Figure retoriche

 

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  • Aristotele, Retorica I, 1355 b.25-39 Dunque la retorica sia la capacità di analizzare razionalmente in ogni caso(riguardo ciascuna cosa) ciò che può essere persuasivo. Questo infatti non è compito di nessun’altra arte; ciascuna delle altre arti infatti è finalizzata a insegnare limitatamente al proprio ambito(di per sé) l’arte di persuadere, per esempio la medicina riguardo ai sani e ai malati e la geometria riguardo alle variazioni(gli accidenti) accadute alle grandezze e l’aritmetica riguardo i numeri, e ugualmente anche le altre arti e scienze; la retorica invece come sembra per così dire che possa riuscire a ricavare il persuasivo riguardo il persuasivo; perciò diciamo anche che essa non ha un ambito tecnico che riguardo un genere proprio, specifico. Delle prove alcune sono extratecniche altre tecniche. Ora definisco extratecniche quelle che non sono state procurate da noi, ma erano preesistenti, come per esempio testimonianze, confessioni strappate con le torture, scritti e cose tali, mentre prove tecniche quelle che è possibile costruire con il metodo e da noi, cosicché bisogna tra queste servirsi delle prime e invece inventare le seconde.

 

Figure retoriche

 

Figure... di stile

Le figure retoriche si possono chiamare anche figure di stile perché è grazie al loro uso che un autore dà un particolare "stile" alla propria opera letteraria.

Anche per chi non ha particolare interesse nel conoscere perfettamente la retorica può essere utile conoscere perlomeno qual'è l'effetto principale che esse creano, se non altro per facilitarsi l'analisi stilistica di un testo letterario (fermo restando che il dizionario retorico rimane lo strumento più completo e preciso).

Figure di sostituzione

Sono tutte quelle figure per cui una parola con un certo significato viene sostituita da un'altra parola con un significato ad esso attinente. In questo gruppo si trovano la metonimia, la sineddoche, la litote, l'antifrasi.

Spesso l'effetto ottenuto dall'uso di queste figure è quello di dare una visione più frammentata della realtà, di soffermarsi maggiormente sui dettagli (metonimia e sineddoche); oppure quello di attenuare il carattere negativo o troppo diretto di una certa realtà o di una certa espressione (litote, antifrase). Queste ultime figure retoriche, in particolare, erano frequentissime durante il periodo del Classicismo, quando era di rigore una poetica della "morale" e della "nettezza linguistica".

Figure d'insistenza

Qui si trovano tutte le figure retoriche che permettono, tramite ripetizioni o altri accorgimenti, un'insistenza su un certo concetto o una certa parte del discorso. Tra le figure di ripetizione troviamo l'anafora e l'assonanza; altre figure d'insistenza sono il parallelismo e il climax (che operano al livello della sintassi), e l'iperbole e la preterizione.

Di solito queste figure vengono utilizzate quando si vuole ordinare il testo secondo un certo ritmo che sottolinea appunto, insistendovi sopra come un ritornello, alcune parti del discorso.

Figure di opposizione

Le figure di opposizione mettono accanto due cose che, per un motivo o per un altro, sono tra loro opposte. L'opposizione può verificarsi al livello della sintassi (chiasmo), del significato (ossimoro) o di pensiero (antitesi).

L'effetto ottenuto è quello di sottolineare l'esistenza di un conflitto. Si crea una "nuova realtà", presentandone gli aspetti meno evidenti. Si sottolinea l'opposizione tra due cose, ma anche, spesso, la loro intima unione.

Figure di rottura sintattica

Tra le figure che rompono l'ordine e la costruzione sintattica normale ci sono l'anacoluto, l'ellissi e lo zeugma.

Queste figure retoriche creano degli effetti di sorpresa, e quindi svegliano l'attenzione del lettore che è portato a soffermarsi maggiormente sul testo. Esse quindi servono principalmente a mettere in rilievo una parte importante. L'ellissi, d'altra parte, omettendo alcune parti del discorso crea un effetto di accelerazione del ritmo e di condensazione del senso. Queste figure retoriche, proprio perché rompono l'ordine sintattico, creano spesso effetti comici e sono dunque molto utilizzate nella satira e negli epigrammi.


Ma lo "stile" cos'è?

Esistono libri e libri. Questo è ovvio per tutti. Ma questo non vuol dire soltanto che ogni libro racconta una storia diversa: spesso significa anche che la racconta in un modo diverso. Infatti, si può raccontare esattamente la stessa storia per infinite volte, ma se lo si fa cambiando stile sembreranno infinite storie distinte e separate.Un modo simpatico per capire cosa significa raccontare una stessa storia cambiando stile ce l'ha dato lo scrittore francese Raymond Queneau, in un libro intitolato Exercices de style (Esercizi di stile). Questo libro, sapientemente tradotto in italiano da Umberto Eco, racconta per ben 99 volte... la stessa, banalissima storia...

Notazioni

      Sulla S, in un'ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

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Retrogrado

      Dovresti aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l'amico. L'incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scaarnificato giovanotto era latore di un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma di un S sovraffollato, di mezzogiorno.

 

Onomatopee

      A boarrrdo di un auto (bit bit, pot pot!) bus, bussante, sussultante e sgangherato della linea S, tra strusci e strisci, brusii, borbottii, borrrborigmi e pissi pissi bao bao, era quasi mezzodin-dong-ding-dong, ed eccoco, cocoricò un galletto col paltò (un Apollo col cappello a palla di pollo) che frrr! piroetta come un vvortice vverso un tizio e rauco ringhia abbaiando e sputacchiando «grr grr, arf arf, harffinito di farmi ping pong?!».
      Poi sguizza e sguazza (plaffete) su di un sedile e sooossspiiira rilassato.
      Al rintocco e allo scampanar della sera, ecco-co cocoricò il galletto che (bang!) s'imbatte in un tale balbettante che farfuglia del botton del paletò. Toh! Brrrr, che brrrividi!!!

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Volgare

      Aho! Annavo a magfnà e te monto su quer bidone de la Esse - e 'an vedi? - nun me vado a incoccià con 'no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e 'na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglià con st'artro burino perché - dice - jé acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, ma cchi spinge? e certo che spinge! chi, io? ma va a magnà er sapone!
      'Nzomma, meno male che poi se va a sede.
      E bastasse! Sarà du' ore dopo, chi s'arrivede? Lo stronzo, ar Colosseo, che sta a complottà con st'artro quà che se crede d'esse er Christian Dior, er Missoni, che so, er Mister Facis, li mortacci sui! E metti un bottone de quà, e sposta un bottone de là, a acchittate così alla vitina, e ancora un po' ce faceva lo spacchetto, che era tutta 'na froceria che nun te dico. Ma vaffanculo!


 

Sonetto

      Tanto gentile la vettura pare
      che va da Controscarpa a Ciamperetto
      che le genti gioiose a si pigiare
      vi van, e va con esse un giovinetto.

      Alto ha il collo, e il cappello deve stare
      avvolto in un gallone a treccia stretto:
      potrai tu biasimarlo se un compare
      iroso insulta, che gli pigia il retto?

      Ora s'è assiso. Sarà d'uopo almeno
      ritrovarlo al tramonto, quando poi
      non lontano dal luogo ove sta il treno

      s'incontri un amico, che gli eroi
      della moda gli lodi, e non sia alieno
      dall'aumentare li bottoni suoi.

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Telegrafico

BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBANDONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTERLOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP

Versi liberi

      L'autobus
      pieno
      il cuore
      vuoto
      il collo
      lungo
      il nastro
      a treccia
      i piedi
      piatti
      piatti e appiattiti
      il posto
      vuoto
      e l'inatteso incontro alla stazione dai mille fuochi spenti
      di quel cuore, di quel collo, di quel nastro, di quei piedi,
      di quel posto vuoto
      e di quel
      bottone.


 

Anglicismi

      Un dèi, verso middèi, ho takato il bus and ho seen un yungo manno con uno greit necco e un hatto con una ropa texturata. Molto quicko questo yungo manno becoma crazo e acchiusa un molto rrspettabile sir di smashargli i fitti. Den quello runna tovardo un anocchiupato sitto.
      Leiter lo vedo againo che ualcava alla steiscione Seintlàzar con uno friendo che gli ghiva suggestioni sopro un bàtton del cot.

Botanico

      Dopo aver fatto il porro sotto un girasole fiorito, m'innestai su un cetriolo in rotta orto-gonale. Là sterrai uno zucchino dallo stelo inverosimilmente lungo, e il melone sormontato da un papavero avvolto da una liana. E questa melanzana si mette a inghirlandare una rapa che gli stava spiaccicando le cipolle. Datteri! Per evitar castagne, alla fine andò a piantarsi in terra vergine.
      Lo rividi più tardi al mercato ortofrutticolo. Si occupava di un pisellino proprio al sommo della sua corolla.

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Medico

      Dopo una breve seduta elioterapica, temendo d'esser messo in quarantena, salii finalmente su un'autoambulanza piena di casi clinici. Laggiù mi accade di diagnosticare un dispeptico ulceroso affetto da gigantismo ostinato con una curiosa elongazione tracheale e un nastro da cappello affetto da artrite deformante. Questo tale, preso subitamente da crisi isterica, accusa un maniaco despressivo di procurargli sospette fratture al metatarso. Poi, dopo una colica biliare, va a calmarsi le convulsioni su di un posto-letto.
      Lo rivedo più tardi al Lazzaretto, a consultar un ciarlatano su di un foruncolo che gli rovinava i muscoli pettorali.

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Modern style

      Okey baby, se vuoi proprio saperlo. Mezzpgiorno, autobus, in mezzo a una banda di rammolliti. Il più rammollito, una specie di suonato con un collo da strangolare con la cordicella che aveva intorno alla berretta. Un floscio incapace anche di fare il palo, che nel pigia-pigia, invece di dar di gomito e di tacco come un duro, piagnucola sul muso a un altro duro che dava di acceleratore sui suoi scarpini - tipi da colpire subito sotto la cintura e poi via, nel bidone della spazzatura. Baby, ti ho abituata male, ma ci sono anche ometti di questo tipo, beata te che non lo sai.
      Okey, il nostro fiuta l'uppercut e si butta a sbavare su un posto per mutilati, perché un altro rammollito se l'era filata come se arrivasse la Madama.
      Finis. Lo rivedo due ore dopo, mentre io tenevo duro sulla bagnarola, e che ti fa il paraplegico? Si fa mettere le mani addosso da un flosio della sua razza, che gli fiata sulla balconata una storia di bottoni su e giù che sembrava Novella Duemila.


Geometrico

      In un parallelepipedo rettangolo generabile attraverso la linea retta d'equazione 84x+S=y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l>n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura.
      Se l'omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r<l.
      Determinare l'altezza h di questo punto di contatto in rapporto all'asse verticale dell'omoide A.

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Interiezioni

      Pssst! Ehi! Ah! Oh! Hum! Ouf! Eh! Toh! Puah! Ahia! Ouch! Ellala'! Pffui! No!? Sì? Boh! Beh? Ciumbia! Urca! ma va!
      Che?!! Acchio! Te possino! Non dire! Vabbe'! Bravo! Ma no!

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Prezioso

      Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezza con accecante virilità le opime mammelle dell'orizzonte ambrato. L'asfalto palpitava goloso esalando gli acri incensi del suo canceroso catrame roso da rosate lepre. Carro falcato, cocchio regale, gravido di enigmatica e sibilante impresa, l'automobile ruggì a raccoglier messe umana molle di molli afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu dici Monceau, o Ermione. Sulla lucida piattaforma di quella macchina da guerra della gallica audacia, ove la folla s'inebria di amebiche voluttà, un efebo, di poco avanti alla stagione che ci fa mesti, con una calotta fenicia onusta di serpenti, la voce esile dal sapor di genziana, alto levò un clamore, e l'amarezza dei suoi lombi espanse, e de' suoi calzari feriti da un barbaro, da un oplite ferigno, da un silvestre peltasta.
      Poscia, anelante e madido, cercò riposo, esangue di deliquio. Di poco la clessidra aveva sbavato i suoi rugosi umori e ancora il vidi, alla Corte di Roma, astato come bronzo, con un sodale dal volto d'Erma e senza cigli, androgino Alcibiade che il petto gli indicava, il dito come strale, l'ugne tese a ferire. E con voce d'opale, di un bottone diceva, e di sua ascesa, a illeggiadrir la taglia, e a tener la rugiada umida lungi

Sogno

Mi pareva che tutto intorno fosse brumoso e biancastro tra presenze multiple e indistinte, tra le quali si stagliava tuttavia abbastanza netta la figura di un uomo giovane, il cui collo troppo lungo sembrava manifestarne da solo il carattere vile e astioso. Il nastro del suo cappello era sostituito da una cordicella intrecciata. Poco dopo ecco che discuteva con un individuo che intravvedevo in modo impreciso e poi - come colto da sùbita paura - si gettava nell'ombra di un corridoio.
      Un altro momento del sogno me lo mostra mentre procede in pieno sole davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito».
      A questo punto mi sono svegliato.


Lo stile prezioso

La preziosità è una moda culturale che invase l'Europa all'inizio del XVII secolo. In Italia, essa è rappresentata dal marinismo, cioè dal movimento che nasce a seguito di Giovan Battista Marino. Egli inaugura, all'interno del filone barocco, un tipo di poesia che si caratterizza per un'esuberanza di gusto e uno stile "prezioso", in opposizione al principio rinascimentale dell'imitazione dei classici e al rispetto del gusto classico. In Francia, questa moda prettamente letteraria ha dato luogo al formarsi di salotti preziosi, dov'era di regola il desiderio di distinguersi.

Ogni periodo storico ha le sue mode (le sue curiosità): quello che ai nostri occhi può apparire talvolta molto ridicolo, in realtà fa parte di un insieme culturale da prendere sul serio, proprio come quello in cui viviamo (che non manca di cose "ridicole"). Per ridere un po', e rendersi conto di come ogni moda sia, effettivamente, legata ad un certo periodo storico al di fuori del quale perde ogni fondamento, riporto qui di seguito alcune curiosità della corrente "preziosa" riguardo all'uso della lingua.

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Lo "stile" prezioso:

  • per distinguersi dagli altri, i "preziosi" inventano di frequente neologismi che avevano proprio lo scopo di fare ammirare l'ingegnosità del coniatore;
  • l'esagerazione e l'iperbole erano usate di frequente, e accanto ad esse l'antitesi (ad es. nell'espressione una persona audacemente paurosa);
  • la volontà di mantenersi all'interno di un linguaggio epurato (il rispetto della cosiddetta bienséance) porta al rifiuto dei termini troppo crudi, realistici, equivoci o comunque in qualche modo offensivi per la morale. Quest'atteggiamento provoca un uso estensivo della perifrasi, per evitare parole equivoche; si rifiutano il linguaggio popolare e i linguaggi tecnici, accentuando il divario tra "parole nobili" e "parole basse".
  • i preziosi amavano la precisione: ogni parola doveva essere usata col suo significato primo; ma, nello stesso tempo, il loro linguaggio era ricco di termini dal significato vago o del tutto inutile.

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Esempi (tradotti dal francese):

Vi sono tanti esempi di perifrasi dell'epoca: la scopa era definita "lo strumento della pulizia", la candela "il supplemento del sole", il cappello "lo sfidante il tempo", il camino "l'impero di Vulcano", la mano "la bella movente", i piedi "i cari sofferenti", il pane "il sostegno della vita", lo specchio "il consigliere delle grazie", la poltrona "la comodità della conversazione".

Altri esempi di perifrasi racchiudono anche delle metafore ardite: i denti "il mobilio della bocca", incipriarsi "lustrare il proprio viso", le guance "i troni del pudore", la luna "la fiamma della notte", la musica "il paradiso delle orecchie", il naso "le chiuse del cervello", gli occhi "gli specchi dell'anima".


Gli stili narrativi,
ovvero
Narratore vs Personaggi

 

Il rapporto tra narratore e storia narrata può essere molto vario a seconda del testo che leggiamo. Si può raccontare una storia o parlare di una cosa utilizzando stili retorici molto diversi tra loro (vedi Ma lo stile cos'è?), ma si può anche giostrare sullo stile della narrazione. Vediamo da vicino quali sono gli stili narrativi fondamentali.

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Il discorso narrativizzato (o raccontato)

Il discorso raccontato, come lo dice il nome, prevede la massima distanza tra il narratore da un lato e la vicenda di cui narra la storia dall'altra. La si ha quando in un testo non si trova neanche un discorso riportato (un discorso tra virgolette): il narratore si assume completamente la narrazione e non lascia ai personaggi nessuno spazio per esprimersi autonomamente.

Esempio:
Informai mia madre della mia decisione di sposare Alberta.

Secondo Tvezan Todorov, in questo caso il Narratore ne sa più del Personaggio, nel senso che è più informato di lui sulla vicenda. Possiamo allora dire che:

N > P

È il tipico caso di narratore tradizionale, alla Manzoni, dove il lettore è preso per mano dal narratore che gli spiega tutto, lo conduce nella narrazione, lasciando un personaggio da una parte per seguirne altri, dando giudizi personali sugli avvenimenti, ecc.

