Il dolore

 

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  • Il Dolore

     

     

     

    GIOSUE’ CARDUCCI

    A) (1835-1907) Poeta dell'Italia Unita, antimanzoniano e convinto restauratore della classicità, soprattutto romana, come idea di bellezza ed eleganza (concetto foscoliano di "poesia civile" e di "bellezza serenatrice"), ma anche come virilità ed eroicità contro un presente deludente di piccoli uomini. Docente di eloquenza all'Università di Bologna fino al 1904. Questo periodo fu ricco di molti studi filologici e critici. La sua attività poetica è estremamente vasta e varia e gli fruttò il Nobel per la letteratura nel 1906. Forse nessun poeta italiano fu così celebrato in vita e così dimenticato nei nostri anni. Questo è comprensibile, perché C. è di gusto fortemente ottocentesco e retorico per l'orecchio moderno. Grandissima importanza ebbe per la vasta sperimentazione del metro italiano e classico (interessante da questo p.d.v. Odi barbare). Passa dalla fase giovanile fervida e polemica, con atteggiamenti filo-repubblicani (Giambi e d epodi), a un più tranquillo rapporto con la casa Savoia (fase monarchica). Fu senatore del Regno (1890) e poeta ufficiale, "vate della terza Italia" gode di prestigio e autorvolezza. Gli ultimi anni furono segnati da un gusto più intimo e malinconico (Rime e ritmi). Renato Serra dirà: "malinconia selvatica e gentile"; anche D'Annunzio lo sottolinea: "la forza di passione e di malinconia ch'era in lui" porta ad un sentimento nostalgico che contiene quel particolare "accento religioso" di cui ci parla il Croce. (Lina o Lidia =Carolina Cristofori Piva; Delia =Adele Bergamini).

    B) Opere

    Juvenilia (1880, ma la 1° 1850-1857) (titolo= verso di Ovidio: ad leve rursus opus, iuvenilia carmina veni -tornai di nuovo all'opera leggera, ai carmi giovanili)

    È la prima raccolta di poesie (100) organizzata da C. che in essa riordina anche alcuni testi delle precedenti Rime di San Miniato. In essa l'autore esprime affetti intimi come l'amore e la nostalgia, o il dolore per il suicidio del fratello Dante, esalta i valori come la libertà, la virtus romana, la patria e la storia, difende polemicamente il classicismo contro i patetici manzoniani e i tardoromantici. (in questi anni faceva parte di un gruppo di filoclassicisti: Amici pedanti).

    Levia gravia (1868, ma la 1° 1857-1870) (Il 1870 fu un anno particolare: di crisi. La sua vita è segnata da gravi lutti -madre e figlio Dante- che lo porteranno a rivedere alcune posizioni: meditazioni e rinnovamento spirituale

    La raccolta prevede due libri (29 componimenti) e raduna testi del decennio 1861-1871, periodo bolognese e di tensione politiche. Come suggerisce il titolo, che è parallelo a Juvenilia, si trovano accostate poesie dal tema leggero o intimo a testi di spessore sociale e politico. Sono interessanti le rievocazioni storiche dall'atmosfera suggestiva come Poeti di parte bianca.

    A Satana (1865 con lo pseudonimo di Enotrio Romano)

    Inno dai toni accesi e polemici non tanto verso la Chiesa in sé, ma contro l'oscurantismo e la superstizione, contro tutto ciò che soggioga lo spirito libero dell'uomo, che frena il progresso. Si trova espresso il disprezzo per il presente mediocre e squallido, mentre sono esaltati gli ideali del Risorgimento. Il simbolo della modernità e della libertà e la locomotiva, che è trasfigurata in un moderno mostro. La pubblicazione di questo inno scatenò accese polemiche. Esso rappresenta lo spostamento del pensiero carducciano su posizioni radicali e giacobine.

    Giambi ed epodi (1867-1872 e pubblicati 1882)

    (titolo=endiadi: metri giambici del greco Archiloco e gli Epodi di Orazio) (due libri, 30 testi)

    Lo spirito polemico dell'inno A Satana e l'attenzione al sociale di Levia gravia dominano la terza raccolta poetica di C. In essa spiccano da un lato il rimpianto per il passato e la cultura classica e, dall'altro, lo sdegno verso il deludente presente postunitario. I Giambi rappresentano la fase in cui il patriottismo repubblicano e risorgimentale toccano il vertice. Il pensiero è laico ed anticlericale. La poesia si fa satirica.

    Rime nuove (1894 redazione definitiva)

    Rappresentano una svolta radicale rispetto al passato: C. diviene il poeta ufficiale dei Savoia. La raccolta è complessa: 9 libri (105 testi) in cui si distinguono 3 filoni: paesaggistico, autobiografico e storico. Ritorna con prepotenza il tema della morte e della labilità della vita (morte del figlio Dante di 3 anni) Funere mersit acerbo e Pianto antico. Il VII libro, noto con il titolo di Ça ira, rievoca, in 12 sonetti, i fatti terribili della Rivoluzione francese. Compaiono alcune sezioni con traduzioni da autori stranieri: Goethe, Heine, August von Platen (apertura verso la cultura europea).

    Odi barbare (1° 1877; definitiva 1893) (odi=perché composte in metri che ricalcano quelli greci e latine; barbare=perché sembrerebbero oscure agli antichi. Estranee ai classici, ma anche difficili per i moderni)

    C'è continuità tematica con la raccolta precedente, ma la novità di questa famosa raccolta è certamente di natura formale e metrica: egli vuole piegare il verso italiano (accentuativo) ai ritmi classici (verso quantitativo). Sperimentazione di metri insoliti per la lett. ita.

    Rime e ritmi (1° 1899) (rime=versi tradizionale: ritmi=versi barbari)

    Si tratta dell'ultima raccolta poetica, venata di toni nostalgici e malinconici. Il linguaggio è ancora ricco di latinismi ed è ancora aulico, anche se l'autore si apre a sperimentalismi ricchi di suggestioni e attualità. Per questo l'ultima raccolta è più vicina al gusto moderno. Spiccano i paesaggi limpidi ed intimi e, in genere, si ripropongono, anche se mitigati, i temi tradizionale della poesia carducciana.

    C) La critica: molto studiato da Croce: "poeta vate della nuova Italia", "evocatore possente della storia". Rivalutato anche dalla critica recente: W. Binni: lo definisce un tardo romantico saldato con il realismo del 2° 800: "egli chiude il glorioso periodo della poesia ita. dell'800" anche se la sua poetica è già venata di "ricchezza di sensibilità e di inquietudine". Russo: lo vede come poeta ottocentesco, anche se manifesta alcune inquietudini novecentesche: " poeta funebre", "canta la solitudine, l'amore e la morte". Il 1998 è stato un anno intenso per gli studi carducciani: ha preso il via la pubblicazione della seconda Edizione Nazionale (a c. di Mario Saccenti) e per la Newton & Compton è uscito il volume interamente commentato delle poesie.

     


    PIANTO ANTICO

     

    L'albero a cui tendevi

    la pargoletta mano,

    il verde melograno,

    da' bei vermigli fior,

     

    nel muto orto solingo

    rinverdì tutto or ora

    e giugno lo ristora

    di luce e di calor.

     

    Tu fior de la mia pianta

    percossa e inaridita,

    tu de l'inutil vita

    estremo unico fior,

     

    sei ne la terra fredda,

    sei ne la terra negra;

    né il sol più ti rallegra

    né ti risveglia amor.

    Commento alla poesia

    "Pianto antico"

     

    Ai primi caldi del mese di giugno, il verde melograno rifiorisce nel piccolo orto solitario, ma Dante il bimbo, del poeta, che rallegrava tutto e tutti col suo chiasso, riposa ora nella terra fredda e buia.

    Il sole non lo rallegra più e nemmeno l’amore dei suoi genitori ha il potere di svegliarlo e di ridargli la vita.


     

     

     

    Giuseppe Ungaretti

     

    La prima edizione de Il Dolore è del 1947, ma le singole liriche erano già tutte apparse in precedenza soprattutto su riviste. Il poeta indica come data di composizione un periodo che va dal 1937 al 1946, in gran parte coincidente con l'epoca di elaborazione de La Terra Promessa (1935 - 1953) e di Un Grido e Paesaggi (1939 - 1952): fra i tre libri esistono in effetti notevoli convergenze testuali, particolarmente rilevabili fra alcune poesie (dedicate al figlio morto) de Il Dolore e la poesia Gridasti: Soffoco della silloge Un Grido e Paesaggi. Lo stile di queste tre raccolte è influenzato anche dalle numerose traduzioni cui Ungaretti fu duramente provato dalla vita ed ebbe, nel contempo, la possibilità di approfondire la propria fede: " 'Il mistero' non è più motivo di dubbio, non c'è più l'inquieta sospensione nè l'esistenziale disperazione, e il mistero è questa volta umanamente toccato per via d'amore, di dolore, di fede, di sentimento quotidiano, cioè, è il dubbio superato, la contraddizione risolta nell'aperta dichiarazione. [...] Se Ungaretti nel Sentimento compie il cammino da creatura a Dio per via di immaginazione, abolito il tempo e la storia, in Il Dolore egli trova il mistero come incarnato nella storia, nelle figure del fratello, del figlio, dei morti, nella provocatorietà della loro presenza".

    Il motivo del dolore è suggerito sia dalle disgrazie familiari sia dalla visione di Roma occupata dell'Italia straziata dalla guerra. Le prime sono tuttavia prevalenti. Oltre al normale umano significato che tali lutti hanno, specialmente quello del figlio, per Ungaretti esse rappresentano la cancellazione di quella sorta di residuo edenico che è l'età infantile: col fratello muore infatti l'ultimo testimone dell'infanzia del poeta e col figlio la speranza di rivivere di riflesso quest'esperienza. Insieme l'anomalia della morte di un bimbo di nove anni lo porta a considerare la natura sotto un aspetto nuovo. Gli si configura così in modo preciso la violenza che la vita stessa comporta e l'ineluttabilità di essa. Per esprimere l'angoscia di tale scoperta e la sofferenza nella sopportazione della vita, Ungaretti modula il suo canto su un tono nuovo utilizzando la parola gridata o l'affanno reso con dei puntini di sospensione. Non si può tuttavia parlare di autocommiserazione, in quanto il suo non è atteggiamento passivo, ma espressione di forza; anche nel dolore personale Ungaretti non si isola, ma s'immedesima nel ruolo di cantore dell'umano dolore, non solo del proprio. E in tal senso, anche nelle composizioni ad oggetto più intimo e personale, si avverte il senso di solidarietà che unisce i sofferenti singoli.

    Le liriche di Il Dolore si presentano raccolte in sei sezioni:

     


    Tutto ho perduto

    • Tutto ho perduto

     

    Giorno per giorno

    • Giorno per giorno (1-17)

     

    Il tempo è muto

    • Amaro accordo
    • Tu ti spezzasti

     

     

    Incontro a un pino

    • Incontro a un pino

     

    Roma occupata

    • Mio fiume anche tu

     

    I ricordi

    • L'angelo del povero
    • Non gridate più

     


     
     
     

    GRIDASTI: SOFFOCO 
    da UN GRIDO E PAESAGGI
     
    Non potevi dormire, non dormivi...
    Gridasti: Soffoco...
    Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
    Gli occhi, che erano ancora luminosi
    Solo un attimo fa,
    Gli occhi si dilatarono... Si persero...
    Sempre era stato timido,
    Ribelle, torbido; ma puro, libero,
    Felice rinascevo nel tuo aguardo...
    Poi la bocca, la bocca
    Che una volta pareva, lungo i giorni,
    Lampo di grazia e gioia,
    La bocca si contorse in lotta muta...
    Un bimbo è morto...
     
    Nove anni, chiuso cerchio,
    Nove anni cui nè giorni, nè minuti
    Mai più s'aggregeranno:
    In essi s'alimenta
    L'unico fuoco della mia speranza.
    Posso cercarti, posso ritrovarti,
    Posso andare, continuamente vado
    A rivederti crescere
    Da un punto all'altro
    Dei tuoi nove anni.
    Io di continuo posso,
    Distintamente posso
    Sentirtile mani nelle mie mani:
    Le mani tue di pargolo
    Che afferrano le mie senza conoscerle;
    Le tue mani che si fanno sensibili,
    sempre più consapevoli
    Abbandonandosi nelle mie mani;
    Le tue mani che si fanno sensibili,
    Sempre più consapevoli
    Abbandonandosi nelle mie mani;
    Le tue mani che diventano secche
    E, sole - pallidissime -
    Sole nell'ombra sostano...
    La settimana scorsa eri fiorente...
     
    Ti vado a prendere il vestito a casa,
    Poi nella cassa ti verranno a chiudere
    Per sempre. No per sempre
     
     
     
    Sei animo della mia anima, e la liberi.
     
    Ora meglio la liberi
    Che non sapesse il tuo sorriso vivo:
    Provala ancora, accrescile la forza,
    Se vuoi - sino a te, caro! - che m'innalzi
    Dove il vivere è calma, è senza morte.
     
    Sconto, sopravvivendoti, l'orrore
    Degli anni che t'usurpo,
    E che ai tuoi anni aggiungo,
    Demente di rimorso,
    Come se, ancora tra di noi mortale,
    Tu continuassi a crescere;
    Ma cresce solo, vuota,
    La mia vecchiaia odiosa...
     
    Come ora, era di notte,
    E mi davi la mano, fine mano...
    Spaventato tra me e me m'ascoltavo:
    E' troppo azzurro questo cielo australe,
    Troppi astri lo germiscono,
    Troppi e, per noi, non uno familiare...
     
    (Cielo sordo, che scende senza un soffio,
    Sordo che udrò continuamente opprimeer
    Mani tese a scansarlo...)
     
    1939 - 1952

    Seneca

     

     

    Seneca nacque a Cordoba (oggi Cordova) in Spagna, tra il 12 e il 1 a.C. anche se la data è ancora incerta. Apparteneva ad una famiglia benestante di rango equestre. Fu condotto assai presto a Roma, dove si svolse la sua istruzione retorica e filosofica.

    Abbandonata la vita contemplativa, Seneca intraprese il cursus honorum e rivestì l’incarico di questore. I rapporti con l’imperatore furono però ostili: dapprima Caligola progettò di ucciderlo e in seguito il nuovo imperatore, Claudio, nel 41 d. C. lo accusò di adulterio e lo spedì in esilio in Corsica. Nel 49 d.C., grazie all’intercessione di Agrippina, tornò dall’esilio e dovette accettare l’incarico di precettore dell’undicenne Nerone, cui la madre Agrippina stava già progettando la sua successione all’impero.

    Alla morte di Claudio e alla successione di Nerone, Seneca si trovò a dirigere le redini dell’impero insieme ad Agrippina. Ma non durò molto: Nerone, infatti, dopo alcuni anni, uccise la madre ed istaurò un regime dispotico e totalitario. In seguito alla morte del pretore Afranio Burro, Seneca decise di ritirarsi a vita privata (61 d.C.). Tuttavia, Nerone, rimastogli ostile, lo accusò di aver congiurato contro l’impero e lo costrinse a togliersi la vita nel 65 d.C.

     

    Le tragedie

     

    Ci è pervenuto, sotto il nome di Seneca, un corpus di dieci tragedie di argomento mitologico. Si presuppone che quest’ultime, siano state scritte sotto l’impero Neroniano, dove egli prestava servizio.

    Le controversie sulla produzione tragica di Seneca vertono su quale sia il vero intento ideologico perseguito dall’autore.

    L’ipotesi più accreditata è quella secondo la quale, le tragedie, furono concepite non come un “teatro di opposizione”, ma come “teatro di esortazione”. Il carattere fortemente antitirannico delle tragedie, infatti, presuppone che Seneca abbia scelto di attribuire alla poesia uno scopo pedagogico, di farne uno strumento di ammaestramento morale, di affidarle una funzione ausiliaria rispetto alla filosofia. Dunque, i drammi senecani, furono composti per mettere dinanzi agli occhi del giovane principe (Nerone) gli effetti deleteri del potere dispotico e delle passioni sregolate.

     

    Le tragedie di Seneca sono dominate dalla lotta tra la ratio (ragione) e il furor (inteso come pazzia):

    • rappresentazione del rovinoso scatenarsi di sfrenate passioni non dominate dalla ragione,
    • accentuazione di tinte fosche e cupe, degli aspetti più truci e sinistri, dei particolari più atroci e raccapriccianti,
    • fortissima accentuazione patetica dell’impulso irrazionale delle passioni (amore, odio, gelosia, ambizione, sete di potere, ira, rancore) intese come furor cioè pazzia.

     

    Il significato pedagogico e morale si individua, dunque, nell’intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro, nell’animo umano, di impulsi contrastanti, positivi e negativi (rif. Apollineo e Dionisiaco di Nietzsche nella tragedia).

    Ci si aspetterebbe però, dallo stoico Seneca, l’introduzione di personaggi, moralmente positivi, atti ad esprimere la certezza che una ragione provvidenziale domini il cosmo e guidi l’umanità. Ma così non è: salvo rarissime eccezioni, il quadro complessivo è fosco e raccapricciante,«La Fortuna governa le vicende umane senza alcun ordine e sparge i suoi doni con mano cieca,favorendo i peggiori».

    Tale visione pessimistica, tuttavia, appare funzionale proprio a quel valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi del filosofo ed è tra i mezzi di cui l’autore si serve per raggiungere più efficacemente il suo obiettivo, che è, senza alcun dubbio, l’ammaestramento morale.

     

    Le Lettere a Lucilio

     

    Le Epistulae morales ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere raccolte in 20 libri, scritte durante il periodo del secessus e indirizzate all’amico Lucilio Iuniore. Le epistole, di varia estensione, sono una continua, pacata e insieme appassionata riflessione su problemi di filosofia morale. Seneca si pone, nei confronti di Lucilio, con l’atteggiamento del maestro, ma in realtà non scrive solo per giovare alla formazione morale dell’amico ma anche a quella dei posteri. Le Epistulae ad Lucilium sono, infatti, un chiaro esempio di epistole letterarie, cioè scritte con l’esplicito intento di essere pubblicate. Il modello, pur nella sua originalità, prende spunto dal modello delle epistole epicuree e ciceroniane.

    Uno dei temi principali dell’opera è l’invito al secessus e l’esortazione all’otium.

    Per conquistare la felicità si deve raggiungere la sapientia; che si può acquistare solo ed esclusivamente impegnandosi a tempo pieno nella lotta contro le passioni, contro gli impulsi e i desideri irrazionali che da ogni parte aggrediscono e minacciano l’uomo, privandolo della pace dell’anima (atarassia epicurea).

    La ricerca del vero bene, inoltre, consiste unicamente nella ricerca della virtù: bisogna liberarsi dai falsi giudizi del volgo e astenersi da ogni occupazione frivola e moralmente inutile; si deve poi evitare il contatto con la folla, riservandosi alla compagnia di pochi e scelti amici e dedicandosi ad un dialogo continuo e fecondo con i grandi filosofi del passato (teoria epicurea del “vivi nascosto”).

     

     

    LETTERA IV

     

    ACCETTARE LA MORTE RECA RIMEDIO A TUTTI I MALI DELLA

    VITA. TUTTE LE COSE SONO EFFETTO DEL MODO CON CUI SI PENSA

     

     

    Mi fa grande pena che tu soffra di frequenti catarri e piccole febbri che seguono i catarri troppo persistenti e diventati poi cronici: tanto più mi fa pena perché anch'io ho sperimentato questo genere di malattia, che in principio ho trascurata. La mia giovinezza poteva ben spregiare le offese delle malattie e contrapporre loro sdegnosamente la sua forza. In seguito però ho dovuto soccombere, e sono arrivato ad un momento nel quale, ridotto ad un'estrema magrezza, avevo l'impressione di liquefare. Più volte ho sentito una gran voglia di romperla con la vita: ma mi ha trattenuto la tarda età del mio ottimo padre, ho smesso di pensare come potessi morire da forte, ed ho pensato piuttosto che il vecchio padre non aveva la forza di accettare un tale atto da parte mia. Pertanto m'imposi di vivere: ed ho fatto esperienza, che per vivere talora è necessaria della forza.

    Ti dirò quali cose mi siano state allora di conforto, ma voglio dirti prima che queste cose in cui cercavo la quiete hanno avuto l'efficacia di una medicina. I buoni onesti conforti diventano rimedi, e ciò che ha sollevato lo spirito finisce per giovare anche al corpo. I nostri studi sono stati la mia salvezza: se mi sono alzato da letto ed ho riacquistata la salute ne rendo merito alla filosofia; alla filosofia io debbo la vita ed è il minore dei debiti che ho verso di essa. Alla piena guarigione hanno anche contribuito gli amici che colle loro premure, colla loro assistenza e anche colle loro conversazioni, mi hanno dato grande sollievo. Nulla, mio Lucilio ottimo fra gli uomini, ristora e solleva un ammalato come l'affetto degli amici, nulla giova tanto a rasserenarti l'aspettazione della morte e a toglierti i timori: pensando essi in vita, non avevo l'impressione di andare verso la morte. Mi pareva che sarei vissuto non con loro ma attraverso loro: mi pareva che non avrei dovuto esalare il mio fiato ma consegnano ad altri.

    Così mi sono formata una decisa volontà di venire in aiuto a me stesso e di adattarmi perciò a soffrire pazientemente ogni dolore: quando si è messo da parte l'idea di affrontare la morte, l'estrema miseria è non avere l'animo di affrontare la vita. Cerchiamo dunque i rimedi a tutto questo. Il medico da parte sua ti prescriverà le passeggiate e gli esercizi che dovrai fare, ti dirà di non abbandonarti con troppa indulgenza all'ozio, a cui ci porta per natura la malferma salute, che tu legga a voce chiara e che tenga così in attività le vie e gli organi della respirazione dove risiede il male, ti consiglierà di andare in barca, e così con questo leggero ondeggiamento fare un po' di massaggio alle viscere; ti dirà che cibi devi prendere, quando devi bere un po' di vino per ravvivare le tue forze e quando devi cessare perché non ti irriti e non ti esasperi la tosse. Io poi ti prescrivo un rimedio che deve servirti non solo per questa malattia ma per tutta la vita: disprezza la morte. Nulla più ci può rattristare quando abbiamo superato la paura della morte. In ogni malattia vi sono queste tre cose gravi: la paura della morte, il dolore del corpo e l'interruzione dei piaceri. Della morte abbiamo detto abbastanza. Aggiungerò solo questo che la paura della morte non è un sentimento proprio soltanto dello stato di malattia, ma proprio della stessa natura umana. In molti casi è avvenuto che la malattia ha allontanata la morte e la salvezza è venuta agli ammalati dall'impressione di andare verso la morte. La ragione essenziale per cui tu dovrai morire non è che tu sia infermo ma che tu vivi. E questa permane anche quando tu sei guarito: e quando avrai riacquistato il pieno possesso delle tue forze, tu ti sarai salvato dalla malattia ma non dalla morte.

    Torniamo ora a quello che è il vero incomodo: la malattia porta grandi sofferenze, che però sono rese tollerabili dagli intervalli. Infatti l'accesso violento del dolore ha sempre un termine: non si può soffrire molto e a lungo: la natura amorosamente provvida ha disposto in modo che il dolore sia tollerabile o breve. I dolori più forti hanno sede nelle parti più magre del corpo: i nervi e le articolazioni e tutto ciò che vi è di più esile nelle nostre membra soffrono aspramente quando hanno accolto in un membro il germe del male. Ma presto queste parti s'intorpidiscono e proprio per l'intensità del dolore ne perdono il senso: e questo avviene a volte perché lo spirito vitale, impedito nel naturale corso della sua attività, si altera e perde la virtù da cui trae il vigore e per cui ha capacità di avvertirci del male, ed altra volta avviene perché l'umore corrotto non avendo più dove diffondersi, distrugge da se stesso la propria virtù e toglie la sensibilità alle parti che ha invaso. Così la podagra e la chiragra e ogni dolore di vertebre e di nervi danno un periodo di riposo quando hanno ottusa la sensibilità delle parti che hanno prima tormentate. In principio il bruciore prodotto da queste malattie è causa di grande pena, ma quando l'accesso si prolunga, allora il male vien meno e si spegne in una specie di torpore. Il dolore ai denti agli occhi agli orecchi non meno che al capo è acutissimo proprio per questa ragione, che nasce nei limiti d'una angusta parte del corpo: ma se il dolore aumenta eccessivamente, allora si converte in una specie di sopore. Nei dolori eccessivi dunque vi è questo sollievo, che se li sentiamo troppo forti, si finisce necessariamente per cessare di sentirli.

    Per gli ignoranti poi nelle sofferenze del corpo c'è anche questo male che, totalmente presi dalla preoccupazione del corpo, non si abituano a cercare le loro soddisfazioni nell'interiorità dell'anima. Pertanto l'uomo grande e saggio distoglie la sua attenzione dal corpo e si occupa molto di quella che è la parte migliore e divina dell'essere suo, mentre dell'altra gracile e lamentosa si occupa appena quel tanto che è assolutamente necessario. "Però riesce spiacevole ", dirà qualcuno, "astenersi dal cibo, soffrire la sete e la fame." Senza dubbio in un primo momento queste privazioni sono penose: poi i desideri a poco a poco si smorzano perché si stancano, e vengono meno quelle reazioni organiche da cui il desiderio nasce: lo stomaco s'impigrisce e l'avidità del cibo si cambia in ripugnanza. Gli stessi desideri si spengono, e allora non è più dolorosa la privazione di ciò che hai cessato di desiderare. Aggiungi che qualsiasi dolore ha sempre delle pause, o almeno dei momenti in cui si fa più mite. E aggiungi anche che è sempre possibile guardarsi dal male prima che venga, e anche quando sia per assalirci opporglisi colle medicine: giacché tutti i mali soprattutto quando si ripetono in maniera abitudinaria hanno sempre dei segni premonitori. La sofferenza di una malattia è sempre tollerabile quando si disprezza l'estremo effetto che essa ci minaccia. Non aggravare tu stesso i tuoi mali aggiungendo anche il peso dei lamenti: il dolore è sempre abbastanza leggero quando non lo aumentiamo noi stessi colle nostre idee. Se al contrario tu cominci a farti coraggio e a dirti: non è niente o almeno è cosa di poca consistenza, e allora resistiamo; presto cesserà i, tu rendi leggero il dolore in quanto lo ritieni tale. Tutte le cose dipendono sempre nel loro significato dall'idea che ce ne formiamo: e questo non solo sentiamo nell'ambizione, nell'amore delle pompe esteriori e nell'avarizia, ma avviene anche nel dolore. La sofferenza è sempre relativa al concetto che abbiamo delle cose che sono fonte di dolore. Ognuno è tanto infelice quanto crede di esserlo. Bisogna smetterla coi lamenti per ciò che si è sofferto nel passato: bisogna lasciare queste solite frasi: " nessuno mai ha avuto peggior sorte della mia, quanti crucci, quanti mali ho sofferto! Nessuno credeva che io mi sarei risollevato. Quante volte sono stato pianto dai miei e licenziato dai medici come ormai perduto! Non si è così tormentati nemmeno sul cavalletto della tortura." Anche se sono vere tutte queste cose, ormai una volta passate non sono più ragione di dolore. Ma che giova rinnovare i dolori passati e renderci infelici solo perché siamo stati infelici? E non è forse vero che anche un poco esagerano i mali sofferti e mentono a se stessi? Osservo poi che pare sia quasi un piacere aver sopportato ciò che è doloroso sopportare: ed è naturale godere per la cessazione del proprio male. Due cose dunque bisogna con un taglio netto eliminare dal nostro spirito, il timore del futuro e il ricordo delle sofferenze passate: questo non ci riguarda più e quello non ci riguarda ancora. Qualche volta trovandoci fra le difficoltà cerchiamo di confortarci dicendo: "forse un giorno ci sarà grato ricordate queste cose. " Al contrario è dovere combattere quest'idea con tutte le forze; chi cede sarà vinto e chi si oppone al suo dolore vincerà. Purtroppo invece i più fanno proprio il contrario, attirano cioè essi stessi sopra di sé la rovina che dovrebbero fronteggiare. Se tu cerchi di sottrarti e sfuggire al peso che ti preme, ti minaccia e t'incalza, esso ti seguirà e ti verrà addosso in maniera anche più grave. Ma se invece tu resterai fermo e gli opporrai uno sforzo deciso, finirai per respingerlo. Quanti colpi prendono gli atleti sulla faccia e in tutto il corpo! per amore della gloria sopportano ogni dolore non solo mentre lottano, ma anche quando si preparano alla lotta con un esercizio che costa anch'esso patimenti. Superiamo anche noi tutte le avversità; e il premio della vittoria, non sarà una corona o una palma, né una suonata di tromba che faccia il silenzio generale per la proclamazione del nostro nome, ma sarà la virtù, la saldezza dell'anima, la pace acquistata. " Sento un grande dolore ", tu mi dici. Ma puoi forse credere di non sentirlo più se lo sopporti con femminea debolezza? Il nemico è sempre più pericoloso quando è alle spalle del fuggente: si capisce che anche i mali della fortuna incalzino più duramente chi cede e si volge in fuga. " Ma è una cosa grave ", tu aggiungi. Ma dunque dobbiamo essere forti per portare pesi leggeri? Preferisci che la malattia sia lunga oppure che sia violenta ma breve? Se la malattia è lunga, la stessa sua lunghezza produce delle interruzioni, anche con qualche momento di confortante ripresa, e in molto tempo come ha avuto un principio così dovrà avere una fine. Se è breve e rapido il suo sviluppo, avrà anch'esso due alternative, o ha fine, o porta alla fine l'ammalato. Che differenza fa se a un certo momento non ci sia più la malattia, oppure non ci sia più io? In entrambi i casi è finito il dolore.

    Potrà anche giovare volgere l'animo ad altri pensieri e distrarsi così dal dolore. Pensa alle azioni oneste e forti che hai compiute, e fermati a considerare con te stesso ciò che vi è in esse di meglio, e richiama alla memoria i fatti che tu hai più vivamente ammirato. Allora si presenteranno al ricordo tutti coloro che hanno dato maggior prova di fortezza e hanno vinto il dolore: uno che ha continuato a leggere un suo libro mentre stendeva la gamba per farsi tagliare le vene varicose: un altro che non ha cessato di ridere mentre i carnefici arrabbiati proprio per questo sperimentavano su lui tutti gli strumenti della loro crudeltà: si può credere che la ragione non riesca a vincere il dolore, se è riuscito a vincerlo il riso? Ed ora parla pure di tutto ciò. che vuoi, delle tue flussioni, della tosse aspra che ti fa gettar fuori una parte delle viscere, parla della febbre che ti brucia dentro i precordi, della sete, delle membra sformate per le articolazioni contorte; ma evidentemente sono qualcosa di peggio i roghi, i cavalletti, le lastre infocate, tutti questi strumenti di tortura che vengono a gonfiare delle ferite per rinnovarle e renderle più gravi e più profonde. Eppure c'è stato chi fra questi tormenti non ha dato un gemito; e questo è ancora poco, vi è chi non ha chiesto nulla e vi è chi non ha nemmeno risposto alle domande rivoltegli, e vi è infine chi ha superato anche questo ridendo di tutto cuore. Non vuoi dopo tutto questo anche tu farti beffa del dolore? "Ma la malattia ", può taluno soggiungerci "non mi lascia far nulla, mi ha strappato a tutte le mie occupazioni." E alla mia volta osservo che la malattia tiene il corpo ma non l'anima. Può far lenti i piedi del corridore, può impedire il lavoro delle mani del sarto e del fabbro; ma se hai tenuto l'animo in esercizio potrai pur sempre dare consigli e insegnamenti, potrai ascoltare ed imparare, chiedere e ricordare. Ma poi credi tu di non fare nulla, quando tu nella malattia riesci a darti un senso di saggia moderazione? Tu sanai riuscito a questo, cioè a dimostrare che una malattia si può vincere o almeno sopportare. Credimi, per la virtù c'è posto anche quando si sta a letto. Non solo le armi e il campo di battaglia danno la prova di un animo vivace, coraggioso, che non si lascia domare dai terrori: l'uomo fonte appare qual è persino sotto le coltri. Anche in quel momento egli ha pur sempre qualche cosa da fare, cioè resistere bene alla malattia: se questa non riuscirà a domare la tua volontà, costringendola suo malgrado a certe azioni e distogliendola da certe altre, tu darai un esempio insigne. Quante ragioni di lode potrebbero trovare spettatori della nostra malattia! Ebbene, se questo non è possibile, sii tu spettatore di te stesso e trova tu ragione di lodarti.

