi colpevole, si definisce "cagna agghiacciante" (VI, 344 ss.). Questo naturalmente mette in luce la volontarietà della sua colpa, e la consapevolezza della propria responsabilità. Dall'altro lato tuttavia ella conclude il suo discorso con Ettore sottolineando la necessità di tutti i fatti accaduti, perché "gli uomini futuri, i posteri, li possano cantare" (VI, 357-358). Apparentemente incongruenti, le sue affermazioni ribadiscono il concetto secondo cui in tutti gli eventi, anche in quelli volontari, è insita allo stesso tempo una necessità, data dal fato, dalla divinità, dalla ragione stessa delle cose, che travalica le volontà individuali, e che si impone agli avvenimenti. Per cogliere questa coesistenza, le parole di Elena nel VI libro dell’Iliade sono importantissime.
Tuttavia, non è solo questo l’episodio del poema in cui Elena compare. Altri momenti sono non meno importanti, non solo dal punto di vista dell'indagine sul problema della responsabilità, ma anche dal punto di vista del lato umano del personaggio: Omero già indaga non solo le ragioni di una colpa, ma anche il riflesso di questa colpa sulla psiche dell’individuo e sulla sua esistenza. In tutti i passi in cui compare nell’Iliade, Elena figura sempre come la straniera, l' intrusa, l' odiata: nel suo personaggio si sostanzia l' odio di Achei e Troiani, per i quali è stata causa di guerra e di sciagure. Per questa ragione, ella deve essere in qualche modo isolata, e nella sua sola figura si concentra l’ostilità di tutti. Proprio Elena a più riprese mette in risalto questa sua solitudine. Nel libro XXIV (760 ss.), nel compianto sul cadavere di Ettore, ella sottolinea il proprio isolamento e l' emarginazione a cui si sente condannata, con l’eccezione del cognato: l' unica persona che, dice, le abbia rivolto parole cortesi. Ma anche la figura di Priamo rivela nei confronti di Elena un atteggiamento di particolare comprensione, che giunge a meglio definire il significato di tale personaggio femminile e del simbolo in lei contenuto. Nel canto III (154 ss.) si descrive l' incontro che avviene tra Elena e Priamo sulle mura di Troia: entrambi si apprestano ad assistere al duello tra Paride e Menelao, che dovrebbe decidere definitivamente la guerra. In realtà questo duello non avrà luogo, perché quasi subito Paride verrà prelevato dal campo di battaglia da Afrodite, e messo in salvo entro le mura della città; ma l’attesa circa il suo esito è ovviamente grande da entrambe le parti. Sulle mura è presente anche Priamo, il vecchio re, insieme agli altri anziani della città. Ai vv. 161 ss., Priamo chiama Elena presso di sé, con queste importanti parole: "Per me, tu non hai nessuna colpa, gli dèi sono colpevoli, che mi hanno attizzato la dolorosa guerra degli Achei". Tali parole segnalano da un lato la posizione di Priamo, simile a quella di Ettore, che dimostra affetto e comprensione per la donna da tutti ritenuta colpevole; ma d'altro canto mettono in luce anche una visione etica e religiosa ben precisa, ossia che anche i gesti apparentemente volontari dell'uomo sono in realtà determinati dalla potenza divina. Ma prima ancora di questa affermazione di Priamo, assai significative si rivelano le parole che Omero attribuisce al 'coro' dei vecchi nel suo insieme, ai vv. 156 ss. Nel vedere Elena che si avvicina, essi infatti si dicono l'un l'altro: "Non è certo un biasimo, se per questa donna Troiani e Achei sopportano infiniti dolori: terribilmente somiglia nell'aspetto alle dee immortali. Ma tuttavia, pur essendo così bella, è meglio che ritorni alle navi dei Greci, perché a noi e ai nostri figli non resti sventura in futuro". Anche in questo caso, l'accettazione della colpa trova ragioni non solo umane, ma più ampie, aperte all'indagine delle leggi stesse della realtà. Come nel VI libro Elena darà una ragione della sua colpa nel poter essere cantata dai posteri -una giustificazione 'estetica' del dolore, che può dar vita alla poesia-, così i vecchi troiani trovano una ragione essenziale ed universale del medesimo problema: la bellezza di Elena è divina, e come tale deve essere accettata insieme a tutte le conseguenze che da tale eccezionalità derivano. Un dono degli dèi non può essere rifiutato - questo è un tema che percorre tutti i significati etici dei poemi omerici: e l'azione del divino sull'umano giustifica gli accadimenti dolorosi originati dal suo manifestarsi nella bellezza di Elena.
