La vita dei letterati

 

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  • Victor Marie Hugo

     

    Victor-Marie Hugo nasce a Besançon nel 1802; il padre, allora maggiore dell’esercito, diventerà generale e conte durante l’Impero di Napoleone I. Il precoce talento gli valse, già nel 1820, una gratificazione di Luigi XVIII, ma esordì veramente in letteratura nel 1822, dopo il matrimonio con l’amica d’infanzia Adèle Foucher dalla quale ebbe quattro figli.

    Nel 1827 mette in scena Cromwell, la cui “Prefazione” costituisce il manifesto anticlassico e definisce il dramma romantico. Segue un periodo di lavoro molto intenso che consolida progressivamente la sua fama, fino al trionfo dell’Ernani (1830) che gli apre le porte della Comédie Française, roccaforte dei classici. Considerato ormai caposcuola della nuova generazione romantica, si dedica con straordinaria fecondità a tutti i generi (romanzo, poesia, teatro), mentre la sua vita privata è turbata da una serie di vicende: il tradimento della moglie che diviene l’amante dell’amico Saint-Beuve; il legame, dapprima passionale, poi sereno e inalterabile con la giovane attrice Juliette Drouet; la tragica morte per annegamento della figlia Léopoldine. Intanto, dopo il terzo tentativo, Hugo viene accolto all’Accademia (1841), ma negli anni immediatamente successivi tralascia la letteratura per l’attività giornalistica e politica. Eletto deputato all’Assemblea Legislativa, appoggia dapprima la candidatura di Luigi-Napoleone alla presidenza della repubblica, ma nel 1851 si oppone ai progetti dittatoriali di “Napoleone il piccolo” e viene espulso dalla Francia.

    Vive in esilio durante tutto il governo di Napoleone III, soggiornando prima a Bruxelles (1851-52), poi a Jersey (1852-55) dove porta a termine le Contemplazioni, il suo capolavoro lirico. In questo periodo si avvicina allo spiritismo, che stimola l’inclinazione a una poesia allucinatoria, dalle visioni apocalittiche, che influisce in modo non trascurabile su Baudelaire, Rimbaud, sullo stesso Mallarmé e sui surrealisti. Nel 1855 si stabilisce definitivamente a Guernesey e, rinunciando all'epopea metafisica, si consacra all’epopea umana che traduce in versi nella Leggenda dei secoli (1859) e nell’immenso romanzo I miserabili (1862). Diventato ormai simbolo dell’opposizione repubblicana (nel 1859 aveva rifiutato l’amnistia) torna a Parigi all’indomani della proclamazione della Terza repubblica  (1870). Viene eletto deputato, poi senatore ma, deluso dal nuovo regime, si stacca a poco a poco dalla vita politica, rallentando anche il ritmo della creazione letteraria. Vive gli ultimi anni della sua vita nella gloria, ma amareggiato da lutti e sventure familiari. Colpito da congestione polmonare, muore nel 1885 a Parigi dove gli vengono decretati funerali di stato.

     

    Opere principali

    Poesie: Odi e Ballate (1821-26); Le orientali (1829); Foglie d’autunno (1831); Canti del crepuscolo (1835); Le voci interiori (1837); I raggi e le ombre (1840); Contemplazioni (1856); La leggenda dei secoli (1859-83); La fin de Satan (postumo: 1886); Dieu (postumo: 1891). Drammi: Cromwell (1827) con la celebre “Prefazione”; Ernani (1830); Il re si diverte (1830); Lucrezia Borgia (1833); Maria Tudor (1833); Ruy Blas (1838). Romanzi: Notre Dame de Paris (1831); I miserabili (1862); I lavoratori del mare (1866); L’uomo che ride (1869); Novantatré (1874).

     

    Notre-Dame de Paris

    Questa scena, violenta e grandiosa, è frutto di un malinteso. I mendicanti vogliono liberare Esmeralda che Quasimodo, credendo di proteggerla, ha portato all’interno di Notre-Dame dove è invece alla mercé del suo peggiore nemico, l’odioso Frollo. La cattedrale è tuttavia minacciata di saccheggio dalla cupidigia dei pezzenti e il campanaro la difende con un fitto lancio di sassi, mattoni, blocchi di pietra che scaglia dall’alto della piattaforma posta tra le due torri. Quasimodo è deforme, gobbo, sbilenco, cieco da un occhio, sordo, ma prodigiosamente forte.

     

    (citazione)

    libro VIII cap 4

    «Tutti gli occhi s’erano levati verso l’alto della chiesa. Quello ch’essi vedevano era straordinario. Sulla sommità della più alta galleria, più elevata ancora del rosone centrale, v’era una gran fiammata che saliva tra i due campanili con turbini di scintille, una gran fiammata disordinata e furiosa, di cui il vento portava via a momenti un lembo tra il fumo. Sotto questa fiammata e sotto la scura balaustrata dai trifogli arroventati, due grondaie dalle gole mostruose vomitavano senza posa quella pioggia ardente che stagliava il suo getto argenteo contro le tenebre della facciata inferiore. [...] Le numerose sculture di diavoli e di dragoni prendevano un aspetto lugubre. Il chiarore inquietante della fiamma le faceva agitare all’occhio. V’erano serpi che avevano l’aria di ridere, cerberi alati che pareva udirli latrare; salamandre che soffiavano nel fuoco, tarasche che starnutivano in mezzo al fumo. E tra quei mostri così risvegliati dal loro sonno di pietra, da quella fiamma, da quel rumore, ce n’era uno che andava e veniva e che si vedeva di tanto in tanto passare di fronte al rogo come un pipistrello davanti a una candela. »

     

    Notre-Dame de Paris

    A Parigi, nel 1482, Quasimodo, il deforme campanaro di Notre-Dame, tenta di rapire la zingara Esmeralda per ordine dell’arcidiacono Claude Frollo. La salva il capitano Phoebus de Chateaupers ed Esmeralda si innamora di lui, anche se sposa, per salvarlo, il poeta Gringoire che, persosi nella Corte dei Miracoli, è stato condannato a morte dal re dei mendicanti. Ma Esmeralda ama intensamente il suo bel capitano scatenando la gelosia di Frollo. Un giorno, durante un appuntamento che la zingara ha dato a Phoebus, questi viene pugnalato da Frollo che lascia accusare Esmeralda del delitto. Quasimodo, innamorato di lei senza speranza, cerca di salvarla nascondendola all’interno di Notre-Dame, ma infine la bella zingara sarà presa e impiccata, mentre il perfido arcidiacono assiste impassibile alla sua morte dall’alto della torre della cattedrale. Quasimodo, impazzito di dolore, lo getta nel vuoto, poi, con il cadavere di Esmeralda tra le braccia, va a morire nel cimitero dei condannati.

    CEZANNE                                                                                                                                 Pittore francese;figlio di un banchiere,studia al collegio Bourbon di Aix-en-Provence,dove stringe amicizia con lo scrittore Emile Zola.Interessato alla pittura sin dal periodo universitario,si reca nel 1861 a Parigi dove frequenta l'Académie Suisse e studia al Louvre le opere di Diego Velàzquez e di Caravaggio,i pittori veneti e olandesi.Tra il 1862 e il 1869 vive tra Aix e Parigi.Nella capitale francese conosce la pittura di Delacroix e Courbet e incontra il pittore Camillo Pissarro,che avrà grande influenza sulla sua ricerca artistica.I suoi quadri vengono sistematicamente rifiutati ai Salons ufficiali di Parigi.Nel 1866,amareggiato dal rifiuto della critica,esprime in una lettera all'intendente della belle arti un violento dissenso contro la cultura artistica ufficiale.Nel 1872-3 si stabilisce presso Pissarro,che lo induce ad abbandonare i temi letterari e drammatici del suo primo periodo per dedicarsi alla pittura all'aria aperta.Cèzanne si avvicina al paesaggio,abbandonando i toni cupi delle sue prime opere,come La casa dell'impiccato del 1873.Su incitamento di Pissarro l'artista partecipa alla Prima esposizione dei pittori impressionisti nel 1874.Nel 1878 si ritira in un villaggio all'estremità del golfo di Marsiglia,dove vive sempre più isolato,continuando a inviare quadri,puntualmente rifiutati,ai Salons di Parigi.Nel 1886,in seguito alla pubblicazione del libro di Zola "L'opera",dove il pittore fallito Claude Lautier adombra la figura di Cèzanne,rompe i rapporti con lo scrittore.La sua opera,ancora poco nota,influenza alcuni pittori post-impressionisti come Emile Bernard,Paul Sérusier,Maurice Denis e altri artisti del gruppo dei nabis.L'interesse per la sua opera comincia a manifestarsi al Salon des Indépendents del 1898;nel 1904 il Salon d'Automne gli riserva un'intera sala e nel 1907 è organizzata una grande retrospettiva postuma che ne sancisce la definitiva consacrazione.La concretezza costruttiva di Courbet e il colorismo di Delacroix hanno grande importanza nella formazione di Cèzanne,e altrettanto peso ha Honoré Daumier,che agli occhi di Cèzanne sintetizza le qualità pittoriche dei due grandi maestri.Questi influssi sono evidenti nei suoi primi dipinti,come L'autopsia (1867-69),La colazione sull'erba (1870-71),Le tentazioni di Sant'Antonio (1870).Più misurati i ritratti e le nature morte,di grande vigore e intensità (Natura morta con teiera,1869;La pendola nera,1869-70).Nelle opere successive all'incontro con Pissarro,caratterizzate da toni chiari e da un rigoroso impianto compositivo,è già evidente la distanza tra Cèzanne e i pittori impressionisti.Cèzanne afferma di voler "solidificare" l'impressionismo,mirando ad una sintesi formale di massima essenzialità e impiegando il colore per costruire le forme esaltandone i volumi.Il controllo formale-costruttivo della rappresentazione della natura diventa sempre più rigoroso nel periodo di Aix,che va dal 1883 al 1887.In questi anni il pittore persegue tenacemente la realizzazione di un ordine mentale che si esprime in forme pittoriche salde,modellate dal colore.Non a caso l'artista riprende incessantemente gli stessi oggetti:visioni dell'Estaque,il Castello nero e la Montagna Sainte-Victoire.Il suo intento è quello di allontanarsi dal dato naturale per trattare la natura "attraverso il cilindro e la sfera".All'inizio del 1880 dipinge una serie di grandiose nature morte,ritratti della moglie e diverse versioni di Giocatori di carte.Nell'ultimo periodo della sua intensa vita di pittore esegue molte composizioni di Bagnanti.Già affrontato nel 1885-87,il soggetto viene ora sviluppato in dimensioni monumentali con sempre maggiore astrazione dal dato naturalistico.L'opera di Cèzanne riveste un'importanza fondamentale per i successivi sviluppi della pittura moderna.I cubisti lo considerano un precursore del loro movimento,ma la sua influenza va ben oltre il cubismo.Egli è stato infatti il primo ad assegnare una nuova funzione alla pittura:quella di costruire una realtà propria,retta da leggi indipendenti dal dato naturale e emotivo,principio che è alla base di tutti gli sviluppi della pittura moderna.

    Charlotte Bronte e "Jane Eyre"

     

    VITA

    Charlotte Bronte nasce il 21 aprile 1816.  La sua è una famiglia abbastanza fuori dal normale. Il padre, pastore, il cui vero nome era Porunty, di origine contadina e laureato a Cambridge, era uno stravagante erudito autore di scritti che comincio a firmare Bronte da quando Nelsano fu nominato da Ferdinando di Borbone duca di Bronte ; la madre era colta e non priva di impulsi letterari, le quattro sorelle e il fratello.

    Vivevano in una casa annessa alla Chiesa in mezzo alla verde e selvaggia brughiera inglese.Lo spettacolo, infatti che si poteva osservare dalle finestre era quello del cimitero e delle campagne .Questo ambiente quasi claustrofobico stimola la fantasia dei fratelli .

    La morte segna duramente i bambini Prima la madre , in seguito al decesso della quale è la zia che si occupa dei figli affidandoli a un collegio per figli di poveri pastori;quindi le due sorelle maggiori per la tubercolosi contratta appunto all’interno del collegio.

    Dopo l’episodio anche Charlotte, Patrik, Emily e Anne vengono ritirati dal collegio.

    Charlotte studia il francese per trasferirsi in Francia.

    Si trasferì a Bruxelles , dove studia e si innamora del professore Hegar, uomo sposato con figli.

    Quindi ritorna in Inghilterra dove diventa istruttric3e, mestiere che però non la soddisfa, allora cerca di aprire una scuola con la sorella, ma l’iniziativa fallisce. Intanto la famiglia attraversa una grave crisi dovuta alla malattia mentale del fratello.

    Nel 1846 consegna a un editore le poesie di Emily e nello stesso anno esce il suo primo romanzo “Il professore “, seguito nell’anno successivo da “Jane Eyre” che ottiene un notevole successo, benché susciti alquanto scalpore.

    Nel 49 si reca a Londra e nel 54 sposa un pastore anglicano. Dopo solo nove mesi di matrimonio muore, prima ancora di dare alla luce il suo bambino ,le sue ultime parole sono: ”Sono felice”.

     

    EPOCA

     

    Un grande sviluppo industriale e commerciale, lo sfruttamento delle colonie e la pace per i borghesi caratterizzano l’epoca in cui vive Charlotte Beantè.

    A questa enorme espansione economica si contrappone, però un atteggiamento mentale piuttosto chiuso e ipocrita.

    Il mondo borghese in questi anni è impegnato di formalismo, perbenismo, convenzionale moralismo.

    È tempo di puritanesimo e di tanta ipocrisia, ipocrisia che si manifesta nella tolleranza per lo sfruttamento minorile e per lo schiavismo.

    La condizione femminile è alquanto disagiata. La donna borghese è segregata in casa, luogo dove può coltivare solo inutili interessi. Ad esempio le viene insegnato il ricamo, ma non il cucito ma non l’italiano con lo solo scopo del canto.

    In questi anni; però nasce il femminismo. Fondatrice del movimento femminista inglese è Mary Wallstonecraft, anche madre di Mary Godwin futura moglie del poeta Shellej e autrice di Frankenstein.

    Con il femminismo si diffonde negli ambienti borghesi inglesi il desiderio di partecipare alla vita sociale.

    Quindi nasce una certa filantropia,(che si esprime con l’aiuto ai poveri, agli orfani, ai malati) che in seguito diventa organizzata da associazioni che preparano le donne alla loro futura attività. In questo clisma, nella seconda metà del secolo, emerge la figura dell’istitutrice, figura che ritorna nella vita e nelle opere della Bronte.

     

     

    JANE EYRE

     

    La figura di Jane Eyre è una figura di donna molto diversa e innovativa rispetto ai canoni del tempo.

    È innanzitutto molto passionale, anche se la sua grande passionalità è tenuta sotto controllo da una volontà ferrea, volontà che viene sostenuta da radiati principi morali e da un enorme rispetto e dignità per se stessa. Durante tutto il corso del romanzo traspare la voglia di verità di Jane, la ricerca di giustizia e la capacità di ribellarsi a tutto ciò che non è giusto ed onesto.

    Tutto ciò si esprime in una pungente eloquenza usata in ogni momento in cui sia richiesta.

    Tutte queste doti, unite anche al fatto che Jane viene presentata, contrariamente all’uso letterario contemporaneo, piuttosto brutta, vanno a formare la figura di un’eroina eccezionalmente forte e diversa. Questa figura di donna si contrappone alle altre figure maschili presenti nel romanzo a partire dal signor Rochester. Proprio il primo incontro tra Jane e il suo padrone lo dimostra: egli cadde da cavallo, bisognoso di aiuto, Jane lo soccorre.

    È un uomo incapace di affrontare il suo dramma ed infatti parla a Jane della sua vita passata facendo ricorso a sole illusioni, senza esplicitare la natura della sua colpa. Egli è infatti attratto dalla franchezza di Jane, dote di cui è privo.

    Rochester è quindi un tipico eroe Byroniano, lacerato da segreti inconfessabili, angustiato da colpe segrete.

    Altro personaggio maschile di rilievo nel romanzo è St. John. È un uomo duro e freddo, con la ragione ha piegato tutti i suoi istanti naturali e i suoi sentimenti, come nel caso dell’amore che prova per Rosemond, sentimento che non vuole riconoscere né a se stesso né agli altri.

    La sua è una religiosità fredda, comandata a ragione, non ha nulla a che vedere

    Dal signor Rochester. Proprio il primo incontro tra Jane e il suo padrone lo dimostra: egli cade da cavallo e, bisognoso di aiuto, Jane lo soccorre.

    E’ un uomo incapace di affrontare il suo dramma ed, infatti, parla a Jane della sua vita passata facendo ricorso a sole allusioni, senza esplicitare la natura della sua colpa. Egli è infatti attratto dalla franchezza di Jane, dote di cui è privo.

    Rochester è quindi un tipico eroe Byroniano, lacerato da segreti inconfessabili, angustiato da colpe segrete.

    Altro personaggio maschile di rilievo del romanzo è St. John.

    E’ uomo duro e freddo, con la ragione ha piegato tutti i suoi istinti naturali e i suoi sentimenti, come nel caso appunto dell’amore che prova per Rosemond, sentimento che non vuole riconoscere né a se stesso né agli altri.

    La sua è una religiosità fredda, comandata a ragione, non ha nulla a che vedere con quella di Jane, più vera, più sincera e più immediata.

    Su St. John manca completamente la dimensione dell’amore, piegata sotto all’irrinunciabile dovere di moralità.

    Quest’assenza di amore è probabilmente anche la causa della sua sensazione di superiorità, della sua presunzione, cose che lo fanno apparire dispotico e scostante.

    Anch’ egli è però, nel profondo, un uomo immensamente debole. Questa sua caratteristica emerge quando propone a Jane di sposarlo per accompagnarlo nelle sue missioni. Jane, anche se è disposta a seguirlo, rifiuta il matrimonio, legame di cui St. John ha bisogno per sentirsi sicuro di un’eterna presenza al suo fianco nei momenti difficili.

     

     

    Aristotele (Stagira, Macedonia 384 - Calcide, Eubea 322 a.C.), filosofo greco. Figlio di un medico al servizio del re Aminta di Macedonia, all'età di diciotto anni Aristotele si trasferì ad Atene per studiare presso l'Accademia platonica, dove rimase per vent'anni, dapprima come allievo di Platone e poi come maestro.

    Nel 347 a.C., dopo la morte di Platone, Aristotele si recò ad Atarneo, città governata dal tiranno Ermia, scolaro dell'Accademia e suo amico; successivamente si trasferì ad Asso, dove fondò una scuola e rimase per circa tre anni, e a Mitilene, nell'isola di Lesbo, per insegnare e svolgervi ricerche di scienze naturali. Dopo la morte di Ermia, che venne catturato e ucciso dai persiani nel 345 a.C., Aristotele si recò a Pella, la capitale macedone, dove divenne il precettore del giovane figlio del re Filippo, il futuro Alessandro Magno. Nel 335, quando Alessandro fu nominato re, Aristotele tornò ad Atene e fondò la sua scuola, il Liceo, così chiamata perché l'edificio si trovava nei pressi del tempio di Apollo Licio. Poiché, secondo la tradizione, gran parte delle lezioni nella scuola aveva luogo mentre insegnanti e allievi passeggiavano nel giardino del Liceo, la scuola aristotelica finì per essere soprannominata "Perípato" (dal greco peripatéin, "camminare" o "passeggiare"). Nel 323 a.C., dopo la morte di Alessandro, ad Atene si diffuse una profonda ostilità verso la Macedonia, e Aristotele ritenne più prudente ritirarsi in una tenuta di famiglia a Calcide, dove morì l'anno seguente.

     

    VITA DI GIACOMO LEOPARDI

     

    • L’infanzia: Giacomo Leopardi nacque a Recanati (nelle Marche) il 29 giugno 1798. È il primo di cinque figli, di cui due particolarmente cari al poeta: Paolina e Carlo. Il conte Monaldo, suo padre, è un amante delle lettere, è sollecito verso il figlio e ne asseconda gli studi. Dopo che egli ha in parte sperperato il patrimonio di famiglia è la madre, Adelaide Antici, donna fredda, severa e bigotta, ad occuparsi dell’amministrazione domestica. Precocemente, a soli undici anni, Giacomo compone versi poetici, le prime prose, traduce Odi di Orazio. Gli anni che seguono vedono crescere in progressione il numero dei componimenti in Italiano e Latino, le prime Dissertazioni filosofiche, una traduzione in ottave dell’Ars Poetica di Orazio. Tra le pareti di palazzo Leopardi trascorrono "sette anni di studio matto e disperatissimo" (così definiti in una delle prime lettere al Giordani), anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l’aspetto fisico di Leopardi. In questi anni di studio impara da solo il greco e l’ebraico, e più tardi si procura diffuse conoscenze nelle lingue straniere.
    • Il 1815: L’avvicinamento alla poesia avviene nel 1815, con la traduzione degli Idilli di Mosco e della Batracomiomachia ("battaglia dei topi con le rane") un poemetto attribuito ad Omero (paternità erronea, contestata dal Leopardi).
    • Il 1816: Ma è il 1816 l’anno in cui più distintamente la vocazione alla poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione che ancora occupano il campo, l’anno di quella che Leopardi stesso definirà conversione "dall’erudizione al bello": accanto alle traduzioni del primo libro dell’Odissea e del secondo dell’Eneide, compone un Inno a Nettuno, che finge tradotto da un originale greco, una lirica ("Le Rimembranze"), e una cantica in terzine ("L’appressamento della morte").
    • Il 1817: Nel 1817 si registrano nuove traduzioni e prove poetiche significative (ricordiamo in particolare l’Elegia I, che confluirà nei canti "Il Primo amore", nato dall’ardente passione ispirata al poeta dalla cugina Gertrude Cassi Lazzari). Nel frattempo prende avvio un diario d’eccezione, lo "Zibaldone dei miei pensieri", destinato ad accogliere appunti e riflessioni di vario genere fino al 1832. Ma in quest’anno Leopardi trova anche un grande amico in Pietro Giordani. Dalla immediata e reciproca stima nasceranno una durevole amicizia e una attivissima corrispondenza epistolare fondamentale per la formazione del poeta.
    • Il 1818: Nel 1818 Leopardi compone il primo scritto che abbia valore di manifesto poetico: il "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica", in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma, con dedica al Monti, le due canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante.
    • Il 1819: Nel 1819 è colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedisce di leggere e a volte anche di pensare, tanto che più volte medita il suicidio. Tenta la fuga da Recanati, fuga che però viene scoperta, a causa del clima della città, divenuto ormai insopportabile.
    • Tra il 1819 e il 1821: scrive i primi idilli, mentre continua e giunge all’apice l’applicazione del poeta al progetto delle Canzoni, pubblicate a Bologna nel 1824, con una nuova dedica al Monti e un interessante apparato di Annotazioni di carattere linguistico.
    • Le Operette Morali: Già dal 1820 prende avvio il disegno delle Operette morali. Attraverso una schiera di personaggi, alcuni storici (Cristoforo Colombo) ed altri fantastici e spesso personificazioni di enti astratti inanimati, sono impietosamente processati i pregiudizi sui quali si fonda il comune senso del vivere e la verità, ingrata all’uomo e per questo sempre negata, finalmente s’impone compiutamente, rivelando che la vita è un deserto, o una biblica valle di lacrime, e la natura è indifferente al destino delle sue creature.
    • Luglio 1820: Al luglio 1820 risale, nelle pagine dello Zibaldone, il primo disegno compiuto di speculazione filosofica in chiave ormai negativistica: lo si può considerare la pietra miliare della nuova stagione di un pessimismo che vede Leopardi gradatamente allontanarsi dall’alveo dell’ortodossia cristiana, già messa a dura prova negli anni giovanili dalle grandi esplorazioni compiute nei territori delle filosofie ed eresie antiche con il proposito di difendere i valori della tradizione cristiana, sentiti come razionali,contro le tendenze mitiche e superstiziose. L’approccio ai filosofi sensisti e illuministi (Diderot, Montesquieu …) apre il varco ad una riflessione sempre più disancorata e alla fine avversa ad ogni professione di fede, sino a posizioni di dichiarato e irriducibile ateismo e agnosticismo (cioè sospensione di giudizio di fronte a problemi che sfuggono alla possibilità umana di comprensione).
    • Dal novembre 1822 al maggio 1823: si colloca il soggiorno a Roma, presso gli zii materni. La capitale si rivela però una grossa delusione: mediocri i letterati e gli uomini in genere, mediocre il livello del dibattito letterario, così vivo e vario ai tempi del Monti. Solo il Neibhur, grande storico tedesco e ministro di Prussica presso la S. Sede, si interessa veramente al Leopardi e cerca di procurargli una carica e uno stipendio presso il governo pontificio: ma il disegno va a monte per i troppi sospetti nutriti dal Vaticano nei confronti del candidato.
    • Nel 1825: parte per Milano dove l’editore Stella gli commissiona la direzione di un’edizione completa di Cicerone, che però non si farà. Nel settembre è a Bologna, dove dimora per più di un anno, traducendo il "Manuale di Epitteto", filosofo greco dell’età di Domiziano, sostenitore di una morale di tipo stoico: la filosofia insegna a distinguere che cosa è in potere dell’uomo da ciò che trascende ogni sua libera scelta. Per l’editore Stella ancora cura un commento alle Rime di Petrarca
    • Nel 1826: torna alla poesia, con i versi "Al conte Carlo Pepoli", poesia fredda e grigia, sul modello, che poi resterà senza seguito, dell’epistola oraziana, e ancora cura l’edizione dei Versi, dove raccoglie la sua produzione poetica diversa dalle canzoni.
    • Nel 1827: esce a Milano, presso l’editore Stella, la sua Crestomazia Italiana, cioè una "scelta di luoghi insigni o per sentimento o per locuzione raccolti dagli scrittori italiani in prosa di autori eccellenti d’ogni secolo" (alla Crestomazia della prosa, seguirà una della poesia).
    • Nel novembre del 1828: Leopardi è a Pisa (dove compone "Il Risorgimento" e "A Silvia"), poi ancora a Firenze, poi nel novembre di nuovo a Recanati, dove lo chiamano la morte precoce del fratello Luigi e altri problemi famigliari. Ritrovare i luoghi e gli oggetti immutati della sua giovinezza suscita in Leopardi un indicibile moto di sentimenti e ricordi: ne derivano alcuni tra i Canti maggiori: Le Ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
    • Il 1830: Dopo aver inutilmente sperato che le "Operette" vincessero il premio messo in palio dall’Accademia della Crusca (che toccò invece allo storico Carlo Botta), può egualmente partire per Firenze nel 1830, grazie ad una sottoscrizione procuratagli da alcuni amici toscani. Nel capoluogo toscano incontra Fanny Targioni Tozzetti, oggetto di una passione accesa quanto incorrisposta e ispiratrice di una serie di poesie amorose, il cosiddetto "Ciclo di Aspasia" (questo il nome sotto al quale si cela l’amata): Consalvo, Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, Aspasia.
    • Il 1831: Inizia nel 1831 i Paralipomeni della Batracomiomachia (cioè la continuazione della Batracomiomachia, già tradotta): operetta di genere eroicomico in ottave, ispirata ai moti patriottici di quell’anno. Le parti in causa, patrioti, truppe papaline e austriaci, vengono calati dentro una finzione zoomorfa, che li tramuta rispettivamente in Topi, Rane e Granchi. L’operetta uscì postuma nel 1845. Nel 1831 vede la luce a Firenze l’edizione dei Canti. Escono tra l’altro contemporaneamente i "Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831" del padre Monaldo (v. appunto pg. 558), qualcuno credette di poter attribuire l’opera al figlio, costringendo Giacomo a smentire la paternità di quel libro e aumentando il clima di antipatia e sospetto nei suoi confronti.
    • È degli ultimi anni il proposito di preparare una scelta delle massime più significative dello Zibaldone, da stampare con il titolo di Pensieri, proposito portato a compimento dall’amico Ranieri dopo la morte di Leopardi.
    • Nel 1836: per sfuggire alla minaccia del colera, si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compone due grandi liriche: Il tramonto della luna e La ginestra.
    • Nel 1837 improvvisamente muore, a soli 39 anni, per l’aggravarsi dei mali che già da tempo lo affliggevano.

