Giacomo Leopardi

Di carattere molto sensibile e di ingegno precoce, il Leopardi, dopo aver trascorso I'infanzia e la giovinezza in un ambiente austero e freddo, dedicandosi ad uno studio profondo ed assiduo che lo rese padrone di una vastissima cultura ma rovinò irrimediabilmente la sua salute, sviluppò una concezione della realtà molto simile a quella del Foscolo.
I1 mondo gli parve governato da leggi meccaniche inesorabili e misteriose, che presiedono alla continua trasformazione della materia, coinvolgendo ed annullando anche l'uomo. Anche in lui, come nel Foscolo, questa convinzione è fonte di amarezza e di pessimismo, così come insorge anche in lui la ribellione contro questa visione offertagli dalla ragione. In ciò egli manifesta la sua natura e la sua spiritualità romantica.
Anche nel Leopardi hanno valore le illusioni che illuminano la vita del Foscolo: la bellezza, la gloria, la patria, la libertà, l'amore, la poesia; ma mentre nel Foscolo esse appaiono come conquiste raggiunte per mezzo di uno slancio eroico, di accettazione e di esaltazione della condizione umana, dolorosa ma ricca di dignità e nobiltà, in Leopardi sono idee nobilissime, insite nella giovinezza dell'uomo, ma destinate a venir meno, ad essere demolite dalla ragione e soprattutto dalla vita.
Possiamo scorgere nella storia spirituale del Leopardi una lucida e continuare tendenza alla demolizione delle speranze umane, che il poeta segue, ponendo in risalto inesorabilmente le varie ragioni che rendono infelice la condizione dell'uomo.
La vita gli appare avvolta dal mistero e dal dolore, che è l'unica certezza per l'uomo. I1 piacere non esiste se non come pausa momentanea del male e un uscire dalla condizione di pena, mentre la vicenda umana gli appare come una inutile corsa verso il nulla, e la storia stessa è contrassegnata dal progressivo trionfo dell'infelicità. La natura, vista da lui in un primo momento (fino al '23) come madre amorosa, gli appare in seguito come matrigna; essa, secondo il poeta, crea l'uomo ma non si preoccupa della sua felicità. La prima causa dell'infelicità umana è la ragione, che dissolve le illusioni e pone l'uomo di fronte alla realtà. Da questa presa di coscienza derivano la delusione ed il tedio. A queste convinzioni il poeta arrivò gradualmente; esse sono infatti il frutto, oltre che della sua sensibilità, della sua stessa vicenda umana, tormentata da incomprensioni, delusioni, sventure.
Si riscontrano tre momenti nello sviluppo del pensiero leopardiano, che non è tuttavia sistematico e non perviene ad un rigoroso sistema filosofico (perchè egli è soprattutto poeta e pensa e si esprime in relazione ai suoi casi ed alle sue esperienze, in una sorta di reazione sentimentale).
Questi tre momenti, rappresentati dal pessimismo individuale, storico e cosmico, non si succedono ordinatamente anche se corrispondono a tre modi distinti di interpretare la condizione umana. Pertanto, a volte (soprattutto nella giovinezza) al poeta sembra che la sorte sia stata matrigna solo con lui, condannandolo all'infelicità nel fisico e nello spirito, alla solitudine ed all'incapacità di vivere come gli altri (mentre agli altri uomiri sono concesse le gioie della vita, la giovinezza felice, gli affetti).
E' questa propriamente la fase del pessimismo individuale. A volte, invece, appaiono in lui quelle riflessioni sulla felicità dei primi uomini che si meravigliavano e gioivano per cose semplici e furono poi resi infelici dal progresso, chiaramente ispirate dalla lettura del Vico e di Rousseau, oltre che da meditazioni personali e negotive in rapporto alla storia, nelle cui conquiste il poeta non crede. In ciò consiste appunto il pessimismo storico.
Infine, a volte l'esame della condizione umana induce il poeta a concludere che a tutti è riservato lo stesso destino di dolore. A questa condizione si adeguano inoltre tutti gli elementi del creato (pessimismo cosmico). Le estreme conseguenza di questo atteggiamento portano a quella che è stata definita come la "doglia universale".
Contro queste pessimistiche concezioni insorge il sentimento, esprimendosi per mezzo della poesia, che nel Leopardi appare come una continua rivolta contro le conclusioni della ragione. Essa è dettata dalle più profonde convinzioni ed esigenze del poeta, che è convinto della nobiltà dell'uomo, il quale non merita la sua infelicità, che è qualcosa di ingiusto e di assurdo. E' quindi, la sua, una rivolta, che, pur mostrando pessimismo e dolore, non genera a sua volta pessimismo. Infatti, come afferma De Sanctis, "questo uomo odia la vita e te la fa amare, dice che l'amore e la virtù sono illusioni, e te ne accende nell'anima un desiderio vivissimo".
Leopardi, infatti, celebra la giovinezza e la bellezza della natura e della vita, anche se con lo stato d'animo doloroso di colui che da tutto ciò si sente escluso. Il suo, comunque, è un pessimisno eroico e mai rassegnato. Egli reagisce perché ha in sè un'ansia religiosa che nessuna logica può distruggere e perchè possiede una costante fiducia nella dignità umana. La sua energia si esprime nelle sue stesse parole "...e di più vi dico francamente che io non mi sottometto alla mia infelicità, nè piego il collo al destino o vengo seco a patti come fanno gli altri uomini..."
La sua opera si traduce perciò anche in una esortazione a non cedere al fato, ad opporre all'universo assurdo l'intatta nobiltà dello spirito. Egli non tradusse però questa energia morale in azione, come il Foscolo, ma la realizzò nel continuo approfondimento del suo pensiero. Le stesse lotte dei patrioti non lo coinvolsero, né lo attrassero gli entusiasmi e le fedi del suo tempo.
Le sue concezioni, oltre che nella poesia, sono espresse nelle Operette morali e nello Zibaldone.
Nella vicenda letteraria del Leopardi si può riscontrare una precisa linea di sviluppo. Dopo la fase che si definisce erudita (fino al '15), durante la quale egli compose la Storia dell'astronomia (1813), il Saggio sopra gli essori popolari degli antichi (l8l5), due tragedie (La virtù indiana e Pompeo in Egitto, 1815), osserviamo, nel 1816, il passaggio del poeta a quella che egli considera come una "conversione letteraria, un passaggio dalla erudizione al bello".
In questo periodo, infatti, la poesia gli sembra adatta ad esprimere la sua sete di gloria ed il bisogno di uscire dalla solitudine. Lo studio dell'Alfieri, la lettura dell'0rtis e del Werter e le sue stesse vicende spirituali lo allontanano però ben presto dalla letteratura di stampo settecentesco e da1 gusto arcade e montiano, che caratterizza le sue prime poesie, rendendo più maturo il suo stile e il suo pensiero ed avvicinandolo al Romanticismo (1817-19).
Ben presto, egli si trova ad avere in sè, spontaneamente, la sensibilità e le esigenze di questo movimento poetico, pur assumendo, nel 1818, nel suo "Discorso di un italiano sulla poesia romantica", col quale si inserisce nella polemica classico-romantica, la funzione di "scudiero dei classici". In quell'anno compone due canzoni civili: All'Italia e Sopra il monumento di Dante. Al 1820 risale la poesia Ad Angelo Mai ed al 1821 appartengono due componimenti: Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore di pallone.
L'approdo ad una concezione tragica della vita avviene nel 1819 ,quando il poeta è colpito da una malattia alla vista; il suo pessimismo, tuttavia non è unicamente legato a motivi personali, ma assume caratteri universali, intrecciandosi alla crisi filosofica, ideologica e politica di quegli anni, che accompagna il passaggio dall'Illuminismo al Romanticismo.
Nel 1824 Leopardi compone le Operette morali, un esempio di poesia in prosa, in cui la vicenda del poeta viene superata dalla visione generale dei grandi temi connessi con il significato della vita umana, il dolore universale, il mistero. In quest'opera Leopardi rivela le sue capacità di grande prosatore.
Negli anni successivi appaiono i Primi idilli: La vita solitaria, La sera del dì di festa, I1 sogno, L'infinito, Alla luna.
Si svolge poi a Recanati, tra il '28 e il '30, la seconda, grande, stagione della poesia leopardiana, cui appartengono i "Grandi idilli" A Silvia, Le Ricordanze, I1 passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, I1 canto notturno di un pastore errante dell'Asia, nelle quali il pessimismo raggiunge l'acme ed investe la concezione che il poeta ha dell"umanità intera. Sono da ricordare anche le poesie che formano ii ciclo di Aspasia e che risalegno al soggiorno fiorentino del poeta: I1 pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia.
Le principali opere in prosa sono lo Zibaldone (1817-1832), i Pensieri, l'Epistolario.
Leopardi si serve della poesia come un mezzo per esprimere sinceramente i suoi stati d'animo; chiama perciò canti i suoi componimenti poetici, volendo affermare che essi sono soprattutto espressioni sincere e immediate dei suoi sentimenti, senza particolari scopi letterari ed eruditi. I1 linguaggio di cui si serve è definito da lui stesso "vago e peregrino", ossia non privo di una certa bellezza, ottenuta con l'utilizzo di vocaboli preziosi, ma complessivamente semplice e quasi dimesso. Esso non è privo, pertanto, del fascino delle cose naturali ed autentiche. Gli effetti poetici sono raggiunti con semplici accorgimenti, come il soggetto in fine di verso.
Il tema principale della poesia leopardiana è la rimembranza; l'autore ritiene infatti che la fonte da cui scaturisce la poesia sia principalnente la dsposizione a rievocare il passato. Accanto a questo tema, che è tipicamente romantico, anzi ad esso intimamente legati, appaiono i temi della giovinezza, del paesaggio, dell'infinito, del mistero, della morte, i colloqui con i silenzi notturni, con la luna. La poesia rappresenta, oltre che la testimonianza, il conforto della tormentata vicenda del poeta. Essa riflette il suo pessimismo, la sua rivolta eroica, ed anche sembra che testimoni, negli ultimi componimenti, ossia La ginestra ed Il tramonto della luna, la conquista di una certa fiducia, dovuta alla scoperta del valore della solidarietà umana. Ciò completa il suo messaggio di consapevolezza e di coraggio nei confronti del destino.
GIACOMO LEOPARDI
La vita
Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, primogenito del conte Monaldo e di Adelaide Antici. Recanati era un borgo di uno degli Stati a quel tempo più attardati e retrivi d'Italia, lo Stato pontificio. La famiglia Leopardi era tra le più cospicue della nobiltà terriera marchigiana, ma in cattive condizioni patrimoniali, tanto da dover osservare una rigida economia per conservare il decoro esteriore del rango nobiliare. Il padre era un uomo colto, che nel suo palazzo aveva messo insieme una notevole biblioteca, ma di una cultura attardata e accademica. I suoi orientamenti politici erano ferocemente reazionari, ostili a tutte le idee nuove che erano state diffuse dalla Rivoluzione francese e dalle campagne napoleoniche. Giacomo crebbe in questo ambiente bigotto e codino, che in un primo tempo influenzò le sue idee e i suoi orientamenti. La vita familiare era dominata soprattutto dalla madre, donna dura e gretta, interamente dedita alla cura del patrimonio dissestato, ed era caratterizzata da un'atmosfera autoritaria, arcigna, priva di confidenza e di affetto. Giacomo, come era costume nelle famiglie nobili del tempo, fu istruito inizialmente da precettori ecclesiastici, ma ben presto, intorno ai dieci anni, non ebbe più nulla da imparare da essi e continuò i suoi studi da solo, chiudendosi nella biblioteca patema, per quei "sette anni di studio matto e disperatissimo", come li definì egli stesso, che contribuirono a minare il suo fisico già fragile. Dotato di un'intelligenza straordinariamente precoce, si formò ben presto una vastissima cultura: imparò in breve tempo, oltre il latino, anche il greco e l'ebraico, condusse lavori filologici che stupirono i dotti dell'epoca, tradusse classici latini e greci, le Odi di Grazio, il I libro dell'Odissea, il II dell'Eneide, e contemporaneamente scrisse una massa ingente di componimenti poetici, odi, sonetti, canzonette, tragedie. Se questa vasta produzione intellettuale lascia sbalorditi in un adolescente, c'è anche da osservare che ne emerge il quadro di una cultura arcaica e superata, ancora ispirata a modelli arcadico-illuministici, e di un'erudizione arida e accademica, dagli orizzonti ristretti: era la cultura propria dell'ambiente familiare e di quell'attardato mondo provinciale. Anche sul piano politico Giacomo segue gli orientamenti reazionari del padre, come dimostra l'orazione Agli Italiani per la liberazione del Piceno (1815) e vuoi distogliere gli Italiani dalle aspirazioni patriottiche.
Tra il' 15e il' 16 si attua quella che egli stesso chiama la sua conversione "dall'erudizione al bello": abbandona le aride minuzie filologiche, e si.entusiasma per i grandi poeti. Omero, Virgilio, Dante. Comincia a leggere i moderni, la Vita di Alfieri, il Werther, l'Ortis; tramite la lettura della De Staèl viene a contatto con la cultura romantica (nei cui confronti ha però, come si vedrà, forti riserve). Un momento fondamentale della sua formazione intellettuale e della sua esperienza vissuta fu l'amicizia con Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni. Nella corrispondenza con il Giordani poté trovare quella confidenza affettuosa che gli mancava nell'ambiente familiare, e al tempo stesso una guida intellettuale. Questa apertura verso il mondo esterno gli rese ancor più dolorosamente insostenibile l'atmosfera chiusa e stagnante di Recanati e del palazzo paterno, e suscitò in lui il bisogno di uscire da quella specie di carcere, di venire a contatto con più vive esperienze intellettuali e sociali. Nell'estate del 1819 tentò la fuga dalla casa patema, ma il tentativo fu scoperto e sventato. Lo stato d'animo conseguente a questo fallimento, acuito da un'infermità agli occhi che gli impediva anche la lettura, unico conforto alla solitudine alla "nera, orrenda e barbara malinconia", lo portarono a uno stato di totale prostrazione e aridità (si veda la lettera del 19 novembre 1819). Raggiunse così la percezione lucidissima della nullità di tutte le cose, che è il nucleo del suo sistema pessimistico. Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio, sempre a detta di Leopardi stesso, dal "bello al vero", dalla poesia d'immaginazione alla filosofia e ad un poesia nutrita di pensiero.
Il 1819 è anche un anno di intense sperimentazioni letterarie. Molti filoni sono tentati e subito abbandonati, ma con l'Infinito comincia la stagione più originale della sua poesia. Si infittiscono anche le note dello Zibaldone una sorta di diario intellettuale, avviato due anni prima, a cui Leopardi affida appunti, riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche. Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati e di vedere il mondo esterno a quella "tomba de5 vivi", si reca infatti a Roma, ospite dello zio Carlo Antici. Ma l'uscita tanto desiderata si risolve in una cocente disillusione. Gli ambienti letterari di Roma gli appaiono vuoti e meschini, la stessa grandezza monumentale della città lo infastidisce. Tornato a Recanati nel' 23, si dedica alla composizione delle Operette morali, a cui affida l'espressione del suo pensiero pessimistico. E* cominciato un periodo di aridità interiore, che gli preclude di scrivere versi; perciò si dedica alla prosa, all'investigazione dell'acerbo vero". Nel "25 gli si offre l'occasione di lasciare la famiglia e di mantenersi con il proprio lavoro intellettuale: un editore milanese intraprendente e di moderne concezioni, lo Stella, gli offre un assegno fisso per una serie di collaborazioni. Soggiorna così a Milano e a Bologna; nel' 27 passa a Firenze. Trascorre l'inverno '27-'28 a Pisa: qui la dolcezza del clima e una relativa tregua dei suoi mali favoriscono un "risorgimento" della sua facoltà di sentire e di immaginare. Nella primavera del '28 nasce così A Silvia, che apre la serie dei "grandi idilli". Le necessità economiche però lo incalzano. Le prospettive di sistemazione che gli si presentano si rivelano via via inconsistenti. Nell'autunno del 1828, aggravatesi le condizioni di salute, divenuto impossibile ogni lavoro e sospeso l'assegno dell'editore, è costretto a tornare in famiglia, a Recanati. Vi rimane un anno e mezzo, "sedici mesi di notte orribile". Vive isolato nel palazzo paterno, senza rapporti con alcuno, immerso nella sua tetra malinconia. Nell'aprile del "30 si risolve ad accettare una generosa offerta degli amici fiorentini, che pochi mesi prima aveva respinto per fierezza: un assegno mensile per un anno. Lascia così Recanati, per non farvi più ritorno. Comincia una nuova fase della sua esperienza intellettuale: esce dalla cerchia chiusa ed esclusiva del suo io, stringe rapporti sociali più intensi, viene a contatto con il dibattito culturale e anche politico, e vi partecipa con fervore, sia pure da posizioni violentemente polemiche contro l'ottimismo progressistico dei liberali. A Firenze fa anche l'esperienza della passione amorosa, per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione subito ispira un nuovo ciclo di canti, il cosiddetto "ciclo di Aspasia" in cui compaiono soluzioni poetiche decisamente nuove. A Firenze stringe una fraterna amicizia con un giovane esule napoletano Antonio Panieri, e con lui fa vita comune fino alla morte. Nel frattempo un sollievo alle sempre condizioni economiche gli viene da un piccolo assegno mensile, finalmente concesso dalla famiglia. Dal'33 si stabilisce a Napoli col Panieri. Qui entra in polemica con l'ambiente culturale, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche, avverse al suo materialismo ateo. La polemica prende corpo soprattutto nell'ultimo grande canto. La ginestra. A Napoli lo coglie la morte, attesa e invocata da anni, il 14 giugno 1837.
