LUCIO ANNEO SENECA tutto di tutto
LUCIO ANNEO SENECA tutto di tutto
-
La filosofia dominante nella Roma imperiale del primo secolo d.C. fu lo stoicismo, il cui rigorismo era stato smorzato dagli accomodamenti fatti da Panezio. Con i successori di Augusto i rapporti tra i filosofi e il potere si fecero problematici, sfociando talvolta in aperto conflitto. Ciò coincideva con il crescente contrasto tra l'imperatore e l'aristocrazia senatoria, che in alcuni dei suoi esponenti più significativi si avvicinò allo stoicismo. Di per sè la filosofia stoica può essere mobilitata per giustificare sia l'abbandono al corso provvidenziale del mondo, sia lo sforzo morale dell'individuo, il ritiro dalla vita politica o l'impegno in essa. Emblematica di questa ambivalenza é la vita e l'opera di Lucio Anneo Seneca. Nato a Cordova in Spagna nel 4 d.C., visse a Roma aderendo da giovane al pitagorismo, da cui fu poi distolto dal padre - celebre retore - e in seguito abbracciando lo stoicismo, da cui mai si separò. Si dedicò dapprima con successo alla vita forense, ma nel 41 d.C. fu esiliato in Corsica dall'imperatore Claudio per un sospetto adulterio. Vi rimase otto anni, dedicandosi agli studi filosofici e componendo una serie di scritti consolatori, nonchè alcuni dialoghi. Rientrato a Roma nel 49 d.C., diventò precettore di Nerone, che però mostrò sempre maggiore predilezione per le arti che per la filosofia.
In seguito all'ascesa al potere del suo discepolo, nel 54 d.C., Seneca scrive il De clementia, nel quale egli si candida come consigliere del principe; vi sostiene la tesi che la clemenza é tanto più ammirevole , quanto maggiore é il potere di chi la manifesta. La clemenza é agli antipodi dell'ira - la malattia del tiranno - , di cui Seneca descrive le cause e suggerisce la terapia in un altro scritto (in tre libri), il De ira . La collaborazione con Nerone durò fino al 62, quando con l'uccisione di Burro , che aveva affiancato Seneca nella posizione di consigliere, la clemenza del principe si dissolse.
A Seneca si pose l'alternativa tra la lotta contro il potere o il ripiegamento in se stesso. Non sappiamo sino a che punto la prima via fu imboccata e se la congiura dei Pisoni, scoperta nel 65, ne fu l'esito, soprattutto non sappiamo se Seneca ne fosse al corrente; di fatto fu accusato di farne parte e fu costretto al suicidio ma nei suoi scritti non compare mai un'esplicita giustificazione del tirannicidio. Da buon stoico quale era, Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio. Altre vittime illustri della reazione di Nerone furono il nipote di Seneca, Lucano, e Trasea Peto.
In una situazione di dominio tirannico, quale appariva ai senatori ostili al principe, lo stoicismo, più che fornire programmi di azione, poteva insegnare che cosa non si deve fare nè temere. Anche per Seneca, costretto all'impotenza politica, la filosofia diventa - come già per Cicerone - la via di riscatto. La perdita di spazio politico appare compensata dall'estensione nel tempo dell'efficacia della propria azione, anche per le generazioni future, esercitata con la scrittura. E' in questo periodo che Seneca compone i suoi scritti filosofici più importanti: De otio, De tranquillitate animi, De providentia , le Quaestiones naturales (nelle quali Seneca guarda con grande simpatia al progresso scientifico, purchè sia soggiogato al dominio della ragione) e le 124 Epistulae morales ad Lucilium, un epistolario (forse con un destinatario fittizio) in cui troviamo l’intero pensiero senecano.
Ma ciò che Seneca ritrova é soprattutto la sua interiorità: in questa nuova circostanza la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa. Se – stoicamente – il destino è signore delle cose, allora non ha senso opporvisi. La virtù non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente: lo schiavo ha piena dignità umana e a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene. Da ciò se ne evince non già che si debbon liberare gli schiavi, ma, semplicemente, che si deve essere umani nei loro riguardi, permettendo loro di mangiare e di parlare liberamente: non si devono infatti giudicare gli uomini in base alla loro condizione sociale, bensì in base alle loro azioni. Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù (De beneficiis) . Buona parte dell’opera di Seneca è poi dedicata alla fugacità del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, così un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così è per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata. Nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica.
Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica, che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perchè, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante di sententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.
DE CLEMENTIA
L'opera è stata composta all'incirca tra il 55 e il 56 e rappresenta la più chiara espressione della concezione senecana del potere. Il testo è opportunamente dedicato all'imperatore Nerone come traccia di un ideale programma politico ispirato ad equità e moderazione. Seneca non mette in discussione la legittimità costituzionale del principato, nè le forme ormai palesemente monarchiche che esso ha assunto: il potere unico era il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico retto dal logos, dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentare l'ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l'impero. Il problema, piuttosto, è di avere un buon sovrano: l'unico freno del sovrano, essendo il potere assoluto, sarà la sua stessa coscienza, che lo dovrà tratteenere dal governare in modo tirannico. L'ideale senecano di clemenza è una misurata commistione di indulgenza e moderazione.
Seguiranno alcuni passi tratti dall’opera presa in questione. Le parti riportate possono essere legate al concetto di Totalitarismo.
1. Definizione della clemenza
[1] E perché non ci inganni il magnifico nome di clemenza, e non ci conduca all’estremo opposto, esaminiamo che cosa sia la clemenza, che natura abbia e quali siano i suoi limiti.
La clemenza è la moderazione dell’animo nell’uso del suo potere di punire; oppure è mitezza di un superiore nei confronti di un inferiore nell’assegnargli una pena. È più sicuro proporre più definizioni, perché non succeda che una sola definizione non sia sufficiente a comprendere la cosa e, per così dire, sia condannata per un vizio di forma; perciò, può essere definita anche un’inclinazione dell’animo alla mitezza nell’infliggere una pena.
14 Modo migliore di comandare
[1] Oh principe degno di essere chiamato in consiglio dai padri! E degno di comparire nei testamenti come coerede con i figli privi di colpe! È questa la clemenza che si addice al principe: ovunque vada, renda ogni cosa più mite. Nessuno sia tanto spregevole per il re che costui non si accorga della sua morte: in qualunque condizione <si trovi>, ognuno è parte dell’impero!
[4] <Infatti>, è forse giusto che si comandi con più gravosità e durezza a un uomo che ai muti animali? Eppure, un maestro esperto nel domare i cavalli non terrorizza il cavallo frustandolo spesso, perché diventerà pauroso e riottoso, se non lo rabbonisci con carezze affettuose.
23. La crudeltà è contraria alla natura umana
[2] La ragione principale per cui la crudeltà è abominevole è che essa oltrepassa i limiti consueti, poi quelli umani, va in cerca di supplizi nuovi, fa appello all’immaginazione per escogitare strumenti mediante i quali variare e prolungare il dolore, trae piacere dai mali degli uomini. E il funesto morbo dell’animo raggiunge il culmine della follia quando la crudeltà si trasforma in voluttà e ormai si prova piacere a uccidere un uomo.
[3] Alle spalle di un uomo simile viene dietro la sua naturale distruzione, gli odii, i veleni, le spade; è minacciato da tanti pericoli quanti sono coloro per i quali egli stesso rappresenta un pericolo, ed è insidiato sia da cospirazioni private sia da sollevazioni pubbliche. Infatti, un danno privato e leggero non solleva città intere: ma quello che ha cominciato a estendere i suoi furori e minaccia tutti, viene trafitto da tutte le parti.
24. Effetti della crudeltà
[4] Quegli animali privi di ragione e da noi condannati per la loro ferocia si astengono dagli animali della loro specie, e così la somiglianza esteriore è una garanzia: la rabbia dei tiranni non risparmia neppure le persone a loro prossime, anzi mette sullo stesso piano gli estranei e i suoi, e si eccita tanto più quanto più si esercita. Poi dalle uccisioni di singoli individui si estende fino all’annientamento di interi popoli, e reputa che sia dimostrazione di potenza l’appiccare fuoco alle case e il far passare l’aratro sopra antiche città; e crede che l’ordinare di uccidere solo una o due persone si addica poco alla dignità imperiale e, se un gregge di infelici non è esposto nello stesso tempo ai <suoi> colpi, pensa che la propria crudeltà sia costretta entro limiti angusti.
PENSIERO FILOSOFICO
La filosofia di Seneca unisce elementi pitagorici e cinici, provenienti dalla sua prima educazione, dando grande importanza all'esame di coscienza quotidiano e alle scienze naturali.
Anche nelle tragedie vengono rappresentati caratteri estremamente negativi, forse a significare proprio che "senza retta ratio e filosofia non esiste via di scampo".
Per inquadrare il pensiero di Seneca bisogna ricordare, che essendo figlio di un importante retore, era destinato ad una carriera politica di prim'ordine.
Furono però i casi della vita (malattia, esilio, ruolo di educatore e di consigliere) che accentuarono nella sua filosofia il carattere etico con il quale trattò tutti i temi fondamentali: passioni, rapporto tra uomo e tempo, libertà, incoerenza della schiavitù, felicità, politica, morte, autarkeia.
Dal canto suo Seneca aggiunse uno spiccato interesse per la natura ed i suoi fenomeni.
Molte furono le filosofie che ispirarono il pensiero di Seneca nella sua vita, le principali furono quella stoica, epicureista e platonica.
Seguendo la filosofia STOICA Seneca:
- sostiene che ci si possa gradatamente avvicinare alla perfezione del saggio controllando e superando la propria ira (vedi “De Ira”).
- è convinto che al raggiungimento della felicità non nuocciano i vantaggi esterni (salute, bellezza, ricchezza), che sono irrilevanti per la vera felicità ma sono comunque preferibili ai loro contrari. (Vedi “De Vita Beata”)
- ha una visione del saggio libero da ogni condizionamento esterno ed è capace di considerare le difficoltà della vita come puri esercizi alla virtù, le quali sono date all’umanità per volontà divina provvidenziale. (Vedi “De Providentia”)
- il saggio non può essere toccato da alcun danno ne da alcuna offesa: l’imperturbabilità presuppone l’assoluta autosufficienza (autarkeia) (Vedi “De Costantia Sapientis”)
- desiderio contrastane di praticare l’otium e il negotium (Vedi “De Tranquillitate Animi” “Epistulae” e il “De Otio”)
In comune con l'EPICUREISMO notiamo invece:
- l'invito a non temere la morte (Vedi “Epistulae”).
- la concezione del tempo e l'invito a vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo (Vedi “De Brevitate Vitae”).
Seneca è però anche influenzato dal PLATONISMO:
- l'elogio dalla conoscenza pura
- la filosofia come iniziazione che porta l'uomo dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della conoscenza distinguendolo dall'animale
- la filosofia come mezzo per raggiungere un distacco dalla quotidianità (Vedi “Epistulae”)
- il progetto di un principato filosoficamente orientato (Vedi “De Clementia”).
Seneca tutto di tutto
idee per un nuovo millennio
Seneca
*********
A
ABITUDINI
1 - Per gli sprovveduti, una gran parte della sofferenza sta nella natura inconsueta dei mali che gli capitano. Se te ne vuoi convincere, osserva come ciò che gli pareva di un’asprezza insopportabile, una volta che ci hanno fatto l’abitudine, diventi tollerabile. Ecco perché il saggio si abitua ai mali futuri, e a quelli che gli altri si rendono lievi solo a forza di sopportarli. Come fa? Ci medita sopra, e a lungo.
2 - Non ti accorgi di come l’abitudine privi ogni cosa del suo originario fascino?
3 - La via dell’onesta è diritta, quella della malvagità, è piena di curve e insenature: ad ogni passo, prende direzioni sempre diverse. La stessa cosa, si può dire delle abitudini: quelle di chi segue la natura sono agevoli, limpide, e differiscono poco, da persona a persona; quelle di chi se ne è allontanato, sono in contrasto l’una con l’altra, e caso per caso.
4 - Seguite questa sana e salubre abitudine di vita: concedete al corpo soltanto quanto basta perché si mantenga sano. Se non si vuole che serva male le doti morali, bisogna trattarlo con durezza: il cibo plachi la fame, il bere estingua la sete, i vestiti proteggano dal freddo, la casa sia un riparo contro le intemperie. Disprezzate tutto quel lusso e quell’ostentazione che ci si può procurare lavorando più di quanto è necessario; considerate che nulla è degno di ammirazione eccetto l’anima, e per l’anima, se è grande, nulla è grande.
5 - Bisogna abituarsi alla propria condizione, lamentarsene il meno possibile e profittare di quei piccoli vantaggi che essa comporta: non esiste situazione tanto amara che un animo interiormente sereno non sappia trovarvi un motivo di conforto.
6 - Niente di ciò che la consuetudine ha trasformato in parte del carattere può apparire spiacevole: a poco a poco, ciò che si è cominciato a fare per necessità, diventa un piacere.
7 - Nessuno di noi tiene presente che, una volta o l’altra, dovrà abbandonare questa dimora. Allo stesso modo, l’assuefazione ai luoghi e l’abitudine trattengono i vecchi inquilini in case piene di disagi.
8 - La moltitudine dei delinquenti crea assuefazione al delitto: il marchio d’infamia è meno gravoso da portare, quando la frequenza delle condanne l’ha reso alquanto stinto. La severità, quando diventa abituale, perde la sua principale dote curativa: l’autorevolezza.
9 - Dormire su di un pagliericcio o indossare degli stracci non sono, per sé, indizi di buona disposizione alla filosofia, se non risultano modi di vita non imposti dalle circostanze, ma deliberatamente scelti.
10 - La natura non si è mai guadagnata a tal punto la nostra gratitudine imperitura come quando, ben sapendo quanti sono gli affanni cui ci destina il nascere, ha inventato l’abitudine, alleviatrice dei mali, e grazie alla quale le situazioni più gravose ci diventano familiari. Se le avversità avessero sempre la forza con cui ci colpiscono la prima volta, nessuno vi potrebbe resistere.
11 - La povertà ci diventi familiare: vivremo più sicuri se impareremo fino a che punto essere poveri non è grave.
12 - Siamo fatti in modo tale che le cose di tutti giorni, anche se fossero straordinarie, ci risultano indifferenti, mentre persino gli eventi di nessuna importanza, se sono inconsueti, ci appaiono spettacoli affascinanti.
13 - Il saggio non perturberà i pubblici costumi, né attirerà su di sé l’attenzione della gente col suo stile di vita eccentrico.
14 - Quando i vizi diventano abitudini, non c’è più niente da fare.
ACQUE MINERALI
15 - Per chi non sa più dove mettere i suoi soldi, è stato escogitato un modo per rendere anche l’acqua un genere voluttuario.
16 - Gli Spartani espulsero dalla città i profumieri, che condannarono all’esilio solo perché sprecavano l’olio: che cosa avrebbero fatto, se avessero visto destinare tutti questi veicoli al trasporto dell’acqua, e tutti i contenitori nella quale essa è destinata a perdere colore e sapore?
ADULAZIONE
17 - Ormai, siamo arrivati ad un tal livello di follia, che gli adulatori moderati sono considerati gente cattiva.
18 - All’adulazione, noi, non chiudiamo la porta: semmai, la sbarriamo, seguendo quella messa in scena che riserviamo alle amanti, le quali, se aprono la nostra porta sono gradite; ma se la sfondano, sono più gradite ancora.
19 - L’essere corteggiati, ha un vizio di natura: anche quando viene respinto, piace, e, a forza di respingerlo, si finisce per accettarlo. Infatti, per chi ci corteggia, l’essere respinto diventa una cambiale in bianco. Neppure gli insulti servono a stornarne la minaccia.
ADULTERIO
20 - La forma di fidanzamento più salda è l’adulterio.
21 - Forse che, da quando si è arrivati al punto che nessuna donna ha un marito, se non per ingelosire il suo amante, l’adulterio è considerato ancora una cosa vergognosa?
22 - È sciocca e antiquata quella donna ignara di come, l’avere un solo amante, lo si definisca un matrimonio.
23 - Una donna che abbia respinto un uomo che da lei era attratto soltanto per eccitarlo di più, non la definirei morigerata. Lo stesso vale per una donna che abbia avuto paura della legge, o di suo marito. Come dice Ovidio “Colei che non si è data perché non ha potuto / È come se darsi avesse voluto”.
AGENDE
24 - Si può ragionare in maniera più stolta degli individui la cui natura è quella di programmare tutte le proprie faccende, e che se ne vantano pure? Invece, finiscono per essere sommersi dalle incombenze più di chiunque altro. Convinti di poter, in questo modo, vivere meglio, sprecano la vita a progettare la loro vita. Stendono una serie di propositi che arrivano alquanto in là negli anni, come se il riservare tutto al domani non fosse il modo più disgraziato di vivere, col suo strappare i giorni ad uno ad uno, e togliere il gusto del presente per la promessa del futuro. La dilazione è l’ostacolo maggiore al vivere; infatti, nel mentre ci fa dipendere dal domani, ci deruba del presente. Pianifichi tutto ciò che rimane in potere della sorte, e intanto lasci perdere ciò che dipende da te? A che miri? Che ti aspetti? Di ciò che sarà, nulla si può sapere: vivi adesso.
AMICI
25 - Bisogna avere l’amico nel proprio cuore. Il cuore, non è mai lontano: ogni giorno, può andare a trovare chi vuole.
26 - Agli amici, ho temuto che succedesse di tutto; a me, una cosa sola: di non essere abbastanza loro amico.
27 - Se consideri un amico colui in cui non puoi avere fiducia come in te stesso, ti sbagli di grosso, e non conosci il valore della vera amicizia. Prendi qualsiasi decisione insieme all’amico; ma, prima di tutto, prendi una decisione su di lui: ad amicizia decisa, bisogna fidarsi; prima, però, si può valutare se è il caso di fidarsi. Invertono i doveri dell’amicizia coloro che, dopo aver creato un vincolo di affetto, restano diffidenti, e poi, per diffidenza, sciolgono il legame affettivo. Valuta a lungo se devi accettare l’amicizia di qualcuno; però, se decidi di sì, accoglilo con tutto il cuore, e parla con lui con tutta la franchezza con cui parli a te stesso.
28 - Spesso, non c’è nessuna differenza tra i doni degli amici e gli auguri dei nemici: ciò che essi auspicano ti accada, gli amici, con la loro sollecitudine inopportuna, si affrettano a far sì che ti succeda.
29 - Poter dividere il proprio dolore con molti, è già qualcosa che assomiglia ad una consolazione. Se, infatti, lo ripartisci tra tanta gente, la parte che ti tocca sopportarne diventa piccola.
30 - Chi non è stato capace di voler bene più che ad un amico solo, in realtà, non ha voluto bene neppure a quello.
31 - Ti posso fare l’esempio di molti ai quali non è mai mancato un amico; ma l’amicizia, sì.
32 - Abbiamo amato qualcuno; lo abbiamo ammirato, ammettendo che la nostra posizione sociale era dovuta a lui: almeno, fino a quando ciò che abbiamo ottenuto ci ha appagato. All’improvviso, però, cominciamo a ritenere più importanti altri traguardi, e non abbiamo più occhi che per quelli (infatti, è proprio degli esseri umani, quando hanno ottenuto molto, volere sempre di più). Ed ecco, ciò che prima giudicavamo un grande dono, non ci interessa più. Non facciamo più caso a ciò che ci rende privilegiati rispetto agli altri, ma solo a ciò che ostenta il successo di quanti sono più potenti di noi.
33 - Se l’amicizia va cercata in quanto valore in se stessa, ad essa si può dedicare soltanto chi basta a se stesso.
34 - Nella vita, mi sono inimicato molte persone, con le quali, passato l’odio, ho fatto la pace, per quanto sia possibile la pace con i malvagi: di me stesso, però, non sono ancora riuscito a diventare amico.
35 - In ogni vecchio amico, ci vedeva una spia.
36 - Il saggio sta bene con se stesso; il che non vuol dire che non desideri la compagnia di un amico, ma che può anche farne a meno. D’altra parte, senza amici, non resterà mai: ha il potere di farsene in fretta dei nuovi.
37 - Il successo non ha collocato nessuno così in alto da non far sì che l’aver tutto gli faccia sentire ancor di più la mancanza di un amico.
38 - Ti dirò che cosa, oggi, ho letto di interessante nel filosofo Ecatone: “Mi domandi che progressi abbia fatto? - egli afferma - Ho cominciato ad essere amico di me stesso”. Il suo progresso è stato grande: non sarà mai più solo. Sappi che, un amico così, è a disposizione di tutti.
39 - Non sai qual è il valore dell’amicizia se non ti rendi conto che, a chi darai un amico, farai un grande regalo. L’amicizia è cosa rara non solo nelle singole famiglie, ma in tutta la storia del genere umano. L’amicizia manca di più proprio laddove si crede che abbondi.
40 - Acquistare un amico in più, non rende più saggi; perderne uno, non rende più stolti. Dunque, neppure più felici, o più infelici. Finché la tua virtù rimarrà intatta, non ti accorgerai di ciò che ti viene tolto.
41 - Ho ringraziato la fortuna, che ha voluto mettere alla prova il valore che attribuivo alla mia fedeltà; infatti, un bene così prezioso, non poteva non costarmi caro.
42 - Saresti capace di sopportare coloro che, degli amici, non si curano affatto, e però, dopo morti, li piangono disperatamente, perché sono capaci di amare qualcuno soltanto dopo che l’hanno perduto? Se, in quel frangente, il loro lutto è così inconsolabile, è perché temono si dubiti dei loro sentimenti. Tardivamente, così, cercano di dimostrare l’affetto che avevano per il morto.
43 - Non sono amici quelli che bussano a ranghi compatti alla tua porta, e vengono ripartiti in più intimi e meno intimi, a seconda dell’ordine di entrata.
44 - Chi contrae un’amicizia soltanto in vista del proprio interesse, si sbaglia di grosso: quell’amicizia, com’è iniziata, così finirà. Costui si è procurato un amico nella convinzione che se, un giorno, verrà imprigionato, quello lo aiuterà a tornare libero; e invece, al primo sferragliare di catena, l’amico se ne andrà.
45 - Un favore non può essere più grande di un altro. Ad essere più grandi e più numerose possono essere soltanto quelle manifestazioni di affetto di cui l’amicizia si compiace, indulgendovi; allo stesso modo, gli amanti, moltiplicando i baci ed abbracciandosi più stretti, non aumentano il loro amore, ma lo esprimono.
46 - Chi cerca un amico tra i postulanti nell’atrio di casa, e lo mette alla prova in un banchetto, commette un errore.
47 - Gli amici, qualora li si metta alla prova, se la danno a gambe.
48 - Perché ti fai amico di qualcuno? Per poter morire per lui; per poterlo seguire nell’esilio. Per difenderlo dalla morte, ostacolandone il passo.
49 - Chi ha molto in comune con gli esseri umani, con l’amico, avrà in comune tutto.
ANIMA
50 - La prova più grande del fatto che l’anima proviene da un luogo più elevato è il suo giudicare la condizione in cui si trova misera e angusta, tanto che non ha paura di uscirne. Infatti, chi si ricorda da dove è venuto, sa anche dove andrà a finire.
51 - Un’anima nobile, consapevole della sua superiore natura, non giudica propria nessuna di quelle cose che si vede intorno, ma se ne serve come le fossero state date in prestito, da quella pellegrina di fuggevole passaggio che è.
52 - Ciò che devasta gli sprovveduti, nelle sofferenze fisiche, è il fatto che non si sono abituati ad avere una vita spirituale: i legami che hanno allacciato col corpo sono troppo stretti. Ecco perché un individuo nobile e saggio separa la propria anima dal corpo, e si intrattiene a lungo con la parte migliore di sé, quella divina, nel mentre, con quella fragile e lamentosa, si intrattiene soltanto lo stretto necessario.
53 - Se le anime, una volta libere dal corpo, continuano ad esistere, la loro condizione, allora, sarà più felice di quando erano rinchiuse nel corpo. Se ciò di cui godiamo per mezzo del corpo, è un bene, ne consegue che all’anima, abbandonato il corpo, andrà peggio. E invece, non è verosimile che anime rinchiuse nella materia, come assediati tra le mura della città, siano più felici di quelle lasciate libere di vagare nell’universo.
54 - Che noi abbiamo un’anima, sotto il comando della quale siamo indotti, o trattenuti dall’agire, lo ammetteranno tutti. Che cosa sia, però, questa nostra guida e signora, e dove risieda, nessuno te lo saprà dire.
55 - L’anima non viene deturpata dalla bruttezza del corpo; piuttosto, è il corpo ad essere reso, da un’anima bella, bello.
56 - Allo stesso modo in cui, quando ci si ammala, i sintomi premonitori - una certa svogliatezza che sfianca i nervi, una stanchezza che non segue alla fatica, un continuo sbadigliare, un brivido per tutte le membra - precorrono la malattia, l’anima, se è debole, viene scossa dai mali molto prima di venirne oppressa. Li subisce in anticipo, e si abbatte prima del tempo.
57 - Questo nostro corpo, per l’anima, è un peso e una pena. L’oppressione di quello la soffoca e la fa sua prigioniera, se non interviene la filosofia a liberarla e dischiuderle davanti, come fosse il sollievo che dà una boccata d’aria aperta, lo spettacolo della natura. La filosofia distoglie l’animo dalle questioni umane e la volge a quelle divine: in questa ‘distrazione’ consiste tutta la sua libertà.
58 - L’anima umana è grande e nobile: non accetta le si pongano confini, se non quelli che ha in comune con gli dèi. Prima di tutto, non riconosce nessuna patria di questo mondo: per lei, la patria è quell’orbita che cinge i limiti estremi dell’universo; tutta questa volta celeste sotto la quale giacciono mari e terre, ed attraverso la quale l’atmosfera, nel mentre li separa, congiunge i fenomeni divini con quelli umani.
59 - Se ogni bene sta nell’anima, tutto ciò che la rende più forte, la esalta, la magnifica, è un bene. D’altra parte, a rendere l’anima più salda, elevata e magnifica, è la virtù; infatti, tutto il resto, nel mentre eccita la nostra cupidigia, deprime l’anima, la indebolisce, e, anche se sembra infiammarla, in realtà, la fa tronfia, impegolandola in una girandola di illusioni. L’unico bene, è quello la cui azione rende migliore l’anima.
60 - Tutto ciò che è di sollievo all’anima, fa bene anche al corpo.
AVIDITA’
61 - L’avidità umana è così stupida da distinguere il possesso dalla proprietà. Nessuno considera proprio ciò che è di tutti.
62 - Come le fiamme si aprono la via con violenza infinitamente maggiore a seconda di quanto è vasto l’incendio che le alimenta, allo stesso modo l’avidità, quando si sviluppa in chi ha accumulato grandi ricchezze, non è capace di freni.
63 - L’avidità non può capire la sua presente prosperità; infatti, non considera da dove è partita, ma solo dove vuole arrivare.
64 - Il difetto maggiore della cupidigia è quello di essere ingrata.
65 - L’eccessiva ricchezza rende certuni avidi, e la cupidigia non è mai tanto moderata da trovare appagamento in ciò che bramava: i suoi obbiettivi diventano sempre più smisurati; quando ha ottenuto l’insperato, essa si dà all’insperabile.
66 - È povero non chi ha poco, ma chi desidera di più.
67 - Alla nostra avarizia manca solo che, in assenza di un garante, ci asteniamo da qualsiasi buona azione.
68 - Chi non trae vantaggio dalle disgrazie altrui? I soldati, se desiderano la gloria, devono augurarsi la guerra; la penuria di rifornimenti alimentari fa sì che i contadini aumentino i prezzi; l’abbondanza di processi fa lievitare la parcella degli avvocati; il diffondersi delle epidemie fa la fortuna dei medici; la corruzione dei giovani arricchisce chi vende generi voluttuari; se nessuna tempesta squassa le case, se nessun incendio le danneggia, i carpentieri non fanno affari.
69 - Quando si dice “modo di vivere cretino”, a che cosa pensi ci si riferisca? Ma al nostro modo di vivere, spinti, come siamo, da una cieca cupidigia a gettarci su beni che ci saranno dannosi, e che di certo non potranno mai saziarci (infatti, se qualcosa fosse stata in grado di saziarci, l’avremmo ottenuta, ed ora saremmo sazi); noi, che non consideriamo quanta gioia dia non chiedere nulla, e quanto sia magnifico sentirsi appagati, e non dover dipendere dalla sorte.
70 - Tutto ciò su cui la nostra cupidigia mette gli occhi è destinato a venire inghiottito e svanire in un lampo. In ciò che è senza fondo, non ha importanza quante cose si gettino alla rifusa.
71 - Di fronte all’avidità del genere umano, se aspiri a qualcuno che dia indietro ciò che ha ricevuto, in mezzo alla folla degli sciacalli, vuol dire che ti sfugge del tutto, la sorte di noi tutti, quale sia.
72 - Un tempo si aspirava all’amicizia; oggi, ai lasciti.
73 - La prosperità è avida ed è esposta all’avidità altrui: finché nulla ti basterà, tu stesso non basterai agli altri.
74 - Niente, per noi, vale di più di un favore, quando lo chiediamo; niente, per noi, ha meno valore, quando lo otteniamo. Chiedi che cosa sia, a provocare in noi questa smemoratezza verso i favori ricevuti? La smania di riceverne ancora: abbiamo ben presente non ciò che abbiamo ottenuto, ma quanto ci rimane da chiedere.
B
BENI
75 - La natura non ammette che il bene, per gli individui buoni, si trasformi in un danno.
76 - Ho quello che ho dato.
77 - Niente di ciò che viene dato va perso. Chi ha perso qualcosa, vuol dire che pensava di fare un investimento.
78 - Quante cose, ce le procuriamo solo perché altri se le sono procurate, e i più le possiedono! Tra le cause dei nostri guai c’è il fatto che viviamo scimmiottando gli altri, e non ci basiamo sulla ragione, ma ci facciamo trascinare dai luoghi comuni.
79 - Convinciti di come un individuo perfetto, ricolmo di virtù umane e divine, non possa perdere nulla. I suoi beni sono circondati da muraglie solide e impenetrabili, al sicuro da incendi e saccheggi. Queste muraglie non hanno brecce: sono alte fino al cielo e inespugnabili, come gli dèi.
80 - Il bene è ciò che suscita un’attrazione istintiva dell’anima verso di sé, risvegliando la sua vera natura.
81 - Si può affermare con sicurezza che il sommo bene è l’armonia interiore; infatti, dove c’è coerenza e integrità, non ci può essere che virtù. I vizi provocano incoerenza.
82 - Molte cose, non ci accorgiamo che erano superflue finché non ci vengono a mancare; infatti, le adoperavamo non perché ne avevamo bisogno, ma perché le avevamo.
83 - Nessun bene giova a chi lo possiede se non quello alla cui perdita l’animo è preparato. Di niente è più facile sopportare la perdita se non di ciò che, una volta perduto, non può essere rimpianto.
84 - Non è un bene ciò che, se aumenta, diventa un male.
85 - Il saggio non può perdere nulla: ha riposto tutto in se stesso, non ha affidato niente alla sorte. Ciò che possiede, è ben custodito, perché lo appaga solo la virtù; che non dipende da circostanze fortuite, e che la sorte, quindi, non può incrementare, né diminuire.
86 - I grandi e veri beni non sono divisibili. Non è possibile che a ogni individuo ne tocchi un po’: ognuno li ha, integri, in patrimonio, senza per questo sottrarne una parte agli altri. La pace e la libertà sono un bene di tutti, eppure possesso di ognuno.
87 - In esilio, si può avere ciò che è necessario; il superfluo, invece, non basta un regno a darlo.
88 - Ciò che è abbastanza, non è mai poco; ciò che non è abbastanza, non è mai molto.
89 - Fare il conto dei favori fatti è una meschina forma di usura.
90 - Tutti questi beni temporanei che, intorno a noi, fan sfoggio di sé, quali essi siano: figli, onori, ricchezze, case magnifiche e atri pieni di gente che ci viene a trovare; la fama, una moglie nobile e bella, e tutte le altre cose che dipendono dalla sorte, incerta e mutevole; sono sfarzi non nostri, e concessi in via temporanea. Nessuno di essi ci è stato dato in dono.
91 - Tutto ciò che è bene, rientra nelle stesse leggi: l’utile privato e quello pubblico sono intimamente connessi.
92 - Ciò che risente della sua stessa grandezza, non è mai un bene.
93 - Nessuno può nuocere o giovare al saggio, perché ciò che ha natura divina non può volere star meglio, né può venire danneggiato, e il saggio, che sia prossimo e affine agli dèi, eccettuata la sua condizione mortale, è opinione comune. Egli, nel tendere e aspirare a ideali supremi, dove vige un’armonia immune da paura, incorruttibile, il cui corso non sia contrastato da correnti contrarie; nel mentre ricerca ciò che è utile e saldo per tutti - un bene valido non solo per sé, ma anche per gli altri - non può desiderare nulla di vile, né rimpiangere ciò che non ha.
94 - Non siamo capaci di attribuire il loro giusto valore a quelle cose per le quali non deve valere l’opinione comune, ma il giudizio che si può trarre osservando la loro vera natura. Cose simili, in sé, non hanno niente di splendido, e capace di affascinare la nostra mente, se non il fatto che ci siamo abituati ad ammirarle; infatti, non vengono lodate perché sono desiderabili, ma risultano desiderabili perché vengono lodate.
95 - Nulla costa più caro di ciò che si compra a forza di preghiere.
96 - L’unico bene, è l’onesta; gli altri, sono beni falsi e bastardi.
97 - Quando ci viene chiesto qualcosa, terremo conto, più che dei desideri di chi ce lo chiede, di ciò che gli torna utile.
98 - Colui per il quale essere ricco rappresenta un’esigenza, sta in apprensione per le sue ricchezze. Di un bene che toglie la pace interiore, però, non può godere nessuno; invece, un individuo simile tenta continuamente di aumentare la sua ricchezza, e, nel mentre pensa all’ammontare dei suoi soldi, si dimentica di utilizzarli. Compila fatture; a forza di andar per uffici, ne consuma il pavimento; scorre da un capo all’altro il registro dei crediti. Da padrone, diventa amministratore.
99 - Appartenere a se stessi, è un bene inestimabile.
100 - Sdebitarsi di un favore è una faccenda ben diversa dal pagare un debito. In questo caso, non devi aspettarti un effettivo pagamento. Si tratta di una questione esclusivamente spirituale.
101 - Dio è vicino a te; è con te; è dentro di te.
102 - Tutti magnificano anche le inezie, se sono favori fatti ad altri.
103 - A parità di valore, un dono acquista più pregio se lo fai a una persona della quale fai la conoscenza proprio tramite quel dono.
104 - Se, prima di compiere una buona azione, ci tuteliamo ben bene dalle possibili conseguenze, il valore di quell’azione diventa piccolo.
105 - Come i raggi del sole, per quanto colpiscano la terra, non si discostano dal luogo in cui hanno origine, allo stesso modo un’anima grande, sacra, confinata in questo mondo per farci conoscere più da vicino la natura degli dèi, si intrattiene con noi, ma resta legata alla sua origine. E da lì che dipende; là volge lo sguardo, e anela. Tuttavia, fa quello che facciamo noi; ma da essere superiore. Qual è, dunque, quest’anima? Quella che non risplende di nessun bene se non il bene che le proviene da se stessa. Che cosa c’è, infatti, di più sciocco che lodare, in qualcuno, ciò che non gli appartiene? Chi c’è più insensato di chi ammira qualità che, da un momento all’altro, possono diventare di un altro?
106 - Le cose più preziose, non le si può restituire.
107 - Piuttosto che privilegiare il meglio, si è preferito optare per il necessario.
108 - Chi possiede se stesso, non può perdere nulla. Ma a quanti capita di possedere se stessi?
109 - Vivere, in sé, non è un bene. Il bene, è vivere bene.
110 - Tutto ciò su cui la sorte, come sua proprietà personale, veglia, può dare prosperità e serenità solo se chi lo possiede resta padrone anche di se stesso.
111 - Esistono beni che, se non fossero stati concessi a tutti quanti, nemmeno certi privilegiati li avrebbero ottenuti.
112 - Ciò che possiedi, e dici tuo, è di tutti: dell’intero genere umano.
113 - Ciò che serve alla vita, è anche ciò che fa bella la vita.
114 - Tutte queste cose che vi fanno superbi, e vi portano, per l’orgoglio di eccedere ogni limite umano, a dimenticare la vostra fragilità. Queste cose, che voi vi mettete in armi per difendere dietro inferriate e porte sbarrate. Queste cose, la cui custodia vi costa sangue, e che spargendo sangue altrui avete depredato. Queste cose, a causa delle quali fate salpare flotte destinate a insanguinare i mari; per le quali devastate le città, senza considerare gli assalti che il destino perpetrerà alle vostra spalle. Queste cose per le quali, infranti innumerevoli volte i patti di amicizia, i legami famigliari, i regolamenti sociali, tutta la terra si è da sempre divisa in due schieramenti in lotta tra loro: tutte queste cose, non sono vostre. Vi sono state date solo in deposito; da un momento all’altro, un altro padrone le reclamerà: finiranno nelle mani di un nemico, o di un erede che vi è sempre stato ostile.
115 - Se consideriamo i benefici della natura sulla base della malvagità di quanti ne fruiscono, risulterà che tutto ciò che ci è stato donato, è a nostro danno.
116 - Tutto ciò che ho, lo possiedo in modo tale che appartenga anche a tutti gli altri.
117 - La natura, quando ritorniamo a lei, ci spoglia, così come ha fatto al nostro arrivo in questo mondo. Non si può portare via più di quanto si aveva allora; anzi, bisogna abbandonare anche gran parte della dote che ci si era portati dietro per le esigenze della vita.
118 - Il fatto che tu non la possa vendere, dissipare, rendere più prospera o distruggere, non vuol dire che una cosa non sia tua. Infatti, anche ciò che ti appartiene solo secondo certe condizioni universali, e ben determinate, è tuo.
BUFFONI
119 - Se, ogni tanto, ho voglia di farmi due risate con un buffone, non devo andarlo a cercare lontano: rido di me stesso.
120 - Darsi agli spassi mentre l’intero globo terrestre viene distrutto, è un comportamento da ubriachi.
C
CASE
121 - Credimi: era felice quell’epoca in cui non esistevano ancora architetti, né arredatori.
122 - La casa del saggio è piccola, senza sfoggio di decorazioni, senza fasto né rumore. In essa non ci sono portinai che con prezzolata alterigia badano a che la gente rispetti la coda. Attraverso la sua soglia aperta e priva di portinai, però, il destino non passa: sa che, laddove non c’è nulla di suo, per lei, non c’è posto.
123 - A che vi servono tante camere da letto, se dormite in una sola? I limiti dello spazio che è davvero vostro, coincidono con quelli del vostro corpo.
124 - Non vivono contro natura coloro sui tetti delle cui case alberi fitti ondeggiano le loro fronde; e hanno le radici laddove a malapena potrebbero spingersi con le cime?
CIECHI
125 - Le cose che la notte fa apparire terribili, il giorno le svela ridicole.
126 - I ciechi, per lo meno, si trovano una guida; noi vaghiamo senza guide, e diciamo: “Non è che io sia ambizioso, è che, a Roma, non si può vivere diversamente; non è che io sia spendaccione, è che vivere in questa città è molto costoso. Non è colpa mia se sono collerico, e, nella vita, non ho ancora preso una mia strada ben definita: tutto questo, è normale, quando non si ha ancora raggiunto l’età matura”.
COERENZA
127 - Il massimo sintomo di un’anima malvagia è l’instabilità.
128 - Non c’è nessuno che non cambi idea da un giorno all’altro: prima vuole una moglie, poi un’amante; prima vuole diventare re, poi si comporta come il più ruffiano dei servi; prima si gonfia di boria, poi si umilia e si abbassa fino al rango di un rifiuto sociale; prima elargisce i soldi a piene mani, poi li ruba.
129 - Se l’esito di un’azione è incerto, proprio per questo, per ottenere qualche risultato, bisogna fare vari e molteplici tentativi.
130 - Ogni volta che vuoi aver la prova di avere raggiunto un risultato, considera se vuoi le stesse cose di ieri. L’incostanza della volontà significa che lo spirito è trascinato dalla corrente: si fa vedere qua e là, a seconda di come lo porta il vento. Ciò che è stabile, ben ancorato, non va alla deriva: è questa, la condizione del vero saggio.
131 - L’incoerenza nelle azioni significa che si è fuori strada.
132 - Anche la sfortuna è incostante.
133 - Esigi da te stesso di rimanere fino alla fine quale ti sei proposto di essere: fa’ in modo che ti si possa lodare; o, per lo meno, riconoscere. Di chi hai visto solo ieri, davvero, se lo incontri, potresti dire: “E costui, chi è?” A tal punto è mutato.
134 - Mettimi davanti a circostanze sempre uguali, e vedrai che anch’io sarò coerente.
135 - Che cos’è la saggezza? Volere o non volere sempre la stessa cosa. Non occorre neanche aggiungere la precisazione “purché ciò che vuoi sia onesto”; infatti, a nessuno può piacere sempre la medesima cosa, se non è onesta.
136 - Mantenere i buoni propositi costa più fatica che farli.
137 - I sensi, su cosa sia bene e cosa male, non possono giudicare; non sanno che cosa è utile, e che cosa no. Non possono valutare con esattezza se non le situazioni contingenti che si presentano davanti a loro. Non prevedono il futuro e, del passato, non si ricordano. Non sanno trarre, da ogni evento, le sue conseguenze. E invece, è proprio il principio di consequenzialità a disporre le cose secondo un ordine ben preciso; dalla sua conoscenza la vita trae quella coerenza che non la fa deviare dal proprio cammino.
138 - Tutte le virtù sono espressioni di un’unica rettitudine; tutte, quindi, sono tali se procedono per retta via, senza deviare dal loro corso.
