Latino
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Da wikipedia
Il latino è una lingua indoeuropea appartenente al gruppo delle lingue latino-falische.
Veniva parlata a Roma e nel Lazio almeno dagli inizi del I millennio a.C.
Il latino acquistò grande importanza con l'espansione dello stato romano e in quanto lingua ufficiale dell'impero si radicò in gran parte dell'Europa e dell'Africa settentrionale. Tutte le lingue romanze discendono dal latino volgare, ma parole di origine latina si trovano spesso anche in molte lingue moderne di altri ceppi: questo perché anche dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, per più di un millennio il latino fu, nel mondo occidentale, la lingua franca della cultura, della scienza e dei rapporti internazionali, e come tale influì sulle varie lingue locali. Quando venne meno questa sua funzione, intorno al XVII ed al XVIII secolo, essa fu assunta dalle lingue vive europee del tempo e, in alcuni ambiti letterari (memorialistica in particolare) e nella diplomazia, dal francese. Quest'ultima, essendo una lingua romanza, continuò a promuovere parole di origine latina negli altri idiomi fino ai primi decenni del Novecento, allorquando si andò gradualmente imponendo in Europa e nel mondo, come lingua franca, l'inglese, che pur essendo di ceppo germanico presenta, soprattutto nel lessico, un gran numero di termini di origine latina, anche indipendentemente dall'influsso francese.
Nel frattempo, in seguito alla scoperta dell'America e alla politica coloniale degli stati europei, alcune lingue romanze (francese, spagnolo e portoghese) unitamente ad altri idiomi dell'Europa occidentale, in cui l'impronta latina era forte, fra cui l'inglese, si erano poi diffuse in gran parte del mondo.
La lingua latina si è sviluppata grazie anche al contributo di tutte le lingue dei popoli con cui è entrata in contatto durante l'epoca romana, ed in particolare con gli idiomi italici, l'idioma etrusco e con quelli parlati nel Mediterraneo orientale (soprattutto il greco).
Attualmente le lingue con maggiore somiglianza al latino sono il sardo per la pronuncia, l'italiano per il lessico, il rumeno per la struttura grammaticale (declinazioni).
Il latino ecclesiastico formalmente rimane la lingua della Chiesa cattolica romana ancora oggi ed è la lingua ufficiale della Santa Sede; la Chiesa cattolica ha usato il latino come principale lingua liturgica fino al Concilio Vaticano II.
Diverse scuole di oggi parlano latino (Schola Nova nel Belgio, Vivarium Novum in Italia).
Il latino è usato per designare i nomi nelle classificazioni scientifiche degli esseri viventi.
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Fine articolo sul latino da wikipedia
Nominativo
Il nominativo con l’infinito
Si parla di nominativo con l’infinito quando il predicativo del soggetto di un verbo copulativo, anziché essere un nome (videris beatus), è costituito da un infinito:
- quello del verbo sum + nome del predicato in nominativo
- infinito di qualsiasi verbo
Si tratta di un costrutto che interessa videor e altri verbi.
Il verbo videor
Costruzione personale
1)Con il doppio nominativo
ES: Haec tibi ridicola videntur Queste cose ti sembrano ridicole
2)Con il nominativo + infinito
ES: Omnibus videris beatus esse A tutti sembra che tu sia felice
Marcus tibi videtur errare A te sembra che Marco sbagli
Costruzione impersonale
Videor si trova anche usato alla terza persona singolare: ciò accade in alcune locuzioni incidentali, del tipo ut videtur (come sembra) e quando videor si comporta come verbo apparentemente impersonale. Ciò si verifica quando ha valore deliberativo (sembrar bene, opportuno) o si trova unito ad un aggettivo neutro, oppure quando è seguito da un verbo o da una forma impersonale.
ES: Coniurati,paratis, ut videbatur,magnis copiis… I congiurati,dopo aver preparato,
come sembrava,grandi truppe…
Nunc mihi est visum de senectute aliquid ad te conscribere
Ora mi sembra giusto scriverti qualcosa sulla vecchiaia
Mihi videtur de genere belli esse dicendum
Mi sembra che si debba dire del tipo di guerra
Altri verbi col nominativo + infinito
Come videor sono costruiti personalmente anche:
- i verbi appellativi (appellor,nominor)
- elettivi (creor,fio,eligor)
- estimativi (habeor,ducor,existimor)
- i verba dicendi usati al passivo
ES: Romulus optimum augur fuisse traditur Si tramanda che Romolo fosse un ottimo
augure
Questi verbi si trovano anche costruiti impersonalmente, seguiti da un’infinitiva:
- con la 3 persona singolare passiva o con la 3 plurale attiva
V enivano usati con la costruzione personale i verbi iubeo, veto, prohibeo, cogo, sino, usati alla forma passiva.
ES: Anthiocus Tauro tenus regnare iussus est Ad Antioco fu ordinato di regnare fino
al monte Tauro
Genitivo
Genitivo soggettivo e oggettivo
Si definisce soggettivo il genitivo che esprime l’agente dell’azione
ES: labor servorum il lavoro degli schiavi(ovvero gli schiavi fanno fatica)
Si definisce oggettivo il genitivo che esprime l’oggetto del processo verbale
ES: conditor urbis il fondatore della città(ovvero l’uomo che fonda la città)
Nota: i genitivi mei, tui, sui, nostri e vestri del pronome personale e riflessivo sono sempre oggettivi: il genitivo soggettivo viene espresso con gli aggettivi possessivi in funzione attributiva.
Funzioni minori:
- appartenenza: esprime l’idea di appartenenza sia in senso proprio che figurato
- possesso: precisa a chi appartiene una persona o una cosa
- epesegetico: indica a quale categoria,specie o insieme va riferito un nome; si trova spesso unito agli ablativi causa e gratia per indicare il fine di un’azione
- qualità: indica le qualità di una persona;vanno riferite al genitivo di qualità anche le locuzioni del tipo huius (eius) modi ”di questo tipo”, huius (eius) generis ”di questo genere”.
- di età: usato soprattutto in espressioni del tipo puer decem annorum “un ragazzo di 10 anni”
- di misura: usato in espressioni come classis ducentarum navium una fotta di 200 navi
- che segue una locuzione di tempo in sintagmi come pridie eius diei il giorno precedente
oppure post diem tertium eius diei tre giorni dopo
ES: Cimon, Miltadis filius, Atheniensis
Cimone, figlio di Milziade, ateniese
Vulgare amici nomen sed rara est fides
E’ comune il nome di amico, ma rara la lealtà
C.Volusenus, tribunus militum, vir et consili magni et virtutis
Gaio Voluseno, tribuno militare, uomo di grande senno e valore
Genitivo di pertinenza
Indica la persona a cui tocca il dovere di fare qualcosa; è sempre usato in funzione predicativa col verbo sum e si rende con espressioni del tipo “è proprio di”, ”è dovere di”.
ES: Cuiusvis hominis est errare, nullius nisi insipientis perseverare in errorem
E’ proprio di qualunque uomo sbagliare,di nessuno,se non dello stolto, perseverare nell’errore.
NB: quando la persona a cui tocca il dovere di fare una cosa dovrebbe essere indicata con un pronome personale,questo è sostituito da un possessivo nominativo neutro.
ES: Meum est = è compito mio
Suum est (solo quando il pronome è riflessivo; altrimenti si usa eius est, eorum est)
È compito suo, di loro
Genitivo partitivo
Indica il tutto di cui viene presa solo una parte. Può determinare nomi, aggettivi, pronomi o avverbi che esprimono quantità come pars, multitudo, plerique, milia, quis?, multum aliquid…
ES: Satis eloquentiae,sapientiae parum Abbastanza eloquenza, poca saggezza
*viene usato come termine di relazione del superlativo relativo
ES: Iugurtha,homo omnium sceleratissimus Giugurta, l’uomo più scellerato di tutti
*valore partitivo ha anche il genitivo che specifica avverbi di luogo o di tempo come ubi (stato), quo (moto a), eo…
Nel latino postclassico è comune il costrutto: avverbio di moto a luogo + genitivo di un nome astratto,ad esempio eo amentiae pervenit ut “giunse a tal punto di pazzia che”.
Verbi di stima
I verbi aestimo, existimo, habeo, puto, duco, facio, se accompagnati da un avverbio di quantità al genitivo (magni, parvi, minoris, pluris, tanti, minimi, maximi), assumono il valore di stimare; al passivo di essere stimato. Il verbo sum prende quello di valere, contare.
ES: Voluptatem virtus minimi facit La virtù non stima per nulla il piacere
Verbi di memoria
Si può trovare il genitivo dopo i verbi memini, reminiscore obliviscor; quando l’oggetto è rappresentato da un aggettivo o pronome neutro si trova sempre in accusativo.
Verbi di accusa e condanna
Accuso, insimulo, arguo = accusare, arcesso = porto in giudizio, convinco = dimostro la colpevolezza, damno, condemno, absolvo = condannare/assolvere, sono seguiti dal genitivo indicante la colpa.
ES: Nicomedes furti damnatus est Nicomede fu condannato per furto
*de repetundis per malversazione
*damnare capitis condannare a morte
Verbi di pienezza,abbondanza e privazione
Alcuni verbi di abbondanza (impleo, compleo, repleo), di bisogno (egeo, indigeo) sono talvolta seguiti dal genitivo.
Verbi e aggettivi che esprimono dominio
Si trova il genitivo dopo gli avverbi compos e impotens, con il verbo potior nell’espressione potiri rerum “impadronirsi del potere”; negli altri casi potior è costruito con l’ablativo.
Genitivo con interest e refert
I verbi impersonali interest e refert significano importare,interessare e sono costruiti con il genitivo della persona a cui interessa qualcosa (la cosa viene invece espressa con un pronome neutro), con un infinito o con una soggettiva (infinitiva,completava ut/ne + congiuntivo o interrogativa indiretta).
ES: Interest omnium recte facere A tutti importa agire bene
*quando la persona a cui importa qualcosa è rappresentata da un pronome personale vengono usate le forme del possessivo mea, tua, nostra, vestra. Per la terza persona è usato sua solo con valore riflessivo altrimenti si trovano eius, eorum, earum…
ES: Magni mea interest hoc tuos omnes scire Mi interessa molto che tutti i tuoi amici sappiano questo
*per esprimere quanto importi qualcosa si usano gli avverbi di quantità (multum, maxime, nihil) o avverbi con la terminazione al genitivo, come per i verbi di stima.
Nota: a tutti noi, a tutti voi importa si diceva omnium nostrum,vestrum
Dativo
Funzione di termine
Indica il destinatario dell’azione espressa dal verbo. Si trova dopo i verbi che significano:
*dare,donare,affidare(do,dono,committo,credo,tribuo); restituire (reddo, restituo); togliere, portar via (aufero, adimo, eripio)
*dire,narrare,rispondere(dico,narro,nunzio,respondeo); promettere (promitto, polliceor); mostrare (ostento, mostro)
ES: Tullius salutem dicit Terentiae suae Tullio saluta la sua Terenzia
Nota: verbi come circumdo, induo, exuo, venivano costruiti col dativo di termine. Ad esempio circumdare murum urbi = circondare la città con le mura
Alcuni verbi come mitto, scribo, respondeo, oltre che col dativo sono costruiti con ad + accusativo
Il verbo dono ammette due costruzioni:donare aliquid alicui /donare aliqua re aliquem
ES: Thessalicae civitates liberos Pelopidae multo agro donarunt Le città della Tessaglia donarono ai figli di Pelopida molto terreno
Questa costruzione si trova anche coi verbi circumdo, induo e intercludo.
Funzione di attribuzione e interesse
Verbi e aggettivi che indicano sentimenti
*auxilior, succurro, subvenio; proficio, prosum, satisfacio = giovare; bene facere; placeo, bene, dicere, granulari; plaudo; assentior, blandior = adulare, blandire; fido, confido; noceo, obsum, insidior, male facere; minor, monitor = minacciare; invideo; obtrecto, male dicere; displiceo; diffido.
ES: Succurrit inimicus illi Vorenus et laboranti subvenit Lo soccorse il nemico Voreno e portò aiuto a lui che era in difficoltà.
Tibi gratulor mi congratulo con te
*ignosco, parco = perdonare risparmiare; indulgeo; tempero = frenarsi; irascor, succenseo. ES: Egomet mihi ignosco Io perdono a me stesso
*provideo,consulo;medeor=curare;suadeo,persuadeo. ES: Qua re, patres conscripti, consulite vobis Perciò, senatori, provvedete a voi stessi
*aggettivi : utilis, inutilis, salutaris, noxius, amicus, inimicus, benevolus, malevolus, propitius, invisus
Verbi che indicano superiorità e inferiorità
Si trova il dativo dopo verbi che indicano in quale rapporto si trova una persona nei confronti di un’altra (impero, pareo; oboedio; servio; presto, praesum, excello = essere superiore)
Verbi e aggettivi che indicano disposizione, interesse,attitudine
Studeo = occuparsi di, essere interessato a; aptus, idoneus, accomodatus, propensus, proclivis.
ES: Vercingetorix in primis equitatui studet Vercingetorige per prima cosa si occupa della cavalleria
Verbi e aggettivi che indicano associazione,vicinanza,somiglianza
Associazione: iungo, coniungo, particeps, communis, conveniens, congruens.
Vicinanza: vicinus, finitimus, propinquus, proximus.
Somiglianza: similis, dissimilis, par, impar.
Espressioni impersonali che indicano un avvenimento o una condizione
Sono seguite dal dativo espressioni che significano accadere (accidit, contingit), piacere e dispiacere (placet,displicet), essere lecito, necessario (licet, convenit, bene/male est, opus est, nocesse est).
Il verbo nubo: significa sposarsi con (detto della donna), è accompagnato da un dativo di interesse
ES: Haec mulier Oppianico nupsit Questa donna sposò Oppianico
Sposarsi con (x l’uomo) si diceva ducere aliquam uxorem.
Passivo impersonale
Verbi come invideo, persuadeo, consulo, succurro, sono intransitivi, esigono che l’oggetto a cui è indirizzata l’azione venga espresso in dativo e non ammettono la forma passiva (tranne quella impersonale). In italiano invece sono transitivi.
ES: mihi invidetur io sono invidiato
Multis propter sapientiam, multis propter iustitiam invidetur Molti sono invidiati x la saggezza, molti x la giustizia.
NB: Mihi persuasum est = sono persuaso mihi persuadetur = vengo persuaso mihi persuasum fuit = sono stato persuaso
Costrutti particolari
Dativo di possesso: in unione col verbo sum indica la persona a cui appartiene una cosa
ES: Est locus uni cuique suus Ciascuno ha il suo posto
*le espressioni mihi nomen/cognomen est possono essere seguite dal nominativo e dal dativo
ES: Publio Scipioni Africano cognomen ex virtute fuit Publio Scipione fu soprannominato Africano per il suo valore
Dativo di vantaggio e di svantaggio: indica a vantaggio o a svantaggio di chi si verifica l’azione espressa dal predicato.
ES: Aliquid temporis tui sume etiam tibi Un po’ del tuo tempo prendilo anche x te
Dativo d’agente: è il dativo che accompagna la perifrastica passiva.
ES: Caesari omnia uno tempore erant agenda Cesare doveva fare tutte le cose contemporaneamente.
Dativo di fine: viene usatoper esprimere il fine o l’effetto dell’azione.
ES: Caesar quae ad oppugnandum usui erant comparare coepit Cesare cominciò a preparare ciò che era utile all’assedio
Non vitae sed scholae discimus impariamo non per la vita ma per la scuola
Il complemento di fine si può esprimere con ad+accusativo o con genitivo + causa/gratia.
Doppio dativo: dativo di fine + dativo di vantaggio. Si trova in dipendenza da verbi come do, tribuo, mitto, venio, sum.
ES: T.Labienus decimam legionem subsidio nostris misit Tito Labieno mandò la decima legione in aiuto ai nostri
Cupiditates certoum hominum impedimento mihi fuerunt I desideri di certe persone mi furono di ostacolo
Accusativo
L’accusativo è il caso dell’oggetto diretto; non sempre l’uso latino corrisponde a quello italiano: molti verbi latini transitivi sono intransitivi in italiano. Ad esempio:
*iuvo, adiuvo: giovare a, piacere, aiutare
ES: Non omnes arbusta iuvant humilesque myricae Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici
Iuvo nell’accezione di “è bello” è usato come verbo apparentemente impersonale.
ES: Iuvat integros accedere fontes atque haurire. Iuvat novos decerpere flores
E’ bello avvicinarsi a intatte sorgenti e attingervi. E’ bello cogliere fiori novelli
*spero, despero: sperare, disperare
ES: Huius salus desperanda est Si deve perdere la speranza nella sua salvezza
*deficio: venir meno, abbandonare
ES: Hostes res frumentaria deficere coepit Ai nemici cominciarono a mancare le vettovaglie
*fugio, effigio: sfuggire a, evitare
ES: Themistocles non effugit civium quorum invidiam Temistocle non sfuggì all’invidia dei suoi concittadini
*ulciscor: vendicarsi di; abdico rinunciare a; sequor, subsequor: tener dietro a; maneo: aspettare
ES: Statuerunt istius iniurias ulcisci Stabilirono di vendicarsi delle offese di costui
Accusativo con i verbi di movimento
I verbi di movimento composti da un verbo intransitivo (eo, venio, curro) e da un preverbo costituito da una preposizione seguita dall’accusativo come trans, circum, ad, in, ante, esigono un oggetto diretto all’accusativo.
ES: Ea pars nondum lumen transierat Quella parte non aveva ancora attraversato il fiume
Accusativo con i verba affectuum
Si trova l’accusativo in dipendenza da verbi come doleo, maereor, queror, gratulor, indignor, deploro, rideo, derideo, ludeo, stupeo.
ES: Non adflictam regiam condicionem dolebam Non mi dolevo dell’infelice condizione del re
Questi verbi (sia di movimento che affectuum) sono considerati transitivi e ammettono la forma passiva.
*anche verbi come oleo, redoleo (mandare odore); sapio, resipio (aver sapore di); sitio (aver sete di), sono costruiti con l’accusativo.
ES: Lucius sanguinem nostrum sitiebat Lucio era assetato del nostro sangue
Accusativo dell’oggetto interno
Alcuni verbi intransitivi ammettono un oggetto in accusativo purchè questo derivi dalla stessa radice del verbo (es: vivere vitam)
ES: Istam pugnam pugnabo Combatterò questa battaglia
*ire viam intraprendere una strada
Accusativo alla greca
Una forma particolare di accusativo di relazione è quella che viene usata per determinare un aggettivo o un verbo intransitivo.
ES: Longos turbata capillos Coi lunghi capelli scompigliati
Accusativo avverbiale
Molti avverbi di quantità (multum, paulum, tantum, plus, minus) in origine erano accusativi neutri usati per determinare un verbo. Altri sono: nihil, primum, ultimum, extremum, postremum, plerumque, iterum e tutti gli avverbi in e derivati da aggettivi della seconda classe.
ES: Bis terve summum Due o tre volte al massimo
A questa categoria si possono riportare alcune locuzioni in cui compaiono accusativi come partim, magnam (maiorem, minorem) partem, vicem meam (= per parte mia, al posto mio), id aetatis, id temporis, id genus…
ES: Quos ego id temporis venturos esse praedixeram Io avevo preannunciato che quelli sarebbero venuti in quel momento
Accusativo con i verbi impersonali
Miseret,paenitet,piget,pudet,taedet
Miseret = provare compassione, paenitet = pentirsi, piget = dispiacersi, pudet = vergognarsi, taedet = annoiarsi, sono costruiti con l’accusativo della persona che prova il sentimento e con il genitivo della cosa che determina il sentimento (con il nomin./acc. se la cosa è un pronome neutro).
ES: Me non paenitet consilii mei Non mi pento della mia decisione
Eos puduit Loro si vergognarono
Id Marcum pigebat Marco si dispiaceva di ciò
*nella perifrastica passiva la persona è in dativo
*quando la persona è rappresentata da un pronome personale di terza persona l’accusativo del pronome riflessivo viene usato solo nelle subordinate quando si riferisce al soggetto della reggente. Negli altri casi si usa is o ille.
ES: Dicit se paenitere Dice di pentirsi
Eum paenitet Si pente
*la cosa che provoca il sentimento può essere espressa anche da un infinito, da una completava introdotta da quod + indic./cong., da un’infinitiva.
*in unione con i verbi servili il verbo impersonale va all’infinito e il servile assume la forma impersonale
ES: Eos taedere solet Sono soliti annoiarsi
Se il verbo servile è un verbo di volontà resta costruito personalmente ed è seguito da un’infinitiva o da una completiva costruita con ut/ne + cong.
*per esprimere un’esortazione si usa il congiuntivo esortativo.
Decet,fallit,fugit,iuvat,praeterit…
Questi verbi vogliono l’accusativo della persona, insieme a latet e dedecet.
Si trovano costruiti personalmente con il soggetto alla terza persona.
ES: Te non citharae decent A te non si addicono le cetre.
Doppio accusativo
Alcuni verbi oltre all’oggetto diretto ammettono anche un accusativo di relazione.
*Doceo = insegnare, celo = nascondere:
Nella forma attiva si trovano costruiti con l’accusativo della persona e della cosa
ES: Quid nunc te, asine, litteras doceam? Perché ora asino dovrei insegnarti a leggere?
Nella forma passiva solo celo ha una costruzione personale: la cosa è espressa con de + ablativo o con un pronome neutro.
ES: Id Alcibiades celari non potuit Alcibiade non potè essere tenuto all’oscuro di ciò
*verba rogandi:
Posco, reposco, flagito (chiedere, reclamare, chiedere con insistenza) sono costruiti con l’accusativo della persona e della cosa e al passivo ammettono la costruzione personale.
ES: Cotidie Caesar Aeduos frumentum flagitare Ogni giorno Cesare chiedeva con insistenza il frumento agli Edui
*oro, rogo, interrogo + acc della cosa o della persona:
ES: Id te oro Di questo ti prego
Con rogo si ha il doppio accusativo nell’espressione “aliquem rogare sententiam” (= chiedere un parere a qualcuno).
*peto, quaero:
I due verbi più usati per esprimere l’idea di chiedere sono peto (chiedere per avere) e quaero (chiedere per sapere). Petere aliquid ab aliquo, quaerere aliquid ex/ab aliquo.
L’oggetto di peto può essere rappresentato da una completiva costruita con ut/ne + cong., quello di quaero da un’interrogativa indiretta.
ES: A vobis, patres conscripti, peto ut benigne me audiatis Vi chiedo, senatori, che mi ascoltiate con benevolenza.
Quaerit ex proximo vicino num feriae essent Chiese al più vicino se fosse vacanza
Peto e quaero + accusativo prendono diversi significati: petere urbem “avvicinarsi alla città”, petere consolatum “aspirare al consolato”, quaerere salem, aquam… “cercare sale, acqua…”
*cogo, moneo, accuso + accusativo
ES: Ego hoc cogor Io sono costretto a ciò
Fine articolo sul latino
Complementi
Soggetto = Nominativo
C. Spec. = Genitivo
Apposizione = Concorda nel caso del sogg.
Attributo = Concorda nel caso - genere - numero
Pred. nom./ verb. = verbo essere + parte nominale
C. Ogg = Accusativo
Compl. mezzo - abl. x le cose per+acc x le persone
Compl. modo - cum+abl abl se c'è un agg.
cum interposto ( magna cum cura )
Compl. compagnia - cum+abl
Compl. Fine - dat ad+acc gen+causa/gratia
Compl. stato in - in+abl se si tratta di nome di città
singola delle prime due decl. si usa il
caso loc. che è uguale al gen. , se si
tratta di città plu. o altra decl. con abl
Compl. moto a - in/ad+acc in-ingresso ad-avvicinam
coi nomi di città non si usa la prep.
Compl. moto da - a ab e ex+abl ablcoi nomi città
Compl. moto x - per+acc acc coi nomi di città
abl per il passaggio obbligato
Compl. limitazione - abl
Compl. causa - abl interna prae+abl impediente
ob - propter+acc esterna
Compl. s/vantaggio - dat pro+abl in difesa di
Compl. agente - a ab+abl causa eff. abl
Compl. termine - dat
Compl. argomento - de+abl
Compl. tempo - determ. abl contin. acc (per)
Compl. limitazione - abl
Compl. qualità - indica la qualità di una persona o di una cosa. Se si tratta di una qualità fisica si usa abl. , se si tratta di una qualità morale si usa il gen.(o abl.), se si tratta di condizione sociale, stirpe, età si usa sempre il gen.
Posizione attributiva : il compl. di spec. se si riferisce ad un altro compl. che si forma con prep. invece che seguire il compl. può trovarsi immediatamente dopo la prep. Ad salutem patriae Ad patriae salutem
1° Declinazione
Particolarità
Gen. plu. in um : alcuni nomi greci, discendenza e i
composti di cola e gena
Gen. sing. in as : il nome familia accanto ai nomi
pater-mater-filius-filia
Dat e Abl p. in abus : equa-mula-filia-dea per non
essere confusi con i
corrispondenti maschili
Pluralia Tantum
Caso locativo
Nomi che al singolare hanno un significato e al plurale ne hanno un altro Copia/ae Copiae/arum
Desinenze
A Ae
Ae Arum
Ae Is
Am As
A Ae
A Is
2° Declinazione
Particolarità
Il nome deus-dei-des-deum-deus/dive-deo
dii/dei-deorum/deum-diis/deis-deos-nom.-dat
Vocativo in i : i nomi che terminano in ius con la i breve presentano la i lunga, con la i lunga presentano il voc. in e
Forme contratte : si trovano in poesia
Gen. plu. in um :nomi popoli stranieri- moneta o misure - composti di vir
Pluralia tantum
Locativo
Sing. e plu. con significati diversi
Desinenze
Us I Um A
I Orum I Orum
O Is O Is
Um Os Um A
E I Um A
O Is O Is
Aggettivi della 1° Classe
Sono a tre uscite e seguono la 1 decl. per il femminile, la 2 per il maschile e la 2 neutro per i neutri
Aggettivi Pronominali
Alcuni aggettivi affini ai pronomi presentano le desinenze ( uguali per tutti 3 i generi ) di ius gen. sing. - i per dat. sing.
Alter - A - Um Solus - A - Um Unus-A-Um
Aggettivi sostantivati
Se un agg. è usato al neutro e non si riferisce a nessun altro sostantivo esso va reso con il nome Cosa seguito da questo agg. : Magnum - La grande cosa
Ciò accade soltanto per i casi diretti ( nom-acc-voc ), nei casi obliqui si usa il sostantivo Res
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1^ declinazione
singolare plurale
NOMINATIVO ros-a ros-ae
GENITIVO ros-ae ros-arum
DATIVO ros-ae ros-is
ACCUSATIVO ros-am ros-as
VOCATIVO ros-a ros-ae
ABLATIVO ros-a ros-is
2^ declinazione
maschile/femminile
singolare plurale
lup-us lup-i
lup-i lup-orum
lup-o lup-is
lup-um lup-os
lup-e lup-i
lup-o lup-is
singolare plurale
puer puer-i
puer-i puer-orum
puer-o puer-is
puer-um puer-os
puer puer-i
puer-o puer-is
neutro
singolare plurale
don-um don-a
don-i don-orum
don-o don-is
don-um don-a
don-um don-a
don-o don-is
3^ declinazione
imparisillabi con 1 consonante
maschili
singolare plurale
pastor pastor-es
pastor-is pastor-um
pastor-i pastor-ibus
pastor-em pastor-es
pastor pastor-es
pastor-e pastor-ibus
neutri
singolare plurale
nomen nomin-a
nomin-is nomin-um
nomin-i nomin-ibus
nomen nomin-a
nomen nomin-a
nomin-e nomin-ibus
nomi parisillabi e imp. con 2 cons.
masch./femm.
singolare plurale
mons mont-es
mont-is mont-ium
mont-i mont-ibus
mont-em mont-es
mons mont-es
mont-e mont-ibus
neutro
os oss-a
oss-is oss-ium
oss-i oss-ibus
os oss-a
os oss-a
oss-e oss-ibus
nomi neutri al nom. sing. in -e -al -ar e al gen sing. in -is -alis -aris
singolare plurale
mare mar-ia
mar-is mar-ium
mar-i mar-ibus
mare mar-ia
mare mar-ia
mar-i mar-ibus
bos, bovis: il bue; al sing. regolare, al plur.:boves boum bobus, boves, boves, bobus
femur, feoris: il femore; al gen. sing anche femin-is, plur. anche femin-a femin-um femin-ibus
Iuppiter, Iovis: Giove, Zeus: Iuppiter, Iovis, Iovi, Iovem, Iuppiter, Iove.
Vis, roboris: la forza; sing: vis, roboris, robori, vim, vis, vi; plur: vires, virium, viribus, vires, vires, viribus.
4^ declinazione
masch./femm. neutro
Sing. plur. Sing. Plur.
Fruct-us Fruct-us corn-u corn-ua
Fruct-us Fruct-uum corn-us corn-uum
Fruct-ui Fruct-ibus corn-u corn-ibus
Fruct-um Fruct-us corn-u corn-ua
Fruct-us Fruct-us corn-u corn-ua
Fruct-u Fruct-ibus corn-u corn-ibus
Iussu consulis: per ordine del console
Hortatu ducis: per esortazione del comandante
Minor natu: minore d’età
5^ declinazione
femm.
Sing. Plur.
r-es r-es
r-ei r-erum
r-ei r-ebus
r-em r-es
r-es r-es
r-e r-ebus
res adversae: avversità
divina: cerimonia religiosa
familiaris: patrimonio familiare
frumentaria: vettovagliamento
militaris: arte militare
novae: rivolta, rivolgimento politico
publica: lo stato
Romana: potenza, forza romana
Secundae: buona sorte, situazione favorevole
Pecuniaria: interesse economico
Futurae: il futuro
Gestae: gesta, imprese
VERBI
1^ con. 2^ con. 3^ con. 4^ con.
laudare monére legere audire
presente
laud-o eo o io
as es is is
at et it it
amus emus imus imus
atis etis itis itis
ant ent unt iunt
imperf.
abam ebam ebam iebam
abas ebam ebam iebas
abat ebat ebat iebat
abamus ebamus ebamus iebamus
abatis ebatis ebatis iebatis
abant ebant ebant iebant
fut.semp
abo ebo am iam
abis ebis es ies
abit ebit et iet
abimus ebimus emus iemus
abitis ebitis etis ietis
abunt ebunt ent ient
null-
us a um
ius ius ius
i i i
um am um
o a o
io noi tu voi
ego nos tu vos
mei nostri/um tui vestri/um
mihi nobis tibi vobis
me nos te vos
me nobis te vobis
perfetto +ccheperfetto fut. ant.
i eram ero
isti eras eris
it erat erit
imus eramus erimus
istis eratis eritis
erunt erant erint
perfetto: passato remoto, trapassato remoto, passato prossimo
+cheperfetto: trapassato prossimo
Aggettivi
1^ classe
bon-
sing plur
m. f. n. m. f. n.
us a um i ae a
i ae i orum arum orum
o ae o is is is
um am um os as a
e a um i ae a
o a o is is is
2^ classe
3 terminazioni
acer, acris, acre
acr-
sing
m. f. n. m. f. n.
acer is e es es ia
is is is ium ium ium
i i i ibus ibus ibus
em em e es es ia
acer is e es es ia
i i i ibus ibus ibus
2 teminazioni
fortis, forte
fort-
sing plur
m-f n m-f n
is e es ia
is is ium ium
i i ibus ibus
em e es ia
is e es ia
i i ibus ibus
1 terminazione
felix, felicis
sing plur
mas.-fem. Neut. Mas.-fem. Neut.
Felix felices felicia
Felicis felicium
Felici felicibus
felicem felix felices felicia
felix felices felicia
felici felicibus
Comparativo di uguaglianza: tam + aggettivo + quam + secondo termine di paragone (ita;ut – aeque;ac)
Comparativo di minoranza: minus + aggettivo + quam + secondo termine di paragone.
Comparatico di maggioranza: doct- (più dotto)
sing. Masch/femm neutro plur. Masch/femm neutro
ior ius iores iora
ioris ioris iorum iorum
iori iori ioribus ioribus
iorem ius iores iora
ior ius iores iora
iore iore ioribus ioribus
+secondo termine di paragone: quam+ablativo o ablativo semplice
superlativo relativo, assoluto
longissim sing us a um plur i ae a
i ae i orum arum orum
o ae o is is is
um am um os as a
e a um i ae a
o a o is is is
secondo termine del relativo al genitivo; e,ex,de+ablativo; inter+acc
is,ea,id
sing plur
m f n m f n
is ea id ii(eis) eae ea
eius eius eius eorum earum eorum
ei ei ei iis(eis) iis(eis) iis(eis)
eum eum id eos eas ea
eo ea eo iis(eis) iis(eis) iis(eis)
ille,illa,illud
sing
m f n m f n
ille illa illud illi illae illa
illius illius illius illorum illarum illorum
illi illi illi illis illis illis
illum illam illud illos illas illa
illo illa illo illis illis illis
Congiuntivo
Presente
1^(are) 2^(ére) 3^(ere) 4^(ire)
em eam am iam
es eas as ias
et eat at iat
emus eamus amusi amus
etis eatis atisi atis
ent eant ant iant
imperfetto
arem erem erem irem
ares eres eres ires
aret eret eret iret
aremus eremus eremus iremus
aretis eretis eretis iretis
arent erent erent irent
perfetto(tema del perfetto) +cheperfetto
erim issem
eris isses
erit isset
erimus issemus
eritis issetis
erint issent
cong pres= che io legga
cong imperfetto= che io leggessi; io leggerei
cong perfetto= che io abbia letto
cong +che perfetto=che io avessi letto; avrei letto
imperativo
pres
a e e i
ate ete ite ite
futuro
ato eto ito ito
ato eto ito ito
atote etote itote itote
anto ento unto iunto
infinito: -are -erè -ere -ire
perfetto: -isse
Participio
Presente
Laud-ans, -antis
Mon-ens, -entis
Leg-ens, -entis
Aud-iens, -ientis
Futuro: tema del supino + -urus, -a, -um
Cong pres imp perf +cheperf.
Sim essem(forem) fuerim fuissem
Sis esses(fores) fueris fuisses
Sit esset(foret) fuerit fuisset
Simus essemus fuerimus fuissemus
Sitis essetis fueritis fuissetis
Sint essent(forent) fuerunt fuissent
Imp pres: es, este
Imp fut : esto, esto, estote, sunto
Inf pres: esse
Inf perf: fuisse
Passivo
Indicativo
1^ con. 2^ con. 3^ con. 4^ con.
Laud-are mon-ére leg-ere aud-ire
Pres.
Or eor or ior
Aris eris eris iris
Atur etur itur itur
Amur emur imur imur
Amini emini imini imini
Antur entur untur iuntur
Imperf.
Abar ebar iebar
Abaris ebaris iebaris
Abatur ebatur iebatur
Abamur ebamur iebamur
Abamini ebamini iebamini
Abantur ebantur iebamtur
Fut. Sempl.
Abor ebor ar iar
Aberis eberis eris ieris
Abitur ebitur etur ietur
Abimur ebimur emur iemur
Abimini ebimini emini iemini
Abuntur ebuntur entur ientur
Pres: io sono lodato
Imperf: io ero lodato
Fut sempl: io sarò lodato
Indicativo
Perfetto +perfetto fut. Ant.
Laudatus, -a, -um sum eram ero
es eras eris
est erat erit
laudati, -ae, -a sumus eramus erimus
estis eratis eritis
sunt erant erunt
perfetto: io fui lodato, sono stato lodato, fui stato lodato
+perfetto: io ero stato lodato
futuro anteriore: io sarò stato lodato
Il passivo dei verbi transitivi è ammesso alla 3^ persona per indicare le azioni impersonali. Nei tempi composti il participio è al genere neutro. Pugnatur acriter: si combatte accanitamente.
Pronomi relativi
Sing plur
Masch. Femm. Neutro masch. Femm. neutro
Qui quae quod qui quae quae
Cuius cuius cuius quorum quarum quorum
Cui cui cui quibus quibus quibus
Quem quam quod quos quas quae
Quo qua quo quibus quibus quibus
Qui(=is qui): colui che/chi
Compl. Modo: cum+abl.
Compl. Mezzo: abl. Semplice; per+acc. (solo se è una persona)
Compl. Causa: abl. Semplice (causa interna)
Ob/propter+acc. (causa esterna)
Prae+abl. (causa impediente)
Gen.+causa/gratia (causa finale)
Ex/de/ab+abl. (causa come punto di origine)
Compl. Compagnia:cum+abl.
Compl. Di stato in luogo: in+abl.
Compl. Di moto a luogo: in/ad+acc.
Compl. Di moto da luogo: e/ex/a/ab+abl.; de+abl.(dall’alto in basso)
Compl. Di moto per luogo: per+acc.
Compl. Di moto in luogo circoscritto: in+abl.
Con nomi di città, piccola isola della 1/2^ decl. Pe lo st. in luogo si usa il locativo (=genitivo).
Se questi nomi sono pluralia tantum o appartengono alla 3^ decl. Si usa l’ablativo semplice.
Compl. Di argomento: de+abl.
Compl. Di fine: ad/in+acc.;dat. semplice; gen+causa/gratia.
Compl. Di qualità: abl. Semplice ( qualità fisiche);gen. o abl. (qualità morali); genitivo (determinazioni di peso, numero, misura)
Compl. Di materia: e/ex/de+abl.
Compl. Di vantaggio, svantaggio: dativo di vantaggio, dativo etico. Doppio dativo è formato da un dativo di fine e da un dativo di vantaggio
Compl. Agente: a/ab+ablativo
Compl. Causa efficiente: abl. Semplice.
Compl. Allontanamento: a/ab+abl. (nomi di persone); e/ex/de+abl. Abl_sempl. (cose)
Compl. Abbondanza o privazione: abl. Semplice
Compl. Partitivo: espresso con il genitivo.
Prop. Infinitive: soggetto all'accusativo o nominativo. Verbo all'infinito presente passato o futuro a seconda della contemporaneità con la principale.
Prop. Finale: ut+congiuntivo; presente se nella principale ci sono presente o futuro; imperfetto se nella princ. c'è il passato.
Tra 2 finali, una positiva e una negativa neque o nec, tra due negative neve o neu.
Quo+cong se c'è un comparativo
Part. Futuro o presente
Supino per i verbi di movimento.
Prop. Temp.: cum+ind (quando); dum+indicativo (mentre) se c'è il cong. Indica eventualità; ut, ut primum, ubi, ubi primum, cum primum, simul ac, statim ut+indicativo (non appena, appena che, mentre)
Antequam, priusquam(prima che, prima di)+indicativo (fatto reale) o cong(fatto atteso). Postquam(dopo che, da quando) con presente ind. (azione duara ancora nel presente); imperf. Ind.(azione concomitante con un'altra nel passato); perf. Ind. (azione che precede di poco la reggente); +perf. Ind. (azione lontana dalla principale). Anche il participio presente ha valore temporale.
Prop. Causale: se reale espr. All'ind; se l'autore non è convinto espressa al cong. Le proposizioni usate sono quod, quia, quondam, quandoquidem, siquidem, propterea quod, quando (poiché, dato che, perché, in quanto, siccome). Cum+cong. Introduce una causale indipendentemente dalla sua realtà.
Prop. Consecutiva: ut(se neg. Ut non)+congiuntivo. Il cong è pres se l'azione dura nel pres.; imperf. O perf. Se è riferita al passato. Nella principale vi sono spesso pronomi avverbi o agg. correlativi tot, tantum, ita, sic, tam…
Fine articolo sul latino
Dal latino al volgare
Introduzione
Dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente all'anno Mille, un nuovo concetto di unità integra e sostituisce la cultura classica e i modelli politici del mondo antico.
L'unità dei valori cristiani tende a inglobare ogni aspetto della vita collettiva e a porsi come punto di riferimento della civiltà europea, che ha assistito, nel giro di pochi secoli, alle invasioni barbariche, alla crisi economica, allo spopolamento delle città.
Il modo di produzione feudale, caratterizzato dal vassallaggio e dalla servitù, modifica il tessuto economico e sociale e contribuisce alla formazione di un ordine politico fondato sull'obbedienza e sugli ideali cavallereschi.
Il momento culturalmente più significativo coincide invece tra il V e il IX secolo con il processo di trasformazione della lingua latina nelle lingue romanze.
Latino e lingue romanze
Non esiste nella storia dell'Occidente una vicenda che per intensità drammatica, dimensioni e conseguenze sia paragonabile al declino e alla caduta dell'impero romano. Tuttavia, questa immensa catastrofe, proprio a causa delle sue dimensioni, non ebbe i caratteri di un crollo repentino, ma fu piuttosto un processo che si protrasse per secoli, raggiungendo il suo culmine con la data canonica del 476 d.C. (deposizione di Romolo Augustolo) senza però che questo evento segnasse la fine assoluta e definitiva di una civiltà. Anzi, nel momento in cui si verificò, la deposizione dell'ultimo imperatore ebbe un'eco irrilevante, e nessuno dette all'evento il significato simbolico che poi avrebbe assunto per i posteri: esso in realtà si inseriva, come un episodio fra i tanti, nella lunga crisi che travagliava il mondo antico e che ebbe nelle invasioni barbariche la sua manifestazione più appariscente, ma non certo la prima né l'ultima. Secondo alcuni studiosi, infatti, il periodo storico che noi chiamiamo "Medioevo" e che facciamo convenzionalmente cominciare dal 476 d.C. andrebbe addirittura retrodatato di almeno due secoli, poiché già al volgere del III secolo d.C. non sarebbe più possibile parlare in senso proprio di "età classica" per la quantità e la qualità delle trasformazioni sociali, economiche e culturali intervenute a modificare profondamente il quadro del mondo antico. Certo è che, dal punto di vista linguistico, che è poi quello che qui ci interessa più da vicino, i sintomi del fenomeno sono vistosi e segnalano l'esistenza di una crisi profonda del latino classico e, di conseguenza, della civiltà che lo aveva espresso, in epoche ben precedenti al 476 d.C.
Ne rendono testimonianza numerosi documenti, a cominciare dalla celebre Appendix Probi, operetta risalente appunto al III secolo d.C., nella quale un anonimo grammatico cercò di ricondurre alla norma classica forme che se ne erano allontanate lungo una traiettoria che avrebbe infine condotto alla nascita dei volgari neolatini.
Naturalmente, il processo di disgregazione del latino classico si accentua e si accelera con il precipitare della crisi dell'impero romano. Non si deve tuttavia pensare a una frattura netta e collocabile temporalmente: anche le lingue, come la natura, non "fanno salti", e la loro evoluzione è sempre il frutto di processi di lunga durata, in cui una serie di cause opera in parallelo producendo interazioni ed effetti di feedback sempre di estrema complessità e non di rado contraddittori. Ciò è tanto più vero nel caso dei volgari neolatini, la cui nascita non è determinata da un evento traumatico, ma deriva da una gestazione secolare in cui, attraverso spostamenti progressivi e spesso impercettibili, le lingue nuove si formano senza che questo voglia dire l'abbandono e la scomparsa di quella antica.
In realtà, per un lungo arco di tempo il latino e il volgare sono convissuti l'uno a fianco dell'altro nella coscienza e nella pratica degli intellettuali e del loro pubblico: ancora fra il XIV e il XV secolo vediamo per esempio scrittori come Angelo Poliziano, Jacopo Sannazzaro e Ludovico Ariosto ricorrere indifferentemente ai due idiomi, senza contare l'uso del latino giuridico, scientifico ed ecclesiastico continuato fino quasi ai giorni nostri.
Anche per i volgari non romanzi, segnatamente quelli di area germanica e slava, l'influenza del latino fu decisiva: pur non avendo conosciuto direttamente la civilizzazione romana, o avendola sperimentata in modo superficiale e per periodi limitati, gran parte dell'Occidente non romanizzato si era incontrato con il latino attraverso l'evangelizzazione cristiana, adottandolo come lingua della religione e della cultura dall'Irlanda alla Scandinavia, dalla Germania alla Polonia, e facendone un modello di riferimento fondamentale. Avvenne così che l'Europa intera si riconobbe in questo patrimonio comune, in cui affondano le loro radici non solo le civiltà romanze, ma l'intera tradizione del mondo occidentale: alla metà del IX secolo Odofredo di Weissemburg, uno dei primi protagonisti della letteratura in volgare tedesco, osservava meravigliato come "tanti uomini illustri per saggezza, sapienza, santità, abbiano utilizzato tutte queste virtù a gloria di una lingua straniera, senza fare uso nella scrittura della loro propria lingua".
