Leggende tutto di tutto

 

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La leggenda è un tipo di racconto molto antico, come il mito la favola e la fiaba, e fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartiene alla tradizione orale e nella narrazione mescola il reale al meraviglioso.

La parola "leggenda" deriva dal latino legenda che significa "cose che devono essere lette", "degne di essere lette" e con questo termine, un tempo, si voleva indicare il racconto della vita di un santo e soprattutto il racconto dei suoi miracoli.

In seguito la parola acquistò un significato più esteso e oggi la parola leggenda indica qualsiasi racconto che presenti elementi reali ma trasformati dalla fantasia, tramandato per celebrare fatti o personaggi fondamentali per la storia di un popolo, oppure per spiegare qualche caratteristica dell'ambiente naturale e per dare risposta a dei perché.

Le leggende si rivolgono alla collettività, come i miti e spiegano l'origine di qualche aspetto dell'ambiente, le regole e i modelli da seguire, certi avvenimenti storici, o ritenuti tali, allo scopo di rinsaldare i legami d'appartenenza alla comunità.

 

Le leggende popolari non sono mai inventate da una sola persona, ma alla loro invenzione concorrono sempre più persone che, con il trascorrere del tempo, trasformano un fatto vero in un fatto sempre più leggendario. Le leggende non raccontano mai dei fatti puramente inventati ma contengono sempre una parte di verità che viene trasformata in fantasia perché gli uomini vogliono scoprire sempre la causa di certi fatti che non conoscono bene e pertanto cercano di spiegarli con l'immaginazione. Gli uomini dell'antichità, che non usavano ancora i metodi della scienza, vedendo di giorno la luce del sole e di notte il buio, per spiegarsi il fenomeno, collegavano i due fatti con la fantasia immaginando, a volte, che ci fosse qualcuno in cielo che spostasse il carro del sole; in altri casi immaginavano che il sole e la luna fossero dei fratelli litigiosi che non volevano mai incontrarsi. Ci sono leggende nate per conferire prestigio al proprio paese, come nel caso degli Svizzeri che hanno trasformato Guglielmo Tell, un montanaro probabilmente realmente esistito, in un eroe straordinario e coraggioso. Anche dalle paure degli uomini sono nate le leggende. Infatti quando gli uomini hanno paura attribuiscono, con la fantasia, dei caratteri spaventosi alle cose che vedono o sentono, come l'ululato di un lupo o del vento, e spesso lo trasformano in un fantasma o in un essere mostruoso.

 

Fonte Wikipedia

 

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La leggenda di Eolo


Zeus, re degli Dei, era preoccupato perché i venti, messaggeri di sua moglie Era, erano troppo liberi e provocavano molti danni.
Decise allora di affidarli a Eolo, figlio del dio del mare. Eolo divenne così il dio dei venti. Viveva a Lipari, nell’Arcipelago delle Isole Eolie a nord della Sicilia. Qui custodiva i venti in un otre una sacca di pelle di capra; li liberava solo quando era necessario e li guidava ciascuno nella direzione giusta.
Oltre a dominare i venti, Eolo sapeva prevedere il tempo. Per farlo, osservava la forma delle nubi sopra il vulcano Stromboli.

 

Fonte: cmapspublic2.ihmc.us

 

 

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La Leggenda del Grande Inquisitore

 

La leggenda del grande inquisitore è un  apologo, un racconto fatto da un Ivan Karamazov all’ interno del grande romanzo di Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, pubblicato in Russia nel 1880. 
Il romanzo è la lunga storia della famiglia Karamazov, e delle sofferenze, degli odi e delle passioni che legano quattro fratelli e il loro padre. Dostoevskij è uno dei più grandi e tormentati scrittori russi dell’800, sempre attento a scavare nelle profondità dell’animo umano, con le sue  pulsioni sordide o i suoi slanci generosi.  Ivan, il fratello che racconta la leggenda del grande inquisitore, nega l’opera di Dio, in nome delle sofferenze terrene e specialmente di quelle degli innocenti, in particolar modo dei bambini. Nella leggenda  del grande Inquisitore Ivan esprime la contrapposizione tra libertà e costrizione, tra fede nella vita e negazione di essa. Ivan che è un intellettuale e uno scrittore,  nella lotta che in lui si combatte tra sentimento e ragione, alla fine impazzisce.
 Nella leggenda del grande inquisitore si esprime, come vedrai, un forte pessimismo per la condizione umana e anche  l’esigenza di una spietata sincerità. Il vecchio inquisitore non si fa illusione sugli uomini anzi invita Gesù a lanciarsi alle spalle ogni immotivata speranza o irragionevole idealizzazione.
Proprio per questo, cioè la negazione dei valori ritenuti “sacri” e l’invito a guardare in faccia alla realtà, per quando tremenda e disperata essa sia, Dostoevskij è considerato un profeta del nichilismo, assieme a Nietzsche, suo contemporaneo. Nota bene che mentre nel senso comune nichilismo ha una connotazione negativa ( colui che non crede in nulla), in questi contesti filosofici non è necessariamente così. Il nichilismo, in questa accezione filosofica, é l’operazione di distruzione, di nullificazione, dei falsi valori che ingannano l’uomo, impedendogli di essere libero.  L’annullamento delle illusioni, anche quando  queste assumono la forma di Valori Eterni, è il primo passo per il recupero della libertà e della autenticità, come insegnano i filosofi del sospetto.

F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov

 

Il grande Inquisitore fa riferimento, nel sui discorso, alle tentazioni di Gesù.
Richiamo brevemente:
Gesù,  dopo il battesimo, si ritira per  quaranta giorni nel deserto. Lì subisce da parte del Diavolo tre tentazioni.  Le prime due sono richieste di miracolo  “ Comanda a queste pietre di diventare pane” e Gesù risponde “ Non di solo pane vive l’uomo”; poi portò Gesù nel punto più alto del tempio e gli chiede di buttarsi giù, perché Dio l’avrebbe protetto. Gesù risponde “ Non sfidare il Signore Dio tuo”.  Per ultimo il diavolo portò Gesù su una montagna da cui si vedevano tutti i regni del mondo e disse “ Io ti darò tutto questo se mi adorerai” e Gesù risponde “ Adora il Signore Dio tuo e solo a Lui rivolgi la preghiera” ( cfr MT 4, 1-11)
Il grande Inquisitore dà una interpretazione particolare a questo passo, come puoi vedere leggendo,  e confessa che la chiesa ( qui simbolo del Potere) ha ceduto a queste tentazioni, e giustamente, secondo lui.  Essa, infatti, non deve occuparsi dei virtuosi, dei buoni, che sono una infima minoranza degli uomini, ma dei deboli e dei vili che sono la stragrande maggioranza.

Nel testo io ho inserito dei paragrafi, sperando così di aiutarvi a seguire meglio il discorso, ovviamente non sono presenti nell’ originale e sono una interpretazione personale.

 

Sta parlando Ivan al fratello Aljosa

 

 

La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piú pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafé si bruciavano gli eretici.

1-  Nella Spagna dell’inquisizione, tra i roghi degli eretici, appare il personaggio misterioso  

Oh, certo, non è cosí che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piú leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piú bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa. I bambini gettano fiori dinanzi a Lui, cantano e Lo acclamano: “Osanna!”. “E’ Lui, è Lui”, ripetono tutti, “dev’essere Lui, non può esser che Lui”. Egli si ferma sul sacrato della cattedrale di Siviglia nel preciso momento in cui portano nel tempio, fra i pianti, una candida bara infantile aperta: c’è dentro una bambina di sette anni, unica figlia di un insigne cittadino. La bimba morta è tutta coperta di fiori. “Egli risusciterà la tua bambina”, gridano dalla folla alla madre piangente. Il prete della cattedrale uscito incontro alla bara guarda perplesso e aggrotta le sopracciglia. Ma ecco risonare a un tratto il grido della madre della bambina morta. Essa si getta ai Suoi piedi: “Se sei Tu, risuscita la mia creatura!”, esclama, tendendo le braccia verso di Lui. Il corteo si ferma, la bara è deposta sul sacrato ai Suoi piedi. Egli la guarda con pietà e le Sue labbra pronunziano piano ancora una volta: “Talitha kum”, “e la fanciulla si levò”. La bambina si solleva nella bara, si siede e guarda intorno sorridendo con gli occhietti sgranati, pieni di stupore. Ha nelle mani il mazzo di rose bianche col quale era distesa nella bara. Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona.

 

2- Il vecchio cardinale inquisitore lo fa arrestare e portare in prigione

 È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce. Oh, egli non ha piú la sontuosa veste cardinalizia di cui faceva pompa ieri davanti al popolo, mentre si bruciavano i nemici della fede di Roma: no, egli non indossa in questo momento che il suo vecchio e rozzo saio monastico. Lo seguono a una certa distanza i suoi tetri aiutanti, i servi e la “sacra” guardia. Si ferma dinanzi alla folla e osserva da lontano. Ha visto tutto, ha visto deporre la bara ai piedi di Lui, ha visto la bambina risuscitare, e il suo viso si è abbuiato. Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. E tanta è la sua forza e a tal punto il popolo è docile, sottomesso e pavidamente ubbidiente, che la folla subito si apre davanti alle guardie e queste, in mezzo al silenzio di tomba che si è fatto di colpo, mettono le mani su Lui e Lo conducono via. Per un istante tutta la folla, come un solo uomo, si curva fino a terra davanti al vecchio inquisitore; questi benedice il popolo in silenzio e passa oltre. Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui.

 

3-  Il grande inquisitore interroga l’ospite misterioso: perché sei venuto a disturbarci: domani ti farò bruciare, e il popolo che ti osannava, attizzerà il rogo! Non hai più nulla da dire: noi parliamo a nome tuo

Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:
– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

– Io non comprendo bene Ivàn, che voglia dir questo – sorrise Aljòsa, che aveva sempre ascoltato in silenzio; – è semplicemente una fantasia delirante, o un errore del vecchio, un assurdo qui pro quo?

– Ammetti pure quest’ultima ipotesi, – scoppiò a ridere Ivàn, – se il realismo contemporaneo ti ha già tanto guastato che tu non possa tollerare nulla di fantastico; vuoi che sia un qui pro quo? E sia pure! È vero, – e tornò a ridere, – il vecchio ha novant’anni e da un pezzo la sua idea poteva averlo fatto impazzire. Egli poteva essere stato colpito dall’aspetto esteriore del Prigioniero. Poteva infine essere un semplice delirio, la visione di un vecchio novantenne sulla soglia della morte, sovreccitato per giunta dall’autodafé dei cento eretici bruciati la vigilia. Ma qui pro quo o fantasia troppo sfrenata, non è lo stesso per noi? L’importante qui è solo che il vecchio deve infine manifestare il proprio pensiero e lo manifesta e dice ad alta voce ciò che per novant’anni ha taciuto.

– E il Prigioniero rimane zitto? Lo guarda e non dice nemmeno una parola?

  1. Ma è cosí che deve essere, in ogni caso, – rise nuovamente Ivàn. – Il vecchio stesso Gli osserva che Egli non ha il diritto di aggiunger nulla a quanto già fu detto. C’è appunto qui, se vuoi, il tratto piú fondamentale del cattolicesimo romano, come a dire. “Tutto è stato da Te trasmesso al papa, tutto quindi è ora nelle mani del papa, e Tu non venirci a disturbare, quanto meno prima del tempo”. In questo senso non solo parlano, ma anche scrivono i cattolici, i gesuiti almeno. L’ho letto io stesso nelle opere dei loro teologi.

 

  1. Volevi renderli liberi? Ma essi hanno consegnato la loro libertà ai nostri piedi!

“Hai Tu il diritto di rivelarci anche un solo segreto del mondo da cui sei venuto?”. – Gli domanda il mio vecchio e risponde egli stesso per Lui: – “No, Tu non l’hai, se non vuoi aggiungere qualcosa a quello che già fu detto e togliere agli uomini quella libertà che tanto difendesti quando eri sulla terra. Tutto ciò che di nuovo Tu ci rivelassi attenterebbe alla libertà della fede umana, giacché apparirebbe come un miracolo, mentre la libertà della fede già allora, millecinquecent’anni or sono, Ti era piú cara di tutto. Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Sí, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piú che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.

  1. Io torno a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?

 

4-            Noi inquisitori abbiamo reso gli uomini felici, non tu, con la libertà. Noi abbiamo completato  meglio di te la tua opera e abbiamo fino in fondo inteso le tre domande che ti sono state fatte nel deserto.

– Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

– Ma che cosa significa: “Non Ti sono mancati avvertimenti e consigli?” – domandò Aljòsa.

  1. Ma qui appunto sta l’essenza di ciò che il vecchio deve esprimere. “Lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere, – continua il vecchio, – il grande spirito. Ti parlò nel deserto, e nei libri ci è riferito come egli Ti avesse “tentato”. Non è cosí? Ma si poteva mai dire qualcosa di piú vero di quanto egli Ti rivelò nelle tre domande che Tu respingesti e che nei libri sono dette “tentazioni”? Tuttavia, se mai ci fu sulla terra un vero e clamoroso miracolo, fu in quel giorno, nel giorno di quelle tre tentazioni. Precisamente nella formulazione di quelle tre domande era racchiuso il miracolo. Se si potesse, soltanto a mo’ di esempio e di ipotesi, immaginare che quelle tre domande dello spirito terribile fossero scomparse dai libri senza lasciare traccia e che occorresse ricostruirle, pensarle e formularle di nuovo, per rimetterle nei libri, e se per questo si riunissero tutti i sapienti della terra – governanti, prelati, dotti, filosofi, poeti, – e si assegnasse loro questo compito: immaginate, formulate tre domande tali da corrispondere all’importanza dell’evento non solo, ma da esprimere per giunta in tre parole, in tre proposizioni umane, tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, – ebbene, credi Tu che tutta la sapienza della terra, insieme raccolta, potrebbe concepire qualcosa di simile per forza e profondità a quelle tre domande che Ti furono allora rivolte nel deserto dallo spirito intelligente e possente? Già solo da quelle domande e dal prodigio della loro formulazione si può capire che si ha da fare non con lo spirito umano transitorio, ma con quello eterno ed assoluto. In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra. Questo non poteva ancora, a quel tempo, essere cosí chiaro, poiché l’avvenire era ignoto, ma adesso, passati quindici secoli, noi vediamo che in quelle tre domande tutto era stato a tal segno divinato e predetto e che tutto si è a tal segno avverato, che non è piú possibile aggiungervi o toglierne alcunché.

 

5-            l’uomo vuole il pane, non la libertà, avere, non essere.

“Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”.

 

  1. Tu parli di libertà e di pane celeste, ma gli uomini sono deboli, viziosi, abbietti, non sono capaci di vivere insieme senza di noi, che decidiamo per loro.

 
Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? E se migliaia e diecine di migliaia di esseri Ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste? O forse Ti sono care soltanto le diecine di migliaia di uomini grandi e forti, mentre i restanti milioni, numerosi come la sabbia del mare, di esseri deboli, che però Ti amano, non devono servire che da materiale per i grandi e per i forti? No, a noi sono cari anche i deboli. Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piú avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata piú in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”.

 

  1. L’uomo ha bisogno di qualcuno a cui inchinarsi, qualcuno da adorare, tu non hai capito ! hai chiesto all’uomo cose che lui, vile e pauroso, non ti può dare

Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda poi quel che hai fatto in seguito. E sempre in nome della libertà! Io Ti dico che non c’è per l’uomo pensiero piú angoscioso che quello di trovare al piú presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza. Col pane Ti si dava una bandiera indiscutibile: l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è piú indiscutibile del pane; ma, se qualcun altro accanto a Te si impadronirà nello stesso tempo della sua coscienza, oh, allora egli butterà via anche il Tuo pane e seguirà colui che avrà lusingato la sua coscienza. In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani. Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo piú cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo piú seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è piú tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di piú inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosí terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità? Essi esclameranno, alla fine, che la verità non è in Te, perché era impossibile abbandonarli fra ansie ed angosce maggiori di come Tu facesti, lasciando loro tante inquietudini e tanti insolubili problemi. In tal modo preparasti Tu stesso la rovina del Tuo regno, e non darne piú la colpa a nessuno. Ma è questo intanto che Ti offriva? Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. Oh, certo, Tu agisti allora con una magnifica fierezza, come Iddio, ma gli uomini, questa debole razza di ribelli, sono essi forse dèi? Oh, Tu comprendesti allora che, facendo un solo passo, un solo movimento per gettarti giú, avresti senz’altro tentato il Signore e perduto ogni fede in Lui, e Ti saresti sfracellato sulla terra che eri venuto a salvare, e si sarebbe rallegrato lo spirito sagace che Ti aveva tentato.

 

  1. L’uomo ha bisogno dei miracoli, della magie, non della fede del cuore

Ma, ripeto, ce ne sono forse molti come Te? E in verità potevi Tu ammettere, non fosse che per un momento, che anche gli uomini avessero la forza di resistere a una simile tentazione? È forse fatta la natura umana per respingere il miracolo e, in cosí terribili momenti della vita, di fronte ai piú terribili, fondamentali e angosciosi problemi dell’anima, rimettersi unicamente alla libera decisione del cuore? Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato piú debole e piú vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava piú di se stesso!

 

  1. Hai stimato troppo l’uomo, hai dato doni che non vogliono

Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato piú vicino all’amore, perché piú leggera sarebbe stata la sua soma. Egli è debole e vile. Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensí dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. Essi lo diranno nella disperazione, e le loro parole saranno una bestemmia che li renderà anche piú infelici, perché la natura umana non sopporta la bestemmia e alla fin fine se ne vendica sempre da sé. Inquietudine dunque, tumulto e infelicità: ecco l’odierna sorte degli uomini, dopo che Tu tanto patisti per la loro libertà! Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribú. Ma se erano tanti, vuol dire che quelli erano piú dèi che uomini. Essi sopportarono la Tua croce, essi sopportarono diecine d’anni di vita famelica nel nudo deserto, cibandosi di cavallette e di radici; e certo Tu puoi appellarti con orgoglio a questi eroi della libertà, dell’amore libero, del libero e magnifico sacrificio da essi compiuto in nome Tuo. Ma ricordati che erano in tutto appena alcune migliaia, ed erano per giunta degli dèi, ma i rimanenti? E che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere cosí terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è cosí, c’è qui un mistero e noi non possiamo comprenderlo. E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza.

 

  1. Noi abbiamo corretto l’opera tua, abbiamo  capito veramente la natura umana, a abbiamo accettato quello che tu hai rifiutato nel deserto

E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire cosí? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone cosí umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? Perché mi guardi in silenzio coi tuoi miti occhi penetranti? Va’ in collera, io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Non so forse con chi parlo? Tutto ciò che ho da dirti, già Ti è noto, lo leggo nei Tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo piú con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell’ultimo dono ch’egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra. Ma di chi la colpa? Oh, quest’opera è finora soltanto agli inizi, ma è cominciata! Ancora a lungo si dovrà attenderne il compimento e molto ancora soffrirà la terra, ma noi raggiungeremo la mèta, saremo Cesari, e allora penseremo all’universale felicità degli uomini. Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini. Sempre l’umanità mirò nel suo insieme ad organizzarsi universalmente. Molti furono i grandi popoli con una grande storia, ma quanto piú elevati erano quei popoli, tanto piú erano infelici, perché piú fortemente degli altri sentivano il bisogno dell’unione universale degli uomini. I grandi conquistatori, i Timùr e i Gengis-Chan, passarono come un turbine sulla terra, cercando di conquistare l’universo, ma anche essi, per quanto inconsapevolmente, espressero quello stesso potente bisogno umano di unione mondiale ed universale. Accettando il mondo e la porpora di Cesare, Tu avresti fondato il regno universale e dato la pace universale. Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? E noi abbiamo preso la spada di Cesare, ma naturalmente, prendendola, ripudiammo Te e andammo dietro a lui. Oh, passeranno ancora secoli di orgia del libero pensiero, di umana scienza e di antropofagia, perché, avendo cominciato a costruire la loro torre di Babele senza di noi, è con l’antropofagia che termineranno. Ma proprio allora la bestia striscerà verso di noi e leccherà i nostri piedi e li spruzzerà con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi ci assideremo sulla bestia e leveremo in alto una coppa su cui sarà scritto “Mistero!”. Ma allora soltanto, e allora spunterà per gli uomini il regno della pace e della felicità.

 

  1. Tu hai portato la salvezza a pochi eroi, ma noi alla moltitudine della masse

Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti. D’altra parte, c’è anche questo: quanti di quegli eletti, e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo, si sono infine stancati di attenderli, e hanno portato e ancora porteranno su altri campi le forze del loro spirito e la fiamma del loro cuore, e finiranno anche per sollevare contro di te la loro libera bandiera! Ma questa bandiera l’innalzasti Tu stesso. Con noi invece tutti saranno felici e piú non si rivolteranno, né si stermineranno fra loro, come facevano dappertutto nella Tua libertà. Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi. Ebbene, avremo ragione, perché ricorderanno a quali orrori di servitú e di turbolenza li conducesse la Tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti e li porranno davanti a tali portenti e misteri insolubili, che di essi gli uni, ribelli e furiosi, si distruggeranno da sé, gli altri, ribelli ma deboli si distruggeranno fra loro, mentre i rimanenti, imbelli e infelici, si trascineranno ai nostri piedi e ci grideranno: “Sí, voi avevate ragione, voi soli possedevate il Suo segreto e noi torniamo a voi, salvateci da noi medesimi”. Ricevendo i pani da noi, certo vedranno chiaramente che prendiamo i loro stessi pani, guadagnati dalle loro stesse braccia, per distribuirli fra essi, senza miracolo alcuno, vedranno che noi non abbiamo mutato in pani le pietre, ma in verità, piú che del pane stesso, saranno lieti di riceverlo dalle nostre mani! Giacché troppo bene ricorderanno che prima, senza di noi, gli stessi pani da essi guadagnati si mutavano nelle loro mani in pietre, mentre, dopo il ritorno a noi, le pietre medesime si sono mutate nelle mani loro in pani. Troppo, troppo apprezzeranno quel che significa sottomettersi una volta per sempre! E finché gli uomini non capiranno questo, saranno infelici. Ma chi piú di tutti, dimmi, ha favorito questa incomprensione? Chi ha diviso il gregge e l’ha disperso per vie sconosciute? Ma il gregge tornerà a raccogliersi, tornerà a sottomettersi, e questa volta per sempre.