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Lo stile indiretto

Lo stile indiretto prevede l'inglobamento, da parte del narratore, del discorso dei personaggi. Le virgolette sono assenti, come nel discorso narrativizzato, ma a differenza di questo si trovano nel testo delle tracce dell'operazione compiuta dal narratore, che fanno capire dove esso si assume i discorsi dei personaggi.

Esempio:
Dissi a mia madre che dovevo assolutamente sposare Alberta.

Secondo Tvezan Todorov, anche in questo caso il Narratore ne sa più del Personaggio, ma essi hanno comunque una figura più personalizzata che non nel caso precedente. Dovremo, comunque, ugualmente dire che:

N > P

Lo stile indiretto libero è un'importante variante dello stile indiretto, portato al massimo grado di perfezione nelle opere di Flaubert. In questo caso il passaggio da una narrazione che riporta il discorso del narratore ad una narrazione in cui il narratore si assume e fa propri i discorsi dei personaggi diventa molto labile, e crea una notevole ambiguità stilistica.

Esempio:
Andai a trovare mia madre: dovevo assolutamente sposare Alberta.

Come sopra, il Narratore ne sa più del Personaggio, ma l'importanza e l'oggettività della figura dei personaggi va assumendo connotati sempre più chiari, con un narratore che, talvolta, piega il proprio punto di vista cercando di entrare nelle loro coscienze. In questo caso abbiamo:

N figure retoricheP

figure retoriche

Il monologo interiore

Frutto della moderna ricerca narratologica, il monologo interiore, la cui invenzione si deve al francese Édouard Dujardin, è stato portato ad una perfezione stilistica da Joyce nell'Ulysses (1922). Questo stile narrativo presuppone un narratore che segua fedelmente i pensieri del personaggio, al loro sorgere e nel loro sviluppo, attraverso un racconto sprovvisto di punteggiatura e, talvolta, sgrammaticato. Esso rappresenta il tentativo più complesso di far entrare la figura del narratore non solo nei pensieri, ma persino nella coscienza dei personaggi.

Esempio:
Scendo dall'auto quest'auto schifosa non l'ho mai sopportata devo cambiarla ma per farlo dovrei di nuovo chiedere un prestito a mia madre uffa mia madre a volte non mi capisce e chissà cosa dirà se le dico che devo sposare Alberta devo assolutamente sposarla uffa.

Questa volta il Narratore ne sa esattamente quanto il Personaggio, di cui si fa semplice portavoce dei pensieri:

N = P

figure retoriche

Il discorso riportato

Rappresenta la forma più mimetica tra gli stili narrativi, nel senso che in essa i personaggi sembrano liberi di esprimere autonomamente i propri pensieri attraverso dei discorsi diretti, senza alcuna intromissione da parte del narratore. In testi di questo genere abbonda l'uso delle virgolette, che circoscrivono e separano il discorso dei personaggi da quello del narratore.

Esempio:
Dissi a mia madre: "Bisogna assolutamente che io sposi Alberta".

Questo stile narrativo può comprendere casi tradizionali di rapporto tra Narratore e Personaggi, ma anche casi più sperimentali, in cui il Narratore sa solo quello che viene detto dai Personaggi. In tal senso, i discorsi detti dai personaggi sono per lui, come per un qualsiasi lettore, degli indizi importanti per capire la vicenda. Diremo che:

N figure retoricheP

Bibliografia

Il testo di base dal quale abbiamo tratto materiale per la stesura di quest'articolo è il seguente:

Gérard Genette, Discours du récit (1972);

testo molto famoso nell'ambito della critica strutturalista e, in particolare, narratologica.

Per chi volesse approfondire sui testi il passaggio dall'indiretto libero al monologo interiore può essere interessante partire dai testi di Gustave Flaubert (ad es. Mme Bovary), leggere poi i tentativi fatti dal meno noto scrittore Édouard Dujardin, e finire con l'Ulysses di Joyce, in cui la tecnica del monologo interiore si esplica con maestria.
È utile anche la seguente lettura:

T. Todorov, Letteratura e significato, 1967.



I sei fattori della comunicazione e le teorie letterarie

I 6 fattori minimi della comunicazione linguistica, secondo Jakobson, sono i seguenti:

1. il CODICE

È l'insieme delle convenzioni segniche per cui è stabilito che un dato segno (mimico, fonico, linguistico, ecc) ha un dato significato.
Ad es., il codice della strada è fatto perlopiù di segni iconici posti su cartelli di vario formato (rettangolare, triangolare, tondo), dove a ciascuno è attribuito un particolare significato (il triangolo significa attenzione, il tondo rosso con la barra bianca in orizzontale significa divieto di accesso, ecc). Il codice è accettato convenzionalmente dagli utenti (in questo caso, i guidatori), e dunque riconosciuto come tale.

2. il MESSAGGIO

È ciò che si vuole dire all'altro attraverso i segni, il codice; è il contenuto dell'atto comunicativo.

3. il CONTATTO

È il mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione, in senso assolutamente materiale: nel caso della segnaletica stradale, è il metallo dei cartelli e la tinta dei disegni; nel caso, ad es., della comunicazione orale, è l'aria attraverso cui passano i suoni; nel caso della comunicazione scritta, è la carta.

4. il CONTESTO

È il contesto di realtà in cui avviene l'atto comunicativo, dato da tutte le circostanze che costituiscono in qualche modo una premessa all'atto comunicativo.
Ad es., nel caso della segnalitica stradale, la premessa (implicita) è che esistano delle strade con delle automobili e dei guidatori.
Ad un livello più generale, il contesto di realtà è la situazione in cui avviene la comunicazione.

5. il DESTINATARIO

È colui al quale è rivolto il messaggio dell'atto comunicativo.
Nel caso della segnaletica stradale, è il guidatore.

6. il DESTINATORE

È colui che rivolge il messaggio dell'atto comunicativo.
Nel caso della segnaletica stradale, è un'istituzione definita dalla società per regolarizzare i traffici stradali.

Dato che la letteratura è un particolare tipo di comunicazione, è possibile tradurre questi 6 fattori generali dell'atto comunicativo in 6 fattori particolari dell'atto letterario. Rispettivamente all'ordine usato sopra, si avrà quindi:

1. il CODICE => la LINGUA+ la CONVENZIONE LETTERARIA

Per quanto riguarda il discorso letterario, il codice è non soltanto l'insieme del sistema segnico linguistico (ad es., nel caso della Divina Commedia, la lingua fiorentina trecentesca), ma anche l'insieme del sistema stilistico-retorico a cui appartiene il testo (poesia, prosa, poema in prosa, sonetto, ode, lirica, diario, ecc.).
Quest'ultimo aspetto, in particolare, è la cosa spesso più interessante da analizzare in un'opera letteraria, a maggior ragione quando non si tratta solo di verificare l'appartenenza di un testo a un preciso genere, quanto di verificarne l'originalità attraverso le eventuali trasgressioni al genere di appartenenza.

Un esempio di teoria letteraria che si focalizza sullo studio del codice è lo strutturalismo, con la sua attenzione rivolta alla distinzione dei generi tramite opposizioni binarie e confronti sincronici.

2. il MESSAGGIO => il TESTO

Attinenti al messaggio letterario sono tutti quegli elementi appartenenti esclusivamente all'ambito del testo: per es. le tematiche, i personaggi, le azioni, ecc.

Il formalismo russo è un chiaro esempio di teoria letteraria che si sofferma quasi del tutto questo fattore; senza uscire mai dal testo (quindi senza guardare né il contesto storico, né l'autore, ecc.), i formalisti ricercano gli elementi che si ripetono come costanti all'interno dell'opera.

3. il CONTATTO => la TRASMISSIONE

La trasmissione di un testo letterario avviene generalmente attraverso il materiale cartaceo, solo raramente (e anticamente) attraverso la memoria e la ripetizione orale. Con le nuove tecnologie digitali, e la nascita di Internet, si deve però cominciare a considerare anche l'elettricità e il computer due possibili futuri oggetti di trasmissione anche per le opere letterarie (tra l'altro esistono già, in rete, numerose biblioteche virtuali).

Il problema della trasmissione in genere non viene affrontato in letteratura, tranne nel caso in cui essa sia, per varie ragioni, motivo d'ostacolo alla ricezione dell'opera: ad es. nel caso in cui un manoscritto è andato perso, o si è deteriorato; oppure nel caso in cui si debbano confrontare varie versioni di una stessa opera; ecc. Gli studi filologici, in particolare, sono focalizzati su questi problemi.

4. il CONTESTO => il CONTESTO STORICO

È ciò che assai spesso lo studente italiano recepisce della letteratura, concentrandosi sulla "storia della letteratura" invece che, per es., sullo studio dei generi o sull'analisi testuale.

Dare la priorità allo studio del contesto storico significa inquadrare storicamente e geograficamente la nascita e lo sviluppo di un testo letterario, trovarne le ragioni in motivi di ordine politico, sociale e/o economico, spiegarne gli accenti rispetto alla tradizione passata, ecc.
Ma l'analisi del contesto storico non si limita solo alla realtà esterna al testo; prende anche in considerazione il contesto storico interno al testo, cioè problemi come: dov'è ambientata la vicenda? in che periodo storico? ecc.

5. il DESTINATARIO => il LETTORE

La nozione di "lettore" di un testo, apparentemente chiara e banale per tutti, è in realtà piena di insidie. Con lo stesso termine si designano infatti almeno due realtà molto diverse:
1. il lettore implicito (sottinteso dal testo)
2. il lettore reale (quello che effettivamente legge il testo)
e ancora:
1. il lettore collettivo (la società)
2. il lettore individuale (il singolo lettore).
Tutti questi concetti riassumono i problemi legati alla ricezione dell'opera, alla sua fortuna.

La teoria letteraria più attenta ai problemi del lettore è l'approccio Reader-Oriented.

6. il DESTINATORE => l'AUTORE

L'autore del testo non è un istanza meno problematica di quella del lettore. Comunque sia, basterà qui ricordare che intorno alla sua figura ruotano questioni come quelle degli eventuali tracce autobiografiche di un testo, della situazione di vita reale che riguarda l'autore (la biografia), ecc. Ovviamente, per certi aspetti, questi problemi sono legati al contesto storico (punto 4).

Teorie letterarie di tipo più romantico-umanistico rappresentano studi focalizzati sull'autore.

Le funzioni del linguaggio
Cosa voglio fare parlando?

Quando parliamo compiamo delle vere e proprie azioni: azioni linguistiche, ovviamente, che non sono però meno incisive sulla realtà delle azioni gestuali. Se un bambino dice alla propria mamma "dammi la pappa", egli raggiunge esattamente lo stesso scopo di quando, piangendo, le ricorda che è l'ora di mangiare.

Le funzioni della lingua

Ogni funzione predilige uno dei 6 elementi che costituiscono l'atto comunicativo (vedi Jakobson e i 6 fattori della comunicazione): il destinatore, il destinatario, il contesto, il codice, il messaggio e il contatto.

Premesso che un atto linguistico non risponde MAI ad una sola funzione linguistica, ma spesso a più d'una e talvolta in maniera celata, vediamole da vicino una alla volta:

Funzione emotiva
È la funzione che si concentra sul destinatore del messaggio (o emittente). L'emittente (colui che parla) esprime attraverso il linguaggio la propria emotività, il proprio mondo interiore e il proprio modo di sentire le cose. La lingua diventa uno strumento di esteriorizzazione di sentimenti e stati d'animo.

Funzione conativa (o persuasiva)
È la funzione che si concentra sul destinatario. Si verifica quando l'emittente utilizza il linguaggio per cercare di convincere l'altro delle proprie idee, per persuaderlo a fare ciò che vuole. La funzione conativa (dal latino conari, "tentare", "far di tutto per...") può essere espressa come una supplica, una minaccia, un suggerimento o anche solo un'osservazione.

Funzione referenziale (o informativa)
È la funzione che si concentra sul contesto. L'emittente parlando dà delle informazioni al ricevente che vanno spesso al di là del semplice significato delle parole che utilizza, e che derivano da un insieme di fattori sociali, economici, politici, ecc. che riguardano lo stesso emittente. Per esempio, un accento particolare può indicare la provenienza geografica di chi sta parlando, oppure l'uso di una terminologia particolare può dare delle informazioni sul suo status sociale e culturale (emittente più o meno giovane, più o meno colto, ecc.).

Funzione poetica
È la funzione che si concentra sul codice. Deriva dalla scelta particolare che l'emittente compie nel curare la forma con la quale esprimere il proprio messaggio. Questa scelta può andare dal genere letterario (problema dello scrittore: scrivo un romanzo? una poesia? uso endecasillabi? stile libero? ecc.), alla collocazione sintattica delle parole ("io amo te", "amo te, io", io ti amo", ecc.), all'attenzione rivolta per gli effetti sonori (ripetizioni, assonanze, ecc.), ecc.

Funzione metalinguistica
È la funzione che si concentra sul messaggio. È quella funzione che si attua quando emittente e ricevente si concentrano sul significato e la forma del messaggio e, in generale, del linguaggio. Qualche esempio si ha quando si chiede a qualcuno di ripetere quello che ha detto, oppure quando si chiede il significato di una parola, ecc.

Funzione fàtica
È la funzione che si concentra sul contatto. Essa si rende esplicita, la maggior parte delle volte, quando c'è un disturbo nella trasmissione del messaggio, e comunque quando, in un modo o nell'altro, si presenta il problema del canale comunicativo. Qualche esempio: quando rispondiamo al telefono dicendo "pronto" diamo un segnale fàtico all'emittente che ci vuol parlare, che corrisponde pressoché al seguente: "la trasmissione funziona e sono pronto a ricevere il messaggio"; quando qualcuno ci parla e noi ascoltiamo, spesso usiamo intercalari come "sì... già... ehm... certo!" che hanno la funzione fàtica di assicurare l'emittente che ci siamo e lo stiamo ascoltando; ad un livello più complesso, un saggio di filologia si compone di riflessioni, informazioni, ecc. quasi tutte di carattere fàtico, cioè concentrate sul problema della trasmissione dei testi nel corso dei secoli.

figure retoriche

Gli atti performativi

In linguistica si fa riferimento alle "azioni linguistiche" parlando di atti performativi. È il linguista J. L. Austin, nelle sue lezioni del 1955 raccolte in "How to do things with words" ("Come fare cose con le parole") ad averne definito per primo la natura.

Nel suo saggio, Austin distingue tre diversi livelli nell'uso del linguaggio:
1. l'atto locutivo --> è l'emissione di una frase (emissione linguistica) con un certo significato e un certo referente. È il primo livello d'uso del linguaggio.
2. l'atto illocutivo --> è la "forza convenzionale" con la quale si compie l'atto locutivo, cioè la maniera in cui viene utilizzata la frase in questione per raggiungere un certo fine o rispondere ad una certa esigenza (ad es. rispondere ad una domanda, dare informazioni, annunciare un'intenzione, dare una dexcrizione, fare una critica, ecc.). È il secondo livello d'uso del linguaggio.
3. l'atto perlocutivo --> è la conseguenza dell'atto locutivo con la forza dell'atto illocutivo, il risultato nel mondo oggettivo dell'atto linguistico.

Esempio 1:
Situazione: Mario dice a Giulia: "Colpiscilo!", e Giulia colpisce Andrea.
Atto locutivo: l'emissione della frase "Colpiscilo!", col suo significato ("Dai un pugno a lui") e il suo insieme di referenti (Io Mario dico a te Giulia di colpire lui Andrea).
Atto illocutivo: il tentativo, da parte di Mario, di convincere Giulia a colpire Andrea.
Atto perlocutivo: il fatto che Giulia colpisca Andrea.

Esempio 2:
Situazione: Giovanni è in mezzo alla corrente e dice a Massimo: "Sento freddo".
Atto locutivo: l'emissione della frase "Sento freddo", col suo significato ("Ho i brividi") e il suo insieme di referenti (in questo caso solo uno: io Giovanni)
Atto illocutivo: il tentativo, da parte di Giovanni, di indurre Massimo a chiudere la finestra.
Atto perlocutivo: Massimo si alza e chiude la finestra.

Dopo aver definito l'esistenza dell'atto illocutivo, Austin individua l'esistenza dei cosiddetti "verbi di forza illocutoria", cioè proprio di quei verbi che sono causa della forza dell'atto illocutivo. La lista fornita dallo studioso è la seguente:
1. verbi verdettivi --> verbi che esprimono un verdetto (da parte di un giudice, un arbitro, ecc.)
2. verbi esercitivi --> verbi che esprimono l'esercizio di poteri, diritti o influenze (come il verbo votare, ordinare, avvisare, ecc.)
3. verbi commissivi --> verbi che indicano la promessa, l'impegno a far qualcosa
4. verbi comportativi --> tutti quei verbi che hanno a che fare con il comportamento sociale (ad es. scusarsi, congratularsi, fare le condoglianze, sfidare, ecc.)
5. verbi espositivi --> verbi che chiarificano la maniera in cui si stanno utilizzando le parole (es. ribadire, postulare, assumere, illustrare, concedere, sostenere, ecc.)