È importante sottolineare come le considerazioni svolte fin qui smentiscano la tesi cara alla critica romantica, secondo cui la nascita delle lingue volgari fu il frutto di un'autonoma e spontanea elaborazione "dal basso", sorta dal profondo della coscienza popolare senza la mediazione della cultura classica e degli intellettuali di professione: insomma, una specie di slancio vitale che spazzò via una tradizione ormai fiacca e isterilita, sostituendola con forme più libere e pronte ad accogliere la sensibilità di un mondo nuovo. Al contrario, la mediazione e il filtraggio ci furono, fino a produrre, soprattutto nell'area romanza, un bilinguismo in cui latino e volgare non si configuravano come opzioni alternative, ma come soluzioni complementari e integrate da utilizzare di volta in volta a seconda dei contesti, dei generi e dei destinatari.
È evidente come un approccio di questo genere al problema delle origini renda estremamente difficile, e anzi, a rigore impossibile, stendere il certificato di nascita delle lingue neo- e postlatine, indicando con precisione "quando" e "dove" si è verificata la frattura tra latino e volgare: perché, semplicemente, questa frattura non c'è. Tuttavia, se è assurdo mettersi alla ricerca di qualcosa che non esiste, resta comunque importante individuare e studiare le prime testimonianze che documentano l'affermazione del volgare: avremo così la possibilità di fissare alcuni concreti riferimenti cronologici, geografici e linguistici che ci permetteranno di comprendere meglio il percorso compiuto da queste nuove esperienze della comunicazione e le tappe della loro successiva evoluzione.
I primi documenti in lingua romanza
Restringendo il campo di indagine al settore dei volgari neolatini, il primo documento conosciuto in una lingua "romanza", ossia derivata dal latino, sono i cosiddetti Giuramenti di Strasburgo, che risalgono all'842. Si tratta di un testo ufficiale riportato dallo storico franco Nitardo nella sua Storia dei figli di Ludovico il Pio: con esso Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, sovrani il primo delle regioni occidentali, il secondo di quelle orientali dell'Impero carolingio, sanciscono la loro alleanza contro il fratello Lotario, con cui erano in lotta per la spartizione delle terre. I due sovrani con gli eserciti schierati pronunciarono la formula del giuramento dapprima in latino, e poi nelle lingue dei rispettivi popoli, ossia in franco e in tedesco. La testimonianza è di estremo interesse perché ci dimostra in maniera inoppugnabile due diverse realtà: che il latino classico era divenuto ormai incomprensibile a livello popolare; che non per questo esso era stato abbandonato, ma continuava a costituire la lingua ufficiale del potere e delle classi dirigenti. Ci sembra significativo riportare qui il testo del giuramento in lingua franca ("romana lingua", come la definisce Nitardo) pronunciato da Ludovico il Germanico perché il confronto diretto tra l'antico francese e gli altri volgari neolatini (soprattutto italiano e spagnolo) farà capire come queste lingue fossero in origine vicine e come, quindi, sia stata possibile la circolazione dei primi testi letterari in lingua d'oc e in lingua d'oïl anche al di fuori dei confini francesi. Ecco il testo: "Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d'ist di in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o quid il mi altresi fazet, et ab Ludher nul plaid numquam prindrai, qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit" ("Per l'amore verso Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da questo giorno in poi, per quanta saggezza e potere Dio mi donerà, così io sosterrò questo mio fratello Carlo, e con l'aiuto e con ogni cosa, così come secondo giustizia si deve sostenere il proprio fratello, a patto che egli faccia altrettanto verso di me, e con Lotario non prenderò mai nessun accordo che, per mia volontà, sia di danno a questo mio fratello Carlo").
Il periodo nel quale si collocano i primi documenti in volgare italiano è quello che va dalla metà del IX alla metà del X secolo. Per avere un documento analogo ai Giuramenti di Strasburgo in volgare italiano, in cui cioè sia chiara la coscienza e deliberata la volontà di esprimersi in una lingua alternativa a quella latina, dovremo aspettare oltre un secolo: risale infatti al 960 il Placito Capuano, una "sentenza" emessa a chiusura di una causa intentata da un privato contro il monastero benedettino di Montecassino circa il possesso di alcune terre. Le ragioni di questo ritardo sono molteplici: in primo luogo, va segnalato il disordine politico e il frazionamento particolaristico in cui versava la penisola nei secoli precedenti il Mille, con le difficoltà conseguenti a individuare una soluzione unitaria alle sparse esperienze in volgare, che pure esistevano ma non riuscivano a trovare le strutture politico-sociali necessarie per una aggregazione. Per di più, l'unica autorità in grado di svolgere una funzione centralizzatrice, e cioè la Chiesa, adottava come sua lingua ufficiale il latino e non aveva quindi nessun interesse a favorire l'affermazione e l'ufficializzazione di una letteratura in volgare. La tradizione classica era inoltre da noi più profondamente radicata che nelle altre parti d'Europa, e più difficile risultava quindi il suo superamento. Infine, e questo è forse il dato fondamentale, la relativa vicinanza fra il latino e le diverse forme che il volgare andava assumendo nelle regioni italiane, vicinanza assai più marcata che in qualsiasi altra lingua romanza, rendeva superfluo nella coscienza collettiva un impegno a costruire, affinare e usare una lingua alternativa: insomma, l'italiano è nato in ritardo semplicemente perché, per molto tempo, non se ne è sentito il bisogno.
Letteratura in lingua d'oïl
La letteratura d'oïl è costituita, per la gran parte, dalle chansons de geste ("canzoni di gesta"), raccolte nei cicli carolingio e bretone.
Nel ciclo carolingio spicca la Chanson de Roland (Canzone di Orlando), che risale alla prima metà dell'XI secolo. Nel ciclo bretone (la designazione abbraccia sia l'Inghilterra del Sud-Ovest, sia la penisola nel Nord-Ovest della Francia) si narrano invece le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda e del loro re, Artù. Fra le loro imprese leggendarie occupa un posto preminente la ricerca del Santo Graal, la coppa dove Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo crocifisso. Le forme in cui sono raccontate le gesta dei cavalieri sono varie: canti con accompagnamento musicale, poemetti, romanzi in prosa.
Idealità cavalleresche, audacia e spirito di sacrificio ricorrono anche nel ciclo bretone, come in quello carolingio, con in più la presenza di altri elementi, tra i quali spiccano in particolare il soprannaturale e il magico. Ma, soprattutto, il ciclo bretone è contraddistinto da un fortissimo senso dell'avventura. I protagonisti s'impegnano in azioni nelle quali l'alto rischio personale permette di misurare le proprie capacità e di raggiungere la gloria individuale, per lo più con lo scopo di conquistare la donna amata. Nel ciclo bretone comincia a prender forma il modello del cavaliere errante, che avrà una larga diffusione nelle letterature dei secoli successivi in tutt'Europa. L'autore più noto del ciclo è Chrétien de Troyes, vissuto tra il 1135 circa e il 1190 circa, cui sono attribuiti cinque romanzi cavallereschi, tra i quali Lancelot e Perceval, che hanno per protagonisti i due celeberrimi eroi della Tavola Rotonda.
Meno noto, ma di discreta diffusione, è anche un terzo ciclo di ispirazione classica, che si riallaccia ai poemi epici di autori latini (Virgilio, Lucano, Stazio). In esso, i protagonisti sono gli eroi della letteratura antica, come Enea, celati sotto vesti medievali.
I fabliaux ("favolelli") sono invece brevi racconti in versi che affrontano temi più realistici, talora con intento satirico. La loro massima espressione si ha, nel corso del XIII secolo, con Le roman de la Rose (Il romanzo della Rosa) di Guillaume de Lorris e Jean Clopinel de Meung-sur-Loire, e con il Roman de Renart (Romanzo di Renart). Nel primo, precetti amorosi in forma allegorica si mischiano a nozioni di filosofia e di scienze naturali; nel secondo, animali parlanti (tra i quali la volpe, "renard", in francese) incarnano vari caratteri umani, spesso con spirito ironico.
Chansons de geste
Le Chansons de geste sono componimenti in strofe assonanzate o rimate, con lunghezza variabile, e rielaborano in veste letteraria le res gestae (le imprese militari) di alcuni grandi condottieri. Sono articolate sulle imprese eroiche di alcuni personaggi (anche storici) come Carlo Magno e i suoi paladini. Alle origini della chanson de geste c'è in sostanza il "passato epico nazionale", un mondo arcaico che cosituisce le basi della storia nazionale, insomma la memoria del popolo che riscatta se stesso attraverso le avventure gloriose di un uomo diventato modello di vita. La più celebre delle chansons de geste è senza dubbio la Chanson de Roland, la cui originaria stesura dovrebbe risalire probabilmente alla seconda metà del secolo XI. Il testo ci è giunto soltanto attraverso copie successive, come ad esempio il manoscritto di Oxford, composto in lingua anglo-normanna, e datato tra il 1125 e il 1150; oppure quello in francoveneto conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia, della metà del XIV secolo.
L'origine delle chansons de geste ha provocato alcune perplessità tra gli studiosi: un tempo ritenute patrimonio di una cultura popolare e prodotte da una lunga sedimentazione collettiva, ora si è invece propensi ad accettarle come testi relativamente più tardi e nati con ambizioni letterarie ricalcando le imprese dei crociati e delle vite dei santi. Dunque un'origine elevata, salvo poi il ridimensionamento per un pubblico laico. Tipico prodotto della letteratura cortese è il romanzo cavalleresco non più finalizzato o incentrato esclusivamente sulle imprese militari di un eroe, ma accompagnato da altre tematiche: il fascino per l'esotismo, l'incantesimo e la magia, l'amore inteso come rituale sociale di comportamento, come rapporto raffinato e complesso, ma anche trasgressione e adulterio. Rispetto alla chanson de geste il romanzo cavalleresco inserisce come elemento di novità proprio la tematica amorosa, autentico fatto nuovo e fattore di enorme rilevanza per il poema epico italiano (Boiardo, Ariosto e Tasso). Nel genere cavalleresco si segnalano per la loro importanza i romanzi del ciclo bretone, ispirati alla figura del mitico Re Artù, vissuto alla fine del VI secolo. I romanzi di Chrétien de Troyes, attivo tra il 1160 e il 1191), sono forse l'esempio più significativo del romanzo cavalleresco: articolati intorno alle vicende di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, le opere di questo scrittore (Erèc et Enide, Cligès, Lancelot, Perceval, Tristan) cominciarono a circolare in Italia già dai primi anni del XII secolo. Comunque è dalla prima metà del Duecento che questi materiali si diffondono più frequentemente, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, dando luogo non soltanto a letture ma a vere e proprie imitazioni. Si ricordi il Meliadus di Rustichello da Pisa (un poema d'argomento bretone), oppure tutta una serie di poemi d'ispirazione carolingia per lo più anonimi (Geste Francor, Entrée d'Espagne, Huon d'Auvergne), tutti testi scritti in volgare francese (lingua d'oïl). Altri componimenti in lingua volgare italiana sono ad esempio il Tristano Riccardiano (chiamato così perché conservato nella Biblioteca Riccardiana di Firenze) o altre opere come il Gismirante, Brito de Brettagna, Ponzela Gaia ecc. tutti di ispirazione bretone e diffusi in una cerchia ristretta e aristocratica di lettori.
Chanson de Roland
Opera di autore ignoto che racconta le eroiche imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro i saraceni. Composta in strofe (dette lasse), di decasillabi in assonanza (e non in vera e propria rima), ebbe un successo vastissimo, che favorì numerose imitazioni. L'episodio più celebre della Chanson de Roland è la sconfitta dell'esercito franco a Roncisvalle e l'eroica morte del paladino Orlando, rimasto vittima del tradimento di Gano di Maganza. Vi si esaltano il coraggio, l'eroismo in guerra, l'amore verso la patria e la lealtà nei confronti del sovrano, e vi si respira un'atmosfera di forte tensione ideale e spirituale.
I volgarizzamenti
I volgarizzamenti sono traduzioni e adattamenti in volgare di testi latini e francesi, soprattutto del ciclo imperniato su antiche gesta di eroi classici, e del ciclo bretone. Molti di essi hanno scarso valore letterario, ma il loro peso culturale è fortissimo per il vasto successo che ebbero presso un pubblico composito, di varia estrazione sociale.
La Istorietta troiana è una riduzione del colossale romanzo di Benoît de Sainte-Maure (XII secolo), intitolato Le roman de Troie (Il romanzo di Troia), che narra le vicende della guerra tra Achei e Troiani. I Fatti di Cesare, di anonimo, rielaborano in forma di lettura gradevole, ma priva di approfondimento, Li faits des Romains (I fatti dei Romani), che raccolgono leggende su eroi romani. Alla stessa materia s'ispira l'opera I conti di antichi cavalieri, anch'essa di anonimo, che invita i governanti ad imitare le azioni esemplari dei grandi uomini, mossi da ideali di giustizia e di buongoverno. Tra questi vi sono eroi dell'epica classica, come Ettore, e personaggi della storia romana, come Scipione e Cesare, ma anche figure più recenti, quali il Soldano ed Enrico II Plantageneto, primo re d'Inghilterra.
Anche le riduzioni in prosa delle avventure degli eroi della Tavola Rotonda sono più d'una. Rustichello da Pisa, al quale Marco Polo dettò in carcere Il Milione, è autore del Meliadus, che racconta le gesta del padre di Tristano. Lo stesso Tristano e il suo amore per Isotta offrono lo spunto per molte varianti, le più celebri delle quali sono il Tristano Veneto, il Tristano Riccardiano e una sezione della Tavola Rotonda. Del resto, il tema di Tristano è comune alla letteratura medievale di tutta Europa.
Un testo assai interessante è il Libro dei sette savi. Si tratta del volgarizzamento di una raccolta di novelle francesi, la cui materia proviene dall'India. Ciò che lo rende degno di nota è la sistemazione delle novelle. Esse, infatti, sono narrate all'interno di una "cornice", vale a dire di un filo conduttore, che coordina e giustifica il susseguirsi dei vari racconti. Questo espediente letterario, ripreso più tardi da altri, diventerà un elemento essenziale nel Decameron di Giovanni Boccaccio.
Tra i volgarizzamenti di Brunetto Latini spicca La rettorica; accanto al maestro vanno ricordati Guidotto da Bologna, nonché Bono Giamboni, traduttore del Trésor e di varie opere del tardo periodo classico e medievale.
Letteratura in lingua d'oc
La letteratura in lingua d'oc è composta prevalentemente di opere in poesia. Essa si sviluppa nelle zone della Francia meridionale: Provenza, Aquitania, Limosino, Alvernia, ed avrà una profonda influenza sulla poesia lirica italiana. In lingua d'oc scrivono infatti direttamente alcuni trovatori (il termine equivale a "poeta") italiani. Inoltre temi e soluzioni stilistiche provenzali si trasmettono alle scuole poetiche siciliana e stilnovistica, per giungere fino al Petrarca.
Le corti feudali, centri di un munifico mecenatismo, sono le sedi privilegiate della lirica trobadorica, che per questo è detta anche "poesia cortese": addirittura si ritiene che il primo poeta cortese sia stato proprio un feudatario, Guglielmo IX, duca d'Aquitania (1071-1126 o 1127).
La lirica cortese ha prevalentemente carattere amoroso, ma trae modelli di comportamento e di linguaggio dall'ambiente feudale. Il poeta è un "vassallo" che si sottomette alla donna amata, la serve e attende da lei il beneficio. I suoi ideali sono ancora la fedeltà, il coraggio, l'eroismo, ma altra diventa la loro destinazione: il poeta si consacra alla dama, la onora e le è devoto fino al sacrificio. Questo sentimento abbraccia ogni aspetto della sua personalità, lo coinvolge profondamente e si traduce in un continuo impegno a migliorare se stesso. In tal modo il poeta ingentilisce il suo animo e lo guida verso la conquista della perfezione morale.
I princìpi di questa concezione dell'amore sono tanto precisi che si trovano definiti in veri e propri trattati (come il De Amore del francese Andrea Cappellano): l'amore può vivere solo in animi nobili, esenti da meschinità o vizi, e deve restare "segreto"; l'innamorato ha il dovere di nasconderlo, di "schermarlo", così l'identità della donna viene celata con un nome fittizio (il cosiddetto senhal); il matrimonio è inconciliabile con l'amore, che si nutre di ostacoli e riceve maggior forza dall'impossibilità di possedere la donna amata. Su questi motivi di fondo si sviluppa una vastissima gamma di ramificazioni tematiche e formali. Alla lode della donna e alle riflessioni del poeta sui propri turbamenti amorosi si accompagna l'uso metaforico del linguaggio feudale, l'insistenza su allusioni oscure, che rivelano l'identità dell'amata solo a chi è in grado di decifrarle.
I trovatori appartengono a ceti diversi, ma la comunanza di vita nella corte e i riconoscimenti ottenuti grazie alla fama poetica finiscono col minimizzare le differenze dovute alla nascita, creando una specie di integrazione sociale.
Lo stile della poesia trobadorica mostra un sorprendente livello di raffinatezza: è evidente la capacità di dominare la materia narrata, ricorrendo alle più ardite sperimentazioni linguistiche e retoriche. Esse, talvolta, si arricchiscono di tali rimandi e sottintesi che la lettura e la comprensione immediata del testo diventano ardue: si parla allora di trobar clus ("poetare oscuro, chiuso"), in opposizione al trobar leu ("poetare chiaro, aperto").
La produzione cortese è ricchissima, e non è esclusivamente maschile: si contano infatti almeno diciassette poetesse in lingua d'oc.
Risultati di altissimo valore poetico furono conseguiti, tra gli altri, da Bernart de Ventadorn, Jaufré Rudel, Arnaut Daniel e Bertran de Born (gli ultimi due ricordati anche da Dante). In loro, l'abilità formale giunge ad una straordinaria perfezione tecnica, grazie alla quale lo schematismo delle situazioni passa in secondo piano, e il riferimento al rituale di vassallaggio perde di concretezza e si trasforma in uno spunto per raffinate sperimentazioni di stile.
L'amore non è il tema esclusivo trattato dai provenzali; ad esso si aggiungono motivi di ispirazione politica e civile, spunti di satira, più raramente temi religiosi.
Dalla Provenza, la lirica trobadorica si diffonde soprattutto in Spagna e in Italia, dove poetano in provenzale autori come il genovese Lanfranco Cigala e il mantovano Sordello. Ma gli argomenti e le tecniche di derivazione provenzale raggiungono anche l'area germanica, dove si sviluppa il movimento definito Minnesang (da Minne, "amore ideale", e Sang, "canto"), tra i cui rappresentanti si ricorda Walther von der Vogelweide (1170 ca-1230 ca).
I primi documenti in volgare italiano
Quando si può cominciare propriamente a parlare dell'esistenza di un "volgare italiano"? La questione è di estrema complessità, e non è certo possibile pretendere di dare qui una risposta definitiva. Possiamo però fissare alcune coordinate che aiutino quanto meno a stabilire con precisione i termini del problema. In primo luogo, bisogna intendersi su che cosa definiamo con l'espressione "volgare italiano": se essa indica la presenza organica e consapevole di una lingua letteraria in grado di produrre testi maturi, allora non c'è dubbio che si debba attendere il XIII secolo, con Francesco d'Assisi e la scuola poetica siciliana. Se invece ci si riferisce a una lingua d'uso, a una parlata comune che abbia ormai esplicitamente superato i confini della tradizione latina, bisognerà arretrare notevolmente i termini cronologici: già infatti fra il III e il IV secolo d.C. i documenti disponibili ci mostrano una crisi e un processo di disgregazione del latino classico che fanno intravedere l'emergere delle lingue neolatine. Bisogna peraltro aggiungere che, anche nel pieno dell'età classica, la lingua letteraria latina fu sempre ben distinta da quella popolare e quotidiana: lo stesso termine "classico" nasce dalla radice di "classe", con cui si indicavano i cittadini appartenenti agli ordini sociali superiori, e che quindi parlavano una lingua diversa, più elaborata e colta, rispetto a quella popolare. La nascita del volgare non va vista insomma come una rottura rispetto al latino classico, ma come un processo di evoluzione del latino popolare, che si trasforma in una lingua nuova attraverso mutazioni lente e spesso impercettibili (un interessante esempio è offerto dalla cosiddetta Appendix Probi, con cui apriamo le pagine antologiche).
Essendo questa la natura del fenomeno, ne deriva una pratica impossibilità di determinarne con precisione i limiti cronologici. Possiamo tuttavia affermare con sicurezza che il volgare italiano era già di uso corrente fra il X e l'XI secolo in documenti di carattere giuridico, ecclesiastico e mercantile, ossia in quegli ambiti nei quali era necessario che il contenuto del testo fosse compreso anche dagli illetterati che avevano ormai perduto ogni familiarità con il latino (contratti, testamenti, formule legali, transazioni commerciali, professioni di fede, ecc.). Al secolo successivo, il XII, risalgono i primi esempi di volgare definibile in senso lato "letterario", svincolato da precise finalità pratiche e rispettoso invece di obblighi ritmici, metrici e fonetici. Si tratta di testi giullareschi, composti cioè da cantastorie e poeti di corte o di piazza in un linguaggio fortemente impregnato di forme dialettali, latinismi, francesismi, e quindi ancora lontano da una fisionomia coerente e unitaria.
Il libro manoscritto
Il libro è stato considerato, nella sua lunga storia, come uno specifico contenitore della conoscenza. Nato molti secoli dopo la comparsa della scrittura, esso ha subìto in primo luogo un'evoluzione di tipo tecnico, ma la funzione che si è accompagnata allo studio del libro, alla conservazione, alla tutela di un immenso patrimonio culturale, hanno ben presto assunto un valore paradigmatico. In molti casi, ad esempio, il libro ha raccolto attorno alla propria immagine una serie di significati metaforici ed è stato utilizzato come figura del mondo e della vita. Allo stesso tempo, il luogo adibito alla sua conservazione, la biblioteca, è diventata il simbolo della condizione labirintica dell'uomo e della ricerca della verità: l'attività della scrittura, il possesso dei libri, la scoperta dei codici dell'antichità, la formazione di una biblioteca personale, hanno avuto nella professione intellettuale, un'importanza decisiva dovuta al fatto che soltanto attraverso il confronto con la cultura scritta l'uomo di lettere può svolgere fino in fondo il proprio ruolo sociale e morale.
Soprattutto nell'antichità, prima cioè del XII secolo, il libro era prevalentemente uno strumento per la conservazione e l'assimilazione del sapere: soltanto con l'emergere di una cultura laica, in alternativa a quella ecclesiastica dei monasteri, esso ha acquisito anche la funzione della diffusione della conoscenza presso un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo.
Prima dell'avvento della stampa a caratteri mobili, inventata da Gutenberg verso la metà del '400, i testi erano unicamente manoscritti, redatti da amanuensi specializzati nell'uso della scrittura, e spesso arricchiti con finissime e preziose miniature che illustravano l'opera, destinata in questo caso a una fruizione ristretta e a una circolazione assai limitata.
L'attuale struttura del libro a stampa è in sostanza il risultato di una lunga trasformazione tecnica e concettuale di questo prodotto: nell'antichità esso aveva infatti l'aspetto del volumen, consisteva cioè in un rotolo di papiro o di pergamena che durante la lettura veniva appunto srotolato mediante una evolutio della pagina. Alla fine dell'età classica il papiro venne definitivamente soppiantato dalla pergamena, assai più resistente e pratica, e il volumen assunse la forma del codex. Nel IV sec. d.C. nella Biblioteca di Cesarea in Palestina tutti i testi precedentemente realizzati su rotoli di papiro vennero trascritti su codici di pergamena, quasi che i funzionari di quella biblioteca avessero sentito l'urgenza e la preoccupazione di salvaguardare un patrimonio che altrimenti sarebbe andato incontro a un'inevitabile usura.
La sostituzione del volumen con il codex apportò notevoli miglioramenti anche per quanto riguardava la consultazione del testo. Nel codex la scrittura è distribuita nelle singole carte (o pagine) in porzioni limitate, spesso su due colonne con lo stesso numero di righe. La numerazione delle carte a seconda del recto (facciata anteriore della pagina) e del verso (facciata posteriore) e la realizzazione di indici appositi facilitarono un utilizzo più veloce e pratico.
Lo sviluppo del cristianesimo occidentale ha avuto un'importanza capitale per quanto riguarda la riproduzione dei testi. In un periodo come l'Alto Medioevo, caratterizzato dalle invasioni barbariche e dalla dispersione della cultura classica, il monastero ha svolto, oltre alla sua originaria funzione di luogo di preghiera e di vita religiosa, un ruolo decisivo per quanto riguarda l'organizzazione, la produzione, la conservazione e lo studio del patrimonio librario. Al suo interno lo scriptorium agiva come un laboratorio nel quale si riproducevano fedelmente testi religiosi, scientifici, filosofici, letterari, mentre nelle ricche biblioteche questi testi venivano gelosamente conservati.
Dagli scriporia ecclesiastici uscivano principalmente testi sacri. È questa la ragione per cui noi oggi disponiamo prevalentemente di codici relativi alla spiritualità cristiana: la Bibbia in primo luogo, quindi i testi liturgici, ma anche le opere dei Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno, ecc.).
Nel caso del monastero, il luogo di produzione del libro coincideva con quello della sua fruizione: i testi circolavano con molta difficoltà e venivano consultati unicamente da coloro che facevano parte degli ordini ecclesiastici nella biblioteca in cui essi erano custoditi. Nelle scuole monastiche studiava non soltanto il clericus, l'uomo di chiesa, ma anche chi apparteneva al popolo secolare e si radunava attorno alla chiesa in cerca di protezione: tuttavia questo fenomeno è piuttosto limitato, circoscritto nel tempo e nello spazio, e pertanto relativo a un pubblico molto esiguo. Mentre la riproduzione di libri religiosi avvenne secondo una frequenza piuttosto regolare, i testi della classicità latina subirono una sorte diversa: la rinascita della filologia latina e dell'attività scrittoria relativa alle grandi opere letterarie, storiche e filosofiche avvenne tra l'VIII e il IX secolo, grazie all'impulso di Carlo Magno, e proseguì fino verso il X e l'XI secolo.
Un notevole impulso alla produzione del libro venne offerto dalle università: nasceva in questo senso un concetto "laico" del libro, inteso cioè come strumento di studio e di apprendimento delle discipline impartite nei grandi centri universitari europei (Bologna, Parigi, Oxford). Il libro diventava in questo modo oggetto di mercato e la realizzazione di questi testi si diffuse nei settori dell'economia artigianale: talvolta erano gli studenti che ricopiavano per loro uso e consumo i testi delle lezioni accademiche, ma più spesso la riproduzione manoscritta era affidata a officine scrittorie e botteghe specializzate.
Tra la fine del XII e i primi del XIII secolo il processo di produzione dei testi manoscritti subiva una sostanziale modifica: aumentò la quantità dei libri disponibili, cambiarono i luoghi stessi della produzione e lo statuto sociale degli operatori, si trasformò soprattutto il pubblico dei fruitori. In sostanza il librò si urbanizzò e si laicizzò in maniera definitiva. Non soltanto, ma nel XIII secolo il libro cominciò a essere trascritto anche in lingue diverse dal latino, in volgare italiano ad esempio, come dimostra la ricca diffusione dei codici della lirica duecentesca.
Nel Medioevo latino, cioè dalla fine dell'Impero Romano (V sec. d.C.) fino all'affermazione delle lingue neolatine (il volgare italiano, la lingua d'oc, la lingua d'oïl, ecc.), il libro ha assunto spesso la fisionomia della trattazione enciclopedica, come le Disciplinae di Marco Terenzio Varrone II-I sec. a.C.), il De nuptiis Mercurii et Philologiae di Marziano Capella (V sec. d.C.) o il Didascalicon del filosofo Ugo di San Vittore (XII sec.). A queste summae (ma vennero anche chiamate con il termine di speculae o di tresors) si affiancarono poi sillogi e antologie di varia natura: il codice medievale stenta cioè ad affermarsi come singola opera di un un solo autore, ma più spesso il libro contiene zibaldoni e selezioni di opere ben più ampie.
Per quanto riguarda la forma-libro del XIII secolo, autonoma sia per quello che concerne la trascrizione che per la sua fruizione, gli esempi più significativi vengono dalla tradizione lirica in volgare italiano.
Chierici e laici
Nell'arco di tempo che va dal VI al X secolo il patrimonio della cultura scritta le attività legate al sapere rimasero circoscritte a un limitato numero di utenti. Si può parlare di veri e propri specialisti della cultura, generalmente individuabili nell'ambiente ecclesiastico: il termine chierico (in latino clericus) indicò indifferentemente sia l'uomo di Chiesa, adibito alle funzioni liturgiche, alla predicazione e ai compiti pastorali, sia l'intellettuale, la cui formazione avvenne sempre all'interno delle strutture della Chiesa (scuole episcopali, monasteri, abbazie).
Il prestigio di cui il clericus venne investito in questa fase storica era destinato ad accrescersi e a stabilizzarsi, tanto all'interno della Chiesa, quanto all'interno dei centri del potere laico. L'intellettuale-ecclesiastico legge e scrive in latino, conosce le Sacre Scritture e le interpreta, occupa un posto di rilievo nelle gerarchie sociali del Medioevo: è, in sostanza, un uomo di potere, e per questa ragione il suo servizio diviene fondamentale anche nelle curiae (cancellerie), dove si amministrano e si gestiscono la politica e l'economia. L'intreccio tra potere ecclesiastico e potere laico costituisce pertanto una delle prerogative fondamentali del clericus: da questo stretto legame si origina anche una visione della politica fortemente influenzata dalle concezioni religiosi. Il clericus ricopre incarichi di varia natura: è adibito alla riproduzione dei testi (il suo ruolo è pertanto quello di un semplice scriptor); talvolta aggiunge al testo qualcosa che comunque non è frutto della sua rielaborazione (in questo caso egli funziona come compilator), oppure introduce nel testo un commento per renderlo intelligibile (svolge allora il compito del commentator); in occasioni particolari, ma siamo allora in presenza di personalità di livello più complesso, egli si comporta come un vero auctor, sviluppando le proprie idee ma attenendosi al pensiero di altre auctoritates.
In tutta l'età alto-medievale gli scrittori non possiedono una rilevante considerazione del proprio ruolo sociale e della propria importanza culturale: gli auctores, in quanto dotati di auctoritas, di autorevolezza intellettuale, sono gli scrittori e i filosofi dell'antichità, mentre i moderni non possono assumersi questo titolo. Anche la distinzione tra opera originale e volgarizzamento è assai labile, con la conseguenza che il traduttore può assumersi facilmente la paternità di un'opera letteraria.
Una cultura laica di grande prestigio si afferma, soprattutto in Francia e in Italia, soltanto dopo il secolo XI, grazie alla struttura politica della corte e al sistema comunale. I giullari e i trovatori provenzali, i poeti siciliani alla corte di Federico II, i rimatori del Duecento italiano prediligono la lingua volgare; promuovono un impegno civile e morale della letteratura; stabiliscono con il potere politico un rapporto di collaborazione basato sulle capacità tecnico-giuridiche della loro formazione; rifiutano il semplice ruolo di "esecutori" per assumere quello di "produttori" dell'opera d'arte; concepiscono la poesia e il sapere come una condizione professionale.
Giullari e istrioni
I primi testi letterari italiani provengono quasi tutti dal mondo giullaresco: il Ritmo Laurenziano, il Ritmo Cassinese, il Ritmo di Sant'Alessio sono collocati tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo in un ambito sociale vicino al mondo ecclesiastico. Tuttavia i giullari (ioculatores in latino, jongleurs in francese) subiscono l'opposizione del clericus a causa della loro instabilità sociale e mobilità in seno al sistema politico cortese. Mentre i chierici sono figure facilmente controllabili e bene inserite nelle strutture religiose dell'epoca, i giullari agiscono nello spazio della anti-istituzionalità e della sottrazione alle regole del sistema. I titoli negativi con cui essi vengono etichettati (histriones, scurrae) mettono in risalto la componente di dissacrazione che è implicita alla loro funzione: il giullare adopera un linguaggio licenzioso e osceno; è piuttosto un esecutore che un produttore; si affida prevalentemente alla trasmissione orale e all'improvvisazione.
Fine articolo sul latino
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Singolare |
Plurale |
Nom.
Gen.
Dat.
Acc.
Voc.
Abl.
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Ros-à
Ros-ae
Ros-ae
Ros-am
Ros-à
Ros-a |
Ros-ae
Ros-arum
Ros-is
Ros-as
Ros-ae
Ros-is |
Eccezioni
- Genitivi singolari in –as: il sostantivo familia possiede il normale genitivo familiae, ma mantiene per questo caso l’antica forma in –as (familias) quando segue immediatamente i nomi che indicano i membri all’interno della famiglia: padre, madre, figlio, figli. Esistono così formule in cui «il padre di famiglia» è chiamato pater familias o anche paterfamilias, e gli altri membri mater familias, filius familias, filia familias.
- Genitivi plurali in –um: Per ragioni varie hanno un genitivo plurale in –um che sostituisce quello in –arum e lo affianca:
- Due nomi di misure: drachma e amphora
- Alcuni composti la cui parte finale è –cola (abitante di…) e –gena (nato da…) come caelicola.
- Alcuni nomi che indicano i seguaci o i discendenti di un personaggio come Aeneadae «discendente di Enea».
- Dativi ed ablativi in –abus: i sostantivi femminili dea, filia, liberta, famula, equa, asina, mula, presentano due forme del dativo e nell’ablativo plurale, quella in –is e una speciale in –abus per differenziarle dai rispettivi maschili.
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Singolare |
Plurale |
Nom.
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Domin-us |
Domin-i |
Gen.
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Domin-i |
Domin-orum |
Dat.
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Domin-o |
Dominn-is |
Acc. |
Domin-um |
Domin-os |
Voc.
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Domin-e |
Domin-i |
Abl.
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Domin-o |
Domin-is |
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Singolare |
Plurale |
Nom.
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Bell-um |
Bell-a |
Gen.
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Bell-i |
Bell-orum |
Dat.
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Bell-o |
Bell-is |
Acc. |
Bell-um |
Bell-a |
Voc.
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Bell-um |
Bell-a |
Abl. |
Bell-o |
Bell-is |
Eccezioni
- Genitivo singolare in –i: Fluvius, Valerius, imperium, exilium, ingenium ecc. fanno il genitivo con una -i sola.
- Vocativo singolare in -i: I nomi in –ius hanno il vocativo che termina in –i come Fili/filius, geni/genius, Marius/Mari, Valerius/Valeri , Publius/Publi, Livius/Livi (Dario escluso)
- Genitivo plurale in –um: duumvir, triumvir, decemvir,numnus, Danai, Eneti,
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Singolare |
Plurale |
Nom.
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Fruct-us
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Fruct-us |
Gen.
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Fruct-us
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Fruct-uum |
Dat.
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Fruct-ui |
Fruct-ibus |
Acc. |
Fruct-um |
Fruct-us |
Voc.
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Fruct-us |
Fruct-us |
Abl. |
Fruct-u |
Fruct-ibus
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Singolare |
Plurale |
Nom.
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Di-es |
Di-es |
Gen.
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Di-ei
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Di-erum |
Dat.
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Di-ei |
Di-ebus |
Acc. |
Di-em |
Di-es |
Voc.
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Di-es |
Di-es
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Abl. |
Di-e
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Di-ebus |
Fine articolo sul latino
Latino:
Cesare -Bellum Gallicum:
Cesare marcia da Roma a Ginevra; gli Elvezi chiedono di passare la provincia:
Alla notizia che essi tentavano di marciare attraverso la nostra provincia, Cesare si affretta a partire da Roma e a marce forzate si avvia verso la Gallia Ulteriore e giunge nei pressi di Ginevra. Ordina di fornire a tutta la provincia il maggior numero di soldati ( nella Gallia Ulteriore c’ era solamente una legione) e ordinò di far tagliare il ponte che c’ era a Ginevra. Quando gli Elvezi furono avvertiti del suo arrivo, gli mandano come ambasciatori i più nobili cittadini, capi della delegazione erano Nammeio e Veruclezio, con l’ incarico di annunciare che era loro intenzione passare attraverso la provincia senza recare alcun danno poiché non avevano nessun’ altra via; e lo pregarono di concedere che ciò avvenisse con il suo consenso. Cesare, poiché si ricordava che il console Lucio Cassio era stato ucciso e il suo esercito sconfitto e fatto passare sotto il giogo degli Elvezi, riteneva di non doverlo concedere; pensava infatti che uomini d’ animo ostile non si sarebbero astenuti dal recare violenze e offese se avessero avuto il permesso di passare per la provincia. Tuttavia, per dare tempo che giungessero i soldati di cui aveva disposto la leva, rispose ai legati prendendo qualche giorno per decidere: se volevano ritornare il 13 Aprile.
Paradigmi:
Nuntiatum esset= nuntio,as,avi,atum,are = annunciare;
Facere= facio,is,feci,factum,are = fare;
Maturat= maturo,as,avi,atum,are = maturare;
Proficisci= proficiscor,eris,profectus sum,proficisci = partire;
Potest= possum,potes,potui,posse = potere;
Contendit= contendo,is,contendi,contentum,ere = tendere;
Pervenit= pervenio,is,perveni,perventum,ire = giungere;
Imperat= impero,as,avi,atum,are = comandare;
Iubet= iubeo,es,iussi,iussum,ere = comandare;
Rescindi= rescindo,is,rescivi,rescitum,ere = venire a sapere;
Mittunt= mitto,is,misi,missum,ere = mandare;
Obtinebat= obtineo,es,obtinui,obtentum,ere = tener fermo;
Dicerent= dico,is,dixi,dictum,ere = dire,proferire;
Haberent= habeo,es,habui,habitum,ere = avere;
Rogare= rogo,as,avi,atum,are = domandare;
Liceat= liceo,es,licui,licitum,ere = lasciare;
Tenebat= teneo,es,tenui,tantum,ere = tenere;
Occisum= occido,is,occidi,occisum,uccidere = ammazzare, abbattere;
Concedendum= concedo,is,concessi,concessum,concedere = allontanarsi;
Putabat= puto,as,avi,atum,are = stimare, ritenere;
Existimabat= existimo,as,avi,atum,are = giudicare, valutare;
Intercedere= intercedo,is,intercessi,intercessum,ere = interporsi;
Conveniret= convenio,is,conveni,conventum,convenire = convenire;
Respondit= respondeo,es,respondi,responsum,rispondere = risplendere;
Deliberandum= delibero,as,avi,atum,are = discutere;
Vellent= vello,is,velli,vellum,ere = strappare;
Reverterentur= revertor,eris,reversum sum,reverti = ritornare;
Analisi Logica:
Cesari= compl. di termine;
Cum nuntiatum esset= predicato verbale;
Id= compl. ogg.;
Eos= sogg.;
Per provinciam nostram= moto attraverso luogo;
iter= compl. ogg.;
facere conari= verbo;
maturat proficisci= verbo;
ab urbe= moto da luogo;
quam maximis itineribus= compl. di mezzo;
et contendit potest= verbo;
in Galliam Ulteriorem= moto a luogo;
et pervenit= verbo;
ad Genavam= moto a luogo;
provinciae toti= compl. di termine;
quam maximum militum numerum= compl.ogg.;
potest= verbo;
imperat= verbo;
erat= verbo;
omnino legio una= compl. ogg.;
in Gallia Ulteriore= stato in luogo;
pontem= compl. ogg.;
qui= nesso rel.;
erat= verbo;
ad Genavam= stato in luogo;
iubet rescindi= verbo;
Ubi= nesso temp.;
de eius adventu= compl. di specificazione ;
Helvetii= sogg.;
certiores= comparativo;
facti sunt= verbo;
legatos nobilissimos civitatis= compl. ogg.;
ad eum= moto a luogo;
mittunt= verbo;
cuius legationis= compl. di specificazione;
Nammeius et Verucloetius= sogg.;
principem locum= compl. ogg.;
obtinebant= verbo;
qui= nesso rel. ;
dicerent esse= verbo;
sibi= sogg. riflessivo;
in animo= stato in luogo figurato;
sine ullo maleficio= compl. di esclusione;
iter= compl. ogg.;
per provinciam= moto attraverso luogo;
facere= verbo;
propterea quod= nesso causale;
aliud iter nullum= compl. ogg.;
haberent= verbo;
rogare= verbo;
ut eius voluntate= compl. di mezzo;
id= compl. ogg.;
sibi= compl. di termine;
facere liceat= verbo;
Caesar= sogg.;
quod= nesso rel.;
memoria= stato in luogo figurato;
tenebat= verbo;
L. Cassium consulem= compl. ogg.;
Occisum= verbo;
et exercitum eius= compl. ogg. ;
ab Helvetiis= compl. d’agente ;
pulsum= verbo;
et sub iugum= stato in luogo;
missum= verbo;
concedendum non putabat= verbo;
homines= sogg. dell’ infinitiva;
inimico animo= compl. di qualità;
data= verbo;
facultate= compl. ogg.;
per provinciam= moto attraverso luogo;
itineris= compl. ogg.;
faciundi= verbo;
temperaturos= part. che funge da verbo;
ab iniuria et maleficio= moto da luogo figurato;
existimabat= verbo;
tamen= congiungente;
ut= nesso finale;
spatium=
intercedere posset= verbo;
dum milites= compl. ogg. ;
quos= nesso rel. ;
imperaverat convenirent= verbo;
legatis= compl. di termine;
respondit= verbo;
diem sumpturum= compl ogg.;
se= compl di termine;
ad deliberandum= verbo con valore finale;
si quid= nesso ipotetico;
vellent= verbo;
ad Id. April= compl. di tempo;
reverterentur= verbo;
Analisi del periodo:
![]()
![]()
P: maturat…proficisci SC Caesari…esset SR eos…conari
Et…contendit C et…pervenit
S
Quam…itineribus.
P: Provinciae…imperat C erat…una C pontem…rescindi
SR
Qui…Genavam.
P: legatos…civitatis
ST S
Ubi…sunt cuius…obtinebant SR qui…facere SC propterea…nullum
C: rogare…liceat.
P: Caesar…non putabat SC quod…missum
P: neque existimabat SR homines…maleficio S I data…faciundi
P: Tamen…se SF ut…milites SR quos…convenirent
SF
Ad…sumpturum
P: ad…reverterentur S I si quid vellent.
Costruzioni particolari:
Concedendum non putabat;
Per provinciam itineris faciundi;
Diem se ad deliberandum sumpturum;
Analisi concettuale:
Dove: Cesare marcia da Roma a Ginevra, che si trova nella Gallia Ulteriore, per impedire agli Elvezi di passare attraverso la provincia romana;
Personaggi: Cesare, comandante romano dell’ esercito dislocato nella Gallia, Elvezi, popolo gallo, Nammeio e Veruclezio, legati degli Elvezi mandati a Cesare, e L.Cassio, console romana sconfitto ed umiliato dagli Elvezi;
Cosa succede: A Cesare giunge la notizia che gli Elvezi vogliono passare attraverso la provincia, quindi parte immediatamente verso la Gallia Ulteriore e raggiunge Ginevra. Qui chiede rinforzi ed ordina di tagliare il ponte nei pressi di Ginevra. Riceve gli ambasciatori degli Elvezi, che promettono di non fare alcuna scorreria, ma Cesare, ricordandosi dell’ umiliazione subita dal console romano L.Cassio proprio per mano di questo popolo, ritiene che è meglio non concedere ciò e dice ai legati degli Elvezi, per guadagnare tempo sull’ arrivo dei rinforzi richiesti, di ritornare il 13 Aprile.
Sequenze:
- Cesare preoccupato parte per Ginevra;
- Cesare stabilisce il servizio di leva a Ginevra;
- Cesare riceve i legati degli Elvezi;
- Cesare, per vari motivi, rifiuta la proposta degli Elvezi;
- Cesare impone agli Elvezi di ritornare il 13 Aprile;
Temi, parole chiave, aree semantiche importanti:
-Clima di tensione fra i romani e i popoli confinanti;
-prudenza e astuzia di Cesare;
-PAROLE CHIAVE: provincia, iter, puto, extimeo e tutti i verbi che significano ritenere o giudicare.
Narratore:
Cesare, il narratore, vuole far risaltare il suo senso di fedeltà verso la patria facendo risaltare con che velocità si porta nella zona del pericolo( Ginevra) anche se non ha il numero adatto di soldati. Vuol ricordare a chi legge( popolo romano) che un suo connazionale, L.Cassio, ha fallito nell’ impresa in cui si stà mettendo lui stesso. Vuol far risaltare la sua prudenza nel rifiutare la proposta degli Elvezi e la sua astuzia nel chiedere a quelli di ritornare il 13 Aprile, avendo così il tempo di riunire i rinforzi richiesti.