     

    Vita e opere di Alessandro Manzoni

     

    Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7 marzo 1785 da Pietro Manzoni e Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria. Manzoni studiò in collegi religiosi, dove ebbe un’educazione rigida e conservatrice che, per reazione, lo spinse ad assumere posizioni politiche rivoluzionarie.

    In seguito visse con la madre a Parigi (1805-1810), dove entrò in contatto con la cultura illuministica. Recatosi a Milano per la morte del padre (1807),conobbe Enrichetta Blondel, calvinista poi convertitasi al cattolicesimo, che sposò nel 1808. L’influenza della moglie determinò il suo riaccostamento alla religione: la “conversione” fu un evento fondamentale nella sua vita ed ebbe profonde ripercussioni, insieme con l’Illuminismo, nella sua successiva produzione artistica.

    Rientrato a Milano nel 1810, si dedicò interamente all’attività letteraria e compose gli “Inni Sacri”, le tragedie storiche “Il conte di Carmagnola” e “Aldelchi”, le odi “Marzo 1821” e “Cinque maggio”, e la prima versione del suo famoso romanzo intitolato “Fermo e Lucia”, che conoscerà poi vari rifacimenti.

    In questi anni frequentò gli ambienti romantici milanesi, seguì con partecipazione le vicende rinascimentali , anche se rifiutò ogni forma di impiego pubblico, sia politico sia culturale.

    Dopo il 1827 la sua attività letteraria si ridusse drasticamente: compose qualche poesia, scrisse alcuni saggi, ma soprattutto si dedicò alla revisione del romanzo, che prese il titolo “I Promessi Sposi” e che assunse la sua forma, definitiva solo nel 1840.

    L’affievolirsi della sua vena creativa fu forse determinata da lutti e dalle sofferenze che segnarono la sua vita: la morte di otto dei dieci figli, della moglie della madre e della seconda moglie.

    Nel 1860 fu nominato senatore del Regno d’Italia. Morì nel 1873. La produzione letteraria del Manzoni si caratterizza, oltre che per la sensibilità religiosa, anche per il profondo interesse per la storia, maturata grazie all’influsso delle idee romantiche. Dal contrasto fra i valori di storia, scaturisce il pessimismo che caratterizza le sue opere. Questo pessimismo si manifesta in vari modi: nella sfiducia nei confronti dei potenti e nella convinzione che la gloria sia effimera, che il mondo sia governato dalla forza, che l’ingiustizia sia inevitabile.                       

     

    ITALO CALVINO

     

    Italo Calvino nacque a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 e morì a Siena nel 1985. Fu considerato uno dei più grandi scrittori del nostro secolo. Ha scritto “i sentieri dei nidi di ragno”, ispirato alla resistenza partigiana, come primo libro; poi ha scritto la famosa trilogia: “Il barone rampante”, “Il cavaliere inesistente”, “Il visconte dimezzato”; poi ha scritto anche                                      “Marcovaldo”.

     

    • Il Barone Rampante è la visione di una persona che si stacca dalla realtà; solo su un albero, passa da un ramo all’altro e decide che non scenderà più; questa è una metafora per non vivere proprio come nelle difficoltà.

     

    • Il cavaliere inesistente racconta di un’armatura perfetta nelle forme ma che dentro non c’è niente; morale: l’importante è esserci dentro, non fuori.

     

    • Il Visconte dimezzato è la lotta tra bene e male, e la fine è più moderna; una metà di questa persona è buona e l’altra metà è cattiva.questo libro ci insegna che per essere completi bisogna accettare tutte le nostre parti.

     

    Marcovaldo, essendo manovale, non può permettersi grandi cose, e avendo 4 figli gli riesce difficile vivere. Calvino mette insieme ironia con una realtà che purtroppo esiste: la povertà. Non è facile mantenere i figli con un misero stipendio che appena percepito scompare in fatture, debiti e bollette. E’ il personaggio di un libro tragicomico, perché, anche se povero, Marcovaldo fa di tutto per non far accorgere ai figli la dura realtà che li circonda.

     

    Alberto Moravia

     

     

    Moravia nacque a Roma in un agiata famiglia borghese nel 1937 e vi morì. Soffre fino ai 17 anni di una dolorosa forma di tubercolosi ossea. Questi anni di inattività forzata indirizzano l’adolescente verso la lettura e la scrittura. Il primo romanzo che lui scrisse è “Gli indifferenti”. Cominciò poi a lavorare in diverse riviste letterarie. Ebreo per parte di padre durante l’occupazione nazista è costretto a rifugiarsi sulle montagne. Nel dopoguerra scrive molte opere tra cui: La romana, il conformista, la noia, storia della preistoria, l’uomo che guarda.

    Egli è il dissacratore dei miti per bene, di una società incapsulata nei luoghi comuni e la sua opera ha un serio valore culturale di smascheramento togliendo ogni ipocrisia agli ambienti borghesi da lui frequentati.

    E’ un narratore con, a volte, un fondo polemico contro gli aspetti assurdi e corrotti della vita di oggi.

    I suoi protagonisti, che sono molto ben caratterizzati dal valore psicologico, rappresentano ciascuno una tipologia caratteristica di un ambito sociale, di un periodo storico, di una certa società.

     

    Vita e opere di Gabriele D’Annunzio

     

     

    Gabriele D’Annunzio, nato a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante, entrò a 11 anni al collegio Cicognini di Prato, dove studiò fino alla licenza liceale con esiti brillanti, rivelando fin da quegli anni la sua vocazione letteraria, ma anche la sua forte attitudine a imporsi, a esibirsi, a primeggiare.

    Nel 1881 si trasferì a Roma, dove si iscrisse alla facoltà di lettere; non giunse però alla laurea perché agli studi universitari preferì un’intensa attività letteraria  (articoli di giornale, testi poetici e narrativi), che utilizzava anche per imporsi negli aristocratici salotti romani.

    Sposò una giovane duchessa, Maria di Gallese, da cui ebbe tre figli, ma il matrimonio durò solo pochi anni. La sua vita eccessiva e disordinata lo costrinse ad abbandonare Roma, dove, avendo accumulato troppi debiti era assediato dai creditori.

    Si ritirò allora in Abruzzo e in questo periodo scrisse un opera in versi, “Il poema paradisiaco” (1893), e un romanzo, “Il trionfo della morte” (1894), che seguiva a quello più celebre, “Il piacere” pubblicato nel (1889).

    Verso il 1898 si stabilì in una villa a Settignano, presso Firenze, dove visse per alcuni anni conducendo una vita fastosa. Gli fu vicina per alcuni anni la grande attrice drammatica Eleonora Duse. E’ di questo periodo l’opera poetica forse più alta del D’Annunzio:  “I tre libri delle Laudi” pubblicati nel (1903), anno in cui usci anche la  tragedia “La figlia di Jorio”.

    Tra nuovi amori e nuove opere letterarie, il D’Annunzio si dedicava anche a una frenetica vita attiva: fu uno dei primi piloti di automobile e di aeroplano. Allo scoppio della I guerra mondiale fu un fervente interventista. Con coerenza si arruolò e fu un combattente pericoloso  e perfino spericolato.

    Anche a guerra finita non depose i suoi ardori bellici e, spinto dall’intento di riunire l’Istria e la Dalmazia all’Italia, raggiunse la città di Fiume con una banda armata, la conquistò e vi fondò una repubblica che il governo italiano dovette sciogliere.

    La sua propensione all’azione, le sue convinzioni nazionalistiche lo avvicinarono alle posizioni e all’ideologie del nascente fascismo, fino a che si ritirò dalla scena politica.

    Si costruì allora una esistenza molto particolare ritirandosi a Gardone, sul lago di Garda, in una villa-museo che rifletteva i suoi gusti estetizzanti e maniacali.

    Qui visse isolato fino alla morte (1938), nella sicura coscienza di essere un grande poeta, un grande eroe, un uomo dalla vita inimitabile.                                 

           

    VITA E OPERE DI GIUSEPPE UNGARETTI

     

    L’ermetismo

    L’ermetismo è una tendenza poetica sviluppatasi all’inizio del secolo.

    Il termine ermetismo significa "perfettamente chiuso", ma anche "arcano, misterioso". Infatti, le poesie ermetiche sono molto scarne di spiegazioni e di descrizioni, ma sono piene di significati profondi.

    L’ermetismo si divide in due generi: la poesia delle cose quotidiane e la poesia evocativa. La prima descrive cose abituali, spiegandole con termini inusuali, esprimendo pensieri e sentimenti. A volte è ispirata a pensieri autobiografici, legati ai luoghi d’infanzia del poeta.

    La seconda tendenza è composta da piccole liriche che cercano nell’espressività delle immagini, la potenza evocativa per creare atmosfere e stati d’animo.

    Particolarità della

    Poesia ermetica

    • E’ presente la ricerca della musicalità e sonorità, espresse attraverso tecniche di assonanza, di allitterazione, e di ritmi metrici particolari.
    • La parola è essenziale, e deve rappresentare molti significati.
    • Si rilevano inoltre contrasti tra i significati di parole, tipica tecnica dell’ossimoro, la quale accosta significati antitetici, creando suggestioni profonde.

    Piccolo glossario

    Assonanza: Rima imperfetta. Si ha quando le vocali sono uguali, ma le consonanti

    sono diverse

    Allitterazione: Ripetizione degli stessi suoni all’inizio delle frasi.

    Ossimoro: Accostamento di due parole di significato opposto.

    Vita di Giuseppe Ungaretti

    Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, e trascorre l’infanzia in Africa, dove il padre lavora per la costruzione del Canale di Suez. Dopo il liceo si trasferisce a Parigi, dove conosce molti intellettuali.

    Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, parte volontario per il fronte del Carso. Da questa esperienza nascono alcune sue poesie. Ungaretti si rivela poeta rivoluzionario, e apre la strada all’ermetismo. Le liriche sono brevi, a volte ridotte ad una sola preposizione, ed esprimono forti sentimenti.

    Dopo la guerra ritorna in Francia. Rientra in Italia nel 1921. Nel 1933 esce "Il sentimento del tempo", la raccolta che segna l’inizio della sua seconda fase poetica. Le liriche sono più lunghe e le parole più complesse.

    Nel 1939, in Brasile per insegnare letteratura italiana all’Università di San Paolo, Ungaretti perde il figlio di nove anni. Nel 1944 inizia la terza fase di produzione poetica, più mediativa e stilisticamente meno innovativa. Il poeta riflette sulla vita, cosa derivata dall’età.

    Torna in Italia nel 1942, a Roma, dove insegna all’Università.

    Muore a Milano nel 1970, dopo la sua ultima lirica "L’impietrito e il vellutato".

    Analisi delle poesie

    Le poesie di Ungaretti, sono molto diverse da quelle degli altri poeti. Esse, infatti, sono molto brevi, a volte composte da una sola frase, mancano di punteggiatura ed è molto importante il titolo.

    Poesie brevi

    Le poesie di Ungaretti sono brevi; infatti l’autore è un poeta ermetico. Questa forma letteraria, difatti, dà poca importanza alla lunghezza della poesia, esaltando invece le emozioni forti, a volte molto evidenti, a volte nascoste.

    Mancanza della punteggiatura

    La mancanza della punteggiatura dà alla poesia un senso di dolore. Infatti, le poesie di Ungaretti sono molto tristi, essendo ispirate dalla Prima Guerra Mondiale. Anche gli spazi tra una strofa e l’altra sono importanti: danno alla poesia un ritmo simile ad un singhiozzo.

    L’importanza del titolo

    Il titolo, nelle poesie ermetiche, è molto importante. In esse, infatti, è racchiuso tutto il significato della poesia, e, a volte, ne è racchiusa la morale.

    "Veglia"

    Un’intera nottata

    Buttato vicino

    A un compagno

    Massacrato

    Con la sua bocca 5

    Digrignata

    Volta al plenilunio

    Con la congestione

    Delle sue mani

    Penetrata 10

    Nel mio silenzio

    Ho scritto

    Lettere piene d’amore

    Non sono mai stato

    Tanto 15

    Attaccato alla vita

    Cima Quattro il 23 Dicembre 1915

    Parafrasi

    Ho passato tutta la notte vicino ad un compagno morto, con la bocca aperta in un ghigno di sofferenza che guarda la luna, con il gonfiore delle mani che tormenta il poeta, scrive lettere piene d’amore

    Non sono mai stato tanto legato alla vita.

    Commento

    In questa poesia, il poeta esprime il suo pensiero riguardo la guerra e la vita. Nella prima parte descrive il suo compagno morto, ed esprime il suo parere sulla guerra. Nella seconda parte Ungaretti scrive che la vita è importante.

    La poesia è corta e senza rime, ed è costituita da versi che non hanno la stessa lunghezza.

    "Fratelli"

    Di che reggimento siete

    Fratelli?

    Parola tremante

    Nella notte

    Foglia appena nata

    Nell’aria spasimante

    Involontaria rivolta

    Dell’uomo presente alla sua

    Fragilità

    Fratelli

    Mariano il 15 Luglio 1916

    Parafrasi

    Di che reggimento siete fratelli?

    La parola fratelli trema nella notte

    La parola fratelli esprime un desiderio di pace

    Nell’aria piena di sofferenza degli uomini

    Spontanea rivolta alla guerra dell’uomo con la sua debolezza

    Fratelli

    Commento

    Nella poesia, Ungaretti esprime la sua sofferenza e amarezza per la sua condizione di soldato; Infatti, la parola fratelli è un augurio di pace ed esprime la speranza che la guerra finisca

    "San Martino del Carso"

    Di queste case

    Non è rimasto

    Che qualche

    Brandello di muro

    Di tanti

    Che mi corrispondevano

    Non è rimasto

    Neppure tanto

    Ma nel cuore

    Nessuna croce manca

    E’ il mio cuore

    Il paese più straziato

    Valloncello dell’albero isolato il 27 Agosto 1916

    Parafrasi

    In questo paese le case sono distrutte

    Le persone che vivevano nel paese sono morte o mutilate

    Ma il ricordo di tutti è fissato nel mio cuore

    Commento

    In questa poesia, il poeta esprime il suo pensiero riguardo la guerra e la vita. Nella prima parte descrive il suo compagno morto, ed esprime il suo parere sulla guerra. Nella seconda parte Ungaretti scrive che la vita è importante.

    La poesia è corta e senza rime, ed è costituita da versi che non hanno la stessa lunghezza.

    "Soldati"

    Si sta come

    D’autunno

    Sugli alberi

    Le foglie

    Bosco di Courton Luglio 1918

    Parafrasi

    I soldati sono come le foglie in autunno

    Commento

    Anche se la poesia è breve, Ungaretti riesce ad esprimere la condizione di soldato. Egli paragona infatti il soldato ad una foglia d’albero in autunno: basta un colpo di vento per far morire la foglia, così come basta un colpo di fucile a far cadere il soldato.

    "!In dormiveglia"

    Assisto la notte violentata

    L’aria è crivellata

    Come una trina

    Dalle schioppettate

    Degli uomini

    Ritratti

    Nelle trincee

    Come le lumache nel loro guscio

    Mi pare

    Che un affannato

    Nugolo di scalpellini

    Batta il lastricato

    Di pietra di lava

    Delle mie strade

    Ed io l’ascolto

    Non vedendo

    In dormiveglia

    Valloncello di Cima Quattro il 6 Agosto 1916

    Parafrasi

    Assisto la notte profanata dagli spari

    L’aria è trapassata

    Come un pizzo

    Dagli spari

    Degli uomini in trincea

    Come le lumache

    Sembra che molti spari

    Battano la pietra di lava

    Delle strade

    E io lo ascolto e basta

    Dato che sono in dormiveglia

    Commento

    La poesia è molto suggestiva, soprattutto per la presenza di numerose metafore. Quella che mi fa pensare di più è:

    "Degli uomini

    Ritratti

    Nelle trincee

    Come le lumache nel loro guscio"

    Induce a riflettere perché paragona i soldati alle lumache, che hanno come casa il loro guscio, così come i soldati hanno per casa la trincea.

    "Non gridate più"

    Cessate di uccidere i morti,

    Non gridate più, non gridate

    Se li volete udire,

    Se sperate di non perire.

    Hanno l’impercettibile sussurro,

    Non fanno più rumore

    Del crescere dell’erba,

    Lieta dove non passa l’uomo.

    Parafrasi

    Smettetela di odiare i morti

    Non gridate più, non gridate

    L’unica speranza di non morire,

    L’unico modo per essere uomini, è ritrovare la pietà e il perdono, e mettere da parte l’odio, e ascoltare l’insegnamento dei morti.

    Hanno un sussurro debole

    Non fanno più rumore

    Del crescere dell’erba

    Felice dove non passa l’uomo, perché porta solo distruzione.

    Commento

    L’argomento della poesia è l’odio scatenato dalla guerra, che continua a crescere. Gli uomini odiano ancora le loro vittime, e le uccidono ancora, mentre invece dovrebbero stare zitti e ascoltare il loro messaggio, che è debole, per avere una possibilità di salvezza.

    Ho amato molto la poesia, in particolare la metafora dell’erba, silenziosa nel suo crescere così come silenzioso è il monito che ci arriva dalle vittime della guerra.

    "Natale"

    Non ho voglia

    Di tuffarmi

    In un gomitolo

    Di strade

    Ho tanta

    Stanchezza

    Sulle spalle

    Lasciatemi così

    Come una

    Cosa

    Posata

    In un

    Angolo

    E dimenticata

    Qui

    Non si sente

    Altro

    Che il caldo buono

    Sto

    Con le quattro

    Capriole

    Di fumo

    Del focolare

    Napoli il 26 Dicembre 1916

    Parafrasi

    Non ho voglia

    Di andare per le strade confusionarie

    Sono stanco

    Lasciatemi solo

    Come un oggetto

    Dimenticato in un angolo

    Qui sono al caldo

    Sono vicino al calore del camino

    Commento

    La poesia è stata scritta durante un permesso. L’opera parla della tristezza del poeta, ancora impressionato dalla guerra. Ungaretti frantuma i versi per dare l’impressione di un singhiozzo.

    Questo ritmo crea infatti tristezza e raggela l’animo del lettore, il che contrasta con l’immagine del caminetto, il quale più che calore sembra evocare fredde emozioni.

    "Sereno"

    Dopo tanta

    Nebbia

    A una

    A una

    Si svelano

    Le stelle

    Respiro

    Il fresco

    Che mi lascia

    Il colore del cielo

    Mi riconosco

    Immagine

    Passeggera

    Presa in un giro

    Immortale

    Bosco di Courton Luglio 1918

    Parafrasi

    Dopo la nebbia

    Compaiono le stelle

    Respiro l’aria fresca del cielo

    Mi rendo conto

    Di essere un passeggero

    Nel ritmo immortale

    Commento

    La poesia parla della natura e della poca importanza dell’uomo nel mondo.

    La lunghezza dei versi è varia; questi sono raggruppati in strofe. I versi sono liberi, la punteggiatura è completamente assente e le parole sono semplici.

    "In memoria"

    Si chiamava

    Moammed Sceab

    Discendente

    Di emiri di nomadi

    Suicida

    Perché non aveva più

    Patria

    Amò la Francia

    E mutò nome

    Fu Marcel

    Ma non era Francese

    E non sapeva più

    Vivere

    Nella tenda dei suoi

    Dove si ascoltava la cantilena

    Del Corano

    Gustando un caffè

    E non sapeva

    Sciogliere

    Il canto

    Del suo abbandono

    L’ho accompagnato

    Insieme alla padrona dell’albergo

    Dove abitavamo

    A Parigi

    Dal numero 5 della rue des

    Carmes

    Appassito vicolo in discesa

    Riposa

    Nel camposanto d’Ivry

    Sobborgo che pare

    Sempre

    In una giornata

    Di una

    Decomposta fiera

    E forse io solo

    So ancora

    Che visse

    Parafrasi

    Si chiamava Moammed Sceab

    Figlio di emiri arabi

    Si suicidò perché non aveva più una patria

    Amò la Francia e si cambiò il nome in Marcel

    Ma non era francese e non riusciva più a vivere nella tenda dei suoi genitori

    E non sapeva paralre della sua sofferenza

    Ho accompagnato Marcel al cimitero

    Con la padrona dell’albergo dove abitavamo a Parigi

    Al numero 5 di rue des Carmes

    Un vicolo povero in discesa

    Riposa nel cimitero di Ivry

    Sobborgo sempre disordinato

    Come in un giorno di mercato

    E solo io sapevo che visse

    Commento

    Ungaretti parla di un suo amico arabo di nome Moammed. Egli emigrò in Francia e si cambiò il nome in Marcel. Ma era triste, e non parlandone, si suicidò, per ritrovare se stesso.

    La poesia esce dallo schema classico dell’ermetismo, perché è molto lunga.

    Commento generale sulle poesie di Ungaretti

    Queste poesie mi sono piaciute molto, perché mi hanno fatto capire come era la condizione dei soldati nelle trincee. Ho anche imparato ad apprezzare la vita, perché è la cosa più bella che una persona può avere, e quindi non la si può buttare andando in guerra, ma bisogna apprezzarne ogni singolo momento, bello o brutto, perché la vita non è fatta di solo di piaceri, ma anche di dispiaceri e dolori.

    Quindi spero che i governi capiscano questo, e che non vengano più dichiarate guerre, ma che invece vengano affrontati problemi più seri, come la fame e l’abbandono.

     

    GIUSEPPE UNGARETTI

    • 1888
      8 febbraio: Giuseppe Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini entrambi lucchesi. Nella città natale trascorre l'infanzia e i primi anni della giovinezza.
    • 1890
      Muore il padre. Il piccolo Giuseppe viene allevato dalla madre, da una balia sudanese e da Anna, un'anziana croata, adorabile narratrice di favole.
    • 1904
      Frequenta l'Ecole Suisse Jacot, dove viene a contatto per la prima volta con la letteratura europea. Lì conosce Mohammed Sceab.
    • 1907
      Inizia gli studi all'Istituto don Bosco, un collegio dove aveva studiato anche Marinetti.
    • 1908
      Frequenta la Baracca rossa, un ritrovo internazionale di anarchici, che ha il fervente organizzatore in Enrico Pea, versiliese, trasferito a lavorare in Egitto.
    • 1912
      Si trasferisce in Italia, "la Terra Promessa", con l'intenzione di compiere studi di diritto a Parigi per poi tornare in Egitto. A poche settimane di distanza si reca a Parigi, raggiunto poi da Mohammed Sceab, morto suicida dopo qualche mese. Si iscrive alla facoltà di lettere della Sorbona e prende alloggio in un alberghetto in rue Des Carmes.
    • 1913
      Frequenta i maggiori caffè letterari di Parigi, diventa amico di Apollinaire, al quale si lega di profondo affetto. E' in contatto con il gruppo fiorentino che, staccatosi dalla Voce, ha dato vita a Lacerba. Nell'estate l'amico Mohammed Sceab si toglie la vita.
    • 1914
      Rientra in Italia per prendere un titolo di studio: l'abilitazione all'insegnamento della lingua francese. Darà l'esame a Torino con Farinelli, ma si prepara in Versilia. Pea è rientrato con la famiglia in patria, ragione per cui Ungaretti è in quella zona. Si sposta poi a Milano dedicandosi all'insegnamento della lingua francese in una scuola secondaria e scrive le sue prime poesie: faranno parte della sezione Ultime che apre L'Allegria.
    • 1915
      Pubblica le prime liriche su Lacerba nel febbraio, in aprile, in maggio. Viene richiamato e inviato sul fronte del Carso e su quello francese dello Champagne. La prima poesia dal fronte (del Porto Sepolto) è datata 22 dicembre 1915.
    • 1916
      Trascorre l'intero anno tra prima linea e retrovie; scrive tutto il Porto Sepolto, che viene pubblicato presso una tipografia di Udine. Curatore degli ottanta esemplari è "il gentile Ettore Serra", giovane tenente.
    • 1918
      Il suo reggimento viene trasferito in Francia: va spesso in licenza a Parigi; cura anche la pubblicazione di un giornale per i soldati.
    • 1919
      Resta a Parigi, lavora come giornalista, prenderà a collaborare al Popolo d'Italia. Pubblica con Vallecchi, a cura di Ettore Serra, l'edizione provvisoria della raccolta Allegria di Naufragi (quella definitiva uscirà da Preda nel 1931) che comprende il Porto Sepolto, e i versi del '17, '18 e '19, oltre alla sezione Ultime). Compone il saggio sul Petrarca Verso un'arte nuova classica. Sposa Jeanne Dupoix.
    • 1920
      Torna a Roma, e su incarico del Ministero degli Esteri, si dedica alla stesura del bollettino informativo quotidiano. Collabora alle riviste La Ronda, Tribuna, Commerce. La moglie nel frattempo insegna francese.
    • 1923
      La difficile condizione economica lo induce a trasferirsi a Marino nei Castelli Romani. Pubblica a La Spezia, con il titolo IlPorto Sepolto, una nuova edizione de L'Allegria; include le liriche composte tra il 1919 e il 1922 e la prima parte delSentimento del Tempo. La prefazione è di Benito Mussolini.
    • 1925
      Nasce la prima figlia, Anna Maria. Seguita a frequentare il caffè Aragno; collabora alla rivista Commerce, di cui è redattore.
    • 1926
      Muore la madre.
    • 1928
      E' l'anno della Pietà, della piena conversione alla religione cattolica, dopo un periodo passato a Subiaco, nella settimana di Pasqua. Ungaretti ha quarant'anni.
    • 1930
      Termina la collaborazione con il Ministro degli Esteri. Nasce il secondo figlio, Antonio.
    • 1931
      EsceL'Allegria, edizioni Preda. La raccolta (poesie tra il 1914 e il 1919) acquista il suo titolo definitivo.
    • 1932
      Con il premio del Gondoliere assegnato a Venezia, la sua poesia ha il primo riconoscimento ufficiale.
    • 1933
      Pubblica con Vallecchi, nei Quaderni di Novissima,Sentimento del Tempo, con un saggio di Gargiulo. Numerosi in questi anni i viaggi in Francia, Belgio, Olanda, Spagna, e le collaborazioni giornalistiche, in particolare con il quotidiano La Gazzetta del Popolo e la rivista Mesures.
    • 1934
      Esce a Praga il suo primo volume di poesie tradotte.
    • 1936
      Dà alle stampe il volume Quaderno di traduzioni che comprende testi di Gòngora, Blake, Eliot, Rilke, Esenin. Il pen Club lo invita a tenere una serie di lezioni in Sud America. In Brasile gli viene assegnata la cattedra di Letteratura Italiana presso l'Università di San Paolo, che terrà fino al 1942. Esce l'edizione compiuta del Sentimento del Tempo, da novissima (poesie tra il 1919 e il 1935).
    • 1937
      Muore il fratello Costantino, per il quale scrive le liriche Se tu mio fratello e Tutto ho perduto, aperse successivamente in francese in Vie d'un homme.
    • 1939
      Esce a Parigi, pubblicata da Gallimard,Vie d'un homme. Muore in Brasile, per un attacco di appendicite malcurato, il figlio Antonietto, di nove anni.
    • 1942
      Rientra in patria, dopo l'entrata in guerra del Brasile contro l'Asse. E' nominato Accademico d'Italia; gli viene conferito un insegnamento universitario a Roma per "chiara fama". Mondadori inizia la pubblicazione delle sue opere sotto il titolo generale Vita d'un uomo.
    • 1944
      Pubblica, presso l'editore Documento, la traduzione di 22 sonetti di Shakespeare.
    • 1945
      De Robertis raccoglie le Poesie disperse e cura il primo apparato delle varianti per Allegria e Sentimento.
    • 1946
      Esce nella collana Lo Specchio di Mondadori la traduzione 40 sonetti di Shakespeare già pubblicata nel 1942 dalla casa editrice Mondadori.
    • 1947
      E' sottoposto a procedimenti di "epurazione" presso l'Associazione degli scrittori: nessun addebito da muovergli. Viene iniziato anche un procedimento per l'abolizione della cattedra di "chiara fama"(avuta anche da De Robertis): dopo una lotta tra il Consiglio Superiore e il Ministro Gonella (favorevole alla permanenza in cattedra dei due maestri), sentite le rispettive Facoltà l'insegnamento è confermato. Pubblica con Mondadori Il Dolore ( poesie tra il 1937 e il 1946).
    • 1948
      Appare da Mondadori il volume di traduzioni Da Gòngora a Mallarmé.
    • 1949
      Gli viene consegnato da Alcide De Gasperi il premio Roma; escono il volume di prosa Il povero nella città e alcuni abbozzi di La Terra Promessa. La rivista Inventario pubblica il suo saggio Ragioni di una poesia.
    • 1950
      Esce la nuova raccolta di poesie alla quale, con abbozzi, aveva cominciato a lavorare fin dal 1935: La Terra Promessa. Esce anche la traduzione della Fedra di Racine.
    • 1952
      Da Schwarz appare Un Grido e Paesaggi, con illustrazioni di Giorgio Morandi.
    • 1958
      Lucca celebra i settant'anni del poeta, assegnandogli la cittadinanza onoraria. La rivista Letteratura gli dedica un numero d'omaggio di 370 pagine. Muore Jeanne, la "devota, tollerante, paziente" compagna, alla quale dedica l'epicedio "Per sempre".
    • 1960
      Leone Piccioni cura il volume Il Taccuino del Vecchio, pubblicato da Mondadori con prefazione di Jean Paulhan e testimonianze critiche di Pound, Spitzer, Moore, Eliot. Con Fautrier e Paulhan compie una specie di giro del mondo in aereo, con lunga sosta in Giappone. Ungaretti riceve il premio Montefeltro.
    • 1961
      Escono le prose di viaggio del Deserto e dopo, che riprendono e ampliano quelle del Povero nella città. Vi raccoglie anche traduzioni della poesia brasiliana.
    • 1962
      E' eletto presidente della Comunità europea degli scrittori. Nasce la nipote Annina.
    • 1964
      Tiene, come visiting professor, presso la Columbia University, una serie di lezioni e stringe amicizia con letterati e pittori beats del Village newyorkese.
    • 1965
      Esce da Mondadori il volume Visioni di William Blake, traduzione delle opere del poeta inglese.
    • 1966
      Torna sulla tomba di Antonietto in Brasile, dove nella primavera conosce Bruna Bianco.
    • 1968
      In occasione degli ottant'anni riceve solenni onoranze da parte del governo italiano: a Palazzo Chigi è festeggiato dal presidente del Consiglio Moro e da Montale e Quasimodo, con tanti amici attorno. Escono due edizioni rare: Dialogo, con una combustione di Burri, piccola raccolta di poesie d'amore (Bruna Bianco - Giuseppe Ungaretti); e Morte delle stagioni, illustrata da Manzù, che raccoglie unite le stagioni della Terra Promessa, del Taccuino del Vecchio e gli ultimi versi fino al '66.
    • 1969
      Esce, in suo onore, un numero unico di L'Herne. Presso Gallimard esce la raccolta di saggi Innocence et mémoire, tradotta da Philippe Jaccottet. Viaggia negli Stati Uniti, in Svezia, in Germania. Nel settembre esce il volume mondadoriano che comprende Tutte le poesie, con note, saggi, apparati delle varianti, a cura di Leone Piccioni, alla dodicesima edizione nel 1988.
    • 1970
      Nella notte tra il 31 dicembre '69 e il primo gennaio '70 scrive l'ultima poesia L'impietrito e il velluto. Torna negli Stati Uniti per ricevere un premio all'Università di Oklahoma. A New York s'ammala e viene ricoverato in clinica. Rientra in Italia e si stabilisce per curarsi a Salsomaggiore. Muore d'improvviso a Milano la notte tra l'1 e il 2 giugno.