Del resto l'eccezionalità divina della bellezza di Elena, insieme alla sua solitudine, al suo isolamento all'interno della società, sono gli elementi che permettono di cogliere nella sua figura una particolare risonanza col personaggio di Achille, un parallelismo di esistenze e figure che verrà sottolineato anche da più tarde versioni del mito. Anche Achille rappresenta l'eroe divino e come tale diverso: quindi isolato. Come Elena, è condannato a subire la propria eccezionalità come solitudine, e dopo la morte di Patroclo ogni possibilità di comunicazione gli è preclusa. Come per Elena, anche per Achille è la sua eccezionalità a condizionarne - dolorosamente e inevitabilmente - le scelte. Il dramma del suo destino e la fatalità di una morte improcrastinabile emergono dalle parole del colloquio con la madre Teti nel primo canto. Eccezionalità è diversità, e dunque il dolore di partecipare di un'esistenza segnata, sì, dall'eccellenza, ma quasi come necessità imposta dall'alto, che non ripaga il dover rinunciare alla vita. Achille chiarisce l'orrore della sua scelta - il divino eroismo, la superiorità assoluta in cambio di una vita brevissima e drammatica - nel famoso passo del canto XI dell'Odissea, la nekyia, quando, ai vv. 487 ss. l'ombra dell'eroe così risponde a Odisseo, che onora in lui il più grande anche fra i morti: "Non lodarmi la morte. Vorrei essere bifolco, servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza, piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte". Qui Achille, segnala ancora una volta come l'eccezionalità altro non sia che dolore e morte, e quanto sarebbe stata preferibile una vita banale, ma lunga e serena : è un altro dei fili che collegano Achille ad Elena, questo rimpianto di una vita 'normale'. Tutte queste consonanze fra i due personaggi trovano sviluppo nella vicenda mitica che unisce Elena e Achille dopo la loro morte. Si tratta forse di una vicenda parallela non ignota allo stesso Omero, come sembrano rivelare alcune allusioni, ma che certo diventa più popolare in epoche successive. Secondo tale versione del mito, dopo la morte Elena e Achille si sposano e, ormai assurti alla gloria divina, trasmigrano nell' Isola Bianca, dove vivranno in una dimensione di definitiva separazione dal mondo. Qui, in un luogo che ancora una volta segna la loro differenza da tutto il genere umano, le loro due solitudini si incontrano e finalmente si compensano. La loro diversità terrena è così ricambiata dalla beatitudine della condizione di divinità.
La figura di Elena nell’Iliade ha ancora un momento molto significativo che deve essere considerato prima di passare a vederne i successivi sviluppi: si tratta del famoso incontro d’amore tra Elena e Paride voluto da Afrodite, che chiude il terzo canto. Qui, ai vv. 383 ss., si svolge uno dei dialoghi più significativi tra mortali ed eterni. Afrodite, dopo aver assunto le sembianze di un' anziana nutrice, si reca da Elena che ancora si intrattiene sulle mura di Troia, e le ingiunge di recarsi nel talamo in cui la dea ha condotto Paride dopo averlo salvato dal duello contro Menelao; ma Elena riconosce, pur sotto le sembianze umane, la divinità che ha determinato tutta la sua vita e si scaglia con parole durissime contro la volontà divina: Elena si oppone alle richieste della dea, e addirittura la insulta come responsabile di tutte le sue sventure, rifiuta obbedienza al suo ordine e le chiede di essere sciolta dal vincolo dell’amore che come un’ossessione ha distrutto tutta la sua vita. Naturalmente una simile ribellione non sortisce alcun effetto: immediatamente la dea ristabilisce le distanze con la donna mortale, ribadendo la necessità che ella si pieghi alla forza dell’amore. Così, Elena è costretta a sottomettersi alla potenza del nume, ma nello scontro verbale ha l’occasione di porre in luce la responsabilità di Afrodite, allontanando da sé la colpa e attribuendo alla dea la causa della propria rovinosa esistenza.
