Greco tutto di tutto
Letteratura greca e corso di greco
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I MODELLI EDUCATIVI DELL' ANTICA GRECIA
- LA VIRTU'
Ilfilo conduttore dell' educazione nell' età arcaica della Grecia è la virtù. Il testimone più antico di tale concezione aristocratica della cultura è Omero. Fortemente legato alla virtù è il concetto di onore:il motivo dominante dell' educazione della nobiltà sta nel destare il sentimento dell' obbligo, dell' impegno verso l' ideale. L' insegnamento si basa su norme di vita vissuta. Testimonianza dell' ideale educativo sono l' Iliade e l'Odissea; in entrambe il valore guerriero rimane la massima espressione della personalità virile, ma a esso viene aggiunto il riconoscimento dei meriti intellettuali e sociali. Nell' ottica educativa aristocratica, molto importante è l' esempio, che costituiscve l' elemento fondamentale dell' educaszione durante un periodo storico in cui non esistono leggi cosdificate.
- L' EDUCAZIONE NEI PRESOCRATICI
I Presocratici sono i primi pensatori che inaugurano la ricerca filosofica del mondo greco. Il pensiero di questi primi filosofi non presenta precise indicazioni di carattere pedagogico, ma la loro opera potrebbe essere eletta in modo educativo, tale modo è destinato a grandi sviluppi a partire da Socrate.
- IL MODELLO EDUCATIVO DELLA CITTA'-STATO
Il modello educativo della Grecia assume la sua fisionomia con la polis. Questa si è formasta lentamente tramite secoli. Parallelamente a questa formazione si verifica quella del concetto di virtù e di educazione. Negli stati greci l' educazione è legata alla vita quotidiana e l' organizzazione di ogni polis si riflette sul tipo di educazione che viene impartita ai giovani.
- L'EDUCAZIONE A SPARTA
La città-stato di Sparta sorge nell' VIII° secolo a. C. Le notizie circala storia di questa città-stato e in particolarte il suo ideale educativo derivano da scrittori più tardi. La prima condizione richiesta per l' educazione dei giovani è la buona salute fisica, essi vengono addestrati al coraggio che si estrinseca nelle quattro virtù della prudenza, temperanza, fortezza e obbedienza. Quanto all' educazione dello spirito, ai giovani vengono fatti imparare a memoria i versi di Omero e di Esiodo. Alle ragazze viene impartita un' educazione fisica che le prepari alla maternità. Si può dunque dire che l' educazione a Sparta sia una delle cose più essenziali per la società.
- LA FORMAZIONE IN ATENE
- L' EDUCAZIONE:
Il concetto che si ha in Atene dio educazione, riveste un significato differente da quello spartano. L' educazione ha lo scopo di formare il cittadino e l' attenzione è rivolta in particolar modo ai maschi, in quanto le donne hanno una piosizione subordinata nella società. La prepèaraazione del cittadino inizia a sette anni, l' organizzazione scolastica prevede le materie comuni di studio: lettura, scrittura, calcolo, musica ed educazione fisica; le prime hanno come scopo di educare l' animo mentre l' ultima di renderlo forte e aggraziato. I fanciulli sono sotto la guida di uno schiavo fedele, il "pedagogo". Il popolo ateniese conquista quindi l' acccesso ad un tipo di vita e di cultura che erano esclusive dei nobili. Ciò che unisce però tutti i Greci è il cercare di uniformarsi ad un unico tipo di cultura, che trova una qualifica comune nell' aver ricevuto la stessa educazione. Una dimostrazione del ruolo che riveste l' educazione è fornita dalle opere dei filosofi ellenistici, la civiltà ellenistica attribuisce alla cultura grande importanza, nella formazione del cittadino. La più ufficiale tra le istituzioni educative è l' efebìa. Con la perdita dell' indipendenza di Atene, l' efebìa perde il suo carattere di "esercito civico" e le rimane quello di educazione.
- L' ISTITUZIONE SCOLASTICA ATENIESE:
L'educazione inizia all' età di sette anni, infatti non esiste la scuola materna. Quando il bambino ha raggiunto l' età di sette anni inizia l' educazione pubblica e accanto al fanciullo compaiono il pedagogo ed il maestro. Il primo ha il compito di assistere il bambino e lo educa moralmente e civilmente, mentre il secondo ha il compito di preparare tecnicamente l' alunno. Igradi scolastici vengono suddivisi in istruzione primaria, secondaria e insegnamento superiore. Nell' istruzione primaria il metodo della lettura consiste nell' andare dal "semplice" al "complesso". L' istruzione secondaria è caratterizzata dagli studi letterari e scientifici. Infine vi è l' insegnamento superiore che è caratterizzato dalla medicina, dalla retorica e dalla filosofia. La filosofia richiede un impegno maggiore rispetto aslle prime due, in quanto essa tende alla formazione dell' uomo.
L' EDUCAZIONE DELL' UOMO: I SOFISTI E SOCRATE
- I SOFISTI
I sofisti sono un gruppo di persone sapienti che diedero origine alla "rivoluzine pedagogica", durante il V°secolo, con loro nasce un maggiore interesse verso la vita politica. Il loro compito è quello di "professionisti della cultura", si rendono conto che il campo in cui l' uomo può esprimere meglio le sue potenzialità è quello politico, attuando così il concetto di aretè. I sofisti così sono in grado di condurre i giovanio all' esercizio della vita politica e l' affermarsi in quella pratica.
- IL FINE ED I CONTENUTI DELL' EDUCAZIONE
Secondo i sofisti il fine dell' educazione è la formazione dell' uomo politico, colui che in futuro avrebbe saputo ottenere il potere con la parola. Per farsi conoscere i sofisti affrontavano qualsiasi argomento. La saggezza secondo loro ha un valore pratico, che si può riassumere con tale affermazione "l' uomo è misura di tutto"; loro inoltre per questo insegnamento chiedevano di essere pagati, per questo le loro "esibizioni" erano pubbliche.
- I CONTENUTI DELL' APPRENDIMENTO
Altempo dei sofisti l' unico mezzo valido per esprimere la propria idea era la parola, tanto che gli insegnamenti più noti sono la dialettica e la retorica. Come Protagora si distingue perla dialettica, Gorgia si è distinrto nella retorica. Nonostante le critiche negative che sono state mosse verso i sofisti, bisogna ricorda re che sono stati i primi ad elaborare un concetto di educazione.
2 SOCRATE
Socrate ha in comune con i sofisti l' interesse circa il mondo dell' uomo. Ma mentre i sofisti concentrano i loro interessi sul successo, Socrate vuole formare la gioventù attraverso la verità. Egli inoltre per le proprie lezioni non pretendeva dei compensi in denaro.
2.1 IL "DEMONE" SOCRATICO
Socrate considera la dialettica non come un' arma perc confutare la tesi dell' avversario. Egli avverte come una forza interiore, un "demone" che lo spinge a compiere la sua missione. Lui è l' unico che sa di non sapere, pewr questo dimostra che non esiste alcun sapiente. Considera la ragione il bene più importante dell' uomo. Il maestro è dunque una guida per rendere più agevople questo processo. Per portare alla luce la verità Socrate si avvale del procedimento induttivo, caratterizzato da due momenti: l' ironia e la maieutica. In questo modo il discepolo viene portato sulla via della verità dal maestro.
Di Di Ubaldo Silvia e Ricciardi Paola
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Di Daniele Biasci
Medea
di Euripide
1) Delinea le caratteristiche psicologiche di Giasone e Medea.
La figura di Giasone è una figura che oggi ci appare un po’ contraddittoria; Giasone è un eroe, ha intrapreso la pericolosissima missione di sottrarre il vello d’oro al drago guardiano e di portarlo in patria, è stato aiutato nell’arduo compito da Medea, una maga bella e potente che ha portato con sé in Grecia e sposata. Sembrerebbe il classico eroe mitico che compie la sua missione e sposa la bella principessa, e invece non è niente di tutto questo. In Giasone si specchia la concezione greca dell’uomo ma soprattutto del matrimonio e dei doveri verso la moglie. Quando infatti Giasone torna in patria, a Corinto, e riceve la dovuta gloria per lui si aprono nuovi sbocchi sociali la cui importanza surclassa di gran lunga gli impegni coniugali. Giasone non esita un istante, dato che ne ha l’opportunità, a chiedere in moglie la figlia del sovrano della città Creonte e quindi a cercare di portarsi un bel pezzo più in su sulla scala sociale anche a spese del proprio precedente matrimonio con Medea. Quello che a noi moderni sembra un comportamento sicuramente sgarbato se non da vero e proprio egoista doveva essere evidentemente per i greci una delle norme sociali accettate regolarmente e quindi non meritevoli di disprezzo. La psicologia di Giasone è dunque quella di un perfetto uomo greco che fa il suo interesse politico ed economico lasciando tranquillamente in secondo piano non tanto la famiglia quanto la prima moglie.
Medea però non è greca e ha ben altre concezioni del matrimonio e della vita coniugale, lei non è disposta a tollerare di essere solo una concubina ai voleri di Giasone e si sente tradita in quanto favori che ha reso a Giasone nella conquista del vello d’oro non le sembrano degni di tale sgarbo. Medea ha abbandonato i suoi parenti e la sua terra per seguire Giasone e adesso il suo mondo crolla, ritrovandosi sola, in terra straniera relegata a una funzione sociale che non le va per niente bene e che non riesce a accettare e a capire. Probabilmente una qualsiasi altra donna greca avrebbe accettato tranquillamente il fatto di diventare una concubina del marito ma in Medea non ci sono i presupposti culturali per tale sottomissione e la sua reazione è al contrario forte e violenta tale da provocare un’altra serie di incomprensioni da parte del marito e che non afferra l’idea di una così dura ribellione di una donna al volere maschile.
2) Nel secondo episodio si parla di ira, malvagità, giustizia, fama, saggezza e gelosia: riferiti chi ?
Il secondo episodio è il dialogo tra Giasone e Medea, è lo scontro delle incomprensioni di cui ho parlato prima che sboccheranno in tragedia. Questo dialogo è una vera è propria tempesta di sentimenti e di argomenti di discussione, e non avrebbe potuto essere diversamente visto che in questo dialogo maturano e si decidono i fatti che saranno fondamentali per il proseguimento della tragedia. Nell’episodio è espressa tutta l’ira di Medea per il tradimento subito, tutta la sua diversa concezione della giustizia e la consapevolezza che il comportamento di suo marito non potrà essere che ingiusto nei suoi confronti, di conseguenza, tutta la malvagità, la gelosia e la bramosia di vendetta che è capace di provare contro Giasone e contro la sua futura sposa. A lei si contrappone la saggezza “greca” di Giasone che non capisce tanta ira e tanto odio e parla dei grandi favori e vantaggi che lei ha ricevuto da lui avendolo seguito poiché dal nulla si è conquistata uno dei massimi riconoscimenti per l’uomo greco cioè la fama e la gloria fra gli uomini, oltre al grande privilegio che secondo i greci stessi è quello di essere diventato una cittadina greca a tutti gli effetti.
3) Giasone afferma: “...tu in cambio della salvezza mia hai più ricevuto che dato...”. Spiega.
Lo scontro tra Giasone e Medea si focalizza su di un altro punto importante e cioè i vantaggi che l’uno ha ricavato dall’altra. Medea si ritiene offesa e tradita dal comportamento di Giasone e si sente in credito verso di lui per averlo salvato e per averlo aiutato nella sua impresa. Al contrario però Giasone non si sente in debito verso Medea, anzi ! L’ha portata in Grecia, ne ha fatto una cittadina, gli ha dato fama e gloria, cosa può desiderare di più una donna ? “...tu in cambio della salvezza mia hai più ricevuto che dato...” questa frase riassume bene dunque il punto dello scontro fra due persone che hanno una scala di valori diversa e che in questo caso rendono ancora più accentuata con l’ira tale diversità.
4) Medea teme di non avere più patria, Giasone parla della fama come importante per la vita umana e dell’importanza dell’essere greco, Egeo garantisce ospitalità attraverso il giuramento : perché era così importante per gli antichi avere una patria sicura ?
Questo è sicuramente un problema dalle radice arcaiche. Per comprendere tali comportamenti e tali valori bisogna immaginarsi un mondo profondamente ostile all’uomo, dove la primaria fonte di difesa dalla natura ma anche dagli altri uomini è la formazione di una società autosufficiente nella quale tutti i partecipanti alla comunità, tutti oi politai, siano organizzati e abbiano come unico scopo la tutela reciproca. Colui che in un mondo come questo era escluso dalla polis era molto più di un senzatetto, era un senza-patria. Essere senza patria doveva essere davvero duro a quel tempo per una donna sola con figli, anzi, forse addirittura impensabile. Medea ha ragione quando teme di rimanere sola, in terra straniera, con l’ostilità di suo marito da un lato e quella della famiglia che ha abbandonata dall’altro. Quale posto avrebbe mai potuto avere una donna sola nella società greca ? Era questa una eventualità probabilmente così remota da non essere neanche presa in considerazione.
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Meleagro di Gadara e la sua Antologia
Visse nel I secolo a. C. e allestì la prima antologia poetica greca che conosciamo. Egli intitolò la sua raccolta Stephanos, “corona”, “ghirlanda” nella quale egli accostava ogni poeta a un particolare tipo di fiore (da cui il termine Antòv logìa, “raccolta di fiori”).
L’antologia di Meleagro raccoglieva gli epigrammi di autori antichi, fino a comprendervi anche se stesso. Essa però non era un collage di pezzi poetici giustapposti, ma un vero e proprio genere letterario. Gli epigrammi dei vari autori si susseguivano quasi come in una gara poetica, un agone poetico, al cui termine si presentava l’epigramma dell’antologista, nella posizione del vincitore.
L’antologia di Meleagro è dunque la riproduzione scritta dell’agone poetico, il trionfo del libro sulla dimensione sociale e pubblica che invece aveva prima questo tipo di gare.
Perché Meleagro, passando in rassegna molti importanti autori (Simonide per esempio) ce ne presentò solo gli epigrammi ? Se avesse incluso i carmi lirici degli autori arcaici che chiama nella sua raccolta, oggi avremmo qualcosa di più delle citazioni bizantine e qualche frammento di papiro.
Probabilmente Meleagro incluse solo epigrammi perché solo con quel particolare tipo di componimento egli era in grado di gareggiare. Un carme lirico arcaico, per la sua complessità metrica, non avrebbe mai potuto essere alla portata di Meleagro, e se lo fosse stato, non avrebbe avuto un pubblico in grado di capirlo.
Dice L. E. Rossi : «È così che l’Antologia greca è così il più bel documento indiretto della fortuna, o meglio della sfortuna della grande lirica arcaica.»
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Antigone
di Sofocle
L’amore è il sentimento che domina la tragedia, quello più importante, che determina gran parte delle azioni dei personaggi. E’ l’amore per il fratello Polinice che spinge Antigone a violare l’editto di Creonte che proibiva la sepoltura dei traditori della patria, è l’amore di Emone per Antigone che lo induce al suicidio quando viene a sapere che la sua amata è morta, è l’amore per il figlio che fa prendere a Euridice la scelta finale quando scopre del suicidio del figlio ed è nell’amore che Ismene entra in conflitto con la sorella.
L’ “Antigone” è una tragedia basata tutta sul grande conflitto tra i sentimenti e le tradizioni e la razionalità e le leggi della Polis e della ragion di stato. Creonte, che ingiustamente si prende la responsabilità di tutte le disgrazie che si succedono durante lo svolgimento del dramma, non è altro che un uomo al servizio della Polis, un uomo che ha il potere e che non può permettersi passi falsi: il suo compito è delicato, in mano ha la vita dei cittadini e l’interesse della polis... i sentimenti personali devono cadere davanti alla necessità della salvezza comune.
Creonte è costretto ad agire come agisce; difendere la ragion di stato contro i sentimenti e contro il destino gli costa caro: la morte del figlio, della moglie, della nipote e l’infamia di tiranno sanguinario. In realtà Creonte porta solo a termine il suo dovere e il continuo infierire dei sentimenti e dell’amore sulle sue scelte politiche provoca nel suo animo un indurimento per lui sicuramente doloroso e necessario che, come lui stesso aveva predetto, lo porterà alla rovina (“ricordati però che i temperamenti troppo duri più facilmente si arrendono, proprio come il solidissimo ferro, se viene troppo indurito dal fuoco, alla fine si spezza più agevolmente e va in frantumi”).
L’amore quindi nella tragedia è uno dei due poli contrapposti: i sentimenti e la ragion di stato. L’amore è rappresentato fino all’estremo da Antigone che accetta di morire per dare eterno riposo al fratello e la ragion di stato è rappresentata da Creonte che, fino in fondo coerente al suo dovere di sovrano, accetta la rovina personale, piuttosto che quella della Polis.
Creonte ha combattutto contro tutto e tutti. Non c’è nessuno che fino in fondo gli sia stato alleato nella sua scelta di grande rispetto per l’interesse comune. Ora però Creonte rivela il suo aspetto di uomo. Non sopporta più la pressione di tutti gli avvenimenti che gli si svolgono intorno, e cede a quella parte di lui, quella dei sentimenti, che con la sua ascesa al potere era stato costretto a annullare. E’ comprensibile quindi da parte di Sofocle la scelta di un cambiamento così repentino: la parte dell’amore in Creonte esplode, vince improvvisamente sulla razionalità e mette in luce il disperato conflitto che è alla base di tutta l’opera e che porterà Creonte alla rovina. Resosi conto che contro il destino non è utile combattere, Creonte vede crollarsi addosso il castello dei suoi princìpi che lo travolgono sotto la spinta dei sentimenti che lo schiacciano.
Sì, Tiresia, che pure è in fondo dalla parte di Creonte è un indovino e conosce bene il destino. Quando Tiresia nel suo discorso dice a Creonte che deve sapersi ravvedere, probabilmente non critica il suo comportamento fedele alla Polis, ma il fatto di essersi voluto opporre al volere del Fato. In sostanza le idee e i princìpi che muovono le azioni di Creonte non possono essere criticate, ma contro il destino, lieto o funesto che sia, nessun uomo può imporre la sua volontà. Chi lo fa, può ricerverne gravi danni, come nel caso di Creonte.
“Nulla nella vita dell’uomo è stabile” . Questa affermazione è il sunto del discorso del nunzio che arriva alla corte di Creonte per annunciare la morte del figlio del re, Emone. Sofocle, con queste parole ci presenta uno dei drammi più grandi che l’umanità abbia mai vissuto: l’incertezza del futuro. In un mondo come quello antico, dove si credeva che il destino fosse scritto e assolutamente irrevocabile, la concezione della felicità doveva essere assai sofferta. Nel discorso finale Corifeo, afferma che “la saggezza è la prima condizione della felicità” e che “Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino e in vecchiaia insegnano a essere saggi” ciò significa probabilmente che per un uomo, l’unico modo per essere felice è quello di saper accettare il destino così come è scritto e di capire che tutto quello che gli accade è comunque il volere irrevocabile di un’entità superiore agli stessi dei. L’uomo che al contrario entra in conflitto con il destino e cerca con la sua arroganza di modificarne il percorso, è un uomo che tenta di infrangere l’ordine universale, il “kosmoV”, ene paga le conseguenze.
Il concetto di felicità negli antichi, torno a ripetere, doveva essere davvero sofferto, se l’unica felicità che riuscivano a immaginare era quella di saper accettare il bene così come il male, come il fato aveva deciso per loro. Il termine “saggezza”, in queste ultime parole dell’Antigone, indica forse proprio questo senso di grande serenità che è ben lontano dalla rassegnazione.
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Daniele Biasci
Medea
di Euripide
1) Alla conclusione della Medea, la Corifea fa una riflessione sugli dèi e il destino : partendo da questa riflessione, considera l’importanza del destino nella tragedia e le differenze con l’Antigone.
Con questa conclusione, la corifea svela una concezione del destino totalmente diversa da quella presente nell’Antigone. A dire il vero non mi sembra che nella Medea il destino abbia una funzione molto importante, anzi è citato molto poco e ancor meno chiamato in causa. Nella Medea le azioni e le reazioni dei personaggi sono dettate dai sentimenti, dalle passioni, da interessi economico-sociali (Giasone che vuole sposare la figlia di Creonte) ma molto poco sono influenzati da una volontà superiore, da una sorte già scritta, dal destino. Euripide è di molto più moderno di Sofocle e di questa modernità si ritrovano chiarissimi i tratti nel tema stesso della sua tragedia. Tuttavia anche in Antigone il destino non è un aspetto fondamentale della trama. Forse la religiosità, le leggi non scritte degli dèi ma non il destino. In fondo nell’Antigone l’unico riferimento al destino è l’origine della vicenda narrata delle tragedie precedenti Edipo re e Edipo a Colono dove sono Edipo e la sua discendenza a essere condannati alla sofferenza dal fato. Già nell’Antigone infatti prevale la tendenza a lasciare sempre più spazio alle vicende umane e ai sentimenti. Molto tempo è passato da quando Atena tirava per i capelli Achille e adesso i personaggi della letteratura greca sono molto più indipendenti, molto più liberi, molto meno idealizzati, e quindi, molto più umani. In Euripide questa tendenza è ancora più accentuata e il destino è ormai visto come i “...molti casi (dei quali) è dispensatore Zeus in Olimpo...” è quindi una certa fatalità nella quale si afferma che dei molti avvenimenti che Zeus manda agli uomini molti avvengono, inaspettatamente per il volere degli dèi, e molti no. Questo però che la Corifea cita non è più il destino, il fato che decreta la morte di Ettore. E’ ormai piuttosto una sorta di consapevolezza umana della imprevedibilità del futuro. Con il suo discorso, la corifea, secondo una formula pressoché identica anche in altre opere tragiche di Euripide afferma solamente che tutto quello che è stato narrato è appunto l’esito della scelta casuale degli eventi che Zeus ha mandato agli uomini, ma non di più. Il discorso della Corifea è forse l’ultimo tributo a un tema che un tempo era stato il grande tema centrale della letteratura greca e che ora, per l’evolversi della società, va via via scomparendo.
2) Le tue impressioni su Medea.
Medea non è una figura indiscutibilmente negativa. Medea è la personificazione dello scontro tra la cultura Greca e le diverse e molteplici culture “barbare” secondo una definizione piuttosto semplicistica e riduttiva utilizzata dagli stessi greci. Medea è una donna che si trova all’improvviso in conflitto con un mondo, una cultura, usi e costumi diversi che non capisce e che non può accettare. Questa donna non riesce a comprendere le consuetudini greche riguardo ai doveri coniugali e alla concezione delle donne. Medea si aspetterebbe di ricevere eterna riconoscenza da Giasone per averlo aiutato nelle sue imprese alla conquista del vello d’oro e invece ne ricava di essere abbandonata dall’uomo che ama dopo averlo seguito sola in terra straniera. Giasone a sua volta è nell’impossibilità di comprendere lo sdegno di Medea perché per una donna greca sarebbe probabilmente stato impensabile ribellarsi al marito e quindi non accettare le sue decisioni in ambito coniugale. Per la reazione di violenta vendetta che ha davanti alla sventura di essere abbandonata dal marito per un’altra donna, Medea non merita giustificazioni né potrebbe riceverne da qualsiasi altra cultura o civiltà. Tuttavia da noi, a mio avviso, merita perlomeno una conclusione critica più ampia della vicenda nel suo insieme ossia come la tragedia non nasca da una malvagità unilaterale ma da una reciproca e, forse inevitabile, in un mondo così pieno di sé come quello greco, incomprensione tra due diverse scale di valori.
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I principali materiali scrittori in uso presso gli antichi
La carta nell'antichità non era di certo un materiale di uso comune. Essa, già nota ai cinesi dal II sec. d.C., che la ricavavano da una pasta di stracci, fu poi importata in occidente dagli Arabi, al tempo della conquista della Spagna. Qui i Greci e i Romani utilizzavano diversi materiali scrittori a seconda delle necessità: per gli scritti che si intendeva conservare si utilizzavano materiali resistenti come il marmo, la pietra, il bronzo, mentre per gli scritti di carattere personale si potevano usare foglie di alberi o bucce di frutti.
Dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro si diffuse in Europa anche l’uso del papiro che si otteneva da una pianta che cresceva vicino ai fiumi ,da cui si estraevano i filamenti interni che, disposti verticalmente e orizzontalmente e lasciati essiccare al sole, si trasformavano in lunghissimi fogli (10 metri circa) che venivano arrotolati intorno ad un bastoncino rigido (omjaloV). La scrittura era disposta a colonne e del papiro veniva utilizzata solitamente solo la parte liscia (recto) ma poi, quando si cominciò a tagliare i lunghi fogli in fascicoli, nessuna parte restò inutilizzata e la scrittura occupò sia il recto che il verso (la parte posteriore). Per scrivere si usava il kalamoV, una penna di canna appuntita imbevuta di inchiostro e per cancellare si richiedeva l'uso di una spugna bagnata, la scrittura era continua e mancano segni diacritici (spiriti e accenti) e di punteggiatura. Molto usate erano le abbreviazioni , soprattutto nei papiri documentari, mentre i papiri letterari con testi poetici vengono distinti dagli altri dato che alla fine di ogni verso si andava a capo. La maggior parte dei papiri è stata ritrovata in Egitto, dove, grazie alla secchezza del clima, si sono potute conservare meglio le suppellettili abbandonate dall’uomo al momento della fuga dinanzi all’invasione del deserto. Quindi essi si possono trovare o tra le rovine di edifici , o negli immondezzai pubblici o anche nelle tombe.
Oltre ai papiri egiziani, molto importanti sono i papiri della città di Duro, nel cuore dell’Asia Occidentale, purtroppo in gran parte inediti, di cui un gruppo notevole è costituito dai papiri latini. Anche nella città di Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 a.C., sono rinvenuti papiri conservati grazie alla quasi completa carbonizzazione e che, mediante procedimenti chimici, sono stati srotolati e interpretati in piccolo numero rispetto ai 2000 ritrovati.
Il continuo studio dei papiri ha dato vita ad una vera e propria scienza , la papirologia, a cui spetta il compito di descrivere, illustrare, interpretare e raccogliere il materiale papiraceo. Essa non si interessa solo di papiri letterari, ma anche di carattere economico, amministrativo e politico. La conservazione delle opere è stata soggetta, inoltre, a continue selezioni che dipendevano soprattutto da tendenze, gusti e pregiudizi dell’epoca ma, per fortuna, ci sono rinvenuti testi letterari di età in cui non esistevano arbitrarie predisposizioni e attraverso questi vengono confermate delle predisposizioni letterarie di vari secoli, per esempio, che Omero fosse l’autore più letto e Platone il filosofo più studiato.
Nel II sec. a.C. ci fu la nascita di un nuovo materiale scrittorio, la pergamena, ottenuta dalla lavorazione di pelle di pecora; i fogli, tagliati e riuniti, erano racchiusi da un involucro di legno che dava al libro un aspetto molto simile a quello attuale.
Questi libri venivano chiamati “codici” proprio da queste speciali copertine in legno (codex = legno) ed erano per lo più raccolte di costituzioni e di leggi. Nei codici la scrittura era distribuita in due colonne ed era continua, senza interruzioni e mancavano, come nei papiri, i segni di interpunzione, inoltre c’era l’uso di grattare la scrittura sulla quale era sovrapposta un’altra (palimpsesto).
Oltre a questi due principali materiali scrittori, la pergamena e il papiro, furono utilizzati anche gli ostraka, cocci di anfore e vasi, dove si scrivevano ricevute o anche testi letterari e tavolette di legno, adibite a contratti, dichiarazioni o denunce di nascita.
La trasmissione dei testi e loro ricostruzione in edizioni critiche
Dei classici greci e latini non possediamo mai il testo originale, quello scritto direttamente dall’autore, ma solo copie di dubbia fedeltà. Infatti è compito della critica testuale ricostruire il manoscritto come l’originale perduto e, per far questo si serve della “tradizione”, il processo attraverso il quale ci sono giunti i vari frammenti. Essa si distingue in “tradizione diretta”, data dai codici manoscritti ,e “tradizione indiretta”, sotto forma di citazioni che gli scrittori a volte riportavano nelle proprie opere. Se il numero delle fonti è unico la ricostruzione è più difficile, soprattutto se è sformato da lacune o errori o se è mutilo. Invece, se ci sono più elementi e testi su cui basarsi, si procede con la “recensio”, cioè la scelta delle fonti più valide e sicure.
Si comincia prima di tutto dall’eliminatio codicum descriptorum che consiste nel confronto con altri manoscritti e l’eliminazione di uno se risultassero dipendenti l’uno dall’altro, quando per esempio si ha la coincidenza degli errori con in più almeno un errore proprio oppure quando l’originale risulta danneggiato e la copia in quel punto preciso omette parole.
Quindi si procede determinando le relazioni tra i vari manoscritti in base agli errori (e non in base all’età dato che i manoscritti recenti non sono sempre peggiori degli antichi).
Le relazioni fra i codici non sono sempre semplici e chiare, infatti ogni amanuense che trascriveva le opere, se era istruito e ne capiva il senso, era portato ad abbellirle; quindi i codici così alterati si dicono “interpolati”, ma non per questo motivo si devono escludere dalla ricostruzione del testo. I criteri che determinano le scelte dell’editore sono quelli della lectio difficilior (la forma più difficile per il copista o l’editore) e l’usus scribendi dello scrittore. Fra le due la prima è di regola da preferirsi perchè più genuina. Quando le lezioni tramandate appaiono certamente errate si ricorre alla “emendatio” che consiste nel correggere per congettura l’errore della tradizione, essa però si basa solo su metodi di intuizione e riesce solo in casi eccezionali.
Le edizioni critiche di classici antichi presentano sempre una prefazione, in cui è descritta la tradizione, i rapporti fra i vari manoscritti e la storia del testo, si aggiunge, inoltre, a piè di pagina, l’apparato critico che si dice positivo se registra la lezione seguita dal testo, mentre è negativo se invece documenta le lezioni non seguite. Le righe sono numerate solitamente a intervalli di cinque e nel testo si fa uso di segni convenzionali: la parentesi quadra ( [ ] ) che designa l’eliminazione di lettere o parole, la parentesi uncinata (< >) indica l’integrazione, La croce ( ) e l’asterisco (*) che indicano rispettivamente un luogo insanabile e una lacuna.
Nonostante il continuo perfezionamento dell’edizione critica, non si è ancora raggiunto il testo in forma genuina, infatti rimangono sempre limitazioni dettate da forze maggiori, per esempio le edizioni moderne hanno rinunciato a produrre la grafia originale, adottando invece le caratteristiche proprie della scrittura in uso ai nostri tempi.
Per chiarire il concetto di tradizione, un maestro tedesco, P. Maas, l’ha paragonata ad un corso d’acqua che scorre sotto la vetta di un monte, esso si divide in veri rami che, scorrendo, accolgono di continuo sostanze che inquinano e spetta solo all’analisi chimica stabilire le impurità ed eliminarle, così anche alla critica testuale spetta il compito di riconoscere ed eliminare le impronte che ogni civiltà ha lasciato su ogni tradizione.
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LETTERATURA GRECA
LETTERATURA DEL V SECOLO
LA TRAGEDIA
EURIPIDE
Premessa
Euripide è l’unico degli altri tragediografi del periodo (Eschilo e Sofocle) a rendersi conto di dover adattare la sua tragedia alla crisi della cultura di quel periodo. Ma il suo tentativo do evolvere la tragedia è mal inteso: molti infatti sono coloro che pensano che egli sia un eversore della tragedia.
Questa nuova situazione problematica, comunque, non dà più spazio all’indagine sulla razionalità umana, ma è ora il momento do affrontare problematiche quali la condizione della donna, dello straniero, la parola come strumento di potere, … Quindi elemento principale delle tragedie di Euripide saranno i drammi quotidiani e i rapporti tra gli uomini, e la problematica maggiore sarà non più il confronto con il volere della divinità, ma con le scelte degli altri uomini. La figura degli dei non viene eliminata, ma diviene metafora delle istituzioni e delle convenzioni sociali.
Euripide elabora numerose innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che anticipano la conclusione, ampio spazio ai discorsi, il frequente tema del riconoscimento tra persone che ignoravano la loro identità, che esprime la fiducia nella possibilità di scopri
re la realtà dei rapporti umani.
La tragedia di Euripide oppone dunque da un lato la considerazione depressa della miseria dell’uomo e dall’altro la convinzione ottimistica che valga la pena lottare per annientare tutti i pregiudizi.
La vita e le opere
Euripide nasce intorno al 485 a.C. Fu sempre preso di mira dai commediografi, che trasformavano suo padre (proprietario terriero) in un bottegaio e sua madre (nobile) in erbivendola, e parlavano delle sue disavventure coniugali.
La sua famiglia era molto ricca e per questo Euripide fu educato dai migliori maestri. Non fu mai molto amato dai suoi concittadini che lo fecero attendere molto prima di concedergli i dovuti onori, forse perché
senza tanti giri di parole Euripide criticava i comportamenti di molti di loro. Comunque in vita Euripide non fu una persona socievole: è ricordato come un intellettuale solitario che componeva in una grotta in riva al mare, non prendeva parte alla vita pubblica.
Morì presso la reggia di Archelao (a cui dedicò una tragedia), re di Macedonia. Su di lui erano narrate leggende sulla sua misoginia (avversione pregiudiziale per le donne) e sul suo ateismo (si diceva infatti che il suo cenotafio era stato distrutto da un fulmine).
Fu tanto poco amato nella vita quanto fu onorato dopo la morte, tramite la rilettura delle opere che soppiantarono la fama di altri tragici. Di lui ci restano 10 drammi e 10 tragedie (in tutto 19 perché Ecuba compare due volte).
I drammi di Euripide (scheda)
Alcesti: Admeto può sfuggire alla morte, grazie ad una concessione di Apollo, solo se qualcuno accetterà di morire al suo posto: questo qualcuno è sua moglie Alcesti. Dopo una tragica scena di addio, arrivano Eracle e poi il padre di Admeto, che questi attacca per non aver voluto morire al suo posto. Eracle, che se ne era andato, torna del tutto ubriaco e scopre che Alcesti è morta. Riesce a rapirla dall’aldilà e a riportarla a Admeto.
Medea: Medea ha seguito io marito Giasone a Corinto con i figli, e qui viene a sapere che Giasone vuole cacciare lei stessa dalla città e sposare la figlia del re Creonte. Si vuole vendicare: ottiene che la sua partenza sia rimandata di un giorno e di essere ospitata in Atene dal re Egeo. A questo punto finge di riconciliarsi con Giasone e manda alla sposa dei regali portati dai figli: dei vestiti bellissimi, imbevuti di veleno. Dopo la morte di re Creonte e di sua figlia, Medea uccide i suoi stessi figli e fugge.
Baccanti: a Tebe è giunto Dioniso con le sue seguaci, le Baccanti, che formano il coro. Le donne della famiglia reale e soprattutto la regina Agave dubitano della sua divinità. Il re Penteo vuole impedire la diffusione del suo culto, nonostante gli avvertimenti del nonno Cadmo e dell’indovino Tiresia. Dioniso, sotto aspetto umano, si lascia catturare e portare davanti al re, dove viene sottoposto ad un interrogatorio durante il quale si libera agilmente dalle catene con gioia delle sue devote. Intanto un messaggero racconta al re le gesta straordinarie delle Baccanti sul monte di Tebe. Viene convinto da Dioniso a spiarle travestito da menade. Ma Penteo è scoperto dalle Baccanti, scambiato per un leone e fatto a pezzi: fra di esse sono anche la madre e la zia di Penteo. Agave porta, credendolo un trofeo di caccia, la testa del figlio fra le mani, ma quando si accorge della triste realtà si dispera. A questo punto Dioniso caccia Agave e le sorelle per aver dubitato della sua divinità e conforta Cadmo che sarà accolto nel paese dei beati con la moglie.
(leggi le altre tragedie sul libro a pag. 226)
La drammaturgia di Euripide
La prima fase della sua carriera è caratterizzata dai drammi ad azione unica, svolta attraverso un’evoluzione del comportamento dei personaggi e delle situazioni. Quindi è la volta dei drammi a doppia azione, consistente da scene concluse in se stesse riunite tramite il protagonista attorno ad un unico nucleo tematico, e poi dell’intreccio vero e proprio.
Questi diversi modi di presentare la tragedia mostrano una forte tendenza alla sperimentazione, sia per l’irrequietezza spirituale del poeta, sia per il cambiamento dei tempi (riguardo a quest’ultimo punto si è già parlato: Euripide tenta non di dissolvere la tragedia, ma di salvarla).
Per quanto riguarda la struttura interna del dramma, questa non si regge più sulla figura dell’eroe, ma sul rispondersi delle azioni degli uomini. Il dialogo è l’espressione dominante, per cui il ruolo del coro è messo in secondo piano. Le trame di Euripide derivano esclusivamente dalla sua fantasia, e ciò grazie all’interesse per gli aspetti spettacolari del dramma e per l’accentuazione degli aspetti umani. Per questo Euripide non usa il patrimonio mitico, per la prevedibilità delle conclusioni e per l’irrealtà delle situazioni. Il mito è usato solo come spunto tematico.
Lo stile di Euripide
Il linguaggio di Euripide è ispirato al quotidiano, chiaro e concreto, secondo lo schema geometrico della linea retta. Il frutto della riflessione del personaggio è riassunto in sentenze definitive, le gnomai, di cui si sono fatte varie raccolte autonome.
Anche se la funzione del coro è molto meno essenziale rispetto agli altri tragici, il coro di Euripide è ben curato e diviene un momento di evasione malinconica (tema ricorrente è il volare lontano).
Il mondo concettuale di Euripide
Il pensiero di Euripide non può essere circoscritto né alla sola corrente illuministica (mette in dubbio la presenza degli dei), né alla corrente irrazionale (esistenza di forze mistiche). Il segno del suo pensiero è il dubbio, in un oscillare tra posizioni diverse e contrastanti, di fraintendimenti. Per questo, accade che proprio lui che conosce profondamente la psicologia femminile e inquadra le donne come le vittime di una società profondamente maschilista, è accusato di misoginia; lui che era capace di addentrarsi nelle più remote profondità del sentimento umano fosse accusato di essere un gelido retore.
Euripide è soprattutto uno scrittore di teatro, sede della sua sperimentazione e della ricerca del vero, in cui i personaggi sono metafora dello scontro di due pensieri. E’ un disperato ottimista: crede che all’individuo debba essere concesso di scoprire la propria dignità nella realizzazione del proprio destino; ma contemporaneamente conosce la debolezza e precarietà dell’uomo: per questo i suoi drammi sono impregnati da un’infinita compassione e partecipazione al dolore di vivere.
LA COMMEDIA “ANTICA” (no)
I PRIMORDI DELLA COMMEDIA (no)
Premessa
In Atene la tragedia e la commedia avvengono in ambito di feste dionisiache, e in esse acquisiscono i loro tratti caratteristici: a causa delle regole delle feste sacre, la commedia e la tragedia devono, per esempio, essere in rapporto di continuità, da cui risale il parallelismo fra i termini. Ma questo non vuol dire che le due rappresentazioni siano nate contemporaneamente, anzi sono indipendenti l’una dall’altra. La tragedia assunse dignità e proprietà artistica solo nel teatro ateniese, mentre la commedia era già una forma d’arte; mentre la produzione tragica vive ad altissimi livelli per almeno un secolo e si mantiene sempre omogenea, ma poi subisce un tragico (già che siamo in tema) tracollo, la commedia sopravvive per oltre un secolo più della tragedia, anche nel periodo della crisi politica, sociale e culturale, e tutto ciò grazie alle numerose trasformazioni a cui era andata incontro, che l’avevano resa resistente a qualunque situazione. Per la lunga storia della commedia se ne rende necessaria una periodizzazione in “antica”, “di mezzo” e “nuova”.
Le origini della commedia
La sua origine non è sicura, ma i primi concorsi comici si ebbero sicuramente nel V secolo e il primo vincitore fu Chionide.
Aristotele ci propone due ipotesi riguardo all’origine della commedia:
- ipotesi dionisiaca: dice che probabilmente la commedia ebbe origine dall’improvvisazione dei canti fallici, eseguiti nelle falloforie (da Fallo, simbolo della fertilità), processioni in cui si propiziava la fecondità. Veniva eseguito in esse un canto in onore di Dioniso, quindi i partecipanti procedevano beffeggiando tutti quelli che gli capitavano a tiro. Infatti l’origine del nome “commedia” è riferito a KOMOS, ossia il corteo festoso dei seguaci ubriachi di Dioniso, occasione di canti corali e scherzosi. Così ecco le principali caratteristiche della commedia: il canto corale, il rapporto con Dioniso, l’irrisione e il riferimento alla sfera sessuale.
- ipotesi dorica: il termine “commedia” derive
rebbe da KOME, che vuol dire in dorico “villaggio”. I primi attori comici sarebbero andati in giro per le campagne a presentare i loro primi spettacoli, perché erano respinti nelle città. Gli abitanti di Megara sostenevano che la commedia era nata presso di loro, perché erano famose le rappresentazioni di quel tipo a Megara, con attori che rappresentavano scenette realistiche. Anche qui le principali caratteristiche della commedia: una trama e degli attori, la tematica realistica e l’influsso della politica. Si tratta comunque di una ipotesi considerata inattendibile.
Inizialmente la protocommedia si trovava in una fase fluida, da cui acquistò pian piano autonomia e consapevolezza della propria natura teatrale, distinguendosi dai rituali e adattando una dimensione più drammatica. Per giungere alla vera realizzazione della commedia occorreva farla incontrare con la letteratura. La commedia prese spunto dal dramma siceliota e dalla tragedia: da uno prese la vicenda coerente e compiuta, dall’altra la struttura scenica, che era già in vigore da 50 anni. La tragedia ha dato molto alla commedia: l’alternanza delle sezioni parlate e cantate, l’alternanza della lingua, nel coro dorica, nel resto attica, la metrica, il ricorso al prologo e alla pàrodo.
La poesia giambica ha dato lo stimolo all’utilizzo degli argomenti derisori e osceni, oltre che del realismo (che è più evidente nella commedia nuova, mentre in quella antica le situazioni sono un po’ assurda. Comunque vengono sempre utilizzati dei personaggi comuni, non degli eroi).
Dovrebbe aver influito sulla commedia anche l’oratoria, per la suggestione dei discorsi e per gli elementi tipici della contesa politica e giudiziaria.
La struttura della commedia “antica”
La commedia ha struttura dinamica, per cui non sempre le varie opere seguono la stessa andatura.
La nostra conoscenza della commedia “antica” può essere riassunta nel nome di Aristofane, per cui noi ipotizziamo che anche gli altri drammaturghi abbiano utilizzato le sue stesse tecniche.
La commedia antica si apre con un prologo molto ampio, recitato dai personaggi, in cui si narra sia la situazione iniziale sia il piano che il protagonista si propone per modificarla. Segue l’entrata dal coro, il pàrodo, e poi si sviluppa l’azione del protagonista, il contrasto con i personaggi o con il coro, il confronto delle opinioni nell’agone.
L’aspetto più caratteristico di questa commedia è la parabasi: la scena ad un tratto era apriva di attori, mentre il coro si spogliava del travestimento e sfilava davanti agli spettatori, finché non si fermava e cantava o recitava di fronte ad esso un ampio brano. In questo genere di commedia antica, il coro si esprimeva in prima persona e discuteva di svariati argomenti riferendosi all’attualità.
La parabasi può precedere o seguire l’agone, in cui l’eroe riporta il successo e il nuovo ordine. Il proseguimento della commedia ne rappresenterà le conseguenze, in genere di carattere buffonesco e narrate ad episodi. Infine veniva l’esodo, una gioiosa processione in cui era celebrato il definitivo trionfo del protagonista.
Le maschere degli attori rappresentavano una deformazione della fisionomia umana ma, se i personaggi che esistevano davvero, la maschera li riproduceva realisticamente. Il coro poteva rappresentare persone come anche animali o fenomeni naturali, come segni allegorici della nostalgia per la perduta simbiosi con le forze del cosmo e della natura ( e tale è il significato profondo della commedia).
EPICARMO e il teatro in Sicilia e Magna Grecia
Il teatro locale si sviluppa seguendo un tipo di spettacolo caricaturale e popolaresco, ricco di mimica, incline alla demitizzazione e alla rappresentazione della quotidianità. Si astiene dal riferimento personale e politico per considerare invece un riferimento più generale e una riflessione su grandi temi etici, religiosi o politici riportati sulla scena comune.
Aristotele considera precursore della commedia attica Epicarmo, che visse dalla seconda metà del VI secolo a.C. alla prima del successivo. Essendo in stretto contatto con l’alta cultura della madrepatria egli riuscì a maturare una forte consapevolezza poetica che dona eleganza e padronanza tecnica alla sua opera.
Di Epicarmo ci restano alcuni frammenti molto brevi e altri provenienti dai papiri, di maggiore estensione ma assai malridotti. Si occupò di tre settori tematici principali:
- la parodia mitologica ed epica: dei ed eroi erano raffigurati in situazioni grottesche, pavidi o irresponsabili. Protagonisti prediletti di questo genere sono Odisseo ed Eracle.
- il portare sulla scena figure o episodi della vita quotidiana, in cui va annoverata l’opera più famosa di Epicarmo, Speranza o ricchezza: un parassita che, dopo aver perlato delle gioie della propria vita e della sua astuzia, si ritrova nella notte solo e insonne sul giaciglio della propria casa. Quest’opera ha una forte valenza psicologica, in cui si condanna la vanteria che porta a miseria materiale e morale.
- l’invenzione di pura fantasia
Le opere di Epicarmo sono denominate “drammi”. Sono composte in dialetto dorico e in metri vari, forse venivano interpretate da tre attori, la presenza del coro è incerta e il tipo di scena è ignoto.
Motivo caro a Epicarmo è il compiacimento gastronomico, ma ancora più tipico è l’atteggiamento filosofico o etico, attraverso il quale riesce a guardare con sottile ironia la condizione umana. Sembra essere il primo ad aver capito che la deformazione comica può coincidere con il realismo, e anche per questo può essere considerato il progenitore della commedia.
Anche il mimo nasce con Epicarmo, ma il primo a celebrarne la fioritura è SOFRONE, in Sicilia. Egli costituì una lettura prediletta da Platone, che da lui prese la tecnica di raffigurazione psicologica dei personaggi. I suoi mimi erano maschili e femminili, a seconda del sesso, ma non si sa se fossero in forma di monologo o rappresentati con una dimensione scenica. La prosa era ritmica, i brani brevi e si riferivano alla vita comune.
Alla sfera popolare appartiene una forma di teatro comico che si diffuse soprattutto in Magna Grecia: è la farsa filiacica o ilarotragedia, introdotta da Rintone, che parodizza le grandi tragedie. Gli attori avevano un costume caratterizzato da un grosso fallo e da imbottiture esagerate, e salivano su un palcoscenico formato più che altro da una piattaforma movibile a cui si accedeva con una scaletta, tipico di attori girovaghi.
I poeti della commedia “antica”
Secondo Aristotele i primi comici ateniesi furono Chionide e Magnete, delle cui opere ci resta ben poco. Comunque sappiamo che consistevano probabilmente in prevalenza di parti corali inframmezzate da scene legate da un sottile filo conduttore.
Cratete fu il primo a costruire una commedia con un vero filo conduttore. Conosciamo, fra le altre, una sua commedia intitolata Bestie, in cui veniva descritta la vita semplice vista come un’utopia in cui l’uomo riceveva dalla natura tutto ciò di cui aveva bisogno, gli attrezzi lavoravano da soli e i pesci si cucinavano da soli, mentre un coro di animali celebrava la cucina vegetariana.
Ma il pubblico ateniese, alla semplicità di Cratete preferiva la polemica e i temi attuali di Ferecrate, della generazione successiva a Cratete. Il tema di fondo è sempre la comicità d’evasione e di fantasia, ma è posta in un ambiente diverso, si parla di civiltà, di regge,… Comunque Ferecrate è famoso soprattutto per la purezza della lingua.
Colui che condusse alla pienezza la commedia attica fu CRATINO (e non Cretino), la cui attività inizia con la seconda generazione dei comici (contemporaneo di Ferecrate). Abbiamo vari frammenti ma di un papiro riusciamo a ricostruire la storia. Si tratta di Dionisalessandro: Dioniso, travestito da Alessandro (Paride), giudica il concorso di bellezza tra le tre dee facendo vincere Afrodite. Rapisce Elena ma, sorpreso, la camuffa da oca e la nasconde in una cesta, trasformandosi a sua volta in un montone, ma veniva ugualmente scoperto da Paride. La commedia è attualissima, perché dietro le figure di Dioniso e Elena si nascondono Pericle e Aspasia, poiché Pericle era stato accusato di aver scatenato la guerra del Peloponneso per i suoi amori. Pericle viene spesso preso in giro da Cratino che lo beffeggia una volta per la testa a forma di cipolla.
Ma Cratino non ci parla solo di Pericle. Il suo capolavoro si intitola la Bottiglia: nei Cavalieri Aristofane, rivale ma anche ammiratore di Cratino (poiché da lui riprende molti temi), celebra il vigore giovanile del rivale che abbatteva con impeto ogni avversario, mentre ora si era ridotto ad essere un vecchio ubriacone passato di moda. Cratino risponde con grande fantasia, fingendo di essere stato chiamato in giudizio da sua moglie Commedia che lo accusava di averla abbandonata per Bottiglia: ma Cratino risponde con una lunga orazione in cui dice di non aver mai trascurato Commedia, mentre Bottiglia è un dono offertogli dal dio della commedia per sostentare la sua creazione, perché “il bevitore d’acqua non crea mai cose belle”. Dopo la sua morte, Cratino verrà denominato da Aristofane “sbranatore del toro”, un epiteto di Dioniso, attraverso il quale viene celebrata la sua divinizzazione e il furore della sua poesia.
Contemporaneo di Aristofane e suo maggior rivale fu EUPOLI, appartenente alla terza generazione di comici. Composte 14 commedie e per la metà vinse un premio. Dapprima era amico di Aristofane, ma poi si accusarono a vicenda di plagio e litigarono. Con Eupoli la commedia esalta il suo carattere battagliero contro la prevaricazione del potere politico r la degenerazione in cui la città era trascinata dai demagoghi: nei Battezzatori si accusava Alcibiade di aver partecipato al culto orgiastico della dea Cotitto; nella Città si denunciava lo sfruttamento da parte di Atene delle città alleate. La più importante opera sono i Demi, densa di amarezza patriottica ma anche di speranza. La salvezza si trova solo nell’oltretomba e il buon governo è vivo solo nel ricordo.
ARISTOFANE (no)
(pagine grigie)
Acarnesi: il contadino Diceopoli vorrebbe che in assemblea si discutesse della pace e non si facessero buoni affari con la guerra,. Poiché nessuno lo ascolta decide di stipulare un accordo di pace personale di 30 anni con Sparta, azione vista come un tradimento. Ma Diceopoli riesce a convincere coloro che lo accusano alla causa della pace e apre un mercato libero al quale accorrono tutti i venditori della Grecia. Rimpilzatosi di leccornie, Diceopoli si
reca ad un banchetto di una festa, mentre il guerrafondaio Lamaco parte per la guerra: nella scena finale sono contrapposte le immagini di Lamaco ferito e sorretto dai compagni e quella di Diceopoli ubriaco sorretto da due ragazze.
Cavalieri: è un attacco contro Cleone, uomo politico odiatissimo da Aristofane, rappresentato sotto le spoglie dello schiavo Paflagone, che con varie astuzie si è assicurato il favore del padrone (cioè il popolo). Altri due servi (tra cui anche uno che raffigura Demostene) ricorrono ad un Salsicciaio, ignorante e privo di freni morali, che si impone su Paflagone e ottiene al suo posto il favore del padrone. Nell’ultima scena viene esaltato Demos, che ora appare ringiovanito.
Nuvole: il contadino Strepsiade ha sposato una donna di alto rango e ne ha avuto un figlio, che però non ha freno nello spendere. Ossessionato dai debitori, Strepsiade vorrebbe imparare da Socrate e dai suoi discepoli assistiti dalle Nuvole (il coro) l’arte di truffare, ma non impara nulla. Per cui manda suo figlio Fidippide a imparare, ma questi è talmente bravo che in una lite con il padre finisce per bastonarlo e lo convince che i figli hanno il diritto di bastonare i genitori. Accortosi dell’errore che ha fatto, Strepsiade corre ad incendiare il Pensatoio di Socrate.
Vespe: le vespe, interpretate dal coro, rappresentano l’irascibilità dei politici e la litigiosità del popolo ateniese. Il vecchio Filocleone (cioè ammiratore di Cleone) è ossessionato dai processi e li vuole vedere tutti quanti. Per farlo restare un po’ a casa, suo figlio Bdelicleone (cioè odiatore di Cleone) lo rinchiude in casa, mostrandogli l’assurdità del suo comporta
mento. Per calmare il vecchio che vuole fuggire in tribunale, Bdelicleone può solo improvvisare una causa contro un cane, dopodiché incita il padre a frequentare gente diversa. Ma in un banchetto il vecchio si comporta –orribilmente, portandosi via una flautista e provocando zuffe e disastri.
Pace: il vignaiolo Trigeo sale all’Olimpo per chiedere a Zeus quando ristabilirà la pace per i Greci. Ma al suo posto trova Ermes, che dice che Zeus e tutti gli dei se ne sono andati disgustati dal comportamento dei greci, ed è rimasto solo Polemos, dio della guerra, che ha imprigionato Eirene, la dea della pace e vuole mettere tutte le città della Grecia in un mortaio e ridurle in poltiglia. In un momento di distrazione di Polemos, Trigeo chiama tutti i Greci (il coro) per liberare la dea: ci riescono ed Eirene, accompagnata dalla dea dell’abbondanza e da quella della festa, porta la pace e la felicità ai Greci.
UCCELLI: due vecchi Ateniesi, Pisetero e Evelpide, disgustati dal comportamento dei cittadini, chiedono consiglio ad Upupa, che un tempo era stato il re Tereo. Insoddisfatto dei consigli dell’uccello, Pisetero decide di fondare nel cielo un regno degli uccelli riducendo così alla fame gli dei e Zeus, costringendolo a cedergli il suo potere. Il coro, formato dagli Uccelli, è d’accordo. Gli uomini perdono fiducia negli dei tradizionali che, alla fame, vengono ai patti: Pisetero, signore degli Uccelli, ha il diritto di succedere a Zeus.
Tesmoforiazuse: Euripide viene a sapere che le donne, da lui spesso calunniate nelle tragedie, hanno deciso di vendicarsi in occasione delle Tesmoforie, una festa femminile. Per questo decide di mandare una spia da loro: vorrebbe mandare un suo amico effemminato, ma questo non si lascia convincere costringendo Euripide a ripiegare sul suo amico Mnesiloco, che però prende a calunniare i vizi delle donne proprio davanti a loro ed è scoperto. Nella seconda parte dell’opera vengono descritti vari tentativi di Euripide di liberare il suo amico, finché non riesce a sedurre la guardia grazie ad una prostituta, aiutato dal coro a cui aveva promesso di non calunniare più le donne.
Lisistrata: l’ateniese Lisistrata, stanca della guerra, convince tutte le donne di Atene a non fare più l’amore con i mariti finché non sarà tornata la pace, e per di più nasconde il tesoro dello Stato necessario per la guerra. Forte è la contrapposizione tra i due cori (donne e vecchi di Atene) e fra Lisistrata e il funzionario che deve ritirare i soldi. Alla fine torna la pace e si festeggia.
RANE: Dioniso ha deciso di scendere nell’Ade per riportare sulla terra Euripide, che ha lasciato vuota la scena della tragedia. Travestitosi da Eracle compie il viaggio, infastidito dal rumore delle Rane (il secondo coro). Il travestimento gli crea non pochi problemi. Giunto a destinazione si trova di fronte ad una disputa di cui diventa giudice fra Eschilo ed Euripide, che vogliono entrambi ottenere il titolo di poeta massimo dell’Ade. Dopo molte incertezze, Dioniso sceglie Eschilo per l’impegno politico e civile.
Ecclesiazuse: le donne, insoddisfatte del governo maschile, si introducono travestite all’assemblea, guidate da Prassagora, per far passare proposte rivoluzionarie, tra cui quella di mettere tutti i beni in comune. Nella scena successiva vengono descritti gli esiti di questa proposta: alcuni tengono fede all’impegno, altri invece no. Buffa è la proposta che un giovane non possa fare l’amore con una ragazza se prima non ha soddisfatto una vecchia, per cui nella scena finale si vedono tre megere che si contendono i favori di un bel ragazzo.
Pluto: il vecchio Cremilo è andato a consultare l’oracolo di Apollo a Delfi, e gli è stato ordinato di ospitare in casa la prima persona incontrata davanti al tempio: è Plauto, il dio della ricchezza, la cui cecità crea le ingiustizie a riguardo sulla terra. Portato in un tempio, Plauto guarisce e la ricchezza viene distribuita equamente. Lo stesso Zeus è costernato perché gli uomini non offrono più sacrifici agli dei. Cremilo, visti gli inconvenienti, decide di insediare il dio nel tempio di Atena. (embè?).
L’ORATORIA
L’oratoria è un mezzo per la trasmissione del pensiero e forte strumento di persuasione. Nei poemi omerici l’arte oratoria espressa nelle assemblee è tenuta in grande considerazione.
La letteratura oratoria è un esito della situazione politica e giudiziaria che si produsse nelle città nell’età successiva alle guerre persiane, in un clima di partecipazione totale alla vita pubblica.
Esistono tre tipi di oratoria: tipo deliberativo, cioè orazioni tenute in una sede e con finalità politiche; tipo giudiziario: discorsi d’accusa e difesa; oratoria epidittica o dimostrativa: discorsi pubblici in occasione di cerimonie e festività. Da questo tipo di oratoria si sviluppò poi la conferenza di parata, un esibizione di abilità su temi assurdi.
L’oratoria giudiziaria era per esigenza schematica, e formata da 4 fasi fondamentali:
1) introduzione, per propiziare l’attenzione e il preliminare favore dei giudici;
2) narrazione, cioè la rappresentazione dei fatti;
3) discussione propriamente giuridica, con l’eventuale interrogatorio dei testimoni;
4) perorazione, per ottenere definitivamente il voto favorevole .
Tecniche dell’oratoria giudiziaria erano quelle di ricorrere ad argomenti di carattere generale e astratto e cercare di coinvolgere emotivamente la giuria valorizzando il racconto. Spesso l’oratoria giudiziaria era affidata a dei professionisti, i logografi, che scrivevano l’accusa o la difesa immedesimandosi nel personaggio che poi doveva ripeterla a memoria in giudizio.
L’oratoria politica e quella epidittica erano meno schematiche e tendevano ad adattarsi ogni volta alla situazione, ed erano narrate in prima persona dall’autore, per cui la sua personalità acquista particolare rilievo.
ANTIFONTE
Nato verso il 480, fu protagonista della restaurazione oligarchica dei “Quattrocento”. Dopo che fu ristabilita la democrazia, Antifonte fu condannato a morte per tradimento e giustiziato nello stesso anno. Tucidide fu suo allievo, e da lui sappiamo che il discorso che fece in sua difesa quel giorno è il migliore mai fatto da alcuno, ma a noi non è rimasto nulla di quel discorso. Noi conosciamo Antifonte solo come logografo, e abbiamo 15 orazioni, tra cui Sull’uccisione di Erode, in cui si difende un giovane di nome Mitilene accusato di aver ucciso in mare Erode.
Di Antifonte conserviamo anche le Tetralogie, che si riferiscono ognuna ad un processo criminale. Non comparendo nomi, è possibile pensare che funges-
sero semplicemente da modello per l’esercitazione retorica.
Testo: Una causa difficile (Contro la matrigna)
Si tratta di un discorso pronunciato da un giovane durante un processo: egli accusa la madre di aver ucciso suo padre. Non vorrebbe accusarla, ma ritiene peggiore non vendicare la morte del padre. Nel frattempo si difende anche dalle accuse che suo fratello gli ha mosso per aver portato in giudizio la madre.
I fatti si svolsero in questo modo: Filoneo, un amico di suo padre, aveva una concubina che voleva prostituire. Clitemnestra, sua madre, lo venne a sapere e, dicendo che anche lei aveva lo stesso problema, disse alla donna che con una certa pozione avrebbero ottenuto entrambe l’amore dei due uomini. In realtà si trattava di veleno, che la donna versò nei bicchieri dei due mentre stavano brindando ad un banchetto. Filoneo, che aveva ricevuto più pozione perché la donna credeva che così l’avrebbe amata di più, morì subito, il padre del ragazzo ci mise di più.
La donna venne uccisa, anche se era senza colpa. Il ragazzo chiede che anche la madre sia punita.
ANDOCIDE
Nato poco prima del 440, apparteneva all’aristocrazia ateniese. Venne coinvolto nell’accusa di aver partecipato assieme ad Alcibiade alla mutilazione delle Erme. Andocide si salvò con la delazione e andò in esilio volontario a Cipro, dove commerciò e accumulò molto denaro. Non riuscì a rientrare subito in patria (in questo periodo scrisse un’orazione Sul proprio ritorno), ma vi riuscì dopo la caduta dei 30 Tiranni, nel 403. Ma nel 399 i suoi nemici lo accusarono di empietà per aver assistito ai misteri Eleusi. Fu assolto grazie all’orazione Sui misteri. Partecipò, dopo riaver acquistato credibilità politica, ad un’ambasceria a Sparta che però fallì (Sulla pace con Sparta). Accusato di corruzione, Andocide dovette andare in esilio evitando la condanna a morte.
Egli non è un oratore di professione, ma scrive semplicemente per autodifesa. Ha una forte persona-
lità e un certo vigore espressivo e uno stile lineare perché vuole apparire un uomo semplice.
Testi: L’amnistia (Sui Misteri)
Un uomo si difende dall’accusa di un certo Cefisio di aver violato un decreto: si tratta del decreto di Isotimide che dice che chi ha commesso empietà è interdetto dai luoghi di culto. In realtà questo decreto era stato annullato dopo la battaglia di Egospotami: era stato deciso di restituire i diritti a tutti coloro che ne erano stati privati (gli atimoi). Quando rientrarono gli esuli accaddero brutti fatti. Gli Ateniesi ritennero di dover salvare la città e elessero venti uomini per prendersi cura della città. Questi uomini abolirono molte leggi che avrebbero implicato troppi procedimenti penali in seguito ai fatti accaduti.
LISIA
Lisia rappresenta la prima grande figura di artista nella letteratura greca. Scrive in gran parte discorsi giudiziari, in cui mostra una grande capacità di imitazione per l’esistenza quotidiana e i personaggi che la popolano, in uno stile molto elegante. Lisia appartiene all’alta letteratura.
Suo padre Cefalo si trasferì con la famiglia ad Atene, dove nel 445 nacque Lisia, che ben presto si recò in Magna Grecia per perfezionare la sua istruzione nella scuola retorica siciliana. Dopo la spedizione disastrosa in Sicilia del 415 tornò ad Atene, ma il nuovo governo dei Trenta lo accusò assieme al fratello Polemarco. Lisia riuscì a fuggire a Megara, ma il fratello fu ucciso. Tornò ad Atene dove fu costretto ad esercitare la professione del logografo. E’ morto intorno al 380.
Scrisse moltissimo (si pensa 425 orazioni, di cui la metà sicuramente autentiche), in tutti i generi di oratoria: al genere epidittico apparteneva l’Olimpico, pronunciato alle Olimpiadi, mentre per
la retorica abbiamo l’Erotico.
Ma è l’oratoria giudiziaria il campo preferito da Lisia: egli è chiaro, con una straordinaria varietà di toni espressivi e una forte energia. La sua maestria risiede nell’ “etopea”, cioè la capacità di immedesimarsi in un’altra persona facendo in modo che il discorso scritto da Lisia sembri in realtà scritto da quella persona. Egli insisteva sulle apparenze negative del cliente per metterne in risalto la genuinità e acquistare così la simpatia dei giurati. Per esempio, nell’orazione Per l’olivo sacro, un possidente, accusato di aver abbattuto un olivo sacro, è rappresentato come un uomo all’antica, burbero e poco socievole, per cui sarà difficile che si tratti di un bugiardo.
In Per l’invalido, un uomo riesce con umorismo ad ottenere un contributo statale per la sua invalidità.
Lisia è anche dotato di un eccezionale talento narrativo, ed è capace di mettere in scena situazioni altamente drammatiche o molto spassose, per esempio nel discorso Per l’uccisione di Eratostene, in cui viene narrato un realismo quotidiano che è in genere inconsueto.
Più passionali i discorsi politici, in cui a volte parla lo stesso Lisia. Nell’orazione Contro Eratostene, egli comparve personalmente in tribunale per accusare quest’uomo di aver ucciso suo fratello Polemarco, parlando in uno stile crudamente oggettivo.
I suoi discorsi rappresentano un’evoluzione rispetto alla retorica tradizionale. L’enfasi fa sì che ogni singola causa risulti unica nel suo genere. Lisia scrive in un purissimo dialetto attico, caratterizzato dall’essenzialità e dalla precisione.
Testi: Per la difesa della “patrios politeia” in Atene (Contro una proposta tendente a distruggere in Atene la costituzione degli antenati)
Si tratta di un discorso deliberativo sull’inopportu-nità di abbattere ad Atene la patrios politeia.
Il popolo voleva un’amnistia generale e temeva che la democrazia potesse riprendere i soprusi contro i benestanti. Un uomo propose, rientrati gli esuli, di concedere i diritti politici solo ai proprietari terrieri: molte persone venivano così escluse dalla vita politica ateniese.
Lisia, per prevenire un evento del genere, pronunciò un discorso: quando era stata cambiata la costituzione, Atene aveva avuto molte disgrazie, e ora si vuole cambiarla di nuovo? L’unica salvezza per lo stato è che tutti gli Ateniesi partecipino alla vita politica
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LETTERATURA DEL IV SECOLO
L’ORATORIA
ISOCRATE
L’opera di Isocrate si raccoglie tutta attorno al culto per la perfezione formale e per l’armonia dell’espressione, infatti spesso la ricercatezza dello stile prende il sopravvento sul contenuto.
Egli rappresentò un momento molto significativo per la storia dell’educazione e fu un profeta del futuro nella sua teoria civile e politica, per quanto riguarda l'egemonia macedone.
La civiltà greca del IV secolo è in profonda disarmonia a causa dell’incertezza politica, un periodo di crisi talmente forte che la parola scritta divenne una specie di recupero della razionalità.
Il programma pedagogico di Isocrate infatti si fonda sull’idea che l’arte della parola è segno distintivo della cultura greca e fondamento dell’istruzione e della civiltà. Egli nega all’uomo la possibilità della conoscenza assoluta, e pensa che la sapienza risieda non in questo, ma nella capacità di cogliere l’occasione sul fondamento della giusta opinione. Così la sua scuola diventa una preparazione alla vita quotidiana, un itinerario che porta l’uomo al successo e alla saggezza.
L’oratoria è essenziale in questo quadro, in quanto un giusto parlare conduce ad un giusto modo di agire. Ma la filosofia insegnata da Isocrate non è solo pratica: essa serve a conoscere le esigenze
della vita e ad adattarsi ad esse.
Isocrate continuò a perseguire i suoi principi per tutta la vita (dal 436 al 338). Nacque a una famiglia aristocratica, che lo aiutò negli studi, a si unì ad alcuni Sofisti, tra cui Gorgia. Le guerre distrussero il suo patrimonio, e per un po’ di tempo fu costretto a seguire la professione del logografo. Stanco di questa carriera, decise di aprire una scuola, in cui spesso erano citati i suoi discorsi epidittici. E sono proprio questi discorsi a rappresentare il grosso della produzione isocratea, tra cui si ricordano l’orazione Contro i Sofisti, in cui Isocrate contrappone i suoi obiettivi a quelli platonici, e quella intitolata Sullo scambio, in cui Isocrate, accusato di aver tratto enormi guadagni dall’insegnamento e di non aver voluto per questo pagare una trireme come era la legge del tempo, si difende dicendo che egli ha già dato ciò che doveva diffondendo il proprio insegnamento, e descrive della propria missione in una specie di autobiografia.
Fu un sostenitore della democrazia moderata. A riguardo questo scrive l’Areopagitico e il Panatenaico, in cui le proposte costruttive cedono il posto ad un’ampia celebrazione di Atene, intrisa però di una forte delusione del presente.
Gli interessi politici di Isocrate sono però soprattutto in politica estera, rivolti a propugnare un’unità degli stati della Grecia lontana dalla polis, una specie di coalizione panellenica. Nel Panegirico sostiene che quest’ unione deve essere fatta sotto l’egemonia marittima ateniese.
Poi, svanite le speranze di quest’unità, Isocrate scrive il Filippo, diventato protagonista del programma isocrateo, che gli propone di diventare guida delle genti greche contro i barbari: la profezia di Isocrate.
L’attività di Isocrate è tutta pregnata dalla convinzione della validità degli ideali che la cultura greca aveva prodotto.
Il suo stile è sontuoso ma limpido, fondato su un forte senso di equilibrio che esprime tutta la nostalgia per la vecchia cultura greca. Con le sue opere Isocrate influenzò molto la politica e lo stile.
Testo: Missione di Filippo e di Isocrate (Filippo)
Isocrate dice, rivolgendosi a Filippo, che se fino a questo punto ha trovato incongruenze è colpa della sua età, altrimenti è merito degli dei, che non ci fanno direttamente del bene o del male, ma ci predispongono in modo che compiamo noi stessi delle azioni che possono portarci al bene o al male. Così mentre Isocrate è predisposto a scrivere, Filippo lo è a combattere.
Essendo protetto dagli dei, dice Isocrate, è bene che Filippo ispiri a grandi mete: che sia benefattore dei Greci, regni sui Macedoni e domini su numerosi barbari, non da despota ma da re.
DEMOSTENE
Mentre Isocrate era stato il profeta del futuro (dato che ormai considerava già conclusa la storia della polis greca e accettava gli stranieri), Demostene è rivolto al passato, con un’accanita difesa della polis e nella speranza di una nuova grandezza di Atene. Egli fu incapace di comprendere le modernità che avrebbero introdotto l’ellenismo di Filippo e Alessandro (che crearono un regno compatto politicamente e culturalmente).
Sotto il suo nome abbiamo circa 60 orazioni.
Nacque ad Atene nel 384 da una ricca famiglia. Ben presto si cimentò nell’oratoria giudiziaria per cercare di riprendere il patrimonio famigliare, dilapidato da disonesti tutori dopo la morte del padre, ma probabilmente non riuscì nel suo intento. Cominciò presto la sua attività di logografo, in cui si nota una forte imitazione lisiana.
Il suo esordio nella vita politica fu in un periodo di grave crisi economica per Atene, in cui Demostene è d’accordo con la nuova politica che cerca di applicare realmente provvedimenti economici.
Scrisse sempre nello stesso periodo dei discorsi antispartani e antipersiani, confermando il suo integralismo democratico.
In breve tempo la presenza di Filippo divenne un fattore determinante per la politica della Grecia, e Demostene interpretò questa situazione come la perdita dell’autonomia di Atene, cominciando così una dura lotta contro Filippo pronunciando la Prima Filippica, per ammonire gli Ateniesi a vigilare
sull’operato di Filippo. Si tratta di uno splendido saggio appassionato di oratoria. Nelle tre orazioni Olintiche, in occasione dell’assedio di Filippo ad Olinto, Demostene esorta gli Ateniesi a correre in aiuto degli assediati, come segno di una presa di coscienza della libertà comune. Ma Atene si mosse troppo tardi e Filippo vinse.
Dopo un tentativo fallito di trovare alleati, Atene dovette firmare accordi con Filippo. Dell’ambasceria fece parte anche Demostene.
Nella Seconda Filippica viene attaccato Eschine, responsabile di essersi fatto corrompere da Filippo. Così Filippo è il bersaglio estero, Eschine è quello interno. Contro Eschine Demostene tentò una denuncia (Sull’ambasceria corrotta), in cui parla con ardente passione del bene della città e del suo glorioso passato. Eschine fu assolto, ma l’orazione di Demostene risvegliò gli Ateniesi, che cominciarono un’opera di resistenza a Filippo. Così Demostene scrive la Terza Filippica, in cui Filippo è descritto con implacabile furore e come un tiranno immorale. Dello stesso periodo è la Quarta Filippica, dove si parla della cooperazione tra i Greci e si avanza la proposta di un’alleanza persiana.
Il sogno di Demostene si stava realizzando, ma quando fu il momento di assegnargli un’altra corona per i meriti verso la patria, Eschine lo accusò di illegalità. Abbiamo due discorsi: quello di Demostene Per la corona, e quello di Eschine Contro Ctesifonte. Demostene riesce a rovesciare i fatti parlando della sua convinzione ideale che Atene, senza interessarsi alle sconfitte subite, deve lottare per difendere la sua libertà oltre che la gloria. Demostene vinse ed Eschine si allontanò dalla città.
Ma gli ultimi anni dell’oratore non furono molto gloriosi: si trovò coinvolto in un affare di corruzione, perché nel 324 Arpalo, tesoriere di Alessandro, si rifugiò ad Atene con un grosso tesoro sottratto al re, che chiese la restituzione del denaro e l’estradizione del colpevole. Ma Arpalo riuscì a fuggire grazie all’aiuto di alcuni politici tra cui lo stesso Demostene, che ricevette in cambio del denaro. Il tribunale lo condannò a pagare una multa enorme e poiché Demostene non aveva una tale quantità di denaro fu imprigionato, ma riuscì ad evadere.
Tornò ad Atene, che lottava per la libertà dopo la morte di Alessandro, ma l’insurrezione venne repressa e Demostene, per non cadere nelle mani del generale macedone, si uccise con del veleno nel 322.
L’inattualità del suo programma è una della parti essenziali del suo carattere. La sua oratoria sembra una poesia, grazie ad un ostile ardito e travolgente, fitto di metafore e iperboli, con rotture di simmetria e effetti drammatici di sorpresa.
Testo: Inevitabilità della guerra con Filippo (Terza Filippica)
In molte città greche la popolazione era divisa in due parti: alcuni erano al servizio di Filippo e calunniavano chi dava buoni consigli, altri cercavano di combattere per rendere i cittadini liberi.
Famoso è il caso di Eufreo, che predicava la libertà dei cittadini e per questo venne messo in prigione. Quindi i seguaci di Filippo potevano governare la città a piacimento perché nessuno osava mettersi contro di loro. Poi un giorno i soldati di Filippo assalirono le mura di questa città ed Eufreo, per testimoniare la sua perenne lotta contro Filippo, si suicidò.
Per paura erano molti di più i sostenitori di Filippo che non i sostenitori della libertà.
Purtroppo, dice Demostene, la stessa cosa stava accadendo ad Atene, e bisognava fare qualcosa perché non accadesse davvero, perché l’errore più grande sarebbe stato dire, a cose fatte, che forse bisognava agire in un altro modo.
Quindi secondo Demostene bisognava preparare le armi e mandare ambasciatori ovunque perché tutti seguissero l’esempio di Atene e si alleassero con essa; bisognava insegnare ai Greci ad essere uniti.
ESCHINE
Fu il principale avversario di Demostene. Nacque da una famiglia di modeste condizioni, era stato pubblico funzionario e aveva cercato di fare del teatro con scarsi risultati. Entrato in politica, fece parte dell’ambasceria che condusse trattative con Filippo (vedi brano). In questa circostanza venne accusato di corruzione da parte di Demostene. Non si sa se l’accusa fosse vera, ma Eschine sembrava davvero schierato dalla parte macedone. Demostene perse la causa per poco, e Eschine lo accusò per quel fatto della corona poetica (vedi testo), perdendo rovinosamente. Quindi partì e visse a Rodi dove insegnò la retorica.
Ci rimangono tre suoi discorsi:
- Contro Timarco, un attacco al presentatore dell’accusa per l’ambasceria, di cui viene dimostrata l’indegnità morale;
- Sull’ambasceria corrotta, in cui Eschine si difende dall’imputazione
- Contro Ctesifonte, in cui è sottoposta a critica tutta l’azione di Demostene, da cui dipende la situa-
zione critica di Atene.
