Giovanni Pascoli
-
GIOVANNI PASCOLI
Poeta italiano (San Mauro di Romagna, od. San Mauro Pascoli, Forlì, 1855 - Bologna 1912). Figlio quartogenito di Ruggero, fattore della tenuta della Torre, di proprietà dei principi Torlonia, dopo avere trascorso l'infanzia nella casa paterna, nel 1862 venne collocato a Urbino nel collegio Raffaello tenuto dagli scolopi. Il 10 agosto 1867 il padre, mentre tornava dal mercato di Cesena, rimase ucciso da una fucilata sparata a bruciapelo da un ignoto, e fu quello il primo di una lunga serie di lutti che funestarono l'adolescenza del poeta. Lasciata la tenuta della Torre, la famiglia si stabilì a San Mauro, e nel volgere di un anno morirono la sorella Margherita e la madre, e nel 1871 il fratello Luigi. Giovanni stette ancora nel collegio di Urbino sino al 1871; frequentò la seconda liceale a Rimini e la terza a Firenze, conseguendo la maturità classica a Cesena. Essendosi classificato primo tra i concorrenti a sei borse di studio messe a bando dall'università di Bologna (tra i professori che lo esaminarono c'era il Carducci, e il Pascoli narrò poi quell'incontro memorabile nella prosa Ricordi di un vecchio scolaro), poté iscriversi ai corsi di lettere. Moriva di lì a poco il fratello maggiore Giacomo che, molto confidando nel suo ingegno, lo aveva aiutato. Il poeta, che in quegli anni strinse amicizia con Andrea Costa e aderì al socialismo, tanto s'infervorò dell'azione rivoluzionaria da venire incarcerato (7 settembre - 22 dicembre 1879). Quando uscì di prigione la sua passione politica si era di molto affievolita e, anche per esortazione del Carducci, tornò agli studi e conseguì la laurea nel 1882. Cominciò allora la sua carriera di professore liceale di latino e greco: a Matera prima, quindi a Massa dove ricostituì la famiglia ricongiungendosi con le sorelle Ida e Maria, la prima delle quali di lì a poco si sposò, mentre l'altra gli restò sempre vicina, affettuosa ma anche troppo gelosa custode della sua intimità.
Dal 1887 al 1895 insegnò nel liceo di Livorno, e nel 1895 si sistemò nella casa di Castelvecchio di Barga, presso Lucca, che non molto dopo poté acquistare e che fu poi sempre il suo porto di pace. In quegli anni malinconici e sereni, assorbiti da un lavoro talvolta eccessivo, maturò la maggior parte delle liriche raccolte in Myricae delle quali solo poche sono anteriori al 1886: Il maniero e Rio Salto del 1877, Romagna del 1880. Pubblicate nel 1891, Myricae segnarono l'inizio della sua fortuna di scrittore; in quello stesso anno il Pascoli riportò il primo successo di poeta in latino aggiudicandosi la medaglia d'oro al concorso di Amsterdam con il poemetto Veianus. Nel 1895 passò dall'insegnamento liceale a quello universitario tenendo per due anni l'incarico di grammatica greca e latina a Bologna; dal 1897 al 1902 fu poi nominato titolare di letteratura latina all'università di Messina; dal 1903 al 1905 tenne a Pisa la cattedra di grammatica greca e latina, che lasciò per succedere al Carducci nell'insegnamento della letteratura italiana a Bologna. Nella fase della sua formazione, documentabile attraverso le liriche giovanili raccolte poi nelle Poesie varie (1912), la poesia pascoliana quanto restò lontana dagli influssi del classicismo carducciano altrettanto fu aperta alle suggestioni del tardo Romanticismo. Specialmente la lettura dell'Aleardi e di poeti stranieri lasciò non poche tracce nei versi giovanili, come l'esempio di Severino Ferrari lo portò a tentare metri, temi e linguaggio della poesia popolare. Ma la fase sperimentale era ormai nettamente superata nelle Myricae, che, arricchite di nuovi componimenti nelle varie edizioni sino alla sesta del 1903, furono per la loro inconfondibile originalità un libro fondamentale non soltanto nella carriera del Pascoli ma nella storia della moderna poesia italiana. Tema dominante delle Myricae è la campagna nei suoi momenti di più trepida malinconia, osservata con occhio attento ai particolari, ma amata soprattutto per quanto in essa si rispecchia della tristezza del poeta. I tocchi descrittivi vi possono essere molto precisi, non solo per condiscendenza al naturalismo trionfante nel secondo Ottocento ma per il presupposto che la poesia sia dentro le cose stesse; eppure la bellezza delle migliori liriche di Myricae consiste non nella fedele riproduzione della natura, bensì nell'alone di stupore che circonda i paesaggi e li fa vibrare in un'atmosfera di sogno. Altro tema fondamentale sono i ricordi autobiografici, con la meditazione sul dolore personale che aspira a farsi riflessione sul dolore di tutte le creature. Qui non è difficile scorgere ambizioni sproporzionate alla più schietta ispirazione del poeta, e vederlo assumere nel suo mondo d'idillio e di sogno accenti messianici che la fragilità delle idee mal riesce a giustificare.
Riconoscendo nelle Myricae la più autentica espressione della poesia pascoliana, non solo si è portati a sottovalutare queste contraddizioni, ma si rinuncia anche a capire come in esse stia qualche cosa di intrinseco, oltre che a tutta la poesia, alla personalità del Pascoli. Tali contraddizioni sono infatti quelle che si osservano anche nelle pagine critiche e negli scritti teorici. Mentre il Pascoli condannò la “poesia applicata” e credette che il canto del poeta sia sempre qualche cosa di prodigiosamente istintivo (e queste idee espose nelle prefazioni scritte per le varie edizioni di Myricae, nel saggio del 1895 Eco di una notte mitica, sulla notte degli imbrogli nei Promessi sposi, accostata per certi particolari alla descrizione della fuga di Enea da Troia del secondo libro dell'Eneide, e soprattutto in quello che resta il documento fondamentale della sua poetica, Il fanciullino, in non pochi dei saggi danteschi (Minerva oscura, 1898; Sotto il velame, 1900; La mirabile visione, 1902) e altrove egli si compiacque di scoprire nella poesia reconditi significati mistici e simbolici e di attribuirle precise finalità morali, in evidente contrasto con quel principio di purezza lirica che aveva teorizzato nel Fanciullino. Giustamente però la critica, anziché insistere su queste debolezze concettuali, si è impegnata soprattutto nello studio della complicata psicologia del poeta, valendosi a tal fine anche dell'epistolario, e nell'analisi del suo linguaggio e del modo nel quale arditamente in esso si incontrano il letterario e il popolare, l'arcaico e il moderno. Nondimeno, sulle numerose raccolte di versi che vennero dopo le Myricae difficilmente potranno mutare i giudizi comunemente accettati. Un posto privilegiato toccherà sempre ai Canti di Castelvecchio, nei quali i temi delle Myricae tornano più rarefatti e in accordi metrici e musicali più altamente suggestivi: alcune delle liriche di questa raccolta — La mia sera, La tessitrice, Il gelsomino notturno, Il ciocco — saranno sempre ammirate tra i capolavori pascoliani. Difficilmente contestabile è pure l'importanza dei Poemetti (1897), sdoppiati poi nei Primi poemetti (1904) e nei Nuovi poemetti (1909), che per l'ampia struttura e per la stessa metrica — la terzina di endecasillabi — più concedono a modi narrativi e drammatici, ma per gli argomenti che trattano e per la sintassi franta, tutta sospensioni, ritorni e riprese improvvise, offrono una delle più schiette testimonianze dell'anima poetica del Pascoli. Maggiore complessità artistica è nei Poemi conviviali (1904) e nei Carmina. La profonda assimilazione della lingua dei poeti greci e la sensibilità romantica con la quale leggende e storie dell'antica Grecia sono rivissute nei Conviviali pongono infatti il lettore di fronte a una poesia suggestiva e di rara raffinatezza. Nei Carmina poi, che raccolgono i vari componimenti poetici latini (una sezione di epigrammi e poesie in metri lirici; i poemetti ispirati dalla storia di Roma antica [Res romanae] e dalla storia letteraria romana [Liber de poetis]; e, in una sezione a sé, i poemetti di argomento cristiano [Poemata christiana]), la poesia latina ritrovava, dopo i secoli dell'Umanesimo, accenti di verità e di modernità che hanno del portentoso. Opera di artista più che di poeta sembrano invece Le canzoni di re Enzio (1909) e, nella maggior parte, i Poemi italici (1911); ma di artificiosità e di infruttuose deviazioni dai centri vitali della sua sensibilità il Pascoli diede soprattutto prova in Odi e Inni (1906) e nei Poemi del Risorgimento, raccolti postumi nel 1913. Chi voglia infine conoscere a fondo il gusto del Pascoli artista e interprete di poesia non dovrà trascurare le sue traduzioni, riunite nel volume delle Traduzioni e riduzioni (1913) e le fortunate antologie scolastiche, le due latine (Lyra, 1895, ed Epos, 1897) e le due italiane (Sul limitare, 1889, e Fior da fiore, 1901), che per la scelta dei brani e per le osservazioni disseminate nelle note costituiscono un documento di prim'ordine della sensibilità estetica del poeta. Nel Novecento la poesia pascoliana è stata sottoposta ad analisi che partendo da punti di vista differenti hanno contribuito a metterne in luce aspetti nuovi e ad accrescerne l'importanza: sotto il profilo linguistico, studiosi che vanno da G. Contini a P. P. Pasolini hanno messo in risalto il carattere sperimentale del linguaggio pascoliano; mentre altri lettori, quali M. Luzi e G. Barberi Squarotti, hanno considerato la poesia di Pascoli alla luce della psicoanalisi e della critica simbolica.
Le poesie
Myricae
È l'opera più famosa del Pascoli. Il titolo, tratto da un verso di Virgìlio, « è posto a significare la modestia e quotidianità degli oggetti prescelti e il prevalente aspetto impressionistico-rurale » (il poeta stesso scrisse: « Sono frulli d'uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane »).
Pubblicato per la prima volta nel 1891 (un’ edizione scarna ed essenziale che presentava appena ventidue poesie), il volume via via si arricchì, sia attraverso il recupero di componimenti giovanili, sia attraverso l’inserimento di componimenti nuovi, sino a comprendere nell'ultima edizione centocinquantasei poesie Vi trovano posto componimenti scritti nell'arco di un ventennio, che risultano perciò legati a situazioni spirituali notevolmente diverse.
Nell'opera, alquanto composita, si possono approssimativamente distinguere tre nuclei:
a) il nucleo delle prime myricae, formato da quadretti, da schizzi campestri o paesistici, che presentano « un rapporto di semplicità e di cordialità col mondo, contemplato con visione ottimistica ».
b) II nucleo delle poesie ispirate direttamente dalla tragedia familiare (è da notare che questo tema non compare nella prima edizione del volume).
c) II nucleo delle ultime myricae, che presentano una visione della vita cupa e dolorosa.
Primi Poemetti. Nuovi Poemetti
I Primi Poemetti furono pubblicati nel 1904, ma erano già apparsi con il titolo Poemetti qualche anno prima; i Nuovi Poemetti furono invece pubblicati nel 1909. I due volumi, formano un dittico, sono costruiti alla stessa maniera e presentano, accanto ad un nucleo principale costituito da un lungo poemetto georgico, altri componimenti di diversa natura e ispirazione.
Nel poemetto georgico sono descritte, insieme, le varie fasi della coltivazione dei campi e la vita di una famiglia contadina con la storia d'amore, semplice e serena, di Rosa e Rigo ,una storia scandita sul ritmo della coltivazione del grano. Quasi a contrasto con l'idillica serenità del mondo agreste, gli altri componimenti sono invece dettati da un unico intento meditativo, che muove da fatti contingenti per sollevarsi a visioni cosmiche: il mistero insondabile dell'universo e la sorte amara e dolorosa dell'umanità (c'è anche il tentativo di sfruttare queste meditazioni per esortare gli uomini ad amarsi come fratelli).
I Primi Poemetti si chiudono con Italy, «epos tragico della nazione che emigra»; i Nuovi Poemetti con Pietole, «epos virgiliano della nazione redenta col ritorno alla terra».
Canti di Castelvecchio
Furono raccolti nel 1903 e dedicati alla madre («E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!... Canti d'uccelli anche questi »), come le myricae erano state dedicate al padre. Essi dunque, a giudizio dei critici, non solo si collegano alle Myricae, ma «ne sono, per così dire, una continuazione». In verità, i Canti traggono ispirazione da un paesaggio determinato e concreto, che è quello di Barga; ma sviluppano anche, con notevole impegno, il tema della tragedia familiare. Vi si possono perciò approssimativamente distinguere due gruppi di poesie. Il primo gruppo, ispirato al paesaggio ed alla vita di Barga, presenta il più delle volte quadri di paesana quotidianità, disegnati con realistica concretezza (solo in qualche caso quella realtà viene interpretata simbolisticamente); il secondo gruppo, ispirato ai ricordi del poeta, è volto invece a ricostruire nei particolari gli eventi luttuosi della sua famiglia e, nelle prove migliori, descrive un ritorno, nella memoria, al tempo ed ai luoghi della sua fanciullezza.
Odi e Inni
Pubblicato nel 1906, il volume raccoglie liriche già apparse in giornali e riviste e si distingue per la presenza, determinante, di poesie di argomento storico e sociale, ispirate per lo più ad eventi contemporanei altamente significativi. Il Pascoli vi esalta l'eroismo, sia bellico (A Ciapin, Alle batterie siciliane) sia civile (Gli eroi del Sempione, Chavez) e celebra alcuni grandi uomini scomparsi, che hanno dato all'umanità un grande insegnamento civile o politico (La quercia d'Hawarden, Bismarck, A Verdi, Inno secolare a Mazzini). Come ha scritto G. Sozzi, « non mancano però altri motivi, che vanno da quelli strettamente intimi e personali( La piccozza, II sepolcro) a quelli in cui il poeta affronta il problema del dolore umano, del destino insondabile, della morte(II cane notturno, II vecchio}; da quelli in cui dalla contemplazione del male e della morte il poeta si solleva all'affermazione di una suprema legge morale, la legge del dovere, dell'amore (Nel carcere di Ginevra, II negro di Saint Pierre, I1 pope, La porta santa) a quelli in cui la fantasia del poeta è volta a visioni cosmiche, di cui taluna particolarmente ardita nel concepimento (L'aurora boreale, Alla cometa di Hall)” Nel complesso l'opera appare ispirata ai principi del “patriottismo patriottico”, che il Pascoli aveva esposto in discorsi pronunciati a Messina (sono questi principi che egli consentono di invocare il perdono per chi ha ucciso, ma anche la vendetta sugli Abissini vincitori degli Italiani; di esaltare gli eroi del lavoro e dell'ardimento civile e gli eroi dell'ardimento bellico). La maggior parte dei componimenti è perciò di diretta propaganda politica o, almeno, si risolve nella propaganda politica, mentre i componimenti ispirati al problema del dolore umano e del mistero rispondono segretamente all'intento di avvalorare le posizioni ideologiche del poeta.
Poemi conviviali
Raccolti in volume nel 1904 (la seconda edizione definitiva è del 1905), i Poemi conviviali presero il nome dal « Convito », la rivista di Adolfo De Bosis, dove erano stati pubblicati, nel 1895, i primi tre poemetti: Gog e Magog, Alexandros, Solon. Ispirati dal culto per l'antichità classica,furono ordinati in modo da costituire « una specie di storia ideale del mondo antico e dell'antica civiltà dai primordi della vita ellenica alla nascita ed al trionfo del Cristianesimo », e vanno perciò idealmente integrati con i Carmina, nei quali il Pascoli ricostruì gli aspetti fondamentali della civiltà latina, e specialmente con i Poémata christiana, che celebrando la lenta e progressiva penetrazione del Cristianesimo in tutte le classi sociali del mondo romano, ne sono la naturale continuazione. Si tratta tuttavia di una ricostruzione particolare, storicamente esatta in quanto riproduce minuziosamente tutte le peculiarità dei luoghi e dei tempi rappresentati; eppure estremamente libera. Come ha scritto Renato Serra, il Pascoli non è un umanista, « non si ferma sui luoghi consacrati dall'ammirazione dei secoli »; ma « trova in una frase, in una figura, in una immaginazione qualche cosa che attira il suo sguardo, ed eccola nella sua fantasia rifiorire tutta nuova, mito e simbolo e parte viva della sua vita stessa ». Dopo l'illustrazione dei tempi omerici, con i due cicli eroici: il ciclo di Achille e il ciclo di Odisseo, abbiamo quella del tempo di Esiodo con la celebrazione delle piccole quotìdiane fatiche degli uomini. Seguono i poemetti ispirati al pensiero. platonico, con l'esigenza della giustizia e l'aspirazione all’immortalità, mentre il disgregarsi dell'antica civiltà viene rappresentalo nell'insoddisfazione di Alessandro, dopo tutte le sue conquiste (Alexandros), e nella vittoria finale dei barbari (Gog e Magog). Il volume si chiude con La buona novella, il poemetto che celebra l'annuncio del nuovo messaggio cristiano.
Poemi Italici
I Poemi Italici furono pubblicati nel 1911 e constano di tre soli poemetti: Paolo Ucello, Rossini, Tolstoi. In Paolo Ucello viene presentata la figura di Paolo di Dono pittore fiorentino del Quattrocento, che non potendo comprarsi gli uccelli, dei quali era amantissimo, li dipingeva sul muro per bearsene. È sera, Paulo dimentica di recitare l'Angelus, anzi il cruccio della sua povertà gli invade il cuore. Ed ecco scendere, attraverso la scena dipinta sulla parete, San Francesco, che lo rimprovera amorevolmente: anche gli uccelli amano la libertà, e lui, Paulo è come un uccello che uomini crudeli hanno accecato; e cerca il sole, di cui son pieni cieli. Poi il Santo scompare, mentre l'usignolo canta e la luna illumina nella stanza buia « il vecchio dipintore addormentato ».
In Rossini il Pascoli ricostruisce un episodio della vita giovanile del grande musicista: la composizione della romanza del salice per l'Otello. È descritto, dapprima, il musicista che rientra brillo a casa. Si affaccia alla finestra: nel cielo la musica stellare della Galassia,della Lira, del Cigno; giù, nella strada, un coro discorde di ubriachi che si allontana. Tenta di fissare qualche nota per l'opera incompiuta, ma sopraffatto dai fumi del vino cade in un sonno profondo. Gli appare allora l'anima, la « Parvoletta », sulla cui natura, partecipe del divino, c'è una lunga disquisizione. La « Parvoletta » parla al musicista ancora addormentato, finché questi, destatosi, torna al clavicembalo e compone la romanza « Assisa a pie d'un salice ».
In Tolstoi il poeta si rifece alla famosa fuga del grande scrittore russo, che lasciò la sua casa per andare alla ricerca dell'ideale della perfezione umana, dando a quell'episodio uno sviluppo fantastico.
Immagina infatti che Tolstoi s'incontri con San Francesco, con Dante e con Garibaldi; e che è proprio Garibaldi, l'eroe contadino che ara in semplicità il suo campo nell'isola di Caprera, quello che appaga l'ansia di ricerca dello scrittore-pellegrino.
Le canzoni di Re Enzio
Stese tra il 1908 e il 1909, furono pubblicate insieme con i Poemi Italici nel 1911. Sono tre: la Cantorie del Carroccio, la Canzone del Paradiso, la. Canzone dell’Olifante; ma a queste avrebbero dovuto seguire una Canzone dello Studio, una Canzone del cuor gentile, e infine un soave epilogo, Biancofiore, in modo da presentare la storia della Bologna dugentesca fino al momento del « dolce stil nuovo ». Il Pascoli, in una nota, scrisse che intendeva richiamare il pensiero dei lettori « alle fiere vicende dell'età di mezzo» e rendere « un alito di vita ai tempi lontani »; e invero, tutto è aderente alla realtà, sia i nomi « con quel loro sapore di Medioevo nobile guerresco, con il loro colorito di umiltà popolana bolognese, sia i fatti, tratti dalle antiche cronache o dalle ricerche erudite di storici contemporanei ».
