Catullo Gaio Valerio

 

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  • Catullo Gaio Valerio.

     

    (Verona 87 ca. - Sirmione 54 a.C.). Poeta latino, il principale esponente della scuola neoterica. La vita di C. ci è nota soprattutto attraverso gli accenni autobiografici contenuti nei suoi componimenti. Appartenne a famiglia abbastanza agiata ed in buona posizione sociale. Poco dopo il 70 si trasferì a Roma, dove si legò di vivissima amicizia con Furio Bibaculo e Licinio Calvo, oltre che con altri esponenti della scuola neoterica. Ostentò sempre una fiera indifferenza nei riguardi della politica militante, anche se, quando gli si presentava l'occasione, non si asteneva dal manifestare le sue scarse simpatie per Pompeo e Cesare, di cui colpì con aspri epigrammi il favorito, Mamurra, praefectus fabrorum, cioè capo del genio militare; ma Cesare gli perdonò sempre. La determinante fondamentale di tutte le vicende romane di C. va senz'altro identificata in Lesbia la donna che egli amò di un amore bruciante, sorella del tribuno Clodio, il nemico di Cicerone. Non appare improbabile che C. abbia conosciuto Lesbia già nel 62, a Verona, dove ella potrebbe essersi recata con il marito, che era appunto governatore della Gallia Cisalpina. La scelta dello pseudonimo (il suo vero nome era Clodia) potrebbe essere giustificata dall'abitudine, diffusa fra i poeti latini, almeno a quanto afferma Apuleio, di sostituire il nome della donna amata con un altro che avesse però lo stesso numero di lettere, ma non è escluso che C. abbia voluto attraverso quel nome esprimere il suo giudizio sulla raffinatissima eleganza e grazia di Clodia, che la rendevano ai suoi occhi paragonabile alle fanciulle della scuola di Saffo. Soltanto i primi tempi di questo amore furono felici per C., poiché Lesbia, che non aveva conosciuto la fedeltà nei riguardi dello sposo, non seppe o non volle imparare la fedeltà nei riguardi dell'amante che pure sinceramente l'amava. Quando C. colpito dalla morte del fratello, morto in giovane età durante un viaggio nella Troade, si ritirò a Verona, Lesbia a Roma si abbandonò all'amore di Marco Celio Rufo. C. allora decise, nel 57, di partire per la Bitinia, al seguito del propretore C. Memmio. Nel 56 C. tornò a Roma, guarito dall'amore, divenuto ormai torbida passione, che l'aveva legato a Lesbia. Vani riuscìrono i tentativi che ella fece tramite Furio e Aurelio di riconquistare il cuore del poeta, che l'aveva troppo amata ma nello stesso tempo aveva troppo sofferto per avere la capacità di lasciarsi tormentare ancora.

                Di C. è a noi pervenuta una raccolta intitolata Catulli Veronensis liber o carmina, dedicata a Cornelio Nepote e costituita di 116 componimenti. Si tratta di un canzoniere d'un’intimità tutta moderna, nel quale ai ricordi «dotti» continuamente riecheggiati secondo il gusto alessandrino si alternano elementi autobiografici. In questo senso con C. si ha l'elegia romana, tendente rispetto a quella greca ad un maggiore verismo.

 

GAIO VALERIO CATULLO

 

Catullo nasce nel 87/84 a.C. a Verona. Era di famiglia nobile ,come si puo`capire dal fatto che Cesare fu spesso suo ospite durante il proconsolato nelle Gallie. Essendo di carattere benestante si dovette recare a Roma dove si dedico`allo studio della poesia, frequentando le cerchie aristocratiche e la vita mondana. A Roma Catullo conobbe personaggi di notevole prestigio, come Quinto Ortensio Ortalo,  uomo politico e oratore , o Cornelio Nepote. I legami più stretti furono stretti con un gruppo di poeti che furono poi definiti da Cicerone come "poeti novi"con intenti dispregiativi. Sempre a Roma Catullo conobbe la donna che spesso canta nelle sue composizioni, sotto il nome di Lesbia. Il vero nome della donna era Clodia, identificabile con la sorella del tribuno Clodio. la storia fra il poeta e Lesbia è molto travagliata e difficile, nelle sue poesie abbiamo diversi accenni allo stato d'animo del poeta  nei confronti di lei, a volte di affetto e amore, a volte di ira per i tradimenti di lei: tutto fino all'addio finale. Nonostante vivesse in un'epoca di grandi cambiamenti politici, Catullo nelle sue opere dimostra una grande indifferenza per le situazioni e per gli uomini più in vista, quali Cesare e Cicerone. Questa stessa indiffrenza la ritroviamo in molti dei poeti novi. L'attenzione di questo autore era tutto per le piccole azioni e piaceri quotidiani. La morte lo colse nel 54, molto giovane.

 

CATULLO

 

 

Catullo, poeta latino vissuto probabilmente tra l'84 e il 54 a.C., scrisse numerose poesie di cui, almeno 116, vennero raccolte in un "Liber", che egli decise di pubblicare per riunire le sue produzioni. In questa collezione, non disposta per ordine cronologico, notiamo che si possono individuare tre parti principali:

_ I carmi 1-60, scritti in metri vari (molti endecasillabi faleci, trimetri giambici, coliambi, metri lirici, ...);

_ I carmi 61-68, con componimenti più estesi dei precedenti ("Carmina docta") scritti in metri diversi;

_ I carmi 69-116, scritti in distici elagici, dei quali la maggioranza sono epigrammi, alcuni di carattere satirico.

Lo stile catulliano può essere considerato come una fusione tra linguaggio familiare e linguaggio letterario più alto. Questo è individuabile nel fatto che, nei testi, si possono trovare sia parole di origine parlata e volgare (nugae, bellus, basium, cinaedus, pedicare, irrumare) sia parole di genere opposto, perfino contenenti dei grecismi (mnemòsynum, zona, phaselus, caelites, dii).

Numerose sono le figure retoriche che caratterizzano le poesie: chiasmi, antitesi, allitterazioni, enjambement, ossimori, climax, metafore e similitudini, sono le più comuni.

Nei carmi compaiono anche un gran numero di diminutivi, usati a scopi diversi a seconda delle situazioni (per pietà, per disprezzo, per amore...), tutti miranti a rendere la piacevolezza di una conversazione tra amici, come anche i modi di dire che troviamo, invece, più raramente.

Nelle opere di Catullo ricorrono spesso particolari tematiche che ci permettono di capire alcune caratteristiche della sua personalità. Così, troviamo spesso riferimenti all'amore, all'amicizia (o anche all'inimicizia) e al viaggio, che ci forniscono quasi una scala dei valori del poeta.

Uno dei temi più ricorrenti e, quindi, probabilmente, più cari a Catullo, è quello dell'amicizia basata sull'affetto, sul divertimento e il gioco, e sulla solidarietà.

I carmi 9 e 13 sono interamente dedicati agli amici più cari al poeta: Veranio e Fabullo. Nel primo viene espressa la felicità, per un rincontro dopo una lunga lontananza di Veranio a causa di un suo viaggio in Spagna, tramite due "esagerazioni" (iperboli) poste in principio e fine della poesia. Con la prima egli pone Veranio come primo tra tutti i suoi amici, giustificando la sua felicità "Verani, omnibus e meis amicis

antistans mihi milibus trecentis",

mentre con la seconda si definisce come uomo più lieto tra tutti gli uomini

"O quantum est hominum beatiorum,

quid me laetius est beatiusve?".

Alla gioia del ritrovamento si unisce quella delle aspettative riguardanti i racconti dei viaggi e dei luoghi visitati, che mette in risalto la curiosità e il desiderio di conoscere, sia attraverso esperienza personale, sia tramite altri, di Catullo.

Il carme 13, diversamente, è uno scherzoso invito a cena all'amico Fabullo che pone come condizione il fatto che egli porti con se il cibo e una bella ragazza. Il poeta si dice disposto a dare solo un buon profumo della sua ragazza e, riguardo a questo, usa una particolare espressione scherzosa: "Appena lo annuserai pregherai gli dei che ti facciano tutto naso". Inoltre, anche se non possiamo esserne certi, l'affermazione relativa alla difficile situazione economica del poeta sarebbe falsa e mirata, assieme all'espressione detta in precedenza e ad altre frasi, a dare all'invito un'atmosfera scherzosa tipicamente presente nei gruppi di amici.

"[...]:nam tui Catulli

plenus sacculus est aranearum.".

Di tipo opposto è il carme 12, in cui Catullo esprime il suo disprezzo nei confronti di Asinio Marrucino, che avrebbe rubato un suo tovagliolo durante un pranzo. Per contrapposizione, quindi, vediamo che il poeta non nega assolutamente la scherzosità nel rapporto tra amici ma dà, ad essa, un limite ben preciso oltre il quale non si dovrebbe mai andare. Parlando al ladro, Catullo lo invita a seguire l'esempio del fratello Pollione che, non solo sarebbe disposto a dare i suoi averi per ripagare i suoi furti, ma è anche una persona di buon gusto e di spirito.

"[...] Crede Pollioni

fratri, qui tua furta vel talento

mutari velit: est enim leporum

dissertus puer ac facetiarum.".

In conclusione della poesia il poeta ribadisce il suo affetto per gli amici Fabullo e Veranio, che dal loro viaggio in Spagna hanno portato il fazzoletto che, proprio durante il pranzo, è stato rubato.

"Nam sudaria Saetaba ex Hibereis

miserunt mihi muneri Fabullus

et Veranius; haec amem nocesse est

ut Veraniolum meum et Fabullum.".

Un altro dei carmi analizzati, che tratta il tema dell'amicizia, è il cinquantesimo, in cui Catullo, dopo aver svolto una gara poetica con Licinio, chiede a lui di trovare un'altra occasione di confronto, tanto si è accresciuta la sua ammirazione per l'amico.

La poesia evidenzia l'importanza del dialogo e del divertimento nell'amicizia individuando, però, in essa, un lato negativo: la lontananza. Come, infatti, abbiamo visto nella poesia dedicata a Veranio e in quella in quella in cui è narrata la divisione del poeta dai compagni per il ritorno a casa dal viaggio in Asia (Carme 46), la separazione dagli amici è un momento molto doloroso, cui è legata una particolare ansia e un desiderio molto forte di rincontro.

"Atque illinc abii tuo lepore

incensus, Licini, facetiis que

ut nec me miserum cibus iuvaret,

nec somnus tegeret quiete ocellos,

sed toto indomitus furore lecto

versarer cupiens videre lucem,

ut tecum loquerer simulque ut essem.".

L'altro tema a cui Catullo tiene particolarmente, probabilmente, come abbiamo già detto, per la sua curiosità e la sua brama di sapere, è quello del viaggio. Abbiamo, infatti, già visto che questo compariva nel carme 9, in cui si parla di Veranio, relativamente al desiderio del poeta di udire i racconti dell'amico.

Nel carme 101, dedicato interamente al fratello prematuramente scomparso, il tema viene accennato nei primi versi, dimostrando lo spirito "avventuroso" dell'autore.

"Multas per gentes et multa per aequora vectus

advenio has miseras, frater, ad inferias,[...]".

Accenna a questo anche il carme 46, in cui Catullo si dice pronto a lasciare gli amici per tornare a casa seguendo una strada che lo porterà per le città e i campi dell'Asia, secondo il desiderio della sua anima impaziente e dei suoi piedi rinvigoriti dalle aspettative.

"Iam mens praetrepidans avet vagari,

iam laeti studio pedes vigescunt".

Legato al viaggio è, ovviamente, il riposo che lo segue, trattato principalmente nei carmi 4 e 31. Nel primo Catullo narra (attraverso una personificazione) la storia della barca che lo ha accompagnato in numerosi viaggi, mostrando come ella, ormai vecchia, si trovi adesso ferma e inoperante. Con questo egli vuole evidenziare il contrasto tra l'ansia di movimento tipica della giovinezza e la necessaria calma della vecchiaia, forse riferendosi anche a se stesso.

Nel carme trentunesimo, diversamente, il poeta, pur non negando il fascino e i piaceri ottenibili dal viaggio, ammette la gioia di un ritorno a casa dopo tutta la stanchezza e gli affanni che lo hanno preceduto. Questo lo porta perfino a dedicare l'intera poesia alla sua casa di Sirmione e alla calma e il riposo che essa rappresenta.

"[...] Vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos

liquisse campos et videre te in tuto.