    Osserviamo inoltre che ci sono due specie di piaceri. La malattia talvolta inibisce ma non toglie totalmente i piaceri corporali; anzi se consideri bene essa li eccita di più. Si beve con più piacere quando si ha sete, ed il cibo riesce più gradito quando si ha fame: dopo l'astinenza prendiamo con maggior avidità tutto ciò che la buona sorte ci manda. I piaceri dello spirito poi che sono più grandi e più sicuri, non sono negati al malato da nessun medico: e d'altra parte chi persegue questi piaceri e sa gustarli disprezza tutti i blandimenti dei sensi. " Che infelice il malato! " Perché diciamo questo? Forse perché non scioglie la neve nel vino? Perché spezzato il ghiaccio sulla bevanda che ha versato in una capace tazza non restituisce alla bevanda la sua primitiva freschezza? Perché sulla mensa stessa non gli vengono aperte le ostriche del lago Lucrino? O infine perché intorno alla sua stanza da pranzo non si agitano i cuochi in movimento portando essi stessi i fornelli colle vivande? Col crescere del lusso si è inventato anche questo sistema: la cucina si avvicina alla camera dove si cena in modo che il cibo non si raffreddi e qualche cosa sia poco caldo per il palato già un po' indurito. "Che infelice il malato!" Egli mangerà quanto è stato ben cotto ed egli ha la possibilità di digerire: non vedrà messa da parte carne di cinghiale come carne troppo vile per la sua mensa, né vedrà petti di pollo accumulati sulla credenza per evitare che i polli interi gli diano la nausea. Che cosa ti è accaduto di male? Ti avverrà talora di mangiare come un ammalato e talora come un uomo sano. Ma noi ci adatteremo facilmente a tutto questo, alle bevande medicinali, all'acqua calda e ad ogni altra cosa che sembra intollerabile a quelle persone di effemminata delicatezza che nuotano nel lusso, e sono infermi più di anima che di corpo. Solo dobbiamo liberarci da questo continuo orrore della morte.

    E ce ne libereremo quando ci saremo formati un preciso concetto dei beni e dei mali e del loro ultimo termine; così finalmente non ci sarà di tedio la vita e non ci farà paura la morte. La vita non può essere pervasa da un penoso senso di sazietà se essa è tutta volta alla celebrazione di tante cose diverse, magnifiche, divine: soltanto l'ozio inerte può portarla all'odio di se stessa. Chi indaga la natura delle cose ha di fronte a sé la verità che non sazia mai: sono gli errori che danno il disgusto. D'altra parte se la morte si avvicina e ci chiama anche immaturamente e tronca a mezzo il corso della nostra vita, noi abbiamo già raccolto sempre il frutto di una lunga vita. La natura in gran parte ci è già nota, e noi sappiamo poi che ciò che è veramente onesto non si accresce col tempo. La vita appare necessariamente sempre breve a coloro che la misurano coi loro godimenti vani e quindi senza termine. Cerca di ricreare l'animo tuo con questi pensieri, e, finché siamo divisi, con quanto ci possono dare le nostre lettere. Verrà tempo in cui torneremo a vivere uniti: ma lungo o corto che quel tempo possa essere, lo allungheremo colla scienza che ci apprende ad impiegarlo bene. Dice Posidonio che "una sola giornata si stende più ampia per i dotti che un lunghissimo tempo per gli ignoranti." Intanto tieni ben stretto coi denti questo principio: non lasciarsi abbattere dalle avversità, non fidarsi degli eventi lieti, avere sempre avanti agli occhi la capricciosa licenza della fortuna capace sempre di qualunque cosa che sia mai possibile. Ciò che è aspettato a lungo giunge sempre più mite. " Addio.

     

     

     

     

     

     

     

    LETTERA IX

     

    SENECA SPIEGA ALL'AMICO COME EGLI SI PREPARI A MORIRE BENE ED ESORTA L AMICO AD ACCOGLIERE OGNI EVENTO CON SERENO ANIMO

     

     

    Cessiamo di volere ancora ciò che già abbiamo voluto. Io cerco di agire su me stesso in modo da apprendere a non volere più da vecchio le cose che volevo da fanciullo. Mi passano i giorni e mi passano le notti, in questa sola occupazione, che prende tutta la mia attività ed è oggetto di tutte le mie meditazioni: mettere fine ai vizi d'un tempo. Io mi adopero perché un giorno solo possa essere modello di tutta la vita. E non voglio afferrare quel giorno e godermelo come se fosse l'ultimo della vita, ma lo considero come se possa anche essere l'ultimo. Io ti scrivo questa lettera tenendo presente questo pensiero, che la morte mi può chiamare ancora mentre scrivo; sono pronto a lasciare la vita, e la godo proprio per questo che non mi preoccupo affatto quanto sia ancora lontano quel momento. Prima di essere giunto alla vecchiezza pensavo a vivere bene, ora che sono vecchio penso a morire bene: e morire bene equivale a morire con lieta accettazione senza rammarico. Procura di non fare mai cosa a tuo malgrado. Quello che si presenta come dura necessità per chi reagisce, non è una necessità per chi accetta. In altri termini, chi accetta lietamente un comando, ha già evitato ciò che è più crudo nella servitù: fare quello che non si ha voglia di fare. Non è infelice chi fa qualche cosa perché comandato, ma chi fa contro voglia. Dobbiamo dunque educare il nostro spirito così che, sappiamo volere tutto ciò che la realtà esige, e soprattutto sappiamo pensare senza tristezza alla nostra fine. Prima che alla vita bisogna prepararci alla morte. La vita è sufficientemente provvista di tutto, ma noi siamo sempre insaziati; ci sembra e ci sembrerà sempre che ci manchi qualche cosa. L'essere vissuti abbastanza non dipende dal numero degli anni o dei giorni, ma dipende dallo stesso animo nostro. Ho vissuto, carissimo Lucilio, quanto mi poteva bastare, ora sono sazio e aspetto la morte. Addio.

    Lucrezio

     

    Lucrezio vive tra il 98 e il 55 a.C. anche se tali date sono tuttora discusse dagli studiosi. Della vita non sappiamo quasi nulla per il fatto che , ai giorni nostri, sono pervenuti pochissimi scritti e documenti riguardanti l’autore. L’unica fonte è il “De rerum natura” dal quale, tuttavia, non si possono ricavare notizie sulla vita dell’autore.

     

     

    Dottrina epicurea :

     

    La concezione e la poetica Lucreziana sono basate sulla dottrina epicurea. Quest’ultima si basa, a sua volta, sui seguenti punti:

    - concezione atomistica e materialistica della vita e della natura;

    - abolizione della paura degli dei e delle superstizioni religiose;

    - etica morale e filosofia di vita “del piacere”, inteso come il raggiungimento di una felicità priva di turbamenti e passioni (atarassia);

    - utilitarismo e individualismo (teoria del “vivi nascosto”);

    - avversione a qualsiasi forma di poesia considerata come un incentivo alle passioni.

     

     

    “De rerum natura”

     

    Il De rerum natura è un poema epico-didascalico in esametri, suddiviso in sei libri. Suo oggetto è l’esposizione della filosofia epicurea, nella quale Lucrezio vede l’unica via per risolvere i problemi esistenziali dell’uomo. Il destinatario è un certo Memmio, al quale Lucrezio dedica l’opera, forse per ottenere da lui un qualche protettorato o forse per realizzare l’ideale epicureo della “ Suavis amicitiae”. Lucrezio giustifica la realizzazione dell’opera in esametri (in contrasto con la dottrina epicurea) dichiarando, alla fine del libro I e all’inizio del IV, il suo intento di esplorare strade mai prima tentate da altri: «M’inebria raggiungere le fonti intatte,\ e trarne sorsi, m’inebria spiccare nuovi fiori \ e trarne al capo una splendida ghirlanda…».

    Subito dopo, Lucrezio ribadisce, mediante la similitudine “dei medici e dei bambini”, il valore strumentale e divulgativo della forma poetica, destinata a mediare in modo efficace contenuti che altrimenti riuscirebbero ostici al lettore: è proprio subordinando i valori estetici ai fini pedagogici e didascalici, egli giustifica in modo ineccepibile, anche dal punto di vista filosofico, la scelta di scrivere non un trattato in prosa ma in esametri.

    E molto importante, infine, l’influenza di Empedocle: con quest’ultimo, Lucrezio ha in comune, non solo la forma esametrica e l’argomento, ma anche la profonda convinzione di una missione da compiere per il bene dell’umanità.

     

     

    Il contenuto dell’opera:

     

    Il Proemio. Lucrezio apre il proemio dell’opera con un solenne inno a Venere, attenendosi alle convenzioni del genere epico. La straordinaria originalità sta nel sostituire, alle consuete Muse del genere epico, la figura di Venere. Appare evidente che quest’ultima si carica di nuovi ed inediti significati: Venere, la Dea dell’amore, del piacere e della fecondità, oltre ad assumere il significato di “forza generatrice”, assume anche quello della pace e della felicità che derivano all’uomo, dalla conoscenza e dall’accettazione delle leggi naturali (meccanicismo). La richiesta alla dea di assicurare la pace ai Romani (in contraddizione con la teologia Epicurea secondo la quale gli dei non interagiscono sugli uomini), è giustificata da Lucrezio attribuendole la forma di captatio benevolentiae nei confronti del pubblico, e in primo luogo del dedicatario Memmio.

    Il proemio prosegue con un breve ma fervido elogio di Epicuro, esaltato come l’eroe che ha saputo farsi salvatore dell’umanità, sconfiggendo l’orribile mostro della religio. Temendo che la dottrina epicurea apparisse empia agli occhi dei tradizionalisti romani, Lucrezio narra dell’episodio di Ifigenìa, figlia di Agamennone, immolata con il consenso del padre per propiziare la partenza della flotta greca per la guerra di Troia. Con tale episodio, Lucrezio, vuole scagionare l’epicureismo dall’accusa di empietà, mettendo in risalto l’atroce crudeltà e l’insensatezza dei riti religiosi.

    L’opera prosegue con la trattazione dei vari argomenti raggruppati in tre gruppi di due libri: I e II trattano di argomenti fisici, il III e il IV di argomenti antropologici, il V e il VI di argomenti cosmologici.

     

     

     

    La noia in Lucrezio

     

    La noia è, per Lucrezio, come una malattia. Essa deriva dall’impossibilità dell’uomo di soddisfare i propri desideri, le proprie ambizioni, passioni, impulsi. Tutto ciò crea all’uomo una sensazione di profondo disagio di cui spesso non riesce a stabilire le cause precise. L’appagamento dei singoli desideri e delle pulsioni umane sarà solo momentaneo e illusorio: appagato un desiderio ne verrà di nuovo un altro e così via. Solo da un’accurata conoscenza della natura delle cose, e dall’adottamento della filosofia epicurea (atarassia), si può sconfiggere la noia ed evitare il senso di disagio.

    La stoltezza degli uomini: Gli uomini si affannano perseguendo falsi scopi, miraggi illusori: gareggiano per emergere, contendono tra loro per conquistare ricchezze e potere, che sono fonti non di vera gioia ma di apprensioni, inquietudini e sofferenze. E non si accorgono che la natura non richiede altro che l’assenza di dolore fisico e spirituale: condizione che si può ottenere con la massima facilità, appagando semplicemente i bisogni elementari.

     

     

    Natura madre o matrigna?

     

    La concezione Lucreziana tra ottimismo e pessimismo

     

    Lucrezio ci fornisce una visione del mondo e della natura triste e sconsolata: la natura è ostile all’uomo e rende la sua vita sulla terra difficile e dolorosa. Tale quadro negativo può far pensare a una visione pessimistica della realtà. Tuttavia, prendendo più accuratamente in analisi la personalità Lucreziana, possiamo giungere alla conclusione che la sua visione pessimistica non è reale, ma deriva dal desiderio di demolire i presupposti dell’ottimismo naturalistico e dell’antropocentrismo di altre scuole filosofiche, in particolare il finalismo e il provvidenzialismo degli stoici. Questa tesi è ancor più ribadita dal fatto che Lucrezio, spesso e volentieri, afferma con accenti di profonda convinzione che è possibile per l’uomo, purchè aderisca alla verità e alla sapienza epicuree, trasformare positivamente una situazione esistenziale difficile e dolorosa, sconfiggendo la sofferenza e conquistando la felicità.

     

    LUCREZIO  -  De Rerum natura

     

    • Della vita di Lucrezio si sa pochissimo: unica fonte nella traduzione del “Chronicon di Eusebio” fatta da Girolamo.
    • Lucrezio scrisse negl’intervalli di lucidità che gli lasciava la follia.
    • Si uccise di propria mano a 43 anni. Notizie probabilmente false scritte da Girolamo (informazioni cristianizzate).
    • Nacque negli anni 90 e morì verso la metà degli anni 50 (contemporaneo di Cicerone, Catullo [età di Cesare]).
    • Segue la filosofia di Epicuro e da lui prende spunto per scrivere il De rerum natura.

     

     

     

    Il De rerum Natura è:

     

    • Un prodotto letterario di singolare complessità e rinnovato fascino.
    • Composto da 6 libri con un totale di 7400 esametri.
    • Opera dedicata all’aristocratico Gaio Memmio (“interlocutore privilegiato”), citato già al 26° verso.
    • Memmio è uno scettico ed è legato alla filosofia romana.
    • Composto da varie fasi di un percorso educativo non solo per Memmio.
    • Lucrezio è epicureo e, con questa opera, vorrebbe insegnare e rendere nota a tutti questa filosofia.
    • Prende come modello Memmio visto il suo alto grado di scietticità.
    • L’inno a Venere (richiesta di assistenza) cerca di attrarre il lettore con le sue lusinghe di un proemio non troppo dissimile dai moduli consueti, anche se comporta una lieve infrazione alla dottrina epicurea; Epicuro infatti sosteneva che gli dei erano distaccati dagli uomini, vivevano infatti nell’intermundia.
    • In seguito il tema dell’opera continuerà più distaccato e indifferente dagli dei.
    • Contro il pensiero di Epicuro (la poesia non è adatta all’insegnamento morale e filosofico: ci vuole la prosa), Lucrezio scrive in versi da lui definiti “dolce miele” che rendono più facile accettare un messaggio spesso difficile.
    • Si rivolge con forza al dibattito culturale del suo tempo, e non necessariamente ad un élite di studiosi.
    • Lucrezio utilizza per questa opera un lessico ricercato.

     

    passi significativi dell’opera

     

    Inno a Venere

     

    • Il De rerum natura si apre con un proemio che ha lo scopo di non presentarsi in un modo troppo iconoclastico (distaccato dalla filosofia predominante: quella romana) ad un potenziale discepolo.
    • L’inno a Venere contrasta l’ortodossia religiosa epicurea.
    • Il testo garantisce la sua intenzione di essere strumento educativo per un pubblico specificatamente romano, di cui vuole assicurarsi fin dall’inizio il coinvolgimento emotivo e l’attenzione non ostile.
    • Giustificato da Cicerone con “multae tamen artis”; infatti l’opera è vista come un opera multi ingenii.
    • Venere incarna i valori positivi del mondo naturale: fertilità, vitalità, soprattutto piacere (voluptas).
    • Sequenze:
    1. [1-13]  Invocazione all’inno di Venere: “o dea famosa, pace tranquilla per i Romani”
    2. [14-20]            Conseguenze del suo arrivo: “fuggono i venti e le nubi dal cielo e la terra produce frutti e fiori soavi”
    3. [20-26]            Appello a venere per la stesura dell’opera: “io ti prego che tu mi sia alleata / ispiratrice in questi versi”
    4. [21-25]            Materia del suo libro: “…che mi accingo a scrivere sulla natura…”
    5. [26-30]            Esaltazione di Memmio: “per il nostro Memmio, che tu, o dea, hai voluto sempre eccellere dotato di tutte le virtù.”
    6. [30-41]            Nuovamente invocazione a Venere: “Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una pace tranquilla…”.
    7. [44-49]            Conclusione con l’esposizione del contenuto del suo libro.

     

     

     

    La religio tradizionale e il sacrificio di Ifigenia

     

    • Ora si allontana dalla religione e inizia a spiegare come la vede personalmente.
    • Infatti Lucrezio dal verso 62 inizia a descrivere la condizione infelice degli uomini che vivevano prigionieri delle superstizioni religiose.
    • Epicuro, che non viene qui nominato esplicitamente, fu il primo essere mortale a sfidare tali superstizioni e a indagare con la forza del pensiero scientifico la natura delle cose.
    • Le critiche alla religio fatte da Epicuro (Lucrezio spiega a Memmio) non sono empie, ma empi sono i riti tradizionali che una concezione sbagliata degli dei e della loro attività ha imposto agli uomini.
    • In particolare è empia l’uccisione di Ifigenia, ordinata da Calcante come unico rimedio alla bonaccia che teneva ferma la flotta greca destinata a Troia.
    • Gli dei esistono ma non aiutano, ne ostacolano, ne puniscono gli uomini (quello succedeva presso i Romani).
    • Esalta alle stelle la filosofia di Epicuro.
    • Sequenze:
    1. [50-53]            Richiesta di attenzione da parte del lettore (Memmio): “rivolgi le orecchie libere e l’animo seguace lontano dalle preoccupazioni verso il vero ragionamento filosofico”
    2. [54-61]            Materia filosofica trattata (gli atomi): “incomincerò ad esporti la suprema norma del cielo e degli dei, e disvelerò i primordi delle cose, da dove la natura crea ogni cosa… e dove all’opposto risolve quelle cose dopo che sono distrutte… noi siamo soliti chiamare queste cose materia e corpi genitali, e definirli anche semi delle cose o corpi primi, perché proprio da quegli elementi originari tutto deriva”
    3. [62-65]            Immagine della religione;
    4. [66-79]            Immagine di Epicuro (vincitore) ed esposizione dell’opera di Epicuro: “Epicuro dapprima osò sollevare gli occhi mortali contro la religione e per primo osò resisterle… volle rompere per primo le porte chiuse della natura”
    5. [80-84]            Vittoria della filosofia di Epicuro sulla religione: “e percosse con la mente e l’animo tutto l’universo da cui vincitore ci riportò”
    6. [84-99] Scena drammatica della morte di Ifigenia: “quella religione di cui ho parlato prima portò ad azioni empie e sciagurate”
    7. [100-101] Giudizio sulla religione: “indurre a si gran misfatto poté la religione”

     

     

     

     

     

     

     

    I doni della filosofia

     

    Lucrezio riprende i temi fondamentali dell’etica epicurea: l’atarassia (la capacità di chi è interiormente sicuro, non toccato dalle vicende del mondo esterno); la fondamentale distinzione tra piaceri necessari e non necessari; l’idea chiave di limite cui il piacere può aspirare.

    • Il lettore che ha appreso già nel primo libro gli aspetti fondamentali del cosmo epicureo, è ora in grado di recepire questa lezione di morale con la consapevolezza del suo intrinseco valore scientifico.
    • Lucrezio offre lo spettacolo della natura in tutti i suoi aspetti.
    • E’ il saper vedere [spectare (v.2); tueri (v.5); despicere (v.9); videmus (v.20)] le cose che distingue il saggio dalla massa disorientata, letteralmente cieca dei suoi sfortunati compagni di cammino.
    • Sequenze:
    1. [1-14]  Figura del saggio: è colui che risiede in una condizione isolata (meditazione) rispetto agli altri; contempla dall’alto l’affanno degli uomini Þ atarassia; “E’ dolce… guardare dalla terra la grande frenesia (fatica) degli altri. Non perché sia un piacere giocondo il fatto che qualcuno è tormentato, ma perché è soave distinguere di quali mali tu stesso manchi”
    2. [15-19]            Cecità degli uomini: tendenza della natura a fuggire il dolore; “O misere menti degli uomini, o cuori cechi!”
    3. [20-36]            La dottrina epicurea dei desideri e il corpo: la ricchezza, la nobiltà e il potere politico non giovano al corpo; Epicuro aveva ridotto il numero dei bisogni naturali e necessari, quelli indispensabili per sopravvivere, a tre (non aver fame, non aver sete, non aver freddo).

     

     

     

    La declinazione degli atomi

     

    • Irrisa da Cicerone e da Seneca, la dottrina lucreziana della declinazione atomica costituisce uno dei principi cardinali dell’intero sistema filosofico esposto nel De rerum natura.
    • In questo passo Lucrezio sostiene che tutti gli atomi si muovono alla stessa velocità e dall’alto verso il basso.
    • Sostiene anche l’esistenza di un moto casuale che è il clinamen: una deviazione minima nel moto perpendicolare degli atomi. Questo introduce il libero arbitrio (la casualità) che i primi materialisti (Democrito) avevano proposto.
    • Infatti grazie al clinamen gli atomi, in seguito allo scontro con un altro atomo, variano la loro direzione.

     

     

    Il rimprovero della natura

     

    • Il rimprovero ora giunge dalla natura che chiede all’uomo il perché di tanta disperazione al pensiero della morte.
    • Anche Lucrezio rimprovera di questa paura i non convertiti all’epicureismo. Giudica questa paura insensata.
    • Sostiene che il voler prolungare la vita non giova all’uomo in quanto la morte significa la terminazione di tutti i piaceri e dunque, sfidare questa, vorrebbe dire continuare a vivere privati dei propri piaceri. E allora perché continuare a vivere?
    • Questo schema logico si sviluppa attraverso l’immagine topica della vita come un banchetto da cui l’uomo deve sapersi allontanare una volta sazio.
    • Presuppone quindi una forza di tipo interiore, un invito all’autarchia e alla moderazione psicologica che devono essere in grado di liberare il discepolo di Lucrezio da vani terrori e desideri.

     

     

    La noia e il nulla

     

    La terra è impoverita e fiacca ed è stufa di produrre vita e di nutrirla continuamente.

    • Il lavoro cresce perché, in qualche modo, bisogna far produrre la terra, ma questa produce sempre meno; anche i buoi si stancano sempre di più.
    • Si trova ora la figura di un vecchio aratore che sospira stanco e in parallelo quella di un padrone che, deluso dai campi, accusa dolente le avverse stagioni e sostiene anche che genti più religiose avessero vissuto meglio.
    • Se gli uomini riuscissero a scoprire la causa della noia avrebbero una vita migliore. Ma incerti scappano in cerca di altri luoghi.
    • Si incontra ora un immagine topica di un uomo che lascia il palazzo ma poi, dopo poco tempo, ci ritorna. fuori la vita non è migliore. Un altro uomo scappa a cavallona dopo breve ritorna alla solita vita preso da una crisi di sonno.
    • Questi uomini vorrebbero fuggire ma non possono, allora si attaccano a se stessi e si odiano perché non trovano la causa del male.
    • Se l’uomo trovasse la causa del suo male, l’unica sua preoccupazione sarebbe il cercare di rivivere.

     

     

     

    Il proemio del libro V è ancora un elogio di Epicuro. Si riassume poi quanto è stato detto nei libri precedenti, e si enuncia l’argomento da trattare, precisamente la natività e la mortalità del mondo. Ma prima si nega la divinità del sole, della luna, delle stelle, dell’etere, in contrasto a religionie filosofie che tale divinità sostengono. Nel mondo non c’è posto per gli dei ed essi non hanno alcuna parte nelle vicende del mondo

     

    Il mondo non è stato fatto in funzione dell’uomo

     

    • In questo passo Lucrezio sottolinea nuovamente, e forse con più vigore, la completa assenza di ogni forma di provvidenza divina dal mondo naturale.
    • Con questo Lucrezio non vuole affermare che la natura nutre un senso di vendetta o odio per l’uomo ma soltanto che gli dei risultano del tutto assenti dalle vicende dell’universo.
    • Le vicende dell’universo, infatti, sono esclusivamente regolate dalle leggi naturali basate sull’interazione di materia atomica indistruttibile e vuoto.

     

     

    Gli effetti dell’epidemia di atene

     

    • E’ questo la parte più discussa ma anche più grandiosa dell’intero poema.
    • Come nel libro quarto, anche qui inizia da considerazioni scientifiche di carattere generale, di cui l’affresco sublime della peste di Atene costituisce un esempio concreto.
    • Dapprima infatti analizza le cause che provocano squilibri nell’atmosfera tali da rendere l’aria nociva.
    • La morte raffigurata alla fine dell’opera potrebbe essere un segno dell’amletismo lucreziana.
    • La tragica sorte degli ateniesi sta, più che nella virulenza effettiva del morbo, nell’incapacità di afferrare le cause, e di mantenere un comportamento eticamente accettabile anche di fronte ad una disgrazia apparentemente senza cause e senza scampo.
    • Nel progetto lucreziano rimane comunque uno sfondo educativo espresso con le verba di Epicuro.
    • E’ doveroso ricordare che tutto il libro aveva cercato di spiegare  una serie di fenomeni spesso terrificanti, quali il fulmine, i terremoti, i vulcani, e aveva cercato di eliminare le residue tracce di ignoranza causarum che fosse rimasta residua nel discepolo meno influenzato come l’erronea visione religiosa e superstiziosa dell’universo.

     

    Sigmund Freud

     

    Segna la rivoluzione del 900 e completa la declamazione dell’uomo facendo emergere in esso una natura limitata. La vera natura dell’uomo è l’irrazionalità, l’inconscio..

    Ebreo di Vienna, dopo l’annessione alla Germania, fugge in Inghilterra. E’ medico un medico specializzato in neuropsichiatria e dà origine alla psicoanalisi, che però, nonostante il suo impegno, non venne accetta come scienza. Inizia come neuropsichiatra, accanto al prof. Breuer studiando l’isteria. Il primo studio fu il “Caso di Anna O.”.

    Prima delle innovazioni apportate da Freud, l’isteria veniva studiata somministrando al paziente dei psicofarmaci che inducevano il sonno; nel sonno si facevano della domande e il paziente inconsciamente rispondeva. Quando però finiva l’effetto del farmaco, il malato i ritrovava nelle stese condizioni di partenza.

    Freud capì che i farmaci non erano una cura adeguata, infatti per curare il problema psichico dell’ammalato bisognava scavare alla radice, attraverso i sogni o l’ipnosi. All’ammalato da sveglio venivano poste delle domande a cui lui rispondeva facendo delle associazioni libere.

    Da ciò Freud capì che la psiche umana ha delle zone nascoste che devono essere scoperte e fatte venire alla luce per poter capire il comportamento di ogni individuo.

    Secondo lui la struttura della psiche è triatica:

    · La zona es oppure id in cui risiede l’inconscio;

    · La zona super ego o (super ich) in cui risiedono gli insegnamenti sociali e culturali

    · La zona Ego in cui risiede la coscienza.

    La zona Es

    Nell’es, l’inconscio, è la parte più ricca di noi. Esso si divide in tre parti:

    1) pre oppure sub conscio

    2) inconscio

    3) inconscio biologico ereditario

    Nell’inconscio biologico ci sono le pulsioni che appartengono alla stirpe ereditaria. Le pulsioni ereditarie:

    · Pulsioni sessuali (cerchiamo di riprodurci)

    · Pulsioni di conservazione (cerchiamo di salvarci)

    · Pulsioni Gregario (cerchiamo di stare con gli altri)

    Nell’inconscio ci sono le nostre esperienze personali rimosse e represse. Rimosse significa messe da parte volontariamente, mentre represse quando ce ne dimentichiamo casualmente. Noi non dimentichiamo niente, specialmente dai 0 ai 5 anni.

    Il preconscio è il guardiano che controlla tutte le nostre esperienze, le pulsioni; quando dormiamo si apre la porta e vengono fuori dai nostri pensieri i sogni.

    Tutta la nostra vita cosciente è solo un campo di battaglia tra la spinta dell’eroe (che rappresenta gli impulsi: il piacere , l’affermazione) e Thanatos (distruzione, superego) Questa è la spinta di Eros (subconscio).

    Nella vita quotidiana “Patologia della vita quotidiana”, abbiamo tanti piccoli gesti che non facciamo, ma non per dimenticanza, ma perché non la volevamo fare. Anche i lapsus (penso una cosa ne dico un’altra), in realtà volevamo dire la cosa “sbagliata”. Quello che ricordiamo è solo quello che vogliamo ricordare.

    Scriverà pure “Totem e tabù” sul significato della religione e sul desiderio della morte del padre.

    Freud istituisce quello che ormai e “il rito” della psicoanalisi: il lettino, il dottore seduto dietro il paziente e gli formula delle domande o indaga i suoi sogni interpretando ciò che il paziente ricorda (che è ciò che vuole ricordare). Fu una novità la sua impostazione sessuale, interpretare la vita solo dall’ottica dell’affettività (piacere – dispiacere) (affettività non è interesse, esso c’è se è motivato).

    La vita di ciascuno di noi è segnata dalle nostre motivazioni affettive. Adesso si parla di psicologia dinamica (cioè azione e reazione, stimolo e risposta che avvengono nella psiche). Noi ci andiamo via via strutturando.

    • Stadi di vita dell’uomo

     

    Per Freud la vita comincia nel grembo materno. Già nel ventre materno, il bambino avverte se è voluto o meno e se è amato. Quindi il primo è un rapporto di accettazione, tra madre e figlio si realizza uno scambio di emozioni oltre che fisiologico.

    Durante il parto c’è il momento dell’angoscia, perché siamo abbandonati nel mondo. Il pianto del bambino è il pianto dell’angoscia, perché prima ha vissuto un contatto psicologico con la madre, e adesso è solo nel mondo e si sente abbandonato. Oggi sappiamo che il bimbo, non piange per angoscia, ma per il dolore dovuto al fatto che respira per la prima volta con i suoi polmoni. Il pianto è vita. Questo primo momento è quello del vagito.

    Durante tutto il primo anno di vita si deve ristabilire l’unione psicologica che c’era tra madre e figlio, e bisogna ristabilirlo all’inizio per avere quella fiducia basica che serve al bambino per non sentirsi più angosciato. Questa fiducia si realizza on le sensazioni termiche; il bambino riconosce il battito del cuore della madre, ma soprattutto con l’allattamento che ricostituisce l’unione che c’era con la madre prima del parto. La prima soddisfazione che prova il bambino appartiene alla “fase orale”, ossia portando tutto in bocca, succhiando e mordendo.

