Gabriel García Márquez
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Gabriel García Márquez
«La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla»
(Gabriel García Márquez)
Gabriel García Márquez (Aracataca, Colombia, 6 marzo 1928) è uno scrittore e giornalista colombiano, Premio Nobel per la letteratura.
Biografia
Primogenito del telegrafista Gabriel Eligio García e di Luisa Santiaga Márquez Iguarán, Gabriel García Márquez nacque ad Aracataca, un paesino costiero della Colombia, il 6 marzo di un anno che molte fonti indicano nel 1928. Altre invece (fra cui gli Oscar Mondadori) smentiscono questa come una credenza, e assumono che lo scrittore sia venuto alla luce in realtà un anno prima, nel 1927. Dopo il trasferimento a Riohacha, crebbe con i nonni materni: il colonnello Nicolás Márquez e sua moglie Tranquilina Iguarán.
Nel 1936, a seguito della morte del nonno, Gabriel García Márquez si trasferì a Barranquilla per studiare. Dal 1940 frequentò il Colegio San José e si diplomò al Colegio Liceo de Zipaquirá nel 1946.
L'anno dopo, García Márquez si trasferì a Bogotá per studiare giurisprudenza e scienze politiche presso l' Universidad Nacional de Colombia, ma presto abbandonò lo studio di quelle materie che non lo affascinavano.
Dopo i disordini del 1948, in cui nel rogo della pensione in cui abitava bruciarono alcuni suoi scritti, si trasferì a Cartagena dove cominciò a lavorare dapprima come redattore e poi come reporter de "El Universal". Alla fine del 1949 si trasferì a Barranquilla per lavorare come opinionista e reporter a "El Heraldo". Su invito di Álvaro Mutis, nel 1954 García Márquez tornò a Bogotá, a lavorare a El Espectador come reporter e critico cinematografico. fu inviato come corrispondente in Europa, e a Roma si iscrisse al corso sperimentale di regia e cinematografia. Nel 1955, il dittatore colombiano Pinilla chiuse i battenti del giornale presso il quale Márquez lavorava. Lo scrittore si trasferì allora a Parigi vivendo modestamente in un alberghetto della Rue Cujas.
Nel 1958, dopo un soggiorno a Londra, García Márquez tornò in America, stabilendosi in Venezuela.
A Barranquilla, sposò Mercedes Barcha, da cui ebbe presto due figli, Rodrigo (nato a Bogotá nel 1959) e Gonzalo (che nacque in Messico tre anni più tardi).
Castro assunse il potere nel 1959 Márquez entrò a far parte della redazione dell'agenzia di informazioni cubana "Prensa latina". Fu inviato così nel 1960 alle Nazioni Unite e visse l'eccezionale esperienza tra Kruscev e Castro da una parte e il mondo capitalista dall'altra.
Le continue minacce della CIA e degli esuli cubani lo inducono a trasferirsi in Messico.
Nel 1967 pubblicò la sua opera più nota: Cent'anni di solitudine, un romanzo che narra le vicende della famiglia Buendía a Macondo. Un'opera che è considerata la massima espressione del cosiddetto realismo magico.
Dal 1975, Márquez vive tra il Messico, Cartagena de Indias, L'Avana e Parigi. Nel 1982, venne insignito del Premio Nobel per la letteratura. Nel 2002 ha pubblicato la prima parte della sua autobiografia intitolata Vivere per raccontarla.
Opere
- Foglie morte (La hojarasca, 1955)
- Racconto di un naufrago (Relato de un náufrago, 1955)
- Nessuno scrive al colonnello (El coronel no tiene quien le escriba, 1961)
- I funerali della Mamá Grande, (Los funerales de la Mamá Grande, 1962)
- La mala ora (La mala hora, 1962)
- Cent'anni di solitudine, (Cien años de soledad, 1967)
- Monólogo de Isabel viendo llover en Macondo, (1968)
- Racconto di un naufrago (Relato de un naúfrago, 1970)
- L'incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata (La increíble y triste historia de la cándida Eréndira y de su abuela desalmada, 1972)
- Cuando era feliz e indocumentado, (1973)
- Occhi di cane azzurro (Ojos de perro azul, 1974)
- L'autunno del patriarca, (El otoño del patriarca, 1975)
- Todos los cuentos (1947-1972), (1976)
- Cronaca di una morte annunciata, (Crónica de una muerte anunciada, 1981)
- Textos costeños, (1981)
- Viva Sandino, (1982)
- El olor de la guayaba, (1982)
- El secuestro, (1982)
- L'amore ai tempi del colera, (1985)
- Il generale nel suo labirinto (El general en su laberinto, 1989)
- Dodici racconti raminghi (Doce cuentos peregrinos, 1992)
- Dell'amore e altri demoni (Del amor y otros demonios, 1994)
- Notizia di un sequestro (Noticia de un secuestro, 1996)
- Scritti costieri. 1948-1952 (Obra periodística 1: Textos costeños (1948-1952))
- Gente di Bogotá (1954-55) (Obra periodística 2: Entre cachacos (1954-1955))
- Dall'Europa e dall'America. 1955-1960 (Obra periodística 3: De Europa y América (1955-1960))
- A ruota libera. 1974-1995, (Obra periodística 4: Por la libre (1974-1995))
- Taccuino di cinque anni. 1980-1984 (Obra periodística 5: Notas de prensa (1980-1984))
- Erendira
- Chile, el golpe y los gringos
- Le avventure di Miguel Littín, clandestino in Cile
- Vivere per raccontarla, (Vivir para contarla, 2002)
- Memoria delle mie puttane tristi, (Memorias de mis putas tristes, 2004
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Nessuno scrive al colonnello
(El coronel no tiene quién le escriba)
Traduzione di Enrico Cicogna - Oscar Mondadori
Incipit
Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta.
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Cent'anni di solitudine
(Cien años de soledad)
Romanzo
Traduzione di Enrico Cicogna - Arnoldo Mondadori Editore
Incipit
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
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L'autunno del patriarca
(El otoño del patriarca)
Traduzione di Enrico Cicogna - Oscar Mondadori
Incipit
Durante il fine settimana gli avvoltoi s'introdussero attraverso i balconi della casa previdenziale, fiaccarono a beccate le maglie di filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell'interno, e all'alba del lunedì la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza.
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Cronaca di una morte annunciata
(Crónica de una muerte anunciada)
Traduzione di Dario Puccini - Oscar Mondadori
Incipit
Il giorno che l'avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones ...
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Poster del film "Cronaca di una morte annunciata" con Alain Delon, Ornella Muti, Rupert Everett. Regia di Francesco Rosi
L'amore ai tempi del colera
(El amor en los tiempos del colera)
Traduzione di Claudio M. Valentinetti - I Miti Mondadori
Incipit e finale
Era inevitabile: l'odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.
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Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatre anni sette mesi e undici giorni, notti comprese. "Per tutta la vita" disse.
Il generale nel suo labirinto
(El general en su laberinto)
Traduzione di Angelo Morino - Oscar Mondadori
Incipit
José Palacios, il domestico più antico, lo trovò che galleggiava sulle acque depurative della vasca da bagno, nudo e con gli occhi aperti, e credette che fosse annegato.
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Dell'amore e di altri demoni
(Del amor y otros demonios)
Traduzione di Angelo Morino - I Miti Mondadori
Incipit e finale
Un cane cenerognolo con una stella sulla fronte irruppe nei budelli del mercato la prima domenica di dicembre, ...
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Le radici dei capelli le spuntavano come bolle sul cranio rapato, e le si vedeva crescere.
Notizia di un sequestro
(Notìcia de un secuestro)
Traduzione di Angelo Morino
Incipit
Prima di salire sull'automobile si guardò alle spalle per essere sicura che nessuno la controllava. Erano le sei e trentacinque.
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L'incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata
(La increíble y triste historia de la candida Eréndira y de su abuela desalmada)
Racconto
Traduzione di Enrico Cicogna - Oscar Mondadori
Incipit e finale
Eréndira stava aiutando la nonna a fare il bagno quando cominciò il vento della sua disgrazia. L'enorme magione di malta lunare, smarrita nella solitudine del deserto, rabbrividì fin nei contrafforti sotto il primo assalto.
...
... ma cominciò ancora a correre col panciotto d'oro al di là dei venti aridi e dei crepuscoli del mai finire, e mai si tornò ad aver la minor notizia di lei né si trovò il vestigio più infimo della sua disgrazia.
Memoria delle mie puttane tristi
(Memoria de mis putas tristes)
Romanzo
Traduzione di Angelo Morino - Arnoldo Mondadori Editore
Incipit
L'anno dei miei novant'anni decisi di regalarmi una notte di amore folle con un'adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile.
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Racconto di un naufrago
che andò per dieci giorni alla deriva in una zattera senza mangiare né bere, che fu proclamato eroe della patria, baciato dalle reginette di bellezza e reso ricco dalla pubblicità, e poi aborrito dal governo e dimentico per sempre
(Relato de un náufrago)
Traduzione di Cesare Acutis - Arnoldo Mondadori Editore
Incipit
I - Come erano i miei compagni morti in mare
Il 22 febbraio ci fu comunicato che saremmo ritornati in Colombia. Avevamo trascorso otto mesi a Mobile, Alabama, Stati Uniti, dove l'A.R.C. "Caldas" era stato sottoposto a riparazioni elettroniche e alle attrezzature.
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Le avventure di Miguel Littìn, clandestino in Cile
(La aventura de Miguel Littìn, clandestino en Chile)
A cura di Claudio M. Valentinetti - Arnoldo Mondadori Editore
Incipit
Il volo Ladeco 115, proveniente da Asunción (Paraguay), stava per atterrare, con più di un'ora di ritardo, all'aeroporto di Santiago del Cile. Sulla sinistra, a quasi 7.000 metri d'altezza, l'Aconcanagua sembrava un promontorio di acciaio sotto lo splendore della luna.