O quid solutis est beatius curis,

Cum mens onus reponit, ac peregrino

Labore fessi venimus larem ad nostrum,

desideratoque acquiescimus lecto?".

I valori dell'amicizia e della conoscenza, acquisita attraverso lo spostamento fisico della persona, sono, quindi, tra i valori più importanti per il poeta latino ma, a questi si affianca sicuramente anche quello dell'amore, contrapposto alla morte che strappa via ogni cosa bella della vita.

 

Confronto tra il carme 51 di Catullo e la poesia di Saffo da cui è ripreso

 

Saffo (sec. VII-VI a.C.) fu una poetessa greca che, vissuta al centro di un tiaso di fanciulle, espresse all’interno delle sue composizioni sentimenti d’amore per alcune di queste. Dei suoi nove libri, ordinati e raccolti dai filologi alessandrini, sono rimasti solo un inno dedicato ad Afrodite e numerosi frammenti di cui uno, descrivente il turbamento d’amore, che Catullo ha tradotto e ripreso nel suo Carme 51.

SAFFO

CATULLO

Simile a un dio mi sembra quell’uomo

che siede davanti a te, e da vicino

ti ascolta mentre tu parli

con dolcezza

e con incanto sorridi. E questo

fa sobbalzare il mio cuore nel petto.

Se appena ti vedo, subito non posso

più parlare:

la lingua si spezza: un fuoco

leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie

mi rombano:

un sudore freddo mi pervade: un tremore

tutta mi scuote: sono più verde

dell’erba; e poco lontana mi sento

dall’essere morta.

Egli mi sembra essere pari a un dio,

egli, se è lecito, superare gli dei,

che sedendo di accanto a te

ti guarda e ti ascolta

ridere dolcemente; a me misero

vengono meno i sensi: perché appena,

Lesbia, ti vedo, non mi rimane più

alcuna voce.

Mi si lega la lingua, una leggera fiamma si spande nelle vene, un suono

sibila negli orecchi e i miei occhi

sono coperti dalla notte.

L’ozio, Catullo, ti molesta: troppo

nell’ozio immerso fantastichi.

L’ozio stesso ha rovinato re

e città fiorenti

 

L’ode contiene un “elenco” di tutte le sensazioni e i sentimenti che la gelosia e l’amore provocano in chi è costretto a vedere la donna amata con qualcuno di estraneo. Nella descrizione sono coinvolti tutti i sensi: la voce scompare, le orecchie rombano, la vista si annebbia, brividi percorrono il corpo…. E’ molto particolare il fatto che non vi sia alcuna indicazione di odio dovuto all’invidia ma, anzi, colui che ha la fortuna di vedere e ascoltare da vicino la donna è ammirato e posto su di un “gradino più elevato”.

Dal confronto dei due componimenti vediamo che, nella sua poesia, Catullo si limita quasi esclusivamente a tradurre, e solo in parte a rielaborare, le prime tre strofe dell’ode di Saffo ma, inoltre, introduce una strofa di carattere gnomico, contenente una riflessione sull’ozio.

Analizzando dettagliatamente il carme notiamo che il poeta ha ripreso alcuni elementi ricorrenti in altre sue opere. Già nella prima strofa, infatti, egli utilizza un’iperbole (verso 2), probabilmente per accentuare il sentimento di profonda invidia (o forse pesino di ammirazione) nei confronti di chi si trova con la donna da lui amata, attraverso un paragone con le divinità. Questa figura retorica è una delle più sfruttate da Catullo, che la inserisce nei suoi carmi, sia con valore numerico, sia qualitativo (Ad esempio nel carme 70 pone in paragone se stesso e Giove, il più potente degli dei).

Un’altra forma stilistica Catulliana qui ripresa consiste nella chiara esplicazione dell’interlocutore. Mentre, infatti, la poesia di Saffo è evidentemente dedicata ad una donna di cui, però, non possiamo ricavare alcun elemento descrittivo, quella del poeta romano contiene anche i nomi dei “destinatari”: Lesbia (verso 7), a cui sono dedicate le prime tre strofe, e Catullo (verso 13), che si rivolge a se stesso nell’ultima parte del componimento.

Un’ultima aggiunta che possiamo segnalare consiste nell’aggettivo “misero” del 5 verso che crea una contrapposizione tra l’”osservatore”-Catullo, che deve limitarsi a guardare da lontano, e l’uomo beato che può parlare alla donna e ammirarla da vicino.

L’ultima strofe catulliana differisce completamente da quella saffica, che prosegue con l’elencazione delle sensazioni, in quanto presenta una riflessione del poeta su se stesso, che non contiene alcun legame con i versi precedenti. Infatti, egli si auto-incita a non lasciarsi sopraffare dal desiderio e dalla gioia dell’ozio, fortemente evidenziato attraverso un’anafora e una sua personificazione, e individuato come elemento negativo negli ultimi due versi, in cui è riconosciuto come la causa della caduta di grandi regni e potenti città.

Dal punto di vista della metrica Catullo riprende la strofe Saffica ( così chiamata appunto perché usata da Saffo nella maggior parte delle sue opere) che risulta composta da tre endecasillabi e un adonio.

 

 

 

Alcune notizie sull’autore

Catullo (Verona 84 ca. a.C. - Roma 54 ca. a.C.)

Nato in una famiglia molto facoltosa della Gallia cisalpina, si trasferì molto giovane a Roma, dove frequentò l'alta società e si innamorò di una donna da lui cantata sotto lo pseudonimo di Lesbia, cui è dedicata gran parte dei suoi carmi. Si trattava quasi sicuramente di Clodia, sorella di Publio Clodio Pulcro, aspro avversario politico di Cicerone. Nel 57-56 a.C., al seguito del propretore Gaio Memmio si recò in Asia Minore, dove visitò la tomba del fratello, per tornare ancora a Roma dopo un breve soggiorno nella villa familiare di Sirmione.

Il liber catulliano

Le 116 poesie del suo Liber (giunto a noi certamente incompleto) sono divise in tre gruppi secondo criteri sostanzialmente metrici: il primo gruppo è costituito da sessanta brevi liriche in metri vari, le cosiddette nugae ("cose da nulla"), di carattere lirico, amoroso o satirico; al centro si trovano gli otto componimenti più lunghi ed elaborati, i cosiddetti carmina docta ("carmi dotti"), tra cui spiccano quello ispirato al mito di Attis (carme 63), quello che canta l'amore di Peleo e Teti (carme 64) e la traduzione della Chioma di Berenice di Callimaco (carme 66); il terzo gruppo è costituito da epigrammi di argomento vario in distici elegiaci. L'amore per Lesbia fu l'esperienza dominante della vita e della vicenda poetica di Catullo, che lo visse con un'intensa consapevolezza tra felicità, tempestose rotture, delusione, ritorni. Ma i suoi versi esprimono anche il caldo affetto per gli amici, il dolore per la morte del fratello, entusiasmi e sdegni per situazioni e persone. L'epiteto doctus, attribuito a Catullo dai suoi successori, attesta la sua piena adesione agli ideali della poesia alessandrina, ideali condivisi da tutto il gruppo dei cosiddetti "neóteroi", o "poeti nuovi", di cui faceva parte. Il carme 95, un elogio della Zmyrna dell'amico Gaio Elvio Cinna, è considerato il manifesto della poesia di quel gruppo, che puntava su valori estetici ed etici nuovi in esibita opposizione al gusto corrente.

Catullo rifiuta una poesia storico-politica, celebrativa, nelle forme retoriche e solenni fissate da Ennio e dai suoi epigoni, e punta invece a una poesia breve, elegante, oggetto di assidue cure stilistiche, allusiva e insieme comunicativa, tenuta su un registro insieme dotto e discorsivo, in forme essenziali e leggere. Accanto a ciò, Catullo, coi "neóteroi", rivendica uno spazio alle ragioni e ai bisogni dell'individuo, che non vanno sacrificati a quelli della collettività. Il disimpegno politico di Catullo è una scelta per vivere intensamente le vicende personali, ma non implica sordità di fronte al cattivo gusto e alla rozza e immorale prepotenza dei potenti. Nel trasmettere la sua pienezza affettiva, Catullo creò un nuovo linguaggio dell'eros, che avrebbe lasciato il segno nei grandi poeti dell'età augustea, conservando però un'identità assoluta.

 

Carme XCIII           A Cesare

 

1      Nil nimium studio, Caesar,

        tibi velle placere

3      nec scire utrum

        sis albus an ater homo

 

 

Non è che io mi dia troppo pensiero,o Cesare,

di volere entrare nelle tue grazie

né voglio sapere di che colore sei,

se bianco o nero

albus:bianco

utrum: uno tra due

velle: infinito di volo

 

Questa poesia fa parte del terzo gruppo delle poesie di Catullo. Essenzialmente è un poeta lirico, ed ha un punto di vista particolare, cioè un atteggiamento di critica verso tutti coloro che sono visti come intriganti.

Verso Cesare, Catullo ha un pensiero moralista, soprattutto contro i suoi seguaci, che non ritiene degni di lui. Nonostante le sue poesie, tra i due non c’è attrito, visto che Cesare continuò a fermarsi a casa del padre di Catullo.

Nella poesia è evidente una completa indifferenza nei confronti di Cesare, di cui non gli interessa neanche sapere di che colore è.

 

CATULLO

 

Catullo visse alla fine della Repubblica e fu il primo a portare a Roma il nuovo genere del COMPONIMENTO LIRICO.

Catullo è il primo personaggio che attraverso le sue scelte esalta l’OTIUM a favore del NEGOTIUM. (continuano a farsi sentire le conseguenze del circolo Scipionico, del 170 a.C)

 

NEGOTIUM: insieme delle attività politiche, inteso come impegno politico e quindi come cursus honorum.

OTIUM:attività che un uomo svolge per suo interesse personale, completamente staccato dal negotium. Comprende valori che sono al di fuori della vita politica.

 

Catullo porta a termine l’esaltazione del processo di elevazione dell’ humanitas

 

I primi che affermano l’ideale dell’humanitas sono Terenzio (nella Commedia) ma soprattutto Lucillio, colui che a livello politico fa la scelta più rivoluzionaria rompendo il cursus honorum e ripudiando la politica a favore della poesia.

 

Il periodo in cui vive Catullo (la fine della Repubblica) è molto critico sia politicamente che socialmente poiché sono venuti meno anche i valori del mos maiorum, che avevano reso grande Roma.

 

Dal punto di vista culturale è un periodo di grande fioritura, carico di elementi innovativi, il più importante dei quali è l’influsso greco che porta alla affermazione sempre maggiore della poesia greca, detta alessandrina.

Catullo fa della poesia la motivazione della sua vita. Ma per comprendere appieno Catullo è necessario inserirlo nel contesto del suo periodo.

 

Catullo è il massimo esponente dei NEOTEROI (termine dispregiativo, coniato da Cicerone, che li considerava disimpegnati rispetto alla vita politica), o POETI NUOVI.

I neoteroi sono importanti perché per primi rompono la tradizione, privilegiando la tematica amorosa e manifestando chiaramente come l’amore sia importante nella vita dell’uomo.

Usano uno stile piuttosto ricercato.

 

Catullo nasce a Verona da una famiglia agiata. Notizie sulla sua vita ci vengono dalla sua stessa opera, ma abbiamo anche testimonianze di san Gerolamo.

La vita breve e intensa di Catullo si esaurì nell’arco di un trentennio.

Si allontana dalla vita politica (non fa nessun cursus honorum) ed in alcuni suoi componimenti politici mette in luce la corruzione dei politici..

Dedica al sua vita a una profonda vicenda d’amore.

 

La questione sulla data di nascita e di morte risulta complessa:secondo la testimonianza di san Gerolamo Catullo sarebbe nato nell’87 e morto nel 57; secondo alcuni accenni dei suoi stessi carmi si ritiene che fosse vivo nel 54, quindi è parso opportuno,spostare al data di morte al 54 e quella di nascita all’84; per alcuni studiosi contemporanei un  sostegno alla tesi che Catullo sia nato nell’82 e morto nel 52 viene dal rapporto tra la sua morte e quella di Lucrezio, che va riportata al 51.

 

Riceve una buona educazione e si inserisce facilmente nella vita elegante di Roma, dove ebbe l’appoggio e la stima di illustri personaggi politici e letterari, come Memmio e Ortensio Ortalo e lo storico Cornelio Nipote, cui dedicò il Lepidus libellus.Non rimase indifferente agli avvenimenti plitici di quegli anni e ai loro protagonisti (Cesare, Pompeo, Cicerone,…) che spesso colpì con pungenti epigrammi.