Sugli atti performativi, oltre al testo di Austin:

J. L. Austin, How to do things with words

può essere interessante approfondire l'argomento degli atti linguistici attraverso la seguente raccolta di articoli:

Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio, a cura di M. Sbisà

che racchiude interventi di autori come lo stesso Austin, Strawson, Vendler e Searle

 

LA RETORICA

 

Il linguaggio serve per trasmettere ad altri il nostro pensiero ossia per comunicare. Ma il contenuto dei nostri pensieri può essere assai vario. Talvolta ci proponiamo di trasmettere un’informazione obiettiva: tipico da questo punto di vista è il discorso scientifico, che è fondato su cifre ed elementi tratti dall’osservazione della realtà e che viene spesso formulato in maniera secca e stringata. Naturalmente lo scienziato quando scrive si prefigge di convincere gli altri della verità delle proprie asserzioni; ma per fare ciò si affida interamente alla forza persuasiva delle proprie argomentazioni, alla loro coerenza interna. Un teorema matematico riesce convincente quando può essere dimostrato vero in se stesso; analogamente il rendiconto di un lavoro tecnico-applicativo (per esempio no studio sull’inquinamento ambientale), riesce convincente quando i dati forniti appaiono veritieri e soprattutto controllabili, in maniera che chiunque altro possa ripetere le analisi per verificare i risultati.

Ci sono però molte altre situazioni in cui gli elementi che ci si propone di trasmettere non sono altrettanto obiettivi, ma rispecchiano piuttosto una nostra opinione. Questo accade per esempio nel discorso politico, che si fonda sull’intento di persuadere gli altri, e spingerli ad accogliere la nostra ideologia, cioè il nostro modo di vedere le cose. In maniera ancor più vistosa ciò si verifica nel discorso pubblicitario, in cui addirittura non si presume neppure che colui che produce il messaggio sia sincero. Può darsi che il pubblicitario cui viene affidato il compito di reclamizzare un dato detersivo sappia per certo che quel prodotto non è affatto raccomandabile: tuttavia, il suo mestiere, gli impone di far tutto perché la gente si senta spinta a comprarlo. Non dobbiamo scandalizzarci di questo, perché nella nostra società industriale è normale che sia così; del resto basta esserne coscienti e non prendere per oro colato tutto quello che ci dice la pubblicità.

Gli antichi Greci, che per primi si accorsero di questi problemi, hanno coniato un termine speciale per indicare la tecnica secondo cui vanno confezionati i discorsi aventi per scopo la persuasione degli altri: l’hanno chiamata RETORICA, che significa all’incirca “arte del dire”, del “convincere”.

Originariamente la loro attenzione si era fissata sulla tecnica “oratoria”, ossia sulla tecnica dei discorsi tenuti in pubblico (per esempio le arringhe degli avvocati), e in quest’ottica avevano debuttato tutta una serie di norme da rispettarsi per conseguire il migliore risultato possibile. Essi suggerivano un metodo molto preciso per ciò che riguarda la disposizione degli argomenti, lo svolgimento delle argomentazioni, la confutazione delle tesi avversarie e la conquista delle simpatie degli ascoltatori. Un elemento essenziale per ottenere lo scopo desiderato consisteva poi nell’uso calcolato e sapiente di vari espedienti, detti FIGURE RETORICHE, che assolvevano al compito di abbellire il discorso, ornandolo e rendendolo più gradevole. È chiaro infatti che per ottenere il consenso del destinatario è opportuno fare appello al suo gusto, al suo amore per le cose belle, proponendogli dei giri di frase che colpiscano la sua fantasia. Ecco allora che già gli antichi si misero a codificare un’ampia gamma di figure retoriche.

Proprio per questo, col passare del tempo la retorica ha finito per essere associata in maniera privilegiata ai testi letterari, ossia ai testi che fanno un uso particolarmente vistoso delle figure retoriche. Ma che relazione esiste tra un’arte del dire, come la retorica, che era nata con l’intento di insegnare le tecniche della persuasione, ed i testi letterari, che almeno in apparenza non debbono persuadere nessuno?

 

In effetti anche se un poeta o un romanziere può essersi proposto di propagandare una sua ideologia, questa in genere non è l’ottica in cui vengono lette le opere letterarie. Eppure sotto sotto, anche i testi letterari hanno dei fini persuasivi, non fosse altro che il fine di indurre i lettori a leggerli, cioè a trovarvi appagamento. Lo scrittore realizza i suoi prodotti con l’intento di trasmettere ai suoi lettori un messaggio in cui crede molto, e che esprime la parte più viva e intima della sua personalità. Logico quindi che tale messaggio sia affidato a strumenti linguistici profondamente pensati, che nascono attraverso un lungo travaglio di prove.

Questo non significa però che ogni opera letteraria sia un denso contenitore di metafore, similitudini e via discorrendo. Anzi, talvolta, glia autori scelgono uno stile secco, privo di compiacimenti, proprio per reazione all’eccesso di ornamenti retorici che hanno caratterizzato in certe epoche l’arte della scrittura.

In effetti, la retorica, ha subito il destino tipico di tutti i prodotti e le tecniche legate al gusto della gente. Nata per abbellire i testi, essa ha finito spesso per irrigidirsi in uno sterile elenco di espedienti preconfezionati, fino a generare un senso di saturazione nei lettori. Anziché funzionare da stimolo alla fantasia inventiva, essa è insomma ridotta, nei tanti manuali di retorica confezionati nei secoli scorsi, ad un’arida precettistica che ostacolava la libertà creativa. Così è accaduto che questa parola assumesse addirittura un significato negativo: quando oggi diciamo che qualcuno “fa della retorica”, intendiamo dire che parla a vuoto, che non dice nulla di concreto. Non dobbiamo tuttavia lasciarci condizionare da questi modi di dire. Se la intendiamo nel senso giusto, come strumento di analisi e non come ricetta per la confezione dei testi, la retorica rappresenta tuttora un potente strumento a nostra disposizione per la comprensione non solo dei testi letterari, ma più in generale, dei testi composti a fini persuasivi: come quelli politici, pubblicitari ecc.

figure retoriche 

 


FIGURE RETORICHE

Si dicono quei particolari modi di esprimersi che danno maggior evidenza, enfasi al discorso, usando alcuni termini in luogo ad altri o con significato diverso da quello reale.

In sostanza è uno “schema” che noi facciamo assumere all’arte del discorso.

Importante: anche le figure retoriche dipendono dal contesto!!!

 

  • Figure di PENSIERO = Agiscono sul significato. Un’espressione viene trasferita dal significato proprio ad un altro (sostituzione del senso proprio con un senso figurato). Qualsiasi combinazione inaspettata di concetti è di fatto una figura di pensiero.
    Es.: allusione, antitesi, eufemismo, ironia, ossimoro, sineddoche.
  • Figure di PAROLA = Agiscono sulla forma. Sono le più semplici, intervengono sulla parola senza relazione immediata sul significato.
    Es.: allitterazione, anafora, climax, iperbato, onomatopea, paronomasia, polisindeto, ripetizione.

DIZIONARIO DELLE FIGURE RETORICHE

 

ALLEGORIA = deriva dal greco allegorèin, “parlare diversamente”. È una figura retorica consistente nella costruzione di un discorso che, oltre al significato letterale, presenta anche un significato più profondo, allusivo e nascosto. In sostanza un concetto viene espresso attraverso un’immagine che rappresenta una realtà del tutto diversa.

Un'allegoria tra le più note è quella del destino umano che viene paragonato ad una nave che attraversa il mare in tempesta: passa la nave mia, sola, tra il pianto degli alcioni, per l'acqua procellosa (G. Carducci); oppure l’allegoria della “Selva” nell’Inferno dantesco.

 

ALLITTERAZIONE = procedimento stilistico, ricorrente soprattutto in poesia, che consiste nella ripetizione delle stesse lettere (vocali, consonanti o sillabe), all’inizio oppure all’interno di due o più parole successive.

Es.: il pietoso pastore pianse al suo pianto (T. Tasso); sentivo un fru fru tra le fratte (G. Pascoli); e caddi come corpo morto cade. (Dante, Inferno, Canto V, v 142); tra fresco mormorio d'alberi e fiori (G. Carducci, Visione, v 2).

 

ALLUSIONE = essa viene definita come il dire una cosa con l’intenzione di farne intendere un’altra, accennando in maniera velata o insinuante chi (o che) non si vuole nominare apertamente.

 

AMPLIFICAZIONE = procedimento retorico che ha il fine di ingigantire o accentuare un argomento che di per sé può anche essere insignificante. Viene usato nelle orazioni per colpire e nello stesso tempo deviare l’attenzione del pubblico da elementi più importanti.

 

ANACOLUTO = figura sintattica consistente nel susseguirsi, in uno stesso periodo, di due diversi costrutti , dei quali il primo rimane incompiuto.

Es.: quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro (A. Manzoni).

 

ANAFORA = dal greco anaforà, “ripetizione”. Figura retorica consistente nel ripetere la stessa parola o espressione all’inizio di frasi o di parti di frasi, o di più versi consecutivi.

Es.: per me si va ne la città dolente, per me si va ne l‘etterno dolore, per me si va tra la perduta gente (Dante).

 

ANTITESI = dal greco antìthesis, “contrapposizione”. Figura retorica consistente nell’accostare due parole o frasi di significato contrario.

Es.: presume di far tutto perché nulla sa fare (G. Leopardi); Vano error vi lusinga: poco vedete, et parvi veder molto, ché 'n cor venale amor cercate o fede (F. Petrarca).

 

ANTONOMASIA = Figura retorica che consiste nel disegnare una persona o una cosa particolare, con il nome comune invece che con il suo nome proprio, al fine di sottolinearne l’eccellenza.

Es.: dire “Il Poeta” invece che dire Dante; dire “Il Libro” anziché dire il Vangelo.


CLIMAX = dal greco climax, “scala”. Consiste in un discorso che sale (climax crescente) o scende (climax decrescente), gradatamente di forza e intensità.

Es.: O mia stella, o fortuna, o fato, o morte (F. Petrarca); Palpita, sale, si gonfia, s'incurva, s'alluma, propende (G. D'Annunzio); si riscosse, sorrise, si illuminò di gioia e proruppe in un entusiasmo incontenibile.

 

ELLISSI = dal greco elleipsis, “mancanza”. In una espressione o in una frase, omissione di una o più parole che si possono intuire dal discorso.

Es.: usare “carro merci” per dire “carro adibito al trasporto di merci”.

 

ENFASI = dal greco emphainein “dimostrare”. Consiste nel mettere in particolare rilievo una parola, un'espressione, una frase, oppure un intero discorso (parlato o scritto).

Es.: Lui, lui si è un amico!

 

ENUMERAZIONE = nella retorica classica, la parte conclusiva di un discorso nella quale le cose dette vengono richiamate e riassunte ordinatamente.

 

EPANADIPLOSI = dal greco epanadiplosis, “raddoppiamento”. Figura retorica consistente nell'iniziare e terminare un verso o una frase con la stessa parola.

Es.: È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto (A. Manzoni); il poco è molto a chi non ha che poco (G. Pascoli).

 

EPIFORA = figura retorica che consiste nel ripetere una parola che ricorre al principio di una frase, di un verso o di una serie di versi, alla fine di essi.

Es.: Il bimbo dorme e sogna rami d’oro, gli alberi d’oro, le foreste d’oro (G. Pascoli).

 

EUFEMISMO = dal greco euphemismo, “parola di buon augurio”. Procedimento espressivo molto comune anche nel linguaggio corrente, che consiste nel sostituire parole o espressioni troppo crude, realistiche o irriguardose, con altre di tono più attenuato.

Es.: usare il verbo “andarsene” al posto di “morire”; Quando rispuosi, cominciai: - Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo! (Dante, Inferno, V, vv.112-114). In questo caso “doloroso passo” viene usato al posto di “dannazione eterna”.

 

IPERBATO = rottura e inversione dell'ordine naturale delle parole di una frase, per ottenere particolari effetti di espressività.

Es.: e bella e santa, fanno i peregrin la terra (U. Foscolo).

 

IPERBOLE = figura retorica che consiste nell’esagerare (per difetto o per eccesso), un concetto oltre il verosimile.

Es.:arrivo in un lampo; ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino (E. Montale, Xenia II, 5, vv. 1-2); come sei più lontana della luna, ora che sale il giorno e sulle pietre batte il piede dei cavalli (S. Quasimodo).

 

IPOTIPOSI = figura retorica che consiste nel descrivere una persona , un fatto o una situazione con viva immediatezza, evidenza rappresentativa e concretezza di particolari.

Es.: come lion di tori entro una mandra, or salta a quello in tergo e gli scava, con le zanne la schiena, or questo fianco addenta or quella coscia (G. Leopardi).

IRONIA = Consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si pensa, con intento critico o derisorio; è un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.

Es.: vieni a veder la gente quanto s'ama! E se nulla di noi pietà ti move, a vergognarti vien della tua fama (Dante, Purgatorio, VI, 115-117).

 

ITERAZIONE = in retorica, ripetizione di concetti o frasi con intenti stilistici.

 

LITOTE = figura retorica consistente nell’affermare un concetto negando il suo contrario.

Es.: dire “non è brutto”, non significa dire che è bellissimo; “Don Abbondio non era nato con un cuor di leone”, dove s'intende che era poco coraggioso (Manzoni).

 

METAFORA (trasposizione ) = consiste nel trasferire a un termine il significato di un altro termine con cui ha un rapporto di verosimiglianza . In breve, è una similitudine senza il termine di paragone.

Es.: “Sei un dio” significa dire che sei bravissimo a fare qualcosa; dire “sei un fulmine”, metaforicamente significa dire che sei veloce come un fulmine; stanno distruggendo i polmoni del mondo, in cui "i polmoni del mondo" sta per "boschi”.

 

 

METONIMIA = figura retorica caratterizzata dalla sostituzione di un termine con un altro, che abbia col primo un rapporto di contiguità : la causa per l’effetto, l’effetto per la causa, la materia per l’oggetto, il contenente per il contenuto, lo strumento al posto della persona, l’astratto per il concreto, il concreto per l’astratto, il simbolo per la cosa simbolizzata.

Es.: possedere un Picasso; bere un bicchiere.

S’accendon le finestre ad una ad una (le finestre sono illuminate→la causa per l’effetto) come tanti teatri. (V. Cardarelli, Sera di Liguria, vv 5-6); ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini (dal mosto che bolle nei tini→il contenente per il contenuto) va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar (G. Carducci, San Martino, vv 5-8); lingua mortal non dice (un uomo→lo strumento al posto della persona) quel ch’io sentiva in seno.
(G. Leopardi, A Silvia, vv 26-27); porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela (faticoso lavoro→
il concreto per l’astratto (G. Leopardi, A Silvia, vv 20-22).

 

OMEOTELEUTO = nella retorica classica greca e latina, procedimento che consisteva nel far terminare allo stesso modo (nel suono o nella metrica), le parti di un periodo simmetricamente contrapposte. Per estensione è l’identità o somiglianza in uscita (omofonia ) di parole o frasi.

Es.: finestra/canestra.


ONOMATOPEA = formazione di una parola che imiti un suono o che evochi attraverso suoni ciò che si pronuncia.

Es.: bau bau; gorgogliare; fruscio; din don; scroscia; schiocca ecc.

 

OSSIMORO = consiste nell’accostare nella medesima frase, due parole di significato opposto.

Es.: un morto vivente; Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? (G. Leopardi, A Silvia, vv. 1-6); Sentia nell'inno la dolcezza amara de' canti uditi da fanciullo;...(G. Giusti, Sant'Ambrogio, vv. 65-66)

 

PARALLELISMO = Figura sintattica che consiste nel disporre nello stesso ordine, gli elementi costitutivi di due sintagmi contigui.

Es.: occhi azzurri, capelli biondi.

Figura retorica in cui si accosta una proprietà o un'azione tipica di un oggetto ad un altro, per esprimere efficacemente la condizione o l'azione di quest'ultimo. A differenza della similitudine, il paragone fa uso di costrutti quali "come...così..." o "quali...cotali...".

Si ha quando i membri di una frase sono disposti nel medesimo ordine di quelli della frase precedente. Es.: “che troppo stanco sono / e troppo stanca sei”.

 

PARONOMASIA = figura retorica che consiste nell’accostare parole di suono uguale o molto simile, ma di significato differente.

Es.: il troppo stroppia; I’ fui per ritornar più volte volto (Dante, Inferno, Canto I, v 36); Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato tra le più dense frasche alla fresca ombra (L. Ariosto, Orlando furioso, VI, 201-202).

 

PERIFRASI = giro di parole che si usa per spiegare meglio un concetto o per evitare di esprimerlo chiaramente.

Es.: dire “operatore ecologico” invece che “netturbino”; e quella parte onde prima è preso nostro alimento (l’ombelico), all'un di lor trafisse (Dante, Inferno, XXV, vv 85-86).

 

POLISINDETO = tipo di coordinazione caratterizzato dalla ripetizione della medesima congiunzione.

Es.: e sempre corsi, e mai non giunsi il fine, e dimai cadrò (Carducci); Non altrimenti fan, di state, i cani or col petto, or col piè, quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani (Dante, Inferno, XVII, 49-51).

 

RETICENZA = dal latino reticére, “tacere, sottacere”: consiste nell'interrompere e lasciare in sospeso per timore, per riguardo o anche per calcolo una frase o una sola parola facendone però intuire la conclusione. Frequente nel linguaggio comune: "Se non ubbidisci..."; "Smetti subito, se no...".