Eschine era convinto dell’egemonia macedone, per questo è in lotta con Demostene che fa sempre ricorso al richiamo dei valori ideali per salvare la situazione.
Non sempre Eschine è convinto di ciò che scrive, e per questo il suo stile risulta sì ben formulato e chiaro, ma spesso anche molto freddo.
Testi: Catastrofe oratoria di Demostene
(Sull’ambasceria corrotta)
Si tratta di un discorso fallito di Demostene al cospetto di Filippo. Infatti, agitatosi, non riuscì a pronunciare più una parola, mentre tutti conoscevano la sua fama e si aspettavano chissà che discorsi. Persino Filippo lo esortò a parlare e a non farsi intimidire. Demostene, ritrovatosi solo con gli altri compagni di ambasceria, dichiarò che la colpa di tutto era di Eschine (che parla in prima persona), che aveva fatto innervosire Filippo con proposte tali da far scaturire la guerra e non la pace che tanto anelavano.
Ma Filippo, richiamati gli ambasciatori, rispose a tutti (tranne che, naturalmente, a Demostene che non aveva detto nulla) e si soffermò a lungo sul discorso di Eschine, concludendo il discorso con frasi di amicizia e di pace. Così caddero le accuse di Demostene
Testi: Anticipazioni di argomenti dell’avversario
(Contro Ctesifonte)
Si parla del fatto che Ctesifonte voleva dare a Demostene la corona di poeta. Egli ha infatti scritto in un decreto che la corona deve essere conferita a Demostene per le sue virtù, rettitudine morale e perché il poeta opera nell’interesse del popolo. L’accusa di Eschine si basa sulla dimostrazione che Demostene non ha fatto nulla di tutto ciò, e che dunque Ctesifonte deve essere condannato perché non si possono inserire menzogne nei decreti pubblici.
Quindi Eschine dice di non voler elencare le malefatte della vita di Demostene (processi, accuse, ingiustizie…) perché sa che tanto tutti quanti le conoscono bene. E allora, come si può pensare di dare la corona ad un uomo le cui malefatte sono talmente conosciute che non c’è bisogno di parlarne?
Ma riguardo all’attività politica di Demostene. Eschine non tralascia nulla. Egli già sapeva quale sarebbe stata la difesa del poeta, e cioè egli avrebbe chiesto ad Eschine quale dei quattro periodi in cui lui era in attività politica voleva criticare e, non ottenendo risposta, l’avrebbe umiliato e costretto a rispondere. Bene, prima che Demostene possa fare tutto questo Eschine gli “risponde”: egli critica tutti e quattro i periodi: in quei periodi sono stati responsabili della pace solo gli dei e pochi altri, mentre tutte le sciagure sono state causa di Demostene. Quindi esamina tutti e quattro i periodi.
Testi: Il compianto per Tebe (Contro Ctesifonte)
La città di Atene non è in questo momento come le altre città: questo è un periodo di gloria, un periodo in cui tutti fanno opere magnifiche… Atene è qui a combattere per difendere il suolo della patria, e tutto a causa di Demostene.
Quindi Eschine recita dei versi, in cui si dice che spesso una città intera soffre per colpa di uno solo: gli dei puniscono la città intera, le mura sono distrutte, la flotta e l’esercito dispersi. Questa poesia sembra, dice, un oracolo contro la politica di Demostene: infatti grazie a lui è successo questo.
Testi: Perorazione (Contro Ctesifonte)
Eschine si rivolge a Ctesifonte e lo esorta a difendersi da solo e non chiederlo a Demostene, che sicuramente parlerebbe di sé stesso.
Ctesifonte, dice Iperide, è molto abile nel parlare e sicuramente saprà difendersi dall’accusa di aver presentato un decreto dietro compenso.
Perché scegliere Demostene che non ha compiuto nessuna nobile azione, ma anzi è un vigliacco, venale, disertore? Non bisogna conferire la corona ad uno che ha spinto a fare una spedizione che si è rivelata un disastro.
Se fosse incoronato i giovani si ispirerebbero a lui, e comunque lui rappresenterebbe una parte di tutti i cittadini di Atene.
Molte città hanno criticato la politica di Demostene: se il popolo ateniese lo voterà sarà come dire che è d’accordo con la sua politica.
Demostene non è un uomo di valore, non ha forza fisica, non vale come nessuno dei precedenti incoronati.
IPERIDE
Nacque ad Atene da famiglia facoltosa. Fu allievo di Isocrate e forse anche di Platone. Viene descritto come un uomo raffinato che amava le donne e i piaceri, un uomo vitale, che per questa sua qualità si trovava a lottare tenacemente contro i sovrani di Macedonia al fianco di Demostene. Ci fu un momento (vedi testo) in cui i due non erano più amici,
anzi si schierano uno contro l’altro, ma poi riuscirono a riconciliarsi.
L’opera di Iperide andò completamente perduta nel Medioevo, ma ora qualcosa è stato ritrovato (6 orazioni su 77). Una delle orazioni ritrovate si chiama Contro Atenogenee parla di un incauto possidente di campagna che, innamorato del suo schiavo, decide di comprarsi una bottega di profumi per piacergli, senza sapere che era coperta di debiti e scarsa di vendite. E’ un capolavoro di oratoria per l’ironia, la leggerezza, la minuziosità con cui è narrato il fatto.
Iperide fu anche incaricato di scrivere l’orazione funebre per i morti durante un episodio della rivolta antimacedone, e vi riuscì benissimo, esaltando la nobiltà e la condotta di quegli uomini nel nome di Atene.
Ha uno stile brillante, spiritoso, raffinato, ricco di dettagli interessanti.
Testi: La corruzione dei politici (Contro Demostene)
Parlando della corruzione, per Iperide il fatto grave non è aver preso, ma aver preso da chi non si deve, e non è uguale la colpa dei privati che prendono soldi a quella degli oratori o degli strateghi, perché questi ultimi usano questi soldi per compiere una certa azione politica. D’altronde, solo oratori e strateghi possono essere condannati a morte per corruzione, mentre gli altri pagano multe.
Demostene e Demade, solo con i decreti che hanno fatto, hanno guadagnato moltissimo. E se questo guadagno non bastasse, e volessero , per averne altro, attentare alla vita dello stato? Perché non vengono puniti se l’hanno fatto? (questo brano non mi è chiaro: rileggerlo)
GLI ORATORI MINORI
Iseo: nato nell’Eubea, meteco, rimase escluso dalla politica ateniese. Fu logografo e tenne una scuola di retorica. Si ritiene che fosse stato maestro di Demostene. Ci rimangono 11 orazioni tutte relative a cause di eredità, di cui Iseo si occupava spesso. Si tratta di orazioni di grande interesse giuridico e storico, ma non molto artistico: Iseo appiattisce i personaggi, è arido e monotono.
Licurgo: fu un uomo politico intransigente e un bravissimo amministratore. Nacque ad Atene da famiglia di alta nobiltà e fu un patriota antimacedone. Venne eletto tesoriere dello stato e fu grazie a lui che Atene rinfoltì la sua flotta e si abbellì di molti edifici pubblici, tra cui la prima costruzione in pietra del teatro di Dioniso.Delle sue 15 orazioni ci
resta solo Contro Leocrate, che aveva disertato, colto dal panico, durante la battaglia di Cheronea, ed era rientrato ad Atene dopo sette anni sperando di non essere riconosciuto. L’orazione è scritta con toni altamente drammatici, con numerose citazioni poetiche. Comunque Leocrate fu assolto.
Demade: di grande fantasia e arguzia, è diventato famoso per queste sue qualità. Improvvisava i discorsi e non li trascriveva, per cui non abbiamo nessun testo, e forse per questo non viene annoverato fra i grandi oratori. Fu mediatore tra ateniesi e macedoni.
Alcidamante: fu avversario di Isocrate. Scrisse la raccolta Museion.
LA COMMEDIA “DI MEZZO” E “NUOVA” (no)
MENANDRO (no)
La commedia di Menandro apre un’epoca nuova, non tanto per il genere comico, quanto per l’orizzonte umano che porta in scena, in cui regna l’insicurezza e la dispersione. L’economia in grande sviluppo accentua il divario tra ricchi e poveri e incentra l’interesse sul lavoro, precludendo la partecipazione alla vita pubblica.
Ma il lato positivo di tutto questo c’è: tralasciando la vita pubblica si pensa di più alla propria famiglia, agli affetti e all’arte. Il rapporto tra padri e figli è più forte ed aumenta la responsabilità dell’uomo. Il rapporto con gli altri popoli si fa più amichevole perché si capisce che siamo tutti una sola essenza umana. Atene resta il centro culturale greco e Menandro segna la fine del periodo del disimpegno della commedia: egli inventa un’azione comica che parli delle frustrazioni e delle ansie di ognuno, con una differenza dalla realtà: le disgrazie possono solo scalfire il nucleo famigliare, non distruggerlo, rivendicando così la fiducia nella giustizia immanente.
I personaggi di Menandro non vivono la stessa esistenza del suo pubblico, ma quella che esso vorrebbe vivere, nei limiti del possibile.
La vita e le opere
Menandro nacque intorno al 342 a.C., da una famiglia ricca e nobile. Fu amico di Demetrio Felereo, un filosofo e uomo politico che resse il governo per 10 anni. In questo periodo è l’affermazione drammatica di Menandro. Sembra che non abbia partecipato alla vita pubblica di Atene. Si interessò molto di teatro e donne. Morì ad Atene a soli 50 anni..
La sua produzione fu fertilissima (circa 100 commedie) ma la maggior parte delle sue opere andarono disperse durante il Medioevo (come fu anche per molti altri autori). Comunque sono stati trovati dei papiri di 7 commedie. (vedi scheda grigia a pag.391).
La drammaturgia di Menandro
La commedia di Menandro è per lo più divisa in 5 atti intervallati da interventi corali. Il luogo è sempre uno spazio pubblico su cui si affacciano due o tre edifici, e l’azione si svolge in una sola giornata. Gli attori sono 3. Naturalmente tutto questo crea situazioni limitate o altrimenti poco verosimili (personaggi che non si vedono da anni che abitano in case vicinissime).
L’intreccio può essere di due tipi: nel primo la situazione iniziale tende ad evolversi per desiderio di un personaggio, ma naturalmente c’è qualche problema che non farà svolgere l’azione con facilità l’azione.
Nel secondo si incomincia con una situazione che non dovrebbe avere seguito, ma che viene turbata da una equivoco. Quando questo viene chiarito, si torna all’armonia iniziale.
Il teatro è occasione di diletto e questa schematicità consente allo spettatore di partecipare il meno possibile all’azione, per gustare l’allestimento scenico e la bravura nella recitazione.
La crisi che rappresenta il nucleo della vicenda può essere di due tipi: interna ai personaggi, ossia psicologica, oppure esterna, motivata cioè da eventi che impediscono il lineare sviluppo della vicenda. In entrambi i casi la crisi deriva da un errore di informazione, chiarito il quale tutto si risolve: ciò rappresenta una gratificante risposta all’ansia dello spettatore, che vede proiettati sulla scena i propri drammi.
Il valore che Menandro cerca di rappresentare in maggior modo è la solidarietà umana, in cui è possibile trovare il modo di affrontare la vita. La consapevolezza dei valori avviene grazie al processo conoscitivo: infatti in tutte le commedie di Menandro si supera uno stato di ignoranza.
Lo stile di Menandro
Menandro riduce drasticamente l’aspetto attico della lingua, a causa dell’apertura di orizzonti della polis e del linguaggio colloquiale dei personaggi.
Il rapporto della parola con l’azione è molto importante e di natura dialettica: in esso appaiono interruzioni, sospiri, sorrisi, confidenze…
Il mondo concettuale di Menandro
La finalità primaria della commedia di Menandro è l’intrattenimento del pubblico, ma non si risolve solo in questo. Il tema più importante è la problematica del rapporto uomo-uomo (la dimensione sociale).
Il travaglio dei suoi concittadini si trasforma nei personaggi in pessimismo per la condizione umana. Vi è un’antitesi tra la volontà di ottenere il bene e le forze opposte. Comunque vi è una fiducia ottimistica nell’indole buona dell’uomo, a cui Menandro nelle sue opere affida ogni problema. Così la commedia diventa un’utopia.
E perché ciò accada davvero, dice Menandro, bisogna conoscere l’uomo. Ma ciò non è possibile perché bisogna superare gli opposti, dice la filosofia. E così ci si limita a vagheggiare.
Testi: Prologo di Pan e atto primo (Dyskolos)
Nel Dyskolos si descrive la nevrosi dell’insofferenza assoluta verso gli altri. Un vecchio, Cnemone, per sfiducia negli altri uomini, ha interrotto con essi ogni relazione. Ora vive con una figlia della quale si innamora, per volere di Pan, Sostrato.
Il testo comincia con una descrizione della chiusura di Cnemone, della moglie che lo ha lasciato per questo e di sua figlia. E’ Pan che parla e dice che ha fatto, appunto innamorare Sostrato della ragazza. Questi sta parlando con Cherea, un suo amico, dopo aver mandato Pirria, un servo, a cercare informazioni sulla famiglia di lei. Pirria torna trafelato e inseguito da lontano da Cnemone, e sconsiglia Sostrato dal tentativo di parlargli. Cherea decide di provarci lui e se ne va. Nel frattempo arriva Cnemone che borbotta riguardo alla “folla” che lo è andato a disturbare. Sostrato, spaventato sotto la sua porta, giustifica la sua presenza dicendo che aspetta qualcuno, e anche su questo il vecchio ha da ridire.
Testi: Atto quarto: apologia di Cnemone (Dyskolos)
Cnemone è stato salvato da Sostrato e Gorgia, il suo figliastro, dopo essere caduto in un pozzo. Dopo quest’esperienza capisce che ha sbagliato a starsene solo così tanto tempo e che si dovrebbe sempre avere qualcuno vicino. E’ stupito dalla bontà dei due, perché pensava che gli uomini non facessero niente per niente e pensassero solo al denaro. Affida, così, tutti i suoi beni a Gorgia e lo incarica di trovare un marito (che sarà naturalmente Sostrato) alla figlia. Quindi dice che comunque “se tutti fossero come me, non ci sarebbero tribunali, né prigioni, né guerra, e tutti si accontenterebbero di poco.
LETTERATURA DELL’ETA’ ELLENISTICA
LA POESIA DELL’ETA’ ELLENISTICA
Caratteri generali della poesia ellenistica
Il passaggio al tipo di letteratura che viene chiamata ellenistica è lento e graduale: si nota nell’apertura di Isocrate oltre la poleis nella varietà di interessi di Senofonte, dai valori sociali della commedia di Menandro. Ed è appunto Menandro che supera cronologicamente il limite posto per l’inizio dell’età ellenistica (323, data della morte di Alessandro, a seguito della quale sorsero grandi regni). A ciò si contrappone il cambiamento traumatico delle strutture e dell’organizzazione del potere subito dopo l’inizio dell’ellenismo. Da queste due diverse forme di ellenismo, nasce un ellenismo universale: la Grecia è proiettata in un mondo di culture universali ed estranee. Sarà la cultura greca che le assoggetterà al proprio modello, grazie a questo lento e ragionato cambiamento: per esempio la scoperta che il sovrano non è una divinità viene tradotta dalla letteratura del periodo secondo uno schema che salvaguardi la tradizione, per imporre lentamente questo cambiamento.
D’altronde la letteratura riesce ad abituarsi senza problemi a questo cambiamento repentino perché abbiamo visto che nel tempo è riuscita ad inventare un nuovo genere di espressione: cambia la tonalità, cambia il progetto, cambia (soprattutto) il rapporto con il pubblico: il potere ha reso sudditi e non più cittadini gli uomini, eliminando la fruizione collettiva della letteratura a vantaggio di quella privata (1), che è il nuovo campo della letteratura. Inoltre
variano le condizioni economiche, che mentre prima non erano un problema (lo stato pagava il biglietto), ora segnano una forte differenza di cultura: la classe media diventa il destinatario per eccellenza della nuova letteratura (2), perché è in grado di avere una buona istruzione e di comprare libri, che sono diventati praticamente l’unico mezzo di diffusione della letteratura a scapito del teatro (3). Inoltre, per questa nuova apertura a più culture, è necessario eliminare il dialetto preferendo la koinè (4), la lingua unificata. La koinè ha base prevalentemente attica con infiltrazioni sporadiche dialettali.
Le poetiche e le polemiche
La koinè rappresenta un’estensione dell’idea di grecità perché serve per essere letta da altri popoli, ma è anche una riduzione della sua specificità. Comunque, grazie alla koinè la prosa riesce a rivelare la propria inclinazione ad un genere letterario di tipo più diretto che si avvicina al linguaggio parlato, mente la poesia riesce ad accentuare il suo carattere di letteratura artistica. Ciò avviene anche grazie al nuovo tipo di linguaggio nato apposta per la poesia, quindi raffinato e artistico. Per questo la poesia comincia ad essere letta solo da pochi iniziati in grado di apprezzarla, e a sua volta questo carattere elitario dà alla poesia ellenistica un aspetto conservatore (per mantenere saldo il patrimonio culturale di fronte alla concorrenza di altre culture) e appartato, alla ricerca del raro (di minor conoscenza comune).
In questo periodo, legato al mantenimento della cultura, si manifesta una grande cura per la conservazione delle opere del passato, finanziata dai sovrani. I poeti, non potendo riprendere le ideologie degli antichi scrittori, vi si collegano tramite allusioni e citazioni.
Questa tendenza alla ripresa di tematiche astratte dalla concretezza dell’esistenza come era in passato, crea per opposizione un tipo di poesia del particolare, di tutto ciò che è quotidiano, minuscolo, che accentua la funzione privata della letteratura. Callimaco è il maggior esponente di questa opposizione. Egli afferma che la sua poesia non si rivolge alla folla ma percorre una via poco frequentata, perfetta e per questo circoscritta. Callimaco quindi odia i grandi libri e sembra che chiami coloro che invece la pensano diversamente da lui “Telchini”, leggendari demoni maligni. Questi “Telchini” lo accusavano di non essere in grado di scrivere di grandi gesta e per questo si rifugiava nella scusa del perfetto. Soprattutto, Callimaco odia Apollonio Rodio (che scrisse le Argonautiche).
La poesia elegiaca e lirica
Fileta di Cos: scrisse una specie di manifesto programmatico della poesia elegiaca, per cui ne è considerato il maestro. Abbiamo poche notizie su di lui. Tolomeo lo chaima ad Alessandria per insegnare a suo figlio, il futuro Filadelfo. Era talmente debole e malato che una leggenda dice che dovesse portare dei pesi nei calzini per non volare via. Scrisse Ermes, che narra la storia di Polimela, figlia di Etolo, che si innamora di Odisseo.
Partenio di Nicea: fu prigioniero dei Romani e per questo visse sempre a Roma e Napoli come liberto. Ebbe un’enorme influenza sulla poesia latina (era in contatto anche con Virgilio). Scrisse Sofferenze d’amore, con storie di amori infelici.
Ermesianatte: vive a Cos (come Fileta con cui fu a contatto). Scrisse Leonzio, una raccolta di elegie, in cui molti spunti sono tratti da Esiodo.
Alessandro Etolo: è chiamato ad Alessandria a riordinare le opere drammatiche della Biblioteca. Era fra i sette della “Pleiade”. Scrisse anch’egli storie di amori infelici.
CALLIMACO
La poesia di Callimaco non ha fini, è una forma autonoma ed esclusiva, quindi diversissima rispetto ai canoni poetici usati fino ad allora. Quest’evoluzione ha le sue radici nell’esclusione del cittadino alla vita politica, che quindi cerca un compenso nella letteratura: la poesia di Callimaco diventa così un colloquio tra due individui, poeta e lettore, colloquio fine a sé stesso, che fa maturare la personalità del lettore.
Questa relazione tra poeta e lettore è agevolata dalla scrittura. Nella poesia orale i momenti sono irripetibili (dopo che sono stati detti non vengono ripetuti) e ciò richiede il massimo dell’incisività. In Callimaco il tempo della lettura non è l’istante ma la durata: la parola scritta rimane e il lettore può tornare sui propri passi per riflettere quando vuole. Per questo la poesia callimachea è strutturata in modo che ogni parola abbia una certa valenza in relazione a ciò che la segue o che la precede, secondo una linea sempre varia.
La vita e le opere
Callimaco nacque intorno al 300 a.C. a Cirene, colonia greca in Libia. Per motivi economici fu costretto a trasferirsi ad Alessandria per insegnare. Ma la sua fama di grande poeta si diffuse in fretta ed egli fece il suo ingresso alla corte di Tolemeo II Filadelfo. Ebbe un incarico nella Biblioteca di Alessandria (anche se non si sa il motivo per cui non ne divenne il dirigente): il suo compito era quello di riordinare e catalogare l’enorme mole di opere antiche lì conservate. I risultati furono riportati nelle Tavole, un’opera monumentale, corredata da commenti e biografie di vari autori.
Callimaco divenne poeta di corte e celebrò tutti gli eventi della casa regnante. Al Filadelfo successe il foglio Tolemeo III Evergete, alla cui moglie il poeta dedicò la Chioma di Berenice, inclusa poi negli Aitia.
Morì molto vecchio, non si sa a quale età.
Ci sono rimaste, oltre ad alcune opere minori, sei Inni, circa 60 Epigrammi, il poemetto Ecale (frammenti), Aitia (frammenti), alcuni componimenti in metri giambici raccolti in Giambi.
La poesia in esametri
I 6 Inni di Callimaco sono stati scritti in epoche diverse e segnano una specie di evoluzione del poeta, anche se l’ispirazione è sempre la stessa: gli Inni di Omero, anche se le differenze non sono poche. Gli Inni di Omero sono invocazioni (nel caso di inni brevi) o narrazioni (nel caso di inni più lunghi). Il loro andamento è semplice e il racconto unitario. Gli Inni di Callimaco non vogliono essere religiosi anche se non mancano gli accenni al rituale. La forma del racconto è rapida, ricca di interventi personali, trapassi veloci e spunti attuali. Il linguaggio varia da elevato a popolaresco, fino ad un umorismo che si riferisce anche alle divinità. Gli dei di Callimaco non sono più oggetto di fede religiosa, ma esemplari della tradizione nazionale e culturale.
I titoli degli Inni sono: A Zeus, Ad Apollo, Ad Artemide, A Delo, Lavacri di Pallade, A Demetra.
Ecale è l’opera più impegnativa di Callimaco nel campo della poesia esametrica. Il tema riguarda l’eroe Teseo. Egli si è allontanato di nascosto dalla casa del padre Egeo per combattere il Minotauro. Durante il viaggio un temporale lo costringe a rifugiarsi presso la vecchia Ecale. Ripartito e domato il toro, Teseo torna con questo da Ecale, ma la trova morta. La piange e dedica un santuario a Zeus Ecalio. Si tratta di un piccolo epos, un epillio: questa forma diminutiva è dovuta non solo alle dimensioni ridotte, ma anche al fatto che nella narrazione erano privilegiati gli aspetti intimi e domestici, il sentimento e i dettagli (viene persino introdotta una cornacchia che narrava leggende antichissime alla compagna, ma entrambe si addormentano a metà discorso). I maggiori elementi di fascino di questo poemetto sono l’arguzia, la commozione e l’ingenuità.
Gli Aitia e le opere minori
Gli Aitia sono scritti in metro elegiaco, sono composti da 4 libri di un migliaio di versi ciascuno e non possono essere definiti come un poema vero e proprio ma più come una raccolta di elegie, collegate tra di loro dal filo conduttore della narrazione di episodi mitici, origine di riti e feste (Aitia, infatti, vuol dire Causa o Origini).
Callimaco immagina che le Muse gli fossero apparse in sogno narrandogli le suddette leggende (come Virgilio, che nell’Egloga 6° dice che Apollo gli si era avvicinato per dirgli di non cantare fatti di guerra, ma agresti). Degli Aitia ci restano numerosi papiri, benché una cospicua parte sia andata perduta durante il Medioevo.
Non si può narrare la storia degli Aitia, perché non si tratta di una storia. Alcune delle leggende più importanti sono:
- Aconzio e Cidippe: Aconzio si era innamorato di Cidippe e per averla in moglie Eros gli aveva consigliato di scrivere su una mela: “Lo giuro, per Artemide: sposerò Aconzio”, e di gettarla alla ragazza. Così fece e quando la ragazza la vide e, ingenua, pronunciò il giuramento con l’intento di leggere la scritta. Ma il padre l’aveva promessa in sposa ad un altro uomo. Per tre volte Cidippe cercò di sposarsi, ma ogni volta si sentiva male. Così il padre si fece rivelare dall’oracolo di Delfi che cosa era successo e diede Cidippe in sposa ad Aconzio.
- La chioma di Berenice: (conclusone del poema, non attinta dalla tradizione) Berenice, moglie dell’Evergete, aveva tagliato un ricciolo della sua chioma offrendolo come dono affinché suo marito tornasse salvo dalla guerra. Il ricciolo era scomparso e l’astronomo di corte lo spiegò con la formazione di una nuova costellazione, che porta ancora oggi il nome “Chioma di Berenice”. Questa elegia fu interamente tradotta da Catullo nel carme 66, in risposta (carme 65) ad una lettera di Ortalo.
Nei Giambi vengono trattati gli argomenti più disparati, e il più interessante è il 4°, in cui un alloro e un ulivo si contendono i meriti per la vita dell’uomo.
Gli Epigrammi (raccolti nell’Antologia Palatina) seguono i temi della tradizione.
L’arte di Callimaco
Callimaco è un poeta molto moderno, per il suo sperimentalismo, per la creazione, per il carattere elitario. Eppure dai moderni è poco amato: dalla poesia ellenistica molti si aspettano un pensiero che scavi nella psiche umana, lo spasimo delle passioni, le nefandezze della storia…. La sapienza verbale di Callimaco o il suo umorismo intelligente non bastano. Sarà anche per lo stile estroso e difficile da seguire.
Callimaco non ignora le emozioni, le dissimula: sotto la sua poesia vibrano la pietà, la malinconia, la tenerezza. I suoi sentimenti pulsano nel fenomeno singolo, nel dettaglio.
A lui si ispirarono moltissimi poeti, tra cui Catullo, Properzio, Ennio (+ vedi il libro nuovo).
Testi: Proemio degli “Aitia”
I Telchini disprezzano Callimaco perché invece di scrivere delle gesta di grandi eroi scrive rotoli di poesia. Che altri parlino di poesia, dice, e che i Telchini imparino a giudicare l’arte: Callimaco non è un poeta di guerra; fare la guerra spetta a Zeus!
Apollo lo ha ispirato esortandolo a non scrivere di battaglie, come fanno tutti.
Testi: La chioma di Berenice
Anche Catullo dedica il Carme 66 alla storia della Chioma di Berenice. Callimaco racconta l’assunzione di questa chioma fra gli astri in modo molto originale, facendo cioè parlare la chioma che si rivolge al lettore: questa, tagliata dal ferro, ne dichiara l’onnipotenza e si dispera per la sua scoperta. Avrebbe preferito restare sul capo di Berenice.
Ma improvvisamente un dolce vento la portò fra le stelle, vicino all’Acquario e ad Orione.
Testi: Per il bagno di Pallade (no)
Ecco Pallade che scende dal cocchio per fare il bagno. Per prima cosa pulisce i cavalli; non bisogna portarle specchi né profumi perché lei non ne ha bisogno. Si unge solo di olio di oliva e si pettina con un pettine d’oro. Le viene portato lo scudo di Diomede. Tutto viene preparato.
Ma attenzione a non guardarla o si perderà la vista (come Ferecide aveva scritto riguardo alla cecità di Tiresia): allo stesso modo la perse Tiresia, anche se sua madre, una ninfa, era molto amica di Pallade. Quando Tiresia perse la vista, sua madre faceva il bagno con Pallade, la quale fu molto dispiaciuta di doverlo accecare, ma quella purtroppo era la legge degli dei. Meglio così, dice, piuttosto che ucciso come doveva essere. Per scusarsi, Pallade promette che Tiresia diventerà un grandissimo indovino.
APOLLONIO RODIO E LA POESIA EPICA E DIDASCALICA
La vita e l’opera di Apollonio Rodio
Callimaco e Apollonio Rodio sono due personaggi opposti, che anche in vita si odiavano fortemente.
Apollonio Rodio (AR) procede attraverso un’elaborazione estremamente minuziosa e raffinata, ricerca l’erudizione rara.
Ma AR riprende proprio quel “grande libro” che Callimaco aveva rifiutato, il poema epico.
Callimaco, poi, prende le distanze dall’oggetto della narrazione, lo guarda con ironia e allusioni; AR prende molto sul serio il suo progetto e vi si immerge completamente.
Nacque in Egitto ad Alessandria, intorno al 290 (forse fu allievo di Callimaco).Fu posto alla direzione della Biblioteca e nominato precettore di Evergete. Tuttavia, quando Evergete salì al trono, Apollonio fu sostituito, forse a causa di Callimaco che era in buoni contatti con il re.
Decise di andarsene da Alessandria e si ritirò a Rodi dove morì vecchio.
Ci restano vari titolo e pochi frammenti, ma l’opera della sua vita furono le Argonautiche (Imprese degli Argonauti), un poema epico in quattro libri che conserviamo integralmente. Ne scrisse una parte ad Alessandria e una a Rodi.
Tema ed episodi delle Argonautiche
L’antichissima leggenda degli Argonauti narrava l’impresa di Giasone e dei suoi compagni che, con la nave Argo, avevano raggiunto la Colchide. Volevano recuperare il vello aureo del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia in Oriente. La spedizione era stata commissionata da Pelia, che aveva usurpato il trono.
Sembrava un parallelo dell’impresa troiana, i collegamenti con ogni scienza erano facili, si potevano fare numerosi riferimenti critici8… insomma, era la leggenda perfetta su cui basare un poema epico.
La struttura è molto complessa per le continue digressioni anche solo per spiegare l’origine di un nome.
La vicenda:
- Vengono descritti i preparativi e la partenza. La prima tappa è l’isola di Lemno, dove i marinai passano qualche giorno con delle donne. A Misia, il giovane Ila si innamora di una ninfa. Eracle, innamorato di lui, abbandona l’impresa per cercarlo.
- Il viaggio prosegue. Durante questa parte di viaggio gli Argonauti liberano dalle Arpie Fineo che gli predice le avventure che li aspettano e come superarle. Finalmente approdano alla Colchide.
- Viene introdotta la figura di Medea, figlia del re Eeta. Medea si innamora di Giasone (come Nausicaa) e decide di aiutarlo: Giasone infatti deve arare un campo con due tori spiranti fuoco e con i piedi di bronzo, seminarci dei denti di drago e uccidere tutti i guerrieri nati dalla semina Medea è dotata di poteri magici e gli dà molti consigli. Quindi riesce a svelargli il suo amore e Giasone gli promette di portarla con sé in Grecia. Giasone riesce nella sua impresa.
- Il padre di Medea, Eeta, è furioso perché Medea ha aiutato Giasone a compiere l’impresa attraverso cui avrebbe ottenuto il vello. Durante la notte, Medea avverte una brutta sensazione e spinge Giasone a fuggire. Fa addormentare il drago che sorveglia il vello e la nave può finalmente salpare.
Durante il viaggio di ritorno gli Argonauti passano per gli stessi luoghi attraverso cui era passato Ulisse. Arrivato da Alcinno, questi dice di essere costretto a riconsegnare al padre Medea a meno che i due non consumino il matrimonio. Lo fanno. Naufragati poi in Africa, dopo altre mille peripezie e portando per un bel pezzo la nave a braccia, arrivano in Grecia.
L’arte di Apollonio Rodio
Per molto tempo l’arte di Apollonio Rodio non fu apprezzata perché la si vedeva troppo erudita, gratuitamente erudita. Ora invece si apprezza molto di più l’opera perché si è capito il motivo dell’erudizione (era la cultura del tempo).
Le Argonautiche sono narrate in modo assolutamente lineare, anche se attraverso vari giochi il futuro, presente e passato si mischiano dando un effetto di movimento interno dell’opera, in cui il dato erudito è essenziale per riportare in una dimensione reale.
La varietà è data anche dall’alternanza di narrazioni e dialoghi. I dialoghi riguardano le parti più importanti dell’opera: la storia d’amore di Medea è quasi interamente dialogata.
E’ una storia d’amore che si evolve, dalla prima emozione alla vista di Giasone, al desiderio di morte al pensiero di veder partire Giasone, alla dichiarazione d’amore, alle riflessioni tenere di Medea. Ma tutto ha sempre sottinteso il presagio dell’abbandono di Medea da parte di Giasone e dell’uccisione del figlio per mano di Medea.
Giasone rappresenta l’antieroe, che seduce Medea , privo di valori, senza certezze, confuso fra i doveri morali e la necessità di sopravvivenza.
Lo stile di AR unisce tradizione e innovazione. Ad esempio evita le formule fisse, troppo arcaiche, ama le similitudini con le quali esalta l’evento.
Non sempre la lettura di AR può piacere, in genere si preferiscono i poemi di Virgilio o Omero ai
TEOCRITO E LA POESIA BUCOLICA
Premessa
Per Teocrito la ricerca erudita non rappresenta un momento di sfoggio delle proprie capacità, ma è un semplice ingrediente della sua poesia. Questa situazione si riflette naturalmente sull’argomento scelto: i temi mitologici vengono usati solo raramente, mentre il tema bucolico è alla base della sua produzione.
Fin dall’antichità Teocrito viene considerato l’iniziatore della poesia bucolica, ossia quel genere letterario i cui personaggi provengono dai campi e che ha come argomento la vita agreste. Comunque in Teocrito si notano dei livelli di evoluzione che dimostrano che egli non fu il primo a scrivere in questo genere. Della poesia bucolica si sa per certo che nacque in ambito popolare in Sicilia, patria di Teocrito.
Oltre al poemetto bucolico e mitologico compare in Teocrito in mimo: tale genere riproduce scene di vita reale con personaggi di tipo comune. Esiste un rapporto tra la poesia bucolica e il mimo: il dialogo, la quotidianità delle situazioni e dei sentimenti, l’estrazione sociale dei personaggi e la nascita in Sicilia.
Non sappiamo se Teocrito scrive in forma drammatica per motivi di rappresentazione teatrale, ma fatto sta che essi ne risultano fortemente adatti, destinati ad un pubblico elitario. Bisogna tenere conto che queste rappresentazioni dovevano coesistere con la normale fruizione attraverso la lettura, per cui si tratta di un’opera intermedia fra la tradizione orale e scritta.
Per la scelta dei personaggi e delle scene Teocrito è un autore molto realista.
La scelta dell’ambiente bucolico è spiegabile in reazione al fenomeno dell’urbanesimo che si era enormemente diffuso dopo la fondazione di Alessandria e si rifletteva sulle abitudini di vita. Teocrito non è già un nostalgico della natura agreste, ma con le sue opere fa rivivere un tipo di paesaggio ormai perso, fatto di spazi aperti e verdi.
La vita e le opere di Teocrito
Si conosce pochissimo sulla biografia di Teocrito e quel poco che si sa è ricavato dai suoi scritti. Dovrebbe essere nato intorno al 300 a.C., sicuramente a Siracusa. Ottiene la protezione di Gerone II di Siracusa e dopo alcuni anni parte per Alessandria dove entra in contatto stretto con Callimaco. Dovrebbe essere morto intorno al 260 a.C.
Il corpus di Teocrito a noi giunto comprende 30 carmi, 25 epigrammi e un carme “figurativo” (i versi sono scritti a forma di qualcosa) intitolato La Zampogna.
Non tutti i carmi sono autentici: 7 sono sicuramente spurii, la Zampogna e i carmi XXV e XXVI sono dubbi.
I suoi carmi sono differenti l’uno dall’altro sia per contenuto che per forma: sua caratteristica infatti è l’intensa sperimentazione formale, anche per quanto riguarda il dialetto.
Gli Idilli
Idillio deriva da eìdos (forma/aspetto), da cui deriva eidùlliov, che probabilmente indicava un breve componimento descrittivo.
Sembra che un tempo gli Idilli siano stati ordinati per argomento, ma ora si è perso questo ordine e così si va a caso.
I Vari generi sono:
- encomiastici: Le Grazie e Encomio per Tolemeo, opere minori solenni e in cui prevale la finalità pratica;
- erotici;
- bucolici: hanno come motivo di sfondo l’amore eterosessuale. Uno è Tirsi (un guardiano di capre chiede al pastore-poeta Tirsi di cantare la morte per amore di Dafni, personaggio in cui si identificava la tradizione del genere bucolico. Per convincere Tirsi, il guardiano gli dona una tazza), poi Serenata (un innamorato invoca una fanciulla che lo sfugge), i Pastori (due mandriani che chiacchierano), Il capraio e il pastore (i due litigano e si prendono in giro, poi cominciano una gara di canto), Pastori poeti (sempre tipo la gara di prima, ma con un elemento mitologico: la storia d’amore di Polifemo e Galatea, ma stavolta è Polifemo che fa il ritroso).
Ma il carme di maggior impegno sono le Talisie: il narratore è Simichida. Sta camminando per la campagna quando incontra un capraio cantore e vuole gareggiare con lui. Prima di cominciare il suo canto Licinìda spiega che egli canta la poesia callimachea, delle piccole cose. Quindi egli canta un augurio di viaggio e Simichida una canzone d’amore efebico e vince il bastone di Licide, come dono delle Muse. Quindi procede per la sua strada e arriva ad una festa. Si tratta di un’identificazione di Teocrito in Simichida e quindi di una sua iniziazione poetica la consegna del bastone).
Di stampo teatrale è I mietitori: Milone, forte, e Buceo, smilzo, sono la lavoro e il primo deride il secondo perché non riesce a stare al pari con il lavoro degli altri. Buceo ne spiega la causa: è innamorato e canta la sua amata, mentre Milone elogia il lavoro campestre.
Anche nel Ciclope il tema fondamentale è l’amore: Polifemo, innamorato come sempre di Galatea, supera le pene d’amore con il canto (naturalmente il canto riguarda lei).
- mimi: nell’Incantatrice una donna di nome Simeta tenta di ricondurre a sé l’amato con pratiche magiche, quindi narra in tutte le sue tappe la storia d’amore.
Secondo mimo è L’amore di Cinisca: Eschine racconta all’amico Tionico il tradimento di Cinisca e la sua gelosia. Ora lei l’ha piantato e lui partirà soldato.
Terzo e ultimo mimo: le Siracusane. Protagoniste due donne siciliane che vivono ad Alessandria: sono a casa di un’amica in cui si fanno mille pettegolezzi. Quindi escono per le strade per arrivare al palazzo di Tolemeo dove si svolge una festa (nel frattempo elogiano il re per la sicurezza delle strade e si spaventano per una truppa di soldati). Sono criticate per il loro accento dorico, ma si difendono bene. Ad un certo punto una delle due deve andare a preparare il pranzo per il marito, e il mimo si conclude con questa scena.
- mitologici: rappresentano il punto di contatto tra Teocrito e lo stile di Callimaco. L’Ila riprende la storia delle Argonautiche in cui Eracle rapisce dalla ninfa di una fonte un giovinetto che ama.
L’Epitalamio di Elena è il canto nuziale spartano fra Elena e Menaleo (ripreso da Saffo). Nei Dioscuri ci sono due episodi di lotta, uno da parte di Castore e uno di Polluce (ripreso quest’ultimo dalle Argonautiche). Nell’Eracle bambino, Teocrito riprende Callimaco osservando con umorismo il mondo dell’infanzia: due serpenti cercano di stritolare Eracle nella culla. I genitori se ne accorgono e corrono spaventati dal figlio, ma inutilmente: Eracle ha già strozzato entrambi i serpenti.
L’arte di Teocrito
Teocrito non è il poeta delle tensioni sociali: i suoi personaggi sono umili, ma non oppressi e la polemica e la solidarietà mancano nelle sue opere.
I suoi personaggi hanno una vita individuale e ricca di amore. E il tema amoroso è il più importante elemento della poesia teocritea: è studiato in tutte le sue metamorfosi, manifestazioni e durata. E’ un amore privo di appagamento ma non di speranza, anche se a volte prevale la disillusione. Chissà perché Teocrito ha questa visione tormentata dell’amore?
Nuova dimensione è la visione della natura come paradiso di contemplazione, unica sede di felicità, ed è qui che si fondono reale e immaginario: la poesia di Teocrito è aspirazione verso un “altrove” irreale, con i connotati dell’esperienza sensibile che dà la dimensione del vero.
Quello che nasce da questa simbiosi è l’illusione della realtà, per un gioco di partecipazione e distacco ben calcolato di Teocrito.
Testi: L’incantatrice (Idilli)
Come nel carme 64 Catullo ripete sempre uno stesso ritornello, così fa Teocrito in questo testo.
L’incantatrice, Simeta, sta preparando una pozione per il suo amante che non la visita da 12 giorni. Il rito procede bruciando orzo, cera, alloro, crusca, un pezzo del mantello di lui. Dopo una triplice libagione e un triplice scongiuro viene preparate una bevanda a base di lucertola (tossica o filtro d’amore). Bisognerà poi sfregare delle erbe magiche davanti alla porta di Delfide.
Lui era infatti innamorato di Eudamippo (non ne sono sicura): Simeta li vide insieme. Lei si ammalò e mandò la serva a dire a Delfide di visitarla.
Lui venne e le raccontò (cosa?). Passarono la notte insieme. Ma poi la madre di Simeta le raccontò che Delfide era innamorato di un altro.
Ed ecco Simeta si mise a preparare il filtro.
Testi: Le Siracusane (alla festa di Adone)
E’ un dialogo. Parlano Gorgo (una donna) e Prassinoa. Gorgo è venuta a trovare dopo tanto tempo l’amica, che abita molto lontano perché il marito è molto geloso. Ne parlano un po’, poi decidono di uscire per vedere le novità del palazzo reale. Complimenti vari per i vestiti fra le due amiche, Prassinoa tratta male la serva e esce.
Per strada c’è molta gente. Arrivano al palazzo ma, per entrare, si rompono i vestiti: è una calca.
Finalmente riescono ad entrare e a vedere il matrimonio in corso.
Quindi una cantante intona un bellissimo canto in onore del matrimonio di Adone.
Alla fine Gorgo e Prassinoa se ne vanno a preparare la cena.
ERODA
Anche Eroda, come Menandro, è stato scoperto grazie a dei papiri. Fu soprattutto il suo realismo foto-
grafico a colpire la critica.
Eroda scrive mimi, che probabilmente venivano recitati in cerchie ristrette. Nel racconto sulla mezzatrice, Eroda mostra un’approfondita conoscenza di Alessandria ed è il primo a citarne il Museo.
Testi: La tentatrice o la mezzana (Mimiambi)
E’ un dialogo. Gillide, una donna, si reca a casa di
Metriche. Gillide, già anziana, parla a Metriche del fatto che è strano che suo marito, partito da 10 mesi, non le abbia mai scritto. In Egitto, dove è andato, ci sono moltissime cose meravigliose: forse si è dimenticato di lei. Le consiglia di trovarsi un altro uomo: Grillo, un ragazzo forte e ricco, l’aveva vista e se ne era innamorato.
Metriche risponde che, se si fosse trattato di un’altra donna, l’avrebbe già cacciata via per quei discorsi.
Poi le offre da bere e cambiano discorso.
L’EPIGRAMMA (cenni)
Premessa
Il primo epigramma di cui abbiamo testimonianza è la Coppa di Nestore, su cui sono incisi tre versi anonimi.
L’epigramma era inizialmente un’iscrizione su tombe, monumenti, offerte votive. Non un’iscrizione qualunque, perché ci da indicazioni sulle circostanze storiche in cui l’iscrizione è stata prodotta e sulla persona ricordata.
Nel V secolo la funzione dell’epigramma è celebrativa. Simonide fu uno dei maggiori epigrammisti.
E’ con l’Ellenismo che l’epigramma ha la sua definitiva consacrazione e diventa un genere letterario di primo rilievo. Gli epigrammi vengono scritti sui libri anche se conservano l’uso pratico per cui erano nati.
Il tema amoroso è trattato sotto tutte le forme e sotto un aspetto nuovo, quello della malinconia.
I temi sono numerosissimi, ma alla fine possono anche ripetersi. Per questo molti epigrammi si basano su sottili variazioni di temi presi da altri.
Attraverso il virtuosismo formale, l’epigramma trova il modo di esprimersi al meglio, sceglie le situazioni migliori che esprimono l’uomo in una dimensione quotidiana e non più eccezionale.
La metrica più usata è il distico elegiaco.
L’Antologia Palatina
La storia dell’epigramma greco dura un millennio, dal V secolo a.C. al v secolo d.C.
La produzione epigrammatica migliore è stata raccolta in un unico libro, l’Antologia Palatina, che contiene 3700 epigrammi!
L’Antologia è divisa in 15 libri divisi per genere. E’ un po’ un caos.
Le prime raccolte ebbero inizio sui monumenti e sugli oggetti. La prima raccolta è la Corona di Meleagro, in cui Meleagro aveva raccolto epigrammi suoi e di altri numerosi autori. L’organizzazione era per argomenti, con collegamenti vari.
Le raccolte sono molto numerose. Fra queste ricordiamo il Ciclo di Agatia, in 7 libri, e una raccolta di Filippo di Tessalonica.
Le raccolte di Meleagro, Filippo e Agatia contribuirono a formare la raccolta di Costantino di Cefala. Questa raccolta a sua volta è la base dell’Antologia.
Gli epigrammisti della prima età alessandrina
Il II secolo a.C. vide una grande fioritura di epigrammisti, tra cui Callimaco e Teocrito.
Le diverse tendenze degli epigrammisti di questo periodo hanno fatto pensare alla presenza di numerose scuole del genere. Una sicura divisione è fra gli epigrammisti che scrivono in dialetto dorico e quelli che scrivono in ionico: i dorici prediligono la natura e i dettagli e sono obiettivi; negli ionici è forte la componente soggettiva, parlano della vita cittadina e di eroi.
Tra gli epigrammisti di questo periodo ricordiamo Leonida di Taranto (corrente dorica- soprattutto epigrammi funerari di ambiente povero – propensione per l’orrido e il macabro) e Asclepiade di Samo (soprattutto simposio e amore – ionico – stile chiaro e essenziale).
Gli epigrammisti dell’Ellenismo maturo
La Grecia declina, ma gli epigrammi continuano ad essere numerosi. Purtroppo nella quantità, i bravi scrittori diventano sempre di meno.
Ricordiamo Meleagro, di cui abbiamo già parlato con la sua Corona. Il suo tema preferito è l’amore e il piacere.
Ricordiamo anche Filodemo di Gadara, famoso più che altro però per la sua attività di filosofo.
LA PROSA DELL’ETA’ ELLENISTICA
POLIBIO
La vita e l’opera di Polibio
Polibio è il massimo esponente della storiografia ellenistica. Nacque in Arcadia verso la fine del III secolo a.C. da una famiglia nobile.
Ebbe un’educazione ottima, che lo preparò egregiamente in ogni campo, ma soprattutto nella conoscenza storica e militare.
Entrò a far parte della Lega, grazie alla quale si assicurò un patrimonio di conoscenze belliche e politiche molto vasto.
La vittoria romana su Macedonia costrinse molti della Lega ad essere deportati a Roma. Polibio non fu mandato poi in altre città e potè legarsi a Scipione di cui divenne il maestro. Grazie a questa amicizia potè studiare a fondo i costumi romani e grazie ai numerosi viaggi approfondì la sua conoscenza geografica. Seguì Scipione nella terza guerra punica ne assistette alla distruzione di Cartagine. Quando la Grecia passò sotto il dominio romano, Polibio fu un ottimo mediatore fra le parti.
Morì 82enne cadendo da cavallo.
La sua opera più importante sono le Storie, che vanno dal 264 (prima guerra punica) al 144 a.C. (due anni dopo la distruzione di Cartagine), il che fa pensare ad un collegamento all’opera di Timeo.
Ci sono rimasti solo i libri dall’I al V.
L’opera è stata scritta in vari momenti (ci sono vari ritocchi), e Polibio non fece a tempo a fare l’ultima revisione: l’edizione completa è infatti postuma.
Il programma storiografico di Polibio
Secondo Polibio la storia doveva essere narrata con omogeneità e coerenza. Per questo nella sua opera sono numerosi i riferimenti a tecniche storiografiche: la situazione della storiografia del tempo necessitava infatti una mano ferma che desse delle regole precise.
La storia deve essere innanzitutto pragmatica, cioè fondata sull’analisi di fatti politici e militari senza fantasia. Lo storico infatti deve solo ricercare la verità, e non attrarre il lettore. Per questa necessità di veridicità assoluta, Polibio evita di riportare discorsi diretti.
Poi la storia deve avere un’utilità pratica per i futuri generali o uomini di stato. Per questo non bisogna narrare i fatti separandolo uno dall’altro, ma in un contesto più universale: la storia ha dunque carattere universale.
Una larga parte della Storia è affidata alle cause che hanno prodotto la grandezza di Roma: l’organizzazione politica innanzitutto, che conciliava monarchia, aristocrazia e democrazia. Ma anche Roma sarà destinata al declino a causa dell’unica legge che regola la storia, la sua circolarità. Polibio non crede che gli eventi storici siano finalizzati a qualcosa e la religione ha nella sua opera solo valore pratico. Non esiste la divinità in un’opera storica.
Polibio scrittore
Polibio rinuncia ad ogni abbellimento stilistico, solo evita gli iati. E’ la dimensione scientifica della sua opera che lo obbliga ad utilizzare un dizionario scarno, lo stesso dei documenti ufficiali.
I suoi pregi stilistici vanno dunque cercati nella precisione, nell’obiettività, nel richiamo ad un metodo rigoroso e nell’intuizione della funzione di Roma nella storia della civiltà, contribuendo così ad integrare cultura greca e romana nei secoli futuri.
Testo: Proemio delle Storie (I, 1-12)
Molti storici, dice Polibio, hanno fatto l’errore di non scrivere mai un eleogio alla storia che, tutti sanno, è la migliore maestra di vita.
Polibio narra la storia di come quasi tutte le regioni della terra siano cadute sotto il dominio di Roma e descrive prima i popoli più grandi che Roma ha dominato:
- i Persiani, che avevano un grande dominio politico, ma si misero in pericolo superando i confini dell’Asia;
- gli Saprtani, che mantennero incontrastata per 12 anni la loro supremazia sulla Grecia;
- i Macedoni, che conquistarono una piccola parte del mondo, abbatterono i Perisiani ma poi furono sottomessi ai Romani.
I Romani hanno l’impero più grande di quelli che lo hanno preceduto.
La storia che descrive Polibio inizia con la 140° Olimpiade, lo stesso periodo della guerra cibvile greca e della guerra tra Romani e Cartaginesi.
Vinta la guerra con i Cartaginesi, i Romani si rivolsero alla Grecia. Polobio speiga allora la situazione politica, finanziaria e militare di Roma, perché molti greci del suo tempo non la conoscevano.
Polibio scrive un’opera storica universale, al contrario di come hanno fatto molti scrittori che narrano storie particolari, che di certo non possono avere una visione d’insieme.
La prima regione che i Romani attaccarono fuori dell’Italia è la Sicilia. Si narra una storia che è quasi la stessa per Messina e Reggio.
I Campani, che invidiavano la grandezza di Messina, la occuparono a tradimento. Saccheggiarono ogni cosa e trucidarono la popolazione. Ma i Reggini, spaventati dai Cartaginesi che si trovavano sul mare, chiesero ai Romani un aiuto. Inizialmente la truppa inviata fu fedele a Reggio, ma poi seguì l’esempio dei Campani e, cacciata la maggior parte della popolazione, la occuparono.
Il grosso dell’esercito romano, impegnato in una battaglia contro Pirro, fide di mal occhio questo atto. Finita la battaglia i Romani occuparono Reggio, presero i traditori e li uccisero nel Foro. Quindi riconsegnarono le terre ai Reggini e la città.
I Mamertini (ossia i Campani che avevano occupato Messina) si ritrovarono senza l’aiuto dei Campani di Reggio che erano assediati dai romani e furono scacciati dalla città dai Siracusani. Poco tempo prima infatti era accaduto che i soldati siracusani avessero delle divergenze con i Siracusani stessi. Quindi elessero a loro capo Gerone che, occupando Siracusa, divenne suo re. Gerone si accorse che ogni qual volta l’esercito e il re partivano epr qualche spedizione a Siracusa tirava aria di ribellione, Quindi sposò la figlia di Leptine, un uomo che godeva di grande fiducia presso il popolo, in modo che questo non gli si ribellasse mentre non era in città. Ma i mercenari non approvavano questo matrimonio e Gerone decise di fingere una spedizione militare contro i barbari che ocucpavano Messina. Al momento dell’attacco, mandò avanti solo i mercenari, che furono massacrati tutti. Nel frattempo l’esercito cittadino tornava a Siracusa. Ma poiché i Mamertini si erano insuperbiti per il facile successo, decise di scacciarli dal loro territorio.
Alcuni Mamertini allora chiesero aiuto ai Romani, altri ai Cartaginesi. I Romani inizialmente non volevano intervenire, perché era assurdo prestare aiuto ad un popolo che aveva compiuto lo stesso tradimento dei soldati romani penetrati a Reggio. Ma temevanbo che i Cartaginesi si sarebbero impadroniti della Sicilia.
Il senato dunque era contrario al’intervento, ma il popolo adduceva motivazioni finanziarie che alla fine fecero accettare la proposta dei Mamertini. Fu inviato a Messina Appio Claudio.
I Cartaginesi premevano su Messina, mentre Gerone si alleava con questi. Appio Claudio tentò prima di allearsi con Siracusani e Cartaginesi per placare la guerra a Messina, ma non ottenendo risposta attaccò i Siracusani, che persero la battaglia (Gerone tornò di corsa a Siracusa). Appio Claudio allora entrò a Messina.
Questa è stata la prima spedizione dei Romani fuori dell’Italia.
Testo: Scipione e Polibio: nascita di un’amicizia durevole
Ho già parlato, nel precedente libro, di come l’amicizia tra Scipione e Polibio, nota non solo in Italia e in Grecia ma anche in luoghi più lontani, sia nata dalla discussione su alcuni libri prestati.
Polibio era un ostaggio acheo che rimase a Roma su insistenza di Fabio e Scipione, figli del console Lucio. Un giorno, uscendo dalla casa di Fabio, Polibio e Scipione rimasero soli e Scipione espresse a Polibio tutto il suo dolore perché egli parlava sempre e solo con Fabio, trascurandolo. “Probabilmente anche tu, come tutti i romani, credi che io sia troppo pigro e tranquillo, mentre Roma ha bisogno di uomini attivi ed energici.
Polibio rassicurò con forza Scipione che lui parlava con Fabio solo perché era maggiore di età e che si complimentava per la sua mitezza perché era indice di magmanimità. Scipine, disse, avrebbe trovato in lui un aiutante ed un collaboratore per accrescere la sua cultura e renderlo capace di compiere azioni degne dei suoi antenati.
Scipione gli strinse affettuosamente la mano e dichiarò la sua speranza che Polibio dedicasse a lui le sue cure.
Da quel momento Scipione non si staccò più dal fianco di Polibio e fu pronto a trascurare ogni cosa piuttosto che la sua compagnia.
LETTERATURA DELL’ETA’ IMPERIALE
LA SECONDA SOFISTICA
Caratteri generali
La denominazione “Seconda Sofistica” è usata per indicare un periodo di straordinaria fortuna per l’eloquenza come fatto della cultura pubblica. Ha il suo apice nel II secolo d.C.
A differenza della Prima Sofistica, la Seconda non è un movimento di pensiero ed è collegata alla Prima solo dall’interesse per la retorica. I nuovi sofisti sono avvocato, conferenzieri, non filosofi; parlano nelle scuole, nei tribunali, hanno un pubblico selezionato.
I nuovi sofisti dovevano saper recitare orazioni scritte o improvvisare. Dunque la Seconda Sofistica ha carattere molto edonistico, perché attraverso le varie esibizioni il pubblico soddisfaceva la sua voglia di una spettacolarità culturalmente qualificata.
Per la loro grande popolarità, gli oratori della SS svolsero un ruolo molto importante per la cultura e società del tempo.
Non portarono molte novità, ma mantennero viva la tradizione. Si continuò il dibattito tra i sostenitori della retorica asiana (sbalordire il pubblico con ricercatezze artificiose) e quelli della retorica attica (lingua pura), ma non giunse a termine.
GLI STORICI DELL’ETA’ AUGUSTEA
DIODORO SICULO
Nato ad Agirio, visse nel I sec. a.C. Dedicò 30 anni della propria vita a realizzare la Biblioteca, una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e Britannia. L’opera era composta da 40 libri. Nell’introduzione Diodoro espone le finalità della sua opera: giovare agli uomini garantendo la conoscenza della storia, esperienza umana comune, e offrire agli studiosi una visione di sintesi. Dice di aver compiuto molti viaggi per completare la sua opera, che è un’antologia di varie fonti. La Biblioteca cerca di mettere in sincronia storia greca e romana, senza particolari commenti, il che ha garantito la trasmissione di testi inalterati. La lingua di Diodoro è la koinè, anche se spesso si deve adattare alle fonti da lui trovate.
Testi: Proemio (Biblioteca)
Giustamente gli storici che hanno scritto le storie universali hanno avuto i maggiori riconoscimenti,
scrive Diodoro, perché è attraverso queste che si ricevono i maggiori insegnamenti. Gli insegnamenti della storia guidano la vita dei singoli cittadini ma anche quella dei governanti nell’emanare le leggi.
La storia permette di vivere in eterno a coloro che hanno compiuto grandi imprese, il che naturalmente spinge a compierle.
La storia contribuisce al potere della parola e per questo gli uomini educati sono superiori agli analfabeti, i Greci ai barbari; è grazie alla parola che un singolo può prevalere su molti. La storia indirizza alla giustizia, accusa i malvagi ed elogia gli uomini giusti: dà ai lettori la maggiore esperienza.
Osservando le opere dei precedenti storici, gli storici contemporanei si sono accorti delle lacune e degli errori da questi compiuti nel trattare singole storie staccate da un contesto più universale. Hanno scelto di scrivere un’opera storica con minor fatica e per questo hanno ottenuto un risultato più esiguo. La scrittura della Biblioteca ha impiegato trent’anni di lavoro e numerosi viaggi in Asia ed Europa. Inoltre, trattare una storia eccezionale come quella di Roma richiedeva un numero di informazioni ancora maggiore del solito.
Diodoro espone quindi la divisione dell’opera:
- i primi sei libri trattano gli anni precedenti alla guerra di Troia (i primi tre le antichità dei popoli barbari, gli altri quelle dei Greci);
- i seguenti undici libri trattano della storia universale della guerra di Troia fino alla morte di Alessandro;
- negli altri ventitré libri si espongono tutti i fatti avvenuti fino all’inizio della guerra tra Romani e Galli.
Le date relative ai vari eventi o sono approssimative o sono tratte da fonti certe: in tutto si tratta di 1138 anni.
Quest’ultimo appunto è utile sia per i lettori, sia per sconsigliare i copisti dal commettere errori.
NICOLA DAMASCENO
Nacque a Damasco nel 64 a.C. Fu precettore dei figli di Antonio e Cleopatra, passò sotto la corte di Erode il Grande e si recò spesso a Roma, dove ottenne la stima e l’amicizia di Augusto. La data di morte è ignota.
Scrisse una Storia universale in 144 libri, dalle origini alla morte di Erode. Purtroppo è andata perduta quasi tutta: una parte ci viene tramandata da Giuseppe Flavio. Scrisse anche l’importantissima Vita di Augusto, con scopi encomiastici.
Testi. L’uccisione di Cesare (Vita di Augusto)
Alcuni pensavano di ucciderlo quando passeggiava sulla via Sacra, altri durante i comizi elettorali, altri in Senato, dove tutti avevano un pugnale e erano senza seguito.
In realtà tutti gli amici di Cesare, i medici e la moglie
sentivano brutti presagi e gli chiesero di restare a casa, ma Bruto lo convinse ad andare lo stesso. Anche all’ingresso del Senato gli indovini gli diedero cattivi presagi. Sempre Bruto convinse Cesare ad entrare. In fretta i cesaricidi lo pugnalarono, in una gran mischia: ebbe trentacinque pugnalate.
Roma era in preda al panico e la gente scappava ovunque. Bruto spingeva alla calma e si vantava di aver ucciso un tiranno. I cesaricidi si rifugiarono in Campidoglio.
Nessuno aveva il coraggio di portare via il cadavere. Alla fine dei servi lo portarono a casa, fra i lamenti dei passanti. La moglie di Cesare, quando lo vide, pianse moltissimo.
I cesaricidi scesero dal Campidoglio accompagnati da alcuni gladiatori e Bruto pronunciò un discorso.
Poi decisero che il giorno dopo avrebbero deciso ciò che era utile per il bene della città.
DIONIGI DI ALICARNASSO
Nato intorno al 60 a.C., si trasferì a Roma nel 30, dove fu ben accolto e divenne uno dei capiscuola dell’atticismo. Dopo l’anno di pubblicazione della sua opera, le Antichità di Roma, il 7 a.C., non sappiamo più nulla di lui.
Nelle Antichità, Dionigi esponeva la storia della città dalle origini all’inizio della prima guerra punica (264 a.C.), completando così l’opera di Polibio. Questo trattato era composto da 20 libri. Ma Dionigi non pensava ad un semplice trattato, voleva di più: voleva presentare i fatti di Roma ai Greci, ma anche offrire un esempio pratico delle sue dottrine atticistiche, scrivendo in stile dei grandi prosatori attici. Quindi l’attendibilità delle sue fonti non è tenuta molto in considerazione, e pure il suo progetto
vero e proprio non è realizzato: il livello della sua prosa è modesto e ci sono numerose infiltrazioni di koinè.
Per quanto riguarda la retorica, egli scrisse un trattato Sugli oratori antichi dedicato a Lisia, Isocrate, e Iseo, dove per ogni autore sono offerte numerose notizie. Scrisse anche un saggio Sullo stile di Demostene, in cui è palese l’ammirazione per l’oratore. Ma difetto di Dionigi era la mancanza di obiettività, e così nel saggio Su Tucidide mostra una disastrosa incomprensione della grande arte tucididea.
La trattatistica è esposta negli scritti Sulla disposizione delle parole e Sull’imitazione. Nel primo Dionigi esamina come dalla scelta e dalla combinazione delle parole derivi la bellezza del testo. Tratta anche dell’armonia del testo, e ne individua tre tipi. Nel trattato Sull’imitazione, si sistemava la teoria della mimesi e precisava i modelli a cui attingere.
Dionigi cercò nella sua carriera di recuperare i valori classici, ma lo fece in modo troppo rigido, e per questo fallì.
Testi: Proemio (Storia di Roma arcaica)
Uno storico, dice Dionigi, deve innanzitutto essere in grado di curare le proprie fonti e di scrivere di argomenti elevati, altrimenti la sua storia non ha valore, per un motivo o un altro. Parlare della storia romana vuol dire trattare un argomento elevatissimo, perché i Romani sono il più grande e potente popolo mai esistito. Dionigi dunque elenca le maggiori imprese dei più grandi popoli (Ateniesi, Macedoni, Persiani, Assiri, Spartani, …) ma riconosce che dopo un certo periodo di tempo i loro imperi decadevano, o che non erano stati in grado di conquistare un impero abbastanza vasto.
Roma ha spazzato via dai mari i Cartaginesi, sottomesso i Macedoni.
Dionigi scrive della Roma arcaica anche se molti storici greci sostengono che solo dall’età recente Roma è degna di essere celebrata come una grande città. Circolavano infatti allora molte false tradizioni sulla fondazione di Roma e su come abbia conquistato le genti del Lazio, tradizioni che alcuni hanno addirittura scritto come vere. Tutto questo perché i Greci finora non hanno conosciuto uno storico all’altezza di tale compito: per questo Dionigi si propone di narrare la storia dei fondatori di Roma e di come hanno cominciato ad espandere il loro dominio.
E’ importante che i posteri abbiano una chiara e veritiera visione dell’antica storia di Roma, affinché i discendenti dei grandi protagonisti di questa storia non adottino uno stile di vita indegno dei progenitori. Da questa storia devono trarre profitto tutte le persone oneste che provano ammirazione per gesti nobili e coraggiosi.
Dionigi elenca dunque tutte le sue fonti e descrive l’arco di tempo che narrerà: dalla fondazione di Roma alla prima guerra punica; narrerà tutte le guerre esterne a Roma avvenute nello stesso periodo, le sue forme di governo, le usanze principali.
APPIANO
Appiano nacque ad Alessandria alla fine del I secolo d.C. Fu un avvocato e un alto funzionario statale, a Roma e in Egitto. Scrisse un’opera storiografica che ha chiamato Storia romana, che si estendeva dai tempi della leggenda di Enea fino a Traiano (età contemporanea). Non ne restano molte parti.
Appiano è un dilettante, che si lascia prendere la mano dalla sua ammirazione per Roma.
Non segue uno schema analitico, ma procede raccontando storie locali. Appiano è la nostra fonte principale per quanto riguarda le guerre civili del 133-35 a.C.
La sua lingua è la koinè.
Testo: Tiberio Gracco. Guerre civili
Mano a mano che conquistavano le regioni d’Italia, i ramani creavano dei presidi e vendevano o affittavano il terreno coltivato: quello non coltivato lo lasciavano a chi voleva previo pagamento di un canone ( un decimo del prodotto per le seminagioni, un quinto per le culture arboree. Essi volevano che la popolazione italica crescesse e avere così alleati in casa. Ma le cose non andarono in questo modo perché i ricchi comprando o occupando, si impadronirono delle terre dandole a lavorare agli schiavi (non gravati da oblighi militari e liberi di riprodursi creando altri schiavi): così gli italici diminuivano a causa della povertà, delle imposte e del servizio militare mentre aumentavano la ricchezza dei ricchi e gli schiavi. Allora venne approvata una legge che stabiliva che nessuno poteva occupare più di 500 iugeri di agro pubblico e possedere più di 100 capi di bestiame grosso o 500 di bestiame minuto e vi fu l’obbligo di utilizzare un certo numero di liberi. Ma nessuno si curò della legge o, se l’applicò, divise la terra fra i propri familiari.
Tiberio Sempronio Gracco, divenuto tribuno della plebe, chiese che la legge venisse nuovamente approvata con alcune modifiche: più terra per i familiari dei ricchi, ma una commissione di tre persone elette che decidesse la distribuzione della terra rimasta ai poveri.
Questa proposta fece accorrere a Roma molta gente interessata che si schierò dalla parte dei ricchi o da quella dei poveri per cui la legge non riusciva ad andare avanti.
Giunto il momento della votazione, Gracco illustrò la necessità di una tale legge insistendo sia sul lato glorioso e vantaggioso (beni comuni divisi in comune, gratitudine verso i cittadini, buona disposizione verso Roma da parte dei possessori dei beni) sia sui rischi che sarebbero derivati da possibili rivolte dei poveri o dall’odio verso Roma da parte delle popolazioni italiche private della terra. Ma i ricchi non rentivano ragioni e tramite il tribuno Marco Ottavio impedirono la votazione.
Nell’assembrlea successiva Gracco pose ai voti sia la legge che la destituzione di Marco Ottavio da tribuno. La legge venne approvata, Marco Ottavio destituito (al suo posto venne eletto Quinto Mummio)e nella Commissione per l’assegnazione delle terre, il popolo volle che ci fosse la famiglia di Gracco come garanzia di applicazione della legge. Ciò fece giurare ai ricchi che si sarebbero vendicati quando Gracco non fosse stato più tribuno.
Giunta la data delle nuove elezioni, Gracco rischiava di non venire eletto a causa delle azioni dei ricchi; egli cercò di riunire i propri seguaci e di condurre in porto la votazione ma vista la situazione occupò il tempio del Campidoglio e il centro dell’Assemblea e poiché i ricchi continuavano ad impedire la votazione dette ordine ai suoi seguaci di attaccare. Nel frattempo i senatori, riunitisi, decisero di muovere verso il Campidoglio preceduti da Corneglio Scipione Nasica, pontefice massimo. Egli, gridando che lo seguissero coloro che volevano salvare la patria, attaccò i seguaci di Gracco gettandoli giù dai dirupi. In questo tumulto morirono molti Graccani e lo stesso Gracco.
Testo: La rivolta di Apamea
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ARRIANO
Arriano di Nicomedia (Bitinia), allievo di Epitteto, fu un abile politico e legato imperiale. Si stabilì ad Atene dove gli furono conferiti cariche e onori pubblici. Morì intorno al 180 d.C.
Arriano svolge le sue attività specularmente con Senofonte: stessa indole pratica (partecipazione alla vita pubblica), interessi filosofici e di vario tipo, stesso uso del dialettico attico limpido ed elegante.
Il suo rapporto con il maestro Epitteto era simile a quello tra Socrate e Senofonte: alla sua morte mise insieme una raccolta delle sue Diatribe.
Ma l’aspetto centrale della sua produzione riguarda la storiografia: ci resta per intero l’Anabasi di Alessandro, in 7 libri come Senofonte. Arriano si propone di liberare la storia di Alessandro da tutte le leggende e per questo cura molto le sue fonti. E’ un narratore addirittura più abile del suo idolo.
Nella prefazione dell’Anabasi, Storia dell’India, arriva persino ad imitare nel suo artificioso dialetto attico Erodoto.
Testi: Gli storici di Alessandro (Storia di Alessandro)
Arriano espone quanto hanno scritto su Alessandro figlio di Filippo gli autori Tolemeo e Aristobulo. Dei fatti di cui erano incerti, dice, ha scelto quelli più credibili.
E’ difficile trovare fonti concordi sulla storia di Alessandro, ma Tolemeo e Aristobulo sono gli autori che hanno descritto la storia fra loro più simile. Aristobulo infatti prese parte alle spedizioni di Alessandro, Tolemeo vi partecipò ed inoltre fu re lui stesso, per cui non gli era conveniente dire menzogne a riguardo. Al tempo in cui i due autori scrissero, poi, Alessandro era morto, per cui non avevano ragione di scriverne elogi.
Chi si meraviglia del fatto che anche Arriano dopo questa premessa abbia scritto una storia di Alessandro, esprima i suoi pensieri solo dopo aver letto la sua opera
CASSIO DIONE
Nacque in Bitinia nel 155 d.C. da una famiglia di alta condizione. Svolse una carriera politica di successo: fu senatore e due volte console. Dopo essersi attirato l’ostilità dell’esercito si ritirò a vita privata e in vecchiaia morì.
Scrisse la Storia di Roma dalle origini fino ai suoi giorni, opera che lo impegnò per 10 anni. Ci restano solo 25 libri degli 80 che componevano l’opera.
Fu un bravo storico e scelse bene le sue fonti, cercando comunque di farsi un’idea propria sugli avvenimenti, anche in relazione al fatto che ha partecipato da protagonista alla vita politica e militare e quindi ha potuto capire meglio certi eventi.
Purtroppo, credendo nei segni e prodigi, Cassio Dione attribuisce troppa importanza ad una parte della vita che non dovrebbe rientrare nella trattazione di un’opera storica.
La sua narrazione manca di drammaticità, ma comunque si tratta dell’ultimo grande storico dell’antichità e per la sua grossa opera merita una citazione.
Testo: Invettiva di Cicerone contro Antonio
Antonio si era fatto attribure le Gallie in luogo della Mesopotamia; poiché ciò era stato contestato, si era giunti ad uno scontro militare (guerra di Modena).
Non è grave che un magistrato governi una regione o l’altra; ciò che è terribile è che perquesto si scateni una guerra.
Antonio aveva il compito di garantire la pacificazione generale da voi decretata e invece proprio lui l’ha turbata.
Ha modificato gli acta caesaris che voi avevate approvato proprio per non creare turbative (nonostante non fossero certo perfetti) ha abrogato concessioni di territori a chi ne aveva diritto e li ha ceduti ad altri per proprio tornaconto personale e ha fatto tante altre cose simili ignorando le vostre richieste di chiarimenti e non rispettando la vostra autorità. Per tutto questo dovete odiare e punire Antonio.
Testo: Discorso di Mecenate ad Augusto
Se hai a cuore la patria devi riformarla e riordinarla. Infatti non è giusto che alcuni possano fare tutto ciò che vogliono perché questo sarà bene o male a seconda che siano saggi o stolti; perciò ritengo che devi affidare il governo dello stato a te e a tutti i migliori, in modo che a decidere siano i saggi e non la massa che costituirebbe la più amara schiavitù e danno per tutti. Non credere che io ti inviti ad asservire il popolo e ad instaurare la dittatura, ma il tuo governo, governo di saggi, costituirebbe il modo migliore di amministrare con successo gli affari pubblici evitando guerre pericolose ed empie contese civili.
Nella democrazia i più potenti aspirano ai primi posti e assoldano i più deboli per ottenerli; tra noi questo ha portato alle guerre civili e non vi è altro modo di farle cessare se non il tuo governo.
La causa di tutto questo è il gran numero degli uomini e la grandezza dell’impero. Finchè eravamo pochi, fummo ben governati e conquistammo quasi tutta l’Italia. Ma quando abbiamo conquistato terre e continenti, ci siamo scontrati in patria e dentro le mura e abbiamo portato questa malattia tra le legioni. La nostra patria è diventata come una nave in una tempesta e ora tocca a te portarla in un porto sicuro.
Anche tu sei convinto che il mio consiglio di far governare il popolo da uno solo sia giusto. E allora accettane con entusiasmo la giuda e non permettere che sia il popolo ad assumerla o addirittura un altro: in tal caso i tanti che ti odiano si vendicherebbere e non vorrebbero lasciarti in vita come rivale (così è successo a Pompeo, a Cesare e a Mario e Silla). Non tradire te stesso e la patria e accetta il principato; noi obbediamo alla sorte che ti offre il potere assoluto e le siamo grati perché ti permette di porre fine alla guerra civile ha posto nelle tue mani la costituzione dello Stato. E non temere la grandezza dell’impero, perché più è grande e tanto maggiori sono i mezzi di cui dispone per sopravvivere.
Innanzitutto devi scegliere accuratamente e selezionare il Senato e i cavalieri, inserendo in essi rappresentanti di tutte le provincie in modo che diventino partecipi con te dell’Impero; più saranno gli uomini illustri che collaboreranno con te tanto più facilmente potrai governare. I cavalieri dovranno avere almeno 18 anni, i senatori almeno 25 e i pretori almeno 30. Gli uomini dovrai sceglierli tu, senza metterli alla mercè del popolo o del senato, e dovrai concedere loro il potere necessario per conservare la dignità ma tale da non permettere loro di ribellarsi.
Tra gli uomini più in vista che abbaino percorso tutte le magistrature, scegli un Prefetto che sovrintenda agli affari della città e giudichi i processi rinviati o in ritardo e un magistrato che censisca i beni dei senatori e dei cavalieri e giudichi i casi che non prevedono pene ma che potrebbero creare gravi danni; il loro incarico sia a vita, perché non hanno i mezzi per creare danno, ma avrebbero la forza per agire energicamente.
Per quanto riguarda l’impero, dividilo in distretti secondo le rispettive stirpi e nazionalità e stanzia qui le truppe e manda come governatori un ex-console e due ex-pretori, ciascuno con compiti ben definiti ma tali da non poter creare danni per l’impero. Tutti questi funzionari dovranno ricevere uno stipendio proporzionale al loro ruolo e dovranno restare in carica per almeno tre anni e per non più di cinque.
Riguardo ai cavalieri e ai senatori l’organizzazione dovrebbe essere questa: i due migliori cavalieri comandino la tua guardia del corpo, i pretoriani e tutte le truppe che sono in Italia. Ai cavalieri sia affidata l’amministrazione dei beni sia del popolo che imperiali e per questo ricevano uno stipendio.Tutti gli affari riguardanti l’impero devono essere trattati da più persone in modo che i sudditi, raccogliendo godimento dai beni comuni siano ben disposti verso di te. I cavalieri potranno diventare senatori, anche quelli che hanno militato come centurioni.
