Francesco Petrarca
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Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374) è stato uno scrittore e poeta italiano. L'opera per la quale Petrarca è universalmente noto è il Canzoniere. Molto importante è anche il "Secretum in cui Petrarca dialoga con S.Agostino. Petrarca, nonostante si considerasse soprattutto, come tutti gli eruditi del suo tempo, un autore di lingua latina, svolse un ruolo essenziale per lo sviluppo della poesia italiana in volgare. L'opera lirica di Petrarca, come è stato sottolineato dalla critica, somma infatti in sé tutte le esperienze della poesia italiana delle origini, compiendo tuttavia una selezione dal punto di vista della metrica (stabilendo ad esempio precise regole sull'accentazione degli endecasillabi che all'epoca di Dante era ancora meno codificata) e negli argomenti (escludendo dal canone tematico gli elementi goliardici e realistici che nel Duecento erano stati presenti e che continuavano ad avere successo nel Trecento) che influenzò fortemente tutta la poesia a venire. Il fenomeno del petrarchismo costituisce uno dei capitoli più complessi nella storia delle tradizioni letterarie europee.
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Nacque ad Arezzo nel 1304 da Ser Petracco, un notaio fiorentino che faceva parte del gruppo dei Bianchi, esiliato come Dante nel 1302 in seguito alla vittoria dei Neri, e da Eletta Canigiani. Nel 1312 il padre si trasferì ad Avignone (lavorava presso la corte pontificia) e collocò moglie e figli a Carpentras, dove Francesco Petrarca cominciò a studiare guidato da Convenevole da Prato. |
Seguì, insieme al fratello Gherardo, gli studi giuridici (iniziati a Montpellier nel 1316 e conclusi a Bologna tra il 1320 e il 1326). Tornato a Avignone dopo la morte del padre, frequentò il mondo elegante della città. Qui, il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara, vide per la prima volta la donna che amò per tutta la vita e a cui si ispirò nelle sue opere poetiche in italiano: Laura, identificata tradizionalmente con una Laura di Noves, sposa del marchese Ugo di Sade.
Attorno al 1330 prese gli ordini minori, entrando a far parte del clero: lo scopo essenziale era (come spesso nel Medioevo) quello di assicurarsi una rendita sicura. Entrò quindi in rapporti di amicizia e di "clientela" con la potente famiglia Colonna (molto potente in Italia, Francia e Provenza): prima fu parte del seguito del cardinale Giacomo Colonna, poi divenne cappellano di Giovanni Colonna e nel 1335 canonico nella cattedrale di Lombez. Grazie alla protezione di questa famiglia entrò in contatto con i più importanti intellettuali del tempo, potè studiare e possedere libri costosi e rari, ed avere riconoscimenti pubblici come l'incoronazione a poeta (da cui l'espressione "poeta laureato": laurus è l'alloro, antico simbolo di Apollo come dio della poesia): l'8 aprile 1341, dopo che il re di Napoli Roberto d'Angiò lo aveva "esaminato" per tre giorni, il senatore Orso dell'Anguillara celebrò a Roma, in Campidoglio, questa suggestiva cerimonia, la prima del genere nei tempi moderni.
Nella biografia del Petrarca si evidenzia una sorta di irrequietezza che lo porta a viaggiare per gran parte d'Italia e d'Europa (a partire dal 1333, quando si muove per la Francia, per le Fiandre e la Germania), visitando luoghi, monumenti antichi, biblioteche. Periodicamente tornava però a raccogliersi in operosa meditazione (nella composizione di opere o nell'approfondimento di letture) in luoghi solitari come Valchiusa (vicino ad Avignone), Selvapiana (presso Parma) e, negli ultimi anni, Arquà sui colli Euganei. Questa aspirazione alla vita raccolta si esprime anche in operette come il De Vita Solitaria e il De Ocio Religiosorum.
A partire dagli anni '40 la fama del Petrarca cresce sempre più. Accolto ovunque con onori e riconoscimenti, entra in contatto con varie nobili famiglie italiane (i Correggio di Parma negli anni Quaranta, i Visconti di Milano tra il 1353 e il 1361, i da Carrara di Padova nell'ultimo decennio della sua vita). Dopo il 1350 entra in stretti rapporti d'amicizia con Giovanni Boccaccio (che lo considera un maestro spirituale e culturale): ma rifiutò una cattedra nello Studio di Firenze, come rifiutò di li a poco il posto di segretario del cardinalato in Provenza offertogli dal Papa.
Varie vicende lo portano negli ultimi anni a rinchiudersi sempre più in se stesso: la morte di Laura, avvenuta nel 1348 in seguito alla peste che infuriò in quegli anni in tutta l'Europa (quella stessa che fa da cornice alla struttura del Decameron boccacciano), quella precoce del figlio Giovanni (un'altra figlia, Francesca, nata nel 1343, vivrà con il padre fino alla sua morte), il venir meno delle speranze di rinnovamento politico (il tentativo di Cola di Rienzo, fallito nel 1347), l'aggravarsi della corruzione ecclesiastica (gli ultimi anni della "cattività" avignonese: solo dopo la morte del Petrarca il papato tornerà nella sua sede romana).
Ad Arquà, dove si era stabilito definitivamente dal 1370, morì nel 1374.
I testi a cui è affidata la fama maggiore del poeta sono le poesie in volgare italiano (Petrarca è il perfezionatore della lingua poetica italiana iniziata dai Siciliani e portata avanti dai poeti toscani e da Dante). Sono i versi raccolti nel "Canzoniere" (366 testi, composti nel corso della sua intera vita e messi insieme negli ultimi anni) e nei "Trionfi" (un ambizioso poemetto composto a partire dal 1340 e curato fino alla morte). Altre rime, non comprese nel Canzoniere, sono state raccolte dai posteri col titolo di Extravaganti.
Tutto il resto della produzione di Petrarca è in latino.
Un primo gruppo di testi sono le "Lettere": corrispondenza reale, con amici, letterati e protagonisti della vita politica europea del XIV secolo, e corrispondenza "ideale", con i grandi spiriti del mondo antico. Quelle composte fino al 1361 sono raccolte in 24 libri, con il titolo complessivo di "Rerum Familiarum libri"; le "Seniles" invece raccolgono la maggior parte dei testi posteriori; le "Variae" tutte quelle che non sono entrate nelle due raccolte maggiori.
Un secondo gruppo sono le poesie latine: il poema in esametri "Africa", dedicato a celebrare la figura di Scipione l'Africano; le "Epistolae Metricae", il "Buccolicum Carmen" (imitazione virgiliana).
In un terzo gruppo si possono raccogliere operette di carattere polemico, spesso con forti risvolti autobiografici: "Invectivae contra medicum" (1353/54); "Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius scientiae aut virtutis"(1355); "De sui ipsius et multorum ignorantia" (1367); "Invectiva contra eum qui maledixit Italiae".
Un quarto gruppo sono le opere di erudizione e di compilazione: il "De viris illustribus" (iniziato nel 1338, e composto di 37 biografie di personaggi romani, biblici e mitologici); il "Rerum memorandarum libri" (1343-45: sono esempi di virtù e vizi proposti mediante aneddoti storici e letterari; l'opera è però incompiuta); l' "Itinerarium breve de Ianua ad Ierusalem et terram sanctam" (1358: una sorta di guida archeologico-geografica sul viaggio dall'Europa alla Palestina).
Un ultimo gruppo sono testi di carattere filosofico e spirituale. Fra queste il più importante è il "Secretum" (o "De secreto conflictu curarum mearum"), iniziato nel 1342/43, e ritoccato più volte, che costituisce la riflessione più compiuta del Petrarca su se stesso, la morte, il desiderio di gloria e di amore, la caducità dell'uomo. Poi il "De vita solitaria" (1346) e il "De ocio religiosorum" (1347), dedicati all'esaltazione della vita monastica (a cui si era dedicato il fratello Gherardo). Infine i "Psalmi poenitentiales" (1348: sono preghiere) e il "De remediis utriusque fortunae" (1354-1356: una meditazione sulla necessità di resistere alle avversità e di non fidarsi della buona sorte).
Petrarca può essere considerato il fondatore della lirica moderna ed un prototipo di pre-umanista o scrittore moderno. È fondatore di un nuovo tipo di intellettuale, ormai escluso dalla reale partecipazione alla vita sociale e politica, e che pertanto è diventato uno specialista della cultura. Inoltre l’autore esprime una forma di interiorità nuova segnata dalla conflittualità interna, essendo attratto sia dalla verticalità sia dall’orizzontalità; infatti crede che il bisogno d’amore da parte della donna amata (Laura) sia da ritenersi un peccato. Con Petrarca viene fondata una tradizione classicista in quanto molte sue opere si riferiscono a scritti di autori classici come Virgilio, Cicerone, ecc… favorendo la ripresa della priorità del latino come lingua di saggezza.
Il corso della sua vita si proietta sui primi due terzi della storia del ‘300 ed egli è testimone degli eventi più importanti dell’ultimo scorcio del Medioevo, che si può definire sconvolto, agitato e condizionato da situazioni come la decadenza dell’impero, le epidemie, le carestie, i mutamenti economici e politici. Questa non è la sola motivazione per definire l’indole del poeta irrequieta e mutevole, talvolta sensibile e curiosa, ricca di interessi intellettuali e di ansie morali che si possono ritrovare nella sua biografia quando verso il 1330 va’ alla ricerca di un equilibrio interiore. Tale ricerca è rappresentata da due luoghi molto importanti nel corso della vita del poeta: Avignone e Valchiusa; nella prima il Petrarca presta servizio come cappellano presso la famiglia del Cardinale G.Colonna, avvicinandosi sempre più all’amore per il mondo classico e alla figura del Papa, svolgendo una vita che si può definire mondana; nella seconda, invece, il poeta decide di ritirasi nella sua casa di campagna in cui coltiverà i suoi studi avvolto da una certa spiritualità. Quindi Valchiusa resta pur sempre il polo di attrazione della sua vita sentimentale, il modello consapevole o inconsapevole di ogni ideale soggiorno terreno; basti pensare che quasi tutte le sue opere più importanti furono composte o ideate in questa città.
Tra il 1342 e il 1343 ci fu’ infatti la prima stesura del dialogo SECRETUM, confessione della sua crisi morale e religiosa, che tocca il suo culmine dopo avvenimenti che turbano profondamente il suo cuore: la nascita della figli naturale Francesca e l’improvvisa conversione del fratello Gherardo, ritiratosi a vita religiosa nel monastero di Montrieux.
Il più approfondito riconoscimento del mondo classico si colora, nel Petrarca, di ansia religiosa. Fra il giovanile entusiasmo umanistico e le pagine del Secretum, fra l’inizio e il culmine della crisi morale che travagliò a lungo la coscienza del Petrarca, si pone l’incontro con la filosofia di Agostino. Fin dalle origini la crisi si caratterizza per un duplice ordine di motivazioni. Vi è in primo luogo un’assillante rimorso per non aver saputo interpretare il misterioso richiamo di Dio. A tutte le meditazioni del Petrarca sembra da questo momento accompagnarsi lo scuro sentimento di una colpa ignota, magari la riduzione della stessa fede che impedì in lui il prodigio della conversione. Vi è poi un secondo e più evidente aspetto della crisi. Ed è il contrasto delle opposte inclinazioni della volontà: una volontà che appare estremamente divisa tra le attrattive dei beni mondani e l’esigenza di più alti doveri spirituali, contraddizioni della sua anima che qualche anno più tardi, nelle pagine del Secretum, descriverà con più precisione. In quest’opera il poeta sembra ad un certo punto scoprire la ragione della sua inquietudine, identificandola nella debolezza e nella mancanza di energia spirituale che impedisce ogni scelta ferma, l’accidia. Ma il poeta non è ancora giunto al fondo della sua ricerca interiore in quanto come vediamo nel Secretum cerca di capire quella zona oscura dell’animo, quei desideri insoddisfatti.
Da queste “confessioni” inizia tutta la critica alla complessità del mondo morale petrarchesco, così contraddittorio che gli studiosi non sanno dare una spiegazione esaustiva della personalità di Petrarca.
Chi più degli altri si è avvicinato al “segreto” della personalità di Petrarca, ed alla sua, sempre presente inquietudine spirituale è Noferi che con la frase: << una inquietudine come tensione perpetua dello spirito >> ha dato un idea abbastanza semplice ma efficace nel suo intento.
Al centro di tutta la biografia intellettuale e spirituale di Petrarca si colloca pertanto la composizione del Secretum. Esso è al tempo stesso documento della sua psicologia, testo fondamentale e significativo per la comprensione della sua poetica, in uno dei momenti più delicati, nonché migliori.
Il titolo si desume dal proemio :“De secreto conflictu curarum mearum”, e sempra alludere alla riflessione del dialogopiuttosto che il proposito renderlo segreto, come di fatto avviene.
L’opera restò ignota fino a che Tedaldo della Casa la ricopiò nel 1378-9, per conto del circolo umanistico fiorentino. Le date di inizio e di termine della prima composizione dovrebbero essere tra l’Ottobre o il Novembre del 1342 e l’Aprile del 1343.
L’originaria composizione del Secretum , che documenta la prima presa di coscienza del suo tormento interiore cade negli anni più densi di eventi e più contrastati della sua vita. Contemporanei e convergenti, inoltre, vanno considerati alcuni eventi della sua biografia letteraria; nel ‘41 aveva iniziato a scrivere L’Africa, e nel ’42 si dedicava alla lettura del De vera religione, (una delle opere agostiniane destinate da questo momento ad influire sulla sua storia spirituale e sul suo gusto letterario) e alla prima composizione selettiva del Canzoniere. Il Secretum è costituito da un proemio e di tre libri, ha forma di dialogo che si immagina svolgersi in tre giorni tra Franciscus ( il poeta stesso) e Augustinus (sant’Agostino) alla muta presenza di una donna bellissima, la Verità, cui spesso ricorreranno i due interlocutori come giudizio della propria intima coscienza.
La confessione del Secretum però tende a presentare le figure degli interlocutori del dialogo come figure astratte, in cui s’incarnano momenti della psicologia dell’autore e più in generale due aspetti contraddittori dell’uomo.
Al poeta assorto appare all’improvviso, la donna bellissima che poco dopo si farà conoscere come la Verità; e accanto a lei ecco comparire un vecchio fedele, dall’aspetto sacerdotale, dalle vesti di tipo africano, che il Petrarca avrebbe riconosciuto come sant’Agostino figura che aiuterà il poeta ad uscire dalla selva delle miserie e dei dispiaceri che lo rendono moralmente attonito e disperato. Da questa funzione allegorica partirà il dialogo, che si snoda lentamente come una confessione: da un lato Agostino che, con la saggia e implacabile astuzia del confessore, indaga i pensieri, i segreti lati nascosti dell’anima del penitente, lo induce a riconoscere e a confessare le colpe più abilmente nascoste; mentre il penitente, da parte sua, si difende come può ribattendo alcune accuse, tuttavia salvaguardando il diritto al “possesso” dell’intima radice dei suoi mali e dei suoi affanni.
È evidente, nella trama concettuale del dialogo, l’influsso delle opere agostiniane, del De Vera Religione e delle Confessiones ; ma non mancano spunti della dottrina morale classica ed in particolare di opere di Cicerone e Seneca. Tuttavia la tecnica dialogica assunta dal poeta allo scopo di variare e alleggerire il tessuto troppo razionale dell’opera. Il dialogo inserisce ovviamente le due voci nella coscienza del poeta, cosicché si possa definire quasi un monologo. Non è sempre possibile, pertanto, identificare in Agostino il personaggio storico del Santo né, nelle idee che egli espone, il suo pensiero coerente e filosofico in merito alla fede. D'altronde non sarebbe nemmeno corretto riscontrare nel personaggio di Francesco la semplice proiezione autobiografica dell’autore e una confessione immediata dei suoi turbamenti interiori.
Nel primo libro è affrontato il problema dell’ansia che affligge Francesco e come lui ogni uomo.
Agostino pone il poeta davanti al nodo centrale di questa sua crisi ed espone le motivazioni della sua malattia morale identificando la causa nell’eccessivo attaccamento ai beni della terra, con la conseguente insoddisfazione causata dalla loro deperibilità. Il Santo afferma che le cause risiedono in primo luogo nella dimenticanza della realtà della morte e secondariamente nella opinione che le cause dell’infelicità e del peccato risiedano in eventi estranei al nostro potere.
Francesco, però, si dichiara distrutto dalla contraddizione tra la coscienza di tali fatti e l’attaccamento ai beni terreni. Agostino lo invita ripetutamente ad ammettere che la sua infelicità dipenda da lui stesso, incapace di rivolgersi a Dio chiedendo perdono.
Nel secondo libro il carattere di Francesco viene analizzato sulla base dei peccati capitali della morale cattolica. Il Petrarca, in riferimento alla sua malattia morale, riconosce come prima radice dei suoi mali l’accidia, cioè la debolezza di volontà nell’impegno morale e l’incapacità di risollevarsi dallo stato di tristezza e di angoscia che lo assilla, non essendo in grado di intraprendere la via del bene che pure riesce in qualche modo ad individuare. Oltre all’accidia, in particolare, lo affliggono la superbia per il proprio successo intellettuale e per la propria bellezza fisica, e la lussuria provocata dall’amore per le bellezze terrene.
Infine nel terzo libro, che dei tre è anche il più esteso, Agostino indica i due maggiori vincoli che ostacolano il riscatto morale di Francesco: l’amore per Laura e l’attaccamento alla gloria. Francesco riconosce la forza di tali vincoli ma si impegna a dimostrarne la validità in senso spirituale e religioso: Laura è simbolo della bellezza di Dio e l’amore per lei lo ha avvicinato alla verità; la gloria, invece, costituisce il tentativo ad innalzarsi al di sopra dei limiti terreni e quindi alla verticalità. Agostino però mostra i limiti di entrambi i vincoli: l’amore per Laura lo distoglie dal vero amore per Dio e il desiderio di gloria provoca in lui vanità e superbia. Il dialogo si conclude con la fiducia che un approfondimento della conoscenza di sé consenta al poeta di essere pronto ad una vera conversione. Si assiste quindi ad una conflittualità interna che non può trovare soluzione: solamente la verità sarebbe portatrice di unificazione nell’anima del poeta; ma ella è una presenza silenziosa.
BIBLIOGRAFIA
“La scrittura e l’interpretazione” , R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, F. Marchese,
PALUMBO editore, 1997.
“Petrarca” , R. Amaturo,
editori LATERZA, 1981
· “Autori dal 300 al 500: vita e opere”, L. Macchioli, T,Diffini,
editrice LA SORGENTE, 1990.
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Francesco Petrarca
In Petrarca possiamo riscontrare uno stretto rapporto tra la sua vita e le sue opere, che, nell’insieme possono essere considerate come un’autobiografia morale ed intellettuale dell'autore.
Due elementi soprattutto emergono: la contraddizione, il disagio interiore e poi l’accidia (debolezza di volontà, mutevolezza, volubilità intellettuale) che lo porta a non perseguire con le necessarie energie gli obiettivi che si prefigge.
La vita di Petrarca
Petrarca nasce ad Arezzo nel 1304, figlio di un notaio, esule fiorentino: per questo Petrarca si sentirà sempre più fiorentino che aretino.
Nel 1312 la famiglia si trasferisce ad Avignone, dove il padre ha una mansione all’interno della corte papale. La famiglia abiterà in un paesino poco distante dalla città.
Costretto dal padre, frequenta gli studi di diritto (a Montpelier e a Bologna) ma non sono gli studi adatti a lui perché, anche se ha grande rispetto per le leggi ed il diritto, ritiene che esse vengano applicate ed utilizzate ingiustamente.
Quando nel 1326 il padre muore interrompe gli studi perché non si sente portato ed inizia lo studio della letteratura e dei classici antichi: Cicerone, Virgilio, Orazio, Tito Livio.
Nel 1327 vede per la prima volta in chiesa Laura, nome fittizio dietro cui si cela una donna sposata che egli celebrerà nelle proprie opere.
Nel 1330 intraprende la carriera ecclesiastica, per potersi mantenere.
Nel 1337 si ritira, comprando una proprietà terriera in Provenza, in cui si rifugia dalla mondanità e si dedica all’ozium: lo studio, la riflessione, la meditazione, lo scrivere, ovvero l’attività intellettuale.
Contemporaneamente è attratto però anche dal successo e dalla gloria, presso i contemporanei e tra i posteri, sì da perciò da fare e nel 1341 riesce a farsi incoronare “poeta” a Roma.
Dal 1334 al 1347 Petrarca ha il suo periodo più prolifico.