     

     

    La giovinezza e la prima formazione

     

    Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto l'8 febbraio 1888. La sua famiglia, di origine contadina, aveva lasciato la Lucchesia per seguire Antonio Ungaretti, il capofamiglia, il quale aveva trovato lavoro come sterratore presso il canale di Suez. Nel 1890, tuttavia, alla tenera età di due anni, Giuseppe rimase orfano del padre assieme al fratello, Costantino, di otto anni più grande di lui. Fu costretta ad occuparsi dei figli la sola madre, una donna energica, molto religiosa, che gestiva alla periferia della città, dove la famiglia viveva, un forno di proprietà del marito. A quell'epoca era presente in famiglia anche Anna, una vecchia croata. Le vicende fantasiose e le notizie esotiche, sulla base dei suoi trascorsi avventurosi, che ella raccontava si impressero definitivamente nella memoria del futuro poeta. L'abitazione degli Ungaretti si trovava ai limiti del deserto e la sensibilità di Giuseppe fu segnata per sempre dai silenzi, dai suoni misteriosi, dai colori di quel paesaggio favoloso e primitivo. A questa prima immagine se ne aggiunse nella fantasia un'altra, quella dell'Italia lontana. Ad alimentarla contribuirono i discorsi che se ne facevano in famiglia e i racconti di perseguitati politici e fuoriusciti italiani ai quali la madre offriva generosa ospitalità. La sua istruzione scolastica iniziò in un collegio di religiosi, l'Istituto don Bosco, e proseguì all'Ecole Suisse Jacot, dove compì gli studi liceali. Qui conobbe Mohammed Sceab, un giovane arabo di cui divenne amico fraterno. In questa scuola, grazie all'interessamento dei suoi insegnanti, poté avvicinarsi alla conoscenza della letteratura europea. Lesse ed amò, tra gli altri, Baudelaire, Mallarmè, Lafourge ed in particolare Giacomo Leopardi. La sua fu una formazione dilettantesca, al di fuori degli schemi culturali ed accademici tradizionali. Attraverso l'amico Sceab conobbe Enrico Pea, uno scrittore toscano, originario della Versilia. Costui, anarchico convinto, oltre a svolgere delle promiscue attività commerciali, teneva delle riunioni di affiliati e simpatizzanti sopra un deposito di legname, nella cosiddetta "Baracca rossa". Da queste riunioni nascevano spesso clamorose dimostrazioni pubbliche, che si concludevano talvolta col fermo e con l'arresto dei partecipanti. Ungaretti simpatizzò e prese parte a queste attività, sia di persona, sia attraverso la redazione di articoli, novelle e scritti diversi che venivano pubblicati sui fogli di propaganda anarchica. Nel frattempo venne a conoscenza dell'esistenza della rivista "La voce", nata nel 1908 a Firenze, vi si abbonò e ne divenne corrispondente per l'Egitto, legandosi di amicizia epistolare con i suoi redattori.

    L'esperienza francese

    Nel 1912, a ventiquattro anni, Ungaretti lasciò l'Egitto con l'intenzione ufficiale di continuare a studiare diritto, come era nei desideri della madre, in Europa. Dopo un viaggio per mare, approdò a Brindisi e vide per la prima volta materializzarsi davanti ai suoi occhi quella terra degli avi, l'Italia, di cui aveva tanto sentito parlare nel corso dell'infanzia. Fu accolto a Firenze dagli amici de "La voce"; da qui, con una lettera di presentazione dell'allora direttore della rivista, Prezzolini, per gli ambienti culturali parigini, proseguì alla volta della capitale francese. A Parigi prese alloggio in un piccolo albergo e si iscrisse alla

     

    Facoltà di Lettere della Sorbona. Dopo poche settimane lo raggiunse il suo caro amico Mohammed Sceab, il quale, tuttavia, incapace di adattarsi al modo di vivere europeo, sentendosi sradicato, di lì a poco si tolse la vita. A lui il poeta dedicherà una commossa poesia dal titolo In memoria. Presso la Sorbona Ungaretti frequentò abbastanza regolarmente i corsi universitari, ma non tralasciò di seguire quelli tenuti presso il Collége de France da Henri Bergson, il filosofo francese che, con la sua teoria della coscienza come memoria e del tempo come realtà interiore da percepirsi attraverso l'intuizione, affascinò un'intera generazione di giovani e influenzò profondamente la cultura e la poesia del Novecento. All'epoca, poco prima della Grande guerra, Parigi era la capitale della cultura europea, la città verso cui naturalmente convenivano intellettuali ed artisti di tutta Europa e nella quale venivano elaborate e promosse le teorie artistico-letterarie più avanzate ed avanguardistiche. Proprio dalla capitale francese, nell'intento di sprovincializzare la nostra cultura, Filippo Tommaso Marinetti aveva lanciato dalle colonne di "Le figaro" l'idea di una rivoluzione futurista. I caffè e i luoghi di incontro della città erano il mezzo migliore per entrare in contatto con la cultura più moderna, non accademica, non legata ai giochi di potere culturale delle università. Ungaretti frequentò assiduamente e conobbe alcuni dei rappresentanti più significativi della cultura del tempo, come Apollinaire, con cui strinse amicizia. Si può dire, quindi, che la sua prima formazione culturale fu senz'altro francese, in una lingua che egli padroneggiava benissimo, ancor meglio dell'italiano, e nella quale pubblicherà qualche anno più tardi alcune delle sue prime poesie, sotto il titolo di La Guerre, nel 1919. A Parigi incontrò e frequentò anche Soffici e il gruppo futurista della rivista "Lacerba", i cui redattori mantenevano contatti costanti con l'ambiente culturale parigino. Proprio su questa rivista, per interessamento di Palazzeschi, apparvero nel 1915 i suoi primi versi, scritti nel 1914-1915. Pur profondamente influenzato dalla esperienza francese, dal gusto crepuscolare del primo Palazzeschi, Ungaretti ha ormai scoperto definitivamente la sua vocazione poetica. Nel 1914 egli tornò in Italia, in Versilia, quando in Europa era già scoppiata la Prima guerra mondiale e l'opinione pubblica del nostro paese era divisa tra neutralisti ed interventisti. Ungaretti credeva ingenuamente nella guerra, in una vittoria popolare, e partecipò alla campagna a fianco degli interventisti, ai comizi, alle dimostrazioni di molti suoi amici toscani. Nel corso di una di esse venne addirittura arrestato. Rilasciato, si trasferì a Milano dove, conseguita l'abilitazione all'insegnamento della lingua francese, insegnò in una scuola secondaria in attesa di essere chiamato alle armi. Nel corso di questi avvenimenti conobbe Mussolini, il quale aveva da poco lasciato "L'Avanti!", giornale socialista, per fondare "Il Popolo d'Italia". Nel maggio 1915 l'Italia entrò in guerra contro l'Austria-Ungheria e la Germania. Ungaretti venne chiamato al fronte. Sembrò destinato in un primo momento a restare in un ospedale militare, poi, come soldato semplice, venne inviato sul fronte del Carso.

     

    La tragica esperienza della vita di trincea trasformò profondamente la sua idea della guerra e la stessa poesia. Attraverso versi carichi di intenso dolore per l'orrore della violenza bellica, si scoprì essere fragile, uomo nudo di fronte alla morte e si sentì spinto ad attaccarsi alla vita, al bisogno di spezzare con l'umanità dei sentimenti e la forza della poesia il silenzio che circonda la vita umana. Egli espresse ciò nella forma inedita dei versi franti, in cui le parole sono separate da lunghe pause, dallo spazio bianco della pagina nella totale assenza di punteggiatura, sotto la forma esteriore di un diario di trincea. Nasceva un modo nuovo di fare poesia, già maturo all'atto stesso del suo apparire. Per tutto il 1916 egli restò al fronte e nel corso di quello stesso anno Ettore Serra, un tenente suo amico amante della poesia, curò a Udine la pubblicazione delle prime liriche nate da questa esperienza sotto il titolo del Porto Sepolto. Si trattava di una edizione di soli ottanta esemplari, quanto bastava all'autore per far conoscere le sue liriche agli amici presso cui si recava in occasione delle licenze dal fronte. Successivamente quel nucleo poetico iniziale si accrebbe di nuove liriche, fino a formare una raccolta che, nel 1919, a guerra finita, ancora Ettore Serra farà pubblicare col titolo Allegria di Naufragi presso l'editore Vallecchi di Firenze. Nel 1918 Ungaretti venne trasferito sul fronte francese. Nel corso delle licenze poté così recarsi a trovare i suoi vecchi amici o allacciare nuovi rapporti. La guerra ebbe finalmente termine. Proprio in occasione dell'armistizio, nel novembre del 1918, recatosi a casa di Apollinaire, per portargli in dono dei sigari toscani, lo trovò morto da poco. Nel 1919, egli, l'anarchico, il ribelle senza patria, sposò una giovane donna francese, Jeanne Dupoix, la quale gli starà a fianco per tutta la vita, fino al giorno della morte, avvenuta nel 1958. La coppia avrà due figli: Ninon, nel '25, e Antonietto, nel '30. Nel 1920 si stabilirono definitivamente in Italia.

    Il ritorno in Italia

     

    Le condizioni economiche di Ungaretti furono per diversi anni difficili. Per questo motivo egli accettò un incarico, che conservò per dieci anni, presso il Ministero degli Esteri. Il suo lavoro consisteva nello scegliere e tradurre dei ritagli della stampa francese per il bollettino informativo del Ministero. La vita in città, inoltre, era troppo cara ed egli si stabilì con la moglie a Marino, un paesino sui colli laziali,, un po' fuori Roma, immerso ancora in una natura vergine ed incontaminata. Contemporaneamente, sul piano degli interessi letterali, Ungaretti entrò in rapporto con i redattori de "La ronda" e ne divenne collaboratore. Il paesaggio laziale, la natura sotto un sole luminoso, priva quasi di ogni traccia umana, divennero i protagonisti di una nuova stagione poetica, la quale andrà a formare la prima parte della sua seconda raccolta di poesie. Al tempo stesso egli aveva iniziato il recupero-confronto con la tradizione letteraria italiana, della quale, per formazione, conosceva poco e in maniera frammentaria, per procedere al riassorbimento nella sua poesia della voce della nostra tradizione lirica. Nel 1923 apparve a La Spezia, con prefazione di Benito Mussolini, una nuova edizione del Porto Sepolto. Si trattava, in realtà, di una riedizione di Allegria di Naufragi del '19, con l'aggiunta della sezione Prime, comprendente liriche scritte tra il '19 ed il '22, che in un secondo tempo egli riterrà più opportuno includere nella raccolta successiva, come prologo ad una stagione poetica profondamente diversa da quella bellica. Poi, nel 1928, in occasione di una visita a Subiaco, una cittadina a settanta chilometri da Roma, presso un amico benedettino, trovò sfogo alle inquietudini esistenziali emerse nelle liriche di questi anni, accostandosi, sia pure a suo modo, alla religione cristiana. Si tratta di un cristianesimo inquieto, che fa passare in secondo piano le tematiche affrontate nelle liriche dei primi anni venti, per interrogarsi sulle contraddizioni profonde insite nell'animo umano, tra aspirazione all'assoluto e coscienza del peccato legato al perseguimento di fini terrestri, fallaci. Nacquero gli Inni e tra questi La pietà. Nel 1929, dopo tanti anni, rivide la madre, giunta a Roma in occasione del Giubileo Sacerdotale del Papa, la quale morirà l'anno dopo. In ricordo di lei Ungaretti scrisse la lirica La madre, caratterizzata da un commosso accento cristiano. Tutte queste poesie, infine, già edite sparsamente su riviste, vennero raccolte e pubblicate nel 1933 presso Vallecchi, col titolo Sentimento del tempo: Dopo la pubblicazione della sua seconda raccolta, il poeta aveva in mente un nuovo progetto, un'opera letteraria che si potesse eventualmente rappresentare in forma di melodramma, con cori e musica, e che voleva essere la continuazione ideale di Sentimento. Il titolo dell'opera, La Terra promessa, alludeva all'Italia come meta del viaggio di Enea, le cui vicende di Ungaretti intendeva riscrivere poeticamente, caricandole di significato simbolico ed esistenziale, secondo un uso della mitologia già sperimentato nella seconda raccolta. Nei primi anni '30 Ungaretti collaborò alla "Gazzetta del Popolo" e per conto di questo quotidiano torinese viaggiò in Francia, Olanda, Svizzera, Corsica e persino in Egitto, ricavandone articoli e scritti in prosa che nel 1961 pubblicherà con il titolo Il deserto e dopo. Contemporaneamente lavorò assiduamente alla traduzione di opere di Blake, Saint-John Perse, Shakespeare, Gongora. Si trattò di una frequentazione di autori la cui conoscenza contribuì negli anni successivi all'acquisizione di un linguaggio concettistico e barocco. Il Quaderno di traduzioni che raccoglie questo lavoro uscì nel 1936 da Novissima. La sua fama presso i poeti della generazione più recente divenne sempre più ampia. Egli venne riconosciuto come uno dei padri, se non il più significativo rappresentante, della lirica moderna, novecentesca. Anche la critica cominciò ad occuparsi di lui, rompendo la tiepida accoglienza riservata alle diverse edizioni della sua prima raccolta. A ciò contribuì la seconda edizione di Sentimento, pubblicata nel '36, ancora presso Novissima, ed in cui vennero incluse le liriche scritte dal 1919 al 1935.

    Gli anni brasiliani

    Nello stesso anno, inaspettatamente, in occasione di un viaggio in Argentina, il Pen Club lo invitò ad accettare la cattedra di letteratura italiana presso l'Università di San Paolo. Le sue condizioni economiche sempre precarie ed il clima antifrancese che vigeva in Italia a causa delle sanzioni economiche sancite dalle potenze europee contro il nostro paese e in risposta all'aggressione all'Etiopia, e di cui la moglie soffriva in particolar modo, lo indussero ad accettare. Gli anni brasiliani gli lasciarono il ricordo di una natura smisurata nelle forme e nei colori, ma sul piano poetico diedero scarsi frutti. Il progetto de La Terra Promessa venne accantonato e, con l'eccezione della lirica Tutto ho perduto, dedicata al fratello morto nel '37, non scrisse più. Il suo impegno maggiore era assorbito dalle lezioni di letteratura italiana, nelle quali andò accostandosi con grande originalità interpretativa ad alcuni tra i nostri maggiori scrittori.

     

    Nel '39, improvvisa, giunse la morte del figlio Antonietto di soli nove anni, a causa di una appendicite mal curata. Ungaretti non sapeva darsi pace. Il dolore vivo di questa tragedia familiare gli fece scrivere Gridasti:Soffoco. Si tratta di una poesia molto privata che egli non si sentirà di rendere pubblica prima del '52, quando verrà inclusa in Un grido e paesaggi. In quello stesso anno si abbatté sull'Europa la bufera di una nuova guerra mondiale. Nel 1940 anche l'Italia vi prese parte ed un paio di anni dopo il Brasile si schierò contro l'Asse Roma-Berlino. La famiglia Ungaretti fu costretta a scegliere tra l'internamento in un campo di concentramento ed il ritorno in Patria. Nel 1942 ritornarono a Roma, dove, a mitigare parzialmente la forza degli eventi sfavorevoli, sopraggiunse la nomina di Ungaretti alla cattedra di Letteratura Italiana moderna e contemporanea presso l'Università, senza concorso, "per chiara fama". Egli visse nella Roma occupata dai nazisti i periodi più bui della guerra, tra fame e persecuzioni. Tra l'altro ospitò in casa sua una donna ebrea. Ritornò allora a scrivere per esprimere il dolore ancora vivo per la morte del figlio in Giorno per giorno e la sua partecipazione a quello collettivo in Roma occupata. Alla ricerca metafisica, atemporale di emblemi e valori assoluti della condizione umana di Sentimento si sostituì la viva partecipazione dell'autore al dramma privato e storico. Nel 1942 iniziò l'edizione definitiva dell'Allegria la pubblicazione di tutte le sue opere presenti e future presso Mondadori sotto il titolo complessivo Vita d'un uomo. Questo titolo evidenzia la volontà di stabilire una coincidenza profonda tra la propria vicenda biografica e le scansioni delle diverse stagioni della produzione lirica.

     

    La natura del poeta non è scindibile, secondo questa idea, da quella dell'uomo e viceversa: la poesia,anzi è ciò che delle vicende biografiche coglie il senso, il significato umano più vero e profondo. Già da tempo Ungaretti aveva posto di nuovo mano alle sue liriche più remote, apportandovi varianti linguistiche continue, atte a "distillare" quelle esperienze e renderle, le une rispetto alle altre, parte organica di un più generale itinerario poetico-esistenziale. Nel '43 toccò a Sentimento del tempo uscire in edizione ormai definitiva. Nel '45, inoltre, De Robertis pubblicò Poesie disperse, quelle cioè che Ungaretti aveva ritenuto non dovessero far parte delle precedenti raccolte, o le varianti edite di quelle già pubblicate, ovvero l'insieme delle diversità testuali riscontrabili nel confronto tra le diverse edizioni. La fama di Ungaretti era, dunque, in via di consolidamento e la sua poesia divenne oggetto sempre più frequente di studio e di analisi. Ciò nonostante, a causa dell'attribuzione senza concorso della cattedra universitaria, finita la guerra, nel clima generale di epurazione, egli si vide prima espulso, poi riammesso all'insegnamento.

    Il dopoguerra e gli ultimi anni

     

    Il dopoguerra, ricco di speranze e di illusioni, fu caratterizzato da una rinnovata attenzione degli intellettuali per la realtà ed i problemi sociali, secondo un movimento culturale detto Neorealismo. Nel 1947 Ungaretti pubblicò Il Dolore, riunendo sotto questo titolo Giorno per giorno, Roma occupata e le altre liriche scritte negli anni della guerra. Da un po' di tempo aveva ripreso il lavoro attorno a La terra promessa del lontano '35, con in più l'esperienza umana espressa nella terza raccolta e l'acquisizione di un nuovo stile, una specie di barocco linguistico, maturato all'ombra delle prose e delle traduzioni. In maniera volutamente frammentaria, abbandonata l'idea della forma melodrammatica, questa quarta raccolta uscì nel 1950. Nel 1952 fu la volta di Un grido e paesaggi, che raccoglie, oltre a Gridasti: Soffoco, un originale Monologhetto scritto per la Rai in occasione del capodanno 1951 sul mese di febbraio e poesie diverse di minore importanza. Ma l'attività prevalente in questi primi anni '50 fu quella dell'insegnamento. Leopardi, Petrarca, il Manzoni degli Inni sacri, i Crepuscolari furono oggetto di una originale rilettura da parte del poeta, intento ad auscultarne gli echi linguistici e musicali più riposti. Nel '58, infine si ritirò dall'insegnamento, a 70 anni. Nello stesso anno morì la moglie. Nel '60 uscì Il taccuino del vecchio, con Gli ultimi cori per la Terra promessa e la poesia Per sempre, dedicata alla moglie, a chiusura della raccolta. All'epoca la sua fama aveva valicato da tempo i confini degli addetti ai valori e raggiunto un pubblico più vasto. Gli vennero dedicati numeri speciali di riviste letterarie, come quello di "Letteratura", in occasione del suo settantesimo compleanno; premi letterari, interviste. Rimasto solo, per vincere la solitudine, riprese a viaggiare. Nel '64 fu negli Stati Uniti, presso la Columbia University, dove tenne un ciclo di lezioni. Sembrava si fosse chiusa per sempre la sua stagione poetica. Ormai considerato il grande vecchio della letteratura italiana, non scrisse più nulla per diversi anni, a parte quattro frammenti poetici, Apocalissi del '61, Poi, nel '66, in occasione di un viaggio in Brasile, incontrò una giovane poetessa, Bruna Bianco. Ne nacquero delle poesie d'amore: nove liriche che in edizione semiprivata saranno pubblicate nel '68 col titolo Dialogo, assieme ai Proverbi. Seguiranno, infine, i tre frammenti di Nuove, del '69, le sue ultime poesie. L'ultima di queste, L'impietrito e il velluto, fu scritta a capodanno del '70 e dedicata a Dunja, una ragazza croata che lo accompagnò negli ultimi mesi di vita e nella cui immagine risplendeva per il poeta il ricordo di Anna, la vecchia croata compagna delle sue fantasie infantili di ottant'anni prima. Sempre nel 1969 uscì l'edizione definitiva e completa delle sue poesie, Vita d'un uomo: tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni. Nel 1970, nel corso di un ulteriore viaggio negli Stati Uniti, si ammalò. Tornato in Italia per curarsi, morì a Milano tra l'1 e il 2 giugno 1970.

 

la vita dei letterati 


Opere in versi

Il Porto Sepolto, a cura di Ettore Serra, Udine, Stabilimento tipografico friulano, 1916

La Guerre, Parigi, Etablissements Lux, 1919

Allegria di Naufragi, Firenze, Vallecchi, 1919

Il Porto Sepolto, con Presentazione di Benito Mussolini, a cura di Ettore Serra, La Spezia, Stamperia Apuana, 1923

L'Allegria, Milano, Preda 1931

Sentimento del Tempo, con saggio di Alfredo Gargiulo, Firenze, Vallecchi, 1933

L'Allegria, Roma, Novissima, 1936

Sentimento del Tempo, con saggio di Alfredo Gargiulo, Firenze, Vallecchi, 1936

Vita d'un uomo: L'Allegria, Milano, Mondadori, 1942; 1946; 1949; 1954; 1957; 1962; 1963; 1966; 1968

Vita d'un uomo: Sentimento del Tempo, con saggio di Alfredo Gargiulo, Milano, Mondadori, 1943; 1946; 1949; 1954; 1959; 1961; 1963; 1966;

Frammenti per la Terra Promessa, con Litografia di Pericle Fazzini, Roma, Concilium Lithographicum, 1945

Vita d'un uomo: Poesie disperse, con apparato critico delle varianti di tutte le poesie e saggio Giuseppe De Robertis, Milano, Mondadori, 1945; 1954; 1959; 1964; 1968

Derniers Jours, 1919, a cura di Enrico Falqui, Milano, Garzanti, 1947

Vita d'un uomo: Il Dolore ( 1937-1946 ), Milano, Mondadori, 1947; 1949; 1952; 1956; 1959; 1961; 1963; 1966

La Terra Promessa, con apparato critico delle varianti e saggio di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1950

Gridasti: Soffoco..., con disegni di Lèo Maillet, Milano, Fiumara, 1951

Un Grido e Paesaggi, con saggio di Piero Bigongiari e disegni di Giorgio Morandi, Milano, Schwart, 1952

Vita d'un uomo: La Terra Promessa (Frammenti), con apparato critico delle varianti e saggio di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1954; 1959; 1963; 1967

Vita d'un uomo: Un Grido e Paesaggi, con saggio di Piero Bigongiari, Milano, Mondadori, 1954; 1962; 1968

Il Taccuino del Vecchio, con testimonianze di amici stranieri del poeta raccolte a cura di Leone Piccioni e con uno scritto introduttivo di Jean Paulhan, Milano, Mondadori, 1960

Vita d'un uomo: Il Taccuino del Vecchio, Milano, Mondadori, 1961; 1964;

75° compleanno: Il Taccuino del Vecchio, Apocalissi, Milano, Le Noci, 1963

Apocalissi e Sedici traduzioni, Ancona, Bucciarelli, 1965

Ungaretti: Poesie, a cura di Elio Filippo Accrocca, Milano, Nuova Accademia, 1964

Il Carso non è più un inferno, a cura di Vanni Scheiwiller, Milano, Scheiwiller, 1966

Morte delle Stagioni: La Terra Promessa, Il Taccuino del Vecchio, Apocalissi, a cura di Leone Piccioni, Torino, Fògola, 1967

Dialogo ( Bruna Bianco-Giuseppe Ungaretti ), con nota di Leone Piccioni, Torino, Fògola, 1968

Allegria di Ungaretti, a cura di Annalisa Cima, con tre poesie inedite, Milano, Scheiwiller, 1969

Il Dolore, con xilografia di Pasquale Santoro, Roma, 1969

Croazia segreta, con studio di Leone Piccioni, Roma, Grafica Romero, 1969

L'impietrito e il velluto, Roma, Grafica Romero, 1970

Tutte le poesie, unitamente a prefazioni, varianti e frammenti, sono raccolte in Vita d'un uomo: Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Milano, Mondadori, 1969; il volume è uscito nel 1970 in edizione aggiornata con inserimento di alcune ultime composizioni; ed è giunto nel 1974 alla settima edizione.