I ragazzi dovranno frequentare le scuole e, giovanetti, dedicarsi alle armi ed ai cavalli con istruttori statali stipendiati; infatti bisogna sospettare degli incolti e degli sfrontati che vengono indotti facilmente a compiere le cose più turpi verso se stessi e verso gli altri; color che hanno avuto una buona educazione, invece, non scelgono di fare un torto ad altri e men che mai a chi si occupa della loro educazione e della loro preparazione.
Per quanto riguarda i soldati, essi devono essere mantenuti permanentemente in ogni provincia reclutandoli tra i cittadini, i sudditi e gli alleati in quanto, date le dimensioni dell’impero, non è possibile provvedere alle necessità con truppe di riserva. Inoltre i soldati devono essere professionisti in modo che gli altri possano dedicarsi a tempo pieno ai loro lavori nella garanzia della sicurezza.
Per tutto questo servono soldi. Per procurarli innanzitutto metti in vendita i beni dell’erario e presta il denaro ricavato ad un interesse contenuto; poi calcola tutte le altre entrate che possono derivare dalle miniere e da qualsiasi altra fonte sicura. Calcola quindi le spese necessarie e vedi cosa ti manca e quindi quanto ti necessita. Per questo devi imporre una tassa su tutti quei beni, nessuno escluso, che procurano un qualche profitto a chi li possiede e fissare dei tributi per tutti i sudditi dell’impero. Per incassare tasse etributi devi istituire degli esattori.
Sicuramente molti si indigneranno una volta fissate tasse e tributi ma se vedranno che sarai parsimonioso nelle spese private e generoso in quelle per la comunità, alla fine si convinceranno della bontà del sistema.
Per quanto riguarda le altre cose, adorna la città con ogni magnificenza e rendila splendida con ogni genere di giochi. Per quanto riguarda le altre città, non dare potere al popolo e fa che non si possa riunire in assemblea; le città non dispongano di edifici pubblici più del necessario e non possano sperperare il denaro loro assegnato in spettacoli; nessuna deve possedere moneta, pesi o misure propri e per tutte le questioni dovranno fare riferimento al proprio governatore e non rivolgersi a te.
Tutte le altre cose potrebbero essere così ordinate:
- affida al senato tutti gli affari più importanti che riguardano lo stato perché gli interessi comuni devono essere amministrati in comune e fai che il senato sia la suprema autorità dell’impero; per questo introduci in senato le ambascerie, sia quelle inviate dai nemici si quelle inviate da re e popoli nostri alleati, per mezzo dei senatori appronta tutte le leggi e sottoponi al giudizio del senato i membi de senato, i figli e le mogli colpiti da accuse talmente gravi da meritare la degradazione, l’esilio o la morte. Non dare ascolto a chi accusa un altro di averti offeso o di averti calunniato; se però uno è accusato di voler attentare alla tua vita, non giudicarlo direttamente, ma conducilo davanti al senato e se viene condannato cerca di attenuare la pena (mentre devi punire direttamente chi si sollevi contro di te disponendo di un esercito).
- Giudica tu stesso i processi in appello e quelli rinviati a te, in modo che nessuno abbia una giurisdizione ne poteri tali da escludere qualsiasi processo d’appello dopo di lui. In questi giudizi associa i più stimati tra i senatori e i cavalieri. Garantisci a tutti libertà di parola e insieme l’impunità. Loda quelli che esprimono opinione giusta, ma non disonorare quelli che esprimono un’opinione sbagliata perché bisogna valutare le loro intenzioni. Segui questi principi anche per i successi e gli insuccessi in campo militare.
- Tutto ciò che vuoi che pensino o facciano i sudditi, pensalo e fallo tu stesso, in modo che le loro iniziative derivino da emulazione e non dal timore delle leggi. E tutto ciò che fai, fallo scrupolosamente perché se anche una sola volta verranno a sapere che tu dici loro una cosa e ne fai un’altra, non temeranno più le tue minacce ma imiteranno il tuo comportamento. Nei tuoi giudizi non essere severo perché è natura dell’uomo commettere reati e se vengono puniti con moderazione possono redimersi mentre se vengono messi in piazza calpesteranno tutte le convenzioni e obbediranno solo agli istinti naturali. Per quanto riguarda te stesso, invece, non permettere che ti sia concesso alcunchè di speciale o di magnifico né dagli altri né dal senato: procurati tutta la gloria con le buone azioni. Non permettere mai che ti venga dedicato un tempio, perché queste cose dilapidano grandi ricchezze e non incrementano affatto la biona fama; infatti la virtù rende molti simili agli dei, ma mai nessuno è divenuto dio per alzata di mano. Quindi se vuoi divenire immortale, agisci con virtù , venera personalmente gli dei e obbliga gli altri ad onorarli.
- Sii amante della pace nelle tue convinzioni ma prontissimo alla guerra quanto a mezzi. Per questo dovrai valutare attentamente le delazioni e le accuse. Non devi permettere che i ricchi commettano soprusi ma nemmeno che siano oggetti di accuse e delazione per il solo fatto di essere ricco. Quanto alla massa, difendi con forza quelli che subiscono ingiustizie ma non prestare eccessiva attenzione a coloro che muovono accuse.
Tutti ti ubbidiranno docilmente se non consentirai mai a nessuno, né in privato né in pubblico di violare queste regole, giacchè la disuguaglianza distrugge anche le cose ben connesse.
In generale ti consiglio di non abusare mai del potere e di interrogare sempre la tua coscienza se è giusto o no fare una certa cosa.
A conclusione di quanto detto, se farai spontaneamente ciò che vorresti facesse un altro se fosse un tuo superiore, non commetterai alcun errore, avrai successo in tutto e di conseguenza vivrai nella maniera più piacevole e priva di rischi
PLUTARCO
Premessa
Al contrario di tutti i nuovi Sofisti, Plutarco non viaggiò quasi per niente e non fu un personaggio dello spettacolo.
E’ la personalità maggiore di tutta la vita greca, per le sue doti di scrittore, per l’ampiezza dei suoi interessi, per l’intensità intellettuale e umana.
Il suo influsso fu immenso: non per niente fu scelto come modello della Rivoluzione francese.
Egli propose uno stile di vita in cui la tradizione svolgeva un ruolo fondamentale per ritornare ai vecchi valori, ma rinnovati nell’attualità dei tempi: non è un nostalgico.
Plutarco individua nella filantropia, l’attenzione all’uomo in quanto uomo, il carattere della civiltà greca, che si rispecchia nel modo di vivere di tutta la popolazione e ridona dignità all’uomo.
La vita e le opere di Plutarco
Plutarco nacque a Cheronea in Beozia verso il 47 d.C. da famiglia agiata. Studiò ad Atene soprattutto Platone che lo influenzò molto.
Nei suoi scritti si vede l’attaccamento al nucleo famigliare; aveva numerosi amici. Ebbe numerose funzioni amministratore e fu sacerdote del santuario di Apollo a Delfi. Il santuario era in fase di decadenza in quel periodo, ma proprio quando Plutarco ne divenne sacerdote sembrò rifiorire. Fu una bellissima esperienza per Plutarco.
Morì verso gli 80 anni.
Ci sono rimaste solo 83 delle sue numerosissime pere, circa 260.
Questi tesi si dividono in due grandi sezioni di stessa estensione: le Vite parallele e i Moralia.
Vite parallele
Il titolo è dovuto allo schema usato da Plutarco per scrivere queste vite: è formata infatti da 22 coppie di biografie, in cui sono accostati un personaggio greco e uno romano. Alla fine della descrizione si spiega il motivo dell’accostamento, che può riuscire giusto o completamente sbagliato (Pericle e Fabio Massimo, basato sulla stessa tattica difensiva).
Plutarco voleva mostrare la complementarità della cultura greca e latina (anche se sapeva che non era possibile fonderle completamente) e le differenze.
Egli era attaccato alla Grecia, ma sentiva l’irresistibile attrazione di Roma.
Non si tratta di un’opera a sfondo storico, perché Plutarco non si serve d tutte le fonti a disposizione: scarta tranquillamente ciò che potrebbe intralciare la sua coppia biografica. E’ lo stesso genere biografico che si discosta molto dall’opera storica ( i Caratteri di Teofrasto): non si ricercano le grandi imprese, ma i gesti e le parole che tradiscono l’interiorità dell’uomo.
I Moralia
Comprendono circa 80 scritti, differenti per tematica, intonazione ed estensione. A differenza di quanto potrebbe suggerire il titolo, non si tratta di argomenti sono morali. Sono trattati veramente TUTTI gli argomenti.
Per le opere di maggiore impegno Plutarco usa la forma dialogata, che può essere narrativa, se c’è un solo interlocutore che parla; drammatica, se si susseguono le battute di più interlocutori; mista, se si hanno entrambi i casi.
Le infinite conoscenze di Plutarco sono dovute anche alla sua disponibilità ad accogliere le opinioni altrui. Egli riesce a vedere ogni argomento sotto moltissimi punti di vista, il proprio e quello degli altri. Questo atteggiamento di pluralità di visioni gli consente di avvicinarsi molto alla realtà e di fondare la sua visione scientifica con quella religiosa.
Per quanto riguarda la religione, egli afferma che la vita terrena è una prigione per l’anima che aspira a liberarsi da essa per tornare all’etere. Comunque egli esalta la bellezza del mondo, unendo così universale e individuale in modo armonico, così come prediceva la tradizione.
Plutarco scrittore
Questa tendenza ad unire tradizione e presente e a superare gli schemi fissi si ritrova nelle opere plutarchee. La sua personalità ha spesso deviato la critica dall’analisi letteraria delle sue opere, ma Plutarco è in realtà anche un ottimo scrittore.
Nelle sue biografie riesce ad essere molto eloquente, a rendere i racconti tesi ed emozionanti, a rendere ogni scena nel giusto modo.
Nei Moralia ogni argomento è descritto nel modo giusto, alternando erudizione e azione.
La sua lingua è di tonalità elevata, ma si adatta alla koinè. Evita assolutamente lo iato ed è privo di artifici retorici. Attraverso l’andamento articolato del periodo riesce a mostrare anche al lettore la sua visione tridimensionale dei fatti.
Testi: Confronto tra Nicia e Crasso
Nicia accumulò il suo patrimonio lealmente, Crasso no.
Crasso si trovava spesso in situazioni illegali da protagonista, Nicia mai.
Nicia spendeva per il bene comune, Crasso per i banchetti.
Nicia ebbe una carriera politica priva di slealtà o violenza, Crasso subì molte oscillazioni di carattere e si avventò sui suoi stessi amici.
Crasso era violento e tirannico, e di positivo aveva la mano ferma nelle situazioni difficili, Nicia tutto il contrario e spesso era troppo arrendevole.
….
Nicia ammetteva quando non era in grado di fare qualcosa che gli si richiedeva, Crasso partiva per grandiose imprese dicendo che erano facilissime e spesso non riusciva nel suo intento.
DIONE DI PRUSA
Dione di Prusa fu soprannominato Crisostomo (“Bocca d’oro”) per la sua eccezionale capacità oratoria. Era vicino alla dottrina stoica.
Nacque in Bitinia nel 40 d.C. da una famiglia molto ricca. Si trasferì a Roma ma fu esiliato per sempre dall’Italia e dalla Bitinia da Domiziano. Visse vagando da un luogo all’altro secondo il modello stoico, adottato più per necessità che per libera scelta: gli uomini che lo vedevano così dismesso lo credevano un filosofo e gli ponevano domande sulla vita, il bene e il male, cosicché fu costretto a meditarci su.
Riottenne i suoi diritti grazie a Nerva.
Morì per cause ignote.
Tra le opere, troviamo uno scritto etnografico Sui Geti, di cui ci sono rimasti solo frammenti. Tra le opere di carattere sofistico troviamo i Troiani, in cui nega il valore della veridicità di Omero e della sua tradizione: Ilio, dice, non è mai stata conquistata dai Greci.
Abbiamo dei discorsi di tipo filosofico sulla ricchezza, la gloria, la libertà… Si ricorda l’Euboico (vedi Testi: La parabola del buon cacciatore).
I modelli preferiti di Dione sono Platone, Demostene e soprattutto Senofonte. Predilige le citazioni, gli aneddoti,.. sicuramente per un eco dell’educazione scolastica.
Testi: Vita di Dione di Prusa (da Filostrato, Vite dei sofisti)
Dione di Prusa fu eccellente in tutti i suoi studi. Aveva un temperamento mite, in grado di regolare l’ira, esprimeva bene il suo modo di pensare, sapeva trattare la storia. Ebbe rapporti di amicizia con alcuni filosofi del tempo.
Traeva la forza di studiare dal Fedone di Platone e dall’orazione Sull’ambasceria corrotta di Demostene. Frequentava gli accampamenti militari e, quando si accorse che i soldati si stavano per ammutinare, balzò nudo su un tumulo e, accusando il tiranno, convinse i romani che era meglio sottomettersi alla volontà del senato romano.
Con la sua forza di persuasione affascinava chiunque.
Testi: La parabola del buon cacciatore (Il cacciatore)
Dione si trova protagonista di un naufragio. Arrivato su una spiaggia vide un cacciatore che caccia un cervo. Il cacciatore lo invitò a casa sua e Dione accettò.
Durante il camminò gli parlò della sua famiglia semplice e dei genitori che pascolavano buoi. Alla morte dei suoi genitori, però, il bestiame fu rubato o abbattuto, e le due famiglie furono costrette a restare in quel luogo cacciando per vivere.
Il posto era meraviglioso. Se non potevano cacciare lavoravano la terra.
Un giorno un uomo venne a richiedere del denaro, ma loro di denaro non ne avevano perché lì non ce ne era bisogno. Il cacciatore fu portato in tribunale, dove fu accusato di sfruttare il suolo pubblico e accumulare grazie a questo moltissime ricchezze.
Un altro uomo intervenne, dicendo che coltivare la terra incolta era utilissimo, perché una terra lavorata acquista valore. Diceva che sarebbe stato meglio incitare la gente a fare cose simili, non portarla in tribunale.
Alla fine fu interpellato il cacciatore, che dichiarò che niente di quello che diceva il primo oratore era vero: lui aveva molte cose, ma assolutamente non aveva accumulato ricchezze. Lui era disponibile ad aiutare la città e non aveva mai cercato di far naufragare apposta le navi per depredarle, anzi spesso aveva aiutato dei naufraghi.
Improvvisamente (la scena è un racconto del cacciatore, ricordiamolo) un uomo riconobbe nel cacciatore l’uomo che lo aveva salvato da un naufragio e aveva levato a sua figlia la tunica per coprirlo. Il cacciatore fu acclamato e portato a festeggiare con un vestito nuovo.
Da allora nessuno lo disturbò più per casi del genere.
Il cacciatore finì la storia quando erano arrivati alla sua casa. Ci fu un allegro banchetto, alla fine del quale Dione chiese se la ragazza che era nella stanza era quella a cui era stato levato il mantello. Quella ragazza era sua sorella, che stava aspettando di sposarsi con un altro cacciatore.
Fu in questa occasione che il giovane spasimante riuscì a chiedere la mano della ragazza definitivamente, offrendo cioè una vittima grassa da sacrificare per il giorno delle nozze.
E lì, in cinque minuti, si organizzò il matrimonio che sarebbe avvenuto dopo due giorni. Dione restò affascinato dalla semplicità di quella gente.
IL ROMANZO E L’EPISTOLOGRAFIA
Il romanzo
Il romanzo rappresenta la letteratura d’evasione che, diceva anche Luciano nel suo Storia vera, era necessaria dopo un periodo di studio intenso.
Sempre Luciano ci rivela che a questa letteratura era vietato avere messaggi culturali ed è per questo che è un genere rimasto pressoché ignorato.
Non si sa quale nome era attribuito nell’antichità a
queste letture, ma noi le chiamiamo romanzi. Nell’antichità i generi romanzeschi non erano così numerosi come lo sono ora. Il romanzo greco si ispirava infatti praticamente solo alle tematiche dell’amore e dell’avventura, densissime di colpi di scena.
La storia bene o male riguardava sempre la separazione di due sposini o innamorati che, dopo mille peripezie, si ricongiungono con un lieto fine. Altro elemento costante è la fedeltà reciproca.
I testi di cui siamo a conoscenza appartengono quasi tutti all’epoca imperiale, anche se il romanzo nasce nell’Ellenismo. E’ certo che l’Odissea, o racconti vari, resoconti di viaggi, leggende... abbiano rappresentato i precedenti del genere romanzesco greco.
E’ durante l’età imperiale, appunto, che questo genere ha maggiore diffusione., perché era maggiore il bisogno di evasione, di fantasticare, di vivere avventurosamente pur conducendo vita sedentaria, di ritrovare i valori della famiglia o la sicurezza del caso benigno.
L’epistolografia
E’ la corrispondenza di fantasia, tra personaggi storici o inventati. Nelle scuole di retorica scrivere lettere inventate a personaggi importanti per esercizio era un uso molto diffuso.
Ha spesso tematica erotica e si rifà ai modelli della “commedia nuova”.
LUCIANO
Luciano nacque intorno al 120 d.C. in una città della Siria. Non si vergognò mai della sua origine barbara. Grazie agli studi in Asia Minore imparò alla perfezione la lingua e la cultura greca.
Viaggiò, da bravo Sofista, moltissimo (Asia Minore, Grecia, Italia, Gallia). Fu avvocato ad Antiochia e assistette al suicidio del santone stoico Proteo che si bruciò vivo durante i giochi olimpici. Ebbe un incarico pubblico in Egitto e finì la sua vita ad Atene, dove morì nel 180 d.C.
Di Luciano ci restano circa 80 scritti, ma 15 sono di dubbia autenticità. Durante i primi anni scrisse per lo più opere di retorica e uno scritto paradossale: l’Elogio della mosca. Di carattere storico, scrisse l’Astrologia e la Dea Siria.
Ma la fortuna di Luciano si deve soprattutto ai Dialoghi. Ne scrisse di quattro tipi: Dialoghi agli dei, marini, dei morti, delle cortigiane. Nei primi due vengono descritte delle scene della vita divina inventate, ma con una base mitologica: le divinità di Lucano dicono o fanno cose che avrebbero davvero potuto dire o fare. Si riallaccia molto all’arte e infatti a volte sembra che con le sue storie stia descrivendo un quadro famoso. Attraverso questa visione comica delle divinità, comunque, Luciano non vuole polemizzare sulla religione, ma divertire.
Impegno maggiore mostra nei Dialoghi dei morti, con protagonista il filosofo Menippo. Nei Dialoghi delle cortigiane si colgono gli aspetti più tipici della vita di queste (magia, gelosia, amore, …).
Altro gruppo di opere è di ispirazione platonica e parla d’amore, bellezza, amicizia, ginnastica, …
Altre opere sono di tendenza menippea. In tali opere Luciano critica le mistificazioni.
Nonostante i suoi rapporti con Roma, Luciano si
mostra critico rispetto ai suoi costumi. Ce lo mostra soprattutto nel trattato Come si deve scrivere la storia, in cui polemizza contro gli eccessi adulatori, contro la storiografia moderna, e delinea le virtù dello storico.
Con intento provocatorio scrive dunque la Storia vera, parodia dei romanzi d’avventura di moda allora: Luciano scrive un’opera fantastica in cui l’unica cosa vera che rivela è il suo intento: mentire.
Scrisse poi Lucio o l’asino, una storia molto simile a quella di Apuleio, che ha forse origini anche nell’opera di Lucio di Patre. I rapporti fra il Lucio di Apuleio e quello di Luciano non si conoscono.
Personalità e arte di Luciano
Gli interessi di Luciano sono numerosi e infatti abbiamo visto che scrisse opere di ogni genere.
I critici parlano addirittura di un probabile Luciano filosofo, date le sue conoscenze a riguardo, ma il suo antidogmatismo non permette di inquadrarlo in una dimensione specifica. Si può comunque parlare di una “morale del buon senso”, priva di eccessi, secondo cui Luciano conduce la sua vita. Vedendo anche la religione sotto questa morale, l’autore la considera un delirante superamento dei limiti della ragione umana.
Luciano crea una nuova struttura stilistica fondendo la commedia e il dialogo filosofico. Inoltre ha uno stile elegante e semplice.
Testi: La smania storiografica (Come si deve comporre un’opera storica 1-2)
Luciano indirizza la sua opera a Filone. Ironicamente parla di un’epidemia a seguito della quale tutti avevano cominciato a comporre opere tragiche. Fortunatamente il sopraggiungere dell’inverno li aveva fatti smettere. La stessa malattia aveva contagiato, dice Luciano, i letterati del tempo, che si erano improvvisati tutti storici alla maniera di Erodoto, Tucidide e Senofonte.
Testi: Esempi di storiografia contemporanea (Come si deve comporre un’opera storica 15-31)
Parlando dei vari imitatori di Tucidide, Luciano si meraviglia del fatto che questi pensino che basti cambiare qualche frase dell’opera tucididea per proclamare di averne composta una nuova. Alcuni dei nuovi storici scrivono commentari degli avvenimenti in un modo tale che anche un soldato avrebbe potuto fare, altri procedono per sillogismi e adulazioni. Altri imitano Erodoto, altri si dilungano su minutissime descrizioni di armature. Alcuni ancora colorano il racconto con morti singolarissime, altri scrivono con registri discordanti. Ci sono certi che scrivono proemi smisurati e opere smilze, mentre gli epitaffi si sprecano. Uno addirittura, racconta Luciano, parlava di fatti non ancora accaduti.
Testi: Precetti (Come si deve comporre un’opera storica 41-51)
Uno storico deve essere invece impavido, incorruttibile, amico della verità, uno che non commenta ma riferisce. Questo è quello che predica Tucidide, puntualizzando che la veridicità dei fatti sarà indispensabile nel caso si presentasse un altro fatto simile.
L’opera deve iniziare con uno stile pacato ed estremamente chiaro. Solo raramente si può utilizzare il linguaggio poetico.
Il materiale da cui l’autore attinge la sua storia deve essere attendibile. Prima deve stendere un bozzetto dell’opera, e poi trattare la parte ritmica e stilistica.
Deve saper considerare gli eventi dall’alto e considerare soprattutto gli atti dei comandanti.
L’ascoltatore deve quasi vedere davanti ai suoi occhi l’evento in atto, e solo allora l’opera potrà essere lodata.
Testi: Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione (Dialoghi dei morti)
Alessandro e Annibale litigano perché vogliono un posto in prima fila nel regno dei morti. Prendono Minosse come giudice.
Annibale dice di aver combattuto valorosamente sempre, mentre spesso Alessandro si è servito della fortuna. Alessandro pretendeva di essere adorato e governò con la forza, mentre Annibale mantenne i diritti di tutti i suoi sudditi.
Alessandro dice che, una volta giunto al potere, riportò l’ordine nella città, vendicò il padre, conquistò quasi tutta la terra, cosicché gli uomini lo credettero un dio. Accusa Annibale di essersi perso in mille piaceri.
Quindi interviene Scipione, che afferma di essere inferiore ad Alessandro ma superiore ad Annibale, che vinse.
Minosse giudica allora primo Alessandro, secondo Scipione e terzo Annibale.
Testi: Diogene e Alessandro (Dialoghi dei morti)
Diogene si meraviglia di vedere Alessandro, che credeva figlio di Ammone (e quindi un dio) nel regno dei morti. In realtà Alessandro fu figlio di Filippo.
Diogene si mostra divertito pensando ai Greci che lo adoravano e si diverte ancora di più quando Alessandro gli dice che il suo corpo verrà portato in Egitto per diventare una divinità egizia. Nessuno, dice Diogene, può uscire dal regno dei morti, quindi è impossibile. Gli chiede poi come si sente quando ripensa a tutto quello che ha perso. Aristotele gli avrebbe dovuto insegnare a non attaccarsi a tali cose. Alessandro invece disprezza Aristotele e dice di aver imparato il contrario.
Così Diogene gli suggerisce di bere MOLTA acqua del Lete, il fiume della dimenticanza, così forse si sentirà meglio.
Testi: Filippo e Alessandro (Dialoghi dei morti)
Filippo è felice di vedere Alessandro lì, perché così ha la certezza che fu suo figlio. Alessandro gli spiega che lui lo sapeva già, ma politicamente era più comodo essere creduto un dio: vinceva più facilmente.
Filippo allora si scaglia contro il figlio, accusandolo di aver compiuto solo misere imprese contro popoli vigliacchi e di aver ucciso un uomo che esaltava le imprese di Filippo più delle sue. Governò male, imitando i costumi dei popoli vinti. Quando veniva ferito tutti ridevano, perché sapevano che non era un dio. Anche lì nel regno dei morti, Alessandro si atteggia a dio. Ma quando la smetterà?
Testi: Menippo ed Ermete (Dialoghi dei morti)
Menippo cerca le famose bellezze greche, ed Ermete gli mostra Elena, Narciso, Leda, Achille e molti altri. Ora però sono solo ossa. Gli Achei non hanno capito di combattere per una cosa effimera e facilmente deperibile come il corpo umano.
Testi: Parodia tra storia e romanzo (Storia vera)
LE SCUOLE DI RETORICA E LA POLEMICA SULLO STILE
Nella seconda metà del I secolo a.C. si profila un’opposizione fra due diverse concezioni della retorica, che fanno capo una a Apollodoro di Pergamo e l’altra a Teodoro di Gadara.
Apollodoro di Pergamo scrisse una perduta Arte retorica e insegnò a Roma. Egli sosteneva che la retorica fosse una scienza e che la persuasione esercitata dalla parola non derivasse da emozioni ma da fattori scientifici. Per questo la retorica doveva essere esercitata con molto rigore. Esisteva uno stile preciso da usare per ogni caso.
Teodoro di Gadara, più giovane di Apollodoro, vedeva nella retorica un’arte, caratterizzata perciò da una libertà di ispirazione e di tecnica. Ogni singolo caso aveva le sue regole e importante era l’elemento emozionale.
Si crearono così due correnti, l’asianismo e l’atticismo.
L’asianismo prevedeva uno stile esuberante e ornato, quello che aveva ispirato i due secoli precedenti di retorica. A questa corrente aderirono i Teodorei.
L’atticismo, a cui aderirono gli Apollodorei, faceva capo a Dionigi di Alicarnasso e Cecilio di Calacte, di origini ebraiche, che scrisse, oltre ad alcune opere su vari oratori, anche un’opera chiamata Sul sublime, i cui contenuti sono discussi in un’altra opera dal medesimo titolo scritta da un anonimo. L’atticismo propugnava un ritorno agli autori attici come modelli di lingua e stile.
L’ANONIMO SUL SUBLIME
Questo scritto rientra nell’argomento della polemica sugli stili. L’autore di quest’opera sembra essere un certo Dionisio Longino. Se si vuole pensare che questo nome nasconda l’identità di Dionigi di Alicarnasso, ciò risulta inconciliabile con l’opposizione che quest’opera mostra con l’opera di Cecilio di Calacte (entrambi gli autori sarebbero atticisti). L’autore invece è vicino alle posizioni dell’asianismo. Comunque l’opera è ora assegnata ad un autore anonimo nato nel I secolo d.C.
Purtroppo un terzo dello scritto è andato perduto.
L’opera è indirizzata contro Sul sublime di Cecilio di Calacte che spiega che cos’è il sublime (l’arte della parola) ma non il modo di raggiungerlo.
Il sublime non è prodotto, dice l’anonimo, da menti meschine, è sintomo di grandezza d’animo, induce nell’ascoltatore una lunga meditazione.
Deriva dal convergere di alcune doti naturali e dello studio, tra cui l’emulazione degli scrittori del passato. La sua forza è nel pathos, la forza irrazionale dell’animo che genera la vera arte, la passione e l’entusiasmo.
Si insiste molto sul fatto che sia preferibile uno stile geniale e travolgente, magari con qualche errore, piuttosto che uno stile noioso ma perfetto.
L’anonimo aveva una profonda conoscenza della letteratura: ce lo dimostrano le numerosissime citazioni, Bibbia compresa. In queste citazioni, poi, l’anonimo mostra un forte spirito critico. Egli ama soprattutto Platone.
Il Sul sublime risulta un’opera di altissimo livello, un elevato documento di pensiero e di critica. L’anonimo doveva essere un grande.
Testo: Si può teorizzare il sublime
Alcuni sostengono che il genio sia una facoltà innata che non si può insegnare; irrigidire le opere della natura negli schemi di un manuale, significa guastarle e impoverirle.
Io invece ritengo che è vero il contrario. Infatti la natura procede con metodo e per quanto essa costituisca il principio di ogni creazione, è tuttavia il metodo a definirne ………………………….
Testo: Il sublime in Demostene e Cicerone
Grande è la differenza tra Demostene e Cicerone; il primo è sublime per la sua violenza oratoria, repentina e terribile che può essere paragonata ad un uragano o a una folgore, il secondo per la sua profusa eloquenza che può essere paragonata a un vasto incendio che si propaga tenace in ogni direzione.
Testo: Uso della fantasia da parte dei poeti e dei dotti
A differenza di quella poetica che ha un carattere eccessivamente favoloso e va al di la del probabile, la fantasia oratoria è realistica e verosimile e può convincere l’ascoltatore e soggiogarlo. Esempi di ciò possono essere trovati in Demostene (2se qualcuno gridasse che i carcerati stanno evadendo, tutti correrebbero in aiuto, ma se a questo qualcuno gridasse “ecco quello che li ha fatti fuggire”, il malcapitato verrebbe immediatamente ucciso) o in Iperide.
LA LETTERATURA EBRAICA E CRISTIANA IN LINGUA GRECA
(pag. 533/535; 538/545)
FILONE DI ALESSANDRIA
Si deve a lui il più importante tentativo di fondere letteratura greca ed ebraica.
Nacque ad Alessandria da una nobile famiglia. Fu inviato a portare un’ambasceria alla comunità ebraica presso Caligola, per far cessare i soprusi del governatore Avillio Flacco sugli Ebrei di Alessandria, ma fallì.
Quando i due morirono in miseria, Filone pensò che era vero che Dio punisce gli empi: ne parla in Contro Flacco.
Una parte rilevante delle opere di Filone è dedicata all’esegesi biblica del Pentateuco, compiuta in più opere collegate però fra di loro: Sulla creazione del mondo, Sul decalogo, … Scrisse anche un’opera in cui venivano studiati i simbolismi dei sogni biblici (Sui sogni), una biografia di Abramo, una di Giuseppe e soprattutto la Vita di Mosè, che presentava ai pagani la figura del legislatore.
Scrisse anche delle opere in cui interpreta allegoricamente la filosofia stoica, ad esempio Alessandro (o Sul fatto che gli animali possiedono la ragione).
Nel suo pensiero compaiono lo stoicismo e il platonismo, soprattutto ripreso nella dottrina del dualismo fra spirito e materia. Dio è inconoscibile ma si manifesta attraverso il Logos e pervade tutte le creature. Dio si esprime nella Bibbia che ha pieno credito. Tutti i più grandi pensatori sono continuatori della scienza ebraica (ma non per questo Filone non apprezza la cultura ellenica).
Molto probabilmente gli scritti di Filone non sono andati persi come tutti quelli dei postaristotelici di questo filone perché contengono analogie rispetto alle dottrine del Nuovo Testamento, sebbene si esclude il contatto diretto. Comunque Filone è lontano dal cristianesimo: non accetterebbe mai l’idea di un dio che si fa uomo.
Filone è uno scritto un po’ arido e pedante, privo di spontaneità, ma nobile di spirito. Scrive in una koinè elevata.
Testi: L’incontro con Caligola (Legatio ad Gaium)
Agrippa mandò una lettera a Gaio in cui gli chiedeva di non erigere una sua statua nel Tempio ebraico di Gerusalemme.
Da una parte Gaio apprezzava Agrippa perché non nascondeva i suoi sentimenti, dall’altra lo accusava di eccessiva condiscendenza verso la propria gente.
Alla fine decise di non erigere la statua, a patto che gli Ebrei non intralciassero chiunque volesse costruire altre statue o fare voti a lui stesso. Si trattava di una provocazione, perché sicuramente ci sarebbe stato qualcuno che, per far irritare gli Ebrei, avrebbe ostacolato il loro culto per venerare Gaio. Per fortuna non accadde niente del genere.
Ma era abitudine di Gaio pentirsi subito dopo un’azione buona e per questo ordinò che a Roma fosse eretta una statua maestosissima in suo onore. Spesso faceva delle concessioni e poi le ritirava peggiorando addirittura la situazione di chi le aveva richieste. Si comportava in questo modo specialmente con gli Ebrei, e riempiva le loro sinagoghe di immagini raffiguranti la sua persona.
Quando un’ambasciata ebrea (Filone compreso) si recò a chiedergli la cittadinanza, la situazione che si creò fu veramente incredibile: al posto di ascoltarli in tribunale li ascoltò mentre visitava e correggeva ville. Gaio pretendeva di essere venerato come un dio, ma gli Ebrei, al posto di pregare lui come dio, pregavano Dio per lui. Mentre Gaio parlava, gli ambasciatori temevano sempre più per la loro vita, mentre il seguito di Gaio li sbeffeggiava e faceva eco delle parole del re. Li prese un po’ in giro per quanto riguarda la carne di maiale, quindi, non appena questi iniziarono a parlare del problema della cittadinanza, questi faceva finta di non ascoltarli e scappava da una stanza all’altra delle ville.
Alla fine, per fortuna, non furono uccisi ma allontanati.
Non si sapeva quale decisione Gaio aveva preso, ma da questa dipendeva la sorte di moltissimi Ebrei.
FLAVIO GIUSEPPE
Filone è un caso raro: è difficilissimo trovare un altro che abbia saputo conciliare così bene la cultura ellenistica e quella ebraica. L’antagonismo tra queste si manifesta al massimo grado nell’unico storico ebreo in lingua greca che conosciamo, Flavio Giuseppe.
Nacque a Gerusalemme nel 37-38 d.C. da una famiglia dell’aristocrazia sacerdotale. Studiò la Legge ebraica e la lingua greca.
Quando a Roma scoppiò una rivolta fomentata dagli Zeloti, che si appoggiavano alle classi più umili mentre i ceti più elevati assumevano un atteggiamento moderato e non contrario a Roma, Giuseppe tentò di mediare tra Roma e le autorità ebraiche, ma senza successo. Gli fu affidato l’incarico di proteggere la fortezza di Iotapata, ma quando questa fu conquistata dal generale Vespasiano, si consegnò al vincitore. Ottenne la clemenza del re assicurandogli la futura ascesa al trono: la profezia si avverò e Giuseppe godette del favore dei Flavi e aggiunse il loro nome al suo.
Accompagnò Tito alla conquista di Gerusalemme, incontrando la critica di tutti i suoi compatrioti.
Morì intorno al II secolo d.C.
La sua prima opera è la Guerra giudaica, tradotta in greco: tratta della guerra tra Romani e Giudei ed è preceduta da un’introduzione in cui viene illustrata la storia degli ebrei (fonte: Nicola Damasceno). Ne approfitta per giustificare di fronte ai compatrioti il proprio comportamento: la guerra non era voluta da tutti i Giudei, ma solo dagli Zeloti. Nel discorso, però, si nota il contrasto tra la sicurezza che il predominio di Roma sia inevitabile e la dolorosa constatazione del disastro del suo popolo.
Quindi Giuseppe compose le Antichità dei Giudei, scritta in greco. E’ una storia di Israele dalla creazione del mondo al 66 d.C. che segue il modello di Dionigi di Alicarnasso (fonte: Nicola Damasceno). Alla fine inserisce un’autobiografia in cui tenta nuovamente di discolparsi.
Le opere di Flavio Giuseppe sono molto importanti per documentare questo periodo. Inoltre, per la passione con cui affronta l’argomento e la sua forte capacità narrativa, la sua lettura è ancor oggi di estremo interesse.
Testi: Un rabbino a corte (Autobiografia)
Flavio Giuseppe deriva da una famiglia di dinastia sacerdotale. Sua madre era nobile di nascita, come suo padre.
Crescendo, Flavio sviluppava molte buone qualità. Decise di frequentare tutte e tre le sette ebraiche che esistevano; non ritenendosi soddisfatto, passò 3 anni con un eremita e poi entrò negli affari pubblici.
Si recò a Roma per salvare alcuni amici prigionieri. La sua nave fece naufragio ma riuscì a salvarsi.
A Roma conobbe Poppea, moglie di Cesare, attraverso la quale riuscì a far liberare i suoi amici.
Tornato in patria, però, trovò la gente cambiata: meditavano infatti la rivolta contro i Romani. Flavio tentò inutilmente di distoglierli.
Testi: La salvezza sospetta di Giuseppe (Guerra giudaica)
Vespasiano cercava Giuseppe. Durante l’espugnazione della città, Giuseppe si rifugiò in una cisterna assieme ad altre persone. Ma il suo nascondiglio fu scoperto.
I due tribuni che furono mandati non riuscirono a convincerlo ad uscire. Solo quando arrivò un amico di Giuseppe, anche se dopo molte esitazioni, questi decise di consegnarsi.
I compagni, che avevano sempre creduto in lui che era il loro capo, si sdegnarono e dissero che l’avrebbero ucciso loro se avesse tentato di consegnarsi: poteva solo suicidarsi, e con lui tutti quanti.
Con un abile discorso, Giuseppe seppe calmarli e, alla fine, trovò un modo per uscire salvo da quella situazione: a sorte veniva estratto qualcuno che sarebbe stato ucciso dal vicino, cosicché tutti sarebbero morti lo stesso ,ma non per mano propria.
Per un caso Giuseppe rimase ultimo con un compagno che riuscì a convincere a farsi consegnare.
Alla corte di Vespasiano, Giuseppe predisse una buonissima sorte per lui e suo figlio Tito.
Vespasiano, inizialmente scettico, credette e Giuseppe venne trattato con molto riguardo.
Testi: Le menzogne dei Greci (Contro Apione)
Giuseppe Flavio vuole dimostrare l’antichità del popolo ebraico: a riguardo chiama a testimoni i maggiori storici greci e spiega perché molti pochi parlino degli Ebrei.
Non si capisce perché per parlare della storia arcaica si presti più fede agli scrittori greci che non a quelli ebrei, che hanno una storia più antica, impararono prima a scrivere, sono vissuti in una terra più tranquilla e quindi hanno conservato anche scritti relativi a tempi molto antichi (quelli dei Greci sono andati persi).
E poi gli storici greci si attaccano a vicenda, si confutano uno con l’altro tenendo conto solo dei propri scritti e non di quelli scritti da altri popoli.
Tutto questo ha favorito coloro che vollero scrivere riguardo ai tempi più antichi, perché hanno avuto la libertà di inventare tutte le menzogne che volevano.
I VANGELI
Testi: IL I E II LIBRO DI LUCA: I PROEMI (Vangelo secondo Luca)
1) Luca scrive a Teofilo che cercherà di narrare con ordine alcuni fatti che lui già conosce.
Ai tempi di Erode vivevano il sacerdote Zaccaria e la moglie Elisabetta. Era persone giuste, che non avevano figlie perché Elisabetta era sterile ed erano già quasi anziani.
Un giorno toccò a Zaccaria entrare nel santuario del Signore.
2) Luca dice a Teofilo che nel primo libro ha parlato di tutto quello che ha fatto e insegnato Gesù. Dopo la resurrezione si presentò molte volte ai discepoli e gli promise lo Spirito Santo.
Testi: Discorso dell’apostolo Paolo in Atene: il “Dio ignoto” (Atti degli Apostoli)
Paolo non capiva il motivo per cui in Atene si celebrassero tanti culti. Alcuni gli chiesero di che parlava la dottrina che lui predicava. Paolo salì sull’Areopago e disse che apprezzava gli Ateniesi che tenevano così tanto alla religione da costruire un altare anche per “un Dio ignoto”. Lui era venuto proprio per spiegare chi fosse questo Dio.
Quando parlò della risurrezione dei morti, qualcuno lo prese in giro, altri gli credettero e si unirono a lui.
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
Euripide
VITA DELL’AUTORE
Secondo la leggenda Euripide sarebbe nato nel giorno della battaglia di Salamina, nel 480 a.C., ma probabilmente la nascita del tragediografo è da collocarsi nel 485/484, sebbene alcuni considerino dubbia anche questa data per il sincronismo con la prima vittoria tragica di Eschilo. Per quanto ci sia pervenuta una Vita anonima e la biografia del peripatetico Satiro, gli aneddoti e le dicerie formulate dai suoi avversari hanno contribuito all’incertezza generale riguardo alla sua vita; i suoi genitori, Mnesarco e Clito, agiati proprietari terrieri, furono fatti passare ad esempio per un bottegaio e un’ortolana ed anche la sua vita privata non fu risparmiata: stando alle voci maligne avrebbe sposato Melito e poi Cherine ma entrambi i matrimoni non furono felici. Ricevette un’ottima istruzione dedicandosi anche alla pittura. Ebbe a quanto pare rapporti con i sofisti e con Socrate e secondo la tradizione fu discepolo di Anassagora, Prodico e Protagora. Partecipò per la prima volta a un agwn tragico nel 455 ma ottenne solo il coro. La sua prima vittoria risale, secondo il Marmor Parium, al 441 ed a questa se ne aggiunsero solamente tre, o quattro, se si accetta quella, tramandata da alcune fonti, riportata dal figlio, dopo la sua morte, con la rappresentazione dell’Ifigenia in Aulide, dell’Alcmeone a Corinto e delle Baccanti. Dunque si percepisce una notevole ostilità del pubblico nei confronti di Euripide, dovuta, pare, all’accusa di empietà mossagli da Cleone.
Nel 408, dopo aver fatto rappresentare l’Oreste ad Atene, si recò a Pella, in Macedonia, su invito del re Archelao, che amava avere alla sua corte alti ingegni del calibro del tragico Agatone e del ditirambografo Timoteo. Lì morì nel 406 in circostanze non chiare e avvolte dalla leggenda: secondo alcuni sarebbe stato sbranato da dei cani Molossi come punizione per la sua irreligiosità e empietà, delle quali si credeva di trovare numerose e palesi prove nelle sue tragedie.
Di queste ce ne rimangono diciotto: Alcesti (438), Medea (431), Ippolito (428), Eraclidi (427), Eracle, Andromaca, Ecuba (ca. 420), Supplici (ca. 421), Troiane (ca. 415), Elettra (413), Elena, Ione (412), Fenicie, Ifigenia Taurica, Oreste (408), Ifigenia in Aulide, Baccanti (rappresentate postume nel 405), Reso, della cui autenticità si dubita. Possediamo anche numerosi frammenti delle tragedie perdute e un dramma satiresco, il Ciclope. Inoltre è stato da molti attribuito ad Euripide un epinicio che celebrava la vittoria olimpica di Alcibiade e un carme sepolcrale per gli Ateniesi caduti in Sicilia.
ARGOMENTO
Troia è presa ma Posidone e Atena annunciano severe punizione per i Greci, macchiatisi di ubriV. Il coro delle prigioniere troiane è afflitto per le sciagure e prevede i mali che verranno e la pesante schiavitù. Entra il messo che assegna Cassandra ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Ulisse.
Cassandra, invasata, predice la morte dell’Atride, mentre Astianatte viene turpemente ucciso dai soldati. Segue uno scontro verbale tra Ecuba ed Elena, accusata di essere la causa di tutti i mali di Troia. Alla fine giunge il segnale di partenza, Troia arde e le prigioniere vengono condotte via sulle note dell’ennesimo lamento.
RIASSUNTO
Prologo
Sullo sfondo di alcune tende dell’accampamento greco davanti alle quali v’è Ecuba stesa per terra, arriva Poseidone che si duole della distruzione di Troia, sua città favorita, e che descrive lo stato di desolazione in cui versa l’alta rocca di Priamo e la sofferenza dei Troiani, abbandonati dagli stessi dei. Ed ecco che giunge Pallade Atena la quale, dopo aver aiutato gli Achei in guerra, ora, in seguito all’oltraggio da lei subito quando Aiace trascinò via con la forza Cassandra dal suo tempio, in cui ella si era rifugiata, portando via anche il suo simulacro, vuole con l’aiuto del dio del mare infliggere ai Greci un amaro ritorno. Dopo l’uscita di scena delle due divinità, Ecuba con un discorso ricco di paqos esprime il suo dolore per la rovina della città e per la perdita dei figli e dello sposo, maledicendo il giorno in cui approdarono sulle rive della Troade le navi achee.
Parodo
Da una tenda entra in scena il coro che viene informato da Ecuba del sorteggio prossimo. C’è quindi uno scambio di battute lamentevoli sull’incerto futuro e poi v’è il canto corale in cui le donne di Troia passano malinconicamente in rassegna alcuni luoghi in cui potrebbero giungere come serve o concubine degli Achei eleggendo a destinazione migliore Atene.
I Episodio
Arriva correndo Taltibio, araldo dei Greci, che comunica alle donne il sorteggio avvenuto: Cassandra è stata assegnata ad Agamennone, Andromaca a Neottòlemo, Ecuba ad Odisseo mentre Polissena è stata sacrificata sulla tomba di Achille ma la madre non capisce quest’ultima notizia. Segue una reazione violenta di Ecuba che non accetta di buon grado di diventare la serva di Ulisse, uomo abominevole e dalla duplice lingua. Ed ecco che giunge Cassandra invasata la quale canta un inno ad Imeneo signore in onore delle sue nozze con Agamennone. Profetizza poi l’exitium della casa di Atreo e sottolinea l’assurdità di questa guerra che per una sola donna, Elena, molte vite di eroi nell’Ade gettò e indusse il comandante a sacrificare ciò che di più caro avesse, la figlia Ifigenia. Tesse invece un elogio dei Troiani i quali combatterono e morirono in difesa della patria. Infine saluta la madre dicendo che morirà a Troia e non seguirà Odisseo il quale a sua volta dovrà affrontare innumerevoli pericoli prima di giungere a Itaca. Cassandra dunque esce di scena ed Ecuba, regina di un grande popolo e madre di cento figli eccellenti, piange la sua situazione attuale.
I Stasimo
Il coro rimembra l’inganno del cavallo ligneo, causa della caduta di Troia e ricorda con precisione e con tinte patetiche quella notte infernale in cui ciò che avevano ritenuto un dono divino si rivelò essere una macchina “inspectura domos venturaque desuper urbi”(Verg. Aeneidos, II, 47).
II Episodio
Andromaca entra in scena con il piccolo Astianatte e inizia un dialogo assai lamentoso con Ecuba, ognuna piangendo le proprie sventure; la prima quindi invoca l’aiuto di Ettore pathr, potnia, mhthr, kasignhtoV, qaleroV, parakoithV, la seconda invece chiede di morire. Andromaca compatisce quindi il dolore di Ecuba che apprende in quel momento da lei la morte della figlia Polissena ma sostiene che costei ebbe sicuramente un destino migliore del suo; Ecuba, contraddicendo ciò che aveva testé detto, a questa affermazione risponde che il vivere è sempre meglio del morire perché almeno vi sono speranze. Andromaca a sua volta ribatte che lei, dopo aver raggiunto la felicità con il matrimonio, lo sposo ed il figlio, è ora completamente disgraziata essendo Ettore morto e lei soggiogata ai Danai. E mentre Ecuba cerca di rinfrancarla esortandola a coltivare speranza per il figlio, giunge Taltibio portando il terribile ordine di precipitare giù dalle rocche di Troia Astianatte perché - così hanno deciso gli Achei- non si può lasciar crescere il figlio di un guerriero così valoroso. Si colloca qui una delle scene più belle e commoventi delle letteratura greca: l’allocuzione di Andromaca al figlio nell’atto di salutarlo per l’ultima volta. L’episodio si conclude con l’uscita di scena di tutti i personaggi tranne Ecuba la quale recita un breve monologo di impotenza di fronte alla morte del nipote e, più in generale, alla rovina della città.
II Stasimo
Il coro racconta la più antica distruzione di Troia ad opera di Eracle e Telamone e poi quella più recente dei Greci. Lo stasimo si conclude poi con l’invocazione ad Eros; un tempo infatti gli dei amavano Ilio, ora invece non più e per questo hanno permesso che essa perisse.
III Episodio
Il III episodio è caratterizzato dall’agwn logwn tra Ecuba ed Elena; giunge infatti Menelao con l’intenzione di portare via Elena per ucciderla ed Ecuba gli raccomanda di non rivederla per paura che egli possa recedere, in virtù della bellezza della donna, dalla sua intenzione; ma ecco che entra in scena la figlia di Tindareo che inizia la sua lunga autodifesa: afferma in primo luogo che l’origine di tutti i mali è Ecuba, generatrice di Paride, in secondo luogo che le sue nozze con Paride furono stabilite da Afrodite Cipride e che lei fu condotta via da Sparta con la forza e infine che dopo la morte di Paride ella tentò di andare al campo acheo per porre fine alla guerra ma Deifobo la trattenne con la violenza come sua moglie; Elena conclude pertanto che non è lei la causa delle sventure e che, qualora morisse, morirebbe ingiustamente. Ecuba, sostenuta dal coro ribatte con un discorso attrettanto ben formulato: costei non crede che le dee abbiano partecipato a una “gara di bellezza” e stabilito il suo amore con Paride; pensa piuttosto che lei sia stata folgorata dalla bellezza di Paride e abbia voluto scappare con lui anche perché la allettava molto la prospettiva di vivere nel lusso frigio; conclude quindi esortando Menelao a ucciderla in nome delle migliaia di vite gettate nell’Ade per causa sua. Il Pelopide dunque condivide l’opinione di Ecuba per cui Elena fuggì da Sparta volontariamente (ekousiws) e decide quindi di portare Elena ad Argo dove verrà uccisa.
III Stasimo
Il coro accusa Zeus per aver permesso la distruzione della città e poi esamina il risvolto di sofferenza che questo comporta riproducendo il pianto di un bimbo che viene separato dalla madre; infine scaglia una maledizione nei confronti di Menelao auspicando un naufragio durante il viaggio di ritorno e si augura la morte di Elena.
Esodo
Entra in scena Taltibio con lo scudo di Ettore su cui giace il cadavere del piccolo Astianatte; l’araldo dice quindi che fu Andromaca a volere che Il figlio venisse curato dalla nonna e seppellito sullo scudo di Ettore. Inizia qui il patetico e appassionato discorso di Ecuba che consiste in un susseguirsi di allocuzioni alle parti straziate del corpo di Astianatte e poi allo scudo del figlio in cui vede le sue tracce; Ecuba termina poi invitando gli uomini a non ritenersi felici in quanto la fortuna è come un uomo capriccioso che saltella di qua e di là. Si procede dunque tra i lamenti del coro e di Ecuba alla cura delle ferite del piccolo e al suo ornamento; il cadavere viene poi portato via. Arriva in seguito Taltibio che ingiunge alle donne Troiane di recarsi alle navi achee e ai soldati di appiccare il fuoco alla città. Dopo un folle tentativo, subito stroncato dai militi, di gettarsi nel rogo, Ecuba si dirige insieme al coro verso il campo greco e la tragedia si conclude con un loro canto lirico di commiserazione e di finale presa di coscienza della rovina di Troia e della loro situazione; il coro dunque esce di scena e così fa anche Ecuba per la prima e unica volta durante tutta l’opera.
LA SAGA TROIANA
L’Iliade e l’Odissea rappresentano solo una porzione di quella antichissima tradizione mitica che ruota attorno alla guerra di Troia; difatti sulla base di un verosimile evento storico – una spedizione di Greci continentali contro Troia, potente città dell’Asia Minore, situata in una posizione assai strategica da cui dominava l’Ellesponto – si è sviluppata una serie di vicende mitiche, tramandate in canti epici e delineate, circa nell’VIII secolo a.C., nelle loro linee essenziali.
Gli antefatti, ovvero le cause della guerra, erano narrate nelle Ciprie o Canti Ciprî ( Kupria eph ), attribuite a Stasino, ad Egesia ed anche ad Egesino. Questa opera, per il cui titolo non sono state ancora formulate tesi soddisfacenti, esponeva in undici libri gli avvenimenti precedenti all’Iliade.
Si diceva infatti che Zeus scatenò la guerra di Troia per far diminuire il numero degli uomini sulla terra, cresciuto negli ultimi tempi in maniera esagerata. Elena e Paride sarebbero dunque stati soltanto gli innocenti strumenti del suo progetto. Elena è la figlia di Zeus o Tindaro e di Leda, sorella dei Dioscuri; sposò in seguito Menelao, fratello di Agamennone e re di Sparta, a cui diede una figlia: Ermione. Paride, invece, è il figlio di Priamo ed Ecuba, la coppia reale troiana; prima della sua nascita, la madre sognò che avrebbe messo al mondo un tizzone ardente, futuro pericolo per Troia; il piccolo fu dunque esposto sul monte Ida, ma fu durante il banchetto delle nozze tra la Nereide Teti e il mortale Peleo, nel giardino delle Esperidi, Eris, la dea della discordia, non essendo stata invitata, lanciò sulla tavola un pomo d’oro che recava la scritta “alla più bella”. Era, Afrodite e Atena, che ritenevano di meritare tutte e tre il riconoscimento, contesero e scelsero come giudice un mortale, Paride. A costui, per ottenere il pomo, Era promise potenza e ricchezza, Atena saggezza e Afrodite la donna più bella del mondo. Paride dunque prescelse quest’ultima, attirandosi l’odio delle altre due dee, che si vendicarono in seguito su tutti i Troiani. Afrodite quindi condusse Paride a Sparta, dove fu ospite del re Menelao e donde fuggì con Elena, sposa del sovrano, che ricambiava il suo amore per intervento della dea. A nulla servì l’ambasceria guidata da Menelao e Odisseo, presso la corte troiana, ove era stata condotta Elena, al fine di riavere la donna. Menelao, dunque, e il fratello Agamennone, signore di Micene, prepararono una spedizione per punire coloro i quali avevano violato valori im portantissimi all’epoca: l’ospitalità e il sacro vincolo del matrimonio.
Le numerose navi e i soldati, anche di molti alleati, si riunirono nel porto di Aulide ma ivi ne fu impedita la partenza per le avverse condizioni meteorologiche, derivate ad ogni modo dall’offesa che Agamennone aveva recato ad Artemide, uccidendo una cerva a lei sacra; l’indovino Calcante vaticinò che l’ira della dea sarebbe stata placata solo mediante il sacrificio della figlia di Agamennone, Ifigenia. Da qui ha origine quella lunga tradizione che riguarda in qualche maniera il mito di Ifigenia, il cui sacrificio è stato ritenuto da moltissimi exemplum di empietà. Ricordiamo ad esempio Euripide con l’Ifigenia in Tauride e l’Ifigenia in Aulide e Lucrezio con il racconto del sacrificio nel primo libro del De rerum natura ma anche i drammaturghi francesi del Seicento come Rotrou e Racine, e ancora Pindemonte, Carli e Goethe, per limitarci qui alla letteratura. Ifigenia fu dunque immolata “exitus ut classi felix faustusque daretur” ( Lucr., De rerum natura, I, v.100 ), sebbene un’altra tradizione parli, già nelle Ciprie, di una sostituzione in extremis della fanciulla, da parte della stessa Artemide, con una cerva, e i Danai giunsero in Troade, dove inizia la lunga guerra.
Al decimo anno di questo conflitto si apre il racconto dell’Iliade: nell’accampamento greco scoppiò una lite tra Agamennone, il comandante della spedizione, e Achille, il più valoroso tra i Greci, in seguito alla quale quest’ultimo si ritirò dalla battaglia. Allora Zeus, su preghiera di Teti, madre di Achille, favorì i Troiani. Dopo una serie di sconfitte subite dai Greci, Patroclo si recò dall’amico Achille, implorandolo di rientrare in guerra, dal momento che i Danai erano in una non florida situazione, e quegli, pur non accettando, gli diede tuttavia le sue armi. Patroclo pertanto seminò terrore nel campo ma fu ucciso da Ettore, il più forte tra i Troiani. Achille allora, per vendicare il caro amico, scese in campo, terribile, e poi uccise Ettore, straziandone il corpo. Il poema si conclude con la restituzione del corpo di Ettore, da parte del Pelide, al padre Priamo, re di Troia, e con i riti funebri in onore dell’eroe troiano.
Un altro poema, l’Etiopide, in cinque libri, attribuita ad Arctino di Mileto narrava le vicende successive; infatti con la morte di Ettore non si concluse affatto la guerra, bensì vennero in aiuto dei Troiani due potenti guerrieri: Pentesilea, l’Amazzone figlia di Ares, e Memnone, figlio di Eos. Achille uccise in duello la prima e si apprestò a sfidare anche il secondo, sebbene Eos supplicasse Zeus di salvare il figlio e Teti tentasse di rimandare il duello, sapendo che dopo aver ucciso Memnone anche Achille sarebbe caduto. E così fu: Memnone fu ucciso dal Pelide e questi morì poco dopo per mano di Paride e Apollo; le armi di Achille furono messe in palio dalla madre e se le contesero Aiace Telamonio e Odisseo.
La continuazione della contesa per le armi, che si concluse con la vincita di Odisseo e con il suicidio di Aiace, era narrata nella Piccola Iliade, in quattro libri, attribuita a Lesche, che descriveva anche l’arrivo del figlio del Pelide, Pirro Neottòlemo, a cui vennero restituite le armi paterne, e la morte di Paride per mano di Filottete, un greco che era stato abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno, perché punto da un serpente velenoso. Inoltre si raccontavano ivi l’impresa compiuta da Odisseo e Diomede, i quali privarono Troia della statua di Pallade Atena, che rendeva la città inespugnabile, e i preparativi per la costruzione del celebre cavallo di legno.
Seguiva dunque la Distruzione di Ilio ( Iliou persiV ), in due libri, attribuita ad Arctino. Qui venivano riportate le discussioni dei Troiani circa il cavallo, la morte di Laocoonte, l’inganno con cui Sinone persuase i Teucri a introdurre il cavallo nella città, la festa notturna e l’incursione dei Greci a Troia con conseguente distruzione della città, che era accompaganta dalla descrizione della morte di Priamo e Astianatte, del sacrificio di Polissena e della disperata situazione di tutti i cittadini, che è dunque quella ritratta nelle Troiane.
I Nostoi, infine, in cinque libri, attribuiti ad Omero ma anche ad Agia di Trezene, raccontavano il ritorno in patria degli eroi più importanti: Diomede, Agamennone, Nestore, Menelao e Neottòlemo. Il ritorno di Odisseo era narrato dall’Odissea, appartenente anch’essa al ciclo dei Nostoi. La continuazione dell’Odissea è rappresentato dalla Telegonia, attribuita ad Eugammon di Cirene. Ivi si riferiva che, dopo le esequie dei Proci, Odisseo intraprese un nuovo viaggio in Tesprozia, dove sposò la regina della regione, Callidice. Tornato, dopo un combattimento con i Brigi, a Itaca, fu ucciso da Telegono, il figlio che egli aveva generato con Circe e che, venuto nell’isola per cercare il padre, l’aveva ucciso senza riconoscerlo. Il poema aveva termine con l’incontro di Telemaco e Penelope con Circe, che li rese immortali, e con il matrimonio di Telemaco e Circe e di Telegono e Penelope.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Andromaca
E’ la figlia del re di Tebe in Cilicia, Eezione, e la moglie di Ettore. La incontriamo per la prima volta nell’Iliade, dove la sua figura è stata messa in relazione dagli studiosi con quella di Elena. Come questa, infatti, Andromaca è una donna che “passa le acque” ( giungendo da Tebe a Troia, e poi lasciando l’Asia per l’Epiro, dove è condotta come schiava di Neottòlemo ) e come Elena, Andromaca arriva a Troia con molti tesori. Molti specialisti, riconoscendo nel tema del “passaggio delle acque” e nei tesori femminili, elementi inferi e iniziatici preludenti a rituali pre-nuziali, hanno individuato in Andromaca, come in Elena, una figura divina preposta a istituzioni matrimoniali molto antiche, sopravvissute soltanto indirettamente nella poesia omerica.
Andromaca compare significativamente nell’Iliade solo in pochi episodi: quello dell’incontro con Ettore, nel libro VI, e durante le esequie del marito, nel libro XXIV, mentre nelle Troiane si racconta appunto la sua assegnazione a Neottòlemo e l’uccisione straziante del figlioletto Astianatte. Andromaca è anche eponima di un'altra tragedia di Euripide e di una di Ennio ( Andromachae aechmalotis ) ed è presente anche nell’Eneide virgiliana.
Il mito di Andromaca ricompare in età moderna nella tragedia di Jean Racine, Andromaque ( 1667 ), e verrà poi ripreso da altri, come il russo Pavel Katenin, autore della tragedia Andromaca.
Ecuba
Moglie di Priamo, re di Troia, e madre di molti dei suoi figli, il suo nome è probabilmente un appellativo frigio di Ecate, cui si ricollega per il suo destino oltre la morte. Euripide, infatti, nell’Ecuba ricorda la tradizione mitica secondo cui la donna, nel momento della morte, si sarebbe trasformata in una cagna fantasma dagli occhi di fuoco, animale sacro ad Ecate, e si sarebbe buttata in mare, divenendo simile alla cagna marina Scilla.
Nell’Iliade Ecuba compare in due episodi che celebrano gli affetti familiari: nel libro VI infatti, offre del vino ad Ettore e lo esorta a riposarsi, mentre nel libro XXIV, piange il figlio insieme alle altre donne di Troia.
Euripide tratta le vicende di Ecuba nel dramma omonimo e appunto nelle Troiane, ove è la voce collettiva della tragedia umana delle donne troiane, assegnate agli eroi vincitori, personificazione del dolore delle prigioniere.
Il personaggio viene ripreso da Ennio e Accio che le intitolano due tragedie, ma anche da Seneca, il quale le affiderà il ruolo di protagonista nelle Troades. Numerose, infine, sono le riprese moderne, tra cui segnaliamo: Hécube di Jean Bochetel; Ecuba triste di Pérez de Oliva; Ecuba di Ludovico Dolce, tutte del Cinquecento. Da notare inoltre il ruolo della donna nel dramma Die Troerinnen di Franz Werfel ( 1914 ), in cui Ecuba dà voce al dolore di tutte le donne che piangono i loro figli morti in guerra.
Cassandra
Figlia di Priamo, compare pochissimo nell’Iliade; nel poema infatti si accenna alla sua giovinezza e alla sua verginità ma appare direttamente solo nel libro XXIV, quando annuncia al popolo il re. Nell’Odissea si dice che è stata assegnata ad Agamennone e che, arrivata ad Argo, è stata uccisa da Clitemnestra. La figura di Cassandra ha avuto tuttavia in seguito un grande sviluppo: in Pindaro appare come profetessa, mentre Eschilo nell’Agamennone racconta il mito formatosi attorno a lei: Apollo, innamorato di lei, le diede il dono della profezia, in cambio però del suo amore; ma la donna venne meno alla parola data e disdegnò l’amore del Dio, che, per punizione, decretò che niuno avrebbe creduto ai suoi vaticinî. Ella dunque predisse le sventure di Troia ma nessuno le credette, tanto che fu rinchiusa in una torre dove piangeva in solitudine le prossime disgrazie della patria; da ciò Cassandra è diventata simbolo di profeti di sventure e inascoltati. Nell’Eneide si oppone fermamente e vanamente all’introduzione nella città, del cavallo ligneo; presa Troia, ella si rifugiò nel tempio di Atena ove Aiace, figlio di Oileo, profanando il luogo sacro, la violentò e la fece prigioniera. Ancora nell’Agamennone, si racconta di come, divenuta schiava e concubina di Agamennone, giunse ad Argo e qui accennò alle sventure future degli Atridi e predisse l’uccisione sua e di Agamennone, per mano di Clitemnestra, profezia presente giustappunto anche nelle Troiane. Il poeta alessandrino Licofrone nell’Alessandra (il nome Alessandra equivale a Cassandra a causa della contaminazione che Licofrone opera tra la donna troiana e una divinità spartana) riporta le profezie di Cassandra che coprono un arco di tempo che va dalla guerra di Troia ad Alessandro Magno. Tra le rielaborazioni moderne ricordiamo il poema drammatico Cassandra della poetessa ucraina Lesja Ukrainka (1871-1913).
Elena
Figlia di Zeus o Tindaro, re di Sparta e di Leda, moglie di Tindaro, e sorella dei Dioscuri e di Clitemnestra. Molti studiosi hanno collegato la figura di Elena ad una divinità, rapita negli inferi e poi riconquistata ai regni sotterranei, che rappresentò il nucleo dei primi riti misterici greci e soprattutto di quelli eleusini in seno ai quali prese il nome di Core. Di Elena infatti si narra che sia stata rapita e riconquistata più volte: la prima volta sarebbe stata rapita da Teseo che, con l’aiuto di Piritoo, la condusse nella fortezza di Afidna donde la liberarono i fratelli Castore e Polluce. Il secondo rapimento, notissimo, è invece quello operato da Paride e di cui abbiamo altrove parlato in abbondanza. Diamo qui però una versione alternativa del famoso ratto di Elena: nel viaggio da Sparta a Troia, la nave in cui viaggiavano Paride e Elena, sarebbe naufragata in Egitto, dove il re, Proteo, trattenne Elena con la forza; a Troia sarebbe stato mandato dunque solamente un fantasma, un doppio della donna, inviato da Zeus ed Elena sarebbe rimasta in Egitto ad attendere che Menelao, tornato da Troia, giungesse a liberarla. Questa versione del mito è riportata da Stescoro e da Euripide nell’Elena. L’Egitto avrebbe qui la chiara funzione simbolica di regno infero, che cattura e segrega Elena. Ad ogni modo da Troia, o dall’Egitto, Menelao ricondusse Elena a Sparta, donde, secondo una particolare versione, fu cacciata dai figli di Menelao; si rifugiò dunque a Rodi, dove però fu impiccata dalle isolane. Gli studiosi hanno infatti riscontrato la presenza a Rodi di un antico culto di Elena come dea impiccata e la impiccagione è collegabile ad alcuni riti di fertilità agraria. Infine le dottrine pitagoriche assimilarono la figura di Elena ad una divinità lunare, donde l’etimologia suggerita da alcuni, selenh - Elenh.
Analizziamo di seguito la figura di Elena, riguardo al problema della colpa, ovvero se è innocente o colpevole, ed anche come appare in altri luoghi della letteratura greca.
Elena e il problema della colpa
Elena risulta essere uno dei personaggi più complessi della letteratura greca, soprattutto per le diverse interpretazioni cui ha dato luogo attraverso i secoli. Non c'è forse altro personaggio che al pari di Elena abbia attirato l'interesse e l'attenzione di tanti autori appartenenti ad epoche ed anche a generi letterari fra loro totalmente differenti. Ciò non deve stupire: anche se ella non ha un’azione sua vera e propria nelle storie che la riguardano, è a tutti gli effetti protagonista della vicenda mitica, in quanto responsabile, ovviamente insieme a Paride, di una serie di avvenimenti di enorme rilievo, che la vedono poi apparentemente estranea ai loro ulteriori sviluppi. Per queste sue caratteristiche gli autori hanno fatto di Elena l’emblema fondamentale di un problema che permea tutta la cultura greca: il problema della colpa. In sostanza, malgrado le differenti interpretazioni cui è andato soggetto il personaggio, vediamo rappresentato in Elena un tipo di colpa quasi esattamente all’opposto della colpa tragica: se ciò che caratterizza quest’ultima è la sua natura involontaria o addirittura imposta dalla volontà divina, e, malgrado ciò, imperdonabile, nella figura di Elena è possibile riconoscere l' espressione di una colpa di segno opposto, una colpa volontaria e tuttavia suscettibile di trovare delle attenuanti, delle giustificazioni.
Quello della colpa è un tema di riflessione perennemente al centro dell’attenzione dell’uomo: se pensiamo a come ancora oggi si cerca di risolvere il problema di atti devianti di tipo criminale attribuendone la colpa ora all’ambiente sociale, ora al contesto familiare, o comunque a fattori condizionanti non individuabili nella volontà del singolo, o al contrario a come si riconduca a questo unico elemento della volontarietà la responsabilità del delitto, possiamo facilmente capire la centralità in tutte le epoche di un simile argomento di riflessione, e ancor più nel mondo greco, che a questo tema fu particolarmente sensibile.
Nel personaggio di Elena vediamo fin dall’inizio in atto lo scontro fra le due opposte posizioni, la volontarietà e la involontarietà della colpa, e la difficoltà di comprensione che tale dualismo pone.
Elena nell’Iliade
Già dall' Iliade, anche se Elena figura in pochi momenti della vicenda, traspare il dramma di cui si sostanziano il personaggio e la meditazione dell’autore: da un lato Elena viene presentata come l' "adultera", e lei stessa, nel VI libro, nell’incontro con il cognato Ettore, riconoscendosi colpevole, si definisce "cagna agghiacciante" (VI, 344 ss.). Questo naturalmente mette in luce la volontarietà della sua colpa, e la consapevolezza della propria responsabilità. Dall'altro lato tuttavia ella conclude il suo discorso con Ettore sottolineando la necessità di tutti i fatti accaduti, perché "gli uomini futuri, i posteri, li possano cantare" (VI, 357-358). Apparentemente incongruenti, le sue affermazioni ribadiscono il concetto secondo cui in tutti gli eventi, anche in quelli volontari, è insita allo stesso tempo una necessità, data dal fato, dalla divinità, dalla ragione stessa delle cose, che travalica le volontà individuali, e che si impone agli avvenimenti. Per cogliere questa coesistenza, le parole di Elena nel VI libro dell’Iliade sono importantissime.
Tuttavia, non è solo questo l’episodio del poema in cui Elena compare. Altri momenti sono non meno importanti, non solo dal punto di vista dell'indagine sul problema della responsabilità, ma anche dal punto di vista del lato umano del personaggio: Omero già indaga non solo le ragioni di una colpa, ma anche il riflesso di questa colpa sulla psiche dell’individuo e sulla sua esistenza. In tutti i passi in cui compare nell’Iliade, Elena figura sempre come la straniera, l' intrusa, l' odiata: nel suo personaggio si sostanzia l' odio di Achei e Troiani, per i quali è stata causa di guerra e di sciagure. Per questa ragione, ella deve essere in qualche modo isolata, e nella sua sola figura si concentra l’ostilità di tutti. Proprio Elena a più riprese mette in risalto questa sua solitudine. Nel libro XXIV (760 ss.), nel compianto sul cadavere di Ettore, ella sottolinea il proprio isolamento e l' emarginazione a cui si sente condannata, con l’eccezione del cognato: l' unica persona che, dice, le abbia rivolto parole cortesi. Ma anche la figura di Priamo rivela nei confronti di Elena un atteggiamento di particolare comprensione, che giunge a meglio definire il significato di tale personaggio femminile e del simbolo in lei contenuto. Nel canto III (154 ss.) si descrive l' incontro che avviene tra Elena e Priamo sulle mura di Troia: entrambi si apprestano ad assistere al duello tra Paride e Menelao, che dovrebbe decidere definitivamente la guerra. In realtà questo duello non avrà luogo, perché quasi subito Paride verrà prelevato dal campo di battaglia da Afrodite, e messo in salvo entro le mura della città; ma l’attesa circa il suo esito è ovviamente grande da entrambe le parti. Sulle mura è presente anche Priamo, il vecchio re, insieme agli altri anziani della città. Ai vv. 161 ss., Priamo chiama Elena presso di sé, con queste importanti parole: "Per me, tu non hai nessuna colpa, gli dèi sono colpevoli, che mi hanno attizzato la dolorosa guerra degli Achei". Tali parole segnalano da un lato la posizione di Priamo, simile a quella di Ettore, che dimostra affetto e comprensione per la donna da tutti ritenuta colpevole; ma d'altro canto mettono in luce anche una visione etica e religiosa ben precisa, ossia che anche i gesti apparentemente volontari dell'uomo sono in realtà determinati dalla potenza divina. Ma prima ancora di questa affermazione di Priamo, assai significative si rivelano le parole che Omero attribuisce al 'coro' dei vecchi nel suo insieme, ai vv. 156 ss. Nel vedere Elena che si avvicina, essi infatti si dicono l'un l'altro: "Non è certo un biasimo, se per questa donna Troiani e Achei sopportano infiniti dolori: terribilmente somiglia nell'aspetto alle dee immortali. Ma tuttavia, pur essendo così bella, è meglio che ritorni alle navi dei Greci, perché a noi e ai nostri figli non resti sventura in futuro". Anche in questo caso, l'accettazione della colpa trova ragioni non solo umane, ma più ampie, aperte all'indagine delle leggi stesse della realtà. Come nel VI libro Elena darà una ragione della sua colpa nel poter essere cantata dai posteri -una giustificazione 'estetica' del dolore, che può dar vita alla poesia-, così i vecchi troiani trovano una ragione essenziale ed universale del medesimo problema: la bellezza di Elena è divina, e come tale deve essere accettata insieme a tutte le conseguenze che da tale eccezionalità derivano. Un dono degli dèi non può essere rifiutato - questo è un tema che percorre tutti i significati etici dei poemi omerici: e l'azione del divino sull'umano giustifica gli accadimenti dolorosi originati dal suo manifestarsi nella bellezza di Elena.
Del resto l'eccezionalità divina della bellezza di Elena, insieme alla sua solitudine, al suo isolamento all'interno della società, sono gli elementi che permettono di cogliere nella sua figura una particolare risonanza col personaggio di Achille, un parallelismo di esistenze e figure che verrà sottolineato anche da più tarde versioni del mito. Anche Achille rappresenta l'eroe divino e come tale diverso: quindi isolato. Come Elena, è condannato a subire la propria eccezionalità come solitudine, e dopo la morte di Patroclo ogni possibilità di comunicazione gli è preclusa. Come per Elena, anche per Achille è la sua eccezionalità a condizionarne - dolorosamente e inevitabilmente - le scelte. Il dramma del suo destino e la fatalità di una morte improcrastinabile emergono dalle parole del colloquio con la madre Teti nel primo canto. Eccezionalità è diversità, e dunque il dolore di partecipare di un'esistenza segnata, sì, dall'eccellenza, ma quasi come necessità imposta dall'alto, che non ripaga il dover rinunciare alla vita. Achille chiarisce l'orrore della sua scelta - il divino eroismo, la superiorità assoluta in cambio di una vita brevissima e drammatica - nel famoso passo del canto XI dell'Odissea, la nekyia, quando, ai vv. 487 ss. l'ombra dell'eroe così risponde a Odisseo, che onora in lui il più grande anche fra i morti: "Non lodarmi la morte. Vorrei essere bifolco, servire un padrone, un diseredato, che non avesse ricchezza, piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte". Qui Achille, segnala ancora una volta come l'eccezionalità altro non sia che dolore e morte, e quanto sarebbe stata preferibile una vita banale, ma lunga e serena : è un altro dei fili che collegano Achille ad Elena, questo rimpianto di una vita 'normale'. Tutte queste consonanze fra i due personaggi trovano sviluppo nella vicenda mitica che unisce Elena e Achille dopo la loro morte. Si tratta forse di una vicenda parallela non ignota allo stesso Omero, come sembrano rivelare alcune allusioni, ma che certo diventa più popolare in epoche successive. Secondo tale versione del mito, dopo la morte Elena e Achille si sposano e, ormai assurti alla gloria divina, trasmigrano nell' Isola Bianca, dove vivranno in una dimensione di definitiva separazione dal mondo. Qui, in un luogo che ancora una volta segna la loro differenza da tutto il genere umano, le loro due solitudini si incontrano e finalmente si compensano. La loro diversità terrena è così ricambiata dalla beatitudine della condizione di divinità.
La figura di Elena nell’Iliade ha ancora un momento molto significativo che deve essere considerato prima di passare a vederne i successivi sviluppi: si tratta del famoso incontro d’amore tra Elena e Paride voluto da Afrodite, che chiude il terzo canto. Qui, ai vv. 383 ss., si svolge uno dei dialoghi più significativi tra mortali ed eterni. Afrodite, dopo aver assunto le sembianze di un' anziana nutrice, si reca da Elena che ancora si intrattiene sulle mura di Troia, e le ingiunge di recarsi nel talamo in cui la dea ha condotto Paride dopo averlo salvato dal duello contro Menelao; ma Elena riconosce, pur sotto le sembianze umane, la divinità che ha determinato tutta la sua vita e si scaglia con parole durissime contro la volontà divina: Elena si oppone alle richieste della dea, e addirittura la insulta come responsabile di tutte le sue sventure, rifiuta obbedienza al suo ordine e le chiede di essere sciolta dal vincolo dell’amore che come un’ossessione ha distrutto tutta la sua vita. Naturalmente una simile ribellione non sortisce alcun effetto: immediatamente la dea ristabilisce le distanze con la donna mortale, ribadendo la necessità che ella si pieghi alla forza dell’amore. Così, Elena è costretta a sottomettersi alla potenza del nume, ma nello scontro verbale ha l’occasione di porre in luce la responsabilità di Afrodite, allontanando da sé la colpa e attribuendo alla dea la causa della propria rovinosa esistenza.