Nel 1337 compone il “Canzoniere” (una raccolta di liriche in volgare), numerose liriche in latino, da cui si spetta la gloria, che però lascia incompiute.
Nel 1349 c’è il periodo di crisi: scoppia la peste e muoiono persone assai care al poeta, tra cui Laura e il cardinale Giovanni Colonna, alle cui dipendenze Petrarca era stato. Inizia così un periodo di riflessione, da cui scaturisce la necessità di creare qualcosa di duraturo nel tempo. Per questo intensifica l’attività letteraria e compone un'opera in latino.
Il “Secretum”
Compone così il “Secretum” (opera della fine degli anni ’40), in cui finge un colloquio tra S.Agostino (punto di riferimento più importante dal punto di vista spirituale), che rappresenta l’anima più spirituale ed attenta alla fede di Petrarca, con Francesco, che invece incarna l’anima più interessata al godimento terreno, alla fama, alla materialità terrena. Il dialogo si svolge in tre giorni (uno per libro) e avviene in presenza di una donna bellissima ma silenziosa, allegoria della verità.
Agostino nel dialogo sottolinea come Francesco sappia bene quale sia la via verso il bene, ma nota anche che la sua vita sia caratterizzata anche da un peccato, una colpa, che non riesce ad eliminare: l’accidia, che lo porta ad una perenne inquietudine. Inoltre altre due colpe colpiscono Francesco: l’attrazione sensuale per Laura e la ricerca del successo, l’attrazione per la gloria mondana e terrena. Francesco, anche se d’accordo con Agostino, non riesce però a cambiare, a “convertirsi”.
Nel 1353 lascia la Francia, e va a Milano, fino al 1361, alla corte dei Visconti: per questo verrà rimproverato dai fiorentini, perché considerano i Visconti dei tiranni. Petrarca è così impegnato in azioni diplomatiche in tutta Europa.
Nel 1361 gli muore però un figlio. Questo porta il poeta in una nuova fase di crisi, di riflessione, e sente addosso la stanchezza di una vita così condotta. Nel 1370 si ritira ad Arquè, sui colli Euganei, vicino a Padova, con la seconda figlia avuta, dove morirà nel 1374.
Petrarca rappresenta per la sue epoca una nuova figura di intellettuale:
- non è più strettamente legato ad un città sola, è un intellettuale cosmopolita, che si muove di città in città, senza essere legato a nessuna di esse, anche questo testimonia la sua inquietudine interiore
- l’essere chierico gli consente di essere autonomo
- è un cortigiano: frequentando le corti fornisce lustro e prestigio, e da cui ne trae fama, senza però esserne dipendente
- importanza della letteratura: la letteratura viene riconosciuta nelle corti, ed è per Petrarca la più alta espressione dell’animo umano, come in nessun’altra espressione è data. La letteratura è anche strumento di espressione civile, politica, morale ed intellettuale.
- consapevolezza dell’eccellenza, del valore del letterato, punto di riferimento per la comunità da cui deve attingere valori
- recupero del mondo classico, avvertita la distanza tra il proprio mondo e quello antico, tenta di ricostruire quello classico: approccio filologico ai testi che studia (tentativo di ricostruire l’opera originale il più fedelmente possibile) e capire il significato originale che le opere avevano quando furono prodotte.
Un'altra ambivalenza che si riscontra in Petrarca, è quella linguistica, costituita dall'uso sia del latino sia del volgare.
Petrarca considerava il latino quello dotato di maggior dignità letteraria, e che gli avrebbe garantito l'immortalità letteraria e la fama perpetua, e riteneva il volgare lingua non ancora abbastanza degna per essere usata a livello letterario.
Quello da lui utilizzato era un latino modellato sugli esempi della classicità, depurato dalle corruzioni volgari, diverso da quello utilizzato nel medioevo.
Proprio per questa ragione gran parte delle sue opere sono redatte in latino
In pratica le sue opere in volgare sono solamente due:
_ i "Trionfi", un poema allegorico redatto nei suoi ultimi anni di vita e lasciato incompiuto;
_ il cosiddetto "Canzoniere", da lui chiamato "Rerum vulgarium fragmenta", cioè "Frammenti di cose volgari", oppure "Rime sparse", dal nome del primo sonetto che compare nell'opera.
Il nome "Rime sparse" deriva dal fatto che lui considerava le cose qui contenute delle bazzecole, delle cose da nulla, nugae, recuperando un attestazione di modestia appartenente all'antichità (Catullo, Orazio).
Petrarca svalutava i componimenti contenuti in questa opera, e infatti nel ritratto ideale di sé che fornisce in una lettera in latino indirizzata "Alla posteriorità", in cui evoca le sue varie opere, il Canzoniere non è citato.
Di fatto però si dedica ad esso per quasi quarant'anni, attraverso un continuo lavoro di selezione, riorganizzazione, sistemazione e modificazione dei singoli componimenti (soluzioni formali).
Infatti oggi si conoscono una decina di versioni del Canzoniere, e dell'ultima se ne possiede un testo autografo.
E' composto da 366 componimenti, suddivisi in VITA e MORTE di Laura, e di cui una gran parte sono sonetti.
Se si esclude il primo componimento, che funge da proemio (introduzione), ne abbiamo 365, come i giorni dell'anno.
Ciò rappresenta l'intenzione di Petrarca di offrire una compiuta autobiografia spirituale e interiore.
Ogni componimento ha una sua autonomia ma devono anche essere letti nell'insieme, nel loro susseguirsi, che delinea la storia interiore del poeta che da una fase di traviamento giovanile (amore per Laura) tenta col tempo di affrancarsi dalla tirannia di questa passione dominante, per raggiungere uno stato di quiete, pace e tranquillità, che crede di poter raggiungere rivolgendosi a Dio.
L'ultima canzone è dedicata alla Vergine, e Petrarca si propone di abbandonare definitivamente la lode di Laura, ormai assunta in cielo, e di volgersi definitivamente a Dio.
A differenza di ciò che avviene in Dante, si capisce che la "conversione" non è compiuta, infatti Petrarca è ancora proiettato nel passato e non riesce a rassegnarsi ad abbandonare i beni e i piaceri materiali.
Il poeta in realtà non riesce in questa sua conversione perché non vuole, in quanto vorrebbe che ciò che è terreno avesse la stessa stabilità di ciò che è divino.
Petrarca è dominato da una passione che ingenera sia gioia sia sofferenza, e si viene perciò a creare uno spontaneo contrasto tra passione terrena, amorosa e passione divina.
Il processo di purificazione che il poeta si sente di dover compiere non si compie.
Laura ha caratteristiche più concrete della donna stilnovista, ma viene delineata in termini abbastanza generici, e assume la valenza simbolica sia dell'amore sia di tutto ciò che di terreno vi è di più allettante e attraente (ad esempio la gloria).
Il protagonista incontrastato di quest'opera non è l'amore di Petrarca per Laura, ma le ripercussioni che l'amore ha sulla sua anima, che è perennemente caratterizzata da un profondo travaglio interiore.
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LE OPERE “UMANISTICHE”
PETRARCA E IL MONDO CLASSICO:
Vi è una ragguardevole differenza tra l‘adorazione per il mondo classico di Petrarca e quella di Dante: quest’ultimo, non sentendo il distacco tra il mondo a lui contemporaneo e quello antico, tende ad assimilarne temi e figure (es.: Virgilio come “maestro del bello scrivere”), mentre Petrarca, conscio di questa rottura, sente il bisogno di coglierlo nella sua autentica fisionomia.
Nasce da qui l’attività filologica di Petrarca: nei suoi viaggi in Europa ed Italia, spinto da una viva curiosità, ricerca testi d’autori latini oramai dimenticati, li confronta per emendarli dagl’errori dei copisti e li arricchisce di chiarimenti storici. Arriva così a scoperte di rilievo come quella delle epistole ad Attico di Cicerone, che gli diedero l’impulso a riordinare le proprie sul modello ciceroniano. Infine, grazie alla fitta rete di conoscenze in Europa, mise in circolo il suo lavoro.
le raccolte epistolari :
Pertrarca impiegò tutta la vita a raccogliere, ordinare e rielaborare le sue lettere in prosa latina, da cui risultano 24 libri di Familiari e 17 di senili. A parte si collocano le sine nomine, cioè senza nome, così chiamate poiché, per prudenza, il destinatario è anonimo. Vi sono infine le varie, rintracciate da amici e collaboratori. Tutte, in ogni caso, si presentano già nella stesura originaria come componimenti letterari finemente elaborati. Prima della pubblicazione, esse furono ulteriormente rifinite e private d’ogni evidente riferimento a cose, persone o luoghi; ne consegue che le epistole petrarchesche non sono documenti immediati di vita vissuta, ma la trasfigurazione letteraria della realtà, mediante la quale, egli costruisce sul modello dei classici il proprio ritratto, fissando un’immagine esemplare del letterato: esso è un uomo dotto, composto dalla fede per la cultura disinteressata, il fastidio per il pratico e quotidiano, il sogno di un’esistenza appartata, interamente dedicata alla lettura e alla meditazione, ma anche, per contro, la consapevolezza della sua funzione morale, che deve fornire un modello cui ispirarsi.
Altre opere in cui si concreta l’ideale classico sono :
L’Africa, poema epico incompiuto in esametri latini sulla seconda guerra punica; con esso Petrarca intendeva continuare idealmente la letteratura latina, ponendosi a fianco dei grandi scrittori da lui venerati. La materia è ricavata dalle storie di Livio, ma moduli narrativi e stilistici, episodi e caratteri sono ispirati all’Eneide. Nel comporre l’opera, il poeta è mosso dal proposito di esaltare la gloria romana, ed in particolare le gesta di Scipione l’Africano. Tuttavia, accanto agli intenti epici troviamo spunti pessimistici, d’ispirazione cristiana, sulla fugacità della gloria e la miseria della condizione umana, rintracciabili nell’episodio di Magone morente (il più famoso del poeta).
De virus illustribus, opera “storica” in cui sono raccolte biografie di illustri personaggi romani (Cesare, Scipione, Catone ecc.). Contemporanea all’Africa, è anch’essa animata dall’intento di celebrare la grandezza di Roma, sulle orme di Livio ed altri storici latini ed in essa è altresì ravvisabile la meditazione pessimistica rintracciata nell’Africa.
Altra opera storica è Rerum memorandum libri, raccolta d’aneddoti raggruppati in categorie, al fine di illustrare vari tipi di virtù, formalmente di sapore medievale e moralistico.
IL CANZONIERE:
PETRARCA ED IL VOLGARE:
Abbiamo già visto che Petrarca predilesse sempre il latino al volgare nei suoi componimenti, poiché molto più dignitoso; sono solo due i testi volgari che egli compose, e che egli definì come “bazzecole”: il Canzoniere ed i Trionfi, opera incompiuta. Tuttavia, la cura con cui perfezionò questi versi ci porta ad un’apparente contraddizione: egli riteneva la letteratura latina ad un livello di perfezione irraggiungibile e unicamente da imitare; in questo modo il volgare offriva carta bianca a chi volesse raggiungerne l’eccellenza poetica. Per questo motivo egli si sforzò di dimostrare come fosse possibile fare poesia d’alto livello anche in volgare.
Spingendo lo sguardo al passato possiamo inoltre confrontare l’atteggiamento di Petrarca a quello di Dante: quest’ultimo difese sempre la dignità del volgare, che utilizzò addirittura per il “poema sacro” che doveva abbracciare “cielo e terra”, ma nonostante Petrarca sembri fare un passo indietro, tornando a glorificare il latino, bisogna notare che non si tratta più di un latino medievale ma una lingua che mira a riprodurre l’idioma letterario antico nella sua purezza, e lo stesso volgare è più raffinato e regolarizzato su modelli latini.
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FRANCESCO PETRARCA
Biografia:
Petrarca nacque a Firenze nel 1304, da una famiglia borghese; il padre, ser Petracco, fu esiliato da Firenze (come Dante), quando i guelfi neri presero il controllo; fu quindi costretto a trasferirsi a Avignone (allora la sede della curia papale). Francesco, dopo i primi studi sotto la guida del maestro Convenevole da Prato, nel 1316 fu avviato agli studi di diritto all’università di Montpellier, e dopo, nel 1320, si trasferì a Bologna. Ma nonostante le speranze del padre, era già chiara la sua predisposizione per la letteratura, e probabilmente proprio negli anni di studio a Bologna compose i primi versi in volgare. Alla morte del padre tornò ad Avignone, dove cominciò a condurre una vita frivola, aggraziandosi le corti aristocratiche grazie alla sua arguzia ed eleganza mondana; in ogni caso questo non gli impedì di coltivare la sua passione per i grandi maestri classici, come Virgilio e Cicerone.assieme alla letteratura classica Petrarca amò molto un libro di Sant’Agostino, le confessioni, che teneva sempre con se: si iniziarono a delineare fin da allora le due tendenze basilari della cultura petrarchesca, ovvero il culto dei classici e l’intensa spiritualità cristiana.
La lingua abituale di Petrarca era il latino, ma parallelamente utilizzò il volgare, (per lui) oramai sradicato da ogni ambiente municipale italiano, per comporre liriche d’amore sui modelli stilnovisti di Dante e Cino da Pistoia.: una vera e propria scelta letteraria, un omaggio alla precedente tradizione poetica. Egli concentrò tutti i motivi della sua poesia sulla figura di una donna, Laura, la cui storicità è stata a lungo discussa; ora si concorda nel definire il personaggio di Laura come realmente esistito, seppur di fugace influenza nell’effettiva vita di Petrarca, e si è altrettanto concordi sul definirla più che altro simbolo della sua travagliata vita interiore e letteraria.
Oltre alla passione letteraria si venne a creare in Petrarca l’esigenza di sicurezza materiale, che lo spinse a prendere gli ordini minori; con l’ausilio delle sue doti intellettuali ottenne la protezione del vescovo Giacomo Colonna, che gli fece avere il primo canonicato a Lombez, dove fu fino al 1347 alle dipendenze di Giovanni Colonna. Ma la sua inquietudine, curiosità di conoscere, lo spinse a viaggiare a lungo: in Francia settentrionale, nelle Fiandre e in Renania, nel ’33, e nel 37 giunse a Roma, dove accrebbe la sua venerazione per il modo classico; in ogni luogo dove egli si recò, in ogni caso scoprì testi latini dimenticati e strinse amicizie con diversi letterati.
Ma sorge in Petrarca anche il bisogno di riconciliazione con la spiritualità cattolica, di chiusura interiore e riflessione; in una lettera al fratello Gherardo egli narra della sua emblematica ascesa al monte Ventoso, dove, assorto nella contemplazione del paesaggio, aveva letto una frase dalle confessioni, per lui illuminante, che assunse poi come simbolo della sua esperienza spirituale. Dal contrasto di questo desiderio con lo stile di vita mondano ed un altro forte desiderio, quello della gloria poetica e la successiva incoronazione con l’alloro, il conflitto interiore di Petrarca si intensificò: questa crisi religiosa tocco il culmine col la notizia del ritiro riflessivo del fratello, che considerava come alter ego. […]
nuova figura d’intellettuale:
Petrarca si presenta come un nuovo tipo d’intellettuale: cosmopolita senza radici, che al contrario di Dante, che rimpiange l’impossibilità di tornare a Firenze, è spinto a viaggiare frequentemente, legato più a un ideale nazionale più che municipale (inteso come unità letteraria e culturale, non politica).
È un’intellettuale cortigiano, non più legato ed influenzato dalla vita politica del suo comune: accetta e sostiene la Signoria, ampiamente diffusa in Italia. È tuttavia geloso della sua autonomia intellettuale, rifiutando così incarichi troppo legati alla struttura del potere. Garanzia della sua indipendenza sono le rendite ecclesiastiche e tutti i privilegi della vita del chierico, che si spiegano grazie all’importanza e prestigio assunti dalla letteratura: il letterarato conserva il classico e assicura l’immortalità della fama presso i posteri, con i suoi scritti. Si và delineando una concezione umanistica della cultura e Petrarca ne è l’interprete più consapevole.
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Francesco Petrarca
Le opere minori
De Vita Solitaria
E' un trattato che si sviluppa in due libri, è scritto in latino e in questo libro Petrarca esalta la solitudine non vedendola dal punto di vista dell'ascetismo cristiano (che esalta la rigida solitudine dei monaci e degli eremiti), ma rallegrata dalle bellezze della natura, dalla conversazione con pochi eletti amici e soprattutto dalla presenza di libri, perché secondo Petrarca, la libertà e il diletto sono propri del letterato. Quindi l'uomo deve vivere nell'OTIUM inteso in senso letterario per dedicarsi alla composizione.
De Otio Religioso
Scritto nel 1347 dopo una visita alla Certosa di Montieux al fratello Gherardo (monaco certosino). Il poeta rimane colpito dalla vita serena e gioiosa dei monaci, così elogia la vita monastica contrapponendola alla vita vana di coloro che inseguono ricchezze e onori, però accanto a questa esaltazione, mostra la consapevolezza che il rigore ascetico è, per lui, un ideale irraggiungibile.
De Remediis Utriusque Fortunae
Opera in due libri con duecentocinquantaquattro dialoghi nei quali parlano personaggi allegorici: la speranza, la ragione, il timore, il dolore, la gioia; Petrarca si ispira ai precetti della filosofia stoica e a Seneca e da quest'ultimo prende l'esortazione affinchè l'uomo guardi nel suo interiore per poter superare i problemi della vita.
Invectiva Contra Quedam Medicum
Si articola in quattro libri: è un'invettiva scritta contro un medico con la quale il Petrarca si oppone alla medicina di quel periodo, che secondo lui è soltanto cialtroneria e stregoneria, senza alcun fondamento medico. Esalta l'arte poetica e letteraria come metodo per raggiungere l'esaltazione dell'animo
Eum Qui Maledixit Italiae
Scritta contro il monaco francese Giovanni Hesdin che, durante la Cattività Avignonese, afferma che il Papa non può tornare a Roma perché città in cui regnano il disordine e l'immoralità. Il monaco maledice Roma e tutta l'Italia.
De Viris Illustribus
E' un'ampia raccolta di biografie di personaggi famosi dell'antica Roma che servono al poeta per esaltare tutta la civiltà di Roma che ha dato esempio di grande patriottismo, virtù e civiltà.
Rerum Memorandarum Libri
Segue lo stesso schema del De viris illustribus ed è un'ampia raccolta di fatti, aneddoti, argomentazioni, motti che si rifanno a personaggi del passato per dare testimonianza di avvenimenti a loro accaduti. Abbiamo solo tre libri che parlano della Prudenza.
Bucolicum Carmen
Sono dodici egloghe di argomento pastorale che sotto l'aspetto di personaggi tipici della pastorizia nascondono stati d'animo e fatti personali.
Epistulae Metricae
Sono 63 lettere in esametri latini che trattano argomenti diversi che contengono rifacimenti alla vita del poeta
L'Africa
E', dopo il SECRETUM, l'opera più importante scritta in latino. E' un poema epico in esametri latini che scrive con la speranza di essere annoverato tra i più grandi poeti. Non è opera ricca di poesia ed è scritta sul modello dell'Eneide di Virgilio. Rimane incompiuto all' XI libro. Parla di Scipione l'Africano che durante la II Guerra Punica aveva vinto con le truppe romane nella battaglia contro Annibale. Solo alcune pagine riescono a emergere dalla mediocrità generale: l'addio di Magone (fratello di Annibale ferito a morte) alla natura e alle bellezze terrene, il tormento di Massinissa per Sofonisba che in realtà rispetta il rapporto dal Petrarca con Laura
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FRANCESCO PETRARCA
Francesco Petrarca nacque nel 1304 ad Arezzo, dove si era recato in esilio con la famiglia, bandita da Firenze per motivi politici: il padre era, infatti, guelfo bianco, come Dante, di cui era amico; da lì, si trasferì poi con la famiglia in Francia a Carpentras, vicino ad Avignone, dove papa Clemente V aveva trasferito la corte papale nel 1309.
Nella chiesa di Avignone conobbe, il 6 aprile del 1327, Laura, di cui non si sa nulla di certo, se non che è una delle fondamentali fonti d’ispirazione poetica dello scrittore.
Nel 1330 fu assunto al servizio del cardinale Giovanni Colonna, per cui compì numerosi viaggi in tutta Europa, coltivando incessantemente lo studio dei classici latini (soprattutto Cicerone, Virgilio e Livio) e i padri della Chiesa, in particolare Sant’Agostino.
Nel 1337 fu per la prima volta a Roma, centro della classicità da lui ammirata. Tornato ad Avignone, si ritiro nella vicina Valchiusa.