Da questo si può vedere come il problema della colpa nell’Iliade non sia in realtà risolto: accanto a passi in cui il personaggio di Elena si presenta come colpevole di un errore volontario, come adultera che tale ha scelto di essere, ne abbiamo altri in cui tutta la responsabilità della colpa da lei commessa viene scaricata sulla divinità che ha voluto così: questo è indice forse di una posizione mitica del personaggio non compiutamente risolta, ma più probabilmente della coesistenza in esso della duplicità di interpretazione della colpa, che appare allo stesso tempo all’autore volontaria ed involontaria.
L’Odissea, la variante stesicorea del mito e Saffo
Nell'Odissea il personaggio di Elena appare completamente diverso: tutto questo viene superato. La troviamo in momenti non particolarmente importanti, nei libri IV e XV, quando Telemaco si reca alla corte di Menelao. Qui Elena compare come regina, mostrando di possedere tutte le peculiarità della brava sposa e dell’ottima ospite, che presenta a Telemaco doni per il suo futuro matrimonio, e che vive in perfetto accordo con il marito: la visione è apparentemente improntata ad un criterio di pacificazione, ma un particolare mitico abbastanza interessante la riporta nuovamente alla sfera afroditica con tutto ciò che ad essa è connesso. Nel IV libro (220 ss.) vediamo che la donna è infatti intenta a preparare per gli ospiti, per lenire il dolore del ricordo della guerra di Troia e l’ansia di Telemaco per la sorte del padre, un intruglio con delle erbe in grado di far dimenticare i mali . Queste droghe le sono state donate da una donna egizia, maga e incantatrice; proprio questo è l’elemento che riporta Elena all’ambito afroditico: l' unione di amore e arti magiche è presente nel mito fin dall’inizio e in Omero è richiamata nelle figure di Circe e di Calipso. Nel caso di Elena, questo elemento ricorda , pur nella situazione serena evocata nell'Odissea, la sua natura di diversa: Elena partecipa qui della figura della maga, personaggio questo, in tutte le sue diverse prospettive (si pensi a Medea!) , sempre isolato, guardato con sospetto per le sue conoscenze occulte - di nuovo, dunque, una figura del diverso.
Questa è la vicenda omerica di Elena: non ci sono altri luoghi importanti in cui si parli di lei. Importantissima però è la convinzione, espressa più volte in entrambi i poemi e da parte di entrambi i popoli avversari che tante sofferenze, una guerra tanto lunga e tanti lutti si debbano in fondo ad una causa sciocca, banale, come l’amore di una donna, un tradimento: se Priamo trova giustificazione alla guerra nella bellezza di Elena, non così i combattenti, che trovano nella inconsistenza del motivo della guerra un motivo di costante sofferenza. Anche questo è un dato importante nel seguito della storia di Elena, perché si ricollega al mito alternativo a quello omerico, cioè a quello stesicoreo. La versione stesicorea del mito di Elena è databile nella prima metà del VI sec. a. C., e può essere considerata come la prima attestazione del la storia che prevedeva la falsa presenza del personaggio di Elena a Troia. Le fonti antiche raccontano che Stesicoro, dopo aver raccontato di Elena seguendo la versione omerica del mito, sarebbe diventato cieco e per riacquistare la vista avrebbe composto una palinodia (o forse anche due) che scagionasse la donna dalla sua colpa. Secondo tale versione, che non possediamo e possiamo dunque soltanto ricostruire dalle citazioni antiche, la causa della guerra di Troia non si dovrebbe ascrivere ad Elena in quanto personaggio reale, bensì a un eidolon dotato delle sue sembianze, un fantasma di nubi e fumo forgiato dalla divinità: Zeus avrebbe trasferito la vera Elena alla corte del re Proteo in Egitto, mentre Paride avrebbe condotto con sé soltanto quella copia che ovviamente rifulgeva della medesima bellezza. Quindi tutto ciò che venne imputato ad Elena come colpa, in realtà sarebbe stato commesso da questo fantasma: la vera Elena, saggia ed ancora innamorata del marito Menelao, avrebbe nel corso della guerra di Troia soggiornato in Egitto. Questa versione, come si può facilmente capire, ha un’importanza determinante per le riflessioni che si possono riconnettere ad essa, innanzitutto per quel che riguarda il tema della futilità del motivo che ha scatenato la guerra. Se già gli eroi omerici lamentavano questo fatto in riferimento alla vera Elena, la sostituzione ad essa di un fantasma di nubi e fumo non può che esasperare il senso di vanità della guerra intrapresa per esso. Dunque il movente della guerra sarebbe ancora più evanescente: e questa idea della sproporzione tra l'immenso dolore e l'ingannevole inesistenza della causa è lo snodo meditativo che apre la grande strada euripidea della riflessione sulla vanità delle cose, sulla inconsistenza del reale e delle motivazioni che spingono gli uomini ad agire, sull'inganno dei sensi e dell'intelligenza che costituiscono per l'uomo la sola realtà possibile. Prima però di arrivare ad essa, troviamo almeno altri due momenti estremamente significativi, dei quali certamente Euripide terrà conto.