In questo mondo incontra una donna che gli cambia la vita: la chiama con uno pseudonimo Lesbia, in onore alla poetessa Saffo. In realtà si chiamava Clodia, sorella di Clodio e moglie di Metello Celere. Il loro amore fu adultero.

Di Lesbia abbiamo una testimonianza di Cicerone: nella Pro Caelio c’è anche una dettagliata descrizione di Clodia. Lesbia fu colta, affascinante, spregiudicata; ci è presentata da Cicerone come un modello di perfidia, dissolutezza, spudorata corruzione. Lesbia rappresentava un modello di donna ben diversa da quello tradizionale di matrona romana; e certamente ferì l’animo nobile del poeta. Le alterne vicende di questa storia d’amore rivivono nel Liber.

 

Vive quasi sempre a Roma. Solo alla fine della sua vita, per risollevare le sue finanze e dimenticare Lesbia fa un viaggio in Bitinia, Asia Minore, dove inaspettatamente trova la tomba del fratello morto giovane suicida.

Dopo il ritorno a Roma e la rottura definitiva con Lesbia Catullo si logorò in una condizione di infelicità che lo minò fisicamente.

Un’ombra di mistero avvolge la sua morte avvenuta fra il 54 e il 52 a.C. 

 

 

 

Tutti i suoi componimenti sono stati raccolti postumi nel Liber e ordinati dal poeta stesso, o più probabilmente da altri, secondo un criterio non del tutto chiaro, ma essenzialmente basato sui metri usati.  

Il Liber è diviso in tre parti:

      La prima (1-60) dedicata a Nepote, va sotto il nome di NUGAE, bagattelle, cose di poco conto; raccoglie componimenti brevi di metro vario (polimetri). Affronta temi di vario genere relativi alla sua vita quotidiana, la maggior parte dedicata a Lesbia.

      La seconda (61-68) va sotto il nome di CARMINA DOCTA. Sono 8 componimenti più lunghi, secondo il gusto della poesia alessandrina: EPITALAMI, componimenti scritti in occasione di nozze e POEMETTI MITOLOGICI., che hanno stile elevato, sostenuto.

      La terza (69-116) va sotto il nome di CARMINA MINORA, sono 48 componimenti brevi in DISTICO ELEGIACO, che hanno tema amoroso (EPIGRAMMI).

 

Studi moderni hanno tentato di individuare la tecnica usata per ordinare i carmi, o almeno, di ricostruire la successione cronologica, ma continuano a permanere incertezze sulla datazione dei singoli componimenti.

 

 

CATULLO

 

 

CARME I

 

Endecasillabi faleci

 

A chi dovrò donare questo nuovo libretto elegante, or ora levigato con secca pomice? A te, o Cornelio: infatti tu eri solito ritenere che le mie “nugae” valessero qualcosa, sin da quando osasti, solo tra gli Italici, sviluppare tutta la storia in tre libri dotti, per Giove, e faticosi. Perciò ricevi questo libretto, per piccolo che sia e di qualunque tipo sia, l quale, o Musa, possa rimanere duraturo per più di una generazione.

 

 

CARME II

 

O passero, delizia della mia fanciulla, con il quale è solita scherzare, che suole tenere in grembo, a cui porge la punta del dito mentre le si avventa contro e di cui suole provocare le acute beccate, quando al mio fulgido desiderio piace praticare un non so quale gioco e trovare conforto al suo dolore, credo, affinché allora si pachi il pesante ardore: o se potessi giocare con te come fa la padrona e alleviare i tristi affanni dell’anima!

 

 

CARME III

 

Piangete, o Veneri e Amorini, e quanti uomini esistono di animo gentile. È morto il passero della mia fanciulla, il passero, delizia della mia fanciulla. Che ella amava più dei suoi stessi occhi: infatti era più dolce del miele e riconosceva la sua padrona tanto bene quanto una fanciulla la madre, e non si allontanava mai dal suo grembo ma, saltellando ora qua ora là, pigolava soltanto verso la sua padrona. Ora egli se ne va per un cammino tenebroso, là dove – si dice – nessuno può tornare. Siate maledette, o malvagie tenebre dell’Orco, che divorate tutte le cose belle; infatti mi avete portato via un così bel passero. O azione malvagia! O misero passero! Per colpa tua gli occhi della mia fanciulla sono rossi, gonfi per il pianto.

 

 

CARME V

 

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci e consideriamo pari ad un solo asse tutte le maldicenze dei vecchi troppo severi. I soli possono tramontare e ritornare: noi, quando termina la breve vita, dobbiamo soltanto dormire una notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi altri mille e ancora cento, poi, senza interruzione altri mille, poi cento. Infine, quando ce ne saremo scambiati molte migliaia, non li conteremo più, affinché ne ignoriamo il numero, o nessun malvagio possa essere invidioso sapendo esservi tanti baci.

 

 

 

 

 

 

CARME VIII

 

Misero Catullo, cessa di fare pazzie e ciò che vedi perduto, consideralo perduto.

Splendettero per te, un tempo, giorni radiosi, quando eri solito andare dove ti conduceva la fanciulla amata da noi quanto nessun’altra sarà amata.

Allora avvenivano molti giochi d’amore, che tu volevi e che la fanciulla non disdegnava.

Veramente splendettero per te candidi giorni, ma ora lei non vuole più; anche tu, dal momento che non puoi farci niente, smetti di volere e non continuare ad inseguire lei che fugge e non vivere miseramente, ma con animo saldo sopporta, resisti. Addio fanciulla. Ormai Catullo resiste e non ti cercherà più né ti chiamerà se tu non vuoi: ma tu starai male quando non sarai più cercata. Guai a te, sciagurata, quale vita ti resta! Ora chi verrà da te? A chi sembrerai bella? Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sia l’amante? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?

Ma tu Catullo, fortemente resisti.  

 

 

 

CARME IX

 

O Veranio, tu che superi tutti i miei trecentomila amici, sei dunque tornato a casa, ai tuoi Penati, ai tuoi fratelli concordi e alla tua vecchia madre? Sì, sei proprio giunto. O felice notizia per me! Ti rivedrò sano e salvo e ti ascolterò raccontare i luoghi, i fatti, le genti degli Iberi, com è tuo costume, e, stringendoti al collo, coprirò di baci il tuo caro viso e i tuoi occhi. O tra quanti uomini esistono alquanto felici, chi è più lieto e beato di me?

 

 

CARME XI

 

Furio ed Aurelio, che siete disposti ad accompagnare Catullo sia che intenda addentrarsi sino all’estrema India, dove il lido è battuto dall’onda Eoa che risuona lontano, sia che voglia andare presso gli Ircani e gli effeminati Arabi, o presso gli Sciiti e i Parti armati di frecce, oppure fino alle acque che intorbida il Nilo dalle sette foci, sia che abbia intenzione di superare le alte Alpi, per vedere le testimonianze del grande Cesare, del gallico Reno, e gli orribili lontani Britanni, e che siete disposti ad affrontare con Catullo tutte quelle esperienze che la volontà degli dei vorrà riservare, annunciate alla mia fanciulla poche amare parole.

Viva e stia bene con i suoi amanti che tiene avvinghiati a sé contemporaneamente in più di trecento, senza amarne in verità nessuno, ma sfianca continuamente i fianchi di tutti, né si volti indietro a guardare come prima il mio amore che, per colpa sua, è caduto come un fiore all’estremità del prato dopo che è stato falciato dall’aratro che passa oltre.

 

 

 

CARME XII

 

O Asinio Marrucino, tu ti servi in modo non bello della tua mano sinistra negli scherzi e nel banchetto: rubi i fazzoletti  chi è distratto. Credi che ciò sia divertente? Ti sbagli, o stolto. È una cosa alquanto sconveniente e senza garbo. Non mi credi? Credi a tuo fratello Pollione che sarebbe disposto a scambiare persino con un talento i tuoi furti: infatti è un ragazzo esperto di scherzi e arguzie. Perciò, o aspettati trecento endecasillabi oppure ridammi il mio fazzoletto che non mi sta a cuore per il suo valore, ma perché è un ricordo di un amico. Infatti Fabullo e Veranio mi hanno mandato in dono fazzoletti di Setabi dalla Spagna: perciò è necessario che io ami questi fazzoletti come amo il mio Veraniolo e il mio Fabullo.

 

 

CARME XIII

 

Cenerai bene, presso di me, o mio Fabullo, tra pochi giorni, se gli dei te lo concedono, se porterai con te una buona e abbondante cena, non senza una bella fanciulla e del vino e arguzie e ogni tipo di risate. Te lo ripeto, cenerai bene, mio caro, se porterai queste cose: infatti la borsa del tuo Catullo è piena di ragnatele. Ma, in cambio, riceverai schietto affetto e, se c’è, qualcosa di più soave ed elegante: infatti ti darò un profumo che Venere e gli Amorini regalarono alla mia fanciulla, il quale profumo quando annuserai, pregherai gli dei, o Fabullo, che ti facciano tutto naso!

 

 

 

 

CARME LI

 

Mi sembra simile agli dei, mi sembra – se è lecito – superiore agli dei colui che, sedendoti di fronte, continuamente ti contempla e ti ascolta mentre ridi, cosa che a me, misero, strappa tutti i sensi: infatti, appena ti scorgo, o Lesbia, non mi rimane più voce in gola, ma la lingua mi si intorpidisce, una sottile fiamma mi scorre sotto le membra e le orecchie ronzano d’un rumore interno, gli occhi si coprono di una duplice notte.

L’ozio, o Catullo, ti è molesto, a causa dell’ozio ti esalti e troppo gesticoli, l’ozio ha mandato in rovina re e prospere città prima di te.

 

 

CARME LXXII

 

Un tempo dicevi di amare solo Catullo, o Lesbia, e di non voler tenere tra le tue braccia, al mio posto, neppure Giove. Allora io ti ho amato non solo come la gente normale ama una amante, ma come un padre ama i figli e i generi.

Ora ti ho conosciuto: perciò, anche se ardo con maggior passione, molto più sei per me vile e spregevole. Mi chiedi come è possibile? Una tale ingiuria costringe chi ama ad amare di più, ma a voler bene di meno.

 

 

CARME LXXIII

 

Se esiste una qualche gioia per l’uomo che ricorda le buone azioni compiute, quando pensa di essere pio, di non aver violato la sacra fides, di non essersi servito in nessun patto della potenza degli dei per ingannare gli uomini, molte gioie rimangono a tua disposizione, o  Catullo, per tutta la tua vita, dopo questo amore non ricambiato. Infatti tutte le cose buone che gli uomini possono o dire o fare a qualcuno, tu le hai fatte o dette; ma tutte sono andate perdute, affidate ad un cuore ingrato. Perciò, perché dovresti continuare a lamentarti? Perché non stai saldo nell’animo e ti ritiri da questo amore e la smetti di essere misero, quando anche gli dei non lo vogliono?

È difficile deporre improvvisamente un lungo amore: è difficile, ma devi farlo in qualunque modo. Questa è l’unica via di salvezza, questo devi cercare di ottenere: fallo sia che sia possibile, sia che non lo sia.

O dei, se tocca voi avere compassione, o se avete mai recato aiuto a qualcuno anche nel momento estremo della morte, guardate me misero e, se ho vissuto in modo puro, strappate da me questo morbo e questa rovina che, insinuandosi come un torpore nella profondità delle fibre, ha cacciato via la letizia da ogni angolo del cuore. Ormai io non chiedo più che ella contraccambi il mio amore, oppure, cosa impossibile, che sia pudica: io stesso voglio star bene e deporre questo funesto morbo.

O dei concedetemi questo in cambio della mia pietà.  

 

 

CARME LXXXV

 

Odio e amo. Tu mi chiedi forse come io faccia. Non lo so, ma sento che è così e ne sono straziato.

 

 

CARME CI

Trasportato attraverso molti popoli e molti mari sono venuto, o fratello, per questi tristi riti funebri, per portarti l’estremo dono di morte e per parlare, invano, con il tuo cenere muto, dal momento che la sorte crudele ti ha portato via da me, proprio te che amavo così tanto, sventurato fratello strappatomi tanto ingiustamente.

Ora, tuttavia, ricevi queste offerte, tramandate secondo l’usanza dei padri, come dono per il sacrificio, offerte che grondano di molto pianto fraterno e, per sempre, o caro, addio.