Le sue opere, soprattutto il poemetto latino Africa gli diedero notevole fama, tanto che il poeta fu proposto per l’incoronazione poetica contemporaneamente da Parigi e da Roma, cui diede la preferenza; fu incoronato in Campidoglio l’8 aprile del 1341.
Successivamente, altri viaggi interruppero il suo soggiorno a Valchiusa: a Verona, dove scoprì importanti testi di Cicerone, e a Roma, nel 1347, attratto dal tentativo di riforma politica attuato da Cola di Rienzo (1313-1354), poi fallito. Dopo aver appreso a Parma che Laura era morta di peste nel 1348, continuò a viaggiare per tutta l’Italia: dal 1353 al 1361 soggiornò a Milano, alla corte dei Visconti, ottenendone incarichi diplomatici, fu poi a Padova e a Venezia e infine si stabilì sui colli Euganei, ad Arquà, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1374.
Petrarca fu un grande ammiratore della cultura latina, cui si dedicò con impegno costante, visitando numerose biblioteche in tutta Europa alla ricerca di testi, scoprendo fra l’altro importanti opere di Cicerone: due orazioni e le Epistole ad Attico. Per questa attività di infaticabile ricercatore di testi, Petrarca può considerarsi l’anticipatore dell’Umanesimo. La maggior parte delle sue opere è in lingua latina: il poema Africa (iniziato nel 1338-39); La vita solitaria (De vita solitaria, 1346);
L’ozio religioso (De otio religioso, 1347); una folta raccolta di lettere, divisa in Famigliari (Rerum familiarum, composte tra il 1325 e il 1366) e Senili (Rerum senilium, composte tra il 1361 e il 1374); infine il Segreto (Secretum, 1342-43), immaginario colloquio del poeta con Sant’Agostino. La fama di Petrarca è legata però alla sua attività poetica in lingua volgare: in primo luogo il Canzoniere (Rerum vulgaria fragmenta), cui si dedicò dal 1355 alla morte, allestendone varie redazioni; infine i Trionfi (Triumphi), poema in terzine, iniziato prima del 1340 e concluso nel 1374.
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FRANCESCO PETRARCA
Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304 da ser Petracco ed Elettra Canigiani; nella Corte pontificia di Avignone il Tetrarca compì i suoi primi studi. Poi, fu avviato insieme al fratello Gherardo a seguire i corsi di diritto, prima a Montpellier e poi a Bologna, senza però trarne nessun profitto data la predilezione che mostrava per la lettura dei grandi classici. Alla morte del padre, nel 1326, tornò ad Avignone dove,più per motivi economici che per reale vocazione, abbracciò la vita ecclesiastica, prendendo solo ordini minori. Nella movimentata Corte papale di Avignone il Petrarca, che aveva così trasformato il cognome paterno di Petracco, si distinse per le sue notevoli doti d’ingegno e cultura. Il 6 Aprile, venerdì santo, del 1327 egli vide per la prima volta nella chiesa di Santa Chiara Laura de Noves sposata da due anni,la donna morì giovane nel 1348…e che egli avrebbe amato per il resto della sua vita di un amore inestinguibile e profondo facendone l’ispiratrice della sua poesia più alta e commossa. Ben presto Petrarca cominciò a sentire quell’irrequietezza e scontentezza di se che lo spinse a compiere numerosi viaggi. Nel 1340 accettò l’invito a Roma e nel 1341 fu incoronato in Campidoglio. Riprese in seguito i suoi viaggi e nel 1348 a Parma lo sorprese la notizia della morte di Laura avvenuta ad Avignone durante la pestilenza . Numerosi viaggi egli ancora compì tra l’Italia e la Francia, ma nel 1353 lasciò definitivamente la Francia. Si trasferì infine a Padova e li la morte nel 1374 lo colse.
Non è un impresa facile un quadro preciso della personalità morale e spirituale del Petrarca, è molto mutevole e talvolta contraddittoria.
Manca nel Petrarca un vero e proprio pensiero politico; più che alto in lui ci sono dei sentimenti, degli atteggiamenti a cui nuoce il tono retorico e che trovano fondamento in quell’amore profondo ch’egli ebbe per il mondo classico quindi per la passata grandezza di Roma.
A differenza di Dante fermo nella sua concezione universalistica dell’Impero, il Petrarca non nutre grande fiducia nella chiesa la cui grandezza gli appare come un vano nome. Infatti non mancano accuse lanciate contro quest’ultima giudicandola corrotta ed esaltando la primitiva purezza dei costumi.
Profondo fu l’amore che Petrarca nutrì per la civiltà classica, non dettata da retorica esaltazione ma dalla vera convinzione.
Un pensiero filosofico rigorosamente logico e coerente il Petrarca non ebbe. Il suo fu ”più un atteggiamento dello spirito che un’elaborazione sistematica della mente.”
Per intendere il Carattere del Petrarca basterebbe porlo a raffronto con Dante: quanto forte e risoluto e quadrato ci appare questo, altrettanto debole e indeciso ci appare quello del Petrarca. Queste caratteristiche le possiamo cogliere dalle tante testimonianze che l’autore ci ha lasciato. Fu un uomo di intuizioni vivaci, politicamente fu più moderno di Dante rinunciando agli ideali di monarchia universale ed esaltando un’Italia indipendente. Era dotato di un profondo spirito religioso e nello stesso tempo ammiratore appassionato del mondo classico. Aveva un carattere debole ma molto suscettibile che lo portava facilmente all’esaltazione estrema pieno di un’ansia di rinnovamento e di perfezione morale. Questa scarsa consistenza interiore creò in lui quello stato di insoddisfazione continua, di scontentezza.
L’immagine di Laura è sempre presente in lui e sovrasta ogni altra fede o passione, anche l’ardore religioso tanto che più volte il poeta si confessa atterrito di una tal forza che lo domina e chiede perdono a Dio per questo suo amore terreno, ma è un angosci che crea in lui uno stato d’animo di perenne incertezza e si manifesta malinconicamente per tutto il Canzoniere. L’immagine di Laura domina dunque sovrana nel Canzoniere non è più una figura evanescente o fantasma irreale ma creatura viva nella sua bellezza, nella luminosità dei suoi occhi e nella radiosità del suo sorriso.
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Francesco Petrarca (Arezzo 1304 - Arquà, Padova 1374)
Poeta italiano, uno dei più grandi lirici della storia, che portò a perfezione stilistica la forma poetica del sonetto. Ebbe un ruolo di primo piano nello sviluppo del volgare come lingua letteraria ed esercitò per secoli un'influenza determinante su numerosi autori, non solo italiani.
La vita di Petrarca è assai nota perché ce la offre egli stesso nel suo epistolario letterale. Egli è nipote di un certo ser Parenzo, discendente da un certo Garzo, un illustro autore di laude come ad esempio "Altissima luce". La famiglia di Francesco è una famiglia di notai fiorentini guelfi bianchi; quando Petrarca nasce nel 1304 la famiglia è esule, ed infatti il poeta nasce ad Arezzo.
Il padre per lavoro con la famiglia si trasferì prima a Pisa e poi, nel 1312 ad Avignone, da sette anni nuova sede della corte papale (fino al 1378), vivace e raffinato centro di cultura. La famiglia Petrarca si stabilisce appena fuori città. Petrarca assieme a suo fratello minore studia a Montpellier, la sede universitaria più illustre e più vicina. Compie poi due viaggi di studio a Bologna sempre assieme al fratello, dove oltre ad approfondire la cultura giuridica, approfondisce anche quella volgare toscana e stilnovistica. Petrarca si scopre interessato anche alla scultura classica.
Nel 1326 muore il padre di Petrarca, il quale inizia l'attività del padre entrando a servizio dei Colonna, famiglia romana illustre e prestigiosa ad Avignone, ed in particolare a servizio del vescovo Giacomo Colonna e del cardinale Giovanni Colonna. Per questo motivo assume la dignità ecclesiale senza però prendere i voti (diventa un uomo che ha assunto gli ordini minori).
Nel 1327 Petrarca conosce la donna ispiratrice della sua poesia amorosa, Laura, nobildonna sposata, della quale tuttavia non si sa quasi nulla; Petrarca afferma di averla incontrata il venerdì santo del 6 aprile 1327 (la stessa data della morte per la peste, di lei: 6 aprile 1348).
Negli anni successivi a servizio dei Colonna compie numerosi viaggi in tutta Europa (Fiandre, Belgio, Parigi, Aquisgrana, Colonia, Lione, Italia …); durante questi viaggi diplomatici, quando aveva tempo libero Francesco frequentava e saccheggiava le biblioteche classiche dei monasteri; così a Liegi ritrova alcune parti delle Orationes di Cicerone, e a Verona alcune Epistolae sempre di Cicerone.
Nel 1337 Petrarca si costruisce una casa in campagna, lontano dalla corruzione politica e ecclesiale e lontano dalle città umane; inizia così il suo eremitaggio ascetico e culturale in Val Chiusa.
Nel 1340 Petrarca era in una posizione di stallo anche sulle scelte da operare nella sua vita (non era né sposato né un ecclesiale); quando il fratello Gherardo entrò a far parte di un austero monastero certosino, il fatto mette in crisi Petrarca.
Nel 1340 Petrarca riceve due inviti all'incoronazione poetica latina (da Parigi e da Roma). Petrarca sceglie di ricevere quella a Roma. Così nel 1341 fu incoronato poeta in Campidoglio, a Roma. Grazie a questo titolo diventata dottore e così può liberamente esercitare il proprio insegnamento. Durante il viaggio in Italia viene ospitato da Carreggio a Pano da Azzo e a Selvapiana, sull'Appennino, prende una residenza.
Nel 1342 rientra ad Avignone. A Roma, Cola di Rienzo, un uomo colto, un po' umanista e un po' demagogo, aveva cercato di mettere in piedi una rivoluzione così da rimettere Roma al centro dell'Europa e della cristianità decadente; Petrarca comprese l'avventatezza del gesto che però lo affascinava. Così rompe i legami con i Colonna, operando un distacco da Avignone.
Petrarca inizia così a compiere numerosi viaggi in Italia dove inizia a frequentare Boccaccio di cui diventa subito amico. Decide poi di trasferirsi presso la corte di Galeazzo II Visconti, signore di Milano, invitato dal vescovo Giovanni Visconti: l'Italia, meta desiderata, si configurava sempre più ai suoi occhi come l'erede culturale dell'impero romano. Arrivò in città nel 1353, e vi rimase fino al 1361, con la speranza e il desiderio di potersi finalmente dedicare a tempo pieno agli amati studi e alla poesia, aspirazione che realizzò nonostante qualche missione diplomatica e qualche viaggio privato.
Allo scoppio della peste che gli uccise il figlio Giovanni, nel 1361, Petrarca fuggì prima a Padova e poi a Venezia; come in precedenza, di tanto in tanto rivide l'amico Boccaccio.
Infine si stabilì con la figlia Francesca e suo genero, nel 1368, ad Arquà, sui colli Euganei, ospite di Francesco da Carrara; Arquà è la terza residenza eremitica di Francesco. Nella residenza stabilisce tutta la sua ricchissima biblioteca. Della biblioteca parte andò perduta, un'altra alla corte serenissima di Venezia (parzialmente trasportata in Vaticano nel 1500 dal clericista Paolo Veco) e un'altra alla corte dei Visconti a Milano (parte che verrà poi portata parzialmente a Parigi da Napoleone)
Il Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)
L'opera che rese Petrarca uno dei poeti più celebri al mondo è il Canzoniere, una raccolta di rime in volgare che l'autore riteneva di importanza secondaria rispetto alle sue grandi opere in latino. Il titolo originale recita infatti Rerum vulgarium fragmenta, cioè "Frammenti di cose volgari"; è un corpus unico composto da una serie di singole unità liriche ideate e scritte (magari alcune anche pubblicate) in modo autonomo (fragmenta). La raccolta è composta di 366 componimenti (317 sonetti, 29 canzoni poche sestine, ballate e madrigali) concepiti come lettura da compiere nell'arco dell'anno, un componimento al giorno, più uno proemiale, come in un diario. Petrarca è il primo a scrivere un “Libro” di rime; questo libro è la metafora dell’unità interiore che l’affrancamento della passione amorosa gli ha consentito. La raccolta dei testi ha come scopo proprio di riflettere su questo significato.
La raccolta ha al centro la figura di Laura, e nel complesso tematizza due epoche fondamentali nella vita del poeta, la fase in cui Laura era viva (2-263) e quella in cui era ormai morta (264-366). Non si tratta di una suddivisione cronologica, ma di una serie di corrispondenze e di atmosfere ispirate a questi due fatti capitali, frammenti di una vita segnata dalla gioia dell'amore e dal dolore della morte, in modo difficilmente districabile. Laura, raffigurata in modo astratto e stilizzato, incarna l'ideale dell'amore, della bellezza e della religiosità e rappresenta un'aspirazione irraggiungibile che viene esplicitata tramite metafore e immagini studiate e ricorrenti. Petrarca lavorò con grande impegno a ogni singolo testo, apportando continue correzioni e varianti, con un meticoloso lavoro di rifinitura e di bilanciamento fra i singoli componimenti e l'insieme che essi costituiscono.
Per realizzare una poesia all'altezza dell'argomento, il volgare assunse un'eleganza mai raggiunta prima; il vocabolario usato dal poeta è ridotto e molto scelto, ma usato in modo "intensivo": nella poesia del Canzoniere conta anche la minima sfumatura di significato. Proprio la sistematicità con cui il progetto fu realizzato, insieme alla sua astrattezza intellettuale (una poesia dunque non legata da questo punto di vista a un preciso contesto storico e culturale) rese il Canzoniere un vero e proprio modello poetico, che avrebbe poi influenzato per diversi secoli la lirica occidentale. Si tratta di un paradigma determinante anche dal punto di vista metrico, ad esempio nella definizione della forma del sonetto e della canzone.
Secretum
Se i Trionfi sono in effetti piuttosto astratti e intellettualizzati, lo stesso non si può dire del principale testo latino di Petrarca, il Secretum, composto in varie fasi successive e edito a stampa per la prima volta nel 1473. Sorta di autoanalisi, di dialogo interiore, problematico e rasserenante insieme, è un'opera non destinata, nelle intenzioni dell'autore, alla pubblicazione.
La forma è quella del dialogo: una figura simbolica e muta, la Verità, appare a Francesco per aiutarlo a superare i suoi errori. Il poeta parla con sant'Agostino, suo referente dialettico. I temi sono il legame con le cose terrene, i vizi che assediano l'uomo, gli ideali che nascondono un fondo di egoismo e di cecità, a partire dal desiderio di gloria, particolarmente sentito dal poeta. E poi temi universali come la morte, la colpa, la caducità della vita. Il dialogo cui assiste la Verità, garante delle parole dei due interlocutori, si conclude, realisticamente, senza né vinti né vincitori. La modernità del libro sta anche in questo.
Familiarium rerum libri
Di grande interesse è invece l'epistolario, preziosa fonte di informazioni sulla vita dell'autore, sulla sua opera e sugli ambienti che frequentò, ma anche miniera di idee e riflessioni culturali, religiose e politiche, nonché ideale autoritratto col quale il poeta intendeva consegnare ai posteri la sua figura. Fu Petrarca stesso a curare la pubblicazione dei ventiquattro libri delle epistole (la sua raccolta più importante di lettere) Familiarium rerum libri (Libri di cose familiari), indirizzate ad amici e ad antichi autori classici (Virgilio, Cicerone).
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FRANCESCO PETRARCA
La novità di Petrarca
Petrarca può essere legittimamente considerato il fondatore della lirica moderna. Tale fondazione avviene in stretto rapporto con la "scoperta" della coscienza moderna, cioè di unha forma di interiorità nuova, rispetto al Medioevo e al mondo antico, segnata dalla complessità, dall'ambivalenza, dalla conflittualità interna. Con Petrarca, anzi, la lirica afferma di fatto il proprio primato all'interno del sistema dei generi letterari, sancendo la superiorità del momento soggettivo dell'espressione artistica. A Petrarca può essere anche attribuita la fondazione di un nuovo tipo di intellettuale, ormai escluso dalla reale partecipazione alla vita sociale e politica, e che pertanto è diventato uno specialista della cultura.
Di fatto Petrarca contribuisce a gettare le basi della nascente civiltà umanistica, all'interno della quale l'attività artistica e culturale è ritenuta superiore rispetto all'impegno politico.
Lo stesso rivolgimento storico che porta Dante all'esilio determina la nascita di Petrarca già in esilio. Anche questo dato può essere considerato simbolico. Infatti Petrarca inaugura un tipo di intellettuale- artista la cui condizione psicologica e sociale è quella appunto di esiliato, di senza patria. La possibilità di una reintegrazione civile non è garantita a priori. Per questo diviene così intenso il rapporto con il passato, cioè soprattutto con la classicità.
Nel momento in cui la coscienza e l'interiorità assurgono al vertice della nuova gerarchia dei valori, la poesia si incarica di rappresentare questa nuova condizione. Essa non tende più, come in Dante, al coinvolgimento nei complessi aspetti del reale, ma fonda un proprio linguaggio specifico e autonomo, elabora una disciplina rigorosa e chiusa, in grado di favorire e proteggere la separatezza e di autoproclamarsi superiore.
Con Petrarca viene fondata una tradizione antisperimentalista (o classicità), concorrente e in gran parte alternativa a quella dantesca.
La valorizzazione dell'attività intellettuale come attività autonoma e separata determina la ricerca di una artistica estranea al coinvolgimento pratico, cioè non realistica, la ricerca di una classicità che vada al di là della contingenza storica. Lo sforzo di esprimere un modello formale armonioso e perfetto, capace di proporsi come solido e duraturo, se non eterno, indica il tentativo di ricomporre i conflitti e le contraddizioni tanto della realtà esterna quanto della coscienza in se stessa.
Tra orientamento generale della coscienza alla spiritualità e alla sublimazione e desiderio umano per Laura e per i beni del mondo si apre una contraddizione violenta. E' questa contraddizione che alimenta il fuoco creativo del Canzoniere. Nelle sue ragioni essa mostra una dipendenza da forme di morale e da modelli culturali ancora legati al Medioevo; nei suoi effetti laceranti sulla psiche del soggetto essa mostra una dimensione nuova, originale e moderna.
La vita
Il padre di Francesco Petrarca, notaio di parte bianca, venne esiliato da Firenze nel 1302. Due anni dopo da lui e dalla moglie Eletta Canigliani nasce ad Arezzo il primogenito Francesco. Dal nome del padre, Pietro detto Petracco (o anche Petraccolo), Francesco è chiamato Petracchi (figlio di Petracco). Solamente in seguito il poeta modificò il patronimico nella forma Petrarca, più armoniosa.
Francesco trascorre la prima infanzia a Incisa in Valdarno, poi la famiglia si sposta a Pisa e l'anno seguente ad Avignone.
Francesco fu avviato agli studi sotto la guida di Convenevole da Prato, un esule toscano anch'egli notaio come il padre del poeta.
Il padre avviò entrambi i figli agli studi giuridici presso l'Università di Montpellier e presso l'Università di Bologna. La morte del padre li costrinse a rientrare ad Avignone; mentre già da alcuni anni era morta la madre.
Ad Avignone Petrarca trascorse, ancora con il fratello, alcuni anni di vita spensierata. Nella chiesa di Santa Maria intanto avviene l'incontro decisivo, secondo la testimonianza del poeta, con Laura: è l'alba del 6 aprile 1327.
Il patrimonio paterno era pressocchè dissipato quando Francesco pensò di sistemarsi intraprendendo la carriera ecclesiastica. Prese così gli Ordini minori, che gli imponevano il celibato ma lo esoneravano da altre incombenze. Si apre quindi un periodo di viaggi: a Parigi, in Germania, infine a Roma. Qui crebbero l'amore per il mondo classico e l'avversione per Avignone, indegna usurpatrice della sede papale. Ciò favorì, al rientro in Provenza, la decisione di ritirarsi in campagna, in una casetta in Valchiusa.
Intanto gli è nato il figlio Giovanni.
Nel 1340 gli giunge l'invito a ricevere la corona poetica sia dall'Università di Parigi, sia dal Senato di Roma. Scelta Roma, si reca a Napoli per essere preventivamente esaminato dal colto re Roberto d'Angiò. Infine è incoronato «grande poeta e storico» in Roma.
Si apre quindi un periodo di profonda crisi spirituale.
Nel '43 gli nasce una seconda figlia naturale, Francesca.
Sono anni in cui il poeta si sposta continuamente, alternando permanenze ad Avignone (e soprattutto in Valchiusa) e brevi soggiorni presso alcuni signori suoi ammiratori.