 

  1. Noi diamo la felicità ai deboli, guidiamo la loro vita

Allora noi daremo loro la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali essi furono creati. Oh, noi li persuaderemo infine a non inorgoglirsi, ché Tu li innalzasti e in tal modo insegnasti loro a inorgoglirsi: proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la piú dolce di tutte. Essi diverranno mansueti, guarderanno a noi e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e avranno paura di noi, e saranno fieri che noi siamo cosí potenti e cosí intelligenti da aver potuto pacificare un cosí tumultuoso e innumere gregge. Temeranno la nostra collera, i loro spiriti si faranno timidi, i loro occhi lacrimosi, come quelli dei bambini e delle donne, ma altrettanto facilmente passeranno, a un nostro cenno, all’allegrezza, ed al riso, alla gioia luminosa ed alle felici canzoni infantili. Certo li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un giuoco infantile con canti e cori e danze innocenti. Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Cosí faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia.

 

  1. Noi soli, custodi degli inganni che rendono gli uomini felici, siamo infelici: sulle nostre spalle ricade il peso della loro ingenua felicità

 Tutti, tutti i piú tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici. Ci saranno miliardi di pargoli felici e centomila martiri che avranno preso su di sé la maledizione di discernere il bene dal male. Essi morranno in pace, in pace si spegneranno nel nome Tuo e oltre la tomba non troveranno che la morte. Ma noi conserveremo il segreto e li lusingheremo, per la loro felicità, con una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, quand’anche in quell’altro mondo ci fosse qualcosa, non sarebbe certo per esseri simili. Si dice e si profetizza che Tu verrai e vincerai di nuovo, che verrai coi Tuoi eletti, superbi e possenti, ma noi diremo che essi hanno salvato solamente se stessi, mentre noi abbiamo salvato tutti. Si dice che la meretrice seduta sulla bestia, con la coppa del mistero nelle mani, sarà svergognata, che i deboli torneranno a rivoltarsi, strapperanno la sua porpora e denuderanno il suo corpo “impuro”. Ma io allora mi alzerò e Ti additerò i mille milioni di bimbi felici, che non conobbero il peccato. E noi, che ci siamo caricati dei loro peccati, per la felicità loro, noi sorgeremo dinanzi a Te e diremo: “Giudicaci, se puoi e se osi”. Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piú di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.

Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.

Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:

– Ma... è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesú e non la condanna... come tu volevi. E chi ti crederà là dove parli della libertà? È cosí, è forse cosí che va intesa? È quello il concetto che ne ha l’ortodossia?... Quella è Roma, e neppure tutta Roma, sbaglio, sono i peggiori fra i cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti!... E un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere affatto. Che cosa sono quei peccati degli uomini che egli ha presi su di sé? Chi sono quei detentori del mistero, che si sono addossata non so quale maledizione per la felicità degli uomini? Quando mai si son visti? Noi conosciamo i gesuiti, se ne parla male, ma sono forse come i tuoi? Non sono affatto cosí, sono tutt’altra cosa... Sono semplicemente l’armata romana per il futuro regno universale terreno, con l’imperatore, il pontefice romano, alla testa... ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna sublime tristezza... La piú semplice brama di potere, di sordidi beni terreni, di asservimento... una specie di futura servitú della gleba, nella quale essi sarebbero i proprietari fondiari... ecco tutto quello che essi vogliono. Forse non credono nemmeno in Dio. Il tuo inquisitore con le sue sofferenze non è che una fantasia...

– Fermati, fermati! – rise Ivàn, – come ti sei scaldato! Fantasia, tu dici, sia pure! Fantasia, certo. Permetti però: credi tu davvero che tutto questo movimento cattolico degli ultimi secoli non sia in realtà che una brama di potere in vista soltanto di beni volgari? È forse padre Paisio che t’insegna cosí?

  1. No, no, al contrario, padre Paisio diceva una volta perfino qualcosa del tuo genere... ma era una cosa diversa, certo, tutta diversa, – si riprese Aljòsa.

 

14-          Il tormento del inquisitore: il fallimento dei grandi ideali

 

– Informazione preziosa, però, nonostante il tuo “tutta diversa”. Io ti domando: perché i tuoi gesuiti e inquisitori si sarebbero collegati solo in vista di beni materiali e volgari? Perché non può incontrarsi fra di loro neanche un solo martire, tormentato da una nobile sofferenza e amante dell’umanità? Vedi: supponi che fra tutti questi uomini non desiderosi che di sordidi beni materiali se ne sia trovato anche uno solo come il mio vecchio inquisitore, che abbia mangiato anche lui radici nel deserto e si sia accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto, ma che però abbia in tutta la sua vita amato l’umanità: a un tratto ha aperto gli occhi e ha veduto che non è una gran felicità morale raggiungere la perfezione del volere, per doversi in pari tempo convincere che milioni di altre creature di Dio sono rimaste imperfette, che esse non saranno mai in grado di servirsi della loro libertà, che dai miseri ribelli non usciranno mai dei giganti per condurre a compimento la torre, che non per simili paperotti il grande idealista ha sognato la sua armonia... Dopo aver compreso tutto ciò, egli è tornato indietro e si è unito... alle persone intelligenti. Non poteva questo accadere?

– A chi si è unito, a quali persone intelligenti? – esclamò Aljòsa quasi adirato. – Essi non hanno né tanta intelligenza, né misteri o segreti di sorta... Forse soltanto l’ateismo, ecco tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!

– E anche se fosse cosí? Infine tu hai indovinato. È proprio cosí, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto, ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui, che ha sacrificato tutta la sua vita nel deserto per una grande impresa e non ha perduto l’amore per l’umanità? Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita cosí appassionatamente creduto! Non è questa un’infelicità? E anche se un solo uomo simile si fosse trovato alla testa di tutta quell’armata “avida di potere in vista di soli beni volgari”, non sarebbe sufficiente quest’unico perché si avesse la tragedia? Piú ancora: basterebbe che ci fosse alla testa un solo uomo cosí perché si scoprisse, finalmente, la vera idea direttiva di tutta l’opera di Roma, con tutte le sue armate e i suoi gesuiti, l’idea suprema dell’opera stessa. Te lo dico schietto, io credo fermamente che quest’unico non sia mai mancato fra quelli che erano alla testa del movimento. Chissà, ce ne sono stati anche fra i pontefici romani! Chissà, questo vecchio maledetto, che cosí ostinatamente e cosí a modo suo ama l’umanità, esiste forse anche oggidí sotto l’aspetto di tutta una schiera di vecchi consimili, e non già casualmente, ma perché esiste come un accordo, come una segreta alleanza, già da gran tempo stabilita per custodire il mistero, per salvaguardarlo dagli uomini sventurati ed imbelli, allo scopo di rendere costoro felici. Cosí è senza dubbio, e cosí dev’essere. Io immagino che perfino i massoni abbiano, fra i loro principi, qualcosa di analogo a questo mistero e che i cattolici odino tanto i massoni perché vedono in essi dei concorrenti, che spezzano l’unità dell’idea, mentre unico deve essere il gregge e unico il pastore... Del resto, difendendo il mio pensiero, io ho l’aria di un autore che non sopporta la tua critica. Ma basta di ciò!

  1. Sei forse massone anche tu! – sfuggí ad Aljòsa. – Tu non credi in Dio, – soggiunse, ma ormai con profonda amarezza. Gli parve inoltre che il fratello lo guardasse con fare canzonatorio. – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?

 

 

15-          Il silenzio e il bacio dell’agnello

– Io volevo finirlo cosí: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú... non venire mai piú... mai piú!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.

– E il vecchio?

– Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

 

F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282

 

 
Leggendo questo celeberrimo dialogo puoi notare le affinità con molte pagine filosofiche:

  1. Kierkegaard : il concetto di angoscia che la libertà di scelta dà all’uomo, e da cui l’uomo vuole scappare;
  2. Nietzsche : il bisogno spietato di sincerità, di esaminare fino in fondo i valori e gli ideali  della società e di conoscere la vera natura umana ( eroismo o viltà, libertà o schiavitù, individuo o gregge)

Dostoevskij sembra anticipare, -ma siamo nel 1880!-, alcuni dei grandi temi della società di massa e della tragica storia  del 900: i totalitarismi,  la manipolazione delle folle, la rinuncia alla libertà individuale in favore della massificazione.

Molti autori elaborano questi temi, tra gli altri:
- Erich Fromm, Fuga dalla libertà ( Escape from freedom,  1941) l’autore, psicoanalista, analizza come l’uomo d’oggi, raggiunta la libertà, non riesce ad usarla, anzi la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Molti, di fronte alle responsabilità che accompagna il godimento della libertà, preferiscono fuggire verso nuove frontiere di totalitarismo o si rifugiano nel conformismo della società di massa.

 

fonte: www.luciorizzotto.it

 

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La leggenda della Befana

I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambino Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina.
I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perchè là era nato il Salvatore. La donna che non capì dove stessero andando i Re Magi, non seppe dare loro nessuna indicazione. I Re Magi chiesero alla vecchietta di unirsi a loro, ma lei rifiutò perchè aveva molto lavoro da sbrigare.
Dopo che i tre Re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di unirsi a loro per andare a trovare il Bambino Gesù.
Ma nonostante li cercasse per ore ed ore non riuscì a trovarli e allora fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino.
E così ogni anno, la sera dell’ Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c’è un bambino per lasciare un regalo, se è se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.
La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell’immaginario collettivo un mitico personaggio con l’aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio, festa appunto dell’Epifania che segue il Natale e che commemora la visita dei Magi a Gesù.
L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Si rifà al suo aspetto la filastrocca (la Befanata) che viene recitata in suo onore:

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello alla romana
viva viva la Befana!

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), passa sopra i tetti e calandosi dai camini riempie le calze lasciate appese dai bambini. Questi, da parte loro, preparano per la buona vecchia, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino.
Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto. Nella società contadina e preindustriale, salvo rari casi, i doni consistevano in caramelle, dolcetti, noci e mandarini, insieme a dosi più o meno consistenti (a insindacabile giudizio della Befana) di cenere e carbone,    come punizione delle inevitabili marachelle dell’anno.
La Befana, tradizione tipicamente italiana, già superata dal Babbo Natale da diversi anni, rappresentava anche l’occasione per integrare il magro bilancio familiare di molti che, indossati i panni della Vecchia, quella notte tra il 5 il 6 gennaio, passavano di casa in casa ricevendo doni, perlopiù in natura, in cambio di un augurio e di un sorriso.
Oggi, se si indossano gli abiti della Befana, lo si fa per rimpossessarsi del suo ruolo; dispensatrice di regali e di piccole ramanzine per gli inevitabili capricci di tutti. Dopo un periodo in cui era stata relegata nel dimenticatoio, ora la Befana sta vivendo una seconda giovinezza, legata alla riscoperta e alla valorizzazione delle antiche radici e della più autentica identità culturale. Studiosi delle tradizioni etnico-popolari fanno notare come la Befana, al contrario di Gesù Bambino e Santa Lucia, conservi anche un tratto ambiguo, quasi da strega.
Come tutte le tradizioni, anche la befana si può analizzare con le tecniche storico-archeologiche, cercando di scavare gli strati delle varie epoche per arrivare alle tracce di quelle più antiche. La befana potrebbe avere una qualche parentela con la “vecchia” che si brucia in piazza per festeggiare la fine dell’anno: un simbolo della ciclicità del tempo che continuamente finisce e ricomincia. è un simbolo antico e pagano che suggestiona anche noi moderni dell’era tecnologica.
E la tradizione della “vecchia” non è diffusa solo nelle zone in cui la befana distribuisce i suoi doni. è molto presente anche nel nord Italia. è infatti una tradizione dei popoli celtici, che erano insediati in tutta la pianura padana e in parte delle Alpi. I Celti celebravano strani riti (officiati da maghi-sacerdoti chiamati druidi) durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose. Divinità che non dovevano essere molto benigne, se è vero quanto riferiscono alcune fonti: in epoche antiche e feroci, all’interno dei fantocci si legavano vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra.
Tra stupore e meraviglia, la Befana ritorna puntuale ogni anno. Scivolata giù nel camino nelle scure cucine, la Befana trovava tante calze appese presso il focolare, tante quanti erano i bambini che vivevano in quella casa. I bambini, prima di andare a dormire, le avevano appese bene in vista, perché la Befana le trovasse senza fare troppa fatica. Di solito le appendevano proprio sotto la cappa del camino, perché la vecchia le trovasse subito. Molti le appendevano direttamente alla catena del paiolo, altri a dei chiodi fissi in qualche angolo del focolare. Se non venivano appese vicino ai camini, le calze erano sistemate sulle sponde dei lettini , nella camera di ogni bambino, vicinissime alle finestre o sui davanzali. Ma non tutti i bambini usavano appendere le calze per la Befana. Molti altri, invece che le calze, mettevano bene in vista per la vecchia, delle belle scarpe o degli stivaletti. La Befana, si sa, ha sempre tanti buchi nelle scarpe, così avrebbe potuto prendersi quelle nuove e lasciare in cambio i suoi doni. Se invece non ne aveva bisogno, lasciava le scarpe al loro posto e le riempiva di doni e di altre cose. In certi paesi c’erano altri bambini ancora, che non mettevano né calze, né scarpe, né stivali per i doni della Befana. Preferivano invece cestini, canestri, panieri, piatti, ciotole di legno e cappelli rovesciati. Ma erano le calze ad essere preferite da tutti perché, essendo di lana, si allargavano facilmente e potevano contenere più doni. I bambini furbi, anziché le loro calze, che erano piccole, appendevano le lunghe calze nere della mamma e della nonna, che di doni potevano raccoglierne ancora di più. Ma come mai venivano appese proprio le calze? Nessuno sa dire il perché, ma certo questa era un’abitudine molto antica. Una vecchia leggenda dice che persino Numa Pompilio, uno dei famosi sette re di Roma, avesse l’abitudine di appendere una calza in una grotta che lui solo sapeva dove fosse. Una ninfa, una fata, che lo proteggeva, gliela faceva trovare piena, non certo di doni, dolcetti o carbone, ma di....buoni consigli.
Nella tradizione cristiana l’epifania (termine che deriva dal greco e che vuol dire manifestazione, nella persona di Gesù) è la festa che rievoca la visita dei Re Magi al Bambino Gesù nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.
I Re Magi erano i sacerdoti che secondo la religione del tempo conoscevano la scienza e la teologia. I tre, guidati dalla stella cometa portarono a Gesù 3 doni preziosi: oro, che è il metallo più prezioso, l’incenso, che è un profumo che viene bruciato e la mirra, una crema profumata che serviva per inbalsamare i morti.
Ma allora, da dove è saltata fuori la befana?
Con la tradizione cristiana la Befana non c’entra proprio niente, ma nella tradizione popolare c’è una leggenda che in qualche modo la inserisce come protagonista di questa festa religiosa.

 

fonte: www.telefonoblu.it

 

 

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LA LEGGENDA DELL’ ULIVO

Una volta gli alberi di ulivo erano dritti e forti. La notte in cui Gesù doveva essere crocifisso, i soldati andarono in un grande uliveto a cercare un albero per costruire la croce. Nessuno di loro però, voleva dare il suo legno per uccidere una persona così buona. Uno degli ulivi, allora, disse: “Se noi ci torcessimo, ci annodassimo e ci piegassimo, nemmeno il più bravo falegname potrebbe costruire dai  nostri rami una  croce. ”Furono  tutti d’accordo. Durante  la notte, gli ulivi si piegarono, diventarono nodosi e si chiamarono verso terra tanto che i soldati non riuscirono  a utilizzarlo.
           

                                                           Gli alunni della classe IV

 

IL MITO DELL’ALLORO

Le qualità dell’alloro sono infinite, come fantastico è il suo mito.
Ovidio racconta che Apollo, il dio del sole, si era perdutamente innamorato della Ninfa Dafne, figlia del dio fluviale Penèo.
Ma Apollo, il bellissimo dio, non era corrisposto dalla Ninfa; infuriato, non le dava pace.
Dafne, esasperata dalle continue avances del dio, e sfinita dalle fughe per sottrarsi all’insistente Apollo, chiese implorando l’aiuto di Penèo, che impietosito decise d’aiutare la figlia…

Ovidio così racconta:

Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a diventare fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore le resta.
Ma anche così Febo (Apollo) l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il suo cuore sotto la corteccia appena spuntata, stringendo fra le braccia i rami come se fossero membra dell’amata, copre di baci la pianta. La pianta tuttavia cerca di evitare quei baci. Allora il dio così parla:
"Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!"


Questa è la commovente storia dell’alloro

 

 

 

 

 

 

 

ROSMARINO
Pianta governata dal sole, il rosmarino, ha ispirato antiche leggende.
Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta la storia della principessa Leucotoe, figlia del re di Persia, che sedotta da Apollo, intrufolatosi furtivamente nelle sue stanze, dovette subire l'ira del padre, che la uccise per la sua debolezza.
Sulla tomba della principessa i raggi del sole penetrarono fino a raggiungere le spoglie della fanciulla, che lentamente si trasformò in una pianta dalla fragranza intensa, dalle esili foglie e dai fiori viola-azzurro pallido.
Da questa leggenda deriva l'usanza degli antichi Greci e Romani di coltivare il rosmarino come simbolo d'immortalità dell'anima; i rami venivano adagiati fra le mani dei defunti e bruciati come incenso durante i riti funebri.

Questo arbusto sempre verde, originario delle coste del Mediterraneo, oggi è coltivato ovunque: lo troviamo negli orti, nei giardini e nelle siepi, ed il suo profumo intenso respinge gli insetti nocivi.

Secondo alcuni il nome latino rosmarinus deriverebbe da "ros marinus", rugiada del mare, secondo altri da "rosa maris" rosa del mare.
In Sicilia si narra la leggenda di una regina sterile, che un giorno, passeggiando nel giardino del suo castello, vide una rigogliosa pianta di rosmarino carica di nuovi germogli. Allora fu invasa da una forte rabbia, perché le ricordava il simbolo della fecondità, e tornò nelle sue stanza infuriata con se stessa, affranta più che mai per il suo grembo sterile.
Non passò molto che la sovrana si accorse di essere incinta, e al termine della gravidanza partorì una piccola pianticella di rosmarino. La regina accolse quel dono con tanta tenerezza, che decise di battezzarla Rosamarina; nutriva quella creatura ogni giorno con il proprio latte. Ma un giorno, il nipote del re di Spagna, incuriosito, rubò la piccola pianticella, piantandola poi nel proprio giardino e curandola sua volta con amore, annaffiandola con latte di capra.

Il tempo passò, il ladruncolo divenne un giovane saggio sovrano, che sereno trascorreva il suo tempo a suonare il flauto nei giardini. Ma un giorno vide apparire, dalla piantina di rosmarino, una figura femminile molto graziosa e dolce; il giovane se ne innamorò immediatamente. Così da quel giorno il sovrano si recò spesso nei giardini regali a suonare il flauto per rivedere la delicata principessa del rosmarino.
Ma ahimè, un giorno il re dovette partire per la guerra; disperato, diede al proprio giardiniere il compito di curare e proteggere quella magica pianticella a lui così cara. Le sorelle del monarca approfittarono della sua assenza, per malmenare la pianta e sfogare la loro rabbia, la loro gelosia immensa verso Rosamarina; la principessa sparì e lentamente l'arbusto cominciò a deperire.
Il giardiniere, spaventato, fuggì dalla reggia temendo la reazione del suo sovrano. Esausto per la lunga fuga, il giovane si riparò su un albero per un sonno ristoratore, e si assopì; allo scoccare della mezzanotte, fu destato da un vociare che proveniva da sotto le fronde: un drago chiacchierava con la sua compagna.

All'inizio il giardiniere si spaventò, ma ben presto si rese conto che quella coppia voleva aiutarlo; infatti il drago spiegò come ridare la vita al Rosmarino: entrambi si sarebbero sacrificati per la principessina. Usando il sangue di lui e il grasso di lei, il giardiniere doveva preparare un unguento da spalmare sulla pianticella e questa sarebbe tornata rigogliosa e vitale. Detto fatto, il giovane preparò l'unguento e pazientemente annaffiò e curò la pianta con l'intingolo dei draghi; finalmente l'incantesimo si spezzò, la principessa ricomparve e non si trasformò più. Al ritorno del giovane sovrano si festeggiarono grandi nozze: Rosamarina ed il re vissero per tanti anni sereni.

Fonte: www.direzionedidatticadiavigliana.it

 

 

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UN GIALLO STORICO

La leggenda del re Gerone

 

 

È famoso il modo con il quale Archimede (nato a Siracusa nel 287 a.C.) risolse un problema propostogli da Gerone, re di Siracusa, che, commissionata a un orafo una corona in oro, aveva il dubbio che l'artigiano avesse sostituito una parte dell’oro con dell'argento.
È evidente che Archimede si servì del peso specifico studiando il comportamento dei corpi immersi nei liquidi. Riflettendo sul problema mentre faceva il bagno e osservando che il suo corpo faceva fuoriuscire acqua dalla vasca in cui era immerso, Archimede trovò la soluzione. Uscì dalla vasca precipitandosi a casa gridando "Eureka, eureka", che significa "Ho trovato, ho trovato".
Tenendo presente che un corpo immerso sposta un quantitativo d’acqua pari al suo volume, Archimede prese una massa d'oro e una d'argento, dello stesso peso della corona, e le immerse, prima una e poi l’altra, in un recipiente colmo d'acqua, raccogliendone la quantità che ne tracimava. Trovò che la quantità d'acqua traboccata dalla sola massa d'oro era minore rispetto all’acqua tracimata dalla corona realizzata dall’orafo; mentre per la massa d’argento era maggiore di quella tracimata dalla corona. Dedusse, quindi, che nella corona era presente, oltre l’oro, anche dell'argento.
Come avrà fatto Archimede a risolvere il quesito? Delle bilance, dei cilindri graduati, dei pezzi di legno e della plastilina possono aiutarci a trovare la soluzione al problema.