 

 

 

 

 


Carme XXIX                 Il volgare Mamurra

 

Quis hoc potest videre, quis potest pati,

nisi impudicue et vorax et alteo,

Mamurram habere quod Comata Gallia

habebat uncti et ultima Britannia?

 

Cinaede Rotule, haec videbis et feres?

et ille nunc superbus et superfluens

peramblabit omnium cubilia

ut albulus columbus aut Cydonius ?

 

Cinaede Rotule, haec videbis et feres?

Es impudicus et vorax et aleo

Eone nomine, imperatore unice

fuisti un ultima occidentis insula

ut ista vestra mentula diffututa

duecentes cumesset aut trecenties?

 

Quid est alid sinistra liberalitas ?

Parum expatruvi an parum ellatus est ?

Paterna prima cancinata sunt bona,

seconda preda Pontica,inde terzia

Hiberia, quam scit amnis aurifer Tagus,

nunc Galliae timetur et Britanniae

Quid hunc malum foretis?

Aut quid hic potest

nis uncta devorare patrimonia?

Eone nominee urbis o potissime

Socer generque, perdidistis omnia?

 

 

Chi può soppostare la vista di ciò, chi può permetterlo, se non uno svergognato, un ingordo, un biscazziere, che Mamurra si impossessi di ciò che di ricco avevano la Gallia Chiomata e la lontanissima Britannia?

Oh, Romolo Cinedo, vedrai queste cose e le sopporterai?E quel borioso e straricco ora, passerà con noncuranza da un letto all’altro come un bianco colombo o un pederasta cretese?

Oh, Romolo Cinedo, vedrai queste cose e le sopporterai?Tu sei uno svergognato, un ingordo ed un biscazziere. Per questo motivo, unico e supremo comandante, sei stato nell’isola più lontana d’occidente, perché codesto vostro minchione sfinito si mangiasse 20 o 30 milioni di sesterzi?

Cosa è, se non una generosità da ladri?Ha forse dissipato o divorato poco?Per primi ha fatto fuori i beni paterni,poi il bottino della spedizione del Ponto, poi quello della spedizione in Spagna, che conosce il fiume Tago ricco d’oro; ora si teme per Gallia e Britannia. Perché vi scaldate in seno un simile furfante? O di cosa è capace costui se non di divorare i ricchi patrimoni?

Per questo titolo della città, o potentissimi signori, suocero e genero, avete mandato il mondo  a ferro e fuoco?

 

 

uncti: genitivo partitivo; di grasso, di ricco

Romolo: persone regali

ne: particella interrogativa

imperator unice: vocativo

mentula: metonimo rivolto a Mamurra

alid: forma poetica di aliud

elluor: inghiottire, divorare

Hiberia: si riferisce alla guerra condotta in Lusitania nel 60

Galliae, Britanniae: dativi di svantaggio, temere per …

Quid: avverbio interrogativo

alteo: contiene la radice di alea, dado; significa colui che gioca molto nelle bische

Comata Gallia: gallia chiomata, nome non ufficiale della Gallia transalpina, per i linghi capelli dei Galli.

 

 

Si tratta di un vero e proprio attacco contro Mamurra; Catullo scrive 8 carmi contro Mamurra, perché ha accumulato molte fortune in modo disonesto. Alla fine parla di mamurra come alleato di Cesare e Pompeo, nominandoli come parenti, quindi la poesia e precedente alla morte di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo. Mamurra veniva da una famiglia equestre, ed è vista come una persona avida di ricchezze e di potere.

Catullo dà tre termini volgari a coloro che si arricchiscono ingiustamente, ma che si possono anche attribuire a Cesare:

  • impudicus, riferito all’omosessualità di Cesare
  • vorax, non riferibile a Cesare ma serve a completare la triade
  • alteo, per il gioco dei dadi praticato da tutti

Cinedo, collegato a Romolo, è sempre riferito all’effeminatezza di Cesare.

Cesare era noto come persona generosa, ma nella poesia è nominata questa dote come un difetto (sinistra liberalitas), come una generosità da ladri.

 


Carme XLIX      A Cicerone

 

1    Disertissime Romuli nepotum,

      quot sunt quotque fuere, Marce Tulli,

3    quotque post aliis erunt in annis,

      gratias tibi maximas Catullus

5    agit pessimus omnium poeta,

      tanto pessimus omnium poeta

7   quanto tu optimum omnium patronus.

 

 

Oh Marco Tullio,il più facondo tra i nipoti di Romolo, di quanti sono, di quanti furono e di quanti saranno negli anni futuri,

di tutto cuore ti ringrazia Catullo,

il peggiore di tutti i poeti

di tutti i poeti tanto il peggiore

quanto tu sei il miglior avvocato di tutti.

 

Facondo : con arte oratoria, eloquente

pessimus, optimum, desertissime: superlativi

3^verso: frase iperbolica

patronus: avvocato di tutti

 

Questo carme può essere inteso in due modi:

 

  • Catullo parla seriamente a Cicerone  e lo ringrazia per qualcosa che gli ha fatto, forse per averlo difeso in un processo, o per avere criticato i costumi di Lesbia in un momento di litigio tra i due. Abbiamo quindi un rapporto lusinghiero tra Catullo e Cicerone.

 

  • Catullo ironizza su Cicerone, non apprezzando l’opinione che ha per Lesbia, probabilmente in un buon momento del rapporto. Inoltre Cicerone non ha rispetto per i poeti neoterici come Catullo, essendo più tradizionalista, e li ritiene personaggi di poco conto. I superlativi sono in questo caso usati in modo ironico, tentando una parodia dello stile oratorio di Cicerone. Catullo usa su sé stesso pessimus, che è molto offensivo e probabilmente è messo in tono ironico. Descrivendo Cicerone come un discendente di Romolo, anche se non era romano, vuole denigrarlo e ridurre il suo ruolo definendolo solamente un buon avvocato di tutti (patronus), quindi anche di coloro che possono essere colpevoli.

 

 

 

CATULLO

 

LETTERATURA LATINA

VIVAE VOCES

Vita

  1. A Verona (ce ne parla lui ® Sirmione). 84-53 a.c. a 30 anni, ma vita intensa.
  2. da Verona a Roma ® letterati del tempo.
  3. Viaggio in Bitinia nel 57 a.c. x vedere la tombe del fratello.

Caio Valerio Catullo ® Verona 84-55/53 a.C.(San Gerolamo ci dice ® 87 e 57 a.C., ma Catullo narra anche avvenimenti del 55-54) muore a  soli trenta anni.

  1. Nasce da una famiglia agiata.
  2. Educazione ® in gioventù nella nativa Verona o comunque nella Gallia Cisalpina (legato a questi luoghi e a Sirmione).
  3. Si trasferisce a Roma (20 anni) e  frequenta ambienti esclusivi. Amici:
    • oratori (Ortensio Ortalo).
    • poeti (Cinna e Calvo).
    • politici e letterati (Pollione, i Memmi, Cornelio Nepote Þ dedica carme 1 p.17-18)

Compie un viaggio insieme al protettore Caio Memmio in Bitinia (Asia Minore) per vedere la tomba del fratello morto nella Troade Þ p. 101, carme 101.

Clodia/Lesbia

Amore ® Clodia, seconda sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro, sposa (e poi vedova) di Metello Celere, dai costumi liberi, celebrata da Catullo nel Liber con il falsum nomen di Lesbia.(Þ p.54 ce ne parlano Cicerone, apuleio e Ovidio).

Clodia, (seconda sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro, sposa (e poi vedova) di Metello Celere) sotto il “falsum nomen” di Lesbia perché:

  1. donne di Lesbo = belle.
  2. relazione con L. come rel. Ideale ® si ricollega alla poetessa Saffo.
    • E’ 1 donna sposata (diversità dalla poesia greca: cortigiane).
    • Corrotta ® dei suoi costumi ne parla Cic. nel pro Caelio (difende 1 amante).

Catullo e la società repubblicana

 

Repubblica ® otium e negotium. Mondo in crisi (passaggio all’età augustea), ® figura in crisi dell’intellettuale. Cicerone ultimo otium e negotium (mos maiorum).

L’individuo non si riconosce + nellla dimensione del cicis (epicureismo = risp filosofica).

Da opera di Cat.vi sono elementi x ricostruire l’epoca, ma novità ® relega la vita civile, per l’otium. Fa poesia d’amore ® creazione di un linguaggio lirico rivoluzionario.

poeta lirico che parla di sé e dei suoi sentimenti, in modo complesso e spontaneo.

® Catullo e neoteroi = opposti alla repubblica. Accusati da Cic. di oscurità e troppo sapzio emotivo (a Roma poesia prima solo con Catulo (nugatoria), ma cmq non è importante res scbribere, se non x insegnare, ma res agere.

Modelli

 

  1. poeti ellenistici. Si raffrontano e li usano x mettere in discussione poesia arcaica latina.
  2. Callimaco per
    • brevità
    • raffinatezza
    • variatio in imitando
    • uso di + metri
    • poesia come erudizione

            Diversità ® donna sposata e non 

            cortigiana.

  1. arcaici: Saffo e Alceo; Meleagro e Filodemo.

 

 

 

“LIBER”

 

LETTERATURA LATINA

VIVAE VOCES

Struttura dell’opera

Distribuzione secondo il metro:

  1. brevi carmi di metro diverso e argomento leggero (1-60) → POLIMETRI
  2. Carmi + lunghi, esametro o distico elegiaco (61-68) → CARMINA DOCTA
  3. epigrammi in distici elegiaci (69-116)

No divisione tematica

→Ordinati non dall’autore, ma da un editore successivo (C. Nepote?)

 

I Temi

  • L’ AMORE → ¼ dei carmi per Lesbia (Þ p.64 parla delle sensazioni fisiche della passione) (“puella”). Non c’è 1 ordianamento secondo le successive fasi d’amore (sempre piene di alti e bassi).                       → topoi della poesia d’amore + aspetti innovativi →  relazione tormentata, singolarità del personaggio femminile.                 ↓

Lesbia = amante infedele (mentre lui segue il patto di fides, si lamenta Þ p.59), dai costumi liberi.                      

      ↓

      amore/odio x  L. → attratto, ma tradito.

      + alcuni carmi amorosi x Giovenzio.

  • L’ AMICIZIA → regola-base: fides, lui la rispetta i suoi comites spesso no. + reciprocità: gratia.
  • L’OFFESA E LO SCHERZO → xon i nemici: tono aggressivo. Gellio, Arrio…Ma nella prima parte aggressività = inventiva, nella seconda = si esaurisce in pochi versi.
  • LA LETTERATURA → polemica neoterica letteraria → contro Cic. ecc…. (x ostilità con l’ambiente letterario tradizionale).
  • I LUOGHI → piccolo gruppo di carmi sul viaggio in Bitinia.
  • L’AMORE ® x quanto ne critica i costumi Cat. Amò Lesbia ® rivoluzione poetica, con donna centralità della poesia (con o senza idealizzazione). ®Non c’è un ordinamento complessivo della successione.                                                      ↓

Amor si basea sul foedus (patto) di fides. Xchè aspira alla tranquillità del matrimonio.

Amore + profondo, in cui domina la pietas (lealtà). ↓ innovazioni introdotte in poesia da Cat.

  • L’AMICIZIA ® con Cat. Cessa d’essere subordinata alla vita politica, e diventa come l’amore fonte d’ispirazione per la politica.

 

                                     

Stile

• Metro → vari

• Lingua →

  • immediata e vivace
  • lessico ricco, e potenziato da suffissi (+ effetto delicato di suffissi).
  • Aggettivazione → selezionata x effetti patetici e di grazia.
  • Molte figure di suono.

• + livelli stilistici usati con disinvoltura, a seconda dei temi diversi.

 

 

 Carme II · Fascino dell'amata mentre si trastulla

 

 Passer, deliciae meae puellae,                                               O passero, gioia della mia fanciulla,

 quicum ludere, quem in sinu tenere,                                     con il quale è solita giocare, tenerlo in grembo,

 cui primum digitum dare adpetenti                                        offrire la punta del dito a lui che si protende

 et acris solet incitare morsus,                                e provocare i suoi pungenti morsi,

 cum desiderio meo nitenti                                                     quando al mio amore splendente

 carum nescioquid libet iocari                                piace fare per gioco qualche cosa di dilettevole

 et solaciolum sui doloris,                                                      come piccolo sollievo della sua pena,

 credo, ut tum gravis acquiescat ardor:                                   forse perché in quei momenti si plachi la sua ardente passione:

 tecum ludere sicut ipsa possem                                            potessi anch'io, proprio come lei, giocare

 et tristis animi levare curas!                                                  con te e alleviare i tristi affanni dell'anima!