Carmina
I Carmina occupano tutto l'arco della storia poetica del Pascoli dal 1887 al 1911 (dai distici Ad Ianum Crescentium, scritti a Massa, al poemetto cristiano Thallusa), e comprendono le seguenti raccolte: Liber de poetis, Ruralia, Res Romanae, Poemata christiana, cui sono stati aggiunti due Hynni (a Roma e a Torino) e le « Varie » in latino, cioè i Poématia et epigrammata..
Ispirati dal culto dell'antichità classica e dalla profonda conoscenza che il Pascoli aveva del mondo antico, da un lato si inseriscono nella tradizione umanistica del poetare in latino (il Pascoli possedette una singolare attitudine ad esprimersi in quella lingua, al punto che è stato definito poeta bilingue), ma dall'altro lato la superano, perché la ricostruzione erudita non rimane mai fine a se stessa, ma è il pretesto da cui muove la sua fantasia per ricostruire quel mondo lontano. Come ha scritto A. Mocchino, « la storia o dileguò per lui in una lontananza fantastica, in un crepuscolo dove non sono più differenze di costumi o di età, [...] o si frantumò negli elementi costitutivi, in piccoli particolari inerti, così stretti alla più umile realtà quotidiana da non essere più storia ».
D'altra parte, la lingua non aderisce a nessun modello, ma è intessuta di vocaboli e di frasi tratti dall'intero arco della tradizione latina; tuttavia risulta affatto originale ed aderisce perfettamente a tutte le scene rappresentate.
LA POETICA
Un testo particolarmente importante per lo studio della poetica pascoliana è la prosa Il Fanciullino.
C'è dentro di noi, ci dice il poeta romagnolo riprendendo un'immagine del Fedone, un fanciullino che rimane tale anche quando noi cresciamo e ci si ingrossa la voce e si accende nei nostri occhi un nuovo desiderare. Il fanciullino ama "le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi viaggi e le grandi traversie" e non s'interessa degli amori e delle donne, per quanto belle esse siano; il fanciullino si meraviglia di tutto, poiché tutto gli sembra nuovo e bello, e non tralascia nessun particolare; il fanciullino è generoso e buono cosi che "non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano." Egli è in tutti gli uomini. È lui che ha paura al buio, è lui che ci fa sognare ad occhi aperti, è lui "che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei," è lui che piange e ride senza perché, che sa dire la parola che ci commuove, che sa fare umano e puro l'amore, che fa sorgere nell'uomo serio la meraviglia per le fiabe e le leggende e nell'uomo pacifico fa echeggiare le fanfare e nell'uomo incredulo fa vaporare un altarino. È lui che mette il nome alle cose e "dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta," è lui che scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose. Egli si trova in tutti, abbiamo detto. "C'è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di fracasso e senza sole." Ma metteteli tutti insieme gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa oppure in un teatro a una bella musica: "ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso o aspersi d'una lagrima, che brillano negli occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno comune.". Il fanciullino è, dunque, il poeta che — in misura maggiore o minore — si trova nel fondo di ogni uomo.
Abbiamo voluto richiamare queste pagine notissime perché in esse, fin dalle prime battute, si trovano molti elementi della poetica pascoliana. In primo luogo il carattere irrazionale, intuitivo dell'arte, insito alla natura stessa del fanciullo: "Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perché d'un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporti nell'abisso della verità". Di conseguenza la meraviglia, lo stupore di fronte alle cose: "Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta." E quindi la poetica dell'oggettività, cioè la concezione che la poesia non s'inventa ma si scopre perché essa si trova nelle cose stesse ("e non averla trovata fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi"') e la distinzione tra fantasia e sentimento poetico, la prima non necessaria e il secondo invece indispensabile alla poesia. Perché non è necessario alzare "gli occhi dalla realtà presente"' e trovare belli e degni di canto solo "i fiori delle agavi americane," ma belle sono anche le cose umili che ci circondano "le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo." Poesia è trovare nelle cose "il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente, e serenamente di tra l'oscuro tumulto della nostra anima." Poetica dell'oggettività che diventa, dunque, per naturale trapasso, poetica delle piccole cose, della vita quotidiana e da cui discende la necessità di una lingua precisa, che non si perda in ghirigori e bellurie, che sappia essere semplice e diretta (il poeta "deve togliere non aggiungere"), che sappia chiamare ogni cosa con il suo nome: "Pensate ai fiori e agli uccelli, che sono dei fanciulli la gioia più grande e consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, si di quelli che fanno tottavi e sì di quelli che fanno crocro? Basta dir fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far distinzione tra un greppo coperto di margherite e un prato gremito di crochi?" E da cui discende anche la polemica antiletteraria, contro la nostra poesia che non fu mai "elementare e spontanea," che "sa di lucerna, non di guazza, e d'erba fresca," contro il fanciullino italico il quale "non ruzza che ben vestito e ben pettinato," con la poesia applicata che introduce elementi estranei all'interno della poesia pura.
Ma un'altra caratteristica del fanciullino, lo abbiamo visto, è quella di essere in tutti gli uomini. La poesia, quindi, non è il privilegio di alcune anime elette, ma può essere intesa da tutti. Pochi, certo, sono quelli che riescono a scoprire il valore effettivo delle cose, ma, quando essi hanno detto la parola giusta, chi l'ha udita esclama: "Anch'io vedo ora, ora sento ciò che tu dici e che era, certo, anche prima, fuori e dentro di me, e non lo sapeva io affatto o non cosi bene come ora!" E, per questa ragione, la poesia ha in sé, in quanto poesia, "una suprema utilità morale e sociale." Perché "chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobigliato "e che è certamente benefico un tale sentimento "che pone un soave e leggero freno all'instancabile desiderio." E per questo il poeta vero, "senza farlo apposta e senza addarsene," è per natura socialista "o, come si avrebbe a dire, umano." Certo il poeta è solo poeta, non oratore o predicatore o filosofo o tribuno. E nemmeno è, "sia con pace del Maestro, un artiere che foggi spade e scudi e vomeri; e nemmeno,
con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri
gli porga." Il poeta "non sale sulla sedia o su un tavolo ad arringare," ma si mescola alla folla, non trascina ma è trascinato, non grida ma parla sommesso e dimesso, non è l'eroe democratico di stampo risorgimentale e nemmeno il superuomo di stampo nicciano, ma un eroe umile e modesto eppure capace di dire la parola che tutti, senza saperlo, hanno nel cuore e in cui tutti si riconoscono.I tratti salienti della poetica pascoliana, cosi come venne teorizzata nel Fanciullino e in altri scritti di quegli anni, potrebbe dunque così riassumersi: il poeta coincide con il fanciullo che è in tutti gli uomini ( e di qui, con un passaggio non difficile, l’idea che la poesia consista soprattutto nel ricordo dell'infanzia); la poesia non s'inventa ma si scopre, perché essa si trova nelle cose che ci circondano, anche nelle più umili e consuete, anzi si trova in un particolare di quelle cose che solo il poeta sa vedere; la poesia non ha un carattere razionale, ma intuitivo, come è appunto intuitivo il modo di conoscere e di giudicare dei fanciulli; la poesia ha bisogno di una lingua precisa che chiami ogni cosa con il suo nome; la poesia deve essere spontanea e antiletteraria e non deve sopportare il peso di grandi strutture culturali o logiche o ideologiche, deve essere pura e non applicata; la poesia non deve proporsi uno scopo civile o morale o umanitario, perché essa, in quanto tale, solo con l'essere poesia, ha già una funzione civile e morale; la poesia, infatti, persuade ogni uomo ad accontentarsi del poco e, di fronte al destino comune di essere mortali e alla comune infelicità e alla nuova bufera che pare addensarsi sull'umanità, lo spinge a mettere da parte ogni odio e a considerare fratello l'altro uomo; la poesia può nascere dalla sofferenza e mai dalla sopraffazione. Tuttavia la caratteristica che più colpisce nel Fanciullino è quella di presentarsi in modo del tutto antitetico al superuomo dannunziano: lì la lussuria e qui l’innocenza, lì il tono esaltato e qui la voce smorzata, lì gli oggetti e i paesaggi esotici e strani qui gli oggetti e i paesaggi di tutti i giorni, lì l lusso qui la povertà, lì il dominio e qui la sofferenza. Eppure anche il Fanciullino, come già il Superuomo dannunziano, presenta collegamenti reali con la situazione italiana. Ad intendere ciò giova, quindi, una ricostruzione più precisa dello sviluppo e dei tratti fondamentali della ideologia pascoliana.
IDEOLOGIA
Le origini degli atteggiamenti ideologici del Pascoli vanno ricercate nella prima giovinezza, quando era ancora studente liceale. A Rimini, egli assorbì dall’ambiente stesso la simpatia per le idee socialiste e rivoluzionarie ( Rimini era un vivacissimo centro della sinistra rivoluzionaria, repubblicana e anarchica).Gli anni universitari poi, a Bologna, certamente contribuirono a rafforzare gli orientamenti socialisteggianti del Pascoli, anche se da nessun documento risulta che egli conoscesse Andrea Costa prima della fine del famoso processo del 76. I biografi attribuiscono alla morte del fratello Giacomo (12 maggio 1876), unico sostegno della famiglia (che per di più lasciava la moglie e due bambini), quel sentimento di rivolta e di disperazione contro l'ingiustizia della società e della sorte, che portò Pascoli ad iscriversi all’Internazionale. È una spiegazione puramente psicologica, un po' di maniera, forse, che tende a presentare come un colpo di testa e come la conseguenza di un grande smarrimento interiore l'adesione del poeta al movimento rivoluzionario. In realtà è assai probabile che l'occasione determinante che spinse Pascoli a iscriversi all'Internazionale sia stata il processo degli internazionalisti, l'eco che esso ebbe nell'opinione pubblica, il prestigio che ne ritrassero gli imputati. Una conferma può esserci data dal fatto che la stessa occasione determinò l'iscrizione all'Internazionale di Severino Ferrari, che non aveva nessun motivo personale di rivolta contro la società. Il processo agli internazionalisti, che si svolse a Bologna e durò tre mesi, fu un grande avvenimento seguito con interesse morboso dall'opinione pubblica. Intanto i fatti stessi che lo avevano provocato avvolgevano di un alone romantico e suggestivo gli imputati. Si trattava di una rivoluzione mancata, qualcosa di simile alla impresa di Pisacane. Costa aveva assicurato "di poter contare su trentamila uomini, su quattromila fucili Wetterly e su mille bombe all'Orsini". I romagnoli dovevano dare il segnale di inizio a un incendio che avrebbe dovuto propagarsi per tutta la penisola.
La presenza di Bakunin, il misterioso rivoluzionario russo, aggiungeva un'ultima pennellata a un quadro già di per sé suggestivo per le mille analogie risorgimentali. In realtà Costa venne arrestato due giorni prima che scoppiasse il movimento, la colonna che mosse da Imola verso Bologna fu di appena centocinquanta persone, per la maggior parte disarmate, e Bakunin dovette fuggire vestito da prete. Se l'insurrezione fu un fallimento il processo invece fu un trionfo. L'interrogatorio di Andrea Costa fu ascoltato con silenzio religioso dal pubblico che gremiva l'aula e di esso approfittò il giovane agitatore per rievocare con parole commosse i vari momenti della storia dall'Internazionale ed esporre i principi che la ispiravano. Poi ci fu la deposizione di Carducci, come testimone a favore di Costa: di Carducci che rifiutò di giurare sul Vangelo perché lo considerava solo "un residuo storico" e che dichiarò “essere naturale il precipitarsi nella lotta di giovani di forte ingegno quando non era lontano il momento in cui una nuova forma di vita sociale si sarebbe fatta strada."E il verdetto fu di assoluzione. Di conseguenza non c'è da stupirsi che proprio quell'avvenimento affrettasse il processo di maturazione di Pascoli e di Severino Ferrari fino a determinare la loro adesione all'Internazionale. Essi certo erano socialisti "più di cuore che di mente, " come scriverà Severino ad Andrea Costa chiedendogli consigli sui libri da leggere.” E i consigli di Andrea non andranno molto oltre gli scritti di Bakunin: poiché la formazione ideologica degli anarchici era anch'essa abbastanza generica. Lo stesso Andrea Costa s'era accostato all'Internazionale per un moto sentimentale e umanitario, più che per un approfondimento ideologico. Con una simile carica passionale e libertaria era del tutto naturale che il movimento socialista rivoluzionario romagnolo respingesse l'ala marxista dell’lnternazionale, troppo dialettica, scientifica e realistica e si schierasse con quella anarchica-bakuniniana, romantica ed utopistica, sognando "il sollevamento spontaneo delle moltitudini popolari insorgenti a rovesciare tutte le istituzioni borghesi.".Voglio dire che la definizione di Severino: "sono socialista più di cuore che di mente," può essere estesa a tutto il movimento anarchico romagnolo e caratterizza le ragioni stesse dell'adesione di molti intellettuali e di Pascoli all'Internazionale. (e la polemica di quest'ultimo con il "gelido marxismo" ha origini ben più lontane della nascita del suo nazionalismo).
Pascoli, comunque, s'impegnò abbastanza nell'attività politica. Sono noti i momenti più importanti di questa attività: distribuzione clandestina de II Martello sequestrato dalla polizia (18 marzo 1877), ospitalità a Costa fuggiasco, probabile partecipazione ad una assemblea in favore di Passanante (novembre 1878), arresto per aver partecipato a una manifestazione in favore degli internazionalisti imolesi (7 settembre 1879), deposizione in cui ammette di aver partecipato alla manifestazione, nega di aver insultato i carabinieri, nega di appartenere ad alcun partito politico, dichiara di essere di quei "socialisti che desiderano il miglioramento della società, senza pervertimenti dell'ordine e di ammirare la generosità di chi si sacrifica per studiare il mezzo di raggiungere tale miglioramento" (settembre 1879), rinvio a giudizio (18 novembre 1879), processo e ritiro dell'accusa da parte del Pubblico Ministero (22 dicembre 1879), incontro con Costa rientrato in Italia (marzo 1880) e definitivo allontanamento dall'attività politica.
È certo che Pascoli era in crisi già parecchi mesi prima dell'arresto se nella primavera del 79 scriveva a Severino la sua intenzione di ritornare in Romagna per prepararsi agli esami. Ed è anche certo che l'arresto e il periodo di detenzione fecero maturare rapidamente la crisi. Tuttavia anche in questo caso i biografi commettono l'errore di attribuire solo a cause psicologiche il mutamento delle posizioni pascoliane: cause psicologiche che esistono e sono molto importanti,ma non sono sole. La crisi personale di Pascoli, infatti coincide con la crisi generale del movimento anarchico romagnolo. Il leader di quel movimento, Andrea Costa, all'estero si incontrava con il pensiero di Marx e con l'esperienza e l'intuito politico di Anna Kuliscioff. L’utopia bakuniana aveva mostrato tutta la sua astrattezza. Il popolo, quando cessava di essere un ideale retorico e diventava realtà, non era con loro, non capiva i loro fini ultimi.
Occorreva un bagno di economia politica. Si passava così dall’utopia alla politica, dal sogno della palingenesi alla lotta minuta e quotidiana per singoli, a volte insignificanti miglioramenti economici e politici.
Era questo che interessava Pascoli, socialista più di cuore che di mente? Poteva il poeta letteratissimo fare un bagno di economia politica? E di fronte alla crisi dell'utopia e del sogno rivoluzionario, di fronte alla prospettiva lunga del socialismo legalitario, poteva non porsi il problema del proprio destino individuale e della propria vocazione? Certo è che la crisi dell'utopia anarchica e il conseguente divorzio fra il poeta e il movimento socialista italiano fa sorgere anche in lui il problema che caratterizza tutta la generazione intellettuale post-risorgimentale. II problema di un ideale da contrapporre alla miseria della vita italiana di quegli anni (o almeno a quella che appariva tale), di un ideale che potesse far superare la delusione del Risorgimento incompiuto e tradito, il predominio delle istanze economiche personali e di classe su quelle generali dell'intera nazione, il dilagare degli uomini seri e calcolatori: la ricerca di un ideale che è alla base del sorgere del nazionalismo e imperialismo passionale, di quel nazionalismo, cioè, che si manifesta prima come cultura, come orientamento degli intellettuali, e poi come creazione effettiva delle basi economiche di una espansione imperialistica, determina, così, in Pascoli lo slittamento progressivo da una semplice adesione psicologica al socialismo a forme di nazionalismo scoperto.
La prima tappa delle nuove posizioni pascoliane possiamo fissarla nel dicembre del 1882. Il 20 dicembre di quell'anno giunse la notizia dell'esecuzione di Oberdan. L'arresto del giovane triestino, il processo e la sua condanna provocarono una grande commozione nell'opinione pubblica italiana. Il Pascoli inviò allora per la sottoscrizione dieci lire. L’episodio è importante perché dimostra che Pascoli continuava a sentirsi a suo modo impegnato e che attraverso il canale dell’irredentismo si rivalutava in lui quel concetto di patria e nazione che egli cercherà d’ora in poi di fondere con quello di umanità e di socialismo. La seconda tappa importante è il 1887, quando Pascoli partecipò alla messa per i morti di Dogali e dettò una epigrafe in onore dei caduti. Il concetto di patria e di nazione si è maturato non più collegandosi alle rivendicazioni irredentistiche, ma al problema dell’espansione coloniale. Espansione conciliabile per Il Pascoli, con i principi del socialismo, una volta trasferito il concetto di proletariato da una classe sociale alla nazione stessa. Egli non sente contrasto tra il socialismo umanitario che abbraccia tutti i popoli e l’aspirazione all’espansione. Non è l’Italia la nazione povera, il proletariato tra i popoli? Per questo esulta quando, nel 1911 La grande proletaria si è mossa alla conquista della Libia ( il discorso fu pronunciato a Barga il 26 novembre 1911, poco dopo che le truppe italiane erano sbarcate in Libia). Non è sopraffazione quella guerra perché la regione che andavamo ad occupare è bagnata dal nostro mare e già “ per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e di giardini; e ora da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose gran parte un deserto.” È, invece, la rivincita dell'italiano umiliato e offeso, povero e disprezzato contro coloro che volevano perennemente sfruttarlo. È la nostra una guerra di difesa, non di offesa: combattiamo "non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanizzare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case all'intera collettività che ne abbisogna." È la dimostrazione della nostra raggiunta unità: tutti gli italiani di tutte le regioni partecipano alla guerra, tutti gli italiani di tutte le classi: "E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v'è, o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e la borghesia."
Strettamente connesso all’espansione coloniale è il problema dell’emigrazione. L’Italia che ha troppe braccia, che è troppo piccola e troppo povera per dare lavoro a tutti i suoi figli, l’Italia che manda in giro per il mondo centinaia di migliaia di lavoratori, ha diritto ad avere delle colonie dove impiegare questa mano d’opera esuberante.
In questo caso — lasciando da parte il fastidio che può dare certa prosa pascoliana — bisogna rilevare che il nostro poeta si collegava a un problema reale dell'Italia post-unitaria. Il problema dell'emigrazione era certo uno dei più gravi e più angosciosi. L'emigrazione, iniziatasi subito dopo il 70 e sviluppatasi nei decenni successivi fino a raggiungere le punte massime proprio nel periodo giolittiano, presentava appunto le caratteristiche che vengono sottolineate dal Pascoli. Era un'emigrazione di poveri e la maggiore percentuale la davano appunto le regioni più povere, il Mezzogiorno e il Veneto. Era un'emigrazione di lavoratori non qualificati, per lo più contadini e braccianti. Era un'emigrazione non protetta ed esposta a ogni sopruso e ad ogni sfruttamento prima ancora che lasciasse il suolo della patria: “ Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in Patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre Alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzare terrapieni […..] a fare tutto ciò che più difficile e faticoso [……] Il mondo li aveva presi a opra i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male [….] così tornavano in Patria poveri come prima e peggio contenti di prima o si perdevano oscuramente nei gorghi di altre nazionalità”. L’ultimo elemento della ideologia pascoliana è la sua concezione francescana o tolstoiana. Nello stesso modo, infatti, in cui Pascoli non sentiva contrastare con il socialismo l’aspirazione all’espansione coloniale, così non lo sente in contraddizione con la sua teoria della bontà, dell’amore, della fraternità fra tutti gli uomini.