Il narratore, come suo solito, utilizza spesso e volentieri la paratassi, per rendere più immediato il suo racconto. Inoltre esso si limita a narrare gli eventi in maniera dettagliata senza fornire commenti se non quando, ricordando la sconfitta del console Lucio Cassio, applica agli Elvezi l’appellativo di “uomini d’animo ostile”.
Fine articolo sul latino
Il senato respinge la proposta di pace di Pirro.
Pirro, il primo nemico d'oltremare, condusse una guerra contro l'esercito di romani in Italia. Infatti dal suo regno delle Pirro, occupato da siti boschi e irti monti, giunse in Puglia con un grande esercito in aiuto dei Tarentini i e sconfisse i romani in una battaglia campale. Ma tuttavia i romani avevano forza d'animo e non c'è dettero alla disperazione ma allestire uno una nuova truppa. In essi accorse di tanta forza di tanto coraggio e mandò Cimeo in senato un uomo di grande eloquenza e astuzia e propose la pace a tranquille condizioni. Il senato verteva già per la pace, ma giunse in curia Appio Claudio, cieco e vecchio, e con suo carisma dissuase dalla pace. I senatori seguirono alle parole di Appio e respinse non è condizioni del re. Allora Pirro portò la sua truppa di Sicilia, contro i Cartaginesi e le disperse i nemici con parecchie battaglie.
La Germania ai tempi dei romani
I vecchi giudicarono il clima della Germania più avverso del nostro i campi meno fertili, qui -così scrissero infatti nei loro libri - il sole splende più raramente è con una luce più pallida, le notti sono più lunghe fredde, le estati brevissimi, gli inverni più lunghi e avversi che nelle nostre regioni perciò gli abitanti sembravano d'indole più triste e spesso vivevano in una condizione poverissima a causa del freddo assai pungente e fastidioso. Nelle regioni italiane al contrario il clima era serena leggero, l'aria assai salutare per gli uomini e assai adatta raccolto le campagne più fertili; perciò gli abitanti apparivano più felici e vivaci. Ne boschi della Germania vivevano parecchie normali, sconosciuti romani fra i quali Cesare annoverò al citi bisonti. Le alci erano di forme assai simili alle capre, ma poco più grandi e senza corna. Gli uri erano poco più piccoli degli elefanti una possedevano la forma dei tori ma si distinguevano di molto dei nostri buoi per la grandezza delle corna.
Un grande poeta di umili origini
Dicono che il poeta Euripide sia nato in povertà; infatti siamo venuti conoscenza dagli antichi scrittori che sua madre vendeva verdure selvatiche per la strada e così procurava il cibo per se è per il figlio. L'oracolo di Apollo aveva predetto a suo padre, che quel ragazzo, quando sarebbe cresciuto, sarebbe stato vincitore nelle gare. Avendo udito questo responso, il padre aveva creduto che il figlio un giorno sarebbe diventato un atleta. Perciò quando il suo fisico si fu rafforzato essi fu esercitato, lo mandò ad Olimpia a gareggiare cogli altri atleti. Ma sappiamo che a causa della sua giovane età , Euripide non fu ammesso alla prima gara e dopo sarebbe uscito vincitore dalla battaglia. Euripide in fu tuttavia un esperto di letteratura e non un atleta. Perciò in seguito di divenne discepolo del fisico naturalista Anassagora e della retorica di Procide e fu seguace di Socrate nella filosofia della morale. Diciannove anni scrisse la prima tragedia. C'è stato tramandato da Filocoro che Euripide scrivesse le sue tragedie in una grotta tetra e ora riga in quanto riteneva che la solitudine fosse perfetta per la concentrazione mentale.
Fortezza d'animo di una donna
A largo raccontano che una donna, essendo stata occupata la città, fosse rimasta casa senza paura pronta ad opporsi a chiunque potesse entrare. Ma un soldato, purché entra in casa sua per saccheggiare tutte le cose che avesse trovato, variando e nuovi stando di cuore di lana, non vedeva niente, che potesse prendere. Perciò aveva detto alla donna con voce minacciosa che l'avrebbe ucciso se non è avesse consegnato tutto l'ora l'argento che possedeva. Perciò le in disse di aver nascosto tutto in una buca e condusse soldato alla buca nell'orto. E lì, mentre scrutava una buca profonda, la donna velocemente spinse con forza l'uomo che quello cadde nella buca e gli lanciò addosso delle pietre molto grandi. Essendo stata condotta per la sua azione dal comandante dei nemici e la donna fu da lui ammirata per la forza di carattere e fu liberata in colume.
L'invenzione del vino
Un tale Stafilo, che era pastore del re Eneo, e che un tempo si occupava del gregge deve aveva notato che una delle capre che pascolavano si allontanava dal gregge e dopo rientrava nello stile più serena. Per scoprire quale fosse la causa di ciò, seguita la capra, la vide vicino alle sponde del fiume Acheloo che mangiava uva da una pianta lontana che anche lui cogliendola mangiava con grandissimo piacere. Poiché era dolce, la schiacciò con la zampa e gustò un prelibato succo spremuto da questa. Ma poiché era troppo denso, Stafilo Mischiò dell'acqua presa dal fiume Acheloo al succo dell'uva. Così si fece un'ottima bevanda.
La sconfitta di Quintilio Varo e il dolore di Augusto
La sconfitta di varo fu rovinosa, tre legioni col comandante, gli ambasciatori e tutti gli aiuti eliminati. Quando ne venne a conoscenza Augusto istituì servizi di vigilanza per evitare che nascessero tumulti, e diramò l'ordine ai presidi delle province affinché delle persone esperte capaci tenesse a freno i popoli associati. E dedico dei grandi giochi a Giove Otiimo Massimo affinché lo stato si potesse trovare in una situazione migliore: e un fu fatto un ciò durante la guerra contro i Cimbri e i Marri. Che è alla fine lo spaventarono una tal punto che per mesi interi batterà contro muro la testa nella quale aveva lasciato crescere la barba e capelli mentre andava urlando: " Quintilio Varo, ridammi le mie legioni!" e ogni anno trascorse il giorno di quella tragedia in tristezza e in lutto.
Il console Caio Fabrizio ed il re Pirro
Caio Fabrizio fu uno di quegli ambasciatori che erano andati da Pirro a proposito della liberazione degli ostaggi. E dopo che Pirro aveva saputo che il suo nome era grande presso i romani come uomo bravo e dalle provato valore in guerra ma per niente ricco trattava agli altri con affabilità gli offrì di doni e del loro. Fabrizio rifiutò queste cose. Il giorno dopo, poiché Pirro lo voleva spaventare di fronte ad un elefante e ordinò che nell'animale uscisse da dietro sipario mentre parlava con Fabrizio. Il dopo che ciò fu fatto, dato segni ha alzato sipario l'animale emise subito un barrito orrido che alza la provò uscire sotto la testa di Fabrizio. Ma lui sorrise tranquillo e di sia Pirro: "Oggi la tua bestia non mi spaventò più di quanto ieri non mi attrasse il tuo oro". Pirro meravigliato dalla forza d'animo di Fabrizio, lo invitò in seguito a disertare la patria e voler venire a vivere con lui che inoltre gli avrebbe regalato un quarto del suo regno; Fabrizio allora gli rispose: " Se mi ritiene un uomo onesto perché mi vuoi corrompere? Se invece mi ritiene disonesto, perché mi vuoi con te?"
Un'improvvisa tempesta in alto mare
Il mare si agitò e le nubi furono sospinte fino a far sopraffare la luce sulle tenebre . I marinai accorsero di qua e di là disordinatamente per fare ciò che dovevano e di spiegarono le vele per la tempesta. Ma nè il vento spingeva le correnti marine da una stessa direzione nel comandante dove dirigeva la rotta.
Giugurta e Aderbale
La notizia di tanti avvenimenti si diffuse in fretta perduta l'Africa. La paura s'impadronì di Aderbale e di tutti coloro che erano sotto dominio di Minipsa. I Numidi discendono in due parti: la maggior parte segue Aderbale, ma i migliori seguono Giugurta in guerra. Aderbale mandò degli ambasciatori a Roma, affinché informassero il senato dell'omicio del fratello e della sua fortuna, e fiducioso della numerosità dell'esercito, si preparava a combattere con le armi. Ma quando venne il momento di combattere, il vinto della battaglia in provincia e poi da lì puntò su Roma. Allora Giugurta che teneva il popolo romano, perché aveva mandato molto l'argento quegli ambasciatori, ai quali ordinò i senatori loro amici.
Q. Cicerone assediato dai Nervi
Lo scontro era più grave e cruento di giorno in giorno, soprattutto perché la maggior parte di soldati moriva per le lesioni tanto che erano sempre più numerosi i messaggi le lettere che venivano mandati a Cesare: da maggior parte dei messaggi veniva intercettata e vista e veniva distrutta con strazio dei nostri soldati. Nell'accampamento dei romani c'era un Nervo di nome Vertione, nato da un'onesta famiglia, che si è rifugiato presso Cicerone dai tempi della prima invasione e a lui aveva mostrato la sua fedeltà. Cicerone aveva persuaso costui, che era schiavo a portare le lettere a Cesare con la promessa del dono della libertà e di un grande premio. Questo le lanciò fuori legate a delle frecce e dopo in quanto gallo era passato tre galli e senza alcun sospetto giunse da Cesare. Da lui veda sapere dei guai di Cicerone e delle legioni.
Cesare raccoglie rinforzi per portare aiuti a Cicerone
Cicerone, ricevute le lettere, quando subito, alle undici circa del mattino, un messaggio al questore M. Crasso dai Bellovaci, il cui accampamento invernale era venticinquemila passi da lui; ordinò che a mezza notte partissi una regione che venisse da lui in fretta. Crasso uscire all'accampamento con un messaggio. Mandò un altro messaggio (...). Caio Fabrizio affinchè una legione nel territorio degli Atrelati (...).
Augusto e Mecenate
Augusto non strinse facilmente amicizie, ma quelle strette le mantenne saldamente. Da subito divenne amico di Mecenate, un cavaliere romano, il quale così si servì sempre della grazia di cui godeva presso il principe, che emerse fra tutti ma senza nuocere alcuno. Straordinaria era la sua arte la sua libertà nel placare l'animo di Augusto quando non vedeva alterato dall'ira. Un giorno Augusto stava amministrano la giustizia che stava per condannare a morte parecchie persone. Allora proruppe Mecenate, che tentò di passare attraverso la folla e di entrare pochissimo prima in tribunale. Avendo invano tentato ciò, scrisse queste parole in una tavoletta: "alza in piedi dunque, sanguinario" e mostrò quella tavoletta ad Augusto. Letta questa, Augusto si levò immediatamente, e non fu più condannato a morte nessuno.
retineo,es, tinui, tantum, ere valeo, es, ui, valiturus, ere utor, eris, usus sum, uti noceo, es, nocui, nocitum, ere flecto, is, flexi, flexum, ere |
perrumpo, is, ruoi, reptum, ere conor, aris, atus sum, ari tempto, as, avi, atum, are proicio, is, ieci, iectum, ere surgo, is, surrexi, surrectum, ere |
Il ferro di cavallo
Un ragazzo e suo padre, mentre percorrevano sentirà piedi trovarono per terra uno zoccolo di ferro. Il padre in chiese al figlio di lasciarlo. E poiché questo disse obbedire, il padre stesso senza parlare lo colse. Avendo la venduta nel vicino villaggio, ricevette una discreta somma con la quale acquistò delle ciliegie. Inoltre il sole, mentre brillava nel cielo cominciò in eredi dei campi. I viaggiatori erano stremati dalla polvere, dalla fame e dalla sete. Allora il padre, quasi immemore, gettò istintivamente la ciliegia che il figlio immediatamente il figlio afferrò e mangiò avidamente. In seguito il padre le gettò una dopo l'altra sino all'ultima il figlio cose da terra. Infine il padre, essendo già terminate ciliegie: (...).
Augusto e un poeta greco
Un poeta greco era solito porgere un epigrammi onorevole all'imperatore Augusto quando questo passava per la strada. Poiché lo aveva fatto spesso, lo stesso Augusto compose un epigrammi greco e lo consegnò il poeta greco corsegli incontro, perché lo leggesse. Poiché aveva letto il componimento dell'imperatore, allora lo esaltò con le lodi più grandi affermando che nulla di più bello si sarebbe potuto mai trovare. Subito dopo fatta scivolare la mano del povero borsellino, estrasse per l'imperatore poche monete e disse che viene avrebbe offerte di più se avesse voluto altre. Allora Augusto, essendosi molto divertito per quelle parole e non essendo riuscito a trattenere il riso, chiamò a sé il povero poeta e ordinò che gli fosse offerta una grande somma di denaro.
Ritratto di Epaminonda
Era modesto, prudente, possente, un saggio sfruttattore del tempo, esperto di guerra, di man forte, dall'animo nobilissimo, a tal punto amante della verità, da non mentire neanche per gioco; ebbe allo stesso tempo sobrio, e paziente tal punto da tollerare con animo giusto non sono le offese nel popolo ma anche quelle degli amici. Narrano inoltre che gli fosse assai desideroso di ascoltare, poiché si distinse tra tutti. Perciò, essendo venuto in una riunione, nella quale si discuteva dello Stato o si tenevano discorsi di filosofia, da questa non andò mai via prima che la discussione fosse terminata. Sopporto così facilmente la povertà e dallo Stato ricevette niente eccetto la gloria
Una lettera di Cicerone ad un amico
Sebbene non ci fosse niente di nuovo da scriverti, è sempre più ardentemente cominciasse ad aspettare tua lettere, o meglio te stesso, tuttavia, essendo partito Teofilo, non potrei consegnargli alcuna lettera; fai dunque in modo di venire il più presto possibile; verrai atteso non sono da me, il tuo amico, credimi, ma proprio a tutti; talvolta mi capita di sentire un certo timore chiatte non piaccia una partenza che duri a lungo. Poiché se tu non avessi alcun senso se non quella della vista, ti perdonerei di sicuro, se ne in certo qual modo non volessi vedere; ma non essendo molto più lievi, quelli che vengono sentiti di quelli che vengono visti immaginerai che a te interessi molto il tuo patrimonio familiare che venire prima; credetti di doverli ammonire di questa cosa. Ma dal momento che qual cosa mi piace di mostrare le altre tu per la tua sicurezza considererai
Metello prepara l'esercito
Dopo l'umiliazione di Aulo e la ignobile fuga del nostro esercito, Metello e Silano, essendo stati nominati consoli, si spartirono fra di loro province, e a Metello era capitata la Numidia, un uomo violento è benché ostile ai popolari( la parte del popolo) godeva di una fama costantemente ineccepibile. La, in Numidia, entrò in carica da subito, e si occupò della guerra che si accingeva a combattere. Quindi poiché non si fidava dei veterani dell'esercito, reclutatavi dei nuovi soldati, procurava aiuti dappertutto, preparava armi, dardi, cavalli e altri strumenti necessari all'esercito, avendone appositamente fatti portare abbastanza, ed inoltre tutte quelle cose che sollevano essere usate in una guerra mutevole che richiedeva molte cose.
La presa di Gonfi
Cesare giunse a Gonfi con tutta l'esercito, che è la prima città della Tessaglia, per chi viene dall'Epiro; gente che pochi mesi prima aveva mandato spontaneamente da Cesare degli ambasciatori, affinché usufruisce di tutti i loro beni, e affinché richiamasse l'assedio dei soldati da lì. Ma là la notizia della battaglia di Durazzo, di cui ho narrato più sopra, si era già diffusa. Quindi Androstene, stratega della Tessaglia, poiché preferiva essere compagno della vittoria di Pompeo piuttosto che essere l'alleato di Cesare della sorta avversa, radunò tutta la massa degli schiavi e degli inservienti della città è chiusa le porte e inviò la notizia a Scipione e a Pompeo perché accorressero in aiuto: confidava nelle fortificazioni se fosse stato soccorso velocemente; non avrebbe potuto resistere più a lungo della battaglia.
I più antichi re di Atene
Gli ateniesi si vantano non tanto per l'espansione della loro terra quanto per la sua origine, poiché non sono stranieri ma abitano nella stessa terra dove sono nati. Prima dei tempi di Deveclione il re era Cecrope, al quale successe Cranao,il cui nome della figlia Attica diede alla regione. Dopo questo regnò Anfitrione, che per primo consacrò la città a Minerva e il nome di Atene diede alla città. Delle inondazioni distrusse la maggior parte della popolazione la Grecia. Sopravissero colori quali si misero in salvo nei rifugi dei monti o che si diressero verso il re della Tessaglia Deucalione per mezzo di zattere, dal quale si dice per ciò che sia stato dato inizio la stirpe degli uomini. In seguito regno passò ad Eredeo, durante i regno del quale fu scoperta da Frittolemo la semina del grano ad Elevsi, in onore del quale le notti delle origini sono state consacrate. Occuparono regno di Atene Egeo, Teseo, Codro, e dopo Codro non regnò più nessuno. Ma nella città allora non esisteva alcuna legge (...). Venne per ciò eletto Solone, un uomo dallo straordinario senso di giustizia, quasi fondasse una nuova città con le leggi.
De Bello Civili
Conosciuto il desiderio dei soldati, parte la volta di Rimini con quella legione e s'incontra con quei tribuni della plebe i quali erano scappati da lui ; fece uscire le altre legioni dagli accampamenti invernali e ordina di seguirlo. Venne da lui il giovane L. Cesare, il cui padre era legato di Cesare. Costui, dopo che ebbe terminato di illustrare il motivo per cui era venuto, spiegò di avere degli incarichi riservati di servizio per lui da parte di Pompeo: Pompeio voleva discolparsi agli occhi di Cesare affinché non gli dirigesse contro il segno di affronto qualche legione che aveva fatto avanzare per lo Stato.
Gli eroi greci a Troia
Molti comandanti greci giunsero di fronte a Troia, magnificentissima e antichissima città dall’Asia e combatterono duramente e con il loro coraggio riguadagnarono una magnifica fama. Achille comandante dei Mirmiodini tuttavia fu di gran lunga il più famoso di tutti, figlio della dea Tetide e del re Peleo (Nestore fu con Achille il più esperto dei comandanti Greci) Fra i comandanti greci Nestore fu più esperto di Achille, Ulisse molto più furbo ed eloquente, Agamennone più insigne per autorità e potere. Infatti comandava parecchie (…).
De Bello Gallico IV XII
Quando Cesare giunse in Gallia i capi di una fazione erano gli Edui, dall'altra i Sequani. Questi, essendo poco forti di per se, giacché sin dall'antichità detenevano il potere supremo e possedevano grandi clientele, si erano alleati con Ariovisto ed i germani se li erano accattivati con grandi promesse è ed elargizioni(di denaro). Furono combattute parecchie battaglie con buon esito e l'intera aristocrazia degli Edui fu eliminata, li avevano tanto superati in potenza, che la gran parte dei clienti passò dagli Edui a loro, e fra questi presero come ostaggi i figli dei capi e gli obbligarono a giurare pubblicamente che non avrebbero tramato niente contro i Sequani, e si impadronirono dei territori vicini occupati con la forza e attennero la sovranità di tutta la Gallia. A causa di ciò Diritioco fu spinto dalla necessità a chiedere aiuto, perché recatosi a Roma al senato era un tornato senza aver concluso alcun che. All'arrivo di Cesare, capovoltasi la situazione, restituiti gli ostaggi degli Edui, restaurate le vecchie clientele, istituite di nuove per mezzo di Cesare, poiché queste, che si erano procurate la loro (degli Edui)amicizia, poiché si sentivano in una condizione migliore e in uno stato più giusto, per le restanti cose aumentava la loro dignità e grazie e si allontanarono dal potere. Avevano preso il loro posto i Remi; poiché si capiva che erano nelle grazie di Cesare, allo stesso grado questi, a causa di antiche inimicizie non potevano legare con gli Edui, e si facevano clienti dei Remi. Questi li proteggevano diligentemente: così detenevano un nuovo potere ottenuto all'improvviso. La situazione, allora, era in questo stato: i capi di gran lunga erano considerati gli Edui, e i Remi occupavano il secondo posto in quanto a dignità.
nateo, es, ui, turus, ere accipio, es, cepi, ceptum, ere cogo, is, ceoegi, coactum, ere possideo, es sedi, sessum, ere peto, is, ivi, itum, ere |
profiscor, eris, profecuts sum, profisci aggrego, as, avi, atum, are adaequo, as ,avi, autm, are ineo, is, ii, itum, ire inficio, is, eci, ectum, ere |
Origine della sollevazione della Gallia
Quando la Gallia fu riappacificata, Cesare come già precedentemente deciso partì per l'Italia per fare un'assemblea. La venne conoscenza della strage di P. Clodio, informando della decisione del senato, che tutti giovani d'Italia prestassero giuramento di massa, ordinò di fare la leva dei soldati unto subito riferì queste cose nella Gallia cisalpina. Gli stessi galli inventarono e divulgarono, poiché sembrava che le circostanze lo richiedessero, che Cesare fosse trattenuto da una sommossa cittadina e non potesse venire nell'esercito in tante discordie.
Origine della sollevazione
I Carnuti scossi da questi avvenimenti dichiararono di non rifiutare nessun pericolo per la salvezza del popolo e promettono che per primi attaccheranno battaglia , poiché per il momento non possono garantirsi reciprocamente mediante lo scambio di ostaggi affinché la cosa non trapeli, chiedono di approvare sotto la fede del giuramento, riunite le insegne militari, nella quale usanza era contenuto il loro rito più solenne, affinché all’inizio delle ostilità non vengano abbandonati dagli altri per l’impresa. Allora se logiati i Carnuti, dopo che tutti i partecipanti ebbero prestato giramento, stabilita la data di questo avvenimento, si disciolsero dall’adunanza.
Assedio e presa di Avarico
Il giorno seguente Cesare, fatta avanzare una torre e diretti i lavori di fortificazione che aveva ordinato di fare, essendosi scatenato un gran temporale, ritenne favorevole questa tempesta per prendere un decisione, poiché vedeva le guardie lungo il muro disposte alquanto poco imprudentemente, e ordinò ai suoi di lavorare più lentamente e fece vedere cosa voleva che fosse fatto. E fece stare pronte le legioni dentro l’accampamento e dentro le Vineae, avendoli esortati con la che un giorno avrebbero ricevuto il frutto della vittoria per così tanto lavoro, propose un premio per coloro che per primi avrebbero scalato le mura e diede l’insegna ai soldati. Questi immediatamente volarono fuori da tutte le parti e velocemente si riversarono sul muro.
Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 61
Emessa la sentenza, decidono che, coloro i quali sono dichiarati inutili per la guerra a causa della loro salute e dell’età, abbandonino la città, e che tutti vengano messi alla prova prima di attenersi alla sentenza di Critognate; tuttavia (si preferisce) valersi di questa soluzione, se la necessità lo esige e gli aiuti cessano, piuttosto che arrendersi o attenersi alla condizioni della pace. I Mandubii, che li avevano accolti nella città, li costrinsero ad uscire con le mogli e i figli. Questi, avvicinatisi alle fortificazioni dei Romani, implorarono piangenti con ogni genere di supplica di essere soccorsi con degli alimenti venendo (così) accolti in (condizione) di sottomissione. Ma Cesare, avendo disposto delle sentinelle lungo il vallo impediva di accoglierli.
Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 65
Vercingetorige dopo che ebbe osservato i suoi soldati dall'Acropoli di Alesia si allontanò dalla roccaforte; aveva portato allo scoperto i graticci, le pertiche, le gallerie, le falci e le altre cose che aveva disposto per l’irruzione. Veniva attaccato contemporaneamente da tutte le parti tutte le cose venivano assaltate: si diresse verso quella direzione che gli parve più sicura. L’esercito Romano è costretto a distendersi per le numerose fortificazioni e non è facile attaccare da tutte le parti. Il grande chiasso che si leva alle spalle dei combattenti contribuisce a spaventare i nostri poiché vedono che il loro rischio è posto nelle capacità altrui: fatti praticamente ogni cosa che vedevano da lontano, inquietava profondamente le menti degli uomini.
Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 66
Cesare mandò dapprima il giovane Bruto con delle corti, successivamente anche il luogotenente C. Fabio con delle altre; infine egli stesso, poiché venivano contrastati con sempre maggiore impeto, fece subentrare in soccorso dei nuovi soldati. Salvate le sorti del combattimento e respinti i nemici, si scontrò con colui al quale aveva mandato Labieno; fece uscire quattro corti dal vicino rifugio, ordinò che una parte della cavalleria lo seguisse, che un’altra circondasse le fortificazione esterne e di assalire i nemici alle spalle. Dopo che né i terrapieni, né i fossati erano riusciti a reggere l’impeto dei nemici, riunite quaranta corti che la fortuna aveva fatto giungere dal vicino rifugio, Labieno informò Cesare per mezzo di messaggi di ciò che intendeva fare.
Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 67
Il giorno seguente Vercingetorige, avendo indetto una riunione ricordò di non aver intrapreso questa guerra per interessi personali bensì per la libertà della patria, e disse, poiché bisogna sottomettersi al volere del destino, di essere disposto; sempre per questa, a seguire una delle due decisioni; o che volessero consegnarglielo vivo. Per questa scelta vennero mandati da Cesare degli ambasciatori. Egli ordinò di deporre le armi e di consegnargli i loro capi. Sempre lui si appostò nel vallo antistante l’accampamento: gli vennero condotti innanzi i comandanti, Vercingetorige gli venne consegnato e le armi furono deposte. Lasciati da parte gli Edui e gli Averni, per cercar di recuperare attraverso essi le loro popolazioni, consegnò ad uno ad uno; restanti prigionieri a tutto l’esercito come bottino di guerra.
La battaglia di Farsalo 3 88
Essendo Cesare avvicinatosi nell’accampamento di Pompeo, poté in questo modo osservare il suo esercito schierato in ordine di battaglia. Nell’ala sinistra verranno due legioni, consegnategli da Cesare all’inizio degli scontri per ordine del senato; una delle quali veniva chiamata prima, l’altra terza. In quel posto si trovava lo stesso Pompeo . Il centro dello schieramento era occupato da Scipione con le legioni Siriache. La legione colicense era posizionato nell’ala destra assieme alle corti spagnole. Le quali erano portate da Afriano come sopra descritto, Pompeo credeva che questa fossero assai forti. Aveva posto in mezzo allo schieramento e ai lati le rimanenti, (e quanto a numero aveva raggiunto cento corti) e il numero complessivo delle corti aveva raggiunto 110. Questa contavano 45mila uomini, di cui circa duemila erano0 richiamati(circa duemila di richiamati; ai quali gli erano pervenuti dei beneficiari dei superiori degli eserciti; li aveva distribuiti per tutto lo schieramento. Aveva disposto le restanti sette corti a guardia dell’accampamento e dei vicini Pertilizi. Un ruscello dalle rive scoscese proteggeva la sua la destra; per questa ragione aveva posto innanzi all’ala sinistra l’intera cavalleria, gli arcieri e i frombolieri.
La battaglia di Farsalo 3 89
Conservando al disposizione precedente Cesare aveva posizionato la decima legione nell’ala destra e la nona in quella sinistra, nonostante si fosse notevolmente assottigliata in seguito alla battaglia di Durazzo, e a questa unì perciò l’ottava, in modo da ricavare pressoché una da due, e ordinò che l’altra fosse a guardia dell’altro. Aveva schierato ottanta corti sul campo, dalla somma delle quali risultavano 22mila uomini; aveva lasciato sette cori a guardia dell’accampamento. Aveva affidato l’ala sinistra ad Antonio quella destra a P. Sulla il centro dello schieramento a Gn. Domizio Egli si era posto personalmente contro Pompeo. Essendosi accorto degli svantaggi, poiché temeva che l’ala destra venisse circondata da un gran numero di cavalieri, estrasse rapidamente dalla terza fila, una ad una delle corti e con queste ne costituì una quarta contrapponendosi così (alla) cavalleria, e come suo desiderio mostrò e ricordò che la vittoria per quell’occasione dipendeva dal valore di queste corti; Comandava contemporaneamente la terza linea e l’esercito intero, affinché non corressero all’attacco senza suo ordine; poiché voleva che si Attenessero al suo ordine, egli avrebbe dato il segnale con la bandiera.
La battaglia di Farsalo 3 90
Mentre secondo l’usanza militare incitava l’esercito a combattere ed diceva quali fossero stati da sempre i suoi servizi in questo e in primo luogo ricordò che avrebbe potuto chiamare soldati per provare con quanto impegno avesse ricercato la pace, quale fosse l’argomento di conversazione attraverso Vatinio; o Aulo Clodio con Scipione e come avesse insistito con Libone mandare degli ambasciatori ad Drico. Di non aver mai tratto alcun vantaggio disparendo il sangue dei soldati e di non essere mai stato intenzionato a privare lo stato di uno dei suoi due eserciti. Tenuto questo discorso, diede ai soldati che lo richiedevano e desiderosi di combattere il segnale con la tromba.
La battaglia di Farsalo 3 91
Nell’esercito di cesare era stato chiamato Crostino, uomo di eccezionale valore, il quale nell’anno precedente aveva ricoperto il grado di centurione primipilo. Dopo che fu stato dato il segnale egli disse: “Seguitemi soldati che foste miei commilitoni e offrile al nostro comandante tutto quell’aiuto che avete promesso. Questa è ormai l’ultima battaglia e portata al termine la quale lui recupererà la sua dignità e noi la nostra libertà”. Volgendosi a Cesare disse: “Oggi, comandante sia che io sopravviva sia che io muoia, farò sì che tu mi sia grato”. Dette queste parole, avanzò per primo dall’ala destra, e circa 120 soldati volontari scelti lo seguirono.
La battaglia di Farsalo 3 92
Fra i due schieramenti si interponeva spazio sufficiente all’attacco di entrambi. Ma Pompeo aveva ordinato ai suoi soldati di aspettare l’attacco di Cesare e di non allontanarsi dalle loro posizioni e di lasciare che il suo schieramenti si sciogliesse – e si diceva che per questo si fosse raccomandato con C. Triario – perché venisse fiaccato il primo impeto dell’assalto e le file fossero separate e ordinati nelle loro centurie li assalirono quando questi sarebbero stati sparpagliati; e sperava che per i soldati restati fermi i manipoli sarebbero caduti con minor danno che gli stessi fossero corsi incontro ai manipoli dei nemici scagliatisi contro, e tutti assieme i soldati di cesare sarebbero rimasti senza fiato e sarebbero stati sfiniti dalla stanchezza a causa del percorso raddoppiatosi. Poiché sembra a noi che Pompeo abbia escogitato ciò senza criterio, poiché un certo ardore dell’animo e una voglia di agire innata sono proprio degli esseri umani, caratteristiche queste che si scendono per il desiderio di combattere. I comandanti non devono reprimerle, ma alimentarle; e non senza una ragione è un antico principio che le trombe suonassero tutte assieme il segnale e sollevassero gran rumore; cedettero perciò che a cusa di queste che i nemici si sarebbero spaventati e i suoi soldati si sarebbero eccitati.
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Ma, giacché i nostri soldati erano avanzati con i giavellotti rivolti al nemico dopo che era stato dato il segnale e si erano accorti di non aver ancora raggiunto i Pompeiani, resi esperti dall’esperienza ed avendo fatto pratica nelle battaglie precedenti, di loro volontà interruppero la corsa e si fermano a metà del percorso, non volendo arrivare stremanti dalla fatica, essendo trascorso poco tempo ed invertirlo il senso di marcia, inviarono i manipoli e velocemente , come gli era stato insegnato da Cesare, sguainarono le spade. In realtà i Pompeiani non vennero meno a questa azione. Infatti incassarono tutti i colpi incassati dall’avversario e subirono l’impeto della legione e conservarono l’ordine dello schieramento e ricorsero alle spade per i manipoli mandatigli contro. Nello stesso momento i cavalieri di Pompeo si slanciarono innanzi contro l’ala sinistra, come era stato ordinato, e si riversò (la cavalleria) contro tutta la schiera degli arcieri. La nostra cavalleria non subì l’impeto di questi, ma rimossa un poco dalla sua posizione, si ritirò, e i cavalieri di Pompeo cominciarono per questo ad incalzare con maggior impeto, a spiegarsi a squadroni e a circondare il nostro schieramento dal lato aperto. Appena Cesare se ne accorse diede il segnale alla quarta fila che aveva costituito con sei corti. Queste velocemente avanzarono correndo e fecero impeto con tanta forza in formazione d’attacco sui cavalieri di Pompeo che nessuno di loro stette fermo e tutti quanti si allentarono in più direzioni me senza fermarsi nella fuga si diressero veloci verso dei monti assai alti. A causa di questi che si erano allontanati tutti gli arcieri e i frombolieri, abbandonati indifesi, e privati della protezione furono massacrati. Nello stesso attacco circondarono l’ala sinistra, mentre i Pompeiani combattevano ancora e resistevano nello schieramento e li attaccarono alle spalle.
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In quello stesso momento ordinò che avanzasse la terza fila, che non era stata utilizzata e che fino ad allora aveva tenuto al suo posto. In questo modo, poiché ai soldati stanchi ne succedevano altri nuovi ed in forze, e gli altri invece venivano assaliti da dietro, i Pompeiani non poterono più resistere e tutti insieme si ritirarono. Cesare non s’ingannò nel pensare che la vittoria sarebbe venuta da quelle corti che aveva disposto nella quarta fila contro la cavalleria, come egli stesso aveva detto mentre esortava i soldati. Da questi fu da subito respinta la cavalleria e fu fatta strage di arcieri e frombolieri e sempre da loro lo schieramento Pompeiano fu aggirato da sinistra e fu costretto alla fuga. Ma Pompeo appena vide la sua cavalleria scacciata via e si accorse che quel corpo in cui maggiormente riponeva le sue speranze era spaventata non avendo ormai più fiducia né in sé stesso né negli altri, lasciò il campo di battaglia e senza fermarsi si recò a cavallo nell’accampamento e rivolgendosi ai centurioni che aveva posto a guardia della porta Pretoria, disse chiaramente così che i soldati lo potessero udire distintamente: “Custodite l’accampamento e difendetelo diligentemente se dovesse accadere qualcosa di grave. Io ispeziono le altre porte e consolido gli altri corpi di guardia dell’accampamento”. Dopo che ebbe pronunciato questa parole si rifugiò nel pretorio non avendo fiducia nell’esito finale ma tuttavia aspettando l’evento.
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Avendo spinto i Pompeiani dentro la trincea. Cesare, poiché riteneva che non fosse conveniente concedere dello spazio agli spaventati, esortò i soldati affinché approfittassero delle circostanze favorevoli e espugnassero l’accampamento.
Ritratto di Silla
Mentre si verificava questa situazione, giunse nell’accampamento L. Silla. Poiché l’avvenimento mi ricordò tanti uomini, sembrò opportuno narrare della sua personalità e del suo modo di vivere. Silla appartenne alla nobile stirpe dei patrizi; famiglia gi quasi e stinta per l’ignavia degli antenati; fu esperto di letteratura greca e latina come uno specialista, dal gran coraggio, amante dei divertimenti ma ancor di più della gloria: facile di parola, abile e amichevole; dall’incredibile intelligenza per fingere occupazioni; elargitore di molte cose e in maniera particolare di denaro. Molte persone si chiesero se egli fosse più felice o più forte. Dunque Silla, com’è stato detto sopra, dopo che fu giunto in Africa e nell’accampamento di Mario con la cavalleria, dapprima incapace e inesperto di guerra divenne assai abile in tutte le cose.
Letture scelte e meditate
Dalle cose che mi scrivi a da quelle odo, concepisco per te delle buone speranze; non vai continuamente da un posto ad un altro e non ti emozioni per i cambiamenti dei luoghi, infatti quest’inquietudine è propria di un animo lamentato; ritengo che il primo carattere di una mente serena possa essere lo stabilirsi in un determinato luogo e il rivolgersi in se stessi. Bada però che questa lettura di molti autori e di vari generi di testi non sia qualcosa di superficiale e passeggero. Se vuoi trarne qualcosa che abbia effetto sulla tua mente occorre soffermarsi e nutrirsi l’animo con un determinato numero di autori. Non esiste nessuno uomo che possa essere in più posti contemporaneamente. Questo capita a coloro: quali trascorrono la vita viaggiando continuamente, che hanno molte conoscenze ma nessuna amicizia. È inevitabile che la stessa cosa accade a coloro i quali non si concentrano su nessun determinato autore, ma lì scorrono tutti di corsa e frettolosamente. Non ha nessun effetto e non è assimilato dal corpo il cibo che viene rimesso non appena ingerito: niente ostacola la guarigione come il cambiamento continuo delle cure; non si cicatrizza la ferita che viene sottoposta a vari medicinali ; non si irrobustisce la pianta che viene spostata di continuo, non esiste niente di giovevole che abbia effetto sull’immediato. Una gran quantità di libri finisce per distrarre: perciò, nell’impossibilità di leggere tutti quelli che si possiedono è sufficiente dedicarsi a quelli che si riesce a leggere. Ma tu replichi: “Ora voglio leggere questo, ora quest’altro”. È proprio di un palato che nausea facilmente assaggiare molti cibi che se sono di vario genere nuocciono e non nutrono. Perciò leggi sempre autori che hai già avuto modo di apprezzare e se dopo che ti sarai piaciuto dedicarti ad altri una volta ti andasse di lasciare una lettura per passare ad latri libri, torna poi quello che leggevi prima. Ricerca sempre dei principi sulla povertà, sulla morte ma anche sugli altri mali; e dopo che ne avrai vagliati molti, scegline uno da far tuo quel giorno. Anche io faccio al stessa cosa; di tutti quelli che ho letto ne imparo bene uno. Questo è quello di oggi, poiché ho appena interrotto una lettura su Epicuro (sono solito infatti imbattermi in altri autori e sono solito infatti attraversare l’accampamento altrui non come disertore ma in veste di esploratore) disse: “È nobile la lieta povertà”. Quella in realtà non è la povertà se è lieta: il vero povero non è chi possiede poco ma chi desidera sempre di più. Che importanza ha infatti quanti animali si alleva o quanto si da in usura, se poi, si bada di continuo ai beni altrui, se ciò che è più importante non è ciò che è stato già guadagnato ma quello che si deve ancora guadagnare? Domandi quale sia il limite delle ricchezze? Il primo è avere ciò che è necessario l’altro, avere ciò di cui si sa accontentare. Addio.
scribo, is, scripsi, scriptum, ere III audio, is, ivi, itum, ire IV concipio, is, epi, ceptum, ere III discurro, is, curri, cursum, ere III inquieto, as, avi, atum, are I existimo, as, avi, atum, are I possum, tes, tui, posse consisto, is, stitii, ere III moror, aris, atus sum, ari I habeo, es, habui, ere II opoetet, oportuit, ere III traho, is, traxi,, tractum, ere III sedeo, es, sedi, sessum, ere II exigo, is, exigi, actum, ere I evenio, is, veni, ventum, ire IV accido, is, cidi, ere III applico, as, avi, atum, are I transmitto, is, misi, missum, ere III prosum, prodes, profui, prodesse accedo, is, cessi, cessum, ere III emitto, is, misi, missum, ere III impedio, is, ivi, itum, ire IV venio, is, veni, ventum, ire IV tempto, is, veni, ventum, are I convalesco, is, valui, ere III transfero, fers, transtuli, translatum, transferre distringo, is, strici, strictum, ere III lego, is, lexi, lectum, legere III eudeo, iis, volvi, volotum, ere III |
volo, vis, volui, velle degusto, as, avi atum, are I inquino, as, avi, atum, are I alo, is, alui, altum, ere III deverto, is, verti, versum, ere III redeo, es, redivi, itum, ire IV comparo, as, ari, atum, are I percurro, is, curri, cursum, ere III excerpo, es, cerpsii, cerptum, ere III concoquo, is, coxi, coctum, ere III facio, es, feci, factum, ere III adprehendo, is, piehendi, prensum, ere III nacor, eris, natus sum, nasci III transeo, is ii, itum, ire IV inquam, inquis, inquiti cupio, is, ivi, pitum, ire IV refero, fers, reduli, relatum, referre pasco, is, pavi, pastum, ere III fenero, as, avi, atum, are I immineo, es, ere II acquisisco, is, ivi, itum, ire IV computo, as, avi, atum, are I quaero, is, ivi, itum ere III video, es, vidi, visum, ere II innutrio, is, ivi, itum, ire IV libet, libuit, ere II sumo, is, sumpsi, sumptum, ere fastidio, is,ivi, itum, ire IV soleo, es, solitus sum, ere |
L’uccisione di Cicerone
Il quel periodo non accadde niente di tanto vergognoso come il fatto che Cesare fosse stato spinto a comporre una lista di prescrizione (a proscrivere qualcuno) o che Cicerone fosse stato proscritto da qualcuno. L’opinione pubblica è stata stroncata dal misfatto di Antonio poiché nessuno si era adoperato per (aveva difeso) la salvezza di colui che per tanti anni aveva difeso il benessere dello stato e dei privati. Tuttavia (tu) non hai fato niente (infatti l’indignazione che trabocca dal mio animo (dal mio animo e petto) mi porta ad allontanarmi dall’impostazione che mi ero prefissato per l’opera (dell’impostazione dell’opera prefissata), dico, non ahi fatto niente pagando il prezzo di quella bocca meravigliosa (assai meravigliosa) e dell’illustre testa mozzata, e con lugubre compenso incitando ad uccidere ( incitando alla morte del) il salvatore dello stato, quel gran console. In quel momento hai strappato a Cicerone una vita (una luce) travagliata, la vecchiaia e una cita più infelice sotto il tuo principato (con te principi che sotto il tuo triumvirato, ma in realtà non solo non sei riuscito a far scomparire (non hai allontanato) la fama e la gloria delle sue parole e delle sue azioni ma le hai (addirittura) favorite ( a tal punto favorirle).
