Giovanni Verga e il verismo
Il verismo
Tratto da wikipedia : Il verismo è una corrente letteraria italiana nata all'incirca fra il 1875 e il 1895 ad opera di un gruppo di scrittori - per lo più narratori e commediografi - che costituirono una vera e propria "scuola" fondata su precisi principi.
Il Verismo nasce sotto influenza del clima del positivismo, quell'assoluta fiducia nella scienza, nel metodo sperimentale e negli strumenti infallibili della ricerca che si sviluppa e prospera dal 1830 fino alla fine del XIX secolo.
Inoltre, il Verismo si ispira in maniera evidente al Naturalismo, un movimento letterario diffuso in Francia a metà ottocento. Per gli scrittori naturalisti (come Émile Zola, Guy de Maupassant) la letteratura deve fotografare oggettivamente la realtà sociale e umana, rappresentandone rigorosamente le classi comprese quelle più umili, in ogni aspetto anche sgradevole; gli autori devono comportarsi come gli scienziati analizzando gli aspetti concreti della vita. Si sviluppa a Milano, la città dalla vita culturale più feconda, in cui si raccolgono intellettuali di regioni diverse; le opere veriste però rappresentano soprattutto le realtà sociali dell'Italia centrale, meridionale e insulare. Così la Sicilia è descritta nelle opere di Giovanni Verga, di Luigi Capuana e di Federico de Roberto; Napoli in quelle di Matilde Serao e di Salvatore di Giacomo; la Sardegna nelle opere di Grazia Deledda; Roma nelle poesie di Cesare Pascarella; la Toscana nelle novelle di Renato Fucini. Il primo autore italiano a teorizzare il verismo fu Luigi Capuana, il quale teorizzò la "poesia del vero"; in seguito tuttavia Verga, che dapprima era collocabile nella corrente letteraria tardoromantica (era stato soprannominato il poeta delle duchesse e aveva un successo notevole) intraprese la strada del verismo con la raccolta di novelle Vita dei campi e infine col primo romanzo del Ciclo dei Vinti, I Malavoglia, nel 1881. In Verga e nei veristi, a differenza del naturalismo, convive comunque il desiderio di far capire al lettore il proprio punto di vista sulla vicenda, pur non svelando opinioni personali nella scrittura.
Giovanni Verga e il verismo
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Il Verismo.
Il Verismo è un movimento letterario che si diffonde in Italia nell’ ultimo trentennio dell’ Ottocento dietro la spinta di un analogo movimento francese,il Naturalismo. Carattere fondamentale del Naturalismo è il “ritorno alla natura” che si esprime attraverso la composizione di opere letterarie che hanno come argomento la realtà umana e sociale rappresentata con rigore scientifico. In questo periodo si stava espandendo a macchia d’ olio l’ industrializzazione in particolare in Inghilterra e Francia,in Italia era solo agli inizi. Il verismo acquista così un carattere regionalistico,in quanto tutti gli scrittori analizzavano e descrivevano la realtà della propria regione in tutta la loro crudezza e drammaticità,con toni a volte pessimistici. I caratteri fondamentali del Verismo sono:
-la rappresentazione di una realtà in modo obiettivo;
-la narrazione impersonale dei fatti,cioè senza alcun giudizio o considerazione personale dello autore che rimane estraneo alla vicenda;
-il linguaggio semplice e diretto in quanto le opere dovevano essere alla portata di tutti.
Il maggior rappresentante del Verismo italiano e Giovanni Verga e il maggior poeta è Giosuè Carducci.
Giovanni Verga.
La vita,le opere e le idee.
Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri. Continuò gli studi nella sua città natale e si iscrisse alla facoltà di Legge ma non li concluse in quanto era attratto dalle attività letterarie e vi si dedicò. Poi si trasferì a Firenze e poi a Milano dove condusse una ricca vita artistica e letteraria ed è proprio qui che scrisse le sue opere più importanti. Poi nel 1893 tornò a Catania dove morì nel 1922. Le opere di Verga si diversificarono nel tempo. Inizialmente i suoi romanzi erano storici,passionali,romantici da artista del tardo romanticismo mentre successivamente assunsero un carattere completamente diverso,tipico del Verismo. Le sue opere più importanti sono:
-Nedda:narra la tragica storia di una donna siciliana che vede morire tutti i suoi cari;
-Vita nei campi e Novelle rusticane:sono due novelle che descrivono la vita semplice e dura delle persone siciliane;
-i Malavoglia e Mastro don Gesualdo:i Malavoglia narra la storia di una famiglia di pescatori che prima numerosissima e poi decimata da varie disgrazie. Mastro don Gesualdo invece narra la storia di un manovale che dopo una vita di sacrifici e lavoro riesce ad arricchirsi però muore povero e solo rimpiangendo tutte le ricchezze accumulate e sperperate dai familiari. Verga nelle sue opere rappresenta la realtà sociale della Sicilia in modo obiettivo. I protagonisti delle sue opere sono gli umili,i poveri,i vinti che inutilmente combattono contro un destino che non potranno cambiare ed è proprio per questo che consideriamo il mondo verghiano animato dal cupo pessimismo. Ma la vera importanza delle sue opere è data dal linguaggio e dallo stile,Verga nelle sue opere narra le varie vicende in modo obiettivo e impersonale.
La roba.
Un viandante andava camminando lungo il lago di Lentini,passò per la Piana di Catania dove vi erano rimasti i residui delle piante coltivate dopo la mietitura,gli aranci sempre verdi,i sugheri grigi poi si fermò e chiese di chi fosse quella terra e gli risposero che era di Mazzarò. Camminò ancora e vide una vigna immensa che si estendeva sia sul colle che sulla pianura,poi vide il guardiano sdraiato e gli chiese di chi fosse quel terreno e gli rispose che era di Mazzarò. Poi proseguì e passò per una fattoria grande quanto una città dove vi erano magazzini,animali e donne alle quali chiese di chi fosse quella proprietà e risposero che era di Mazzarò. Ne aveva molti altri ancora,sembrava quasi che Mazzarò fosse disteso,grande quanto i suoi terreni,e gli si camminasse sulla pancia. Mazzarò era ricchissimo in quanto non era spendaccione anzi … più aveva e più risparmiava. Viveva con un po’ di pane e cipolla e il suo sogno era di poter avere più terre del re e infatti è proprio per questo che risparmiava e una volta racimolata una certa somma comprava un altro terreno. Oppresso da questa ricchezza,solo,privo di familiari,con l’ avvicinarsi della morte ha un’ esplosione di follia,dato che la sua vita non se l’ era vissuta e che tutti quei possedimenti non poteva lasciarli a nessuno,uscì in cortile e uccise a colpi di bastonate le sue anatre e i suoi tacchini.
Giosuè Carducci.
La vita,le opere e le idee.
Giosuè Carducci nacque a Valdicastello nel 1835. Trascorse la sua fanciullezza nella maremma toscana. Successivamente si trasferì con la sua famiglia a Firenze e poi a Pisa dove si laureò in lettere all’ età di ventun anni. A soli venticinque anni ottenne la cattedra di Letteratura Italiana all’ università di Bologna. Poi nel 1906 ricevette il premio nobel per la Letteratura e morì a Bologna nel 1907. Tra le sue opere più importanti ricordiamo:
-Rime nuove;-Giambi ed epodi;-Odi barbare;-Rimi e ritmi.
La vita di Carducci fu interamente dedicata agli studi,alla poesia,all’ impegno politico. Carducci sognava un rinnovamento della coscienza italiana e si ispirò al mondo classico ed è proprio per questo ruolo di formatore della coscienza civile che venne considerato il poeta vate,ossia il poeta simbolo della nazione italiana.
San Martino.
Sui colli,coperti da alberi secchi e spogli,pioviggina e la nebbia si dirada e sotto il freddo vento del nord il mare si agita,mentre fra le strade del borgo si avverte l’ odore del vino che viene travasato dai tini alle botti. Lo spiedo gira sulla brace e il cacciatore sta’ sull’ uscio a guardare gli stormi di uccelli neri tra le nuvole rossastre del tramonto che paragona ai pensieri dell’ uomo che fuggono nella sera.
Pianto antico.
L’ albero di melograno dai bei fiori rossi,a cui tendevi la mano di bimbo,è nel silenzioso giardino e il sole di Giugno lo rinvigorisce con il suo calore e la sua luce. Tu figlio di questo povero corpo,invecchiato e sciupato dal tempo,tu unico dono di questa mia inutile vita,giaci nella fredda terra di un campo santo,non potrai più vedere la luce del sole né godere dell’ amore.
Giovanni Verga (1840-1922)
Giovanni Verga nasce da una famiglia di agiati possidenti. L’insegnamento che gli viene impartito da un professore privato, il sacerdote Abate, liberale e patriota, di tendenze letterarie incline al romanticismo, lo avvia a cimentarsi nel romanzo storico di ispirazione patriottica. Nascono così Amore e patria e I carbonari della montagna.
Tra il 1860 e il 1864 Verga si dedica al giornalismo politico, fondando e dirigendo alcuni periodici destinati a breve vita. Nel 1863 pubblica il suo terzo romanzo, Sulle lagune.
Nel 1865 soggiorna a Firenze, attirato dal prestigio culturale di cui godeva questa città.
Qui ritornerà più volte e vi risiede quasi stabilmente tra il 1869 e 1871. A questo periodo appartengono i primi due romanzi "scapigliati", Una peccatrice e Storia di una capinera.
Nel 1872 si trasferisce a Milano e qui frequenta gli scrittori della Scapigliatura e partecipa intensamente alla vita letteraria e teatrale di quel tempo.
Negli anni che seguono scrive ancora opere di gusto scapigliato e tardo-romantico
come Eva, Tigre reale, Eros , ma si accosta sempre più alla narrativa del
realismo francese ( Zola ) .
Nel 1878 ha già delineato il programma del ciclo dei "vinti".
Nel 1881 pubblica i Malavoglia accolti da scarso entusiasmo dei lettori .
Nel 1895 a Roma si incontra più volte , assieme a Capuana, con il maestro del naturalismo francese Zola, il quale si mostra piuttosto perplesso di fronte alle idee che il Verga gli espone in fatto di letteratura.
A fine ‘800 si dedica prevalentemente al teatro con i drammi La lupa e In portineria e intorno al 1907 lavora alla Duchessa di Leyra.
Appartato e solitario, vive gli ultimi suoi anni a Catania, dove muore nel 1922.
Pur partendo dai postulati teorici del verismo, scrisse opere di grande valore umano e poetico. Infatti il suo verismo non fu una fredda, distaccata e anonima produzione del reale: nonostante l’intenzionale impersonalità, la sua opera rispecchia una personale visione del mondo ed il suo forte sentimento di dolore e di tristezza di fronte alla vita.
Il verismo produsse nell’autore due effetti positivi . Lo distolse dagli ambienti aristocratici borghesi e dall’ossessione sentimentale dei romanzi giovanili orientandolo verso il mondo più vero e reale degli umili. Inoltre , aiutò il Verga a esprimere i propri sentimenti con commozione contenuta ma ugualmente intensa.
GIOVANNI VERGA (1840 - 1922)
LA VITA
1840-1865
Nasce a Catania il 2 settembre del 1840 in una famiglia di agiate condizioni economiche e di origine nobiliare. Ad undici anni inizia gli studi alla scuola di Antonino Abate, letterario e patriota, e, poi, del canonico Mario Torrisi. Il tipo di educazione ricevuta è, sul piano politico, patriottica risorgimentale e, sul piano letterario, sostanzialmente romantica.
Si iscrive alla facoltà di legge ma non termina gli studi, tutto preso dalle vicende storico-politiche (dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia). Di questa educazione testimoniano le prime prove narrative: l'inedito Amore e patria,ispirato alla rivoluzione americana e scritto a 17 anni, I carbonari della montagna pubblicato nel 1861 a spese dell'autore il quale vi impegnò la somma destinata al proseguimento degli studi di giurisprudenza che infatti interruppe. Nello stesso anno si arruola nella guardia nazionale di Catania e svolse un’intensa attività di giornalista (fu tra i fondatori e i redattori di tre giornali, il primo dal titolo assai significativo, «Roma degli Italiani», che ebbero tutti una breve durata). Nel 1863 il periodico fiorentino "Nuova Europa" pubblica a puntate il romanzo Sulle lagune. Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera (1871)
1865-1872
Dopo la morte del padre, nel 1865 si stabilisce a Firenze dove frequenta l'ambiente letterario di Francesco Dall'Ongaro, giornalista, professore di letteratura drammatica e autore del noto testo teatrale «Il fornaretto di Venezia». Conosce i poeti Giovanni Prati e Aleardo Aleardi e la scrittrice Caterina Percoto, autrice di racconti di ambiente paesano. Diventa autore di uccesso dapprima con il romanzo Una peccatrice (1866) e quindi con Storia di una capinera edita nel 1871. Fondamentale, negli anni fiorentini, è l'incontro con Luigi Capuana con il quale inizia un rapporto d'amicizia e un sodalizio letterario. Così scriveva ai familiari: «Firenze è davvero il centro della vita politica e intellettuale d’Italia; qui si vive in un'altra atmosfera.»
1872-1894
Si trasferisce a Milano, città in cui sono vivacissimi gli scambi letterari: nasce in quegli anni la Scapigliatura; sono attivi, negli stessi anni, Giuseppe Giacosa e Federico De Roberto.
Tra il 1873 e il 1876 escono i romanzi Eva, Tigre reale, Eros, la raccolta di novelle Primavera e altri racconti, e, nel 1874, il bozzetto di ambiente siciliano Nedda in cui, per la prima volta, la tematica mondana viene abbandonata. Nella seconda metà degli anni Settanta la sua scrittura diventa una scrittura narrativa come "ricerca di verità".
Nel 1877 Capuana inizia una battaglia letteraria per il Verismo e comincia a scrivere il romanzo Giacinta che appunto a quella poetica si ispira.
Nel 1878 in una lettera all'amico Salvatore Paola, Verga esprime quella che sarà la tematica dei Malavoglia: "un lavoro" che sia "una specie di fantasmagoria della lotta per la vita che si estende dal cenciaiolo al ministro e all'artista..."
Nel 1881, preceduto dalle novelle di Fantasticheria (1880) e di Vita dei campi (1878), appare I Malavoglia, nello stesso anno in cui appare Malombra di Fogazzaro. L'imprevisto insuccesso del romanzo denota la preferenza dei lettori che tende verso il clima letterario creato dai romanzi di quest'ultimo.
Pur scoraggiato, Verga continua a pubblicare: I ricordi del capitano D'Arce (1881), Il marito di Elena (1882), le raccolte di novelle: Novelle rusticane (1883), Per le vie (1883, ispirate all'esistenza squallida della plebe cittadina e della gente della metropoli lombarda), Drammi intimi (1884).
Intanto inizia la nuova attività di autore per il teatro con alterne vicende di successi e di fiaschi: Cavalleria rusticana (interpretata dalla Duse) trionfa a Torino, In portineria cade a Milano.
Nel 1887 scrive Vagabondaggio (raccolta di novelle che riprende il tema delle novelle «Per le vie») e l'anno dopo esce a puntate su "Nuova Antologia" Mastro-don Gesualdo.
Nel 1893 si ritira nella sua Catania dopo aver vinto una causa (contro il musicista Pietro Mascagni) per i diritti d'autore di Cavalleria rusticana: la cifra, cospicua, gli permette di ripianare i debiti. Vive in una sorta di isolamento scontroso, geloso dell'esagerata ammirazione che i suoi concittadini avevano per il poeta Mario Rapisardi (1884–1912). La sua naturale avversione agli intrighi che vedeva trionfare nel mondo letterario, e poi alcuni dispiaceri e lutti familiari, lo allontanarono sempre più dall'esercizio dell'arte.
1894-1922
Si stabilisce definitivamente a Catania, con brevi soggiorni a Milano e a Roma dove, nel 1895 si incontra, insieme a Capuana, con Zola, maestro del Naturalismo francese.
Prosegue la produzione per il teatro: La Lupa è rappresentata a Torino nel 1896.
Con l'andare degli anni si fa sempre più vivo in lui l'interesse per le vicende politiche: fedele alle sue idealità patriottiche e unitarie, si oppone al movimento separatista dei "Fasci siciliani" e nel 1896 si fa sostenitore della necessità, per l'Italia, di una rivincita africana e di una più incisiva politica coloniale. Nel 1911 accoglie con entusiasmo la decisione della campagna libica e nel 1912 aderisce al partito nazionalista.
Nel 1911 riprende a lavorare alla Duchessa di Leyra, il terzo romanzo del "ciclo dei vinti" ma scrive un solo capitolo che sarà pubblicato postumo.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale, in un clima letterario che continua a preferire autori del post–verismo, le opere di Verga perdono interesse, ma dopo la guerra, in seguito al saggio "Giovanni Verga" di Luigi Russo (1919), il riconoscimento dei suoi meriti si fa sempre più largo e unanime e l'arte verghiana comincia ad essere apprezzata in quello che ha di più originale e di più vivo.
Nel 1920 è solennemente festeggiato a Roma e a Catania in occasione del suo ottantesimo compleanno: le onoranze hanno il loro coronamento nella nomina a senatore il 3 ottobre.
Muore a Catania il 27 gennaio 1922, colto da una paralisi cerebrale.
L'ATTIVITÀ LETTERARIA
L'attività letteraria di Verga può essere divisa in tre fasi:
- la narrativa storico-patriottica degli esordi;
- i romanzi mondani;
- la produzione verista.
In Sicilia ebbe una formazione letteraria provinciale, come si nota leggendo i suoi tre romanzi giovanili. In particolare, I carbonari della montagna (1861) è un romanzo storico (un genere che stava ormai passando di moda) che Verga dedicò ai suoi modelli di allora, Francesco Domenico Guerrazzi e Alexandre Dumas.
Fondamentale nel suo cambiamento di interessi fu l'abbandono dell'isola nel 1869, quando Verga partì per Firenze. Introdotto dal poeta Francesco Dall'Ongaro nella buona società cittadina, si dedicò allo studio della vita borghese che aveva davanti agli occhi, con un particolare interesse per le figure femminili e le vicende sentimentali, come si può capire dai titoli dei romanzi che scrisse in questo secondo periodo "mondano": Una peccatrice (1866), Eva (1873), Eros (1875). Grande successo riscosse in particolare Storia di una capinera (1871), il racconto della monacazione forzata della protagonista che, innamorata del marito della sorella, muore in preda alla disperazione.
Se il romanzo Il marito di Elena (1882) continuò lungo questa linea di ricerca espressiva, la produzione successiva a quella fiorentina prese un'altra strada. Nel 1872, quando si trasferì a Milano, capitale dell'editoria, frequentò gli scapigliati Arrigo Boigo e Giuseppe Giacosa, grazie anche all'appoggio di Salvatore Farina, uno scrittore allora molto celebre. Qui fu raggiunto dall'amico Luigi Capuana, scrittore e critico letterario teorico del verismo.
La svolta letteraria si può datare al 1874, l'anno in cui fu pubblicata una novella intitolata Nedda, definita dall'autore un "bozzetto siciliano". L'ambiente non è più urbano ma rurale; la storia non è più ambientata al Nord ma in Sicilia; i protagonisti sono umili contadini. Anche qui protagonista della vicenda è una donna, ma la sua situazione è tragica e concreta, non astratta e sentimentale.
Da quel momento in poi la Sicilia contadina con la sua antica cultura fu al centro del lavoro dello scrittore catanese, sia nelle novelle, sia nei romanzi.
I due volumi di racconti Vita dei campi (1880) e Novelle rusticane (1883) contengono alcuni dei capolavori verghiani, testi divenuti celebri come La lupa, La roba (storia di Mazzarò, un contadino diventato proprietario terriero ma rimasto vecchio e solo, ridotto alle soglie della pazzia), Rosso Malpelo (un ragazzo destinato a lavorare e a morire in miniera, ricalcando il tragico destino del padre), Cavalleria rusticana (racconto di un duello mortale scatenato dalla gelosia).
I ROMANZI DELLA MATURITÀ
I Malavoglia (1881) racconta la storia di una famiglia di pescatori che vive e lavora ad Aci Trezza, un piccolo paese vicino a Catania. Protagonista del romanzo è tutto il paese, fatto di personaggi uniti da una stessa cultura ma divisi da antiche rivalità.
Grazie a una scrittura sapiente che riproduce alcune caratteristiche del dialetto e che riesce ad adattarsi ai diversi punti di vista dei vari personaggi, il romanzo crea l'illusione che a parlare sia il mondo raccontato, rinunciando così alla presenza in "prima linea" dell'autore.
Mastro-don Gesualdo (1889), invece, mette in risalto la storia del protagonista che dà il titolo al romanzo. Di origini modeste, Gesualdo riesce a vincere il suo destino di miseria e diventa ricco. Il matrimonio con la nobile Bianca Trao non cancella la sua modesta estrazione sociale: persino la figlia Isabella si vergogna del padre. Rimasto solo, Gesualdo muore nel palazzo ducale di Palermo, abbandonato dai suoi e ignorato dalla servitù che si prende gioco di lui.
Anche qui l'ambiente è siciliano (il romanzo è ambientato a Vizzini) e la lingua rispecchia in modo tecnicamente molto raffinato la realtà che fa da sfondo al romanzo.
Fu un insuccesso inatteso e Verga, amareggiato, si ritirò a Catania abbandonando la scrittura. Il progettato "ciclo dei vinti", cioè coloro che nella lotta per l'esistenza sono destinati ad essere sconfitti, che prevedeva altri tre romanzi ambientati a un livello sociale progressivamente superiore (La duchessa di Leyra, L'onorevole Scipioni e L'uomo di lusso), restò così incompiuto.
Il successo arrivò a Verga per altre vie.
- Cavalleria rusticana, di cui lo stesso Verga elaborò una versione teatrale (rappresentata nel 1884 con discreto consenso di pubblico), fu musicata da Pietro Mascagni (1890) e fu un successo che continua tutt'ora.
- I Malavoglia offrirono lo spunto per il film La terra trema (1948) di Luchino Visconti, momento importante del cinema neorealista.
- Oggi tutti gli studiosi di letteratura sono unanimi nel riconoscere allo scrittore siciliano grandissima statura narrativa.
COME SCRIVE VERGA
Per riprodurre la società nel modo più "vero", Verga la osserva scrupolosamente, studiando l'ambiente fisico ed il dialetto, documentandosi sui mestieri e sulle tradizioni; inoltre usa uno stile impersonale in modo che il lettore si trovi - come dice lui stesso - «faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro attraverso la lente dello scrittore». Così sembra che i personaggi e le vicende si presentino da sé, e chi legge ha l'impressione di essere messo a diretto confronto con la realtà di cui si parla.
Per ottenere l'impersonalità Verga adotta il punto di vista della gente, di chi fa parte dell'ambiente che sta descrivendo, evita cioè di esprimere il suo personale giudizio e i suoi sentimenti. E per rendere ancora più vera e impersonale la rappresentazione, lo scrittore costruisce una lingua nuova: è la lingua nazionale (non usa il dialetto siciliano perché vuole che le sue opere siano lette in tutta l'Italia) arricchita di termini di origine dialettale, di modi di dire e proverbi, di una sintassi modellata sul ritmo della lingua parlata dal popolo.
I MALAVOGLIA
E' il primo romanzo del "Ciclo dei vinti" rimasto incompiuto, in cui lo scrittore manifesta la sua visione amara della vita. Il romanzo narra le disavventure di una famiglia umile di pescatori di Acitrezza (Catania) che cerca di migliorare le sue condizioni economiche. «I Malavoglia» raccontano la storia amara di una sconfitta nella quale si esprime il pessimismo radicale di Verga. Non c’è speranza di cambiamento per gli oppressi, soggetti ad una legge di natura, quella della vittoria del più forte e della selezione naturale, che essi non possono controllare. E questa condizione degli umili diventa emblematica di quella dell’intera umanità. L’unico valore positivo che si afferma nel mondo verghiano è quello della dignità umile ed eroica con cui l’uomo sopporta il proprio destino, rinunciando a inutili ribellioni.
Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell'ignoto, l'accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.
Il movente dell'attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l'uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei "Malavoglia" non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, "Mastro-don Gesualdo", incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella "Duchessa de Leyra"; e ambizione nell'"Onorevole Scipioni", per arrivare all'"Uomo di lusso", il quale riunisce tutte coteste bramosìe, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni, per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne è consunto. A misura che la sfera dell'azione umana si allarga, il congegno della passione va complicandosi; i tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, per la sottile influenza che esercita sui caratteri l'educazione, ed anche tutto quello che ci può essere di artificiale nella civiltà. Persino il linguaggio tende ad individualizzarsi, ad arricchirsi di tutte le mezze tinte dei mezzi sentimenti, di tutti gli artifici della parola onde dar rilievo all'idea, in un'epoca che impone come regola di buon gusto un eguale formalismo per mascherare un'uniformità di sentimenti e d'idee. Perché la produzione artistica di cotesti quadri sia esatta, bisogna seguire scrupolosamente le norme di questa analisi; esser sinceri per dimostrare la verità, giacché la forma è così inerente al soggetto, quanto ogni parte del soggetto stesso è necessaria alla spiegazione dell'argomento generale.
Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l'accompagna dileguandosi le irrequietudini, le avidità, l'egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l'immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. Il risultato umanitario copre quanto c'è di meschino negli interessi particolari che lo producono; li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l'attività dell'individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti. Ogni movente di cotesto lavorìo universale, dalla ricerca del benessere materiale alle più elevate ambizioni, è legittimato dal solo fatto della sua opportunità a raggiungere lo scopo del movimento incessante; e quando si conosce dove vada quest'immensa corrente dell'attività umana, non si domanda al certo come ci va. Solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sovravvegnenti, i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch'essi d'arrivare, e che saranno sorpassati domani.
I "Malavoglia", "Mastro-don Gesualdo", la "Duchessa de Leyra", l'"Onorevole Scipioni", l'"Uomo di lusso" sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimate del suo peccato, che avrebbero dovuto essere lo sfolgorare della sua virtù. Ciascuno, dal più umile al più elevato, ha avuta la sua parte nella lotta per l'esistenza, pel benessere, per l'ambizione - dall'umile pescatore al nuovo arricchito - alla intrusa nelle alte classi - all'uomo dall'ingegno e dalle volontà robuste, il quale si sente la forza di dominare gli altri uomini, di prendersi da sé quella parte di considerazione pubblica che il pregiudizio sociale gli nega per la sua nascita illegale; di fare la legge, lui nato fuori della legge - all'artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un'altra forma dell'ambizione. Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata, o come avrebbe dovuto essere.
Milano, 19 gennaio 1881.
Il centro di tutto è una barca da pesca: la tartana dei Malavoglia chiamata "Provvidenza". La "Provvidenza" è la barca più vecchia del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio. Era anche essa una persona nella famiglia esemplare dei Malavoglia, la più onesta e compatta del paese.
Intorno al gran tronco, il nonno Padron 'Ntoni, testa della casa, si stringono altre sette persone appartenenti a tre generazioni. Padron 'Ntoni e la Provvidenza sono i due poli di quel mondo domestico. Quando il maggiore dei nipoti, 'Ntoni, è tolto al lavoro per la leva di mare, il nonno tenta un affare, compra a credito una grossa partita di lupini, li carica sulla barca e li affida al figlio Bastianazzo perché li vada a vendere a Riposto. La barca di notte naufraga, Bastianazzo annega, i lupini sono perduti. La "Provvidenza" è gettata inutile sulla spiaggia. A Padron 'Ntoni rimane il debito dei lupini.
Dopo quella triplice sciagura, tutto sembra accanirsi contro i Toscano-Malavoglia: Luca, il secondo dei nipoti, muore nella battaglia di Lissa; Maruzza, la nuora, muore nel colera del '67. Il debito dei lupini si mangia la casa, la cara «casa del nespolo» che era l'orgoglio, la ragione di vita del vecchio; e già il debito aveva impedito le nozze della nipote, la Mena, creatura di silenzio e sacrificio. Non è finita: un nuovo naufragio della "Provvidenza" rattoppata lascia Padron 'Ntoni inabile al lavoro. Il primogenito 'Ntoni, che da quando ha fatto servizio militare in continente non si rassegna alla miseria dei pescatori, si dà al contrabbando e finisce in galera dopo aver ferito un doganiere. Lia, la sorella minore, abbandona il paese e non torna più. Mena dovrà rinunciare a sposarsi con compare Alfio e rimarrà in casa ad accudire i figli di Alessi, il minore dei fratelli, che continuando a fare il pescatore, ricostruirà la famiglia e potrà ricomprare la «casa del nespolo» che era stata venduta.
Quando 'Ntoni, uscito di prigione, torna al paese, si rende conto di non poter restare perché si sente indegno del focolare domestico di cui ha profanato le leggi e la sacralità.
Gli Elementi e i Temi:
La presenza di un folla di personaggi tra i quali non emerge un protagonista singolo, a sottolineare un tipo di organizzazione sociale semplice ancora basato sulla famiglia patriarcale;
Il desiderio di star meglio che spinge padron 'Ntoni a tentare l’affare dei lupini e il giovane 'Ntoni a cercare fortuna lontano: tentativi entrambi falliti di uscire dalla condizione assegnata dal destino;
La brutalità della lotta per la sopravvivenza, dominata da un’ineluttabile legge economica;
La religione della famiglia, l’attaccamento al focolare e agli affetti, unica difesa possibile contro l’avidità del mondo, a patto che si accontenti di quello che si ha;
L’impossibilità di staccarsi dal proprio ambiente e dalla propria condizione, pena la rovina.
ALTRE OPERE più SIGNIFICATIVE
Mastro-don Gesualdo: è il secondo romanzo del "Ciclo dei Vinti", che doveva comporsi di cinque romanzi; in realtà l’autore si limitò ai primi due pensando di aver già dimostrato in essi la tesi che si era proposto: l’uomo, qualunque sia la sua posizione nella vita, è un vinto della vita stessa e deve sottomettersi al destino.