    Verso i 3 mesi (Spitz) il bambino ha un modo suo i comunicare: il sorriso, come se sorridesse al viso materno (visto solo frontalmente e non di profilo) e contemporaneamente ha l’angoscia per i visi estranei (piange se non conosce qualcuno).

    Al 1° anno inizia la fase “autonoma”, il bambino inizia a camminare, scopre gli oggetti e li esamina. Importante per lui sarà sempre la figura che gli parlerà e gli lancerà messaggi.

    Ai 2 anni si ha la fase “Anale”: se prima il bimbo teneva il pannolino ora impara ad andare in bagno, riconosce lo stimolo: la gratificazione è quella di saper controllare i propri sfinteri. La fase anale prepara il bambino alla fase “fallica”(periodo omosessuale: il bambino scopre se stesso). Dopo essere riuscito a controllare i propri sfinteri scopre i propri organi sessuali.

    Fase omosessuale (zero – cinque anni) Fase eterosessualeFase orale Fase anale Fase fallicaDopodiché inizia la fase eterosessuale. Scoprendo i genitali, sposta l’oggetto del desiderio da sé al sesso opposto. La prima donna della sua vita è la madre, il primo amore. (Per la bambina sarà il padre). Qui si innesca quel processo che prende il nome di “complesso di Edipo” o, per la bambina “complesso di Elettra”.

    Il bambino ha sentimenti sessuali verso la madre, ma comprende che appartiene al padre. Il bambino introietta (fa sua) la figura paterna, perché ritiene che somigliando al padre potrà avere la madre. Se invece intrometta la figura materna, diventerà omosessuale.

    Dai 5 ai 10 anni c’è la fase “produttiva”, il bambino va a scuola, è indaffarato e non pensa più alla tempesta sessuale che ha avuto dai 0 ai 5 anni. E’ una fase di “Plateau” o latenza.

    Dopo i 10 anni si ha la “fase puberale” e “prepuberale”: tutto ciò che era in latenza riaffiora di nuovo. E’ una fase di ricerca della propria identità, si avverte che si cresce e ci si sente dibattuti e incerti, non ci si riconosce neanche esteriormente, fisicamente.

    Dai 15 ai 18 anni si cerca di riordinare le proprie idee: è la fase della “Maturità”. Può durare fino ai 24, ma anche fino ai 90. Per Freud essere maturi vuol dire dare una risposta a tutti i problemi della vita. Se riusciamo a rispondere a queste domande, noi siamo maturi e siamo pronti a formare una famiglia.

    Verso i 50 anni si attraversa una fase di II immaturità, diffusa nella società.

    Freud era laico, ma rigoroso contro tutto ciò che era contro un ordine naturale.

    Il vivere in società ci procura disagio: l’uomo non può esprimere se stesso (“il disagio della civiltà”). Il motto del cristianesimo: “ama il prossimo tuo come te stesso” è contro natura, anzi dovrebbe essere “odia il prossimo tuo con tutto te stesso”. Tutto il romanzo del 900 sarà di tipo psicologico.

     

    Friedrich Wilhelm Nietzsche

     

     

    Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque nel 1844 a Röcken in Germania, figlio del pastore Karl Ludwig e di Franziska Oehler, anch'essa figlia di un pastore. Rimasto orfano del padre in tenera età, crebbe affidato alle cure della madre, donna di solide qualità morali ma di cultura limitata.

    A Naumburg, dove la famiglia si era trasferita, ricevette i suoi primi insegnamenti di religione, latino e greco e imparò a suonare il pianoforte. Dopo avere abbandonato la celebre scuola teologica di Pforta, con disappunto della madre, la quale sperava di vedere il figlio diventare ecclesiastico, Nietzsche studiò filologia classica alle università di Bonn e Lipsia, diventando professore della disciplina all'università di Basilea a soli 24 anni; in quell'epoca si delinearono sempre più chiaramente le sue inclinazioni filosofiche. In questo periodo entrò in relazione con Richard Wagner, del quale divenne amico ed estimatore. Il loro rapporto in seguito degenerò progressivamente fino a rompersi nel 1878. Ma a quel tempo, Nietzsche era già malato da alcuni anni e soffriva di crisi nervose.

    Nel 1876 abbandonò l'insegnamento per motivi di salute e iniziò la sua vita solitaria e errabonda, che lo condusse a soggiornare a lungo anche in Italia. Guastati i rapporti anche con la famiglia, egli vide peggiorare sempre più il suo stato di salute.

    Nel 1889 a Torino cade in preda a un accesso di follia che non lo avrebbe abbandonato fino alla morte, avvenuta a Weimar nel 1900. Negli ultimi anni visse errando per l'Europa, spesso ospite di amici e protagonista di complicate vicende umane e sentimentali.

     

    IL PENSIERO

     

    Studioso della cultura greca, in particolar modo di Platone e di Aristotele, Nietzsche attinse ispirazione anche dalle opere di Arthur Schopenhauer e dalla musica di Richard Wagner.

    Nietzsche non espose il suo pensiero in forma sistematica ma in frammenti, quai in poesia; anche per questo le sue opere si sono prestate ad interpretazioni differenti esercitando un grande fascino. Lo stesso autore, consapevole dell'«inattualità» delle sue parole aveva detto: "Mi si comprenderà dopo la prossima guerra europea".

    Egli cercò di ricostruire la genesi del pensiero e della civiltà moderna, individuando nell'antichità classica le radici di due fondamentali atteggiamenti culturali: quello, simboleggiato da Apollo, che si esprime nella ricerca dell'armonia, dell'equilibrio, della bellezza formale, della serenità dello spirito, della razionalità; e quello, che trova il suo simbolo in Dioniso ed è quello originario nell'uomo, che invece è espressione dell'istinto, della volontà, dell'irrazionalità, del desiderio di trasgredire a ogni ordine e a ogni legge.

    Fino a questo momento della storia, sostenne Nietzsche, è stato seguito principalmente il principio apollineo, nel quale il filosofo tedesco scorge i segni di una decadenza dell'umanità, testimoniata dalle menzogne e dal dogmatismo delle scienze sul piano culturale e dal conformismo, dalla passività, dall'ipocrisia delle leggi e della politica sul piano sociale. Perciò, egli concludeva, è necessario tornare al dionisiaco, restituire all'uomo la libertà di gioire dei suoi istinti e delle sue passioni; di qui l'esigenza di abbandonare la "morale degli schiavi", l'etica della rinuncia, dell'obbedienza passiva alle leggi professata dal Cristianesimo per esaltare l'indomabile volontà di potenza dell'individuo.

    L'espressione più elevata di questa liberazione è il superuomo, un essere totalmente libero, incarnazione della volontà di potenza, che sta "al di là del bene e del male", che non sottostà alle regole e che è libero dalla morale cristiana. Su un piano filosofico egli si caratterizza per la sua fedeltà alla terra: poiché Dio è morto, l'unica realtà è ora la vita terrena, non essendoci più Dio non esiste più un "mondo dietro il mondo" in cui trovare consolazione al pensiero della morte.

    Tra le sue opere, le più significative sono:
    La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872) Considerazioni inattuali (1872-74) Così parlò Zarathustra (1883-85) Al di là del bene e del male (1886) Genealogia della Morale (1887) L'Anticristo (1988) La gaia scienza (1882) Ecce Homo (1889).

     

     

     

     

    IL SUPERUOMO

     

    Il superomismo è la dottrina di Nietzsche (1844-1900) per la quale il «superuomo» diventa protagonista della storia. Tutti i valori della civiltà occidentale - religione, scienza, morale - per Nietzsche sono mistificazioni volute dal gregge degli «schiavi», dalla massa per ostacolare il cammino degli uomini superiori; e sono il risultato dello spegnersi nel corso dei millenni dell'originaria «volontà di potenza», ossia dell’energia creatrice dell’uomo e dei suoi valori vitali. Incarnazione della volontà di potenza è il superuomo (Übermensch): «L’uomo deve essere superato. Il superuomo è il senso della terra. L’uomo è una corda tesa fra la bestia e il superuomo, ma corda sull’abisso».

    Nietzsche fu un critico spietato degli ideali e dei valori tradizionali dell'Europa dell'Ottocento. Nelle sue opere filosofiche si scagliò contro il Positivismo e la sua fiducia nel fatto scientifico e oggettivo, demolendo il concetto di progresso da lui definito come un'idea "moderna" e "falsa", e contro ogni tipo di spiritualismo proclamando la morte di Dio. In particolare egli criticò il cristianesimo che riteneva un "vizio". La morale cristiana è per Nietzsche la «morale degli schiavi» che deriva dal «dire di sì ad un altro»: ad essa egli contrappose la «morale aristocratica» che ha inizio nel momento in cui «si dice di sì a se stessi».

    In Così parlò Zarathustra (1883), una delle sue opere più importanti, il filosofo tedesco propone tre temi fondamentali: la morte di Dio, il superuomo e l'eterno ritorno. Soprattutto il concetto di superuomo è stato spesso male interpretato. Il superuomo nietzschiano, infatti, non è l'archetipo nazista ma piuttosto colui che, avendo preso coscienza del fatto che tutti i valori tradizionali sono crollati, è in grado di ritornare ad essere "fedele alla terra", liberandosi dalle cristallizzazioni della cultura. Il superuomo ha in sé una forza creatrice che gli permette di operare la traslazione dei valori e di sostituire ai vecchi doveri la propria volontà.

     

    LA MORTE DI DIO

     

    Il superuorno nietzschiano vive la tragedia della sua solitudine con ben altra profondità e con ben più lancinante disperazione rispetto a tutti gli esteti decadenti. Alla base della concezione nietzschiana della vita c'è il tentativo di considerare l'esistenza nella sua sana ebbrezza primitiva e di restituirla alle sue sorgenti originarie dopo aver estirpato "il posto Dio". L'atto di liberazione dalla schiavitù della religione è un atto tragico che viene vissuto attraverso il delirio del pazzo, il quale accusa se stesso e gli altri di aver ucciso Dio. Il vuoto lasciato dalla "morte di Dio" potrà essere colmato solo dall'Uomo e da nessun'altra ideologia tirannica. Ma il travaglio della cultura che tenta di costruire un ateismo umanistico è tutt'altro che semplice da definirsi: Nietzsche vive, in questo come in altri brani (vi sono nelle sue opere diverse "morti di Dio"; questa è forse la più suggestiva), il dramma del pensiero che cerca in se stesso un assoluto criterio di giudizio e di libertà. La cultura contemporanea si sta ancora misurando con questo problema; ma il fatto che da parte di Nietzsche esso sia posto in maniera così drammatica e diremmo "teatrale" è indice dello spostarsi della filosofia verso il racconto o l'aforisma, verso la divulgazione letteraria. Indubbiamente si tratta di una bella pagina, di convincente presa emotiva: anche in questo si può ritrovare un aspetto tipico della sensibilità decadente.

    L`«uomo pazzo» e il suo delirio

    Non avete mai sentito parlare di quell'uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: "Cerco Dio! Cerco Dio!". Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: "L'hai forse perduto?", e altri: "S'è smarrito come un fanciullo? Si è nascosto in qualche luogo? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?". Così gridavano, ridendo fra di loro... L'uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: "Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l'abbiamo ucciso – io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? Come potemmo bere il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare l'intero orizzonte? Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole? Dove va essa, ora? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole? Non continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti? C'è ancora un alto e un basso? Non andiamo forse errando in un infinito nulla? Non ci culla forse lo spazio vuoto? Non fa sempre più freddo? Non è sempre notte, e sempre più notte? Non occorrono lanterne in pieno giorno? Non sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo l'odore della putrefazione di Dio? Eppure gli Dei stanno decomponendosi! Dio è morto! Dio resta morto! E noi l'abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino? Ciò che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito purificatore dovremo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all'altezza? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa". A questo punto l'uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. "Vengo troppo presto", disse, "non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti. Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!". Si racconta anche che l'uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non fece che rispondere: "Che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?".

     

     

    SCHOPENHAUER

     

    La forma del trattato Schopenhaueriano: filosofia e sistema

     

    L’opera più importante di Schopenhauer è Il mondo come volontà e rappresentazione (che ebbe varie edizioni ma non prima d’oggi non fu mai riconosciuta come un’opera di valore), scritto sotto forma di sistema. Attraverso la forma di sistema Schopenhauer mostra di condividere:

    • che il sistema è la forma scientifica della filosofia;
    • il collegamento con Kant;
    • la tendenza a trasformare la filosofia negativa di Kant in una filosofia positiva.

     

    Il sistema filosofico può essere, dice, di due tipi:

    • sistema organico: tutte le parti si sostengono a vicenda e hanno valore come “tutto”. Questo sistema è proprio dei veri filosofi, quelli che si interessano al mondo per lo stupore che provano nell’osservarlo;
    • sistema architettonico: le parti si ordinanao su una astratta gerarchia. E’ un sitema proprio dei filosofi che si interessano al mondo in modo indiretto ( cioè dopo aver letto un libro).

    Il sitema di Schopenhauerpenhaue è organico. Questa scelta deriva dal bisogno metafisico dell’uomo. La metafisica, che ha il suo padre in Aristotele, dichiara che la filosofia nasce dalla meraviglia, ossia un atteggiamento contemplativo di fronte al mondo. Per Schopenhauer invece la filosofia nasce dallo stupore di fronte al dolore e al male del mondo.

    L’opera del filosofo risponde alla domanda per cui ogni vivere è un soffrire (tema fondamentale del mondo). E’ divisa in quattro libri, che cercano di tradurre il movimento del pensiero (a spirale) in un unico nucleo. I punti di vista della rappresentazione e della volontà sono le due prospettive che il pensiero può assumere di fronte al mondo.

     

    • Primo libro: prima considerazione del mondo come rappresentazione. Mostra come la scienza possa pensare che il mondo è un fenomeno globale sensato;
    • Secondo libro: prima considerazione del mondo come volontà. Mostra come dietro la forma sensata del mondo se ne trovi una oscura e irrazionale;
    • Terzo libro: seconda considerazione del mondo come rappresentazione. Mostra che attraverso l’arte si svela la presenza del fenomeno nella cosa in sé, ossia nella volontà.
    • Quarto libro: seconda considerazione del mondo come volontà. Espone la dialettica della volontà, attraverso cui la conoscenza si libera dalla servitù alla volontà e può superare il dolore.

     

    Lo stile di Schopenhauer è chiaro e trasparente, in armonia con il suo pensiero per cui la filosofia debba essere espressione precisa dell’intuizione metafisica. Per questo critica molto lo stile torbido di Hegel e dei romantici.

     

    Schopenhauer e l’eredità kantiana

     

    A Kant Schopenhauer riconosce il merito di aver individuato il valore del cosiddetto principio di ragione sufficiente (cioè di aver scoperto le leggi di causalità che reggono il mondo fenomenico). Dopo Kant, egli crede, non si può più pensare che tutto esiste con una ragione, ma bisogna credere che questo è solo ciò che a noi appare osservando i fenomeni. Dunque non è possibile studiare la “cosa in sé”, ma soltanto i modi in cui il soggetto si mette in rapporto con l’oggetto, ossia i modi attraverso cui il soggetto si crea un mondo.

    Si formano così quattro classi di oggetti per il soggetto, che danno una spiegazione razionale del mondo come rappresentazione:

    • rappresentazioni intuitive, attraverso cui si forma la nozione di esperienza (insieme di fenomeni retti da leggi). L’esperienza si forma dalla relazione tra sensibilità, mediante cui conosciamo il nostro corpo, e intelletto, mediante il quale riferiamo ad un’azione una causa oggettiva: è così che si applica il principio di ragione sufficiente, che qui è una legge di causalità. Le rappresentazioni intuitive sono spazio, tempo e causa.
    • rappresentazioni astratte o concetti: formano il contenuto totale della ragione. In questo caso il principio di ragione sufficiente è principio del conoscere. La conoscenza astratta è subordinata a quella intuitiva perché solo questa le può dare un contenuto.
    • rappresentazioni di spazio e tempo, non applicate alla realtà ma intese in forma astratta. Per questo il principio di ragione sufficiente è principio dell’essere. Spazio e tempo sono applicate alla matematica, la cui pensabilità degli enti è condizionata da un’estensione nello spazio e da una successione temporale.
    • rappresentazioni delle azioni: il principio di ragione sufficiente diventa legge di motivazione. Come nella prima classe vigeva il principio di causa-effetto, qui eiste quello motivo-azione, che esplica un atto volontario del soggetto. A prima vista l’azione può sembrare determinata da circostanze esterne e non dalla volontà (libertà) del soggetto. Ma poiché la volontà non si esplica mai completamente nell’azione, non si può negare che esista una libertà relativa al carattere intellegibile dell’azione: l’uomo è libero nella scelta dell’azione, ma vincolato rispetto al modo di esplicarla.

     

    Mentre con le quattro classi si spiega il mondo come rappresentazione, non si accede alla cosa in sé (risultato negativo, come Kant). Ma il bisogno dell’uomo di trovare una spiegazione totale della realtà spinge a cercare una soluzione positiva. Come?

     

    La metafisica dell’esperienza di Schopenhauer

     

    Con la sua opera Schopenhauer vuole costruire una metafisica dell’immanenza, che non vada al di là dell’esperienza. Dunque si tratta non di un sapere a priori, fatto di concetti, ma di un sapere concreto.

    Il merito principale di Kant sta nella distinzione tra fenomeno e cosa in sé, che ha posto un muro invalicabile tra il conoscere obiettivo e il pensare soggettivo. Il suo errore principale, viceversa, è stato quello di precludere in questo modo la conoscenza della cosa in sé. Ciò ha portato alla fondazione di filosofie che, più che analizzare la conoscenza effettiva, si sono operare a studiare le possibilità del conoscere.

    Schopenhauer crede di aver trovato una via d’accesso alla cosa in sé, identificata con la volontà: così crea una nuova metafisica, su basi kantiane.

     

    Il mondo come rappresentazione e come volontà

     

    Schopenhauer distingue fra mondo come rappresentazione e mondo come volontà. Se il soggetto si rivolge all’esterno vede il mondo solo come sua rappresentazione e gli conferisce validità applicandogli le forme a priori della sensibilità: spazio, tempo, causa. In tal modo viene conosciuto il fenomeno.

    Egli accetta l’idea idealista che il mondo percepito dai sensi sia solo un’illusione. Tale idea è condivisa dai saggi indiani, che considerano i sensi come il velo di maya, il velo dell’illusione. Questo principio era stato posto alla base della filosofia kantiana.

    Kant aveva però ignorato che per ridurre il mondo ad un semplice fenomeno conoscitivo c’era bisogno di astrazione, atto attraverso il quale si arriva all’esclusione della volontà.

    Ma se il soggetto si rivolge all’interno, all’autocoscienza, scopre che il mondo è la sua volontà. Viene qui sostituito l’Io penso con l’Io voglio. Il soggetto è esso stesso una cosa in sé, perché può accedere al proprio essere (autocoscienza).

    L’unione tra il mondo della volontà e il mondo come rappresentazione è rappresentata dal corpo, che può essere considerato in due modi: fenomeno, che ha il privilegio di costituire per il soggetto l’oggetto primo e immediato; movimento, all’interno dell’autocoscienza: basta un “io voglio” per tradurre un atto in movimento del corpo. Ma la volontà non è movimento: questo è un atto completamente distinto: noi non possiamo sapere cosa sia la volontà, ma solo come si manifesta.

     

    I gradi di oggettivazione della volontà

     

    Il mondo è studiato dalla natura in maniera eziologica, ricercandso cioè le cause del mutamento dei fenomeni. Tuttavia la spiegazione scientifica deve ammettere la presenza di forze che restano non spiegabili scientificamente: per non cadere nell’irrazionale deve ricorrere alla filosofia.

    Questa metafisica empirica, della natura, parte dall’ipotesi che tali forze siano identiche alla volontà, che è conoscibile soltanto dal soggetto stesso nell'autocoscienza. Schopenhauer non dona la pietra di volontà, ma dà al suo movimento verso il basso causato dalla forza di gravità una spiegazione analoga a quella della volontà degli esseri organici.

    La natura, in senso metafisico, sarà allora un’unica manifestazione di volontà, che è identica per tutti gli esseri viventi. Chi media fra le innumerervoli manifestazioni della volontà (i corpi) e la volontà stessa sono le idee.

    Le idee sono gli archetipi a cui la volontà si riferisce per manifestarsi nella realtà. La legge naturale media tra l’idea e il fenomeno: essa determina l’esplicazione della forza.

    I gradi dei oggettivazione della volontà sono rappresentati dalla natura inorganica, organica, il mondo vegetale, animale e l’uomo. Presetnata in questo modo, la volontà sembra caratterizzata dalla conflittualità: ogni livello della natura è mostra lotta e dolore. Le forze naturali lottano per quandagnarsi uno spazio di materia, le forme viventi sembrano poter vivere solo con l’eliminzaione di altre forme simili.

    Sollevato il velo di maya, ecco mostrarsi una volontà irrazionale, che vuole solo sé stessa, vuole solo vivere e cerca ogni mezzo per riuscirci.

     

    Dalla metafisica alla morale: servitù dell’intel-letto e liberazione estetica

     

    Ultimo gradino a cui vuole arrivare Schopenhauer è l’identificazione di metafisica ed etica. Non vuole cadere nella solita divisione fra filosofia teoretica e pratica.

    Come nella metafisica, anche nella morale si attiene al metodo dell’immanenza, che consiste nell’ibdicare come si svolge realmente la condotta umana, non come dovrebbe svolgersi.

    E’ assurdo prescrivere un comportamento tipo per l’uomo: si predica la libertà della volontà e poi gli si impone per legge di volere certe cose!

    Dunque tutto il problema si risolve nella libertà di volere: se ci fosse, sarebbe possibile unire filosofia etica e metafisica. Ma esiste davvero?

    Nel Mondo si sviluppa la teoria della servitù dell’intelletto alla volontà, la quale ci è incomprensibile ed è senza scopo, dunque irrazionale. Si oggettiva in singoli corpi e organismi, per cui anche nel cervello, al cui funzionamento è legata la coscienza. Dunque anche la coscienza è un fenomeno della volontà e comprende l’intelletto, ossia la capacità di trovare il nesso causale fra i fenomeni (dell’uomo e degli animali) e la ragione, ossia la capacità del pensiero astratto (dell’uomo).

    L’intelletto offre alla volontà la possibilità di attuare razionalmente ciò che essa vuole a tutti i costi. La volontà è infatti irrazionale e non riuscirebbe da sola a farlo.

    A questo punto Schopenhauer introduce il concetto di arte. Lìarte è una froma di conoscenza che si riassume nella nozione di genio. La conoscenza dell’uomo comune si rivolge ai sensi ed è al servizio della volontà; quella dell’artista è rivolta all’idea: l’artista dunque, ponendosi al di là del fenomeno, trova l’oggettività della volontà.

    Scopo dell’arte è di esprimere la realtà come volontà trascurando il fenomeno. La conoscenza dell’arte è puramente contemplativa, e con questa affermazione Schopenhauer riprende da Kant la definizione di bello come oggetto di piacere disinteressato. Viene eliminato ogni rapporto con l’io e il resto del mondo, e per questo l’arte è considerata superiore della scienza. Di fronte all’arte, il corpo perde il suo senso, cosicchè il soggetto diventa un soggetto puro e universale, non più sottomesso alla volontà, allo spazio e al tempo, ma coincide con la volontà stessa.

    In poche parole, l’arte è l’unico momento in cui l’intelletto può elevarsi sulla volontà.

     

    Il problema della libertà e della liberazione dalla volontà

     

    Il conceto di libertà è negativo, in quanto indica l’assenza di necessità.

    L’uomo non è libero, ma si libera superando il mondo fenomenico e scoprendosi sempre più parte del mondo noumenico. Abbiamo già visto l’applicazione di questo concetto con l’identificazione, nell’estetica, del soggetto con la volontà. Solo la moralità può rendere perenne questa conquista enon limitarla all’ambito dell’arte.

    L’azione morale consiste nella scelta etica fondamentale, quella che deciderà le nostre azioni future. L’uomo è libero solo se si identifica con la volontà, ma questa è sinonimo di vita. La scelta etica fondamentale sarà allora il vivere o non vovere.

    Due sono allora gli atteggiamenti: quello di chi afferma la vita perché ha capito che il mondo è solo fenomeno e che la volontà è l’unica realtà e dunque decide di identificarsi con essa; l’atteggiamento di chi rinuncia alla vita, l’asceta, che ha compreso che l’essenza del mondo è la volontà, ha paura della realtà di dolore che tale affermazione porta e dunque non vuole identificarsi con la volontà.

    Qual è l’atteggiamento da prendere?

    La volontà si trova subito, fin dalla nascita, in lotta con sé stessa: essa è volontà di vivere, ma il vivere implica anche il morire e spesso provoca la morte di altri esseri viventi: la vita è sofferenza. L’uomo invece tende al piacere, ma per questo deve sentire un bisogno e dunque soffrire. Il bisogno può essere soddisfatto solo momentaneamente e subito dopo subentra la noia. Dunque bisogna affermare la vita, con il suo dolore e la sua noia, o negarla? La conoscenza deve essere un motivo di vita o un motivo per negarla?

    La risposta a questa domanda si trova solo nell’ascetismo, che abolisce ogni distinzione tra l’io e l’altro e viene definito morale della compassione, perché soffre con l’altro (com-passione). L’ascetismo abolisce anche l’egoismo, in quanto forma tipica di cui si serve la volontà di vivere, e assolutamente non mira all’annullamento dell’uomo quanto alla sua trasformazione.

    I gradi dell’ascesi sono diversi: castità, povertà volontaria, autoabnegazione, sacrificio eroico di sé.

    La castità libera l’individuo dalla subordinazione alla volontà di vivere che usa le armi dell’amore per garantirsi vita attraverso la riproduzione.

     

     

     

    I GUERRA MONDIALE

     

    GLI SCHIERAMENTI

    Chi

    • Germania
    • Austria–Ungheria
    • Impero ottomano (dal 31 0ttobre 1914)
    • Bulgaria (dal 6 settembre 1915)

     

    Contro chi

    • Francia
    • Russia (fino al 1917)
    • Inghilterra
    • Belgio
    • Serbia
    • Montenegro
    • Giappone (dal 23 agosto 1914)
    • Italia (dal 24 maggio 1915)
    • Portogallo (dal 9 marzo 1916)
    • Romania (dal 27 agosto 1916)
    • Stati Uniti (dal 6 aprile 1917)
    • Grecia (dal 27 giugno 1917)
    • Cina (14 agosto 1917)

     

     

    QUANDO E DOVE

     

    La scintilla che fece accendere il fuoco fu l’assassinio dell’arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando e della consorte, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo per opera di due terroristi, sudditi austriaci ma di nazionalità serba. La guerra cominciò come conflitto solamente europeo ma si diffuse presto alle colonie possedute dagli stati coloniali e all’Asia.

     

     

    OBIETTIVI DEI
    BELLIGERANTI

     

     

     

    Austria

    La reazione austro-ungarica all’assassinio dell’arciduca fu sproporzionata al fatto in sé. E' più verosimile pensare che l'Austria-Ungheria mirasse a servirsi dell’incidente per risolvere una buona volta a suo favore la questione balcanica e liberarsi per sempre dell’ingombrante Serbia, ritenuta responsabile dell'instabilità della regione in quanto forza emergente nei Balcani. Il piano austro-ungarico, elaborato dal Conrad, prevedeva l'eliminazione rapida della Serbia e un attacco alla Russia dalla Galizia.

    Germania

    La Germania mirava a ridisegnare la mappa della supremazia politica, dal momento che il suo peso politico era inferiore al peso industriale, commerciale e finanziario che aveva acquistato negli ultimi decenni. Il governo di Berlino non credeva nella solidità dell’Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) e dava per scontata la neutralità dell’Inghilterra, troppo impegnata nel difficile problema irlandese. Riteneva pertanto che l’occasione fosse propizia per battere la Duplice franco–russa e porre su salde basi la propria potenza mondiale. Il piano, che il generale von Moltke aveva ereditato dal suo predecessore von Schlieffen, affidava alle deboli forze di von Prittwitz nella Prussia Orientale e agli Austro-Ungarici l'incarico di contenere i Russi, mentre lo sforzo principale sarebbe stato operato immediatamente verso la Francia.

    Inghilterra

    Da secoli padrona indiscussa dei mari e dei commerci intercontinentali, l’Inghilterra era decisa a stroncare la crescente potenza imperiale tedesca.

    Francia

    La Francia sognava la rivincita contro la Prussia che la aveva umiliata nel 1870 e ancora di più rivoleva i territori dell'Alsazia e Lorena persi nel 1871. Il piano francese prevedeva un'offensiva generale in Lorena, partendo dai due lati delle fortificazioni di Metz.

    Italia

    L'Italia rimase neutrale (dichiarazionedurante il primo anno di guerra (si giustificò affermando che l’Austria e la Germania non erano state aggredite: le condizioni della Triplice Alleanza erano difensive e quindi non potevano essere applicate). Ma all'interno del paese si formarono vasti schieramenti favorevoli alla guerra e il governo si convinse che quella fosse l'occasione per ottenere importanti vantaggi territoriali. Prima di effettuare la scelta di campo, il capo del governo Antonio Salandra aprì trattative e cercò di acquisire elementi di valutazione sulla consistenza dei due schieramenti. Rifiutata l'offerta, austriaca, del Trentino in cambio della neutralità, l'Italia aprì trattative con Londra che si conclusero con la ratifica di un accordo segreto (25 aprile 1915). L’Intesa avrebbe finanziato con prestiti ingenti lo sforzo militare dell’Italia, dichiarandosi disponibile riconoscerle in caso di vittoria il Trentino, la Venezia Giulia, ma anche l’Alto Adige e la Dalmazia, l’egemonia sull’Adriatico e dunque una specifica influenza sull’Albania e sul Montenegro, oltre a eventuali concessioni coloniali in Turchia e in Africa a spese dell’Impero ottomano e della Germania.

     

    Stati Uniti

    Woodrow Wilson giustificò l’intervento degli USA con il motivo che la democrazia era ormai in pericolo ovunque e che la Germania aveva annunciato un attacco sottomarino indiscriminato contro tutte le navi dirette ai porti nemici, violando i diritti dei paesi neutrali.

     

     

    LO SCOPPIO (1914)


    Il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, venne ucciso con un colpo di pistola dallo studente slavo Gavrilo Princip, durante un corteo nelle strade di Sarajevo. Questo attentato arrivò in un clima già carico di minacce e fece scoppiare apertamente il conflitto tra l’Austria e la Serbia. L’Austria ritenne, infatti, che gli attentatori, in lotta per l’indipendenza del loro popolo, fossero stati aiutati dalla Serbia, favorevole all’emancipazione slava.

    La reazione austriaca all'attentato di Sarajevo del 28 giugno, mentre gli eserciti si mobilitavano e si incrociavano le iniziative diplomatiche, si concretizzò in un ultimatum presentato alla Serbia il 23 luglio successivo e incentrato sostanzialmente su tre richieste:

      immediata soppressione delle organizzazioni irredentistiche;

      divieto di ogni forma di propaganda antiaustriaca;

      apertura di un'inchiesta, relativa all'attentato, condotta da una commissioe mista serbo-austriaca.