Il titolo Vita d'un uomo accompagna tutte le raccolte poetiche ungarettiane uscite presso Mondadori si da quando, nel 1942, l'editore iniziò la pubblicazione dei primi volumi per arrivareall'Opera omnia. Per cui sia nelle sillogi parziali precedenti il 1942, sia in quelle composte o edite successivamente, una volta entrate nello schema mondadoriano, fu riportata dinanzi al titolo singolo la dicitura Vita d'un uomo. Il suo significato è quello di sottolineare la stretta connessione esistente fra la vita e l'opera in Ungaretti; tali legami, per altro perfettamente leggibili, sono confermati anche da Ungaretti stesso:

Quelle mie poesie sono ciò che saranno tutte le mie poesie che verranno dopo, cioè poesie che hanno fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia: non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta.

Tale soprattitolo appare per altro su molti libri di traduzioni ed è stato usato anche per l'edizione postuma della raccolta diSaggi e interventi.

Una caratteristica del poetare ungarettiano è il continuo ritornare sul lavoro compiuto: lo testimoniano le quasi trecento pagine dedicate in Vita d'un uomo all'Apparato critico delle varianti. In tali revisioni spesso alcune liriche sono state trasferite da una raccolta all'altra.

Opere in prosa

Il povero nella città, Milano, edizioni della Meridiana, 1949

Il Deserto e dopo, Milano, Mondadori, 1961; 1969

Viaggetto in Etruria, Roma, ALUT, 1965

Una vasta scelta di scritti ungarettiani in prosa ( specialmente saggi e critiche ), raccolta e curata da Luciano Rebay e Mario Diacono è stata pubblicata in G. Ungaretti, Vita d'un uomo: Saggi e interventi, Milano, Mondadori, 1974.

Traduzioni

Traduzioni, Roma, Novissima, 1936

XXII Sonetti di Shakespeare scelti e tradotti da Giuseppe Ungaretti, Roma, Documento, 1944

Vita d'un uomo: Quaranta sonetti di Shakespeare tradotti, Milano, Mondadori, 1946

L'Après-Midi et le Monologue d'un Faune di Mallarmé, tradotti da Giuseppe Ungaretti con litografie originali di Carlo Carrà, Milano, Il Balcone, 1947

Vita d'un uomo: Fedra di Jean Racine, Milano, Mondadori, 1950

Pàu Brasil ( in Il deserto e dopo ), Milano, Mondadori, 1961

Finestra nel caos di Murilo Mendes, Milano, Scheiwiller, 1961

Vita d'un uomo: Visioni di William Blake, Milano, Mondadori, 1965

Saint-John Perse: Anabase, seguita dalle traduzioni di T. S. Eliot e Giuseppe Ungaretti, Verona, Le Rame, 1967

Altre traduzioni sono apparse in periodici.

Le opere di Ungaretti sono state tradotte anch'esse in varie lingue a cominciare dal 1934. Traduzioni di singole poesie e prose sono apparse in riviste un po' dovunque.

Lettere

Lettere dal fronte a Gherardo Marone ( 1916-1918 ), Milano, Mondadori, 1978

 

 

A RIPOSOA RIPOSO

da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO

 

 

Chi mi accompagnerà pei campi

 

Il sole si semina in diamanti

di gocciole d'acqua

sull'erba flessuosa

 

Resto docile

all'inclinazione

dell'universo sereno

 

Si dilatano le montagne

in sorsi d'ombra lilla

e vogano col cielo

 

Su alla volta lieve

l'incanto si è troncato

 

E piombo in me

 

E m'oscuro in un mio nido

 

 

Versa, il 27 aprile 1916

 

da L'ALLEGRIA - IL PO

AGONIA

da L'ALLEGRIA - da ULTIME

 

Morire come le allodole assetate

sul miraggio

 

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perchè di volare

non ha più voglia

 

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato

 

 

Milano 1914/1915


Potrebbe essere la prima poesia del nuovo corso ungarettiano: c'è un programma di vita: si può morire perchè si segue un "miraggio", una utopia, un'ambizione di vita, oppure si può morire anche per stanchezza dopo aver fatto il proprio dovere nella vita, ma non si può rinunciare alla libertà, non si può rinunciare all'impegno, non si può vivere in gabbia, come "un cardellino accecato".

 

 

RTALLEGRIA DI NAUFRAGI

da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI

 

 

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

 

 

Versa, il 14 febbraio 1917


E' una notazione autobiografica emozionante: anche Ungaretti dopo quelli che parevano i naufragi della sua vita, subito riparte, "subito riprende / il viaggio".

 

 

O SEPOLTO

AMARO ACCORDO

da IL DOLORE - da IL TEMPO E' MUTO

 

Oppure in un meriggio d'un ottobre

Dagli armoniosi colli

In mezzo a dense discendenti nuvole

I cavalli dei Dioscuri,

Alle cui zampe estatico

S'era fermato un bimbo,

Sopra i flutti spiccavano

 

(Per un amaro accordo dei ricordi

Verso ombre di banani

E di giganti erranti

Tartarughe entro blocchi

D'enormi acque impassibili:

Sotto altro ordine d'astri

Tra insoliti gabbiani)

 

Volo sino alla piana dove il bimbo

Frugando nella sabbia,

Dalla luce dei fulmini infiammata

La trasparenza delle care dita

Bagnate dalla pioggia contro vento,

Ghermiva tutti e quattro gli elementi.

 

Ma la morte è incolore e senza sensi

E, ignara d'ogni legge, come sempre,

Già lo sfiorava

Coi denti impudichi.

 

 

Chi mi accompagnerà pei campi

 

Il sole si semina in diamanti

di gocciole d'acqua

sull'erba flessuosa

 

Resto docile

all'inclinazione

dell'universo sereno

 

Si dilatano le montagne

in sorsi d'ombra lilla

e vogano col cielo

 

Su alla volta lieve

l'incanto si è troncato

 

E piombo in me

 

E m'oscuro in un mio nido

 

 

Versa, il 27 aprile 1916

 

 

 

APOCALISSI

Roma, 3 gennaio / 23 giugno 1961

1.

Da una finestra trapelando, luce

Il fastigio dell'albero segnala

Privo di foglie.

 

 

2.

Se unico subitaneo l'urlo squarcia °

L'alba, riapparso il nostro specchio solito,

Sarà perchè del vivere trascorse

Un'altra notte all'uomo

Che d'ignorarlo supplica

Mentre l'addenta di saperlo l'ansia?

 

 

3.

Di continuo ti muovono pensieri,

Palpito, cui, struggendoli, dai moto.

 

 

4.

La verità, per crescita di buio

Più a volare vicino s'alza l'uomo,

Si va facendo la frattura fonda.

 

 

 

°o a scelta: Se d'improvviso l'urlo squarcia unico

Ungaretti aveva l'abitudine, dopo la mezzanotte della fine dell'anno, di segnare qualcosa nell'agenda dell'anno nuovo. Questa volta, dopo una pausa abbastanza lunga, nascono i frammenti dell'Apocalissi. Il quarto si riferisce in particolare alla passeggiata lunare degli astronauti. Quasimodo aveva scritto sull'Unità che quella conquista scientifica rappresentava la morte di Dio. Ungaretti, quasi rispondendo indirettamente, ci dice che nessuna scoperta scientifica riuscirà mai a svelare il mistero: il mistero, anzi, si infittisce.

 

 

AUGURI PER IL PROPRIO COMPLEANNO

da IL SENTIMENTO DEL TEMPO - da L'AMORE

 

 

Dolce declina il sole.

Dal giorno si distacca

Un cielo troppo chiaro.

Dirama solitudine

 

Come da gran distanza

Un muoversi di voci.

Offesa se lusinga,

Quest'ora ha l'arte strana.

 

Non è primo apparire

Dell'autunno già libero?

Con non altro mistero

 

Corre infatti a dorarsi

Il bel tempo che toglie

Il dono di follia.

 

Eppure, eppure griderei:

Veloce gioventù dei sensi

Che all'oscuro mi tieni di me stesso

E consenti le immagini all'eterno,

 

Non mi lasciare, resta, sofferenza!

 

 

1935


E' una presa di congedo dalla giovinezza, l'avviarsi alla maturità o alla vecchiaia. C'è il pensiero un po' utopistico che la vecchiaia porti serietà e tranquillità e che alla giovinezza corrisponda, invece, tumulto e sofferenza. Ma per un momento Ungaretti invoca che la giovinezza possa ancora durare a costo di tumulti, a costo di sofferenze: "Non mi lasciare, resta, sofferenza".

 

 

MATTINA

da L'ALLEGRIA - da NAUFRAGI

 

 

M'illumino

d'immenso

 

 

Santa Maria La Longa, il 26 gennaio 1917

Poesia celebre, ma celebre anche per l'ironia che alcuni stupidi lettori, e perfino giornali umoristici, davano alla brevità di questi versi. Ungaretti usava mandare in quel periodo le sue poesie, su cartoline postali, per lo più a Papini e spesso a Soffici. A Papini mandò questa versione:

" M'illumino
d'immenso
con un breve
moto di sguardi "

 

La versione spedita a Papini

Siamo in guerra, siamo in trincea e siamo verso Trieste in una mattina di sole; all'improvviso i soldati ed anche Ungaretti vedono la distesa infinita del mare. E s'illuminano "d'immenso".

 

 

 

 

SCOPERTA DELLA DONNA

da L'ALLEGRIA - da PRIME

 

 

Ora la donna mi apparve senza più veli, in un pudore naturale.

  Da quel tempo i suoi gesti, liberi, sorgenti in una solennità

feconda, mi consacrano all'unica dolcezza reale.

  In tale confidenza passo senza stanchezza.

  In quest'ora può farsi notte, la chiarezza lunare avrà le ombre

più nude.

 

 

Parigi - Milano, 1919

 

 

SAN MARTINO DEL CARSO

da L'ALLEGRIA - IL PORTO SEPOLTO

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non m'è rimasto
neppure tanto

Ma nel mio cuore
nessuna croce manca

E' il mio cuore
il paese più straziato


Valloncello dell'Albero Isolato, il 27 agosto 1926

Ungaretti sul Carso

 

"Il nome di Ermetismo è usato, talora impropriamente, per designare un certo tipo di lirica - e poi anche di critica - italiana novecentesca, di non immediata accessibilità per il lettore." (S. Ramat)
La definizione divenne di uso corrente dal 1936 quando uscì un celebre saggio di Francesco Flora, La poesia ermetica, che, sottolineando la "dipendenza" da modelli francesi (soprattutto Mallarmè e Valéry) approdava ad un complessivo giudizio negativo o comunque restrittivo. L'aggettivo ermetico sottolinea appunto l'impossibilità di comprensione da parte del lettore, ove questi non possegga la "chiave" per penetrare entro i significati nascosti. Gran parte del giudizio del Flora era tuttavia limitata dalla ancora incompleta conoscenza di tutto il materiale poetico venuto in luce negli anni successivi.

Secondo G. Alfonso Pellegrinetti la poetica dei cosiddetti ermetici si può così articolare:

  • ripetizione del vocabolo che diviene talvolta ossessiva come in molte liriche dei vociani e dei futuristi:tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c'è - nel cuore della sera c'è - sempre una piaga rossa languente (Campana)
  • uso della parola con significato particolare al poeta che l'adopera e che l'arricchisce con la memoria della pienezza dei suoi significati infondendole peso, estendendone e rendendone profonde le prospettive (Ungaretti). La parola isola ad esempio, per Ungaretti è legata al suono di uno sciacquio d'approdo e all'immagine di un albero, di un gregge, di un pastore. Amore nel Bertocchi ha il significato di intimità domestica, di scoperta interiore, di religiosità tutta personale;
  • uso frequente di trasposizioni analogiche, per effetto delle quali il poeta abolisce nella similitudine il termine intermedio per dare all'immagine una efficacia più immediata;
  • contrazione della sintassi che produce varie interpretazioni di una stessa frase tutte accettabili (ambivalenze o polisenso);
  • abolizione totale o parziale della punteggiatura;
  • nuovo valore dato alle pause che si fanno grevi di significati...;
  • ogni poeta cerca e trova un suo ritmo personale, che è sillabico in Ungaretti, vibrante in Quasimodo, cadenzato in Montale, ecc.

L'Ermetismo si esplica principalmente nella poesia che si venne diffondendo in Italia a partire dagli anni della prima guerra mondiale e che traeva le sue origini da alcuni poeti decadenti francesi, Mallarmè in particolare, ma anche Valéry e Rimbaud. Si usa ripetere che la caratteristica di questa poesia è la sua oscurità, ma ciò non è esatto: l'oscurità c'è, ma è la conseguenza delle sue premesse, non è la premessa stessa. La caratteristica assoluta è invece l'essenzialità: per ottenere questo risultato il poeta rifiuta tutte le forme tradizionali del linguaggio, soprattutto quelle forme poetiche consacrate alla tradizione; a questo rifiuto il poeta accompagna anche quello dei sentimenti ormai convenzionali della poesia e accetta di esprimere solo quei sentimenti intimi e gelosi che appartengono esclusivamente al suo mondo interiore.Con questo il poeta vuole partecipare agli altri i propri sentimenti e vuole che gli altri li afferrino con la stessa immediatezza con cui egli li prova, e perciò rifiuta tutti gli espedienti retorici, le definizioni abusate, la mancanza di sincerità prodotta da una forma elaborata: il sentimento deve scaturire "nudo" e deve imporsi grazie alla sua stessa forza, e non mediante la "bellezza" dell'espressione. Pertanto questa poesia pur cosi scarna, è sofferta, spesso dolorosa, ma evocatrice e comunicativa. Dote necessaria è dunque la sincerità dell'ispirazione, che impegna il poeta nel compito difficile di riuscire a trasmettere le vibrazioni più riposte dell'animo, i turbamenti passeggeri ma profondi, il mistero dell'inconscio, e tutto ciò va detto trovando quelle poche parole, talora quell'unica parola che riesca a trasmettere da sola tutta la gamma di sensazioni provate. Ecco che la poesia ermetica mette a punto u nuovo linguaggio, che rifiuta il sonoro costrutto carducciano, la sensibilità morbida del Pascoli, la trionfante retorica dannunziana e la dimessa semplicità artificiosa dei crepuscolari: solo Leopardi è riuscito a lasciare versi che possano richiamare la medesima essenzialità, la medesima poesia pura.
Va detto tuttavia che la parola, per quanto inserita in tutta la sua scarna essenzialità, non dà luogo ad un discorso povero; anzi essa si carica di tutta una serie di significati allusivi e di valori simbolici che vanno molto al di là del suo significato lessicale. Inoltre le parole valgono anche per il loro valore fonetico, non nel senso della musicalità convenzionale, già dimostrata nella Pioggia nel pineto di D'Annunzio o nella onomatopea pascoliana, ma nel senso di una armonia che nell'animo umano legge sensazioni diverse e pensieri inaspettati. Viene esaltata in questa poetica l'analogia, il passaggio non "logico" fra parola e parola, ma "sovralogico": la ragione non lega le parole, ma è con la sensibilità, l'istinto che si trova una chiave interpretativa.
La poetica ermetica è stata accusata di egocentrismo, di esaltare i problemi individuali, e di trascurare i problemi reali dell'esistenza, di essere estranea alla vita del proprio tempo, ma non è una accusa ben fondata se si guarda bene. Certo, essa può sorvolare sugli avvenimenti della cronaca quotidiana, ma non ignora i problemi più vasti e universali. La poesia di Ungaretti nasce dal contatto con la tragedia immensa della guerra, e dalla guerra trae la sua dolorosa riscoperta della vita. Né si può dimenticare che tutta la poesia di Quasimodo trae ispirazione dal Sud, dalla propria terra siciliana, aspra e ingrata, evocata col cuore dell'emigrato, gonfio di malinconia e lacerato dalla nostalgia. Da questi due esempi si può dire che cade l'accusa di individualismo di fronte alla sensibilità da essi dimostrata nei confronti di problemi che purtroppo hanno riguardato intere comunità.

 

Stéphane Mallarmé è un poeta francese nato a Parigi nel 1842 e morto a Valvins nel 1898. Tra i massimi rappresentanti del simbolismo, insieme con Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, Mallarmé, che fu il vero maestro di Paul Valéry, è considerato uno dei padri della poesia moderna. Uomo modesto, schivo, ebbe un'infanzia difficile. Di origine piccolo-borghese, rimase orfano di padre a cinque anni e la sua tristezza venne accentuandosi alla morte precoce della sorellina Maria. Studiò, senza eccellere, al collegio di Anteuil dove, nel 1860, ottenne il baccalauréat. Dovette subito cercarsi un impiego e lo trovò all'ufficio del registro di Sens. Cercò rimedio alla delusione del lavoro nella lettura di di Baudelaire che influì grandemente su di lui, tanto che i suoi versi risentirono subito del contrasto fra realtà e sogno, in un'ispirazione decadente. Si vedano a questo proposito Angoisse, Brise marine e Le guignon, scritti tra il 1862 e il 1865. Ancora più di Baudelaire lo affascinò la lettura di Edgar A. Poe. Per meglio comprenderlo (e divenne poi il traduttore più acuto e sensibile delle sue liriche) volle approfondire lo studio dell'inglese recandosi in Inghilterra (1862). Come Poe, M. pensava che compito della poesia fosse esprimere il bello in assoluto, per arrivare alla radice delle cose e capire il loro significato, la loro ragione di essere. Intanto il soggiorno inglese si rivelava sempre più difficile. M. doveva lottare con le difficoltà economiche e con lo scoramento che solo l'affetto di Marie Gerhard, un'istitutrice tedesca conosciuta a Sens, riusciva ad attenuare. Sposò la ragazza un anno dopo il ritorno in Francia dedicandole un affetto tenero, non mai appassionato. Ottenuta la cattedra d'inglese al liceo di Tourron, per trent'anni insegnò senza gusto e senza passione, passando a Besançon (1866), ad Avignone (1867) e infine a Parigi (1871). Insegnare per lui era sottrarre tempo alla poesia, al gusto, all'amore della libertà, che celebra nei suoi versi affrancati anche dalla sintassi.
La sua poesia esprime con vigore il sogno della purezza e del distacco dal mondo: l'opera poetica è miracolosa come la creazione, ma al termine d'una faticosa ascesa non v'è che il nulla, la pagina bianca, il silenzio. Nel 1864 cominciò a scrivere il poema Hérodiade (che ultimò nel 1869) e scrisse all'amico Cazalis «la mia poesia non dipinge la cosa, ma l'effetto ch'essa produce». Due anni dopo, il “Parnasse contemporain” pubblicò alcune sue liriche accanto alle poesie di Baudelaire, Gautier, Lecomte de l'Isle e altri. Si dedicò intanto alla composizione di un monologo, il cui protagonista era un fauno, che il famoso attore Coquelin rifiutò. Giunto a Parigi M. frequentò poeti come Verlaine e artisti come Degas e Rodin e ottenne la direzione della rivista La dernière mode. Nel 1876 non riuscì a pubblicare, se non a sue spese, la definitiva versione dell'Après-midi d'un faune (Pomeriggio di un fauno*), rifiutato dal terzo “Parnasse contemporain” perché troppo arduo. Nel poemetto, i pensieri d'un fauno in un pomeriggio assolato lampeggiano come giochi fantastici, eco di desideri riaffioranti da lontananze arcane. Huysmans, nel suo romanzo À rebours (1884), lo rivelò infine al mondo intero come uno dei poeti più significativi di Francia. Nella sua casa di rue de Rome ogni martedì si davano intanto convegno i poeti e gli artisti più famosi di Francia: Whistler, Wilde, Régnier, Mirbeau, Maeterlinck, Gide, Valéry e altri. Verlaine lo elogiò nel suo Poètes maudits. M., nonostante i molti contatti, i moltissimi impegni, che letteralmente lo distruggevano, continuava a sentirsi solo: il clima culturale della Terza Repubblica non poté che accentuare questa sua desolante solitudine. Nel 1887 raccolse nel volume Poésies i suoi versi. L'anno dopo pubblicò l'insuperata traduzione delle liriche di E. A. Poe e nel 1898 l'edizione definitiva delle Poésies. Documento estremo della sua concezione poetica e del simbolismo fu Un coup de dés (1897; Un colpo di dadi), scritto per iniziati del suo mondo poetico. Qui anche la composizione tipografica rende ardua la lettura, da farsi, diceva M., come una partitura musicale. M. morì mentre ancora ritoccava Hérodiade. Tutta una generazione di poeti raccolse la sua eredità, che, come quella di Baudelaire e di Verlaine, di Rimbaud e di Valéry, attraverso Samain, Moréas, Réquier, Guérin, sarebbe giunta fino a noi nei canti di Apollinaire, di Ungaretti e di tanti altri che dal delirio della fantasia concretarono immagini di folgorante poesia.

 

 

 

a_rivist.htm - Lavocea_rivist.htm - Lavoce

 

la vita dei letterati

Uno degli aspetti caratteristici dei primi anni del Novecento è il nascere di un buon numero di riviste, che videro la collaborazione della maggior parte degli intellettuali del tempo. Erano giovani spesso inquieti, polemici, talvolta anche per il puro gusto di far polemica. Scrivevano spesso su più di una rivista e i loro articoli erano aspettati con ansia dagli studenti del tempo, che costituivano la maggior parte del pubblico a cui le riviste erano destinate. Relativamente a quei tempi, le riviste avevano una grande circolazione e servivano ai giovani come mezzo di chiarificazione ideologica. Vi scrivevano intellettuali di varie tendenze: dagli antipositivisti Papini e Prezzolini, ai socialisti come Salvemini, ai cattolici come Borsi. Questa fu la prima volta che persone così diverse poterono scrivere nelle stesse pagine, evidentemente perché queste riviste non avevano lo scopo di un intrattenimento di massa, come molte di quelle odierne, e non appartenevano neppure al settore delle riviste di cultura troppo specialistica, che non avrebbe mai potuto avere una grande diffusione.
La rivista serviva quindi per diffondere un dibattito culturale e politico sulla passata cultura positivista, sul dannunzianesimo imperante, sul vigente regime parlamentare liberale. Nata su queste basi, si comprende come alla rivista si avvicinassero molti degli intellettuali del tempo, polemici, inquieti, smaliziati, in maggior parte convinti che il vero uomo di cultura è quello che non sta al servizio del potere, ma che sa sempre vedere cosa c'è al di là della semplice apparenza. Emblematico, in questo senso, è l'articolo del Prezzolini: "La società degli apoti". Gli apoti sono appunto coloro che non la bevono, gli intellettuali scomodi, che trovano sempre il vero movente, nascosto dietro l'affermazione convincente.
Quindi questo tipo di intellettuale trova voce nelle riviste del primo Novecento proprio perché esse offrono la possibilità a tutti di parlare. E' certo comunque che uomini come Papini e Prezzolini non fanno che distruggere, sia da un punto di vista culturale, con il loro antipositivismo, sia da un punto di vista politico , con la loro opposizione al regime parlamentare di Giolitti. Distruggono sempre senza costruire niente, anche se sono importanti per fare capire al potere che la sua cattiva coscienza è sempre pronta a parlare.
Son questi gli anni in cui si diffonde anche la teoria di Pareto, alimentata dalla sfiducia in una qualsiasi fede politica, molto sconfortante, ma per molti aspetti vicina alla realtà. E' soprattutto questa atmosfera che i giovani studenti del tempo respiravano nelle pagine del Leonardo, della Voce e delle altre riviste. Il cui merito consiste nell'aver suscitato un dibattito all'interno di quella che sarebbe stata la futura classe dirigente, che si formò proprio in questo ambiente.
I giovani del tempo ebbero una certa apertura mentale dall'opera di queste riviste che, anche se davano poco di costruttivo, almeno non avevano lo scopo di un condizionamento al servizio di qualcosa o di qualcuno.

LACERBA

Fondata a Firenze da G. Papini e A. Soffici il 1 gennaio 1913, col titolo ripreso da poemetto dottrinale trecentesco di Cecco d'Ascoli, da cui era tratto il motto della testata: "qui non si canta al modo delle rane". L'ultimo numero esce il 22 maggio 1915.
La rivista fu la palestra del futurismo in arte, mentre in politica si schierò su posizioni di nazionalismo acceso (e talvolta volutamente becero). Scrisse Papini: "La mia adesione al Futurismo è stata appunto determinata dalla persuasione dell'importanza nazionale di questo movimento che solo può salvare l'Italia dal mandarinismo tradizionalista che vorrebbe reciderne ogni nervo"; "Io sono futurista perché il Futurismo significa Italia... un'Italia più grande".
Significativa la violenza di alcune pagine, il cui contenuto aggressivo è comprensibile fin dal titolo: Bestemmia contro la democrazia di I. Tavolato e Amiamo la guerra! di G. Papini.

COLLABORATORI: Aldo Palazzeschi, Italo Tavolato, Filippo Tommaso Marinetti e tutti gli artisti futuristi(Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia, Carlo Carrà, Giacomo Balla, Gino Severini, ...).

SOLARIA

Fra le riviste pubblicate fra le due guerre vi è Solaria, fondata a Firenze nel gennaio 1926 da Alberto Carocci, a cui si affiancò nel 1929 Giansiro Ferrata. Diretta dal 1930 al 1933 da Alessandro Bonsanti, vide quindi il ritorno alla direzione del Carocci. Nel 1936 escono con due anni di ritardo gli ultimi due numeri, datati al 1934.
La rivista non si presentò con un programma preciso; essa "ebbe senza dubbio l'ambizione di raccogliere il meglio della cultura borghese" (G. Luti), tenendo presente l'appello all'europeismo de Il Baretti e il richiamo all'attenzione formale, operato da La ronda. Perciò la rivista, pur aprendosi alla letteratura straniera (Proust e Kafka, per esempio), non trascurò gli italiani: a lei si deve la scoperta di Svevo, Montale e Saba, con grande libertà delle scelte e dalle "mode" ufficiali, che presto questa impostaione divenne una vera e propria opposizione al trionfante fascismo.
Per questa possibilità di parlare liberamente, offerta ai giovani intellettuali dell'epoca, la rivista risultò senz'altro la più prestigiosa del ventennio. Da ricordare, tra i collaboratori, la presenza di Giuseppe Ungaretti.

PRIMATO

Tra le riviste ufficiali del regime ricordiamo Primato, fondata a Roma il 1 marzo 1940 da G. Bottai, conclusa nel 1943.
Il programma bottaniano di apertura ai "giovani" riuscì a raccogliere tutte le migliori forze intellettuali, che presto, deluse dal tragico epilogo del regime, approderanno a diversi lidi ideologici.

COLLABORATORI: Ungaretti, Quasimodo, Montale, Montanelli, Guttuso, Penna, Pratolini, Gatto, Brancati, Luzi, Longanesi, Bilenchi, Bernari, Alvaro, Valeri, Spini,...

LA VOCE

La Voce è una rivista politica e letteraria italiana, pubblicata a Firenze dal dicembre 1908 al dicembre 1916, diretta da G.Prezzolini, che ne era stato il fondatore, dal 1908 al 1914 e, per un breve periodo (aprile-ottobre 1912), da G.Papini; nel 1914 il periodico da settimanale divenne quindicinale e, nel 1915, assunse un carattere esclusivamente politico; ma già dal 1913 usciva parallelamente una Voce letteraria, la cui direzione, nel dicembre 1914, fu assunta da G. De Robertis. Intento della rivista e del movimento neoromantico da essa promosso era quello di rinnovare la cultura italiana reagendo al positivismo in filosofia e al dannunzianesimo in letteratura. Ma su questa piattaforma comune vennero a incontrarsi, e a scontrarsi, gli indirizzi di pensiero e di arte più eterogenei, come è testimoniato dai nomi dei maggiori collaboratori: B. Croce, G. Gentile, G. Salvemini, G. Amendola, G.Papini, S. Slataper, E. Cecchi, G. Boine, R. Serra. Il primo periodo della rivista (1908-11) fu il più fecondo, grazie soprattutto alla presa di coscienza, a opera di Salvemini e di Amendola, della questione meridionale e degli altri più importanti problemi del Paese. La seconda V., diretta da De Robertis, promosse il gusto del “frammento” e pose le basi della “poesia pura”: il suo disimpegno politico fu motivato dalla legittima sfiducia nei riguardi di una cultura che distruggeva se stessa nella follia della guerra.