 

RIPETIZIONE = frase, parola o concetto, che si ripetono a breve distanza con noiosa insistenza. Viene spesso usata per dare maggiore evidenza o calore al discorso.

Es.: via, via di qui! (esclamazione).

S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo; s’i’ fosse vento, lo tempesterei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fosse Dio, mandereil en profondo...; (C. Angiolieri, S’i’ fosse foco).


SINEDDOCHE = Affine alla metonimia (per molti studiosi non esiste differenza tra le due figure retoriche), consiste nello spostare il significato di una parola ad un’altra che abbia con la prima un rapporto di quantità.

Es.: si ha quando si usa la parte per il tutto (“vela” invece di “barca”), il tutto per la parte (sotto l’ali dormono i “nidi – da intendersi “gli uccellini”), il genere per la specie (la parola “mortale” per indicare l’”uomo”), la specie per il genere (e quando ti corteggian liete le nubi estive e i “zeffiri” sereni – da intendersi i “venti”), il singolare per il plurale e viceversa (nella poesia di Dante, Foscolo, si usano spesso termini come “freddi” invece che “freddo”, “fami” invece che “fame”, “verso” invece che “versi”).

 

TAUTOLOGIA = forma viziosa del discorso costituita da una frase in cui il predicato non aggiunge altro a quanto espresso già di per sé dal soggetto. Afferma cioè qualcosa che è ovvio.

Es.: quel poeta è autore di poesie.

 

 

Nota:

- in giallo = chieste almeno una volta all’esame

- in rosso = chieste più di una volta all’esame

Confutazione = smentita, critica, dimostrazione di falsità.

Costrutti = strutture sintattiche, frasi, proposizioni.

Trasposizione: trasferimento, spostamento, cambiamento.

Verosimiglianza = credibilità, logicità.

Contiguità = vicinanza, affinità, analogia.

Omofonia = uguaglianza di suono.

Sintagmi = unità linguistiche

 

Figure retoriche tutto di tutto

 

FIGURE RETORICHE

Adynaton: avvalorare l'impossibilità che si realizzi un evento ipotizzando per assurdo la realizzazione di un altro fatto che non potrà mai verificarsi:
prima divelte, in mar precipitando spente nell'imo strideran le stelle, che la memoria e il vostro amor trascorra o scemi (G.Leopardi)
Allusione: figura retorica consistente nel dire una cosa per farne intendere un'altra. Un'allusione storica è la vittoria di Pirro per indicare una vittoria inutile e pagata a caro prezzo.
Allegoria: (dal greco allegorèin, "parlare diversamente") è una figura retorica consistente nella costruzione di un discorso che, oltre al significato letterale, presenta anche un significato più profondo, allusivo e nascosto. Un'allegoria tra le più note è quella del destino umano che viene paragonato ad una nave che attraversa il mare in tempesta:
passa la nave mia, sola, tra il pianto degli alcioni, per l'acqua procellosa (G. Carducci)
Allitterazione: consiste nella ripetizione delle stesse lettere e, quindi, dello stesso suono all'interno della stessa frase o della stessa strofa:
sentivo un fru fru tra le fratte (G. Pascoli)
Anacoluto: (dal greco anakòlothos, "che non segue") è un errore sintattico spesso provocato dal cambiamento di soggetto nel corpo dell'enunciato:
noi altre monache, ci piace sentir le storie per minuto (A. Manzoni)
Anadiplosi: (dal greco anadìplosis, "raddoppio") consiste nella ripresa enfatica, all'inizio di un verso, di una parola o di un gruppo di parole poste in conclusione del verso precedente:
Questa voce sentiva gemere in una capra solitaria In una capra dal viso semita (U. Saba)
Anafora: (dal greco anaforà, "ripetizione") ripetizione delle stesse parole alla fine di più versi o frasi:
sei nella terra fredda sei nella terra negra (G. Carducci)
Anastrofe: (dal greco anastrophè, "inversione") figura che consiste nell'alterare l'ordine normale degli elementi di una frase, anteponendo, ad esempio, il complemento oggetto al predicato (le tue botte ad aspettar) o il complemento di specificazione al sostantivo (di me più degno).
Anfibologia: (dal greco amphibolìa, "ambiguità") consiste in un enunciato che può essere interpretato in due modi diversi, o per l'ambiguità di una parola, o per una particolare costruzione sintattica. Nell'esempio seguente non è immediato il riconoscimento de l'ira come soggetto:
Vincitore alexandro l'ira vinse (F. Petrarca)
Antifrasi: (dal greco antìphrasis, "espressione contraria") è una figura retorica che consiste nell'usare una parola o un'espressione in senso contrario al loro proprio per lo più con tono ironico od eufemistico: come sei gentile! (= come sei sgarbato!).
Antistrofe: ripetizione delle stesse parole alla fine di più versi o frasi (Ha fatto il danno lui, deve riparare lui).
Antitesi: (dal greco antìthesis, "contrapposizione") rafforzamento di un concetto ottenuto aggiungendo la negazione del suo contrario (Lavorava di notte, non di giorno) oppure accostando due parole o concetti opposti (temo e spero).
Apostrofe: ( dal greco apostrophèin,"volgere le spalle a") interruzione di una frase per rivolgere un'invocazione a persona o cosa che può essere anche assente:
...ahi Pisa, vituperio de le genti!... (Dante)
Anticlimax: (dal greco antì, "conro" e klimax, "scala") è una progressione che cala di intensità:
Così tra questa immensità s' annega il pensier mio e il naufragar m'è dolce in questo mare (G.Leopardi).
Asindeto: coordinazione tra vari elementi di una frase senza congiunzioni:
vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, si infuriò, pensò, prese una soluzione. (A.Manzoni).
Assonanza: si ha quando determinate sillabe o determinati suoni fonetici sono ripetuti in successione. Ad esempio, nei primi due versi della Sera fiesolana di D'Annunzio:
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
troviamo una ripetizione del suono "F" che, oltre a conferire più musicalità ai versi, serve a rendere l'idea del fruscìo, appunto, delle foglie al passare del vento.
Chiasmo: figura retorica che consiste nella disposizione incrociata degli elementi costitutivi di una frase, in modo che l'ordine logico delle parole risulta invertito:
e per tutto entra l'acqua e il vento spira (L. Ariosto).
Circolo: figura consistente nel terminare il periodo con la stessa parola con cui è cominciato.
Climax: (dal greco climax, "scala") consiste in una progressione che sale di intensità (prendi, afferra, strappa).
Costruzione ad sensum: consiste nel concordare un verbo nella forma del plurale con un termine che, pur essendo di forma singolare esprime una valenza di pluralità. Costruzione contestata da alcuni puristi.
Deissi: (dal greco deiknumi, "mostro, indico") procedimento mediante il quale si richiama l'attenzione del lettore o dell' ascoltatore su un oggetto particolare, cui si fa riferimento mediante elementi linguistici, detti deittici, che concorrono a identificare in modo preciso l' oggetto in questione. Ad esempio nella frase "questo è un libro", il pronome questo è usato in senso deittico.
Diafora: (dal greco diaphoros "diverso") consiste nel ripetere una parola usata in precedenza con un nuovo significato o una sfumatura di significato diversa. Così, ad esempio, nella seguente frase la parola ragione è usata dapprima nel significato di "motivo" e successivamente in quello "di facoltà di pensare e giudicare":
il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce (B. Pascal)
Dialisi: (dal greco dialyein, "separare") figura retorica consistente nell'interrompere la continuità del periodo con un inciso.
Diallage: (dal greco diallássein, "cambiare") nella retorica classica, figura per cui una serie di argomenti portano alla stessa conclusione.
Disfemismo: opposta all'eufemismo, per cui si sostituisce (come uso abituale o come coniazione scherzosa momentanea) una parola normale, spesso gradevole o addirittura affettuosa, con altra per se stessa sgradevole od offensiva, senza dare tuttavia all'espressione un tono ostile: birbante per vivace.
Dittologia: (dal greco dittologia, "ripetizione di parola") consiste nell' utilizzare una coppia di vocaboli dal significato affine o dalla forma morfologica equivalente, collegati tra loro dalla congiunzione e, per conseguire un particolare effetto ritmico oltre che semantico.
Ellissi: (dal greco elleipsis, "mancanza") consiste nell' eliminazione all' interno di un particolare enunciato, di alcuni elementi, per conseguire un particolare effetto di concisione e icasticità.
Enallage: (dal greco enallaghè,"scambio", "inversione") consiste nell'adoperare una parte del discorso al posto di un'altra per conferirle maggiore efficacia; si effettua lo scambio di tempi e modi de verbo, dell'aggettivo al posto dell'avverbio, del sostantivo al posto del verbo. Es. Corre veloce (dove "veloce" sta per "velocemente").
Endiadi: (dal greco hen dia dyoin, "una cosa per mezzo di due") consiste nell'adoperare, per esprimere un concetto, due termini complementari, coordinati fra loro (due sostantivi o due aggettivi),in sostituzione di un unico sostantivo accompagnato da un aggettivo o da un complemento. "Così vedo splendere la luce e il sole" sta per "vedo splendere la luce del sole".
Enfasi: (dal greco emphainein "dimostrare") consiste nel mettere in rilievo una parola o un'espressione,grazie ad una particolare sottolineatura, che può tradursi a livello fonologico in forma esclamativa, affettata o sentenziosa e a livello sintattico, invece, in una particolare costruzione , come ad esempio nella frase: "Lui, lui si è un amico !".
Epanadiplosi: (dal greco epanadiplosis, "raddoppiamento") figura retorica consistente nell'iniziare e terminare un verso o una frase con la stessa parola:
il poco è molto a chi non ha che poco (G. Pascoli)
Epanalessi: (dal greco epanalepsis, "riprendere") ripetizione dopo un certo intervallo, di una o più parole per sottolineare un particolare concetto, come nel verso dantesco:
Ma passavam la selva tuttavia, la selva dico di spiriti spessi.
Epanodo: (dal greco epánodos, "regressione") figura retorica consistente nel riprendere con aggiunta di particolari una o più parole enunciate precedentemente.
Epanortosi: (dal greco epanorthosis, "correzione") consiste sul ritornare su una determinata affermazione, vuoi per attenuarla, vuoi per correggerla, come ad esempio: è un brav'uomo. Che dico? Un santo!
Epifonema: (dal greco epiphonèma, "voce aggiunta") consiste nel concludere un discorso in modo enfatico: Ecco dove porta il vizio!
Epifora: figura retorica consistente nella ripetizione delle stesse parole alla fine di più frasi o versi.
Epistrofe: termine della retorica classica per indicare la ripetizione della medesima parola alla fine di più versi o di più membri di un periodo.
Eufemismo: (dal greco euphemismo, "parola di buon augurio") figura retorica adoperata per attenuare una espressione ritenuta troppo cruda, irriguardosa o volgare come ad esempio, convenzione di usare il verbo "andarsene" per per "morire".
Figura Etimologica: consiste nell'usare a scopi a espressivi, nell' ambito della stessa frase, due parole aventi in comune l'etimologia, come ad esempio nel dantesco selva selvaggia.
Hysteron Proteron: (dal greco hysteron proteron, "l'ultimo come primo") consiste nell'inversione dell'ordine temporale degli avvenimenti, per cui viene posto prima ciò che logicamente andrebbe posto dopo, per conseguire un particolare effetto espressivo.
Interrogazione Retorica: proposizione espressa in forma interrogativa, che non chiede però risposta in quanto la contiene già in sé, affermativa o negativa; serve ad aggiungere efficacia all'argomentazione e a indurre il lettore o l'interlocutore ad accogliere la nostra opinione.
Inversione: fenomeno linguistico consistente nello spostamento degli elementi costitutivi di una frase in una disposizione che capovolge la normale struttura sintattica, per conferire all'elemento anteposto un particolare risalto espressivo. Così ad esempio nel seguente celebre verso si ha una evidente inversione nell'ordine normale dei singoli termini della frase:
Dolce e chiara è la notte e senza vento (G. Leopardi)
Invettiva: consiste nel rivolgersi improvvisamente e vivacemente a persona o cosa presente o assente, con un tono di aspro rimprovero o di accusa, come nei versi danteschi:
Ahi Pisa, vituperio delle genti del bel paese là dove 'l si suona...

 

 

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Ipallage: (dal greco hypallassein, "scambiare") (vedi anche Enallage, figura retorica con cui l'ipallage spesso coincide):figura retorica che consiste nell' attribuire a un termine di una frase qualcosa (qualificazione, determinazione o specificazione) che logicamente spetterebbe a un termine vicino. Così nei versi di G. Pascoli
un ribatte / le porche con la sua marra paziente,
l' aggettivo "paziente" è riferito all'arnese "marra" ma logicamente va riferito a essere umano, cioè al contadino che usa la marra e che è paziente.
Iperbato: rottura dell'ordine naturale della frase o del periodo per ottenere particolari effetti di espressività.
Iperbole: consiste nell'esprimere in termini esagerati un concetto per difetto o per eccesso.
Ipostasi: (dal greco hypostasys, "materia condensata") nell' ambito della linguistica indica il passaggio di una parola da una categoria grammaticale a un'altra. Come figura retorica indica la concretizzazione e personificazione di un concetto astratto.
Ipotiposi: (dal greco hypotyposis, "abbozzo") figura retorica che consiste nel descrivere qualcuno con particolare evidenza, vivacità e concretezza di particolari.
Ironia: consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere. Si tratta di un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.
Isocolon: (dal greco isókôlon, "stesso membro") figura della retorica classica, che consiste nella perfetta corrispondenza fra due o più membri di un periodo, per numero e disposizione di parole.
Isterologia: (dal greco, hysteron "posteriore" e lógos "discorso") figura retorica che consiste nell'invertire l'ordine logico delle frasi, anticipando ciò che si dovrebbe dire dopo.
Iterazione: ripetizione di parole o di frasi, spesso con valore espressivo così da costituire una figura retorica.
Litote: attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario, come nella frase:
Don abbondio non era nato con un cuor di leone
dove s'intende che era poco coraggioso (Manzoni).
Metafora: (trasposizione) sostituzione di un termine con una frase figurata legata a quel termine da un rapporto di somiglianza, ad esempio: Stanno distruggendo i polmoni del mondo, in cui "i polmoni del mondo" sta per "boschi".
Metonimia o metonomia: consiste nell'usare il nome della causa per quello dell'effetto, per esempio: "vive del suo lavoro" significa che "vive del denaro guadagnato grazie al suo lavoro".
Omoteleuto: utilizzo di termini vicini o successivi che terminano con lo stesso fonema finale.
Onomatopea: (dal greco onoma, "nome" e poièo, "faccio") è un vocabolo o un'espressione che tenta di riprodurre per mezzo del suono una determinata imitazione. Ad esempio din-don riproduce il suono di una campana.

 

 

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Ossimoro: (dal greco oksymoron, composto di oksys, "acuto" e morós, "sciocco" come modello di unione di concetti discordanti) forma di antitesi di singole parole che vengono accostate con effetti paradossali (es. paradiso infernale, ghiaccio bollente).
Paradosso: (dal greco para "contro" e doxa "opionione") figura retorica consistente in un'affermazione che appare contraria al buon senso, ma che in realtà si dimostra valida a un'attenta analisi. Nell'ambito della letteratura, si chiama in questo modo un'opera che presenti situazioni assurde e incredibili, in contrasto con il buon senso e con le convenzioni culturali di una determinata epoca.
Paragoge: (dal greco paragogè, "aggiunta") consiste nell'aggiungere un fonema alla fine di una parola. È presente soprattutto nella lingua arcaica e poetica (virtude per virtù).
Paronimia: (dal greco para "vicino" e onoma "nome") accostamento di due o più parole di suono simile, ma di diverso significato. Es. Traduttore traditore.
Paronomasia: accostamento di parole che hanno suono simile ma significato diverso usate con l'intento di ottenere particolari effetti fonici. Es. Amore amaro.
Perifrasi: (dal greco periphrasis, "locuzione intorno") detta anche comunemente "giro di parole",consiste nell' usare, invece del termine proprio, una sequenza di parole per indicare una persona o una cosa (il ghibellin fuggiasco per Dante).
Personificazione o Prosopopea: (dal greco prósopon, "volto" e poiéin, "fare") figura retorica, di gusto classico, consistente nell'introdurre a parlare un personaggio assente o defunto, o anche cose astratte e inanimate, come se fossero persone reali.
Molti e celebri sono gli esempi, che evidenziano come la poesia abbia sempre fatto un largo uso di una simile tecnica espressiva, dalla personificazione della Fama nell'Eneide virgiliana, a quella della Frode nell'Orlando Furioso di L. Ariosto, fino ai cipressi introdotti a parlare in una celebre lirica (Davanti San Guido) di Carducci.
Pleonasmo: ridondanza che consiste nell'utilizzo di un termine superfluo. Es. A me mi piace.
Polisindeto: contrario dell'asindeto e consiste in una sequenza molto marcata di congiunzioni fra due o più parole o enunciati.
Poliptoto: figura retorica che consiste nel ripetere, in un giro di frasi relativamente breve, una parola, cambiandone le funzioni morfo-sintattiche:
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto (Dante)
Premunizione: figura retorica consistente nel controbattere preventivamente alle possibili obiezioni dell'interlocutore.
Preterizione: (dal latino praeterire, "passare oltre") figura retorica che consiste nel fingere di voler tacere ciò che in realtà si dice. Ad esempio: Non ti dico il calore, l'affetto, la cordialità con cui siamo stati accolti.
Prolessi: (dal greco prolambanein, "prendere prima") anticipazione di un termine che sintatticamente andrebbe posto dopo, per sottolineare.
Reiterazione: figura retorica consistente nel ripetere uno stesso concetto con altre parole.
Reticenza: (dal latino reticere, 'tacere') consiste nell'interrompere e lasciare in sospeso una frase facendone intuire al lettore o all'ascoltatore la conclusione, conclusione che comunque viene taciuta deliberatamente per creare nell'ascoltatore o nel lettore una particolare e viva impressione. Un esempio sono frasi in cui sono presenti puntini di sospensione:
E questo padre cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo che non ha tutta quella prudenza, tutti quei riguardi... (A. Manzoni)
Ripetizione: figura retorica che consiste nel ripetere una o più parole a breve distanza per dare maggiore evidenza o calore al discorso. Es. Via, via di qui!
Sillessi: (dal greco syllepsis, "raccolta insieme") figura retorica della grammatica classica, secondo la quale ciò che si riferisce soltanto a una cosa o persona viene arbitrariamente esteso ad altra cosa o persona che, nell'enunciato, segue alla prima: ad esempio: "Borea e Zefiro che soffiano nella Tracia" (ma soltanto Borea soffia nella Tracia).