    Il tono particolarmente duro, la natura stessa delle richieste che chiaramente si configuravano quale ingerenza negli affari interni della Serbia e apparivano tese a ridurre quello stato in una posizione di umiliante subordinazione nei confronti delle autorità di Vienna, nonché i tempi ristretti della scadenza per una risposta da parte del governo di Belgrado, 48 ore, non lasciavano dubbi circa la volontà di aggressione dell'Austria.

    Il governo di Vienna non intendeva certo scatenare un conflitto "mondiale", il suo obiettivo era piuttosto di eliminare la minaccia che veniva alla sua politica espansionista nei Balcani occupando la Serbia. Le cose andarono diversamente. Gli avvenimenti non colsero di sorpresa i governi delle grandi potenze, tant’è che gli alti comandi militari già da tempo avevano predisposto i loro piani strategici. In fondo tutti gli stati coinvolti nel conflitto avevano un buon motivo per volerlo, se mai si trattava di convincere l’opinione pubblica della sua ineluttabilità, e documenti recenti sollevano inquietanti interrogativi sulle stesse dinamiche dell’azione terroristica.

    La Serbia, quasi certamente incoraggiata dalla Russia, respinse l'ultimatum e la situazione precipitò rapidamente:

    28 luglio

    L'Austria, sostenuta dalla Germania, rifiuta la proposta di mediazione avanzata dall'Inghilterra, così come la convocazione di una conferenza a quattro (Germania, Gran Bretagna, Francia e Russia) e dichiara guerra alla Serbia.

     

    30 luglio

    La Russia proclama la mobilitazione generale (probabilmente nell'esclusivo intento di offrire il proprio sostegno alla Serbia ma senza arrivare alla guerra) che provocò l'immediata reazione della Germania che a sua volta dichiara la mobilitazione generale (secondo la maggioranza degli storici fu questo, in ultimo, l'avvenimento decisivo dello scatenamento del conflitto) e invia al governo di Mosca un ultimatum contenente la richiesta dell'immediata revoca della mobilitazione. russa

     

    1 agosto

    Non avendo ricevuto risposta all'ultimatum, la Germania dichiara guerra alla Russia.

     

    3 agosto

    La Germania dichiara guerra alla Francia, dopo aver lanciato al neutrale Belgio un ultimatum quanto mai provocatorio, anch'esso peraltro respinto, contenente la minaccia di guerra nel caso non avesse acconsentito al passaggio dell'esercito tedesco.

     

    4 agosto

    La violazione della neutralità del Belgio e del Lussemburgo da parte delle truppe tedesche vince le ultime esitazioni del governo inglese che dichiara guerra alla Germania.

     

    31 ottobre

    Mentre si consolidava il fronte occidentale e ad oriente la situazione si mostrava ancora fluida, la Turchia entra in guerra in appoggio degli imperi centrali. In questo modo veniva inferto un colpo non indifferente all'Intesa che vedeva compromessi i propri interessi in quella regione con la perdita del controllo degli stretti e l'apertura di nuovi fronti: quello russo-turco in Armenia e quelli anglo-turchi in Mesopotamia e in Egitto.

     

     

    La prima guerra mondiale e l'intervento degli Stati Uniti d'America

    La guerra che si svolse dal 1914 al 1918 fu il primo conflitto totale che non impegnò solo gli eserciti, ma sconvolse la vita intera degli stati nei suoi vari aspetti, politici, sociali, economici e persino culturali. Fu la prima guerra di massa; condotta per terra, per mare e in cielo, con l’impiego di armi mai prima usate (aerei, carri armati, sottomarini e gas asfissianti).

    Le cause che avevano spinto l’Europa a precipitarsi in un conflitto così sanguinoso furono numerose. Si possono brevemente dividere in cause economiche e territoriali: le prime riguardavano l’espansionismo e la politica di potenza della Germania, decisa a mettere in discussione la supremazia inglese soprattutto in campo coloniale e nel commercio marittimo. Le seconde rispecchiavano la pericolosa tensione nei Balcani dove Russia ed Austria avevano mire contrastanti di espansione e movimenti rivoluzionari patriottici puntavano alla riunificazione di tutti i popoli slavi.

    Allo stesso tempo anche il revanchismo francese imponeva la riconquista dell’Alsazia e della Lorena perse nella guerra franco-prussiana del 1870. Infine c’era la questione del Trentino e della Venezia Giulia, terre che l’Italia considerava parte integrante della nazione, sotto il dominio austriaco.

    Ogni nazione per raggiungere i propri obiettivi, sin dai primi anni del 1900, aveva iniziato la corsaagli armamenti.

    La scintilla che fece scoppiare la guerra fu l’assassinio dell’arciduca d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 ad opera di un nazionalista serbo.

    L’Austria dichiarò subito guerra alla Serbia, alleata della Russia, e come un fenomeno a catena tutte le nazioni europee si trovarono coinvolte nel conflitto generale.

    In base ai patti precedentemente sottoscritti gli schieramenti in campo erano così definiti: da una parte gli Stati dell’Intesa, che comprendevano Francia, Inghilterra, Russia (Intesa, 1907), affiancata da Serbia, Belgio, Grecia e Romania, dall’altra Germania, Austria-Ungheria (Triplice Alleanza, 1882, cui partecipava anche l’Italia, che all’inizio non intervenne), insieme a Turchia e Bulgaria.

    All’inizio gli eserciti austriaci e tedeschi ebbero la supremazia su quelli dell’Intesa tanto che le armate tedesche, per evitare le fortificazioni francesi (linea Maginot), passarono per il Belgio che era neutrale, fino ad arrivare a pochi chilometri da Parigi in brevissimo tempo. L’esercito francese, che era stato precedentemente sbaragliato a Verdun, riuscì però a fermare l’avanzata avversaria sulle rive della Marna. Da quel momento in poi la guerra sul fronte francese fu definita di posizione e di logoramento.

    Sull’altro fronte, quello orientale, anche la Russia veniva respinta dall’esercito austriaco nelle battaglie dei laghi Masuri e di Tennenberg.

    Nel 1915, dopo lunghe controversie tra neutralisti e interventisti, entrò in guerra a fianco dell’Intesa, l’Italia che aprì un nuovo fronte nelle Alpi Orientali costringendo gli imperi centrali a spostare soldati da altri fronti. Questa strategia fu ideata dagli alleati e sottoscritta nel Patto di Londra (26-4-’15).

    L’Austria allora progettò una contro offensiva nei riguardi dell’Italia, che non aveva rispettato gli accordi della Triplice Alleanza: la così detta Strafexpedition. Nello stesso anno l’Inghilterra organizzò un blocco continentaleper impedire i rifornimenti alla Germania.

    Nel 1916, in Francia, continuava sempre la guerra nelle trincee che provocò moltissime perdite in tutti e due i fronti. La Germania, ormai a corto di rifornimenti a causa del blocco continentale, rispose all’Inghilterra con una battaglia navale presso le Jutland, che però perse, e con la guerra sottomarinanell’Atlantico. Questa aveva il compito di affondare ogni tipo di nave che poteva trasportare rifornimenti agli stati della Triplice Intesa.

    Un momento importante della Prima Guerra Mondiale fu quando con la pace di Brest-Litovsk (3-3-’18), la Russia uscì dal conflitto in seguito alla rivoluzione bolscevica che portò Lenin alla guida della Russia.

    A questo punto del conflitto le sorti della guerra sembravano volgere a favore degli Imperi Centrali, ma l’intervento degli Stati Uniti d’America (6-4-’17) capovolse definitivamente la situazione.

    In pochi decenni essi erano diventati la prima potenza economica mondiale. Le immense ricchezze del sottosuolo, ferro, carbone, petrolio, unite alla grande produzione di carni e cereali dovevano trovare sbocco su altri mercati.

    I motivi che indussero il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson a dichiarare guerra alla Germania furono molteplici; tra i principali una vittoria tedesca avrebbe rappresentato un serio pericolo per gli interessi americani nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Contemporaneamente gli U.S.A. dovevano garantirsi gli ingenti prestiti e le notevoli forniture di materiale bellico e civile concesso a Inghilterra e Francia che in caso di sconfitta non sarebbero stati mai restituiti.

    Ma l’avvenimento più sensazionale che convinse l’opinione pubblica americana, peraltro divisa se partecipare direttamente alla guerra o meno, fu l’affondamento, da parte della Germania, del transatlantico statunitense Lusitania carico di civili.

    Il presidente Wilson presentò l’intervento degli Stati Uniti come una lotta per la democrazia, per la libertà e per i diritti delle nazioni. Questo fu il principio con cui gli americani accettarono la guerra. Il tributo di vittime pagato dagli U.S.A., anche se non confrontabile con quello degli altri paesi, fu di 115.000 soldati morti e 200.000 feriti.

    Nel 1918 si ebbero le battaglie conclusive del conflitto: I francesi, aiutati da inglesi e americani, respinsero i tedeschi e l’esercito italiano cacciò quello austriaco sulle montagne del Carso.

    Il 19 gennaio del 1919 a Parigi iniziò la Conferenza di pace a cui parteciparono solo le nazioni vincitrici. Il giorno prima il presidente W. Wilson aveva presentato i quattordici punti, che miravano a ridurre le future cause di conflitto. Tra i principi più importanti: i confini degli stati avrebbero tenuto conto delle nazionalità diverse; le popolazioni avrebbero avuto la possibilità di scegliere il proprio governo (autodeterminazione); sarebbe stata garantita la libertà di navigazione dei mari.

    L'ultimo punto di Wilson enunciava il bisogno di creare un’associazione con lo scopo di regolare i rapporti internazionali e di impedire le guerre future. Nacque così nel 1919, con sede a Ginevra, la Società delle Nazioni.

    La società nacque però già debole, infatti non ne facevano parte né gli Stati Uniti né Germania e la Russia.

    L’11 novembre del 1918 gli Imperi Centrali firmarono la pace con una serie di trattati. Con il trattato di Versailles la Germania rinunciava all’Alsazia, alla Lorena ed ai propri possedimenti coloniali. Inoltre, veniva istituito il corridoio di Danzica che la divideva in due ed era obbligata alla restituzione dei danni di guerra.

    Il trattato di Saint Germain imponeva lo smembramento dell’impero Austro-Ungarico in nuovi stati e territori: Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia e Istria.

    Quindi gli stati vincitori, al fine di ricavare dalla loro vittoria i maggiori vantaggi possibili in termini economici e territoriali, imposero condizioni pesantissime agli sconfitti e in particolare alla Germania: la creazione della Polonia che sottrasse gran parte di territorio tedesco, la cessione di alcuni distretti ricchi di carbone a Belgio, Danimarca e Cecoslovacchia.

    La scarsa visione politica francese ed inglese pose le basi dell’insofferenza tedesca che sarebbe sfociata poi nella seconda Guerra Mondiale.

     

    CONSEGUENZE ECONOMICHE

    Dappertutto, tranne che negli Stati Uniti, l’economia era sconvolta:

      gli impianti produttivi erano completamente distrutti

      l’agricoltura era stata privata delle sue migliori forze lavorative

      i beni di necessità scarseggiavano soprattutto nelle grandi città

      i prezzi aumentavano mentre i salari erano bloccati per legge

      c’era il problema della riconversione industriale dalla produzione bellica a quella civile.

    Dalla guerra l’Europa uscì in condizioni di grande instabilità politica ed economica. Le trasformazioni provocate dalla guerra , le gravi perdite di vite umane e di beni materiali avevano sconvolto non solo le potenze vinte ma anche quelle vincitrici. La Germania era prostrata: le dure condizioni di pace che le erano state imposte avevano favorito una grave crisi economica, alimentando anche un forte desiderio di rivincita. Anche la Francia, l’Inghilterra e l’Italia erano in una situazione di grande debolezza economica e pesantemente indebitate con gli Stati Uniti, i quali erano ormai la principale potenza economica del mondo. Per alcuni anni l’economia dei paesi europei fu in seria difficoltà; la produzione era inferiore alla domanda, i prezzi aumentavano, il potere d’acquisto dei salari diminuiva, mentre cresceva il numero dei disoccupati: le industrie infatti, come anche le campagne, non erano in grado di assorbire tutta la manodopera costituita da coloro che erano tornati dal fronte.

    Le gravi difficoltà economiche erano accentuate dal fatto che le industrie erano state trasformate in impianti in grado di produrre quasi esclusivamente materiale bellico; dopo la guerra fu perciò necessario riconvertire gli impianti per la produzione civile. Ciò tuttavia richiedeva tempo ed investimenti: per questo, alla fine della guerra, parecchie industrie fallirono, mentre altre riuscirono gradualmente a riconvertire la loro produzione. La difficile situazione portò a un aumento delle tensioni sociali: scioperi e agitazioni si verificarono un po’ dappertutto in Europa. Aumentarono i partiti dei lavoratori e le organizzazioni sindacali che a volte provocarono dei veri e propri tentativi di rivoluzione contro i governi.

    Gli Stati Uniti erano i veri vincitori della guerra e in poco tempo diventarono la maggior potenza mondiale. Grazie al calo produttivo dell’Europa, i commerci statunitensi prosperarono in tutti i mercati mondiali; le esportazioni di prodotti industriali ed agricoli aumentarono notevolmente e ciò favorì un clima di fiducioso ottimismo in tutto il paese.

    CONSEGUENZE SOCIALI

    Al termine della guerra, ai quasi 10 milioni di vittime cadute sui campi di battaglia, ai militari, ai prigionieri, si aggiunsero i devastanti effetti delle malattie epidemiche, conseguenza delle privazioni alimentari e igieniche imposte dal conflitto tanto ai combattenti, quanto alla popolazione civile. Tra il 1918 e il 1920 si diffuse anche oltre i confini europei l’epidemia di "spagnola".

    Durante la guerra la grande borghesia e gli affaristi avevano accumulato grandi ricchezze e ora si inaspriva l’avversione delle masse popolari nei confronti di queste classi e delle forze politiche, le cui riforme non avevano portato buon frutto.

    La guerra aveva determinato profondi mutamenti nella società. Innanzitutto aveva sottolineato il decisivo contributo femminile alla vita del paese nei settori più diversi: dalla produzione industriale all’assistenza sanitaria, dall’insegnamento all’impiego nella pubblica amministrazione e nella guida di migliaia di ditte agricole e artigianali. Dal fronte poi i soldati tornavano con una mentalità diversa, modificata dall’esperienza vissuta nella "città militare", dal confronto tra tradizioni e costumi diversi, dalla consuetudine alla discussione e alla solidarietà con gli altri compagni, dalla speranza ad una maggiore giustizia sociale. Del tutto al di fuori delle previsioni dei governi e dei diplomatici dell’anteguerra, queste grandi masse di cittadini irruppero sulla scena politica. Dopo essere stati inquadrati per tre, quattro anni nei reparti e nelle trincee, essi erano ora ben decisi a far sentire la loro voce nelle scelte politiche fondamentali.

     

     

    CLASSE SOCIALE

    TENDENZA POLITICA

    Operai dell’industria, braccianti agricoli e salariati.

    Partiti socialisti e formazioni anarchiche.

    Ceti intermedi: piccoli proprietari o piccoli borghesi.

    Associazioni che rivendicavano il superamento dei tradizionali ordinamenti istituzionali.

    Grandi proprietari industriali e agrari, antica aristocrazia, gerarchie militari, quadri superiori delle burocrazie statali.

    Area della conservazione.

    CONSEGUENZE CULTURALI

    Lo stile di vita americano si impose come un modello trionfante di benessere e di progresso e influenzò notevolmente anche la società europea, che ne adottò molte mode ed abitudini: il ballo del charleston, la musica jazz, il whisky diventarono per la gioventù europea i simboli della modernità.

     

     

    Il Post-Impressionismo e Van Gogh

     

    A partire dal 1880 ci si pone il problema di come dare consistenza alla fugacità dell’impressione: Renoir la ricerca nel disegno raffaellesco, Degas nella sintesi della memoria, Cézanne nella forza strutturale. E’ nell’ambito di questa crisi dell’impressionismo che si colloca la nascita del cosiddetto “puntillismo”, o “neoimpressionismo”, i cui maggiori esponenti sono Seurat, Gaugin, Signac e Van Gogh.

    Ognuno propone un suo metodo per la rappresentazione dell’impressione: Seurat ad esempio usa il punto per rappresentarla. Seurat infatti crede, come gli impressionisti, che i colori non esistano da soli, ma solo se accostati ad altri: egli accosta quindi dei colori, facendo in modo che la fusione tra essi sia fatta nella retina. Alle linee, ai tratti egli sostituisce il puntino, da cui il termine “pointillisme”.Caratteristica importante è quindi l’accostamento dei colori, e gli artisti che meglio rappresentarono questa esigenza furono Gaugin (con il suo “Cristo Giallo”), ma soprattutto Van Gogh.

     

    Vincent Van Gogh apre un capitolo nuovo nell’arte europea dopo la crisi dell’impressionismo.

    Figlio di un pastore protestante, diventa anche luiun predicatore e fino all’età di 27 anni condivide con i minatori del Borinage le loro sofferenze e le loro fatiche. Accusato dalle autorità religiose di “follia mistica”, egli abbandona tutto per dedicarsi, grazie anche alla spinta del fratello Theo che lavorava in una galleria d’arte di Parigi, alla pittura.

    Da questo momento (1880) alla sua morte passeranno solo 10 anni, ma in questo tempo Van Gogh dipinse un numero enorme di quadri, ben oltre 850: questa è una delle sue principali caratteristiche. Anche gli impressionisti dipingevano velocemente per evitare che si perdessero i giochi di colore che li avevano colpiti; in Van Gogh invece questa è l’urgenza interiore di esprimersi, in assoluta libertà, obbedendo più al sentimento che alla ragione.

    Van Gogh rispetto agli impressionisti, tende a proiettare nella realtà se stesso, e quindi tende a trasformarla, a trasfigurarla secondo i suoi sentimenti.

    Anche Van Gogh, come Gaugin, usa la linea non come mezzo descrittivo, ma con funzione espressiva, trasformando il colore reale per renderlo suggestivo: il colore non è dunque quello reale, ma un colore che suggerisce l’emozione, un colore attraverso cui Van Gogh si esprime con più forza.

    L’importante quindi non è descrivere dei fatti narrati in modo oggettivo, ma il significato umano di ciò che si rappresenta, così come lo si sente.

    Nel 1886, (anno in cui si trasferisce a Parigi), vi è una svolta nella pittura di Van Gogh: egli infatti capisce appieno l’Impressionismo, schiarendo la sua tavolozza (fino ad allora scura e monotona), e viene a contatto con le teorie di Seurat, adottandole con grande entusiasmo. Qui però non si può parlare di puntillismo, ma di divisionismo, in quanto i puntini si trasformano in linguette di colore accostate, disposte coerentemente alla forma del soggetto (come si nota nel suo Autoritratto).

    Nel 1888 si trasferisce ad Arles, nel sud della Provenza, regione ricca di colori e luminosità. Egli ha il progetto di aprire un “Atelier del Sud”, un luogo in cui tutti gli artisti che avrebbero voluto cercare pace e tranquillità avrebbero potuto rifugiarsi: invece qui la sua situazione mentale peggiora, ed è costretto a ricoverarsi diverse volte in case di cura. Nonostante tutto in questo periodo dipinge circa 200 opere di altissimo livello.

    Nella “Camera da Letto” egli vuole rappresentare il senso di riposo assoluto, ma invece rende l’angoscia della camera, rappresentando tutto in modo traballante. Ilquadro esprime tensione angoscia soprattutto per mezzo delle linee prospettiche del pavimento spezzate da oggetti disposti trasversalmente e in modo deciso come il letto, le sedie, il tavolino, dai quadri sopra il letto messi obliquamente, e dai colori, senza ombre e accostati l’uno all’altro.

    Tornato a Parigi, dopo 3 giorni si trasferisce nel paese di Auvers-sur-Oise, dove il 27 Luglio 1890 si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. In questi due ultimi mesi di Auvres nascono capolavori che rappresentanto la carica interiore con il quale il pittore trasfigura la realtà.

    Nella Chiesa di Auvres ad esempio, la chiesa si flette, la linea non è retta (tranne quella verticale). L’artista vuole esprimere nel quadro la propria ansia, il proprio stato d’animo, facendo vivere drammaticamente alla chiesetta la sua stessa vita. La costruzione barcolla angosciosamente, mentre il movimento è accentuato dalla divergenza delle due stradine e dalle molteplici pennellate che le striano continuamente. Il colore ha un ruolo primario denso di significato.

    L’angoscia, la tristezza e la solitudine estrema sono ancora più evidenti nel “Campo di grano con volo di corvi”.

    Questa tela è composta con autentico furore creativo, a colpi di pennello, le cui direzioni seguono i piani prospettici, o si scontrano e si accavallano come ondate in tempesta. I colori sono senza mezze tinte, essenziali (3 primari e uno secondario). Qua e là svolazzano i corvi, linee nere zigzaganti, come presenze minacciose. Il movimento anche qui è espresso dal divergere dalle stradine, dalle pennellate intense che formano il campo di grano e il cielo vorticoso, creando quasi uno stato di angoscia. La natura si deforma secondo lo stato d’animo dell’artista, quell’angoscia e quella tristezza che 20 giorni dopo lo porteranno al suicidio.

    Per molto tempo Van Gogh è stato studiato in chiave psicanalitica, cercando di capire quanto le sue turbe psichiche abbiano potuto influire sul suo modo di esprimersi. Quello che è importante non è questo, ma che le opere di Van Gogh appaiono come l’espressione dell’angoscia esistenziale dell’uomo moderno in un momento di crisi dei grandi valori tradizionali che lo avevano rassicurato nel corso dell’ottocento.

     

    I  Terremoti 

     

     

    Possiamo distinguere due tipi di terremoti: i terremoti vulcanici e quelli tettonici. I primi sono vibrazioni del suolo provocate dal magma in risalita e vengono generalmente indicati col termine di “tremori”. Sono superficiali e riguardano aree di modesta superficie. I secondi, veri e propri terremoti, sono quelli determinati dai movimenti delle placche crostali.

    Ecco perché le zone dove si hanno più di frequente terremoti sono quelle dove ci sono fratture della crosta terrestre, le stesse che consentono alla materia del mantello di risalire in superficie e di originare i fenomeni vulcanici.

    Il primo ad associare i terremoti allo scorrimento di strati di roccia fu Harry Red.

    Studiando il terremoto che nel 1906 distrusse la città di San Francisco lo scienziato collegò il sisma allo scorrimento di due lembi della faglia di Sant’Andrea, la lunga frattura che segna il confine fra la penisola californiana e il continente americano.

    In corrispondenza della frattura erano evidenti le prove che i due blocchi scorrevano l’uno contro l’altro in versi opposti.

    Bastava osservare l’allineamento di elementi del paesaggio collocati da parti opposte della faglia per rendersi conto che il territorio si era modificato nel tempo e continuava a farlo.

     

     

    L’origine dei terremoti

     

    Se afferriamo le due estremità di un bastone flessibile e proviamo a piegarlo usando una certa forza, esso si deforma e accumula una certa quantità di energia (chiamata energia elastica).

    Il lento movimento delle placche genera, lungo i loro margini, delle forze tali da comprimere o tendere le rocce. Queste si deformano accumulando un’enorme quantità di energia elastica, finché, superato un certo limite, si spezzano. A questo punto i bordi della frattura entrano in oscillazione liberando energia sotto forma di onde sismiche, vibrazioni che si propagano nel terreno provocando un improvviso e rapido scuotimento del suolo: il terremoto. Il punto o la zona interna della Terra in cui si ha la rottura si chiama ipocentro, mentre il punto della superficie posto sulla sua verticale si chiama epicentro.

     

     

    Le onde sismiche

     

    Non hanno sempre le stesse caratteristiche e da ciò dipende il differenziarsi delle scosse che possiamo avvertire durante un terremoto.

    Le onde sismiche possono essere registrate attraverso particolari strumenti chiamati sismografi e sono di tre tipi fondamentali: onde primarie, onde secondarie e onde lunghe.

    Le onde primarie (le prime a essere registrate durante un terremoto) danno origine alle scosse sussultorie. Si tratta di onde longitudinali che investono le particelle dei vari strati di roccia e le fanno oscillare avanti e indietro. Le onde secondarie (registrate dopo le primarie) danno origine a scosse ondulatorie e sono più lente. Sono onde trasversali simili a quelle che si ottengono facendo oscillare una corda fissata a un estremo. Le particelle in questo caso oscillano in su e in giù.

    Infine le onde lunghe o di superficie, che sono di ampiezza maggiore: più lente, durano più a lungo e causano i danni peggiori.

    Il sovrapporsi di questi tre tipi di onde durante un terremoto può causare danni più o meno gravi a seconda dell’intensità di propagazione.

     

     

    La valutazione di un terremoto

     

    La zona dove gli effetti del terremoto sono maggiori è quella che si trova in prossimità dell’epicentro.

    Intensità e magnitudo sono le due grandezze che descrivono i terremoti. La prima li valuta in base ai danni che essi provocano. Il grado di intensità aumenta con l’aumentare dei danni causati. Naturalmente più si è vicini all’epicentro, maggiore è l’intensità di un terremoto.

    La magnitudo indica invece la quantità totale di energia che si libera durante il sisma.

    I valori delle due grandezze sono detti gradi e vengono definiti rispettivamente dalla scala Mercalli e dalla scala Richter. La prima è divisa in 12 gradi, la seconda in 10.

     

    Propagazione delle onde sismiche

     

     

    Come distinguerle

     

    Una parte dell’energia che si libera all’ipocentro si propaga come onde sismiche attraverso le rocce circostanti, che si comportano come corpi elastici.

    I movimenti all’ipocentro provocano però diversi tipi di onde ; inoltre la composizione eterogenea della terra fa sì che le onde si propaghino attraverso materiale diversi, e vadano quindi incontro a fenomeni di riflessione o rifrazione. Onde che si dirigono inizialmente in profondità possono essere rimbalzate verso la superficie, interferire con altre onde a seconda delle loro caratteristiche e del loro periodo. Nell’epicentro, il punto sulla superficie terrestre posto sulla verticale all’ipocentro, giungono una tale quantità di onde sismiche confuse e sovrapposte che le strumentazioni vicine vanno fuori scala o forniscono dati inutilizzabili.

    Molto più significativi sono i dati rilevati dagli strumenti posti a una certa distanza dall’epicentro, perché le onde sismiche si propagano a velocità differenti e quindi possono venir registrate in sequenza d’arrivo.

     

    Caratteristiche dei vari tipi di onde

     

    Si distinguono così :

    • onde di compressione, anche dette onde primarie o onde P ;
    • Al loro passaggio la roccia subisce variazioni di volume nella direzione di propagazione dell’onda stessa.
    • Queste hanno velocità compresa tra i 4 e gli 8 km/s e possono propagarsi in qualsiasi mezzo materiale (aria, acqua, magma, rocce solide) e quelle che arrivano in superficie provocano spostamenti d’aria a frequenze in parte udibili dall’orecchio umano (il rombo sordo che accompagna l’inizio di un terremoto).
    •  
    • onde di taglio, dette anche onde secondarie o onde S.

    Al loro passaggio le particelle compiono delle oscillazioni perpendicolari alla direzione di propagazione. Hanno velocità più bassa rispetto alle onde P, compresa tra i 2,3 e i 4,6 km/s. Hanno l’importante caratteristica di non potersi propagare attraverso i fluidi. Infatti nei fluidi le particelle che si muovono non trascinano con sé le altre particelle, perché le forze d’attrazione tra di esse sono più deboli che nei solidi. Quindi le onde S si smorzano rapidamente nel magma. Al loro passaggio le rocce cambiano di forma, ma non di volume.

     

    E queste fanno parte delle onde di volume o onde interne che si generano all’ipocentro ma non raggiungono la superficie.

    Quando le onde interne raggiungono la superficie danno origine alle onde di superficie che si propagano dall’epicentro lungo il suolo e sono di due tipi :

    • onde di Rayleigh o onde R ;
    • Prendono il loro nome dal matematico John W. Strutt, meglio noto come Lord Rayleigh, dal quale furono previste nel corso dei suoi studi sulla propagazione di onde nei mezzi elastici. Al loro passaggio le particelle compiono un’orbita ellittica su di un piano perpendicolare alla direzione di propagazione, come avviene su uno specchio d’acqua increspato.
    •  
    • onde di Love o onde L.

    Furono previste e descritte teoricamente dal matematico A. Love. Al loro passaggio le particelle oscillano trasversalmente alla direzione di propagazione, ma solo sul piano orizzontale. Sono più lente delle onde S da cui derivano, hanno velocità tra 2,7 e 3 km/s. Compiono tragitti lunghissimi, fino a compiere più volte il giro della Terra e poi tornare indietro.

     

    Oscillazioni Libere

     

    Si producono quando si perturba un oggetto in stato di equilibrio e poi lo si lascia libero di muoversi (è il caso di una campana, o della corda di un violino). Un forte terremoto fa vibrare l’intero globo terrestre, producendo movimenti impercettibili che solo in anni recenti è stato possibile individuare. Le vibrazioni di un corpo dipendono solo dalla natura del corpo stesso. Ecco perché le oscillazioni provocate dai sismi sono per noi una preziosa fonte di informazioni nello studio della struttura interna del pianeta.

    Fine articolo sul dolore

 

DISCORSO SUUL’INDOLE DEL PIACERE E DEL DOLORE

 

di Pietro Verri

 

I. - Introduzione

La sensibilità dell'uomo, il grande arcano, al quale è stata ridotta come a generale principio ogni azione della fisica sopra di noi, si divide e scompone in due elementi, e sono amor del piacere e fuga del dolore: tale almeno è la comune opinione degli uomini pensatori e maestri. Ognuno conosce e sente quanta influenza abbiano il piacere e il dolore nel determinare le azioni umane; la speranza, il desiderio, il bisogno del primo; il timore, lo spavento, l'orrore del secondo, dànno il moto a tutte le nostre passioni. Tutti gli amatori delle belle arti sanno che il loro scopo parimente è il piacere col quale allettano altrui a ben accogliere e l'utile e il vero. I tentativi adunque destinati a conoscerne l'indole, a illuminare questi primordiali oggetti, sono meritevoli di qualche attenzione. Se fra le tenebre, ove sta riposta la parte preziosa dell'uomo, che si cela all'uomo medesimo, ci fosse possibile carpire una nozione esatta del piacere e del dolore, una precisa definizione che ce ne palesasse la vera essenza, si sarebbe fatto un passo importantissimo, e sarebbesi acquistata una generalissima e utilissima teoria applicabile alla liberale eloquenza, alla seduttrice poesia, alle bell'arti tutte e all'uso comune della vita medesima, perché ci darebbe la norma e ci additerebbe i mezzi onde potere colle attrattive di lui rendere le azioni degli uomini cospiranti alla nostra felicità.