 

 

 

 Carme III · Lesbia addolorata

 

 Lugete, o Veneres Cupidinesque,                                         Piangete, o Veneri e Amorini,

 et quantum est hominum venustiorum.                                 e quanto vi è di uomini gentili.

 Passer mortuus est meae puellae,                                          è morto il passero della mia donna,

 passer, deliciae meae puellae,                                               il passero, gioia della mia donna,

 quem plus illa oculis suis amabat:                                         che ella amava più dei suoi occhi:

 nam mellitus erat suamque norat                                           infatti era dolce come il miele e conosceva la sua padrona

 ipsam tam bene quam puella matrem,                                   così bene come una fanciulla conosce sua madre,

 nec sese a gremio illius movebat,                                          e non si allontanava dal suo grembo,

 sed circumsiliens modo huc modo illuc                                ma saltellando in giro ora di qua ora di là

 ad solam dominam usque pipiabat.                                       pigolava sempre soltanto verso la sua padrona.

 Qui nunc it per iter tenebricosum                                          Esso ora sta andando lungo un sentiero tenebroso,

 illuc, unde negant redire quemquam.                                    in quel luogo da dove tutti dicono che nessuno ritorna.

 At vobis male sit, malae tenebrae                                          Ma siate maledette, o maledette tenebre dell'Orco,

 Orci, quae omnia bella devoratis;                                          che divorate tutte le cose belle;

 tam bellum mihi passerem abstulistis.                                   Mi avete portato via un passero così grazioso.

 O factum male! o miselle passer!                                          O misfatto! o passero infelice!

 Tua nunc opera meae puellae                                Per causa tua ora i graziosi occhi della mia fanciulla

 flendo turgiduli rubent ocelli.                                                un po' gonfi sono arrossati per il pianto.

 

 

 

 Carme V · Il trionfo dell'amore

 

 Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,                                  Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,

 rumoresque senum severiorum                                            e non stimiamo un solo asse le

 omnes unius aestimemus assis.                                            critiche dei vecchi troppo brontoloni.

 Soles occidere et redire possunt:                                           Il sole può tramontare e ritornare:

 nobis cum semel occidit brevis lux,                                      non appena tramonterà la breve luce [vita]

 nox est perpetua una dormienda.                                          dovremo dormire un'unica notte senza fine.

 Da mi basia mille, deinde centum,                                        Dammi mille baci, e poi cento,

 dein mille altera, dein secunda centum,                 e poi altri mille, e poi altri cento,

 deinde usque altera mille, deinde centum.                             e poi continuamente altri mille, e poi cento.

 Dein, cum milia multa fecerimus,                                         Poi, quando ne avremo accumulate molte migliaia,

 conturbabimus illa, ne sciamus,                                            le rimescoleremo, per non saperne la somma,

 aut ne quis malus invidere possit,                                         o perché nessun maligno possa darci il malocchio,

 cum tantum sciat esse basiorum.                                           sapendo che ci sia una tale quantità di baci.

 

 

 

 Carme XXXI · Inno a Sirmione

 

 Paene insularum, Sirmio, insularumque                                  Sirmione, pupilla di tutte le isole e

 ocelle, quascumque in liquentibus stagnis                            penisole che nei limpidi laghi e

 marique vasto fert uterque Neptunus,                                   nel mare infinito regge Nettuno a oriente e occidente,

 quam te libenter quamque laetus inviso,                               che piacere e che gioia rivederti,

 vix mi ipse credens Thuniam atque Bithunos                       mi sembra un sogno aver lasciato la Tinia

 liquisse campos et videre te in tuto.                                      e la Bitinia e di rivederti, al sicuro.

 O quid solutis est beatius curis,                                            Cosa c'è di più bello che liberarsi dagli affanni,

 cum mens onus reponit, ac peregrino                                   quando la mente depone il suo carico, e stanchi per i travagli

 labore fessi venimus larem ad nostrum                                 in terra straniera torniamo al focolare di casa

 desideratoque acquiescimus lecto?                                        e ci riposiamo nel letto sognato.

 Hoc est, quod unum est pro laboribus tantis.                        E` questa la sola ricompensa per tante fatiche.

 Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude:                            Salve, bella Sirmione, gioisci:

 gaudete vosque, o Lydiae lacus undae:                                 e gioite voi pure, onde del lago lidio:

 ridete, quidquid est domi cachinnorum.                                ridete, voi, tutte quante risate siete in casa.

 

 

 

 Carme CI · Sul sepolcro del fratello

 

 Multas per gentes et multa per aequora vectus                      Dopo essermi trascinato attraverso molte terre e molti mari,

  advenio has miseras, frater, ad inferias,                               giungo, o fratello, a queste misere offerte funebri,

 ut te postremo donarem munere mortis                 per offrirti l'estremo dono di morte

  et mutam nequiquam alloquerer cinerem,                             e per parlare invano al tuo muto cenere,

 quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,                   dal momento che la sorte ti ha strappato a me,

  heu miser indigne frater adempte mihi.                                proprio te, povero fratello ingiustamente sottratto a me.

 Nunc tamen interea haec prisco quae more parentum           Ora comunque accogli queste offerte che, secondo l'antico costume

  tradita sunt tristi munere ad inferias,                                   dei padri, ti sono affidate in triste omaggio per il rito funebre,

 accipe fraterno multum manantia fletu,                 grondanti di molto pianto fraterno,

  atque in perpetuum, frater, ave atque vale.                           e per sempre, fratello, addio, addio.

 

 

 

 Carme XIII · Invito all'amico Fabullo

 

 Cenabis bene, mi Fabulle, apud me                                      Cenerai bene, o mio Fabullo, presso di me

 paucis, si tibi di favent, diebus,                                             tra pochi giorni, se gli dei ti son favorevoli,

 si tecum attuleris bonam atque magnam                               se con te porterai una buona e allettante

 cenam, non sine candida puella                                            cena, non senza una bella fanciulla,

 et vino et sale et omnibus cachinnis.                                     del vino, del sale e delle risate.

 Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,                            Cenerai bene, ripeto, o mio caro, se porterai

 cenabis bene; nam tui Catulli                                queste cose; infatti la borsa del tuo Catullo

 plenus sacculus est aranearum.                                             è piena di ragnatele.

 Sed contra accipies meros amores                                        Ma in cambio riceverai il mio amore sincero

 seu quid suavius elegantiusve est:                                        o quello che c'è di più soave ed elegante:

 nam unguentum dabo, quod meae puellae                            Infatti ti darò un unguento che Venere

 donarunt Veneres Cupidinesque,                                         e gli Amorini donarono alle mie donne,

 quod tu cum olfacies, deos rogabis,                                      che quando ne sentirai il profumo, pregherai gli dei,

 totum ut te faciant, Fabulle, nasum.                                      affinchè, o Fabullo, ti trasformino tutto in naso.

 

 

 

 Carme CIX · Sincera la promessa dell'amata?

 

 Iocundum, mea vita, mihi proponis amorem                        Tu mi prometti, o vita mia, che questo

  hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.                        nostro amore fra noi sarà felice e perpetuo.

 Di magni, facite ut vere promittere possint,                          O grande dèi, fate che possa promettere veramente,

  atque id sincere dicat et ex animo,                                       e che dica ciò sinceramente e che provenga dal cuore,

 ut liceat nobis tota perducere vita                                          così che ci sia concesso di protrarre per tutta la vita

  aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.                               questo sacro patto di eterno affetto.

 

 

 

 Carme LXXVI · Rinunzia definitiva a Lesbia

 

 Si qua recordanti benefacta priora voluptas                          Se qualche serenità può esserci per l'uomo che ricorda le buone

  est homini, cum se cogitat esse pium,                                  azioni del passato, in cui è convinto di essere stato pio

 nec sanctam violasse fidem, nec foedere in ullo                   e di non aver violato la sacra fedeltà, e di non aver mai in alcun patto

  divum ad fallendos numine abusum homines,                     abusato della potenza degli dei per ingannare gli uomini,

 multa parata manent in longa aetate, Catulle,                        molte gioie che ti sei guadagnate con questo tuo infelice amore ti

  ex hoc ingrato gaudia amore tibi.                                         aspettano, o Catullo, per quanto sia lunga la tua vita.

 Nam quaecumque homines bene cuiquam aut dicere possunt \ Infatti di tutte le cose che gli uomini possono dire o fare bene a

  aut facere, haec a te dictaque factaque sunt;                         qualcuno, queste cose da te sono state dette e fatte;

 omniaque ingratae perierunt credita menti.                           ma tutte queste cose affidate ad un animo ingrato sono andate perdute.

  Quare cur te iam amplius excrucies?                                   Allora perché ti tormenti ancora?

 quin tu animo offirmas atque istinc teque reducis Perché non ti rinsaldi nell'animo e non ti distacchi dal tuo male

  et dis invitis desinis esse miser?                                          e non cessi di essere infelice, visto che gli dei non vogliono?

 difficile est longum subito deponere amorem:                      è difficile deporre all'improvviso un lungo amore:

  difficile est, verum hoc qua lubet efficias.                           è difficile, ma devi farlo a ogni costo.

 Una salus haec est, hoc est tibi pervincendum:                     Questa è l'unica salvezza, devi raggiungere questo come vittoria:

  hoc facias, sive id non pote sive pote.                                 fa questo, ti sia o non ti sia possibile.

 O di, si vestrum est misereri, aut si quibus umquam            O dei, se l'aver misericordia è proprio di voi, o se mai portaste

  extremam iam ipsa in morte tulistis opem,                           qualcuno all'estremo soccorso proprio in punto di morte,

 ne miserum aspicite et, si vitam puriter egi,                          guardate me misero e, se ho condotto una vita incontaminata,

  eripite hanc pestem perniciemque mihi,                               sradicatemi questa peste rovinosa,

 quae mihi subrepens imos ut torpor in artus                         che, insinuandosi come un torpore nel profondo delle membra,

  expulit ex omni pectore laetitias.                                          mi ha strappato ogni gioia dall'intero petto.

 Non iam illud quaero, contra ut me diligat illa,                     Non vi chiedo più che ella corrisponda al mio amore

  aut, quod non potis est, esse pudica velit:                            o, cosa che è impossibile, voglia essere fedele:

 ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.             desidero star bene e liberarmi da questo male funesto.

  O di, reddite mi hoc pro pietate mea.                                   O dèi, concedetemi questo in cambio della mia devozione.

 

 

 

 Carme XLIX · Un ringraziamento ironico?

 

 Disertissime Romuli nepotum,                                             O Marco Tullio, il più eloquente dei nipoti di Romolo,

 quot sunt quotque fuere, Marce Tulli,                                  di quelli che sono e di quelli che furono,

 quotque post aliis erunt in annis,                                          e di quanti in seguito saranno negli anni futuri,

 gratias tibi maximas Catullus                                ti ringrazia moltissimo Catullo,

 agit pessimus omnium poeta,                                               il peggiore di tutti i poeti,

 tanto pessimus omnium poeta                                              di tanto il peggiore di tutti i poeti

 quanto tu optimus omnium patronus.                                   di quanto tu il migliore di tutti gli avvocati.

 

 

 

 Carme L · Gara poetica con l'amico Calvo

 

 Hesterno, Licini, die otiosi                                                   Ieri, Licinio, in piena libertà

 multum lusimus in meis tabellis,                                          ci siamo dilettati molto sulle mie tavolette,

 ut convenerat esse delicatos.                                                 come avevamo deciso di essere raffinati.

 Scribens versiculos uterque nostrum                                    Componendo brevi versi ciascuno di noi

 ludebat numero modo hoc modo illoc,                                 si divertiva ora in questo metro ora in quello,

 reddens mutua per iocum atque vinum.                rispondendoci vicendevolmente bevendo allegramente.

 Atque illinc abii tuo lepore                                                   E me ne venni da quel luogo così incendiato dalla

 incensus, Licini, facetiisque,                                                 grazia del tuo spirito, Licinio, e dalla tua allegria,

 ut nec me miserum cibus iuvaret,                                         a tal punto che né il cibo giovava alla mia agitazione,

 nec somnus tegeret quiete ocellos,                                        né il sonno copriva gli occhi di quiete,

 sed toto indomitus furore lecto                                             ma in preda a fremito incontrollato mi rigiravo

 versarer, cupiens videre lucem,                                            nel letto, smaniando che fosse giorno,

 ut tecum loquerer, simulque ut essem.                                  per poterti parlare e riessere con te.