L’UOMO
Per intendere il mondo poetico del Pascoli non sono inutili alcuni cenni anche alla biografia e al temperamento del poeta. La migliore documentazione sulla vita privata di Pascoli che si è avuta negli ultimi anni (la Vita scritta da Maria Pascoli e il suo epistolario) mette in luce un carattere fornito di una sensibilità così contraddittoria e capricciosa, cosi ricca di complessi e di umori, cosi simile alla sensibilità scossa e morbosa propria del momento di passaggio dalla infanzia alla virilità, da far sorgere il sospetto che in lui il fanciullo metaforico coincidesse in parte con il fanciullo reale. Particolarmente interessante è la sensualità pascoliana che è profonda e torbida anche se meno evidente di quella dannunziana. Leggiamo ad esempio, alcuni documenti che illuminano i rapporti fra lui e le sorelle.
Vi dominano un amore e una gelosia morbosi che fanno pensare ad alcuni processi psicologici analizzati da Freud. Egli si domanda angosciato se le sorelle possano amarlo almeno come amano le loro compagne di scuola: "Amate voi me, che ero lontano e parevo indifferente, mentre voi vivevate all'ombra del chiostro, e gioivate poco e piangevate molto dell'isolamento? Amate voi me, che sono accorso a voi soltanto quando escivate dal convento raggianti di mite contentezza, m'amate voi almeno come le gentili compagne delle vostre gioie e consolatrici dei vostri dolori?" E quando la sorella Ida si fidanza egli reagisce come un innamorato tradito, come un fanciullo irragionevole che non sa adattarsi alle leggi della vita e della società. E particolarmente insopportabile gli riesce l'idea che essa possa divenire possesso di un altro: "Quanta amarezza! Quale enorme felicità non avrei io rifiutata, pur di non far dispiacere a lei e a te! Oh! un gran torto ha la tua sorella: quello d'avere idoleggiata per sé, esclusivamente per sé, la felicità che avrebbe tolta a noi anche col ferro e col veleno!…”. Ma leggiamo ancora questa altra lettera alla sorella Maria: No mia dolce Mariù. non sono sereno. Questo è l'anno terribile, dell'anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato. Io amo disperatamente angosciosamente la mia famigliola che da tredici anni,_virtualmente. mi sono fatta e che ora si disfà, per sempre. Io resto attaccato a voi, a voi due, a tutte e due: a volte sono preso da accessi furiosi d'ira, nel pensare che l'una freddamente se ne va, come se fosse la cosa più naturale del mondo, se ne va strappandomi il cuore, se ne va lasciandomi mezzo morto in mezzo alla distruzione de' miei interessi, della mia gloria, del mio avvenire della mia casina, di tutto! [….] non capisci che a restituirmi la pace è necessario, non che io prenda moglie — belle forze! — ma che io m'innamori? e come si fa, quando il cuore è tutto occupato da voi due? Siete sorelle e amate e siete amate da sorelle: così dici. Va bene: ma dimmi in coscienza, senza diplomazia, dimmi Mariù: tu mi ami da sorella: perché t'ha a dispiacere che io ami una donna da amante da sposo da marito? […..] Come farò, come faro? [……] Mariù serbala per me la tua pietà! Bacia il povero Gulì e saluta la povera adele” Questa lettera ci dice molto della “ affettività” del poeta ( non sfuggano le espressioni di cui il poeta quarantenne ( la lettera è del 1895) si serve: “famigliola”, “ serbala per me la tua pietà”, “ saluta la povera adele” ) e del morboso legame con la famiglia. Si badi bene non con una famiglia creata con l’esperienza dell’amore e della paternità, ma con la famiglia d’origine, sentita come nucleo di memorie di sangue, come rifugio sicuro nel quale arroccarsi. Questa situazione affettiva ci aiuta a meglio capire le componenti incoscie che hanno condizionato i suoi rapporti sociali e il suo pensiero politico, ma anche a penetrare nel mondo dei simboli della poesia , innanzi tutto quello della casa-nido, una delle immagini ricorrenti della poesia pascoliana. La famiglia viene vista, infatti, come ha scritto Barberi Squarotti ( Simboli e strutture della poesia del Pascoli) “ come nido, caldo, chiuso, segreto, raccolto in una esistenza senza rapporti, ma brulicante di complice intimità, di istinti e di affetti viscerali”. Si collega a questa immagine della casa nido l’ossessionante ricorrere del motivo dei morti, delle dolorose memorie familiari che cementano questo rapporto col nido e lo rendono sempre più esclusivo e più chiuso.
Giovanni Pascoli
Cenni biografici
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna nel 1855.
Il padre gli morì assassinato quando egli aveva solo 12 anni; a questo lutto si sommarono altre tragedie familiari (tra cui la morte della madre) che influenzarono profondamente la sua vita, la sua visione del mondo e la sua poetica.
A Bologna, dopo la laurea, si avvicinò a gruppi anarchici e socialisti ma, in seguito ad una esperienza di carcere che lo segnò in maniera pesante, abbandonò la politica attiva. Decise di dedicarsi all'insegnamento universitario non tralasciando mai, però, la sua unica passione: la poesia.
La sua produzione poetica, vasta ed eclettica, consistette in un incessante sforzo di ricerca metrica e formale imperniata su temi vari, quali: il gusto per le piccole cose, viste con gli occhi di un bambino; il torbido, il nascosto; l'ansioso bisogno di quiete, di un "nido" sereno di affetti; il simbolismo; la celebrazione, propria delle sue ultime opere.
Straordinario erudito, capace, nella sua costante opera di rinnovamento, di frantumare il discorso letterario in fugaci impressioni, affascinato dai temi della classicità nei suoi momenti di decadenza (tanto da comporre i "Carmina" in lingua latina), Giovanni Pascoli si spense nel 1912.
Analisi del testo “Il lampo” di Giovanni Pascoli
Nella natura sconvolta dal temporale, il lampo illumina fulmineamente la notte, rivelando all’osservatore cielo e terra, mostrando “d’un tratto” una casa nel buio.
Il verso iniziale, isolato, ma introdotto da una congiunzione che sembra ricollegarlo a qualcosa di precedente, posto come fosse un titolo, assume il tono di una sentenza biblica. All’inizio cielo e terra appaiono uniti, ma dal secondo verso c’è come una frattura tra i due.
La casa, che appare in quel breve attimo, può essere letta come un “porto sicuro”, circoscritto in un momento di stabilità nello sconvolgimento del paesaggio e della natura. Anche la stessa iterazione dell’aggettivo “bianca” contribuisce a dare questa momentanea valenza di tranquillità, anche perché appare contrapposta al “nera” del verso 7. ma il “porto sicuro” è un’immagine subito effimera, poiché dura solo un istante, per poi scomparire nell’oscurità.
Rispetto al primo, i versi 2 e 3 sottolineano la scissione dei due elementi, rispettivamente la terra e il cielo, prima riuniti in un unico verso sentenzioso, caricandosi di un proprio forte valore, accentuato da 3 aggettivi concatenati, accompagnati ad essi. Questa terna di aggettivi non è usata dal Pascoli per descrivere od oggettivare la natura, ma piuttosto sono la proiezione dello stato d’animo dello stesso poeta. E l’immagine così umanizzata, ci rivela una terra agonizzante e un cielo abbattuto, puro caos. La concatenazione dei tre aggettivi, da dunque vita ad un climax ascendente, che dà alla realtà un carattere più umano ed anche sconvolto, quasi sofferente.
E’ l’ossimoro, ovvero la contrapposizione di due termini opposti, che dà rilievo, anche con l’allitterazione della T, all’espressione “tacito tumulto”.
Il “come” del verso 6 fa paragonare la casa ad un “occhio”, che si apre e chiude fulmineamente per ricevere una tragica realtà. L’occhio è dunque la metafora della vita umana che si svolge in modo inconsapevole, finché una disgrazia non offre, così, la coscienza della realtà. Lo stesso aggettivo “esterrefatto” ne evidenzia la negatività, mostrando lo stupore, ma anche il timore, per questa natura, negativa, rivelata.
Le immagini usate dal poeta non sono di tipo logico-razionali, poiché sono utilizzate per dare una caratterizzazione psicologica e umana alla natura: infatti la terra appare “ansante” e il cielo “disfatto”. La stessa casa diviene occhio, che si apre e chiude nella notte.
La lirica vuole apparire come una descrizione paesaggistica nello sconvolgimento naturale, ma è piuttosto lo specchio del sentire del Pascoli, l’immagine di come il poeta percepisce la natura. Ed è una visione negativa che si insinua tra i versi della poesia e che mostra come il poeta coglie la realtà.
I versi impiegati sono endecasillabi con scema A BC BC CA. per questa organizzazione e struttura dei versi e per la presenza di un verso isolato dagli altri che rima con l’ultimo, appare evidente il riferimento alle ballate, forme metriche della produzione lirica delle origini.
I versi 4 e 5 rivelano andamenti ritmici differenti: il verso 4 ha un ritmo lento, dovuto all’ iterazione dell’aggettivo “bianca”, mentre il verso 5, senza alcun segno di punteggiatura, è più scorrevole e veloce, questo grazie anche alla rima interna “apparì sparì”.
Miti del Decadentismo: il fanciullino
Fu il critico C. Salinari che in un suo famoso saggio, risalente ormai a circa quaranta anni fa, credette di individuare nel Decadentismo italiano almeno tre miti, e cioè il fanciullino, il superuomo e il santo, portati rispettivamente da Pascoli, D'Annunzio e Fogazzaro. Vogliamo qui ora occuparci del primo dei tre.
Giovanni Pascoli è stato consegnato dalla critica crociana alla nostra generazione come il poeta di San Valentino, X Agosto, L'aquilone, La quercia caduta, La cavalla storna, La voce, Novembre e poesie simili. Un uomo mite, animato da un sentimento di umana partecipazione per le classi subalterne, con nel cuore la spina dell'assassinio del padre avvenuto quando egli era ancora adolescente, perciò desideroso di vedere la pace regnare tra gli uomini e pronto al perdono.
Pascoli però non è solo questo; la sua personalità è assai complessa e si riflette in una produzione letteraria articolata che va dalle liriche a sfondo autobiografico a quelle di contenuto squisitamente politico. Pascoli fu poeta georgico e poeta cosmico, irenista e cantatore della guerra d'Africa, classico e sovvertitore della tradizione, di temperamento romantico assorbì poi completamente la lezione del Decadentismo esprimendo, soprattutto con la raccolta delle Myricae, il suo simbolismo e la sua visione del mondo.
L'immagine tradizionale del poeta, tuttavia, è ancora valida, resta anzi rafforzata dalla poetica del Nostro espressa in una prosa dal titolo Il fanciullino. L'opera prende nome dall'immagine di un fanciullo, dedotta dal Fedone di Platone, che sarebbe in ognuno di noi sin dalla nascita e "poetica del fanciullino" viene perciò detta quella pascoliana.
Si tratta di un insieme di idee, in parte in aperta polemica contro la poetica del suo maestro Carducci e la tradizione lirica italiana, ancora legata al Petrarca, in parte esprimenti la concezione della poesia (e perciò anche dei mezzi dei quali si deve servire, del fine che deve perseguire, del pubblico al quale si deve rivolgere, eccetera). L'idea di Pascoli è che per essere veramente poeti occorre recuperare quella condizione di animo che è tipica dei fanciulli. Essa è contraddistinta da verginità spirituale, fatta da assenza di malizia, estrema semplicità, capacità di meraviglia di fronte ad ogni scoperta relativa al mondo che ci circonda. Il fanciullino, per dirla con le parole del poeta stesso, e quello che "ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere..che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione…egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente".
L'uomo dunque che voglia essere poeta deve saper recuperare la dimensione interiore del fanciullo, che è poi la sua condizione primeva. Perché quando noi cresciamo "egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia". E il poeta per Pascoli è "colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta" e non ha "altro fine che quello di riconfondersi nella natura donde uscì, lasciando in essa un accento,un raggio, un palpito nuovo, eterno, suo". Il poeta pertanto è sempre un fautore di buoni e civili costumi, ma questo non deve essere il fine diretto della sua opera, perché "il poeta è poeta e non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro" , "egli non trascina, ma è trascinato, non persuade, ma è persuaso". E la poesia per Pascoli è una lampada "che migliora e rigenera l'umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l'impoetico. Ora si trova che …impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l'estetica proclama brutto. Ma ciò che è cattivo e brutto non lo giudica il barbato filosofo. E' il fanciullo interiore che ne ha schifo". "Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente tra l'oscuro tumulto della nostra anima".
Ora a voler comprendere come sia nata e si sia sviluppata in Pascoli siffatta concezione del poeta-fanciullino, e come questo sia potuto divenire un mito, occorre ricordare una molteplicità di eventi, alcuni dei quali relativi all'esperienza personale del poeta, altri invece di carattere più generale riguardanti la società dell'età in cui egli visse.
Volendo sintetizzare in maniera estrema, possiamo dire che tutto può essere ricondotto da una parte all'assassinio del padre e dall'altra alla minaccia rappresentata dalla sinistra rivoluzionaria socialista italiana del tempo.
Dobbiamo ricordare a questo punto che il padre di Giovanni, Ruggero Pascoli, amministratore della tenuta "La Torre" dei principi Torlonia, fu assassinato la notte del 10 agosto dell'anno 1867 mentre tornava a casa con il suo calesse. Nonostante che alcune persone dedite al contrabbando fossero state arrestate come sospette e processate, il verdetto fu di assoluzione. Questo fatto prostrò tutta la famiglia Pascoli, convinta della loro colpevolezza, e determinò nel tempo in Giovanni una volontà di ribellione e di protesta. Così negli anni degli studi universitari a Bologna egli si avvicinò al movimento socialista facendo anche amicizia con personaggi come Ugo Brilli, Severino Ferrari, ed Andrea Costa. Si impegnò nell'attività politica partecipando ad assemblee e dimostrazioni di piazza, ospitando il Costa fuggiasco, ricostituendo assieme ad altri la sezione bolognese dell'Internazionale, finché non fu arrestato per aver partecipato ad una dimostrazione a favore dell'anarchico Passanante. Non c'è da credere però che Pascoli fosse uno scalmanato e neppure che avesse idee molto chiare sull'anarchismo, tanto che agli inquirenti dichiarò egli voleva " il miglioramento della società, senza pervertimenti dell'ordine ". Il suo insomma era un socialismo senza Marx, nascente da una spinta umanitaria e non dalla adesione a precise dottrine politiche. Egli stesso peraltro dichiarò una volta: "Io mi sento socialista, ma socialista dell'umanità, non d'una classe". Con il passare del tempo anzi finì con il sentire, come tanti borghesi, la minaccia di una rivoluzione proletaria come un qualcosa che poteva tradursi da un momento all'altro in un'ondata di violenze. Evento per lui da scongiurare. Così avvertì sempre più pressante l'esigenza della necessità di un incontro tra le diverse fasce sociali, nell'ottica di una concordia ordinum che la classe di governo avrebbe potuto realizzare seguendo una strada che egli aveva chiara in mente. Si era convinto, infatti, che per sollevare almeno parte del proletariato dalla miseria, sarebbe stata sufficiente una riforma agraria che desse le terre a chi era disposto a coltivarle. La costituzione di un ceto medio di piccoli proprietari terrieri sarebbe stata una soluzione anche rispetto agli sconvolgimenti ideologici che l'industrializzazione stava portando perché avrebbe necessariamente rinsaldato quei valori della civiltà italiana contadina fatta di onestà, laboriosità, solidarietà e desiderio di pace. Da un certo punto in poi dunque il poeta puntò su una poesia ispirata ai valori della fratellanza, della filantropia, dell'amore per la famiglia, valore supremo, del rifiuto di ogni forma di violenza per l'affermazione della legge non dell'occhio per occhio, dente per dente, ma del perdono. Bellissima è in merito una sua espressione che dice "meglio giacere Abel, che stare in pié Caino". Per cui tanta sua poesia si informò al desiderio di pace tra gli uomini.
In questo contesto ideologico pertanto la metafora del fanciullino, presente in lui sin dagli esordi della sua poesia, quasi si tradusse in una realtà umana divenendo, per altro aspetto, pure un mito: quello dell'essere innocente che, divenuto adulto, non vuole abbandonare del fanciullo la semplicità, la mancanza di malizia, lo spirito di immediato amore verso tutto e verso tutti.
E questo mito poi Pascoli realizzò come poeta, scrivendo le migliori sue liriche, ed incarnare, come uomo, andando a vivere con la sorella Maria a Castelvecchio, nella casetta acquistata con i suoi risparmi, conducendovi una vita esemplare per modestia, semplicità ed onestà.
Pascoli perciò si pone come esempio di una coerenza estrema tra arte e vita, ideali predicati e virtù personali, nella traduzione di un mito letterario in un mito umano.
PASCOLI
-Vita senza grandi colpi di scena, segnata dai lutti (morte del padre e del fratello).
- Vive all’interno della famiglia (il suo “nido).
- Si laurea tardi e diventa professore universitario.
- Dal suo nido famigliare Pascoli guarda la realtà esterna con sospetto e talvolta morbosa curiosità.
- Vive all’intersezione di due fasi della civiltà letteraria.
- IDEOLOGIA: SOCIALISMO→VAGO UMANITARISMO→NAZIONALISMO.
- Nei primi anni della sua vita il sentimento prevalente è l’amarezza: fa parte di una classe in via di scomparsa (la borghesia agraria); e la rabbia (vorrebbe vendicare la morte del padre).
- Questi pensieri lo portano ad aderire al socialismo emiliano, che lo portano anche a stare in carcere.
- Successivamente esce dal partito in quanto è in disaccordo con la prospettiva marxista della lotta socialista.
- Egli ha ideali cristiani e sostiene la conciliazione tra le classi.
- Pensa che nel possedimento di terre risieda la felicità, quindi delinea una società ideale in cui ognuno avrà 1 po’ di terra per poter stare bene e felice.
- PRODUZIONE POETICA: Non si può delineare un preciso percorso evolutivo in quanto egli contemporaneamente si dedica a testi di natura diversa.
- I temi che tratta mutano poco, mentre i criteri formali molto.
- l suo periodo più produttivo è quello tra l’85 e il ‘900.
- Scrive moltissimo, per quasi trent’anni.
- Myricae è l’opera più famosa.
- Pascoli è stato studiato diversamente con il passare degli anni: una volta si leggevano testi stucchevoli, malinconici, pervasi da un certo pessimismo e di impronta socialista (per scelta della sorella Mariu’, erede della sua produzione poetica, che scelse quali testi far circolare).
- Oggi si studia il Pascoli simbolista, visionario, che interpreta i segnali della natura (traducendoli in segnali lugubri di morte e disperazione).
- MYRICAE: Parola latina che indica un piccolo arbusto→ intento programmatico di parlare di concetti di basso spessore, cose piccole.
- Egli ampia fortemente la materia poetabile.
- Impianto naturalistico veristico (non sempre però *): utilizza spesso termini tecnici riferiti alla natura, nelle sue narrazioni può quasi apparire come uno zoologo un botanico.
- Attenzione al concreto.
- * Egli però non può essere bollato come un verista, infatti la sua poesia è solcata da tensioni contrapposte al verismo:- colloca uno accanto all’altro oggetti e sensazioni, senza istituire rapporti logici e senza rispettare i criteri classici.
- Non ci sono gerarchie.
- Gli oggetti sono intrisi di una fortissima carica simbolica (influenza del simbolismo europeo).
- Accostamento dell’indeterminato al determinato: oggetti descritti in maniera accurata si affiancano ad altri, sfumati, che fungono da sfondo.
- Tende a mettere in primo piano l’aggettivo rispetto al sostantivo (es. un nero di cielo).
- Ripete aggettivi e infiniti sostantivati.
- Tramite la sintassi, le rime interne e le proposizioni distrugge i ritmi tradizionali della poesia.
- Egli oppone due ritmi: quello tradizionale e quello creato dalla sintassi che spezza il primo.
- Vasto utilizzo di proposizioni esclamative ed interrogative.
- Sintassi paratattica, quindi distruzione della sintassi tradizionale.
- Rivoluzione anche della punteggiatura, la usa per creare sospensione.