Ne è un esempio Mastro-don Gesualdo, un manovale che è diventato ricco e rispettato a forza di duro lavoro e di sacrifici. Si innalza anche socialmente, sposando la nobile Bianca Trao che lo sposa per riparare ad uno sbaglio, ma non lo ama. Nasce Isabella che non è figlia di Gesualdo, ma egli considera la bimba come sua e la fa educare nei collegi più aristocratici.
Morta Bianca, che a poco a poco si era affezionata al marito, Isabella si mostra ostile al padre sebbene egli sia disposto a soddisfare tutti i suoi capricci, anche quello di sposare un duca squattrinato che dissipa il patrimonio di Gesualdo, accumulato in tutta la vita. Quando Gesualdo si ammala, Isabella lo relega in una stanzetta del suo palazzo dove muore solo, sognando la sua casa e i suoi poderi, e rimpiangendo quella roba destinata a persone che non lo amano, come suo genero, il duca Leyra.
Le Novelle Rusticane: è una raccolta di novelle che descrivono con precisione la gente e gli ambienti siciliani.
Vita dei Campi (1880): è una raccolta di novelle, in cui, con stile asciutto e colorito, Verga ritrae la vita rude della sua gente di Sicilia.
Nei nove racconti, tra cui La lupa, Cavalleria rusticana, Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, L’amante di Gramigna, il principio dell’impersonalità trova la sua prima espressione compiuta attraverso la rappresentazione obiettiva, anche se umanamente partecipe, dei meccanismi che regolano la vita, delle lotte feroci che essa impone.
Tuttavia emerge ancora dalla raccolta la sacralità di certi principi elementari del mondo contadino della sua terra che Verga vede inviolati: principi che si manifestano in modo ancora mitico, attraverso una sorta di arcaica liturgia. La Lupa, nella novella omonima, sa che il genero, col quale ha stretto un legame incestuoso, la ucciderà, ma quando vede lontano la falce dell’uomo brillare al sole, va consapevole incontro alla morte, che accetta come necessaria conseguenza della sua aberrante passione. Anche in Cavalleria rusticana la legge dell’onore si mescola a quella del sangue, secondo un rituale antichissimo, residuo di una civiltà primitiva, agli albori della storia.
Talvolta la lotta per l’esistenza si configura come conflitto tra l’individuo, originalmente buono, e la società corrotta e corruttrice, perché intessuta di un gioco di egoismi che tendono a soverchiarsi. Ma il "primitivo" verghiano, pur ribellandosi ai comportamenti di questa società, è un vinto in partenza: Jeli il pastore si ribella al "signorino", che gli ha rubato la moglie e l’onore, e lo uccide, ma andrà in galera; Rosso Malpelo riesce in apparenza ad adeguarsi alle leggi della giungla (e si chiede perché la madre di Ranocchio morendo si disperi "come se il figlio fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana"), ma alla fine si rassegna alla sconfitta, e sparisce nella cava durante un’esplorazione.
Nedda
La lupa
Cavalleria rusticana
Rosso Malpelo
La roba
Libertà
I Malavoglia (testo integrale)
GIOVANNI VERGA E IL VERISMO ITALIANO
- LA POETICA DEL VERISMO ITALIANO
Zola emerse in Italia come romanziere, scienziato e realista, nonché scrittore sociale della lotta contro le piaghe della società in nome del progresso. In particolare la sua opera venne esaltata dagli ambienti culturali milanesi di sinistra, repubblicani e socialisti. Tuttavia la sinistra milanese non riuscì, partendo da Zola, a creare opere valide, in quanto più che altro lo fecero portavoce della propria battaglia politica.
Furono due intellettuali meridionali, Verga e Capuana, ad elaborare una nuova teoria e un nuovo linguaggio traendo spunto dalle opere di Zola. Entrambi ,però, respingono la subordinazione della letteratura ad un impegno politico e sociale, e vengono influenzati dal Naturalismo solo nella tecnica, cioè nel modo in cui lo scrittore rappresenta la realtà.
L’opera d’arte deve essere impersonale(sia per Capuana che per Verga). Il lettore deve avere l’impressione di assistere ai fatti in prima persona e per far ciò lo scrittore deve raccontare in modo reale, documentato e deve anche eclissarsi , cioè non deve interferire con le sue riflessioni o spiegazioni. Verga ammette che questo può causare una certa confusione nelle prime pagine, però man mano che i personaggi si fanno conoscere con azioni e parole si crea “l’illusione della realtà”.
- LA TECNICA NARRATIVA DI VERGA
Verga nelle sue opere si “eclissa”, non appare cioè come un narratore onnisciente che interviene a raccontare gli artefatti o a spiegare la psicologia dei personaggi; la voce che racconta si colloca all’interno del mondo rappresentato, come se fosse un personaggio del romanzo, che però resta anonimo: il lettore riesce a trovarsi faccia a faccia con la realtà. Questo si nota per es. nei “Malavoglia” e nelle novelle, mentre diverso è il caso di “Mastro don Gesualdo”. Il narratore, dunque, è solo il mezzo attraverso cui l’opera si fa da sola. La prima novella verista di Verga è Rosso Malpelo dove è come se a narrare fossero dei minatori, i quali non informano né sulla storia dei personaggi, né sui luoghi( si pensi invece a Manzoni). I fatti non sono interpretati dalla visione colta dell’autore, né nei Malavoglia, né nelle novelle, ma da una visione popolare che deforma i fatti in base ai suoi principi ( si pensi a Rosso Malpelo che viene considerato cattivo solo per i suoi capelli rossi ). Anche il linguaggio è povero, ricchi di modi di dire, di proverbi, di imprecazioni popolari e con una sintassi popolare talora scorretta.
Giovanni Verga
Nasce a Catania nel 1840 da famiglia abbastanza agiata.
I primi studi sono con maestri privati, poi si iscriverà all'età di 18 anni alla facoltà di legge senza però portare a termine i corsi.
È attratto invece dalla letteratura, che coltiva autonomamente.
Nel 1865 lascia la Sicilia per Firenze, sprovincializzandosi, e trasferendosi poi a Milano, dove viene a contatto con la Scapigliatura, iniziando a scrivere tre romanzi: Eva, Eros e Tigre Reale, di stampo ancora romantico.
Nel 1878 abbiamo la svolta verso il Verismo, con Rosso Malpelo, tratto dalla serie di racconti Vita nei Campi.
Inizia poi a scrivere I Malavoglia, che appartiene al Ciclo dei Vinti, insieme al Mastro Don Gesualdo.
Come Ciclo dei Vinti intende l'analisi della società: abbiamo una rappresentazione del mondo sottolineata dal pessimismo.
Sono di questo periodo anche le Novelle Rusticane.
Allo scoppio della prima guerra mondiale è su posizioni naturaliste.
Morirà nel 1922, in concomitanza con l'avvento del fascismo.
I primi romanzi che scrive, Storia di Una Capinera, Eva, Eros e Tigre Reale sono chiamati romanzi pre-veristi, perchè Verga non è ancora approdato al verismo.
Storia di una Capinera è la storia di un amore impossibile, Eva è la storia di un pittore che a Firenze brucia i suoi ideali nell'amore per una ballerina simbolo della corruzione di una società materialistica volta e protesa verso il lusso, Eros è la storia di un giovane corrotto da una società vuota e raffinata.
Hanno in comune la presenza di un ambiente aristocratico, lontano dal modello naturalista.
La svolta verista si ha con la pubblicazione Rosso Malpelo: è considerata la prima opera verista perchè è ispirata all'ideale dell'impersonalità dell'opera artistica.
Quattro anni prima della pubblica di Malpelo, Verga aveva pubblicato Nedda, la storia di una bracciante, che contiene ancora degli interventi del narratore, e che non può quindi essere considerata come novella verista.
La Poetica del Verismo La poetica di Verga si basa sul concetto dell'impersonalità, che lo stesso Verga aveva gia delineato nella prefazione dell'Amante di Gramigna.
È una novella che ha una parte introduttiva, e che poi parla di Gramigna, un ragazzo che veniva malvisto dal paese tanto che gli viene affidato questo nome di Gramigna (erba che nel prato va estirpata perchè contamina le altre).
Insiste sul canone dell'impersonalità dell'opera d'arte, sul principio della regressione (l'autore regredisce e riporta i fatti con le parole semplici della narrazione popolare), il racconto viene ridotto all'essenziale, viene rifiutato il melenso, il sdolcinato e la facile drammaticità. Infine gli effetti tipici del romanzo vengono sostituiti dalla spiegazione logica dei comportamenti psicologici, secondo un rapporto di causa-effetto.
Scompare l'autore onniscente: prevale il punto di vista dei personaggi.
L'autore si mimetizza nei personaggi.
Non abbiamo più la descrizione dei luoghi secondo l'ottica dell'autore, e abbiamo un linguaggio scarno, in modo tale che sia immediato: vengono utilizzate parole tipiche della regione.
Viene utilizzato il discorso indiretto libero.
La tecnica dell'impersonalità di Verga scaturisce da una versione pessimistica che lui ha della realtà.
Nella prefazione al Ciclo dei Vinti, lo scrittore afferma che rappresenta la materia eclissandosi.
Secondo Verga la società umana è dominata dal meccanismo per la lotta della vita: il più forte schiaccia il più debole.
È una legge universale, che vale tanto per il mondo vegetale tanto per il mondo animale.
Non esistono alternative a questa legge, dalla quale deriva il suo pessimismo.
Al contrario di Manzoni, Verga non dà alternative: non esiste la dimensione trascendente, escludendo ogni consolazione religiosa.
Lo scrittore non deve intervenire nel raccontare perchè la realtà è immodificabile.
Qualsiasi intervento, qualsiasi giudizio, non cambierebbe la realtà così com'è.
La letteratura può solo studiare la realtà e riprodurre senza passione.
Parliamo di Pessimismo di Verga come un pessimismo che non può trasformare la società: non vede ottimismo nel progresso, che può trasformare la società, e non esistono Miti salvifici (del progresso e del popolo).
Si limita a darci una fotografia del mondo dei vinti senza una visione edulcorata e melensa della realtà popolare.
Non contrappone modelli a quello che sta descrivendo, ne ideali ne passati.
Il suo pessimismo ha la funzione di urtare il lettore, affinchè prenda coscienza di una realtà che ha dimenticato e non ha contemplato.
Esiste una relazione fra Verismo e Naturalismo.
Zolà propone l'impersonalità dello scienziato, che sia allontana dall'oggetto, sempre però in un'ottica borghese.
Zolà, anche se vuole rimanere impersonale, trapela sempre il giudizio borghese.
Verga invece si eclissa nell'oggetto, e il gergo usato è sempre quello popolare, utilizzando il discorso indiretto libero, che non fa trasparire la personalità dell'autore.
Normalmente, Verga e Zolà li collochiamo in clima culturale unico, ma sono comunque differenti, a causa dell'ambiente nel quale si formano.
Zolà vive nella Francia industrializzata, quindi ha una profonda fiducia nel progresso: il letterato francese che vive in questa realtà tecnologica ha fiducia nel fatto che può possedere degli strumenti che gli consentono di modificare la realtà.
Verga invece vive in un mondo arretrato, immobile, distaccata rispetto alla realtà italiana. Da qui nasce il pessimismo, per cui la realtà è immodificabile.
Pensa che la letteratura possa riprodurre e denunciare uno stato di fatto senza cambiarlo: pertanto, è inutile dare un giudizio di valore. In questo suo atteggiamento si vede il fatalismo tipico dell'uomo del Sud, che crede che le masse siano sempre state così, non esistono possibilità di salvezza, sono prigioniere della loro condizione sociale, senza poter far nulla per intervenire.
Questa sfiducia nel progresso è molto visibile nel libro dei Malavoglia, quando la famiglia Toscano oltre alla pesca decide di darsi al commercio, ma le cose vanno male.
La prima raccolta verista di Verga è Vita nei campi, inaugurata con Rosso Malpelo.
Sono tutti racconti veristi perché hanno come oggetto la vita contadina; la tecnica usata dall'autore è quella dell'impersonalità, dove l'autore si eclissa fino a un processo di regressione, mettendosi nell'ottica di personaggi da cui scaturisce una visione pessimistica.
In queste novelle, permane però una traccia di romanticismo visibile in questo mondo contadino, arcaico.
Un altro motivo tipicamente romantico è il conflitto dell'individuo con la società: il protagonista è un diverso: sono persone che vengono isolate dalla società in cui vivono.
Come La roba è il prototipo di Mastro Don Gesualdo, così Fantasticheria raccoglie dentro di se il nocciolo dei Malavoglia.
Troviamo i personaggi dei Malavoglia, e troviamo il processo della regressione dove l'autore torna indietro abbassandosi ai livelli dei suoi personaggi e vengono espressi in questo testo gli ideali tipici che si troveranno nei Malavoglia, come l'ideale dell'ostrica: i personaggi non possono lasciare il proprio paese.
Il Naturalismo francese e il Verismo italiano
Gli scrittori veristi italiani nell’elaborare le loro teorie letterarie e nello scrivere le loro opere, prendono le mosse, sia pur con sensibili divergenze, dal Naturalismo che si afferma in Francia negli anni Settanta.
La parola “Naturalismo” compare per la prima volta in un saggio del 1858 del critico positivista Hippoliyte Taine (1828-1893). D’altra parte lo stesso Taine nel 1865 darà un contributo alla teoria del romanzo e allo studio dei temperamenti umani mostrando che gli individui sono sempre determinati da tre fattori: le leggi della razza e dell’eredità, l’ambiente sociale, il momento storico (in francese: race, milieu, moment).
Per Taine il modello di scrittore scienziato era Balzac, l’autore di quel grandioso quadro della società francese nell’età della Restaurazione, che è la Commedia umana, sottolineando la sua precisione di anatomista e di chimico nell’analizzare la natura umana e le sue eccezioni patologiche.
Accanto a Balzac, proposto da Taine, modelli letterari della scuola naturalista furono i romanzieri realisti degli anni Cinquanta e Sessanta: in primo luogo Gustave Flaubert, l’autore di Madame Bovary(1857), per la sua teoria dell’impersonalità (scriveva Flaubert nel 1857: “L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, sì che lo si senta ovunque, ma non lo si veda mai.”); in secondo luogo i fratelli Jules ed Edmond de Goncourt, per la loro cura di costruire i loro romanzi in base ad una documentazione minuziosa e diretta degli ambienti sociali rappresentati e per l’attenzione dimostrata ai ceti inferiori, a fenomeni di degradazione umana e a casi patologici. Esemplare in tale direzione è il romanzo Germinie Lacerteux (1865), che analizza la degradazione fisica e psicologica di una serva isterica.
Ma il vero caposcuola del Naturalismo fu Emile Zola (1840-1902). Le concezioni che stanno alla base della narrativa zoliana si trovano esposte nella forma più organica nel volume Il romanzo sperimentale del 1880. Zola sostiene che il metodo sperimentale delle scienze, applicato in un primo tempo ai corpi inanimati (chimica, fisica), poi ai corpi viventi (fisiologia), deve essere ora applicato anche alla sfera “spirituale”, agli atti intellettuali e passionali dell’uomo. Di conseguenza la letteratura e la filosofia, che hanno come oggetto di indagine tali atti, devono entrare a far parte delle scienze, adottando il metodo sperimentale (da qui la formula “romanzo sperimentale”).
Queste concezioni prendono corpo nell’opera fondamentale di Zola, I Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo Impero. Si tratta di un ciclo di venti romanzi, pubblicati fra il 1871 e il 1893, in cui rifacendosi alla Commedia umana di Balzac, lo scrittore traccia un quadro della società francese del secondo Impero attraverso le vicende dei membri di una famiglia.
Dietro la facciata dei propositi scientifici e del crudo realismo “sociale” è facile però scorgere in Zola il permanere di un temperamento fondamentalmente romantico, che si rivela talora in episodi lirici o idillici. Anche nello stile Zola è lontano dalla secchezza essenziale del puro referto scientifico: la sua prosa è spesso ridondante, corposa, ricca di colore e di sonorità.
In Italia l’influenza del Naturalismo comincia a farsi grazie ad un critico, Felice Cameroni, che fece conoscere Zola in Italia. Ma solo dopo l’uscita dell’Assommoir [L’ammazzatoio] nel 1877 e l’entusiastica recensione che ne fece, nello stesso anno, Luigi Capuana sul “Corriere della Sera”, alcuni romanzieri e critici italiani cominciano a progettare la nascita anche nel nostro paese del “romanzo moderno” ispirato agli stessi principi del Naturalismo francese. Questo gruppo di scrittori si riunisce a Milano fra la fine del 1877 e la primavera del 1878 e dà vita al movimento del Verismo, corispondente al Naturalismo francese.
Il primo racconto verista di Verga, Rosso Malpelo, esce nell’estate del 1878; il primo romanzo verista di Capuana, Giacinta, è del 1879. L’anno dopo uscirà Vita dei campi di Verga che, all’inizio del 1881, pubblicherà il primo romanzo del ciclo dei “Vinti”, I Malavoglia.
Il Verismo italiano accetta pienamente la cultura positivistica, ma sottolinea con assai minore energia il momento scientifico e l’impegno sociale nella rappresentazione. Fa propria la concezione deterministica e la teoria della necessità di muovere dai livelli bassi della scala sociale per risalire a quelli più elevati, ma tende a rifiutare ogni teoria organica che faccia dell’arte un’ancella della scienza.
I veristi italiani sono proprietari terrieri del Sud, legati a posizioni conservatrici o reazionarie: non vivono la realtà cittadina e operaia come fanno i naturalisti francesi, che invece sono spesso democratici, radicali e filosocialisti. Di qui anche la differenza dei contenuti: i veristi rappresentano soprattutto le campagne e i contadini (in misura assai minore la città e gli operai, preferiti invece dai naturalisti francesi) e si ispirano semmai ai problemi posti dalla “questione meridionale”.
I veristi più rigorosi furono tre siciliani, Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. Aderirono al Verismo, seppure con minore coscienza teorica, pure Matilde Serao, che rappresenta soprattutto la realtà napoletana, i toscani Renato Fucini e Marco Pratesi. Pure D’Annunzio ebbe una sua breve stagione verista, mentre la prima lezione del Verismo continuò nel primo Pirandello e nella Deledda.
Anche se uno dei capolavori del Verismo italiano uscì nel 1894 (si tratta di I Vicerè di De Roberto), la parabola del Verismo - aperta nel 1878 con Rosso Malpelo di Verga - può dirsi conclusa fra il 1889, quando venne pubblicato Il piacere di D’Annunzio, e il 1891, anno in cui Pascoli stampa Myricae. Era cominciata la stagione del Decadentismo.
IL Verismo
Il Verismo ( o Realismo ) è un movimento letterario che si diffonde in Italia nell’ultimo trentennio dell’ Ottocento dietro la spinta di un analogo movimento francese, il Naturalismo.
Carattere fondamentale del Naturalismo è il <ritorno alla natura > che si esprime attraverso la composizione di opere letterarie che hanno come argomento la realtà umana e sociale ( anche quella più umile, penosa e sgradevole ), rappresentata con rigore scientifico, in modo cioè del tutto oggettivo, distaccato.
I veristi italiani riprendono i principi del Naturalismo francese calandoli però in una situazione storica diversa.In Italia , infatti l’ industrializzazione che ha investito l’ Europa, in particolare l’Inghilterra e la Francia, è solo agli inizi, per di più la raggiunta unità politica ha aggravato problemi già esistenti, come il profondo divario tra regione e regione e la netta separazione tra il Nord e il Sud. Nasce infatti, proprio in questi anni la cosiddetta < questione meridionale >, che per molti aspetti è ancor oggi irrisolta.
Il Verismo acquista così un carattere regionalistico, nel senso che gli scrittori analizzano e descrivono nelle loro opere le proprie realtà regionali in tutta la loro crudezza e drammaticità, con toni a volte decisamente pessimistici.
I caratteri fondamentali del verismo si possono sintetizzare :
- Rappresentazione di una precisa realtà umana e sociale in modo obbiettivo, quasi < fotografico >; l’ opera letteraria viene ad assumere quindi l’ aspetto di un documento oggetto
- Narrazione impersonale dei fatti, senza interventi ( giudizi, considerazioni personali, partecipazione emotiva) da parte dell’ autore che rimane così completamente estraneo alla vicenda;
- Utilizzo di un linguaggio semplice e diretto che, dovevano riflettere il modo di esprimersi della gente umile, comprende anche espressioni tipiche delle parlate regionali.
Il maggior rappresentante del Verismo italiano è senz’ altro Giovanni Verga, anche se non dobbiamo dimenticare scrittori molto significativi come Luigi Capuana, Grazia Deledda, Matilde Serao. In Italia il poeta di maggior rilievo di questo periodo è Giosuè Carducci.
GIOVANNI VERGA :
La Vita :
Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terreni. Seguì gli studi nella sua città, dove s’iscrisse alla Facoltà di Legge, ma non li concluse avendo deciso di dedicarsi all’ attività letteraria.Intanto partecipò con passione alle vicende storico - politiche del suo tempo e nel 1865 si trasferì a Firenze, allora capitale del nuovo regno d’Italia , dove venne in contatto con numerosi letterati, tra i quali Luigi Capuana, il maggior teorico del Verismo. Nel 1872 si trasferì a Milano, dove ferveva una ricca vita artistica e letteraria e dove i problemi sociale del Paese erano più vivamente sentiti.Durante il soggiorno milanese Verga maturò la sua adesione al Verismo e scrisse le opere più importanti. Nel 1893 ritornò a Catania, dove visse in un volontario isolamento fino alla morte, avvenuta nel 1922.
Le opere :
L’ attività letteraria di Verga fu ricca e molteplice.
Iniziò con romanzi storici e romanzi romantici, passionali,ambientati nel mondo aristocratico e ricco borghese: una peccatrice ( 1866) Storia di una capinera ( 1871), Eva (1873) e Tigre reale (1875).
Dal 1878 in poi le opere di Verga assumono caratteristiche completamente nuove; testimoniano infatti la sua conversione al Verismo:
Nedda ( 1874) : Tragica storia di una giovane donna siciliana che vede morire di stenti tutti i sui cari.
Rosso Malpelo ( 1878)
Riassunto : Rosso Malpelo è un ragazzo avvilito dalla miseria e maltrattato da tutti, persino dalla madre e dalla sorella, a cui consegna ogni sabato, quando ritorna a casa il suo salario. Egli conserva un ricordo grandissimo del padre, Mastro Misciu, che mori sotto il crollo di un pilastro nella cava di sabbia dove lavora.Quando ne trovano il cadavere coni calzoni di fustagno quasi nuovi, e le scarpe ancora troppo grandi per il figlio, a Rosso Malpelo i calzoni, adottati alla su statura dalla madre, sembrano “ dolci e lisci come le mani del babbo che solleva accarezzandogli i capelli “. L e scarpe le teneva appesa al chiodo; la domenica le pigliava in mano le lustrava e se le provava. Il ricordo del padre ucciso da un destino crudele inspira a Rosso Malpelo un odio verso il mondo degli uomini e degli animali, e si vendica maltrattando a sua volta i deboli, come il fanciullo Ranocchio, che lavora nella miniera, e muore per malattie e le fatiche, e l’ asino grigio che egli tempesta di botte. Alla fine muore sperduto in una galleria della miniera dove era stato mandato giù una esplorazione pericolosa. La novella è celebre per il modo con cui il Verga rappresenta il mondo, dei primitivi. Diversamente dai naturalisti francesi che nel primitivo vedono un tipo anormale, un caso patologico da analizzare con distacco scientifico, il Verga ci scorge l’ uomo nella sua natura genuina e nei suoi sentimenti elementari che non sono meno intensi e profondi di quelli delle persone più evolute.
Vita dei campi ( 1880) e Novelle rusticane ( 1883) : due raccolte di novelle che descrivono la vita semplice, dura, delle sua gente di Sicilia.
I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889): due romanzi facenti parte di un progettato ciclo di romanzi intitolato I Vinti, che però non fu mai condotto a termine.
Questo ciclo doveva illustrare la lotta per la vita e la ricerca del meglio da parte degli uomini e dei Malavoglia il Verga illustra la lotta per la sopravvivenza materiale, In Mastro don Gesualdo l’avidità per la ricchezza e che avrebbe dovuto proseguire negli altri romanzi che non scrisse. La duchessa de Leyra, la vanità aristocratica, L’Onorevole sei giorni l’ ambizione politica, l’ uomo di lusso l’esplorazione di tutte le trame
I Malavoglia racconta la storia di una famiglia di poveri pescatori travolta da tante disavventure e disgrazie.
Mastro don Gesualdo narra la vita di un manovale che a forza di duro lavoro e sacrifici riesce a diventare ricco e a innalzarsi socialmente, ma finisce miseramente, solo e abbandonato,rimpiangendo tutta la <roba > accumulata nella vita e ora dissipata dai familiari.
RIASSUNTO I MALAVOGLIA :
Nel paesino di Acitrezza, popolato di pescatori e contadini si svolge la storia fatale del disfacimento della famiglia dei Torcano, detti Malavoglia, i quali possiedono una casa ( la casa del nespolo ) e una barca la Provvidenza. Il vecchio padron N’Toni il patriarca della famiglia nel tentativo di sollevare le sorti economiche che acquista a credito, dallo zio Crocifisso un usurario, un carico di lupini per tentare il commercio. Ma il naufragio della barca, e con esso la perdita del carico, e la morte di Bastianazzo ( figlio di padron ‘Ntoni e padre di 5 figli) dà il via ad una lunga catena di disgrazie. Per pagare il debito dei lupini la cada del Nespolo viene venduta e cosi la famiglia si smembra : Luca muore nella battaglia di Lessa ( 1866, 3° guerra di indigenza) il giovane ‘Ntoni si dà al contrabbando, ferisce
Don Michele, viene condannato a 5 anni di carcere , Lia scappa di casa e di perderà. Il nonno si ammala e muore all’ ospedale, meglio non se la passa compare Alfio perché si sente colpevole. Intanto Alessi ha sposato Nunziata e con il sua lavoro riuscirà a riscattare la casa del Nespolo e si salverà dalla rovina. Quando ‘Ntoni ritorna dal carcere si sente colpevole per aver violato il patto di solidarietà, di onestà e di amore con i propri famigliari e se ne va via per sempre.
Le idee e le tematiche :
Verga nelle sue opere rappresenta la realtà sociale della Sicilia del suo tempo con occhio obbiettivo, quasi scientifico, secondo i principi del Verismo.
Protagonisti delle suo opere sono gli umili, gli oppressi, i < vinti > che inutilmente lottano contro un destino che li sovrasta. Il mondo verghiano è quindi animato dal più cupo pessimismo: la vita è una lotta nella quale si è destinati inevitabilmente alla sconfitta, nonostante l’ impegno e la forza di volontà che vi si mette.
Ogni ideale è pura illusione: l’ amore, la felicità, la conquista della ricchezza e della < roba >. Questa visione amara della vita conferisce alle sue opere un tono desolato, a volte drammatico.
Ma la vera grande importanza dell’ opera verghiana consiste nel linguaggio,nello stile.Verga racconta le vicende di questa povera umanità in modo obbiettivo < impersonale >, senza lasciarsi coinvolgere con interventi e commenti personali.Lascia per cosi dire che i fatti si raccontino da sé, visti e filtrati dal punto di vista dei personaggi. E per rendere realisticamente credibili i suoi personaggi adotta una lingua che, pur non essendo dialetto, mantiene nei termini, nelle frasi, nella struttura sintattica,una forte impronta dialettale che la rende spontanea, viva.
VERGA,CAPUANA e il “verismo”europeo.
Luigi Capuana(1839-1915)è stato giustamente definito il teorico e l’iniziatore dello stile letterario verista-naturalista in Italia.
L’influenza degli scrittori francesi,in primo luogo, come Zola,Maupassant,
Balzac,Dumas figlio ma in seguito anche degli scrittori mitteleuropei
(Hauptmann)e anglosassoni(London,Hardy)hanno influito certamente nella sua conversione a questo stile letterario.
Egli contribuì a sprovincializzare la letteratura tardo-romantica in Italia e a collocarla in un ambito europeo.
La “conversione”al nuovo stile avviene nel periodo fiorentino(1864-1869),
quando abbandonati i canoni poetici del De Sanctis si appassiona alle teorie letterarie del Taine e ai concetti estetici dello Zolà.
Egli stesso in quegli anni auspicava-“un metodo d’osservazione positiva dedotto dalle scienze e applicato all’arte,e la necessità di portare dei documenti umani per ricostruire il pensiero psicologico”.
Oltre i saggi che egli pubblica quale critico letterario de LA NAZIONE,si deve a lui il primo romanzo verista italiano:GIACINTA(1879).
Dovranno passare quindici annidi “battaglie letterarie” prima che Capuana attenui il suo fervore “verista”e scriva un altro romanzo(PROFUMO,1895) Soltanto nel 1901 tuttavia pubblicherà il suo romanzo più importante e completo,quel “MARCHESE di ROCCAVERDINA”che oggi celebra i suoi cento anni.
Quando scrive l’opera ha cessato definitivamente di fare l’alfiere dello
Stile verista.Tuttavia tra GIACINTA e il 1896 ha già pubblicato non meno
Di 10 novelle , una dozzina tra fiabe e racconti e un numero imprecisato di saggi divulgativi.
L’amicizia con Verga(1840-1922)-la più duratura e proficua per lo scrittore di Mineo-è quella che lo porta a maturare uno stile più meditato e attento.
Da critico letterario egli ricambia l’amicizia diffondendo le opere verghiane e avviando insieme allo scrittore catanese esperimenti di indagine sociologica(siamo negli anni dell’inchiesta Sonnino-Franchetti).
Entrambi si fanno cultori di una narrativa che privilegia la condizione umana più disagiata,soprattutto quella ai margini del benessere economico.
Capuana ,a differenza del Verga,approfondisce gli studi etnoantropologici
e utilizza il dialetto come linguaggio letterario in alcune opere.
Riscopre Lionardo Vigo e insieme a lui “raccoglie”canti e fiabe popolari.
Capuana diviene “corrispondente”dello stesso Giuseppe Pitrè.
Nel noto saggio “Popolo e Letteratura in Italia”dell’altro famoso etnoantro
Pologo siciliano Giuseppe Cocchiara( pure allievo di Pitrè e Marett) Capuana viene definito uno scrittore in grado di “segnare le differenze nei sentimenti,negli usi,nei costumi,nelle credenze,nelle passioni,nella morale,
nelle tradizioni al fine di compiere il suo dovere di letterato,di artista…..
