Gabriele D' Annunzio
Gabriele D' Annunzio
Tratto da wikipedia : Gabriele D'Annunzio o d'Annunzio come usava firmarsi (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938) è stato uno scrittore, poeta, militare e politico italiano, simbolo del Decadentismo ed eroe di guerra. Soprannominato il Vate cioè "il profeta", occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. Sia in letteratura che in politica lasciò il segno ed ebbe un influsso sugli eventi che gli sarebbero succeduti.
Gabriele d'Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Terzo di cinque fratelli, visse un'infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità. Della madre erediterà la fine sensibilità, del padre il temperamento sanguigno, la passione per le donne e la disinvoltura nel contrarre debiti, cosa che portò la famiglia da una condizione agiata ad una difficile situazione economica. Reminiscenze della condotta paterna sono presenti nel romanzo Trionfo della morte. Non tardò a manifestare una personalità , ambiziosa, priva di complessi e inibizioni, portata al confronto competitivo con la realtà. Una testimonianza ne è la lettera che, ancora sedicenne nel 1879, scrive a Giosuè Carducci, il poeta più stimato nell'Italia umbertina, mentre frequenta il liceo al prestigioso istituto Convitto Cicognini di Prato. Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima opera del giovane studente, Primo vere, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Accompagnato da un'entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della Domenica, il successo del libro venne aumentato dallo stesso D'Annunzio con un espediente: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l'effetto di richiamare l'attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio molto discusso. Lo stesso D'Annunzio poi smentì la falsa notizia. Dopo aver concluso gli studi liceali giunse a Roma con una notorietà che andava crescendo e si iscrisse alla Facoltà di Lettere.
Gabriele D' Annunzio
Gabriele D' Annunzio
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GABRIELE D’ANNUNZIO
La vitaNato nel 1863 a Pescara, da agiata famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche del tempo. A soli 16 anni esordì con “Primo vere” un libretto in versi.
A 18 anni si trasferì a Roma, dove abbandonò gli studi per la vita mondana; divenne famoso per la vita e le opere scandalose, creandosi la maschera dell’esteta, dell’individuo superiore che rifugge dalla mediocrità, rifugiandosi in un mondo di pura arte che ha come regola di vita solo il bello.
Nei primi anni del 90 però D. entrò in crisi e andò alla ricerca di nuove soluzioni, trovandole nel mito del superuomo (Nietzsche). Egli puntava al “ vivere inimitabile”
Una vita da principe rinascimentale che conduceva nella villa di Fiesole, tra oggetti d’arte, amori lunghi e tormentati (Eleonora Duse), con un dispendio di denaro che egli non riusciva a controllare: Proprio questa fu la contraddizione che non riuscì a superare: egli disprezzava il denaro borghese, ma non poteva farne a meno per la sua vita lussuosa. Proprio per l’immagine mitica che voleva dare di sé, tentò anche l’avventura politica, anche se in un modo ambiguo, schierandosi prima con la destra e poi con la sinistra.
In seguito rivolse la sua attenzione anche al teatro, poiché poteva raggiungere un pubblico più vasto rispetto ai libri. Ma nonostante la sua fama fosse alle stelle ed il “ dannunzianesimo” stesse improntando tutto il costume dell’Italia borghese, D., a causa dei creditori, dovette fuggire dall’Italia rifugiandosi in Francia.
L’occasione tanto attesa per l’azione eroica gli fu offerta dalla I guerra mondiale. Al cui scoppio D. tornò in Italia ed iniziò una campagna interventista. Arruolandosi volontario fece imprese clamorose e combattè una guerra eccezionale non in trincea, ma nei cieli con il nuovissimo mezzo: l’aereo. Nel dopoguerra capeggiò una marcia di volontari su Fiume dove instaurò un dominio personale. Cacciato via, sperò di riproporsi come “duce” di una rivoluzione reazionaria ma fu scalzato da Mussolini. Il Fascismo lo esaltò come padre della Patria ma lo guardò anche con sospetto confinandolo nel “Vittoriale degli Italiani”, una villa di Gardone, che egli trasformò in vero mausoleo. Qui trascorse gli ultimi anni fino alla morte nel 1938.
L’influenza di D. sulle cultura e sulla società fu lunga ed importante, lasciando un’impronta sul costume degli italiani e sulle nascente cultura di massa.
L'estetismo e la sua crisi
L’esordioL’esordio di D’Annunzio avvenne sulla scia di Carducci (“Primo Vere” e “ Canto Nuovo” si rifanno al Carducci di “Odi Barbare”, “Terra Vergine” si rifà al Verga di “Vita dei Campi”)
“Primo Vere” è un esercizio di apprendistato. Il “Canto Nuovo” porta ai limiti estremi i temi di Carducci: il senso “pagano delle cose”, la metrica barbara. Sono presenti però spunti diversi, momenti di stanchezza, visioni cupe e mortuarie che fanno intuire come il vitalismo sfrenato celi sempre in sé il fascino della morte.
In “Terra Vergine” D. presenta figure e paesaggi della sua terra, l’Abruzzo. Però non vi è nulla della precisa indagine condotta da Verga sui meccanismi della lotta per la vita nelle basse sfere e soprattutto nulla dell’impersonalità verghiana. Qui il mondo è idillico, non problematico, con passioni primordiali, erotismo, violenza. Così come anche in altre opere, qui è presente il compiacimento per un mondo magico, superstizioso e sanguinario.
I versi degli anni ’80 e l’estetismo
La stessa matrice irrazionalistica, tipica del Decadentismo, è evidente nella copiosa riproduzione di versi che rivela l’influenza francese. “L’intermezzo di rime”, “L’Isotteo” e “La Chimera” sono frutto dell’estetismo dannunziano in cui il Verso è tutto , l’Arte è il valore supremo. Sul piano letterario ciò dà origine ad un vero e proprio culto religioso dell’arte e della bellezza. La poesia non nasce dall’esperienza ma da altra letteratura ( classica, tradizionale, francese, inglese)
Il personaggio dell’esteta, che si isola dalla realtà meschina della società borghese, in un mondo di pura arte e bellezza, è una risposta ideologica alla crisi del ruolo dell’intellettuale, è un risarcimento immaginario alla condizione di degradazione dell’artista che D. non poteva tollerare.
Il “piacere” e la crisi dell’estetismoD. si rende ben presto conto delle debolezze della figura dell’esteta ed avverte la sua fragilità in un mondo lacerato da forze brutali. L’estetismo entra in crisi ed il “Piacere” ne è la testimonianza.
Al centro del romanzo vi è la figura di un esteta, Andrea Sperelli, il “doppio” di D. stesso; è un giovane aristocratico ed il principio “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte” diviene una forza distruttiva. La crisi è molto evidente nel suo rapporto con le donne: è diviso fra due donne Elena, la donna fatale e Maria, quella pura. Ma l’esteta mente a sé stesso : la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico sottile e perverso, e funge da sostituto di Elena, che Andrea desidera ma che lo rifiuta. Infine viene abbandonato da entrambe.
Nel romanzo l’autore è critico nei confronti del suo doppio, ma Andrea continua ad esercitare un sottile fascino sullo scrittore: quindi, pur segnando un momento di crisi, Il Piacere non rappresenta il definitivo distacco tra D’Annunzio e la figura dell’esteta.
La fase della bontà
La crisi dell’estetismo non approda subito ad una soluzione alternativa.
Al “Piacere” succedono incerte sperimentazioni. E’ una fase della cosiddetta Bontà in cui D. subisce il fascino del romanzo russo. Abbiamo “L’Innocente”, “Giovanni Episcopo”, “Il poema paradisiaco” in cui troviamo quei temi (esigenza di purezza, recupero dell’innocenza, stati di languore) che saranno ripresi dai crepuscolari.
La Bontà però è solo una soluzione provvisoria; uno sbocco alternativo alla crisi dell’estetismo sarà la lettura di Nietzsche.
Romanzi del Superuomo
L’ideologia superomisticaD. coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche banalizzandoli: il rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari che schiacciano la personalità, l’esaltazione di uno spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso, libero dalla morale,il rifiuto della pietà dell’altruismo, il mito del superuomo, assumono una coloritura antiborghese, aristocratica e antidemocratica. Vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia che sappia elevarsi e superiori forma di vita attraverso il culto del bello e l’esercizio della vita eroica.
Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato de D. come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa. Questo nuovo personaggio ingloba in sé l’esteta; l’artista- superuomo ha funzione di vate, ha una missione politica di guida, diversa da quella del vecchio esteta. D. non accette il declassamento dell’intellettuale e si attribuisce un ruolo di profeta di un ordine nuovo.
I romanzi del SuperuomoIl romanzo “Il trionfo della morte” rappresenta una fase di transizione fra le due figure del superuomo. L’eroe Giorgio Aurispa è un esteta simile ad Andrea Sperelli ( del Piacere) che, travagliato da una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Un breve rientro nella sua famiglia acuisce la sua crisi, perché reimmergersi nei problemi della vita familiare e soprattutto rivivere il conflitto col padre, contribuisce a minare le sue energie vitali: per cui è indotto ad identificarsi nella figura dello zio, a lui simile nella sensibilità e morto suicida.
La ricerca porta l’eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe. La soluzione gli si affaccia nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, in un’immersione nella vita in tutta la sua pienezza, ma l’eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui, sull’aspirazione alla vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine del romanzo si uccide, trascinando con sé la “Nemica”.
Il romanzo successivo “Le Vergini delle rocce” segna la svolta ideologica radicale, nel quale l’eroe è forte e sicuro. E’ stato definito il “Manifesto politico del Superuomo”. Esso contiene le nuove teorie dannunziane. L’eroe Claudio Cantelmo, sdegnoso della realtà borghese, vuole creare il Superuomo, futuro re di Roma e d’Italia e per questo cerca nuove energie nella putredine di un mondo in decadimento.
Tutti i protagonisti dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di tradurre le loro aspirazioni in azione. La decadenza, il disfacimento, la morte esercitano sempre su di essi un’irresistibile attrazione.
Anche “Il Fuoco”( manifesto artistico del Superuomo) conferma tale sorte.
L’eroe Stelio Effrena ( il nome che evoca al tempo stesso l’idea delle stelle e quella dell’energia senza freni, è evidentemente programmatico) medita una grande opera artistica, fusione di poesia, musica, danza, in un nuovo teatro nazionale. Anche qui forze oscure gli si oppongono, anche qui per mezzo di una donna. Il romanzo non si conclude con la realizzazione del progetto dell’eroe, ma doveva proseguire con un ciclo, ma ciò non accadde.
Dopo un periodo di interruzione, D. scrisse “ Forse che si, forse che no”, in cui il protagonista Paolo Tarsis, realizza la sua volontà eroica col volo aereo. In esso l’autore celebra la macchina, simbolo della realtà moderna. Ma alla sublimazione del superuomo si oppone ancora una volta la “Nemica”, una donna sensuale e perversa.
Tuttavia l’eroe trova un’inaspettata via di liberazione e riesce a salvarsi.
Le nuove forme narrative
Tutti questi romanzi, nella loro forma narrativa, si allontanano dal modello naturalistico, andando nella direzione del romanzo psicologico ( Il Trionfo della Morte). L’intreccio si fa scarso, il racconto è percorso da una forte trama di immagini simboliche. Nelle “Vergini delle Rocce” si alter
nano parti oratorie e parti simboliste-descrittive, sfumando nel mitico e favoloso, lontanissimo dalla realtà.
Nel “Fuoco” si alternano discussioni e meditazioni, analisi psicologiche; in “Forse che si, forse che no” prevale la dimensione simbolica.
Le opere drammatiche
Per D. il teatro può essere un più potente mezzo di diffusione del verbo superomistico; ad esso si accostò anche grazie ad Eleonora Duse con la quale intrattenne una lunga relazione.
Egli rifiuta il teatro borghese e realistico per un teatro di poesia, che trasfiguri la realtà, riportando in vita l’antico spirito tragico e si regga su una trama simbolica. Molte delle sue opere attingono gli argomenti dalla storia (Francesca da Rimini), o dal mito classico ( Fedra), o nel presente ( La città morta).
In queste opere ricorre costantemente la tematica superomistica però avviene sempre la sconfitta dei superuomini a causa di una donna o della meschinità borghese.
A parte, rispetto ai drammi storici o moderni, si colloca “La Figlia di Iorio”, tragedia pastorale, in cui la vicenda è collocata in un Abruzzo fuori dal tempo, magico e superstizioso: vi è il gusto tipicamente decadente per il barbarico e per il primitivo.