- Utilizzo della paratassi: nessuna proporzione e gerarchia ma semplicemente fremmentazione del discorso.
- Grande utilizzo delle figure di suono: allitterazione, assonanza, consonanza, rima interna, onomatopea ed effetti fonosimbolici (carica simbolica attribuita ai suoni delle parole).
- ((FRU FRU)onomatopea FRA LE FRATTE (allitterazione)) effetto fonosimbolico.
- Con i suon Pascoli evoca l’oggetto, magari senza neanche nominarlo.
- Egli non si considera in grado di restituire con precisione la realtà con gli strumenti contemporanei, bisogna usare la parola.
CONTINI: La poesia di Pascoli è innovativa, in essa convivono le caratteristiche della poesia pregrammaticale (linguaggio fonetico, onomatopeico), grammaticale (linguaggio comune) e postgrammaticale (linguaggio tecnico con la fusione di lingue straniere con quella italiana).
- Influenza del simbolismo nel largo utilizzo di metafore, analogie e similitudini.
LA VITA
Pascoli
Nacque a San Mauro di Romagna 1855.Il padre fu assassinato da ignoti ,L’anno seguente morì la sorella, poi, di seguito la sorella e, più tardi i due fratelli.
La morte del fratello(’76) Lo gettò in una cupa prostrazione. Abbandonò gli studi e conobbe la povertà.Nel ’79 subì alcuni mesi di carcere punitivo in seguito a dimostrazioni connesse all’attentato dell’anarchico Passanante contro Umberto I. Ne uscì assolto e non più disposto ad entrare nella vita politica.
Riprese gli studi, si laureò nell’82 ,dal 1906 successe a Carducci nella cattedra di Letteratura italiana dell’università di Bologna. Morì nel 1912 a Bologna.
Il periodo più intenso della vita di Pascoli, dal punto di vista letterale, si ebbe soprattutto fra il 1885 e il 1900. In questo quindicennio compose:Myricae ;i poemetti, i Canti di Castelvecchio, i Poemi conviviali, Odi e Inni, i Poemi Italici.
Egli esprimeva,soprattutto nei poemetti, la sua inquietudine di uomo moderno
La simultaneità di esperienze poetiche diverse, il frammento lirico breve e intenso di Myricae, i poemetti italiani, i poemetti latini, rende praticamente impossibile tracciare una storia, definire un’evoluzione della poesia pascoliana.
Importanti appaiono i saggi dedicati alle letterature classiche, ‘La mia scuola di Grammatica ‘,propulsione del suo corso universitario a Pisa.Nei ‘Poemi conviviali, il mondo classico diviene un mondo primitivo, in cui i poeti vedono le cose come per la prima volta, con lo stupore di fanciulli che il Pascoli teorizzò come necessario alla intuizione e trasfigurazione poetica del mondo nella prosa ‘Il fanciullino’, dove propose un’ estetica di stampo simbolistico.
Il Pascoli ha una concezione della realtà fondata sulla dominante presenza di un mistero che l’uomo non può capire affondo e ne fa il centro di una sofferta meditazione.
L’uomo brancola nel buio, ignaro della sua origine e delle finalità del suo vivere. L’atteggiamento del Pascoli di fronte alla realtà è, di conseguenza, caratterizzato dalla vertigine davanti al mistero dell’essere.
LA POETICA
La poetica pascoliana è espressa nella prosa ‘Il fanciullino’ ,secondo il Pascoli, poeta è colui che conserva intatta la sua anima di fanciullo, uno stupore nativo davanti alla continua rivelazione del mondo.
Dato che il mistero è la realtà vera, la poesia è la forma suprema di conoscenza. E’ questo il carattere decadentistico, o meglio, simbolistico della poesia pascoliana.
La situazione tipica della poesia pascoliana è quella del poeta solitario, immerso nella campagna silenziosa e inteso non a confessare il proprio io, ma ad esprimere le rivelazioni delle cose.
GIOVANNI PASCOLI
LA VITA
Nacque a San Mauro di Romagna il 31 Dicembre 1855. I suoi studi si svolsero dapprima ad Urbino al Collegio Raffaello ed in seguito a Firenze. Poi si iscrisse alla facoltà di lettere di Bologna dopo aver vinto una borsa di studio sostenendo l’esame con Carducci, di cui sarà allievo.
La prima parte della sua giovinezza fu tormentata da una serie di lutti familiari. Amico di A. Costa si avvicinò al socialismo, ma dopo l’arresto per "grida sovversive", abbandonò la politica simpatizzando negli ultimi anni per il nazionalismo. Laureatosi nel 1882, fu insegnante di greco e latino nei licei di Matera, Massa e Livorno, dove si riunì alle sorelle Ida e Maria.
Dopo il 1906 subentrò al Carducci nella cattedra di letteratura italiana di Bologna che tenne fino al 1911. Morì a Bologna il 6 Aprile del 1912.
L’ARTE E LA PERSONALITA’
Fu interprete d’eccezione della crisi dell’uomo contemporaneo, della precarietà e del dramma della condizione umana e si rifece ai moduli e alle tematiche tardoromantiche e decadenti; sfiduciato dai valori borghesi, si rifugia nel mondo contadino, più autentico. In Pascoli coesistono la lezione classica impartita dal Carducci e l’intenzione comunicativa coincidente con una poesia umile la cui parola ha l’intenzione di riscoprire piccoli mondi nascosti e gli ambienti contadini.
Per quanto riguarda la poetica troviamo una sintassi frantumata, immagini improvvise, frasi di breve respiro, aspetti fonico-simbolici e di conseguenza una lingua vergine alogica e pregrammaticale.
LE OPERE
Per quello che riguarda la produzione poetica è difficile considerare le raccolte di Pascoli separatamente poiché sono state frutto di continui interventi in tempi successivi. La prima raccolta di un certo rilievo è Myricae, i cui temi principali sono gli aspetti familiari e la campagna. E’ composta (nell’edizione definitiva) da 165 componimenti e ci sono notevoli innovazioni metriche.
Pascoli fa uso sia del sonetto, che della ballata e del madrigale. Un andamento narrativo più disteso è nei Poemetti in cui Pascoli narra la storia d’amore tra Rosa e Rigo, sullo sfondo di un ambiente contadino, i cui cicli naturali si susseguono in simbiosi con la vita dell’uomo. I lavori di quel modo perduto sono nella memoria degli emigranti che li fanno rivivere nelle terre lontane dove la miseria li ha sospinti. La guerra in Libia inoltre è vista come esigenza di uno spazio vitale per i lavoratori italiani e la stessa emigrazione è condannata in quanto allontana il contadino dalla sua terra. Con i Canti di Castelvecchio, Pascoli ritorna ai temi di Myricae. Infatti, tra i temi troviamo il rapporto con le sorelle, la morte, trattata nei canti dedicati al padre, e l’infanzia che ritorna alla memoria del poeta nel periodo in cui vive a Castelvecchio.
Dal punto di vista della lingua è insistente il ricorso all’onomatopea. Nei Poemi Conviviali è trattato il mondo classico, biblico e medievale, cercando di ricostruire il percorso storico dell’umanità. Viene usato l’endecasillabo, metro classico della poesia epica. In Pascoli fu costante anche l’impegno verso la poesia latina; la raccolta dei suoi scritti, Carmina, racconta attraverso una serie di personaggi la civiltà romana dalle origini fino alla brutalità delle invasioni barbariche. Tra le opere del poeta possiamo ricordare anche scritti di contenuti patriottici. Fra le riflessioni pascoliane sulla poesia merita maggiore attenzione sicuramente quella uscita sul Marzocco nel 1897 e poi rielaborata in seguito nel 1903: il Fanciullino.
In questa opera il poeta coglie gli avvenimenti del mondo con l’animo vergine di un bambino. In questo modo Pascoli indica come solo un poeta sia in grado di far parlare il fanciullino che c’è in ognuno di noi, ritrovando l’infanzia, la solidarietà e la bontà.
Giovanni Pascoli
Novembre
Ci troviamo in una giornata di novembre. Il sole è così limpido, così mite è la temperatura, che per un istante ci dimentichiamo dell’inverno che è appena iniziato e avvertiamo in fondo al nostro cuore l’odore soave del biancospino, cioè un tipico profumo primaverile. Ma, nonostante tutto, gli alberi sono spogli, le piante stecchite. Vuoto è il cielo senza uccelli e cinguettii. Intorno c’è un silenzio spento, nel quale i sensi avvertono i rumori più remoti. E’ l’estate di San Martino, detta anche estate dei morti.
In quest’ambientazione, Pascoli “tesse” la sua poesia: “Novembre”.
La prima strofa rende l’impressione di un’improvvisa primavera, ma la seconda ribalta la prima e, intessuta da una fitta trama di parole chiave (secco, stecchite, vuoto, cavo, tonante..) avvia verso la conclusione e legittima il tono della terza. Quest’ultima è tutta incentrata sulla constatazione di una fredda legge di morte come unica e vera realtà che rimane dopo la momentanea, effimera, illusione di colori e profumi primaverili.
La poesia può esser, però, vista sotto un’altro aspetto.
Le tre strofe sono l’immagine delle “stagioni della vita umana”. Nella prima strofa c’è la rappresentazione della fanciullezza; tutto è descritto con aggettivi soavi che rendono la strofa dolce e spensierata, come l’animo di un bambino.
Nella seconda si raggiunge la maturità; in mezzo a “ricordi di dolcezza” (come il sereno) ci sono nuove preoccupazioni, c’è la presa di coscienza di una solitudine che accompagna la vita dell’uomo e della caducità della vita umana.
Infine, nella terza ed ultima strofa, si raggiunge la vecchiaia, periodo in cui “l’angelo della morte” accompagna l’uomo in lunghe passeggiate immerse nel silenzio, nella solitudine, verso la via del non-ritorno.
Pascoli inserisce anche, nella seconda strofa, una critica “vellutata” alla società che lo ha accompagnato a quel tempo:
“..[…] cavo al piè sonante
Sembra il terreno”.
Con queste parole, l’autore critica i suoi contemporanei per non esser stati capaci di ascoltare le sue parole.
Essi sono paragonati al terreno, dove il suo “piè sonante” non trova segni di vita. Pascoli bussa alle loro porte, ma nessuno è disposto ad ascoltarlo; come quel seme carico di vita che cade in un terreno infertile e muore, così le sue parole sembrano non esser ascoltate.
Proprio per questo il componimento è “SIMBOLISTA”. Pascoli traduce l’essenza della poesia con dei simboli in modo farla apprezzare soltanto a coloro che sono disposti ad “esser fecondati”.
GIOVANNI PASCOLI:
LA VITA
DECADENTISMO : CONTESTO STORICO IN ITALIA
IDEOLOGIA
I TEMI DELLA POESIA PASCOLIANA
LO STILE: LINGUAGGIO, LESSICO, LA SINTASSI
LA POETICA PASCOLIANA
GIOVANNI PASCOLI
(1855-1912)
Giovanni Pascoli was born in San Mauro di Romagna in 1855. He was still a child when took place:August 10th 1867 his father, agent of the Princes of Torlonia , was killed by unknowns. For the poet this was the beginning of a period of familiar misfortunes : the following year his sister died, then his mother and later two brothers died. This premature experience of death remained for the poet an unhealed wound that left traces in all his works.
The first reaction of his fathers’s murder, that remained unpunished and covered to say, was a sense of rebellion against injustice.
In 1873 the poet won a scholarship at university of Bologna where he had Giosuè Carducci as a lecturer. Here he was admitted at the Faculty of Letters but two years later his brother Giacomo died so he was inducted to neglect the studies to participate in the struggles of social claim beside socialist and anarchists.
Nacque a San Mauro di Romagna nel 1855, ma era ancora fanciullo quando il 10 agosto 1867 accade l’evento capitale della sua vita : il padre agente dei principi Torlonia , fu assassinato da ignoti. Questo per il poeta , fu l’inizio di un periodo di sventure familiari: l’anno seguente morì una sorella, poi, di seguito, la madre e, più tardi, due fratelli. Questa precoce esperienza di morte rimase per il poeta una ferita non chiusa, che lasciò tracce in tutte le sue opere.
La prima reazione all’assassinio rimasto impunito e coperto dall’omertà di chi seppe ma non volle dire, fu un senso di ribellione contro l’ingiustizia. Nel 1873 il poeta vinse una borsa di studio all’università di Bologna, dove ebbe come maestro Giosuè Carducci, dove s’iscrisse alla Facoltà di lettere ma due anni dopo muore il fratello Giacomo ed lui viene indotto a trascurare gli studi per partecipare alle lotte di rivendicazione sociale a fianco dei socialisti e degli anarchici.
Nel 1879, in seguito a dimostrazioni connesse all’attentato dell’anarchico Passanante contro Umberto Ι, subì alcuni mesi di carcere preventivo. Ne uscì assolto e con animo mutato non più disposto a dedicarsi per la politica e con più responsabilità a terminare gli studi. Laureatosi nel 1882, intraprese la carriera dell’insegnamento. Fu professore di latino e greco nei licei di Matera, Massa e Livorno dove riuscì a costruire il “nido” familiare con le sorelle Mariù e Ida verso le quali il poeta dimostrò un attaccamento morboso tanto che il matrimonio di Ida fu vissuto da lui come un vero e proprio tradimento, sentimento questo che, del resto, la stessa Mariù nutrì nei confronti del fratello quando si profilò all’orizzonte un possibile matrimonio (che sfumò) del poeta con una cugina. Poi, dal 1898 al 1902 insegnò letteratura latina all’università di Messina, dal 1903 al 1905 di grammatica greca e latina a Pisa, infine, dal 1906, successore del Carducci nella cattedra di letteratura italiana dell’università di Bologna. Morì nel 1912, a Bologna e fu sepolto nella casa di Castelvecchio presso Barga in Garfagna (Toscana) dove aveva abitato dal ’95 in una villa di campagna assieme alla sorella Mariù ritrovando la gioia del contatto con la campagna e con le cose semplici.
DECADENTISMO
Il decadentismo fu un movimento culturale che nacque in Francia, verso il 1880, intorno alla rivista “Le Decadent”, ma se ne erano avuti i presentimenti alcuni decenni prima, soprattutto nella sensibilità poetica di Charles Baudelaire che ne è considerato il precursore.
È molto difficile determinare un’area geografica preferenziale per l’affermarsi delle tematiche decadenti , perché le inquietudini , che si rivelano in Baudelaire e nei suoi seguaci francesi, si ritrovano negli artisti di tutta Europa ed esprimono ovunque un momento di profonda tensione culturale.
Il termine “decadente”, che all’inizio espresse un giudizio dispregiativo nei confronti dei giovani poeti che si ponevano al di fuori delle norme comuni della vita e dell’arte , assunse più tardi il significato di razionale consapevolezza della “decadenza” della società e dei suoi valori , nel dilagante materialismo di quegli anni.
Siamo quindi in un’epoca in cui si manifesta vistosamente la divaricazione tra società e intellettuale che si sente estraneo ad un mondo in rapida trasformazione, dominato da interessi di carattere economico e materialista, dove le teorie ottimiste del Positivismo (conoscenza tramite la scienza ) si rivelano fallimentari a spiegare i misteri della vita e dell’uomo. L’uomo di cultura si sente lontano sia dalla classe dominante borghese, che prospetta nuovi miti aggressivi, come l’imperialismo e il razzismo, sia dalle masse popolari, che cercano l’emancipazione attraverso la lotta di classe, gli scioperi, la violenza.
CONTESTO STORICO.
Negli anni tra il 1880 e la fine del secolo continua l’affermarsi l’indirizzo politico : le grandi potenze europee (Germania, Inghilterra, Francia) proseguono la loro la loro ascesa politica, tutte le mosse dall’impegno di far fronte alle trasformazioni socio-economiche che il progresso industriale impone. È l’economia, infatti, la forza motrice della vita politica di questo periodo di fine Ottocento dominato :
da un forte sviluppo della grande industria che determina una crescente competizione economica tra le potenze più forti per il controllo dei mercati;
dall’intensificarsi dell’espansione coloniale che scatena pericolosi imperialismi;
dall’affermarsi dei partiti popolari e dei sindacati in cui convergono le masse operaie, sempre più coscienti del loro “peso” sociale e dei loro diritti.he
Le nuove fonti di energia, la rapidità dei nuovi mezzi di comunicazione, i primi esperimenti di volo, il telefono, il cinematografo…le numerosissime conquiste della tecnica applicate al mondo della produzione, accelerano lo sviluppo della grande industria che diventò sempre più l’asse portante di tutta l’economia europea.
IN ITALIA:
In Italia nel programma di governo della sinistra, che aveva preso il potere nel 1876, era contemplato anche un impulso all’industrializzazione, per dare alla nazione una svolta di modernità nel campo dell’economia . Purtroppo per incoraggiare le industrie fu necessario applicare una politica protezionista (che scoraggiasse l’importazione di prodotti stranieri) cioè di aiuto da parte dello Stato; questo sforzo fu utile allo sviluppo economico del Nord, ma accrebbe il divario con il Sud , ancorato ad una misera agricoltura (che non produceva neanche tanto di pagare le forti imposizioni fiscali) e sempre più afflito da disoccupazione e fame. Nacque perciò il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe, dove gli Stati Uniti, fortissimi economicamente dopo la conquista del Far West e l’espansione imperialista nel centro e nel sud, offrivano lavoro alla mano d’opera dei più poveri Paesi europei.
Anche l’Italia come il resto degli strati europei fu coinvolta nelle conquiste coloniali ma non ebbe fortuna soprattutto dall’acceso nazionalismo del governo di Crispi (1893-1896) e più tardi , con maggiore oculatezza, dal governo Gioliti.
L’avventura imperialistica, dunque, fu un fenomeno di vaste proporzioni e generalizzato a tutte le grandi potenze mondiali, frutto di un sentimento nazionalista sempre più esasperato, spesso accompagnato da pericolose teorie di superiorità e di inferiorità razziale.
All’interno dei singoli Paesi europei erano nate le idee del socialimo . In Italia Filippo Turati nel 1892 a Genova fondò il partito socialista. Esso contribuiva a dare ai lavoratori una coscienza politica e una reale consapevolezza dei loro diritti all’interno della società industriale di cui erano propulsori e sempre più protagonisti.
Quando si manifestò la forte impennata dell’economia con l’ascesa dell’industria in seguito al colonialismo, si intensificarono anche le inquietudini sociali. Da una parte cresceva la ricchezza della classe dirigente e padronale perché diventavano sempre più numerosi i mezzi per produrla ; dall’altra aumentava la miseria degli operai , che restavano ai margini del processo innovativo, con nuovi bisogni, dato innalzamento dei livelli economici generali, ma con lavori senza garanzie e senza protezioni, alla mercè dello sfruttamento dei padroni.
IDEOLOGIA PASCOLIANA
La concezione pascoliana della realtà è fondata sulla dominante presenza di un mistero insondabile al fondo della vita dell’uomo e del cosmo.
Mentre il positivismo, fiducioso nella scienza, aveva concepito l’inconoscibile come una sorta di territorio ignoto da sottoporre progressivamente a una ricerca condotta col metodo sperimentale, Pascoli ne fa il centro di una sofferta meditazione. La scienza, secondo lui, ha ricondotto la mente dell’uomo alla coscienza del suo destino inesplicabile, non ha assolutamente donato libertà all’uomo, ma, anzi, la società industriale, valorizzata dal positivismo, soffoca l’uomo, gli nega ogni piacere: viene così definito il "rifiuto della storia" secondo il quale la storia viene contrapposta al mondo campestre delle piccole cose.
L’uomo, secondo Pascoli, brancola nel buio, ignaro della sua origine e delle finalità del suo vivere, è un essere fragile mosso da impulsi ciechi che lo spingono spesso all’odio e alla violenza. Di conseguenza, l’atteggiamento del poeta di fronte alla realtà è caratterizzato dalla "vertigine" davanti al mistero dell’essere, da una perplessità davanti al problema insolubile del dolore, del male, della morte.