COLPE
139 - Ritieni che le colpe a tutti odiose rimangano impunite? Oppure pensi non ci sia nessun supplizio più duro del pubblico disprezzo?
140 - Non è segno di saggezza odiare chi sbaglia; chi lo fa, finirà per odiarsi. Se infatti, considera tutte le azioni che commette contro la morale, e tutti i comportamenti che gli devono venire perdonati, avrà di che adirarsi con se stesso.
141 - Il saggio sarà clemente, pronto a consigliare e correggere. Si comporterà come se perdonasse le colpe degli altri; però, non le perdonerà; infatti, chi perdona, ammette di avere trascurato un suo preciso dovere.
142 - Per reprimere trasgressioni e delitti, bisogna punire senza ira; infatti, l’ira è una colpa, e non è proprio il caso che, a correggere i colpevoli, siano le colpe degli altri .
143 - Avere spento un incendio che si è provocato non è un merito, e non attenua la propria colpa.
144 - Il saggio non fa caso ai torti subiti: li dimentica, e non per superficiale trascuratezza, ma volontariamente. Nelle cose, infatti, non vede solo intrighi e malizia; non cerca subito qualcuno a cui dare la colpa; piuttosto, imputa alla sorte le colpe degli uomini.
145 - Se ci fai caso, non bisogna reagire agli errori con l’ira. Che diresti, infatti, se vedessi uno che si infuria con chi, nel buio, non sa dove mettere i piedi? O con dei sordi, perché non possono sentire quello che vuoi da loro? O con dei bambini, perché, attratti dai giochi e gli svaghi insulsi dei loro coetanei, si distraggono dal proprio dovere? Per caso, ti arrabbieresti con un vecchio perché, malato, non riesce a far niente?
146 - Non c’è nulla di più ingiusto che far ereditare a qualcuno l’odio che si ha per suo padre.
147 - Non tutto ciò che va criticato deve venire anche condannato.
148 - Se vogliamo essere giusti nel giudicare ogni circostanza, prima di tutto, dobbiamo persuaderci di come nessuno di noi sia esente da colpe.
149 - Chi agisce prima del momento opportuno, sbaglia. Ma sbaglia anche chi agisce in ritardo.
150 - L’empio, in realtà, non può offendere Dio: la condizione divina rimane intangibile a ogni insulto; tuttavia, lo si punisce lo stesso, come se avesse offeso Dio. Sono la sua disposizione d’animo, e la nostra, a rendere inevitabile la pena.
151 - Non confondiamo chi non può e chi non vuole: se, prima di adirarci, ci saremo fatti un quadro esatto della situazione, finiremo per giustificare molta gente.
COMPASSIONE
152 - Tutti gli individui di animo buono coltiveranno la clemenza e la mitezza, ma eviteranno la compassione; infatti, si tratta di un vizio che denota un atteggiamento meschino: non reggere alla vista dei mali altrui.
153 - Anche individui forti, e disposti senza battere ciglio a versare il sangue proprio, non sopportano la vista di quello altrui. Altri, gli fa meno impressione ricevere un colpo di spada, che la vista della spada stessa.
154 - La compassione non considera le cause di una sventura, ma soltanto la sventura in sé.
155 - La compassione è parente stretta della meschinità; infatti, ha qualcosa di essa, e da essa discende.
156 - La compassione è il vizio di chi ha troppa paura delle sventure; se la si pretende da un saggio, sarebbe come pretendere che si effonda in pianti e lamenti al funerale di gente estranea.
COMPLEANNI
157 - Con arguzia, Lelio, quel gran saggio, a uno che gli diceva: “Ho sessant’anni”, rispose: “Vuoi alludere a quei sessant’anni che non hai più”. A farci capire che la caratteristica della nostra vita è di essere inafferrabile, e che il tempo non ci appartiene mai, non basta neanche il fatto che passiamo il tempo a contare gli anni perduti?
CONSIGLI
158 - I consigli, devono essere adatti alle circostanze. Le cose della vita, però, sono volubili; anzi, vengono trascinate da una continua tempesta. Ogni consiglio, dunque, vale solo per il giorno a cui è adatto. Anzi; se arriva alla fine di quel giorno, è troppo tardi: deve valere solo per quel momento in cui lo si è dato, come si dice, “su due piedi”.
159 - A coloro che ti dicono “fino a quando ripeterai le stesse cose?” rispondi: “Sono io che dovrei dire: fino a quando farete sempre gli stessi errori?”
160 - Procurati ogni giorno un aiuto contro la povertà e contro la morte, nonché contro le altre disgrazie della vita; poi, dopo avere scorso tante pagine diverse, scegli un solo pensiero che tu possa, quel giorno, assimilare.
161 - Accettare i consigli, e poterselo permettere, è il secondo livello della virtù.
162 - Dobbiamo venire persuasi e incoraggiati a non amare troppo né troppo odiare la vita.
163 - Ad alcuni, i rimedi, basta indicarli; ad altri, bisogna cacciarglieli in testa con la forza.
164 - La filosofia è un buon consiglio. Nessuno dà un consiglio a voce alta.
COPERNICO
165 - Una questione degna di essere meditata è sapere in quale situazione ci troviamo: se abbiamo ricevuto in sorte la sfera dell’universo più lenta, o la più veloce. Se Dio fa orbitare i cieli intorno a noi, o noi intorno ai cieli.
CORAGGIO
166 - Quando uno sopporta con coraggio i tormenti, dispiega tutte le sue virtù.
167 - A vostro giudizio, chi è coraggioso, lo è perché si esporrà a tanti e grandi pericoli. Nient’affatto: non ne avrà paura, ma cercherà di evitarli. Non gli si addice la paura, ma la cautela, sì.
168 - La nostra natura è tale che nulla desta la nostra ammirazione quanto chi, nella sventura, sa essere forte.
169 - Spesso, lo scarso coraggio di fronte alla morte è causa di morte.
170 - È ben triste, dopo aver perso il coraggio di morire, non avere quello di vivere.
171 - Il coraggio non consiste in una smisurata temerarietà, o nell’amore per il pericolo, o nel continuo andare in cerca di prove terrificanti, ma nella capacità di distinguere ciò che è male da ciò che non lo è.
172 - Considera come non sia gran cosa, nelle situazioni di prosperità, quando la vita scorre senza incidenti, comportarsi con coraggio. Il mare tranquillo e il favore del vento non rivelano la perizia del timoniere; perché venga fuori il suo temperamento, occorre che capiti qualche impiccio.
173 - Ciò che abbiamo mostrato fin ora, a parole, o a fatti, non significa niente: si tratta soltanto di promesse superficiali, cambiali dello spirito compilate con grande abbondanza di clausole truffaldine. I progressi che ho fatto, sarà la morte a deciderli. Spavaldamente, quindi, mi predispongo a quel giorno in cui, senza più tirate retoriche, deterso dal volto il cerone da attore, saprò quel che valgo: se sono coraggioso solo a parole, o dentro di me. Se tutte le offese arroganti che ho indirizzato alla sorte, non sono state che una farsesca sceneggiata.
174 - Bisogna accettare con coraggio tutto ciò che l’inevitabile legge del destino universale ci impone.
COSCIENZA
175 - La nostra coscienza, anche se agisce di nascosto, ci fa felici, col suo opporsi alle dispute e alle opinioni comuni, e confidare unicamente in se stessa. Essa, quando si vede fronteggiata da una folla di pareri contrari al suo, non fa caso alla maggioranza; un solo voto gli dà la vittoria: il suo.
176 - Se dal cuore stesso, pieno di quella buona coscienza che dà l’onestà, ne traspireranno gocce, vederne i riflessi sarà, per me, sempre un piacere; anche se per quei riflessi ci volesse la prova del fuoco.
177 - Tutti i nostri sensi devono venire indirizzati alla fermezza. Per natura, sono pazienti, se l’animo smette di corromperli; per questo, ogni giorno, bisogna chiamarlo a rendere conto di quel che ha fatto. Era ciò che faceva Sestio; al termine di ogni giornata, non appena si era ritirato per il riposo notturno, interrogava il suo animo: “Quale dei tuoi difetti hai guarito, oggi? A quale vizio ti sei opposto? In che cosa sei migliorato?”
178 - Gli uomini sono consapevoli di ciò che vogliono soltanto nel momento in cui lo vogliono.
179 - Tutte le volte che potrò, farò in modo che non vengano commessi torti. Se si tratta di un amico, gli impedirò proprio per questo ancora di più di sporcarsi la coscienza; soprattutto, nei miei confronti.
180 - Chi, nel compiere qualcosa, si sente la coscienza pulita, qualsiasi opposizione incontri, anche se gli è di grande impaccio, non la consideri un male insormontabile. La sua volontà gli dia la forza di agire in modo libero e spontaneo. La coscienza pulita, infatti, consiste in una completa indipendenza da comandi e costrizioni.
181 - Mi basta questo: ogni giorno, togliere spazio ai miei difetti e rimproverare a me stesso i miei errori.
182 - La cattiva coscienza ha paura di scorgere se stessa. Anche nei depravati e nelle persone per le quali ogni infamia è abituale, la timidezza di fronte a uno sguardo franco è il loro punto debole.
183 - Chi si dimostra grato per apparire tale, e non su impulso della propria coscienza, si comporta male.
184 - Ben difficilmente troverai qualcuno che possa vivere lasciando aperta la porta di casa. La nostra coscienza, non la superbia, ci ha fatto inventare i portinai. Viviamo in modo tale che essere visti di sorpresa equivale a venire colti in flagrante.
185 - La coscienza basti a se stessa; delle chiacchiere, non preoccupiamoci. Si parli pure male di noi, purché ci meritiamo che si parli bene.
186 - Tra passioni agitatissime come le nostre, tu cerchi la cosa più tranquilla che esista: una coscienza pulita?
187 - Chi non sa di sbagliare, non intende correggersi. Prima di poterti correggere, bisogna che tu ti colga in fallo.
188 - Certe volte, sappiamo come stanno le cose, ma non ci facciamo caso.
189 - Diamo alimento alla buona fede, quando è in agonia.
CRITICI
190 - Quanto è meglio estinguere i propri vizi, piuttosto che tramandare ai posteri quelli altrui!
191 - Tutti coloro che, mai autori in proprio, stanno sempre a interpretare le opere altrui, rimanendo nascosti all’ombra degli altri, ritengo non abbiano in sé alcun nobile slancio; infatti, non hanno mai osato mettere in pratica ciò che hanno così a lungo imparato. Hanno esercitato la loro memoria a spese di altri: ma una cosa è ricordare, e un’altra è sapere. Ricordare, vuol dire solo conservare ciò che si è affidato alla memoria; sapere, invece, è far di ogni nozione alimento al giudizio personale, piuttosto che dipendere da un modello e non distogliere mai gli occhi da chi si è preso per maestro.
CULTURA
192 - Insegnando, si impara.
193 - Vuoi sapere che cosa penso della cultura? Non mi va a genio e non considero buona quella che viene accumulata al solo scopo di far soldi. Le arti, che ne sono il pubblico sfoggio, sono utili come palestra dell’ingegno, ma non devono essere la sua prigione. Bisogna che vi ci dedichiamo solo finché non siamo pronti per cose più alte. Esse rappresentano il nostro apprendistato ai compiti che ci siamo prefissi, non il nostro lascito testamentario.
194 - Anche di ciò che è superfluo apprendere, è utile avere un’idea.
195 - Il letterato si occupa del linguaggio, la sua proprietà; se vuole allargare la prospettiva, anche di storia; se, poi, intende essere di larghe vedute, anche dell’ispirazione poetica. Quale di queste discipline apre la via alla virtù? Le discipline grammaticali, la purezza del lessico, la conoscenza dei miti, la prosodia e la metrica: quale di queste cose elimina la paura, libera dalla cupidigia, modera gli istinti?
196 - Se vuoi mettere a frutto il tuo tempo, scrivi solo cose non arzigogolate, e che siano utili a te, non alla tua vanagloria.
197 - Gli unici studi degni di un uomo libero sono quelli che lo portano a essere libero: la ricerca della saggezza. È una scienza, questa, sublime, coraggiosa, nobile. Tutti gli altri studi sono sciocchezze, giochi da bambini.
198 - Qualcuno ha ritenuto ci si dovesse chiedere se le arti e le scienze servono a rendere gli uomini buoni. In realtà, esse, non solo non lo promettono, ma, questo problema, non se lo pongono neppure.
199 - Le attività dello spirito, se diventano una pratica quotidiana, sono meno faticose.
200 - Non c’è una gran differenza tra non studiare per niente la filosofia e interromperne lo studio. Infatti, una volta venuta meno la continuità, la sua conoscenza non resta al punto che si è raggiunto, ma - allo stesso modo di una corda tesa, quando si spezza - ritorna al punto di partenza.
201 - Mi raccomando che il frequentare le lezioni dei filosofi e leggerne le opere abbia lo scopo di raggiungere la felicità, non di collezionare arcaismi e neologismi, imparare metafore immaginifiche o scovare nuove figure retoriche.
202 - Come sarebbe meglio indagare su ciò che bisogna fare, piuttosto che su quanto è stato fatto!
203 - La moltitudine dei libri è solo di impaccio; quindi, siccome non potrai mai leggere tutti i libri che hai, ti deve bastare avere solo quelli che potrai leggere.
204 - La mente, più riceve, più diventa capace di ricevere.
205 - Una volta che si siano dati i precetti necessari alla moralità comune, non mi pare il caso di volgersi a questioni che sono state escogitate non per il bene dello spirito, ma per mettere alla prova l’intelligenza.
206 - Se è possibile, parliamo con più forza; altrimenti, almeno, con più chiarezza.
207 - Se cerchi di apparire colto ed equilibrato, non puoi mai far niente di indegno alla tua condizione senza che molti si debbano pentire di averti ammirato.
208 - Non devi fare filosofia quando hai tempo libero, ma procurarti del tempo libero per poter fare filosofia.
209 - Visto che la causa di ogni nostra paura è l’ignoranza, non varrebbe la pena di essere colti, per non dover più avere paura?
210 - Ciò che l’esperienza non ci può rivelare se lo sappiamo, bisogna continuare per sempre ad apprenderlo.
211 - Quale comportamento è più sciocco che non imparare perché, per tanto tempo, non si è imparato?
212 - Nelle discipline dello spirito, credo che sia meglio - che diamine! - avere ben presenti i concetti, e usare un linguaggio che sia funzionale a essi; dunque, le parole vanno messe al servizio dei concetti, in modo che, dovunque questi vadano a parare, lo stile proceda senza impantanarsi mai.
213 - Quel rispetto istintivo per i nostri simili che definiamo “umanità”, ci vieta l’arroganza verso di loro. Ci vieta di essere scortesi: nelle parole, nelle azioni, nei sentimenti, impone affabilità e disponibilità. Nessuna sofferenza degli altri le è indifferente. Persegue il proprio vantaggio soprattutto in vista del bene che potrà portare ad altri. Forse che le arti e le scienze educano a questo comportamento? Non più di quanto educhino alla semplicità, la modestia e la moderazione; alla frugalità e la parsimonia; oppure alla clemenza, che sa astenersi dal sangue altrui come dal proprio, e come l’uomo sia, per ogni altro uomo, un fine, e non un mezzo.
214 - Creiamo ambiguità, cavillando sul senso di parole da noi stessi rese vaghe, per il solo gusto di scioglierle. Abbiamo tutto questo tempo da perdere? Abbiamo già imparato a vivere e morire? Dobbiamo provvedere con tutte le nostre risorse soltanto a questo: che siano le cose, e non le parole, a ingannarci.
215 - Certi temperamenti sono pronti ad apprendere, sagaci; altri, invece, devono essere plasmati, come si dice, a colpi di martello, ed eretti a partire dalle fondamenta. Quindi, io definirei più fortunato chi ha avuto, dalle sue doti, la strada spianata, ma più meritevole chi ha vinto la condizione sfavorevole in cui lo ha posto la natura, e ha saputo, piuttosto che indirizzarsi, trascinarsi a forza sulla via della sapienza.
216 - Se ti rifugerai nello studio, sfuggirai a ogni depressione esistenziale, non desidererai la notte per tedio della luce, non sarai a te gravoso e inutile agli altri. Ti farai molti amici, e tutte le persone di indole nobile si raduneranno intorno a te. La virtù, infatti, per quanto oscura, non rimane mai nascosta, ma dà segni di sé: chiunque ne sia degno, ne riconoscerà le tracce.
217 - Che dire di questa smania affannosa di arti e scienze, che rende gli uomini molesti, prolissi, importuni, compiaciuti di se stessi e incapaci di apprendere ciò che è necessario, saturi, come sono, di nozioni superflue?
218 - “Che uomo colto!” Accontentiamoci di questo titolo meno pretenzioso: “Che uomo onesto!”
219 - L’intera natura è un fantasma vano e ingannevole. Non saprei dire se se sono più adirato con quanti hanno sostenuto che non possiamo sapere nulla, o quelli che ci hanno tolto anche questa sola certezza: di non sapere nulla.
220 - La vita contemplativa, se si è ignoranti, è scendere nel sepolcro da vivi.
221 - Le arti sono ancelle: devono fornire quei servizi per i quali si sono impegnate. La saggezza, invece, è signora e padrona.
222 - Perché dovrei credere che, chi non ha cultura, sia destinato a non raggiungere la saggezza, visto che la saggezza, con la cultura, non ha niente a che fare? La saggezza si occupa di fatti, non parole; e non sono certo che la capacità di apprendere, se non ricorre a nessun modello esterno, non diventi più sicura di sé.
223 - Voler sapere più di quanto basti, è una forma di intemperanza.
224 - È più utile avere poche nozioni di cultura, ma tenerle sempre presenti, pronte per essere usate,
225 - Fa’ in modo che il tuo isolarti negli studi non diventi, per te, un modo di farti notare; piuttosto, sia un modo per distinguersi dagli altri.
226 - Bisogna lasciare aperta la mente, e dare frequenti scrollate a tutto ciò che vi abbiamo depositato; solo così ogni nozione sarà a portata di mano, quando ne avremo bisogno.
227 - Preoccupati non di sapere di più, ma meglio.
228 - A che servono biblioteche di libri innumerevoli, se al loro proprietario l’intera esistenza basta appena per scorrerne l’indice? La loro quantità schiaccia chi li studia, non lo istruisce: è molto meglio dedicarsi a pochi autori, che vagare da uno all’altro.
229 - I saggi, molte cose, le fanno in quanto esseri umani, non in quanto saggi.
230 - Anche se ci restassero molti anni di vita, perché bastino a ciò che dobbiamo fare, bisogna che ne facciamo una rigida economia; e allora, che genere di follia è, in così grande penuria di tempo, mettersi a imparare cose inutili?
231 - Che cosa c’è di più vergognoso che vedere i filosofi cercare di carpire applausi? Forse, un malato loda il medico che lo sta operando?
232 - Per molti, che hanno fatto a malapena le elementari, i libri non sono strumenti di studio, ma oggetti di cui far sfoggio nella sala dei banchetti. L’opera integrale di oratori e storici, dunque, è facile trovarla proprio nelle case di chi, per loro, non prova il minimo interesse, e, pure, ha il muro pieno di scaffali alti fino al soffitto. In effetti, ormai, al giorno d’oggi, in una casa che abbia bagni e terme, una bella biblioteca è considerata un décor indispensabile.
233 - Prima di tutto, impara la gioia.
234 - Non c’è dubbio: la filosofia, da quando si è prostituita, si è rovinata con le sue mani. Tuttavia, può ancora farsi vedere, nell’intimità dei suoi santuari; purché la sorte gli faccia incontrare un sacerdote, e non un mezzano.
235 - La disciplina i cui fondamenti non siano ben determinati, non ha una propria dignità autonoma. La filosofia non attinge nulla al di fuori di sé: di ciò che costruisce, è lei stessa a porre i piloni; la matematica, invece, per così dire, eleva le proprie costruzioni su di un terreno in affitto; ciò che le interessa, è solo che il tetto regga. I suoi postulati, sulla base dei quali sviluppa tutte le deduzioni successive, li assume per veri a priori.
236 - Una cosa sola, è lo scopo ultimo dell’anima: la conoscenza immutabile del bene e del male.
237 - Dobbiamo imitare le api: classificare in tante cellette le nozioni che abbiamo raccolto da fonti diverse; poi, facendo ricorso a tutte le facoltà e lo zelo del nostro ingegno, di tutti quei nutrimenti attinti qua e là, fare un nuovo cibo che abbia un suo sapore.
238 - La cosa più vergognosa che ci viene abitualmente imputata è che facciamo filosofia a parole, non coi fatti.
239 - La lealtà è la virtù suprema possibile all’uomo. Nessuna circostanza esterna è degna di ingannarla, nessun vantaggio, di corromperla. “Di fronte al rogo - dice - a supplizi, e alla morte, non tradirò: quanto più il dolore cercherà di strapparmi i miei segreti, tanto più profondamente li custodirò”. Ora: esistono arti o scienze capaci di far dire, all’anima, questo?
CURIOSITA’
240 - Non è il caso di osservare tutto, voler sapere tutto. Molte offese, vale la pena di lasciarle perdere: nella maggior parte dei casi, il non saperle equivale a renderle inoffensive. Non vuoi essere un tipo collerico? Non essere curioso.
241 - Anche a chi sa, resterà sempre qualcosa da scoprire, e dove sbizzarrire la propria curiosità.
D
DEBITI
242 - Chi è consapevole di essere in debito con qualcuno, è come se gli avesse già reso il favore ricevuto.
243 - Quanto è felice colui che non deve nulla se non a un creditore cui è facilissimo negare il rimborso: se stesso.
244 - Chi preferisce riceve un favore, piuttosto che renderlo, sbaglia. Allo stesso modo in cui chi paga un debito è più contento di chi lo contrae, così, chi si libera, anche se con gran dispendio, del peso di un favore ricevuto, deve essere più lieto di chi si lega a filo doppio con un benefattore, chiunque sia.
245 - iù tardi si paga un debito, più bisogna pagare.
246 - Chi deve la vita agli altri, è come se l’avesse persa; infatti, la sua vita diventa una costante rappresentazione della virtù altrui.
247 - Nessuno si sente spontaneamente debitore di ciò che, piuttosto che ricevere, ha dovuto strappare a viva forza.
248 - Un piccolo prestito produce un debitore; uno grande, un nemico.
249 - Chi vuole sdebitarsi di qualcosa che ha ricevuto gratis, ci riesce solo a caro prezzo.
250 - Non di rado, chi ci ha fatto un dono piccolo, ma con grande ricchezza di spirito, ci fa sentire in debito più che mai.
251 - Sono molte le cose che bisogna accettare, ma senza sentirsi affatto in debito.
252 - Essere in debito con chi non ti va a genio, è un grave tormento; invece, aver ricevuto un favore da chi saresti capace di amare anche dopo che ti ha offeso, è uno stato d’animo piacevolissimo.
253 - Alcune cose ci tornano utili, ma non ci rendono debitori a chi ce le elargisce.
254 - Chi accetta un favore con gratitudine, ha già pagato la prima rata del suo debito.
255 - Tra i paradossi della filosofia stoica, il meno sorprendente e inaccettabile, secondo me, è il fatto che, se uno ha accettato un favore volentieri, si è già sdebitato.
256 - Riconoscere i nostri debiti, non è cosa che facciamo volentieri.
257 - Se voglio chiedere un prestito, sono io stesso a scegliere dove rivolgermi. Un favore, invece, spesso mi giunge da chi non vorrei. Talvolta, poi, mi ritrovo in debito, e neppure lo so.
258 - Se qualcuno dà dei soldi in prestito alla mia patria, non mi ritengo suo debitore; tuttavia, farò la mia parte perché il debito venga estinto.
259 - Che razza di temperamento snaturato è quello di chi non si sente in debito con qualcuno per il solo fatto che costui non serba rancore anche a chi nega i favori ricevuti! Ugualmente snaturato è chi considera una serie ininterrotta di opere buone la prova che, colui che le fa, ha un bisogno incoercibile di fare del bene.
260 - Quanto sarebbe meglio rimanere debitori, ma con la coscienza pulita, piuttosto che, per sdebitarsi, sporcarsela!
261 - La prima legge, quando si contraccambia un favore, deve essere che, a decidere il momento opportuno, sia chi ha fatto il favore.
262 - Chi si preoccupa troppo di restituire un favore, è convinto che il suo benefattore si preoccupi troppo di riaverlo indietro.
263 - Cerca il tuo creditore, e pagalo; se nessuno ti viene a cercare, fatti da solo l’ordinanza di pagamento. Che il tuo creditore sia buono o cattivo, non ti riguarda; tu, prima paga il tuo debito, poi, accusalo pure.
DELITTI
264 - Un predone è tale anche quando la sua mano non si è ancora macchiata di sangue; infatti, è fin dall’inizio pronto a uccidere. In lui, esiste l’intenzione di uccidere per derubare.
265 - Quanti non si vergognano di esser ladri; quanti si vantano delle corna che mettono ai loro coniugi! Infatti, le trasgressioni piccole vengono punite, quelle grandi, vengono portate in trionfo.
266 - Un timore moderato tiene a freno gli animi; uno costante, aspro, e che lasci presagire il peggio, esalta l’audacia di chi ha smesso di lottare, e lo convince a tentare il tutto per tutto.
267 - Chi rinfaccia a un singolo individuo un vizio che è universale, è ingiusto.
268 - Tutti i delitti, anche prima che siano stati effettivamente commessi, dal punto di vista della colpa, sono già delitti in piena regola.
269 - Solo pochi e leggerissimi effetti della malvagità ricadono sugli altri: la sua parte peggiore e, per così dire, più compatta, rimane dove ha origine, e schiaccia il malvagio.
270 - Vuoi sapere qual è il tuo delitto più grande? Il falso in bilancio: consideri molto prezioso quello che dai, e poco quello che ricevi.
271 - Tra le altre cose, la crudeltà ha anche questo, di nefando: obbliga a perseverare, e chiude ogni via verso soluzioni più pacifiche; infatti, i delitti vanno difesi con i delitti. E che cosa si può dare di più infelice per colui al quale già l’essere malvagio è una necessità?
272 - Dobbiamo analizzare con cura le strategie per cui possiamo non venire aggrediti dalla massa. La prima consiste nel non desiderare tutti le stesse cose: la competizione degenera sempre in rissa. Inoltre, cerchiamo di non possedere nulla il cui furto costituisca, per il borsaiolo di passaggio, un grande guadagno. Di ciò che possa far da bottino, portati addosso il minimo possibile: nessuno - o comunque, pochissimi - giunge a versare il sangue umano per il puro piacere di farlo; i più, se lo fanno, è per calcolo, non per odio. Un uomo che non abbia niente indosso, il brigante, lo lascia passare. Un povero va in pace anche lungo una via piena di agguati.
273 - La punizione più grande dell’ingiuria fatta è l’averla fatta. Nessuno subisce un supplizio più grave di chi viene abbandonato alla pena del rimorso.
274 - Presso alcuni popoli augurare la sventura era considerato un delitto.
275 - Si compiono delitti per decreto del Senato e per democratico consenso. Si ordina di fare in pubblico ciò che, in privato, è proibito. Quelle azioni che, se compiute di nascosto, comporterebbero la condanna a morte, se a farle è chi indossa una divisa, le lodiamo.
276 - Il timoniere, se la nave si capovolge, non ne gode; il medico, se l’ammalato spira, non ne gode; l’avvocato, se l’imputato, per colpa sua, perde la causa, non ne gode. Invece, tutti questi integerrimi professionisti, dei loro vizi privati, si compiacciono. Uno si vanta dell’adulterio cui è stato indotto proprio dalle difficoltà che presentava; quell’altro, di una frode, o di un furto. Se poi, costoro, si fanno una colpa di qualcosa, è la colpa di non esserci riusciti…
277 - L’attitudine a delinquere non accetta di stare agli ordini di nessuno: i suoi delitti non si limitano a quanto le è stato ordinato.
278 - L’uomo, che all’uomo è sacro, ormai, viene ucciso per gioco e divertimento. La morte di un uomo per mano di un altro uomo, basta a dar spettacolo.
279 - C’è una bella differenza tra il non volere fare il male, e il non saperlo fare.
DESIDERI
280 - Non tentiamo mai nulla di ciò che, se ci riesce, e in fretta, ce ne dobbiamo stupire.
281 - Finché continueremo a vagare a caso e non seguire una guida, ma il chiasso di chi ci chiama da ogni parte, la nostra vita si consumerà senza una mèta; e anche se ci daremo da fare, giorno e notte, col più grande scrupolo, ci riuscirà breve.
282 - La natura esige pochissimo; l’umana presupponenza, l’incommensurabile.
283 - I nostri desideri, in sé, non sono né buoni né cattivi, ma indifferenti. Ciò che importa, è l’intenzione secondo la quale chi li domina dà loro forma.
284 - Noi siamo, con noi stessi, troppo autoritari, e fastidiosi: ci rendiamo infelici; un po’ per eccessiva ambizione, un po’ per noia. Prima gonfiamo d’orgoglio il nostro animo sventurato, poi lo facciamo, per avidità, troppo umile. A volte, per amore del piacere, lo rendiamo imbecille; a volte lo sfiniamo con le preoccupazioni.
285 - Perché aspetti di non avere più desideri da appagare? Quel momento, non verrà mai. La successione dei nostri desideri assomiglia a quella concatenazione di cause che definiamo “destino”: ognuno di essi nasce dall’esaurirsi di quello precedente.
286 - Mantenere tutte le virtù, non è un gran peso; i vizi, invece, costano cari.
287 - Ti voglio far notare la distinzione proposta da Crisippo. Egli sostiene che il saggio non avverte la mancanza di nulla, e però ha bisogno di molte cose; “al contrario, lo stolto non ha bisogno di nulla (infatti, non sa utilizzare nulla) ma avverte la mancanza di tutto”.
288 - Essere schiavi di se stessi è la schiavitù più pesante; però, rompere le catene, in questo caso, è facile: basta smettere di pretendere molto da sé. Se smetterai di andare a caccia di soldi; se terrai sempre ben presente la tua natura mortale, e la tua età, anche se sei ancora giovane; se dirai a te stesso: “Perché mi comporto come un pazzo? Che voglio mai? Perché mi affanno tanto? Non mi occorre molto; né a lungo”: allora, ce la farai.
289 - Gli intenti di chi non si dedica a imprese facili, ma pretende che siano facili le imprese cui si dedica, vengono spesso frustrati. Quindi, tutte le volte che ti accingi a qualcosa, valuta le tue forze, le difficoltà cui vai incontro e le risorse con cui vi puoi fare fronte; infatti, la stizza di aver fallito ti renderebbe, agli altri, insopportabile.
290 - Che cosa c’è di così necessario come stabilire il valore di ogni cosa? Prima di tutto, dunque, devi valutare la natura e la misura di ogni cosa che desideri; quindi, devi cercare di ottenere ciò che vuoi con un’intenzione che non sia ingovernabile, ma misurata; in terzo luogo, è necessario che tra la tua intenzione e le azioni che compi ci sia un accordo, cosicché tu possa essere coerente con te stesso. L’assenza di una di queste tre condizioni sconvolge anche le altre.
291 - Cerca di augurarti che, quando ci sarà bisogno di restituirmi un favore, tu sia in grado di farlo, e non che ce ne sia bisogno.
292 - Vedi di non confondere i vizi con i desideri.
293 - Il modo più efficace che Dio ha a disposizione per rendere ridicolo ciò che desideriamo maggiormente, è far sì che gli individui più nobili se lo vedano sfuggire di mano; i più turpi, cascare in grembo.
294 - I desideri naturali hanno un termine, quelli che nascono dall’ingannevole presupponenza, sono senza confini. Infatti, per ciò che è falso, non si può dare un limite.
295 - Gli uomini sono così sfacciati che, anche quando hanno avuto molto, prendono come un’offesa il fatto che avrebbero potuto avere di più.
296 - Solo di ciò che è indispensabile, si può avvertire la mancanza. Per il saggio, però, non esiste niente di indispensabile.
297 - Talvolta pretendiamo con petulanza ciò che rifiuteremmo, se ci venisse offerto.
298 - Che cosa può mancare a chi si è affrancato da ogni desiderio? Per chi ha raccolto in se stesso tutti i suoi beni, che bisogno c’è di beni esteriori?
299 - Ognuno indaghi nel proprio intimo: si faccia un esame di coscienza, e osservi quanti sono i suoi desideri segreti. Quanti ci si vergognerebbe di confessarli anche a se stessi!
300 - Hai mai visto un cane mentre cerca di afferrare a bocca spalancata i pezzi di pane o di carne che gli ha lanciato il padrone? Tutto ciò che riesce a prendere, lo divora in un sol boccone, per poi sbavare a fauci aperte, nell’attesa del prossimo fruscolo. La stessa cosa facciamo noi: tutto ciò che la sorte ci getta davanti, smaniosi come siamo, lo mandiamo giù in un baleno, senza godercelo affatto, tutti presi e assorti a sgraffignare la preda successiva.
301 - Una sola è la catena che ci tiene prigionieri: l’amore per la vita. Esso, non va rifiutato, ma attenuato quanto basta perché, qualora le circostanze lo esigano, nulla ci trattenga, nulla ci impedisca di essere pronti a fare immediatamente ciò che, prima o poi, saremo costretti a fare.
302 - Il volere la stessa cosa, che dovrebbe essere un legame d’amore, è, invece, una causa di contese e di odio.
303 - La natura non è stata così ingiusta da rendere facili, agli animali, le necessità della vita, e far sì che soltanto all’uomo, senza tutto un assortimento di mestieri, fosse impossibile vivere. Essa non ci ha imposto nulla di gravoso, nessuna risorsa necessaria per la vita la cui ricerca fosse causa di tribolazione. Siamo noi che, annoiati dalle cose facili, abbiamo reso tutto difficile.
304 - È libero non colui sul quale la sorte ha poco potere, ma colui sul quale non ne ha nessuno. Ecco perché è necessario non desiderare nulla.
305 - Non c’è nessuna differenza tra il non desiderare una cosa e il possederla. In entrambi i casi, si ha lo stesso risultato: non se ne sente la mancanza.
DESTINO
306 - Il destino non ha, come noi crediamo, le mani lunghe: tiene in pugno soltanto chi gli sta aggrappato. Per quanto è possibile, dunque, dobbiamo staccarci da lui; il che, può assicurarlo solo la conoscenza di se stessi e della natura. Bisogna sapere qual è la propria origine e la propria mèta; che cosa è bene, che cosa è male; a cosa bisogna aspirare, e cosa evitare, e quali sono i motivi razionali che rendono alcune cose appetibili e altre esecrabili. Seguire la ragione, significa addomesticare la follia dell’avido desiderio, e limitare l’infierire, su noi, della paura.
307 - Tutti i nostri congiunti, sia quelli che speriamo, per diritto di nascita, ci possano sopravvivere, sia quelli che, per loro giustissimo auspicio, sperano di precederci, dobbiamo amarli nella consapevolezza che non ci è stato garantito di averli vicino, nonché in eterno, nemmeno un giorno solo. Tutto ciò che la sorte ci ha dato, bisogna che ce lo teniamo rinunciando a qualunque garanzia.
308 - Tra i molti e meravigliosi detti del nostro Demetrio, ce n’è anche uno che ho udito poco tempo fa, e la cui risonanza ancora perdura nel mio orecchio: “Nessuno mi pare più infelice di colui cui non è capitata una disgrazia”. Infatti, un individuo simile, non ha avuto modo di mettersi alla prova.
309 - Nessuna circostanza, nessun colpo di dadi della sorte può impedire al saggio una vita attiva. Ciò di cui si occupa, infatti, è quel genere di attività che ne rende impossibile qualsiasi altra. Egli è ben pronto a entrambi i casi: sa amministrare la prosperità, sa vincere le disgrazie.
310 - Se non consideri tutto ciò che può accadere come una verosimile eventualità futura, concedi alle avversità un vantaggio nei tuoi confronti; invece, chi le sa prevedere, può anche fiaccarne l’impeto.
311 - Per vivere sereni, non c’è bisogno di avere la sorte a proprio favore; infatti, anche se fosse irata, ci fornirebbe lo stesso ciò che ci è necessario per vivere.
312 - Il destino ci sconfigge, se non sappiamo sconfiggerlo completamente.
313 - In tutte le situazioni che appaiono avverse e difficili da sopportare, mi impongo questo atteggiamento: non obbedisco a Dio, ma sono d’accordo con lui.
314 - Il destino non è altro che una stretta consequenzialità di circostanze, e le loro conseguenze.
315 - Del fatto che nessuno può essere costretto a vivere, ringraziamo Dio: in questo modo, siamo in grado di annientare la stessa inevitabilità della sorte.
316 - L’assalto delle avversità non distoglie l’individuo forte dai propri obbiettivi: egli rimane al suo posto, e valuta tutto ciò che accade secondo i propri convincimenti interiori; infatti, è più potente di ogni fattore esterno. L’individuo forte considera ogni avversità una palestra di coraggio.
317 - Quello che non ci aspettiamo, lo giudichiamo ingiusto: ecco perché ci colpiscono maggiormente gli eventi che non rientrano nelle nostre ipotesi e nei nostri piani.
318 - Della sorte, non mi sono mai fidato, anche quando mi sembrava in pace con me, e tutto ciò che con la massima generosità mi concedeva - ricchezza, onori, favori - l’ho accatastato in un luogo dal quale potesse riprenderselo senza farmi né caldo né freddo. Tra me e lei, ho sempre mantenuto una grande distanza; in tal modo, tutte quelle cose, me le ha tolte, ma non strappate. La sorte avversa schiaccia soltanto chi si è lasciato ingannare dal suo favore.
319 - Chi tien conto della loro eventualità futura, toglie forza alle sventure presenti.
320 - Dio irrobustisce e allena coloro che apprezza e ama. Con loro, si confronta ad armi pari; invece, coloro con cui sembra indulgente e remissivo, li abbandona, deboli come sono, alle loro future disgrazie.
321 - È tipico dei temerari confidare nel fatto che la fortuna gli sia propizia. Il saggio, invece, tiene conto di entrambe le facce del destino. Egli è conscio di quante sono le possibilità di errore, quanto sono incerte le azioni umane, quanti sono gli ostacoli che si oppongono alle nostre decisioni. Senza sbilanciarsi, egli asseconda l’ambiguità della sorte e la sua inaffidabilità. Le sue decisioni sono nette; le sue riserve sui loro esiti, lo sono altrettanto.
322 - Se non trattieni nulla, non ti verrà strappato nulla.
323 - La maggior pare delle persone si attira addosso quella rovina contro cui dovrebbe opporsi. Se si cerca di sottrarsi a ciò che incalza, incombe, pende sul proprio capo, si fa sì che tutto ci crolli, disastrosamente, addosso. Se, invece, si resta saldi, e si cerca di puntellarlo con forza, si riesce a farvi fronte.
324 - Bisogna sopportare ogni momento della vita con forza; infatti, tutto ciò che ci succede, non è mai, come lo riteniamo, un incidente, ma un evento.
325 - A un individuo nobile non può capire di essere sconfitto; infatti, non soccomberà mai alla sorte, non smetterà mai di lottare. Fino all’ultimo giorno della sua esistenza, sarà pronto a tutto. Morirà in prima linea, senza arretrare di un passo.
326 - Il caso sceglie qualche nuovo sistema per far sentire la propria potenza a quanti l’hanno dimenticata.
327 - Godetevi ogni gioia fino in fondo, attimo per attimo. Non sappiamo se arriveremo a questa notte.
328 - Ciò che una lunga sequela di anni ha costruito tra mille fatiche e col pieno favore degli dèi, basta un solo giorno a disperderlo e dissiparlo. Anzi; chi ha parlato di un giorno, ha fatto le disgrazie più tarde di come sono: basta un’ora, un attimo, per rovesciare un impero. Se tutte le cose perissero con la stessa lentezza con cui hanno origine, la nostra fragile condizione terrena avrebbe un motivo di conforto; invece, ogni progresso è lento, ogni rovina è precipitosa.
329 - Spesso una sventura apre la strada a una sorte migliore.
330 - Come l’acqua dei torrenti in piena, nel suo corso tumultuoso, non sosta né arretra, perché ciascun flutto sospinge, in eterna vicissitudine, l’altro, così l’eterna ruota del destino muove la concatenazione delle cause, la cui prima legge è quella di non deflettere da quanto è stato stabilito.
331 - Le disgrazie improvvise che capitano agli altri turbano chiunque. Allo stesso modo in cui, per spaventare gli uccelli, basta il sibilo di una fionda vuota, noi ci inquietiamo non solo per i colpi della sorte, ma anche per l’eco di quei colpi. Chi si abbandona a fantasie di questo tipo, non può essere felice. Felice, è soltanto l’imperturbabile: i presentimenti funesti rovinano la vita.
332 - Verso gli individui di valore, Dio ha intendimenti di padre: li ama in modo virile e dice: “Fatiche, dolori e traversie li mettano alla prova; in questo modo, potranno diventare realmente forti”.
333 - La prosperità può capitare in sorte anche alle persone di condizione più bassa, e di animo vile; invece, sottomettere al giogo della propria volontà le sventure e le paure che sempre affliggono i mortali, è prerogativa dell’animo nobile. Essere sempre felici e trascorrere l’intera esistenza senza alcun cruccio, significa ignorare l’altra faccia della realtà. Sei un grand’uomo? Come faccio a saperlo, se la sorte non ti dà la possibilità di mostrare quanto vali?
334 - Qualunque cosa ci possa accadere, facciamo conto che accadrà.
335 - La stessa cenere pareggerà ciò che adori e ciò che detesti.