A Parma lo raggiunge la notizia della morte, a causa della peste, di alcuni suoi cari amici e di Laura stessa (morta il 6 aprile 1348).
Decide infine di abbandonare la Provenza e di stabilirsi in Italia.
Sceglie, fra le varie opportunità, Milano. Qui l'arcivescovo Giovanni Visconti, signore della città, gli assicurava protezione e libertà di studio e di pensiero.
Il periodo milanese è interrotto nel '61 per sfuggire al diffondersi della peste. Petrarca andò a Padova e, l'anno seguente, si stabilì a Venezia
Nel '68 accetta l'ospitalità a Padova del signore Francesco da Carrara e si fa costruire una casa in un terreno avuto in dono da questi ad Arquà sui Colli Euganei.
Il poeta si dedica soprattutto agli studi.
La salute diviene malferma negli ultimi anni, e Petrarca è spesso assalito da attacchi di febbre. In una crisi più violenta muore ad Arquà, la notte tra il 18 e il 19 luglio 1374. Viene sepolto ad Arquà, dove ancora riposa.
La formazione culturale e il bilinguismo
La formazione culturale di Petrarca dipende assai più da letture private di testi che non da frequentazioni di maestri.
La biblioteca petrarchesca era di eccezionale vastità per l'epoca, superando certamente i duecento titoli. Più rilevante ancora è la rarità di alcuni dei testi che appartenevano al poeta.
La netta preferenza accordata da Petrarca alla lingua latina - della quale egli si serviva in tutte le circostanze, anche private - dipende proprio, in primo luogo, dal confronto serrato con il modello culturale latino e dal profondo rispetto per il suo valore. Ma più conta, poi, lo stacco netto tra il latino di Petrarca e quello praticato nelle scuole medievali. Nutrendosi direttamente alla fonte dei classici, Petrarca eliminò dal proprio latino ogni influenza del volgare, restituendolo all'equilibrio e alla dignità dei maggiori scrittori cristiani e classici.
Il latino umanistico si fonda proprio sulla proposta petrarchesca, scavalcando la mediazione delle scuole medievali e riallacciandosi, attraverso la mediazione di Petrarca, ai modelli originali.
D'altra parte il rapporto con i classici latini è inteso da Petrarca in tutta la sua responsabilità storico- critica. La coscienza della specificità linguistica non andava disgiunta dalla coscienza della specifica dignità storica e critica delle varie opere: nasce cioè con Petrarca una prima esigenza di riordinamento storiografico del mondo classico, non più inteso come un universo compatto e astorico. In questo modo si afferma la percezione di una distanza da quel mondo e da quei modelli. L'esaltazione petrarchesca della virtus antica in opposizione alla degradazione presente è un modo attraverso il quale si esprime la consapevolezza di una differenza essenziale tra mondo antico e mondo moderno.
Meno nutrita era la sezione della biblioteca petrarchesca dedicata alle nuove letterature romanze.
Il contatto con le maggiori esperienze liriche delle nuove letterature fu certamente profondo e meditato, benchè Petrarca si cimentasse poi nella composizione in volgare solamente per i testi lirici del Canzoniere e per i Trionfi, e cioè per una porzione quantitativamente minima della propria opera.
A lungo si è anzi insistito sullo scarso valore attribuito dal poeta a questa sua attività; e in effetti egli stesso definisce nugae, cioè "inezie, cosette", i propri testi volgari, mentre il titolo attribuito all'insieme dei testi lirici volgari potrebbe alludere anch'esso a una marginalità e quasi a una incompiutezza.
Inifine, il bilinguismo di Petrarca segna una divisione di competenze tra latino e volgare senza che ciò implichi una svalutazione di una delle due lingue.
Il latino è per lo scrittore la lingua pubblica, la lingua degli intellettuali europei, la lingua capace di bloccare, eternandola, la funzione prestigiosa del dotto. Il volgare è invece una lingua privata, o anche, se si vuole, la lingua del privato, dell'interiorità, della coscienza. Se un'insicurezza poteva avere il poeta sulla validità di questo secondo mezzo espressivo, si tratta di un'insicurezza che riguarda piuttosto la liceità e il valore degli ambiti ad esso riservati: l'ideologia di Petrarca infatti si riconosceva piuttosto nell'immagine pubblica ed esemplare dell'intellettuale che non nella figura complessa, lacerata e contraddittoria dell'interiorità soggettiva. Questa poteva spaventare per la sua sconcertante novità. Ma è proprio in questa novità che risiede la primaria ragione di grandezza dell'esperienza petrachesca.
L'epistolario
L'epistolario di Petrarca conta oltre cinquecento lettere in latino, comprese in cinque raccolte, alcune delle quali suddivise in numerosi libri. La vastità di tale corpus e la cura dedicata dall'autore alla sua organizzazione interna e alla sua revisione formale ne fanno il modello di epistolario cui gli intellettuali guarderanno dall'Umanesimo in poi.
La scrittura di lettere è un'attività assai confacente allo spirito di Petrarca. Infatti attraverso i contatti epistolari egli può coltivare numerosi rapporti, soddisfacendo il proprio fortissimo bisogno di relazioni umane e culturali, anche nei lunghi ritiro nella altrettanto amata solitudine.
Le lettere più antiche appartengono alla prima giovinezza del poeta, e datano alla metà circa degli anni Venti; le ultime risalgono agli ultimi mesi di vita. L'epistolario petrarchesco testimonia dunque, attraverso circa mezzo secolo, l'intero percorso della vita del poeta, offrendo indispensabili notizie sulla sua biografia, sulle sue letture e riflessioni, sulle sue vicende psicologiche e affettive, sui suoi rapporti umani e culturali.
Da una parte, nelle lettere Petrarca tende dichiaratamente alla immediatezza e alla semplicità, cioè alla confessione diretta e spesso allo sfogo esplicito. Ma d'altra parte è assai più forte la ricerca di equilibrio, di perfezione formale, di esemplarità umana e morale. Il poeta concepisce fin dall'inizio le proprie lettere come vere e proprie opere letterarie, e dedica a esse le stesse cure che agli altri propri lavori di scrittura.
Infine concepisce l'idea di pubblicare le lettere in raccolte organiche divise in libri secondo un criterio cronologico e tematico. Questa decisione è senz'altro incoraggiata dal ritrovamento di alcune lettere (Epistolae) di Cicerone presso la Biblioteca Capitolare di Verona. Accanto al modello di Cicerone si nota l'influenza delle lettere di Seneca; mentre è peculiare dell'epistolario petrarchesco la tendenza a fornire un'interpretazione delle proprie vicende personali e della propria stessa personalità complessiva in chiave di esemplarità. Il poeta tende a fornire cioè una rappresentazione sublimata e ideale di sè e della propria vita, puntando piuttosto sulle qualità di dotto e di moralista che non sulle insicurezze psicologiche e morali (il tema dell'amore per Laura è per esempio sistematicamente censurato). In tal senso le lettere costituiscono l'espressione, per lo più, dell'aspetto pubblico di Petrarca.
L'epistolario petrarchesco è compreso in cinque raccolte: quattro d'autore e una messa insieme dopo la sua morte.
La raccolta maggiore, e la prima cui l'autore lavorò come a un'opera organica, è quella delle Familiares o Familiari. Essa comprende 350 lettere suddivise in ventiquattro libri. Le lettere abbracciano un periodo che va dal 1325 circa al 1361.
L'ultimo libro delle Familiari comprende lettere rivolte ai maggiori scrittori dell'antichità, fra cui lo stesso Cicerone.
Diciannove delle lettere scritte in questo periodo furono escluse dalla raccolta maggiore e pubblicare a sè con il titolo Sine nomine in quanto prive del nome dei destinatari. Esse infatti sono dedicate a scottanti questioni politiche (per lo più alla critica della corruzione papale): la censura dei nomi dei destinatari vale a metterli in salvo da eventuali ritorsioni.
Dopo il 1361 Petrarca si dedicò a organizzare le lettere che veniva scrivendo in una nuova opera, intitolata Seniles o Senili. L'autore non arrivò a darle una forma definitiva ed essa restò incompiuta. Consta di diciassette libri comprendenti 125 lettere. Era volontà del poeta che l'opera fosse conclusa dall'epistola Posteritati, contenente il racconto della propria vita, o meglio una propria autobiografia ideale.
Una quarta raccolta fu realizzata, dopo la morte del poeta, con le lettere da lui scartate (circa 75), prendendo il titolo di Variae.
A parte deve essere considerata una quinta raccolta di lettere, comprendente le 66 Epistolae metricae, divise in tre libri. Si tratta infatti, come dice il titolo, di lettere scritte in forma poetica, cioè in esametri (la lingua è anche in questo caso il latino). Le lettere in versi differiscono dal restante epistolario in prosa per lo spazio concesso al tema dell'amore per Laura, non trattato invece altrove.
I Trionfi
Accanto al Canzoniere, l'unica altra opera di Petrarca composta in volgare sono i Triumphi [Trionfi]. A essa il poeta lavorò a lungo, dal 1351 o forse già dal decennio precedente; mentre in fondo all'ultimo "trionfo" figura la data esatta 12-2-1374, di poco precedente la morte dell'autore.
I Trionfi sono un poema incompiuto diviso in sei parti, alcune delle quali in più canti (o capitoli). Il metro adottato è la terzina incatenata (o dantesca).
L'evidente modello della Commedia di Dante determina l'impalcatura allegorica e la rigida struttura dell'insieme, mentre la recente Amorosa visione di Boccaccio influenza la scelta di organizzare in una serie di visioni successive la materia narrativa.
Nell'anniversario del suo innamoramento, il poeta è addormentato in Valchiusa, quando gli si presenta una serie di sei visioni. Queste rappresentano lo scontro successivo tra termini antitetici e il conseguente trionfo di uno di essi. Apre il Trionfo di Amore (Triumphus Cupidinis, in quattro capitoli); segue il Trionfo della Pudicizia (Triumphus Pudicitiae, in un capitolo), poi il Trionfo della Morte (Triumphus Mortis, in due capitoli). Sulla Morte trionfa la Fama (Triumphus Famae, in tre capitoli); in seguito il Trionfo del Tempo (Triumphus Temporis, in un capitolo) distrugge la Fama stessa. Infine giunge il Trionfo dell'Eterno (Triumphus Eternitatis, in un capitolo): la vanità di tutte le cose mondane è riscattata dalla forza rasserenante di Dio, verso il quale il poeta si protende nell'attesa, anche, di rivedervi la bellezza di Laura definitivamente beata.
La vicinanza al modello del poema allegorico è mostrata dall'intento enciclopedico ed erudito dell'opera, che ne appesantisce il racconto con lunghe elencazioni di personaggi famosi, storici e fantastici. D'altra parte il riferimento alla Commedia dantesca è testimoniato anche dalla fiducia di poter ricostruire un significato generale del mondo e della cultura a partire dalla propria personale vicenda terrena, presentata in termini di esemplarità.
Mancano però in Petrarca la continuità dell'ispirazione dantesca e una solida capacità narrativa o realistica. La materia appare dunque per lo più statica e astratta, quando non noiosa e ripetitiva.
I Trionfi sono stati preferiti fino al Quattrocento rispetto al Canzoniere, proprio per la più solida struttura esterna (che risultava più tradizionale) e per il carattere colto e raffinato (che piaceva soprattutto agli umanisti).
Il Secretum
La più importante delle opere in prosa di Petrarca è senz'altro il Secretum (il titolo originale è però De secreto conflictu curarum mearum). Insieme all'epistolario è questa la fonte più attendibile e completa per conoscere il mondo interiore del poeta. In più, rispetto all'epistolario è assente nel Secretum l'intento di costruire una figura pubblica dotata di caratteristiche esemplari. Per questa ragione quest'opera risulta, infine, la più originale ed autentica di Petrarca accanto ovviamente al Canzoniere.
Il Secretum fu probabilmente composto nel 1347, benchè l'ideazione e la crisi spirituale da cui l'opera muove possono essere attribuite al 1342-1343. Vi furono comunque vari rimaneggiamenti successivi. L'opera non era destinata alla pubblicazione, ma a una funzione personale di confessione e di diario autobiografico.
Il Secretum ha la forma di un dialogo tra il poeta stesso e sant'Agostino, svolto alla presenza della Verità, sempre muta testimone e garante della sincerità delle affermazioni fatte. Il dialogo si stende lungo l'arco di tre giorni ed è suddiviso in tre libri, con riferimento al simbolo della Trinità.
Nel primo libro è affrontato il problema dell'ansia che affligge Francesco e ogni uomo. Agostino ne addita la causa nell'eccessivo attaccamento ai beni della terra, con la conseguente insoddisfazione causata dalla loro inadeguatezza e dalla loro deperibilità. Solamente la riflessione sulla morte può mettere nella giusta prospettiva. Ma Francesco si dichiara lacerato dalla contraddizione tra la coscienza di questi fatti e l'attaccamento al mondo.
Nel secondo libro il carattere di Francesco viene analizzato sulla base dei peccati capitali della morale cattolica. Di alcuni Francesco si riconosce subito colpevole; ma Agostino gli dimostra come egli si sia in realtà macchiato di tutti, tolta l'invidia. In particolare lo affliggono la superbia per il proprio successo intellettuale e per la propria bellezza fisica, e la lussuria, provocata dall'amore per le bellezze terrene. Più grave di tutti si rivela infine il vizio dell'accidia, cioè della debolezza di volontà nell'impegno morale: Francesco si scoraggia facilmente e facilmente attribuisce al mondo quelle mancanze che dipendono solo da lui stesso. E' da questa debolezza della volontà che deriva la più profonda insoddisfazione di Francesco, incapace di intraprendere con decisione la via del bene, che pure riesce in qualche modo a individuare.
Nel terzo libro Agostino addita i due maggiori vincoli che ostacolano il riscatto morale di Francesco: l'amore per Laura e l'attaccamento alla gloria. Francesco riconosce la forza di tali vincoli, ma si impegna a dimostrarne la validità anche in senso spirituale e religioso: Laura è espressione e simbolo della bellezza di Dio e l'amore per lei lo ha avvicinato alla verità; anche il desiderio di gloria ha molti aspetti positivi, costituendo un tentativo di innalzarsi al di sopra dei limiti terreni, trascendendoli. Ma Agostino mostra impietosamente i limiti di entrambi gli ambiti: l'amore per Laura lo distoglie, attraverso un legame con il valore fuggevole della bellezza fisica, dal vero amore per Dio: il desiderio di gloria provoca in lui vanità e superbia, mettendolo in lotta contro il tempo, che comunque distruggerà ogni opera umana. I due punti di vista si affrontano, senza che Francesco possa fare del tutto proprio quello di Agostino. Il dialogo si conclude così in modo aperto, con la fiducia che un futuro ulteriore approfondimento della conoscenza di sè consenta al poeta di raccogliere gli sparsi frammenti della sua anima e di essere pronto a una vera conversione.
La principale ragione di interesse e di modernità dell'opera consiste proprio nella sua natura aperta e problematica.
Come nel Canzoniere, si assiste qui a una conflittualità interna (o a un'ambivalenza) che non può trovare soluzione. La voce di Agostino non è la voce di un vero confessore, cioè di un punto di vista esterno e superiore, cui la personalità dell'interlocutore Francesco possa resistere o cedere. Anche la voce di Agostino è piuttosto una parte della complessa psicologia petrarchesca, al pari di quella di Francesco che più direttamente la rappresenta. I due dialoganti esprimono, estremizzandoli se si vuole, gli aspetti complementari e antitetici della personalità dell'autore. Solamente la Verità è portatrice, in qualche modo, di un punto di vista veramente "altro" e potenzialmente unificante; ma ella è una presenza silenziosa.
La natura diaristica e di sfogo autobiografico del Secretum si ispira alle Confessioni e ai Soliloqui di sant'Agostino, non senza risentire dei modelli di Cicerone e soprattutto di Seneca. Ma in Petrarca mancano sia il conclusivo, risolutivo abbandono alla voce di Dio che è in Agostino, sia la fiducia nel potere taumaturgico della filosofia e della scrittura che è ancora negli scrittori classici. Anche da questo punto di vista, la sua problematicità aperta inclina piuttosto verso il tormento della coscienza moderna, della quale Petrarca si conferma nel Secretum annunciatore e battistrada.
Altre opere
L'instancabile attività di scrittura esecitata da Petrarca durante la sua vita lo portò a intraprendere numerose opere, molte delle quali egli non ebbe il tempo o l'interesse di completare. Accanto al capolavoro del Canzoniere e ai nuclei rilevanti del Secretum, dei Trionfi e dell'epistolario, è necessario dunque dar conto di questa massa di scritti, che aiutano a farsi un'idea della complessità di interessi e di occupazioni intellettuali dell'autore.
Tutti gli scritti in questione sono in latino.
E' utile distinguere gli scritti in poesia da quelli in prosa; e dividere questi ultimi in tre gruppi: opere di erudizione storica, opere di argomento morale, scritti occasionali e polemici.
SCRITTI IN POESIA
Occupa una posizione di rilievo il poema incompiuto in esametri intitolato Africa.
Nonostante una continua attività di correzione e di risistemazione, l'opera resterà incompiuta. Il poema narra le vicende della seconda guerra punica. La Roma repubblicana è innalzata a modello universale di virtù e di coraggio, il cui campione è il condottiero Scipione l'Africano.
Il modello cui l'autore si ispira è quello dell'Eneide virgiliana. Ma il poema ha un'impostazione complessiva troppo rigida ed estrinseca.
Dall'Africa Petrarca si riprometteva gloria immortale più che da qualsiasi altra opera.
Ancora ispirato al modello virgiliano, con riferimento questa volta alle Bucoliche, è il Bucolicum carmen. Esso è composto da dodici egloghe. L'allegoria pastorale offre al poeta modo di trattare le questioni più diverse, di carattere storico, politico, morale e perfino personale.
In versetti di tipo biblico sono composti i sette Psalmi penitentiales. Sono preghiere fortemente segnate dal modello liturgico e scritturale.
SCRITTI IN PROSA
A. Opere di erudizione storica
Il De viris illustribus fu iniziato contemporaneamente all'Africa, e la laboriosa compilazione occupò a varie riprese la vita dell'autore, senza che mai si giungesse a una forma definitiva e completa. L'opera raccoglie trentasei biografie di uomini antichi, appartenenti per lo più alla storia romana ma anche alla tradizione biblica.
Nei Rerum memorandarum libri, in quattro libri, è presentata una serie di exempla morali. Petrarca lasciò l'opera incompiuta.
Una vera e propria guida ai luoghi della Terra Santa è l'Itinerarium syriacum, composto per un amico che vi si recava in pellegrinaggio.
B. Opere di argomento morale
Il più importante degli scritti petrarcheschi di argomento morale è il De vita solitaria. Esso fu composto a Valchiusa. Il dedicatario dello scritto era l'amico Filippo di Cabassoles.
Il trattato è suddiviso in un proemio e due libri. Il primo libro è dedicato ad esaltare il modello della vita solitaria e ha un taglio teorico e autobiografico; il secondo libro, che ha invece un'impostazione storico- erudita, allega una serie di esempi di vita solitaria, ricavati sia dalla tradizione cristiana sia da quella classica. Al fondo dell'opera sta l'esaltazione di un modello umanistico di vita, in cui l'intellettuale vive appartato rispetto agli avvenimenti storici e sociali, circondato dal proprio culto per i grandi antichi, il colloquio con i quali si affianca a quello con i pochi amici vivi. Il valore dell'otium intellettuale è avvicinato al rifiuto della città e all'adesione alla appartata vita di campagna.
Mentre il De vita solitaria presenta un modello laico di vita e associa all'esaltazione del ritiro ascetico la confessione di non sentirsi adatto ad aderirvi, il De otio religioso concentra sulla scelta monacale il proprio interessa. L'opera è dedicata al fratello Gherardo.
Un'ampia raccolta di dialoghi è il trattato De remediis utriusque fortunae. Il primo dei due libri contiene 122 dialoghi volti a definire i rimedi ai pericoli determinati dalla fortuna favorevole; il secondo libro contiene 131 dialoghi sui rimedi contro i danni provocati dalla cattiva fortuna. La ragione è innalzata a garante della libertà umana, minacciata continuamente dai rovesci della sorte.
C. Scritti occasionali e polemici
Le Invectivae contra medicum, in quattro libri, furono ispirate dalla risposta di uno dei medici curanti di Clemente VI alla dichiarazione di sfiducia rivolta da Petrarca al papa. Lo spunto polemico consente al poeta di sostenere, insieme alla ignoranza dei medici, la inferiorità in generale delle scienze pratiche e meccaniche rispetto alla letteratura, confermando uno dei temi centrali del proprio pensiero.