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La mala ora
(La mala hora)
Traduzione di Enrico Cicogna - Arnoldo Mondadori Editore
Incipit
Padre Angel si sollevò con uno sforzo solenne. Si stropicciò le palpebre con le ossa delle mani, scostò la zanzariera di tulle e restò seduto sulla stuoia spelacchiata, assorto per un attimo, il tempo indispensabile per rendersi conto di essere vivo e per ricordare la data e il suo riscontro nel martirologio. "Martedì quattro ottobre" pensò; e disse a voce bassa: "San Francesco d'Assisi".
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Babilano il buono venditore di miracoli
Racconto
Traduzione di Enrico Cicogna - Oscar Mondadori
Incipit
Fin dalla prima domenica che lo vidi mi sembrò una mula siciliana, coi suoi straccali di velluto imbastiti di filamenti d'oro, gli anelli di pietre colorate in tutte le dita e la treccia di campanelle, arrampicato su una tavola nel porto di Santa Maria del Darièn, ...
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Gabriel Garcìa Màrquez – Cent’anni di solitudine
In questo libro Gabriel Garcìa Marquez ricrea e ci racconta un periodo fondamentale della sua vita, gli anni dell'infanzia e della giovinezza, quelli in cui si forma l'immaginario che, nel tempo, darà vita a un capolavoro come Cent'anni di solitudine.
BIOGRAFIA E OPERE
Gabriel Garcia Marquez nasce ad Aracataca il 6 marzo del 1928, un piccolo villaggio della Colombia ,a circa 80 Km dalla città caraibica di Santa Marta, dove viene allevato dai nonni.
Nel 1947 inizia i suoi studi all'Università di Bogotà, alla facoltà di giurisprudenza, e nello stesso anno pubblica il suo primo racconto "La tercera resignacion" sul giornale El Espectator.
Nel 1948 si trasferisce a Cartagena in seguito alla chiusura dell'Università Nazionale, e comincia il suo lavoro come giornalista al El Universal.
Intanto collabora con diversi altri giornali e riviste americane ma anche europee.
Intanto si lega ad un gruppo di giovani scrittori, e insieme leggono avidamente i romanzi di Kafka, Faulkner, Virginia Woolf. Nel 1954 torna nuovamente a Bogotà come giornalista de "El Espectador" e, nello stesso anno, pubblica il racconto "Foglie morte". L'anno successivo trascorre alcuni mesi a Roma, dove segue dei corsi di regia, in seguito si trasferisce a Parigi. Nel 1958 sposa Mercedes Barcha e, dopo la vittoria di Fidel Castro, visita Cuba e lavora (prima a Bogotà, poi a New York) per l'agenzia "Prensa latina", fondata dallo stesso Castro.
A Città del Messico, nel 1962, scrive il suo primo libro "I funerali della Mama Grande" che contiene anche "Nessuno scrive al colonnello" , lavori con i quali si comincia a delineare il fantastico mondo di Macondo.
Nel 1967, pubblica "Cent'anni di solitudine", che ebbe subito un grande supporto da parte della critica e che consacrò Marquez come uno dei più grandi scrittori del nostro secolo.
Marquez scrisse così anche "L'autunno del patriarca", "Cronaca di una morte annunciata", "L'amore ai tempi del colera" , fino al Premio Nobel nel 1982. Risiede attualmente a città del Messico dal 1976.
Una delle sue ultime opere è: DELL'AMORE E DEGLI ALTRI DEMONI (1994).
Cent'anni di solitudine è il libro più famoso della letteratura sudamericana con cui G. G. Márquez vinse, nel 1982, il premio Nobel.
Nei modi delle narrazioni e delle mitologie familiari, mescolando realtà e leggenda, verità e fiaba il libro svolge la saga fantastica e paradossale dei Buendía, nell'arco di sei generazioni, sullo sfondo dell'immaginario ma emblematico paese di Macondo.
La famiglia è oppressa dalla superstiziosa paura di generare un figlio con la coda di maiale, poiché il capostipite e fondatore della città, José Arcadio, contravvenendo alle leggi di natura, ha sposato la cugina Ursula.
Un destino di decadenza minaccia d'altra parte tutto il paese da quando, uscendo dal suo isolamento per entrare in contatto con la Storia, Macondo comincia a conoscere la violenza e lo sfruttamento, le guerre ed il colonialismo, la miseria ed il sottosviluppo.
A tal proposito "tante incertezze tante lusinghe e sventure, e tanti cambiamenti, calamità e nostalgie" porteranno alla tranquilla cittadina i tentativi di apertura al mondo esterno fatti da José Arcadio Secondo e da Aureliano Triste: "La zattera di tronchi", che trasporta "un gruppo di splendide matrone francesi, le cui arti magnifiche cambiarono i metodi tradizionali dell'amore" rappresenta infatti il "primo e ultimo battello che mai attraccò nel villaggio". Medesima funzione ha "l'innocente treno giallo", veicolo di mutamenti e sventure nella regione.
Inoltre, pur con una veste fiabesca, il romanzo rimanda alla realtà storica dei Paesi latino-americani, sconvolti, assoggettati e annientati dall'imperialismo dei Paesi moderni e tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti, dilaniati dalle guerre civili, oppressi dalle dittature, condannati al sottosviluppo economico o addirittura cancellati nelle loro antiche culture e tradizioni indigene.
García Marquez non solo incarna il ricordo del suo paese natale Aracataca - oggi desolato ed un tempo luogo dello splendido benessere portato dalle piantagioni di banane - e quello della grande casa avita affollata di esseri reali e fantasmi, ma mette in rilievo anche le caratteristiche della persistenza del mai scomparso e aggrovigliato e quindi ossessivo colonialismo.
E in Macondo vede in sintesi - microcosmo che rispecchia un macrocosmo - le vicende di memoria e di oblio, di speranza e di disperazione nelle quali si dibatte un universo che soffre di cento anni e piú di solitudine e di arretratezza".
I temi della narrativa del nostro scrittore sono tutti desunti dal mondo latino-americano: il suo impatto con la civiltà moderna, la resistenza alle forze esterne che lo sovvertono e lo sfruttano, la sete di giustizia, l'attaccamento disperato alla propria identità.
Di questo mondo egli spesso coglie gli aspetti piú originari, che magari ai nostri occhi possono risultare primitivi ed incredibilmente insoliti, sostituendo una realtà oggettiva ad uno spazio fantastico e rappresentando un impasto narrativo sempre ai limiti dell'onirico.
Bisogna poi affermare che il ritmo ciclico e iterativo della narrazione è una caratteristica fondamentale che crea un tempo ed uno spazio immaginari.
Si può parlare pertanto di "realismo magico" o di "reale meraviglioso" per sottolineare l'esuberanza di fantasia, il simbolismo, il complesso gioco di piani cronologici, l'accostamento di spunti che sanno di mitologico a particolari di crudo verismo. Ne risulta uno stile personalissimo, che ci riporta alla cultura sudamericana, connotato sempre di aspetti altamente suggestivi ed incantati.
Fiabesco è, per esempio, il tempo che non procede, ma si ripete in sequenze sempre uguali protraendo le vite degli uomini fuori dai loro limiti naturali. Notano infatti Ursula e Pilar Ternera, le due matriarche, legittima e illegittima, della stirpe: "È come se il tempo continuasse a girarci in giro e fossimo tornati al principio". D'altra parta la "storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili".
Fiabeschi sono i personaggi che non hanno nulla di naturalistico, ma rappresentano, esasperandoli e ingigantendoli, alcuni caratteri umani: Ursula raffigura, per esempio, la laboriosità della matriarca; il colonnello Aureliano la violenza; Remedios la purezza. Favoloso è pure lo spazio che nasce dalla trasfigurazione dei ricordi e che sconvolge le fila del tempo. Da un lato troviamo infatti "l'irrompere della fantasia nel passato di ognuno, via via che questo si cancella", dall'altro le ricorrenti proiezioni: Cosí nel romanzo, presente, passato e futuro si mescolano liberamente in un gioco di anticipazioni e dilazioni che stravolgono l'ordine cronologico, e forse anche logico, con cui i fatti accadono. Vi sono "due tipi di tempo: un tempo mentale, che scavalcando gli anni congiunge momenti di piú intensa coscienza, ed un tempo - calendario, soggetto a regolari misure".
Per questo, trascende i limiti geografici e si concentra in una visione della vita valida per tutti il suo chiaro e forte messaggio, che è nel contempo un'amara e cruda constatazione: la civiltà e il progresso sottraggono all'uomo la sua intima armonia e semplicità.
"Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa
si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio:"
Gabriel Garcìa Màrquez nel corso di quasi quarant'anni è andato componendo un unico grande libro: il libro della solitudine.
Tutta la sua opera si presenta come una partita a scacchi con il tempo, felicemente infranto nel suo inarrestabile fluire, e con la morte, sempre presente e palpitante nelle pagine.
Ma è la solitudine, denunciata come ingrediente indispensabile sia pur doloroso della vita umana, il sentimento fondamentale che permea i suoi personaggi e li accompagna nelle loro avventure.
La solitudine come corrispettivo dell'incapacità di amare e della solidarietà.
Cent'anni di solitudine è il libro più famoso della letteratura sudamericana con cui G. G. Márquez vinse, nel 1982, il premio Nobel.
Nei modi delle narrazioni e delle mitologie familiari, mescolando realtà e leggenda, verità e fiaba il libro svolge la saga fantastica e paradossale dei Buendía, nell'arco di sei generazioni, sullo sfondo dell'immaginario ma emblematico paese di Macondo.
La famiglia è oppressa dalla superstiziosa paura di generare un figlio con la coda di maiale, poiché il capostipite e fondatore della città, José Arcadio, contravvenendo alle leggi di natura, ha sposato la cugina Ursula.
Un destino di decadenza minaccia d'altra parte tutto il paese da quando, uscendo dal suo isolamento per entrare in contatto con la Storia, Macondo comincia a conoscere la violenza e lo sfruttamento, le guerre ed il colonialismo, la miseria ed il sottosviluppo.