Il pensiero
Tutta l'opera leopardiana si fonda su un sistema di idee continuamente meditate e sviluppate, il cui processo, prima dell'approdo ai testi compiuti, si può seguire attraverso le migliaia di pagine dello Zibaldone. La ricostruzione almeno sommaria di questo sistema nella sua evoluzione nel tempo è quindi una premessa indispensabile alla lettura della poesia e della prosa leopardiane. Al centro della meditazione di Leopardi si pone subito un motivo pessimistico, l'infelicità dell'uomo. Egli arriva a individuare la causa prima di questa infelicità in alcune pagine fondamentali dello Zibaldone del luglio 1820. Restando fedele a un indirizzo di pensiero settecentesco e sensistico, identifica la felicità con il piacere, sensibile e materiale. Ma l'uomo non desidera un piacere, bensì il piacere: aspira cioè a un piacere che sia infinito, per estensione e per durata. Pertanto, siccome nessuno dei piaceri particolari goduti dall'uomo
può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto incolmabile dell'anima. Da questa tensione inappagata verso un piacere infinito che sempre gli sfugge nasce per Leopardi l'infelicità dell'uomo, il senso della nullità di tutte le cose. E Leopardi si preoccupa di sottolineare che ciò va inteso non in senso religioso e metafisico, come tensione verso un'infinità divina al di là delle cose contingenti, ma in senso puramente materiale. L'uomo è dunque, per Leopardi, necessariamente infelice, per la sua costituzione. Ma la natura, che in questa prima fase è concepita da Leopardi come madre benigna e provvidenzialmente attenta al bene delle sue creature, ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all'uomo: l'immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato agli occhi della misera creatura le sue effettive condizioni. Per questo gli uomini primitivi, e gli antichi Greci e Romani, che erano più vicini alla natura (come lo sono i fanciulli), e quindi capaci di illudersi e di immaginare, erano felici, perché ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l'uomo da quella condizione privilegiata, ha messo crudamente sotto i suoi occhi il vero e lo ha reso infelice. La prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita su questa antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime; erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva la loro forza morale; la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto dell'esistenza. Perciò essi erano più grandi di noi sia nella vita civile, ricca di esempi eroici e di grandi virtù, sia nella vita culturale. Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha spento ogni slancio magnanimo, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, ha generato viltà, meschinità, calcolo gretto ed egoistico, corruzione dei costumi. La colpa dell'infelicità presente è dunque attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna. Leopardi da un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni (che, non si deve dimenticare, è gravata dalla cappa oppressiva della Restaurazione), la vede dominata dall'inerzia e dal tedio; ciò vale soprattutto per l'Italia, miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato. Scaturisce di qui la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime canzoni leopardiane. E ne deriva anche un atteggiamento titanico', il poeta, come unico depositario della virtù antica, si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l'Italia a tanta abiezione, e sferza violentemente la sua "codarda età". Questa fase del pensiero leopardiano è stata designata con la formula del pessimismo storico: nel senso che la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità e pienezza vitale (ma non bisogna mai dimenticare che si tratta pur sempre di una felicità relativa, e che Leopardi è già sin d'ora consapevole del fatto che la vera condizione dell'uomo è infelice, e che la felicità antica era solo frutto di illusione, di un generoso e provvidenziale inganno). Questa concezione di una natura benigna e provvidenziale entra però in crisi. Leopardi si rende conto che, più che al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie, e per questo fine può anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza.
Ne deduce che il male non è un semplice accidente ma rientra nel piano stesso della natura. Si rende conto inoltre del fatto che è la natura che ha messo l'uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi per soddisfarlo. In una fase intermedia. Leopardi cerca di uscire da queste contraddizioni attribuendo la responsabilità del male al fato; propone quindi una concezione dualistica, natura benigna contro fato maligno. Ma ben presto arriva alla soluzione delle contraddizioni rovesciando la sua concezione della natura. Questo punto d'approdo è in realtà preceduto da un lungo travaglio, testimoniato dallo Zibaldone. Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa e provvidente, ma come meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature; meccanismo anche crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale, perché gli individui devono perire per consentire la conservazione del mondo (ad esempio gli animali che devono servire da cibo ad altri animali).
E una concezione non più finalistica ( la natura che opera consapevolmente per un fine, il bene delle creature) ma meccanicistica e materialistica. La colpa dell'infelicità non è più dell'uomo stesso, ma solo della natura. L'uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Se filosoficamente Leopardi rappresenta la natura come meccanismo inconsapevole, somma di leggi oggettive non regolate da una mente provvidenziale, miticamente e poeticamente ama però rappresentarla come una sorta di divinità malvagia, che opera deliberatamente per far soffrire e distruggere le sue creature. Viene così superato il dualismo natura- fato: alla natura vengono attribuite le caratteristiche che prima erano del fato, la malvagità crudele e persecutoria. Coerentemente con l'approdo materialistico, muta anche il senso dell'infelicità umana: prima, in termini sensistici, era concepita come assenza di piacere (vedi la "teoria del piacere" del luglio 1820), in una dimensione psicologica ed esistenziale; ora l'infelicità, materialisticamente, è dovuta soprattutto a mali esterni, a cui nessuno può sfuggire: malattie, elementi atmosferici, cataclismi, vecchiaia, morte. Se causa dell'infelicità è la natura stessa, nel suo cieco meccanismo immutabile, tutti gli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni forma di governo, in ogni tipo di società, sono necessariamente infelici; anche gli antichi, pur essendo capaci di illudersi, erano vittime di quei terribili mali. Al pessimismo "storico" della prima fase subentra così un pessimismo "cosmico": nel senso che l'infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa dell'uomo, ma ad una condizione assoluta, diviene un dato eterno e immutabile di natura. E' la concezione che informerà tutta l'opera di Leopardi successiva al 1824. Se l'infelicità è un dato di natura, vane sono la protesta e la lotta, e non resta che la contemplazione lucida e disperata della verità. Subentra infatti in Leopardi un atteggiamento contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato. Suo ideale non è più l'eroe antico, teso a generose imprese, ma il saggio antico, la cui caratteristica è Atarassia, il distacco imperturbabile della vita. E' l'atteggiamento che caratterizza le Operette morali. Ma la rassegnazione dinanzi a ciò che è dato non è propria dell'indole di Leopardi: in momenti successivi tornerà l'atteggiamento di protesta, di sfida al fato e alla natura, di lotta titanica. Sinché al termine della vita, nella Ginestra, sulla base della concezione pessimistica della natura Leopardi arriverà a costruire tutta una concezione della vita sociale e del progresso.
La poetica del vago e indefinito
La "teoria del piacere", elaborata nel luglio 1820, è un crocevia fondamentale nel sistema di pensiero leopardiano. Lo sviluppo delle sue meditazioni si può seguire nei fitti appunti dello Zibaldone immediatamente successivi alle pagine sul piacere. Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l'uomo può figurarsi piaceri infiniti mediante l'immaginazione ("il piacere infinito che non si' può trovare nella realtà, si trova così nell'immaginazione, dalla quale .derivano la speranza, le illusioni"). La realtà immaginata costituisce la compensazione, l'alternativa a una realtà vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che stimola l'immaginazione a costruire questa realtà parallela, in cui l'uomo trova l'illusorio appagamento al suo bisogno di infinito, è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto. Nelle pagine dello Zibaldone Leopardi passa minuziosamente in rassegna, in chiave sensistica, tutti gli aspetti della realtà sensibile che, per il loro carattere indefinito, possiedono questa forza suggestiva. Si viene a costruire una vera e propria teoria della visione: è piacevole, per le idee vaghe e indefinite che suscita, la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un albero, una torre, una finestra, "perché allora in luogo della vista, lavora l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale" lo stesso effetto hanno un filare d'alberi che si perde all'orizzonte, un declivio di cui non si riesce a vedere la fine, una fuga di stanze, il gioco della luce lunare tra gli alberi, sull'acqua, sui tetti delle case. Contemporaneamente, viene a costruirsi anche una teoria del suono. Leopardi elenca tutta una serie di suoni suggestivi perché vaghi: un canto che vada a poco allontanandosi, un canto che giunga dall'esterno dal chiuso di una stanza, il muggito degli armenti che echeggi per le valli, lo stormire del vento tra le fronde. A questo punto della meditazione leopardiana si verifica la svolta fondamentale, e la teoria filosofica dell'indefinito si aggancia alla teoria poetica. Giunto al termine di questa rassegna di suoni. Leopardi osserva: "E tutte queste immagini in poesia sono sempre bellissime, e tanto più quanto più negligentemente son messe"; e otto giorni più tardi, il 24 ottobre 1821, riprende: «Quello che ho detto altrove sugli effetti della luce, del suono, e di altre tali sensazioni circa l'idea dell'infinito, si deve intendere non solo di tali sensazioni nel naturale, ma nelle loro imitazioni ancora, fatte dalla pittura, dalla musica, dalla poesia. Il bello delle quali arti, in grandissima parte [... ] consiste nella scelta di tali o somiglianti sensazioni indefinite da imitare". D bello poetico, per Leopardi, consiste dunque nel vago e nell'indefinito, e si manifesta essenzialmente in immagini del tipo di quelle elencate nella teoria della visione e del suono (anche certe parole sono per lui eminentemente poetiche, per le idee indefinite che suscitano: ad esempio "lontano", "antico", "notte", "ultimo", "eterno"). Leopardi aggiunge poi una considerazione importante: queste immagini sono suggestive perché, per lo più, evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. La rimembranza diviene pertanto essenziale al sentimento poetico. Poetica dell'indefinito e poetica della rimembranza si fondono: la poesia non è che ricupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.
In effetti. Leopardi osserva che maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi: essi, perché più vicini alla natura, erano appunto immaginosi come fanciulli. E questo carattere "fanciullesco" è rivelato dal ricorrere spontaneo, nella loro poesia, di immagini vaghe e indefinite. Leopardi cita soprattutto due passi, che gli sono molti cari: una similitudine di Omero, che descrive un notturno lunare, e un episodio dell'Eneide, in cui il canto di Circe giunge ai Troiani da lontano, sul mare, nel buio della notte. I moderni, invece, per Leopardi, hanno perduto questa capacità immaginosa e fanciullesca. Egli, attraverso la De Staél, riprende la distinzione tra poesia ^immaginazione e poesia sentimentale. Ai moderni, che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione, e per questo sono disincantati e infelici, la poesia d'immaginazione è ormai preclusa; ad essi non resta che una poesia sentimentale, nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla consapevolezza del vero e dall'infelicità. Leopardi stesso, nella sua produzione in versi segue puntualmente la poetica del vago e indefinito:
quegli esempi di visioni e suoni suggestivi che egli propone nello Zibaldone torneranno puntualmente nelle sue liriche (sinché, dopo il "30, subentrerà una nuova poetica). Quindi, pur conscio di appartenere a quella età moderna a cui è preclusa la poesia d'immaginazione, e pur accettando l'ineluttabile predominio di una poesia fondata sul pensiero e sulla consapevolezza dell'infelicità, che si esprime attraverso il patetico. Leopardi non si rassegna a escludere il carattere immaginoso dai suoi versi: così come (almeno fino al "30) non si rassegnerà a rinunciare alle illusioni, ma, pur consapevole della loro vanità, continuerà a vagheggiarle attraverso la memoria e a nutrire di esse la sua poesia.
Leopardi e il Romanticismo
La teoria del vago e dell'indefinito è indispensabile per capire la posizione di Leopardi nei confronti della nuova poetica romantica, che in quegli anni, a partire dal 1816, veniva in conflitto con la radicata tradizione classicistica della cultura italiana. La formazione di Leopardi era stata rigorosamente classicistica, ed era stata consolidata anche dall'amicizia con un esponente qualificato del classicismo come Giordani. Perciò, nella polemica tra classicisti e romantici. Leopardi doveva inevitabilmente prendere posizione contro le tesi romantiche. Lo fece in due scritti che però non furono pubblicati e rimasero ignoti ai contemporanei. In realtà le sue posizioni sono molto originali rispetto a quelle dei classicisti. Per lui, come si è visto, la poesia è soprattutto espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore immaginoso e fantastico, proprio dei primitivi e dei fanciulli. Per questo consente con i romantici italiani nella loro critica al classicismo accademico e pedantesco, al principio di imitazione, alle regole rigidamente imposte dai generi letterari, all'abuso meccanico e ripetitivo della mitologia classica. Però rimprovera agli scrittori romantici un'artificiosità retorica simmetrica e contraria a quella dei classicisti, nella ricerca dello strano, dell'orrido, del truculento; rimprovera loro anche il predominio della logica sulla fantasia, l'aderenza al "vero" che spegne ogni immaginazione. Al contrario, proprio i classici antichi sono per lui un esempio mirabile di poesia fresca, spontanea, immaginosa. Leopardi ripropone dunque i classici come modelli, ma in senso diametralmente opposto al classicismo accademico, con uno spirito schiettamente romantico. Anzi, in questa esaltazione di ciò che è spontaneo, originario, non contaminato dalla ragione, appare più romantico degli stessi romantici italiani (e più vicino allo spirito della cultura romantica europea). In questo Leopardi si contrappone alla scuola romantica lombarda, che tende invece a una letteratura oggettiva, realistica, fondata sul vero, animata da intenti civili, morali, pedagogici, intesa all'utilità sociale, e che quindi predilige le forme narrative e drammatiche (anche nella stessa poesia, come si è visto per le odi e per i cori manzoniani). Viceversa, anche per questo aspetto Leopardi appare più vicino allo spirito della poesia romantica d'oltralpe. E' indubbiamente separato dalla cultura romantica (in senso largamente europeo) dal suo retroterra filosofico, che è illuministico, sensistico e materialistico, mentre presupposto del Romanticismo europeo è una visione del mondo idealistica e spiritualistica. Però è vicino al Romanticismo per una serie di grandi motivi che ricorrono nelle sue opere, la tensione verso l'infinito, l'esaltazione dell'io e della soggettività, il titanismo, l'enfasi posta sul sentimento, il conflitto illusione-realtà, con la scelta del mondo dell'immaginazione contrapposto a quello della realtà, l'amore per il vago e indefinito, il culto della fanciullezza e del primitivo come momenti privilegiati dell'esperienza umana.
Il primo Leopardi: le Canzoni e gli Idilli
II periodo successivo alla conversione "dall'erudizione al bello" del 1816, sino alla grande crisi del 1819, è ricco di esperimenti letterali, che si rivolgono in direzioni molto diverse. Molti di questi esperimenti rimangono allo stadio di puri progetti, o di abbozzi presto abbandonati. Di questo vario fermento di prove, si concretano due soli gruppi di poesie veramente mature, che approdano alla stampa (e confluiranno poi nei Canti): le Canzoni e gli Idilli. Le Canzoni furono composte tra il 1818 e il 1823, e pubblicate in un opuscolo a Bologna nel 1824. Si tratta di componimenti di impianto decisamente classicistico, che impiegano il linguaggio aulico, sublime e denso della tradizione, con sensibili influenze soprattutto di Alfieri e Foscolo. La base di pensiero è costituita da quel "pessimismo storico" che caratterizza la visione leopardiana in questo momento. Sono animate da acri spunti polemici contro l'età presente, inerte e corrotta, incapace di azioni eroiche, affogata in una "nebbia di tedio"; a questa polemica si contrappone un'esaltazione delle età antiche, generose e magnanime. Il pessimismo storico giunge a una svolta: si delinea l'idea di un'umanità infelice non solo per ragioni storiche, ma per una condizione assoluta. Non si incolpa ancora la natura, ma gli dèi e il fato, visti come forze malvagio che si compiacciono di perseguitare l'uomo. Ad esse si contrappone l'eroe singolo, che si ribella alla forza crudele che l'opprime, e afferma la propria libertà in un gesto di sfida suprema, dandosi la morte. E* l'affermazione più decisa del titanismo eroico che caratterizza il primo Leopardi. Un carattere molto diverso presentano gli Idilli, sia nelle tematiche, che sono intime e autobiografiche, sia nel linguaggio, che è più colloquiale e di limpida semplicità. Con quel titolo complessivo Leopardi designò alcuni componimenti, scritti tra il 1819 e il 1821, L'Infinito, La sera del giorno festivo (poi La sera del dì di festa), pubblicati sulla rivista "II Nuovo Ricoglitore" nel 1825 e poi nell'edizione dei Versi del 1826. Il titolo non ricompare nelle successive raccolte dei Canti, ma la designazione è rimasta di uso comune. Questi idilli del 1819-21 non hanno più nulla a che fare con la tradizione bucolica classica, che rappresentava una campagna stilizzata e figure idealizzate di pastori. Non hanno neppure a che fare con la nozione moderna di idillio, quell'idillio "borghese" che si era affermato nel Settecento nelle letterature nordiche, e che amava rappresentare scene della vita quotidiana di personaggi di mediocre condizione,
segnate da una tranquilla serenità. Anni dopo, nel 1828, Leopardi definì gli idilli come espressione di "sentimenti, affezioni, avventure storielle del suo animo". Negli idilli, dunque, la rappresentazione della realtà esterna, delle scene di natura serena, è tutta in funzione soggettiva: ciò che a Leopardi preme di rappresentare sono momenti essenziali della sua vita interiore.
Esemplare è l' Infinito (1819), in cui compare una situazione che può ricordare l'idillio classico (la siepe che definisce uno spazio limitato, lo stormire, del vento tra le foglie); ma non è lo scenario di una semplice quiete contemplativa e rasserenante, bensì lo spunto per una vertiginosa meditazione lirica sull'idea di infinito creato dall'immaginazione, a partire da sensazioni visive e uditive. Alla luna (forse 1820) affronta invece il tema complementare della "ricordanza" (tale era infatti il titolo primitivo), che, come l'immaginazione, trasfigura il reale e l'abbellisce, anche se la realtà è triste e angosciosa. La sera del dì di festa (primavera 1820) prende l'avvio da un notturno lunare, una di quelle scene suggestive per la loro vaghezza e indeterminatezza che Leopardi predilige, ma poi trapassa ad una confessione disperata dell'infelicità e dell'esclusione della vita patite dal poeta, per allargarsi infine a una più vasta meditazione sul tempo che cancella ogni traccia umana. In questi componimenti, tutti in endecasillabi sciolti. Leopardi fa la prima prova, oltre che di temi particolarmente congeniali, anche di un originalissimo linguaggio poetico, lontano dalla solennità e dalle arditezze metaforiche delle canzoni, tutto giocato sul vago e indefinito e su una musicalità segreta ed essenziale.