336 - Qual è il dovere dell’individuo nobile? Abbandonarsi al destino. È un grande sollievo sentirsi trasportati dal caso insieme all’universo intero. Qualunque sia il progetto universale che ci costringe a vivere e morire in questo modo, a esso sono sottoposti anche gli dèi. L’irrevocabile vicenda delle cose trascina sia la sorte umana che quella divina. Chi ha creato e governa il tutto, è anche colui che ha scritto il destino di ognuno; però, è il primo a dover seguire il proprio. Il suo potere, lo ha esercitato una volta soltanto; ora, gli tocca ubbidire per l’eternità.
337 - Il destino guida chi lo asseconda; chi fa resistenza, lo trascina.
338 - La divinità somma non è causa di ogni singolo evento; piuttosto, a tutto ha dato, in origine, una causa e la forza per attuarla.
339 - Se uno non sa verso quale porto sta andando, nessun vento gli torna buono. È inevitabile che il caso, nella nostra vita, abbia gran parte, visto che viviamo a caso.
340 - Il destino è sempre di ronda: se non ha visto qualcuno, poi, quando ripassa, lo becca.
341 - Quanti eventi non previsti si sono verificati! Quanti, pur previsti, non si sono presentati mai! E anche se è destino succedano, che vantaggio porta correre incontro al proprio dolore? Avrai modo di soffrire abbastanza quando succederanno; nel frattempo, augurati una sorte migliore.
342 - Chiedi a tutti quanti di fare un bilancio della loro vita: a nessuno capita di nascere impunemente.
343 - Chi teme la morte è sciocco come chi teme la vecchiaia; infatti, allo stesso modo in cui, alla giovinezza, segue la vecchiaia, alla vecchiaia segue la morte. Chi non vuole morire, non ha voluto vivere; perché la vita ci viene data con la clausola della morte: essa, è un cammino verso di lei. Quindi, temerla, è follia: gli eventi certi, si aspettano; quelli incerti, si temono.
344 - Vale la pena che io venga sconfitto da tutti, purché possa sconfiggere la sorte.
345 - Il destino, a giustificare la condotta morale, non vale.
DISASTRI ECOLOGICI
346 - La minima alterazione apportata all’equilibrio naturale, è sufficiente a sterminare l’intera umanità.
347 - Ci siamo procurati le sciagure più funeste, le abbiamo accolte con soddisfazione, e ora ce ne stiamo qui, a parlare delle loro conseguenze.
348 - Niente è difficile per la natura, quando si affretta verso la propria fine.
349 - Quando la preannunciata apocalisse incombe, e al destino è venuto il capriccio di rinnovare, distruggendolo, il genere umano, sono propenso a credere che le piogge comincino a cadere incessanti, e non ci sia più una regola che le determina. Estinti gli alisei e i venti secchi del Nord, le nubi e i corsi d’acqua si gonfieranno senza misura.
350 - L’acqua e il fuoco, sono i dominatori della terra: da loro è sorta, da loro verrà distrutta. Ecco perché, ogni volta che è stata decisa la fine dei tempi, il mare ci invaderà dall’alto delle nubi.
351 - Niente vale così poco da non poter distruggere l’intero genere umano.
352 - Chi pensa che la natura non possa, di tanto in tanto, fare cose del tutto diverse dalla sua regola abituale, non la conosce bene.
353 - Già dal primo giorno del mondo, quando esso, dall’indistinta uniformità in cui riposava, è degradato a quest’aspetto, è stato stabilito quando le cose terrene sarebbero state sommerse. Né l’attesa della distruzione sarà, ancora, lunga: già il legame tra tutte le cose viene messo alla prova, e infranto. Quando il mondo, una volta per tutte, smetterà di farci la debita attenzione, subito, da ogni apertura - in superficie e in profondità, dall’alto, dal basso - le acque vi faranno irruzione.
DIVORZI
354 - Da quando non c’è giornale che non riporti la notizia di un divorzio, tutti hanno imparato a mettere in pratica ciò di cui hanno spesso sentito parlare.
DOLORE
355 - A che serve tornare con la mente ai dolori passati, ed essere infelice soltanto perché lo sei stato?
356 - Credimi: l’aspetto più luminoso di coloro che abbiamo amato, anche se la sorte ce li ha tolti, rimane con noi. Il tempo che è trascorso, è tutto nostro: nulla più di ciò che non è più, sta custodito in un luogo sicuro.
357 - Il prezzo di ogni disgrazia è quello che ci siamo imposti noi stessi.
358 - Chi si addolora prima del necessario, si addolora più del necessario.
359 - Se avessi perduto un amico, dovresti cercare di essere più felice per averlo avuto, che depresso perché ti è stato tolto. E invece, i più, non mettono in conto i benefici ricevuti, la gioia che gli è stata data.
360 - Accetta ogni perdita con animo sereno: dobbiamo morire.
361 - Anche nel dolore, esiste un pudore.
362 - Siamo giunti a un tale grado di irrazionalità che non soltanto il dolore ci tormenta, ma anche la semplice prospettiva di un’ipotetica sofferenza.
363 - Lo stato d’animo che fa da giusto compromesso tra ragione e sentimento è avvertire intensamente la mancanza di chi non c’è più, e poi saperla soffocare.
364 - Un atleta non può gettarsi nella mischia con grande ardimento, se non ne ha mai riportato un livido. Chi ha visto il proprio sangue, chi ha sentito i propri denti scricchiolare sotto la forza di un pugno, chi è stramazzato al suolo sotto la presa dell’avversario, né, finito a terra, ha permesso al suo morale di finire a terra: chi, da ogni caduta, si è alzato con impeto più fiero, è con grandi speranze di vittoria che si presenta a combattere.
365 - Il dolore diventa, per l’animo afflitto, un perverso piacere.
366 - So che, sui sentimenti, non abbiamo nessun potere; tanto meno quelli che hanno origine dal dolore. Dunque, il dolore, è meglio vincerlo, che bluffare con lui. Qualora, infatti, lo si storni da noi per mezzo dei divertimenti, o lo si distragga con gli impegni di lavoro, quando poi risorge, è più furibondo che mai, perché la tregua gli ha dato nuove forze. Invece, se la ragione lo sottomette a sé, non lo si vedrà più muovere un passo.
367 - Il giorno in cui non mi riuscirà di sopportare qualcosa, non mi sopporterò più.
368 - Certe cose ci tormentano più di quanto dovrebbero; certe ci tormentano prima di quando dovrebbero; certe ci tormentano, e non dovrebbero proprio. Siamo noi stessi, ad aumentare il nostro dolore; oppure, ad anticiparlo; oppure, a immaginarcelo.
369 - Che pazzia è mai, quella che mi porta a piangere senza fine chi, di piangere, non avrà più occasione?
370 - Sei il dolore: se ti posso sopportare, sei lieve; se non ti posso sopportare, duri poco.
371 - La natura umana è fatta così: nulla ci piace più di ciò che abbiamo perduto; il rimpianto per quanto ci è stato strappato ci rende ingiusti verso ciò che ci è rimasto.
372 - Ti domandi quale sia la vera causa dei lamenti, del pianto sfrenato? Delle lacrime, facciamo prove visibili del nostro cordoglio: non assecondiamo il dolore, ma lo ostentiamo. Nessuno è in lutto per se solo. Oh, che stupidità sventurata! Perfino nel dolore, facciamo a gara l’uno con l’altro.
373 - È estremamente vergognoso che, in uomo assennato, l’unico rimedio alla sofferenza sia lo sfinimento della facoltà di soffrire. Preferisco chi divorzia dal dolore piuttosto che quanti, dal dolore, vengono piantati.
DONI
374 - Spesso, quello che si dà, è poca cosa, ma ciò che ne deriva, è molto.
375 - Un dono, non è cosa che si possa toccare con mano: appartiene alla sfera dei sentimenti. C’è una bella differenza tra il dono e la sua manifestazione esteriore. Il dono, dunque, non consiste nell’oro, l’argento, o nei beni, pur se considerati di gran valore, che ne sono materia. Il dono, è la stessa intenzione di donare.
376 - Il dono che mi ha dato costui, è piccolo; però, uno più grande, non se lo poteva permettere. Quest’altro, invece, mi ha fatto un grosso dono; però, non si decideva mai, lo rimandava di continuo. Darmelo, per lui, è stata una sofferenza. Me lo dato con fare arrogante; lo ha fatto sapere a tutti. La sua intenzione non è stata di far piacere a colui che riceveva il dono. Il dono, lo ha fatto non a me, ma alla sua ambizione.
377 - Prima di tutto, doniamo ciò che è necessario; quindi, ciò che è utile; infine, ciò che è piacevole. In ogni caso, facciamo doni destinati a durare.
378 - Il piacere, per i malvagi, è di una sola natura, e breve: consiste nei momenti in cui ottengono qualcosa dagli altri. Per il saggio, invece, i benefici ricevuti sono una gioia che permane a lungo, e non si estingue: per lui, infatti, la gioia non sta in quel che riceve, ma nel fatto di aver ricevuto, dagli altri, un dono; il che, rappresenta un sentimento ininterrotto e senza fine.
379 - Un dono in cui si possano riconoscere i difetti di chi lo riceve comincia a non essere più un dono, ma un’offesa.
380 - Doniamo con lo stesso atteggiamento con cui vorremmo ricevere doni.
381 - Così come è azione assai luminosa salvare anche chi non vuole essere salvato, e recalcitra, allo stesso modo, elargire doni funesti a coloro che ne fanno domanda è, per quanto cortese e premuroso, pur sempre una forma di odio.
382 - Ammettiamo che uno doni una somma ingente, ma è ricco, e di questo esborso non si accorge nemmeno, nel mentre un altro, nel donare, ha dato fondo a tutto il suo patrimonio: la somma, magari, è la stessa, ma il dono è ben diverso.
383 - Scegli bene a chi far doni. Se poi rimani deluso, è con te stesso, che devi prendertela.
384 - Forse che la natura, quando ci ha dato se stessa, ci ha fatto un dono di nessun valore?
385 - Come uno stomaco rovinato da un morbo e pieno di bile corrompe qualsiasi cibo riceva, e ne fa l’agente scatenante del dolore, così, per un carattere guasto, tutto ciò che gli si elargisce assume l’aspetto di un peso, un danno, e una causa di infelicità.
DONNE
386 - Le donne, non si fossero appese a ciascun orecchio gioielli che valgono due o tre patrimoni, a superare la follia maschile, non ci sarebbero riuscite in pieno.
387 - La natura delle donne non è cambiata; semmai, è stata sconfitta. In effetti, da quando hanno ottenuto le pari opportunità con gli uomini, hanno ottenuto anche pari opportunità di ammalarsi. I vizi hanno fatto perdere loro i vantaggi del proprio sesso.
388 - Ci sono vesti di seta - se si possono definire vesti quelle la cui tessitura è del tutto inetta a proteggere il corpo o, almeno, il pudore - indossando le quali una donna non potrebbe sostenere tanto a cuor leggero di non essere nuda. Vesti simili vengono importate a caro prezzo dai paesi più esotici fin sul banco dei nostri bottegai; e questo solo per permettere alle nostre spose di non far vedere ai loro amanti, nell’alcova, più di quanto mostrino in pubblico.
DOVERI
389 - Da ogni essere umano si pretende questo: che faccia del bene agli altri esseri umani; se è possibile, a molti; altrimenti, a pochi; oppure, soltanto agli intimi; infine, a se stesso.
390 - Quali doveri spettino a ognuno di noi, la natura non lo insegna.
391 - Anche una volta che abbiamo rimosso i nostri vizi, ci resta da imparare che cosa fare, e come.
392 - Il concetto di dovere implica quello di scelta.
393 - Un individuo di animo nobile compirà il suo dovere senza lasciarsi turbare né spaventare; e farà solo cose degne di un animo nobile, e tali che, nelle sue azioni, nulla traspaia che sia indegno di un uomo.
394 - Gli affari a sistemare i quali dedichiamo la cura maggiore, sono quelli che non ci riguardano.
395 - Può fare con sicurezza ciò che vuole soltanto chi pensa di non poter fare se non ciò che deve.
396 - Allo stesso modo in cui il compito del cielo è assicurare la successione naturale dei fenomeni astrali, e quello del sole è nascere in un punto e tramontare in un altro - senza che queste sue azioni, così salutari per noi, gli portino una ricompensa - così, è compito dell’uomo, tra l’altro, fare il bene.
397 - Il dovere che ho verso il genere umano viene prima ed è più importante di quello che ho verso un singolo individuo.
E
ELOQUENZA
398 - Di solito, ciò che, quando viene detto con foga, piace, poi, una volta messo per iscritto, convince di meno.
399 - Come potrà essere coraggioso e costante, come potrà non aver paura di esporsi a pericoli, chi ha paura delle parole che usa?
400 - Molti, ammaliati dal fascino di qualche bella parola, finiscono per scrivere cose che non gli sarebbero mai passate per la mente.
401 - Facciamo in modo che la nostra voce non eserciti un influsso sugli altri perché si è esercitata a farlo, ma perché è influente.
402 - Chi parla con assoluta proprietà, se non chi vuole far sfoggio di come parla?
403 - Se fosse possibile, preferirei mostrarti ciò che penso, piuttosto che esprimerlo a parole. Anche se mi mettessi a discutere, non pesterei i piedi, non gesticolerei come un forsennato e non alzerei la voce, ma lascerei questi artifici agli oratori; a me basterebbe riuscire a comunicarti le mie opinioni, senza fronzoli e senza sciatteria. Questo solo vorrei dimostrarti con chiarezza: che tutto quanto dico, lo provo davvero; e non solo lo provo, ma lo amo.
404 - Il modo di parlare delle persone è espressione del modo in cui vivono.
405 - Quando vedrai qualcuno che si esprime in modo troppo curato, e tortuoso per troppa eleganza, sappi che anche il suo spirito si occupa di argomenti ugualmente vani. Un grand’uomo si esprime in modo più diretto e sicuro: tutto ciò che dice, rivela più convinzione che cura formale.
406 - Quando si è preso gusto a snobbare le vecchie consuetudini, e trovare meschino ciò che fanno tutti, si comincia a cercare qualcosa di nuovo anche nel linguaggio: allora si fanno tornare in vita, usandole abitualmente, parole arcaiche; si coniano neologismi e li si sforza a voler dire qualcosa; infine, come va di moda adesso, si considera elegante far uso continuo di metafore audaci.
407 - Nei discorsi politici, uno stile dalla raffinatezza degenerata, se non è solo vezzo di qualcuno, è indizio, in una civiltà, di degenerazione dei pubblici costumi.
408 - Non bisogna sprecare troppa fatica a cercare le parole. Questo sia il nostro proposito principale: che le nostre parole siano in accordo con la nostra vita.
409 - Le nostre parole non devono dar spettacolo, ma giovamento.
410 - Gli ammalati, quando cercano un medico, non si preoccupano se sa parlar bene. Tuttavia, se capita che un medico capace di guarire sappia anche parlare in modo forbito della terapia da seguire, ben venga. Non sarà, però, il caso di congratularsi con se stessi, per avere incontrato un medico, oltretutto, dall’efficace oratoria: è come se un timoniere esperto fosse anche un bell’uomo.
411 - Dire una cosa e pensarne un’altra, è vergognoso. Quanto più vergognoso ancora è pensare una cosa e scriverne un’altra!
412 - Dove emergono concetti degni di nota, prevale, per il resto, la calma piatta: quando un’intera foresta è fitta di alberi alti, non esistono fusti isolati che, con la loro altezza, suscitino ammirazione.
413 - Le parole che si fanno attendere si insediano nella mente con più facilità di quelle che si afferrano al volo. Ciò che sfugge, non lo si può apprendere.
414 - L’arte oratoria, quando è al servizio della verità, deve essere semplice e limpida. Lo stile tribunizio, invece, con la verità, non ha niente a che fare: vuole colpire la folla, e soggiogare col proprio impeto le orecchie degli sprovveduti. Col suo saltare di palo in frasca, previene ogni discussione; e ciò che non può venire guidato, come può esser di guida agli altri?
415 - Farai bene, se non presterai orecchio a quanti si preoccupano di quanto dicono, ma non del modo in cui lo dicono.
416 - A un uomo saggio, come gli si addice un’andatura non precipitosa, conviene un modo di parlare conciso, non troppo fiorito.
ESERCITI
417 - Se si desse alle formiche un intelletto umano, non dividerebbero anch’esse una sola terra in molte nazioni? Quando ti sarai elevato fino a quelle verità che sono davvero grandi, ogni volta che vedrai un esercito procedere spiegando i vessilli, con la cavalleria a precederlo in avanscoperta o affiancarla di lato, come fosse l’attività più importante del mondo, potrai ben dire: “Tutto questo, è solo un accalcarsi di laboriose formiche nella crepa di un muro”.
EUTANASIA
418 - Chi si augura di morire, non vuole morire.
419 - Nessun dolore potrà spingermi a darmi di mia mano la morte. Una morte simile, è una pura sconfitta. Tuttavia, se sarò certo di dover sopportare quel dolore per sempre, uscirò dalla vita; non per il dolore in se stesso, ma perché esso mi impedirebbe tutto ciò a cui la vita è scopo. Chi muore perché non sopporta il dolore, è un inetto e un codardo; ma che vive solo per soffrire, è uno stupido.
420 - Morire bene, significa sfuggire al pericolo di vivere male. Non bisogna, per la vita, pagare qualsiasi prezzo.
421 - Considera da quanto tempo fai sempre le stesse cose: mangi, dormi, fai l’amore; è sempre lo stesso, il cerchio che si percorre. Può desiderare la morte non soltanto un uomo profondo e coraggioso, o un disgraziato; anche chi si annoia, può farlo.
422 - Vale la pena di poter respirare ancora, solo per poter espirare?
423 - Chi non considera la moglie, o l’amico, un motivo sufficiente per rimanere in vita, e persevera nel desiderare la morte, è un vigliacco.
424 - Se una morte è piena di tormenti, ed un’altra è semplice e agevole, perché non si dovrebbe darsi di propria mano quest’ultima? Allo stesso modo in cui, se voglio andar per mare, mi scelgo una nave, e, per abitare, una casa; così, per uscire dalla vita, il tipo di morte, lo voglio scegliere io.
425 - Nessuna cosa come la morte, la dobbiamo decidere secondo le nostre inclinazioni spirituali.
426 - Chi attende il suo dì fatale con indolenza è simile a chi lo teme. Il nodo da sciogliere è se l’età ultima della vita sia soltanto feccia, o qualcosa di purissimo e limpidissimo, qualora le facoltà intellettuali siano integre, i sensi, ancora intatti, possano ancora servire l’anima, e il corpo non sia del tutto esausto, e morto in vita. Infatti, è della massima importanza capire se quella che si prolunga sia vita, o una morte vivente. Se il corpo è diventato inetto a svolgere le proprie funzioni, perché non dovrebbe essere meglio trarne fuori l’anima sofferente? E forse bisogna farlo un po’ prima del momento in cui sarà necessario, per evitare che, in quel momento, non si abbia più la forza di farlo. Siccome il pericolo di vivere male è più grande di quello di morire presto, è sciocco chi perde, per un pugno di giorni, l’occasione di stornare da sé il supremo rischio del caso. Sono pochi quelli che una vecchiaia lunghissima ha portato, senza danni né sofferenza, per mano fino alla morte: molti, sono sprofondati, inerti, nella tomba di una vita inutile. Davvero giudichi più crudele aver perduto un po’ della tua vita, piuttosto che il diritto di porvi fine?
427 - La legge dell’eternità non ha fatto niente di meglio che fornirci una sola via d’entrata alla vita, ma molte vie d’uscita dalla stessa.
428 - Questa è l’unica ragione per cui, della vita, non possiamo lamentarci: essa non trattiene a forza nessuno. La condizione umana è positiva: infatti, nessuno è infelice se non per suo difetto. La vita, ti piace? Vivi? Non ti piace? Allora, nessuno ti impedisce di ritornare da dove sei venuto.
F
FAMA
429 - Chi si cura troppo dei suoi contemporanei, è nato per far contenta una cerchia ristretta di persone. Sopravverranno molti millenni, molti e diversi popoli: volgi lo sguardo a essi.
430 - Coloro che amano piaceri rari e sfrenati vogliono, finché sono vivi, che si parli di loro; infatti, se nessuno lo facesse, gli parrebbe di darsi tanto da fare per nulla. Ecco perché fanno cose destinate a richiamare l’attenzione degli altri.
431 - Nessuno, a mio parere, ha più alta stima della virtù, nessuno le è più intimamente devoto di chi, pur di non perdere la consapevolezza della propria onestà, accetta di perdere la reputazione di uomo onesto.
432 - La fama ha bisogno, sempre e comunque, di acclamazioni; la celebrità, che si appaga della stima, può toccare anche a chi non è mai stato acclamato. Essa rimane immutata non solo di fronte al silenzio, ma anche di fronte alla diffamazione.
433 - La gloria è l’ombra della virtù: anche suo malgrado, le si accompagna. Tuttavia, allo stesso modo in cui un’ombra, a volte, precede la figura, a volte la segue, a volte le sta alle spalle; anche la gloria, a volte, sta davanti a noi, in tutta evidenza, ma può anche seguire le nostre orme, ed essere tanto più grande quanto più arriva in ritardo: in un tempo in cui l’invidia, ormai, le ha lasciato strada.
434 - Se ti vedrò diventato celebre per gli elogi del popolo; se, al tuo ingresso in città, si leveranno grida e applausi, onori da artisti girovaghi; se, ovunque, avrai la lode di donne e fanciulli: come potresti, allora, non farmi pena? Infatti, so bene qual è lo stile di vita che porta a tanta popolarità.
435 - Oh, gli uomini avidi di gloria, come non sanno che cosa sia, e quali sono le vie per cui la si acquista!
436 - Chi vuole che le proprie qualità vengano risapute da tutti, non si preoccupa di avere qualità, ma della fama che gli porteranno.
437 - Non è il caso che la smania di mostrare in pubblico le tue doti ti spinga tra la folla, a impersonare il ruolo del saggio, e discutere con essa. Dovresti farlo solo se chi ti ascolta fosse in grado di apprezzare ciò che gli offri; invece, non c’è nessuno in grado di capirti. “E allora, ciò che so, per chi l’ho imparato?” Non pensare di avere sprecato il tuo tempo: l’hai imparato per te stesso.
438 - La fama è qualcosa di vano, volubile; e si muove più veloce dell’aria.
FAMIGLIE
439 - A farci dare tanta importanza all’oro e l’argento, sono stati i nostri genitori. L’avidità, infusa in noi profittando della tenera età, ha poi messo radici, ed è diventata una seconda natura.
440 - Che cosa c’è di più bello che venire tanto amati dalla propria moglie da volere, per questo, più bene a se stessi?
441 - Dobbiamo sopportare di buon grado la lontananza da chi ci è caro; infatti, non esiste nessuno che non sia abitualmente lontano anche da chi gli sta vicino.
442 - Vedi, quanto sono ingrati i giovani? Chi, per quanto sia di animo ingenuo, non desidera la morte del proprio padre? Chi, per quanto di animo mite, non la attende? Chi, per quanto sia a lui devoto, non ci fa un pensierino sopra? Quanta gente è sbigottita all’idea della morte della propria moglie, per ottima che sia, al punto da non farvi nessun affidamento?
443 - Rimani sordo anche a chi ti è vicino, e ti ama di più: le sue intenzioni sono buone, ma quello che ti augura, no. Se vuoi essere felice, prega Dio che i suoi auspici su di te non si realizzino mai.
444 - I tuoi genitori ti hanno augurato ogni bene; io, invece, spero che tu disprezzi quei beni che loro ti hanno augurato in abbondanza. I loro auspici comportano che, perché tu ti arricchisca, molti rimangano poveri: ciò che finirà nelle tue mani, infatti, non potrà che venire tolto a qualcun altro.
FAVORI
445 - Se ci capita di prestare dei soldi, facciamo indagini sullo stato patrimoniale e sul tenore di vita del nostro debitore; infatti, non intendiamo mettere a frutto le nostre sementi in un terreno già troppo sfruttato e, quindi, sterile. I favori, invece, piuttosto che farli, li disperdiamo per ogni dove; come se il piacere che ce ne viene a farli, non contasse nulla.
446 - Un dono deve finire laddove possa venire restituito spontaneamente, senza doverlo reclamare. Un favore, invece, va trattato come un tesoro: sepolto in profondità, e mai rivangato, se non in caso di necessità.
447 - Concediamo i favori, ma non facciamone un affare da usurai. Chi, nel concederli, già calcolava i vantaggi che gliene sarebbero derivati, merita che lo si lasci con un pugno di mosche.
448 - La mancanza di criterio non è mai una bella cosa; men che meno lo è quando si tratta di fare un favore. Se, ai favori, manca un criterio, smettono di essere tali, e prendono una serie di altri, e differenti, nomi.
449 - Un favore rimane tale anche quando i suoi effetti pratici non esistono più. La volontà di fare il bene che in esso si esprime, infatti, non c’è niente che possa renderla vana.
450 - Chi fa favori a tutti, indiscriminatamente, non fa cosa gradita a nessuno. Nessuno si considera ospite di un albergatore o di un oste.
451 - Se vuoi che un favore risulti gradito, fallo di rado.
452 - Chi ha concesso un favore dopo che lo si è pregato, lo ha concesso in ritardo.
453 - I favori vanno pagati subito, in contanti; invece, da certe persone, è più difficile ottenerli che farseli promettere.
454 - Questa è la legge che regola i favori da persona a persona: per uno che deve sempre dimenticare di averlo fatto, ci deve essere un altro che non dimentica mai di averlo ricevuto.
455 - Non concederò nessun favore che mi risulterebbe vergognoso chiedere.
456 - Un favore reso, va accettato, ma non richiesto.
457 - Concedere un favore è una manifestazione, in sé, di qualità morali. Invece, concederlo per un qualsiasi altro motivo, che non sia il fatto stesso di concederlo, è la cosa più immorale che si possa fare.
458 - Soltanto il favore che viene fatto dopo matura riflessione è degno di questo nome.
459 - I favori, a chi, se ha fatto del bene, non chiede di sdebitarsi, gli saltano addosso.
460 - Si chiama favore tutto ciò che, se viene dato, può anche non venire reso.
461 - Non esiste un favore i cui vantaggi non vadano anche, di rimbalzo, a chi vive a stretto contatto con chi lo riceve.
462 - C’è gente che, di star ricevendo un favore, non si rende conto. Nessuno, però, non si rende conto di farlo.
463 - Un favore è un legame che si stabilisce tra due persone.
FELICITA’
464 - Bisogna estirpare due manie: il timore dei guai futuri, il ricordo dei vecchi guai. Questi, ancora, non ti riguardano; quelli, non più.
465 - Per non dover passare la vita nella paura, è il caso di passare la vita a reprimere la gioia.
466 - È convenzione comune, quando un amico vince le elezioni, si sposa, o gli nasce un figlio, manifestare una grande gioia per lui, nel mentre, in effetti, tutte queste cose, ben lungi dall’essere gioie, spesso sono l’inizio di futura infelicità. La qualità intrinseca alla gioia, invece, è la sua inalterabilità; il suo non potersi mai mutare nel suo contrario.
467 - Le vite di quelli che sono felici si assomigliano tutte. La felicità, è un problema di qualità, non di misura. Come si fa a determinare quando una vita è davvero felice? Lo è, se è completamente, e non occasionalmente, felice.
468 - Le disgrazie sono un’occasione per dimostrare le proprie virtù. A buon diritto, si possono definire miseri coloro che un’eccessiva felicità rende imbelli, imprigionati in un’immutabile serenità come in un mare liscio e senza vento. Qualunque cosa gli succederà, vi saranno impreparati.
469 - Solo quando capirai che gli uomini felici sono, in realtà, i più infelici, sarai padrone di te stesso.
470 - Ci sarà utile quella salutare massima che definisce la tranquillità come l’arte di non fare, né nella vita privata né in quella pubblica, troppe cose, e superiori alle nostre forze. Quando si corre qua e là, dietro a troppe faccende, non capita mai che una giornata trascorra del tutto serena, senza che ci si scontri con qualcuno o qualcosa i cui inghippi inducano l’anima all’ira.
471 - Tutti vogliono vivere felici, ma quando si tratta di distinguere ciò che potrebbe rendere felice la vita, diventano miopi. Raggiungere la felicità, nella vita, non è facile; tant’è vero che uno, se smarrisce la retta via, tanto più si allontana da essa quanto più in fretta cammina.
472 - Quante volte, quella che definivamo disgrazia, è stata causa e principio di felicità. Quante volte un evento accolto con grande esultanza, è stato il primo passo falso, verso la rovina.
473 - Che cos’è la felicità? Sicurezza, e perpetua tranquillità. Una condizione simile, la può dare solo la grandezza d’animo, e la coerenza inflessibile nel perseguire ciò che si è giudicato buono. Come ci si arriva? Con una visione lucida ed esaustiva della verità; con il rispetto, nelle proprie azioni, di ordine, misura, decoro; con una volontà mai malefica, ma volta al bene: una volontà che sia sempre intenta, inflessibilmente, alla ragione; degna, allo stesso tempo, d’amore e di ammirazione.
474 - Non devi pensare che qualcuno possa venire reso felice dall’infelicità altrui.
475 - Il fuoco serve a saggiare l’oro; le sventure, il valore degli uomini.
476 - Non serve a nessuno correre dietro alla prosperità: è già qualcosa se, pur non opponendosi a essa, ci si ferma. Non bisogna far fretta alla sorte, quando ci porta ciò che ci spetta.
477 - Niente si addice all’uomo più della grandezza d’animo; in chi è sempre triste, però, non può esservi grandezza d’animo.
478 - Chi, una volta raggiunto ciò che, quando lo desiderava, gli pareva perfino eccessivo, si è ritenuto soddisfatto? La felicità non è, come la ritiene la gente, avida, ma inetta; è per questo che non soddisfa nessuno.
479 - Si può giudicare felice chi, grazie alla ragione, non ha né desideri né paure.
480 - Non puoi augurare a qualcuno niente di peggiore che il non essere mai in armonia con se stesso.
481 - Soltanto una felicità che si sviluppa lentamente dura e rimane perfetta fino alla fine.
482 - Chi non si considera perfettamente felice, è infelice, fosse anche il re del mondo.
483 - Immagina che Dio dica: “Che motivo avete per lamentarvi di me, voi che avete scelto la via della virtù? Ogni bene, io l’ho posto nella vostra anima: la vostra felicità sta nel non avere bisogno di essere felici. Disprezzate la sorte: non le ho dato nessun dardo con cui possa ferire l’anima”.
484 - Felice, non è chi la massa ritiene tale; vale a dire: chi si è trovato a possedere una grande quantità di denaro; ma chi, ogni suo bene, ce l’ha dentro di sé. Chi, nobile e superiore, calpesta tutto ciò che la massa ammira. Chi non conosce nessuno con la cui condizione vorrebbe scambiare la propria. Chi valuta gli uomini sulla base delle sole qualità per cui sono tali. Chi prende per maestra la natura, si adatta alle sue leggi, e vive come essa prescrive. Chi non può essere con nessun atto di violenza privato dei suoi beni. Chi sa trasformare il male in bene. Chi è sicuro nel giudicare, irremovibile, intrepido. Chi può venire colpito dagli eventi, ma mai sconvolto. Chi la sorte, quando scaglia con la massima violenza il suo dardo più distruttivo, può, raramente, pungere; ferire, mai.
485 - L’anima del saggio è come il mondo sopra la luna: lassù, c’è sempre il sereno. Ecco una buona ragione per voler diventare saggi: la saggezza significa gioia perenne. Questa gioia ha origine soltanto dalla consapevolezza delle proprie virtù: non può averla se non l’uomo forte, giusto, temperante.
486 - Quanto maggiori e più numerosi sono i piaceri, tanto più è meschino e servo di molti padroni colui che la gente definisce felice.
487 - Se non ci sono altre cause, la stessa eccessiva felicità è causa, a se stessa, di rovina.
488 - Chi non mette la propria felicità nelle mani degli altri, non è secondo a nessuno.
489 - Coloro per i quali la fortuna è superflua, sono più felici di quelli che se la trovano già accanto dalla nascita; infatti, anche ammesso che non si profili, nel futuro, nessuna disgrazia, riuscire a conservare una grande fortuna è motivo di mille angosce.
490 - Ti raccomando di non farti infelice prima del tempo; infatti, i mali che, credendoli imminenti, ti hanno spaventato, forse non avverranno mai. Di certo, non sono ancora avvenuti.
491 - Piuttosto che dover reprimere i miei dolori, preferisco mettere un freno alla mia gioia.
492 - In chi non ha ancora raggiunto la perfezione, la felicità è una condizione intermittente; il saggio, invece, gode di una gioia che lo avvolge come una seconda pelle, e che nessuna circostanza, nessuna vicenda può infrangere. Questa felicità, infatti, non dipende da circostanze esterne, né dal favore della fortuna, o degli uomini. Essa, è una condizione del tutto interiore.
493 - Rivolgiti al vero bene, e sia ciò che è tuo, a darti gioia. Vuoi sapere, quando dico “ciò che è tuo”, a che cosa alludo? A te stesso; e la parte migliore di te.
494 - È felice chi sa giudicare in modo obbiettivo; chi è appagato e in armonia con la sua condizione attuale, qualunque sia; chi può vedersi approvare dalla ragione la sua intera condotta di vita.
495 - È una grande felicità morire nel momento della felicità suprema.
496 - Promettimi che, ogni qual volta chi ti sta intorno cercherà di convincerti che sei infelice, non farai caso a ciò che senti dire, ma a ciò che provi.
497 - Visto che tutti desiderano la felicità, in che consiste l’errore universale? Nel fatto che tutti scambiano i mezzi per ottenerla con la sua essenza; così, più la cercano, più se ne allontanano. Infatti, nel mentre la felicità consiste in null’altro che una serenità senza nubi, e nella prospettiva di serbarla costante, tutti si dannano per accumulare motivi d’angoscia, e lungo l’insidioso cammino della vita portano un fardello che non può neppure essere più sollevato: bisogna trascinarlo. In questo modo, si discostano sempre più dalla mèta che si erano prefissi; e più si sforzano, più da se stessi ogni ostacolo rinforzano: in effetti, vanno in direzione contraria.
498 - Oh, non dovessimo discutere della felicità proprio quando siamo in vista della morte!
FIDUCIA
499 - Dividi con il tuo amico ogni tua preoccupazione, ogni tuo pensiero. Se lo considererai fidato, lo renderai tale. C’è gente, infatti, che, per il troppo temere di venire ingannata, ha insegnato agli altri ad ingannarli: il continuo sospetto di frode, ha reso la frode, nei loro confronti, legittima.
500 - È un difetto sia credere a tutti sia non credere a nessuno; dei due, il primo lo definirei più nobile, il secondo, più sicuro.
501 - Esiste una sola virtù, causa e fondamento della vita felice: avere fiducia in se stessi.
FIGLI
502 - I genitori non hanno nessuna possibilità di scegliere quali figli allevare. È il loro istinto a generare, che decide tutto.
503 - Per rendere qualcuno collerico e insofferente di tutto, non c’è nulla di più adatto che un’educazione troppo permissiva e indulgente. Per questo, a crescere con più vizi, sono i figli unici, cui si permette tutto, e i figli adottivi, di cui si tollera tutto.
504 - Di quanto tempo c’è bisogno, perché un bambino si evolva dal concepimento al parto; quanta fatica ci vuole per educarlo, in tenera età; con quanta attenzione si nutre quel fragile corpo, finché non diventa autosufficiente! Eppure, per farlo tornare nulla, basta un niente.
505 - Il rapporto sessuale tra un padre e una madre, in sé, non dà affatto il dono della vita, se a esso non fanno seguito tutte quelle cure che sono la naturale prosecuzione di questa sollecitudine iniziale, e che, insieme con altri doveri parentali, gli danno effettivo valore.
506 - Cosa c’è di più glorioso di quel giovane che possa dire a se stesso: “Nella gara a farsi del bene, ho battuto mio padre?” Quale sorte è più fortunata di quella che tocca a chi, ormai vecchio, potrà asserire, in ogni occasione, a tutti, di essere stato superato, quanto al bene fatto, dal figlio? Quale fortuna maggiore è possibile che rimanere, in questo caso, sconfitti?
507 - Pochi ottengono dalla vita di poter vedere ricompensato dai figli ciò che hanno fatto per loro. Gli altri, dei figli, sono destinati a sentire solo il peso.
508 - Ai nostri genitori, dobbiamo rispetto e devozione; eppure molti di loro, quando hanno fatto l’amore, non avevano nessuna intenzione di mettere al mondo un figlio.
FOLLA
509 - Riesco a sopportare con molta pazienza il frastuono. Il vociare indistinto di molte persone, per me, è come un rumore di onde, o del vento quando colpisce le fronde: un suono che, come quelli, non ha alcun senso.
510 - Non c’è regola cui dobbiamo attenerci più fedelmente che evitare di seguire, alla maniera delle pecore, quanti ci stanno davanti, e andare non dove dobbiamo, ma dove tutti vanno. In effetti, non c’è cosa meglio appropriata a cacciarci nei guai più grossi che dar retta a ogni chiacchiera; credere che le opinioni su cui c’è il consenso comune siano le più fondate e, fondandoci sulla moltitudine degli esempi che abbiamo sotto gli occhi, vivere non secondo ragione, ma conformismo.
511 - Facciamo in modo di condurre una vita migliore rispetto a quella della massa, ma non contraria.
512 - Considera a una a una le persone che ti stanno intorno: non c’è n’è una per la quale non sia più vantaggioso stare con chiunque altra piuttosto che con se stessa. “È soprattutto quando ti trovi in mezzo alla folla, che devi saper ritirarti in te stesso”: siamo d’accordo, ma questa massima vale se si è di animo virtuoso, quieti, equilibrati; altrimenti, è il caso che sfuggi a te stesso, e ti rifugi tra la folla, se non vuoi trovarti nelle immediate vicinanze di un individuo malvagio.
513 - I vizi serpeggiano, passando da un individuo all’altro. Si trasmettono per contagio.
514 - Anche dove la folla si accalca, può esserci il deserto.
515 - Nelle faccende umane non capita mai ciò che sarebbe sempre auspicabile: che le soluzioni migliori siano quelle più accette alla maggioranza. Anzi, per individuare le peggiori, basta osservare i gusti della massa.
516 - Lo stimolo a tutte le nostre follie è qualcuno che vi assista, e le ammiri.
517 - Non è un cantante meno bravo colui la cui voce, per colpa del chiasso della folla, ci risulta inudibile.
518 - Non è evidente quanto ci serva qualcuno che ci difenda, coi suoi princìpi, dai princìpi cari alla folla?
519 - Sostiene Democrito: “Un solo individuo, per me, vale come un intero popolo, e un intero popolo, come un individuo solo”.
520 - La maggior parte delle persone si effondono in lacrime solo per ostentazione, e non appena anche l’ultimo degli spettatori si è defilato, ecco che i loro occhi ritornano asciutti. Il fatto è che giudicherebbero sconveniente non comportarsi come gli altri: questa calamità del far dipendere la propria opinione da quella altrui si è radicata a tal punto che anche l’espressione del sentimento più sincero, il dolore, è divenuta finzione.
521 - Mi chiedi che cosa penso tu debba evitare più di qualsiasi altra cosa? La folla. Quanto a me, confesserò la mia debolezza: non torno mai a casa con lo stesso carattere che avevo quando ne sono uscito. Un po’ dell’equilibrio che avevo raggiunto se ne va, qualcuno dei difetti che avevo sconfitto, ritorna. A noi accade come agli ammalati che, dopo una lunga infermità, non possono essere portati all’aperto senza patire qualche danno; anche noi, infatti, siamo convalescenti, nello spirito, di mali protratti. Scambiare opinioni con chiunque è dannoso: tutti sono pronti a difendere con noi la causa dei propri vizi, indurci a essi, oppure attaccarceli senza che ce ne accorgiamo.
522 - Ce l’ho messa tutta per distinguermi dalla folla, e farmi notare per qualche mio pregio: che ho ottenuto, se non espormi alle frecciate degli invidiosi ed espormi ai morsi dei maligni?
523 - Restare sobri e non bere neanche un goccio stando in mezzo a una folla di gente ubriaca fino a sentirsi male, è segno indubbio di forza d’animo; però, è segno di una temperanza ancora maggiore non isolarsi del tutto e non far troppo gli sdegnosi; piuttosto, mescolarsi alla massa e fare le stesse cose, ma non nello stesso modo. Infatti, è possibile trascorrere un giorno di festa anche senza infrangere ogni limite.
524 - Non giova a molto l’aver scacciato i propri vizi, se poi bisogna accapigliarsi con quelli degli altri.
525 - Nell’uomo, loda ciò che non gli può venire né strappato né dato: ciò che gli appartiene intimamente. Chiedi che cosa sia? L’anima, e, nell’anima, una perfetta razionalità. L’uomo, infatti, è un essere razionale; dunque, se ottiene lo scopo per cui è nato, si realizza compiutamente. Ma che cosa esige, la ragione, da lui? Una cosa facilissima: vivere in armonia con la sua natura. La follia della società, però, la rende una cosa difficile: ci spingiamo l’un l’altro nei vizi. Come possono venire salvati coloro che la massa spinge alla rovina, e nessuno cerca di trattenere?
FOLLIA
526 - Se dobbiamo credere a un poeta greco, “ogni tanto, anche perdere la testa, è piacevole”; secondo Platone, “chi è del tutto padrone di sé, bussa invano alla porta della poesia”; secondo Aristotele, “non è mai esistito nessun grande ingegno cui non fosse mescolato un certo grado di follia”.
527 - Tanta è la goffaggine - o meglio, la follia - degli uomini, che alcuni vengono spinti alla morte dalla paura di morire.
G
GENEROSITA’
528 - È proprio di un animo nobile ricominciare a voler vivere per amore di qualcuno.
529 - Molti, a renderli generosi, è il caso, o la loro debolezza.