 

 

 

Questa sezione contiene una breve descrizione di alcuni personaggi importanti nella vita del poeta:

  • Guillaime Apollinaire
  • William Blake
  • Giovanni Papini
  • Enrico Pea
  • Giuseppe Prezzolini
  • Ardengo Soffici

GUILLAUME APOLLINAIRE

Guillaume Apollinaire è lo pseudonimo del poeta e scrittore francese Wilhelm Apollinaris de Kostrowitzky nato a Roma nel 1880 e morto a Parigi nel 1918. Figlio naturale di una polacca e di un ufficiale pontificio, imparò il francese a scuola (a Monaco, Nizza, Cannes). Intorno ai vent'anni, nelle pause della sua vita vagabonda (percorse, anche a piedi, Baviera, Renania, Boemia, Olanda), scrisse un primo romanzo (perduto) e i primi versi, Rhénanes, nati da una delusione amorosa e inclusi nell'importante raccolta Alcools* (1913). A partire dal 1903 non ci fu a Parigi movimento d'avanguardia di cui non fosse protagonista. In arte si fece acceso sostenitore di una pittura “concettuale”, che prese il nome di “cubismo”; in poesia, di una totale libertà formale e di nuovi contenuti, frutto di una profonda indagine nell'inconscio. A. gettava insomma le basi teoriche della poesia moderna. In tal senso funge da manifesto La jolie rousse di Calligrammes (1918; Calligrammi*), che è la sua seconda grande raccolta. Non meno interessanti appaiono le prose poetiche dell'Enchanteur pourrissant (1909; Il mago putrescente), le bizzarre novelle dell'Hérésiarque et Cie (1910; L'eresiarca e compagnia), il saggio sulla Poésie symboliste (1909) e Méditations esthétiques. Les peintres cubistes (Meditazioni estetiche. I pittori cubisti), del 1913, anno in cui aderì al futurismo di Marinetti. Allo scoppio della guerra, A. si arruolò volontario, guadagnandosi al fronte il grado di sous-lieutenant, ma riportò una ferita al capo, in seguito alla quale subì due trapanazioni al cranio. In guerra scrisse le poesie di Case d'Armons (La capanna di Armons) e, di nuovo a Parigi, le novelle rabelaisiane del Poète assassiné (1916), il dramma grottesco Les mamelles de Tirésias (1917; Le mammelle di Tiresia*), che egli chiamò, per primo, “surrealista”. Morì di spagnola poco dopo la pubblicazione di Calligrammes e del Flâneur des deux rives (Il vagabondo delle due rive). Postumi, furono pubblicati La femme assise (1920; La donna seduta), la raccolta poetica Ombre de mon amour (1947; Ombra del mio amore), Lettres à sa marraine (1955; Lettere alla madrina), le lettere di Tendre comme le souvenir (1956; Tenero come il ricordo) e Les diables amoureux (1965; I diavoli innamorati), prefazioni e note per la Bibliothèque des curieux (Biblioteca dei curiosi) e per il Catalogue de l'Enfer (Catalogo dell'Inferno) della Bibliothèque Nationale di Parigi. Figura ormai mitica della poesia del Novecento francese, A. riunisce in sé il fascino dell'innovatore e del grande poeta romantico e popolare, dall'ispirazione sincera e suggestiva, nella tradizione che va da Villon a Verlaine. A. svolse anche attività di critico d'arte, affiancando, con conferenze e articoli, poi raccolti in volume (il già citato Les peintres cubistes, 1913; Chroniques d'art, 1902-1918, 1960), l'opera d'avanguardia dei suoi amici pittori, dai fauves a Picasso e Braque, da Delaunay ai “futuristi”, a Picabia e De Chirico.

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WILLIAM BLAKE

 

William Blake è un poeta, un incisore e un pittore inglese nato a Londra 1757 e morto nel 1827. Spirito ribelle, inquieto, visionario, è il più immediato precursore del romanticismo inglese. Subì l'influsso dello svedese E. Swedenborg e del tedesco J. Boehme, dai quali mutuò la concezione di una mistica corrispondenza tra il cosmo e l'uomo. Anche la Bibbia, nella traduzione di Lowth (1778), in prosa ritmica, ebbe un profondo influsso su B., in particolare sul suo stile. Nella sua prima opera, i Poetical Sketches (1783; Schizzi poetici), già si rivela una musa personale nel tono, fresco e gioioso, e nelle innovazioni metriche e tematiche. La libertà della prosodia si accompagna nei Songs of Innocence (1789; Canti dell'innocenza) a un'ineguagliata felicità poetica. A queste liriche si affiancano, contrastando per l'atmosfera cupa, greve di mistero e di senso del male, i Songs of Experience (1794; Canti dell'esperienza) che sono anche espressione di ribellione contro le leggi morali. Fra gli uni e gli altri Songs, a rivelare il mutamento che maturava nella visione del poeta, si registra Marriage of Heaven and Hell (1790; Matrimonio del Cielo e dell'Inferno), operetta in prosa, nella quale B. si sforza di trovare una sintesi armonica tra le antinomie della vita. Il poeta manifestò la propria simpatia per le rivoluzioni americana e francese, scrivendo le due “profezie” America (1793) e Europe (1794), sotto l'influsso di

 

Paine, Godwin e la Wollstonecraft; rivoluzioni che celebrò perché gli apparivano come episodi di cosmici sconvolgimenti che avrebbero condotto al trionfo finale della libertà e delle aspirazioni individuali. A queste opere seguirono i “libri profetici” The Book of Urizen (1794), The Book of Ahania (1795), The Book of Los (1795), Milton (1804), Jerusalem (1804): in essi si sprigionano le intuizioni morali e le visioni di Blake. Con The Four Zoas (1795-1804; I quattro Zoa) B., che aveva attribuito alle forze solitarie dell'uomo la capacità di liberarsi dalla tirannia della ragione e della legge morale, ritornò a vedere l'opera di Dio e di Satana interferire con le azioni degli uomini. La poesia di B. trovò i suoi primi ammiratori nei preraffaelliti e ha esercitato un influsso reale sulla letteratura letteratura del Novecento: su W. B. Yeats, D. Thomas, J. Joyce, A. Gide, G. Ungaretti e A. Ginsberg. Come artista, compì l'apprendistato di incisore presso J. Basire, poi continuò a studiare all'Accademia Reale, dove conobbe J. H. Mortimer e H. Füssli, le cui opere costituiscono il precedente del lato fantastico e visionario della sua arte. Ammiratore dell'arte gotica, B. ebbe vivo il culto di Michelangelo. Nel 1784 aprì una calcografia dove non solo stampava, ma illustrava opere proprie e altrui. Famose sono le illustrazioni all'acquerello per la Divina Commedia (Londra, Tate Gallery). Sono inoltre da ricordare, oltre al quadro I pellegrini di Canterbury (1809); le illustrazioni al Libro di Giobbe e ai Pensieri notturni di Young.

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GIOVANNI PAPINI

 

Giovanni Papini è un poeta, un narratore e un saggista italiano nato a Firenze nel 1881 e morto nel 1956. Giovanissimo, diede vita ad alcuni periodici con E. Allodoli (La Rivista, Sapientia, Il Giglio in cui appare evidente la sua abilità critica. Risale a quei primi anni l'amicizia di P. con G. Prezzolini, col quale nel 1903 fondò il Leonardo, con lo scopo di combattere l'accademismo e l'immobilismo della cultura ufficiale. La prima prova di narratore P. la diede coi due volumi di “racconti metafisici” Tragico quotidiano (1906) e Il pilota cieco (1907). Del 1912 è Un uomo finito, forse il suo capolavoro, in cui è racchiusa tutta una tematica di ribellioni e di dissidi «fra la grandezza dei propositi e la misura sempre più ridotta dei risultati» (C. Bo). In quel periodo, la produzione di P. divenne ricchissima: oltre a saggi sul pragmatismo, scrisse i racconti di Parole e sangue (1912) e di L'altra metà (1912); fondò con G. Amendola L'Anima, lasciò La Voce e fondò con Soffici Lacerba (1913), che divenne l'organo del futurismo italiano; pubblicò Cento pagine di poesia (1915) e le Stroncature (1916). Dopo la guerra, dalla quale fu esonerato a causa della forte miopia, si accostò al cattolicesimo e manifestò clamorosamente la sua conversione con la Storia di Cristo (1921), un libro di violenta polemica contro il materialismo contemporaneo, che ebbe grande successo in tutto il mondo. Seguirono il Dizionario dell'omo salvatico (1923) in collaborazione collaborazione con D. Giuliotti, i versi di Pane e vino (1926), Sant'Agostino (1929), le prose di Gog (1931), Dante vivo (1933). Dal 1935 P. mostrò chiaramente di accettare gli ideali del fascismo, un ritorno all'ordine che gli procurò la cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna, la nomina ad accademico d'Italia e la possibilità di creare l'Istituto di studi sul Rinascimento. Per queste e altre più compromettenti manifestazioni, alla fine del conflitto la fortuna di P. sembrò definitivamente tramontata, se non che nel 1946 con le Lettere di Celestino VI, nel 1949 con la Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo e poi con Il diavolo (1953) P. tornò improvvisamente alla ribalta, destando scalpore e interesse. Colpito da paralisi progressiva, continuò a lavorare, dettando alla nipote Anna forse le pagine migliori di tutta la sua vastissima produzione: le “schegge” apparse sul Corriere della Sera, poi riunite in La spia del mondo (1955) e La felicità dell'infelice (1956), e nel volume Le schegge (1971); pubblicati sempre postumi, Ilgiudizio universale (1957), La seconda nascita (1958), Diario (1962), Rapporto sugli uomini (1977).

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ENRICO PEA

 

Enrico Pea è uno scrittore italiano nato a Seravezza, Lucca, nel 1881 e morto a Forte dei Marmi nel 1958. Orfano di padre, visse un'infanzia di stenti. Imbarcatosi come mozzo, si stabilì ad Alessandria d'Egitto, dove fondò la “Baracca rossa” e dove conobbe Ungaretti, che esercitò un influsso decisivo sulla sua formazione letteraria. Ritornato in Italia, si stabilì a Viareggio, dove si dedicò a un'intensa attività di impresario teatrale. Le prime opere di P. (Fole, 1909; Montignoso, 1912; Lo spaventacchio, 1914), trasposizione lirica di vicende autobiografiche, conservano la grazia acerba delle pitture popolaresche, raggiungendo il miglior risultato con Moscardino (1922), rievocazione, in uno stile estroso, della sua infanzia e dell'iniziazione alla vita a opera del nonno, figura di patriarcale saggezza mista a sanguigna violenza, tra le più vive della narrativa contemporanea. Anche il romanzo successivo, Il volto santo (1924) ha come sfondo una Versilia primitiva, mentre nel Servitore del diavolo (1931) è rievocata l'esperienza movimentata dello scrittore in Egitto. La lirica esplosività di queste opere si attenua nello stile più pacato dei romanzi successivi (La figlioccia, 1931; Il forestiero, 1937; La maremmana, 1938), mentre diseguale è la restante produzione di P., che pur ha avuto esiti felici con i racconti de Il trenino dei sassi (1940), con le poesie di Arie bifolchine (1943) e con le memorie di Vita in Egitto (1949). Tra le sue ultime opere: Lisetta (1946), Malaria di guerra (1947), Zitina (1949), Peccati in piazza (1956).

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GIUSEPPE PREZZOLINI

Giuseppe Prezzolini è un critico, un saggista e un giornalista italiano nato a Perugia nel 1882 e morto a Lugano nel 1982. Autodidatta, attento ai più diversi richiami culturali e ideologici, si avvicinò a Parigi alla filosofia di Bergson e al pragmatismo. Nel 1903 fondò con G. Papini il Leonardo*, sul quale con lo pseudonimo di “Giuliano il Sofista” firmò fino al 1907 articoli di impronta bergsoniana. Nel 1906 pubblicò assieme a Papini il volume violentemente polemico La cultura italiana; al 1908 risale la sua adesione alla filosofia crociana e la fondazione de La Voce*, che P. diresse fino al 1914. Interventista allo scoppio della I guerra mondiale, ufficiale al fronte, aderì poi al fascismo. Nel 1931 si trasferì a New York dove diresse la Casa italiana della Columbia University. Della sua vasta opera improntata a evidente conservatorismo, si ricordano i volumi: Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1902 al 1948 (1936-48), America in pantofole (1950), L'italiano inutile (1953), America con gli stivali (1954), L'Italia finisce, ecco quel che resta (1958), Dal mio terrazzo (1960), Quattro scoperte: Croce, Papini, Mussolini, Amendola (1963), Dio è un rischio (1969), Manifesto dei conservatori (1972), Diario 1900-1941 (1978), Diario 1942-1968 (1980).

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ARDENGO SOFFICI

 

Ardengo Sòffici è un pittore, un incisore e uno scrittore italiano nato a Rignano sull'Arno nel 1879 e morto a Vittoria Apuana, Forte dei Marmi, nel 1964. Dopo aver frequentato i corsi della Scuola libera di nudo all'Accademia di Firenze, si trasferì a Parigi (1899-1907), dove fu a contatto con gli ambienti letterari e artistici traendone interessanti e feconde esperienze per il suo futuro di pittore e di scrittore. Tornato a Firenze, prese parte al movimento vociano e poi a quello futurista, di cui figurò tra i più vivaci sostenitori sia come saggista sia come pittore, e fondò (1913) con Papini Lacerba. L'esperienza futurista, tuttavia, si concluse per S. già nel 1914, quando ripiegò su una pittura sensibile sia alla tradizione macchiaiola sia all'influenza dell'impressionismo. Successivamente, dopo il 1920, ripiegatosi su una concezione autoritaria in politica, la sua pittura divenne vivace espressione della cultura figurativa italiana quale andò configurandosi prima con Valori Plastici e poi con il Novecento. Al recupero di caratteri della tradizione del Quattrocento toscano, rivissuti da S. con senso plastico e spaziale moderno in tanti superbi paesaggi della Versilia, succedette poi una pittura inaridita nello stile e svuotata della vitalità intima del colore. In campo letterario, il gusto del frammento, di derivazione impressionistica e di contenuto autobiografico, caratterizza la sua prosa lirica e memorialistica, giocata sul filo di notazioni fulminee e incisive e ricca di momenti di felicità ariosa, anche se lontana dalla profondità morale di altri vociani (Ignoto toscano, 1909; Arlecchino, 1914; Giornale di bordo, 1915; Kobilek, 1918; La ritirata del Friuli, 1919).
Letteratura: le opere
L'opera critica di S., nella sua fase avanguardistica (A. Rimbaud, 1911; Scoperte e massacri, 1919; Statue e fantocci, 1919; Primi principi di un'estetica futurista, 1920) è contrassegnata da un vivace impegno per sbarazzare il campo dei vecchi valori, ma anche dal tentativo di razionalizzare il fatto creativo. Rispecchiando questa ambivalenza di posizioni, l'opera in versi di S. oscilla dall'audace sperimentalismo dei Chimismi lirici (1915) all'accademismo dell'Elegia dell'Ambra (1927) e di Marsia e Apollo (1938); sul piano narrativo, il tentativo di trasposizione in romanzo degli spunti autobiografici, Lemmonio Boreo (1912), approda a una soluzione rozza e provinciale della crisi degli intellettuali, prefigurando il vitalismo becero del primo fascismo squadristico. Il movente autobiografico, che è alla radice di tutta l'opera di S., predomina nettamente nell'Autoritratto di un artista italiano nel quadro del suo tempo (4 vol., 1951-55). Della sua opera critica si ricordano ancora Il caso Rosso e l'impressionismo (1909), Cubismo e Futurismo (1914), Giovanni Fattori (1921), Armando Spadini (1926), Ugo (1934), Trenta artisti moderni italiani e stranieri (1950).

 

“VITA NUOVA”   (Dante Alighieri)

 

CAPITOLO  I

Questo capitolo contiene un breve proemio, nel quale Dante paragona la memoria ad un libro, dove si leggono i fatti passati; il poeta afferma che nel libro della sua memoria i ricordi dell’infanzia sono sfuocati, e che il suo intento è quello di raccontare gli avvenimenti più importanti della sua vita “nova”, cioè rinnovata dall’Amore.

 

CAPITOLO  II

Il capitolo si apre con la descrizione del primo incontro con Beatrice: Dante ha nove anni e lei otto e quattro mesi; è vestita di rosso sanguigno (“nobilissimo colore”) e porta una cintura. A questo punto l’autore descrive gli effetti che la ragazza ha sulla sua persona, tramite la definizione dei “tre spiriti”: lo spirito vitale, che ha sede nel cuore, trema e fa tremare addirittura i polsi; lo spirito animale, cioè il cervello, si meraviglia e riconosce in Beatrice la beatitudine, e infine lo spirito naturale, che si trova nello stomaco, afferma che d’ora in poi sarà in difficoltà, poiché chi è innamorato perde l’appetito. Questi tre spiriti sono fortemente drammatizzati e personificano i sentimenti; inoltre si esprimono in latino, che essendo una lingua universale, accentua il valore delle loro parole.

Da quel momento l’Amore si impadronisce completamente dell’anima dell’autore, portandolo ad andare in giro per la sua città nella speranza di vedere Beatrice, definita come essere angelico, quindi donna-angelo.

Viene qui affermata l’identità fra Amore e Ragione, contrastando così il pensiero cavalcantiano: Dante afferma che la visione dell’amata costringeva l’Amore a soggiogarlo, ma non capitava mai che esso non fosse accompagnato da “lo fedele consiglio de la ragione”.

Infine l’autore annuncia che si dedicherà agli episodi di un’età più adulta (“verrò a quelle parole le quali sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi”).

 

CAPITOLO III

Il terzo capitolo dell’opera inizia con il racconto del primo saluto di Beatrice, che avviene esattamente nove anni dopo il primo incontro. Dopodiché il poeta decide di ritirarsi in solitudine per pensare alla donna amata; l’episodio è descritto brevemente, ed è seguito dal racconto del sogno che ispira all’autore la composizione di un sonetto.

Nella “meravigliosa visione” Dante vede Amore in una nuvola di fuoco: esso è lieto, ma la sua vista è qualcosa di spaventoso; tiene in braccio Beatrice, e la nutre del cuore dell’innamorato, e infine se ne va con lei. Una volta svegliatosi l’autore compone un sonetto, e lo invia a tutti coloro che come lui sono “fedeli d’Amore”, per ottenere un parere riguardo alla visione; Dante stesso analizza poi brevemente la sua composizione, dal titolo “A ciascun’alma presa”: nella prima parte è contenuto un breve saluto e una richiesta di risposta, mentre nella seconda viene presentata la questione.

Dopo aver spiegato il contenuto del sonetto, il poeta racconta che uno di coloro che gli diede risposta fu Guido Cavalcanti (il “primo de li miei amici”), e che da qui iniziò l’amicizia fra i due.

 

CAPITOLO  V

La figura dominante di questo capitolo è la “donna-schermo”: durante una funzione religiosa, Dante osserva Beatrice, ma poiché tra loro due si trova una giovane di bell’aspetto, i presenti fraintendono gli sguardi del poeta. Dante decide così di sfruttare la situazione per impedire che si sappia del suo amore per Beatrice: ella è infatti sposata, e le chiacchiere della gente avrebbero rovinato la sua reputazione.

La donna-schermo ha una funzione materiale, poiché permette a Dante di ammirare Beatrice senza essere scoperto, ma ha anche un significato simbolico: il poeta ha scritto infatti altre rime per altre donne, e tramite questa figura le fa rientrare nella vicenda di Beatrice, utilizzandole in funzione dell’amore più importante della sua vita.

 

CAPITOLO  X

Dante si impegna a far credere di essere innamorato della donna-schermo, e lo fa a tal punto che la gente inizia a parlare di una relazione passionale, quindi disonesta, fra i due. Beatrice viene a conoscenza di ciò e toglie il saluto al poeta, che decide di descrivere gli effetti che il saluto dell’amata aveva su di lui.

 

CAPITOLO  XI

E’ proprio in questo capitolo che Dante parla di ciò che provava prima e dopo un saluto di Beatrice: il primo effetto è un’improvvisa “fiamma di caritade”, ossia l’autore si sente così buono da perdonare ogni nemico; chiunque gli avesse chiesto qualcosa si sarebbe sentito rispondere “Amore”. Torna poi la figura dello “spirito”: qui è l’Amore che, distruggendo gli altri sensi, porta gli occhi ad ammirare l’amata; chi avesse voluto conoscere Amore, avrebbe potuto farlo guardando gli occhi del poeta tremare. Infine, dopo il saluto di Beatrice il corpo dell’innamorato diveniva “cosa grave inanimata”: questo stato d’animo è preso da Guinizzelli (“Lo vostro bel saluto”) , e significa che il corpo ha ancora sembianze umane ma si trova privo di linfa vitale. In conclusione viene affermato che “ne le sue salute abitava la mia beatitudine”.

Aleksandr Sergeevic Puskin

 

Aleksandr Sergeevic Puskin, nato da una famiglia di piccola ma antica nobiltà, nasce a Mosca nel 1799.

Entrato nel 1817 in servizio al ministero degli Esteri, partecipa intensamente alla vita mondana e letteraria della capitale e pubblica poesie d’ispirazione rivoluzionaria fino all'apparizione del suo primo clamoroso successo, il poema Ruslan e Ludmilla del 1820. Le poesie e gli epigrammi di argomento politico gli valgono il confino prima nella lontana Ekaterinoslav, (Russia meridionale), quindi in Moldavia fino al 1823 quando gli viene concesso il trasferimento a Odessa. Sono di quest’epoca travagliata alcune delle sue più alte liriche e i poemi cosiddetti meridionali o byroniani come Il prigioniero del Caucaso o I fratelli masnadieri.

Nel 1824 viene licenziato dalla burocrazia imperiale, costretto a vivere nella tenuta familiare di Michajlovskoe, nelle vicinanze di Pskov. Il forzato isolamento gli impedisce di partecipare ai moti decabristi del 1825, anno in cui appare la tragedia Boris Godunov, che segna il superamento del romanticismo e inaugura il realismo nella poesia russa.

Nel 1826 viene richiamato a Mosca dal nuovo zar Nicola I che intende offrirgli un’occasione di “ravvedimento”. Nel 1830 sposa la bellissima Natalija Goncarova e l’anno dopo porta a termine il romanzo in versi Eugenio Onegin iniziato nel 1823, l’opera che meglio riflette la personalità di Puskin nel suo svolgersi.

Nel 1831 viene ammesso a corte, dove la condotta frivola della moglie suscita molti pettegolezzi. In seguito a uno di questi, più pesante degli altri, il 27 gennaio 1837 Puskin sfida a duello il barone francese Georges D’Anthès; ferito a morte, spira dopo due giorni.

 

Opere principali

Ruslan e Ludmilla (1820); I fratelli masnadieri (1820); Il prigioniero del Caucaso (1820-21); La fontana di Bachcisaraj (1822); Gli zingari (1824); Il conte Nulin (1825); Boris Godunov (1825); Poltava (1828); I racconti di Belkin (1830); Eugenio Onegin (1831); Il cavaliere di bronzo (1833); La dama di picche (1834); La figlia del capitano (1836).

la vita dei letterati

 

Sorelle Bronte

 

Charlotte, Anne ed Emily Brontë, figlie di un ecclesiastico irlandese, nascono a Thornton (Yorkshire) rispettivamente nel 1816, 1818 e 1820.

Fin dall’infanzia confinata nella solitaria brughiera, le tre sorelle creano un mondo immaginario e fantastico, sul quale costruiscono un complicato ciclo di storie infantili. Gli studi irregolari non impediscono loro di appassionarsi alla poesia e insieme collaborano alla raccolta in versi Poesie di Currer, Ellis e Acron Bell che pubblicano con uno pseudonimo. Poi si dedicano al romanzo, specchio delle loro frustrazioni e fantasticherie.

Il 1847 è l’anno della loro affermazione: Anne esordisce con Agnes Grey in cui sviluppa i temi di una dolorosa autobiografia; Charlotte si impone al pubblico con Jane Eyre, che parte della critica trova scandaloso per la descrizione della passione amorosa della protagonista; Emily pubblica il suo unico romanzo Cime tempestose, storia appassionata e crudele che travalica i limiti della narrativa domestica vittoriana per esplorare, forse inconsapevolmente, i nuovi territori della psicologia.

Così come erano quasi sempre vissute, le sorelle Brontë muoiono tutte e tre a Thornton, a breve distanza l’una dall’altra: Emily nel 1848, Anne nel 1849, Charlotte nel 1855.

 

Opere principali

Poesie di Currer, Ellis e Acron Bell (1846). Anne Brontë: Agnes Grey (1847); L’affittuaria di Wildfell Hall (1848). Charlotte Brontë: Jane Eyre (1847); Shirley (1849); Villette (1852); Il professore (1859). Emily Brontë: Cime tempestose (1847).

Alessandro Manzoni

 

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785. Dopo gli studi compiuti in collegi religiosi, nel 1805 raggiunge a Parigi la madre Giulia, figlia di Cesare Beccaria, che si è separata dal marito.

Nella capitale francese il giovane Manzoni entra in contatto con Fauriel e con il gruppo degli ideologi di Antoine Destutt de Tracy. Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel, di fervida osservanza calvinista. Due anni dopo, l’abiura della moglie riporta al cattolicesimo anche il marito, una conversione che si rivela determinante agli effetti dell’indirizzo critico e dell’attività letteraria di Manzoni, perché lo avvicina alle dottrine romantiche che, in Italia, hanno assunto una tendenza cristiana.

Tra il 1812 e il 1822 compone gli Inni Sacri e intanto pubblica la tragedia in versi Il Conte di Carmagnola (1820), dove si intrecciano motivi storico-politico ed etico-religioso.

Un’interpretazione storico-religiosa dell’epopea napoleonica è l’ode Il cinque maggio (scritta alla notizia della morte di Napoleone I, esemplare per forza di sintesi ed evidenza di immagini; di profonda ispirazione religiosa è anche la seconda tragedia, Adelchi (1822), di ambiente longobardo.

Già dall’aprile del 1821, sulla suggestione delle opere di Walter Scott, Manzoni si dedica alla stesura di un romanzo che appare nel 1823 con il titolo Fermo e Lucia. Ha subito inizio una faticosissima rielaborazione: nel 1827 il romanzo viene pubblicato a Milano con il titolo I promessi sposi, poi l’autore si trasferisce a Firenze per dare al suo linguaggio la dignità del fiorentino parlato dagli uomini colti, che egli giudica la lingua italiana per eccellenza. L’edizione definitiva di questo capolavoro della letteratura italiana ed europea appare a dispense dal 1840 al 1844.

Morti la moglie Enrichetta, cinque dei sette figli che aveva avuto da lei e anche la seconda moglie Teresa Borri Stampa, Manzoni si ritira sul Lago Maggiore dove trascorre anni solitari. Eletto senatore del nuovo Regno d’Italia, si pronuncia, lui cattolico, contro Pio IX nella definizione della “questione romana”. Muore a Milano nel 1873; nel primo anniversario della sua morte Giuseppe Verdi fa eseguire in suo onore la solenne Messa da requiem.

 

Opere principali

In morte di Carlo Imbonati (carme, 1805); Inni sacri: La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale (1812-13), La Passione (1815), La Pentecoste (1822); Osservazioni sulla morale cattolica (1819); Lettre à M. Chauvet (1820); Il Conte di Carmagnola (tragedia, 1820); Il cinque maggio (ode, 1821); Adelchi (tragedia, 1822); Lettera sul romanticismo (1823); I promessi sposi (1825-27 e 1840-42); Storia della colonna infame (1842); Del romanzo storico (1845); Marzo 1821 (ode, 1848); Dell’unità della lingua (1868).