Le Operette morali
Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà sino alla primavera del* 28. Egli stesso lamenta la fine delle illusioni giovanili, lo sprofondare in uno stato d'animo di aridità e di gelo, che gli impedisce ogni moto dell'immaginazione e del sentimento. Per questo intende dedicarsi soltanto all'investigazione dell'arido vero". Da questa disposizione nascono le Operette morali, quasi tutte composte nel 1824, di ritorno da Roma. dopo la delusione subita nel suo primo contatto con la realtà esterna alla "prigione" di Recanati. A questo folto gruppo si aggiungeranno poi nel '27 il Dialogo di Plotino e Porfirio, infine nel '32, ormai in una temperie culturale tutta diversa, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico. Le Operette morali sono prose di argomento filosofico. Leopardi vi espone il "sistema" da lui elaborato, attingendo al vasto materiale accumulato nello Zibaldone. Molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni, personaggi mitici o favolosi, in altri casi si tratta di personaggi storici, oppure di personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici. In alcune operette l'interlocutore principale è proiezione dell'autore stesso. Altre invece hanno forma narrativa. In altri casi si hanno prose liriche ( // Cantico del gallo silvestre) o discorsi che si rifanno alla trattatistica classica. Da questa rassegna risulta la varietà dell'invenzione fantastica di Leopardi. Ma questa invenzione non ha nulla di argutamente bonario, di distesamente umoristico. Anche le invenzioni più aeree si concentrano intorno ai temi fondamentali del pessimismo: l'infelicità inevitabile dell'uomo, l'impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l'umanità. Con tutto questo non si ha un'impressione di cupezza, di tetraggine ossessiva e opprimente: ciò grazie allo sguardo fermo e lucido, all'assoluto dominio intellettuale e al distacco ironico con cui Leopardi contempla il "vero". Escono da questo quadro le operette più tarde, come il Piotino, dialogo sul problema del suicidio, tutto pervaso da un senso di pietà e di solidarietà fraterna verso gli uomini, che prelude alla svolta della Ginestra, o il Tristano, che già si inserisce nel clima dell'ultima stagione leopardiana.
I grandi idilli
II 2 maggio 1828 Leopardi scrive alla sorella Paolina da Pisa: "Ho fatto dei versi quest'aprile, ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore d'una volta". Il lungo periodo di silenzio poetico, che coincideva con un periodo di aridità interiore, si è concluso. Il poeta assiste a un "risorgimento" delle sue facoltà di sentire, commuoversi e immaginare. Pochi giorni dopo nasce A Silvia. Tornato a Recanati alla fine di quell'anno, non vede interrompersi il felice momento creativo neppure nei sedici mesi di "notte orribile" trascorsi nella casa patena. Nell'autunno del '29 compone La quiete dopo la tempesta. II sabato del villaggio; tra l'inverno del "29 e la primavera del "30 il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. A questa fase, anche se non databile con certezza, risale anche il Passero solitario, ripresa di uno spunto del '19.
Questi componimenti, nati dal "risorgimento" della sensibilità giovanile, riprendono temi, atteggiamenti,, linguaggio degli "idilli' del '19-''21: le illusioni e le speranze, proprie della giovinezza, le rimembranze, quadri di vita borghigiana e di natura serena e primaverile, la suggestione di immagini e suoni vaghi e indefiniti, il linguaggio limpido e musicale, lontano dall'aulicità ardita del linguaggio delle canzoni, ma, pur nella sua semplicità, impreziosito da termini e locuzioni "peregrine". Per questo è nell'uso comune designare i canti pisano-recanatesi del '2^30 con la formula "grandi idilli" (che non è di Leopardi, ma pura estensione per analogia del termine usato per gli idilli). A veder bene, però, questi componimenti non sono la semplice ripresa della poesia di dieci anni prima. Nel mezzo si collocano esperienze decisive, la fine delle illusioni giovanili, l'acquisita consapevolezza del "vero", la costruzione di un sistema filosofico fondato su di un pessimismo assoluto. Perciò, se il moto della memoria ricupera dal passato la stagione dell'illusione e della speranza e fa rivivere immagini, sensazioni, sentimenti antichi, a questo riaffiorare si accompagna sempre, mai dimenticata, la consapevolezza del "vero", della vanità di quegli "ameni inganni". Per questo i grandi idilli sono sì percorsi da immagini liete (che sono quelle rimaste più famose:
il "maggio odoroso", "le vie dorate e gli orti", gli "odorati colli". Silvia "assai contenta" del "vago avvenir" che ha in mente, Nerina che va "danzando", mentre in lei splende "quel confidente lume di gioventù", la donzelletta che viene dalla campagna "in sul calar del sole", il "romorio usato" della vita del borgo che riprende dopo la tempesta, la primavera che "brilla nell'aria e per li campi esulta / si ch'a mirarla intenerisce il core"); ma queste immagini sono come rarefatte, assottigliate, e perdono ogni corposità fisica, materiale: create dalla memoria, si accompagnano sullo sfondo del nulla, sono accompagnate costantemente dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell'esistenza, della morte. Sarebbe sbagliato, pertanto, ridurre i grandi idilli alla sola componente "idillica", come ha fatto la critica crociana, trascurando la presenza del « vero». Va però rilevato come la consapevolezza non eserciti un potere distruttivo su quelle immagini di vita, portando in primo piano 1'"acerbo vero" in tutta la sua crudezza; il «vero» è richiamato con delicatezza e riserbo, pur impregnano di sé ogni immagine evocata. La caratteristica che individua i grandi idilli è quindi un miracoloso equilibrio che si instaura tra due spinte che dovrebbero essere contrastanti, il "caro immaginar" e il "vero". Proprio la presenza di questa consapevolezza e di questo equilibrio determina un'altra fondamentale differenza tra i grandi idilli e i primi idilli di un decennio prima: non compaiono più gli slanci, i fremiti, gli impeti di disperazione e di rivolta, le esasperazioni patetiche (si pensi alla Sera del dì di festa: Qui per terra mi getto, e grido, e fremo"). Leopardi ha assorbito nella poesia l'esperienza delle Operette, quell'atteggiamento di contemplazione ferma e di lucido dominio dinanzi a una verità immutabile. Coerente rispetto a questo atteggiamento è il linguaggio, che a ben vedere è sostanzialmente diverso da quello dei primi idilli: non più espressioni intense e patetiche, ma un linguaggio più misurato, sia nella direzione della tenerezza e della dolcezza, quando viene evocata la giovinezza e l'illusione, sia nel senso della desolazione, quando viene evocato il "vero". Nuova rispetto ai primi idilli è anche l'architettura metrica: il poeta non usa più l'endecasillabo sciolto, ma una
strofa di endecasillabi e settenari che si succedono liberamente, senza alcuno schema fìsso, con un gioco egualmente libero di rime, assonanze, enjambements. Questa libertà metrica asseconda perfettamente la vaghezza e indefinitezza delle immagini e del movimento fantastico, ed è una conquista originalissima nel contesto della poesia lirica italiana del primo Ottocento, ancora legata a schemi strofici fissi (vedi Manzoni e gli altri romantici).
L'ultimo Leopardi
L'ultima stagione leopardiana, che si colloca dopo il 30 e dopo l'allontanamento definitivo da Recanati, segna una svolta di grande rilievo rispetto alla poesia precedente. Presupposto fìlosofìco della scrittura poetica di Leopardi resta sempre quel pessimismo assoluto, su basi materialistiche, a cui il poeta era approdato tra il '24 e il '25. Ma, dopo il distacco rassegnato e ironico della fase delle Operette, dopo il ripiegamento sull'io ed il ricupero dell'età giovanile proprio della fase dei grandi idilli Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini, le idee, i problemi del suo tempo. Non solo, ma appare più orgoglioso di sé, della propria grandezza spirituale, più pronto e combattivo nel diffondere le sue idee, nel contrapporle polemicamente alle tendenze dominanti dell'epoca. L'apertura si verifica anche sul piano umano, interpersonale. Nasce a Firenze la fraterna amicizia con Antonio Panieri, e si colloca negli anni fiorentini la prima vera esperienza amorosa di Leopardi: non più un amore adolescenziale, tutto risolto nel chiuso dell'immaginazione, ma un'autentica passione, vissuta con intenso fervore per una dama fiorentina, Fanny Targioni Tozzetti. La delusione cocente subita in tale rapporto segna per Leopardi la fine dell'inganno estremo", che aveva creduto eterno: l'amore. Dalla passione e dalla delusione nasce il cosiddetto "ciclo di Aspasia", dal nome greco con cui, in una di queste liriche, il poeta designa la donna amata (Aspasia era la cortigiana amata da Pericle nel V secolo a. C.). Ma, soprattutto, si instaura in questo periodo un rapporto intenso con le correnti ideologiche del tempo. La critica leopardiana si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento indefinito della vita degli uomini, grazie alle nuove scienze sociali ed economiche e alle scoperte della tecnologia moderna;
bersaglio polemico sono inoltre le tendenze di tipo spiritualistico e neocattolico che, tramontato l'Illuminismo, si vanno sempre più affermando nel periodo della Restaurazione combinandosi talora con l'ottimismo delle correnti liberali moderate, e che inneggiano al posto privilegiato destinato da Dio all'uomo nel cosmo. A queste ideologie Leopardi contrappone, con una durezza che tocca spesso lo scherno, le proprie concezioni pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione, umana, affermando che l'infelicità e la sofferenza sono dati di natura, eterni e immodificabili. Allo spiritualismo di tipo religioso, che cerca consolazione nell'aldilà. Leopardi contrappone invece il suo duro materialismo che esclude ogni speranza in un'altra vita, bollando quelle credenze come favole infantili e sciocche, al tempo stesso vili e superbe.
Leopardi critica il liberalismo moderato dei patrioti non in nome di posizioni politiche più avanzate, democratiche e autenticamente progressiste, come spesso si equivoca, ma dal punto di vista del suo pessimismo assoluto, che nega ogni possibilità di miglioramento politico e sociale per un'umanità vittima della natura. Una svolta essenziale si presenta con la Ginestra (1836), il testamento spirituale di Leopardi, la lirica che idealmente chiude il suo percorso poetico. Il componimento ripropone la dura polemica antiottimistica e antireligiosa. Però qui Leopardi non nega più la possibilità di un progresso civile: cerca anzi di costruire un'idea di progresso proprio sul suo pessimismo. La consapevolezza lucida della reale condizione umana, indicando la natura come la vera nemica, può indurre gli uomini a unirsi in "social catena" per combattere la sua minaccia; e questo legame, può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizie della società, dando origine a un più' "onesto e retto conversar cittadino", a "giustizia e pietade", al "vero amore" tra gli uomini. La filosofia di Leopardi, che non è mai stata misantropica, come il poeta stesso tiene a sottolineare, si apre qui a una generosa utopia, basata sulla solidarietà fraterna degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del "vero". La Ginestra, sul piano letterario, è anche la massima realizzazione di quella "nuova poetica" antiidillica già sperimentata a partire dal '30. E* un vasto poemetto, costruito sinfonicamente con sapiente alternanza di toni, dal quadro grandioso e tragico del vulcano minacciante distruzione e delle distese di lava infeconda, all'aspra polemica ideologica, agli squarci cosmici che proiettano la nullità della terra e dell'uomo nell'immensità dell'universo, alla visione dell'Infinito svolgersi dei secoli della storia umana su cui incombe immutabile la minaccia della natura, sino alle note gentili dedicate al "fiore del deserto", in cui si compendiano complessi significati simbolici, la pietà' verso le sofferenze umane, la dignità che dovrebbe essere propria dell'uomo dinanzi alla forza invincibile della natura che lo schiaccia.
GIACOMO LEOPARDI
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798 da una famiglia nobile, che però stava andando in rovina per colpa del padre; perciò prese il comando della casa la madre, una donna molto dura e severa. Leopardi nei primi anni si trovò bene con i fratelli e lesse tutti i libri della biblioteca paterna. La sua vita fu solitaria piena di speranze, delusioni e ansie. Poichè non sopportava la piccola Recanati viaggiò molto ma non trovava in nessun posto pace.
Il Leopardi nel 1816 scrive una lettera contro Madame De Steal in cui difende il classicismo e la poesia degli antichi. Mentre il Foscolo con il classicismo tentò di far ritornare la bellezza dell'Ellade, Leopardi cercò nell'antichità un rifugio dal presente. Nel Leopardi si è soliti vedere tre tipi di conversione:
1) Conversione letteraria (1816); in cui passa dalla fredda
cultura al bello, incomincia a conoscere i grandi scrittori
classici e moderni;
2) conversione politica (1818); mentre prima Leopardi era
conservatore, ora afferma la sua italianità;
3) conversione filosofica (1819); in cui passa dal bello al
vero, alla filosofia, alla poesia sentimentale e aumenta
il suo pessimismo.
La filosofia, per Leopardi, deve aiutarci a scoprire la verità. Il Leopardi è classico per l'eleganza e l'armonia dei suoi scritti, ed è pure romantico per la sua ansia intima. La sua poesia nasce dalle delusioni della sua vita e dal fatto che ancora giovanissimo si era tutto chiuso in uno studio profondo, isolandosi dal mondo. Difatti nella sua poesia vi è molta autobiografia. Leopardi considera la natura, prima, come colei che dà felicità e vita e la ragione come qualcosa che dà infelicità; poi però è proprio ragionando che Leopardi si accorge che la natura è nemica e matrigna di tutti (per esempio: il dialogo della natura e di un Islandese).
A proposito di questi concetti si può parlare di tre momenti del pessimismo del Leopardi: 1° pessimismo personale, quando Leopardi crede di essere lui solo l'infelice;
2° pessimismo oggettivo storico, quando si accorge che tutti gli uomini del suo periodo storico sono infelici, perchè si sono allontanati dalla vita naturale;
3° pessimismo cosmico o universale, quando si accorge che tutte le creature viventi e non solo gli uomini sono infelici da quando sono nati. Leopardi sente ancora l'educazione dell'illuminismo che è presente accanto agli aspetti romantici, infatti l'illuminismo diede al Leopardi il bisogno della verità e di chiarire i suoi problemi.
Nella polemica intorno al romanticismo egli partecipò con una lettera e con il discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, in cui diceva di essere contro il lugubre ma nello stesso tempo molte idee sono romantiche come la libertà della poesia. I più importanti motivi romantici di Leopardi sono la solitudine, il dolore, la morte, la noia, il titanismo, uso delle parole poco precise, sognanti. Un sentimento presente, importante nel Leopardi è la noia che secondo il poeta è il più nobile dei sentimenti umani, perchè solo gli uomini grandi che desiderano grandi cose irraggiungibili possono provare. Difatti la noia è una specie di insoddisfazione, di ansia. Il pessimismo di Leopardi non è una vera filosofia, perchè i vari momenti del pessimismo non hanno una divisione precisa e a volte Leopardi segue pure le illusioni che per lui sono i dolci inganni, che la natura dà agli uomini per vivere; le illusioni più importanti sono: la giovinezza e l'amore. Non possiamo dire che il pessimismo del Leopardi sia totale ed assoluto, infatti quando lui sembra odiare la vita, ne parla con tanta forza e tanta insistenza e ci accorgiamo che dietro questo pessimismo si nasconde un grande amore per la vita; a questo proposito ricordiamo De Sanctis il quale dice che Leopardi non crede alla giovinezza ma la fa amare e lo chiama "cantore della giovinezza e della vita".
Lo Zibaldone
E' un insieme di appunti, pensieri sulla vita, sul mondo, sull'uomo e sulla filosofia. Anzi a volte Leopardi viene definito filosofo, appunto per le sue idee filosofiche, ma lui fu filosofo nel senso illuminista, cioè filosofo come uomo di cultura, che cerca la spiegazione di ogni cosa. Appunto, nello Zibaldone Leopardi sistemò le sue idee e quest'opera è importante per conoscere le opere future. Infatti, nello Zibaldone si parla della noia, parola che lui ha preso dal sensismo precedente e che significava insoddisfazione; per uscire dalla noia, la quale non è provata solo dal Leopardi, ma da tutti gli uomini grandi, bisogna risolvere i problemi sociali, cioè storici. Il poeta è sicuro che il suo pessimismo non derivi dalla sua vita ma dal periodo storico. Per Leopardi i motivi storici dell'infelicità umana nascono dal contrasto di cui ha parlato anche Rousseau, fra natura e ragione o civiltà o anche società: la natura ci crea felici perchè ci dà una grande forza di vivere, però il progresso e la civiltà hanno frenato la gioia di vivere, i nostri impulsi più buoni, hanno ucciso le illusioni. Perciò a questo punto per salvarci, secondo il poeta, abbiamo bisogno della ragione, perchè non possiamo ritornare più come eravamo prima, allo stato di "natura", il quale esiste solamente nelle foreste più nascoste; quindi solo la ragione ci può salvare facendoci capire chiaramente la nostra vera situazione, aiutandoci a risolverla. Appunto per la sua grande fede nella ragione, Leopardi, amò molto l'illuminismo e ammirò pure la rivoluzione francese che aveva fatto nascere tante speranze e illusioni negli uomini ma la rivoluzione era fallita e l'uomo invidiava gli animali, perchè non pensano o si ribellano contro il presente e sognano il passato. Questi sono gli argomenti principali dello Zibaldone.