530 - Nessuno può vivere felice se bada soltanto a se stesso, e persegue come unico obbiettivo il tornaconto personale. Se vuoi vivere per te, bisogna che vivi per un altro.
531 - Chi mi fa del bene per ottenere, mio tramite, il suo tornaconto, non è, per me, un benefattore; infatti, mi ha solo strumentalizzato per fare i suoi interessi.
532 - Chi auspica la ricchezza di un altro per poi spartirsela con lui, anche se sembra volere la sua prosperità, in realtà, pensa alla propria.
533 - Il mondo è diventato così folle che è pericolosissimo fare a qualcuno tutto il bene possibile: infatti, ritenendo vergognoso non contraccambiare, finirà per volere che la persona cui deve tanto non esistesse più.
GIUDICI
534 - A chi infligge un castigo non perché gli piaccia punire, ma perché è necessario, l’ira è un sentimento del tutto estraneo.
535 - Tutti sono giudici clementi di se stessi; ne deriva che tutti ritengono tutto, in quanto riconoscimento dei propri meriti, gli sia dovuto. Anzi, pensano di non venire stimati per quello che valgono.
536 - Quanto è più umano avere un atteggiamento mite e paterno nei confronti di chi sbaglia, e non punirlo, ma indurlo a cambiare vita! Quando uno vaga per i campi, perché non conosce la strada, è meglio fargli da guida, che cacciarlo via.
537 - Gli affari di casa nostra, li valutiamo con meno rigore; l’indulgenza ci rende, di essi, cattivi giudici.
538 - Chi condanna in fretta è a due passi dal condannare volentieri.
539 - La clemenza stessa di chi governa fa sì che, di trasgredire le leggi, ci si vergogni; infatti, una pena appare molto più pesante, quando a irrogarla è un uomo mite.
540 - Le cose, per noi, andrebbero male, data la quantità di delitti che sfuggono ai verdetti dei giudici e alle pene della legge, se tali delitti non subissero subito le pesanti punizioni che infligge la natura, imponendo ai delinquenti, in luogo della pena, la paura della stessa.
541 - Che turpe emblema della disonestà umana e dell’ingiustizia del vivere civile: si presta più fede a bolli e sigilli che alla testimonianza della coscienza!
542 - Il buon giudice condanna le azioni esecrabili, ma senza odio.
543 - Il perdono è l’annullamento di una pena; la clemenza, invece, intende affermare, prima di tutto, che la grazia fatta non annulla, in chi viene lasciato libero, l’aver meritato la pena. La clemenza è più grande del perdono, perché è più giusta.
GLOBALIZZAZIONE
544 - Chi ha detto che la natura si sarebbe comportata meglio, nei nostri confronti, se avesse proibito ai venti di soffiare, e, impedendo ai pazzi di incombere su ogni terra, avesse costretto ognuno a rimanere nella propria patria, non ha detto una sciocchezza. Se non altro, ognuno verrebbe al mondo per fare del male soltanto a se stesso e a chi gli sta vicino: ora, invece, non mi bastano le disgrazie domestiche; mi tocca subire anche quelle degli altri.
545 - In quale cecità della ragione vivono coloro che portano al di là dei mari la loro volontà di potenza, e si ritengono pienamente felici solo se colonizzano coi loro soldati molte nazioni, e possono, alle vecchie, aggiungerne sempre di nuove. Essi non sanno qual è il dominio davvero grande, e che ci rende uguali agli dèi: il dominio di se stessi.
GUERRE
546 - La provvidenza, e quel dio che ha dato un ordine al mondo, non ha confidato ai venti il compito di muovere l’aria - e li ha diffusi per ogni dove, perché nessun luogo fosse sterile - allo scopo di farci riempire le flotte con soldati armati, e permetterci di andare a scovare i nemici anche sul mare, o al di là del mare. Non ne sarebbe valsa la pena neanche se l’esito finale fosse stato la pace.
547 - Perché costringiamo le nazioni a prendere le armi? Perché arruoliamo eserciti destinati a dare battaglia anche in mezzo al mare? Perché sconvolgiamo i mari? A quanto pare, la terra, per accogliere la nostra morte, non è spaziosa abbastanza. La sorte, con noi, ha troppi riguardi: ci ha concesso un corpo troppo robusto, una salute prospera. Le disgrazie che ci piombano addosso non bastano a sterminarci: ognuno, con suo comodo, giunge alla fine dei propri anni, fino alla vecchiaia. Ecco perché andiamo per mare, a invocare su di noi gli strali di un pigro destino.
548 - Davvero, in quale altro modo si potrebbe definire se non come follia, il farsi artefice di pericoli, e infierire contro sconosciuti, distruggendo, senza ira, chiunque incontriamo? L’uccidere, come fanno le belve, persone che non odiamo?
I
IMMORTALITA’
549 - Quel giorno che temi, pensando sia l’ultimo, è il giorno della tua nascita all’eternità. Abbandona quel peso che è il tuo corpo: perché esiti, quasi già una volta - quando abbandonasti il corpo nel quale, per nove mesi, sei rimasto nascosto - non ti fosse capitato di venire dato alla luce? E invece, ti aggrappi al tuo corpo, e resisti: anche allora, perché tu venissi espulso, tua madre ha dovuto penare tanto… E poi piangi, ti lamenti: anche tutto questo piangere, è tipico di chi nasce; allora, però, te lo si doveva perdonare: eri venuto al mondo inconsapevole, e inesperto di tutto.
550 - Che cosa può sfuggire al rischio del mutamento? Non la terra, né il cielo, né l’universo, così strettamente attratto, com’è, in uno stesso vincolo; anche se, a sospingerlo, è la provvidenza divina. Non sempre, infatti, conserverà quest’ordine, ma, un bel giorno, verrà deviato dal suo corso attuale. Tutto ciò che esiste, procede al ritmo del tempo: deve nascere, crescere, morire. Tutti i corpi celesti che vedi sopra di noi, e anche quelli su cui siamo stati collocati, e che ci paiono così inamovibili alloggi, si logoreranno, e moriranno. Nessuno sfugge alla propria vecchiaia, quale essa sia. Per noi, la morte è la fine: infatti, scorgiamo solo l’evidenza delle cose, e la nostra mente, ebete, per il suo essere avvinta al corpo, non si spinge verso prospettive più alte. Invece, sopporterebbe con più coraggio la propria morte, e quella dei propri cari, se sperasse che, come ogni altra cosa, nell’universo, anche la morte e la vita trapassino l’una nell’altra. Che ogni cosa, se è composta di parti, si dissolva, ma poi, si ricomponga in un nuovo ordine: così vuole l’eterna provvidenza del dio che tutto governa.
551 - Allo stesso modo in cui la fiamma non può venire schiacciata - infatti, si diffonde tutt’intorno a ciò che la comprime - allo stesso modo in cui l’aria, se colpita da spade o fruste, non può venire ferita, e neppure si lacera, ma passa in un soffio attorno a ciò che le si è scagliato contro; così, anche l’anima, che è fatta di sostanza sottilissima, non può venire imprigionata e lasciata a giacere in un corpo, ma, per effetto della sua impalpabilità, fluisce attraverso ciò che la opprime. Come il fulmine, anche quando, sfolgorante, colpisce una grande distesa di terra, poi ritorna, per un piccolo pertugio delle nuvole, nel cielo; così anche l’anima, che è ancora più diafana del fuoco, può fuggire da ogni corpo. Dunque, ci si può chiedere se sia immortale. In ogni caso, sii sicuro di questo: se sopravvive al corpo, non può venire annientata in nessun modo; infatti, nel concetto stesso di immortalità è insita una sua essenza inalterabile; e a ciò che è eterno, nulla può essere nocivo.
552 - Il giorno e la notte si avvicendano solo dove l’atmosfera è a contatto con la terra. Quando, tornato alla tua integrità di creatura, potrai contemplare l’intatta luce, dirai che sei vissuto nelle tenebre. Quella luce, ora, la scorgi appena, attraverso i pertugi sottilissimi degli occhi; tuttavia, da lontano, già la ammiri. Come ti parrà, allora, la luce divina, quando potrai vederla laddove risplende?
IMPEGNI
553 - Gli altri, ci vengono strappati; noi, invece, veniamo subdolamente depredati di noi stessi.
554 - L’affannarsi nel mondo, di per sé, non è un bene. Dove sta, allora, il bene? Nel disprezzo di quell’affannarsi.
555 - Tu sei oberato di impegni, e il tempo della vita passa in fretta: alla fine, si presenterà da te la morte, e per essa, volente o nolente, un po’ di tempo libero, lo dovrai pur trovare…
556 - Gli impegni, non inseguono nessuno: sono gli uomini ad attaccarseli, ritenendo che nell’essere molto occupati stia la felicità.
557 - Non bisogna assumersi impegni dei quali non ci possa liberare spontaneamente: è il caso di accollarsi solo quelli di cui si possa vedere la fine, o almeno auspicarla; invece, quelli che, sbrigandoli, diventano sempre più limitanti, e non finiscono quando l’hai deciso tu, è il caso di lasciarli perdere.
558 - Come si può imparare quanto basta per sottrarsi ai vizi, se, a impararlo, vi si dedica il tempo lasciato libero dai vizi? Nessuno di noi va al fondo delle cose: peschiamo qua e là ciò che ne emerge alla superficie. Per chi, come noi, è preso da mille impegni, dedicarsi alla filosofia nei ritagli di tempo, basta e avanza.
559 - L’individuo preso da mille impegni non sa far nulla meno che vivere: del resto, è l’arte più impegnativa di tutte. Maestri delle altre arti, ce ne sono molti dappertutto; si sono visti casi perfino di bambini capaci di apprenderle così bene da poterle anche insegnare. Per imparare a vivere, invece, ci vuole la vita intera e - cosa ancora più stupefacente - ci vuole tutta la vita anche per imparare a morire.
560 - È facile sfuggire agli impegni pubblici: basta disprezzare i privilegi che ne derivano. Sono quelli, a farci esitare, e tenerci legati a essi.
561 - Allo stesso modo in cui una conversazione, una lettura o una meditazione profonda distraggono un viaggiatore, ed egli si accorge di essere arrivato senza aver fatto caso alla strada percorsa, anche in questo viaggio della vita, senza sosta e rapidissimo, la cui velocità, per noi, sia nella veglia che nel sonno, non cambia, quelli oberati di impegni scorgono il paesaggio soltanto quando si è ormai vicini alla meta.
562 - Se ritardi il momento del tuo ritiro a vita privata perché vuoi esaminare quanto denaro potrai portare con te, quante risorse potrai destinare allo scopo, non sfuggirai mai alla routine: nessuno, in un naufragio, si salva a nuoto con i bagagli.
INGRATITUDINE
563 - Ci capita spesso di subire l’ingratitudine degli altri. Di solito, però, siamo noi a renderli ingrati; talvolta perché, a forza di esigere che ci restituiscano un favore, glielo rinfacciamo pesantemente; talvolta perché, subito dopo avergli fatto un favore, per pura incostanza, ce ne pentiamo; talvolta, infine, perché, una volta fattogli un favore, a forza di far caso a come si comportano verso di noi, e non passargli nessuna inezia, diventiamo lagnosi. Così, non solo dopo che gli abbiamo fatto il favore, ma anche nel mentre lo facciamo, con i nostri modi ci riesce di distruggere , in loro, ogni senso di riconoscenza.
564 - Assassini, tiranni, ladri, adulteri, seduttori di vergini, sacrileghi, traditori, esisteranno sempre. I padri di tutti questi scellerati, però, sono gli ingrati: dall’ingratitudine, infatti, deriva ogni colpa. Quasi nessun grave delitto, senza di essa, ha il potere di diffondersi.
565 - L’ingrato si tormenta e si angoscia: odia i favori ricevuti, perché dovrà restituirli; allora, ne sminuisce il valore, nel mentre amplifica ed esagera le offese.
566 - Certuni parlano nei termini più sprezzanti proprio di coloro che gli hanno fatto del bene. Certi altri, è meno pericoloso offenderli che averli messi in obbligo nei nostri confronti. Infatti, pur di dimostrare che non ci devono nulla, sono capaci di odiarci.
567 - Chi nega di aver ricevuto un favore, è ingrato; chi finge di non averlo ricevuto, è ingrato. È ingrato chi non lo ricambia; il più ingrato di tutti, però, è chi se lo dimentica.
568 - Spesso anche chi restituisce il favore reso, è un ingrato, mentre chi non lo restituisce, non lo è.
569 - È meglio che la diffusione universale dell’ingratitudine non diventi di pubblico dominio; infatti una colpa, se viene presa per un atteggiamento comune, smette di venire considerata vergognosa.
570 - Chi è capace di gratitudine, in un favore, trova continuo motivo di gioia. Per gli ingrati, esso rappresenta una gioia occasionale.
571 - Il legame che unisce gli uomini tra loro verrà spezzato se si farà in modo che l’ingratitudine non debba venire evitata di per sé, ma per il timore delle sue conseguenze. Quanti sono, infatti, coloro che possono permettersi di essere ingrati senza rischio alcuno!
572 - Chiunque dimostri riconoscenza solo per paura, io lo definisco un ingrato.
573 - Chi smania troppo per assolvere il suo debito, detesta essere in debito; chi detesta essere in debito, è un ingrato.
574 - Siamo tutti, apertamente, ingrati. Ognuno interroghi se stesso: tutti quanti abbiamo da lamentarci di qualche ingrato. Se non ci si potesse lamentare di tutti, non potrebbe succedere che tutti quanti si lamentino. Quindi, tutta l’umanità è composta di ingrati.
575 - Nelle professioni più nobili, quelle che servono a salvare la vita, o migliorarne la qualità, chi ritiene il suo debito si limiti alla somma pattuita, è un ingrato.
576 - Non ti succeda mai di offenderti per l’ingratitudine di qualcuno al punto da dire “vorrei non avergli mai fatto del bene!” Non ha senso che ti indigni, come se ti fosse accaduto qualcosa di strano. Semmai, ti saresti dovuto stupire se non fosse successo.
577 - L’ingratitudine è un grave vizio; è intollerabile, fa rompere le amicizie, scioglie i vincoli che tengono unita la società; mina e distrugge ciò che fa da sostegno alla nostra naturale debolezza. Tuttavia, è un vizio così diffuso che nemmeno quelli che se ne lamentano vi sfuggono.
INNOCENZA
578 - La bontà non consiste nell’essere migliore dei peggiori. Uno che veda un raggio di sole risplendere attraverso la nebbia, sarà contento di essere sfuggito, per intanto, alle tenebre, ma non potrà certo presumere che la luce del giorno sia tornata a risplendere. Allo stesso modo, la nostra anima avrà motivo di gioire quando, uscita da queste tenebre in cui è avvolta, potrà vedere, della luce, non un tenue riflesso, ma il trionfo del mezzogiorno, ritornando nel cielo che è suo, per rioccuparvi quel posto da cui la sorte, facendola nascere, l’aveva allontanata. Le sue origini la richiamano lassù, e vi sarà ancor prima di aver sciolto i ceppi di questa prigione, se saprà dissolvere i vizi per, pura e leggera, innalzarsi a pensieri divini.
579 - Non so perché, ma i grandi ingegni hanno saputo trovare più facilmente le parole per esprimere concetti potenti ed energici quando l’argomento era odioso e mostruoso; sulla bontà e la mitezza, non ho ancora ascoltato niente di efficace e appropriato.
580 - Che il genere umano rimanga in una condizione di innocenza, è chiedergli troppo. Le azioni che si compiono, però, sono un problema per chi non può fare a meno di compierle, non certo per chi, anche quando sono contro di lui, non ne può risentirne alcun danno.
581 - Anche se qualcuno è riuscito a purificare il suo animo a un punto tale che nulla più lo può turbare o ingannare, tuttavia, all’innocenza, è giunto attraverso le sue colpe.
582 - Non è un esilio quello del quale nessuno si vergogna meno di chi vi è condannato.
INTERESSI
583 - Le caratteristiche dei vantaggi sono diverse da quelle del bene: i vantaggi consistono in un’eccedenza di aspetti positivi rispetto ai fastidi necessari per procurarseli; il bene, invece, deve essere incontaminato, e privo di qualsiasi controindicazione. Non è bene in quanto utile, ma in quanto utilità non degradata a interesse personale.
584 - Qualunque cosa accada, è un mio compito. Se è aspro, se è duro; tanto più per questo, dovrò impegnarmi a fondo.
585 - Che cosa sono tutte queste percentuali: gli interessi composti, per cui il trascorrere del tempo diventa moneta corrente; il costo del denaro? Sono malattie di cui ci siamo autoinfettati, e che dipendono da come siamo fatti. In esse, non c’è nulla di tangibile, che possa essere visto e toccato con mano. Sono solo indizi di un’avarizia malsana.
586 - Chi si occupa di molte cose, spesso diventa vassallo della sorte; invece, la regola più sicura è farne esperienza di rado, e, per il resto, tenerne sempre conto, e non fidarsi della sua fedeltà.
587 - È vivo chi si rende utile a molti; è vivo chi si rende utile a se stesso: invece, quelli che passano tutto il tempo rintanati e istupiditi dall’ozio, in casa propria, ci stanno come in una bara. Potresti anche piantargli la lapide col nome sulla soglia di casa: in effetti, la loro vita è una morte anticipata.
588 - L’animo dell’uomo è, per sua natura, attivo e portato al movimento: ogni occasione per distrarsi ed eccitarsi gli è gradita; ancora più gradita, però, risulta alle indoli peggiori, che, a forza di passare con gran soddisfazione da un impegno all’altro, vanno in malora.
589 - Non trovare eccitante niente, non venire stimolati da niente che riesca, tra minacce ed assalti, a mettere a prova la saldezza del proprio animo; invece, restare inerti, in permanente riposo: questa non è tranquillità, ma accidia.
INVIDIA
590 - A nessuno piace ciò che ha, se si mette a guardare ciò che hanno gli altri. Se qualcuno ci passa davanti, nella scala sociale, imprechiamo anche gli dèi, dimenticando quanta gente sta più in basso di noi, e quanta invidia incomba dietro la schiena di chi può invidiare ben pochi.
591 - Soltanto quelli che percorrono la stessa strada, possono dar di cozzo tra loro.
592 - L’invidia imperversa su ciò che le sta vicino: tutto ciò che ci è posto a debita distanza, lo consideriamo con maggiore sincerità.
593 - La folla di chi ti ammira non supera quella di chi ti invidia.
594 - Quando fai caso a quante persone ti stanno davanti, considera anche quante ti stanno dietro. Che ti importa degli altri, se hai superato te stesso?
595 - Qual è la cosa più importante? Poter pregare innalzando al cielo mani pure: non desiderare niente di ciò che, per giungere nelle tue mani, qualcun altro debba non averlo più. Scegliere solo quei beni sui quali non vi possa essere contesa.
INVULNERABILI
596 - L’essere invulnerabili non consiste nel non venire colpiti, ma nel non venire feriti.
597 - Crediamo di essere invulnerabili anche per i nostri nemici: ognuno, in cuor suo, si crede un re, cosicché, a se stesso, concede ogni libertà, ma non permette che gli altri se ne prendano con lui.
598 - Se sei abbastanza forte per resistere a una qualsiasi disgrazia imprevista, allora potrai far fronte a tutte. L’animo, una volta che la virtù lo abbia reso coriaceo, diventa del tutto invulnerabile.
IRA
599 - Gli altri vizi sospingono l’animo, l’ira lo fa cadere a precipizio.
600 - Non ti deve essere permesso nulla, finché sei adirato. Perché? Perché pretendi che tutto ti sia permesso.
601 - Dobbiamo fare della nostra anima una fortezza: se essa è ben salda, l’uomo può venire colpito, ma non fatto prigioniero. Vuoi sapere come si fa? Basta non indignarsi, qualunque cosa ci succeda, e tenere presente come, tutto ciò che sembra succedere a nostro danno, serve alla conservazione dell’ordine universale. Piaccia all’uomo ciò che è piaciuto a Dio, e consideri se stesso con ammirazione, per come non può venire sconfitto, e per come domina lo stesso male: lui che, con la ragione, della quale nulla è più potente, può sottomettere il caso, il dolore e l’ingiustizia.
602 - La nostra ira dura più a lungo di qualsiasi offesa.
603 - L’ira è destinata a provocarmi più danni di qualsiasi offesa. È chiaro: le offese, hanno limiti ben precisi; l’ira, non so fin dove mi porterà.
604 - Se qualcuno è adirato, diamogli il tempo di rendersi conto di ciò che ha fatto. Si punirà da sé.
605 - In Socrate, era un segno d’ira abbassare la voce e diventare laconico.
606 - Chi è adirato può non essere irascibile; chi è irascibile può, talvolta, non essere adirato.
607 - L’ira non è utile neppure quando si combatte una guerra; infatti, indulge facilmente alla temerarietà, e nel mentre tende tranelli agli altri, non bada a quelli che le vengono tesi. Solo con quel coraggio che sa guardarsi intorno con cura e attenzione, prima di venire fuori; sa dominarsi, e procedere gradatamente, secondo un piano ben determinato: soltanto così, si è al sicuro.
608 - L’ira non rende più forte nessuno, se non chi, senza l’ira, non sarebbe stato forte.
609 - Il rimedio più efficace contro l’ira è non reagire subito. Chiedile subito non di perdonare, ma di considerare la questione con lucidità: i suoi assalti più gravi sono i primi; se la lasci aspettare, si placherà. E non cercare di eliminarla tutta in una volta; verrà vinta completamente solo se saprai colpirla con gradualità, parte per parte.
610 - L’ira, per sua natura, è spregevole, e per nulla spaventosa; invece, la maggior parte della gente ne ha paura, allo stesso modo in cui i bambini hanno paura di una maschera grottesca.
611 - Se pretendi che l’ira dei saggi sia adeguata all’infamia dei delitti abituali, non basta che si adirino; bisogna che impazziscano.
612 - Non è il caso di credere alle parole di chi è infuriato: il modo in cui grida è potente e minaccioso, ma nell’animo cova soltanto la paura.
613 - Va detto che le bestie e tutti gli essere viventi, in generale, dall’ira, sono immuni; a eccezione dell’uomo. Infatti, pur essendo nemica della ragione, l’ira non ha luogo dove, per la ragione, non c’è posto.
L
LEGGI
614 - Tutto ciò che dobbiamo sopportare per legge universale, accettiamolo con serenità. Ci siamo impegnati a questo giuramento: subire la nostra natura di mortali e non farci sconvolgere da ciò che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: la nostra libertà è obbedire a dio.
615 - Una legge è giusta non se tutti ne possono approfittare, ma se vale per tutti.
616 - Chi governa si deve preoccupare non solo della salute dei suoi cittadini, ma anche che le cicatrici, nel corpo sociale, non risaltino troppo.
617 - Le leggi non si mescolano tra loro: ognuna procede per vie diverse.
618 - La nascita, è una sentenza senza grazia.
619 - Ognuno si fa ingannare dalle sue illusioni, e si impone di non considerare, di quelli che ama, la condizione mortale; eppure, la natura non si è mai impegnata con nessuno a fargli grazia della propria legge ineluttabile.
620 - Molti si astengono dal fare cose proibite più per la vergogna di infrangere le regole, che per buona volontà.
621 - La morte non è un male. Vuoi sapere che cos’è? La sola legge valida per tutto il genere umano.
622 - Che innocenza meschina è essere onesti a norma di legge! Quanto è più ampia la casistica dei doveri umani, rispetto a quella delle leggi! Quanti obblighi impongono il senso del sacro, la finezza dello spirito, la generosità, la giustizia, la lealtà: tutti obblighi che, nei codici giuridici, non compaiono.
623 - Non c’è bisogno di costruire rocche levate fino al cielo, né alzare bastioni intorno a colli ardui da scalare, né scheggiare i fianchi dei monti, perché non vi si possa salire, né circondarsi di mura e torri a profusione: la clemenza renderà chi governa sicuro anche in mezzo alla folla. L’unica fortezza inespugnabile, per lui, è l’amore dei cittadini.
624 - Da quando si è preso a venerare quella cosa che tiene in pugno tanti magistrati, tanti giudici, e che eleva magistrati e giudici alla loro carica: il denaro; la verità non è più oggetto di culto. Allo stesso tempo merce e mercanti, ci preoccupiamo non del valore delle cose, ma del loro prezzo: se paga essere onesti, siamo onesti; se paga essere disonesti, lo siamo. Seguiamo la via dell’onesta, ma nella prospettiva del guadagno; sempre pronti a cambiare strada, se l’essere delinquenti ci garantisce qualcosa di più.
625 - Come si può notare, le colpe che vengono commesse più di frequente sono quelle che più di frequente vengono punite.
626 - Chi è magnanimo di spirito, deve obbedire a Dio, e sottomettersi senza esitazione a quanto dispone, per lui, la legge dell’universo: o viene elevato a una vita migliore, e permarrà per sempre, luminoso e tranquillo, nel regno divino; oppure, di certo, non gli toccherà più alcun male, se, venendo rifuso nell’ordine cosmico, farà ritorno in seno alla natura.
627 - Le leggi sono utili alla moralità pubblica; sempre che, più che imporre obblighi, impartiscano insegnamenti.
628 - Una legge, bisogna che sia breve, perché anche gli ignoranti la possano sapere a memoria. Deve essere come una voce dal cielo: ordini, non discuta. Niente mi sembra più insulso e inefficace di una legge dotata di preambolo.
LIBERTA’
629 - Il disprezzo del corpo è sicura libertà.
630 - Solo chi è sfuggito alla schiavitù di se stesso può dirsi libero.
631 - Nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria.
632 - Vuoi sapere che cos’è il male? Cedere a quelli che vengono definiti “mali”, e sacrificare a essi la propria libertà, in nome della quale, invece, dovremmo saper sopportare tutto. Se non disprezziamo tutto ciò che ci impone un giogo, la libertà soccombe.
633 - Vuoi sentirti libero nei confronti del tuo corpo? Abitalo come se dovessi traslocare. Tieni ben saldo in mente che, prima o poi, dovrai sloggiare da questo dormitorio pubblico per le anime; allora, al momento di andartene, sarai più forte.
634 - La libertà non consiste nel non passare sopra a nessuna offesa: questo, è un errore. La libertà consiste nel non permettere alle offese di colpire il nostro animo; nel predisporlo a bastare a se stesso, e non far conto del giudizio altrui. Nello staccarsi da tutto ciò che non avviene dentro di noi, perché il timore della gente, le sue risate e i pettegolezzi, non rendano agitata la nostra vita. Infatti, se chiunque riesce a offenderci, chi non sarebbe in grado di farlo?
635 - Molti hanno invaso la libertà altrui, ma nessuno ha mai posto confini alla propria.
636 - Sarà schiavo di molti chi è schiavo del proprio corpo, vi si dedica troppo e fa dipendere da esso la sua intera esistenza. Dobbiamo comportarci non come se dovessimo vivere per il corpo, ma come se, senza il corpo, non potessimo vivere.
637 - Chiedi che cosa sia la libertà? Non essere schiavi di niente; di nessuna necessità, di nessuna circostanza esteriore: trattare la sorte da pari a pari. Il giorno in cui comprenderò di essere più potente di lei, non potrà fare più niente. Dovrei forse sopportarla, quando domino la stessa morte?
638 - Chi è per natura intollerante e impulsivo, eviti l’euforia di una libertà che potrebbe riuscirgli dannosa.
639 - Vuoi sapere qual è il sentiero della libertà? Qualunque vena del tuo corpo.
640 - Sono pochi quelli che la schiavitù tiene prigionieri; i più, sono loro a tenere prigioniera la schiavitù.
641 - La schiavitù è una sola: chi la disprezza, per quanto grande possa essere la folla di padroni che ha intorno, rimane libero.
642 - Vuoi sapere che cosa rende gli uomini tanto smaniosi di vivere ancora? Il fatto di non essere mai stati padroni della propria vita.
643 - Vuoi sapere chi è, colui che definisco “buono”? Un individuo che abbia raggiunto la massima compiutezza e indipendenza: uno che né la forza né le circostanze potranno mai rendere malvagio.
LODI
644 - Il saggio, così come, se un mendicante gli manifestasse il suo rispetto, non avrebbe motivo di compiacersene, né, se il più infimo dei plebei non ricambiasse il suo saluto, se ne sentirebbe offeso; allo stesso modo, se una folla di ricchi gli esprimerà la sua considerazione, non se ne farà un vanto. Infatti, sa benissimo che i ricchi non sono per niente diversi dai mendicanti; anzi, sono, di quelli, molto più miserabili, perché essi hanno ben poche necessità; loro, moltissime.
645 - Anche indizi minimi possono rivelare i gusti e le abitudini di una persona. Il modo di camminare, il gesticolare continuo; talvolta, una sola risposta; e poi, il grattarsi la testa con un dito solo, per non spettinarsi, e il modo con cui ti guarda: sono tutti indizi di un temperamento spudorato. Il modo di ridere, invece, rivela il disonesto, mentre il pazzo si riconosce dall’espressione del viso e dai gesti che fa. Il carattere di ognuno, comunque, lo scoprirai facendo caso al modo in cui loda e a quello in cui accoglie le lodi altrui.
646 - Se desideri tanto venire lodato quanto meriti, perché vuoi dipendere dagli altri? Lodati da solo.
647 - Anche quella di chi, approvando, tace, è lode.
M
MAKE-UP
640 - Tutte le arti che fanno accorrere tanta gente in città, quelle di cui tutti parlano, hanno a che fare con l’estetica del corpo, al cui mantenimento, un tempo, ci si dedicava come a quello di uno schiavo, nel mentre, ora, si fa tutto in suo funzione; come fosse lui, il padrone.
641 - A poco a poco, la smania del lusso, esaltata dal diffondersi della ricchezza, è degenerata: per le vie più traverse dell’innaturalezza, tutto si è confuso a un punto tale che tutto ciò che era cosmesi femminile, è diventato il corredo necessario a ogni toeletta maschile.
642 - L’odore corporeo migliore, è non averne nessuno.
643 - Non vivono contro natura coloro che pretendono di avere lo splendore dell’adolescenza quando, ormai, la loro età è tutt’altra? Che cosa può esserci di più crudele e infelice?
MALATTIE
644 - Al giorno d’oggi, le malattie, quanti progressi hanno fatto! Così, quei piaceri che abbiamo bramato oltre ogni misura, e al di là del lecito, ora, li paghiamo con gli interessi.
645 - Le nostre malattie sono nuove. Anche il nostro stile di vita.
646 - La vecchiaia è una malattia incurabile.
MEMORIA
647 - La vita più breve e piena di ansie è quella di chi dimentica il passato, trascura il presente e teme il futuro; questi sventurati, quando giungono al loro giorno estremo, si accorgono troppo tardi di essere stati per tutto quel tempo occupati a non far nulla.
648 - Tutto ciò che è umano, è instabile e passeggero. Nessuna stagione della nostra vita è tanto indifesa e vulnerabile come quella che ci è più gradita: ecco perché chi ha raggiunto la perfetta felicità deve augurarsi di morire; infatti, data l’incostanza e rapinosità del tempo, soltanto il ricordo del bene passato è certo.
649 - Dimenticare i propri cari; far svanire, con il corpo, anche il ricordo di loro; piangerli a profusione, per poi ricordarli a stento: tutto questo, è un atteggiamento disumano, che non si addice a un individuo sensato. Si smetta di piangere, e si sia costanti nel ricordo.
650 - Il tempo che fu, nessuno lo definisce “il passato”, ma “ciò che non tornerà più”. È per questo che la memoria di tutti quelli che si fissano solo sul futuro è labile.
651 - Qualunque cosa, se vuoi sapere che cos’è davvero, lascia fare al tempo: i contorni di ciò che si muove, non sono mai del tutto chiari.
652 - Facciamo in modo che il ricordo dei cari defunti ci risulti piacevole. Nessuno ritorna volentieri con la mente a ciò il cui pensiero si accompagni al tormento. Che il nome di una persona amata, dopo la sua scomparsa, ci dia una stretta al cuore, è inevitabile; tuttavia, anche questa stretta, non manca di una sua dolcezza.
653 - A chi ha dimostrato alte qualità morali dobbiamo venerazione non solo quando è tra noi, ma anche quando, fisicamente, non c’è più. Così come il suo influsso benefico è destinato a esercitarsi non soltanto nella sua epoca, ma restare in eredità a quelle successive; allo stesso modo, noi dobbiamo avere per lui una riconoscenza che vada oltre il tempo della sua vita.
654 - Chi considera la fine della sua felicità come un’ingiustizia, è un ingrato. Chi considera solo il piacere che gli viene da ciò che ha, e non sa godere di ciò che ebbe in passato, è uno stolto; infatti, gli sfugge come, ciò che ebbe in passato, sia un bene sicuro, in quanto non c’è motivo di temere che venga meno.
655 - Chi sa apprezzare soltanto le situazioni presenti riduce di molto i piaceri della vita. Anche nel futuro e nel passato c’è bellezza: nel primo, in virtù delle nostre speranze; nel secondo, della memoria.
656 - È tipico dell’ingrato non essere contento del proprio passato.
657 - Se ti metterai a contarli, i giorni ti sembreranno sempre pochi.
658 - Conserviamo nella mente ciò che abbiamo perduto: non permettiamo che, insieme a esso, perisca anche il frutto che ne abbiamo ricavato. L’avere, ci viene strappato; l’avere avuto, mai. È assai ingrato colui che, avendo perduto qualcosa, non si sente in debito per averlo ricevuto.
659 - Fatti un esame di coscienza: chiediti se hai dimostrato la tua riconoscenza a tutti coloro coi quali eri in debito. Ti accorgerai che il bene che hai ricevuto da bambino, te lo sei scordato ancor prima dell’adolescenza, e quello di cui hai fatto tesoro da giovane, non ti è rimasto impresso fino alla vecchiaia. Alcuni episodi, li abbiamo persi, altri li abbiamo rimossi; alcuni sono usciti a poco a poco dalla nostra visuale, da altri, siamo noi ad avere distolto gli occhi.
MERITI
660 - Chiunque, giovando a se stesso, giova anche agli altri.
661 - È un motivo di scusa migliore e più giusto l’essere uomini, che l’essere bambini.
662 - Con chi se lo merita, dividerò ogni pericolo, anche a prezzo del mio sangue. Se poi qualcuno non se lo merita, ma, semplicemente gridando “aiuto”, mi sarà possibile strapparlo dalle mani dei briganti, non esiterò a cacciare quel grido da cui dipende la vita di un uomo.
663 - A fare del male, siamo buoni tutti.
664 - Che misera cosa è non fare del male a colui cui dovresti fare del bene!
665 - L’ira si lascia influenzare da circostanze vane, che esulano dalla questione di cui si tratta. Un atteggiamento troppo sicuro, una voce troppo franca, un modo di parlare senza fronzoli, un modo di vestire troppo ricercato, la scelta di un avvocato alla moda e il favore del popolo, la esasperano. Spesso, l’ira condanna l’accusato per antipatia verso il suo avvocato.
666 - Io non piangerò nessuno che sia lieto, e nessuno che pianga: il primo ha reso vane le mie lacrime; il secondo, con le vane lacrime, si è reso indegno delle mie.
667 - Tutti coloro ai quali, dopo che a lui, si rende necessario richiedere un favore, riducono il merito di chi lo fa.
668 - Nessuno può attribuirsi il merito di un dono che hai deciso di fare senza, con questo, diminuire il tuo.
669 - Sentirsi ricordare sempre i meriti altrui nei nostri confronti, è cosa che strazia e opprime.
670 - C’è una bella differenza se qualcuno va contro la mia volontà, oppure non la asseconda; se mi ruba qualcosa, oppure non me la dà. Invece, noi mettiamo sullo stesso piano chi ci porta via qualcosa e chi ce la nega; chi distrugge le nostre speranze e chi le lascia in sospeso; chi agisce contro di noi e chi agisce a proprio favore per affetto verso altri, o per odio verso di noi.
671 - Chi ha fatto un favore, taccia; sta a chi lo ha ricevuto, raccontarlo agli altri.
672 - Discendiamo tutti dalla stessa origine. Il genere umano ha avuto inizio dallo stesso seme. Nessuno è più nobile di un altro, se non chi è di animo più onesto e più predisposto a fare il bene.
673 - È possibile che il migliore vinca, ma chi vince non potrà non essere il peggiore.
674 - In noi sono insite, in potenza, tutte le stagioni della vita e tutte le arti. È il magistero divino a sviluppare dal profondo del nostro essere le qualità spirituali di ognuno.
675 - L’argomento inamovibile da cui devono avere origine tutte le nostre argomentazioni è che l’onestà non la si debba perseguire se non perché è onesta.
676 - Della propria morale, ognuno è responsabile; i mestieri, li assegna il caso.
677 - Non c’è da vergognarsi se non si ottiene ciò che ci si è preposti; purché si sia ottenuto di preporselo.
678 - Colui che dobbiamo ringraziare per il danno che ci procura è il più insidioso dei malfattori.
679 - Chi è stato gentile e premuroso nei miei confronti, comportandosi con generosità, ma poi si è dimostrato, spesso, superbo, offensivo, rozzo, mi ha messo nella condizione di non avere più nessun obbligo nei suoi confronti; come se, da lui, non avessi ottenuto nulla.
680 - Esistono persone che ci fanno del bene senza volerlo; anzi, proprio perché non vogliono.
681 - Se qualcuno mi ha fatto del bene senza rendersene conto, non gli devo nulla; se mi ha fatto del bene senza volerlo, non gli devo nulla; invece, se mi fatto del bene, ma con l’intenzione di farmi del male, lo imiterò.
682 - Ti posso fornire molti esempi di persone ai quali i loro vizi non hanno arrecato danni; alcuni, ne hanno tratto addirittura vantaggi.
683 - Un muro ci protegge dai nemici e dalla razzie dei briganti; eppure, tutti sanno quale sia la paga giornaliera di chi edifica quei bastioni che, svettando sulla città, saranno il baluardo della sicurezza pubblica. Se volessi fare l’elenco, nelle occupazioni umane, di tutto ciò che costa poco, ma vale molto, non finirei più. Dunque, perché, se al medico e all’insegnante devo di più di quanto li pago, non gli do quanto meritano? Perché non sono soltanto un medico e un insegnante, ma amici, e il mio debito nei loro confronti non deriva dal servizio che mi prestano, ma dall’affetto premuroso che dimostrano nei miei confronti. Di conseguenza, se il medico non fa altro che sentirmi il polso e mi considera un semplice numero tra tutti i pazienti in sala d’attesa, prescrivendomi le terapie ed indicandomi ciò da cui mi devo astenere col più assoluto distacco emotivo, gli devo soltanto la sua parcella; per lui, infatti, non sono un amico, ma un cliente. Allo stesso modo, non c’è motivo che ammiri e rispetti il mio insegnante se, per lui, gli allievi sono un gregge in cui l’uno vale l’altro. Se ha pensato non avessi diritto a un’attenzione specifica, come si deve a ogni singolo essere umano, e ciò che ha insegnato, non l’ho appreso da lui, ma afferrato al volo, nel mentre lo gettava nel trogolo comune, io non gli devo nulla.
684 - Un individuo onesto fa quel che fa perché non può comportarsi diversamente; altrimenti, infatti, non sarebbe un individuo onesto. Dunque, siccome un individuo onesto è tale perché compie il suo dovere, e non può non compierlo, quando fa del bene, non lo si può considerare un benefattore.
685 - Nel corpo degli uomini sono state innestate sementi divine. Se le ottiene in sorte un buon coltivatore, producono germogli degni della loro origine, e di natura analoga; se, invece, il coltivatore è inetto, i semi, come fossero stati piantati in un terreno sterile e paludoso, muoiono, e, invece di messi, spuntano erbacce.
686 - I servigi più grandi sono quelli che riceviamo dai genitori; senza che ne siamo consci, o lo vogliamo.
687 - La vita, se la sai sfruttare, è lunga.
688 - Chi si preoccupa di progredire appartiene ancora alla massa degli stolti; tuttavia, una grande distanza lo separa da essi.
689 - Non è un merito tirare fuori qualcuno dai guai, quando si è quelli che lo ci si è cacciato dentro.
690 - La sofferenza ci fa tutti uguali: nessuno è più fragile di un altro, nessuno è più sicuro di arrivare a domani.
691 - I vizi di molti restano nascosti perché sono deboli; quando le loro forze diverranno adeguate, essi non esiteranno a quell’audacia che gli ha permesso la prosperità degli altri vizi. Ciò che manca loro, sono i mezzi per mettere in atto il male che gli si annida dentro.
692 - Spesso, nella scala del successo, tra il gradino più alto e quello più basso, la distanza è solo apparente.
693 - Così come chi trascura se stesso non danneggia sé soltanto, ma anche tutti coloro cui avrebbe potuto, rendendosi migliore la qualità della vita, fare del bene; allo stesso modo, chi si comporta nobilmente con se stesso, fa del bene anche gli altri, perché crea una situazione dalla quale anche loro trarranno vantaggi.
694 - Tra due individui di animo nobile non è migliore quello più ricco, così come, tra due timonieri parimenti provetti, non diresti che il possessore della nave più grande e sfarzosa, è il migliore.
695 - Non ti meravigliare se nessuno contraccambia il favore che gli hai fatto; infatti, tutti sono convinti che avrebbero meritato qualcosa di meglio.
696 - A essere oneste, sono le nostre azioni, non ciò che facciamo.
697 - Nessuno è venuto al mondo per la nostra gloria; né, ciò che è stato prima di noi, ci appartiene.
698 - L’animo rende nobili: una nobiltà alla quale, da qualunque condizione sociale si provenga, e senza che la sorte possa interferire, è possibile elevarsi.
METE
699 - Chi segue una via, ha una meta da raggiungere; l’errare, invece, non ha limiti.
700 - Colui che credi estinto, ti ha solo preceduto. Siccome devi percorrere la sua stessa via, che c’è di più insensato del piangere chi è solo andato in avanscoperta?