 

fonte: www.scuolaalbertomario.it/

 

 

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LA  LEGGENDA  DEI  SETTE DORMIENTI DI EFESO
(abstract, work in progress)

PREMESSA
Mi sono imbattuta in questa leggenda quando abitavo nel cimitero musulmano del Cairo, e cercavo di raggiungere una caverna nelle colline Moqattam situate ad est dell’area metropolitana. Tale caverna davanti cui è stata costruita una moschea dedicata ai “sette dormienti” è ora irrangiungibile perché situata all’interno di una zona militare. Ne avevo letto notizia nel libro di topografia urbana sulla città dei morti cairota dell’orientalista Louis Massignon, scoprendo anche che tale leggenda è il contenuto della sura XVIII del Corano recitata nella funzione religiosa del venerdì in tutto il mondo musulmano.
Così per il master in storia delle religioni ho svolto ricerche più approfondite, soprattutto sul versante del cristianesimo orientale ma anche per il mondo islamico, perché mi interessano gli aspetti sincretici fra le varie religioni.
Data la mia vocazione di antropologa sul campo sono andata ad Efeso, per indagare l’oralità e le pratiche connesse alla leggenda e al suo culto, certificando di persona cosa ne è rimasto di entrambi.
La ricerca è ancora in progress, soprattutto riguardo l’aspetto devozionale e pellegrinale nelle sue forme antiche e moderne nei vari paesi cristiani e islamici che si affacciano sul Mediterraneo.
La leggenda viene inquadrata prima dal punto di vista storico, poi ho confrontato le varie versioni prodotte nelle lingue antiche orientali, per approdare infine alla religione islamica.
Quindi innanzitutto veniamo al racconto in sé.

il racconto della leggenda dei  7  Dormienti
Il nucleo della leggenda dei sette dormienti consiste nella storia di sette giovani, figli di nobili di Efeso, che per profondo attaccamento alla fede cristiana si rifiutarono di sacrificare agli dei pagani e per sfuggire alla persecuzione di Decio si rifugiarono in una caverna sui monti circostanti. L’imperatore però scoperto il loro nascondiglio, li fece murare vivi e nel muro, due notabili, segretamente cristiani, inserirono una cassetta di bronzo contenente una tavoletta su cui avevano scritto i sette nomi e la loro storia.
Si racconta poi che i loro corpi rimasero inalterati fino all’epoca di Teodosio II (408-450), quando quasi alla fine del suo regno, Dio li risuscitò.
La risurrezione avvenne in seguito all’entrata della luce nella grotta dopo che un uomo per costruirsi un ovile ne prese le pietre. Ai 7 giovani parve di aver dormito una sola notte ed uno di loro travestitosi da mendicante andò a comprare del cibo e ad informarsi sulle disposizioni di Decio nei loro riguardi. Arrivato in città sulla porta d’entrata notò il segno della croce e ne rimase totalmente stupefatto. Ovunque c’era la croce e la gente parlava liberamente di Cristo. Si recò allora al mercato e nel pagare il pane fu tacciato di essere in possesso di un antico tesoro dal momento che le sue monete appartenevano ad un’epoca molto anteriore. Così la voce si sparse in tutta Efeso giungendo fino al vescovo che insieme al proconsole ordinò che fosse condotto loro il ragazzo. All’interrogatorio egli talmente impaurito svelò tutta la storia e il loro rifugio.
Il vescovo pensando dunque ad una rivelazione di Dio, insieme al proconsole e a tutta la popolazione andò alla caverna e lesse la storia dei 7 Dormienti nella cassetta di bronzo. Poi alla vista degli altri giovani resuscitati s’inchinarono tutti benedicendo Dio che li aveva resi degni di un tale miracolo. Intanto era stato informato a Costantinopoli l’imperatore Teodosio che versava in uno stato di profonda tristezza per le controversie proprio sulla resurrezione dell’anima e del corpo che dilagavano in quel tempo. Appena l’imperatore giunse alla caverna invitò i sette giovani a scendere in città ma questi riposero che Dio aveva ordinato loro di rimanere lì e poco dopo morirono.
Il racconto termina con l’ordine di Teodosio di costruire un oratorio davanti la grotta e l’istituzione di una festa di commemorazione annuale nel giorno della loro resurrezione.
Lo storico belga Ernest Honigmann (Stephen of Ephesus and the legend of seven sleepers, 1953) fa risalire al vescovo di Efeso, Stefano (448-451), il racconto romanzato dei 7 Dormienti. Egli si basa sul fatto che poco prima di morire Teodosio II realmente andò a Efeso per pregare sulla tomba di San Giovanni al fine di conoscere il nome del suo successore (Marciano). Tenendo conto che il secondo concilio di Efeso, definito LATROCINIUM da papa Leone Magno, si tenne nell’agosto del 449 dopo la celebrazione del primo anniversario della leggenda, lo studioso conclude che la sua comparsa sia datata nell’anno 448.

La cornice storica
Tale leggenda si basa su eventi storicamente attestati e riportati dalle fonti antiche e moderne:

  1. la persecuzione iniziata nel 249 d.c. verso chiunque non adorasse e sacrificasse agli dei pagani a seguito dell’editto dell’imperatore Decio.

 

  1. la costruzione ad Efeso di una basilica dedicata ai 7 dormienti nel v secolo, circa nel 450, sulla grotta dove la leggenda localizza il loro rifugio dalla persecuzione di Decio.

               (pubblicazione della missione archeologica austriaca nel  1937)

Fino al III secolo non vi erano stati episodi eclatanti di aggressione contro i cristiani, se non sporadici e in contesti locali, come ad esempio quello di Nerone per l’incendio di Roma nel 64 o a Alessandria quando la folla pagana insorse contro i cristiani nel 248, come attesta una lettera di Dionigi al vescovo Fabio di Antiochia riportata da:
Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica  libro VI, 41,1-9.
In questa epoca l’impero assediato dai barbari che premevano ai confini, versava in un periodo di crisi. Decio fu acclamato imperatore dopo aver combattuto i Goti sul fronte danubiano ed intese restaurare il culto delle divinità protettrici di Roma che ne avevano determinato la grandezza. Infatti nel dicembre del 249 emanò un editto in cui ordinava a tutti i cittadini dell’impero di manifestare pubblicamente la devozione a tali divinità tradizionali, offrendo incenso, vino o vittime sacrificali, come atto di fedeltà all’impero. Gli ebrei e gli schiavi ne erano ovviamente esenti. Quindi una commissione di magistrati locali erano incaricati di convocare i sudditi sulla base dei registri dei censimenti, ricorrendo laddove fosse necessario per i riluttanti a svariati mezzi coercitivi (prigionia, tortura, rogo, lapidazione). Poi rilasciava un certificato, detto libello, di attestazione dei sacrifici compiuti. Ce ne sono pervenuti circa 45 su papiro dal Fayyum in Egitto.
Le altre fonti documentarie di tale editto sono:
1. Eusebio VI, 39
2. le lettere, epistole, del vescovo di Cartagine, Cipriano, e il suo trattato De       Lapsi.
3. le lettere di Dionigi di Alessandria tramandate da Eusebio.
4. Lattanzio nell’opera sulla morte dei  persecutori

Nelle varie province romane l’editto non fu applicato nello stesso giorno e con le stesse modalità esecutive dato il differente grado di zelo dei governatori locali e di rilevanza numerica delle comunità cristiane che comportavano una conseguente attitudine delle masse pagane verso i cristiani. (La persecuzione ebbe due ondate: una diretta contro le guide della chiesa dal dicembre del 249 al febbraio del 250, e una seconda coinvolse la popolazione nell’autunno del 250.)
In generale la superstizione popolare era incline ad attribuire l’accadere degli eventi nefasti di quegli anni, quali la peste, l’invasione dei goti e dei persiani, al rifiuto dei cristiani di sacrificare agli dei.
[ Tra i cristiani che rinunciarono alla fede, chiamati in seguito lapsi, ossia la maggioranza rispetto ai martiri (Babila vescovo di Antiochia, Alessandro vescovo di Gerusalemme, Origene a Cesarea, Pionio presbitero di Smirne, Fabiano vescovo di Roma etc.) e ai confessori, alcuni corruppero la commissione e furono chiamati libellatici, altri chiamati turificati si limitarono a bruciare incenso alla divinità. Tra gli apostati vi erano anche alcuni membri del clero locale (il vescovo di Smirne, il clero dell’episcopato africano) ]
In ogni caso i cristiani non erano il target di tale persecuzione come affermavano i cristiani dell’epoca e come al contrario testimoniano i libelli.
Per la provincia in particolare dell’Asia Minore ci sono poche testimonianze della persecuzione se non gli Atti dei Martiri non sempre storicamente attendibili.
Efeso che ne era la capitale, era una città ellenistico-romana molto importante perché possedeva il titolo di neokoros, cioè sede del tempio provinciale per il culto dell’imperatore.
Poi era un famoso centro di pellegrinaggio per la religiosità pagana al tempio della dea Artemide, centro mercantile e commerciale per la produzione del grano esportato tramite il suo porto e centro culturale per la seconda sofistica.                    
Come metropoli della cristianità, Efeso godeva di un forte prestigio tra le comunità cristiane dei primi secoli poiché vantava una duplice origine apostolica sebbene Luca negli Atti (18:24-28) afferma che la chiesa efesina era stata fondata prima dell’arrivo di Paolo dal guideo alessandrino Apollo. 
Paolo al termine del suo secondo viaggio missionario nel 51 (Atti 18:18-21) vi transitò e durante la terza missione (51-54) vi risiedette per circa due anni (Atti 19 – 20:17-36) predicando nella sinagoga e scatenando la protesta degli argentieri che producevano statuette di Artemide. Secondo lo studioso George Simpson Duncan vi fu imprigionato nell’inverno del 54-55. Inoltre ai suoi abitanti indirizzò una delle sue lettere, agli Efesini, ritenuta da alcuni non autentica (sugli uguali diritti di giudei e pagani nella nuova religione)
Timoteo, discepolo di Paolo ne fu il primo vescovo, (Eusebio III, 4) seguito da Giovanni Efesino, (il presbitero) nominato secondo Eusebio (III, 39) dall’omonimo apostolo.
Inoltre tra le varie sette vi era anche un gruppo di seguaci di Giovanni il Battista. (questione però dibattuta)
Efeso rappresentava una delle sette chiese (Smirne, Pergamo, Tiàtira, Sardi, Filadelfia, Laodicéa) a cui si rivolse Giovanni nelle sue lettere che fungono da premessa all’Apocalissi, al fine di mettere in guardia i fedeli dall’errore di cibarsi di carni sacrificate agli idoli come facevano i Nicolaiti.
Tale quadro culturale riflette un po’ il clima religioso delle prime comunità cristiane dell’Asia proconsolare animato dalle tensioni non solo fra una visione cristiana di tendenza paolina e l’altra di tendenza giovannea ma anche dalle numerose correnti.

Le origini della leggenda

1. radici  pre-cristiane: paganesimo e ebraismo
La prima testimonianza scritta della leggenda sembra essere un testo greco originale disperso, tramandato però fedelmente dall’agiografo bizantino del X sec. Simeone Metafraste nel suo Menologio (biografie di 140 santi) corredato di preziose miniature e nelle letterature delle varie lingue dell’Oriente cristiano.
Vari studiosi orientalisti e storici hanno sottolineato le possibili radici precristiane della leggenda.
Riguardo la religiosità pagana, Efeso era la patria dell’oniromanzia (divinazione fondata sui sogni) di Artemidoro (oniromante del II sec.d.C.). Inoltre diffusa era la pratica detta incubatio, cioè dormire in un tempio ai fini della risoluzione dei propri problemi di salute o di altra natura.
Mentre nella tradizione ebraica abbiamo due leggende:
1. quella talmudica gerosolimitana di Choni Hamaggel (Talmud, la Torah orale ricevuta da Mosè sul Sinai)
2. quella del Libro di Baruch (storia di Abimelek).
Entrambe narrano di un ebreo che riparatosi dalla pioggia in una caverna vi rimase addormentato per 70 anni. Al risveglio vide i luoghi mutati poiché nel frattempo era stato distrutto e ricostruito il tempio.
Invece sulla cristianità efesina altri studiosi hanno evidenziato il legame tra la leggenda dei sette dormienti e la tradizione della dormizione della Madonna a Efeso.
Inoltre alcuni pellegrini, tra cui il vescovo di Verdun (Francia) nel 745, affermano di aver visitato la tomba di Maria Maddalena situata all’entrata della grotta dei sette dormienti.
2. Le versioni cristiane della leggenda
Di questa leggenda ci sono pervenuti vari manoscritti nelle lingue dei paesi dove vivevano le prime comunità cristiane. Versioni più tarde si ebbero nell’Arabia e in Etiopia. Inoltre come sappiamo, successivamente una rielaborazione della leggenda costituì la prima parte della Sura XVIII del Corano, recitata tutti i venerdì in moschea.
Molti orientalisti e islamologi confrontando le varie versioni ne hanno ricostruito la genesi. Dall’originale greco sono derivati in primo luogo sia una versione copta frammentaria e sia alcune recensioni siriache che si differenziano nelle liste dei nomi dei sette.  
La lista del testo copto viene riportata oltre che nella chiesa nubiana, anche nella guida ai luoghi santi del pellegrino nord africano Teodosio (de situ terrae sanctae  536)
Appartengono alla letteratura siriaca due traduzioni:
le Cronache di Zaccaria di Mitilene  e di  Dionigi di Tellmahrè, e una trattazione libera, l’omelia di giacomo vescovo di Batne (nel Sarug)
A parte il nucleo essenziale del racconto comune a tutte le versioni, esistono delle varianti significative che riflettono il clima culturale e religioso a cui appartengono le differenti versioni.
Ad esempio riguardo l’omelia di Giacomo e la Cronaca di Dionigi di Tell Mahrè abbiamo degli elementi aggiuntivi emblematici che riflettono le correnti religiose dell’ambiente siriaco:
A. due particolari si evidenziano nell’omelia di Giacomo di Sarug:
1. l’idea  sulla destinazione dell’anima dopo la morte, quando nel racconto si dice che “Dio prese i loro spiriti e li fece salire al cielo, mandò poi un angelo a custodire le loro membra”;
2. l’introduzione del personaggio David che Dio mandò al giovane impaurito per fargli coraggio durante l’interrogatorio del vescovo di Efeso.
Invece
B. nella Cronaca di Dionigi di Tell Mahrè, patriarca giacobita,(che riprende parte della Storia di Giovanni di Efeso, monaco siriano non calcedoniano missionario in Asia e la Cronaca di Edessa) si aggiunge che Dio aveva risuscitato i 7 giovani nel regno di Teodosio proprio per custodirlo dalle pertubazioni del demonio. Inoltre quando vennero in sogno a Teodosio gli riferirono che erano stati risuscitati dalla polvere, e lì volevano rimanere perché dalla polvere Dio li avrebbe di nuovo risuscitati. Poi la narrazione si conclude con una solenne festa in cui l’imperatore fece grandi elemosine ai poveri e graziò i vescovi in esilio.
Dal testo siriaco derivano poi la versione armena e quella arabo-cristiana.
Nel testo armeno contenuto sia in un codice del 1239 appartenente al patriarca Gregorio II Wajaser ma risalente ad un periodo anteriore, e sia nel martirologio stampato a Venezia nel 1874, riguardo la resurrezione viene citato il profeta Ezechiele. Nel testo di Gregorio viene sottolineato che l’imperatore Teodosio credeva nella Santissima Trinità e i vescovi scismatici nel vedere il miracolo dei 7 Dormienti tornarono all’ortodossia credendo nella resurrezione.
Nel testo arabo-cristiano di cui esiste un solo manoscritto non ci sono significative variazioni del racconto primitivo,
mentre si hanno delle notevoli alterazioni nelle versioni arabo-musulmane.

Nell’Arabia del tempo di Maometto circolavano racconti di beduini cristiani o ebrei che in seguito si convertirono alla religione islamica.
Alcune di tali storie sono state raccolte dalle primissime generazioni di musulmani che ne diedero una riedizione islamizzata, tra cui il rapportatore Ibn Ishaq (VIII sec).
La leggenda costituisce la prima parte della Sura coranica VIII intitolata Ahl al Kahf, cioè “la gente della caverna”. L’occasione della rivelazione a Maometto di tale sura viene riportata in uno Hadith di Ibn Abbas, uno dei compagni del profeta e si riferisce al secondo periodo meccano, immediatamente prima dell’egira a Medina. I suoi concittadini rifiutandosi di credere alla rivelazione decisero di fare un’inchiesta sulle Sacre Scritture tra i giudei. Questi risposero di interrogare Maometto su tre questioni tra cui i sette dormienti di Efeso.
Gli elementi caratterizzanti la sura e che differiscono nettamente dalle versioni cristiane sono:
1. Dio parlò ai giovani tramite un cane che pose poi a guardia della grotta che non fu murata.
2. Dio “colpì le orecchie dei 7 giovani” e li preservò miracolosamente dalla corruzione dei loro corpi.
3. La permanenza dei giovani nella grotta prima di essere risuscitati fu di 309 anni (lunari e cioè 300 solari)
4. I dormienti risuscitati dissero a Teodosio “…ti esortiamo a rifugiarti in Dio contro il male degli uomini e degli spiriti maligni (jinn)”
5. I dormienti non morirono ma restano nella grotta in attesa dell’Ultima Ora e della resurrezione.
L’esegesi musulmana ha reso tale testimonianza di fede dei sette dormienti nell’assoluto abbandono in Dio un’esortazione per Maometto e i suoi compagni a continuare, poiché essi sono la prova della promessa di resurrezione di Dio, rappresentando ciò, per l’Islam popolare e mistico, una speranza di giustizia escatologica.

gli aspetti cultuali della leggenda
I sette dormienti vengono commemorati in tutta la cristianità latina e orientale così come nell’Islam. Inoltre in molti paesi sia cristiani che musulmani sono sorte rispettivamente cappelle e moschee dedicate ai 7 dormienti che contengono le loro reliquie e presso cui si svolgono nel giorno della loro commemorazione dei pellegrinaggi
Il culto dei sette dormienti nella cristianità
Cominciando dalla cristianità dell’Occidente latino.
Fu Gregorio di Tours (VI sec.) che tradusse la leggenda dal siriaco in latino “ Passion des Sept Dormants martyrs d’Éphèse”
Tra le più rinomate localizzazioni si hanno:

  1. in Francia la cappella Stiffel situata vicino una sorgente da cui il nome
  2. in Germania vicino Friburgo
  3. a Roma oratorio nella tenuta Pallavicini a V. Porta S. Sebastiano, restaurata per ordine di papa Clemente XI nel 1710

Nell’Oriente cristiano abbiamo diverse date di commemorazione, in genere due celebrazioni per ogni chiesa:
Nella chiesa bizantina
il 22 ottobre con l’orazione ai 7 martiri
il 4 agosto la festa della loro traslazione
Nella chiesa siriaca due feste:
il 22 ottobre
il 4 marzo più solenne.
Nella chiesa armena due date:
il 18 gennaio
il 24 ottobre.
Nella chiesa copta e etiope due medesime date:
l’8 marzo e il 20 agosto.

Alcune riflessioni sulla mia indagine sul campo ad Efeso.
Quando sono stata lì, il 15 agosto scorso, appunto il giorno dell’Assunta, ho documentato un circuito pellegrinale di tipo individuale o famigliare che comprendeva la visita sia alla casa della Madonna che alla grotta dei sette dormienti. Questo pellegrinaggio è svolto sia dai cristiani che dai musulmani. Tuttavia i poveri difficilmente possono permettersi questa visita alla casa di Maria dove per entrare si paga un biglietto sebbene il prezzo per i turchi sia esiguo e per raggiungere il luogo è necessario un mezzo di locomozione proprio o il taxi.
Alcuni dei momenti del culto che ho documentato ai 7 dormienti rivelano elementi comuni ai fedeli delle due religioni, come la richiesta di grazia, espressa appendendo un pezzo di stoffa ad un albero.
il culto  nell’Islam
Alcune tra le localizzazioni musulmane (dove mi recherò prossimamente) nei paesi arabi, dove la commemorazione dei sette dormienti ancora avviene, sono:
il 4 Dhulqada (metà novembre ‘07) e il 18 Rajab (inizio agosto ‘07)
in Tunisia a Chenini
in Algeria a Setif
in Egitto al Cairo sui monti Moqattam
in Siria a Damasco
in Marocco a Sefrou e Marrakesh

Alcune riflessioni sulla mia indagine sul campo in Marocco (maggio ‘07)
Seguendo la pista indicata da Massignon, mi sono recata presso una localizzazione simbolica della caverna che si trova in Marocco, ovvero nella piccola cittadina di provincia, Sefrou, distante una trentina di chilometri da Fez. Sefrou nel suo piccolo ritrae le caratteristiche della configurazione classica della città araba, con la sua medina, la kasba, le mura fortificate, il bazar, le zawyia, la fellah, la campagna circostante. Situata a ridosso dei monti del Medio Atlante era un antico centro di insediamento ebraico, come d’altronde tutta la regione, ma gli ebrei vi sono scomparsi quasi tutti dopo il ’67. Ebbene appena fuori il centro abitato, sulle montagne retrostanti il cimitero ebraico, una grande caverna individua Khaf el Mouemin. La tradizione popolare in realtà scompone la grotta in due antri ben distinti:  Khaf el Mouemin e Khaf el Danyel o Khaf el Yahoudi, a testimoniare il passato storico della città ma anche le origini della leggenda. Sconfessando quanto afferma lo studioso Guidi pare che la leggenda abbia così una radice e un culto nella religione ebraica.
Continuando il mio viaggio verso sud arrivo nell’oasi dove sorge la città imperiale di Marrakesh. Con grande mia sorpresa, poiché non segnalato in nessun documento bibliografico, scopro un luogo di culto dedicato ai sette dormienti, costituito da un antro in cui sono presenti le tombe di sette ragazzi. Questo luogo di venerazione popolare è molto frequentato soprattutto da donne, ed è parte di un circuito pellegrinale a sette tombe di personaggi locali considerati “santi”.