Da questo si può vedere come il problema della colpa nell’Iliade non sia in realtà risolto: accanto a passi in cui il personaggio di Elena si presenta come colpevole di un errore volontario, come adultera che tale ha scelto di essere, ne abbiamo altri in cui tutta la responsabilità della colpa da lei commessa viene scaricata sulla divinità che ha voluto così: questo è indice forse di una posizione mitica del personaggio non compiutamente risolta, ma più probabilmente della coesistenza in esso della duplicità di interpretazione della colpa, che appare allo stesso tempo all’autore volontaria ed involontaria.
L’Odissea, la variante stesicorea del mito e Saffo
Nell'Odissea il personaggio di Elena appare completamente diverso: tutto questo viene superato. La troviamo in momenti non particolarmente importanti, nei libri IV e XV, quando Telemaco si reca alla corte di Menelao. Qui Elena compare come regina, mostrando di possedere tutte le peculiarità della brava sposa e dell’ottima ospite, che presenta a Telemaco doni per il suo futuro matrimonio, e che vive in perfetto accordo con il marito: la visione è apparentemente improntata ad un criterio di pacificazione, ma un particolare mitico abbastanza interessante la riporta nuovamente alla sfera afroditica con tutto ciò che ad essa è connesso. Nel IV libro (220 ss.) vediamo che la donna è infatti intenta a preparare per gli ospiti, per lenire il dolore del ricordo della guerra di Troia e l’ansia di Telemaco per la sorte del padre, un intruglio con delle erbe in grado di far dimenticare i mali . Queste droghe le sono state donate da una donna egizia, maga e incantatrice; proprio questo è l’elemento che riporta Elena all’ambito afroditico: l' unione di amore e arti magiche è presente nel mito fin dall’inizio e in Omero è richiamata nelle figure di Circe e di Calipso. Nel caso di Elena, questo elemento ricorda , pur nella situazione serena evocata nell'Odissea, la sua natura di diversa: Elena partecipa qui della figura della maga, personaggio questo, in tutte le sue diverse prospettive (si pensi a Medea!) , sempre isolato, guardato con sospetto per le sue conoscenze occulte - di nuovo, dunque, una figura del diverso.
Questa è la vicenda omerica di Elena: non ci sono altri luoghi importanti in cui si parli di lei. Importantissima però è la convinzione, espressa più volte in entrambi i poemi e da parte di entrambi i popoli avversari che tante sofferenze, una guerra tanto lunga e tanti lutti si debbano in fondo ad una causa sciocca, banale, come l’amore di una donna, un tradimento: se Priamo trova giustificazione alla guerra nella bellezza di Elena, non così i combattenti, che trovano nella inconsistenza del motivo della guerra un motivo di costante sofferenza. Anche questo è un dato importante nel seguito della storia di Elena, perché si ricollega al mito alternativo a quello omerico, cioè a quello stesicoreo. La versione stesicorea del mito di Elena è databile nella prima metà del VI sec. a. C., e può essere considerata come la prima attestazione del la storia che prevedeva la falsa presenza del personaggio di Elena a Troia. Le fonti antiche raccontano che Stesicoro, dopo aver raccontato di Elena seguendo la versione omerica del mito, sarebbe diventato cieco e per riacquistare la vista avrebbe composto una palinodia (o forse anche due) che scagionasse la donna dalla sua colpa. Secondo tale versione, che non possediamo e possiamo dunque soltanto ricostruire dalle citazioni antiche, la causa della guerra di Troia non si dovrebbe ascrivere ad Elena in quanto personaggio reale, bensì a un eidolon dotato delle sue sembianze, un fantasma di nubi e fumo forgiato dalla divinità: Zeus avrebbe trasferito la vera Elena alla corte del re Proteo in Egitto, mentre Paride avrebbe condotto con sé soltanto quella copia che ovviamente rifulgeva della medesima bellezza. Quindi tutto ciò che venne imputato ad Elena come colpa, in realtà sarebbe stato commesso da questo fantasma: la vera Elena, saggia ed ancora innamorata del marito Menelao, avrebbe nel corso della guerra di Troia soggiornato in Egitto. Questa versione, come si può facilmente capire, ha un’importanza determinante per le riflessioni che si possono riconnettere ad essa, innanzitutto per quel che riguarda il tema della futilità del motivo che ha scatenato la guerra. Se già gli eroi omerici lamentavano questo fatto in riferimento alla vera Elena, la sostituzione ad essa di un fantasma di nubi e fumo non può che esasperare il senso di vanità della guerra intrapresa per esso. Dunque il movente della guerra sarebbe ancora più evanescente: e questa idea della sproporzione tra l'immenso dolore e l'ingannevole inesistenza della causa è lo snodo meditativo che apre la grande strada euripidea della riflessione sulla vanità delle cose, sulla inconsistenza del reale e delle motivazioni che spingono gli uomini ad agire, sull'inganno dei sensi e dell'intelligenza che costituiscono per l'uomo la sola realtà possibile. Prima però di arrivare ad essa, troviamo almeno altri due momenti estremamente significativi, dei quali certamente Euripide terrà conto.
Innanzitutto, la figura di Elena è contemplata anche dalla lirica di Saffo, e le offre lo spunto per fare un’affermazione solo all’apparenza banale, ma in realtà di una novità dirompente. Nel famoso frammento "La cosa più bella" (fr. 16 Voigt), Saffo, secondo un criterio arcaico di ricerca del meglio in ogni ambito, elenca ciò che per altri soddisfa questo criterio di eccellenza, e a questo elenco contrappone la propria opinione: non un esercito di fanti, o una flotta di navi, o altro, ma "ciò che uno ama" è la cosa più bella. E spiegare tutto questo, prosegue la poetessa, è molto facile: Elena, che pure era moglie di un re, preferì abbandonare il talamo e la figlia e i genitori per fuggire per seguire la cosa per lei più bella, ciò che amava. Un’affermazione del genere a noi può apparire ovvia, ma se ci si riporta alla cultura dell’epoca arcaica, e all’istanza di affermazione della propria individualità che si esprime nella poesia lirica, e che era per Saffo l’oggetto primario della poesia, si può vedere quanta importanza essa abbia. Poter dire attraverso il personaggio di Elena che ciò che ciascuno di noi ama è la cosa più bella pone ancora una volta l’accento sul problema della volontarietà dell’azione che è insito nel personaggio di Elena: avendo trascurato tutti i valori etici per seguire la propria inclinazione personale, abbandonando la famiglia e il marito, ella rappresenta la libertà di sentimento e di azione anche nella sua dimensione distruttiva, e Saffo coglie proprio questi momenti eticamente anomali, giustificandoli: per la poetessa, Elena diventa il simbolo di una libertà di azione certamente auspicabile e non certo condannabile.
L’Encomio di Elena di Gorgia
L’altro grande passo nella storia del personaggio di Elena che viene elaborato contemporaneamente alla meditazione euripidea e che sembra influenzare alcune affermazione dell'Elena, è costituito dallo stupendo Encomio di Elena del sofista Gorgia. Di lui non possediamo sicuramente quanto vorremmo, ma quello che ci è rimasto della sua opera lascia intuire una personalità straordinaria ed acuta, anticipatrice di moltissimi spunti che verranno sviluppati dalla cultura successiva. L’Encomio viene datato intorno al 415 a. C.: si tratta di uno scritto in prosa che precede la tragedia di Euripide (412), e che consiste in una sorta di esercitazione retorica, un gioco in cui egli intende mostrare lo straordinario potere persuasivo della parola pronunciando un discorso di difesa del personaggio mitico di Elena: il proposito dell’autore è di giustificare la donna e di dimostrare la sua incolpevolezza per quel che riguarda la guerra di Troia. Il vero scopo dell’opera tuttavia è di dimostrare che il logos è "un potente sovrano che con un corpo minuscolo e persino invisibile compie opere divine: pone fine al timore, libera dal dolore, suscita la gioia, accresce la pietà". La parola è dunque un fenomeno in grado di rapire la mente dell' uomo e di immedesimarla in altro da sé agendo in maniera determinante sulla psiche del singolo. Se dunque Elena seguì volontariamente Paride, neppure in questo caso, secondo Gorgia, può essere ritenuta colpevole: tale è la seduzione e la lusinga della parola, tale il suo potere di stravolgimento del reale, che la volontà umana risulta annullata dalle forza psicagogiche di un'arma di persuasione che travolge nell'inganno il giudizio e la capacità di distinguere il reale. Del resto, come il personaggio di Elena portasse in sé, attraverso tutte le epoche e le diverse interpretazioni, quest'idea dell'inganno della mente e dei sensi, e questa connessione con la sviante pluralità del fenomenico, è testimoniato da tutte le varianti del mito che insistono sulla duplicità, o sulla molteplicità, di tutti gli elementi che nella figura di Elena confluiscono, nonché dall'amplissima gamma di varianti, che fanno intravedere in Elena un personaggio per certi aspetti fluido, non univoco miticamente, quasi che il suo significato stesso fosse quello della inafferrabilità. Da autori come Pausania e Apollodoro veniamo a conoscenza di varianti che alludono tutte alla duplicità del personaggio. Le vengono attribuite due madri, una mortale, Leda, ed una divina, Nemesi: quest'ultima, cosa assai interessante, è divinità dotata di poteri di trasformazione (con i quali tentò di sottrarsi all'unione voluta da Zeus), elemento questo che ben si adatta alla genealogia di un personaggio multiforme quale Elena sembra rivelarsi. Ma Elena ha anche due padri, Tindaro, marito di Leda; ha due fratelli gemelli fra di loro, i Dioscuri Castore e Polluce; ha due mariti, Paride e Menelao; ma sappiamo che il mito attribuì ad Elena molti altri mariti, tra i quali Teseo, che la rapì quando era ancora bambina; Deifobo, fratello di Paride e infine Achille, con il quale andò a vivere nell' Isola Bianca. Tutto ciò permette di caratterizzare il personaggio all' insegna della pluralità e del trasformismo: Elena serba la potenzialità della metamorfosi e rimane creatura del dubbio, dell'inganno, della inconsistenza del fenomeno, connessa all' idea di una realtà in continuo divenire.
Le Troiane e l’Elena di Euripide.
Nel 415 Euripide compone le Troiane attenendosi alla tradizione omerica, ma attingendo alle riflessioni avviate dalla Sofistica. Durante la discussione con Ecuba, regina di Troia, Elena pronuncia un discorso apologetico in cui, avvalendosi del ragionamento sofistico, intende non soltanto dimostrare la propria innocenza, ma soprattutto presentarsi come colei che ha salvato la Grecità assicurando ad Afrodite la vittoria nella contesa tra le dee. Se avessero vinto Era o Atena, i Greci avrebbero certamente subito la dominazione di Paride e del mondo asiatico: la guerra di Troia va dunque considerata come il minore dei mali rispetto ad una possibile invasione. Ecuba, personaggio pensante, caratterizzato da una solida razionalità, non si lascia ingannare e controbatte smascherando l' incantesimo della parola, criticando i dati dell' epos e invalidando la pura abilità retorica: è proprio di una vieta argomentazione e di un pregiudizio ormai superato l' attribuire colpe agli dei ed è invece utile procedere nella ricerca del vero senza lasciarsi ammaliare dal logos, sottile ingannatore.
Euripide dedica al personaggio di Elena un' intera tragedia a lei intitolata; qui l' autore si attiene alla versione stesicorea del mito, differenziando il dramma da quello delle Troiane. Paride ha condotto con sé a Troia un' immagine fittizia di Elena: il vero personaggio è in Egitto. Dopo la morte del suo protettore Proteo, il figlio di lui Teoclimeno la incalza con profferte nuziali, costringendola a rifugiarsi presso la tomba del padre. A questo punto inizia la vicenda: sopraggiunge Teucro, in viaggio verso Cipro, che le riferisce la ferale notizia della morte di Menelao. Angosciata Elena vorrebbe darsi la morte, ma il coro di schiave greche la persuade a entrare nella reggia per consultare la profetessa Teonoe, sorella del re. Approda alla costa egizia Menelao con il fantasma che secondo le sue convinzioni è l' autentica Elena, la quale invece, confortata da Teonoe, ricompare sulla scena; segue il riconoscimento tra marito e moglie, difficile dal momento che Menelao pensa di avere di fronte un eidolon, e non la vera Elena. Subito dopo la situazione si prospetta di grande pericolosità, poiché Teoclimeno minaccia di morte tutti gli stranieri. Con la complicità di Teonoe, viene attuato il piano ideato da Elena: sotto le mentite spoglie di un marinaio naufrago, Menelao convince con parole ingannevoli Teoclimeno della morte di Menelao stesso, così da consentire a Elena di ottenere il permesso di celebrare in mare un sacrificio per il marito. La nave concessa da Teoclimeno serve in realtà ai due sposi per fuggire verso la Grecia; appresa la notizia della loro fuga, il re vorrebbe vendicarsi di Teonoe, ma i Dioscuri intervengono a placarlo. In questa tragedia Euripide esprime palesemente il proprio pensiero: Elena è il simbolo della poliedricità del reale e la vita stessa diviene un eidolon, un sogno evanescente e umbratile in cui avviene un sostanziale scambio tra verità e realtà; attraverso il dramma tragico Euripide riflette anche sulla natura del divino che risulta indefinibile e la cui analisi termina inevitabilmente nel dubbio. L'inganno intorno alla vera natura di Elena, che coinvolge tutti i personaggi, determina un'angosciosa diffidenza sulla natura stessa del reale, fino al riconoscimento che forse non solo il fenomenico è soggetto all'errore, ma anche la realtà stessa è priva di logica. Tutto è vano e inconoscibile, tutto è cangiante, e il non capire cosa esiste davvero e cosa no porta alla rinuncia totale e all'incredulità in qualsiasi forma di esistenza, umana e divina.
Altre varianti del mito
E' certo da tener presente che l'importanza di Elena si fonda sulla sua natura ben più solida che non quella soltanto di personaggio letterario. Le possibilità d'indagine a lei connesse trovano certamente base sulla realtà divina di Elena stessa. In ambito spartano, e dunque in tutti i territori controllati da Sparta o da questa città colonizzati, Elena è vera e propria divinità, con un suo culto attestato da rituali precisi. Abbiamo notizie, ad esempio, di rituali di fanciulle connessi al culto di Elena dendritis, l'Elena degli alberi, collegato in epoca posteriore, ma certo in modo arbitrario, ad una variante del mito di cui parla Pausania, e che prevedeva la morte di Elena per impiccagione, secondo uno schema che la accomuna ad altre figure di fanciulle impiccate, quali Erigone o la delfica Carilla. Proprio alla natura divina di Elena fa riferimento l'Idillio XVIII di Teocrito, in cui le fanciulle spartane rimpiangono l'amica andata sposa a Menelao, e ricordano con nostalgia tutti i giorni felici della loro giovinezza di libertà sulle rive dell'Eurota. Qui Elena è vista come figura luminosa di giovinetta eccezionale, il cui ricordo è destinato a originare i gesti rituali delle fanciulle che nel tempo ne eterneranno la bellezza e la divinità.
Ancora una diversa prospettiva compare in una interpretazione posteriore del personaggio di Elena. Quinto Smirneo, nel suo poema in quattordici libri, i Posthomerica, attribuibili alla seconda metà del III sec. dopo Cristo, che riprendono la narrazione delle vicende troiane dove Omero l'aveva interrotta, ossia dopo la morte di Ettore, fa di Elena una figura sensuale e lacerata di adultera pentita. Ciò che a Quinto interessa è indagare i tormenti che coinvolgono Elena e Menelao nel momento in cui la donna, dopo la morte di Paride e la vittoria dei Greci, cerca di farsi riaccettare dal primo marito. Quinto indaga tutti i contrasti fra rinnovato amore e orgoglio ferito, seduzione dei sensi e desiderio di vendetta, in un quadro barocco che vede la figura dell'adultera chiedere pietà con i capelli scarmigliati e il volto lacero, ben consapevole tuttavia del trionfo della sua forza seduttiva. Ancora su questa linea tutta umana di interpretazione - che ha ormai abbandonato significazioni etiche o religiose, o allusioni universali alla natura del reale - è il poemetto di Colluto, Il rapimento di Elena, databile alla prima metà del VI sec. dopo Cristo. Non è certo opera di altissima poesia, ma quello che importa è vedere come Colluto sfrutti la vicenda del rapimento di Elena secondo un'altra angolazione, davvero nuova. Qui grande risalto assume la figura di Ermione, la figlia di Elena, abbandonata a Sparta. Il poeta descrive l'angoscia della fanciulla che non sa spiegarsi l'improvvisa scomparsa della madre. Nella frenesia di questa incomprensibile solitudine, Ermione cerca la madre per monti e valli, e non si dà pace per un abbandono che non sa spiegare. Le ragioni indagate sono qui quelle di chi resta. di chi è escluso dalla vicenda, e ne subisce soltanto le conseguenze, senza poter essere personaggio attivo in essa. E' evidente che Colluto utilizza la storia di Elena per indagare la prospettiva tutta umana e soggettiva del lutto e della lacerazione dell'abbandono, per approfondire il dramma infantile della perdita. Si tratta dunque ancora una volta di possibilità interessantissima offerta al poeta dalla figura di Elena. Abbandonata ormai la meditazione più universale sulle ragioni della colpa, sulla natura molteplice e proteiforme del reale - che negli autori precedenti il personaggio di Elena aveva ispirato - resta ancora questa volontà di percorrere, grazie a lei, i sentieri della mente umana e del sentimento, in una dimensione più limitata ma certo quanto mai moderna.
COMMENTO
Le Troiane si possono definire una tragedia atipica. Difatti, invece che ai combattimenti e alle situazioni di azione, che dominano la maggior parte dei drammi teatrali, qui lo spazio è dedicato al lamento e alla sofferenza, al dolore ed alla frustrazione.
Euripide infatti esamina il punto di vista delle donne troiane, sopravvissute alla Iliou persiV e alla morte dei loro consorti, sottolineando la loro angoscia per l’imminente partenza verso la Grecia; qui diverranno serve o concubine dei vincitori e a nulla varrà il prestigio - pensiamo ad Ecuba e ad Andromaca - che esse possedevano a Troia. Fortissimo dunque nella tragedia è il pathos; il personaggio sicuramente più legato alla linea patetica è Ecuba. Costei è presente sulla scena dall’inizio alla fine, secondo un modulo tutt’altro che consueto, e questa sua permanenza accresce la drammaticità: infatti, mentre lei non si sottrae mai all’occhio dello spettatore, Cassandra e Andromaca entrano in scena e ne escono per lasciare la città, e Astianatte addirittura vienne portato via per essere ucciso; dunque si sottolinea il dolore di chi resta, il dolore di chi è superstite ma anche consapevole del triste destino che lo attende. Funzionale al pathos è, inoltre, la gestualità della regale troiana; nel prologo Ecuba è già distesa a terra e con questa presentazione all’inizio della tragedia, Euripide vuole evidenziare, anche a livello di spettacolarità, l’acuta sofferenza della donna. Ecuba, inoltre, compie ripetutamente gesti luttuosi, alla notizia di essere stata assegnata ad Odisseo, artefice di mali, durante la partenza di Cassandra e soprattutto quando Astianatte e Andromaca vengono portati via; ivi infatti, colpendosi la testa ed il petto, fa emergere attraverso la mimica tutta la sua amarezza ed il suo dolore. Ma al di là della gestualità, per accrescere il pathos, viene utilizzato abbondantemente lo strumento della parola. Staordinario è il discorso che conclude il primo episodio (vv. 466-510), in cui Ecuba ripercorre tristemente la sua vita felice - regina e madre di cinquanta figli eccellenti - e si abbandona allo sconforto presagendo le sventure che ancora dovrà sopportare “ per le sole nozze di una sola donna”; degno di nota è la conclusione di questo monologo con una gnome tipicamente greca: “ Di quelli che sono fortunati non ritenete nessuno felice, prima che muoia”, pensiero presente ad esempio in Erodoto ma anche nei poeti lirici, come Simonide, per dirne uno. Fortemente commovente è anche il discorso di Ecuba in presenza del cadavere di Astianatte, deposto sullo scudo di Ettore, nel quale la donna si rivolge prima ad Astianatte compiangendolo affettuosamente e poi allo scudo del figlio, in ricordo delle numerose imprese del guerriero; anche questo lamento funebre termina con una frase di carattere gnomico: “ Stolto è tra i mortali colui che, ritenendo di avere saldamente buona fortuna, se ne compiace. Per i suoi comportamenti la fortuna, come un uomo capriccioso, salta ora qua ora là, e nessuno mai sarà felice”. Notevole è anche il fatto che la tragedia si concluda proprio con un dialogo lirico tra Ecuba ed il coro, tutto rapportato alla tonalità del lamento. E dunque, i gemiti finali indicano un cupo e desolato avviarsi verso una meta ancora incerta e un triste dipartirsi dalla patria in fiamme.
Dalla riflessione sul dolore e sull’afflizione delle donne di Troia, Euripide fa emergere due temi importanti: in primo luogo quello delle sofferenze derivate dalla guerra. Dalla loro rappresentazione scaturiva anche un messaggio che andava al di là della commiserazione e si poneva nella dimensione del politico: un messaggio antibellicista che non poteva non rapportarsi alla situazione politico-militare ateniese contemporanea alla rappresentazione delle Troiane. Sicuramente gli Ateniesi che assistevano alla tragedia, dovevano pensare alla spedizione militare messa in atto in quel periodo dalla grande potenza attica contro la piccola isola di Melo, che aveva osato opporre resistenza all’egemonia ateniese. Questa grande iniziativa militare, che si concluse con la distruzione di Melo, era la prima dopo la pace del 421 e dunque deluse tutti coloro che, come Euripide, erano favorevoli ad una politica pacifista. Questo messaggio antibellicista si riscontra anche nelle parole di Cassandra (353- 405), la quale, oltre a predire la distruzione della casa di Atreo, sostiene che i troiani sono più felici degli Achei perché questi sono morti lontano dalla patria e dai loro cari, quelli sono caduti invece in difesa della loro patria e onorati dalle mogli e dai parenti. Ad ogni modo afferma che le sofferenze belliche colpiscono non solo i vinti ma anche i vincitori e conclude dicendo: “Feugein men oun crh polemon ostiV eu fronei” ( Deve dunque evitare la guerra chi è assennato).
L’altro tema importante delle Troiane è quello del ruolo della divinità e della crisi della teodicea. La preponderante ricerca di effetti patetici, l’evidenziazione della sofferenza della protagonista e anche l’atmosfera desolata che pervade tutta la tragedia fino al termine, hanno dietro di sé uno sfondo ideologico, che consiste giustappunto nella messa in crisi della teodicea, della fiducia che nelle humanae res trovi realizzazione un disegno divino di giustizia. Nel terzo stasimo, infatti, Zeus viene accusato di aver consegnato ai Greci la rocca di Ilio e il coro si chiede se il dio si prenda pensiero della infeilicità dei troiani. Nel secondo episodio si colloca invece l’affermazione di Andromaca secondo cui gli dei hanno voluto il male dei troiani. Anche Ecuba è portatrice di questa linea di dicsorso; dapprima si richiama alla tesi tradizionale, già esiodea, per cui gli dei esaltano chi è in basso e buttano giù chi gode di grande prestigio, tesi che si ricollega al tema della mutevolezza della fortuna (cfr. Erodoto, Creso e Solone, ma anche Simonide di Ceo, Threnos per gli Scopadi ). In seguito Ecuba esprime, a conclusione dell’allocuzione ad Astianatte cadavere, la convinzione che gli dei volessero le sofferenze che ella e le altre troiane stavano patendo, e che avessero in odio la città. Qualche verso dopo, avendo invocato gli dei, Ecuba si chiede subito perché ella lo abbia fatto, dal momento che anche in precedenza essi, pur invocati, non hanno prestato aiuto. La fiducia nella giustizia degli dei appare dunque compromessa e l’immagine stessa della divinità viene messa in discussione.
Il problema della teodicea, tipico del mondo greco, lo ritroviamo anche nel mondo cristiano, dove si discuteva la frase : “Si deus est, unde malum? Si deus non est, unde bonum”; lo stesso Dante nel VI canto del Purgatorio, all’interno dell’apostrofe all’Italia, diceva: “ E se licito m’è, o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? ”. Anche oggi esiste il problema di come conciliare il male, le sofferenze e le molte guerre che devastano il nostro pianeta con l’esistenza e la benevolenza di Dio.
Ad ogni modo, la speranza nostra è che le Troiane, tragedia del lutto, del dolore e delle sofferenze derivate dalla guerra, possano fungere da deterrente.
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
Letteratura greca di terzo liceo, L’ellenismo, La tragedia, Menandro 2, Callimaco 3, Aitia, Inni, Epigrammata, Giambi, Apollonio Rodio 4, Le Argonautiche, L 'epigramma 4. L 'elegia 4, Teocrito 5, Eroda 5, La Poesia 6, La Storiografia 6, Filologia 6, Scienza 6, Periodo greco-romano6/7, Plutarco 7, La retorica 8, Anonimo del Sublime 9, La Seconda Sofistica 10, Luciano, Il romanzo greco 11, L’asino d’oro \ le Metamorfosi, Lo Stoicismo 12
L’ellenismo
323 a. C.: muore Alessandro Magno e il suo sconfinato impero viene diviso fra i suoi generali; si vengono a creare numerosi regni di varie dimensioni, ma accomunati dalla stessa lingua, il greco della koinh dialektos. Tra loro s’instaura una fitta rete di scambi commerciali e su questo nuovo assetto politico si sviluppa una nuova cultura; questa cultura verrà chiamata Ellenismo.
Regno di Macedonia: il più stabile dei regni ellenistici, perché mancava la contrapposizione tra l'aristocrazia, classe dominante, ed il popolo, dualismo tipico della maggior parte degli altri regni. Vi regnò la dinastia degli Antigonidi. Il cammino verso l'acculturamento fu molto lineare e conseguenza della stabilità politica, favorita anche dal fatto di essere lo stato originario d’Alessandro Magno.
Regno di Pergamo: al centro dell'attuale Turchia, era piccolo ma ricco di miniere d'argento. Vi regnò la dinastia degli Attalidi, ma questa si esaurì ben presto. L'ultimo re, Attalo III, fu molto lungimirante; prevedendo che il suo regno sarebbe stato diviso tra gli stati confinanti, lo lasciò in eredità a Roma. Infatti, il regno di Pergamo fu l’unico a non essere stato conquistato dai Romani. A questo riguardo, va rilevato che l'unico autore greco a capire che la Grecia doveva cedere il passo a Roma fu Polibio, che scrisse un’opera (le Storie) in cui esaltava la grandezza di Roma e della sua costituzione.
Regno di Siria: i Seleucidi controllavano una vasta zona, corrispondente più o meno alle attuali Siria, Giordania e Palestina. L'economia, erede di quella fenicia, era basata sui commerci marittimi.
Regno d’Egitto: politicamente visse un dualismo fortissimo, favorito dalla sua posizione geografica di pressoché totale isolamento; il faraone, appartenente alla dinastia dei Tolomei, era considerato un dio vivente, non un semplice imperatore, e veniva appoggiato dall’unica casta istruita, quella dei sacerdoti, mentre le masse popolari erano totalmente tagliate fuori dal potere politico e da buona parte di quello economico. In seguito ad una fitta rete di scambi commerciali via terra e soprattutto via mare, Alessandria (il porto principale) divenne la città più importante dell'ellenismo. Il resto dell'Egitto rimase in una condizione d’isolamento e d’arretratezza, sempre tenuto sotto stretto controllo dalla mano del faraone. Da un punto di vista culturale, di tutto l'Egitto solo la città d’Alessandria fu interessata dall'ellenismo, ed anzi ne divenne uno dei poli più importanti, in quanto fu sempre proiettata verso il mare e verso gli scambi commerciali (l’Egitto era un grande esportatore di frumento) e culturali con gli altri regni ellenistici.
Una fitta rete di scambi commerciali accrebbe il potere economico delle singole città e favorì il fenomeno dell'urbanesimo; in quest'epoca avviene la nascita della borghesia, nuovo ceto emergente creato da bottegai arricchitisi grazie al commercio. Questi fatti portano gli artisti ad interessarsi delle classi umili: lo vediamo nelle tragedie (pullulano servi e nutrici tra i personaggi), in architettura (dove si afferma lo stile Corinzio, che si applica solo alle colonne, le quali consentono una maggiore visibilità rispetto ai pilastri) e in scultura.
Mentre nella Grecia classica, dove si erano sviluppati governi democratici ed era permessa ogni libertà di pensiero ed espressione, esisteva il concetto della libertà di ogni cittadino di potersi acculturare a spese dello stato, nella cultura ellenistica i dotti rivolgono la loro opera non agli studenti, ma solo ad altri, pochi dotti. I monarchi ellenistici, infatti, non avevano nessun interesse a incoraggiare la diffusione della cultura nei vari strati della popolazione, ed era assolutamente vietato ai dotti trattare di politica. Per la prima volta per i Greci la politica veniva scissa dalla cultura. Per l'età ellenistica si può parlare esclusivamente di centri, isolati dal resto della nazione e in fitta comunicazione tra di loro.
Nell'Ellenismo l'oggetto dello studio si modifica, e l'interesse per la scienza comincia a differenziarsi da quello per la filosofia; cominceranno ad essere eseguiti studi scientifici fini a se stessi, slegati da convinzioni filosofiche. Atene diventa il principale centro della filosofia e Alessandria quello della scienza. La filosofia trova il suo campo di interesse nella morale dell'uomo, e nascono le due correnti filosofiche dello Stoicismo e dell'Epicureismo; laqe biwsas(=vivi di nascosto) dicevano gli Epicurei, portatori di una filosofia prettamente soggettiva e contrapposti agli Stoici, che propugnavano un cosmopolitismo coagulato dal logos, fiamma presente in ogni uomo. I rapporti tra Atene ed Alessandria si guastarono ben presto, essendo Atene molto invidiosa dell'importanza culturale di Alessandria. Ad Atene si sviluppò solo una filosofia di taglio moralistico (Epicuro e gli Stoici) e non più la ricerca all'interno dell'uomo.
Dal punto di vista pratico gli autori si staccano dal mondo esterno e si dedicano ad una ricerca interiore da un lato, dall'altro studiano le idee provenienti da altri paesi, sviluppando un pensiero cosmopolita. Callimaco, padre dell'Ellenismo, abbraccia non solo tutti i generi letterari, ma anche entrambe le correnti di pensiero; infatti gli autori non si specializzano su un genere specifico, ma abbracciano più di un genere e più di un ideale, sempre restando però esclusi dalla politica.
Tutti i temi letterari vennero trattati nell'Ellenismo; anzi, questo periodo vide nascere un nuovo genere letterario: il romanzo. Il tema amoroso vide la distinzione tra elegia ed epigramma; l'elegia, che precedentemente era usata per trattare vari temi (bellica, gnomica, amorosa, quotidiana, politica), nell'Ellenismo si sofferma prettamente sul quotidiano, in quanto l'amore viene ad inglobare tutti gli argomenti e non rimane settorializzato. Gli autori si dedicarono indifferentemente a cantare l'amore provato nei confronti della propria donna o quello nel confronti del mito, ma anche questo secondo caso viene approfondito come il primo perché l'autore cerca di immedesimarsi nel mito. L'amore cantato è un amore vero, reale, scavato in tutti i sensi e contrapposto al sentimento del dolore. L'amore viene codificato in eros (passione d'amore), imeros (amore in senso generale) e poqos (desiderio d'amore). Anche per il dolore ci sarà un'attenta analisi di tutte le possibili sfumature.
I personaggi, in ogni genere letterario, vengono analizzati tutti nella loro interezza e non più visti solo in funzione del protagonista (come accadeva nella cultura classica). Fu in questo periodo che nacque il concetto di arte per l'arte; l'opera letteraria è concepita in piena libertà e non è scritta con lo scopo di diffondere un messaggio. Lo stile è, per l'appunto, molto curato; l'autore riversa tutta la sua attenzione ad una cura formale volta alla perfezione, facendo sfoggio non di cultura, ma di erudizione (avviene per questo motivo un recupero dei miti minori ed una ricerca delle particolarità di quelli famosi). Molte opere ellenistiche saranno da leggere in quanto perfette dal punto di vista formale, ma totalmente prive di contenuti. Tuttavia non tutte queste opere d'arte sono sterili perché il lettore è libero di scegliere linee di interpretazione a suo piacimento. In quest'epoca nasce il libro.
La tragedia
La tragedia assume queste caratteristiche: viene a mancare sia un legame tra attori e spettatori, sia un dio che s’impone e detta le regole da seguire, l'individualismo viene esasperato. Per questi motivi la tragedia diviene uno sfoggio di erudizione.
Abbiamo solo due autori, Alessandro Etolo e Licofone, famoso per la tragedia "Alessandra", narrazione in 1400 versi di tutte le profezie di Cassandra (quasi tutte sbagliate). Riscontriamo anche nella tragedia l'attenzione per personaggi umili, quali servi e nutrici.
Menandro
Fu il principale esponente della commedia nea, che stravolse completamente i canoni della commedia arcaia e della commedia mesa; per certi aspetti il suo concetto di filanqropia, principale caratteristica delle sue commedie, è confrontabile con l'humanitas di Terenzio. Segnò la linea di demarcazione fra la cultura del 1V° secolo e l'ellenismo e ripose nell'uomo una fiducia illimitata, rifiutando nel contempo la religione ufficiale.
La filanqropia (simile all'humanitas latina) è la principale caratteristica della commedia di Menandro; il concetto di filia non è nuovo nella letteratura greca (basti pensare al fortissimo legame di amicizia esistente tra Patroclo e Achille) e riguardava un forte sentimento di unione tra due persone che si riproponevano i medesimi obiettivi. In Menandro la filanqropia diventa un cercare di capirsi con gli altri uomini, un sentimento di amicizia non circoscritto a due persone ma allargato a tutti gli uomini; e qui è evidente il parallelismo con Terenzio ("homo sum: humanum nihil a me alienum puto"). Mentre però Terenzio rivolge la sua humanitas ad una ristretta élite di persone, Menandro concepisce la filanqropia rivolta a tutti- gli uomini ("com’è cosa gradita per l'uomo essere uomo, qualora l'uomo sia veramente tale"). Tutti gli uomini sono uguali, sia il nobile cittadino sia l'umile servo; quest’aspetto anticipa l'uguaglianza promossa dal Cristianesimo.
Le commedie menandree ci presentano un uomo profondamente complesso psicologicamente, specchio della reale complessità esistente nel rapporto tra uomo e natura. Tutti gli uomini sono presenti nelle commedie di Menandro, con una particolare attenzione all'uomo borghese, il quale non può che comportarsi in modo morale conformemente ai canoni della cultura ellenistica. Questo dà origine al perbenismo, tipica chiave di lettura di tutte le commedie di Menandro. In ogni situazione troviamo un atteggiamento di ironico rispetto verso gli altri, rispetto che spesso sottintende una velata condanna ma che è manifestazione del dovere di rientrare nei canoni ellenistici, che prevedevano un assoluto rispetto del modus vivendi altrui. Perbenismo quindi sia nel nostro significato positivo che negativo del termine. L'uomo di Menandro, infatti, deve rispettare i dettami della sua società conservando sempre le apparenze. Ciò è innovativo per la cultura greca. Questo rispetto si traduce in un sorriso benevolo nei confronti dell'agire umano (anziché nel riso sguaiato di Aristofane, nelle cui commedie l'unico punto di contatto tra realtà e fantasia era rappresentato dalla politica), con una serenità che esclude la tristezza esacerbata e sfumando tutti i sentimenti anche nelle situazioni in cui la realtà spinge l'uomo alla tristezza. Lo scavo psicologico dei personaggi (tropos) è profondo ma non completo, a causa appunto del perbenismo. Menandro ripone nell'uomo una fiducia pressoché illimitata, rifiutando la religione ufficiale; egli vede un pericolo per l'uomo nel fatto che esso dipenda troppo da se stesso e dalla propria razionalità. Questa visione, pur contraddetta dall'uso di scrivere commedie, lo porta ad introdurre il concetto di tuch, che limita la possibilità dell'uomo di cambiare la realtà, ma che non corrisponde ad una divinità, poiché non guida l'uomo secondo un andamento logico (nell'Ellenismo era possibile dare ogni possibile risposta sul divino). Questa limitatezza dell'agire umano si rispecchia nel fatto che le commedie contengono un susseguirsi di azioni che s’incastrano tra loro, facendo sì che non tutto dipenda dall'uomo e consentendo allo stesso tempo lo scavo psicologico. Le commedie di Menandro finiscono tutte in maniera positiva, con una certa contentezza per l'uomo. Questo avviene per due motivi: la necessità di rispettare le regole della commedia e la fiducia estrema che Menandro ripone nella bontà umana dell'uomo. A far sì che le sue opere finiscano sempre bene provvede il perbenismo, chiave di lettura di tutto l'Ellenismo e tipico della borghesia del tempo.
Callimaco
Il maggiore dei poeti alessandrini, è considerato sia il principale teorico sia il migliore esponente della poesia ellenistica. Nato intorno al 300 a. C. a Cirene, in gioventù visse in ristrettezze economiche e si guadagnava da vivere insegnando in una scuola di provincia; poi, non sappiamo come, entrò a far pane della corte, ottenendo il favore dei sovrani. Lavorò alla Biblioteca come poeta ed erudito, ma sappiamo con certezza che non ne divenne mai il direttore; tutte le sue opere sono dedicate ai sovrani che lo proteggevano, Tolomeo Filadeflo e poi Tolomeo Evergete. Le sue opere gli procurarono fama e gloria, ma scatenarono aspri dibattiti con invidiosi contemporanei. Morì intorno al 240.
La produzione di Callimaco come erudito e come poeta fu immensa: la tradizione gli attribuiva ben 800 volumi, oggi quasi tutti perduti. Fatto nuovo nella letteratura greca, Callimaco s’interessò a diversi generi letterari. Delle sue opere di prosa la più importante furono i Pinakes, catalogo ragionato di tutti gli autori e di tutte le opere raccolte nell'immensa Biblioteca di Alessandria. Oltre a classificare le opere per genere e gli autori per ordine alfabetico, Callimaco affrontava anche numerose questioni biografiche e di autenticità. I Pinakes possono essere considerati la prima opera di storiografia letteraria.
Aitia
Gli Aitia erano l'opera più vasta di Callimaco: contenevano circa 4000 versi divisi in quattro libri. Non si trattava di un'opera ordinata, bensì di una raccolta di numerose elegie, in genere indipendenti tra loro. Ogni aition era dedicato alla ricerca delle origini di una festa, di una città, di un mito, di un'istituzione. Oggi ci rimangono il proemio ed alcuni frammenti, tra cui la Chioma di Berenice. Nonostante l'apparente contenuto scientifico, gli Aitia sono in realtà un'opera di intrattenimento, uno sfoggio di erudizione in cui risalta soprattutto la raffinatezza dell'arte di Callimaco.
Il proemio è un'invettiva di Callimaco contro i Telchini, soprannome dato ai poeti invidiosi del suo successo. Il poeta imputa ai Telchini di non rifarsi ai canoni ellenistici del tempo, ma a quelli classici. C’è pervenuto un elenco di questi Telchini, in cui stranamente non figura il nome di Apollonio Rodio, ma vi troviamo Posidippo, che ebbe con Callimaco un'aspra disputa riguardante non lo stile, come quella con Apollonio Rodio, ma l'interpretazione di un'opera che a noi non è pervenuta, probabilmente la Lide di Antimaco di Colofone, risalente al 400 a.C. e antesignana dell'ellenismo
La Chioma di Berenice è l'aition che chiude il quarto e ultimo libro dell'opera. La chioma stessa narra in prima persona la sua storia: fu offerta in voto dalla regina Berenice in occasione della partenza del marito, Tolomeo Evergete, per una spedizione militare in Siria. Ma scomparve dal tempio e l'astronomo di corte la scoprì in cielo, trasformata nella costellazione che da lei prese il nome. Quest’elegia piacque immensamente a Catullo, che la tradusse in latino nel carmen 66; ed è nella sua traduzione che oggi è a noi nota. In quest’elegia l'esaltazione del faraone si unisce a quella della nascente scienza: non si tratta solo di riscontrare una cosa umana nella sfera celeste, ma piuttosto di assecondare il crescente interesse verso la ricerca scientifica.
Inni
Gli Inni di Callimaco sono sei, ciascuno indirizzato ad una divinità. Probabilmente furono composti in momenti differenti e riuniti insieme solo in un secondo tempo. Sono tutti in esametri, tranne Per il bagno di Pallade che è in distici elegiaci. Il contenuto degli Inni è di tipo arcaico e ripreso dagli inni agli dei dello pseudo-Omero, ma affrontandolo con sensibilità totalmente nuova. Gli dei sono messi sullo stesso piano degli uomini e compiono le loro stesse azioni. La somiglianza arriva ad un punto tale che sono descritte la nascita e la fanciullezza del dio, cosa che prima non si era mai trovata se non in Eros, il cupido sempre bambino che scagliando le frecce fa innamorare le persone. Callimaco scrive non semplicemente per esporre il mito ma per fare sfoggio d’erudizione; la sua opera è scritta innanzi tutto per il piacere di scrivere, e solo in secondo piano c'è l'intenzione di erudire il lettore (siamo in un'epoca in cui si diffonde il libro, e con lui si allarga la diffusione della cultura).
Epigrammata
Gli epigrammi di Callimaco si caratterizzano per la loro brevità e per il fatto che al centro di ogni componimento è posto il sentimento. A noi ne sono pervenuti 63, la maggior parte di argomento funerario, ma alcuni anche riguardanti l'autore stesso.
Giambi
Erano tredici componimenti caratterizzati da una grandissima varietà di metro e di contenuto. I meglio conservati sono il primo e il quarto; quest'ultimo, bellissimo, narra un fortissimo contrasto tra l'alloro e l'ulivo.
Apollonio Rodio
In genere i poeti alessandrini attingevano alla tradizione epica per ricavarne non un ampio poema volto all'esaltazione di gesta eroiche, ma un componimento breve e raffinato; a questi fa eccezione Apollonio Rodio. Apollonio Rodio nacque ad Alessandria d'Egitto intorno al 290 a.C. e soggiornò a lungo a Rodi (da qui l'appellativo di Rodio). L'unica altra notizia certa della sua vita è che divenne direttore della Biblioteca.
Apollonio Rodio viene generalmente visto in contrapposizione con il suo ex maestro, Callimaco; in realtà questa rivalità è per alcuni aspetti solo apparente. Apollonio aveva in effetti uno stile molto diverso da quello dì Callimaco, e riteneva di poter scrivere un’opera di carattere epico in età ellenistica. Scrisse effettivamente un’opera gigantesca, le Argonautiche, unico poema ellenistico a noi pervenuto. Non gli riuscì di raggiungere l'acme della poesia in ogni punto dell’opera (era questo il suo intento), ma il III libro è rispondente ai canoni ellenistici e anzi supera per bellezza le opere di molti poeti a lui contemporanei. Paradossalmente Apollonio Rodio, che non voleva assolutamente essere vox dell’ellenismo, ne diventa una sorta di emblema.
Le Argonautiche
Sono un poema in esametri lungo circa seimila versi divisi in quattro libri. Narra le vicende della spedizione degli Argonauti, dalla partenza da Iolco fino al ritorno in Grecia. Il I, il II (che descrivono il viaggio di andata nella terra della Colchide) e il IV (dedicato al ritorno in patria) sono molto pesanti, ma il terzo, che racconta l'amore tra Giasone e Medea, è considerato uno dei capolavori dell'ellenismo. Eccettuato il terzo libro, si può affermare che Apollonio non si inserisce a viva forza nel mito, mutandolo o spezzandolo, ma lo mantiene sostanzialmente inalterato; ad esempio, il poema inizia con la descrizione dei partecipanti alla spedizione, che ricalca l'elenco delle navi che presero parte alla guerra di Troia contenuto del II libro dell'Iliade. Giasone viene messo in evidenza (è l'ultimo ad essere nominato), ma di lui sono descritti i tratti più umani; non è presentato come anhr, ma nemmeno come uomo emblema dell'ellenismo; ha dei sentimenti, ma non c’è uno scavo psicologico profondo. Egli vuole raggiungere il proprio fine (conquistare il vello d'oro), ma non scavalca il suo mondo sentimentale (come invece fece Enea). Giasone resta freddo (mentre il Giasone di Euripide ha un suo mondo sentimentale in cui crede), a metà strada tra uomo e eroe.
Si riscontrano anche delle caratteristiche peculiari dell'ellenismo, come lo scendere nel particolare (ad esempio quando Apollonio, anziché parlare di generici alberi, specifica di quali alberi si tratta, querce e pioppi) o l'azione ripetuta molte volte per aumentare il paqos e la tragicità dell'azione. E' invece tipico di Apollonio il gusto per l'avventura e per l'esotico, e si sofferma a descrivere posti nuovi, distanti e lontani (sullo sfondo c'è lo sviluppo commerciale raggiunto dall'ellenismo). Questa voglia di conoscere è però diversa dalla voglia di fare esperienza (swfrosunh) di Ulisse. Il gusto per l'elemento naturalistico non si limita al livello descrittivo, ma si presenta anche come interesse sentimentale nei confronti della natura. Non è questa una novità per il mondo greco: la partecipazione sentimentale verso la natura la riscontriamo in Omero e Saffo (1a quale, addirittura, diventava natura); anche se in Apollonio non c'è un annullarsi dell'elemento umano nell'elemento naturalistico, ci si arriva vicino sul piano del sentimento.
L 'epigramma
L'epigramma ellenistico, pur venendo ancora usato come iscrizione per motivi pratici, si slegò progressivamente dal motivo occasionale per diventare il componimento lirico più coltivato dagli autori ellenistici, in quanto genere che meglio di tutti rispondeva alle esigenze della poetica del tempo. La sua caratteristica fondamentale fu la brevitas, che permetteva di raggiungere immediatamente l'acme della poesia e di mantenerlo per tutto il componimento: la cura formale era infatti essenziale per i poeti dell'ellenismo. Un altra caratteristica peculiare fu la spiccata soggettività: l'autore si poneva in prima persona nel componimento e fissava in pochi versi uno stato d'animo o una vicenda della vita. I temi trattati erano svariati: l'amore il vino, la morte, un paesaggio, una disputa letteraria, la descrizione di un ambiente o di un mestiere. Il metro più usato fu il distico elegiaco. Quasi tutti gli autori ellenistici composero epigrammi, e tra loro spiccano Anite e Nosside, le uniche due autrici di tutto l'ellenismo.
L'intera composizione epigrammatica greca ci è giunta attraverso due raccolte: l'Antologia Palatina e l'Antologia Planudea. L'Antologia Platina fu scoperta in un codice della biblioteca Palatina di Heidelberg nel 1607; abbraccia una produzione di oltre 15, secoli, comprendente circa 3700 epigrammi divisi per argomento in 15 libri. La Palatina si basa su precedenti raccolte.
L'Antologia Planudea prende il nome dal monaco amanuense Massimo di Planudea che la portò a termine nel 1299. Comprende sette libri in cui compaiono sostanzialmente gli stessi epigrammi della Palatina con la totale esclusione di quelli a carattere erotico o amoroso. Per non far notare il taglio il monaco collocò gli epigrammi in ordine alfabetico. La Planudea ne comprende anche 388 che non si trovano nella Palatina e che vanno a costituire l'Appendix Planudea.
L 'elegia
Accanto all'epigramma, fu il genere letterario più coltivato dai poeti ellenistici. Pur avendo in comune con l'epigramma il metro (distico elegiaco); l'elegia presenta significative differenze con quest'ultimo; è un componimento di maggior lunghezza, e per questo non raggiunge subito l'acme della poesia e non sempre riesce a mantenerlo fino al termine; l'individualismo è meno accentuato e spesso il protagonista non coincide con il poeta, ma è un personaggio mitico, i cui sentimenti rispecchiano quelli dell'autore. Il tema più trattato fu quello amoroso, ma spesso l'amore del mito si sostituiva all'amore del poeta; si sviluppò anche un particolare tipo di elegia, detta elegia etiologica, che è dedicata a spiegare l'origine di una festa o di un nome e ha la sua massima espressione negli Aitia di Callimaco.
Teocrito
Fu il poeta che meglio interpretò le esigenze dei tempi e che seppe unire alla perfezione formale la sincerità del sentimento, riuscendo quasi sempre ad evitare quelli che erano i pericoli più gravi dell'ellenismo: l'erudizione e l'artificiosità. Uno dei suoi principali meriti è quello di essere stato il padre della poesia bucolica, raccogliendo il modello mitico di Dafni, il pastore-poeta cantato da Stesicoro, ed elevandolo a nobile e seguito genere letterario.
Incerte sono le vicende della sua vita; sappiamo però con certezza che egli fu particolarmente legato a tre località: Siracusa, Cos e Alessandria. A Siracusa il poeta nacque poco prima del 300 a.C. e da questa terra ebbe l'ispirazione per i suoi componimenti che cantano i pastori, la vita dei campi, il paesaggio mediterraneo. A Cos il poeta visse a lungo e conobbe Filita e Asclepiade, come è testimoniato dalle Talisie. L'Encomio di Tolomeo ci mostra Teocrito legato alla corte di Alessandria, dove certamente conobbe Callimaco, di cui fece suoi gli ideali artistici. Ignoriamo il luogo e la data della sua morte.
Di lui ci sono pervenuti 30 idilli (di cui una ventina di sicura attribuzione), 24 epigrammi e la Zampogna. Gli idilli (quasi tutti in esametro e lingua dorica) sono brevi componimenti di contenuto vario; appunto in base al contenuto vengono divisi in:
- 8 Carmi bucoIici (da boucolos =.pastore), composizioni in cui si canta la vita dei campi ed i sentimenti dei pastori. Particolare bellezza hanno quattro diloro: il Tirsi,le Talisie, I Mietitori, il Ciclope.
- 3 Mimi (L'Incantatrice, l'Amore di Cinisca, le Siracusane),che trattano la vita quotidiana.
- 4 Epilli(L’Ila, l'Epitalamio di Elena, i Dioscuri, l'Eracle bambino); si tratta di brevi poemetti epico mitologici che spesso introducono nel mito quella nota borghese caratteristica del tempo.
- 2 Encomi (a lerone, l'Encomio di Tolomeo), che abbondano di omaggio cortigiano.
- 3 Carmi lirici (metro lirico e dialetto eolico), due dei quali cantano l'amore adolescenziale, di scarso rilievo.
I 24 epigrammi, molti dei quali di discussa autenticità, hanno le stesse caratteristiche della migliore epigrammatica alessandrina.
La Zampogna è un tecnwpaegnion, ossia un carme figurato in cui Teocrito fa sfoggio della propria abilità; i versi, che a ogni riga diventano più brevi, imitano visivamente la figura della zampogna di Pan.
Eroda
Riprese il genere del mimo, ma in maniera diversa da Teocrito, adattandolo maggiormente alla realtà del quotidiano; non ebbe la genialità poetica del padre della poesia bucolica, ma ci ha lasciato ugualmente ritratti vivissimi e non convenzionali di alcuni popolani del III secolo a. C.
Fino alla fine del secolo scorso, quando furono ritrovati in un papiro egizio otto dei suoi mimi, non sapevamo praticamente nulla di Eroda. Grazie al ritrovamento possiamo collocare il poeta nel III a.C. e ipotizzare che sia vissuto in una delle isole del mediterraneo, Cos o la Sicilia. Gli otto mimi, l'ultimo dei quali lacunoso, presentano una particolare attenzione per il mondo borghese, per le descrizioni minuziose e particolareggiate, per il quotidiano e per il realismo delle situazioni; tutte caratteristiche tipiche per periodo ellenistico. Contrariamente ai mimi di Teocrito (che erano in distici elegiaci, il metro nobile per eccellenza), i mimi di Eroda sono dei mimiambi, cioè mimi in giambi, o più esattamente in coliambi, il metro di Ipponatte. E di Ipponatte, oltre al metro, Eroda adotta anche la lingua che presenta un forte colore ionico e un certo crudo verismo che si manifesta per la predilezione di ambienti e caratteri comuni.
Nel Mimo I (la mezzana) assistiamo al tentativo di una vecchia mezzana di convincere una giovane sposa il cui marito è in viaggio da mesi a lasciarsi andare alle avancedi un giovane atleta. La mezzana incarna la saggezza popolare, slegata da qualsiasi morale, mentre la giovane difende la fedeltà del proprio sentimento, considerando tra l'altro che la bianchezza dei capelli rende ottusa la mente.
Nel Mimo III (il maestro di scuola) sono descritte le imprese di Cottalo, un ragazzino svogliato e monello che non vuole saperne di studiare. La madre, esasperata, decide di ricorrere ad un maestro privato, che però fallisce anche lui nell'intento.
Nel Mimo VII (il calzolaio) èdescritta l'abilità di un bravo calzolaio a vendere le proprie calzature a nuove clienti al prezzo stabilito da lui, grazie anche all'aiuto di una sua vecchia cliente.
Il Mimo VIII (il sogno)ci è giunto gravemente mutilo; lo sviluppo della trama è molto particolare, in quanto esula dalla quotidianità e ci presenta un sogno con significato allegorico riguardante gli elementi della letteratura.
Riguardo ad Eroda sono stati molto discussi due problemi. Il primo riguarda il fatto se egli meriti il nome di poeta o se i suoi personaggi siano dei semplici tipi fissi; studiando attentamente la mezzana, il suo personaggio più riuscito, possiamo rilevare la sua abilità poetica, esistente ma certamente inferiore a quella di Teocrito. Il secondo problema riguarda il realismo in Eroda, ed è un problema che riguarda l'intera letteratura greco-romana: la rappresentazione del popolo e del quotidiano è veramente realistica? Non lo è nel senso moderno del termine, perché gli antichi riservavano lo stile sublime alla rappresentazione del mondo aristocratico e consideravano tutto ciò che è ordinario e quotidiano (insomma il mondo degli umili) solo come materia da rappresentare comicamente, senza un reale approfondimento. E questo limite è stato superato dalla letteratura moderna, che ha trattato ogni personaggio, nobile o umile che sia, con il differente taglio di approfondimento problematico scelto dallo scrittore.
La Poesia
Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito furono senza dubbio i maggiori poeti dell’età ellenistica. Tuttavia, meritano considerazione altri poeti, che si distinsero nel genere didascalico (Arato) e in quello bucolico (Mosco e Bione).
Filologia
Nell’ellenismo nacque una nuova disciplina, la filologia, che rientra nel campo dell’indagine scientifica ed esatta. Il suo oggetto è lo studio dei grandi autori del passato (ad esempio, Omero), finalizzato al recupero, alla ricostruzione e alla comprensione del testo originale. All’Iliade e all’Odissea vennero in questo periodo attribuite l’attuale scansione in libri e la successione cronologica (Iliade in lettere maiuscole, Odissea in lettere minuscole); inoltre, si affrontarono numerosi problemi di autenticità, si diedero le prime edizioni critiche e le prime interpretazioni dei punti più difficili. Risale a questo periodo il primo dibattito sulla questione dell’unità o meno dei due poemi omerici, e si vennero a creare i due filoni dei korizontes (separatisti) e dei neounitari (il cui campione fu Aristarco)
I centri principali per lo studio dei testi antichi furono Alessandria e Pergamo. Alessandria si specializzò nella critica testuale, occupandosi di organizzare le varie lectiones dei testi più importanti; ad Alessandria si svolse il dibattito sulla questione omerica, con tutte le conseguenze sopra elencate. A Pergamo si sviluppò prevalentemente il commento dei contenuti, che inizialmente vennero interpretati alla luce dello stoicismo in un’ottica allegorica e moraleggiante. Via via la scuola di Pergamo moderò i suoi eccessi, andando a costituire la prima scuola di critica letteraria in senso moderno. Ad Alessandria si affermò prevalentemente l’analogia, mentre a Pergamo l’anomalia.
Scienza
Nell’ellenismo si assiste al fenomeno delle specializzazione, che riguardò anche l’ambito scientifico; tranne la notevole eccezione di Eratostene, il più grande enciclopedico del tempo, i dotti si specializzavano in precisi settori: matematica (Euclide e Archimede), astronomia (Aristarco e Ipparco), medicina (Erofilo ed Erasistrato), meccanica (Ctesibio e Erone).
E’ significativo notare come un così grande sviluppo scientifico non sia stato accompagnato da un altrettanto grande sviluppo della tecnica, esattamente l’opposto di quanto avverrà poi a Roma. La cause sono da ricercare in parte nell’impostazione della filosofia platonica, che metteva al primo posto il sapere e all’ultimo il fare, e in parte nella grande abbondanze di manodopera a basso costo fornita dagli schiavi, che non incoraggiava lo sviluppo di macchine che sostituissero il lavoro dell’uomo.
Eratostene di Cirene (che rivestì anche l’incarico di direttore della Biblioteca) fu il fondatore della geografia moderna: disegnò con sufficiente esattezza una carta geografica, tracciandovi meridiani e paralleli, misurò la lunghezza del meridiano terrestre con un’approssimazione che ha del prodigioso (40050 km. o, secondo altri, 46000 circa, rispetto ai 40003 calcolati dalla scienza moderna); distinse sulla superficie della terra le cinque zone astronomiche che sono rimaste fondamentali; ci diede infine nel primo libro della Geografia, la sua opera più importante, una prima storia della scienza geografica, da Omero ai suoi tempi.
Euclide fu il padre della scienza geometrica. Gli Elementi, in 13 libri, sono un’organica sistemazione dell’intera geometria sulla base del metodo ipotetico-deduttivo; per 22 secoli gli Elementi sono stati il testo fondamentale per l’apprendimento della geometria e solo ai giorni nostri si è giunti a concepire una geometria non euclidea.
Archimede di Siracusa fu non solo un grande matematico, ma anche un geniale ingegnere. Inventò numerose macchine, tra cui sono rimaste famose quelle da guerra, usate per la difesa della città contro il console romano Marcello. Tra le sue opere fondamentali ci rimangono uno scritto sulle sezioni coniche, Dei conoidi e sferoidi, e uno indirizzato ad Eratostene, Sul metodo, in cui l’autore precorre il moderno calcolo infinitesimale. Normalmente Archimede scrive in dialetto dorico; solo quest’ultima opera è scritta usando la koinh.
Periodo greco-romano
Nel 30 a.C. cade l’ultimo dei regni ellenistici; ora la cultura greca è totalmente soggetta al dominio di Roma e si avvia verso il declino. Tuttavia, emergeranno ancora figure rilevanti come Plutarco, Luciano, Marco Aurelio, senza contare che il greco divenne la lingua del dirompente Cristianesimo negli anni della sua affermazione in tutto l’Impero.
L’ultimo periodo della letteratura greca va dal 30 a.C. (conquista dell’Egitto) al 529 d.C. (soppressione della scuola neoplatonica di Atene per ordine dell’imperatore Giustiniano). Tra le varie denominazioni possibili, si è scelto quello di periodo greco-romano per evidenziarne il carattere fondamentale: la letteratura greca si sviluppa ora in un mondo dominato politicamente e culturalmente da Roma, e non può più prescindere dal suo legame con essa.
Nel campo politico Grecia e regioni orientali, come anche le altre parti dell’Impero, non hanno nessuna indipendenza: ridotte a provincie imperiali, sono governate da proconsoli eletti dal senato (le provincie senatorie) e da legati scelti dall’imperatore (quelle imperiali). Nei primi tre secoli, tuttavia, gli imperatori permisero una certa autonomia locale e favorirono la formazione di una classe dirigente locale che, entro le strutture imperiali, regge l’amministrazione della città. Con l’avvento di Diocleziano (284-305) scompare ogni residua traccia di autogoverno cittadino e ogni parvenza di autonomia delle poleis. Nello stesso tempo, con l’introduzione della tetrarchia (divisione dell’impero in quattro zone rette da due Augusti e da due Cesari) si avvia un processo che porterà al completo distacco fra le regioni orientali e quelle occidentali, distacco sancito da Teodosio nel 395 con la creazione dell’Impero d’Occidente, ben presto miseramente travolto da onde si barbari, e dell’Impero d’Oriente, che riuscì a sopravvivere per circa un millennio (1453, caduta di Costantinopoli) e fu chiamato Bizantino.
In campo economico si diffuse in tutto l’Impero quel "capitalismo urbano" che aveva contrassegnato il periodo ellenistico: la città è il centro di tutte le attività produttive e commercia fiorentemente con le altre, trovando in una borghesia ricca e intraprendente il suo principale sostegno. Si raggiunse l’apice di questo sviluppo produttivo, ma soprattutto commerciale, nel II secolo, durante l’età di Adriano e degli Antonini. Nel frattempo si acuivano le tensioni sociali: all’agiatezza delle classi medie si contrapponeva la miseria del proletariato urbano e contadino. Nel III secolo scoppiò una grave crisi che portò ad una lunga anarchia militare e a sanguinose lotte di classe. Le riforme di Diocleziano e di Costantino cercarono di portare un rimedio a questa situazione, ma riuscirono solo in parte. Ne seguì un impoverimento progressivo, che portò al sostituirsi ad un’economia di tipo urbano, soprattutto nelle regioni occidentali, di una "economia domestica"; le città perdettero il loro importante ruolo, aumentò il significato ed il peso della campagna. Erano i prodromi del Medioevo.
In campo culturale, generalizzando, si avverte un’esasperazione delle tematiche ellenistiche. L’individuo si dissocia sempre di più dalla vita politica, sentendo estraneo a sé il significato e il destino dell’Impero. Nella generale instabilità politica, economica e sociale non crede più nella razionalità delle cose e afferma l’ideale della rinunzia e della fuga dal mondo, ricercando la salvezza dell’uomo nella sua interiorità e più ancora in Dio. La religione tradizionale ha definitivamente perduto ogni ragion d’essere: ora sono le religioni orientali e i culti misterici ad appagare le esigenze spirituali dei cittadini dell’Impero. La ricerca scientifica perde il suo carattere sociale e diventa uno strumento con cui poter accedere alla salvezza, confondendosi sempre di più con la magia, l’astrologia, l’alchimia. Anche la filosofia smette di ricercare la santità a favore della salvezza dell’uomo, privilegiando la rivelazione alla ragione e spesso sfociando in una fede religiosa (il neopitagorismo, lo stoicismo, il neoplatonismo di Plotino…). In questo clima di stanchezza e di sfiducia, mentre la sapienza antica canta il suo vanitas vanitatum, sorge il Cristianesimo e a predicare la mondo la "Buona novella". Uscito vittorioso da secoli di lotte e di persecuzioni, il Cristianesimo ottenne prima la libertà di culto (313, Editto di Costantino), e fu poi riconosciuto religione ufficiale dell’impero (380, editto di Teodosio), andando a rappresentare la svolta decisiva di questo periodo.
La letteratura del periodo greco-romano mostra evidenti segni di decadenza, acuiti, oltre che dal clima generale, dall’invadenza della retorica, che la rese vuota e sterile, e dalle mode classiciste che proponevano l’imitazione del passato, a scapito delle creazioni originali. Pure, si affermarono ancora notevoli scrittori, come Plutarco e Luciano, nobili figure di imperatori-filosofi, come Marco Aurelio e Giuliano, un geniale pensatore come Plotino. Il romanzo conobbe adesso la sua massima diffusione, e anche la poesia presenta qualche voce nuova, come quella dell’epigrammatista Agatia, autore del Ciclo. Infine, accanto alla letteratura profana sorse quella cristiana, che utilizzò il greco per diffondere il Vangelo in tutto l’Impero (il Nuovo Testamento è interamente in greco).
Con la chiusura della scuola neoplatonica, avvenuta nel 529, si fa finire tradizionalmente la letteratura greca antica; ma essa non finì mai veramente: la civiltà bizantina e cristiana ne assorbì gli elementi più fecondi e ne continuò l’eredità nei secoli del Medioevo.
Plutarco
E’ il biografo per eccellenza della cultura greca, colui che ha creato che le sue Vite eroi immortali che sono stati visti nei secoli come modelli di virtù e di perfezione morale, o come simboli d libertà e di ribellione alla tirannide, o come esempi di destini tragici e dolorosi, o infine come rappresentanti dei più autentici valori umani.
Nacque a Cheronea in Beozia poco prima del 50 d.C. da una famiglia che apparteneva alla tipica borghesia del periodo imperiale. Completò la sua formazione ad Atene, aderendo al platonismo. Compì numerosi viaggi e fu a più riprese anche a Roma, ma non vi rimase a lungo; egli amava il piccolo borgo di Cheronea che non voleva abbandonare e dove trascorse la maggior parte della sua esistenza, dedicandosi ai suoi studi e occupando anche importanti cariche pubbliche nell’amministrazione cittadina. Per molti anni fece anche parte del collegio sacerdotale del vicino santuario di Delfi; assieme al platonismo, l’esperienza religiosa fu determinante per la formazione della sua concezione morale. Morì poco dopo il 125.
Della sua vastissima produzione a noi sono giunti due gruppi di opere: i Moralia e le Vite parallele.
Moralia
Sotto il nome di Moralia ci sono pervenuti un’ottantina di scritti (alcuni di dubbia autenticità) che trattano delle questioni più disparate: morali, filosofiche, religiose, pedagogiche, letterarie, politiche, scientifiche, erudite. Nelle opere filosofiche e morali Plutarco espone e divulga il pensiero platonico, polemizzando con epicurei e stoici e proponendo una serie di saggi consigli e pratici rimedi contro i vizi e le passioni, ponendosi come "un medico dell’anima". Inoltre Plutarco fu uno spirito profondamente religioso e animato da un vero interesse per il problema di Dio e della sua opera del mondo; da una parte resta fedele alle credenze e ai riti della religione tradizionale, dall’altra si apre alle esigenze filosofiche e alle idee dei suoi tempi e cerca di pervenire alla concezione di un dio unico e di una religione comune a tutti gli uomini.
Vite parallele
La fama di Plutarco è però legata alle Vite parallele, coppie di biografie nelle quali un personaggio greco viene contrapposto ad un personaggio romano (es. Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone, Teseo-Romolo); spesso, alla fine di ogni coppia segue un breve parallelo che sottolinea analogie e differenze tra i due personaggi studiati. Conserviamo in tutto 50 Vite: di esse 46 sono abbinate e 4 isolate. Questa impostazione rivela che il confronto non è tra i singoli personaggi, ma tra il mondo greco e quello romano, in modo da dimostrare la grandezza di entrambi. Va comunque rilevato che molti accostamenti sono forzati e arbitrari. La biografia di Plutarco segue in genere uno schema fisso: narra in ordine cronologico, dalla nascita alla morte, i principali avvenimenti del personaggio, ponendo una certa attenzione ad aneddoti e particolari curiosi, nell’ottica che "spesso un fatto insignificante, una parola, uno scherzo, manifestano l’indole di un uomo, più delle battaglie sanguinose o dei grandi schieramenti di eserciti o degli assedi delle città". Caratteristica di Plutarco è di porre in risalto i momenti più solenni e più drammatici della vita dei suoi eroi, creando scene piene di un paqos che avvince e commuove; questa predilezione per gli eventi più drammatici e per le tinte più fosche e macabre lo avvicina a Tacito. Plutarco definisce nella sua opera il taglio biografico che intende seguire: "non scriviamo storia, ma vite". Infatti, non ha un vero interesse per la storia e spesso è incapace di cogliere i nessi profondi degli avvenimenti e di analizzare in modo globale il contesto storico in cui si muovono i personaggi delle Vite. Il suo scopo dichiarato è quello di presentare al lettore le grandi figure del passato, creandone degli eroi (è più poeta che storico). Gli eroi di Plutarco sono imbevuti delle sue concezioni etiche, in modo che dalle azioni e dal carattere del personaggio si può con immediatezza trarne un insegnamento morale. Questo , se da una parte impedisce una visione profonda dell’esistenza con il giudicare ogni cosa con una visione unilaterale, dall’altra gli permette di disporre i fatti in virtù di un ordine superiore, illuminando il personaggio di una luce singolare da cui emerga il suo carattere e la sua grandezza. L’eroe di Plutarco non è perfetto, non è esente da difetti o da errori, ma anche nei suoi aspetti negativi si distingue dagli altri, ergendosi sopra un piedistallo.
Plutarco è confrontabile con tre biografi della letteratura latina: Varrone, Cornelio Nepote, Svetonio. In generale, l’interesse dei latini, volto alla vita, è per i fatti realmente accaduti, per le azioni (fine pragmatico), piuttosto che alla conoscenza del profondo dell’animo del personaggio, ottenuta da Plutarco facendo ricorso all’elemento patetico. Con Cornelio Nepote siamo nella fase delle guerre civili, ed il suo travaglio interiore si rispecchia nel De viris illustribus; anche lui aveva adottato lo stesso sistema di confrontare Greci e Romani con intento moralistico, ma senza l’ampiezza di respiro di Plutarco. Varrone, nei Logi Storici, parla di un miscuglio di razionalità e di azione compiuta; adotta un taglio particolare avvicinabile a Cornelio Nepote perché i personaggi sono travagliati e incapace di aderire a qualcosa di sicuro. Svetonio, nel De vita Caesarum, cammina per categorie chiuse (schema fisso della biografia), avendo già in testa la visione dei fatti. Questo avere un programma già prefissato gli permette di evidenziare i particolari, appagando il suo gusto per l’aneddoto: Svetonio narra la vita degli imperatori come se guardasse dal buco della serratura Plutarco è l’unico tra i biografi antichi che ha un vero interesse per l’uomo e per il suo dramma. Da notare il fatto che i biografi vengono fuori prevalentemente in momenti di crisi.
La retorica
Nel I e nel Il secolo d.C. la retorica assume una grandissima importanza e un notevole prestigio, andando a identificarsi con la cultura stessa. Il suo significato verrà molto approfondito, ma sarà accompagnato parallelamente da un impoverimento dei contenuti; l'interesse per la retorica sarà soltanto a livello formale. Il mondo greco lascerà la sua eredità in questo campo al mondo latino, il quale a sua volta lo trasmetterà alla letteratura apologetica (detta anche patristica dal nome degli artefici, "i padri della chiesa").
Il dibattito in campo stilistico fa sì che comincino a delinearsi due movimenti distinti, l'asianesimo e l'atticismo. L'asianesimo nacque all'inizio dell'ellenismo (III a.C.) per opera di Egesia di Magnesia in Africa, prendendo come modello lo stile di Lisia (denso, schematico, non indulgente a costruzioni artificiose). Nei due secoli successivi si venne a creare un ribaltamento totale all'interno dell'asianesimo (anche per il fatto che fu adottato in prevalenza dai retori dell'Asia Minore, che introdussero nel dialetto attico termini ionici): si venne a creare uno stile ricercato, pieno di ornamenti retorici, ampolloso, "bombastico". Noi intendiamo per asianesimo questo stile. Contemporaneamente (I a.C.) si venne a creare una nuova corrente di retorica basata su Lisia, ossia sulla stringatezza della frase e sull'essenzialità del costrutto. Questa corrente di retorica è detta atticismo. Per assurdo, l'atticismo nacque a Roma, capitale della ricerca di un nuovo indirizzo letterario, e si diffuse subito nel mondo greco. Ci fu una reale contrapposizione tra i due stili. Lo stile di Cicerone è lo stile rodiese, a metà strada tra i due a livello di costruzione, ma non a livello cronologico. Lo stile rodiese nacque nel II a.C. per mitigare gli eccessi dell'asianesimo prima maniera, quando l'atticismo non era ancora nato.
La retorica antica non si limitava a porre la propria attenzione sulla scelta del termine (come avveniva con i Sofisti), ma aveva come oggetto di studio anche la costruzione migliore per il periodo. Nel I secolo a.C. si precisano a questo riguardo due posizioni opposte: la prima fece capo al retore Apollodoro di Pergamo, la seconda a Teodoro di Gadara, vissuto nella generazione successiva. Apollodoro concepisce la retorica come un scienza fissa, dotata di canoni ben precisi (a questa concezione ha aderito anche Cicerone, e anche in Lisia avveniva una divisione tra le varie parti dell'orazione apologetica). Ogni logos deve essere suddiviso in quattro parti, ma solo alla prima (prologo) e all'ultima (epilogo) è riservato l'elemento patetico, la capacità di suscitare nel lettore un particolare sentimento. La parti centrali consistono nella descrizione del fatto e nell'esposizione del ragionamento dell'oratore (non c’è una schematizzazione ben precisa). Teodoro concepisce la retorica come un'arte, una capacità insita nell'uomo, il quale può comporre la propria opera a seconda del proprio modo di vedere. il paqos può esserci in qualsiasi parte dell'orazione, cosi come l'esposizione può riguardare anche il prologo o l'epilogo. La ricerca del paqos è spiegabile nell'ellenismo con il fatto che è la forma espressiva più istintiva. Per paqos si intende una partecipazione emotiva e sentimentale, non circoscritta necessariamente al sentimento del dolore (come avveniva nella tragedia, che mirava alla catarsi). I teodorei fanno ampio ricorso alla fantasia, intesa come forza irrazionale che possiede l'anima e che esce dai canoni del logos. Nell'ellenismo fantasia non vuoi dire uscire dalla realtà e proiettarsi in un mondo fantastico, ma semplicemente uscire dalla realtà (non c'è il bisogno di costruire un qualcosa).
In estrema sintesi possiamo dire che i retori seguirono principalmente due filoni ben distinti e contrapposti tra loro: quello degli apollodorei\atticisti\analogisti\puristi (orazione impostata secondo un rigido schema, stile stringato ed esatto, rifiuto della lingua corrente, rifiuto di parole nuove e di hapax) e quello dei teodorei\asiani\anomalisti\antipuristi.
Anonimo del Sublime
Nel I a.C. Cecilio di Calatte, fedele seguace di Apollodoro, scrisse un opera dal titolo peri uyous , a noi non pervenuta. Possiamo conoscere in parte il contenuto di quest'opera grazie ad un altro trattato, intitolato sempre peri uyous, scritto da un seguace di Teodoro per controbattere Cecilio, autore che tutt'oggi non siamo riusciti a identificare.
Ci è pervenuto quasi integro un trattato intitolato Sul sublime (peri uyous) e contiene un elenco di canoni grazie ai quali un'opera raggiunge l'acme della perfezione. E' stato scritto da un seguace di Teodoro intorno alla metà del I secolo d.C. che, per l'impossibilità di identificarlo con certezza, chiamiamo Anonimo. Sono state fatte due ipotesi di identificazione. La prima con Dionigi di Alicarnasso, che visse alla corte di Augusto (l’autore del Sublime ebbe sicuramente dei legami con la corte dell'imperatore) ma che è stato un fedele assertore delle idee dell'atticismo, mentre l'Anonimo è asiano. La seconda con Cassio Longino, asiano e conforme alla idee dell'Anonimo, ma vissuto due secoli dopo la data probabile di composizione del Sublime.
L'Anonimo afferma che le fonti da cui scaturisce il Sublime sono cinque, delle quali tre (poggia delle figure retoriche, nobiltà dell'espressione, collocazione delle parole) si possono acquisire con l'esercizio e l'arte retorica, mentre le altre due (elevatezza del pensiero, passionalità) devono essere per forza innate. L'Anonimo tende a scendere sempre di più nel particolare, secondo un uso tipicamente ellenistico, e a fondere elementi degli apollodorei nella concezione teodorea.
il Sublime è anche un'opera di critica letteraria, e contiene un'infinità di giudizi critici sui più disparati autori dell'antichità. Infine, nell'ultimo capitolo, viene affrontato il problema della decadenza dell'oratoria, che l'Anonimo attribuisce alla mancanza di libertà dovuta alla situazione politica della Grecia del tempo e soprattutto alla schiavitù delle passioni e alla conseguente corruzione morale; è singolare notare che le stesse cause per cui decade l'oratoria greca saranno le stesse per cui decadrà l'oratoria latina.