E lo stesso Capuana scrive:”per trovare un filone nuovo ,inesplorato,noi avevamo dovuto inoltrarci nella grande miniera del basso popolo delle cittaduzze,dei paesotti,dei villaggi,interrogando creature rozze,quasi primitive,non intaccate dalle tabe livellatrice della civiltà…………”.
Utilizzando via via strumenti come la novellistica,il teatro,la fotografia e persino il cinema,ai suoi albori,sia Verga che Capuana danno allo stile letterario una impronta unica e ineguagliata mai sminuendo l’indagine del sociale e lasciando una traccia così profonda da essere tutt’oggi considerati i primi scrittori di “denuncia” sociale e i precursori del teatro verista(fino ai nostri giorni con Eduardo De Filippo e Pasolini).
IL CENTENARIO DEL “MARCHESE di ROCCAVERDINA”
Tra i quattro romanzi(Giacinta,Profumo,il Marchese di Roccaverdina,
Rassegnazione)e i cinquanta e più racconti che egli scrisse,il romanzo del
1901 è l’opera più complessa e meglio riuscita nello stile narrativo di Capuana.
Egli stesso parlando di questo dramma-romanzo lo definisce “Un sonetto dell’arte narrativa”,collocandolo nel genere letterario della novella;un genere che rappresentando l’episodio,il fatto ,il bozzetto delinea meglio la frammentarietà dell’esistenza.
Nello svolgimento della narrazione si nota la fedeltà al principio estetico dell’IMPERSONALITA’,spianamento-per così dire-della strada a tanti novellieri moderni,non escluso lo stesso Pirandello.
In particolare Capuana riflette nel romanzo quell’atmosfera di mistero(quasi spiritista)che egli fa giungere fino alle forme patologiche.
Dottori,amici di famiglia e altri personaggi scettici si incontrano nel romanzo ma nessuno ha il crisma del rigore morale e scientifico.
La scienza-alle soglie del Decandentismo-è vista dal Capuana quasi come una fantascienza che rasenta il grottesco e approfondisce l’ansia di vivere anziché eliminarla.
Dopo le novelle,le fiabe,il teatro rappresenta per Capuana il mezzo più idoneo e più immediato per stabilire un colloquio diretto e concreto con il pubblico.
Così va in scena “Malìa”(1895)e qualche anno dopo Bona Genti(1906)Lu cavaleri Pidagna(1909)Cumparaticu(1911) Ppi lu currivu(1911) ’ntirrugatoriu(1912)Riricchia(1912)I fratelli Ficicchia(1913)
Lu Paraninfu(1914)Don Ramunnu Limoli(1915)e Quaquaraquà(1915).
E’ un crescendo di consensi che cessa solo con la morte dell’autore,in quegl’anni divenuto a Catania più famoso dello stesso Verga.
E’ la rivincita del genere narrativo popolaresco sullo stile edulcorato e vezzoso dei dannunziani e lo stesso Verga ne comprende la portata……
LE OPERE di CAPUANA a CASA VERGA
Nella biblioteca di casa-Museo verga sono raccolte più di 3000 opere letterarie del periodo 1860-1922,in pratica tutta la pubblicistica narrativa durante il periodo in cui visse Verga.
Oltre le opere di Giacosa,Oriani,Rod,Di Giacomo,Deledda,Marinetti,Borgese,e Villaroel sono conservate le opere diTurgenev,Dostojevsky,Tolstoj,Gogòl,Gorki,Flaubert,Maupassant,Dumas
E Zola.Uno spazio considerevole è assegnato all’opera omnia di Luigi Capuana(in tutto una cinquantina di volumi tra romanzi,novelle e saggi in unica edizione coeva all’autore).
Tra le sei librerie in noce scuro di Tèbidi sono custodite tutte le edizioni delle opere di Verga ,e tra i dorsi in pelle si ritrova il fascino discreto dell’eleganza editoriale ottocentesca.
Molti libri riportano le iniziali dorate “G.V:”.Altri riportano le dediche degli autori e soprattutto quelle di Capuana,che testimoniano il sodalizio affettivo e culturale destinato a rimanere momorabile nella nostra letteratura.
L’Assessorato Regionale ai Beni Culturali,Ambientali e alla Pubblica Istruzione nel rendere alla visita del pubblico i tesori di Casa-Verga attraverso l’apertura di un vero e proprio museo nel 1985, ha avviato negli
Anni la valorizzazione di questo importante patrimonio culturale,costituito anzitutto dalla biblioteca ,uno spaccato della cultura letteraria del secondo ottocento e del primo novecento.
Numerose mostre letterarie hanno avuto come “ protagonisti”i testi conservati nella biblioteca di Casa Verga (tra l’altro quella su Manzoni e quella su Verga a Milano)
Lo sforzo dei prossimi anni,oltre tutelare questo prezioso patrimonio librario,consisterà nel collegarlo agli avvenimenti culturali più importanti in Italia e in Europa.
REALISMO, NATURALISMO, VERISMO
1- Il Realismo.
Il Realismo è l'indirizzo generale della cultura europea nella seconda metà dell'Ottocento, ed è sorto come conseguenza della crisi del Romanticismo e di un insieme di esperienze storiche, scientifiche e filosofiche, che portarono ad esaltare il dato reale e socialmente utile, al di là di ogni idealismo e di ogni metafisica.
1.1- Premesse storiche.
- L'ondata rivoluzionaria del 1848 e il suo fallimento;
- La Francia del Secondo impero napoleonico;
- Il secondo Reich e la Realpolitik di Bismark;
- Il fallimento della prima guerra d'indipendenza;
- Il realismo diplomatico di Cavour.
1.2- Premesse sociali.
- Trionfo della borghesia capitalistica e industrializzazione;
- Grandi progressi tecnologici;
- Urbanesimo;
- Sviluppo del proletariato;
- Manifesto del Partito Comunista e Prima Internazionale;
- Problemi sociali connessi all'unificazione dell'Italia.
1.3- Premesse scientifiche.
- Evoluzionismo biologico di Charles Darwin;
- Evoluzionismo sociale di Herbert Spencer;
- Materialismo storico di Karl Marx;
- Scoperte scientifiche (Roentgen, Curie, Pasteur, Koch, Nobel, ...).
1.4- Premesse filosofiche: il Positivismo.
Dopo la metà dell'Ottocento, anche a seguito di una lunga serie di scoperte (divisione della cellula; ereditarietà; sistema degli elementi; appendicectomia; bacilli e microbi vari; motore a scoppio; telegrafo; telefono; macchina fotografica; siluro; sottomarino; dinamite; cemento armato), si diffonde un rigoroso senso della concretezza, una attenzione volta ai fatti positivi, osservati con criteri scientifici. Lo sviluppo scientifico diviene strumento di analisi della realtà, su cui indaga col metodo sperimentale, tendente a scoprire le leggi fisiche, ricorrendo al controllo dell'esperienza ed alla verifica nei fatti delle proprie affermazioni.
Anche la filosofia si adatta al nuovo clima e nasce il POSITIVISMO, che si può definire un movimento culturale, attento alla realtà materiale, su cui intende agire con metodi scientifici, per generare una nuova società, caratterizzata da un rapido e sicuro progresso.
I tre principi fondamentali del Positivismo sono:
1- La scienza è il solo strumento che permette all'uomo di conoscere la realtà.
2- Basandosi sui rapporti causa-effetto, la scienza formula leggi che determinano lo svolgimento dei fatti.
3- Anche nella vita umana, dopo la fase teologica e quella metafisica, la scienza si sarebbe dovuta applicare a tutti i livelli.
Massimo esponente del movimento è Augusto Comte (1798-1857), che nel "Corso di filosofia positiva" invita allo studio della realtà concreta e sensibile, istituendo tra scienza e progresso un organico rapporto: "voir pour savoir; savoir pour prévoir; prévoir pour prévenir".
Tra gli altri esponenti ricordiamo:
- Roberto Ardigò, massimo positivista italiano.
Secondo costui la filosofia non è che la riorganizzazione logica del processo naturale. Dal momento che i fatti non sarebbero che un continuo passaggio dall'indistinto psicofisico al distinto, per poi distinguersi ulteriormente, la conoscenza vuole ritrovare l'originaria unità avvicinandosi all'ignoto relativo, cioè al limite non invalicabile dell'esperienza.
Al Positivismo si richiamano, più o meno esplicitamente, anche altri pensatori del tempo: Marx, Freud, etc.
N.B.: Il Positivismo fu detto anche neo-illuminismo per l'attenzione alla realtà oggettiva e per la concezione materialistica della natura e dell'uomo. Si devono però evidenziare alcune differenze tra i due movimenti:
- L'Illuminismo aveva una spinta universalistica (cosmopolitismo e filantropismo), con cui contrasta le idee di lotta per l'esistenza e per lo spazio vitale del Positivismo, le quali portano a lotte sociali, al nazionalismo, all'imperialismo e al colonialismo.
- Il materialismo illumistico è statico perché governato da leggi matematiche; il materialismo positivistico è dinamico perché soggetto alle leggi dell'evoluzionismo.
2 - IL REALISMO LETTERARIO
2.1- I letterati di fronte al Positivismo.
Di fronte al Positivismo i letterati assumono 3 atteggiamenti:
a) Il conformismo (v. primo Verga; esaltano le idee e i sogni di progresso, benessere, ricchezza, la sietà del lusso sfrenato, degli intrallazzi politici e amorosi);
b) Il rifiuto, che può essere ribellione (v. Scapigliati; contestazione delle idee di cui sopra) o rifugio nel mondo dell'arte (parnassiani ed esteti);
c) L'adeguamento realistico alle nuove concezioni per registrarne le manifestazioni concrete.
2.2- La poetica del Realismo letterario.
Dal momento che ha perduto la sua aura di creatura privilegiata ed è stato ridotto alla stregua di qualsiasi altro essere, l'uomo deve essere studiato per scoprire le leggi che regolano e determinano il suo comportamento.
Siccome gli esseri più facili da studiare sono quelli più vicini alla natura, si preferisce studiare gli umili, perché ritenuti più primitivi e quindi più vicini allo stato di natura.
Lo studio ovviamente deve essere condotto con metodo scientifico, in modo rigoroso, impersonale e sperimentale.
In questo modo gli scrittori potranno anche svolgere la missione di far trionfare tra gli umili i valori di libertà, uguaglianza, giustizia e benesere fino ad allora riservati alle classi più elevate.
2.3- Il realismo letterario.
La manifestazione letteraria della nuova filosofia si ha con il Realismo. Tale termine indica la tendenza a rappresentare la realtà col massimo di concretezza e di obiettività e col minimo di mediazione soggettivistica.
Il movimento si caratterizza per alcuni fenomeni:
- la preferenza per la forma del romanzo;
- l'attenzione alla concreta realtà sociale e storica;
- la rappresentazione della realtà quotidiana in modo non burlesco, seppur mescolato di comico e di tragico.
Nell'ambito della vasta corrente realistica si distinsero i movimenti del Naturalismo e del Verismo.
IL NATURALISMO
Dominatore della seconda metà dell'Ottocento, il Naturalismo volle costituire la poetica della società scientifico-tecnologica, presentandosi come una traduzione letteraria del Positivismo.
Alla sua base sta una concezione deterministica dell'operare umano nell'ambito della natura e della società: compito dello scrittore è derivare dalla scienza (psicologia, medicina, sociologia) gli strumenti per fornire un'opera obiettiva, impersonale, documentaria. "Il romanzo sperimentale è conseguenza dell'evoluzione scientifica del secolo; esso continua e completa la fisiologia che a sua volta si basa sulla chimica e sulla fisica; sostituisce allo studio dell'uomo astratto, dell'uomo metafisico, lo studio dell'uomo come fatto di natura, sottoposto alle leggi chimico-fisiche e determinato dalle influenze dell'ambiente; è, in una parola, la letteratura dell'età scientifica, come la letteratura classica e romantica corrispondeva all'età della scolastica e della teologia" (E. Zola, Il romanzo sperimentale).
Caratteri del movimento:
1- L’artista deve riprodurre fedelmente la realtà senza alcun elemento romanzesco.
2- L'artista, per descrivere l'uomo, ne deve conoscere "race, milieu, histoire" (I. Taine, Filosofia dell'arte), cioè i fattori ereditari della razza, l'ambiente sociale e il momento storico. (scientificità)
3- L'artista si deve comportare come uno scienziato: freddo e impassibile di fronte al fenomeno indagato. (impersonalità)
3- Si deve studiare il proletariato: nuova classe emergente nella storia e causa del disagio sociale.
4- Lo studio deve tendere a migliorare la società. "Ecco ciò che noi abbiamo visto, osservato e spiegato in tutta sincerità; ora spetta ai legislatori far nascere il bene e svilupparlo, lottare contro il male per estirparlo e distruggerlo" (E. Zola). (funzione sociale.
Esponenti:
- Gustave FLAUBERT (Madame Bovary)
- Honoré de BALZAC (La Comédie Humaine)
- Emile ZOLA (I Rougon-Macquart: Il ventre di Parigi; L'Assommoir; L'Ammazzatoio; Germinal; La Bestia umana...)
IL VERISMO
Il Verismo costituisce una sorta di versione italiana del Naturalismo francese. Il suo contro propulsore è Milano, anche se i teorici e gli animatori sono siciliani. Esso nasce dalle predominanti esigenze di concretezza e di aderenza alla realtà tipiche del Positivismo, olttre che dall’emergere della questione sociale con le prime lotte dei lavoratori, e dalle condizioni di povertà tipiche del Meridione, dove si trovano forti passioni e tragiche vicende umane. I suoi presupposti sono gli stessi del Naturalismo (canone dell’impersonalità), da cui si distingue per alcune particolarità derivanti dal programma romantico di una letteratura intesa come ricerca ed educazione attraverso il vero.
Caratteri:
1- Il Verismo prosegue una tendenza sempre viva nella letteratura italiana, ultimamente rinvigorita dal Manzoni, che voleva per il suo romanzo il vero per soggetto, l'interessante per mezzo, l'utile per iscopo".
2- Esprime la delusione post-risorgimentale per un'Italia che non era riuscita a risolvere i mali sociali.
3- Studia, con un distacco non esente da una certa partecipazione, il proletariato delle campagne e delle borgate.
4- S'interessa di un ambito regionalistico, e particolarmente meridionalistico.
5- L'artista non ha un fine politico preciso e non crede nel miglioramento delle condizioni di vita esistenti.
Esponenti:
- Per la Sicilia: Giovanni VERGA (I Malavoglia; Mastro don Gesualdo); Luigi CAPUANA (Il marchese di Roccaverdina); Federico DE ROBERTO (I Viceré):
- Per la Sardegna: Grazia DELEDDA (Canne al vento; Elias Portulu)
- Per la Campania: Matilde SERAO (Il paese di cuccagna; Piccole anime)
- Per la Toscana: Renato FUCINI (Veglie di Neri; Napoli ad occhio nudo)
- Per la Lombardia: Emilio DE MARCHI (Demetrio Pianelli; Arabella; Giacomo l'idealista)
Differenze tra Naturalismo e Verismo
1- Le persone studiate: Il Naturalismo studia il proletariato parigino industrializzato; il Verismo studia le plebi paesane depositarie di una civiltà arcaica.
2- L'ambiente: Il Naturalismo studia la città (Parigi); il Verismo descrive le campagne.
3- Le condizioni sociali: Il Naturalismo s'interessa di ambienti equivoci e di casi patologici; il Verismo osserva la miseria, più economica che spirituale, con pietà e affetto, senza descriverne le manifestazioni più degradanti.
4- Lo scopo: Il Naturalismo è ottimista: crede al miglioramento delle condizioni di vita del proletariato; Il Verismo è pessimista, perché fatalisticamente ritiene impossibile un riscatto dei miseri.
5- Il modo di scrivere: Assolutamente impersonali i naturalisti; piuttosto partecipi e commossi i veristi. (La lingua dei veristi contiene molte movenze del parlato: è una lingua con lessico italiano e sintassi dialettale).
DIFFERENZE
Naturalismo
- Si indagano aspetti patologici, anormali e tarati dell’uomo (malattie, alcolismo, demenza, prostituzione).
- L’artista si comporta da medico che la la diagnosi secondo fisiologia, chimica e fisica.
- Ambiente cittadino e bassifindi di Parigi. Tare della civiltà moderna e industriale.
- Persone anormali, depravate, emarginate. L’istinto è guida dell’agire.
- Classi abiette e rigido determinismo.
- Denuncia sociale.
- Documento.
Verismo
- Aspetti umani: lavoro, povertà, miseria; e tipici: caratteri ambientali e locali.
- L’artista è uno che soffre con i suoi personaggi.
- Agricoltura, pastorizia e vita di provincia; scoperta dell’Italia sconosciuta e sacrificata. Regionalismo.
- Persone comuni, di condizioni elementari, ma di vigoroso sentimento.
- Classi umili e fatalismo d’impronta darwiniana; lotta per la sopravvivenza.
- Intenti narrativi,
- Ottica della memoria.
NATURALISMO E VERISMO
LA NARRATIVA REALISTA FRANCESE
La narrativa realista, cioè quella narrativa che analizza il mondo contemporaneo, descrivendolo e analizzandolo in rapporto alle forze sociali, politiche ed economiche, nasce in Francia intorno agli anni ’30 dell’800.
Due sono i romanzi che segnano questa nuova narrativa: Madame Bovary di Gustave Flaubert e I miserabili di Victor Hugo:
- In Madame Bovary, Flaubert racconta una storia d’amore in cui la protagonista, Emma, è una donna illusa e frustrata (= insoddisfatta).
- Nei Miserabili, Victore Hugo, descrive con attenzione i poveri della società francese dei primi anni dell’800.
Caratteristiche del romanzo realista o sociale:
- il narratore in terza persona, che commenta e giudica le azioni dei personaggi.
- Un’attenta descrizione degli ambienti e delle persone.
IL ROMANZO NATURALISTA FRANCESE
Il romanzo naturalista come quello realista, analizza con attenzione la realtà sociale contemporanea, e si ispira alla poetica del Naturalismo, una corrente nata in Francia con l’idea di applicare alla letteratura i metodi di ricerca impiegati nelle scienze naturali.
Il Naturalismo fu anche un movimento ideologico che condusse una battaglia contro il potere della borghesia francese che dominava sia in politica che nell’arte. Il Naturalismo produsse una letteratura popolare, scritta per parlare del popolo ed essere letta dal popolo.
Caratteristiche del romanzo naturalista:
- scompare l’eroe, i personaggi sono persone comuni, spesso inetti (= incapaci)
- si preferisce il personaggio delle “classi inferiori” (il popolo povero)
- descrizione precisa delle persone e degli ambienti
- le vicende sono raccontate secondo il loro susseguirsi cronologico
- il narratore è esterno (= non è un personaggio del racconto)
I principali autori naturalisti francesi sono Emile Zola, che diventa il teorico ufficiale dei naturalisti e Guy de Maupassant.
IL ROMANZO VERISTA ITALIANO
Alla poetica naturalista francese aderirono il critico Francesco de Sanctis e Luigi Capuana dando origina al Verismo.
I principi della poetica verista si trovano nella prefazione ai Malavoglia di Giovanni Verga:
- l’opera letteraria deve costituire un documento “umano”
- l’autore deve scomparire (principio dell’impersonalità dell’autore): lo scrittore vede tutto con gli occhi dei suoi protagonisti
- il linguaggio deve essere schietto e semplice; deve saper riprodurre il modo di parlare dei diversi personaggi
differenze tra il romanzo naturalista francese e il romanzo verista italiano:
- lo scopo del romanzo verista è quello conoscitivo (= voler far conoscere la realtà)
- la visione dei veristi italiani è pessimistica: non è possibile cambiare la realtà
- il romanzo verista tratta il mondo contadino, misero e arretrato, mentre quello francese descrive le città industrializzate
PRINCIPALI AUTORI VERISTI
LUIGI CAPUANA
Scrive romanzi e novelle. Nelle sue prime opere descrive delle situazioni patologiche, di malattia mentale (Giacinta e Profumo); l’opera più riuscita è Il Marchese di Roccaverdina ambientato in Sicilia.
GIOVANNI VERGA
Giovanni VERGA
VITA
Si sa molto poco della vita di Verga, perché era una persona molto riservata e teneva nascosta la sua vita privata. Non si sposò mai e sembra che non volesse proprio sposarsi per non perdere la sua libertà.
Nacque a Catania nel 1840. Il padre era un nobile ed era un ricco proprietario terriero (=aveva molte terre); la madre era una borghese.
Cominciò a scrivere romanzi quando era ancora adolescente. Studiò legge all’università di Catania. Fondò un giornale politico “Roma degli Italiani”. Poi lasciò l’università. Scrisse molti romanzi, che erano tutti romanzi storici.
Verga si trasferì a Firenze e qui conobbe molti poeti e scrittori trai quali Luigi Capuana, teorico del Verismo. Continuò a scriver romanzi, ma non erano più romanzi storici, ma romanzi psicologici. Ebbero molto successo.
Andò a Milano e qui conobbe gli scrittori di una corrente letteraria detta la “Scapigliatura”. Qui cominciò a scrivere delle novelle che raccontano dei contadini e dei poveri della Sicilia. Fra queste novelle, possiamo ricordare “Rosso malpelo”, il primo racconto verista della raccolta Vita dei campi.
Voleva comporre un ciclo di 5 romanzi Il ciclo dei vinti ,che dovevano documentare la società dal più basso al più alto livello. In realtà scrisse solo i primi due libri“I Malavoglia” e “Mastro don Gesualdo”, lasciando incompiuti quelli che dovevano descrivere il mondo delle classi più elevate.
Morì a Catania nel 1922, all’età di 82 anni.
IDEOLOGIA
- Aveva una visione pessimistica della realtà. Non aveva nessuna fiducia nel miglioramento della società
- L’arte non è in grado di fare qualcosa per cambiare la società e risolvere i problemi. L’unica cosa che lo scrittore può fare è quella di descrivere la realtà senza dare alcun giudizio.
- Gli unici valori in cui Verga crede sono la famiglia, gli affetti domestici e il lavoro.
- È ateo, non crede in Dio
TECNICA NARRATIVA
- L’eclissi dell’autore: secondo Verga lo scrittore non interviene mai nel racconto e non esprime mai pareri personali. A raccontare non è Verga, cioè lo scrittore, ma un personaggio del romanzo, che è un povero come tutti i personaggi del romanzo e quindi è pari a loro (= è al loro stesso livello). Si chiama “NARRATORE POPOLARE”: è lui che commenta la storia e dà il suo parere.
- La regressione: lo scrittore diventa un narratore popolare e regredisce al livello culturale dei suoi personaggi.
- La regressione: lo scrittore diventa un narratore popolare e regredisce al livello culturale dei suoi personaggi.
- Il linguaggio deve adeguarsi al vero; ricorre spesso ai modi di dire, ai proverbi popolari
- Utilizza il discorso indiretto libero, punti interrogativi, esclamativi, punti di sospensione; riproduce il parlato popolare
LA LUPA
È una novella che fa parte della raccolta vita dei campi. Racconta del folle amore di una donna matura molto passionale e inquietante, per il giovane Nanni. Verga riesce a descrivere la donna gnà Pina con molta sensualità. La donna viene chiamata la lupa dalla gente del paese proprio per la sua sensualità. Lei si innamora di un giovane, ma non potendolo avere, costringe la figlia a sposarlo per averlo vicino. Il ragazzo però non riesce a resistere alle lusinghe della suocera e finisce poi per ucciderla.
I MALAVOGLIA
In questo romanzo si parla della vita degli abitanti di un paese della Sicilia, Aci Trezza, e in particolare di una famiglia, i Toscano, detti i Malavoglia.
Questa famiglia possiede una casa “la casa del nespolo” e una barca “la provvidenza” ma la loro esistenza viene sconvolta da alcuni fatti: ‘Ntoni deve partire per il servizio militare, una cattiva annata della pesca, in naufragio della loro barca con tutto il carico di lupini, debiti da pagare e tutta una serie di vicende tipiche dell’Italia del Sud di quel periodo. La famiglia va in fallimento, ma nel paese nessuno li aiuta e a nessuno importa.
Alla fine, solo l’ultimo figlio riuscirà a riscattare la casa e ‘Ntoni, uscito di prigione si allontana per sempre: oramai la famiglia è disgregata.
- LA TEMPESTA IN MARE (pag. 804 da leggere!)
- L’ARRIVO E L’ADDIO DI ‘NTONI (pag 808 da leggere!)
LA ROBA (da NOVELLE RUSTICANE)
La “roba” è simbolo di benessere economico, di una ricchezza che non si misura in denaro, ma in pascoli, terre, fattorie, animali. Mazzarò, il protagonista di questa novella passa tutta la vita ad accumulare roba, ma conduce una vita squallida, ha sempre paura di essere ingannato e derubato. Alla fine quando capisce che sta per morire si rende conto che non può portarsi la robe con sé e solo a quel moment si accorge dell’assurdità della vita che ha vissuto.
MASTRO-DON GESUALDO
È il secondo romanzo del ciclo dei Vinti. Racconta le vicende di Gesualdo Motta, un uomo avido di ricchezze e arrampicatore sociale (= diventare importante nella società).
Il tema di questo romanzo è già presenta nella novella La roba.
La vicenda si svolge in un paese vicino a Catania. Gesualdo Motta è un muratore, accanito lavoratore, che riesce ad accumulare una fortuna. Cerca di inserirsi nell’aristocrazia del paese sposando la nobile Bianca che però non lo ama. Nasce la figlia Isabella, forse da una relazione di Bianca con suo cugino. Isabella cresce odiando il padre e disprezzandolo per le sue umili origini.
Durante i moti del 1848 Gesualdo fugge e con lui la figlia che nel frattempo si è innamorata di un lontano parente povero. Gesualdo costringe la figlia a sposare il Duca di Layra, un nobile ma senza soldi. Alla fine andranno tutti a vivere a Palermo nel palazzo del duca. Gesualdo morirà assistendo allo sperpero che il genero e sua figlia fanno di tutti i suoi beni accumulati durante la sua vita.
IL NATURALISMO FRANCESE
La tendenza realistica in campo letterario ebbe le sue prime manifestazioni in Francia, ove assunse il nome di “naturalismo”.
Ne fu precursore il Honoré de Balzac (“La Comédie humanine”) e primi rappresentanti Gustave Flaubert, autore di opere famose, quali “La Signora Bovary”, “Salammbô” e “L’educazione sentimentale”, e Guido Maupassant, autore di celebri novelle e romanzi, come “Palla di sego”, “Una vita”, e “Forte come la morte”.
Romanzi veristi = si ispirano alla vita contemporanea e studiano l’uomo nella società e nel suo mondo reale, con particolare attenzione alla società capitalista e ai bisogni economici
È il rifiuto del romanzo storico
Romanzo Storico = romanzo legato alla storia del passato
Romanzo Verista = romanzo contemporaneo legato alla realtà
Ma la voce più autorevole del naturalismo francese fu Emile Zola al quale si deve la definizione di “romanzo sperimentale”, cioè la teoria secondo la quale lo scrittore di romanzi deve descrivere la realtà quotidiana anche, anzi principalmente, nei suoi aspetti più squallidi e deteriori, deve affondare il proprio “bisturi” nelle viscere della società per metterne a nudo le passioni e le angosce, i vizi e le turpitudini, deve “fotografare” la realtà per rappresentarla e farla conoscere nuda e cruda come è, senza alcuna ingerenza di natura sentimentale e personale.
Questa teoria, che fu poi detta dell’ “impersonalità dell’arte”, fu variamente interpretata dai vari esponenti del realismo europeo, che in linea di massima l’accettarono anche se non sempre l’applicarono rigidamente, come invece fece lo Zola. Questi, in ben venti romanzi (fra cui “Teresa Raquin”, “Lo scannatoio”, “Il ventre di Parigi”, “La terra”, “Nanà”, ecc.), descrisse la “commedia umana del Secondo Impero” francese.
I naturalisti francesi rivolsero di preferenza la loro attenzione ai bassifondi parigini, agli ambienti più malsani della metropoli, ai vizi più degradanti dell’umanità, ai personaggi più squallidi dell’emarginazione sociale. Loro intendimento era di portare alla luce quegli aspetti della vita sociale che generalmente si tende a nascondere ed ignorare, ma che esistono ed hanno una spiegazione e non è giusto considerare un problema che non riguardi l'intera società. La loro fu dunque un’opera di denuncia sociale, cui sovente sacrificarono l’orgoglio dell’artista per non tradire il linguaggio degli ambienti descritti.
IL VERISMO ITALIANO
Anche in Italia la tendenza realistica generò una corrente letteraria che interessò anche la poesia, ma soprattutto, col nome di “verismo”, la narrativa ed il teatro.
Il primo autore verista fu Luigi Capuana, che fu anche il teorico del movimento, il quale, richiamandosi al naturalismo francese, faceva proprio il principio dell’ “impersonalità dell’arte”, la tendenza a fotografare la realtà e rappresentare il documento umano oggettivamente. E' però da chiarire subito che nelle loro opere i veristi italiani furono assai meno “oggettivi” di quanto si proponessero e non seppero mai sottrarsi completamente alla tentazione di partecipare coralmente alle vicende dei propri personaggi. Inoltre essi, a differenza dei francesi, rivolsero la propria attenzione alla misera condizione degli “umili” dei piccoli ed arretrati paesi del Meridione d’Italia, anche se il centro di maggior diffusione del verismo fu, come sempre, il capoluogo lombardo, Milano.
Gli autori veristi trovarono una tiepida accoglienza negli ambienti dell’intellettualità borghese del loro tempo, nonostante l’esplicita adesione al movimento di Giovanni Verga, uno scrittore rinomato e che aveva in passato assecondato con libri di successo il gusto borghese ancora legato al sentimentalismo del tardo romanticismo: solo più tardi la critica ufficiale scoprirà la validità della loro opera e lo stesso Verga ebbe il riconoscimento che gli si doveva per l’opera sua verista - grazie all’intelligenza di Luigi Russo - verso la fine della vita.