Fra i molti filosofi, che della natura del piacere hanno scritto dopo l'epoca della ristorazione delle lettere, si distinguono singolarmente le opinioni di Descartes, del Wolf, e del signor Sulzer. Il primo fa consistere il piacere nella coscienza di qualche nostra perfezione: il secondo nel sentimento della perfezione: il terzo nell'avidità dell'anima per la produzione delle sue idee. Sia però detto con la venerazione dovuta al merito di questi autori, queste definizioni mancano e di chiarezza e di precisione. Il piacere di spegnere la sete, il piacere di riposarsi dopo la stanchezza e una infinita schiera di piaceri singolarmente fisici, né ci fanno sentire una perfezione qualunque, meno poi hanno relazione veruna coll'avidità dell'anima per produrre le sue idee. Da ciò chiaramente si vede non essersi in tal modo definito il piacere. Ma ne' tempi a noi piú vicini sopra di ogni altro ha acquistata fama il signor di Maupertuis. Ci propose egli una definizione del piacere. L'organizzazione geometrica ch'egli dié alla sua tesi, sommamente preparò gli animi alla persuasione; e sebbene alcuni gli abbiano fatto contrasto, nondimeno prevalse la fama di lui su quella degli oppositori. Egli cosí definí il piacere: Il piacere è una sensazione che l'uomo vuol piuttosto avere che non avere. Questa però non è altrimenti una definizione, se ben vi si rifletta; sarebbe la stessa cosa il dire che il piacere è quel che piace: asserzione egualmente evidente quanto superflua, essendo che da essa non ci viene veruna idea generale di proprietà stabilmente inerente a ogni sensazione di piacere. La simmetria artificiosa delle parole ha sedotti molti lettori, che di essa contenti accettarono una parafrasi per una definizione.

Ogni uomo ha un'idea esatta del dolore e del piacere, ed ogni uomo è giudice competente di quelo che eccita in lui la sensazione che gli è aggradevole o disgustosa; ma non cosí ogni uomo ha la ostinata curiosità di scomporre gli elementi che formano le proprie sensazioni e rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sí variate sensazioni che sono piacevoli, e a tante e sí variate che sono dolorose. Questo è quello che penso io di fare; e se per ventura potrò ritrovare questa proprietà, che sempre ha seco il piacere, e senza di cui non si può questo sentire, dirò d'aver mostrata la definizione di esso, e di averne spolpata l'idea, e ridotta alla nuda precisione.

Questa ricerca per sé medesima spinosa forse mi può condurre all'errore. Forse la immaginazione mi farà traviare, lo temo io stesso; pure tentiamo. I vari tasti, sui quali debbo porre le dita, forse desteranno qualche idea nuova ne' miei lettori; lampeggerà forse fra questo buio qualche utile vista, sebbene ancor io non riesca al mio fine. Sono ben augurati sempre gli scritti che fanno ripiegar l'uomo in sé medesimo, e l'obbligano a rendersi un esatto conto di ciò che sente. L'esame attento dei fenomeni interni è lo specchio della filosofia e della morale umana. Quanto piú l'uomo s'abitua a scorrere nei labirinti della propria sensibilità, quanto piú si rende amico di sé medesimo, tanto migliora, perché tanto piú teme le inconseguenze e i rimorsi. Quindi le ricerche che si fanno fra queste tenebre, quand'anche non giungano alla verità, possono paragonarsi ai lavori degli alchimisti, i quali traviando dallo scopo hanno però, strada facendo, ritrovati non solo gli utili rimedi, ma altresí le preparazioni chimiche piú fortunate.

II. - Dei piaceri e dei dolori fisici e morali

Tutte le nostre sensazioni si dividono i due classi, e le chiamerò sensazioni fisiche e sensazioni morali. Chiamo sensazione fisica quella, l'origine di cui si vede cagionata da una immediata azione sulla nostra macchina. Chiamo sensazione morale ogni altra, in cui questa immediata azione non si conosca.

Il dolore che nasce da una lacerazione o irritazione violenta del corpo nostro si chiama un dolor fisico; una forte percossa, un taglio, un abbruciamento cagionano un dolore fisico. Quando per lo contrario si calma la irritazione, nascono i piaceri fisici; cosí, dopo un disastroso viaggio d'inverno un letto tepido e molle, dopo una sobria ed affannosa caccia una mensa delicata, sono piaceri fisici: dolori e piaceri cagionati da un'immediata azione sulla nostra macchina.

L'annunzio della morte d'una persona che ci è cara, l'annunzio della rovina della fortuna nostra e de' beni nostri ci tormentano dolorissimamente. Qual è la cagione di questo dolore? Noi non ne vediamo l'azione immediata sugli organi nostri, perciò si ripongono nella classe de' dolori morali. Medesimamente la notizia d'una inaspettata eredità, d'una carica luminosa, d'una amicizia acquistata e desiderata da noi, ci risveglia un piacere vivissimo, senza che compaia alcun oggetto applicato agli organi della nostra sensibilità; quindi vengono chiamati piaceri morali.

Ai piaceri e dolori fisici ogni uomo anche rozzo e selvaggio è sensibile; ai piaceri e dolori morali tanto piú l'uomo è sensibile, quanto è piú dirozzato dall'educazione, cioé quanto è maggiore la folla delle idee che ha aggiunte alla propria esistenza. Noi osserviamo anche nelle intere nazioni della diversità su tal proposito; i popoli piú inciviliti sono piú sensibili alla gloria e al disprezzo; i popoli ancora piú rozzi lo sono alle percosse e alla mercede. I piaceri e i dolori morali sono tanto maggiori, quanto maggiore è il numero dei bisogni e delle relazioni che un uomo sente d'avere cogli altri.

Per conoscere questa verità esamino attentamente me stesso. Se nel momento in cui mi si annunzia la morte di un mio dolcissimo amico, io potessi essere certo che dopo brevi istanti la di lui memoria non esisterà piú nel mio animo, né piú mi risovverrò di averlo conosciuto; se avessi, dico, questa certezza, il mio dolore sarebbe semplicemente la compassione del male altrui; sentimento il quale preso isolato fors'anco non consiste che nel fremito di alcune parti unisone della nostra sensibilità. Quel che cagiona la desolazione e lo squallore ov'io piombo, si è che in quel momento prevedo quante volte avrò davanti agli occhi l'immagine della perdita fatta; sento in quel momento la trista solitudine che mi si apre davanti, e il paragone che ne farò col bene avuto: nelle mie afflizioni non avrò piú un fedele compagno, a cui senza timore manifestarmi, e riceverne consiglio e assistenza; negli avvenimenti felici non vedrò piú quella gioia dell'amicizia che moltiplica la felicità, comunicandola. Dove trovare chi s'interessi meco ne' deliri della mia immaginazione, e che per uniformità di genio avendo meco comune la curiosità di scoprire il vero mi accompagni? Dove troverò piú un essere tanto grato, tanto sensibile, che mi consolava ad ogni atto di amicizia che io usassi seco, dolce di carattere, robustissimo nella onestà, attivo, discreto, nobile? Cosí mi vado col pensiero spignendo sulla serie delle dolorose sensazioni che mi aspettano, e su quel primo momento contemporaneamente pesando tutti i momenti del dolor preveduto, resto immerso nella piú crudele amarezza. Questo dolor morale nasce dalla riunione de' fantasmi che occupano la mia mente, onde la parte piú nobile di me stesso appoggiando sul passato, e sull'avvenire piú che sul momento attuale, e paragonando i due modi di esistere, tutta inviluppata nel timore dei mali preveduti s'immerge in un dolore morale.

Mi ripongo in una opposta situazione. Mi figuro che mi venga l'annunzio d'una luminosa carica ottenuta. Se io potessi dimenticarmi del passato, se io non mi slanciassi nell'avvenire, la novella recatami riuscirebbe insipida, e il mio animo non sentirebbe niuna sensazione piacevole. Ma si affacciano alla mia mente le ingiustizie, l'orgoglio, la fredda indifferenza, che hanno mostrato per me alcuni uomini insolenti per la loro carica sin tanto che restai disarmato e senza potere, mi spingo nell'avvenire, e li prevedo cambiati; mi trovava nell'impossibilità di acquistarmi l'opinione pubblica, eccomi il campo aperto per guadagnarmela; ho in faccia degli amici che potrò coi benefici rendere agiati, e sempre piú ben affetti; gli emuli, o riconciliati o ridotti all'impotenza di nuocere; tutto questo ridente spettacolo mi si spalanca allo sguardo; tutte le sensazioni, alle quali vado incontro, già in parte mormorano nel mio interno; il giubilo, la consolazione invadono tutta la mia sensibilità; sono immerso in un voluttuosissimo piacer morale, perché, poco o nulla pesando sul momento presente, tutto mi appoggio sul passato e sull'avvenire.

Questi due esempi generalmente convengono a tutti i dolori morali, a tutti i piaceri morali. Essi non si risentono se non inquel momento, in cui l'animo dimentico quasi del presente si risovviene e prevede; e a misura che o teme, o spera, sente o dolore, o piacere. Se questo è vero, ne scaturisce un teorema generalissimo. Tutte le sensazioni nostre piacevoli o dolorose, dipendono da tre soli principî azione immediata sugli organi, speranza e timore. Il primo principio cagiona tutte le sensazioni fisiche; gli altri due le sensazioni morali.

Scelgasi un piacere morale ancora piú nobile e puro; figuriamoci un geometra nel momento in cui per un fortunato accozzamento di idee ha carpito lo scioglimento d'un problema arduissimo e importantissimo. Qual sarebbe la gioia di quel geometra, se egli vivesse in un'isola disabitata, icuro che nessun uomo potrà mai sapere la scoperta da lui fatta? A me pare che poca, o nessuna consolazione ne proverebbe; o se qualche ombra ne risentisse, ciò verrebbe perché da quella verità ne sperasse di cavarne o un uso pratico per viverne piú agiatamente, ovvero maggiore attuazione a svilupparne in seguito una catena di altre curiose verità, e guadagnare cosí una occupazione che lo sottragga alla inazione insipida della sua vita solitaria. Il piacere adunque del matematico, quello che lo fa nudo balzare dal bagno, e scorrere pieno di entusiasmo per la città, si è la speranza de' piaceri che in avvenire aspetta e dalla stima degli uomini, e dai benefici che dovrà riceverne. Perciò dico che tutti i piaceri morali, come tutti i dolori morali, altro non sono che un impulso del nostro animo nell'avvenire: cioé timore e speranza.

Un dolore morale dei piú sublimi nella sfera degli umani, sarà quello che sente un cuor nobile e generoso, qualora per disgrazia o acciecato da una violenta passione, ovvero per inavvertenza abbia mancato di gratitudine a un virtuoso suo benefattore. Analizziamo i sentimenti dolorosi che lo affliggono. Egli teme il disprezzo, o almeno la diminuzione di stima degli uomini, e confusamente nell'avvenire scorrendo, se ne anticipa i mali; egli diffida di sé medesimo, e sente la probabilità accresciuta di poter di nuovo in avvenire coprirsi di simili macchie, e sempre piú veder diminuita l'opinione dei buoni; ei prevede che per quanto sia generoso il suo benefattore, non potrà in avvenire stare in sua presenza cosí tranquillo e sereno come vi stava in prima. Tutta questa nebbia gli offusca la serie delle sensazioni che si vede avanti, e quand'anche sul momento non le analizzi a sé medesimo, ma confusamente col solo vocabolo di rimorso annunzi il dolor che soffre, quest'è pure un semplice timore delle sensazioni avvenire.

Tutte le applicazioni che ho fatte di questo principio, le quali se avessi a riferirle darebbero troppa uniformità e tedio, ricadono costantemente al medesimo risultato, che tutti i piaceri e dolori morali nascono dalla speranza e dal timore.

Tutti i piaceri morali che nascono dalla stessa umana virtú, altro non sono che uno spignimento dell'animo nostro nell'avvenire, antivedendo le sensazioni piacevoli che aspettiamo. Abbiamo un illustre cittadino in Italia, il quale essendo sovrano tranquillo della sua patria, preferí la raffinata ambizione di vivere immortale nella gratitudine e memoria de' suoi, alla volgare di comandare agli uomini nel corso della sua vita; rinunziò alla sovranità, ristabilí la repubblica, si fece suddito delle leggi, subordinato ai giudici. Quale azione piú grande, piú virtuosa, piú disinteressata! Silla l'aveva già fatta in prima, ma Silla grondante di sangue romano, usurpatore violento d'un potere arbitrario, Silla, di cui la tirannia fra gli sgherri e le stragi aveva immolate tante vittime, non poteva sperare che venisse mai guardato come un atto di virtú il momento, in cui per lassitudine terminava la orribile serie de' suoi delitti. L'immortale autore che lo fa parlare con Eucrate, innalza quel feroce al livello della sua grand'anima; ma la storia di quegli orrori non lascia luogo a immaginarselo somigliante al ritratto. Andrea Doria per grandezza d'animo, per vera elevazione di genio, virtuoso, pieno di gloria, nel punto in cui abdicando la sovranità diventò cittadino, e molto piú ne' momenti in cui prevedendo quest'atto vi si andava disponendo, ha provato certamente i piaceri morali piú sereni ed energici. Si slanciava egli nell'avvenire, e diceva a sé stesso: sulla faccia de' miei concittadini leggerò scritta la riverenza e la gratitudine unita alla meraviglia; attraverso del timido rispetto, che i sudditi presentano al sovrano, rare volte traspirano i veri sentimenti del cuore; toglierò quest'ostacolo, e goderò dei sentimenti spontanei. Non sarà certamente minore la mia influenza negli affari pubblici dopo una sí generosa abdicazione, ed ogni adesione sarà per me cosí dolce, come se ogni volta mi proclamassero sovrano. Regnando anche felicemente, potrebbe essere eclissata la mia gloria da altri piú felici successori; ma osando render forti al par di me i cittadini, e stabilendo una repubblica, rimarrà isolata la mia gloria, e s'innalzerà alla veduta ne' secoli piú remoti. L'affetto, la spontanea sommessione, l'ammirazione, la fama, tutti i beni che queste seco portano li sperava, e li vedeva di fronte quando si apparecchiava all'atto generoso, e cosí la speranza era la sorgente di tutti quei piaceri morali.

L'uomo fedele alle sue promesse, grato ai benefici, attivo nel consolare e aiutare gli uomini, disinteressato, nobile, guardingo a non nuocere sia coi fatti sia colle parole piú trascorrevoli, e talvolta piú fatali, ogni volta che un nuovo atto rinfianca i suoi principî, prevede di rendere sé stesso sempre piú forte coll'abitudine al bene, e di confermare e cementare sempre piú la opinione pubblica, e singolarmente la stima degli uomini buoni. Quindi in ogni atto virtuoso che fa, sente diminuito un grado alla possibilità di perdere questi beni, e accresciuto un grado alla speranza delle sensazioni piacevoli che se gli affacciano. Il piacere morale di lui sarà sempre piú forte, quanto piú diffiderà della perseveranza, e quanto sarà piú incerto e timoroso sulla opinione altrui.

O io m'inganno, oppure questa teoria è costante, siccome ho detto, che tutti i piaceri egualmente come tutti i dolori morali nascono dal timore e dalla speranza, in guisa tale che, se potesse darsi un uomo incapace di temere o di sperare, questi non potrebbe avere che soli piaceri e dolori fisici; come vediamo appunto accader ne' bambini, i quali sprovveduti d'idee, e altro non avendo che gli organi disposti a ricevere le impressioni, tanto meno corredati di memoria, quanto piú è vicino il momento in cui cominciarono ad essere, incapaci di grandi paragoni o numerose combinazioni, non sentendo né speranza né timore, unicamente in preda ai dolori e ai piaceri fisici, non cominciano a gustare i morali se non a misura che gli anni e l'esperienza insegnano loro l'arte di sentire per antivedenza. Il senso morale che si acquista se non allorquando, col séguito d'una lunga serie di sensazioni, accumulatasi una folla di idee, giugne l'uomo a conoscere la successione di diversi modi di esistere, onde si sviluppano nell'animo i due risultati speranza e timore. Sinché ciò non si è fatto coll'opera del tempo, l'uomo altre sensazioni non potrà avere, come dissi, se non le fisiche, le quali sono modi di esistere isolati, prodotti dalla momentanea passività degli organi, bastante ad eccitare il movimento dell'animo.

Infatti, se attentamente esamineremo lo sviluppamento che per gradi fa l'animo di un fanciullo, vedremo che la vergogna, la compassione, il pentimento, come l'ambizione, l'invidia, l'avidità, l'entusiasmo, i germi insomma delle virtú e dei vizi, col lungo tratto di tempo soltanto, e dopo aver fatto un grande ammasso d'idee, si vedono schiudere e sviluppare. Di che il profondo Giovanni Locke trovò già una felice dimostrazione.

III - Il piacere morale è sempre preceduto da un dolore

Dunque il piacer morale nasce dalla speranza. Cos'è speranza? Ella è la probabilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita d'un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto alla nostra felicità. Dunque non posso avere un piacere morale se non supponendomi previamente un male; ché tale debb'essere un difetto, una mancanza sentita alla mia felicità.

Analizziamo tranquillamente le sensazioni d'un sovrano. Esso pare agli occhi d'ognuno il centro de' piaceri, e conseguentemente a chi ricerca di scoprir l'indole de' piaceri è un oggetto particolarmente degno d'osservazione. Figuriamoci un monarca assoluto padrone d'un vastissimo regno, temuto e rispettato dai vicini, glorioso presso le nazioni, amato, venerato da' suoi sudditi. Sarebbe nella infelicità tristissima di non poter gustare verun piacere morale, se potesse essere persuaso che l'amore, il rispetto, l'entusiasmo del suo popolo non sono suscettibili d'un grado di piú, e se non temesse di perdere il godimento di questi beni. Un monarca che fosse immortale, impassibile e sicuro possessore di questi beni sarebbe il solo uomo sulla terra al quale nessun altro uomo potrebbe mai portare verun fausto annunzio. La sola sorgente per lui dei piaceri morali, benché languidi e scoloriti, sarebbe la sua noia medesima. Gli oggetti che gli facessero sperare di sottrarsi da quella letargica uniformità, gli darebbero un momento di languidissimo piacere. Cosí il romore d'una caccia, l'armonia, la pompa, le passioni, il ridicolo d'un teatro, facendogli sperare una preda, e interessandolo nei sentimenti degli attori, e appropriandosi le loro speranze, possono trarlo ad una esistenza meno noiosa. Egli otterrà che per qualche ora in séguito la sua mente sia occupata d'idee meno uniformi; quindi ne nascerà un qualche piacer morale. Ma a questo stato non può giunger mai un monarca. Egli non può mai esser sicuro dei mali fisici, dolori, malattie, morte; nemmeno può aver egli l'evidenza degl'intimi sentimenti di ciascun del suo popolo; quindi ha sempre nel suo animo de' principi dolorosi di timore, i quali possono dar luogo al nascimento della consolatrice speranza. Altra sorgente di piacere ha un buon monarca, ed è quel ben augurato principio di umana benevolenza, deliziosa occupazione d'un ottimo principe, che esercitando la piú invidiabile parte del suo potere, cioé adoperando i mezzi onde si diminuisce la miseria di un gran numero d'uomini, con questa sublime facoltà moltiplica le benedizioni e i voti del suo popolo, dilatando la pubblica felicità, facendo regnare la giustizia, la fede, la virtú, l'abbondanza nel suo popolo. Il bisogno che sente d'avere dei voti pubblici, bisogno inquieto e doloroso per sé stesso, ma sorgente delle piú nobili azioni sconosciuta ai tiranni, il bisogno, dico, di questi voti gli rende deliziose tutte le prove di fiducia, di benevolenza, di entusiasmo che va ricevendo dai pubblici applausi. Ogni giorno piú vede egli assicurarsi in favor suo quella pubblica opinione che dirige la forza. Ei vede gradatamente rendersi sempre piú cospiranti a lui le azioni di ciascun cittadino; vede che s'ei dovrà adoperar l'impeto di fuori, concorreranno a gara i suoi popoli a rinforzarne gli eserciti; si mira già alla testa di una armata invincibile di entusiasti. Pensa egli a un grandioso monumento, a un'opera di pubblica utilità? Quanto egli è piú amato, e piú possiede l'opinione, tanto si spianano davanti a lui le difficoltà tutte. Egli sicuro passeggerà in mezzo al suo popolo, qualora voglia spogliarsi della importuna, ma forse a tempo necessaria pomposa maestà. Tutti questi sublimi e consolanti oggetti scuotono la fantasia d'un saggio monarca a misura che egli vi si occupa nel procurare la felicità pubblica; e la speranza di conseguire e di rassodare il possesso di questi beni è un vivissimo piacere che lo rende beato; piacere non invidiato, perché poco conosciuto, mentre la turba, paga della corteccia degli oggetti, incautamente invidia quel pesantissimo corredo della maestà, e quelle insipide prosternazioni, e quei titoli, ai quali per lunga età avvezzo un sovrano non può essere sensibile; e quand'anche talvolta se ne avveda, non sarà per ciò che ne ritragga verun piacere morale, perché ciò non gli fa cessare alcun dolore, né gli seda un timore o gli desta alcuna speranza.

Un sovrano al primo ascendere che fa sul trono, e singolarmente un elettivo, il quale colla sua educazione non si poteva aspettare il regno, può essere lusingato dagli atti esterni di omaggio, perché ciascuno di essi gli annunzia e gli ricorda ch'egli è veramente sovrano, nel tempo in cui non ancora abituato per una lunga serie di sensazioni a persuadersi pienamente d'esser tale, ha sempre nei ripostigli del cuore un resto di dubbio sulla sua nuova condizione, ed ogni atto che annienti questo dubbio è sempre un grado che si aggiunge alla speranza dei beni ch'ei vede uniti alla sovranità. Ma tanto è lontano che questi invidiati omaggi possano piacere, acquistata che ne sia l'abitudine, che anzi io credo che ogni sovrano, quando potesse essere certo che il popolo fosse per venerarlo e ubbidirlo senza l'esterno apparato che percuota i sensi, volentieri se ne spoglierebbe. Ogni illuminato sovrano, quando conosca che l'uomo al quale parla veramente lo onora e rispetta, ed è pronto a ubbidire, sommamente si compiace, se altronde lo vede libero e ingenuo manifestargli i suoi sentimenti; e talora si rallegra e gode, se essendo egli mal conosciuto, taluno lo tratti con popolare dimestichezza e con eguaglianza da uomo a uomo.

Per lo contrario gli uomini ambiziosi posti in dignità meno sicure, e delle quali il potere sia piú soggetto alle instabili vicende di fortuna, sono assai piú animati nel difendere i contrassegni esterni di onore convenienti alla lor carica, perché la lor condizione è precaria e dipendente dal beneplacito sovrano. Le cariche piú luminose hanno sempre degli emuli, e ben di rado si può tranquillamente riposare sulla costanza di tal destino. Questa inquietudine che sta piú o meno sempre riposta nel loro cuore, si diminuisce ogni volta che scorgono atti di stima, di subordinazione e di attaccamento; poiché o sono esseri sinceri e provano il voto pubblico in favore, o sono esterne apparenze soltanto, e queste almeno provano che siam temuti; conseguentemente che è forte il nostro partito. Questi atti aggiungono un momento di speranza sulla durata del potere, anzi sull'accrescimento. Per lo contrario quegli atti di famigliarità e di cittadinesca ingenuità che rallegrano un monarca, con maggior difficoltà rallegreranno un ministro, perché il primo non teme di perdere la dignità, né di diventare uomo comune; l'altro lo teme, né può trovarsi bene in un dialogo che anche per breve spazio lo trasporta in uno stato temuto.

Questi pensieri in generale si verificano; nel fatto però vi sono delle eccezioni. Se un sovrano temerà di perdere il trono, non sarà piú in questo caso. Se un ministro bastantemente filosofo per saper viver bene anche senza impieghi pubblici si presta per principio di virtú al bene del sovrano e dello Stato; se egli consapevole de' propri servigi e della illuminata rettitudine del sovrano placidamente eseguirà gli uffici del suo ministero, potrà diventare insensibile ai fasci e ai littori che lo precedono, e conservando quell'esterior decoro che esige la scena ch'ei rappresenta su questo teatro, essere esente nel fondo del cuore da quella inquietudine che comunemente ne risente l'umanità posta in simili circostanze.

O si esamini adunque l'uomo in privata condizione, ovvero si esamini ne' pubblici impieghi, sempre si verifica che il piacere morale non va mai disgiunto dalla cessazione d'un dolor morale; giacché; come si è detto, il piacer morale è sempre accompagnato dalla speranza di esistere meglio di quello che ora esistiamo. Dunque prima che nasca il piacere morale dobbiamo sentire un difetto; una cosa che manca al nostro benessere è sentire un difetto alla nostra felicità, è una sensazione spiacevole e dolorosa. Dunque il piacer morale è sempre accompagnato dalla cessazione di un male, giacché quand'anche sia tenue la speranza, ed ella non diminuisca se non di pochi gradi la sensazione disgustosa che portiam con noi, quella quantità diminuita è altrettanto male che cessa, alla quale quantità è paragonabile il piacer morale.

IV. – Il piacere morale non è altro che una rapida cessazione di dolore

Né perciò abbiamo ancora trovata la vera definizione del piacer morale; perché sebbene il piacer morale sia sempre accompagnato dalla cessazione del dolore che presuppone, non però ogni cessazion di dolore produce un piacer morale. Sia per esempio: un cuore sensibile ama teneramente la virtuosa sua sposa; la dolce abitudine di convivere, la uniformità di sentimenti, la bontà del suo carattere, tutto fa che in lei ritrovi la felicità de' suoi giorni: una feroce malattia sopravviene alla sposa e la precipita ai confini della morte. Facile è lo immaginarsi quale strazio crudelissimo soffre il cuore dello sposo; ognuno accorderà che questo sia uno de' piú violenti dolori morali. Giunto al colmo il malore con gradi tardi ed insensibili, passa dall'imminente pericolo ad acquistare alcuna speranza di ore, poi di giorni, poi non è affatto disperatissimo il caso; indi appare un piccol raggio di speranza che gradatamente e lentamente si va rinforzando sin tanto che si passa a una lunga convalescenza, indi alla sanità. Supponiamo che senza salto veruno, ma attraversando tutti gli stadi intermedi che non si possono esprimere gradatamente colle voci, le quali in ogni lingua caratterizzano unicamente i modi principali e decisi, il dolor morale dello sposo sia cessato. In questo caso il sommo dolore s'andò insensibilmente mitigando, si rese poi sopportabile, indi leggiero, sin tanto che placidamente passò alla calma, senza che in un solo istante l'animo dello sposo abbia provato un piacer morale. Figuriamoci ora lo sposo medesimo nel punto in cui per una falsa voce piange la perduta sua sposa, e nel momento della sua maggior desolazione si spalancano le porte, entra la sposa inaspettatamente ilare e sana che si scaglia fra le sue braccia; forse non avrà robustezza bastante nella fibra per resistere alla violenza del piacere; pochi piaceri morali possono essere paragonabili alla delizia di questo. L'istesso uomo nelle due supposizioni passa dal sommo timore al non temere; l'istessa persona nei due casi da un dolore cocentissimo passa alla cessazion del dolore. Perché mai nel primo caso non provò egli nessun piacere, e vivissimo lo provò nel secondo? Ne' due casi dall'istesso dolore passò il di lui animo alla cessazione del dolore; come dunque nasce il piacere? Nel primo non ebbe piacere, perché la cessazione fu lenta; nel secondo caso ebbe un piacer sommo, perché la cessazione del dolore fu rapida. Se ciò è, abbiamo la definizione dei piaceri morali, e sono una rapida cessazione di dolore.

Dei dolori morali che insensibilmente si annientano senza sentimento di piacere, ne abbiamo una schiera assai grande, e sono tutti quelli che il tempo solo fa cessare. Lo stesso sposo detto poc'anzi rimane vedovo. Uno squallido universo gli si apre davanti, non ha pace, non la spera, non è piú sensibile che al dolore, e a quel dolore solo; non prevede piú alcun bene nella sua vita. Dopo alcuni anni il dolore è diventato una memoria tenera, ma non tormentosa. Si è annientato il tormento senza che nell'annientarsi sia nato verun piacere morale, perché appunto lentamente e per gradi si è estinto.

Il piacere nasce adunque dal dolore, e consiste nella rapida cessazione del dolore; ed è tanto maggiore quanto lo fu il dolore, e piú rapido l'annientamento di esso. Quanto piú si diminuisce la rapidità, di tanto viene a scemarsi la sensazione piacevole nella energia. Sin tanto che la cessazione si farà a salti sensibili, l'uomo proverà tanti piaceri quante sono esse cessazioni; e interamente sarà svanito ogni piacere, allorquando cesseranno i salti, e lentamente calmandosi il dolore, toccherà l'uomo tutti gli stadi intermedi con pausa di tempo.

Pare che tutta la serie delle sensazioni morali adunque corrisponda ai modi possibili di esistere concepiti da noi. Nella nostra fantasia, dopo che la sperienza ci ha ammaestrati dei modi diversi ne' quali possiamo esistere, e delle diverse affezioni delle quali possiamo essere occupati, si dipinge come una scala di questi diversi modi; e considerando sempre la nostra attual condizione sempre lontana dalle due estremità del sommo bene e del mal sommo, ci resta che temere e che sperare. Quindi prevedendo una prossima discesa a un genere peggiore di vita, ci addoloriamo e antivedendo la probabilità di ascendere a una vita migliore, speriamo, e ne abbiamo piacere. Che se la nostra attuale condizione potesse da noi considerarsi giunta o all'estremità del sommo bene ovvero a quella della somma miseria, allora non vi sarebbe alcuna sensazione morale possibile per noi, perché la somma infelicità esclude ogni speranza, il sommo bene esclude ogni timore, e cosí gli uomini sono appunto sensibili alle affezioni morali, perché si conoscono lontani dalle due estremità. Le sensazioni nostre morali sono adunque relative allo stato in cui ci troviamo, a quello a cui prevediamo di dover passare. Un determinato modo di esistere non è per se stesso né un bene né un male. Sarà un bene per chi da una vita peggiore vi ascenderà, e all'incontro sarà un male per chi vi decada da una vita migliore. Quanto maggiori sono i salti, e quanto piú sono rapidi, tanto è piú energica la sensazione. Il voluttuoso, il molle Orazio sarebbe stato consolatissimo, se avesse potuto diventar collega di Mecenate; ma l'ambizioso, l'accorto Orazio se avesse dovuto discendere al grado di Mecenate, avrebbe trovato quella situazione la piú tormentosa a soffrirsi.