La Seconda Sofistica
La Seconda Sofistica si richiama già nel nome alla prima, fiorita in Grecia nel V secolo a.C. Mentre l’antica Sofistica aveva esteso i suoi interessi ai vari campi della civiltà (retorica, filosofia, religione, politica…) e aveva rappresentato un momento decisivo nella storia del pensiero, la Seconda Sofistica riprese e continuò solo l’aspetto retorico e risultò un fenomeno vistoso ed appariscente, ma poco profondo e poco fecondo per l'avvenire. I secondi sofisti si dedicarono quasi esclusivamente alla ricerca della bella forma, facendo sfoggio di bravura stilistica, in argomenti spesso futili o di scarsa importanza; molti di loro furono dei conferenzieri brillanti ed applauditi.
Luciano
Vissuto a Samosata sull’Eufrate, si formò di una cultura epidermica e visse un gran senso di sfiducia verso il mondo del divino, che derise apertamente, non per dissacrare ma per divertirsi. Secondo il giudizio di Lesky, "aveva abbracciato lo scetticismo come concezione del mondo e la satira come professione".
Nato intorno al 120 a Samosata sull’Eufrate, imparò il greco a scuola, perché la sua prima lingua fu il siro. Da ragazzo fu apprendista presso uno zio scultore, ma un incidente sul lavoro pose fine all’esperimento, come egli racconta nel Sogno. Quindi Luciano compì gli studi retorici e iniziò la sua attività di sofista, viaggiando in tutte le regioni dell’Impero fino alla Gallia. Verso i quarant’anni abbandonò la retorica per dedicarsi al dialogo e alla satira; questo improvviso cambiamento e alcuni brani del Nigrino hanno fatto nascere in alcuni critici l’idea di una conversione di Luciano alla filosofia: "il discorso lo condusse a lodare la filosofia, e la libertà che da essa deriva, ed a spregiare quei che il volgo crede beni, la ricchezza, la gloria, la potenza, gli onori, l’oro, la porpora, ed altre cose tanto ammirate da molti, ed una volta anche da me"; "… in breve acquistai acutissima la vista dell’anima, che fino ad allora era stata cieca, ed io non me n’ero accorto". In realtà il Nigrino è sì un’opera che denota un serio atteggiamento di Luciano, ma si trattò di una disposizione momentanea, non di una vera conversione alla filosofia. Negli ultimi anni della sua vita, Luciano fu funzionario imperiale in Egitto; morì probabilmente verso il 190.
Sotto il nome di Luciano ci è giunta una raccolta di 82 scritti, chiamati comunemente Dialoghi. In realtà solo alcuni hanno forma dialogica, altri solo semplici esercitazioni retoriche, altri sono a carattere autobiografico (Sogno, Nigrino) altri sono dei veri e propri romanzi (come Lucio o l’asino), altre sono opere satiriche, divise, secondo l’argomento che prendono a bersaglio, in tre gruppi:
- Satira filosofica: Vite all’Incanto, Pescatore. Nelle Vite all’Incanto Zeus, con l’aiuto di Mercurio, vende all’asta le vite dei principali filosofi, e i compratori li prendono a pochissimo. Nel Pescatore si immagina che i filosofi che erano stati offesi nelle Vite all’Incanto risuscitino dall’Ade per vendicarsi del loro nemico; Luciano si difende sostenendo che egli ha inteso attaccare i filosofi contemporanei, che hanno tanto degenerato da quelli antichi. Per smascherali getta dall’Acropoli di Atene l’amo innescato con qualche fico e qualche moneta d’oro: subito molti abboccano.
- Satira religiosa: Dialoghi degli dei, Dialoghi marini, Zeus confutato, Zeus tragedo. I Dialoghi degli dei e i Dialoghi marini (cioè di divinità marine) sono dei mimi in cui gli dei vengono presentati nei loro difetti e nelle loro debolezze. Non è ancora un attacco aperto contro la religione tradizionale, ma un’ironia leggera e velata. La satira diventa audace e aggressiva nello Zeus confutato, dove il padre degli dei non riesce a conciliare destino e provvidenza, e nello Zeus tragedo, dove il padre degli dei è costretto ad appoggiare un filosofo stoico perché vinca una disputa contro un epicureo, evitando così l’oblio dei mortali.
- Satira morale e sociale: Dialoghi dei morti. Luciano deride apertamente la stoltezza degli uomini ed il loro affannarsi dietro alle grandi passioni; tanto, dopo la morte, tutto si deve abbandonare e tutti nudi e uguali si entra nel regno dei morti: vanità è la ricchezza, vanità è la potenza, vanità è la bellezza. C’è anche un po’ dell’invidia di classe (Luciano, a quanto ne sappiamo, non divenne mai ricco) in questo scherno contro i ricchi e i potenti. Siamo ora nella mordace satira menippea; non a caso il protagonista è il cinico Menippo, al quale viene concesso da Mercurio di portare con sé nel regno dei morti la parlantina, la franchezza, il buon umore, il motto e il riso, "cose vuote, leggere, e buone pel navigare" , contrapposte alle pesantezze del discorso che i retori devono abbandonare prima di salire sulla barca di Caronte.
Il concetto della morte che è uguale per tutti e del giudizio, severo, che non risparmia niente e nessuno è una costante del pensiero di Luciano; la troviamo infatti anche in altri dialoghi, che ribadiscono come siano vane la gloria, la bellezza e la potenza.
Sotto il nome di Luciano ci sono pervenuti due romanzi. Lucio o l’asino è di contestata autenticità, e narra la vicenda di Lucio che viene trasformato in un asino e, dopo varie peripezie, alla fine riacquista la forma umana. L’argomento è lo stesso delle Metamorfosi di Apuleio, ma mancano molte novelle (tra cui quella famosissima di Amore e Psiche e la parte finale che descrive le esperienze mistiche del protagonista. La Storia vera prende spunto dal tentativo di fare una parodia dei romanzi d’avventura, ma finisce con il diventare il più bizzarro e fantasioso racconto (i protagonisti vanno sulla luna, finiscono nel ventre di una balena, giungono nell’isola dei Beati…) che sia mai stato scritto, precorrendo, per certi versi, i Viaggi di Gulliver e Pinocchio.
La satira di Luciano coinvolge tutti gli aspetti della cultura e della società. Nell’età degli Antonini e della Seconda Sofistica grande era il vuoto morale e spirituale, gravi erano i disagi e le ingiustizie sociali: i ricchi e potenti signori romani sfruttavano e vessavano le provincie, circondati da un nugolo di adulatori e di leccapiedi, gente che cercava con ogni mezzo la gloria e il denaro. Luciano dovette trovarsi proprio a fare questa scelta, se essere uno di loro o remare controcorrente, e scelse la seconda: "io sono un uomo che odia i millantatori, i ciarlatani, i bugiardi, i superbi, tutta la genia dei malvagi... Amo la verità, la bellezza, la semplicità, tutto ciò che è degno di essere amato".
Le invettive di Luciano non sono invettive serie e solenni, ma sono avvolte dall’ironia, che critica amaramente in primis la tradizione ma talvolta anche la realtà contemporanea. In realtà Luciano non crede in un ideale da proporre e da contrapporre alla realtà che critica; il suo scetticismo radicale rivela una grande aridità spirituale. Egli combatte l’ingiustizia sociale, ma non crede che quest’ingiustizia possa in qualche modo venire annullata, e questo atteggiamento lo porta all’incapacità di affrontare i grandi problemi dell’esistenza. Il suo scetticismo è tanto più assoluto in quanto egli non crede neppure nel valore della sua propaganda negativa, non è neppure convinto di riuscire a distruggere veramente qualcosa. L’assenza di una fede qualsiasi e un’aridità spirituale di fondo hanno impedito a Luciano di essere un grande scrittore.
Il romanzo greco
E’ l’ultimo genere letterario inventato dall’ellenismo, quello che meglio riuscì a rispecchiarne i canoni letterari. Nato tardi, non riuscì a raggiungere quella bellezza e quella perfezione che troviamo negli altri campi della letteratura greca; infatti è ritenuto scarso il suo valore artistico. Tuttavia, il romanzo greco riveste una grande importanza come documento dei tempi e come fenomeno letterario che contribuì al sorgere della narrativa moderna: il romanzo moderno presenta tutt’oggi gli stessi caratteri fondamentali. I frammenti più antichi a noi pervenuti sono quelli del romanzo di Nino (il protagonista) e Seramide, innamorati l’uno dell’altra. In questo, come anche in tutti i romanzi successivi, il filone della trama è sostanzialmente lo stesso: due giovani s’innamorano, vengono separati da un evento casuale, vivono mille avventure, si rincontrano, nulla tra loro è cambiato, si sposano e vivono felici e contenti. Il romanzo di Nino è stato trovato su un papiro del I secolo d.C.; questo fece cadere, alla fine del secolo scorso, la tesi del Rohde, secondo la quale il romanzo sarebbe nato dalla fusione dell’elemento erotico con l’elemento avventuroso, fusione che sarebbe avvenuta nella pratica retorica della Seconda Sofistica. L’origine del romanzo è, invece, probabilmente da ricercare nel fatto che non fu un genere, come molti altri, destinato a pochi eruditi, ma alla classe borghese, benestante, non molto acculturata e spoliticizzata, che non si interessava più ai grandi problemi e cercava di evadere dagli angusti limiti della realtà quotidiana: era un genere d’evasione. Questo spiega anche il fatto - ed è unico per la letteratura greca- che solo i romanzi greci siano stati trovati in frammenti di papiro riutilizzato: era evidentemente un genere che non aveva molte pretese, come non ne avevano gli stessi autori, i quali non erano troppo eruditi e non trasmettevano alcun tipo di valori.
Due sono gli elementi fondamentali del romanzo greco: l’amore e l’avventura. L’amore sarà normale (ossia tra un ragazzo e una ragazza) e si ricollega alla feconda produzione poetica, in cui era uno dei temi più trattati dell’ellenismo, mentre le avventure di viaggio avevano avuto il loro battesimo con Omero (i viaggi di Ulisse finalizzati alla swfrosunh) e avevano trovato la loro piena espressione con le Argonautiche di Apollonio Rodio, appagando il gusto per l’esotico e la tendenza verso il cosmopolitismo tipici dell’ellenismo.
L’asino d’oro \ le Metamorfosi
Un famoso romanzo greco è il, già citato a proposito di Luciano, Lucio o l’asino, il quale ricalca nelle linee fondamentali la trama delle Metamorfosi di Apuleio, tanto che si è addirittura pensato, per le Metamorfosi, ad una traduzione in latino di un’opera greca. Quest’ipotesi è un po’ forzata, perché un autore di grande levatura e preparazione come Apuleio, difficilmente si sarebbe accontentato di fare una semplice traduzione; è più probabile che le due opere abbiano un’origine comune, da ricercarsi, pare, in una piccola opera greca, denominata l’Asino d’oro, scritta da un certo Lucio di Patre di cui ci dà notizia il patriarca Fozio. Purtroppo non abbiamo altre informazioni su Lucio di Patre né resti della sua opera, per cui questa rimane una semplice ipotesi. E’ stato anche ipotizzato che Apuleio, da giovane, abbia scritto un piccolo Asino d’oro in greco, utilizzato come base per le Metamorfosi. Le Metamorfosi di Apuleio si differenziano da Lucio o l’asino di Luciano di Samosata per due principali motivi:
- Nelle Metamorfosi compare un maggior numero di novelle (tra cui quella celeberrima di Amore e Psiche), tutte tratte dalle favole milesie e apparentemente prive di un legame unificante tra loro. Nel periodo finale della letteratura latina si diffondono ampiamente le religioni e i culti misterici; la chiave di lettura delle Metamorfosi è proprio in questi motivi escatologici, in quest’ansia religiosa che porta Apuleio a cercare ogni mezzo di accostarsi al mondo del divino.
- Le Metamorfosi sono in 11 libri, uno in più, rispetto all’opera di Luciano. L’undicesimo libro è completamente slegato dagli altri: l’autore si sostituisce al protagonista e fa passare per quelle di Lucio le sue esperienze personali, sempre collegate a quest’ansia misterica.
Comune a entrambe le opere è invece la voglia di sperimentare nell’ambito della tematica dell’amore; è straordinario il crearsi di una sorta di ciclicità tra la letteratura greca e quella latina, che finisce con questa voglia di sperimentare in amore, analoga a quella apparsa alle origini della letteratura greca (con Ulisse). Si tratta, però, in Apuleio, di una voglia di sperimentare che ha un che di mistico e di oscuro, assente nella voglia di nuove esperienze di Ulisse.
Lo Stoicismo
Lo Stoicismo fu la corrente di pensiero più diffusa nell’Impero romano nel I e II secolo d.C. La nuova Stoa, detta romana perché a Roma principalmente si sviluppò, si differenziò sempre di più dall’antica e dalla media, disinteressandosi della fisica e occupandosi prevalentemente di etica. Questo perché lo Stoicismo subì la generale crisi religiosa del periodo greco-romano, che determinò una generale sfiducia nella ragione, un rifiuto di cercare la risposta ultima e un accentuato misticismo nella pratica della filosofia. Non a caso in questo periodo si diffonde lo Scetticismo, che predicava la sospensione del giudizio. Lo Stoicismo si trovò così a predicare il distacco della vita e la preparazione alla morte. Gli esponenti principali della nuova Stoa furono Seneca, Epitteto e Marco Aurelio; dei tre Seneca scrisse in latino, ma generalmente la lingua usata dagli stoici romani fu il greco.
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
Daniele Biasci
Odissea
Ver. 187-405
1) Spiega le seguenti parole di Ulisse: “...io però vado, è per me un duro dovere.”.
Ulisse in questo caso dimostra una attenzione speciale per la salute dei compagni che lascia colpiti. In buona parte degli episodi letti fino ad ora, Ulisse è sì rammaricato e dispiaciuto quando perde alcuni dei suoi compagni, ma certamente non esita a trascinarli con sé nel pericolo, anche quando questo è perfettamente evitabile (vedi “L’incontro con Polifemo” Lib. IX ver. 170-566). Tuttavia è da osservare un particolare: Ulisse non ha mai avuto l’occasione di salvare i suoi compagni da una situazione pericolosa ormai compiuta, nella quale lui stesso non sia coinvolto. Fino a ora infatti, Ulisse si è sempre trovato involontariamente nei guai, in situazioni che la sua sete di conoscenza e la sua vocazione di esploratore lo hanno spinto a affrontare. In ognuna di queste situazioni di pericolo, Ulisse ha portato per primo sé stesso, trascinando poi alcuni compagni.
Il caso della maga Circe è però radicalmente diverso, questa volta, sono i compagni, ad essersi cacciati nei guai durante una spedizione di ricognizione sull’isola, e non sarebbe stato decoroso per un eroe quale Ulisse, lasciare i propri uomini in balia di una maga, quando fosse stato ancora possibile salvarli.
La figura di Ulisse esprime sempre e comunque qualità positive: coraggio e voglia di conoscere davanti all’ignoto, freddezza e astuzia davanti al pericolo immediato e, in fine, in questo episodio, senso del dovere nei confronti dei compagni. Così si spiega quindi questa frase di Ulisse: “...io però vado, è per me un duro dovere.” egli dimostra così di essere coraggioso e scaltro non solo quando si tratta della propria vita ma di essere anche un bravo condottiero che si preoccupa della salvezza dei suoi uomini. Ulisse sa che ora che i compagni sono in pericolo, è un suo dovere salvarli. Tuttavia non appena si presenterà l’occasione di esplorare una nuova terra o conoscere nuove genti non esiterà a esporre con sé anche i suoi uomini a nuovi e tremendi pericoli, né si parla nel poema, per queste azioni, di un qualche segno del rimorso di Ulisse. E’ una concezione del soccorso e soprattutto del comando un lontana dalle nostre e quindi anche un po’ difficile da comprendere.
2) Come si può spiegare l’intervento di Ermes che aiuta Ulisse ? Senza questo intervento Ulisse si sarebbe salvato ?
L’episodio di Circe è immerso in una atmosfera fiabesca e riprende le tradizioni di secoli di narrazione orale di favole con al centro maghe e incantesimi. In questo brano, Ermes ha la stessa funzione che avrebbe svolto il cosiddetto “aiutante” in una fiaba. Ulisse non sarebbe mai riuscito nella sua impresa senza l’aiuto di Ermes, che lo fornisce delle erbe adeguate per resistere agli incantesimi di Circe. Qui la figura di Ermes ha ben poco di divino, è chiamato Ermes, ma potrebbe essere stato qualunque altro essere soprannaturale e la trama non sarebbe cambiata. Mentre quando Ermes scenderà dall’Olimpo per parlare con Calipso avrà prima consultato gli altri déi e agirà per volere di Zeus, in questo episodio troviamo un Ermes molto “irreale” molto poco definito. Non è tipico degli déi nei poemi Omerici e nell’Odissea apparire d’improvviso, apparentemente senza una ragione, per aiutare un personaggio o un eroe. Qui la figura di Ermes è quindi un espediente narrativo per far sì che Ulisse riesca a superare la sua “prova”. Non possiamo però fare a meno di notare una grande differenza di stile tra l’Ulisse che attribuisce, sì, le proprie vittorie al favore degli déi ma in sostanza se la cava con la propria astuzia e questo Ulisse, un po’ più fiabesco, che sarebbe finito richiuso in un porcile, o peggio, se non avesse ricevuto un aiuto privilegiato dal cielo.
3) L’importanza del giuramento nell’antichità e oggi.
E’ chiaro che l’importanza del giuramento nell’antichità doveva essere fortissima. Almeno mille volte più forte e sentita di quanto non lo sia ora. Ulisse affida praticamente alla parola di Circe la sua stessa vita, sicuro, che una volta giurato, ella non oserà farle del male. Così come questo, o forse anche di entità maggiore, troviamo nella letteratura antica centinaia di esempi che ci testimoniano l’importanza della pratica del giuramento nell’antichità. I garanti del giuramento sono sempre gli déi “...che sempre tutto vedono...” come di solito rammenta colui che propone il giuramento e che dovevano essere davvero dei garanti infallibili e severi nelle pene ai trasgressori se era ritenuta, anche in culture molto diverse da quella greca (gli Ittiti per esempio), tanto pericolosa e funesta la trasgressione di un patto strinto. Oggigiorno del giuramento antico ci è rimasto il simbolo: nei tribunali, tra i soldati delle forze armate, nelle cariche pubbliche, ma naturalmente si tratta solo di un simbolo, nessuno infatti oggi si sognerebbe mai di lasciare la porta della cella aperta a un assassino che ha giurato di non scappare.
4) Che cos’è la magia ?
La magia, le cose “magiche”, sono tutta quella serie di aspetti del mondo della natura che per millenni l’uomo non è stato in grado di spiegare. Un semplice “Non lo so” non poteva bastare all’uomo e alla sua caparbia sete di conoscenze e allora si è dovuto ripiegare su spiegazioni fantastiche di pratiche e realtà soprannaturali. Nell’uomo è sempre stato radicatissimo il desiderio di capire tutta la natura che lo circonda, quando ciò non gli è stato possibile prima si è sforzato, poi si è costruito teorie sballate, poi si è arrabbiato e quindi ha esiliato l’oggetto del suo dubbio dal mondo della natura e lo ha confinato in quello del soprannaturale. La magia non è altro un grande contenitore nel quale l’uomo ha gettato tutto quello che di terreno non riusciva a capire e quindi a dominare. Le forze della natura, inspiegabili, insondabili volontà che condizionavano la sua vita, hanno sempre rappresentato per l’uomo una grande sfida: controllarle avrebbe voluto dire molto, con la magia,l’uomo ha disperatamente tentato per secoli questa impresa.
Testo di riferimento: Libro decimo dell’Odissea
LIBRO DECIMO
Giungemmo nell'Eolia, ove il diletto
Agl'immortali dèi d'Ippota figlio,
Eolo, abitava in isola natante,
Cui tutta un muro d'infrangibil rame
E una liscia circonda eccelsa rupe.
Dodici, sei d'un sesso e sei dell'altro,
Gli nacquer figli in casa; ed ei congiunse
Per nodo marital suore e fratelli,
Che avean degli anni il più bel fior sul volto.
Costoro ciascun dì siedon tra il padre
Caro e l'augusta madre, ad una mensa
Di varie carca dilicate dapi.
Tutto il palagio, finché il giorno splende,
Spira fragranze, e d'armonie risuona;
Poi, caduta su l'isola la notte,
Chiudono al sonno le bramose ciglia
In traforati e attappezzati letti
Con le donne pudìche i fidi sposi.
Questo il paese fu, questo il superbo
Tetto, in cui me per un intero mese
Co' modi più gentili Eolo trattava.
Di molte cose mi chiedea: di Troia,
Del navile de' Greci, e del ritorno;
E il tutto io gli narrai di punto in punto.
Ma come, giunta del partir mio l'ora,
Parole io mossi ad impetrar licenza,
Ei, non che dissentir, del mio vïaggio
Pensier si tolse e cura, e della pelle
Di bue novenne appresentommi un otre,
Che imprigionava i tempestosi venti:
Poiché de' venti dispensier supremo
Fu da Giove nomato; ed a sua voglia
Stringer lor puote, o rallentare il freno.
L'otre nel fondo del naviglio avvinse
Con funicella lucida d'argento,
Che non ne uscisse la più picciol'aura;
E sol tenne di fuori un opportuno
Zefiro, cui le navi e i naviganti
Diede a spinger su l'onda. Eccelso dono,
Che la nostra follìa volse in disastro!
Nove dì senza posa, e tante notti
Veleggiavamo; e già venìaci incontro
Nel decimo la patria, e omai vicini
Quei vedevam che raccendeano i fochi:
Quando me stanco, perch'io regger volli
Della nave il timon, né in mano altrui,
Onde il corso affrettar, lasciarlo mai,
Sorprese il sonno. I miei compagni intanto
Favellavan tra loro, e fean pensiero
Che argento ed oro alle mie case, doni
Del generoso Ippòtade, io recassi.
"Numi!" come di sé, "dicea taluno
Rivolto al suo vicin, "tutti innamora
Costui, dovunque navigando arriva!
Molti da Troia dispogliata arredi
Riporta belli e preziosi; e noi,
Che le vie stesse misurammo, a casa
Torniam con le man vote. Inoltre questi
L'Ippòtade gli diè pegni d'amore.
Orsù, veggiam quanto in suo grembo asconda
D'oro e d'argento la bovina pelle".
Così prevalse il mal consiglio. L'otre
Fu preso e sciolto; e immantinente tutti
Con furia ne scoppiâr gli agili venti.
La subitana orribile procella
Li rapìa dalla patria e li portava
Sospirosi nell'alto. Io, cui l'infausto
Sonno si ruppe, rivolgea nell'alma,
Se di poppa dovessi in mar lanciarmi,
O soffrir muto, e rimaner tra i vivi.
Soffrii, rimasi: ma, coverto il capo,
Giù nel fondo io giacea, mentre le navi,
Che i compagni di lutto empieano indarno,
Ricacciava in Eolia il fiero turbo.
Scendemmo a terra, acqua attignemmo e a mensa
Presso le navi ci adagiammo. Estinta
Del cibarsi e del ber l'innata voglia,
Io con un de' compagni, e con l'araldo
M'inviai d'Eolo alla magion superba;
E tra la dolce sposa e i figli cari
Banchettante il trovai. Sul limitare
Sedevam della porta. Alto stupore
Mostrâro i figli, e con parole alate:
"Ulisse", mi dicean, "come venìstu?
Qual t'assalì dèmone avverso? Certo
Cosa non fu da noi lasciata indietro,
Perché alla patria e al tuo palagio, e ovunque
Ti talentasse più, salvo giungessi".
Ed io con petto d'amarezza colmo:
"Tristi compagni, e un sonno infausto a tale
Condotto m'hanno. Or voi sanate, amici,
Ché il potete, tal piaga". In questa guisa
Le anime loro io raddolcir tentai.
Quelli ammutiro. Ma il crucciato padre:
"Via", rispose, "da questa isola, e tosto,
O degli uomini tutti il più malvagio:
Ché a me né accôr, né rimandar con doni
Lice un mortal che degli eterni è in ira.
Via, poiché l'odio lor qua ti condusse".
Così Eolo sbandìa me dal suo tetto,
Che de' gemiti miei tutto sonava.
Mesti di nuovo prendevam dell'alto:
Ma si stancavan di lottar con l'onda,
Remigando, i compagni, e del ritorno
Morìa la speme ne' dogliosi petti.
Sei dì navigavamo, e notti sei;
E col settimo sol della sublime
Città di Lamo dalle larghe porte,
Di Lestrigonia pervenimmo a vista.
Quivi pastor, che a sera entra col gregge,
Chiama un altro, che fuor con l'armento esce.
Quivi uomo insonne avria doppia mercede.
L'una pascendo i buoi, l'altra le agnelle
Dalla candida lana: sì vicini
Sono il dïurno ed il notturno pasco.
Bello ed ampio n'è il porto; eccelsi scogli
Cerchianlo d'ogni parte, e tra due punte,
Che sporgon fuori e ad incontrar si vanno,
S'apre un'angusta bocca. I miei compagni,
Che nel concavo porto a entrar fûr pronti,
Propinque vi tenean le ondivaganti
Navi, e avvinte tra lor; quando né grande
Vi s'alza mai, né picciola onda, e sempre
Una calma vi appar tacita e bianca.
Io sol rimasi col naviglio fuori,
Che al sasso estremo con intorta fune
Raccomandai: poi, su la rupe asceso,
Quanto si discoprìa, mirava intorno.
Lavor di bue non si scorgea, né d'uomo:
Sol di terra salir vedeasi un fumo.
Scelgo allor due compagni, e con l'araldo
Màndoli a investigar, quali l'ignota
Terra produce abitatori e nutre.
La via diritta seguitâr, per dove
I carri conduceano alla cittade
Dagli alti monti la troncata selva;
E s'abbattero a una real fanciulla,
Del Lestrigone Antìfate alla figlia.
Che del fonte d'Artacia, onde costuma
Il cittadino attignere, in quel punto
Alle pure scendea linfe d'argento.
Le si fêro da presso, e chi del loco
Re fosse, e su qual gente avesse impero,
La domandaro; ed ella pronta l'alto
Loro additò con man tetto del padre.
Tocco ne aveano il limitare appena,
Che femmina trovâr di sì gran mole
Che rassembrava una montagna; e un gelo
Si sentîro d'orror correr pel sangue.
Costei di botto Antifate chiamava
Dalla pubblica piazza, il rinomato
Marito suo, che disegnò lor tosto
Morte barbara e orrenda. Uno afferronne,
Che gli fu cena; gli altri due con fuga
Precipitosa giunsero alle navi.
Di grida la cittade intanto empiea
Antifate. I Lestrìgoni l'udiro,
E accorrean chi da un lato e chi dall'altro,
Forti di braccio, in numero infiniti,
E giganti alla vista. Immense pietre
Così dai monti a fulminar si diêro,
Che d'uomini spiranti e infranti legni
Sorse nel porto un suon tetro e confuso.
Ed alcuni infilzati eran con l'aste,
Quali pesci guizzanti, e alle ferali
Mense future riserbati. Mentre
Tal seguìa strage, io, sguainato il brando
E la fune recisa, a' miei compagni
Dar di forza nel mar co' remi ingiunsi,
Se il fuggir morte premea loro; e quelli
Di tal modo arrancavano, che i gravi
Massi, che piovean d'alto, il mio naviglio
Lietamente schivò: ma gli altri tutti
Colà restâro sfracellati e spersi.
Contenti dello scampo, e in un dogliosi
Per li troppi compagni in sì crudele
Guisa periti, navigammo avanti,
E su l'isola Eèa sorgemmo, dove
Circe, diva terribile, dal crespo
Crine e dal dolce canto, avea soggiorno.
Suora germana del prudente Eeta,
Dal Sole aggiornator nacque, e da Persa,
Dell'antico Oceàn figliuola illustre.
Taciti a terra ci accostammo, entrammo,
Non senza un dio che ci guidasse, il cavo
Porto, e sul lido uscimmo; e qui due giorni
Giacevamo, e due notti, il cor del pari
La stanchezza rodendoci e la doglia.
Come recato ebbe il dì terzo l'alba,
Io, presa l'asta ed il pungente brando,
Rapidamente andai sovra un'altezza,
Se d'uomo io vedessi opra, o voce udissi.
Fermato il piè su la scoscesa cima.
Scôrsi un fumo salir d'infra una selva
Di querce annose, che in un vasto piano
Di Circe alla magion sorgeano intorno.
Entrar disposi senza indugio in via,
E il paese cercar: poi, ripensando,
Al legno invece rivoltar i passi,
Cibo dare ai compagni, e alcuni prima
A esplorare invïar, mi parve il meglio.
Già tra la nave e me poco restava:
Quando ad un de' celesti, in cui pietade
Per quella solitudine io destai,
Grosso ed armato di ramose corna
Drizzare alla mia volta un cervo piacque.
Spinto dal Sole, che il cocea co' raggi,
De' paschi uscìa della foresta, e al fiume
Scendea con labbra sitibonde; ed io
Su la spina lo colsi a mezzo il tergo
Sì che tutto il passò l'asta di rame.
Nella polve cadé, mandando un grido,
E via ne volò l'alma. Accorsi, e, il piede
Pontando in esso, dalla fonda piaga
Trassi il cerro sanguigno, ed il sanguigno
Cerro deposi a terra: indi virgulti
Divelsi e giunchi, attorcigliaili, fune
Sei spanne lunga ne composi, e i morti
Piedi ne strinsi dell'enorme fera.
Al fin sul collo io la mi tolsi, e mossi,
Su la lancia poggiandomi, al naviglio:
Ché mal potuto avrei sovra una sola
Spalla portar così sformata belva.
Presso la nave scaricàila; e ratto
Con soavi parole i miei compagni,
A questo rivolgendomi ed a quello,
Così tentai rïanimare: "Amici,
Prima del nostro dì, d'Aide alle porte
Non calerem, benché ci opprima il duolo.
Su, finché cibo avemo, avem licore,
Non mettiamli in obblìo; né all'importuna
Fame lasciamci consumar di dentro".
Quelli ubbidendo alle mie voci, uscîro
Delle latebre loro, e, in riva al mare,
Che frumento non genera, venuti,
Stupìan del cervo: sì gran corno egli era!
E come sazi del mirarlo fûro,
Ne apparecchiâro non vulgar convito,
Sparse prima di chiara onda le palme.
Così tutto quel dì sino all'occaso
Di carne opìma e di fumoso vino
L'alma riconfortammo: il sol caduto
E comparse le tenebre, nel sonno
Ci seppellimmo al mormorio dell'onde.
Ma sorta del mattin la rosea figlia,
Tutti io raccolsi a parlamento, e dissi:
"Compagni, ad onta di guai tanti, udite.
Qui, d'onde l'austro spiri o l'aquilone,
E in qual parte il Sole alza, in qual dechina,
Noto non è. Pur consultare or vuolsi,
Qual consiglio da noi prender si debba,
Se v'ha un consiglio: di che forte io temo,
Io d'in su alpestre poggio isola vidi
Cinta da molto mar, che bassa giace,
E nel cui mezzo un nereggiante fumo
D'infra un bosco di querce al ciel si volve",
Rompere a questo si sentiro il core,
D'Antìfate membrando e del Ciclope
La ferocia, i misfatti, e le nefande
Della carne dell'uom mense imbandite.
Strida metteano, e discioglieansi in pianto.
Ma del pianto che pro? che delle strida?
Tutti in due schiere uguali io li divisi.
E diedi ad ambo un duce: all'una il saggio
Eurìloco, e me all'altra, indi nel cavo
Rame dell'elmo agitavam le sorti,
Ed Euriloco uscì, che in via si pose
Senza dimora. Ventidue compagni,
Lagrimando, il seguìan; né affatto asciutte
Di noi, che rimanemmo, eran le guance.
Edificata con lucenti pietre
Di Circe ad essi la magion s'offerse,
Che vagheggiava una feconda valle.
Montani lupi e leon falbi, ch'ella
Mansuefatti avea con sue bevande,
Stavano a guardia del palagio eccelso,
Né lor già s'avventavano; ma invece
Lusingando scotean le lunghe code,
E su l'anche s'ergeano. E quale i cani
Blandiscono il signor, che dalla mensa
Si leva, e ghiotti bocconcelli ha in mano;
Tal quelle di forte unghia orride belve
Gli ospiti nuovi, che smarriti al primo
Vederle s'arretraro, ivan blandendo.
Giunti alle porte, la deessa udìro
Dai ben torti capei, Circe, che dentro
Canterellava con leggiadra voce,
Ed un'ampia tessea, lucida, fina,
Maravigliosa, immortal tela, e quale
Della man delle dive uscir può solo.
Pòlite allor, d'uomini capo, e molto
Più caro e in pregio a me, che gli altri tutti
Sciogliea tai detti: "Amici, in queste mura
Soggiorna, io non so ben se donna o diva.
Che tele oprando, del suo dolce canto
Tutta fa risentir la casa intorno.
Voce mandiamo a lei." Disse, e a lei voce
Mandaro; e Circe di là tosto ov'era,
Levossi e aprì le luminose porte,
E ad entrare invitavali. In un groppo
La seguìan tutti incautamente salvo
Eurìloco, che fuor, di qualche inganno
Sospettando, restò. La dea li pose
Sovra splendidi seggi: e lor mescea
Il Pramnio vino con rappreso latte,
Bianca farina e mel recente; e un succo
Giungeavi esizïal, perché con questo
Della patria l'obblìo ciascun bevesse.
Preso e vôtato dai meschini il nappo,
Circe batteali d'una verga, e in vile
Stalla chiudeali: avean di porco testa,
Corpo, sétole, voce; ma lo spirto
Serbavan dentro, qual da prima, intègro.
Così rinchiusi, sospirando, fûro:
Ed ella innanzi a lor del cornio i frutti
Gettava, e della rovere e dell'elce,
De' verri accovacciati usato cibo.
Nunzio verace dell'infausto caso
Venne rapido Euriloco alla nave.
Ma non potea per iterati sforzi
La lingua disnodar: gonfi portava
Di pianto i lumi, e un vïolento duolo
L'alma gli percotea. Noi, figurando
Sventure nel pensier, con maraviglia
L'interrogammo; ed ei l'eccidio al fine
De' compagni narrò: "Nobile Ulisse,
Attraversato delle querce il bosco,
Come tu comandavi, eccoci a fronte
Magion construtta di politi marmi,
Che di mezzo a una valle alto s'ergea.
Tessea di dentro una gran tela, e canto,
Donna o diva, chi 'l sa? stridulo alzava.
Voce mandaro a lei. Levossi e aperse
Le porte e ne invitò. Tutti ad un corpo
Nella magion disavvedutamente
Seguìanla: io no, che sospettai di frode.
Svaniro insieme tutti; e per istarmi
Lungo ch'io feci ad esplorare assiso,
Traccia d'alcun di lor più non m'apparve".
Disse; ed io grande alle mie spalle, e acuta,
Spada, d'argento bullettata, appesi,
Appesi un valid'arco, e ingiunsi a lui,
Che innanzi per la via stessa mi gisse.
Ma Euriloco, i ginocchi ad ambe mani
Stringendomi e piangendo: "Ah! mal mio grado",
Con sùpplici gridò parole alate,
"Lá non guidarmi, o del gran Giove alunno,
Donde, non che altri ricondur, tu stesso
Ritornar non potrai. Fuggiam, fuggiamo
Senza indugio con questi, e la vicina
Parca schiviam, finché schivarla è dato".
"Euriloco", io risposi, "e tu rimanti,
Di carne e vino a riempirti il ventre,
Lungo la nave. Io, cui severa stringe
Necessitate, andrò". Ciò detto, a tergo
La nave negra io mi lasciava e il mare.
Già per le sacre solitarie valli
Della Maga possente all'alta casa
Presso io mi fea, quando Mercurio, il nume
Che arma dell'aureo caduceo la destra,
In forma di garzone, a cui fiorisce
Di lanugine molle il mento appena,
Mi venne incontro, e per la man mi prese,
E: "Misero!" diss'ei con voce amica,
"Perché ignaro de' lochi, e tutto solo,
Muòvi così per queste balze a caso?
Sono in poter di Circe i tuoi compagni,
E li chiudon, quai verri, anguste stalle.
Venìstu forse a riscattarli? Uscito
Dell'immagine tua penso che a terra
Tu ancor cadrai. Se non che trarti io voglio
Fuor d'ogni storpio, e in salvo porti. Prendi
Questo mirabil farmaco, che il tristo
Giorno dal capo tuo storni, e con esso
Trova il tetto di Circe, i cui perversi
Consigli tutti io t'aprirò. Bevanda
Mista, e di succo esizïale infusa,
Colei t'appresterà: ma le sue tazze
Contra il farmaco mio nulla varranno.
Più oltre intendi. Come te la diva
Percosso avrà d'una sua lunga verga,
Tu cava il brando che ti pende al fianco,
E, di ferirla in atto, a lei t'avventa.
Circe, compresa da timor, sue nozze
T'offrirà pronta: non voler tu il letto
Della dea ricusare, acciò ti sciolga
Gli amici, e amica ti si renda. Solo
Di giurarti costringila col grande
Degl'immortali dèi giuro, che nulla
Più non sarà per macchinarti a danno;
Onde, poiché t'avrà l'armi spogliate,
Del cor la forza non ti spogli ancora".
Finito il ragionar l'erba salubre
Porsemi già dal suol per lui divelta,
E la natura divisonne: bruna
N'è la radice; il fior bianco di latte;
Moli i numi la chiamano: resiste
Alla mano mortal, che vuol dal suolo
Staccarla; ai dèi, che tutto ponno, cede.
Detto, dalla boscosa isola il nume
Alle pendici dell'Olimpo ascese;
Ed io vêr Circe andai; ma di pensieri
In gran tempesta m'ondeggiava il core.
Giunto alla diva dalle belle trecce,
La voce alzai dall'atrio. Udimmi, e ratta
Levossi, e aprì le luminose porte,
E m'invitava: io la seguìa non lieto.
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i piè reggea.
Quindi con alma che pensava mali,
La mista preparommi in aureo nappo
Bevanda incantatrice, ed io la presi
Dalla sua mano, e bebbi; e non mi nocque.
Però in quel che la dea me della lunga
Verga percosse, e: "Vanne", disse, "e a terra
Co' tuoi compagni nella stalla giaci",
Tirai dal fianco il brando, e contra lei,
Di trafiggerla in atto, io mi scagliai.
Circe, mandando una gran voce, corse
Rapida sotto il colpo, e le ginocchia
Con le braccia afferrommi, e queste alate
Parole mi drizzò, non senza pianto:
"Chi sei tu? donde sei? la patria dove?
Dove i parenti a te? Stupor m'ingombra,
Che l'incanto bevuto in te non possa,
Quando io non vidi, cui passasse indarno
Per la chiostra de' denti il mio veleno.
Certo un'anima invitta in petto chiudi.
Saréstu forse quel sagace Ulisse,
Che Mercurio a me sempre iva dicendo
Dover d'Ilio venir su negra nave?
Per fermo sei. Nella vagina il brando
Riponi, e sali il letto mio: dal core
D'entrambi ogni sospetto amor bandisca".
"Circe", risposi, "che da me richiedi?
Io cortese vêr te, che in sozze belve
Mi trasformasti gli uomini? Rivolgi
Tacite frodi entro te stessa; ed io
La tua penetrerò stanza secreta,
Onde, poiché m'avrai l'armi spogliate,
Del cor la forza tu mi spogli ancora?
No, se non giuri prima, e con quel grande
Degl'immortali dèi giuro, che nulla
Più non sarai per macchinarmi a danno".
Dissi; e la dea giurò. Di Circe allora
Le belle io salsi maritali piume.
Quattro serviano a lei nel suo palagio
Di quelle Ninfe che dai boschi nate
Sono, o dai fonti liquidi, o dai sacri,
Che devolvonsi al mar, rapidi fiumi.
L'una gittava su i politi seggi
Bei tappeti di porpora, cui sotto
Bei tappeti mettea di bianco lino:
L'altra mense d'argento innanzi ai seggi
Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:
Mescea la terza nell'argentee brocche
Soavissimi vini, e d'auree tazze
Coprìa le mense: ma la quarta il fresco
Fonte recava, e raccendea gran fuoco
Sotto il vasto treppié, che l'onda cape.
Già fervea questa nel cavato bronzo,
E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda
Pel capo mollemente e per le spalle
Spargermi non cessò, ch'io mi sentii
Di vigor nuovo rifiorir le membra.
Lavato ed unto di licor d'oliva,
E di tunica e clamide coverto,
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i piè reggea.
E un'altra ninfa da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Mi versava, e stendeami un liscio desco,
Che di candido pane e di serbate
Dapi a fornir la dispensiera venne:
"Cìbati", mi dicea la veneranda
Dispensiera, ed instava; ed io, d'ogni esca
Schivo, in altri pensieri, e tutti foschi,
Tenea la mente, pur sedendo, infissa.
Circe, ratto che avvidesi ch'io mesto
Non mi curava della mensa punto,
Con queste m'appresso voci sul labbro:
"Perché così, qual chi non ha favella,
Siedi, Ulisse, struggendoti, e vivanda
Non tocchi, né bevanda? In te sospetto
S'annida forse di novello inganno?
Dopo il mio giuramento a torto temi".
Ed io: "Circe, qual mai retto uomo e saggio
Vivanda toccheria prima, o bevanda,
Che i suoi vedesse riscattati e salvi?
Fa' che liberi io scorga i miei compagni,
Se vuoi che della mensa io mi sovvegna".
Circe uscì tosto con in man la verga,
E della stalla gl'infelici trasse,
Che di porci novenni avean l'aspetto.
Tutti le stavan di rincontro; e Circe,
D'uno all'altro passando, un prezïoso
Sovra lor distendea benigno unguento.
Gli odiati peli, che la tazza infesta
Produsse, a terra dalle membra loro
Cadevano; e ciascun più che non era,
Grande apparve di corpo, e assai più fresco
D'etade in faccia, e di beltà più adorno.
Mi ravvisò ciascuno, ed afferrommi
La destra; e un così tenero e sì forte
Compianto si levò, che la magione
Ne risonava orrendamente, e punta
Sentìasi di pietà la stessa Maga.
Ella, standomi al fianco: "O sovrumano
Di Laerte figliuol, provvido Ulisse,
Corri", diceami, "alla tua nave, e in secco
La tira, e cela nelle cave grotte
Le ricchezze e gli arnesi: indi a me torna.
E i diletti compagni adduci teco".
M'entrò il suo dir nell'alma. Al lido io corsi,
E i compagni trovai, che appo la nave
Di lagrime nutrìansi e di sospiri.
Come, se riedon le satolle vacche
Dai verdi prati al rusticale albergo,
I vitelli saltellano, e alle madri,
Che più serraglio non ritienli o chiostra,
Con frequente muggir corrono intorno:
Così con pianto a me, vistomi appena,
Intorno s'aggiravano i compagni,
E quei mostravan su la faccia segni,
Che vi si scorgerìan, se il dolce nido,
Dove nacquero e crebbero, se l'aspra
Itaca avesser tocca: "O", lagrimando
Dicean, "di Giove alunno, una tal gioia
Sarebbe a stento in noi, se ci accogliesse
D'Itaca il porto. Ma, su via, l'acerbo
Fato degli altri raccontar ti piaccia".
Ed io con dolce favellar: "La nave
Si tiri in secco, e nelle cave grotte
Le ricchezze si celino e gli arnesi.
Poi seguitemi in fretta; ed i compagni
Nel tetto sacro dell'illustre Circe
Vedrete assisi ad una mensa, in cui
Di là d'ogni desio la copia regna".
Pronti obbediro. Ripugnava Euriloco
Solo, ed or questo m'arrestava, or quello,
Gridando: "Sventurati, ove ne andiamo?
Qual mai vi punge del disastro sete,
Che discendiate alla maliarda, e vôlti
Siate in leoni, in lupi, o in sozzi verri,
Il suo palagio a custodir dannati?
L'ospizio avrete del Ciclope, quando
Calâro i nostri nella grotta, e questo
Prode Ulisse guidavali, di cui
Morte ai miseri fu lo stolto ardire".
Così Euriloco; ed io la lunga spada
Cavar pensai della vagina, e il capo
Dal busto ai piè sbalzargli in su la polve,
Benché vincol di sangue a me l'unisse.
Ma tutti quinci riteneanmi, e quindi
Con favella gentil: "Di Giove alunno,
Costui sul lido, se ti piace in guardia
Della nave rimangasi, e alla sacra
Magion noi guida". Detto ciò, dal mare
Meco venìan, né restò quegli indietro:
Tanto della minaccia ebbe spavento.
Cura prendeasi Circe in questo mezzo
Degli altri, che lavati, unti, e di buone
Tuniche cinti e di bei manti fûro.
Seduti a mensa li trovammo. Come
Si sguardâro l'un l'altro, e sul passato
Con la mente tornâro, in pianti e in grida
Davano; e ne gemean pareti e volte.
M'appressò allora, e mi parlò in tal guisa
L'inclita tra le dive: "O di Laerte
Gran prole, o ricco di consigli Ulisse,
Modo al dirotto lagrimar si ponga.
Noto è a me pur, quanti nel mar pescoso
Duraste affanni, e so le crude offese
Che vi recâro in terra uomini ostili.
Su via, gioite omai, finché nel petto
Vi rinasca l'ardir, ch'era in voi, quando
Itaca alpestre abbandonaste in prima.
Bassi or gli spirti avete, e freddo il sangue,
Per la memoria de' vïaggi amari
Nelle menti ancor viva, e l'allegrezza
Disimparaste tra cotanti guai".
Agevolmente ci arrendemmo. Quindi
Pel continuo rotar d'un anno intero
Giorno non ispuntò, che a lauta mensa
Me non vedesse e i miei compagni in festa.
Ma rivolto già l'anno, e le stagioni
Tornate in sé col varïar de' mesi,
Ed il cerchio dei dì molti compiuto,
I compagni, traendomi in disparte:
"Infelice!" mi dissero, "del caro
Cielo nativo e delle avite mura
Non ti rammenterai, se vuole il fato
Che in vita tu rimanga, e le rivegga?"
Sano avviso mi parve. Il sol caduto,
E coverta di tenebre la terra,
Quei si corcâro per le stanze; ed io,
Salito il letto a maraviglia bello
Di Circe, supplichevoli drizzai
Alla dea, che m'udì, queste parole:
"Attiemmi, o Circe, le impromesse, e al caro
Rendimi natìo ciel, cui sempre vola,
Non pure il mio, ma de' compagni il core,
De' compagni, che stanno a me d'intorno,
Sempre che tu da me t'apparti, e tutta
Con le lagrime lor mi struggon l'alma".
"O di Laerte sovrumana prole",
La dea rispose, "ritenervi a forza
Io più oltre non vo'. Ma un'altra via
Correre in prima è d'uopo: è d'uopo i foschi
Di Pluto e di Proserpina soggiorni
Vedere in prima, e interrogar lo spirto
Del teban vate, che, degli occhi cieco,
Puro conserva della mente il lume;
Di Tiresia, cui sol diè Proserpina
Tutto portar tra i morti il senno antico.
Gli altri non son che vani spettri ed ombre".
Rompere il core io mi sentìi. Piagnea,
Su le piume giacendomi, né i raggi
Volea del Sol più rimirare. Al fine,
Poiché del pianger mio, del mio voltarmi
Su le piume io fui sazio: "Or qual", ripresi,
"Di tal vïaggio sarà il duce? All'Orco
Nessun giunse finor su negra nave".
"Per difetto di guida", ella rispose
Non t'annoiar. L'albero alzato, e aperte
Le tue candide vele, in su la poppa
T'assidi, e spingerà Borea la nave.
Come varcato l'Oceàno avrai,
Ti appariranno i bassi lidi, e il folto
Di pioppi eccelsi e d'infecondi salci
Bosco di Proserpìna: e a quella piaggia,
Che l'Oceán gorghiprofondo batte,
Ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.
Rupe ivi s'alza, presso cui due fiumi
S'urtan tra lor rumoreggiando, e uniti
Nell'Acheronte cadono: Cocito,
Ramo di Stige, e Piriflegetonte.
Appréssati alla rupe, ed una fossa,
Che un cubito si stenda in lungo e in largo,
Scava, o prode, tu stesso; e mel con vino,
Indi vin puro e limpidissim'onda
Vèrsavi, a onor de' trapassati, intorno,
E di bianche farine il tutto aspergi.
Poi degli estinti prega i frali e vôti
Capi, e prometti lor che nel tuo tetto
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore
Lor sagrificherai, di doni il rogo
Riempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerai nerissimo arïete,
Che della greggia tua pasca il più bello.
Compiute ai mani le preghiere, uccidi
Pecora bruna, ed un monton, che all'Orco
Volgan la fronte: ma converso tieni
Del fiume alla corrente in quella il viso.
Molte Ombre accorreranno. A' tuoi compagni
Le già sgozzate vittime e scoiate
Mettere allor sovra la fiamma, e ai numi,
Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina drizzar voti comanda.
E tu col brando sguainato siedi,
Né consentir, che anzi che parli al vate,
I mani al sangue accostinsi. Repente
Il profeta verrà, duce di genti,
Che sul vïaggio tuo, sul tuo ritorno
Pel mar pescoso alle natìe contrade
Ti darà, quanto basta, indizio e lume".
Così la diva; e d'in su l'aureo trono
L'Aurora comparì. Tunica e manto
Circe stessa vestimmi; a sé ravvolse
Bella, candida, fina ed ampia gonna;
Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un vago
Su i ben torti capei velo s'impose.
Ma io, passando d'una in altra stanza,
Confortava i compagni, e ad uno ad uno
Con molli detti gli abbordava: "Tempo
Non è più da sfiorare i dolci sonni.
Partiamo, e tosto. Il mi consiglia Circe".
Si levâro, e obbedîro. Ahi che né quinci
Mi si concesse ricondurli tutti!
Un Elpénore v'era, il qual d'etate
Dopo gli altri venìa, poco nell'armi
Forte, né troppo della mente accorto.
Caldo del buon licore, onde irrigossi,
Si divise dagli altri, ed al palagio
Mi si corcò, per rinfrescarsi, in cima.
Udìto il suon della partenza, e il moto,
Riscossesi ad un tratto, e, per la lunga
Scala di dietro scendere obblïando.
Mosse di punta sovra il tetto, e cadde
Precipite dall'alto: il collo ai nodi
Gli s'infranse, e volò l'anima a Dite.
Ragunatisi i miei: "Forse", io lor dissi,
"Alle patrie contrade andar credete.
Ma un altro pria la venerabil diva
Ci destinò cammin, che ai foschi regni
Di Pluto e di Proserpina conduce,
Per quivi interrogar del rinomato
Teban Tiresia l'indovino spirto".
Duol mortale gli assalse a questi detti.
Piangeano, e fermi rimanean lì lì,
E la chioma stracciavansi: ma indarno
Lo strazio della chioma era, ed il pianto.
Mentre al mar tristi tendevamo, e spesse
Lagrime spargevam, Circe, che in via
Pur s'era posta, alla veloce nave
Legò la bruna pecora e il montone.
Ci oltrepassò, che non ce ne avvedemmo,
Con piè leggiero. Chi potrìa de' numi
Scorgere alcun che qua o là si mova
Quando dall'occhio uman voglion celarsi?
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
CONTRO ERATOSTENE, CHE ERA UNO DEI TRENTA,
ORAZIONE CHE PRONUNCIÒ LO STESSO LISIA
1 Mi sembra difficile, o giudici, non l’iniziare l’accusa, ma smettere di parlare: da essi sono stati compiuti misfatti tali per enormità e tanti di numero cosicché, vuoi che menta, non potrebbe formulare accuse più gravi di quelle che vi presento io, vuoi che voglia, non potrebbe dire completamente la verità, ma è necessario che l’accusatore si stanchi oppure il tempo a disposizione finisca. 2 Mi sembra che noi subiremo il contrario rispetto a ciò che accadeva nei tempi prima d’ora. Infatti prima bisognava che coloro che erano accusatori fornissero prove dell’odio che esisteva nei confronti degli accusati; ora, invece, è necessario investigare presso gli accusati quale odio avessero contro la città, a causa del quale ebbero il coraggio di commettere tali crimini contro di lei. Non dico certo che non si adirerà perché non ha rancori e offese privati, ma perché ne hanno tutti una gran quantità 3 a causa di offese private o pubbliche.
Perciò io, o giudici, sebbene non abbia mai condotto cause mie o altrui, ora mi trovo obbligato dalle vicende accadute ad accusare costui, cosicché spesso mi sono trovato nell’inquietezza di non condurre, per l’inesperienza, in modo giusto e da incapace l’accusa in difesa di mio fratello e in mia difesa: ugualmente, tenterò di spiegarvi dall’inizio, cercando di essere il più breve possibile.
4 Mio padre Cefalo fu convinto da Pericle a venire ad abitare in questa regione, vi abitò per trent’anni e mai né noi né lui citammo in giudizio o fummo citati, 5 ma vivevamo retti da governo democratico così che non commettemmo mancanze nei confronti degli altri, né venimmo offesi da altri. Dopo che i Trenta, che erano dei poveracci e dei sicofanti, salirono al potere, affermando che era necessario rendere la città libera dai malvagi e che gli altri cittadini si dedicassero alla virtù e alla giustizia e, sebbene dicessero queste cose, non osavano praticarle, come io, avendo parlato prima delle mie e delle vostre vicende cercherò di farvi ricordare.
6 Infatti Teognide e Pisone dicevano, al consiglio dei Trenta, riguardo ai meteci, che alcuni erano malcontenti del modo di governare; sembrava dunque essere un validissimo pretesto per punirli, di fatto per arricchirsi: la città era completamente in miseria, 7 il governo, poi, aveva bisogno di denaro. E convincevano gli ascoltatori senza difficoltà: infatti non tenevano in nessun conto uccidere gli uomini, ma tenevano in gran conto impadronirsi delle ricchezze. Dunque, sembrò loro giusto radunarne dieci, tra questi (anche) due poveracci, per ottenere di fronte agli altri una giustificazione, che queste azioni erano state compiute non per i soldi, ma erano avvenute poiché erano utili allo Stato, come se avessero compiuto qualche altra azione ragionevolmente. Procedevano ad assegnarsi le case: 8 presero anche me mentre avevo a pranzo degli ospiti e, dopo che li ebbero cacciati via, mi consegnarono a Pisone; gli altri, invece, giunti alla fucina, annotavano il numero degli schiavi. Io chiesi a Pisone se mi avrebbe lasciato andare dietro una somma di denaro: quello rispose che lo avrebbe fatto se la somma fosse stata elevata. 9 Gli risposi che ero disposto a dargli un talento d’argento: quello convenne che avrebbe agito così. Sapevo che non crede né negli dei né negli uomini ma, in base alle circostanze, mi sembrava che fosse necessario 10 ottenere da lui una promessa. Dopo che mi promise, invocando su di sé e tutti gli altri estrema rovina, che se avesse ricevuto il talento, mi avrebbe lasciato, recatomi in camera, apro il forziere; Pisone, accortosene, giunge e, veduto ciò che c’era dentro, chiama 11 due suoi gregari e ordinò di prelevare ciò che c’era nel forziere.
Poiché non prese quanto era stato pattuito, o giudici, ma tre talenti d’argento e quattrocento stateri ciziceni e cento dareici e quattro coppe d’argento, gli chiedevo di concedermi il necessario per il viaggio; 12 quello rispondeva che mi bastava se mi avesse lasciato il mio corpo. Per caso viene incontro a me e Pisone, che uscivamo, Melobio e Mnesitide, che uscivano dalla fucina, e ci trovano proprio sulla porta e ci chiedono dove andassimo; Pisone rispose loro che si recava a casa di mio fratello per controllare il contenuto di quella casa. Perciò lo lasciavano andare; io, invece, andai con loro da Damnippo. 13 Pisone, poi, avvicinatomisi, mi raccomandò di tacere e di stare di buon animo, dicendomi che sarebbe venuto là anche lui.
Là trovammo Teognide che fa la guardia ad altri: e, dopo avermi consegnato a lui, di nuovo se ne andavano. A me, che mi trovavo in quella situazione, sembrava meglio correre il rischio, poiché il morire era ormai certo. 14 Chiamato Damnippo, gli dico queste parole: “Sei, per caso, mio amico; sono venuto a casa tua, non sono colpevole per nulla, vengo ammazzato per le mie ricchezze. Tu, dunque, offri a me, che subisco tali torti, la tua forza per la mia salvezza”. Quello promise che l’avrebbe fatto. Gli sembrava che fosse meglio far presente il fatto a Teognide: infatti pensava che avrebbe fatto tutto, se qualcuno gli avesse dato del denaro.
15 Mentre quello parlava con Teognide (poiché ero, per caso, pratico della casa e mi sembrava che avesse due ingressi) mi sembrò opportuno cercare di salvarmi per quel passaggio pensando che, qualora mi fossi nascosto, mi sarei salvato, qualora, invece, fossi stato preso, pensavo che, se Teognide fosse stato convinto da Damnippo ad accettare denaro, nondimeno mi sarei salvato, se non lo fosse stato, sarei ugualmente morto. 16 Pensate queste cose, fuggii, mentre quelli facevano la guardia alla porta d’ingresso; sebbene fossero tre le porte che io dovevo varcare, erano tutte, per caso, aperte. Giunto dall’armatore Archeneo, lo invio nella città alta per informarmi circa mio fratello Polemarco; quando fu tornato, mi riferì che Eratostene, arrestatolo per strada, l’aveva tradotto in carcere. 17 E io, informato di tale vicenda, la notte seguente feci vela per Megara. A Polemarco, invece, i Trenta imposero di bere la cicuta prima di notificargli il reato per il quale stava per morire. Così, fu tanto lontano dall’essere giudicato e dal potersi difendere. 18 E dopo ne venne trasportato fuori morto; sebbene avessimo tre case, non permisero di trasportarlo fuori da alcuna ma, affittata una topaia, ve lo deposero. E sebbene possedesse molte vesti, non ne richiesero alcuna per la sepoltura ma, degli amici, uno procurò una veste, un altro un guanciale, un altro, infine, ciò che si trovava per la sua sepoltura. 19 E sebbene si prendessero settecento scudi dei nostri e tanto argento e oro e bronzo e gioielli e vesti femminili quante mai avrebbero pensato di procurarsi, e centoventi schiavi, di cui si presero i migliori, i restanti li inviarono al Tesoro Pubblico, giunsero a tale avarizia e avidità e misero in mostra la loro indole: infatti Melobio, non appena entrò in casa, strappò dalle orecchie della moglie di Polemarco gli orecchini d’oro che portava. 20 E non ottenemmo da loro pietà nemmeno circa una piccolissima parte delle ricchezze, ma infierivano su di noi a causa delle ricchezze, così come avrebbero fatto altri sdegnati per grandi offese, sebbene non fossimo meritevoli di ciò da parte della città, ma avessimo sostenuto tutte le coregie, versato molti tributi, sebbene ci fossimo dimostrati obbedienti alle leggi e avessimo eseguito tutto ciò che ci venne ordinato, non ci fossimo inimicati nessuno, avessimo riscattato molti Ateniesi dai nemici: hanno ritenuti meritevoli di tali trattamenti noi che, come meteci, ci eravamo comportati in modo diverso da loro come cittadini. 21 Infatti essi hanno cacciato molti cittadini in mezzo ai nemici, hanno lasciato insepolti molti, dopo averli ammazzati, hanno privato molti, che erano in pieno possesso dei loro diritti, dei diritti, hanno impedito che le figlie di molti, che stavano per farlo, si sposassero. 22 E sono giunti a tal punto di audacia da essere venuti qui a difendersi, da dire di non aver compiuto niente di male o di turpe. Io vorrei che dicesse la verità; 23 infatti una parte non minima di questa fortuna toccherebbe anche a me. Ora, invece, risultano tali azioni compiute da loro per la città e per me: Eratostene ha ucciso, come ho detto anche prima, mio fratello, sebbene non fosse stato offeso da lui privatamente e non l’avesse visto danneggiare la città, ma che si sottometteva senza reagire alla sua violenza.
24 Io voglio che lui, una volta salito sulla tribuna, parli, giudici. Infatti ho quest’opinione: ritengo che sarebbe empio parlare, a suo vantaggio, di lui con un altro, ma che sarebbe sacro e pio fare ciò per suo danno proprio con lui. Sali, dunque, e rispondi a ciò che ti chiederò.
25 Hai arrestato Polemarco o no?
Ho eseguito gli ordini degli arconti per timore.
C’eri anche tu nella sala del Consiglio, quando si discorreva di noi?
Sì.
Eri d’accordo con quelli che volevano ucciderci o ti sei opposto?
Mi sono opposto.
Perché morissimo?
Affinché non moriste.
Pensando che subissimo un’ingiustizia o una cosa giusta?
Un’ingiustizia.
26 Dunque tu, miserabile tra tutti, da un lato ti opponevi per salvarci, dall’altro, invece, ci arrestavi per farci ammazzare? E quando la maggioranza di voi aveva in proprio potere la nostra salvezza, dici di esserti opposto a chi voleva farci morire, mentre quando era solo in tuo potere salvare Polemarco oppure no, lo hai trascinato in carcere? Dunque, come dici, per l’esserti opposto pur non avendo ottenuto nulla, ritieni giusto essere considerato una persona onesta, ma per averlo arrestato e fatto uccidere, non pensi di dover rendere conto a me e a costoro?
27 Eppure, no conviene credergli neppure circa ciò, cioè che gli fu dato tale ordine se, dicendo di essersi opposto, afferma il vero. Infatti, di certo, non avrebbero avuto fiducia in lui nella questione dei meteci. A chi, quindi, era meno logico che fossero impartiti ordini che a colui che si era opposto e aveva rivelato il proprio pensiero? Infatti era meno logico che uno eseguisse gli ordini che colui che si era opposto a quelle cose 28 che essi volevano che fossero fatte? Mi sembra che, per gli altri Ateniesi, sia una scusa sufficiente per addossare la colpa delle vicende accadute ai Trenta: qualora gli stessi Trenta rigettino la colpa su loro stessi, come è possibile che voi accettiate una scusa simile? 29 Se, infatti, ci fosse stato, in città, un potere superiore a quello dal quale, a lui, fosse stato ordinato di uccidere ingiustamente degli uomini, forse potreste perdonarlo a ragione; ora, invece, vi prenderete vendetta su qualcuno, se sarà lecito che i Trenta dicano che eseguivano ordini impartiti dai Trenta? 30 E, inoltre, pur essendo possibile sia di salvarlo che di rispettare le decisioni prese da loro, dopo averlo arrestate, lo mise a morte. Voi vi adirate con tutti, quanti entrarono nelle vostre case per fare ricerca o di voi o di qualcuno dei vostri familiari.
31 Eppure, se bisogna compatire coloro che rovinarono altri per la propria salvezza, potreste compatirli più giustamente: infatti era rischioso, per quelli che erano stati mandati, non andare e per quelli che avevano trovato le persone, negare di averle trovate. Per Eratostene era possibile dire che non l’aveva incontrato, oppure che non l’aveva visto: infatti queste affermazioni non richiedevano né dimostrazione né prova, cosicché non era possibile che egli fosse confutato neppure dagli avversari che ne avevano intenzione. 32 Era necessario che tu, o Eratostene, se davvero eri onesto, avvertissi coloro che stavano per morire ingiustamente molto di più che catturare quello che, contro giustizia, sarebbero stati mandati a morte. Ora sono evidenti le azioni compiute da te, non come a chi si affligge ma come da chi gioisce dell’accaduto, 33 cosicché bisogna che costoro votino in base alle azioni più che in base ai discorsi, prendendo come testimonianze di ciò che allora si disse nel consiglio dei Trenta quei fatti che sanno essere accaduti, poiché non è possibile presentare testimoni circa quei discorsi. Infatti non solo era possibile essere presenti, ma nemmeno restare nelle proprie case, cosicché è in loro potere, 34 dopo aver procurato tutti questi danni alla città, mettersi in buona luce. Tuttavia non ti contesto questo ma, se vuoi, convengo con te che ti opponesti. Mi meraviglio pensando a cosa avresti fatto se fossi stato d’accordo, dal momento che, dicendo di opporti, hai ammazzato Polemarco. Orbene, che fareste se ci fossero i vostri fratelli e anche voi qui? Lo assolvereste? Bisogna, infatti, o giudici, dimostrare, circa Eratostene, delle due cose l’una, o che non lo uccise, o che lo fece in modo giusto. Egli ha ammesso di averlo arrestato contrariamente alla legge, cosicché vi ha reso più facile la sentenza nei suoi stessi confronti.
35 Inoltre molti dei cittadini e dei forestieri sono giunti per sapere quale sentenza pronuncerete. Di questi, quelli che sono vostri concittadini se ne andranno avendo compreso che o pagheranno il fio delle colpe commesse, oppure, riuscendo nelle loro brame, saranno tiranni della città e che, subendo un insuccesso, avranno uguaglianza di diritti con voi; quanti sono giunti qui in città come forestieri, sapranno se bandiscono i Trenta dalla città giustamente o ingiustamente. Se, infatti, quegli stessi che subiscono persecuzioni, pur avendoli in pugno, li lasceranno andare, senza dubbio giudicheranno se stessi troppo zelanti stando in guardia con voi. 36 Dunque, non è strano se gli strateghi che vincevano in battagli navale, che una volta dicevano che, a causa della tempesta, non erano stati capaci di raccogliere i cadaveri dal mare, li puniste con la morte, pensando che bisognasse punirli in onore al valore dei caduti, questi invece, che sono privati cittadini, per quanto da loro dipese fecero sì che fossero vinti in battaglia navale, dopo che giunsero al potere, volontariamente ammettono di aver ucciso molti cittadini senza un regolare processo, non bisogna forse che siano da noi puniti loro personalmente e i loro figli con la pena massima? 37 Dunque, io, o giudici, riterrei che queste accuse siano sufficienti: infatti io credo che si debba accusarlo fino al punto che si dimostri che sono state compiute dall’imputato azioni degne di morte. Infatti possiamo infliggere loro questa pena, al massimo. Sicché non so per qual ragione si debba rivolgere molte accuse a tali uomini che, se dovessero morire due volte per ciascuno dei delitti compiuti, potrebbero ricevere una pena sufficiente. 38 Infatti non gli conviene fare ciò che, in questa città, è divenuto consueto, cioè di non difendersi di fronte alle accuse, ma di ingannarci dicendo cose estranee alla causa in sua difesa, tentando di dimostrarci che sono validi strateghi, oppure che catturarono molte navi nemiche col grado di trierarchi, oppure che resero alleate città che erano a voi ostili: 39 chiedetegli, invece, di dirvi in che modo uccisero tanti nemici quanti cittadini, dove catturarono tante navi quante ne consegnarono a tradimento, oppure quale città acquistarono quale è la vostra che asservirono a sé. 40 Ma, evidentemente, tolsero tante armi ai nemici quante tolsero a voi, espugnarono tante mura, quante difendevano la loro stessa patria; essi che smantellarono le piazzeforti e difesa dell’Attica e tentavano di dimostrarvi che non demolirono il Pireo dietro ordine degli Spartani, ma perché pensavano di poter consolidare il loro potere. 41 Spesso, dunque, mi sono stupito dell’audacia di coloro che lo difendono, eccetto quando considero che è proprio di gente di tal fatta compiere tutte le azioni malvagie possibili in prima persona e lodare i loro simili. 42 Infatti non ha agito contro il nostro popolo ora per la prima volta, ma anche sotto il governo dei Quattrocento, tentando di stabilire l’oligarchia mentre era nell’esercito, fuggì dall’Ellesponto, sebbene trierarca, dopo aver abbandonato la nave, con Iatrocle e altri, di cui non ho bisogno nemmeno di dire i nomi. Giunto qui, agiva in opposizione a quelli che volevano la democrazia. E vi produrrò testimoni di questi fatti.
TESTIMONI
43 Lascerò perdere la sua vita in questo frattempo; dopo che alla città toccò la battaglia navale e il disastro conseguente, mentre ancora vigeva il governo democratico, donde tutto cominciò, furono nominati cinque efori per opera di quelli che chiamano “eteri”, in qualità di convocatori dei cittadini, in realtà capi dei congiurati, cha agirono in contrasto con il nostro popolo: 44 tra questi c’erano Eratostene e Crizia. Costoro posero dei filarchi a capo delle tribù e ordinavano ciò che si doveva votare e chi dovesse salire al potere e, qualunque altra cosa volessero, erano padroni di farla; così non eravate insidiati solo dai nemici, ma anche da costoro, che sono vostri concittadini; affinché 45 non prendeste alcuna svantaggiosa deliberazione e foste privi di molte cose. Infatti sapevano bene questo, che altrimenti non sarebbero stati in grado di prendere il sopravvento, mentre se vi foste trovati in cattive acque, ci sarebbero riusciti; e pensavano che voi, bramosi di liberarvi dei mali presenti, non vi sareste dati cura di quelli futuri. 46 Vi produrrò testimoni che egli fu degli efori, non i suoi complici di allora (poiché non potrei), ma quelli che l’udirono da Eratostene in persona.
47 Di certo, se avessero senno, testimonierebbero contro di loro e con rigore punirebbero i maestri dei loro propri errori, e non dovrebbero mantenere i giuramenti a danno dei cittadini, ma li violerebbero agevolmente per il bene della città; dico queste parole contro di essi, ma chiamami i testimoni. E voi salite.
TESTIMONI
48 Avete ascoltato i testimoni. Alla fine, giunto al potere, non prese parte ad alcun provvedimento giusto, ma a molti ben diversi. Di certo, se fosse stato un uomo onesto, ci sarebbe stato bisogno che lui non avesse comandato illegalmente per prima cosa, poi avrebbe dovuto rivelare alla Boulè che tutte le accuse erano false e che Batraco ed Eschilide non denunciavano fatti veri, ma riportavano le accuse formulate dai Trenta, 49 architettate per la rovina dei cittadini. E quindi, o giudici, quanti erano avversi al vostro popolo, non lo erano affatto di meno stando zitti: infatti c’erano altri che dicevano e facevano cose di cui non è possibile che ne accadano di peggiori alla città. E quanti affermano di essere favorevoli, come mai non lo dimostrarono allora, dando di persona consigli migliori, sia fermando coloro che sbagliavano?
50 Forse egli potrebbe dire che aveva paura, e per alcuni di voi sarà sufficiente ciò. Badi, dunque, che non risulti che egli si oppose ai Trenta in qualche discorso: se no, in tal caso sarà evidente che le azioni dei Trenta gli piacevano e che era tanto potente da non subire da loro alcun male pur opponendosi. Occorre che lui abbia un tal coraggio per la vostra salvezza, ma non per quella di Teramene, che commise tanti torti. 51 Ma costui considera la città nemica, invece che i vostri nemici siano amici, vi dimostrerò tutte e due queste accuse con molte prove e che i dissidi, fra loro, avvenivano non per il vostro interesse, ma per quello loro proprio, per decidere quale delle due parti avrebbe messo le mani sulle istituzioni e governato la città. Se, infatti, 52 i Trenta fossero stati in discordia per difendere coloro che avevano subito ingiurie, in quale momento, per un comandante, sarebbe stato meglio mostrare la propria benevolenza di quello se non quando Trasibulo si impadronì di File? Ma egli, invece di promettere o di fare qualcosa di buono per quelli di File, giunto con i colleghi a Salamina e ad Eleusi, mise in carcere trecento cittadini e, con un solo voto, li condannò tutti a morte.
53 Dopo che giungemmo al Pireo e dopo che erano avvenuti i tumulti a si svolgevano negoziati di conciliazione, gli uni e gli avevamo grandi speranze che ci sarebbe stata la reciproca conciliazione, come parve chiaro ad entrambi. Infatti, quelli del Pireo, pur essendo vincitori, lasciarono che quelli se ne andassero; 54 quelli, tornati in città, cacciarono i Trenta, eccetto Fidone ed Eratostene, elessero come capi i cittadini più ostili verso di loro, pensando giustamente che i trenta sarebbero stati da quelli odiati e che avrebbero favorito quelli nel Pireo.
55 Essendoci, infine, tra questi Fidone (uno dei Trenta) ed Ippocle ed Epicare di Lamptra e altri che sembravano essere totalmente avversi a Caricle e a Crizia e alla loro eteria, dopo che questi stessi salirono al potere, resero il contrasto e la guerra più duro contro quelli del Pireo che contro quelli della città alta; 56 con ciò dimostrarono anche chiaramente che si separarono non in difesa dei caduti presso il Pireo né di quelli morti ingiustamente, né che li inquietavano i morti né coloro che stavano per morire, ma coloro che erano più forti e quelli che avevano accumulato ricchezze più presto. 57 Preso, infatti, il potere e la città, muovevano guerra ad entrambe le fazioni sia ai Trenta che avevano fatto ogni azione malvagia sia a voi che avevate sofferto tutte le loro malvagità. Ebbene, a tutti era chiaro, circa questo fatto, che se i Trenta andarono in esilio giustamente, voi vi andaste ingiustamente, se voi giustamente, i Trenta ingiustamente: infatti non furono cacciati certo dalla città con l’accusa di altri fatti, ma di questi.
58 Sicché è necessario provare, di certo, sdegno del fatto che Fidone, sebbene fosse stato eletto per conciliarvi e per riportarvi indietro, partecipava con Eratostene alle medesime azioni e con la stessa disposizione d’animo era pronto a nuocere con voi ai più potenti dei loro, ma non voleva ridare a voi, andati ingiustamente in esilio, la città ma, andato a Sparta, tentava di convincerli a muovervi guerra, affermando falsamente che la città sarebbe diventata dei Beoti e dicendo altre motivazioni con le quali intendeva convincerli maggiormente. 59 Non potendo ottenere questi effetti, vuoi perché erano d’impedimento le feste sacre, vuoi perché essi non volessero, prese in prestito cento talenti per avere la possibilità di assoldare delle milizie ausiliarie, e richiese come generale Lisandro, poiché era molto favorevole all’oligarchia, ma molto avverso alla città e perché odiava moltissimo quelli nel Pireo.
60 Assoldati uomini di ogni genere per la rovina della città e convinte città e finendo per convincere gli Spartani e quanti degli alleati era riuscito a convincere, si preparavano non a riconciliare la città, ma a distruggerla se non fosse stato per uomini onesti e valorosi ai quali voi dimostrate, punendo i nemici, che renderete grazie anche a loro. 61 Voi conoscete tali fatti in prima persona, non so a che scopo debba produrvene testimoni, ma lo farò ugualmente: io, infatti, ho bisogno di riposarmi e ad alcuni di voi è più gradito ascoltare dal numero maggiore di testimoni i medesimi discorsi
TESTIMONI
62 Sarà meglio che io vi chiarisca, nel modo più breve possibile, ciò che riguarda Teramene. Vi prego di ascoltarmi sia nel mio interesse che in quello della città. E a nessuno venga in mente questo, cioè che mentre Eratostene è sotto processo, io accusi ingiustamente Teramene. Infatti scorgo che egli dirà queste cose in sua difesa, cioè che era suo amico e che aveva parte delle medesime azioni. 63 Ebbene, io penso di sicuro che costui, se fosse stato al potere con Temistocle, si vanterebbe di aver fatto sì che fossero costruite le Mura, dal momento che ha fatto in modo, con Teramene, che fossero distrutte. Ma non mi sembra certo che siano azioni degne d’ugual lode: Temistocle, infatti, le fece costruire anche se gli Spartani erano contrari, Teramene, invece, le distrusse dopo aver ingannato i suoi concittadini. Alla città è dunque avvenuto il contrario di ciò che era logico avvenisse; infatti sarebbe giusto che fossero morti anche gli amici di Teramene tranne se qualcuno abbia fatto il contrario di ciò che ha fatto lui; 64 ora, invece, io vedo che sia le difese sono riportate a lui, sia che quelli che stavano con lui tentano di ricevere cariche, come se egli fosse stato fautore di molti vantaggi ma non di molte malvagità. 65 Egli che, dapprima, fu il maggior fautore del primo governo oligarchico, dopo aver convinto voi a scegliere il governo dei Quattrocento. E suo padre, nel periodo in cui ricoprì la carica di probulo, compiva le medesime azione, egli, poi, che si mostrava assai favorevole alle cose pubbliche, fu da loro eletto stratego. 66 E finché era tenuto in onore si dimostrava fedele; ma appena vide che Pisandro, Callescro e altri divenivano superiori a lui, e che il popolo non voleva più dar ascolto a loro, allora, dunque, non solo per invidia di quelli, ma anche per la paura che voi gli incutevate, 67 partecipò all’azione politica di Aristocrate. Volendo dare l’apparenza di essere credibile davanti al popolo, accusò e fece uccidere Antifonte e Archeptolemo che erano i suoi più intimi amici, e giunse a tal punto di malvagità che, nello stesso tempo, in forza della credibilità di cui godeva presso quelli, rese voi schiavi, e in forza di quella di cui godeva presso di voi, mise a morte i suoi amici. 68 Onorato e ritenuto degno delle più alte cariche, quello, che promise che avrebbe salvato la città, proprio lui la mandò in rovina, affermando di aver trovato un mezzo eccellente e meritevole di molta considerazione. Promise che avrebbe procurato la pace senza cedere ostaggi, senza fari distruggere le mura e senza consegnare le navi; ma non lo volle dire a nessuno e pretese che gli si desse fiducia.