Per meglio illustrare la poetica del verismo italiano, giova rifarsi alla prefazione del Verga alla novella “L’amante di Gramigna” (della raccolta “Vita di campi”):
«Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l'abbozzo di un racconto. Esso almeno avrà il merito di essere brevissimo, e di essere storico - un documento umano, come dicono oggi - interessante forse per te, e per tutti coloro che studiano nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu veramente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre; avrà sempre l’efficacia dell’essere stato, delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne; il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contraddittori, costituirà per lungo tempo ancora la potente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l'argomento di un racconto, e che l'analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico. Di questo che ti narro oggi, ti dirò soltanto il punto di partenza e quello d’arrivo, e per te basterà, - e un giorno forse basterà per tutti. Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti gloriosi, con metodo diverso, più minuzioso e più intimo. Sacrifichiamo volentieri l’effetto della catastrofe, allo sviluppo logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la catastrofe resa meno impreveduta, meno drammatica forse, ma non meno fatale. Siamo più modesti, se non più umili; ma la dimostrazione di cotesto legame oscuro tra cause ed effetti non sarà certo meno utile all'arte dell'avvenire. Si arriverà mai a tal perfezionamento nello studio delle passioni, che diverrà inutile il proseguire in cotesto studio dell'uomo interiore? La scienza del cuore umano, che sarà il frutto della nuova arte, svilupperà talmente e così generalmente tutte le virtù dell'immaginazione, che nell'avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi? Quando nel romanzo l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l'armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l'impronta dell’avvenimento reale, l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d'origine.» |
La nuova arte deve partire dal “documento umano”, seguire lo “sviluppo logico delle passioni” senza indulgere all’ “effetto” artificiosamente drammatico, narrare il “fatto” con le stesse parole “semplici e pittoresche della narrazione popolare”: creare, insomma, un’opera che sembri “essersi fatta da sé”. E' questa la poetica verista cui il Verga aderì a partire dal 1875, anno della pubblicazione di “Nedda”. Ma, come abbiamo già detto, né lui né gli altri autori italiani veristi seppero rinunziare alle esigenze del proprio cuore e parteciparono con intima e sofferta solidarietà ai drammi dei loro personaggi.
Fra i maggiori scrittori del verismo italiano - oltre al Verga, del quale tratteremo a parte - ricordiamo il già citato Luigi Capuana, autore siciliano di romanzi (fra cui il suo capolavoro “Il marchese di Roccaverdina”), novelle (“Profili di donne”, “Le appassionate”, “Le paesane”, “Le nuove paesane”, ecc.), libri per l’infanzia (“C’era una volta”, “Scurpiddu”, “Cardello”, ecc.) e numerosi saggi critici (“Il teatro italiano contemporaneo”, “Studi di letteratura italiana contemporanea”, “Gli ismi contemporanei”, ecc.); Matilde Serao, greca di origine ma napoletana di adozione, che scrisse numerose novelle e romanzi (“Piccole anime”, “ Terno secco”, “Il ventre di Napoli”, ecc.) descrivendo il mondo minuto e pittoresco dei vicoli napoletani; i toscani Mario Pratesi (“Il mondo di Dolcetta: scene della vita toscana del 1859”) e Renato Fucini (“Le veglie di Neri”, “All’aria aperta”, “Nella campagna toscana”, “Foglie al vento”); la scrittrice sarda Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (“Il vecchio della montagna”, “Elias Portolu”, “Cenere”, “Canne al vento”, ecc.).
Come si vede da queste sommarie indicazioni, i veristi italiani furono legati ai problemi ed ai costumi delle regioni in cui vissero.
Giuseppe Pellizza da Volpedo
Così nel Quarto stato, iniziato nel 1898 e terminato nel 1901, è evidente che Pellizza non intendeva rappresentare esclusivamente una scena, sia pure molto importante, della vita sociale del proprio tempo, vale a dire un momento di sciopero e di protesta.
Vi compaiono, infatti, delle figure che avanzano verso la piena luce, mentre sullo sfondo campeggia un tramonto: è chiara l'allegoria sociale del popolo che avanza verso un futuro radioso, lasciandosi alle spalle l'età dell'oppressione. Il tema era già stato trattato più volte e continuamente rielaborato da Pellizza, a partire dal 1891, con Ambasciatori della fame, attraverso Fiumana, completata nel 1896, e il bozzetto preparatorio del Quarto stato del 1898, Il cammino dei lavoratori, secondo il titolo inizialmente prescelto, ed era andato ampliandosi ed approfondendosi durante questo percorso, di pari passo con l'evoluzione artistica del soggetto.
Verismo e naturalismo
La cultura del positivismo
Il positivismo è il fatto nuovo, sul piano filosofico e culturale, degli anni centrali del secolo, che produrrà suoi sviluppi letterari più significativi, qualche decennio più tardi (in Italia a partire dagli anni Settanta).
Gli aspetti salienti della filosofia positivista sono: la reazione alle componenti irrazionalistiche del romanticismo, il collegamento con alcuni aspetti dell'illuminismo, la fiducia nella ragione e nella scienza, una concezione derministica dell'agire umano, l'estensione (almeno nelle intenzioni) del metodo sperimentale ad alcuni campi in passato riservati alla morale ed alla metafisica, la fondazione di nuove discipline (la sociologia), il rinnovamento del metodo utilizzato da varie discipline aventi per oggetto l'uomo, come la medicina, la fisiologia, la psicologia, la biologia.
Per quanto riguarda la letteratura, è importante soprattutto il formarsi e il diffondersi di una ideologia scientista, e la divulgazione di idee come evoluzione, lotta per la sopravvivenza, ereditarietà, o di concetti come determinismo, metodo sperimentale, dipendenza dei comportamenti umani dalle condizioni ambientali e sociali.
Bisogna anche ricordare i fermenti sociali (Comune di Parigi) e le ideologie politiche (marxismo, comunismo, socialismo, dottrine democratiche) che, col progredire dell'industrializzazione assumono maggiore rilevanza.
La fiducia nella scienza spesso si innesta su una concezione pessimistica della realtà sociale e si associa a posizioni esplicitamente democratiche o progressiste: le condizioni degradate dei ceti subalterni, ed particolare del proletariato urbano, vengono equiparate ad una malattia sociale che può e deve essere studiata e curata con metodo rigoroso; le dinamiche sociali spesso si presentano come un meccanismo di sopraffazione dei più deboli. La psicologia e la sociologia appaiono gli strumenti che possono impostare l'analisi di questi problemi ed avviarne la soluzione.
Il naturalismo francese
In Francia, patria del positivismo, si sviluppa una nuova scuola letteraria che prende il nome di naturalismo e che annovera Balzac e Flaubert come precursori, i fratelli Edmond e Jules Goncourt e Maupassant tra gli esponenti di punta, ed Emile Zola, con la dottrina del roman expérimental, come caposcuola e teorico.
Zola nel saggio sul roman expérimental giunge ad una chiara formulazione teorica degli aspetti principali del naturalismo. I fondamenti di questa poetica sono la fiducia nella scienza e nel progresso e il determinismo positivistico: i fenomeni psicologici, sociali, non sono frutto di cause insondabili, di natura spirituale o metafisica; sono prodotti dell'attività biologica, fisiologica e psicologica dell'individuo e delle interazioni degli individui tra loro; se ci appaiono misteriosi, di natura incerta, irrazionali, è solo perché la scienza non ha ancora fatto i progressi necessari, perché non sono stati sufficientemente analizzati; in futuro non appariranno più tali, proprio come quelli che un tempo apparivano, in chimica e in fisica, fenomeni misteriosi e che ora sono spiegati razionalmente. Si delineano la specificità e i compiti del romanzo sperimentale: "possedere il meccanismo dei fenomeni umani, mettere in luce gli ingranaggi delle manifestazioni passionali ed intellettuali quali li spiegherà la fisiologia, sotto l'influenza della ereditarietà e delle circostanze ambientali, poi mostrare l'uomo mentre vive nell'ambiente sociale che lui stesso ha prodotto, che quotidianamente modifica ed in seno al quale subisce a sua volta una continua trasformazione". In questo modo il romanzo sperimentale potrà contribuire a incrementare le conoscenze della scienza e fornire ai politici gli strumenti per sanare le ingiustizie e le disfunzioni sociali.
Ulteriori novità rispetto al passato sono la sostituzione della società alla natura come oggetto di indagine e il canone dell'impersonalità della narrazione: come "è inconcepibile uno scienziato che si arrabbia con l'azoto perché impedisce la vita", così è inconcepibile un narratore sperimentale che partecipi emotivamente agli esperimenti sociali che produce nel suo laboratorio, deplorando o lodando, giudicando, sulla base di qualsivoglia sistema di valori, fatti e comportamenti dei suoi personaggi; se l'esperimento sarà correttamente eseguito, i risultati parleranno da soli. In termini narratologici, è la liquidazione del narratore onnisciente dominante nel realismo primo-ottocentesco.
Quello della narrativa naturalista è un caso esemplare di associazione di una visione fortemente negativa della realtà sociale esistente e di un ottimismo quasi acritico, fondato sulla fiducia nell'inevitabilità del progresso che la scienza sarebbe stata in grado di garantire all'uomo. Scrive Zola: "si entrerà in un secolo in cui l'uomo, divenuto onnipotente, avrà soggiogato la natura utilizzandone le leggi per far regnare su questa terra tutta la giustizia e la libertà possibili".
La poetica del verismo
Il positivismo ed il naturalismo si diffondono anche in Italia fornendo una chiave di interpretazione della realtà sociale e i lineamenti di poetica del movimento letterario che da noi si chiamerà verismo.
Questi apporti vengono però accolti con le inevitabili modificazioni che il contesto socio-culturale e le inclinazioni dei nostri maggiori scrittori veristi comportano.
Il verismo si muove nell'ambito della stessa cultura scientista delle naturalismo francese. Accetta la concezione deterministica dell'agire umano, la vita interiore dell'uomo è spiegabile in termini psico-fisiologici, può essere oggetto di uno studio scientifico, come pure, a maggior ragione, quella sociale. Se è proprio della scienza il metodo rigoroso, sperimentale, la letteratura, entro certi limiti, deve prendere a modello la scienza. L'oggetto della letteratura, afferma Verga nella prefazione alla novella L'amante di Gramigna, sono i documenti umani, cioè fatti veri, storici; e l'analisi di tali documenti deve essere effettuata con scrupolo scientifico. Ma che questo scrupolo significhi completa scientificità appare in definitiva ai nostri veristi un'esagerazione: si tratterà piuttosto di un dovere di obiettività.
Verga pare piuttosto voler focalizzare l'attenzione su altri aspetti del romanzo, "la più completa e la più umana delle opere d'arte": esso trionferà, dice, quando "l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo di creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane" e "la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l'impronta dell'avvenimento reale, e l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé". E' questa la formulazione più esplicita del canone dell'impersonalità che ha come conseguenza la necessità di descrivere nel loro lineare svolgimento gli avvenimenti narrati, senza ricorrere ai facili effetti romanzeschi, alla suspense e la nuova arte si propone invece linearità nell'intreccio, obbiettività nella rappresentazione dell'uomo interiore e dei suoi rapporti sociali.
Insomma la letteratura è arte, non è scienza. La novità del naturalismo tende ad essere ridotta all'impersonalità, allo scrupolo scientifico, cioè al dovere di obbiettività del romanziere, che nell'analisi della realtà deve evitare accuratamente di inserire e manifestare il suo punto di vista personale: è un tentativo di più scrupolosa aderenza al vero. Ma proprio in questo richiamo alla verità sta un elemento di continuità con la precedente narrativa ottocentesca italiana ed in particolare con Manzoni, teorico di una letteratura che si fondi sul pieno rispetto del vero storico e morale.
Manca, inoltre, nel verismo italiano, rispetto al naturalismo francese, la speranza che l'analisi sperimentale della società, effettuata mediante il romanzo, possa tradursi, sul piano pratico, in una concreta azione di rinnovamento. Per spiegare questo pessimismo, oltre alle convinzioni individuali degli scrittori veristi, possono essere utilizzati anche alcuni dati del contesto storico-culturale italiano: l'arretratezza socio-economica italiana, le permanenze feudali, lo scarso dinamismo del tessuto sociale, gli specifici problemi locali, aggravati dalle delusioni risorgimentali ed anche alcune componenti della mentalità e della cultura meridionale. Ad una visione negativa della realtà sociale, comune anche ai naturalisti francesi, non si accompagna la speranza una fiducia nella scienza come efficace mezzo di liberazione dell'uomo e come soluzione dei problemi che appaiono fatalisticamente legati a dati immutabili e oggettivi della natura umana e della società. Nella prefazione ai Malavoglia di Verga il progresso è una macchina che stritola i più deboli: non si ipotizza l'esito ottimistico del processo, si accentua la drammaticità del meccanismo concentrando l'attenzione sui vinti. Quello di cui parlano i veristi sembra essere un progresso senza meta, più vicino al materialismo meccanicistico di Foscolo o Leopardi che al positivismo e all'ottimismo scientista di Zola.
Naturalismo e verismo si differenziano anche per i documenti umani che vengono studiati, per le caratteristiche dei soggetti sociali protagonisti delle opere realizzate. L'Italia non ha ancora visto lo sviluppo industriale, non vi è stato lo sviluppo di un proletariato urbano industriale, l'economia è ancora prevalentemente agricola. Questo spiega perché il soggetto della narrativa naturalista francese sia soprattutto il proletariato urbano e quello dei veristi italiani soprattutto il mondo contadino.
La secolare frammentazione politica italiana e la profonda diversità delle condizioni di vita, di mentalità e di cultura delle diverse realtà regionali, spinsero i veristi a prendere in considerazione una realtà regionale e contadina. una realtà più particolare di quella della Parigi industrializzata o della provincia francese (molto più omogenea di quella italiana). L'inclinazione al regionalismo e l'attenzione privilegiata al mondo contadino possono venir mascherate da disegni più ambiziosi: Verga e Capuana pensano di iniziare dalle classi subalterne locali (nel loro caso le classi rurali siciliane) per addestrarsi sul terreno più semplice, dove le passioni da analizzare sono più elementari, in vista di obiettivi più ambiziosi: cicli narrativi che prendano in considerazione la totalità delle classi italiane.
Ma regionalismo e particolarismo sono esigenze che nascono da cause oggettive: l'impossibilità di rappresentare con eguale scrupolo realtà profondamente diverse da quella che si conosce direttamente, cioè quella della propria regione di appartenenza, così il regionalismo diventa un dato di fondo della poetica verista.
GIOVANNI VERGA
Trasferitosi dalla natia Sicilia a Firenze per assecondare la sua vocazione letteraria, Giovanni Verga abitò in seguito a Milano, dove entrò in contatto con il mondo della Scapigliatura e soprattutto con i veristi, della cui corrente divenne uno dei massimi esponenti. La sua produzione attraversò diverse fasi, passando dai temi storico-patriottici a quelli romantico-mondani, a quelli più propriamente veristi, di ambiente soprattutto siciliano, che ebbero la più compiuta espressione nel progettato ciclo dei Vinti, di cui I Malavoglia (1881) e Mastro Don Gesualdo (1889) furono gli unici due romanzi conclusi. Nonostante l'indubbia qualità artistica, Verga non ebbe, in vita, grande successo e negli ultimi anni tornò in Sicilia abbandonando la scrittura; la sua rivalutazione come uno dei massimi esponenti della letteratura italiana del Novecento avvenne in epoca successiva.
SCAPIGLIATURA
Scapigliatura Movimento letterario e artistico italiano sorto, dopo la proclamazione del Regno d'Italia (1861), in Lombardia, in particolare a Milano, e in Piemonte. Il termine "scapigliatura" deriva dal titolo di un romanzo di Cletto Arrighi, La scapigliatura e il 6 febbraio (1862), che racconta un fatto storico, la fallita sollevazione mazziniana di Milano del 1853. Nel romanzo il termine "Scapigliatura" designa un gruppo di giovani patrioti anticonformisti e amanti dell'arte, "pronti al bene quanto al male". In effetti gli scrittori scapigliati assunsero posizioni assai critiche verso la letteratura e la cultura italiana del loro tempo, ammirando soprattutto autori stranieri come Baudelaire, Gautier, Heine, Hoffmann, Jean Paul e Poe: una predilezione che determinò un effetto di sprovincializzazione e di svecchiamento della cultura letteraria italiana.
VERISMO
Verismo (letteratura) Movimento letterario sorto in Italia nell'ultimo trentennio del XIX secolo. Il termine "verismo" viene impiegato specificamente per indicare la narrativa orientata verso il modello del naturalismo francese, benché il riferimento, come affermava Luigi Capuana, fosse più al metodo e ai principi del narrare che non alla materia trattata. Questi autori rappresentano un mondo immobile, in cui i personaggi vivono sentimenti elementari e radicali, con pervicacia autodistruttiva entro un contesto di ingiustizie e sofferenze collettive, senza speranza di riscatto e senza capacità di elaborare un progetto di redenzione. Sono scrittori (soprattutto Verga) che raccontano in modo distaccato, senza attivare processi d’identificazione tra il lettore e la materia narrata e quindi senza giocare sul transfert narrativo. È questo uno dei modi di applicare il principio dell'impersonalità. Un altro modo di garantire il distacco da parte dall'autore (ma, in prospettiva, anche del lettore) è quello di non proporre il mondo narrato come un modello o come carico di valori, bensì di presentarlo come se si trattasse di un reperto scientifico.
L'applicazione del canone dell'impersonalità favorì l'elaborazione di alcune tecniche espressive come il dialogo o il discorso indiretto libero (Verga).
Giovanni Verga
Vita
Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840, discendente da una famiglia di antica nobiltà rurale. Il nonno fu deputato al Parlamento siciliano. Lo scrittore ebbe cinque fratelli e trascorse l'infanzia e l'adolescenza in Sicilia, scrivendo giovanissimo per i giornali e componendo romanzi storici a imitazione di Alessandro Dumas, scrittore allora assai noto. Frequentò scuole private, si iscrisse alla facoltà di Legge dell'università di Catania, senza conseguire la laurea, perché impegnato nel lavoro letterario. In questo suo proposito venne pienamente appoggiato dal padre, che contribuì alle spese delle prime pubblicazioni.
Fra il 1865 e il 1871 visse a Firenze, a quel tempo capitale d'Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e relazioni e successi mondani.
Dal 1872 al 1893 abitò a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari, che facevano di Milano la città più viva d'Italia. Importante fu l'amicizia che strinse con Capuana e con Arrigo Boito. Nonostante le molte relazioni amorose, ma non si sposò mai.
Inariditasi la vena creativa, si ritirò a Catania, dove morì il 27 gennaio 1922, quasi in solitudine, in seguito a una trombosi, assistito dalla nipote adottiva e dal fedele De Roberto.
Opere
Amore e patria; I carbonari della montagna (1862); Sulle lagune (1863); Una peccatrice (1866); Storia di una capinera (1871); Eva (1873); Nedda (1874); Tigre reale (1875); Eros (1875); Primavera e altri racconti (1876); Vita dei campi (1880); I Malavoglia (1881); Il marito di Elena (1882); Novelle rusticane (1883); Per le vie (1883); Cavalleria rusticana (opera teatrale, 1884); Drammi intimi (1884); In portineria (opera teatrale, 1885); Vagabondaggio (1887); Mastro don Gesualdo (1888); I ricordi del capitano d'Arce (1891); Don Candeloro e C.i (1894); Dal tuo al mio (1906)
L'attività letteraria di Verga si divide schematicamente in due fasi: nella prima compose romanzi e novelle di studio dell'alta società e degli ambienti artistici. In questi romanzi (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros) marcato è il dato autobiografico, forse c'è persino un bisogno di arricchire la propria esistenza con avventure affascinanti, ma realistiche. Associata, vi è la volontà di compiere un'analisi della società contemporanea, in special modo dei ceti alti, mettendone a nudo le magagne sentimentali e le menzogne convenzionali. Verga rappresenta già dei "vinti": tra i suoi personaggi vi è la dama che si avvelena per amore, la giovane che diventa monaca per volere della famiglia, il pittore sconfitto nelle sue ambizioni artistiche e nella sua passione per una ballerina, le passioni distruttive di una contessa russa morta di tisi.
Il verismo
Il verismo italiano costituisce lo sviluppo del naturalismo francese. Nella seconda metà dell'Ottocento, in Francia, Gustave Flaubert pubblica Madame Bovary, che viene accolta fra consensi di critica e guai giudiziari. Con quest'opera si fa iniziare il naturalismo. Essa si pone l'obiettivo di rappresentare oggettivamente la realtà, senza l'intervento diretto dello scrittore. C'è un distacco dell'autore dall'opera che scrive, che non viene influenzata da ideologie e dai valori morali personali.
I fratelli Goncourt aggiungono un altro principio: l'opera deve essere un documento del reale. Il romanzo deve trarre ispirazione da un episodio realmente accaduto. Ci deve essere un rapporto diretto con la realtà. Esigenze di scientificità che approdano poi al romanzo sperimentale di Zola, Teresa Raquin.
Nel romanzo sperimentale si rappresenta l'uomo come prodotto delle condizioni ambientali e di ereditarietà di carattere. Ciò porta a una denuncia della società. I condizionamenti sociali si manifestano con maggior forza fra gli strati più umili. Zola rappresenta perciò i bassifondi di Parigi. La sua visione della vita è deterministica; le sue opere propongono un uomo innocente, condizionato dalla famiglia e dalla società.
Capuana mette insieme i seguenti caratteri: l'impersonalità, la rappresentazione del reale, il romanzo sperimentale del naturalismo francese. Dà così l'avvio a una tendenza letteraria: il verismo, che si propone l'impersonalità nel ritrarre il reale. Siccome la realtà più urgente per noi sono la questione meridionale e le questioni sociali, il verismo diviene lo specchio della società meridionale. I caratteri della produzione verista sono il regionalismo, il provincialismo. Gli alfieri del verismo sono meridionali: Serao, Deledda, Capuana, Verga. Minore è il verismo settentrionale.
La fase verista: la poetica
Nel 1874 esce Nedda. Verga vi racconta la storia di una povera raccoglitrice di olive, vittima della miseria. Verga, in questa novella, non rappresenta più il mondo brillante dell'alta società milanese o fiorentina, ma quello umile e chiuso di un borgo siciliano. La nuova fase dello scrittore si arricchisce, in poco più di una dozzina di anni, di due raccolte di novelle, Vita dei campi dell'80 e Novelle rusticane dell'83.
Progetta, intanto, un ciclo di cinque romanzi, I vinti, e ne scrive i primi due, I Malavoglia dell'81 e Mastro Don Gesualdo dell'88, cui intercala un altro romanzo, Il marito di Elena, dell'82, incerto fra la vecchia maniera e la nuova.
Queste opere sono tutte ambientate in Sicilia, intorno a quella Catania che Verga conosceva perfettamente e a cui era legato da profondo affetto; i protagonisti sono uomini delle classi subalterne, contadini, pastori, pescatori, artigiani, arricchiti e no; se i personaggi sono individui appartenenti ai ceti elevati, si tratta quasi sempre di nobili di paese, lontani dal sentire e dai gusti dei personaggi verghiani di una volta.
I Malavoglia sono la storia di una famiglia, che cerca di emergere dalla miseria e conquistarsi condizioni di vita migliori; Mastro don Gesualdo inscena la sconfitta di chi, vinta la battaglia per una migliore condizione economica, aspira alla promozione sociale, sperando di conquistarla tramite un matrimonio che lo leghi alla nobiltà di un grosso borgo di provincia.
I tre romanzi non scritti del ciclo dei vinti, dovevano narrare la sconfitta di quella vanità aristocratica che può sussistere soltanto a un alto livello sociale ed economico (La duchessa di Leyra); la sconfitta nelle ambizioni politiche tese alla conquista del potere (L'onorevole Scipioni); la sconfitta nella più alta ambizione possibile, nell'aspirazione dell'artista alla gloria (L'uomo di lusso).
L'ideologia
Verga esprime la propria posizione ideologica in una novella di Vita dei campi, dal titolo Fantasticheria. Egli si immagina di recarsi ad Aci Trezza, il paese de I Malavoglia, in compagnia di una signora del gran mondo che, appena arrivata, mostra un fatuo entusiasmo per quella vita semplice, ma già il giorno dopo non ne può più e non capisce come altri possa condurvi l'intera esistenza. Mentre Verga, polemizzando la frivola superficialità della dama, afferma la sua adesione morale al coraggio virile con cui quegli uomini affrontano la vita.
Nelle sue opere più mature non vi è idillio, non vi sono "lavoratori sapienti", come quelli rappresentati dal Prati, che vanno al lavoro cantando, non vi è traccia del fastidioso e offensivo paternalismo, né di un facile ottimismo, ma vi imperversa la tragedia e il pessimismo virile; un intero mondo subalterno viene visto nella sua autonomia, composto non più da "buoni selvaggi" o da "buoni popolani" fra cui ritirasi arcadicamente, ma di uomini con cui trattare da persona a persona.
La visione di Verga è tragica e pessimista. Lo scrittore non crede nella Provvidenza e Dio è assente dai suoi libri. Non è nemmeno un socialista che creda in un trionfo finale del quarto stato, ottenuto attraverso l'unione e la lotta. Verga, invece, condivide la passione del suo tempo per la scienza e l'analisi sociologica e riesce a cogliere il moto e lo sforzo incessante verso il progresso; ma a lui interessano di più "i vinti", quelli che cadono lungo la strada; egli sa essere solo il poeta di chi resta ai margini, mentre la marea procede oltre.
L'ideologia sociale
La concezione della vita di Verga era tipicamente "borghese". Tuttavia molti erano gli elementi positivi: il superamento dello stato d'animo contraddittorio con cui egli guardava nelle sue prime opere l'alta società; il superamento del paternalismo ambiguo proprio della letteratura sociale dei "moderati"; la scoperta della dignità e dell'umanità delle plebi; l'analisi del risvolto negativo del progresso così mitizzato dai contemporanei e quindi delle lacrime e del sangue di cui grondava, dietro l'ottimismo e la facciata rilucente, il secondo Ottocento. Ma proprio perché borghese e quindi incapace di immaginare una società diversa, Verga guardava al presente e al futuro con pessimismo. Flirtò addirittura col nazionalismo.
Ne I Malavoglia, la critica ha sottolineato concorde il momento corale: storia di una famiglia, il romanzo si trasforma nell'epopea di un mondo unito nel destino e negli affetti e canta il lavoro, il legame con la tradizione, l'unità familiare, il culto del focolare domestico: non a caso il centro della vicenda è "la casa del nespolo", perduta e poi riconquistata.
In Mastro don Gesualdo, il pessimismo di Verga è ancora più cupo. Intorno al protagonista si agita un mondo di piccoli uomini voraci e pettegoli, tutti presi nella morsa della passione economica. Mastro don Gesualdo è visto come un eroe del lavoro, della tenacia, della forza che vince gli ostacoli e conquista, faticosamente, palmo a palmo, la sua "roba", finche la volontà di ottenere una promozione sociale lo travolge ed egli è sconfitto nei suoi affetti e muore.
L'arte e la lingua
Verga non ha mai delineato organicamente la sua poetica. Tuttavia la si può dedurre, oltre che da molte altre sue lettere, da una in particolare all'amico romanziere Salvatore Farina, premessa alla novella L'amante di Gramigna.
Verga accettò le linee generali del naturalismo francese, nella mediazione dell'amico Capuana; non accettò troppo il tema della razza o dell'ereditarietà, per quanto nel Mastro don Gesualdo non manchi qualche accenno; rappresentò l'ambiente e il momento storico, come elementi necessari alla spiegazione della psicologia dei singoli; i personaggi non vengono descritti, ma calati nell'azione, in modo che il loro animo si sveli attraverso il comportamento.
Verga concepì il romanzo come occasione di un'indagine critica della società, che ne comprendesse tutti gli strati sociali, dai più bassi ai più alti; accetto pienamente il principio dell'impersonalità. La lingua di cui si servì era composta di espressioni, vocaboli, costrutti propri del dialetto, a caratterizzare le persone messe in azione e a nascondere ancora meglio l'autore.
Caratteristiche delle opere
Giovanni Verga e il verismo
Amore e patria
Romanzo d'esordio, giovanile, in cui l'autore racconta un episodio della guerra di indipendenza degli Americani del Nord contro la Gran Bretagna.
L'opera mescola la passione amorosa a quella patriottica; gli uomini sono o eroi indomiti o vili traditori.
I Carbonari della montagna
Ambientazione in Sicilia e Calabria, dove i carbonari conducono nmel 1810-12 una guerra partigiana per l'indipendenza.
Un romanzo storico, la cui materia sono ancora l'amore e la patria, il tutto condito di sentimenti antifrancesi.
Il protagonista è Corrado, un eroe puro che morirà divenendo "oggetto della venerazione di tutte le genti d'Italia".
Lo stile è caratterizzato da una aggettivazione fiorita. Il romanzo anticipa alcuni temi che saranno poi sviluppati nelle opere maggiori.
Sulle lagune
Il terzo romanzo giovanile di Verga è ambientato a Venezia, di cui viene fornito un ritratto di maniera.
Si avverte l'influsso dell'Ortis sullo stile e sui contenuti. Le passioni sentimentali si intrecciano su quelle patriottiche. Un ufficiale dell'esercito austriaco si innamora di una veneziana. Il romanzo, che adotta la forma epistolare allora in voga nelle opere romantiche, si distingue per un maggiore approfondimento psicologico.
Una peccatrice
Pietro Brusio è un giovane catanese studente di Legge, che concepisce una travolgente passione per Narcisa Valderi, l'avvenente moglie del conte di Prato. Dapprima respinto, il giovane ottiene, grazie al successo letterario arrisogli con un dramma che lo rende famoso, l'agognato amore della donna.
La realizzazione dei desideri porta tuttavia la stanchezza. Preso atto della fine del loro amore, la donna si uccide. Il giovane resosi conto che il suo successo letterario è effimero fa ritorno al paese natale.
Pietro e Narcisa sono già due prototipi di quei "vinti", che animeranno i romanzi maggiori di Verga.