 

 

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Similitudine: (dal latino similitudo, "somiglianza") figura retorica consistente in un paragone istituito tra immagini, cose, persone e situazioni, attraverso la mediazione di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali (come, simile a, a somiglianza di). Es. È furbo come una volpe.
Sinalefe: (dal greco synaloiphè, "il confondere insieme") è il fenomeno per cui due vocali si fondono in una sola sillaba e si pronunciano come se le due vocali appartenessero ad una sola sillaba. Es. "vado a casa" si pronuncia come "va-da-ca-sa".
Sinchisi: (dal greco synkhêin "mescolare") figura retorica consistente in una modificazione dell'ordine sintattico normale di una frase e del sovvertimento dell'ordine consueto del discorso che può produrre oscurità.
Sincope: (dal greco syncopè, "taglio") consiste nell'eliminare una sillaba all'interno di una parola. Es. opra per opera.
Sineddoche: (dal greco synekdékhomai, "prendo insieme") figura semantica consistente nell'utilizzazione in senso figurato di una parola di significato più o meno ampio della parola propria. Fondata essenzialmente su un rapporto di estensione del significato della parola, questa figura esprime: la parte per il tutto (vela invece di nave); il tutto per la parte (una borsa di foca, per indicare una borsa fatta di pelle di foca); il singolare per il plurale e viceversa (l'italiano è molto sportivo); il genere per la specie (mortale per l'uomo).
Sineresi: (dal greco synairesis, "il prendere insieme") consiste nella contrazione di due vocali in una sola all'interno di una parola in modo da formare una sola sillaba.
Sinestesia: (dal greco syn, "insieme" e aisthánestai, "percepire") procedimento retorico che consiste nell'associare, all'interno di un'unica immagine, sostantivi e aggettivi appartenenti a sfere sensoriali diverse, che in un rapporto di reciproche interferenze danno origine a un'immagine vividamente inedita. Un simile procedimento, non estraneo alla poesia antica, diviene particolarmente frequente a partire dai poeti simbolisti e costituisce poi uno stilema tipico dell'area ermetica della poesia italiana del Novecento, ad esempio:
urlo nero della madre (S. Quasimodo)
Sospensione: figura retorica consistente nel lasciare volutamente interrotto un discorso.
Zeugma: (dal greco zèugma, "aggiogamento") collegamento di un verbo a due o più termini della frase che invece richiederebbero ognuno singolarmente un verbo specifico. Nella frase seguente "vedrai" regge anche "parlare" che dovrebbe, invece, essere retto da un verbo come "udire" o "sentire":
parlare e lagrimar vedraimi insieme (Dante).

 

 

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pubblicazione 16/1/11

 

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Figure retoriche
Figure di contenuto o traslati
iperbole, metafora, metonimia, perifrasi, personificazione, similitudine, sineddoche, sinestesia

Figure di parola e di pensiero

allitterazione, anadiplosi, anafora, anastrofe, asindeto, chiasmo, climax, enallage, endiadi, epanadiplosi, figura etimologica, ipallage, iperbato, onomatopea, paronomasia, poliptoto, polisindeto, raddoppiamento, ripetizione || antitesi, eufemismo, ironia, ossimoro

Figure di sentimento

apostrofe, epifonema, esclamazione, interrogazione, ipotiposi

figure retoricheFigure di contenuto o traslati
Servono ad esprimere in modo più calzante e suggestivo un’idea, utilizzando un’immagine che ha con essa una relazione di somiglianza. Tra le più usate dai poeti troviamo: similitudine, metafora, personificazione o prosopopea, metonimia, sineddoche, sinestesia, perifrasi, iperbole
Similitudine
Consiste nel paragonare persone, animali, cose, sentimenti per associazione di idee; è introdotta da come, sembra,
pare, è simile, somiglia, ecc…
 
Nella destra scotea la spaventosa
peliaca trave; come viva fiamma,
o come disco di nascente Sole
balenava il suo scudo…
(Omero, Iliade, Libro XXII, vv171-174; traduzione di V. Monti)
 
Gli venne dunque incontro
con la nutrice che aveva in braccio il bambino,
il figlio amato di Ettore, simile a chiara stella.
(Omero, Iliade, Libro VI, vv343-345; S. Quasimodo)
 
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. E’ come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
(C. Pavese, Incontro, vv 14-18)
 
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma…
(U. Saba, Ritratto della mia bambina, vv 5-8)
 
Un tappeto di smeraldo
sotto al cielo il monte par.
(G. Carducci, In Carnia, vv 3-4)

 

Metafora
Consiste nel trasferire a un termine il significato di un altro termine con cui ha un rapporto di somiglianza. In breve, è una similitudine senza il termine di paragone: tu sei (simile a) un dio.

… e prego anch’io nel tuo porto quiete.                         (morte)
(U. Foscolo, In morte del fratello Giovanni, v 11)
 
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in così verde etate! Ahi, per la via…                              (gioventù)
(G. Leopardi, La sera del dì di festa, vv 23-24)
 
…tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,                                                  (in disgrazia)
due volte sull’altar.                                                         (in trionfo)
(A. Manzoni, Il Cinque Maggio, vv 43-48)
 
Tu fior de la mia pianta                                                   (figlio) (padre)
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,…
(G. Carducci, Pianto antico, vv 9-12)
 
Si devono aprire le stelle                                                 (sbocciare come i fiori)
nel cielo sì tenero e vivo.
(G. Pascoli, La mia sera, vv 9 -10)
 
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo                                                                 (moltissime vie che si intersecano)
di strade
(G. Ungaretti, Natale, vv 1-4)
 
Piove senza rumore sul prato del mare.               (la superficie del mare è liscia e verde scuro come un prato erboso)
(C. Pavese, Tolleranza, v 1)


 

Personificazione - Prosopopea

Personificazione: consiste nell’attribuire a cose e ad animali azioni o sentimenti umani.
Prosopopea: affine alla personificazione consiste nell’attribuire prerogative umane a cose o a concetti inanimati o astratti, facendoli parlare o rivolgendo loro la parola.

Personificazione
D’Achille i cavalli intanto, veduto
il loro auriga dalla lancia di Ettore
nella polvere abbattuto, lontano
dalla battaglia erano là piangenti.
(Omero, Iliade, Libro XVII, vv 540-543; trad. Lorenzo De Ninis)
 
… e da le aurate volte
a lei impietosita eco rispose…
(G. Parini, Il giorno, Il mezzogiorno, vv528-529)
 
Febbraio è sbarazzino.

Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante,
che mette a soqquadro la casa,…
(V. Cardarelli, Febbraio, v 1; vv8-11)
 
Oh quei fanali come s’inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ‘l fango!
(G. Carducci, Alla stazione in una mattina d’autunno, vv3-4)
 
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
(G. Pascoli, La mia sera, vv11-12)
 
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
(G. Pascoli, Il gelsomino notturno, vv5-6)
 
Mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.
(G. Pascoli, Fides, vv7-8)
 
Sul sentiero bruciato
ho visto il buon lucertolone
(goccia di coccodrillo)
meditare.
(F. Garcia Lorca, La lucertola vecchia, vv1-4)


E’ giù, nel cortile, la povera fontana malata;
che spasimo! sentirla tossire.
Tossisce, tossisce, un poco si tace…di nuovo tossisce.
Mia povera fontana, il male che hai il cuore mi preme.
(A. Palazzeschi, La fontana malata, vv 6-25)
 
Vanno a sera a dormire dietro i monti
le nuvolette stanche.
(U. Saba, Favoletta, vv 6-7)
 
Dalla finestra aperta
entran le voci calme
del fiume,…
(A. Bertolucci, Mattino, vv 1-3)

Prosopopea
Forse perché della fatal quiete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera!…
(U. Foscolo, Alla sera, vv1-3)
 
Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi…
(G. Leopardi, Le ricordanze, vv1-2)
 
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati…
(A. Manzoni, Il Cinque Maggio, vv97-99)
 
- Bei cipressetti, cipressetti miei,
fedeli amici d’un tempo migliore,
oh di che cuor con voi mi resterei -
(G. Carducci, Davanti San Guido, vv17-19)
 
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;…
(E. Montale, Upupa, ilare uccello calunniato, vv1-4)

 

 

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pubblicazione 16/1/11

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LA RETORICA

Il linguaggio serve per trasmettere ad altri il nostro pensiero ossia per comunicare. Ma il contenuto dei nostri pensieri può essere assai vario. Talvolta ci proponiamo di trasmettere un’informazione obiettiva: tipico da questo punto di vista è il discorso scientifico, che è fondato su cifre ed elementi tratti dall’osservazione della realtà e che viene spesso formulato in maniera secca e stringata. Naturalmente lo scienziato quando scrive si prefigge di convincere gli altri della verità delle proprie asserzioni; ma per fare ciò si affida interamente alla forza persuasiva delle proprie argomentazioni, alla loro coerenza interna. Un teorema matematico riesce convincente quando può essere dimostrato vero in se stesso; analogamente il rendiconto di un lavoro tecnico-applicativo (per esempio no studio sull’inquinamento ambientale), riesce convincente quando i dati forniti appaiono veritieri e soprattutto controllabili, in maniera che chiunque altro possa ripetere le analisi per verificare i risultati.
Ci sono però molte altre situazioni in cui gli elementi che ci si propone di trasmettere non sono altrettanto obiettivi, ma rispecchiano piuttosto una nostra opinione. Questo accade per esempio nel discorso politico, che si fonda sull’intento di persuadere gli altri, e spingerli ad accogliere la nostra ideologia, cioè il nostro modo di vedere le cose. In maniera ancor più vistosa ciò si verifica nel discorso pubblicitario, in cui addirittura non si presume neppure che colui che produce il messaggio sia sincero. Può darsi che il pubblicitario cui viene affidato il compito di reclamizzare un dato detersivo sappia per certo che quel prodotto non è affatto raccomandabile: tuttavia, il suo mestiere, gli impone di far tutto perché la gente si senta spinta a comprarlo. Non dobbiamo scandalizzarci di questo, perché nella nostra società industriale è normale che sia così; del resto basta esserne coscienti e non prendere per oro colato tutto quello che ci dice la pubblicità.
Gli antichi Greci, che per primi si accorsero di questi problemi, hanno coniato un termine speciale per indicare la tecnica secondo cui vanno confezionati i discorsi aventi per scopo la persuasione degli altri: l’hanno chiamata RETORICA, che significa all’incirca “arte del dire”, del “convincere”.
Originariamente la loro attenzione si era fissata sulla tecnica “oratoria”, ossia sulla tecnica dei discorsi tenuti in pubblico (per esempio le arringhe degli avvocati), e in quest’ottica avevano debuttato tutta una serie di norme da rispettarsi per conseguire il migliore risultato possibile. Essi suggerivano un metodo molto preciso per ciò che riguarda la disposizione degli argomenti, lo svolgimento delle argomentazioni, la confutazione delle tesi avversarie e la conquista delle simpatie degli ascoltatori. Un elemento essenziale per ottenere lo scopo desiderato consisteva poi nell’uso calcolato e sapiente di vari espedienti, detti FIGURE RETORICHE, che assolvevano al compito di abbellire il discorso, ornandolo e rendendolo più gradevole. È chiaro infatti che per ottenere il consenso del destinatario è opportuno fare appello al suo gusto, al suo amore per le cose belle, proponendogli dei giri di frase che colpiscano la sua fantasia. Ecco allora che già gli antichi si misero a codificare un’ampia gamma di figure retoriche.
Proprio per questo, col passare del tempo la retorica ha finito per essere associata in maniera privilegiata ai testi letterari, ossia ai testi che fanno un uso particolarmente vistoso delle figure retoriche. Ma che relazione esiste tra un’arte del dire, come la retorica, che era nata con l’intento di insegnare le tecniche della persuasione, ed i testi letterari, che almeno in apparenza non debbono persuadere nessuno?

In effetti anche se un poeta o un romanziere può essersi proposto di propagandare una sua ideologia, questa in genere non è l’ottica in cui vengono lette le opere letterarie. Eppure sotto sotto, anche i testi letterari hanno dei fini persuasivi, non fosse altro che il fine di indurre i lettori a leggerli, cioè a trovarvi appagamento. Lo scrittore realizza i suoi prodotti con l’intento di trasmettere ai suoi lettori un messaggio in cui crede molto, e che esprime la parte più viva e intima della sua personalità. Logico quindi che tale messaggio sia affidato a strumenti linguistici profondamente pensati, che nascono attraverso un lungo travaglio di prove.
Questo non significa però che ogni opera letteraria sia un denso contenitore di metafore, similitudini e via discorrendo. Anzi, talvolta, glia autori scelgono uno stile secco, privo di compiacimenti, proprio per reazione all’eccesso di ornamenti retorici che hanno caratterizzato in certe epoche l’arte della scrittura.
In effetti, la retorica, ha subito il destino tipico di tutti i prodotti e le tecniche legate al gusto della gente. Nata per abbellire i testi, essa ha finito spesso per irrigidirsi in uno sterile elenco di espedienti preconfezionati, fino a generare un senso di saturazione nei lettori. Anziché funzionare da stimolo alla fantasia inventiva, essa è insomma ridotta, nei tanti manuali di retorica confezionati nei secoli scorsi, ad un’arida precettistica che ostacolava la libertà creativa. Così è accaduto che questa parola assumesse addirittura un significato negativo: quando oggi diciamo che qualcuno “fa della retorica”, intendiamo dire che parla a vuoto, che non dice nulla di concreto. Non dobbiamo tuttavia lasciarci condizionare da questi modi di dire. Se la intendiamo nel senso giusto, come strumento di analisi e non come ricetta per la confezione dei testi, la retorica rappresenta tuttora un potente strumento a nostra disposizione per la comprensione non solo dei testi letterari, ma più in generale, dei testi composti a fini persuasivi: come quelli politici, pubblicitari ecc.
figure retoriche 

 

 

 

 


FIGURE RETORICHE
Si dicono quei particolari modi di esprimersi che danno maggior evidenza, enfasi al discorso, usando alcuni termini in luogo ad altri o con significato diverso da quello reale.
In sostanza è uno “schema” che noi facciamo assumere all’arte del discorso.
Importante: anche le figure retoriche dipendono dal contesto!!!

  • Figure di PENSIERO = Agiscono sul significato. Un’espressione viene trasferita dal significato proprio ad un altro (sostituzione del senso proprio con un senso figurato). Qualsiasi combinazione inaspettata di concetti è di fatto una figura di pensiero.
    Es.: allusione, antitesi, eufemismo, ironia, ossimoro, sineddoche.
  • Figure di PAROLA = Agiscono sulla forma. Sono le più semplici, intervengono sulla parola senza relazione immediata sul significato.
    Es.: allitterazione, anafora, climax, iperbato, onomatopea, paronomasia, polisindeto, ripetizione.

DIZIONARIO DELLE FIGURE RETORICHE

ALLEGORIA = deriva dal greco allegorèin, “parlare diversamente”. È una figura retorica consistente nella costruzione di un discorso che, oltre al significato letterale, presenta anche un significato più profondo, allusivo e nascosto. In sostanza un concetto viene espresso attraverso un’immagine che rappresenta una realtà del tutto diversa.
Un'allegoria tra le più note è quella del destino umano che viene paragonato ad una nave che attraversa il mare in tempesta: passa la nave mia, sola, tra il pianto degli alcioni, per l'acqua procellosa (G. Carducci); oppure l’allegoria della “Selva” nell’Inferno dantesco.

ALLITTERAZIONE = procedimento stilistico, ricorrente soprattutto in poesia, che consiste nella ripetizione delle stesse lettere (vocali, consonanti o sillabe), all’inizio oppure all’interno di due o più parole successive.
Es.: il pietoso pastore pianse al suo pianto (T. Tasso); sentivo un fru fru tra le fratte (G. Pascoli); e caddi come corpo morto cade. (Dante, Inferno, Canto V, v 142); tra fresco mormorio d'alberi e fiori (G. Carducci, Visione, v 2).