Le Laudi
Nel campo della lirica D. vuole affidare il compito di vate a 7 libri di “ Laudi del cielo del mare della terre e degli eroi”. Nel 1903 pubblica i primi tre (Maia Elettra Alcyone), Un quarto Merope, nel 1912. Postumo è un quinto Asterope; gli ultimi due, anche se annunciati non furono scritti.
Maia non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema di oltre 8000 versi. In essa D. adottò il verso libero; il carattere è profetico e vitalistico. Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia, realmente compiuta da D.
Il viaggio nell’Ellade è l’immersione in un passato mitico, alla ricerca di un vivere sublime: dopo di che il protagonista si reimmerge nella realtà moderna. Il mito classico vale a trasfigurare questo presente, riscattandolo dal suo squallore. Il passato modella su di sé il futuro da costruire. Per questo l’orrore della civiltà industriale si trasforma in nuova forza e bellezza equivalente a quella dell’Ellade. Per questo il poema diventa un inno alla modernità capitalistica ed industriale, alle nuove masse operaie, docile strumento nelle mani del superuomo.
Con Maia si assiste ad una svolta: nel mondo moderno D. scopre una segreta bellezza, un nuovo sublime, la forza travolgente ma grandiosa del capitalismo.
Il poeta non sia contrappone più alla realtà borghese moderna, ma la trasfigura in un’aura di mito. Dietro questa celebrazione però si intravede la paura e l’orrore del letterato umanista dinanzi alla realtà industriale. Il poeta si fa comunque cantore di questa realtà, anche se si sente da essa minacciato e diventa protagonista di miti oscurantisti e reazionari.
Il D. autentico è proprio quello “decadente” nel senso più stretto del termine, quello che interpreta il senso della fine di un mondo e di una cultura, che tocca i temi della perplessità, del tormento interiore, che si avventura ad esplorare le zone più oscure della psiche, che vagheggia con nostalgia una bellezza del passato avvertita come mito irraggiungibile. Proprio nelle opere che propongono l’ideologia del superuomo, la cosa più valida è il momento in cui riaffiora l’inquietudine, l’angoscia, l’attrazione per la dissoluzione e la morte.
Il secondo libro “Elettra” , è denso di propaganda politica diretta; esso ricalca la struttura ideologica di Maia: vi troviamo passato e futuro di gloria e bellezza in contrapposizione al presente. Parte del volume è costituito dai sonetti sulla “Città del Silenzio”, antiche città italiane, dense di passato, su cui si dovrà modellare il futuro. Costante è la celebrazione della romanità in chiave eroica.
Il terzo libro “Alcyone” in apparenza si distacca dagli altri due: al discorso politico, celebrativo si sostituisce il tema lirico della fusione con la natura. E’ il diario ideale di una vacanza estiva, da primavera a settembre. La stagione estiva è vista come la più propizia a consentire la pienezza vitalistica.
Sul piano formale c’è una ricerca di una sottile musicalità e l’impiego di un linguaggio analogico, che si fonda su un gioco continuo di immagini corrispondenti. Alcyone è stata la più apprezzata dalla critica ed è stata definite poesia pura.
Ma l’esperienza panica del poeta non è altro che una manifestazione del superuomo: solo la sua parola magica può cogliere ed esprimere l’armonia segreta della natura, raggiungere e rivelare l’essenza misteriosa della cose.
Alcyone avrà una notevole influenza sulla lirica italiana del ‘900.
Il periodo Notturno
Dopo “Forse che si, forse che no” D. abbandona il romanzo e crea un’opera che si avvicina alla novella: “La Leda senza cigno” (1913), è una nuova forma di prosa, una prosa lirica, evocativa. Dal 1913 in poi le prose saranno solo “liriche” e di “memoria”: “La contemplazione della morte”(1912), “Il Notturno”(1924), “Le faville del maglio”(1924-1928), “Il libro segreto”(1935).
Le opere, diverse tra loro, hanno tutte un taglio autobiografico, memoriale e dal registro linguistico più misurato e meno pervaso da tensione oratoria. Per questo furono esaltate dalla critica che vi scorse un D. rinnovato, finalmente genuino e sincero: ricordi d’infanzia, sensazioni fuggevoli, confessioni soggettive, il pensiero della morte.
Anche la struttura è nuova: non più costruzioni complesse, ma il frammento:procedere per libere associazioni,un fondere presente e passato attraverso la memoria, un mescolare il ricordo alla fantasia.
Quest’ultimo periodo viene detto “notturno”, dall’opera “il Notturno” (1916), scritta in un periodo in cui D., a causa della cecità provocata da un distacco della retina, annota impressioni, visioni e ricordi, con uno stile secco e nervoso.
Queste prose tarde hanno una tendenza al frammentismo, ma allo stesso tempo, rivelano residui superomistici, nel narcisismo e nell’autocelebrazione.
D'Annunzio, Gabriele |
Nato a Pescara nel 1863, compose il suo primo libro di versi "Primo Vere" a soli 16 anni.Non finì gli studi e si dedicò al giornalismo ed alla composizione di opere di varia natura e valore.Fu uno degli interpreti più abili delle correnti di pensiero e delle mode letterarie europee, tra le quali l'esasperato sensualismo, l'estetismo raffinato e paganeggiante, la tendenza ad ignorare la realtà sociale a favore di un mondo spirituale elevato ed esclusivo.Riuscì quindi a proporsi con successo sia nel mondo letterario che in quello mondano, mettendo in atto quell'estetismo (non privo di scandali e polemiche) che il Decadentismo europeo aveva da poco concepito. Dal 1881 al1891 visse a Roma: furono anni decisivi per la formazione dello stile comunicativo di D'Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della città si formò quello che possiamo definire il nucleo centrale della sua visione del mondo. L'accoglienza nella città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese.
La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante - ancora molto lontano dall'effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee -, una novità "barbarica" eccitante e trasgressiva; D'Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione "centro-periferia" "natura-cultura" offriva alle attese di lettori desiderosi di novità.
D'Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto alla frequentazione della Roma "bene" dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso, nel 1883 sposò la duchessa Maria Hardouin, , da cui ebbe tre figli. Tuttavia, le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente a fuoco i propri riferimenti culturali, nei quali si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive.
Il primo grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il piacere nel 1889. Venne presto a crearsi un vero e proprio "pubblico dannunziano", condizionato non tanto dai contenuti quanto dalla forma divistica che lo scrittore costruì attorno alla propria immagine. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da "grande divo", con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di "vivere un'altra vita", di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa.
Tra il 1891 e il 1893 D'Annunzio visse a Napoli, dove compose il suo secondo romanzo, L'innocente, seguito dal Il trionfo della morte e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Nietzsche che vennero in buona parte fraintesi, sebbene ebbero l'effetto di liberare la produzione letteraria di D'Annunzio da certi residui moralistici ed etici. Tra il 1893 e il 1897 D'Annunzio intraprese un'esistenza più movimentata che lo condusse dapprima nella sua terra d'origine e poi ad un lungo viaggio in Grecia.
Nel 1897 volle provare l'esperienza politica, vivendo anch'essa, come tutto il resto, in un modo bizzarro e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito nelle file della sinistra, giustificandosi con la celebre affermazione «vado verso la vita».
Sempre nel 1897 iniziò una relazione con la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la stagione centrale della sua vita. Per vivere accanto alla sua nuova compagna, D'Annunzio si trasferì a Settignano, nei dintorni di Firenze, dove affittò la villa "La Capponcina", trasformandola in un monumento del gusto estetico decadente. È in questo periodo che si situa gran parte della drammaturgia dannunziana che è piuttosto innovativa rispetto ai canoni del dramma borghese o del teatro dominanti in Italia e che non di rado ha come punto di riferimento la figura attoriale della Duse.
L'idillio con la Duse si incrinò nel 1904, dopo la pubblicazione de Il fuoco. Nel 1910 D'Annunzio fuggì in Francia: già da tempo aveva accumulato una serie di debiti e l'unico modo per evitare i creditori era oramai diventato la fuga dall'Italia. L'arredamento della villa fu messo all'asta e D'Annunzio per cinque anni non rientrò in Italia.
A Parigi era un personaggio noto,ciò gli permise di mantenere inalterato il suo dissipato stile di vita fatto di debiti e frequentazioni mondane. Pur lontano dall'Italia collaborò al dibattito politico prebellico, pubblicando versi in celebrazione della guerra di Libia o editoriali per diversi giornali nazionali (in particolare per il Corriere) che a loro volta gli concedevano altri prestiti.
Nel 1915 ritornò in Italia, dove rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli; condusse da subito una intensa propaganda interventista. Il discorso celebrativo che D'Annunzio pronunciò a Quarto (4 maggio 1915) suscitò entusiastiche manifestazioni interventiste. Con l'entrata in Guerra dell'Italia, il 24 maggio 1915 (il cosiddetto "maggio radioso"), D'Annunzio si arruolò volontario e partecipò ad alcune azioni dimostrative navali ed aeree. Per un periodo risiedette in quel di Cervignano del Friuli perché così poteva essere vicino al Comando della III Armata, comandante della quale era Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d' Aosta, suo amico ed estimatore.
Nel gennaio del 1916, costretto a un atterraggio d'emergenza subì una lesione all'altezza della tempia e dell'arcata sopraccigliare, urtando contro la mitragliatrice del suo aereo. Non curò la ferita per un mese e ciò portò alla perdita di un occhio. Visse così un periodo di convalescenza, durante il quale fu assistito dalla figlia Renata. Tuttavia, ben presto tornò in guerra. Contro i consigli dei medici, continuò a partecipare ad azioni belliche aeree e di terra. In quel periodo compose Notturno utilizzando delle sottili strisce di carta che gli permettevano di scrivere nella più completa oscurità, necessaria per la convalescenza dalla ferita che l'aveva temporaneamente accecato. L'opera venne pubblicata nel 1921 e contiene una serie di ricordi e di osservazioni. Al volgere della guerra, D'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della "vittoria mutilata" e chiedendo, in sintonia con una serie di voci della società e della politica italiana, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. La stessa onda di malcontento, trovò ben presto un sostenitore in Benito Mussolini, che di qui al 1924 avrebbe portato all'ascesa del fascismo in Italia.
Nel 1919 organizzò un clamoroso colpo di mano paramilitare, guidando una spedizione di "legionari", partiti da Ronchi di Monfalcone (ribattezzata, nel 1925, Ronchi dei Legionari in ricordo della storica impresa), all'occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all'Italia. Con questo gesto D'Annunzio raggiunse l'apice del processo di edificazione del proprio mito personale e politico.
L'11 e 12 settembre 1919, la città, occupata dalle truppe alleate, aveva chiesto d'essere annessa all'Italia. D'Annunzio con una colonna di volontari occupò Fiume e vi instaurò il comando del "Quarnaro liberato".
Il 12 novembre 1920 viene stipulato il trattato di Rapallo: Fiume diventa città libera, Zara passa all'Italia. Ma D'Annunzio non accettò l'accordo e il governo italiano, il 26 dicembre 1920, fece sgomberare i legionari con la forza.
Disilluso dall'esperienza da attivista, si ritirò in un'esistenza solitaria nella sua villa di Gardone Riviera, divenuto poi il Vittoriale degli Italiani. Qui lavorò e visse fino alla morte curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale. L'ascendente regime fascista lo celebrò come uno dei massimi e più fecondi letterati d'Italia. Tuttavia i rapporti tra D'Annunzio e Mussolini furono sempre tiepidi e arrivarono persino a momenti di aperto scontro. Uno dei culmini dell'antipatia fra i due si ebbe con la marcia su Roma, che D'Annunzio non sostenne e dalla quale si distanziò. Morì nella sua villa il 1º marzo 1938 per un'emorragia cerebrale. Il regime fascista fece celebrare in suo onore i funerali di stato.