Una peccatrice risente di una certa enfasi stilistica.
Storia di una capinera
Romanzo di "genere romantico e sentimentale " ricorra ancora alla forma epistolare.
Una giovane educanda, Maria, a causa dello scoppio di una epidemia di colera, abbandona il convento e si ritira in campagna con la famiglia. Durante questo soggiorno si innamora, corrisposta, dio un giovane, Nino, che finirà però con lo sposare la sorellastra di Maria, Giuditta, cui andrà una ricca dote.
Tornata in convento, Maria si macera d'amore per Nino. Assiste dalla terrazza, col cuore spezzato, alle effusioni amorose dei novelli sposi, che sono venuti ad abitare proprio lì vicino. Il dolore, lo strazio condurranno Maria alla morte.
I toni sono spesso melodrammatici e esageratamente sentimentali. I critici, all'uscita del romanzo, vi ravvisarono la tesi sociale della condanna all'istituto della monacazione forzata. È vero, invece, che già in questo romanzo si avvertono il dolore e la solitudine che attanagliano i protagonisti della letteratura verghiana.
Eva
Enrico Lanti, un giovane pittore privo di mezzi, ma sensibile si innamora, essendone ricambiato, di Eva, un'attrice di teatro abituata a corteggiatori facoltosi.
Per amore di Enrico, Eva lascia il teatro, la carriera, il lusso, consapevole che così perderà molto del suo fascino agli occhi del suo nuovo amante.
Infatti, la quotidianità e la mancanza di denaro affievoliscono i sentimenti di Enrico. A questo punto la donna se ne va, riaccendendo in lui l'antica fiamma del desiderio.
Enrico finirà con l'uccidere il nuovo amante di lei e di lì a poco morirà di tisi in seno alla famiglia di origine.
La critica rimprovera a questo romanzo lo stile enfatico e l'aggettivazione troppo pletorica.
Intense le due figure di donna rappresentate: Eva, l'amante in grado di sacrificare tutto sull'altare dell'amore e la madre di Enrico, dignitosa col suo dolore immenso, ma silenzioso e rassegnato.
Nedda
Storia di una raccoglitrice d'olive, una creatura elementare, schiacciata anche nel fisico dalla povertà. Nedda lavora per mantenere la madre ammalata; si innamora di Janu, che viene colpito dalla malaria. Perse tutte le persone a lei care, Nedda rimane sola e disperata, oppressa dalla malvagità e dalle incomprensioni di chi le sta accanto.
L'opera segna il passaggio al "verismo", non è tuttavia un'opera completamente verista. Di verista c'è la concezione della vita, intrisa di amarezza e di fatalismo. Nedda accetta come inevitabile il dolore. Il linguaggio impiegato cerca di essere aderente alla realtà del personaggio rappresentato.
Tigre reale
Giorgio La Ferlita, un giovane siciliano, che ha intrapreso la carriera diplomatica, di bell'aspetto e di esaltata immaginazione si invaghisce della contessa russa Nata, donna avida e capricciosa.
A questa femme fatale fa da contraltare, nel romanzo, Erminia, la moglie siciliana di Giorgio, austera, semplice, dedita agli affetti e alle cure domestiche.
Eros
Il mondo elegante e raffinato è qui fatto oggetto di ironia, se ne denuncia la vacuità.
Alberto Alberti è uno scettico dalla viva intelligenza e dalla esasperata immaginazione, che passa da un amore all'altro.
La cugina Adele cerca di salvarlo dal suo nichilismo sposandolo e dandogli quegli affetti famigliari che gli sono sempre mancati. Ma fallirà. Morirà, anche per colpa del marito, il quale si suicida con un colpo di pistola.
Primavera e altri racconti
Novelle eterogenee, che hanno come denominatore comune l'amore e la ricerca del vero, al di là di ogni scuola letteraria.
Vita dei campi
Riprende l'ambiente e i personaggi di Nedda. Vi è la Sicilia delle classi diseredate. Vi è chi combatte per il pane e la sopravvivenza. I personaggi non sono più animati da passioni intellettualizzate, bensì da problemi pratici, da passioni istintive, non deformate dalla cultura. Si tratta di un mondo di gente semplice, nel quale risulta evidente la dura legge della sopravvivenza.. In evidenza particolare la violenza primitiva delle passioni immediate. Le annotazioni sul paesaggio sono estremamente sobrie.
Questa raccolta di novelle inizia una fase nuova nella produzione di Verga, che assimila la lezione del naturalismo francese. Forte si fa l'aspirazione al vero, alla scientificità, alla oggettività, a quella impersonalità di cui era stato maestro Flaubert.
Si assiste inoltre a una rivoluzione stilistica: l'autore scompare e il suo posto è preso dalla voce narrante popolare.
I Malavoglia
Padron 'Ntoni, capo di una famiglia di Aci Trezza, un paese a nord di Catania, ha un debito con lo zio Crocifisso per una partita di lupini malauguratamente perduta in mare nel naufragio della "Provvidenza", in cui il vecchio capofamiglia perde anche il figlio Bastianazzo.
Per pagare il debito, i Malavoglia compiono rinunce dolorose: sono costretti a vendere la casa del nespolo, che verrà poi ricomprata dal minore dei nipoti di padron 'Ntoni. Numerose le sventure che, nel corso della vicenda, si abbatteranno sulla famiglia. Molti i personaggi che compaiono nella narrazione. Oltre a padron 'Ntoni ci sono: Maruzza, detta la Longa, moglie di Bastianazzo, morirà vittima del colera e i cinque figli: 'Ntoni che, frequentando cattive compagnie finirà in carcere per contrabbando e, uscito dal carcere lascerà il paese; Mena, che, innamorata del carrettiere Alfio, non potrà sposarlo per le difficoltà economiche; Luca, il secondogenito di Bastianazzo, che muore nella battaglia navale di Lissa del 1866; Lia, che, oggetto di pettegolezzi di paese, se ne andrà per fare la prostituta e Alessi, che ricomprerà la casa di famiglia e continuerà l'attività del nonno; inoltre Nunziata (sposerà Alessi); il sensale Pièdipapera; il brigadiere don Michele, Santuzza (l'ostessa).
Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia. Egli trova la forza per combattere la sventura. I tre cardini della sua esistenza sono: la casa del nespolo, l'unità familiare, l'onestà. Il vero vinto del romanzo è il giovane 'Ntoni. La Longa è una donna schiva, riservatissima, ma di affetti profondi. L'amore materno è in lei profondissimo. Si manifesta quando la donna accompagna Luca, quando Luca stesso muore. Ella sembra identificarsi con l'Addolorata.
Aci Trezza è il luogo che vede il corso degli eventi. Povero paese di pescatori, ha vecchie case con gli scogli davanti. Gli avvenimenti politici giungono qui molto attutiti. Vengono recepiti in paese soltanto quegli avvenimenti che incidono profondamente sulla vita della gente. C'è pure qualche sporadico fermento rivoluzionario, per esempio lo speziale, ma prevale il pessimismo nei confronti della giustizia e della sua amministrazione, verso lo stato che ruba gli uomini migliori per arruolarli nell'esercito. L'ambiente è quello tipicamente paesano, che riassume le caratteristiche dell'isola: il pettegolezzo, i luoghi comuni dettati dall'ignoranza. Protagonista del romanzo è, in fondo, tutto il paese. Si è parlato di coralità de I Malavoglia. I personaggi del romanzo non sono generici, ma ogni personaggio ha una propria autonomia artistica.
Il marito di Elena
La protagonista è una sorta di Madame Bovary, insoddisfatta del proprio stato, cui il debole marito ha sacrificato i propri averi per consentirle una vita lussuosa.
Romanzo di analisi psicologica.
Novelle rusticane
Il fattore economica domina povere vite; ci si arrabatta per la roba.
Per le vie
Ambientato a Milano, ha per protagonisti i poveri, i derelitti, gli emarginati, gli umili. I temi trattati sono: la lotta per la vita, le solitudini, le piccole ambizioni, gli egoismi.
Vagabondaggio
Emerge un pessimismo sempre più cupo. Esistenze intrise di gelosia, malinconia, solitudine, egoismo, continuo vagabondare alla ricerca di una condizione migliore.
Mastro don Gesualdo
Gesualdo Motta è un intraprendente e ricco uomo di Vizzini. Si è costruito la sua ricchezza con le sue forti mani di lavoratore. Sposa Bianca Trao, discendente di una nobile famiglia decaduta e con questa progressione sociale aumenta il suo prestigio: i suoi affari migliorano ancora, ma la vita non gli dà che amarezze. La moglie e la figlia non lo amano ed egli morirà di cancro, a Palermo, in una solitudine dolorosa e tragica, nel palazzo del duca di Leyra, marito della figlia Isabella. Partecipano alla vicenda anche altri personaggi: Speranza, sorella di don Gesualdo, il canonico Lupi, la baronessa Rubiera, don Diego e don Ferdinando Trao, fratelli di Bianca, Diodata, la serva devota di don Gesualdo.
Mastro don Gesualdo è un titanico uomo solitario, energico, volonteroso, orgoglioso. Di fronte alle difficoltà e alle inquietudini sa rimboccarsi le maniche, rialzarsi, lottare. La fatica fisica e spirituale cui si assoggetta rende il suo culto per la roba privo di grettezza e di alto valore etico. Ha un bisogno insaziato d'affetto, che né la moglie, gelida e distante, né la figlia che assomiglia come carattere alla madre sanno colmare. La sua morte assurge alla dignità della tragedia. Egli muore solo, in un palazzo che gli è estraneo, fra gente cui è indifferente o inviso, mentre il suo patrimonio viene dilapidato dagli eredi, rendendo vana ogni sua fatica e svuotando di significato la sua esistenza.
Sullo sfondo la storia, il declino fisico e morale della nobiltà siciliana e l'ascesa della borghesia fondiaria.
I ricordi del capitano d'Arce
Racconti che prefigurano l'incompiuto romanzo del ciclo dei vinti La Duchessa di Leyra.
Don Candeloro e C.i.
Racconti di povera gente, avventure di artisti girovaghi, miseri guitti di provincia, storie di arrampicatori sociali, ambienti sociali regolati dalla legge dell'utile.
Il tono usato dall'autore è sarcastico e grottesco.
Dal tuo al mio
Ultimo romanzo di Verga mette in scena il dramma della nobiltà decaduta, ridotta ad arrabattarsi alla bell'e meglio per tirare avanti e nascondere il più possibile la miseria; nel contempo, l'ascesa della piccola borghesia che lotta per impossessarsi della proprietà e la questione "sociale" degli zolfatari.
Rosso Malpelo (commento)
Malpelo può sembrare un malvagio, seppure di una malvagità innocente e selvatica. In realtà la sua malvagità è il modo istintivo con cui egli si difende dagli uomini ed esprime la sua protesta di accattone, di sottoproletario condannato ai ferri, trattato a colpi di badile e di cinghia dal soprastante e persino dai compagni di lavoro. In questa creatura del limbo, costretta a vivere sotterra, ignara di ogni cosa che non siano la fatica e le battiture, è sorta per istinto una filosofia degna del Machiavelli, di una logica implacabile. La malizia è l'unico mezzo che gli è concesso per sfogare il suo oscuro istinto di rivolte, di ribellione inconsapevole. Il linguaggio, che pare derivato tutto dall'ambiente, non rivela mai l'intervento del letterato; come se il paese stesso, o meglio un diarista del popolo, raccontasse la vicende del protagonista.
Interessante anche la tecnica del racconto, che non procede ordinato, conforme ad uno schema logico di vicende, ma per aggiunzioni, riprese, ritorni su motivi tralasciati; quasi si trattasse di una rievocazione corale ad opera di un gruppo di cavatori, dinnanzi a una fiammata di sterpi.
Nell'opera di Verga sono racchiuse la complessità e la ricchezza della vita. Egli compone, con le sue opere letterarie, un grandioso affresco dell'esistenza passando dai toni malinconici, drammatici, tragici a quelli ironici, comici, umoristici.
Un filo conduttore dell'opera di Verga può essere rinvenuto nell'amore, quello di "lusso", esasperato, verboso, travolgente e quello essenziale e silenzioso delle persone semplici.
Egli, inoltre, procede a uno scavo approfondito della natura umana, analizza e rappresenta l'inesausta lotta per la vita, inscena le solitudini che si sviluppano in un mondo inospitale.
Verga "dà alle sue creature dimensione poetica universale mediante uno stile epico-lirico unico, straordinariamente suggestivo, scaturito da felice "contaminatio" tra lingua e dialetto". (Zappulla Muscarà). D.H. Lawrence definì Verga uno scrittore "omerico", reincarnazione del genio ellenico, il solo scrittore moderno che possa contrapporsi a Dostoevskij.
GIOVANNI VERGA. Vita e Opere
1840-1865 |
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Nato a Catania da una nobile famiglia, studiò privatamente con Antonio Abate, un sacerdote di idee liberali; allo sbarco di Garibaldi in Sicilia, fondò il settimanale «Roma degli italiani» e si dedicò al giornalismo politico. |
Amore e patria (1857) I carbonari della montagna (1861) Sulle lagune (1863)
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1865-1872 A Firenze |
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Dopo avervi soggiornato saltuariamente, si trasferì a Firenze nel 1869. Frequentò Francesco Dall'Ongaro (autore di novelle «rusticane»), Prati, Aleardi e Capuana. |
Una peccatrice (1866) Storia di una capinera (1871)
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1872-1893 A Milano |
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Trasferitosi a Milano, frequentò gli «scapigliati» Boito, Praga, Tarchetti. Ampliò sotto questi stimoli il proprio orizzonte culturale; lesse Balzac e Flaubert, i Goncourt e Zola. Si accorse ben presto che la società di «Banche e imprese industriali» era frutto di prevaricazioni e ingiustizie: di qui il progetto del ciclo «I vinti».
Nel 1884 diede inizio all'attività teatrale; il dramma Cavalleria rusticana, musicato da Mascagni, inaugurò il teatro verista. Una lite col musicista per questioni di diritti d'autore amareggiò gli ultimi anni milanesi dello scrittore.
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Eva (1873) Tigre reale (1873) Eros (1875) I Malavoglia (1881) Il marito di Elena (1881) Mastro don Gesualdo (1889)
Nedda (1874) Primavera e altri racconti (1876) Vita dei campi (1880) Novelle rusticane (1883) Per le vie (1883) Drammi intimi (1884) Vagabondaggio (1887) I ricordi del capitano D'Arce (1891) Don Candeloro e C.i. (1891)
La lupa; In portineria (1898) Cavalleria Rusticana (1896) |
1893-1922 Il ritorno a Catania |
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Fattosi più cupo il suo pessimismo, ripiegò, anche sul piano ideologico, su posizioni reazionarie, convinto dell'inutilità e pericolosità dei tentativi delle masse - che egli vedeva immerse in condizioni di inguaribile ignoranza - di riscattarsi dalle loro condizioni (fu tra i pochi intellettuali italiani che approvarono, nel '98, la sanguinosa repressione di Bava-Beccaris). Scarsa l'attività letteraria dell'ultimo periodo. Morì a Catania il 17 gennaio 1922. |
Dal tuo al mio (1906: prima uscito come romanzo) La caccia al lupo La caccia alla volpe (1902) Rose caduche (1928) |
Il Verga «verista»
Componenti culturali e «manifesti»
Come la critica ha rilevato fin dall'inizio, tre fattori concorsero a formare il retroterra dell'arte verghiana, chiaramente espressi in altrettanti «manifesti»:
- l'evoluzionismo (prefazione ai Malavoglia);
- la questione meridionale (Fantasticheria);
- il naturalismo (dedica a S. Farina).
- L'evoluzionismo: da questa dottrina Verga derivò il senso della vita come lotta, individuale e di classe, «che produce la fiumana» del progresso. Ma l'ottimismo positivistico era estraneo a Verga, che, come leggiamo nella prefazione ai Malavoglia, vedeva il progresso attuarsi sempre a spese dei singoli, di quei «vinti che levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d'oggi... che saranno sorpassati domani». Di qui l'idea, (espressa nello stesso «manifesto») del ciclo «I vinti», con esempi colti ad ogni livello della scala sociale: I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L'onorevole Scipioni, L'uomo di lusso. Di questi romanzi però solo i primi due videro la luce.
- La questione meridionale: le inchieste parlamentari sulla situazione del Mezzogiorno indussero lo scrittore a verificare proprio sulla sua terra l'ineluttabilità delle leggi economiche e di classe, contro le quali riteneva inutile, anzi esiziale ribellarsi. In Fantasticheria, una novella di Vita dei campi, rievocando con un'amica dell'alta società una vacanza trascorsa insieme ad Aci Trezza, tra piccola gente (i futuri personaggi dei Malavoglia), attaccata con strenua tenacia ai suoi affetti e alla sua casa, Verga tesse l'elogio della «morale dell'ostrica»: guai a staccarsene, ché, allorquando uno «per brama di meglio» volle tentare la sortita dal suo ambiente, «il mondo, da pesce vorace ch'egli è, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui». Traspare chiaramente l'ideologia conservatrice di Verga, caratterizzata da una considerazione passiva, sebbene pietosa, delle pene degli «umili».
- Il naturalismo francese: stimolando la coscienza critica di un processo di conquista stilistica già da tempo in atto, guidò lo scrittore alla formulazione del principio dell'impersonalità, l'unico che gli sembrava adeguarsi alla obiettiva realtà storico-sociale che andava scoprendo: «Quando nel romanzo l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero (...) allora avrà l'impronta dell'avvenimento reale, l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d'origine» (dalla dedica a Salvatore Farina di L'amante di Gramigna, in Vita dei Campi).
«Vita dei campi» (1880)
I temi ...
- In Vita dei campi (nove racconti tra cui La lupa, Cavalleria rusticana, Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, L'amante di Gramigna)il principio dell'impersonalità trova la sua prima espressione compiuta attraverso la rappresentazione obiettiva, anche se umanamente partecipe, dei meccanismi che regolano la vita, delle lotte feroci che essa impone, dell'irriducibile destino di sconfitta che grava sui deboli.
- Tuttavia emerge ancora dalla raccolta la sacralità di certi principi elementari che Verga vede inviolati nel mondo contadino della sua terra: principi che si manifestano in modo ancora mitico, attraverso una sorta di arcaica liturgia. La Lupa, nella novella omonima, sa che il genero, col quale ha stretto un legame incestuoso, la ucciderà, ma quando vede di lontano la falce dell'uomo brillare al sole, va consapevole incontro alla morte, che accetta come necessaria conseguenza della sua aberrante passione. Anche in Cavalleria rusticana la legge dell'onore si mescola a quella del sangue, secondo un rituale antichissimo, residuo di una civiltà primitiva, agli albori della storia.
- Talvolta la lotta per l'esistenza si configura come conflitto - di matrice ancora romantica - tra l'individuo, originariamente buono, e la società corrotta e corruttrice, perché intessuta di un gioco di egoismi che tendono a soverchiarsi. Ma il «primitivo» verghiano, pur ribellandosi ai comportamenti di questa società, è un vinto in partenza: Jeli il pastore si ribella al «signorino», che gli ha rubato la moglie e l'onore, e lo uccide, ma andrà in galera; Rosso Malpelo riesce in apparenza ad adeguarsi alle leggi della giungla (e si chiede perché la madre di Ranocchio morente si disperi «come se il figlio fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana»), ma alla fine si rassegna alla sconfitta, e sparisce nella cava durante un'esplorazione che egli sa senza ritorno.
…e le tecniche
La vera novità della raccolta consiste nella tecnica narrativa, legata al principio dell'impersonalità.
Vari i procedimenti:
- Il «discorso indiretto libero», o «parlato filtrato» o «discorso rivissuto», (erlebte Rede). L'autore conduce la narrazione adottando il punto di vista o della comunità paesana (il «coro» paesano) o di un personaggio, regredendo alloro livello culturale e sociale: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi: ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo».
- A tal fine, è frequente il ricorso ad una sintassi zoomorfa, con paragoni tratti dalla vita animale, cioè dal mondo contadino in cui i personaggi si muovono.
- A questo «piano della regressione» si contrappone e si alterna il «piano oggettivo» che definisce la realtà storica della situazione.
Le «Novelle rusticane» (1883) e la «roba»
Le leggi ferree dell'economia possono corrompere anche il mondo «naturale» e i suoi valori: a questa più desolata conclusione giunge Verga nelle Novelle rusticane (Il reverendo, Pane nero, Malaria, La roba, Libertà ecc.), che si differenziano dalla prima raccolta proprio per questa insistenza sul motivo della «roba» («lì guaio è che non siamo ricchi, per volerci sempre bene», dice un personaggio di Pane nero).
- In Libertà la speranza della roba (e cioè della terra, nella quale s'identificava per la povera gente la «libertà» promessa dai garibaldini) travolge i contadini di Bronte in un'ubriacatura di sangue e di barbarica ferocia, che rivela un mondo sconvolto, sradicato da quelle leggi - frutto di una cultura e un costume patriarcali - che sembravano sorreggere, nonostante tutto, il mondo dei Malavoglia. Ma non meno spietata è la repressione di Bixio (l'episodio è storico), che infierisce con arresti e fucilazioni, finché tutto torna come prima: ai villani, di nuovo «col berretto in mano» di fronte ai padroni, rimarrà la persuasione che «all'aria ci vanno i cenci».
Le dure leggi nelle quali il «positivista» Verga crede fino in fondo - rigide e implacabili leggi «naturali» - tracciano nella novella il diagramma di un'esistenza dominata dal dolore: cosicché la lotta per la sopravvivenza appare più disumana per la inutilità e pericolosità inerente ai tentativi di mutare le cose, specie da parte dei ceti subalterni, secondo l'autore atavicamente irresponsabili e inetti.
- Libertà, come le altre novelle della raccolta, ha una cadenza ampia e grave, ottenuta mediante un periodare singolarmente ricco, che sviluppa in modo sinfonico, attraverso l'«indiretto libero» e il lessico popolareggiante, un gioco di «variazioni sul tema», che è comune a tutte le Rusticane.
Novità di Verga
Verga tra positivismo e incipiente decadentismo
- In un periodo in cui la lingua letteraria oscillava tra la restaurazione aulica di Carducci e il culto dannunziano della parola, Verga proponeva una soluzione linguistica popolare, pur senza ricorrere al dialetto.
- In una temperie psicologica in cui la narrativa «rusticale» e «sociale» manifestava accenti di sdegno e ambizioni di denuncia, ma non usciva in realtà da un patetico filantropismo (Dal l'Ongaro, Percoto, De Amicis, Fucini, Serao), Verga rappresentava con scarna obiettività un mondo negato alla speranza, aspro e severo, chiuso nella sua quotidiana fatica di vivere.
- Diverso e autonomo il suo «verismo» rispetto al naturalismo francese: oltre che per i motivi più evidenti legati al diverso ambiente rappresentato, anche perché privo di quella spinta combattiva che era il presupposto dello zoliano «romanzo a tesi», e che poteva nascere solo dalla fiducia in una possibile evoluzione positiva della società e della storia.
Al contrario, l'opera di Verga, pur rappresentando sul piano letterario l'espressione più alta della cultura positivistica, perviene ad un'interpretazione dell'esistenza come solitudine - donde la chiusura sociale - e cosmica infelicità, che ha punti in comune con la visione decadente.
VERISMO
IL QUADRO STORICO
L'Italia era appena costituita in unità e i problemi esistenti diventavano più acuti e pressanti perché il nuovo stato era prima diviso in tanti staterelli diversissimi tra loro per condizioni politiche, economiche e culturali.
In Italia la questione sociale dei rapporti fra patronato e masse lavoratrici era complicata:
dalle differenze sociali ed economiche fra Nord e Sud (la "questione meridionale");
dalla scarsa partecipazione della plebe rurale al Risorgimento che aveva sentito come un fatto borghese, estraneo ai suoi interessi;
dalla riluttanza delle masse contadine alla nuova struttura politico–sociale (il "brigantaggio" dell'Italia meridionale);
dalle difficoltà di bilancio;
dalla tendenza delle classi egemoni e dei gruppi industriali a costituire, a spese delle masse meridionali e contadine, l'accumulazione del capitale per fondare l'industria italiana
DEFINIZIONE
E' un movimento letterario e artistico italiano che ispirandosi al Naturalismo francese e al Positivismo teorizza una rigorosa fedeltà alla realtà effettiva (al «vero») delle situazioni, dei fatti, degli ambienti, dei personaggi e una corrispondenza con il sentire e il parlare dei soggetti che vengono rappresentati.
Richiamandosi al naturalismo francese delle opere di Emile Zola, ma anche ad Alessandro Manzoni e alla scapigliatura, il movimento tende a descrivere la vita della gente umile, dei reietti dalla società che si affannano nella lotta per la sopravvivenza, contro la fatalità del destino.
DOVE e QUANDO
Si sviluppa negli anni successivi all'Unità e prosegue fino al primo decennio del Novecento, raggiungendo la piena maturità nell'ultimo trentennio dell'Ottocento.
Fu elaborato nell'ambito del vivace ambiente milanese dove erano assai forti gli influssi della cultura europea ma si allargò a tutta l'Italia diffondendosi in alcune regioni più che in altre: Sicilia (de Roberto; Capuana; Verga)
Campania (Serao; Di Giacomo);
Sardegna (Deledda)
Calabria (Misasi)
Toscana (Fucini; Pratesi; Lorenzini)
Piemonte (Cagna; Giacosa; De Marchi; De Amicis)
Friuli e Veneto (Dall'Ongaro, Caterina Percoto)
La diversa diffusione del verismo dipende dalla posizione delle regioni in Italia, in quanto la scoperta della realtà dei veristi riguarda le due situazioni socio-geografiche estreme presenti sul piano nazionale: da un lato Firenze, capitale provvisoria fino al 1871 e centro politico italiano, dall'altro la Sicilia arretrata, semifeudale e a un livello ancora rurale. Successivamente a Firenze, dove sono nate le prime pagine dei tanti romanzi veristi, si affianca Milano, che è la città più importante dell'economia imprenditoriale nazionale.
E' assai caratteristico che i maggiori veristi siano siciliani (Verga e Capuana) e, nel contempo, la loro formazione avvenga in ambiente settentrionale, soprattutto a Milano: nel centro culturale più attivo della penisola vengono a contatto con le proposte del naturalismo francese e prendono coscienza della loro autentica vocazione di scrittori.
LE CARATTERISTICHE
Accettazione delle leggi scientifiche che regolano la vita associata e i comportamenti: lo scrittore cerca di scoprire le leggi che regolano la società umana, muovendo dalle forme sociali più basse verso quelle più alte, come fa lo scienziato in laboratorio quando cerca di scoprire le leggi fisiche che stanno dietro ad un fenomeno.
attenzione alla realtà nella dimensione del quotidiano: lo scrittore predilige una narrazione realistica e scientifica degli ambienti e dei soggetti della narrazione;
piuttosto che raccontare emozioni, lo scrittore presenta la situazione quotidiana come una indagine scientifica, ricercando le cause del suo evolversi, che sono sempre naturali e determinate (determinismo o darwinismo sociale); anche la vita interiore dell'uomo, spiegabile in termini psico–fisiologici, può essere oggetto di uno studio scientifico o sociale:
... l'oggetto sono i "documenti umani", cioè fatti veri, storici; e l'analisi di tali documenti dev'essere condotta con "scrupolo scientifico" ... (G. Verga)
l'artista deve ispirarsi unicamente al vero cioè desumere la materia della propria opera da avvenimenti realmente accaduti e preferibilmente contemporanei, limitandosi a ricostruirli obiettivamente ovvero rispecchiando la realtà in tutti i suoi aspetti e a tutti i livelli sociali.
necessità di una riproduzione obbiettiva ed integrale della realtà, secondo quel canone dell'impressionalità che è l'applicazione in letteratura del principio scientifico della non interferenza dell'osservatore sugli oggetti osservati (deriva dal Positivismo);
a causa delle diversità regionali rappresentate dagli scrittori anche il modo di scrivere cambia nel verismo dando spazio ai dialetti, eliminando tutte le forme di raffinatezza retorica e accademica e introducendo la mimesi linguistica.
LE REGOLE
L'artista deve ispirarsi unicamente al vero, cioè deve desumere la materia della propria opera da avvenimenti realmente accaduti e preferibilmente contemporanei, limitandosi a ricostruirli obiettivamente rispecchiando la realtà in tutti i suoi aspetti e a tutti i livelli sociali; è la teoria verghiana dell'impersonalità: il narratore entra pienamente nei suoi personaggi per raccontare documenti umani.
Il narratore è colui che raccoglie il fremito delle passioni, delle sofferenze e lo rivela, impassibile, senza biasimi o esaltazioni, mettendosi in parte per lasciar parlare l'evidenza dei fatti, la logica delle cose: teoria verghiana dell'impersonalità.
L'autore deve mettersi nella pelle dei suoi personaggi, vedere le cose con i loro occhi ed esprimerle con le loro parole. In tal modo la sua mano «rimarrà assolutamente invisibile» nell'opera. Il lettore avrà così l'impressione non di sentire un racconto di fatti, ma di assistere a fatti che si svolgono sotto i suoi occhi.
Il narratore, nel far parlare i suoi personaggi, usa il loro linguaggio: uno stile stringato, una sintassi semplice e disadorna, una lingua paesana e viva, continuamente intercalata da espressioni popolaresche e proverbiali che mettono in luce l'oggettività della narrazione (senza intrusioni autobiografiche).
La lingua e lo stile devono essere aderenti ai personaggi, agli ambienti, attingendo possibilmente alle risorse dei dialetti regionali. Il linguaggio è liberato da ogni raffinatezza teorica e accademica.
Al riguardo si parla di mimesi linguistica dell'autore (mimetizzazione = nascondersi nell'ambiente circostante in modo da risultare non–visibile).
Capuana respinge la subordinazione della letteratura a scopi estrinsechi quale la dimostrazione "sperimentale" di tesi scientifiche e l'impegno politico e sociale. La "scientificità" non deve consistere nel trasformare la narrazione in esperimento per dimostrare le tesi scientifiche, ma nella tecnica con cui lo scrittore rappresenta, che è simile al metodo dell'osservazione scientifica. La scientificità insomma si manifesta solo nella forma artistica, nella maniera con cui l'artista crea le sue figure e organizza i suoi materiali espressivi.