Il saggio deve stare lontano dalla follia
Domandi cosa tu debba particolarmente evitare: la follia ti rispondo. Non ti ci puoi ancora arrischiare senza pericolo. Io ti confiderò sinceramente la mia debolezza: non ne trono mai con gli stessi costumi con cui ero uscito. Alcuni di quelli che avevo regolato, viene confuso; alcuni di cui mi ero liberato, tornano. Ciò che accade a quei malati affetti da una malattia lunga al punto da non permettergli più di uscire fuori senza pericolo, succede anche a noi, i cui animi sono reduci da un vecchio male. Sono nocivi i rapporti con la folla: non c’è nessuno che non ci proponga come bene un vizio, o ce lo imprima o ce lo contagi senza accorgercene: il pericolo maggiore è soprattutto dove è maggiore la folla. Non c’è niente davvero di tanto dannoso per i buoni costumi quanto restare ad assistere ad uno spettacolo di gladiatori: è allora che i vizi si insinuano più facilmente per mezzo dell’attrattiva. Cosa credi che sto dicendo? Dico che poiché mi sono trovato tra la folla, torno più avaro, più ambizioso, più lussurioso, anzi perfino più crudele e disumano. Per caso mi sono imbattuto in uno spettacolo di gladiatori, nell’attesa di giochi, divertimenti e qualche rilassamento con cu dar sollievo agli occhi della folla dalla vista del sangue umano. Ma è stato il contrario: i combattimenti precedenti sono atti di misericordia in confronto a questi: ora tralasciate le inezie, si tratta di veri e propri omicidi. Non hanno niente con cui ripararsi; esposti con tutto il corpo alle percosse, non sferrano mai colpi a vuoto. La maggior parte delle persone preferiscono così alle coppie ordinarie e richieste di rivali. Perché non preferirlo? Né l’elmo, né lo scudo ripararono dalla spada. A cosa servono le protezioni? A cosa le capacità? Tutti questi sono indugi della morte. La mattina vengono proposti agli spettatori uomini contro orsi e leoni, la sera uomini tra di loro. Il pubblico ordina che gli assassini siano contrapposti ad altri che a loro volta li uccideranno e occupano il vincitore in un’altra uccisione; l’estro dei combattenti è comunque la morte: la cosa viene portata avanti col ferro e col fuoco. Queste sono le cose che si sentono mentre l’arena è sgombra. “Ma qualcuno ha rubato, qualcuno ha ucciso” E con ciò? Poiché ha ucciso merita di subire questo: tu cosa ti sei meritato perché perisca questo? “Uccidi, colpisci, dai fuoco! Perché corre contro la spada con tanta esitazione? Perché uccide poco coraggiosamente? Perché muore poco volentieri? Che colpisca sulle ferite! Sopportino i colpi reciproci sui petti nudi ed esposti!” Lo spettacolo viene interrotto : “Nel mentre, per non stare senza far niente, vengono sgozzati gli uomini” Suvvia, non capite neppure che gli esempi cattivi si ripercuotono su chi li compie? Ringraziate gli dei immortali perché insegnate ad essere crudele a che non saprebbe esserlo.
exstimo, as, avi, atum, are 1 quaero, is, ivi, itum, ere 3 committo, is, misi, missum, ere 3 confiteor, eris, confessus sum, eri 2 exfero, fers, tuli, latum, ferre, refero, fers, tuli, latum, ferre compono, is, posui, positum, ere 3 turbo, as, avi, atum, are 1 fugo, as, avi, atum, are 1 redeo, is, redii, reditum, ere 3 evenio, is, veni, ventum, ire 4 adficio, is , feci, fectum, ere 3 profero, fers, tuli, latum, ferre accido, is, cidi, ere 3 reficio, is, feci, fectum, ere 3 commendo, as, avi, atum, are 1 imprimo, is pressi, pressum, ere 3 adlino, is levi, litum, ere 3 misceo, es, miscui, mixtum, ere 2 desideo, es, sedi, ere 3 subrepo, is, brepsi, breptum, ere 3 dico, is, dixi, dictum, ere 3 incido, is, cid, ere 3 expeto, as, avi, atum, are 1 |
acquiesco, is, aquievi, quietum, ere 3 omitto, is, misi, missum, ere 3 expono, is, posui, positum, ere 3 prafero, fers, tuli, latum, ferre repello, is, pelli, pulsum, ere 3 obicio, is, obeci, obiectum, ere 3 iubeo, es, iussi, iussum, ere 2 detineo, es detinui, detentum, ere 2 gero, is, gessi, gestum, ere 3 vaco, as, avi, atum, are 1 occido, is, cidi, casum, ere 3 mereo, is, mervi, meritum, ere 2 patior, eiis, passus sum, pati 3 specto, as, avi, atum, are 1 verhero, as, avi, atum, are 1 uro, is, ussi, ustum, ere 3 incurro, is, curri, cursum, ere 3 morior, eris, mortas sum, mori 3 ago, is, egi, actum, ere 3 excipio, is, excepi, exceptum, ere 3 iugulo, as, avi, atum, are 1 intellego, is, legi, intellectum, ere 3 redundo, as, avi, atum, are 1 |
De Ira IV
Disse: “Quegli animali che si presentano molto irosi sono considerati assai lodevoli”. Sbaglia che si serve di questi come esempio degli uomini nei quali l’istinto si sostituisce la ragione negli uomini la ragione si sovrappone all’istinto. La stessa cosa non è vantaggiosa neppure a tutti questi: la cattiveria aiuta il leone, il timone, il corvo, lo scatto, il falco, la colomba la fuga. Allo stesso modo non è vero che i migliori animali sono i più furiosi? Potrei considerare tanto migliori quanto più irascibili le bestie che si servono della ferocia per nutrirsi; avrei potuto lodare la pazienza dei buoi e dei cavalli che seguono i freni. Ma che motivo c’è perché tu richiami l’uomo a tali esempi infelici quando tu hai il mondo e un dio che l’uomo, tra tutti gli animali, è l’unico a poterlo imitare e l’unico a poterlo capire.
La punizione dei Parricidi
Non vedete forse che questi, i quali ci è stato tramandato dai poeti che abbiano sacrificato la madre per vendicare il padre e che si dice che per di più l’abbiano fatto obbedendo agli ordini e ai responsi degli oracoli degli dei immortali, vengono tormentati dalle furie le quali non gli permettono mai d’avere tregua poiché, anche se non avessero compiuto il delitto non sarebbero stati devoti degli Dei? Le cose stanno così, giudichi il sangue il sangue del padre e della madre ha una forza notevole, un nobile destino e un grande senso religioso, e se un disonore lo macchia non solo non è più possibile liberarsene ma questo per giunta si insinua nell’animo al punto da portare ai limiti del delirio e della pazzia. Non credete infatti, come avete spesso modo di vedere nelle favole, che coloro i quali abbiano compiuto qualche atto empio e scellerato vengano tormentati e spaventati da torture di fuoco delle furie. Ogni suo crimine sua paura lo perseguitano spietatamente, ogni suo delitto lo tormenta e lo indebolisce, i cattivi pensieri e la coscienza lo terrorizzano; sono queste le Furie personali e assidue per gli empi le quali giorno e notte periscono i figli scelleratissimi per l’uccisione dei genitori.
I Romani hanno trascurato la filosofia
La filosofia è stata trascurata sino a oggi e non ha avuto nessun esempio luminoso nella letteratura latina; questa deve essere presentata e diffusa da noi, sicché se ho giovato ai nostri concittadini con l’attività politica, posso ancora farlo oziando. Dobbiamo applicarci in questo compito con maggior sforzo, poiché si dice che sono già tanti i libri scritti avventamene da uomini si ottimi ma non abbastanza istruiti. D’altra parte può anche accadere che uno pronunci rette opinioni e che non riesca a esprimerle con perfezione; ma è da persona che fa cattivo uso del tempo libero e della corrispondenza affidare per lettera qualche propria riflessione che non può essere né ordinata né illustrata e tanto meno possa procurare piacere al lettore. Perciò gli stessi leggono i loro libri tra di essi e nessuno guarda oltre; i quali pretendono che li sia concessa la libertà di scrivere.
Liber quintus decimus
Ma non grazie all’autorità umana, o alle donazioni del principe e tanto meno a dei sistemi per placare Dio l’infamai si allontanava, la quale credevo l’incendio essere di origine dolosa (credeva che l’incendio fosse stato ordinato). Quindi per far scomparire le dicerie spacciò per colpevoli e afflisse con pene assai ricercate coloro che, odiati per il loro crimine, il popolo chiamava cristiani. Il responsabile del loro nome giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato sotto Tiberio; eil culto funesto, represso per le circostanze, riprese non solo attraverso la Giudea ma anche attraverso la città dove confluivano da tutte le parti e si diffondevano. Allora furono arrestati coloro che confessavano e successivamente con la prova del loro gran numero vennero dichiarati colpevoli non certo perché colpevoli dell’incendio quanto piuttosto per l’odio del genere umano(contro di loro).
Annales
Quindi, diffusa l’accusa (la voce del pericolo) di Agrippina, e lo si pensava casuale, la gente, nell’apprenderlo si riversa sulla spiaggia, chi saliva sul molo, chi si avvicinava alle barche più vicine giunse un gran numero di persone con dei lumi, e pernottarono ove erano al sicuro, poiché si sistemarono per rallegrarsi, fintantoché vennero separati alla vista dell’esercito separato e minaccioso.
Consolatio ad Polybium
Orsù prendi in mano quelle poesie dell’autore fra i due che preferisci, le quali hai esaltato con loto studio, che tu ahi tradotto in prosa in maniera che sebbene questa si sia discosta nella struttura, delle originali rimane ancora una buona armonia- infatti che le hai tradotte da una lingua all’altra, poiché il compito risultava assai difficile , tutte le doti ti accompagnano in un lingua straniera: non ci sarà nessun libro fra quelli scritti che non ti proponga molti esempi della diversità dell’uomo e delle situazioni imprevedibili e delle lacrime che scorrono per vari motivi. Leggi con quanta nobiltà d’animo ti sei saputo elevare su fatti importanti.
È inutile cambiar sede se l’anima è malata
Credi che ciò sia accaduto solo a te e ti stupisci quasi fosse una novità per il fatto che dopo tanto tante varietà di luoghi non ti sei (ancora) liberato dalla malinconia e del malessere della mente? È l’animo a dover cambiare non il cielo (sopra la testa). Anche solcando gli immensi oceani, anche se, come dice il nostro Virgilio, “ Le terre e le civiltà si allontaneranno (sempre più)”, ovunque ti perverrai, i vizi ti seguiranno. (Così) Rispose Sociale ad un tale che domandava a proposito della medesima cosa: “Perché dopo che hai (a lungo) girovagato ti stupisci che i viaggi non abbiano giovato per niente? La causa che ti aveva costretto a fuggire ancora ti affligge”. Quale cambiamento di sede può (infatti) essere utile? Quale conoscenza di città e luoghi? Vano si dimostra questo vagare. Domandi perché questo non ti sia d’aiuto questa fuga? Perché fuggi con te stesso? L’animo deve essere liberato dal suo fardello; prima non troverai alcun piacere a soffermarti in un posto. Pensa che ora le tua disoccupazione è simile a quella che ci offre il nostro Virgilio (nella scena) del vate già in (piena) eccitazione e estasi e dominato in gran parte da un’anima estranea: “Il vate si dimena, quasi un grande divinità cercasse di uscire dal suo petto”.
Carpe Diem
Non chiedere, non è lecito sapere quale fine ahimè a te daranno gli dei, Leucone, e non rincorrere alla cabala Babilonese. Quanto è meglio, accettare qualsiasi cosa accadrà, sia che Giove ci abbia concesso altri inverni da vivere sia che questo, che ora affrange il mare Tirreno sulle opposte scogliere, sia l’ultimo: sii saggia, filtra il vino e, poiché la vita è breve, abbandona speranze lontane. Mentre stiamo parlando già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli il giorno, quanto meno fidente nel futuro.
quaero, is, ivi, itum, ire 3 scio, is, ivi, itum, ire 4 da, as, dedi, datum, are 1 tempto, as, avi, atum, are 1 tribuo, si, tribui, tributum, ere 3 debilito, as, avi, atum, are 1 patior, ersi, passus, sum, pati 3 |
oppono, is, posui, positum, ere 3 sapio, is, sapii, ere 3 liqueo, es, liqui, ere 2 reseco, as, resecui, resectum, are 1 loquor, ersi, locutus sum, loqui 3 fugio, is, fugi, fugitum, ere 3 carpo, is, crpsi, carptum, ere 3 |
Dedica all’amico Mecenate
O Mecenate discendente di antenati re, mia dolce protezione e onore, ci sono quelli a cui piace sollevare col cocchio la polvere di Olimpia, sfiorare la mela con ruote roventi e innalzano la nobile palma sino agli dei, signori della terra; Ad altri piace se la massa volubile dei Quiriti lotta per poteri elevare con tre cariche onorifiche; altri ancora se possono raccogliere nel proprio granaio tutto ciò che si spezza sulle ali di libra. Non convinceresti mai, neanche a condizioni attaliche, colui che è felice di sarchiare la terra palerna ad attraversare da pavido marinaio il mare Mirloo su una nave Cipria. Il mercante spaventato quando l’Africa imperversa sul mare Icario esalta la pace e la campagna del suo paese; costui, incapace di patire la povertà, subito ripara le navi sfasciate. C’è chi non rifiuta un bicchiere di vecchio Carsico né di ricavarsi una parte della giornata, ora disteso sotto un corbezzolo verdeggiante, ora presso una sorgente di acqua sacra. A molti piace l’accampamento e il suono di tromba misto al liuto e la guerra detestata dalle madri. Il cacciatore, dimentico della sua dolce consorte, resta sotto il cielo freddo sia che abbia visto una cerva, sia che un cinghiale dai Marsi le reti robuste. Mi eleva sino agli dei l’edera, premio delle fronti dotte, un fresco bosco e la danze leggere delle Ninfee e dei Satiri mi distinguono dal resto del popolo, se né Eulerpe faccia tacere i flauti né Polimnia rifiuti di suonare la lira di Lesbo. Se mi inserirai tra i poeti lirici, toccherò le stelle con la sommità del capo.
ed, is, didi, ditum, ere 3 colligo, is, legi, lectum, ere 3 iuvo, is, iuvi, iutum, are 1 evito, as, avi, atum, are 1 eveho, is, vexi, vectum, ere 3 certo, as, avi, atm, are 1 extollo, is, extuli, ere 3 condo, is, condidi, conditum, ere 3 verro, is, versum, ere 3 findo, is, fidi, fissum, ere 3 dimoveo, es, movi, motum ere 3 seco, as, secui, sectum, are 1 metuo, is, ui, utum, ere 3 reficio, is, feci, factum, ere 3 |
patior, eris, passus sum, pati demero, es, merui, meritum, ere 3 sperno, is, sprevi, spretum, ere 3 sterno, is, strevi, stratum, ere 3 permisceo, es, miscui, mixtum, ere 2 detesto, as, avi , atum, are 1 maneo, es, mansi, manium, ere 2 video, es, vidi, visum, ere 2 rupio, is rupi, ruptum, ere 3 misceo, es, miscui, mixtum, ere 2 cohibeo, es, ui, itum, ere 2 refugio, is, fugi, ere 3 tendo, is, tetendi, tentum, ere 3 inserto, is, servi, sertum, ere 3 |
L’amicizia di Mecenate
Ora torno da me, figlio di un liberto, tutti sparlano di me, perché figlio di un liberto, ora perché sono tuo amico, mecenate, e una volta poiché come tribuno comandava una legione romana. Le due cose sono diverse, perché, se forse qualcuno mi invidia a ragione per quella carica non può perché tu mi sei amico, essendo tu particolarmente cauto a prendere fra i tuoi amici solo persone meritevoli, lontano da ogni cattiva intenzione.. Non posso ponderami felice per questo: poiché sono scelto casualmente come tuo amico: e infatti la sorte ha fatto si che tu mi conoscessi; una volta prima Virglio, poi Vario ti parlarono di me (dissero chi fossi). Quando mi trovai davanti a te, dissi poche cose singhiozzando (infatti una timidezza infantile mi impediva di parlare di più), non dico di avere un padre illustre, non di essere trasportato per la campagna da un cavallo dell’Apulra, ma dico chi fossi. Come è tua abitudine mi rispondi poco, mi richiami dopo nove mesi e mi dici di entrare nella tua schiera di amici. Per me è molto importante che tu mi abbia scelto, tu che sai separare l’ignobile dall’onesto, non in base alla nobiltà delle origini ma secondo la purezza della vita e dell’anima. Eppure se il mo carattere è imperfetto causa di pochi lievi difetti, per il resto è buono, quasi come se in un bel corpo criticassi alcuni nei sparsi, se nessuno potrà sinceramente rinfacciarmi né l’avarizia, né la disoccupazione, né di frequentare postriboli; semplice e innocente, come a diritto posso lodarmi, e se sono caro agli amici, è grazie a mio padre, che povero possessore di un campiello, non mi volle mandare alla scuola di Flavio.
redeo, is, iui, itum, ire 4 nascor, eris, natus sum, nasci pareo, es, parui, paritum, ere 2 invideo, es, vidi, visum, ere 2 adsumo, is, sumpsi, sumptum, ere 3 dico, is, dixi, dictum, ere 3 sortior, iris, itus sum, iri 4 prohibeo, es, prohibui, prohibitum, ere 2 profor, faris, fatus sum, fari 1 vecto, as, avi , atum, are 1 narro, as, avi, atum, are 1 abeo, abis, ivi, itum, ire placeo, es, placui, placitum, ere 2 iubeo, es, iussi, iussum, ere 2 |
revoco, as, avi , atum, are 1 secerno, is, crevi, socretum, ere 3 reprehendo, is, prehensi, prenhensum, ere 3 doicio, is, ieci, iectum, ere 3 collaudo, as, avi , atum, are vivo, is, vixi, victum, ere nolo, nonuis, nolui, nolle respendeo, es, spondi, posum, ere 2 orior, eris, ortus sum, oriri sospendo, is, suspensi, suspensum, ere eo, iis, ivi itum, ire refero, fers, tuli, latum, ferre rodo, is, rosi, rosum, ere 3 |
L’isolamento del saggio non è inazione
Dici: “Tu mi raccomandi di star lontano dalla folla, di vivere appartato e di trovare l’appagamento nell’interiorità? Che ne è di quei principi per cui si deve morire nell’operosità?” è perché? Mi sono rivolto a quei precetti che talvolta ti sembra che io diffonda e ho rotto i ponti per poter essere utile a molti. Non trascorro mai una giornata oziando: dedico una parte della notte agli studi; non resisto al sonno ma cedo, e a causa della veglia distolgo gli occhi, stanchi e soccombenti, dall’occupazione. Mi sono ritirato non dalla società ma dagli affari e sopratutto da quelli privati e ora mi preoccupo per quelli dei posteri. A questi lascio scritti dei consigli che possono essere assai giovevoli: per lettera do loro dei consigli sulla salute per esempio dei miscugli di ottimi medicinali, essendosi dimostrai efficaci nelle mie piaghe le quali pur non essendo guarite del tutto hanno comunque smesso di crescere. Indico agli altri la retta via che ho raggiunto troppo tardi stremato per averla cercato a lungo. Dico a gran voce: “Evitate tutte quelle cose che piacciono al popolo e che il caso vi presente: affrontate con sospetto e distacco tutti i beni fortuiti. Anche le fiere e i pesci, di fronte a una speranza accattivante, si lasciano ingannare. Credete che queste fortune siano doni? Invece non sono altro che inganni. Chiunque di voi voglia vivere una vita quanto più prudente, eviti i benefici insidiosi sui quali anche per questa ragione ci inganniamo molto tristemente: credevamo di averli e vi restiamo attaccati. Questa corsa ci spinge giù dai precipizi: l’estro di questa vita illustre è precipitare. Poi non è più possibile neppure rialzarsi, quando la felicità (del momento) comincia a farci avanzare in un altro verso, o quanto meno, diverso dalla via della saggezza o quando una volta per tutte comincia a farci precipitare: non ci guida la sorte ma ci fa cadere con la faccia in terra e ci nuoce. Osservate quindi questa sana e salutare abitudine del vivere così da soddisfare le necessità del corpo nei limiti di quelle che sono essenziali. Questo deve essere trattato con maggior rigore perché non costituisca un male per l’animo: il cibo placa la fame, il bere estingue la sete, il vestito ripara dal freddo, la casa difende da questa cose che ci possono far male. Non ha importanza se questa era costituita in mattoni o in pietre provenienti da popoli stranieri: sappiate che l’uomo è difeso da un tetto di paglia altrettanto bene che da uno d’oro. Disdegnate da tutte quelle cose come gli ornamenti e gli oggetti di bellezza curati con uno sforzo inutile: rendetevi consapevoli che solo l’animo è ammirabile, nei confronti del quale non esiste niente di grandioso (rispetto al quale grande non c’è niente di grande)”.
De Ira I
Mi hai chiesto, Novalo, che scrivessi in che modo l’ira possa essere placata e a buon diritto mi sembra che tu abbai temuto soprattutto questo sentimento, il più ignobile e violento di tutti. Gli altri infatti hanno qualcosa di mite e pacifico: questo è tutto infiammato nell’accesso di dolore, furente per la bramosa per niente umana di armi, sangue e morte.
De Ira II
Per questa ragione alcuni uomini saggi parlarono dell’ira come di una follia momentanea: parimenti incapace di dominarsi, incurante del contegno, immemore degli obblighi, ostinata e risoluta in ciò che ha intrapreso, irraggiungibile dalla ragione e dal senno, suscitata da motivi vani, incapace di distinguere il vero e il giusto.
De Ira III
D’altra parte per renderti conto che non sono assennati coloro i quali sono pervasi dall’ira, osserva l’aspetto stesso di questi. Difatti come segni evidenti degli infuriati sono uno sguardo scontrato e minaccioso, una fronte accigliata, un viso torvo, un passo affrettato, le mani agitate, un colorito diverso, un respiro affannoso e irregolare, così gli stessi segni sono anche degli iracondi.
Agguato Teso ai Catilinari sul ponte Milvio
Dopo che tutte le cose erano state compiute, fissata la notte in cui i congiurati partissero Cicerone informato di ogni cosa per mezzo dei legati dei Galli ordina ai pretori L.V.F. e C.P. che per mezzo di un agguato colgano di sorpresa la scorta degli Allobrogi. Rivela ogni cosa per cui venivano inviati, permette le altre cose perché agiscano così come sia necessario nella circostanza. Quelli, soldati, senza chiasso sistemarono i rinforzi così come era stato ordinato. Assediano il ponte di nascosto. Dopo che in quel luogo vennero i legati degli Allobrogi con Volturcio e sorse il clamore di guerra contemporaneamente, i Galli subito conosciuto lo stratagemma senza indugio si consegnano ai Pretori. Volturcio in un primo momento esortò gli altri, difende se stesso con la spada dalla moltitudine, quando poi fu abbandonato dai legati pregò Pomptino per la sua salvezza ed infine, spaventato della vita, consegnò se stesso ai pretori come nemici.
Il senato respinge la proposta di pace di Pirro. |
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La Germania ai tempi dei romani |
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Un grande poeta di umili origini |
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Fortezza d'animo di una donna |
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L'invenzione del vino |
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La sconfitta di Quintilio Varo e il dolore di Augusto |
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Il console Caio Fabrizio ed il re Pirro |
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Un'improvvisa tempesta in alto mare |
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Giugurta e Aderbale |
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Q. Cicerone assediato dai Nervi |
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Cesare raccoglie rinforzi per portare aiuti a Cicerone |
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Augusto e Mecenate |
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Il ferro di cavallo |
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Augusto e un poeta greco |
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Ritratto di Epaminonda |
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Una lettera di Cicerone ad un amico |
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Metello prepara l'esercito |
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La presa di Gonfi |
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I più antichi re di Atene |
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De Bello Civili |
Cesare |
Gli eroi greci a Troia |
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De Bello Gallico IV XII |
Cesare |
De Bello Gallico Origine della sollevazione della Gallia |
Cesare |
De Bello Gallico Origine della sollevazione |
Cesare |
De Bello Gallico Assedio e presa di Avarico |
Cesare |
De Bello Gallico Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 61 |
Cesare |
De Bello Gallico Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 65 |
Cesare |
De Bello Gallico Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 66 |
Cesare |
De Bello Gallico Lotta attorno ad Alesia e vittoria romana 67 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 88 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 89 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 90 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 91 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 92 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 93 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 94 |
Cesare |
De Bello Civili III La battaglia di Farsalo 95 |
Cesare |
Ritratto di Silla |
Sallustio |
Letture scelte e meditate |
Seneca |
L’uccisione di Cicerone |
Valleio Patercolo |
Il saggio deve stare lontano dalla follia |
Seneca |
IV De Ira |
Seneca |
La punizione dei Parricidi |
Cicerone |
I Romani hanno trascurato la filosofia |
Cicerone |
Liber quintus decimus |
Tacito |
Annales |
Tacito |
Consolatio ad Polybium |
Seneca |
È inutile cambiar sede se l’anima è malata |
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Carpe Diem |
Orazio |
Dedica all’amico Mecenate |
Orazio |
L’amicizia di mecenate |
Orazio |
L’isolamento del saggio non è inazione |
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I De Ira |
Seneca |
II De Ira |
Seneca |
III De Ira |
Seneca |
Agguato Teso ai Catilinari sul ponte Milvio |
Sallustio |
Fine articolo sul latino
Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.
Suave etiam belli certamina magna tueri
per campos instructa tua sine parte pericli;
sed nil dulcius est, bene quam munita tenere
edita doctrina sapientum templa serena,
despicere unde queas alios passimque videre
errare atque viam palantis quaerere vitae,
certare ingenio, contendere nobilitate,
noctes atque dies niti praestante labore
ad summas emergere opes rerumque potiri.
O miseras hominum mentes,o pectora caeca!
Qualibus in tenebris vitae quantisque periclis
degitur hoc aevi quodcumquest! Nonne videre
nil aliud sibi naturam latrare, nisi utqui
corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur
iucundo sensu, cura semota metuque?
Ergo corpoream ad naturam pauca videmus
esse opus omnino, quae demant cumque dolorem,
delicias quoque uti multas substernere possint;
gratius interdum, neque netura ipsa requirit,
si non aurea sunt iuvenum simulacra per aedes
lampadas igniferas manibus retinentia dextris,
lumina nocturnis epulis ut suppeditentur,
nec domus argento fulget auroque renidet
nec citharae reboant laqueata aurataque templa,
cum tamen inter se prostrati in gramine molli
propter aquae rivum sub ramis arboris altae
non magnis opibus iucunde corpora curant,
praesertim cum tempestas adridet et anni
tempora conspergunt viridantis floribus herbas.
Nec calidae citius decedunt corpore febres,
textilibus si in picturis ostroque rubenti
iacteris, quam si in plebeia veste cubandum est.
Quapropter quoniam nil nostro in corpore gazae
proficiunt neque nobilitas nec gloria regni,
quod superest, animo quoque nil prodesse putandum;
si non forte tuas legiones per loca campi
fervere cum videas belli simulacra cientis,
subsidiis magnis et ecum vi constabilitas,
oranatas armis… pariterque animatas
fervere cum videas classem lateque vagari,
his tibi tum rebus timefactae religiones
effugiunt animo pavidae, mortisque timores
tum vacuum pectus lincunt curaque solutum.
Quod si ridicula haec ludibriaque esse videmus,
re veraque metus hominum curaeque sequaces
nec metuunt sonitus armorum nec fera tela
audacterque inter reges rerumque potentis
versantur neque fulgorem reverentur ab auro
nec clarum vestis splendorem purpureai,
quid dubitas quin omni’ sit haec rationi’ potestas,
omnis cum in tenebris praesertim vita laboret?
Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
interdum, nilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest
non radii solis neque lucida tela diei
discutiant, sed naturae species ratioque.
E' dolce, quando i venti sul grande mare sconvolgono le distese d'acqua, guardare ora da terra il grande travaglio di un altro; non perchè sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo, ma perchè è dolce constatare da quali mali tu stesso sia esente.
E'dolce anche osservare grandi combattimenti che si svolgono nella pianura senza che tu sia in pericolo. Ma nulla è più dolce dell'occupare gli alti spazi sereni ben fortificati dalla filosofia dei saggi, da dove tu possa guardare gli altri dall'alto e vederli errare qua e là e cercare smarriti la via della vita, gareggiare per impagno, contendere per nobiltà, sforzarsi giorno e nottecon fatic aincessante per conquistare la ricchezza e impadronirsi del potere. O infelici menti degli uomini, o cuori ciechi! In quale oscurità di vita e inn quanto grandi pericoli si consuma questo tempo, quale che sia (il suo valore)! E non vedere che la natura per sè non reclama nient'altro se non che il dolore sia assente, staccato dal corpo, che la natura goda di piacevoli sensazioni nella mente allontanata (=lontana) da affanni e timori. Pertanto noi vediamo che poche cose sono assolutamente necessarie alla natura del corpo, tutte quelle che tolgono il dolore, così che possano offrire anche molti piaceri; è talvolta assai gradito, e la natura di per sè non lo richiede, se nei palazzi non vi sono statue dorate di giovani, che portano nelle destre lampade accese, per fornire la luce ai banchetti notturni, e se la casa non brilla d'argento nè risplende d'oro, e se le cetre non fanno risuonare i soffitti dorati a cassettoni, quando tuttavia gli uomini ditesi tra amici sull'erba tenera presso un ruscello, sotto i rami di un alto albero, si prendono cura con gioa del loro corpo senza grandi spese, soprattutto quando il tempo è favorevole e le stagioni cospargono di fiori le erbe verdeggianti. E le febbri ardenti non si allontanano più velocemente dal corpo, se tu ti agiti in tessuti ricamati e nella porpora rosseggiante, che se tu devi giacere su una coperta comune. Perciò poiché le ricchezze non portano alcun vantaggio al nostro corpo nella nobiltà o la gloria di un regno , quanto al resto, si deve pensare che non giovino affatto neanche all’animo; a meno che per caso quando tu veda le tue legioni agitarsi nella pianura portando le insegne di guerra [=fingendo simulazioni di guerra] rafforzate da grandi truppe ausiliarie e dalla forza della cavalleria e quando tu veda muoversi la flotta e vagare lontano, allora le tue superstizioni atterrite da queste cose non fuggano timorose dal tuo animo e allora i timori della morte non lascino il tuo cuore sgombero e libero da preoccupazioni.
Ma se noi vediamo che queste cose sono ridicole ed illusorie e che in verità i timori degli uomini e gli affanni che li seguono non temono né il risuonare delle armi né i dardi feroci ed audacemente si aggirano tra i re e i potenti del mondo, e che non hanno soggezione dello splendore che viene dall’ oro né del luminoso splendore di una veste di porpora, perché dubiti che questo potere sia interamente della ragione, tanto più che ogni vita si affanna nell’oscurità? Come i bambini nell’oscurità delle tenebre sono trepidanti e temono ogni cosa, così noi talvolta nella luce temiamo quelle cose che non sono per nulla da temersi più di quelle che i bambini nell’oscurità temono e immaginano prossime ad accadere.
Pertanto è necessario che questo terrore dell’animo e queste tenebre non li allontanino né i raggi del sole né i luminosi dardi del giorno, ma l’osservazione della natura e la ragione.
Fine articolo sul latino
Ripasso di latino:
Proposizioni finali:
- Ut + cong. = pres. = tempo principale nella reggente
= imp. = tempo storico nella reggente
tempi principali: presente e futuro.
tempi storici: perfetto, imperfetto e più che perfetto.
- Causa \ grazia + genitivo del gerundio o del gerundivo.
- Con la relativa o participio futuro.
- Supino in “um” : solo con verbi di moto.
- AD + gerundio e gerundivo.
- Quo : si trova solo quando c’è un comparativo.
Es.: Legati ad Cesarem convenerunt ut pacem peterent \ qui pacem peterent \ ad pacem petendam \ pacis petendae grazia \ pacem petitum \ pacem petituri \ pacem petentes.
Participi:
Hanno 3 tempi: presente, passato e futuro.
- Participio presente si declina come un aggettivo di 2° classe.
- Participio passato si declina come aggettivo di 1° classe.
- Participio futuro si declina come aggettivo di 1° classe.
Part. pres. = lo hanno tutti i verbi, è sempre attivo ed ha un rapporto di contemporaneità;
Part. pass. = per verbi trans. ha valore attivo, i verbi intrans. non l’ hanno, per i verbi dep. è sempre attivo;
Part. futuro = lo hanno tutti i verbi, è sempre attivo ed esprime rapporto di posteriorità;
Participio congiunto = participio con uso verbale.
- Part. pres. con uso nominale = attributo;
= nome di predicato;
= agg. sostantivato;
Es.: Habito in urbe florenti : ATT.;
Studii amans non es : nome di pr.;
Sapientium praeceptae plausum omnium … : agg. sost.;
Part. pres. con uso verbale = indica proposizione temporale
causale
relativa
Veniens ad urbem, Caius vidit portas clausas : temporale;
- Part. pass. = uso nominale o verbale.
Uso nominale : ATT.
SOST.
Uso verbale : participio congiunto. Rapporto d’ anteriorità, traduce sub.: Temporale;
Causale;
Concessiva;
Es. di uso nominale : Caesar hostes deprehensos occidit = ATT;
Victis Romani mites fuerunt = SOST;
Es. di uso verbale : Respinto dagli Ateniesi, Alcibiade si diresse a Sparta = Temporale;
Puer obuergatus a patre, non ingenuit = Concessiva;
N.B.= Per quanto riguarda i deponenti va tradotto con un gerundio passato Italiano.
- Part. futuro = unito a “sum” è perifrastica attiva;
da solo = finale;
Si traduce: sul punto di….., destinato a….., stando per…..;
Es.: Ovidius, profecturus ad Pontum, libros suos adussit;
Laudaturus sum meum filium;
Fine articolo sul latino
Il Teatro Latino: la tragedia in Seneca e confronto con la tragedia Attica
Le nostre cognizioni sulla tragedia romana arcaica sono poco chiare. Basandosi sui frammenti e sul confronto con la tragedia Attica del V secolo, che rimase sempre il modello principale, è possibile formulare alcune impressioni generali.
La struttura della tragedia Attica prevedeva un alternarsi di parti dialogate, recitate o “recitative” di parti liriche; di queste ultime, l’aspetto più qualificante era la presenza di grandi costruzioni “strofiche”: i cori.
Questi prevedevano una stretta fusione tra il testo e ciò che noi chiamiamo “coreografia”. I cori erano musicali e danzati, interpretati da gruppi di attori. La funzione tipica delle parti corali nell’intreccio era il commento dell’azione; lo stile era nettamente separato da quello delle parti “individuali”. Sembra che i tragediografi latini non disponessero delle strutture sceniche, coreografiche e musicali necessarie a riprodurre nel teatro romano le inserzioni corali del teatro Attico. Erano quindi necessari dei profondi cambiamenti nella “riscrittura” degli intrecci Attici.
La scomparsa lirica corale apriva nella tragedia un vuoto di stile e di immagini: nelle parti corali i tragici greci avevano prodigato le loro immagini più ardite, le più impressionanti e alate figure di stile. I tragici latini avviarono a questo vuoto alzando mediamente tutto il livello stilistico dei loro drammi. La tragedia latina è caratterizzata da un “passo di stile” che, nella sua elevatezza, appare uniforme, e che si oppone nettamente alla lingua quotidiana. I poeti tragici latini, che non avevano a disposizione tesori di lingua d’arte già consolidati, sfruttarono ogni risorsa disponibile: “calchi” della lingua poetica greca, arditi neologismi, prestiti dal solenne linguaggio della poetica, della religione, e del diritto.
Ciò nonostante i poeti tragici latini si rapportavano a quelli greci in termini di libero confronto, lontano da retoriche e pedisseque imitazioni. Basti pensare al teatro di Plauto e di Ennio, ai quali a sua volta si rifaceva lo stesso Seneca.
Le tragedie di Seneca sono le sole tragedie latine pervenuteci in forma non frammentaria e, questa ragione, ne fa sia una testimonianza preziosa di un intero genere letterario, sia le rende importanti come documento della ripresa del teatro latino tragico. Infatti nell’età Giulio - Claudia e nella prima età Flavia, l’élite intellettuale senatoria sembrò ricorrere al teatro tragico come una forma letteraria più idonea ad esprimere la propria opposizione al regime.
Tale fu anche l’intento di Seneca, il cui teatro tendeva a trovare soluzioni drammatiche diverse da quelle tradizionali e soprattutto a riflettere i caratteri più tipici dell’età neroniana, come il barocchismo e il gusto per l’orrore.
Gli argomenti delle tragedie sono desunti principalmente dal teatro di Euripide, e si presentano come una scelta di miti più orripilanti e macabri del repertorio classico. In esse si trovano le storie più sconvolgenti, i personaggi più sanguinari le situazioni più dense di infelicità, di odio e di passioni violente.
Seneca cominciò a dedicarsi alle tragedie probabilmente negli ultimi anni della sua collaborazione con Nerone o forse anche dopo il ritiro dalla vita politica, scrivendone ben nove, di cui ricordiamo le più importanti: Hercules furens, Troades, Medea, Oedipus, e Thieste.
Le varie vicende si configurano come conflitti di forza contrastati, soprattutto all’interno dell’animo umano, come opposizione tra meus bona e furor, fra ragione e passione: la ripresa dei temi e motivi rilevanti dalle opere filosofiche rende evidente una consonanza di fondo tra i due settori della produzione senecana, e ha alimentato la convinzione che il teatro di Seneca non sia che un’illustrazione sotto forma di exempla forniti dal mito della dottrina stoica.
L’analogia, però, non va troppo accentuata, sia perché resta forte nelle tragedie la matrice specificamente letteraria, sia perché nell’universo tragico, il logos, il principio razionale con cui la dottrina stoica affida il governo del mondo, si rivela incapace di frenare le passioni e arginare il dilagare del male. Alle diverse vicende tragiche fa infatti da sfondo una realtà dai toni empi ed atroci, e su questo scenario di orrori, si scatena la lotta delle forze maligne: lotta che non investe solo la psiche umana, ma il mondo intero, conferendo al conflitto tra il bene ed il male una dimensione cosmica ed una portata universale. Un rilievo particolare, fra le forme in cui più espressamente si manifesta questo emergere del male nel mondo, ha la figura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza, tormentato dalla paura e dall’angoscia, che da luogo a frequenti spunti di dibattito etico sul tema del potere che occupa un posto centrale nella riflessione senecana.
Molto si è discusso e si discute sulla rappresentabilità delle tragedie di Seneca, e per lungo tempo è prevalsa la tesi che le riteneva destinate esclusivamente alla lettura. In realtà non mancano le argomentazioni a sostegno di questa tesi, dalla povertà dell’azione drammatica, alla trasgressione di alcune norme che regolavano la rappresentazione teatrale e che vietavano la messinscena di episodi sanguinosi e orripilanti. D’Altra parte non si può negare la rappresentabilità alle tragedie solo per la difficoltà di rendere sulla scena certi fatti straordinari, dal momento che all’epoca di Seneca i Romani erano in grado di produrre spettacoli di inusitato impegno scenografico all’interno dell’anfiteatro.
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Le traduzioni dal Latino
Seneca: Consolatio ad Marciam
XX: O ignari dei propri mali, coloro dai quali la morte non è lodata ed attesa come la più grande invenzione della natura, se racchiude la felicità, se respinge la disgrazia, se pone fine alla noia ed alla stanchezza del vecchio, se conduce l’età giovanile mentre si sperano le cose migliori nel pieno delle forze, se interrompe la fanciullezza prima dei passi più duri, per tutti è la fine, per molti il rimedio, per qualcuno il desiderio, per nessuno è benemerita più che per coloro ai quali viene prima di essere chiamata. Questa annulla la schiavitù anche contro la volontà del padrone; questa scioglie le catene dei prigionieri; questa conduce fuori dalla prigione coloro ai quali il comando prepotente aveva vietato d’uscire; questa mostra agli esuli che tendono sempre gli occhi e l’anima verso la patria che non v’è differenza tra le persone sotto la quale si trovino. Questa quando la sorte ha spartito male le cose comuni e ha consegnato chi ad uno chi ad un altro persone nate con uguali diritti, rende uguale tutti; è questa dopo la quale qualcuno non ha fatto niente per una decisione altrui; è questa, nella quale nessuno percepisce la sua abiezione; è questa che è aperta a tutti; è questa, o Marcia, che tuo padre ha desiderato ardentemente; è questa, affermo, che ha fatto in modo che nascere non sia un supplizio, che ha fatto in modo che io non mi abbattessi contro le minacce del caso, perché io possa conservare l’animo integro e padrone di sé: possiedo ciò che posso chiamare in mio aiuto. Vedo lì vicino delle croci, ma non di un solo tipo, ma costruite da chi in un modo da chi in un altro: alcuni levarono in alto ( condannati) rivolti con la testa verso la terra, altri infilano un palo per il retto, alcuni allungano le braccia sul patibolo; vedo i cavalletti, vedo le percosse e vedo macchine specifiche per ogni membro: ma vedo anche la morte Vi sono lì vicino nemici sanguinari, cittadini arroganti: ma lì vedo anche la morte. Non è penoso essere schiavi là dove se ti è venuto a noia il padrone, quando ti è lecito con un solo passo, andare verso la condizione libera: o vita ti apprezzo proprio per il beneficio che ci viene dalla morte.
Commento: La consolatio è indirizzata a Marcia, il cui padre Curzio Cordo, fu uno storico delle guerre civili sotto Tiberio, condannato a morte da Seiano. Non è l’unica consolatio che Seneca scrive, ve ne sono altre 2, poiché è un genere che rientra nella filosofia morale. Nell’etica stoica bisognava dare dei precetti morali utili per ogni occasione, ecco dunque si è appropriata di questo genere per mandare messaggi filosofici alle persone colpite da sciagure: filosofia alla spicciolata. Questo tipo di insegnamento si rifà al cinismo. Ma non solo, Seneca da un fatto personale, privato e particolare, vuole tratte una regola generale: il dolore va temuto entro certi limiti poiché la vita ed i beni materiali ci sono dati in prestito, e tutto è destinato a passare (transire): viviamo in mezzo alla “rapina rerum omnium”. La morte viene così rappresentata come l’elemento più caratteristico della vita umana, quello comune a tutti e che ci eguaglia.
Seneca: De Otio
, 2-5: Dice Epicuro: «Il saggio non si deicherà alla vita politica a meno che non sarà intervenuta una qualche necessita». Dice Zenone: «Il saggio si dedicherà alla vita politica a meno che qualcosa non lo impedisca». Il primo cerca l’ozio volutamente, l’altro per necessità, e del resto questa necessità si estende vastamente. Se lo Stato è troppo corrotto per poter essere aiutato, se è invaso dai mali, il saggio non si affaticherà inutilmente né si sacrificherà se è destinato a non recare alcuna utilità; se avrà scarsa autorevolezza e poche forze, se lo Stato non lo vorrà accettare, se la salute gli impedirà, come non farebbe scendere in mare una nave sconquassata, come non darebbe il proprio nome per il servizio militare se fosse debole, allo stesso modo non intraprenderà un cammino che saprà impercorribile. Pertanto può anche colui al quale ancora tutto è integre, può prima di sperimentare qualche pericolo, fermarsi al sicuro e immediatamente dedicare tutto se stesso alle virtù e condurre un ozio illibato come cultore di quelle virtù che possono essere coltivare anche dalle persone più miti. Certamente da un uomo si chiede ciò che sia di giovamento agli uomini se possibile a molti, se non proprio a molti a pochi, se non proprio a pochi ai vicini, se non proprio ai vicini a sé. Infatti quando si rende utile a tutti gli altri si dedica ad un compito comune. Come colui che si rende peggiore nuoce non soltanto a se stessi, ma anche a tutti quelli ai quali avrebbe potuto giovare se fosse diventato migliore, allo stesso modo chiunque benemerita di se stesso, per questo stesso fatto, giova agli altri, perché prepara una persona destinata a giovare agli altri.
1-4: Siamo soliti dire che il bene più grande è vivere secondo natura: la natura ci ha generato per entrambe queste cose, ia per la contemplazione delle cose, sia per l’azione. Ora dimostriamo ciò che abbiamo detto come prima cosa. Che cosa inoltre? Ciò sarà dimostrato se ciascuno si sarà domandato quanto desiderio ha di conoscere le cose ignote, e quanto si ecciti a tutti i racconti fantastici? Alcuni viaggiano per mare e sopportano coraggiosamente le fatiche di un lunghissimo viaggio con una sola ricompensa per conoscere qualcosa di nascosto e lontano. Questa condizione raduna le folle a guardare gli spettacoli, costringe a spiare tutte le realtà nascoste, a cercare le cose più nascoste, a srotolare le antichità, ad apprendere i costumi delle genti barbariche: la natura ci diede un intelletto avido di conoscenza e consapevole della sua arte e bellezza, mentre sarebbe destinata… Affinché tu sappia che quella ha voluto essere contemplata non solo essere guardata, osserva in quale parte ci ha collocato: ci ha collocato nella parte centrale di sé e ci ha dato la possibilità di vedere tutto all’intorno; e non solo ha fatto l’uomo in posizione eretta, ma coll’intenzione di renderla anche adatto alla contemplazione, cosicché potesse seguire con lo sguardo le stelle che scorrono nel cielo da oriente ad occidente, affinché potesse far girare il proprio volto con tutto l’universo, gli fece una testa sublime e la collocò su un collo pieghevole; poi conducendo 6 costellazioni di giorno e 6 di notte svelò ogni parte di sé affinché attraversi queste bellezze che aveva offerto ai suoi occhi suscitasse il desiderio delle rimanenti bellezze.
4-5: Con quale animo il saggio si isola nell’otium? In modo che sappia che anche allora compirà azioni che giovino alla posterità. Siamo senza dubbio che sia Zenone sia Crisippo hanno fatto cose più grandi che se avessero comandato eserciti, svolto cariche pubbliche, promulgato leggi: poiché queste non le promulgarono per una sola città ma per l’intero genere umano. Che ragione c’è, dunque, perché ad un uomo retto non convenga siffatta vita contemplativa, attraverso la quale regoli le generazioni future e non parli a pochi, ma ad ogni uomo d’ogni popolo quanti sono e quanti saranno? Insomma mi domando se siano vissuti secondo i loro insegnamenti Cleante, Crisippo e Zenone. Indubbiamente risponderai che quelli sono vissuti nel modo in cui avevano detto che si doveva vivere: eppure nessuno di quelli amministrò lo stato. Ma tu dici: «Quelli non ebbero o quella fortuna o quella autorità che suole essere richiesta per il governo dello stato.» Ma allo stesso tempo tuttavia condussero una vita non inerte: scoprirono che giova agli uomini più la loro calma che il correre qua e là ed il sudore degli altri .Quindi ciononostante questi sembrarono aver fatto molto, benché non facessero nulla nella vita pubblica.