Innanzitutto, la figura di Elena è contemplata anche dalla lirica di Saffo, e le offre lo spunto per fare un’affermazione solo all’apparenza banale, ma in realtà di una novità dirompente. Nel famoso frammento "La cosa più bella" (fr. 16 Voigt), Saffo, secondo un criterio arcaico di ricerca del meglio in ogni ambito, elenca ciò che per altri soddisfa questo criterio di eccellenza, e a questo elenco contrappone la propria opinione: non un esercito di fanti, o una flotta di navi, o altro, ma "ciò che uno ama" è la cosa più bella. E spiegare tutto questo, prosegue la poetessa, è molto facile: Elena, che pure era moglie di un re, preferì abbandonare il talamo e la figlia e i genitori per fuggire per seguire la cosa per lei più bella, ciò che amava. Un’affermazione del genere a noi può apparire ovvia, ma se ci si riporta alla cultura dell’epoca arcaica, e all’istanza di affermazione della propria individualità che si esprime nella poesia lirica, e che era per Saffo l’oggetto primario della poesia, si può vedere quanta importanza essa abbia. Poter dire attraverso il personaggio di Elena che ciò che ciascuno di noi ama è la cosa più bella pone ancora una volta l’accento sul problema della volontarietà dell’azione che è insito nel personaggio di Elena: avendo trascurato tutti i valori etici per seguire la propria inclinazione personale, abbandonando la famiglia e il marito, ella rappresenta la libertà di sentimento e di azione anche nella sua dimensione distruttiva, e Saffo coglie proprio questi momenti eticamente anomali, giustificandoli: per la poetessa, Elena diventa il simbolo di una libertà di azione certamente auspicabile e non certo condannabile.
L’Encomio di Elena di Gorgia
L’altro grande passo nella storia del personaggio di Elena che viene elaborato contemporaneamente alla meditazione euripidea e che sembra influenzare alcune affermazione dell'Elena, è costituito dallo stupendo Encomio di Elena del sofista Gorgia. Di lui non possediamo sicuramente quanto vorremmo, ma quello che ci è rimasto della sua opera lascia intuire una personalità straordinaria ed acuta, anticipatrice di moltissimi spunti che verranno sviluppati dalla cultura successiva. L’Encomio viene datato intorno al 415 a. C.: si tratta di uno scritto in prosa che precede la tragedia di Euripide (412), e che consiste in una sorta di esercitazione retorica, un gioco in cui egli intende mostrare lo straordinario potere persuasivo della parola pronunciando un discorso di difesa del personaggio mitico di Elena: il proposito dell’autore è di giustificare la donna e di dimostrare la sua incolpevolezza per quel che riguarda la guerra di Troia. Il vero scopo dell’opera tuttavia è di dimostrare che il logos è "un potente sovrano che con un corpo minuscolo e persino invisibile compie opere divine: pone fine al timore, libera dal dolore, suscita la gioia, accresce la pietà". La parola è dunque un fenomeno in grado di rapire la mente dell' uomo e di immedesimarla in altro da sé agendo in maniera determinante sulla psiche del singolo. Se dunque Elena seguì volontariamente Paride, neppure in questo caso, secondo Gorgia, può essere ritenuta colpevole: tale è la seduzione e la lusinga della parola, tale il suo potere di stravolgimento del reale, che la volontà umana risulta annullata dalle forza psicagogiche di un'arma di persuasione che travolge nell'inganno il giudizio e la capacità di distinguere il reale. Del resto, come il personaggio di Elena portasse in sé, attraverso tutte le epoche e le diverse interpretazioni, quest'idea dell'inganno della mente e dei sensi, e questa connessione con la sviante pluralità del fenomenico, è testimoniato da tutte le varianti del mito che insistono sulla duplicità, o sulla molteplicità, di tutti gli elementi che nella figura di Elena confluiscono, nonché dall'amplissima gamma di varianti, che fanno intravedere in Elena un personaggio per certi aspetti fluido, non univoco miticamente, quasi che il suo significato stesso fosse quello della inafferrabilità. Da autori come Pausania e Apollodoro veniamo a conoscenza di varianti che alludono tutte alla duplicità del personaggio. Le vengono attribuite due madri, una mortale, Leda, ed una divina, Nemesi: quest'ultima, cosa assai interessante, è divinità dotata di poteri di trasformazione (con i quali tentò di sottrarsi all'unione voluta da Zeus), elemento questo che ben si adatta alla genealogia di un personaggio multiforme quale Elena sembra rivelarsi. Ma Elena ha anche due padri, Tindaro, marito di Leda; ha due fratelli gemelli fra di loro, i Dioscuri Castore e Polluce; ha due mariti, Paride e Menelao; ma sappiamo che il mito attribuì ad Elena molti altri mariti, tra i quali Teseo, che la rapì quando era ancora bambina; Deifobo, fratello di Paride e infine Achille, con il quale andò a vivere nell' Isola Bianca. Tutto ciò permette di caratterizzare il personaggio all' insegna della pluralità e del trasformismo: Elena serba la potenzialità della metamorfosi e rimane creatura del dubbio, dell'inganno, della inconsistenza del fenomeno, connessa all' idea di una realtà in continuo divenire.
Le Troiane e l’Elena di Euripide.
Nel 415 Euripide compone le Troiane attenendosi alla tradizione omerica, ma attingendo alle riflessioni avviate dalla Sofistica. Durante la discussione con Ecuba, regina di Troia, Elena pronuncia un discorso apologetico in cui, avvalendosi del ragionamento sofistico, intende non soltanto dimostrare la propria innocenza, ma soprattutto presentarsi come colei che ha salvato la Grecità assicurando ad Afrodite la vittoria nella contesa tra le dee. Se avessero vinto Era o Atena, i Greci avrebbero certamente subito la dominazione di Paride e del mondo asiatico: la guerra di Troia va dunque considerata come il minore dei mali rispetto ad una possibile invasione. Ecuba, personaggio pensante, caratterizzato da una solida razionalità, non si lascia ingannare e controbatte smascherando l' incantesimo della parola, criticando i dati dell' epos e invalidando la pura abilità retorica: è proprio di una vieta argomentazione e di un pregiudizio ormai superato l' attribuire colpe agli dei ed è invece utile procedere nella ricerca del vero senza lasciarsi ammaliare dal logos, sottile ingannatore.