 At defessa labore membra postquam                                    Ma dopo che le membra spossate dall'affanno

 semimortua lectulo iacebant,                                                 semivive giacevano nel letto,

 hoc, iocunde, tibi poema feci,                                               questa poesiola, o mio spiritoso, ho composto per te,

 ex quo perspiceres meum dolorem.                                      con la quale tu sapessi il mio struggimento.

 Nunc audax cave sis, precesque nostras,                              Ora cerca di essere audace, te ne prego, pupilla mia,

 oramus, cave despuas, ocelle,                                               stai attenta dal disprezzare le mie preghiere,

 ne poenas Nemesis reposcat a te.                                         affinchè Nemesi non ti faccia pagare il fio.

 Est vemens dea: laedere hanc caveto.                                   E` una dea tremenda: guardati dall'offenderla.

 

 

 

 Carme LIII · Un oratore in gamba, l'amico Calvo!

 

 Risi nescioquem modoe corona,                                           Ho riso or ora di un tizio del pubblico,

 qui, cum mirifice Vatiniana                                                  avendo il mio Calvo mirabilmente

 meus crimina Calvus explicasset,                                         spiegato le sue accuse contro Vatinio,

 admirans ait haec manusque tollens,                                     stupito questo alza le braccia e dice,

 «Di magni, saluputium disertum!».                                      «Sommi dèi, che cosino eloquente!»

 

 

 

 Carme XLVI · Ritorno a casa

 

 Iam ver egelidos refert tepores,                                            Ormai la primavera riporta i miti tepori,

 iam caeli furor aequinoctialis                                ormai il furore del cielo equinoziale

 iocundis Zephyri silescit aureis.                                           Si placa coi dolci soffi di Zefiro.

 Linquantur Phrygii, Catulle, campi                                       Lasciamo i campi Frigi, o Catullo, e

 Nicaeaeque ager uber aestuosae:                                          la fertile campagna della torrida Nicea:

 ad claras Asiae volemus urbes.                                            voliamo alle celebri città dell'Asia.

 Iam mens praetrepidans avet vagari,                                     Ormai la mente corre fremendo di andare,

 iam laeti studio pedes vigescunt.                                          ormai lieti di voglia i piedi riprendono vigore.

 O dulces comitum valete coetus,                                          O dolci compagnie, o amici, state bene:

 longe quos simul a domo profectos                                      che, partiti tutti insieme da casa,

 diversae variae viae reportant.                                              (ora) ritornano per strade diverse.

 

 

 

 Carme LII · Due personaggi spregevoli

 

 Quid est, Catulle? quid moraris emori?                 Cos'è Catullo? cosa aspetti a morire?

 sella in curuli struma Nonius sedet,                                      Quella scrofola di Nonio siede sulla sedia curule,

 per consolatum peierat Vatinius:                                          Vatinio spergiura il consolato:

 Quid est, Catulle? quid moraris emori?                 cos'è Catullo? cosa aspetti a morire?

 

 

 

 Carme XCIII · Ironia verso Cesare

 

  Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere                       Non mi sforzo eccessivamente per piacerti, Cesare,

  nec scire utrum sis albus an ater homo.                               né per sapere se tu sia bianco o nero.

 

 

 

 Carme XLIII · La figura dell'amica di Mamurra

 

 Salve, nec minimo puella naso                                             Ti saluto, donna dal naso non piccolo,

 nec bello pede nec nigris ocellis                                           di piede non bello e di occhi non neri

 nec longis digitis nec ore sicco                                             di dita non lunghe e di bocca non asciutta

 nec sane nimis elegante lingua,                                             di lingua senz'altro non troppo forbita,

 decoctoris amica Formiani.                                                   amica del fallito di Formia.

 Ten provincia narrat esse bellam?                                         In provincia si dice che tu sei leggiadra?

 tecum Lesbia nostra comparatur?                                         sei messa alla pari con la nostra Lesbia?

 O saeclum insapiens et infacetum!                                       O generazione stolta e priva di buon gusto!

 

 

 

 Carme XXXV · Invito all'amico Cecilio

 

 Poetae tenero, meo sodali                                                     Al tenero poeta, al mio compagno

 velim Caecilio, papyre, dicas,                                               Cecilio, vorrei che dicessi, o papiro,

 Veronam veniat, Novi relinquens                                         di venire a Verona, lasciando le mura

 Comi moenia Lariumque litus:                                             di Como e le rive del Lario:

 nam quasdam volo cogitationes                                            infatti voglio che ascolti certe

 amici accipiat sui meique.                                                     osservazioni di un amico comune.

 Quare, si sapiet, viam vorabit,                                              E, se sarà saggio, divorerà la strada,

 quamvis candida milies puella                                              sebbene una splendida donna mille volte

 euntem revocet manusque collo                                            lo richiami indietro e gettandogli le

 ambas iniciens roget morari,                                                 mani al collo gli chieda di restare,

 quae nunc, si mihi vera nuntiantur,                                       orbene una donna, se è vero ciò che m'hanno detto,

 illum deperit inpotente amore:                                              si consuma per lui di una passione travolgente:

 nam quo tempore legit incohatam                                         infatti dal tempo in cui egli ha letto l'inizio

 Dindymi dominam, ex eo misellae                                       del poemetto sulla signora di Dindimo, da allora,

 ignes interiorem edunt medullam.                                         alla poveretta il fuoco amoroso divora nell'intimo le midolla.

 Ignosco tibi, Sapphica puella                                Ti perdono, o fanciulla più dotta

 musa doctior: est enim venuste                                             della saffica musa: infatti la gran madre è stata

 magna Caecilio incohata mater.                                            cominciata con grazia artistica da Cecilio.

 

 

 

 Carme LXX · Infedeltà della donna

 

 Nulli se dicit mulier mea nubere malle                                  La mia donna dice che non vorrebbe amare nessuno

  quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.                              altro che me, nemmeno se Giove stesso lo desiderasse.

 Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,                           Lo dice: ma ciò che dice la donna all'avido amante,

  in vento et rapida scribere oportet aqua.                               bisogna scriverlo nel vento e sull'acqua vorticosa.

 

 

 

 Carme LXXII · Donna spregievole, ma desiderata

 

 Dicebas quondam solum te nosse Catullum,                        Dicevi un tempo che ti era caro solo Catullo,

  Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.                               Lesbia, e che non avresti voluto stringere al posto mio nemmeno Giove.

 Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,                         A quel tempo ti amavo non soltanto come il popolo ama un'amica,

  sed pater ut gnatos diligit et generos.                                  ma come il padre ama figli e generi.

 Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,                         Adesso ti conosco: sebbene io arda con maggior violenza,

  multo mi tamen es vilior et levior.                                        tuttavia tu sei per me più spregevole e più insignificante.

 Qui potis est? inquis. Quod amantem iniura talis Com'è possibile? dici. Perché una tale offesa costringe

  cogit amare magis, sed bene velle minus.                            l'amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.

 

 

 

 Carme LXXV · Donna desiderata, ma non virtuosa

 

 Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa,                      A tal punto la mente si è ridotta per colpa tua, mia Lesbia,

  atque ita se officio perdidit ipsa suo,                                   e da sola si è rovinata per il suo dovere [di fedeltà], che

 ut iam nec bene velle queat tibi,si optuma fias,                     ormai non potrebbe più volerti bene, anche se divenissi la più virtuosa,

  nec desistere amare, omnia si facias.                                    e non potrebbe cessare di amarti, per quante cose tu faccia.

 

 

 

 Carme LXXXIII · L'ira della donna come prova d'amore

 

 Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit:                         Lesbia dice moltissime ingiurie in presenza del marito:

  haec illi fatuo maxima laetitia est.                                         questa è una grandissima soddisfazione per quello sciocco.

 Mule, nihil sentis. Si nostri oblita taceret,                             Ottuso, non ti accorgi di niente. Se, avendomi dimenticato, tacesse,

  sana esset: nunc quod gannit et obloquitur,                         sarebbe guarita: ora poiché brontola e sparla di me,

 non solum meminit,sed quae multo acrior est res,                non solo ricorda, ma, cosa che è molto più grave,

  irata est. Hoc est, uritur et loquitur.                                     è furente. Cioè arde di passione e parla.

 

 

 

 Carme LXXXV · Donna odiata e amata

 

 Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.                      Odio e amo. Forse vuoi sapere perché lo faccia.

  Nescio, sed fieri sentio et excrucior.                                   Non lo so, ma sento che così avviene e ne sono tormentato.

 

 

 

 Carme VIII · Abbandono della donna amata

 

 Miser Catulle, desinas ineptire,                                             O misero Catullo, cessa di fare lo sciocco,

 et quod vides perisse perditum ducas.                                  e ciò che vedi perduto consideralo perduto.

 Fulsere quondam candidi tibi soles,                                      Vi furono un tempo per te soli radiosi,

 cum ventitabas quo puella ducebat                                        quando solevi andare là dove ti portava la donna

 amata nobis quantum amabitur nulla.                                    amata da me quanto nessuna altra donna sarà mai amata.

 Ibi illa multa tum iocosa fiebant,                                           Ivi allora avvenivano molti scherzi amorosi,

 quae tu volebas nec puella nolebat.                                       che tu desideravi e la fanciulla non disdegnava.

 Fulsere vere candidi tibi soles.                                              Vi furono davvero per te soli radiosi.

 Nunc iam illa non vult;tu quoque,inpotens,noli,  Ora ormai ella non vuole più; anche tu, incapace di dominarti, non volere,

 nec quae fugit sectare, nec miser vive,                                 e non inseguire lei che ti sfugge, non vivere misero,

 sed obstinata mente perfer, obdura.                                      ma con animo risoluto sopporta, resisti.

 Vale, puella. Iam Catullus obdurat,                                       Addio, donna. Catullo ha già deciso:

 nec te requiret nec rogabit invitam:                                       né più ti cercherà né ti supplicherà contro la tua volontà,

 at tu dolebis, cum rogaberis nulla.                                        ma tu te ne dorrai, quando non sarai supplicata affatto (da me).

 Scelesta, vae te, quae tibi manet vita!                                   Sciagurata, guai a te, quale vita ti attende!

 quis nunc te adibit? cui videberis bella?                                adesso chi ti si avvicinerà? a chi sembrerai bella?

 quem nunc amabis? cuius esse diceris?                chi amerai adesso? di chi si dirà che sei?

 quem basiabis? cui labella mordebis?                                   chi bacerai? a chi morderai le labbra?

 At tu, Catulle, destinatus obdura.                                          Ma tu, Catullo, con animo deciso resisti.

 

 

 

 Carme LI · Bellezza fascinosa di Lesbia

 

 Ille mi par esse deo videtur,                                                  Quello mi sembra essere simile a un dio,

 ille, si fas est, superare divos,                                               quello, se è lecito dirlo, sembra superare gli dei,

 qui sedens adversus identidem te                                          chi sedendosi di fronte continuamente

 spectat et audit                                                                      ti guarda e ti ascolta

 

 dulce ridentem, misero quod omnis                                      ridere dolcemente, (ed io) infelice perché mi strappa

 eripit sensus mihi: nam simul te,                                           ogni sentimento: infatti quando ti guardo,

 Lesbia, aspexi, nihil est super mi                                          Lesbia, non mi resta un filo di

 vocis in ore;                                                                          di voce in bocca;

 

 lingua sed torpet, tenuis sub artus                                         ma la lingua si intorpidisce, sotto la pelle si diffonde una

 flamma denabat, sonitu suopte                                             fiamma sottile, le orecchie ronzano

 tintinant aures, gemina teguntur                                            per un loro proprio suono, gli occhi si coprono

 lumina nocte.                                                                        di duplice notte.

 

 Otium, Catulle, tibi molestum est,                                         L'ozio, Catullo, ti fa male:

 otio exultas nimiumque gestis;                                             n ozio ti esalti e ti agiti troppo;

 otium et reges prius et beatas                                'ozio nel passato ha mandato in rovina sia re

 perdidit urbes.                                                                       ia ricche città.

 

Catullo - Liber Catullianus

Carmen I

 

Cui dono lepidum novum libellum
arida modo pumice expolitum
Corneli, tibi: namque tu solebas
meas esse aliquid putare nugas
iam tum, cum ausus es unus Italorum
omne aevum tribus explicare cartis
doctis, Iuppiter, et laboriosis.
Quare habe tibi quidquid hoc libelli
qualecumque, quod, o patrona virgo,
plus uno maneat perenne saeclo.