A tal proposito "tante incertezze tante lusinghe e sventure, e tanti cambiamenti, calamità e nostalgie" porteranno alla tranquilla cittadina i tentativi di apertura al mondo esterno fatti da José Arcadio Secondo e da Aureliano Triste: "La zattera di tronchi", che trasporta "un gruppo di splendide matrone francesi, le cui arti magnifiche cambiarono i metodi tradizionali dell'amore" rappresenta infatti il "primo e ultimo battello che mai attraccò nel villaggio". Medesima funzione ha "l'innocente treno giallo", veicolo di mutamenti e sventure nella regione.
Inoltre, pur con una veste fiabesca, il romanzo rimanda alla realtà storica dei Paesi latino-americani, sconvolti, assoggettati e annientati dall'imperialismo dei Paesi moderni e tecnologicamente avanzati come gli Stati Uniti, dilaniati dalle guerre civili, oppressi dalle dittature, condannati al sottosviluppo economico o addirittura cancellati nelle loro antiche culture e tradizioni indigene.
García Marquez non solo incarna il ricordo del suo paese natale Aracataca - oggi desolato ed un tempo luogo dello splendido benessere portato dalle piantagioni di banane - e quello della grande casa avita affollata di esseri reali e fantasmi, ma mette in rilievo anche le caratteristiche della persistenza del mai scomparso e aggrovigliato e quindi ossessivo colonialismo.
E in Macondo vede in sintesi - microcosmo che rispecchia un macrocosmo - le vicende di memoria e di oblio, di speranza e di disperazione nelle quali si dibatte un universo che soffre di cento anni e piú di solitudine e di arretratezza".
I temi della narrativa del nostro scrittore sono tutti desunti dal mondo latino-americano: il suo impatto con la civiltà moderna, la resistenza alle forze esterne che lo sovvertono e lo sfruttano, la sete di giustizia, l'attaccamento disperato alla propria identità.
Fiabeschi sono i personaggi che non hanno nulla di naturalistico, ma rappresentano, esasperandoli e ingigantendoli, alcuni caratteri umani: Ursula raffigura, per esempio, la laboriosità della matriarca; il colonnello Aureliano la violenza; Remedios la purezza.
Favoloso è pure lo spazio che nasce dalla trasfigurazione dei ricordi e che sconvolge le fila del tempo. Da un lato troviamo infatti "l'irrompere della fantasia nel passato di ognuno, via via che questo si cancella", dall'altro le ricorrenti proiezioni: cosí nel romanzo, presente, passato e futuro si mescolano liberamente in un gioco di anticipazioni e dilazioni che stravolgono l'ordine cronologico, e forse anche logico, con cui i fatti accadono.
Vincitore nel 1982 di un premio Nobel, Cent'Anni di Solitudine è un'opera imponente, da leggere in doppia chiave. Da una parte rispecchia lo spaccato di vita sociale dei paesi sudamericani soffocati ed arretrati a causa del loro lungo isolamento dal resto del mondo, da qui anche i Cento Anni di Solitudine, dall'altro il realismo magico della più grande saga familiare di tutti i tempi, che attraversa l'arco di ben sei generazioni.
Così abbiamo un affresco storico del mondo latino-americano, devastato, piegato e assoggettato alla lunga dominazione imperialistica dei paesi tecnologicamente avanzati e il mondo fiabesco, quasi incantato, di Macondo, paese irreale e immaginario. Mentre non ci è difficile comprendere la realtà storica di paesi che, come l'Italia, hanno in un passato più o meno recente subito per secoli invasioni, dominazioni, sanguinose guerre civili, devastanti oppressioni e dittature, sprofondando nell'arretratezza e nel sottosviluppo economico, rimaniamo invece perplessi e meravigliati dall'altro mondo irrealmente magico che ci viene presentato. Attraverso la narrazione delle mitologie familiari, mescolando realtà e leggenda, verità e fiaba, il libro svolge la storia familiare della stirpe dei Buendia nell'arco di sei generazioni, sullo sfondo dell'immaginario ma emblematico paese di Macondo, a mezza strada tra mito e leggenda, dando vita a una saga fantastica e paradossale che tiene avvinto anche il lettore più distratto.
Le superstizioni e le paure di questa gente ci sono particolarmente familiari: chi di noi non ha mai ascoltato nella sua infanzia la storia di una qualche maledizione che ha colpito una determinata famiglia in un piccolo paesino, magari a causa di un comportamento di un certo antenato che sconfinava dalle regole normalmente imposte dalle convenzioni sociali? E dunque non possiamo non sorridere al pensiero che tutta la stirpe dei Buendia è terribilmente preoccupata che qualcuno di loro possa generare un figlio con la coda di maiale, come minaccia la maledizione, proprio a causa di un matrimonio tra consanguinei contratto a suo tempo dal glorioso capostipite della famiglia.
In questa intricata narrazione sempre a mezza strada tra l'onirico e il concreto, non sappiamo mai bene se i luoghi che ci vengono descritti siano davvero reali, o non siano piuttosto sospesi in una dimensione fantastica,di modo che il personalissimo stile coniato da questo incredibile scrittore, che con particolare esuberanza e creatività sa fondere simbolismo, mitologia e realtà, diventa leggenda esso stesso, conducendoci per la prima volta in un mondo di falsi piani in cui il complesso gioco di cronologie alternate e il sapiente miscuglio di denuncia storica e sociale con aspetti allegorici e grotteschi si fondono con insuperabile maestria.
Molti hanno voluto vedere in questo romanzo una sorta di parabola in cui si raffigura la condizione della stirpe umana condannata per sempre alla totale incapacità di conciliare tradizione e modernità, e qui troviamo di nuovo un'altra chiave di lettura per i Cento Anni di Solitudine del titolo. Questo ci dice che il testo, come una vera favola, può essere interpretato in molteplici modi, a seconda degli occhi di chi legge, dimostrandoci dunque la sua piena attualità e il suo valore letterario, capace di lanciare un messaggio che va al di là delle sue connotazioni storico-geografiche. Diceva Mallarmè che il mondo esiste solo allo scopo di essere narrato, e dentro le pagine magiche di questa opera tale affermazione sembra essere incredibilmente vera, mentre vediamo i personaggi della famiglia nascere e morire, e dilatare la loro stessa vita oltre ogni limite temporale consentito, dotati di poteri paranormali, riproponendo in ogni generazione le medesime figure in una ripetizione senza fine di caratteri e di nomi, , con la capostipite di età indefinibile che ci accompagna per quasi tutta la storia, contro ogni legge della natura.
Leggere Cent'anni di Solitudine mi riporta alla mente qualcuna di quelle filastrocche che ci narravano da bambini, tipo a Camogli viveva un uomo che aveva sette mogli e ogni moglie aveva sette sacchi e in ogni sacco c’erano sette gatte, e quest'opera è proprio così, una ripetizione continua di fatti e di eventi, al di sopra di ogni logica comune, che però ci viene narrata con tanta tranquilla disinvoltura da farci apparire ogni meraviglia naturale. Uno stile tumultuoso, permeato dai toni della follia, ha conferito a questo testo il privilegio di divenire il capostipite del realismo-fantastico, genere oramai universalmente apprezzato. La struttura narrativa è ardimentosa, il linguaggio potente e suggestivo, gli sviluppi fabulatori sono invidiabili e geniali, tutto in questo libro è superlativo, magico, illogico e improponibile al tempo stesso, ma proprio per questo indefinibilmente unico. E terribilmente convincente.
Non mancano però i detrattori che si rifiutano di considerarlo un capolavoro, ma tutt'al più un piccolo gioco di prestigio ben riuscito. Per tutti gi increduli vi lascio con la descrizione di uno dei personaggi principali, il Colonnello Aureliano:
<<Il colonnello Aureliano Buendia promosse 32 sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe 17 figli da 17 donne diverse, che furono sterminati in una sola notte prima che il maggiore avesse compiuto 35 anni. Sfuggì a 14 attentati, a 73 imboscate e a un plotone d'esecuzione. Sopravvisse ad una dose di stricnina nel caffè che sarebbe bastata ad ammazzare un cavallo. l’Ordine del Merito che gli conferì il presidente della repubblica. Giunse a essere comandante generale delle forze rivoluzionarie, con giurisdizione e comando da un frontiera all'altra, ma non permise mai che lo fotografassero. Declinò il vitalizio che gli offrirono dopo la guerra e visse fino alla vecchiaia dei pesciolini d'oro che fabbricava nel suo laboratorio di Macondo. Malgrado avesse sempre combattuto alla testa dei suoi uomini, l'unica ferita se la produsse lui stesso dopo aver firmato la capitolazione di Neerlandia che mise fine a quasi vent'anni di guerre civile. Si sparò un colpo di pistola nel petto e il proiettile gli uscì dalla schiena senza ledere alcun centro vitale>>
<> E ora ditemi se questa non è magia.
Da Jose Arcadio ad Aureliano Babilonia, dalla scoperta del ghiaccio alle pergamene dello zingaro Melquìades finalmente decifrate: Cent'anni di solitudine di una grande famiglia i cui componenti vengono al mondo, si accoppiano e muoiono per inseguire un destino ineluttabile, in attesa della nascita di un figlio con la coda di porco. Pubblicato nel 1967, scritto in diciotto mesi, ma "meditato" per più di tre lustri, Cent'anni di solitudine rimane un capolavoro insuperato e insuperabile, che nel 1982 valse al suo autore I'assegnazione del premio Nobel. Un libro tumultuoso con i toni della favola, sorretto da una tensione narrativa fondata su un portentoso linguaggio e su un'invidiabile fantasia. Garcia Marquez ha saputo rifondare la realtà e creare Macondo, il paradigma della solitudine, una situazione mentale e un destino più che un villaggio. Lo ha costretto a crescere avvinghiato alla famiglia Buendia. Lo ha trasformato in una città degli specchi e lo ha fatto spianare dal vento. In questo universo di solitudini incrociate, impenetrabili ed eterne, galleggia una moltitudine di eroi predestinati alla sconfitta, cui fanno da contraltare la solidità e la sensatezza dei personaggi femminili. Su tutti domina la figura del colonnello Aureliano Buendia, il primo uomo nato a Macondo, colui che promosse trentadue insurrezioni senza riuscire in nessuna, che ebbe diciassette figli maschi e glieli uccisero tutti, che sfuggì a quattordici attentati, a settantatre imboscate e a un plotone di esecuzione per finire i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d'oro.