Operette Morali
Sono prose satiriche, fantastiche, filosofiche in cui Leopardi parla con ironia dell'infelicità e della tragedia degli uomini. Per esempio nel "Dialogo della natura e di un Islandese", parla di un uomo, islandese, che nel cuore dell'Africa incontra la Natura (sfinge) e le chiede il motivo del dolore dell'uomo ma la Natura non si preoccupa nè della felicità nè dell'infelicità dell'uomo, perchè lei non ha creato il mondo per l'uomo e dice ancora che la vita dell'universo è un ciclo di nascita e di morte; alla fine l'islandese muore, non si capisce se sbranato da un leone o coperto da una tempesta di sabbia.
Questo pessimismo nasce nel Leopardi proprio dall'ottimismo dell'illuminismo nel credere in una società futura migliore; però per il fallimento della rivoluzione francese e quindi dell'illuminismo e della sua fede nella ragione o ci si abbandonava alla fede come il Manzoni o si accusava la natura matrigna come il Leopardi; questo ci fa capire la grande differenza fra Rousseau e Leopardi, cioè fra tutti i preromantici ed i veri romantici: infatti, mentre Rousseau ebbe sempre fede nella natura benigna ed era sicuro che l'uomo avrebbe raggiunto la felicità, Leopardi e tutti gli altri romantici per il momento storico (fallimento della rivoluzione francese) considerarono la natura sempre matrigna come nel dialogo dell'Islandese; allora l'uomo deve guardare in faccia, deciso, la realtà e non vivere di illusioni, deve ancora ammettere la propria condizione infelice e vivere in modo chiaro, lucido e forte (titanismo).
Appunto per questo, dal momento che tutti soffrono, Leopardi si sente fratello con tutti (La Ginestra) ma, il poeta, con l'ironia cerca di strappare il velo dell'ignoranza dagli occhi degli uomini, i quali non avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà vivono di illusioni e di menzogne. Tutti questi motivi sono presenti nelle Operette morali. Un'altra operetta è "Il venditore di almanacchi e di un passeggero", in cui si parla degli uomini che credono sempre alla felicità futura, sperando che il domani sia migliore di oggi, ma non riescono mai a raggiungere questa felicità. Leopardi per queste opere pensò a uno scrittore greco, Luciano, che nei suoi dialoghi servendosi di gioiose invenzioni, faceva dell'ironia, ma Leopardi pensò pure ad alcune opere del '700 francese, di Diderot e di Voltaire, i quali volevano insegnare e anche divertire. Il modo di scrivere in queste opere è diverso da quello del Manzoni, perchè la prosa di Leopardi è più letteraria, più lavorata, meno vicina al parlato, basti pensare al -Dialogo di un Islandese- in cui gli aggettivi sono scarsi, per cui la prosa è asciutta e coincisa e se ci sono servono all'ironia. Invece sono presenti i nomi e i verbi, cioè le parti principali del periodo, le sue espressioni sono curate ma scorrevoli e chiare. Anche nella prosa si vede la sua educazione illuminista, cioè razionale e sentimentale, che deve spiegare ma anche commuovere.
Soltanto i critici di oggi come il Russo, il Binni, giudicano queste operette "opere di poesia", mentre i critici precedenti, fra cui il De Sanctis, dicevano che in queste opere c'era troppo freddo ragionamento.
I Canti e Idilli
Le opere principali di Leopardi sono i Canti che sono stati pure chiamati "Grandi Idilli" che sono: "A Silvia, Il Sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, Canto di un pastore errante dell'Asia, Le ricordanze". Mentre i primi Idilli (l'Infinito, alla Luna, La sera del dì di festa), sono poesie più impulsive; nei grandi Idilli vi è maggiore riflessione;
infatti i cosiddetti piccoli Idilli sono soprattutto tristi confessioni dell'animo di Leopardi. Tutti gli Idilli nascono dalla riflessione e dalla contemplazione di paesaggi naturali o della vita di Leopardi. Negli Idilli sono importanti soprattutto i concetti dell'infinito e del ricordo. Per spiegare la parola "idillio" bisogna pensare a quello che ha detto il critico Russo: Idillio, in Leopardi, vuole dire contemplazione dolorosa dell'infinito, dell'infelicità del mondo, idillio è quindi uno stato d'animo, e rappresentano un momento di pausa, di riflessione prima del "Grandi Idilli".
Mentre gli idilli degli scrittori greci Teocrito e Mosco sono poesie rusticali, nelle canzoni (canzoni; all'Italia, Ultimo canto di Saffo) di Leopardi la lingua è classica e si hanno argomenti presi dal mondo classico; negli idilli la lingua è più familiare anche se c'è sempre una certa eleganza e usa pure arcaismi per rendere più elegante la lingua.
Molti aspetti degli Idilli prendono lo spunto da Recanati, il luogo d'origine, come il Passero solitario, l'Infinito, La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio.
A proposito di ciò, bisogna dire che nel Leopardi è molto importante il concetto della memoria o della ricordanza. Difatti il ricordo del passato (cioè dei sogni e dei luoghi dell'adolescenza è molto importante), Leopardi stesso nello Zibaldone ci parla di questo e ci dice che un oggetto qualunque, un luogo anche se bello, se non fa nascere in noi nessun ricordo non è poetico, mentre se un luogo ci ricorda qualcosa diventa dolce e poetico. Altri aspetti cari al Leopardi e anche a tutta la poesia romantica sono la luna ed il paesaggio lunare: la luna è per il Leopardi o come una confidente o come quella che guarda impassibile la vita degli uomini. (Alla luna, La sera del dì di festa).
I vari personaggi delle opere di Leopardi, come Silvia, non sono vere e proprie persone ma servono ad esprimere soprattutto sentimenti del poeta. Il Leopardi non è solo poeta del sentimento ma anche della ragione, perchè in lui c'è pure l'educazione illuministica che gli fa amare la chiarezza. La poesia del Leopardi ha una grande forza morale perchè lui non si abbandona al lamento e cerca sempre di reagire.
Il Passero Solitario
In questo Idillio vi è il motivo della solitudine, perchè Leopardi anche se vede gli altri giovani felici, non riesce a partecipare e si isola, anche se questo uccellino è reale e simbolo, quindi nel solitario uccellino si nasconde la solitudine del Leopardi. In questo Idillio anche se ci sono immagini familiari c'è sempre qualcosa di impreciso che va al di là del paesaggio stesso, difatti in Leopardi vi sono due aspetti: quello della chiarezza e semplicità dei paesaggi e quello di mondi lontani, misteriosi.
L'Infinito
Questo Idillio nasce dalla vista di una siepe che non facendo vedere ciò che c'è al di là spinge il Leopardi ad immaginare un mondo lontano, infinito e le piante che si muovono col vento gli fanno pensare al mondo passato e a come passa il tempo. Il Leopardi si può considerare romantico per l'amore dell'infinito, dei grandi spazi ma tutto ciò espresso senza sentimentalismi, in modo chiaro ed equilibrato, perciò qui non abbiamo nè filosofia nè sentimentalismo. E' presente il Titanismo quando il poeta pur riconoscendo la sua limitatezza di uomo si stupisce di poter sentire dentro di se sentimenti così estesi e superiori all'uomo stesso (sentimenti di grandezza).
La sera al dì di festa
I motivi principali di questo Idillio sono: il paesaggio lunare iniziale, reale e anche lontano, il canto solitario dell'artigiano che ricorda al poeta che tutto nella vita finisce, come pure il ricordo della fanciullezza.
A Silvia
Questo Idillio nasce da un ricordo personale, vero; infatti Silvia è la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovane. Ma il canto poi si allontana da questa realtà e Silvia oltre ad essere la figura di una giovinetta che muore giovane, è pure simbolo delle speranze e delle delusioni di Leopardi. Questo canto non è una poesia d'amore, perchè in Silvia Leopardi vede la sua vita di speranze e delusioni. Il paesaggio, più che descrizione, serve ad esprimere gli stati d'animo, i sentimenti.
La quiete dopo la tempesta
Qui abbiamo il motivo del piacere, figlio d'affanno di cui già Leopardi aveva parlato nello Zibaldone, cioè il piacere negli uomini non è veramente piacere, è soprattutto una privazione, una diminuzione del dolore. In questo Idillio abbiamo due parte: la prima è gioiosa, descrittiva; la seconda è triste e riflessiva. Nella prima abbiamo la festa e nella seconda il piacere figlio d'affanno. Le due parti non sono separate, perchè già nella prima, dove il poeta sente le gioie e pensa subito che durano poco, la tempesta e la quiete rappresentano il dolore e la gioia umana. Anche se vi è scritta la realtà quotidiana come gli uccelli che cantano, l'artigiano che lavora, non si può solo parlare di realismo perchè c'è sempre qualcosa che va al di là della realtà.
Il Sabato del villaggio
Canto delle illusioni, questo Idillio parla di come si trascorre un sabato di un paese, Recanati, ma è anche simbolo dell'attesa della festa e della felicità nella vita. Infatti il motivo principale è la gioiosa attesa (della festa), anche se vi è sempre un velo di malinconia, perchè Leopardi sa che tutto nella vita dura poco. Concludendo, Leopardi vuole dire che la vera gioia è nell'attesa, nel sabato, perchè la festa ci lascia delusi in quanto pensiamo già al giorno dopo in cui dobbiamo lavorare: tutto ciò è simbolo della felicità che non esiste, ma esiste solo l'attesa della felicità, però Leopardi dice questo in modo sereno.
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
In questo canto, a differenza di tutti gli altri, Leopardi, non parla lui ma si serve della figura di un pastore; di diverso c'è pure che il paesaggio non è quello di Recanati. Questo canto gli fu suggerito dalla lettura di un libro di un barone, che parlava di un viaggio nell'Asia Centrale. Nel pastore si nasconde Leopardi, ma il pastore rappresenta pure un personaggio semplice, primitivo, che chiede il perchè della vita in modo semplice. Si parla della vita umana che è infelice e forse anche quella di tutte le creature viventi, non solo, ma tutta la vita appare inutile e misteriosa, però nel canto si nasconde una lontana speranza di avere una risposta certa a tutte le domande del pastore. Per questo canto Leopardi pensò al De Rerum Natura di Lucrezio e all'antico testamento in cui si parla dell'inutilità delle cose terrene. Molti versi sono uguali a quelli del Petrarca, ma mentre Petrarca parla del suo amore, il Leopardi parla del mistero della vita. In conclusione, questo canto parla del dolore universale.
La ginestra o fiore del deserto
E' stata giudicata un'opera povera di poesia ma anche un canto nuovo, come dice il Binni, l'ultima grande opera in cui si rivela l'eroismo ed il titanismo leopardiano. Gli aspetti principali sono: il paesaggio deserto del Vesuvio, la Ginestra, fiore gentile che col suo profumo consola il deserto, pronta a morire rassegnata senza viltà; si parla pure della stupida superbia degli uomini che hanno paura di conoscere la loro vera situazione mentre vi sono gli uomini forti che come il Leopardi accettano la triste realtà e condannano il secolo ottocento che crede nelle illusioni; la natura matrigna e l'eruzione del Vesuvio, la fratellanza degli uomini che, essendo tutti infelici, dovrebbero unirsi contro la natura. La critica moderna ha parlato soprattutto del motivo più importante, quello della fratellanza degli uomini che è un motivo sociale: questo canto è romantico perchè parla di una poesia impegnata che discute i problemi concreti. In questo canto il linguaggio è forte. L'espressione "contenta dei deserti" vuole dire che la Ginestra accetta, rassegnata, di vivere nei luoghi deserti dove nasce ed è il simbolo; come dice il Binni dell'uomo illuminato e che ha le idee chiare sulla propria triste realtà nel deserto della vita (cioè una vita priva di felicità).
Giacomo leopardi
Il pensiero
Tutta l’opera leopardiana si fonda su un sistema di idee continuamente meditate e sviluppate, il cui processo si può seguire attraverso le migliaia di pagine dello Zibaldone.
Al centro della meditazione di Leopardi si pone subito un motivo pessimistico, l’infelicità dell’uomo. Egli identifica la felicità con il piacere, sensibile e materiale. Ma l’uomo non desidera un piacere, ma il piacere: aspira a un piacere che sia infinito. Pertanto, siccome nessuno dei piaceri particolari goduti dall’uomo può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto incolmabile dell’anima. Da questa tensione inappagata per un piacere infinito che gli sfugge nasce l’infelicità dell’uomo, il senso della nullità di tutte le cose.
L’uomo è dunque, per Leopardi, necessariamente infelice, per la sua stessa costituzione. Ma la natura, che in questa prima fase è concepita come una madre benigna, ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all’uomo con l’immaginazione e le illusioni, che velano gli occhi dell’uomo dalle sue effettive condizioni. Per questo gli uomini primitivi, essendo più vicini alla natura, e quindi capaci di illudersi e di immaginare, erano felici e ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà ha messo crudamente sotto i suoi occhi il vero e lo ha reso infelice. La prima fase del pensiero leopardiano è fondata sull’antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli antichi erano nutriti di generose illusioni, e quindi erano più magnanimi, più forti fisicamente e moralmente, la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza. Perciò essi erano più grandi di noi sia nella vita civile che nella vita culturale. Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha spento ogni slancio magnanimo o eroico, e ha generato viltà, meschinità e corruzione dei costumi. L’uomo è quindi colpevole dei propri mali.
Leopardi vede la civiltà moderna, e soprattutto quella italiana, dominata dall’inerzia. Da ciò scaturisce un atteggiamento titanico: il poeta si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l’Italia a tanta abiezione. Egli esprime così il suo pessimismo storico: la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza da una condizione originaria di felicità e pienezza vitale (anche se illusorie).
Successivamente Leopardi si rende conto che la natura mira unicamente alla conservazione della specie, e quindi il male non è più un semplice accidente, ma rientra nel piano stesso della natura. Inoltre la natura ha messo nell’uomo il desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi per soddisfarlo. In una fase intermedia egli attribuirà le responsabilità del male al fato, ma ritornerà ad attribuirle nuovamente alla natura. Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa e provvidente, ma come meccanismo cieco e crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale per la conservazione del mondo. E’ una concezione non più finalistica, ma meccanicistica e materialistica. La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo, ma della natura. Adesso muta anche il senso dell’infelicità umana, che da assenza di piacere ora è dovuta soprattutto ai mali esterni a cui nessuno può sfuggire.
Se la causa dell’infelicità è la natura stessa, anche gli antichi erano vittime di quegli stessi mali. Al pessimismo “storico” subentra così un pessimismo “cosmico”: l’infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa dell’uomo, ma ad una condizione assoluta e permanente. Al titanismo e alla poesia civile subentra un atteggiamento contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato. Suo ideale non è più l’eroe antico, ma il saggio stoico, caratterizzato dall’atarassia (distacco imperturbabile dalla vita). E’ l’atteggiamento che caratterizza le Operette morali.
In momenti successivi tornerà all’atteggiamento di protesta e di sfida, di lotta titanica, finché al termine della sua vita, con la Ginestra, egli arriverà a costruire una nuova concezione della vita sociale e del progresso.
La poetica del vago e dell’indefinito
Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può figurarsi piaceri infiniti tramite l’immaginazione. La realtà immaginata costituisce la compensazione, l’alternativa a una realtà vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che stimola l’immaginazione è tutto ciò che è vago, indefinito, ignoto.
Nello Zibaldone Leopardi elenca tutti gli aspetti della realtà sensibile che possiedono questa forza suggestiva. Egli elabora una vera e propria teoria della visione: è piacevole, per le idee vaghe e indefinite che suscita la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un albero ecc. perché al posto della vista lavora l’immaginazione e il fantastico subentra al reale. Lo stesso effetto hanno: un filare di alberi che si perde all’orizzonte, una fuga di stanze, il gioco della luce lunare tra gli alberi, sull’acqua ecc. Contemporaneamente viene a costruirsi anche una teoria del suono. Leopardi elenca una serie di suoni suggestivi perché vaghi: un canto che si disperde in lontananza, un canto che giunge all’esterno dal chiuso di una stanza, lo stormire del vento tra le fronde.
A questo punto della meditazione leopardiana avviene una svolta: la teoria filosofica dell’indefinito si aggancia alla teoria poetica. Il bello poetico per Leopardi consiste nel vago e nell’indefinito, e si manifesta nelle immagini elencate. Queste immagini sono suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. La rimembranza diviene quindi essenziale al sentimento poetico. Poetica dell’indefinito e poetica della rimembranza si fondono: la poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.
Gli antichi erano maestri della poesia vaga e indefinita: essi, perché più vicini alla natura, erano immaginosi come fanciulli. I moderni hanno perso questa capacità immaginosa e fanciullesca. Egli riprende la distinzione tra poesia d’immaginazione e poesia sentimentale: ai moderni la poesia d’immaginazione è ormai preclusa e non resta loro che una poesia sentimentale, nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla consapevolezza del vero e dall’infelicità.
Leopardi stesso segue puntualmente la poetica del vago e dell’indefinito, quindi, pur essendo conscio di appartenere all’età moderna, non si rassegna a escludere il carattere immaginoso dai suoi versi, così come non si rassegnerà a rinunciare alle illusioni, ma continuerà a nutrire di esse la sua poesia.
Leopardi e il Romanticismo
La formazione del Leopardi era stata rigorosamente classicistica, per cui il Leopardi doveva prendere inevitabilmente posizioni anti-romantiche. Lo fece in due scritti, una Lettera ai compilatori della «Biblioteca italiana» (1816), e un Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica (1818), che non furono pubblicati e rimasero sconosciuti ai contemporanei.