Commento: Otium usato con accezione diversa, nella Grecia ellenistica esistevano due ideali di vita: vita pratica e vita contemplativa. Seneca si inserisce in questo dibattito intellettuale soprattutto con questo libro, proponendo una soluzione conciliatrice che contempera le due esigenze. La vita attiva racchiude in sé molto della vita contemplativa e viceversa: ritirarsi nell’otium può giovare a tutti. Ma si trova di fronte a due posizioni: Epicuro diceva che il saggio non si occupa di politica se non è estremamente necessario (vivi nascosto), gli stoici, al contrario, sostenevano che il saggio si deve interessare di politica almeno che qualcosa non lo impedisca Seneca abbassa il dibattito al suo caso personale, la sua presenza politica alla corte di Nerone è giustificabile? Anche Seneca accusa Nerone di incoerenza, lui è uno stoico e non abbandona la politica, ma lo stato romano è ormai così corrotto che il saggio non sprecherà più la sua attività che non è più necessaria. Questa è la posizione di Seneca, l’otium è necessità, ecco che incomincia a ricercare la perfezione morale (diventa cittadino del mondo). Deve quindi indagare dentro i limiti del lògos che Seneca percepisce dentro di sé: microcosmo che genera il macrocosmo. L’otium non è più un concedersi allo svago (Catullo, Cicerone…) ma un cercare di conciliare vita attiva e contemplativa.
Seneca: De ira
III, 36 (1-4): Tutti i sensi devono essere ricondotti ad firmitatem; per natura sono resistenti, se l’animo che ogni giorno deve necessariamente chiamato a fare il rendiconto, ha smesso di corromeperli. Faceva così Sesto, finita la giornata, una volta che si era ritirato per il riposo interrogava il suo animo: «Oggi, quale dei tuoi mali hai guarito? A quale vizio ti sei opposto? In quale parte ti sei migliorato?» Cesserà l’ira e sarà più moderato se saprà che ogni giorno si deve presentare davanti ad un giudice. Dunque cosa ci può essere di più bello di questa abitudine di passare in rassegna la giornata? Quale sonno viene dopo la ricognizione di sé: quam tranquillo, quam alto e libero, quando l’animo o è lodato o ammonito, e come esploratore e censore segreto ha giudicato sui propri costumi. Io mi servo di questa facoltà ogni giorno, presso di me sostengo la mia causa. Quando il lume viene tolto dallo sguardo e la moglie già consapevole dei miei costumi, tace, esamino col pensiero tutta la mia giornata e ripenso alle mie azioni e a ciò che ho detto; non mi nascondo nulla, non passo sopra a niente. Perché dovrei temere qualcosa dai miei errori quando posso dire: «Vedi di non fare questa cosa in modo più grande, ora ti perdono. In quel discorso hai parlato con grande ardore: non voler in seguito scontrarti con un incompetente; non vogliono imparare coloro che mai impararono. Ammonisti quello più di quanto dovevi, ma così non lo hai corretto, ma offeso: vedi in futuro non tanto se non sia vero ciò che dici, ma se quello a cui è detto il vero non lo sopporti; l’uomo buono gioisce dell’essere rimproverato, ogni malvagio sopporta molto faticosamente un che lo corregge.
Commento: L’esame di coscienza era una pratica appresa dalla scuola dei Sesti: ripresa durante il distacco dalla vita attiva. Lo stoicismo di Seneca non è puro, infatti è contaminato da altre filosofie (cinismo: disprezzo delle cose materiali per ricercare vita spirituale).
Seneca: De Clementia
I, 1-2: Nerone, ho deciso di scrivere sulla clemenza, affinché in un certo modo potessi svolgere il compito dello specchio e potessi mostrare te a te stesso destinato a giungere ominuim volutatem maximam. Benché infatti il vero frutto delle azioni rette sia l’averle fatte, né benché non ci sia alcun premio delle virtù degno all’infuori di esse stesse, è utile scrutare e percorrere intorno alla propria buona coscienza, tum mettere gli occhi in hanc immensa folla discorde, ribelle, impotente, in perniciem alienam suamque ugualmente pronta a balzare, se questo giogo abbia spezzato e giova parlare così: Io dunque fra tutti i mortali sono stato preferito e scelto per fare in terra la funzione degli dei? Io sono arbitro della vita e della morte per le nazioni; è nelle mie mani quale condizione debba avere ciascuno; quello che la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, lo afferma attraverso la mia bocca. Da una nostra risposta i popoli e le città traggono motivo di gioia; nessuna parte e da nessuna parte fiorisce se non per mia volontà e concessione.; tutte queste migliaia di spade che la mia pace ora fa restare nel fodero ad un mio cenno saranno impugnate; quali popoli siano da distruggere completamente, quali da trasportare altrove, a quali si debba dare la libertà a quali togliere, quali re debbano diventare schiavi e a quali teste si debba dare l’insegna regale, quali città debbano crollare, quali sorgere, tutto questo dipende da me.
Commento: Cerca di convincere l’imperatore a servirsi dei filosofi per la guida dello stato. Lui deve fungere da specchio per riflettere l’immagine del princeps, così che Nerone possa guardare il suo buon animo e disprezzare la folla che senza un princeps non può essere felice. Tutti i poteri del principe sono reali, ma Seneca utopicamente crede di poter influire su Nerone. Seneca alla fine pagherà gravi conseguenze.
Seneca: Epistola a Lucilio 7
1-5: Tu vuoi sapere che cosa ritengo si debba principalmente evitare? La folla. Non la puoi ancora frequentare senza pericolo. Io almeno confesserò la mia debolezza: riporto a casa quei costumi che ho portato fuori. Quel poco che avevo messo in ordine viene turbate, ritorna qualcuno dei vizi che avevo cacciato. Ciò che succede agli ammalati che una lunga infermità ha afflitto a tal punto che non possono uscire senza danno, questo stesso succede pure a noi: anche i nostri animi stanno rimettendosi da una lunga malattia. La dimestichezza con la folla è nociva: ognuno o ci raccomanda un vizio o ce lo trasmette o ci unge senza che noi ce ne accorgiamo. Ed il pericolo è tanto più grande quanto più grande è la folla nella quale ci confondiamo. In verità che cosa può esserci di più dannoso ala virtù che poltrire assistendo ad uno spettacolo? Infatti allora i vizi, favoriti dal piacere più facilmente si insidiano nell’animo. Che cosa pensi che io dica? Ritorno a casa non solo più avido di beni materiali, ma anche più crudele più inumano perché sono stato tra gli uomini. Per caso capitai in uno spettacolo meridiano aspettandomi giochi e facezie e qualcosa di riposante con cui gli occhi degli uomini si possono riposare dalla vista del sangue umano. È tutto il contrario: i combattimenti precedenti erano opera di misericordia; ora lasciate da parte le bazzecole, avvengono veri e propri omicidi. I gladiatori non hanno nulla con cui proteggersi. Esposti ai colpi in tutto il corpo, mai spingono avanti invano la mano armata. Questo genere di lotta i più lo preferiscono alle coppie di gladiatori ordinarie e straordinarie. E perché non dovrebbero preferirli? La spada non può essere respinta con l’elmo, con lo scudo. A che cosa servono le difese? A cosa servono le schermaglie? Tutte queste cose sono indugi alla morte. Al mattino gli uomini sono gettati ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori. Gli spettatori ordinano che gli uccisori siano gettati in pasto a quelli che gli uccideranno e riservano il vincitore per un’altra strage: il risultato dai combattimenti è la morte: si combatte col ferro e col fuoco. Queste cose accadono mentre l’arena è vuota! «Ma qualcuno ha commesso un furto ed ucciso un uomo». E allora? Quello perché ha ucciso ha meritato di subire ciò e tu sciagurato che pena hai meritato per guardare questo? «Uccidilo, colpiscilo, brucialo! Ma perché va in contro alla spada con tanto timore? Perché uccide con poca audacia, perché muore poco volentieri. Lo si spinga con le botte in contro alle ferite: ricevano colpi reciproci con i petti nudi e posti l’uno di fronte all’altro». Lo spettacolo è sospeso: «Nel frattempo si sgozzino altri uomini affinché non si stia a far niente». Suvvia non comprendete che i cattivi esempi ricadano sopra quelli che li fanno. Ringraziate gli dei immortali perché insegnate ad essere crudele a colui che non può imparare [Nerone].
Commento: La civiltà sta cambiando, ma per il momento solo Seneca va contro questa pratica degli spettacoli; però è più una forma di disgusto che di protesta. Infatti lui è il saggio aristocratico che odia il volgo, è presente una aristocratica superiorità. Si ritira a meditare su se stesso, le illusioni sono venute meno (ultima frase)si ritira dalla vita attiva, richiesta di interiorità che emerge.
Seneca: Epistola a Lucilio 41
Tu fai una cosa assai saggia e per te salutare se, come mi scrivi, persisti nell’indirizzarti verso la saggezza ed è cosa sciocca implorare la saggezza dal momento che potresti ottenerla da te stesso. Non si devono levare le mani al cielo né invocare i custodi dei templi per poterci meglio accostare alle orecchie delle statue, quasi potessimo essere ascoltati meglio: dio è preso di te, è con te, è dentro di te. È così come ti dico, Lucilio in noi c’è uno spirito divino che osserva e controlla il male ed il bene delle nostre azioni; egli ci tratta così come è stato trattato da noi. In verità un uomo buono non è nessuno senza dio: forse che alcuno potrebbe assurgere al di sopra della sorte se non fosse aiutato da lui? Quello ci da consigli splendidi ed eroici. In ciascuno degli uomini buoni abita un dio: chi sia questo dio è incerto ma c’è. Se si presenterà al tuo sguardo un bosco fitto di alberi che oltrepassano al solita altezza e che impedisce la vista del cielo, per l’intrecciarsi dei rami aliorum alios protegentium, l’altezza di quel bosco, il mistero del luogo, lo stupore per l’ombra così fitta e continua, pur in un luogo aperto ti daranno la fiducia dell’esistenza di un nume. Se una grotta, creata non dalla mano dell’uomo, ma scavata in tanta ampiezza da fenomeni naturali, sostiene su rocce profondamente corrose un monte, essa colpirà il tuo animo con un sentimento di religioso timore. Veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; l’improvviso scaturire dal sottosuolo di un vasto fiume ha propri altari; … … …. Chi è dunque quest’anima? È l’anima che splende di una sola luce, quella del suo bene. Che cosa è infatti più stolto che lodare in un uomo quello che non gli appartiene? Cosa c’è di più stolto di colui che ammira cose che possono trasferirsi immediatamente ad un’altra persona? Morsi d’oro non rendono migliore un cavallo. È diverso il modo in cui viene spinto nell’arena un leone dalla criniera dorata, mentre viene ammansito e costretto con la spossatezza a sopportare le bardature, diverso il modo in cui si slancia in leone selvaggio e di intatto vigore; questo, violento nella sua furia, come la natura lo ha voluto, bello per la terribilità del suo aspetto, la cui bellezza è quella di essere guardato non senza timore, viene preferito a quell’altro imbolsito e ingioiellato. Nessuno deve gloriarsi se non di ciò che gli appartiene. Noi lodiamo la vite se appesantisce i tralci con germogli d’uva, se essa a causa del peso dei grappoli che ha prodotto piega a terra i tralci: forse che qualcuno preferirebbe a questa vite quella da cui pendono grappoli e fogli d’oro? La virtù propria della vite è dunque la fertilità; e anche nell’uomo bisogna lodare ciò che è proprio dell’uomo stesso. Io ti presento l’esempio di un tale che ha una numerosa famiglia, che abitava in una bella casa, semina molto, mette a frutto grandi capitali; nessuno di questi beni è in lui, ma tutto è attorno a lui. Loda in quello ciò che non gli può essere tolto e dato, ciò che appartiene veramente all persona. Tu mi domando cosa sia? È l’anima, è la ragione perfetta nell’anima. L’uomo è infatti un animale razionale; pertanto si realizza il suo bene se ha assolto completamente il compito per cui è nato. Che cos’è che la ragione esige da lui? Una cosa molto facile, vivere secondo natura. Eppure la comune folla rende ciò molto difficile: ci spingiamo l’un l’altro le colpe. Come è possibile riportare alla salvezza coloro che nessuno trattiene e che la folla spinge? Stammi bene.
Commento: Problema stoico sulla presenza degli dei nel mondo e sul loro intervento. Seneca non parte dal cosmo, parte dall’uomo, dalla sua interiorità «Noli fores ire, in te ipsum vedi, in interiore homine habitat veritas» (Sant’Agostino, Confessioni). Seneca non da una risposta precisa su chi è dio, non lo concepisce, però, come persona, lui non sa quale dio abita in noi, sa che ne abita uno, e pensa da una divinità che si differenzia dal lògos degli stoici. Quella di Seneca è una ricerca senza fine.
Seneca: Epistola a Lucilio 47
1-3: Con piacere ho appreso dalle persone che vengono dalla tua casa che tratti familiarmente i tuoi schiavi: ciò si addice alla tua saggezza ed alla tua cultura. Sono schiavi. Si ma anche uomini. Sono schiavi. Si ma anche compagni di abitazione. Sono schiavi. Si ma anche umili amici. Sono schiavi. Si ma anche compagni di schiavitù, se penserai che gli uni e gli altri sono soggetti alla volontà della fortuna. Pertanto rido di costoro che giudicano disonorevole pranzare col proprio servo: per quale ragione se non perché è una consuetudine molto superba, mette attorno al padrone durante il pranza, una moltitudine di schiavi che stanno in piedi? Egli mangia più di quanto è capace di contenere, e con straordinaria avidità sovraccarica il ventre già pieno e non più avvezzo a compiere le funzioni del ventre, così che espelle ogni cosa con maggiore fatica di quella con cui la introdusse. Ma ai disgraziati schiavi non è lecito neppure muovere le labbra, neppure per parlare. Ogni sussurro è represso con la verga e neppure quei fatti fortuiti , la tosse, gli starnuti, i singulti, sfuggono alle percosse; l’interruzione del silenzio con una parola la si sconta con una pena; durante tutta la notte stanno in piedi senza mangiare, in silenzio. Così accade che costoro non potendo parlare in presenza del padrone, sparlino del padrone.
Petronio: Satyricon
27: Ma non ci spogliammo subito: ci mettemmo a bighellonare (e a darci buon tempo) e a mescolarci ai gruppi, quando ad un tratto vedemmo un vecchio dalla testa pelata, vestito con una tunica rosso fiamma, che giocava con dei ragazzi zazzeruti. Quello che ci incuriosì non furono i ragazzi, per quanto ne valesse la pena vederli giocare, ma bel vecchio bacucco che, in sandali, faceva esercizi con una palla verde; non si chinava mai quando gli cadeva per terra, ma uno schiavo, che ne aveva una borsa piena, era lì pronto a rifornire i giocatori. E osservammo altre cose strane: per esempio, due eunuchi che se ne stavano, uno di fronte all’altro, ai due estremi del campo: uno teneva in mano un ordinale d’argento, l’altro contava le palle, ma non quelle che nel gioco si passavano da una mano all’altra, bensì quelle che cadevano per terra. Mentre stavamo lì incantati a guardare queste finezze sopraggiunse Menelao: “ Questo è quello che vi farà abbuffare stasera” ci disse “ e quanto avete visto ora è solo un antipasto”. Menelao aveva appena smesso di parlare, che Trimalcione schioccò le dita e l’eunuco, a quel segnale, gli mise l’orinale sotto. Scaricata la vescica, si fece dare l’acqua per le mani e inumiditesi appena le dita, se le asciugò sulla testa dei ragazzi.
28: Sarebbe troppo lungo raccontare quello che vedemmo. Entrammo nel bagno e, quando fummo grondanti di sudore, in un lampo, passammo sotto la doccia fredda. Intanto Trimalcione, in una nuvola di profumi, si veniva asciugando non già con i soliti lenzuoli, ma con pannolini di finissima lana mentre dinanzi a lui tre massaggiatori si scolavano bottiglie di Falerno litigando tra loro e facendone cadere un sacco per terra; ma Trimalcione diceva che era tutto alla sua salute. Poi tutto avvolto in un manto scarlatto, lo misero in una lettiga, preceduta da quattro lacchè in livrea e da un’altra portantina dove c’era il suo tesoruccio, un bimbo con la faccia di vecchio, tutto cisposo, più brutto ancora del suo padrone. Mentre così se lo portavano, gli si fece vicino agli orecchi un suonatore, con un minuscolo flauto, che gli zufolò in sordina per tutto il tragitto, come si gli stesse confidando qualche segreto. Noi ci mettemmo appresso, carichi di meraviglia, e, sempre insieme ad Agamennone, giungemmo sotto la porta di casa dove in cima era attaccato questo cartello: «ogni schiavo che esce senza il permesso del padrone riceverà cento frustate». Nell’atrio stava un portiere che indossava un vestito verde, stretto alla vita da una cintura color ciliegia e che sbucciava i piselli i un vassoio d’argento; dalla soglia inoltre pendeva una gabbia d’oro con una gazza tutta screziata che dava il benvenuto a quelli che entravano.
111: Ad Efeso vi era una signora così famosa per la sua pudicizia che anche dai paesi vicini le donne venivano ad ammirare un simile portento. «Quando le morì il marito, non contenta di andare dietro al feretro, come le altre, con i capelli sciolti, e di percuotersi il petto nudo dinanzi alla gente, volle seguire il marito fin nella sepoltura e custodirne la salma fin nel sepolcro dove era stata posta secondo l’uso dei Greci; e, notte e giorno, non faceva che piangere. Era tanto disperata che nemmeno i parenti riuscirono a farle cambiare l’idea di morire di fame; perfino i magistrati lei mandò via… Così tutti piangevano, ormai, come morta, quella donna esemplare che da cinque giorni non toccava cibo. Assisteva la sventurata una sua fedelissima ancella che univa le sue lacrime a quelle della padrona e che, inoltre, quando la lampada posta sopra la tomba stava per spegnersi, badava a rifornirla d’olio. Per tutta la città non si parlava d’altro e gli uomini d’ogni cero riconoscevano che non si era mai visto un tal esempio di pudicizia ed amore.» «Frattanto il governatore della provincia fece crocifiggere certi ladroni, proprio vicino alla tomba dove la vedovella piangeva il suo recente lutto.» «La notte successiva, un soldato, messo lì di guardia perché nessuno staccasse i corpi dalle croci, per seppelirli, vide un lume che splendeva tra le tombe e, udendo anche dei gemiti, come se qualcuno piangesse - per quella debolezza che è un po’ di tutti gli uomini - volle andare a vedere che vi fosse e che stesse facendo; così scese nel sepolcro e quando vide quella bellissima donna, in un primo momento rimase esterrefatto, credendo di trovarsi di fronte ad un fantasma, ma poi, vedendo il cadavere dell’uomo e notando le lacrime della donna, il suo viso, che lei si era tutto graffiato con le unghie, comprese che si trattava di una sposa che non sapeva darsi pace per la morte del suo uomo e così, portato nel sepolcro quel poco che aveva per cena, cominciò ad esortarla, dicendole che era inutile persistere in un vano dolore perché a nulla, in fin dei conti, giova rovinarsi i polmoni con tanti lamenti e che, del resto, quella era la fine di tutti e quella l’ultima, comune dimora: insomma, tutte quelle belle parole che si dicono, in tali circostanze, per dare un po’ di conforto agli animi addolorati. Ma quella, ancor più esasperata dalla presenza di uno sconosciuto e dal fatto che quello volesse consolarla, prese a graffiarsi il petto con maggiore impegno e a strapparsi i capelli che gettava, a ciocche, sulla salma del marito.»«Il soldato, però, non si perse d’animo e, continuando nelle sue esortazioni, cercò di far prendere alla donna un po’ di cibo. L’ancella, dal canto suo, conquistata dall’odore del vino, si arrese per prima e stese la mano all’offerta invitante, e così, rianimata dalla bevanda e dal cibo, cominciò anch’essa a combattere l’ostinazione della padrona.» «In verità nessun ascolta malvolentieri chi lo invita a mangiare e a vivere, e così la donna, sfinita da tanti giorni d’astinenza, lasciò, alla fine, cadere ogni sua ostinazione e, non meno avidamente della sua ancella, che per prima aveva ceduto, si gettò sul cibo.»
112: «Tra l’altro sapete che cosa, per lo più, suole tentare l’uomo sazio. Con le stesse blandizie che aveva usato per persuadere la donna a voler vivere, il soldato si mise all’assalto anche della pudicizia di quella. Alla casta il giovane non sembrava né brutto né impacciato, tanto che l’ancella cercava di renderglielo simpatico ripetendole sempre: “Combatti anche contro un gradito amore? Non ti ricordi dove vivi?” Che dire di più? La donna non astenne nemmeno questa parte del corpo, e il soldato vincitore la persuase in tutti e due i sensi. Dunque giacquero non solo quella prima notte, che fu come di nozze, ma anche quella dopo e la terza, chiuse, si capisce, le porte del sepolcro, affinché, chiunque, tra i conoscenti e i non conoscenti, venisse al sepolcro, ritenesse che la pudicissima donna fosse spirata sopra il corpo del marito.» «Il soldato, intanto, tutto preso dalla libidine della donna ed eccitato da quell’amore segreto, comprava quello che più poteva per le sue possibilità e, appena faceva buio, portava tutto al sepolcro. Ora accadde che i parenti di uno dei crocifissi, vedendo che la sorveglianza era molto diminuita, una notte trassero giù dalla croce il loro congiunto e gli resero le estreme onoranze. Il soldato, occupato in ben altre faccende, quando vide, il giorno dopo, una croce senza più il morto, ben sapendo quello che lo attendeva, corse a narrare la brutta faccenda alla donna e , disperato, senza aspettare di venire giudicato e condannato dai suoi superiori, decise di uccidersi e punire, così, la sua imperdonabile negligenza. Chiese, quindi, che gli fosse preparato, in quel sepolcro un posticino anche per lui: in quel sepolcro che avrebbe così riunito il marito e l’amante. La donna, però, non meno pietosa che casta, gli disse: “Ahimè? Gli dei non permetteranno che io veda, in così breve tempo, le esequie dei due uomini che mi sono stati più cari. È meglio appendere alla croce un morto che lasciar morire un vivo”. E così, detto fatto, fece togliere dal sepolcro il corpo del marito e attaccarlo alla croce che era rimasta libera. Il soldato, tutto contento, mise in atto la trovata di quella donna così saggia e il giorno dopo la gente rimase strabiliata, non riuscendo a capire come il morto avesse fatto a salire sulla croce.»
Quintilliano: Institutio Oratoria
X, 1, 93-95: Anche nell’elegia possiamo competere da pari a pari con i Greci: il poeta più puro e aggraziato del genere a me pare Tibullo: ma c’è chi preferisce Properzio. Dell’uno e dell’altro più manierato è Ovidio, così come meno disinvolto è Gallo. Certamente tutta nostra è la satira, in cui Lucilio, che per primo vi acquistò rinomanza, ha tuttora degli estimatori così devoti, che non esitano a preferirlo non solo agli scrittori di satire, ma a tutti i poeti. Per conto mio, quanto da costoro, tanto dissento da Orazio, il quale crede che Lucilio scorra «limaccioso» e che «c’è qualcosa che si potrebbe toglierne». Infatti egli è meravigliosamente colto, ricco di spiriti liberi e perciò pungente e notevolmente arguto. Molto più limpido e puro è Orazio e - non credo di sbagliarmi - senz’altro il più importante dei poeti satirici. Grande e meritata fama ha conseguito Persio, pur con un solo libro di satire. E ce ne sono altri oggi illustri e che saranno in avvenire ricordati. Dell’altro genere di satira, più antico, ma caratterizzato dalla varietà non soltanto dei metri, fu scrittore Terenzio Varrone, l’uomo più erudito dei Romani. Egli compose numerosissime e dottissime opere e fu conoscitore profondo della lingua latina, e, in ogni senso, di antiquariato, relativo sia al mondo greco che a quello romano.: ma il suo contributo era destinato più all’erudizione che all’eloquenza.
Tertulliano, Apologeticum
II, 6-9. Eppure noi abbiamo trovato che anche l’inchiesta contro di noi è stata proibita. Infatti Plinio Secondo, quando governava la sua provincia, dopo aver condannati alcuni cristiani, dopo averne fatti abiurare altri, tuttavia turbato dalla loro grande quantità consultò Traiano su come dovesse comportarsi per il resto, ritenendo che tranne l’ostinazione di non sacrificare non aveva trovato null’altro riguardo al loro mistero se non riunioni antelucane per cantare a Cristo come se fosse un Dio e per rinsaldare una dottrina che vietava l’omicidio, l’adulterio, la frode, la perfidia e tutti gli altri crimini. Allora Traiano rispose per scritto che questa razza di persone non doveva essere inquisita, ma se denunciati bisogna punirli. O sentenza illogica per necessità! Dice che non dovevano essere ricercati come fossero innocenti e raccomanda di punirli se fossero colpevoli. Rispetta e si accanisce, finge di non capire e capisce. Perché esporre te stesso alla censura? Se li condanni perché non li ricerchi? Se non li ricerchi, perché non li assolvi? Per rintracciare i briganti si sorteggiano guarnigioni militari per tutte le provincie; contro i colpevoli di lesa maestà e contro i nemici pubblici ogni uomo è soldato: l’inchiesta si estende fino ai complici ed ai testimoni. Solo il cristiano non è permesso ricercarlo, ma denunciarlo, come se l’inchiesta mirasse a qualcos’altro che non la denuncia. Perciò voi condannate una persona denunciata che nessuno volle che fosse ricercato; ritengo, pertanto che questi non sia punito perché è colpevole, ma perché non essendo cercato è stato trovato.
Cicerone: DE AMICITIA
Invero ascoltate, ottimi uomini, le cose che molto spesso erano discusse tra me e Scipione riguardo all'amicizia. Quello affermava che certamente non c’è nulla di più difficile d'una amicizia che duri fino all'ultimo istante di vita. Infatti, spesso capita che la stessa cosa non convenga ad entrambi o che non abbiamo la stessa opinione in politica; affermava che spesso anche i costumi degli uomini cambiano o a causa delle avversità o a causa dell'avanzare dell'età. Se invece si siano protratti fino alla giovinezza, talvolta sono distrutti da un conflitto per un buon partito matrimoniale o per qualche vantaggio che entrambi non possono aggiungere. Ma se qualcuno ha fatto durare più a lungo l'amicizia, tuttavia è fatta spesso vacillare, se capitano nella lotta per le magistrature; infatti, non v'è flagello più grande per le amicizie, che il desiderio di ricchezze nei più e la contesa delle cariche pubbliche nei migliori. Inoltre le grandi controversie, e nella maggior parte giuste, nascono quando si chiede agli animi qualcosa che non sia retto, come per esempio, o d’essere complici del [nostro] desiderio o sostenitori delle azioni disoneste. Coloro i quali si rifiutano, sebbene facciano ciò onestamente, tuttavia sono accusati da quelli ai quali non vogliono obbedire di violare la legge dell'amicizia; invece quelli che hanno il coraggio di chiedere ad un amico qualsiasi cosa, con la stessa loro richiesta dichiarano apertamente che faranno qualsiasi cosa per l'amico. E per le loro lamentele non solo muoiono amicizie di lungo tempo, ma nascono odi eterni. Così tante sciagure incombono sulle amicizie che, egli diceva, evitarle tutte gli sembrava opera non solo della saggezza ma anche della fortuna.
Allora sia stabilita nell'amicizia questa legge, che né chiediamo cose turpi, né facciamole se richiesti. Il costume degli antenati ha ormai deviato alquanto dalla sua strada e dal suo corso. Allora si deve insegnare ai buoni che, se fossero capitati per uno strano caso, o senza saperlo, in amicizie di tal fatta, non pensino essersi così legati da non poter distaccarsi dagli amici in qualche grande situazione di scelleratezza. Inoltre bisogna stabilire una pena per i disonesti, né invero una minore, per quelli che avranno seguito un altro, di quella per coloro che furono essi stessi a compiere il misfatto.
Venga dunque sancita come prima legge dell’amicizia questa, che chiediamo agli amici cose oneste, facciamo cose oneste per gli amici, non esitiamo nemmeno a dare liberamente il nostro consiglio quando siamo pregati, ci sia sempre prontezza e non ci sia esitazione. Sia di grande importanza nell’amicizia l’autorità degli amici che ci portano al bene e sia utilizzata per avvertire non solo apertamente, ma anche aspramente, se la situazione lo richiedesse, e si obbedisca ad essa.
[...]
Inoltre si afferma che altri affermino in modo anche più disumano che si debbano ricercare le amicizie per difesa e aiuto, non per benevolenza ed amore; e quanto meno ciascuno ha sicurezza e forza tanto più cerca amicizia: da ciò avviene che le donne cerchino il sostegno delle amicizie più degli uomini, i poveri piedi ricchi, i disgraziati più di quelli che ritengono d’essere felici. Oh nobile sapienza! Sembrano privare il mondo del sole coloro che privano la vita dell'amicizia, di cui non abbiamo avuto niente di meglio dagli dei immortali, niente di più dolce.
[...]
Aggiungiamo anche, cosa che si può aggiungere con sicurezza, che non c'è niente che attiri e attragga qualche cosa a sé quanto l’affinità l'amicizia, certamente si ammetterà che sia vero che i buoni preferiscono i buoni e si uniscano ad essi, uniti quasi da una parentela e dalla natura. A motivo di ciò sia evidente sia, secondo me, per i buoni c’è tra i buoni un legame affettuoso quasi inevitabile che è la fonte dell'amicizia, costruita dalla natura. E mi sembra anche che cloro che fingono amicizia per interesse, sciolgano l'amabilissimo nodo dell'amicizia. Infatti, non è tanto gradito il vantaggio che c’è procurato da un amico quanto lo stesso amore dell'amico, e allora ciò che viene dall'amico, fa piacere se è accompagnato dall'affetto e si è tanto lontani dal fare amicizie per bisogno che coloro i quali non hanno per niente bisogno degli altri per i mezzi per i soldi e soprattutto per la virtù, in cui consiste il maggior sostegno, sono i più generosi e disponibili. E non saprei neppure se sia necessario che gli amici non abbiano mai bisogno di niente. Dunque l'amicizia non è stata una conseguenza dell’interesse, ma l'interesse dell'amicizia.
Inoltre dobbiamo stabilire quali siano i confini nell'amicizia e, per così dire, i limiti precisi dell'affetto. Riguardo a ciò vedo che si propongono tre opinioni, nessuna delle quali approvo: una è che proviamo affetto verso i nostri amici nello stesso modo in cui noi ne proviamo per noi stessi; la seconda è che il nostro affetto per gli amici corrisponda ugualmente e uniformemente all'affetto di quelli nei nostri confronti; la terza è che ciascuno sia stimato dagli amici tanto quanto stimi se stesso. Infatti, non è vera la prima, quante cose, che non faremmo mai per noi, facciamo per gli amici, pregare un uomo indegno, inveire contro qualcuno molto aspramente e accanirsi con molta forza! Cose che a favore nostro sarebbero poco giuste, a favore degli amici sono giustissime e vi sono molte cose nelle quali gli uomini onesti sottraggono e lasciano che si sottragga molto ai loro interessi, affinché ne usufruiscano gli amici piuttosto che essi stessi. La seconda opinione è quella che riduce l'amicizia alla reciprocità di servigi e di buone disposizioni: questo però significherebbe ridurre a calcolo l'amicizia, in modo troppo meschino e arido, in modo tale che il conto di ciò che è ricevuto e di ciò che è dato sia pari. Mi sembra che la vera amicizia sia più ricca e più generosa e non osservi rigorosamente a non dare più di quanto abbia ricevuto. Invero lo stesso terzo limite è molto il peggiore, cioè che sia stimato dagli amici tanto quanto ciascuno stimi se stesso. Infatti spesso in qualcuno l'animo è troppo scoraggiato o è troppo debole la speranza di migliorare la propria sorte. Dunque non è proprio dell'amico essere verso quello come verso se stesso ma piuttosto sforzarsi e darsi da fare per risollevare l'animo abbattuto dell'amico e indurlo a speranze e pensieri migliori. Sarà, inoltre, necessario desiderare e bramare che l'amico commetta errori molto spesso, per darci più occasioni per rimproverarlo; al contrario sarà inevitabile angosciarsi, addolorarsi e provare invidia per le azioni oneste e i successi degli amici. Perciò questo principio, di chiunque sia, è capace di annullare l'amicizia. Si sarebbe dovuto raccomandare piuttosto che adoperassimo una tale attenzione nel procurarci le amicizie, da non iniziare ad amare uno che un giorno potremmo odiare. E anche se fossimo stati poco fortunati nello scegliere, Scipione pensava che si dovesse sopportare piuttosto che pensare al momento dell'inimicizia.
Penso dunque, che bisogna attenersi a questi limiti, cioè che, quando i costumi degli amici sono giusti, allora ci sia fra loro la comunione di tutte le cose nelle decisioni e nei desideri senza alcun’eccezione; in modo che se per qualche eventualità accada di dover sostenere desideri degli amici non molto giusti, in cui si tratti della loro vita o del loro onore, si possa declinare dalla retta via, purché non ne consegua un'estrema vergogna. Infatti, vi è un limite alla condiscenza tra amici, ma invero non si deve trascurare l'onore, né si deve ritenere il favore dei concittadini, che è vergognoso procurarsi con lusinghe e adulazione, un'arma insignificante per la vita politica; la virtù che tiene dietro l'amore non si deve per niente ripudiare.
[...]
Dunque è proprio del prudente frenare, come il carro, così lo slancio dell'affetto, per così dire dopo aver provato i cavalli, come è nell'amicizia, dopo aver messo alla prova, in qualche modo, i costumi degli amici. Si vede spesso quanto certi siano volubili anche di fronte al denaro; altri, poi, che una piccola somma non ha potuto far vacillare, si rivelano [volubili] davanti a una grande. Ma se si troveranno alcuni che ritengono ignobili anteporre il denaro all'amicizia, dove troveremo quelli che non antepongono all'amicizia, le cariche pubbliche, le magistrature, i comandi militari, i poteri le ricchezze, così che, quando da una parte sono offerte loro queste cose, e dall'altra i diritti dell'amicizia, non preferiscano molto di più quelle? Infatti, la natura umana è debole per disprezzare il potere e anche su lo hanno raggiunto trascurando l'amicizia, pensano che ciò sarà dimenticato, poiché l'amicizia è stata trascurata non senza un motivo importante. Dove si troverà uno che anteponga l'onore dell'amico al suo? Quanto, poi, sembra difficile alla maggior parte degli uomini, farsi partecipe delle disgrazie altrui! E non è facile trovare chi si abbassi a questo. benché Ennio abbia detto giustamente: "L'amico certo si vede nella sorte incerta". Tuttavia queste due cose provano la superficialità e l'incostanza della gente cioè che disprezzino gli amici nella buona sorte o li abbandonino nella cattiva. Colui che, in entrambe le circostanza, si sia dimostrato serio, costante, saldo, dobbiamo giudicarli di quel genere d’uomini estremamente raro e quasi divino.
Il sostegno della stabilità e della costanza che cerchiamo nell'amicizia, è quello della fiducia. Inoltre conviene scegliere un amico sincero, gentile e affine, cioè che sia mosso dai nostri stessi sentimenti. L'amicizia non può esistere se non tra gli onesti. Infatti, è proprio dell'uomo onesto, che è lecito chiamare saggio, osservare questi due principi nell'amicizia. Prima di tutto che non vi sia niente di finto o simulato; infatti, è proprio dei un animo nobile persino odiare apertamente piuttosto che celare il proprio pensiero dietro un falso aspetto. Inoltre non solo respinge le accuse fattegli da qualcuno, ma non è neppure sospettoso, pensando sempre che l'amico abbia commesso qualche errore.
Inoltre esiste, a questo punto, una questione alquanto difficile: se talora amici nuovi, degni d’amicizia, devono essere anteposti ai vecchi, come siamo soliti anteporre ai cavalli invecchiati quelli giovani. Dubbio indegno in un uomo! Infatti, non vi deve essere sazietà d’amicizie, come delle altre cose: le amicizie più antiche, come quei vini che resistono al tempo, devono essere piacevolissime ed è vero ciò che si dice, che si devono mangiare molti moggi di sale affinché sia completo il dono dell'amicizia. Inoltre, le nuove amicizie, se hanno la speranza di fruttificare, come, per così dire, v'è il frutto nelle erbe non fallaci, non si devono per niente ripudiare, ma le vecchie amicizie devono conservare il proprio posto. Inoltre è importantissimo nell'amicizia ritenersi pari a chi è inferiore affinché per mezzo proprio, tutti gli amici potessero diventare più importanti.
CICERONE: De republica
VI, par. XII: Allora Africano, dovrai mostrare alla patria la luce de tuo animo, del tuo ingegno, del tuo senno. Ma io vedo, di quel tempo, come un bivio del destino. Quando, infatti, la tua età avrà compiuto sette volte otto giri e rivoluzioni del sole, e da questi numeri, di cui l’uno per un motivo e l’altro per un altro, sono del pari stimati perfetti, con naturale vicenda avranno condotto a termine la somma (d’anni) a te prefissata dal destino, tutta la città si rivolgerà a te solo e al tuo nome, a te guarderanno il senato, a te tutti i benpensanti, a te gli alleati latini, tu sarai il solo al quale si possa appoggiare la salvezza della città, e, per non dire di più, dovrai come dittatore restaurare lo Stato, se riuscirai a sfuggire dalle empie mani dei tuoi famigliari» -. Qui avendo Lelio esclamato ed essendosi messi gli altri a piangere forte, Scipione lievemente sorridendo: - Silenzio! Prego - disse - non svegliatemi dal sonno ed ascoltate per un poco il seguito.
CICERONE: De officiis
I, 105-106: In tutto il problema relativo al dovere conviene tenere sempre presente quanto la natura umana sia superiore a quella delle bestie e degli altri bruti; quelle non avvertono se non il piacere e vi sono trascinate d’impeto, la mente umana invece si alimenta di nozioni e di pensieri, cerca o fa sempre qualche cosa, è spinta dal diletto di vedere e di udire. Che anzi, se c’è qualcuno un po’ incline ai piaceri, purché non sia una bestia, poiché vi sono taluni uomini solo di nome non di fatto, ma anche che guardi un po’ più in alto, sebbene preso dalla sensualità, nasconde e dissimula il suo desiderio di piacere per vergogna. Dal che si capisce che il diletto carnale non è abbastanza degno della superiorità dell’uomo, e che bisogna rigettarlo e tenerlo in dispregio; se poi c’è qualcuno che fa delle concessioni ai piaceri, si comprende che deve tenere una certa misura nel godere. Così il vitto e la cura del corpo si commisurino alla salute ed alle forze, non già al piacere. Ed anche se vogliamo considerare quale eccellenza e dignità siano nella nostra natura intenderemo come sia vergognoso guazzare nel lusso e vivere con ogni raffinata mollezza, e quanto onesta invece una vita frugale, moderata, continente, severa e sobria.
LIVIO cap. 5, 48-49
Ma più che da tutti i mali dell’assedio e della guerra, entrambi gli eserciti erano tormentati dalla fame ed i Galli anche da un’epidemia dovuta al fatto che il loro accampamento si trovava in un punto depresso in mezzo alle alture, bruciato dagli incendi e pieno di esalazioni, dove bastava un alito di vento per sollevare polvere e cenere. I Galli, non riuscendo a sopportare quelle esalazioni proprio perché erano un popolo abituato al freddo e all’umidità, morivano soffocati dal grande calore mentre il contagio si diffondeva come se si fosse trattato di bestiame, per pigrizia di seppellire i cadaveri ad uno ad uno li bruciavano a mucchi accatastati alla rinfusa, rendendo così in seguito famoso quel luogo col nome di Tombe dei Galli (bustorum Gallorum). Venne poi stipulata una tregua con i Romani e, con l’autorizzazione dei comandanti, si iniziarono colloqui. Ma dato che durante queste conversazioni i Galli non perdevano occasione per rinfacciare agli avversari la fame che pativano e li invitavano ad arrendersi piegandosi a questa necessità, pare che per far loro cambiare idea a tale riguardo venne gettato giù da molti punti del Campidoglio del pane in direzione dei posti di guardia nemici. Soltanto che ormai la fame non poteva più né essere dissimulata né tollerata a lungo. E così mentre il dittatore era impegnato a realizzare di persona una leva militare ad Ardea, e dopo aver ordinato al maestro di cavalleria Lucio Valerio di marciare da Veio a capo di un esercito disponeva e preparava le truppe per affrontare i nemici in condizioni di parità, nel frattempo gli uomini attestati sul Campidoglio, stremati dai turni di guardia e dai picchetti armati, non riuscivano a superare quell’unico ostacolo, la fame. La natura non permetteva di avere ragione non ostante avessero già affrontato con successo tutti i mali che possono capitare a degli esseri umani, speravano di giorno in giorno se apparisse un qualche aiuto da parte del dittatore; alla fine, quando ormai non solo il cibo, ma anche la speranza era venuta a mancare e i loro corpi indeboliti erano quasi schiacciati dal peso delle armi nell’incalzare dei turni di guardia, il dittatore ordinò loro di chiedere la resa e il riscatto a qualunque condizione, anche perché i Galli avevano fatto sapere in maniera più che chiara di essere disposti a togliere l’assedio ad un prezzo per nulla esorbitante. Allora si tenne una seduta del senato nella quale venne dato ai tribuni militari l’incarico di definire i termini dell’accordo. La questione venne regolata in un colloquio tra il tribuno militare Quinto Sulpicio e il capo dei Galli Brenno: il prezzo pattuito per un popolo presto destinato a regnare sul mondo fu di mille libbre d’oro. A questa trattativa già di per sé infame venne aggiunto anche un oltraggio: i Galli portarono dei pesi tarati in maniera disonesta e siccome il tribuno protestò, l’insolente comandante dei Galli aggiunse al peso la propria spada, pronunciando una frase insopportabile per le orecchie dei Romani: «Guai ai vinti!».
Ma né gli dei né gli uomini tollerarono che i Romani sopravvivessero a prezzo di un riscatto. Infatti, per una sorte provvidenziale, prima ancora che il vergognoso mercato fosse concluso, mentre si era nel pieno delle trattative e l’oro non era stato pesato del tutto, sopraggiunse il dittatore che ordinò di far sparire l’oro e ingiunse ai Galli di andarsene.. Siccome questi ultimi si rifiutavano sostenendo di aver stipulato un accordo, Camillo disse che non poteva avere validità un patto siglato, senza sua autorizzazione, dopo che era stato nominato dittatore, da un magistrato di rango inferiore, e intimò ai Galli di preparasi alla battaglia. Ai suoi uomini diede disposizione di accatastare i bagagli, di preparare le armi per riconquistare la propria terra a colpi di spada e non a prezzo dell’oro, avendo davanti agli occhi i templi degli dei, le mogli e i figli, nonché il suolo della patria segnato dalle atrocità della guerra e tutto ciò che era sacro dovere riconquistare, difendere e vendicare. Poi schierò le truppe in ordine di battaglia come la natura del suolo permetteva sul terreno di per sé accidentato dalla ormai semidistrutta Roma, e prese tutte quelle misure che l’arte militare permetteva di scegliere e di predisporre in favore dei suoi uomini. Disorientati da quest’iniziativa, i Galli prendono le armi e si buttano all’assalto dei romani più con rabbia che con raziocinio. Ma ormai la sorte era cambiato e la potenza divina e la saggezza umana erano dalla parte di Roma. Così, al primo scontro, i Galli vennero sbaragliati con minore sforzo di quanto essi ne avessero impiegato nella vittoria presso il fiume Allia. Poco dopo, in una seconda e più regolare battaglia, ad otto miglia da Roma, sulla via Gabina, dove si erano raccolti dopo la fuga, vennero di nuovo sconfitti sempre sotto il comando e gli auspici di Camillo. Lì il massacro non ebbe limiti: venne preso l’accampamento e non fu lasciato in vita nemmeno un messaggero che tornasse in dietro a riferire della disfatta. Dopo aver recuperato la patria strappandola al nemico, il dittatore tornò in trionfo a Roma e, in mezzo ai lazzi grossolani improvvisati in quelle occasione dai soldati, con lodi non certo immeritate venne salutato come Romolo, padre della patria e secondo fondatore di Roma. Dopo averla salvata in tempo di guerra, Camillo salvò di nuovo la propria città quando, in tempo di pace, impedì un’emigrazione in massa a Veio, non ostante i tribuni - ora che Roma era un cumulo di cenere - fossero pi che mai accaniti in quest’iniziativa, e la plebe la appoggiasse già di per sé in maniera ancora più netta. Fu questo il motivo per il quale egli non rinunciò alla dittatura, dopo la celebrazione del trionfo, visto che il senato lo implorava di non abbandonare il paese in quel frangente così delicato.