La solitudine pur nell’appartenenza ad una famiglia patriarcale,dove tutto si ripete, dove l’individuo è esasperato dalla ciclicità della storia. Le vicende potrebbero confondere inizialmente il lettore, soprattutto il più attento alla trama: le generazioni si ripetono, ma senza rinnovarsi, i nomi si tramandano, secondo la tradizione, e si rischia di perdere di vista l’identità del singolo personaggio. Ma forse è proprio questo che deve accadere: lasciarsi andare alla lettura, perché non è il vincolo di parentela che dà senso alla storia, al contrario è lo sfumarsi delle singole personalità, il perdersi nell’unica cosa che veramente importa, l’appartenere alla stirpe “condannata” dei Buendia.
È questa la solitudine come la intende l’autore, ed è questo messaggio universale, questa consapevolezza della tragicità del destino, che il lettore matura parallelamente ai protagonisti della vicenda, che probabilmente gli è valso il premio Nobel nel 1982.
Non solo: il linguaggio, la capacità di evocare la stranezza, la meraviglia di visioni e prodigi, i sentimenti di ogni Buendia, dai più raffinati e celestiali ai più brutali e rozzi, rendono questo romanzo un capolavoro. Lasciar passare un po’ di tempo prima di avvicinarsi ad una altro autore è forse l’unico modo per apprezzare le letture successive.
Oggi il primo volume delle memorie dello scrittore premio Nobel
l'infanzia in Colombia e i ricordi che daranno vita ai suoi capolavori
Esce "Vivere per raccontarla"
l'autobiografia di Garcia Marquez
La madre, il nonno, la sorella saranno un giorno trasfigurati
nella saga dei Buendia e nella Macondo di "Cent'anni di solitudine"
ROMA - Da oggi è in libreria Vivere per raccontarla, primo volume (ne sono previsti tre) dell'autobiografia di Gabriel Garcia Marquez. Comincia nella Colombia di cinquant'anni prima della nascita dello scrittore e finisce nel 1955 quando lo scittore aveva 28 anni e faceva il giornalista. Quella italiana è la prima traduzione al mondo. Il libro esce per Mondadori (540 pagine) e costa 18,60 euro.
Vivere per raccontarla - che lo stesso autore considera "il romanzo dei romanzi" - è probabilmente il libro più atteso degli ultimi anni, soprattutto perché il premio Nobel ricrea e racconta un periodo fondamentale della sua vita: gli anni dell'infanzia e della giovinezza ad Aracataca, sulla costa caraibica colombiana.
Il libro è stato distribuito in un milione di copie nelle librerie di Spagna e America Latina. In Spagna è già primo in classifica. Prima ancora della sua uscita nei Paesi di lingua spagnola il volume era già stato riprodotto illegalmente, primo caso al mondo, in Bolivia e Colombia. Un mercato parallelo che, secondo i curatori, starebbe per coinvolgere anche Argentina e Cile.
Figure centrali dei primi anni della vita di Marquez, come appare dal libro, sono le donne, dalla sorella che mangiava la terra di nascosto, alla zia che ricamò il suo lenzuolo mortuario e morì il giorno dopo averlo terminato. In questo primo volume figurano anche il nonno materno, il veterano di tutte le guerre con figli sparsi in ogni angolo del mondo, e i suoi genitori, con il loro amore contrastato. I lettori riconosceranno in queste figure le storie e i personaggi che hanno popolato i libri di Marquez dalla saga dei Buendia in Cent'anni di solitudine a Nessuno scrive al colonnello a L'amore ai tempi del colera a Cronaca di una morte annunciata.
Nato nel 1928, Marquez era il più grande di dodici fratelli. Fu sua madre, Luisa Santiaga Marquez, a fargli nascere la passione per il racconto. Gli narrava le storie della sua famiglia infarcendole di elementi fantastici che poi diventeranno il sostrato del cosiddetto "realismo magico". Il libro incomincia 50 anni prima della sua nascita, "perché - ha detto Marquez - dovevo ricostruire il mondo dei miei nonni, che è quello che spiega la mia vita e la giustifica".
Già ai tempi dell'Università a Bogotà (giurisprudenza), "Gabo", come lo chiamano affettuosamente amici e lettori, scrive e pubblica su alcune riviste i primi racconti. Incomincia a fare il giornalista nel '54. Un anno dopo esce il suo primo romanzo, Foglie morte, e lo scrittore si imbarca per l'Europa. E' in questi anni che Marquez si innamora dell'Italia, del cinema soprattutto.
Il volume finisce con questo esilio volontario dalla Colombia. "Gabo" in quell'anno fa lo scoop giornalistico che lo renderà famoso e odiato al governo: La storia di un naufrago, una lunga intervista con Luis Alejandro Velasco, l'unico sopravvissuto del "Caldea", un incrociatore colombiano naufragato mentre navigava verso Cartagena. Secondo la Marina colombiana il "Caldea" era affondato a causa di una tempesta, mentre in realtà, come ben si comprende nell'articolo di Marquez, la tragedia sarebbe stata provocata dal modo in cui la nave era stata caricata.
Al suo ritorno, a partire dal 1961 escono i suoi romanzi più importanti. Il culmine è nel 1967, quando viene pubblicato Cent'anni di solitudine, il capolavoro che gli darà la fama. Nel 1981 esce Cronaca di una morte annunciata. Nel 1982 Marquez vince il premio Nobel.
Questo non solo fa crescere la sua fama, ma contribuisce al successo del suo impegno politico. Marquez è amico di Fidel Castro, lo definisce "uno dei grandi idealisti del secolo" pur avendogli chiesto maggiore democrazia. Ma soprattutto il premio Nobel denuncia le dittature sudamericane degli anni Settanta e Ottanta e l'imperialismo Usa che le ha generate. L'autunno del patriarca, è un duro atto di accusa contro quei regimi. Ma tutto questo apparirà solo nel secondo volume che potrebbe uscire alla fine del 2003 mentre il terzo sarà dedicato agli incontri più importanti della vita dello scrittore a partire proprio da Castro.
La penna di Gabriel Garcìa Marquez delinea con abili pennellate la storia della famiglia Buendìa, che intraprende il proprio cammino, nel 1885, in Colombia.
Tutto ha inizio con la fondazione di Macondo, ad opera del capostipite della famiglia, Josè Arcadio, che, con determinata intraprendenza, incarna la società del tempo, spesso in lotta con le barriere della realtà.
La narrazione si snoda nel descrivere le vicende delle sei generazioni successive, oppresse dalla superstiziosa paura di generare un figlio con la coda di maiale, avendo Josè Arcadio sposato, contro le leggi di natura, la cugina Ursula.
Sullo sfondo, l'immaginario ed emblematico paese di Macondo che, sollevato da rari momenti di felicità e spensieratezza, troppo spesso è costretto a chinare il capo di fronte alla guerra civile e a una pioggia che sembra non finire mai.
Il suo destino di decadenza, sembra infatti essere segnato, da quando, uscendo dal suo isolamento per entrare in contatto con la Storia, comincia a conoscere la violenza e lo sfruttamento, le guerre e il colonialismo, la miseria e il sottosviluppo.
La galleria dei personaggi è troppo variegata e numerosa per essere descritta in modo esaustivo ma ognuno di essi fa il suo ingresso nel romanzo, per poi congedarsi regalando la propria tessera che va a completare l'articolato e stupendamente affascinante mosaico del pensiero umano. L'autore dipinge con fiabeschi colori un quadro di vita reale, così Macondo si fa scenario dell'incontro fra verità e leggenda.
Seppur velato d'incanto, il romanzo rimanda alla realtà storica dei paesi latino- americani, sconvolti, assoggettati, e annientati dall'imperialismo dei Paesi avanzati, dilaniati dalle guerre, oppressi dalle dittature, spenti nelle loro antiche culture e tradizioni indigene.
I Buendia e Macondo sono un'allegoria della condizione umana, condannata alla solitudine dal fatto di non poter conciliare le proprie tradizioni con una cultura scientifico-razionalistica. L'aspetto mitologico e i particolari di crudo verismo si fondono in un complesso gioco di piani temporali, così nel romanzo, passato, presente e futuro si mescolano liberamente in un rincorrersi di anticipazioni e flashback che stravolgono l'ordine cronologico, e forse anche logico, con cui i fatti accadono.
Màrquez riesce a fare balzi in avanti e indietro nel tempo senza perdere le connessioni fra vicende e personaggi, i quali, invece, talvolta gravati dalle imprese dei loro predecessori, dimenticano gli ideali che avevano cresciuto i loro genitori, spezzando lo stretto legame con la tradizione. Così, in un intervallo di sei generazioni, Macondo vede la vicende di memoria e di oblio, di speranza e di disperazione nelle quali si dibatte un universo che soffre di cento anni e più di arretratezza e solitudine.
""Cent'anni di solitudine" è come la base del puzzle di cui ho fornito i pezzi nei miei libri precedenti. Le chiavi sono date tutte. Si conoscono l'origine e la fine di tutti i personaggi, e la storia completa, senza lacune, di Macondo... Benché in questo romanzo le stuoie volino, i morti resuscitino e ci siano piogge di fiori, è forse il meno misterioso dei miei libri, perché l'autore tenta di portare per mano il lettore in modo che non si perda mai, e che non resti nessun punto oscuro. Qui finisce il ciclo di Macondo: in futuro cambierò totalmente tema..."