Bibliografia

Dall’Oglio P. Speranza nell’Islam. Interpretazione della prospettiva escatologica di Corano XVIII Marietti 1991
Eusebio di Cesarea  Storia ecclesiatica vol. 1-2  Città Nuova 2001
Guidi I. Testi orientali inediti sopra i sette dormienti di Efeso Roma Accademia dei Lincei 1885
Jourdan F.  La tradition des sept dormants Paris 1983
Koester H.  Ephesus metropolis of Asia. An interdisciplinary approach Valley Forge PA 1995
Massignon L.  La Cité des Morts de Cairè  IFAO 1954
Massignon L.  Opera Minora vol.3 Dar al Maaref Libano 1963
Pietri C. L. Storia del cristianesimo vol.2 Borla Città Nuova 2001
Selinger R. The Mid- Third Century Persecutions of Decius and Valerian Peter Lang edition Francoforte  2002

 

fonte: www.lacittadeimorti.com

 

 

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LEGGENDA DI GILGAMESCH
INTRODUZIONE


Che cos’è l’epopea di Gilgamesh? E’ uno dei più antichi poemi conosciuti e narra le gesta di un antichissimo e leggendario re sumero, Gilgamesh, alle prese con il problema che da sempre ha assillato l’umanità: la morte e il suo impossibile superamento.
L’epopea (o più semplicemente “il Gilgamesh”) è anteriore ai poemi omerici (VIII sec. A.C.) e ai Veda indiani (1500 a.C.). Le prime redazioni sumeriche del poema sono fatte risalire ad oltre il 2000 a.C. Documenti su Gilgamesh sono stati rinvenuti più o meno ovunque in Mesopotamia, ma anche al di fuori, come in Anatolia (Hattusa, capitale dell’impero ittita) o in Palestina (Megiddo).

leggende

La terra tra i fiumi:

Per orientarvi meglio è bene osservare questa mappa dell’antica Mesopotamia.

 

La terra che dai libri di storia conosciamo sotto il nome di Mesopotamia si chiama oggi Iraq e confina a nord con la Turchia, a ovest con la Siria e la Giordania, a sud con l’Arabia Saudita e a est con la Persia, l’odierno Iran.
I due fiumi che fecero di questa terra la culla di una civiltà, così come il Nilo per l’Egitto, nascono in Turchia. Essi sono l’Eufrate e il Tigri, scorrono da nord-ovest a sud-est e sfociano nel Golfo Persico. Secondo il mito babilonese della creazione, fu il dio Marduk a creare i due fiumi dagli occhi della dea madre Tiamat.
L’Assiria si estendeva a nord lungo il rapido corso del Tigri. La bassa Mesopotamia era occupata dalla Babilonia, ma prima ancora era suddivisa in due regioni. La più meridionale, delimitata a sud dal Golfo Persico era chiamata «paese di Sumer». L’altra era chiamata «paese di Akkad» da cui derivò il nome delle prime genti semitiche stanziatesi nel paese.
Il fatto che testi del Gilgamesh siano stati trovati non solo in Mesopotamia testimonia che fin dall’antichità fu avvertito l’enorme valore artistico di quest’opera: il Gilgamesh fu subito sentita come un’opera dalla portata universale. La dimostrazione di questo successo in antichità è data dall’elevato numero di documenti su Gilgamesh attualmente in nostro possesso, circa novanta dispersi fra i musei di tutto il mondo. Considerando che settant’anni fa il numero di testi disponibili era meno della metà, è probabile che nuovi documenti emergeranno dalle sabbie dell’Iraq.

 

NASCITA DEL POEMA
Essa corrisponde alla cosiddetta Epopea Classica o ninivita. Il nome ha origine dal luogo del ritrovamento: Ninive, capitale dell'impero assiro, dove si trovava una delle maggiori biblioteche dell'antichità: la biblioteca di Assurbanipal.

 

Questa redazione è la più lunga, la più complessa e la meglio conservata giunta ai giorni nostri. Infatti il Gilgamesh non è un'opera completa. I documenti a nostra disposizione sono spesso frammentari, scritti in lingue diverse, appartenenti a epoche diverse, e dal contenuto non sempre omogeneo. I testi furono scritti in cuneiforme, scrittura più adatta al tipo di supporto finale, argilla modellata in forma di tavoletta.
Nonostante le lacune, il quadro d'insieme dell'opera è ormai chiarito e costanti scoperte archeologiche consentono di aggiungere nuovi tasselli sia all'epopea Ninivita sia alle versioni più antiche, comprese quelle di epoca sumerica.
L'epopea classica risale a circa il 1200 a.C. ma ci è giunta nella posteriore redazione neoassira (ca. 700 a.C.). Essa è composta di dodici capitoli scritti in accadico (non sumerico, anche se luoghi e personaggi sono spiccatamente di Sumer) su altrettante tavolette.
L'epopea classica è frutto di un'elaborazione letteraria risalente addirittura agli albori della scrittura e che, per semplicità, ho suddiviso in quattro fasi.

Fase 1: i poemetti sumerici

Questi poemi scritti in sumerico risalgono al terzo millennio a.C. e presentano, indipendentemente uno dall'altro, temi o vicende che confluiranno nell'epopea classica. Non costituivano un corpus epico unitario. Infatti Gilgamesh, se vi compare, ha ruoli molto eterogenei (avventuriero, sovrano di Uruk, giudice dell'oltretomba, fratello di Ishtar dea dell'amore, ecc.).

Fase 2: il poema paleo-babilonese

Il primo vero tentativo di composizione epica unitaria sulle gesta del re di Uruk avvenne verso il 1800-1600 a.C., ovvero al periodo della prima dinastia di Babilonia con il suo re prestigioso Hammurabi noto per il "primo" codice delle leggi (i primi codici sono in realtà di epoca sumerica). Questa saga è detta poema paleobabilonese di Gilgamesh. Dal poema di Gilgamesh sono tratti questi splendidi versi che ammoniscono il protagonista ossessionato dalla ricerca dell'immortalità:
"Gilgamesh, dove vai? La vita che cerchi, non la troverai. Quando gli dei crearono l'umanità le assegnarono la morte, e tennero per sé la vita! Riempi il tuo stomaco, Gilgamesh. Fai festa giorno e notte, i tuoi vestiti siano puliti! Lava il tuo capo, lavati con acqua! Gioisci del bambino che ti tiene per mano, possa tua moglie godere di te. Questo è il destino degli uomini!" (riportati in Sap 2001, pp. 161-162)
Questi sono praticamente gli ultimi versi di quanto ci è rimasto del poema di Gilgamesh. Il protagonista, vagando alla ricerca del segreto per sfuggire alla morte, viene ammonito da Siduri, la taverniera di Shamash (dio della giustizia) per aver trascurato l'esercizio del potere cercando una chimera. Non sappiamo se il poema contenesse la narrazione del diluvio ma è certo che conteneva almeno l'incontro di Gilgamesh col lontano antenato che sopravvisse al Diluvio.

Fase 3: le saghe medio-babilonesi e il mito di Atramkhasis

Al poema di Gilgamesh si ispireranno le posteriori saghe redatte in lingue extra-babilonese (ittita, elamico, khurrico) e trovate in Anatolia, Siria, Israele a testimonianza dell'enorme fortuna del poema in antichità. Queste risalgono al periodo mediobabilonese (XIV-XII sec. a.C.) e contengono un "dettaglio" in più rispetto al poema: l'intera narrazione del Diluvio universale. Questa versione è incredibilmente simile a quella che troviamo nella Genesi biblica.
Le saghe mediobabilonesi più o meno si equivalgono nel contenuto ma sono assai diverse nella forma. Abbiamo per esempio, saghe in lingua diversa, saghe in prosa, altre in versi, oppure con estensione variabile da una all'altra.
Più o meno nello stesso periodo circolava un'edizione autonoma del diluvio, l'Atramkhasis (il Grande Saggio). Anche questa sarà utilizzata a modello dagli scribi assiri.

Fase 4: il canone

Riepilogando, le fasi letterarie che porteranno all'epopea di Gilgamesh sono le seguenti:

  •  poemetti sumerici (2500 a.C.)
  •  poema paleobabilonese di Gilgamesh (1700 a.C.)
  •  saghe mediobabilonesi di Gilgamesh e poema del Grande Saggio (1200 a.C.)

Intorno al XII secolo a.C. il materiale letterario (epico e mitologico) è pronto per una nuova risistemazione. Forse proprio in quest'epoca, al più tardi un secolo dopo, avvenne la compilazione in versi delle avventure di Gilgamesh secondo una struttura unitaria, giunta a noi nella tarda redazione assira (VIII sec. a.C.).
Se i testi delle origini erano caratterizzati da un forte contenuto mitico, il canone assiro è invece di contenuto mitico più rarefatto. Il canone è un’ opera arricchita nei contenuti, di imponente bellezza lirica e riflessione filosofica.
La qualità letteraria dell'opera fu tale che venne ricopiata, studiata, commentata e tradotta incessantemente fino al VII secolo. Qualcosa di molto simile avvenne anche per i poemi omerici, base culturale degli antichi greci. Proprio le copie più tarde dell'epopea, redatte nella capitale dell'impero assiro, grazie al loro migliore stato di conservazione consentirono agli studiosi una lettura completa della storia di Gilgamesh.

 

 

 

AUTORE DEL POEMA

Gli scribi assiri nel loro lavoro di ricopiatura furono molto zelanti. Infatti ogni biblioteca aveva i suoi cataloghi dove erano elencate tutte le opere presenti negli scaffali e il rispettivo numero di copie. Bisogna precisare che all'epoca non c'era il costume di dare un titolo alle opere. Ciò che veniva riportato nei cataloghi, ad indicazione di un'opera presente, era semplicemente la prima riga della composizione.

 

Ipotizziamo per un momento di poter consultare una biblioteca del primo millennio a.C. e di saper leggere l'accadico. Se questa biblioteca conserva qualche copia del Gilgamesh non dobbiamo cercarla sul catalogo come "Epopea di Gilgamesh" bensì come
"Di colui che vide ogni cosa"
che è appunto il primo verso della versione canonica. Supponiamo ora di entrare in una biblioteca del secondo millennio a.C. Il Gilgamesh andrà stavolta cercato sotto la voce
"Egli è superiore agli altri re"
che è il primo verso del poema paleobabilonese.
La cosa strabiliante è che, a differenza di molte opere dell'antichità, grazie ai cataloghi ritrovati nella biblioteca di Assurbanipal possiamo conoscere anche il nome dell'autore dell'epopea classica.
"Di colui che vide ogni cosa" è da attribuirsi a Sin-leqi-unnini, il prete esorcista
Il nome gotico di questo fantomatico autore significa "O Sin (=dio luna) accogli la mia supplica". Dato che la redazione ninivita è copia di una compilazione di epoca babilonese, Sinleqiunnini, ammesso che sia esistito, doveva essere uno scriba di Babilonia. Purtroppo siamo sicuri dell'esistenza di Sinleqiunnini così come siamo sicuri di quella di Omero.
Infatti da una delle tanti liste reali pervenuteci leggiamo
Durante il regno di Enmerkar era consigliere Nungalpiriggal
Durante il regno di Gilgamesh era consigliere Sinleqiunnini
(citato in Dag 1997 p. 77)
Quindi la tradizione attribuisce il resoconto delle avventure di Gilgamesh allo stesso consigliere del re di Uruk che sarebbe vissuto attorno al 2700 a.C.. Millenni prima di Babilonia! L'autorità di Sinleqiunnini come nume tutelare degli scribi era comunque indiscutibile al punto che spesso gli scribi si dichiaravano suoi discendenti firmando i documenti.
Oltre ai cataloghi gli scribi avevano l'abitudine di porre delle annotazioni in fondo alle tavolette. Tali annotazioni, chiamate  còlophon riportavano:

  •  il titolo (ossia la prima riga)
  •  il numero d'ordine della tavola (per lunghe composizioni che occupavano più di una tavola)
  •  il nome dello scriba ricopiatore (più eventuale riferimento all'antenato Sinleqiunnini)
  •  l'indicazione se l'opera era copiata da un originale più antico
  •  l'indicazione della serie (es. Serie di Gilgamesh)
  •  (solo nei colofoni ittiti) l'indicazione di ultima tavola. Ovvero "serie non finita" per una tavola non conclusiva dell'opera e "serie finita" per l'ultima tavola.

Grazie quindi allo zelo dei bibliotecari babilonesi i primi scopritori e traduttori moderni della saga poterono stabilire il titolo originale ("Di colui che vide ogni cosa"), il numero di tavole che ne facevano parte (12) e quindi la lunghezza approssimativa dell'opera (ca. 3000 versi).

CONTENUTO DELL’OPERA


Sarebbe ingiusto etichettare l'epopea solo come una parabola della ricerca dell'immortalità. Le peripezie di Gilgamesh hanno risvolti etici, filosofici e antropologici affrontati con una tale maturità e bellezza poetica, che da tempo la critica letteraria ha elevato il poema al rango di capolavoro, accanto alle opere di Omero, Virgilio e Dante (1).
Un meritevole accenno ai suddetti temi sarebbe incauto senza tuttavia conoscere di cosa parla l'opera. Veniamo pertanto subito alla trama dell'epopea di Gilgamesh. L'opera è divisa in dodici capitoli, detti "tavole".

 

Tavola I

L'opera inizia con un inno al re Gilgamesh e alla sua città, Uruk. I sudditi, viene detto, sono però vessati dal loro sovrano e si lamentano con gli dei. Il dio An, sovrano del firmamento, accoglie la supplica e, per dare sollievo al popolo, dispone la nascita di Enkidu. Costui è l'uomo selvaggio che vive con gli animali nella steppa, che potrà tenere a freno la smisurata potenza di Gilgamesh ma anche stargli accanto nei momenti di pericolo. Enkidu però deve essere prima educato alla civiltà. A questo compito provvede la prostituta sacra Shamkhat che gli insegna le basi della vita cittadina prima di condurlo a Uruk.
pagina dall'epopea: Prologo, l'eroe Gilgamesh

Tavola II

Enkidu giunge a Uruk in tempo per evitare che Gilgamesh varchi la soglia di una novella sposa. Infatti, a Gilgamesh, in quanto sovrano, spettava lo ius primae noctis, uno dei maggiori fattori di lagnanza popolare. Gilgamesh e Enkidu si fronteggiano ma la forza dei contendenti è paritaria, per questo cessano le ostilità e i due diventano fraterni amici. Gilgamesh, in cerca di fama e avventura, propone allora a Enkidu una spedizione nella foresta dei Cedri dove mille pericoli li attendono.
pagina dall'epopea: I giovani e gli anziani di Uruk

Tavola III

Gilgamesh convince gli anziani di Uruk ad appoggiare la missione. La madre Ninsun, sacerdotessa del tempio, tuttavia è angosciata della partenza del figlio. Ninsun leva un’intensa preghiera a Shamash, dio del sole, affinché protegga Gilgamesh dai pericoli. Dopo che gli artigiani di Uruk hanno forgiato le armi della missione i due eroi si mettono in viaggio.
pagina dall'epopea: La dea Ninsun e il dio Sole

 

Tavola IV (la "tavola dei sogni")

Il viaggio verso la foresta avviene in un clima di magica sospensione. Ogni sera, i due eroi, prima di coricarsi dal lungo cammino eseguono un sacrificio al dio Shamash. Un demone della sabbia, inviato dal dio, incanta Gilgamesh per fargli avere sogni premonitori. Contemporaneamente il demone infonde a Enkidu il potere di interpretare i sogni. I cinque sogni di Gilgamesh sono tutti a tinte fosche, ma ogni volta Enkidu li interpreta come segnali di buon auspicio da parte del loro dio protettore.
pagina dall'epopea: Primo sogno premonitore di Gilgamesh

Tavola V

Gilgamesh e Enkidu giungono nella foresta dei cedri e cercano i tronchi migliori da tagliare e portare a Uruk. Vengono scoperti dal mostro Khubaba, posto a guardia della foresta dal signore degli dei, Enlil. Il mostro maledice i due uomini, sperando d'impaurirli, ma gli eroi non indietreggiano e lo scontro ha inizio. Con l’aiuto di Shamash, Gilgamesh e Enkidu riescono a sopraffare il mostro che chiede pietà. Enkidu tuttavia avverte Gilgamesh che le parole del mostro contengono menzogna e sprona l’amico a finire la creatura. Il bottino è grande. Gli alberi sacri vengono tagliati e portati a Uruk.
pagina dall'epopea: La foresta dei cedri

Tavola VI

Gilgamesh è acclamato e Ishtar, dea dell'amore, osservando il sovrano in tutto il suo splendore se ne invaghisce. La dea scende a Uruk e propone a Gilgamesh di sposarla. L’eroe rifiuta la sua proposta in termini che oltraggiano la dea. Ishtar allora fa liberare il Toro Celeste che come una calamità si abbatte sulla città. Intervengono Gilgamesh e Enkidu che come in una corrida riescono a bloccare e uccidere il mostro. La gloria di Gilgamesh raggiunge l’apoteosi e mentre tutto il popolo lo acclama, Ishtar piange il Toro con le sue ancelle.
pagine dall'epopea: Gli amori di Ishtar, Uccisione del toro Celeste

Tavola VII

Spente le libagioni, Enkidu sogna il consiglio degli dei. L’olimpo non è contento ma offeso dai ripetuti sacrilegi. Enlil decreta che uno dei due eroi muoia. Poiché Gilgamesh ha sangue divino nelle vene, la pena ricade su Enkidu che cade in agonia. Gilgamesh è disperato, perché non può fare nulla per il moribondo che, vaneggiando, maledice la porta costruita col cedro della foresta e la prostituta che lo aveva introdotto alla civiltà. Shamash però rincuora Enkidu preparandolo al trapasso. In un ultimo sogno Enkidu ha la visione della Casa della Polvere, il regno dei morti dove è destinato.
pagina dall'epopea: Enkidu sogna il regno dei morti

Tavola VIII

Enkidu muore e Gilgamesh lo piange intonando un lamento funebre al quale si unisce tutto il popolo in lutto. Viene preparato un regale corredo funebre che accompagnerà il defunto nell’aldilà.
pagina dall'epopea: Il pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu

Tavola IX

Gilgamesh è sconvolto dalla morte del compagno e s’interroga se anche lui dovrà un giorno perire nello stesso modo. In cerca di una risposta abbandona Uruk disperato, vagando per la steppa affamato e derelitto. Giunge fino alla porta di una montagna sorvegliata da creature metà uomo e metà scorpione. I guardiani mostruosi riconoscono in lui carne divina e lo lasciano passare. Gilgamesh attraversa l’oscurità della montagna e all’uscita si ritrova nello splendente giardino di Shamash dove diamanti e lapislazzuli crescono sugli alberi.
pagina dall'epopea: Incontro con gli uomini-scorpione

Tavola X

Il giardino di Shamash è sorvegliato dalla vivandiera Siduri che commossa dalle implorazioni di Gilgamesh gli spiega come raggiungere l’antenato Utnapishtim, reso immortale dagli dei per aver superato la prova del diluvio universale. Incontrato il traghettatore Urshanabi, Gilgamesh può attraversare le acque della morte che separano la dimora di Utnapishtim dal resto dell’umanità. Gilgamesh infine raggiunge l’antenato che però non ha alcun segreto di lunga vita da rivelare.
pagina dall'epopea: Il destino dell'uomo nelle parole di Utanapishtim

Tavola XI (la "tavoletta del Diluvio")

Gilgamesh non crede a Utnapishtim. L’antenato racconta allora come riuscì a salvarsi dal grande diluvio. Fu solo al termine di questa calamità, scagliata dagli dei per sopprimere gli uomini, che si creò l’unica situazione in cui fu garantita vita eterna ad un mortale. Gli dei, infatti, riunitisi in consiglio per decidere il destino di Utnapishtim, lo elessero a loro pari destinandolo a vivere lontano dal mondo. Fu quindi grazie a un consiglio divino che Utnapishtim divenne immortale, ma tale consiglio non potrà mai ripetersi per Gilgamesh. Il re di Uruk prova allora a sottoporsi alla prova del sonno per mostrare di meritare una simile possibilità, fallendo però miseramente. Gilgamesh si sente sconfitto, ma Utnapishtim gli fa un ultimo dono prima del viaggio di ritorno: la pianta dell’irrequietezza che restituisce vigore al fisico.
Sulla strada per Uruk, Gilgamesh fa una sosta in un'oasi lasciando incustodita la pianta magica. Quanto basta affinché un serpente, possa avvicinarsi e divorare la pianta, perdendo la pelle e ridiventare giovane. A Gilgamesh non rimane che accettare il suo destino mortale e tornare a Uruk dove riprende l’esercizio del potere con i suoi strumenti: il pukku e il mekku (il tamburo e la bacchetta della guerra).
pagina dall'epopea: Il racconto del diluvio (vedi anche la pagina Giuda-Israele)

Tavola XII

I lamenti delle vedove fanno cadere il pukku e il mekku agli inferi. Enkidu (di nuovo vivo, come in un flashback) si accolla il compito di recuperare gli arnesi del potere. Gilgamesh raccomanda a Enkidu di rispettare tutti i tabù degli inferi per garantirsi il ritorno. Purtroppo Enkidu infrange i tabù e viene intrappolato. Gilgamesh riesce a far liberare Enkidu grazie all’aiuto di Shamash che intercede presso Nergal, signore dell’oltretomba. Ma Enkidu è già morto come apprende Gilgamesh quando al suo cospetto torna solo un’ombra. Nel corso dell’ultimo incontro col vecchio compagno di avventure, Enkidu spiega il destino degli abitanti dell’oltretomba.