Se i piaceri morali nascono da una rapida cessazione di dolore, ne viene in conseguenza che quanto meno un uomo è suscettibile dei dolori morali, tanto meno lo sia dei piaceri ed all'opposto quanto piú l'uomo è in preda ai dolori morali, tanto piú lo troviamo sensibile ai piaceri. Una nazione colta e vivace in cui i sentimenti dell'onore, della gloria e della virtú sieno diffusi sopra un buon numero d'uomini sarà molto sensibile alla cortesia, alla officiosa urbanità, alla lode; ivi l'uomo ragionevole e bene educato potrà vincere l'amor proprio altrui , e cederanno l'ire e le ostilità al dolce solletico della lode e ai contrassegni esterni di onore e di stima. Per lo contrario, presso un popolo che sia meno colto, dove i bisogni fisici e l'immediata azione de' sensi tengano tuttavia piú occupata la parte principale della sensibilità; dove, mancando la folla delle idee combinate e astratte, rimanga l'anima piú oziosa ad accorrere alle piú immediate sensazioni, ivi troveremo che o nessuno o tenuissimo sentimento faranno nascere i piú raffinati uffici, e nessuna o scarsissima voluttà produrranno le lodi, e i contrassegni del sentimento di stima. Il selvaggio non ha il dolor morale d'essere trascurato e confuso nella folla degli uomini; perciò non ha piacere d'essere distinto. L'uomo incivilito soffre gli stimoli dell'ambizione, ha dolore pensando di valer poco, di dover essere nascosto tutto entro la tomba; perciò sente il piacer morale della lode, ed ogni volta che può lusingarsi di valere, d'essere distinto, considerato, onorato, prova voluttuosissime sensazioni. Lo stesso principio distingue la sensibilità dell'uomo virtuoso da quella del malvagio. Due sono le sorgenti dell'umana virtú, e sono il bisogno della stima generale e la compassione. L'uomo virtuoso soffre continuamente per questi due principi, teme la volubilità delle opinioni, teme che o l'artificio o il caso possano involargli la buona fama, non mai bastantemente contento del grado a cui essa si trova, teme l'umana dimenticanza; mosso da tutti questi dolori morali, è spinto da continue azioni di virtú umana, cioé di quella che ha per oggetto la gloria, la lode, il sentimento del valor proprio e della propria eccellenza. La compassione, altro principio meno imperioso, ma piú benefico, fa patire all'animo buono parte de' mali altrui, e il dolor morale che nasce da questa disposizione, porta l'uomo a liberare gli altri dai malori e dalle sventure che soffrono. Per lo contrario, l'uomo incallito nel mal costume, insensibile ai mali morali, indifferente alla buona o cattiva riputazione, freddo e immobile spettatore delle altrui smanie, perché minori dolori morali soffre, anche minori piaceri morali può provare.

Se poi sgraziatamente troverassi impegnato nella strada del vizio un cuore originariamente buono e sensibile, lo stato di lui sarà degno di somma compassione; e perciò tormentato da cocentissimi dolori morali, sarà capace di voluttuosissimi piaceri morali. Egli soffre il crudelissimo peso d'una coscienza che ad ogni momento lo avvilisce; quai beni può mai godere in pace quel miserabile che legge scritto in fronte agli uomini illuminati e buoni il disprezzo e la diffidenza; che in ogni sguardo teme un rimprovero, in ogni arcano la scoperta di qualche sua bassezza; che gode precariamente la buona opinione di alcuni sedotti, e la conserva con una laboriosissima sagacità di finzioni e con una intricata tessitura di artifici, e sa che al primo momento in cui gli cadesse la maschera, farebbe orrore? Se quest'uomo che di sua indole è straniero alla iniquità, con uno slancio felice carpirà il momento per fare una generosa azione, o se mutando clima, e trasportato ove la memoria de' suoi mali non giunga, si disporrà a cominciare una serie di azioni nobili e virtuose, egli tanto maggiori piaceri morali proverà, quanto piú furono austeri i tormenti che il vizio gli pose intorno al cuore. Gli sembrerà di respirare un'aria piú dolce e leggiera, il sole avrà per lui una piú ridente faccia, gli oggetti che gli si presenteranno gli daranno nuove e grate sensazioni, tutta la natura sarà abbellita per lui singolarmente al principio della sua onorata vita.

Non però i piaceri morali che produce la virtú sono o possono costantemente essere tali, che disobblighino gli uomini dal ricompensare l'uomo che la pratica. Sono lusinghiere le apparenze sotto le quali alcuni filosofi rappresentarono l'uomo virtuoso, quasi che nella coscienza propria ei debba ritrovare la voluttà sempre pronta, qualunque sia lo stato di vita o di fortuna, sano o infermo, propizia o avversa; e ravvisarono la virtú sotto l'idea platonica di premio a sé stessa. Felice immaginazione se fosse atta a riscuotere gli uomini e guidarli sulle tracce di lei! Ma l'abitudine a ben operare diminuisce nel cuor dell'uomo il dolor morale del timore della fama, e a proporzione vanno illanguidendo i piaceri morali che vi corrispondono. Alcuni semiviziosi, vedendo l'uomo virtuoso assediato dalla gelosia e dall'invidia degli emuli, amareggiato e contraddetto, s'immaginano ch'ei trovi perfettamente ogni consolazione nel suo cuore, e soffocano in tal guisa il desiderio spontaneo di recargli aiuto. L'uomo virtuoso sente l'ingiustizia, di cui è la vittima; sente la debolezza propria contro il numero che l'opprime. Quindi il virtuoso, il forte Bruto, inzuppato della idea della virtú di Platone, dopo averla esattamente seguita nelle azioni, ritrovandosi il cuore oppresso da affanni, proruppe chiamandola un sogno; non già pentendosi di averla seguita, non già negando l'esistenza di lei, ma unicamente confessando la chimera di chi s'immaginò che la tranquilla serenità d'un'anima virtuosa, che la beatitudine di occupare sé medesima della coscienza propria potessero preservare la mente e il cuore dai dolori, dalle amarezze e da quel cumulo di mali che l'avversa fortuna precipita indistintamente sugli uomini. La giustizia perciò del grand'Essere ha riservato a sé medesima la distribuzione del premio alla virtú che non può essere bastantemente ricompensata né dal sentimento proprio, né dalla mercede degli uomini.

V. – La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore

Quantunque però io creda che la virtú stessa non basti a rendere perfettamente felice l'uomo in terra, dico che l'uomo virtuoso a circostanze eguali sarà piú felice dell'uomo malvagio. Dico di piú che se l'uomo potesse avere i sentimenti sempre subordinati alla ragione, sarrebbe certamente meno soggetto ai dolori morali di quello ch'egli è. Ogni dolore morale è semplice timore. Questo dolore è una mera aspettazione d'un d'un dolore contingibile. Quando siam tormentati da un dolor morale, altro male non soffriamo in quel momento fuorché il timore di soffrirne; questo timore spesse volte è chimerico, e sempre ha un grado di probabilità contro la sua ventura realizzazione; può dunque colla ragione o togliersi, o almeno scemarsi, o almeno, vistane l'inutilità di soffrirlo, procurarsene la distrazione. Quanto maggiori progressi facciamo nella vera filosofia tanto piú ci liberiamo da questi mali. Sia per esempio: prendo un ambizioso nel momento in cui gli viene l'annunzio che una carica da lui ansiosamente desiderata, e quasi certamente aspettata, dal principe vien conferita a un suo rivale. Ecco l'ambizioso nello squallore, nell'abbattimento, immerso in un profondo dolor morale. Un freddo ragionatore s'accosta a lui: - Che fai, uomo desolato e oppresso (gli dice), perché ti abbandoni cosí a un vago e forse chimerico timore? Che temi? Quasi nol sai, confusamente tu prevedi di dover viver male. Ma quai mali prevedi? Gli uomini non avranno per te quei riguardi che tu vorresti, ti stimeranno meno, sarai men ricco? Calmati e per poco almeno esamina questo timore a parte a parte; non prenderlo tutto in massa. Gli uomini ti mancheran di riguardi? Qualche inchino meno profondo, qualche adulazione di meno non è una perdita da farti disperare: se ambisci i riguardi degli uomini illuminati, essi non saran cambiati per te.

Gli uomini ti stimeranno meno? Non già gl'illuminati; per il restante hai perduta qualche curvità negli inchini e qualche bassezza di chi mendicava il tuo favore? Non è poi grande lo scapito. Sarai men ricco? Tutti i mali che vagamente temi, forse si riducono a salariare due o tre sfaccendati di meno, a nutrire due o tre parassiti di meno alla tua tavola. La tua sanità, la robustezza de' tuoi anni, il concetto della tua probità, delle tue cognizioni, tutto ciò rimane intatto presso gli uomini ragionevoli, i quali sanno quanta parte abbia il caso nella distribuzione degli uffici su di questo teatro del mondo; ti resta con che nutrirti, alloggiare, vestirti decentemente. Se un chirurgo dovesse farti soffrire una dolorosa operazione, compatirei il tuo affanno, prevedendola; ma se non puoi esser pretore o tribuno della plebe, o console, sii cittadino, sii ragionevole, non ti turbare per una chimera. Il freddo ragionatore ha una ragione cosí evidente, che quasi non resta piú luogo a compatire l'ambizioso, se continua a delirare fra le tenebre d'un avvenire chimerico. Pure lo compatirà quell'umano filosofo, che sa quanta distanza vi sia dalla convinzione al vero sentimento.

Obblighiamo il ricco avaro ad analizzare egualmente il suo dolor morale per una porzione del suo denaro che gli venga tolta. Obblighiamo l'amante che scopre infedele e sconoscente la sua amica, e cosí andiam dicendo della maggior parte degli uomini appassionati, e conseguentemente piú capaci di dolori morali; e troveremo che la maggior parte delle volte si addolorano per chimere sognate, e si ingrandiscono le larve d'un avvenire, al quale giugnendo poi, non si trovan sí male come previdero. Se dunque i sentimenti nostri potessero essere sempre posti al prisma della ragione e analizzarsi, una gran folla di dolori morali verrebbe ad annientarsi per noi, e faremmo come quel cinico, il quale scoprendo che comodamente potea ber l'acqua nella cavità della sua mano, gittò il bicchiere come un peso inutile nel suo fardello. Ma la previsione dei mali è talmente nebbiosa e tumultuaria nell'uomo appassionato, che non dà luogo sí tosto a sminuzzarli uno ad uno; anzi quantunque talvolta ci avvediamo che il dolor nostro è una mera apprensione di dolori possibili o probabili, sendo questi tanto vagamente e scontornatamente dipinti alla fantasia, non possiamo né conoscerli né apprezzarli con distinzione; ma ci rattristano per le tenebre medesime che in parte li involgono, e questo sconoscimento accresce in noi la diffidenza di superarli.

Un'altra difficoltà incontra l'uomo per uniformare ai dettami della tranquilla ragione tutti i suoi sentimenti, ed è questa: che difficilmente possiamo noi stessi ritrovar l'origine e la genesi di molti de' sentimenti nostri. È come un fiume di cui propriamente non sai indicare qual sia la prima sorgente, poiché lo formano mille piccoli, divisi e lontani ruscelletti, i quali si frammischiano col discendere; cosí i sentimenti sono conseguenze di tante e sí varie e sí mischiate idee in tempi diversi e successivamente avute, sicché la mente umana si smarrisce e si perde rintracciando i capi di tanti piccolissimi e intralciatissimi fili che ordiscono la massa d'una passione; e come d'un fiume non puoi toccare con sicurezza il punto onde comincia, cosí nemmeno esattamente puoi toccare il piú delle volte l'idea primordiale da cui nasce un sentimento.

Se però né tutti i dolori morali, né la maggior parte di essi è sperabile di prevenirli coll'uso della sola umana ragione, ella è però cosa certa che vari possono da quella essere scemati, come dissi. L'uomo selvaggio ha pochissimi dolori morali: l'uomo incivilito ne acquista in gran copia; l'uomo che perfeziona l'incivilimento addestrando la sua ragione, e applicandola alle azioni della vita costantemente quanto si può, torna, riguardo ai dolori morali, ad accostarsi al selvaggio. Cosí quale nelle scienze dall'ignoranza si comincia, e all'ignoranza si ritorna, passata che siasi la mediocrità, tale nella coltura si parte dalla tranquillità, si va al tumulto, e da quello progredendo si avvicina di nuovo alla tranquillità.

VI. - Sviluppamento della teoria dei piaceri e dei dolori morali

Sinché un uomo però è capace dei due sentimenti motori, timore e speranza, è soggetto ai dolori ed ai piaceri morali. Questo modo di sentire, assente l'oggetto esterno, è un fenomeno che dipende interamente da quell'ignota parte di noi che chiamasi memoria: parte di me, che agisce sopra di me, che tien luogo di oggetto esterno, che da sé eccita moti e passioni; che, essendo io paziente, opera in me, mio malgrado talvolta, e forma essa sola quel me, quell'io, che consiste nella coscienza delle mie idee. Quest'enigma della mia propria essenza tanto umiliante, questa memoria è la produttrice di ogni mio piacere o dolor morale, poiché non si dano questi se non per la speranza o pel timore; né speranza o timore senza idee dei beni e dei mali; né queste senza averli provati e risovvenirsene.

Come mai, quando la fantasia ci rende presente l'aspetto de' mali futuri e ci agita il timore, nasce in noi la sensazion del dolore? Questo è un mistero che l'Autore dell'universo non ha conceduto all'uomo di penetrare. La cagione delle sensazioni nostre è talmente oscura che l'ingegno dispera di rintracciarla giammai. Quando un ferro rovente a caso si accosti alle mie membra, risento un dolor fisico: so che allora ivi si lacera e si scompone la mia macchina: so che risento dolore; ma qual relazione abbiano questa lacerazione e questo scompaginamento colla mia sensazione del dolore, non lo so. Se non intendo questa relazione, se non distinguo gli anelli di quella catena che unisce la fisica lacerazione colla sensazione dolorosa, quantunque una delle due estremità sia da me conosciuta, come mai spererò di conoscere e distinguere gli anelli di quell'altra catena che comincia dall'immagine presentata dalla memoria, e termina alla sensazione? In questo secondo caso non conosco né l'una né l'altra delle due estremità. Forse la memoria quando è vivacissima, e chiamasi fantasia, cagiona una irritazione nelle parti piú interne della mia macchina. Il pallore, l'ansietà del respiro, il precipitoso battere delle arterie, il tremore delle membra, la torbidezza dello sguardo, che accompagnano la sola viva apprensione del male senza alcuna fisica azione esterna attuale, possono far credere probabilmente uno scompaginamento interno prodotto da quella stessa facoltà di ricordarci, che è la sorgente della maggior parte de' beni, come de' mali della vita. Ma in questa materia non si può cautamente ragionare se non col forse.

Dirà taluno: - è vero che ogni piacer morale consiste nella rapida cessazion del dolore; ma egualmente potrà dirsi che ogni dolor morale consiste nella rapida cessazion di un piacere. Ma a ciò rispondo che una simile generazione reciproca non si può dare e per conoscere che ciò non si può, basti il riflettere che se ciò fosse, non potrebbe l'uomo cominciar mai a sentire né piacere né dolor morale; altrimenti la prima delle due sensazioni di questo genere sarebbe e non sarebbe la prima in questa ipotesi, il che è un assurdo. Eccone la prova. Dopo il momento in cui l'uomo ha ricevuto la vita, vi deve essere un primo piacer morale, e un primo dolor morale. Supponiamo noi che la prima di queste due sensazioni sia un piacere? Se questo consiste nella rapida cessazione di un dolore, è stato preceduto dunque da un dolore; dunque al sensazion del piacere non è stata la prima. Supponiamo noi invece che la prima sensazione sia stata un dolore? Se fosse vero che questo consistesse nella rapida cessazion d'un piacere, il dolor pure non sarebbe stato la prima sensazione. Dunque evidentemente si conclude non esser possibile quest'alternativa essenziale generazione; e se il piacer morale consiste nella rapida cessazione d'un dolore, ne viene per conseguenza sicura che il dolor morale non può consistere nella rapida cessazione del piacere, perché il primo piacer morale che ha sentito l'uomo sarà nato dalla distruzione rapida di un dolore che non è stato preceduto da verun piacere. Dunque o né l'una né l'altra di queste generazioni è vera; oppure, se una di esse è vera, l'altra è impossibile. Se dunque concludentemente si prova che il piacer morale sia una cessazione rapida di un dolore, ne verrà per conseguenza che il dolor morale non può consistere in una cessazione rapida di un piacere.

Il signor di Maupertuis ha voluto calcolare i piaceri e i dolori, e il risultato che ne scaturisce al paragone si è che la somma totale dei secondi eccede; onde valutata l'intensione e la durata delle affezioni dell'animo nostro, piú pesano le disgustose che le amabili, e piú soffriamo di quel che godiamo, qualunque sia la condizione e fortuna nostra nel corso della vita. Questa conseguenza che ogni uomo trova purtroppo vera nella serie delle umane vicende, scaturisce, almeno per le sensazioni morali, dalla stessa definizione che abbiam ritrovata del piacere. Questo è una rapida cessazion di dolore; questo non può mai essere una quantità maggiore di quella che ha fatta cessare. Può essere assai piú energico perché concentrato in pochi istanti; ma la somma totale distesa per lo spazio di tempo in cui si è sofferto il dolore che rapidamente è ceduto, non può esser minore dell'effetto. Ogni piacer morale che si gode, suppone una quantità uguale per lo meno di dolore che si è sofferto; sin qui potrebbero essere bilanciate le due quantità. Ma tutti i dolori che non terminano rapidamente, sono una quantità di male che nella sensibilità umana non trova compenso, ed in ogni uomo si dànno delle sensazioni dolorose che cedono lentamente. Dunque se è vera la definizione già data al piacer morale, di necessità deve l'uomo piú soffrire che godere nella serie delle sensazioni morali.

Un'altra conseguenza scaturisce da questo principio, ed è che non può l'uomo sentire due piaceri morali contigui, se il primo almeno non è frammisto a qualche porzion di dolore; poiché il secondo piacere consistendo nella cessazion rapida di un dolore, forz'è che questo coesistesse col piacer primo. Quindi due piaceri perfetti di seguito nella serie delle sensazioni morali saranno impossibili a darsi, ma necessariamente dovrà interporvisi un dolore, la di cui rapida cessazione cagioni il secondo. Ed ecco perché la felicità vera e depurata da ogni male non possa fisicamente essere uno stato durevole nell'uomo nemmen per poco, ma appena per brevissimi intervalli ne vegga dei lampi per ripiombare ben tosto nel desiderio animatore di riaccostarsi a quella seducente immagine, di cui sollecito e ansante va in cerca durante lo spazio della sua vita. È una verità malinconica, ma egualmente costante, che l'uomo può essere occupato da un séguito non interrotto di dolori, e discendere per lungo tratto di tempo verso la infelicità senz'altro limite che la stupidità, o la morte; perché uno scompaginamento, una lacerazione, una distensione ne' nostri organi non esclude una successiva nuova lacerazione, scompaginamento e distensione. Laddove sebbene possa succedere a un piacer frammisto con molto dolore una nuova cessazione rapida di altra parte di dolore, e cosí un piacere meno amareggiato, sintanto che si giunga a un momento di felicità; questa scala però nell'ascendere non può essere tanto lunga quanto lo è quella della discesa. In fatti il dolore o morale o fisico, può occupare miseramente un uomo per piú giorni senza lasciarli intervallo o pace bastante per chiudere gli occhi al sonno; ma nessuna serie di piaceri vi sarà che basti a tenere occupato piacevolmente un uomo piú giorni, senza che il sonno, la sazietà l'abbiano interrotta. Non v'è piacere morale o fisico, il quale non s'annienti nell'animo nostro alla sensazione d'un forte mal di capo o di denti. Ecco perché l'immaginazione d'ogni uomo facilmente può figurarsi un cumulo di mali, e uno stato durevole di pene e di assoluta miseria; e per lo contrario non può nemmeno nel liberissimo regno della nostra immaginazione dipingersi uno stato di vita giocondo e felice, libero da ogni noia e da ogni sazietà. Ecco perché le descrizioni del Tartaro riescono sempre piú colorite e verosimili di quelle dell'Eliso, le quali dopo inutili sforzi compaiono stentate e fredde, quand'anche sien fatte da uomini dotati di somma immaginazione. La religione può sola consolarci a vista di queste tristi verità; essa ci assicura di un tempo in cui modificatasi altrimenti la sensibilità nostra, saremo capaci d'una serie non interrotta di purissimi piaceri, della quale frattanto portiamo inerente a noi stessi il desiderio.

VII. - Dei piaceri e dei dolori fisici

Ho ragionato sinora dei piaceri e dolori morali, e di questi credo d'aver ritrovata l'indole e la definizione, dicendo essere i primi una rapida cessazion di dolore, e i secondi un timore. Resta ora che entriamo nella medesima analisi sui piaceri e dolori fisici, affine di conoscere se essi sieno d'eguale o d'indole diversa dei morali.

Ogni lacerazione che si faccia di un corpo vivente o col ferro, o col fuoco, ovvero colla compressione, cagiona quel sentimento che esprimiamo colla parola dolore. I gradi poi di intensione differente hanno fatto inventare le parole irritazione, incomodo, pena, smania, spasimo e desolazione, colle quali s'indica il dolore a misura che dalla piú debole azione passa ai modi piú forti e violenti, giunto ai quali distrugge la sensibilità medesima, e l'annienta colla vita. Tale è la cagione di ogni dolore fisico, che sempre nasce da una lacerazione o sull'esterne ovvero sulle parti interne del nostro corpo; giacché anche la semplice compressione o stiramento delle parti sensibili, sebbene non sempre lasci dopo di sé la cicatrice visibile della lacerazione, non può comprendersi se non immaginando una separazione violenta di alcune parti della organizzazione. Sin qui mi pare di appoggiarmi al vero, e di potere affermare il dolor fisico esser sempre cagionato da una lacerazione e distacco delle parti sensibili; ma come questa lacerazione produca in me dolore, come questo porti e noi e gli animali tutti alla fuga, al moto, alle grida, questo è l'arcano che io dispero di giammai conoscere. Il Sig. di Maupertuis mi ha detto che il dolore è una sensazione che dispiace d'avere, e lo saprei da me stesso, come ognuno lo sa; ma non per questo siamo noi avanzati punto nel labirinto della sensibilità. Giunto che io sia a conoscere che la lacerazione e separazione di una parte sensibile produce il dolor fisico, e che questo non si dà senza di quella, io non ho piú guida per fare un passo sicuro avanti. Allora rimango abbandonato alla immaginazione; essa mi fa parere che la sensibilità nostra si raggruppi, per cosí dire, e si condensi tutta intorno alla parte del corpo nostro che soffre lacerazione. Sembra che il dolore sia un rannicchiamento forzato del nostro animo, e che la gioia che gli succede, qualora cessi rapidamente, sia una espansione dell'animo istesso che ripiglia il suo elaterio, e si dilata sugli oggetti piú rimoti. Sembra ancora che una tale condensazione della nostra sensibilità non si faccia al momento, ma con prevenzione e apparecchio: soffriamo assai piú dolore per un piccol taglio fattoci da un chirurgo, di quello che ne proviamo se una spada improvvisamente ci trapassi il corpo. Nel primo caso la lacerazione sarà minima e per lo spazio e per la finezza dell'acciaio, e ci dogliamo; mentre appena ci accorgiamo nel secondo d'essere feriti. Ciò m'induce a credere che per ammassare me stesso in una data parte del mio corpo e trasportarvi la sede della mia sensibilità, e attentamente esaminare quanto ivi accaderà, conviene che in prima io ne sia avvisato; altrimenti diramando l'animo nostro una sensibilità eguale su tutto il nostro corpo, quella sola porzione di sensibilità è colpita nelle lacerazioni impensate, che trovavasi al luogo in cui seguí la distrazione; e questa se però basta a renderci quasi indifferenti i colpi non antiveduti, basta altresí ad avvisarci del danno accaduto, e condensarci poi d'intorno ad esso per una disgraziata attrazione che ci rende piú cocente il dolore. Ma queste immagini non sono appoggiate a fatti o a sperienze tali da renderne contento un pensatore. Tale è la condizione nostra, che dei movimenti che succedono in noi medesimi quando ci troviamo ridotti all'ultima analisi, mancano i mezzi e gli stromenti per separare gli elementi e le fila originarie. Abbandoniamo perciò il pensiero di conoscerne l'essenza, e accontentiamoci di sapere che il dolor fisico è un sentimento cagionato dalla lacerazione delle parti sensibili.

L'istessa impenetrabile nebbia sta intorno al sentimento del piacere. Non ne cerchiamo l'intima essenza; ma per accostarci al mistero che lo racchiude, io considero che una gran parte de' piaceri fisici consiste in una rapida cessazione di dolore. Arso dalla sete dopo lungo cammino fatto ai cocenti raggi del sole nella calda stagione, dopo averla sofferta per lungo tempo, e cercato inutilmente ristoro, trovo finalmente una fresca soavissima bevanda; in quel momento provo un piacer fisico assai sensibile, e questo facilmente si vede cagionato dalla rapida cessazion del dolore. Affamato trovo una lauta cena; tanto ne è maggiore la delizia, quanto piú forte la fame sofferta; e questo piacer fisico è pure una rapida cessazion di dolore. Oppresso dalla stanchezza trovo un letto agiato; intirizzito dal freddo, vengo trasportato a un tepido ambiente. Questi sono piaceri vivissimi, piaceri fisici, cioé cagionati da una visibile azione sugli organi, e sono piaceri consistenti nella rapida cessazion del dolore. Se ben si rifletta, si troverà che la maggior parte dei piaceri fisici è di questo genere, e che evidentemente si conosce consister essi in una rapida cessazion di dolore.

Molti oggetti si osservano con tranquillità da un anatomico; molte idee si analizzano senza tumulto di passione da un curioso investigatore de' principi; ma talvolta il risultato pericolosamente si presenterebbe nell'estrema sua semplicità all'esame del pubblico. L'uomo curioso di meditare, che leggerà queste mia ricerche, non mi vorrà rimproverare ogni omissione, e qualche applicazione negligentata non farà presso di lui pregiudizio alla teoria.

Talvolta l'uomo, anche senza avvedersene, risveglia in sé medesimo delle sensazioni inquietissime e penosissime unicamente per sentirle rapidamente cessare. Forse l'uso di quella polve caustica, che sogliamo fiutare; forse l'uso che alcuni fanno masticando un'erba disgustosa e sozzamente preparata; forse l'abituazione a riempirsi la bocca col fumo d'un vegetabile stimolante, l'uso della senape nelle vivande e simili, sono stati introdotti per questo principio. Molti uomini protraggono il passeggio o il ballo sino alla stanchezza per sentirla rapidamente cessare adagiandosi. Questa classe di piaceri procuratisi da noi colla volontaria creazione d'un previo dolore, non sono tanto circoscritti, quanto sembrerebbe al primo aspetto.

Se dunque tutti i piaceri morali e una gran parte dei piaceri fisici consistono nella rapida cessazion di dolore, la probabilità, l'analogia, ci portano a credere che generalmente tutte le sensazioni piacevoli consistano in una rapida cessazion di dolore. Quello che piú d'ogni altra cosa mi persuade, si è il riflettere che molte volte l'uomo ha dei dolori; ma avendo essi la lor sede in qualche parte dell'organizzazione meno esattamente sensibile, soffre bensí, ma non sempre sa render conto a sé stesso del principio che lo fa soffrire, e dalla cessazione rapida di quel dolore innominato ne nascono dei piaceri dei quali la sorgente esattamente non si conosce. In prova di ciò si rifletta ai diversi nostri modi di sentire. Le parti del nostro corpo piú abituate al tatto, quando sieno offese da qualche corpo estrinseco, dànno una sensazione decisa, per cui ci accorgiamo precisamente dell'azione che si fa sopra di noi. Le parti per lo contrario meno abituate al tatto, quando vengono esposte all'azione di un corpo estraneo, ci producono una sensazione piú muta e incerta; e se ben distinguiamo se sia dolorosa o piacevole, non però finitamente conosciamo qual precisa azione si faccia sopra di noi. Per esempio: se alla parte interna delle dita un corpo mi cagionerà dolore, io distinguerò esattamente se sia per troppo freddo o troppo caldo, se tagliente, se pungente; distinguerò se il dolore che soffro venga da pressione, da division di parti, da lacerazione, ecc. Ma se la medesima azione si farà sopra un piede, ovvero sopra un braccio, parti meno esercitate al tatto, l'uomo sentirà un dolore, ma esattamente non saprà se vengagli fatta pressione o lacerazione ecc. Progredendo in questo esame io trovo che le parti interne della nostra organizzazione sono sensibili alle azioni dei corpi che possono ferirle, lacerarle o irritarle: ma essendo esse piú di rado toccate, ancora piú muta e indecisa ne risulta la sensazione. Un dolor di capo suppone certamente qualche irritazione interna sugli organi: ma qual è il punto preciso che duole? Il dolore è egli una puntura? È egli una distensione? È egli una pressione? Nol so. Duole il capo, l'uomo sta male, ma precisamente non può nominare il luogo, il punto in cui succede lo sconcerto. I dolori alle viscere sono dell'istessa natura. Vagamente si può dire presso a poco: in questo spazio sento il dolore; ma non se ne può con precisione indicare il luogo o la qualità dell'azione che ci fa soffrire. Il dolor de' denti medesimo, per quanto sia crudele e violento, talvolta è incerto a segno che indichiamo un dente sano come sede del dolore, il quale realmente risiedeva nel dente vicino cariato, e fattovi piú attento esame, chi lo soffre se ne avvede. Ciò accade perché, come dissi, le parti di noi meno avvezze al tatto ci cagionano sempre delle sensazioni, annebbiate ed equivoche. Infatti che altro significano queste parole – tedio, noia, inquietudine, malinconia, - se non un modo di esistere doloroso, senza che ci accorgiamo di qual natura sia o in qual parte di noi la sede del dolore? Ciò posto, io rifletto che ogni uomo ha quasi sempre seco qualche dolore di questa natura, perché ogni uomo ha qualche fisico difetto nella sua macchina; per esempio, qualche viscere sproporzionatamente grande o angusto, qualche corpo estraneo, o nel fiele, o ne' reni, ecc. Un anatomico avrebbe di che troppo contristare un lettore con la serie dei mali che può aver l'uomo entro di sé senza avvedersene; mali i quali ci cagionano dei vaghi e innominati dolori, cioé dolori che piú o meno ogni uomo soffre senza esattamente distinguerne la cagione. E sono questi dolori innominati, dolori non forti, non decisi, ma che ci rendono addolorati senza darci un'idea locale di dolore, e formano vagamente sí, ma realmente il nostro mal essere, l'uneasiness, conosciuta dal pensatore Giovanni Locke. Questi dolori innominati sono, a parer mio, la vera cagione di quei dolori fisici, i quali a primo aspetto sembrano i piú indipendenti dalla cessazion del dolore.