Così Garda Mdrquez spiegò a Luis Hars il tema e lo schema di questo libro. Macondo è un paese immaginario di Colombia che Carlos Fuentes ha paragonato alla contea faulkneriana di Yoknapatawpha. Un microcosmo sconvolto da cataclismi biblici, devastato dalla follia degli uomini e scosso da mille piccoli drammi o gioie quotidiani. E' la sede di un secolo di vita dei Buendía, che sono insieme i Sartoris e gli Snopes, sono i creatori e i distruttori di questo villaggio cui s'arriva attraverso "nebbiose gole, tempi riservati all'oblio, labirinti di delusione". L'isolamento permetterà a Macondo di conoscere dapprima l'età d'oro dell'ingenuità, i tempi facili del meraviglioso. A lungo i soli legami con l'esterno saranno dati da una tribù di zingari che verrà ogni anno a proporre oggetti eterocliti; il loro capo, Melquíades, a un tempo Mefistofele e Nostradamus, comporrà strane profezie, che varie generazioni di Buendía cercheranno di decifrare e che alla fine si riveleranno come la storia del secolare sprofondamento di Macondo. Macondo infatti è destinata a scomparire. Come i topi della "Peste" di Camus, le calamità squassano il villaggio, prima di precipitarlo, morto l'ultimo Buendia, nel nulla. Di colpo gli abitanti saranno colpiti da un'insonnia generatrice d'un'amnesia che li costringe a scrivere su ogni oggetto il suo nome; e se l'arrivo delle autorità ecclesiastiche e civili provoca soltanto emozioni degne di Clochemerle, la politica getterà invece il villaggio nella tragedia e nelle 'miserie' della guerra civile. Infine un gruppo di ingegneri americani scopre la vocazione bananiera di Macondo... Tutto è dunque possibile a Macondo. Sogno e realtà coesistono. Nulla stupisce nessuno, soprattutto in questa famiglia Buendia dal destino solitario. Il tempo descrive, con crescente rapidità, onde concentriche intorno al punto in cui, uno dopo l'altro, i Buendia vengono inghiottiti. Invano tenteranno le donne della famiglia, con le loro virtù domestiche e il loro dinamismo, di opporsi alla caduta. Gli uomini sono persi in un ciclo infernale: le guerre, i galli da combattimento, le donne di malaffare, le imprese deliranti... E' il caso di una delle figure chiave del romanzo, il colonnello Aureliano Buendía: in questo personaggio Garcia Mdrquez ha raggiunto l'espressione piú perfetta e patetica della solitudine dell'uomo latinoamericano. Attraverso compromessi e viltà, una ricerca d'assoluto, di giustizia; scartata la tentazione della violenza, resta scampo soltanto nella solitudine assurda e irrisoria. Aureliano Buendía finirà i suoi giorni fabbricando pesciolini d'oro...
C'è un tempo, nella vita di qualsiasi uomo, in cui si guarda al proprio passato e si ricorda tutto quello che si è stati. Si parte dall'innocenza dell'infanzia e si termina con la saggezza della senilità, passando per il vigore giovanile e la formazione umana che si completa.
Gabriel Garcìa Marquez è un uomo di settantasette anni, con una vita avventurosa alle spalle; questo libro, una sorta di testamento spirituale, narra i primi ventisette anni della sua esistenza, ed è il primo di una possibile trilogia di futura pubblicazione.
C'è tutto e di più: le descrizioni dei personaggi della sua famiglia e delle situazioni di povertà in cui versava la famiglia Marquez negli anni venti; lo stile di vita degli anni liceali e le prime esperienze di scrittura dell'autore; le diffidenze del padre nei confronti della sua grande voglia di essere uno scrittore; le varie collaborazioni giornalistiche con i maggiori quotidiani colombiani.
Attorno a Marquez cambia anche la storia, ricca di eventi importanti. Nel descriversi adolescente, lo scrittore ricorda i grandi cambiamenti storico-politici in Colombia, le dittature che hanno portato solo povertà e degrado nei quartieri più bassi di Bogotà, le sue illustri amicizie con i grandi scrittori del tempo, tra cui molti personaggi politici di spicco.
Non un semplice libro ma, usando le stesse parole dell'autore, "il romanzo di tutta una vita" e definizione più giusta non poteva essere data. Chi conosce le opere dello scrittore colombiano, premio Nobel nel 1982, sa bene che romanzi come "Nessuno scrive al colonnello" oppure "Cent'anni di solitudine" sono soltanto rivisitazioni favoleggiate della sua vita e di quella della sua famiglia. Invece questo libro è la vita di Marquez, senza fantasticherie o ambiguità. Anche per questo, "Vivere per raccontarla" è appassionante, come uno dei tanti romanzi dell'autore.
L'autore non esce quasi mai dagli schemi della narrazione e, quando lo fa, è per collegare ad un determinato evento dell'infanzia un momento successivo. Il libro è pieno di questi continui spostamenti di tempo: alla sua vita infantile, si alternano episodi che accadranno solo in età avanzata, anche quando l'autore è in procinto di scrivere queste memorie.
C'è tanta povertà nel mondo infantile di Marquez così come in gioventù, al tempo delle prime prove narrative, ci sono tante disquisizioni letterarie. Si parla del divenire uno scrittore e del mantenere sempre viva la fiamma dell'artista. Come possiamo vedere, Marquez ha alimentato bene la sua fiamma interiore, tanto da regalare una perla stilistica di immenso valore ai suoi lettori. Una biografia perfetta, in cui il particolare ha la sua importanza e dove ogni scena non è messa a caso.
Lo stile non annoia e il lettore si sente quasi come uno di famiglia, a cui Marquez racconta la propria storia. Si entra in contatto con il mondo che gira intorno a Gabito (nomignolo delle scrittore) e si conosce Luisa Santiaga, sua madre, forte e amabile sin dal primo incontro; il nonno Nicolas, colonnello nella guerra dei Mille Giorni e uomo da cui Marquez carpirà le caratteristiche principali per uno dei suoi tanti personaggi fantastici, il colonnello dell'omonimo romanzo; il fratello Luis Enrique, timido in famiglia e spaccone con le donne e tanti altri.
Ci sembrerà di essere incarnati nello scrittore colombiano e con lui rivisiteremo tutti i luoghi più cari, i bar più frequentati, le sedi dei giornali che lo hanno visto crescere e formarsi, come scrittore ma soprattutto come uomo. Per capire che Macondo, il leggendario e mitico paese immaginario di "Cent'anni di solitudine" è proprio il vero mondo dove G.G.Marquez ha trovato le possibili risposte ai quesiti che la vita gli ha posto e una via di fuga dalle frivolezze del quotidiano.
Da José Arcadio ad Aureliano Babilonia, dalla scoperta del ghiaccio alle pergamene dello zingaro Melquìades finalmente decifrate: Cent’anni di solitudine di una grande famiglia i cui componenti vengono al mondo, si accoppiano e muoiono per inseguire un destino ineluttabile, in attesa della nascita di un figlio con la coda di porco. Pubblicato nel 1967, scritto in diciotto mesi, ma “meditato” per più di tre lustri, Cent’anni di solitudine rimane un capolavoro insuperato e insuperabile, che nel 1982 valse al suo autore l’assegnazione del Premio Nobel. Un libro tumultuoso con i toni della favola, sorretto da una tensione narrativa fondata su un portentoso linguaggio e su un’invidiabile fantasia. Garcìa Màrquez ha saputo rifondare la realtà e creare Macondo, il paradigma della solitudine, una situazione mentale e un destino più che un villaggio. Lo ha costretto a crescere avvinghiato alla famiglia Buendìa. Lo ha trasformato in una città degli specchi e lo ha fatto spianare dal vento. In questo universo di solitudini incrociate, inpenetrabili ed eterne, galleggia una moltitudine di eroi predestinati alla sconfitta, cui fanno da contraltare la solidità e la sensatezza dei personaggi femminili. Su tutti domina la figura del colonnello Aureliano Buendìa, il primo uomo nato a Macondo, colui che promosse trentadue insurrezioni senza riuscire in nessuna, che ebbe diciassette figli maschi e glieli uccisero tutti, che sfuggì a quattordici attentati, a settantatrè imboscate e a un plotone di esecuzione per finire i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d’oro.
Gabriel Garcia Marquez è da anni il più letto fra i narratori latino-americani. Dal 1967, anno di pubblicazione del mitico "Cent'anni di solitudine", Marquez è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Del resto basta scorrere la sua bibliografia per rendersene conto: ha scritto e pubblicato un capolavoro dietro l'altro. Tra essi figura il romanzo "L'autunno del patriarca" che uscì in prima edizione italiana nell'ottobre del 1975 per la Feltrinelli, editore-simbolo di quegli anni, editore al quale va riconosciuto il merito di avere scoperto e pubblicato autori e romanzi di latitudini lontane dal noto provincialismo della letteratura di casa nostra.
"L'autunno del patriarca" è un'opera davvero unica nel panorama della letteratura anni Settanta. E' difatti un'opera che per struttura e linguaggio inaugurò una nuova stagione di rinnovamento dei canoni letterari vigenti.
Il romanzo, duecento pagine di puro diletto, descrive le illusioni e l'irrimediabile solitudine del Potere, incarnata in una figura anonima e imponente di tiranno. Tale personaggio, le cui vicissitudini chiaramente echeggiano quelle di celebri patriarchi dell'America latina, diventa lentamente prigioniero e vittima di un'implacabile volontà di dominio. E in tal senso il romanzo si configura come una sottile ma incisiva denuncia delle contraddizioni politiche e ideologiche che da sempre funestano il continente sudamericano. A rileggerlo oggi "L'autunno del patriarca" conserva un sottofondo di attualità davvero sorprendente.
Se dovessimo tentare un paragone con "Cent'anni di solitudine" potremmo affermare che se nel famoso romanzo del 1967 vi era una sapiente semplicità del narrare, "L'autunno del patriarca" si rifugia in un complesso sperimentalismo di scrittura che ha realmente tracciato nuove dinamiche del romanzo contemporaneo. Difatti la tensione narrativa è sostenuta con l'invenzione di immagini che sconfinano in una poesia visionaria davvero magistrale.
La storia di questo fantastico dittatore sudamericano è una storia che insegna quanto l'esercizio del potere sia ineluttabilmente destinato ad approdare nei meandri di una solitudine che solo allora restituisce i valori, i principi autentici della vita.