 

Gilgamesh incalza Utnapishtim (1-7)

Gilgamesh parlò a lui, al lontano Utnapishtim:
"Io guardo a te, Utnapishtim,
le tue fattezze non sono diverse, tu sei uguale a me,
si, tu non sei diverso, uguale a me sei tu!

 

Il mio animo è tutto proteso a misurarsi con te,
e tuttavia il mio braccio è inerme contro di te!
Perciò dimmi: come sei entrato nella schiera degli dei,
ottenendo la vita?".

5

Comincia il racconto del diluvio (8-19)

Utnapishtim parlò a lui, a Gilgamesh:
"Una cosa nascosta, Gilgamesh, ti voglio rivelare,

 

e il segreto degli dei ti voglio manifestare.
Shuruppak - una città che tu conosci,
che sorge sulle rive dell'Eufrate -
questa città era già vecchia e gli dei abitavano in essa.
Bramò il cuore dei grandi dei di mandare il diluvio.

10

Prestarono il giuramento il loro padre An,
Enlil, l'eroe, che li consiglia,
Ninurta il loro maggiordomo,
Ennugi, il loro controllore di canali;
Ninshiku-Ea aveva giurato con loro.

15

L'aiuto di Enki (29-47)

Le loro intenzioni (quest'ultimo) però le rivelò
ad una capanna:
"Capanna, capanna! Parete, parete!
Capanna, ascolta; parete, comprendi!
Uomo di Shuruppak, figlio di Ubartutu,
abbatti la tua casa, costruisci una nave,

20

abbandona la ricchezza, cerca la vita!
Disdegna i possedimenti, salva la vita!
fai salire sulla nave tutte le specie viventi!
La nave che tu devi costruire -
le sue misure prendi attentamente,

25

eguali siano la sua larghezza e la sua lunghezza - ;
tu la devi ricoprire come l'Apsu".
Io compresi e così io parlai al mio signore Enki:
"L'ordine, mio signore, che tu mi hai dato,
l'ho preso sul serio e lo voglio eseguire.

30

Che cosa dico però alla città, agli artigiani e agli anziani?"
Enki aprì la sua bocca,
così parlò a me il suo servo:
"Tu, o uomo, devi parlare loro così:
'Mi sembra che Enlil sia adirato con me;

35

perciò non posso vivere più nella vostra città
non posso più porre piede sul territorio di Enlil.
Per questo voglio scendere giù nell'Apsu, e là abitare
con il mio signore Enki.
Su di voi però Enlil farà piovere abbondanza,
abbondanza di uccelli, abbondanza di pesci.

40

Egli vi regalerà ricchezza e raccolto.
Al mattino egli farà scendere su di voi focacce,
di sera egli vi farà piovere una pioggia di grano".

45

La costruzione dell'arca (48-88)

Appena l'alba spuntò,
si raccolse attorno a me tutto il paese;

 

il falegname portò la sua ascia,
il giuncaio portò il suo ...
I giovani uomini [ ]
le case [ ] le mura di mattoni.
I fanciulli portarono pece.

50

Il povero [ ] portò il necessario.
Al quinto giorno disegnai lo schema della nave;
la sua superficie era grande come un campo,
le sue pareti erano alte 120 cubiti.
Il bordo della sua copertura raggiungeva anch'esso 120 cubiti.
Io tracciai il suo progetto, feci il suo modello:

55

suddivisi la superficie in sei comparti,
innalzai fino a sette piani.
La sua base suddivisi per nove volte.
Nel suo mezzo infissi pioli per le acque;
scelsi le pertiche e approntai tutto ciò che serviva alla sua costruzione:

60

tre sar di bitume grezzo versai nel forno,
tre sar di bitume fine impiegai;
tre sar di olio portarno le persone portatrici dei canestri.
Tranne un sar di olio che il niqqu ha consumato,
e due sar di olio messi da parte dal marinaio.

65

Come approvvigionamento macellai buoi,
giorno dopo giorno uccisi pecore;
mosto, birra, olio e vino
gli artigiani bevvero come fosse acqua del fiume,
essi celebrarono una festa come se fosse la festa del Nuovo Anno!

70

Al sorgere del sole io feci un'unzione;
al tramonto la nave era pronta.
Il varo della nave fu molto difficile;
corde per il varo furono lanciate sopra e sotto;
due terzi di essa stavano sopra la linea d'acqua.

75

Tutto ciò che io possedevo lo caricai dentro:
tutto ciò che io possedevo di argento lo caricai dentro,
tutto ciò che io possedevo di oro lo caricai dentro,
tutto ciò che io possedevo di specie viventi le caricai dentro:
sulla nave feci salire tutta la mia famiglia e i miei parenti,

80

il bestiame della steppa, gli animali della steppa,
tutti gli artigiani feci salire.
L'inizio del diluvio me lo aveva indicato Shamash:
"Al mattino farò scendere focacce, la sera farò piovere
una pioggia di grano;
allora sali sulla nave e chiudi la porta!".

85

Il diluvio distrugge ogni forma di vita (89-134)

Venne il momento indicato:

 

al mattino scesero focacce, la sera una pioggia di grano.
Io allora osservai le fattezza del giorno:
al guardarlo, il giorno incuteva paura.
Entrai dentro la nave e sprangai la mia porta.
Al marinaio Puzur-Amurri, il costruttore della nave,

90

regalai il palazzo con tutti i suoi averi.
Appena spuntò l'alba,
dall'orizzonte salì una nuvola nera.
Adad all'interno di essa tuonava continuamente,
davanti ad essa andavano Shullat e Canish;

95

i ministri percorrevano monti e pianure.
Il mio palo d'ormeggio strappò allora Erragal.
Va Ninurta, le chiuse d'acqua abbatte.
Gli Anunnaki sollevano fiaccole,
con la loro luce terribile infiammano il paese.

100

Il mortale silenzio di Adad avanza nel cielo,
in tenebra tramuta ogni cosa splendente.
Il paese come un vaso egli ha spezzato.
Per un giorno intero la tempesta infuriò,
il vento del sud si affrettò per immergere le montagne nell'acqua:

105

come un'arma di battaglia la distruzione si abbatte
sugli uomini.
A causa del buio il fratello non vede più suo fratello,
dal cielo gli uomini non sono più visibili.
Gli dei ebbero paura del diluvio,
indietreggiarono, si rifugiarono nel cielo di An.

110

Gli dei accucciati come cani si sdraiarono la fuori!
Ishtar grida allora come una partoriente,
si lamentò Belet-Ili, colei dalla bella voce:
"Perché quel giorno non si tramutò in argilla,
quando io nell'assemblea degli dei ho deciso il male?

115

Perché nell'assemblea degli dei ho deciso il male,
dando, come in guerra, l'ordine di distruggere le mie genti?
Io proprio io ho partorito le mie genti
ed ora i miei figli riempiono il mare come larve di pesci".
Allora tutti gli dei Anunnaki piansero con lei.

120

Gli dei siedono in pianto.
Secche sono le loro labbra; non prendono cibo!
Sei giorni e sette notti
soffia il vento, infuria il diluvio, l'uragano livella il paese.
Quando giunse il settimo giorno, la tempesta, il diluvio
cessa la battaglia,

125

dopo aver lottato come una donna in doglie.
Si fermò il mare, il vento cattivo cessò e il diluvio si fermò.
Io osservo il giorno, vi regna il silenzio.
Ma l'intera umanità è ridiventata argilla.
Come un tetto è pareggiato il paese.

130

 La missione esplorativa degli uccelli (135-154)

Aprii allora lo sportello e la luce baciò la mia faccia.
Mi abbassai, mi inginocchiai e piansi.
Sulle mie guance scorrevano due fiumi di lacrime.
Scrutai la distesa delle acque alla ricerca di una riva:
finché ad una distanza di dodici leghe non scorsi un'isola.

135

La nave si incagliò sul monte Nisir.
Il monte Nisir prese la nave e non la fece più muovere;
un giorno, due giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
tre giorni, quattro giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
cinque giorni, sei giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere.

140

Quando giunse il settimo giorno,
feci uscire una colomba, la liberai.
La colomba andò e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire una rondine, la liberai;

145

andò la rondine e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire un corvo, lo liberai.
Andò il corvo e questo vide che l'acqua ormai rifluiva,
egli mangiò, starnazzò, sollevò la coda e non tornò.

150

 Sacrifici propiziatori del superstite (155-176)

Feci allora uscire ai quattro venti tutti gli occupanti
della nave e feci un sacrificio.
Posi l'offerta sulla cima di un monte.
Sette e sette vasi vi collocai:
in essi versai canna, cedro e mirto.
Gli dei odorarono il profumo.

155

Gli dei odorarono il buon profumo.
Gli dei si raccolsero come mosche attorno all'offerente.
Dopo che Belet-Ili fu arrivata
innalzò in alto le sue grandi 'mosche' (=lapislazzuli)
che An aveva fatto per la sua gioia:
"Voi, o dei, siete come i lapislazzuli del mio collo!

160

che io ricordi sempre questi giorni e non li dimentichi mai!
Gli dei vengano all'offerta,
ma Enlil non venga all'offerta,
perché egli ha ordinato avventatamente il diluvio,
destinando le mie genti alla rovina!".

165

Dopo che Enlil fu arrivato,
vide la nave e si infuriò,
d'ira si riempì il suo cuore verso gli dei Igigi:
"Qualcuno si è salvato? Eppure nessun uomo
doveva sopravvivere alla distruzione".
Ninurta aprì la sua bocca e disse, così parlò ad Enlil l'eroe:

170

"Chi può aver escogitato ciò se non Enki?
Solo Enki conosce ogni arte!".

175

 

La ricerca dell'immortalità di Gilgamesh può apparire come un avventuroso mito, come quello, per esempio, degli Argonauti a caccia del vello d'oro. Ma se l'epos di Giasone ha richiesto secoli di reinterpretazioni per emergere in tutto il suo senso tragico (come nella Medea di Euripide), l'epos di Gilgamesh è  contenuto all'ennesima potenza già nei primi poemetti sumerici. Questo epos sviluppato con estrema sensibilità nel canone, si articola su quattro temi principali: il viaggio, la tradizione culturale, il tema della coppia, il tema della morte.

leggende

 

 

 

 

 

Il tema del viaggio

Molti critici vedono nell'opera un percorso educativo del protagonista attraverso i luoghi del poema. La parabola di Gilgamesh evidentemente doveva essere d'insegnamento per i destinatari dell'opera. Leggiamo nel bellissimo prologo:
Gilgamesh vide ogni cosa, ebbe esperienza di ogni cosa, in ogni cosa raggiunse la completa saggezza... (tav. I)
E' inteso che questo è un giudizio a posteriori del narratore dato che, inizialmente, Gilgamesh è
...uno scalpitante toro selvaggio, le sue armi sono sempre sollevate e al suono del suo pukku debbono accorrere i suoi camerati. Giorno e notte il suo comportamento è oppressivo (tav. I)
La società di Uruk si lamenta invocando addirittura l'intervento di An, dio del firmamento, affinché Gilgamesh la lasci in pace. L'ego prevaricatore del sovrano impedisce il corretto svolgersi delle attività commerciali (perché i sudditi sono impegnati nella guerra o nel consolidamento della mura della città) e sociali (perché al sovrano spetta lo ius primae noctis).
Gilgamesh è assetato d'azione e d'avventure ma a metà del poema perde la sua spavalderia. Uruk non è più un ovile accogliente (appellativo frequente della città sumerica) perché non ha saputo proteggere l'amico Enkidu dal "destino dell'umanità". L'eroe deve abbandonare Uruk perseguitato da profonde inquietudini. E' uno strappo antropologico denso di significati. A Uruk tutto era agio e sicurezza; fuori da Uruk c'é solo fame, freddo e solitudine.
Gilgamesh deve viaggiare a lungo, perché lontana è la dimora di chi può dargli delle risposte. L'oracolo è un antenato, Utnapishtim, reso immortale dagli dei per meriti eccezionali. La necessità del viaggio è enunciata persino con ridondanza, come suggerisce l'appellativo di Utnapishtim, "il lontano".
La metafora del viaggio educativo si dispiega anche attraverso la scansione del tempo. Prima smisurata e mitica (vedi la rapidità con cui Gilgamesh ed Enkidu procedono verso la Foresta dei Cedri), poi umanizzata e resa con enorme precisione (vedi le "doppie ore" che scandiscono il faticoso cammino attraverso l'oscurità per giungere alla luce di Shamash, tav. IX). Nella prima parte del poema Gilgamesh vive quindi in una dimensione irreale e appartata dal resto della società che non lo comprende.
Per contrasto, la seconda parte del poema ci presenta un Gilgamesh in una dimensione reale e soprattutto sociale. Rivelatore è il discorso di Gilgamesh al battelliere Urshanabi durante il viaggio di ritorno a Uruk. Un discorso fatto di inedite buone intenzioni verso i sudditi:
«Urshanabi, questa è la pianta dell'irrequietezza;
grazie ad essa l'uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk e voglio darla da mangiare
agli anziani e sperimentare la pianta.
Il suo nome sarà "l'uomo anziano ringiovanirà"» (tav. XI)
Il viaggio dell'eroe culmina con la conquista (o la consapevolezza) della dignità del sovrano. Il re sumerico non deve mai prescindere dai propri doveri, da cui dipende l'esistenza stessa della comunità.

Il tema culturale

Il buon governo è solo uno dei due effetti dell'eredità di Utnapishtim. Infatti il prologo anticipa come la saggezza acquisita da Gilgamesh al termine dell'epopea si manifesterà in un puro gesto culturale:
egli fece incidere tutte le sue fatiche su una stele di pietra (tav. I)
Nell'atto della scrittura, la cui invenzione è attribuita secondo un mito a Enmerkar, nonno di Gilgamesh, si condensa tutta la sapienza sumerica. Con la scrittura nasce la storia, non solo quella di Gilgamesh, ma di tutto il genere umano:
solleva la tavoletta di lapislazzuli e leggila:
vi è la storia di quell'uomo, di Gilgamesh che
sperimentò ogni possibile sofferenza (tav. I)
Il senso della storia traspare non solo nella registrazione scritta degli eventi ma anche nel recupero dei templi distrutti dal Diluvio (di cui Utnapishtim fu testimone oculare):
dopo aver raggiunto Utnapishtim, che abita in un lontanissimo luogo,
Gilgamesh restaurò i centri di culto distrutti dal diluvio (tav. I)
In conclusione l'epopea è un viaggio di formazione durante il quale un eroe mitico diventa eroe culturale. L'esperienza di Gilgamesh condensa conquiste storico-culturali dei sumeri. Egli sa scavare pozzi nel deserto
dopo trenta leghe di marcia si fermarono per la notte
essi scavarono un pozzo davanti a Shamash
e riempirono d'acqua i loro otri (tav. IV)
taglia i cedri dei Monti Libano per usarli come materiale da costruzione a Sumer
Gilgamesh abbattè gli alberi ed Enkidu raccolse i ciocchi
«Amico mio è stato abbattuto un meraviglioso cedro,
io voglio fare con esso una porta...» (tav. V)
inventa la corrida
Enkidu affrontò il Toro Celeste
e lo prese per la sua spessa coda
e Gilgamesh colpì il Toro con mano ferma e sicura
egli immerse la spada tra le corna e i tendini della nuca (tav. VI)
si improvvisa speleologo
Gilgamesh entrò nella porta della montagna
egli ha percorso una doppia ora
densa è l'oscurità, non vi è alcuna luce
e non gli è concesso di vedere nulla dietro di sé (tav. IX)
escogita la navigazione a vela
Gilgamesh e Urshanabi fecero salpare la nave e si misero in viaggio.
«Stai indietro Gilgamesh! Prendi un palo,
le acque della morte non devono sfiorare la tua mano [...]».
Quando Gilgamesh esaurì tutti i pali
lui e Urshanabi si spogliarono dei loro vestiti
e li legarono con la cintura attorno all'albero della nave (tav. X)
e la pesca sottomarina
Gilgamesh aprì un foro e si legò ai piedi grandi pietre,
si immerse nell'abisso e prese la pianta che punse le sue mani,
slegò quindi le grandi pietre che aveva ai piedi
e così il mare lo fece risalire fino alla sponda (tav. XI)
Ma l'epopea è ricchissima di dettagli che ne fanno un'enciclopedia di Sumer. Il testo spiega (o suggerisce) come i templi accoglievano gli orfani, perché sul calendario c'erano due feste di Anno Nuovo, perché i pastori vivevano in tende. Si affrontano la prostituzione e i costumi sessuali, la pratica oracolare dell'incubazione (tav. IV) e non mancano dimostrazioni eziologiche (perché i serpenti fanno la muta, ecc.).

Il senso della vita

Abbiamo accennato al passo dove Siduri redarguisce Gilgamesh su come dovrebbe comportarsi piuttosto che dar la caccia a segreti divini senza risposta. Il destino dell'uomo è segnato dalla mortalità (come racconta il finale dell'Atramkhasis, poema babilonese del diluvio) e Utnapishtim lo ricorda nei seguenti versi:
tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume
il loro sguardo si rivolge al sole,
e subito non c'è più nulla
(tav. X, vv. 315-317)
anche se Gilgamesh medesimo ne ha sentore all'inizio del poema
L'umanità conta i suoi giorni
e qualunque cosa faccia è vento
(tav II, lacuna al v. 200 circa integrata in Sap 2001 p. 55)
Nessuno può oltrepassare i limiti della vita, e si sa dall'etimologia che limite è in corrispondenza biunivoca con necessità. La necessità (ananke) non è una divinità vera e propria, quanto piuttosto il riconoscimento di una forza cosmica superiore alle cose, superiore allo stesso destino di uomini e dei (fato = Namtar in Mesopotamia, la Moira in Grecia, poi personificata in tre entità: Atropo che fila, Cloto che avvolge e Lachesi che recide il filo della vita umana).
Tuttavia Gilgamesh non accetta questa situazione, forse ingannato dalla somiglianza fisica con l'antenato. Ma Utnapishtim vuole convincere Gilgamesh con la parabola del diluvio, al termine della quale si svolse l'emblematica adunanza divina che promuove Utnapishtim tra gli dei.
(Enlil) ci benedisse:
"Prima Utnapishtim era uomo,
ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.
(tav. XI, vv. 191-196)
Ma nessuna sessione di Anunnaki si può tenere per Gilgamesh, negandogli d'ufficio l'immortalità! Rimprovera infatti l'eroe del diluvio a Gilgamesh:
...ed ora chi potrà far radunare per te gli dei
in modo che tu trovi la vita che tu cerchi?
(tav. XI, vv. 198-199)
La volontà di sopravvivenza di Gilgamesh è rivelatrice di uno stato d'animo che vive la precarietà quotidiana con ansia di sopravvivenza. Questo stato d'animo è comune in Mesopotamia come in Grecia. Ricordo l'esempio di Admeto che inseguito da Thanatos chiede al padre di rinunciare alla vita in vece sua, ma il rifiuto del vecchio padre Ferete non ammette repliche:
“la vita è breve ma è così dolce”
(v. 695 Alcesti)

O nelle parole di Eracle:
Tutti gli uomini devono soggiacere alla morte, e non c’è uno tra i mortali che sappia se domani sarà ancora vivo: perché l’oscuro cammino della sorte non è cosa che si possa insegnare, né si coglie grazie a un’arte. Dunque ora che hai ascoltato e appreso da me tutto questo, cerca di divertirti, bevi, pensa alla tua vita giorno per giorno e affidati alla sorte. (v. 785-… Alcesti)
Di stesso tenore è l’ammonimento dei cittadini ateniesi a Ioalo, vecchio compagno di avventure di Eracle:
Il tempo non ha ancora spento il tuo ardore: esso è giovane, ma il corpo è sfinito. Perché ti affatichi inutilmente in imprese che ti nuoceranno e ben poco potranno giovare alla nostra città? All’età che hai, devi riconoscere l’errore e rinunciare all’impossibile: la giovinezza non troverai modo di riacquistarla (702-708 Eraclidi)
Sono ammonimenti che ricordano da vicino le parole di Siduri nel poema paleobabilonese. L'adunanza divina che Gilgamesh auspica è tuttavia di cattivo auspicio. Gilgamesh dovrebbe ricordarsi di Enkidu che, prima di cadere in agonia, chiese di spiegargli l'incubo presagio di morte:
Amico mio, perché i grandi dei erano a consulto?
(tav. VI, v. 188)
Nei miti sumeri la riunione degli dei a consiglio è generalmente fonte di sventure! La cronaca del consiglio è interpolata nella tav. VII dal canto ittita di Gilgamesh:
An, Enlil, Ea e Shamash erano radunati a consiglio e An disse a Enlil: "Poiché hanno ucciso Humbaba, che custodiva la foresta dei Cedri, uno dei due dovrà morire". Allora Shamash rispose a Enlil, all'eroe: "Fu per tuo ordine che uccisero il Toro Celeste e Humbaba: dovrà dunque Enkidu morire benché sia innocente?". Enlil si rivolse furibondo a Shamash: "Proprio tu osi dire questo, che te ne andavi con loro tutti i giorni come uno di loro?".
(da San 1994, p. 115)
Come sottilmente ha osservato Jan Kott il porre in questione l'equità di un verdetto emanato degli dei riuniti in consiglio - come Shamash - è molto umano e umanamente toccante.