Bisogna ancora inserire Pascoli nel generale orientamento del tempo, il decadentismo, che rifiutava la civiltà contemporanea: mentre autori come Huysmans, Wilde, D’Annunzio concretizzano questo rifiuto con il vagheggiamento di un mondo di pura bellezza , Pascoli lo concretizza o con il ripiegamento intimistico, spesso vittimistico, oppure nel vagheggiamento della campagna e delle umili cose, di un paradiso perduto. Nel poeta, inoltre, il rifiuto della storia dà come conseguenza amara la solitudine, l’autocommiserazione, lo smarrimento di chi non riesce a vedere altro che la Terra come un atomo opaco del male. Ne deriva, quindi, la visione di una vita tutta raccolta nell’ambito della famiglia, gelosamente custodita e difesa.
"...Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello che è morto!
ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto..."
da: Nebbia
I TEMI DELLA POESIA PASCOLIANA
IL NIDO:
La famiglia viene concepita, da Pascoli, come famiglia d'origine chiusa ed esclusiva che si costituisce come alternativa al matrimonio.
In poesia il tema del nido simboleggia la famiglia e viene visto come un luogo caldo, protettivo e segreto. Tale protezione comporta però l'isolamento dalla realtà: si ha quella che viene definita "chiusura sentimentale". Questa è una situazione psicologica sofferta che lo conduce anche ad esasperare il tema dell'eros che verrà visto in maniera regredita.
I MORTI:
Collegato al tema del nido, ricorrente è il tema dei morti: la vita di Pascoli, infatti, scandita da lutti, ha influito molto sulla sua produzione. Il tema dei morti viene espresso, attraverso la tecnica del correlativo-oggettivo, che consiste nel proiettare i propri stati d'animo su oggetti della realtà che, così, si carica di significati simbolici.
Così avviene in Myricae e nei Canti di Castelvecchio. Ecco alcuni esempi:
Nella poesia L'assiuolo il motivo conduttore è il canto notturno e lamentoso di questo uccello, l'assiuolo appunto, che viene considerato, dalla tradizione popolare, come il simbolo della tristezza, della vita dolorosa che si protende verso la morte.
"…veniva una voce dai campi:
Chiù…
…Sonava lontano il silgulto:
Chiù…
…e c'era quel pianto di morte…
Chiù…"
da: L'assiuolo
In X Agosto viene ricordato, attraverso un lungo paragone con la morte di una rondine, l'assassinio del padre, avvenuto proprio il 10 agosto del 1867. Questo giorno è inoltre la festività di S.Lorenzo in cui si verifica il fenomeno delle stelle cadenti, simbolicamente viste come un pianto di stelle che inonda la Terra , definita atomo opaco del male.
"...Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini...
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero; disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...
Ora là nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano..."
da: X Agosto
Nella poesia Il gelsomino notturno il tema preponderante è quello dell'eros che viene spesso accostato al ricordo ossessivo dei defunti.
"…Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari...
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse..."
da: Il gelsomino notturno
Novembre viene descritta l'estate dei morti, o meglio il periodo iniziale di novembre. Con una serie di notazioni paesaggistiche viene richiamata l'idea della primavera; ma è un'illusione breve: i rami sono stecchiti, il cielo vuoto, la terra arida e compatta per il freddo; grava su tutto un silenzio sconfinato. Vi è, senz'altro, il contrasto dell'apparenza con la realtà: realtà che è tutta connotata da espressioni funeree.
"Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore…
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti."
da: Novembre
LA NATURA E LE PICCOLE COSE:
La Natura è concepita da Pascoli come una presenza misteriosa e complessa che il poeta deve interpretare attivando l'immaginazione e aguzzando i sensi. Inoltre, condividendo le posizioni antipositivistiche e negando l'idea che la scienza abbia portato la felicità, Pascoli crede che la società industriale soffochi l'uomo condizionandolo pesantemente. Per questo contrappone la società alla Natura, agli aspetti semplici e dimessi della campagna. Perciò egli assume uno stato d'animo tipicamente decadente in quanto evade dalla realtà misteriosa e ostile rifugiandosi in luoghi chiusi, circondandosi di piccole e semplici cose rassicuranti e protettive.
IL TEMA DELL'EROS
Il modello dell'amore romantico, durante il periodo decadente, si scontra con le nuove realtà sociali, entra in crisi, ma non decade per lasciar posto ad un nuovo modello.
La crisi dell'amore romantico si rivela una crisi di approfondimento, di rifiuto del modello, che in alcuni casi sfocia nella violenza, nella voglia di scandalizzare; per lo più, però, si assiste a forme di dilatazione della sensibilità dovute anche alla caduta di molti tabù sessuali, con la conseguente legittimazione della sessualità spontanea, "diversa": l'amicizia maschile e femminile, la sessualità e l'amore diventano terreni di ricerca e di sperimentazione psicologica, e vanno a nutrire potentemente l'immaginario collettivo.
Per capire come Pascoli affronta il tema dell'eros, bisogna analizzare la sua vicenda personale: l'infanzia del poeta è segnata da molti lutti, dall'assassinio del padre alla morte della madre, mentre la maturità è caratterizzata dai vincoli affettivi che legano Pascoli alle sorelle, soprattutto Mariù.
Lentamente, quindi, matura la convinzione della famiglia concepita come famiglia d'origine ed esclusiva costituita in alternativa al matrimonio: egli non avrà mai relazioni amorose, né si sposerà in quanto concepisce questi eventi come impossibili nella propria vita.
Da studiosi, la sintomatologia di Pascoli è considerata tipica di una fase erotica infantile, e quindi una regressione dell'erotismo adulto, che attrae e insieme fa paura.
Nella poesia non c'è un filone esplicito dedicato all'amore: l'eros compare solo per vie indirette e trova espressioni simboliche, come i fiori de Il gelsomino notturno, che lo distanziano dall'io lirico dell'autore; il rapporto sessuale fra uomo e donna, a volte è stravolto in scena di violenza, in altri casi è solo accennato rapidamente, con l'utilizzo di un linguaggio evocativo ed indeterminato.
"…Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento…
E' l'alba: si schiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova."
da: Il gelsomino notturno
LO STILE
IL LINGUAGGIO
Pascoli usa un linguaggio poetico lirico, con echi e risonanze melodiche, con ripetizioni talvolta di parole e di espressioni cantilenanti, arricchite di rapide note impressionistiche e di frasi spesso ridotte all’essenziale. È un linguaggio ricco di metafore, di sinestesie (l’odore delle fragole rosse; pigolio di stelle….), di onomatopee (gre gre di ranelle, don don di campane, chiù dell’assiuolo…) e di allitterazioni che contribuiscono a creare una fitta trama di corrispondenze goniche (anticipa quello di certi poeti del Novecento).
IL LESSICO.
È nuovo, con mescolanze di parole dotte e comuni, ma sempre preciso e scrupolosamente scientifico quando nomina uccelli (cince, pettirossi, fringuelli, assiuoli….) o piante (viburni, biancospini, timo, gelsomini, tamerici…). La parola spesso si carica di significati allusivi ; in essa il poeta proietta i suoi sentimenti, e le sue inquietudini, i suoi smarrimenti.
LA SINTASSI.
Preferisce periodi semplici composti di una sola frase, o strutture paratattiche con frasi accostate mediante virgole o congiunzioni.
LA POETICA PASCOLIANA.
Il Pascoli definì la sua poetica nella prosa de "Il fanciullino". Riprendendo un antico mito platonico, esposto nel "Fedone", il poeta afferma che, alla nascita, siamo due fanciulli (uno interiore, l’altro esteriore), non uno soltanto. All’inizio essi coincidono, perciò non notiamo la differenza. Il primo è destinato a rimanere innocente e a non crescere mai. Man mano che il secondo cresce, nell’uomo comune il primo si fa sentire sempre meno, finché si spegne. Il poeta, invece, mantiene vivo dentro di sè quel fanciullino ("il fanciullino musico") e gli dà voce, dando origine alla poesia. Quest’ultima, infatti, è l’espressione della visone primigenia e spontanea delle cose, fatta di stupore, meraviglia e sgomento, che è propria di un fanciullino, che vede ogni cosa come per la prima volta. Egli "parla agli alberi, alle nuvole, ai sassi, rimpicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare". Il fanciullino "musico" , naturalmente , è metafora dell’intuizione artistica. Ciò significa che la poesia coincide con una disposizione infantile e irrazionale dell’animo; E’ capacità di stupore che l’adulto, ma non il poeta, ha perduto. Il fanciullino, infatti, vede cose che noi non vediamo, sente cose che noi non sentiamo, scopre rapporti inediti tra le cose. Come ai suoi occhi inesperti il mondo appare meraviglioso e stupefacente, così il poeta deve saper cogliere lo straordinario nell’ordinario. La poesia non ha a priori finalità etiche, politiche o sociali: attraverso una "meravigliosa" intuizione originaria, essa svela la sostanza nascosta della realtà, traducendola con un opportuno linguaggio. Il poeta – fanciullo rifugge dunque da ciò che può alterare la sua condizione di primitiva verginità sensoriale e intellettuale, non tollera costruzioni concettuali complesse, catalogazioni storiche e distinzioni spazio – temporali troppo strette; utilizza una lingua non ancora codificata, perciò "pre–grammaticale". In altri termini, si può parlare di una "regressione" nell’infanzia, che è anche fuga dalla realtà e dalla storia (in essa è tanta parte dell’ideologia pascoliana).
Di fatto, Pascoli utilizza sia il linguaggio che sta ancora "al di qua della grammatica (linguaggio pre–gramm.), ad esempio con le onomatopee, il cui valore non è semantico, bensì fonosimbolico, sia quello grammaticale, sia quello post–grammaticale dei termini gergali e delle lingue speciali e settoriali (al di là della grammatica). Egli è il primo ad esperire il linguaggio pre–grammaticale ed il primo a mettere i tre linguaggi sullo stesso piano. Numerose sono le tecniche attraverso le quali si manifesta
ALEXANDROS
Perché i poemi di cui parliamo si chiamano “conviviali”?
Il motto (sottotitolo) era “prendi questa (sottinteso coppa) e stai lieto”molto tipico dell’antico convivio. Richiamo a Dante : mensa della scienza.
Anche Alessandro è un eroe ulissiaco perché con lui si riprende il tema del ritorno impossibile.
Temi generali del poema : ignoto, morte, incommensurabilità fra il reale e l’immaginario, vanità della vita.
I STROFA
- Giungemmo : parla per sé e per i soldati.
- È il fine : serve a dare un senso di misterioso al poema. Si narra che Alessandro fosse arrivato alla fine del mondo, infatti, dopo aver conquistato tutte le terre emerse arriva all’oceano, che appunto si credeva fosse la fine del mondo.
- Sacro araldo : l’araldo è il messaggero ed è considerato sacro fin dai tempi di Omero.
- I versi 2,3 sono una perifrasi per indicare la luna = non c’è altra terra da conquistare, se non lo spazio e la luna, che i soldati dell’esercito di Alessandro hanno disegnata sul “brocchier” cioè sullo scudo.
- Pezeteri : sono i soldati dell’esercito di Alessandro, da “pezos”= che va a piedi ed “etaio” = compagni
- Inaccessa : inaccessibile, in cui nessuno è mai stato. I prefissi –in , -a, -dis capovolgono il significato di un aggettivo.
- Da questo momento comincia ad intravedersi l’alter ego di Pascoli, ha il terrore della morte fisica e che la terra finisca.
- Mistofori di Caria, venuti dall’Haemo e dal Carmelo : l’esercito alessandrino era composto da soldati di varia nazionalità (e considerati tutti di pari dignità); i mistofori erano mercenari della Caria, mentre l’Haemo ed il Carmelo sono due catene montuose, una macedone ed una palestinese.
II STROFA
- in genere in Pascoli i fiumi indicano lo scorrere della vita ma qui hanno un altro significato; anzitutto da qui inizia la rievocazione nostalgica e malinconica di un viaggio che volge alla sua conclusione. Alessandro ripensa ai momenti in cui iniziavano le sue conquiste e li rimpiange perché ora non ha più nulla da conquistare, la sua missione è finita.
- Foresta immota : immobile, sembra che le foreste siano subacquee, imprigionate dal fiume, un’immagine da incubo (come fa il fiume a muoversi e le foreste a restare ferme?) ma , per i soldati, che hanno ancora i loro sogni, il “mormorio” (si ricordi che il campo semantico del mormorare è molto caro al Pascoli) del fiume, il suo scorrere, rappresenta la speranza che tende verso nuove mete.
- Vv. 4-6 terzina involuta : le cose immaginate sono sempre molto più grandi di quelle reali, l’immaginazione supera sempre la realtà.
- Invidiate : negate. La dieresi sulla “i” indica che c’è iato fra la i e la a perché la metrica necessita di un’altra sillaba.
- Azzurri : i paesaggi sono di questo colore , come i sogni di Alessandro, che avrebbero però fatto meglio a rimanere tali, a non voler divenire reali, causando delusioni.
- L’ultimo verso riprende la seconda terzina ed accentua il motivo dell’infinita superiorità dell’immaginazione rispetto alla realtà.
III STROFA
- la prima terzina è la chiara espressione della nostalgia di Alessandro dei tempi in cui la sua impresa si stava ancora compiendo; cammino da percorrere, cimenti (prove) da superare, dubbi e destino poiché ancora non sapeva quale sarebbe stato l’esito delle battaglie.
- Isso : è la città in cui Alessandro sconfisse Dario, re dei persiani, nel 333 a.C.
- Notturno : viene, come in questo caso, spesso usato in funzione predicativa.
- Mille : è l’idolo poetico (fissazione) del Pascoli. (alle paure di natura storica si aggiungono quelle proprie del poeta : la paura della morte, la fede che vorrebbe avere ma non riesce).
- I carri sono oscuri perché è notte.
- Pella : città macedone in cui Alessandro trascorse parte della sua giovinezza.
- Capo di toro : fedele traduzione del nome del cavallo di Alessandro “Bucefalo” , che in greco significa appunto testa di toro. (da ricordare che Pascoli va sempre all’etimo delle parole). Alessandro ed il suo destriero inseguivano il sole che, in quei luoghi produce tramonti con colori intensi a causa dei quali, passando attraversi i boschi, si ha l’impressione che essi brucino. Lungi = lontano.
IV STROFA
- figlio d’Amynta : come nella tradizione classica Pascoli chiama Filippo (padre di Alessandro) usando un patronimico, cioè lo chiama a sua volta con il nome del padre, Amynta.
- Nomo : canto per flauto e cetra in onore di un Dio.
- Are : latinismo, altari.
- Nomo e are : Alessandro, dopo la conquista della Persia, pretese di essere adorato come un dio, ecco perché Pascoli usa due termini che si riferiscono all’adorazione di un Dio. Alessandro, oltretutto, era un Dio perché figlio di Giove Ammone.
- Timotheo : auleta ricordato dai cronisti del tempo per aver suonato alle nozze di Alessandro.
- Il nomo è la guida di Alessandro ed è sempre nel suo cuore come il suono del mare che ripete all’infinito la sua eco dentro una conchiglia. Ancora “murmure”, verbo caro al Pascoli.
- Murmure è fortemente onomatopeico.
- Il Fine, l’Oceano, il Niente : Alessandro è ancora richiamato dal canto di Timotheo ma sa che è arrivato alla conclusione del suo viaggio, delle sue imprese. Questo è il dramma del Pascoli, il nulla : il tutto che si riduce inevitabilmente a niente.
- Anelo : caro al Pascoli, ansimante.
- Occhio nero…azzurro : Alessandro era particolare anche dal lato fisico, il suo destino, inoltre era segnato anche nei suoi occhi, uno di colore diverso dall’altro. Quello nero (associato alla morte) che rappresenta la speranza che si fa sempre più vana e quello azzurro che invece è simbolo del desiderio, sempre più ardente.
- Gli ultimi versi della quinta strofa sono la rappresentazione suggestiva dell’ignoto: esso avvolge l’uomo e chi, nel suo viaggio, vi si accosta ne ascolta la voce misteriosa e minacciosa.
Questo simboleggiano appunto le invisibili belve, che Alessandro sente ruggire(“fremere”) in lontananza, e le forze “incognite e incessanti” che percorrono ”l’immenso piano” con un rombo sordo e terrificante .
VI STROFA
- Epiro : regione della Grecia settentrionale.
- Aspra e montana : ricordiamo l’attenzione di Pascoli alla natura
- Filano le sue vergini sorelle : Sisisgambi, padre del re dei Persiani Dario, durante una discussione con Alssandro faceva notare che per il suo popolo l’atto di filare la lana era una mansione per le schiave perché era considerata disonorevole. Per Alessandro invece, il fatto che le sue sorelle si preoccupassero di tessere indumenti per lui era simbolo dell’affetto che li legava.
- Per Pascoli invece questo passo rappresenta il desiderio di essere amato dalle sue sorelle Ida e Maria come Alessandro è amato dalle sue.
- Milesia lana : la lana di Mileto, considerata pregiatissima.
- Industri : latinismo, operose.
- Le dita delle ancelle ed anche quelle delle sorelle sono “ceree” cioè colore della cera, un colore innaturale che richiama la morte.
- E il vento passa …: questo verso indica il trascorrere del tempo.
- Olympias : è la madre di Alessandro (notare la finezza pascoliana che scrive il nome alla greca) ed il fatto che sia “in un sogno smarrita” non sta ad indicare solamente la sua personalità fantasiosa (descritta da Plutarco) ma è un riferimento a Manzoni, più precisamente a Gertrude (“assopita in un sogno”).
- Favellio d’un fonte : la natura che è portavoce delle divinità.
ATE (Nemesis, è la vendetta)
È stata fatta una deroga all’ordine cronologico che ci eravamo prefissi di seguire perché questi sono componimenti che riguardano la concezione Pascoliana dell’anima.
1896 : chissà se ci sarebbero stati i poemi conviviali o se li aveva già in mente?
Il concetto di vendetta ossessiona il Pascoli il quale nel 1877 spende le vacanze per cercare i mandanti dell’assassinio del padre.
Questa ricerca di vendetta si trasforma però col tempo in volontà di bontà, espressa tramite le sue opere. Infatti crede che solo in questo modo potrà davvero vendicare suo padre.
1894 : lettera a Ferdinando Martini , minaccia reticente.
Il motivo dell’assassinio del padre, avvenuto il 10 agosto 1887, è fondamentale per Pascoli :
- il 10 agosto 1890 pubblica le prime Myricae sulla Vita Nuova
- la prima nel 1889 “il mendico” che inizialmente è una presa in giro alla fortuna.
- il 10 agosto 1903 i “canti di Castelvecchio”
- il 10 agosto 1904 esce con la prefazione ai conviviali sul “Giornale d’Italia”
- il 10 agosto 1905 sulla rivista “Riviera” pubblica “Il vecchio”
- il 10 agosto 1910 (43 anni dopo) i suoi poemi sul “Risorgimento” dedicati a Ruggero Pascali
- il 9 agosto 1896 compare il “10 agosto” sul “Mazzocco” di Firenze
Ate è la dea della vendetta e del rimorso. È zoppa perché il rumore dei suoi passi richiami
- O quale : grecismo; è l’esordio di tutti e tre i poemi di Ate, antico artificio dei poeti alessandrini che Pascoli conosce benissimo.
- Città sonante : a causa dei tanti rumori, primo fra tutti lo svolio delle “colombelle”(che indicano purezza) , la città è Messa definita da Omero come “nutrice di colombe” nell’Iliade, II, 572.
- Mecisteo : dal greco = pugile
- Campi glauchi : azzurri, l’orzo ancora non maturo è azzurrognolo.
- Pronome relativo “cui” è un che, latinismo.
- Stridula sega : verso fortemente onomatopeico che serve per riprodurre il frinire delle cicale. Pascoli è sempre molto attento alle piccole cose della natura.
- Mordea : forma sincopata dell’imperfetto.
- Tumulto : quello causato dall’omicidio di Mecisteo. Sostantivo caro al Pascoli.
- Le colombelle si trovano all’inizio ed anche in punta di verso, per focalizzare su di loro l’attenzione.
- Bianco svolio : ipallage
- Presto : veloce.
- Lasciava (che va anteposto al resto del verso) “e i campi di orzo azzurro e gli olmi canori” per il frinire degli uccelli che li popolavano. E…e = sia …sia.