Euripide dedica al personaggio di Elena un' intera tragedia a lei intitolata; qui l' autore si attiene alla versione stesicorea del mito, differenziando il dramma da quello delle Troiane. Paride ha condotto con sé a Troia un' immagine fittizia di Elena: il vero personaggio è in Egitto. Dopo la morte del suo protettore Proteo, il figlio di lui Teoclimeno la incalza con profferte nuziali, costringendola a rifugiarsi presso la tomba del padre. A questo punto inizia la vicenda: sopraggiunge Teucro, in viaggio verso Cipro, che le riferisce la ferale notizia della morte di Menelao. Angosciata Elena vorrebbe darsi la morte, ma il coro di schiave greche la persuade a entrare nella reggia per consultare la profetessa Teonoe, sorella del re. Approda alla costa egizia Menelao con il fantasma che secondo le sue convinzioni è l' autentica Elena, la quale invece, confortata da Teonoe, ricompare sulla scena; segue il riconoscimento tra marito e moglie, difficile dal momento che Menelao pensa di avere di fronte un eidolon, e non la vera Elena. Subito dopo la situazione si prospetta di grande pericolosità, poiché Teoclimeno minaccia di morte tutti gli stranieri. Con la complicità di Teonoe, viene attuato il piano ideato da Elena: sotto le mentite spoglie di un marinaio naufrago, Menelao convince con parole ingannevoli Teoclimeno della morte di Menelao stesso, così da consentire a Elena di ottenere il permesso di celebrare in mare un sacrificio per il marito. La nave concessa da Teoclimeno serve in realtà ai due sposi per fuggire verso la Grecia; appresa la notizia della loro fuga, il re vorrebbe vendicarsi di Teonoe, ma i Dioscuri intervengono a placarlo. In questa tragedia Euripide esprime palesemente il proprio pensiero: Elena è il simbolo della poliedricità del reale e la vita stessa diviene un eidolon, un sogno evanescente e umbratile in cui avviene un sostanziale scambio tra verità e realtà; attraverso il dramma tragico Euripide riflette anche sulla natura del divino che risulta indefinibile e la cui analisi termina inevitabilmente nel dubbio. L'inganno intorno alla vera natura di Elena, che coinvolge tutti i personaggi, determina un'angosciosa diffidenza sulla natura stessa del reale, fino al riconoscimento che forse non solo il fenomenico è soggetto all'errore, ma anche la realtà stessa è priva di logica. Tutto è vano e inconoscibile, tutto è cangiante, e il non capire cosa esiste davvero e cosa no porta alla rinuncia totale e all'incredulità in qualsiasi forma di esistenza, umana e divina.
Altre varianti del mito
E' certo da tener presente che l'importanza di Elena si fonda sulla sua natura ben più solida che non quella soltanto di personaggio letterario. Le possibilità d'indagine a lei connesse trovano certamente base sulla realtà divina di Elena stessa. In ambito spartano, e dunque in tutti i territori controllati da Sparta o da questa città colonizzati, Elena è vera e propria divinità, con un suo culto attestato da rituali precisi. Abbiamo notizie, ad esempio, di rituali di fanciulle connessi al culto di Elena dendritis, l'Elena degli alberi, collegato in epoca posteriore, ma certo in modo arbitrario, ad una