Secondo Verga, la rappresentazione artistica deve possedere "l'efficacia dell'esser stato", deve conferire al racconto l'impronta di cosa realmente avvenuta; per far questo deve riportare "documenti umani". Neppure basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato, deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore faccia a faccia col fatto nudo e schietto, in modo che non abbia l'impressione di vederlo attraverso la "lente dello scrittore". Per questo lo scrittore deve "eclissarsi", cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive e con le sue riflessioni.
I TEMI E I SOGGETTI
Lo scrittorre verista:
si occupa di situazioni quotidiane reali, vissute cioè nella scottante realtà nazionale: le plebi meridionali, il lavoro minorile, l'emigrazione;
cerca il vero attraverso l'analisi delle classi subalterne, però la verità non porta al progresso ma svela una condanna a morte;
predilige gli ambienti delle plebi rurali perché non ancora contaminate dai pregiudizi della convenzione sociale;
predilige gli ambienti regionali e gli strati sociali piccolo–borghesi;
gli ambienti sociali sono in maggioranza cittadine di provincia, di campagna, miniere o ambienti di piccola e media borghesia e di aristocratici decaduti.
Il verismo italiano ebbe una forte caratterizzazione regionale e, poiché le realtà regionali italiane erano profondamente diversicate, diversi furono pure i temi e gli ambienti rappresentati dai veristi.
Al nord, la maggiore articolazione della compagine sociale, con l'affermarsi, accanto ai ceti elitari, di una media e piccola borghesia costituita da professionisti e da ceti impiegatizi legati all'apparato industriale, porta all'ampliamento della "base sociale" della letteratura, cioè al numero degli autori e dei lettori, parallelamente a nuove a varietà letterarie, dal romanzo di consumo al romanzo di appendice. La nuova cultura positivista, i nuovi usi e modelli di comportamento legati alla rivoluzione tecnologica, spostano l'attenzione su nuovi tipi umani e su nuovi problemi: protagonista dei romanzi e del teatro, accanto al contadino e al pescatore, è l'impiegato (De Marchi). Nuovi eroi, come è stato osservato, sono l'industriale, lo scienziato, il medico e il maestro (De Amicis). I nuovi temi sono quelli della famiglia, fondamentale cellula della società e quelli dell'adulterio e della prostituzione.
Al sud, il verismo, non essendovi un proletariato urbano o i bassifondi di una capitale tentacolare da "studiare", si interessò all'umile vita dei contadini e dei pastori con le loro passioni elementari. Ad un mondo «pressochè vergine e ignoto, il mondo del meridione e delle isole, delle plebi contadine e artigiane, chiuse nella loro opaca renitenza alle forme e agli statuti della civiltà moderna, affioranti per così dire dal buio di una civiltà arcaica, stranamente sopravvissuta dietro le barriere di una secolare solitudine». Questa fu infine la vocazione del verismo italiano, e nel ritrarre la vita dei contadini e delle plebi il verismo ottenne i suoi migliori risultati. Non a caso gli scrittori più rappresentativi della corrente, da Verga a Capuana, da De Roberto alla Deledda, furono meridionali o isolani.
LE OPERE più SIGNIFICATIVE
Il romanzo Giacinta di Luigi Capuana può essere considerato una delle opere più rappresentative del Verismo. Narra di un caso di suicidio che viene studiato, dall'autore, con una fermezza scientifica se non addirittura clinica. Altro colosso del verismo è I Malavoglia di Giovanni Verga, opera che tratta la lotta, ai livelli più bassi della scala sociale siciliana, per i bisogni primari della vita quando comincia a farsi viva nell'anima delle persone la voglia di benessere. L'ambiente umano è umile, culturalmente lontano dal narratore che lo descrive senza interventi personali cosicché possa risultare assolutamente veritiero. Altre opere importanti sono: I Viceré di Federico De Roberto e Canne al vento di Grazia Deledda, che narrano le vicende di miserie, rancori e liti di un ceto aristocratico ormai decaduto.
Gli scrittori
G. Verga Nasce a Catania
1840/1922 Storia di una Capinera
Malavoglia
Novelle rusticane
L. Capuana Catania (1839/1915) Giacinta
E. De Marchi Milano (1851/1901) Demetrio Pianelli
M. Serao Napoli (1856/1927) Il ventre di Napoli
G. Deledda Nuoro (1871/1936) Canne al vento
R. Zena Genova (1850/1917) La bocca del lupo
S. Di Giacomo Napoli (1860/1934) Luci e ombre napoletane
E. De Amicis Imperia (1846/1908) Cuore
C. Lorenzini Firenze (1826/1890) Pinocchio
F. De Roberto Napoli (1861/1927) I Vicerè
N. Misasi Cosenza (1850/1923) In Magna Sila
A. Cagna Vercelli (1847/1931) La rivincita dell'amore
Provinciali
R. Fucini Rotondo Mar. (1843/1921) All'aria aperta
Le veglie di Neri Tanfucio
M. Pratesi Grosseto (1842/1921) In provincia
G. Giacosa Torino (1847/1906) Resa a discrezione
Giovanni Verga
Mastro-Don Gesualdo
L’AUTORE
Giovanni Carmelo Verga nasce il 31 agosto 1840 a Catania (la data e il luogo saranno fonte di incertezze alimentate in parte dallo stesso Verga), primogenito dei sei figli di Giovanni Battista Verga Catalano e di Caterina di Mauro. Originario di Vizzini, il padre, di tendenze liberali, discende dal ramo cadetto di una famiglia nobile. La madre appartiene invece alla borghesia catanese. Giovanni trascorre l’infanzia in condizioni di agio e di serenità fra Catania e Vizzini, dove la famiglia possiede delle proprietà. Compie i primi anni di studi con Carmelino Greco e Carmelo Platania.
Dal 1851 segue le lezioni di Antonio Abete, letterato e patriota catanese, la cui influenza culturale è assai larga nella Sicilia di questi anni: è da lui che il Verga riceve i primi incitamenti a scrivere. Alla sua scuola legge i classici, ma anche le opere di scrittori siciliani, come il mediocrissimo Domenico Castorina, di cui l’Abate è un deciso fautore. E’ alunno del canonico Mario Torrisi fra il 1853 e il 1857, anno in cui termina il suo primo romanzo, “Amore e Patria”, intrapreso a soli quindici anni sotto l’influenza dell’Abate, acceso repubblicano, e delle letture del Castorina: lo scenario è quello della Rivoluzione Americana. Su consiglio del canonico Torrisi non pubblica il lavoro.
Lasciati gli studi di legge per entrare, nel 1861, nella Guardia Nazionale, manifesta fin da giovane un grande interesse per la letteratura, pubblicando a soli 22 anni il romanzo storico "I carbonari della montagna". Già in quest'opera è visibile l'ardore patriottico dell'autore, e il suo impegno politico per l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia; questi si fanno più evidenti con il secondo romanzo, "Sulle lagune" (1863) e con la fondazione del giornale "Roma degli Italiani". Nel 1865 si trasferisce a Firenze, pubblicando i romanzi "Una peccatrice" (1866) e "Storia di una capinera" (1871), quest'ultimo di grande successo. Si sposta poi a Milano, dove entra in contatto con scrittori del calibro di Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa, Federico De Roberto; pubblica i romanzi "Eva" e "Tigre reale" (1874), "Eros" (1875) e la raccolta "Primavera e altri racconti"(1876). In una lettera del 1878 espone il suo progetto di un ciclo di romanzi, il cui comune denominatore sarebbe dovuto essere la teoria evoluzionistica darwiniana e il cui modello i romanzi di Zola, dal titolo "I vinti". Nel 1880 esce la raccolta di novelle "Vita dei campi"; l'anno successivo il primo romanzo del ciclo dei vinti e il suo capolavoro, "I Malavoglia"; nel 1882 il romanzo "Il marito di Elena"; nel 1883 le raccolte di novelle "Per le vie" e "Novelle rusticane". Nel 1884 ha la soddisfazione di veder rappresentata in teatro una sua novella contenuta in "Vita dei campi", la "Cavalleria rusticana", che Pietro Mascagni tramuterà in opera lirica nel 1890. Nel 1888 esce il secondo romanzo del ciclo dei vinti, il "Mastro don Gesualdo". Raggiunta l'agiatezza economica e la tranquillità sentimentale, dopo alcune relazioni anche adulterine, nel 1894 si ritira a Catania e pubblica ancora una raccolta di novelle, "Don Candeloro"; nel 1903 esce il dramma "Dal tuo al mio", nel 1911 inizia il terzo romanzo del ciclo, "La duchessa di Leyra", che però rimane fermo al primo capitolo. Nominato senatore nel 1920, muore nel 1922.
TRAMA DELL’OPERA
Pubblicato in una prima redazione, dal luglio al dicembre del 1888, nella “Nuova Antologia” e
apparso in volume nel 1889, dopo un vasto rifacimento, questo romanzo, secondo (dopo “I
Malavoglia”) del ciclo dei “Vinti”, doveva, nel programma del Verga, rappresentare il momento in cui,
soddisfatti i bisogni materiali, la ricerca del meglio diviene “avidità di ricchezza”. In realtà, così
come essa si configura nelle vicende del romanzo, nella dura vita e nel triste destino del
personaggio che ne domina l’azione e l’atmosfera, questa “avidità” va intesa in un senso più vasto e
anche più nobile di quel che l’espressione lasci intendere nel suo significato letterale: e cioè come
ricerca di un benessere economico che, conseguito attraverso fatiche, pene, rischi, sacrifici, diviene
desiderio di elevazione sociale, conquista materiale e morale, tutela della ricchezza raggiunta con
tanto sudore e patimento. Mastro don Gesualdo, attorno al quale si muove tutto il piccolo mondo
di un centro siciliano (Vizzini) non è, in sostanza, un ingordo, un accaparratore dl beni, chiuso al
senso della socialità. Al contrario, in lui opera la religione del lavoro: del lavoro che è continuità di
volere, di sacrificio, ma nello stesso tempo legge di intelligenza e di prudenza, di saggezza e di
difesa. Quando l’azione del romanzo comincia, in una famosa notte di trambusto che riunisce
attorno alle fiamme di un incendio i personaggi principali della vicenda e li caratterizza già nei loro
tratti essenziali, Gesualdo Motta non è più il manovale che aveva iniziato la sua fortuna con le
mansioni più umili e più pesanti. E’ già proprietario di case e di terre; attivo imprenditore di opere
pubbliche. Il suo processo di imborghesizzazione non è una frattura violenta e tanto meno (come lo
accusa Il padre) un tradimento verso le sue origini e le sue condizioni popolane. Egli resta, infatti,
un lavoratore, un operaio tra i suoi operai; sempre in moto tutto il giorno, a dorso di mulo, tra le
sue proprietà e le sue imprese; sempre in allarrne contro gli uomini e le cose per difendere la “roba”;
instancabile, sempre, sotto la pioggia e i solleoni, a incitare, a dar l’esempio, a evitar guai. Ma,
com’è naturale, egli ha coscienza della sua forza e della sua personalità; sa di rappresentare un
valore.
Quel “don” ormai definitivamente premesso al suo nome e col quale ormai la società di civili e di
“baroni” lo riconosce dei propri, in omaggio alla sua ricchezza e alla sua potenza, è in fondo la
sanzione di tale valore, anche se egli sa misurarne il metro e i sottinttesi ipocriti. E’ la sua stessa
ricchezza che insensibilmente lo costringe a uscire, non già dalla mentalità conservatrice e dalla
eticltà della propria classe, ma dalla immobilità delle sue consuetudini e dai suoi atteggiamentI di
vita; perché la ricchezza crea non soltanto desideri e ambizioni, ma anche necessità sociali. Il
giorno in cui Mastro don Gesualdo, amareggiato dalle angherie del suoi consanguinei, padre,
fratello, sorella, cognato, nipoti, che gli succhiano Il sangue, campano alle sue spalle e gli avvelenano
perfino il boccone della cena frugale, cede ai ragionamenti e alle prospettive di accorti mezzani e
sposa Bianca Trao, il triste e quasi evanescente fiore di una nobile famiglia in rovina, ancora
sostenuta dai vincoli della solidarietà di casta con la “elite” del luogo. Agisce indubbiamente in lui il
compiacimento del proletario arricchito che può offrire agi e benessere materiale a una
aristocratica decaduta e povera, la soddlsfazione dell’uomo di umili origini di potersi concedere
finalmente un oggetto di lusso, la speranza dell’uomo burbero, ma istintivamente buono e generoso,
di godere nella propria casa li conforto dl un affetto sicuro e di sentimenti delicati; ma In realtà
agisce altrettanto e forse più profondamente il senso dl questa necessità sociale, che dà alla
ricchezza una funzione. Purtroppo, nel momento stesso in cui, attraverso il matrlmonio che è al
centro della sua vita di lottatore, egli crede di celebrare urna vittoria sulla fortuna, è la fortuna che
gli gioca le tragica beffa. Entrato per un ingresso secondario nel ceto aristocratico, questo, non
potendo sfruttarlo, gli si coalizza contro con acredine maggiore. Non alleanze, dunque, non
solidarietà sociale; ma ancora ostilità e lotte a rancori. Non amore, non attimi di piacere, come
come quelli datigli dalla silenziosa e devota serva Diodata, ma neppure serenità con una moglie che
è andata al matrimonio come a un sacrificio, per necessità, per riparare a un fallo commesso con
un “baronetto”cugino e che languisce come una vittima rassegnata al proprio destino, triste,
desolata, ubbidiente, ma di una ubbidienza esangue a passiva, ammaIata nell’anima e nel corpo,
condannata alla disperazione, al deperimento, alle morte di consunzione.
Non il figlio, sognato erede del patrimonio e continuatore del nome e della creazione paterna; ma una figlia, Isabella, sola depositaria ormai delle ambizioni del povero deluso, che a un certo momento, per non farla vergognare con le aristocratiche compagne, le sacrifica fin il proprio nome, ma destinata anch’ella a esser fonte di nuovi dolori, anch’ella, come la madre, condannata più tardi a scontare un peccato di passione, con una vita grigia di lustro apparente e di interiore desolazione; e, quel che è peggio, anch’ella, più Trao che Motta, nemica del padre, per incompatibilità di sangue e di istinto. Un “cattivo affare”, insomma; di tutti il peggiore, perchè irreparabile. Quella che sino allora era stata per Mastro don Gesuaido l’ostilità naturale degli uomini, ostilità nella quale egli aveva potuto cimentare e far trionfare la sua forza e la sua tenacia, diviene ormai avversità delle cose, incoercibile inimicizia delle leggi che regolano il sopravvenire e lo svolgersi degli eventi. La sua febbre di azione e di costruzione si muta in ansia e in febbre di difesa: difesa di quella “roba” che è stata il poema della sua vita, la sua creazione, il suo mondo morale, il solo possesso del suo cuore e del suo spirito. Costretto a dare un po’ a tutti: a parenti legittimi e a figli illegittimi, a ricattatori, al genero duca sopravvenuto a coprire dignitosamente del proprio blasone l’avventura di Isabella; il lottatore cede a poco a poco, sia pure coi denti stretti, alla inflessibile fatalità che lo piega. Roso dai dispiaceri e da uncancro, che è come la sintesi fisiologica di tutto il fiele che ha dovuto inghiottire, Mastro don Gesualdo chiude nella desolazione una vita trascorsa nella dura macerazione della fatica quotidiana. Abbandonato in una stanza appartata del palazzo della figlia duchessa, nella grande città, lontano dalla sua casa e dalla sua terra, dalle belle campagne, fiorenti di messi, dalle sudate tenute, fonti di tanta ricchezza. Sino all’ultimo istante ha implorato la figlia perché difenda la “roba”, perché si opponga alla alienazione delle proprietà; ma poi ha capito l’inutilità di ogni parola e di ogni speranza. E finisce così, solo nella morte, come solo era stato nella vita. Forse, nella desolata miseria di questa morte, un unico ricordo di bontà e di tenerezza devota, capace di rendergli meno vivo lo strazio: quello di Diodata, la serva fedele, la madre dei suoi figli illegittimi sacrificata alla “aristocrazia”, la sola disinteressata, venuta a dargli il “buon viaggio” al momento della sua non voluta partenza per Palermo. Sotto la pioggia, a capo scoperto, umile come sempre e semplice, in atto dl accompagnare le scarse parole con i cenni del capo.
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PERSONAGGI PRINCIPALI
Mastro-Don Gesualdo
Se mastro-don Gesualdo è il protagonista del romanzo omonimo, le quattro parti in cui si articola la narrazione descrivono le diverse fasi attraverso le quali si svolge l’intera e complessa parabola della sua esistenza. La prima parte infatti definisce le doti e le aspirazioni di mastro-don Gesualdo, l’ambiente entro cui egli si muove; la seconda ne esamina il difficile rapporto con Bianca, la moglie di origini aristocratiche (e dunque il fallimento del matrimonio come stratagemma per facilitare i suoi affari con i ceti benestanti del paese); la terza il non meno problematico rapporto con la figlia Isabella; la quarta infine il declino e l’inesorabile sconfitta segnata dalla morte.
Fin dalle battute iniziali del romanzo, il movente che sorregge l’azione di mastro-don Gesualdo è l’accumulo frenetico della “roba”. Nell’arco di una giornata Gesualdo compie una ricognizione totale dei suoi cantieri e delle sue proprietà: dal frantoio di Giolio in costruzione, ai lavori della strada, fino ai poderi della Canziria, dove finalmente l’occhio trova riposo e serenità nella prospera solidità della “roba”. Per accrescere la sua ricchezza Gesualdo controlla tutto ed esige una devozione al lavoro quasi religiosa, come la sua. Egli è infattipersonaggio che non si ritrae di fronte alla fatica e alla sofferenza. A Giolio trova gli operai oziosi per colpa della pioggia e dunque li rimprovera, ma poi, pur di far procedere i lavori e di non accumulare ritardi, non esita a sottoporsi personalmente allo sforzo fisico e al rischio personale per sollevare la pesante macina del mulino e collocarla nella sua posizione. Gesualdo è ben consapevole del legame inscindibile fra ricchezza e rischio: come si dirà nel finale del romanzo, per fare “la pappa” egli non si è certo risparmiato; le sue mani di lavoratore ne sono la testimonianza più palese.
Gesualdo è una sorta di eroe: il suo riposo alla Canziria al termine della giornata è il riposo del guerriero che finalmente può contemplare il meritato frutto di una dura battaglia. Nondimeno già il capitolo quarto sottolinea la problematicità e la fragilità della “roba”, la lotta continua per difenderla dalle aggressioni del caso e soprattutto dei dissipatori: insomma da quella sorta di “entropia” che sembra connaturata al concetto stesso di “roba”.
Sotto questo profilo, la famiglia è uno dei pricipali ostacoli sul cammino del protagonista: il cognato Burgio, il fratello Santo, suo padre stesso, mastro Nunzio sembrano solo preoccupati di mandare in rovina ciò che Gesualdo costruisce. Con la famiglia si innesca dunque una conflittualità che attraversa l’intero romanzo: dopo la morte del padre, Speranza intenterà una guerra spietata, subdola, per cercare di impadronirsi della “roba”. Ma è nel capitolo quinto della prima parte che i termini del conflitto sono enunciati in tutta evidenza.
Il crollo del ponte in costruzione a Fiumegrande è effetto del caso (le piogge torrenziali), ma anche dell’imperizia di mastro Nunzio che ha tolto i ponteggi anzitempo. Mastro Nunzio infatti vorrebbe imporsi ancora come pater familias autoritario, pur essendo incapace di amministrare saggiamente il patrimonio. Gesualdo, per converso, si sente espropriato di una ricchezza che è frutto esclusivo della sua fatica. La lacerazione insanabile: da una parte i valori tradizionali, dall’altra la fame dirompente di “roba” che conduce ad infrangere ogni valore troppo vincolante.
Come si comprende meglio anche a partire dall’episodio dell’asta, Gesualdo è sempre più escluso dal suo ambiente originario (è ancora il conflitto con il padre a dimostrarlo). Ma d’altra parte la sua intraprendenza lo pone in un duro contrasto con le classi agiate e aristocratiche dei proprietari terrieri. Classi nei confronti delle quali il possesso della “roba” non è garanzia di sicuro successo, tantomeno di integrazione sociale. Di fronte al privilegio del sangue sul quale si fonda la consorteria aristocratica Gesualdo rimane sempre un ibrido, un “mastro-don”. A ben vedere una simile mancanza di identità sociale, saldata all’ossessione della ricchezza, è il punto debole del protagonista, ciò che lo renderà facile preda dei complessi e convergenti disegni della Sganci e del canonico Lupi per dare un marito non troppo pieno di pretese a Bianca, rimasta incinta nella relazione con don Ninì Rubiera. Sapientemente allettato dal canonico Lupi, suo alleato negli affari, Gesualdo non sa rifiutare una proposta che, oltre ad essere la sanzione del suo nuovo status, sembra aprirgli la strada ad un più proficuo rapporto con i benestanti del paese. Ma quanto un calcolo del genere sia illusorio risulta subito evidente nel disprezzo che continua a circondare Gesualdo durante il ricevimento in casa Sganci, come nella totale assenza degli invitati il giorno della cerimonia delle nozze.
All’inizio della seconda parte Gesualdo, in nome del suo miraggio economico e sociale, ha compiuto delle scelte che sono comunque drammatiche. Nel capitolo quarto della prima parte ha infatti rinunciato alla sola donna che lo ami veramente e che gli ha dato due figli, Diodata in nome della “roba”, in nome dei modelli etici e sociali imposti dalle classi dominanti, ha ripudiato l’unica traccia di un’autenticità di affetti e di sentimenti che circoli nell’universo ipocrita e mistificatore del Mastro-don Gesualdo. In cambio ha ottenuto una moglie che non lo ama e che per tutta la vita gli celerà il segreto sulla vera paternità della figlia e non è riuscito ad acquistare il favore dei grandi latifondisti: la sua sconfitta, si può dire, comincia da qui.
La sconfitta dei progetti di mastro-don Gesualdo è evidente nel momento in cui si apre la gara d’asta per l’appalto delle terre comunali ed egli si trova di fronte l’ostilità coalizzata degli Zacco, dei Rubiera, dei Margarone, ecc., persino quella di suo padre mastro Nunzio. E’ comunque vero che questa seconda parte non si configura completamente negativa per il protagonista. Attraverso la riunione segreta della Carboneria,egli getta comunque le basi per un’intesa economica col barone Zacco, il suo principale avversario, che rimarrà operante per circa un trentennio (dal ‘20 al ‘48). Non solo: sfruttando abilmente le avventure sentimentali e le spese folli di don Ninì, invaghito dell’ambigua cantante Aglae, riesce a porre una seria ipoteca, attraverso un prestito molto oneroso, sul matrimonio dei Rubiera. Successi ai quali dovremmo aggiungere anche la nascita di Isabella, erede “legittima”, finalmente, di una fortuna accumulata in tanti anni di fatiche e il suo battesimo, a cui partecipano tutti i parenti nobili.
Gesualdo sembra al culmine del suo successo: in realtà è soltanto una pia illusione. Isabella, al di là della verità sul nome di suo padre, si rivela immediatamente una fonte di nuove conflittualità e una minaccia alla “roba”.
In primo luogo la presenza di Isabella acuisce il contrasto fra Gesualdo e Bianca. Gesualdo per dare un’educazione alla figlia vuole mandarla in collegio: Bianca, sia pure senza risultato, si oppone con ogni mezzo. E ancora: Gesualdo tenta in ogni modo di impedire l’amore tra Isabella e Corrado La Gurna, ma anche in questo caso si trova di fronte una Bianca che difende la figlia con una violenza quasi ferma.
La delusione e lo scacco di Gesualdo sono dunque cocenti. Isabella, per essere accettata dalle compagne in collegio, non si fa chiamare Motta Trao, ma solo Trao: l’esile traccia della paternità di mastro-don Gesualdo se ne va dunque in fumo. Nè ciò soltanto è cagione di dramma, Gesualdo ha dei grandi progetti per la figlia: erede di una immensa fortuna, ella dovrà contrarre un matrimonio che sia degno della sua nuova condizione. In questo Gesualdo proietta quel desiderio di avanzamento sociale che nella sua esistenza si è realizzato solo imperfettamente. Nondimeno anche questa prospettiva nella terza parte entra rapidamente in crisi.
Isabella si lascia circuire da Corrado La Gurna, grazie anche all’abile mediazione di donna Sarina Cirmena e cerca di ribellarsi in ogni maniera alla volontà del padre pur di sposarlo, finendo persino per rimanerne incinta. Gesualdo, stretto dal precipitare della situazione, è costretto ad accettare il matrimonio con il duca di Leyra, disposto a tacitare qualsiasi scandalo, ma in cambio di una dote esosa: la “roba”, le terre accumulate con enorme sacrificio personale nel corso degli anni, cominciano da questo momento ad andare disperse. L’avidità del duca sarà senza fine: pur di mantenere in piedi il matrimonio Gesualdo dovrà sborsare cifre non indifferenti. Inizia così quel triste declino che avrà il suo epilogo nella quarta parte. Nella quarta parte i segni della fine incipiente si accumulano in modo vertiginoso: il dissidio fra Isabella e il marito, la malattia e poi la morte di Bianca, i moti del ‘48 che minacciano direttamente l’incolumità di Gesualdo, fonte di tutti i mali. Di fronte ad una simile congiura mastro-don Gesualdo appare sempre più debole, incapace di reagire: tanto che concretamente la debolezza prende corpo nel tumore allo stomaco che lo conduce in breve giro di tempo alla tomba. Il Personaggio coraggioso e sprezzante che abbiamo conosciuto nella prima parte del romanzo è definitivamente scomparso. AI suo posto non c’è che una pallida figura, interamente assorbita dall’avanzare della malattia, ormai incapace di controllare il corso dei suoi affari. Gesualdo, dopo la morte della moglie, è ormai completamente solo; anche Diodata, che pure nel momento del bisogno non ha esitato a riavvicinarsi a lui, è stata allontanata. Intorno al protagonista ruotano soltanto le figure avide ed interessate del barone Zacco, che vuole dargli in moglie una figlia e della sorella Speranza.
Gesualdo non ha più la forza di reagire a nulla, è preda dei medici che si alternano infausti al suo capezzale. La sua unica speranza è il contatto diretto con la terra, con la “roba”: vuole essere condotto al podere di Mangalavite. Ma anche questo tentativo si rivela inutile: il viaggio è una sofferenza senza fine. Gesualdo avverte ormai nettamente l’estraneità di tutte le cose che lo circondano; il vincolo che legava il padrone alle sue proprietà appare definitivamente spezzato. Come Mazzarò ne La roba, Gesualdo tenta una inutile ribellione al suo destino di morte: in un raptusdi follia vorrebbe portare con sé, nella morte, anche quelle ricchezze che sono state l’unica ragione della sua vita. Tutto si rivela dunque vano, ogni risorsa cade e il tramonto di Gesualdo non potrebbe essere più straziante.
Strappato al paese e chiuso nel palazzo dei Leyra egli attende la morte in una spaventosa solitudine. Il genero lo assedia con le continue richieste di una delega per l’amministrazione delle sue proprietà. La figlia non gli comunica mai i suoi veri sentimenti, è completamente rinchiusa in se stessa.
Ormai prossimo alla morte, Gesualdo sembra avvertire con piena lucidità la vastità della sua sconfitta. Una sconfitta in cui il dubbio sulla vera paternità di Isabella, tenuto lontano per anni, in questi momenti irrompe con una forza devastante. Gesualdo non conoscerà mai la verità(con Isabella non riuscirà a parlarne), ma, come Bianca, porterà con sé nella tomba, i suoi segreti e i suoi dubbi: testimonianza estrema della solitudine e dell’inganno in cui egli ha trascorso l’intera sua vita. Gesualdo, se mai ne occorreva la conferma, è stato tradito da tutti e in tutto.
Bianca
La vicenda di Bianca, nelle sue strutture essenziali, non si svolge dissimile da quella di molti altri paradigmi femminili verghiani, verificabili soprattutto nella ricca trama delle novelle. In non pochi pezzi di Per le vie si assiste infatti alla storia di una giovane donna sedotta e poi abbandonata dall’amante: premessa questa ad un triste declino esaminato attraverso la lente spietata dello scrittore naturalista. Nel Mastro-don Gesua/do questo esile archetipo, che tuttavia resiste, si complica in una maniera tutt’affatto peculiare.
Discendente da un’antica stirpe aristocratica ormai in miseria, Bianca vive in una sorta di condizione carceraria entro le mura cadenti del palazzo avito, insieme ai due fratelli, Diego e Ferdinando, isolati in una dimensione in cui è difficile distinguere cieco orgoglio e follia, minacciati dall’incombere della malattia, la tisi. Entro simili coordinate per Bianca la relazione con il cugino Ninì Rubiera rappresenta dunque l’amore, l’evasione dall’angusto universo dei Trao. Evasione che però ha una durata assai effimera e che comporta un amarissimo disinganno. La sera dell’incendio don Diego scopre infatti Ninì nascosto nella camera della sorella: da questo momento comincia il duro calvario di Bianca. Dapprima, alla festa in casa Sganci, ella si affanna per parlare con Ninì: è un vero fallimento. Di fronte alla sofferenza autentica della ragazza, Ninì non sa mettere in mostra che la sua facciata ipocrita e perbenista, preoccupato soltanto di non dare troppo scandalo fra i parenti.
Il destino di Bianca è comunque già deciso, nell’attimo in cui la baronessa Rubiera, madre di Ninì, ha respinto in nome della “roba” la proposta avanzata da don Diego delle nozze riparatrici e la zia Sganci, con l’ausilio del canonico Lupi, ha avviato le complesse manovre per combinare il matrimonio con mastro-don Gesualdo. Ad una simile pressione, cui del resto contribuisce anche l’entrata in campo dello stesso Gesualdo, ella non può che cedere, oltretutto consapevole di essere in attesa di un figlio. Non che nella sua scelta traspaia una scelta utilitaristica: c’è solo l’obbedienza ad una necessità che non lascia alternative.