 

 

I promessi sposi

Dopo aver cercato senza successo di sposarsi, e fallito il tentativo dei bravi di rapire Lucia, i due promessi e Agnese decidono di seguire il consiglio di padre Cristoforo e fuggono verso Milano. Una barca li attende per portarli al di là del lago. Nella chiara notte lunare, Lucia, silenziosamente piangendo, dà l’addio al paese natale.

 

dal cap. 8

«Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo: cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecori pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! [...]

Addio, casa natia, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.»

 

 

I promessi sposi

La vicenda si svolge in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola. A don Abbondio, curato di un piccolo paese posto sul lago di Como, viene imposto di non celebrare il matrimonio di Renzo Tramaglino con Lucia Mondella, della quale si è invaghito Don Rodrigo, il signorotto del luogo. Costretti dall’arroganza dei potenti a lasciare il paese natale con l’aiuto del buon frate Cristoforo, Lucia e la madre Agnese si rifugiano in un convento di Monza, mentre Renzo si reca a Milano con il vago proposito di ottenere in qualche modo giustizia. Don Rodrigo fa rapire Lucia dall’Innominato, un altro signore prepotente e rotto a tutti i delitti, ma la vista della fanciulla così ingiustamente tormentata e l’arrivo del cardinale Borromeo provocano al losco sicario una crisi di coscienza: invece di consegnare la fanciulla a Don Rodrigo, l’Innominato la libera. Intanto Renzo è arrivato a Milano mentre il popolo tumultua per la carestia e, scambiato per uno dei capintesta della sommossa, è costretto a fuggire a Bergamo. La Lombardia è straziata dalla guerra e dalla peste, ma Renzo torna a Milano per cercare la sua promessa sposa. Ritrova Lucia in un lazzaretto insieme a frate Cristoforo che cura gli infermi tra i quali, abbandonato da tutti, c’è Don Rodrigo morente. Placata la peste, dopo tante vicissitudini Renzo e Lucia possono finalmente diventare marito e moglie.

Alexandre Dumas

 

Alexandre Dumas, figlio di un generale napoleonico di origine mulatta, nasce a Villers-Cotterêt (Soissons) nel 1802.

Di scarsa cultura ma dotato di inventiva straordinaria, inizia a scrivere drammi pienamente aderenti ai canoni romantici (Enrico III e la sua corte; Antony; Kean), ma la sua vocazione è per il romanzo di argomento storico che soddisfa il gusto del tempo e che gli procura un successo incondizionato di pubblico. Ne firma oltre duecento, contribuendo all’affermazione di un nuovo genere, il roman feuilleton (romanzo d’appendice) pubblicato a puntate sui quotidiani.

La produzione di Dumas può essere definita “industriale”, in quanto per soddisfare l’attesa di migliaia di lettori, egli si avvale di una mezza dozzina di collaboratori che, dietro sue precise indicazioni, lo aiutano a stendere materialmente le puntate dei romanzi.

Scrittore di modesto valore letterario, le storie avventurose che racconta si basano sull’intreccio dei fatti e dei personaggi, risultando sempre appassionanti e fonte di grande divertimento. Muore a Puys (Dieppe) nel 1870.

 

Opere principali

Enrico III e la sua corte (1829); Antony (1831); La torre di Nesle (1832); Kean (1836); I tre moschettieri (1844); Il conte di Montecristo (1844-45); Vent’anni dopo (1845); La Regina Margot (1845); La signora di Montsoreau (1846); Ricordi di un medico: Giuseppe Balsamo (1846-48); Il cavaliere di Maison-Rouge (1847); Il visconte di Bragelonne (1848-50); La collana della regina (1848-50); Memorie (1852-55); Memorie di Garibaldi (1861) Grande dizionario di cucina (postumo, 1873).

Anton Cechov

 

Anton Pavlovic Cechov nasce a Taganrog nel 1860 in una famiglia economica disagiata (il nonno era stato servo della gleba). Dopo gli studi nella città natale, si iscrive nel 1879 alla facoltà di medicina dell’università di Mosca, ma dopo la laurea ottenuta nel 1884 esercita saltuariamente la professione di medico dedicandosi a tempo pieno all’attività letteraria.

Esordisce con novelle e racconti umoristici nei quali, dietro il sorriso, si profila già la sua concezione dolorosa della vita. I suoi scritti vengono pubblicati dapprima su giornali o riviste e poi compresi nella raccolta Racconti di Melpomene del 1884. La fama e la notorietà arrivano con le sue due raccolte successive: Racconti variopinti (1886) e Nel crepuscolo (1887), dove crea personaggi inquieti, falliti e delusi, che naufragano nell’incomprensione e nella monotonia della vita provinciale.

Minato dalla tubercolosi, passa ormai la sua esistenza nella piccola tenuta di Melichiovo presso Mosca. Si dedica anche al teatro, per il quale compone otto atti unici o vaudevilles e sei lavori in quattro atti, tra i quali Il gabbiano (1895) e Zio Vanja (1899). Gli altri suoi due capolavori, Le tre sorelle e Il giardino dei ciliegi, appartengono invece già al nuovo secolo (rispettivamente 1901 e 1904).

Nel 1895 conosce Lev Tolstoj a cui rimane legato per tutta la vita. Eletto membro onorario dell’accademia russa delle scienze, si dimette per protesta contro l’espulsione di Gorkij, due anni prima della morte sopraggiunta nel 1904 a Badenweiler, nella Foresta Nera, dove si era recato nell’estremo tentativo di combattere il male.

 

Opere principali

Racconti: Racconti di Melpomene (1884); Racconti variopinti (1886); Nel crepuscolo (1887); La steppa (1888); La corsia n° 6 (1892); Il duello (1892); La mia vita (1895); I contadini (1897); Una storia noiosa (1898); Il racconto di uno sconosciuto (1898). Drammi: Ivanov (1888); Il gabbiano (1886); Zio Vanja (1899); Le tre sorelle (1901); Il giardino dei ciliegi (1904).

 

Zio Vanja

Il professore ha appena annunciato alla famiglia riunita che intende vendere la proprietà per investire il ricavato in titoli e comprare per sé e la moglie una villetta in Finlandia. La notizia sconvolge Vojnickij che si ribella e sfoga la sua amarezza.

 

da Atto III

«       VOJNICKIJ  Per venticinque anni ho amministrato questa proprietà, ho sgobbato, t’ho spedito i tuoi soldi come il più pignolo dei contabili, e in tutto questo tempo non mi hai detto una volta «grazie»! In tutto questo tempo, da quando ero giovane a adesso, ho ricevuto da te come stipendio cinquecento rubli all’anno - una miseria! - e mai una volta che ti sia saltato in testa di aumentarmelo anche soltanto di un rublo!

SEREBRJAKOV  Ivan Petrovic, come facevo a saperlo? Io non sono un uomo pratico e non me ne intendo! Tu potevi aumentartelo quando volevi!

VOJNICKIJ  Dovevo rubare? Disprezzatemi, tutti voi, perché non ho rubato! Dovevo rubare! E adesso non mi troverei in mezzo a una strada. [...] Ho passato venticinque anni, con mia madre, qua, come una talpa, sempre seduto tra quattro mura... Tutti i nostri pensieri e sentimenti appartenevano solo a te. Di giorno parlavamo di te, delle tue opere, pronunciavamo il tuo nome, con riverenza. La notte ci accecavamo a leggere giornali e libri che adesso disprezzo profondamente! [...]

SEREBRJAKOV  Io non capisco, che vai cercando?

VOJNICKIJ  Tu per noi eri un padreterno, sapevamo i tuoi articoli a memoria... Ma ora ho aperto gli occhi! Ora vedo tutto! Tu scrivi d’arte ma d’arte non capisci niente! Tutte le tue opere che una volta amavo, non valgono un mezzo copeco di bronzo! Tu ci hai truffati!

SEREBRJAKOV  Signori, fatelo smettere, insomma! Io me ne vado!

VOJNICKIJ  Aspetta, non ho finito! (Gli sbarra la strada). Tu mi hai assassinato! Io non ho vissuto! Grazie a te ho sprecato, ho distrutto i migliori anni della mia vita. Tu sei il mio peggior nemico! [...] Che devo fare? Non occorre che parliate. So da me quello che devo fare. (A Serebrjakov) Ti ricorderai di me! (Esce per la porta centrale).»

 

Zio Vanja

Ivan Petrovic Vojnickij (zio Vanja) ha amministrato scrupolosamente per anni la tenuta della nipote Sonja versandone gli introiti al cognato, il professor Aleksandr Vladimir Serebrjakov, vedovo di sua sorella e padre di Sonja. L’esistenza di Vojnickij e della nipote (innamorata non corrisposta dal medico Astrov) è tutta spesa nella devozione di Serebrjakov che credono un genio, ma la convivenza con lui e con la sua seconda moglie, Elena, distrugge l’illusione. Quando Vanja capisce che il cognato è solo un mediocre, un egoista e un ingrato, si ribella con violenza e in un momento d’ira giunge persino a sparargli, senza conseguenze. Ma il gesto estremo è teatrale e inutile; Vanja e Sonja riprendono la loro vita rassegnata, continuando a inviare le rendite della tenuta al professore che fa ritorno in città con la moglie.

Arthur Rimbaud

 

Nato a Charlleville, nelle Ardenne, nel 1854, da una famiglia borghese agiata, religiosamente osservante e tradizionalista, Arthur Rimbaud riceve un’educazione rigida e autoritaria. Nel 1870 fugge da casa alla volta di Parigi, dove, caduto il Secondo impero, scoppia la rivolta popolare che culmina con la Comune. Non si sa per certo se Rimbaud sia mai arrivato a Parigi; inizia comunque una lunga peregrinzione ininterrotta alla ricerca di se stesso, testimoniata dalla famosa lettera “L’Io è un altro”, che preannuncia molti temi presenti nella sua futura produzione letteraria. Nel 1871 termina il poemetto Il battello ebbro, che manda a Verlaine in cerca di approvazione. Questi, entusiasta per la novità poetica del testo ricevuto, chiama Rimbaud a Parigi e tra due si instaura una forte relazione, per la quale Verlaine rinuncerà al legame con la giovane moglie. Rimbaud, allora diciassettenne, e Verlaine trascorreranno insieme gli anni 1872 e 1873, viaggiando in Belgio, Inghilterra e nuovamente in Belgio. Ma il giovane poeta è di temperamento irrequieto, mal sopporta i legami e prova insofferenza anche per l’amicizia particolare con Verlaine, che respinto reagisce sparando a Rimbaud. Verlaine finisce in una prigione in Belgio, mentre Rimbaud si rimette presto dal ferimento. Nello stesso 1873 scrive Una stagione all’inferno e inizia la stesura delle Illuminazioni, stampate solo nel 1886, a cura di Verlaine. Lasciato il Belgio, riprende la peregrinazione per l’Europa, si reca nelle colonie olandesi, per tornare poi in Europa, che percorre al seguito di un circo. La salute malferma, aggravata da una condotta di vita dissipata, lo costringono a rientrare a casa.

Nel 1880, quando ormai si è già ritirato dalla letteratura, accetta di fare l’agente commerciale in Abissinia per conto di una grossa compagnia. La sua popolarità come poeta cresce nel 1884, quando Verlaine pubblica l’opera critica I poeti maledetti, in cui tra i poeti esordienti include anche Rimbaud.

Nel 1891 Rimbaud è costretto a rientrare in patria, in seguito a un tumore a un ginocchio, che gli viene amputato all’ospedale di Marsiglia. Muore pochi mesi dopo.

 

Opere principali

 Il battello ebbro (1871); Una stagione all’inferno (1873); Illuminazioni (1886).

Charles Baudlaire

 

Nato a Parigi nel 1821, Charles-Pierre Baudelaire perde il padre all’età di sei anni e ha come detestato patrigno il maggiore Jacques Aupick, futuro generale, ambasciatore e senatore durante il Secondo impero.

Dopo buoni studi al Collège Royal di Lione, frequenta il liceo Louis-le-Grand, quindi si iscrive all’Ecole de Droit di Parigi. Per tre anni (1839-41) conduce la vita dissipata e scandalosa della bohème letteraria, per strapparlo alla quale la famiglia lo costringe a imbarcarsi per Calcutta: non va oltre l’isola Bourbon (Réunion). Questo viaggio, intrapreso senza entusiasmo, lo segna però profondamente, arricchendo la sua sensibilità e risvegliandolo alla poesia del mare, del sole, dell’esotismo che condivide con l’amico Leconte de Lisle.

Al suo rientro a Parigi, dieci mesi dopo, Baudelaire rivendica la liquidazione della sostanziosa eredità paterna e si lancia nell’esistenza dorata della bohème ricca; né gli manca un’amante di classe: l’attrice mulatta Jeanne Duval, la “Venere Nera” che, a dispetto dell’amore burrascoso e dei continui tradimenti, gli rimane accanto per tutta la vita lasciando nella sua opera un’impronta decisiva.

Nel 1844 il patrigno taglia corto a queste follie e gli impone un consigliere giudiziario che amministri il patrimonio di famiglia; da allora in poi Baudelaire vive miseramente dedicandosi alla critica d’arte e alle traduzioni: all’opera di Poe, nel quale trova uno spirito a lui affine, dedicherà ben 17 anni. Intanto i suoi poemi appaiono saltuariamente su varie riviste. Durante l’esposizione universale del 1855 è incaricato di stendere la critica delle mostre di pittura, poi finalmente, nel 1857, appare la prima edizione dei Fiori del Male per la quale, insieme al suo editore, viene condannato dal tribunale per oltraggio alla morale e alla soppressione di sei poesie.

Sommerso dai debiti, Baudelaire continua a lavorare febbrilmente, anche se l’abuso dell’oppio e dell’hashish hanno ormai irrimediabilmente minato il suo fisico: nel 1860 pubblica i Paradisi artificiali e prepara la nuova edizione dei Fiori del Male completamente rinnovata e più ricca. Tre anni dopo si esilia volontariamente in Belgio, dove scrive alcuni dei Poemetti in Prosa ma, colpito da un attacco di paralisi nel 1866, viene trasportato a Parigi dove muore l’anno seguente.

 

Opere principali

Salons (1845 e 1846); Fiori del Male (1857 e 1861); Paradisi artificiali (1860); Poemetti in prosa e Curiosità estetiche (postumo, 1868); L’arte romantica (postumo, 1868); Il mio cuore messo a nudo (postumo, 1909).

 

L’albatros

L’idea di questa lirica, apparsa solo nel 1859, risale al viaggio a Réunion del 1841. Per simboleggiare il Poeta, Baudelaire non sceglie l’aquila reale dei romantici ma l’albatros prigioniero: come lui è costretto al suolo, ma aspira all’infinito.

 

«Spesso, per loro sollazzo, gli uomini dell’equipaggio

Catturano gli albatros, grandi uccelli dei mari,

Che seguono, indolenti compagni di viaggio,

la nave scivolante sulle amare voragini.

 

Deposti appena sul plancito,

Questi re dell’azzurro, inetti e vergognosi,

Lasciano miseramente le loro grandi ali bianche

spenzolare da questo e da quel lato come remi abbandonati.

 

Com’è goffo e fiacco questo alato viaggiatore!

Quanto è comico e buffo, di così bello che era!

Chi gli stuzzica il becco con la mozza pipetta,

Chi scimmiotta claudicando l’infermo che volava!

 

Il Poeta è simile al principe delle nubi

Che vive fra le tempeste e ride dell’arciere;

Esiliato sulla terra fra i dileggi,

Le ali da gigante gl’impediscono di camminare.»

 

I Fiori del male

Nella seconda edizione del 1861, la raccolta conta 129 poesie. Proponendosi di “estrarre la bellezza dal Male”, Baudelaire traccia, rifacendosi alle proprie esperienze, la tragedia dell’essere umano, spesso dissimulata sotto falsi pudori. E’ la tragedia de “l’uomo doppio”, creatura decaduta e oggetto di un eterno conflitto tra Cielo e Inferno. Quando sembrano trionfare le aspirazioni verso l’Ideale, sopravvengono paurose cadute, fonti del male morale che il poeta chiama Spleen, una sorta di malinconia angosciosa che può essere forse combattuta con la Poesia o con l’Amore, ma più spesso con i “Paradisi artificiali” e con il Vizio.

Charles Dickens

 

Charles Dickens nasce a Portsea presso Portsmouth nel 1812, in una modestissima famiglia di ex domestici; il padre John è riuscito a farsi assumere all’Ufficio paga della Marina, ma il bilancio familiare è costantemente in rosso, tanto che a dodici anni Charles viene messo a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe (queste tristi vicende giovanili saranno poi rivissute nel David Copperfield).

Dopo un’istruzione sommaria, lavora come commesso in uno studio legale; poi diventa giornalista parlamentare e collaboratore di giornali umoristici. Nel 1833 invia al “Monthly Magazine”, un racconto, il primo di una lunga serie raccolta poi nel volume Schizzi di Boz, accolto favorevolmente dalla critica. Intanto sposa giudiziosamente Kate Hogarth, figlia del redattore capo dell’Evening Chronicle, ma si ritrova innamorato della cognata diciassettenne, Mary, la cui prematura scomparsa lo segna profondamente.

Il successo arriva di colpo con Il Circolo Pickwick pubblicato a dispense mensili come i romanzi successivi. Nel 1842 si reca per la prima volta in America, dove spera di vedere realizzati dalla giovane democrazia i principi della Rivoluzione francese. La delusione provata si riflette in Note americane e nel romanzo Martin Chuzzlewit, che suscitano in America violente reazioni.

Dal 1846 al 1859 Dickens torna al giornalismo, pur continuando a pubblicare romanzi e racconti di successo. L’ultima fase della sua vita si apre con la separazione dalla moglie (che gli ha dato dieci figli) e con la matura passione per la giovanissima attrice Ellen Turnan; scrive poco ma tiene con successo conferenze e letture pubbliche delle sue opere. Colpito da emorragia celebrale, muore a Gad’s Hill (Kent) nel giugno 1870.

 

Opere principali

Il Circolo Pickwick (1836-37); Oliver Twist (1837-38); Nicolas Nickleby (1838-39); La bottega dell’antiquario (1840); Barnaby Rudge (1841); Note americane (1842); Martin Chuzzlewit (1843-44); Racconti di Natale (1943-48); Impressioni d’Italia (1846); David Copperfield (1849-50); Tempi difficili (1854); La piccola Dorritt (1857-58); Le due città (1859); Grandi speranze (1860-61); Il nostro comune amico (1864-65); Il mistero di Edwin Drood (incompiuto).

 

David Copperfield

Il ricordo della scuola e del malvagio maestro Creakle, sempre pronto a menare la sferza, al suo primo apparire in aula per presentarsi ai suoi allievi. Il programma è semplice e chiaro: applicazione costante, umile sottomissione... o botte: con sadica soddisfazione.

 

Inizio cap. 8

«La scuola cominciò sul serio il giorno successivo. Mi fece una profonda impressione, ricordo, il frastuono delle voci nell’aula scolastica, repentinamente divenuto un silenzio di morte quando il signor Creakle entrò dopo la prima colazione, e si fermò sulla soglia girando lo sguardo sopra di noi come un gigante d’un libro di racconti che contempla i suoi prigionieri. Non v’era stata nessuna ragione per lui, pensavo, di urlare «Silenzio!» così ferocemente, perché tutti i ragazzi erano diventati tutti improvvisamente muti e immobili [...].

   Ora, ragazzi, questo è un nuovo semestre. Badate a quanto v’accingete a fare. Cominciate vigorosamente le lezioni, ve lo consiglio, perché io comincerò vigorosamente con le punizioni. Io non indietreggerò. A nulla servirà il soffregarsi; non cancellerete i segni che vi lascerò. Ora ciascuno di voi si metta al lavoro.

[...] Penso che non vi può mai essere stato un uomo che abbia goduto della sua professione più di quanto la godesse il signor Creakle . Egli provava una gioia nel fustigare i ragazzi ch’era come il soddisfacimento di un appetito insaziabile. [...]»

 

David Copperfield

David Copperfield vive una breve infanzia felice con la madre vedova, che però si risposa con il signor Murdston. Le crudeltà del marito portano presto la donna alla tomba e David si ritrova privo di ogni affetto, vittima del tirannico e manesco maestro Creakle e del patrigno che gli impone di lavorare in un magazzino di Londra, dove il ragazzo vive in miseria e desolazione. Ridotto alla disperazione, David fugge a Dover presso la stramba zia Betsey che accetta di occuparsi di lui e della sua educazione. Studente a Canterbury, fa pratica nello studio dell’avvocato Wickfield, padre della dolce Agnes, quindi diviene cronista parlamentare e sposa l’infantile Dora, che però muore dopo pochi anni di matrimonio. Wickfield, intanto, sta per essere rovinato dal suo amministratore che aspira alla mano di Agnes, ma David lo smaschera con l’aiuto di due avvocati, suoi vecchi compagni di scuola, e sposa Agnes.

Chateaubriand

 

François René visconte di Chateaubriand nasce a Saint-Malo, in Bretagna, nel 1768.

Attratto dalla carriera militare ottiene il brevetto di capitano, è presentato a corte e frequenta la società letteraria. Contrario alla Rivoluzione, viaggia in America per poi stabilirsi come esule in Inghilterra (1793). Tornato in patria nel 1800, inizia a scrivere attingendo ai ricordi del suo soggiorno americano (Atala) ed esaltando il valore della religione (Il genio del Cristianesimo).

Napoleone che lo apprezza gli dà qualche incarico diplomatico e amministrativo, ma Chateaubriand non contraccambia la stima e quando il console Bonaparte si incorona imperatore si dimette da tutte le cariche. Inizia allora a viaggiare in tutti i paesi del Mediterraneo attingendo materiale per il suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme che, insieme a Viaggio in America, consacra la letteratura esotica.

Accoglie con gioia la Restaurazione e svolge una brillante carriera diplomatica che abbandona nel 1830, dopo la caduta di Carlo X. Il suo capolavoro resta Memorie d’oltretomba, iniziato nel 1811 e pubblicato postumo, scritto in una lingua che Chateaubriand domina alla perfezione e che descrive, con raro potere evocativo, la vita tra i due secoli.

Chateaubriand muore a Parigi nel 1848.

 

Opere principali

Atala (1801); René (1802); Il genio del cristianesimo (1802); I Martiri (1809); Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1811); Viaggio in America (1826); Congresso di Verona (1838); Memorie d’oltretomba (1848-50).

Edgar Allan Poe

 

Edgar Allan Poe nasce a Boston nel 1809. Figlio di attori ambulanti rimasto orfano a due anni, viene allevato a Richmond nella casa del ricco mercante William Allan, che però non lo adotta legalmente.

Dal 1815 al 1820 si trasferisce con gli Allan in Inghilterra. Frequenta poi l’università della Virginia, ma viene espulso per debiti di gioco. Pubblica in questo periodo la sua prima opera, Tamerlano e altre poesie, in cui è evidente l’impronta byroniana. Nel 1830 è per breve tempo all’accademia militare di West Point, da cui è cacciato per insubordinazione, poi si trasferisce a Baltimora presso la zia Mary Clemm deciso a dedicarsi completamente alla carriera letteraria.

I suoi racconti e le sue poesie appaiono prima sul “Courier” e, dal 1835, sul “Southern Literary Messanger” di Richmond in cui Poe svolge attività di giornalista. Nello stesso anno sposa la cugina Virginia Clemm, non ancora quattordicenne, con la quale conduce un’esistenza precaria tra difficoltà economiche e inquietudini esistenziali. Intanto continua la sua attività di giornalista, critico e narratore: nel 1838 pubblica Le avventure di Gordon Pym, il suo unico romanzo, seguito dai Racconti del grottesco e dell’arabesco; nel 1843 ottiene uno straordinario successo con il racconto Lo scarabeo d’oro; nel 1845 arriva la celebrità con la raccolta Il corvo e altre poesie.

Con la morte per tubercolosi della moglie (1847), Poe cede al peso delle sue ossessioni e la tendenza all’alcoolismo, che ha sempre dimostrato, assume un decorso cronico. Raccolto privo di sensi in una strada di Baltimora, muore nell’ottobre del 1849, probabilmente di emorragia celebrale.

 

Opere principali

Tamerlano (1827); El Aaraaf (1829); Le avventure di Gordon Pym (1838); Racconti del grottesco e dell’arabesco (1840); Lo scarabeo d’oro (1843); Il corvo e altre poesie (1845); La filosofia della composizione (1846); Eureka (1848); Il principio poetico (1849).

Emile Zola

 

Émile Zola nasce a Parigi nel 1840. Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse in gravi ristrettezze economiche vive lavorando per l’editore Hachette e facendo il giornalista. Considerato il caposcuola del naturalismo, è spesso al centro di polemiche artistiche e politiche (difesa di Manet e degli impressionisti e la violenta denuncia, J’accuse, del complotto militarista e reazionario legato all’affaire Dreyfus che gli costa un anno di carcere).

Dopo la pubblicazione nel 1857 della sua opera più riuscita, Teresa Raquin, concepisce l’idea di un ciclo di romanzi che, attraverso le vicende di vari personaggi appartenenti allo stesso ceppo familiare, prenda in esame tutti gli aspetti della società. Nascono così I Rougon-Macquart il cui sottotitolo recita: “storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo impero. Il primo romanzo del ciclo, iniziato nel 1871 e che comprende venti volumi, è La fortuna dei Rougon, a cui seguono, tra gli altri, Il ventre di Parigi, sulla dura realtà dei proletari; L’ammazzatoio, contro la piaga sociale dell’alcoolismo; Nanà, ambientato nella buona società borghese; Germinale, descrizione delle lotte sociali di un distretto carbonifero; Il dottor Pascal che nel 1893 chiude il ciclo.

Intanto, nel 1880, contribuisce con Maupassant e altri a Le Serate di Médan, raccolta di novelle che è anche una sorta di manifesto della scuola naturalista. Dal 1894 al 1898 scrive la trilogia Tre città (che ha per soggetto Lourdes, Roma, Parigi) in polemica con la Chiesa cattolica e sulla fede religiosa. L’ultimo progetto è ancora un ciclo, I quattro vangeli, di cui escono Fecondità (1899), Lavoro (1901), Verità (postumo); il quarto romanzo avrebbe dovuto essere Giustizia, ma non fu mai scritto per la morte improvvisa dell’autore, avvenuta nel 1902 a causa delle esalazioni di una stufa, e sulla quale il sospetto di un attentato non è mai stato del tutto dissipato.

 

Opere principali

Teresa Raquin (1867); La fortuna dei Rougon (1871); Il ventre di Parigi (1873); L’ammazzatoio (1877); Nanà (1880); Pot-Bouille (1882); Il paradiso delle signore (1883); Germinal (1885); La bestia umana (1890); La disfatta (1892); Il dottor Pascal (1893); Lourdes (1894); Rome (1896); Paris (1898); Fecondità (1899); Lavoro (1901); Verità (postumo).

 

 

Germinal

Insorti per la fame ed eccitati dalle distruzioni che hanno messo in atto, gli scioperanti affluiscono verso la casa del direttore Hennebeau. La moglie e alcuni invitati, che hanno trovato rifugio in un fienile, osservano questa miseria in rivolta che minaccia la loro posizione sociale acquisita.

 

Parte V, cap. 5

«Urlanti e gesticolanti, le donne erano apparse; un migliaio o poco meno; scarmigliate dalla corsa, mal coperte da cenci che lasciavano intravedere qua e là la pelle, dei corpi di femmine sfiancate a forza di figliare. Alcune tenevano fra le braccia l’ultimo nato, lo sollevavano, lo mostravano come brandissero e agitassero un simulacro di vendetta e di lutto. Altre, più giovani, procedevano impettite come muovessero alla battaglia, impugnando bastoni; mentre le vecchie, simili a furie scatenate, urlavano così forte che nei colli scarniti le corde si tendevano quasi a schiantarsi. Seguiva la valanga degli uomini; duemila forsennati; manovali, braccianti, staccatori; una massa pigiata e confusa che avanzava compatta al punto che non vi si distingueva più nulla: camiciotti di tela o maglie a brandelli, tutto spariva in un’unica tinta terrea.. [...].