- La macchia : si noti come dai campi, simboleggianti la sicurezza, si passa alla macchia, che rappresenta invece un luogo pericoloso. Anche gli animali che definiscono i due luoghi cambiano, nei campi si sente lo svolio delle colombelle, nella macchia le gazze. Quindi anche gli uccelli (ai quali ricordiamo Pascoli rivolge sempre una particolare attenzione) servono a dare una connotazione al paesaggio. La macchia è anche descritta come un mare in cui Mecisteo si “immerge”.
- Le parole ansante, tumulto…sono per Pascoli con ottativi di un fatto di sangue (uccisione del padre).
- Ansante : ansimante
- Vuotava il cuore : nell’antichità ill cuore era definito come la sede di tutti i sentimenti umani.
- Gorgozzule : pomo d’adamo. Mecisteo era assetato a causa del gran correre.
- Poi : valore temporale “dopo che”.
- Brama : dantismo
- Ei : forma arcaica di egli.
- Impura : macchiata, questo concetto della mano macchiata è ricorrente nelle Myricae.
- Gli pungea (forma sincopata dell’imperfetto) l’orecchia : il rimorso comincia a farsi sentire.
- Quando finalmente non sente più le grida dei suoi inseguitori si ferma.
- La sete gli ardea le vene e Mecisteo bramava (desiderio forte) di potersi lavare la mano, impura a causa del delitto di sangue purpureo (rosso scuro, il colore del sangue).
L’impegno si divide in due parti : poesia e natura.
- Mecisteo sente una rana, che lo guida , poiché le rane stanno dove è presente dell’acqua.
- Qua qua (e le conseguenti ripetizioni di “acqua”)… : tentativo pascoliano di riprodurre il gracidare della rana.
- Lo stagno è pieno di ninfee e rose palustri, notare la specificazione dei colori gialle e bianche) che cambieranno a breve.
- Rauca cantatrice : è la rana.
- La rana è querula : aggettivo caro al Pascoli; sinestesia (ricorda le querule renelle dell’”Ultimo viaggio”).
- Come : appena. Alla vista di Mecisteo il paesaggio cambia.
- Vv. 29, 30 : frquent la punteggiatura.
- Insiste ancora sulle ninfee e sulle rose.
- Come arriva Mecisteo la rana tace e si tuffa nello stagno (che “gorgogliò d’un tonfo)
- Egli si lava le mani, la colpevole con la non colpevole (rea, non rea) fino a che non sono entrambe pulite (monde) dopodiché le mette a giumelle a formare una coppa per bere e le pone sotto il pispino (zampillo) del fonte.
- Ma non beve. L’acqua è nera a causa del sangue, come la morte causata da mecisteo (notare che il nero e la morte sono correlati ma che spesso anche il bianco la rappresenta).
- Saette . frecce uscite dalla ferita, dalla piaga.
- Le rose e le ninfee sono rosse di sangue ora e livide di “tabe” = malattia mortale, rappresenta anche la contaminazione morale.
- Gorgo : risucchio che inghiotte.
- rose di sangue : le macchie del sangue nello stagno, che Pascoli definisce come “rose” si contrappongono nettamente alle rose reali descritte nella strofa precedente
- versi 42, 43 : quando stava rallentando
- da tergo : latinismo, alle spalle
- calpestio : passi abbastanza frequenti (è un sostantivo deverbale, in quanto finisce in –io, cioè derivante dal verbo).
- Pensare il cuore : grecismo.
- il calpestio è “discorde” : infatti è quello di Ate la zoppa, un passo è diverso dall’altro, la camminata è disomogenea.
- Un passo era forte, mentre quello della gamba zoppa era la eco immediata (subita) del primo passo .
- Onde : attenzione = è un nesso relativo! Significa quindi (e non dove come si potrebbe pensare)
- Inorridì di punte : gli si rizzano i capelli in testa.
- Mecisteo si impaurisce perché sa che quel rumore non può venire dalle gocce dell’acqua che lui stesso ha contaminato e che cadono nello stagno (notare gocce rosse come il sangue in acque nere di tabe, di morte, che Mecisteo stesso aveva reso impure).
- La querela (il lamento, ormai non si usa più) della rana è ora torbida 8connota il momento negativo), i versi 51, 52 sono fortemente onomatopeici e cercano di ricreare il gracidare della rana.
- Mecisteo sa bene che chi lo sta inseguendo è Ate, la vecchia e zoppa dea della vendetta.
- Versi 55 e 56 : Mecisteo non si volta nemmeno ma corre più velocemente, tanto che il vento gli sibila nelle orecchie.
- ma Ate non si ferma ed al suo calpestio discorde si aggiunge un pesante ansimare (scabro anelito). Mecisteo non pensa lo stesso che quei suoni possano derivare dal lavoro di un taglialegna. Anche se il rumore potrebbe essere simile a quello delle accettate negli alberi e la “ruggine del fiato” il respiro di chi lavora duramente lui sa che è Ate che lo insegue.
- Stridente lena : forte desiderio (variazione dello “scabro anelito”).
- Infaticabile : Orazio nei suoi Carmina asserisce che, anche se zoppa e quindi in ritardo rispetto al colpevole, Ate è perseverante e costante, quindi, infine, raggiunge il suo scopo.
- Acute roccie : aguzze, Mecisteo è fuori dalla macchia e si trova su monti dalle cime appuntite.
- Mecisteo corre e salta da una roccia all’altra come uno stambecco (similitudine) e sente gli sforzi che Ate compie per stare al suo passo insieme al suo “eterno” passo (perchè inarrestabile).
- Il burrone è “alto” : latinismo, profondo
- Stroscio : onomatopeico, acqua che cade dall’alto verso il basso
- Mecisteo giunge sull’orlo di un burrone di cui non si scorge il fondo né il rumore di una fiumana che scorre alla sua fine
- Mecisteo allora si volta e cerca di combattere con Ate ma riesce solamente a muovere in vano le braccia “l’aria flagellando” e, arretrando, cadde nel burrone. E cadendo vide il volto di Ate, corrugato che ridendo ne seguì la caduta.
Il riferimento è a Orazio (Leonelli, p.187) : di rado la vendetta col piede zoppo lasciò il colpevole davanti a sé. In realtà la tradizione greca Ate non è zoppa anzi è molto veloce.
IL CIECO DI CHIO
Il cieco di Chio assomma in sé tutti i poeti, cantori, ciechi primo fra tutti Omero (o / me / oron, che non vede).
Il cantore ed il mendico sono entrambi raminghi (errabondi) ma il primo è ben accetto dalla gente invece il secondo è scansato da tutti.
Secondo il Pietrobono Delias rappresenta l’Iddio cioè la poesia mentre il cieco è una proiezione molto ben celata del Pascoli. (per la prof.sa Martini Delias è in verità l’amore, la bellezza che Pascoli non ha mai avuto; quindi Delias è solo una fanciulla e non una divinità).
- Delias : femminile di Delio (da Apollo Delio).
- Rampollo do palma : richiama Nausicaa (Odissea VI, v. 162/63) che viene chiamata fusto nuovo di palma.
- Cyntho : monte di delo dove è nata Delias.
- Inopo : isola dove Latona partorì Apollo ed Artemide (sole e luna)
- Figlia di Palma : gioco poetico di tradizione alessandrina ben conosciuto da Pascoli per il quale i figli erano come nuovi germogli di pianta ed i genitori erano assimilati alla pianta stessa.
- V 5 : beare non si usa più. Il dono di Delias è già avvenuto mentre il cieco pensa a come sdebitarsi.
- Gl’indifferenti riccioli del capo : ipallage; non sono i riccioli ad essere indifferenti ma il capo.
- Vegliardo : anziano.
- V 9 : ha desiderio amoroso ma non può esprimerlo come un giovane.
- Opaca : ombrosa
- Le foglie sono stridule perché secche. (rimando alla “Pioggia nel pineto”? forse) stridulo è un aggettivo molto caro al Pascoli.
- Salsa musica del mare : sinestesia ed ipallage (non è la musica ad esser salsa ma il mare)
- V. 15 : e non celasti la tua beltà bianca , cioè il tuo corpo.
- Mano memore : il tatto fa le veci della vista per il cieco
- Non vista ad altri : quindi Delias gli ha fatto il dono più grande che poteva.
- Alcione : volatile marino
- v 19 tunicati : vestiti di tunica, il chitone.
- Iaoni : preziosismo. Omero chiama così gli Ioni, che diffusero tra i Greci l’uso del chitone, simile alla tunica romana.
- Vostro : rivolto alle sacerdotesse di Apollo
- Crotali : strumenti simili alle nacchere, sono di rame ma per impreziosire Pascoli usa argento
- Nave nera : clausola metrica omerica (nave dalla prora rossa, nera …)
- La pietra è l’ancora
- Gravi : pesanti, latinismo
- Loquace : preziosismo, per indicare le persone che chiacchierano al porto.
- Smergo : uccello di mare, timido (ombroso)
- Dai che : concedi (preziosismo)
- Scabra : priva di vegetazione, Chio è rocciosa.
- Nudo : con poco bagaglio
- Il cantore aiuta il suo equipaggio sia durante la tempesta sia in calma di vento
- Cuori alati : i cuori dei mainai si protendono verso la meta (motivo orfico)
- RICORDA : il poeta consola gli animi ma non placa gli elementi naturali
- V 37 : parte ma non sa per dove : si rompe la prospettiva interiore.
- Eburnea : d’avorio
- Industre : latinismo = laboriosa
- Pingue : grasso, il cibo migliore che avevano (sta ad indicare che l’aedo era tenuto in grande considerazione e che il suo compenso era quanto di più prelibato v’era al banchetto, una coppa ricolma di vino ed il pezzo grasso del maiale [verro] )
- Ma la eco di gioia che lascia fra la gente è la vera soddisfazione del poeta
- Eterna voce : rumore infinito delle onde; richiama Ulisse presso Calipso.
- Pomi avari : il pino non da molto cibo, solo i pinoli che richiedono molto lavoro per essere estratti dalla pigna e non nutrono molto
- Se non se : preziosismo
- Subito : improvviso è un aggettivo e non un avverbio
- Erravo tra la neve e il vento : immagine drammatica e poetica
- La vampa : il focolare
- La donna : rassicurante perché forse sarà lei che lo ospiterà nella sua casa.
- V 55 : motivo Pascoliano, il cieco aedo, legame con Solon perché è un inno alla poesia.
- La giovinezza e la bellezza di Delias sono paragonabili solo alla poesia, quindi l’aedo ripagherà il suo dono, che più grande non poteva essere, con ciò che di più grande può offrire, appunto la poesia.
- Pascea con gli occhi : sinestesia; pascere = essere appagato
- Vv. 60,64 : tutte le cose che potevo vedere le rielaboro nella mia mente e vedo solo le cose più belle (riprende il tema del poeta fanciullino)
- Gioghi : monti
- Uomini vetusti, antelunari : antichi, prima che a luna nascesse (ricordiamo che per gli antichi la luna non era stata creata ma era nata da sé)
- Montagne nere : perché senza luna
- Palpitò gemiti strani : sinestesia
- Meriggio : ora più calda del giorno in cui, secondo la tradizione, si manifestano gli dei.
- Il verbo “sentivo” regge due preposizioni diverse, questa figura retorica si chiama “zeugma”
- Barbaglio : tremolio per il troppo sole.
- Tintinnio : campo semantico caro al Pascoli
- Cicale : indicano il poeta
- Ebbre : ripresa omerica, le cicale friniscono rumorosamente per il molto sole
- antiche : secolari
- si ricordi che, all’interno del bosco, ogni manifestazione naturale è una divinità
- presenza negativa del divino
- lancio discorde delle mille braccia : i rami che si muovono per un improvviso soffio di vento.
- Abbrividendo : rabbrividendo sia per il freddo del bosco che contrasta col caldo meriggio, sia per la soggezione in quanti sa di essere entrato in una sorta di tempio
- Muto labbro : silenzio
- Musco : muschio
- Non voleva rovinare nulla che potesse essere delle divinità quindi sta attento a non rovinare nemmeno il muschio (le divinità sono eteree e non lo calpestano)
- Molle : latinismo
- Conca : roccia
- Pomice : pietra lavica; scabra : ruvida
- Sonora : per lo stillare delle gocce di acqua
- Pianto già pianto : goccia già pianta dalla fonte
- Gocce a grappoli : tintinnio
- Infinito : perché continuo, si ricordi che l’infinito è un tema caro a Pascoli
- M’assisi al rezzo : mi sedetti all’ombra.
- Il dio maligno (concetto omerico) gli suggerisce di riprodurre il rumore della fonte.
- A prova : a gara col fonte
- v. 91 : tremulo , aggettivo caro al Pascoli come tutta l’area semantica del tremare. È omnicomprensivo, indica cicale, fonte, ombre e luce, caldo torrido che fa tremare ciò che il sole illumina.
- Vario : diverso, armonia della cetra e dell’acqua
- Squillo : onomatopeico (accostato ad altri due lessemi molto cari al Pascoli = rissa e aerea)
- Stupore della natura : tema ricorrente, gli dei della natura sono stupiti che lui possa gareggiare col fonte
- Arguto : area di suoni , cetra armonica
- Agone : competizione o luogo dove essa si svolge (da qui agonia : lotta fra la morte e la vita)
- Vocal fontana sembra che parli
- Cava : a causa della sua forma
- Eco . cerca di riprodurre
- Pascea : pascolava (forma sincopata dell’imperfetto)
- L’aedo imita così bene i fonti (polle, luogo dove l’acqua nasce, sorgente) che il pastore crede ce ne siano due
- Giogo d’oro . parte della cetra dove confluiscono le corde che, a causa della sua forma pronunciata sembra una piccola montagna agli occhi del poeta. La sua attenzione non è per la materia (oro) ma al suono.
- Anelito : respiro (caro a P.)
- Mille cetre . cadeva dall’alto nell’ombra
- (al)lontanare : leopardiano.
- Dedalee : da Dedalo, ingegnose.
- Bianca via : via da percorrere, storie lunghissime.
- Tremuli pioppi : i pioppi sono sempre in movimento perché hanno foglie leggerissime e Pascoli coglie sempre i particolari naturali.
- punizione e dono : la dea lo acceca ma gli fa dono del “canto sublime”
- vidi – con gli occhi : perché da ora in poi potrà vedere solo con quelli dell’anima
- smitizzazione : la dea si disfa in natura; la critica sostiene che vuole far rivivere il mito in chiave moderna.
- Narra sé stesso con pudore.
- Infante : letteralmente colui che non parla ma, in questo caso, vuol dire sciocco
- Qual dio … con dea? : era implicito che l’aedo avrebbe perso
- (poeta, anziano, cieco : Pascoli usa ben tre filtri per nascondere che l’alter ego del cieco di Chio è lui, si protegge)
- vv. 116 : chi gareggia con una divinità poi non viene più ben accolto nemmeno presso la propria famiglia (anche se gli è permesso tornarvi)
- ho mite il cuore : non ti uccido perché la mia generosità è grande.
- sacra notte : il buio che oscurerà la sua vista; è sacro perché opera di un Dio.
- Tu solo : si ripete due volte per indicare la profonda solitudine destinata al poeta
- Tremando : il campo semantico si allarga alle emozioni personali
- Parole degne : ispirazione poetica
- Silenzio opaco : sinestesia
- Volgo : in generale “l’altro da sé” non sono il poeta, non capiscono il poeta.
- Viola : sporcano con gli occhi
- Ombre lunghe : ricordi amplificati dalla cecità
- Pallido tramonto : vecchiaia
- disse e disparve : come nella tradizione classica la divinità appare dal nulla e, dopo aver parlato, scompare velocemente.
- V 127 : tentare : cercare di aprire gli occhi
- Irrequiete : gli occhi sono diventati ciechi all’improvviso e l’aedo muove molto in fretta le palpebre per provare a vedere di nuovo
- Pago : soddisfatto
- Finchè : nuovo dolore
- Inopo : dove Latona partorì Apollo ed Artemide
- Delias è così bella che l’aedo non è in grado di immaginarsela
- Serpeggia : intuisce ma non vede
- Storie meravigliose : conviviali (specie le memnonidi, la cetra d’Achille, l’ultimo viaggio) ciclo omerico
- Delias gli da un male perché l’aedo non è capace di immaginarla totalmente (tormento interiore)
- Dramma dell’amore e della bellezza che sfugge
- Il bene che il poeta lascia a Delias è la poesia e quindi a lui rimarrà solo il male della cecità e dell’impossibilità di immaginare pienamente la ragazza.
ANTICLO
- 1899 : Anticlo compare solo in un brevissimo passo dell’Odissea (libro IV, 274-289) ma colpisce molto il Pascoli che gli dedica ben tre liriche. Il primo fu un componimento in esametri (84 versi) e si trova nelle “Poesie Varie” del 1912, collezionate dalla sorella Maria. La seconda viene pubblicata il 5 aprile1899 e si chiama Flegrea mentre la terza è una redazione in latino di trenta versi.
- Anticlo è colui che non si sa trattenere le urla quando Elena imita le voci delle mogli degli eroi nascosti nel cavallo di legno. (timeo Danaos et dona ferentes = temi i Danai ed i doni che portano , i Danai sono una delle popolazioni greche che combatte contro i troiani). Solo Odisseo riesce a bloccarlo coprendogli la bocca con le sue grandi mani.
I STROFA
- Aerea . che viene da lontano tramite l’aria
- Empia : riempì
- Anelito : respiro (caro al P.)
- Come già prima : come quando già un altro avvenimento li aveva agitati.
- Impallidiva : finiva.
- Vasto urlo : sinestesia
- V. 11 : nera ombra di sonno : assonnati, più qualcosa di lugubre (per i Troiani)
- Lungo : è importante, ci si gioca tutto
- Forse : pensano ma non sono certi i quel che accade fuori
- Tremolare : a causa del mare che non smette mai di incresparsi. (verbo caro)
- V. 20 : le spose
II STROFA
- ora di morte : per gli uni o per gli altri
- vv. 1,2 : sposa
- si diceva che Anticlo venisse dalla Beozia, i cui abitanti non erano affatto noti per le loro qualità intellettuali, egli aveva avuto la sorte d’essere forte e quindi un buon guerriero ma non brillava per intelligenza.
- V. 4,5 : varcare la soglia di casa, sogno dei soldati.
- V. 7,8 : ad Anticlo non interessa la gloria (mentre a Pascoli si) ma la sua casa ed i suoi affetti
- Telaio : filare era (come già visto in Alexandros) un lavoro non sono per ancelle ma che veniva svolto anche dalle signore
- Scale ardue : ripide
- Grave : latinismo, pesante
- Cent’arte : che fa molti inganni
- Infante : sciocco
III STROFA
- Pendeva : come se fosse sospesa
- Gittò : preziosismo
- Tripode : premio per campioni olimpionici o guerrieri)
- V. 7 : non bada a chi uccide, in battaglia non fa differenza
- Ilio : Troia (dal nome del suo fondatore)
- Arne : Iliade v. 207 città della Beozia
- Plenilunio sereno : la luna è imperturbabile e per nulla disturbata dagli avvenimenti terreni. (Leopardi spesso è ripreso in maniera antifrastica)
- V. 18 : ne = è riferito ai guerrieri morti. Lor invece ai greci.
- Cilestrino : azzurrognolo
- Sigeo : promontorio che indica la fine del campo greco.
IV STROFA
- Sinistre porte : Porte Scee (di Troia), il termine “sinistre” si capisce andando all’etimo di “scee”.
- Auriga : colui che guida il cocchio dell’eroe
- Il carro attendeva oro e bronzo : cioè il bottino
- Alto gemente : grecismo che si lamentasse molto di essere stata rapita
- Cavalli : sono animali importantissimi per Pascoli (si ricordi la cavallina storna, gli ricordano l’assassinio del padre)
- Abili brighe : latinismo , si adattano, sono maneggevoli
- Caprifico : fico selvatico
- Fischiava il vento : non è da intendere solo dal punto di vista paesaggistico, è il Fato, che esula dalla ratio degli uomini
- Battean l’ugne : le unghie, erano impazienti
- Vampe : incendio, Troia è in fiamme
- Sangue nero : era morto , per Omero il sangue è sempre nero.