Ideologia e poetica
D'Annunzio fu lo scrittore che tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento ebbe la risonanza più vasta di pubblico e influì in modo determinante sulla letteratura e sul costume del tempo. Egli è passato attraverso le seguenti fasi:
a) Fase edonistica e sensuale (vedi ad es. il romanzo Il piacere). I protagonisti dei suoi romanzi sono esteti raffinati, moralmente indifferenti ai drammi della vita, individualisti, interessati al piacere sensuale: sul piano intellettuale vi è la ricerca delle frasi ad effetto, che colpiscono l'immaginazione.
b) Fase superomistica (scopre la filosofia di Nietzsche e anticipa quella del fascismo italiano. Vedi ad es. i romanzi Il trionfo della morte, Le vergini delle rocce, Il fuoco). Rifiuta esplicitamente l'etica cristiana fondata sulla carità e sulla fratellanza, afferma la volontà di potenza, che si deve incarnare in momenti eccezionali, in un'aristocrazia (di sangue e di stirpe) che guidi i destini dell'umanità: di qui la valorizzazione della civiltà greco-romana e del Rinascimento; di qui l'idea di una missione di potenza e grandezza della nazione italiana da realizzarsi con le imprese militari e colonialistiche. In questa fase il poeta sente di rappresentare gli interessi della media borghesia italiana, i suoi sogni proibiti: la forza fisica, le straordinarie capacità erotiche, il coraggio indomito, l'eleganza raffinata (nei modi e nel vestire), l'eloquenza nel parlare, l'avventura impossibile, il vivere rischioso, il lusso sfarzoso, l'esaltazione della patria che dev'essere forte e potente, la difesa dell'ordine costituito contro il ribellismo sociale. [Non dimentichiamo che l'Italia aveva raggiunto da poco l'unificazione nazionale e che per potersi sviluppare in modo capitalistico aveva bisogno di terre da conquistare e di imporsi a livello europeo, facendosi spazio tra le due grandi potenze: Inghilterra e Francia.]
c) Fase del riflusso: inizia poco prima della guerra mondiale (a partire dalla Contemplazione della morte, che è del 1912). Il poeta, profondamente deluso, si ripiega su se stesso, provando un senso di nausea e di stanchezza per il suo frenetico attivismo degli anni precedenti. Si rifugia nelle memorie dell'infanzia, si sente sconfitto. A tale situazione reagirà con l'impegno militare durante la guerra, ma la sua produzione letteraria era già finita.
Notevole dunque la varietà degli atteggiamenti. Anche a livello letterario egli assimila le tendenze più diverse. In prosa, all'inizio, sperimenta la poetica dei naturalisti francesi (Zola) e dei veristi italiani (Verga), svuotandoli però del loro contenuto ideologico e sociale. Ciò che gli preme è la tecnica descrittiva: obiettiva, minuziosa, impassibile. Tuttavia, il D'Annunzio è ben lontano dall'obiettività degli autori francesi e dal pessimismo tragico del Verga. La sua insistenza è piuttosto sui temi dell'orrido, del primitivo, del vizio: l'umanità che viene rappresentata è semibarbara, violenta, radicata nelle proprie superstizioni. Il D'Annunzio vuole esprimere sensazioni forti ma meramente fisiologiche (vedi ad es. Novelle della Pescara).
Poi passa ai moduli stilistici carducciani, in poesia, anche se la sensuale rappresentazione della figura femminile e dell'amore sono temi estranei al Carducci. Poi si lascia influenzare dal romanzo russo di Tolstoi e Dostojevskij, pensando di dover trattare temi più impegnativi, come ad es. quello del rimorso per un delitto commesso (vedi i romanzi Giovanni Episcopo e L'innocente). E poi ancora ha accolto le forme tradizionali del "dolce stilnovo", e così via. Come si può notare, notevole è la superficialità dei temi trattati e dei contenuti poetici. Anche nello stile, troppo estetizzante, retorico, erudito, artificiale, con molta difficoltà si possono cogliere situazioni o drammi realistici. La parola viene ricercata più per il suono che per il suo significato.
In sintesi: l'influenza letteraria del D'Annunzio sulle nuove generazioni s'è fatta sentire quando egli ha abbinato al suo iniziale estetismo (fase "a") il culto del superuomo e l'esaltazione nazionalistica (fase "b"). I temi maggiormente accettati e condivisi dall'opinione pubblica della media borghesia sono stati: una concezione aristocratica della vita nutrita di volontà di dominio, di amore per la violenza, noncuranza del pericolo, capacità di aderire al mondo con tutti i propri sensi, il culto della bellezza (che per lui è una linea discriminante degli eletti dalla "plebe"), rifiuto dell'Italia ufficiale (del suo regime parlamentare, dei suoi compromessi, della sua debolezza nei confronti delle masse popolari e del movimento socialista, che erano insofferenti alle contraddizioni della società borghese).
Va inoltre ricordato che in Italia, per alcuni decenni, tutta la nostra letteratura o nascerà in polemica con lui (i crepuscolari, Svevo, Pirandello) o assorbirà da lui (i futuristi). Egli ha offerto al nazionalismo e al fascismo molti miti. E' stato maestro di quell'arte oratoria che sarà poi dei fascisti e di Mussolini. Ha divulgato uno stile snobistico di vita che ha attecchito anche nella piccola borghesia. Ha influenzato notevolmente il nascente cinema italiano.
La produzione poetica
Il 7 luglio del 1899 D'Annunzio scrive all'editore Treves di un progetto poetico lungo e complesso al quale sta lavorando: riprende a comporre versi dopo un intervallo di alcuni anni (il Poema paradisiaco è del 1893), durante i quali aveva condotto un'esistenza movimentata e piuttosto dispersiva tra viaggi, esperienze politiche e il nuovo legame sentimentale con l'attrice Eleonora Duse; egli dichiara di vivere questa nuova stagione creativa come alternativa, se non in opposizione, a quella precedente dei grandi romanzi, dal Piacere al Trionfo della morte. La libera ispirazione poetica di cui egli parla ("Ho una volontà di cantare così veemente...") testimonia una raggiunta maturazione tecnica del poeta nei confronti della materia letteraria: mentre infatti nei romanzi i modelli, le forme e i personaggi rivelano una certa incoerenza reciproca e tendono a sovrapporsi in modo compilativo gli uni agli altri, i libri delle Laudi - e Alcyone in particolare - riescono a nascondere con grande naturalezza e maestria il complesso lavorio di organizzazione strutturale delle forme e dei temi. Dei sette libri che avrebbero dovuto costituire le Laudi nel 1903 furono composti i primi tre Maia, Elettra, Alcyone, e Merope nel 1912.
Nell'Alcyone in particolare, i temi manifestano un livello di elaborazione personale e di originalità che non ha confronti con la precedente stagione narrativa: D'Annunzio riesce a fondere in quest'opera un momento sentimentale felice con un bagaglio culturale ormai assimilato e fatto proprio con una sicurezza che non è più puro sfoggio superficiale.
In sintesi, l'Alcyone, poesia dell'estate, rappresenta anche la piena maturazione della vicenda creativa e umana del poeta: la fama, il successo e l'amore incoronano la poesia di D'annunzio nel suo momento più alto e rappresentativo. Alcyone comprende 88 liriche, ordinate secondo un criterio strutturale che non ricalca l'ordine cronologico della composizione. Tra la prima (La tregua) e l'ultima (Il commiato) si delinea l'ideale percorso narrativo di un'estate di poesia (nel senso di una raccolta composta d'estate e che ha per tema l'estate, sia dal punto di vista della stagione fisica che della maturità poetica dell'autore).
I temi -La raccolta si sviluppa attraverso un ampio percorso culturale di citazioni e riferimenti al repertorio letterario classico italiano, greco e latino. La prima sezione sviluppa elementi duecenteschi, da San Francesco (Lungo l'Affrico, La sera fiesolana) a Dante (Beatitudine), passando attraverso il recupero di motivi virgiliani ed esiodei (La spica, Le opere e i giorni, L'aedo senza lira). Essa è ambientata tra Firenze e la campagna circostante, attraverso una struttura cronologica che attraversa, nell'ordine, tramonto, sera, mattina e pomeriggio.La seconda sezione, che comprende i giorni tra l'"estremo giugno" e l'otto luglio, è ambientata nel clima selvaggio del litorale tra le foci dell'Arno e del Serchio (Marina di Pisa, Il Gombo e San Rossore). È la sezione nella quale a un minimo di cultura letteraria corrisponde il massimo di naturalismo panico nietzscheano, attraverso i temi dell'ascolto (La tenzone, Innanzi l'alba) e della visione della natura.La terza sezione - il passaggio tra luglio e agosto - concentra la descrizione spaziale attorno alle pinete alla foce del Serchio. Essa è dedicata al mito ovidiano di Glauco, il pescatore della Beozia divenuto dio del mare; nel suo sviluppo il poeta si fa personaggio mitico dialogante con la natura - marittima (L'oleandro), equestre (Bocca di Serchio) e venatoria (Il cervo).La quarta sezione - la fine di agosto - prosegue la rappresentazione mitica della precedente e inaugura, nella sua seconda parte, un ciclo scultoreo e allegorico che ha il suo culmine ne L'arca romana. Notevole, in questa sezione, la serie naturalistica costituita dai Madrigali dell'estate.Nell'ultima sezione, ambientata nella prima metà di settembre, si sviluppa il tema del trapasso e delle rievocazione, giocato sul registro stilistico del sogno e della memoria (i sette componimenti dei Sogni di terre lontane ne costituiscono quindi il culmine centrale.
Con l'Alcyone D'Annunzio introduce nel panorama letterario nazionale una tematica panico-naturalistica che nella cultura europea risaliva già al romanticismo - limitatamente al contesto germanico - ma che per l'Italia rappresentava una novità assoluta. Il classicismo italiano aveva sempre privilegiato il versante retorico delle Humanae litterae, intese come modello apollineo e razionalistico di stile e di contenuto. In questo contesto - da Petrarca all'Ottocento - ciò che contava era il rispetto di una tradizione di regole e di autori, di auctoritates (Virgilio, Cicerone, Orazio soprattutto), appartenenti esclusivamente all'ambito letterario latino così come l'avevano delimitato Dante, Petrarca e i classicisti del Cinquecento. I poeti e filosofi romantici tedeschi, scavalcando polemicamente il primato umanistico dei Latini, alla ricerca di una propria originalità storica avevano invece privilegiato il classicismo greco. Seguiti su questa strada dai filosofi irrazionalisti del tardo Ottocento - Schopenhauer e Nietzsche - essi istituirono un modello di interpretazione del classicismo centrato principalmente sui concetti di vitalismo e panismo, cioè su una rappresentazione animistica della natura, intesa come luogo di manifestazione del divino più che come cornice esteriore e indifferente delle vicende spirituali dell'uomo, come invece era intesa dall'Umanesimo latino. Attraverso Nietzsche D'annunzio fa propria una tematica inconsueta per la storia della letteratura italiana: la metamorfosi e il deismo panico.
Non ci si può accostare alle poesie di Alcyone senza tenere nella dovuta considerazione la loro dimensione classicista: la scelta di ripetere la tradizione poetica del passato non è casuale. D'Annunzio annuncia il suo rinnovamento poetico appoggiandosi a modelli carichi di grande autorità, quasi che, sottinteso, si dovesse leggere un messaggio non detto che comunica tuttavia l'intenzione più profonda del poeta: riscrivendo nella lingua di Dante e Petrarca mi propongo come il nuovo Vate di una nazione in cerca della propria voce poetica. Soprattutto i componimenti della "prima sezione" si propongono, anche a colpo d'occhio, come un'operazione di reinvenzione di modelli desunti da un classicismo arcaico: la struttura a strofe di endecasillabo richiama in modo neanche troppo vago l'antica canzone duecentesca, con l'unica variante della sostituzione delle rime con un sistema di assonanze. Il modello classico non è dunque destinato, per D'Annunzio, a stimolare l'identità culturale del pubblico, ma a istituire un rapporto di dipendenza verso la figura carismatica del poeta; non insegna a parlare la stessa lingua della storia ma invita ad abbandonarsi nell'alveo protettivo di un nuovo Vate Incoronato.
Altri elementi della struttura ritmica di Alcyone sono: - la musicalità del verso, che può esprimersi in una infinità di modi assai diversi, individuabili di volta in volta attraverso: a) una certa fissità dei metri poetici scelti componimento per componimento; b) l'analogia tra la forma dei versi e il contenuto che essi intendono esprimere (nell'esempio sopra citato, il volo delle rondini è evocato dall'uso concitato dell'enjambement); c) il ricorso alle invocazioni e alle proposizioni esclamative, che esaltano la sfera emotiva della comunicazione; d) il ricorso a simmetrie e parallelismi di tipo sintattico tra le diverse strofe, quasi a disegnare una partitura dei versi (vedi: La sera fiesolana); l'oratoria retorica, segnata dal ricorso a strutture metriche fisse ed enfatiche, i cui segni di riconoscimento sono le ripetizioni sintattiche all'interno dello stesso verso, le frasi interrogative retoriche.