 

Fonte: www.digila.it/public

 

 

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Le leggende.

Quando usiamo il termine mitologia, intendiamo una raccolta di miti. Perciò, parliamo di mitologia greca o finnica, indicando un insieme di miti di una certa cultura, religione o gruppo etnico. Ma l’uso della parola mitologia come sinonimo di favola o leggenda è errato, perché, pur essendo racconti tradizionali anonimi, le leggende e le favole non sono miti.
La leggenda, derivata dal latino raccogliere, scegliere, leggere e dal termine greco raccogliere, viene spesso confusa con il mito. Come questo, essa è una storia anonima tradizionale tramandata di generazione in generazione. Ma, laddove il mito ha come protagonisti principali Dei e Dee, una leggenda presenta personaggi storici, come Carlo Magno, El Cid, Maometto, san Francesco d’Assisi o Billy the Kid. Accanto a questi compaiono personaggi di fantasia e creature immaginarie come draghi, angeli e demoni. Inoltre, anche se una leggenda si svolge in tempi storici, e non in epoche primordiali, essa contiene elementi fantastici: sappiamo che Maometto è esistito veramente, ma che abbia cavalcato in cielo sull’animale fantastico Al Borak è sicuramente ancora da dimostrare.
Mentre un mito è ritenuto assolutamente vero dalle persone che lo raccontano, una leggenda non lo è necessariamente. Spesso, in effetti, quando definiamo una cosa leggendaria, vogliamo sostenere che non esistono basi storiche che confermino la sua veridicità, anche se alcuni personaggi del racconto sono figure storiche.
Per esempio, numerose leggende circondano la figura del Cid, ma non tutte le imprese che gli vengono attribuite hanno necessariamente avuto luogo, e naturalmente gli elementi fantastici allontanano i racconti dalla storia reale.

 

 

Riduzione tratta dall’introduzione del DIZIONARIO UNIVERSALE DEI MITI E LEGGENDE
di Anthony S. Mercatante, Grandi Manuali Newton
Newton & Compton Editori - 2001.

 

fonte: digilander.libero.it/abydosgate/testi/

 

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LA LEGGENDA DEI GIORNI DELLA MERLA
Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Giorni_della_merla

 

Narra una antica leggenda, che una volta la merla aveva un piumaggio bianco, come la neve, ma

,,,per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero il 1º febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri.

Secondo una versione più elaborata della leggenda…

… una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre con le piume nere.

 

 

 

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I Nibelunghi

Nell’epica del medioevo, la leggenda più importante del "ciclo germanico" è quella dei Nibelunghi, parola che significa "figli delle tenebre e delle nebbie". I Nibelunghi in origine erano la stirpe di nani che custodiva un tesoro, poi il termine indicò anche i guerrieri e gli abitanti del paese dei nibelunghi, nel nord della Germania.
Il tema fondamentale della leggenda è quello dell'oro dei Nibelunghi, con la maledizione legata all'anello magico che può moltiplicare il prezioso metallo, ma che porta sventure e lutti a chi lo possiede.
La leggenda è presente in molti dei poemi rimasti.
La Canzone dei Nibelunghi (1200-1205) è la più famosa del ciclo: vi si narrano le imprese di Sigfrido giunto nel regno dei Burgundi, il suo amore per Crimilde, sorella del re, la sua morte per mano di un vassallo del re, la vendetta di Crimilde che si serve di Attila, re degli Unni.
La vendetta culmina nella distruzione di due popoli: i Burgundi e gli Unni.

 

La vicenda
Il poema il Cantare dei Nibelunghi è diviso in due parti.
Nella prima si narra di Sigfrido che giunge alla città di Worms, capitale dei burgundi, deciso a conquistare la bella Crimilde, sorella di re Gunther. Ottiene la mano di Crimilde dopo aver aiutato con i suoi mezzi magici Gunther a conquistare Brunilde, regina di Islanda.
Si celebrano le doppie nozze. Dopo una lite, Brunilde vuole vendicarsi e trama con Hagen, un potente e fedele vassallo del re, per uccidere Sigfrido.
Sigfrido, durante una battuta di caccia, è colpito da Hagen nell'unico punto in cui è vulnerabile e muore.
Gunther e Hagen s’impadroniscono del tesoro dei Nibelunghi, conquistato da Sigfrido e lo nascondono nel letto del fiume Reno.
Nella seconda parte del poema si narra la vendetta di Crimilde, la quale accetta di sposare Attila, il re degli Unni, in cambio della promessa che il re acconsentirà ad ogni suo volere.
Così ella provoca una battaglia tra i Burgundi e gli Unni che termina con la distruzione dei due popoli.  Crimilde uccide il fratello Gunther e Hagen, che muoiono senza rivelare dove hanno nascosto il tesoro dei Nibelunghi. Alla fine la stessa viene uccisa.
By Andrea
Fonte: www.icdegasperi.it/sec_agrate

 

 

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RACCOLTA DI LEGGENDE  -  ANEDDOTI  -  RACCONTI
                                   

 

 

  1. L’ASPIDO SORDO
  2. LA STRADA DEL PASSO DEGLI ORSI
  3. SUSA’ E “LA CHIESA DAGLI OCIONI”
  4. UNA CAMPANA ANTICA
  5. LE CAMPANE DI RONCOGNO
  6. LA DOCCIA DEL RIO NERO
  7. LA STEMPA DEL ZANUM
  8. LA CAVERNA DEI LUMI
  9. LA LEGGENDA DI SERSO
  10. S. GIORGIO E IL DRAGO
  11. IL VIANDANTE PILATO
  12. IL DIRITTO DI PRIMA NOTTE
  13. LA TORRE DELLE TORTURE
  14. LA TORRE DEI COLTELLI
  15. LA PRIGIONE DELLA GOCCIA
  16. GLI SPIRITI DEI CASTELLANI
  17. LA DAMA BIANCA
  18. IL DIAVOLO E LE SUE DONNE
  19. LA STREGA MALVAGIA
  20. LA BUSA DEI GASPERINI
  21. LA CHIOCCIA
  22. I DUE DECANI E LA POTENZA DELLA PREGHIERA

 

 

 

 

 

1. ASPIDO SORDO

(Pergine, Tegazzo e Masetti)

Quando la località «Sacchi» era di proprietà dei Sigg. Fontanari (Cavalletti), essendo la zona ben esposta al sole e riparata dai venti freddi del nord, i Sigg. Fontanari vi fecero un esperimento per la coltivazione delle fragole.
Infatti la coltivazione poteva essere redditizia se ci fosse stata, come oggi, la possibilità della vendita, ma a quei tempi con i pochi soldi disponibili, la gente preferiva comperare farina da polenta, che non le fragole.
Comunque, dalla vecchia strada della Valsugana, che dal Tegazzo portava fino ai Masetti, quei bei filari di fragole, facevano gola ai ragazzi che abitavano agli Assizzi, ai Masetti ed a Valar, che quattro volte al giorno percorrevano quella strada per recarsi a scuola a Pergine. Spesso e volentieri trovavano qualche buco nella siepe di rovi e filo spinato, per arrivare fino alle fragole e farme una scorpacciata.
Esasperati per questo inconveniente i Sigg. Fontanari sparsero la voce che nella loro proprietà e specialmente dov'erano le fragole era stato visto l'aspido sordo. Quest'animale frutto dell'immaginazione popolare, doveva essere una bestia terrificante e velenosissima, che bruciava perfino l'erba dove passava. I ragazzi terrorizzati da quest'annuncio, smisero di andare a rubare le fragole.
Nel contempo abitava in piazza Pacini (spiaz de le oche) un giovane scultore di nome Eugenio Anderle, che per ingraziarsi le autorità di quell'epoca e ottenere qualche aiuto, scolpi, a grandezza naturale, un bel busto di Mussolini che venne poi esposto in bella mostra nella vetrina del Bar Italia in via Pennella. Lo vide anche il Sig. Giovanni Margoni, molto conosciuto in paese con il sopranome di «Giovanni dell'acqua». Era un uomo arguto, spiritoso e scanzonato, che si divertiva a fare degli scherzi al prossimo. Alla vista di quel busto fece circolare in paese, la chiacchiera che i «Cavalletti» avevano catturato l'aspido sordo e, alla gente che chiedeva che aspetto avesse questo aspido sordo, il Giovanni rispondeva che andassero pure a vederlo che era esposto nella vetrina del Bar Italia in via Pennella.
Per alcune settimane vi fu in via Pennella un insolito afflusso di gente, con grande meraviglia delle autorità politiche del paese che si compiacevano nel vedere che i cittadini perginesi dimostrassero tanto interesse per.... 1'«ASPIDO SORDO».

Da: “Mi ricordo che…”
Autore: E. Fuoli

 

 

 

2. LA STRADA DEL PASSO DEGLI ORSI
(Pergine, Brazanighe, Osteria dei Bordei, Passo degli Orsi)

Un uomo di montagna si era recato alla fiera di maggio a Pergine per degli acquisti.
La gente di allora era molto povera e non poteva permettersi il lusso delle scarpe, così calzava degli zoccoli di legno detti “sgalmere” che per maggior durata e per le strade impervie e ghiacciate dell’inverno, sotto erano chiodate.
Quest’uomo, finite le sue compere, si avviò verso Brazzanighe dove si fermò per rifocillarsi, per poi proseguire il suo viaggio verso casa. Anche lui si fermò, come d’abitudine, all’Osteria del Maso dei Bordei. Bevve parecchi grappini e quartini di vino. Intanto si fece notte inoltrata.
Decise allora d’incamminarsi verso la sua abitazione; presa la propria gerla, si avviò su per la strada del Passo degli Orsi. Percorse circa un chilometro e sentendo che le gambe lo reggevano poco si mise a sedere su di un sasso. Di lì a poco vide scendere per la strada un a massa scura con due occhi che luccicavano, che, arrivata ad una distanza di circa dieci metri dal poveretto, si alzò in piedi ruggendo ed alzando le due zampe anteriori che avevano degli artigli lunghi come dita. Era un orso, che aveva fiutato l’odore della carne e del formaggio che l’uomo aveva nella gerla. Quel povero disgraziato fece dietro front ed a salti e lunghi passi, tali che le sgalmere gli toccavano il sedere, arrivò tutto impaurito e trafelato al Maso dei Bordei.
Si presume che da questo avvenimento deriva il nome della strada “Passo degli Orsi”. Come forse qualcuno sa gli orsi non stanno mai nella stessa zona ma si trasferiscono in altri luoghi percorrendo in una notte dai cinque ai dieci chilometri in cerca di una compagna o di cibo.
Si narra poi che, con il passare del tempo, questo orso si era insediato a S. Cristoforo ed impaurito da qualcuno si sia avventurato ad attraversare il lago. Sul lago c’era un pescatore (sig. Corradi) con la propria barca a remi, e visto l’orso che si avvicinava alla barca per aggrapparsi, fu preso dalla paura ed incominciò a vibrare colpi di remo sulla testa del malcapitato uccidendolo. Questo bellissimo esemplare di orso grigio maschio si può tutt’oggi ammirare imbalsamato nella vetrina della Farmacia Crescini del dott. Manauni di Pergine in P.zza Serra.

                                  Da: “Mi ricordo che…. “
Autore: C. Silvestri

 

 

 

 

 

3. SUSA’ E “LA CHIESA DAI OCIONI”

(Susà)

Il nome Susà deriva dal termine latino sus, suis che significa suino.
Il paese era infatti all'origine il luogo dove gli allevatori di Pergine tenevano i maiali.
Osservando la collina di Susà da Pergine si nota subito che è stata creata da una frana staccatasi dalla montagna.
Ma fenomeni franosi debbono essersi verificati frequentemente in epoche recenti.
Sembra che alcune case poste nella parte alta del paese siano state sommerse proprio da una frana. Nel secolo scorso alcuni contadini conficcavano dei pali in un campo sopra Susà ne videro alcuni sprofondarsi nel suolo e ne dedussero che dovevano essersi infilati in qualche comignolo delle case sepolte.
La chiesa di Susà è conosciuta da molti come "la chiesa dai ocioni" a causa di due grandi rosoni che decorano la facciata verso est. Ma non tutti probabilmente conoscono le traversie che accompagnarono la sua costruzione. Inizialmente al suo posto ve ne era un'altra, molto più piccola che divenne alla metà del secolo scorso insufficiente visto l'aumento demografico che si verifico in quel periodo.
In quell'occasione il paese si spaccò in due. Da una parte si voleva abbattere la chiesa vecchia e costruirne una nuova, dall'altra si voleva mantenere quella già esistente. Prevalse la prima opinione, ma i dissenzienti ottennero almeno di poter scegliere fra i progetti approntarti dall'ingegnere Clariccini quale dovesse essere realizzato. Scelsero il disegno che prevedeva la costruzione più grande, sperando di creare scompiglio degli stessi sostenitori della chiesa nuova.
Credevano infatti che, viste le dimensioni, avrebbero desistito e che comunque non si sarebbe riuscito a portare a termine il lavoro.
E un po' di scompiglio riuscirono a crearlo tanto che alcuni fra coloro che un tempo volevano la nuova chiesa piantarono i fusti di tanti piccoli pini lungo quello che sarebbe diventato il perimetro dell'edificio, per rendere ancora più manifesta la sproporzione fra le dimensioni della chiesa e le esigenze del paese. Nonostante tutto i lavori vennero iniziati nel 1861 e terminarono quattro anni dopo.
Nel 1888 le pareti della chiesa, tanto alte, diedero segnali di cedimento e fu necessario mettere dei grossi ferri a chiave per sostenere le pareti laterali e si murarono dei due rosoni simmetrici a quelli tuttora esistenti, ma che erano situati nel lato opposto che dà sulla piazza.

Da: "Mi ricordo che..."
Autore: D. Vitti

 

 

4. UNA CAMPANA ANTICA
(S. Cristoforo, Caldonazzo,  Ischia)

L’origine della chiesetta di S. Cristoforo al Lago si perde nella notte dei tempi. Il primo accenno fu trovato in antichi documenti risalenti all’anno 1220.
Ma parliamo della campana che per secoli suonò su quel bel campanile chiamando a se le popolazioni rivierasche che erano per la maggior parte pescatori. Essa porta incisa la data dell’anno 1520.
Negli archivi della parrocchia di Ischia sta scritto che all’epoca dell’invasione napoleonica, la campana fu portata in paese e successivamente collocata sul proprio campanile per sottrarla alla razzia di quelle truppe; li rimase per 160 anni.
Nel 1806 la chiesetta di S.Cristoforo fu sconsacrata e adibita a deposito di raccolti e attrezzi. Invece il racconti degli anziani di S.Cristoforo è diverso: nel 1915 quando l’Austria, allora in guerra, requisiva le campane per fonderie e far ne cannoni, fu deciso di togliere l’antico e prezioso manufatto e nasconderlo sul fondo del lago di Caldonazzo.
Avendo poi saputo che qualcuno aveva fatto la spia alle autorità austriache, una notte la campana fu portata a Ischia, e nascosta in un luogo quasi inaccessibile, chiamato “volt del diaol”.
Alla fine della guerra fu collocata sul campanile della parrocchia dove rimase fino al 1954. Il suo suono non si accordava molto bene con quello delle altre campane, forse per la particolare e antica lega della fusione. Dalla gente era chiamata “la Vecia” e quando arrivano i temporali e la grandine, veniva suonata perché la Madonna col braccio alzato che vi era scolpita, allontanasse la tempesta.
Nel 1927 l’antica chiesetta del colle di S.Cristoforo venne riaperta al Culto e da allora fra la parrocchia di Ischia e la frazione vi furono contrasti per la proprietà della campana.
Finalmente nell’agosto del 1954 venne rimessa al suo posto originale e da allora, e così per i tempi futuri, la “sua” voce chiama alla meditazione e alla preghiera e tutti coloro che la vogliono ascoltare.

Da: “Mi ricordo che….”
Autore: G. Corradi

 

 

 

 

 

 

5. LE CAMPANE DI RONCOGNO

(Roncogno)

 

Nel 1916 ci fu  un episodio che riportò la chiesa al centro dell'attenzione: l'asportazione delle 2 campane maggiori.

In quell'anno, 2 di esse vennero sacrificate alle esigenze belliche. Imperversava in quell'anno la prima guerra mondiale, primo Impero austro-ungarico aveva la necessità di fornire armi al suo esercito, e così venne decisa la requisizione e la fusione della maggior parte delle campane prive di valore artistico. A Roncogno andavano requisite le 2 campane maggiori, con il diametro più grosso, 92 e 82 cm e con il peso maggiore, 400 260 kg, e ne venne risparmiata una quella più piccola, 240 kg e 76 cm di diametro.

L'asportazione avvenne a cura delle autorità militari, che pagarono 3248 corone.

Il peso complessivo delle 2 campane era 812 kg.

Terminata la guerra, le autorità italiane si assunsero un obbligo di pagare completamento la rifusione delle campane asportate dagli Austriaci, Roncogno decise di chiedere a spese del regio governo 2 campane. Sfortunatamente le rifusioni gratuite vennero sospese nel gennaio del 1923 prima che la domanda, rivolta alla ditta Colbacchini di Trento, potesse essere eseguita.

Privi di finanziamenti  governativi, gli abitanti di Roncogno dovettero provvedere da soli. Fu creato un comitato che raccolse tra la popolazione i fondi necessari e il 5 maggio 1925 venne ordinata alla ditta Colbacchini la fusione non più di 2, ma di 3 nuove campane. I lavori furono eseguiti durante un estate e il 13 settembre le nuove campane furono benedette con una cerimonia solenne.

Alcune informazioni tecniche:

La prima campana pesa 588kg e ha un suono fa diesis

La seconda pesa 403 kg e ha un suono sol diesis

La più piccola pesa 175 kg, risponde al do diesis e porta incisi i nomi dei sette compaesani caduti nella guerra mondiale .

Le campane furono collocate nella loro sede poco dopo la benedizione. Dopo questa vicenda le campane ebbero vita abbastanza tranquilla. Tuttavia ci fu qualche problema nel 1943. Il 5 giugno di quell'anno il Ministero della produzione bellica avvisò il curato che si sarebbe proceduto a una raccolta di campane, come disposto dal regio decreto 505/42. In particolare dalla chiesa di Roncogno il Ministero intendeva asportare campane per 840 kg. Quella raccolta non venne però effettuata perché gli eventi stavano ormai precipitando:  era imminente l'occupazione tedesca istituzionale.

Da:  "Storia della chiesa di Roncogno"

Autore: M. Pedron

 

6. LA DOCCIA DEL RIO NERO
(Rio Nero)

Anni fa nei nostri paesi la figura del medico era molto rara e ben poche persone potevano ricorrere alle cure di questi professionisti, poiché erano prestate dietro compenso.
C’erano però alcune persone che avevano una notevole abilità nel curare distorsioni, slogature e tanti altri piccoli infortuni. La gente chiamava comunemente  queste persone “Comedaosi”. C’erano poi altre persone che conoscevano il potere delle erbe medicinali e preparavano pomate medicamentose ed intrugli medicinali seguendo delle formule che solo loro conoscevano e per mezzo di queste cose curavano la gente d’innumerevoli malattie. Questi ultimi venivano chiamati “Zerusici”.
Nella casa dove si lavorava il legno di cui ho parlato prima (riferimento ad un altro racconto non riportato), viveva una povera donna, semplice e credulona, che non si era mai sposata e che all’epoca del fatto aveva circa sessant’anni.
Questa donna oltre a tante altre malattie era affetta da reumatismi, artrosi e dolori articolari, per cui un giorno non potendone più, mandò a chiamare uno di questi “Zerusici” per sentire se aveva un rimedio per i suoi mali. Qualche tempo dopo il guaritore andò da questa donna. Questo Zerusico era un uomo scaltro e mattacchione e decise di burlarsi della povera vecchia. Si fece raccontare dalla donna tutti i suoi malanni e dopo, inscenando strane mimiche rituali, consigliò la povera vecchia di spogliarsi completamente, di avvolgersi in un lenzuolo bianco e di fare una bella doccia sotto la cascata del Rio Nero, di fronte alla bottega di Fol, alle ore 23.30 della sera della vigilia di Natale. Questa povera donna fece scrupolosamente tutto quanto le era stato prescritta. Effettivamente tre giorni dopo la cura la vecchietta non soffriva più dei suoi mali poiché era morta di broncopolmonite. I familiari della defunta si misero immediatamente alla ricerca del famigerato Zerusico ma non riuscirono a trovarlo, sembrava scomparso circostanze alquante misteriose.
Tutti trassero una saggia conclusione da questo episodio e cioè che non bisogna fare del male se non si vuole ricevere se stessi del male.

Da: “Mi Ricordo Che….”
Autore: C. Silvesti

 

 

 

 

7. LA STEMPA DEL ZANUM
(Roveda, Maso del Zanum)

Molto, ma molto tempo fa, qui a Roveda nel maso del Zanun c’erano una mamma, un papà e una bella bambina. Queste due persone che avevano molto da lavorare nei prati, portavano con loro la bambina per andare al campo a raccogliere le patate.
Un giorno lasciarono la bambina in fondo al campo nella culla. Alla fine della raccolta delle patate volevano riprenderla per tornare a casa, ma nella culla, invece di trovare la loro bambina bella e pulita, ne trovarono una sporca e brutta che continuava a piangere.
Quella due povere persone non sapevano chi avesse messo lì quella bambina e dove fosse la loro.
La mamma cominciò subito a cercarla dappertutto, ma quando si accorse  che la sua bambina non c’era da nessuna parte incominciò a piangere per la tristezza.
Allora il padre andò da una vecchia del paese a chiederle come potevano fare per riavere la loro bella bambina.
La vecchia consigliò di frustare con un ramo spinoso la bambina brutta e riportarla in fondo al campo, così la Stempa nel sentir piangere la propria bambina sarebbe venuta a prenderla e avrebbe riportato la bambina bella al suo posto.
La madre e il padre fecero quello che la vecchia aveva detto e poi si nascosero dietro a un cespuglio in attesa della Stempa. Dopo un po’, videro la Stempa prendere la bambina brutta e rimettere nella culla la bella, allora saltarono fuori dal cespuglio, presero la loro bella bambina, l’abbracciarono e, da quel giorno, la tennero sempre con loro e non la lasciarono più sola.