VIII. – I piaceri delle belle arti nascono dai dolori innominati

La musica, la pittura, la poesia, tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati; in guisa tale che, se io non erro, se gli uomini fossero perfettamente sani e allegri, non sarebbero mai nate le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri piú delicati della vita. Esaminiamo infatti l'uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento e vivace, e lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e ad ogni bell'arte, a meno che la precedente abituazione meccanicamente non lo porti a riflettervi, ovvero la vanità di mostrarsi sensibile non lo renda ipocrita in quel momento. L'uomo vigoroso che ha la contentezza nel cuore, è nel punto il piú rimoto dalla sensibilità; questa s'accresce col sentimento della nostra debolezza, dei nostri bisogni, dei nostri timori. Un uomo che abbia della tristezza, s'egli avrà l'orecchio sensibile all'armonia, gusterà con delizia la melodia d'un bel concerto, s'intenerirà, si sentirà un dolce tumulto di affetti, godrà un piacer fisico reale, cioé sarà rapidamente cessato in lui quel dolore innominato, da cui nasceva la tristezza, coll'esser l'animo assorto nella musica, e sottratto dalle tristi e confuse sensazioni di dolori vagamente sentiti e non conosciuti. Anzi, per uscire dalla tristezza che lo perseguita, l'uomo per sé medesimo si aiuta e cerca di abbellire e di animare coll'opera della fantasia l'effetto delle belle arti, e per poco che abbia l'anima capace d'entusiasmo come nella casuale posizione delle nubi ei ravviserà l'espressione di figure in vario atteggiamento, cosí nelle variazioni musicali s'immaginerà molti affetti, molti oggetti e molte posizioni, alle quali il compositore medesimo non avrà pensato giammai. La musica singolarmente è un'arte, nella quale il compositore dà l'occasione a chi l'ascolta di associarsi al suo travaglio per ottenere l'effetto della illusione. Una bella pittura, una sublime poesia, faranno qualche senso anche in chi non ne abbia gusto o passione; ma una bella musica resterà sempre un rumore insignificante per chi non abbia orecchio a ciò fatto e positivo entusiasmo per la ragione già detta che la musica lascia fare la piú gran parte alla immaginazione di chi l'ascolta. Perciò la medesima musica piacerà a diverse persone, nel tempo medesimo in cui le sensazioni di esse saranno diversissime; uno la troverà sommamente semplice e innocente, l'altro tenera e appassionata; il terzo la troverà armoniosa e ripiena, e cosí dicendo. Le quali diversità non accadranno sí facilmente nel giudicare della pittura, né della poesia; perché, come dissi, in queste l'artista è attivo, e l'ascoltatore purché abbia una squisita sensibilità, è quasi puramente passivo; laddove nella musica l'ascoltatore deve coagire sopra sé stesso e dalle diverse disposizioni del di lui animo accade che ora in un modo ora nell'altro agisca, e sieno cosí diverse le sensazioni prodotte dal medesimo oggetto occasionale.

La pittura parimenti non occuperà l'animo ilare e giocondo di un uomo in un momento felice; ma per poco ch'egli sia rattristato da qualche passione o dolore innominato l'uomo si presterà alla di lei azione, e da quella l'animo di lui resterà piú o meno occupato. Le anime appassionate saranno piú sensibili ai quadri i quali sveglino sentimenti. Gli altri meccanicamente conoscitori potranno essere assorbiti dalla maraviglia per le difficoltà superate dall'artista, per la destrezza e giudizio col quale sono disposte le figure, le ombre e i colori. Nell'animo assorbito da quest'oggetto cessa rapidamente il dolore innominato e ne nasce il piacere; ma per gustare un piú gran numero di piaceri nella pittura conviene ch'ella desti nel cuore de' sentimenti. La cessazione dei dolori innominati allora è piú frequente, perché piú l'anima viene con ciò distratta dallo stato di prima, e interamente occupata di oggetti che creano dolori, e li estinguono e li riproducono, e rapidamente li annientano a vicenda. Io ho provato un piacere assai vivo nel mirare la prima volta un quadro rappresentante la partenza d'Attilio Regolo da Roma. L'eroe campeggia nel mezzo, vestito della toga e del lato clavo; la fisonomia presa dall'antico esprime una placida e ferma virtú: pareami però nel riflettervi ch'ei premesse a forza un profondo dolore. Egli è nell'atto d'incamminarsi alle navi cartaginesi che sono sul Tevere, alle sponde del quale si passa l'azione. Conobbi alla somiglianza il figlio dell'eroe; fanciullo ancora, sembra opporsi passionatamente al passo di suo padre, mentre una figlia si copre il volto colla mano del padre in atto di baciarla, e stringendola fra le due tenere sue mani cela le proprie lacrime e la sua disperazione. Poco discosto da Attilio sta il console romano; la tranquilla maestà, che gli signoreggia nel volto, non gli toglie punto i tratti d'una sensibile e dolente amicizia. Una folla di Romani stassene dalla parte del console, e i piú rimoti si arrampicano sulle piante per veder l'eroe al grand'atto. Una romana, che si vede per il dorso, stendente il braccio verso l'eroe, e additandolo a un suo pargoletto sembra ammaestrarlo con quest'esempio e dirgli: "Mira, quegli è un Romano". Frattanto due Cartaginesi abbronziti sul mare e che si distinguono al barbaro vestito, non meno che per i tratti odiosi della loro fisonomia, compaiono attoniti e confusi. Tutto il quadro è esattamente conforme al costume, e spira maestà, grandezza e sentimento. La voluttà che ne provai non fu breve; mi sentii commovere come da una tragedia; mi feci illusione come se esistessero gli oggetti; m'immaginai i loro sentimenti, le loro parole in quell'atto; tristezza, compassione, rispetto, ammirazione, stupore furono i diversi affetti che successivamente mi agitaron l'animo. L'idea di questo quadro pieno di calore e di grandezza è nata da un gran ministro, per cui fu fatto, il di cui genio ha operato una felice rivoluzione negl'ingegni dei popoli alla sua cura confidati.

Parimenti al teatro uno spettatore veramente lieto e vegeto si troverà poco sensibile, e sarà continuamente distratto; laddove, per lo contrario l'uomo che trovisi un po' infelice s'intenerirà, singhiozzerà, proverà una voluttà squisitissima alla rappresentazione d'una buona tragedia. L'uomo le poche volte, nelle quali veramente sta bene entro di sé stesso, non si piega mai, né si lascia assorbire da un solo oggetto; i nostri affetti, le nostre idee sarebbero di lor natura repubblicane, e non consentono infatti a soffrire un dittatore se non quando i torbidi interni ci costringono. Ogni uomo entusiasta, ogni uomo che appassionatamente ama o una scienza, o una bell'arte, o un mestiero, o cosa qualunque, non l'ama per altro se non perché egli è originariamente infelice con sé medesimo, e tanto piú avidamente ama i mezzi per sottrarsi quanto è maggiore la somma dei dolori innominati ch'ei soffre abbandonato a sé medesimo. L'uomo che esiste male, isolato, cerca di darsi in preda ad un oggetto prepotente per essere da quello occupato; ma l'uomo robusto, lieto e felice, sfiora sorridendo gli oggetti, e signore della natura domina le sensazioni proprie tranquillamente. Quindi poca o nessuna compassione troverai presso di lui, non già per durezza o malignità, ma per la volubilità naturale del suo felice animo che leggermente si occupa, tutto vede, nulla esamina e sente un solletico bensí nelle idee, ma non urto, né impeto giammai. Molti hanno detto che gli sciocchi sono felici; io anzi dico che i felici sono sciocchi, perché l'uomo che non soffra il pungolo del dolore e che tranquillamente viva vegetando, non ha una ragione sufficiente per superare l'inerzia e attuarsi presso di verun oggetto; quindi nessuna parte dell'ingegno se gli può sviluppare, e nessuna idea viene da lui esaminata attentamente. Non v'è principio che lo obblighi a balzar fuori dall'indolenza ed affrontare la fatica. Non è dunque la sciocchezza cagione della felicità; ma al rovescio l'uomo è sciocco, perché è felice. In fatti troveremo che tutti gli uomini che coltivano le scienze e le arti con qualche buon successo, furono spinti dall'infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che hanno battuta. Leggiamo le memorie degli uomini piú illustri in qualsivoglia parte dell'umano sapere e troveremo costantemente che o la domestica inopia, o la persecuzione, o il disprezzo altrui, ovvero i mali di una cagionevole organizzazione gli spinsero all'azione, al moto, alla fatica; la qual fatica per sé stessa è dolorosa, e non si abbraccia dall'uomo naturalmente se non quando inseguíto da un dolore ancora piú grande spera in essa di ritrovare un salvamento; ella è un dolore meno grande dell'altro che si soffrirebbe senza di lei; e l'uomo, fuggendo sempre il dolore, lo abbraccia non per acquistare una quantità di esso, ma per rifiuto e fuga della porzione eccedente. Ed ecco come non solamente ogni piacere che risvegliano le scienze e le belle arti nasca dai dolori principalmente innominati, ma dai dolori nasca ogni spinta a conoscerle, a coltivarle, a ridurle a perfezione. Cosí l'idea terribile del dolore è l'archetipo di quella serie di purissimi piaceri, che fanno la delizia delle anime piú delicate e sensibili.

Sebbene, parlando dei dolori innominati, io principalmente gli abbia attribuiti all'azione fisica immediata dei corpi sugli organi nostri, non intendo dire perciò che una parte di questi non venga anche da sensazioni morali mal conosciute. Nella società di persone, le quali mostrino indifferenza per noi, o poca stima, proviamo un dolore innominato, e lo chiamiamo noia; quando quel sentimento è piú deciso e conosciuto, lo chiamiamo umiliazione, dispetto, ecc. L'amor proprio riempie l'animo nostro di sentimenti innominati qualunque volta sia offeso mediocremente e senza grande impeto. I dolori innominati adunque possono essere o fisici o morali; sono soltanto alcune affezioni dolorose le quali sordamente fanno un malessere in noi, senza che la riflessione nostra ne abbia analizzata e riconosciuta esattamente la cagione.

IX. – Applicazione del principio alle belle arti

Se il fine delle belle arti è quello di cagionar piacere e allettarci con esso a ben accoglier l'utile, dalla teoria esatta del piacere ben conosciuta dovrebbero dedursi come corollarie conseguenze i principî primordiali delle belle arti istesse. Non è tanto difficile all'artista di colpire e sorprendere al bel principio, quanto assai piú è difficile il conservarsi attento lo spettatore e con una serie di piaceri sempre gradatamente crescenti, sebbene interrotti, impegnarne l'attenzione per qualche tempo costante. Le prime arcate clamorose d'una grande orchestra, il primo periodo d'un oratore che con enfasi declami, il primo affacciarsi di un quadro grande e colorito vivacemente, la prima scena di una rappresentazione teatrale, ottengono facilmente il fine di aver lo spettatore attento e occupato di un primo piacere, quale si è la sorpresa, da cui nasce l'istantanea cessazione dei dolori innominati e la distrazione da sé medesimo. La grand'arte consiste a sapere con tanta destrezza distribuire allo spettatore delle piccole sensazioni dolorose, a fargliele rapidamente cessare, e tenerlo sempre animato con una speranza di aggradevoli sensazioni, in guisa tale ch'egli prosegua ad essere occupato degli oggetti proposti, e terminatane l'azione, richiamandosi poi la serie delle sensazioni avute, ne veda una schiera di piacevoli, e sia contento di averle provate. A tal proposito io osservo che sarebbe intollerabile una musica, se non vi fossero opportunamente collocate e sparse delle dissonanze, le quali cagionano una sensazione disgradevole e in qualche modo dolorosa. Cosí nella poesia dei versi aspri distribuiti sapientemente a tratto a tratto cagionano una sensazione disgustosa, e rapidamente la fanno cessare armoniosi e sonori versi. Cosí nella pittura alcune ombre piú crude, alcuni tratti di pennello studiatamente strapazzati sono un oggetto spiacevole a vedersi, ma ci fanno gustare la delicatezza, la luce, il colorito e il finimento del restante. Le belle donne amano piú di comparire di notte, anzi che colla luce del giorno. Di giorno il gran corpo della luce parte da un canto solo, tutte le prominenze del volto, tutte le cavità ricevono un'ombra, la quale rende marcati i tratti. Una sala da ballo signorilmente illuminata invece riceve la luce da tutte le parti in un colpo stesso; tutta la figura è uniformemente rischiarata e quasi sempre lucente. Forse l'arte dello scrivere piacevolmente non consiste che in ciò che reciprocamente non tanto i suoni delle voci, ma le immagini ancora si alternino disgustose, poi aggradevoli e gentili.

Un séguito d'idee tutte geometricamente ordinate e con simmetria disposte forma un libro eccellente per insegnare una scienza; ma un'opera piacevole elegantemente scritta fa ritrovare le grazie e i vezzi frammezzo a un leggiadro disordine. L'abile artista in ogni genere debb'essere come il voluttuoso giardiniere d'Aristippo. Un lunghissimo viale piano, uniforme, fra due siepi parallele, t'invita a un noiosissimo passeggio, che sempre ti presenta l'oggetto medesimo, e ti guida alla stanchezza prima che ti sia avveduto d'aver cambiato luogo. A quel viale s'assomiglia ogni opera laboriosa, esatta, regolare ove non siavi verun lato negligentemente tocco. Quel viale è un placido poema di versi tutti sonori, è una musica tutta di consonanze, è una pittura cinese tutta monda e di vivaci colori. Non v'erano viali nel giardino di quel filosofo. Il passeggio era preparato con una varietà deliziosa. Un sentiero t'invitava al bosco: l'attraversavi calpestando l'erbe e i fiori che i raggi del sole non avean veduti mai: una fresca umidità, un sacro silenzio regnavano d'intorno, e quasi provavi spiacere e timidezza come se ivi ti ritrovassi separato dal soccorso degli uomini. Appena questo sentimento cominciava a molestarti, improvvisamente eccolo cessato: termina il bosco, e ti si affacciava da un lato la vista d'una spaziosa campagna popolata di case; spigni l'occhio quanto puoi, non troverai altri confini che l'orizzonte. Esaminavi deliziosamente quest'oggetto; ma t'inquietava la curiosità di godere d'altre sorprese, che ben conoscevi esserti preparate ancora dopo un sí giudizioso principio, e questa curiosità, molestamente scuotendoti, ti obbligava ad inoltrarti. Dopo pochi passi inutilmente ti rivolgevi per rimirar nuovamente la bella vista, perché una collinetta vicina rimaneva frapposta all'oggetto e come un bel sipario chiudeva la passata scena. Qui diventava piú angusto il teatro che avevi davanti gli occhi; vari ruscelli parte cadenti, parte lambenti lo strato della collina, occupavano piacevolmente il tuo sguardo. Restava da ascendere. Il sentiero diventava rapido e di qualche incomodità; appena cominciavi a provarne dolore e stanchezza, eccoti una grotta non prima veduta dove l'acqua zampilla da ogni parte, e dove agiatamente ti siedi a rimirarla. L'acqua sapientemente diretta ivi dava moto a concerti musicali, che ti sorprendevano perché inaspettati. La dolce melodia pastorale ti lasciava in preda a soavissime immagini; l'ardita sinfonia della guerra e della caccia ti urtava in séguito e ti rinvigoriva sinché destandoti nuovamente l'importuna curiosità ti alzavi e proseguivi il passeggio, frattanto già punto da due dolori, stanchezza e curiosità. Il cammino giudiziosamente ti riconduce d'onde partisti, senza la noia di replicarti le stesse sensazioni. Ora ti ricreano i soavissimi odori de' fiori e delle piante piú rare; in séguito un prospetto impensato di antica architettura rovinata dal tempo; qui un tempietto, là un parco di fiere, poi un piccolo canale navigabile, ti sorprendono aggradevolmente e fanno rapidamente cessare i sentimenti dolorosi che naturalmente s'intrudono fra l'uno e l'altro oggetto; e ritornavi all'albergo dopo un'ora beatamente impiegata, pago del modo col quale cri frattanto vissuto. Parmi con questa immagine che resti toccato l'essenziale principio delle belle arti. Una galleria, un museo veduto di volo difficilmente fanno passar bene una giornata. Bisogna che le cose belle sieno a una certa distanza le une dalle altre, distanza o di luogo o di tempo, in guisa tale che abbia luogo fra una sensazione e l'altra d'intromettersi il dolore. Un libro in cui di séguito vi fosse una serie contigua di idee tutte sublimi e fitte, non potrebbe essere mai un libro piacevole, se non l'aiutasse l'oscurità. Questa oscurità obbliga il lettore a interporre uno spazio per meditare attentamente onde poter intendere il pensiero dell'autore. Frattanto il lettore soffre e per la fatica che è costretto di fare e per l'impazienza d'intendere. Se questo dolore non è indiscreto, viene rapidamente a cessare coll'intelligenza della proposizione; cosí le cose troppo fitte, se non ha lo spettatore il tempo di diradarle riescono sempre di poco pregio.

È un'arte sagacissima quella di lasciar fare qualche cosa allo spettatore e di servire di occasione puramente alle sensazioni ch'egli eccita sopra sé medesimo. Alcune reticenze d'un oratore fanno il medesimo effetto, come la figlia di Attilio Regolo di cui ho parlato di sopra, coprendosi il volto colla mano del padre in atto di baciarla. Quel volto celato lascia in libertà la fantasia d'ogni uomo di figurarsi la fisonomia la piú bella, la piú addolorata che ciascuno può immaginare. Quindi ognuno risvegliando le idee piú analoghe a sé medesimo, agisce sulla propria sensibilità in un modo assai piú energico di quel che farebbe, se l'oratore, il pittore, il poeta, ecc. volessero agire in dettaglio essi medesimi e determinare l'impressione. La reticenza di alcune idee intermedie consola altresí l'amor proprio del lettore, e gli fa cessare quel sentimento di paragone che ordinariamente è doloroso, quando leggendo un buon libro si diffida di poterne fare altrettanto.

Ma troppo mi svierei dall'argomento che mi sono proposto, se volessi entrare piú addentro coll'immaginazione fra questi ridenti oggetti; e ritornando al soggetto del quale ora io tratto, parmi che lo scopo d'ogni buon artista sia quello di spargere le bellezze consolatrici dell'arte in modo che vi sia intervallo bastante fra l'una e l'altra per ritornare alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni dolorose, espressamente e immediatamente soggiugnervi un'idea ridente, che dolcemente sorprenda e rapidamente faccia cessare il dolore. Quest'arte riesce anche nella civile società. L'uomo piú amabile è quegli il quale sa in noi calmare i dolori morali che portiamo con noi, e per dimenticare i quali ricerchiamo la società. Se quest'uomo fosse sempre dolce e compiacente, riuscirebbe noioso per la stessa uniformità; ogni dialogo con lui diverrebbe insipido e breve perché senza contraddizione; la stessa lode ci lascerebbe insensibili, e non sarebbe piú l'uomo amabile. Esso stuzzica in noi e risveglia qualche leggiero dolore, move qualche contraddizione delicata, c'inquieta industriosamente, e interpone a questi piccoli mali degli inaspettati contrassegni di stima e di amicizia, che dolcemente ci colpiscono. Un giovane ufficiale francese giugne all'armata, va al quartier generale, per presentarsi al maresciallo di Villars, francamente attraversa la folla e ad alta voce chiama: "Dov'è Villars?" Il maresciallo offeso da questa famigliarità indecente, "Dite almeno il signor di Villars," gli soggiugne. Al che l'ufficiale: "Non ho mai inteso dire il signor Alessandro, il signor Cesare". Il maresciallo a una lode cosí impensata, al paragone tanto consolante per la sua gloria fra i piú gran capitani dell'antichità e lui, dovette sentire un piacere tanto piú grande quanto piú rapida fu la cessazion del dolore. In mezzo al senato di Roma convocato davanti a Tiberio, s'alza liberamente un Romano, e, apostrofando l'imperatore, cosí comincia a parlare: "Cesare, tu sei l'uomo piu' ingiusto che viva sulla terra". Figuriamoci quai sentimenti si svegliarono ne' cuori a quest'esordio: que' senatori tanto bassamente avviliti, che Tiberio stesso li chiamava un gregge di schiavi, quegli uomini già al colmo della corruzione avranno paventato un supplizio in pena d'aver ascoltato. Tiberio doveva fremere...; ma proseguí il Romano: "Sí, il piú ingiusto, perché dipendendo la salute pubblica dalla tua, dimentichi affatto la propria conservazione e tutto consacrato alla felicità, alla gloria di Roma, impieghi per lei quelle cure che pur dovresti riserbare in parte a te stesso per rendere piú diuturna la beatitudine del tuo impero, ed esauditi i nostri voti". Il modo piú insinuante per lusingar l'amor proprio degli uomini si è appunto soggiugnendo la lode a qualche puntura, perché la prima cagiona dolore e ci fa credere d'esser poco curati in quel momento da chi ci parla. Sopravviene impensatamente l'encomio, e rapidamente cessa la sensazion dolorosa, e la sorpresa fa che piú intensamente ci occupiamo della dolce idea non preveduta. Un negoziante è impaziente, perché tarda a giugnere la nave che ha il carico delle sue merci; la dilazione lo ha reso inquieto, e già dubita di qualche sciagura. Mentre egli sta in casa tristamente occupato delle conseguenze che teme, un suo amico vede entrare salva la nave in porto. Corre a casa del negoziante, simula d'aver la tristezza in volto, entra a discorrergli della sua nave, finge una relazione avutasi d'una burrasca e d'un naufragio, indica alcune circostanze sul luogo, sulla bandiera, sulla qualità della nave. Il negoziante si agita, teme, gli pesa addosso in quel momento tutta la serie dei mali che prevede in conseguenza. L'amico lo riduce a quel punto e gli dà la novella che la nave è felicemente giunta; cosí cagiona nell'animo del suo amico una gioia assai piú vivace, quanto è stata maggiore la quantità del dolore che ha fatto rapidamente cessare.

X. - Come l'uomo giudichi nella scelta fra i dolori e fra i piaceri

>Nel calcolo dei piaceri e dei dolori, l'uomo valuta piú l'intensione che non la durata. Esattamente calcolando, un dolore che si esprimesse della forza d'un grado durando dieci minuti, dovrebbe considerarsi uguale a un dolore che avesse dieci gradi di forza, ma durasse un sol minuto. Eppure nella scelta l'uomo si determinerà piuttosto per la minor intensione di quello che per la minore durata, e crederà men male il dolore d'un grado benché duri dieci minuti. Osserviamo ciò che accade sul Moncenisio, allorché è coperto di neve, e che vi si discende rapidissimamente sopra di un traino mosso dalla sola gravità per il gran pendio della montagna. Moltissimi viaggiatori, finita la discesa e passato il monte, vogliono nuovamente affrontare il tedio, il pericolo, lo stento di rampicarvisi nuovamente a piedi sino alla sommità per provare un'altra volta il piacere di discendervi con quella rapidità, che non la cede al volo degli uccelli. Questa è l'immagine fedele della maniera colla quale calcola l'uomo sul punto della propria sensibilità. Egli affronterà un dolore spontaneamente, purché la di lui intensione non sia grande, quand'anche ei debba nella total quantità riuscir grande per la sua durata, e l'affronterà ogni qualvolta ei debba rapidamente cessare, dal che ne ottiene un piacere.

La maggior parte delle debolezze e delle apparenti inconseguenze dell'uomo nasce appunto da questo principio, che piú resta colpito dall'intensione dei piaceri e dei dolori, di quel ch'ei non lo sia dalla durata; sebbene la quantità assoluta, per essere ben calcolata, dovrebbe desumersi dal prodotto dell'una per l'altra. Ma quando di due sensazioni dolorose una è da soffrirsi tutta in un colpo, e l'uomo nel momento immediato prevede tutto il grado d'infelicità in cui piomba, preferisce l'altra sensazione di cui la parte che se gli presenta è men dolorosa per il momento consecutivo, e senza esattamente trascorrerla sino al fine col di lui sguardo la sceglie con ribrezzo minore. La vita è una serie di momenti; la parte che è nostra è il momento attuale; tutto il restante avvenire è una mera probabilità tanto piú forte, quanto il tempo avvenire è piú vicino al momento attuale. Un dolore intenso e breve piomba sui momenti piú vicini alla nostra esistenza, e ci promette la pace per que' momenti che sono piú discosti. Un dolore piú durevole e meno intenso ci presenta i momenti piú contigui, piú nostri, sotto un'apparenza meno ripugnante, e sebbene per que' momenti piú rimoti non ci lasci vedere la pace, la lusinga che nasca in questo intervallo qualche soccorso che abbrevii i mali, sempre piú o meno sta nel cuore; e quindi nasce che comunemente gli uomini si determinino piú per l'intensione che per la durata, siccome dissi.

Quantunque io creda generalmente condotto l'uomo a scegliere piú per l'intensione che per la durata, non ne viene però che con uguale misura uniformemente ci determiniamo; anzi quanto piú l'uomo è illuminato e placido nel suo giudizio, tanto si va egli accostando alla precisione nel calcolo, e sempre piú va considerando la durata, perché quanto piú l'animo umano si trova vicino allo stato ch'io dissi, tanto piú sa prevedere e scostarsi dalla maniera di operare de' bruti i quali quasi unicamente si determinano sugli oggetti esistenti e feritori de' loro organi. In tre classi quindi, io divido la maniera di sentire degli uomini; e sono le seguenti.

La parte piú comune degli uomini rimira piú d'un oggetto a un tempo stesso, ma li vede con un colorito pallido e contorni sfumati e incerti. Sono per lo piú quindi dubbiosi ne' loro giudizi, timidi di equivocare nella scelta, ed essendo pure costretti a dare un corso alle loro azioni, son forzati a prender di norma l'imitazione anzi che il raziocinio. Incapaci di passioni grandi, incapaci di vigor d'animo, languiscono nella imbecillità; si sottraggono al mordace sentimento del poco valor proprio col sonno, co' liquori assopitivi, col giuoco, colla lettura, o colla compagnia che avidamente e senza scelta ricercano, e a ciò vengono spinti da quel tedio abituale in cui restano immersi, abbandonati a loro stessi. Questi vedon gli oggetti come attraverso la nebbia, e non potendo spignere lo sguardo molto addentro, valutano nella loro scelta piuttosto la superficie di quel lato che lor si presenta, anzi che la massa; quindi omettendo quasi del tutto la durata, giudicano delle sensazioni quasi interamente sulla pura intensione momentanea.

Un minor numero d'uomini, in vece, ha l'immaginazione fatta per modo che un fantasma vincitore s'impadronisce della loro sensibilità, e il restante delle loro idee resta inconsiderato ed in disordine, mentre quel fantasma è rappresentato con vivissimo colorito e con esatti contorni. Questi hanno per loro carattere l'immaginazione, l'entusiasmo, l'elevazione; i voli piú arditi non si vedono che in questi uomini. Essi però si suddividono in due specie. Gli uni sono costantemente occupati da una idea prepotente, la quale ostinatamente tengono sempre di mira: uomini capaci di grandi cose, perché esercitano un'azione energica assiduamente prolungata per lungo spazio. Se il fantasma che gli occupa è conforme al bene del genere umano, sono eroi: se contrario, sono illustri scellerati: se è incoerente, sono pazzi. Gli altri sono della seconda specie, occupati da un dispotico fantasma, ma dove un fantasma detronizza l'altro e si succedono vicendevolmente. Sono questi i migliori poeti, i migliori pittori, gli oratori i piú eloquenti, uomini di grandi passioni al momento. Non ti farà maraviglia se dopo aver essi declamato in favore della civile libertà, li vedi diventati all'occasione cortigiani; combatteranno essi talvolta contro quella libertà medesima che avevan sostenuta. Questi uomini d'immaginazione, i quali a foggia degli istrioni risvegliano in lor medesimi le passioni del momento, e con calda energia le sanno comunicare, mal si giudicherebbero se si credesse costante in essi quell'entusiasmo che non parte dal cuore, ma da un'artificiosa e cercata fermentazione di sentimenti. I primi, giudicando delle sensazioni che hanno rapporto all'idea signoreggiante, s'accostano all'esattezza del calcolo e ne valutano non solamente l'intensione, quant'anche in parte la durata, ma nel restante delle loro idee pochissima attenzione vi prestano, e si determinano per la sola intensione. I secondi invece, quanto ai loro giudizî, interamente si conformano al metodo volgare, e nella loro pratica restano perpetuamente plebei.

Finalmente una parte ben piccola del genere umano, è quella di coloro che sogliono ad un tempo stesso avere davanti al loro sguardo piú oggetti illuminati, coloriti, e distinti: sagacemente li paragonano, li accozzano, li separano. Conosciuta che hanno la schiera de' mali che seco strascina il vizio, scelgono la virtú e tranquillamente e con costanza ne batton l'orme. Essi non hanno quelle clamorose estasi colle quali cercano di accreditarsi gli empirici della virtú; il loro animo piú in calma, pacatamente, e per una felice abitudine, li porta a bene e virtuosamente vivere. Costoro, sebbene per costruzione loro abbiano il cuore meno appassionato di quello degli entusiasti, con tutto ciò non sono esenti dalla febbre delle passioni. Non sempre la placida ragione lascia viva alla mente loro questa verità, che gli uomini cattivi meritano piú compassione che odio; la bassezza, l'ingiustizia fanno nascere nel loro cuore lo sdegno talvolta, come le belle azioni amore e benevolenza. Questi ultimi sono gli uomini piú simili a loro stessi nelle loro azioni. I loro discorsi sono della tempra de' loro fatti; i loro scritti hanno la tinta istessa della lor vita e de' loro sentimenti: essi non cercano di ridurre gli uomini attoniti e sbigottiti con gigantesche idee, ma illuminati e resi migliori da un raggio puro e sereno di verità. Essi nella scelta delle sensazioni generalmente s'accostano piú di tutti all'esattezza del calcolo, portano i loro sguardi sulle maggiori relazioni possibili e lo inoltrano al tempo piú rimoto.

Queste tre classi sono come i tre tuoni principali del diverso modo di sentire degli uomini; ma ogni uomo, comunemente parlando, è un misto e partecipa di piú d'una classe. I primi sono meno di tutti capaci di piaceri e di dolori morali, perché, come si disse, dipendendo questi interamente dall'appoggiarsi che fa la mente sul passato e sull'avvenire, e dal paragone che facciamo fra il modo col quale esistiamo e quello al quale prevediamo di dover giugnere, un tal modo di sentire suppone memoria e previdenza; e dove gli oggetti si vedono abitualmente larvati e mal definiti, non v'è luogo a questo scagliamento dell'animo. I secondi che hanno un fantasma costante in tutte le sensazioni, che a quello si accostano debbon essere sommamente capaci di piaceri e di dolori morali. Se Colombo ci avesse lasciata la storia dei suoi sentimenti per il lungo tratto di tempo in cui sollecitò i mezzi onde scoprire un nuovo mondo; se ogni giorno avesse scritta la storia delle proprie sensazioni, e nel tempo in cui viaggiava alle corti per offrire il progetto, e nel lungo spazio in cui languí nelle anticamere fra un piccol filo di speranza e molti sorrisi de' cortigiani che lo rimiravano come un uomo da romanzi; se ci avesse fedelmente tramandate le sensazioni che provò quando le speranze crebbero, poi quando ottenne le poche navi, poi di quanto nel cuore sentí durante la lunga navigazione per un mare immenso e sconosciuto; finalmente se ci avesse descritti i sentimenti che provò allo scoprire la terra, all'approdarvi, al conoscerne i tesori, avremmo un'idea allora de' sommi dolori e sommi piaceri che occupano un entusiasta costante. Forse questa grande scena terminò nel momento in cui ebbe scoperta l'America. La terza classe, come la piú capace su tutti gli oggetti di timore e di speranza, cosí da ogni lato è accessibile ai dolori ed ai piaceri morali; minori forse nell'intensione di quei che sentono gli entusiasti, ma nella quantità e frequenza considerabilissimi.