La lingua Una delle funzioni più comuni della lingua - quella referenziale - la possibilità cioè di indicare un elemento della realtà come oggetto del discorso, è quasi del tutto assente nella poesia di Alcyone. I temi scelti - particolarmente legati alle sensazioni e alla sfera emotiva ed irrazionale - sono rappresentati da visioni di cui il poeta è l'unico testimone e che possono essere comunicate efficacemente - in qualche modo rese "visibili" all'immaginazione del lettore - solo attraverso l'uso di un lessico straordinario e sovrabbondante, fenomeno che d'altronde non è nuovo nella poesia simbolista. La parola, in Alcyone, è evocativa e analogica e non indicativa. Essa assume valore di "suono" ed è l'espressione di una bellezza "musicale". Una lingua poetica che vuole esprimere sensazioni, e soprattutto sensazioni di tipo fisico, deve privilegiare alcune precise aree semantiche: quella del suono - o della voce - e quella della luce - o dei colori. Vedi "La pioggia nel pineto". Anche "Meriggio" appartiene alla poetica del suono, pur se attraverso l'uso della figura contraria, quella del silenzio. Un'altra conseguenza legata alla scelta di queste particolari tematiche è il necessario ricorso all'ambito lessicale del mito; in particolare:
- il linguaggio di Alcyone è costellato, quasi come una partitura musicale, da un repertorio semantico di figure e personaggi mitologici ripresi dalla letteratura greco-latina;
- di conseguenza, abbondano nei componimenti nomi propri e toponimi attinti dai testi classici e non sempre in modo fedele, ma spesso riaggiustati secondo criteri fonologici personali ed estemporanei;
- la cornice mitologica dei riferimenti tematici conduce all'annullamento del campo semantico del tempo: le visioni, anche quelle appartenenti al passato mitologico, erompono in un presente perenne e come sospeso nella sacralità dell'atmosfera. Il tempo di Alcyone è l'irrompere - attraverso la luce e i suoni della natura - dell'eternità del sacro nella vita mortale del poeta (Versilia).
I ROMANZI
Dall'estetismo europeo assimilò ideali di sensibilità e raffinatezza e il gusto del tecnicismo formale. Nacquero così, accanto a alcune raccolte di versi, i romanzi: Il piacere (1889), Giovanni Episcopo (1891), e L'innocente (1892). Soprattutto negli ultimi due si può avvertire la lezione di Tolstoj e di Dostoevskij, ma ridotta da studio del profondo a languida ostentazione del morboso.
"Il piacere" è ambientato in una Roma di lusso, tra papale e umbertina. Protagonista è il conte Andrea Sperelli, «ideal tipo del giovine signore italiano del sec.XIX [...] legittimo campione di una stirpe di gentili uomini e di artisti eleganti», la cui massima è «bisogna 'fare' la propria vita come si fa un'opera d'arte». Poeta, pittore, musicista dilettante, ma soprattutto raffinato artefice di piacere, egli ha stabilito la sua dimora nel palazzo Zuccari a Trinità de' Monti: passa le sue giornate tra occupazioni mondane, si circonda di persone eleganti e di oggetti preziosi, lontano dal «grigio diluvio democratico [...] che molte belle cose e rare sommerge miseramente». Andrea è tormentato dal ricordo di una relazione complicata e sensuale con l'enigmatica Elena Muti, bruscamente troncata dall'improvvisa partenza della donna da Roma. Dopo un breve periodo di isolamento, si tuffa in una nuova serie di avventure, finché un rivale geloso lo sfida a duello e lo ferisce. Si abbandona a una convalescenza «purificatrice» nella villa di una ricca cugina, a Schifanoia. Qui conosce una creatura casta e sensibile, Maria Ferres, moglie di un ministro del Guatemala. Per lei si illude di avere un amore spirituale, ma presto il loro rapporto si intorbida e nel contatto con Maria cerca di riprodurre le sensazioni già provate con Elena, sovrapponendo le immagini delle due donne. Al culmine dell'amplesso, Andrea si lascia sfuggire il nome dell'antica amante: Maria fugge inorridita.
"L'innocente" è la confessione di un delitto, esposta in prima persona dal protagonista. Nuova incarnazione del «superuomo» l'ex diplomatico Tullio Hermil tradisce cinicamente la moglie Giuliana relegandola al ruolo di sorella e consolatrice. Solo dopo aver interrotto una burrascosa relazione con la possessiva Teresa Raffo, è assalito da un'ansia sconosciuta di pace e di dolcezza coniugale. Ma si insinua in lui il sospetto che Giuliana lo tradisca con uno scrittore alla moda, Filippo Arborio. E' l'antefatto. Seguono 51 brevi capitoli in cui la vicenda, piuttosto scarna, viene sostenuta da indugi psicologici, torbidi fantasticamenti, descrizioni di «atmosfere». Soffocato il dubbio che lo angoscia, Tullio va a vivere in campagna, nella casa materna. Un giorno, a Villalisa, la dimora in cui ha trascorso felicemente i primi anni di matrimonio, ritrova pieno e inebriante l'amore della moglie. Poco dopo la rivelazione: Giuliana in un momento di debolezza l'ha realmente tradito e attende ora un figlio concepito con Filippo Arborio. Sentimenti contrastanti nell'animo di Tullio: consapevole di essere lui il vero responsabile del tradimento non può perdonare colei che infinite volte lo perdonò. Prova anzi per Giuliana una passione nuova, morbosa, mista di rabbia e di pietà. Vorrebbe sfidare Arborio a duello, ma lo scrittore è stato colpito da paralisi [!] per cui questo sfogo è impossibile. Nella sua mente sconvolta matura l'idea del delitto. Sopprimere il nascituro, unico ostacolo alla sua felicità. Anche Giuliana, più che mai innamorata del marito, sfinita da una gravidanza dolorosa, accetta tacitamente l'atroce soluzione. Il bimbo nasce, odiato da Giuliana e da Tullio, ma protetto dalle cure dell'ignara nonna e del padrino Giovanni, un contadino fedelissimo di casa Hermil. Una sera, mentre tutti i familiari si sono recati alla novena di natale, Tullio sacrifica l'«innocente» esponendolo al gelo invernale.
Nel periodo immediatamente successivo D'Annunzio volle colmare un vuoto morale, di cui egli stesso avvertiva il rischio, con il mito del «superuomo» desunto da Nietzsche. Solo che alla "volontà di potenza" teorizzata dal filosofo tedesco, nel quadro di una distruzione della morale comune e di una rifondazione, D'Annunzio sostituì ideali estetizzanti, destinati a comporre l'abbagliante mosaico di una «vita inimitabile». Appartengono a questo periodo i romanzi Il trionfo della morte (1894), Le vergini delle rocce (1895), e Il fuoco (1900). E i drammi La gloria (1899), e La città morta (1899) e La Gioconda (1899) scritti durante la relazione con Eleonora Duse.
Nel periodo di 'ritiro' nella villa di Settignano scrisse alcune delle sue opere maggiori: i primi tre libri ("Maia", "Elettra" e "Alcyone") delle Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi , che fu poi pubblicata nel 1903. E le tragedie Francesca da Rimini (1902), La figlia di Jorio (1904) , La fiaccola sotto il moggio (1905), La nave (1908), Fedra (1909), Più che l'amore , e il romanzo Forse che sì forse che no (1910).
"La figlia di Jorio", edita con frontespizio di A. De Carolis uno dei più innovativi disegnatori del tempo che collaborò per molte delle opere di D'Annunzio contribuendo a caratterizzare in maniera visiva i suoi libri (aspetto questo su cui D'Annunzio teneva particolarmente) e stampato dal solito Treves, che fu l'editore di D'Annunzio, è una tragedia in tre atti, in versi sciolti. La vicenda si immagina «or è molt'anni» in terra d'Abruzzo. In casa di Lazaro di Roio si festeggiano le nozze del pastore Aligi con Vienda di Giave, quando sopraggiunge Mila di Codra, figlia dello stregone Jorio, inseguita da una folla di mietitori «briachi di sole e di vino». Le donne incitano Aligi a scacciarla, ma Aligi, aiutato dalla sorella Ornella, la protegge perché ha visto piangere l'«Angelo muto» simbolo dell'innocenza. Preso da un mistico amore, il trasognato giovane lascia la casa e la sposa per andare a vivere con Mila, in castità, sulla cima della montagna. Vorrebbe andare a Roma a chiedere al papa l'annullamento delle nozze non consumate. Ma un giorno sale al loro rifugio Lazaro, il torvo padre di Aligi, che vuole possedere Mila con la forza. Il figlio si oppone, e lui lo fa legare e por tare via dai suoi contadini. Si getta poi brutalmente sulla donna. Aligi, liberato dall'ignara Ornella, riappare sulla soglia: sconvolto dalla scena che vede, uccide Lazaro. Il popolo condanna il parricida a morire affogato, chiuso in un sacco con un mastino. Ma Mila si accusa del delitto e giura di aver stregato l'amante inducendolo a credersi colpevole. Aligi la smentisce, ma poi, smemorato da un narcotico somministratogli, si lascia convincere e maledice la «strega». Tra gli urli e gli insulti della folla, Mila viene trascinata al rogo. Solo Ornella che «sa», perché «ha visto», ha pietà di lei e la chiama «sorella in Gesù».
Il titolo del romanzo "Forse che sì forse che no" riprende un motto più volte ripetuto all'interno del labirinto che decora il soffitto del Palazzo Ducale di Mantova. E' il segno dell'ambiguità che lega i protagonisti. Paolo Tarsis è un aviatore (siamo nel 1910 e essere aviatori era qualcosa di estremamente esotico e curioso), un tipo volitivo ma schiavo dell'amore sensuale di Isabella. Vana, sorella di Isabella, vergine scontrosa e ultrasensibile, ama a sua volta Paolo appassionatamente. Tra Isabella e il fratello Aldo c'è una intesa segreta e esclusiva, che turba fortemente Paolo. Vana, gelosa di Paolo come pure dei fratelli, denuncia a Paolo un rapporto incestuoso tra Isabella e Aldo. Paolo nonostante l'orrore, non sa però staccarsi dall'amante. Vanna si uccide. L'improvvisa, terribile pazzia di Isabella restituisce Paolo a sé stesso e ai suoi compiti di aviatore.
Durante l'"esilio" francese scrisse tra l'altro, in un prezioso francese, il dramma Il martirio di san Sébastien (Le martyre de Saint Sébastien, 1911) musicato da Debussy.
Durante la degenza per la ferita all'occhio, in guerra, scrisse Notturno (1921), opera in prosa che caratterizza un momento di ripiegamento su sé stesso e contiene alcune delle sue pagine migliori e vibranti.
Nell'ultimo periodo della sua vita continuò a comporre opere, per lo più rievocative e autobiografiche
IL DECADENTISMO
D'ANNUNZIO
LA PRIMA GUERRA MONDIAL
QUADRO STORICO
Negli ultimi due decenni dell'800 si verifica in Italia una profonda trasformazione che investe la vita politica, la letteratura e le arti figurative., Conclusosi il processo risorgimentale, di fronte ai gravi problemi che la realizzata unità territoriale poneva al paese, la classe dirigente si chiude nella gelosa difesa di un'organizzazione statale che si dimostra sempre più carente di caratteristiche democratiche. L'avvento della Sinistra al potere (1876) cambia le cose solo in parte: l'esiguità della base elettorale, il trasformismo parlamentare, l'impossibilità di ricambio degli uomini al potere, per cui questo è gestito dalla classe borghese, provocano l'appiattimento della vita parlamentare e la crisi delle idealità democratiche. Assieme alla delusione per il risorgimento, tra gli intellettuali si assiste alla crisi degli ideali democratici e al rifiuto della prassi parlamentare, ripiegando verso il vagheggiamento dello Stato forte e le suggestione imperialistiche, con atteggiamenti che avrebbero avuto tragico sviluppo nei primi decenni del 900. Nel paese reale agiscono però anche altre forze: forze popolari e filoni democratici, usciti sconfitti dal processo risorgimentale promosso da Cavour. Le classi democratiche sono deluse dall'assetto dello stato dato da Cavour, mentre la tassazione post risorgimentale e la burocratizzazione piemontese pesa gravemente sulle masse popolari. Lo sviluppo industriale, poi, porta il formarsi di classi operaie con i relativi problemi : anche queste forze sono contro lo stato liberale e borghese, ma prospettano sulla scorta dell'ideologia marxista la rivoluzione antiborghese e la dittatura del proletariato. L'ultimo ventennio del secolo vede il lungo travaglio di queste forze : moti contadini, agitazioni operaie, tentativi rivoluzionari sollecitati dalla predicazione anarchica ed esperimenti di organizzazione che sfociano nel 1892 nella formazione del Partito Socialista Italiano. La classe dirigente non sa affrontare la situazione del paese se non con pesanti repressioni dei Fasci Siciliani (1893) e con lo stato di assedio a Milano nel 1898, oppure con le avventure imperialistiche verso l'Eritrea e l'Etiopia, con la sconfitta di Adua nel 1896. Crescono i conflitti sociali, mentre la classe dirigente è in una posizione di gelosa difesa e chiusura difronte alla trasformazione in atto nel paese.