Da: “Fiaba – Leggenda dell’Alta Valle del Fersina…”
Autore: G. Sebesta

 

 

 

 

 

 

 

8. LA CAVERNA DEI LUMI
(Hoabort, Fravort – Roveda)

C’era una volta sotto Hoabort (Fravort) una caverna. In quella caverna c’erano accesi molti lumi come se ci vivesse la gente di Roveda. Solo in un particolare giorno dellaanno la caverna si apriva.
Un giorno mentre un giovane andava al pascolo con le sue pecorelle, trovandosi vicino alla caverna, vide seduta su di un sasso la sua madrina che era morta da tempo e si spaventò. Ma la madrina salutò il giovane e lo portò alla caverna per mostrargli quei lumi. Gli raccontò così che ogni lumino corrispondeva ad una persona del paese che sarebbe morta di lì a poco. Il pastorello chiese alla vecchia di mostrargli quale fosse il suo. La madrina si oppose dicendo ”Se te lo faccio vedere diventi triste“.
Il ragazzo però insistette perché glielo facesse vedere, così la vecchia lo condusse vicino ad una piccola lampada con poco olio e, per di più, già torbido.
Allora il giovane  pregò la madrina di riempirla d’olio perché non si spegnesse, essendo lui ancora giovane. Ma la vecchia rispose con tristezza che non poteva e non doveva farlo; poi condusse il pastorello fuori dalla caverna, che tristemente se ne andò verso il suo maso. Pochi giorni dopo il ragazzo morì.  

Da: “Fiaba – Leggenda dell’Alta Valle del Fersina…”
Autore: G. Sebesta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9. LA LEGGENDA DI SERSO

(Serso)

Con la venuta del Cristianesimo in Valsugana tutte le comunità si convertivano alla nuova fede. Rimanevano però ostinatamente pagani gli abitanti di Serso. Ogni volta che un prete si inoltrava nel paesino per diffondere la sua religione veniva cacciato a sassate.
Un giorno ne arrivò uno particolarmente determinato a convertire i “Sersati”, ma venne cacciato ugualmente.  Amareggiato dalla cattiva accoglienza avuta si incamminò verso Canezza maledicendoli con li crocefisso in mano: “Serso perverso sette volte perso l’ultimo convertito alla religion di Cristo.”. 
La strada che stava percorrendo il prete si chiuse alle sue spalle con una valanga di roccia e il paese bruciò per sette volte consecutive.
Ora si raggiunge Serso attraverso una nuova strada.

Da: “Lo scrigno della memoria.”
Autore: Graziola Demozzi.

 

10. S. GIORGIO E IL DRAGO

(Viarago, Serso)

         Le anime pie raccontano che un giorno S. Giorgio passò nei pressi di Viarago cavalcando il suo bianco destriero, quand’ecco che, sulla strada per Serso, un terribile drago sbucò dal nulla facendogli contro.
Il santo avrebbe voluto girare il cavallo e fuggire, ma l’animale, bizzoso e irruento, si lanciò contro il mostro abbattendolo. La lotta, tuttavia, non era ancora terminata, perché da quelle carni fetide uscì sghignazzando il diavolo in persona.
Giorgio, allora, balzò a terra, si inginocchiò e si fece il segno della croce, al che Satana urlò inferocito, scappando per i campi. Apparve in quell’istante la Madonna, che s’avvicinò al Santo e recitò assieme a lui i Rosario.
In quel luogo la gente di Viarago e Serso, che aveva assistito da lontano alla scena, costruì una cappella dedicata a S. Giorgio, come monito ai viandanti contro le tentazioni della vita.

Da: “Mille leggende del Trentino ”
Autore: M. Neri

 

 

11. IL VIANDANTE PILATO

(Tenna)

Numerose sono le leggende che raccontano ciò che avvenne a Pilato, dopo la morte di Cristo.
Alcuni lo vogliono confinato nella città di Vienna e poi reietto tra i monti Cimeni, ove si fece erigere un castello; i rimorsi per aver fatto uccidere il Figlio di Dio, tuttavia, non lo abbandonarono nemmeno un istante, tanto che il malvagio si uccise gettandosi in un profondo burrone, dal quale immediatamente zampillò una sorgente, che originò il fiume Gier.
Altri raccontano che l’infelice romano, abbandonata Gerusalemme, tornò a Roma e qui si gettò, suicida, nelle acque del Tevere. Poiché, però, nemmeno quelle acque volevano saperne di accogliere il responsabile della morte di Gesù, il cadavere venne rigettato a riva; mani pietose lo raccolsero e lo trasportarono in Svizzera, ove ancora oggi riposa nelle gelide profondità del Lago di Pilato, famoso per le sue violente e improvvise tempeste.
Una leggenda più nostrana, per parte sua, afferma che Pilato, abbandonata la reggia di Gerusalemme, vagabondò a lungo per le terre d’Europa in preda al rimorso per ciò che aveva commesso. Un giorno arrivò, stanco e malato, a Tenna:  anche qui, tuttavia, in questo piccolo villaggio incastonato tra i laghi di Caldonazzo e di Levico, ci fu qualcuno che lo riconobbe, per cui, dopo una sosta notturna al Casteller, Pilato riprese la sua peregrinazione e di lui non si seppe più nulla.  

Da: “Mille leggende del Trentino ”
Autore: M. Neri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12. IL DIRITTO DI PRIMA NOTTE

(Castello di Pergine)

Il castello di Pergine sta dormendo nella notte profonda. Solo di quando in quando, dal buio dei boschi intorno, si alza il lugubre canto della civetta. La massa scura del maniero è compatta e si staglia precisa contro il cielo appena velato d’azzurro per quel quarto di luna che occhieggia da dietro una nuvola. Eppure nel silenzio più assoluto si fa strada, a fatica, un pianto lontano: proviene da una delle stanze del castello…
Le pareti del lungo corridoio rimbombano per i nostri passi cauti e incerti, mentre dai finestroni intravediamo, in basso, la piccola corte deserta.
Echi sinistri di fantasmi che si aggirano per stanze e saloni ci accompagnano nel nostro viaggio notturno e… quel pianto triste ci viene incontro più vicino, più chiaro: ci trapana il cervello, entra nel cuore e lo lacera in mille pezzi.
La mano indugia sulla maniglia dell'ultima porta dall’ultimo corridoio: siamo arrivati sin qui, perché aver paura? Apriamo il pesante battente e la penombra d’una piccola stanza ci viene addosso. Un letto a baldacchino, un cassone di legno stagionato, un inginocchiatoio… il lamento, adesso è qui, accanto a noi, illuminato da una candela mezza consunta. Una giovane fanciulla discinta è seduta ai piedi del letto: i lunghi capelli neri le coprono il volto, le spalle, il seno, mentre la veste bianca è strappata all’altezza della vita…
Un fracasso tremendo ci sorprende chini sulla ragazza. La porta va a sbattere contro la parete e facciamo appena in tempo a nasconderci dietro il cassone: un uomo seguito da altri tre, quattro bravacci ubriachi, entra singhiozzando e getta per terra la giacchetta di pelle pregiata.
-Eccola qui, la contadina! – urla sguaiato il signorotto. – Allora: volevi sposarti senza dirmelo, eh? Infilarti nel letto di un uomo con la benedizione di Dio, senza aver pagato quanto dovuto al tuo padrone? Ehi, amici, che ne dite: è già la quinta donna, quest’anno, che viene al castello per il diritto di prima notte. Una bella fatica, essere signori di questo contado… ah! ah! ah!… Su, dai, vieni qui e fammi vedere…
Chiudiamo gli occhi per non essere noi a vedere. Eppure tra le suppliche e le imprecazioni che riempiono quella notte immonda, ci pare di sentire un rumore diverso: ma sì, è il coro di urla di cento e cento villani, armati di torce e forconi, che stanno salendo su per la stradina che conduce al maniero…
Che stia per finire la tragica farsa del diritto di prima notte?

   Da: “Mille leggende del Trentino”
Autore: M. Neri

 

 

13. LA TORRE DELLE TORTURE
(Castello di Pergine)

         Le urla dei condannati rimbalzano impotenti contro le pietre squadrate della torre tonda, senza riuscire a trovare una via di uscita. Nessuno seppe mai, quindi, che cosa avvenisse in  quelle stanze oscure e fumose, tranne naturalmente gli aguzzini e le povere vittime.
Quindi la crudeltà dei potenti aveva raccolto innumerevoli strumenti di tortura, con cui venivano straziati i corpi di uomini e donne colpevoli di chissà quali delitti: stregoneria? Lesa maestà nei confronti dei poveri signori? Oppure anche solo qualche piccolo furtarello o un cervo abbattuto di nascosto?
Non esistono libri o cronache a ricordare questi sommari processi, che quasi sempre terminavano con la morte per fame, lenta e angosciante, in una delle segrete sotterranee sparse qui e la per il castello. Le uniche prove di quei drammi lontani sono, secondo la tradizione, alcune pietre sporche di sangue umano ritrovate molti anni dopo……ma anche di quelle, oggi s’è perso ogni ricordo.

Da: “Mille leggende del Trentino”
Autore: M. Neri

 

 

14. LA TORRE DEI COLTELLI

(Castello di Pergine)

Non contenti della torre delle torture, gli antichi proprietari del maniero avevano trasformato la parte inferiore del torrione semicilindrico in un autentico trabocchetto. L’ignaro predestinato veniva accompagnato dalle guardie al piano superiore e lì abbandonato da solo per ore e ore: poi, all’improvviso, una botola nascosta nel pavimento si spalancava sotto ai piedi del malcapitato, che precipitava di sotto, ove ad attenderlo c’era una selva di coltelli affilati e di lame di falce. Vi lascio immaginare lo strazio, le urla di dolore e i sussurri più affievoliti degli agonizzanti, che facevano da contrappunto alle musiche e alle danze che, nel frattempo, animavano le sale illuminate del grande palazzo gotico.

 

Da: “Mille leggende del Trentino”
Autore: M. Neri

15. LA PRIGIONE DELLA GOCCIA

(Castello di Pergine)

 

La mente umana, quando è in preda al delirio e alla febbre che dà il potere, non conosce limiti per la fantasia più diabolica. Una leggenda racconta, ad esempio, che i signori del castello di Pergine avevano archittetato, per i prigionieri più restii, una orribile tortura tutta particolare. In una delle celle sotterranee più profonde - un bugigattolo largo quel tanto che obbligasse il prigioniero a starsene in piedi, stretto fra le pareti umide e rocciose, con le mani legate a due anelli piantati nel muro e la testa bloccata - la tortura della goccia faceva impazzire anche gli uomini più tenaci e resistenti. Da un forellino nel soffitto, un continuo e persistente gocciolio d’acqua gelida andava a colpire il capo del prigioniero: sempre nello stesso punto, per ore e ore, per giornate intere e per nottate senza fine. Al termine soltanto la follia e quindi la morte potevano lenire il dolore di quell’angosciante martirio, consumato nel buio impenetrabile delle segrete.

Da:"Mille leggende del Trentino"
Autore: M. Neri

 

 

 

16. GLI SPIRITI DEI CASTELLANI

(Castello di Pergine)

E finalmente anche l’ultimo dei signori di castel Pergine morì, rendendo l’anima al diavolo. Ma la perfidia, purtroppo, non conosce le leggi del Signore e infatti, anche dopo morti, i castellani non hanno smesso di perseguitare i loro poveri sudditi.
Nelle notti di luna piena, quando una luce grigia e fredda penetra fin nel profondo dei boschi e si apre a dipingere d’argento l’erba dei prati, il sonno dei contadini e dei pastori è interrotto da un acuto latrare di cani e da un forte rumore di cavalli al galoppo: urla e maledizioni e bestemmie rimbalzano nella valle, perdendosi su per la montagna verso Vignola e Falesina. Già: sono gli spiriti dei castellani, le anime morte di chi ha vessato gli altri in vita e non conoscerà mai la pace eterna. É la caccia selvaggia dei nobili di castel Pergine, che inseguono fino all’alba chissà quale preda.

Da: "Mille leggende del Trentino"
Autore: M. Neri

 

17. LA DAMA BIANCA
(Castello di Pergine)

Nel 1875, H.S.Olcott ed Elena Petrovna Blavatsky, fondarono a New York un'associazione teosofica che poi trasferirono in India, precisamente ad Adyar. Il loro fine era quello di promuovere l'ideale della fratellanza umana, lo studio delle religioni, della filosofia e delle scienze e di favorire ricerche sui problemi meno noti dalla natura e sulle facoltà psichiche latenti nell'uomo. Apparentemente però le teorie della Blavatsky e di Olcott non trovarono proseliti.
Così dopo aver peregrinato anche per tutta l'Europa la donna finì con lo stabilirsi definitivamente a Londra.
Fra i suoi pochi discepoli però vi era anche Annie Besant. Oggi ella viene considerata una delle più importanti rappresentanti della teosofia moderna.
Nata a Londra nel 1847 fu in gioventù libera pensatrice e propugnò teorie socialiste, per il suo tempo, molto avanzate. Convinta ardente propagandista del teosofismo moderno morì in India nel 1933.
Annie Besant però adottò, ancor fanciullo, Krishnamurti Jiddu nato a Madanapelle nel 1897. Credette di riconoscere in lui un novello Messia e come tale lo presentò. Un po' alla volta, attorno al suo nome, si creò un circolo di credenti che nel 1911 fondarono    l' "Ordine della Stella".
Ma Krishnamurti autentico, profondo pensatore, ad un certo punto si ribellò al ruolo che gli era stato imposto dalla Besant e dichiarò pubblicamente di non essere investito di alcun potere messianico.
Di più. Nel 1929 sciolse l ’”Ordine della Stella”.
In seguito si limitò a tenere conferenze ed a scrivere saggi sullo spiritismo individualistico.
Intanto, dopo la fine della prima guerra mondiale si era trasferito in Europa. Visitò molte località ma soggiornò anche lungamente a Castel Pergine.
Qualche tempo addietro un’ostinata studiosa di scienze occulte, Annie Haldermann aveva sognato di entrare sposa in un maniero chiamato, appunto, Castel Pergine. Lei non aveva mai neppure sentito parlare di quel luogo. Il sogno però le era sembrato tanto preciso, l’immagine del maniero così vivida da sembrare un richiamo. E la Haldermann partì alla ricerca del misterioso maniero.
Dapprima vagò per l’intera Francia, poi si precipitò ad Arezzo nei cui dintorni esiste una località denominata Pergine. Incontrò solo delusioni.
Finalmente, giunta in Trentino, si trovò improvvisamente davanti il castello del sogno.
Saputo che lì soggiornava il grande Krishnamurti con i suoi discepoli, volle conoscerlo e raccontargli la sua storia.
Quindi decise di stabilirsi lì anche lei per poter partecipare alle loro sedute spiritiche.
Ora accadde che una sera, nel corso di una seduta, si manifestasse una diafana figura di donna vestita completamente di bianco. Il volto, bellissimo, sembrava rischiarato da un riflesso rosso, quasi di fiamma. I presenti tentarono di porle delle domande ma il fantasma non rispose mai.
S’inoltrò invece nelle stanze del castello dove venne rivisto quella notte e per molte altre. Non parlava, ma non accennava affatto a svanire. Alla fine divenne un ossessione finché Krishnamurti non fece venire un vescovo anglicano che lo esorcizzò.
Il fantasma della dama bianca sembrò svanire in un ricciolo di nebbia. Ma non per sempre. Qualche volta, dicono, lo si può incontrare ancora a Castel Pergine.
Nessuno però è mai riuscito a sapere chi fosse stata, in vita, quella piccola, triste figura e che cosa cercasse.

Da: “Leggende dei castelli del Trentino”
Autore: G. Borzaga

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18. IL DIAVOLO E LE SUE DONNE
(leggenda della Valsugana)

C'era una volta un padre che aveva tre figlie. Un giorno ritornò a casa dal suo lavoro stanco morto e disse alla figlia più vecchia: "Vai nell'orto e prendimi un bel rapanello, perché ho fame". La ragazza andò nell'orto e trovò un rapanello bello e grosso; quando però cercò di tirarlo fuori senti una voce da sottoterra: "Tira, tira, ma non togliermi!".
Noncurante, continuò a tirare, ma invece di estrarlo, venne trascinata sotto. Si trovò all'istante in un enorme e bellissimo prato, in mezzo al quale si alzava un castello.
La donna si avvicinò e lì trovò un uomo - era il diavolo - che la tenne al palazzo come sua sposa. Il diavolo le consegnò tutte le chiavi della casa dicendole: "Potrai entrare in tutte le stanze, ma fai attenzione a non aprire mai la stanza che corrisponde a questa chiave d'oro!".
Dopo che la giovane ebbe promesso, il diavolo le diede una rosa fresca che lei si appuntò al corsetto.
Un giorno, mentre il marito era assente dal castello, lei prese le chiavi e si recò a visitare le stanze. Ne vide una arredata tutta con oro puro, un'altra tutta risplendente d'argento lucido, mentre una terza era colma di biancheria finissima. Alla fine giunse alla stanza proibita; non curante della proibizione aprì anche quella porta e si trovò improvvisamente davanti a fuoco e fiamme - era l'inferno. Senza che lei se ne accorgesse si alzò una fiamma che andò a bruciare la rosa che la donna potava al petto.
Immediatamente lei richiuse la porta e andò a lavorare nella sua stanza. Ben presto rientrò il diavolo che chiese: "Hai visitato il castello?".  "Sì" rispose la donna. "Hai aperto anche la stanza proibita?" "No". Ma quando il diavolo vide che la rosa era bruciata, afferrò la moglie per un braccio, la condusse nella stanza proibita e la gettò nell'inferno.
La seconda sorella, poco dopo, partì da casa per andare a cercare la sorella più anziana e diventò anche lei la sposa del diavolo. Ma si comportò nello stesso modo della prima e venne cacciato nell'inferno.
Anche la sorella più giovane partì in cerca delle due più vecchie e pure a lei capitarono le stesse avventure, solo che lei fu così intelligente da mettere la rosa nell'acqua fresca prima di entrare nella stanza proibita. Quando scarse le due sorelle fra le fiamme dell'inferno, portò subito loro da mangiare; dopo richiuse la porta, rimise la rosa sul petto ed andò nella sua stanza.
Quando rientrò il diavolo, guardò subito la rosa e vedendo la fresca credette alla giovane moglie quando lei gli disse di non essere entrata nella stanza proibita. Nel frattempo la giovane continuò a pensare un sistema per liberare e sorelle e se stessa. "Ascolta, mio sposo", gli disse un giorno, "potrei mandare un po' di biancheria a casa mia?" "Manda quello che vuoi! "rispose il diavolo. Allora la ragazza fece venire di nascosto la sorella più vecchia, la mise in una cassa, che depose davanti alla porta, dopo averla avvisata: "Quando ti accorgerai che il diavolo vorrà aprire la cassa tu grida: "Io ti vedo!" Dopo chiese allo sposo: "Chi può portare la cassa fino a casa mia?" "Lo farò io" rispose lui. Tutta contenta al donna lo ammonì: "Ti proibisco però di aprire la cassa e devi credermi se ti dico che ti posso vedere in qualunque posto tu sia!" Il diavolo partì con la cassa, ma dopo aver percorso un bel pezzo di strada, poiché la curiosità lo torturava, mise giù la cassa e cercò di aprirla. La ragazza allora gridò: “IIIo ti vedo” il diavolo sbianco per la paura e portò la cassa a casa della moglie senza aprirla. La sposa del diavolo fece portare in una cassa anche la sorella e architettò un piano talmente perfetto che anch'essa fu portata a casa dal diavolo.
Le sorelle furono così felicemente liberate e il diavolo si accorse troppo tardi dell'inganno subito e ancora oggi aspetta che ritornino anche se invano perché loro sono già da tempo entrate nel paradiso celeste.

Da: “C’era una volta: fiabe e storielle trentine. ”
Autore: C. Schneller

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19. LA STREGA MALVAGIA
(leggenda della Valle dei Mocheni)

C'era una volta un contadino che possedeva una montagna, dove conduceva il bestiame in estate. Tutti i pastori però, vi finirono male, senza che si sapesse come. Allora usci per cercare un nuovo pastore ed incontrò un ragazzo. Gli chiese: Dove vai? Il ragazzo rispose: - Cerco un lavoro perché sono povero.
Allora il contadino disse: Vieni da me, ma devi sapere che ho una montagna e quanti servi ho mandato lassù, tanti sono stati uccisi ed anche tu devi andar su per custodire le vacche. Cosa vuoi dunque in compenso?
Il ragazzo disse: Vado volentieri sulla montagna, ma voglio un bravo cane con me ed alla fine dell'anno 100 Gulden. Il contadino fu d'accordo per l'affare.
Il ragazzo andò con lui e custodì diligentemente sulla montagna le vacche, ad una delle quali aveva appeso al collo un campanaccio.
Una sera aveva condotto a casa il bestiame e acceso il fuoco per cuocersi la polenta nel paiolo. Era rimasto solo il cane al suo fianco. Quando venne una strega e si mise davanti alla porta, il ragazzo gridò: Chi sei tu vecchia orrenda? Se non sei il diavolo vieni avanti. Mi chiamo lo Stesso. Allora la vecchia disse: Lega prima il cane. Il pastore legò il cane con una fune marcia, la strega venne avanti e voleva divorare il ragazzo, ma questo gridò al cane: Huss, prendila! La bestia tranciò la fune marcia e saltò libera sulla strega Questa corse via ed il cane dietro a lei.
Allora si rintanò in un fascio di paglia, il servo le corse dietro ed accese i rami secchi. Allora la strega gridò: Iuja mi brucio. Allora sono venute le altre streghe che non erano molto lontane di lì e le hanno chiesto: Chi è che ti a dato fuoco? Essa gridò: lo Stesso è stato. Allora le altre dissero: Se sei stata tu stessa, è danno tuo.
E cosi fini la leggenda di una strega molto malvagia.       