701 - Facciamo ciò che si fa, di solito, nei viaggi: chi si è alzato troppo tardi, compensa con la velocità la sua pigrizia iniziale. L’animo, ogni volta che considera la grandezza dell’impresa che si è preposto, se pensa non a quanto gli resta da vivere, ma a quanto gli resta da fare, diventa più nobile.
702 - Sono pochi quelli che trattano se stessi e le proprie occupazioni secondo un preciso progetto; gli altri, non procedono in avanti, ma vengono trascinati, come relitti su di un fiume. Tra di loro, alcuni li porta una dolce corrente, che li sospinge pian piano; altri li incalza un gorgo impetuoso; altri ancora, l’esaurirsi della spinta li depone vicino alla riva; certi, infine, il rinvigorirsi della marea li disperde in mare aperto. Ecco perché dobbiamo stabilire una volta per tutto che cosa vogliamo, e rimanere saldi nei nostri propositi.
703 - È cosa nobile impegnarsi non considerando le proprie forze, ma quelle che la natura, in potenza; ci ha dato, e concepire alti traguardi, superiori anche a quelli possibili a chi la natura ha dotato di un animo grande.
704 - Gli uomini preferiscono sempre ciò a cui hanno rinunciato.
705 - Dice bene Vagellio, in quella sua famosa poesia: “Se devo cadere, vorrei cadere dal cielo”.
706 - Non potrai citarmi nessuno che sappia in che modo ha cominciato a volere ciò che vuole: infatti, non vi è arrivato per scelta, ma vi è incappato sullo slancio di un impulso irrazionale. La sorte ci assale non meno di quanto noi assaliamo lei. È una vergogna non camminare con le proprie gambe, ma venire trascinati, e in mezzo al turbine degli eventi chiedere, all’improvviso, stupiti: “Ma io, qui, come ci sono arrivato?”
707 - Alcune sostanze, aumentando la quantità, cambiano non di dimensioni, ma di stato: diventano altre sostanze. Perché l’ultima aggiunta, anche se è piccola, produce un effetto così grande? Perché non accresce, ma porta a compimento.
708 - La smania confusionaria non è operosità, ma irrequietezza di una mente esagitata; però, giudicare fastidiosa ogni faccenda, non è amor di quiete, ma indolenza e accidia.
709 - Ci sono persone che, dopo avere ottenuto tutto, desiderano ancora qualcosa: tale è la cecità della mente, e a tal punto ognuno, quando ha fatto qualche passo in avanti, dimentica da dove è partito.
710 - Passare in rassegna tutte le età della propria vita, è caratteristica di chi abbia uno spirito sereno e sicuro di sé; invece, lo spirito di chi è sempre affaccendato, quasi fosse sotto un giogo, non può mai voltarsi indietro a guardare. La vita di costoro sprofonda in un baratro: come un vaso privo di fondo, per quanto si cerchi di colmarlo, non conserva niente; allo stesso modo, non importa quanto tempo sia loro concesso, visto che non può depositarsi da nessuna parte, ma filtra attraverso le sconnessure e i fori del loro animo.
711 - Esiste un luogo in cui tutti finiamo. Coloro che crediamo defunti, ci hanno solo preceduti.
712 - Non esiste, in nessun luogo della terra, cosa preferibile alla vita contemplativa.
713 - Ognuno consideri i motivi che lo rendono lieto o triste, e si renderà conto di come davvero tutte le imprese umane rimangano abbozzi incompiuti, e la vita di ognuno non sia più sacra o seria di un progetto rimasto sulla carta.
714 - Chi sembra non fare nulla, vuol dire che si dedica alle cose più importanti: esplora questioni umane e divine allo stesso tempo.
715 - “Quando la natura si riprenderà il mio respiro, o la ragione lo congederà da me, nell’uscire di scena mostrerò di avere amato la coscienza pulita, le buone intenzioni, il proposito di non limitare mai la libertà altrui, e tanto meno la mia”: chi si proporrà tutto questo, e cercherà di realizzarlo, si innalzerà verso gli dèi; e anche se non riuscirà nell’impresa, almeno cadrà sulla via della gloria.
716 - La natura non dà virtù: diventare buoni, è un’arte.
717 - Anche se, per ottenere altre cose, la condizione sociale e la nobiltà di nascita rappresentano un grande vantaggio, la virtù è a disposizione di tutti. Essa non considera nessuno indegno di lei; purché, di lei, si intenda essere degni.
718 - Non dico che il saggio camminerà sempre con lo stesso passo; ma sulla stessa strada, sì.
719 - Nessuno si prefigge ciò che vuole, né, essendoselo prefisso, persevera nel suo proposito; piuttosto, salta a un altro, e non solo cambia direzione, ma torna sui suoi passi, rivolgendosi di nuovo a ciò che aveva abbandonato e condannato.
720 - Alcuni, la vita li abbandona quando hanno appena cominciato a lottare, e prima ancora che potessero maturare le loro splendide ambizioni; altri, li abbandona quando, mediante mille azioni disonorevoli, sono giunti con fatica agli onori delle cariche pubbliche, per poi accorgersi che tutta quella fatica è stata spesa solo per rendere più solenne il loro epitaffio; altri ancora, li stronca il far uso, tra progetti e speranze perseguite con sforzi massicci e ostinati, della loro decrepita vecchiaia come fosse una seconda giovinezza.
721 - Perché dovrei domandare alla fortuna di darmi, in futuro, una prosperità che rimane esposta al capriccio della sorte, quando posso domandarle di darmi, subito, la forza di non pretendere nulla? E che senso ha, infine, domandare? Dovrei far finta di non conoscere la fragilità della condizione umana, e mettermi ad accumulare denaro? Una fatica simile, che senso ha? Ecco: questo giorno, è l’ultimo; e se anche non lo è, dall’ultimo, non è molto lontano…
722 - “Tutti escono dalla vita come se vi fossero appena entrati”. Prendi chi vuoi: un giovane, un vecchio, un uomo di mezza età; scoprirai che, allo stesso modo, temono la morte e non sanno vivere. Nessuno può vantarsi di aver realizzato appieno se stesso: siamo tutti abituati a rimandare ogni cosa al futuro. Nella massima citata, ciò che mi piace di più è il suo accusare i vecchi di infantilismo.
723 - Protesto, litigo, mi arrabbio: le tue aspirazioni sono ancora quelle che hanno avuto per te la tua nutrice, i tuoi insegnanti o tua madre? Non capisci quanto male c’era, in quelle aspirazioni? Oh, quanto ci sono funesti i desideri dei nostri cari! E più si realizzano, più ci sono avversi.
724 - Bisogna cercare ciò che il tempo non sappia, giorno per giorno, rendere peggiore. Che cos’è? Lo spirito, se è onesto, buono e grande. In che altro modo lo si potrebbe definire, se non come un dio che ha preso dimora nel corpo di un uomo?
MODELLI
725 - Scegli l’aiuto di una persona che ammiri di più per aver visto quel che fa, piuttosto che per quel che dice.
726 - Anche se in te comparirà una somiglianza con qualcuno del quale l’ammirazione abbia fortemente impresso in te i lineamenti, tuttavia, vorrei che gli assomigliassi come un figlio, e non come un ritratto. I ritratti, vanno bene per i santini dei morti.
727 - Un grand’uomo, stargli vicino, porta vantaggio anche quando tace.
728 - Facciamo vedere esempi degni di lode, e si troverà qualcuno disposto a imitarli.
729 - Ognuno, rendendo gli altri peggiori, rende peggiore anche se stesso.
730 - Se ritieni che i nostri vizi siano innati, sbagli: ci piovono addosso; ci vengono inculcati.
731 - Non si può seguire la retta via: i genitori, la servitù, ci portano fuori strada. Nessuno sbaglia per se solo, ma diffonde la propria irrazionalità su chi gli sta vicino, da lui attingendo, al contempo, la propria.
732 - Beato chi è capace di correggere i difetti altrui non solo di persona, ma anche quando viene evocato nella fantasia. Beato chi ha stima di qualcuno al punto che il solo ricordarsi di lui basta a ridargli l’equilibrio interiore: riportarlo sulla retta via. Chi sa stimare a tal punto qualcuno, ben presto verrà, a sua volta, altrettanto stimato.
733 - Si ha bisogno di qualcuno sulla base del quale poter regolare il nostro comportamento. I difetti si correggono solo ricorrendo a norme certe.
734 - Sia che la sorte ci costringa alla sua legge inesorabile; sia che un dio, reggitore dell’universo, abbia ordinato tutto secondo i propri intendimenti; sia che il caso confusamente sospinga senza posa le umane vicende: comunque sia, la filosofia deve proteggerci. Essa ci esorterà a obbedire volentieri a Dio, e con riluttanza al destino. Ci insegnerà a seguire Dio e sopportare la sorte.
735 - Se ci appaghiamo di ciò che è stato già scoperto, non scopriremo mai nulla. Inoltre, chi ricalca le orme di un altro, non solo non trova nulla, ma non cerca nulla.
736 - Chi suscita il desiderio di emulazione, rendendone, al contempo, vana la speranza, fa solo del male.
737 - Chi si è occupato, prima di noi, di tutte le questioni da noi discusse, non è nostro signore, ma nostra guida. La verità non ha confini: ancora, non l’ha colonizzata nessuno. Una gran parte di essa, rimane preda dei posteri.
MORALE
738 - Chi non sa che il saggio, su cosa sia bene e cosa male, non ha le stesse opinioni di tutti? Egli non rispetta i canoni morali umani, non segue le strade maestre dove cammina la folla; piuttosto, così come le stelle si muovono in direzione contraria rispetto a quella del cielo, il suo itinerario, rispetto a quello dell’opinione pubblica, va dalla parte opposta.
MORTE
739 - Ecco un rimedio che salva la vita: il disprezzo della morte. Se sfuggiamo a quel timore, non può esistere più nulla di doloroso.
740 - Non mi interessa affatto che, alla mia morte, si faccia un gran chiasso: la morte fa, ovunque, lo stesso chiasso.
741 - Vuoi vivere; ma, sai vivere? Temi la morte; e perché mai? Questa vita, non è già morte? A Caligola, mentre passava per la via Latina, un vecchio con la barba che gli scendeva fino al petto, e che avanzava in mezzo a una colonna di forzati, chiese che gli desse la morte. Allora “perché, adesso, sei vivo?”, rispose. Questo bisognerebbe rispondere a coloro per i quali la morte sarebbe un rimedio: “Hai paura della morte; perché, adesso sei vivo?”
742 - Prima della vecchiaia, mi preoccupavo di vivere bene; ora che sono vecchio, di morire bene.
743 - Gli spiriti più elevati non amano soggiornare a lungo nel corpo: non vedono l’ora di uscire, di saltarne fuori. Una simile prigionia gli risulta molesta, abituati, come sono, a non avere confini, vagare nei cieli infiniti e contemplare dall’alto le umane vicende.
744 - Ricordati che chi è morto non può avvertire alcun male. Infatti, se lo avvertisse, non sarebbe morto.
745 - Se si ha compassione dei morti, si dovrebbe avere compassione anche di chi non è nato.
746 - Della morte, legge incombente su tutti, è un gran conforto sapere che non potrà tornare per nessuno.
747 - La morte, non può far danni: infatti, ciò a cui essa possa far dei danni, dovrebbe, prima di tutto, esistere.
748 - Se consideri la fine della tua vita non come una punizione, ma come una legge di natura, nel tuo cuore, poiché hai saputo scacciarne la paura della morte, non ardirà entrare nessun’altra paura.
749 - Che cos’è la morte? Una fine, o un passaggio. Della fine, non ho paura - infatti, non è diversa dal non aver mai cominciato - del passaggio, neanche, perché da nessuna parte mi sentirò così angustiato come qui.
750 - Il nostro sbaglio è questo: la morte, la consideriamo davanti a noi; invece, una gran parte di essa sta dietro di noi. Tutto il tempo già trascorso, fa parte della morte.
751 - La morte è la liberazione da tutti i dolori, il confine che i nostri mali non possono superare: essa ci fa tornare a quella tranquillità in cui eravamo sospesi prima di nascere.
752 - Nessuno accoglie lietamente il sopraggiungere della morte, se non chi si è a lungo preparato a farlo.
753 - La morte consacra quelli la cui fine viene lodata anche da chi ne ha il terrore.
754 - Tutto ciò che sembra morire, muta di stato.
755 - Se qualcosa ti impedisce di vivere bene, non ti impedisce, però, di morire bene.
756 - La morte non è né un bene né un male: infatti, soltanto ciò che è, può essere bene o male; invece, ciò la cui natura è di non essere nulla, e ridurre al nulla tutto ciò che è, non può farci nulla. Il male e il bene, per sussistere, hanno bisogno di esprimersi su ciò che esiste.
757 - Se non vuoi temere mai la morte, pensa continuamente a lei.
758 - Bisogna sfidare la morte con coraggio, sia che ci assalga con grande dispiegamento di forze, sia che ci condanni a una fine triviale e ordinaria. Non importa con quanta forza ci minacci, e quanto potere dispieghi contro di noi: il bottino che può fare, è ben misero. Ciò che ci può portare via, lo possono fare anche la vecchiaia, un mal d’orecchie, un ristagno, in noi, di linfa cattiva, un’allergia alimentare, una leggera ferita a un piede.
759 - L’importante, è che sappiamo individuare da che giorno ha inizio la nostra morte.
760 - La sorte non può rapire a sé ciò che la natura ha lasciato andare; dunque, colui che non esiste più, non può essere infelice.
761 - La morte ti cerca. Dovresti temerla se potesse rimanere con te; invece, è inevitabile che o non ti raggiunga, o passi oltre.
762 - Come sono inconsapevoli della loro disgraziata condizione, coloro che non lodano la morte, e non la aspettano persuasi si tratti della più proficua invenzione della natura! Sia che faccia da coronamento alla felicità, sia che tronchi la sventura; sia che ponga un termine al tedio e l’infermità della vecchiaia; sia che estirpi nel fiore degli anni un giovane le cui speranze non sono ancora state deluse, oppure riconvochi a sé i bambini, prima che la vita li sottoponga alle prove più dure: per tutti, essa è un traguardo; per molti, un rimedio, per alcuni, un augurio. Nessuno, però, deve esserle più riconoscente di coloro che raggiunge prima che l’abbiano dovuta invocare.
763 - Chi ha appena cominciato a vivere, non può essere pronto a morire. Per questo dobbiamo far sì che la nostra vita ci appaia pienamente vissuta. Chi non se ne è accorto, e ha cominciato solo da pochi istanti a prendere in mano la sua vita, come può farcela?
764 - Convinciti che è falsa, quella frase che si sente sempre in bocca agli ignoranti: “È bello morire di morte naturale”. Tutti muoiono di morte naturale: tutti muoiono, infatti, nel giorno che, per loro, ha deciso il destino. Quando muori, del tuo tempo, non ti viene sottratto nemmeno un attimo. Il tempo che ti sopravvive, non è più il tuo.
765 - La vita dell’uomo è una cosa da niente, ma il disprezzo della vita è una gran cosa.
766 - Una vita che duri a lungo, non è per forza una vita migliore; una morte che duri a lungo, però, è senz’altro la morte peggiore.
767 - Noi tutti compiamo lo stesso errore: pensiamo che soltanto i vecchi con un piede già nella fossa si avvicinino alla morte; invece, già l’infanzia, e poi la gioventù, e ogni anno della nostra vita, ci conducono a essa. Il destino fa quello che deve fare; soltanto, ci toglie la percezione del nostro progressivo morire: per insinuarsi in noi più facilmente, la morte prende l’apparenza della vita stessa.
768 - La morte è così poco temibile che, grazie a lei, non dobbiamo temere nulla.
769 - La natura mi ha incatenato a questo grave fardello che è il mio corpo. Morirò; è come dicessi: smetterò di potermi ammalare; smetterò di poter venire imprigionato. Smetterò di poter morire.
770 - La morte, o ci annulla, o ci libera: se ci libera, eliminata la materia, ci resta la parte migliore di noi; se ci annulla, non resta niente; e, né bene né male, esistono più.
771 - Che motivo c’è di lamentarsi; qual è il danno, se ciò che era destinato a finire, vien meno?
772 - Almeno a due passi dalla morte, vedi di farcela: fa’ sì che i tuoi vizi muoiano prima di te.
773 - Chi teme ciò di cui non soffrirà è stolto come chi teme ciò di cui non potrà neanche accorgersi. O forse qualcuno crede che potrà avvertire quell’evento in seguito al quale non potrà più sentire niente?
N
NATURA
774 - La natura esige da noi un certo debito; se ne contraiamo uno più grande, è per pura vanità.
775 - Non esiste saggezza che possa eliminare i difetti naturali, sia del corpo che dello spirito. Tutto ciò che è insito e innato può venire attenuato dalle virtù apprese, ma non estirpato.
776 - La natura ci ha affidato la cura di noi stessi; se vi indulgiamo troppo, però, essa diventa fonte di vizi.
777 - Che altro è la natura, se non Dio: il modo in cui la divina razionalità compenetra ogni cosa, e il progetto complessivo dell’universo?
778 - Io sono in armonia con la natura: la saggezza consiste nel non allontanarsi da essa e seguire le sue leggi e il suo esempio. Dunque, è felice la vita di chi si adegua alla propria natura: a questo, però, si può aspirare soltanto avendo uno spirito sano, e la cui salute non subisca mai attacchi; in secondo luogo, uno spirito che sia forte e volitivo; poi, che sia estremamente paziente, adattabile alle circostanze, capace di provvedere ai bisogni del proprio corpo, ma senza ipocondria; infine, che sia anche in grado di apprezzare tutti gli altri beni che abbelliscono la vita, ma senza dar troppa importanza a nessuno di essi. Un animo che sappia sfruttare i doni della sorte, senza mai diventarne schiavo.
779 - Chi è saggio non si adirerà mai con chi sbaglia. Perché? Perché sa che saggi non si nasce, ma si diventa. Sa che pochissimi riescono a superare tutte le stagioni della vita senza perdere la loro saggezza; egli, infatti, ha ben chiara, la condizione umana, quale sia, e nessuno, se non i pazzi, si adira con la natura. Che diresti, se qualcuno si meravigliasse perché nelle foreste non crescono frutti commestibili? Oppure perché i rovi e le erbacce non danno utili messi? Quando la causa di un difetto è la natura stessa, non c’è posto per l’ira.
780 - Il bene è secondo natura; ma non per questo ciò che è secondo natura, è sempre un bene.
781 - Il pregio maggiore che ci ha dato la natura è che la virtù fa penetrare il suo raggio nel cuore di tutti; anche quelli che non la seguono, la vedono.
782 - Non c’è dubbio che il mondo, quando non era ancora esausto, abbia prodotto creature migliori.
783 - La nostra condizione originaria è buona, a patto che non la abbandoniamo. La natura ha fatto in modo che non ci sia bisogno di una gran opulenza, per vivere bene: tutti possono rendersi felici. I beni acquisiti, sono cose di poco conto, e non hanno un grande effetto, in ogni senso, sulla nostra vita. Il saggio non si lascia esaltare dal favore della sorte, né abbattere dalla sua avversità; infatti, egli si è sempre sforzato di contare soltanto su se stesso, e trovare ogni motivo di gioia soltanto nel proprio spirito.
784 - La natura stessa non si può riprendere ciò che ha dato: chi muore, tuttavia, è vissuto; chi ha perso il lume degli occhi, tuttavia, ha avuto la facoltà di vedere.
785 - Niente di ciò che possediamo è necessario. Ritorniamo alla legge di natura: ogni ricchezza, è a portata di mano.
786 - Non possiamo accusare la natura di essere maliziosa; infatti, le uniche cose difficili da scoprire, in essa, sono quelle il cui unico vantaggio sta nel merito di averle scoperte; invece, ciò che può renderci migliori e più felici, la natura lo ha posto alla luce del sole, a portata di mano.
787 - Moriamo peggiori di come siamo nati. La colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi, e dire: “Che succede? Vi ho generati esenti da cupidigia, paura, superstizione, perfidia, e da tutti gli altri mali. Dunque, perché, dalla vita, non ve ne andate uguali a come vi siete entrati?”
788 - Ritengo che l’unica causa dell’umana miseria sia il fatto che l’uomo creda, in natura, esista qualcosa capace di produrre l’umana miseria.
789 - Chi saprà restare nei confini segnati dalla natura, non avvertirà la povertà; chi uscirà da questi confini, verrà perseguitato, anche in mezzo alle più opulente ricchezze, dalla povertà.
790 - Nulla, in questo mondo, si estingue, ma declina e poi risorge, con ricorrente moto. L’estate se ne va, ma un altro anno la ricondurrà con sé; l’inverno finisce, ma la stagione fredda lo farà tornare. La notte scaccia il sole, ma il giorno, presto, avrà ragione di lei. L’orbita delle stelle le riporta nel luogo del cielo che avevano abbandonato: sempre, una parte del cielo sorge, e l’altra tramonta.
NEMICI
791 - Ognuno insegue se stesso; e lo perseguita, molestissimo compagno.
792 - Gli elefanti e i leoni, dopo avere abbattuto un ostacolo, passano oltre; l’ostinazione nel colpire è propria delle bestie ignobili.
793 - Vivi in modo tale da non dover confidare niente a te stesso che tu non possa confidare anche ai tuoi nemici.
794 - Alcuni ci sono eterni nemici non solo dopo che gli abbiamo fatto del bene, ma proprio per questo.
795 - Mettersi in contrasto con un nostro pari è impresa dall’esito incerto; con chi ci è superiore, da pazzi; con chi ci è inferiore, meschina.
796 - Fa’ attenzione a che la tua ira non diventi, per i tuoi nemici, un divertimento.
NOIA
797 - Il tedio esistenziale non può colpire chi si occupa di argomenti nobili, multiformi e divini: è l’inerzia senza stimoli a far sì, abitualmente, che la vita detesti se stessa. A chi volge lo sguardo, senza limiti, sulla natura, la verità non verrà mai a noia: sono le false verità, a disgustare.
798 - Dobbiamo essere ben consapevoli di come i mali di cui soffriamo non sono dovuti ai luoghi della nostra esistenza, ma a noi stessi. Non abbiamo la forza di sopportare alcunché; tutto ci dà fastidio: piaceri, fatiche, noi stessi. Qualcuno è arrivato a morirne: dato che, pur mutando sempre progetti, si ritrovava sempre nella stessa situazione, e non vedeva, intorno a sé, che un’atmosfera stagnante, la vita e il mondo intero, a costui, vennero a noia, fino a che si pose la solita domanda di colui al quale i piaceri hanno reso l’animo torbido: “Fino a quando, le stesse cose?”
799 - È ridicolo correre incontro alla morte per la noia di vivere quando si è vissuto in modo tale che, di correre incontro alla morte, non se ne può fare a meno.
800 - Ci sono persone che vengono colpite dalla nausea di fare e vedere sempre le stesse cose. Non odiano la vita; però, non ne possono più. Un po’ di colpa, se ci capita di scivolare in questa condizione, ce l’ha la filosofia, col suo ripetere: “Fino a quando, sempre le stesse cose? Dunque: mi sveglierò, dormirò, mangerò, avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Nessuna cosa ha uno scopo, ma tutto è connesso in un ciclo di eventi che passano e si susseguono: la notte incalza il giorno, e il giorno, la notte; l’estate declina nell’autunno; l’autunno è braccato dall’inverno che, a sua volta, viene stroncato dalla primavera. Tutto passa, per poi ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo. Alle volte, viene la nausea anche di questo”. Per molta gente, la vita non è una pena, ma qualcosa di inutile.
801 - Soltanto il saggio apprezza ciò che ha: è proprio degli stupidi soffrire per il tedio di sé.
O
OBLIO
802 - Se la condizione più felice è non essere mai nati, quella che le è più prossima credo sia, dopo una vita breve, ritornare alla quiete indifferenziata del tutto.
803 - La velocità del tempo è infinita, come appare con evidenza a chi si ferma, e volge lo sguardo all’indietro. A chi è tutto preso dal presente, invece, essa sfugge: a tal punto lieve è il trascorrere di questa precipitosa fuga.
804 - Ci sono persone che si mettono a raccontare le loro buone azioni ad ogni crocchio di gente per strada. Ne parlano quando sono sobri; quindi, quando sono ubriachi, non possono certo trattenersi. Sfiniscono di queste chiacchiere perfetti sconosciuti, e le confidano agli amici. È proprio per mettere un freno a questo rinfacciare dalla memoria fin troppo buona che prescriviamo, a chi ha fatto del bene, l’oblio.
805 - Chi intende liberarsi di un amore, deve evitare tutto ciò che gli ricordi la persona amata (infatti, nulla è più facile a divampare di nuovo, che l’amore); allo stesso modo, chi desidera sollievo al rimpianto per tutto ciò che, un tempo, ha desiderato ardentemente, deve distogliere occhi e orecchie dai relitti del proprio passato.
806 - Se desideri così tanto una vita più lunga, considera che nessuna creatura, quando scompare dalla nostra vista, per ritornare in quella natura da cui proviene, e dalla quale, presto, verrà rimandata nel mondo, va perduta. Cessa di essere, ma non muore. La morte, che tento temiamo e cui ci opponiamo con tutte le nostre forze, è un intervallo nella vita, non la sua fine. Verrà di nuovo, quel giorno destinato a generarci alla luce; eppure molti, se non rinascessero senza la memoria del passato, rifiuterebbero di vedere quel giorno.
807 - Ci tormentiamo per il presente, il futuro, o entrambe le cose. Sul presente, dare un giudizio, è facile: se il tuo corpo non è in catene, è sano, e nessuno gli fa torto o violenza, a vedere che cosa riserva il futuro, si farà sempre in tempo. Per oggi, intanto, non c’è motivo di preoccuparsi.
OFFESE
808 - Ciò che ferisce, deve essere più forte di ciò che viene ferito. La malvagità non è più forte della virtù; dunque, il saggio non può venirne ferito. Soltanto i malvagi cercano di ferire chi è di animo nobile; costui, coi suoi simili, vive in armonia, nel mentre i malvagi sono deleteri per gli animi nobili così come lo sono l’uno per l’altro. Ma se soltanto chi è più debole può restare ferito, e i malvagi sono più deboli dei nobili di spirito, siccome questi ultimi posso temere ferite soltanto da parte di chi non è come loro, ne risulta che il saggio non può subire nessuna ferita.
809 - Nessuno è più disposto a calpestare gli altri di chi ha imparato a insultare a forza di venire, di continuo, insultato.
810 - Il saggio è sempre al sicuro: nessuna ingiuria, nessuna offesa, possono colpirlo.
811 - Spesso ci adiriamo non con quelli che ci hanno offeso, ma con quelli che siamo convinti lo faranno. Come vedi, dunque, l’ira non ha origine dalle offese.
812 - Come le creature celesti sfuggono agli attacchi dell’uomo, e la natura divina non trae alcun danno da coloro che distruggono i templi e scalzano dal piedistallo le statue; allo stesso modo, tutto ciò che si perpetra con protervia, accanimento, superbia, contro il saggio, è sforzo vano.
813 - Ci sono cose che ti indignano e di cui ti lamenti; e non capisci che, in esse, il male, sta proprio nel fatto che ti indigni e ti lamenti.
814 - Chi non vuole accettare nuovi favori, vuol dire che si è offeso per quelli che ha ricevuto.
815 - È segno di un animo nobile non far caso alle offese: il modo più offensivo per vendicarsi di un’offesa consiste nel dimostrare a chi ce l’ha fatta che non lo si considera degno della nostra vendetta.
816 - Chi scende a lite, diventa un attaccabrighe: se anche vince, moralmente, ha fatto pari e patta col suo avversario.
817 - Distinguiamo l’ingiuria dall’offesa: la prima è, per sua natura, più grave; l’altra, è più lieve, ed è grave solo per le anime sensibili. Infatti, non fa danni, ma rattrista. Tuttavia, la stupidità e vanità umana è tale che, per alcuni, non c’è niente di più aspro da subire.
818 - Gli infortuni dell’animo vanno trattati come quelli del corpo. Spesso una contrattura che si sarebbe potuto sciogliere con la pazienza è diventata, a causa di un brusco strattone, una frattura vera e propria.
819 - Chi, affidandosi soltanto alla ragione, avanza lungo i casi umani con l’animo di un dio, non è esposto in alcun modo a ferite.
820 - I permalosi cui ogni offesa riesce molesta dimostrano di non avere né arte del ben vivere né fiducia in se stessi. Persone simili rivelano apertamente di sentirsi disprezzate: proprio un simile atteggiamento, però, comporta in loro un certo grado, in origine, di meschinità. Infatti, è come se, così facendo, accettassero il pubblico disprezzo. Il saggio, invece, non perde mai la propria autostima, perché, della sua grandezza, è ben conscio.
821 - Quello che mi capita, lo merito o no? Se lo merito, non è un’offesa, ma giustizia; se non lo merito, a vergognarsi deve essere chi è ingiusto con me.
822 - Ciò che viene definito “offesa”, a che cosa si riduce? La gente scherza sulla mia testa pelata, la vista corta, le gambe secche e la statura: che razza di offesa sarebbe sentir proclamare cose evidenti? Ciò che, se detto di fronte a una sola persona, ci fa ridere, se lo dicono in pubblico, ci fa infuriare. Non lasciamo agli altri la libertà di dire quello che noi, di noi stessi, diciamo abitualmente.
823 - Perché agli insolenti e a chi ama fare il brillante a spese degli altri venga meno ogni occasione di scherno, basta essere i primi a sfottersi. Chi ride di se stesso, agli altri non apparirà mai ridicolo.
824 - Togliere a chi ti ha fatto un’offesa il gusto di avertela fatta, è una forma di vendetta.
OPINIONI
825 - Credi che l’opinione pubblica possa essere univoca? Nemmeno l’opinione di un solo individuo, è mai univoca.
826 - Prendere le distanze da un’opinione sbagliata di cui, nel frattempo, ci si è resi conto, e che, ora, si biasima, non è un indizio di superficialità. Bisogna dire, in totale buona fede: “Non sapevo che le cose stessero così; ho preso un abbaglio”. Invece, sostenere “con ciò che ho detto, io rimango coerente, qualunque cosa sia. Non sono una banderuola, io!”: questo, è un perseverare che sa di superba stupidità.
827 - Protagora dice che su ogni questione, allo stesso modo, si può sostenere correttamente un’opinione e il suo esatto contrario. Compresa questa sua opinione.
828 - Le cose stanno così: alle opinioni, diamo credito con molta prontezza. Non mettiamo alla prova le ragioni delle nostre paure, per poi scrollarcele di dosso; invece, ci abbandoniamo all’angoscia, e volgiamo loro le spalle, alla maniera di quei soldati che, scorgendo il polverone sollevato da una mandria in fuga, si precipitano fuori dell’accampamento.
829 - Il pregiudizio, a ciò che la natura ci impone, aggiunge molto di suo.
830 - Nessuno sbaglia esclusivamente da solo, ma ognuno è causa e artefice anche degli errori altrui; infatti, i guai nascono dal fatto che ognuno sta appiccicato alla schiena di chi gli cammina davanti. Siccome tutti preferiscono dar retta agli altri piuttosto che valutare in prima persona, nessuno decide mai della propria vita in modo autonomo, ma sempre secondo le opinioni che sente. Seguire i comportamenti altrui è letale; l’unica salvezza è isolarsi dalla massa.
831 - Le nostre opinioni, quando riguardano i fatti altrui, sono più sincere.
832 - Ciò che segue un ordine, ammette anche una previsione.
833 - Se vivi secondo natura, non sarai mai povero; se vivi secondo le opinioni degli altri, non sarai mai ricco.
834 - Se vivessimo in mezzo ai saggi, sarebbe il caso di tacere e aspettare; invece, nella situazione attuale, sarebbe meglio rendere ben chiaro anche ai saggi ciò di cui abbiamo bisogno.
835 - Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci tocca davvero subire. Spesso, sono più le nostre supposizioni, che i fatti, a farci soffrire.
836 - Le opinioni e i giudizi degli altri, teniamoli al loro posto: non ci devono guidare, ma venire dietro.
837 - La gente si accanisce, contro la ragione, a difendere il suo stesso male.
838 - Tutto deriva dai nostri pregiudizi: non soltanto l’ambizione, lo sfarzo eccessivo e l’avidità, sono sue conseguenze; anche il dolore, finisce per essere un pregiudizio. Ognuno è infelice quanto si crede tale.
839 - Il sole, a cui dobbiamo di poter dividere il tempo tra fatica e riposo, e di sfuggire a un’eterna notte e alla marea di tenebre che, senza di lui, ci avvolgerebbe; il sole, che col suo corso regola le stagioni, nutre i corpi, sviluppa le sementi, fa maturare i frutti: il sole, c’è qualcuno che lo definisce “un sasso”, o “un casuale globo di fiamme”; o in qualunque altro modo, tranne che “Dio”.
840 - Ciò che vedi succedere ai bambini, accade anche a noi, che siamo un po’ più grandicelli. Essi, quando vedono le persone che amano, che gli sono familiari, e con cui giocano, indossare una maschera, si spaventano; allo stesso modo, non solo alle persone, ma anche alle cose, va tolta la maschera, e ridato l’autentico aspetto.
841 - Spesso, la mente non vuole prendere atto neppure delle cose evidenti: è per questo che bisogna inculcarle la nozione anche di ciò che è risaputo.
842 - Dei mali del mondo, la maggior parte della colpa l’hanno i creduloni. Spesso non bisogna neppure stare ad ascoltare la gente, perché in certi casi è meglio sbagliarsi che diffidare.
843 - Se troviamo qualcuno che ci definisce onesti, assennati, irreprensibili, ci riconosciamo tali.
844 - Niente è sicuro per chi giudica sulla base del più incerto tra i criteri: l’opinione pubblica. Se vuoi che la tua volontà non sia incoerente, devi volere la verità.
845 - Puoi ottenere di essere, tra chi non è nato schiavo, il solo individuo veramente libero. “Come”, mi domandi? Se sai distinguere il bene dal male a prescindere da quelli che sono i pregiudizi della gente. Di ogni cosa, bisogna intuire non l’origine, ma lo scopo che si propone.
ORIGINI
846 - Il solo padre di tutti noi è il cielo: l’origine prima di ogni individuo - sia il suo cammino, nella vita, luminoso, o meschino - risale a esso.
847 - Perché inganni te stesso, e solo adesso ti rendi conto del destino a cui sei da tempo sottomesso? Vale a dire: il fatto che tutta la tua vita è un venire ricondotto al luogo da cui provieni. Questa circostanza, e tutte quelle analoghe, vanno meditate, se intendiamo aspettare tranquillamente quella fatale ora estrema il cui timore può rendere inquiete tutte le altre.
848 - Spesso da eventi sciagurati è venuta salvezza.
849 - Platone sostiene non c’è re che non discenda da schiavi, e non c’è schiavo che non discenda da re. La continua promiscuità ha confuso ogni cosa, e la sorte ha rivoltato sotto sopra l’universo mondo.
850 - Da questo corpo il saggio si distacca con animo imperturbabile, oppure ne salta fuori con coraggio, e non si chiede che fine faranno i suoi resti mortali. Allo stesso modo in cui non ci curiamo di sapere che succederà alla barba o i capelli che ci facciamo tagliare, così la sua anima divina, al momento di uscire dall’uomo, non fa caso a dove verrà portata la propria residenza provvisoria - se la estinguerà il fuoco, la ricoprirà la terra, o la sbraneranno le belve - più di quanto un bambino appena nato si preoccupi della placenta.
851 - Se tutto ciò che sono, lo devo alle mie origini famigliari, allora va considerato che esse non si identificano con mio padre, e neanche con mio nonno. In effetti, la mia origine più prossima avrà sempre, a sua volta, un’origine sempre più remota; e così via.
852 - Oltre al fatto che il futuro è sempre incerto, e di sicuro inclina al peggio, per le anime che si sono congedate precocemente dalla frequentazione degli uomini, il viaggio fino al cielo è assai agevole; infatti, sono più leggere, perché si trascinano dietro meno fango. Liberate prima che il contagio terrestre le incancrenisca nella materia, lievi tornando in volo all’origine loro. Si spogliano più facilmente di ciò che le inquina e corrompe.
853 - Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono stato concepito per stare in un fazzoletto di terra; la mia patria è il mondo intero”. Ciò di cui vai in cerca: vivere bene, è possibile in ogni luogo.
854 - La morte mi mette alla prova così spesso? Faccia pure: da parte mia, l’ho sperimentata a lungo”. “Quando?” mi chiederai. Prima di nascere. La morte consiste nel non esistere: una condizione che conosco già bene. Dopo di me, ci sarà ciò che c’è stato prima di me. Se in questa condizione esiste un qualche motivo di tormento, ne consegue che ci sarebbe dovuto essere anche prima che venissimo dati alla luce. Eppure, allora, sofferenze, non ne provammo certo.
P
PALESTRE
all’anima, e tienila in esercizio giorno e notte. Per alimentarla, occorre poca fatica: né il freddo, né il caldo, e neppure la vecchiaia, impediscono i suoi abituali esercizi. Prenditi cura di quel bene che diventa migliore col passare del tempo.
856 - Perdere un sacco di tempo a mettere su muscoli, farsi un collo taurino e rassodare i fianchi, è un modo di fare sciocco, e che non si addice per niente a un uomo colto. Anche se ti capitasse di modellarti, a forza di anabolizzanti, fasci di muscoli ovunque, non potrai mai eguagliare la forza e il peso di un bue ben nutrito. Aggiungi il fatto che, quando il corpo aumenta troppo di stazza, l’anima ne viene scacciata, e si muove con meno agilità. Quindi, per quanto è possibile, limita la mole del tuo corpo, e lascia spazio all’anima.
PASSIONI
857 - Spesso, fingendo certi sentimenti, si ottiene l’effetto che, provandoli davvero, non avremmo ottenuto.
858 - Sostiene Ecatone: “Ti mostrerò un filtro amoroso nel quale non ci sono droghe, erbe, né alcun incantamento di fattucchiera: ‘Se vuoi essere amato, ama’”.
859 - Il risultato dell’odio e del folle amore è pressoché lo stesso.
860 - Non esiste la grandezza dove non c’è anche una mite serenità.
861 - In amore, sia la fortuna che la sfortuna provocano danni: dagli amori felici veniamo strappati a noi stessi; da quelli infelici, distratti alla lotta.
862 - È più facile eliminare le passioni rovinose che controllarle; non farle entrare piuttosto che, una volta entrate, indurle alla temperanza.
863 - Tormentarsi per i mali altrui è eterna disgrazia, compiacersi dei mali altrui è un piacere disumano.
864 - La sorte mi fa guerra: io, non sarò disposto a piegarmi ai suoi ordini. Quel suo giogo, io non l’accetto; anzi - cosa che comporta più coraggio - me lo scuoto di dosso. Per far questo, bisogna mantenere l’animo temprato: se cedo al piacere, poi cederò al dolore, alla fatica, alla povertà, e l’ambizione e l’ira pretenderanno, su di me, gli stessi diritti. Tra tante passioni, finirò intimamente dilaniato; anzi, andrò in pezzi.
865 - Chi è continuamente proteso verso ciò che è incerto, perde ogni stabilità interiore.
866 - Non c’è dubbio: il sentimento dell’amore ha qualcosa di simile a quello dell’amicizia. Si potrebbe dire che l’amore è un’amicizia impazzita.
867 - Tra i malanni della condizione umana c’è anche un ottenebramento spirituale la cui causa non è solo l’inevitabilità degli errori, ma l’umana passione per essi.
868 - Una moltitudine di passioni, anche se moderate, ha più potere della violenza di una sola grande passione.
869 - Ognuno considera, per lo più, giusta, solo quella passione che gli è familiare.
870 - Le attività umane, per terra e per mare, cesserebbero, se non ci piacesse ritentare ciò che, al primo tentativo, non ci è riuscito.
871 - A che serve che su tutta una città scenda il silenzio, quando le passioni di chi ci abita sono esagitate?
872 - Lo spirito, se viene colpito anche una sola volta da qualcosa capace di avvincerlo, poi, ne diventa schiavo per sempre.
873 - L’amore più grande è quello che, a parità di rischio, ottiene di meno.
874 - Alla virtù non accadrà mai che la ragione, per disgrazia, si rifugi dietro i vizi. Un animo con questa attitudine non potrà mai godere di una stabile tranquillità; è inevitabile che venga agitato e trascinato senza tregua colui la cui sicurezza dipende dai suoi difetti: chi non sa essere forte se non quando è adirato, dinamico se non quando è avido, tranquillo se non quanto è spaventato. Un tipo simile, è costretto a vivere sotto la tirannide delle passioni che lo dominano.
875 - Una passione moderata non è altro che una moderata disgrazia.
876 - Chi è amico, ama; chi ama, non per questo lo si può dire, sempre, amico: ecco perché l’amicizia giova sempre; l’amore, in alcuni casi, nuoce. Cerca di diventare migliore, se non altro, per questo: per imparare ad amare.
877 - A chi punisce, nulla s’addice meno dell’ira. Ecco perché Socrate disse al suo schiavo: “Se non fossi arrabbiato, ti picchierei”.
878 - Le passioni sono accessi dell’animo riprovevoli, improvvisi e tumultuosi, che, se sono frequenti e trascurati, lo fanno ammalare; allo stesso modo, il catarro, se è episodico, e non ancora inveterato, provoca la tosse, ma se è assiduo e cronico, la tubercolosi.
879 - Più la nostra ira è ingiusta, e più siamo implacabili. La teniamo ben desta in noi; anzi, la incrementiamo, come se il suo eccesso fosse la prova che, ad adirarci, avevamo ragione.
PAURA
880 - Prima di tutto, ricordati di togliere agli eventi l’angoscia che li accompagna, ed esaminarli per come sono, nudi e crudi; allora, ti accorgerai che, in essi, non c’è niente di terribile se non il timore stesso.