E' impossibile sintetizzare, o peggio scodellare la trama, le immagini del romanzo. Meglio leggerlo con un senso di sorpresa e di scoperta. Marquez è come la poesia: se si tenta di spiegarla perde tutto il suo fascino...
Macondo è un microcosmo sconvolto da cataclismi biblici, devastato dalla follia degli uomini, e scosso da mille piccoli drammi o gioie quotidiani. È la sede di un secolo di vita della famiglia Buendía, che sono insieme i creatori e i distruttori di questo villaggio cui s'arriva attraverso "nebbiose gole, tempi riservati all'oblio, labirinti di delusione". Il romanzo di Gabriel García Márquez, pubblicato nella collana "Narratori" nel 1968 e in "Universale Economica" nel 1973, è riproposto in un'edizione speciale rilegata per i cinquant'anni della casa editrice
Non potevo astenermi da pubblicizzare con un breve commento un romanzo che ha cambiato il mio modo di vivere la vita e mi ha fatto innamorare della letteratura, grazie al quale la mia maturazione di uomo ha trovato un faro sempre acceso anche nelle notti di burrasca. Non mi fraintendete, non è un romanzo-verità-esistenziale, è la storia di una famiglia colombiana che diventa una stirpe e di un paesino che diventa quasi una città...tutto in cent'anni di vita, in cui si intrecciano amori incestuosi, guerre civili, magia pulita, spiriti e frasi indimenticabili. Amo Ursula Iguaran così come amo tutti i famigliari della dinastia dei Buendìa; amo il modo in cui descrive la vita Gabriel Garcia Marquez e la perfetta assonanza che crea tra la storia e gli interventi dei protagonisti. Un capolavoro indimenticabile, che renderà indelebile la memoria del grande Gabo nelle menti dei posteri. Mi associo alla ragazza che ha commentato il libro, 5 su 5 è ancora riduttivo!
Leggere questo libro è come vivere un sogno, un sogno lungo la vita dei protagonisti. Mi sono sentita continuamente sospesa tra realtà e illusione, sogno ad occhi aperti e vita reale. Anche se alcune metafore sono difficili da decifrare, ho letto la storia tutto d'un fiato. Bello.
Da leggere ... e rileggere. Intricato e stupefacente quanto semplice e lineare. Ambientato in un mondo tanto lontano da noi da sembrare irreale (è sorprendente la dimensione nella quale l'autore fa calare il lettore). Una vita in solitudine ma traboccante di personaggi che sembrano le tante facce di una sola persona.
Alessandro Baricco su Cent'anni di solitudine (1967), di Gabriel Garcia Marquez:
Se ti chiedi cosa generi quel battito, quale sia stata, all'origine, l'esplosione di energia che l'ha messo in movimento, il big bang originario, Cent'anni di solitudine offre una sola risposta: il sesso. Che crepita in gran parte delle sue pagine, come un'antica esplosione che non ha ancora terminato di terminare, e che continua a ridisegnare la superficie del mondo, dopo aver dato l'avvio al suo cuore. Sesso, e non amore, che in Cent'anni di solitudine quasi non esiste. Senza mezze misure, è una scossa di desiderio che c'entra poco con i sentimenti. Per gli uomini è una specie di vertigine che li porta alla follia. Per le donne è qualcosa di assai più fisico, è uno choc carnale che rinviano a lungo e a cui si arrendono con fanatica determinazione.
Una volta finito "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez mi è pianto il cuore, e quasi quasi lo rileggevo. Mi dispiaceva il non poter più compiere le vasche di parole fluenti che ero solito farmi, la sera, con questo capolavoro.
A dire la verità, della trama non ricordo un granché: si tratta d'un romanzo tanto zeppo d'accadimenti che non potrei conseguire lo scopo rileggendolo altre due volte.
Ricordo invece l'atmosfera: "Cent'anni di solitudine" ha un impianto corale. I personaggi continuano ad essere da quando sono nominati per la prima volta alla fine del libro e poi oltre nella memoria, mai da soli ma sempre in mezzo agli altri.
Sono tutti un po' tristi, con un'irrimediabile ostinazione nel voler raggiungere scopi anche quelli un po' tristi: come il vecchio e corpulento José Arcadio Buendìa, che inizia a cercare il modo per fotografare Dio. Poco dopo è legato a un castagno, dove rimane per cent'anni anche se muore prima. Il personaggio che preferisco è il più disperato, il Colonnello Aureliano Buendìa, che promuove trentadue insurrezioni armate e le perde tutte, sopravvive ad un tentato omicidio, a settantatré imboscate e ad un plotone di esecuzione, per finire la sua vita a modellare pesciolini d'oro nella vecchia magione di Macondo. In amore egli è ancora più triste: si innamora di Remedios, ancora bambina, che muore pochi giorni dopo il matrimonio.
Una solitudine miserabile lo circonda. Ad un certo punto della sua carriera militare, Aureliano ordina che nessuno si avvicini a meno di tre metri di distanza da lui, perché ha paura che si possa attentare alla sua vita. E muore solo, dopo aver visto passare un circo che non gli ha trasmesso nessuna allegria e che, anzi, ha definitivamente consolidato la sua sensazione di triste solitudine; muore orinando, appoggiato al castagno dove è legato il fantasma di suo padre, che sussulta quando sente il getto caldo su un piede. Nessuno si accorge della sua mancanza, fino al mattino successivo: il suo corpo rimane là, sulla strada assolata e polverosa che dà sul patio della grande casa dei Buendìa. Se il Colonnello Aureliano Buendìa è il simbolo della solitudine, e in quanto tale dà il titolo al romanzo, anche le altre figure rappresentano diversi "t o p o s " umani, dei modelli, tutti incentrati su una caratteristica o condizione dell'uomo: così, il capostipite José Arcadio Buendìa è il simbolo di coloro che si gettano a testa bassa in imprese impossibili, per disilludersi, poi, in modo brusco; l'Autore si concentra solo su questo messaggio, e su questo insiste: José Arcadio Buendìa chiude gli occhi, è volontariamente cieco, quindi non vede il muro che ha davanti, e ci sbatte contro, e si fa male. Al contrario, la moglie Ursula rappresenta chi si áncora così saldamente alla realtà da dimenticarsi anche di essere morto.
Una parte molto affascinante del romanzo è la rivalità fra le due sorellastre, Rebeca e Amaranta, perché inserisce, in un contesto surreale, un argomento saldo, ben noto, quotidiano: le smanie amorose di noi giovani, che ci spingono a rinunciare a rapporti anche importanti in nome di un altro, irraggiungibile; lo scrittore l'ha reso bene facendo suicidare Pietro Crespi, il giovane italiano oggetto della loro contesa.
"Cent'anni di solitudine", nel fascino perfetto del suo narrare, tratta con naturalezza fatti surreali, scandalosi, fantastici o semplicemente esagerati. È il trionfo dell'armonia tra testo e materia trattata. Le situazioni che si creano sono tutte pervase di un gusto compiaciuto di raccontare, fagocitano un fervente desiderio di leggere ancora di più, di avere ancora di più: come quando si mangia qualcosa di così buono che vien voglia che ce ne sia il triplo. Ognuna delle pagine ingiallite, fitte delle letterine tondeggianti della Feltrinelli, mi dava un attimo intenso di convulsa eccitazione affascinata, poi passavo all'altra, ingordo di divorare anche quella. Il libro dà una nitida sensazione di ballata dei tempi antichi che infonde un calibratissimo avvicendarsi di malinconia e inesauribile allegria.
Prima di decadere con l'arrivo della società bananiera, Macondo era un paese favoloso dove "nessuno aveva più di trent'anni e non era mai morto nessuno". Ho sentito dire che negli anni sessanta, quando è uscito "Cent'anni di solitudine", Macondo era guardato come un luogo ideale dove tutti avrebbero voluto vivere. Io appartengo alla generazione successiva, ma il paese che fa da sfondo a questo libro ha sortito in me lo stesso effetto. Molto belle, ricche di affascinante amarezza, sono le pagine finali: al primo Buendìa, sotto il castagno, si affianca idealmente l'ultimo suo discendente, mangiato delle formiche. E allora si alza il triste vento predetto da Melquiadez, il misterioso zingaro mago e profeta, che spazza via Macondo dalla terra. Come se tutto quello che è stato narrato prima non fosse servito a niente; forse ad appagare il bisogno di raccontare che opprimeva l'Autore, il grande Marquez, al quale io sono effettivamente grato.
Vivere per raccontarla è, probabilmente, il libro più atteso degli ultimi dieci anni. Non solo perchè si tratta del nuovo libro di Gabriel Garc¡a M rquez, ma anche perchè in esso `Gabo' ricrea e ci racconta un periodo fondamentale della sua vita, gli
anni dell'infanzia e della giovinezza, quelli in cui si forma l'immaginario che, nel tempo, darà vita a un capolavoro come Cent'anni di solitudine. Tutti i lettori di Garc¡a M rquez sanno bene che la sua opera ruota intorno ai `misteri' della sua
infanzia, gli anni trascorsi sulla costa caraibica della Colombia, a contatto con una realtà miracolosa in cui il magico era prima di tutto un elemento del quotidiano: il mondo di Aracataca, pieno di figure tutelari fra cui spiccano soprattutto le donne
di casa, dalla sorella che mangiava la terra di nascosto, alla zia che ricamò il suo lenzuolo mortuario e morì il giorno dopo averlo terminato. E poi il nonno materno, il veterano di tutte le guerre con figli sparsi in ogni angolo del mondo. E i suoi
genitori, il loro amore contrastato come l'amore di Fermina Daza e Florentino Ariza... E mille altre figure. Perchè Vivere per raccontarlo é il romanzo di una vita, e nelle sue pagine il lettore di Garc¡a M rquez troverà l'eco delle storie e dei
personaggi che hanno popolato Cent'anni di solitudine, L'amore ai tempi del colera, Cronaca di una morte annunciata. Infinite sorprese gli verranno riservate nel seguire i primi passi di Gabo nel mondo della creazione artistica, accompagnandolo negli
scenari della sua gioventù di bohéme, nei bordelli e negli hotel malfamati di Barranquilla, Cartagena de Indias, Bogotà. Un libro in cui vita e opera s'incrociano illuminandosi, sempre sotto il segno dell'inarrivabile capacità di raccontare di un maestro
che ha indelebilmente segnato la letteratura del Ventesimo secolo.