In quel momento il sole tramontava, insanguinando la piana della cupa porpora dei suoi ultimi raggi. Tinti da quella porpora, uomini e donne seguitavano a marciare simili a beccai imbrattati di sangue, e fu come se, non più una folla, ma un fiume di sangue dilagasse per strada. [...]

Si levò allora un grido che soverchiò la Marsigliese:

                             Pane! Pane! Pane!»

 

Germinal

Stefano Lantier, della dinastia dei Macquart, va a lavorare nelle miniere di Montsou, a contatto con un mondo di sofferenza e di iniquità che tenta di combattere propagandando tra i minatori gli ideali del socialismo evoluzionista di Marx e della prima internazionale da poco fondata a Londra. L’amico Suvarin, un russo cupo e sognatore, ha invece idee più radicali: attende la nuova rivoluzione impersonata da Bakunin, che abbatterà l’idra borghese. L’errata politica finanziaria adottata dal Secondo impero mette in crisi la Compagnia delle miniere che abbassa i salari e cerca di dividere gli operai. Scoppia invece un grande sciopero che si prolunga per mesi e Stefano guida le rivendicazioni dei compagni. All’intervento della forza militare, che provoca numerosi morti, Suvarin mette in opera il suo disegno nichilista: quando a poco a poco, spinti dalla miseria delle loro famiglie, gli operai tornano in miniera, i pozzi franano e l’acqua invade le gallerie. Stefano e la giovane Caterina, la fanciulla di cui è innamorato, vi restano imprigionati: la giovane muore e Stefano, salvato dalle squadre di soccorso, si dirige a Parigi sperando in una prossima redenzione del popolo.

Fedor Dostoevskij

 

Fëdor Michajlovic Dostoevskij, figlio di un aristocratico decaduto che esercitava la professione di medico, nasce a Mosca nel 1821.

Allevato in un ambiente devoto e autoritario, nel 1837, alla morte della madre, viene internato alla scuola del genio militare di Pietroburgo che frequenta controvoglia, già risolutamente deciso a dedicarsi alla letteratura. Rinuncia infatti alla carriera subito dopo aver conseguito il diploma e scrive il suo primo romanzo, Povera gente, che ottiene un grande successo di critica. I romanzi successivi (Il sosia; Le notti bianche) deludono i suoi primi estimatori, specie il critico Belinskij che lo ha acclamato come un nuovo grande scrittore, e lasciano indifferente il pubblico.

Nel 1849, per avere aderito a un circolo di intellettuali socialisti, Fëdor viene condannato a morte con tutto il gruppo, quindi graziato dallo zar Nicola I (una messinscena punitiva) e condannato a quattro anni di Siberia e ad altri quattro di arruolamento forzato. Ritorna alla letteratura dopo il matrimonio avvenuto nel 1857 con una giovane vedova, quando dà alle stampe due romanzi: Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio.

Nel 1861 comincia l’attività giornalistica per la rivista “Il Tempo”, nella quale appaiono Memorie da una casa di morti (racconto dell’esperienza siberiana) e Umiliati e offesi. Dopo un viaggio in Inghilterra, Francia e Germania che suscita in lui aspri giudizi sulla civiltà occidentale, fonda con poca fortuna il periodico “Epoca” e dà alle stampe Memorie del sottosuolo seguito da Delitto e castigo che gli procura grande fama ma pochi guadagni.

Ormai vedovo, sposa nel 1867 la propria stenografa Anna Snitkina e pubblica Il giocatore, romanzo dai toni autobiografici in cui descrive la sua rovinosa passione per la roulette. Per sfuggire ai creditori che costantemente lo perseguitano, ripara quello stesso anno all’estero con la moglie e scrive L’idiota, poi al suo ritorno in Russia pubblica nel 1873 I demoni. Segue un periodo di grande attività che culmina con I fratelli Karamazov e che si protrae fino al 1880, praticamente alla vigilia della morte giunta improvvisa a Pietroburgo nel 1881.

 

Opere principali

Povera gente (1846); Il sosia (1846); Le notti bianche (1848); Il villaggio di Stepancikovo (1859); Il sogno dello zio (1859); Memorie da una casa di morti (1861-62); Umiliati e offesi (1861); Memorie del sottosuolo (1865); Delitto e castigo (1866); Il giocatore (1867); L’idiota (1868-69); I demoni (1873); L’adolescente (1875); Diario di uno scrittore (1876-81); I fratelli Karamazof (1879-80).

George Byron

 

George Gordon Byron, figlio di un aristocratico stravagante e sregolato, nasce a Londra nel 1788 e trascorre un’infanzia infelice in Scozia, tormentata, tra l’altro, da una congenita deformità a un piede.

Mentre frequenta a Cambridge il Trinity College (1805-1808), pubblica i versi satirici Ore d’ozio, ma diventa noto con Bardi inglesi e recensori scozzesi. Nel 1809, ereditati da uno zio i beni e il titolo di lord, inizia il consueto “gran tour” dei giovani nobili che lo porta in Spagna e in Oriente; al ritorno in patria pubblica nel 1812 i primi due canti del Pellegrinaggio del giovane Aroldo, il poema che lo rende celebre e che impone nella buona società la moda del dandy fatale e disincantato.

In pochi anni seguono numerosi altri poemi, i cui tenebrosi personaggi fanno nasce il mito byroniano che egli alimenta con una condotta ambigua e provocatoria: gli aspetti insensati e grotteschi della passione che per lui concepisce lady Caroline Lamb, moglie del futuro lord Melbourne; il sospetto di una relazione incestuosa con la sorellastra Augusta; la separazione che la moglie pretende dopo appena un anno di matrimonio. Gli scandali che si susseguono lo costringono a lasciare l’Inghilterra e a stabilirsi successivamente a Ginevra, a Venezia, a Ravenna, a Pisa.

Nel 1815-16 appaiono il terzo e il quarto volume del Giovane Aroldo che chiudono la sua fase romantica. Seguono gli anni produttivi dei poemi burleschi culminati con il Don Juan, iniziato a Venezia nel 1819, più volte rimaneggiato, ma rimasto incompiuto. Nel 1824, conquistato alla causa dell’indipendenza ellenica, parte per la Grecia dove pochi mesi dopo muore di febbri a Missolungi.

 

Opere principali

Bardi inglesi e recensori scozzesi (1809); Pellegrinaggio del giovane Aroldo (1812-18); Il giaurro (1813); Sposa d’Abido (1813); Il corsaro (1814); Lara (1814); Parisina (1816); Il prigioniero di Chillon (1816); Manfred (1817) Beppo (1818); Mazzeppa (1818); Don Juan (1819-24); Caino (1821); Marin Faliero (1821); I due Foscari (1821); La visione del giudizio (1822); Werner (1823).

 

Don Giovanni

L’arrivo in Inghilterra di Don Giovanni è un’ironica descrizione del porto di Londra. Il poeta smette gli abiti del suo personaggio e fa una specie di dichiarazione di intenti: affilerà le armi della satira per denunciare i vizzi e la stupidità dei suoi connazionali.

 

Canto X, 81-82, 84

«Il sole tramontò, il fumo sorse, come dal seno

di un vulcano a metà spento, occupando

uno spazio chiamato “anticamera del diavolo”,

come qualcuno denominò quel luogo meraviglioso:

benché non fosse la sua città natale e che egli non appartenesse

alla razza d’uomini che là stava, Giovanni provò un sentimento

di venerazione per quella terra, madre di tanti eroi

che hanno scannato una metà del mondo e tentano di atterrir l’altro. (1)

 

Un immenso volume di mattoni, di fumo e di navigli,

volume fangoso e intenebrato, ma che si stende

quando va lungi l’occhio; qua e là una vela

che apparisce un istante, poi dileguarsi in mezzo

a una foresta d’alberi; innumerevoli torri

sollevanti la testa al di sopra della loro atmosfera di carbone;

una gigantesca e nerastra cupola simile al berretto da giullare

sul capo del suo padrone... ecco la città di Londra.[...]»

 

nota 1  L’India e l’America.

 

Don Giovanni

Ancora ragazzo, Don Giovanni lascia la natia Siviglia a causa di un intrigo amoroso e va all’estero. Un naufragio lo getta su un’isola greca dove è salvato dalla bella Haidée, la figlia di un pirata, che si innamora di lui. Quando il padre li sorprende insieme, Don Giovanni viene imbarcato a forza su una delle sue navi e Haidée muore di dolore. Venduto schiavo a Gubelyaz, la sultana di Costantinopoli anch’essa innamorata di lui, il giovane evade e cerca rifugio nell’esercito russo che assedia Ismailia. Distintosi per valore, viene inviato a San Pietroburgo dove, naturalmente, anche la zarina Caterina non è insensibile al suo fascino. Inviato in Inghilterra per svolgere una missione politica sbarca a Londra. Gli ultimi canti del poema, incompiuto, sono una satira della società inglese.

Giacomo Leopardi

 

Giacomo Leopardi nasce a Recanati (Macerata) nel 1789, primogenito del conte Monaldo, erudito dalla mentalità ristretta, che si occupa della sua prima educazione. Vive isolato per tutta l’adolescenza nel paese natale che sente come una soffocante prigione, dedicandosi a intensi studi che gli rovinano la salute. In questi anni matura una concezione dolorosamente pessimistica del reale che esprime nello Zibaldone, ampia raccolta di ragionamenti e note filosofiche, psicologiche e letterarie, scritta tra il 1817 e il 1832. Poiché rifiuta la poesia basata sulla creazione di immagini (“poesia immaginativa”), si dedica alla “poesia sentimentale”, volta alla riflessione e all’analisi degli stati d’animo. Compone i cosiddetti primi idilli (tra cui L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna), un gruppo di liriche dai toni evocativi, intrise di dolore per il cadere delle speranze e il trascorrere inesorabile del tempo. Contemporaneamente, tra il 1820 e il 1822 scrive anche varie canzoni (Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone, Ultimo canto di Saffo) in cui lamenta la tirannia del destino e le oppressive e disumane leggi universali.

Finalmente, nel 1822, ottiene il permesso di lasciare la casa paterna per recarsi a Roma, ma vi ritorna quasi subito per due anni, durante i quali scrive la maggior parte delle Operette morali, dialoghi e prose filosofiche di intensa liricità in cui affronta i miti del suo pensiero: la Natura, la Morte, il Dolore, la Felicità, la Noia. Nel 1825 è a Milano, poi a Bologna e Firenze dove conosce Manzoni, quindi a Pisa: qui, interrompendo il silenzio poetico che durava dal 1821 scrive i canti Il risorgimento e A Silvia (1828). Di nuovo a Recanati compone dal 1828 al 1830 i grandi idilli (Il passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio ecc.) dominati dal senso universale del dolore e dalla pietà per tutti i viventi, illusi e travolti dalla Natura matrigna. Di nuovo a Firenze, dopo una dolorosa delusione d’amore stringe amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri, che cura la prima edizione dei Canti (41 poesie) e con lui si trasferisce nel 1833 a Napoli dove vive gli ultimi dolorosi anni. Muore nel 1837.

 

Opere principali

Zibaldone (1817-32); Operette morali (1827); Canti (1831, 1835, postumi 1845); Epistolario (postumo 1845).

 

L’infinito

Composto fra la primavera e l’autunno del 1819, questo idillio è perfetto perché libero da intrusioni intellettualistiche. Alla sua origine non c’è né abbandono mistico, né un atteggiamento puramente contemplativo, e neppure un’emozione immediata e intuitiva. Superando una situazione concreta, il poeta trova la forza di crearsi grandi illusioni, di erigersi sopra la ragione per concepire l’infinità dello spazio e del tempo.

 

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminabili

spazi al di là di quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio;

e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

 

Canti

Tra il 1819 e il 1821 Leopardi compone i primi idilli, un gruppo di liriche nelle quali i temi poetici assumono ampia risonanza sentimentale e dove dominano i toni della evocazione e della memoria. Anche il dolore per le speranze cadute e per l’inesorabile trascorrere del tempo si sublima nella contemplazione della natura.

Giovanni Verga

 

Nato nel 1840 a Catania da una famiglia di nobili origini e di tradizioni liberali, Giovanni Verga si dedica fin dalle sue prime prove alla letteratura civile e patriottica di ascendenza byroniana, nella quale, gradatamente, il romanticismo eroico si converte in romanticismo passionale, espresso nel romanzo Una peccatrice del 1866 e più ancora in Storia d’una capinera (1871) che lo consacra al successo. Dopo un soggiorno a Firenze, in quegli anni capitale d’Italia, nel 1872 Verga si stabilisce a Milano. Qui frequenta i ritrovi letterari e il mondo aristocratico-borghese, le cui passioni sofisticate vengono descritte in opere come Eva (1873), Eros (1874), Tigre reale (1875).

Nel 1874 pubblica anche il “bozzetto siciliano” Nedda, con cui inaugura il genere della novella e la sua adesione al verismo, variante italiana del naturalismo. In questa sua nuova stagione, che trova compiuta espressione nei Malavoglia (1881), Verga adotta la poetica dell’impersonalità per rappresentare epicamente e coralmente un mondo di gente umile, quasi primitiva, in lotta con l’avverso destino a cui soccombe quando si stacca dalla religione, dalla famiglia, dal lavoro. In quegli stessi anni appaiono anche le sue novelle più riuscite: la serie di Vita dei campi e quella delle Novelle rusticane, da cui trae materia anche per i suoi drammi, come Cavalleria rusticana. Nel suo secondo grande romanzo, Mastro don Gesualdo, l’impianto narrativo è quello del romanzo di costume, caratterizzato dai molti quadri successivi descritti dall’autore con il solito realismo distaccato. Verga trascorre gli ultimi anni a Catania in scontroso e lungo silenzio, dove muore nel 1922.

 

Opere principali

I carbonari della montagna (1861); Sulle lagune (1863); Una peccatrice (1866); Storia d’una capinera (1871); Eva (1873); Eros (1874); Tigre reale (1875); Vita dei campi (1880); I Malavoglia (1881); Il marito di Elena (1882); Novelle rusticane (1883); Per le vie (1883); Vagabondaggio (1887); Mastro don Gesualdo (1889); I ricordi del capitano d’Ancre (1891); Cavalleria rusticana (1894); In portineria (1895); La lupa (1896); Dal tuo al mio (1906).

Gustave Flaubert

 

Gustave Flaubert nasce a Rouen nel 1821 e cresce nell’ambiente malinconico dell’ospedale di cui il padre è primario chirurgo; il precoce contatto con la sofferenza e la morte viene però temperato dalla dolcezza di una famiglia molto affezionata e unita. Dal 1832 al 1839 frequenta il liceo cittadino dimostrandosi un allievo dotato ma indisciplinato, già palpitante di una segreta e insoddisfatta passione per Elisa Schéisinger, moglie di un editore di musica incontrata nel 1836 a Trouville, che nel Flaubert maturo diventerà adorazione discreta e quasi mistica: le scriverà la prima lettera d’amore solo 35 anni più tardi, ma i suoi turbamenti sono fedelmente descritti ne L’educazione sentimentale (1845). Dal 1842 al 1844 Flaubert segue a Parigi gli studi di diritto e si appassiona di letteratura; accolto nella cerchia romantica, si lega profondamente a Hugo.

Colpito da una malattia nervosa che lo costringe ad abbandonare gradualmente gli studi, si ritira presso la madre nella proprietà di Criosset, dove vive solitario. Mantiene tuttavia un assiduo contatto epistolare con gli amici più cari: questa Corrispondenza, poi raccolta in quattro volumi, è forse il suo capolavoro. Alla Croisset Flaubert si dedica soprattutto alla stesura dei suoi grandi romanzi, che oscillano tra la tentazione romantica e il realismo documentaristico. Ogni tanto si concede delle pause e viaggia, soprattutto in Oriente. Al ritorno da un soggiorno in Egitto, passa 53 mesi a scrivere Madame Bovary, il romanzo che gli costa un processo per immoralità conclusosi con l’assoluzione (1857) e che lo rende celebre; il viaggio in Tunisia del 1858 gli serve per la documentazione di Salambò (1862). Infine riprende il progetto de L’educazione sentimentale (1869): vuole farvi rivivere il tempo della sua giovinezza, le speranze e le delusioni della generazione che aveva fatto la rivoluzione del ’48, ma l’insuccesso dell’opera (a cui si somma quello de La tentazione di sant’Antonio), la ripresa delle crisi nervose e la morte della madre adombrano gli ultimi anni della sua vita, anche se i suoi Tre racconti (1877) riscuotono grande successo. Il nuovo romanzo, Buovard et Pécuchet rimarrà incompiuto, ma prima di morire a Parigi nel 1880, Flaubert ha la consolazione di assistere al trionfo del suo discepolo Guy de Maupassant e di vedersi circondato dall’affetto deferente della generazione del naturalismo, raggruppata attorno a Zola.

 

Opere principali

L’educazione sentimentale (1845 e 1869); Salambò (1862); La tentazione di sant’Antonio (1874); Tre racconti (Un cuore semplice; La leggenda di Saint-Julien l’Hospitalier; Erodiade; 1877); Corrispondenza (postumo, 1887-93).

 

Madame Bovary

I coniugi Bovary sono stati invitati a un ricevimento presso il marchese di Vaubyessard. Con emozione Emma penetra finalmente nel “gran mondo” che finora ha conosciuto solo attraverso i romanzi e non perde un solo dettaglio dello “spettacolo”. Le cose sono viste attraverso gli occhi della protagonista che svela così anche i propri sentimenti.

 

(Parte I, cap. 8)

«Quando Emma, tenuta per le punta delle dita dal suo cavaliere, andò a mettersi in fila in attesa del colpo d’archetto per prendere le mosse, il cuore le batté un po’. Ma ben presto l’agitazione disparve: e dondolandosi secondo il ritmo dell’orchestra, scivolava in avanti, con lievi movimenti del collo. [...].

L’atmosfera del ballo era pesante; le lampade impallidivano. Gli invitati si riversavano nella sala del biliardo. Un domestico salì sopra una sedia e ruppe due vetri; al rumore delle schegge, la signora Bovary voltò il capo e scorse nel giardino, contro le finestre, le facce dei contadini che guardavano. Allora ella rivide la fattoria, lo stagno fangoso, suo padre in camiciotto sotto i meli, e rivide se stessa come un tempo, mentre scremava col dito le terrine del latte nella latteria. Ma di fronte ai fulgori dell’ora presente, la sua vita passata, sì nitida allora, spariva del tutto, ed essa dubitava di averla vissuta. Era là; fuori del ballo vi era solo ombra distesa su tutto. Mangiava un gelato al maraschino, che teneva con la sinistra in una conchiglia d’argento dorato, e, col cucchiaio fra i denti, socchiudeva gli occhi.»

 

Madame Bovary

Charles Bovary, medico di provincia, sposa in seconde nozze Emma Rouault, figlia di un proprietario terriero. Emma, nutrita nell’adolescenza di letture romantiche, è presto delusa della vita piatta che il marito le offre in Normandia e incomincia a intristire. Preoccupato del suo stato, Charles si trasferisce allora a Yonville dove Emma è corteggiata da Léon, praticante notaio. Incapace di dichiararsi, Léon parte per Parigi ed Emma cade tra le braccia di Rodolphe Boulanger, un banale dongiovanni di provincia che l’abbandona quando la donna gli propone di fuggire insieme. Sconvolta, Emma incoraggia la passione di Léon, ritrovato a Rouen, ma stanca anche lui con i suoi eccessi. Comincia così la sua degradazione: s’indebita con un usuraio e per pagarlo chiede inutilmente aiuto ai vecchi amanti, poi, disperata, si uccide. Charles Bovary, ossessionato dal ricordo della moglie alla quale ha perdonato i tradimenti, si lascia lentamente morire.

Guy de Maupassant

 

Guy de Maupassant nasce nel 1850 a Château de Miromesnil (Normandia), già bollato da una malattia di origine venerea ereditata da un padre dissoluto e violento. Finiti gli studi è chiamato sotto le armi e, dopo aver partecipato alla guerra franco-prussiana ottiene un impiego al ministero della Marina, che gli consente di dedicarsi alla creazione letteraria sotto la guida di Flaubert, di cui diventa discepolo e amico.

Esordisce nel 1880 con la novella Palla di sego, apparsa nel volume Le serate di Médan, una sorta di manifesto del naturalismo che riuniva racconti di vari autori (tra i quali Zola) sul tema della guerra del 1870. La maison Tellier del 1881 è il suo primo volume di novelle, seguito da romanzi di grande successo quali Una vita (1883) e Bel-Ami (1885), dura condanna della finanza speculatrice e colonialista. Il successo gli consente di vivere nel lusso, di viaggiare a lungo, di essere accolto nella buona società dove si conquista la fama di grande seduttore. Intanto la sua attività letteraria non conosce soste. Nel 1888 esce il romanzo Mont-Oriol, l’anno successivo pubblica Forte come la morte, mentre continua ininterrotta la sua attività di novellista, testimone del mondo della piccola borghesia, dominato dall’ardore dei sensi e corroso da una cupa tristezza. L’ultimo romanzo, Il nostro cuore (1890), è il bilancio fallimentare della sua vita da scapolo. Colto da crisi di follia Maupassant viene internato in una clinica di Parigi, dove muore pazzo nel 1893.

 

Opere principali

Palla di sego (1880); La maison Tellier (1881); La signorina Fifì (1882); Racconti della beccaccia (1883); Una vita (1883); Racconti del giorno e della notte (1885); Bel-Ami (1885); Pietro e Giovanni (1888); Mont-Oriol (1888); Forte come la morte (1889); Il nostro cuore (1890).

Heinrich Heine

 

Heinrich Heine, appartenente a una ricca famiglia di commercianti e banchieri ebrei, nasce a Düsseldorf nel 1797. Le alterne vicende della dominazione francese nella sua città natale fanno di lui un fervente simpatizzante della colta Francia, mentre nutre profonda antipatia per la Prussia.

Dopo gli studi di filosofia e letteratura a Bonn, passa nel 1821 all’università di Berlino dove frequenta Hegel e Schleiermacher e scrive, sotto l’influsso di Byron, le sue prime liriche, Intermezzo lirico del 1823, dalla spiccata vena melodica. Nel 1825 si converte alla religione evangelica e, dopo essersi laureato in giurisprudenza a Gottinga, pubblica i primi due volumi di racconti lirici Impressioni di viaggio (1826) che lo avviano alla fama letteraria. Nel 1827 riunisce tutte le sue liriche precedenti nel Libro dei canti, poi dopo un viaggio in Italia che gli ispira anche le novelle Notti fiorentine, pubblica il terzo volume delle Impressioni.

Trasferitosi come giornalista a Parigi nel 1831, frequenta Balzac, Hugo, Chopin ed entra in contatto con i sansimonisti il cui influsso è evidente nella Storia della religione e della filosofia in Germania (1835). Nel 1835 la censura proibisce la circolazione delle sue opere in Germania, ma Heine riesce a ottenere un aiuto economico dal governo francese, nonostante le critiche che egli ha rivolto a Luigi Filippo. Gli scritti politici di questo periodo sono raccolti in Salon (1834-40).

Da una breve visita a Amburgo, nasce la satira in versi Germania, fiaba d’inverno, una delle più importanti opere della letteratura politica tedesca, nella quale è evidente l’influsso dell’amicizia con Karl Marx.

Colpito da atrofia muscolare progressiva che lo costringe a letto per quasi otto anni, descrive le sue sofferenze nelle poesie del Romanzero. Muore a Parigi nel 1856.

 

Opere principali

Intermezzo lirico (1823); Almansor e Ratcliff (1823); Libro dei canti (1827); Impressioni di viaggio (1826-31); Notti fiorentine (1836); Storia della religione e della filosofia in Germania (1835); Scuola romantica (1833-36); Salon (1834-40); Germania, fiaba d’inverno (1844); Romanzero (1851); Scritti vari (1854).

Henrik Ibsen

 

Henrik Ibsen nasce a Skien (Norvegia) nel 1828, figlio di un commerciante di bestiame che fallisce quando Henrik ha sedici anni.

Costretto a lasciare gli studi per lavorare in una farmacia di Grimstad, il giovane si sente attratto dal teatro per il quale a venti anni scrive il suo primo dramma, Catilina, di impronta schilleriana e ricco di spunti metafisici. Nel 1850 riesce a far rappresentare Il tumulo del guerriero, che dà inizio a una serie di testi teatrali ispirata ai miti e alla storia della Scandinavia.

Diventato direttore del teatro nazionale di Bergen, scrive e rappresenta drammi di ispirazione romantica, ma dal 1862, con La commedia dell’amore, il suo lavoro si evolve verso una sempre maggiore precisione psicologica. Comincia a caratterizzarsi il “personaggio ibseniano”, cercatore dell’assoluto, che si dibatte nella contraddizione tra sogno e realtà, tra idealismo e pessimismo.

Nel 1864 un viaggio in Italia gli ispira Cesare e Galileo, grandioso affresco della civiltà classica, e l’opera dialogata in versi Brand. Nel 1867 pubblica Peer Gynt, fantasia su temi popolari norvegesi che non piace ai suoi compatrioti, e l’anno successivo si trasferisce a Dresda.

I grandi drammi della maturità sono preannunciati da I pilastri della società (1877), cui segue Casa di bambola (1879) che consacra Ibsen figura centrale del teatro europeo. Da questo momento fornisce al teatro una serie di capolavori: Spettri del 1881, La donna del mare del 1888, Hedda Gabler del 1890.

Nel 1895 Ibsen fa ritorno in patria dove scrive le ultime opere e muore nel 1906 a Oslo.

 

Opere principali

Catilina (1848); Il tumulo del guerriero (1850); Donna Inger di Olstraat (1855) Una festa a Solhang (1856); I condottieri a Helgelland (1858); La commedia dell’amore (1862); I pretendenti al trono (1863); Brand (1866); Cesare e Galileo (1864-73); Peer Gynt (1867); I pilastri della società (1877); Casa di bambola (1879); Spettri (1881); L’anitra selvatica (1884); Casa Rosmer (1886); La donna del mare (1888); Hedda Gabler (1890); Il costruttore Solness (1892); Il piccolo Eyolf (1894); Quando noi morti ci destiamo (1899).

Johann Wolfgang Von Goethe

 

Johann Wolfgang von Goethe nasce a Francoforte sul Meno nel 1749, in una famiglia della migliore borghesia patrizia della città. Avviato sulle orme del padre agli studi giuridici, preferisce dedicarsi alla letteratura e ottiene rapida fama con il romanzo I dolori del giovane Werther (1774). Chiamato alla corte ducale di Weimar, ricopre vari incarichi contribuendo a fare della piccola città un vivo centro di cultura, capitale spirituale della Germania. A parte due viaggi in Italia (1786 e 1790), dove si forma in modo definitivo e resta affascinato da paesaggi e situazioni, fonti di ispirazione per le opere successive, trascorre nell’ambiente sereno di Weimar il resto della vita. Sono di questo periodo il dramma Egmont (1788) e soprattutto il romanzo Le affinità elettive (1809). Dal 1772 lavora alla stesura del Faust che porta a termine dopo sessanta anni, poche settimane prima della morte sopraggiunta nel 1832.

 

Opere principali

Goetz von Berlichingen (1772); I dolori del giovane Werther (1774); Ifigenia in Tauride (1779); Torquato Tasso (1780); Egmont (1788); Elegie romane (1789); Metamorfosi delle piante (1790); Gli anni di noviziato di Guglielmo Maister (1795); Le affinità elettive (1809); Elegia di Mariembad (1823); Viaggio in Italia (1828); Secondo soggiorno romano (1829); Faust (1831).

 

VII elegia

Nella VII elegia il poeta rinnova con accenti di inconfondibile immediatezza la gioia pura provata nel trovarsi finalmente a Roma, un luogo benedetto dagli dei, il migliore dove un uomo possa desiderare di morire.

 

         «O quanto mai lieto io mi sento in Roma! Pure che io pensi a quei tempi, che un giorno grigiastro mi accoglieva lassù nel settentrione.

         Torbido il cielo e opprimente sul mio capo gravava; senza linea né colore il mondo intorno alla mia stanca persona posava.

         Ed io su me stesso, intento a scrutare le oscure vie dello spirito inappagato, mi ripiegavo, meditando in silenzio.