69 E voi, Ateniesi, mentre il Consiglio dell’Areopago cercava un mezzo di salvezza e nonostante molti si opponessero a Teramene, pur sapendo che tutti gli uomini mantengono i segreti a causa ei nemici, lui invece non volle dire tra i suoi concittadini quello che avrebbe detto davanti ai nemici, tuttavia gli affidaste patri, figli, mogli e voi stessi. 70 Ma egli non attuò nulla di ciò che promise e si era talmente fissato che bisognava ridurre e indebolire la città che vi convinse a fare queste cose, a cui nessuno né dei nemici né dei nemici aveva pensato, né dei cittadini si sarebbe aspettato, senza che fosse costretto dagli Spartani, ma richiedendolo lui stesso a quelli, cioè l’abbattimento delle mura del Pireo e il rovesciamento della costituzione vigente, ben sapendo che, se non foste stati privati di tutte le speranze, lo avreste ben presto punito. 71 E infine, o giudici, non permise prima che si tenesse l’assemblea, fino a che non fu colto da lui con cura il momento da quelli definito opportuno e non ebbe fatto venire da Samo le navi con Lisandro e fino a che non si trovò in città l’esercito dei nemici. 72 Solo allora, essendosi verificate quelle condizioni e alla presenza di Lisandro, Filocare e Milziade, convocarono l’assemblea riguardo alla costituzione, affinché nessun retore si opponesse né rivolgesse minacce a loro e voi non sceglieste ciò che era vantaggioso per lo Stato, ma votaste ciò che pareva loro opportuno. 73 Teramene, alzatosi, vi persuase ad affidare la città a trenta uomini e ad attuare la costituzione che fece conoscere Dracontide. Ma voi, tuttavia, anche trovandovi in tale situazione, deste segni di rifiuto con un gran baccano, manifestando l’intenzione di non eseguire quest’ordine: sapevate infatti che in quel giorno voi vi riunivate in assemblea per decidere della schiavitù o della libertà. 74 Teramene, o giudici, (e di questo addurrò voi stessi come testimoni) disse che non gli interessava affatto il vostro baccano, poiché sapeva che erano molti, tra gli Ateniesi, quelli che facevano le cose che faceva lui, che proponeva cose che andavano bene a Lisandro e agli Spartani. Dopo di lui, Lisandro, alzatosi, disse, tra le molte altre cose, che vi riteneva fedifraghi e che per voi non si sarebbe più trattato di discutere della forma di governo, bensì della salvezza, se non aveste fatto ciò che Teramene ordinava. 75 Tra i partecipanti dell’assemblea, quelli che erano uomini onesti, resisi conto dell’intesa e dello stato di forza maggiore, in parte, rimasti lì, tenevano il silenzio, in parte se ne andavano, coscienti, almeno, di questo, cioè di non aver votato niente per il male della città; pochi, invece, malvagi o mal consigliati, votarono per alzata di mano le decisioni imposte.
76 Fu ordinato loro, infatti, di votare dieci persone che Teramene aveva indicato, dieci che gli efori che erano stati eletti avevano imposto e dieci tra i presenti: a tal punto, infatti, vedevano la vostra debolezza e conoscevano la propria potenza, che sapevano in anticipo quello che sarebbe stato fatto nell’assemblea. 77 E non dovete credere a me, su queste cose, ma a lui: le ha dette lui, infatti, mentre si difendeva davanti al Consiglio, tutte le cose da me esposte, rinfacciando a quelli che erano andati in esilio di essere ritornati grazie a lui, poiché gli Spartani non se n’erano affatto preoccupati e rinfacciando ai colleghi di governo che a lui, che pure era stato per loro l’autore di tutto quanto era accaduto, nel modo da me esposto, toccava in sorte un tale trattamento, nonostante avesse dato loro molte prove di fedeltà e avesse ricevuto da quelli dei giuramenti. 78 E oseranno mostrare di essere amici di uno che fu l’autore di tanti e altri misfatti e sciagure, passate e recenti, piccole e grandi, mentre non in vostra difesa è morto Teramene, ma a causa della propria malvagità, e giustamente non solo è stato punito sotto il regime oligarchico (Ormai infatti cercava di abbatterlo), ma giustamente anche lo sarebbe stato sotto quello democratico: due volte, infatti, vi ridusse in schiavitù, non essendo contento del presente, ma anche desiderando cose nuove, sfruttando il nome più bello dopo essersi fatto maestro delle azioni più orribili.
79 Per me, riguardo ad Eratostene, sono sufficienti le accuse formulate; è giunto, invece, per voi quel momento in cui bisogna che non ci siano indulgenza e perdono nei vostri animi, ma in cui bisogna che voi puniate Eratostene e i suoi compagni di governo, e che non siate superiori ai nemici in battaglia ma inferiori degli avversari quando viene il momento di votare. 80 Non siate loro grati per quelle cose che dicono di essere lì lì per fare più di quanto siete sdegnati per quelle che hanno fatto; non tramate contro i Trenta perché sono lontani e poi li lasciate andare quando sono qui in vostro potere; non provvedete voi stessi peggio di quanto abbia fatto la sorte, che li ha consegnati alla città.
81 Si è svolto l’atto d’accusa contro Eratostene ed i suoi amici, ai quali riporterà la difesa e con i quali sono state compiute da lui queste azioni. Perciò il processo non avviene a pari condizioni per la città e per Eratostene: infatti costui era, nel medesimo tempo, accusatore e giudice degli accusati, noi, invece, ora aggiungiamo all’accusa anche la difesa. 82 E costoro fecero uccidere senza processo coloro che non avevano alcuna colpa, voi, invece, ritenete giusto processare secondo la legge persone che hanno distrutto la città ai quali, neppure se voleste far pagare loro il fio illegalmente proporzionato ai mali che hanno inflitto alla città, ci riuscireste.
83 Subendo che cosa, infatti, potrebbero pagare il giusto fio delle azioni che hanno compiuto? Forse, se uccideste loro e i loro figli, potremmo dare loro una pena coerente con le uccisioni, noi di cui essi fecero uccidere i padri ed i figli ed i fratelli senza processo? Ma, infatti, se confiscaste i loro beni immobili e mobili, sarebbe una giusta ricompensa o per la città, a cui essi depredarono molti beni, o ai privati cittadini, di cui saccheggiarono le abitazioni? 84 Poiché, dunque, se faceste tutto ciò, non potreste dare loro una punizione sufficiente, come non sarebbe per voi vergognoso tralasciare anche una qualsivoglia pena che uno intenda infliggere loro? Mi sembra che potrebbe osare di tutto, uno che ora, essendo i giudici altri se non proprio coloro che hanno ricevuto del male da lui, è venuto per difendersi davanti ai testimoni stessi della sua malvagità: a tal punto vi ha disprezzato o si è fidato di altri. 85 Ed è giusto che voi teniate in considerazione entrambe queste cose, pensando che non avrebbero potuto compiere quelle azioni, se altri non avessero collaborato, e ora non avrebbero tentato di venire qui, se non pensassero di essere salvati da quegli stessi che sono venuti non per salvare costoro, ma perché ritengono che avranno per sé completa impunità per i fatti compiuti e per fare in futuro ciò che vorranno se, dopo aver catturato gli autori dei più gravi crimini, li lascerete andare.
86 Ma è anche giusto domandarsi meravigliati a causa di quelli che parleranno in loro difesa, se essi intercederanno in qualità di uomini onesti, dimostrando che la propria virtù merita maggior considerazione della malvagità di costoro: ben vorrei che essi fossero stati così zelanti nel salvare la città come costoro lo furono nel mandarla in rovina; oppure se sosterranno la difesa in qualità di abili oratori e dimostreranno che le azioni di costoro meritano grande stima. Ma in vostra difesa nessuno di loro ha mai tentato di parlare, neppure quando si trattava della giustizia.
87 Ma è giusto considerare i testimoni che, deponendo in difesa di costoro, accusano se stessi, pensando che voi siate del tutto smemorati e bonaccioni se, per mezzo del popolo, credono che salveranno i Trenta senza pericolo, mentre per causa di Eratostene e dei suoi colleghi di governo era pericoloso anche andare al funerale dei morti. 87 Peraltro costoro, se si salvassero, potrebbero mandare di nuovo in rovina la città; quelli, invece, che costoro hanno fatto uccidere, una volta morti, hanno posto fine alla possibilità di vendicarsi dei nemici. Dunque non sarebbe assurdo che gli amici di coloro che sono morti ingiustamente fossero stati tratti a morte insieme ad essi, mentre per loro, che hanno mandato in rovina la città, di certo molte persone saranno qui al funerale, dal momento che tanti si dispongono ad aiutarli? 89 E, inoltre, ritengo che sia più facile parlare contro di loro in difesa dei maltrattamenti che voi avete subito che sostenere una difesa in favore di ciò che costoro hanno compiuto. Eppure dicono che da Eratostene, tra i Trenta, sia stato compiuto il minor numero di delitti e, per questo, ritengono giusto che egli si salvi; ma per il fatto che ha commesso contro di voi il più alto numero di colpe tra tutti gli altri Greci, non pensano che egli debba morire? 90 Voi, dunque, mostrerete qual è la vostra opinione sui fatti. Se, infatti, condannerete costui, sarà chiaro che siete adirati per i fatti accaduti; ma se lo assolverete, si vedrà che voi siete fautori delle stesse azioni di costoro e non potrete dire che eseguivate gli ordini dei Trenta: 91 ora, infatti, nessuno vi costringe a votare contro la vostra volontà. Sicché consiglio di non condannare voi stessi assolvendo costoro. E non pensate che il voto sia segreto: infatti renderete chiaro il vostro pensiero alla città.
92 Voglio ricordare qualche cosa ad entrambi, prima di scendere, sia a quelli della città, che a quelli del Pireo, affinché diate il vostro voto tenendo come esempio le sventure che vi sono capitate per opera di costoro. E, prima di tutto, quanti siete nella città, considerate che eravate comandati da costoro così duramente che eravate costretti a combattere contro fratelli, figli e concittadini una guerra di tal genere, nella quale, essendo stati vinti, conservate gli stessi diritti dei vincitori, ma se foste stati vincitori, sareste diventati schiavi di costoro. 93 E costoro hanno ingrandito le loro sostanze private in seguito agli avvenimenti politici, voi, invece, causa della guerra intestina le avete diminuite: non hanno ritenuto opportuno, infatti, che traeste vantaggio anche voi con loro, ma vi costringevano a rendervi odiosi insieme a loro, giungendo a tal punto di disprezzo, che cercavano di assicurarsi voi come fedeli, non facendovi partecipare ai benefici, ma pensavano che foste favorevoli, mettendovi a parte delle loro azioni vergognose. 94 E di queste cose voi, essendo ora al sicuro, vendicatevi, per quanto potete, sia per voi stessi che per quelli del Pireo, pensando che eravate comandati da costoro che erano i più malvagi, pensando che ora governate insieme agli uomini più valorosi, combattete contro i nemici e prendete deliberazioni riguardo alla città, e ricordandovi delle milizie ausiliarie, che costoro posero sull’acropoli come custodi del proprio potere e della vostra schiavitù. 95 E tanto dico a voi, sebbene ci siano ancora molte cose da dire. Quanti siete del Pireo, invece, prima di tutto ricordatevi delle armi, cioè che, dopo aver combattuto molte battaglie in terra straniera, non dai nemici, ma da costoro, mentre si era in pace, siete stati privati delle armi, poi, che siete stati banditi dalla città che i vostri padri vi consegnarono, mentre essi richiedevano alle città voi esuli. 96 E per queste cose andate in collera come quando eravate in esilio, e ricordatevi anche di tutti gli altri mali che avete subito da parte loro, i quali, traendo via violentemente alcuni dalla piazza, altri dai templi, li uccidevano, strappando altri dai figli, dai genitori e dalle mogli, li costrinsero ad uccidersi e non permisero che ricevessero la consueta sepoltura, ritenendo che il loro potere fosse più saldo della vendetta degli dei. 97 Quanti di voi sfuggirono alla morte, dopo essersi esposti dovunque ai pericoli, dopo aver vagato per molte città ed essendo banditi da ogni luogo, essendo privi del necessario, lasciati i figli gli uni nella patria nemica, gli altri in una terra straniera, nonostante vi si opponessero molte difficoltà, siete ritornati al Pireo. Sebbene esistessero molti e grandi pericoli, essendo uomini valorosi, avete liberato gli uni e avete ricondotto in patria gli altri. 98 Ma se aveste fallito e non aveste conseguito questi risultati, voi stessi sareste andati in esilio, temendo di subire gli stessi maltrattamenti che anche prima avevate subito, e non vi avrebbero aiutato, a causa dell’indole di costoro, nonostante foste innocenti, né templi né altari, che sono mezzi di salvezza anche per i colpevoli; i vostri figli, quanti fossero rimasti qui, avrebbero subito violenza da parte di costoro, quelli in terra straniera, invece, a causa di piccoli debiti, sarebbero caduti in schiavitù per mancanza di chi fosse in grado di prestar loro aiuto.
99 Ma, infatti, non voglio dire quello che sarebbe avvenuto, dal momento che non posso dire ciò che è stato compiuto da costoro. Non è compito, infatti, di un solo accusatore, né di due, ma di molti, tuttavia nulla della mia buona volontà è stato tralasciato, a difesa dei templi, che costoro in parte hanno venduto, in parte hanno contaminato entrandovi, a difesa della città, che hanno reso debole, a difesa degli arsenali, che distrussero e a difesa dei morti, ai quali voi, poiché non avete potuto difenderli quando erano vivi, dovete portare aiuto ora che sono morti.
100 Io credo che essi ci ascoltino e che vi conosceranno mentre date il voto, ritenendo che, quanti assolverete costoro, avrete condannato a morte loro, quanti di voi, invece, puniranno costoro, avranno fatto vendetta a loro difesa.
Cesserò l’accusa. Avete udito, avete visto, avete sofferto, lo avete in vostro potere: giudicate.
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
Daniele Biasci
Odissea
Ver. 1-224 e Ver. 385-640
1) Nell’episodio di Ulisse nel regno dei morti si parla più volte di sorte, di volontà degli dèi, di destino. Cerca i versi e commentali.
Il responso di Tiresia è l’immagine stessa del destino di Ulisse, dei fatti che gli accadranno da ora in poi. Tuttavia la sorte narrata da Tiresia possiede una caratteristica che nel concetto “classico” di destino non trovavamo: la possibilità di essere influenzato dalle azioni degli uomini.
Nonostante la questione sia controversa, e la probabilissima paternità del testo dell’Odissea da parte di più autori e quindi di più concezioni del mondo diverse, si intrometta, rendendo in alcuni casi impossibile l’estrapolazione di una unica corrente di pensiero, in questo episodio, la sorte e immutabile fato dell’Iliade ci appare invece ora modificabile. Tiresia infatti predice a Ulisse tutto quello che gli accadrà ma pone una clausola che gli precluderà o gli aprirà due sorti diverse: se non toccherà le vacche sacre di Elio Iperione, potrà tornare pur subendo sciagure a Itaca, se invece lui o i suoi compagni ne mangeranno egli sarà costretto a ritornare in patria solo, dopo aver perduto tutti i compagni e su nave straniera, trovando inoltre al suo arrivo pretendenti al suo trono che gli sperpereranno i beni. Ecco dunque che si afferma sempre di più l’importanza dell’uomo negli eventi della propria vita. Egli non può più solo ritardare le decisioni di un destino inevitabile, ma ne può anche influenzare pesantemente il suo compiersi.
Una smentita a questa tesi sembra arrivare subito dopo al verso 409 quando il termine destino è usato sicuramente al nominativo come soggetto della frase detta da Achille “...Egisto, dopo aver preparato la mia morte e il destino, con la mia sposa funesta mi uccise...” e che quindi è ancora visto come una entità forte e presente nella determinazione della vita di ogni uomo. Queste piccole (in questo caso) o grandi (nel caso del proemio e dell’episodio di Polifemo) contraddizioni sul tema del destino sono frequenti nell’Odissea e ne testimoniano molto probabilmente la stesura da parte di più autori con concezioni filosofiche diverse da Omero.
2) Quando Ulisse incontra la madre, le pone tre domande in questo ordine: come è morta, come stanno il padre e il figlio, quali sono i sentimenti di Penelope. La risposta della madre dimostra una sensibilità tutta femminile.
Già, mentre infatti l’ordine delle domande di Ulisse e quindi quello dell’importanza che egli attribuisce agli argomenti posti è molto diverso da quello delle risposte della madre che evidentemente dimostra di possedere, pur nel rispetto del figlio, una scala di valori abbastanza diversa. L’ultima domanda che Ulisse pone, quella su Penelope, è quella a cui la madre risponde per prima, dimostrando di avere a cuore la condizione della donna di casa ancora prima di quella del nipote o del marito o ancora della sua morte. La seconda risposta della madre di Ulisse riguarda invece proprio la seconda domanda di Ulisse, chiaramente non sarebbe stato onorevole per una donna subordinare la storia del nipote e del marito a quella della propria morte, davanti al figlio. La terza ed ultima risposta riguardante la prima domanda del figlio è quella sulla sua morte e quindi su se stessa.
Il poeta dimostra così di voler dare un grande senso di compostezza e saggezza alla madre di Ulisse, facendola apparire tanto donna da pensare per prima alla moglie del figlio, tanto amorevole e devota da parlare in secondo luogo del nipote e del marito e tanto umile da trattare un argomento come la propria morte solo per ultimo. Sicuramente un bell’espediente comunicativo.
3) Che cosa risponde Achille alla affermazione di Odisseo che egli è fortunato ?
A Ulisse che cerca di offrire consolazione a Achille ricordandogli di essere stato un grandissimo eroe e che il suo onore continua anche dopo la morte, Achille mostra un comportamento molto meno eroico e molto più umano rispetto all’Iliade. Le sue parole sono chiare: “Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciate servire un altro uomo, un uomo senza podere che non ha molta roba; piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti.” Achille conferma la concezione greca di un aldilà fato di rimpianto per la vita terrena nella quale, anche la condizione più umile, è preferibile a quella di un morto illustre. Questo tema che sarà poi ripreso da Virgilio, è frequente nella letteratura greca e ne rispecchia una importante concezione della vita.
Oltre a questo, Achille appare molto più umano anche in un altro senso e ci svela così un’altra consuetudine molto importante, questa volta però non solo più greca, ma anche più diffusa nel mondo antico. L’unico pensiero che veramente interessa a Achille è quello del figlio, il continuatore della sua vita, il mezzo che lui ha per poter pensare di non essere morto del tutto. Ecco perché nel mondo antico e oggi nelle culture più “arretrate” è importante avere figli, non solo perché sono una garanzia per il futuro, ma anche perché è forte il concetto della visione del figlio come una “continuazione” nel tempo di se stessi, un modo per non essere dimenticati.
4) Perché l’uomo ha sempre sentito il bisogno di indagare sul regno dei morti ?
Il regno dei morti è un tema che da sempre affascina l’uomo, a partire dal dubbio stesso della sua esistenza. Il grande mistero della morte e del grande passaggio a... già, a che cosa ? Gli uomini da sempre se lo chiedono e non esiste probabilmente religione o dottrina che non abbia le proprie teorie in proposito. Indagare sul regno dei morti è in primo luogo per l’uomo un modo per esorcizzare la morte stessa e in secondo luogo lo sfogo alla grande curiosità e alla speranza di un’altra vita dopo la morte. Un viaggio nel mondo dei morti ha inevitabilmente ipotetici risvolti affascinanti e, non per niente, trova grandissimi riscontri in letteratura.
Testo di riferimento: Libro undicesimo dell’Odissea
LIBRO UNDICESIMO
Giunti al divino mare, il negro legno
Prima varammo, albero ergemmo e vele,
E prendemmo le vittime, e nel cavo
Legno le introducemmo: indi con molto
Terrore e pianto v'entravam noi stessi.
La dal crin crespo e dal canoro labbro
Dea veneranda un gonfiator di vela
Vento in poppa mandò, che fedelmente
Ci accompagnava per l'ondosa via;
Tal che ozïosi nella ratta nave
Dalla cerulea prua, giacean gli arnesi,
E noi tranquilli sedevam, la cura
Al timonier lasciandone ed al vento.
Quanto il dì risplendé, con vele sparse
Navigavamo. Spento il giorno, e d'ombra
Ricoperte le vie, dell'Oceano
Toccò la nave i gelidi confini,
Là 've la gente de' Cimmerî alberga,
Cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
Lo sfavillante d'ôr sole non guarda
Quegl'infelici popoli, che trista
Circonda ognor pernizïosa notte.
Addotto in su l'arena il buon naviglio,
E il monto e la pecora sbarcati,
Alla corrente dell'Oceano in riva
Camminavam; finché venimmo ai lochi
Che la dea c'insegnò. Quivi per mano
Eurìloco teneano e Perimede
Le due vittime; ed io, fuor tratto il brando,
Scavai la fossa cubitale, e mele
Con vino, indi vin puro e lucid'onda
Versàivi, a onor de' trapassati, intorno
E di bianche farine il tutto aspersi.
Poi degli estinti le debili teste
Pregai, promisi lor che nel mio tetto,
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore,
Lor sagrificherei, di doni il rogo
Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerei nerissimo arïete,
Che della greggia mia pasca il più bello.
Fatte ai mani le preci, ambo afferrai
Le vittime, e sgozzàile in su la fossa,
Che tutto riceveane il sangue oscuro.
Ed ecco sorger della gente morta
Dal più cupo dell'Erebo, e assembrarsi
Le pallid'ombre: giovanette spose,
Garzoni ignari delle nozze, vecchi
Da nemica fortuna assai versati,
E verginelle tenere, che impressi
Portano i cuori di recente lutto;
E molti dalle acute aste guerrieri
Nel campo un dì feriti, a cui rosseggia
Sul petto ancor l'insanguinato usbergo.
Accorrean quinci e quindi, e tanti a tondo
Aggiravan la fossa, e con tai grida,
Ch'io ne gelai per subitana tema.
Pure a Eurìloco ingiunsi, e a Periméde
Le già scannate vittime e scoiate
Por su la fiamma, e molti ai dèi far voti,
Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina: ma io col brando ignudo
Sedea, né consentia che al vivo sangue,
Pria ch'io Tiresia interrogato avessi,
S'accostasser dell'ombre i vôti capi.
Primo ad offrirsi a me fu il simulacro
D'Elpènore, di cui non rinchiudea
La terra il corpo nel suo grembo ancora.
Lasciato in casa l'avevam di Circe
Non sepolto cadavere e non pianto.
Che incalzavaci allor diversa cura.
Piansi a vederlo, e ne sentii pietade,
E, con alate voci a lui converso:
"Elpènore", diss'io, "come scendesti
Nell'oscura caligine? Venisti
Più ratto a piè, ch'io su la negra nave".
Ed ei, piangendo: "O di Laerte egregia
Prole, sagace Ulisse, un nequitoso
Demone avverso, e il molto vin m'offese.
Stretto dal sonno alla magione in cima,
Men disciolsi ad un tratto: e, per la lunga
Di calar non membrando interna scala
Mossi di punta sovra il tetto, e d'alto
Precipitai: della cervice i nodi
Ruppersi, ed io volai qua con lo spirto.
Ora io per quelli da cui lunge vivi,
Per la consorte tua, pel vecchio padre,
Che a tanta cura t'allevò bambino,
Pel giovane Telemaco, che dolce
Nella casa lasciasti unico germe,
Ti prego, quando io so, che alla Circea
Isola il legno arriverai di nuovo,
Ti prego che di me, signor mio, vogli
Là ricordarti, onde io non resti, come
Della partenza spiegherai le vele,
Senza lagrime addietro e senza tomba,
E tu venghi per questo ai numi in ira.
Ma con quell'armi, ch'io vestìa, sul foco
Mi poni, e in riva del canuto mare
A un misero guerrier tumulo innalza,
Di cui favelli la ventura etade.
Queste cose m'adempi; ed il buon remo,
Ch'io tra i compagni miei, mentre vivea
Solea trattar, sul mio sepolcro infiggi.
"Sventurato", io risposi, "a pien fornita
Sarà, non dubitarne, ogni tua voglia".
Così noi sedevam, meste parole
Parlando alternamente, io con la spada
Sul vivo sangue ognora, e a me di contra
La forma lieve del compagno, a cui
Suggerìa molti accenti il suo disastro.
Comparve in questo dell'antica madre
L'ombra sottile, d'Anticlèa, che nacque
Dal magnanimo Autolico, e a quel tempo
Era tra i vivi ch'io per Troia sciolsi.
La vidi appena, che pietà mi strinse,
E il lagrimar non tenni: ma né a lei,
Quantunque men dolesse, io permettea
Al sangue atro appressar, se il vate prima
Favellar non s'udìa. Levossi al fine
Con l'aureo scettro nella man famosa
L'alma Tebana di Tiresia, e ratto
Mi riconobbe, e disse: "Uomo infelice,
Perché, del sole abbandonati i raggi,
Le dimore inamabili de' morti
Scendesti a visitar? Da questa fossa
Ti scosta, e torci in altra parte il brando,
Sì ch'io beva del sangue, e il ver ti narri".
Il piè ritrassi, e invaginai l'acuto
D'argentee borchie tempestato brando.
Ma ei, poiché bevuto ebbe, in tal guisa
Movea le labbra: "Rinomato Ulisse,
Tu alla dolcezza del ritorno aneli
E un nume invidïoso il ti contende
Come celarti da Nettun, che grave
Contra te concepì sdegno nel petto
Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l'occhio?
Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,
Sol che te stesso e i tuoi compagni affreni,
Quando, tutti del mar vinti i perigli,
Approderai col ben formato legno
Alla verde Trinacria isola, in cui
Pascon del Sol, che tutto vede ed ode,
I nitidi montoni e i buoi lucenti.
Se pasceranno illesi, e a voi non caglia
Che della patria, il rivederla dato,
Benché a stento, vi fia. Ma dove osiate
Lana o corno toccargli, eccidio a' tuoi,
E alla nave io predico, ed a te stesso.
E ancor che morte tu schivassi, tardo
Fora, ed infausto, e senza un sol compagno,
E su nave straniera, il tuo ritorno.
Mali oltra ciò t'aspetteranno a casa:
Protervo stuol di giovani orgogliosi,
Che ti spolpa, ti mangia, e alla divina
Moglie con doni aspira. È ver che a lungo
Non rimarrai senza vendetta. Uccisi
Dunque o per frode, o alla più chiara luce,
Nel tuo palagio i temerarî amanti,
Prendi un ben fatto remo, e in via ti metti:
Né rattenere il piè, che ad una nuova
Gente non sii, che non conosce il mare,
Né cosperse di sal vivande gusta,
Né delle navi dalle rosse guance,
O de' politi remi, ali di nave,
Notizia vanta. Un manifesto segno
D'esser nella contrada io ti prometto.
Quel dì che un altro pellegrino, a cui
T'abbatterai per via, te quell'arnese
Con che al vento su l'aia il gran si sparge
Portar dirà su la gagliarda spalla,
Tu repente nel suol conficca il remo.
Poi, vittime perfette a re Nettuno
Svenate, un toro, un arïete, un verro,
Riedi, e del cielo agli abitanti tutti
Con l'ordine dovuto offri ecatombe
Nella tua reggia, ove a te fuor del mare,
E a poco a poco da muta vecchiezza
Mollemente consunto, una cortese
Sopravverrà morte tranquilla, mentre
Felici intorno i popoli vivranno.
L'oracol mio, che non t'inganna, è questo.
"Tiresia", io rispondea, "così prescritto
(Chi dubbiar ne potrebbe?) hanno i celesti.
Ma ciò narrami ancora: io della madre
L'anima scorgo, che tacente siede
Appo la cava fossa, e d'uno sguardo,
Non che d'un motto, il suo figliuol non degna.
Che far degg'io, perché mi riconosca?
Ed egli: Troppo bene io nella mente
Io ti porrò. Quai degli spirti al sangue
Non difeso da te giunger potranno,
Sciorran parole non bugiarde: gli altri
Da te si ritrarran taciti indietro".
Svelate a me tai cose, in seno a Dite
Del profetante re l'alma s'immerse.
Ma io di là non mi togliea. La madre
S'accostò intanto, né del negro sangue
Prima bevé, che ravvisommi, e queste
Mi drizzò, lagrimando, alate voci:
"Deh come, figliuol mio, scendéstu vivo
Sotto l'atra caligine? Chi vive,
Difficilmente questi alberghi mira,
Però che vasti fiumi e paurose
Correnti ci dividono, e il temuto
Ocean, cui varcare ad uom non lice,
Se nol trasporta una dedalea nave.
Forse da Troia, e dopo molti errori,
Con la nave e i compagni a questo buio
Tu vieni? Né trovar sapesti ancora
Itaca tua? né della tua consorte
Riveder nel palagio il caro volto? "
"O madre mia, necessità", risposi,
"L'alma indovina a interrogar m'addusse
Del Tebano Tiresia. Il suolo acheo
Non vidi ancor, né i liti nostri attinsi;
Ma vo ramingo, e dalle cure oppresso,
Dappoi che a Troia ne' puledri bella
Seguìi, per disertarla, il primo Atride.
Su via, mi narra, e schiettamente, come
Te la di lunghi sonni apportatrice
Parca domò. Ti vinse un lungo morbo,
O te Dïana faretrata assalse
Con improvvisa non amara freccia?
Vive l'antico padre, il figlio vive,
Che in Itaca io lasciai? Nelle man loro
Resta, o passò ad altrui la mia ricchezza,
E ch'io non rieda più, si fa ragione?
E la consorte mia qual cor, qual mente
Serba? Dimora col fanciullo, e tutto
Gelosamente custodisce, o alcuno
Tra i primi degli Achei forse impalmolla? "
Riprese allor la veneranda madre:
"La moglie tua non lasciò mai la soglia
Del tuo palagio; e lentamente a lei
Scorron nel pianto i dì, scorron le notti.
Stranier nel tuo retaggio, in sin ch'io vissi,
Non entrò: il figlio su i paterni campi
Vigila in pace, e alle più illustri mense,
Cui l'invita ciascuno, e che non dee
Chi nacque al regno dispregiar, s'asside.
Ma in villa i dì passa Laerte, e mai
A cittade non vien: colà non letti,
Non coltri, o strati sontuosi, o manti.
Di vestimenta ignobili coverto
Dorme tra i servi al focolare il verno
Su la pallida cenere: e se torna
L'arida estate, o il verdeggiante autunno,
Lettucci umìli di raccolte foglie,
Stesi a lui qua e là per la feconda
Sua vigna, preme travagliato, e il duolo
Nutre, piangendo la tua sorte: arrogi,
La vecchiezza increscevole che il colse.
Non altrimenti de' miei stanchi giorni
Giunse il termine a me, cui non Dïana,
Sagittaria infallibile, di un sordo
Quadrello assalse, o di que' morbi invase,
Che soglion trar delle consunte membra
L'anima fuor con odïosa tabe:
Ma il desìo di vederti, ma l'affanno
Della tua lontananza, ma i gentili
Modi e costumi tuoi, nobile Ulisse,
La vita un dì sì dolce hannomi tolta".
Io, pensando tra me, l'estinta madre
Volea stringermi al sen: tre volte corsi,
Quale il mio cor mi sospingea, vêr lei,
E tre volte m'usci fuor delle braccia,
Come nebbia sottile, o lieve sogno.
Cura più acerba mi trafisse e ratto:
"Ahi, madre", le diss'io, "perché mi sfuggi
D'abbracciarti bramoso, onde, anco a Dite,
Le man gittando l'un dell'altro al collo,
Di duol ci satolliamo ambi, e di pianto?
Fantasma vano, acciò più sempre io m'anga,
Forse l'alta Proserpina mandommi?"
"O degli uomini tutti il più infelice",
La veneranda genitrice aggiunse,
"No, l'egregia Proserpina, di Giove
La figlia, non t'inganna. È de' mortali
Tale il destin, dacché non son più in vita,
Che i muscoli tra sé, l'ossa ed i nervi
Non si congiungan più: tutto consuma
La gran possanza dell'ardente foco,
Come prima le bianche ossa abbandona,
E vagola per l'aere il nudo spirto.
Ma tu d'uscire alla superna luce
Da questo buio affretta: e ciò che udisti,
E porterai nell'anima scolpito,
Penelope da te risappia un giorno".
Mentre così favellavam, sospinte
Dall'inclita Proserpina le figlie
Degli eroi comparïano, e le consorti
E traean della fossa al margo in folla.
Io, come interrogarle ad una ad una
Rivolgea meco; e ciò mi parve il meglio.
Stretta la spada, non patïa che tutte
Beessero ad un tempo. Alla sua volta
Così accorrea ciascuna, e l'onorato
Lignaggio ed i suoi casi a me narrava.
Prima s'appresentò l'illustre Tiro,
Che, del gran Salmonèo figlia, e consorte
Di Creteo, un de' figliuoli d'Eolo, sé disse.
Costei d'un fiume nell'amore accesa,
Dell'Enipèo divin, che la più bella
Sovra i più ameni campi onda rivolve,
Spesso e bagnarsi in quegli argenti entrava.
L'azzurro nume che la terra cinge,
Nettuno, in forma di quel dio, corcossi
Delle sue vorticose acque alla foce;
E la porporeggiante onda d'intorno
Gli stette, e in un arco si piegò, qual monte,
Lui celando, e la giovane, cui tosto
Sciols'ei la zona virginale, e un casto
Sopore infuse. Indi per man la prese,
E chiamolla per nome, e tai parole
Le feo: "Di questo amor, donna, t'allegra.
Compiuto non avrà l'anno il suo giro,
Che diverrai di bei fanciulli madre,
Quando vane giammai degl'immortali
Non riescon le nozze. I bei fanciulli
Prendi in cura, e nutrisci. Or vanne, e sappi,
Ma il sappi sola, che tu in me vedesti
Nettuno, il nume che la terra scuote".
Disse; e ne' gorghi suoi l'accolse il mare.
Ella di Nèleo e Pèlia, ond'era grave,
S'allevïò. Forti del sommo Giove
Ministri, l'un nell'arenosa Pilo,
Nell'ampia l'altro, e di feconde gregge
Ricca Iaolco, ebbe soggiorno e scettro.
Quindi altra prole, Esòn, Ferete, e il chiaro
Domator di cavalli Amitaòne,
Diede a Creteo costei, che delle donne
Reina parve alla sembianza e agli atti.
Poi d'Asòpo la figlia, Antiopa, venne,
Che dell'amor di Giove andò superba,
E due figli creò, Zeto e Anfione.
Tebe costoro dalle sette porte
Primi fondaro, e la munir di torri:
Ché mal potean la spazïosa Tebe
Senza torri guardar, benché gagliardi.
Venne d'Amfitrïon la moglie, Alcmena
Che al Saturnìde l'animoso Alcide,
Cor di leone, partorì. Megàra
Di Creonte magnanimo figliuola
E moglie dell'invitto Ercole, venne.
D'Edipo ancor la genitrice io vidi,
La leggiadra Epicasta, che nefanda
Per cecità di mente opra commise,
L'uom disposando da lei nato. Edìpo
La man, con che avea prima il padre ucciso,
Porse alla madre: né celaro i dèi
Tal misfatto alle genti. Ei per crudele
Voler de' numi nell'amena Tebe
Addolorato su i Cadmei regnava.
Ma la donna, cui vinse il proprio affanno,
L'infame nodo ad un'eccelsa trave
Legato, scese alla magion di Pluto
Dalle porte infrangibili, e tormenti
Lasciò indietro al figliuol, quanti ne danno
Le ultrici Furie, che una madre invoca.
Vidi colei non men, che ultima nacque
All'Iaside Anfïón, cui l'arenosa
Pilo negli anni andati, e il Minïeo
Orcomeno ubbidìa, l'egregia Clori,
Che Neleo, di lei preso, a sé congiunse,
Poscia ch'egli ebbe di dotali doni
La vergine ricolma. Ed ella il feo
Ricco di vaga e di lui degna prole,
Di Nestore, di Cromio, e dell'eroe
Periclimeno; e poi di quella Pero,
Che maraviglia fu d'ogni mortale.
Tutti i vicini la chiedean; ma il padre
Sol concedeala a chi le belle vacche
Dalla lunata spazïosa fronte,
Che appo sé riteneasi il forte Ificle,
Gli rimenasse, non leggiera impresa,
Dai pascoli di Filaca. L'impresa
Melampo assunse, un indovino illustre;
Se non che a lui s'attraversaro i fati,
E pastori salvatichi, da cui
Soffrir dové d'aspre catene il pondo.
Ma non prima, già in sé rivolto l'anno,
I mesi succedettersi ed i giorni,
E compiêr le stagioni il corso usato
Che Ifìcle, a cui gli oracoli de' numi
Svelati avea l'irreprensibil vate,
I suoi vincoli ruppe; e così al tempo
L'alto di Giove s'adempiea consiglio.
Leda comparve, da cui Tindaro ebbe
Due figli alteri, Castore e Pollùce,
L'un di cavalli domatore, e l'altro
Pugile invitto. Benché l'alma terra
Ritengali nel sen, di vita un germe
(Così Giove tra l'Ombre anco gli onora)
Serbano: ciascun giorno, e alternamente,
Rïapron gli occhi, e chiudonli alla luce,
E glorïosi al par van degli eterni.
Dopo costei mi si parò davanti
D'Aloèo la consorte, Ifimidèa;
Cui di dolce d'amor nodo si strinse
Lo Scuotiterra. Ingenerò due figli,
Oto a un dio pari, e l'inclito Efialte,
Che la luce del sol poco fruîro.
Né di statura ugual, né di beltade,
Altri nodrì la comun madre antica,
Sol che fra tutti d'Orïon si taccia.
Non avean tocco il decim'anno ancora,
Che in largo nove cubiti, e tre volte
Tanto cresciuti erano in lungo i corpi.
Questi volendo ai sommi dèi su l'etra
Nuova portar sediziosa guerra,
L'Ossa sovra l'Olimpo, e sovra l'Ossa
L'arborifero Pelio impor tentaro,
Onde il cielo scalar di monte in monte;
E il fean, se i volti pubertà infiorava;
Ma di Giove il figliuolo, e di Latona,
Sterminolli ambo, che del primo pelo
Le guance non ombravano, ed il mento.
Fedra comparve ancor, Procri ed Arianna
Che l'amante Teseo rapì da Creta,
E al suol fecondo della sacra Atene
Condur volea. Vane speranze! In Nasso,
Cui cinge un vasto mar, fu da Dïana,
Per l'indizio di Bacco, aggiunta e morta.
Né restò Mera inosservata indietro,
Né Climene restò, né l'abborrita
Erifile, che il suo diletto sposo
Per un aureo monil vender poteo.
Ma dove io tutte degli eroi le apparse
Figlie nomar volessi, e le consorti,
Pria mancherìami la divina Notte.
E a me par tempo da posar la testa
O in nave o qui, tutta del mio ritorno
Ai celesti lasciando, e a voi la cura.
Tacque. I Feaci per l'oscura sala
Stavansi muti, e nel piacere assorti.
Ruppe il silenzio l'immortal regina
La bracciobianca Arete: “Feacesi,
Che vi par di costui? del suo sembiante?
Della maschia persona? e di quel senno
Che in lui risiede? Ospite è mio, ma tutti
Dell'onor, che io ricevo, a parte siete.
Non congedate in fretta, e senza doni
Chi nulla tien, voi, che di buono in casa
Per favor degli dèi tanto serbate”.
Qui favellò Echenèo, che gli altri tutti
Vincea d'etade: “Fuor del segno, amici,
Arete non colpì con la sua voce.
Obbediscasi a lei: se non che prima
Del re l'esempio attenderemo e il detto”.
“Ciò sarà ch'ella vuole”, Alcinoo disse
“Se vita e scettro a me lascian gli dèi.
Ma, benché tanto di partir gli tardi,
L'ospite indugi sino al nuovo sole,
Sì ch'io tutti i regali insieme accoglia.
Cura esser dee comun che lieto ei parta
E più, che d'altri, mia, s'io qui son primo”.
“Alcinoo re, che di grandezza e fama”,
Riprese Ulisse, “ogni mortale avanzi,
Sei mesi ancor mi riteneste e sei,
E fida scorta intanto e ricchi doni
M'apparecchiaste, io non dovrei sgradirlo:
Ché quanto io tornerò con man più piene
A' miei sassi natii, tanto la gente
Con più onore accorrammi e con più affetto”.
Ed Alcinoo in risposta: “Allora, Ulisse
Che ti adocchiamo, un impostor fallace,
D'alte menzogne inaspettato fabbro,
Scorger non sospettiam, quali benigna
La terra qua e là molti ne pasce.
Leggiadria di parole i labbri t'orna,
Né prudenza minor t'alberga in petto.
L'opre de' Greci e le tue doglie, quasi
Lo spirto della Musa in te piovesse,
Ci narrasti così, ch'era un vederle.
Deh siegui, e dimmi, se t'apparve alcuno
Di tanti eroi che veleggiâro a Troia
Teco, e spenti rimaservi. La notte
Con lenti passi or per lo ciel cammina,
E finché ci esporrai stupende cose,
Non fia chi del dormir qui si rammenti.
Quando parlar di te sino all'aurora
Ti consentisse il duol sino all'aurora
Io penderei dalle tue labbra immoto”.
“V'ha un tempo Alcinoo, di racconti ed havvi”,
Ulisse ripigliò, “di sonni un tempo;
Che se udir vuoi più avanti, io non ricuso
La sorte di color molto più dura
Rappresentarti, che scampâr dai rischi
D'una terribil guerra, e nel ritorno,
Colpa d'una rea donna, ohimé! periro.
Poiché le femminili Ombre famose
La casta Proserpìna ebbe disperse,
Mesto, e cinto da quei che fato uguale
Trovâr d'Egisto negl'infidi alberghi,
Si levò d'Agamennone il fantasma.
Assaggiò appena dell'oscuro sangue,
Che ravvisommi; e dalle tristi ciglia
Versava in copia lagrime, e le mani
Mi stendea, di toccarmi invan bramose;
Ché quel vigor, quella possanza, ch'era
Nelle sue membra ubbidïenti ed atte,
Derelitto l'avea. Lagrime anch'io
Sparsi a vederlo, e intenerìi nell'alma,
E tai voci, nomandolo, gli volsi:
"O inclito d'Atrèo figlio, o de' prodi
re, Agamennòne, qual destin ti vinse,
E i lunghi t'arrecò sonni di morte?
Nettuno in mar ti domò forse, i fieri
Spirti eccitando de' crudeli venti?
O t'offesero in terra uomini ostili,
Che armenti depredavi e pingui greggi.
O delle patrie mura, e delle caste
Donne a difesa, roteavi il brando? "
"Laerziade preclaro, accorto Ulisse"
Ratto rispose dell'Atride l'ombra
Me non domò Nettuno all'onde sopra,
Né m'offesero in terra uomini ostili.
Egisto, ordita con la mia perversa
Donna una frode, a sé invitommi, e a mensa
Come alle greppie inconsapevol bue,
L'empio mi trucidò. Così morìi
Di morte infelicissima; e non lunge
Gli amici mi cadean, quai per illustri
Nozze, o banchetto sontuoso, o lauta
A dispendio comun mensa imbandita,
Cadono i verri dalle bianche sanne.
Benché molti a' tuoi giorni o in folta pugna;
Vedessi estinti, o in singolar certame,
Non solita pietà tocco t'avrebbe,
Noi mirando, che stesi all'ospitali
Coppe intorno eravam, mentre correa
Purpureo sangue il pavimento tutto.
La dolente io sentìi voce pietosa
Della figlia di Priamo, di Cassandra,
Cui Clitennestra m'uccidea da presso,
La moglie iniqua; ed io, giacendo a terra,
Con moribonda man cercava il brando:
Ma la sfrontata si rivolse altrove,
Né gli occhi a me, che già scendea tra l'Ombre
Chiudere, né compor degnò le labbra.
No: più rea peste, più crudel non dassi
Di donna, che sì atroci opre commetta,
Come questa infedel, che il danno estremo
Tramò, cui s'era vergine congiunta.
Lasso! dove io credea che, ritornando,
Figliuoli e servi m'accorrìan con festa,
Costei, che tutta del peccar sa l'arte,
Si ricoprì d'infamia, e quante al mondo
Verranno, e le più oneste anco, ne asperse".
"Oh quanta", io ripigliai, "sovra gli Atridi
Le femmine attirâro ira di Giove!
Fu di molti de' Greci Elena strage!
E a te, cogliendo l'assenza il tempo,
Funesta rete Clitennestra tese".
"Quindi troppa tu stesso", ei rispondea,
"Con la tua donna non usar dolcezza,
Né il tutto a lei svelar, ma parte narra
De' tuoi secreti a lei, parte ne taci,
Benché a te dalla tua venir disastro
Non debba: ché Penelope, la saggia
Figlia d'Icario, altri consigli ha in core.
Moglie ancor giovinetta, e con un bimbo,
Che dalla mamma le pendea contento,
Tu la lasciavi, navigando a Troia:
Ed oggi il tuo Telemaco felice
Già s'asside uom tra gli uomini, e il diletto
Padre lui vedrà, un giorno, ed egli al padre
Giusti baci porrà sovra la fronte.
Ma la consorte mia né questo almeno
Mi consentì, ch'io satollassi gli occhi
Nel volto del mio figlio, e pria mi spense.
Credi al fine a' miei detti, e ciò nel fondo
Serba del petto: le native spiagge
Secretamente afferra, e a tutti ignoto,
Quando fidar più non si puote in donna.
Or ciò mi conta, e schiettamente: udisti,
Dove questo mio figlio i giorni tragga?
In Orcomeno forse? O forse tienlo
Pilo arenosa, o la capace Sparta
Presso re Menelao? Certo non venne
Finor sotterra il mio gentil Oreste".
Ed io: "Perché di ciò domandi, Atride,
Me, cui né conto è pur se Oreste spira
Le dolci aure di sopra, o qui soggiorna?
Lode non merta il favellare al vento".
Così parlando alternamente, e il volto
Di lagrime rigando, e il suol di Dite,
Ce ne stavam disconsolati: ed ecco
Sorger lo spirto del Pelìade Achille,
Di Patroclo, d'Antìloco e d'Aiace,
Che gli Achei tutti, se il Pelìde togli,
Di corpo superava e di sembiante.
Mi riconobbe del veloce al corso
Eacide l'imago; e, lamentando:
O, disse, di Laerte inclita prole,
Qual nuova in mente, sciagurato, volgi
Macchina, che ad ogni altra il pregio scemi?
Come osasti calar ne' foschi regni,
Degli estinti magion, che altro non sono
Che aeree forme e simulacri ignudi? "
"Di Peleo", io rispondea, "figlio, da cui
Tanto spazio rimase ogni altro Greco,
Tiresia io scesi a interrogar, che l'arte
Di prender m'insegnasse Itaca alpestre
Sempre involto ne' guai, l'Acaica terra
Non vidi ancor, né il patrio lido attinsi.
Ma di te, forte Achille, uom più beato
Non fu, né giammai fia. Vivo d'un nume
T'onoravamo al pari, ed or tu regni
Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?"
"Non consolarmi della morte", a Ulisse
Replicava il Pelìde. "Io pria torrei
Servir bifolco per mercede, a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del Mondo defunto aver l'impero.
Su via, ciò lascia, e del mio figlio illustre
Parlami in vece. Nelle ardenti pugne
Corre tra i primi avanti? E di Pelèo
Del mio gran genitor, nulla sapesti?
Sieguon fedeli a reverirlo i molti
Mirmìdoni, o nell'Ellada ed in Ftia
Spregiato vive per la troppa etade,
Che le membra gli agghiaccia? Ahi! che guardarlo
Sotto i raggi del Sol più non mi lice:
Ché passò il tempo che la Troica sabbia
D'esanimi io covrìa corpi famosi,
Proteggendo gli Achei. S'io con la forza
Che a que' giorni era in me, toccar potessi
Per un istante la paterna soglia,
A chïunque oltraggiarlo, e degli onori
Fraudarlo ardisse, questa invitta mano
Metterebbe nel core alto spavento.
Nulla, io risposi, di Pelèo, ma tutto
Del figliuol posso, e fedelmente, dirti,
Di Neottolemo tuo, che all'oste Achiva
Io stesso sopra cava e d'uguai fianchi
Munita nave rimenai da Sciro.
Sempre che ad Ilio tenevam consulte,
Primo egli a favellar s'alzava in piedi,
Né mai dal punto devïava; soli
Gareggiavam con lui Nestore ed io.
Ma dove l'armi si prendean, confuso
Già non restava in fra la turba, e ignoto:
Precorrea tutti, e di gran lunga, e intere
Le falangi struggea. Quant'ei mandasse
Propugnacol de' Greci, anime all'Orco,
Da me non t'aspettare. Abbiti solo,
Che il Telefìde Eurìpilo trafisse
Fra i suoi Cetèi, che gli morìano intorno;
Euripilo di Troia ai sacri muri
Per la impromessa man d'una del rege
Figlia venuto, ed in quell'oste intera,
Dopo il deiforme Mènnone, il più bello.
Che del giorno dirò, che il fior de' Greci
Nel costrutto da Epèo cavallo salse,
Che in cura ebb'io, poiché a mia voglia solo
Aprìasi, o rinchiudeasi, il cavo agguato?
Tergeansi capi e condottier con mano
Le umide ciglia, e le ginocchia sotto
Tremavano a ciascun; né bagnare una
Lagrima a lui, né di pallore un'ombra
Tingere io vidi la leggiadra guancia.
Bensì prieghi porgeami onde calarsi
Giù del cavallo, e della lunga spada
Palpeggiava il grand'else, e l'asta grave
Crollava, mali divisando a Troia
Poi la cittade incenerita, in nave
Delle spoglie più belle adorno e carco
Montava, e illeso: quando lunge, o presso,
Di spada, o stral, non fu giammai chi vanto
Del ferito Neottòlemo si desse".
Dissi, e d'Achille alle veloci piante
Per li prati d'asfodelo vestiti
L'alma da me sen giva a lunghi passi,
Lieta, che udì del figliuol suo la lode.
D'altri guerrieri le sembianze tristi
Compariano; e ciascun suoi guai narrava.
Sol dello spento Telamonio Aiace
Stava in disparte il disdegnoso spirto
Perché vinto da me nella contesa
Dell'armi del Pelide appo le navi.
Teti, la madre veneranda, in mezzo
Le pose, e giudicaro i Teucri e Palla.
Oh côlta mai non avess'io tal palma,
Se l'alma terra nel suo vasto grembo
Celar dovea sì glorïosa testa,
Aiace, a cui d'aspetto e d'opre illustri,
Salvo l'irreprensibile Pelìde
Non fu tra i Greci chi agguagliarsi osasse!
Io con blande parole: "Aiace", dissi,
"Figlio del sommo Telamon, gli sdegni
Per quelle maledette arme concetti
Dunque né morto spoglierai? Fatali
Certo reser gli dèi quell'arme ai Greci,
Che in te perdero una sì ferma torre.
Noi per te nulla men, che per Achille,
Dolenti andiam; né alcuno n'è in colpa, il credi:
Ma Giove, che infinito ai bellicosi
Danai odio porta, la tua morte volle.
Su via, t'accosta, o re, porgi cortese
L'orecchio alle mie voci, e la soverchia
Forza del generoso animo doma".
Nulla egli a ciò: ma, ritraendo il piede,
Fra l'altre degli estinti Ombre si mise:
Pur, seguendolo io quivi, una risposta
Forse data ei m'avrìa; se non che voglia
Altro di rimirar m'ardea nel petto.
Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro
Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro
Stringendo in man, tenea ragione all'ombre
Che tutte, qual seduta e quale in piedi,
Conti di sé rendeangli entro l'oscura
Di Pluto casa dalle larghe porte.
Vidi il grande Orïòn, che delle fiere,
Che uccise un dì sovra i boscosi monti,
Or gli spettri seguìa de' prati inferni
Per l'asfodelo in caccia; e maneggiava
Perpetua mazza d'infrangibil rame.
Ecco poi Tizio, della Terra figlio,
Che sforzar non temé l'alma di Giove
Sposa, Latona, che volgeasi a Pito
Per le ridenti Panopèe campagne.
Sul terren distendevasi, e ingombrava
Quando in dì nove ara di tauri un giogo:
E due avvoltoi, l'un quinci, e l'altro quindi,
Ch'ei con mano scacciar tentava indarno
rodeangli il cor, sempre ficcando addentro
Nelle fibre rinate il curvo rostro.
Stava là presso con acerba pena
Tantalo in piedi entro un argenteo lago,
La cui bell'onda gli toccava il mento.
Sitibondo mostravasi, e una stilla
Non ne potea gustar: ché quante volte
Chinava il veglio le bramose labbra,
Tante l'onda fuggìa dal fondo assorta,
Sì che apparìagli ai piè solo una bruna
Da un Genio avverso inaridita terra.
Piante superbe, il melagrano, il pero,
E di lucide poma il melo adorno,
E il dolce fico, e la canuta oliva,
Gli piegavan sul capo i carchi rami;
E in quel ch'egli stendea dritto la destra
Vêr le nubi lanciava i rami il vento.
Sìsifo altrove smisurato sasso
Tra l'una e l'altra man portava, e doglia
Pungealo inenarrabile. Costui
La gran pietra alla cima alta d'un monte,
Urtando con le man, coi piè pontando,
Spingea: ma giunto in sul ciglion non era,
Che, risospinta da un poter supremo,
Rotolavasi rapida pel chino
Sino alla valle la pesante massa.
Ei nuovamente di tutta sua forza
Su la cacciava: dalle membra a gronde
Il sudore colavagli, e perenne
Dal capo gli salìa di polve un nembo.
D'Ercole mi s'offerse al fin la possa,
Anzi il fantasma: però ch'ei de' numi
Giocondasi alla mensa e cara sposa
Gli siede accanto la dal piè leggiadro
Ebe, di Giove figlia e di Giunone,
Che muta il passo, coturnata d'oro.
Schiamazzavan gli spirti a lui d'intorno,
Come volanti augei da subitana
Tema compresi; ed ei fosco, qual notte,
Con l'arco in mano, e con lo stral sul nervo,
Ed in atto ad ognor di chi saetta,
Orrendamente qua e là guatava.
Ma il petto attraversavagli una larga
D'ôr cintura terribile, su cui
Storïate vedeansi opre ammirande,
Orsi, cinghiai feroci e leon torvi,
E pugne, e stragi, e sanguinose morti;
Cintura, a cui l'eguale, o prima o dopo,
Non fabbricò, qual che si fosse, il mastro.
Mi sguardò, riconobbemi, e con voce
Lugubre: "O", disse, "di Laerte figlio,
Ulisse accorto, ed infelice a un'ora,
Certo un crudo t'opprime avverso fato,
Qual sotto i rai del Sole anch'io sostenni.
Figliuol quantunque dell'Egìoco Giove,
Pur, soggetto vivendo ad uom che tanto
Valea manco di me, molto io soffersi.
Fatiche gravi ei m'addossava, e un tratto
Spedimmi a quinci trarre il can trifauce,
Che la prova di tutte a me più dura
Sembravagli; ed io venni, e quinci il cane
Trifauce trassi ripugnante indarno,
D'Ermete col favore e di Minerva".
Tacque, e nel più profondo Erebo scese.
Di loco io non moveami, altri aspettando
De' prodi, che spariro, è omai gran tempo.
E que' due forse mi sarien comparsi,
Ch'io più veder bramava, eroi primieri,
Teseo e Piritoo, glorïosa prole
Degl'immortali dèi. Ma un infinito
Popol di spirti con frastuono immenso
Si ragunava; e in quella un improvviso
Timor m'assalse, non l'orribil testa
Della tremenda Gòrgone la diva
Proserpina invïasse a me dall'Orco.
Dunque senza dimora al cavo legno
Mossi, e ai compagni comandai salirlo,
E liberar le funi; ed i compagni
Ratto il salìano, e s'assidean su i banchi.
Pria l'aleggiar de' remi il cavo legno
Mandava innanzi d'Ocean su l'onde:
Poscia quel, che levossi, ottimo vento.
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Greco tutto di tutto
L'omosessualità nell'antica Grecia
- Diffusione dell'omosessualità maschile e amori omosessuali nel mito.
Il discorso sull'omosessualità greca, un tempo trascurata dai classicisti, è stato oggetto negli ultimi anni di indagini sempre più approfondite. Cercheremo ora di verificare l'effettiva diffusione dell'omosessualità e, in secondo luogo, le caratteristiche dei rapporti fra persone dello stesso sesso. Abbiamo a disposizione una gran quantità di testimonianze che fanno riferimento in modo inequivocabile ed esplicito a rapporti, relazioni, affetti omosessuali. L'omosessualità (che sarebbe più giusto chiamare pederastia), secondo la tesi alessandrina, è una pratica importata in Grecia dai Dori nell'XI secolo, ignota alla cultura acheo-micenea, socialmente svalutata e giuridicamente riprovata.
E' difficile in ogni caso accettare questa tesi in quanto è palesemente infondata l'affermazione che l'omosessualità fosse socialmente riprovata o vietata dalla legge. Alcuni documenti fanno risalire la pratica omosessuale a un'epoca antichissima. In primo luogo, i numerosi amori omosessuali mitici: da quello di Poseidone per Pelope a quello di Zeus per Ganimede; da quello di Laio per Crisippo, il figlio di Pelope, a quello d'Apollo per Giacinto; da quello sempre d'Apollo per Ciparrisso a quello d'Apollo per Admeto, e via dicendo. In secondo luogo, una serie d'indizi fa pensare alla possibilità d'amori omosessuali "omerici". Anche se non contengono alcun riferimento esplicito a questi amori, i poemi raccontano d'amicizie fra uomini affettivamente così intense da lasciare quantomeno il dubbio che si trattasse di rapporti di tipo amoroso: come vale a dimostrare, in particolare, lo strettissimo e discusso rapporto tra Achille e Patroclo, considerato del resto amoroso sia da Eschilo sia da Platone (Simposio, 180 A).
- La pederastia.
Veniamo ora a due ben note e altrettanto discusse testimonianze sugli antichi costumi cretesi e su quelli spartani. Riportando Eforo, Strabone racconta che a creta gli uomini adulti detti "amanti" (erastai) usavano rapire gli adolescenti da loro amati (eromenoi) per condurli con sé fuori città, per due mesi, dove intrattenevano con loro dei rapporti minutamente regolati dalla legge. A Sparta, inoltre, secondo il racconto di Plutarco, i ragazzi a 12 anni erano affidati a degli amanti, scelti tra i migliori in età adulta, e da questi amanti apprendevano ad essere dei veri spartiati (Vita di Licurgo, 17, I).
Per comprendere queste usanze, dobbiamo ora aprire una parentesi sulle cosiddette società tradizionali, vale a dire società organizzate grazie alla divisione della popolazione in classi d'età. In questo tipo si società, il passaggio di un individuo da una classe all'altra è accompagnato da una serie di riti. Si tratta dei cosiddetti riti di passaggio, la cui struttura, al di là delle numerose varianti locali, è la seguente: per essere accolto nella classe d'età superiore, l'iniziato deve passare un periodo lontano dalla collettività, vivendo al di fuori delle regole del vivere civile, in uno stato di natura. In altre parole, deve passare un periodo chiamato dagli etnologi margine o segregazione, accompagnato da un simbolismo di morte, più o meno realisticamente rappresentata, che talvolta precede la segregazione, talvolta la segue. E al termine di questo periodo, finalmente, rinasce a nuova vita. I riti di passaggio hanno quindi una morfologia tripartita (separazione-segregazione-aggregazione); separandosi dalla classe d'età dalla quale deve uscire, l'individuo muore per questa, e un individuo nuovo e diverso lo sostituisce nella classe superiore. L'esistenza di riti di passaggio nella Grecia arcaica, è stata messa in evidenza da tempo da studiosi come H. Jeanmaire (Couroi et courétes, Lille, 1939), L. Gernet (Anthropologie de la Grèce ancienne, Paris, 1968) e A. Brelich (Paides e Parthenoi), ed è stata recentemente confermata dalle ricerche di P. Vidal Naquet (Le chasseur noir et l'origine de l'éphébie athénienne), C. Calame (Les choeurs) e B. Lincoln (Diventare Dea, Milano, 1983).
Partendo da queste considerazioni, è possibile arrivare a supporre che il rapporto omosessuale avesse un ruolo istituzionale nel complesso di questi riti. In particolare, si può supporre che la pederastia fosse parte integrante del rapporto pedagogico tra l'adolescente e l'adulto, e che, in quanto tale, fosse funzionale all'educazione dei giovani greci, che dall'amante apprendevano le virtù virili.
- Socrate e Alcibiade.
Platone racconta nel Simposio un celebre episodio: l'amore fra Socrate e Alcibiade. <<Dal giorno che mi sono innamorato di lui,>> dice Socrate, <<non mi è più permesso mettere gli occhi su un'altra persona, né intrattenermici, altrimenti, geloso ed invidioso, mi fa stravaganze d'ogni genere, m'ingiuria e a stento trattiene le mani ... l'esaltazione e la follia amorosa di costui mi fanno tremenda paura>>. Ed ecco la versione di Alcibiade: <<Lo incontravo, o amici, solo a solo, e pensavo che presto mi avrebbe fatto quei discorsi che un amante fa al suo amato quando si trovano soli, e ne ero pieno di gioia. Ma di tutto ciò non accadeva nulla: discorreva con me secondo il solito, e trascorsa insieme la giornata mi piantava e partiva. Allora lo invitai a far ginnastica insieme ed io mi esercitavo con lui sperando che lì avrei concluso qualcosa. Ebbene, egli faceva gli esercizi con me, e spesso la lotta, senza alcuno presente, e che debbo dire? non ne veniva nulla … ed ecco che lo invito a cena, come un amante che tende la sua trappola al suo amore … Quando dunque si spense il lume e i servi furono usciti … lo scossi e dissi "Socrate, dormi?". "No" mi rispose. "Sai cos'ho pensato?", "Che cosa mai?" disse. "Ho pensato", risposi, "che tu sei l'unico amante che io abbia e vedo che esiti a dichiararti. Ora, io la sento così: ritengo che sarebbe del tutto stupido se non ti compiacessi anche in questo, come in tutto quello di cui tu avessi bisogno, dei miei beni e dei miei amici. Per me nulla è più importante che divenire quanto è più possibile migliore, e io credo che per questo nessuno mi può essere di più valido aiuto che te">> (Platone, Simposio, 217 b-c e 218 c-d).
Ma Socrate tergiversa e Alcibiade passa alle vie di fatto: <<Mi rizzai e senza lasciargli dire più nulla lo ricopersi con il mantello (poiché era inverno), e, sdraiatomi sotto questo suo solito gabbano, gettai le braccia intorno a quest'uomo, veramente demoniaco e straordinario, e giacqui l'intera notte … Malgrado tutti i miei sforzi, ebbene sappiatelo, lo giuro per gli dei e le dee, dormii con Socrate e mi levai né più né meno che se avessi dormito col padre o col fratello maggiore>> (Platone, Simposio, 219 b-c-d). La dichiarazione di Alcibiade, di voler diventare l'amante di Socrate per migliorarsi, è tutt'altro che marginale, e sta a mostrare che gli ateniesi attribuivano all'amore sessuale una fondamentale funzione pedagogica. Ma, al di là di questo, un'altra cosa risulta chiaramente dal racconto: l'assoluta normalità delle relazioni omosessuali, e l'evidenza del fatto che, di regola, si trattava anche di relazioni fisiche. L'unica cosa anormale, nella specie, è – se mai – la resistenza di Socrate.
Molti altri autori hanno messo in risalto il valore del rapporto omosessuale nell'antica Grecia: in Aristofane, i racconti di avventure tra uomini sono del tutto usuali (Uccelli, vv. 131-145; Cavalieri, vv. 1384-1386 ed altri). Senofonte parla con assoluta naturalezza di Gerone, innamorato di Dialoclo (Ierone, I, 33) e per lodare la castità di Agesilao, racconta che egli fu capace di resistere ad un uomo (Agesilao, V, 4). Lisia, in un'orazione, difende un cliente, accusato di tentato omicidio per una colluttazione avuta con un altro uomo a causa di un ragazzo (Contro Sim). Teocrito, nel secondo Idillio, racconta di una ragazza che, abbandonata dall'amante, si chiede se egli l'abbia lasciata per un uomo o per una donna (Idillio II, vv. 44-150)
- Divinità bisessuali e inversione dei ruoli sessuali.
In numerose zone della Grecia esistevano delle divinità bisessuali, e venivano celebrati culti nei quali uomini e donne si scambiavano abiti e ruoli. Ovidio narra la storia di Ermafrodito, un bellissimo ragazzo che, all'età di quindici anni, amato da una ninfa che non voleva separarsi da lui, venne unito a lei in un essere bisessuale (Metamorfosi, IV, 285). In Amato, nell'isola di Cipro (dove era appunto celebrata una divinità di questo tipo), i ragazzi, una volta l'anno, imitavano i dolori del parto, in ricordo della leggenda seconda la quale Arianna sarebbe morta in quel luogo, in assenza di Teseo, dando alla luce un figlio (leggenda narrata da Plutarco, Vita di Teseo, 20). Macrobio parla di una divinità ermafrodita (Aphroditos), durante il cui culto gli uomini si vestivano da donne, e le donne da uomo (Saturnalia, III, 8). Ad Argo ogni anno si celebrava un festival (Hybristika), nel quale uomini e donne si scambiavano gli abiti. A Cos, gli sposi ricevevano le spose vestiti da donne, mentre a Sparta le mogli ricevevano i mariti indossando abiti e calzature maschili, con i capelli tagliati come quelli degli uomini.
Al di là degli altri possibili significati dei riti d'inversione dei ruoli sessuali, le tracce di una visione androgina della vita sono evidenti: mostrando come i greci fossero consapevoli della duplicità sessuale dell'essere umano (quantomeno di quello di sesso maschile), questi riti sembravano una prova ulteriore di come i rapporti tra uomini fossero considerati un fatto naturale. La tesi del rapporto sessuale come rapporto poco praticato e per di più socialmente riprovato è dunque smentita dall'evidenza.
Ma, una volta stabilito questo punto, restano ancora da discutere due problemi. Il primo: l'omosessualità era valutata positivamente solo quando aveva una funzione pedagogica (quando in pratica la relazione coinvolgeva un adulto ed un adolescente), o era considerata normale anche fra adulti? Il secondo: posto il suo valore pedagogico, l'amore omosessuale faceva parte solo dei costumi delle classi più elevate, o era praticata anche da chi era escluso dai valori della paideia? Due problemi legati fra loro, non facili a risolvere. La grande maggioranza delle testimonianze, in effetti, fa pensare che l'amore tra adulti fosse visto con disfavore. Nelle Rane (vv. 55-57) di Aristofane, ad esempio, Eracle chiede a Dioniso di chi si sia innamorato: "Un desiderio di donna?" "No, certo". "Di fanciullo, allora?" "Niente affatto". "Di uomo, dunque?" "Ahimè". Solo alcune fonti alludono ad amori omosessuali fra adulti con ammirazione e rispetto. Un esempio: il celebre battaglione sacro dei tebani, composto da 150 coppie di amanti, invitti fino alla battaglia di Cheronea e quindi morti eroicamente, ciascuno di essi per dimostrare all'amato di dimostrare il suo amore (Plutarco, Vita di Pelopida, 18). Si tratta però di casi tutt'altro che frequenti.
Per quanto riguardo la diffusione dell'omosessualità nelle classi più basse, infine, una frase attribuita da Platone ad Alcibiade (nel racconto che questi fa del suo amore per Socrate) sembra in effetti indicare che l'omosessualità era tipica delle classi elevate: "di fronte alla gente che sa," dice Alcibiade a Socrate, "mi vergognerei di non concedermi a un uomo come te, molto di più che di fronte al volgo ignorante se ti compiacessi" (Platone, Simposio, 218 d). Non solo: a differenza del rapporto eterosessuale (che spesso intercorreva tra un uomo libero e una schiava), quello omosessuale – data la sua nobiltà – intercorreva solo tra liberi. Ma questo non significa necessariamente che il volgo ignorante non praticasse l'amore omoerotico: significa semplicemente che solo le classi elevate attribuivano al rapporto pederastico una funzione culturale. Concludendo, quale che fosse la diffusione tra il popolo, una cosa sembra accertata: quantomeno fra le classi elevate, l'omosessualità era esperienza non solo largamente diffusa, ma considerata di alto valore formativo e culturale.
- L'omosessualità femminile.
Sull'amore fra le donne, le fonti sono meno eloquenti che sull'amore degli uomini. A differenza dell'omosessualità maschile, infatti, quella femminile, non essendo strumento di formazione del cittadino, era qualcosa che riguardava solo le dirette interessate. E infatti, su quest'esperienza, abbiamo solo una testimonianza femminile: quella di Saffo. Per capire la quale, peraltro, è necessario qualche cenno alle comunità di donne (di una delle quali Saffo era a capo), documentate non solo a Lesbo, ma anche in altre zone della Grecia, e in particolare a Sparta.
Queste comunità non erano semplicemente dei collegi per ragazze di buona famiglia – come spesso vengono erroneamente definite – ma qualcosa di più complesso; erano infatti gruppi che avevano divinità e cerimonie proprie, nei quali le ragazze, prima del matrimonio, vivevano in comunità un'esperienza globale di vita che era in qualche modo analoga all'esperienza di vita che gli uomini facevano in corrispondenti gruppi maschili (Menandro, Scudo, vv. 314-315). Il che non esclude, ovviamente, che, nella comunità, le fanciulle non ricevessero un'educazione. Nella Suda, Saffo viene definita didaskalos, cioè maestra e le sue allieve mathetriai. Saffo infatti, insegnava, in primo luogo, musica, canto, danza: gli strumenti che, da giovinette incolte, le trasformava in donne. Da lei, inoltre, le fanciulle apprendevano le armi della bellezza, della seduzione, del fascino: imparavano la grazia (charis), che faceva di loro donne desiderabili. Sotto questo profilo, la definizione del circolo di Saffo come collegio per ragazze per bene non è sbagliata. Ma è senza dubbio insufficiente. L'educazione delle fanciulle di Lesbo (e anche quella degli altri collegi) era legata ad un'esperienza che, ai nostri occhi, è tutt'altro che da ragazze per bene, vale a dire il rapporto omosessuale.
Significa forse, questo, che il ruolo dell'omosessualità femminile (quanto meno a Sparta e nelle altre zone della Grecia dove erano diffuse le associazioni sul tipo dei tiasi lesbici) era simile a quello dell'omosessualità maschile? A Sparta, dice Plutarco, le donne migliori amavano le ragazze, e quando accadeva che più donne adulte si innamorassero della stessa fanciulla, esse cercavano, insieme (pur essendo rivali tra loro), di rendere migliore l'amata (Plutarco, Vita di Licurgo, 18, 9). Così come il rapporto omosessuale con un adulto accompagnava, con valore formativo, la fase nella quale il giovane imparava ad essere cittadino, allo stesso modo, all'interno dei gruppi femminili, il rapporto con una donna adulta accompagnava la fase nella quale le fanciulle si preparavano a diventare mogli. Ma su questo torneremo, dopo aver cercato di capire se il rapporto omosessuale fra donne era semplicemente un rapporto culturale, o era anche un vero rapporto individuale, concreto, sia affettivo sia erotico.
Anche se il dubbio è legittimo, la lettura di Saffo non sembra consentire molti dubbi in proposito. Le sue poesie d'amore non hanno mai come destinatario il gruppo: esse sono rivolte ad una sola ragazza, quella di volta in volta individualmente amata, come Gongila, Attide o Anactoria. Le relazioni omosessuali, insomma, erano relazioni personali e reali. Forse, è possibile supporre che solo alcune delle fanciulle, durante la vita nel tiaso, avessero rapporti fisici con la maestra: e che le altre, invece, partecipassero a quest'amore solo con la recitazione delle poesie dedicate dalla maestra alle sue amanti. La supposizione, tra l'altro, sembra confortata dal parallelo con le iniziazioni cretesi dove, nel periodo di segregazione con l'amante, il giovane amato era accompagnato dagli amici, che partecipavano al suo ratto e alle cerimonie che segnavano la fine della segregazione, acquistando così il diritto (pur non avendo avuto rapporti fisici con l'adulto) di entrare legittimamente nel numero dei cittadini (C. Calme, Les choeurs). Ma al di là di questo, una cosa sembra certa. L'omosessualità femminile non era solo un fatto pedagogico, nel senso sin qui indicato. Era anche espressione di un sentimento vero e reale, di un rapporto interpersonale vissuto, a volte, con eccezionale intensità affettiva. Il frammento 31 di Saffo è, sotto questo profilo, inequivocabile:
E come appena ti guardo, così di voce
nulla più mi viene,
ma la lingua mi si spezza e sottile
fuoco a un tratto si insinua nelle membra
e con gli occhi nulla veggo e rombano
le orecchie
e sudore m'inonda e tremito
tutta mi scuote e più verde dell'erba
sono e poco lungi dal morire
sembro…
(Saffo, fr. 31, vv. 7-16)
A questo proposito è interessante ricordare, come esempio di straordinaria capacità di stravolgere la realtà, che recentemente G. Devereux, esaminando l'atteggiamento di Saffo in questo frammento, vi ha individuato i sintomi di un "attacco d'ansia". Saffo, egli, dice, rivela fra l'altro i seguenti sintomi: respirazione irregolare e inibizione psico-fisiologica della parola; disturbi alla vista (probabilmente di origine vascolare) e rombo alle orecchie; tremito e pallore (causato dalla restrizione dei capillari e dal flusso di sangue verso gli organi interni); clinicamente, insomma, i sintomi di un attacco d'ansia. Ma quel che lascia ancor più perplessi dell'analisi clinica dei sintomi, sono le conclusioni di Deveruex. E' vero, egli dice, infatti, che le manifestazioni d'ansietà possono accompagnare ogni crisi d'amore: ma questo non toglie che nelle fonti greche, di regola, siano le crisi d'amore omosessuale (e non eterosessuale) quelle che provocano attacchi d'ansia. Considerazione esatta, questa, in effetti, per una semplice ragione: per i greci, il vero amore, la passione, quella che dà l'angoscia, era l'amore omosessuale.