In realtà le sue posizioni sono molto originali rispetto a quelle dei classicisti. Per lui, la poesia è soprattutto espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore immaginoso e fantastico, proprio dei primitivi e dei fanciulli. Per questo è d’accordo con i romantici nella critica al classicismo, al principio d’imitazione, alle regole rigidamente imposte dai generi letterari, all’abuso ripetitivo della mitologia classica. Al tempo stesso rimprovera ai romantici un’artificiosità retorica simmetrica e contraria a quella dei classicisti, nella ricerca dello strano, dell’orrido, del truculento; rimprovera loro anche il predominio della logica sulla fantasia, l’aderenza al «vero» che spenge ogni immaginazione.
Proprio i classici antichi sono per lui un esempio mirabile di poesia fresca, spontanea, immaginosa. Leopardi ripropone dunque i classici come modelli, ma con uno spirito assolutamente romantico. Si può parlare perciò di un classicismo romantico.
Da questa concezione della poesia come recupero del mondo immaginoso dell’infanzia, che si fonda sul vago, l’indefinito e la rimembranza, discende il fatto che, tra le varie forme poetiche, Leopardi privilegia soprattutto quella lirica, intesa come espressione immediata dell’io, della soggettività e dei sentimenti, come canto. Leopardi si contrappone alla scuola romantica lombarda, che tende a una letteratura oggettiva, realistica, fondata sul vero e animata da un’utilità morale e sociale, ma appare più vicino allo spirito della poesia romantica d’oltralpe. Egli è separato dalla cultura romantica dal suo retroterra filosofico (illuministico, sensistico e materialistico), mentre presupposto del Romanticismo europeo è una visione del mondo idealistica e spiritualistica. Ma è comunque vicino ad esso per una serie di motivi ricorrenti: la tensione verso l’infinito, l’esaltazione dell’io e della soggettività, il titanismo, l’enfasi posta sul sentimento, il conflitto illusione-realtà, l’amore per il vago e l’indefinito, il culto della fanciullezza e del primitivo come momenti privilegiati dell’esperienza umana, il senso tormentato del dolore cosmico.
Il primo Leopardi: le Canzoni e gli Idilli
Il periodo successivo alla conversione «dall’erudizione al bello» del 1816, fino alla grande crisi del 1819, è ricco di esperimenti letterari, che si rivolgono in direzioni molto diverse, molti dei quali rimangono puri progetti o abbozzi presto abbandonati. Da questo fermento di prove nascono due soli gruppi di poesie mature, che vengono pubblicate: le Canzoni e gli Idilli.
Le Canzoni furono composte tra il 1818 e il 1823, e pubblicate a Bologna nel 1824. Si tratta di componimenti di impianto classicistico, scritte nel linguaggio aulico e sublime della tradizione, nei quali è evidente l’influenza di Alfieri e Foscolo. Le prime cinque (All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone), affrontano una tematica civile. Alla loro base vi è il pessimismo storico, la polemica contro l’età presente, alla quale si contrappone l’esaltazione delle età antiche.
La più significativa è Ad Angelo Mai (1820), una vera e propria summa dei temi leopardiani di questo periodo: oltre alla polemica contro l’età presente e l’esaltazione dell’antichità, vi compare il motivo del «caro immaginar» e dei «leggiadri sogni», che sono dissolti dalla conoscenza razionale del «vero», che accresce solo il senso del nulla e della noia.
Caratteristiche diverse hanno il Bruto minore e l’Ultimo canto di Saffo. Leopardi non vi parla più in prima persona, ma tramite due personaggi dell’antichità, entrambi suicidi, Bruto e Saffo. Il pessimismo storico giunge a una svolta: si delinea l’idea di un’umanità infelice non solo per ragioni storiche, ma per una condizione assoluta. Non incolpa ancora la natura, ma gli dei e il fato. Ad essi si contrappone l’eroe, che si ribella alla forza crudele che l’opprime esprimendo la propria libertà con il gesto estremo del suicidio (titanismo eroico).
Alla Primavera è una rievocazione nostalgica delle «favole antiche», di quella visione fanciullesca e immaginosa che era propria dell’antichità, e che i moderni hanno perduto definitivamente.
L’Inno ai Patriarchi, l’unico degli Inni cristiani portato a compimento, è una rievocazione dell’umanità primitiva, felice nella sua ingenuità.
Alla sua donna è dedicata a un’immagine ideale, platonica, della donna, creata dalla sua mente.
Gli Idilli presentano un carattere molto diverso, sia nelle tematiche, intime ed autobiografiche, che nel linguaggio, che è più colloquiale e semplice. Con quel titolo Leopardi designò alcuni componimenti, scritti tra il 1819 e il 1821 (L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, Lo spavento notturno, La vita solitaria) e pubblicati nel 1825 sulla rivista «Il Nuovo Ricoglitore» e nel 1826 con il nome di Versi. Questi idilli non hanno più nulla a che fare né con la tradizione bucolica classica né con la moderna definizione di idillio, inteso come rappresentazione di scene della vita quotidiana di personaggi di mediocre condizione, segnate da una tranquilla serenità. Leopardi definì gli idilli come espressione di «sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo». Negli idilli, dunque, la rappresentazione della realtà esterna, delle scene di natura serena, è tutta in funzione soggettiva: Leopardi vuole rappresentare i momenti essenziali della propria vita interiore.
Esemplare è l’Infinito (1819), in cui compare una situazione che può ricordare l’idillio classico, ma non è lo scenario di una semplice quiete contemplativa e rasserenante, ma lo spunto per una meditazione lirica sull’idea di infinito nata dall’immaginazione, a partire da sensazioni visive e uditive.
Alla luna (1820) affronta il tema della ricordanza che, con l’immaginazione, trasfigura il reale e l’abbellisce, anche se la realtà è triste e angosciosa.
La sera del dì di festa (1820) prende l’avvio da un notturno lunare, ma poi trapassa ad una confessione disperata dell’infelicità e dell’esclusione dalla vita patite dal poeta, per approdare ad una vasta meditazione sul tempo che cancella ogni traccia umana.
La vita solitaria (1821) è un componimento folto di motivi, che culmina in un momento di «estasi» negativa, in cui l’io individuale si annulla nella contemplazione di una natura assolutamente immobile e silenziosa.
Il sogno (1821) è un colloquio con una fanciulla morta, e affronta il motivo della giovinezza spezzata e delle illusioni non realizzate.
Le Operette morali
Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà fino alla primavera del ’28. Egli stesso lamenta la fine delle illusioni giovanili, lo sprofondare in uno stato d’animo di aridità e di gelo, che gli impedisce ogni moto dell’immaginazione e del sentimento. Per questo intende dedicarsi soltanto all’investigazione dell’«arido vero». Da questa disposizione d’animo nascono le Operette morali, quasi tutte composte nel 1824. A questo gruppo si aggiungeranno poi il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, il Copernico e il Dialogo di Plotino e di Porfirio, il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico.
Le Operette morali sono prose di argomento filosofico. Leopardi vi espone il “sistema” da lui elaborato attraverso una serie di invenzioni fantastiche, miti, allegorie, paradossi, apologhi, canti lirici in prosa. Molte delle operette sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni, personaggi mitici, altre volte sono personaggi storici oppure personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici. In alcune operette l’interlocutore principale è proiezione dell’autore stesso. Altri dialoghi hanno forma narrativa (Storia del genere umano), oppure sono racconti filosofici (La scommessa di Prometeo), prose liriche (l’Elogio degli uccelli, il Cantico del gallo silvestre), raccolte di aforismi paradossali (Detti memorabili di Filippo Ottonieri), o discorsi che si rifanno alla trattatistica classica (Il Parini, ovvero della gloria).
Da questa rassegna risulta la varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi, che si concentra intorno ai temi fondamentali del pessimismo: l’infelicità inevitabile dell’uomo, l’impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l’umanità. Con tutto questo non si ha un’impressione di cupezza, grazie allo sguardo fermo e lucido e al distacco ironico con cui Leopardi contempla il «vero».
Escono da questo quadro le operette più tarde, come il Plotino, dialogo sul problema del suicidio, pervaso da un senso di pietà e di solidarietà fraterna verso gli uomini, che prelude alla svolta della Ginestra, o il Tristano, che si inserisce nel clima dell’ultimo Leopardi. Al clima delle Operette può essere associata un’epistola in versi, Al conte Carlo Pepoli (1826), raccolta nei Canti, in cui il poeta analizza la sua aridità e annuncia il suo proposito di dedicarsi all’investigazione del «vero».
I grandi idilli
Nell’aprile del 1828 Leopardi assiste a un «risorgimento» delle sue facoltà di sentire, commuoversi e immaginare, e lo saluta con un componimento, Il Risorgimento. Pochi giorni dopo nasce A Silvia. Successivamente compone Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, il Passero solitario.
Questi componimenti riprendono temi, atteggiamento, linguaggio degli “idilli” del 19-21: le illusioni e le speranze, proprie della giovinezza, le rimembranze, quadri di vita borghese e di natura serena e primaverile, la suggestione di immagini e suoni indefiniti, il linguaggio limpido e musicale. Questi componimenti non sono la semplice ripresa della poesia di dieci anni prima, ma nel mezzo si collocano esperienze decisive, la fine delle illusioni giovanili, l’acquisita consapevolezza del «vero», la costruzione di un sistema filosofico fondato su un pessimismo assoluto. I grandi idilli sono percorsi da immagini liete, ma queste immagini sono come rarefatte, assottigliate, e perdono ogni corposità fisica e materiale; create dalla memoria, si accampano sullo sfondo del nulla, sono accompagnate costantemente dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte. Tale consapevolezza non esercita però un potere distruttivo su quelle immagini di vita, il vero è richiamato con delicatezza, pur impregnando ogni immagine evocata. Si instaura un equilibrio tra il «caro immaginar» e il «vero».
Gli slanci titanici sono stati sostituiti da un atteggiamento di contemplazione ferma e di lucido dominio dinanzi a una verità immutabile. Coerente a questo atteggiamento è il linguaggio, non più ricco di espressioni intense e patetiche, ma pacato e misurato. Il poeta non usa più l’endecasillabo sciolto, ma una strofa di endecasillabi e settenari che si susseguono liberamente.
L’ultimo Leopardi
L’ultima stagione leopardiana, che si colloca dopo il ’30, segna una svolta di grande rilievo rispetto alla poesia precedente. Presupposto filosofico della scrittura poetica di Leopardi resta sempre quel pessimismo assoluto, a cui era approdato tra il ’24 e il ’25. Ma, dopo il distacco rassegnato e ironico della fase delle Operette, dopo il ripiegamento sull’io e il recupero dell’età giovanile proprio dei grandi idilli, Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini e i problemi del suo tempo. Non solo, ma appare più orgoglioso e pronto a combattere nel diffondere le sue idee, nel contrapporle polemicamente alle tendenze dominanti dell’epoca.
L’apertura si verifica anche sul piano umano. Nasce a Firenze l’amicizia con Antonio Ranieri, e la prima vera esperienza amorosa di Leopardi, un’autentica passione per una dama fiorentina, Fanny Targioni Tozzetti. La delusione cocente subita in tale rapporto segna per Leopardi la fine dell’«inganno estremo», che aveva creduto eterno: l’amore. Dalla passione e dalla delusione nasce il “ciclo di Aspasia”. Il ciclo è costituito da cinque componimenti, scritti fra il 1833 e il 1835: Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia e A se stesso. Se si esclude Consalvo (novella sentimentale in versi), si tratta di una poesia profondamente nuova, lontanissima da quella idillica: si ha una poesia nuda, severa, quasi priva di immagini sensibili, fatta di puro pensiero; vi compaiono atteggiamenti energici, eroici; il linguaggio si fa aspro, antimusicale, la sintassi complessa e spezzata.
In questo periodo si instaura un rapporto intenso con le correnti ideologiche del tempo. E’ una nuova forma di impegno, negativo e polemico. La critica leopardiana si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento della vita umana grazie ad esso; si scaglia inoltre contro le tendenze di tipo spiritualistico e neocattolico che inneggiano al posto privilegiato destinato da Dio all’uomo nel cosmo. A queste ideologie Leopardi contrappone le proprie ideologie pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione umana, essendo l’infelicità e la sofferenza dati immutabili ed eterni. Allo spiritualismo di tipo religioso, che cerca consolazione nell’aldilà, egli contrappone il suo duro materialismo che esclude ogni speranza in un’altra vita.
Questa polemica è condotta attraverso varie opere:
La Palinodia al marchese Gino Capponi (1831), inclusa nei Canti, è una sorta di satira di sapore pariniano nei confronti di una società moderna fiduciosa nel progresso.
Al di fuori dei Canti si hanno: un abbozzo di inno Ad Arimane (1883), I nuovi credenti e I Paralipomeni della Batracomiomachia. Poemetto satirico in ottave, si presenta come una continuazione della Batracomiomachia (Battaglia dei topi e delle rane), poemetto attribuito a Omero. Tale poemetto, sotto la veste favolosa, discute degli avvenimenti del ’20-’21 e del fallimento dei moti liberali. I topi sono i liberali napoletani, le rane i borbonici, aiutati dai granchi (gli austriaci). La polemica di Leopardi si scaglia contro la reazione brutale dei granchi-austriaci, ma soprattutto contro l’ottimismo e lo spiritualismo dei topi-liberali.
Una svolta essenziale si presenta con la Ginestra (1836), il testamento spirituale di Leopardi, la lirica che idealmente chiude il suo percorso poetico. Il componimento ripropone la dura polemica antiottimistica e antireligiosa, ma qui Leopardi non nega più la possibilità di un progresso civile: la consapevolezza della reale condizione umana, indicando la natura come la vera nemica, può indurre gli uomini a unirsi per combattere la sua minaccia; e questo legame può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizia della società. La filosofia di Leopardi si apre qui ad una generosa utopia, basata sulla solidarietà fraterna degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del «vero». La Ginestra, sul piano letterario, è anche la massima realizzazione di quella nuova poetica antidillica sperimentata dal ’30 in poi.
Biografia di Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798 dal Conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici.
Era il primogenito di 10 figli e trascorse la sua fanciullezza con i fratelli a Recanati studiando prima con un precettore e poi da solo nella ricca biblioteca del padre.
Leopardi, fin da giovane, aveva una grande volontà di sapere e studiare; imparò presto il latino, il greco e l'ebraico.
Era talmente bravo, che presto il suo maestro pensò di non essere più utile per i suoi studi, lasciandolo da solo alle prese con i suoi libri nella biblioteca di famiglia, dove Giacomo trascorreva la maggior parte del suo tempo.
Questi primi anni di studio così intenso senza nessuno svago o gioco, provocarono in lui problemi fisici ed una tristezza di fondo che lo accompagnarono per tutta la vita.
A 14 anni aveva già composto due tragedie in greco (Pompeo in Egitto e Virtù indiana) ed aveva affrontato delle ricerche di carattere scientifico. Imparò l'inglese, il francese e lo spagnolo, leggeva e commentava libri difficili e poco conosciuti traducendoli in italiano.
A 15 anni terminò una Storia della Astronomia e due anni dopo con il Saggio sopra gli errori degli antichi mostrò una maturità personale ed una capacità di comporre molto forte.
A 17 anni iniziò quella che lui stesso definì una conversione letteraria. Approfondendo Dante, Omero, Virgilio ed Esiodo perfezionò il suo stile nello scrivere e rivalutò questi autori che prima aveva disprezzati.
Leopardi aveva intanto continuato a comporre versi e prose sempre più importanti e di stile pregiato. Il suo più caro amico Pietro Giordani , si rendeva conto della sua grande bravura ma non avvertiva che Leopardi, con le sue opere, stava entrando nella letteratura italiana come uno dei più grandi poeti dei sentimenti e della immaginazione.
Il continuo lavoro di studio, la sua chiusura al mondo delle amicizie e degli affetti ed i suoi problemi fisici, fecero crescere in Leopardi una grande malinconia ed un forte pessimismo nei confronti della vita.
Nel 1822 venne a Roma ed invece di distrarsi peggiorò la sua condizione di malinconia ed incapacità ai rapporti umani. Tornato a Recanati estese questa visione della sua vita alla storia dell'uomo. In questo periodo compose le Operette morali una serie di prose sulla natura, la morte, il dolore , la felicità e la noia.
Leopardi pensava che la natura non vuole il bene delle sue creature, ma la loro sofferenza, quella sofferenza che lui provava fisicamente e moralmente.
I principali temi del suo pessimismo furono la giovinezza perduta, l'infelicità dell'amore e della vita. Non trovò ne fidanzata ne moglie ed i suoi amori non furono mai ricambiati. Da ragazzo si innamorò della cugina Geltrude Cassi a cui dedicò la poesia Il primo amore; poi della figlia del fattore, Teresa Fattorini, alla quale dedicò la famosa poesia A Silvia ed infine, nel 1831 a Firenze, di Fanny Torgiani Tozzetti. Soffrì molto per questa donna che lo illuse e lo trattò molto male.
Intorno al 1823 cominciò per il poeta un periodo di vita attiva; viaggiò in molte città italiane: Milano, Bologna, Firenze, Pisa e Napoli. Iniziò anche a scrivere su alcuni giornali di carattere letterario e a partecipare ad alcuni incontri pubblici, soprattutto a Firenze.
Quando fu a Napoli, nel 1833, iniziò ad avere delle forti crisi di asma che lo portarono fino alla sua morte avvenuta tra le braccia del suo amico Ranieri nel 1837, a 39 anni di età.
Leopardi è un poeta molto studiato e conosciuto sia in Italia che all'estero. Molti uomini di cultura hanno scritto libri ed articoli sulle sue numerose prose e poesie.