881 - Se volete non aver paura di nulla, pensate di dover avere paura di tutto.
882 - La virtù consiste nella corrispondenza tra pensiero e azione: tutto, in essa, è congruente, e in armonia con un progetto complessivo. Questa coerenza interiore, però, viene meno se l’anima, dalla posizione di assoluto distacco che deve assumere, decade a vassalla del dolore e del rimpianto. Ogni timore, ogni ansia, ogni esitazione all’agire, sono atti moralmente disonesti.
883 - Certe cose vanno temute di meno proprio perché fanno molta paura. Nessuna sventura estrema è una grande sventura.
884 - L’unico fulmine che si teme a quello al quale si è sfuggiti per un pelo.
885 - Chi non si sente libero, non può avere alcuna virtù; infatti, chi è prigioniero della paura, si fa schiavo di tutto.
886 - Le bestie fuggono, quando vedono un pericolo, e, una volta fuggite, si sentono al sicuro; noi ci tormentiamo sia per il passato che per il futuro. Molte delle nostre qualità ci danneggiano: il ricordo rinnova il tormento del timore, la previdenza lo anticipa. Nessuno è infelice solo per ciò che gli succede.
887 - Porre fine alla cupidigia è un buon rimedio contro la paura.
888 - Molte persone rimangono miseramente sospese tra la paura della morte e i tormenti della vita: non vogliono vivere e non sanno morire.
889 - Il dolore per avere perduto qualcosa e la paura di perderlo sono sullo stesso piano.
890 - Non c’è nessuna ragione di vivere, nessun limite alle umane miserie, se si teme tutto ciò che può essere temuto.
891 - Nessuno è così pauroso da preferire star sempre sospeso piuttosto che cadere una volta per tutte.
892 - La paura bada più alle cause che gli effetti.
893 - Che cosa c’è di così ridicolo come desiderare la morte, quando, a forza di temere la morte, ci si è resa la vita una perenne angoscia?
894 - Se vogliamo mettere in chiaro le cause delle nostre paure, scopriremo che alcune sono reali, altre apparenti. Non temiamo la morte, ma il pensiero della morte: infatti, la distanza che ci separa da lei è sempre la stessa; dunque, se si deve temere la morte, la si deve temere in ogni momento della vita. Esiste, in effetti, un momento della vita immune dalla morte?
895 - Nessuna creatura vivente viene alla luce senza dover temere la morte.
PERFEZIONE
896 - Che una cosa possa crescere, è segno che è imperfetta.
897 - Tutto ciò che ha raggiunto la perfezione, è prossimo alla fine.
898 - Siamo così indulgenti con noi stessi che vogliamo venire lodati proprio quando facciamo tutto il contrario di ciò che ce ne darebbe il diritto. C’è chi si sente dire che è la mitezza in persona proprio nel mentre sta torturando qualcuno; altri vengono detti generosissimi quando si fanno ladri, e di gusti alquanto moderati quando si sfiniscono in orge e banchetti. Ne consegue che, se non intendiamo affatto cambiare, è perché ci crediamo perfetti.
899 - Che differenza c’è tra la natura di Dio e la nostra? La parte migliore di noi, è l’anima; in lui, nulla esiste al di fuori dell’anima. Egli, è tutto ragione; invece, l’errore domina a tal punto i mortali che questo universo - del quale nulla esiste di più bello, ordinato per un preciso scopo e costante nel perseguirlo - viene considerato dagli uomini qualcosa di fortuito e soggetto ai capricci del caso.
900 - Due sono le qualità di cui si compone il sommo bene: che il corpo sia senza dolore, e l’anima senza turbamenti. Queste qualità, se sono perfette, non possono aumentare: infatti, come può aumentare ciò che è un culmine? Il corpo è senza dolore: a questa assenza di dolore, che cosa si può aggiungere? L’anima ha raggiunto un’imperturbabile tranquillità: a questa tranquillità, che cosa si può aggiungere?
PIACERI
901 - Alcuni sono infelici non perché la loro vita è priva di piaceri, ma proprio a causa di quei piaceri.
902 - La vita appare, per forza, sempre breve a coloro che la misurano sulla base dei loro piaceri vacui, e perciò senza limiti.
903 - Certuni, di fronte al cibo, non si accontentano della pancia e della bocca: sono golosi anche con gli occhi.
904 - Ogni piacere riserva ciò che ha in sé di più dolce per il momento della sua fine. Dolcissima è quell’età in cui la vita già sta discendendo il crinale degli anni, ma non ancora a precipizio; anche quella che sta ormai sospesa sull’abisso, ritengo che abbia i suoi lati piacevoli: se non altro, al posto dei piaceri, subentra il non averne più bisogno. Quanto è dolce aver sfinito le passioni, e lasciarsele dietro le spalle!
905 - A provocare la mia indignazione non è il fatto che la virtù venga considerata meno importante del piacere, ma che venga considerata una mera causa di piacere: proprio lei, che del piacere è nemica, lo disprezza, e ne sta alla larga il più possibile. Lei, che sta per lo più in compagnia della fatica e del dolore - i disagi degli uomini veri - piuttosto che di questo sentimento da smidollati.
906 - Non c’è cosa capace di alimentare di più l’insofferenza collerica che una vita troppo agiata e incapace di ogni limitazione. Bisogna trattare l’animo con durezza; in questo modo, soltanto i colpi più duri riusciranno a raggiungerlo.
907 - Ormai, gustare cibi schietti e semplici, è da miserabili: bisogna mescolare i sapori tra loro. Nel piatto, succede quello che dovrebbe succedere nello stomaco. Mi aspetto che, prima o poi, ci servano cibi già masticati.
908 - Colui che dedica tutto il proprio tempo ai suoi interessi, e predispone le sue giornate come se ognuna fosse l’ultima, non desidera né teme il domani. Quale nuovo piacere potrebbe portargli, infatti, l’ora che verrà? Tutto gli è familiare; ha provato tutto fino a saziarsene. La sua vita, ormai, è al sicuro; del resto, disponga pure la sorte come vorrà.
909 - Quelli che vengono definiti piaceri, quando superano una certa misura, diventano sofferenze.
910 - Il ricordo del piacere è più duraturo e fedele della sua sostanza.
911 - Tra i piaceri c’è il fatto di avere ancora qualche speranza da esaudire.
912 - Si può definire felice colui per il quale il bene e il male consistono esclusivamente nella bontà o malvagità dell’animo. Un individuo che sia cultore dell’onestà, saldo nella virtù, e che le circostanze fortuite non riescano né a esaltare né ad abbattere; che sia capace di considerare il bene più grande quello che è in grado di procurarsi da sé. Uno per il quale il vero piacere sia il più totale disprezzo del piacere.
913 - Per avere il necessario, ci vuole poca fatica; quella, serve per le raffinatezze.
914 - Una volta, Aristippo rimase deliziato da un profumo e “che gli venga un colpo - disse - a tutti quei frocetti che hanno infamato una cosa tanto bella!”.
915 - Qualunque sia il genere di vita che conduci, la soddisfazione, lo svago e il piacere che vi troverai dipenderanno dalla tua capacità di considerare lievi i tuoi guai, piuttosto che renderteli odiosi.
916 - Non posso chiamare saggio chi abbia un padrone sopra di sé, tanto meno se questo padrone è il piacere; infatti, chi bada solo al piacere, come potrà resistere a fatiche e pericoli, alla povertà e a tutte le minacce che assediano col loro tumulto la vita umana? Uno che si lascia sconfiggere da un avversario così debole, come potrà sopportare la vista della morte, le tempeste della vita e tutti i suoi acerrimi nemici?
917 - Vuoi disprezzare i piaceri della gola? Guarda, quel che si mangia, dove va a finire…
918 - I piaceri dei saggi sono pacati, modesti, assai delicati; non alzano la cresta, anzi, si notano appena; infatti, sono ospiti che non sono stati invitati, e, siccome si sono presentati da sé, non ricevono gli onori di casa; piuttosto, li si accoglie senza soddisfazione alcuna. Essi prendono posto tra le cose della vita come intermezzi, allo stesso modo dei giochi e degli intrattenimenti, tra una questione seria e l’altra.
POTENTI
919 - Tutto ciò che l’uomo possiede di meglio, è posto fuori del suo potere: non gli può essere né dato né tolto.
920 - Chi è così potente che la sorte non lo costringa ad aver bisogno anche delle persone più umili?
921 - Non invidiamo chi sta in cima: tutto ciò che appare elevato, è sull’orlo di un burrone.
922 - La sorte non ha mai favorito qualcuno fino al punto di non minacciargli la perdita di tutto ciò che gli aveva concesso.
923 - A un ricco insolente, preferisco un povero.
924 - La ferocia è sempre una manifestazione di inettitudine.
925 - Tutti coloro che la sorte ha fatto emergere, coloro che sono stati funzioni e ruoli dell’altrui potere, finché sono esistiti, hanno goduto di prestigio, e hanno visto la loro casa riempirsi di gente; dopo la loro morte, però, in breve, ne è svanito il ricordo. Invece, il prestigio dei grandi ingegni cresce col tempo, e non solo si onora la loro memoria, ma anche ogni reperto legato alla loro memoria viene accuratamente conservato.
926 - Ritengo non ci sia nulla di più bello del fatto che chi è collocato nei ranghi supremi della società si senta indulgente verso molte colpe, ma non debba chiedere indulgenza per nessuna.
927 - Chi non può tenere i piedi sopra lo Stato, si ritiene posto, dalla società, in una posizione meschina e subalterna.
928 - L’arroganza non è altro che la scimmiottatura della vera grandezza.
929 - Alcuni sono stati salvati proprio dalle persecuzioni messe in atto, nei loro confronti, dal potere politico. I giudici, infatti - che pure, in una causa ordinaria, li avrebbero condannati - si sono rifiutati di obbedire a un verdetto già scritto.
930 - Di colui che può tutto, si considerano solo le azioni future.
931 - Gli uomini si lamentano dell’ambizione come dell’amante: se valuterai con attenzione i loro sentimenti, ti accorgerai di come, piuttosto che odiarla, ci bisticciano. Analizza ben bene quanti esprimono disappunto per ciò che hanno tanto desiderato, e parlano di abbandonare quelle cariche di cui non possono fare a meno: vedrai che, se perseverano in una condizione che definiscono penosa e pesante da sopportare, è per scelta.
932 - Sono innumerevoli coloro che hanno avuto il dominio di popoli e città; pochissimi, quello di se stessi.
933 - Nessuno di coloro che si danno alla politica considera quanti siano quelli dietro di lui: tutti fan caso solo a quelli davanti a loro. Per gente simile, vedere la molta gente che si sono lasciati indietro non è tanto consolante quanto è gravoso vedere qualcuno davanti a sé. L’ambizione ha questo vizio: non si volge mai indietro.
934 - Niente è così grande da non poter andare in rovina. È la sua stessa grandezza a tramutarsi, per lui, nella causa della sua fine.
935 - La prosperità, se non viene sfruttata con moderazione, distrugge se stessa.
936 - Il saggio si tiene alla larga dai potenti e dai danni che gliene potrebbero venire; con l’accortezza, però, di non far notare che se ne tiene alla larga. Una prima garanzia di sicurezza consiste nel non cercare apertamente di mettersi al sicuro; infatti, chi sfugge a qualcosa, vuol dire che la condanna.
937 - Soltanto chi sa obbedire è in grado di comandare.
938 - È tipico di chi governa lodare il passato, che non tornerà, a detrimento del presente, e attribuire la virtù di dire la verità a coloro da cui non c’è più il pericolo di ascoltarla.
939 - I tiranni sono crudeli per loro piacere; i re, non senza motivo, e per necessità.
940 - Chi ha imparato a morire, ha disimparato a essere schiavo: è al di sopra di ogni potere; o, per lo meno, ne è al di fuori.
941 - Vuoi sapere che cosa puoi fare per un uomo baciato dalla fortuna? Fa’ in modo che non confidi nel suo successo; che si renda conto di come, per conservarlo, occorre metterlo in molte e fidate mani.
942 - È una vecchia usanza di chi ha il potere, e di quanti lo imitano, suddividere gli amici per categorie.
943 - Nessuno di coloro che vedi avvolti in veste purpuree è felice più di quanto lo sia un attore cui il regista abbia fatto indossare, in scena, lo scettro e la clamide, e che, dinanzi al pubblico, avanzi maestoso e su alti coturni; ma appena esce, tolti i calzari, torna a essere alto come prima. Nessuno di quelli che ricchezze e onori innalzano in vetta alla società, è grande davvero. E allora, perché appare grande? Perché, nell’altezza, viene compreso anche il suo piedistallo. Un nano, anche se sta in cima a una montagna, rimane nano; un gigante mantiene le sue dimensioni anche se è cascato in fondo a un pozzo.
PRIVILEGI
944 - Se, nelle battaglie della vita, ti ritieni fortunato, non ti credere mai al sicuro. Tu combatti con le armi della sorte; piuttosto, combatti con le tue. La sorte non rivolge le proprie armi contro se stessa.
945 - Esiste gente che considera i nostri doveri come fossero nostri privilegi.
946 - Ciò che la sorte ha reso, tuo, non è tuo. Un bene che può essere dato, può essere anche tolto.
947 - Se Dio ci concederà di vedere il prossimo giorno, accogliamolo con gioia. È tra tutti il più felice, nonché padrone di sé, colui che può aspettare il domani senza timore. Per chiunque sappia dire “ho vissuto”, il risveglio di ogni giorno è un guadagno.
948 - Se non mi sbaglio, in un mondo di avidi, truffatori, banditi e plagiari, essere l’unica persona a cui nessuno possa far danno, significa essere re.
949 - Chi vuole che i suoi favori risultino squisiti, escogita una strategia per far sentire molti in debito nei propri confronti, ma in modo tale che ognuno di loro si senta privilegiato rispetto agli altri.
950 - Un individuo felice e di perfetta virtù dimostra l’amore che ha per se stesso col mettersi a durissima prova, e non solo sopporta ciò che agli altri appare terribile, se è il prezzo di qualche nobile azione, ma lo abbraccia di sua spontanea volontà. Infatti, preferisce di gran lunga sentirsi dire “sei più valoroso”, piuttosto che “sei più fortunato”.
PROMESSE
951 - Niente è più penoso di dover chiedere per favore ciò che ci era stato promesso.
952 - Chi tiene fede a una promessa avventata, è un pazzo.
PROSPETTIVE
953 - Solo quando sarò riuscito a misurare Dio, conoscerò la limitatezza del tutto.
954 - In occasione dei comizi elettorali, quando i candidati se ne stanno aggrappati alle loro tribune - e chi promette denaro, chi ne fa distribuire dal suo portaborse; un altro consuma a forza di baci le mani di coloro dai quali, una volta eletto, rifiuterà perfino di farsi toccare - nel mentre tutti se ne stanno a bocca aperta ad aspettare che l’araldo annunci i risultati, non pensi sia più piacevole restare da parte, a guardare tutto quel mercato, senza comperare né vendere niente?
955 - Ciò che comincia con una grande somiglianza, finisce in una grandissima diversità.
956 - Capirai che cosa devi fare, e che cosa evitare, solo quando imparerai a conoscere quale sia la tua natura, e quali siano i tuoi doveri nei suoi confronti.
957 - Molte cose devono la loro grandezza non a come sono realmente, ma al fatto che noi siamo piccoli.
PUDORE
958 - Il pudore femminile viene usato per individuare le donne brutte.
959 - Nessuno risparmia la propria dignità, quando l’ha perduta: il fatto di non poter venire ulteriormente puniti è un modo per diventare impuniti.
960 - Spesso un rimprovero troppo aspro ha distrutto un senso di vergogna ancora in boccio. Nessuno teme di diventare quello che già sembra essere. Chi è colto sul fatto, perde ogni pudore.
PULSIONI
961 - La maggior parte degli uomini si agita e smania, come avesse la febbre, nonostante non sia afflitta da alcun male, né avendo la certezza di un male incombente.
962 - Se un qualche impulso sospinge l’animo alla cieca, non può venire definito sentimento. Se qualcuno considera sentimenti e manifestazioni spirituali il pallore del volto, i rigagnoli di lacrime, gli umori la cui emissione segue alla foia del sesso; e poi i sospiri profondi, il dilatarsi delle pupille, e tutti gli altri fenomeni di questo tipo, sbaglia, perché non si rende conto che si tratta solo di pulsioni corporee.
963 - Ognuno di noi comprende che c’è qualcosa, in lui, da cui deriva ogni sua pulsione: che cosa sia, però, nessuno lo sa. Tutti sanno di avere un istinto: quale sia, e da dove derivi, resta ignoto.
964 - La natura, le sue creature, le mette al mondo, non ce le manda allo sbaraglio; e siccome a ciascuno la difesa più sicura viene da chi più gli sta vicino, ciascuno di noi è stato, da lei, affidato a se stesso.
965 - Se difendiamo in nostri vizi, è perché li amiamo, e preferiamo scusarli che cacciarli via.
966 - Sappi che sono ben deboli gli occhi di chi, quando vede che qualcuno ha gli occhi rossi, gli si velano gli occhi di lacrime; allo stesso modo, è una malattia, e non allegria, cominciare a ridere quando gli altri ridono, e, se qualcuno sbadiglia, spalancare la bocca in uno sbadiglio.
967 - La gioia porta all’entusiasmo senza freni; e questo, alla superbia e l’eccessiva autostima.
968 - L’ubriachezza non è causa di vizi; li fa solo venire fuori.
969 - Chi è invidiato, inevitabilmente scompare: qualcuno viene tolto di mezzo, altri precipitano da sé. La prosperità è una condizione inquieta: esaspera se stessa. Sconvolge la mente, e non in un solo modo. Spinge la gente ai comportamenti più disparati: alcuni alla smania di potenza, altri a piaceri senza limiti. I primi, li gonfia di spocchia; gli altri, li infrollisce e annichila del tutto.
970 - Per gli uomini, è più difficile mettersi in pensione di quanto non lo renda difficile l’ordinamento pubblico.
971 - Dobbiamo tenere ben presente, e diffidare, di quel difetto della natura umana per cui siamo maggiormente disposti a prestare fede a ciò che non ascoltiamo volentieri, e ci adiriamo ancor prima di aver formulato un giudizio. Che dire, poi, della facilità con cui ci alteriamo non soltanto per delle accuse, ma per semplici sospetti, e interpretando con malizia lo sguardo o il riso degli altri, ce la prendiamo con degli innocenti?
972 - Chi ha imparato che cosa si deve fare, e che cosa evitare, non è ancora saggio, se i suoi impulsi interiori non si sono nobilitati in conformità a quanto ha imparato.
973 - L’animo umano, per natura, è ostinato: quando qualcosa si staglia risoluto sul suo cammino, e gli si oppone, è più facile assecondarlo che tirarlo via di lì.
974 - Un unico esempio di lussuria o avidità fa molti danni: un commensale troppo sofisticato riesce, a poco a poco, a rendere viziati e di gusti difficili tutti gli altri; la vicinanza di chi è ricco eccita la cupidigia altrui; stare in compagnia di un malvagio infonde la corruzione anche in chi è semplice e puro d’animo. E che cosa pensi accadrà al nostro carattere, quando, presentandosi in pubblico, viene attaccato dalla massa?
975 - Gli uomini amano e, nello stesso odiano, i propri vizi.
976 - Chi non è docile, va trattato in modo docile.
977 - Quando vorrai sapere se ciò cui aspiri deriva da un desiderio naturale o da cieca cupidigia, osserva se, di esso, può essere stabilito un limite. Se a chi si è spinto lontano rimane sempre un traguardo più alto da raggiungere, sappi che le sue aspirazioni non sono naturali.
978 - Quando i vizi si ammansiscono, non c’è mai da fidarsi.
R
RAGIONE
979 - Nell’uomo, al posto dell’istinto, c’è la ragione.
980 - La ragione redime chi è saggio dalla paura; a chi saggio non è, darà più sicurezza la disperazione.
981 - Che cos’è la ragione? L’imitazione della natura. Qual è, per un individuo, il sommo bene? Conformare la propria volontà a quella della natura.
982 - Che cos’ha, di meglio, l’uomo? La ragione: per questo è superiore agli animali, e viene subito dopo gli dèi. Dunque, la qualità precipua dell’uomo è una ragione perfettamente sviluppata; le altre sue doti, invece, le ha in comune con animali e piante. Se ogni cosa, in natura, va lodata, e raggiunge lo scopo della sua esistenza, quando sviluppa la propria qualità precipua, ed essa, per l’uomo, è la ragione, ne consegue che lo scopo dell’esistenza umana è un perfetto sviluppo della ragione. Questa ragione perfetta si chiama “virtù”, e si identifica con l’onestà.
983 - L’uomo, come difesa, può contare solo sulla sua pelle, che è vulnerabile. Per questo Dio gli ha dato due risorse capaci di fare di lui, da creatura in balia della sorte, un essere fortissimo: la ragione e la comune concordia. In questo modo, colui che, se fosse rimasto isolato, non avrebbe avuto alcun potere, si è impadronito del mondo.
984 - Se vuoi che ogni cosa ti sia sottomessa, sottomettiti alla ragione. Se la ragione ti sarà regina, sarai re di molti. Da essa imparerai quali imprese intraprendere, e come; così, il caso, nella tua vita, non avrà più posto.
985 - La ragione non si prenderà mai come aiutanti pulsioni cieche e violente, su cui non alcuna autorità, e che potrebbe tenere a freno soltanto opponendovene altre di pari potenza e specie: come il timore all’ira, l’ira alla pusillanimità, l’avidità al timore.
986 - A chi ha avuto in sorte un temperamento razionale, si può proporre cosa migliore della ragione?
987 - Afferrare le cose piccole è altrettanto difficile che quelle grandi.
988 - La ragione in null’altro consiste se non in quella parte dello spirito divino che è sprofondata nel corpo umano. Se la ragione è divina, e, senza la ragione, non esiste nessun bene, ne consegue che ogni bene è di origine divina.
989 - Noi seguiamo la via per cui ci conduce la ragione, non quella della verità. Evita di fare qualsiasi cosa tranne quelle del cui felice esito tu possa dirti sicuro. Smetti di imparare tutto ciò la cui verità non è a prova di dubbio: vedrai che, in questo modo, non si fa più nulla, e la vita cessa di essere tale .
990 - Farai una cosa ottima e salutare se persevererai lungo la via della lucidità intellettuale, che è stolto chiedere come fosse una grazia del cielo, visto che puoi ottenerla con le tue sole forze.
991 - La ragione è comune agli uomini e agli dèi: in quelli è perfetta, in noi è perfettibile.
992 - La passione cede subito, la ragione rimane costante.
993 - La ragione non si esaurisce nell’evidenza; la sua parte più importante e luminosa, sta nell’inconscio.
994 - La ragione vuole dare un giudizio che sia giusto; l’ira, vuole trovare giusto il giudizio che ha dato.
995 - Nessuna quiete porta pace se non quella che è effetto della ragione.
996 - Soltanto la ragione è immutabile e sicura, nei suoi giudizi; infatti, non è serva, ma signora dei sensi.
RICCHEZZA
997 - Una grande ricchezza è una grande schiavitù.
998 - Se le mie ricchezze si volatilizzeranno, non mi porteranno via altro che se stesse.
999 - La via più breve per giungere alla ricchezza passa per il disprezzo della ricchezza.
1000 - Paragona tra loro il volto dei poveri e quello dei ricchi: i poveri ridono più spesso e più di cuore. Nel loro intimo, non nutrono nessuna ansia, e anche se li preoccupa qualcosa, ogni magagna, in loro, trascorre come una nuvola leggera. Coloro che vengono definiti “fortunati”, invece, ostentano un’allegria simulata che sembra la degenerazione di un’opprimente tristezza; tanto più gravosa in quanto, a loro, mostrarsi infelici, non è concesso, Così, anche in mezzo alle angustie che gli rodono il cuore, sono costretti a fare la parte di quelli felici.
1001 - Gli uomini più baciati dalla fortuna e dalle smisurate ricchezze subiscono maggiormente le scosse della sorte: la zavorra che grava su di loro li fa affondare tanto più velocemente quanto più grande è il mare su cui fanno rotta.
1002 - Posidonio dice che la ricchezza è causa di male: non perché, in sé, faccia qualcosa di male, ma perché induce a farne.
1003 - Il denaro rotola nelle tasche di certe persone come nelle grate di una fogna.
1004 - Le ricchezze a cui tu guardi con cupidigia, perché ti facciano sentire ricco e potente, finché rimangono in mano tua, hanno nomi volgari: si chiamano “casa, servitori, soldi”. Se le doni, però, vogliono dire “far del bene”.
1005 - Consideriamo quanto sia più leggero non possedere piuttosto che perdere ciò che si ha; allora, capiremo come i poveri siano meno soggetti a sofferenze, perché le loro possibilità di perdere qualcosa sono minime.
1006 - Osserva i poveri: nella maggior parte dei casi, non ti parranno affatto più infelici o angosciati dei ricchi; anzi, direi che sono più sereni, perché il loro animo è meno oppresso dalle preoccupazioni.
1007 - La sorte, dove potrebbe lasciare in custodia con più tranquillità le sue ricchezze, se non dove, quando verrà a chiederle indietro, non sentirà nessuna lamentela?
1008 - Non considero povero colui al quale basta ciò che gli è rimasto, per quanto misero sia.
1009 - Ti capiterà di incontrare individui che sono, tra le ricchezze, poveri. Si tratta del genere peggiore di povertà.
1010 - Ti mostrerò la particolare indigenza che affligge le persone di grande prestigio; che cosa manca a chi possiede tutto: qualcuno che sia, con loro, sincero; qualcuno capace di liberare chi è rimbambito dalle menzogne in mezzo a cui vive - e che l’assuefazione ai complimenti ha condotto al punto di non vedere più, sotto la maschera degli elogi, la verità - dalla folla di quei bugiardi che gli danno ragione.
1011 - La ricchezza deve essere causa di molte qualità, non di molte miserie. È per questo che si chiama così.
1012 - Nego che la ricchezza sia un bene; infatti, se lo fosse, renderebbe buono chi la possiede.
1013 - Per quanto riguarda coloro la cui povertà oberata di impegni usurpa il nome di “ricchezza”, essi hanno la ricchezza nello stesso senso in cui noi diciamo di avere la febbre; quando, in realtà, è lei ad avere noi.
1014 - Il denaro non ha mai reso ricco nessuno; anzi, al contrario, ha fatto sentire in chi lo possiede una sempre maggiore smania di averne. Vuoi sapere perché? Chi più ne possiede, acquista il potere di possederne ancora di più.
1015 - La ricchezza esibisce una verosimile impostura del bene, che la massa trova credibile.
1016 - Domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Prima di tutto, avere quanto è necessario; quindi, quanto basta.
1017 - Chi crede sia segno di animo nobile offrire doni, riempire le tasche e le case di molta gente, fa un grave errore. Spesso, a far ciò, non è un animo grande, ma una grande ricchezza. Gente come questa non sa quanto sia più nobile e difficile ricevere che dar via.
1018 - Oggigiorno, volere quanto basta, è da gente rozza: pitocchi veri e propri.
1019 - Gode al massimo grado della ricchezza chi ne sente al minimo grado il bisogno.
1020 - Il saggio non si considera indegno di nessun regalo della fortuna: non ama le ricchezze, ma le preferisce. Non le accoglie in cuor suo, ma in casa sua. Non si disfa di ciò che possiede, ma lo domina, e cerca di utilizzarlo per rendere più grande la propria virtù.
1021 - Il nostro Zenone, quando gli fu annunciato che, a causa di un naufragio, tutti i suoi averi erano finiti in fondo al mare, disse: “La sorte mi impone di fare filosofia senza più tanti impacci”.
1022 - I soldi, ci si tormenta di più nel possederli che nel farli.
1023 - Una povertà che si adatti alle leggi della natura rappresenta una grande ricchezza. Tu, però, sai quali siano i confini che la natura ha stabilito per noi? Non soffrire la fame, la sete e il freddo. Per debellare la fame e la sete, non è necessario fare da postulanti alle porte dei potenti, né sopportare una pesante arroganza o una umiliante compiacenza; non è necessario sfidare i mari, né dichiarare guerre: le esigenze naturali, sono facili da procurarsi, e alla portata di tutti.
1024 - Come si possono avere dubbi sul fatto che la ricchezza dia possibilità maggiori, a un saggio, di esprimere compiutamente il suo animo, rispetto alla povertà? Nella povertà, l’unica dote che si può esercitare è la forza d’animo e la capacità di sopportazione; nella ricchezza, il ventaglio di possibilità si estende a temperanza, generosità, capacità di pianificazione, senso dell’ordine e gusto dello sfarzo.
1025 - Il possesso di tutto ciò che esula dalla natura, sappi che è precario e non necessario.
1026 - Ci si affanna troppo per il superfluo. Chi ben si adatta alla povertà, è ricco.
1027 - Chi sa utilizzare stoviglie di terracotta come se fossero d’argento, è un grand’uomo; né è da meno chi sa utilizzare stoviglie d’argento come se fossero di terracotta. Anche non sapere far buon uso della ricchezza, è indizio di un animo debole.
1028 - Ci dispiace di non poter comperare l’aria che respiriamo, e il sole; e che quest’aria, anche ai ricchi esteti, sia disponibile facilmente, senza spendere soldi. Oh, come ci pesa che la natura abbia reso qualcosa un bene comune!
1029 - Per molti, l’avere accumulato ricchezze ha segnato non la fine, ma una metamorfosi puramente esteriore della loro infelicità.
1030 - Chi sa ridere delle ricchezze che lo circondano, meravigliandosi di come siano potute toccare proprio a lui; chi, quelle ricchezze, le sente definire sue, piuttosto che sentirle sue: quello, è un grand’uomo. Chi sa essere povero in mezzo alle ricchezze, è un animo nobile.
RICOMPENSE
1031 - Le buone azioni sono ricompensa a se stesse.
1032 - Chi assiste un ammalato nella prospettiva dell’imminente testamento, lo definisco un ingrato. Come quegli uccelli che si nutrono di carcasse incombono sulla pecora sfinita dalla malattia, e ormai agonizzante; allo stesso modo, costui non vede l’ora che l’ammalato muoia, e svolazza intorno al suo cadavere.
1033 - La fatica non sia vana, e senza risultato, e il risultato non sia indegno della fatica. Di solito, infatti, le frustrazioni nascono dal mancato successo, oppure dalla vergogna per il successo avuto.
1034 - Anche le cose più belle della vita sono fonte di preoccupazioni: la condizione di chi ha avuto tutto dalla vita, va sempre guardata con sospetto. Per restare felici, infatti, bisogna che a ogni felicità ne succeda sempre un’altra; ogni desiderio esaudito, comporta nuovi desideri. Tutto ciò che proviene dal caso, è instabile: chi più sale in alto, tanto più velocemente precipita. La prospettiva di precipitare, però, non fa felice nessuno; di conseguenza, la vita di coloro che si procurano con gran fatica ciò il cui possesso comporterà una fatica ancora maggiore, non può che essere non solo brevissima, ma miserabile.
1035 - Le massime sono come semi: sono piccole, ma il loro effetto è grande. Questo, a patto che trovino una mente adatta ad assimilarle, e farle proprie; dopo di che, anch’essa, a sua volta, diventerà molto feconda, e restituirà più di quanto ha ricevuto.
1036 - Un’ininterrotta infelicità ha soltanto questo di buono: alla fine, rende forti coloro che sempre tormenta.
1037 - Tieni sempre presente, dentro di te, questa immagine: la sorte organizza dei giochi che consistono nel far piovere su chi vi partecipa - noi, i mortali - cariche, ricchezze, favori, una parte dei quali, a forza di venire contesa a strappi, va in pezzi, un’altra, se la dividono tra loro i membri di società prive di scrupoli, un’altra ancora viene afferrata al volo, ferendo seriamente coloro ai quali era destinata. Alcuni di questi favori sono finiti su gente distratta a fare tutt’altro; altri, siccome si cercava di farne man bassa, sono, per la foga della presa, sfuggiti di mano. Comunque, anche tra coloro cui il ratto è riuscito, nessuno riesce a godersi il bottino fino al giorno dopo. Ecco perché i più prudenti, non appena vedono che si cominciano a distribuire dei cotillons, se ne vanno di corsa dal teatro, sapendo quanto è altro il prezzo di quei piccoli doni. Nessuno attacca briga con chi se ne va, nessuno colpisce chi si ritira: la rissa si accende solo intorno ai premi.
1038 - Quando faccio un favore a una persona di animo nobile, devo rinunciare a qualsiasi contraccambio, a meno che non mi ci costringa una circostanza di forza maggiore .
1039 - Si riceve quanto ci è stato promesso. Il destino va per la sua strada: a ciascuno, di ciò che è stato stabilito, non toglie né aggiunge nulla. Preghiere e smanie sono inutili: a ciascuno spetta quanto, nel giorno della sua nascita, gli è stato assegnato.
1040 - Considera quanto sia bello esaurire in pieno, prima della morte, il senso della propria vita, e poi starsene ad aspettare, tranquilli, il tempo che ancora ci rimane, senza più ambizioni, ma appagati da una vita felice; la quale, se dura di più, non può per questo diventare più felice ancora.
1041 - A qualcuno devi ricambiare un favore perché te lo ha chiesto con insistenza, a qualcun altro perché ti ha detto di non farlo. A uno perché è malvagio, e all’altro perché non lo è.
1042 - Se sai far bene i conti, ciò che si guadagna è, in realtà, ciò che si perde.
1043 - In noi, abita uno spirito divino, testimone e censore del bene e del male: a seconda di come lo trattiamo, lui tratta noi.
1044 - Comportati con i tuoi sottoposti come vorresti che i tuoi superiori si comportassero con te.
RICONOSCENZA
1045 - Se qualcuno spera riconoscenza in chi ha stremato a forza di farlo aspettare e torturarlo col supplizio dell’anticamera, si sbaglia.
1046 - I sentimenti di chi prova riconoscenza si intonano con quelli di chi concede il favore; è per questo che, i favori, non bisogna farli a cuor leggero.
1047 - Siccome la natura ha fatto sì che, per una sorta di legge non scritta, le offese rimangano impresse a fondo nella memoria, nel mentre i favori restano in superficie, e il tempo ne lava via ogni traccia; quando qualcuno, con i suoi continui favori, ci umilia, che razza di riconoscenza può aspettarsi? È già molto se, per riconoscenza, gli si perdona i favori che ci ha fatto.
1048 - Se vuoi contraccambiare un favore, devi essere pronto ad andare in esilio, versare il tuo sangue, sopportare la povertà e, spesso, macchiare il tuo stesso buon nome, esponendoti a dicerie indegne. La gratitudine è un bene che costa molto.
1049 - Chi non rende un favore, sarà anche più indegno; ma, in chi non lo concede, l’indegnità è un peccato originale.
1050 - Un solo favore ben riposto compensa i danni di molti favori fatti a fondo perso.
1051 - Chi si convince troppo spesso di avere fatto un favore senza riceverne un altro indietro, è destino che non venga mai contraccambiato.
1052 - Chi non sa essere grato ad altri, non è grato nemmeno a se stesso.
1053 - Sono pochi coloro nei quali la riconoscenza sopravvive alla scomparsa del dono. Nella maggior parte dei casi, il ricordo del dono non sopravvive alla fine del suo godimento.
1054 - La riconoscenza per un dono è inversamente proporzionale al tempo della sua attesa.
1055 - Se sono grato a qualcuno, non è perché, un domani, quello, ispirato dal mio esempio, mi aiuti più volentieri, ma perché voglio nutrire un sentimento gradevolissimo e bellissimo. Sono grato non perché mi fa comodo, ma perché mi piace.
1056 - Per un uomo dotato di dignità, e onesto, è assai triste essere costretto ad amare chi gli risulta odioso.
1057 - Chi, spontaneamente, aumenta il proprio debito, si dimostra, con questo stesso fatto, capace di riconoscenza.
1058 - Chi non si sente riconoscente da subito, non lo sarà mai.
1059 - Se gli unici favori che facciamo sono quelli da cui ci aspettiamo un contraccambio, allora dovremmo morire senza fare testamento.
1060 - Che cosa c’è di più onesto della gratitudine? Questa virtù, per venire alla luce, ha tante opportunità quante sono le situazioni che un uomo, nell’arco di tutta la sua vita, incontra.
1061 - Per lo stesso motivo per cui anche chi tace potrebbe essere un abile oratore, e chi rimane a braccia conserte, o con le mani legate, potrebbe essere un uomo forte; così come un timoniere resta tale anche sulla terraferma, in quanto, alla sua perizia, se è ben consolidata, non viene a mancare nulla, anche se qualcosa impedisce che se ne faccia uso; così, anche colui che nutre soltanto l’intenzione di essere riconoscente, e, della sua intenzione, ha come testimone unicamente se stesso, è, per ciò stesso, riconoscente.
1062 - Restituire ciò che si è ricevuto con piacere a chi non desidera affatto riaverlo indietro, con la riconoscenza, non ha niente a che fare.
1063 - Lo scopo che si propone un individuo di grandi qualità e di animo nobile è di sopportare chi è ingrato talmente a lungo da farlo diventare riconoscente.
1064 - Perché, se qualcuno mi fa del bene, lo definisco un favore, mentre, se sono io stesso a farmi del bene, no? Se ricevo qualcosa da un altro, sono in debito con lui; se lo ricevo da me stesso, non dovrei essere riconoscente a me stesso?
1065 - Non ha importanza se qualcuno accetta il bene che gli viene fatto con animo lieto o scontrosamente.
1066 - Se qualcuno è tanto ingrato che ricordargli continuamente i suoi debiti non servirà a niente, lo lascerò perdere, non giudicandolo degno di venire costretto a essermi riconoscente.
1067 - Non c’è dubbio che, se voglio dimostrare gratitudine, devo avere la stessa disposizione d’animo che ha avuto, nei miei confronti, il mio benefattore.
1068 - Chi compra a prezzo vantaggioso, non deve gratitudine al bottegaio.
1069 - Agli ingrati che rifiutano gli venga fatto del bene non perché non lo vogliono, ma per non essere in debito con nessuno, si possono paragonare, per contrasto, coloro che eccedono in gratitudine, e che, di solito, si augurano succeda qualche disgrazia a coloro cui devono riconoscenza; così, potranno dimostrare come ricordano bene il favore ricevuto, e quanto affetto esso ha indotto nel loro cuore.
1070 - Quanti sono i modi in cui si può restituire un favore anche a chi ha il successo dalla sua parte! Consigli leali, frequentazione assidua, conversazione affettuosa e piacevole, ma senza adulazione; essere buoni consiglieri, quando c’è bisogno di una decisione; interlocutori che non tradiscono, quando ci si vuole confidare. Insomma: un rapporto di amicizia.
1071 - Alla gratitudine non si addice la fretta di ricambiare; piuttosto, la più totale fiducia nella propria onestà.
RIMPIANTO
1072 - Ciò che è già stato e ciò che sarà, non è presente: non possiamo percepire né l’uno né l’altro. Il dolore, però, deriva solo da ciò che si percepisce.
1073 - Perdere qualcuno che ami, ti parrà una disgrazia gravissima; invece, piangerlo sarà tanto insensato come piangere le foglie che cadono da quei begli alberi posti a ornamento della tua casa. Guarda tutto ciò che ti dà gioia come guarderesti quegli alberi: godine, finché i rami non sono secchi.
1074 - Gli uomini sono tanto insensati e inconsapevoli di dove vanno, verso dove li spinge ogni giorno che passa, da restare di sasso, se perdono qualcosa: proprio loro che, in un giorno solo, dovranno perdere tutto.
1075 - La filosofia ti farà il dono che io considero il più grande: la capacità di non avere mai rimpianti. Questa salda felicità, che nessuna tempesta può scuotere, a dartela, non saranno ragionamenti logicamente inoppugnabili, un’eloquenza fluida e affascinante: le parole vengano da sé, purché l’anima abbia in se stessa il proprio centro; sia nobile, immune alle opinioni della massa, e contenta di sé per quegli stessi motivi per cui, gli altri, ne vengono infastiditi.
S
SAGGEZZA
1076 - Ritengo che molti sarebbero giunti alla saggezza, se non avessero creduto di esserci già giunti.
1077 - Chiunque priverà il saggio delle sue ricchezze, lo lascerà in possesso di tutti i propri averi; infatti, egli vive appagato del presente, e sereno sul futuro.
1078 - Ti insegnerò in che modo puoi capire se sei saggio, o no. Il saggio è sempre pieno di gioia, contento e sereno, imperturbabile. Egli vive come un dio in terra. E ora, analizza te stesso: se non sei mai triste, se nessuna speranza inquieta il tuo animo per ciò che verrà; se giorno e notte il tuo animo, al di sopra delle umane vicende, rimane costantemente pago di sé, allora sei giunto alla condizione più beata cui possa aspirare un uomo. Se, invece, aspiri ai piaceri, di ogni tipo e di ogni origine, sappi che sei lontano tanto dalla saggezza che dalla gioia.
1079 - Il saggio è l’unico a possedere tutto, e cui, conservare i suoi beni, non risulti difficile. Di conseguenza, gli accade di non desiderare nulla; fuori del tutto, infatti, non c’è nulla.
1080 - Si può essere saggi senza ostentare il proprio sapere, e rendersi detestabili.
1081 - La saggezza non lascia spazio al male; infatti, l’unico male, per lei, è la disonestà, che, dove già sussistono, fianco a fianco, virtù e schiettezza, non può certo entrare.
1082 - Un uomo che muore sereno come è nato, vuol dire che ha fatto della saggezza un sentimento.
1083 - Cosa fa sì che il saggio non sia mai adirato? La moltitudine degli inetti e dei colpevoli, che lo fa cosciente di come, adirarsi con vizi così diffusi, sarebbe ingiusto e pericoloso.