Nel 1355 fu scritta l'Invectiva contra quendam magni status hominen sed nullius scientiae et virtutis, in risposta a un cardinale che lo aveva criticato.
Di maggiore rilievo culturale è il De sui ipsius et multorum ignorantia. L'opera fu composta per replicare a quattro giovani filosofi averroisti padovani che avevano definito il poeta uomo buono ma ignorante. L'occasione offre a Petrarca modo di negare la validità della tradizione aristotelica, cioè il ricorso al principio di autorità e alla logica del sillogismo. Il primato nella ricerca della verità spetta secondo il poeta alle scienze morali, e nessuna sapienza può essere ricavata al di fuori dell'illuminazione della fede: alla tradizione della Scolastica, Petrarca contrappone un filone agostiniano secondario ma non assente nel pensiero medievale, decisivo per la sua posizione.
Contro il frate francese Jean de Hesdin - che difendeva la permanenza della sede papale ad Avignone e denigrava l'Italia - è rivolta infine l'Invectiva contra eum qui maledixit Italiae.
IL CANZONIERE
La composizione: struttura, datazione, titolo
Il Canzoniere si presenta come una raccolta ordinata di 366 componimenti poetici: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Le varie forme metriche sono liberamente alternate. La struttura nella quale oggi leggiamo l'opera non è l'unica che essa abbia assunto; è quella definitiva, orgaizzata da Petrarca nell'ultimo anno di vita, tra il 1373 e il 1374.
Il Canzoniere raccoglie testi composti durante un arco di tempo assai esteso, dalla giovinezza alla vecchiaia. E' pur vero che dopo la metà del secolo tende progressivamente a diminuire la creazione originale mentre si incrementa l'attività correttoria su testi preesistenti. Ma il dato più rilevante è la scelta dell'autore di collocare testi tanto distanti nel tempo all'interno di un unico libro, e anzi la scelta di assegnare al libro nel suo insieme e alla sua struttura una decisiva importanza generale.
Il titolo dato dall'autore all'opera è Francisci Petrarche laureati poete Rerum vulgarium fragmenta. E' invalso però nella tradizione, già anticamente, il titolo generico di Canzoniere, accanto al quale si trovano anche altri titoli, quali Rime e Rime sparse.
Il riferimento ai «frammenti» contenuto nel titolo petrarchesco allude innanzitutto al carattere appunto frammentario della narrazione quale viene presentata al lettore attraverso i testi poetici, dotati ciascuno di autonomia poetica.
D'altra parte il riferimento ai «frammenti» comporta anche l'identificazione di un tema centrale della ricerca petrarchesca: la ricostruzione e la ricomposizione della personalità psicologica e morale del poeta, lacerato da esperienze e passioni contrastanti, diverse nel tempo e spesso anche conviventi. In questo senso il Canzoniere rappresenta il tentativo di dare un senso complessivo e un'unità ai vari momenti frammentari della vita.
Il libro: diario e autobiografia
Nella sua forma definitiva il libro si presenta come un diario. Infatti i testi sono scritti in prima persona e si riferiscono a esperienze, sentimenti, idee di un unico personaggio, coincidente con la persona dell'autore. La disposizione dei vari testi segue un criterio prevalentemente cronologico. La cronologia che interessa all'autore non è però quella relativa alla composizione delle liriche.
I continui interventi di Petrarca sulla struttura dimostrano che il poeta ha intenzioni più complesse. Egli vuole ricostruire davanti al lettore un itinerario che trasmetta sia il senso dell'immediatezza dell'esistenza, sia un esempio morale. I testi definiscono la cronologia dei fatti narrati, non quella della scrittura. In pratica, per fare un esempio, è possibile che un sonetto composto in anni tardi sia collocato nella parte iniziale dell'opera, se tratta temi particolarmente legati al periodo cui si riferisce quella parte del libro.
Il senso dell'immediatezza è affidato a puntuali indicazioni temporali, misurate di continuo sull'evento decisivo del primo incontro con l'amata Laura, e poi su quello risolutivo della morte di lei. La puntualizzazione temporale determina la natura diaristica dell'opera.
D'altra parte, poichè l'insieme dei testi vuole disegnare una parabola che abbia un valore ideale, l'opera è, oltre che un diario, un'autobiografia; contiene cioè un disegno immaginato dal punto di vista della conclusione e attivo nell'organizzazione della struttura.
La natura di diario è data dal riferimento puntuale a fatti e situazioni. La natura autobiografica è data dalla costruzione generale dell'opera.
Dal punto di vista microstrutturale (cioè gurdando i testi singolarmente) prevale il taglio diaristico. Dal punto di vista macrostrutturale (cioè considerando i testi nella loro globalità, come sono organizzati nel libro) prevale il taglio autobiografico.
Il libro: narrazione e struttura
Il Canzoniere ha un tema principale, accanto al quale prendono posto, in via nettamente marginale, alcuni temi secondari. Il tema principale è l'amore del protagonista per una donna di nome Laura. Il racconto ripercorre le varie fasi dell'innamoramento, soffermandosi lungamente sulle minime vicende di un amore infelice: nè il poeta sa dichiararlo adeguatamente all'amata, nè questa si mostra disposta ad accoglierlo e ricambiarlo. Tuttavia questa medesima situazione viene di continuo variata e sottoposta a verifica. A volte pare anzi che un incontro tra i due divenga possibile, come suggeriscono minimi segni del comportamento di Laura; ma prevale sempre, infine, la negazione. Preceduta da oscuri presentimenti si verifica a un certo punto la morte di Laura. La reazione del poeta è dapprima di disperazione. Poi, gradualmente, la scomparsa dell'amata apre la possibilità di rielaborare la sua figura, esaltandone la virtù sul modello della Beatrice dantesca. L'amore del poeta giunge quindi ad una nuova maturazione: si affermano la coscienza dei limiti della propria passione e il rimpianto per la sua mancata realizzazione. Finchè il desiderio di segnare un distacco dai valori terreni per aderire ai valori religiosi non introduce il tema risolutivo del pentimento e della conversione.
La struttura del Canzoniere è articolata in due parti: "rime in vita di Laura" e "rime in morte di Laura".
Uno degli impegni dell'autore è quello di stabilire nessi tra realtà e finzione letteraria, ovvero di trasportare dentro la costruzione poetica i dati simbolicamente rilevanti della realtà in essa narrata.
Il ritorno del numero sei ne fa un numero consacrato a Laura, così come il nove alla Beatrice di Dante. Tale numero sei è contenuto due volte, non casualmente, nel numero totale dei componimenti che formano l'opera (366), così come due volte esso ha avuto una funzione decisiva nella vita di Petrarca. In tal modo tra contenuto referenziale e struttura formale dell'opera è stabilita una relazione di reciprocità. La struttura del Canzoniere è caricata di numerose altre valenze simboliche. Il totale dei testi, 366, coincide con il numero dei giorni dell'anno (escludendo il sonetto iniziale, con funzione introduttiva). I vari testi sono dunque interpretabili come i giorni esemplari di un anno di vita.
Ancora. L'innamoramento avvenne, dichiara il poeta, il giorno della Passione di Cristo (6 aprile). L'innamoramento coincide dunque con il momento simbolico di caduta e di colpa dell'umanità, con l'allontanamento dalla via della salvezza (non è probabilmente casuale la coincidenza con lo smarrimento di Dante nella Commedia, collocato anch'esso il giorno di venerdì santo). Se si fanno corrispondere ai testi del Canzoniere i vari giorni dell'anno partendo dal 6 aprile, giorno dell'innamoramento, il primo testo della seconda parte dell'opera viene a coincidere con il 25 dicembre, Natale. Mentre dunque la nascita dell'amore è concomitante alla morte di Cristo, e per ciò stesso si presenta come errore e deviazione, la sezione dedicata alla morte della donna, premessa indispensabile al ravvedimento finale, si inaugura nel giorno della nascita del Salvatore.
Gli altri temi del Canzoniere hanno uno spazio nettamente marginale e secondario. Tra questi temi spiccano quello politico e quello religioso: Petrarca caldeggia una rinascita del valore italiano, in opposizione agli antagonismi che contrappongono gli Stati regionali; e condanna la corruzione della Chiesa, invocando il ritorno del papa a Roma e l'abbandono della sede avignonese. Tra gli altri temi si segnala l'attenzione rivolta in più occasioni al cardinale Giovanni Colonna, amico e protettore del poeta in Avignone, la cui morte è contemporanea a quella di Laura. Anche il tema degli studi e della gloria viene in qualche occasione in primo piano.
L'io e Laura
Il tema dell'amore del poeta per Laura è trattato, in apparenza, secondo i modi tipici della tradizione cortese e stilnovistica. La donna è oggetto di una spiritualizzazione che ne fa spesso una figura astratta e sovraumana; l'esperienza dell'amore è rappresentata come momento totalizzante e nobilitante. Anche le caratteristiche fisiche dell'amata messe maggiormente in rilievo sono quelle tradizionali: gli occhi e lo sguardo, i capelli, il modo di muoversi e soprattutto di camminare.
E però più che la continuità rispetto alla lirica d'amore precedente contano la novità e la rottura. Queste riguardano in primo luogo la figura del soggetto, che è rappresentato come autentica complessità psicologica, come esperienza realistica dell'interiorità, e non più come soggettività stilizzata e astratta, come origine istituzionalizzata del discorso. In Petrarca l'io si presenta percorso da contraddizioni e coinvolto in conflitti interiori. La soggettività statica e unitaria della tradizione lirica lascia il posto a una soggettività frantumata, sempre costretta a dialogare con se stessa, a rivolgersi moniti e suggerimenti, a dichiararsi contesa tra due intenzioni opposte, a dividersi nelle voci dei discordi dei propri desideri e delle proprie convinzioni. E' un io nuovo e rivoluzionario, le cui armi sono l'autoanalisi e l'introspezione.
Al centro del Canzoniere non c'è tanto quella Laura che di continuo è oggetto esplicito dei testi, quanto l'io del poeta. Attraverso l'amore per la donna, il soggetto verifica la propria consistenza interiore, sollecitandola al massimo.
Non bisogna però credere che Laura non abbia nessuna personalità specifica, che sia insomma solamente l'occasione perchè il poeta eserciti la propria interiorità, mostrandone le intrinseche debolezze e le nuove potenzialità. Al contrario, Laura rappresenta, per molti aspetti, una figura a sua volta nuova rispetto alla tradizione lirica d'amore precedente. Ella si mostra infatti dotata di una propria specifica personalità, definita dalle tappe biografiche, dalle notizie anafriche, dalla concezione morale e ideologica. Inoltre Laura è portatrice di alcune decisive variabili narrative, non limitate, come in gran parte della tradizione precedente, all'alternanza presenza/assenza.
Tra la Laura viva inutilmente amata dal poeta e la Laura morta, da questi rimpianta e sublimata, si compie una significativa trasformazione. La donna, morta, collabora alla ricomposizione faticosa del mondo psichico e affettivo del poeta, è il riferimento fondamentale per la sua difficile identità. La morte introduce d'altra parte il tema decisivo dell'assenza, al quale si congiunge quello della memoria, tra i più importanti e originali del Canzoniere.
A Laura si associa una complessa serie di riferimenti culturali, veicolati soprattutto dal nome stesso della donna. Il "lauro" (o alloro) è un eco (o senhal) del nome dell'amata che richiama sia la sacralità dell'arte (in quanto pianta sacra al dio pagano delle arti, Apollo) sia la "laurea" poetica conseguita da Petrarca a Roma (e affidata appunto, tradizionalmente, a un'incoronazione di lauro).
Petrarca fondatore della lirica moderna
Petrarca è il fondatore della lirica moderna. Suoi meriti specifici sono state la prontezza e la profondità con le quali ha saputo rispondere alle grandi trasformazioni sociali intervenute nel Trecento in relazione alla figura dell'intellettuale e al ruolo dell'arte.
Alle spalle di Petrarca si stende una tradiozione lirica che attraverso l'esempio recente degli stilnovisti risale alla Scuola siciliana e alla lirica cortese dei provenzali: sono questi due secoli che stanno dietro il Canzoniere a consentirne la maturità espressiva e perfino la novità; solamente all'interno di una civiltà letteraria raffinata e matura poteva nascere il capolavoro petrarchesco.
Il Canzoniere ha posto le basi per l'affermazione della superiorità della poesia lirica su tutte le altre forme di scrittura. Ciò rovescia il sistema dei generi trasmesso dalla classicità al Medioevo, entro il quale il primato spettava all'epica, ovvero, nella rielaborazione in chiave stilistica delle poetiche medievali, alla tragedia.
Le altre novità, specifiche, del Canzoniere, in nome delle quali è lecito parlare di una fondazione della lirica moderna riguardano sia il piano delle forme e della poetica, sia il piano psicologico e ideologico.
Sul piano delle forme e della poetica è una novità sostanziale la costruzione narrativa ed esemplare di un insieme di soli testi poetici. Dante aveva fatto qualcosa di analogo con la Vita Nova, ma ricorrendo alla forma più tradizionale del "prosimetro", cioè collocando i testi lirici all'interno di una struttura affidata alla prosa. Le raccolte di testi lirici prima di Petrarca sono aggregate secondo criteri tematici, cronologici, stilistici o francamente casuali; con Petrarca l'ordine della disposizione acquista un'importanza tale da non permettere più neppure di parlare di "raccolta" , ma di "opera". La stessa valorizzazione della struttura si ritrova, da quel momento in poi, in tutti i più importanti poeti lirici.
Anche le altre novità delle forme e della poetica presenti nel Canzoniere possono essere ricondotte alla creazione di un modello istituzionale, anzi alla istituzionalizzazione della lirica. Il prestigio della canzone e del sonetto è confermato definitivamente consacrato da Petrarca; mentre riceve un decisivo incoraggiamento, tra le forme metriche, il madrigale, destinato a grande fortuna nel Rinascimento. Restando all'ambito della metrica, Petrarca opera d'altra parte una restrizione, rispetto alla libertà per esempio dantesca, che diverrà norma fino al Novecento: l'endecasillabo è accolto nel Canzoniere solo nelle varianti di accentazione più eleganti e musicali.
Accanto alla specializzazione delle forme metrico- prosodiche si assiste a una specializzazione dello stile e del lessico. Al pluristilismo e al plurilinguismo di Dante, Petrarca sostituisce un vocabolario e un ventaglio di opzioni stilistiche assai ridotti. Nasce così quell'idea della lirica come espressione pura che resiste ancora oggi in molti poeti.
Ma novità altrettanto rilevanti e fortunate riguardano la figura del soggetto lirico. Questa da un lato acquista concretezza e verità psicologica, venendo a coincidere con la persona dell'autore; dall'altro si definisce a sua volta come nuovo istituto, anzi come l'istituto centrale della lirica moderna.
Con Petrarca raggiunge la sua definita formulazione storica una figura di artista, anzi di intellettuale- artista, di fatto separato dalla vita politica, estraneo all'elaborazione del potere, e però capace di valorizzare una sfera di competenza (l'interiorità) presentata come valore superiore e assoluto (autonomo dai condizionamenti sociali e politici). Questa esaltazione della poesia come valore supremo (separato e autonomo) attraversa i secoli successivi. Essa è innanzitutto una reazione alla specializzazione della vita politica e alla espulsione degli intellettuali dalla gestione del potere effettivo.
L'io lirico. Un'autenticità che si istituzionalizza
Il tema che domina il Canzoniere è l'amore per Laura. La figura della donna amata è costantemente al centro dell'attenzione. Eppure c'è un personaggio ancora più importante, ed è l' "io" poetante, il soggetto lirico. Laura non è più una figura stilizzata e priva di spessore psicologico, come in gran parte della tradizione lirica precedente; ma è tuttavia di gran lunga meno caratterizzata, agli occhi del lettore, di quanto non sia il soggetto protagonista. Nell'opera vengono presentati e minutamente analizzati i vari aspetti della personalità di esso. La tematica esistenziale risulta in linea di massima quella di maggior rilievo, e a essa è assegnata una specie di funzione aggregante. Ma il protagonista è rappresentato nelle sue ansie religiose e morali, nelle sue specificità ideologiche e culturali, perfino nella sua ricerca continua di perfezionamento letterario.
Con un po' di esagerazione si potrebbe addirittura affermare che l'amore per Laura, da un certo punto di vista, è la condizione necessaria a consentire questa verifica della personalità del poeta. In ogni caso, la passione assume anche questa funzione decisiva.
E' significativo che il centro di gravità non sia più, come per esempio in Dante, collocato nella specificità culturale ma nella specificità psicologica. Il terreno dell'introspezione è quello sul quale devono misurarsi anche gli altri aspetti della personalità petrarchesca.
Ciò configura una tensione verso l'autenticità. Anche la subordinazione del momento intellettuale (consapevole) a quello affettivo (pulsionale) spinge in tale direzione. Ma bisogna fare molta attenzione a non semplificare troppo questo aspetto del problema. In verità il privilegiamento dell'io lirico è a sua volta una scelta culturale. Essa è il frutto di una civiltà che affonda le radici nel patrimonio classico e nella elaborazione cristiana, e che può contare ormai su alcuni secoli di storia. La centralità dell'io lirico sancita dal modello petrarchesco è tutt'altro che un dato istintivo: è piuttosto la risposta più audace e conseguente alla crisi di un modello di arte e alla crisi, più in generale, di una specifica funzione dell'intellettuale.
Il paesaggio-stato d'animo
La centralità del soggetto lirico, cioè della voce che dice io all'interno dei testi, pone al proprio servizio ogni altro elemento della costruzione poetica. Ciò vale innanzitutto per il paesaggio naturale. Questo perde ogni autosufficienza e ogni possibile e residua casualità. La sua descrizione e la sua rappresentazione non sono più il contorno o lo sfondo della vicenda personale del poeta, ma entrano a farne parte in modo organico e completo. Il paesaggio diviene anch'esso un'espressione o una manifestazione della interiorità del poeta. Nasce il paesaggio- stato d'animo: il paesaggio diviene cioè l'equivalente dello stato d'animo del soggetto lirico, nel senso che tra condizione dell'io e caratteri del paesaggio si dà corrispondenza. Il soggetto si specchia nel paesaggio e vi riconosce la propria geografia interiore; ovvero: il soggetto proietta all'esterno la propria interiorità e insegue o costruisce un paesaggio che ne sia l'equivalente naturale.
Questa novità in qualche modo resuscita il simbolismo medievale, fornendone una versione laica e mondana: il rapporto diretto di corrispondenza tra paesaggio naturale e Dio che segna la cultura del simbolismo medievale è rilanciato come rapporto diretto di corrispondenza tra paesaggio naturale e io lirico: la poesia (e l'arte) si apprestano a prendere di fatto il posto della religione trascendente; il che avverrà compiutamente con l'Umanesimo e il Rinascimento. In Petrarca è invece ancora assai violento il conflitto tra vecchi valori schiettamente religiosi e nuovi valori letterari e mondani. Il Canzoniere si configura anzi come un tentativo generale di inserire l'effettivo dominio dei secondi entro una struttura che assegni il primato ancora ai vecchi valori trascendenti. Si può dire dunque che il concreto prevalere di una nuova forma di simbolismo all'interno dei singoli testi è riscattata, nel complesso, dalla costruzione allegorica del libro nel suo insieme.
Metrica e stile. La lirica come specializzazione dell'espressione
La metrica del Canzoniere è già indizio valido di una restrizione volta al fine del perfezionamento estremo: dominano il sonetto e la canzone, ogni metro diverso dall'endecasillabo e dal settenario è bandito, l'endecasillabo stesso, metro in ogni caso privilegiato, è ridotto a pochi tipi fondamentali ( i più musicali e armoniosi).
Ma la semplificazione metrica va spiegata nell'interdipendenza con le scelte lessicali e soprattutto stilistiche. E' infatti l'insieme del risultato petrarchesco a definirne la novità e il senso.
Il vocabolario è ridotto notevolmente rispetto al vertiginoso allargamento di Dante. Lo stile evita tanto le discese verso il registro comico- basso quanto le impennate verso il tragico- sublime, attestandosi piuttosto in una totalità media. Questa è però tutt'altro che quotidiana o comune: l'esclusione programmatica di elementi realistici, definiscono la ricerca di una forma pura e come distinta da ogni ricordo del parlare comune. Quella del Canzoniere è una medietà sempre raffinata e tesa verso l'assoluto; l'equilibrio domina nonostante le tensioni interne, anche violente, in quanto espressione di un mondo - quello poetico - separato e astratto.