Da: “Fiaba - Leggenda dell’Alta Valle del Fersina”
Autore: G. Sebesta

 

 

 

 

 

 

20. LA BUSA DEI GASPERINI
(Doss del Pòstel, Rio Nogarè, Laghestel, Canzolino, Brusago)

L'altopiano di Pine era, un tempo, dei briganti. Bande di malfattori si nascondevano spesso nel profondo delle selve o trovavano rifugio in anfratti naturali, dai quali partivano per brevi e rapide spedizioni ladresche ai danni della pacifica gente della zona. Ai piedi del Doss del Pòstel, ad esempio, che domina la valle del Rio Nogarè e la conca del Laghestel, si apriva una grotta col nome di Busa dei Gasperini, abitata da una famiglia composta tutta da ladri, terrore dei contadini e delle anime timorate di Dio.
Ma come sempre succede, anche la malvagità e i crimini non durano in eterno. Un giorno, infatti, la combricola di briganti si spinse fino a Canzolino, ove rubò un'intera mastella colma di vestiti appena lavati. Uno strano bottino, direte voi ma a ben guardare possiamo capire quei poveri ladri: abitare giorni e notti in una grotta, senza mai potersi lavare e cambiare d'abito... chissà come saranno sembrati belli e preziosi quei freschi di bucato!
Il fatto però, che i derubati avvisarono immediatamente i gendarmi, scoprirono, su per il sentiero che portava all'altopiano, la traccia inconfondibile delle gocce cadute dalla mastella. Si lanciarono allora, all'inseguimento di briganti e li avrebbero senz'altro sorpresi nella loro grotta, se i cattivi non fossero stati avvisati appena in tempo da una sentinella, che diede loro il tempo di fuggire in direzione di Brusago. Da quel giorno la Busa dei Gasperini rimase vuota e di quella famiglia di briganti non si senti più parlare.

Da: “Le mille leggende del Trentino”
Autore: M. Neri

 

 

 

 

 

 

 

 

21. LA CHIOCCIA
(leggenda della Valsugana)

Due giovani sposi se ne stavano alla sera nel loro letto, sotto al quale avevano messo una chioccia che stava covando alcune uova in un cestino.
"Come è bello", cominciò la donna, "avere una chioccia così brava; sono felice se penso ai pulcini...e dopo avremo altre uova!" " Quelle le potrai vendere", disse l'uomo; "i soldi li metteremo da parte e ci compreremo alcune oche.
Fanno delle uova ancora più grosse, le oche, hanno le piume più belle ed infatti si addicono ad una casa più delle galline!" "Sono d'accordo" disse lei; "le oche dovranno fruttare molto più delle galline.
Però, tesoro, dopo voglio anche un maiale; lo alleveremo, lo ingrasseremo, venderemo la sua carne ed il prosciutto e alcuni buoni pezzi resteranno anche per noi. Allora sì che guadagneremo soldi! Sono proprio contenta, già da adesso!" "Sono contento anch'io", rispose !'uomo " così potremo comprare un vitello, alleveremo anche lui, in modo che diventi una bella mucca, che ci darà del buon latte, col quale faremo burro e formaggio e questo ci farà guadagnare delle belle somme!" "Allora dovrai comprarti anche un bel cavallo", fece lei, " perché senza cavallo una bella casa sarebbe triste". " Non uno, ne comprerò, ma due e dovrò avere anche un carro!" la interruppe lui. "sai tesoro, poi andremo a passeggio molto spesso.
Che gioia sarà! Io starò seduto in cassetta e farò schioccare la frusta... così!" A queste parole l'uomo si alzò e imitò con gesti molto vivaci i movimenti del braccio di un cocchiere che sta schioccando la frusta.
Ma -;/ crack!- si ruppe il letto, che schiacciò la chioccia assieme alle uova.

Da: “C’era una volta: fiabe e storielle trentine. ”
Autore: C. Schneller

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22. I DUE DECANI E LA POTENZA DELLA PREGHIERA

(Pergine, Levico)

Un giorno, com’era suo solito, il decano di Levico andò in visita al suo collega di Pergine. Avevano un bel caratterino entrambi, ma si ritrovavano con piacere, di quando in quando, per parlare del più e del meno. Certo, però, che nessuno dei due voleva esser da meno dell’altro, per cui le loro discussioni, quasi sempre, finivano in sonore litigate, che offrivano materia di gran risate sia alla gente di Levico, sia a quella di Pergine.
-Vedessi come sono fiorite le rose nel mio giardino - disse provocatoriamente quel giorno il decano di Levico.
-Vieni, vieni con me, che ti faccio vedere i miei rosai! Schiatterai d’invidia nel veder come sono diventate grandi e profumate le mie rose! - Ribattè infervorandosi il decano di Pergine:
-Se è per quello io concimo i miei fiori ogni settimana…
-E io un giorno sì e uno no!
-Io invece zappo la terra delle aiuole quasi ogni sera…
-Tutte le mattine all’alba io mi sveglio e vado a rimuovere la terra secca. Tutte le mattine, domenica compresa!
-…e non c’è traccia di pidocchio a morire!
- se è per questo, di pidocchi nel mio giardino non c’è la minima ombra…
-Ma tu non sei capace, come lo sono io, di far piovere dopo un bel periodo di siccità!
-Cosa? Tu credi che io non sappia fare una cosa così… così… così stupida? Ma allora non mi conosci: bastano due o tre preghierine giuste e faccio venire non solo una pioggerella leggera leggera come la tua, ma anche un bel temporale e, se proprio proprio, pure una sonora grandinata!-reagì li decano di Pergine.
-Ma fammi il piacere-sbuffò il decano di Levico. – L’hai detta proprio grossa. Senti, guarda: lascio perdere questi discorsi. Adesso devo tornare a casa, per cui ti saluto e… cerca di non inzupparmi, sulla strada del ritorno, con i tuoi temporali! Ah! Ah! Ah!
Il decano di Levico prese il suo cappello, salutò sghignazzando l’amico e prese la via di casa. Il decano di Pergine, però, non riuscì a digerire gli sberleffi dellaaltro: camminò a lunghi passi su e giù per la sagrestia, rimuginando quanto era suuccesso poco prima.
“Non posso lasciargliela passare tranquilla! Mi ha offeso, non ha creduto alle mie parole… mi ha sfidato e non posso tirarmi indietro!”.
Rosso in volto per l'ira e tutto sudato, il prete andò a inginocchiarsi all'altar maggiore e cominciò a pregare intensamente.
-Mio buon Signore, padrone del cielo e della terra, aiuta per una volta questo umile servo prostrato al tuo altare. Non chiedo nulla per me: fai solo venire un bel temporale... - e un tuono borbottò in lontananza - ..proprio sulla strada che da Pèrgine porta a Lévico... - e il borbottìo si spostò in direzione del lago di Lévico e della Panarotta un temporale come si deve, però... - e il tuono si fece più forte e minaccioso un signor temporale, con gocce d'acqua così grosse, che ne basterebbero due o tre per inzuppare un toro... - e prese a piovere a dirotto, in tutta la zona lei colle di Tenna, della piana di Levico e del monte di Vetriolo - … ecco, così va bene. Però quel disgraz... ehm, quel buon decano si merita una bella lezione. Perciò, Signore, non appena arriva in piazza a Lévico, fai cadere tanta, ma tanta di quella grandine, che sappia finalmente chi è il più forte dei due! - Detto questo, il decano di Pèrgine si alzò faticosamente in piedi e andò alla finestra, per seguire a distanza l'evolversi della sfida.
Solo quando gli parve che il temporale fosse scemato, chiamò il sacrestano e lo spedì in tutta fretta a Levico, per vedere di persona la faccia dell'altro decano e poi riferirgli quanto avrebbe ancora avuto il coraggio di dire.
Passarono alcune ore e solo a notte fonda il sacrestano fu di ritorno. Ma la sua faccia non lasciava presagire nulla di buono.
- Be', che è successo? - chiese il decano di Pèrgine, correndo sul sgrato della chiesa. L'uomo se ne stava lì, silenzioso in mezzo alla piazza, circondato la un bel gruppo di paesani, stropicciandosi il cappello tra le mani e guardandosi la punta delle grosse scarpe di cuoio grezzo.
- Ma insomma, vuoi parlare?
- Ecco... io ho fatto quello che mi avete ordinato...
- E allora?
- …sono andato in tutta fretta a Lévico. Arrivato all'ingresso del paese, ho subito notato una gran confusione: gente che correva da una casa all'altra, chiamando a gran voce i vicini. «Portate secchi e badili! Fate presto, per carità! Venite, venite!». Mi son fatto coraggio e sono giunto in piazza: be'... ecco...
- Be' ed ecco un corno! - lo interruppe urlando il decano di Pèrgine. - Vuoi dirmi che cosa c'era, in piazza a Lévico?
- U...una montagna, sì, una montagna di grandine alta quasi come il campanile della chiesa! - E il decano impallidì impercettibilmente. - Mai vista tanta grandine tutta insieme... e quelli di Lévico erano lì, con secchi e badili, a cercare si liberare qualcuno che probabilmente era sepolto da quella valanga di ghiaccio. – E il decano impallidì visibilmente. – Solo dopo un bel po’ ecco una mano, poi un braccio… oddio, una manica nera…chi aveva un vestito del genere in paese? Soltanto il buon decano! – E il decano di Pergine sbarrò gli occhi. – E infatti dopo l’ennesima badilata, ecco il volto pallido e immobile del prete. Morto soffocato da quella tremenda grandinata! – E il decano stramazzò svenuto sul sagrato.
Potenza della preghiera!
La storia non racconta che fine fece il decano di Pergine. Ma se sopravvisse alla tremenda avventura, c’è da giurare che con il nuovo decano di Levico evitò accuratamente di cacciarsi in sfide dall’esito così letale.

Da: “Le mille leggende del Trentino”
Autore: M. Neri
Fonte: www.archivio.vivoscuola.it/libri&natura/

 

 

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IL LUPO MANNARO

 

  • Si narrava che nelle notti di luna piena degli uomini si trasformassero in fiere per un disperato bisogno d’acqua.
  • Infatti a Torre Di Palme un uomo, prevedendo la sua ormai prossima trasformazione, ordinò alla figlia di sbarrare la porta con il catenaccio.

 

  • Impietosita, la figlia lasciò la porta socchiusa, permettendo al padre di entrare e di aggredirla.
  • La figlia, conoscendo il rimedio, punse il “lupo mannaro” ma non ebbe effetto non essendo passati tre giorni.

 

  • Richiamati dalle urla disperate della ragazza, i vicini accorsero in suo aiuto e incatenarono il lupo.
  • Riacquistate le sembianze umane, il padre, messo al corrente delle azioni compiute, scoppiò in un pianto dirotto.

 

 

LA SIBILLA

 

 

  • La Sibilla ha il potere di prevedere il futuro e abita in una grotta tra le montagne.

 

  • La Sibilla con il desiderio di vivere in eterno stringe un patto con Apollo in cambio della sua verginità.
  • Ossessionata dal pensiero della morte che si avvicina, brama diventare la madre di Gesù per guadagnare l’eternità.

 

  • Dio rifiuta la richiesta della Sibilla perché la madre di Gesù doveva essere una vergine.
  • Disperata vaga a lungo per i boschi fino ad incontrare la morte.

 

  • Apollo che l’aveva amata decide di farle l’ultimo dono rendendo la sua voce immortale nella grotta.

 

SAN GIORGIO

 

 

  1. San Giorgio era un nobile cristiano che veniva dalla Cappadocia (l’attuale Turchia) per convertire le persone.

     2.  Il cavaliere venne a sapere che in un’isola della
Turchia viveva un mostruoso drago che terrorizza-
va la gente.

   3. Per sfamarlo gli furono date bestie, in seguito,
quando le bestie finironi, gli furono dati dei
fanciulli.

4.Nonostante la disperata supplica del re, tocco anche
a sua figlia andare in pasto al drago.

   5. Mentre stava per essere divorata, arrivò San
Giorgio che ferì il drago e lo trascinò in città.

  • Il giovane cavaliere uccise il drago e il re e la folla

Si convertirono al cristianesimo.

 

fonte: gold.bdp.it/

 

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La leggenda del lago Titicaca
(leggenda boliviana)

Il lago Titicaca, il più grande del Sudamerica, si trova a quasi quattromila metri di altezza sull'altopiano ai confini tra la Bolivia e il Perù attuali.
Per gli incas, il lago era un luogo sacro.
Ecco ora una leggenda che spiega come il lago fu creato e che risponde perfettamente alla realtà di una zona in cui i terremoti sono frequentissimi.
Molto tempo fa, sull'altopiano sorgeva una grande e ricca città costruita da una popolazione fiera e arrogante.
Gli abitanti erano così compiaciuti della loro città, da rifiutarsi di ammettere che al mondo ci fosse alcunché di più bello.
Un giorno arrivò nella città un gruppo di cenciosi indios che ben presto attrassero l'attenzione della gente profetizzando la distruzione della ricca città.
" Preparatevi, dicevano la rovina è vicina, ed essa verrà sotto forma di terremoti, inondazioni e incendi."
Stanchi di quelle profezie di malaugurio, i cittadini presero a frustare gli indios e li espulsero dalla città.
Ma i sacerdoti erano molto allarmati. Quelli erano santi uomini, dicevano:
" può darsi che vedano più lontano di quanto vediamo noi."
E presero tanto sul serio le parole degli indios, che se ne andarono a loro volta dalla città per ritirarsi nel loro tempio su uno dei colli vicini.
"Guardate un po' quegli sciocchi" dicevano gli abitanti." Che cosa credono di ottenere standosene lassù? Quel colle è così alto da attirare i fulmini. Oh, come rideremo quando accadrà!"
Poi, un tranquillo pomeriggio, un cittadino scorse all'orizzonte una nuvoletta rossa, che divenne sempre più grande, e ben presto altre nubi dello stesso colore le si congiunsero, e ad esse se ne aggiunsero altre ancora, che avevano il colore del piombo.
Quando venne la notte, non calarono le tenebre, perché il cielo e la terra sottostante erano rischiarati dal riflesso rosso delle nubi.
Poi con fragore spaventoso il suolo prese a tremare: dalle nuvole cominciò a cadere una pioggia rossa.
Uno dopo l'altro gli edifici crollarono, mentre la pioggia cadeva implacabile. Gli acquedotti e i canali d'irrigazione furono completamente distrutti, i torrenti montani uscirono dai loro letti, la città venne sommersa.
Oggi, il grande lago Titicaca ne copre i resti.
Non uno dei suoi orgogliosi abitanti è sopravvissuto. A salvarsi furono solo i sacerdoti nelle loro capanne di paglia, il loro tempio sul colle non fu distrutto dal terremoto, il colle stesso restò al di sopra delle acque del diluvio. Oggi la sua cima è l'Isola del Sole.
Sopravvissero anche i profeti di sventura, quei poveri indios cenciosi, che da un luogo sopraelevato assistettero rattristati alla distruzione della città; una parte dei loro discendenti divennero i "Saggi dell'altopiano", medici e guaritori celebri per la loro abilità.

 

 

fonte: digilander.libero.it/

 

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La leggenda del vischio

C'era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva piu' nessun amico.
Il vecchio mercante si girava e rigirava, senza poter prendere sonno.
Usci' di casa e vide gente che andava da tutte le parti verso lo stesso luogo.
Qualche mano si tese verso di lui. Qualche voce si levo': - Fratello, - gli gridarono - non vieni? Fratello, a lui fratello? Lui non aveva fratelli. Era un mercante e per lui non c'erano che clienti: chi comprava e chi
vendeva. Per tutta la vita era stato avido e avaro e non gli importava
chi fossero i suoi clienti e che cosa facessero. Ma dove andavano? Si mosse un po' curioso. Si uni' a un gruppo di vecchi e di fanciulli. Fratello! Oh, certo, sarebbe stato anche bello avere tanti fratelli!  

Ma il suo cuore gli sussurrava che non poteva essere loro fratello.
Quante volte li aveva ingannati? Piangeva miseria per vender piu' caro.
E speculava sul bisogno dei poveri. E mai la sua mano si apriva per donare.
No, lui non poteva essere fratello di quella povera gente che aveva sempre sfruttata, ingannata, tradita. Eppure tutti gli camminavano a fianco. Ed era giunto, con loro, davanti alla Grotta di Betlemme. Ora li vedeva entrare e
nessuno era a mani vuote, anche i poveri avevano qualcosa. E lui non aveva
niente, lui che era ricco.

Arrivo' alla grotta insieme con gli altri; s'inginocchio insieme agli altri.
- Signore, - esclamo' - ho trattato male i miei fratelli. Perdonami.
E comincio' a piangere. Appoggiato a un albero, davanti alla grotta, il mercante continuo' a piangere, e il suo cuore cambio'.

Alla prima luce dell'alba quelle lacrime splendettero come perle, in mezzo a due foglioline.
Era nato il vischio

fonte: digilander.libero.it/Kim74x/

 

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La leggenda dell'agrifoglio

 

 

 

Un piccolo orfanello viveva presso alcuni pastori quando gli angeli apparvero annunciando la lieta novella della nascita di Cristo.


Sulla via di Betlemme, il bimbo intrecciò una corona di rami d'alloro per il neonato re.

Ma quando la pose davanti a Gesù, la corona gli sembrò così indegna che il pastorello si vergognò del suo dono e cominciò a piangere.


Allora Gesù Bambino toccò la corona, fece in modo che le sue foglie brillassero di un verde intenso e cambiò le lacrime dell'orfanello in bacche rosse.

Fonte: digilander.libero.it/Kim74x

 

 

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Leggenda San Valentino

La Storia

 

San Valentino nacque a Terni nell'anno 175 d.C., patrono della città, dell'amore e protettore degli innamorati di tutto il mondo. Valentino dedicò la sua vita alla comunità cristiana e di una città poco distante da Roma, dove infuriavano le persecuzioni contro i seguaci di Gesù. Fu consacrato vescovo della città di Terni nel 197 d.C. dal Papa San Feliciano. Valentino è tuttora considerato il patrono degli innamorati poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso che celebrò l'unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana. Quando l'imperatore Aureliano ordinò persecuzioni contro i cristiani, San Valentino fu imprigionato e flagellato lungo la via Flaminia lontano dalla città per evitare tumulti e rappresaglie dei fedeli e quindi fu martirizzato.

 

La leggenda

 

Un'altra leggenda narra che un giorno San Valentino sentendo litigare due giovani fidanzati andò loro incontro tenendo in mano una splendida rosa; il santo si rivolse ai due e dopo aver donato loro la rosa, sussurrò loro parole di riconciliazione, questo pose fine alla lite dei due. Il santo dunque chiese loro di stringere insieme il gambo della rosa e pregare affinché il loro amore e restasse eterno. Poco tempo dopo i due giovani tornarono da lui per ricevere il sacramento del matrimonio il 14 febbraio. Per questo motivo che il 14 febbraio in tutto il mondo viene celebrato San Valentino, il santo dell'amore.

 

Un amore sublime

 

Un centurione romano pagano di nome Sabino s'innamorò di Serapia, una giovane cristiana di Terni. Egli si recò dai suoi genitori, per chiederla in sposa, ma loro rifiutarono a causa della sua religione. Serapia, a sua volta innamorata del giovane romano, lo invitò a recarsi da Valentino. Sabino seguì i suggerimenti dell'amata e ricevette il battesimo dal Santo. Fu allora che Serapia si ammalò di tubercolosi. I giorni passavano e la giovane non migliorava; fu deciso quindi di chiamare Valentino al suo capezzale. Sabino pregò il Santo, dicendogli che non avrebbe potuto vivere senza la sua compagna. Accogliendo la disperazione del giovane, Valentino levò le sue preghiere al Signore, ed i due giovani lasciarono la vita terrena, per vivere insieme nell'eternità.

 

La rosa della riconciliazione:
 

Passeggiando per il suo giardino, San Valentino un giorno udì due fidanzati litigare. Invitando i due ragazzi alla ragione, egli porse loro una rosa affinché la stringessero facendo attenzione a non pungersi con le spine e pregando perché il loro amore fosse eterno. I due giovani si riconciliarono immediatamente e dopo non molto tempo, si recarono nuovamente dal Santo per celebrare il matrimonio ed invocare la sua benedizione.

 

I bambini e il Santo

 

Il giardino della casa di San Valentino era un luogo di gioia ed amore, dove spesso gli abitanti della città di Terni si recavano, per ricevere i preziosi consigli del santo.
Particolari ed abituali frequentatori del giardino erano i bambini della zona, che lì si recavano per giocare. Valentino, rallegrandosi della loro spensieratezza e della loro purezza, spesso si fermava ad osservarli, soprattutto per essere certo che non corressero pericolo alcuno. Quando il sole iniziava a tramontare, egli si recava tra loro e a ciascuno regalava un fiore, che i bambini avrebbero dovuto portare alle loro mamme. Un piccolo stratagemma, per essere certo che i fanciulli si dirigessero subito a casa, senza far troppo tardi.

 

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