In questa situazione l'intellettuale borghese o sogna il governo riservato agli eletti che riduca al silenzio la plebe, o vagheggia successi imperialistici, o disprezza la realtà presente, in aristocratica solitudine . E' collegabile a questa situazione la fuga della realtà che caratterizza non solo in Italia la letteratura e l'arte degli ultimi due decenni del secolo, che trova la sua semplificazione nella polemica contro il positivismo, che invece aveva grande fiducia nella scienza, nel progresso, che forniva i presupposti ideologici di un arte verista saldamente legata al reale. Con la crisi della classe borghese, entra in crisi il positivismo. Ma la crisi è legata anche perché le forme artistiche e letterarie ad esso collegate erano troppo rigide e condizionate dal canone della verosimiglianza, che sembra ai giovani artisti rendere più povero e circoscrivere la realtà da rappresentare.
Ed è proprio in questa realtà che come reazione al caos creato dalla caduta del positivismo ed alle grandi agitazioni rivoluzionarie che si sviluppano i concetti filosofici e letterali del Decadentismo : l'andare oltre il reale, oltre il verosimile, toccando il fondo autentico della realtà oltre l'apparenza sensibile, con moduli espressivi che tendono a dare voce all'inesprimibile, al sogno. Nella poesia francese, questa tendenza si sviluppa soprattutto nell'opera dei "poeti maledetti", che pongono le basi di tutta la poesia successiva.
IL DECADENTISMO.
Il periodo storico che va dalla seconda metà dell'ottocento ai primi del novecento è segnato a LIVELLO LETTERARIO dal fenomeno del DECADENTISMO. Dopo il periodo romantico, e la crisi segnata dal Verismo, si affiaccia verso il 1880 in Francia un nuovo modo di concepire la vita e la letteratura, legata essenzialmente ad una fase di decadenza in merito ai grandi ideali tipici del periodo romantico. La letteratura e la poesia decadente, infatti, non è più di tipo sociale, popolare e patriottico : ma spessi è fine a se stessa e in questo periodo si nota il distacco tra l'intellettuale e la società. L'intellettuale decadente si sente estraneo alla società del suo tempo, materialistica, e dove la fiducia nella Scienza predominava pretendendo di spiegare il mistero e il senso della vita. Egli non si trova d'accordo con la borghesia del suo tempo, che rincorre il mito del razzismo e dell'imperialismo (dominio assoluto sui popoli della terra), né con il popolo che cerca l'emancipazione attraverso la lotta di classe, gli scioperi e la violenza. Il decadente non ha fiducia nella ragione come fonte di conoscenza assoluta, ma preferisce sognare ed esaltare l'irrazionale: non vogliono la realtà, vogliono il sogno. Il decadente si rifugia nell'io individuale, è un isolato, ma un isolato aristocratico: non si confonde con la folla, perché si compiace dell'elevatezza del suo proprio sentire. In genere è un protagonista, vuole emergere dalla mediocrità, ed imporsi sugli uomini comuni. Ha il mito del SUPER UOMO e si oppone al Realismo (Verga) e al Classicismo.
La letteratura decadente preferisce il Romanzo Autoanalitico, autobiografico ed introspettivo, in cui l'interiorità del protagonista occupa tutta la narrazione, e l'io del protagonista divento spesso narratore, con uno sgardo sul mondo molto soggettivistico e relativistico, con la svalutazione dei fatti, per cui il reale si confonde con il sogno e la realtà diventa impossibile. Inoltre, il decadente preferisce solo la Poesia, che per lui è l'unica che consente di capire la realtà, e il poeta e il "veggente" colui che vede e sente i mondi lontani ed invisibili, per cui le parole non hanno peso, sono musica evocativa e mistica, e i versi non hanno regola.
Una delle massime espressioni del Decadentismo italiano è Gabriele D'Annunzio; egli, insieme al Pascoli, impersonerà in modo convinto l'estetismo decadente : il suo "eroe" è raffinato, aristocratico, spregiatore della realtà, complicato e diverso dagli altri, dalla umanità ovvia e borghese, che riduce tutto alla dimensione estetica, al piacere, al culto della bellezza artificiosa ed eccentrica, che congela la sua umanità in un estetismo arido e complicato. Il D'Annunzio impersonerà anche in profondità le inquietudini dell'uomo decadente, ansioso tragicamente e solitario, separato dalla società, con un morboso e tuttavia raffinato vagheggiamento del finire delle cose, del disfacimento e della morte..
GABRIELE D'ANNUNZIO.
Gabriele D'ANNUNZIO, nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia di media Borghesia, studia a Prato; a 16 anni pubblica la sua prima opera letteraria. Si dà a Roma alla vita mondana, ai duelli e all'attività giornalistica ed artistica, elaborando "Il Piacere". Quindi si dà ai viaggi e alle avventure. Con Eduardo Scarfoglio va in Grecia. Eletto deputato per la destra (1897), si pronuncia contro le leggi repressive promosse dal generale Pelloux e vota con la Sinistra. Quindi va a Firenze, dove inizia la relazione con Eleonora Duse. Nel 1910 si ritira in esilio a causa dei debiti in Francia, dove scrive parecchie opere teatrali in francese. Ritorna in Italia durante la prima guerra mondiale, e partecipa alla propaganda interventista con discorsi molto spinti di istigazione alla violenza. In guerra si distingue in varie imprese : la beffa di Buccari, il volo su Vienna. Nel 1919, in opposizione al governo italiano, occupa militarmente Fiume. Dal 1921 si ritira a Gardone, nel Vittoriale, che trasforma in museo delle sue gesta. Ha contatti molto stretti con Mussolini, celebra la vittoria dell'Etiopia, ma si apparta da posizioni apertamente osannanti.
Nella sua prima produzione letteraria, D'Annunzio si rifà a Carducci e Verga, ma poi se ne distacca. La sua poesia tende all'eccessivo sensualismo, alla bramosa celebrazione del godimento, aperta a una stimolazione della natura. Il giovane autore arricchisce questi temi del respiro della letteratura europea, arrivando al suo capolavoro, "Il Piacere". Il protagonista, Andrea Sperelli, è un tipo raffinato, che si lascia travolgere dalla vita amorosa con Elena Muti. Abbandonato dall'amante, inutilmente cerca di sostituirla con altri piaceri e avventure. Ferito in duello, nella villa della cugina, ritrova l'entusiasmo innamorandosi di Maria Ferres, ma non si libera dall'influsso della storia con Elena, rivivendo morbosamente con quest'ultima l'amore con la prima. Ma il rapporto, così ambiguo, viene troncato quando Andrea si lascia sfuggire davanti a Maria il nome di Elena. Il romanzo introduce in Italia il prototipo dell'eroe decadente : raffinato e gelido, cultore solo di un bello riscattato con l'artificio dalla piatta dimensione naturale, aristocratico, che disprezza la democrazia. Inoltre, il sensualismo diventa lussuria, cedimento ai sensi. L'autore crea con Sperelli il mito del "superuomo". Le opere "Poema paradisiaco" e il romanzo " L'innocente" testimoniano una nuova fase dell'opera dannunziata : la stanchezza seguita al piacere, il ripiegamento, la sazietà della carne che genera il desiderio di ritornare ad una vita pura, di innocenza e di infanzia. Ma quello che sarà centrale in D'Annunzio è soprattutto l'elaborazione del superuomo, antidemocratico per eccellenza, in cui solo l'uomo forte è capace di ricondurre le plebi all'obbedienza: inizia una nuova fase dell'opera letteraria del poeta : "La Nave" ne è un esempio calzante, in cui lussuria e sangue, violenza e sacrilegio, ideale di una femminilità satanica e bramosa, e celebrazione dell'uomo forte fanno una miscela esplosiva di celebrazione dell'imperialismo. Segue, infine, una fase notturna, con l'Alcyone, in cui si assiste ad una celebrazione della natura che segna un momento di tranquillità e di tregua, che poi nel Notturno troverà espressione con il senso cupo del finire delle cose, e la presenza della morte, con un ripiegamento interiore che approda spesso alla cupa malinconia di un fallimentare bilancio dell'esistenza.
OPERE
Canta la Gioia
Il poeta si rivolge ad una donna che aveva descritto in precedenza, nella quale aveva descritto una visione panica della NATURA. Celebra il piacere di vivere. Tutti per trarne godimento. Il verso dove si ripete la parola Gioia sta a significare che questa parola più che a esprimere sentimenti sinceri, li esprime in maniera artificiosa (solo per colpire il lettore nella sua sensibilità), non in maniera poetica. La donna viene descritta circondata di fiori, e questo è riconducibile al gusto liberty delle immagini floreali. Un altro elemento evidente è la descrizione della natura e la fusione panica
Da il piacere:( costituisce la Bibbia del decadentismo… fa parte del ciclo della Rosa). Andrea Sperelli
Il poeta descrive l’educazione che il giovane aveva ricevuto e delle regole che il p’adre gli aveva dato ovvero di fare della propria vita un’opera d’arte e avere come ideale principale la bellezza; lo invita a possedere le passioni ,ma non farsi possedere da loro. Il padre gli aveva trasmesso la passione per i viaggi. Si era sposato, ma aveva poi lasciato la sua donna, trasferitosi poi a Roma, ama non la Roma classica, ma quella Barocca delle belle Ville. Indica una predilezione per il decadente
Consolazione
il poeta vuole consolare la madre vissuta da sola, sempre in apprensione per la vita dissipata del figlio. Ormai stanco della vita da esteta, vuole avere una vita tranquilla e pura, colloquia con la madre; Invita la madre ad uscire visto che fuori c’è ancora qualche rosa, le dice di non coprirsi il capo perché non ha ancora i capelli bianchi. lei ha lo sguardo stanco, la consola, e le dice che vuole tornare a vivere una vita semplice e profonda. Il sole è ancora tiepido lo fa sognare e lo fa pensare ad aprile e alla primavera. Ripensa al passato e le dice che tornati a casa le suonerà qualcosa con il cimbalo come faceva quando erano ancora insieme e tutto tornerà come era prima.
Secondo gli studiosi si tratta di falso sentimentalismo, mira a scuotere la fantasia del lettore. le parole profonde sono solo per colpire il pubblico: espedienti classico – narrativi.
Il poeta si rivolge ad una donna che non sembra essere presente corporalmente nella poesia. Spera che le sue parole siano fresche come foglie nelle mani di chi le coglie
La luna sta per spuntare e per distendere chiarore e la campagne è felice perché sarà rinfrescata e illuminata. Nei tre versi dove il poeta scrive “Laudato sii” non c’è nessun riferimento religioso, sono solo citazioni per personificare la sera, che assume il volto di una donna con gli occhi lucidi che sta per piangere. Il poeta continua dicendo che spera che le sue parole siano dolci come la pioggia che scendeva poco prima e qui riscontriamo la presenza del senso panico della natura. Il poeta mira soprattutto al valore fonico della natura., infatti le colline diventano labbra di donna e simbolicamente rappresentano qualcosa, come un mistero, un segreto che la donna non riesce a dire. Infine loda la sera per il suo dolce svanire e far posto alla notte.
La pioggia nel pineto
Molto statica.
Il poeta descrive la pioggia nella pineta nei diversi momenti, e a seconda dei luoghi dove cade e delle diverse orchestrazioni. Nella prima parte: la pioggia è rada e cade piano.
Nella seconda parte comincia ad infittirsi, nelle terza diventa scrosciante.
Nel verso 100 la metamorfosi avviene, e lui e la sua donna diventano un tutt’uno con la natura fino a sentirsi trasformati, passeggiano abbracciati.
Il poeta nella poesia non mira alle onomatopee, ma mira anche qui agli effetti fonici, vuole un’opera musicale, le parole non hanno significato.
Dando un giudizio di D'Annunzio, bisogna dire che la sua parola è povera di interiorità, è piena di impressioni, emozioni, forti sentimenti e forti passioni ingovernabili, sensoriale al massimo grado, con versi che non creano, autocelebrativi e pesanti: D'Annunzio influenzò molto il costume e la società del suo tempo, con la spinta verso una vita inimitabile, ardimentosa e disponibile, spinta verso la lussuria, la guerra e l'imperialismo.