- Deifobo : sposa Elena alla morte di Paride
- Eravi : toblebussafia, arcaismo
- Fremere, strepere : infiniti sostantivati, sono i soggetti.
- Alta casa : di un principe e non di un poveraccio
- Contendere (con) ai : con era la forma arcaica
- Melena Argiva : la guerra era nata per il ratto di Elena
- Amante ultimo : dovrebbe essere Paride
- Vestiti di bronzo : Greci
- Dominatori di cavalli : Troiani
- V. 22 : orrore, tutto è in fiamme e le lance rigano il fuoco passandovi attraverso.
V STROFA
- Ario sonoro : grida, colpi d’armi…è sonoro per questo.
- Anche la casa di Deifobo brucia : divampa
- Leito . è un personaggio puramente pascoliano, non compare nei pomi omerici.
- Rapido : Omero usava l’espressione parole alate e Pascoli non sa se attribuire questa frase alle frecce o alle ali degli uccelli quindi usa entrambe le opzioni.
- Alectryone : prassi epica
- Atride : Menelao, sposo di Elena
- Urlo di guerra : ogni eroe ne ha uno differente
- Cratere : orcio
- Divina Elena : usato con molta frequenza per indicare eroi e dee o semplicemente personaggi importanti (non solo divinità)
- Parlare una voce : costrutto prezioso arcaico
- Ripresa della prima strofa
VI STROFA
- Che : si riferisce all’urlo di guerra
- Asta dalla rossa punta : coperta dal sangue del nemico
- Elena siede in silenzio sul suo “trono d’oro” (che fa pensare alla casa di Deifobo), è tranquilla
- I “forse” stemperano la drammaticità
VII STROFA
- mute : come se fosse un’immagine sognata
- l’incendio divampava e la luna era piena (leopardiano) la luna è impassibile.
- Le fiamme al passare di Elena guizzavano più alte e le vene avevano un rivo più sottile di sangue che usciva, quasi come se Elena volesse tenere in vita Anticlo sino al suo arrivo.
- Discinte : mezze vestite e mezze no
- Hade : spirito aspro
- Elena : mito della bellezza
- Non è un tradimento ma è il poeta che pone Elena al di sopra del bene e del male.
IL SONNO DI ODISSEO
Introduzione : il Pascoli era tentato di tradurre sia Iliade che Odissea ma non lo fa perché non è questa la sua reale vocazione. Nell’Antologia erano contemplati poemi di Tito Livio, Tacito etc. perché contenevano insegnamenti morali. Quando il Pascoli però scrive un’antologia, anche in una produzione letteraria di questo tipo si riconosce il poeta.
Od., X, v. 28-55 ,”L’otre aperto” : Pascoli intitola la traduzione di questi versi “Sonno in malpunto”.[il sonno è sempre soave] I compagni di Odisseo provano invidia. Cuore incolpevole : tutte le facoltà umane risiedono nel cuore per gli antichi.
Questo passo dell’Odissea è molto Pascoliano, la disgrazia lo perseguita e, quando riesce a raggiungere la felicità, ecco che subito scappa.
I STROFA
- Filò : andò veloce
- Vento : favorevole (Eolo)
- Grande mano : ricorrente (anche in Anticlo) il tema delle grandi mani di Odisseo (intarsio : luoghi omerici che Pascoli riprende anche se nel testo originale non appaiono)
- Lasso . stanco, valore concessivo (benché fosse stanco), chè = causale
- (caro : aggettivo possessivo, cara patria = sua patria arcaismo)
- Rupestre : o a volte ricca di capre : sassosa
- Petrosa : alcuni modi in cui era descritta Itaca. Era poco fertile ma non poco ricca.
- Cilestrino : azzurro celeste sfumato.
- Tremolio : il mare non è –mai- immobile
- V. 11-12 : soddisfatto solo di vedere prima di morire il fumo dei fuochi della sua Itaca.
- Vanito : caro al Pascoli
- Barbaglio d’oro : alba. Lui descrive sempre insieme ai tramonti .
- V. 15 : non sa se nuvola o terra
- Grave : pesante
- Alba : tutto al contrario, si addormenta quando normalmente si sarebbe dovuto svegliare.
- FARE CASO a tutti gli ultimi versi delle strofe, in un climax, in cui il sonno si intensifica per poi diminuire fino al risveglio, paragonato ad un tuffo, in cui l’uomo prima i immerge (confidenza primaria con l’acqua) poi nuota etc etc
II STROFA
- v. 1,2 : sembra che sia la terra ad avvicinarsi alla nave e non il contrario.
- Al volo : il “folle volo” dantesco (I, 26) lo commenta anche Carducci in una lezione che colpisce tuta Bologna (per il suo 35°anno di insegnamento universitario)
- V.4 : sembrava toccare il cielo
- V. 5 => 9 : tutto ciò che Odisseo avrebbe potuto vedere se solo non si fosse addormentato ma che Pascoli vede per lui.
- V. 11: non adatta ad allevare cavalli (poliedri)
- Aerei picchi : cime aguzze che si stagliano sul cielo.
- V. 14 : Pascoli descrive e l’aurora adombra i fuochi, ben visibili invece di giorno
III STROFA
- la felicità non è per l’Odisseo di pascoli, non appena Itaca si fa più vicina, lui si allontana
- v. 2,3 : parole alate (vd. Rapide , topos omerico) , le parole sono veloci, come uccelli o saette. Simmetricamente negli stessi versi della IV strofa esse verranno definite frecce.
- Radeva : costeggiava al limite. Più vicino di così non si può.
- Picco alto corvo : il picco più alo di Itaca
- Ne : di Itaca
- Grufolare di verri : maiali che grufolano lievemente, come un sottofondo.
- Chiuso : terreno cintato per non far scappare gli animali.
- Ampio chiuso : ossimorico.
- Servo fedele di Odisseo che non lascia che i beni del padrone vadano in malora ma li cura.
- Assiepato : con molte siepi attorno
- Divino : aggettivo ritornante che indica la virus per gli uomini e la bellezza per le donne
- Nera scorza : la corteccia
- Querciolo : piccola quercia da cui taglia le tavole per rinforzare il recinto.
- Roco ansare : sembra riprodurre il rumore dell’ascia.
- Ma Odisseo dorme sempre profondamente.
IV STROFA
- Freccie : le parole sono già state paragonate ad uccelli nella terza strofa al v.2, sono veloci (ricerca l’etimo delle “parole alate” che ritorna spesso in Omero
- v. 3 III strofa : fuggevoli sibili
- v. 4 IV strofa : fuggevoli fremiti
- Mito pascoliano del sonno profondo come regressione
- Fortyne : porto di Itaca
- Olivo : ancora riferimenti al paesaggio. Si rifà anche all’olivo nel quale incavo Odisseo aveva costruito il letto di morte per lui e per la sua sposa. (lettura a mosaico, sincretismo)
- Antro : delle ninfe; luogo omerico rivissuto in chiave naturalistica (al posto delle ninfe ci sono infatti le api; sotto sotto il miele è la poesia)
- Sonoro : per il ronzio delle api
- Filano : come facevano le ninfe
- Strada sassosa : si adatta al mito di Itaca petrosa
- Ontano acquoso : rugiadoso? Non si sa come interpretare
- Stanche dita : è un inserto manzoniano (5 Maggio : “la stanca man” di Napoleone)
- Perduto…: Omero è prossimo a tutto ciò che desidera e che gli è più caro, ma il suo sonno si fa man mano più profondo
V STROFA
- quando la nave arriva in porto i compagni, avidi, aprono l’otre dei venti in cui credevano fossero nascosti i tesori di Odisseo.
- La vela : come un peplo (veste femminile greca)
- Cui : relativo (che) preziosismo
- Inasprire : porre un panno al sole per fargli scolare tutta l’acqua
- Aereo : in alto
- Lontanare : caro al Pascoli
- La vicenda di Telemaco non è reale, la inventa Pascoli
- Pensoso : richiama i tormenti di Telemaco vissuti nell’Odissea
- Argo, il cane di Odisseo, è quasi morto quando Omero torna a casa, adesso invece è ancora una bestia giovane; si noti come il cane comprende più dell’uomo 8Argo capisce immediatamente che quella è la nave del suo padrone, Telemaco no)
- (in casa Pascoli il tema del cane è importante poiché Guly, il cane di casa era molto amato)
- volte irrequiete : arcata del sopracciglio, rende perfettamente il movimento frenetico degli occhi di un cane
- mare : indica il mistero ed il pericolo
- orma : salse perché erano ormai dieci anni che Odisseo navigava.
VI STROFA
- Mito del padre :Pascoli è sempre molto autobiografico (grande poeta che rende immortali i suoi cari)
- Laerte dona ad Odisseo da piccolo un frutteto ma in altro luogo, non a Itaca. Qui Pascoli rielabora.
- Pascoli rimpiange il Padre
- Ombra = bianco = morte (sopra Laerte)
- Marra : pala per spalare la terra
- Mugghiava : dantismo
- Subito : improvviso : tempesta scatenata dai venti
- Faticati : preziosismo
- V. 15 : socchiude gli occhi per vedere meglio
- Mare (violaceo da cilestrino che era)
VII STROFA
Odisseo si comporta sempre in maniera eroica ma ci sono due casi in cui dimostra i suoi limiti umani :
- quello descritto dal conviviale in cui è vinto dalla stanchezza
- quello in cui non riconosce Itaca quando torna dopo 20 anni, riaccompagnato a casa dai feaci.
Pascoli scrive un polimetro intitolato “Il ritorno”(e messo in appendice a Odi e Inni). Nel poema omerico è Atena che aiuta Odisseo ad orizzontarsi durante il ritorno a casa mentre nel “Ritorno” è una fanciulla che ricorda Nausicaa.
- incertezza, sonno, disorientamento : situazioni che attraggono il Pascoli, che si proietta nei suoi personaggi poiché vi s riconosce.
- L’ultima strofa è una sorta di riepilogo del poema e si riassume così :
- Tema del fumo => prima e seconda strofa; Itaca è il fantasma del desiderio (Pascoli : la felicità non è , la vedi; è, non la vedi)
- Eumeo => è il servo fedele i Odisseo citato nella terza strofa
- Argo e Telemaco => protagonisti della quinta strofa
- Padre => Laerte che compare nella sesta strofa, insiste poi sempre sul padre il Pascoli; ricordiamo quanto questo tema sia importante. Laerte non può morire perché si contravverrebbe troppo alla leggenda, ma la sua sofferenza viene accentuata quanto più possibile
- compare infine Penelope, la moglie di Odisseo.
- v. 15, 16 : richiamo dantesco (II purgatorio) quando è descritto l’angelo
Dicembre 1902 => conferenza sul II canto del purgatorio per Pascoli; egli sostiene che Dante fornisce più parole per una parola, e più immagini per un’immagine. Dice che l’angelo ha alle sue spalle l’ombra nera del demone, il quale nel conviviale è alle spalle di Odisseo.
- non sapea che nero : ombra maligna, destino della perdizione.
- Violaceo mare : colore del vino (omerico) ma in questo caso è il colore del Lutto (=> il lutto di Odisseo, negando la leggenda in cui in realtà invecchia)
- Dileguar lontano : stilema caro al Pascoli.
G I O V A N N I P A S C O L I ( 1855 - 1912 )
Nacque a San Mauro Romagna. L’evento fondamentale della sua vita fu l’assassinio del padre, l’anno seguente morì una sorella, quindi la madre e due fratelli. Questa esperienza di morte fu un trauma per il poeta che si venne risolvendo in un senso di sgomento per l’inesplicabilità del destino umano. Aderì al partito socialista e prese parte ai primi moti socialisti (aderì al socialismo anarchico di Bakunin). Dopo aver subito alcuni mesi dei carcere preventivo decise di non impegnarsi nella politica attiva e riprese gli studi all’università dove si laureò ed iniziò la carriera dell’insegnamento. Dopo aver passato i suoi anni nelle varie scuole d’Italia, fu successore del Carducci all’Università di Bologna. Morì nel 1912 e fu sepolto a Castelvecchio di Barga.
Elementi decadenti in Pascoli:
- il senso smarrito del mistero e dell’infinito e la sensibilità a percepire le voci provenienti dagli abissi
- concezione della poesia come rivelazione dell’ignoto
- simbolismo
- fiacchezza di temperamento
PRINCIPALI SCRITTI DI POETICA
“Il fanciullino” (1897) apparso nella rivista “Il Marzocco”: è una dichiarazione di poetica dove P. afferma di aver preso spunto dal “Fedone” di Platone. Dice che dentro di noi c’è un bambino che vive in noi anche da adulti Ciò esprime una concezione di realtà spontanea, che riesce ad andare al di là delle apparenze. E’ Adamo che chiama col giusto nome le cose e riesce a capire il mistero della realtà. Mano a mano che si cresce però la voce del bambino l’ascolta solo il poeta. Da questa dichiarazione ci sono delle conseguenze:
- P. dice implicitamente che la poesia è estranea alla razionalità, è irrazionale e intuitiva, una forma di conoscenza profonda della realtà.
- La poesia non è privilegio di pochi, ma un dono concesso a tutti, sfruttato solo dai poeti
- Una poesia non deve trattare solo temi importanti ( civili o politici ) ma si fa su tutto perché ciò che è importante è quello che il poeta percepisce dietro le apparenze. Si fa su piccole cose, dove il poeta intuisce la realtà più profonda.
Per P. la poesia è pura. In realtà nelle sue poesie c’è ansia, angoscia, paura di vivere, legata alla sua vita triste (lutti in famiglia): è la paura di P. borghese di fronte ai cambiamenti sociali.
“MYRICAE” (tamerici, arbusti bassi): è una raccolta di poesie che ha avuto 9 edizioni dal 1880 al 1900 circa:. P. scriveva poesie e poi le raccoglieva a caso. Il titolo è ripreso dal poeta latino Virgilio che aveva scritto “Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici”. P. vuole anche alludere alla semplicità, alla modestia dei temi delle poesie, che superficialmente trattano di campagna, di paesaggi, di lavori domestici. In realtà la campagna è lo sfondo su cui proietta inquietudini, angoscia e perplessità. Gli oggetti diventano emblemi di particolari stati d’animo ( ad es. un aratro abbandonato rappresenta la solitudine).
Si parla di correlativo oggettivo: l’oggetto concretizza gli stati d’animo del poeta, hanno un valore simbolico.
I simboli del Pascoli sono:
1. NIDO , ha queste valenze:
- Spazi geometrici chiusi: muri, siepi, recinti e la nebbia ; tutto ciò che determina e ipotizza la famiglia d’origine, quindi protezione, rifugio. Ciò che è fuori fa paura.
- Nido vuoto: ossessione dei morti. La sua famiglia si è svuotata a causa dei lutti. P. non riesce a dimenticare i suoi morti.
- Dimensione nazionale, diventa simbolo dell’Italia, in cui c’era una forte emigrazione e l’Italia, il nido, doveva richiamare i suoi figli.
- CAMPANE, ha due diverse valenze, una positiva e una negativa:
- ottica positiva: il suono della campana ha una funzione consolatoria, gli permette di dimenticare la realtà
- ottica negativa: funzione inquietante, è il suono del funerale, della morte.
- UCCELLI: le rondini accompagnano il nido: In generale sono abitanti di mondi superiori dal quale inviano messaggi in una lingua non comprensibile, una lingua onomatopeica. Gli uccelli portano inquietudine e angoscia.
- FIORI chiamati col loro nome, sono ambivalenti: rappresentano sia la vita (eros), sia la morte (thanatos). Portano gioia, vita, sessualità (“Gelsomino notturno”) ma comunicano morte e solitudine. Ornano le tombe o simboleggiano la paura per la vita sessuale.
NOVITÀ’ STRUTTURALI
Il Pascoli, pur rimanendo nell’ambito delle misure metriche tradizionali ( terzine, quartine, sestine ecc., ed endecasillabi, settenari, novenari, ecc.) rinnova il verso perché lo spezza continuamente tramite la punteggiatura e i frequentissimi enjambement, nascondendo, per così dire, la rima ( verso franto, ossia spezzato).
La LINGUA: P. ha un rapporto difficile con la realtà e non si limita ad usare un linguaggio grammaticale (il linguaggio della comunicazione) e pre-grammaticale, basato su suono e onomatopee e anche post-grammaticale, cioè un linguaggio tecnico, preso da varie discipline come la botanica, la biologia ecc.
LA METRICA: P. usa la metrica tradizionale ma cambia musicalità, usando marcature, assonanze, consonanze, cesure (pause in mezzo ai versi )
“CANTI DI CASTELVECCHIO”: seconda raccolta di poesie di Pascoli, non hanno una successione, ma un’evoluzione poetica. Sono poesie con temi simili a quelli di Myricae, dove varia di poco anche la struttura. La prima edizione è del 1903. Le poesie vengono disposte secondo un ordine difficile, che il poeta stesso deve spiegare, e cioè P. segue l’anno agricolo, cioè da un autunno a quello successivo. Il luogo dove sono ambientate è quello di Castelvecchio di Barga e la Garfagnana, mentre quelle di Myricae erano ambientate per lo più in Romagna. P. riprende il titolo “Canti” da Leopardi, però li vuole ambientare in una realtà geografica ben precisa, la Garfagnana. I temi sono quelli già proposti in Myricae e cioè
- il tema del nido,
- la natura che vuole nascondere significati più profondi,
- la perplessità di fronte alla vita, con un aumento del suo pessimismo.
La struttura è nuova perché più lunga e narrativa. P. fonde qui i tre tipi di linguaggio, pre, post e grammaticale e fonde molti termini tecnici dialettali della Garfagnana.
LA POETICA DEL FANCIULLINO
La Poetica del Pascoli è legata alla sua concezione del mistero come realtà che ci avvolge. Ad esplorare questo mistero si sono rivelate impotenti la filosofia e la scienza perché una non ha saputo dare una spiegazione sicura del mondo, l’altra non ha saputo assicurare la felicità promessa e il dominio sulla natura. Ci può riuscire il poeta che può scoprire il segreto della vita universale e le corrispondenze nascoste tra le creature e le cose.
Per questo elabora una particolare poetica, detta poetica de “Il fanciullino”, dal titolo di un suo saggio, in cui sviluppa il concetto prerazionale e intuitivo della poesia.
Per Platone ( “Fedone”) il fanciullino era il simbolo delle superstizioni, de terrore della morte e dell’oltretomba, da cui siamo turbati fin dalla fanciullezza e che sopravvivono in noi anche quando siamo adulti
Pascoli si impadronisce di questa immagine, ma fa del fanciullino il simbolo del modo tutto particolare, ingenuo ed incantato, di vedere e di sentire da parte del poeta.
Questo fanciullino, egli dice, è in tutti gli uomini, i quali perciò sono tutti più o meno poeti, ma nella maggior parte di essi, distratti e presi dalle loro attività pratiche, il fanciullino tace; in altri, più sensibili (i poeti veri ), il fanciullino fa sentire continuamente la sua voce di stupore davanti alla bellezza e al fascino del mistero.
DA “IL FANCIULLINO” : IL FANCIULLINO MUSICO
In questo passo il poeta coincide con l’eterno fanciullo che è in noi : “ E’ dentro di noi una fanciullino ……..Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli, …. si sente un palpito solo…..”
La poesia riflette lo stupore col quale guardiamo per la prima volta le cose. Questo atteggiamento, spontaneo nell’infanzia, è una riconquista difficile in età matura. Occorre ritrovarlo al di là della cultura, della razionalità.
Il poeta non deve proporre contenuti morali, civili, religiosi, ma solo essere capace di una rinnovata visione della realtà e comunicare agli uomini questa suggestione, ridestando il fanciullo che è in loro.