         Ora la chiarità più viva dell’etere mi illumina la fronte; Febo (nota 1), il divino, esalta forme e colori.

         La notte splende di un chiarore stellare, e di molli canti risuona, e luce (nota 2) la luna più chiara del nordico giorno.

         Quale beatitudine fu a me mortale concessa! O sogno io forse? O s’apre la tua ambrosia casa (nota 3), o padre Giove, ad accogliere l’ospite?

         Ah! qui, io mi prostro e stendo ai tuoi ginocchi le supplici mani. Oh esaudisci, Giove ospitale!

         Come io quassù sia venuto, davvero non so dire; Ebe (nota 4) afferrò me viandante e in questo recinto mi addusse.

         Sei tu il dio ospitale? Oh allora non cacciare l’ospite dal tuo Olimpo, nuovamente giù nella terra!

         Tollera, Giove, che io sia qui e che Hermes (nota 5), più tardi, mi guidi passando avanti la tomba di Cestio (nota 6), giù dolcemente all’Orco.»

 

nota 1   Il Sole.

nota 2   Risplende

nota 3   Forse è stato lasciato entrare nella casa di Giove, dove ci si nutre di ambrosia, il cibo degli dei.

nota 4   Dea della giovinezza e coppiera degli dei sull’Olimpo.

nota 5   Hermes o Mercurio è il dio che accompagna le anime dei morti nell’Orco, l’oltretomba.

nota 6   La tomba di Cestio, di epoca augustea, si trova presso Porta San Paolo.

 

 

Elegie romane

Costituiscono un gruppo di venti elegie scritte alla maniera dei poeti latini Catullo, Properzio e Tibullo. Esse sono state ispirate a Goethe in tarda età dal ricordo dei suoi due soggiorni in Italia, dove aveva dimorato due anni e dove si era sentito a casa sua, per la prima e l’ultima volta della sua vita: dopo parlerà di sé come di un “esiliato”. Con schietta naturalezza rievoca i paesaggi, la luce, le gioie spirituali e fisiche, la rivelazione che aveva avuto dei monumenti dell’antichità.

John Keats

 

Nato a Londra nel 1795, John Keats abbandona la carriera di apprendista chirurgo per dedicarsi alla poesia. Dopo un primo volume di versi, pubblica nel 1818 un ambizioso poema mitologico in quattro volumi, Endimione, che viene accolto con feroci stroncature. Seguono due anni di intensa attività creativa, in cui Keats raggiunge la piena maturità poetica che esprime nel capolavoro La vigilia di sant’Agnese. In questa opera illustra con uno straordinario sovrapporsi di immagini colorate e contrastanti il tema medievale della passione amorosa che sfida ogni pericolo. La vigilia di sant’Agnese insieme a La belle dame sans merci sono considerati veri emblemi del romanticismo. Dello stesso periodo sono le Odi in cui, superata l’emotività romantica, Keats esplora il rapporto tra vita e arte, piacere e dolore. Colpito da tubercolosi cerca in Italia un clima più confacente, ma muore a Roma nel 1821.

 

Opere principali

Endimione (1818); Iperione (1818-20); Lamia (1819); Odi (1819); Isabella (1820); La vigilia di sant’Agnese (1820); La belle dame sans merci (1820).

John Ruskin

 

Nato a Londra nel 1819, John Ruskin studia a Oxford, dove nel 1869 viene nominato professore di storia dell’arte, ma nel 1884 lascia la cattedra per le sue incerte condizioni di salute.

Nel 1849 pubblica l’opera Le sette lampade dell’architettura e nel 1851-53 si dedica alla stesura di Le pietre di Venenzia, dove sviluppa le sue idee sul rapporto tra vita, arte, politica e società. Progressivamente sposta l’asse dei suoi interessi dall’arte all’analisi delle relazioni dell’arte con la società e giunge a muovere critiche incisive alla società industriale. Nel 1862 pubblica Fino all’ultimo, con cui muove un attacco al mercantilismo, e nel 1872 Munera pulveris, che gli costano l’ostilità del mondo accademico. Scopre i pittori primitivi italiani e sostiene il carattere etico delle creazioni artistiche. Muore nel 1900 a Coniston (Lancanshire).

 

Opere principali

Pittori moderni (1843-60); Le sette lampade dell’architettura (1849); Le pietre di Venezia (1851-53); Fino all’ultimo attacco (1862); Munera pulveris (1872); Sesamo e gigli (1865); La corona di ulivo selvatico (1866); Tempo e stagione (1867); Fors clavigera (1871-84); Praeterita (1885-89).

Jules Verne

 

Nato a Nantes nel 1828 da una famiglia di armatori, Jules Verne studia diritto a Parigi dove si inserisce nell’ambiente artistico del fotografo Nadar e di Dumas, dei quali è amico. Entra anche in contatto con il mondo politico socialista e con i gruppi anarchici, tanto che nel 1872, nel clima della repressione anticomunarda, è costretto ad abbandonare la capitale per la provincia.

Appassionato al progresso scientifico e affascinato dai luoghi esotici, crea un nuovo genere letterario, il racconto di viaggio in cui precorre genialmente le conquiste più moderne della tecnica. Con il sostegno dell’editore Hetzel inizia un lavoro fecondo e pubblica dal 1863 alla sua morte, avvenuta nel 1905 ad Amiens, un centinaio di volumi, i più conosciuti dei quali appartengono ai primi anni di creazione, quando la sua visione del mondo era ancora ottimistica.

 

Opere principali

Cinque settimane in pallone (1863), Viaggio al centro della terra (1864); Dalla Terra alla Luna (1865); I figli del capitano Grant (1867-68);Ventimila leghe sotto i mari (1869), Il giro del mondo in ottanta giorni (1873); L’isola misteriosa (1874); Michele Strogoff (1876); Un capitano di quindici anni (1878); Mathias Sandorf (1885).

Lev Nikolaevic Tolstoj

 

Lev Nikolaevic Tolstoj nasce nel 1828 a Jasnaja Poliana (governatorato di Tula) in una famiglia di antica nobiltà.

Già orfano a nove anni di entrambi i genitori, trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra Mosca, la tenuta di Jasnaja Poliana e Kazan’, dove compie gli studi orientali e poi quelli di giurisprudenza. Trasferitosi a Pietroburgo nel 1849, entra in contatto con gli ambienti musicali e letterari. Fortemente influenzato dalle Confessioni di Rousseau, nel 1851 inizia a scrivere un romanzo autobiografico, Le quattro epoche dello sviluppo, che può considerarsi come la prima stesura di Infanzia.

Prende parte alla guerra russo-turca di Crimea come ufficiale sul fronte del Caucaso e da quella esperienza nascono I racconti di Sebastopoli, importanti per l’affermazione del realismo tolstoiano, alla cui formazione contribuisce, per ammissione dello stesso autore, la lettura di Turgenev e di Puskin.

Dopo un soggiorno all’estero e il matrimonio con Sifija Andeevna Bers, l’interesse di Tolstoj si volge alle riforme sociali e pedagogiche, ma non trascura la produzione letteraria. Nel 1864 si dedica a un grande romanzo storico dal titolo L’anno 1805, che diverrà poi Guerra e pace, e dalla lettura approfondita dell’opera di Schopenhauer nasce, nel 1870, la prima idea di Anna Karenina: i dubbi teorici e le incertezze stilistiche ne ritardano tuttavia la stesura al 1874-77. Intanto recupera gli intenti pedagogici e prepara un Abbecedario a cui negli anni successivi seguono i Quattro libri di Lettura, antologie di autori di epoche diverse.

Le cure per la famiglia che lo tengono sempre occupato (è padre di ben 13 figli) non gli evitano di sprofondare in ricorrenti crisi religiose e morali, spesso anche acute, dalle quali emerge a poco a poco con la convinzione della necessità di una netta separazione della religione dai poteri ecclesiastici (che gli costa una scomunica) e della superiorità del lavoro materiale su quello intellettuale. Sembrava che avesse già abbandonato la creazione artistica quando nel 1883, sotto l’impressione della morte dello scienziato Mecnikov, inizia a scrivere La morte di Ivan Il’ic, pubblicato nel 1886. L’anno successivo, dopo avere letto La certosa di Parma di Stendhal sente il bisogno di tornare all’arte con La sonata a Kreutzer, mentre si fa strada l’idea di un nuovo ampio romanzo che si concretizza con Resurrezione (1899).

In seguito ai contrasti con la moglie e i figli, Tolstoj è costretto a lasciare l’amata Jasnaja Poliana, dove da tempo si era ritirato per dedicarsi all’attività pedagogica. Mentre è in viaggio per Rostov, viene colpito da febbre cerebrale e muore alla stazione di Astàpovo (governatorato di Rjazan’) nel 1910.

 

Opere principali

Infanzia, adolescenza e giovinezza (1852-57); L’incursione (1853); I racconti di Sebastopoli (1855-56); Sull’importanza dell’educazione popolare (1863); I quattro libri di lettura (1873); Anna Karenina (1873-77); Guerra e pace (1863-69); Saggio di teologia dogmatica (1879-80); La morte di Ivan Il’ic (1887-89); La potenza delle tenebre (1896); I frutti dell’istruzione (1886-89); La sonata a Kreutzer (1889-90); Resurrezione (1899); Padre Sergio (1890-98); Chadzi-Murat (1896-1904); Che cos’è l’arte? (1897); Il cadavere vivente (1900).

 

 

La morte di Ivan Il’ic

Nell’agonia tremenda, si affaccia nella mente di Ivan Il’ic un pensiero consolante: liberare gli altri, prima che se stesso, dalla sofferenza. Improvvisamente una gran luce si accende nella sua anima e muore sereno.

 

 

         «[...] E indicò collo sguardo il figlio dicendo alla moglie:

- Portalo via... mi fa pena... e anche tu... [...]

         E all’improvviso ciò che lo tormentava e che non tornava, - tutto all’improvviso cominciò a tornare, da un lato, da due, da dieci, da tutti i lati. Ho pietà di loro, bisogna non farli soffrire. Liberarli e liberare me stesso da queste sofferenze. “Come torna bene e come è facile, - pensò. - E il male? - si chiese. - Dov’è andato? Ebbene, dove sei, male?”

Stette attento.

“Sì, eccolo. E con questo? Dolga pure”.

“E la morte? Dov’è?”.

         Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov’è? Ma che morte? Non c’era più paura perché non c’era più morte.

Invece della morte, la luce.

-Dunque è così!- disse d’un tratto ad alta voce. - Che gioia!

Tutto questo non fu che un attimo per lui, ma il senso di quell’attimo ormai non poteva più mutare. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il suo corpo macerato si scuoteva. Poi il gorgòglio e il rantolo si fecero sempre più rari.

         - È finito! - disse qualcuno.

Egli udì questa parola e se la ripeté nell’anima. “Finita la morte, - si disse. - Non c’è più morte”.

Trasse il fiato, si fermò a mezzo, s’irrigidì e morì.»

 

La morte di Ivan Il’ic

Ivan Il’ic, consigliere di Corte d’Appello, ha una vita soddisfacente, una carriere brillante, una famiglia solida e affiatata. Trasferito in seguito a una promozione dalla provincia a Pietroburgo, mentre arreda il nuovo elegante appartamento, Ivan cade da uno sgabello nel sistemare una tenda. Avverte subito un dolore al fianco, prima lieve poi lancinante e costante. Nonostante vari consulti con i più famosi medici, ogni cura si dimostra vana e in Ivan Il’ic comincia a farsi strada il pensiero di una probabile prossima morte. Terrorizzato ed esasperato, diventa intollerante a tutto e si rende conto, con sgomento, di essere di peso all’amata famiglia. Nelle lunghe ore di meditazione con la morte a fianco, si accorge che la sua vita non è stata come avrebbe dovuto essere: tutto è falso, manca un principio, una ragione profonda.

Lewis Carroll

 

Charles Lutwidge Dodgson, noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, nasce a Daresbury (Cheshire) nel 1832. Studia nel Christ Church College di Oxford, dove rimane poi fino al 1881 come lettore di matematica pura, scienza alla quale dedica numerosi trattati.

Timido e schivo di carattere, forse anche a causa della sua balbuzie, si trova a suo agio con gli adolescenti che ama fotografare, specie con le bambine per una delle quali, Alice Liddell, scrive Alice nel paese delle meraviglie. Quest’opera, la più nota e amata della letteratura infantile inglese, piace anche al pubblico adulto per il gioco logico e verbale che la contraddistingue. Carroll ottiene un successo altrettanto vasto con Attraverso lo specchio, i cui personaggi sono pezzi del gioco degli scacchi.

In entrambe le opere la realtà è vista con il candore degli occhi infantili, che danno vita a incantevoli giochi basati sulla logica e mettono a nudo l’assurdità e l’incoerenza della vita degli adulti. Simbolismo e nonsense si ritrovano anche in La caccia allo Snark, mentre le opere per l’infanzia successive sono appesantite dal sentimentalismo moraleggiante. Muore a Guildford (Surrey) nel 1898.

 

Opere principali

Alice nel paese delle meraviglie.(1865); Attraverso lo specchio, e ciò che Alice vi trovò (1871); La caccia alla Snark (1876); Euclide e i suoi rivali moderni (1879); Silvye e Bruno (1889).

Oscar Wilde

 

Nato a Dublino nel 1854, Oscar Wilde cresce in un ambiente colto e spregiudicato e compie i propri studi a Oxford. Ingegno brillante e personalità eccentrica, diventa l’anima dei salotti mondani e dei circoli letterari di Londra e Parigi, città nelle quali alterna la propria residenza.

Nel 1888 pubblica Il principe felice, un volume di favole per adulti dai toni sentimentali e moraleggianti, ma l’umorismo prevale nei racconti Il delitto di lord Arthur Savile apparsi nel 1891. La sua dottrina estetica è espressa in Intenzioni (1891), mentre le sue riflessioni politiche, ispirate a un anarchismo idealizzato, sono esposte ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo del 1891. Nello stesso anno appare il romanzo Il ritratto di Dorian Gray, che diventa subito una specie di vangelo del decadentismo  e dell’estetismo. Intanto scrive in francese per Sarah Bernhardt Salomé andata in scena nel 1896 e successivamente musicata da Richard Strauss (1905). Al teatro sono dedicate anche una serie di commedie paradossali e ciniche ma brillanti, quali Il ventaglio di lady Windermere (1892) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895).

All’apice del successo viene trascinato in un processo clamoroso dal marchese di Queensberry, con il cui figlio, lord Alfred Douglas, Wilde ha da tempo una relazione particolare. Condannato per omosessualità a due anni di lavori forzati, Wilde scrive in carcere De profundis e La ballata del carcere di Reading. Scontata la condanna, si ritira a Parigi dove muore nel 1900.

 

Opere principali

Poesie (1888); Il principe felice (1891); Il delitto di lord Arthur Savile (1891); Intenzioni (1891); L’anima dell’uomo sotto il socialismo (1891); Il ritratto di Dorian Gray (1891); Salomé (1891); Il ventaglio di lady Windermere (1892); Un marito ideale (1895); L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895); La ballata del carcere di Reading (1898); De profundis (postumo, 1905).

Percy Bysshe Shelley

 

Nato nel 1792 a Horsham (Sussex) in una famiglia di nobili proprietari terrieri, Percy Bysshe Shelley inizia con entusiasmo gli studi a Eton, ma presto viene espulso da Oxford per aver pubblicato un opuscolo che esalta l’ateismo. Nel 1813 scrive il poema filosofico La regina Mab, che risente dell’influsso del razionalismo anarchico del filosofo William Godwin (1756-1836), per la cui figlia Mary abbandona la moglie e fugge in Svizzera. Qui incontra Byron e scrive il poema epico rivoluzionario La rivolta dell’Islam (1818), mentre Mary (che intanto ha sposato dopo il suicidio della moglie), dà alle stampe Frankenstein, per rispondere alla sfida di Byron che ha suggerito agli Shelley di scrivere un “racconto dell’orrore”. Banditi dalla buona società inglese, gli Shelley si trasferiscono in Italia (Venezia, Roma, Pisa) dove Percy pubblica le sue opere più note: I Cenci (1819) e i drammi lirici Prometeo liberato (1820) e Hellas (1822) sull’indipendenza greca. Muore annegato nel 1822 durante una gita in barca in Italia.

 

Opere principali

Necessità dell’ateismo (1811); La regina Mab (1813); Alastor (1816); La rivolta dell’Islam (1818); I Cenci (1819); Prometeo liberato (1820); Epipsychidion (1821); Adonais (1821); Hellas (1821); Ode al vento dell’ovest (postumo); Il trionfo della vita (postumo); Difesa della poesia (postumo).

Paul Verlaine

 

Nato nel 1844 in una famiglia della piccola borghesia agiata di Metz, Paul Verlaine compone poesie fin da ragazzo manifestando una sorta di dualismo che lo spinge ora verso delicate effusioni del sentimento, ora a improvvise brutalità. Nei Poemi saturnini del 1866 è evidente l’influsso “maledetto” di Baudelaire, mentre nelle Feste galanti del 1869 traspare una delicatezza quasi settecentesca, pervasa tuttavia da un’inquietudine decadente. Alla caduta del Secondo impero, Verlaine vive a Parigi la breve folgorante avventura della Comune e proprio allora si lega di amicizia particolare con il giovanissimo Arthur Rimbaud, giunto da Charleville per “morire con il popolo”. La tempestosa relazione si conclude tre anni dopo in Belgio con il colpo di pistola che Verlaine spara a Rimbaud, quando questi decide di rompere il legame. Le conseguenze non sono tragiche, ma Verlaine viene incarcerato prima a Bruxelles, poi a Mons. Queste circostanze operano in lui una profonda crisi religiosa espressa in Romanze senza parole del 1874. Scontata la pena, insegna per qualche anno all’estero e diventa poi agricoltore manifestando sempre pentimento e buoni propositi, ma presto ricade in disordini di ogni tipo, compreso l’alcoolismo. Ritornato a Parigi diventa figura di primo piano del nascente decadentismo e del pre-simbolismo. Nel 1844 pubblica la raccolta di saggi I poeti maledetti e poesie in cui si alternano vena religiosa (Liturgie intime, 1892; Elegie, 1893) e vena crudamente erotica (Parallelamente, 1889; Carne, 1896), versi squisitamente spirituali (Felicità, 1891) e versi diabolicamente ambigui (Canzoni per lei, 1891). Muore in povertà in un ospedale parigino nel 1896.

 

Opere principali

Poemi saturnini (1866); Feste galanti (1869); Buona canzone (1870); Romanze senza parole (1874); Saggezza (1881); I poeti maledetti (1884); Allora e ora (1884); Memorie di un vedovo (1886); Amore (1888); Parallelamente (1889); Felicità (1891); Canzone per lei (1891); I miei ospedali (1891); Liturgie intime (1892); Elegie (1893); Confessioni (1895); Carne (1896).

 

 

Il cielo è al disopra del tetto...

 

Anche se precedente alla conversione, questa lirica, scritta dalla prigione di Bruxelles nel settembre 1873, consente di immaginare l’itinerario spirituale di Verlaine. L’intensità del sentimento non è inferiore alla freschezza dell’arte.

da Saggezza III, 6

 

«Il cielo è, al di sopra del tetto,

         Così azzurro, così calmo!

Un albero, al di sopra del tetto,

         Dondola la sua palma.

 

La campana, nel cielo che si vede,

         Rintocca dolcemente.

Un uccello, sull'albero che si vede,

         Canta il suo lamento.

 

Dio mio, Dio mio, la vita è là,

         Semplice e tranquilla.

Quel placido brusío

         Viene dalla città.

 

Che cos’hai fatto, tu che sei qua

         E di pianger non smetti,

Di’, che ne hai fatto, tu che sei qua

         Della tua giovinezza?»

 

Saggezza

In prigione Verlaine prova un pentimento sincero che lo riavvicina a Dio. E’ la conversione, maturata per molti mesi, a ispirargli i poemi mistici, pubblicati nella raccolta Saggezza nel 1881, dove il poeta descrive la lotta contro le tentazioni e il proposito di condurre una vita migliore.

Stendhal

 

Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle, nasce a Grenoble nel 1783 da una famiglia borghese. Nel 1800 è aiutante di campo nelle armate napoleoniche d’Italia poi, fino al 1814, fa parte dell’amministrazione imperiale con funzioni anche militari. Alla caduta di Napoleone si ritira in Italia (che ha scelto come patria di elezione) e dove rimane sette anni, prevalentemente a Milano, interessandosi di musica e di pittura. Qui scrive Storia della pittura in Italia, e saggi su Haydn, Mozart, Metastasio. Sospettato di carbonarismo dalle autorità austriache, nel 1821 torna a Parigi dove si mantiene con articoli di critica d’arte e musicale e conduce vita mondana. Sono di questo periodo una biografia su Rossini, il trattato Considerazioni sull’amore e Racine e Shakespeare, in cui si schiera a favore della poetica romantica.

Nel 1827 pubblica il suo primo romanzo, Armance, seguito due anni dopo da Vanina Vanini, per giungere nel 1830 a Il Rosso e il nero, il capolavoro che inaugura la stagione del grande romanzo realista. Dopo la rivoluzione di quell’anno e l’avvento di Luigi Filippo, ottiene la nomina di console a Trieste, quindi a Civitavecchia in territorio pontificio. Nel 1834 inizia a scrivere il vasto romanzo Lucien Leuwen sulla società del tempo di Luigi Filippo, ma ne interrompe la stesura per mettere mano all’autobiografia anch’essa interrotta a sua volta nel 1836. Dal 1837 al 1839 si dedica a novelle ispirate a cronache italiane del rinascimento (tra cui I Cenci; La badessa di Castro) finché nel 1839 esce il suo secondo capolavoro La certosa di Parma. Nel 1841 torna a Parigi in congedo per ragioni di salute e muore improvvisamente l’anno dopo per un colpo apoplettico.

 

Opere principali

Storia della pittura in Italia (1817); Roma, Napoli, Firenze (1817); Considerazioni sull’amore (1822); Racine e Shakespeare (1823-25); Armance (1827); Passeggiate romane (1829); Vanina Vanini (1829); Il rosso e il nero (1830); Ricordi d’egotismo (1832); Vittoria Accoramboni (1837); I Cenci (1837); La duchessa di Palliano (1838); La badessa di Castro (1839); La certosa di Parma (1839); Vita di Henry Brulard (incompiuto, 1890); Lucien Leuwen (incompiuto, 1894).

 

La certosa di Parma

Nelle pagine consacrate a Waterloo, Stendhal ribalta tutta la tradizione del racconto storico ed eroico. La battaglia, campale per le sorti dell’Europa, è vista con gli occhi di una recluta, che affronta il fuoco per la prima volta e che non capisce niente di quanto sta succedendo.

 

(dal capitolo III)

 

«Dobbiamo però confessare che il nostro eroe era molto poco eroe, in quel frangente. Ma la paura passava in secondo piano: lo indignava soprattutto quello spaventoso rumore (nota 1), gli facevano male le orecchie. La scorta partì al galoppo; adesso stavano attraversando un grande campo coltivato, oltre il fossato: era tutto coperto di cadaveri. [...]

Di colpo partirono al galoppo. Un attimo dopo venti passi più avanti, Fabrizio vide un campo coltivato; la terra era smossa in maniera strana, i solchi erano pieni d’acqua e delle creste di terra umida schizzavano tanti piccoli frammenti neri che arrivavano fino a tre o quattro metri d’altezza. Fabrizio notò passando lo strano fenomeno, poi sentì un grido secco vicino a lui: due ussari erano caduti, colpiti dalle pallottole; quando si voltò per guardarli, era già lontano da loro una ventina di passi insieme alla scorta. Una cosa soprattutto gli fece orrore: era un cavallo sanguinante, che si dibatteva per terra con le zampe impigliate nelle budella; l’animale voleva seguire gli altri, e il sangue colava dal fianco.

- Ah, finalmente sono in mezzo alla battaglia - pensò - Ho visto sparare! - ripeteva soddisfatto - Adesso sì che sono davvero un militare.»

 

 

nota 1  Lo scoppio dei cannoni che in quel momento raddoppia di intensità.

 

La certosa di Parma

Il giovane Fabrizio del Dongo sogna l’amore e la gloria, ma soprattutto l’avventura che è sicuro di vivere unendosi all’armata imperiale di Napoleone. Giunto a Waterloo, assiste per caso, senza capirvi nulla alla battaglia. Tornato in Italia si stabilisce a Parma presso la zia, la duchessa Sanseverina, che nutre per lui una vera passione. Sospettato di simpatie liberali, ottiene dalla zia la protezione del primo ministro, conte Mosca, e diviene bersaglio dei nemici dell’uomo politico. Dopo aver ucciso in un duello l’attore Giletti, Fabrizio non riesce a fuggire e viene incarcerato nella torre Farnese. Dalla finestra del carcere vede spesso la figlia del governatore della fortezza, Clelia Conti, e se ne innamora. La Sanseverina organizza la sua evasione, poi induce il poeta Ferrante Palla ad avvelenare il principe di Parma per manovrare il suo successore innamorato di lei. Fabrizio può così tornare a Parma, dove diventa un predicatore alla moda: ritrova Clelia che gli dà un figlio, che muore insieme alla madre. Fabrizio si ritira allora nella certosa di Parma.

Stephan Mallarmè

 

Stéphan Mallarmé nasce a Parigi nel 1842 e la sua vita è priva di avvenimenti di rilievo: un breve soggiorno in Inghilterra, una vita matrimoniale di routine, un incarico di insegnante nel liceo di Tournon, in provincia. Nel 1866, Il “Parnasse contemporain” gli pubblica una decina di poesie e nello stesso anno comincia il poema Erodiade al quale può dedicare solo poco tempo a causa dei trasferimenti che lo destinano prima a Besançon, poi ad Avignone. Nel 1867 inizia il racconto Igitur, o la follia di Elbehnon che lo impone tra gli amici come il teorico della poesia simbolista, di cui è anche uno degli esponenti più lucidi. Ottenuto finalmente il trasferimento a Parigi (1871), i “martedì letterari” di casa Mallarmé influiscono notevolmente sulla formazione dei letterati della nuova generazione. Nel 1876 pubblica il poemetto Il meriggio di un fauno che lascia la critica benpensante sconcertata e diffidente. Nel 1897 esce Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, imprevedibile nel suo aspetto formale perché rompe il sistema sintattico e ritmico tradizionale. Amareggiato per non essere riuscito a scrivere il “Libro” assoluto che si era proposto, muore nel 1898 prostrato da insonnie e abbattimenti.

 

Opere principali

Igitur, o la follia di Elbehnon (1867); Erodiade (1869); Il meriggio di un fauno (1876); Poesie (1887); Un colpo di dadi non abolirà mai il caso (1897).

 

Thomas Carlyle

 

Thomas Carlyle nasce a Ecclefechan (Dumfriesshire) nel 1795 da una povera famiglia di contadini calvinisti scozzesi. Indirizzato alla carriera ecclesiastica, si dedica invece allo studio della filosofia e della letteratura, interessandosi soprattutto alla cultura tedesca.

Debutta nel 1834 con il romanzo filosofico Sartor Resartus, una specie di zibaldone allegorico e satirico in cui non mancano note autobiografiche. Seguono numerose opere storiche, fra cui i tre volumi sulla Rivoluzione francese, e i monumentali studi dedicati a Cromwell e a Federico II.

Imbevuto di spiritualismo calvinista, è fra i primi esponenti della reazione vittoriana contro il mito del progresso tecnologico, al quale contrappone il culto del lavoro, manifestazione della forza che anima l’energia dell’universo. Oppositore della democrazia, nelle sue opere esalta, con accenti biblici del moralista, l’eroe individuale (profeta, re, poeta), come artefice della storia. Muore a Londra nel 1881.

 

Opere principali

Sartor Resartus (1834); Rivoluzione francese (1837); Cartismo (1839); Gli eroi, il mito degli eroi e l’eroico nella storia (1841); Passato e presente (1843); Lettere e discorsi di Oliver Cromwell (1845); Storia di Federico il Grande (1858-65).

 

 

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