ALLUSIONE = essa viene definita come il dire una cosa con l’intenzione di farne intendere un’altra, accennando in maniera velata o insinuante chi (o che) non si vuole nominare apertamente.

AMPLIFICAZIONE = procedimento retorico che ha il fine di ingigantire o accentuare un argomento che di per sé può anche essere insignificante. Viene usato nelle orazioni per colpire e nello stesso tempo deviare l’attenzione del pubblico da elementi più importanti.

ANACOLUTO = figura sintattica consistente nel susseguirsi, in uno stesso periodo, di due diversi costrutti , dei quali il primo rimane incompiuto.
Es.: quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro (A. Manzoni).

ANAFORA = dal greco anaforà, “ripetizione”. Figura retorica consistente nel ripetere la stessa parola o espressione all’inizio di frasi o di parti di frasi, o di più versi consecutivi.
Es.: per me si va ne la città dolente, per me si va ne l‘etterno dolore, per me si va tra la perduta gente (Dante).

ANTITESI = dal greco antìthesis, “contrapposizione”. Figura retorica consistente nell’accostare due parole o frasi di significato contrario.
Es.: presume di far tutto perché nulla sa fare (G. Leopardi); Vano error vi lusinga: poco vedete, et parvi veder molto, ché 'n cor venale amor cercate o fede (F. Petrarca).

ANTONOMASIA = Figura retorica che consiste nel disegnare una persona o una cosa particolare, con il nome comune invece che con il suo nome proprio, al fine di sottolinearne l’eccellenza.
Es.: dire “Il Poeta” invece che dire Dante; dire “Il Libro” anziché dire il Vangelo.


CLIMAX = dal greco climax, “scala”. Consiste in un discorso che sale (climax crescente) o scende (climax decrescente), gradatamente di forza e intensità.
Es.: O mia stella, o fortuna, o fato, o morte (F. Petrarca); Palpita, sale, si gonfia, s'incurva, s'alluma, propende (G. D'Annunzio); si riscosse, sorrise, si illuminò di gioia e proruppe in un entusiasmo incontenibile.

ELLISSI = dal greco elleipsis, “mancanza”. In una espressione o in una frase, omissione di una o più parole che si possono intuire dal discorso.
Es.: usare “carro merci” per dire “carro adibito al trasporto di merci”.

ENFASI = dal greco emphainein “dimostrare”. Consiste nel mettere in particolare rilievo una parola, un'espressione, una frase, oppure un intero discorso (parlato o scritto).
Es.: Lui, lui si è un amico!

ENUMERAZIONE = nella retorica classica, la parte conclusiva di un discorso nella quale le cose dette vengono richiamate e riassunte ordinatamente.

EPANADIPLOSI = dal greco epanadiplosis, “raddoppiamento”. Figura retorica consistente nell'iniziare e terminare un verso o una frase con la stessa parola.
Es.: È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto (A. Manzoni); il poco è molto a chi non ha che poco (G. Pascoli).

EPIFORA = figura retorica che consiste nel ripetere una parola che ricorre al principio di una frase, di un verso o di una serie di versi, alla fine di essi.
Es.: Il bimbo dorme e sogna rami d’oro, gli alberi d’oro, le foreste d’oro (G. Pascoli).

EUFEMISMO = dal greco euphemismo, “parola di buon augurio”. Procedimento espressivo molto comune anche nel linguaggio corrente, che consiste nel sostituire parole o espressioni troppo crude, realistiche o irriguardose, con altre di tono più attenuato.
Es.: usare il verbo “andarsene” al posto di “morire”; Quando rispuosi, cominciai: - Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo! (Dante, Inferno, V, vv.112-114). In questo caso “doloroso passo” viene usato al posto di “dannazione eterna”.

IPERBATO = rottura e inversione dell'ordine naturale delle parole di una frase, per ottenere particolari effetti di espressività.
Es.: e bella e santa, fanno i peregrin la terra (U. Foscolo).

IPERBOLE = figura retorica che consiste nell’esagerare (per difetto o per eccesso), un concetto oltre il verosimile.
Es.:arrivo in un lampo; ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino (E. Montale, Xenia II, 5, vv. 1-2); come sei più lontana della luna, ora che sale il giorno e sulle pietre batte il piede dei cavalli (S. Quasimodo).

IPOTIPOSI = figura retorica che consiste nel descrivere una persona , un fatto o una situazione con viva immediatezza, evidenza rappresentativa e concretezza di particolari.
Es.: come lion di tori entro una mandra, or salta a quello in tergo e gli scava, con le zanne la schiena, or questo fianco addenta or quella coscia (G. Leopardi).
IRONIA = Consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si pensa, con intento critico o derisorio; è un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.
Es.: vieni a veder la gente quanto s'ama! E se nulla di noi pietà ti move, a vergognarti vien della tua fama (Dante, Purgatorio, VI, 115-117).

ITERAZIONE = in retorica, ripetizione di concetti o frasi con intenti stilistici.

LITOTE = figura retorica consistente nell’affermare un concetto negando il suo contrario.
Es.: dire “non è brutto”, non significa dire che è bellissimo; “Don Abbondio non era nato con un cuor di leone”, dove s'intende che era poco coraggioso (Manzoni).

METAFORA (trasposizione ) = consiste nel trasferire a un termine il significato di un altro termine con cui ha un rapporto di verosimiglianza . In breve, è una similitudine senza il termine di paragone.
Es.: “Sei un dio” significa dire che sei bravissimo a fare qualcosa; dire “sei un fulmine”, metaforicamente significa dire che sei veloce come un fulmine; stanno distruggendo i polmoni del mondo, in cui "i polmoni del mondo" sta per "boschi”.

 

METONIMIA = figura retorica caratterizzata dalla sostituzione di un termine con un altro, che abbia col primo un rapporto di contiguità : la causa per l’effetto, l’effetto per la causa, la materia per l’oggetto, il contenente per il contenuto, lo strumento al posto della persona, l’astratto per il concreto, il concreto per l’astratto, il simbolo per la cosa simbolizzata.
Es.: possedere un Picasso; bere un bicchiere.
S’accendon le finestre ad una ad una (le finestre sono illuminate→la causa per l’effetto) come tanti teatri. (V. Cardarelli, Sera di Liguria, vv 5-6); ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini (dal mosto che bolle nei tini→il contenente per il contenuto) va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar (G. Carducci, San Martino, vv 5-8); lingua mortal non dice (un uomo→lo strumento al posto della persona) quel ch’io sentiva in seno.
(G. Leopardi, A Silvia, vv 26-27); porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela (faticoso lavoro→
il concreto per l’astratto (G. Leopardi, A Silvia, vv 20-22).

OMEOTELEUTO = nella retorica classica greca e latina, procedimento che consisteva nel far terminare allo stesso modo (nel suono o nella metrica), le parti di un periodo simmetricamente contrapposte. Per estensione è l’identità o somiglianza in uscita (omofonia ) di parole o frasi.
Es.: finestra/canestra.


ONOMATOPEA = formazione di una parola che imiti un suono o che evochi attraverso suoni ciò che si pronuncia.
Es.: bau bau; gorgogliare; fruscio; din don; scroscia; schiocca ecc.

OSSIMORO = consiste nell’accostare nella medesima frase, due parole di significato opposto.
Es.: un morto vivente; Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? (G. Leopardi, A Silvia, vv. 1-6); Sentia nell'inno la dolcezza amara de' canti uditi da fanciullo;...(G. Giusti, Sant'Ambrogio, vv. 65-66)

PARALLELISMO = Figura sintattica che consiste nel disporre nello stesso ordine, gli elementi costitutivi di due sintagmi contigui.
Es.: occhi azzurri, capelli biondi.
Figura retorica in cui si accosta una proprietà o un'azione tipica di un oggetto ad un altro, per esprimere efficacemente la condizione o l'azione di quest'ultimo. A differenza della similitudine, il paragone fa uso di costrutti quali "come...così..." o "quali...cotali...".
Si ha quando i membri di una frase sono disposti nel medesimo ordine di quelli della frase precedente. Es.: “che troppo stanco sono / e troppo stanca sei”.

PARONOMASIA = figura retorica che consiste nell’accostare parole di suono uguale o molto simile, ma di significato differente.
Es.: il troppo stroppia; I’ fui per ritornar più volte volto (Dante, Inferno, Canto I, v 36); Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato tra le più dense frasche alla fresca ombra (L. Ariosto, Orlando furioso, VI, 201-202).

PERIFRASI = giro di parole che si usa per spiegare meglio un concetto o per evitare di esprimerlo chiaramente.
Es.: dire “operatore ecologico” invece che “netturbino”; e quella parte onde prima è preso nostro alimento (l’ombelico), all'un di lor trafisse (Dante, Inferno, XXV, vv 85-86).

POLISINDETO = tipo di coordinazione caratterizzato dalla ripetizione della medesima congiunzione.
Es.: e sempre corsi, e mai non giunsi il fine, e dimai cadrò (Carducci); Non altrimenti fan, di state, i cani or col petto, or col piè, quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani (Dante, Inferno, XVII, 49-51).

RETICENZA = dal latino reticére, “tacere, sottacere”: consiste nell'interrompere e lasciare in sospeso per timore, per riguardo o anche per calcolo una frase o una sola parola facendone però intuire la conclusione. Frequente nel linguaggio comune: "Se non ubbidisci..."; "Smetti subito, se no...".

RIPETIZIONE = frase, parola o concetto, che si ripetono a breve distanza con noiosa insistenza. Viene spesso usata per dare maggiore evidenza o calore al discorso.
Es.: via, via di qui! (esclamazione).
S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo; s’i’ fosse vento, lo tempesterei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fosse Dio, mandereil en profondo...; (C. Angiolieri, S’i’ fosse foco).


SINEDDOCHE = Affine alla metonimia (per molti studiosi non esiste differenza tra le due figure retoriche), consiste nello spostare il significato di una parola ad un’altra che abbia con la prima un rapporto di quantità.
Es.: si ha quando si usa la parte per il tutto (“vela” invece di “barca”), il tutto per la parte (sotto l’ali dormono i “nidi – da intendersi “gli uccellini”), il genere per la specie (la parola “mortale” per indicare l’”uomo”), la specie per il genere (e quando ti corteggian liete le nubi estive e i “zeffiri” sereni – da intendersi i “venti”), il singolare per il plurale e viceversa (nella poesia di Dante, Foscolo, si usano spesso termini come “freddi” invece che “freddo”, “fami” invece che “fame”, “verso” invece che “versi”).

TAUTOLOGIA = forma viziosa del discorso costituita da una frase in cui il predicato non aggiunge altro a quanto espresso già di per sé dal soggetto. Afferma cioè qualcosa che è ovvio.
Es.: quel poeta è autore di poesie.

 

Nota:
- in giallo = chieste almeno una volta all’esame
- in rosso = chieste più di una volta all’esame

 

Mauro                                                    09/04/2004

Confutazione = smentita, critica, dimostrazione di falsità.

Costrutti = strutture sintattiche, frasi, proposizioni.

Trasposizione: trasferimento, spostamento, cambiamento.

Verosimiglianza = credibilità, logicità.

Contiguità = vicinanza, affinità, analogia.

Omofonia = uguaglianza di suono.

Sintagmi = unità linguistiche

 

 

 

fonte: http://www.scicom.altervista.org/tecniche.html tipo documento .doc data Autere: se non è indicato nell'articolo non è specificato nel documento

pubblicazione 16/1/11

 

Figure retoriche tutto di tutto

 

LA RETORICA

Il linguaggio serve per trasmettere ad altri il nostro pensiero ossia per comunicare. Ma il contenuto dei nostri pensieri può essere assai vario. Talvolta ci proponiamo di trasmettere un’informazione obiettiva: tipico da questo punto di vista è il discorso scientifico, che è fondato su cifre ed elementi tratti dall’osservazione della realtà e che viene spesso formulato in maniera secca e stringata. Naturalmente lo scienziato quando scrive si prefigge di convincere gli altri della verità delle proprie asserzioni; ma per fare ciò si affida interamente alla forza persuasiva delle proprie argomentazioni, alla loro coerenza interna. Un teorema matematico riesce convincente quando può essere dimostrato vero in se stesso; analogamente il rendiconto di un lavoro tecnico-applicativo (per esempio no studio sull’inquinamento ambientale), riesce convincente quando i dati forniti appaiono veritieri e soprattutto controllabili, in maniera che chiunque altro possa ripetere le analisi per verificare i risultati.
Ci sono però molte altre situazioni in cui gli elementi che ci si propone di trasmettere non sono altrettanto obiettivi, ma rispecchiano piuttosto una nostra opinione. Questo accade per esempio nel discorso politico, che si fonda sull’intento di persuadere gli altri, e spingerli ad accogliere la nostra ideologia, cioè il nostro modo di vedere le cose. In maniera ancor più vistosa ciò si verifica nel discorso pubblicitario, in cui addirittura non si presume neppure che colui che produce il messaggio sia sincero. Può darsi che il pubblicitario cui viene affidato il compito di reclamizzare un dato detersivo sappia per certo che quel prodotto non è affatto raccomandabile: tuttavia, il suo mestiere, gli impone di far tutto perché la gente si senta spinta a comprarlo. Non dobbiamo scandalizzarci di questo, perché nella nostra società industriale è normale che sia così; del resto basta esserne coscienti e non prendere per oro colato tutto quello che ci dice la pubblicità.
Gli antichi Greci, che per primi si accorsero di questi problemi, hanno coniato un termine speciale per indicare la tecnica secondo cui vanno confezionati i discorsi aventi per scopo la persuasione degli altri: l’hanno chiamata RETORICA, che significa all’incirca “arte del dire”.
Originariamente la loro attenzione si era fissata sulla tecnica “oratoria”, ossia sulla tecnica dei discorsi tenuti in pubblico (per esempio le arringhe degli avvocati), e in quest’ottica avevano debuttato tutta una serie di norme da rispettarsi per conseguire il migliore risultato possibile. Essi suggerivano un metodo molto preciso per ciò che riguarda la disposizione degli argomenti, lo svolgimento delle argomentazioni, la confutazione delle tesi avversarie e la conquista delle simpatie degli ascoltatori. Un elemento essenziale per ottenere lo scopo desiderato consisteva poi nell’uso calcolato e sapiente di vari espedienti, detti FIGURE RETORICHE, che assolvevano al compito di abbellire il discorso, ornandolo e rendendolo più gradevole. È chiaro infatti che per ottenere il consenso del destinatario è opportuno fare appello al suo gusto, al suo amore per le cose belle, proponendogli dei giri di frase che colpiscano la sua fantasia. Ecco allora che già gli antichi si misero a codificare un’ampia gamma di figure retoriche.
Proprio per questo, col passare del tempo la retorica ha finito per essere associata in maniera privilegiata ai testi letterari, ossia ai testi che fanno un uso particolarmente vistoso delle figure retoriche. Ma che relazione esiste tra un’arte del dire, come la retorica, che era nata con l’intento di insegnare le tecniche della persuasione, ed i testi letterari, che almeno in apparenza non debbono persuadere nessuno?

In effetti anche se un poeta o un romanziere può essersi proposto di propagandare una sua ideologia, questa in genere non è l’ottica in cui vengono lette le opere letterarie. Eppure sotto sotto, anche i testi letterari hanno dei fini persuasivi, non fosse altro che il fine di indurre i lettori a leggerli, cioè a trovarvi appagamento. Lo scrittore realizza i suoi prodotti con l’intento di trasmettere ai suoi lettori un messaggio in cui crede molto, e che esprime la parte più viva e intima della sua personalità. Logico quindi che tale messaggio sia affidato a strumenti linguistici profondamente pensati, che nascono attraverso un lungo travaglio di prove.
Questo non significa però che ogni opera letteraria sia un denso contenitore di metafore, similitudini e via discorrendo. Anzi, talvolta, glia autori scelgono uno stile secco, privo di compiacimenti, proprio per reazione all’eccesso di ornamenti retorici che hanno caratterizzato in certe epoche l’arte della scrittura.
In effetti, la retorica, ha subito il destino tipico di tutti i prodotti e le tecniche legate al gusto della gente. Nata per abbellire i testi, essa ha finito spesso per irrigidirsi in uno sterile elenco di espedienti preconfezionati, fino a generare un senso di saturazione nei lettori. Anziché funzionare da stimolo alla fantasia inventiva, essa è insomma ridotta, nei tanti manuali di retorica confezionati nei secoli scorsi, ad un’arida precettistica che ostacolava la libertà creativa. Così è accaduto che questa parola assumesse addirittura un significato negativo: quando oggi diciamo che qualcuno “fa della retorica”, intendiamo dire che parla a vuoto, che non dice nulla di concreto. Non dobbiamo tuttavia lasciarci condizionare da questi modi di dire. Se la intendiamo nel senso giusto, come strumento di analisi e non come ricetta per la confezione dei testi, la retorica rappresenta tuttora un potente strumento a nostra disposizione per la comprensione non solo dei testi letterari, ma più in generale, dei testi composti a fini persuasivi: come quelli politici, pubblicitari ecc.

 

ELOQUENZA
Modo di esprimersi molto abile, con particolare forza espressiva; sinonimo di oratoria, dialettica, comunicativa.