La poesia ha bisogno di una lingua precisa, che chiami le cose col loro nome, per possederle nella loro realtà esterna: “ …. Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e nessuno avrebbe detta……. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso….. “
Giovanni Pascoli
Nasce a San Mauro di Romagna nel 1855. Dai sette ai quattordici anni studiò nel collegio “Raffaello” a Urbino, che dovette lasciare dopo la morte del padre ucciso da sconosciuti mentre, in un calesse tirato da una “cavallina storna” tornava a casa dalla fiera di Cesena. Colpito da altri lutti familiari, come la morte della mamma e della sorella maggiore continuò tra molti stenti gli studi e vincendo una borsa di studio, s’iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna. Durante gli anni dell’Università aderì alle idee socialiste ed anarchiche di Bakunin (solidarietà del popolo è populismo e cioè vedere solo gli aspetti positivi del popolo) e partecipò alle dimostrazioni in favore di Passanante, dopo un attentato al re Umberto I. Fu arrestato e trascorse tre mesi in carcere (1879). Assolto e liberato, riprese gli studi e subito dopo cominciò la carriera di insegnante di latino e greco, prima nei licei di Matera, Massa e Livorno, poi nelle Università di Messina e di Pisa, finché nel 1905 ottenne a Bologna la cattedra di Letteratura italiana che era stata del Carducci. Morì a Bologna nel 1912, assistito dalla sorella Maria (Mariù).
Egli si confronta con le teorie del decadentismo: sottolinea gli aspetti che fanno paura, non quelli che danno la felicità.
Concezione della natura:
Nella poesia “Vertigine” (pag. 133) vediamo come il rapporto di Pascoli con la natura sia positivo (al contrario di quello di Leopardi ne “La ginestra”. Egli nella natura trova le premesse per qualcosa di più profondo, come un libro da scoprire.
Concezione della vita:
Il Pascoli ebbe una concezione dolorosa della vita sulla quale influirono due fatti principali: la tragedia familiare e la crisi del positivismo.
- La tragedia familiare colpì il poeta il 10 agosto del 1867, quando gli fu ucciso il padre. Alla morte del padre seguirono quella della madre, della sorella maggiore, Margherita, e dei fratelli Luigi e Giacomo. Questi lutti lasciarono nel suo animo un’impressione profonda e gli ispirarono il mito del “nido” familiare da ricostruire, del quale fanno parte i vivi e idealmente i morti, legati ai vivi dai fili di una misteriosa presenza. In una società sconvolta dalla violenza e in una condizione umana di dolore e di angoscia esistenziale, la casa è il rifugio nel quale i dolori e le ansie di placano. Solo alla fine riuscirà Pascoli a ricostruire un nido con la sorella. Secondo la critica, questa concezione di nido non permette a Pascoli di allontanarsi dal pianeta della fanciullezza, non riesce a vivere la maturità nel modo più pieno.
- La crisi del Positivismo si verificò verso la fine dell’Ottocento e travolse i suoi miti più celebrati, quelli della scienza liberatrice e del progresso. Il rinnovamento promesso dalla scienza non si era verificato. I conflitti per le conquiste coloniali e i conflitti sociali all’interno degli Stati, dimostravano l’impossibilità di giungere alla soluzione dei problemi umani, perché lo sviluppo morale dell’uomo, ancora soggetto all’egoismo, alle passioni e alla violenza, era talmente in ritardo rispetto allo sviluppo della scienza che questo si ritorceva in boomerang , rischiava cioè di risolversi a danno degli uomini, qualora questi se ne servissero per i loro fini di egoismo e di potere. Il Pascoli riconosce l’impotenza della scienza nella risoluzione dei problemi umani e sociali., ma l’accusa di avere reso più infelice l’uomo distruggendo in lui la fede in Dio e nell’immortalità dell’anima.
- Una lettura psicoanalitica rivela degli altri comportamenti, come quello della visione di un rapporto con l’altro sesso in maniera distorta: nel bimbo del gelsomino vede la sorella. Il matrimonio crea dei problemi, mentre il suo sogno è quello di vivere con le sorelle (è un amore sublimato). Quando una sorella si sposa questo gli crea delle turbe che lo inducono a sposarsi, rattristando l’altra sorella.
- Nell’atteggiamento verso il padre la critica moderna vede un atteggiamento morboso.
Profilo di Giovanni Pascoli
Pascoli è da considerare per così dire uno spartiacque che segna l’inizio del Novecento. I suoi rapporti col decadentismo, meno vistosi di quelli di D’Annunzio, sono in compenso più profondi e la sua influenza sulla posteriore poesia italiana sarà determinante. È essenziale distinguere in Pascoli la novità che si cela e si confonde con il rispetto o la prosecuzione di temi e di forme di quella produzione veristica che per i primi due/tre decenni del secondo Ottocento era stata egemone: i “quadretti di genere”, le rappresentazioni di scene della vita dei campi, che troviamo in “Myricae” e che paiono rimandare a tanta produzione letteraria di quei decenni, in realtà sono per Pascoli lo scenario su cui proiettare inquietudini, smarrimenti, un senso del vivere fatto di ansiose perplessità. Di conseguenza i dati realistici presenti nelle sue liriche si caricano di significati e di simboli. Con questa prima fondamentale verità Pascoli per un verso si inseriva in un orientamento presente a livello europeo in quegli anni (il simbolismo), per un altro trovava le modalità più adatte e suggestive per esprimere un senso della vita sotteso da turbamenti adolescenziali, da incertezze e da paure di fronte alla realtà storica e contemporanea, e di conseguenza tutto proiettato verso il vagheggiamento del proprio nido familiare, verso la contemplazione della campagna come idilliaco rifugio, verso l’ossessivo ricordo dei morti. Una tematica, questa, che è collegata alla dolorosa esperienza biografica del poeta, e che di frequente dà luogo a sbavature sentimentalistiche. Ma a parte ciò, il processo di rinnovamento si manifesta, oltre che nella dimensione simbolica della poesia, anzi tutto sul piano linguistico: egli adotta, infatti, un lessico nel quale o entrano termini tecnici, gergali, relativi al mondo della campagna, o c’è posto per termini che sono al di qua della comunicazione, privi di senso, pregrammaticali, ma carichi di valenze fonosimboliche, di suggestioni evocative (le onomatopee, per esempio). Inoltre, Pascoli apparentemente rispetta la prosodia e le forme metriche tradizionali, ma in realtà il singolo verso o la struttura strofica sono dissolti e disarticolati dal di dentro nella loro compattezza armonica tradizionale, al posto della quale subentrano e si insinuano una versificazione e una musicalità frantumate dalle cesure, dilatate dagli enjambements, o rotte da pause, da attoniti spazi di silenzi. Ma la produzione di Pascoli presenta anche aspetti che non sono stati fertili di sviluppi. Nei “Poemi conviviali” ad esempio realizza componimenti raffinatamente letterari che traggono spunto da capolavori del mondo classico (l’Odissea) e si distinguono per la ricercatezza di un linguaggio antiquario, sono cioè un’opera di letteratura che nasce da una preesistente letteratura. Nei componimenti di “Odi” e “Inni” affronta la celebrazione delle idealità civili e patriottiche e si trasforma in un poeta vate, sull’esempio di Carducci e D’Annunzio: una metamorfosi collegata ad un confuso itinerario ideologico, che fa sì che questo poeta inizi la sua carriera come cantore del chiuso nido familiare e la concluda come celebratore della conquista della Libia.
Commento di Giorgio Barberi Squarotti relativo alla lirica “X Agosto” e alla tematica del “nido”: “ nella dissoluzione della società che non sa dare misura e valori e propone costantemente la volgarità e la pena, il dolore o il male, l’estremo e unico rifugio appare al Pascoli il nido familiare, a cui partecipano, legati dagli affetti e dalle complicità irrazionali del sangue, i vivi e i morti della famiglia, costituendo il luogo caldo ed accogliente di un rifugio di fronte ad una storia che presenta immagini di orrore, d’oppressione, di morte, e di fronte ad una condizione umana che è dominata dal terrore onnipresente della morte, che rende illusioni i gesti degli uomini, e ne segna di inutilità ogni tentativo di emergere. I rapporti sociali si riducono al nucleo privato, avulso da ogni contatto che è il nido. Dapprima il nido è solo quello familiare, popolato di pochi vivi e di un’infinità di morti dolenti e aggressivi, fra i quali sono anche la madre, le sorelle, i fratelli, tutti ugualmente connotati dal pianto e da un inesauribile rancore. In essi domina, custode, la madre: che è la depositaria delle ragioni del sangue e della terra, quella che convoca il figlio al rito crudele dell’investitura della vendetta contro l’assassino del padre (La cavalla storna), quella che viene con la voce stanca, smarrita, col tremito del batticuore a rimproverare più che a confortare il figlio tentato di morire”.
Guida all’analisi di “Novembre”
E’ per comune riconoscimento della critica una delle composizioni più suggestive dell’intera produzione poetica di Pascoli. Come la maggior parte delle “Myricae”, anche questa più che a descrivere la natura in un particolare momento (nel caso specifico, i giorni della prima metà di novembre detti “estate di S.Martino” o “estate dei morti”) è rivolta a penetrare il segreto senso delle cose, e a scoprire in esse un messaggio di morte o un precario senso di fragilità, di vuoto.
La prima strofe rende l’impressione di una improvvisa primavera, ma la seconda ribalta la prima e, intessuta da una fitta trama di parole chiave (secco, stecchite, nere, vuoto, cavo, tonante) avvia verso la conclusione e legittima il tono della terza. Quest’ultima è tutta incentrata sulla constatazione di una fredda legge di morte come unica e vera realtà che rimane dopo la momentanea, effimera illusione di colori e profumi primaverili. Sono presenti nella poesia di Pascoli due diversi piani ritmici, uno vicino e scoperto, uno segreto e lontano. In questo caso il ritmo è scandito da pause, da lunghi silenzi. L’endecasillabo è frantumato, ricco di spezzature, di enjambements.
Guida all’analisi di “Assiuolo”
L’assiuolo è un rapace notturno (in Toscana detto popolarmente “chiù” per il verso che emette) spesso presente nella poesia di Pascoli e generalmente sentito, come d’altra parte nella tradizione popolare, quale simbolo di tristezza e di morte. Il suo versi inquietante scandisce la lirica e via via si carica di valenze simboliche: dall’iniziale “voce dai campi” diventa “singulto” e infine “pianto di morte”. Osservazioni di Pianola: “Siamo alle soglie dell’alba, un’alba di luna, e il lugubre grido dell’assiuolo, annunciatore di morte nella credenza popolare, agisce probabilmente nella semincoscienza del dormiveglia e suscita una serie di immagini inquietanti, tutte più o meno riferibili alla realtà, ma travolte nella loro essenza e nel loro ordinamento sintattico da un forte vento d’angoscia. E i versi che nascono su un materiale così poco coordinato come quello onirico, svolgono un discorso per elementi staccati, non logicamente dipendente, secondo una sintassi franta, a blocchi giustapposti”. La lirica, pubblicata prima sul “Marzocco” nel 1897, fu inclusa nella quarta edizione di “Myricae” (1903).
G I O V A N N I P A S C O L I (1855-1912)
I) Nasce a San Mauro di Romagna nel 1855. Il padre, amministratore di una vasta tenuta agricola dei principi Torlonia, fu assassinato per essersi opposto al brigantaggio che allora era molto diffuso in Regione. Il Pascoli allora aveva 12 anni e si trovava a studiare nel collegio dei padri Scolopi a Urbino. Poco dopo gli moriranno anche la madre, una sorella e due fratelli. Questi lutti, soprattutto quello del padre, segnarono profondamente la sensibilità del giovane Pascoli.
II) Nonostante ciò egli poté proseguire gli studi al liceo di Rimini e poi dal '73, con una borsa di studio vinta dopo un esame sostenuto alla presenza del Carducci, poté iscriversi alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna. Qui si avvicinò agli ambienti del socialismo emergente, caratterizzato dall'anarchismo di Andrea Costa, e si iscrisse all'Internazionale socialista. Privato della borsa di studio per aver partecipato a una manifestazione contro il ministro dell'Istruzione allora in carica, vive in grande miseria e per ben 5 anni (1875-80) è costretto a interrompere gli studi. Nel '79 viene coinvolto nelle agitazioni che seguirono alla condanna a morte dell'anarchico che attentò alla vita del re Umberto I a Napoli: arrestato, per più di tre mesi resterà in carcere.
III) Il carcere fu un'esperienza che lo segnò, interiormente, in maniera decisiva. Decide di abbandonare l'attività politica e di laurearsi; con l'aiuto del Carducci ottiene la cattedra di latino e greco al liceo di Matera. Successivamente si trasferisce a Massa, ove si riunisce a due sorelle, di cui una resterà con lui tutta la vita; poi passa a Livorno, dove rimarrà 7 anni. Nel corso di questi anni, per aumentare il magro stipendio si dedica a vari incarichi intellettuali e a lezioni private.
IV) Nel '91 (era ancora a Livorno) pubblica il suo primo volumetto di poesie, Myricae, che resta la sua opera più famosa (l'altra è Canti di Castelvecchio del 1903), mentre l'anno seguente vince il primo premio al concorso internazionale di poesia latina ad Amsterdam (lo vincerà per altre 12 volte!). La sua fama di latinista gli permette nel '95 di abbandonare l'insegnamento liceale per quello universitario. Diventa docente di latino e greco a Bologna, poi di latino a Messina fino al 1903. Nel 1906 ottiene la cattedra di letteratura italiana dell'ateneo bolognese, lasciata vacante dal Carducci. Muore nel 1912, per un cancro all'addome, a Bologna; viene sepolto a Castelvecchio di Barga (prov. di Lucca), paese in cui nel '95 si era comprato una casa.
IDEOLOGIA E POETICA
I) Pascoli si è formato fuori del Risorgimento, è cresciuto cioè in un periodo in cui alle contraddizioni della società borghese si stava cercando una soluzione nel socialismo emergente, che in Italia si presentava nella variante anarchica, mentre la grande borghesia, alleata con gli agrari del Sud, la cercava in un governo forte e reazionario.
II) Quando il Pascoli rinuncia alle idee del socialismo anarchico (politicamente impegnato), approda progressivamente alla convinzione che il mondo e la nuova società borghese sono dominati da forze negative troppo superiori per essere vinte. Al massimo -pensa il Pascoli- è possibile attenuare l'impatto di queste forze sugli uomini, mediante una sorta di socialismo umanistico e filantropico (nel senso che tutte le classi sociali devono trovare ai loro conflitti una relativa conciliazione, nella consapevolezza di sentirsi reciprocamente indispensabili), e mediante una sorta di patriottismo-nazionalistico, per il quale le classi oppresse hanno il diritto a un'espansione coloniale verso l'Africa e di conquistare le terre irredente del nord-Italia, al fine di dimostrare le loro grandi capacità lavorative e civilizzatrici: in tal modo il Pascoli sperava di attenuare le forti tensioni sociali che erano scoppiate in tutta la nazione. Il suo discorso La grande proletaria, pronunciato nel 1911, al tempo dell'impresa libica, destò grandi entusiasmi nella stampa e nei teatri.
III) Il Pascoli eredita chiaramente la fine delle illusioni del secondo Ottocento nelle capacità della scienza-tecnica-industrializzazione di superare il dolore, la sofferenza, le contraddizioni degli uomini. Tutte queste cose non hanno tolto ma hanno anche creato nuovi dolori (la scienza -per il Pascoli- è solo servita a togliere le illusioni della religione). Il male, per lui, non è generato dalla natura (che anzi è "madre dolcissima") ma dall'uomo sociale (ritenuto assai diverso dall'uomo primitivo, "buono per natura").
IV) Unico rimedio al male consiste nel fuggire tutto ciò che è prodotto di civiltà, rifugiandosi nel puro sentimento, nella solitudine, in un contatto più stretto con la natura, vista esteticamente ma anche come fonte di consolazione, come luogo simbolico in cui poter rievocare un passato, un'innocenza perduta definitivamente.
V) La natura è anche un luogo in cui si può meditare sul problema del dolore, della morte, della sofferenza degli uomini in maniera distaccata, cioè senza cercare nel conflitto delle classi una soluzione alle contraddizioni sociali. La meditazione sul dolore e sul mistero di una vita che ci fa nascere felici e ci fa diventare infelici, deve portare l'uomo ad avere pietà del suo simile. Il dolore infatti ha qualcosa di sacro e di necessario e per renderlo più sopportabile occorre la fraternità universale. Quella del Pascoli viene chiamata "poetica decadentistica della consolazione".
- Egli però definì la propria poetica con l'espressione "poetica del fanciullino". Il poeta cioè è un fanciullo che sogna e vede cose che gli altri non vedono né possono vedere, essendo abituati ai nessi logici, razionali delle cose. Il "fanciullino" privilegia l'intuizione alla ragione, il sogno al vero, l'invenzione alla riproduzione, l'arbitrarietà della parola alla normalità comunicativa (grandissimo, in questo senso, fu il contributo stilistico del Pascoli).
Pascoli nascosto
In certi manuali di storia della letteratura, generalmente, trattando il Pascoli, si considera il suo periodo giovanile (quello politicamente impegnato in direzione del socialismo anarchico) con sfumature diverse ma di contenuto analogo: sprezzante, sarcastica, ironica, paternalistica, patetica... E si usano espressioni così superficiali e vergognose che, volendo, potremmo tradurle nel modo seguente: "non avrebbe dovuto", "era un povero illuso", "era giovane", "era spiantato", e via dicendo. Il che, in sostanza, lascia ben capire come l'autore del manuale intenda l'impegno politico rivoluzionario.
Ciò fa sì che di quel periodo lo studente non venga a sapere praticamente nulla. Il silenzio (ma sarebbe meglio dire la "censura") viene giustificata col dire che il vero "poeta", il vero "artista" è maturato soltanto molti anni dopo, allorché comprese la vanità dei suoi ideali giovanili.
Subito dopo, la censura viene ulteriormente rafforzata presentando, del poeta, solo quei testi che unanimemente (cioè anche da parte di molti altri manuali di letteratura), vengono considerati più significativi: e qui la scelta cade ovviamente su quelli che hanno un pregio estetico o stilistico rilevante, oppure su quelli che confermano la necessità del superamento delle istanze giovanili.
Alla fine, dopo aver ridotto il poeta a un fallito come "politico", a uno che praticamente era sopravvissuto a se stesso, cioè dopo aver rigorosamente circoscritto la sua originalità a pochissimi testi poetici, si conclude, non senza compiacimento, ch'egli era un decadente, cioè uno che né dal punto di vista "borghese" né da quello "anti-borghese" aveva qualcosa da dire.
Si badi: i manuali di letteratura italiana non plaudono esplicitamente alla cultura borghese -meno che mai quelli orientati a sinistra-; tuttavia, ogniqualvolta essi delimitano l'opposizione alla società capitalistica nel ristretto ambito della mera coscienza interiore, psicologica, il limite della loro ideologia piccolo-borghese si evidenzia subito.
Naturalmente, per non apparire troppo sbrigativi, tali manuali riconoscono al Pascoli dei meriti a livello linguistico, metrico, formale, ecc., ma sul piano del contenuto ideale il giudizio resta negativo: il Pascoli che aveva cercato di superare (si precisa: "ingenuamente") le contraddizioni del capitalismo e che poi si era accorto (si precisa: "realisticamente") che quelle contraddizioni non potevano essere superate, va considerato, più o meno con disprezzo, un decadente.
Detto altrimenti: il suo decadentismo è il frutto di una posizione sbagliata assunta in gioventù. Egli s'era per così dire "intestardito" a seguire una via che non aveva sbocchi. Non che per questo egli dovesse allinearsi subito alle esigenze della borghesia (come quando appoggiò nella maturità il colonialismo in Africa). Sarebbe stato sufficiente ch'egli avesse contestato la società borghese sul piano morale, non politico: in tal modo, anche se alla classe borghese del suo tempo egli non sarebbe apparso un "vincente", gli odierni critici letterari borghesi forse non l'avrebbero messo tra i decadenti. Il decadentismo, insomma, non viene colto come l'esito di un dramma personale del poeta, ma come una sorta di punizione per aver preteso cose ingiustificate.
In questi manuali, per concludere, non si vuole assolutamente ammettere l'eventualità che un individuo si "rifugi" nella letteratura allo scopo di superare le proprie tensioni accumulate in sede politica. La letteratura italiana -così come viene trattata nella maggior parte dei manuali- deve restare separata dalla politica: laddove esiste un nesso, una qualche relazione, il riferimento alla politica deve restare molto indiretto, molto nascosto, altrimenti la letteratura diventa "mediocre". Il giovane Pascoli, dunque, non solo era un illuso sul piano politico, ma aveva anche perso del tempo prezioso per le esigenze della "vera" letteratura.
Giovanni Pascoli
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.