La perdita di complessità che questo atteggiamento potrebbe determinare, rispetto al precedente dantesco, è compensata dalla straordinaria ricchezza delle variazioni operate da Petrarca con i suoi ridotti ingredienti metrici e lessicali. La ricerca di sinonimi o di antitesi, di alternanze e di ripetizioni valorizza il rapporto tra i singoli elementi discorsivi e il loro contesto via via cangiante, così che ogni vocabolo e ogni situazione moltiplicano il proprio potenziale allusivo e polisemico. D'altra parte la ristrettezza dei mezzi ne accresce, con i continui ritorni e le calcolate riprese, il potere evocativo ed emozionale, fino al caso clamoroso del nome di Laura, utilizzato come pura eco fonica in una catena di associazioni fondata sul significante: lauro, l'aura (cioè l'aria), l'auro (cioè l'oro).
La proposta di Petrarca sconta l'avvenuto distacco tra gestione del potere politico e intellettuali, cioè la subordinazione dei "chierici" ai signori; ed è la risposta a una condizione, sociale e culturale, definitivamente mutata. Il Canzoniere istituisce una tradizione poetica secondo la quale la lirica è una specializzazione dell'espressione, presentata come vertice del discorso umano. In questo modo sono stabiliti confini e competenze nuove, nel tentativo di difendere e di sostenere, nella separatezza e nella autonomia, quel prestigio e quella autorevolezza che Dante, per ultimo e nella forma più impegnativa, aveva difeso e sostenuto attraverso il coinvolgimento.
Coscienza, desiderio, memoria
La grande "scoperta" del Canzoniere è quella della coscienza. Tale scoperta consente a Petrarca di rilanciare la funzione della poesia al di fuori dei coinvolgimenti sociali che ne avevano caratterizzato la storia fino allo Stil novo e oltre. Il mondo intimo del poeta prende il posto del suo ruolo sociale di guida o di riferimento etico. Alla rappresentazione dell'universo sociale proposto dalla Commedia dantesca, il Canzoniere sostituisce una rappresentazione dell'interiorità.
Questo passaggio può essere considerato, nei fatti, una sconfitta e addirittura una degradazione. Ma poichè esso non avviene senza una profonda ridiscussione dei valori e della loro gerarchia, ecco che in effetti Petrarca può considerare la propria funzione assai più pertinente e fattiva, anche rispetto alla comune morale cristiana, di quella dantesca. In altri termini, il dominio della coscienza è promosso al vertice della nuova gerarchia dei valori; e il mondo dell'interiorità è appunto quello entro il quale il poeta opera e sul quale anzi egli accampa pretese di competenza e di esclusività.
Inedito, rispetto alla tradizione lirica d'amore precedente, è il conflitto tra amore e morale. Proprio al contrario, l'amore si configurava come complemento della religiosità, non solo nello Stil novo. In Petrarca, però, l'amore acquista i tratti del desiderio, mettendo in gioco l'integrità del soggetto, diviso tra la pulsione erotica e la fedeltà ai propri riferimenti morali. Accanto all'amore prendono posto, per la prima volta in modo così organico e inquitante, le categorie cattoliche della trasgressione morale e del peccato. Esse si sposano con il conflitto tra l'ideale classico - stoico e ciceroniano soprattutto - del saggio e l'abbandono alla sregolatezza della passione.
Quel che soprattutto conta, in queste contrapposizioni, è la presenza, e anzi la radicatezza, di ciascuno dei due termini antitetici all'interno del medesimo mondo affettivo e psicologico. La grande novità della coscienza in Petrarca è la sua conflittualità interna, cioè la compresenza degli elementi antitetici, contro la successione e il reciproco scalzamento che caratterizza i modelli precedenti, da Guittone a Dante.
Con il Canzoniere crolla l'integrità del mondo interiore, che era a fondamento di gran parte della cultura classica e della cultura medievale. L'esempio più audace di complessità consegnato a Petrarca dalla tradizione cristiana, sant'Agostino, è portato a conseguenze nuove e irreparabili: mentre nelle Confessioni di Agostino l'identità del soggetto si definisce in un contrasto che viaggia verso la finale ricomposizione, nel Canzoniere convivono, di fatto, interessi e intenzioni diverse e opposte; senza che nessuno dei due termini via via in conflitto possa veramente escludere l'altro e prevalere su di esso. Semplicemente, la coscienza non si definisce più nell'unità ma nella molteplicità; non più nel superamento delle contraddizioni e dei conflitti interni ma nella loro persistenza; non più nella soluzione ma nella problematicità.
Privato dei privilegi sociali attivi nella società feudale e nella civiltà dei Comuni, l'intellettuale moderno scopre, con Petrarca, il grande mondo dell'io, la sua interiorità misteriosa e complessa; e si avventura a fare di questa regione il proprio nuovo dominio e il proprio nuovo privilegio.
Una funzione analoga a quella del desiderio è svolta dalla memoria, la categoria più nuova e originale della poesia petrarchesca. Anche la memoria costituisce una forza non del tutto sottoponibile al controllo della ragione e dell'ideologia. Tanto più che la memoria si viene configurando come la traccia del conflitto permanente tra desiderio e volontà, ovvero tra tutte le forme assunte dall'uno e dall'altra.
Come doloroso e insanabile è lo scontro tra desiderio e mondo ideologico e razionale, così lo è quello tra memoria e presente. Il passato è nel Canzoniere una fonte di attrito con il presente e un oggetto di rivisitazioni inesauste. Non è un caso che il libro sia costruito attorno a un dato clamoroso, la morte dell'amata, che ne spezza temporalmente in due l'arco narrativo, enfatizzando il rapporto tra "prima" e "dopo", cioè offrendo una visione del tempo francamente tragica.
Il tempo non è presentato come un processo di autorealizzazione iscritto nel disegno divino, ma come una feroce dinamica distruttiva, che se svela la vanità dei beni mondani nondimeno consegna intatto il sentimento doloroso della loro perdita. La memoria rappresenta appunto il rifiuto da parte del soggetto di adeguarsi alla cancellazione di ciò che non conta, cioè dell'immanente, il rifiuto, evidentemente colpevole, di adeguarsi ai valori (divini) della trascendenza. In questo modo la memoria è l'altra faccia del desiderio, ovvero la sua persistenza dopo la frustrazione e il fallimento. Ricordare vuol dire non aver accettato la perdita, restare vicini a ciò che la superiore volontà divina ha voluto allontanare da noi. Petrarca non beve, come Dante prima di accedere al Paradiso, l'acqua smemoratrice del Lete.
La seconda parte del Canzoniere, in morte di Laura, definisce per intero il tentativo di adeguare il ricordo alla realtà presente, cioè di fare anche del ricordo di Laura il ricordo di una morta, dando a esso il significato stabilito dall'evoluzione successiva dei fatti. Quando questo lungo e doloroso processo di rielaborazione del lutto appare compiuto, o almeno efficacemente abbozzato, la conversione alla Vergine può essere tentata. La conclusione dell'opera si presenta però tutt'altro che chiusa; così come avviene nel Secretum, il soggetto non è più in grado di proporre un itinerario di conversione felicemente realizzata, quale è quello di Dante, ma al massimo un voto propositivo per il futuro.
Una nuova concezione della letteratura: lutto e risarcimento
Non è un caso che la prima forma di struttura prossima al risultato finale del Canzoniere viene definendosi negli anni che seguono la grande peste del 1348, dopo la morte di Laura e del protettore e amico cardinale Colonna e dopo il conseguente abbandono di Avignone da parte di Petrarca. Il libro nasce dunque sulle macerie di un'intera epoca dell'esistenza del poeta, quella collocabile sotto la triade Laura, Avignone, Colonna; nasce perciò come tentativo di inserire gli eventi luttuosi e in generale il sentimento della perdita e della fuga temporale dentro una struttura narrativa che in qualche modo dia loro significato. In questo modo Petrarca instituisce una funzione, per la letteratura, già presagita da Dante e destinata a grande fortuna in tutta la tradizione successiva: una funzione di consolazione, ovvero di risarcimento del lutto e di ricomposizione dei conflitti aperti dentro il soggetto innanzitutto dalle frustrazioni agite dal tempo e dalla sua furia distruttiva. Questo bisogno di ricomporre e di armonizzare lutti e conflitti si esplica in primo luogo nella valorizzazione del momento formale, nella ricerca continua di perfezionamento sul piano elaborativo, nella instancabile ricollocazione e variazione dei medesimi limitati elementi compositivi. La compatta e semplice armonia del risultato appagante risarcisce i vuoti e le disarmonie tragiche della esistenza reale. Alla letteratura protesa a realizzarsi come "doppio" coraggioso dell'intera vita reale, quale è dato rilevare in Dante, Petrarca sostituisce una letteratura come universo parallelo e separato, dove le mancanze e i conflitti della vita reale possano colmarsi e accogliersi in appagante armonizzazione.
E' questa, naturalmente, una scommessa che non è possibile mai vincere in modo completo o definitivo. La grandezza del Canzoniere consiste anzi nel perpetuo scontro tra orientamento appagante ed equilibratore della forma e irruzione incontrollabile e segreta di impulsi minacciosi e distruttivi. E anche in questo modo con Petrarca avviene la fondazione legittima della lirica moderna.
L'ideologia del Canzoniere: il nuovo intellettuale cristiano
Affermando la continuità della civiltà e la positiva integrità della cultura, Petrarca sancisce come centrale l'interesse per l'uomo, dando un valido sostegno teorico alla propria valorizzazione dell'interiorità e della coscienza. L'interesse per l'uomo implica la centralità della questione morale. La religiosità sofferta di Petrarca vive all'interno di un terreno squisitamente morale almeno tanto quanto con Petrarca il colto, il poeta, diviene l'esperto di problemi morali: esperto a prezzo del proprio coinvolgimento diretto, ed esperto in nome della propria competenza culturale. Il non- coinvolgimento nelle vicende pratiche consente il distacco e la superiorità del giudizio; ed è questa la funzione che il poeta si attribuisce.
Il nuovo intellettuale cristiano vive entro questo orizzonte ricco di contraddizioni e di fermenti. Questi è l'esperto dei valori morali dell'umanità, colui che unisce nella propria cultura la sapienza e l'equilibrio del mondo antico e la rinnovata spiritualità del verbo cristiano. Questi vive ai margini della storia, potenzialmente anzi contro di essa; e opera nel margine che compete al giudizio, fornendo una visione sempre problematica del rapporto tra valori e realtà, tra significato e vita. Il suo compito non è quello di fornire verità ma quello di sperimentare lacerazioni e rinnovare dubbi, compiendo opera di mediazione tra la forza della storia e le difficili idealità classiche e cristiane.
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Francesco Petrarca (appunti)
Qualunque discorso sul Petrarca deve portare allo studio della sua personalità considerata nella prospettiva storica in cui il suo spirito maturò gli interessi culturali e alla poesia. Va dunque considerata anzitutto l’età di crisi delle istituzioni medievali cui egli si trovò a vivere. Il medioevo legato essenzialmente ad una concezione religiosa della vita era ormai finito, sta nascendo una nuova forma di civiltà, caratterizzata dall’attiva borghesia dei comuni e delle signorie, impegnata più nei commerci che nelle dispute dottrinali e religiose.
Petrarca, vivendo in un periodo di passaggio, soffrì le contraddizioni fra spirito ascetico medievale e lo spirito moderno. Infatti egli sentì da una parte il richiamo della vita contemplativa, che lo spingeva ad isolarsi dal mondo e dedicarsi alla contemplazione religiosa, dall’altra subì il fascino della vita attiva e dei piaceri terreni indulgendo alla passione per la cultura classica e all’amore per Laura. La sua poesia nasce da questo contrasto, espresso con profonda sincerità.
Prevale in lui il ripiegamento nel proprio animo, che egli indaga senza reticenze. L’interesse si è ormai spostato da Dio all’uomo e al suo mondo; ciò che soprattutto lo interessa è “Lumanitas” cioè l’insieme delle qualità che danno fondamento ai valori umani della vita. La letteratura è il prodotto più alto che l’uomo possa creare, perché in essa può realizzare interamente se stesso; la letteratura ha valore a se stante, senza alcuna finalità religiosa o morale. Il fine della letteratura è l’amore del bello, della parola e dell’immagine che fissano per l’eternità un pensiero, un sentimento che nella loro perfezione di bellezza appagano l’anima. L’arte si conquista con la fede nell’uomo, nel suo studio, nel suo impegno, soprattutto nella sua dedizione alla verità verso se stessi. Il Petrarca è pre-umanista, ma in lui restano i contatti con l’età precedente, non seppe staccarsi da una viva inquietudine di natura religiosa, conservò i valori della lirica dandoci, nel Canzoniere, la sua opera poetica più alta.
Il Petrarca spostò l’attenzione da Dio all’uomo, l’uomo al centro della realtà, l’uomo che è l’artefice del mondo e non lo spettatore. L’elogio della vita attiva non è, come potrebbe sembrare, in contrasto con le lodi alla “solitudine”, perché è necessario anzitutto ritrovare se stessi, riscoprendo in sé la propria umanità, per ritrovarsi insieme uomini tra uomini; quindi ritirarsi in solitudine significa ritrovare tutta la ricchezza della propria interiorità e così aprirsi la strada ad un valido contatto con il prossimo. La solitudine non era un monastico ritiro in un barbaro isolamento, ma una iniziazione ad una società più vera ed una “Caritas” effettiva.
La scienza medievale è tutta fondata sull’autorità dei testi classici. Si accettava tutto per buono. Invece, ogni uomo che aspiri alla verità, si deve porre in atteggiamento di dubbio e di critica senza lasciarsi dominare dall’autorità dei grandi maestri. Il pensiero deve riconquistare la sua libertà se vuole progredire; per questa rivendicazione della libertà del pensiero contro ogni pensiero di autorità, il Petrarca inaugura il criticismo del Rinascimento.
Anche le sue opere storiche si collocano fuori dalla tradizione storiografica medievale, per la quale tutto ciò si trova nel testo scritto è autentico e valido. Per Petrarca le fonti sono l’elemento della ricostruzione storica, non la storia.
Mentre il medioevo aveva sovrapposto al pensiero classico le esperienze recenti, unificando e confondendo due mondi diversi, senza avvertire il profondo distacco che separa le due civiltà, anzi deformando l’antichità (mancando, in buona fede, di senso storico) , il Petrarca ha piena coscienza che il mondo spirituale classico è profondamente diverso da quello medievale e aspira perciò a liberarlo dalle grossolane falsificazioni di cui la tradizione lo aveva ingombrato. Ritornare all’antico dopo averne ristabilito e restaurato criticamente la vera realtà.
Petrarca è un vero umanista; crede che il momento classico sia, nella storia della letteratura dell’arte e della filosofia, il più solenne e il più alto.
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Francesco Petrarca
Petrarca nacque ad Arezzo nel 1304 da un notaio fiorentino che lavorava nella curia pontificia. Dopo il suo esilio si trasferì con la sua famiglia presso Carpes ad Avignone. Qui Francesco incominciò i suoi studi che continuò a Bologna.
- Periodo Avignonese
Quando suo padre morì, ritornò ad Avignone in cui si sistemò nella curia vescovile. Dopo essersi dedicato ai suoi studi letterari, l'ambiente cosmopolita gli offrì più scambi culturali e per 30 anni abitò nella Provenza.
Il 6 Aprile 1327 incontrò Laura, una nobildonna che però poiché sposata con Ugo de Sade non gli ricambiò l'amore. Questa fu una tappa importantissimo poiché se per gli Stilnovisti la donna era una specie di angelo, per Petrarca fu fonte di ispirazione per il suo "Canzoniere".
In seguito, poiché condannò le frivolezze umane e la vita mondana fece dei viaggi per capire i veri valori della vita.
Si diresse a Roma dove strinse amicizia con la potente famiglia dei Colonna. Inoltre l'ammirazione per il culto dell'antica civiltà romana lo spinsero a viaggiare nelle Fiandre alla ricerca di opere di scrittori latini dimenticati nelle biblioteche impolverate. Ebbe la fortuna di trovare due orazioni di Cicerone e una "Lettera di Attila".
- Valchiusa
In seguito si trasferì a Valchiusa.
Già era diventato famoso per la fama di poeta e di letterario e per la scoperta degli antichi testi. Ciò lo fecero diventare l'intellettuale universalmente più famoso e ricercato. Inoltre fu incoronato dal senato di Roma con il titolo di Poeta.
Dopo che suo fratello divenne certosino, fu spinto a meditare se i valori spirituali fossero più importanti di quelli terreni.
Su ciò scrisse diverse opere di valore introspettivo:
"De vita Solitaria", "De otio religioso", il "Secretum".
In seguito si appoggiò a Cola di Rienzo che voleva restaurare la vecchia aristocrazia di Roma, sfruttando l'assenza del pontefice sempre ad Avignone.
Ciò però gli alienò la simpatia dei Colonna.
Però nel 1348 gli raggiunse la notizia della morte di Laura che lo fece ritornare a Valchiusa disgustato dell'Ambiente Avignonese.
Poi nel 1353 ritornò in Italia. Trovò ospitalità presso i Visconti in qualità di oratore, e presso i Carrara, ma riscuotendo varie critiche dei fiorentini perché lo accusarono di essersi messo al servizio dei potenti.
Il poeta si difese dicendo che aveva fatto ciò per avere pace nella sua attività di letterario. Infine morì nel 1374 confortato dalla sua figlia.
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Francesco Petrarca.
Francesco Petrarca, il più importante poeta e uomo di cultura del trecento, artefice di una nuova immagine dell’intellettuale e creatore di un linguaggio poetico la cui influenza sulla poesia italiana non è mai venuta meno nel corso dei secoli. Nasce nel 1304 ad Arezzo, dove il padre si era rifugiato dopo essere stato esiliato da Firenze. Dopo qualche anno la famiglia si trasferisce in Francia, nei pressi di Avignone, sede in quegli anni del papato, dove ser Petracco ha ottenuto un incarico alla corte pontificia.
Il giovane Francesco viene mandato a completare la sua educazione insieme con il fratello Gherardo prima a Montpellierr e poi a Bologna. Egli però trascura i suoi studi di diritto per dedicarsi alla poesia. Nel 1326, dopo la morte del padre, torna ad Avignone e qui il venerdì santo del 1327 incontra, nella Chiesa di Santa Chiara, Laura, la donna alla quale sarà legato da un amore intenso che avrà un ruolo centrale nella sua vita di uomo e di poeta. Di lì a qualche anno le necessità economiche sempre più impellenti lo inducono ad una scelta che sarebbe stata eseguita ben presto da molti intellettuali. Non volendo impegnarsi in un’attività professionale che non gli avrebbe consentito di dedicarsi completamente allo studio, come egli invece desiderava, preferisce seguire una forma particolare di carriera ecclesiastica: prende gli ordini minori, che al celibato, senza comportare l’esercizio dell’attività pastorale e la cura della anime, e garantivano la rendita di un beneficio ecclesiastico, cioè di una proprietà della Chiesa. In tal modo egli si assicurava l’indipendenza economica. Da questo momento la sua vita si svolge tra frequenti viaggi, compiuti ora per motivi di studio ora per svolgere delicate missioni diplomatiche, e periodi trascorsi nella quiete di Valchiusa, in Provenza, dove si dedica allo studio, alla lettura dei classici ed alla composizione delle sue opere letterarie in latino ed in volgare. Le prime, se si esclude l’Africa, un poema epico rimasto incompiuto, hanno carattere prevalentemente saggistico; le seconde sono componimenti in versi di argomento amoroso. La sua fama di uomo di cultura è tale che nel 1340 viene incoronato poeta a Roma in Campidoglio con una cerimonia assai solenne. Nel 1353 si stabilisce a Milano presso i Visconti per i quali svolge occasionalmente incarichi diplomatici, ottenendo in cambio protezione e larga disponibilità di tempo per i suoi studi. Nel 1362 si trasferisce a Padova e successivamente a Venezia. Trascorre gli ultimi anni della sua vita ad Arquà, presso Padova, dove muore nel 1374.
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“ Solo et pensoso i più deserti campi”
F. Petrarca
In questo sonetto il poeta esprime un dolore concentrato, di cui però, non conosciamo la causa. Laura non è menzionata; il paesaggio non è descritto. Non sappiamo l’esatta causa della sua inquietudine, anche se la si può intuire, ma certo sappiamo che è inquieto. Questa condizione di profondo dissidio si esprime nel testo attraverso una serie di opposizioni e di antitesi che alludono ad una condizione conflittuale. Il sonetto si chiude con l’immagine di un ideale colloquio con Amore: dunque solitudine significa essere solo con il proprio tormento; il pensare si risolve in un colloquiare che rinnova l’angoscia. In questo sonetto Petrarca deve trattare delle proprie passioni, ma allo stesso tempo le deve dominare e controllare; infatti non scrive sotto l’urgere della passione, ma a distanza di tempo. “La tempesta delle passioni è già qui superata e risolta nel tono di confessione lucida, meditata, serena, sebbene tutta percorsa di fremiti e di dissidi segreti” (Sapegno).