La crisi economica, determinata dalla prima guerra mondiale, con i debiti contratti dai vari paesi europei, e finanziati da quest'ultimi con titoli di credito, ci spinge a parlare di questi ultimi.
CONSEGUENZE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE IN ITALIA
L'immane carneficina della Prima Guerra Mondiale costò all'Italia quasi 700.000 morti e mezzo milione di mutilati. Appena conclusa la guerra, nessuno si rese conto di quello che sarebbe stata la crisi economica successiva : solo Einaudi evocò lo spettro dell'esercito di disoccupati e sottolineerà le difficoltà dell'integrazione delle terre irredente nel contesto politico, sociale ed economico del paese. L'Italia giunge alla pace impreparata : la vittoria non riconcilia intervenisti e neutralisti. Si passa a nuovi scontri tra i due gruppi : i nazionalisti accusano i neutralismi di disfattismo, i neutralisti accusano gli interventisti di aver costretto la nazione ad una guerra sanguinosa ed inutile; in questo contesto si apre la Conferenza di Versailles, in cui l'Italia reciterà un ruolo secondario. Wilson, presidente americano, propose i suoi 14 punti, che furono in parte recepiti dalla Conferenza. Gran Bretagna e Francia tendono ad un trattato punitivo verso la Germania. Queste condizioni generano amarezza e risentimento verso i tedeschi : la repubblica di Weimar è costretta ad avere un esercito di al massimo 100.000 volontari, la Francia ottiene l'ALSAZIA-LORENA e per 15 anni il bacino minerario della Saar, mentre la Renania viene ad essere amministrata dagli alleati; ad oriente vaste proporzioni di territorio vengono assegnate alla Polonia e Danzica proclamata città libera. Tre milioni di cittadini tedeschi dei Sudeti vengono inglobati nella Cecoslavacchia. Le Colonie Tedesche vengono assegnate all'Inghilterra. La Germania deve assumersi tutti i danni di guerra : consegna gran parte delle navi mercantili, così scompare la flotta commerciale e la Germania viene umiliata ed economicamente prostrata. La mortificazione subita a Versailles e la crisi economica susseguente sono i fattori che contribuiranno potentemente all'affermazione del nazional-socialismo e di Hitler. Le potenze vincitrici compirono un'opera devastante nel tracciare le nuove frontiere : il principio dell'autoderminazione dei popoli fu svenduto a logiche di potenza che creerà focolai e tensioni esplosive. La miopia verso l'Unione Sovietica costituirà un nuovo focolaio di tensione. L'Italia ne usciva mortificata, cosa che porterà all'affermazione dei nazionalisti e del regime fascista. Tra i motivi del malessere sociale nell'Italia vittoriosa c'è la difficile situazione economica, unita alle difficoltà di procedere il più rapidamente possibile alla riconversione dell'economia di guerra in quella di pace e alle delusioni diplomatiche, che accredita dell'Italia vittima di una truffa internazionale e l'incapacità dei suoi governanti, e quindi apre le porte alla crisi dello Stato liberale, accreditando l'ipotesi che solo un governo autoritario può risolvere questi problemi. La crisi economica alimenta il malessere degli strati popolari e della piccola borghesia, alimentando risposte politiche diverse. L'economia italiana si è progressivamente statalizzata durante la guerra : solo gli speculatori ne hanno guadagnato, accumulando fortune inaudite, gli operai non ne hanno risentito, mentre i braccianti delle campagne si sono ritrovati praticamente alla fame e il ceto impiegatizio versava in difficile situazione. Il deficit pubblico era aumentato di 100 volte, l'inflazione era salita alle stelle e l'oro aveva quadruplicato il suo valore. La riconversione delle attività produttive richiede l'intervento statale. Questo fatto porta alla nascita del Partito Popolare cattolico ad opera di Don Sturzo, a Roma, e dei Fasci di combattimento, a Milano, per opporsi al movimento socialcomunista. Soprattutto i fascisti cavalcarono il malcontento dei reduci di guerra, dei ceti medi, contro le masse socialiste, dando avvio allo squadrismo contro gli operai e i braccianti agricoli, a sostegno dei padroni. Il biennio rosso, del 1919-920, con scontri e agitazioni sociali, aprirà sempre più la strada a questo movimento, visto con favore dal governo e dai padroni.
Gabriele d’Annunzio, il Poeta, il Vate, il Comandante, piega le norme del suo tempo sfidandole con la scrittura, anzitutto, ma anche con passioni, gesti e compiacimenti trasgressivi. Rivendica la superiorità dell’arte su qualsiasi esperienza, allo stesso tempo adattandola alle richieste di una collettività sempre più esigente, ma senza mai costringerla alla massificazione volgare. Sa conquistare il mondo della borghesia, interpretandone le aspettative ed i desideri e proponendo un modello d’eccezione in cui la letteratura contiene in sé un’offerta di sfavillante vitalità e creatività. D’Annunzio diventa, prima di ogni altro artista, all’inizio del Novecento, un vero e proprio personaggio pubblico perché l’immagine che dà di sé è il frutto di una costruzione continua, di un’esistenza vissuta sotto gli occhi di tutti; perché sa esibire, primo divo della modernità, le sue esperienze sentimentali e i suoi costumi di vita.
Non gli interessa l’esistenza delle classi umili, né quella delle classi dirigenti, troppo impegnate a risolvere i problemi della politica, a affrontare i primi scandali di livello nazionale o a lasciarsi trascinare dai miti crescenti del colonialismo. Gli interessa invece ammaliare l’opinione pubblica, affilare le armi con le quali, più avanti nella sua carriera, avrebbe sedotto e condizionato i lettori, giocando sia al tavolo delle preziosità riservate ai patrizi sia a quello dove avrebbe spacciato evasioni e avventure per i borghesi. La poesia è per d’Annunzio l’unica, autentica rivelazione dell’essenza misteriosa delle cose; l’arte è l’estremo atto vitale, la realizzazione dell’essenza del vivere.
Alla fine dell’Ottocento, l’idea del bello, il gusto raffinato e la ricerca del meraviglioso sembrano sempre più schiacciati dalla volgarità di un mondo in cui aumentano le fabbriche, si arricchisce e prende potere la deprecata borghesia, si fa pressante l’urto della massa. Pochi, seguaci di Baudelaire, si dedicano alla ricerca dei sentimenti più inconsueti, trasfigurando la realtà e superandola nella purezza del verso: il poeta diventa come un albatro, il re dell’aria. Altri si rifugiano nel simbolo, calandosi nelle profondità dell’io, facendo della poesia uno strumento di conoscenza elitaria e metafisica. Molti pagano la nobiltà intellettuale con l’emarginazione da una società che non li capisce, con la malinconia, lo struggimento, la sofferenza.
D’Annunzio ha potuto influenzare la sua epoca mettendosi in posa. Metaforicamente grazie ai suoi libri e alle sue azioni, ma anche nella realtà vera della vita, poiché non esiste scrittore né prima né dopo di lui che si sia servito alla pari di lui del ritratto per costruire con tanta cura l’immagine di sé. Anno dopo anno si esibisce davanti all’obiettivo come se, invece di un fotografo, avesse davanti tutti i suoi contemporanei. I travestimenti e le pose, istrioniche o sincere, canagliesche o eroiche, lo rendono simile ai protagonisti delle sue opere, pur conservandolo sempre simile a se stesso. Questa calcolata messinscena e questo gioco autobiografico sono altri modi per annullare il diaframma che la letteratura tradizionale pone tra autore e pubblico.
Tramite la sua concezione dell’arte e della vita Gabriele d’Annunzio si scopre un’altra missione, quella del Vate che spinge il proprio popolo alle più alte imprese, a un destino di grande potenza ispirata dal passato glorioso e che può rinvigorirsi attraverso la purificazione catartica della guerra. Il nuovo Vate sa interpretare e ispirare meglio di chiunque altro il nuovo clima politico, ingannando chi ancora vede in lui l’eroe velleitario di un breve periodo. L’individualismo e il superomismo dei suoi libri e della sua vita non sono i capricci di uno scrittore eccentrico. D’Annunzio diviene, prima di Mussolini, l’inventore di una formula ideologica che avrebbe cambiato la storia d’Italia.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Gabriele d’Annunzio rientra dal suo esilio in Francia e collabora intensamente alla campagna a favore dell’intervento italiano nel conflitto. I suoi argomenti sono quelli classici della necessità di difendere la patria contro un avversario occulto. Dice p.es. in un discorso agli studenti genovesi nel 1915:
Se è vero, come è vero, come io giuro esser vero, che gli Italiani hanno riacceso il fuoco su l’ara d’Italia, prendete i tizzi con le vostre mani, soffiate sopra essi, teneteli in pugno, scoteteli, squassateli ovunque passiate, ovunque voi andiate. E appiccate il fuoco, miei giovani compagni, appiccate il fuoco pugnace! Siate gli incendiarii intrepidi della grande Patria! (Prose di ricerca I, p. 30)
Poco più tardi, in un altro messaggio ai genovesi, nel maggio del 1915, ricorda l’obbligazione atavica della redenzione dei territori italofoni che fanno ancora parte della monarchia austriaca, cioè il Trentino e la Venezia Giulia:
Alla riscossa, popolo di Genova! Italiani, alla riscossa! La Patria è perduta se oggi non combattiamo per lei con tutte le nostre armi. Vincere bisogna questa suprema battaglia contro il nemico interno prima di muoverci con un solo impeto verso la santa riconquista. Viva l’Italia dei martiri! (Prose I, p. 35)
Per colpo della retorica impiegata durante questa campagna d’Annunzio diventa ancora una volta il bersaglio prediletto per la derisione dei Paesi nemici che considerano le parole del vate nazionale ben più impressionanti dei cannoni dell’esercito italiano, come in questa caricatura pubblicata nel 1915 a Berlino dai Lustige Blätter: la vignetta mostra l’oratore sul palco in piena declamazione, a bocca spalancata; un ascoltatore italiano commenta: “Tutto andrebbe bene se avessimo dei cannoni del calibro della sua bocca.”
All’inizio delle ostilità, nonostante la sua età (52 anni), d’Annunzio si arruola volontario e partecipa a numerose imprese navali ed aviatorie. Ferito agli occhi durante l’atterraggio di un idrovolante, è costretto per due mesi all’immobilità eppure scrive, in queste condizioni difficilissime, una raccolta di meditazioni e ricordi intitolata Notturno. Il poeta temporaneamente cieco scrive su circa 10.000 sottilissime strisce di carta, contenente ciascuna una sola riga alle quali verrà in seguito data la forma di testo dalla figlia dell’autore. Il materiale rispecchia questa genesi nelle sue formule sentenziose, raggruppate poi sotto il titolo complessivo di offerte: “Chi non teme la morte, non muore. E la morte non vuole chi la cerca.” (Prose I, p. 300)
Ripresosi, partecipa alla celebre beffa di Buccari: Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, tre Motoscafi Anti-Sommergibile penetrano, in 14 ore di navigazione, per oltre 80 chilometri tra l’incredulità dei posti vedetta austriaci nel porto croato di Buccari, lanciano sei siluri (di cui uno solo esplode) e riguadagnano il largo.
Sei mesi più tardi, d’Annunzio prende l’iniziativa spettacolare di un volo su Vienna durante il quale lancia, il 9 agosto del 1918, sul centro della capitale austriaca diversi manifestini di propaganda di cui uno conclude:
Il rombo della giovine ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia, la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi!
VIVA L’ITALIA ! (Prose II, p. 2771)
Grazie a queste imprese spettacolari che sa presentare sempre sotto la migliore delle luci, la borghesia italiana comincia a trovare in lui, prima che iniziasse a brillare l’astro di Benito Mussolini, l’Uomo capace di offrire al Paese sogni di gloria e di grandezza collettiva. Decorato di cinque medaglie d’argento e una d’oro, d’Annunzio guida, immediatamente dopo la fine della guerra, l’occupazione di Fiume, città contesa fra l’Italia vittoriosa e il nuovo regno di Serbia e dichiarata per un breve tempo territorio indipendente. Dopo l’annessione delle terre irredente di Trento e Trieste, il valore simbolico di Fiume si trova al centro dell’interesse patriottico italiano come ultima zona da liberare:
Fiume è l’estrema custode italica delle Giulie, è l’estrema rocca della coltura latina, è l’ultima portatrice del segno dantesco. Per lei, di secolo in secolo, di vicenda in vicenda, di lotta in lotta, di passione in passione, si serbò italiano il Carnaro di Dante. (Prose I, p. 103)
Citando con “Me ne frego” un motto del loro Comandante destinato del resto a una grande fortuna durante il fascismo e sbeffeggiando i benpensanti, molti dei legionari vivono questo periodo piuttosto come una liberazione di loro stessi che della città. Tanti si drogano, alcuni vanno in giro nudi per la città, orge e pratiche omosessuali sono comuni quanto frequenti. I più vegetano nell’ostentazione della loro differenza, offrendo chi un eterodosso campionario di dandismi e raffinatezze decadenti, chi il copione dannunziano dell’eroismo e del bel gesto. Il tratto dominante di questa soldatesca di teatro è la sfrenatezza, un contagio che esalta tutti in un’eccitazione collettiva.