variante del mito di cui parla Pausania, e che prevedeva la morte di Elena per impiccagione, secondo uno schema che la accomuna ad altre figure di fanciulle impiccate, quali Erigone o la delfica Carilla. Proprio alla natura divina di Elena fa riferimento l'Idillio XVIII di Teocrito, in cui le fanciulle spartane rimpiangono l'amica andata sposa a Menelao, e ricordano con nostalgia tutti i giorni felici della loro giovinezza di libertà sulle rive dell'Eurota. Qui Elena è vista come figura luminosa di giovinetta eccezionale, il cui ricordo è destinato a originare i gesti rituali delle fanciulle che nel tempo ne eterneranno la bellezza e la divinità.
Ancora una diversa prospettiva compare in una interpretazione posteriore del personaggio di Elena. Quinto Smirneo, nel suo poema in quattordici libri, i Posthomerica, attribuibili alla seconda metà del III sec. dopo Cristo, che riprendono la narrazione delle vicende troiane dove Omero l'aveva interrotta, ossia dopo la morte di Ettore, fa di Elena una figura sensuale e lacerata di adultera pentita. Ciò che a Quinto interessa è indagare i tormenti che coinvolgono Elena e Menelao nel momento in cui la donna, dopo la morte di Paride e la vittoria dei Greci, cerca di farsi riaccettare dal primo marito. Quinto indaga tutti i contrasti fra rinnovato amore e orgoglio ferito, seduzione dei sensi e desiderio di vendetta, in un quadro barocco che vede la figura dell'adultera chiedere pietà con i capelli scarmigliati e il volto lacero, ben consapevole tuttavia del trionfo della sua forza seduttiva. Ancora su questa linea tutta umana di interpretazione - che ha ormai abbandonato significazioni etiche o religiose, o allusioni universali alla natura del reale - è il poemetto di Colluto, Il rapimento di Elena, databile alla prima metà del VI sec. dopo Cristo. Non è certo opera di altissima poesia, ma quello che importa è vedere come Colluto sfrutti la vicenda del rapimento di Elena secondo un'altra angolazione, davvero nuova. Qui grande risalto assume la figura di Ermione, la figlia di Elena, abbandonata a Sparta. Il poeta descrive l'angoscia della fanciulla che non sa spiegarsi l'improvvisa scomparsa della madre. Nella frenesia di questa incomprensibile solitudine, Ermione cerca la madre per monti e valli, e non si dà pace per un abbandono che non sa spiegare. Le ragioni indagate sono qui quelle di chi resta. di chi è escluso dalla vicenda, e ne subisce soltanto le conseguenze, senza poter essere personaggio attivo in essa. E' evidente che Colluto utilizza la storia di Elena per indagare la prospettiva tutta umana e soggettiva del lutto e della lacerazione dell'abbandono, per approfondire il dramma infantile della perdita. Si tratta dunque ancora una volta di possibilità interessantissima offerta al poeta dalla figura di Elena. Abbandonata ormai la meditazione più universale sulle ragioni della colpa, sulla natura molteplice e proteiforme del reale - che negli autori precedenti il personaggio di Elena aveva ispirato - resta ancora questa volontà di percorrere, grazie a lei, i sentieri della mente umana e del sentimento, in una dimensione più limitata ma certo quanto mai moderna.