Il ritmo è regolare, pacato, controllato, senza bruschi mutamenti che possano trasmettere l’idea di una scrittura compiuta sotto l’urgere della passione. In tutto il sonetto proemiale l’attenzione del poeta si concentra sullo stato di inquietudine dell’io e solo su quello, mentre tutto il resto passa in secondo piano.
“Padre del ciel, dopo i perduti giorni”
F. Petrarca
Questo è un sonetto scritto per l’anniversario per gli undici anni trascorsi dal suo innamoramento per Laura: la data del giorno dell’innamoramento è bipartita tra il primo verso della prima terzina e l’ultimo verso dell’intero sonetto, dove il ricordo religioso è accompagnato dalla consapevolezza di avere all’interno del proprio animo anche l’empietà. Può essere considerato come un’accusa, un’invocazione di soccorso. Petrarca è in bilico tra passato e futuro. Nella prima quartina, dopo l’invocazione a Dio, il poeta si rivolge al suo passato e considera il suo tormento d’amore. Nella seconda si volge al futuro, invocando la pace spirituale tanto desiderata. Laura fa sa sfondo a questo sonetto, mentre i dubbi del poeta sono i protagonisti. “Nella serrata rete di corrispondenze è non soltanto espressa l’ultima dialettica di pentimento e speranza, ma sono anche portate alla luce due autinomie più segrete: il contrasto tra passato e presente, fra luce e tenebre” (Amaturo).
“Zephiro torna”
F. Petrarca
Ritorna la primavera, tutta la natura è in fiore ed invita ogni creatura ad amare, diffondendo gioia e felicità. Solo il poeta è triste, poiché la sua amata è in cielo: per lui la natura primaverile è uno spettacolo di desolazione e di dolore. Laura è morta e la natura muore con lei. Il poeta è ormai in età avanzata e il ritorno della primavera con i suoi seducenti spettacoli naturali non lo attrae più e non lo consola, anzi, tutto contribuisce a ricordargli che Laura non c’è più. La sua sensibilità lo rende facilmente impressionabile ed impressionabile ed emozionabile. In questo sonetto la natura meravigliosa è contrapposta al cuore dolorante del poeta.
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BUSI,CALEFFI,MEDA.BUGADA
Dall’analisi delle liriche petarchesche si può certamente sostenere che Petrarca abbia ereditato un patrimonio di temi, situazioni, immagini, tecniche espressive da tutta la tradizione della poesia d’amore, ma allo stesso tempo vi abbia introdotto innumerevoli elementi di novità e di originalità che riguardano sia la rappresentazione della donna sia lo stato d’animo del poeta innamorato.
Torna nella lirica petrarchesca il motivo della lode dell’amata, tipico del Dolce Stil Novo, che per ora è rivolto alla bellezza fisica più che alle doti morali.
All’immagine della donna-angelo, anch’esse di origine stilnovista si è sostituita quella di una creatura bella e desiderabile per la quale il poeta prova un amore tutto terreno, anche se inappagato.La staticità della donna stilnovista, fissata per sempre in un’eterna giovinezza, viene capovolta nella mutevolezza e vitalità della Laura petrarchesca, collocata sullo sfondo di paesaggi naturali nei quali ricorrono due elementi mobili per eccellenza:il vento e l’acqua.
Laura inoltre è rappresentata nelle diverse stagioni della sua vita:alla creatura slendente di giovinezza si affianca l’immagine di una donna ormai anziana e spenta ma pur sempre amata dal poeta,Quanto alla concezione dell’amore è ormai venuta meno in Petrarca l’idea stilnovista dell’amore-virtù, strumento di perfezionamento interiore e di avvicinamento a Dio.Il sentimento amoroso e tutto terreno e porta con sé il pentimento, il senso del peccato, il conflitto tra bene e male.Altri aspetti caratteristici sono la natura miracolosa della donna che Petrarca in “Chiare, fresche et dolci acque” definisce come “costei che per fermo nacque in paradiso”, il fatto che la donna non sia mai raggiungibile dal poeta, che sia in grazia di far sospirare la gente e la dolcezza sono altri motivi stilnovistici ricorrenti.
Per quanto riguarda l’organizzazione formale possiamo dire che Petrarca rispetto a Dante non fa uso di enjambemant per evitare difficoltà di lettura e nelle sue liriche è presente una sorta di controllo formale dato dal fatto che l’autore non scrive sotto l’impeto delle passioni ma a distanza di tempo per conferire ai suoi testi controllo e tranquillità, frutto di una precisa scelta letteraria.
Petrarca affida tutto alla memoria, infatti nel Canzoniere si avverte la presenza del tema del ricordo esplicitato in “Chiare, fresche et dolci acque”, tema che caratterizza ora anche laletteratura successivae verrà adottato da Leopardi. Un’altra caratteristica della forma Petrarchesca e il largo uso di antitesi che sottolineano il dissidio interiore del poeta. Altro particolare della forma petrarchesca sono la presenza di enfasi che hanno la funzione di rallentare il ritmo e il climax sia ascendente che discendente.
Quello di Petrarca è un modello di scrittura, di stile, che puraffondando le radici della tradizione, specialmente in quella antica, classica ma non poco anche in quella romanza pre-stilnovistica e stilnovistica, appare sostanzialmente cosa nuova nel panorama della lirica volgare, per il rigore estremo con cui è perseguito, per l’uniformità degli effetti che sortisce, per la compattezza e la coerenza dell’opera nel suo complesso.
Un aspetto importante della cultura del Petrarca,che egli seppe in gran parte trasmettere alle generazioni successive, è la volontà di una nuova e più moderna conciliazione tra la tradizione cristiano-medievale e quella classica nel rispetto dell’autonomia e dell’originalità di quest’ultima
Petrarca tente dunque una sintesi di queste due realtà tendendo a porle sullo stesso piano, al contrario di Dante che invece leggeva i classici in funzione del cristianesimo.
E’ anche possibile rinvenire, accanto al complicarsi e maturarsi degli atteggiamenti intellettuali, all’approfondirsi della sua cultura, una tendenza evolutiva.
Nelle opere più antiche un entusiasmo per gli scrittori dell’antichità e per il mondo classico, che si manifesta in atteggiamenti intellettuali, ricettivi e imitativi.L’”Africa”, il ”De viris illustribus” e i “Rerum memorandorum libri” sono tutte opere che per forma e argomento manifestano chiaramente i loro modelli latini.
Nelle opere della maturità si nota viceversa un recupero di modelli, forme, tematiche cristiano-medievali, connesso ad un’ampliarsi di letture condotte appunto nell’ambito di testi biblici, patristici e delle compilazioni erudite medievali(es.”Secretum”, “De vita solitaria”, Deotio religioso” e altri).
Tuttavia è fondamentale rilevare che nel Petrarca le due culture sono compresenti e se talora si propongono come due direzioni alternative, più spesso e nel tempo sono l’oggetto di un tentativo di sintesi.
Ma, a differenza degli scrittori cristiani presso i quali l’incontro tra i due mondi opposti era avvenuto in grazia di una concezione provvidenziale, in Petrarca esso avviene in nome di una fondamentale uguaglianza dell’animo umano.
L’elemento innovativo della conciliazione è dunque l’abbandono di una concezione provvidenziale della storia, in base alla quale in passato si era considerato il mondo classico come destinato a preparare l’avvento della cultura cristiana e a confluire in essa.
Classicità e cristianesimo ora si incontrano con pari dignità e diritti in quanto entrambi espressione dell’intelligenza e dell’animo umano.
Considerando questo nuovo e moderno tentativo di conciliazione tra la tradizione medievale e quella classica operato dal Petrarca e gli aspetti precedentemente analizzati, i quali investono sia l’ambito contenutistico che quello formale, possiamo senz’altro sostenere che Petrarca sia stato fortemente innovativo ed è proprio ciò che ha fatto di lui il “padre” della nostra letteratura.
Fine articolo su Francesco Petrarca
Carlo Sandroni
Francesco Petrarca
Vita:
- Nasce ad Arezzo nel 1304
- Il padre, Petracco, notaio, è un esiliato fiorentino come Dante
- Nel 1312 si trasferisce ad Avignone, dove intraprende gli studi di diritto
- Compie col fratello Gherardo la scalata del Monte Ventoso
- Si ritira a Valchiusa
- Il fratello diventa monaco e Petrarca ha una figlia
- Si stabilisce definitivamente in Italia
Analisi Personaggio:
- Ha una forte vocazione letteraria à studio dei classici (Virgilio, Cicerone, ecc…);
- Si formano in lui due tendenze tra le quali cerca una conciliazione:
- Il culto dei classici
- Un'intensa spiritualità cristiana
- Lingua parlata: latino
- Il volgare costituisce solamente una scelta letteraria
- Immagine femminile: Laura
- Innamoramento è un episodio effimero nella realtà
- Diventa il simbolo del travaglio interiore
- Esigenza della sicurezza materiale
- Sceglie la via ecclesiastica (prende gli ordini minori)
- Entra nelle grazie dei potenti e delle corti più importanti
- Curiosità inesausta di conoscere (richiamo ai beni materiali)
- Ascesa al Monte Ventoso (rappresentazione di tutta l’esperienza spirituale)
- Bisogno d’indagine interiore (bisogno di una vita più spirituale)
- Ascesa al Monte Ventoso (rappresentazione di tutta l’esperienza spirituale)
- L’Ascesa al Monte Ventoso rappresenta tutta l’esperienza spirituale di Petrarca
- Bisogno di gloria e di riconoscimenti à incoronazione poetica
- Il fratello Gherardo si fa monaco
- Francesco cade in una crisi religiosa
- La crisi si traduce in un processo interiore senza sbocchi risolutivi
- Dissidio nella sua personalità
La Figura di Intellettuale
- Intellettuale cosmopolita (e non comunale)
- Ne deriva una continua ansia di viaggiare
- Ideale nazionale (e non municipale)
- Sentito solo in ambito letterario
- Intellettuale cortigiano (e non cittadino politicamente attivo)
- È comunque geloso della sua autonomia che manterrà sempre
- Anticipa la figura del chierico
- Vede la letteratura come la più alta manifestazione dello spirito umano
- Vede il letterato come uomo dotato di altissima dignità con la possibilità di far rivivere il mondo antico e donare l’immortalità
Opere Religiose e Morali:
- Prova fastidio verso la filosofia scolastica
- Pensa che la vera filosofia debba mirare a comprendere l’uomo, ad esplorarlo interiormente e ad indicargli la giusta via
- Si ispira a Sant’Agostino
- «La verità abita nell’interiorità dell’uomo»
- Viene meno alla fede Dantesca e alla sicurezza di poter dominare la realtà con rigorosi schemi concettuali
- Si dedica alla contemplazione del proprio io
- Su questo tema scrive il Secretum, opera in latino
- Il contrasto Francesco ó Agostino corrisponde a Peccatoreóistanza superiore della coscienza
- Agostino gli rimprovera il desiderio di gloria e l’amore per Laura
- Petrarca arriva alla conclusione che deve cambiar vita, ma non trova alcuna soluzione
- Non riesce a delineare la vicenda della propria anima (óDante)
- Il linguaggio è limpido, armonioso, strutturato grazie al punto fermo dei classici
- Ha un ideale di vita appartato e tranquillo, che non contraddice la religione
Il Canzoniere (opera in volgare)
- È una raccolta di liriche (366 tra sonetti, canzoni, ballate) riveduta nel 1374
- Il titolo originale è «Rerum Volgarium Fragmenta»
- Il volgare usato si avvicina al latino, raffinato e selezionato
- La materia esclusiva è l’amore per Laura, inappagato e tormentato
- I diversi stati d’animo riflettono il continuo oscillare tra due poli opposti:
- A volte contempla la donna e si nutre di vane speranze
- A volte si protende verso la libertà e confessa che è un inutile vaneggiare
- Dopo la morte di Laura c’è una svolta:
- Le liriche si dividono così in «rime in vita» e «rime in morte»
- Il mondo rappresentato scolorisce di colpo
- Non si ferma la passione per Laura
- Sente il peccato e desidera la purificazione
- Si accorge che la vita corre troppo veloce
- La morte appare come un dubbioso passo (óDante)
- Desiderio di superare i conflitti interiori, di trovare la pace
Laura
- È più umana rispetto alle donne stilnovistiche, da cui differisce sotto molti aspetti:
- È, seppur vagamente, descritta fisicamente
- È inserita nella dimensione temporale
- È comunque una figura evanescente, indefinita
- Anche i paesaggi sono indefiniti
- Tutta la vicenda tra Petrarca e Laura è composta da stereotipi
- Tutto si restringe ad una esperienza solo personale
- Sparisce la realtà esterna
- Il tema amoroso rappresenta l’esperienza di Petrarca del Secretum
- Continua ricerca della pace perfetta, ma trova solo la labilità delle cose terrene
- Ne segue un’insoddisfazione perpetua
- L’ideale petrarchesco è la conciliazione dell’umano col divino
- La coscienza dell’irrealizzabilità genera il tormento interiore
Ascesa al Monte Ventoso (T58 p. 379)
- L’ascesa ha un significato allegorico che cambia all’arrivo alla meta
- Dapprima è allegoria della conquista del mondo esteriore, dettata dalla curiosità di scoprire le bellezze della Terra
- Poi del superamento delle lusinghe terrene e della conquista della verità e della salvezza spirituale
- Il passaggio rappresenta l’indagine dell’io, il ripercorrere il proprio viaggio interiore, la scoperta del «doppio uomo»
- Da questo segue la scoperta che la conquista del mondo esteriore è solo cosa vana
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono… (T63 p. 395)
- La lirica è una considerazione della propria esperienza amorosa per trarre un bilancio
- Tetrarca può fare ciò essendo ora «in parte altr’uomo» (solo in parte perché non c’è stata una conversione definitiva) e avendo superato l’errore
- Il bilancio tratto è negativo
- Le rime sono sparse per l’oscillare interiore continuo
- Non c’è speranza alla vergogna
- Ha la consapevolezza della vanità delle cose
- L’unico conforto è la speranza di poter trovare pietà e compassione
- In contrapposizione, il poeta si esprime con forme armoniose ed eleganti
Solo e pensoso i più deserti campi… (T65 p. 401)
- Il motivo principale è quello della solitudine
- L’isolamento deve salvare il poeta dalla vergogna di rivelare il proprio tormento
- Lo schermo deriva dall’amor cortese, ma qui non serve più a celare la donna, ma l’intimità del poeta
- Il paesaggio è senza concretezza, fuori dallo spazio e dal tempo, in una dimensione puramente interiore
- Anche qui la costruzione poetica è armonica ed equilibrata
Benedetto sia ‘l giorno e ‘l mese e l’anno… (T66 p. 404)
- Strutturata come una benedizione («benedetto» in anastrofe)
- Esaltazione dell’Amore in tutte le sue manifestazioni, senza riserve
- Benedizione anche dei momenti di dolore
- Benedizione anche delle «voci sparte»
- Si concede a Laura e solo a lei
- Ha la consapevolezza di donare l’immortalità
Padre del ciel, dopo i perduti giorni… (T67 p. 405)
- È presente una sofferta tematica religiosa
- L’amore è visto come violento desiderio sensuale («fero desio» ó stilnovo / amor cortese)
- Il poeta mette a nudo le proprie debolezze e le miserie
- Oscillazione tra passato (tempo della debolezza) e futuro (tempo della liberazione)
- Il presente è quindi il tempo della precarietà, dell’incertezza
- La lirica si chiude con la richiesta di grazia
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (T68 p. 407)
- Motivo dell’apparizione della donna in tutta la sua bellezza («angelica forma»)
- La presentazione si discosta però dallo stilnovo:
- Laura è collocata nel tempo
- È sottoposta al peso della carne mortale
- Subisce il decadere della bellezza fisica
- Tema della fuga del tempo
- Tema della labilità di tutte le cose
- Contrapposizione tra passato e presente
Chiare, fresche e dolci acque (T69 p. 409)
- Il motivo è l’evocazione della bella donna
- La stilizzazione del ritratto porta all’impossibilità nel definire una figura concreta
- Anche la natura è stilizzata: tutta la realtà è rarefatta:
- La realtà non è un dato oggettivo, ma costruzione mentale
- Il mondo reale diventa elemento del mondo interiore
- La realtà interiore è l’unica che conta per Petrarca
- La memoria è l’unico modo per conservare le cose, così precarie e labili
- Donna come venuta dal cielo e mediatrice tra uomo e cielo solo nella dimensione psicologica del sogno
Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno (T70 p. 413)
- Due temi centrali:
- Deprecazione delle lotte civili
- Condanna dell’impiego di milizie mercenarie germaniche
- È vicino alla corte che è il suo interlocutore (óDante)
- Tono commosso e persino dolente
- Richiamo di temi cari a Petrarca
- Contrapposizione tra nobiltà del sangue latino e rozza crudeltà dei costumi tedeschi
- Invita a ritrovare la virtù romana
- Italia come entità culturale e non nazionale e politica
Fine articolo su Francesco Petrarca
Boccàccio, Giovanni, scrittore italiano (Firenze o Certaldo, Firenze 1313 - Certaldo, Firenze 1375). Nato forse a Firenze, più probabilmente che a Certaldo, ma certamente non a Parigi, come lo scrittore favoleggiò, nella propria autoleggenda, per nobilitare la condizione originaria di figlio illegittimo del mercante Boccaccino di Chellino, fu dal padre riconosciuto prima del matrimonio con la gentildonna Margherita de' Mardoli, e il figlio soffrì molto sia per il distacco dall'umile madre, sia per la decisione del padre d’avviarlo alla mercatura. Mandato a Napoli (1327 ca.) per compiere il proprio apprendistato presso una filiale del banco dei Bardi, di cui il padre era socio, B. frequentò nel frattempo l'ambiente colto e aristocratico della corte di Roberto d'Angiò; avviato poi agli studi di diritto, ascoltò le lezioni di Cino da Pistoia, l'amico di Dante e di F. Petrarca, che influì più come poeta che come giurista sul giovane B. dischiudendogli nuovi orizzonti poetici. Strappato alla dolce e voluttuosa vita napoletana dal fallimento della banca dei Bardi (1340), B. ritornò a Firenze, dove l'attendeva un'esistenza più grigia e difficile, segnata da nuovi contrasti col padre e dall'incertezza della situazione politica. Dopo un duplice soggiorno a Ravenna, alla corte dei Polenta (1345), e a Forlì, presso gli Ordelaffi (1347-48), B. tornò a Firenze in tempo per assistere ai terribili effetti della “peste nera” (1348), che descriverà nell'introduzione al Decameron. Morto il padre, B. dovette provvedere all'amministrazione degli scarsi beni di famiglia; ma la fama del suo capolavoro indusse i concittadini ad affidargli ambascerie e missioni significative, come quella a Ravenna (1350), per consegnare a suor Beatrice, figlia di Dante, dieci fiorini d'oro a titolo di risarcimento dei danni subiti dagli Alighieri, o come quella a Padova (1351), per comunicare a Petrarca la revoca della condanna inflitta al padre. Nasceva in quest’occasione, tra B. e Petrarca, una calda amicizia, che si sarebbe rivelata preziosa quando il grande poeta aretino avrebbe persuaso lo scrittore, tormentato da una crisi spirituale provocata dal severo monito del certosino Pietro Petroni (1362), a non abbandonare gli studi, unico conforto della vecchiaia. Stimolato da Petrarca, B. aveva accolto in casa sua, nel biennio 1360-62, il grecista calabrese Leonzio Pilato, che tradusse per la prima volta in latino Omero: un avvenimento memorabile per la cultura italiana ed europea; e, come Petrarca, aveva preso gli ordini sacri minori, che gli garantirono una situazione economica meno precaria. Dopo un fallito tentativo di trasferimento a Napoli, B. si ritirò nella sua casa di Certaldo, che trasformò in un cenacolo di studi classici. Chiamato, nel 1373, a Firenze, per commentare pubblicamente la Divina Commedia nella chiesa di Santo Stefano di Badia, fu duramente attaccato dall'aristocrazia guelfa, che non gradiva la divulgazione del capolavoro dantesco. Afflitto dall'idropisia, tornò nella sua Certaldo, dove si spense un anno dopo l'amato Petrarca: sulla sua tomba volle che si ricordasse in un’epigrafe (studium fuit alma poesis, sua passione fu l'alma poesia) quel culto esclusivo dell'arte che era stato lo scopo della sua vita.