L'autore
Gabriel Garc¡a M rquez, nato a Aracataca (Colombia) nel 1928, è uno dei massimi narratori latinoamericani. E' autore, fra l'altro, di Cent'anni di solitudine (premio Nobel nel 1980), Cronaca di una morte annunciata e L'autunno del patriarca. Tra i suoi
saggi pubblicati da Mondadori: Taccuino di cinque anni . 1980-1984, Scritti costieri. 1948-1952, Gente di Bogotà. 1954-1955 e Dall'Europa e dall'America. 1955-1960. Per i giovani lettori ha pubblicato l'antologia La luce è come l'acqua (Mondadori, 2002).
"Cent'anni di solitudine" è la storia di Macondo, un villaggio immaginario nel quale si intrecciano per sei generazioni le esistenze dei componenti della famiglia Buendìa. Il romanzo parte dalla fondazione ad opera di un gruppo di giovani, partiti da Rioacha alla ricerca del mare e fermatisi in un luogo sperduto nella sierra, dopo ben due anni di lungo e faticoso cammino.
Tra questi, i capostipiti della famiglia, Josè Arcadio Buendìa e Ursula Iguaràn, rimangono chiusi nel loro piccolo villaggio di favola come due moderni Adamo ed Eva, senza contatti con l'esterno. Ma il mondo entra dentro Macondo portando scompiglio e magìa, snocciolando un infinito intreccio di storie e vite, che si susseguono e si aggrovigliano finchè il romanzo non si chiude, come un cerchio.
...Perchè le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
Cent'anni di solitudine è la vita dei membri della famiglia Buendìa, delle genti dei Caraibi, dei popoli dell'America Latina, dello stesso Garcia Màrquez.
E' un romanzo magico, dove incontriamo personaggi gioviali, allegri, ospitali, pronti ad accogliere il mondo e a tuffarvisi, con l'anima sempre pervasa da profondo senso di solitudine e di tristezza. Durante la guerra, il colonnello Aureliano Buendìa è un condottiero vittorioso, temuto e famoso. Ma una volta finita, quando tutti lo cercano per rendergli onori e medaglie, si rinchiude nella stanza della sua vecchia casa a Macondo, solitario, fino alla morte.
E' l'America latina, così poco conosciuta, la sua "saudade", descritta dallo stesso Màrquez con queste parole: "guardali durante una festa e vedrai che hanno gli occhi pieni di malinconia".
Inventando per la propria scrittura una forma che qualcuno ama definire “realismo magico”, Gabriel Garcìa Màrquez gioca con la ruota del tempo e le distanze dello spazio riducendoli a valori incerti e soggettivi. Un ciclo vitale del quale già in partenza ci viene rivelata la fine, così che futuro e passato si confondano in una prospettiva in cui si esaltano le virtù, i ricordi e le suggestioni di un narratore invisibile nella trama, ma predominante nello stile. Nell’arco di sei generazioni e di cento anni, sullo sfondo fiabesco della città simbolica e inventata di Macondo, “Cent’anni di solitudine” narra la saga dei Buendia, personaggi immersi nella “soledad”, il sentimento di tristezza e di riflessione interiore, un misto di disperata arretratezza e misericordioso oblio, che dà origine al titolo. Anime inquiete, incestuose, superstiziose, ora eroiche e assetate di ribellioni(come nelle migliori tradizioni delle sollevazioni latino-americane), ora spaesate e incuriosite dall’impatto incantato con la scienza, ora soltanto intimorite dall’incontro/scontro con il mondo e con la Storia. La stirpe dei Buendia è formata da uomini con nomi e caratteri identici: i José Arcadio sono di fisico massiccio, energici ed estroversi, ma destinati ad una morte solitaria, come il patriarca, il quale finirà i suoi giorni in uno stato di delirio legato ad un albero. Dall’altra parte gli Aureliano, di fisico esile e delicato, introversi e dotati del dono della chiaroveggenza. Accanto alle figure maschili che scandiscono le tappe della vita familiare e del villaggio, si affiancano numerose figure femminili, creature misteriose e dai nomi favolosi: Rebeca, Remedios, Amaranta, ognuna delle quali è segnata da un destino di solitudine. Màrquez ha in mente la natia Aracataca, oggi desolato borgo marino e un tempo emblema della Colombia del benessere, quando “crea” Macondo. Gli echi della violenza, dello sfruttamento, della contaminazione camuffata da progresso, della guerra come realtà costante, s’impadroniscono del romanzo seminando tra le righe l’amara constatazione che l’idea moderna di civiltà e quella poetica d’armonia e d’identità culturale siano ormai giunte ad un disperato contrasto. Come in un film dai tempi onirici e surreali con improvvisi ritorni alla realtà, “Cent’anni di solitudine” si svolge davanti agli occhi del lettore con una forza insolita per un romanzo. L’autore è maestro nell’alternare la vitalità delle immagini relative alla natura e agli sfoghi del dolore, a un distacco nei momenti dell’ironia o dell’insorgere della malinconia. Si ha così un ritmo narrativo senza momenti di stasi che conduce ad una lettura instancabile.
La vita
Il più letto scrittore sudamericano nasce ad Aracataca nella Colombia atlantica il 6 marzo 1927.E’ il primo di sedici figli del telegrafista Gabriel Eligio Marquez e della chiaroveggente Luisa Marquez Iguaran i quali si trasferiscono a Baranquilla, lasciando il piccolo alle cure dei nonni materni.
Gabriel trascorre l’infanzia in un villaggio ormai depresso dopo l’improvviso boom bananiero dei primi due decenni del secolo. Nel 1936, alla morte del nonno, raggiunge i genitori a Sucre. Grazie ad una borsa di studio frequenta le scuole a Baranquilla e poi a Zipaquirà, sull’altopiano, dove si diploma nel 1946. L’anno seguente intraprende gli studi giuridici all’Universidad Nacional di Bogotà. Durante il soggiorno nella capitale scrive i suoi primi racconti, per dimostrare ad un amico che anche la sua generazione è in grado di produrre scrittori.
Nel 1948 dilaga in Colombia la violenza politica; l’università viene chiusa e Gabriel ritorna sulla costa, a Cartagena.
Abbandona gli studi e si dedica al giornalismo e lavora per due anni come redattore. Quindi si trasferisce a Baranquilla dove frequenta un gruppo letterario di giornalisti e scrittori che avrà grande peso nella sua formazione. Nel 1951 porta a termine il primo romanzo, Foglie morte, che non riesce però a far pubblicare prima del 1955.
Viene invitato in Europa: frequenta per alcune settimane un corso di cinematografia a Roma, quindi si stabilisce a Parigi. Nel 1961 pubblica Nessuno scriva al colonnello, nel 1962 vengono invece pubblicati gli otto racconti di I funerali della Mamà grande e il romanzo La mala ora. Trovato il celebre inizio scrive in diciotto mesi Cent’anni di solitudine, che stampato nel 1967, ottiene subito un clamoroso successo.
Nel 1972 gli viene assegnato il prestigioso premio Ràmulo Gallegos, e destina la somma ricevuta ad un gruppo rivoluzionario venezuelano. Nel 1981 pubblica il romanzo Cronaca di una morte annunciata, l’anno dopo gli viene assegnato il premio nobel per la letteratura.
Cent’anni di solitudine
Cent’anni di solitudine è la storia di una famiglia: la famiglia Buendìa. Capostipiti della stirpe sono José Arcadio Buendìa, colui che insieme allo zingaro Melquìades porterà la modernizzazione a Macondo, e la moglie Ursula Iguaràn che, essendo cugina di suo marito teme la nascita di figli malformati […avevano paura che quei sani boccioli di due razze incrociate da sempre patissero l’onta di concepire delle iguane…era nato e cresciuto con una coda di porco…].L’epopea comincia quando la coppia, a causa dei sensi di colpa dopo l’omicidio di Prudencio Aguilar per mano di Josè Arcadio, decide insieme con altri pionieri di attraversare la sierra e fondare una nuova città: Macondo. Durante il viaggio Ursula partorisce il loro primo figlio: il “super dotato” Josè Arcadio […era così ben corredato per la vita, che gli sembrò anormale…]. Il secondo figlio, il futuro colonnello Aureliano Buendìa,colui che promosse trentadue insurrezioni senza riuscire in nessuna, che ebbe diciassette figli maschi e glieli uccisero tutti, che sfuggì a quattordici attentati, a settantatre imboscate ed ad un plotone d’esecuzione, è il primo uomo nato a Macondo. Dopo alcuni anni la famiglia si arricchisce per la nascità di una bambina, Amaranta, e per l’adozione di un’altra bambina Rebeca che porterà a Macondo la terribile peste dell’insonnia. La storia si evolve così in cent’anni di solitudine di una grande famiglia i ui componenti vengono al mondo, si accoppiano e muoiono per inseguire un destino inelluttabile: la nascita di un figlio con la coda di porco. Garcia Marquez ha saputo rifondare la realtà e creare Macondo, il paradigma della solitudine, una situazione mentale e un destino, più che un villaggio. Lo ha costretto a crescere avvinghiato alla famiglia Buendia. Lo ha trasformato in una città degli specchi e lo ha fatto spianare dal vento. In questo universo di solitudini incrociate, impenetrabili ed eterne, galleggia una moltitudine di eroi predestinati alla sconfitta, cui fanno da contraltare la solidità e la sensatezza dei personaggi femminili.
Pubblicato nel 1967, scritto in diciotto mesi, ma meditato per più di tre anni,Cent’anni di solitudine, rimane un capolavoro insuperabile, che nel 1982 valse il premio Nobel al suo autore. Un libro tumultuoso con i toni della favola, sorretto da una tensione narrativa fondata su un portentoso linguaggio ed un’invidiabile fantasia.