Ma Deveruex non la pensa così. Ciò che renderebbe ansiose le manifestazioni d'amore omosessuale, sarebbe la percezione dell'anormalità del proprio sentimento. Cosa, questa, peraltro, prosegue Deveruex, che non sarebbe per niente in contrasto con l'ipotesi che Saffo fosse anche una maestra e il capo d'un culto: essendo assai frequente, al contrario, il caso di donne che, proprio perché omosessuali "tendono a gravitare su professioni che le portano a stretto contatto con ragazze, la cui parziale segregazione e considerevole immaturità psico-sessuale – e perciò incompleta differenziazione – le rende partecipi volontarie d'esperienze lesbiche" (G. Devereux, The nature of Sappho's in fr. 31 LP as evidence of her inversion. Quarterly, 20, 1970).
- Conclusioni
Si dice che la segregazione femminile fu una delle cause che contribuirono alla diffusione dell'omosessualità greca: ma anche ammesso che così sia stato (del che, peraltro, è lecito dubitare), essa non fu né la sola, né la più rilevante. Fondata piuttosto e in via primaria sull'idea della duplice appartenenza sessuale dell'individuo di sesso maschile (vedi Platone, Simposio, 189 d – 192 c sull'esistenza originaria di tre sessi) e privilegiata per la sua funzione pedagogica, fu l'omosessualità maschile, se mai (poste le sue implicazioni sociali e intellettuali), il fatto culturale che rafforzò la segregazione femminile. Per l'uomo greco, che viveva il rapporto omosessuale come il luogo privilegiato dello scambio di esperienza e che in esso trovava risposta alle sue esigenze più alte, considerare la donna come adibita ad un compito esclusivamente biologico fu, in fondo, estremamente facile.
Che ruolo aveva l'amore omosessuale nella vita delle donne? Nonostante le analogie che sembrano emergere dalle considerazioni di Plutarco, l'omosessualità femminile sembra difficilmente comparabile con quella maschile. Certo, per le donne che la vivevano, l'esperienza comunitaria era anche il momento della vita intellettuale, dell'istruzione, della cultura. Ma quante furono le donne che vissero quest'esperienza? Non bisogna dimenticare, infatti, che al di là di quanto possiamo dedurre da Saffo, di queste comunità femminili sappiamo poco o nulla. E, comunque, anche all'interno di queste comunità, l'omosessualità sembra aver giocato un ruolo diverso da quello che giocava nella vita degli uomini. Non è forse un caso se a enfatizzare la funzione pedagogica del rapporto fra donne è un uomo, come Plutarco, mentre Saffo – che pure insiste sull'aspetto educativo e nobilitante della vita del tiaso – pone l'accento, piuttosto, sull'aspetto affettivo ed erotico del rapporto. In qualche modo, insomma, si ha la sensazione che l'omosessualità femminile sia stata costruita culturalmente sul modello di quella maschile, e presentata – dalle poche fonti maschili che vi alludono- come un calco di questa.
di Aurelio MANISCALCO
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Ippolito
Prologo
Sono Cipride, potente e famosa tra i mortali e tra gli dei, di quanti abitano tra il Ponto e i confini di Atlante, onoro chi venera la mia potenza, punisco terribilmente chi è superbo nei miei confronti; anche gli dei sono fatti così, hanno piacere ad essere onorati dagli uomini.
Subito dimostrerò la verità delle mie parole. Ippolito, figlio di Teseo e dell’Amazzone, l’allievo del venerabile Pitteo, unico tra i cittadini di Trezene,afferma che sono la peggiore delle dee; disprezza l’amore e il matrimonio, invece onora Artemide figlia di Zeus, la migliore, secondo lui, fra le dee. Attraverso i boschi, in compagnia della dea vergine, stermina le bestie selvagge con i suoi cani veloci, è un rischio per un mortale essere così amico di una dea. Non sono per nulla gelosa di loro, ma in questo giorno punirò Ippolito per i torti che mi ha fatto; ho progettato già da tempo quello che devo fare, non ho bisogno di altri sforzi. Un giorno Fedra, la sua matrigna, lo vide venire dalla casa di Pitteo per assistere alle cerimonie dei sacri misteri e per mia volontà fu presa da amore tremendo. E prima che Fedra giungesse a Trezene, proprio sull’acropoli di Atene, fece costruire, lei che si struggeva per un amore lontano, un tempio in onore di Cipride e andava dicendo che l’aveva fatto per onorare Ippolito. Dopo che Teseo, colpevole dell’assassinio dei figli di Pallante, lasciò la Terra di Cecrope con la moglie, e venne esule per un anno in questa terra, la moglie Fedra, colpita dalla passione, se ne muore in silenzio, e nessuno dei familiari conosce la sua malattia, ma questo amore non finirà così. Io dirò a Teseo e a tutti come stanno le cose; e il padre ucciderà il giovane che è mio nemico,con uno dei tre voti che il dio del mare Poseidone gli concesse in dono. La nobile Fedra tuttavia morirà, ma i miei nemici riceveranno la giusta punizione per la sua sventura. Ecco Ippolito che torna finalmente dalla caccia, lo seguono molti servi che intonano canti in onore di Artemide, e non sa che questo è il suo ultimo giorno di vita.Io me ne andrò via da questi luoghi.
Ippolito. Seguitemi cantando in onore della Celeste Artemide, figlia di Zeus, nostra protettrice.
Cacciatori Salve, o signora figlia di Latona e di Zeus, Artemide, la più bella tra le vergini, tu che abiti in cielo nella casa d’oro del padre. Salve, o Artemide, la più bella delle dee dell’Olimpo.
Ippolito A te offro una corona intrecciata di fiori da un prato incontaminato, mai falciato, dove il pastore non osa pascolare le greggi, solo le api ci volano in primavera e il Pudoro lo irriga con acque abbondanti; solo a chi è saggio per natura, è concesso cogliere i fiori, non certo ai malvagi. O amata signora, accetta dalla mia mano devota questa corona per i tuoi capelli d’oro. Solo io tra i mortali ho questo privilegio: vivo con te, parlo con te, ascolto la tua voce anche se non ti vedo. Possa io morire fedele a te così come ho vissuto.
Servo O Signore accetta un buon consiglio da me
Ippolito Si certo, altrimenti non saremmo saggi
Servo Conosci quella legge stabilita (tra) per gli uomini?
Ippolito Non so, perché mi fai questa domanda?
Servo Odiare la superbia e ciò che piace a tutti.
Ippolito Giusto, tutti gli uomini superbi sono odiosi.
Servo Sono le persone affabili che si fanno amare
Ippolito E ci guadagnano pure, con poca fatica
Servo Non pensi che tra gli dei valga la stessa legge?
Ippolito. Si, se abbiamo le stesse leggi degli dei
Servo Ma perché non veneri una nobile dea?
Ippolito E quale? Stai attento a non sbagliare.
Servo Eccola, Cipride, che sta vicino alla tua porta.
Ippolito Da lontano la saluto io che sono puro
Servo Però e una dea nobile e venerata tra gli uomini
Ippolito. Che sia un dio o un uomo, ciascuno ha le sue preferenze
Servo Che tu possa essere felice, sei saggio quanto occorre
Ippolito Non mi piace un dio venerato di notte
Servo Ma bisogna, o figlio, onorare tutti gli dei.
Ippolito Andate, amici, nella reggia e preparate la mensa. E’ bello dopo la caccia avere una tavola imbandita, bisogna strigliare i cavalli cosi che dopo il banchetto io possa addestrarli nel modo migliore. Porta i miei saluti alla tua Cipride.
Servo Noi, invece, non possiamo imitare i giovani che la pensano cosi. Da buoni servi, rivolgeremo preghiere alla tua immagine, o signora Cipride, bisogna essere indulgenti se un giovane cuore impetuoso pronuncia parole stolte, fa’ finta di non sentire. E gli dei devono essere piu saggi degli uomini.
Coro Da una roccia, dicono,
stilla acqua dell’oceano,
essa scorre pura dai dirupi
con brocche puoi attingerla.
Qui nell’acqua di fiume
un’amica lava vesti purpuree,
su una roccia assolata le asciuga;
da questo luogo giunse
la notizia della mia padrona.
Consumata dalla malattia
se ne sta a letto dentro casa,
e veli sottili ombreggiano i suoi biondi capelli,
da tre giorni ormai non tocca cibo,
per un male nascosto desidera morire.
Forse tu vaneggi
posseduta da un dio,
da Pan, o da Ecate
o dai sacri Coribanti o dalla Grande Madre?
O forse ti tormenti,
colpevole di non aver offerto
le sacre focacce a Dittinna,
la grande cacciatrice?
Va errando per terra e per mare
attraverso le onde,
forse un amore segreto inganna lo sposo,
re di nobile stirpe.
O forse un marinaio navigò da Creta
verso il porto più ospitale
portando la notizia alla regina,
che soffre inchiodata al letto.
Dolorosa debolezza,
conseguenza dei dolori del parto
è solita convivere con il difficile carattere delle donne ,
dentro di me ho sentito una volta questo fremito,
ed io con devozione invocai Artemide,
celeste signora degli archi
e protettrice dei parti,
che sempre mi soccorre con gli altri dei.
Ma ecco davanti alle porte la vecchia nutrice
che accompagna costei fuori dal palazzo,
scura in volto.
L’animo mio desidera sapere che cosa succede,
che cosa ha stravolto il suo aspetto così diverso dal solito.
I episodio
Nutrice. O mali odiosi dei mortali, che cosa posso fare per te? Eccoti finalmente alla luce del sole, all’aria aperta. Prima desideravi venire qui ad ogni costo ma subito ti affretterai a rientrare. Infatti subito cambi idea e non ti rallegri di nulla, e non ti piace ciò che hai vicino e pensi che sia più dolce ciò che ti manca. E’ meglio essere ammalati che curare, quello è un male semplice, a chi cura il dolore si aggiunge anche la fatica. Tutta la vita degli uomini è dolorosa e non c’è tregua per gli affanni e se c’è qualcosa di più bello della vita, la tenebra lo avvolge. Sembrano perdutamente innamorati di qualsiasi cosa splenda sulla terra, ma noi non conosciamo altra vita neanche quella ultraterrena, e ci perdiamo dietro vane parole.
Fedra. Sollevate il mio corpo e sostenete la mia testa; mi sento sfinita, tenetemi le mani, o ancelle. Anche il velo mi pesa, toglietemelo scioglietemi i miei riccioli biondi.
Nutrice. Coraggio figlia, non continuare ad agitarti. Sopporterai più facilmente il tuo male, con animo nobile e tranquillo; è destino che gli uomini soffrano.
Fedra. Ahi, magari potessi attingere acqua pura dalla fonte e riposare distesa a un'ombra di un albero in un prato fiorito.
Nutrice. Che vai dicendo, figlia? Non dire queste cose, non parlare come una folle davanti alla gente!
Fedra. Conducetemi al monte; andrò nel bosco, dove cagne feroci inseguono maculati cerbiatti; per gli dei voglio incitare i cani e scagliare il giavellotto dalla punta di ferro.
Nutrice. Perché ti angosci con questi pensieri? perché questo tuo interesse per la caccia? Perché questo desiderio di acqua sorgente? C'è qui vicino alle mura un pendio ricco di acque dove potrai dissetarti.
Fedra. Artemide patrona di Limna e delle gare equestri, se fossi nelle tue pianure e domare venete puledre.
Nutrice. Perché di nuovo vaneggi? Un attimo fa salita sul monte ti abbandonavi col pensiero alla caccia, ora invece puoi domare il cavallo. Ci vorrebbe un bravo indovino per capire quale dio ti sconvolge la mente.
Fedra. Che cosa ho fatto? Me infelice! Dove sono andata a finire? sono stata una pazza, sono caduta accecata da un dio, me sventurata. Nutrice, coprimi di nuovo il capo, mi vergogno per le cose che ho detto. Piango per la vergogna, la ragione fa soffrire ma la follia è un male, è meglio morire senza conoscere.
Nutrice. Ti copro, ma quando la morte coprirà il mio corpo? La vita mi ha insegnato tante cose. Per gli uomini sono pericolose le amicizie troppo forti, meglio scegliere un legame più debole che facilmente si possa sciogliere, io soffro troppo anche per te e questo è un peso insopportabile, regole troppo rigide non danno gioie, ma danneggiano la vita e la salute, il giusto equilibrio è la cosa migliore.
Coro. Vecchia fedele nutrice di Fedra noi vediamo questi tristi eventi ma non capiamo qual è il suo male, vorremmo saperlo da te.
Nutrice. Non lo so neanch’io, gliel’ho chiesto ma non vuole parlare.
Coro. E non conosci neanche la casa della sua sofferenza?
Nutrice. No, tace su tutto
Coro. Com’è sciupata e debole!
Nutrice. Certo, non mangia da tre giorni!
Coro. E’ accecata da un dio o è lei che vuole morire?
Nutrice. Vuole morire, e per questo non tocca cibo.
Coro. E’ una cosa incredibile se il morto lo permette
Nutrice. Ma lei non parla della sua malattia.
Coro. E non se ne accorge guardandola?
Nutrice. Si trova lontano da qui.
Coro. E tu non la costringi a parlare per conoscere il suo tormento?
Nutrice. Le ho provate tutte, ma inutilmente; non mi arrenderò! Non smetterò di prendermi cura della mia infelice padrona e tu ne sarai testimone. Figlia mia, dimentichiamo i discorsi di prima, calmati e non ti tormentare, cambiamo discorso, non è facile capirti. Se hai una malattia che non si può dire ci sono qui le donne che ti possono aiutare, se invece la tua pena può essere riferita a degli uomini, allora rivolgiamoci ai medici. Ebbene, perché non parli? Non dovresti tacere,figlia mia,o dovresti correggermi se dico qualcosa di sbagliato o essere d’accordo con me. Dì qualcosa, guardami, o me infelice, invano soffriamo donne e ne sappiamo quanto prima. Non si è lasciato convincere prima e neppure adesso. Sii pure ostinata quanto vuoi, ma sappi che, se morirai, rovinerai anche i tuoi figli. Per l’amazzone che ha generato un padrone per i tuoi figli, un bastardo che pensa di essere un figlio legittimo, tu lo conosci bene Ippolito!
Fedra. Ahimè!
Nutrice. Ti colpisce questo nome?
Fedra. Tu mi uccidi madre, ma d’ora in poi, per gli dei, non fare più il nome di quest’uomo.
Nutrice. Vedi? Tu ragioni bene ma non ti preoccupi del futuro dei tuoi figli e della tua vita.
Fedra. Amo i miei figli, ma altro mi sconvolge.
Nutrice. Non hai macchiato le mani di sangue?
Fedra. Le mie mani sono pure, è il mio cuore che è contaminato.
Nutrice. Forse è un maleficio di qualcuno dei tuoi nemici.
Fedra. Un amico senza accorgersi mi distrugge e senza che io lo voglia.
Nutrice. Teseo ha fatto un torto nei tuoi riguardi?
Fedra. Che nessuno mi veda mai fare del male a mio marito!
Nutrice. Che c’è di così terribile per cui tu vuoi morire? E’ uno sbaglio!
Fedra. Lasciami sbagliare! Sarò io a morire!
Nutrice. Sarà colpa tua se non potrò aiutarti.
Fedra. Non mi stringere la mano, perchè mi fai forza?
Nutrice. Ti stringerò anche le ginocchia e non ti lascerò andare.
Fedra. Anche per te queste cose saranno dei mali quando li conoscerai
Nutrice. Ma quale male sarà per me più grande del perderti?
Fedra. Morirai, e questo mi darà onore
Nutrice. Ti supplico, non nascondermi cose onorevoli
Fedra. In situazioni vergognose voglio comportarmi nobilmente.
Nutrice. Parlando sarai ancora più nobile.
Fedra. Per gli dei, allontanati, e lasciami la mano!
Nutrice. No, non ti lascio, finché non mi dici quello che dovresti!
Fedra. Te lo dirò, perché ho rispetto di te.
Nutrice. D’ora in poi sarai tu a parlare, io tacerò
Fedra. O madre, di quale empia passione ti macchiasti
Nutrice. Quella che sentì per il toro? O che altro?
Fedra. E anche tu, infelice sorella, sposa di Dioniso
Nutrice. Perché vaneggi, perché insulti i tuoi parenti?
Fedra. Ed io sono la terza a cadere nella sventura.
Nutrice. Sono sconvolta, che cosa vuoi dire?
Fedra. Da sempre nella mia famiglia siamo donne sventurate!
Nutrice. Non riesco ancora a capirti!
Fedra. Ahimè, fossi tu a dire ciò che dovrei dire io!
Nutrice. Non sono un’indovina a sapere cose che non conosco!
Fedra. Che cos’è quello che gli uomini chiamano amore?
Nutrice. Una cosa dolcissima, figlia, ma anche dolorosa.
Fedra. Ma io ho provato solo l’aspetto doloroso
Nutrice. Sei innamorata, e di chi?
Fedra. Chiunque egli sia, il figlio dell’amazzone.
Nutrice. Vuoi dire Ippolito?
Fedra. Sei tu a dirlo, non io.
Nutrice. Ahimè, che dirai ancora, mi hai distrutta, donne, non si possono sopportare queste cose ed anche io non le sopporterò finché vivo; che giornata terribile! Voglio morire. Addio. Anche le persone sagge, senza volerlo, amano il male. Afrodite non era certo una dea, ma una forza più grande, lei che ha distrutto lei, me e la casa.
Coro. Hai sentito la regina lamentarsi? Come soffre! Preferirei morire piuttosto che trovarmi nella sua infelice situazione! Sei rovinata. Hai rivelato il suo male. Che cos’altro ancora ti riserva questo giorno! Qualcosa di nuovo succederà nella reggia. È chiara ormai la sorte che Afrodite ha scelto per te, sventurata.
Fedra. Donne di Trezene che abitate questo estremo lembo della terra di Pelope, già altre volte nelle lunghe veglie notturne ho riflettuto sulla rovina degli uomini, non per naturale inclinazione essi agiscono male, infatti, molti ragionano bene. La vita offre molti piaceri, lunghe chiacchierate, l’ozio, piacevole male, e il pudore, uno buono e l’altro che rovina le cose. E dal momento che sono convinta di ciò, non c’è nessun farmaco che possa farmi cambiare idea. Ti dirò quello che penso. Dopo che amore mi ferì, cercavo di sopportarlo nel modo migliore, dapprima ho nascosto col silenzio questo mio male, non c’è da fidarsi della lingua che è capace di criticare i pensieri degli altri, ma poi si rovina da sé. Poi mi sono proposta di sopportare con dignità la mia follia, vincendola con la saggezza. Infine, poiché in questo modo non riuscivo a dominare la passione, morire mi sembrò la scelta migliore, nessuno lo negherà. Non vorrei rimanere nell’ombra se mi comporto nobilmente, né avere troppi testimoni se sbaglio. Sapevo bene che sia l’azione sia la mia malattia erano cose disonorevoli, e di essere donna odiata da tutti. Maledetta sia colei che per prima disonorò il letto nuziale. Proprio dalle cose dei nobili questo male cominciò a diffondersi tra le donne. Quello che piace ai nobili, anche se è vergognoso, piace poi agli umili. Io odio le donne oneste a parole, ma che di nascosto si comportano vergognosamente, come possono, o dea dell’amore, guardare in faccia i loro mariti? Non tremano all’idea che un giorno la complice oscurità delle cose possa rivelare la loro colpa. Proprio questo, care amiche, mi spinge a morire, perchè mai disonori mio marito e i miei figli.Grazie alla loro madre possano vivere liberi e parlare liberamente nella gloriosa città di Atene. Anche l’uomo coraggioso, quando conosce le azioni indegne del padre o della madre diventa uno schiavo. Solo questo vale quanto la vita, un animo giusto e onesto. Il tempo come uno specchio rivela al momento opportuno gli uomini malvagi, che io mai sia uno di loro.
Coro. La saggezza è un bene prezioso e ha sempre fama tra gli uomini.
Nutrice. Signora, la tua disgrazia poco fa mi ha provocato una terribile e improvvisa paura, ma ora capisco di essere stata una sciocca; la riflessione rende più saggi. Infatti, non ti succederà nulla di strano, né di irragionevole, è solo l’ira di una dea che si è abbattuta su di te. Ti sei innamorata. Che c’è di strano? È normale per gli uomini. E per questo ti vuoi rovinare la vita? Il dover morire non giova nè a quelli che amano oggi né a quelli che ameranno in futuro. Non si può resistere a Cipride, quando si scaglia con tutta la sua forza; lei tratta con dolcezza chi s’arrende facilmente, annienta invece chi trova orgoglioso e superbo.
Vola nel cielo, guizza tra le onde del mare, tutto nasce da lei, grazie all’amore, e anche noi siamo suoi figli. Quanti conoscono le opere degli antichi poeti sanno bene che un giorno Zeus si innamorò di Semele. E che splendida Aurora portò per amore Cefalo tra gli dei. Eppure essi abitano tra gli dei in cielo e sono felici della loro sorte, e tu invece non ti rassegnerai?
Dovevi nascere sotto un’altra stella: ora devi accettare queste leggi. Quante persone dotate di buon senso, pur vedendosi tradite nell’onore, fingono di non vedere, e quanti padri tollerano le colpe che i figli hanno commesso per amore? Gli uomini saggi nascondono sempre le cose che non sono belle. Non c’è bisogno che gli uomini siano perpetui ad ogni costo; nulla è perfetto, e tu, caduta in questa disgrazia, come pensi di venirne fuori? Ritieniti fortunata se le gioie superano i dolori. Ma tu, figlia mia, non tormentarti, e metti da parte l’orgoglio; non pretendere di essere superiore agli dei, abbi il coraggio di amare: dio lo vuole. Se sei malata cerca di guarire, ci sono incantesimi e parole capaci di sedurre, ci sarà pure un rimedio per questo male. Gli uomini certo non lo troverebbero mai, se non ci fossimo noi donne.
Coro: Fedra, questa donna ti dà consigli utili, ma io sono d’accordo con te. Questa mia lode è per te più spiacevole delle sue parole.
Fedra: Sono proprio i discorsi troppo belli a mandare in rovina le città ben governate e le famiglie; bisogna fare discorsi che diano fama alla città:
Nutrice: Perché parli in questo modo? Non hai bisogno di belle parole, ma solo di quell’uomo. Occorre al più presto dirgli la verità. Se non ti fossero capitate simili sciagure e se avessi ancora il controllo di te stessa, non ti spingerei a tanto: ora è più importante salvare la tua vita.
Fedra: Smettila! Non fai altro che dire cose terribili!
Nutrice: Le mie parole sono scandalose, ma certo più utili per te. La mia franchezza, se ti salverà, è migliore del tuo orgoglio e della tua onestà.
Fedra: In nome degli dei, non continuare a parlarmi così: sono ormai vittima della passione, e le tue belle parole mi spingeranno a fare ciò che non voglio.
Nutrice: Dovevi pensarci prima e non dovevi innamorarti, se hai sbagliato, dammi retta, poi mi ringrazierai. Ora mi viene in mente: in casa ho filtri d’amore, ti libereranno da questo male, senza vergogna e senza danno, se avrai coraggio. Dobbiamo prendere da lui una ciocca dei suoi capelli o un pezzo del suo mantello: l’amore sarà reciproco.
Fedra: E’ un unguento o una bevanda?
Nutrice: Non lo so, ma che t’importa? L’importante è che ti aiuti.
Fedra: Temo che tu sia troppo intraprendente.
Nutrice: E’ solo un filtro, di che cosa hai paura?
Fedra: Che tu dica qualcosa al figlio di Teseo.
Nutrice: Non ti preoccupare, sistemerò io le cose. E tu,Cipride, aiutami, per quello che ho in mente basterà parlare con gli amici di casa.
PRIMO STASIMO
Coro:Eros, tu che attraverso gli occhi stilli il desiderio e porti nell’anima un dolce piacere, non procurarmi mai dolore e violenza. Neppure il dardo del fuoco e degli astri è più forte di quello dell’amore. Invano i Greci offrono sacrifici presso l’Alfeo e le case pitiche di Apollo, se non veneriamo Eros, tiranno degli uomini, custode dei legami d’amore: con il suo arrivo porta sventure e disgrazie. Cipride diede in moglie a Eracle la vergine Iole, dopo averla domata lontano dalla casa di Eurito, infelice, come una ninfa e una baccante, tra il sangue e il fumo e i funesti imenei. O sacre mura di Tebe, o fonte dircea,voi potete testimoniare come Cipride s’insinua nel cuore, avendo dato in sposa a Zeus la madre di Bacco, nato due volte, la fece morire. È vento che soffia impetuoso e ape che vola.
SECONDO EPISODIO
I SCENA
Fedra: tacete, o donne, sono rovinata
Coro: che cosa accade di terribile nella tua casa?
Fedra: tacete, fatemi capire quello che succede dentro casa
Coro: sto zitto, questo preludio è funesto
Fedra: Ahimè sventurata per le mie sofferenze.
Coro: Perchè gridi? Quale notizia ti spaventa, assalendo la tua anima?
Fedra: Sono perduta, avvicinatevi alle porte e ascoltate che trambusto vi è nel palazzo.
Coro: Tu sei vicina alla porta, ascolta la voce che viene dalla casa. Dimmi, quale sciagura si è abbattuta su di noi?
Fedra: Ippolito, il figlio dell’Amazzone, grida, rivolgendo alla serva terribili insulti.
Coro: Sento una voce, ma non mi è chiara, ma è, invece, chiara a te che stai vicino alle porte.
Fedra: La chiama ruffiana, traditrice del letto del signore.
Coro: Me infelice, che disgrazia, sei stata tradita mia cara. Che cosa potrò fare per te? E’ chiaro ormai ciò che prima era nascosto, e così sei perduta.
Fedra: Ahimè, povera me
Coro: Tradita da chi ti vuole bene
Fedra: Mi ha distrutta rivelando le mie sventure, ha cercato di curare la mia malattia con affetto, ma non nel modo giusto
Coro: Che farai, ora? Il tuo male è senza rimedio. So solo una cosa: l’unico rimedio è la morte.
II SCENA
Ippolito: Terra, sole, che parole terribili ho udito?
Nutrice: Taci, o figlio, prima che qualcuno senta le tue grida.
Ippolito: Non posso tacere, sono cose troppo orrende!
Nutrice: Taci, ti scongiuro (gli si avvicina)
Ippolito: Non toccarmi (si ritrae)
Nutrice: Ti supplico, non rovinarmi!
Ippolito: Perchè dovrei tecere, se non hai detto nulla di male?
Nutrice: Nessuno deve saperlo
Ippolito: Se sono cose oneste, tutti lo devono sapere.
Nutrice: Non violare il giuramento!
Ippolito: La lingua ha giurato, non il cuore.
Nutrice: Che fai, rovini gli amici?
Ippolito: Non è mio amico, chi è ingiusto.
Nutrice: Perdonami, tutti possiamo sbagliare!
Ippolito: Zeus, che errore hai fatto creando le donne! Se volevi una terra popolata da uomini non dovevi farlo con le donne, bisognava che gli uomini, offrendoti oro, ferro o bronzo, ottenessero in cambio dei figli, di pari valori, ed essere liberi, in casa, senza le donne. Adesso, invece, appena ce ne portiamo una in casa, subito siamo rovinati. Anche il padre se ne libera dandola in sposa e ci aggiunge pure la dote. Il marito spende sino all’ultimo centesimo per coprirla di gioielli e di vesti. Di qui non si scappa: se una sposa una donna nobile, deve sopportare la sua indole scontrosa e non darlo a vedere; se, invece, ne sposa una nobile ma tranquilla, vive senza soldi, ma sereno. È meglio avere in casa una donna stupida. Io odio la donna intelligente: pensa più di quanto le è consentito ed è più predisposta al male. La donna stupida, invece, non fa pazzie!
Le serve, invece, non devono stare con le padrone, ma solo con le bestie, senza parlare. Le serve, invece, portano fuori di casa i malvagi intrighi delle donne. Anche tu sei una di loro, spingendomi a tradire mio padre, e da questo obbrobrio io mi purificherò, che mi contamina solo a sentirlo. Ti salvi solo perché ho giurato, altrimenti rivelerei tutto a mio padre; me ne andrò da questa casa finchè mio padre sarà lontano, non parlerò; voglio vedere se avrete il coraggio di guardare in faccia mio padre e la tua padrona, sfrontate come siete. Non mi stancherò mai di odiare le donne, perchè mai si stancano di essere malvagie.
III SCENA
Fedra: O donne sventurate! Non c’è arte, non c’è parola che possa salvarci quando sbagliamo. Ho avuto quel che meritavo. Come posso nascondere la mia disgrazia, amiche mie. Quale dio, quale uomo mi può salvare da questa situazione disperata, sono la donna più infelice!
Coro: Ahimè! Le cose vanno male; il piano della tua serva ha fallito.
Fedra: Che mi hai fatto, donna, rovina degli amici. Ti avevo ordinato di tacere, ora, invece, morirò disonorata! Devo escogitare qualcosa. Costui rivelerà tutto a suo padre e al vecchio Pitteo, mi riempirà di vergogna. Che tu possa morire e con te chiunque di sua iniziativa ingiustamente aiuterà gli amici. (vv.695)
Fine articolo greco tutto di tutto
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Greco tutto di tutto
SAFFO: L'ODE DEL SUBLIME
Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto A me pare simile agli dei
Ti siede e vede il tuo bel riso, e sente chi a te vicino così dolce
I dolci detti e l'amoroso canto! Suona ascolta mentre tu parli
A me repente, e ridi amorosamente. Subito a me
Con più tumulto il core urta nel petto: il cuore si agita in patto
More la voce, mentre ch'io ti miro, sol che appena ti veda, la voce
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto si perde sulla lingua inerte.
Geme il sospiro. Un fuoco sottile affiora rapido alle spalle,
Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo: e ho buio negli occhi e il rombo
Un indistinto tintinnio m'ingombra del sangue nelle orecchie
Gli orecchi, e sogno: mi s'innalza al guardo E tutta in sudore etremante
Torbida l'ombra. Come erba patita scoloro:
E tutta molle d'un sudor di gelo, e morte non pare lontana
E smorta in viso come erba che langue, a me rapita di mente
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
Tacita, esangue.
(U. Foscolo) (S. Quasimodo)
Prima di ogni nostra considerazione sull'ode più celebre di Saffo, è giusto proporre il commento dataci dall'anonimo autore del trattato Del Sublime, al quale va anche il merito di averci trasmesso quanto ci resta dell'Ode.
Dal Sublime cap. X, 1-3:
"Ora consideriamo se abbiamo qualche altro mezzo per rendere alto lo stile. Poiché dunque a tutte le cose s'accompagnano per nature alcune caratteristiche inerenti alla loro sostanza, per forza porterebbe per noi essere un'altra fonte del sublime il trascescegliere tra questi elementi i più opportuni e il comporli,per così dire in un corpo solo:
eklegeiv aei ta kaipiwtata kai tauta th pros allhla episunqesei kaqaper ev ti swma
dunasqa.
Infatti così si attrae l'ascoltatore da una parte con una scelta delle idee, dall'altra con l'unione dei molti elementi scelti delle espressioni elette.
Così Saffo deriva sempre la descrizione dei patimenti che s'accompagnano al delirio d'amore dell'osservazione della manifestazione che ad esso s'accompagnano e da quello che esso è in realtà. In che cosa dunque dimostra il suo valore? Nello scegliere e nel collegare insieme con singolare bravura quello che essi hanno di più alto e di eccezionalmente teso".
Segue a questo punto la citazione dell'ode; quindi il commento prosegue:
"Non stupisce che essa osservi ad un tempo l'anima, il corpo, le orecchie, la lingua, gli occhi, il colore, come se fossero cose in tutto al lei estranee e di per sé stanti e contraddittoriamente ad un tempo agghiacci ed ardi, vaneggi e ragioni (ha infatti paura e poco manca che muoia), così che sembra che ella non provi un sentimento, ma un groviglio (cuvo6oo) dì passioni? Tutte queste impressioni provano gli innamorati, ma come ho detto, il coglierne i punti essenziali () e il fonderli insieme ha prodotto l'eccellenza".
Si tratta della descrizione di una scena a tre, nella quale un uomo non meglio identificato siede davanti alla donna amata da Saffo e l’ascolta mentre parla e ride dolcemente; questa visione sconvolge la poetessa, fino a generare in lei manifestazioni, quali la mancanza di voce (afasia), o il diffondersi di una febbre e di un tremore, al limite del patologico.
La struttura del frammento 31
Dal punto di vista strutturale, è interessante notare come il primo periodo dell'ode, costituito dalla prima strofa e dai primi due versi della seconda, sintetizzi il motivo dominante: la felicità dell’innamorato che contempla il "desiato riso" (espressione dal Canto V dell’Inferno di Dante) della sua donna, e lo sconvolgimento di Saffo di fronte a questo spettacolo: complessa sintatticamente la prima parte del periodo, irrevocabilmente breve la seconda parte, che segue alla prima innestandosi addirittura a meta del verso, per rendere ancora più violenta l'opposizione.
Ritornando alla scena iniziale, questa non è ritratta in termini oggettivi, ma è al contrario, osservata attraverso il punto di vista di un io parlante che è fin dall'inizio presente nell'enunciazione e che trae dallo "spettacolo" motivo dì indicibile sofferenza.
Infatti la visione della suddetta scena non lascia certo indifferente la sconsolata poetessa spettatrice, che enuncia invece con lucidità le sensazioni di lacerante fisicità che si manifestano nel suo corpo:
• un incontrollato sbigottimento le fa balzare il cuore nel petto;
• la visione della ragazza amata le fa perdere la voce e spezzare la lingua;
• una febbre bruciante la percorre a fior di pelle:
• proprio quell'organo che le procura la sofferenza, la vista, viene meno;
• le orecchie rimbombano;
• un sudore freddo si diffonde in tutto il corpo;
• un tremore la possiede tutta;
• il suo colorito assomiglia al verde-giallo dell'erba
I medesimi sintomi, poi, sono elencati secondo una struttura paratattica ad elenco, e mediante una climax ascendente, il cui termine conclusivo, viene ad identificarsi con la morte, anche questa vista come impressione soggettiva e prodotto di un'apparenza allucinata; la sconfortata constatazione di una scena esterna colpisce il soggetto parlante che, ripiegatosi su se stesso, osserva e analizza con lucidità le reazioni psico-fìsiche che si scatenano nel suo organismo; alla fase descrittiva del dato esterno segue un rientrare in se stessa di Saffo, che contempla senza speranza il disfacimento che si impossessa del suo corpo; nell'obiettare ed esternare il proprio stato fisico, l'io oppone se stesso all'altro da sé, alla realtà che gli "appare", per chiudersi poi almeno fino v. 16 in una dimensione di auto-commiserazione senza sbocco.
Le parti seguenti si susseguono paratatticamente, così come le sensazioni, che non si dominano né si prevedono, ma semplicemente si avvertono e si soffrono. Assai elegante la ripresa nel primo verso e nel verso 16 dello stesso verbo, fainesqai, che introduce però due "apparizioni" di segno opposto: l'apparizione della beatitudine dell'innamorato, e quella dello sfacelo fisico a cui la passione ha condotto Saffo, che si sente "poco distante dall'essere morta". Insistiamo sul termine "apparizione", anche se valenti studiosi hanno sentito in fainesqai l'equivalente di dokein, cioè l'idea del "sembrare", soggettivo. Nel mondo, caro a Saffo e al suo tiaso, delle epifanie divine, non stona un tipo di epifanie come questo: epifania dell'innamorato felice "simile agli dei", epifania di Saffo, distrutta dalla passione d'amore.
L'ambiente dell'ode
La spinta ispiratrice dell'ode è facilmente identificabile ed è piuttosto familiare al mondo del tiaso cui Saffo si rivolge: si tratta infatti della partenza di una giovane che, avendo concluso il suo percorso formativo, intraprende la strada del matrimonio e dell'amore etero-sessuale; si trovano quindi compresenti la maestra che sta per salutare la sua allieva, la ragazza stessa, ed il suo promesso sposo.
Problemi filologici
Il testo dell'ode, restituiteci dall'Anonimo Del Sublime, è accidentato e ha presentato problemi filologici non indifferenti, alla cui soluzione ho contribuito in taluni casi, un prezioso ritrovamento papiraceo; altrove invece, sia pur prendendo atto degli sforzi degli studiosi, la necessità dell'equilibrio e della correttezza scientifica hanno imposto l'opportunità di temperare l'ipotesi e dosare le congetture; quello di cui disponiamo è invece una consistente parte di testo per lo più leggibile e caratterizzata da fascino ed originalità irripetibili. L'enunciazione della patologia amorosa è il dato più immediato della aegritudo amoris nella letteratura successiva, quasi una grammatica medica disponibile per il poeta d'amore; ma ciò che distingue il carme eolico è la concretezza dell'occasione che lo genera nel contesto del tiaso. Saffo detta le regole in materia amorosa, conosce ed invoca la dea dell'amore, elabora le regole del "saper fare" dell'eros, avverte delle possibilità di sofferenza implicite in questo sentimento. Per Saffo amare è soffrire per un motivo determinato e concreto, scatenato dallo specifico quotidiano e dalle abitudini vigenti nel tiaso; per i poeti successivi, l'amore sarà sofferenza tour court per le obbiettive ambivalenze insite in una passione che può costruire e promuovere la persona, ma che sulla persona può anche infierire fino a distruggerla.
La fortuna del frammento 31
Per "fortuna" di un testo s'intende la sua vitalità nel corso del tempo, sia da parte del lettori sia da parte degli scrittori, che lo possono riprendere nelle loro opere, rifacendosi a parti di esso, o che possono trarne ispirazione per ulteriori sviluppi.
Il frammento 31 di Saffo ebbe una fortuna vistosa nell'antichità classica, e fu riecheggiato anche nel Rinascimento francese, con Racine, Foscolo, lo tradusse in età giovanile.
Catullo e il carme 51
Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit
dulce ridentem: misero quod omnis
eripit sensus mihi; nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
<vocis in ore>
lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.
Otium, Catulle, tibi molestum est;
otio exultas nimiumque gestis.
Otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.
Quegli mi appare esser proprio un dio, anzi, se fosse lecito, egli è sopra un dio, perché seduto in fronte a te, lui se ne sta tranquillo a guardarti e ascoltarti, mentre sorridi dolce: e invece a me, infelice, svelli del tutto i sentimenti. Ché non appena ti vedo, Lesbia, non mi sopravvive un filo di voce. Ma s'intorpida la lingua, e una fiamma sottile mi scorre entro le membra, le orecchie dentro mi ronzano cupe, e la notte ricopre entrambi i miei lumi.
Catullo, il tempo libero è la tua rovina, ché troppo ti esalta e ti eccita. L'ozio ha distrutto anche re e città un tempo felici.
Il carme è senz'altro il più famoso di Catullo: l’imitazione da vicino di Saffo significa solo il riconoscimento da parte del poeta latino di un’affinità profonda di spirito e di esperienze e non toglie niente di essenziale all'autenticità dell'ispirazione catulliano, la critica sì è concentrata sulle differenze, volute e non , fra Catullo e il suo modello; e in questa ricerca è emersa nel carme catulliano una complessità che permette interpretazioni divergenti.
Il carme sembra riferirsi alla prima fase dell'amore di Catullo per Clodia, che qui egli chiama esplicitamente con il nome di Lesbia in omaggio alla poetessa di Lesbo. Ma, in questo carme, l'omaggio a Saffo consiste anche nell'adozione del metro, la strofa saffica.
L'occasione, come nel carme 31, è facilmente individuabile: a differenza che in quel contesto, però, nel testo latino il poeta descrive le reazioni di un innamorato di fronte alla sua amata, che viene corteggiata da un altro uomo; siamo dunque di fronte ad una vicenda di amore eterosessuale: la differenza di fondo risiede allora nella situazione amorosa, ma ciò che non muta è il tipo di reazione di chi, trovandosi ad essere spettatore, suo malgrado di una scena che egli stesso narra, soffre e descrive nel dettaglio i termini di tale sofferenza.
Assai più della lirica di Saffo, la rievocazione catulliana dell'incontro con Lesbia, implica ripensamento ed appare situarsi a una certa lontananza dal momento dell'emozione viva. L'ammissione dello smarrimento d'amore costa all'orgoglio virile di Catullo di più che all'ingenua sincerità di Saffo, e si avverte nelle parole di lui la consapevolezza di un destino ormai segnato. Non stona, quindi, nonostante le perplessità che ha suscitato in alcuni studiosi, la riflessione severa che chiude il carme sulle schiavitù d'amore come pena pagata all'otium, all'interiore disimpegno.
Con Saffo nasce l'interiorità, l'amore diventa nella coscienza un valore, una nuova "aretè". La lirica è per i greci la voce dell'interiorità, inoltre, tra poesia e musica esiste per loro un legame indissolubile. Per Catullo, invece, è molto più difficile esprimere, forse anche concepire, la passione amorosa che prova per Lesbia, donna che appartiene a quel gruppo di donne che sfidano il mos maiorum. Ecco che si ha un rovesciamento della gerarchia dei valori: al "vir gravis" del mos maiorum subentra il "vir lepidus", uomo in cui raffinatezza e drammatiche tensioni si fondono abilmente. Catullo è totalmente preso dalla sua passione amorosa, angosciato perché il suo amore non viene ricambiato, tuttavia egli ridimensiona molto, e quindi limita il suo ardore nel momento in cui definisce il rapporto d'amore "foedus": patto. Ci parla in termini giuridici e politici, non lasciandosi travolgere e stravolgere dall'amore come invece fa Saffo. L'individualità e l'unicità di cui racconta Saffo nella sua poesia è staccata da qualsiasi legame logico: lei ama e basta. Nell'ode ci racconta tutti i sintomi, è questa profondità del suo sentimento che rende ciò che lei dice universale, mentre il vincolo morale di Catullo, l'eterno patto di inviolabile affetto, pone degli argini all'amore di cui ci parla. L'unità poetica di Catullo è definita da pathos e ethos: non si limita a raccontare la sua storia d'amore come fa Saffo, che nell'ode descrive i sintomi dell'amore e non dà un giudizio di valore su di essi, mentre il poeta latino affianca alla descrizione un giudizio morale su questo sentimento.
Le prime tre strofe del carme sono un adattamento dell'ode di Saffo "A me pare simile agli dei... rombano gli orecchi", anche se il v. 2 è un ampliamento che manca nel testo greco. Il motivo del sorriso femminile è ripreso da Catullo, ma Saffo rende molto meglio l'immagine: la suggestione visiva del verbo "upakouei" (v. 4) è intraducibile: esso esprime l'atto dell'innamorato che si piega dolcemente per ascoltare e per guardare con maggiore tenerezza la sua donna; inoltre nella traduzione di Catullo si perde la sfumatura del participio “gelaisas” (v. 5) più l'accusativo avverbiale "imeroen" (v. 5) usato da Saffo, in questi ultimi termini si sottolinea la felicità della donna - che infatti ride - quando si sente desiderata dall'uomo che la sta guardando. Saffo accentua di più la psicologia della donna amata. Catullo, invece, aggiunge "spectat" (v. 4), ti contempla, curandosi maggiormente di rendere l'idea dello smarrimento e di estetica contemplazione dell'innamorato. Nel v. 5 Catullo dice di sé "miser", termine usato di frequente per descrivere il suo totale smarrimento davanti alla bellezza di Lesbia, che non trova nessun riscontro in Saffo. Al v. 6 l'espressione usata da Catullo "omnis eripit sensus" (io invece misero, vengo meno e mi perdo), risulta più sintetica di quella usata da Saffo, che dice "kardian ev sthqeis epotoaisen" v. 6 (il cuore nel mio petto ha sussultato), definendo che il coinvolgimento è senza tempo e totale.
In tutta la descrizione dei sintomi del "mal d'amore" Saffo dà il meglio di sé: il ritmo in questi versi (1-12) si fa incalzante, e pare vedere veramente qui davanti questa donna con la "lingua spezzata", presa da tutte queste sensazioni che la lasciano senza fiato. Catullo non riesce a rendere lo sconvolgimento di Saffo: usa "torpet" (intorpidita, immobile), che dà un senso più lieve dell'azione.
L'espressione di Catullo"gemina nocte teguntur lumina" è più pesante di quella di Saffo, oppatessi d’ oud’ ev orhmm’, epirrom-, perché nel dire "l'ombra si moltiplica davanti agli occhi" sembra quasi che l'innamorato sia smarrito a tal punto da avere paura della donna, forse, si sente catturato dalla sua bellezza, mentre Saffo continua a sottolineare con estrema delicatezza l'atteggiamento di smarrimento dell'innamorata, atteggiamento che, pur essendo portatore di pene amorose, non viene rifiutato dalla poetessa, anzi accolto pienamente. Entrambe le espressioni che indicano il ronzio avvertito dall'innamorato si equivalgono, infatti riscontriamo la presenza di due verbi onomatopeici: "tintinnant" e "epirrombeisi", mentre il primo comunica un suono quasi sgradevole, il secondo mostra lo stordimento dell'innamorato. I versi 13-15 di Saffo sono del tutto assenti in Catullo, mentre la poetessa esplicita le altre pene d'amore. La punta più alta dell'ode, dove realismo e suggestione si fondono a meraviglia, è: "clwrotera de poiaV emmi" (sono più pallida di un filo d'erba) e poi continua dandoci un'immagine quanto mai suggestiva, precisa e puntuale: "teJnakhn d’ ojligw pideuhn" è come se mancasse poco per morire. Catullo non riesce a riprodurre la dolcezza trascinante dei suoni e dei ritmi dei versi saffici, lo straordinario legame che instaura Saffo con la natura.
Saffo è una donna greca, che vive appieno la sua passione amorosa, raccontata in una dimensione intimistica che, per la sua efficacia espressiva e stilistica, rapisce il lettore che si rivede in essa: ecco universalizzato il sentimento personale. Catullo, invece, è uomo e romano, tende a condensare, a drammatizzare, forse anche a dominare il suo sentimento, per paura di esserne irrimediabilmente rapito. In quest'ottica si può leggere l'ultima strofa del carme di Catullo (v. 13-16): il poeta avverte il pericolo della propria rovina morale, universalizzando il problema. Riscontra infatti nel vivere in ozio e nelle dissolutezze la causa della rovina degli uomini e degli stati. E questa conclusione così amara: "La tua pace – Catullo - è per te un peso" (Otium, Catulle, tibi molestum est) è un ammonimento che egli fa a se stesso, poiché pensa che, travolto dalla passione amorosa possa perdere di vista il vero scopo della vita, sente la gravità della sua caduta, che prima gli era parsa giovamento per la sua esistenza.
Molti critici pensano che questa strofa sia staccata a tal punto dal resto del carme, da appartenere al frammento di un altro carme perduto, altri ritengono che faccia parte del carme, ma che alcuni versi che "collegavano logicamente" le strofe precedenti siano andati perduti. Forse si potrebbe intendere il finale del carme in questo modo: Catullo ha paura che il rincorrere a tutti i costi la donna amata possa portarlo alla rovina. Le riflessioni gnomiche contenute nelle due poesie sono però molto diverse tra loro: Catullo ci mette in guardia dai mali dell'amore, Saffo invece, o cerca di porvi un limite o si rassegna, con tolmaton "ma tutto bisogna osare". Se da un lato esse indicano la volontà dei due autori di dare nel finale il modo con il quale porsi davanti all'amore, dall'altro mostrano in modo evidente la loro diversità: Saffo ha una concezione più positiva dell'amore. L'amore per lei è il sentimento per eccellenza, per Catullo in definitiva, è un sentimento forte che per potersi realmente realizzare ha bisogno di essere ricambiato.
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Medea e Didone
Medea
Nella mitologia greca, maga figlia di Eete, re della Colchide. Quando l'eroe Giasone, al comando degli argonauti, raggiunse la Colchide alla ricerca del vello d'oro, Medea si innamorò perdutamente di lui; in cambio del giuramento di Giasone di eterna fedeltà e della promessa di ricondurla in Grecia con sé, Medea usò le proprie arti magiche affinché l'eroe sconfiggesse Eete e si impossessasse del vello. Medea salpò poi dalla Colchide con Giasone, portando con sé il fratello minore Apsirto. Per sfuggire all'inseguimento di Eete, Medea uccise Apsirto e sparse i suoi resti in mare. Il re si fermò per raccoglierli, e il ritardo permise a Giasone e ai suoi compagni di fuggire. In un'altra leggenda, fu Giasone a uccidere Apsirto dopo che Eete aveva mandato quest'ultimo all'inseguimento dei fuggitivi.
Quando gli amanti raggiunsero la Grecia, scoprirono che i genitori dell'eroe erano stati uccisi da Pelia, malvagio zio di Giasone. Per soddisfare il desiderio di vendetta di Giasone, Medea con l'inganno provocò la morte di Pelia. La maga promise di rendere Pelia eternamente giovane: le figlie, dopo aver addormentato il padre, avrebbero dovuto farlo a pezzi e poi portare i resti del corpo al cospetto di Medea; questa, recitando una formula magica, lo avrebbe riportato in vita, giovane e forte. Le figlie di Pelia seguirono scrupolosamente le indicazioni, ma Medea, di fronte al cadavere a pezzi si dileguò senza pronunciare il sortilegio. Consumata la vendetta Giasone e Medea fuggirono a Corinto, dove ebbero due figli e vissero felici sino a quando Giasone non si innamorò della figlia di Creonte, re di Corinto. Medea allora ammazzò la rivale. Sfuggì all'ira di Giasone lasciando Corinto su un carro alato e volando ad Atene, dove ebbe grande influenza presso il re Egeo. Attraverso le sue arti magiche, scoprì che stava per giungere ad Atene Teseo, il giovane eroe figlio di Egeo. Poiché non voleva perdere la sua influenza su Egeo a vantaggio del figlio, tramò con lo stesso re per invitare Teseo a un banchetto dove gli avrebbe offerto una coppa avvelenata. Egeo, non conoscendo l'identità di Teseo, accondiscese, temendo che gli ateniesi gli preferissero il giovane e popolare eroe e gli concedessero il trono. Ma Teseo si fece riconoscere dal padre, che scagliò a terra la coppa avvelenata. Medea sfuggì all'ira di Egeo rifugiandosi in Asia e alla fine tornò nella Colchide, dove riuscì a reinsediare il padre Eete sul trono. Secondo un'altra tradizione Medea sarebbe stata trasportata nei Campi Elisi dove si sarebbe unita ad Achille.
La leggenda entro cui si coloca l’infelice storia di Medea, ossia la spedizione degli Argonauti, è già presente nei poemi omerici. Mentre nell’Iliade si fa menzione di Giasone solo come padre del guerriero Euneo, nell’ Odissea viene indicata la genealogia di Esone, padre Giasone, e di Pelia; nel canto XII, il riferimento agli Argonauti si fa più preciso, ed anzi la loro spedizione viene chiaramente considerata argomento a tutti ben noto e oggetto di narrazione. Il nome di Medea, appare invece per la prima volta nella Teogonia di Esiodo dove viene ricordato il suo amore per Giasone e il suo successivo matrimonio avvenuto a Iolco. Secondo Esiodo, Medea avrebbe dato un solo figlio a Giasone di nome Medeo. Alla spedizione degli Argonauti è in larga parte dedicata la quarta Pittica di Pindaro. Ma è soprattutto grazie a Pausania che possiamo avere notizia della seconda parte della leggenda, quella che riguarda più strettamente Medea e l’azione della tragedia di Euripide. Nella Guida della Grecia egli riporta le notizie tratte dai Korinthiaka di Eumelo, secondo le quali Media avrebbe ereditato dal padre Eete il possesso della città di Corrinto, governandola insieme a Giasone dopo il loro ritorno in Grecia. Il racconto di Eumelo si soffermava per la prima volta sulla sorte dei figli di Medea: nel tentativo di assicurare loro l’immortalità, la madre li avrebbe seppelliti nel tempio di Era.
Date queste premesse, e grazie alla tragedia di Euripide, Apollonio Rodio, ebbe un’ottima base su cui costruire il suo poema epico, le “Argonautiche”, dove vi è cantato il mito degli Argonauti, il loro viaggio dalla Tessaglia alla Colchide, argomento dei primi due libri, che sono preceduti dall’invocazione ad Apollo; il terzo libro è invece dedicato all’amore di Medea per Giasone, mentre il quarto racconta il ritorno degli Argonauti in Tessaglia.
La modernità delle "Argonautiche" vede il suo tratto distintivo proprio nella trattazione del personaggio di Medea, l'eroina che con il suo aiuto permette a Giasone di portare a termine la sua impresa, e che diventa l'elemento più eversivo dell'opera di Apollonio Rodio. E' proprio Medea la vera eroina del poema: un personaggio in evoluzione, che da fanciulla innamorata quale si presenta a noi nel primo libro, passa ad essere una donna matura e segnata dalle sofferenze nell'ultimo, attraverso un percorso di crescita continuo. Medea, colpita da Eros, si trova alle prese con un sentimento che non conosce e che dapprima rifiuta, in nome della devozione familiare e della verginità: è, questo, un dramma interiore rappresentato nei termini di un'esperienza esclusivamente umana, caratterizzata da un intenso fluire di pensieri e fantasie e moti dell'animo che appartiene alla vita di chiunque.
Il terso libro presenta un’audace azione innovatrice del racconto epico: l’analisi psicologica che descrive il sorgere della passione amorosa in Medea è violazione della leggi dell’epos. L’epica antica aveva ignorato il tema dell’amore: nella rappresentazione di Nausicaa Omero nell’Odissea l’aveva appena sfiorato, avvolgendo subito un velo di pudico riserbo; i lirici l’avevano cantato appassionatamente, ma interpretandolo come l’erompere improvviso di elementare, irresistibile forza che travolge l’anima. Più in profondità l’aveva analizzato Euripide nella Fedra dell’’Ippolito, ma con prevalenza di argomentazione dialettiche, piuttosto che di notazioni sentimentali. Apollonio per la prima volta scoprì che ogni amore ha una sua intima storia, in cui assumono significato anche particolari irrilevanti, e si propose di ritrarne le altere fasi, il lento sviluppo, il primo inconsapevole rivelarsi nell’anima ingenua di una giovane. Ansie notturne, sogni, ondeggiamenti, propositi di morte, caratterizzano il destarsi del sentimento amoroso, che all’ignara fanciulla si coloro dapprima con un senso di pietà affettuosa: ma nel colloquio con Giasone trionfa già il desiderio di amore.
Didone
Secondo il poeta Virgilio, Didone, regina di Cartagine, era di una bellezza trionfante e superiore nell’incedere a tutte le dee, una donna di potere, fondatrice di una città che avrebbe per secoli conteso a Roma il primato, una città che i greci hanno odiato e combattuto e i romani cancellata infine dalla faccia della terra. Didone è per lui sempre la "pulcherrima" donna bionda, alla quale Zeus ha concesso la grazia di fondare una nuova Tiro e domare col diritto e la legge popoli alteri. Soccombe per amore, abbandonata geme, scaglia maledizioni, recrimina; da Enae avrebbe voluto un bambino, per vederlo giocare nelle stanze del palazzo, così non sarebbe stata tanto delusa. Forse se quel bambino fosse stato concepito, avrebbe non soltanto lenito le pene della regina, ma cambiato il corso della storia, perché Cartagine e Roma sarebbero state non nemiche, ma sorelle.
Ma Didone, in fin dei conti, chi era? Siano leggenda o storia, le avventure di Elissa, nome reale di Didone, si situano intorno al IX secolo. A Tiro, morto il re Matten, gli succedettero sul trono i due figli, Pigmaglione ed Elissa, la quale aveva sposato lo zio materno Aharba. Ma Pigmaglione, poco disposto a dividere il potere con la sorella e geloso delle immense ricchezze accumulate dallo zio nonché cognato Aharba, lo fa uccidere. Elissa che doveva risiedere sul continente, pensa di fuggire con un gruppo di fedeli e con i tesori di Aharba, ma non ha navi. E allora escogita uno stratagemma: chiede a Pigmaglione un incontro per tentare di addivenire a un accordo e il fratello manda navi e marinai a prenderla. Di notte, aiutata dai suoi, Elissa carica di nascosto l’oro a bordo e mette sacchi e sacchi colmi di sabbia sul ponte facendo credere che in quei sacchi era contenuto tutto l’oro del marito. Dopo che le navi sono salpate, Elissa gemente comincia a invocare lo sposo assassinato, lo prega di riprendersi l’oro del quale il fratello non è degno e, aiutata dai suoi, getta i sacchi di sabbia in mare. Gli uomini mandati da Pigmaglione allibiscono, capiscono che mai potranno presentarsi al cospetto del re senza il tesoro e così spiegano le vele e fanno rotta verso Cipro, proprio come Elissa aveva sperato. Qui li attende una bella sorpresa, sempre orchestrata dalla regina: ottanta belle ragazze sono ad attenderli sulla spiaggia e si dichiarano disposte a serguirli ovunque. Nel frattempo i marinai hanno saputo che il tesoro è ancora a bordo e non hanno più esitazioni: con l’oro e le ragazze sono disposti a seguire Elissa nell’impresa di fondare una nuova città. Arrivano in Africa e la regina concorda con i nativi l’acquisto di un terreno ampio quanto la pelle di un bue ma, l’astuta, fa tagliare la pelle in striscioline sottilissime che bastano a circondare tutta la collina sul promontorio di quella che sarà Cartagine.
Tutto bene se non fosse che il re di uno stato vicino, Iarbas, chiede la mano della regina, minaccia che se non sarà sua sposa scatenerà una guerra. Elissa chiede tre mesi di tempo, fa innalzare una pira per offrire sacrifici al defunto marito, vi sale in cima e si trafigge con una spada, proprio come la Didone di Virgilio, ma non per amore di Enea. E’ un suicidio che afferma la volontà di perpetuare la propria opera, non è il gesto disperato e vendicativo di chi si sente sconfitto. Con questo non si vuole sostenere che questa sia la vera storia di Elissa-Didone, ma si vuole dimostrare che Didone era una donna forte, adatta a regnare sul popolo cartaginese.
Il IV libro dell’Eneide, è dedicato interamente Didone, regina di Cartagine.
L’Eneide, all’inizio del IV libro, narra di come le dee Giunone e Venere escogitano uno stratagemma per unire in matrimonio Enea e Didone; così durante una battuta di caccia li fanno incontrare e questi, apparentemente innamorati uno dell’altro, si promettono reciproco amore. Ma Enea non si sente strettamente legato in un vero e proprio vincolo coniugale. Giove però viene a conoscenza del fatto da Iarba, suo figlio e pretendente di Didone che protesta col padre, il quale manda Mercurio come messaggero da Enea per ricordargli i doveri che aveva verso la sua patria, cioè l’Italia. Enea, smarrito e angosciato, decide di partire all’insaputa di Didone, ma lei scoprendolo cerca di fermarlo senza riuscirci. Da questo punto in poi la vita di Didone si trasforma in un inferno, pieno di angosce e terrori, tanto da arrivare al suicidio. Ecco l’ultima parte che mi è parsa molto interessante: "All’alba la regina, dall’alto della sua rocca, vede la flotta troiana che a vele spiegate si allontana dal porto, rimasto vuoto e silenzioso. E’ presa da uno scoppio di disperazione e d’ira. Pensa per un momento di inseguire i troiani e dare alle fiamme la loro flotta; poi riflette che il suo proposito è folle, che per la vendetta è ormai troppo tardi. E allora con una preghiera forte e solenne, invoca il sole, Giunone, Ecate e altre divinità perché puniscano la perfidia di Enea: se è destinato che egli arrivi in Italia, in quel paese sia tormentato da nuove guerre, veda molti dei suoi compagni morire, muoia anche lui prima del tempo; nei secoli futuri un odio eterno divida i Cartaginesi e i discendenti dei troiani, e dalle ossa della regina sorga un giorno un vendicatore che metta a ferro e a fuoco le terre abitate dalla stirpe di Enea. Pronunziata questa maledizione tremenda, la regina, in grande agitazione, fa allontanare una persona cara che l’accompagna, una nutrice del primo marito, con l’ordine (che è però solo un pretesto) di andare a chiamare Anna per la cerimonia magica. Poi, cogli occhi iniettati di sangue, col viso pallido e chiazzato di macchie sanguigne, sale furente sul rogo ed estrae la spada di Enea. Davanti agli oggetti appartenuti all’uomo amato l’assale per un momento il ricordo delle gioie di un tempo; e ripercorre con uno sguardo la sua vita, vita di cui è orgogliosa per le grandi imprese compiute e che sarebbe stata felice se i troiani non fossero mai giunti su quelle spiagge. Dopo quelle parole bacia il letto e con la spada si trafigge, augurandosi che Enea porti con sé come sinistro presagio la vista delle fiamme che tra poco avvolgeranno il rogo. Alla vista improvvisa del sangue e della regina accasciata, le ancelle levano alte grida, che riempiono la reggia; la notizia della morte della regina si espande per tutta la città, che viene sconvolta come se fosse stata invasa dal nemico. A precipizio, atterrita, giunge Anna, che avrebbe voluto essere vicina alla sorella nella morte e morire con lei: ella esprime no6n soltanto il dolore proprio, ma anche quello di tutto il popolo, che si sente coinvolto nella rovina della sua sovrana. Sale rapidamente sul rogo, abbraccia la sorella che lotta con la morte. Giunone è presa da pietà per la lunga straziante agonia della regina: manda quindi giù dal cielo Iride, avvolta nell’incanto dei suoi mille colori, e Iride, con la solennità di un atto rituale, taglia dal capo di Didone il capello a cui è legata la vita: allora l’anima della regina si scioglie dal corpo e dilegua nei venti."
Come si può notare da questi due profili, queste due figure mitologiche, una della tradizione greca, l’altra di quella latina, hanno molti punti comuni, primo fra tutti l’amore per un uomo il quale, anche se inizialmente ricambia, con il passare del tempo le lascia da parte continuando la sua strada.
In entrambi i poemi epici, Argonauti e Eneide, vengono descritti con grande minuzia di particolari gli effetti sulla persona dell’amore, che da una parte culmina con la morte.
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Acropoli Atene
Il termine acropoli indica la parte alta di una città greca antica, fortificata per la difesa e che in genere sorgeva su un’altura. In generale ospitava importanti centri di culto.
L’Acropoli più famosa dell’antichità, capolavoro dell’arte greca, è quella di Atene; formazione rocciosa naturale alta circa 150 metri, fu come tutte le altre città della civiltà micenea coronata da imponenti edifici fortificati. Agli inizi del VI secolo a.C. fu posta la prima pietra del tempio di Atena, la dea protettrice della città, meglio noto come Hecatòmpedos.
La vittoria dei greci sui persiani nella battaglia di Maratona (490 a.C.) spinse gli ateniesi a intraprendere una ambizioso programma di costruzioni, nel quale l’erezione di templi dedicati agli dei rappresentava la celebrazione della vittoria. Il progetto più imponente fu l’edificazione del primo tempio marmoreo dell’Acropoli: erano già state gettate le fondamenta e i lavori del colonnato marmoreo erano ormai in fase avanzata, quando i persiani sconfissero i greci alle Termopili e saccheggiarono Atene, distruggendo l’Acropoli. Dopo la vittoria decisiva sui persiani, nella battaglia di Platea, gli ateniesi giurarono di non costruire i templi sull’Acropoli per i successivi 30 anni, come monito dell’empietà commessa dai persiani contro gli dei.
Fu Pericle, figura di spicco della vita politica ateniese del V secolo a.C., che decise di riprendere i lavori di costruzione su scala monumentale, per rilanciare Atene come capitale culturale della Grecia. Il suo ambizioso progetto si concluse con la costruzione del Partenone e dei Propilei e, dopo la sua morte, del tempio di Atena Nike e dell’Eretteo. Il progetto fu finanziato dalle tesorerie dei templi e da altre pubbliche istituzioni, con il bottino ricavato dalle guerre persiane e con i tributi annuali che altre città della Grecia versavano ad Atene.
Il Partenone
Il Partenone è l’edificio principale dell’Acropoli e maggior tempio dedicato ad Atena del mondo greco. Occupa il posto di due templi più antichi: l’Hecatòmpedos.
Fu interamente costruito con il marmo delle celebri cave del monte Pentelico dagli architetti Callicrate e Ictino. Lungo circa 70 m e largo circa 31 è uno dei più ampli, nonché splendidi esempi di tempio dorico. Il colonnato si distingue in una sezione frontale, composta da otto colonne, e una laterale, composta da diciassette.
Il santuario interno era suddiviso in due settori ognuno proceduto da un portico poco profondo. Il soffitto della sala più ampia, a est, che conteneva la grande statua Crisoelefantina (cioè di legno, con le parti nude d’avorio e i vestiti d’oro) di Atena, protettrice della città, poggiava su un colonnato dorico a due ordini su tre lati. Quello della stanza più piccola, a ovest, era sorretto da quattro alte colonne ioniche.
Le decorazioni scultoree del Partenone furono progettate e disegnate da Fidia, a cui era stata affidata la carica di epìscopos, doveva cioè sovrintendere e coordinare i lavori degli scultori, pittori e architetti che venivano via via coinvolti. Le mètope inserite sul lato orientale raffiguravano la battaglia dei giganti, quelle sul lato occidentale la battaglia con le Amazzoni, quelle sul lato settentrionale la caduta di Troia e quelle sul lato meridionale la battaglia dei lapiti e dei centauri. Sul fronte orientale era rappresentato il momento della nascita di Atena, circondata dagli Dei dell’Olimpo, su quello occidentale la sua contesa con Poseidone per il possesso dell’Attica. Il fregio, lungo 160 m, conteneva la raffigurazione di una processione che iniziava all’estremità occidentale del tempio e continuava, su entrambi i lati, verso est. Il soggetto della processione, era probabilmente uno degli eventi religiosi più importanti di Atene.
I Propilei
I Propilei erano un’entrata monumentale formata da un portico a colonne posto prima di una porta. Il più importante fu quello costruito sull’Acropoli da Mnesicle, interamente in marmo bianco. L’opera rimase incompiuta, probabilmente a causa dell’inizio della guerra peloponnesiaca. Questo costituisce l’unica via di accesso alla rocca sacra. Nei Propilei di Atene si realizza per la prima volta la più elegante combinazione tra ordine dorico e ionico: all’esterno il portico presenta infatti sei colonne doriche coronate da un frontone triangolare, mentre la parte interna è divisa in tre parti da due file di tre colonne ioniche, che sorreggevano un soffitto a cassettoni. Ai lati dei Propilei furono realizzate due sale, una delle quali (quella settentrionale), adibita a Pinacoteca.
Il Tempio di Atena Nike
Dopo l’accordo stipulato tra Atene e Sparta nel 421 a.C. durante la guerra del Peloponneso (Pace di Nicia), accordo che riconosceva lo statu quo in Grecia, allora favorevolissimo ad Atene, fu costruito a lato dei Propilei, su un bastione che sporge in avanti dall’Acropoli, un tempio in onore di Atena (protettrice della città) vittoriosa (nike, in greco, significa vittoria). Il tempio, vero capolavoro in miniatura dell’arte ionico-attica, dominava dalla sua posizione l’intero paesaggio ateniese come simbolo della città vittoriosa. Di struttura quadrangolare, il tempio presenta un portico a quattro colonne su ognuna della facciate, valorizzato, per contrasto, dai muri pieni laterali; il fregio rappresentava sulla facciata un’assemblea divina, sugli altri lati episodi delle guerre persiane (es. la battaglia di Platea), in cui era stato determinante il ruolo di Atene. Tra il 411 e il 407 a.C., nonostante la tremenda sconfitta di Atene in Sicilia e l’accentuarsi delle difficoltà (economiche, politiche e militari) della guerra contro Sparta e i suoi alleati, furono poste sul parapetto del tempio alcune Vittorie. Si tratta di una delle ultime manifestazioni dell’ottimismo ufficiale. Di lì a breve (404 a.C.) Atene avrebbe dovuto arrendersi definitivamente a Sparta.
L’Eretteo
Questo tempio, che ha preso il nome da uno dei mitici re di Atene (costruito da Filocle dal 421 al 406 a.C.), sorgeva sul luogo sacro dove rimanevano i segni della contesa tra Poseidone e Atena per il possesso dell’Acropoli, cioè la thalassa, o polla d’acqua sacra, scaturita sotto il tridente di Poseidone, e l’ulivo, nato dalla lancia di Atena. Vi si conserva inoltre la tomba di Cecrope, mitico re attico. La varietà dei culti associati all’Eretteo spiega la singolarità della pianta: il corpo principale è un tempio ionico, ad est, con pronao esastilo, di fronte alla cella di Atena; a nord si trova un vestibolo ionico tetrastilo, conducente alla cella di Poseidone, e a sud un’elegante loggetta con sei cariatidi che portava alla tomba di Cecrope. Adiacente ad ovest era il Pandroseion, recinto sacro caro a Pandroso, con l’ulivo sacro ad Atene. Le cariatidi si possono attribuire al laboratorio di Alcamene. All’interno dell’edificio è conservata la più sacra immagine della dea Atena, una statua lignea. L’edificio è senz’altro privo di quel senso di unità e di armonia che domina l’arte classica, l’insieme rimane privo di coerenza. Tuttavia una nota costante nelle diverse parti dell’edificio può essere individuata nella ricerca di raffinati valori decorativi (il portico dedicato a Poseidone è uno dei capolavori dello stile ionico-decorativo, mentre il baldacchino delle cariatidi, pur eseguito come eco lontana dei tesori ionici di Delfi, rivela una tendenza alla ricchezza ornamentale).
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NOMI femminili della I declinazione
I nomi femminili della I declinazione si possono distinguere in 4 gruppi, che differiscono solo nel singolare. Si parla di α pura quando la terminazione α è preceduta da ε, ι, ρ, di α impura negli altri casi.
Singolare
1° gruppo. Sostantivi femminili in alfa pura lunga 2° gruppo. Sostantivi femminili in alfa pura breve
(nominativo ossitono o parossitono in -α preceduta (nominativo proparossitono o properispomeno
da ε, ι, ρ) in -α preceduta da ε, ι, ρ)
N -ᾱ (lunga) -ᾰ (breve)
G -ᾱς (lunga) -ᾱς (lunga)
D -ᾳ (lunga) -ᾳ (lunga)
A -ᾱν (lunga) -ᾰν (breve)
V -ᾱ (lunga) -ᾰ (breve)
3° gruppo. Sostantivi femminili in alfa impura lunga 4° gruppo. Sostantivi femminili in alfa impura breve
(nominativo in -η) (nominativo in –α non preceduta da ε, ι, ρ)
N -η (lunga) -ᾰ (breve)
G -ης (lunga) -ης (lunga)
D -ῃ (lunga) -ῃ (lunga)
A -ην (lunga) -ᾰν (breve)
V -η (lunga) -ᾰ (breve)
Plurale (valido per tutti i gruppi) Duale (valido per tutti i gruppi)
N -αῐ (breve) -ᾱ (lunga)
G -ῶν (lunga, con accento circonflesso) -αιν (lunga)
D -αις (lunga) αιν (lunga)
A -ᾱς (lunga) -ᾱ (lunga)
V -αῐ (breve) -ᾱ (lunga)
Leggi dell’accento neI NOMI NON CONTRATTI DELLA prima declinazione
Simboli: È = vocale breve - = vocale lunga È_ = vocale indifferentemente lunga o breve
Per capire il comportamento dell’accento bisogna partire dalla sua posizione al nominativo singolare.
- Nominativo accentato sull’ultima sillaba. La parola è
- ossitona (accento acuto sull’ultima sillaba) in tutti i casi retti (nominativo, accusativo, vocativo);
- perispomena (accento circonflesso sull’ultima) in tutti i casi obliqui (genitivo e dativo).
- Nominativo accentato sulla penultima sillaba. E’ determinante la quantità della sua vocale:
A) se la penultima sillaba ha vocale breve (e quindi non può ospitare accento circonflesso) la parola è sempre parossitona (accento acuto sulla penultima), indipendentemente dalla terminazione: È ¢ È_
B) se la penultima sillaba ha vocale lunga (o un dittongo) la parola è
- properispomena (accento circonflesso sulla penultima) quando la terminazione è breve: -̃ È (trocheo finale)
- parossitona (accento acuto sulla penultima) quando la terminazione è lunga: -¢ -
Avremo quindi nel corso della declinazione questa alternanza: -̃ È ÅÆ -¢ -
- Nominativo accentato sulla terzultima sillaba. La parola è
- proparossitona (accento acuto sulla terzultima) quando la terminazione è breve: È _¢ È_ È
- parossitona (accento acuto sulla penultima) quando la terminazione è lunga: È_ È _¢ -
- Avremo quindi nel corso della declinazione questa alternanza: È _¢ È_ È ÅÆ È_ È _¢ -
- Eccezione: in tutti i sostantivi della I declinazione il genitivo plurale è sempre perispomeno per contrazione = -ῶν (da –άσων, con caduta del sigma intervocalico e contrazione ά + ω = ῶ)
Nomi maschili della prima declinazione
Si dividono in due gruppi, il primo uscente in -ᾱς al nominativo, il secondo in -ης. Tutti presentano:
* genitivo singolare in –ου.
* gli altri casi del singolare con le stesse terminazioni del femminile, mantenendo sempre la stessa vocale lunga (ᾱ oppure η) del nominativo. Fanno eccezione i nomi comuni in -της, i composti di -μετρης, -πωλης, -τριβης e nomi di popolo sempre in -ης, che presentano al vocativo la terminazione in alfa breve (στρατιῶτᾰ).
* il plurale e il duale con le stesse terminazioni del femminile.
Seconda declinazione
I nomi della seconda declinazione si dividono in due gruppi, quelli maschili (o femminili) e quelli neutri: le terminazioni differiscono solo nei casi retti (nominativo, accusativo, vocativo) del singolare e del plurale (ma l’accusativo maschile o femminile singolare -ον è identico ai casi retti singolari del neutro, come in latino la terminazione -um). Da ricordare che, come in latino, tutti i nomi e aggettivi neutri mantengono all’accusativo e al vocativo la stessa terminazione del nominativo corrispondente, sia al singolare, sia al plurale, sia al duale.
L’accento si comporta in generale come nella prima declinazione. Tuttavia nella seconda declinazione il genitivo plurale non è sempre perispomeno (circonflesso sull’ultima) come nella prima ma solo quando il nome è ossitono al nominativo: altrimenti, seguendo la regola generale, è parossitono (acuto sulla penultima).
M / F Singolare N. Singolare M / F Plurale N. Plurale M / F / N Duale
-ος (breve) -ον (breve) -οῐ (breve) -ᾰ (breve) -ω (lunga)
-ου (lunga) -ου (lunga) -ων (lunga) -ων (lunga) -οιν (lunga)
-ῳ (lunga) -ῳ (lunga) -οις (lunga) -οις (lunga) -οιν (lunga)
-ον (breve) -ον (breve) -ους (lunga) -ᾰ (breve) -ω (lunga)
-ε (breve) -ον (breve) -οῐ (breve) -ᾰ (breve) -ω (lunga)
Nomi contratti della prima e seconda declinazione
Le terminazioni corrispondono in genere a quelle dei nomi non contratti, con queste precisazioni:
* Fatta eccezione per il genitivo dei maschili (in -ου), i nomi della prima declinazione conservano nelle terminazioni singolari sempre la stessa vocale del nominativo, alfa lunga od eta (al dativo con iota sottoscritta).
* Nei casi retti (nom., acc, e voc.) singolari dei nomi maschili e femminili della seconda declinazione la contrazione dell’omicron del tema con la terminazione in omicron o epsilon(ο + ο / ο + ε) dà come risultato ου; lo stesso vale per i nomi neutri dove l’epsilon del tema si contrae con l’omicron della terminazione (ε + ο = ου)
* A causa della contrazione le terminazioni sono sempre lunghe (anche al nominativo e vocativo plurale) e l’accento è sempre circonflesso (tranne i casi retti del duale della seconda declinazione, che sono ossitoni). Sono eccezionalmente sempre parossitoni i composti di -πλους e –νους (περίπλους).
Aggettivi della prima classe
Gli aggettivi a tre uscite seguono nel maschile e neutro regolarmente la II declinazione. I femminili seguono il modello dei nomi della prima declinazione in alfa pura o impura lunga (=ᾱ/η). Gli aggettivi proparossitoni al nominativo singolare maschile e neutro diventano così parossitoni al nominativo femminile, essendo lunga l’ultima sillaba. Nel nominativo, genitivo, vocativo plurale l’accento del femminile si adegua al maschile.