 

Nel linguaggio GRECO e ROMANO = RETORICA

FIGURA RETORICA
Si dicono quei particolari modi di esprimersi che danno maggior evidenza, enfasi al discorso, usando alcuni termini in luogo ad altri o con significato diverso da quello reale.

  

 

Confutazione = smentita, critica, dimostrazione di falsità.

 

 

fonte: http://www.scicom.altervista.org/tecniche.html tipo documento .doc data Autere: se non è indicato nell'articolo non è specificato nel documento

pubblicazione 16/1/11

Figure retoriche tutto di tutto

 

 

Figure... di stile
Le figure retoriche si possono chiamare anche figure di stile perché è grazie al loro uso che un autore dà un particolare "stile" alla propria opera letteraria.
Anche per chi non ha particolare interesse nel conoscere perfettamente la retorica può essere utile conoscere perlomeno qual'è l'effetto principale che esse creano, se non altro per facilitarsi l'analisi stilistica di un testo letterario (fermo restando che il dizionario retorico rimane lo strumento più completo e preciso).
Figure di sostituzione
Sono tutte quelle figure per cui una parola con un certo significato viene sostituita da un'altra parola con un significato ad esso attinente. In questo gruppo si trovano la metonimia, la sineddoche, la litote, l'antifrasi.
Spesso l'effetto ottenuto dall'uso di queste figure è quello di dare una visione più frammentata della realtà, di soffermarsi maggiormente sui dettagli (metonimia e sineddoche); oppure quello di attenuare il carattere negativo o troppo diretto di una certa realtà o di una certa espressione (litote, antifrase). Queste ultime figure retoriche, in particolare, erano frequentissime durante il periodo del Classicismo, quando era di rigore una poetica della "morale" e della "nettezza linguistica".
Figure d'insistenza
Qui si trovano tutte le figure retoriche che permettono, tramite ripetizioni o altri accorgimenti, un'insistenza su un certo concetto o una certa parte del discorso. Tra le figure di ripetizione troviamo l'anafora e l'assonanza; altre figure d'insistenza sono il parallelismo e il climax (che operano al livello della sintassi), e l'iperbole e la preterizione.
Di solito queste figure vengono utilizzate quando si vuole ordinare il testo secondo un certo ritmo che sottolinea appunto, insistendovi sopra come un ritornello, alcune parti del discorso.
Figure di opposizione
Le figure di opposizione mettono accanto due cose che, per un motivo o per un altro, sono tra loro opposte. L'opposizione può verificarsi al livello della sintassi (chiasmo), del significato (ossimoro) o di pensiero (antitesi).
L'effetto ottenuto è quello di sottolineare l'esistenza di un conflitto. Si crea una "nuova realtà", presentandone gli aspetti meno evidenti. Si sottolinea l'opposizione tra due cose, ma anche, spesso, la loro intima unione.
Figure di rottura sintattica
Tra le figure che rompono l'ordine e la costruzione sintattica normale ci sono l'anacoluto, l'ellissi e lo zeugma.
Queste figure retoriche creano degli effetti di sorpresa, e quindi svegliano l'attenzione del lettore che è portato a soffermarsi maggiormente sul testo. Esse quindi servono principalmente a mettere in rilievo una parte importante. L'ellissi, d'altra parte, omettendo alcune parti del discorso crea un effetto di accelerazione del ritmo e di condensazione del senso. Queste figure retoriche, proprio perché rompono l'ordine sintattico, creano spesso effetti comici e sono dunque molto utilizzate nella satira e negli epigrammi.


Ma lo "stile" cos'è?
Esistono libri e libri. Questo è ovvio per tutti. Ma questo non vuol dire soltanto che ogni libro racconta una storia diversa: spesso significa anche che la racconta in un modo diverso. Infatti, si può raccontare esattamente la stessa storia per infinite volte, ma se lo si fa cambiando stile sembreranno infinite storie distinte e separate.Un modo simpatico per capire cosa significa raccontare una stessa storia cambiando stile ce l'ha dato lo scrittore francese Raymond Queneau, in un libro intitolato Exercices de style (Esercizi di stile). Questo libro, sapientemente tradotto in italiano da Umberto Eco, racconta per ben 99 volte... la stessa, banalissima storia...
Notazioni
      Sulla S, in un'ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.
figure retoriche
Retrogrado
      Dovresti aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l'amico. L'incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scaarnificato giovanotto era latore di un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma di un S sovraffollato, di mezzogiorno.

Onomatopee
      A boarrrdo di un auto (bit bit, pot pot!) bus, bussante, sussultante e sgangherato della linea S, tra strusci e strisci, brusii, borbottii, borrrborigmi e pissi pissi bao bao, era quasi mezzodin-dong-ding-dong, ed eccoco, cocoricò un galletto col paltò (un Apollo col cappello a palla di pollo) che frrr! piroetta come un vvortice vverso un tizio e rauco ringhia abbaiando e sputacchiando «grr grr, arf arf, harffinito di farmi ping pong?!».
      Poi sguizza e sguazza (plaffete) su di un sedile e sooossspiiira rilassato.
      Al rintocco e allo scampanar della sera, ecco-co cocoricò il galletto che (bang!) s'imbatte in un tale balbettante che farfuglia del botton del paletò. Toh! Brrrr, che brrrividi!!!
figure retoriche
Volgare
      Aho! Annavo a magfnà e te monto su quer bidone de la Esse - e 'an vedi? - nun me vado a incoccià con 'no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e 'na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglià con st'artro burino perché - dice - jé acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, ma cchi spinge? e certo che spinge! chi, io? ma va a magnà er sapone!
      'Nzomma, meno male che poi se va a sede.
      E bastasse! Sarà du' ore dopo, chi s'arrivede? Lo stronzo, ar Colosseo, che sta a complottà con st'artro quà che se crede d'esse er Christian Dior, er Missoni, che so, er Mister Facis, li mortacci sui! E metti un bottone de quà, e sposta un bottone de là, a acchittate così alla vitina, e ancora un po' ce faceva lo spacchetto, che era tutta 'na froceria che nun te dico. Ma vaffanculo!


Sonetto
      Tanto gentile la vettura pare
      che va da Controscarpa a Ciamperetto
      che le genti gioiose a si pigiare
      vi van, e va con esse un giovinetto.
      Alto ha il collo, e il cappello deve stare
      avvolto in un gallone a treccia stretto:
      potrai tu biasimarlo se un compare
      iroso insulta, che gli pigia il retto?
      Ora s'è assiso. Sarà d'uopo almeno
      ritrovarlo al tramonto, quando poi
      non lontano dal luogo ove sta il treno
      s'incontri un amico, che gli eroi
      della moda gli lodi, e non sia alieno
      dall'aumentare li bottoni suoi.
figure retoriche
Telegrafico
BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP PROBLEMA CONCERNE ALLUCI TOCCATI TACCO PRESUMIBILMENTE AZIONE VOLONTARIA STOP TIZIO ABBANDONA DIVERBIO PER POSTO LIBERO STOP ORE DUE STAZIONE SAINTLAZARE TIZIO ASCOLTA CONSIGLI MODA INTERLOCUTORE STOP SPOSTARE BOTTONE SEGUE LETTERA STOP
Versi liberi
      L'autobus
      pieno
      il cuore
      vuoto
      il collo
      lungo
      il nastro
      a treccia
      i piedi
      piatti
      piatti e appiattiti
      il posto
      vuoto
      e l'inatteso incontro alla stazione dai mille fuochi spenti
      di quel cuore, di quel collo, di quel nastro, di quei piedi,
      di quel posto vuoto
      e di quel
      bottone.


Anglicismi
      Un dèi, verso middèi, ho takato il bus and ho seen un yungo manno con uno greit necco e un hatto con una ropa texturata. Molto quicko questo yungo manno becoma crazo e acchiusa un molto rrspettabile sir di smashargli i fitti. Den quello runna tovardo un anocchiupato sitto.
      Leiter lo vedo againo che ualcava alla steiscione Seintlàzar con uno friendo che gli ghiva suggestioni sopro un bàtton del cot.
Botanico
      Dopo aver fatto il porro sotto un girasole fiorito, m'innestai su un cetriolo in rotta orto-gonale. Là sterrai uno zucchino dallo stelo inverosimilmente lungo, e il melone sormontato da un papavero avvolto da una liana. E questa melanzana si mette a inghirlandare una rapa che gli stava spiaccicando le cipolle. Datteri! Per evitar castagne, alla fine andò a piantarsi in terra vergine.
      Lo rividi più tardi al mercato ortofrutticolo. Si occupava di un pisellino proprio al sommo della sua corolla.
figure retoriche
Medico
      Dopo una breve seduta elioterapica, temendo d'esser messo in quarantena, salii finalmente su un'autoambulanza piena di casi clinici. Laggiù mi accade di diagnosticare un dispeptico ulceroso affetto da gigantismo ostinato con una curiosa elongazione tracheale e un nastro da cappello affetto da artrite deformante. Questo tale, preso subitamente da crisi isterica, accusa un maniaco despressivo di procurargli sospette fratture al metatarso. Poi, dopo una colica biliare, va a calmarsi le convulsioni su di un posto-letto.
      Lo rivedo più tardi al Lazzaretto, a consultar un ciarlatano su di un foruncolo che gli rovinava i muscoli pettorali.
figure retoriche
Modern style
      Okey baby, se vuoi proprio saperlo. Mezzpgiorno, autobus, in mezzo a una banda di rammolliti. Il più rammollito, una specie di suonato con un collo da strangolare con la cordicella che aveva intorno alla berretta. Un floscio incapace anche di fare il palo, che nel pigia-pigia, invece di dar di gomito e di tacco come un duro, piagnucola sul muso a un altro duro che dava di acceleratore sui suoi scarpini - tipi da colpire subito sotto la cintura e poi via, nel bidone della spazzatura. Baby, ti ho abituata male, ma ci sono anche ometti di questo tipo, beata te che non lo sai.
      Okey, il nostro fiuta l'uppercut e si butta a sbavare su un posto per mutilati, perché un altro rammollito se l'era filata come se arrivasse la Madama.
      Finis. Lo rivedo due ore dopo, mentre io tenevo duro sulla bagnarola, e che ti fa il paraplegico? Si fa mettere le mani addosso da un flosio della sua razza, che gli fiata sulla balconata una storia di bottoni su e giù che sembrava Novella Duemila.


Geometrico
      In un parallelepipedo rettangolo generabile attraverso la linea retta d'equazione 84x+S=y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l>n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura.
      Se l'omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r<l.
      Determinare l'altezza h di questo punto di contatto in rapporto all'asse verticale dell'omoide A.
figure retoriche
Interiezioni
      Pssst! Ehi! Ah! Oh! Hum! Ouf! Eh! Toh! Puah! Ahia! Ouch! Ellala'! Pffui! No!? Sì? Boh! Beh? Ciumbia! Urca! ma va!
      Che?!! Acchio! Te possino! Non dire! Vabbe'! Bravo! Ma no!
figure retoriche
Prezioso
      Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezza con accecante virilità le opime mammelle dell'orizzonte ambrato. L'asfalto palpitava goloso esalando gli acri incensi del suo canceroso catrame roso da rosate lepre. Carro falcato, cocchio regale, gravido di enigmatica e sibilante impresa, l'automobile ruggì a raccoglier messe umana molle di molli afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu dici Monceau, o Ermione. Sulla lucida piattaforma di quella macchina da guerra della gallica audacia, ove la folla s'inebria di amebiche voluttà, un efebo, di poco avanti alla stagione che ci fa mesti, con una calotta fenicia onusta di serpenti, la voce esile dal sapor di genziana, alto levò un clamore, e l'amarezza dei suoi lombi espanse, e de' suoi calzari feriti da un barbaro, da un oplite ferigno, da un silvestre peltasta.
      Poscia, anelante e madido, cercò riposo, esangue di deliquio. Di poco la clessidra aveva sbavato i suoi rugosi umori e ancora il vidi, alla Corte di Roma, astato come bronzo, con un sodale dal volto d'Erma e senza cigli, androgino Alcibiade che il petto gli indicava, il dito come strale, l'ugne tese a ferire. E con voce d'opale, di un bottone diceva, e di sua ascesa, a illeggiadrir la taglia, e a tener la rugiada umida lungi
Sogno
Mi pareva che tutto intorno fosse brumoso e biancastro tra presenze multiple e indistinte, tra le quali si stagliava tuttavia abbastanza netta la figura di un uomo giovane, il cui collo troppo lungo sembrava manifestarne da solo il carattere vile e astioso. Il nastro del suo cappello era sostituito da una cordicella intrecciata. Poco dopo ecco che discuteva con un individuo che intravvedevo in modo impreciso e poi - come colto da sùbita paura - si gettava nell'ombra di un corridoio.
      Un altro momento del sogno me lo mostra mentre procede in pieno sole davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito».
      A questo punto mi sono svegliato.


Lo stile prezioso
La preziosità è una moda culturale che invase l'Europa all'inizio del XVII secolo. In Italia, essa è rappresentata dal marinismo, cioè dal movimento che nasce a seguito di Giovan Battista Marino. Egli inaugura, all'interno del filone barocco, un tipo di poesia che si caratterizza per un'esuberanza di gusto e uno stile "prezioso", in opposizione al principio rinascimentale dell'imitazione dei classici e al rispetto del gusto classico. In Francia, questa moda prettamente letteraria ha dato luogo al formarsi di salotti preziosi, dov'era di regola il desiderio di distinguersi.
Ogni periodo storico ha le sue mode (le sue curiosità): quello che ai nostri occhi può apparire talvolta molto ridicolo, in realtà fa parte di un insieme culturale da prendere sul serio, proprio come quello in cui viviamo (che non manca di cose "ridicole"). Per ridere un po', e rendersi conto di come ogni moda sia, effettivamente, legata ad un certo periodo storico al di fuori del quale perde ogni fondamento, riporto qui di seguito alcune curiosità della corrente "preziosa" riguardo all'uso della lingua.
figure retoriche
Lo "stile" prezioso:

  • per distinguersi dagli altri, i "preziosi" inventano di frequente neologismi che avevano proprio lo scopo di fare ammirare l'ingegnosità del coniatore;
  • l'esagerazione e l'iperbole erano usate di frequente, e accanto ad esse l'antitesi (ad es. nell'espressione una persona audacemente paurosa);
  • la volontà di mantenersi all'interno di un linguaggio epurato (il rispetto della cosiddetta bienséance) porta al rifiuto dei termini troppo crudi, realistici, equivoci o comunque in qualche modo offensivi per la morale. Quest'atteggiamento provoca un uso estensivo della perifrasi, per evitare parole equivoche; si rifiutano il linguaggio popolare e i linguaggi tecnici, accentuando il divario tra "parole nobili" e "parole basse".
  • i preziosi amavano la precisione: ogni parola doveva essere usata col suo significato primo; ma, nello stesso tempo, il loro linguaggio era ricco di termini dal significato vago o del tutto inutile.

figure retoriche
Esempi (tradotti dal francese):
Vi sono tanti esempi di perifrasi dell'epoca: la scopa era definita "lo strumento della pulizia", la candela "il supplemento del sole", il cappello "lo sfidante il tempo", il camino "l'impero di Vulcano", la mano "la bella movente", i piedi "i cari sofferenti", il pane "il sostegno della vita", lo specchio "il consigliere delle grazie", la poltrona "la comodità della conversazione".
Altri esempi di perifrasi racchiudono anche delle metafore ardite: i denti "il mobilio della bocca", incipriarsi "lustrare il proprio viso", le guance "i troni del pudore", la luna "la fiamma della notte", la musica "il paradiso delle orecchie", il naso "le chiuse del cervello", gli occhi "gli specchi dell'anima".


Gli stili narrativi,
ovvero
Narratore vs Personaggi

Il rapporto tra narratore e storia narrata può essere molto vario a seconda del testo che leggiamo. Si può raccontare una storia o parlare di una cosa utilizzando stili retorici molto diversi tra loro (vedi Ma lo stile cos'è?), ma si può anche giostrare sullo stile della narrazione. Vediamo da vicino quali sono gli stili narrativi fondamentali.
figure retoriche
Il discorso narrativizzato (o raccontato)
Il discorso raccontato, come lo dice il nome, prevede la massima distanza tra il narratore da un lato e la vicenda di cui narra la storia dall'altra. La si ha quando in un testo non si trova neanche un discorso riportato (un discorso tra virgolette): il narratore si assume completamente la narrazione e non lascia ai personaggi nessuno spazio per esprimersi autonomamente.

Esempio:
Informai mia madre della mia decisione di sposare Alberta.
Secondo Tvezan Todorov, in questo caso il Narratore ne sa più del Personaggio, nel senso che è più informato di lui sulla vicenda. Possiamo allora dire che:
N > P
È il tipico caso di narratore tradizionale, alla Manzoni, dove il lettore è preso per mano dal narratore che gli spiega tutto, lo conduce nella narrazione, lasciando un personaggio da una parte per seguirne altri, dando giudizi personali sugli avvenimenti, ecc.
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Lo stile indiretto
Lo stile indiretto prevede l'inglobamento, da parte del narratore, del discorso dei personaggi. Le virgolette sono assenti, come nel discorso narrativizzato, ma a differenza di questo si trovano nel testo delle tracce dell'operazione compiuta dal narratore, che fanno capire dove esso si assume i discorsi dei personaggi.