Tacito, Il matricidio
III) Nerone, pertanto cominciò ad evitare di incontrarsi da solo con la madre e, quando essa se ne andava i campagna a Tusculo o ad Anzio, si compiaceva con lei perché si prendeva un po’ di svago. Alla fine, considerando che la presenza di lei, in qualunque luogo ella fosse, era per lui pericolosa, decise di ucciderla, mostrandosi dubbioso solo sul fatto se dovesse adoperare il veleno o la spada o qualsiasi altro mezzo violento. In un primo tempo pensò ad un veleno. Se, tuttavia questo fosse stato propinato alla mensa del principe, ciò non si sarebbe potuto attribuire ad un puro caso, dato il precedente della morte di Britannico, e d’altra parte, sembrava difficile corrompere i servi di una donna che era vigile contro le insidie, proprio per la consuetudine ai delitti; v’era poi il fatto che Agrippina aveva premunito il suo corpo con l’uso degli antidoti contro i veleni. Nessuno, poi, avrebbe potuto trovare il modo di nascondere un eccidio fatto a colpi di pugnale, poiché Nerone temeva che colui che fosse stato prescelto a compiere così grave misfatto potesse anche ricusarne l’incarico. Gli offrì un’idea ingegnosa il liberto Aniceto, capo della flotta di stanza al capo Miseno e precettore di Nerone fanciullo, odioso ad Agrippina, che era da lui ricambiata da pari odio. Costui informò il principe che si poteva costruire una nave, una parte della quale, in alto mare, si sarebbe aperta per un apposito congegno ed avrebbe fatto affogare Agrippina, colta di sorpresa. Nulla più del mare offriva possibilità di disgrazie accidentali e se Agrippina fosse stata portata via da un naufragio, chi sarebbe mai stato tanto iniquo da attribuire ad un delitto, ciò che i venti e le onde avevano compiuto? Il principe avrebbe poi elevato alla madre morta un tempio, dagli altari e dagl’altri segni d’onore, a testimonianza del suo affetto filiale.
IV) L’idea geniale fu accolta, favorita anche dalle circostanze, dal momento che Nerone celebrava presso Bala le feste quinquatrie. Qui attese Agrippina, mentre andava ripetendo a tutti che si dovevano tollerare i malumori della madre, e che gli animi si dovevano rappacificare; da ciò sarebbe sorta la voce di una riconciliazione, ed Agrippina l’avrebbe accolta con la facile credulità delle donne per le cose che suscitano piacere. Nerone, poi, sulla spiaggia, mosse incontro a lei che veniva dalla sua villa di Anzio, ed avendola presa per mano l’abbracciò e la condusse a Bauli. Questo è il nome di una villa che è lambita dal mare, nell’arco del lido tra il promontorio Miseno e l’insenatura di Baia. Era là ancorata, fra le altre navi una più fastosa, come se anche ciò volesse rappresentare un segno d’onore alla madre; Agrippina, infatti, era solita viaggiare su una trireme con rematori della flotta militare. Fu allora invitata a cena, poiché era necessario attendere la notte per celare un misfatto. È opinione diffusa che vi sia stato un traditore e che Agrippina, informata della trama, nell’incertezza se prestare fede all’avvertimento , sia ritornata a Bala in lettiga. Qui le manifestazioni d’affetto del figlio cancellarono in lei ogni paura; accolta affabilmente fu fatta collocare al posto d’onore. Coi più svariati discorsi, ora con tono di vivace famigliarità, ora con atteggiamento più grave, come se volesse metterla a parte di più serie faccende, Nerone trasse più a lungo possibile il banchetto; nell’atto poi di riaccompagnare alla partenza Agrippina, la strinse al petto, guardandola fisso negli occhi, o perché volesse rendere più verisimile la sua finzione o perché guardandola per l’ultima volta il volto della madre che andava a morire sentisse vacillare l’animo suo, per quanto pieno di ferocia.
V) Quasi volessero rendere più evidente il delitto, gli dei prepararono una notte tranquilla piena di stelle ed un placido mare. La nave non aveva percorso ancora un lungo tratto; accompagnavano Agrippina appena due dei suoi famigliari, Crepereio Gallo che stava presso il timone e Acerronia, che ai piedi del letto ove Agrippina era distesa andava rievocando lietamente con lei il pentimento di Nerone, e il riacquistato favore della madre; quando all’improvviso ad un dato segnale, rovinò il soffitto gravato da una massa di piombo e schiacciò Crepereio che subito morì. Agrippina ed Acerronia furono invece salvate dalle alte spalliere del letto, per caso tanto resistenti da non cedere al peso. Nel generale scompiglio non si effettuò neppure l’apertura della nave, anche perché i più, all’oscuro di tutto, erano di ostacolo alle manovre di coloro che invece erano al corrente della cosa. Ai rematori parve opportuno allora di inclinare la nave su di un fianco, in modo da affondarla; ma non essendo possibile ad essi un così improvviso mutamento di cose, un movimento simultaneo ed anche perché glia altri che non sapevano facevano sforzi in senso contrario, ne venne che le due donne caddero in mare più lentamente. Acerronia, pertanto, con atto imprudente, essendosi messa a gridare che lei era Agrippina e che venissero perciò a salvare la madre dell’imperatore, fu invece presa di mira con colpi di pali e di remi e con ogni genere di proiettile navale. Agrippina, in silenzio, e perciò non riconosciuta (aveva avuto una sola ferita alla spalla), da prima a nuoto, e poi con una barca da pesca in cui si era incontrata, trasportata al lago di Lucrino, rientrò nella sua villa.
VI) Qui ripensando alla lettera piena d’inganno colla quale era stata invitata, agli onori coi quali era stata accolta, alla nave che, vicino alla spiaggia e non trascinata da venti contro gli scogli, s’era abbattuta dall’alto come fosse stata una costruzione terreste, considerando anche il massacro di Acerronia e guardando la sua propria ferita, comprese che il solo rimedio alle insidie era fingere di non aver capito. Mandò perciò, il liberto Agermo ad annunciare a suo figlio che per la benevolenza degli dei e per un caso fortunato , si era salvata dal grave incidente; lo pregava, tuttavia, che, per quanto emozionato per il grave pericolo corso dalla madre, non pensasse per ora di venirla a trovare, perché per il momento lei aveva bisogno di tranquillità. Frattanto, affettando piena sicurezza, si prese cura di medicare la ferita e di riconfortare il suo corpo; un solo atto non fu in lei ispirato a simulazione, l’ordine di recare il testamento di Acerronia e di porre i beni di lei sotto sequestro.
VII) Nerone, intanto in attesa della notizia che il delitto era stato consumato, apprese che invece Agrippina .......................corso un pericolo così grande da non farla dubitare intorno all’autore dell’insidia. Allora Nerone, morto di paura, cominciò ad agitarsi gridando che da un momento all’altro Agrippina sarebbe corsa alla vendetta, sia armando gli schiavi, sia eccitando alla sollevazione i soldati, sia appellandosi al senato ed al popolo, denunciando il naufragio, la ferita e gli amici suoi uccisi. Quale aiuto contro di lei egli avrebbe avuto se non ricorrendo a Burro e Seneca? Perciò fece subito chiamare l’uno e l’altro che forse erano già prima al corrente della cosa. Stettero a lungo in silenzio per non pronunciare vane parole di dissuasione o forse perché pensavano che la cosa fosse giunta ad un punto tale che se non si fosse prima colpita Agrippina, Nerone avrebbe dovuto fatalmente perire. Dopo qualche momento , Seneca in quanto soltanto si mostrò molto più deciso, in quanto, guardando Burro, gli domandò se fosse mai possibile ordinare ai soldati l’assassinio. Burro rispose che i pretoriani, troppo devoti alla casa dei Cesari e memori di Germanico non avrebbero osato compiere nessun atto nefando contro la prole di lui.; toccava ad Aniceto di assolvere le promesse. Costui senza alcun indugio chiese per sé l’incarico di consumare il delitto. A questa dichiarazione Nerone si affrettò a proclamare che in quel giorno gli era conferito veramente l’impero e che il suo liberto era colui che gli offriva dono sì grande: corresse subito via e conducesse con sé i soldati, deliberati ad eseguire gli ordini. Egli, poi, saputo dell’arrivo di Agermo messaggero di Agrippina, si preparò ad architettare la scena di un delitto e nell’atto in cui Agermo gli comunicava il suo messaggio, gettò tra i piedi di lui una spada e, come se lo avesse colto in flagrante, comandò subito di gettarlo in carcere, per poter far credere che la madre avesse tramato l’assassinio del figlio e che, poi, si fosse data la morte per sottrarsi alla vergogna dell’attentato scoperto.
VIII) Frattanto essendosi sparsa la voce del pericolo corso da Agrippina, come se ciò fosse avvenuto per caso, man mano si diffondeva la notizia, tutti accorrevano sulla spiaggia. Gli uni salivano sulle imbarcazioni vicine, altri scendevano ancora in mare per quanto consentiva la profondità delle acque. Alcuni protendevano le braccia con lamenti e con voti; tutta la spiaggia era piene delle grida e delle voci di coloro che facevano domande e di quelli che rispondevano; un gran moltitudine si affollò sul lido coi lumi, e come si seppe che Agrippina era incolume, tutti le mossero in contro per rallegrarsi con le, quando all’improvviso ne furono ricacciati dalla vista di un drappello di soldati armati e minacciosi. Aniceto accerchiò la villa con le sentinelle ed abbattuta la porta e fatti trascinare via gli schiavi che gli venivano incontro, procedette fino alla soglia della camera da letto di Agrippina, a cui solo pochi servi facevano la guardia, perché tutti gli altri erano stati terrorizzati dall’irrompente violenza dei soldati. Nella stanza vi erano un piccolo lume ed una sola ancella, mentre Agrippina se ne stava in stato di crescente allarme, perché nessuno arrivava da parte del figlio e neppure Agermo: ben altro sarebbe stato l’aspetto delle cose intorno se veramente la sua sorte fosse stata felice; non v’era che quel deserto rotto da urli improvvisi, indizi di suprema sciagura Quando anche l’ancella si mosse per andarsene Agrippina nell’atto di rivolgersi a lei per dirle: «anche tu m’abbandoni?» scorse Aniceto in compagnia del triarca Erculeio, e del centurione di marina Obarito. Rivoltasi allora a lui gli dichiarò che se era venuta per vederla annunziasse pure a Nerone che si era riavuta; se poi fosse lì per compiere un delitto, essa non poteva avere alcun sospetto sul figlio: non era possibile che egli avesse comandato il matricidio. I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per finirla protendendo il grembo gridò: «colpisci al ventre» e cadde trafitta da molte ferite.
VIRGILIO: Bucolica I
Il tema pastorale dell’opera si riscontra da subito nel titolo dell’opera: il termine «Bucolica» significa difatti “canti dei bovari”. Il poema trae origine dalla letteratura greca, difatti Virgilio si ispira a Teocrito. La prima egloga si presenta come un dialogo tra due pastori, il felice Tityro e l’infelice Melibeo. In questo dialogo emerge sia l’idealizzazione del mondo pastorale sia l’allusione alla tragedia sociale dell’esilio, contrasto evidenziato anche sul piano stilistico tramite il rapporto contrastivo nos / tu. Tityro deve la sua fortuna ad un deus o comunque a qualcuno che rimarrà per lui un deus. Ben diversa è la situazione di Melibeo: espropriato delle sue terre, è costretto all’esilio. Il suo gregge è sfinito e spossato, Melibeo vuole conoscere l’identità di quel dio, da cui, comunque, non può sperare nulla. Tityro risponde parlando di Roma, alludendo alla figura di Ottaviano, che viene ricordato al verso 42 con il sostantivo iuvenem. Roma è il cipresso che si innalza fino al cielo, la città più grande, la più magnificente. Tityro è riuscito ad andare a Roma, grazie alla libertà raggiunta, dopo essere stato schiavo di Galatea e di Amarillide, la donna dal suo canto. A Melibeo è tutto chiaro, solo grazie all’aiuto di un iuvenis - deus, Tityro ha potuto conservare i suoi campi; a Melibeo non resta che lamentarsi della sua sorte, maledicendo i soldati e barbari che prenderanno le sue terre come compenso di guerra
MELIBEO
Tityro, tu sdraiato all’ombra di un rigoglioso faggio
Componi un canto silvestre su un flauto esile;
Io abbandono i territori della patria e i cari campi coltivati,
Io abbandono la patria; tu, Tityro, ozioso all’ombra
Fai risuonare le selve del nome della bella Amarillide
TITYRO
O Melibeo, un Dio creò per me questa calma:
Si egli sarà sempre per me un dio l’altare di quello
Spesso un agnello giovane preso dai nostri ovili bagnerà di sangue.
Proprio lui consentì che le mie giovenche errassero, come tu vedi, e proprio lui
Consentì che io suonassi ciò che volevo sull’agresta zampogna.
MELIBEO
Veramente non ti invidio; piuttosto sono stupito: da ogni parte,
In tutta la campagna senza interruzione c’è un tale turbamento. Ecco, vedi me,
Soffrendo spingo avanti delle caprette, anche questa, a fatica, Tityro, conduco:
Perché qui nei fitti noccioli, poco fa, dopo aver dato alla luce due gemelli,
Speranza per il gregge, li abbandonò sulla nuda pietra.
Spesso, questa disgrazia per me, se il mio animo non fosse stato sciocco,
Mi ricordo, me l’hanno predetta le querce colpite dai fulmini.
Ma tuttavia, chi sia questo dio dimmelo Tityro.
TITYRO
O Melibeo, io stolto ho ritenuto la città che chiamano Roma, simile
A questa nostra, dove spesso noi pastori siamo soliti menare (via dalle madri) i teneri agnelli.
Così conoscevo i cuccioli somiglianti ai cani, così le caprette
Alle madri; così ero abituato a confrontare il piccolo con il grande.
Ma invero questa città ha di tanto innalzato il suo capo fra le altre
Quanto sono soliti i cipressi tra i flessibili viburni.
MELIBEO
E quale motivo così grande ci fu per vedere Roma?
TITYRO
La libertà, benché fosse tardi, tuttavia si rivolse verso me che stavo inerte,
Dopo che la barba cadeva più bianca nel radermi;
Tuttavia si rivolse verso me e dopo lungo tempo venne,
Dopo che Amarilli mi ebbe, dopo che Galatea mi abbandonò.
E certamente, infatti, confesserò, finché Galatea mi tenne
Non ci fu per me né alcuna speranza di libertà, né alcuna cura di pecunia.
Sebbene molti animali destinati al sacrificio uscirono dai miei recinti,
Sebbene il pingue formaggio fosse lavorato per l’ingrata città,
Non ritornavo mai a casa con qualche soldo nella mia destra.
MELIBEO
Ed io che stavo a guardare perché invocassi così mesta gli dei, o Amarilli,
Per chi lasciavi appesi agli alberi i frutti:
Tityro era lontano. O Tityro, perfino i pini
Perfino le fonti e le piante qui intorno ti invocavano.
TITYRO
Che fare? Non potevo uscire dalla schiavitù
Né conoscere altrove dei così favorevoli.
Lì ho visto, Melibeo, quel giovane, per il quale
Il mio altare fuma dodici volte l’anno.
Egli alla mia supplica diede questa pronta risposta:
«Pascolate come prima i buoi, ragazzi; allevate i tori».
MELIBEO
Fortunato vecchio, così i campi rimarranno tuoi,
E grandi abbastanza per te anche se nudi sassi
E paludi dai canneti fangosi ingombreranno il pascolo.
Un erba sconosciuta non ammalerà le pecore affaticate dalla maternità
Né subiranno il contagio del gregge vicino
Fortunato vecchio, qui tra corsi d’acqua a te noti
E tra sacre fonti godrai il fresco dell’ombra;
Da una parte, come sempre, al confine col vicino, la siepe di sempre
Ai cui fiori si nutrono le api iblee
Più volte col suo sussurro lieve ti inviterà a dormire;
Dall’altro, sotto la rupe i potatori canteranno al cielo, tuttavia, nel frattempo, i rochi colombacci, a te cari,
E la tortora non smetteranno di gemere dall’olmo alto nel cielo.
TITYRO
Dunque i cervi, fatti leggeri, pascoleranno in cielo,
Il mare lascerà sulla spiaggia i pesci allo scoperto,
Andando ciascuno in esilio nei territori altrui
I Persiani berranno l’acqua della Saône e i Germani quella dal Tigri
Prima che si cancellerà dal mio cuore il suo viso.
MELIBEO
E noi ce ne andremo da qui, chi nell’Africa arsa,
Chi in Scizia e fino all’Oaxe dai gorghi fangosi,
Chi tra i Britanni largamente divisi da tutto il mondo.
Non rivedrò mai un giorno, dopo lungo tempo, la terra paterna
Il tetto di zolle d’erba della mia povera casa
E dietro quel po’ di spighe quello che per me è il mio regno?
Un empio soldato avrà questi campi così ben coltivati?
Un barbaro questi raccolti? Ecco dove la discordia ha postato
I poveri cittadini: per quelli ho seminato i miei campi!
O Melibeo, innesta ora le piante di pero, disponi le viti in filari!
Andate miei capretti, andate, gregge una volta felice.
Non vi vedrò sdraiato nell’ombra verde di un antro
Pendere lontano dal ripido pendio tra i cespugli;
Non canterò più canzoni; non vi poterà il vostro pastore
A brucare il citiso in fiore e i salici amari.
TITYRO
Ma tu, per stanotte almeno, potevi restare a riposare con me
Su un letto di verde fogliame: abbiamo mele mature,
Tenere castagne, e formaggio fresco in abbondanza,
E già fumano i tetti delle fattorie che spuntano in lontananza
E calano dall’alto dei monti le ombre più grandi.
Differenze tra Teocrito e Virgilio. Per Virgilio l’opera è stata redatta per motivi anche autobiografici (oltre alla volontà di una novità letteraria e poiché si sposava con la filosofia epicurea nella ricerca dell’atarassia), dunque troviamo anche interferenze della realtà esterna. Inoltre se Virgilio si pone sotto un punto di vista pastorale, condividendo le loro passioni, implicando quindi una partecipazione emotiva, Teocrito ha un atteggiamento aristocratico ed ironico. Anche la lingua sarà dunque differente. Per Virgilio è infatti una lingua colta ma semplice, Teocrito invece compie una mimesi linguistica. L’ambientazione è diversa. Per Virgilio si parla di locus amoenus (luogo dove il pastore sta con il suo gregge cantando sotto un albero frondoso vicino ad un ruscello = Arcadia, luogo in realtà arido, mitizzato in quanto l’uomo non deve faticare, la natura offre da sola il sostentamento), per Teocrito si parla di Sicilia e di solito nel primo il paesaggio esterno riflette pienamente lo stato d’animo dei pastori, per il secondo no. Inoltre le Bucoliche riprendono la poesia alessandrina di cui Catullo a Roma si era fatto esponente. Infatti ritroviamo il carattere personale, il lavoro di “labor limae”, il riferimento alla poesia greca, era una valvola di sfogo e di consolazione e la struttura è uguale.
VIRGILIO: Georgiche
(Libro I 121 - 159)
… Lo stesso Padre
Volle che fosse difficile la via della coltivazione e per primo
Fece smuovere i campi con metodo aguzzando con le preoccupazioni gli intelletti umani
E non permise che il suo regno si intorpidisse in una dannosa inerzia.
Prima di Giove non vi erano contadini che lavorassero i campi;
Non era neppure lecito segnare o dividere con i confini i terreni;
(Gli uomini) cercavano (i frutti) per metterli in comune, la natura stessa
Donava tutto più generosamente senza che nessuno (la) sollecitasse.
Quello (Giove) aggiunse il malefico veleno ai funesti serpenti
E ordinò ai lupi di fare prede e che il mare si agitasse
E tolse il miele dalle piante e nascose il fuoco
E fermò il vino che scorreva ovunque a fiumi,
Affinché il bisogno, con l’aiuto della riflessione, suscitasse le varie arti
A poco a poco e per mezzo dei solchi cercasse il frumento,
Affinché traesse fuori il fuoco nascosto nelle vene della selce.
Allora i fiumi per la prima volta sentirono gli olmi scavati;
Il navigante contò e diede un nome alle stelle
Alle Pleiadi, alle Iadi e all’Orsa luminosa di Licaone;
Poi escogitò come catturare le belve con i lacci e ingannarle con il vischio
E circondare le radure con i cani
E uno già colpisce con la rete il fiume profondo
Cercando il fondo, un altro tira su le gocciolanti reti dal mare;
Poi vennero il duro ferro e la lama della stridula sega
(Infatti i primi uomini spaccavano il fondibile legno con i cunei)
Allora ebbero origine le varie arti. Il duro lavoro e il bisogno che
Preme nelle necessità, vincono ogni difficoltà.
Per prima Cerere insegnò ai mortali a volgere la terra con l’aratro
Quando ormai le ghiande e i corbezzoli dalla sacra selva
Venivano meno e Dodona negava il cibo.
Ben presto anche al frumento fu aggiunta la malattia, tanto che la ruggine
Maligna corrodesse gli steli e lo sterile cardo si ergesse irto di spine
Nei campi; ed ecco che le messi muoiono e subentra una boscaglia selvaggia
Ossia lappole e triboli e le erbe sterili dominano i campi.
Se non darai tregua con rastrelli frequenti all’erba
E non spaventerai gli uccelli col rumore, se non eliminerai l’ombra che ricopre
I poderi con la falce e non avrai chiamato la pioggia con le tue preghiere,
Invano, ahimè, starai a guardare il gran mucchio di raccolto altrui e
Per calmare la fame andrai a scuotere le querce nei boschi.
(libro II versi 458-540)
La natura viene rappresentata benigna, la vita del contadino più semplice rispetto a quella del cittadino che ha gusti raffinati. Il contadino possiede inoltre i valori di laboriosità, moderazione, religiosità e giustizia. Nei primi 20 versi la poesia è simile a quella del De rerum natura di Lucrezio: Virgilio teme di non essere all’altezza per scrivere quest’opera chiede aiuto alle muse. Ci sono versi che richiamano ad una concezione antica in cui si riteneva la sede dell’intelligenza nel sangue. Inoltre il testo ha riferimenti bucolici. Inoltre Virgilio afferma che due sono i modi per raggiungere la felicità: uno è quello epicureo espresso da Lucrezio (felice è colui che può investigare le cause delle cose…), l’altro è quello del contadino che vive secondo natura in “contrasto” con la città, un luogo di pazzia e di follia umana in quanto il cittadino si lascia coinvolgere dalle passioni. Il contadino è messo in contrasto con l’avventura, con il desiderio di potere e di ricchezza, contro la fama oratoria; l’agricoltore è colui che lavora duramente, per tutto il periodo dell’anno, in un clima famigliare, in cui anche gli animali sono umanizzati: gli affetti puri del contadino sono contrapposti alla corruzione cittadina. Non solo, il contadino si diverte anche, durante le feste, un divertimento semplice ma puro, che facevano anche gli antichi.
O agricoltori anche troppo fortunati se solo conoscessero i loro
Beni! Per loro spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi,
La terra giustissima offre dal suolo facile sostentamento.
Se l’alto palazzo dalle superbe porte
Non versa uno stolo immenso di salutatori mattutini da tutte le sue porte
Se (gli agricoltori) non bramano a bocca aperta, battenti variamente intarsiati di bella tartaruga,
vesti ricamate in oro e bronzi di Corinto,
se la bianca lana non è colorata con la porpora assira e
l’uso dell’olio limpido non è guastato dalla cannella,
ma invece non mancano una pace sicura e una vita fallace
Ricca di beni diversi, ma il riposo nei poderi,
spelonche e laghi naturali e fresche vallate amene,
e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero.
Lì vi sono balze e tane di animali selvatici,
una gioventù operosa e abituata al poco,
non manca il culto per gli dei e la venerazione per i genitori: fra loro
la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra.
Invero, in primo luogo, le Muse dolci più di tutto,
di cui io porto le sacre insegne colpito d’amore immenso,
mi accolgano mostrandomi le vie del cielo e le stelle,
le eclissi diverse del sole e le fasi della luna,
l’origine dei terremoti, quale forza rigonfi i mari profondi
spezzando gli argini e poi tornando in se stessi,
perché tanto si affrettino a bagnarsi nell’Oceano i soli invernali,
o quale indugio pesi sulle notti lenti a trascorrere.
Se invece il sangue, freddo intorno al mio cuore,
impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura,
piacciano a me le campagne e i fiumi che irrigano le vallate,
possa io amare anche senza gloria le selve ed i corsi d’acqua.
O dove sono le pianure e lo
Sperchèo e le cime del Taigeto percorse in riti bacchici dalle vergini
spartane! Oh, chi mi porterà tra le gelidi valli dell’Emo
e mi riparerà con l’enorme ombra dei rami!
Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose
e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile,
lo strepito dell’avido Acheronte.
Fortunato anche colui che conosce gli dei agricoli,
Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle.
Quell’uomo non possono turbare i fasci popolari, né la porpora dei re
né la discordia che inquieta i fratelli che si tradiscono
o i Daci che calano dal Danubio una volta fatta un’alleanza,
non le vicende di Roma e i regni condannati a morire; e quello
non si duole avendo pietà per il povero né invidia il ricco
Fine articolo sul latino
270 Storia di Lucrezia [1]
Una scommessa tra ufficiali sulla virtù delle proprie mogli costituisce l’antefatto alla violenza perpetrata da Tarquinio il Superbo contro Lucrezia, moglie di Tarquinio Collatino.
In his stativis, ut fit longo magis quam acri bello, satis liberi commeatus erant, primoribus1 tamen magis quam militibus; regii quidem iuvenes interdum otium conviviis comissationibusque inter se terebant. Forte potantibus his apud Sex. Tarquinium, ubi et Collatinus cenabat Tarquinius, Egeri fihius, incidit de uxoribus mentio; suam quisque laudare miris modis; inde certamine accenso Collatinus negat verbis opus esse; paucis id quidem horis posse sciri quantum ceteris praestet Lucretia sua. “Quin2, si vigor iuventae inest, conscendimus equos invisimusque praesentes nostrarum ingenia? Id cuique spectatissimum sit quod necopinato viri adventu occurrerit oculis”. Incaluerant vino: “Age sane!” omnes; citatis equis avolant Romam.
1. primoribus: “ufficiali”. 2. quin: “perché non”.
Mentre l’esercito era fermo nell’accampamento, come capita nel corso di una guerra più lunga che accanita, era abbastanza facile (per gli ufficiali più che per
i soldati semplici) ottenere delle licenze: così i giovani principi1 passavano talvolta il tempo
riunendosi con gli amici a banchettare e a far baldoria.
Per caso, mentre se la spassavano nella tenda di Sesto Tarquinio, dove tra gli invitati c’era anche Collatino, figlio di Egerio, il discorso cadde sulle rispettive mogli e ciascuno esaltava in ogni modo la propria. Accesasi una gran discussione, Collatino disse che non c’era affatto bisogno di tante parole, in poche ore avrebbero potuto constatare loro stessi quanto la sua Lucrezia fosse superiore alle altre. «Siamo giovani nel pieno delle forze — disse —‘ perché non montiamo a cavallo e non andiamo a controllare di persona le qualità delle nostre mogli? Sarà per tutti la più evidente delle prove la scena che si presenterà all’arrivo inatteso del marito». Gli animi erano eccitati per il vino: «Su andiamo» dicono tutti e, spronati i cavalli, volano a Roma.
271 Storia di Lucrezia II
La scommessa è vinta da Collatino, la cui moglie Lucrezia appare a tutti la più virtuosa. Ma Sesto Tarquinio, attratto dalla sua bellezza e intimamente sfidato dalla sua morigeratezza, progetta di farle violenza.
Quo cum primis se intendentibus tenebris pervenissent, pergunt inde Collatiam, ubi Lucretiam haudquaquam ut regias nurus, quas in convivio luxuque cum aequalibus viderant tempus terentes sed nocte sera deditam lanae inter lucubrantes ancillas in medio aedium sedentem inveniunt. Muliebris certaminis laus penes Lucretiam fuit. Adveniens vir Tarquiniique excepti benigne; victor maritus comiter invitat regios iuvenes. Ibi Sex. Tarquinium mala libido Lucretiae per vim stuprandae capit; cum forma tum spectata castitas incitat. Et tum quidem ab nocturno iuvenali ludo in castra redeunt.
Vi giunsero al primo calar della sera e quindi proseguirono per Collazia dove trovarono Lucrezia che notte fonda, seduta nell’atrio, fra le ancelle al lavoro al lume di una lucer era intenta a filare la lana, non come le nuore del re, sorprese a sprecar loro tempo in lussuosi banchetti con le compagne! La vittoria in quella gara spetta a Lucrezia. Il marito e i Tarquini ebbero lieta accoglienza e Collatino, vincitore invitò i principi a fermarsi per la cena. Durante il banchetto Sesto Tarquinio fu preso dall’insano desiderio di possedere Lucrezia con la forza, eccitato dalla sua bellezza sia dalla sua comprovata onestà. Per il momento, però, dopo quell’avventura notturna, ritornarono all’accampamento.
La storia di Lucrezia 3
Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam venit. Ubi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes videbantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam venit sinistraque manu mulieris pectore oppresso “Tace, Lucretia”, inquit, “Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem”. Cum pavida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem videret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, versare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum servum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur.
Quo terrore cum vicisset obstinatam pudicitiam velut victrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia rnaesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad virum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis veniant; ita facto maturatocjue opus esse; rem atrocem incidisse
Pochi giorni dopo, Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, con un solo compagno andò a Collazia. Fu accolto con cortesia da Lucrezia e dai suoi familiari che nulla sospettavano e dopo cena fu condotto nella camera degli ospiti: bruciante di passione, poi che gli parve che tutt’intorno fosse tranquillo e che tutti dormissero, con la spada in pugno sì recò da Lucrezia che giaceva immersa nel sonno e premendo la mano sinistra sul suo petto le disse: «Taci, Lucrezia:
sono Sesto Tarquinio, in mano ho la spada, morirai se ti sfuggirà un grido>>. Mentre la donna destandosi terrorizzata non scorgeva possibilità alcuna di aiuto, ma solo una minaccia di morte incombente, Tarquinio le confessò il suo amore, pregò alternò preghiere e minacce, cercò di tentare in ogni modo il animo. Visto che era salda nel suo proposito e che non si lasciava piegare neppure dalla paura della morte, alla minaccia di morte aggiunse quella del disonore: affermò che accanto al suo cadavere avrebbe messo uno schiavo nudo dopo averlo sgozzato, in modo che si dicesse che era stata sorpresa in un vergognoso adulterio. Con questo riscatto la libidine ebbe il sopravvento contro quell’ostinata pudicizia, e risultò in apparenza vincitrice. Partito Tarquinio, pieno di baldanza per aver espugnato l’onore della donna, Lucrezia sconvolta da tanta vergogna, mandò un messaggero a Roma dal padre e quindi ad Ardea dal marito, sollecitandoli a correre da lei, ciascuno con un amico fidato:era necessario che venissero con urgenza: era successo un fatto terribile.
Fine articolo sul latino
IL MENANDRO LATINO
Svetonio, nella Vita di Terenzio, riporta alcuni giudizi formulati su di lui da personaggi di rilievo della cultura latina: Afranio (nato attorno al 150 a.C.), Cicerone (nel 106 a.C.) e Giulio Cesare (di cinque o sei anni più giovane). Si tratta di valutazioni particolarmente interessanti, che ci aiutano a cogliere novità e caratteristiche della commedia terenziana.
Afranio giudicava Terenzio un autore «diverso da qualsiasi altro» (Terenti non consimilem dicas quempiam), un commediografo a parte, veramente speciale: il migliore. Afranio era uno scrittore di togatae, il suo mondo era quello della famiglia, i toni e i sentimenti non conoscevano gli eccessi, spesso anche farseschi, dei servi furbi plautini, egli non faticava a riconoscere nell’inconfondibile misura terenziana il più auorevole antecedente del genere teatrale da lui praticato. Cicerone, sottolineandone la pacatezza dei sentimenti (sedatis motibus) e la dolcezza della lingua, faceva di Terenzio l’unico che fosse stato capace di tradurre e rendere in latino un autore raffinato come Menandro (conversum expressumque Latina voce Menandrum). Giulio Cesare, infine, pur invocandolo col titolo di «Menandro dimezzato” (o dimidiate Menander), giudicava Terenzio tra i primissimi (in summis) in virtù della purezza della sua lingua (puri sermonis amator). Terenzio fu dunque diverso da tutti gli altri autori di paiiiatae, e lo fu soprattutto per la vicinanza a Menandro, al suo raffinato mondo psicologico e sentimentale, e per la dolcezza e purezza della lingua.
Il “ritorno a Menandro” è un fatto di sostanza che però investe anche la forma. Sostanziale è la perdita di importanza nell’economia dell’azione, della beffa e di chi ha il compito di escogitarla e attuarla, vale a dire, soprattutto, del servo astuto. Questo lo si vede bene nelle tre commedie in cui la beffa ha una parte nell’intreccio. Nell’Heautontimorumenos il vecchio Cremete ha l’idea di inscenare una (finta) beffa ai danni di Menedemo e ne affida la realizzazione al servo furbo Siro, ma l’unica beffa che riesca a Siro è quella (reale) allo stesso Cremete. Nell’Eunuchus il servo furbo Parmenone prospetta al padroncino Cherea la possibilità di intrufolarsi in casa di Taide travestito da eunuco, ma il suggerimento del piano ha un rilievo quasi nullo rispetto alla prontezza, il coraggio, l’abilità con cui il giovane lo mette in pratica e al divertito entusiasmo con cui poi ne fa un minuzioso (e malizioso) racconto all’amico Antifone. Persino nel Phormio, una commedia d’azione (motoria), tutta intessuta di beffe, trappole e sotterfugi, l’abilità inventiva del parassita protagonista non è il fine, come lo sarebbe in una commedia di Plauto, bensì il mezzo per insaporire una vicenda dominata dal Caso. In esse contano soprattutto la diversità di carattere tra i due giovani cugini, Feria e Antifone, l’atteggiamento dei rispettivi genitori, i fratelli Cremete e Demifone, le “due vite” dello stesso Cremete, la prima rappresentata dalla figlia Fanio, la seconda dall’autorevole moglie Nausistrata.
Di fatto, quello che veramente preme a Terenzio e che lo spinge a privilegiare il modello menandreo è la “chimica” dei caratteri e dei sentimenti. Un personaggio che abbia un certo carattere (mite o aggressivo, disponibile o egoista, avaro o spendaccione) e abbia ricevuto una certa educazione (tradizionale, contadina, “catoniana” o moderna, cittadina, di ricercatezza e libertà “orientali”), se viene a trovarsi in una certa situazione che ne metta alla prova interessi e sentimenti, ponendolo in conflitto con carattere, educazione, interessi e sentimenti di altri personaggi, come reagirà? e come reagiranno gli altri? e cosa ne verrà fuori? A questi interrogativi tentano di rispondere le commedie di Terenzio. E le risposte trovate, o suggerite, vogliono essere eticamente costruttive: ispirare riflessione e saggezza, invitare alla moderazione e a una migliore comprensione di noi stessi e del nostro prossimo.
A questo ravvicinamento di sostanza alle tematiche menandree corrisponde un ritorno anche formale alla Commedia nuova. Gli aspetti più appariscenti di questo riavvicinamento ai modelli attici sono: la riduzione dell’elemento musicale e la distribuzione bilanciata delle presenze in scena dei vari personaggi. In Menandro le parti cantate erano affidate a un coro che non partecipava all’azione e interveniva solo negli intervalli tra un atto e l’altro: il testo della commedia veniva o solo recitato, o recitato con accompagnamento musicale (qualcosa di simile al recitativo del nostro melodramma). In Terenzio, di vere e proprie parti liriche ce ne sono ben poche: qualche passo dell’Andria, l’inizio di Adelphoe IV, 4 (si tratta generalmente dei primi versi di monologhi sentimentalmente mossi: ansia, paura, disperazione). Dominano invece le parti semplicemente recitate (in senari giambìci) e quelle recitati ve (in settenari trocaici, settenari e ottonari giambici). Se tale pratica è lontanissima da quella di Plauto, in cui la parte lirica è assai spesso prevalente, altrettanto si può dire della distribuzione delle presenze dei vari personaggi sulla scena. In Plauto uno stesso personaggio può rimanere in scena anche per oltre cinquecento versi consecutivi: Mercurio, nell’Amphitruo, resta in scena per 550 versi, Pseudolo, nello Pseudolus, per 573 versi consecutivi. In Terenzio invece, al modo menandreo, raramente un personaggio resta in scena per più di centocinquanta versi consecutivi: il ritmo degli avvicendamenti è incalzante e contribuisce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore per vicende poco dinamiche e quasi mai di comicità esilarante.
Ma Terenzio non è solo un buon imitatore della misura menandrea. C’è un punto in cui egli si allontana decisamente anche dai commediografi attici: il numero dei personaggi. Terenzio si trova ad operare nell’ambito di un teatro non vincolato al limite attico dei tre attori: le compagnie a Roma erano di cinque o sei attori. Plauto aveva sfruttato questa maggiore disponibilità soprattutto in senso spettacolare, mettendo quattro, cinque, a volte persino sei personaggi contemporaneamente sulla scena. Terenzio non disdegna tale possibilità, soprattutto nelle sue commedie più vivaci, l’Eunuchus e il Phormio, mentre non c’è una sola scena con più di tre attori nella più “attica” e più introspettiva delle sue commedie, l’Hecyra. Ma Terenzio sfrutta la maggiore disponibilità di attori soprattutto aumentando il numero dei personaggi. Plauto tende a una media di dieci o undici personaggi per commedia (che è anche quella degli originali greci). Terenzio a una media di quattordici.
Naturalmente, Terenzio, come già aveva fatto Plauto, ha aggiunto qua e là personaggi di riempitivo: ruoli minori, incaricati di fare temporaneamente da spalla a qualche altro personaggio (vivacizzando una scena che nell’originale poteva 6ssere un monologo): come Sosia, che in Andria I, 1 fa da spalla al vecchio Simone, come Antifone, che
Eunuchus III, 5 fa da spalla al giovane Cherea. Ma Terenzio ha aggiunto anche personaggi di maggior rilievo, inseriti nel vivo dell’azione: come il giovane innamorato Carino e il suo servo Birria nell’Andria, introdotti per raddoppiare la coppia Panfilo giovane innamorato-Davo suo servo e creare contrapposizione speculare tra le coppie omologhe. La vicenda di una coppia viene così a intrecciarsi con quella dell’altra. Il gioco risulta complicato e si moltiplicano le reazioni della “chimica” dei caratteri e dei sentimenti.
Per far questo, Terenzio non creava liberamente, ma attingeva ad altre commedie, simili come soggetto e come struttura. Nel caso dell’Andria, non solo Sosia, ma anche proprio Carino e Birria Terenzio ha presi dalla Perinthia, un’altra commedia di Menandro strutturalmente molto simile all’Andria. Qualcosa di simile è avvenuto per l’Heautontimorumenos, nel quale compaiono due giovani, Clinia Clitifone, con le rispettive storie d’amore, i rispettivi padri, i rispettivi servi. Nel prologo della commedia Terenzio ci dice che, rispetto all’omonimo modello menandreo, egli ha «raddoppiato l’argomento» (dupiex quae ex argomento facta est simpiici. v. 6). Questo procedimento di trasferimento e inserzione in diverso contesto di personaggi e scene intere, già praticato con disinvoltura dagli altri commediografi latini, ma nel quale Terenzio dovette eccellere per l’insolita precisione della sua “tecnica di montaggio”, è noto come «contaminazione».
Gli scrittori di teatro copiano e mescolano, tagliano e ricuciono da quando il teatro esiste. Ma l’unicità di Terenzio stava proprio nella precisione quasi chirurgica dei tagli e delle inserzioni: egli riusciva a modificare e variare senza danneggiare l’armonia dell’insieme, senza alterare il significato di fondo del modello principale. Mentre la disinvoltura di altri, pur grandi, come ad esempio Plauto, aveva spesso prevaricato, compromettendo seriamente l’organicità della struttura, Terenzio sapeva essere insieme rispettoso e originale.
Tanta insolita raffinatezza suscitò immediata invidia nei concorrenti. Fin dal prologo della sua prima commedia, l’Andria (166 a.C.), Terenzio dovette difendersi dagli attacchi di un «malevolo vecchio poeta»: probabilmente il modesto autore di paiiiatae Luscio Lanuvino. Questi, presa visione anticipata del testo terenziano, gli aveva rinfacciato di aver «contaminato» due commedie di Menandro, l’Andria e Perinthia, di avere cioè utilizzato «danneggiandolo» (contaminare significa infatti «mescolare sporcando») entro lo schema della prima alcune scene della seconda. Terenzio si difese sostenendo che l’argomento delle due commedie è identico, solo il dialogo diverso: la contaminazione era dunque legittima, e del resto già praticata da Nevio, Plauto, Ennio (vv. 5-21).
Ma le gelosie professionali e le contestazioni non cessarono, mescolandosi a voci di una partecipazione attiva alla stesura delle commedie terenziane da parte di Scipione Emiliano e Gaio Lelio. Terenzio, che sin dall’Andria aveva abolito dal prologo qualsiasi riferimento al soggetto della commedia, continuò a difendersi e a controbattere anche nei prologhi delle commedie successive (almeno a giudicare da quelli che ci restano: il prologo originario dell’Hecyra non ci è pervenuto). La notazione più importante è forse quella che compare nel prologo dell’Eunuchus: Nullum est iam dictum quod non sit dictum prius, «Non c’è più nulla da dire che non sia già stato detto un’altra volta» (v. 41). Terenzio dichiara che la commedia su cui si fonda è l’Eunuchus di Menandro, e riconosce di aver tratto le figure del parassita e del soldato da un’altra commedia menandrea, il Cholax, ma non crede che sia giusto, per questo, accusarlo di “furto” solo perché il motivo dell’adulatore era già stato trattato da Nevio e da Plauto. Altrimenti si dovrebbe proibire per sempre ai poeti di ricorrere ai medesimi tipi e motivi teatrali, giacché «non c’è soggetto che già non sia stato trattato in precedenza».
Queste difese terenziane rappresentano la prima discussione critica a noi nota sul significato e la tecnica del tradurre (vortere) teatrale: grazie ad esse, siamo in grado di farci almeno un’idea su un dibattito letterario che era nato con Livio Andronico e la sua prima “traduzione” latina di un’opera teatrale greca, ma solo dopo la scomparsa di Plauto, venuta meno la sua egemonia, doveva essersi fatto particolarmente vivace e interessante. Non di rado, nella storia, alla crisi della letteratura o dell’arte si accompagna una più viva matura coscienza critica.
Ma le difese terenziane presuppongono anche una radicale trasformazione della funzione stessa del prologo. Prima di Terenzio, il prologo aveva sempre avuto un carattere prevalentemente informativo: una divinità (come tale onnisciente) o, più raramente, un personaggio della commedia, o ancora il capocomico, forniva agli spettatori il titolo dell’opera e i dati indispensabili per seguire l’azione vera e propria. In Plauto, quando il prologo c’è, è di questo tipo; quando non c’è, è sostituito da una scena dialogata che funge da prologo informativo. In Terenzio il prologo c’è sempre, ma senza traccia di funzione informativa. Abolendo dunque tale funzione e sganciando il prologo dall’azione vera e propria, Terenzio eleva il «fattore sorpresa» ad elemento essenziale del dramma. Non potendo, né volendo contare su una comicità facile e continua, il poeta cerca di attirare l’attenzione del pubblico provocando la sua curiosità, privandolo cioè di qualsiasi informazione preliminare sulla vicenda.
Fine articolo sul latino
versioni tradotte dal latino all’italiano
Annibale lascia l’Italia
Si dice che Annibale abbia ascoltato le parole dell’ambasciatore arrotando i denti, gemendo e a stento trattenendo le lagrime. Dopo che gli ordini furono resi noti, disse: ((Oramai non più nascostamente ma apertamente mi richiamano quelli che, vietandomi l’invio di aiuti e denari, già da tempo mi volevano far tornare. Dunque ha vinto Annibale non il popolo romano, tante volte distrutto e messo in fuga, ma il senato cartaginese con la malignità e l’invidia. Nè invero Scipione esulterà per questo mio vergognoso ritorno e ne andrà orgoglioso tanto quanto Annone, il quale cercò la rovina della nostra stirpe a danno di Cartagine, non potendo fare altro ». Già presagendo questo, aveva fatto preparare le navi. E così mandata qua e là nelle fortezze, in apparenza come truppe di guarnigione, la turba ormai inutile dei soldati — ormai pochi ubbidivano e più per paura che per fedeltà —trasportò in Africa il fiore dell’esercito, dopo aver empiamente ucciso molti Italici, i quali rifiutandosi di seguirlo in Africa si erano rifugiati nel tempio di Giunone Laicinia fino a quel giorno inviolato. Dicono che raramente un altro, lasciando la patria per andare in esilio, si sia allontanato tanto mestamente quanto Annibale che si allontanava da una .terra nemica.