GIACOMO LEOPARDI-
Altro grande esponente del Romanticismo fu G. Leopardi; la sua biografia, come quella del Manzoni, è povera di avvenimenti esterni ma è assai ricca di vita interiore. Egli nacque nel 1798 a Recanati; appartenne a una famiglia di origine nobile, ma economicamente dissestata, per la cattiva amministrazione del patrimonio dovuta alla leggerezza e l’inesperienza del padre. Egli ebbe un’infanzia abbastanza difficile a causa dell’arretratezza del padre e la freddezza della madre, che si dedicò al patrimonio della famiglia, non curante degli affetti familiari, inoltre egli viveva a Recanati che egli stesso definì "un borgo selvaggio" per la sua arretratezza. Il poeta compì i primi studi sotto la guida del padre e di due precettori, ma per la precocità del suo ingegno fu presto in grado di studiare da solo, servendosi della ,vasta, biblioteca paterna dove trascorse sette anni, durante i quali si formò una vasta cultura, ma si rovinò la salute, fra i diciassette e i diciott’anni si verificarono, le così dette conversioni del Leopardi:
La conversione letteraria, col passaggio dalla erudizione e dalla filologia alla poesia;
La conversione filosofica, col passaggio dalla fede religiosa in cui era stato severamente educato, all’ateismo e al materialismo illuministico;
La conversione politica, col passaggio dalle idee reazionarie del padre alle idee liberali e democratiche. Sulla conversione politica influì notevolmente l’amicizia col Giordani.
Il pensiero.
Il pensiero del Leopardi, come per il Foscolo ,trae origine dalla concezione meccanicistica del mondo che egli aveva appreso dall’illuminismo. Per il Leopardi, infatti, il mondo è fatto di materia sottoposta a leggi meccaniche e anche l’uomo è sottoposto a queste leggi di trasformazione della materia. Egli non solo è una creatura debole e indifesa, che dopo una vita di sofferenze si annulla totalmente con la morte, ma è anche un essere insignificante nel contesto della vita universale, "una pagliuzza nel turbino del vento".
Anche per il Leopardi questa nuova fede era motivo di tristezza e di pessimismo, perché egli avverte dolorosamente i limiti della natura umana tutta chiusa nella prigione della materia in contrasto con l’innata aspirazione dell’uomo all’assoluto e all’infinito. Un altro elemento che caratterizzò il pessimismo leopardiano fu la sua giovinezza, Leopardi infatti visse in modo permanente quello che è il dramma momentaneo di tutti gli adolescenti e i giovani; il Leopardi non riuscì mai a inserirsi nel suo tempo, un po’ a causa della rigidità e ottusità del contesto familiare che non gli consentiva ampia possibilità di scelta, un po’ per l’angustia dello stesso ambiente paesano, che lo condannò all’isolamento e lo privò di rapporti umani, di esperienze concrete, delle soddisfazioni che provengono all’uomo dal lavoro o da qualunque attività che lo impegni e lo faccia sentire utile a sé e agli altri, così egli si chiuse in sé stesso e di meditazione in meditazione pervenne ad una visione totalmente pessimistica della vita.
Gli studiosi hanno distinto tre aspetti del pessimismo leopardiano:
Il pessimismo personale o soggettivo, è il primo aspetto del pessimismo leopardiano; esso sorge quando il poeta è ancora un adolescente, a determinare questo sentimento d’infelicità personale, prima fra tutte fu l’ambiente familiare e una delicatissima sensibilità d’animo, acuita dal deperimento organico e dall’aspetto fisico, a vent’anni il Leopardi si sente già vecchio, spiritualmente e fisicamente.
Il pessimismo storico o progressivo vede gli uomini felici soltanto nell’età primitiva quando vivevano allo stato naturale, ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del "vero". Le scoperte della ragione furono catastrofiche, l’uomo scoprì le leggi meccaniche che regolano la vita dell’universo, scoprì il male, il dolore, l’infelicità, l’angustia esistenziale. La storia dell’uomo quindi- dice il Leopardi- non è progresso ma decadenza, da uno stato di inconscia felicità naturale a uno stato di consapevole dolore, messo in evidenza dalla ragione. Ciò è avvenuto nella storia dell’umanità che si ripete immancabilmente nella storia di ciascun individuo. il Leopardi in oltre, approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude che la causa di esso è proprio la natura, in quanto ha creato l’uomo con un profondo desiderio di felicità, pur sapendo che egli non l’avrebbe mai raggiunta. Così di fronte la natura Leopardi assume un duplice atteggiamento, ne sente allo stesso tempo il fascino e la repulsione. L’ama per i suoi spettacoli di bellezza , di potenza e di armonia; la odia per il concetto filosofico che si forma di essa, fino a considerarla non più una "madre benigna e pia" ma "una matrigna" crudele ed indifferente ai dolori degli uomini.
Il pessimismo cosmico o universale; esso è chiamato così perché investe tutte le creature e proprio in questo momento della sua meditazione il Leopardi rivaluta la ragione, prima considerata causa di infelicità; essa è si consapevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero, ma è anche l’unico bene rimasto agli uomini. L’effetto di tale pessimismo è la "noia" intesa come "stanchezza del vivere".
La conclusione del pessimismo leopardiano dovrebbe essere analoga a quella di Jacopo Ortis, il suicidio considerato come unicomezzo di liberazione dall’angoscia esistenziale, ma il Leopardi condanna il suicidio, perché riconosce che siamo legati alla vita dall’istinto naturale di sopravvivenza e dal dovere di solidarietà e fratellanza con tutti gli uomini, che sono nostri compagni di sventura.
La poetica.
Leopardi difese sempre il classicismo, ma non tutto, esattamente il classicismo primitivo, quello dei poeti più antichi (Omero soprattutto), i quali esprimevano i propri sentimenti con sincerità e naturalezza, ma soprattutto con grande originalità.
Egli comunque fu chiaramente un romantico, infatti, fece sua la distinzione dei romantici tedeschi, fra poesia d’immaginazione e poesia di sentimento. La poesia d’immaginazione, è quella che si nutre di miti e di fantasie, ed è la poesia vera, perfetta, inimitabile, perché i poeti primitivi credevano veramente nei miti che cantavano. La poesia di sentimento invece si nutre di effetti e di idee (filosofiche, morali, sociali ecc.), ed è la poesia dei tempi moderni, più razionale e filosofica e perciò meno immaginativa e poetica. Egli inoltre considera la poesia più vera, quella che nasce dalle rimembranze, dalle rievocazioni , cioè, del passato specialmente dell’infanzia e della giovinezza, in quanto il presente non è mai poetico per la banalità e la meschinità dei suoi aspetti; poetico è
Il Romanticismo
Il Romanticismo si sviluppò nell’800 in Germania, ma prese forma soprattutto in Italia. Questo movimento presentava come ideali la lotta per la libertà dallo straniero e per l’unità nazionale. Quindi, era facile che in Italia si sviluppasse, dato che il Paese era diviso e sottomesso a numerose potenze straniere. Quando Napoleone cedette il Veneto all’Austria con il trattato di Campoformio, tutti gli italiani rimasero delusi. Infatti, tutta la fiducia del popolo era riposta in Napoleone. Uno degli italiani delusi fu Ugo Foscolo, il quale scrisse "Le ultime lettere di Iacopo Ortis", in cui spiegò tutto il suo dolore parlando appunto di quell’avvenimento.
Il Romanticismo prese forma in due generi: la Poesia e il Romanzo. Attraverso il romanzo, lo scrittore poteva raccontare storie complesse con molti personaggi. Nella poesia, invece, il poeta cercava di colpire il lettore, suscitando in lui forti emozioni.
Un elemento molto importante che si sviluppò nel Romanticismo fu l’idea di tornare a riscoprire e a valorizzare il passato medievale, in contrapposizione alla corruzione della modernità, con ideali atei, illuministi e cosmopoliti.
Alcuni poeti e letterati furono: Shelley e Byron, Jane Austen, Victor Hugo; mentre altri autori italiani furono: Manzoni, Foscolo, Verdi, Bellini e Leopardi.
Giacomo Leopardi
(1798-1837)
Nato a Recanati nel 1798, cresce in un ambiente familiare, socio-culturale e politico arretrato. Compie i suoi studi eruditi nella ricca biblioteca paterna.
Al 1816 risale la sua "conversione letteraria", ovvero "dall’erudizione al bello". Legge i classici italiani (Dante, Petrarca, Tasso).
Inizia nel 1817 la stesura dello Zibaldone, sul quale annoterà pensieri ed abbozzi di opere; nello stesso anno comincia la corrispondenza col Giordani, un rappresentante del neoclassicismo progressista.
Nel 1819 a causa della sua malattia agli occhi, cade in uno stato di cupa desolazione e matura la "conversione filosofica" ossia il passaggio "dal bello al vero" e l’elaborazione del pessimismo storico.
Nel 1822 sofferma a Roma, l’anno successivo torna a Recanati e approfondisce la riflessione filosofica approdando al pessimismo cosmico. Scrive le Operette Morali nel ’24.
Lasciata Recanati soggiorna a Milano, a Bologna e a Firenze, dove entra in contatto col gruppo cattolico-liberale dell’ "Antologia".
Ritornato a Recanati vive il periodo più tormentoso della sua esistenza, scrivendo i "grandi idilli".
Lasciato per sempre il "natio borgo selvaggio" assume un atteggiamento più combattivo di fronte alla vita e più solidale nei confronti della società.
L’amore sfortunato per Fanny Targioni Tozzetti gli ispira le poesie del "ciclo di Aspasia".
Stabilitosi a Napoli, ospite dell’amico Ranieri, nel 1833 scrive un gruppo di poesie satiriche, e compone le sue ultime opere: Il tramonto della luna e La Ginestra.
Muore a Napoli il 14 giugno 1837.
LA DONNA E L'AMORE
L’amore, per Leopardi è la più potente delle illusioni e sarà l’ultima a morire nella sua poesia.
Esso è concepito romanticamente come passione totale che coinvolge l’intera esperienza esistenziale dell’individuo.
Nella prima fase della poetica (quella del pessimismo storico) l’amore è descritto nella "Storia del genere umano".
Si narra che esso venne donato da Mercurio agli uomini come una delle illusioni che avevano lo scopo di distrarli dalla loro triste condizione di vita. In seguito l’Amore fu l’unico conforto concesso da Giove agli uomini che avevano determinati requisiti come gentilezza, generosità, magnanimità.
Questo Amore però non veniva donato alle coppie perché, se ricambiato, avrebbe quasi eguagliato la condizione divina. Inoltre esso dava l’illusione di giovinezza e suscitava speranze di gioventù, forniva virtù e la fede nei valori.
La passione senza oggetto e senza speranza si trasforma in passione reale nel ciclo delle poesie per Aspasia dedicate all’amore per Fanny Targioni Tozzetti.
Non insiste più sull’illusione e sull’immaginazione, ma sulla grande passione concepita come prova di forza e di valore nei rapporti col mondo.
I canti d’amore del ciclo di Aspasia hanno un’importanza fondamentale nella nascita della poetica del titanismo: la morte non è più concepita come distruzione delle illusioni ma come prova del senso eroico suscitato dalla passione d’amore.
Concludendo la potente illusione amorosa dà al poeta la forza di una sfida estrema alla negatività del mondo a partire da un nuovo sentimento di amore e di solidarietà per l’uomo, che impone il dovere di una resistenza collettiva al male del mondo.
LA FIGURA DELL’EROE
Con Leopardi entra in crisi il concetto di eroe come portatore di ideali in quanto egli li definisce vane illusioni.
Nella prima fase della poetica (il pessimismo storico) egli individua uno stato di Natura per sempre perduto in cui gli uomini vivevano felici grazie alla protezione della Natura benevola, che permetteva di coltivare i valori non ancora considerati caduchi ("La ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola" , Zibaldone, [14], pag. 10).
Gli unici eroi furono i classici in quanto vivevano in una condizione molto simile a quella dello stato di Natura credendo nelle illusioni non ancora distrutte dalla conoscenza .
Leggendo i classici, però, Leopardi scopre che anche in passato gli uomini conoscevano il dolore e scrive le due Canzoni del suicidio sulle tristi vicende di Bruto e della poetessa Saffo.
Ora la Natura è considerata "matrigna", negli uomini prevale un lucido raziocinio che distrugge gli ideali, riconosce l’ineluttabilità del dolore e aspetta la morte senza temerla.
Leopardi rinnega il suicidio sulla base della sofferenza comune e della solidarietà: il suicidio è la scelta più lucida e naturale per l’individuo, ma non spetta all’uomo infliggere ulteriori dolori ai suoi simili.
La fase del titanismo è caratterizzata dalla concezione di solidarietà espressa nel "Dialogo di Plotino e Porfirio", nel "Dialogo di Tristano e di un amico" e nel Grande Idillio de "La Ginestra".
Gli uomini hanno accettato la "filosofia dolorosa, ma vera" e respinto le illusioni e perciò decidono di unirsi per sfidare la Natura in una battaglia persa in partenza.
Se Foscolo ha potuto travalicare le sconfortanti conclusioni della ragione attraverso la fede nelle "illusioni", se Manzoni ha potuto approdare dall’iniziale formazione materialistica alla consolazione di una fede positiva, Leopardi afferma un materialismo rigoroso che riconosce il dolore ineluttabile e fonda su tale consapevolezza una nuova morale laica, invitando gli uomini a sostenere l’impari lotta contro la Natura stretti da un tenace vincolo di solidarietà.
LE PRINCIPALI OPERE
LO ZIBALDONE DI PENSIERI
Allo Zibaldone Leopardi affida dal ’17 al ’32, quasi giornalmente, appunti e trattazioni più ampie intorno a disparati argomenti: osservazioni linguistiche, filologiche e di critica letteraria, meditazioni intorno all’estetica, o meglio, alla definizione della propria poetica, osservazioni psicologiche e morali su se stesso e sugli altri, e, soprattutto la sua "filosofia", cioè le sue considerazioni lucide e appassionate sulla vita.
CANZONI CIVILI
Sono ispirate dall’amicizia col Giordani, la patria, la gloria. Si tratta, però, di un patriottismo più libresco e più "democratico" di quello dei romantici lombardi, espresso nei vagheggiamento di una società alimentata da magnanimi ideali.
CANZONI DEL SUICIDIO
In queste due canzoni (Ultimo canto di Saffo; Bruto minore), al rimpianto di un antico e felice "Stato di Natura", si alternano accenni di sdegnosa protesta contro la meschinità del presente; inoltre viene ribaltata la posizione della Natura che ora viene considerata matrigna e crudele.
LE OPERETTE MORALI
Sono dialoghi o prose continuate, morali in quanto esprimono, attraverso finzioni fantastiche, o meglio, allegoriche, la meditazione leopardiana sull’uomo e sul suo destino, e soprattutto sulla dolorosa situazione del suo animo, continuamente proteso nel sogno d’una felicità impossibile e sommerso nell’angoscia di un inevitabile disinganno.
I CANTI
I canti riflettono il doloroso itinerario del Leopardi, ma costituiscono anche la risoluzione luminosa del suo pensiero e della sua chiusa e solitaria pena. La poesia rappresenta, infatti, per lui il ritrovamento della sua interiorità più vera e, per questo, il solo conforto al male del vivere. La poesia del Leopardi non descrive, ma canta (di qui il titolo della raccolta); non è racconto, ma espressione dei "tristi e cari moti del cor", non ripete gli antichi miti, ma coglie, di là dalle occasioni immediate dell’esistenza, la favola eterna della vita.
LE COMPOSIZIONI SATIRICHE E SENTENZIOSE
Profilo di Giacomo Leopardi
Sullo sfondo della società letteraria italiana del primo Ottocento, Giacomo Leopardi spicca come un caso originale e in gran parte isolato. Nacque nello Stato Pontificio, una parte d’Italia esclusa dal flusso delle novità intellettuali. Inoltre fu oppresso fin dall’infanzia dalla sua famiglia, che era nobile ma oberata dai debiti causati dalle speculazioni infelici del conte Monaldo. Soprattutto il rapporto col padre, che desiderava una discendenza fedele ai canoni dell’antica nobiltà, fu fonte di angoscia, poiché il poeta non si sentì mai all’altezza delle sue aspettative. La salute fragile e le difficoltà economiche acuirono tale stato di disagio: Leopardi tentò sempre di sfuggire alla famiglia stabilendosi in città animate, ma che imponevano un tenore di vita troppo alto a chi viveva dei guadagni modesti della scrittura. Privato di una formazione culturale a livello europeo, Leopardi fu costretto a ripiegare sui classici, sia greci e latini sia italiani, di cui la biblioteca del padre era fornitissima. Ne nacque un vero e proprio amore per la classicità, che lo pose al di fuori del Romanticismo ormai affermato nell’Italia del primo Ottocento e lo rese uno dei lirici più originali della nostra letteratura. Altro elemento determinante per la sua poesia fu la profonda cultura filosofica fortemente marcata dall’Illuminismo. Nella provinciale Recanati, infatti, le opere degli illuministi francesi erano quanto di più trasgressivo si potesse immaginare, ma furono lette avidamente dall’adolescente Giacomo. Poesia classica e tradizione illuministica sono dunque le due fonti della sua lucida intelligenza e dell’aspirazione a riflettere sull’uomo con l’acutezza di un filosofo e la musicalità di un poeta. La sua poesia è animata da una filosofia negativa: l’autore crede che il mondo sia dominato da una forza spietata, una sorta di divinità del male identificata con la Natura, a cui a partire dal 1833 darà il nome di Arimane, lo spirito del male dello Zoroastrismo, l’antica religione persiana. Solo negli ultimi anni appare al poeta una possibilità di reazione al male: una volta accettata la propria realtà di dolore e sofferenza, senza illusioni, gli uomini devono allearsi tra loro contro la Natura, l’unico nemico comune. È il messaggio di fratellanza de “La ginestra”, che avrebbe potuto svilupparsi se il poeta non fosse morto prematuramente.