Con il matrimonio Bianca viene a trovarsi in una situazione psicologicamente contraddittoria e paradossale. Ripudiata dai suoi famigliari, subisce la vicinanza di un marito che non ama. Con il fratello Diego ella riesce a ristabilire un legame solo all’approssimarsi della morte di costui. Con l’altro fratello, Ferdinando, cerca di essere continuamente prodiga di aiuti, ma senza mai superarne la diffidenza.
Più complesso, ovviamente, il rapporto con il marito. Fin dalla prima notte di nozze è chiara la repulsione di Bianca verso Gesualdo: ella chiaramente è ancora innamorata di Ninì Rubiera. Ella è piena di premure per il coniuge, col tempo si affeziona a lui che la ricambia, ma gli rimane fondamentalmente una estranea. Sul piano dei sentimenti e degli affetti Bianca non può comunicare con Gesualdo: il suo rapporto è solo fittizio, ipocrita. Bianca è nella più completa solitudine. E si comprende bene quale inconfessabile tormento psicologico debba rappresentare per lei il segreto sulla vera paternità della figlia, nascosto per tutta l’esistenza, fino alla morte. Bianca vive dunque una perenne lacerazione interiore, una assoluta impossibilità di raggiungere un equilibrio con se stessa. In verità ella rinuncia a vivere per se stessa, il suo unico scopo diviene la figlia Isabella e il legame fortissimo che la unisce a lei. Quando Gesualdo decide di mandare la figlia in collegio per farle avere una buona educazione ella, già segnata dalla presenza devastante della tisi, cerca di opporsi in ogni modo ad una simile prospettiva. Chiede persino aiuto ai parenti, ma infine è costretta a cedere. Per lei è come perdere la ragione della sua esistenza: da questo momento è preda sempre più indifesa della malattia.
Rispetto a queste coordinate già piuttosto complesse, la figura di Bianca ha modo di precisarsi ulteriormente nelle pagine del romanzo.
L’episodio del soggiorno a Mangalavite durante il colera è a dir poco sintomatico. Di fronte all’amore che sembra sconvolgere in una profonda passione l’esistenza di Isabella e quella di Corradino La Gurna, ella non compie nessun gesto; anzi, davanti alle sfuriate irose deI marito e alle minacce, ella si rivolta in una accanita difesa della figlia: come se in lei difendesse la libertà,
il diritto all’amore che la vita le ha irreparabilmente negato. Una difesa questa che non ha ancora una volta successo: Bianca esce di nuovo sconfitta, perché, attraverso un complesso maneggio, saranno di nuovo le convenienze e la necessità a sanzionare il destino coniugale di Isabella. Ma la sconfitta di Bianca è ancor più totale e straziante, è la perdita definitiva della figlia, la sua assenza proprio nell’attimo irrevocabile della morte.
Sentendo approssimarsi la fine, Bianca vive nell’attesa spasmodica dell’arrivo di Isabella, che invece non arriva. Tradita anche in questo affetto, ella sembra attaccarsi disperatamente a Gesualdo, l’unica presenza che resti accanto a lei. Diviene persino gelosa di Diodata, ne rifiuta l’aiuto, diviene sospettosa nei confronti degli Zacco che cercano di introdurre in casa del marito la figlia Lavinia. E tuttavia anche in questo estremo momento fra Bianca e il marito permane l’ostacolo di quel segreto inconfessabile che resta l’emblema sconsolato di una solitudine senza rimedio.
Isabella
La vicenda di Isabella non si sviluppa in modo molto dissimile da quella di sua madre Bianca, ed anzi converte anche nel romanzo il meccanismo iterativo che nella trama di non poche novelle sembra riprodurre un universo chiuso e immobile, nel quale si recita una commedia quotidiana sempre uguale a se stessa.
Anche Isabella, come la madre, vive in una perenne ambiguità: nel corso del Mastro-dan Gesualdo non sapremo mai se ella è a conoscenza della sua vera origine. Nel capitolo conclusivo infatti, di fronte allo sguardo interrogativo del padre che vorrebbe finalmente chiarire un dubbio così tormentoso, ella si ritrae, si richiude in se stessa come era solita fare sua madre: ancora l’incomunicabilità dunque, la solitudine, ma anche l’insincerità e la falsità sottese ad ogni legame.
Ad ogni modo, al di là di queste considerazioni generali, Isabella assolve un primo ruolo nel riproporre amplificato il disagio sociale, il senso di inappartenenza ad ogni classe, in cui vivono i suoi genitori. Ma se Gesualdo appare condannato, anche nell’appellativo di “mastro-don”, ad una perenne dissociazione, la figlia è alla disperata ricerca di una identità univoca.
Gli anni trascorsi in collegio, prima al paese e poi a Palermo, sotto questo profilo sono emblematici. Isabella per essere accettata dalle altre compagne aristocratiche è costretta a ridurre il suo doppio cognome di Motta-Trao al solo Trao, l’unico elemento che le consenta di stare sullo stesso piano delle altre fanciulle nobili. Un fatto questo che sembrerebbe essere solo il riflesso delle sclerotiche convenzioni sociali del Mastro-dan Gesua/do, ma che in realtà coinvolge implicazioni più profonde. Optando per il cognome materno ella infatti finisce per incarnarne, almeno in parte, lo stesso destino. L’episodio del colera e quello successivo del matrimonio ne sono la limpida riprova. Nel momento in cui il colera comincia a diffondersi, Gesualdo fa uscire Isabella dal collegi e la riporta al paese. La ragazza è vissuta per anni vagheggiando le sue origini aristocratiche, creando un alone fantastico intorno ai suoi pochi ricordi d’infanzia: la realtà effettiva delle cose agirà invece come il mezzo di uno spaventoso disincanto. Come si recherà a far visita allo zio don Ferdinando scoprirà che il palazzo dei Trao non è che un edificio in rovina, lo zio gli si rivelerà come un demente; nè meno crudo sarà l’incontro con il “nonno” paterno Nunzio e con la “zia” Speranza nella povera casa dei Motta. Per non parlare della vista dei polverosi poderi di Mangalavite, che Isabella aveva sempre immaginato come i palermitani Giardini della Favorita.
Di fronte ad uno scenario così grigio e triste, l’incontro con il giovane Corradino La Gurna a Mangalavite rappresenta di nuovo la possibilità di evasione, di sogno. L’Isabella innamorata di Corradino sembra dunque mimare alla perfezione, quasi come una costante genetica, il trascorso amore di Bianca per don Ninì. Nè l’analogia si ferma a questo punto. Come per la madre, si tratta di un amore senza prospettiva: l’ostacolo è ancora la “roba”. Isabella è infatti ricchissima mentre Corradino è uno spiantato. Anche per la ragazza comincia dunque un terribile calvario. Il padre la riconduce in paese e la chiude di nuovo in collegio: di qui ella tenta un’ultima strada, la fuga con Corradino. Nondimeno anche questo è un vicolo cieco, perché anche Gesualdo, come aveva fatto la baronessa Rubiera, rifiuta l’ipotesi del matrimonio riparatore. Isabella rientra in collegio e cominciano le manovre per combinare in fretta un matrimonio vantaggioso (anche la ragazza è infatti incinta).
Inizia così un pressante assedio intorno alla giovane per convincerla che, mentre il legame con Corradino sarebbe pura follia (Gesualdo non darebbe niente per la dote), la proposta di nozze con il duca di Leyra le può aprire insperate prospettive di lusso e di vita mondana a Palermo. Artefice di questa lenta opera di persuasione (che in tutto ricorda l’episodio della monaca di Monza nei Promessi sposi è lo zio marchese Limòli. Isabella, dopo lunghe esitazioni, pianti, disperate ribellioni, finisce per sottomettersi alla dura necessità che non lascia alternative. Ma si condanna così ad un legame ancora peggiore di quello contratto dalla madre, giacché il duca la sposa solo per le ricchezze di cui è la sicura erede.
Dopo il matrimonio Isabella non è che una infelice, in perenne lite con il marito, in definitiva straziata da una solitudine senza rimedio. Sofferente a ammalata anch’essa, secondo le notizie che invia suo marito, apprende della morte della madre solo dopo che tutto si è ormai concluso.
Gesualdo, negli ultimi tempi della sua esistenza ospite della villa dei Leyra, coglierà perfettamente sotto le apparenze di armonia che regolano i rapporti fra il duca e la moglie, la profonda insoddisfazione della figlia, il suo dolore inesprimibile. Egli cercherà di parlare con lei, ma anche Isabella, al di là delle affettuose lacrime per il padre, non può veramente comunicare con lui: anche lei è in definitiva una Trao e come la madre, forse, serba un suo inconfessabile segreto.
Diodata
Affine a certi protagonisti delle novelle di Vita dei campi, Diodata vive in una sorta di stadio presociale, di pura naturalità animale, in cui il meccanismo di mistificazione e ipocrisia, la stessa ossessione per la “roba”, che dominano le altre figure del Mastro-don Gesualdo, non sono ancora operanti. Nell’universo del romanzo ella è dunque un individuo eccezionale e anomalo, estranea com’è ad ogni calcolo utilitaristico.
Non che il personaggio abbia una presenza molto distesa nelle pagine dell’opera: ma certo negli episodi in cui compare, Diodata incarna con forza straordinaria un universo di valori e di purezza cui mastro-don Gesualdo ogni volta rinuncia in nome del suo sogno della “roba”.
Trovatella, come già il suo nome s’incarica di sottolineare, Diodata è raccolta e allevata da mastro-don Gesualdo. Con lui ella finisce per stabilire un solido rapporto sentimentale dal quale nasceranno anche due figli. Un rapporto però del tutto squilibrato. Se infatti per Diodata c’è una sorta di devozione, di fede cieca per l’amato, nel caso di Gesualdo il discorso suona molto più problematico. E’ sintomatico che fra i due, nonostante la presenza dei figli, non si sia stabilito un legame matrimoniale e che gli stessi figli siano stati affidati ad un onfanotrofio. Per Gesualdo, insomma, Diodata non è più che un’oasi di ristoro, esente da qualsiasi complicazione, nella quale trovare una sosta alle battaglie ingaggiate per il predominio nell’esistenza quotidiana. Un’oasi che ha comunque uno spazio marginale, confinata com’è nel podere di Mangalavite, e che può anche essere condannata al sacrificio, nel caso prevalga il supremo interesse della “roba”.
La prima comparsa di Diodata è sulla fine del capitolo quarto della prima parte. Gesualdo ha già deciso che si sposenà con Bianca, ne parla come se fosse un fatto totalmente indifferente per Diodata, come forse lo è anche per lui. Di fronte ad una simile scelta la donna non tenta nemmeno di ribellarsi, la sua sottomissione a Gesualdo è totale, indiscutibile: Gesualdo è il padrone, spetta dunque a lui decidere. E se il padrone pensa di darla in sposa (per non avere scrupoli di coscienza) a Brasi Camauno o a Nanni l’Orbo, ella è ben contenta; come è contenta che il padrone le prometta di provvedere anche ai suoi figli illegittimi. Nondimeno il pianto sgorga irrefrenabile agli occhi di Diodata. Ella cerca di costringere il suo legame con Gesualdo sul piano di un freddo rapporto di lavoro, ma non ne è capace, tanta è la forza dei sentimenti.
Diodata in questo modo si rivela l’unico personaggio capace di vivere i propri sentimenti senza ipocrisie; l’unico personaggio che almeno non accetta compromessi. Il giorno del matrimonio di Gesualdo è ancora il suo pianto silenzioso a rinnovare la totale, disperata, offerta di sé al padrone e amante: ma questi la allontana timoroso. Diodata sposa Nanni l’Orbo, ma solo per devozione completa alla volontà di Gesualdo, non perché la sostanza del suo amore sia mutata. Anzi, per tutto il romanzo Diodata rimane la testimonianza, muta e coraggiosa, di quei sentimenti autentici che Gesualdo ha deciso di rifiutare. Testimonianza coraggiosa perché ella non si impaurisce mai di fronte allo scandalo pubblico che solleva la sua presenza o al disprezzo.
Nella sua irragionevole e quasi animale fedeltà Diodata è pronta a sopportare ogni offesa, persino al sacrificio di sé, pur di aiutare l’uomo che continua ad amare. per questo che ella accetta di accudire Bianca, nonostante il rigetto, negli ultimi tempi della sua esistenza. E ancora, dopo averlo difeso persino dai suoi figli la sera del tumulto, è la sola persona che si prenda cura di Gesualdo nell’avanzare inesorabile della malattia.
In ogni caso Diodata non agisce per calcolo o per interesse. Ella obbedisce ad un istinto tanto profondo quanto primordiale che la spinge quasi al sacrificio di se stessa. E’ una figura che dunque ha ben altra tempra, ad esempio, rispetto a Speranza e a donna Lavinia Zacco, che pure saranno al servizio di Gesualdo ormai gravemente ammalato, ma solo in nome della “roba”. E’ indubbiamente altra tempra rispetto a Bianca che riesce a celare per tutta la sua esistenza il segreto di Isabella, succube della paura dello scandalo, e dunque ipocrita. Fedele a se stessa fino al termine, Diodata è l’unica persona (insieme a mastro Nardo) che sotto la pioggia si presenti, timida come sempre, a prendere congedo da Gesualdo allorché lascia per l’ultima volta il paese. A ben vedere anche Diodata, come gli altri, è una sconfitta, sia pure di un genere diverso. In lei la sconfitta non nasce dalla cieca sottomissione alla forza travolgente della “roba”, ma semmai proprio dall’aver rifiutato una simile logica. Ed è una sconfitta, quella dei sentimenti, della verità, che finisce per rendere totalmente tragico e privo di speranza l’orizzonte cupo del Mastro-dan Gesualdo.
TEMI PRINCIPALI
L’universo della «roba»
Sul finire del romanzo (parte quarta, cap. IV) Gesualdo, vista l’inutilità del consulto medico, tenta l’estrema risorsa di farsi condurre a Mangalavite, ma il viaggio è solo una tappa ulteriore, crudele, nell’approssimarsi della tragedia: la terra, i campi coltivati, i poderi si rivelano infatti ormai indifferenti al loro padrone, persino ostili («ogni cosa gli diceva: Che fai? che vuoi?»). Se l’intera esistenza di Gesualdo è stata una ricerca spasmodica dell’acquisizione della “roba”, fino alla completa identificazione in essa e all’alienazione di sé, la scoperta che la “roba” gli è finalmente estranea, che può fare a meno di lui, sembra mettere a fuoco l’assoluta mancanza di significato della sua vita. La disperazione di Gesualdo è epica e sconvolgente: come Mazzarò (La roba, in Novelle rusticane) egli vuol trascinare anche la “roba” nell’annullamento della morte, riaffermando così l’equazione fra questa e la vita.
La follia di Gesualdo è forse il documento limite di un attaccamento morboso alla “roba”, che nell’opera verghiana si decifra come il movente primario intorno al quale si struttura ogni relazione umana.
Già in Nedda la necessità della “roba” esercita un ruolo non indifferente ai fini della costruzione del dramma. Un ruolo che va crescendo in alcuni pezzi di Vita dei campi (Jeli il pastore, Rosso Malpelo) per culminare nel cupo affresco delle Rusticane. Qui lo spettro della «roba» incombe su tutti gli aspetti della vicenda umana. Nei racconti più significativi i protagonisti possono illudersi di dominare la logica ferrea del possesso, in cui trovano la loro unica ragione di vita, ma in realtà finiscono solo per essere inesorabilmente schiacciati dal perverso meccanismo che si è impadronito di loro. Forza annientatrice della “roba" e capovolgimento dei valori si coniugano d’altra parte ad un moralismo, ad un rispetto dell’onorabilità, che è solo la maschera dell’ipocrisia.
Sotto questo profilo il legame fra le Novelle rusticane e il Mastro-don Gesualdo appare persino genetico. Le Rusticane sono infatti il vasto cantiere dove si sbozzano i personaggi e le situazioni del romanzo. Mazzarò (La roba) e il Reverendo (Il reverendo, Don Licciu Papa) definiscono già il carattere del protagonista Gesualdo e di un personaggio tutt’altro che marginale qual è il canonico Lupi; i rivoltosi di Libertà esemplificano a che cosa può spingere l’ossessione della “roba” quand’essa si trasferisca sul piano delle classi più umili e diseredate: l’analisi della folla compiuta nel romanzo nasce senz’altro di qui. Certo è che nelle pagine del romanzo la vicenda della “roba” sfugge alla elementarità che ancora definisce lo scenario delle Rusticane: tutte le disperse tessere del mosaico sono adesso redistribuite in un complesso ed organico intreccio, in cui si avverte la presenza di una molteplicità di coordinate sociali, politiche ed economiche, anzitutto. Il cammino di mastro-don Gesualdo non è dunque più narrato con i toni favolosi e un po’ mitici che accompagnano il breve scorcio su Mazzarò: al contrario egli è al centro di un difficile equilibrio di forze. L’amore per la “roba” lo pone infatti in conflitto con la sua famiglia (il padre gli rinfaccerà di frequente le sue speculazioni), il ceto da cui proviene, ma anche con le classi agiate del paese che vedono in questo arricchito una minaccia al loro benessere e ai loro guadagni.
Nella figura di mastro-don Gesualdo la “roba” prende corpo come una forza effettivamente minacciosa ed eversiva dell’ordine tradizionale. Donde nel corso del romanzo il tentativo da parte dell’establishement economico e sociale del paese di contrastare prima, di assimilare e neutralizzare poi, una simile spinta.
Tra i due fronti si colloca il personaggio fortemente ambiguo del canonico Lupi. Egli è l’erede diretto del Reverendo, se vogliamo, è ancora più abile di lui: pur di tutelare la sua “roba” egli non esita a far propria la causa dei rivoltosi sia nel ‘20 che nel ‘48, mettendo in pratica la limpida filosofia secondo la quale è indispensabile anzitutto «tenersi a galla» e, semmai, «acchiappare anche il mestolo un quarto d’ora». Fedele a questo principio, non esita ad allearsi con mastro-don Gesualdo nella prima parte del romanzo, allorché costui mette a segno le sue vittorie. Obbedendo alla logica del profitto, non si fa scrupolo di combinare il matrimonio fra Gesualdo e Bianca (cinicamente consapevole che costei è incinta) nell’intento di spianare la strada agli affari del socio e di conseguenza di accrescere la propria ricchezza. E tuttavia, applicando sempre una norma utilitaristica, non ha dubbi ad abbandonare Gesualdo nel momento in cui comincia ad approssimarsi il suo declino, per rifar lega con gli antichi avversari. Il barone Zacco, a ben vedere, non si comporta diversamente da lui: è sempre la logica economica della “roba” a muovere i suoi passi. Morta Bianca, egli, insieme con la moglie, si adopera in ogni modo perché Gesualdo sposi sua figlia Lavinia: ma, come fallisce il tentativo, non si fa scrupolo a rompere ogni relazione con costui.
L’ossessione della “roba” sclerotizza gli atteggiamenti dei diversi personaggi sul piano della falsità; catalizza intorno a Gesualdo interessate amicizie e malcelati rancori. A più riprese Speranza tenta di porre un’ipoteca sulle ricchezze del fratello: dapprima mostrandosi ostile al matrimonio con Bianca; quindi cercando di introdursi nella casa e nei possedimenti del fratello moribondo. In ogni caso ella sortirà sconfitta, ma non per questo la sorte della “roba” di Gesualdo sarà diversa: non sarà Burgio (il marito di Speranza) a dissiparla, ma il duca di Leyra, avido ed interessato coniuge di Isabella. Il risultato non muta: la “roba” appare come pervasa da una sorta di entropia che ne mira alla dissoluzione. Fatica di Sisifo, dunque, quella di mastro-don Gesualdo, che nel romanzo si riflette come in un sistema di specchi che ne moltiplica il carattere perverso e malefico. La vicenda della baronessa Rubiera presenta senza dubbio forti analogie con quella di Gesualdo. Dopo una vita trascorsa ad accumulare e a difendere le proprie ricchezze è condannata dalla paralisi (sorta di morta vivente) a vedere amministrare i suoi beni da un figlio di cui non si fida: il suo è uno strazio muto e senza fine. Ma si pensi anche alla storia più marginale di don Filippo Margarone, schiantato, fra l’altro, anche dall’avidità di denaro del genero.
La “roba” attraversa con una incredibile spinta disgregatrice anche i legami più forti, li sottopone al suo giogo. La storia d’amore di Bianca per don Ninì è mandata in frantumi proprio in funzione della “roba”. La stessa sorte toccherà all’amore di Isabella per Corradino La Gurna: nel capitolo quarto della terza parte la “saggezza” del marchese Limòli agiterà continuamente questo spettro per convincere la nipote a sposare il duca di Leyra. Lo stesso rapporto fra Gesualdo e Diodata si infrange sullo scoglio della “roba”: Gesualdo, una volta divenuto ricco, ha bisogno di un erede legittimo per lasciare i suoi beni. Ogni volta l’ossessione della “roba” assurge a dispotica divinità al cui arbitrio sono delegate tutte le vicende umane.
La scena politica: i moti del ‘20 e del ‘48
Nella estesa produzione verghiana il riferimento alla scena politica acquista sempre una particolare pregnanza, configurando un articolato discorso critico sul nostro Risorgimento colto dalla peculiare angolatura siciliana. Da I Malavoglia, alle Novelle rusticane, al Mastro-don Gesualdo, a Don Candeloro e C. i, una delle più tarde raccolte di racconti (‘93), i riferimenti sono sempre assai densi e circostanziati.
Nell’italia postunitaria de I Malavoglia, l’indifferenza con cui è accolta la notizia della sconfitta di Lissa (1866) è quasi l’emblema di un Risorgimento che è passato senza lasciare pressoché traccia nella coscienza collettiva (padron Cipolla è infatti ben convinto di non aver perso niente), senza mutare alcunché nella stasi della realtà siciliana. Un Risorgimento che anzi in una delle Rusticane, Libertà, risulta solo occasione per dar sfogo alla violenza cieca e sanguinosa delle folle contadine, incapaci di prospettare una qualsiasi alternativa all’esistente, incapaci persino di spartirsi le terre. Dopo la strage i contadini torneranno a chiedere ordini ai “galantuomini”, mentre i principali responsabili dell’eccidio seguiteranno ad interrogarsi in carcere sulle ragioni della loro condanna. Una vicenda amara e paradossale che sembra preparare il terreno alla riduzione ironica del ‘48 operata nella novella Papa Sisto (Von Candeloro e C.i). Privati di ogni risonanza risorgimentale, i moti non sono altro che il pretesto perché un abile mistificatore come Vito Scardo possa raggiungere il traguardo di essere eletto padre guardiano del convento.
A ben vedere il Mastro-don Gesualdo si colloca a metà strada fra la cupa tragedia di Libertà (non sfiorata dal romanzo) e il prevalere del grottesco di Papa Sisto.
Senza dubbio è la raffigurazione ironica a predominare nell’episodio della congiura carbonara e nei moti del ‘20 descritti fra il capitolo primo e il secondo della seconda parte.
Di fronte alla minaccia della rivoluzione già esplosa a Palermo, della folla che invade anche le strade e la piazza del paese e spadroneggia senza timore rivendicando il possesso delle terre comunali, il canonico Lupi vede con grande chiarezza il pericolo che corre la classe dei possidenti, nel caso si abbandoni all’inerzia: «Rivoluzione significa rivoltare il cesto, e quelli ch’erano sotto salire a galla: gli affamati, i nullatenenti...». Per evitare tutto ciò è indispensabile dimenticare le discordie (l’asta delle terre del comune si è conclusa quasi in rissa da poche ore), far lega fra tutti i possidenti per «tenersi a galla» e magari «acchiappare anche il mestolo un quarto d’ora», improvvisandosi, giacché i tempi lo richiedono, rivoluzionari. Emerge così con lucidità nelle parole del canonico la strategia trasformista che alla lunga si rivelerà vincente nella società siciliana soffocando nella morsa della continuità ogni possibile rinnovamento. Una strategia “gattopardesca”, per dirla con Tomasi di Lampedusa, la cui conferma giunge immediata dalla riunione della Carboneria (cap. Il): dal notaro Neri al barone Zacco tutti in paese si sono convertiti al nuovo credo, pur di salvaguardare le loro posizioni di potere e di privilegio, in una parola lo status quo. Su di uno scenario così desolante non può che scattare l’ironia feroce del Verga: a far dileguare quest’accolta di intrepidi “rivoluzionari" è infatti sufficiente l’arrivo in paese della «Compagnia d’Arte». La fuga senza sosta del barone Zacco diviene allora parodia sarcastica di un’epica tutta volta in ridicolo.
I moti del ‘48, rappresentati nel capitolo quarto della quarta parte, completano la pessimistica diagnosi verghiana delineando un quadro che amplia la ristretta prospettiva con l’irrompere tumultuoso delle folle sulla scena rivoluzionaria.
La situazione iniziale non si configura affatto dissimile da quella del ‘20. L’incontro fra il barone Zacco e don Ninì che chiude il capitolo terzo indica che il controllo degli avvenimenti è saldamente in mano ai benestanti: nonostante le torbide notizie in arrivo da Palermo, la rivoluzione è sapientemente incanalata verso una serata teatrale di festeggiamenti in onore di Pio IX. Tuttavia la tranquilla serata assume una piega del tutto imprevista e potenzialmente eversiva. La folla accalcata in piazza perché non trova posto a teatro diviene la protagonista di una dimostrazione ben più minacciosa e incontrollabile. A dispetto degli sforzi di don Ninì, del barone Zacco e del canonico, la folla non si lascia ricondurre all’ordine e un imponente corteo si avvia per le strade, travolgendo ciecamente ogni cosa sul suo cammino. L’obiettivo dapprima è recarsi alla chiesa per portare in corteo la statua del santo patrono, quindi affiora il proposito di saccheggiare i magazzini di Gesualdo; si riesce a frenare questa furia devastatrice, ma non ad impedire che i rivoltosi mettano l’assedio all’abitazione di Gesualdo, individuato come il responsabile di tutti i soprusi. Nondimeno l’abile retorica del canonico Lupi, fatta di lusinghe e di vaghe promesse, vale ad allontanare la minaccia di ulteriori violenze. La folla, paga delle promesse, si disperde: nei giorni successivi saranno solo sporadici i tentativi di esigere quanto promesso. Tutto, ancora una volta, si richiude nell’alveo della quotidianità.
Non vi è dubbio che l’interpretazione verghiana della folla ripropone consapevolmente l’episodio manzoniano dell’assalto al «Forno delle Grucce» e l’assedio al vicario di provvisione (funziona anche l’equazione parodistica fra il notaio Ferrer e il canonico). Quella che ne emerge è una visione forse anche più pessimistica e sconsolata. I moti del ‘20 e quelli del ‘48 sembrano infatti bloccare la realtà siciliana in una morsa ferrea, in cui non si aprono spiragli di sorta. Di fronte al trasformismo conservatore delle classi privilegiate si solleva infatti la ribellione cieca e inconsapevole di qualsivoglia obiettivo, facilmente manipolabile, delle classi più umili. L’esito non può che essere la disperata rivolta, che non attinge la violenza sanguinaria di Libertà, ma che comunque rimane gesto inconsulto e in definitiva gratuito.
La sclerosi sociale del Mastro-don Gesualdo
Il Mastro-don Gesualdo si chiude con una serie di battute memorabili che vale la pena di riproporre:
«Così, nel crocchio, [don Leopoldo, il cameriere] narrava le noie che gli aveva date quel cristiano - uno che faceva della notte giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento
mai. - Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.
- Si vede com’era nato... - osservò gravemente il cocchiere maggiore. - Guardate che mani!
- Già, son le mani che hanno fatto la pappa! ... Vedete cos’è nascer fortunati... Intanto vi muore nella battista come un principe!...»
Di fronte al corpo inanimato di Gesualdo le parole dei domestici tradiscono un’ambivalenza di giudizio sul defunto che, a ben vedere, è tipica dell’intero romanzo. Vi è l’ammirazione quasi reverenziale per un uomo che attraverso la “roba” è riuscito a morire «nella battista come un principe», per quelle mani grossolane «che hanno fatto la pappa». Nondimeno proprio quelle mani sono la testimonianza di una sorta di marchio che nemmeno il possesso della «roba» può cancellare. Don Leopoldo lo dichiara apertamente, quasi con fastidio, in negativo: «Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi...». Nella sua battuta c’è l’accettazione di uno status sociale rigido e ineliminabile: i signori, «quelli che son nati meglio di noi» e tutti gli altri. Fra queste caste sembra esistere un rapporto di dipendenza immodificabile. In questa prospettiva mastro-don Gesualdo è chi ha cercato di sovvertire le regole, illudendosi che il grimaldello fosse rintracciabile nella ricchezza. In realtà egli da questo azzardo esce pienamente sconfitto: non è che un “ibrido”, come rivela in modo perentorio il suo appellativo di “mastro-don”. Gesualdo è dunque un personaggio che si muove contravvenendo alle regole sociali. Tutto l’universo che lo circonda sembra difendersi innanzitutto da questa spinta eversiva, piuttosto che dalla sua fame di “roba”.
Nel Mastro-don Gesualdo un’intera galleria di ritratti raffigura la rigidità e i pregiudizi della società siciliana. A suo modo è esemplare la figura di mastro Nunzio, il padre di Gesualdo. Il giorno dell’asta per le terre comunali egli è sorprendentemente chiaro con il barone Zacco che ostenta affetto e lo chiama “don”: «lo mi chiamo mastro Nunzio. Non ho i fumi di mio figlio.». Mastro Nunzio definisce dunque una rigida barriera fra le diverse classi, ma capovolge anche in atteggiamento di orgoglio la condizione di inferiorità. Egli non ha i “fumi” del figlio, non pretende di essere diverso da come è nato. Nei momenti cruciali in cui compare nel romanzo (dal matrimonio di Gesualdo e Bianca all’episodio del colera) Nunzio Motta non accetta mai di confondersi coi “signori”. Per lui Bianca resta sempre e comunque un corpo estraneo: così come Isabella. Quando la vede la prima volta, dopo l’uscita dal collegio (ormai ragazza dunque), il suo unico apprezzamento finisce per sottolineare ancora come Gesualdo abbia derogato, persino nel nome della figlia, dai modelli di comportamento tradizionali:
«E una signorina, non c’è che dire! Gli hai messo anche un bel nome! Tua madre però si chiamava Rosaria! Lo sai?». Anche in questa nota minima, mastro Nunzio appare ben solido nelle sue convinzioni e conclude riaffermando il principio che lo sorregge: «Ciascuno com’è nato».