Esempio:
Dissi a mia madre che dovevo assolutamente sposare Alberta.
Secondo Tvezan Todorov, anche in questo caso il Narratore ne sa più del Personaggio, ma essi hanno comunque una figura più personalizzata che non nel caso precedente. Dovremo, comunque, ugualmente dire che:
N > P
Lo stile indiretto libero è un'importante variante dello stile indiretto, portato al massimo grado di perfezione nelle opere di Flaubert. In questo caso il passaggio da una narrazione che riporta il discorso del narratore ad una narrazione in cui il narratore si assume e fa propri i discorsi dei personaggi diventa molto labile, e crea una notevole ambiguità stilistica.

Esempio:
Andai a trovare mia madre: dovevo assolutamente sposare Alberta.
Come sopra, il Narratore ne sa più del Personaggio, ma l'importanza e l'oggettività della figura dei personaggi va assumendo connotati sempre più chiari, con un narratore che, talvolta, piega il proprio punto di vista cercando di entrare nelle loro coscienze. In questo caso abbiamo:
N figure retoricheP
figure retoriche
Il monologo interiore
Frutto della moderna ricerca narratologica, il monologo interiore, la cui invenzione si deve al francese Édouard Dujardin, è stato portato ad una perfezione stilistica da Joyce nell'Ulysses (1922). Questo stile narrativo presuppone un narratore che segua fedelmente i pensieri del personaggio, al loro sorgere e nel loro sviluppo, attraverso un racconto sprovvisto di punteggiatura e, talvolta, sgrammaticato. Esso rappresenta il tentativo più complesso di far entrare la figura del narratore non solo nei pensieri, ma persino nella coscienza dei personaggi.

Esempio:
Scendo dall'auto quest'auto schifosa non l'ho mai sopportata devo cambiarla ma per farlo dovrei di nuovo chiedere un prestito a mia madre uffa mia madre a volte non mi capisce e chissà cosa dirà se le dico che devo sposare Alberta devo assolutamente sposarla uffa.
Questa volta il Narratore ne sa esattamente quanto il Personaggio, di cui si fa semplice portavoce dei pensieri:
N = P
figure retoriche
Il discorso riportato
Rappresenta la forma più mimetica tra gli stili narrativi, nel senso che in essa i personaggi sembrano liberi di esprimere autonomamente i propri pensieri attraverso dei discorsi diretti, senza alcuna intromissione da parte del narratore. In testi di questo genere abbonda l'uso delle virgolette, che circoscrivono e separano il discorso dei personaggi da quello del narratore.

Esempio:
Dissi a mia madre: "Bisogna assolutamente che io sposi Alberta".
Questo stile narrativo può comprendere casi tradizionali di rapporto tra Narratore e Personaggi, ma anche casi più sperimentali, in cui il Narratore sa solo quello che viene detto dai Personaggi. In tal senso, i discorsi detti dai personaggi sono per lui, come per un qualsiasi lettore, degli indizi importanti per capire la vicenda. Diremo che:
N figure retoricheP
Bibliografia
Il testo di base dal quale abbiamo tratto materiale per la stesura di quest'articolo è il seguente:

Gérard Genette, Discours du récit (1972);

testo molto famoso nell'ambito della critica strutturalista e, in particolare, narratologica.

Per chi volesse approfondire sui testi il passaggio dall'indiretto libero al monologo interiore può essere interessante partire dai testi di Gustave Flaubert (ad es. Mme Bovary), leggere poi i tentativi fatti dal meno noto scrittore Édouard Dujardin, e finire con l'Ulysses di Joyce, in cui la tecnica del monologo interiore si esplica con maestria.
È utile anche la seguente lettura:

T. Todorov, Letteratura e significato, 1967.



I sei fattori della comunicazione e le teorie letterarie

I 6 fattori minimi della comunicazione linguistica, secondo Jakobson, sono i seguenti:
1. il CODICE
È l'insieme delle convenzioni segniche per cui è stabilito che un dato segno (mimico, fonico, linguistico, ecc) ha un dato significato.
Ad es., il codice della strada è fatto perlopiù di segni iconici posti su cartelli di vario formato (rettangolare, triangolare, tondo), dove a ciascuno è attribuito un particolare significato (il triangolo significa attenzione, il tondo rosso con la barra bianca in orizzontale significa divieto di accesso, ecc). Il codice è accettato convenzionalmente dagli utenti (in questo caso, i guidatori), e dunque riconosciuto come tale.
2. il MESSAGGIO
È ciò che si vuole dire all'altro attraverso i segni, il codice; è il contenuto dell'atto comunicativo.
3. il CONTATTO
È il mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione, in senso assolutamente materiale: nel caso della segnaletica stradale, è il metallo dei cartelli e la tinta dei disegni; nel caso, ad es., della comunicazione orale, è l'aria attraverso cui passano i suoni; nel caso della comunicazione scritta, è la carta.
4. il CONTESTO
È il contesto di realtà in cui avviene l'atto comunicativo, dato da tutte le circostanze che costituiscono in qualche modo una premessa all'atto comunicativo.
Ad es., nel caso della segnalitica stradale, la premessa (implicita) è che esistano delle strade con delle automobili e dei guidatori.
Ad un livello più generale, il contesto di realtà è la situazione in cui avviene la comunicazione.
5. il DESTINATARIO
È colui al quale è rivolto il messaggio dell'atto comunicativo.
Nel caso della segnaletica stradale, è il guidatore.
6. il DESTINATORE
È colui che rivolge il messaggio dell'atto comunicativo.
Nel caso della segnaletica stradale, è un'istituzione definita dalla società per regolarizzare i traffici stradali.
Dato che la letteratura è un particolare tipo di comunicazione, è possibile tradurre questi 6 fattori generali dell'atto comunicativo in 6 fattori particolari dell'atto letterario. Rispettivamente all'ordine usato sopra, si avrà quindi:
1. il CODICE => la LINGUA+ la CONVENZIONE LETTERARIA
Per quanto riguarda il discorso letterario, il codice è non soltanto l'insieme del sistema segnico linguistico (ad es., nel caso della Divina Commedia, la lingua fiorentina trecentesca), ma anche l'insieme del sistema stilistico-retorico a cui appartiene il testo (poesia, prosa, poema in prosa, sonetto, ode, lirica, diario, ecc.).
Quest'ultimo aspetto, in particolare, è la cosa spesso più interessante da analizzare in un'opera letteraria, a maggior ragione quando non si tratta solo di verificare l'appartenenza di un testo a un preciso genere, quanto di verificarne l'originalità attraverso le eventuali trasgressioni al genere di appartenenza.
Un esempio di teoria letteraria che si focalizza sullo studio del codice è lo strutturalismo, con la sua attenzione rivolta alla distinzione dei generi tramite opposizioni binarie e confronti sincronici.
2. il MESSAGGIO => il TESTO
Attinenti al messaggio letterario sono tutti quegli elementi appartenenti esclusivamente all'ambito del testo: per es. le tematiche, i personaggi, le azioni, ecc.
Il formalismo russo è un chiaro esempio di teoria letteraria che si sofferma quasi del tutto questo fattore; senza uscire mai dal testo (quindi senza guardare né il contesto storico, né l'autore, ecc.), i formalisti ricercano gli elementi che si ripetono come costanti all'interno dell'opera.
3. il CONTATTO => la TRASMISSIONE
La trasmissione di un testo letterario avviene generalmente attraverso il materiale cartaceo, solo raramente (e anticamente) attraverso la memoria e la ripetizione orale. Con le nuove tecnologie digitali, e la nascita di Internet, si deve però cominciare a considerare anche l'elettricità e il computer due possibili futuri oggetti di trasmissione anche per le opere letterarie (tra l'altro esistono già, in rete, numerose biblioteche virtuali).
Il problema della trasmissione in genere non viene affrontato in letteratura, tranne nel caso in cui essa sia, per varie ragioni, motivo d'ostacolo alla ricezione dell'opera: ad es. nel caso in cui un manoscritto è andato perso, o si è deteriorato; oppure nel caso in cui si debbano confrontare varie versioni di una stessa opera; ecc. Gli studi filologici, in particolare, sono focalizzati su questi problemi.
4. il CONTESTO => il CONTESTO STORICO
È ciò che assai spesso lo studente italiano recepisce della letteratura, concentrandosi sulla "storia della letteratura" invece che, per es., sullo studio dei generi o sull'analisi testuale.
Dare la priorità allo studio del contesto storico significa inquadrare storicamente e geograficamente la nascita e lo sviluppo di un testo letterario, trovarne le ragioni in motivi di ordine politico, sociale e/o economico, spiegarne gli accenti rispetto alla tradizione passata, ecc.
Ma l'analisi del contesto storico non si limita solo alla realtà esterna al testo; prende anche in considerazione il contesto storico interno al testo, cioè problemi come: dov'è ambientata la vicenda? in che periodo storico? ecc.
5. il DESTINATARIO => il LETTORE
La nozione di "lettore" di un testo, apparentemente chiara e banale per tutti, è in realtà piena di insidie. Con lo stesso termine si designano infatti almeno due realtà molto diverse:
1. il lettore implicito (sottinteso dal testo)
2. il lettore reale (quello che effettivamente legge il testo)
e ancora:
1. il lettore collettivo (la società)
2. il lettore individuale (il singolo lettore).
Tutti questi concetti riassumono i problemi legati alla ricezione dell'opera, alla sua fortuna.
La teoria letteraria più attenta ai problemi del lettore è l'approccio Reader-Oriented.
6. il DESTINATORE => l'AUTORE
L'autore del testo non è un istanza meno problematica di quella del lettore. Comunque sia, basterà qui ricordare che intorno alla sua figura ruotano questioni come quelle degli eventuali tracce autobiografiche di un testo, della situazione di vita reale che riguarda l'autore (la biografia), ecc. Ovviamente, per certi aspetti, questi problemi sono legati al contesto storico (punto 4).
Teorie letterarie di tipo più romantico-umanistico rappresentano studi focalizzati sull'autore.
Le funzioni del linguaggio
Cosa voglio fare parlando?
Quando parliamo compiamo delle vere e proprie azioni: azioni linguistiche, ovviamente, che non sono però meno incisive sulla realtà delle azioni gestuali. Se un bambino dice alla propria mamma "dammi la pappa", egli raggiunge esattamente lo stesso scopo di quando, piangendo, le ricorda che è l'ora di mangiare.
Le funzioni della lingua
Ogni funzione predilige uno dei 6 elementi che costituiscono l'atto comunicativo (vedi Jakobson e i 6 fattori della comunicazione): il destinatore, il destinatario, il contesto, il codice, il messaggio e il contatto.

Premesso che un atto linguistico non risponde MAI ad una sola funzione linguistica, ma spesso a più d'una e talvolta in maniera celata, vediamole da vicino una alla volta:

Funzione emotiva
È la funzione che si concentra sul destinatore del messaggio (o emittente). L'emittente (colui che parla) esprime attraverso il linguaggio la propria emotività, il proprio mondo interiore e il proprio modo di sentire le cose. La lingua diventa uno strumento di esteriorizzazione di sentimenti e stati d'animo.

Funzione conativa (o persuasiva)
È la funzione che si concentra sul destinatario. Si verifica quando l'emittente utilizza il linguaggio per cercare di convincere l'altro delle proprie idee, per persuaderlo a fare ciò che vuole. La funzione conativa (dal latino conari, "tentare", "far di tutto per...") può essere espressa come una supplica, una minaccia, un suggerimento o anche solo un'osservazione.

Funzione referenziale (o informativa)
È la funzione che si concentra sul contesto. L'emittente parlando dà delle informazioni al ricevente che vanno spesso al di là del semplice significato delle parole che utilizza, e che derivano da un insieme di fattori sociali, economici, politici, ecc. che riguardano lo stesso emittente. Per esempio, un accento particolare può indicare la provenienza geografica di chi sta parlando, oppure l'uso di una terminologia particolare può dare delle informazioni sul suo status sociale e culturale (emittente più o meno giovane, più o meno colto, ecc.).

Funzione poetica
È la funzione che si concentra sul codice. Deriva dalla scelta particolare che l'emittente compie nel curare la forma con la quale esprimere il proprio messaggio. Questa scelta può andare dal genere letterario (problema dello scrittore: scrivo un romanzo? una poesia? uso endecasillabi? stile libero? ecc.), alla collocazione sintattica delle parole ("io amo te", "amo te, io", io ti amo", ecc.), all'attenzione rivolta per gli effetti sonori (ripetizioni, assonanze, ecc.), ecc.

Funzione metalinguistica
È la funzione che si concentra sul messaggio. È quella funzione che si attua quando emittente e ricevente si concentrano sul significato e la forma del messaggio e, in generale, del linguaggio. Qualche esempio si ha quando si chiede a qualcuno di ripetere quello che ha detto, oppure quando si chiede il significato di una parola, ecc.

Funzione fàtica
È la funzione che si concentra sul contatto. Essa si rende esplicita, la maggior parte delle volte, quando c'è un disturbo nella trasmissione del messaggio, e comunque quando, in un modo o nell'altro, si presenta il problema del canale comunicativo. Qualche esempio: quando rispondiamo al telefono dicendo "pronto" diamo un segnale fàtico all'emittente che ci vuol parlare, che corrisponde pressoché al seguente: "la trasmissione funziona e sono pronto a ricevere il messaggio"; quando qualcuno ci parla e noi ascoltiamo, spesso usiamo intercalari come "sì... già... ehm... certo!" che hanno la funzione fàtica di assicurare l'emittente che ci siamo e lo stiamo ascoltando; ad un livello più complesso, un saggio di filologia si compone di riflessioni, informazioni, ecc. quasi tutte di carattere fàtico, cioè concentrate sul problema della trasmissione dei testi nel corso dei secoli.
figure retoriche
Gli atti performativi
In linguistica si fa riferimento alle "azioni linguistiche" parlando di atti performativi. È il linguista J. L. Austin, nelle sue lezioni del 1955 raccolte in "How to do things with words" ("Come fare cose con le parole") ad averne definito per primo la natura.

Nel suo saggio, Austin distingue tre diversi livelli nell'uso del linguaggio:
1. l'atto locutivo --> è l'emissione di una frase (emissione linguistica) con un certo significato e un certo referente. È il primo livello d'uso del linguaggio.
2. l'atto illocutivo --> è la "forza convenzionale" con la quale si compie l'atto locutivo, cioè la maniera in cui viene utilizzata la frase in questione per raggiungere un certo fine o rispondere ad una certa esigenza (ad es. rispondere ad una domanda, dare informazioni, annunciare un'intenzione, dare una dexcrizione, fare una critica, ecc.). È il secondo livello d'uso del linguaggio.
3. l'atto perlocutivo --> è la conseguenza dell'atto locutivo con la forza dell'atto illocutivo, il risultato nel mondo oggettivo dell'atto linguistico.

Esempio 1:
Situazione: Mario dice a Giulia: "Colpiscilo!", e Giulia colpisce Andrea.
Atto locutivo: l'emissione della frase "Colpiscilo!", col suo significato ("Dai un pugno a lui") e il suo insieme di referenti (Io Mario dico a te Giulia di colpire lui Andrea).
Atto illocutivo: il tentativo, da parte di Mario, di convincere Giulia a colpire Andrea.
Atto perlocutivo: il fatto che Giulia colpisca Andrea.

Esempio 2:
Situazione: Giovanni è in mezzo alla corrente e dice a Massimo: "Sento freddo".
Atto locutivo: l'emissione della frase "Sento freddo", col suo significato ("Ho i brividi") e il suo insieme di referenti (in questo caso solo uno: io Giovanni)
Atto illocutivo: il tentativo, da parte di Giovanni, di indurre Massimo a chiudere la finestra.
Atto perlocutivo: Massimo si alza e chiude la finestra.

Dopo aver definito l'esistenza dell'atto illocutivo, Austin individua l'esistenza dei cosiddetti "verbi di forza illocutoria", cioè proprio di quei verbi che sono causa della forza dell'atto illocutivo. La lista fornita dallo studioso è la seguente:
1. verbi verdettivi --> verbi che esprimono un verdetto (da parte di un giudice, un arbitro, ecc.)
2. verbi esercitivi --> verbi che esprimono l'esercizio di poteri, diritti o influenze (come il verbo votare, ordinare, avvisare, ecc.)
3. verbi commissivi --> verbi che indicano la promessa, l'impegno a far qualcosa
4. verbi comportativi --> tutti quei verbi che hanno a che fare con il comportamento sociale (ad es. scusarsi, congratularsi, fare le condoglianze, sfidare, ecc.)
5. verbi espositivi --> verbi che chiarificano la maniera in cui si stanno utilizzando le parole (es. ribadire, postulare, assumere, illustrare, concedere, sostenere, ecc.)
Sugli atti performativi, oltre al testo di Austin:

J. L. Austin, How to do things with words

può essere interessante approfondire l'argomento degli atti linguistici attraverso la seguente raccolta di articoli:

Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio, a cura di M. Sbisà

che racchiude interventi di autori come lo stesso Austin, Strawson, Vendler e Searle

 

 

fonte: http://www.scicom.altervista.org/tecniche.html tipo documento .doc data Autere: se non è indicato nell'articolo non è specificato nel documento

pubblicazione 16/1/11

 

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