Leopardi sviluppa una straordinaria capacità poetica fin dall’adolescenza, un talento lirico difficilmente uguagliabile. Ne è conferma la creazione di un genere nuovo, che passa attraverso un modello greco: l’”idillio”, un breve componimento che gli dà modo di esprimere al meglio i propri temi. La parola “idillio” in greco antico significa “piccola immagine”; nei testi dei poeti greci il componimento si riduceva alla contemplazione di un paesaggio agreste allegro e luminoso. Ma Leopardi lo reinvesta, facendo convivere l’elemento classico con lo spirito contemporaneo, e adattandolo a strumento della propria ricerca filosofica. L’idillio leopardiano, infatti, è diviso in due parti ben distinte: la prima consiste nella descrizione di un piacevole luogo campestre, in apparenza sereno. Nella seconda, di vera e propria riflessione filosofica, l’immagine serena si rivela un semplice spunto per meditare sull’infelice condizione umana e sulla crudeltà della Natura, nascosta dietro l’apparenza di calma e perfezione del paesaggio. Infatti, è la Natura il bersaglio principale del risentimento del poeta: doppiamente responsabile dell’infelicità degli uomini, in quanto li ha creati solo per farli soffrire e morire senza alcuno scopo. Nei “Canti” gli idilli si dividono in Piccoli (L’Infinito, Alla luna, La sera del dì di festa), che mantengono una misura breve, e in Grandi Idilli (A Silvia, Le Ricordanze, Il passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio), molto più ampi e articolati.
La constatazione dell’infelicità umana attraversa come una linea continua l’intera opera di Leopardi. Il poeta crede che il mondo abbia una sostanza solo fisica, materiale, che sia governato da leggi ripetitive, meccanicistiche, che non abbia un fine, o almeno non un fine comprensibile all’uomo: che non esista un mondo ultraterreno, una vita oltre quella fisica. Fonti principali di questa concezione filosofica sono il Materialismo e il Sensismo del Settecento francese, due filoni del movimento illuminista. Secondo il Materialismo, il cui principale esponente fu il medico Julien Offroy de La Mettrie (1709-1751), la facoltà di provare sensazioni e dunque di pensare è propria della materia; l’uomo stesso è un insieme di meccanismi pensanti, che non presuppongono l’esistenza di una parte immateriale, quella che viene definita “anima”. Secondo il Sensismo, i cui principali rappresentanti furono Claude Helvetius e il barone d’Holbac, la psiche dell’uomo è un prodotto delle sue sensazioni, cioè dei segnali e dei messaggi che gli inviano i sensi. Quindi tutte le emozioni, le passioni, i sentimenti altro non sono che manifestazioni della materia e non di un inesistente spirito astratto.
“Lo Zibaldone” riunisce tutte le annotazioni, le riflessioni filosofiche, le osservazioni sulla poesia e sulla vita che il poeta accumulò per 4526 pagine complessive, e che accompagnarono la composizione delle più grandi poesie. Fu pubblicato per la prima volta da Giosuè Carducci nel 1898. E’ un’autentica miniera di precisazioni, per chi vuole meglio comprendere la poetica di Leopardi e la sua straordinaria profondità di pensatore.
GIACOMO LEOPARDI
L’infanzia e gli anni di studio
Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, piccolo borgo della provincia pontificia nell’entroterra marchigiano. È il primo di 5 figli, di cui due particolarmente cari al poeta: Carlo e Paolina. Il conte Monaldo, suo padre, convinto reazionario, ma amante delle lettere, è sollecito verso il figlio e ne asseconda gli studi. Dopo che egli ha in parte sperperato il patrimonio della famiglia è la madre, Adelaide Antici, donna fredda, severa e bigotta, a occuparsi dell’amministrazione domestica.
Precocemente, a soli 10-11 anni, Giacomo, dopo un’infanzia serena, compone già vari testi poetici, le prime prose, traduce le odi di Orazio. Gli anni che seguono vedono crescere in progressione il numero dei componimenti in italiano e latino. Questi testi non sono importanti per il valore dei risultati ma per la volontà di cimentarsi e misurarsi nei più diversi campi del sapere: quelli che la vasta biblioteca paterna gli offriva. Qui trascorrono i “sette anni di studio matto e disperatissimo” nella volontà di impossessarsi del più ampio universo possibile: sono anni che compromettono irrimediabilmente la salute e l’aspetto esteriore di Giacomo. Che le sofferenze fisiche e l’aspetto infelice della persona fossero in gran parte responsabili del pessimismo leopardiano è pregiudizio diffuso. Leopardi si oppose sempre a simili tentativi di svilire la portata delle sue convinzioni.
Nasce in questi anni di reclusione nella biblioteca paterna una vocazione alla filologia che però non avrà sbocco.
Le prime opere erudite e la “conversione letteraria”
In questi anni di studio (impara da solo il greco) prendono vita grandi opere di compilazione.
È il 1816 l’anno in cui più distintamente la vocazione alla poesia si fa sentire, pur tra le tante opere di erudizione che ancora occupano il campo, l’anno di quella che Leopardi stesso definirà conversione “dall’erudizione al bello”: accanto alle traduzioni del primo libro dell’Odissea e del secondo dell’Eneide, compone una lirica, Le rimembranze, una cantica e un inno. Interviene nella polemica milanese tra classici e romantici. Nel 1817, si registrano nuove traduzioni e prove poetiche significative. Nel frattempo prende avvio un diario d’eccezione, lo ‘Zibaldone di pensieri’, destinato a raccogliere riflessioni e appunti di vario genere sino al 1832. Ma anche, finalmente, Leopardi trova un interlocutore in grado di comprenderne la grandezza in Pietro Giordani. Dalla immediata e reciproca stima nasceranno una durevole amicizia, primo grande varco aperto nel muro della reclusione recanatese, e un’attivissima corrispondenza epistolare fondamentale per la formazione del poeta. Termina quella eccezionale dispersione di forze su tanti diversi versanti del sapere; in Giordani, Giacomo trova un secondo padre, un prezioso amico e confidente.
Dal Discorso intorno alla poesia romantica alla “conversione filosofica”
Il 1818 è l’anno in cui Leopardi rivela la sua conversione poetica, con il primo scritto che abbia valore di manifesto poetico: il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, in difesa della poesia classica; inoltre pubblica a Roma, con dedica a Vincenzo Monti, le due canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante.
Nel 1819 è colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte medita il suicidio. Matura in questo clima la cosiddetta “conversione filosofica”, ossia il passaggio dalla poesia alla filosofia, dalla condizione ‘antica’ (naturalmente felice e poetica) alla ‘moderna’ (dominata dall’infelicità e dalla noia), secondo un percorso che riproduce a livello individuale l’itinerario che il genere umano si trovò a compiere nella sua storia. In altre parole, la condizione originaria della poesia si allontana ai suoi occhi sempre più nelle epoche passate, e appare irriproducibile nell’età presente, dove la ragione ha inibito la possibilità di dare vita ai fantasmi della fantasia e dell’illusione.
Tenta la fuga (che è però scoperta) da Recanati, divenuta ormai insopportabile. Tra il 1819 e il 1821 scrive i primi idilli, mentre continua e giunge all’apice l’applicazione del poeta al progetto delle canzoni, pubblicate a Bologna, nel 1824, con nuova dedica al Monti e annotazioni linguistiche.
L’elaborazione del pensiero leopardiano
Già dal 1820 prende avvio il disegno delle Operette Morali (quasi per vendicarsi del mondo) destinato a crescere negli anni che seguono fino alla stampa nel 1827 a Milano. Attraverso una schiera di personaggi, alcuni storici, altri fantastici, spesso personificazioni di enti astratti inanimati, sono impietosamente processati i pregiudizi sui quali si fonda il comune senso del vivere e la verità, ingrata all’uomo e per questo sempre negata, finalmente s’impone compiutamente, rivelando che la vita è un deserto, o una biblica valle di lacrime, e la natura è indifferente al destino delle sue creature.
Al luglio del 1820 risale, nelle pagine dello Zibaldone, il primo disegno compiuto di speculazione filosofica in chiave ormai negativistica. Leopardi si allontana gradatamente dal cristianesimo. L’approccio ai filosofi sensisti e illuministi apre il varco a una riflessione sempre più libera e alla fine avversa a ogni professione di fede sino a posizioni di dichiarato e irriducibile ateismo e agnosticismo (cioè sospensione di giudizio di fronte a problemi che sfuggono alla possibilità umana di comprensione).
L’abbandono di Recanati: il lavoro editoriale e la partecipazione al dibattito culturale contemporaneo
Dal novembre 1822 al maggio del 1823 si colloca il soggiorno a Roma, presso gli zii materni. La capitale si rivela però una grossa delusione. Al soggiorno romano va riferito il nuovo impegno in campo filologico e l’edizione di testi per questo riguardo esemplari.
Nel 1825 parte per Milano, nel settembre è a Bologna, dove dimora per più di un anno curando diverse traduzioni.
Nel 1826 torna alla poesia, una poesia grigia e fredda, sul modello dell’epistola oraziana. I contratti stipulati con l’editore milanese Stella gli garantiscono una rendita mensile che limita l’odiosa dipendenza dalle finanze paterne.
È di nuovo a Bologna, poi a Firenze. Egli avvertì presto la distanza che lo separava da uomini e idee a suo giudizio ingenuamente ottimistiche e fiduciose. Il suo atteggiamento distaccato, le sue stesse convinzioni ideali che ormai le Operette morali in particolare avevano reso di pubblico dominio gli procurarono anche antipatie e inimicizie.
Il periodo dei “grandi idilli” e gli ultimi anni
Nel novembre del 1828 Leopardi è a Pisa (dove compone ‘A Silvia’), poi ancora a Firenze e di nuovo a Recanati per la morte di un fratello e problemi di famiglia. Il ritrovare i luoghi e gli oggetti immutati dell’odiosamata prigionia giovanile, ma visti con occhi nuovi, occhi che hanno conosciuto il mondo, produce nel suo animo un indicibile moto di emozioni e di ricordi: ne derivano alcuni tra i canti maggiori: La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
Nel 1830 è a Firenze dove incontra Fanny Targioni Tozzetti, oggetto di una passione accesa quanto incorrisposta e ispiratrice di una serie di poesie amorose, il cosiddetto ‘ciclo di Aspasia’. Reincontra Antonio Ranieri, già conosciuto nel 1827, l’amico che non lo abbandonerà più sino alla morte.
Nel 1831 vede la luce a Firenze l’edizione dei Canti. Nel 1833 parte con Ranieri alla volta di Napoli, dove due anni più tardi firma con l’editore Starita un contratto per la pubblicazione delle proprie opere. Nel 1836, per sfuggire alla minaccia del colera, si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compose due grandi liriche: Il tramonto della luna e La ginestra. Nel 1837, a soli 39 anni, muore improvvisamente per l’aggravarsi dei mali che lo affliggevano da tempo.
“Poesia immaginativa” e “poesia sentimentale”
Il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica (1818) è il saggio in cui si manifesta un’idea di poesia nuova, in opposizione alle ideologie romantiche e all’invito della baronessa de Staël a rinnovare i temi e il linguaggio della poesia italiana attraverso un’assidua opera di lettura e traduzione dei testi stranieri. Per la prima volta Leopardi nega che la poesia possa fare progressi e avvantaggiarsi di contributi provenienti d’oltralpe.
La prima stagione poetica leopardiana affonda le sue radici nel ripensamento dell’antichità come età ‘poetica’ per eccellenza, forse preclusa per sempre all’uomo moderno. Forse solo la fanciullezza consente di riavvicinare quello stato naturalmente poetico che era proprio degli antichi.
Rintracciare quella felice condizione perduta diverrà il filo conduttore della ricerca poetica di Leopardi. Su questa strada si colloca, intorno al marzo 1821, la messa a fuoco definitiva di due tipi di poesia: una poesia “immaginativa”, quella antica, che nasce in uno stato di grazia, dall’ignoranza del male e del dolore, e la poesia “sentimentale”, propria del suo secolo, che è piuttosto una filosofia, un’eloquenza che sgorga dal vero, laddove era della primitiva poesia l’essere ispirata dal falso.
Dal “pessimismo storico” al “pessimismo cosmico”
Nell’ambito della poesia “sentimentale” si collocano sia la poesia delle canzoni che quella degli idilli. Alle canzoni il poeta affida, in termini piuttosto filosofici e oratori, la funzione di articolare un discorso più complesso e motivato sulla condizione “negativa” in cui è confinato l’uomo moderno. Il dilagare del suo pessimismo in direzione filosofica produce alla fine l’estinguersi della linea delle canzoni e la scelta di strade diverse. Un punto nodale dell’itinerario leopardiano è costituito dalla svolta del 1823, quando prende consistenza il progetto delle Operette morali: l’abbandono della poesia per la prosa.
La conversione poetica del 1818 aveva allontanato Leopardi dalla filosofia moderna frequentata in giovinezza; ora alla filosofia egli ritornava per esperienza nuova della propria sventura, non per conoscenza dottrinaria, ma per un sentire l’infelicità certa del mondo. Da questo sentimento dell’infelicità e dal bisogno di farla sentire ad altri nascono la Operette.
Significato e importanza delle Operette morali
Non godettero di particolare fortuna. Per i contenuti di una filosofia in disaccordo con le idee risorgimentali e per un modello di prosa difficile.
Le Operette morali costituiscono l’anello che congiunge le due stagioni della poesia di Leopardi. La grande poesia della stagione pisano-recanatese nasce dopo che il poeta diventa ormai conscio del fatto che il suo malessere, la sua infelicità non appartiene alla sua storia individuale, o alla sua condizione di moderno, ma è tipica da sempre dell’uomo. La dimensione nuova del pessimismo leopardiano ha indotto a parlare di pessimismo “cosmico” (in opposizione a quello “storico” delle canzoni). La Natura, scagionata, nella stagione delle Canzoni, da ogni responsabilità dell’infelicità umana, e ora messa sotto accusa, svela il suo volto “terribile”. Il pessimismo leopardiano cresce e si estende negli anni che seguono, tocca un ulteriore traguardo nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1829), dove tutto è in una condizione negativa. Il discorso delle Operette non si chiude ma prosegue in parte nei Canti.
La funzione della memoria nei “grandi idilli”
Resta un evento straordinario il ritorno della poesia nella primavera del 1828. A parte una sostanziosa immissione di elementi filosofici, tradotti in un linguaggio immaginativo e quasi mitico, un rilievo nuovo assume il tema del ricordo. Il ritorno a Recanati ha certo grande importanza. La verità è che il poeta non può tornare a illudersi, dopo che si è rivelato il vero; può solo rivivere quelle illusioni attraverso il ricordo e ritrovare attraverso di esso quell’io antico: ma la materia di passioni e affetti e passata. I tempi lunghi di composizione del Canto notturno rivelano il venir meno dell’ispirazione.
La vena satirica ed eroica dell’ultimo Leopardi
Con il ritorno a Firenze questa grande stagione della poesia leopardiana rapidamente si esaurisce. L’ultima stagione di Leopardi s’iscrive nell’ambito del dissenso all’ordine risorgimentale, dissenso che si inasprisce con gli spargimenti di sangue. In questo caso si parla di “poetica eroica” sul piano dei contenuti, per la consapevole, solitaria contrapposizione del poeta alle idee dominanti del suo tempo.
Fine articolo
Articolo realizzato da Tripodaro Luigi
Introduzione generale
a
Giacomo Leopardi
Di carattere molto sensibile e di ingegno precoce, il Leopardi, dopo aver trascorso I'infanzia e la giovinezza in un ambiente austero e freddo, dedicandosi ad uno studio profondo ed assiduo che lo rese padrone di una vastissima cultura ma rovinò irrimediabilmente la sua salute, sviluppò una concezione della realtà molto simile a quella del Foscolo.
I1 mondo gli parve governato da leggi meccaniche inesorabili e misteriose, che presiedono alla continua trasformazione della materia, coinvolgendo ed annullando anche l'uomo. Anche in lui, come nel Foscolo, questa convinzione è fonte di amarezza e di pessimismo, così come insorge anche in lui la ribellione contro questa visione offertagli dalla ragione. In ciò egli manifesta la sua natura e la sua spiritualità romantica.
Anche nel Leopardi hanno valore le illusioni che illuminano la vita del Foscolo: la bellezza, la gloria, la patria, la libertà, l'amore, la poesia; ma mentre nel Foscolo esse appaiono come conquiste raggiunte per mezzo di uno slancio eroico, di accettazione e di esaltazione della condizione umana, dolorosa ma ricca di dignità e nobiltà, in Leopardi sono idee nobilissime, insite nella giovinezza dell'uomo, ma destinate a venir meno, ad essere demolite dalla ragione e soprattutto dalla vita.
Possiamo scorgere nella storia spirituale del Leopardi una lucida e continuare tendenza alla demolizione delle speranze umane, che il poeta segue, ponendo in risalto inesorabilmente le varie ragioni che rendono infelice la condizione dell'uomo.
La vita gli appare avvolta dal mistero e dal dolore, che è l'unica certezza per l'uomo. I1 piacere non esiste se non come pausa momentanea del male e un uscire dalla condizione di pena, mentre la vicenda umana gli appare come una inutile corsa verso il nulla, e la storia stessa è contrassegnata dal progressivo trionfo dell'infelicità. La natura, vista da lui in un primo momento (fino al '23) come madre amorosa, gli appare in seguito come matrigna; essa, secondo il poeta, crea l'uomo ma non si preoccupa della sua felicità. La prima causa dell'infelicità umana è la ragione, che dissolve le illusioni e pone l'uomo di fronte alla realtà. Da questa presa di coscienza derivano la delusione ed il tedio. A queste convinzioni il poeta arrivò gradualmente; esse sono infatti il frutto, oltre che della sua sensibilità, della sua stessa vicenda umana, tormentata da incomprensioni, delusioni, sventure.