José Arcadio Buendia, con la moglie Ursula ed alcuni amici abbandonano il loro paese d’origine per fuggire dallo spettro di un uomo morto, e fondano un nuovo paese: Macondo. In questo paese si dispiegherà per cento anni la stirpe dei Buendia. Sarà proprio la capostipite Ursula, con la sua pluri centenaria esistenza, a ricongiungere tra di loro tutti i membri della famiglia. La stirpe dei Buendia è segnata da un destino di ciclicità, infatti in ogni generazione, nei componenti maschili, si ripropongono nomi e caratteri identici: i José Arcadio sono di corporatura massiccia, energici ed estroversi, ma comunque solitari; gli Aureliano sono di fisico esile e delicato, introversi, solitari, e chiaroveggenti. La vita della famiglia Buendia e di Macondo è scandita dalla guerra civile del generale Aureliano Buendia, e dallo sfruttamento economico della compagnia Bananiera del signor Brown. Il generale Aureliano Buendia, come tutti gli Aureliani, solitario e schivo, ebbe, in tutta la vita, un umico momento di felicità: quando prese in moglie la giovanissima Remedios, una bambina di 10 anni, che morì in seguito alle complicanze della gravidanza. Egli conduce la guerra civile, a capo dei liberali, ma in lunghissimi anni di violenza, non raggiunge mai una vittoria. Trasformato in un eroe nazionale finisce per morire solitario costruendo pesciolini d’oro. Accanto alla figura del colonnello spicca quella del fratello Arcadio, sanguigno e allegro. Questi, fuggito con la carovana degli zingari di Melquiàdes, lo zingaro che per 100 anni ha cambiato la vita della famiglia B., torna dopo molti anni e sposa la sorellastra Rebecca, adottata da bambina, che era già promessa all’italiano Pietro Crespi. E fu proprio il lungo fidanzamento tra Rebecca e Pietro Crespi a far nascere un profondo rancore in Amaranta, sorella di Rebeca, anch'essa innamorata del musicante italiano. Amaranta poi nel corso degli anni riverserà quel rancore sui suoi futuri pretendenti, prima lo stesso Pietro Crespi, che si ucciderà, poi il colonnello Gerinaldo Mar. La famiglia Buendia ritrova momentaneamente l’allegria con Aureliano Secondo, figlio di Santa Sofia de la Piedad, uomo felice, instancabile organizzatore di feste e insuperabile scialacquatore. Egli si sposerà con Fernanda del Carpio, ultima discendente di una famiglia aristocratica, molto bigotta e autoritaria, ma vivrà quasi sempre con la concubina Petra Cotes per 2 motivi:
1. Può vivere più liberamente, senza restrizioni e lamenti;
2. La vicinanza con l’amante rende fertili tutti i suoi animali che si moltiplicano a dismisura rendendolo esageratamente ricco.
Dalla moglie, Aureliano secondo, ebbe tre figli: José Arcadio, Renata Remedios e Amaranta Ursula
La compagnia bananiera che si stabilì a Macondo inizialmente portò ricchezza e benessere, ma come la guerra civile del generale Buendia, porterà alla fine allo sterminio di 3000 lavoratori.
Dopo questo evento, preceduto dalla clausura forzata di Renata e la nascita di Aureliano, suo figlio, ha inizio la lenta decadenza dei Buendia e di Macondo che si concluderà con la distruzione di entrambi. L’ultimo discendente della famiglia Buendia sarà un bambino con la coda di maiale, nato dal rapporto incestuoso di Aureliano e Amaranta Ursula, che morirà dopo pochi giorni dalla nascita divorato dalle formiche. Il racconto termina svelando cosa era scritto nelle indecifrabili pergamene dello zingaro Melquiàdes che avevano incuriosito tutti gli Aureliani. Lo zingaro nelle pergamene aveva predetto dettagliatamente tutte le vicende che avrebbero coinvolto tutti i Buendia, dal capostipite José Arcadio all’ultimo discendente. Proprio mentre Aureliano sta traducendo l’ultimo rigo delle pergamene, nel quale è predetta la distruzione di Macondo, un uragano distrugge Macondo e cancellava dalla memoria di tutti il ricordo della famiglia Buendia.
Gabriel Garcia Marquez
Cronaca di una morte annunciata
Crónica de una muerte anunciada (1981)
- Narratore: interno; onnisciente per i passi descrittivi e di introspezione psicologica e interno durante le interviste. A volte si inserisce durante i racconti dei conoscenti per commentare determinati comportamenti, per dare il suo punto di vista o per aggiungere ulteriori informazioni.
- Spazio: America Centro Meridionale
- Tempo: non ricavabile
- Stile: romanzo
- Genere Letterario: Testo narrativo; la descrizione dei personaggi è molto approfondita, non limitandosi a un esame superficiale anche per personaggi secondari. I passi di riflessione sono molto, mai pesanti per il continuum della storia: anzi aiutano a capire al meglio i pensieri delle persone e a cogliere il senso di determinate espressioni.
- Tematiche: l’onore e la sua difesa.
La storia
Nel libro, scritto sotto forma di intreccio, l'autore intervista dopo ventisette anni i suoi conoscenti sull'omicidio del cugino Santiago Nasar.
Questi apparteneva ad una famiglia benestante e viveva in un paesino dell'America centro meridionale agli inizi del novecento con la madre, Placida Linero, e le serve.
Un giorno giunse in paese uno straniero, un uomo sui trent'anni con gli occhi dorati e la pelle abbronzata, Bayardo San Roman, capitato lì senza alcuna ragione e di cui non si sapeva niente.
Egli vide passare una splendida ragazza, Angela Vicario, che camminava con la madre e se ne innamorò. Dopo poco tempo, nonostante ella non volesse, i due si sposarono.
Il matrimonio fu una grande festa in paese e, per l'occasione, giunsero anche i genitori dello sposo, il generale Petronio San Roman e la sua famiglia, in compagnia di persone illustrissime.
La prima notte di nozze, però, Bayardo rimandò la giovane a casa, poiché non era vergine.
La madre della ragazza, sentendosi offesa per quello che era accaduto, picchiò la figlia e la interrogò; questa, frastornata dalle percosse subite, pronunciò con voce incerta il nome "SANTIAGO NASAR".
I fratelli di Angela decisero, allora, di vendicare l'onore della famiglia uccidendo il fautore del misfatto. Fissarono il giorno ed il luogo in cui lo avrebbero ammazzato, misero a conoscenza delle loro intenzioni il maggior numero di persone ed eseguirono i preparativi per l'uccisione in pubblico, in modo che tutti li potessero vedere, come se volessero che qualcuno avvisasse Santiago o li fermasse.
Ciò, però, non avvenne: ormai tutti conoscevano le intenzioni dei gemelli, tranne la vittima, che continuava a camminare tranquilla per le strade del paese in occasione dell'arrivo del Vescovo, ignorando quello che sarebbe successo..
Una serie di coincidenze permisero che il delitto avvenisse. Placida Linero, credendo che Santiago fosse in casa, non aprì la porta quando sentì bussare, impedendo al figlio di entrare e di sfuggire ai coltelli affilati dei fratelli Vicario che ormai l'avevano raggiunto e lo stavano massacrando.
Commento
L'autore tratta l'importanza che l'onore aveva in quel tempo e di ciò che si era disposti a fare pur di conservarlo. Con questo romanzo Gabríel Garcia Marquez intende esporci come "si era costretti ad agire" nel caso venisse messa in dubbio la reputazione di una famiglia. Nella vicenda i fratelli Vicario, nonostante fossero consapevoli di ciò che avrebbero subito ed avessero paura, consumarono il delitto ugualmente, come fosse un loro dovere a cui non si potevano sottrarre.
Il decoro veniva visto, infatti, come l'aspetto più importante di una persona; si viveva in una società che oserei dire della vergogna, come quella greca, molto distante dall’ideale cristiano. Una persona valeva quanto gli altri la stimavano, creando quindi un’ossessione nelle persone “degne di rispetto”, che dovevano sempre misurare le loro azioni in pubblico e cercare di non far trapelare notizie sui loro segreti, se non ad amici fidati.
Il tema trattato non è nuovo, sostanzialmente è stato ripreso da opere precedenti e antiche; tuttavia conserva una certa freschezza, dato che fatti di questo genere avvengono tuttora in alcune regioni meridionali, dove c'è una mentalità che può essere definita "arretrata".
La tesi sostenuta dall'autore è quindi valida se viene calata in determinati contesti, periodi storici dove questo comportamento era giustificato dalla mentalità del tempo, oppure oggi, in alcuni luoghi del sud del mondo, dove esiste ancora questo modo di pensare.
L'autore usa le testimonianze di varie persone riguardo all'omicidio di Santiago Nasar, che venne ucciso poiché aveva disonorato una famiglia.
Tratta lo stesso argomento anche Natalie Hawthorne nel libro "La lettera scarlatta", dove una donna che commise adulterio venne costretta a portare a ricordo della sua colpa una "A" cucita sul petto del vestito, che significava "adultera", in modo che tutti la potessero vedere; infatti coloro che portavano questo simbolo venivano disprezzati e costretti a vivere in luoghi lontani dal paese.
Il libro mi è piaciuto non solo per la vicenda, ma, soprattutto, perché mi ha fatto vedere una realtà diversa da quella in cui vivo. Ha riportato alla luce un tema sì antico (la greca) ma allo stesso tempo attuale, al quale spesso pochi fanno riferimento. L’onore è sempre stato prerogativa dell’uomo, del vero uomo, di qualunque ceto sociale. Sfortunatamente ora i soldi, la fama, la notorietà lo hanno soppiantato.
Il romanzo è scritto con un linguaggio assai semplice e anche abbastanza piano, permettendo quindi di essere fruito praticamente da tutti. Non si riscontra terminologia tecnica, anche se sono presenti parole in “gergo” cavalleresco, spesso in spagnolo, dato che sono intraducibili.
Forse proprio per questa sua caratteristica, di essere un libro che tratta una storia avvincente e coinvolgente con un linguaggio essenziale, a volte schietto, mi ha “catturato”.
Gabriel García Márquez
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