A chi posso donare il nuovo grazioso libretto or ora levigato dalla ruvida pomice? A te, Cornelio: e infatti tu eri solito che le mie inezie valessero qualcosa, già da quando osasti, solo degli Italici, esporre tutta la storia in tre libri dotti, o Giove, ed elaborati. Perciò accetta questo libretto, qualuncque sia la sua lunghezza e il suo valore; e questo, o vergine protettrice, possa durare più a lungo di una generazione.

 

Carme II

 

Passer, deliciae meae puellae,
quicum ludere, quem in sinu tenere,
cui primum digitum dare appetenti
et acris solet incitare morsus,
cum desiderio meo nitenti
carum nescio quid lubet iocari
et solaciolum sui doloris,
credo ut tum gravis acquiescat ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem
et tristis animi levare curas!

O passero, gioia della mia ragazza, con cui (ella) è solita giocare, che (lei è solita) tener in grembo, a cui lei (è solita) dar (da beccare) la punta del dito a lui che la reclama, e provocarne irose beccate, quando allo splendente oggetto del mio desiderio piace fare per scherzo non so che di dilettevole e di conforto al suo dolore, credo, perché si plachi l'insopportabile bruciare; potessi io giocare con te come fa lei, e sollevare i tristi tormenti dell'animo!

 

Carmen III

 

Lugete, o Veneres Cupidinesque,
et quantum est hominum venustiorum:
passer mortuus est meae puellae,
passer, deliciae meae puellae,
quem plus illa oculis suis amabat.
nam mellitus erat suamque norat
ipsam tam bene quam puella matrem,
nec sese a gremio illius movebat,
sed circumsiliens modo huc modo illuc
ad solam dominam usque pipiabat.
qui nunc it per iter tenebricosum
illuc, unde negant redire quemquam.
at vobis male sit, malae tenebrae
Orci, quae omnia bella devoratis:
tam bellum mihi passerem abstulistis
o factum male! o miselle passer!
tua nunc opera meae puellae
flendo turgiduli rubent ocelli.

Piangete, o Veneri e Amorini, quanto vi è di uomini dal cuore assai gentile. È morto il passero della mia fanciulla, il passero, delizia della mia fanciulla, che ella amava più dei propri occhi; infatti era tenero, e conosceva la sua padrona bene come la fanciulla (conosceva) la madre, e non si muoveva dal suo grembo, ma saltellando ora qua ora là fino alla padrona sempre pigolava. Esso ora va per il cammino tenebroso lì da dove negano a chiunque di ritornare. Ma siate maledette, malvage tenebre dell'Orco, che divorate tutto ciò che è grazioso; mi avete portato via un passero tanto grazioso. O disgrazia! O povero passerotto! Ora per colpa tua gli occhi della mia fanciulla sono rossi, gonfi di pianto.

 

Carmen V

 

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus inuidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

Viviamo, mia Lesbia, e amiamo(ci) (alcuni interpretano "facciamo l'amore"), e valutiamo le chiacchiere dei vecchi troppo bacchettoni un soldo appena. I giorni (lett: i soli) possono tramontare e sorgere: (ma) noi, una volta tramontata la giornata della vita, (noi) dobbiamo dormire una sola continua notte. Dammi mille baci, poi cento, quindi altri mille, poi ancora cento, quindi un'altra volta mille, poi cento. (E) dopo, quando ne avremo contati molte migliaia, li rimescoleremo, per non riconoscerli, o perché nessun maligno possa gettare il malocchio, ché sa che tanti posson essere (lett: sono) i baci

 

Carmen VII

 

Quaeris, quot mihi basiationes
tuae, Lesbia, sint satis superque.
quam magnus numerus Libyssae harenae
lasarpiciferis iacet Cyrenis
oraclum Iovis inter aestuosi
et Batti veteris sacrum sepulcrum;
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furtivos hominum vident amores:
tam te basia multa basiare
vesano satis et super Catullo est,
quae nec pernumerare curiosi
possint nec mala fascinare lingua.

Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci siano per me più che abbastanza. Quanto grande (è) il numero delle sabbie libiche a Cirene fertile di silfio, tra l'oracolo di Giove fiammeggian e il sacro sepolcro dell'antico Batto, o quanto numerose (sono) le stelle, quando la notte tace, (e) vedono i furtivi amori degli uomini, che tu dia altrettanti numerosi baci è più che abbastanza per il folle Catullo, (tanti) che né i curiosi possano contare né le lingue (possano) gettare il malocchio.

 

Carmen VIII

 

Miser Catulle, desinas ineptire,# et quod vides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat,
fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
At tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, uae te, quae tibi manet uita?
Quis nunc te adibit? cui videberis bella?
Quem nunc amabis? Cuius esse diceris?
Quem basiabis? Cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

Povero Catullo, smetti di fare il pazzo, e considera ciò che vedi perduto perduto per sempre. Brillarono un giorno per te splendidi giorni di sole, quando te ne andavi dove la tua ragazza (ti) portava, amata da me quanto non sarà amata nessuna. Allora lì si facevano molti giochi d'amore, che tu volevi e (che) la ragazza non rifiutava. Splendevano davvero per te giorni luminosi. Ora lei non vuole più: e anche tu, che non puoi farci nulla, non volere, e non inseguire colei che fugge, e non vivere miseramente, ma sopporta con mente ferma, resisti. Addio, fanciulla. Catullo ormai resiste, e non ti cercherà, non ti chiederà a te che non vuoi; ma tu sarai addolorata, quando non sarai chiesta da nessuno. Sciagurata, mal per te! Che vita ti rimane? Chi ora si avvicinerà a te? A chi sembrerai bella? Ora chi amerai? Di chi si dirà che tu sia (la ragazza)? Chi bacerai? A chi mordicchierai le labbra? Ma tu, Catullo, risoluto resisti.

 

Carmen IX

 

Verani, omnibus e meis amicis
antistans mihi milibus trecentis,
venistine domom ad tuos penates
fratresque unanimos anumque matrem?
Venisit. O mihi nuntii beati!
Visam te incolumem audiamque Hiberum
narrantem loca, facta, nationes,
ut mos est tuus applicansque collum
iucundum os oculosque suaviabor?
O quantum est hominum beatiorem,
quid me laetius est beatiusvne?

Veranio, primo per me fra tutti i miei trecento mila amici (altra interpretazione: "che fra tutti i miei amici per me sei avanti di trecento miglia"), sei tornato a casa dai tuoi Penati e dai fratelli unanimi (nell'affetto per te) e dalla vecchia madre. O notizia per me felice! Ti verrò a vedere incolume, e (ti) sentirò mentre parli dei paesi, delle imprese, dei popoli della spagna, come è tuo solito, e avvicinando a me il tuo collo ti bacerò il viso giocondo e gli occhi. Voi tutti uomini che siete felici, chi fra gli uomini è più felice di me?

 

Carmen XI

 

Furi et Aureli comites Catulli,
sive in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eoa
tunditur unda,

sive in Hyrcanos Arabesue molles,
seu Sagas sagittiferosue Parthos,
sive quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,

sive trans altas gradietur Alpes,
Caesaris visens monimenta magni,
Gallicum Rhenum horribile aequor
ultimosque Britannos,

omnia haec, quaecumque feret voluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.

cum suis vivat valeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans vere, sed identidem omnium
ilia rumpens;

nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est.

Furio e Aurelio, compagni di Catullo,
sia che voglia andare dagli Indi ai confini del mondo,
dove la costa è battuta dall'onda
orientale lungisonante,

sia dagli Ircani o dagli Arabi effeminati,
sia dai Saci o dai Prti armati di fracce,
sia (presso) le acque che il Nilo
dalle sette foci colora,

Sia che (Catullo) oltrepassi le alte Alpi,
per visitare i luoghi che ricordano le imprese di Cesare,
il Gallico Reno, e i selvaggi
Britanni, i più selvaggli (fra gli uomini)

pronti ad affrontare con me tutte queste cose
tutte quelle che porterà da volontà degli dei
riferite alla mia ragazza queste poche,
amare parole.

Viva e stia bene con i suoi amanti,
che (ella) abbraccia e possiede trecento alla volta
(lei che) nessuno ama davvero, e senza tregua
rompe i fianchi a tutti (lett: di tutti);

e non conti più, come prima, sul mio amore,
che per colpa sua è caduto, come un fiore
al margine d'un prato dopo che è stato toccato
dall'aratro che passava

 

Carmen XII

 

Marrucine Asini, manu sinistra
non belle uteris: in ioco atque vino
tollis lintea neglegentiorum.
Hoc salsum esse putas? Fugit te, inepte:
quamvis sordida res et invenusta est.
Non credis mihi? Crede Pollioni
fratri, qui tua furta vel talento
mutari velit - est enim leporum
differtus puer ac facetiarum.
Quare aut hendecasyllabos trecentos
exspecta, aut mihi linteum remitte,
quod me no movet aestimatione,
verum est mnemosynum mei sodalis.
Nam sudaria Saetaba ex Hiberis
miserunt mihi muneri Fabullus
Et Veranius; haec amem necesse est
ut Veraniolum meum et Fabullum.

Asino Marrucino, fai un uso non molto fine della mano sinistra nel gioco e nel vino: rubi i fazzoletti degli sbadati. Pensi che questo sia spiritoso? Ti inganni, sciocco: è una cosa quanto vuoi squallida e grossolana. Non mi credi? Credi a (tuo) fratello Pollione, che vorrebbe ripagare i tuoi furti anche con un talento (più libero: " darebbe un capitale per..."): è infatti un ragazzo che di buon gusto e di spirito se ne intende. Perciò, aspettati trecento endecasillabi o dammi indietro il fazzoletto; e questo non mi colpisce per il valore (che ha), ma è un ricordo di un mio amico. Infatti Fabullo e Veranio mi hanno mandato in regalo dalla Spagna dei fazzoletti di Setabi; io devo amarli come amo il mio piccolo Veranio e Fabullo.

 

Carmen XIII

 

Cenabis bene, mi Fabulle, apud me
paucis, si tibi di favent, diebus,
si tecum attuleris bonam atque magnam
cenam, non sine candida puella
et vino et sale et omnibus cachinnis.
Haec si, inquam, attuleris, venuste noster,
cenabis bene; nam tui Catulli
plenus sacculus est aranearum.
Sed contra accipies meros amores,
seu quid suavius elegantiusve est:
nam unguentum dabo, quod meae puellae
donarunt Veneres Cupidinesque;
quod tu cum olfacies, deos rogabis
totum ut te faciant, Fabulle, nasum.

Mangerai bene, mio Fabullo, presso di me fra pochi giorni, se gli dei ti sono favorevoli, se con te porterai un buon e grande pranzo, non senza una candida fanciulla e il vino e il sale e allegria di ogni genere: se io dico, porterai tutto, cenerai bene, bello mio; infatti il borsellino del tuo Catullo è pieno di ragnatele. ma in compenso, riceverai sincera amicizia o se c'è qualcosa di più gradevole o di più raffinato: ti darò infatti un profumo, che alla mia fanciulla donarono le veneri e gli amorini. Quando lo annuserai pregherai gli dei che ti facciano (diventare) tutto naso, Fabullo.

 

Carmen XXVI

 

Furi, villula vestra non ad Austriflatus
opposita est neque ad Favoni
nec saevi Boreae aut Apheliotae,
verum ad milia quindecim et ducentos.
O ventum horribilem atque pestilentem!

Furio, la vostra casetta non è esposta allo spirare dell'Austro né a quello del Favonio, ne del furioso Borea o dell'Afeliota, ma a quindicimila e duecento (sesterzi di cambiali). O che vento terribile e dannoso!

 

Carmen XXXI

 

Paene insularum, Sirmio, Insularumque
ocelle, quascumque in liquentibus stagnis
marique vasto fert uterque neptunus,
quam te libenter quamque laetus inviso,
vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos
liquisse campos et videre te in tuto.
O quid solutis est beatius curis,
cum mens onus reponit, ac peregrino
labore fessi venimus larem ad nostrum,
desideratoque acquiescimus lecto?
Hoc est quod unum est pro laboribus tantis.
Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude
gaudente; vosque, o Lydiae lacus undae,
ridete quidquid est dome cachinnorum.