COMMENTO
Le Troiane si possono definire una tragedia atipica. Difatti, invece che ai combattimenti e alle situazioni di azione, che dominano la maggior parte dei drammi teatrali, qui lo spazio è dedicato al lamento e alla sofferenza, al dolore ed alla frustrazione.
Euripide infatti esamina il punto di vista delle donne troiane, sopravvissute alla Iliou persiV e alla morte dei loro consorti, sottolineando la loro angoscia per l’imminente partenza verso la Grecia; qui diverranno serve o concubine dei vincitori e a nulla varrà il prestigio - pensiamo ad Ecuba e ad Andromaca - che esse possedevano a Troia. Fortissimo dunque nella tragedia è il pathos; il personaggio sicuramente più legato alla linea patetica è Ecuba. Costei è presente sulla scena dall’inizio alla fine, secondo un modulo tutt’altro che consueto, e questa sua permanenza accresce la drammaticità: infatti, mentre lei non si sottrae mai all’occhio dello spettatore, Cassandra e Andromaca entrano in scena e ne escono per lasciare la città, e Astianatte addirittura vienne portato via per essere ucciso; dunque si sottolinea il dolore di chi resta, il dolore di chi è superstite ma anche consapevole del triste destino che lo attende. Funzionale al pathos è, inoltre, la gestualità della regale troiana; nel prologo Ecuba è già distesa a terra e con questa presentazione all’inizio della tragedia, Euripide vuole evidenziare, anche a livello di spettacolarità, l’acuta sofferenza della donna. Ecuba, inoltre, compie ripetutamente gesti luttuosi, alla notizia di essere stata assegnata ad Odisseo, artefice di mali, durante la partenza di Cassandra e soprattutto quando Astianatte e Andromaca vengono portati via; ivi infatti, colpendosi la testa ed il petto, fa emergere attraverso la mimica tutta la sua amarezza ed il suo dolore. Ma al di là della gestualità, per accrescere il pathos, viene utilizzato abbondantemente lo strumento della parola. Staordinario è il discorso che conclude il primo episodio (vv. 466-510), in cui Ecuba ripercorre tristemente la sua vita felice - regina e madre di cinquanta figli eccellenti - e si abbandona allo sconforto presagendo le sventure che ancora dovrà sopportare “ per le sole nozze di una sola donna”; degno di nota è la conclusione di questo monologo con una gnome tipicamente greca: “ Di quelli che sono fortunati non ritenete nessuno felice, prima che muoia”, pensiero presente ad esempio in Erodoto ma anche nei poeti lirici, come Simonide, per dirne uno. Fortemente commovente è anche il discorso di Ecuba in presenza del cadavere di Astianatte, deposto sullo scudo di Ettore, nel quale la donna si rivolge prima ad Astianatte compiangendolo affettuosamente e poi allo scudo del figlio, in ricordo delle numerose imprese del guerriero; anche questo lamento funebre termina con una frase di carattere gnomico: “ Stolto è tra i mortali colui che, ritenendo di avere saldamente buona fortuna, se ne compiace. Per i suoi comportamenti la fortuna, come un uomo capriccioso, salta ora qua ora là, e nessuno mai sarà felice”. Notevole è anche il fatto che la tragedia si concluda proprio con un dialogo lirico tra Ecuba ed il coro, tutto rapportato alla tonalità del lamento. E dunque, i gemiti finali indicano un cupo e desolato avviarsi verso una meta ancora incerta e un triste dipartirsi dalla patria in fiamme.