Costretto nel 1921 a porre fine all’impresa, d’Annunzio si stabilisce in una villa sul lago di Garda che diventa poi, grazie all’aiuto finanziario del governo fascista, il Vittoriale. Sulla rimessa adiacente alla villa che ospita il MAS 96 usato durante la beffa di Buccari e l’aereo del volo su Vienna, d’Annunzio fa porre uno dei suoi celebri motti: Memento audere sempre (Ricorda di osare sempre).
Nel 1924, il poeta vate viene elevato da Mussolini a principe di Montenevoso, vedendosi con questo titolo aristocratico di fantasia attribuire una compensazione per la sua progressiva eliminazione dalla vita politica. Anche se d’Annunzio non avrà il ruolo politico auspicato, i suoi rapporti col fascismo rimangono buoni, nonostante alcune incrinature create, negli ultimi anni, da diversi suoi attacchi contro la figura di Adolf Hitler, ormai alleato di Mussolini.
Gabriele d’Annunzio muore al Vittoriale il primo marzo del 1938, due settimane prima dell’annessione dell’Austria alla Germania nazista.
Per concludere, possiamo dire che, nella letteratura come nella vita, Gabriele d’Annunzio si è sempre dimostrato un saccheggiatore abilissimo. Egli copia, cita, rifà, ripete, enumera e accumula quanto la sua voracità di lettore ha raccolto. Eppure, la continua rielaborazione delle molteplici fonti non toglie nulla alla sua originalità. Semmai aggiunge qualcosa di inimitabile alla trasmissione delle parole e delle idee, rendendola rappresentativa di un’epoca in cui la volontà di dominare ogni campo del sapere e dell’arte può essere appagata solo sperimentando sempre forme nuove: La lirica, il poema, il racconto, il romanzo, la cronaca, la prosa di memoria e quella d’arte, la tragedia moderna, il teatro del mito, il saggio, il testo politico.
Il suo non è mai un capriccio letterario, un’astrazione intellettualistica, una posa nata al di fuori di un preciso contesto storico. Il suo superomismo, probabilmente il centro vitale della sua creatività, nasce dall’esigenza di sublimare, grazie alla lotta e a uno sforzo mentale continuo, lo scontro con un mondo che ha iniziato a omologare e a massificare l’individuo. D’Annunzio si ritiene l’uomo atteso da secoli, il prodotto raffinato di intere generazioni, l’Unico eletto capace di rappresentare quasi religiosamente un intero popolo, una nazione.
Ma dovrà lui stesso rendersi conto, verso la fine della sua vita, che la propria percezione non corrisponde sempre a quella della posterità. L’immagine del vate rimasta nella memoria pubblica internazionale è piuttosto quella che riassume Max Hastings in una critica pubblicata in The New York Review of Books l’11 giugno del 2009: “Gabriele d’Annunzio, a posturing nationalist dandy whose literary reputation stood much higher in his own time than it does today.” Spero di essere riuscito a risuscitarlo almeno per i pochi volonterosi che hanno partecipato a questa lezione.
7. Le ali della poesia
L’opera più matura e più rappresentativa della poesia lirica di Gabriele d’Annunzio che si pone, grazie al suo slancio stilistico, al di sopra delle divergenze di ordine ideologico è la voluminosa raccolta di versi intitolata Le Laudi. Con questo titolo che per intero suona Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, originariamente appare un primo gruppo di poesie sulla Nuova Antologia il 16 novembre del 1899. L’opera doveva constare di 7 libri, quante sono le Pleiadi, alle quali ciascuno doveva essere dedicato. Invece, nella versione definitiva, la raccolta consiste in 4 libri, con un quinto aggiunto in seguito. Il primo libro viene composto per ultimo e pubblicato per primo, nel 1903; il secondo e il terzo libro composti tra il 1899 e il 1902 sono pubblicati nel 1904; il quarto libro nasce in esilio a Arcachon, nel sud della Francia, ed esce in volume nel 1912, sequestrato per alcuni versi ritenuti offensivi per l’imperatore d’Austria e poi ristampato nel 1915.
Il libro I, dedicato a Maia, dea della forza generatrice, si intitola Laus Vitae. Vasto inno alla decima musa, Energeia, tutto il libro di Maia è pervaso da un profondo senso di naturalismo pagano, risonante dal culmine dei cieli al fondo del mare che si concentra nel grido estatico:
«Morire o gioire!
Gioire o morire!» (Versi d’amore e di gloria II. Milano: Mondadori 1984, p. 28)
Nello stesso spirito di eroismo del Canto novo, queste poesie abbracciano il vasto universo dell’antica Grecia, arricchendosi con furore dionisiaco di cultura classica e mitologica:
O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste […] (Versi II, p. 170)
Il libro II, dedicato a Elettra, primeva genitrice degli eroi, inizia con la celebrazione degli eroi della patria, p.es. un’ode A Dante e una Canzone di Garibaldi che sostituisce al consueto endecasillabo il decasillabo, il verso della medievale canzone di gesta. Seguono i canti che celebrano gli eroi dell’arte e del pensiero, p.es. Per la morte di Giuseppe Verdi, avvenuta nel 1901. La terza parte di Elettra è costituita dai Canti delle ricordanze e dell’aspettazione che si aprono con l’enfatico vaticinio di un eroe che presiederà al destino di un’Italia imperiale. Dopo una serie di poesie consacrate a quelle che il poeta stesso chiama le “città del silenzio”, evocazioni di un paesaggio geografico pieno di erudizione storica ed artistica, questa parte si chiude con il Canto augurale per la Nazione eletta, pieno di un impeto immaginoso e di ardor patriottico.
Il Libro III, Alcyone, vale a dire la figlia del dio dei venti trasformata in un uccello marino, consta di 88 liriche molto varie nella forma che cantano con fervida immaginazione i fenomeni naturali dell’estate. A una serie di evocazioni di paesaggi rustici e marini seguono suggestive interpretazioni di leggende classiche oppure di sorprendenti metamorfosi. Una delle poesie più famose, La pioggia nel pineto, suscita nella mente del lettore l’immagine del poeta e della sua amata fermi in una pineta, d’estate, durante una pioggia temporalesca:
Taci. Su le soglie altro ancóra, stromenti Piove su le tue ciglia nere
del bosco non odo diversi sì che par tu pianga
parole che dici sotto innumerevoli dita. ma di piacere; non bianca
umane; ma odo E immersi ma quasi fatta virente,
parole più nuove noi siam nello spirto par da scorza tu esca.
che parlano gocciole e foglie silvestre, E tutta la vita è in noi fresca
lontane. d’arborea vita viventi; aulente,
Ascolta. Piove e il tuo vólto ebro il cuor nel petto è come pèsca
dalle nuvole sparse. è molle di pioggia intatta,
Piove su le tamerici come una foglia, tra le pàlpebre gli occhi
salmastre ed arse, e le tue chiome son come polle tra l’erbe,
piove su i pini auliscono come i denti negli alvèoli
scagliosi ed irti, le chiare ginestre, son come mandorle acerbe.
piove su i mirti o creatura terrestre E andiam di fratta in fratta,
divini, che hai nome or congiunti, or disciolti
su le ginestre fulgenti Ermione. (e il verde vigor rude
di fiori accolti, ci allaccia i mallèoli
su i ginepri folti Ascolta, ascolta. L’accordo c’intrica i ginocchi)
di coccole aulenti, delle aeree cicale chi sa dove, chi sa dove!
piove su i nostri vólti a poco a poco E piove su i nostri vólti
silvani, più sordo silvani,
piove su le nostre mani si fa sotto il pianto piove su le nostre mani
ignude, che cresce; ignude,
su i nostri vestimenti ma un canto vi si mesce su i nostri vestimenti
leggieri, più roco leggieri,
su i freschi pensieri che di laggiù sale, su i freschi pensieri
che l’anima schiude dall’umida ombra remota. che l’anima schiude
novella, Più sordo e più fioco novella,
su la favola bella s’allenta, si spegne. su la favola bella
che ieri Sola una nota che ieri
t’illuse, che oggi m’illude, ancor trema, si spegne, m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione. risorge, trema, si spegne. o Ermione.
Non s’ode voce del mare.
Odi? La pioggia cade Or s’ode su tutta la fronda
su la solitaria crosciare
verdura l’argentea pioggia
con un crepitìo che dura che monda,
e varia nell’aria il croscio che varia
secondo le fronde secondo la fronda
più rade, men rade. più folta, men folta.
Ascolta. Risponde Ascolta.
al pianto il canto La figlia dell’aria
delle cicale è muta; ma la figlia
che il pianto australe del limo lontana,
non impaura, la rana,
né il ciel cinerino. canta nell’ombra più fonda,
E il pino chi sa dove, chi sa dove!
ha un suono, e il mirto E piove su le tue ciglia,
altro suono, e il ginepro Ermione. (Versi II, p. 465-468)
Accanto alla consueta tecnica dell’eco che costituisce la struttura profonda dell’armonia della poesia è notevole la forma di quattro strofe di 32 versi ciascuna, una struttura senza centro che rispecchia perfettamente il fenomeno naturale della pioggia con il suo crescendo e diminuendo, e le sensazioni suscitate nello spirito degli esseri che ad esso sono esposti.
La tecnica del riecheggiamento ininterrotto, già applicata nel Canto novo, si intensifica qui vistosamente con riprese vocaliche e accordi svariatissimi per concedere il maggior spazio possibile al significato associativo della parola. L’arcaismo e il preziosismo, immessi in impasti ritmici e musicali, si dissolvono in una fonosimbolica che fa trionfare pienamente il suono sul senso. Sono tutti procedimenti che conducono ad una libertà e ad una ricchezza di espressione musicale, ritmica e lessicale mai raggiunte prima nella poesia italiana.
Il terzo libro si conclude con il Commiato nel quale il poeta prende congedo dai luoghi della Toscana, raffigurazione geografica dell’estate, che gli sono cari.
Il libro IV, Merope, la mitica sposa di Sisifo trasformata in stella, tratta del fato incerto del popolo in guerra, p.es. La canzone delle gesta d’oltremare. In queste poesie al ritmo della terzina abbondano di nuovo l’erudizione retorica e l’ardore oratorio per produrre l’effetto dannunziano potente agli accenti vibranti.
Le Laudi sono senza alcun dubbio uno dei massimi monumenti della poesia italiana a cui tutti i poeti e tutti i movimenti successivi, anche quelli dichiaratamente antidannunziani, hanno attinto fosse solo come al punto di riferimento per nuovi orientamenti estetici. Grande artefice della parola, Gabriele d’Annunzio s’avvale dell’antica letteratura greca e latina e delle produzioni degli scrittori stranieri per rimodellare completamente il linguaggio poetico italiano. È ovvio che intenda l’opera d’arte verbale come frutto di abilità e di calcolo: consapevolezza e mestiere, artificio e finzione sono le formule segrete tratte dal suo laboratorio poetico d’eccezione. Valorizzando al massimo grado il patrimonio della tradizione, d’Annunzio diventa un collezionista di rarità verbali che fonde gli elementi più eterogenei nei suoi componimenti per far nascere una sorta di enciclopedia di curiosità poetiche, fra le quali ricordiamo solo la spettacolare visione della “Medusa anguicrinita” (Versi II, p. 207), vale a dire la mostruosa figura mitologica coronata dalla sua capigliatura di serpenti.
Nel suo linguaggio inimitabile, l’autore stesso spiega con precisione il suo programma poetico nel componimento Le stirpi canore:
I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell’onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come le radici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fiumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo [...] (Versi II, p. 469)
In Gabriele d’Annunzio si realizza senza dubbio il sogno metaforico delle ali della poesia che portano il genio nelle sfere celesti della fantasia illimitata:
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.