1084 - Chiunque giunge alla saggezza da vecchio, a portarcelo, sono soltanto gli anni.
1085 - Siamo più saggi nelle sventure: quando tutto va per il meglio, perdiamo il senso della giustizia.
1086 - Il saggio medita sulla povertà soprattutto quando si trova circondato dalla ricchezza.
1087 - Se mi fosse concessa la saggezza a condizione di tenerla chiusa dentro di me, e non poterla proclamare, la rifiuterei: nessuna cosa dà piacere possederla, se non la si può condividere.
1088 - La saggezza non sa fabbricare armi, barriere, né ordigni bellici: essa favorisce la pace e invita il genere umano alla concordia.
1089 - La vita del saggio ha una grande estensione: egli non è sottoposto ai confini che imprigionano tutti gli altri; è il solo a essere affrancato dalle leggi che sottomettono a sé il genere umano. Tutte le epoche sono al suo servizio, quasi fosse un dio. Il tempo passato? Lo abbraccia col ricordo. Il tempo presente? Lo sfrutta. Il tempo futuro? Lo pregusta. Questo suo fare di tutti i tempi un’unica prospettiva distesa davanti a lui, gli rende lunga la vita.
1090 - La saggezza perfetta rende la vita felice, ma anche l’aver appena intrapreso la via della saggezza, basta già a farla sopportabile.
1091 - Finché sei vivo, impara a vivere.
1092 - La qualità che contraddistingue il saggio è la serenità.
1093 - Se dicessi che non bisogna tenere conto dei principi dogmatici, impartirei un principio dogmatico.
1094 - Ecco perché sostengo che al saggio non accade mai nulla di contrario alle proprie aspettative: i casi umani, non si può dire non gli tocchino; però, non gli toccano gli umani errori. Le cose non avverranno tutte secondo il suo volere; però, secondo le sue previsioni, sì.
1095 - Di solito, una gran parte del mio tempo la trascorro a contemplare la saggezza. La fisso con quello stesso sguardo stupefatto con cui fisso, talvolta, l’universo, che, spesso, mi pare di vedere per la prima volta.
1096 - Se il saggio non può fare a meno di adirarsi contro le malefatte dei disonesti, e affliggersi, a causa delle umane colpe, fino a non aver più pace; allora, al mondo, non esiste creatura più angosciata di lui: la sua vita sarà tutta una vicenda di collera e tristezza.
1097 - Non è un’arte, quella che ottiene il suo scopo soltanto per caso. Se la sapienza è un’arte, dunque, bisogna che il saggio si proponga obbiettivi ben mirati, scelga seguaci in grado di trarne profitto, e abbandoni coloro nei quali ha perso ogni speranza.
1098 - La saggezza consiste in questo: ritornare alla natura; venire ricondotti a quel luogo da dove gli errori della massa ci hanno cacciati.
1099 - Se l’ingiuria consiste nel subire danni, e il saggio non può venire danneggiato da nulla, ne consegue che il saggio non può subire alcuna ingiuria.
1100 - Supponi che io debba scomparire del tutto, e che, dopo la morte, dell’uomo, non resti nulla. Eppure, anche se sarà mio destino trapassare nel nulla, la mia grandezza d’animo, non me la potrebbe togliere nessuno.
1101 - Come è più opportuno non far caso a tutte le offese, come se si fosse invulnerabili a qualunque stoccata! Vendicarsi, significa ammettere di soffrirne. L’animo che si lascia piegare dalle offese, non è un animo nobile. Chi ti ha offeso, o è più potente di te, o è più debole: se è più debole, risparmialo; se è più potente, risparmia te stesso.
1102 - Come la lana, certi colori, li assorbe subito, mentre altri non riescono a intriderla se non dopo ripetute immersioni nella tintura bollente, così la mente, certe discipline, non appena le vengono insegnate, le assimila immediatamente: la saggezza, invece, se non l’ha impregnata a fondo di sé, e, piuttosto che ridursi a una tinta esterna, si è fatta sua sostanza, finisce per deludere tutte le aspettative che ci si era fatte sul suo conto.
1104 - A nessuno è mai successo di diventare saggio per caso. Si può ottenere, per buona sorte, denaro; può darsi che ti offrano una carica, e, magari, ti tributino onore e stima. Nella virtù, però, non inciamperai mai involontariamente.
1105 - La saggezza consiste nel senso del limite.
SCELTE
1106 - C’è una bella differenza tra non escludere e scegliere.
1107 - Ciò che ci rende così malefici, è il fatto che nessuno si mette a fare un bilancio della propria vita. Consideriamo il da farsi (e, anche questo, di rado) ma non consideriamo ciò che abbiamo fatto. Eppure, è dalla considerazione del passato che dipendono i progetti per il futuro.
1108 - La filosofia non è un’arte buona per il popolo, o che si presti a essere ostentata: essa non consiste in parole, ma fatti. Senza di essa nessuno può vivere libero dalla paura, e sicuro. In ogni momento si danno innumerevoli situazioni che richiedono di prendere una decisione; e questa, la può indicare solo la filosofia.
1109 - Che cos’è il bene? La conoscenza? Che cos’è il male? L’ignoranza. Chi è previdente e artefice del proprio destino, sa che cosa deve, a seconda delle circostanze, prediligere o rifiutare; egli, però, sempre che sia di animo forte e indomito, sa anche non temere ciò che rifiuta, né dar troppa importanza a ciò che predilige. Ti proibisco di lasciarti andare e abbatterti. Non basta non sottrarsi alla lotta, bisogna aspirarvi.
1110 - Quando diamo in pasto un ingrato al pubblico biasimo, un po’ della sua vergogna diventa anche la nostra; infatti, lamentarsi di aver gettato al vento un favore significa ammettere che lo si è concesso a vanvera.
1111 - La vita, ognuno la deve rendere ben accetta anche agli altri; la morte, a se solo. La migliore, dunque, è quella che gli va più a genio.
SCIENZA
1112 - Verrà il tempo in cui i nostri posteri si meraviglieranno di come abbiamo potuto ignorare verità così evidenti.
1113 - Il mondo sarebbe ben misera cosa, se in esso non vi fosse, per tutto il mondo, materia di ricerca.
1114 - La natura, è più facile comprenderla che spiegarla.
1115 - La natura non svela i suoi misteri tutti in una volta. Noi, che ci crediamo i suoi iniziati, sostiamo ancora nel suo atrio.
SCUOLE
1116 - Ogni volta che entro in una scuola, mi vergogno del genere umano.
1117 - Tra te e un libro, ci dovrà pur essere qualche differenza… Fino a quando continuerai a fare lo scolaro? Ormai, è ora che insegni… Perché dovrei stare ad ascoltare cose che posso comodamente leggere in un libro?
1118 - Non smettere, a ogni età, di studiare, non è certo inopportuno; andare a scuola per tutta la vita, però, sì!
1119 - Ciò che insegna l’esperienza, arriva tardi, e varia da caso a caso; ciò che insegna la natura, si apprende subito, ed è per tutti uguale.
1120 - Insegnare non serve a niente, finché la mente di chi apprende non si libera degli errori concettuali che la ottenebrano. Altrimenti, insegnerai a ripetere meccanicamente l’apparenza esteriore della saggezza, non come la si conquista. La stessa cosa vale per i vizi: bisogna eliminarli, non insegnare cose delle quali, chi non se ne sarà liberato, non sarà mai capace.
1121 - Le cause che ci inducono in errore sono due: o il nostro animo ha sviluppato, per l’incancrenirsi di false opinioni, un’attitudine al male, oppure, anche se il male non si è radicato in lui, la tendenza a esso lo porta a lasciarsi sviare dalle apparenze. Dunque, è necessario o curare i mali dello spirito, liberando la mente dagli errori, o prendere possesso della mente di chi dagli errori è ancora esente, ma vi è propenso.
1122 - Insegnare qualcosa a chi già la sa, è inutile; a chi non la sa, non basta. Infatti, bisogna che impari non solo quella data nozione, ma anche il modo per arrivarci da solo.
1123 - Quando avrai reso qualcuno consapevole della propria natura e condizione, egli non avvertirà più il bisogno di un maestro che, a ogni pie’ sospinto, gli dica: “Cammina in questo modo; segui questa dieta; questo comportamento si addice a un uomo, quest’altro a una donna; questo a chi è sposato, questo a chi è non lo è”. Tutti questi zelantissimi maestri, di ciò che consigliano, non sono, loro stessi, capaci: a prescrivere ai suoi allievi il controllo dell’ira, è sempre il professore più collerico.
1124 - Ciò che impariamo, lo impariamo per la scuola, non per la vita.
1125 - Bisogna insegnare le verità evidenti o le supposizioni non provate? Le verità evidenti non hanno bisogno di chi le dimostri; le supposizioni non provate, quando uno cerca di provarle, si è portati a dubitare di lui. Dunque, l’insegnare, è un’attività superflua.
1126 - Tra chi va ad assistere alle lezioni dei filosofi, vedrai una gran parte di sfaccendati che cercano solo un passatempo per il tempo libero. Essi non cercano di eliminare qualche vizio, oppure imparare qualche principio etico sulla base del quale regolare la propria condotta: l’unica loro preoccupazione, è saziare di belle parole le proprie orecchie. Alcuni di loro, comunque, arrivano con il blocco degli appunti: ma non per conservare gli argomenti; piuttosto, quelle parole che essi, poi, ripeteranno agli altri, senza essere loro di profitto alcuno; così come, senza profitto, le hanno ascoltate.
1127 - Ritengo nessuno faccia del male all’umanità più di chi ha studiato la filosofia vedendovi un mezzo come un altro per far soldi. Gente così, ha uno stile di vita ben diverso da quello che prescrive. Tutti quanti, essendo assoggettati agli stessi vizi dei quali si proclamano nemici, portano in tournée, in se stessi, un’allegoria: la Vanità dei Precettori. Maestri simili, sono utili come un timoniere al quale, nel bel mezzo di una tempesta, venga il mal di mare.
SEGRETI
1128 - Niente è più salutare che parlare pochissimo con gli altri, moltissimo con se stessi. Nel conversare, c’è una specie di attraente dolcezza che seduce e, proprio come l’amore o l’ubriachezza, fa venire fuori i segreti. Nessuno, ciò che ha udito, non lo dirà, e nessuno si limiterà a dire ciò che ha udito. Infine, chi non riesce a non dire una cosa, non riesce a non dire neanche chi gliel’ha detta.
1129 - Che cos’è Dio? La mente dell’universo. Che cos’è Dio? Tutto ciò che vedi, e tutto ciò che non vedi.
1130 - Molti lasciano perdere le cose evidenti, nel mentre, in ciò che è ben occultato e sigillato, vanno subito a frugare. Ciò che è accessibile, sembra di poco valore: uno scassinatore, nei cassetti aperti, non guarda nemmeno. La massa, e tutte le persone più rozze e ignoranti, hanno questa abitudine: quando si imbattono in un luogo ermeticamente sigillato, cercano subito di sfondare la porta.
SOLITUDINE
1131 - La solitudine non è, di per sé, maestra di innocenza.
1132 - Certi animali, per non venire scoperti, confondono le tracce intorno alla loro tana. Tu devi fare la stessa cosa; altrimenti, non mancheranno quelli che intendono perseguitarti.
1133 - Chi si sottrae alla gente e alle umane vicende; chi la delusione delle proprie ambizioni ha relegato in solitudine; chi non ha sopportato più la vista di individui di lui più fortunati; chi, come un animale pavido e inetto, si è dato alla macchia per paura: costui, non vive per sé. Senza dubbio, chi non vive per gli altri, non vive neanche per sé.
1134 - Ritengo che il primo segno di una mente equilibrata sia la capacità di non farsi portare in giro a destra e manca, e restare in compagnia di se stessa.
1135 - Bisogna evitare questi due estremi: assimilarsi ai malvagi, perché sono molti, ed essere ostile alla moltitudine, perché è diversa da te. Per quanto puoi, ritirati in te stesso: frequenta quelli che potranno renderti migliore, accogli quelli che potrai rendere migliori.
1136 - Agli uomini non capita come ai leoni e le belve, il cui istintivo vigore, nelle gabbie, viene mortificato; gli uomini compiono le loro azioni più grandi quando si isolano.
1137 - Il saggio non riesce a star saldo nella propria condizione spirituale, se non si procura amici a lui affini che possa rendere partecipi delle sue virtù.
1138 - Si racconta che Cratete, vedendo un ragazzino che passeggiava per conto suo, in un luogo dove non c’era nessuno, gli chiese che cosa facesse, lì, tutto solo. “Parlo con me stesso” disse quello. E Cratete: “Fa’ attenzione, e non ti fidare: stai parlando con un cattivo soggetto”.
1139 - La solitudine e la vita sociale sono due pratiche da unire e alternare: la solitudine ci guarirà dal disprezzo della folla, la folla dalla malinconica introversione della solitudine.
1140 - L’unico vantaggio che ha la solitudine - il non confidarsi con nessuno, e, quindi, non dover temere le indiscrezioni - lo sciocco, lo vanifica: infatti, è lui, il primo a tradirsi.
1141 - A cercare il caos di incontri e impegni, siano soltanto coloro che non riescono a sopportare se stessi.
1142 - La solitudine ci induce a ogni genere di mali.
1143 - Nasconditi tutto nella vita dello spirito, ma nascondi anch’essa agli altri. Non è il caso di attribuirne la causa alla filosofia o al desiderio di quiete. Trova un altro pretesto per la tua decisione: la salute, la stanchezza fisica, o anche la pigrizia. Vantarsi della propria vita spirituale, è una sterile ambizione.
SPECCHI
1144 - Gli specchi sono stati inventati perché l’uomo potesse conoscere se stesso. Quell’invenzione, ha avuto molte conseguenze positive. Prima di tutto, ognuno può vedere come è fatto; quindi, può prendere meglio certe decisioni. Se è bello, capisce che deve evitare azioni infamanti; se è brutto, che deve supplire ai difetti del corpo con le qualità dello spirito. Se è giovane, lo specchio gli serve per rendersi conto di come sia allora, nel fiore dell’età, che deve imparare, e agire con coraggio; se è vecchio, che deve lasciar parte tutto ciò che non si addice alla sua canizie, e mettersi a pensare alla morte.
1145 - “Molto manca al povero, tutto all’avaro. L’avaro non è buono con nessuno; ma con se stesso, è pessimo”. All’udire questi versi in teatro, il più avaro tra gli spettatori applaude, compiacendosi di tutto quell’accanirsi contro i suoi vizi.
SPERANZE
1146 - Niente risulta più molesto di un’incertezza prolungata. Certa gente sopporta con maggiore serenità che ogni speranza venga troncata, piuttosto che tirata per le lunghe.
1147 - Chi al presente non dà senso alcuno, è in balia del futuro.
1148 - Scaccia un difetto con un altro: mitiga la paura con la speranza. In ciò che si teme, nulla è più certo del fatto che gli eventi spaventosi si rivelano di poco conto, e quelli tanto agognati deludono.
1149 - Considera tutto come possibile; dalla gente, aspettati di tutto: anche nelle persone dal temperamento migliore esistono lati bisbetici.
1150 - Il timore consegue alla speranza. Non mi meraviglio che le cose stiano così: entrambi questi stati d’animo derivano dall’incertezza, e rivelano aspettative sul futuro. La causa prima di entrambi è che non sappiamo adattarci al presente, e stiamo sempre con lo sguardo rivolto a ciò che verrà. In questo modo la previdenza, che è la massima risorsa della condizione umana, decade a vizio.
1151 - L’effetto dei vizi è uno solo: il tedio di sé. Esso ha origine dall’incostanza dell’animo, dall’incertezza e fiacchezza dei desideri. I temperamenti corrotti o non hanno il coraggio delle loro aspirazioni, o falliscono nell’appagarle. Tutto ciò che fanno, è sperare.
1152 - Chiunque fa grande affidamento sulla speranza, ne fa pochissimo sulla memoria.
1153 - Non sperare senza disperazione e non disperare senza speranza.
1154 - Che si nutrano, comunque, speranze: anche questo, rientra nelle disposizioni del destino. Ecco perché le nutriamo.
1155 - È meno vergognoso fare false promesse a un creditore che infondere, in chi crede in noi, false speranze.
STATO
1156 - Se lo Stato è troppo corrotto perché lo si possa aiutare, oppure se è soverchiato dai mali, il saggio non dissiperà le proprie forze inutilmente e non si metterà in un impaccio che sa senza soluzione. Inoltre: se il saggio goderà di scarsi appoggi politici, malferma salute, e i luoghi del potere mostreranno ben poca voglia di accoglierlo, come non si sognerebbe di prendere il largo su di una nave sfasciata, e come, se fosse invalido, non si arruolerebbe nell’esercito, allo stesso modo non intraprenderà una strada che sa già, per lui, impraticabile.
1157 - Nello Stato in cui le persone vengono punite di rado, si crea una sorta di patto comune per l’innocenza, alla cui difesa ci si dedica come fosse un bene pubblico. Se i cittadini si considereranno innocenti, lo diventeranno: si adireranno maggiormente con coloro che deviano dalla castigatezza comune, se vedranno che sono pochi. Credimi: è pericoloso far notare ai cittadini quanto siano più numerosi i malvagi.
1158 - La nostra società è assai simile a una volta di pietra: cadrebbe, se tutte le pietre non si sostenessero l’un l’altra. È proprio questo, che la sorregge.
1159 - Se ti troverai a vivere in un periodo poco favorevole alla vita politica, dovrai dedicarti, in prevalenza, alla vita contemplativa e gli studi letterari; infatti, come quando si naviga in un mare tempestoso, devi puntare subito verso il porto, e non aspettare che sia la sorte ad abbandonarti, ma essere tu, per primo, a piantarla in asso.
STATO DI NATURA
1160 - Anche se Dio desse a qualcuno il potere di modificare le sorti della terra e ridare ai popoli nuovi costumi, costui non escogiterebbe un ordinamento più giusto di quello che si dice vigesse ai tempi in cui nessun colono delimitava coi solchi dell’aratro il proprio campo. Quale condizione poteva essere più fortunata di quella? Tutti sfruttavano in comune le risorse della natura, ed essa, come una madre, bastava al sostentamento di tutti. La prosperità evitava, nel godere della proprietà comune, ogni ingiustizia. Perché non dovrei definire ricchissimi quegli uomini tra i quali non si poteva trovare nessun povero? Poi, in questo idillio, irruppe l’avidità, e a forza di voler distinguere tra i beni ciò che voleva far suo, fece sì che tutti perdessero tutto: di tutta quell’immensa proprietà, fece tanti angolini recintati. Così, ora, se ci daremo da fare senza risparmio, otterremo molto; prima, però, avevamo tutto. La terra stessa, anche se non lavorata, era più fertile, e generosa verso i bisogni dei popoli, dal momento che nessuno la depredava. Si divideva tutto in perfetto accordo: i più forti non avevano ancora cominciato ad alzare le mani sui più deboli; l’avaro non si era ancora messo a privare, chiudendo in uno scrigno beni destinati a rimanervi sepolti, gli altri perfino del necessario. Per ognuno, la cura che aveva di sé coincideva con quella che aveva degli altri.
STIMA
1161 - Chi è rispettato, è anche amato. L’amore, con la paura, non ha niente a che spartire.
1162 - Ti dirò che differenza c’è tra la celebrità e la gloria: la gloria consiste nell’approvazione di molti; la celebrità, solo delle persone virtuose.
1163 - È un motivo non piccolo di ansia il continuo far caso a come ci si comporta: il non essere spontanei con nessuno; di questo tipo è la vita di molti: finta, fatta per l’apparenza. Stare sempre a controllarsi, per paura di venire sorpresi in atteggiamenti diversi dai soliti, è una vera tortura. Se continuiamo a credere che chiunque ci guarda ci stia giudicando, di quest’ansia non ci libereremo più; infatti, nella vita, si danno molte situazioni impreviste che, anche se non vogliamo, ci rivelano quali siamo davvero; inoltre, per quanto successo possa avere tutto questo autocontrollo, la vita di chi porta sempre una maschera non è felice e tranquilla.
1164 - Tutto ciò che, in sé, non ha nulla di splendido, lo assume per effetto della virtù. Definiamo luminosa una stanza che, di notte, appare del tutto oscura: è il giorno a darle quella luce che la notte gli toglie. Allo stesso modo, tutti quei beni che definiamo indifferenti e neutri: ricchezza, forza, bellezza, onori, potere (e, in senso contrario, morte, esilio, malattie, dolori, nonché tutto ciò che, in misura maggiore o minore, ci angoscia); tutto questo, se diviene un bene, è per effetto della virtù; se un male, della malvagità.
1165 - Molti ti lodano: ma tu, visto che sei uno alla portata di tutti, hai di che essere soddisfatto di te stesso? Le tua qualità abbiano per mira un’approvazione interiore.
1166 - È più pericoloso essere temuti che disprezzati.
1167 - Non è il caso di valutare la gente a seconda dei sepolcri e di quanto sono alti i cippi funerari che incontri per via. Nasciamo diversi, ma moriamo uguali.
1168 - Nel successo, il difficile è l’inizio; il resto, viene da sé.
1169 - Credo che non dovremmo desiderare affatto i favori di una persona la cui stima, per noi, non ha alcuna importanza.
1170 - Guarda fino a che punto ti stimo: oso affidarti a te stesso.
1171 - Bisogna ascoltare con indifferenza il berciare degli ignoranti contro di noi. Chi ha aspirazioni oneste, deve saper disprezzare lo stesso disprezzo.
1172 - Come sarebbe più salutare essere consapevoli che nessuno ci può stimare più di quanto ci stimiamo noi stessi!
1173 - Nessuno viene disprezzato da un altro se, prima, non si è disprezzato da sé.
1174 - Il nostro Demetrio è solito dire, con molto spirito, che alle parole degli ignoranti dà lo stesso peso che ai rumori di pancia: “Infatti - dice - se rumori simili vengono dall’alto, o dal basso, che differenza fa?” Che stupidaggine è temere di venire diffamati da chi è infame!
1175 - Ci sono persone cui tutto ciò che osservano troppo da vicino appare spregevole.
1176 - Un antico precetto dice che bisogna evitare tre cose: odio, invidia e disprezzo. In che modo lo si possa fare, solo la saggezza potrà mostrarlo; infatti, un comportamento equilibrato, è impresa difficile: bisogna evitare che la paura di suscitare invidia ci porti a venire disprezzati, e che, a forza di non voler calpestare nessuno, finiamo sotto i piedi di tutti. Per molti, il poter venire temuti, fu causa di timore. Sfuggiamo a tutti questi eccessi: essere disprezzati non è meno dannoso che essere considerati con diffidenza.
1177 - Non è indizio di un animo vile aver pagato un’azione nobile col venire considerati, dall’opinione pubblica, dei criminali.
1178 - Chi non vorrebbe sembrare altruista? Chi non pretenderebbe, pur tra delitti e violenze, di venire considerato una persona per bene? Chi non vorrebbe rivestire persino le sue prepotenze più smaccate col velo della buona fede, ed apparire come il benefattore di coloro dei cui danni è stato, invece, causa?
1179 - Una cosa preziosa non può costare poco: valuta se preferisci rinunciare a qualcuno dei tuoi privilegi, oppure a te stesso.
1180 - Chi, se gli piace la virtù, può pensare di piacere al popolo? Per il favore del popolo, occorrono trucchetti disonesti: bisogna diventare uguali a loro; se non ti riconoscono per uno di loro, non gli vai a genio. L’affetto della gente abbietta si può ottenere solo con abbiette strategie.
1181 - A un individuo superbo brucia di più incutere disprezzo, che paura.
1182 - Mettersi a contare i capi di bestiame a uno a uno, è tipico dei poveri.
1183 - Socrate disse: “Se vuoi essere felice; se vuoi essere, in tutta coscienza, un uomo perbene, accetta che qualcuno ti disprezzi”.
1184 - Come è sciocco chi, volendo comprare un cavallo, non esamina quello, ma la bardatura e le briglie, allo stesso modo, chi giudica una persona da come si veste e dalla sua condizione sociale - che ci è stata messa addosso come una veste - è un cretino patentato.
STUPIDITA’
1185 - Non so se sia più stupido ignorare la legge che ci vuole mortali, o vergognoso opporvisi.
1186 - Perché la stupidità è nostra tenace signora? Prima di tutto, perché non la combattiamo con sufficiente vigore e non impegniamo tutte le nostre forze nel salvarci da essa; poi, perché non prestiamo sufficiente fede alle verità scoperte dai saggi: non vi ci abbeveriamo con fiducia, e l’attenzione che dedichiamo a una faccenda così importante è vana e fugace.
1187 - La stupidità è una malattia dell’animo.
1188 - Quanto sono stupidi coloro che abbandonano la platea euforici per gli applausi degli ignoranti! Che gusto c’è a essere lodati da gente che non è possibile, a propria volta, lodare?
1189 - Senza dubbio, è da sciocchi essere infelici già adesso solo perché, prima o poi, capiterà di esserlo.
1190 - Dove c’è, in questo mondo, posto per l’ira? Tutto, qui, fa ridere, o piangere.
1191 - Una testa ben fatta, non la si può prendere in prestito, né comprare (del resto, credo che, se fosse in vendita, non troverebbe compratori). Di teste bacate, invece, si fa mercato tutti i giorni
SUPERIORITA’
1192 - Non si può far dispetto alla sorte più che rimanendo, al suo cospetto, imperturbabili.
1193 - Sono molte le situazioni in cui il venire superati si risolve, per noi, in un vantaggio.
1194 - È proprio di un grande artista saper mettere, in una miniatura, il mondo intero. Allo stesso modo, per il saggio, il tempo della sua vita è esteso quanto, per Dio, l’eternità. Però, c’è un aspetto per cui il saggio è superiore anche a Dio: per questi, non aver paura di nulla è una dote naturale; per il saggio, una dote propria.
1195 - Il saggio deve essere equilibrato: se vuole che le sue azioni abbiano un effetto potente, non deve far ricorso all’ira, ma alla sua forza interiore.
1196 - Siccome a offendere gli altri sono, per lo più, i superbi e gli insolenti, coloro che non sono mai soddisfatti della propria condizione, al saggio, per respingere tutta questa intemperanza morale, basta la più alta delle sue doti: la superiorità del suo spirito. Essa sa passare sopra tutte queste cose, come fossero lo scenario di un sogno, fantasmi della mente, figure che non hanno nessuna vera consistenza. Allo stesso tempo, egli è sicuro che individui tanto meschini non possano avere il coraggio necessario per disprezzare davvero ciò che è tanto superiore a loro.
1197 - I soldi, non potranno fare di te un dio. Dio, non ha niente. La divisa del potere, neppure: Dio è nudo. Neanche la fama, il metterti in mostra o la stima che il tuo nome avrà tra i popoli: nessuno conosce Dio. Molti non ne hanno alcuna stima, eppure non gli succede niente. Nemmeno una folla di servi disposti a portarti per le vie della città, e in capo al mondo: Dio, il potente tra i potenti, è tale perché si porta addosso ogni cosa. Neppure la forza e la bellezza possono renderti felice: nessuna di queste doti resiste al tempo.
1198 - Che cosa può dominare colui che domina la sorte stessa?
1199 - Felice, secondo me, è chi non può venire sminuito da nulla. Chi, stando al di sopra di tutti, si appoggia soltanto a se stesso. Infatti, chi si puntella al sostegno di un altro, può cadere.
1200 - A una sorte magnifica si addice un animo magnifico; infatti, se esso non si eleva fino a essa, e non si mantiene alla sua altezza, non può che farla precipitare a terra. Ma qual è il carattere che distingue un animo magnifico? Essere sereno, imperturbabile, e osservare con superiore distacco le ingiurie e le offese.
1201 - Tutto ciò che agli altri sembra un male, con te, si addolcirà fino a trasformarsi in un bene, se saprai perseverare in una distaccata superiorità. Ogni guaio verrà definito, a ragione, una circostanza favorevole, se solo la virtù l’avrà reso giusto
1202 - È segno di un animo grande disprezzare ciò che il mondo chiama grande, e preferire, al troppo, la moderazione. Un’eccessiva proliferazione soffoca le messi, i pomi troppo pesanti spezzano i rami, l’eccessivo numero dei frutti ne impedisce la maturazione. La stessa cosa succede all’animo: una prosperità eccessiva, ostentata a permanente scherno non solo degli altri, ma anche di se stesso, lo spezza.
1203 - È grande e nobile colui come, come una fiera selvaggia, sopporta imperterrito il latrare dei cagnolini
1204 - Chiunque deve la sua superiorità alla paura che incute negli altri, deve fare, almeno un po’, paura anche a se stesso: è una legge di natura. Ogni essere capace di spaventare è condannato alla paura.
1205 - Quanto più l’ingegno è brillante, tanto meno a lungo dura; infatti, quando non può esserci più crescita alcuna, il declino è imminente.
1206 - La schiavitù della somma grandezza sta nel suo non poter diventare più piccola.
1207 - Non esiste una prova di grandezza più certa di questa: non permettere che nessun avvenimento riesca a turbare il proprio equilibrio interiore. La sfera più alta del cielo, quella più armoniosa e vicina alle stelle, non si lascia addensare in nubi, agitare in tempeste, precipitare in turbine. Essa, non può venire sconvolta: sono le sfere inferiori a esplodere in fulmini.
1208 - Nessuno è simile a un dio come chi sa disprezzare le ricchezze. Non te ne vieto il possesso, ma voglio far sì che il loro possesso non ti provochi timore. Questo, lo puoi ottenere in un solo modo: se ti persuadi di poter vivere felice anche senza di esse; se le giudichi sempre un bene destinato a dileguarsi.
1209 - A pochi è riuscito di perdere senza traumi la loro prosperità: gli altri precipitano insieme a quei beni sui quali avevano fondato la propria superiorità. A schiacciarli a terra, è proprio ciò che li aveva innalzati.
T
TEMPESTE
1210 - Abbiamo già sprecato troppo tempo: ora che siamo vecchi, cominciamo a fare i bagagli. Pensi che sia così brutto? Ma no: siamo vissuti in alto mare; almeno, moriamo in porto.
1211 - Le avversità, quando incappano nella virtù, vi lasciano segni quanto la pioggia nel mare.
1212 - Non esiste albero solido e robusto che l’accanirsi del vento non abbia reso tale, e su cui il vento, ancora, non si sfoghi. È proprio una simile violenza persecutoria a renderlo più saldo in se stesso, facendogli penetrare le radici più saldamente nel terreno. Gli alberi che crescono in valli dove c’è sempre il sereno, sono fragili.
1213 - Tutti i vizi, quando emergono, vuol dire che sono diventati più lievi. Anche le malattie, quando terminano l’incubazione e manifestano tutta la loro violenza, vuol dire che, da lì a poco, porteranno la convalescenza. Dunque, sappi che anche l’avidità, l’ambizione e le altre malattie dello spirito umano sono rovinose al massimo grado proprio quando si incistano sotto un’apparente salute.
1214 - Tutte le cose rimangono intatte e in vita a prezzo di grandi precauzioni: ciò che le dissolve, invece, è rapido e improvviso.
1215 - Le disgrazie, i danni e le ingiustizie, contro la virtù, hanno lo stesso potere che ha, contro il sole, una nuvola.
1216 - A chi tante calamità non riescono a ridurre a una vita meschina, la sua felicità, non potrà mai venir tolta.
TEMPO
1217 - Quando vedo qualcuno chiedere agli altri il loro tempo, e quelli concederglielo senza difficoltà, rimango sempre stupefatto. In questo caso, si prende in considerazione il motivo per cui viene richiesto il tempo, mai il valore, in sé, del tempo. Il tempo, lo si chiede e concede così, alla leggera. Ci si trastulla col bene più prezioso di tutti: quello che, siccome non ha corpo, non si vede, e inganna ognuno. Per questo, viene ritenuto di nessun conto; anzi, non costa nulla.
1218 - Se fosse possibile presentare a qualcuno la prospettiva completa dei suoi anni futuri, così come si può fare con quelli passati, quanto tremerebbe, costui, alla vista dei pochi gliene rimangono! Come si affretterebbe a risparmiarli!
1219 - Il tempo trascorre secondo una legge ben definita, ma che ci resta oscura.
1220 - Il maggiore difetto della vita è che è sempre incompiuta: capita sempre di rimandare qualcosa. Chi ha saputo dare, alla fine di ogni giorno, alla sua vita l’ultimo tocco, non ha bisogno di altro tempo. È da tale bisogno che nascono quel timore e quella smania di futuro che ci rodono l’animo.
1221 - Ridona la libertà a te stesso, e quel tempo che fino a ora ti veniva rubato, sottratto d’inganno, o ti sfuggiva di mano, raccoglilo e conservalo. Persuaditi che le cose vanno proprio come ti dico io: del tempo di nostra vita, un po’ ce lo strappano, un po’ ce lo prendono con l’inganno, e un po’ ci scorre via dalle mani. Ma lo spreco più vergognoso è quello che deriva dalla nostra trascuratezza. Se ci fai caso, scoprirai che gran parte della vita trascorre nel fare il male, la maggior parte nel non far niente, e tutta quanta nel fare cose che non ci interessano.
1222 - La parte di vita che viviamo è piccola; il resto, non è vita, ma solo tempo.
1223 - A chi è in lutto per un figlio mortogli in tenera età, e lo rimpiange, diciamo questo: data la brevità della vita, qualora la paragoniamo al tempo cosmico, tutti noi, giovani e vecchi, siamo nella stessa situazione. Il tempo che viviamo, si approssima al nulla.
1224 - Non è poco, il tempo che abbiamo a disposizione; è molto quello che perdiamo.
1225 - Nessuno è tanto vecchio da non poter contare su di un giorno ancora di vita. D’altra parte, un giorno è già, in sé, una piccola vita.
1226 - Nessuna cosa è tanto magnifica da non avere inscritta in sé la data della sua fine.
1227 - Nulla resterà dov’è: il tempo abbatterà tutto, tutto trascinerà via con sé.
1228 - Anche se tutti i geni più luminosi della storia sono d’accordo su questo punto, pure non verrà mai meno la meraviglia per l’ottenebramento che gli uomini dimostrano in tale circostanza: nessuno accetta che le proprie terre vengano occupate da altri, e, se solo nasce una minima contesa sui confini, il ricorso ai sassi e le armi è certo; invece, tutti permettono senza problemi agli altri di invadere la propria vita; anzi, loro stessi vi fanno entrare coloro che, alla fine, ne diverranno i padroni. Non si troverà nessuno disposto a dividere con gli altri il proprio patrimonio; tutti, però, danno via a destra e a manca la propria vita! Sono taccagni nella conservazione del proprio denaro, ma, quando si tratta di buttare via il tempo, diventano estremamente prodighi di ciò di cui, essere avari, sarebbe giusto.
1229 - È stolto lamentarsi per il rimpianto di una persona cara, visto che, tra chi non c’è più e chi lo rimpiange, c’è solo un attimo.
1230 - Nulla, a questo mondo, ci appartiene; soltanto il tempo, è nostro. La natura ci ha dato il potere su quest’unico bene, che, però, è fugace, e sfugge di mano. Questo potere, a chi non lo vuole, la natura, lo toglie.
1231 - Voi vivete come se vi fosse dato di vivere per sempre. Non considerate mai la vostra fragilità; non fate caso a quanto, del vostro tempo, è già trascorso: lo sprecate, come se ne aveste una riserva intatta e abbondante. Invece, forse, proprio quel giorno che stiamo regalando a una persona, o a una qualche faccenda, è l’ultimo. I vostri timori sono quelli di creature mortali, ma, nei desideri, vi sentite immortali.
1232 - Affrettati a vivere, e fa sì che ogni singolo giorno valga come un’intera vita.
1233 - Non ti vergogni di riservare per te solo gli scampoli della vita e di destinare al nutrimento dello spirito solo quel tempo che non puoi utilizzare in nessun altro modo? Non è troppo tardi cominciare a vivere proprio quando sarebbe ora di smettere? Che stolta trascuratezza della propria mortalità è mai rimandare i saggi propositi a quando si avranno cinquanta o sessant’anni, e voler cominciare a vivere davvero a un’età che pochi raggiungono!
1234 - Ritieni più giusto obbedire alla natura, o che la natura obbedisca a te? Che importa che tu debba abbandonare presto la vita, dalla quale, in ogni caso, finirai espulso? Il vivere a lungo, dipende dal destino; il vivere quanto basta, dallo spirito.
1235 - Ogni giorno deve essere organizzato come se concludesse il computo dei giorni, ed esaurisse in sé l’intera vita.
1236 - Questo intervallo di tempo che, sebbene la natura lo renda precipitoso, la ragione può dilatare, per voi durerà, inevitabilmente, un attimo solo; infatti, non siete capaci di coglierlo al volo e trattenerlo, in modo da arrestare la cosa più rapida che esista in natura. Ve lo lasciate sfuggire di mano, come se fosse la più superflua e rimpiazzabile delle cose.
1237 - Moriamo ogni giorno; ogni giorno, infatti, ci viene sottratta una parte della vita. Perfino il diventare grandi fa sì che la vita diventi sempre più piccola: è così che abbiamo perso prima l’infanzia, poi la fanciullezza, e l’adolescenza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri, è tempo perduto, e anche l’oggi, lo stiamo dividendo con la morte. Allo stesso modo in cui una clessidra ad acqua non si svuota per il cadere dell’ultima goccia, ma per tutto il liquido che ne è, prima, uscito, l’ora fatale in cui cessiamo di esistere, non è la causa della nostra morte, ma solo la sua estrema manifestazione. La morte, la raggiungiamo allora, ma vi eravamo avviati da tempo.
1238 - Nessuno di noi, nella vecchiaia, è lo stesso che era in gioventù. Nessuno di noi, al mattino, è lo stesso che era il giorno prima. I nostri corpi vengono trascinati, come fiumi, dalla corrente. Tutto ciò che vedi, fugge via col tempo: niente di ciò che vediamo è destinato a permanere. Io stesso, nel tempo in cui ho detto che tutte le cose mutano, sono mutato.
1239 - Credimi: è segno di grandezza e di superiore distacco da ogni errore umano, non permettere a nessuno di portarci via tempo. Chi ci riesce, gode di una vita lunghissima, perché ce l’ha tutta a sua disposizione. Nessuna parte di essa trascorre in un lassismo indulgente, nessuna è in balia degli altri. Chi sa custodire con tanta parsimonia il proprio tempo, non troverà mai niente che valga la pena pagare con esso: per questo, gli basterà.
1240 - Chi ci fa perdere tempo, ci procura un grave danno; soprattutto, considerata la brevità della vita, che noi, con la nostra incostanza, rendiamo ancora più breve, iniziandola in un modo, e poi ricominciandola sempre da capo: in questo modo, la spezzettiamo in tante piccole vite che hanno la consistenza della sabbia.
1241 - Prima, il tempo non mi sembrava così veloce: ora, il suo scorrere mi pare incredibilmente rapido; sia perché sento che si avvicina il traguardo ultimo, sia perché comincio a considerare e contare gli anni perduti.
1242 - Prendi la vita di un uomo onesto e, da cento anni, riducila a un giorno solo: comunque, rimane sempre onesta.
1243 - Rendiamo la nostra vita come una pietra preziosa: facciamo che abbia poca estensione, ma un grande peso specifico. Misuriamola dalle azioni, non dal tempo. Vuoi sapere che differenza c’è tra un uomo vigoroso, sprezzante la sorte, capace di affrontare a testa alta tutte le sfide della sua esistenza, e che si sia elevato fino al sommo bene, e un altro che abbia spuntato dalla sorte solo il bottino di una vita lunga molti anni? Il primo esiste anche dopo la morte; l’altro è già morto quand’era in vita.
TERAPIE
1244 - La forza che il malato trae dagli accessi della malattia è labile, sospetta e buona soltanto, alla lunga, a fare la sua rovina.
1245 - Il notare, in sé, difetti che prima si ignoravano, è prova di un miglioramento del carattere. Con certi malati ci si congratula, quando riconoscono di essere ammalati.
1246 - Non c’è cosa più utile che tenere sempre presente la nostra condizione di mortali.
1247 - Contro la morte, è un grande sollievo il constatare che anche la terra è mortale.
1248 - Oh, come andrebbero bene le cose, a certe persone, se potessero stare lontane da se stesse!
1249 - Ogni volta che le cose andranno in modo diverso rispetto a come ti aspettavi, di’: “Gli dèi hanno deciso per il meglio”. A chi si atteggia in questo modo, non accadrà mai niente.
1250 - Nelle malattie, non c’è nulla di più dannoso di una cura prematura.
1251 - Allo stesso modo in cui non importa se corichi un malato su di una barella di legno o una d’oro - dovunque lo porterai, si porterà con sé il proprio male - non importa se un animo malato giace tra le ricchezze o nella povertà: il suo male, comunque, non lo lascia mai.
1252 - La cosa migliore è sopportare ciò che non si può correggere.
1253 - È una cura abominevole dovere la salute a una malattia.
1254 - Perché ci prendiamo in giro da soli? Il nostro male, non viene da fuori: è intrinseco a noi; ha sede nelle nostre viscere. Sarà ben difficile che ne guariamo, visto che non ci rendiamo conto di essere ammalati.
1255 - Alcuni mali possono venire guariti solo con l’inganno.
1256 - Se vuoi sfuggire a ogni inquietudine, da’ per scontato che tutti gli eventi da te temuti, in un modo o nell’altro, si verificheranno. A quel punto, queste tragedie, di qualsiasi natura siano, soppesale nel tuo animo, e guarda quel che valgono: in breve, ti accorgerai di come, ciò che temi, o non è gran cosa, o è cosa che non può durare a lungo.
1257 - Ogni tanto, trascorri alcuni giorni mangiando in modo molto parco i cibi più frugali, e vestendoti di panni grezzi e rozzi, in modo da poter dire: “È tutto qui, ciò di cui avevo tanta paura?”