Dopo la Caccia di Diana (1334 ca.), un poemetto in terzine in cui, attraverso la descrizione di una caccia, si celebra la bellezza delle gentildonne della corte angioina, B. scrisse un poema in ottava rima, il Filostrato (“vinto d'amore”, secondo l'arbitraria etimologia fornita dall'autore, inesperto del greco): di incerta datazione (1335, ma, secondo altri, 1340), il poema racconta, sul modello del Romanzo di Troia di Bénoit de Saint-Maure, l'infelice vicenda dell'amore di Troilo, figlio di Priamo, per Criseida, che però lo tradisce con Diomede; rovesciando il rapporto tradizionale tra eros ed epos, B. assegna il primato alla materia erotica rispetto a quella epica, riducendo il sentimento amoroso nei limiti dell'etica borghese, fondata sulla logica dell'utile, e proiettando, nella fresca ispirazione sensuale della vicenda, le ardenti esperienze della sua giovinezza.
Un impegno erudito e retorico presiede all'ispirazione della prima opera narrativa in prosa di B., il Filocolo (“fatica d'amore”, secondo il greco approssimativo dell'autore, 1336-38): prendendo le distanze dalla medievale letteratura di consumo, B. trasferisce in uno stile elaborato e prezioso la popolare leggenda degli amori di Florio e Biancifiore, sovraccaricandola di una cultura farraginosa e pedantesca; non mancano, tuttavia, momenti spontanei e psicologicamente felici, come la scena, di straordinaria freschezza, dell'innamoramento dei due giovani. Ma l'interesse del romanzo risiede soprattutto nell'apparizione di Fiammetta (la leggendaria Maria d'Aquino, figlia di re Roberto d'Angiò), un'affascinante figura femminile, ispiratrice del racconto: con lei e con Caleon (B. stesso) si intrattiene, a Napoli, Florio, proponendo a una nobile brigata tredici “questioni d'amore”. Mediante un'invenzione che anticipa quella che sarà la “cornice” del Decameron, viene così proiettata in un passato romanzesco la società cortese della Napoli angioina.
A Fiammetta è dedicato il poema in ottave Teseida (1339-41), esemplato sul modello della Tebaide di Stazio: audace esperimento di un poema eroico-erotico di argomento classico-cavalleresco, il Teseida, malgrado la preoccupazione erudita e retorica che l’appesantisce, ha la sua novità nella concezione borghese, incarnata dai veri protagonisti, Arcita e Polemone, innamorati della bella amazzone Emilia. La struttura epica non è però fondata sugli dei e sugli eroi, ma sulle vicende idillico-sentimentali, sottoposte al volubile gioco della Fortuna.
L'abbandono della gioiosa vita napoletana fu come un trauma per B., che dovette adattarsi al clima gretto e puritano della Firenze guelfa: di qui l'adozione dello schema allegorico-didattico, non congeniale all'ispirazione dello scrittore, nella Comedia delle ninfe fiorentine (1341-42) e nell' Amorosa visione (1342). La prima di queste due opere, meglio nota con il titolo di Ninfale d'Ameto o Ameto, è considerata come un “piccolo Decameron” per i racconti di sette ninfe, inquadrati in una “cornice”: mista di prosa e di terzine dantesche (con alcuni versi che sono tra i più intensi di B.), l'opera è debole nella sua struttura allegorica, esteriore e cerebrale (la trasformazione di Ameto da rozzo pastore a persona incivilita dall'amore), ma guizza di scintillante malizia nel realismo dei racconti delle ninfe, tutt'altro che edificanti, e volti a celebrare, tra ammiccanti allusioni alla cronaca contemporanea e preziose miniature di gusto gotico, il trionfo della carne sullo spirito. Anche nell' Amorosa visione, poema in terzine dantesche, del tutto freddo e passivo è il proposito allegorico-didattico, che si traduce in sterile erudizione, in una sfilata di personaggi antichi e contemporanei: l'unico titolo di merito del poema è forse quello di aver stimolato Petrarca a riprenderne il disegno nei Trionfi.
Solo con l'Elegia di madonna Fiammetta (1344-45) B. raggiunge la sua maturità stilistica libero ormai da ogni incrostazione erudita, filtra attraverso la mitologia il materiale autobiografico dell'irrequieta giovinezza, contemplata ora con lucido distacco, e, travestendo all'antica la sua Fiammetta, dissimula abilmente la modernità di tale sua figura, che doveva apparire scandalosa alla bigotta società fiorentina del Trecento. Su tutte le altre opere minori si distacca il Ninfale fiesolano (1345-46 ca.), che prelude direttamente al capolavoro: poemetto in ottave, celebra, con grazia popolaresca, gli amori del pastore Africo e della ninfa Mensola, sullo sfondo stupendo della natura fiesolana. La vicenda amorosa di un'età mitica viene a collocarsi così, realisticamente, nell'ambiente del contado fiorentino e ad arricchirsi di una tematica familiare (la trepidazione dei vecchi genitori di Africo per l'inquietudine amorosa del figlio, e poi per il nipotino) in cui si riverbera, probabilmente, la nostalgia di B. per la propria infanzia povera di affetti e il suo desiderio inappagato di una paternità tenera e sensibile.
Scritto tra il 1349 e il 1353, il Decameron rispecchia la crisi economico-morale della borghesia fiorentina dopo il fallimento dei Bardi e dopo la peste del 1348, ma, al tempo stesso, afferma il valore positivo dell'eros come identificazione con la vita e rivolta contro la morte.
Dopo avere descritto, nell'introduzione, le conseguenze sociali della peste, che ha sovvertito ogni norma etica e sociale, B. affida a sette fanciulle e a tre giovani (che, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di lasciare la città per sottrarsi al contagio) la funzione di ricomporre la socialità distrutta dalla peste, alternando i racconti alle danze e ai banchetti, sullo sfondo sereno della campagna. È questa la cosiddetta “cornice”, che è in realtà una vera e propria storia, una “macronovella”, entro la quale sono incluse le cento novelle in una solida architettura.
Dopo il Decameron, B. scrisse una sola opera di fantasia, il Corbaccio (1355 o 1365), un'aspra satira misogina, riscattata dalla celebrazione della serena e raccolta solitudine del letterato. A tale ideale petrarchesco sono ispirate le ultime opere: il De genealogiis deorum gentilium (1350-1375, Genealogie degli dei gentili), enciclopedia mitologica che ha il suo culmine nella commossa difesa della poesia; il De casibus virorum illustrium (1356-1373, Sventure degli uomini illustri) e il De claris mulieribus (1361-62, Delle donne illustri), biografia di stampo umanistico di personaggi illustri e di celebri eroine della storia; il dizionario geografico De montibus, silvis, fontibus ecc. (1355-74, Monti, selve, fonti ecc.), dove colpisce, tra tanta aridità compilatoria, il privilegio accordato, per ragioni affettive, all'Arno; il Buccolicum carmen (Carme bucolico), scialba imitazione delle egloghe virgiliane. Accanto a queste opere umanistiche si collocano le opere del culto dantesco di B.: il Trattatello in laude di Dante (1352), dove la vita del grande poeta fiorentino è avvolta in un alone di mistero e di miracolo, e le Esposizioni sopra la Comedia, esegesi letterale-allegorica dell' Inferno dantesco, rimasta interrotta al canto XVII.
Petrarca, Francesco, poeta e scrittore italiano (Arezzo 1304 - Arquà, odierna Arquà Petrarca, Pordenone 1374). Figlio di ser Petracco, un notaio fiorentino che era stato bandito nel 1302 con i capi di parte bianca, e di Eletta Canigiani, visse sempre come un esule: sradicato da Firenze, la città dei suoi genitori, e da Arezzo, dove solo casualmente aveva visto la luce, non si legò mai ad alcuna città come vera patria. Nel 1311 si trasferì con la famiglia ad Avignone, allora sede dei papi, alla ricerca di una più stabile sistemazione. Dopo i primi studi a Carpentras, sotto la guida di Convenevole da Prato, studiò legge a Montpellier (1316-20), poi a Bologna (1320-26). Alla morte del padre, tornò ad Avignone, troncando gli studi giuridici, per i quali, del resto, non aveva alcuna inclinazione. Dopo un periodo di vita frivola e dissipata, incontrò, il “dì sesto d'aprile” del 1327, nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, Laura, e se ne innamorò, non ricambiato: intorno a questa figura femminile si sarebbero raccolti i motivi dominanti della sua poesia. Si è molto discusso sull'effettiva consistenza di tale amore, e si è perfino messa in dubbio l'esistenza storica di Laura; lo stesso poeta, in una commossa lettera all'amico Giacomo Colonna, dovette ribadire l'effettiva realtà della donna e del proprio amore per lei: un amore di una così drammatica intensità da configurarsi non come un episodio reale, ma come un mito, e da assumere il valore simbolico del sentimento eternamente inappagato. Per assicurarsi la tranquillità economica necessaria a una vita di studi, P. prese (1330) gli ordini minori, che garantivano lucrosi benefici, e ottenne la protezione della potente famiglia dei Colonna. A tale esigenza di benessere materiale e di tranquillità si contrappone tuttavia, nella complessa personalità del poeta, un'inquietudine profonda, un'ansia di viaggiare e di cambiare continuamente clima e ambiente: nel 1333 fu a Parigi, in Fiandra (e a Liegi scoprì due orazioni di Cicerone), nel Brabante, in Renania. Una tendenza opposta a tale irrequietudine è il bisogno di solitudine, per interrogare la propria anima nel silenzio interiore e nella pace di una vita raccolta. Pertanto, dopo il primo viaggio a Roma (1336-37), che lo affascina con la maestà delle sue rovine, e dopo la nascita (da una relazione rimasta misteriosa) del figlio naturale Giovanni, quasi a compenso di queste intense emozioni di varia natura, P. si rifugia a Valchiusa, in Provenza, alle sorgenti del Sorga, che sceglie come il suo “Elicona transalpino”, luogo ideale di meditazione e di raccoglimento. Ma più forte è, in P., il desiderio di conseguire la gloria, che sarà appagato dall'incoronazione poetica, ottenuta a Roma, in Campidoglio, nel 1341: una cerimonia, questa, di grande valore simbolico, in quanto espressione della nuova condizione dell'intellettuale, cui principi e senatori, per la prima volta dai tempi antichi, si inchinavano con reverenza. Sulla via del ritorno, sostò a Parma, scoprendo, nei dintorni, l'amena campagna di Selvapiana, il suo “Elicona cisalpino”. Profondamente turbato dalla nascita della seconda figlia naturale, Francesca, e dalla monacazione del fratello Gherardo, P. varcò di nuovo le Alpi nel 1343, come ambasciatore del papa Clemente VI alla corte di Napoli, e indugiò ancora a Parma, da dove, nel 1345, il fragore delle guerre civili lo costrinse a una fuga drammatica. Riparò a Verona, dove, nella biblioteca della cattedrale, ebbe la fortuna di scoprire parte dell'epistolario di Cicerone. Nel 1347, entusiasmato dai grandiosi progetti politici di Cola di Rienzo, intraprese un nuovo viaggio a Roma; ma, raggiunto a Genova dalla notizia del degenerare in disordini del sogno utopistico di Cola, si recò a Parma, dove, nel 1348, apprese la triste notizia della morte di Laura, avvenuta il “dì sesto d'aprile”, durante l'epidemia di peste che infuriava, in quell'anno, in Europa. Nel 1350, in occasione del giubileo, visitò di nuovo Roma ed ebbe occasione di fermarsi a Firenze, dove conobbe G. Boccaccio. Lasciata definitivamente la Provenza (1353), si trasferì a Milano, presso i Visconti, dove rimase otto anni, in qualità di ospite illustre, impiegato come ambasciatore in solenni missioni diplomatiche, ma libero di dedicarsi ai suoi studi, nella solitudine della sua casa, a San Simpliciano. Nel 1361, per sottrarsi all'epidemia di peste scoppiata nel Milanese, si recò a Padova, dove ebbe la dolorosa notizia della morte del figlio Giovanni, poi a Venezia, dove rimase cinque anni, onorato dal governo della città lagunare e confortato dalla presenza della figlia Francesca. Diventando le sue condizioni di salute sempre più precarie, si ritirò a vivere in una villetta ad Arquà, sui colli Euganei, dove attese serenamente la morte.
Tra le opere latine di P., di particolare importanza per la comprensione della sua complessa personalità sono le raccolte epistolari, costituite dalle 350 Familiares (Familiari), dalle 125 Seniles (Senili), dalle 19 Sine nomine (Senza nome), dove è condotta un'accanita polemica contro la Curia avignonese: da qui la soppressione, per prudenza, dei nomi dei destinatari. A tali raccolte, curate da P., e all'incompiuta Epistola ad posteros o Posteritati (Lettera ai posteri o Alla posterità), è da aggiungere un'altra silloge di lettere, raccolte dai posteri con il titolo di Variae (Varie). Accanto all'epistolario, un'altra opera fondamentale è il Secretum (Il segreto): composto tra il 1342 e il 1343, svolge in forma di dialogo tra sant'Agostino e Francesco, alla muta presenza della Verità, i temi più tipici dell'introspezione psicologica petrarchesca. Agostino coglie lucidamente l'aspetto centrale della malattia morale del suo interlocutore, che consiste in una debolezza della volontà, in una “accidia”, che è profonda scontentezza di se stessi e voluttà di dolore. Ma le colpe più radicate nell'animo di Francesco sono l'amore per Laura, giustificato dal poeta, sulla scorta del platonismo, come un mezzo per elevarsi a Dio, e in realtà causa della sua perdizione spirituale, e l'amore per la gloria, stoicamente motivato come desiderio di adempiere il proprio destino terreno, ma in contrasto con l'aspirazione alla vera gloria eterna. Lo sforzo di conciliazione della lezione della filosofia antica con quella cristiana si risolve in una sospensione di giudizio e nell'accettazione delle contraddizioni della condizione umana. Il tentativo di fondere l'ideale cristiano della rinuncia al mondo con quello classico dell' otium, cioè del distacco dagli affari per attendere alla cura dello spirito, anima le stupende pagine riflessive del trattato De vita solitaria (1366, Della vita solitaria), opera fondamentale per definire un tipico atteggiamento della personalità petrarchesca, che rifiuta il tumulto delle città affollate per ricercare, a Valchiusa come a Selvapiana e ad Arquà, il contatto con la natura. Da un effimero entusiasmo di P. per l'ideale della vita monastica nacque il De ocio religiosorum (1357, Del riposo dei religiosi), dedicato al fratello Gherardo, dove si avverte un'ammirazione solo cerebrale verso la religiosità ascetica. In realtà, non la rinuncia, ma la sintesi della saggezza stoica e della rassegnazione cristiana è il principio cui si ispira P. e che informa l'ampio trattato De remediis utriusque fortunae (1366, Dei rimedi dell'una e dell'altra fortuna), destinato a un grande successo nell'età umanistica e fino al primo Seicento; dentro lo schema dell'allegorismo medievale, circola nell'opera un pensiero nuovo: l'idea che l'uomo può redimersi non solo nell'aldilà, ma nel presente, se raggiunge la consapevolezza che vane sono le passioni umane e che nella nostra natura di esseri razionali è da cercare il rimedio per ogni circostanza della vita. Ai grandi trattati morali si collegano le opere polemiche, tra le quali spiccano le Contra medicum quendam invectivarum libri quattuor (1355, Invettive contro un medico), in difesa della poesia, la cui superiorità sulle professioni lucrative, come la medicina, è garantita dal disinteresse del fine perseguito, e il De sui ipsius et multorum ignorantia (1367-71, Dell'ignoranza sua e d'altrui), un libello contro quattro giovani averroisti veneziani, che avevano definito il poeta «un buon uomo, ma del tutto ignorante»: P. replica criticando quella pseudoscienza che si fonda sulla sterile erudizione, demolendo il principio di autorità personificato in Aristotele e riconoscendosi in quella “ignoranza” che consiste nel rifiuto degli inutili sofismi e nel ritorno in se stessi. È da cercare in queste pagine il momento iniziale di transizione dalla filosofia aristotelico-scolastica alla filosofia platonica dell'Umanesimo. Di ispirazione umanistica sono anche le opere storiche di P.: il De viris illustribus (Degli uomini illustri), la cui composizione si protrasse per ca. un trentennio, una serie di biografie di personaggi della storia antica, di notevole rilievo per l'efficacia della ritrattistica, che getta le basi della biografia di tipo umanistico; e il Rerum memorandarum libri (Delle cose memorande), iniziati nel 1343 e rimasti interrotti, il cui impianto è arcaico e medievale, ma la cui ispirazione è decisamente innovatrice, raggiungendosi, proprio in quest'opera, la lucida consapevolezza della distanza tra gli antichi e i moderni e, pertanto, della decadenza medievale. Un poema storico è l'Africa, iniziato nel 1339 e lasciato incompiuto, l'opera dalla quale P. si riprometteva la sua fama più durevole. Concepita come esaltazione della grandezza di Roma in un momento decisivo della sua storia come la seconda guerra punica, l'opera è viziata da una concezione manichea, che contrappone moralisticamente il bene (Scipione) al male (Annibale), ed è indebolita dal peso dell'erudizione libresca e dall'incapacità di sciogliere il nodo del rapporto tra l'aspirazione al poema architettonico e la tendenza al frammento, cioè del problema centrale di tutta la produzione petrarchesca; non all'epica, ma alla lirica più alta di P. appartiene, infatti, l'episodio più famoso dell' Africa, il lamento di Magone morente. Di modesto rilievo sono le dodici egloghe del Bucolicum carmen (Carme bucolico), composte tra il 1346 e il 1348, dove, sotto il velo allegorico, si celano i più rilevanti avvenimenti contemporanei, e di tono prevalentemente narrativo sono le Epistole metricae (Epistole metriche), scritte tra il 1351 e il 1354 (dalle epistole, in esametri, P. escluse un carme in distici elegiaci, ritrovato dallo studioso M. Feo, nel 1985, in un codice di Gotha).
I motivi drammatici che premono insistentemente nelle opere latine, dall'epistolario al Segreto, non oltrepassando di molto lo sfogo autobiografico per la rigidità della lingua classica, sono filtrati e depurati nel volgare del Canzoniere, trasformandosi in quella «malinconia piena di grazia» (F. De Sanctis) che costituisce la peculiarità del capolavoro petrarchesco. Anche se le liriche del Canzoniere sono quasi tutte di argomento amoroso, l'opera non può ridursi a un banale diario d'amore, a un “romanzo” sentimentale fondato sull'immediata confessione di una tormentosa esperienza. Pur essendo molto più umana delle stilizzate figure femminili del “dolce stil novo”, Laura è pur sempre un personaggio poetico, il cui aspetto non è quello corposo della realtà, ma quello evanescente del sogno.
Il tentativo di sperimentare un registro stilistico diverso da quello del Canzoniere è compiuto da P. nei Trionfi (ma Triumphi è il titolo latino attestato dai manoscritti), poema allegorico che presenta successivamente i trionfi di Amore, Castità, Morte, Fama, Tempo, Eternità; e ciascuna di queste figure è seguita da una schiera di personaggi illustri, tratti dal mito e dalla storia. Ma l'opera di ampio respiro non si addiceva all'ispirazione di P., che, a differenza di quella dantesca, non era sorretta da un saldo sistema concettuale: di qui il fallimento, sul piano artistico, dei Trionfi, che non mancano tuttavia di bellissimi frammenti, come, nel Trionfo dell'Amore, il paesaggio, immerso in un'aria favolosa e trasognata, del regno d'Amore; la rievocazione intensa e drammatica, nel Trionfo della Morte, della morte di Laura; il pessimismo cupo e severo con cui viene ripreso, nel Trionfo del Tempo, il grande motivo della caducità delle cose umane; e infine, nel Trionfo dell'Eternità, la riproposta, in chiave di malinconica disillusione, dell'aspirazione petrarchesca a una realtà divina che non escluda le gioie della terra: è l'estremo approdo dell'umanesimo cristiano di P., che anticipa il grande sogno filosofico del Rinascimento. Fanno parte dell'opera il Trionfo della Pudicizia, nel quale si mostra come l'anima, col soccorso di questa virtù, possa vincere anche l'amore (tra i personaggi ricordati è Didone) e il Trionfo della Fama.
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Francesco Petrarca
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