ARISTIDE CONDANNATO ALL’ESILIO
ARISTIDE ,FIGLIO DI LISIMACO, FU QUASI CONTEMPORANEO DI TEMISTOCLE . E COSI’ LOTTO’ CON LUI PER IL PREDOMINIO POLITICO : INFATTI FURONO FRA LORO AVVERSARI. IN QUESTI SI CONSTATO’ ANCHE QUANTO PIU ‘ L’ELOQUENZA SUPERASSE L’INTEGRITA’ MORALE . INFATTI PER QUANTO ARISTIDE ECCELESSE PER ATTITUDINE MORALE A TAL PUNTO DA ESSERE SOPRANNOMINATO IL GIUSTO , TUTTAVIA , SCOSSO NELLA REPUTAZIONE DA TEMISTOCLE , FU MULTATO CON L’ESILIO PER DIECI ANNI , CON IL BEN NOTO METODO DELL’ OSTRACISMO.EGLI COMPRENDENDO CHE LA FOLLA CONCITATA NON SI POTEVA TRATTENERE , ANDANDOSENE , AVENDO VISTO UNO CHE SCRIVEVA , AFFINCHE’ LA PATRIA ESPELLESSE ARISTIDE , CERCO’ DI SAPERE DA LUI PERCHE’ FACESSE CIO’ , O CHE COSA ARISTIDE AVESSE COMMESSO, PERCHE’ FOSSE REPUTATO DEGNO DI TANTO GRANDE PENA. QUESTO GLI RISPOSE CHE NON CONOSCEVA BENE ARISTIDE , MA CHE NON GLI PIACEVA , PERCHE ‘ SI ERA ADOPERATO TANTO ARDENTEMENTE DA ESSERE SOPRANNOMINATO IL GIUSTO , PIU’ DI OGNI ALTRO .ARISTIDE TUTTAVIA NON SCONTO LA LEGITTIMA PENA PER DIECI ANNI . INFATTI DOPO CHE SERSE DISCESE IN GRECIA , QUASI DURANTE IL SESTO ANNO DI ESILIO , FU RICHIAMATO IN PATRIA PER DECRETO POPOLARE.
NEPOTE
CINEA , L’AMBASCIATORE DI PIRRO
PIRRO REPUTANDO CHE SAREBBE STATO GLORIOSO PER LUI FARE LA PACE E UN PATTO CON I ROMANI DOPO LA VITTORIA , MANDO’ A ROMA L’AMBASCIATORE CINEA , PERCHE’ PROPONESSE UNA PACE A EQUE CONDIZIONI. EGLI ERA UN AMICO DEL RE E GODEVA DI GRANDE CONSIDERAZIONE PRESSO DI LUI . PIRRO SOLEVA DIRE CHE AVEVA ESPUGNATO PIU’ CITTA’ CON L’ELOQUENZA DI CINEA CHE CON LA FORZA DELLE ARMI . CINEA TUTTAVIA NON ADULAVA LA CUPIDIGIA DEL RE : INFATTI QUANDO PIRRO IN UN DIALOGO GLI RIVELO’ I SUOI PIANI E GLI EBBE DETTO DI VOLER RIDURRE L’ITALIA IN SUO POTERE , CINEA RISPOSE : “ SCONFITTI I ROMANI COSA PENSI DI FARE ? “ . “LA SICILIA E’ VICINA ALL’ ITALIA “ RISPOSE PIRRO, “NON SARA’ DIFFFICILE OCCUPARLA CON LE ARMI “. ALLORA CINEA REPLICO’ : “ OCCUPATA LA SICILIA COSA FARAI DOPO ? ”. IL RE CHE ANCORA NON CAPIVA IL PENSIERO DI CINEA RISPOSE : “ HO INTENZIONE DI ANDARE IN AFRICA .” CINEA PROSEGUI ‘ : “ E POI COSA O RE ? . “ ALLORA IN QUEL TEMPO MIO CINEA” DISSE PIRRO, “ CI DAREMO ALLA QUIETE E VIVREMO LIETI NEL DOLCE OZIO .” “ PERCHE ‘ TU NON VIVI GIA’ ORA IN QUEST’OZIO ? “, RISPOSE CINEA.
LHOMOND
DEFICIT NON VOLUNTAS SED SPES
SUI NOSTRI MALI TU AI NOTIZIE PRIMA DI ME ; INFATTI DA LI PROVANGONO . NON C’E’ NIENTE DI BUONO CHE TU DA QUI ATTENDA. VENNI A CAPUA NELLE NONE DI FEBBRAIO , COSI’ COME AVEVANO COMANDATO I CONSOLI . IN QUEL GIORNO DI SERA VENNE SOLO LENTOLO. L’ALTRO CONSOLE NON ERA ANCORA ARRIVATO IL 7 FEBBRAIO . INFATTI IN QUEL GIORNO PARTII DA CAPUA E RIMASI CALES . QUINDI IL GIORNO DOPO ALL’ALBA SPEDII QUESTA LETTERA . FINCHE’ FUI A CAPUA CONOBBI QUESTE COSE : NESSUN PIANO PRECISO DEI CONSOLI, NESSUN ARRUOLAMENTO IN NESSUN LUOGO ; INFATTI GLI ARRUOLATORI NON OSAVANO MOSTRARE LA FACCIA . POICHE’ EGLI E’ PRESENTE E AL CONTRARIO IL NOSTRO CAPO NON C’E’ DA NESSUNA PARTE , NON FA NIENTE , NE SI DANNO NOMI. ; MANCA INFATTI LA SPERENZA NON LA VOLOTA’ . IL NOSTRO CAPO INVECE ( O COSA MISERA E INCREDIBILE) COME E ‘ TUTTO ABBATTUTO. NON HA UN ANIMO, NON UN CONSILIO , NON DELLE TRUPPE, , NON DILIGENZA. LASCERO’ PERDERE QUELLE COSE, LA FUGA
TURPISSIMA DA ROMA, I DISCORSI SENZA VALORA IN CITTA’, L’INCONSAPEVOLEZZA NON SOLO DELL’AVVERSARIO MA ANCHE DELLE PROPRIE TRUPPE.
CICERONE
DURA DISCPLINA MILITARE DI TITO MANLIO TORQUATO
DURANTE LA GUERRA LATINA , POICHE’ I CONSOLI VIDERO’ UN INFAUSTO PRESAGIO , ORDINARONO CHE NESSUNO COMBATTESSE SENZA UN ORDINE PRECISO CONTRO IL NEMICO . PER CASO FRA GLI ALTRI COMANDANTI DELLA CAVALLERIA , CHE ERANO STATI MANDATI DA OGNI PARTE PER ESPLORARE , TITO MANLIO , FIGLIO DEL CONSOLE , SI TROVO’ OLTRE L’ACCAMPAMENTO DEI NEMICI CON I SUOI CAVALIERI . QUI C’ERANO I CAVALIERI DEI TUSCOLANI; LI COMANDAVA GEMINO MECIO , UOMO FAMOSO FRA I SUOI SIA PER LE ORIGINI SIA PER I FATTI . EGLI NON APPENA RICONOBBE I CAVALIERI ROMANI , E INSIGE FRA LORO IL FIGLIO DEL CONSOLE, DISSE: “ROMANI STATE PER DICHIARARE GUERRA AI LATINI E AGLI ALLEATI CON UN SOLO SQUADRONE ? CHE FARANNO INTANTO I CONSOLI E I DUE ESERCITI CONSOLARI ? “ MANLIO RISPOSE : “ VI VERRANNO INCONTRO IN UN TEMPO FAVOREVOLE E VERRA’ LO STESSO GIOVE , TESTIMONE DELLA NOSTRA VITTORIA .” A QUELLE PAROLE GEMINO AVANZATO UN POCO DAI SUOI COL CAVALLO DISSE : ”VUOI DUNQUE , MENTRE VIENE QUESTO GIORNO , NEL QUALE CON GRANDE SFORZO RIUSCIATE A MUOVERE I VOSTRI ESERCITI, TU STESSO SCONTRARTI CON ME , PERCHE’ GIA SI VEDA IN QUESTO LUOGO QUANTO UN CAVALIERE LATINO E’ SUPERIORE AD UNO ROMANO ? ” O L’IRA O L’INESPLICABILE FORZA DEL FATO MUOVONO L’ANIMO DEL GIOVANE . E COSI’ IMMEMORE DEL COMANDO DEL PADRE E DEI CONSOLI , SI LANCIO’ A PRECIPIZIO E UCCISE MECIO. QUANDO IL PADRE LO APPRESE , COMANDO CHE IL GIOVANE , CHE AVEVA COMBATTUTO VIOLANDO IL DIVIETO DEI CONSOLI E AVEVA INDEBOLITO LA DISCIPLINA MILITARE , FOSSE LEGATO AD UN PALO E PUNITO CON IL SUPPLIZIO CAPITALE .
LIVIO
I GALLI SENONI OCCUPANO ROMA
I GALLI SENONI , POPOLO DI NATURA FEROCE, ROZZO NEI COSTUMI FU TERRIBILE PER LA MOLE DEL CORPO E SIMILMENTE PER LE NUMEROSE ARMI. UN TEMPO QUESTI DISCESERO DALL’OCEANO IN UN INGENTE SCHIERA E DOPO CHE SI FURONO STANZIATI FRA LE ALPI E IL PO NON CONTENTI DEI LUOGHI OCCUPATI VAGAVANO PER L’ITALIA. A QUEL TEMPO ASSEDIAVANO LA CITTA’ DI CHIUSI . I ROMANI INTERVENNERO A FAVORE DEGLI ALLEATI E DEI CONFEDERATI. CONTRO I GALLI CHE SI DIRIGEVANO DA CHIUSI A ROMA , ACCORSE CON L’ESERCITO PRESSO IL FIUME ALLIA IL CONSOLE FABIO.FU UNA TERRIBILE SCONFITTA. SBARAGLIATO L’ESERCITO , GIA’ I NEMICI SI AVVICINAVANO ALLE MURA DELLA CITTA’ . NON C’ERANO SENTINELLE E PER PRIMA COSA I PIU’ ANZIANI, CHE RICOPRIVANO LE CARICHE PIU’ ELEVATE ,SI RIUNIRONO NEL FORO.QUI MENTRE IL PONTEFICE CONSACRAVA , SI VOTARONO AGLI DEI MANI E PRESTO SI RITIRARONO TUTTI NELLE LORO CASE. QUI SI SEDETTERO NELLE LORO SELLE CURILI , PERCHE’ QUANDO FOSSERO ARRIVATI I NEMICI CIASCUNO MORISSE NELLA PROPRIA DIGNITA’ . I PONTEFICI E I FLAMINI , IN PARTE NASCOSERO IN ANFORE SOTTERATE IN TERRA , IN PARTE PORTARONO VIA CON SE A VEIO CARICATE SOPRA DEI TUTTE LE COSE SACRE CHE ERANO NEI TEMPLI . LE VERGINI VESTALI ACCOMPAGNAVANO LE COSE SACRE . UNO SOLO DELLA PLEBE AIUTO’ I SACERDOTI CHE FUGGIVANO, ALBINO , CHE ABBANDONATI LA MOGLIE E I FIGLI MISE AL SICURO SU DI UN CARRO LE VESTALI . LA GIOVENTU’ OCCUPO PERSINO LA ROCCA DEL MONTE CAPITOLINO . FRATTANTO I GALLI ENTRAVANO NELLA CITTA’ SGUARNITA , IN UN PRIMO TEMPO TIMOROSI DI UN INGANNO , IN SEGUITO CON PARI CLAMORE E IMPETO ASSALIRONO DA OGNI PARTE LE ABITAZIONI ABBANDONATE . LA I VECCHI RIVESTITI DELLA TOGA PROTESTA CHE SEDEVANO NELLE LORO SELLE CURILI FURONO VENERATI COME DEI E GENI. MA IN SEGUITO GLI STESSI QUANDO SI ACCORSERO CHE ERANO UOMINI , LI UCCISERO E MISERO UTTA LA CITTA’ A FERRO E FUOCO.
FLORO
I MITICI RE DI ATENE
GLI ATENIESI PER PRIMI FECERO CONOSCERE L’USO DEL VINO , DELL’ OLIO DELLA LAVORAZIONE DELLA LANA ; MOSTRARONO AGLI UOMINI CHE VIVEVANO DI GHIANDE AD ARARE E ANCHE A SEMINARE CEREALI. SI DICE CHE CECROPE , CHE ISTITUI I MATRIMONI FOSSE IL LORO PRIMO RE . A QUESTI SUCCEDETTE CRANAO LA CUI FIGLIA ATTIDE , DIEDE IL NOME ALLA REGIONE . DOPO DI LUI REGNO’ ANFIZIONE , CHE PER PRIMO CONSACRO’ LA CITTA’ AD ATENA E LE DIEDE IL NOME ATENE . DURANTE IL REGNO DI QUESTO L’INNONDAZIONE DELLE ACQUE DISTRUSSE LA MAGGIOR PARTE DEI POPOLI DELLA GRECIA : GLI ATENIESI CHE TEMEVANO IL DILUVIO , POICHE’ NON SAPEVANO IN CHE MODO SALVARSI DA UNA MORTE CERTA E DOVE DIRIGERSI , IN PARTE SI RIFUGIARONO SUI MONTI , IN PARTE IN TESSAGLIA PRESSO IL RE DEUCALIONE DAL QUALE SI DICE FOSSE STATA SALVATA LA RAZZA UMANA . PER ORDINE DI SUCCESSIONE QUINDI , IL REGNO GIUNSE AD ERETTEO . ANCHE EGEO PADRE DI TESEO REGNO’ SU ATENE. DOPO EGEO DIVENNE RE TESEO E SUA VOLTA IL FIGLIO DI TESEO DEMOFONTE , CHE OFFRI L’AIUTO DEI GRECI CONTRO I TROIANI.
GIUSTINO
IL RE CIRO E LA REGINA TAMIRI
CIRO , RE DEI PERSIANI , SOTTOMESSA L’ASIA E TUTTO L’ORIENTE INDISSE UNA GUERRA CONTRO GLI SCITI . IN QUEL TEMPO REGINA DEGLI SCITI ERA TAMIRA, CHE PER NULLA SPAVENTATA DALL ‘ AVVENTO DEI NEMICI , REPUTO’ CHE SAREBBE STATA PIU’ AGEVOLE PER GLI SCITI UNA BATTAGLIA ENTRO I CONFINI DEL SUO REGNO. E PERCIO ‘ SEBBENE POTESSE PROIBIRLO , PERMISE AI NEMICI IL GUADO DEL FIUME OASSE. COSI’ CIRO GUADO’ CON TUTTE LE SUE TRUPPE IL FIUME E POSE L’ACCAMPAMENTO IN SCIZIA . QUINDI IL GIORNO SEGUENTE , SIMULATA PAURA IL RE SPOSTO’ L’ACCAMPAMENTO MA ABBONDONO’ IN QUEL LUOGO UNA GRANDE QUANTITA’ DI VINO E DI QUELLE VIVANDE CHE ERANO NECESSARIE AI BANCHETTI. DOPO CHE QUESTO FATTO ERA STATO RIFERITO ALLA REGINA , ELLA INVIO’ IL FIGLIO CON LA TERZA PARTE DELLE TRUPPE PERCHE ‘ INSEGUISSE IL RE . QUANDO IL RAGAZZO GIUNSE NELL’ACCAMPAMENTO DI CIRO , IGNARO DELLA TATTICA MILITARE , PERMISE AI SUOI SOLDATI , INDOTTI DALLA VOLUTTA’ E DIMENTICHI DEI NEMICI , DI UBRIACARSI. SAPUTO CIO’ CIRO RITORNO’ DURANTE LA NOTTE , ASSALTO’ IMPROVVISAMENTE GLI UBRIACHI E UCCISE TUTTI GLI SCITI , COMPRESO IL FIGLIO DELLA REGINA . COSI’ GLI SCITI FURONO VINTI PRIMA DALL’UBRIACHEZZA CHE DALLA GUERRA.
GIUSTINO
IL SOGNO DI EUDEMO
EUDEMO DI CIPRO , AMICO DI ARISTOTELE , MENTRE FACEVA UN VIAGGIO IN MACEDONIA , GIUNSE A FERE , CHE ERA UNA CITTA’ DELLA TESSAGLIA , ALLORA ASSAI NOBILE, MA CHE ERA GOVERNATA CON UNA CRUDELE DOMINAZIONE DAL TIRANNO ALESSANDRO. IN QUESTA CITTA’ SI AMMALO COSI’ GRAVEMENTE , CHE TUTTI I MEDICI DIFFIDAVANO SULLA SUA SOPRAVVIVENZA. GLI SEMBRO’ IN SOGNO CHE UN RAGAZZO DI EGREGIA BELLEZZA GLI DICESSE CHE IN BREVE SAREBBE GUARITO E CHE IN POCHE GIORNI IL TIRANNO ALESSANDRO SAREBBE MORTO, MA CHE LUI SAREBBE RITORNATO A CASA DOPO CINQUE ANNI . E COSI’ EUDEMO GUARI’E IL TIRANNO FU UCCISO DAI FRATELLI DELLA MOGLIE . NEL CORSO DEL QUINTO ANNO , QUANDO DA QUEL SOGNO C’ERA LA SPERANZA CHE SAREBBE RITORNATO A CIPRO , EUDEMO MORI ‘ MENTRE COMBATTEVA PRESSO SIRACUSA . DA CIO’ FU COSI’ INTERPRETATO IL SOGNO: CHE QUANDO L’ANIMO DI EUDEMO ERA USCITO DAL CORPO , SOLTANTO ALLORA SEMBRAVA CHE FOSSE RITORNATO A CASA.
CICERONE
IMPRESE DI TEMISTOCLE
TEMISTOCLE FU GRANDE IN QUESTA GUERRA E NON MINORE IN PACE . INFATTI POICHE’ GLI ATENIESI SI SERVIVANO DEL PORTO DEL FALERO, NE GRANDE NE FUNZIONALE, CON IL SUO CONSIGLIO FU ERETTO IL TROPLICE PORTO DEL PIREO E CIRCONDATO DA MURA, AFFINCHE UGUAGLIASSE IN GRANDIOSITA’ E SUPERASSE IN UTILITA’ LA CITTA STESSA. EGLI STESSO RIPRISTINO’ LE MURA DELGLI ATENIESI CON SUA PERSONALE RESPONSABILITA’.E INFATTI GLI SPARTANI OTTENUTA UNA SCUSA ADATTA , A CAUSA DELLE INVASIONI DEI BARBARI , GRAZIE ALLA QUALE DISSERO CHE NON ERA OPPORTUNO CHE ALCUNA CITTA’ AVESSE MURA FUORI DAL PELOPONNESO , AFFINCHE’ , NON CI FOSSERO FORTIFICAZIONI CHE I NEMICI POTESSERO OCCUPARE, TENTARONO DI DISTOGLIERE GLI ATENIESI CHE COSTRUIVANO. QUESTO MIRAVA A BEN ALTRO. INFATTI GLI ATENIESI AVEVANO CONSEGUITO CON LE DUE VITTORIE DI MARATONA E SALAMINA , UNA COSI’ GRANDE GLORIA PRESSO TUTTE LE GENTI CHE GLI SPARTANI CAPIVANO CHE AVREBBERO’ COMBATTUTO PER L’EGEMONIA CONTRO DI LORO. POERCIO’ VOLEVANO CHE QUELLI FOSSERO DEBOLISSIMI. MA DOPO CHE VENNERO A SAPERE CHE LE MURA ERANO STATE RICOSTRUITE , MANDARONO AMBASCIATORI AD ATENE, PERCHE’ IMPEDISSERO CHE CIO’ ACCADESSE.
NEPOTE
LA MODERAZIONE IN OGNI CIRCOSTANZA E’ UN DOVERE
NELLE COSE FAVOREVOLI , DOBBIAMO FUGGIRE INSISTENTEMENTE LA SUPERBIA E L’ARROGANZA . INFATTI LAMENTARSI SENZA MISURA NELLA SFORTUNA ,COSI’ COME GOIRE ECCESSIVAMENTE NELLA FORTUNA ,E ‘ INDICE DI STOLTEZZA E FRIVOLEZZA : IN TUTTE LE COSE DELLA VITA SI DEVE CONSERVARE LA GIUSTA MISURA . ALLORA DICONO GIUSTAMENTE COLORO CHE CI AMMONISCONO CHE QUANTO PIU’ IMPORTANTI SIAMO , TANTO PIU’ UMILMENTE CI COMPORTIAMO.PANEZIO , FAMOSO FILOSOFO , NARRA CHE SCIPIONE L’AFRICANO SOLEVA DIRE: COME I CAVALLI SELVAGGI SI DEVONO AFFIDARE AI DOMATORI , PERCHE LI POSSIAMO USARE SENZA PERICOLO, COSI’ GLI UOMINI SFRENATI DALLA FORTUNA E TROPPO FIDUCIOSI DI SE STESSI , SI DEVONO AMMONIRE, PERCHE’ RIFLETTANO SULL’ INSTABILITA’ DELLE COSE E SULLA MUTABILITA’ DELLA SORTE . ANCHE NELLE COSE PIU PROPIZIE CI SI DEVE AVVALERE DEL CONSIGLIO DEGLI AMICI , MENTRE SI DEVONO EVITARE COMPLETAMENTE GLI ADULATORI , E NE SI DEVONO ASCOLTARE LE LORO PAROLE CHE SPESSO CI INGANNANO.
CICERONE
LA MORTE DI ANNIBALE
MENTRE IN ASIA SI COMPIVANO QUESTE COSE , ACCADDE PER CASO CHE AMBASCIATORI DI PRUSIA CENASSERO PRESSO L’EX CONSOLE TITO QUINZIO FLAMININO E QUI FATTA MENZIONE DI ANNIBALE UNO DI LORO DICESSE CHE ERA NEL REGNO DI PRUSIA . IL GIORNO DOPO FLAMININO RIFERI’ QUESTO FATTO AL SENATO . I SENATORI POICHE’ RITENEVANO CHE CON ANNIBALE VIVO MAI SAREBBERO STATI SENZA INSIDIE , MANDARONO DEGLI AMBASCIATORI IN BITINIA , E FRA QUESTI FLAMININO , PERCHE’ CHIEDESSERO AL RE , DI NON TENERE CON SE IL LORO PIU’ GRANDE NEMICO E DI DARLO A LORO. PRUSIA NON OSO’ DIRGLI DI NO ; SI OPPOSE SOLTANTO ALLA RICHIESTA DI COMPIERE GESTI CONTRARI ALLE LEGGE DELL’OSPITALITA’ : DISSE LORO SE POTEVANO , DI CATTURARLO. ANNIBALE INFATTI VIVEVA NELLA STESSA LOCALITA’ IN UN CASTELLO CHE GLI ERA STATO DATO DAL RE IN REGALO , E LO AVEVA COSTRUITO IN MODO CHE AVESSE USCITE IN TUTTE LE PARTI DELL’ EDIFICIO, TEMENDO EVIDENTEMENTE CHE SUCCEDESSE CIO’ CHE ACCADDE.QUANDO GLI AMBASCIATORI DEI ROMANI VENNERO IN QUESTO LUOGO E CIRCONDARONO LA SUA CASA CON UNA MOLTITUDINE DI SOLDATI , UN SERVO CHE SI AFFACCIAVA DALL’ INGRESSO DISSE AD ANNIBALE CHE DAVANTI V’ERANO PIU’ SOLDATI DEL SOLITO. EGLI GLI ORDINO’ DI FARE IL GIRO DI TUTTE LE PORTE DEL PALAZZO E DI RIFERIRGLI PRONTAMENTE SE ERANO ASSEDIATE OVUNQUE ALLO STESSO MODO. DOPO CHE LO SCHIAVO VELOCEMENTE , AVEVA ANNUZIATO QUALE FOSSE LA SITUAZIONE , CHE OGNI USCITA ERA BLOCCATA , SI RESE CONTO CHE CIO’ NON ERA STATO FATTO CASUALMENTE, MA CHE CERCAVANO LUI E CHE NON DOVEVA CONSERVARE PIU’ A LUNGO LA VITA . PERCHE’ NON FOSSE LASCIATA ALL’ARBITRIO ALTRUI, MEMORE DEGLI ANTICHI CORAGGI , ASSUNSE DEL VELENO , CHE AVEVA SEMPRE ABITUALMENTE CON SE.
NEPOTE
LA MORTE DI ASDRUBALE
QUANDO ASDRUBALE FRATELLO DI ANNIBALE STAVA PER GIUNGERE IN ITALIA , IL SENATO ORDINO’ AI DUE CONSOLI LIVIO SALINATORE E CLAUDIO NERONE DI METTERSI IN MARCIA. IL PRIMO FU MANDATO IN GALLIA CISALPINA PER COMBATTERE ASDRUBALE L’ALTRO IN PUGLIA PER COMBATTERE ANNIBALE . NEL FRATTEMPO ASDRUBALE ,VALICATE LE ALPI, MANDO’ QUATTRO CAVALIERI AD ANNIBALE CON UNA LETTERA , PERCHE ‘ LO INFORMASSE DEL SUO ARRIVO. MA QUELLI CATTURATI DAI ROMANI , FURONO CONDOTTI DA CLAUDIO NERONE. IL CONSOLE CONOSCIUTI I PIANI DI ASDRUBALE , CON TRUPPE SCELTE NELLA NOTTE PARTI’ E CON MARCE FORZATE , NELLO SPAZIO DI SEI GIORNI ARRIVO’ NELL’ ACCAMPAMENTO DELL’ ALTRO CONSOLE LIVIO SALINATORE. E COSI’ ENTRAMBI I CONSOLI UNITE LE TRUPPE SBARAGLIARONO ASDRUBALE PRESSO SENA.IN QUEL COMBATTIMNETO FURONO UCCISI 56000 NEMICI ; LO STESSO ASDRUBALE , PER NON SOPRAVVIVERE A TANTO GRANDE STRAGE , SPRONATO IL CAVALLO SI SLANCIO’ CONTRO LA COORTE ROMANA E MENTRE COMBATTEVA MORI’.
LIVIO
LA MORTE DI CESARE
I CONGIURATI COL PRETESTO DI RENDERGLI OMAGGIO LO CIRCONDARONO MENTRE SI SEDEVA , E LI CIMBRO TULLIO CHE SI ERA ASSUNTO IL COMPITO DI IMCOMINCIARE , QUASI PER CHIEDERE QUALCOSA GLI SI AVVICINO’ ,E A LUI CHE RIFIUTAVA E CON UN GESTO DELLA MANO RINVIAVA AD UN ALTRO MOMENTO AFFERRO’ LA TOGA DA ENTRAMBE LE SPALLE . QUINDI MENTRE GRIDAVA “ MA QUESTA E’ VIOLENZA “ UNO DEI CASCA LO COLPISCE DA DIETRO POCO SOTTO IL COLLO . CESARE AFFERATO IL BRACCIO DEL CASCA LO TRAPASSO CON IL PUGNALE E AVENDO TENTATO DI BALZAR SU FU FRENATO DA UN ALTRO COLPO.E QUANDO SI ACCORSE , ESSENDO STATI AFFERRATI I PUGNALI , CHE ERA ASSALITO DA OGNI PARTE ,NASCOSE LA TESTA CON LA TOGA , NELLO STESSO TEMPO CON LLA MANO SINISTRA TIRO’ IL LEMBO DELLA TOGA SINO ALL’ESTREMITA’ DELLE GAMBE , PER CADERE PIU’ DIGNITOSAMENTE ANCHE CON LA PARTE INFERIORE DEL CORPO COPERTA .E COSI’ FU TRAFITTO DA 23 COLPI , DOPO AVER EMESSO SOLTANTO UN GEMITO SENZA VOCE AL PRIMO COLPO , ANCHE SE ALCUNI TRAMANDARONO CHE AVESSE DETTO A MARCO BRUTO , MENTRE GLI SI GETTAVA CONTRO :” ANCHE TU FIGLIO”. PER MOLTO TEMPO GIACQUE ESANIME MENTRE TUTTI FUGGIVANO , FINO A CHE TRE GIOVANI SCHIAVI DEPOSTOLO SU UNA LETTIGA CON UN BRACCIO PENZOLANTE LO RIPORTARONO A CASA . FRA TUTTE QUANTE LE FERITE, COME STIMAVA IL MEDICO ANTISTIO , NON NE FU TROVATA ALCUNA LETALE , SE NON QUELLA CHE AVEVA RICEVUTO AL PETTO IN UN SECONDO MOMENTO . I CONGIURATI AVEVANO AVUTO L’INTENZIONE DI GETTARE IL CORPO DELL’UCCISO NEL TEVERE DI CONFISCARE I SUOI BENI, DI ANNULLARE I SUOI DECRETI , MA PER PAURA DEL CONSOLE MARC’ ANTONIO E DEL CAPO DELLA CAVALLERIA LEPIDO DESISTETTERO .
SVETONIO
LEALTA’ DEL POPOLO ROMANO
DOPO CHE L’ INGENTE FLOTTA DEI CARTAGINESI FU SCONFITTA DAVANTI ALLA COSTA DELLA SICILIA , I COMANDANTI CARTAGINESI PENSARONO ALLA PACE . AMILCARE , SCELTO PER DISCUTERE CON I ROMANI DELLE CONDIZIONI DI PACE , DISSE DI NON VOLER RECARSI DAI CONSOLI TEMENDO DI ESSERE GETTATO IN CATENE ALLO STESSO MODO IN CUI ERA STATO GETTATO DAI CARTAGINESI IL CONSOLE CORNELIO . INVECE ANNONE , PIU’ CONSAPEVOLE ESTIMATORE DELL’ANIMO ROMANO CREDENDO CHE NON SI DOVESSE TEMERE NULLA DI SIMILE , SI DIRESSE CON LA MASSIMA FIDUCIA AL COLLOQUIO . PRESSO I ROMANI MENTRE DISCUTEVA DELLA FINE DELLA GUERRA , UN TRIBUNO GLI DISSE CHE POTEVA ACCADERGLI GIUSTAMENTE CIO’ CHE ERA ACCUDUTO A CORNELIO ; ENTRAMBI I CONSOLI FATTO SILENZIO E MANDATO IL VIA IL TRIBUNO DISSERO : “ANNONE IL PATTO DELLA NOSTRA CITTA’ TI LIBERA DA QUESTA PAURA “.
TANTO LI AVREBBE FATTI FAMOSI , IL GETTARE IN CATENE IL COMANDANTE DEI NEMICI , MA DI GRAN LUNGA LI RESE PIU’ CELEBRI NON AVERLO VOLUTO.
VALERIO MASSIMO
MORTE DEL TEBANO PELOPIDA
POICHE’ I TEBANI DESIDERAVANO SOTTOMETTERE LA TESSAGLIA , MANDARONO DEGLI AMBASCIATORI PRESSO ALESSANDRO DI FERE , E FRA QUESTI VI ERA PELOPIDA .EGLI STESSO PUR RITENENDO DI ESSERE STATO ABBASTANZA PROTETTO DAL DIRITTO DELL’AMBASCERIA , CHE VENIVA CONSIDERATO SACRO PRESSO TUTTE LE GENTI , FU ARRESTATO DAL TIRANNO ALESSANDRO E GETTATO IN PRIGIONE . TUTTAVIA EPAMINONDA LO LIBERO’ COMBATTENDO CONTRO IL TIRANNO.DOPO QUESTO FATTO MAI L’ANIMO DI PELOPIDA POTE’ PLACARSI CONTRO COLUI CHE L’AVEVA INGANNATO . E COSI’ PERSUASE I TEBANI A VENIRE IN AIUTO ALLA TESSAGLIA E CACCIARE I TIRANNI DA ESSA .POICHE ‘ GLI ERA STATO ASSEGNATO IL COMANDO SUPREMO DI QUELLA GUERRA , PELOPIDA QUANDO GIUNSE LA , NON APPENA VIDE I NEMICI NON ESITO’ A COMBATTERE. DURANTE LA BATTAGLIA VEDENDO ALESSANDRO , ACCESO DALL’IRA ,INCITO ‘ IL CAVALLO CONTRO DI LUI MA ALLONTANANDOSI TROPPO DAI SUOI CADDE COLPITO DAL LANCIO DEI DARDI NEMICI . NONOSTANTE CIO’ LA VITTORIA FU DEI TEBANI INFATTI LE TRUPPE DEI TIRANNI ERANO GIA’ STATE SCONFITTE . PER QUESTA IMPRESA LE CITTA’ DELLA TESSAGLIA ONORARONO IL DEFUNTO PELOPIDA CON CORONE D’ORO , STATUE DI BRONZO E DONARONO A SUOI FIGLI MOLTA TERRA.
NEPOTE
MORTE DELL’ATENIESE CABRIA
IN TAL MODO MORI’ CABRIA DURANTE LA GUERRA SOCIALE . GLI ATENIESI COMBATTEVANO A CHIO .NELLA FLOTTA, CABRIA ERA PRESENTE COME PRIVATO CITTADINO, MA PER AUTORITA’ SUPERAVA TUTTI GLI ALTRI MAGISTRATI E I SOLDATI LO CONSIDERAVANO PIU’ DEI LORO CONDOTTIERI.QUESTO GLI CAUSO’ LA MORTE . INFATTI MENTRE SI IMPEGNAVA AD ENTRARE PER PRIMO NEL PORTO E COMANDAVA AL TIMONIERE DI DIRIGERE LA NAVE , EGLI STESSO FU LA CAUSA DELLA SUA SFORTUNA : INFATTI DOPO CHE LA SUA NAVE FU ENTRATA IN PORTO , LE ALTRE NON LO SEGUIRONO .NEL PORTO LA NAVE CIRCONDATA DAI NEMICI FU COLPITA DA UNO SPERONE E COMINCIO’ AD AFFONDARE . A QUEL PUNTO , PUR POTENDO RAGGIUNGERE , BUTTANDOSI IN MARE, LA FLOTTA ATENIESE E QUINDI SALVARSI , PREFERI’ SACRIFARE LA VITA PIUTTOSTO CHE ABBANDONARE LA NAVE SULLA QUALE AVEVA NAVIGATO.GLI ALTRI NON LO VOLLERO IMITARE E A NUOTO SI MISERO AL SICURO.MA CABRIA PREFERENDO UNA MORTE ONESTA A UNA VITA VERGOGNOSA MENTRE COMBATTEVA CORPO A CORPO FU UCCISO DAI DARDI DEI NEMICI.
NEPOTE
SOGNI PREMONITORI DI AMILCARE E DECIO
AL CARTAGINESE AMILCARE , QUANDO ASSEDIAVA SIRACUSA , SEMBRO’ DI UDIRE UNA VOCE CHE DICEVA CHE IL GIORNO DOPO AVREBBE CENATO A SIRACUSA . AL CONTRARIO , IL MATTINO DOPO , AVENNE UNA SOLLEVAZIONE NEL SUO ACCAMPAMENTO FRA I SOLDATI CARTAGINESI E I SOLDATI SICULI ; I SIRACUSANI DOPO AVER APPRESO CIO’ , IRRUPPERO NELL’ ACCAMPAMENTO INASPETTATAMENTE E CATTURARONO AMILCARE. COSI ‘ L’ACCADUTO CONFERMO IL SOGNO. LA STORIA E’ PIENA DI ESEMPI DI QUESTO STESSO GENERE. PUBLIO DECIO, CHE FU IL PRIMO CONSOLE DEI DECI , QUANDO ERA TRIBUNO DEI SOLDATI , DURANTE IL CONSOLATO DI MARCO VELERIO E AULO CORNELIO , E L’ESERCITO DEI ROMANI ERA OPPRESSO DAI SANNITI , POICHE ‘ AFFRONTAVA I PERICOLI DELLA BATTAGLIA TROPPO AUDACEMENTE ED ERA MMONITO DI ESSERE PIU’ CAUTO DISSE, CHE DURANTEIL SONNO GLI ERA SEMBRATO , QUANDO SI TROVAVA IN MEZZO AI NEMICI , DI CADERE CON GRANDISSIMA GLORIA. MA ALLORA LIBERO’ INCOLUME L’ESERCITO DALL’ ASSEDIO. INVECE DOPO TRE ANNI , QUANDO ERA CONSOLE , SI SACRFICO’ E ARMATO IRRUPPE NELLA SCHIERA DEI LATINI ; GRAZIE A QUESTO SUO ATTO I LATINI FURONO SCONFITTI E DISTRUTTI . LA SUA MORTE FU COSI’ GLORIOSA CHE IL FIGLIO DESIDERAVA AVERE LA STESSA.
CICERONE
Stratagemma di Annibale
Sul fare della notte silenziosamente fu tolto il campo; i buoi furono fatti avanzare un pò prima delle insegne. Appena che si giunse alle falde dei monti e alle strettoie, ad un tratto si diede il segnale di accendere le corna e spingere le mandrie verso i monti di fronte; lo stesso timore per le fiamme che lucevano sulla testa e il caldo che ormai giungeva alla parte viva e bassa delle corna facevano infuriare i buoi come se fossero violentemente pungolati. Per questa
improvvisa scorreria si ebbe l’impressione che tutti gli alberi intorno bruciassero come se fossero stati incendiati i monti e le selve; i buoi scuotendo inutilmente la testa alimentavano la fiamma e davano l’impressione di uomini che corressero qua e là. Quelli che erano stati posti per impedire il transito del passo, credendo di essere stati circondati, appena che videro i fuochi sulla sommità •dei monti e sopra di loro, abbandonarono il posto che dovevano presidiare; dirigendosi poi verso la sommità dei monti, là dove splendevano meno dense le fiamme, come ad una via sicurissima, si imbatterono in alcuni buoi allontanatisi dalla mandria. Dapprima, vedendoli da lontano, si fermarono attoniti come davanti ad un miracolo di esseri spiranti fiamme, di poi, appena che apparve essere un inganno umano, allora in verità pensarono all’insidia e con tumulto ancora più grande si diedero alla fuga. Incapparono anche in alcuni soldati armati alla leggera, però la notte, eguagliando il timore trattenne gli uni e gli altri dal cominciare la battaglia sino al fare del giorno. Intanto Annibale, portato tutto l’esercito al di là del passo, uccisi nel posto stesso alcuni nemici, pose il campo nel territorio alifano.
Fine articolo sul latino
Il Participio (o i Participi) latini
Il Participio in latino (e in italiano, dove peraltro è molto meno usato, tranne che al passato) è un Modo verbale in cui l’azione è presentata come qualità; partecipa cioè del valore dell’Aggettivo.
Es. laudans, -ntis = che ha la qualità di lodare, che loda, lodante
Questa “qualità” mantiene però molte caratteristiche del verbo, ad esempio la possibilità di reggere complementi
Es. Audivi magistrum laudantem discipulum = Ho sentito il maestro lodante (mentre lodava) un allievo
Del verbo il Participio mantiene anche altri aspetti. Anzi, ogni Tempo di Participio possiede alcune caratteristiche ben precise che gli consentono di ricoprire un ruolo nella frase
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ANTERIORITÀ |
CONTEMPORANEITÀ |
POSTERIORITÀ |
AZIONE ATTIVA |
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Participio PresenteLaudans = che ha la qualità di lodare / che loda / lodante |
Participio FuturoLaudaturus, -a, -um = che ha la qualità di stare per lodare |
AZIONE PASSIVA |
Participio PerfettoLaudatus, -a, -um = che ha la qualità di essere stato lodato / che è stato lodato / stato lodato |
Gerundivo o ParticipialeLaudandus, -a, -um = che ha la qualità di dover essere lodato / che deve essere lodato / da lodarsi |
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Il Part. Presente esprime dunque un’azione attiva e contemporanea a quella della principale.
Es. Video discipulum dormientem = Vedo un allievo che dorme / che sta dormendo [= con la qualità di dormire] (dorme = azione attiva fatta contemporaneamente a video. Se infatti io dicessi Videbam… o Videbo…, cioè se collocassi l’azione principale nel passato o nel futuro, il participio, esprimendo contemporaneità, sarebbe sempre Presente: dormientem)
Il Part. Perfetto esprime un azione passiva (quindi è possibile solo con i verbi transitivi, forme impersonali e verbi deponenti a parte) e anteriore a quella della principale
Es. Accepti in societate, Osci arma deposuerunt/ deponunt / deponent = Accolti [ Con la qualità di essere stati accolti] come alleati (dopo che furono / sono / saranno accolti in alleanza) gli Osci deposero / depongono / deporranno le armi.
Attenzione! Il Part. Perfetto viene utilizzato con l’ausiliare sum per formare alcuni Tempi passivi. In questi casi bisogna fare attenzione a non confondere l’azione passiva con un eventuale stato che ne consegue.
Es. Via illa clausa est a Mario consule. Nunc clausa est et clausa manebit
Quella strada è stata chiusa (azione passiva, Predicato verbale: Perfetto Indicativo passivo del verbo claudo III Pers. Sing.) dal console Mario. Ora è chiusa (stato conseguente all’azione di essere stata chiusa, Predicato nominale: Aggettivo + Pres. Indic. Del verbo sum III pers. Sing.) e chiusa rimarrà.
Il Part. Futuro esprime un’azione attiva e posteriore rispetto a quella della principale. E’ un po’ più complesso da spiegare, ma solo inizialmente, perché non ha quasi riscontro in italiano.
Es. Ave, Caesar, morituri te salutant = Ave, o Cesare, coloro che stanno per morire [con la qualità di morire in futuro] che ti salutano (era il saluto ufficiale dei gladiatori al principe o al suo rappresentante prima di iniziare la lotta). Nota che sei io dicessi te salutabant / ti salutavano o te salutabunt ti saluteranno, il Participio rimarrebbe sempre morituri).
Il Gerundivo esprime un’azione passiva e contemporanea rispetto a quella della principale, con l’aggiunta di un un’ idea di dovere. Viene studiato a parte e ha un nome che ricorda il Gerundio italiano (e quello latino), ma si tratta di un Participio a tutti gli effetti.
Es. Puto hunc militem laudandum = Ritengo che questo soldato debba essere lodato [= con la qualità di dover essere lodato].
Attenzione!
I Participi offrono una possibilità in più: quella di esprimere le azioni [predicati verbali] come modi di essere [predicati nominali]. Questa possibilità, teorica e inutile in alcuni casi, è invece utilissima laddove mancano alcune forme verbali.
Es. Magister laudat [pred. verb.] discipulos può essere espresso come Magister est laudans [pred nominale] discipulos ma essendoci la forma laudat non incontreremo mai est laudans.
Ma in una frase come Discipulus laudatus est a magistro = l’allievo è stato lodato dal maestro, il Pred. nominale [ è lo “stato lodato”] costruisce una forma mancante, e cioè quella del Perfetto passivo. Intendiamoci, questa è una Forma verbale composta, un Predicato verbale a tutti gli effetti, ma teoricamente nasce come Pred. Nominale.
Con il Part. Futuro si creano così espressioni che in italiano – poiché manca del tutto questo Tempo – vanno tradotte con un giro di parole, una perifrasi (da cui il nome di Perifrastica Futura per questa costruzione)
Es. Hostes venturi sunt / erant / erunt = I nemici sono / erano in procinto di arrivare / / stanno / stavano / staranno per arrivare
Questo ci consente di esaminare sotto una luce un po’ più critica quello che viene di solito studiato come un Tempo a sé: l’Infinito Futuro. Vediamo infatti un altro esempio:
Es. Puto milites nostros profligaturos esse hostes= ritengo che i nostri soldati sconfiggeranno i nemici.
Poiché questa dipendente oggettiva in latino va obbligatoriamente espressa con l’Infinito, e manca una forma propria di Infinito Futuro, la costruisco con il Presente esse e il Part. Futuro, come se fosse “Ritengo i nostri soldati essere in procinto di sconfiggere i nemici”. Poiché a questo punto il Part. Futuro profligaturus, -a, -um , in quanto nome del predicato deve concordare con il Soggetto della frase, e questo soggetto è obbligatoriamente in Accusativo (è una regola della costruzione delle Infinitive latine) è chiaro che lo troveremo solo in Accusativo. Ecco perché si studia come Infinito Futuro la forma profligaturum, -am, -um, -os, -as, -a esse. In realtà l’unica forma propria di Infinito Futuro è quella antica fore del verbo esse (che del resto usa più frequentemente futurum, -am, -um, -os, -as, -a esse). Le altre sono forme perifrastiche che utilizzano il Presente infinito e l’idea di Posteriorità implicita nel Participio Futuro.