1258 - Per chi è ammalato gravemente, un’apprezzabile attenuazione dei sintomi equivale quasi a una guarigione.
1259 - La salute psichica sta nel non avere rapporti con chi non ci somiglia, e ha aspirazioni diverse dalle nostre.
TESTIMONI
1260 - Eviteremmo una gran parte delle cattive azioni, se, accanto a chi sta per commetterne una, fosse sempre presente qualcuno che lo osserva. L’anima abbia qualcuno per cui nutre una stima incrollabile, e la cui autorità su di lei renda puri anche i segreti della sua vita interiore.
1261 - Esistono persone che non accettano nessun favore, se non viene fatto all’insaputa di tutti. Evitano i testimoni, e stanno bene attenti a che la cosa non si dica in giro. Sappi che si tratta di malintenzionati.
1262 - Quando testimoni e spettatori se ne vanno, li seguono anche quei vizi che, a farsi vedere e ammirare in pubblico, ci godono.
1263 - Chi non vuol parlare con te se non in privato, è come se non volesse parlare con te.
1264 - Se ciò che fai è onesto, lo sappiano tutti; qualora non lo sia, che importa se nessuno lo sa, quando tu lo sai? Oh, te infelice, se trascuri questo testimone!
TRADUZIONI
1265 - Non bisogna tradurre imitando il lessico delle altre lingue: bisogna indicare con un sostantivo il concetto di cui si tratta, non la parola con cui è designata.
U
UMANITA’
1266 - Nel tuo cuore, e sulle tue labbra, ci sia questo verso: “Sono un uomo/Nulla di umano/A me reputo estraneo”.
1267 - L’uomo è troppo mortale per poter comprendere ciò che è immortale.
1268 - È di grandissima consolazione considerare che, quanto ci è accaduto, tutti, prima di noi, l’hanno subito, e tutti, dopo di noi, lo dovranno subire; anzi, credo che la natura abbia reso comune l’evento più grave cui assoggetta gli umani proprio perché l’uguale condizione ci potesse far accettare la crudeltà della sorte.
1269 - Nessuno si è allontanato dalle leggi della natura e ha traviato la propria umanità al punto da fare il male per il solo piacere di farlo.
1270 - Fare naufragio, avere un incidente stradale: si tratta di eventi gravi, ma rari; invece, il pericolo che ti viene dagli altri uomini, è quotidiano. Sii guardingo contro di esso: tieni gli occhi bene aperti. Non esiste male più frequente, ostinato, insidioso. La tempesta, prima di infierire, si annuncia minacciosa; le case, prima di crollare, mostrano crepe; il fumo preannuncia l’incendio: il danno che viene dall’uomo, invece, è improvviso; più si avvicina, meno si fa vedere. Sbagli, se ti fidi del volto di quanti ti vengono incontro.
1271 - Difendi la postazione che ti ha assegnato la natura. Vuoi sapere come si chiama? “Umanità”.
1272 - Chi piange la morte di qualcuno, piange il fatto che sia stato un uomo.
1273 - La vita umana si basa sull’aiuto reciproco e la concordia. Ognuno si sente legato agli altri da un patto di solidarietà non per effetto di minacce e paura, ma per il sentimento di amore che unisce tutti gli uomini.
1274 - Per quale motivo noi uomini ci sentiamo al sicuro, se non perché possiamo contare sull’aiuto reciproco? È solo per questo che la vita è capace di premunirsi e difendersi contro gli assalti improvvisi del destino: perché gli uomini mettono in comune le loro risorse.
1275 - Tutti i giorni ci passano davanti agli occhi i funerali di gente nota e persone sconosciute; noi, però, non ne teniamo conto, e ci pare improvviso quell’evento la cui inevitabilità ci si è manifestata nel corso dell’intera nostra esistenza. Questa, non è ingiustizia del fato, ma malizia della mente umana, con la sua insaziabilità, che la fa sdegnata di dover lasciare un luogo nel quale era stata ammessa solo in via provvisoria. Quanto fu più giusto quel personaggio storico che, quando gli fu annunciata la morte del figlio, si espresse in modo degno della sua grandezza: “Quando lo generai, sapevo già che sarebbe morto”, disse; e poi aggiunse, con saggezza ancora più sublime: “È per questo che l’ho messo al mondo”.
1276 - L’uomo deve farsi inattaccabile e invulnerabile alle situazioni esteriori. Deve contare soltanto su se stesso; avere fiducia nelle proprie risorse interiori, ed essere pronto alle instabilità della sorte. Deve essere, insomma, artefice della propria vita. La sua fiducia proceda di pari passo col sapere; e il sapere, con la fermezza.
1277 - Se non ti vuoi adirare con i singoli individui, devi chiudere un occhio su tutti i tuoi simili. Perdonare l’intero genere umano.
1278 - Nulla di quanto il mondo racchiude nei suoi confini è estraneo all’uomo: da qualunque parte, le distese del cielo si presentano uguali; la distanza che separa l’umano dal divino non cambia mai.
1279 - Sull’animo umano, è difficile fare ipotesi.
1280 - Chi, quando si è messo a deprecare la generale tendenza del genere umano al vizio, non ha, in questa impresa, messo in luce la grandezza del proprio ingegno?
1281 - Non è da uomo non avvertire i propri mali, ma neppure non sopportarli.
1282 - Quando devi giudicare il carattere di qualcuno, osserva come si comporta in mezzo agli altri. Dove lo troverai più a suo agio e soddisfatto, guardati da lui come non mai; dove appare del tutto mansueto, invece, la sua pericolosità non è minore, ma si prende un po’ di riposo.
1283 - Non c’è nessuno che, pur non avendo altri titoli, non meriti, da parte mia, il titolo di uomo.
1284 - Cerchiamo di essere, tra di noi, piuttosto tolleranti: siamo malvagi che vivono in mezzo ai malvagi. Una sola cosa ci può assicurare una certa tranquillità: il patto non scritto della reciproca comprensione.
1285 - La natura, prima di farci, ci ha concepito. Noi non siamo una creazione così trascurabile da venire dati alla luce senza una ragione. Considera quante potenzialità abbiamo, quanto esigue siano le restrizioni che sono state date al nostro potere; osserva a quali lontani confini della terra si può spingere il nostro corpo, che la natura non ha ridotto in catene, ma ha diffuso per ogni sua plaga. Considera quanto può l’ardire umano: come a esso soltanto sia dato investigare e conoscere che cosa siano gli dèi, e come la mente possa elevarsi fino a compenetrare le idee celesti. Allora, sarai certo che l’uomo non è una creazione concepita senza un progetto, per moto spontaneo.
1286 - Nessun animale è più lunatico, nessuno va trattato con maggiore abilità dell’uomo; e su nessuno bisogna infierire di meno. Che c’è di più sciocco, infatti, che giudicare una vergogna l’accanirsi contro le bestie da soma e i cani, quando l’uomo è condannato alla condizione peggiore: venire oppresso dall’uomo?
USURAI
1287 - Studiare con cura a chi dare i soldi, non perché siano spesi nel modo più proficuo, ma perché diano il massimo frutto, e li si possa recuperare con la massima facilità, non è fare del bene, ma darsi all’usura.
V
VALORI
1288 - Vivi con gli uomini come se Dio ti stesse guardando; parla con Dio come se gli uomini ti stessero ascoltando.
1289 - La povertà si limita soltanto a designare il possesso di poche cose.
1290 - Tutto ciò che ammiriamo, che ci attira a sé con invincibile fascino, e che ognuno di noi ostenta al cospetto degli altri, ci appare splendido, ma, dentro, non è che miseria.
1291 - Se metti sul piatto della mia bilancia il valore della vita in sé e per sé, senza nessuna qualità, presa in un senso del tutto indifferente, e me la spacci per un grande dono, allora sappi che, quel dono di cui mi vuoi spacciare le virtù, l’hanno avuto anche le mosche e i vermi.
1292 - La povertà è un male solo per chi non l’accetta a cuor leggero.
1293 - Quale vizio non ha mai trovato un avvocato disposto a difenderlo?
1294 - La misura del necessario, è la sua utilità; il superfluo, che limite può avere?
1295 - In una società così indaffarata, le malefatte ordinarie non suscitano alcun interesse.
1296 - Platone dice, egregiamente, che tutto ciò che ci si procura a prezzo della vita, vale ben poco.
1297 - Quelle cose che gli sprovveduti, spesso, disprezzano, e i saggi, sempre, non sono, in sé, né beni né mali.
1298 - Chi ha fatto del bene involontariamente, non può essere definito un benefattore.
1299 - Il saggio, in ogni cosa, bada all’intenzione, non al risultato.
1300 - C’è una bella differenza tra chi ci fa del bene facendone, al contempo, anche a sé, e chi, nel farlo, ha di mira solo il proprio vantaggio. C’è una bella differenza tra fare del bene e fare affari.
1301 - Chi si vergogna di una vettura da quattro soldi, si vanterà di una sfarzosa.
1302 - L’animo che si compiace dei beni terreni è meschino: esso va orientato, piuttosto, verso ciò che non muta, e mantiene ovunque intatto il suo splendore. Bisogna considerare anche come i beni di quaggiù, con la loro falsa parvenza e le false promesse, ostacolino il conseguimento delle vere ricchezze. Quanto più ampi saranno i portici che si è edificato, quanto più alte le torri; quanto più vaste le dimore padronali, quanto più profondi i seminterrati dove passare l’estate; quanto più opulenti saranno i rivestimenti delle sale per i banchetti: tante più cose ci saranno tra lo sguardo dell’uomo e il cielo.
1303 - In nome dell’onestà, bisogna sopportare tutto; il che, se esistesse qualcun altro bene al di fuori dell’onestà, non sarebbe necessario.
1304 - Il senso morale si è ridotto a un punto tale che la povertà suscita disprezzo come fosse una colpa.
1305 - Esprime un carattere sommamente malvagio non definire “disinteressato” un atto di altruismo se non provoca qualche danno a chi lo fa.
1306 - Nessuno deve vantarsi se non di ciò che è suo. Lodiamo la vite, se carica di frutti i tralci, e col suo peso inclina fino a terra la gabbia che la sostiene; chi preferirebbe a essa una vite da cui pendessero grappoli d’oro e foglie d’oro? La qualità propria alla vite è la fertilità. Anche nell’uomo, bisogna lodare ciò che è proprio dell’uomo. Abbia pure bei servi e una bella casa. Grandi latifondi, molti capitali su cui speculare. Nessuno di questi beni è suo intimo possesso, ma ognuno è un mero contorno a ciò che egli stesso è.
1307 - Se pensi a come, ciò che serve alla vita, ce lo si procuri pagandolo con la vita, ti verrà da ridere.
1308 - Quando si tratta di valutare il patrimonio di qualcuno, siete abilissimi ragionieri, e soppesate i beni di coloro ai quali intendete dare denaro, o fare un favore (infatti, anche quelli, glieli mettete in conto): uno ha vasti poderi, ma anche molti debiti; un altro ha una casa sontuosa, ma costruita a forza di mutui; un altro ancora, nessuno può, come lui, disporre in rassegna con un schiocco di dita una servitù più elegante, tuttavia, quando i creditori lo vengono a cercare, non si fa trovare: se si mette a soddisfarli, non gli rimarrà un soldo. Ecco: dovete fare la stessa cosa anche nel resto, e stabilire quanto, anche in campo spirituale, ciascuno ha di suo.
1309 - Il valore della vita coincide con la somma dei valori umani.
1310 - Alle volte, una cosa sola ne vale due. Quindi, l’intenzione di ricambiare un dono, se è sincera e impellente, può benissimo stare al posto di qualunque bene materiale. Se lo stato d’animo con cui si fa un dono non contasse nulla, e soltanto il valore dell’oggetto donato fosse testimonianza di gratitudine, nessuno sarebbe grato agli dèi, ai quali si può offrire soltanto uno stato d’animo.
1311 - Nessuno ha un animo a tal punto coriaceo e avverso a chi merita affetto da non voler bene a chi rimane mite anche quando viene offeso.
1312 - Ci sembrano gratuite cose che, invece, sono carissime. La nostra ottusità può risultare chiara da questo atteggiamento: riteniamo che solo ciò per cui sborsiamo denaro possa definirsi comperato; invece, definiamo gratuite le cose per le quali diamo, come fosse contante, la nostra persona. Fino a questo punto, per ciascuno, niente vale meno che se stesso.
1313 - La natura ha nascosto l’oro, l’argento, e quel ferro destinato, a causa degli altri due metalli, a portare tra noi eterna discordia; quasi sapesse che, di affidarci tutto questo, non era il caso. Siamo stati noi a portare alla luce l’origine di ogni nostra battaglia; noi abbiamo, scavando, tirato fuori le cause e gli strumenti dei nostri pericoli. Siamo stati noi a fornire alla sorte l’occasione delle nostre disgrazie. E non ci vergogniamo di aver innalzato alle stelle ciò che, in origine, giaceva nelle più profonde latebre delle terra.
VECCHIAIA
1314 - La frugalità può far durare di più la vecchiaia, che non credo debba venire desiderata ardentemente, ma nemmeno rifiutata. È bello, quando ci si è resi, a se stessi, una piacevole compagnia, stare con se stessi il più a lungo possibile.
VELENI
1315 - Non solo gli animali più feroci, ma anche i più vili sono temuti per il loro veleno.
1316 - Le epidemie cominciano quando i malati si mescolano ai sani.
VENDETTE
1317 - Le vendette ripetute estinguono l’odio di pochi, ma esaltano quello di molti.
1318 - La parola “vendetta”, anche se viene presa per giusta, è disumana. La legge del taglione è soltanto un crimine posticipato rispetto a quello che l’ha provocata. Chi ricambia il male ricevuto è solo un criminale più scusabile.
1319 - Nessuna passione più dell’ira è avida di vendetta: è per questo che è essa, nella vendetta, è così inefficace.
1320 - Anche se, per magnanimità, rinunciassimo a vendicarci, ci deve confortare sapere come, prima o poi, ci sarà sicuramente qualcuno che, nel vendicarsi dei prepotenti e dei superbi, e delle loro offese, pareggerà anche i nostri conti. Infatti, è caratteristico di questi difetti il fatto che non si accontentino di una sola offesa, e di una sola vittima.
1321 - Spesso la ragione ci induce a sopportare, l’ira a vendicarci; così accade che, nel mentre potevamo evitare i mali al loro primo manifestarsi, siamo noi stessi a trasformarli in sciagure.
1322 - Ecco che cos’è il perdonare: quando saprai che saranno in molti ad adirarsi per quello che ti è stato fatto, non solo non vendicarsi, ma garantire il perdono.
1323 - Non c’è pena maggiore, per la malvagità, che risultare odiosa al malvagio stesso, e a chi gli sta vicino.
1324 - Spesso, piuttosto che vendicarsi, è meglio far finta di niente.
VERITA’
1325 - La verità giace in un mare profondo, avvolta nei suoi veli.
1326 - Un errore, quando diventa opinione pubblica, in noi, prende il posto della verità.
1327 - Non so perché, ma sono le dicerie inventate di sana pianta a sconvolgerci più profondamente. Infatti, quelle vere, hanno un limite: le congetture che può fare una mente impaurita quando fantastica su eventi di cui sa poco. Ecco perché niente è così dannoso e incontrollabile quanto il timor panico: infatti, gli altri tipi di timore non hanno ragione di essere; questo, è assenza di ragione.
1328 - Tutti coloro che un’esaltazione immotivata trascina al di sopra delle consuete opinioni umane, si credono ispirati da qualcosa di elevato e sublime.
1329 - Due cose infondono nell’animo il massimo vigore: la fede nella verità e la fiducia in se stessi.
1330 - Per molti, la causa della morte è stata l’essere venuti a sapere di che male soffrivano.
1331 - L’aspetto della verità è sempre lo stesso, quello della menzogna cambia di continuo.
1332 - Non devi pensare che l’adulazione degli altri ci danneggi più di quanto, adulandoci, danneggiamo noi stessi. Chi ha mai avuto il coraggio di dire, a se stesso, la verità?
1333 - È incredibile con quanta facilità il fascino delle belle parole riesca a distogliere dalla verità anche i grandi uomini.
1334 - L’iperbole è una forzatura del discorso attraverso la quale si riesce a tendere la menzogna finché raggiunge la verità.
1335 - Non bisogna amare la povertà anche solo per il fatto che ci fa vedere chi ci ama davvero? Oh, quando verrà il giorno in cui nessuno più mentirà per rispetto alla tua posizione sociale!
1336 - Chi ha fatto divorzio dalla verità, non potrà mai venire considerato felice.
1337 - Considera non soltanto se dici la verità, ma se colui al quale la dici la può sopportare.
1338 - La verità va detta soltanto a chi è disposto ad ascoltarla. Che diresti, infatti, se i sordi e i muti - sia dalla nascita, sia per malattia - venissero rimproverati di essere tali?
1339 - Come dice quel famoso poeta tragico, “il discorso della verità, è un discorso semplice”; quindi, non è il caso di complicarlo. A un animo che si propone grandi imprese, nulla conviene meno di questa subdola arte del raggiro.
1340 - La verità, anche se non viene dimostrata razionalmente, col suo splendore, balza agli occhi di per sé.
VIAGGI
1341 - Chi è dappertutto, non è da nessuna parte. Chi passa la vita a viaggiare, diventa ospite di molti, ma amico di nessuno.
1342 - Un viaggio, se ti fermi a metà dell’itinerario, o prima di raggiungere la mèta, rimarrà incompiuto; la vita, se trascorre nell’onestà, incompiuta, non sarà mai. In qualunque momento la si concluda, se la si conclude bene, ha raggiunto il suo scopo. Spesso, poi, bisogna porvi termine con coraggio, e, magari, non per ragioni di estrema importanza. In effetti, neanche le ragioni che ci tengono in vita, sono di estrema importanza.
1343 - Bisogna cambiare stato d’animo, non panorama. Puoi percorrere quanto ti pare il vasto mare: i tuoi vizi, dovunque tu vada, verranno con te.
1344 - Perché ti sembra così strano che tutto il tuo vagabondare per ogni dove non ti serva a nulla? Non puoi mica lasciare a casa te stesso! Quando viaggi, ti perseguita lo stesso motivo che ti ha indotto a partire. A che pro’, i paesaggi nuovi? A che pro’, conoscere città e paesi? Tutta agitazione vana… Deponi quel peso che hai in cuore: prima, qualsiasi luogo ti sembrerà odioso.
1345 - Se vuoi raggiungere il controllo della tua anima, per prima cosa, arresta la smania di fuga del tuo corpo.
VIOLENZA
1346 - Chiunque disprezzi la propria vita, è padrone della tua.
1347 - Tutto ciò che vedi, gli orizzonti del divino e dell’umano, rappresenta un’unica cosa: noi siamo le membra di un unico, grande corpo. La natura ci ha creato fratelli: stesse le origini, stessi i fini. Ci ha infuso un reciproco amore; ci ha fatti animali socievoli. Ha determinato l’equità e la giustizia: per suo decreto, è più doloroso fare il male, che subirlo.
1348 - Questo corpiciattolo, galera e catena dell’anima, viene sbattuto per ogni dove, ed è sottoposto a torture, agguati, malattie; l’anima, invece, è sempre inviolabile ed eterna; nessuno può farle violenza.
1349 - Noi, nella vita, ci comportiamo come i tiranni: anch’essi, infatti, lamentano offese solo per aver l’occasione di aggredire qualcuno; e il torto che ostentano, è un mero pretesto per farlo.
1350 - Se ti è stata fatta un’ingiustizia di specie particolare, destinata a te, e te solo, hai il diritto di inveire; invece, se il destino che ti ha colpito è quello che obbliga a sé tutti, dai più potenti ai più umili, non ti resta che riconciliarti con ciò che non rispetta alcun patto.
VIRTU’
1351 - Un individuo buono si distingue da Dio solo perché non è immortale; però, è suo discepolo, emulo, suo vero figlio, e quel padre meraviglioso - inflessibile nel pretendere la virtù, qual è - lo educa con durezza, come fanno i padri severi.
1352 - Esistono vizi che confinano con virtù: così, lo scialacquatore si presenta sotto le mentite spoglie di uomo generoso, mentre, tra chi è capace di dare e chi non è capace di conservare, ce ne corre. Allo stesso modo, l’indifferenza si traveste da disponibilità verso il prossimo, e la temerarietà, da coraggio.
1353 - Se amministreremo saggiamente le nostre doti fisiche e le nostre risorse naturali, senza che il loro essere effimere e fugaci ci provochi angoscia; se non ne diverremo schiavi, nella presunzione di possedere ciò che non è nostro; se le soddisfazioni momentanee del corpo avranno, nella nostra vita, lo stesso ruolo che hanno, nell’esercito, le truppe ausiliarie e la fanteria, il cui compito è servire, non comandare: allora, in questo modo, tutto questo tornerà utile al nostro spirito.
1354 - Non tutto ciò che è morale rende buoni.
1355 - Plasmare l’animo quando è ancora tenero, è facile; il difficile è estirpare quei vizi che sono cresciuti insieme a noi.
1356 - Gli attributi della bontà d’animo sono chiarezza e semplicità.
1357 - Da quali indizi si può notare la virtù? La rivelano l’ordine, il decoro, la perseveranza, la coerenza tra loro di tutte le azioni, la superiorità e il distacco spirituale. Da questi indizi si deduce una vita felice, capace di scorrere tranquillamente; padrona, com’è, di se stessa.
1358 - Fare della virtù, dominatrice suprema, la serva del piacere, è segno di un animo incapace di grandezza.
1359 - I vizi si insinuano in noi nelle sembianze di virtù: la temerarietà si nasconde sotto il nome di coraggio; l’ignavia viene detta impassibilità; la paura, prudenza.
1360 - Quale nobiltà d’animo ci sarebbe nel fare del bene a molti, se non ci fosse mai capitato di rimanere delusi?
1361 - Una crudeltà priva di forze per continuare, non la definirei clemenza.
1362 - A noi stoici non pare un bene qualcosa di cui si possa fare anche un cattivo uso; e tu vedi quanta gente fa un cattivo uso di ricchezza, nobiltà e forza.
1363 - Non è vero, come qualcuno sostiene, che la strada della virtù è ardua e aspra; per giungervi, basta seguire la retta via.
1364 - Anche l’essere scioperati, se è tenace, incute un certo rispetto.
1365 - I lenti bovi sono ben più adatti a portare pesi gravosi che non i cavalli di razza.
1366 - Siccome esistono vizi che imitano determinate virtù, distinguere tra loro vizi e virtù, se non vi si imprimono segni di riconoscimento, diventa impossibile.
1367 - Il dono non sta nei beni tangibili che ci vengono dati. In essi vediamo soltanto la testimonianza e l’espressione del dono.
1368 - Qual è la caratteristica principale della virtù? Non avere bisogno del futuro: non contare i giorni a uno a uno. Per quanto il tempo a lei dato possa essere piccolo, essa vi sa attingere beni che non si estinguono mai.
1369 - La sorte può strappare solo ciò che ha dato. La virtù, però, non la può dare, e quindi neanche togliere. Infatti, la virtù è libera, inviolabile, sempre uguale a se stessa, indistruttibile; a tal punto temprata contro la sorte che non solo non può essere vinta, ma nemmeno spostata dalle sue fondamenta.
1370 - Non ha importanza che cosa riesci a sopportare, ma come.
1371 - Certe virtù hanno bisogno di essere stimolate; altre, frenate.
1372 - La virtù, in noi, emerge solo quando viene stuzzicata e stimolata.
1373 - La gioia per una buona azione è cosa nobile e magnifica, l’ira per una malefatta altrui è qualcosa di meschino, e segno di animo gretto. Non è natura della virtù imitare quegli stessi vizi che si impone di reprimere.
1374 - Non è indizio di animo nobile fare del bene e non riaverlo indietro. Non riaverlo indietro, e continuare a farne, lo è.
1375 - Nessuna virtù è contraria a un’altra virtù.
1376 - Nessuno nasce con un buon carattere; tutti, prima di acquistarlo, sono inclini al male. Imparare la virtù, significa solo disimparare il vizio.
1377 - La virtù, non si disimpara.
1378 - La virtù si divide in due parti: consapevolezza del vero e azione. Alla prima ci conducono gli insegnamenti, alla seconda le esortazioni.
1379 - La virtù, se non ha ostacoli, si infiacchisce.
1380 - Tutti esaltano e detestano, al contempo, chi è fortunato. In lui, odiano quelle stesse azioni che, se potessero, farebbero anche loro.
1381 - Non è il caso di stuzzicare l’animo umano all’avidità, le lamentele e la discordia: ci sguazza già per conto suo.
1382 - Se ti farai l’idea che esiste, oltre all’onestà, anche qualcos’altro, nella vita, di buono, tutte le tue virtù saranno in pericolo: nessuna, infatti, rimarrà salda al suo posto.
1383 - Una felicità mai contrastata non sopporta nessun colpo.
1384 - Chiedi perché la virtù non ha bisogno di nulla? Gode di ciò che ha, non desidera ciò che non ha.
1385 - Per lo stesso motivo per cui le virtù, una volta accolte dentro di sé, non ne possono uscire, e custodirle è facile, il primo approccio a loro è ben arduo; infatti, la debolezza della nostra inetta mente comporta, in noi, la paura di ciò che non conosciamo. Ecco perché bisogna costringerla a muovere il primo passo.
1386 - La virtù, per sua natura, ama la gloria.
1387 - Esistono persone che, se si comportano bene, è solo per averne una ricompensa. A essi la virtù, se è gratuita, non dà nessun gusto. E invece, la virtù, se ha, in qualche modo, a che fare coi soldi, perde tutto il suo splendore. Che cosa c’è, infatti, di più squallido che mettersi a calcolare quanto riesca, un uomo virtuoso, con le sue doti, a guadagnarci? La virtù non ci seduce con la prospettiva di un guadagno, né ci distoglie da sé con la paura di perdere i nostri beni. A tal punto essa non corrompe con speranze e promesse che, al contrario, ci impone di andare contro il nostro interesse. Per lo più, essa consiste in ciò che doniamo spontaneamente.
1388 - Un uomo, se è onesto, farà sempre e solo ciò che gli pare onesto, anche se gli costerà fatica, anche se gli porterà danno, anche se sarà pericoloso. Invece, ciò che è disonesto, anche se gli procurerà denaro, piaceri, potenza, non lo farà. Nulla lo distoglierà dall’onestà, nulla potrà indurlo al male.
1389 - Così come esistono medicine che agiscono sulla salute anche soltanto annusandole, senza toccarle né assumerle; allo stesso modo, l’utilità della virtù si manifesta anche di lontano, per vie recondite.
1390 - Ogni virtù consiste nella misura, e la misura è una proporzione tra le cose ben determinata.
1391 - Perché nessuno confessa i propri difetti? Perché vi è ancora impelagato: narrare un sogno, lo può chi è sveglio, e confessare i propri difetti è indizio di un animo sano. Dunque, se vogliamo renderci conto dei nostri errori, svegliamoci.
1392 - Ciò che va indagato è se a quella virtù cui ti avvicini volentieri quando la strada è facile, e il cammino agevole, saresti disposto ad avvicinarti anche superando rocce e burroni, tra belve e serpenti.
1393 - Una virtù che dura più a lungo non è una virtù più grande.
1394 - Aristone diceva di preferire un giovane un po’ tetro a uno sempre lieto, e gradito alla gente; infatti, il vino che sembra, novello, asprigno e amarognolo, diventa, invecchiando, buon vino. Quello che è già gradevole quando è nella botte, non regge al tempo.
1395 - È meglio far del bene anche ai malvagi a causa dei buoni che essere ingiusti coi buoni a causa dei malvagi.
1396 - I vizi, contro le virtù, hanno la peggio, se solo non li si infama subito col proprio odio.
1397 - In ogni spirito virtuoso abita un dio. Quale sia, non si sa.
1398 - Nulla adorna di virtù gli animi e riporta sulla retta via quelli, tra loro, instabili e proclivi al male, più che la frequentazione di chi è buono. A poco a poco, i buoni toccano le corde profonde di ognuno: il vederli di frequente, il parlarci spesso, ha gli stessi effetti di un insegnamento morale.
1399 - La fiamma della virtù non si estingue mai a tal punto da non imprimere nell’animo segni troppo nitidi perché una qualsiasi modificazione del clima li possa cancellare.
1400 - Ecco una grande cosa: avere la debolezza di un uomo, e la sicurezza di un dio.
1401 - Ogni atto di onestà è opera di una sola virtù, ma su delibera di tutte le altre.
1402 - L’unica cosa cui ci dedichiamo con la massima dedizione: renderci il più possibile peggiori, non ci è ancora venuta bene. I nostri vizi stanno ancora progredendo.
1403 - Che cos’è la virtù? La capacità di giudicare senza abbagli, e in modo irrevocabile. Da essa deriva lo slancio creativo della mente. Solo essa sa ricondurre alla sua vanità tutte quelle apparenze da cui deriva lo slancio cieco della passione.
1404 - Chi è buono per caso, non è detto che lo sarà per sempre.
VITA
1405 - È più da uomini fare della vita una commedia, piuttosto che una tragedia.
1406 - Chi può dubitare che il vivere sia un dono degli dèi; il vivere bene, un dono della filosofia?
1407 - Vuoi renderti conto, una buona volta, di come sei esposto a tutti i colpi, e tutti quei dardi che hanno trafitto altri, ti hanno mancato per un pelo? La vita, è come se tu assalissi, quasi disarmato, una muraglia o un avamposto presidiato da molti nemici, e difficile da scalare: devi aspettarti di venire ferito, e pensare che quei sassi che volano sopra la tua testa, insieme a giavellotti e frecce, sono diretti a te. Ogni volta che qualcuno cade al tuo fianco, o dietro di te, esclama: “Non mi prenderai di sprovvista, sorte; non mi schiaccerai per superficialità o trascuratezza. So che cosa prepari: hai colpito un altro, ma ero io, il tuo bersaglio”.
1408 - Non può ottenere una vita tranquilla chi si preoccupa troppo di prolungarla: chi annovera tra i beni preziosi partecipare a molti capodanni.
1409 - A forza di rimandare, la vita trascorre, e non torna più.
1410 - Se, nella vita, si procede a vele spiegate, non è possibile evitare la furia delle tempeste: i colpi capricciosi e iniqui del caso. Se si vuole che le sue frecce cadano a vuoto, bisogna farsi piccoli piccoli.
1411 - Se ti si delinea nella mente una metafora efficace della nostra vita, la vedrai come una città depredata da cima a fondo, nella quale, smarrito ogni rispetto per le leggi, e ogni pudore, la violenza si sia assisa quale unico giudice.
1412 - La vita è un servizio militare.
1413 - Cerca di abbracciare con la mente le immense plaghe del tempo e l’universo intero; quindi, paragona con questo infinito l’estensione di quella che definiamo “vita umana”: ti accorgerai di come sia esiguo ciò di cui tanto ci preoccupiamo, nel tentativo di prolungarlo. Di questo tempo, poi, quanto ne consumano le lacrime e le preoccupazioni? Quanto il desiderio della morte, ancor prima che sopraggiunga? Quanto le malattie, quanto i timori? Quanto gli anni ancora immaturi, e quelli ormai sterili? Metà di quel tempo, inoltre, lo passiamo dormendo. Aggiungici le fatiche, i dolori, i pericoli: allora capirai che, anche di una vita lunghissima, la parte che si vive davvero è minima.
1414 - Spesso un vecchio di età veneranda, per dimostrare di avere vissuto a lungo, non ha altra prova che la sua età.
1415 - Chi non ha già tracciato il piano complessivo della propria vita, non sarà padrone di ogni sua singola tappa. Nessuno, anche avendo sotto mano i colori, può tracciare un ritratto somigliante, se non ne ha ben chiaro il soggetto. Il nostro sbaglio è che, tutti quanti, prendiamo decisioni sulle singole situazioni della vita, ma nessuno prende una decisione sulla sua vita.
1416 - Nati per durare un tempo brevissimo, destinati a lasciare in fretta a chi verrà un posto certo non tranquillo, davanti agli occhi ci si distende questo albergo; intendo dire: la nostra vita, che - non c’è dubbio - trascorre con incredibile velocità. Calcola l’età delle città: vedrai come anche quelle che si fan vanto della loro antichità, non esistono poi da molto. Tutti gli eventi umani sono brevi e fallaci, e, sull’arco dell’eternità, sono un puntino insignificante.
1417 - “Per me, tutta la vita è un inganno”: dunque, se ne sei capace, trascinala in giudizio: mostra in pubblico com’è davvero.
1418 - La vita non è né un bene né un male: ospita solo il bene e il male.
1419 - Se ritorni da dove sei venuto, perché ti dovrebbe pesare? Chi non sa morire bene, vive male. Il primo dovere di un uomo è non dare valore alla morte; considerare la vita un bene di poca importanza.
1420 - La vita è come una palestra di gladiatori, dove si sta insieme solo per combattersi.
1421 - Nessuno si preoccupa di vivere bene, ma di vivere a lungo. Invece, ognuno può decidere di vivere bene; a lungo, nessuno.
1422 - L’uomo non è mai così simile agli dèi come quando medita sulla propria condizione mortale: comprende di essere nato nella prospettiva della morte, e che questo corpo non è la sua casa, ma un alloggio che ci è concesso per breve tempo, e che bisogna lasciare quando ci si accorge di essere diventati, per chi ci ospita, di peso.
1423 - Non vedi che razza di vita sia, quella cui la natura ci ha consegnato? Essa ha stabilito che la prima espressione vitale, alla nascita, fosse il pianto…
1424 - Nessuno ti restituirà gli anni, nessuno ti renderà ciò che di te stesso hai dissipato. Il tempo del tuo esistere perseguirà la via che ha intrapreso, e non invertirà né sospenderà la fuga degli anni. Non si annuncerà col chiasso, non ti avvertirà di quanto è veloce: scorrerà silenzioso.
1425 - La vita è come una commedia: non importa quanto sia lunga; importa che venga recitata bene.
1426 - Come, da un’anfora, il vino più sincero è quello che esce per primo, mentre quello più ammorbato e torbido rimane nel fondo, allo stesso modo, il meglio della nostra vita sta nella prima parte. E noi sopportiamo che ce la consumino gli altri, e ci venga riservata soltanto la feccia? Teniamo bene in mente questa massima, e approviamola come l’avesse detta un oracolo: “I giorni più belli della vita sono i primi che sfuggono ai miseri mortali”.
1427 - In un solo modo la nostra vita diventa lunga: quando ce la facciamo bastare.
1428 - La nostra vita, nell’arco dell’universo, non è che un punto; anzi, meno di un punto. Di questo punto, però, la natura ha fatto, con derisorio inganno, uno spazio di tempo che sembrasse molto più lungo: ecco perché lo ha ripartito nell’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza; e poi quella parte che dalla giovinezza declina verso la vecchiaia, e, infine, la vecchiaia medesima. Quante fasi apparentemente distinte, in ciò che non è che un punto nel tempo!
1429 - Ognuno rende frenetica la propria vita, e poi sta male per due contrastanti sentimenti: la smania del futuro e la noia del presente.
1430 - Alcuni cominciano a vivere quando è il momento di farla finita. Se ti sembra strano, aggiungo una cosa più strana ancora: alcuni, di vivere, hanno smesso prima ancora di cominciare.
1431 - Il male più grande è uscire dal numero dei vivi prima di essere morti.
1432 - Non è breve la vita che riceviamo in dote; siamo noi a renderla breve. Di tempo, non siamo poveri; siamo sciuponi.
1433 - Chiedi qual è, la vita più lunga che sia consentito vivere? Quella che basta per raggiungere la saggezza: chi è giunto a questa mèta, ha toccato il traguardo non più lontano, ma più importante. Se anche avesse potuto aggiungere un po’ di tempo al proprio esistere, la sua vita non sarebbe minimamente cambiata.
1434 - Esamina i giorni della tua vita: scoprirai di averne riservato per te solo pochi: quelli di scarto.
1435 - Il saggio, e chi aspira alla saggezza, sono, naturalmente, legati al proprio corpo, ma la parte migliore di loro ne è lontana, e volge il suo pensiero al sublime. Alla pari con i soldati che hanno prestato giuramento, essi considerano la loro esistenza un servizio militare, e sono così disciplinati che, la vita, non la amano né la odiano. Pur sapendo che esistono orizzonti ben più ampi, essi sopportano la condizione dei mortali.
1436 - Chi ha paura della morte, non si comporterà mai da persona viva.
1437 - Non bisogna pensare che qualcuno sia vissuto a lungo solo perché ha i capelli bianchi e le rughe; uno così, non è vissuto a lungo, è esistito a lungo.
1438 - Preferisco vivere male che da debosciato.
1439 - C’è una bella differenza tra riposare e seppellirsi prima del tempo.
VOLONTA’
1440 - La volontà di fare in ritardo è volontà di non fare.
1441 - Talvolta esiste, nell’animo, la buona volontà, ma i piaceri e l’inerzia la sfiancano, così come il non sapere quali siano i suoi compiti. È nostro dovere renderla operosa, piuttosto che abbandonarla a se stessa.
1442 - La volontà non si impara.
1443 - Tutto ciò che l’animo si impone di ottenere, lo avrà: qualcuno è riuscito a non ridere mai; altri hanno negato al proprio corpo il vino, il sesso, o qualsiasi bevanda. Ci sono certuni cui bastano poche ore di sonno, per sostenere veglie spossanti. Altri hanno imparato a correre su funi sottilissime e non parallele al terreno, a portare pesi enormi, ai limiti delle umane possibilità, o a immergersi a profondità abissali, e trattenere il respiro senza venire schiacciati dalla pressione dell’acqua. Ci sono mille altri casi in cui la tenacia ha ragione di ogni ostacolo, e dimostra come non ci sia niente che la forza dello spirito non possa vincere, sempre che lo voglia.
1444 - Non esiste un giogo tanto stretto che non ferisca meno chi lo asseconda, piuttosto che chi vi reagisce a strattoni. Per i malanni gravi, esiste un solo rimedio: sopportarli, e assecondare ciò che essi comportano.
1445 - Non puoi sfuggire al destino, ma lo puoi vincere.
1446 - Riteniamo crudeli e insopportabili le circostanze di fronte alle quali ci sentiamo impotenti. Non sono loro, a essere difficili per natura; siamo noi, inetti e senza nerbo.
1447 - Non poter rifiutare, non significa non volere.
1448 - Il saggio non fa mai nulla di controvoglia. Egli sfugge alla sorte, perché, di ciò a cui essa lo costringerà, ne fa il proprio volere.
1449 - Cerca di non fare mai nulla malvolentieri: ciò che, per chi vi oppone resistenza, diventa una costrizione del destino, a chi lo accetta, costrizione, non apparirà mai. Chi accoglie gli ordini di buon grado - intendo dire - sfugge all’aspetto più aspro della schiavitù: il fare ciò che non si vuole. È infelice non chi fa qualcosa per comando, ma chi lo fa malvolentieri. Dunque, predisponiamo il nostro animo a volere tutto ciò che le circostanze esigeranno e, prima di tutto, a pensare senza tristezza alla nostra morte.
1450 - Una gran parte di ogni miglioramento consiste nella volontà di migliorare.
fonte: http://worldlibrary.net/eBooks/Wordtheque/it/
Seneca tutto di tutto
Collegamenti utili gratuiti
Disclaimer : gli obiettivi di questo sito sono il progresso delle scienze e delle arti utili in quanto pensiamo che siano molto importanti per il nostro paese i benefici sociali e culturali della libera diffusione di informazioni utili. Tutte le informazioni e le immagini contenute in questo sito vengono qui utilizzate esclusivamente a scopi didattici, conoscitivi e divulgativi. Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione). In questo sito abbiamo fatto ogni sforzo per garantire l'accuratezza dei tools, calcolatori e delle informazioni, non possiamo dare una garanzia o essere ritenuti responsabili per eventuali errori che sono stati fatti, i testi contenuti nel sito sono di proprietà dei rispettivi autori. Se trovate un errore su questo sito o se trovate un testo o tool che possa violare le leggi vigenti in materia di diritti di autore, comunicatecelo via e-mail e noi provvederemo tempestivamente a rimuoverlo.
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale, pertanto, non è un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001. Il sito è curato e coordinato dall’autore al solo scopo informativo e didattico. Pur ritenendo le fonti utilizzate affidabili, l'autore di questo sito non garantisce l'accuratezza e l'integrità delle informazioni contenute e pertanto declina ogni responsabilità per eventuali problemi o danni causati da errori o omissioni, nel caso tali errori o omissioni risultino da negligenza, caso fortuito o altra causa. Tutti i testi scritti, ove espressamente indicato, e le immagini sono proprietà dei rispettivi autori o case di produzione che ne detengono i diritti, qualora gli aventi diritto si ritenessero danneggiati dall'inserimento in questo sito dei predetti files o fossero stati inavvertitamente inseriti immagini, informazioni, testi od altro materiale coperto da Copyright saranno immediatamente rimossi e/o ne saranno citate le fonti su semplice segnalazione all' indirizzo e-mail indicato nella pagina contatti .
Indice generale argomenti
Aereonautica | Alimentazione | Animali | Architettura | Arte | Appunti | Astrologia - esoterismo | Astronomia | Benessere e salute | Biologia | Botanica | Chimica | Cinema e TV | Comunicazione | Cucina | Diritto | Dizionari - enciclopedie | Documenti utili | Economia | Filosofia | Fisica | Fisiologia | Fitness | Geografia | Giochi | Grammatica | Greco | Informatica | Ingegneria | Lavoro |Latino | Lezioni | Lingue | Letteratura |Matematica | Medicina | Meteo | Moda e spettacolo | Musica | Pedagogia e pediatria | Psicoanalisi e psicologia | Religioni | Riassunti | Scienze |Sociologia | Sport | Storia | Tempo libero | Tesine | Utility | Viaggi
Seneca tutto di tutto