Sirmione, perla delle penisole e delle isole, tutte quelle che nei limpidi laghi e nel vasto mare sostiene il duplice Nettuno, quanto volentieri e quanto lieto torno a rivederti, a stento credendo a me stesso di aver abbandonato la Tinia e i campi Bitini e di vederti al sicuro. Oh, che cosa dà più gioia che l'essere liberati dagli affanni, quando la mente abbandona il suo peso e, stanchi per le fatiche di un viaggio in terra straniera, giungiamo alla nostra casa e riposiamo nel sospirato letto! È questo che da solo compensa così grandi fatiche. Salve, o vecchia Sirmione, e sii felice per il tuo padrone e siate felici voi, o acque del lago lidio (lett: acque lidie del lago): ridete quante risate avete in voi.

 

Carmen XXXVIII

 

Malest, Cornifici, tuo Catullo
malest, me hercule, et laboriose,
et magis magis in dies et horas.
Quem tu, quod minimum facillimumque est,
qua solatus es allocutione?
Irascor tibi. Sic meos amores?
Paulum quid lubet allocutionis,
maestius lacrimis Simonideis.

Il tuo Catullo, o Cornificio, sta male
sta male, per Ercole, e soffre,
e sempre di più di giorno in giorno e di ora in ora.
E tu, con quale frase mi hai consolato,
cosa che è molto facile e di poco impegno?
Sono arrabbiato con te. Così (consideri) i miei amori?
È gradito un po' di conforto,
più triste delle lacrime di Simonide.

 

Carmen XLIII

 

Salve, nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua.
Decoctoris amica Formiani,
ten provincia narrat esse bellam?
Tecum Lesbia nostra comparatur?
O saeclum insapiens et infacetum!

Salve, ragazza, non (hai) il naso piccolo,
né il piede bello, né gli occhi neri,
né le dita lunge, né la bocca stretta,
né un modo di parlare preciso o troppo elegante,
amica di Formiano il fallito.
E in provincia si dice che sei bella,
e ti paragonano alla mia Lesbia? O tempi ignoranti e grossolani!

 

Carmen XLVI

 

Iam ver egelidos refert tepores,
iam caeli furor aequinoctalis
iucundis Zephyri silescit aureis.
Linquantur Phrygii, Catulle, campi
nicaeaeque ager uber aestuosae:
ad claras asiae volemus urbes.
Iam mens praetrepidans avet vagari,
iam laeti studio pedes vigescunt.
O dulces comitum valete coetus,
longe quos simul a domo profectos
diversae varie viae reportant.

Già la primavera riporta i miti tepori, già si zittisce la furia del cielo equinoziale, al lieto spirare di Zefiro. Si Lascino, o Catullo, i campi Frigi e la campagna fertile di Nicea infuocata: voliamo verso le luminose città dell'Asia. Ormai l'anima trepidante brama di andare, ormai i piedi, gioiosi per il desiderio, rinvigoriscono. Addio, o dolci compagnie di aamici, che partiti insieme dalla patria per mete lontane adesso strade varie e per diverse direzioni riportano in patria.

 

Carmen XLIX

 

Disertissime Romuli nepotum,
quot sunt quotque fuere, Marce Tulli,
quotque post aliis erunt in annis,
gratias tibi maximas Catullus
agit pessimus omnium poeta,
tanto pessimus omnium poeta,
quanto tu optimus omnium patronus.

O facondissimo tra i discendenti di Romolo, quanti, Marco Tullio, esistono e quanti sono esistiti, e quanti esisteranno negli anni futuri, ti ringrazia moltissimo Catullo, il peggior poeta di tutti, tanto peggior poeta di tutti, quanto tu fra tutti il miglior avvocato.

 

Carmen LI

 

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem, misero quod omnis
eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
vocis in ore,
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina et teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est:
otio exsultas nimiumque gestis:
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

Mi sembra che sia simile ad un Dio
O se è lecito, più di un Dio
Colui che, sedendoti accanto
Ti osserva e ti ascolta ridere
Dolcemente; e ciò a me misero
Strappa ogni sensazione: infatti
Quando ti guardo, Lesbia,
non mi rimane neanche un po'
di voce, ma la lingua si intorpidisce,
un fuoco sottile mi cola nelle ossa
le orecchie mi ronzano
e i due occhi si coprono di notte.

 

Carmen LII

 

Quid est, Catulle? quid moraris emori?
sella in curuli struma Nonius sedet,
per consulatum peierat Vatinius:
quid est, Catulle? quid moraris emori?

Che c'è, Catullo? Che aspetti a morire? Sulla sedia curule siede Nonio lo scrofoloso, per il consolato spergiura Vatinio: che c'è, Catullo? Che aspetti a morire?

 

Carmen LVIII

 

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa.
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes.

O Celio, la mia Lesbia, quella Lesbia, proprio quella Lesbia, che Catullo amò lei sola più di sé stesso e di tutti i suoi, ora scortica nei quadrivi e nei bordelli i discendenti del magnanimo Remo (più libero.: "fa la puttana")

 

Carmen LXIX

 

Noli admirari quare tibi femina nulla,
Rufe, velit tenerum supposuisse femer,
non si illam rarae labefactes munere vestis
aut perluciduli deliciis lapidis.
laedit te quaedam mala fabula, qua tibi fertur
valle sub alarum trux habitare caper.
hunc metuunt omnes; neque mirum: nam mala valdest
bestia, nec quicum bella puella cubet.
quare aut crudelem nasorum interfice pestem,
aut admirari desine cur fugiant.

Non ti stupire del fatto che a te, Rufo, nessuna donna
vuole concederti il tenero corpo,
nemmeno se la tenti col dono prezioso
di una veste o la malia di un gioiello.
Ti danneggia una certa cattiva storiella, per la quale si dice che a te
sotto le ascelle abita un orrido caprone.
Tutte temono questo. Niente di strano: infatti è una mala
bestia, e una bella donna non dorme con lui.
Perciò o allontana la crudele pesta dei nasi,
o smetti di stupirti su perché fuggono.

 

Carmen LXX

 

Nulli se dicit mulier mea nubere malle
quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.
dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,
in vento et rapida scribere oportet aqua.

La mia donne dice che preferisce non sposare nessuno
se non me, neppure se la volesse Giove in persona.
Dice: ma ciò che la donna dice all'innamorato
scrivilo (lett: bisogna scriverlo) nel vento e nell'acqua che scorre.

 

Carmen LXXII

 

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iouem.
dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
qui potis est, inquis? quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.

Una volta dicevi che conoscevi solo Catullo, o Lesbia, e che al posto mio non avresti voluto tenere Giove. Allora ti amai non soltanto come la gente (ama) l'amante, ma come il padre ama i figli e i generi. Ora ti ho conosciuto: perciò, anche se brucio di più, vali per me molto meno (lett.: se per me più vile e insignificante). "Come è possibile?" dirai. Perché una tale offesa costringe l'amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.

 

Carmen LXXV

 

Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa
atque ita se officio perdidit ipsa suo,
ut iam nec bene velle queat tibi, si optima fias,
nec desistere amare, omnia si facias.

A questo punto, Lesbia mia, la tua colpa mi ha fatto cambiare idea (lett: ha così trascinato la mente) e ha portato me stesso alla rovina con la propria fedeltà, così da non potere né volerti bene se tu diventassi la migliore (delle donne), né smettere di amarti, qualunque cosa (tu) faccia.

 

Carmen LXXXIII

 

Lesbia mi praesente viro mala plurima dicit:
haec illi fatuo maxima laetitia est.
mule, nihil sentis? si nostri oblita taceret,
sana esset: nunc quod gannit et obloquitur,
non solum meminit, sed, quae multo acrior est res,
irata est. hoc est, uritur et loquitur.

Lesbia dice moltissime cose di male a me in presenza del marito:
queste cose per quello sciocco sono (motivo di) massima gioia.
O mulo, non capisci niente? Se, dimentica di me, tacesse,
sarebbe guarita: ora poiché brontola e parla male,
non solo si ricorda, ma, cosa che è molto più grave,
è arrabbiata. Cioè, parla e brucia.

 

Carmen LXXXIV

 

Chommoda dicebat, si quando commoda vellet
dicere, et insidias Arrius hinsidias,
et tum mirifice sperabat se esse locutum,
cum quantum poterat dixerat hinsidias.
Credo, sic mater, sic liber avunculus eius,
sic maternus avus dixerat atque avia.
Hoc misso in Syriam requierant omnibus aures:
audibant eadem haec leniter et leviter,
nec sibi postilla metuebant talia verba,
cum subito affertur nuntius horribilis:
Ionios fluctus, postquam illuc Arrius isset,
iam non Ionios esse sed Hionios.

Arrio diceva "homodi" quando voleva dire
"comodi", e "hinsidie" (quando voleva dire) "hinsidie",
e allora sperava d'aver parlato in modo sorprendente,
quando aveva detto "hinsidie" più che poteva.
Così aveva parlato la madre, credo, così suo zio materno,
così il nonno materno e la nonna.
Mandato questo in Siria, le orecchie riposavano in tutti:
sentivano le stesse parole pronunciate correttamente e senze difficoltà,
e per il futuro non si temevano più tali parole,
ma ad un tratto si porta una notizia terribile,
il mare Ionio, dopo che c'è andato Arrio,
non è più "Ionio", ma "Hionio".

 

Carmen LXXXV

 

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Odio e amo. Come possa fare, forse chiedi.
Non (lo) so, ma sento che accade, e soffro.

 

Carmen XCII

 

Lesbia mi dicit semper male nec tacet umquam
de me: Lesbia me dispeream nisi amat.
quo signo? quia sunt totidem mea: deprecor illam
assidue, verum dispeream nisi amo.

Lesbia parla sempre male di me e non tace mai
a proposito di me: possa io morire se Lesbia non mi ama.
Per quale segno (lo capisco)? Perché i miei (segni) sono gli stessi: la insulto
continuamente, ma possa morire se non (la) amo.

 

Carmen XCIII

 

Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere,
nec scire utrum sis albus an ater homo.

Non m'importa troppo, o Cesare, di volerti piacere, né sapere se sei un uomo bianco o nero.

 

Carmen XCV

 

Zmyrna mei Cinnae nonam post denique messem
quam coepta est nonamque edita post hiemem,
milia cum interea quingenta Hortensius uno
. . . . . . . . .
Zmyrna cavas Satrachi penitus mittetur ad undas,
Zmyrnam cana diu saecula pervoluent.
at Volusi annales Paduam morientur ad ipsam
et laxas scombris saepe dabunt tunicas.
. . . . . . . . .
Parva mei mihi sint cordi monimenta ...,
at populus tumido gaudeat Antimacho.

La Zmyrna del mio Cinna dopo nove estati e dopo nove inverni
che è stata cominciata è stata infine pubblicata,
mentre Ortensio (ha scritto) cinquecentomila versi in un solo (anno)
. . . . . . . . .
La Zmyrna sarà mandata profondamente fino alle onde del Satraco,
La Zmyrna per lungo tempo leggeranno le vecchie generazioni.
Ma gli annali di Volusio moriranno sulla stessa Padova
e spesso forniranno tuniche abbondanti per gli sgombri.
. . . . . . . . .
Che i piccoli capolavori del mio (amico) mi stiano a cuore ...,
al contrario, che il pubblico esalti il gonfio Antimaco.

 

Carmen CI

 

Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem.
Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum.
Heu miser indigne frater adempte mihi,
nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Dopo aver viaggiato per molti popoli e per molti mari sono qui giunto per queste tristi offerte, per offrirti l'estremo dono di morte e per rivolgere invano la parola al tuo cenere muto, dal momento che la sorte mi ha strappato proprio te, ahimé, o sventurato fratello, crudelmente tolto a me! Ora tuttavia accogli queste (offerte) che secondo l'antico uso dei genitori sono state tramandate con doloroso rito per le offerte funebri, (e che sono) bagnate dal pianto di (tuo) fratello, e per sempre, fratello, addio, addio.

 

Carmen CIX

 

Iucundum, mea vita, mihi proponis amorem
hunc nostrum inter nos perpetuumque fore.
di magni, facite ut vere promittere possit,
atque id sincere dicat et ex animo,
ut liceat nobis tota perducere vita
aeternum hoc sanctae foedus amicitiae.

O cara, tu mi prometti che il nostro amore sarà felice e perpetuo fra noi. Grandi dei, fate che possa promettere realmente e che parli sinceramente e dal cuore, perché ci sia possibile far durare per tutta la vita un patto di amicizia giurata.

 

 

 

Catullo Gaio Valerio

 

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Catullo Gaio Valerio