Allo stesso modo, con il Gerundivo si costruisce quella che – per gli stessi motivi di prima (e cioè che in Italiano viene resa con un giro di parole, una perifrasi) – è detta costruzione Perifrastica Passiva.
Es. Milites laudandi erant = I soldati dovevano essere lodati / bisognava lodare i soldati
Nota bene!
Participio Perfetto e Gerundivo sono forme passive, e quindi sono possibili soltanto con verbi transitivi. Ma non bisogna dimenticare che il Latino rende con la forma passiva anche la forma impersonale italiana dei verbi (in Italiano ad es. “Si dice che…”). Poiché questa forma è possibile anche con i verbi intransitivi, in latino avremo il Participio Perfetto e il Gerundivo anche nei verbi intransitivi, limitatamente alla III Pers. Sing. e in questo uso. Ad es. Eundum est = si deve andare. / Perventum est in Galliam tertio die = Il terzo giorno si giunse in Gallia.
Quando si incontra una forma impersonale di questo tipo il genere è sempre neutro.
Costruzione personale di videor
1a. Mi sembra che Mario sbagli (costruzione impersonale)
Mi sembra = prop. Principale impersonale
Che Mario sbagli = Dip. I° gr. Soggettiva
1b. Mario mi sembra sbagliare (costruzione personale)
Mario = Sogg.
Sembra sbagliare = predicato
Mi = Compl. di termine
Ancora un esempio
2a. Ci sembra che tu stia male
2b. Ci sembri stare male
Nella costruzione personale, la persona che “sembra” diventa soggetto, e il verbo che nella costruzione impersonala apparteneva alla soggettiva va all’infinito
In latino per rendere questo senso si può usare soltanto la costruzione personale, e il verbo è il passivo di video, cioè videor. Il senso di videor deriva da “essere visto”, quindi “apparire” .
1b trad. Marius mihi videtur errare
2b trad. Videris nobis male esse
Nota!
Es. Marius mihi videtur esse bonus
Nota la desinenza –us di bonus: è questo l’unico caso latino di costruzione del Nominativo con l’Infinito!
Attenzione! Si può utilizzare videtur nella forma impersonale, ma allora il significato cambia completamente, perché vuol dire “sembrare bene che…”, “sembrare opportuno…”
Mihi videtur Marium errare = “Mi sembra opportuno che Mario sbagli”
(dove: Mihi videtur = Princ. Impersonale
Marium errare = Dip. I gr. Soggettiva resa in Lat. Con un Acc. + Infinito)
Nobis videtur vos male esse = “Ci sembra buona cosa che voi stiate male”
La stessa costruzione si utilizza anche con i verbi di “narrare”: dicor, feror, trador, eccetera, che rendono gl’impersonali italiani “si dice”, “si riporta”, “si tramanda”
Es.
Si diceva che Antonio fosse estremamente crudele
Antonius dicebatur crudelissimus esse
(Per l’-us di crudelissimus vale la nota fatta al bonus precedente)
Le proposizioni completive
Con questa espressione si indicano alcune proposizioni dipendenti che in italiano completano direttamente il senso della reggente (sono per lo più oggettive)
Es. “ Chiese loro che lo accogliessero nel novero degli amici”
Avvenne che la cavalleria attaccò i nemici
Queste frasi in latino hanno un valore finale o consecutivo molto più forte che in italiano (in italiano appare una forzatura tradurle come finali o consecutive, soprattutto le seconde), e quindi presentano l’ut più il Congiuntivo
Trad. degli esempi
Ab iis petivit ut se in numerum amicorum haberent ( ut haberent ha valore finale: “fecero l’azione di chiedere con il fine di…”
Evenit ut equitatus in hostes impetum faceret (ut faceret ha valore consecutivo: “le cose andarono così che…”
Il termine “completive” può indurre in confusione perché non corrisponde a qualcosa di preciso né in italiano (sono oggettive o int. Indirette) né in latino (sono per lo più finali o consecutive). In realtà, come abbiamo visto, spiega un tipo particolare di finali e consecutive che in italiano è scorretto rendere come tali.
Superlativo assoluto e superlativo relativo
Il superlativo assoluto esprime una qualità assoluta (cioè “sciolta” da ogni confronto). Ad esempio Mario è altissimo / molto alto /assai alto non ci fa vedere Carlo paragonato ad altri, ma ci dice che possiede questa qualità in modo “assolutamente” elevato.
Marius altissimus est
Il superlativo relativo, invece, mette relazione questa qualità con un gruppo all’interno del quale si trova colui che la possiede.
Es. Mario è il più alto dei miei amici dove Mario è altissimo sì, ma in relazione con un gruppo di persone (i miei amici) di cui fa parte.
La forma italiana (il più alto) rende possibile la confusione di questo superlativo relativo con il comparativo (Mario è più alto di Caio). La differenza è però sostanziale: Nell’ultima frase Mario è paragonato a Caio; nella prima Mario non è paragonato a nessuno, ma “estratto” da un gruppo come possessore in sommo grado di una qualità.
In latino il superlativo relativo si rende – a differenza dell’italiano – con la forma del superlativo assoluto, e il gruppo con cui è in relazione viene espresso con un Genitivo partitivo (è infatti il tutto di cui Mario rappresenta una parte) o con e-ex + Ablativo (provenienza con senso di “estrazione”) o inter + Accusativo (tra). Marius altissimus est meorum amicorum / e meis amicis / inter meos
Amicos. Questo complemento si chiama complemento partitivo e non va assolutamente confuso con un complemento di paragone.
Altro es. Socrates sapientissimus omnium hominum oraculum Apollinis olim iudicavit.
Comparativo assoluto
Talvolta si trova un comparativo di maggioranza senza complemento di paragone, neppure sottinteso. Si parla in questo caso di comparativo assoluto: una forma che esprime l’idea di “un po’ troppo”, “alquanto” eccetera.
Es. Vere acerbior et iurgiosior est uxor mea, dove mia moglie non è più aspra e più litigiosa di me o di qualcun altro, ma è un po’ troppo aspra e litigiosa.
La Consecutio Temporum (concatenazione dei Tempi)
La Consecutio Temporum è un insieme di norme che regolano l’utilizzo dei Tempi nelle proposizioni subordinate in rapporto alla principale.
Prima di affrontare queste norme occorre avere ben chiari alcuni punti fondamentali:
- La Consecutio Temporum esiste anche in Italiano. Non solo: le norme sono – nell’Italiano non colloquiale – sostanzialmente identiche (e quindi l’Italiano serve come prezioso punto di riferimento).
- Bisogna distinguere tra “tempo” e “Tempo” (l’uso della minuscola o maiuscola iniziale è una convenzione):
- Il primo è il “tempo” in cui si svolge l’azione, e cioè passato, presente o futuro.
- Il secondo corrisponde alla “forma” verbale. Ad esempio, nell’Indicativo italiano, noi abbiamo ben 5 Tempi per esprimere un tempo solo, e cioè il passato: precisamente: il Passato remoto (in taluni casi anche il Passato prossimo), l’Imperfetto, il Trapassato prossimo e il Trapassato remoto.
3. La Consecutio Temporum non è una “regola”, ma un insieme di connessioni logiche: di conseguenza anche ogni sua limitazione o eccezione può essere spiegata in termini logici.
- I tempi possono essere definiti con chiarezza soltanto dal predicato della Principale; tutti i verbi delle subordinate sono in qualche modo relativi ad esso.
Detto questo, cominciamo, mettendo subito in evidenza tutte le possibili relazioni:
Alcune osservazioni:
Quando parliamo di “presente relativo”, intendiamo “azione presente rispetto al tempo assoluto della principale. E’ un modo per introdurre il concetto di “relazione di contemporaneità” ( o semplicemente di “contemporaneità”, visto che la contemporaneità mette obbligatoriamente in relazione due elementi). E così via. Questo passaggio ci sarà molto utile, ad esempio, per capire come funzionano i Tempi dell’Infinito e del Participio.
Abbiamo contrassegnato con colori diversi anteriorità, contemporaneità e posteriorità per osservare come le 9 possibilità teoriche si possano raggruppare in tre relazioni fondamentali. Ma abbiamo anche osservato come ad una stessa relazione non corrispondano Tempi uguali.
Esistono due anomalie:
- La posteriorità rispetto al passato si esprime con il Condizionale passato, cosa che noi facciamo a orecchio, ma che non ha un senso logico immediatamente comprensibile (e infatti mette decisamente in crisi molti Inglesi che studiano l’Italiano, visto che loro utilizzano quello che chiamano, molto più logicamente “Future in the Past”).
- La posteriorità rispetto al futuro non ha un tempo proprio, ma utilizza forme perifrastiche.
Del resto, tutto il futuro (e le sue relazioni temporali) si utilizza assai meno del presente e del passato, tant’è vero che, nella maggior parte dei casi, ha le stesse norme di Consecutio del Presente.
A proposito di quest’ultima osservazione, ricordiamo che si è soliti dividere i tempi in due categorie:
Storici: che definiscono il / o sono relativi al passato.
Principali: che definiscono il / o sono relativi al presente e al futuro.
Ora controlliamo i Tempi dell’Indicativo (eccezion fatta per il Condizionale passato) utilizzati, e poi proviamo ad applicare lo schema ad una dipendente al Congiuntivo (Int. indiretta):
Osserviamo che i Tempi sono gli stessi, e che si ricorre all’Indicativo soltanto quando mancano i Tempi del Congiuntivo, che sono notoriamente solo 4.
In realtà, i 4 Tempi del Congiuntivo sono quelli che vengono utilizzati per le relazioni più comuni, e cioè
Presente, per la contemporaneità rispetto a un tempo principale
Imperfetto, per la contemporaneità rispetto a un tempo storico
Perfetto (d’ora in poi lo chiameremo così, invece di Passato prossimo), per l’anteriorità rispetto a un tempo principale (nota il caso della contemporaneità rispetto al futuro, in cui si usa normalmente l’Indicativo futuro anteriore, ma in un uso più “letterario” della lingua va benissimo anche il Congiuntivo perfetto, a sottolineare il fatto che presente e futuro – i tempi principali - hanno relazioni analoghe).
Piuccheperfetto (d’ora in poi lo chiameremo così), per l’anteriorità rispetto a un tempo storico.
Notare che finora abbiamo parlato soltanto di relazioni temporali della lingua italiana, e non abbiamo detto una sola parola a proposito del Latino, ad eccezione dei termini Perfetto e Piuccheperfetto usati al posto di Passato prossimo e Trapassato prossimo.
Bene, ma perché abbiamo deciso di chiamare dei Tempi italiani con il nome latino?
Perché i Tempi latini della Consecutio sono assolutamente gli stessi dell’Italiano, e allora tanto vale chiamarli con lo stesso nome. La scelta cade sul latino perché è un nome più logico: Perfetto = compiuto > anteriore (rispetto al presente) Piucchepperfetto = più che compiuto > anteriore (rispetto al passato).
Proviamo infatti a tradurre in latino gli ultimi esempi, quelli relativi all’interrogativa indiretta (che si rende sia in italiano che in latino con il congiuntivo)
Vediamo che i Tempi sono gli stessi dell’italiano (notare in particolare quelli del riquadro grigio), con poche differenze che in realtà costituiscono delle semplificazioni:
1. I tempi principali (presente e futuro) hanno come dipendenza gli stessi Tempi.
- Come in italiano, la posteriorità non può venire resa con un Congiuntivo futuro, che non esiste. Ma a differenza dell’italiano, che cambia modo o ricorre a forme complesse come il Condizionale Passato, il latino utilizza una forma perifrastica che “sposta” l’idea di futuro, di posteriorità, sul Participio Futuro, lasciando al verbo sum (che viene usato come una copula) la consecutio della contemporaneità.
Proviamo ora ad esaminare altri esempi in latino. Eviteremo d’ora in poi, per semplificare le cose, di inserire le relazioni con il futuro, visto che sono uguali a quelle con il presente.
Proviamo con una relazione di causa (cioè con una dipendente causale):
Notiamo come la posteriorità rispetto a un tempo principale ci presenta il Futuro Indicativo. Ma questo perché il Futuro Indicativo, a differenza del Futuro Congiuntivo, esiste come forma propria. E poi questa forma è usata molto di rado, soprattutto perché è molto difficile sostenere che una causa (questo è il senso della proposizione causale, spiegare la CAUSA dell’azione della reggente) sia posteriore all’azione che ne rappresenta la conseguenza.
Normalmente, però, per le causali si utilizza la costruzione del cum + Congiuntivo, che consente di mantenere una certa ambiguità tra valore temporale e valore causale (vedi nota sintattica relativa)
Mancano le forme della posteriorità. Ma è molto difficile, logicamente sostenere che mi riposo perché mi stancherò! Potrei al massimo dire Mi riposo ora poiché prevedo che mi stancherò, ma allora si tratta comunque di una relazione di contemporaneità tra l’azione del riposarsi e quella del prevedere.
Un altro caso che presenta limitazioni rispetto alle varie possibilità è quello della finale
Qui è l’anteriorità a essere illogica. Come potrei infatti dire Li imploriamo affinché ci abbiano aiutato, ponendo cioè il fine di un’azione anteriormente all’azione stessa?
Del resto, anche la posteriorità è rara, in questa forma, perché bisogna proprio che il fine dell’azione sia visto come decisamente posteriore (es. Ti aiuto affinché il mese prossimo tu possa vincere questo concorso). Di solito il fine dell’azione è visto partire dal momento dell’azione stesso, è cioè una contemporaneità che si muove verso il futuro.
Ecco il motivo logico per cui si impara che I Tempi della finale sono: Presente Congiuntivo in dipendenza da un Tempo principale e Imperfetto Congiuntivo in dipendenza da un tempo storico. Più semplicemente, gli stessi che troviamo in italiano!…
Esaminiamo ora alcuni casi di proposizioni implicite.
Qui il discorso è ancora più semplice, perché nei modi indefiniti (il discorso in latino è focalizzato soprattutto sull’Infinito, ma vale anche per il Participio) il Presente indica la contemporaneità, il Perfetto l’anteriorità, il Futuro (che in italiano manca) la posteriorità.
Vediamo subito un esempio, e confrontiamolo anche qui con l’italiano (ricordiamo che in italiano diverse dipendenti possono – o devono - essere implicite all’infinito, purché il soggetto della reggente e quello della dipendente coincidano, mentre in latino le infinitive sono sempre implicite, anche se i soggetti sono diversi; noi scegliamo una frase con il soggetto – “io” – coincidente per poter operare il confronto):
Bastano tre Tempi a esprimere le relazioni.
Proviamo ora a vedere la stessa frase in italiano
Le cose vanno allo stesso modo. Solamente, poiché in italiano manca un Infinito Futuro, la posteriorità è resa passando dalla forma implicita a quella esplicita (cosa che accade in italiano quando il soggetto delle due frasi è diverso; vedi esempio successivo). Sotto questo aspetto, il latino è assai più semplice dell’italiano.
Proviamo a fare un esempio in cui i soggetti siano diversi:
Anche qui il latino è più semplice: cambia solo il soggetto dell’infinitiva (che va all’Accusativo e deve sempre essere espresso)
Vediamo ora alcune tra le principali eccezioni alla Consecutio Temporum, ricordando però che si tratta di eccezioni “apparenti”; ci sono cioè dei motivi molto logici perché la regola non venga seguita.
1. La Proposizione Consecutiva: qui il Tempo della dipendente è: Presente Congiuntivo se la conseguenza ha effetto nel presente, Imperfetto o Perfetto se la conseguenza si realizza nel passato. Non si segue la Consecutio perché è più importante il tempo assoluto in cui si realizza la conseguenza, che la sua relazione con il tempo assoluto della principale
es. Verres Siciliam ita vexavit (Perfetto, tempo storico), ut ea restitui in antiquum statum nullo modo possit (Presente Congiuntivo).
Verre angariò (in passato) talmente la Sicilia che questa non può (adesso: il tempo assoluto della conseguenza è il presente, e non c’è contemporaneità rispetto al tempo della principale) in alcun modo essere riportata nelle condizioni di prima.
Attenzione! Non è detto che la Consecutiva non debba mai seguire la Consecutio. Può non seguirla, se il tempo della conseguenza non è correlato a quello della principale
2. Il periodo ipotetico dell’impossibilità (III tipo): qui l’Imperfetto Congiuntivo per esprimere impossibilità nel presente e il Piuccheperfetto per esprimere impossibilità nel Passato non seguono la consecutio proprio per sottolineare l’aspetto di “impossibilità” dell’azione.
Es. Si domus mea esset, laborarem Se la casa fosse mia, mi preoccuperei. (la casa non è mia, quindi non è possibile che mi preoccupi. Per sottolineare questo utilizzo due Imperfetti, che normalmente si utilizzano per indicare una contemporaneità con tempi storici, anche se tutta la frase è riferita al presente.)
3. La relativa propria: qui la spiegazione è semplice: la proposizione relativa non si lega al predicato della proposizione reggente, ma a un suo sostantivo; non c’è quindi motivo di mettere in relazione il suo tempo (che esprime una qualità) con il verbo della reggente
Es. Caesar transiit in armis Rubiconem, qui fluit apud Forum Livii Cesare attraversò in armi il Rubicone, che scorre presso Forlì (lo scorrere presso Forlì è dato come qualità del Rubicone – scorre infatti ancor oggi – e non ha nulla a che vedere con il tempo in cui Cesare lo attraversò)
Il Supino
- Supino attivo. E’ una forma notissima perché fa parte del paradigma, e da lui si derivano Il Participio Passato (e quindi tutte le forme composte), il Participio Futuro, l’Infinito Perfetto Passivo. Come forma a sé, tuttavia, si usa pochissimo, e soltanto per esprimere in modo implicito una proposizione finale retta da un verbo di moto.
Es. Legati convenerunt ad Caesarem gratulatum gli ambasciatori si recarono da Cesare per ringraziarlo. (convenerunt è verbo di moto; se io avessi ad esempio usato vocaverunt = chiamarono, avrei dovuto rendere la finale come ut gratularent e non avrei potuto utilizzare il supino)
- Supino Passivo. E’ più facile fare esempi che definirlo. In genere è retto da aggettivi come facilis, difficilis, incredibilis, iucundus, molestus, dignus, indiguns, mirabilis, e simili.
Es. Hoc difficile est dictu Questo è difficile a dirsi.
Puella mirabilis visu Fanciulla mirabile a vedersi.
I supini passivi più frequenti sono dictu, factu, visu, auditu, cognitu, memoratu, inventu..
Il Pronome Relativo e le Proposizioni relative
L’elemento di collegamento che introduce le Proposizioni relative è il Pronome relativo.
Il Pronome Relativo mette in relazione (di qui il suo nome) un Verbo – quello della frase in cui si trova, e che da lui prende il nome di “Proposizione Relativa - con un Nome (o un Pronome, ovviamente) della frase reggente.
Da qui si capiscono due cose importanti:
1. Quando c’è un Pronome Relativo c’è sempre una Proposizione dipendente Relativa
2. Questa Proposizione dipendente Relativa è collegata a un nome, e quindi ha sempre funzione attributiva (quando non ha funzione attributiva, vuol dire che è una Proposizione Relativa IMPROPRIA)
Ancora due osservazioni:
1. Non c’è nessun obbligo per il Pronome Relativo di avere un ruolo sintattico preciso nella Dipendente Relativa, così come il nome a cui si riferisce può avere qualsiasi ruolo sintattico nella Frase Reggente. L’unico obbligo che vincola Pronome Relativo e Nome a cui si riferisce è la concordanza in Genere e Numero.
In latino esiste però un uso diverso del Pronome Relativo:
es. Arverni consilium de bello fecerunt: qua re cognita, Caesar statim delectus coepit.
Gli alverni tennero un consiglio di guerra: saputa la quale cosa (lett. ma in Italiano corrente: “saputo ciò”) Cesare iniziò subito gli arruolamenti.
Il Pronome relativo è usato dopo una pausa forte (;:.) per richiamare un nome a cui si riferisce anche se la frase in cui si trova non è una Dipendente subordinata, ma una coordinata, quando non addirittura un altro periodo. I Italiano si utilizza un Pronome Dimostrativo.
Questo particolare uso del Pronome Relativo in Latino è chiamato: Nesso Relativo.
Un altro tipico procedimento del Latino è la Prolessi del Relativo.
Es. “Qui errant, eos punies”
I quali sbagliano, quelli punirai.
E’ chiaro che NON si può tradurre così in Italiano. Se io voglio evidenziare il termine che in Latino è reso dal Pronome Relativo, devo dire: “Quelli che sbagliano, li punirai”..
Il punto è che, in Latino, lo scopo della Prolessi è generalmente proprio evidenziare questo termine. Non sarebbe quindi stilisticamente corretto – se vogliamo rendere il senso latino di questa costruzione – semplificare in :”Punirai quelli che sbagliano”
Nota bene: E’ anche molto comune trovare una costruzione del tipo:
“Punies quos errant”
Punirai i quali sbagliano.
Evidentemente anche questa traduzione è scorretta. In Italiano ci deve SEMPRE essere prima del Relativo il Pronome dimostrativo a cui si riferisce: “Punirai quelli che sbagliano”.
Notare che nella frase “contratta” latina il Pronome Relativo si trova spesso nel caso che dovrebbe avere il Dimostrativo. E’ la cosiddetta attrazione del Relativo.
In Latino, quando il Pronome Relativo è riferito a un Dimostrativo, è invece molto raro trovare espresso quest’ultimo.
Es. La frase “Punies illos qui errant” è raramente usata nel Latino classico.
Esercizi:
1. Quos perdere vult, eos Fortuna obcaecat.
Quelli che vuole mandare alla malora, la Fortuna li acceca.
3. Quae utilia sunt, ea non semper etiam bona sunt.
Le cose utili non sempre sono anche buone.
4. Cui sufficit quod habet, is vere dives est.
Colui al quale basta ciò che ha, (quegli) è veramente ricco.
5. Bene navigavit qui, quem destinavit, portum tenuit.
(Ille) bene navigavit il Pronome dimostrativo è sottinteso
Qui portum tenuit
Quem destinavit il Pronome Relativo è dato in Prolessi
Ha ben navigato colui che ha raggiunto il porto che ha stabilito.
6. Quem tu vidisti numquam, is te patrimonii sui heredem fecit.
Colui che tu non hai mai visto, ti ha fatto erede del suo patrimonio.
7. Quae gentes in Lyibiae solitudinis vivunt, de hiis narrabo.
Parlerò di quei popoli che vivono nel deserto di Libia.
8. Quo anno Tarquinius Superbus Roma expulsus est, eodem Athenienses Hippiam Tyrannum pepulerunt
Gli Ateniesi cacciarono il tiranno Ippia nel medesimo anno in cui Tarquinio il Superbo fu espulso da Roma.
9. Volsci et Equi bellum renovaverant; qua de causa Senatus novos dilectus edixit.
I Volsci e gli Equi ripresero la guerra ; per questo motivo il Senato stabilì nuovi arruolamenti.
10. Quae cum ita sint, vos amplius adiuvare non possum.
Stando così le cose, non posso aiutarvi di più.
12. Caesar,
Fine articolo sul latino
GRAMMATICA LATINA
Riassunto delle regole della grammatica latina del primo volume di “Corso di lingua latina”, Laura Pepe e Danilo Golin, Einaudi scuola, Milano, 2005
Frasi temporali:
-postquam + indicativo = “dopo che”, “dopo”;
-ut, ubi, cum primum, ut primum, ubi primum, simul ac + indicativo = “allorché”, “non appena”
-antequam, priusquam + indicativo = “prima che”, “prima di”;
-dum + indicativo = “mentre”
Frasi finali:
-ut + congiuntivo presente: finale affermativa con tempo principale nella reggente;
-ut + congiuntivo imperfetto: finale affermativa con tempo storico nella reggente;
-ne + congiuntivo presente: finale negativa con tempo principale nella reggente;
-ne + congiuntivo imperfetto: finale negativa con tempo storico nella reggente.
Cum narrativo (cum + congiuntivo):
Reggente |
Dipendente |
|
|
CONTEMPORANEITA’ |
ANTERIORITA’ |
Tempo principale |
Congiuntivo presente |
Congiuntivo perfetto |
Tempo storico |
Congiuntivo imperfetto |
Congiuntivo piuccheperfetto |
Il cum + congiuntivo può assumere diversi valori: temporale, causale, concessivo, talvolta anche ipotetico o avversativo. Non è sempre facile tradurre correttamente, per cui si può tradurre utilizzando il gerundio italiano.
Frasi causali:
-quod, quia, quoniam, quandoquidem, siquidem, propterea quod + indicativo: causa oggettiva o reale;
- quod, quia, quoniam, quandoquidem, siquidem, propterea quod + congiuntivo: causa soggettiva.
Ablativo assoluto:
-Soggetto in ablativo;
-verbo al participio in caso ablativo;
L’a.a. è privo di legami grammaticali con la frase reggente. Il participio può essere presente per esprimere contemporaneità o perfetto per anteriorità. Nel primo caso è sempre possibile, nel secondo solo se il verbo è transitivo attivo o intransitivo deponente.
Frasi infinitive:
-Verbo all’infinito, soggetto (sempre espresso) e ciò che ad esso si riferisce in .
-Infinito presente: infinitiva che esprime contemporaneità rispetto alla reggente;
-Infinito perfetto: infinitiva che esprime anteriorità rispetto alla reggente;
-Infinito futuro: infinitiva che esprime posteriorità rispetto alla reggente.
Ordinare:
VERBO |
PERSONA CUI SI COMANDA |
AZIONE COMANDATA |
impero |
Dativo |
Completiva (ut + cong.) |
iubeo |
Accusativo |
infinito |
Pronome personale is, ea, id
vvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Caso |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
is (egli) |
ea (ella) |
id (esso) |
ii (ei, i) (essi) |
eae (esse) |
ea (quelle cose) |
Gen. |
eius (di lui) |
eius (di lei) |
eius (di ciò) |
eorum (di essi) |
earum (di esse) |
eorum (di quelle cose) |
Dat. |
ei (a lui, gli) |
ei (a lei, le) |
ei (a ciò) |
iis (eis, is) (a essi,a loro) |
iis (eis, is) (a esse,a loro) |
iis (eis, is) (a quelle cose) |
Acc. |
eum (lui, lo) |
eam (lei, la) |
id (ciò) |
eos (essi, li) |
eas (esse, le) |
ea (quelle cose) |
Abl. |
eo (da lui, con) |
ea (da lei, con) |
eo (da ciò, con) |
iis (eis, is) (da essi, con) |
iis (eis, is) (da esse, con) |
iis (eis, is) (da quelle cose, con) |
Pronomi e aggettivi dimostrativi
vvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Caso |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
hic (questo) |
haec (questa) |
hoc (questa cosa) |
hi (questi) |
hae (queste) |
haec (queste cose) |
Gen. |
huius |
huius |
huius |
horum |
harum |
horum |
Dat. |
huic |
huic |
huic |
his |
his |
his |
Acc. |
hunc |
hanc |
hoc |
hos |
has |
haec |
Abl. |
hoc |
hac |
hoc |
his |
his |
his |
vvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Caso |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
iste (codesto) |
ista (codesta) |
istud (codesta cosa) |
isti (codesti) |
istae (codeste) |
ista (codeste cose) |
Gen. |
istius |
istius |
istius |
istorum |
istarum |
istorum |
Dat. |
isti |
isti |
isti |
istis |
istis |
istis |
Acc. |
istum |
istam |
istud |
istos |
istas |
ista |
Abl. |
isto |
ista |
isto |
istis |
istis |
istis |
vvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Caso |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
ille (quello) |
illa (quella) |
illud (quella cosa) |
illi (quelli) |
illae (quelle) |
illa (quelle cose) |
Gen. |
illius |
illius |
illius |
illorum |
illarum |
illorum |
Dat. |
illi |
illi |
illi |
illis |
illis |
illis |
Acc. |
illum |
illam |
illud |
illos |
illas |
illa |
Abl. |
illo |
illa |
illo |
illis |
illis |
illis |
Interrogativo quis, quid?
vvvvvvvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Cao |
Masch./Femm. |
Neutro |
Masch./Femm. |
Neutro |
||
Nom. |
quis? (chi?) |
quid? (che cosa?) |
qui? (chi?) |
quae? (quali cose?) |
||
Gen. |
cuius? |
cuius rei? |
quorum? |
quarum rerum? |
||
Dat. |
cui? |
cui rei? |
quibus? |
quibus rebus? |
||
Acc. |
quem? |
quid? |
quos? |
quae? |
||
Abl. |
quo? |
qua re? |
quibus? |
quibus rebus? |
||
Indefinito “nessuno” |
|
|
|
|||
NEMO |
Masch./Femm. |
Neutro |
||||
Nom. |
nemo (nessuno) |
nihil (nil) (nessuna cosa) |
||||
Gen. |
nullius |
nullius rei |
||||
Dat. |
nemini |
nulli rei |
||||
Acc. |
neminem |
nihil (nil) |
||||
Abl. |
nullo |
nulla re |
||||
Frasi consecutive:
-ut (affermativa), ut non (negativa) + congiuntivo.
-congiuntivo presente: conseguenza che si verifica o perdura nel presente;
-congiuntivo imperfetto: conseguenza riferita al passato (sottolinea la durata dell’azione espressa);
-congiuntivo perfetto: conseguenza riferita al passato (presentata come fatto momentaneo).
Pronomi relativi
vvvvvvvvv |
SINGOLARE |
PLURALE |
||||
Caso |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
qui (il quale) |
quae (la quale) |
quod (la quale cosa) |
qui (i quali) |
quae (le quali) |
quae (le quali cose) |
Gen. |
cuius |
cuius |
cuius |
quorum |
quarum |
quorum |
Dat. |
cui |
cui |
cui |
quibus |
quibus |
quibus |
Acc. |
quem |
quam |
quod |
quos |
quas |
quae |
Abl. |
quo |
qua |
quo |
quibus |
quibus |
quibus |
L’antecedente del relativo può essere un sostantivo oppure un pronome (es. ille, quem vides, frater meus est) e solitamente deve essere espresso, ma se è un pronome ed è nello stesso caso del pronome relativo, può essere omesso.
Il complemento di compagnia si esprime con la partiecella cum integrata col relativo e posta al fondo di esso (es. quocum, con il quale).
In espressioni come “della qual cosa”, “alla qual cosa”, si aggiunge il nome res: es. cuius rei, cui rei.
Il nesso relativo è un pronome relativo che non introduce una subordinata, ma funge soltanto da collegamento con la frase precedente. Si traduce componendo il pronome relativo in una congiunzione coordinante (“e”, “ma”) e un pronome dimostrativo (es. dies appetebat septimus, quem ad diem Caesar…, si avvicinava il settimo giorno, e in questo giorno Cesare…).
In latino capita che il relativo preceda, anziché seguire, il termine a cui si riferisce (prolessi del relativo).
Legge dell’anteriorità:
In una frase latina non possono essere presenti due verbi al tempo futuro semplice, ma uno dei due è espresso con il futuro anteriore, ed indica l’azione più vicina nel tempo all’istante presente.
Frasi interrogative dirette
Le interrogative dirette sono introdotte da pronomi interrogativi, avverbi interrogativi oppure dalle particelle interrogative –ne (domanda reale), nonne (domanda retorica con risposta affermativa), num (domanda retorica con risposta negativa). Verbo all’indicativo o, talvolta congiuntivo.
Frasi interrogative indirette
Le interrogative indirette sono introdotte dagli stessi pronomi, aggettivi e avverbi delle dirette; le particelle –ne e num si traducono solitamente con “se”; nonne con “se non”. Verbo al congiuntivo con le regole della consecutio temporum. Va aggiunto il rapporto di posteriorità, espresso dal participio futuro con sim, sis… se il verbo della reggente è un tempo principale, dal participio futuro con essem, esses se il verbo della reggente è storico.
Frasi interrogative disgiuntive
Esprimono un’alternativa tra due possibilità. In italiano si trova “o”, “oppure”, poste tra le due alternative; nelle indirette la congiunzione “se” introduce il primo termine. In latino le interrogative disgiuntive, sia dirette (indipendenti) che indirette (subordinate), vengono rese attraverso una combinazione di particelle interrogative variamente suddivise nei due elementi dell’interrogazione, secondo questo schema:
I elemento |
II elemento |
utrum |
an (“o”, “oppure”) |
-ne |
an (“o”, “oppure”) |
[nulla] |
an (“o”, “oppure”) |
L’italiano “o non” in latino è an non oppure necne.
Tutto, tutti.
-totus, -a, -um segue la declinazione pronominale e indica una totalità indifferenziata al suo interno;
-omnis, -e si declina regolarmente come gli aggettivi della seconda classe, e indica la totalità considerata nelle singole parti che la compongono;
-cunctus, -a, -um si declina regolarmente come gli aggettivi della prima classe e indica la totalità come unione delle sue parti;
-universus, -a, -um si declina regolarmente come gli aggettivi della prima classe e indica la totalità considerata in opposizione alle singole parti.
Gerundio
Il gerundio latino è un sostantivo verbale di forma attiva e rappresenta di fatto la declinazione dell’infinito sostantivato. Esso è limitato al singolare e manca del nominativo; per il resto si declina allo stesso modo dei nomi della seconda declinazione, e si forma aggiungendo al tema del presente i seguenti suffissi nominali:
aaaaaaaaaaaaaaaa |
I coniugazione |
II coniugazione |
III coniugazione |
IV coniugazione |
Gen. |
laud-a-nd-i |
mon-e-nd-i |
leg-e-nd-i |
audi-e-nd-i |
Dat. |
laud-a-nd-o |
mon-e-nd-o |
leg-e-nd-o |
audi-e-nd-o |
Acc. |
(ad) laud-a-nd-um |
(ad) mon-e-nd-um |
(ad) leg-e-nd-um |
(ad) audi-e-nd-um |
Abl. |
laud-a-nd-o |
mon-e-nd-o |
leg-e-nd-o |
audi-e-nd-o |
-il genitivo ha funzione di complemento di specificazione e può essere retto da nome o da aggettivo; il genitivo del gerundio seguito da causa e gratia equivale a una finale: es. laudani causa, “per lodare”.
-il dativo ha funzione di complemento di fine, ma è usato raramente (lo si trova con aptus, “adatto”, utilis, inutilis)
-l’accusativo, preceduto sempre da ad equivale ad una finale: es. ad laudandum, “per lodare”;
-l’ablativo ha funzione di complemento di mezzo, e si può tradurre con un gerundio italiano: es. veniendo = venendo (con il venire); L’ablativo può essere preceduto da una preposizione, che determina la sua funzione sintattica.
Se il verbo è transitivo, il gerundio può reggere il complemento oggetto (in accusativo). Con una limitazione: il gerundio deve essere in genitivo o ablativo semplice (senza prep.).
Perifrastica attiva e passiva:
Il participio futuro con le forme di sum costituisce la perifrastica attiva, che esprime l’idea di un’azione che sta per verificarsi, che si ha intenzione di compiere o che si è destinati a fare. Il significato dipende dal participio futuro, modo e tempo della perifrastica attiva sono quelli del verbo sum. Si traduce questo costrutto con “stare per”, “essere sul punto di”, “avere intenzione di”, “essere destinati a” con l’infinito.
La perifrastica passiva è formata da gerundivo con una forma di sum. Esprime l’idea della necessità o del dovere.
-Frase personale (verbo transitivo e soggetto espresso): gerundivo accordato in genere, numero e caso con il soggetto, complemento d’agente – se espresso – in dativo (oppure a/ab + ablativo).
-Frase impersonale (verbo intransitivo oppure verbo transitivo senza soggetto espresso): gerundivo al neutro singolare, con una terza persona di sum o di esse, fuisse, futurum esse se la proposizione è infinitiva. Complemento d’agente – se espresso – in dativo (oppure a/ab + ablativo).
Numerali
Quasi tutti i numerali cardinali sono indeclinabili, tranne:
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
unus |
una |
unum |
Gen. |
unius |
unius |
unius |
Dat. |
uni |
uni |
uni |
Acc. |
unum |
unam |
unum |
Abl. |
une |
una |
unum |
Nom. |
uno |
una |
uno |
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
duo |
duae |
duo |
Gen. |
duorum |
duarum |
duorum |
Dat. |
duobus |
duabus |
duobus |
Acc. |
duos (duo) |
duas |
duo |
Abl. |
duo |
duae |
duo |
Nom. |
duobus |
duabus |
duobus |
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa |
Maschile |
Femminile |
Neutro |
Nom. |
tres |
tres |
tria |
Gen. |
trium |
trium |
trium |
Dat. |
tribus |
tribus |
tribus |
Acc. |
tres |
tres |
tria |
Abl. |
tres |
tres |
tria |
Nom. |
tribus |
tribus |
tribus |
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa |
Neutro milia milium milibus milia milia milibus |
|||
Nom. |
||||
Gen. |
||||
Dat. |
||||
Acc. |
||||
Voc. |
||||
Abl. |
||||
|
|
|||
Arabo |
Romano |
Cardinale |
|
|
1 |
I |
Unus, a, um |
|
|
2 |
II |
Duo, duae, duo |
|
|
3 |
III |
Tres, tres, tria |
|
|
4 |
IV (IIII) |
Quattuor |
|
|
5 |
V |
Quinque |
|
|
6 |
VI |
Sex |
|
|
7 |
VII |
Septem |
|
|
8 |
VIII |
Octo |
|
|
9 |
IX |
Novem |
|
|
10 |
X |
Decem |
|
|
11 |
XI |
Undecim |
|
|
12 |
XII |
Duodecim |
|
|
13 |
XIII |
Tredecim |
|
|
14 |
XIV |
Quattuordecim |
|
|
15 |
XV |
Quindecim |
|
|
16 |
XVI |
Sedecim |
|
|
17 |
XVII |
Septendecim |
|
|
18 |
XVIII |
Duodeviginti |
|
|
19 |
XIX |
Undeviginti |
|
|
20 |
XX |
Viginti |
|
|
Mesi
Ianuarius
Februarius
Martius
Aprilis
Maius
Iunius
Iulius
Augustus
September
October
Novembre
December
-us: seguono la prima classe di aggettivi;
-is: seguono la seconda classe a due uscite;
-ber: seguono la seconda classe a tre uscite
Giorni
I romani per indicare la data facevano riferimento a tre date fisse:
-calende (Kalendae,-arum, f., pl.): il primo giorno del mese;
-idi (Idus, -uum, f., pl.) : 13° giorno del mese, tranne che in marzo, maggio, luglio, ottobre, mesi nei quali le idi cadevano il 15° giorno;
-none (Nonae, -arum, f., pl.): 9 giorni prima delle idi: il 5 del mese (o il 7);
La data si indica:
-con il giorno fisso in ablativo, con cui concorda l’aggettivo indicante il mese
-con il giorno immediatamente precedente le tre date fisse viene indicato con pridie seguito dal nome del giorno fisso in caso accusativo;
-tutti gli altri giorni si indicano calcolando i giorni mancanti alla data fissa successiva, comprendendo in tale computo sia il giorno iniziale che quello finale. Il numero risultante può essere espresso:
a) con l’ordinale in ablativo con cui concorda dies, seguito da ante+accusativo della data fissa;
b) con ante + accusativo dell’intera espressione
Anni
I Romani avevano tre modi per contare (e indicare) gli anni:
-dalla data della fondazione di Roma (753 a. C.), con l’espressione ab Urbe condita, “dalla fondazione di Roma;
-indicando i consoli in carica quell’anno, indicati in ablativo e senza segno di interpunzione tra i due nomi;
-riferendosi alla nascita di Cristo: ante Christum natum (a. Ch. n.) e post Christum natum (p. Ch. n.)
Verbi deponenti*
Questi verbi presentano forma passiva ma significato attivo o, raramente, riflessivo. Ad esempio hortor, hortaris, hortatus sum, hortari significa “esortare”. Anche questi verbi possono essere transitivi o intransitivi e hanno quattro coniugazioni.
Coniugazione |
Infinito presente |
Verbo |
Traduzione |
I |
-ari |
hortari |
esortare |
II |
-eri |
veneri |
temere |
III |
-i |
sequi |
seguire |
IV |
-iri |
largiri |
donare |
Particolarità dei verbi deponenti
-escono in –ior anche alcuni verbi deponenti della III coniugazione (essi hanno l’infinito presente in –i invece che in –iri)
Gradior, graderis, gressus sum, gradi |
Camminare |
Ingredior |
Entrare |
Aggredior |
Aggredire |
Morior, moreris, mortuus sum, mori |
Morire |
Patior, pateris, passus sum, pati |
Soffrire, permettere |
-di regola nei deponenti il participio perfetto ha valore attivo, equivalente a un gerundio composto:
Hortatus, a, um |
Avendo esortato |
Veritus, a, um |
Avendo temuto |
Secutus, a, um |
Avendo inseguito |
Largitus, a, um |
Avendo donato |
Il participio perfetto di alcuni deponenti presente valore attivo o passivo a seconda del contesto.
Adeptus (da adipiscor) |
“che ha ottenuto”, “avendo ottenuto”, oppure “che è stato ottenuto”, “essendo stato ottenuto” |
Comitatus (da comitor) |
“che ha accompagnato”, “avendo accompagnato” oppure “che è stato accompagnato”, “essendo stato accompagnato” |
Meditatus (da meditor) |
“che ha meditato”, “avendo meditato”, oppure “che è stato meditato”, “essendo stato meditato” |
Populatus (da populor) |
“che ha devastato”, “avendo devastato”, oppure “che è stato devastato”, “essendo stato devastato”. |
-in alcuni deponenti il participio perfetto può avere anche valore di presente.
Arbitratus (da arbitror) |
“avendo ritenuto” oppure “ritenendo” |
Ratus (da reor) |
“avendo pensato” oppure “pensando” |
Usus (da utor) |
“avendo usato” oppure “usando” |
Veritus (da vereor) |
“avendo temuto” oppure “temendo” |
-i verbi deponenti hanno forma attiva in quelle forme della coniugazione che possono essere solo attive, vale a dire:
a) nel participio presente: es. hortans, hortantis, “che esorta”; verens, verentis, “che teme” ecc.
b) nel participio futuro: hornaturus, a, um, che esorterà; veriturus, a, um, “che temerà” ecc.
c) nel supino attivo, in –um: hornatum, “a esortare”, veritum, “a temere” ecc.
d) nel gerundio: hortandi, portando, ecc. “di/a esortare” ecc., verendi, verendo, “di/a temere” ecc.
-l’infinito futuro nei deponenti ha forma e significato attivi: hortatum esse, veritum esse ecc.
-i verbi deponenti hanno invece significato passivo nelle forme del gerundivo (hortandus, a, um, “da esortare”, verendus, a, um “da temere” ecc.) e del supino passivo, in –u: hortatu, “a essere esortato”, verità, “a essere temuto” ecc.
Verbi semideponenti*
Questi verbi presentano regolare coniugazione attiva nei temi derivati dal presente e regolare passiva (con significato attivo) nei tempi derivati dal perfetto.
Audeo, es, ausus sum, audere |
osare |
Gaudeo, es, gavisus sum, gaudere |
Godere, gioire |
Soleo, es, solitus sum, solere |
Solere (solitus sum=fui/sono solito) |
Fido, is, fisus sum, fidere |
Fidarsi (1) |
Confido, is, confisus sum, confidere |
Confidere (1) |
Diffido, is, diffisus sum, diffidere |
Diffidare (2) |
Fio, fis, factus sum, fieri |
Essere fatto, divenire, accadere (3) |
-Alcuni participi perfetti di verbi semideponenti possono avere valore di presente
Fisus |
“essendosi fidato” oppure “fidandosi” |
Confisus |
“avendo confidato” oppure “confidando” |
Diffisus |
“avendo diffidato”oppure “diffidando” |
*le tabelle in seguito riportate, presentano soltanto degli esempi.
(1) fido e confido reggono di regola il dativo della persona e l’ablativo della cosa.
(2) regge di regola il dativo della persona o della cosa.
(3) Questo verbo particolare, usato anche come passivo di facio, si ricordi: certior fio de aliqua re (sono informato di qualcosa), fit ut (“accade che”, introduce una completava al congiuntivo).
Latino
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