Sull’altro fronte, i fratelli Trao, nella loro estrema povertà, incarnano pienamente la coscienza aristocratica di una distinzione che non si fonda sulla ricchezza: una posizione limite, non difesa così rigidamente dagli altri maggiorenti del Mastro-don Gesua/do. Per don Diego e don Ferdinando il matrimonio della sorella Bianca appare dapprima un evento inconcepibile; quindi un vero tradimento. Anch’essi dunque interpretano la regola sociale con assoluta rigidità. Al pari di Nunzio Motta e di Speranza, essi rifiutano ogni contatto con il “parente” Gesualdo: per don Ferdinando la vicinanza di costui sarà un evento sconvolgente (quasi un tabù violato) ancora durante l’agonia di Bianca.
Tra questi due estremi si articola tuttavia un panorama umano ben più fluido e variegato,. legato tuttavia dal comun denominatore della dissimulazione e dell’ipocrisia. E’ il mondo delle Sganci, delle Cirmene, delle Macrì, degli Zacco, dei Ninì Rubiera: l’universo di quella casta dominante che, per ragioni sempre diverse, finge, o è costretta a fingere, una maggiore apertura e latitudine di pensiero. Ciò che irrompe nel romanzo da questo ricco campionario è una acuta, patologica, diffrazione fra il sembrare e l’essere. La zia Sganci, che pure si adopera per combinare il matrimonio di Bianca con Gesualdo, è poi la prima a disertare la cerimonia delle nozze. C’è in lei, come in altri personaggi, una sfasatura che sembra imprimere una spinta isterica, quasi schizofrenica. Donna Sarina Cirmena, una delle figure più “democratiche” nei confronti di Gesualdo, trascorre dalla sua iniziale benevolenza ad una fase di profonda ostilità (nel momento in cui Gesualdo sventa il suo tentativo di legare Corrado La Gurna e Isabella), per poi tornare a farsi amichevole al momento della morte di Bianca.
Come par chiaro anche da questa analisi, la categoria che è in certa misura in grado di stabilire deroghe alla rigida struttura sociale è quella dell’utile. Sotto questo profilo il ruolo giocato dal barone Zacco risulta emblematico. In un primo momento egli è uno degli avversari più accaniti e intransigenti di mastro-don Gesualdo. Durante l’asta delle terre comunali egli non esita a mostrare aristocratico dispregio per la ricchezza ostentata da Gesualdo con il “sacco di doppie”: «Signori miei!... guardate un po’!... a che siam giunti!». Nondimeno, pochi giorni dopo, alla riunione della Carboneria, il barone fa di tutto per gettare le basi di un’intesa con il suo avversario: intesa che va in porto. Il barone e Gesualdo divengono soci negli affari. Non solo. In nome dell’utile, il barone Zacco è disponibile a compromettersi con Gesualdo fino al punto di proporgli in moglie la figlia Lavinia, dopo la morte di Bianca. Ma ecco che l’acuta dissociazione in cui vivono i protagonisti del romanzo torna a riemergere con violenza. Nel momento in cui Gesualdo rifiuta una simile prospettiva, il barone Zacco non si fa alcuno scrupolo di abbandonarlo a se stesso dando sfogo ad una compressa malevolenza: «Vedete, signori miei, un barone Zacco che gli lustra le scarpe e s’inimica coi parenti per lui!». A quest’altezza la folgorante ascesa di Gesualdo è terminata, la sua stella è ormai tramontata. L’obiettivo di assorbirne e neutralizzarne la forza eversiva di ogni ordine e di ogni regola non ha concretamente più senso: Gesualdo è un vinto anch’egli. L’inerzia e la paralisi sociale hanno avuto la meglio su di lui: il pericolo è passato.
li punto di vista oggettivo nella narrazione
Caposaldo del verismo verghiano, il nodo teorico del punto di vista oggettivo nella narrazione appare affrontato in maniera esauriente nella lettera di dedica a Salvatore Farina premessa a L ‘amante di Gramigna, una delle novelle programmatiche di Vita dei campi:
«Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessari, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé[…] senza serbare alcun punto di contatto col suo autore […].»
Dalla posizione teorica enunciata ne L ‘amante di Gramigna discende una serie di corollari. L’intervento del narratore si eclissa di fronte all’oggetto della narrazione, il suo ruolo diviene perciò assimilabile a quello dello scienziato che osserva e descrive in modo imparziale i fenomeni della realtà, in questo caso rappresentata dal “guazzabuglio” del cuore umano, per dirla con Manzoni.
La vicenda assunta nel romanzo avrà dunque il carattere di “documento umano”, che l’autore si sforzerà di riproporre «così come l’ha raccolto pei viottoli dei campi, press’a poco colle medesime parole pittoresche della narrazione popolare». Il lettore avrà la sensazione di trovarsi «faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore».
Un simile congegno ideologico e formale, mutuato dalle coeve esperienze del naturalismo francese (Zola), nei propositi di Verga vuole essere lo strumento per affrontare l’analisi dei comportamenti umani, in tutti gli strati della società: il progetto dell’intero ciclo romanzesco della Marea avrebbe dovuto inscriversi sotto questo segno.
In effetti la scelta verista non dilata mai, se si eccettuano le novelle milanesi di Per le vie, oltre l’orizzonte siciliano, tantomeno riuscirà a smontare gli ingranaggi psicologici e sociali dei ceti borghesi e aristocratici: il fallimento della Duchessa di Leyra ne è la riprova eloquente.
L’utilizzo di un punto di vista interno al racconto, che lascia ad un anonimo narratore popolare il compito di presentare e giudicare avvenimenti e personaggi, fa la sua prima comparsa in Vita dei campi. Ad una voce esterna si sostituisce sempre più un personaggio, o talvolta semplicemente una voce, che emerge dalla coralità dei parlanti, giudicando ed agendo secondo codici espressivi e ideologici che non sono quelli dell’autore, ma che anzi sono esplicitamente lontani dalle sue convinzioni e trovano piena giustificazione solo all’interno dell’universo rappresentato.
Certo, in Vita dei campi la soluzione narrativa verista non risulta ancora perfettamente a regime. Lo sarà piuttosto in quella stagione compresa fra I Malavoglia, le Novelle rusticane e Mastro-don Gesualdo. Nei due romanzi come nella raccolta di novelle, il racconto filtra ormai attraverso parole e riflessioni dei personaggi coinvolti nella vicenda, immette il lettore in un incessante e diffuso chiacchiericcio che, come un caleidoscopio, scompone e ricompone gli accadimenti attraverso una molteplicità, anche contraddittoria, di punti di vista.
Il compito dello scrittore si limita a registrare in presa diretta l’intreccio delle opinioni attraverso l’espediente del discorso libero indiretto. Le parole della miriade di interpreti sono riportate senza alcuna mediazione grammaticale o sintattica, inserite nel flusso del discorso che si distende ininterrotto.
Riflesso non trascurabile di questa scelta espressiva è la mimesi dialettale che osserviamo sempre meglio fra Vita dei campi e Mastro-don Gesualdo e che sortisce i suoi risultati più persuasivi nelle pagine de I Malavoglia. Se la novella o il romanzo devono essere riproposti «colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare», non vi è infatti dubbio che l’uso del dialetto sia una tappa obbligatoria.
Anche in questo caso la conquista nello stile verghiano non è immediata. In Nedda il dialetto è ancora un inserto ben in vista in un tessuto narrativo ancora fortemente caratterizzato dai residui della tradizione letteraria (manzoniana, prima di tutto). A partire dalle novelle di Vita dei campi il cammino di Verga si delinea invece con più acuta consapevolezza. Il dialetto siciliano non è più un mero inserto, quasi un relitto etnografico, bensi è la base grammaticale e sintattica che sovverte e ricompone l’italiano per riprodurre, sotto la veste illusoria della lingua nazionale, il parlato regionale dei protagonisti.
Nondimeno la funzione che assolvono l’uso del discorso indiretto liberoe la mimesi dialettale non ha un valore univoco nella produzione verghiana, soprattutto se il raffronto si instaura fra I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Ne I Malavoglia una simile risorsa espressiva è in perfetta sintonia con la scomparsa di un protagonista in grado di accentrare l’intera vicenda e l’irrompere al suo posto dell’intera comunità dei pescatori di Aci Trezza. Ne deriva quell’accento corale, di tragica epica collettiva che è il tratto inconfondibile del primo romanzo verghiano. Nel Mastro-don Gesualdo l’inversione di rotta è invece radicale.
La forma che assume il nuovo romanzo è più tradizionale, affine ai modelli francesi, in cui torna ad emergere il ruolo primario del protagonista. In questa prospettiva la funzione del punto di vista interno, espressione della coralità dei parlanti sempre concentrata sulla figura di Gesualdo, acquista una straordinaria spinta divaricante, giungendo a sottolineare, quasi come sotto la luce di un riflettore, la spietata condizione di solitudine e di incomunicabilità del protagonista.
Il verismo italiano
Ben presto si diffuse l’immagine di Emile Zola nell’intera Italia negli ambienti culturali Milanesi di sinistra, repubblicani e socialisti. Il più grande sostenitore di Zola e del realismo fu Felice Cameroni. La sinistra milanese colse subito l’importanza delle nuove tendenze ma rimase prigioniera delle sue aspirazioni confuse e velleitarie. Le formulazioni teoriche erano pressochè eterogenee e poco precise.
Una teoria coerente del nuovo linguaggio fu elaborata da Luigi Capuana e Giovanni Verga.
La visione di Capuana è la seguente:
- Esaltazione dell’opera zoliana
- Respinta la subordinazione della letteratura a scopi estrinseci come la dimostrazione sperimentale di tesi scientifiche e l’impegno politico sociale.
- Il positivismo ed il naturalismo esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo, ma soltanto nella forma , e tale influenza si traduce nella perfetta impersonalità
- Il naturalismo perde la sua volontàdi far scienza ed il suoimpegno politico diretto e si traduce solo in un modo particolare di fare letteratura.
- La scientificità non deve consistere nel trasformare la narrazione in un esperimento , per dimostrare le tesi scientifiche, ma nella tecnica con cui lo scrittore rappresenta che è simile al metodo dell’osservazione scientifica
- La scientificità si manifesta nella forma artistica e questa maniera di rappresentazione si manifesta nel concetto di impersonalità dell’opera d’arte
Queste teorie possono essere collegate e completate dalle teorie di Giovanni Verga:
- La rappresentazione artistica deve conferire al racconto l’impronta di cosa realmente avvenuta e deve quindi riportare documenti umani
- Non basta che ciò che viene raccontato sia reale ma deve essere anche raccontato in modo tale da porre il lettore faccia a faccia col fatto nudo e schietto
- Lo scrittore deve eclissarsi , non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni ma deve mettersi nella pelle dei suoi personaggi e vedere le cose con i loro occhi
- Il lettore deve essere introdotto negli avvenimenti senza che nessuno gli spieghi gli antefatti e tracci un profilo dei personaggi
- La teoria dell’impersonalità non è una vera e propria teoria dell’arte ma solo una definizione di un procedimento tecnico di conseguire determinati effetti artistici.
La tecnica narrativa del Verga
La tecnica narrativa del Verga è caratterizzata da:
- La scomparsa del narratore onnisciente. Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga:la voce che racconta si colloca tutta all’interno del mondo rappresentato è allo stesso livello dei personaggi
- Nella narrazione sembra che a raccontare sia uno dei personaggi, che non compare direttamente nella vicenda ma ne resta anonimo.
- Abbiamo una rappresentazione degli ambienti popolari e rurali e la visione non è quella dello scrittore borghese (vedi Rosso Malpelo)
- Se la voce narrante commenta e giudica i fatti non lo fa secondo la visione colta dell’autore ma in base alla visione elementare e rozza della collettività popolare, che non riesce a cogliere le motivazioni psicologiche
- Il linguaggio non è quello che potrebbe essere dello scrittore ma un linguaggio spoglio e povero
L’ideologia verghiana
I punti fondamentali dell’ideologia verghiana sono i seguenti
- L’autore deve eclissarsi dall’opera e non deve intervenire in essa poiché non ha il diritto di giudicare la materia che rappresenta
- Le posizioni alla base della ideologia di Verga sono pessimistiche, la società è dominata dal meccanismo della lotta per la vita , un meccanismo crudele che si basa sul principio del più forte,
- La lotta per la vita diviene dunque ora una legge di natura, immodificabile à non si possono dare alternative alla realtà presente
- L’impersonalità stessa è espressione della visione pessimistica
- Un simile pessimismo ha una valenza fortemente conservatrice
- Questo pessimismo non implica una accettazione acritica della realtà, una convivenza con essa ma consente al Verga di cogliere con grande lucidità ciò che vi è di negativo in quella realtà.
- Il pessimismo non è limite della rappresentazione verghiana ma condizione del suo valore conoscitivo e critico
- Rimangono immuni infatti i miti contemporanei come il mito del progresso ed il mito del popolo
- Vi è una sostanziale assenza di pietismo sentimentale nei confronti del popolo
- In verga non è presente neppure il populismo di tipo romantico e reazionario, prteso nostalgicamente verso forme passate di vita.
- Non vi è una mitizzazione del mondo rurale . Il pessimismo induce Verga a vedere che anche il mondo primitivo della campagna è retto dall’interesse economico, dall’egoismo, dalla ricerca dell’utile , dalla forza e dalla sopraffazione che pongono gli uomini in continuo contrasto fra di loro
Il verismo di Verga ed il naturalismo di Zola
Argomento |
Verga |
Zola |
Posizione politica |
Verga è un galantuomo conservatore. Egli rifiuta l’impegno politico nella scrittura |
Zola è uno scrittore democratico borghese che ha di fronte a sé una realtà dinamica |
Impersonalità |
Immergersi ed eclissarsi nell’oggetto |
Distacco dello scienziato che si allontana dall’oggetto |
Il linguaggio popolare |
E’ in bocca sia al narratore che ai personaggi dialoganti |
Si trova solo nei dialoghi dei personaggi ma non nel narratore |
Tecnica narrativa |
Tra il narratore ed i personaggi non vi è un distacco netto ed il narratore lo fa sentire esplicitamente. Il pessimismo è sempre presente |
Non esiste niente di simile alla tecnica delle regressione, la voce riproduce sempre il modo di vedere le cose dell’autore.Intervento dal punto di vista scientifico |
Lo svolgimento dell’opera verghiana
- Il periodo preverista
Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Assorbì il fervente patriottismo ed il gusto letterario romantico come testimonia il romanzo Amore e patria. Si iscrisse a 18 anni all facoltà di legge a Catania ma non terminò i corsi e si dedicò al lavoro letterario e giornalistico politico.I testi su cui forma il suo gusto in questi anni, più che classici italiani e latini, sono gli scrittori francesi moderni (Dumas, Sue, Feuillet).Queste letture di intrigo o sentimentali insieme ai romanzi storici italiani lasciano una impronta sensibile nei suoi primi romanzi. Nel ’65 lascia la provincia e va a Firenze, ove venì a contatto con la vera società letteraria italiana.Nel ’72 si trasferisce a Milano ed entra in contatto con gli ambienti della Scapigliatura. I suoi romanzi giovanili furono:
- I carbonari della montagna
- Una peccatrice, autobiografico
- Storia di una capinera, romanzo sentimentale e lacrimevole
- Eva, storia di un pittore siciliano. E’ una protesta per la nuova condizione dell’intellettuale emarginato dalla società borghese
- Eros, storia del progressivo inaridirsi di un giovane aristocratico
- Tigre Reale, che analizza il traviamento di un giovane innamorate di una donna fatale divoratrice di uomini
- L’approdo al Verismo: la Vita dei campi
In Verga avviene una crisi e nel ’78 esce un racconto su una materia e da un linguaggio della sua narrativa anteriore: Rosso Malpelo. Si tratta della prima opera della nuova maniera verista, ispirata ad una forte impersonalità. In essa rimangono identici i toni melodrammatici dei romanzi mondani, ancora sostanzialmente estranei alla impersonalità verista, con un gusto tutto romantico per una realtà esotica.
La conversione in verità non è così netta tra i due momenti del narrare verghiano. L’approdo al verismo non è una brusca inversione di tendenza ma il frutto di una chiarificazione progressiva di propositi già radicati , la conquista di strumenti concettuali più maturi. In particolare sono da sottolineare:
- Le basse sfere che non sono il punto di partenza del suo studio dei meccanismi della società, poiché in esse tali meccanismi sono meno complicati e possono essere individuati più facilmente
- Si nota un notevole influsso dell’ Assommoir di Zola per la ricostruzione di ambienti e psicologie popolari
- Si nota anche un influsso di Capuana
La nuova narrativa presentata da Verga in Rosso Malpelo si completa in Vita dei Campi.
- Cavalleria rusticana
- La lupa
- Jeli il pastore
- Fantasticheria
- L’amante di Gramigna
- Guerra di Santi
- Pentolacia
In questi racconti spiccano figure caratteristiche della vita contadina siciliana e viene applicata la tecnica della impersonalità, con l’eclissi e la regressione della voce (rappresentazione del personaggio dal suo punto di vista). In questo periodo Verga è ancora in contraddizione tra le tendenze veristiche, pessimistiche e materialistiche e quelle romantiche della sua formazione
- Il ciclo dei Vinti ed i Malavoglia
Nel creare questo ciclo Verga si differenzia almeno in parte da Zola. Verga infatti non focalizza il ciclo sull’intento scientifico di seguire gli effetti dell’ereditarietà ma di tracciare un quadro sociale passando in assegna tutte le classi , dai ceti popolari, alla borghesia, alla aristocrazia. . Alla base è il principio di della lotta per la sopravvivenza ricavato dalle teorie già presentate da Darwin. Verga non si sofferma sui vincitori ma sui vinti.
I malavoglia
E’ il primo romanzo del ciclo e’ I Malavoglia. Storia di una famiglia di pescatori siciliani.
- Viene presentato un mondo che non del tutto arcaico ed immobile ma il romanzo è la rappresentazione del processo per cui la storia penetra in quel sistema arcaico e ne disgrega la compattezza, rompendone gli equilibrio
- Proprio dalla partenza di ‘Ntoni per il servizio militare prende le mosse la vicenda ed ha inizio la serie di gravi difficoltà economiche e di sventure che rompono l’equilibrio tra la famiglia Toscano ed il sistema sociale del villaggio
- I Malavoglia sono costretti a diventare negozianti , da pescatori che erano sempre stati. Essi subiscono un processo di declassazione , passando da proprietari di una casa e di una barca a quella di nullatenenti.
- Il personaggio in cui si incarnano le forze disgregatrici della modernità è il giovane ‘Ntoni . Egli è uscito dall’universo chiuso del paese, è venuto in contatto con la realtà moderna. Emblema è il conflitto col nonno che rappresenta lo spirito tradizionalista per eccellenza
- Sotto queste forze disgregatrici la famiglia si disgrega.
- Verso la fine si ha però una parziale ricomposizione, anche se alla fine il romanzo termina con la partenza di ‘Ntoni dal villaggio
- Si ha un passaggio dal premoderno al moderno come evoluzione del romanzo, un percorso continuato da Gesualdo
- Nei Malavoglia si ha un superamento dell’idealizzazione romantica de mondo contadino, il romanzo rappresenta infatti la disgregazione di quel mondo e l’impossibilità dei suoi valori
- Si ha un tipo di struttura narrativa che è bipolare. Si tratta di un romanzo corale, popolato da personaggi senza che spicchi un protagonista. Il coro si divide in due:
- I Malavoglia che sono caratterizzati dalla fedeltà ai valori puri
- La comunità del paese, pettegola insensibile sino alla disumanità
- La straniamento dei valori e la loro impraticabilità per cui i valori visti con gli occhi della collettività appaiono strani e non vengono compresi , vengono stravolti e deformati
- Rappresentazione critica della lotta per la vita, secondo un metro di giudizio spietato
Dai Malavoglia a Mastro Don Gesualdo
IN questo periodo viene pubblicato il Marito di Elena. Quindi le Novelle rusticane, che ripropongono personaggi, ambienti della campagna siciliana, in una prospettiva più amara e pessimistica.
Mastro don Gesualdo
Uscito nel 1889 è una storia della ascesa sociale di un muratore che con la sua intelligenza ed energia accumula enormi ricchezze. In particolare sono da evidenziare:
- Il livello sociale di questo si è elevato rispetto ai Malavoglia ed alle novelle: non si tratta più di un ambiente popolare , di contadini, ma di un ambiente borghese ed aristocratico
- Il livello del narratore si innalza e ciò fa sì che torni a coincidere con quello dell’autore reale
- Rimane fedele al principio della impersonalità
- Il Gesualdo ha al centro una figura di protagonista, che si stacca nettamente dallo sfondo popolato di figure
- Il punto di osservazione dei fatti coincide con la visione del protagonista
- Scompare la bipolarità dei personaggi depositari dei valori e rappresentanti della legge della lotta per la vita. Il conflitto fra i due poli si interiorizza e passa all’interno dell’unico personaggio di Gesualdo
- Si interiorizza il conflitto valori ed economicità. Gli impulsi generosi e i bisogni affettivi sono sempre soverchiati dall’attenzione gelosa all’interesse
- Abbiamo un trionfo della economicità
- Verga approda qui ad un verismo conseguente ed il suo pessimismo è divenuto assoluto da poter rappresentare in atto nessuna alternativa ideale ad una realtà dura e disumanizzata
- Dalla lotta epica per la roba Gesualdo non ha ricavato che odio, amarezza e dolore
- Gesualdo diviene eroe della modernità, del self – made man che si costruisce da sé il suo destino, un eroe della dinamicità e dell’intraprendenza ma il giudizio su questo progressismo è estremamente negativo
- L’ultimo Verga
A continuare il ciclo è La duchessa di Leyra, non completato. Ad interrompere il ciclo non si sa bene cosa sia stato.
Dal 1893 Verga torna a vivere definitivamente a Catania
Muore nel gennaio del 1922, l’anno della marcia su Roma
Analisi delle opere del Verga
- T199:NEDDA Il mondo contadino: umanitarismo, patetismo, idillio
Lunga novella di ambiente siciliano, pubblicata nel 1874. I punti fondamentali sono questi:
- Nedda non è l’inizio del verismo verghiano
- Vi sono dei contenti che saranno tipici delle opere successive, ma mancano i tratti distintivi del verismo verghiano
- Non vi è l’eclissi dell’autore: spesso l’autore interviene nell’opera
- Gli interventi rivelano l’atteggiamento umanitario dell’autore dell’intellettuale illuminato che si sdegna dinanzi alle miserie della povera gente. Egli si china verso i miseri con pietà sentimentale e paternalistica
- Vi è una evocazione idillica della campagna, secondo i principi esotici in voga nei tempi di Verga
- T200:LETTERA A SALVATORE VERDURA Il primo progetto dei vinti
- Il ciclo vuole ricostruire la fisionomia della vita moderna italiana attraverso una serie di quadri dedicati ai vari livelli della scala sociale
- Motivo centrale è la costruzione della lotta per la vita
- Si ha un superamento della visione romantica di un mondo popolare come paradiso di autenticità, capace di conservare intatti quei valori che sono distrutti dalla società moderna
- Il progresso come onda innarrestabile che travolge i più deboli
- Ogni quadro deve avere una fisionomia speciale per cui la forma si deve adeguare alla realtà rappresentata
- M21: LOTTA PER LA VITA E DARWINISMO SOCIALE
Verga risente nella sua nozione di lotta per la vita dell’influenza di Darwin ed iin particolare delle sue teorie sulla origine della specie e sul principio di selezione naturale. Questo significato stato traslato in termini sociali nei romanzi di Verga ed anche mal interpretato in Marx
La dottrina del darwinismo sociale vede la società umana reagolata dalle stesse leggi dell’eliminazione presenti negli animali.
Queste teorie rispecchiano l’inizio di una prima crisi della coscienza borghese che non riesce a dominare concettualmente la realtà
- T202: PREFAZIONE ALL’AMANTE DI GRAMIGNA Impersonalità e regressione
Lettera indirizzata a Salvatore Farina.
- Impersonalità
- Teoria della regressione
- Scarnificazione del racconto
- Rifiuto di una facile drammaticità
- Ricostruzione scientifica dei processi psicologici à fiducia nelle leggidi causa ed effetto che regolano la vita
- T203: PREFAZIONE AI MALAVOGLIA I vinti e la fiumana del progresso
- La fiumana del progresso è il grande processo di trasformazione della realtà contemporanea avvenuto in particolare in Italia
- Vi è una impostazione fondamentalmente materialistica, che esclude i moventi ideali dell’agre dell’uomo o comunque li considera subordinati a quelli materiali
- Lo scrittore sottolinea come la forma sia strettamente inerente al soggetto, la forma è un fattore indispensabile perché l’osservazione raggiunga la verità
- Verga non partecipa a quella mitologia del progresso che era dominante nell’opinione comune della sua epoca, ma la negativizza
- Pessimismo
- T204: LECLISSE DELL’AUTORE E LA REGRESSIONE DEL MONDO RAPPRENTATO
- Lettere a Capuana
- Lettere a Cameroni
- Lettere a Torraca
- T205: FANTASTICHERIA Da Vita dei Campi
Novella scritta prima del 1878, pubblicata sul Fanfulla della Domenica. L’autore si rvolge ad una donna dell’alta società che efermatasi nel villaggio di AciTrezza perché affascinata dal mondo pittoresco dei pescatori , dopo quarantotto ore ne fugge annoiata. I punti fondamentali sono:
- Il testo già presenta il germe dei futuri Malavoglia, abbozzati i personaggi di padron ‘Ntoni , Luca, Mena, Lia. Manca il coro del paese
- Idealizzazione del mondo rurale
- Assenza dell’impersonalità, la voce narrante rappresenta direttamente l’autore narrante ed il suo mondo.
- T206: ROSSO MALPELO
- E’ considerato il primo testo verista dell’autore.
- Il narratore è al livello dei personaggi
- Vi è una certa inattendibilità del narratore essendo non onnisciente. Il narratore non capisce le motivazioni dell’agire di Malpelo
- Vi sono valori quali la pietà filiale , il senso della giustizia, l’amicizia, la solidarietà altruistica. Il punto di vista del narratore basso con le sue deformazioni esercita su questi valori un processo di straniamento
- Negazione della praticabilità dei valori, pessimismo espresso tramite la narrazione dal punto di vista dei minatori della cava
- Straniamento rovesciato, nel senso che poiché chi conduce il racconto è proprio ci è portatore di quella visione disumana, di ciò che dovrebbe sembrare strano, l’insensibilità totale dei valori, finisce per apparire normale.
- Smentita della mitizzazione romantica del popolo, il mondo popolare non è affatto mitizzato nostalgicamente come paradiso di innocenza e di autenticità ma è dominato dalle stesse leggi che regolano gli strati più evoluti
- Visione pessimistica del ragazzo indurito dalla società. Rosso ha colto in modo perfetto le regole che dominano la realtà.
- Nonostante la consapevolezza dell’eroe egli è anche orgoglioso e per questo motivo riesce ad andare contro questa società
- In Rosso si proietta il pessimismo di Verga
- M22: LO STRANIAMENTO
Per i formalisti russi è definito come identificazione dell’arte con l’artificio, cioè attraverso procedimenti tecnici con i quali si costruisce un discorso letterario, in modo tale da adottare per narrare un fatto e descrivere una persona , un punto di vista completamente estraneo al soggetto.
- T209: LA ROBA dalle Novelle Rusticane
- Scomparsa dei valori , con l’abbandono definitivo d ogni mitizzazione nostalgica e romantica del mondo rurale, il polo positivo dei valori puri scompare e la realtà risulta tutta dominata dalla logica dell’interesse e della forza
- Il centro tematico è quello della dinamicità sociale del self- made man
- Il narratore è in sintonia con il personaggio
- Celebrazione iperbolica dell’accumulo di ricchezze di Mazzarò
- Carattere faustiano dell’eroe nel suo sogno di potenza senza limiti
- Critica della religione della roba, del legarsi agli oggetti materiali sino alla morte con conseguente critica del progresso
- La conclusione è un misto di comicità e tragicità, nelle galline e nell’inseguire i suoi beni impotente e nella morte presentatisi davanti al protagonista Mazzarò
La critica verghiana
- c50:Luigi Russo
Scrisse una monografia sul Verga. Russo afferma la grandezza di Verga solo se si stacca l’arte di Verga dall’ambito della cultura positivistica e naturalistica era nata per costituire una immagine che poetesse essere accettata dal nuovo gusto dominante. Liberando il Verga dal verismo considerato come limite impoetico, e presentando la sua analisi della Sicilia Rurale come romantica regressione nel mondo dei primitivi. Verga è un legttimo continuatore della linea del romanticismo manzoniano
- Leo Spitzer
Viene posta al centro dell’indagine l’immagine dei mezzi tecnici con cui Verga costruisce la sua narrazione , che hanno una originalità ed una importanza eccezionali e che erano trascurati dalla critica idealistica e da quella sociologico-marxista. Questa tecnica si rispecchia nel racconto corale e nell’anima folkloristica del villaggio.
- Romano Luperini
Viene rovesciata l’impostazione critica della critica marxista precedente, affermando che merito di Verga è proprio quello di non avere offerto alcuna immagine positiva e mitizzata del popolo. Il rifiuto del progressismo costituisce la fonte , non il limite, della riuscita verghiana, perché gli consente un rapporto lucidamente conoscitivo e critico con la realtà. Il valore dell’opera di Verga è indicato proprio nel suo carattere negativo. Luperini vede le ragioni di questa validità proprio nel verismo verghiano, nella sua visione crudelmente materialistica e pessimistica , che nega ogni abbandono idealizzante e da origine ad una negazione demistificante della realtà. Al Verga lirico e romanticamente nostalgico cantore dei primitivi si contrappone un Verga tutto diverso, crudamente verista.
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