XI. - Il dolore precede ogni piacere ed è il principio motore dell'uomo

Osserviamo i bambini; essi meritano la compassione e l'assistenza nostra, e sono i migliori maestri che possiamo scegliere per conoscere l'uomo e lo sviluppo della sensibilità. Al momento in cui il bambino nasce ci dà tutti i contrassegni del dolore e d'un violento dolore. I Persiani, per renderci maravigliosa l'origine del loro legislatore, asserirono che appena nato ridesse, ma la natura dovunque ci fa vedere il bambino gemente e smanioso al suo nascere, e per due o tre mesi dopo nato ancora o ce lo mostra stupido ovvero addolorato. Le prime sensazioni adunque dell'uomo sono il dolore. Infatti l'aria ferisce le loro membra molli e sensibilissime; la luce percuote violentemente i loro occhi delicati; il latte aggrava il loro stomaco e cagiona le irritazioni ne' loro visceri; le loro lagrime, le grida, l'inquietudine, tutto ci manifesta lo stato dolorosissimo del loro essere. Trascorrono, non che i giorni e le settimane, anche i mesi dopo che gli occhi sono troppo avvezzi al pianto, che la loro bocca comincia ad apprendere i1 sorriso. Questo fatto ci prova che il dolore lo può sentire l'essere organizzato al primo momento di sua esistenza, e che il piacere non si sente se non dopo d'aver sofferto il dolore. Infatti una sensazione suppone un cambiamento di stato nell'organo che la riceve, cioé o una tensione accresciuta ovvero diminuita. Se l'organo era nello stato di perfezione la prima sensazione lo toglie da quello, conseguentemente è un disordine e un dolore. Se poi l'organo era viziato o per soverchia tensione o per ammollimento soverchio, la prima azione de' corpi esterni, può bensí rimediarvi, ma sarà preceduta dal dolore che produceva il vizio della costruzione organica, e cosí ne deriva che la prima sensazione deve necessariamente essere dolorosa.

I dolori che soffrono i bambini ne' primi mesi della loro vita potrebbero forse da taluno attribuirsi alla gracilità e imperfezione de' loro organi ancora informi, anzi che alla primitiva legge della sensibilità; e perciò figuriamoci che dal sommo Essere venga creato un uomo, il quale nel primo istante della sua esistenza sia organizzato come lo sono comunemente i giovani a venti anni, e immaginiamo se è possibile il presentargli una sensazione piacevole, la quale sia la prima, e non preceduta da alcuna dolorosa. L'appetito del cibo o della bevanda non lo potrebbe movere, perché conviengli prima aver provato i dolori della fame e della sete; indifferente riuscirà ogni sapore a chi non ha potuto prima sentirne mai il bisogno. L'odore parimenti d'una rosa o d'un gelsomino farà la piú indifferente sensazione in quest'uomo, se pure farà sensazione; di che ne dubito perché i sensi nostri si vanno educando colla società, modificando coll'uso, e artificiosamente snaturando per modo che moltissime volte l'uomo colto crede di provare o piacere o dolore, e s'inganna sedotto dall'abituazione di vedere associate ad un oggetto le espressioni del piacere, ad altro quelle del dolore; di che fra poco tornerò a trattare. Lo stesso dirò di ogni suono musicale, il quale se non giugne alla scossa dolorosa, non darà sensazione all'uomo immaginato; e lo dico pure dell'amore anche fisico, ch'ei non può sentire se non provò prima le dolorose inquietudini che lo fanno nascere in noi; e cosí ogni oggetto si presenterà alla di lui vista indifferentemente, a meno che non lo addolori; ed ogni giacitura o tatto del suo corpo sarà di nessun effetto, a meno che non lo addolori, ovvero non si trovi già lasso e addolorato dalla situazione in cui giaceva. L'essenza adunque della sensibilità importa di cominciare col dolore, perché o l'azione sopra i nostri organi è dolorosa, ovvero è un rimedio alla dolorosa organizzazione, ovvero è azione inefficace, indifferente e nulla: il dolore è un'azione, il piacere è una rapida cessazione di essa. Con ciò l'uomo è riposto a vivere in mezzo ai dolori.

Io non dirò che il dolore per sé sia un bene; dirò bensí che il bene nasce dal male, la sterilità produce l'abbondanza, la povertà fa nascere la ricchezza, i bisogni cocenti affinano l'ingegno, la somma ingiustizia fa nascere il coraggio, in una parola il dolore è il principio motore di tutto l'uman genere; egli è cagione di tutti i movimenti dell'uomo, che senza di lui sarebbe un animale inerte e stupido, e perirebbe poco dopo di esser nato; egli ci spinge alla fatica del lavoro de' campi, ci guida a creare e perfezionare i mestieri, c'insegna a pensare, crea le scienze, fa immaginare le arti e le raffina; a lui siamo, in una parola, debitori di tutto, perché dalla eterna Sapienza ci è stato collocato intorno acciocché fosse il principio che desse vita, anima e azione all'uomo. Appena nati trascorrono poche ore, e il dolore della sete sveglia l'assopito bambino, gl'insegna a trangugiare il latte, poi dà moto alla sua lingua, alle sue mascelle, e gl'insegna a succhiarlo; senza il dolore non si ciberebbe, e la morte sarebbe assai vicina al nascimento. Poi, cade nella passiva indifferenza e dorme; non piú sarebbe richiamato alla vita, se il dolore non lo scuotesse. Noi stessi, adulti che siamo, non ci svegliamo mai spontaneamente dal sonno; comunemente il dolore, cagionato dalla lunga pressione sulle parti sulle quali stiamo giacendo, è quello che ci desta; infatti la prima azione che facciamo allo svegliarci si è un moto che cambi la nostra giacitura, e distendiamo i muscoli che per quello spazio di tempo rimasero raggruppati; talvolta un affannoso sogno, dolorosamente agitando la nostra immaginazione, ci desta: il sonno condurrebbe naturalmente alla morte se non vi s'intrapponesse il dolore. Se uno sconcerto accade nella nostra macchina, il dolore è quello che ci avvisa e ci scuote a ripararlo; senza del dolore, il ferro, il fuoco, gli altri esseri consumerebbero le nostre membra prima che ce ne avvedessimo. L'uomo, se non soffrisse dolore, apparirebbe alla luce per una brevissima vegetazione, che lasciandolo svenire privo d'alimento, lo piegherebbe poco dopo alla morte. Se l'uomo non avesse sofferto il dolore del caldo, del freddo, della umidità e delle malattie, non avrebbe mai cominciato a formarsi delle capanne, poi delle case né a tessere per riparare il suo corpo. Se il dolore della fame non l'avesse spinto non mai si sarebbe dato alla caccia, alla vita pastorale, indi alla coltivazione della terra. Fatti questi primi passi, sarebbesi l'uomo limitato a queste arti ed alle adiutrici; ma la naturale fecondità della specie moltiplicò i dolori e la ricerca de' mezzi per sedarli; e nacque l'industria, che dopo essersi esercitata in rapine, dovette passare a stabilire le proprietà; e poscia i pochi che poterono profittare del moto altrui risparmiarono il dolore della fatica, e si rifugiarono in quello stato di quiete e di torpore, che è lo stato naturale dell'uomo mancante di dolori. I ricchi poi viventi col moto della classe dei coltivatori e degli artigiani, liberati dai dolori primigeni della fame, della sete e delle stagioni, nell'ozio divennero sensibili piú delicatamente; e quindi incominciando a provar dolore nella ruvidezza del vestito, nell'ambiente dell'albergo, nella durezza del letto, cominciarono ad esigere dagli artigiani esattezza maggiore; e cosí gradatamente i dolori che nuovamente si andarono creando colla mollezza della vita, portarono l'uman genere ai primi passi verso della coltura. Col passare dei secoli, ai dolori fisici si aggiunsero i dolori morali; si sviluppò nell'uomo la gelosia di primeggiare; il fasto, l'orgoglio di alcuni insultò molti: taluno si riscosse, e per liberarsi dalla dolorosa umiliazione affrontò costantemente la fatica dell'ingegno e dell'eroismo; e per sottrarsi a quei dolori pungentissimi altri divennero guerrieri, altri legislatori, altri scopritori di verità. Cosí nacquero le scienze e le arti dalle piú facili sino alle piú astratte e raffinate, cosí ogni bene del mondo ha la sua radice nel male, cosí il dolore è il principio dell'azione, e cosí l'uomo per sottrarsene lo affronta e abbraccia, sempre fuggendo dal maggior dolore e sopportando la fatica, che pure è dolorosa, perché lo libera da dolori piú forti.

Infatti le nazioni che abitano un clima dolce, ove la terra facilmente somministra l'alimento, sono la sede dell'indolenza; e ne' climi piú aspri, e ne' terreni piú avari veggiamo gli uomini spinti ad un'attività abituale che forma nell'uomo quasi un bisogno di agire. Il regno della immaginazione sta nelle prime: questa s'alimenta co' vaghi deliri d'una vacua esistenza. Ma il liceo delle scienze lo troverai presso le seconde; esse sono il risultato di sforzi continuati e combinati da una energica industria. Se nelle prime per la generale mancanza di azione la società degli uomini dorme costantemente sotto il governo d'un despota, detronizzato talvolta in un momento di furiosa impazienza, e ben tosto seguito da un altro despota; nelle seconde la società sempre è in moto, e difficilmente persevera i secoli nel medesimo stato. I Persiani oggigiorno s'assomigliano piú ai loro antenati del tempo d'Ezechiello, di quello che noi abbiamo di somiglianza co' nostri avi dello scorso secolo sí nelle usanze e fogge di vestire, alloggiare e cibarci, quanto nella serie istessa delle nostre idee. La poesia, l'eloquenza, le favole, i romanzi, i racconti esageratamente prodigiosi, nascono per lo piú ne' climi caldi e molli, e ne' paesi spontaneamente fecondi, perché sono questi i prodotti di una vita priva di cure e sedentaria; le matematiche sublimi, la erudizione laboriosa, la esatta critica, la giudiziosa e paziente osservazione delle cose fisiche e intellettuali, sono effetti d'un moto contenzioso del nostro ingegno il quale non affronta le difficoltà, né regge a superarle se non viene incessantemente punto dal dolore, e perciò la loro sede trovasi ne' climi piú ingrati, e se talvolta ne spunta un raggio in piú felice clima, ciò sarà come una banana o un ananas, còlto in Europa per artificiali e separate cagioni domestiche, non mai dipendenti dalla influenza generale e comune.

Due pensatori del primo ordine hanno stabiliti opposti sistemi sull'indole delle nazioni; l'uno deriva tutto dal clima, l'altro deriva tutto dalla legislazione: il primo fa emanare tutto immediatamente dalla fisica; il secondo tutto dalle istituzioni morali. Bramo che gli uomini che hanno parte al destino dei popoli tengano la seconda opinione, poiché l'altra mi sembra tanto perniciosa nella politica quanto nella privata morale la fatalità. Io però credo che il dolore è il principio motore dell'uomo; questo nasce e dal clima in cui l'uomo respira e dalla forma con cui è governato; bensí è vero che piú ferma e durevole ed uniforme di ogni altra è l'azione meccanica del clima, e i dolori da esso cagionati l'uomo li tollera e li ripara senza sdegno e ribellione, perché inevitabili e senza insulto; ma non perciò una parte sensibile può ricusarsi agl'istituti sociali, i quali se del cavallo e del cane possono formare due esseri per la guerra, la caccia e i tornei, quantunque non giungano a formarli tutti di eguale coraggio e docilità (il che dovrebbesi fare se l'educazione facesse il tutto), cosí degli uomini possono formarne o buoni, o malvagi, o industriosi, o scioperati, a misura della sapiente o inconsiderata o capricciosa creazione delle leggi.

XII. - Di alcuni dolori e piaceri di opinione

Ho accennato poco fa che i sensi nostri vengono modificati dalle usanze, e che dall'esempio e dalla educazione impariamo a dimostrar dolore o piacere talvolta per convenzione. Né parlo io di que' sociali uflici che per condiscendenza urbana ci portano a mostrarci sensibili ad oggetti che non agiscono sopra del nostro animo: il che facciamo conoscendolo e volendolo; ma parlo di quelle illusioni che ingannano noi medesimi e ci fanno esclamare, quasi che fossimo addolorati, o piacevolmente mossi, allorché veramente non lo siamo, e buonamente crediamo di esserlo, non già perché sentiamo, ma perché siamo avvezzi a mostrarci sensibili in quella guisa. Una distonazione clamorosa fa contorcere l'appassionato per la musica, e lo fa dolorosamente sentire: lo crede egli stesso; un bel trillo granito e mordente lo tocca deliziosamente, cosí dice, e lo crede. Io non ho trascurato questa bell'arte; l'amo, ed ho un orecchio sensibile; mostro le stesse apparenze; ma dubito assai, analizzando me stesso lontano dall'armonia, se veramente io provi allora il dolore e il piacere che mi immagino. Questi due modi se potessero cagionare un dolore ed un piacere ne vedremmo qualche traccia anche negli uomini incolti o educati ad una cultura diversa dalla nostra. Un Inglese, un Olandese deliziosamente sorbiscono il thé, giudicano delle minime differenze, gustano il giusto grado di forza, di volatile, di odoroso di quella bevanda che noi italiani beviamo soltanto per consiglio del medico con somma svogliatezza; siamo noi insensibili, ovvero s'ingannano essi credendo di sentire ciò che non sentono? L'avere sino dalla piú tenera età osservato che le persone da noi credute piú intelligenti mostravano dispiacere per una corda che distoni, l'averne piú volte sentito il rimprovero noi stessi, colla lunga serie degli atti ripetuti non può forse associare con una coesione durevole queste due idee, distonazione e dolore? Associate che siano perché non ne mostreremmo noi gl'indizi anche ad animo pacato? Chi potrà mai decidere se allora provi l'uomo il dolore che mostra? Lo decideranno i pochi che preferiscono la verità alla opinione, che si occupano de' movimenti del loro animo, e cercano di scacciare l'illusione che penetra sino entro i piú profondi ripostigli del cuore.

Quanto mai sono alcuni piaceri indigeni d'un regno, e affatto diverrebbero insulsi col trasporto! Il Cinese ti dipinge la sua Venere con una immensa fronte, con due occhietti schiacciati, un naso maccato e largo, un ventre enorme: eccoti la piú voluttuosa donna per lui: s'inganna egli, ovvero s'ingannò quel Greco incomparabile che scolpí la Venere Medicea? Io non parlo sull'idea del bello, ma su quella del piacere che gli uomini in nazioni diverse collocano sopra diversi oggetti. Gli antichi trovavano della delizia nell'odore della rosa; ora le persone piú raffinate dicono di trovare disgustose quelle emanazioni. Un triclinio servito colla delicatezza di Attico, ora moverebbe lo stomaco a nausea; il Falerno si raccoglie anche in questo secolo, lo troviamo insipida e grossa bevanda, e le vivande impastate di mele sarebbero postposte al mero pane. Un voluttuoso Mussulmano s'annoia alla nostra musica, ai nostri spettacoli e prova ribrezzo de' nostri cibi; noi partiamo colla fame dalla mensa degli Ottomani, che mischiano zucchero, ambra, e muschio nelle vivande, e fuggiamo la melanconia de' loro concenti musicali, ai quali essi svengono per delizia. Fra i soli Francesi e noi che disparità dí opinione non v'è per la musica vocale! l'uno trova una sensazione grata, dove l'altro la trova dolorosa. Alcuni Turchi di maggiore distinzione fatti prigionieri dai Russi nell'ultima guerra furono onorevolmente scortati a Pietroburgo, ovc quella sovrana voleva che mirando da vicino la sua umanità e lo splendore di sua corte, tornassero poi a darne un'idea nella loro patria. Portò la sua cura l'imperatrice oltre l'alloggio ricco e agiato, sino a destinar loro una loggia al teatro; ivi né la musica, né il ballo, né il prestigio delle decorazioni e dell'inusitato spettacolo poterono mai ottenere dal loro volto un cenno di piacere; tristi, svogliati, godevano nel momento solo in cui finiva. L'ufficiale destinato a servir loro d'interprete fece loro sentire quanto ospitale fosse l'accoglienza che si faceva ai nemici, pensando a rendere ameno e profittevole il tempo stesso della loro prigionia. "Convien bene piegarci e obbedire quando siam presi", cosí rispose il primo di essi che credeva una pena e uno scorno l'essere cosí condotti in pubblico; e il sorriso apparve sui loro volti, quando udirono che era ad essi libero il non venire, e di questa libertà profittarono, né mai piú vennero al teatro.

I veri dolori e piaceri fisici non sono tanto variati, e sono quelli che sempre e in ogni paese cagionano dolore o piacere all'uomo sanamente organizzato. Non si dà dolor fisico, senza lacerazione; e qual lacerazione cagionerà mai nell'orecchio uno stromento discorde, un errore di lingua, un endecasillabo sgraziato? Il compositore di musica, il grammatico, il poeta credono di soffrirne dolore; ed io credo che non lo soffrano, e che per imitazione altrui dapprima, poi per abitudine, ne mostrino i segni, credendosi essi medesimi addolorati; e per convincermene ho osservato che né il canto gregoriano, né alcuni inni composti ne' secoli meno colti cagionano dolore al musico, al poeta, al grammatico che gli ascolta. De' piaceri fisici di opinione per lo contrario io credo che siano sentiti veramente, perché veramente producono delle rapide cessazioni di dolore: non è poca consolazione il poter dire a noi medesimi: "Sono un buono e delicato conoscitore". Il continuo timore di valer poco che sta nel fondo del cuore dell'uomo incivilito è una sorgente perenne di questi piaceri; un lampo che ce lo scuota, e che rapidamente ce ne storni la dolorosa vista, è un piacere. L'educazione ci forma, per dir cosí, nuovi sensi: un fanciullo non sa che gli odori possano cagionar dolore né piacere: indifferente prova i grati e disgustosi senza dar segno di alcun sentimento, a meno che non diano una scossa capace di formare una lacerazione negli organi dell'olfatto o della respirazione: il selvaggio egualmente, e il sibarita al primo fiuto distingue l'ambra, la tuberosa, il muschio, l'essenza di rose di Persia, rifiuta un'essenza oleosa, sviene accostandosi a una traspirazione volgare. L'occhio d'un fanciullo e quello d'un uomo rozzo rimirano colla tranquillità e disattenzione medesima, una facciata del Palladio, e un edificio di struttura capricciosa, che impropriamente chiamiamo gotica: il conoscitore delle belle arti crede di provare ad una vista il dolore e nell'altra sente un piacere, perché cessa rapidamente qualche dolore innominato in lui, e singolarmente il timore di non valer molto perché scopre qualche nuova combinazione che confusamente sentiva di non poter trovare, o per altri moltissimi e sottilissimi dolori preparati sempre nello stato di società, ai quali quella vista ha dato un rapido ammorzamento. L'uomo incivilito per l'istesso principio anche nella società trova il tuono della voce di uno dolce e piacevole, e duro e ingrato quello d'un altro: la voce d'una donna talvolta seduce e desta la sensibilità del cuore per un non so che di velato e sensibile che ella annunzia; il Caraibo non se n'è avveduto mai. Alla cena un elegante Europeo di questi tempi preferirà i vini del Reno e della Borgogna agli altri; il meno raffinato cercherà una bevanda meno acida e che conservi di piú il sapore del frutto; dico un elegante Europeo di questi tempi, perché è verosimile assai che i nostri posteri trattino con noi come facciamo noi co' nostri antenati, e che ci compiangano per le nostre delizie nella musica, nella mensa, e in tutti i piaceri nostri di opinione, come facciamo noi della verdea, della malvasia, del Corelli, del Bernini, e di quanto formò il raffinamento degli avi nostri.

Una dimostrazione cospicua di questa verità, che nell'uomo artificiale si creano moltissimi dolori e piaceri di opinione, ce la somministra l'antica Roma tanto avida dello spettacolo de' gladiatori. Le vergini, le matrone, i fanciulli romani si affollavano all'anfiteatro, e avidamente godevano nel mirare piú uomini che col pugnale in mano si battevano a morte; li volevano veder nudi per meglio osservare il ferro acuto che doveva forarli; li volevano ben pasciuti perché l'adipe istesso rendendo piú lento lo sgorgo del sangue riusciva lo spettacolo della morte piú prolungato; si assaporava la grazia della positura in cui sapeva rendersi pittoresco il morire, e il gladiatore si applaudiva dagli astanti perché agonizzasse con leggiadria. Nelle mense medesime piú festose, mentre coricati i Romani epicurei ponevano pausa al cibo, venivano i gladiatori a ricolmare la voluttà de' convitati; e le mense grondanti umano sangue, e coperte di murene e greci vini, e i singhiozzi de' moribondi, frammischiati alle festevoli sinfonie, cagionavano le delizie e il delicato raffinamento de' piaceri. Troppo è noto il fatto, ed è pur noto che somma rusticità allora si reputava dai Romani se mai per annunziare che taluno era morto si fosse detto obiit, o simile espressione, dovendosi usare la piú mite e dire vixit quasi che il ricordare a voce la morte naturale d'un uomo potesse essere dolorosa cosa ad un popolo che con giubilo la mirava eseguita con violenza e atrocità. Egli è certo che se ai tempi nostri nel Colosséo si rappresentassero queste carneficine, non che le tenere vergini e le donne e i giovani, ma gli uomini ancora meno sensibili ne proverebbero un dolore, e il dolore e la lacerazione interna cagionata dalla compassione giugnerebbero al grado di portare molti degli spettatori allo stato della malattia. Io credo che a misura che l'uomo è piú rozzo ha bisogno di oggetti piú violenti per godere di uno spettacolo; e all'altra estremità pure dell'artificioso raffinamento torna ad avere lo stesso bisogno, perché conviene adoperare un colpo piú energico per conciliarci l'attenzione d'un essere difficilmente sensibile, quanto d'un essere molto occupato delle proprie idee.

XIII. - Schiarimento sull'indole dei dolori e dei piaceri

Il tempo che passiamo con piacere ci sembra breve, e quello in cui soffriamo dolore lunghissimo. Il tempo relativamente a noi altro non è che la successione delle nostre sensazioni. Se un uomo potesse per degli anni di séguito restare assorbito nell'estasi di una sola idea, egli non si accorgerebbe che sia trascorso tempo. Ciò posto, se le ore del dolore ci sembrano lunghe, convien dire che molte e replicate e fitte sensazioni siansi provate durante quello spazio di tempo; onde riflettendo noi alla serie per la quale passammo, giudichiamo essere trascorso piú tempo che il pendolo non ci indica; e se le ore del piacere ci sembran brevi, convien pur dire che il tempo trascorso non fosse variato da replicate scosse e sensazioni. Quindi apparisce esser il tempo del piacere una cessazione d'azione, uno stato uniforme dell'animo, e perciò giudicarsi breve, perché egli e' una quantità negativa, ed un accostamento al non essere; laddove il dolore è una quantità di azione positiva, e nella rapida cessazione di lei consiste il piacere. Ecco perché altresí il piacere per sua indole debb'esser breve, né può protraersi oltre un corto spazio; laddove il dolore può essere tanto lungo e durevole quanto la vita che ci può togliere; perché una azione positiva sopra di noi non ha altri confini di tempo che la nostra sensibilità; invece una mera cessazione rapida di dolore non può allungarsi senza continuo discapito della rapidità sua, e annientata questa, s'annienta il piacere, come si è detto di sopra.

Quando è mai che l'uomo corra piú avidamente in traccia dei piaceri? Ciò è nel punto in cui egli è piú infelice e soffre i mali maggiori. Dopo di un tremuoto, di un grande incendio, nel tempo della pestilenza, l'uomo naturalmente punto da mille oggetti di miseria propria e altrui si getta alla piú libertina sfrenatezza; quei riguardi che tenevano nella moderazione il cittadino in tempi migliori, nel disastro, nella folla de' mali, sono troppo deboli fili; non è sopportabile lo stato continuato e atroce dei dolori morali; si rompono i ritegni, e si corre clamorosamente dietro un piacere qualunque purché s'ottenga una tregua ai mali con una rapida cessazion di dolore. Quanto è piú violento il dolore, e quanto ne è piú rapida la cessazione, tanto piú intenso ne sarà sempre il piacere. I vecchi generali induriti nella militare disciplina, e insensibili quasi alla gioia, si vedono dopo d'una battaglia vinta, inondati di lacrime di allegrezza; sono in quel momento i piú sensibili, i piú cordiali uomini del mondo. I dolorosissimi sentimenti che assalgono il cuore d'ognuno al combattere, la natura che internamente grida, l'onore che forzatamente compone il nostro aspetto, la fortuna dello stato nostro, sentimenti violentissimi che ci stringono, scompaiono al momento che il nemico fugge e quella rapida cessazione fa palpitare anco le fibre piú incallite. Da una pericolosa burrasca un soffio celere di vento se ti salvi in un porto sicuro, vedrai i piú insensibili uomini marinareschi abbracciarsi l'un l'altro con trasporto di gioia, gridare, cantare, abbandonarsi alla delizia cagionata dalla cessazione rapida dei mali. Non mi si troverà un solo dolor fisico o morale, la di cui rapida cessazione, non sia un piacere. Non mi si troverà un solo piacer fisico ovvero morale, del quale sicuramente si possa dire non essere questo cagionato da una rapida cessazion di dolore, o fisico o morale o innominato. Ecco ridotti con ciò i fenomeni della sensibilità a un solo principio, cioé alla fuga del dolore, giacché l'amor del piacere si risolve in una fuga rapida del dolore, e cosí i due elementi della sensibilità nostra accennati all'introduzione di questo discorso, si risolvono in un principio solo, la fuga, come si è detto, del dolore; e dipendendo il dolor fisico dalla lacerazione e il dolor morale dal timore, eccoci ai due ultimi termini che immediatamente toccano la nebbia sacra del nostro essere e che ci additano però i due mezzi che producono il nostro movimento.

Fra i misteri della fisica deve riporsi la elasticità. Una molla di fino acciaio, stassene immobile sin tanto che non venga compressa: il mistero della sensibilità vi ha molta rassomiglianza: l'uomo privo di sensazioni rimane parimenti immobile; comprimilo, addoloralo, ei si rannicchia in sé stesso e si move. Se la compressione è passeggera e tenue, la molla rimbalzando se ne libera e nel primo slancio si dilata anche oltre il limite in cui prima trovavasi. Cosí la sensibilità. Se il dolore sia moderato e passeggero al cessare di esso la gioia sembra che la dilati e la estenda anche quasi fuor di sé: il dolore è quasi un raggruppamento, una condensazione; ed è espansiva, e sembra grandeggiare la gioia. Comprimi la molla con eccessivo peso, ella perderà l'elasticità, o sarà infranta: opprimi l'uomo con eccessivo dolore, o lo renderai stupido, o lo ucciderai. Togli alla molla la compressione per gradi insensibili, e ritorna allo stato primiero senza rimbalzo: toglimi insensibilmente il dolore, e giungo alla tranquillità senza piacere. Assoggetta la molla a un peso uniforme e lasciala per molto tempo compressa immobilmente, la elasticità sarà diminuita, e non sarà mai piú quella di prima: aggrava l'uomo di un dolore diuturno e uniforme, non riacquista piú la squisita sensibilità di prima, col lungo tratto l'uomo s'indurisce ai mali, la sensibilità s'incallisce e cade nella indolenza o nella disperazione.

XIV. - Se nella vita siano piú i dolori overo i piaceri

Sono adunque piú i mali, o i beni in questa vita? La somma totale de' dolori è ella eguale, maggiore, ovvero minore della somma totale de' piaceri? Ogni uomo prova egli una porzione uguale di bene e male? Su di tali questioni trattate ingegnosamente da vari illustri italiani all'occasione del libro del signor di Maupertuis, io ardirò dire quello che ne sento, e quanto parmi scaturire dai principi già indicati. V'è chi osservò non essere due quantità paragonabili dolore e piacere, e non potersi mai esattamente trovare una di queste due serie di sensazioni che sia uguale o doppia o tripla dell'altra. In fatti dammi un piacere che esattamente valga un determinato dolore? La mente umana non ha mezzi onde graduarli, né abbiamo veruna macchina che serva di misura, come i termometri, i pendoli, i palmi, le once ci fanno paragonare i gradi di calore, il tempo, l'estensione, i pesi ecc. Ciò non ostante nella pratica delle nostre azioni noi facciamo tacitamente paragoni continui fra il male e il bene, fra il dolore e il piacere. L'ambizioso, l'innamorato, l'avaro, il vendicativo quanti mali non affrontano, quante sensazioni dolorose spontaneamente non iscelgono, perché giudicano praticamente che il piacere che se ne promettono sarà maggiore del male che son disposti a soffrire per ottenerlo! Anche gli uomini piú pacati, e non mossi da forte passione scelgono sempre fra il dolore e il piacere, e ne fanno continuo calcolo di paragone. L'uscir di casa con un tempo cattivo, l'attraversare un lungo cammino a piedi, l'uscir di buon'ora da letto ove mollemente ti giaceresti, il differire a cibarti ecc., sono piccoli dolori, ma però lo sono; e ogni uomo li giudica una quantità minore del piacere che avrà d'aver visitato un amico, d'avere esattamente adempiuto agli obblighi dello stato, d'aver usata urbanità e compiacenza ecc. Se adunque nella pratica l'uomo paragona continuamente i dolori e i piaceri, convien dire che sieno due quantità prossimamente paragonabili. Ogni azione nostra si assomiglia a una compra: si dà il denaro per avere una cosa: il privarsi del danaro per sé è un male; ma quando compriamo, giudichiamo che è un bene maggiore di questo male la cosa che ricerchiamo. In ogni condizione in cui sia l'uomo, anche sotto al trono, è costretto a fare una quantità di azioni penose, incomode, dolorose per acquistarsi i piaceri. Questo calcolo l'uomo lo fa abitualmente.

Ciò posto, siccome di sopra ho detto, il piacere non essendo che una rapida cessazione di dolore, non può in conseguenza essere maggiore giammai della quantità del dolore, la di cui cessazione non può essere maggior quantità che lui medesimo. Di piú l'uomo soffre dei dolori i quali cessano lentamente, onde non hanno un piacere che ad essi corrisponda. Dunque la somma totale delle sensazioni dolorose debb'essere in ogni uomo maggiore della somma totale delle sensazioni piacevoli. Tal è la condizione dell'uomo; ma la seducente e consolatrice speranza ci sta sempre al fianco sino all'ultimo respiro, sparge di rose la scoscesa e laboriosissima via; per lei prendiamo vigore e fiato; e s'ella ci spigne al di là del breve viver nostro, ci fa ridenti attraversare fra le difficoltà piú scabrose e placidi soffrire anche i dolori piú forti.

Se fosse vero che ogni uomo egualmente avesse che soffrire e che godere; se fosse vero che il sano, ricco, libero, rispettato, avesse tanti mali e beni, quanti ne ha l'infermo, povero, carcerato e abbietto, questa odiosissima verità, distruggitrice di ogni germe benefico di compassione, sarebbe da proscriversi da chiunque onora l'umanità. Ma la immortale verità non nuoce ai piú cari e preziosi sentimenti dell'uomo, e l'opinione di questa sognata uguaglianza è un patentissimo errore. Se ogni piacere consiste nella rapida cessazione d'un dolore, e se ogni dolore può cessare anche lentamente ne viene per conseguenza che può essere diversissima la proporzione fra l'uomo e l'uomo; e mentre uno nella serie della sua vita avrà un terzo delle sue sensazioni piacevoli, un altro appena ne avrà un decimo, un centesimo.

E qui do fine al mio discorso. Lontano egualmente dal gregge degli Epicurei, come dall'insensibilità della Stoa, se avrò fatte cessare rapidamente e con frequenza le sensazioni dolorose di chi mi ha letto; se avrò invitato a pensare ad analizzare l'inesauribile fondo della propria sensibilità, avrò ottenuto il fine che mi era proposto.

 

 

 

 

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