Dalla riflessione sul dolore e sull’afflizione delle donne di Troia, Euripide fa emergere due temi importanti: in primo luogo quello delle sofferenze derivate dalla guerra. Dalla loro rappresentazione scaturiva anche un messaggio che andava al di là della commiserazione e si poneva nella dimensione del politico: un messaggio antibellicista che non poteva non rapportarsi alla situazione politico-militare ateniese contemporanea alla rappresentazione delle Troiane. Sicuramente gli Ateniesi che assistevano alla tragedia, dovevano pensare alla spedizione militare messa in atto in quel periodo dalla grande potenza attica contro la piccola isola di Melo, che aveva osato opporre resistenza all’egemonia ateniese. Questa grande iniziativa militare, che si concluse con la distruzione di Melo, era la prima dopo la pace del 421 e dunque deluse tutti coloro che, come Euripide, erano favorevoli ad una politica pacifista. Questo messaggio antibellicista si riscontra anche nelle parole di Cassandra (353- 405), la quale, oltre a predire la distruzione della casa di Atreo, sostiene che i troiani sono più felici degli Achei perché questi sono morti lontano dalla patria e dai loro cari, quelli sono caduti invece in difesa della loro patria e onorati dalle mogli e dai parenti. Ad ogni modo afferma che le sofferenze belliche colpiscono non solo i vinti ma anche i vincitori e conclude dicendo: “Feugein men oun crh polemon ostiV eu fronei” ( Deve dunque evitare la guerra chi è assennato).
L’altro tema importante delle Troiane è quello del ruolo della divinità e della crisi della teodicea. La preponderante ricerca di effetti patetici, l’evidenziazione della sofferenza della protagonista e anche l’atmosfera desolata che pervade tutta la tragedia fino al termine, hanno dietro di sé uno sfondo ideologico, che consiste giustappunto nella messa in crisi della teodicea, della fiducia che nelle humanae res trovi realizzazione un disegno divino di giustizia. Nel terzo stasimo, infatti, Zeus viene accusato di aver consegnato ai Greci la rocca di Ilio e il coro si chiede se il dio si prenda pensiero della infeilicità dei troiani. Nel secondo episodio si colloca invece l’affermazione di Andromaca secondo cui gli dei hanno voluto il male dei troiani. Anche Ecuba è portatrice di questa linea di dicsorso; dapprima si richiama alla tesi tradizionale, già esiodea, per cui gli dei esaltano chi è in basso e buttano giù chi gode di grande prestigio, tesi che si ricollega al tema della mutevolezza della fortuna (cfr. Erodoto, Creso e Solone, ma anche Simonide di Ceo, Threnos per gli Scopadi ). In seguito Ecuba esprime, a conclusione dell’allocuzione ad Astianatte cadavere, la convinzione che gli dei volessero le sofferenze che ella e le altre troiane stavano patendo, e che avessero in odio la città. Qualche verso dopo, avendo invocato gli dei, Ecuba si chiede subito perché ella lo abbia fatto, dal momento che anche in precedenza essi, pur invocati, non hanno prestato aiuto. La fiducia nella giustizia degli dei appare dunque compromessa e l’immagine stessa della divinità viene messa in discussione.
Il problema della teodicea, tipico del mondo greco, lo ritroviamo anche nel mondo cristiano, dove si discuteva la frase : “Si deus est, unde malum? Si deus non est, unde bonum”; lo stesso Dante nel VI canto del Purgatorio, all’interno dell’apostrofe all’Italia, diceva: “ E se licito m’è, o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? ”. Anche oggi esiste il problema di come conciliare il male, le sofferenze e le molte guerre che devastano il nostro pianeta con l’esistenza e la benevolenza di Dio.
Ad ogni modo, la speranza nostra è che le Troiane, tragedia del lutto, del dolore e delle sofferenze derivate dalla guerra, possano fungere da deterrente.
Letteratura greca
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