Si riscontrano tre momenti nello svilvppo del pensiero leopardiano, che non è tuttavia sistematico e non perviene ad un rigoroso sistema filosofico (perchè egli è soprattutto poeta e pensa e si esprime in relazione ai suoi casi ed alle sue esperienze, in una sorta di reazione sentimentale).
Questi tre momenti, rappresentati dal pessimismo individuale, storico e cosmico, non si succedono ordinatamente anche se corrispondono a tre modi distinti di interpretare la condizione umana. Pertanto, a volte (soprattutto nella giovinezza) al poeta sembra che la sorte sia stata matrigna solo con lui, condannandolo all'infelicità nel fisico e nello spirito,alla solitudine ed all'incapacità di vivere come gli altri (mentre agli altri uomiri sono concesse le gioie della vita, la giovinezza felice, gli affetti).
E' questa propriamente la fase del pessimismo individuale. A volte, invece, appaiono in lui quelle riflessioni sulla felicità dei primi uomini che si meravigliavano e gioivano per cose semplici e furono poi resi infelici dal progresso, chiaramente ispirate dalla lettura del Vico e di Rousseau, oltre che da meditazioni personali e negotive in rapporto alla storia, nelle cui conquiste il poeta non crede. In ciò consiste appunto il pessimismo storico.
Infine, a volte l'esame della condizione umana induce il poeta a concludere che a tutti è riservato lo stesso destino di dolore. A questa condizione si adeguano inoltre tutti gli elementi del creato (pessimismo cosmico). Le estreme conseguenza di questo atteggiamento portano a quella che è stata definita come la "doglia universale".
Contro queste pessimistiche concezioni insorge il sentimento, esprimendosi per mezzo della poesia, che nel Leopardi appare come una continua rivolta contro le conclusioni della ragione. Essa è dettata dalle più profonde convinzioni ed esigenze del poeta, che è convinto della nobiltà dell'uomo, il quale non merita la sua infelicità, che è qualcosa di ingiusto e di assurdo. E' quindi, la sua, una rivolta, che, pur mostrando pessimismo e dolore, non genera a sua volta pessimismo. Infatti, cone afferma De Sanctis, "questo uomo odia la vita e te la fa amare, dice che l'amore e la virtù sono illusioni, e te ne accende nell'anima un desiderio vivissimo".
Leopardi, infatti, celebra la giovinezza e la bellezza della natura e della vita, anche se con lo stato d'animo doloroso di colui che da tutto ciò si sente escluso. Il suo, comunque, è un pessimisno eroico e mai rassegnato. Egli reagisce perché ha in sè un'ansia religiosa che nessuna logica può distruggere e perchè possiede una costante fiducia nella dignità umana. La sua energia si esprime nelle sue stesse parole "...e di più vi dico francamente che io non mi sottometto alla mia infelicità, nè piego il collo al destino o vengo seco a patti come fanno gli altri uomini..."
La sua opera si traduce perciò anche in una esortazione a non cedere al fato, ad opporre all'universo assurdo l'intatta nobiltà dello spirito. Egli non tradusse però questa energia morale in azione, come il Foscolo, ma la realizzò nel continuo approfondimento del suo pensiero. Le stesse lotte dei patrioti non lo coinvolsero, né lo attrassero gli entusiasmi e le fedi del suo tempo.
Le sue concezioni, oltre che nella poesia, sono espresse nelle Operette morali e nello Zibaldone.
Nella vicenda letteraria del Leopardi si può riscontrare una precisa linea di sviluppo. Dopo la fase che si definisce erudita (fino al '15), durante la quale egli compose la Storia dell'astronomia (1813), il Saggio sopra gli essori popolari degli antichi (l8l5), due tragedie (La virtù indiana e Pompeo in Egitto, 1815), osserviamo, nel 1816, il passaggio del poeta a quella che egli considera come una "conversione letteraria, un passaggio dalla erudizione al bello".
In questo periodo, infatti, la poesia gli sembra adatta ad esprimere la sua sete di gloria ed il bisogno di uscire dalla solitudine. Lo studio dell'Alfieri, la lettura dell'0rtis e del Werter e le sue stesse vicende spirituali lo allontanano però ben presto dalla letteratura di stampo settecentesco e da1 gusto arcade e montiano, che caratterizza le sue prime poesie, rendendo più maturo il suo stile e il suo pensiero ed avvicinandolo al Romanticismo (1817-19).
Ben presto, egli si trova ad avere in sè,s pontaneamente, la sensibilità e le esigenze di questo movimento poetico, pur assumendo, nel 1818, nel suo "Discorso di un italiano sulla poesia romantica", col quale si inserisce nella polemica classico-romantica, la funzione di "scudiero dei classici". In quell'anno compone due canzoni civili: All'Italia e Sopra il monumento di Dante. Al 1820 risale la poesia Ad Angelo Mai ed al 1821 appartengono due componimenti: Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore di pallone
L'approdo ad una concezione tragica della vita avviene nel 1819 ,quando il poeta è colpito da una malattia alla vista; il suo pessinismo, tuttavia non è unicamente legato a motivi personali, ma assume caratteri universali, intrecciandosi alla crisi filosofica, ideologica e politica di quegli anni, che accompagna il passaggio dall'Illurinisno al Romanticismo.
Nel 1824 Leopardi compone le Operette morali, un esempio di poesia in prosa, in cui la vicenda del poeta viene superata dalla visione generale dei grandi temi connessi con il significato della vita umana, il dolore universale, il mistero. In quest'opera Leopardi rivela le sue capacità di grande prosatore.
Negli anni successivi appaiono i Primi idilli: La vita solitaria, La sera del dì di festa, I1 sogno, L'infinito, Alla luna.
Si svolge poi a Recanati, tra il '28 e il '30, la seconda, grande, stagione della poesia leopardiana, cui appartengono i "Grandi idilli" A Silvia, Le Ricordanze, I1 passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, I1 canto notturno di un pastore errante dell'Asia, nelle quali il pessimismo raggiunge l'acme ed investe la concezione che il poeta ha dell"umanità intera. Sono da ricordare anche le poesie che formano ii ciclo di Aspasia e che risalegno al soggiorno fiorentino del poeta: I1 pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia.
Le principali opere in prosa sono lo Zibaldone (1817-1832), i Pensieri, l'Epistolario.
Leopardi si serve della poesia come un mezzo per esprimere sinceramente i suoi stati d'animo; chiama perciò canti i suoi componimenti poetici, volendo affermare che essi sono soprattutto espressioni sincere e immediate dei suoi sentimenti, senza particolari scopi letterari ed eruditi. I1 linguaggio di cui si serve è definito da lui stesso "vago e peregrino", ossia non privo di una certa bellezza, ottenuta con l'utilizzo di vocaboli preziosi, ma complessivamente semplice e quasi dimesso. Esso non è privo, pertanto, del fascino delle cose naturali ed autentiche. Gli effetti poetici sono raggiunti con semplici accorgimenti, come il soggetto in fine di verso.
Il tema principale della poesia leopardiana è la rimembranza; l'autore ritiene infatti che la fonte da cui scaturisce la poesia sia principalnente la dsposizione a rievocare il passato. Accanto a questo tema, che è tipicamente romantico, anzi ad esso intimamente legati, appaiono i temi della giovinezza, del paesaggio, dell'infinito, del mistero, della morte, i colloqui con i silenzi notturni, con la luna. La poesia rappresenta, oltre che la testimonianza, il conforto della tormentata vicenda del poeta. Essa riflette il suo pessimismo, la sua rivolta eroica, ed anche sembra che testimoni, negli ultimi componimenti, ossia La ginestra ed Il tramonto della luna, la conquista di una certa fiducia, dovuta alla scoperta del valore della solidarietà umana. Ciò completa il suo messaggio di consapevolezza e di coraggio nei confronti del destino.
Introduzione generale
a
Giacomo Leopardi
Di carattere molto sensibile e di ingegno precoce, il Leopardi, dopo aver trascorso I'infanzia e la giovinezza in un ambiente austero e freddo, dedicandosi ad uno studio profondo ed assiduo che lo rese padrone di una vastissima cultura ma rovinò irrimediabilmente la sua salute, sviluppò una concezione della realtà molto simile a quella del Foscolo.
I1 mondo gli parve governato da leggi meccaniche inesorabili e misteriose, che presiedono alla continua trasformazione della materia, coinvolgendo ed annullando anche l'uomo. Anche in lui, come nel Foscolo, questa convinzione è fonte di amarezza e di pessimismo, così come insorge anche in lui la ribellione contro questa visione offertagli dalla ragione. In ciò egli manifesta la sua natura e la sua spiritualità romantica.
Anche nel Leopardi hanno valore le illusioni che illuminano la vita del Foscolo: la bellezza, la gloria, la patria, la libertà, l'amore, la poesia; ma mentre nel Foscolo esse appaiono come conquiste raggiunte per mezzo di uno slancio eroico, di accettazione e di esaltazione della condizione umana, dolorosa ma ricca di dignità e nobiltà, in Leopardi sono idee nobilissime, insite nella giovinezza dell'uomo, ma destinate a venir meno, ad essere demolite dalla ragione e soprattutto dalla vita.
Possiamo scorgere nella storia spirituale del Leopardi una lucida e continuare tendenza alla demolizione delle speranze umane, che il poeta segue, ponendo in risalto inesorabilmente le varie ragioni che rendono infelice la condizione dell'uomo.
La vita gli appare avvolta dal mistero e dal dolore, che è l'unica certezza per l'uomo. I1 piacere non esiste se non come pausa momentanea del male e un uscire dalla condizione di pena, mentre la vicenda umana gli appare come una inutile corsa verso il nulla, e la storia stessa è contrassegnata dal progressivo trionfo dell'infelicità. La natura, vista da lui in un primo momento (fino al '23) come madre amorosa, gli appare in seguito come matrigna; essa, secondo il poeta, crea l'uomo ma non si preoccupa della sua felicità. La prima causa dell'infelicità umana è la ragione, che dissolve le illusioni e pone l'uomo di fronte alla realtà. Da questa presa di coscienza derivano la delusione ed il tedio. A queste convinzioni il poeta arrivò gradualmente; esse sono infatti il frutto, oltre che della sua sensibilità, della sua stessa vicenda umana, tormentata da incomprensioni, delusioni, sventure.
Si riscontrano tre momenti nello svilvppo del pensiero leopardiano, che non è tuttavia sistematico e non perviene ad un rigoroso sistema filosofico (perchè egli è soprattutto poeta e pensa e si esprime in relazione ai suoi casi ed alle sue esperienze, in una sorta di reazione sentimentale).
Questi tre momenti, rappresentati dal pessimismo individuale, storico e cosmico, non si succedono ordinatamente anche se corrispondono a tre modi distinti di interpretare la condizione umana. Pertanto, a volte (soprattutto nella giovinezza) al poeta sembra che la sorte sia stata matrigna solo con lui, condannandolo all'infelicità nel fisico e nello spirito,alla solitudine ed all'incapacità di vivere come gli altri (mentre agli altri uomiri sono concesse le gioie della vita, la giovinezza felice, gli affetti).
E' questa propriamente la fase del pessimismo individuale. A volte, invece, appaiono in lui quelle riflessioni sulla felicità dei primi uomini che si meravigliavano e gioivano per cose semplici e furono poi resi infelici dal progresso, chiaramente ispirate dalla lettura del Vico e di Rousseau, oltre che da meditazioni personali e negotive in rapporto alla storia, nelle cui conquiste il poeta non crede. In ciò consiste appunto il pessimismo storico.
Infine, a volte l'esame della condizione umana induce il poeta a concludere che a tutti è riservato lo stesso destino di dolore. A questa condizione si adeguano inoltre tutti gli elementi del creato (pessimismo cosmico). Le estreme conseguenza di questo atteggiamento portano a quella che è stata definita come la "doglia universale".
Contro queste pessimistiche concezioni insorge il sentimento, esprimendosi per mezzo della poesia, che nel Leopardi appare come una continua rivolta contro le conclusioni della ragione. Essa è dettata dalle più profonde convinzioni ed esigenze del poeta, che è convinto della nobiltà dell'uomo, il quale non merita la sua infelicità, che è qualcosa di ingiusto e di assurdo. E' quindi, la sua, una rivolta, che, pur mostrando pessimismo e dolore, non genera a sua volta pessimismo. Infatti, cone afferma De Sanctis, "questo uomo odia la vita e te la fa amare, dice che l'amore e la virtù sono illusioni, e te ne accende nell'anima un desiderio vivissimo".
Leopardi, infatti, celebra la giovinezza e la bellezza della natura e della vita, anche se con lo stato d'animo doloroso di colui che da tutto ciò si sente escluso. Il suo, comunque, è un pessimisno eroico e mai rassegnato. Egli reagisce perché ha in sè un'ansia religiosa che nessuna logica può distruggere e perchè possiede una costante fiducia nella dignità umana. La sua energia si esprime nelle sue stesse parole "...e di più vi dico francamente che io non mi sottometto alla mia infelicità, nè piego il collo al destino o vengo seco a patti come fanno gli altri uomini..."
La sua opera si traduce perciò anche in una esortazione a non cedere al fato, ad opporre all'universo assurdo l'intatta nobiltà dello spirito. Egli non tradusse però questa energia morale in azione, come il Foscolo, ma la realizzò nel continuo approfondimento del suo pensiero. Le stesse lotte dei patrioti non lo coinvolsero, né lo attrassero gli entusiasmi e le fedi del suo tempo.
Le sue concezioni, oltre che nella poesia, sono espresse nelle Operette morali e nello Zibaldone.
Nella vicenda letteraria del Leopardi si può riscontrare una precisa linea di sviluppo. Dopo la fase che si definisce erudita (fino al '15), durante la quale egli compose la Storia dell'astronomia (1813), il Saggio sopra gli essori popolari degli antichi (l8l5), due tragedie (La virtù indiana e Pompeo in Egitto, 1815), osserviamo, nel 1816, il passaggio del poeta a quella che egli considera come una "conversione letteraria, un passaggio dalla erudizione al bello".
In questo periodo, infatti, la poesia gli sembra adatta ad esprimere la sua sete di gloria ed il bisogno di uscire dalla solitudine. Lo studio dell'Alfieri, la lettura dell'0rtis e del Werter e le sue stesse vicende spirituali lo allontanano però ben presto dalla letteratura di stampo settecentesco e da1 gusto arcade e montiano, che caratterizza le sue prime poesie, rendendo più maturo il suo stile e il suo pensiero ed avvicinandolo al Romanticismo (1817-19).
Ben presto, egli si trova ad avere in sè,s pontaneamente, la sensibilità e le esigenze di questo movimento poetico, pur assumendo, nel 1818, nel suo "Discorso di un italiano sulla poesia romantica", col quale si inserisce nella polemica classico-romantica, la funzione di "scudiero dei classici". In quell'anno compone due canzoni civili: All'Italia e Sopra il monumento di Dante. Al 1820 risale la poesia Ad Angelo Mai ed al 1821 appartengono due componimenti: Nelle nozze della sorella Paolina e A un vincitore di pallone
L'approdo ad una concezione tragica della vita avviene nel 1819 ,quando il poeta è colpito da una malattia alla vista; il suo pessinismo, tuttavia non è unicamente legato a motivi personali, ma assume caratteri universali, intrecciandosi alla crisi filosofica, ideologica e politica di quegli anni, che accompagna il passaggio dall'Illurinisno al Romanticismo.
Nel 1824 Leopardi compone le Operette morali, un esempio di poesia in prosa, in cui la vicenda del poeta viene superata dalla visione generale dei grandi temi connessi con il significato della vita umana, il dolore universale, il mistero. In quest'opera Leopardi rivela le sue capacità di grande prosatore.
Negli anni successivi appaiono i Primi idilli: La vita solitaria, La sera del dì di festa, I1 sogno, L'infinito, Alla luna.
Si svolge poi a Recanati, tra il '28 e il '30, la seconda, grande, stagione della poesia leopardiana, cui appartengono i "Grandi idilli" A Silvia, Le Ricordanze, I1 passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, I1 canto notturno di un pastore errante dell'Asia, nelle quali il pessimismo raggiunge l'acme ed investe la concezione che il poeta ha dell"umanità intera. Sono da ricordare anche le poesie che formano ii ciclo di Aspasia e che risalegno al soggiorno fiorentino del poeta: I1 pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia.
Le principali opere in prosa sono lo Zibaldone (1817-1832), i Pensieri, l'Epistolario.
Leopardi si serve della poesia come un mezzo per esprimere sinceramente i suoi stati d'animo; chiama perciò canti i suoi componimenti poetici, volendo affermare che essi sono soprattutto espressioni sincere e immediate dei suoi sentimenti, senza particolari scopi letterari ed eruditi. I1 linguaggio di cui si serve è definito da lui stesso "vago e peregrino", ossia non privo di una certa bellezza, ottenuta con l'utilizzo di vocaboli preziosi, ma complessivamente semplice e quasi dimesso. Esso non è privo, pertanto, del fascino delle cose naturali ed autentiche. Gli effetti poetici sono raggiunti con semplici accorgimenti, come il soggetto in fine di verso.
Il tema principale della poesia leopardiana è la rimembranza; l'autore ritiene infatti che la fonte da cui scaturisce la poesia sia principalnente la dsposizione a rievocare il passato. Accanto a questo tema, che è tipicamente romantico, anzi ad esso intimamente legati, appaiono i temi della giovinezza, del paesaggio, dell'infinito, del mistero, della morte, i colloqui con i silenzi notturni, con la luna. La poesia rappresenta, oltre che la testimonianza, il conforto della tormentata vicenda del poeta. Essa riflette il suo pessimismo, la sua rivolta eroica, ed anche sembra che testimoni, negli ultimi componimenti, ossia La ginestra ed Il tramonto della luna, la conquista di una certa fiducia, dovuta alla scoperta del valore della solidarietà umana. Ciò completa il suo messaggio di consapevolezza e di coraggio nei confronti del destino.
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