E la mia vita è divina. (Versi II, p. 487)
DECADENTISMO
a. Definizione
Il Decadentismo può essere definito come un movimento culturale piuttosto vario che trova nella critica al Positivismo e alla morale borghese un punto di coesione, esso caratterizzerà il gusto estetico, la produzione artistica, in parte anche il costume, di alcuni paesi europei tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
b. Origine del nome
Il termine “decadente”, coniato a Parigi verso il 1880, ha, originariamente, una valenza negativa. La critica letteraria di fine Ottocento, ispirandosi alla morale borghese allora dominante, definì “decadenti” quei poeti che esprimevano lo smarrimento della coscienza di fronte ad una civiltà considerata in declino, una civiltà che dimostrava, nonostante l’ottimismo ipocrita, l’illusorietà dell’idea positivista di progresso continuo. Scrittori e pittori che si riconoscevano nelle nuove idee si riunirono attorno ad una rivista letteraria “Le Décadent” fondata nel 1886.
c. Movimenti letterari e autori legati al Decadentismo
Il Decadentismo è un fenomeno complesso, non esiste, come per il Naturalismo o per il Romanticismo, una poetica a cui far riferimento. Abbiamo piuttosto una proliferazione di poetiche che possiamo raccogliere in due distinti movimenti: il Simbolismo e l’Estetismo.
Il Simbolismo fu una vera e propria corrente letteraria che ebbe la sua massima espressione in Francia negli ultimi anni dell’Ottocento. Include poeti quali Baudelaire (considerato il precursore del movimento i suoi Fiori del male sono del 1857), Rimbaud, Verlaine, Mallarmé.
L’Estetismo ha trai suoi maggiori rappresentanti Huysmans in Francia, Oscar Wilde in Inghilterra e Gabriele D’Annunzio in Italia.
Esistono due romanzi che vengono considerati il manifesto del decadentismo: A Rebours (Controcorrente, 1884) di Joris-Karl Huysmans e The Picture of Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray, 1891) di Oscar Wilde. Nel primo romanzo il giovane protagonista, Jean Des Esseintes, nobile francese disgustato e quasi estenuato dalla mediocre vita borghese, decide di chiudersi in una splendida solitudine, circondandosi di cose raffinate e uniche. Nella sua sontuosa ed eccentrica dimora, egli comincia ad accumulare freneticamente libri e oggetti rari, mobili dalle più preziose forme delle varie epoche e incroci di fiori e piante sempre più stravaganti, talvolta mostruosi, sintomi di una sensibilità distorta e depravata, che ha bisogno di procedere “controcorrente” e non può trovare né appagamento né freno. Infatti, il tentativo di Des Esseintes di provare nuove attrattive nella vita fallisce: colpito da turbamenti mentali sempre più gravi, egli potrebbe trovare la salvezza solo ritornando tra quelle persone, la gente comune, che aveva abbandonato con disprezzo. Nel romanzo di Oscar Wilde il protagonista è un giovane di eccezionale bellezza, che un amico pittore ritrae in un quadro. Pur ossessionato dall’idea di perdere la sua avvenenza, Dorian, avido di piaceri e del tutto privo di inibizioni morali, non rinuncia a nessuna nefandezza. Per una sorta di magia, il passare del tempo e le abiette esperienze della vita non degradano la sua perfetta bellezza, bensì il ritratto, che si deturpa sempre più. Quando Dorian, colto da rimorsi e incapace di sopportare oltre l’immagine di depravazione che il quadro gli riflette, colpisce il ritratto con una pugnalata, cade morto come se avesse colpito se stesso; così, egli assume l’orrida fisionomia che il tempo e la sua vita sciagurata gli hanno procurato, mentre il quadro torna allo splendore originario.
Sono riconducibili al Decadentismo anche il nascere di quelle che verranno definite “avanguardie”, ossia di quei movimenti artistici che, pur nella profonda diversità di poetiche, mirarono alla sperimentazione di nuove tecniche espressive, caratterizzate dalla rottura radicale con il passato. Sono le cosiddette “avanguardie storiche” che si svilupperanno, nelle diverse forme d’arte fino agli anni ’30: il Futurismo, l’Espressionismo, il Dadaismo, il Surrealismo.
d. Gli elementi principali che caratterizzano il pensiero decadente
Il nucleo principale del pensiero decadente può sinteticamente essere individuato nei seguenti elementi:
- sfiducia nell’agire degli uomini
- rifiuto e disgusto per i valori borghesi
- consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società
- nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la poesia può aiutarci a cogliere il senso del reale
- negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo
- interesse per lo studio dell’animo umano
1. Sfiducia nell’agire degli uomini
In contrapposizione all’ideale positivista, la vita non è più sentita come una creazione progressiva di civiltà, ma come una successione di attimi e di rivelazioni improvvise in cui il poeta sa realizzare la fusione con l’ignoto, il resto è grigiore senza senso.
2. Rifiuto e disgusto per i valori borghesi
Il rifiuto dei valori borghesi deriva dalla constatazione che questi, sotto la spinta legata alla necessità dello sviluppo industriale, avevano portato i maggiori stati europei a condurre una politica imperialista di prepotenza e sopraffazione, alimentando pericolose tendenze nazionalistiche (in questo il pensiero decadente aveva ragione, si pensi alla prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, e ai successivi regimi dittatoriali).
3. Consapevolezza dell’isolamento dell’artista rispetto alla società
Mentre l’individualismo romantico si giustificava nella realizzazione di valori personali e sociali, l’io decadente no ha nobili mete da raggiungere e da far raggiungere; l’individualismo diventa solitudine, smarrimento, il poeta si rifugia in un colloquio esclusivo con se stesso.
4. Nessuna fiducia nelle possibilità conoscitive della ragione e della scienza, solo la poesia può
aiutarci a cogliere il senso del reale
Negata alle scienze e alla ragione la possibilità di farci conoscere la realtà, il decadente ritiene che solo la poesia, per il suo procedere grazie all’intuizione, possa avvicinarsi all’essenza della realtà, essa diventa la forma più alta di conoscenza. Il poeta, grazie alla sua sensibilità, è in grado di arrivare in quelle zone, al di là della realtà apparente, dove non possono giungere le categorie razionali. Egli, tuttavia, non rappresenta più immagini concrete, non descrive, non racconta, non propone ideali, la sua parola sarà solo illuminazione momentanea del mistero, rivelazione attraverso la sua capacità evocativa e suggestiva. La parola è come una musica che suggerisce, evoca, senza far ragionare, suscitando indefinite vibrazioni nell’animo. Si rompe in tal modo ogni struttura sintattica, la poesia diventa frammento carico di significati simbolici, il poeta non è più il vate romantico, coscienza e guida dei popoli, ma il veggente.
5. Negazione degli ideali egualitari e democratici, considerati come espressione di un mondo
che livella e annulla la personalità, sostituiti da un prepotente individualismo
In netto contrasto con i processi di democratizzazione che andavano allora diffondendosi (si pensi al socialismo), l’artista decadente ha aspirazioni aristocratiche che si esprimono nel gusto per il bello (estetismo). Sul piano artistico ciò si traduce nella ricerca esasperata ed estenuante della raffinatezza, su un piano biografico, invece, l’artista tenta di trasformare la propria vita in un opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese.
L’individualismo diventa in alcuni casi, anche grazie ad alcune teorie fraintese e distorte del filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche , superomismo ossia convinzione della necessità di tralasciare i princìpi morali, e di basare la propria “azione virile” sulla violenza e su uno sfrenato edonismo (si pensi alla morale di D’Annunzio).
6. Interesse per lo studio dell’animo umano
Agli inizi del ventesimo secolo l’ideale conoscitivo proposto dalla filosofia positivista viene messo in discussione, Henry Bergson, con il riconoscimento del primato conoscitivo dell’intuizione e Sigmund Freud, con le sue analisi della psiche umana e la scoperta dell’inconscio, mettono in crisi un sistema conoscitivo centrato sul mondo da studiare più che sul soggetto conoscente. L’attenzione si sposta ora sul soggetto che conosce, tale nuova prospettiva influenzerà notevolmente il pensiero decadente. L’artista decadente esalta l’io e l’abbandono alla suggestione dei sensi che ci pongono in comunione diretta con l’essenza del reale, egli è affascinato dalla nuova dimensione dello spirito nella quale troviamo l’inconscio e l’istinto.
e. Il Decadentismo in Italia
Il Decadentismo si diffuse in Italia con un certo ritardo rispetto al resto d’Europa. Esso si espresse in particolare nell’opera di Giovanni Pascoli (la poetica del “fanciullino”) e in quella di Gabriele D’Annunzio (che probabilmente rappresenta il maggior esponente della cultura decadente italiana, se non altro per il suo voler far coincidere arte e vita e per la sua completa adesione ai motivi dell’estetismo e de superomismo).
Il Decadentismo italiano presenterà spesso fenomeni di decisa reazione e di rifiuto dei modelli europei. Tuttavia gli ambienti in cui tale rifiuto nasce hanno in comune con il Decadentismo la cornice generale, vale a dire la sfiducia in qualunque certezza, l’individualismo, l’isolamento dell’artista rispetto alla società. Per questo motivo, le correnti e gli scrittori che si pongono in antitesi alla cultura decadente finiscono, paradossalmente, per assorbire da essa alcune ipotesi culturali e numerose soluzioni espressive. Significativi esempi di ciò sono il Crepuscolarismo, il Futurismo, l’Ermetismo.
Non vanno quindi dimenticate neppure le opere di autori, che non riusciamo a classificare in particolari movimenti artistici, queste, sebbene organizzate secondo principi e meccanismi eterogenei, hanno in comune la stessa dimensione di incertezza e difficoltà nel vivere. Nelle opere di questi scrittori appaiono alcuni elementi che sono caratteristici del pensiero decadente:
- consapevolezza di quanto sia fragile la condizione umana
- il senso di solitudine e di alienazione che opprimono l’uomo moderno
- l’impossibilità di entrare in reale contatto con gli altri
- denuncia della disperazione, dell’inettitudine e dell’impotenza dell’individuo di fronte alle scelte imposte dalla realtà
L’incertezza e la precarietà vengono allora riconosciute come base della vita, e la “malattia” è accettata come condizione normale, alla quale è possibile contrapporre solo una lucida, virile rassegnazione ad un destino di sconfitta.
Questa “coscienza della crisi”, che rifiuta ogni facile rifugio nei miti velleitari e consolatori del superomismo, ha in Italia i suoi massimi esponenti in Italo Svevo e in Luigi Pirandello, due scrittori la cui penetrante sensibilità umana e culturale precorreva i tempi, e la cui grandezza, non a caso, ebbe proprio per questo un tardivo riconoscimento.
f. Uno stile poetico e narrativo del tutto nuovo
I contenuti della nuova proposta poetica e narrativa si esprimono secondo regole e secondo uno stile completamente nuovo, i diverse elementi del testo assumono funzioni prima sconosciute, nel testo poetico si ricorre all’uso di particolari figure, nel testo narrativo la sintassi della frase e del periodo si adeguano alle esigenze espressive (si pensi all’opera La coscienza di Zeno di Italo Svevo), e in alcuni casi diventano quasi incomprensibili (l’Ulisse di James Joyce).
La parola perde la sua funzione logica, strettamente denotativa, viene invece impiegata più per le sue valenze connotative. Essa è usata per la sua capacità di penetrare nelle zone misteriose dell’inconscio, fino a cogliere le sfumature della realtà e delle emozioni (per Giovanni Pascoli la parola deve essere usata per consentire l’espressione di tutti i tumulti dell’anima).
La sintassi della frase e del periodo deve essere liberata da quelle rigide intelaiature che la condizionano, solo allora potrà liberare tutte le proprie potenzialità.
Spesso si usa la sinestesia (associazione di due parole appartenenti a campi sensoriali diversi) accostando sensazioni completamente diverse (Baudelaire: profumi verdi come praterie; Pascoli: un pigolio di stelle); si ricorre anche all’analogia accostando immagini non tanto per la loro somiglianza manifesta, quanto per la loro comune appartenenza a nascoste significanze simboliche (nella poesia l’Albatro, di Baudelaire, il poeta viene accostato, per analogia simbolica, al grande uccello marino). Per cogliere il senso profondo è necessario ricorrere al simbolo, gli oggetti, le parole, le immagini diventano simboli che richiamano sentimenti, stati d’animo, idee, attraverso un misterioso legame di analogia.
La poesia diventa illuminazione, formata da immagini intense e brevi senza il supporto di una adeguata trama narrativa (per questo aspetto l’Ermetismo deve molto alla poesia decadente).
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