Gli aggettivi a due uscite seguono la II declinazione sia nel maschile (=femminile) sia nel neutro.
Gli aggettivi contratti presentano le stesse contrazioni dei nomi della I e II declinazione. Quelli a tre uscite sono perispomeni (ossitoni nei casi diretti del duale); quelli a due uscite, parossitoni al nominativo, mantengono l’accento acuto sulla stessa vocale, anche nei casi retti del neutro, dove la terminazione non è contratta (-οα). Il vocativo singolare (maschile, femminile e neutro) è in tutti gli aggettivi contratti uguale al nominativo.
nomi e aggettivi della Declinazione attica
I nomi di questa declinazione presentano le stesse terminazioni della II declinazione ma sempre con la vocale omega (la iota si sottoscrive al dativo singolare e plurale, al nominativo e vocativo plurale maschile e femminile e nei casi obliqui del duale). L’accento rimane sempre acuto e sulla sillaba in cui si trova al nominativo, anche contro le regole dell’accento. Il vocativo singolare è sempre uguale al nominativo.
Gli aggettivi presentano due uscite (M=F e N), con i casi retti del neutro plurale in -εα; πλέως, a tre uscite, segue al femminile la prima declinazione (πλέα). L’aggettivo σῶς, σῶν è eccezionalmente perispomeno.
TERZA DECLINAZIONE
Prospetto delle desinenze
M e F Singolare N
N asigmatico con allungamento organico (apofonico) asigmatico senza
nei temi in -οντ, -ρ, -ν, -οj allungamento (=puro tema)
sigmatico senza allungamento organico negli altri temi
G. -ος -ος
(-ως per metatesi nei temi in vocale breve, in αυ impura, in ευ; (-ως nei temi in -υ breve e -ᾰς--ους per contrazione nei temi in sibilante e in –oj) -ους nei temi in -ες/-ος)
D -ῐ -ῐ
A *-m> =nominativo
-ᾰ nei temi in consonante, -ευ, -ωϜ
(-ω per contrazione nei temi in -ος e -οj)
-ν nei temi in vocale, in -αυ/ου, in dentale baritoni in –ις/-υς
V = nominativo in quasi tutti i temi in consonante + temi in -ωϜ =nominativo
=al puro tema nei temi in vocale e dittongo + alcuni sostantivi
baritoni in -αντ/οντ, in liquida asigmatici, in nasale, in sibilante
Plurale
N -ες -ᾰ
(-εις per contrazione nei temi in -ες, -ῐ, -ῠ, -ευ) (-η per contr. nei temi in –ος)
G. -ων -ων
D -σῐ (ν) -σῐ (ν)
(velare + σι = -ξι labiale + σι = -ψι [vedi maschile]
dentale o nasale + σι = -σι -οντ + σι = -ουσι)
A *-nς > =nominativo
-ᾰς nei temi in consonante, in –ευ e in -ωϜ
allungamento + -ς nei temi in vocale, -ες, -αυ, -ου
V =nominativo =nominativo
Duale
NAV -ε -ε
GD -οῑν -οῑν
I nomi si presentano al nominativo in maggioranza ossitoni o parossitoni. Vi sono anche nomi properispomeni, soprattutto neutri, e nomi maschili e femminili perispomeni, soprattutto monosillabici, in parte dovuti a contrazione.
Regole generali dell’accento
- L’accento tende a restare quando possibile sulla vocale dove è collocato al nominativo.
- Tuttavia nei sostantivi monosillabici al nominativo (tranne quelli derivati da contrazione e altri casi isolati) l’accento si sposta nei casi obliqui sulla desinenza: esso è circonflesso se la vocale della desinenza è lunga, acuto se essa è breve.
- I nomi che al nominativo sono perispomeni (accento circonflesso sull’ultima sillaba) mantengono generalmente lo stesso accento circonflesso ogni qual volta esso cade sull’ultima sillaba lunga (tranne il genitivo di ναῦς).
- Quando la vocale accentata del tema si contrae con quella della desinenza l’accento diventa circonflesso.
- Per il resto valgono sempre le regole solite dell’accento greco:
* sulla penultima sillaba l’accento sarà circonflesso se la penultima è lunga e l’ultima breve (legge del trocheo finale), acuto nelle altre combinazioni:
–~ È ma -¢ - / È ¢ È / È ¢ -
* le parole accentate sulla terzultima sillaba (proparossitone), spostano l’accento sulla penultima se la desinenza diventa lunga:
È _¢ È_ È ma È_ È_¢ -
* Tuttavia nei genitivi singolari apofonici in -εως, e nei genitivi plurali degli stessi sostantivi la vocale del tema e quelle della desinenza vengono considerate per sinizesi come appartenenti ad un’unica sillaba, e non fanno spostare l’accento dalla sillaba precedente.
Allungamento organico e allungamento di compenso
Nella III declinazione occorre distinguere fra allungamento organico, cioè apofonico, e allungamento di compenso. Il primo rientra in un’alternanza vocalica propria del tema stesso, mentre il secondo è causato dalla necessità di recuperare una quantità di suono persa a seguito dalla caduta di una nasale e corrisponde in pratica al raddoppiamento della vocale precedente e alla successiva contrazione.
Mentre con le vocali ι e υ i due tipi di allungamento sono identici, variano nel caso delle vocali α, ε ed ο.
Vocale |
Allungamento organico (apofonico) |
Allungamento di compenso |
ᾰ |
ᾱ (se preceduta da ε, ι, ρ) η (negli altri casi) |
ᾱ (=ᾰ + ᾰ) |
ο |
ω |
oυ (o chiusa lunga = ο + ο) |
ε |
η |
ει (ε chiusa lunga = ε + ε) |
I nominativi singolari maschili e femminili hanno allungamento organico se sono asigmatici (t. δαιμον ® nom. δαίμων), mentre l’allungamento di compenso si trova in alcuni nominativi singolari sigmatici o dativi plurali (t. κτεν + ς ® nom. sing. κτείς; t. λεοντ + σι ® dat. pl. λέουσι). Ovviamente se la vocale in oggetto è già lunga l’allungamento non è necessario.
RIEPILOGO DELLE PARTICOLARITà DEI TEMI DELLA III DECLINAZIONE
Temi in labiale (maschili e femminili)
Nominativo singolare (=vocativo): labiale + ς = -ψ
Accusativo singolare: -ᾰ
Dativo plurale: labiale + σῐ = -ψῐ
Temi in velare (maschili e femminili)
Nominativo singolare (= vocativo): velare + ς = -ξ
Accusativo singolare: -ᾰ
Dativo plurale: velare + σῐ = -ξῐ
Temi in dentale (maschili, femminili e neutri)
Nominativo M e F singolare (= vocativo): dentale + ς = -ς
Accusativo M e F singolare: in ᾰ-; i nomi baritoni (= non ossitoni) che al nominativo escono in -ις e -υς hanno generalmente l’accusativo singolare in -ιν e -υν
Dativo plurale: dentale + σῐ = -σῐ
Casi retti del neutro singolare=puro tema con caduta della dentale: σῶματ → σῶμα (tranne ὕδωρ, ὕδατος)
Temi in –αντ / οντ (maschili)
Nominativo singolare: sigmatico con caduta di ντ e allungamento di compenso per i temi in -αντ (γίγᾰντ + ς ® γίγᾱς); asigmatico, con caduta del τ e allungamento organico (=apofonico) per quelli in –οντ (λεοντ ® λέων).
Vocativo singolare: uguale al nominativo per i nomi ossitoni al nominativo; uguale al tema con caduta del τ per quelli baritoni (γίγᾰν, λέον).
Dativo plurale: caduta del ντ e allungamento di compenso della vocale precedente (*γιγᾰντσι ® γίγᾱσι; *λέοντσι ® λέουσι)
Temi in nasale (maschili e femminili)
Nominativo M e F: generalmente asigmatico, con eventuale allungamento organico dell’ultima vocale (δαιμον® δαίμων)
Accusativo singolare: in -ᾰ.
Vocativo singolare: uguale al nominativo per i sostantivi ossitoni al nominativo; uguale al tema per quelli baritoni.
Dativo plurale: la nasale cade davanti al sigma senza allungamento di compenso (δαίμοσι)
Unici temi sigmatici (nominativo = vocativo) sono δελϕίς, δελϕῖνος, e κτείς, κτενός, che presenta al nominativo caduta della nasale con allungamento di compenso.
Temi in liquida (maschili, femminili e neutri)
Nominativo M e F: generalmente asigmatico con allungamento apofonico della vocale (ῥητορ® ῥήτωρ)
Accusativo singolare: in -ᾰ
Vocativo singolare: uguale al nominativo per i sostantivi ossitoni al nominativo; uguale al tema per quelli baritoni.
Dativo plurale: la rho si mantiene prima del sigma (κρατῆρσι)
Unici temi sigmatici (nominativo = vocativo) sono ἅλς, ἁλός, che conserva la lambda anche al dativo plurale (ἁλσί) e μάρτῠς, μάρτυρος, che presenta la caduta della rho anche al dativo plurale (μάρτυσι)
Temi in liquida apofonici a grado η/ε/zero (maschili e femminili)
Cinque sostantivi: πατήρ, μήτηρ, θυγάτηρ, γαστήρ, ἀστήρ
Nominativo: asigmatico con vocale del tema allungata
Genitivo e dativo singolare: tema a grado 0 con accento ossitono (tranne ἀστέρος, ἀστέρι)
Dativo plurale: tema a grado zero con ampliamento in alfa prima della desinenza e accento parossitono (-άσι)
Altri casi: tema con vocale breve e accento sulla penultima vocale (vocativo singolare uguale al tema con accento ritratto: θύγατερ)
Il sostantivo ἀνήρ usa il tema con vocale lunga per il nominativo singolare e con vocale breve per il vocativo singolare (ἄνερ) mentre negli altri casi impiega il tema a grado 0, con inserimento (epentesi) del delta (ἀνδρός)
Temi in -ες / -ος (maschili, femminili e neutri)
Sono quasi tutti neutri apofonici (γένος, γένους) e presentano i casi diretti del singolare con tema ος, gli altri con tema ες, dove il sigma cade prima della desinenza e la vocale del tema si contrae con quella della desinenza (eccetto il dativo plurale)
Genitivo singolare: -ε(σ) + ος = -ους
Dativo singolare: -ε(σ) + ῐ = -ει
Casi retti plurali: -ε(σ) + ᾰ = -η
Genitivo plurale: -ε(σ) + ων = -ων
Dativo plurale: -ε(σ) + σῐ = -εσῐ
Casi retti duali (per analogia dei plurali): -η
Casi obliqui duali: -ε(σ) + οιν = -οιν
* Il sostantivo femminile τριήρης è in realtà un aggettivo sostantivato (sottinteso ναῦς) e presenta nominativo asigmatico (il sigma infatti fa parte del tema e non è una desinenza aggiunta) con allungamento apofonico, accusativo singolare in -η (=ε + ᾰ, come nel neutro plurale), e casi retti del plurale in -εις (= ε + ες). Il genitivo plurale e i casi obliqui del duale sono irregolarmente parossitoni (τριήρων; τριήροιν). Seguono la stessa declinazione anche alcuni nomi propri maschili, solo singolari, che ritraggono l’accento al vocativo sing (σωκράτης, -ους, voc. σώκρατες).
Temi in -ᾰς (neutri)
In questi sostantivi (κέρᾰς, κέρως) il sigma cade e la vocale del tema si contrae con le desinenze in vocale.
Casi retti del singolare = tema
genitivo singolare: -α(σ) + ος = -ως
dativo singolare: -α(σ) + ῐ = -ᾳ
casi retti del plurale: -α(σ) + ᾰ =-ᾱ
genitivo plurale: -ά(σ) + ων = -ῶν
casi retti del duale: -α(σ) + ε = -ᾱ
casi obliqui del duale: -ά(σ) + οιν = -ῷν
Temi in -ος e in -οj (femminili)
I temi in ος sono due singolari, αἰδώς e ἠώς, che presentano nominativo asigmatico (il sigma infatti fa parte del tema e non è una desinenza aggiunta) con allungamento apofonico e l’accento circonflesso in tutti gli altri casi, a seguito della caduta del sigma intervocalico. Manca il vocativo.
genitivo: ό(σ) + ος =οῦς
dativo: ό(σ) + ῐ =οῖ
accusativo: ό(σ) + ᾰ = ῶ
Analoga declinazione hanno anche i nomi (sempre singolari) in -οj (πειθώ, πειθοῦς), che presentano però l’accusativo ossitono come al nominativo, e hanno il vocativo uguale al tema con vocalizzazione dello iod ed accento circonflesso (οῖ).
Temi in -ι lunga o breve/-υ lunga non apofonici (maschili e femminili)
a) Il maschile κῖς, κῐός ha tema (κῑ) in ι lunga che si abbrevia dinnanzi alle desinenze in vocale e al dativo plurale; la stessa declinazione è seguita da altri temi in ι breve (πόσῐς, πόσῐος).
nominativo sing.: sigmatico
accusativo sing.: -ν (κῖν).
vocativo sing.: uguale al tema (κῖ)
accusativo plurale: -ς (κῖς)
b) Declinazione simile hanno i temi in ῡ non apofonici (ἱχθῦς, ἱχθύος, pesce), sempre con υ lunga che si abbrevia dinnanzi alle desinenze in vocale e al dativo plurale;
nominativo sing.: sigmatico
accusativo sing.: -ν (ἱχθῦν).
vocativo sing.: uguale al tema (ἱχθῦ)
accusativo plurale: -ς (ἱχθῦς, ma anche ἱχθύᾰς; la forma ἱχθῦς si trova anche come nominativo plurale)
Temi in -ι breve / -υ breve apofonici (maschili, femminili e neutri)
a) Sostantivi in -ι breve, che alterna con -εj ed -ηj (o –ηϜ) (πόλῐς, πόλεως).
Il tema in ι breve si trova al nominativo, accusativo e vocativo singolare, con desinenze uguali ai nomi in ι non apofonici. Negli altri casi si hanno i temi con digamma o jod, che cadono:
genitivo singolare: -εως, con caduta del digamma e metatesi quantitativa da -ηjος (o –ηϜος) (l’accento resta irregolarmente sulla terzultima vocale)
dativo singolare: -ει
nominativo e vocativo plurale: -εις, da -εjες con caduta dello jod e contrazione ε + ε = ει
genitivo plurale: -εων (da -εjων), con accento uguale al singolare
dativo plurale: -εσι (da -εjσι)
accusativo plurale: -εις (da -ενς)
casi retti del duale: -εε (da -εjε)
casi obliqui del duale: -εοιν (da -εjοιν)
I nomi neutri hanno i casi retti plurali in -εα.
b) Sostantivi in -υ breve che alterna con -εϜ (πέλεκυς, πελέκεως; ἄστυ, ἄστεως)
I casi retti del singolare sono uguali a quelli dei sostantivi non apofonici in -υ lunga.
Gli altri casi sono identici a quelli dei sostantivi apofonici in -ι breve. I casi retti del neutro plurale si trovano spesso contratti in –η.
* Da notare come i sostantivi maschili e femminili in -ι e -υ non apofonici abbiano l’accusativo plurale uguale al nominativo singolare; quelli apofonici l’accusativo plurale uguale al nominativo plurale.
Temi in dittongo (vocale + Ϝ) (maschili e femminili)
1) Temi in -η (ε) + Ϝ (βασιλεύς, βασιλέως)
nominativo singolare: sigmatico con vocalizzazione in υ del digamma che si unisce alla vocale precedente (l’η si abbrevia per la legge di Osthoff) formando dittongo (ευ) con accento acuto.
genitivo singolare: in -έως, con caduta del digamma e metatesi quantitativa da -ηϜος
dativo singolare: -εῖ (dittongo con accento circonflesso: la η è abbreviata in ε per analogia)
accusativo singolare: -έᾱ (da -ηᾰ con metatesi quantitativa)
vocativo singolare: -εῦ (cfr. nominativo, ma con accento circonflesso)
nominativo e vocativo plurale: -εῖς (da -ηες con abbreviamento analogico della η e contrazione ε + ες)
dativo plurale: il digamma di fronte al sigma della desinenza si vocalizza in υ come al nominativo sing. formando dittongo (-εῦσι).
accusativo plurale: -έᾱς (metatesi da -ηᾰς come al singolare)
casi retti del duale: -ῆ (da -ηε) o -εῖ (da -εε, con abbreviamento analogico)
casi obliqui del duale: -έοιν (abbreviamento analogico)
2) Temi in -ᾱ pura + Ϝ (γραῦς, γρᾱός: unico esempio) e in ο + Ϝ (βοῦς, βοός; χοῦς, χοός: unici esempi)
nominativo singolare: sigmatico con vocalizzazione in υ del digamma che si unisce alla vocale precedente (l’α lunga si abbrevia per la legge di Osthoff) formando dittongo (αυ/ου) con accento circonflesso.
accusativo singolare: = nominativo sing. con il ν al posto del ς.
vocativo singolare: = nominativo sing. senza consonante finale
dativo plurale: il digamma di fronte al sigma della desinenza si vocalizza in υ come al nominativo sing. formando dittongo (-αυσί, -ουσί).
accusativo plurale: = nominativo singolare
Negli altri casi il digamma scompare, la vocale del tema conserva la sua quantità originaria (α lunga od ο) e le desinenze non contraggono con la vocale precedente.
L’accento è circonflesso sulla seconda vocale del dittongo nei casi retti del singolare: per il resto si comporta regolarmente spostandosi sulla desinenza nei casi obliqui.
3) Tema in -ᾱ impura + Ϝ(ναῦς, νεώς: unico esempio)
Davanti a desinenza in vocale l’α lunga del tema diventa η. Le variazioni rispetto ai temi in ᾱ pura sono queste:
genitivo singolare: in -εώς, con caduta del digamma e metatesi quantitativa da -ηϜος
dativo singolare: -ηΐ (con dieresi: lo ι non forma dittongo con la η)
nominativo e vocativo plurale: -ῆες
genitivo plurale: -εῶν (abbreviamento in iato)
casi retti del duale: -ῆε
casi obliqui del duale: -εοῖν (abbreviamento analogico)
4) Temi in -ω + Ϝ (ἥρως, ἥρωος)
Il digamma (o il sigma) cade prima della desinenza senza provocare contrazioni: gli accenti sono regolari
Nominativo singolare (= vocativo singolare): sigmatico
Accusativo singolare: in -ᾰ
Aggettivi della II Classe
A tre uscite
Questi aggettivi hanno un tema per il maschile e il neutro, e un altro per il femminile, derivato dal primo con il suffisso j+ᾰ.
Il maschile e il neutro seguono la III declinazione, mentre il femminile segue la I declinazione, in alfa pura o impura breve. A differenza degli aggettivi della I classe, il nominativo, genitivo e vocativo plurale femminile non adegua il suo accento a quello del maschile: valgono così le regole della I declinazione, compresa quella del genitivo plurale perispomeno.
Attenzione: in molti aggettivi il vocativo singolare del maschile, corrispondendo al puro tema, è uguale ai casi retti del neutro.
Temi in αν e εν
Sono pochi aggettivi baritoni: μέλας, μέλαινα, μέλαν e composti; τάλας, τάλαινα, τάλαν; τέρην, τέρεινα, τέρεν
Al M e N seguono la declinazione dei temi in nasale della III declinazione; al F la I declinazione in ᾰ breve impura.
Nominativo singolare M: sigmatico con caduta del ν (μέλας) oppure asigmatico, con allungamento organico (=apofonico) dell’ultima vocale (τέρην).
Vocativo singolare M., casi retti singolari N: = tema
Dat. plurale M e N: -ασι. (da -νσι: il ν cade davanti alla desinenza σι, senza allungamento).
Νominativo singolare F: -αινα (*μελανjα>μέλαινα: metatesi e vocalizzazione dello j) o -εινα (*τερενjα>τέρεινα con caduta dello j e allungamento di compenso).
Simili a questo modello sono le forme del nominativo e vocativo (μέγας) e dell’accusativo (μέγαν) maschile singolare di μέγας, μέγάλη, μεγα, aggettivo che segue la III declinazione solo nei casi retti maschili e neutri singolari, con tema μεγα, mentre in tutti gli altri casi appartiene alla I classe, con tema μεγαλ.
Temi in ντ (ᾰντ, εντ, οντ)
Al M e N la declinazione segue quelle dei sostantivi in –ντ (λέων; γίγας); al F quella dei sostantivi in ᾰ breve impura.
a) I temi in ᾰντ corrispondono all’aggettivo πᾶς, πᾶσα, πᾶν, che manca del duale, e ad alcuni participi.
I participi, anche se monosillabici, non spostano mai l’accento dalla vocale di partenza, mentre πᾶς ha l’accento sulla desinenza solo al genitivo e dativo singolare M e N (παντός, παντί: ma al plurale πάντων e πᾶσι).
Nominativo singolare M (= vocativo): sigmatico, con caduta di ντ e allungamento di compenso (accento circonflesso in πᾶς).
Casi retti singolari N: = tema con caduta del τ (*παντ>πᾶν); l'allungamento della α, con accento circonflesso, si ha solo in πᾶς (esclusi composti).
Nominativo singolare F: -ασα (*πᾰντjα>*πᾰνσα>πᾶσα: assibilazione di τj, caduta del ν ed allungamento di compenso della prima α).
b) i temi in οντ corrispondono a participi (λύων, λύουσα, λῦον) o ex participi (ἄκων, ἄκουσα, ἇκον).
Nominativo singolare M (= vocativo): asigmatico, con caduta di τ e allungamento organico (=apofonico).
Casi retti singolari N: = tema con caduta del τ.
Dativo plurale M e N: -ουσι (da *-οντσι, con caduta di ντ e allungamento di compenso: attenzione a distinguerlo dalla omografa III persona plurale dell’indicativo presente!)
Nominativo singolare F: -ουσα: (*λυοντjα →*λυονσα →*λυουσα: assibilazione di τj, caduta del ν ed allungamento di compenso della ο)
c) i temi in εντ corripondono ad alcuni aggettivi soprattutto poetici (χαρίεις, χαρίεσσα, χαρίεν) e vari participi (τιθείς, τιθεῖσα, τιθέν).
Nominativo singolare M: sigmatico con caduta di ντ e allungamento di compenso (*χαριFεντς >χαρίεις).
Vocativo singolare M, casi retti N: = tema con caduta del τ.
Dativo plurale M e N: -εσι negli aggettivi (*χαριFnτσι→ *χαριFασι → *χαρίασι: → χαρίεσι: vocalizzazione del n in α, quindi in ε, e assimilazione del τ); -εισι nei participi (*τιθεντσι → τιθεῖσι: caduta del ντ e allungamento di compenso della ε).
Nominativo singolare F: -εσσα negli aggettivi (da *χαριFnτjα→ *χαριFατjα → *χαριασσᾰ→ χαρίεσσᾰ: vocalizzazione del n in α, quindi in ε, e assibilazione di τj); -εῖσα nei participi (da *τιθεντjα→ *τιθενσα→ τιθεῖσα: assibilazione di τj, caduta del ν ed allungamento)
Temi in ῠ (con alternanza in εF)
Al M e N la declinazione segue quella dei sostantivi apofonici in - ῠ (come πέλεκυς, πελέκεως, discostandosi solo nel genitivo singolare); al F quella dei sostantivi in ᾰ breve pura.
Nominativo singolare M: sigmatico
Genitivo singolare M e N: in –εος (da *-εFος).
Vocativo singolare M e casi retti singolari N: = tema.
Nominativo singolare F: -εια (*ἡδεFjα> *ἡδεjFα> ἡδεῖα).
* Seguono questo modello il nominativo e vocativo (πολύς) e l’accusativo (πολύν) maschile singolare di πολύς, πολλή, πολύ, aggettivo che segue la III declinazione con tema πολυ solo nei casi retti maschili e neutri singolari, mentre in tutti gli altri casi appartiene alla I classe, con tema πολλ.
Temi in ρ
L’unico aggettivo a tre uscite in –ρ è μάκαρ, μάκαιρα, μάκαρ e si declina come i corrispondenti sostantivi. Ιl femminile deriva da *μακαρjα, ed è in alfa breve pura.
A due uscite
Questi aggettivi utilizzano un’unica forma di flessione per il maschile e femminile e un’altra per il neutro. In tutti questi casi il vocativo singolare maschile, uguale al tema, coincide con i casi retti singolari neutri.
Temi in dentale
Sono aggettivi composti che seguono la declinazione dei nomi baritoni con nominativo in -ις /-υς della III declinazione (χάρις, χάριτος; κόρυς, κόρυθος) caratterizzati dall’accusativo maschile-femminile in ιν / υν.
Nominativo singolare MF: sigmatico con caduta del τ (ἄχαρις).
Vocativo singolare MF e casi retti singolari N: puro tema con caduta del τ (ἄχαρι).
Temi in nasale (-ον e -εν)
Sono aggettivi che seguono la declinazione dei nomi in nasale della III declinazione (δαίμων, δαίμονος: ποιμήν, ποιμένος).
Nominativo singolare MF asigmatico con allungamento apofonico (εὐδαίμων, ἄρρην).
Vocativo singolare MF e casi retti singolari N: puro tema con vocale breve e accento ritratto negli aggettivi baritoni con più di due sillabe (εὔδαιμον, ἄρρεν).
Seguono questo modello anche i comparativi del II tipo (βελτίων, βέλτιον), sempre con accento ritratto, ove possibile, nei casi retti del neutro singolare e nel vocativo maschile e femminile. Tuttavia i comparativi presentano nell’accusativo maschile e femminile singolare e nei casi retti del neutro plurale accanto alla normale terminazione –ονα (βελτίονα) una forma con caduta del ν e contrazione in -ω della desinenza con la vocale del tema (βελτίω). Lo stesso avviene nei casi retti plurali maschili e femminili dove accanto a βελτίονες e βελτίονας abbiamo la forma contratta βελτίους (la contrazione dell’accusativo è analogica del nominativo).
Temi in liquida (-ρ)
Sono aggettivi che seguono la declinazione dei nomi in liquida della III declinazione (ῥήτωρ, ῥήτορος).
Nominativo singolare MF: asigmatico con allungamento apofonico (ἀπάτωρ).
Vocativo singolare MF e casi retti singolari N: puro tema con vocale breve e accento ritratto negli aggettivi baritoni con più di due sillabe (ἄπατορ).
Temi in -ες
Sono aggettivi che seguono in genere la declinazione dei nomi in -ες della III declinazione; ma se il maschile e femminile seguono il modello di τριήρης, τριήρους, il neutro non presenta nei casi retti del singolare l’alternanza ες / -ος come i sostantivi corrispondenti (γένος), utilizzando invece solo la forma in -ες.
Nominativo singolare MF con allungamento (σαϕής, εὐήθης).
Vocativo singolare MF e casi retti singolari N: -ες (puro tema con vocale breve e accento ritratto negli aggettivi baritoni con più di due sillabe (εὔηθες).
Temi in -ι
Sono aggettivi rari che che seguono i temi in ĭ non apofonici della III declinazione (come πόσῐς, πόσῐος).
Temi in -υ
Sono aggettivi rari composti di δάκρυ e βότρυς (εὔβοτρυς),, che seguono la declinazione dei temi non apofonici in υ (qui breve), oppure di πήκυς (εὔπηκυς), che seguono i temi apofonici in ῠ/εF come πέλεκυς, πελέκεως, ma con genitivo in –ος (εὐπήκεος).
A una uscita
Si tratta di aggettivi sostantivati generalmente in consonante muta (ἅρπαξ, ἅρπαγος, rapace; ὕδρωψ, ὕδροπος, idropico; πένης, πένητος, povero), che si declinano come un sostantivo, dividendosi nell’accusativo singolare maschile-femminile e neutro (rispettivamente in –α per i maschile e femminili e uguale al nominativo per il neutro) e nel casi retti del plurale (regolarmente in -ες al nominativo e vocativo e -ας all’accusativo per i maschili e femminili; altrettanto regolarmente in -α per i neutri)
Note conclusive
* Il vocativo maschile singolare è uguale al nominativo maschile:
a) in πᾶς, πᾶσα, πᾶν; πολύς, πολλή, πολύ; μέγας, μέγάλη, μέγα.
b) negli aggettivi e nei participi in –οντ (ἄκων, ἄκουσα, ἇκον).
Negli altri aggettivi è uguale al tema (corrispondente ai casi retti del neutro).
* Gli aggettivi baritoni con più di due sillabe presentano i casi retti del neutro singolare (quasi sempre uguali al vocativo maschile) proparossitoni, cioè con accento ritratto sulla terzultima sillaba, a differenza del nominativo maschile singolare che allunga la vocale finale del tema ed è quindi parossitono.
Fanno eccezione i temi in –εντ (χαρίεις, χαρίεσσα, χαρίεν) che non presentano l’accento ritratto.
* Nei nomi in –υς/-ες (βαθύς) e in -ες (σαϕής) che sono ossitoni al nominativo, quando l’accento cade su una vocale o un dittongo derivato da una contrazione, l’accento è circonflesso (perispomeno). Ecco i casi:
genitivo singolare MFN in -oυς (da -εος, es.: σαϕοῦς)
dativo singolare MFN in -ει (da -ει, es. βαθεῖ, σαϕεῖ)
accusativo singolare MF in -η (da -εα, es. σαϕῆ)
casi retti plurale MF in -εις (da -εες o -εας [contrazione irregolare dell’accusativo] es. : βαθεῖς, σαϕεῖς)
casi retti plurale N in -η (da -εα, es.: σαϕῆ)
casi retti duale in -ει o -η (da -εε, es: βαθεῖ, σαϕεῖ o σαϕῆ)
casi obliqui duale in -οιν (da -εοιν, es.·σαϕοῖν)
* Solo πᾶς ha l’accento circonflesso (perispomeno) in tutti i casi retti del singolare maschile e neutro.
I PERIODO IPOTETICI IN GRECO
Prof. LUCA MANZONI
periodi ipotetici greci |
Tempi e modi in greco |
Tempi e modi in italiano |
I tipo: oggettività (o realtà) |
Protasi: εἰ + indicativo.
Apodosi: indicativo, oppure imperativo, congiuntivo esortativo o dubitativo, ottativo desiderativo o potenziale
Εἰ ταῦτα λέγεις, ἀμαρτάνεις. = Si hoc dicis, erras |
Protasi: se + indicativo, secondo i tempi italiani corrispondenti Apodosi: indicativo, imperativo, o o le abituali formule esortative, dubitative, desiderative e potenziali, secondo i tempi italiani corrispondenti. Se dici questo, sbagli. |
II tipo: eventualità (può considerarsi un’estensione del periodo ipotetico del primo tipo, con sfumatura di eventualità nella protasi) |
Protasi: ἐάν (ἄν, ἤν) + congiuntivo
Apodosi: indicativo (presente o spesso futuro), o imperativo Ἐὰν ταῦτα λέγῃς, ἀμαρτήσει. = Cum hoc dicas (dixeris), errabis
Esiste anche una forma non frequente di eventualità al passato con Protasi: εἰ + ottativo
Apodosi: (ἄν +) indicativo di tempo storico
Εἰ τις ἀντείποι, εὐθὺς ἐτεθνήκει. = Si quis ei adversaretur, iam mortuus erat |
Protasi: qualora (nel caso che) + congiuntivo presente (passato quando in greco c’è un congiuntivo perfetto) oppure se + indicativo presente o futuro Apodosi: indicativo presente o futuro o imperativo Qualora tu dica ciò (se dici, dirai ciò), sbaglierai.
Protasi: qualora + congiuntivo imperfetto oppure se + indicativo imperfetto Apodosi: indicativo del tempo storico corrispondente Qualora uno gli si opponesse (se uno gli si opponeva), era già morto. |
III tipo: possibilità |
Protasi: εἰ + ottativo
Apodosi: ἄν + ottativo Εἰ ταῦτα λέγοις, ἀμαρτάνοις ἄν. = Si hoc dicas, erres. |
Protasi: se + congiuntivo imperfetto (trapassato se ci fosse un ottativo perfetto) Apodosi: condizionale presente Si dicessi ciò, sbaglieresti. |
IV tipo: irrealtà
Nel periodo di IV tipo, specie quando i verbi sono all’imperfetto, solo il contesto precisa con chiarezza se si tratti di irrealtà al presente o al passato.
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al presente Protasi: εἰ + indicativo imperfetto (raramente l’aoristo) Apodosi: ἄν + indicativo imperfetto(raramente l’aoristo) εἰ ταῦτα ἔλεγες, ἠμάρτανες ἄν. = Si hoc diceres, errares. al passato Protasi: εἰ + indicativo aoristo o anche imperfetto e piuccheperfetto Apodosi: ἄν + indicativo aoristo o anche imperfetto (rarissimo piuccheperfetto) εἰ ταῦτα εἴπες, ἤμαρτες ἄν. = Si hoc dixisses, erravisses. |
al presente Protasi: se + congiuntivo imperfetto
Apodosi: condizionale presente
Si dicessi ciò, sbaglieresti.
al passato Protasi: se + congiuntivo trapassato
Apodosi: condizionale passato
Se avessi detto ciò, avresti sbagliato. |
* L’apodosi del IV tipo si può presentare all’imperfetto senza ἄν con espressioni indicanti possibilità, necessità, opportunità: ἔδει, ἐχρῆν (sarebbe stato necessario), ἐξῆν (sarebbe stato possibile), προσῆκεν (sarebbe stato conveniente), ἄξιον ἦν (sarebbe stato giusto), εἰκὸς ἦν (sarebbe stato ragionevole)
* Sono frequenti periodi ipotetici “misti”, con l’apodosi di un tipo e la protasi di un altro tipo. Nei limiti della correttezza linguistica, può essere opportuno conservare anche nella traduzione italiana l’anomalia.
* Il periodo ipotetico con apodosi dipendente rimane per lo più inalterato, con le seguenti precisazioni:
1) La protasi può assumere l’ottativo obliquo in dipendenza da tempo storico
2) L’apodosi in forma esplicita del I tipo può assumere l’ottativo obliquo in dipendenza da tempo storico;
3) L’apodosi in forma implicita si presenta all’infinito o al participio, solo nel III e IV tipo preceduti o seguiti da ἄν.
presente e imperfetto della Coniugazione atematica
Indicativo
Attivo
In genere nelle tre persone singolari si riscontra l’allungamento apofonico della vocale del tema, seguito dalle desinenze -μι, -ς (da –σι, all’origine di εἶ, seconda persona singolare di εἰμί e di εἶμι), -σι (da –τι, desinenza conservata solo da εἰμί→ ἐστί).
Nel plurale il tema si presenta invece senza allungamento: δίδωμι → δίδομεν; ἵημι → ἵεμεν; ἵστημι → ἵσταμεν; τίθημι → τίθεμεν; εἶμι→ ἴμεν; ϕημί → ϕαμεν).
La desinenza della III persona è –ασι, da –ντι, con vocalizzazione in α della ν. Τίθημι, δίδωμι, εἶμι e i verbi in -νυμι presentano una forma non contratta, proparossitona (τιθέασι, διδόασι, ἴασι, δεικνύασι), mentre ἵστημι e ἵημι contraggono la vocale finale del tema con la prima vocale della desinenza: ἱστᾶσι, ἱᾶσι (da non confondere con ἴασι che deriva da εἶμι).
L’indicativo presente di εἰμί e ϕημί è enclitico tranne che nella II persona singolare.
Medio
Nella coniugazione atematica la vocale del tema resta sempre breve (tranne κεῖμαι, ἧμαι e κάθημαι) .
Nella seconda persona singolare compare la desinenza –σαι senza caduta del sigma (fa eccezione δύναμαι, che accanto alla forma δύνασαι può avere anche quelle contratta δύνῃ).
Congiuntivo
Attivo
Nei verbi con apofonia la vocale finale del tema, in forma allungata, contrae con la vocale tematica allungata del congiuntivo. In pratica la terminazione viene a corripondere a quella del congiuntivo dei verbi in -ω, ma con accento circonflesso sulla vocale tematica: il congiuntivo di εἰμί, in particolare, è praticamente identico alle terminazioni stesse, senza altra lettera aggiunta (ὦ, ᾖς…). In δίδωμι, tuttavia, la contrazione con l’ ω del tema porta alla mutazione di tutte le vocali tematiche in ω (la ι si sottoscrive), sempre con accento circonflesso (διδῶ, διδῷς, …).
Non presenta contrazione invece il congiuntivo dei verbi in -νυμι e di εἶμι: essi presentano il tema senza allungamento della vocale seguito dalle normali terminazioni dei verbi in ω (δεικνύω, δεικνύῃς…; ἴω, ἴῃς…); l’accento è ritratto il più possibile come nel congiuntivo tematico.
Medio
Valgono gli stessi principi già indicati per l’attivo (ma nella I persona plurale l’accento diventa per forza acuto). Il raro congiuntivo di κεῖμαι è uguale a quello dei verbi tematici, con caduta dello ι e senza contrazione (κέωμαι). Il congiuntivo di δύναμαι si presenta identico a quello dei verbi non contratti, anche per l’accento (l’α del tema, in pratica, sparisce): δύνωμαι.
Ottativo
Attivo
Esso si forma con il tema senza allungamento apofonico + ι (caratteristica modale) + le desinenze. Nelle prime tre persone esse corrispondono a quelle già note nei verbi contratti (-ην, -ης, -η), mentre nel plurale e nel duale coincidono con quelle della coniugazione tematica (esistono però forme secondarie con η anche per il plurale, con la desinenza –σαν al posto di –εν per la terza persona). L’accento resta sulla caratteristica modale (ι), senza ritrarsi.
L’ottativo dei verbi in -νυμι e di εἶμι presenta invece le desinenze dei verbi in -ω non contratti, con accento ritratto (δεικνύοιμι; ἴοιμι). L’ottativo di εἰμί (che si forma con il tema ἐσ, con caduta del sigma) coincide nel plurale (εἶμεν, εἶτε, εἶεν) con la prima e la seconda persona plurale dell’indicativo e con le tre persone plurali dell’ottativo aoristo di ἵημι, salvo che per lo spirito dolce (aspro nel caso di ἵημι)
Medio
Si struttura come quello attivo e presenta le stesse desinenze usate per i verbi della coniugazione tematica. Da notare che nella desinenza σο della seconda persona singolare abbiamo regolarmente la caduta del σ (che non provoca contrazione) a differenza dell’imperativo e dell’imperfetto.
Imperativo
Attivo
La seconda persona singolare presenta forme variabili:
1) ἵστημι e i verbi in –νυμι presentano vocale del tema lunga senza desinenza (ἵστη, δείκνυ)
2) Τίθημι, δίδωμι e ἵημι presentano la vocale tematica ε, che contrae con la vocale breve precedente (τίθει, δίδου, ἵει)
3) I verbi radicali senza raddoppiamento presentano la desinenza -θι: εἰμί → ἴσθι (=imperativo di οἶδα); εἶμι → ἴθι; ϕημί → ϕάθι
Le altre persone presentano in genere vocale breve e le comuni desinenze non precedute da vocale tematica.
Il verbo εἰμί usa il tema base εσ- (ἔστε), mentre εἶμι usa il tema ἰ (ἴτω), sempre con accento acuto sulla penultima: la III persona plurale alterna la forma ἴτων (senza ν, uguale quindi alla II persona duale) a quelle ἴτωσαν e ἰόντων (=genitivo plurale m. e n. del participio)
Medio
Nella seconda persona singolare compare la desinenza –σο senza caduta del sigma. Fa eccezione κάθημαι che presenta anche le forme contratte κάθου.
Infinito
Attivo
Presenta tema con vocale breve, + la desinenza –ναι, con accento acuto sulla penultima sillaba. Da notare che l’infinito presente di εἶμι (ἰέναι) e quello di εἰμί (εἶναι) sono uguali rispettivamente all’infinito presente e aoristo di ἵημι, che però conserva lo spirito aspro.
Medio
Presenta tema con vocale breve, + la desinenza –σθαι, con accento acuto sulla terzultima sillaba (properispomeno è invece l’infinito di ἧμαι, καθημαι, κεῖμαι)
Participio
Attivo
Presenta il tema (con vocale breve se apofonico) + suffisso ντ (modificato al femminile per l’originaria presenza dello j) + le desinenze degli aggettivi della II classe (femminile alfa breve impura).
Nel nominativo maschile (sigmatico) e femminile la vocale del tema si allunga per la caduta del gruppo ντ: il nominativo maschile presenta accento acuto, quello femminile circonflesso: δίδωμι → διδούς, διδοῦσα; ἵημι →ἱείς, ἱεῖσα; ἵστημι → ἱστάς, ἱστᾶσα; τίθημι → τιθείς, τιθεῖσα; ϕημί → ϕάς, ϕᾶσα.
Il nominativo neutro presenta invece la vocale breve del puro tema, con caduta del τ finale: : δίδωμι → διδόν; ἵημι →ἱέν; ἵστημι → ἱστάν; τίθημι → τιθέν; ϕημί → ϕάν.
In tutti i verbi attivi il dativo plurale maschile e neutro è uguale al nominativo singolare femminile sostituendo l’α con lo ι: τίθεῖσα → τιθεῖσι
Medio
Presenta il tema (con vocale breve se apofonico) + suffisso μεν + desinenze degli aggettivi della I classe, come nei verbi in ω. L’accento è ritratto il più possibile.
Imperfetto
Attivo
Esso presenta l’abituale aumento sillabico o temporale e le desinenze secondarie già note nei verbi in ω (-ν, -ς, -, -μεν, -τε…), ma con la desinenza –σαν per la terza persona plurale.
Nel singolare i verbi con tema apofonico possono presentare:
1) il tema apofonico con vocale lunga senza vocale tematica come ἵστημι (→ ἵστην, ἵστης…); ϕημί (→ ἔϕην, ἔϕησθα …), δείκνυμι (→ἐδείκνυν, ἐδείκνυς …); εἰμί (→ ἦν/ ἦ, ἦσθα …); εἶμi presenta desinenze in parte influenzate dal piuccheperfetto (→ ᾔειν/ ᾖα, ᾔεισθα/ ᾔεις, ᾔει).
2) il tema in forma breve che contrae con la vocale tematica ε come δίδωμι (→ ἐδίδουν, ἐδίδους…);
3) entrambe le forme come in τίθημι e ἵημι: generalmente vocale lunga nella prima persona, contrazione nelle altre (ἐτίθην, ἐτίθεις…; ἵην, ἵεις…).
I verbi radicali senza raddoppiamento conservano talora nella II persona singolare l’antica desinenza –σθα (εἰμί→ ἦσθα=ἦς, ϕημί → ἔϕησθα= ἔϕης; εἶμi → ᾔεισθα= ᾔεις)
Nel plurale i temi apofonici si presentano senza allungamento: δίδωμι → ἐδίδομεν, ἵημι → ἵεμεν, ἵστημι → ἵσταμεν, τίθημι → ἐτίθεμεν, ϕημί → ἔϕαμεν. Tuttavia εἶμi ed εἰμί presentano sempre la stessa vocale iniziale (ᾖμεν… ἦμεν).
Da notare che alcune forme del plurale e del duale di ἵημι ed ἵστημι coincidono con quelle del presente e dell’imperativo. Sono in particolare: 1) I persona plurale nel presente e nell’imperfetto (ἵεμεν ἵσταμεν); 2) II persona plurale nel presente, nell’imperativo e nell’imperfetto (ἵετε, ἵστατε); 3) II e III persona duale nel presente, II persona duale nell’imperativo e nell’imperfetto (ἵετον, ἵστατον)
Medio
Il tema si presenta in genere per tutta la coniugazione come nel plurale della forma attiva. Le desinenze sono quelle dei verbi non contratti, ma nella seconda persona singolare compare la desinenza –σο senza caduta del sigma.
Fa eccezione δύναμαι che presenta le forme contratte ἐδύνω o ἠδύνω (questo verbo può avere anche un aumento in η).
Nel plurale vale il discorso fatto per le convergenze di indicativo, imperativo ed imperfetto di ἵημι ed ἵστημι nelle persone già segnalate.
MORFOLOGIA E SINTASSI
ARTICOLO DETERMINATIVO GRECO
morfologia
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M |
F |
N |
M |
F |
N |
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to# |
oié |
ta# |
|||||
GEN |
tou^ |
th^v |
tou^ |
tw^n |
tw^n |
||
DAT |
tw^j |
th^j |
twj^ |
toi^v |
tai^v |
toi^v |
|
ACC |
to@n |
th@n |
to@ |
tou#v |
ta#v |
ta# |
|
VOC |
wù |
wù |
wù |
wù |
wù |
FORME OMOFONE, MA NON OMOGRAFE
≠ hò = congiunzione: A) disgiuntiva ( “o” ); B) paragone (“ che”).
- aié = articolo det. ( la ) ≠ aiç = pron. relativo (le quali ).
SINTASSI
1) USO DETERMINATIVO
L’uso abituale dell’articolo nel greco della koinè consiste nel determinare un sostantivo o un aggettivo, oppure un sostantivo ed un aggettivo insieme, o infine un verbo all’infinito.
a) ARTICOLO + SOSTANTIVO:
- L’articolo precede il sostantivo;
- Articolo e sostantivo concordano in CASO + GENERE + NUMERO
- Come si traduce? = L’articolo DEVE essere tradotto !!!
ko@rov = oé korov ko@roi = oié ko@roi
ko@rh = hé ko@rh ko@rai = aié ko@rai
dw^ron = to# dw^ron dw^ra = ta# dw^ra
NB: PROBLEMA TRADUTTIVO
LA TRADUZIONE DELL’ARTICOLO DETERMINATIVO
In un testo greco puoi trovarti di fronte a due situazioni:
1) Se in greco c’è l’articolo, devi tradurlo anche in italiano
( ECCETTO per i NOMI PROPRI = oé éAle@xandrov = “Alessandro” );
2) Se in greco non c’è l’articolo, devi considerare due ipotesi:
IPOTESI 1): è la prima volta il sostantivo viene citato nel testo ( =REMA), allora rispetto il testo greco e NON traduco il sostantivo SENZA L’ARTICOLO !
IPOTESI 2): non è la prima volta, cioè il sostantivo è già stato citato in precedenza nel testo (=TEMA), allora devo integrare il testo greco e traduco AGGIUNGENDO l’articolo in italiano !
ESEMPIO ( ìncipit favola di Esòpo, “La fanciulla e il coltello”)
èEn thj^ odwj^ eièv th#n qa#lassan ko@rh eçrcetai meta# tw^n auèth^v eétai@rwn kai# ca@mai ma@cairan lampra#n oéra^j. éHé de#
( th#n ) ma@cairan lamba@nei kai#.. .
Traduzione:
SULLA STRADA VERSO IL MARE CAMMINA UNA FANCIULLA CON LE SUE COMPAGNE E PER TERRA VEDE UN COLTELLO. ED ESSA PRENDE IL COLTELLO E …
b)ARTICOLO+ AGGETTIVO = AGGETTIVO SOSTANTIVATO
- L’articolo precede l’aggettivo.
- Articolo e aggettivo concordano in CASO + GENERE + NUMERO, ma , inoltre, concordano anche con un sostantivo.
- Come si traduce? L’aggettivo sostantivato si traduce con l’articolo determinativo + il significato del sostantivo:
oié aègaqoi# = “ I BUONI / GLI ONESTI”.
NB: Il significato dell’aggettivo sostantivato è riportato sul vocabolario sotto la voce dell’aggettivo stesso (a fine voce)!
c) ARTICOLO + AGGETTIVO + SOSTANTIVO
- L’articolo precede l’aggettivo.
- Articolo e aggettivo concordano in CASO + GENERE + NUMERO, ma , inoltre, concordano anche con un sostantivo.
- POSIZIONE ATTRIBUTIVA = l’articolo precede immediatamente l’aggettivo;
POSIZIONE PREDICATIVA = l’articolo precede l’aggettivo, ma non immediatamente.
kalo#v + ko@rov = oé kalo#v ko@rov ( = posiz. attributiva );
oé ko@rov kalo#v (= posizione predicativa)
Come si traducono? Non c’è una differenza significativa, per cui aggettivo in posiziona attributiva e predicativa si traducono allo stesso modo: = “Il bel ragazzo”.
d) ARTICOLO + VERBO ALL’INFINITO = INFINITO SOSTANTIVATO.
- L’articolo precede l’infinito.
- L’infinito è considerato di genere NEUTRO, per cui l’articolo concorda nel GENERE NEUTRO ! to# gra@fein .
- Come si traduce? L’infinito sostantivato si traduce con l’articolo determinativo + l’infinito del verbo ( in alternativa, si può tradurre con il sostantivo corrispondente ):
to# gra@fein = “ Lo scrivere” ( = la scrittura ).
NB: PREPOSIZIONE + ARTICOLO + INFINITO
L’infinito sostantivato può essere retto da una qualsiasi preposizione, secondo le reggenze normali, assumendo i medesimi valori sintattico – semantici:
meta# to# gra@fei = “DOPO LO SCRIVERE”
su@n tw^j gra@fei = “CON LO SCRIVERE”
dia# tou^ gra@fein = “GRAZIE ALLO SCRIVERE”.
2) USO PRONOMINALE
L’articolo greco aveva originariamente funzione di dimostrativo, valore mantenuto in alcuni costrutti ed espressioni avverbiali, accompagnato dalle particelle
me#n e de# insieme, oppure solo dal de# :
2a ) USO CORRELATIVO
oé meèn .... oé de@ Ø “l’uno ... l’altro...” .
hé meèn ... hè de@ “l’una … l’altra”.
to# me@n ... to# de “l’una cosa … l’altra”
oié me@n ... oié de “gli uni … gli altri”.
aié me@n ... aié de@ “le une … le altre”.
ta# me#n ... ta# de@ “le une cose … le altre”.
Thv^j ma@chv kai# tw^n èAqhnai@wn kai# tw^n Lakedaimoni@wn strateutai# mete@cousin. Oiè me#n su#n andrei@aj ma@contai, oié de# fobh^j feu@gousin .
= Alla battaglia partecipavano ( mete@cw + GEN. ) soldati sia degli Ateniesi sia degli Spartani. Gli uni ( = ateniesi ) combattono con coraggio, gli altri ( = spartani ) fuggono con paura.
2b) USO CONNETTIVO
o é de@ / oié de@ Ø “ed egli, ma/invece egli” // “ed essi, ma/invece essi”.
hè de@ / aié de@ Ø “ed ella, ma ella” // “ed esse, ma/invece esse”.
to# de@ / ta# de@ Ø “e ciò, ma ciò” // “e queste cose, ma/invece
queste cose”.
èEn thj^j aègora^jj ko@roi ka#i ko@rai eièsin. Oi* ko@roi sfa^iraj pai@zousin ·
Aié de# aèòjdousin.
= Nella piazza ci sono ragazzi e ragazze. I ragazzi giocano a palla; esse invece cantano.
3) USI SOSTANTIVATI
- In alcune espressioni, si può avere l’ellissi del sostantivo, in particolare con pra^gma (LAT = res, “cosa”):
ta# th^v ma@chv Ø “Le (cose) della battaglia”, quindi “le imprese, le azioni della battaglia”.
- L’articolo seguito dal genitivo singolare di un nome proprio indica il rapporto di nascita e si traduce “figlio di …”
oé tou^ Ièa@nou Ø “Il figlio di Giano”.
- In alcune espressioni, l’articolo non concorda, come di solito, con un sostantivo in C / G / N, ma è seguito da un sintagma preposizionale ( = PREPOSIZIONE + NOME ): in questo caso, l’articolo trasforma il sintagma in un sostantivo:
oié meta# th^v ko@rhv Ø “I compagni della fanciulla”
(lett. “quelli insieme al fanciulla”
ta# meta# th@n ma@chn Ø “I fatti dopo la battaglia”
(Lett.“Le cose dopo la battaglia”)
- Un uso frequente dell’articolo è in unione con avverbi che ne modificano il significato, ma in genere può conferire valore di sostantivo a un infinito, un aggettivo, un participio, una locuzione:
oié nu^n Ø “I contemporanei (lett. “quelli di ora”)”.
oié pa@lai Ø “Gli antichi (lett. “quelli anticamente, quelli di prima”)”.
to@ gignw@kein Ø “Il conoscere”, dunque “la conoscenza”.
oié ma@contev
to@ me#llon Ø “Ciò che sta per avvenire”, dunque “il futuro”.
la formazione delle parole greche
LESSICOLOGIA
Il greco, come il latino e l’italiano, è una lingua flessiva, cioè impiega largamente elementi morfologici (cioè parti del discorso) variabili, come i nomi, gli aggettivi, i pronomi e i verbi, che possono mutare o precisare il loro significato attraverso l’aggiunta di elementi mobili.
Alla base di tutte le parole variabili c’è una radice, cioè quell’elemento mono o bisillabico irriducibile che costituisce il nucleo semantico (=significativo, da σῆμα = segno) di base: la radice è in genere comune a più parole, che si differenziano attraverso gli affissi, cioè elementi aggiuntivi, che ne precisano il significato. Gli affissi possono precedere (prefissi) o seguire la radice (suffissi), ma anche inserirsi al suo interno (infissi).
a) I prefissi più comuni sono preposizioni o avverbi dal significato autonomo che possono spesso essere usati anche da soli (διά “per”, σύν “con”, ὑπέρ “sopra”, ὑπό “sotto”, ἐν “in”, εὖ “bene” ecc.): essi modificano il significato della radice apportando il loro proprio valore semantico. Si parla in questo caso di parola composta .
Diverso è il discorso per prefissi come il raddoppiamento e l’aumento, impiegati per distinguere un tempo verbale dall’altro: essi non hanno valore semantico autonomo, ma vengono semplicemente impiegati come elementi distintivi per inidcare la collocazione cronologica o l’aspetto dell’azione.
Es.: βάλλετε (“gettate”: indicativo presente, senza aumento) / ἐβάλλετε (“gettavate” indicativo imperfetto, con aumento ε-).
b) A differenza dei prefissi i suffissi non sono mai impiegati da soli e non hanno un significato a sé stante, ma contribuiscono fondamentalmente non solo a definire la categoria morfologica della parola stessa (verbo, nome, aggettivo), ma anche il suo preciso significato, modificando quello della radice. Attraverso suffissi da una radice si può creare una parola che indica colui che compie l’azione espressa, l’azione attiva o passiva, la qualità e il luogo dell’azione stessa. Ad esempio dalla radice λογ- che indica il parlare si forma il nome λογεῖον con il suffisso -ειο- utilizzato per formare nomi di luogo. Altri suffissi creano diminuitivi, o termini indicanti origine o discendenza
I suffissi possono direttamente legarsi alla radice (suffissi primari) creando una parola primitiva (radicale), ma possono legarsi ai suffissi di una parola già esistente per originarne una derivata da essa (suffissi secondari). Ad esempio dalla radice παιδ- (bambino) attraverso il suffisso primario –ευ- (che indica azione) deriva il verbo παιδεύω (educo); da questa parola primitiva attraverso l’unione di sufffissi secondari derivano l’aggettivo παιδευτικός (“educativo”), il sostantivo παιδευτής (“maestro”) ecc..
In particolare i nomi derivati da un verbo si chiamano deverbativi (λύω “sciolgo” ® λύσις “soluzione”), i verbi derivati da un nome denominativi (δίκη “giustizia” ® δικάζω “giudico”).
c) Gli infissi si possono considerare essenzialmente per lo più elementi eufonici (εὖ=bene; ϕωνή=suono), che favoriscono semplicemente la pronuncia della parola stessa, ma a volte cooperano con i suffissi per distinguere un tempo verbale .
La radice unita agli eventuali affissi costituisce il tema della parola stessa: se non vi sono affissi si parla allora di tema radicale (tema = radice).
Alcune radici dette apofoniche, presentano nella parole da esse derivate variazioni nella lunghezza o nel timbro della vocale (apofonia); tali variazioni, presenti anche negli elementi nominali (aggettivi e nomi), hanno importanza soprattutto nella coniugazione verbale per distinguere un tempo dall’altro.
In particolare i due tipi fondamentali di apofonia sono
- l’apofonia quantitativa (detta anche allungamento organico), cioè l’opposizione fra un grado medio o normale con vocale breve, un grado forte o allungato con vocale lunga (a volte c’è anche un grado zero o ridotto senza vocale).
Ad esempio il verbo ϕαίνω (“mostro”), con tema tema radicale apofonico ϕᾰν / ϕην, utilizza al presente il grado medio (ϕαίνω), ma all’aoristo il grado forte (ἔϕηνα).
- l’apofonia qualitativa, che si presenta per lo più come l’opposizione fra un grado medio (o normale) con vocale ε, un grado forte (o pieno) con vocale ο, un grado zero (o ridotto o debole) con scomparsa della vocale.
Ad esempio il verbo λείπω, con tema radicale apofonico λειπ / λοιπ / λιπ, utilizza al presente il grado medio (λείπω), ma nel perfetto il grado forte (λέλοιπα) e all’aoristo II il grado debole (ἔλιπον).
La parola è per lo più conclusa dalla desinenza, un elemento che precisa il caso, cioè la funzione logica (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo), il genere (maschile, femminile e neutro), il numero (singolare, plurale e duale) delle forme nominali, o la persona di quelle verbali.
Tra tema e desinenza si può collocare un suffisso vocalico detto vocale tematica, che caratterizza alcuni modelli di declinazione e coniugazione.
In greco abbiamo due declinazioni tematiche, cioè la I (con vocale tematica α) e la II (con vocale tematica ο) e una coniugazione tematica, cioè quella dei verbi in -ω (con vocali tematiche o/ε), ma anche una declinazione (la III) e una coniugazione (verbi in -μι) atematiche, in cui le desinenze si uniscono direttamente al tema senza vocale tematica.
Dal momento che la desinenza spesso si fonde con la vocale tematica (e talora anche con il suffisso precedente) tanto da non potersi più distinguere, è opportuno spesso considerare come un tutt’uno la terminazione (o uscita), cioè l’intera parte variabile della parola nel corso di una declinazione o una coniugazione, includendo non solo la desinenza ma anche la vocale tematica (o il suffisso) precedente.
Prendiamo ad esempio il verbo περιλαμβάνομεν (abbracciamo) Alla base vi è il tema radicale apofonico λαβ/ληβ, legata al concetto di “prendere”. In particolare questa forma verbale si compone di:
περί (prefisso=attorno)+ λαμβ (radice λαβ, con infisso nasale μ) + αν (suffisso proprio del presente di alcuni verbi con radice in consonante) + ο (vocale tematica) + μεν (desinenza). In questo caso la terminazione sarà costituita da -ομεν.
Riassumendo. La radice è l’elemento significativo minimo comune a più parole: esse si differenziano per gli affissi (prefissi, suffissi ed infissi) che unendosi alla radice formano i temi delle parole, cioè l’elemento stabile che racchiude il loro significato. Queste possono variare in genere, numero, funzione, tempo, attraverso la presenza di desinenze che si uniscono al tema. Quando la desinenza si fonde con la conclusione del tema, allora parliamo più genericamente di terminazioni per distinguere la parte concretamente variabile della parola. Oltre alla presenza di prefissi e suffissi, in greco una ulteriore elemento di variabilità è dato dall’apofonia, cioè dalla variazione della qualità, cioè del timbro, di una vocale (apofonia qualitativa) o della sua quantità, cioè della sua lunghezza (apofonia qualitativa).
Anche in greco, come in latino ed in italiano esistono parole composte non solo con prefisso + tema nominale o verbale, ma anche con due temi nominali (nomi o aggettivi) o con tema verbale + tema nominale (e viceversa): in questi casi non è più possibile definire il primo elemento come prefisso. Es.: κακοήθης (“di cattivo carattere” da κακός “cattivo” e ἦθος “carattere”=aggettivo + nome), λογόγραϕος (“scrittore di discorsi” da λόγος “discorso” e γράϕω “scrivo”).
Accenti e SPIRITI
materiale per la IV B
Due schede di sintesi sull'uso degli accenti e degli spiriti.

PROF. LUCA MANZONI
Classificazione delle parole greche secondo l’accento
parola |
definizione |
condizioni |
schema |
Ossitona (ὀξύς=acuto τόνος=accento) |
Accento acuto sull’ultima sillaba Quando seguiva direttamente (senza punteggiatura intermedia) una parola non enclitica l’accento non si pronunciava più: si scrive allora l’accento grave. |
La sillaba può essere indifferentemente lunga o breve |
…… È _¢ + segno di interpunzione o parola enclitica …… È _\ + parola non enclitica |
Par-ossitona |
Accento acuto sulla penultima sillaba |
Non deve verificarsi la sequenza lunga-breve nelle due ultime sillabe (trocheo finale) |
……È& È ……È& – …… -¢ - |
Pro-par-ossitona |
Accento acuto sulla terzultima sillaba |
L’ultima sillaba deve essere breve |
……È _¢ È_ È |
Perispomena (περίσπάω= circumflecto, “trascino intorno”) |
Accento circonflesso sull’ultima sillaba |
L’ultima sillaba deve essere lunga. |
……- |
Pro-perispomena |
Accento circonflesso sulla penultima sillaba |
La penultima sillaba deve essere lunga e l’ultima breve (legge del trocheo finale) |
……- È
|
È= sillaba breve — = sillaba lunga È_ = sillaba indifferentemente lunga o breve
- Le parole non ossitone si chiamano anche baritone (βαρύς=grave).
- Sono lunghe ai fini dell’accento le sillabe con vocale lunga o con dittongo (sono invece considerate brevi ai fini dell’accento le desinenze -αι ed -οι dei nomi e degli aggettivi della I e II declinazione e la desinenza verbale -αι, tranne quella dell’ottativo).
- Quando due vocali si contraggono hanno accento circonflesso se la prima vocale era accentata, acuto se lo era la seconda; nessun accento se le vocali non erano accentate.
- Le parole usualmente non accentate si distinguono in:
- enclitiche (che si appoggiano sulla precedente): alcuni pronomi personali (μου, μοι, με; σου, σοι, σε; οὑ, οἱ, ἑ, σϕωε, σϕωιν, σϕισι, σϕας); l’indefinito τις, τι, il presente indicativo di εἰμι e ϕημι (tranne le seconde persone singolari), gli avverbi indefiniti ποι, πως, ποτε, που; le particelle γε, τε, νυν (“dunque”≠ da νῦν “ora”), τοi, πω, ῥα, -περ, -δε, -θε (le ultime tre si uniscono direttamente alla parola precedente).
- proclitiche (che si appoggiano sulla successiva): gli articoli ὁ, ἡ, οἱ, αἱ; le preposizioni ἐν, εἰς, ἐξ, ἐκ, ὡς; le congiunzioni εἰ e ὡς; la negazione οὐ.
- Le parole proparossitone e properispomene aggiungono un accento acuto sull’ultima sillaba quando segue un’enclitica (ἄνθρωπός τις, δῶρόν τι).
- Quando invece una parola parossitona è seguita da un’enclitica bisillabica, si accenta quest’ultima (ἀνθρώπου τινός).
- Un’enclitica si accenta inoltre: 1) all’inizio di frase; 2) quando è seguita da un’altra enclitica; 3) quando la parola precedente ha perso per elisione l’ultima vocale accentata; 4) quando l’enclitica ha particolare rilievo espressivo.
- L’enclitica ἐστί si presenta con accento ritratto sulla prima sillaba (ἔστι): 1) quando significa “esiste”, “c’è” o “è possibile”; 2) all’inizio della frase e in alcune formule (ἔστιν ὅτε, ἔστιν ὅστις); 3) dopo ὡς, οὐκ, εἰ, μή, καί, τοῦτο; 4) quando la parola precedente ha perso per elisione l’ultima vocale accentata;
- Una proclitica si accenta invece quando è seguita da un’enclitica (diversa da ἐστι) o in fine di frase.
Collocazione di spirito e accento
- GLI SPIRITI
Quando una parola inizia per vocale, dittongo o rho, è obbligatorio in greco indicare se essa è aspirata o non aspirata attraverso lo spirito:
- lo spirito aspro, un apostrofo con le punte rivolte a destra, verso la parola stessa , indica l’aspirazione (=h)
- lo spirito dolce, un apostrofo con le punte rivolte a sinistra, indica l’assenza di aspirazione.
Le lettere υ e ρ iniziali hanno sempre lo spirito aspro: ὕβρις (=hybris, “tracotanza”), ῥυθμός (=rhythmòs “ritmo”)
Se nella parola ci sono due rho consecutive, esse possono (non obbligatoriamente) scriversi la prima con spirito dolce, la seconda con spirito aspro: Πύῤῥος o Πύρρος (=Pyrrhos, “Pirro”).
Lo spirito se cade su una vocale o dittongo accentato si colloca:
- a sinistra dell’accento acuto: ἄγω (“conduco”)
- sotto l’accento circonflesso: ἦθος (“carattere”)
Nei dittonghi sia lo spirito, sia l’accento si scrivono sulla seconda vocale, ma si pronunciano sulla prima.
αὔρα ® (=àura, “vento”) εἶδος (=éidos “aspetto”)
Quando una parola che inizia per vocale semplice o rho si deve scrivere con la prima lettera maiuscola (nome proprio o inizio di frase), lo spirito e l’eventuale accento si segnano a sinistra della lettera stessa.
ἄγω ® Ἄγω ἦθος ® Ἦθος ῥίπτω® Ῥίπτω (“getto”)
Quando una parola che inizia per dittongo proprio si deve scrivere con la prima lettera maiuscola, lo spirito e l’eventuale accento si segnano sulla seconda vocale (pur pronunciandosi sempre sulla prima). Lo stesso vale anche per i dittonghi impropri formati da vocale lunga + υ (=ηυ e i rarissimi ᾱυ ed ωυ).
αὔρα ® Αὔρα εἶδος ® Εἶδος ηὗρον ® Ηὖρον (“trovai, trovarono”)
Quando una parola che inizia per dittongo improprio formato da vocale lunga + ι (=ᾳ, ῃ, ῳ) si deve scrivere con la prima lettera maiuscola, lo ι viene segnato per esteso a fianco, ma non deve essere pronunciato. Lo spirito e l’eventuale accento passano invece a sinistra della vocale maiuscola (e non sullo ι, come avviene nei dittonghi propri).
ᾖδον ® ᾞδον (èdon, “cantavo, cantavano”) ᾠδή ® ᾨδή (odè, “canto”)
ᾅδης (dittongo improprio con ι sottoscritto) ® ᾍδης (=Hàdes, “Ade”)
ma αἴρω (dittongo proprio) ® Αἴρω (=àiro, “sollevo”)
Quando si scrive una parola interamente con l’alfabeto maiuscolo, usualmente gli spiriti e gli accenti non si segnano più. Nei dittonghi impropri lo ι è sempre scritto per esteso a destra della vocale lunga.
ᾠδός® ΩΙΔΟΣ (=odòs, “cantore”)
NORME GENERALI sull’accento greco
In greco la posizione dell’accento è legata alla struttura della parola stessa e in particolare alla sequenza di vocali lunghe e brevi nelle ultime due sillabe della parola.
I due accenti fondamentali greci solo l’accento acuto, che può cadere su una delle tre ultime sillabe e l’accento circonflesso che può cadere solo su una delle due ultime sillabe e solo se essa è lunga. A fini pratici possiamo considerare, poi, l’accento grave come una semplice variante grafica di quello acuto, quando cade sull’ultima sillaba non seguita da un segno di interpunzione o da un’enclitica.
Vi sono poi ulteriori vincoli fondamentali:
- l’accento acuto può cadere sulla terzultima sillaba solo se l’ultima sillaba è breve. Se nel corso della coniugazione o della declinazione la terzultima sillaba diventa lunga l’accento deve spostarsi sulla penultima sillaba.
- Se l’accento cade sulla penultima sillaba, esso sarà necessariamente circonflesso se questa è lunga e l’ultima è breve (trocheo finale: lunga-breve), acuto in tutte le altre combinazioni.
La contrazione, cioè la fusione fra due vocali porta alle seguenti conseguenze sull’accento.
- Se era in origine accentata la prima vocale, il risultato sarà una vocale o dittongo con accento circonflesso. τιμάω® τιμῶ
Se era in origine accentata la seconda vocale, il risultato sarà una vocale o dittongo con accento acuto. τιμαόντων® τιμώντων
- Se nessuna vocale era in origine accentata, il risultato sarà una vocale o dittongo senza accento.
τίμαε® τίμα
Mentre avverbi, preposizioni e congiunzioni presentano un accento fisso, l’accento di nomi, aggettivi e verbo è legato al variare delle desinenze e quindi al variare della quantità delle due ultime sillabe.
Possiamo dire in genere che
a) I verbi ritraggono in genere l’accento il più possibile: in pratica sulla penultima sillaba se l’ultima è lunga, sulla terzultima se l’ultima è breve. Solo i modi indefiniti (participio, infinito) e l’ottativo della coniugazione atematica non rispettano questa norma. Proprio la tendenza alla ritrazione dell’accento fa sì che, a parte alcune forme contratte, quasi tutte le forme verbali siano parossitone o proparossitone (accento acuto sulla penultima o terzultima). Infatti, dal momento che esse in genere presentano almeno tre sillabe (almeno una del tema più due della terminazione), quando l’ultima sillaba è lunga l’accento sta sulla penultima, quando l’ultima è breve esso retrocede sulla terzultima.
b) Per i nomi, aggettivi e pronomi l’accento tende a restare sulla vocale in cui si trova al nominativo singolare(mutando all’occorrenza da acuto a circonflesso e viceversa), fino a quando il variare della desinenza e quindi della lunghezza della sillaba finale lo consentirà. Esso potrà al massimo spostarsi dalla terzultima alla penultima sillaba se l’ultima sillaba da breve diventa lunga (tornando al punto di partenza appena possibile), ma, salvo rarissime eccezioni, non retrocederà mai sulla sillaba precedente a quella di partenza.
Un discorso diverso vale per le parole accentate al nominativo sull’ultima sillaba.
Nelle due prime declinazioni vale la regola dei casi retti ossitoni (nominativo, accusativo e vocativo) e casi obliqui perispomeni (genitivo e dativo).
Nella terza declinazione, se il nominativo è monosillabico l’accento nei casi obliqui cadrà sulla terminazione (circonflesso se la terminazione è lunga, acuto se essa è breve); se il nominativo non è monosillabico l’accento tenderà a restare sulla vocale di partenza (anche con l’aggiunta delle desinenze, è più l’ultima sillaba).
In pratica per destreggiarsi con l’accento greco nelle declinazioni occorre:
a) individuare il modello di declinazione che segue quel nome, sulla base della forma del nominativo (e genitivo) e dell’accento segnato sul dizionario;
b) applicare coerentemente le terminazioni proprie di quel modello di declinazione, stando bene attenti a distinguere fra vocali brevi e lunghe;
c) applicare le leggi dell’accento prendendo come riferimento di base la collocazione dell’accento sul nominativo singolare e tenendo presente la lunghezza delle vocali delle ultime sillabe.
N. B.. A differenza del latino, in greco per la determinazione dell’accento non conta la distinzione fra sillabe aperte e chiuse, ma solo la lunghezza della vocale: una sillaba con vocale breve, sia aperta sia chiusa, è sempre considerata breve ai fini dell’accento.
Come banale stratagemma mnemonico per non confondere i due spiriti, basta ricordare che lo spirito aspro “punge” la parola, quello dolce le volge la parte arrotondata.
Si ha accento circonflesso nei rari casi in cui la seconda vocale che si contrae presentava in partenza accento circonflesso (Ἑρμεῶν ® Ἑρμῶν), oppure quando si verifica il trocheo finale, con l’accento sulla penultima (ἑσταότᾰ ® ἑστῶτᾰ).
Un’eccezione è la seconda persona dell’imperativo presente di λύω (sciolgo), che è properispomena (λῦε): infatti il tema è monosillabico con vocale lunga (λυ-) e la terminazione è di una sola sillaba breve (-ε), realizzando il trocheo finale). Ma l’imperativo di μανθάνω, in cui il tema è di due sillabe (μανθαν-) è proparossitono (μάνθανε).
A esempio θάλασσα (il mare), accentata al nominativo sulla terzultima sillaba (ha infatti l’ultima α breve), sposterà l’accento sulla penultima sillaba quando l’ultima sillaba diviene lunga per il mutare della desinenza (ad esempio nel genitivo θαλάσσης): di regola infatti l’accento non può stare sulla terzultima quando l’ultima è lunga. Nell’accusativo, in cui ritorna l’α breve, l’accento potrà nuovamente ristabilirsi sulla terzultima (θάλασσαν).
Invece ἐλαία, che ha l’accento acuto al nominativo sulla penultima sillaba (ha infatti l’ultima α lunga), quando nel nominativo plurale la desinenza diviene breve, non sposta l’accento sulla sillaba precedente (cioè la terzultima), ma lo muta in circonflesso, ἐλαῖαι (infatti il dittongo αι del tema è lungo mentre quello della desinenza è breve: abbiamo quindi il trocheo finale, lunga-breve). Ovviamente nell’accusativo plurale, che ha ancora la terminazione lunga, l’accento torna acuto (ἐλαίας).
Il passaggio inverso avviene in μοῦσα, che ha l’accento circonflesso al nominativo singolare sulla penultima sillaba (infatti la penultima è lunga e l’ultima è breve= trocheo finale): quando la desinenza diviene lunga (e ciò impedisce l’accento circonflesso sulla penultima sillaba), lo muterà semplicemente in acuto, come nel genitivo singolare μούσης. Ovviamente nell’accusativo singolare, che ha ancora la terminazione breve, l’accento torna circonflesso per la legge del trocheo finale (μοῦσαν).
Valori del participio GRECO
PROF. LUCA MANZONI
1. Il participio attributivo è sempre concordato con un nome, e si può rendere in italiano, oltre che con un participio, con un aggettivo o una relativa attributiva (cioè una relativa che distingue il sostantivo e che quindi in italiano non deve essere separata con una virgola dall’antecedente):
Οἱ ἱππεῖς τῶν πολεμίων τοὺς ἐν τῷ πεδίῳ βόσκοντας ποιμένας ἔκτανον.
I cavalieri nemici uccisero i pastori che pascolavano (pascolanti) nella pianura (il participio serve a distinguere i pastori coinvolti: non tutti, ma solo quelli che pascolavano lì).
Οἱ πολιορκούμενοι στρατιῶται τῷ λίμῳ ἀπέθνεσκον
I soldati assediati (che erano assediati) morivano di fame (il participio distingue i soldati coinvolti).
2. Il participio sostantivato corrisponde a un participio attributivo, ma con il sostantivo sottointeso, e si può rendere in italiano, oltre che con un participio (soprattutto passato) preceduto da articolo, con un sostantivo o con una relativa preceduta da un nome generico o da un pronome dimostrativo.
Τῶν ὑπὲρ τῆς πατρίδος θανόντων στρατιωτῶν μεγάλη ἡ δόξα ἐστιν.
Grande è la gloria dei soldati morti (che sono morti) per la patria. (part. attributivo)
Τῶν ὑπὲρ τῆς πατρίδος θανόντωνμεγάλη ἡ δόξα ἐστιν.
Grande è la gloria dei morti (di quelli / degli uomini che sono morti) per la patria. (part. sostantivato)
Τὰ βουλεύματα τῶν σωϕρονούντων τῇ πόλει χρησιμά ἐστιν.
Le decisioni dei saggi (di coloro / degli uomini che sono saggi) sono utili alla città.
Τοῖς ὑπό τῶν μώρων λεγομένοις οὐ πιστεύομεν.
Non crediamo alle cose dette dagli stolti (alle parole degli stolti).
3. Il participio congiunto, sempre concordato con un nome, corrisponde ad una subordinata avverbiale implicita (causale, temporale, avversativa, concessiva, condizionale, finale, modale) e in italiano si può rendere
a) in forma implicita con un gerundio o con un participio o con l’infinito introdotto da una preposizione
b) in forma esplicita con la corrispondente subordinata avverbiale oppure con una relativa appositiva (cioè che aggiunge determinazioni al sostantivo, ma non ne limita il significato, e che quindi in italiano può essere separata da una virgola).
Ὁ βασιλεύς γνοὺς τὴν κακότητα τῶν δούλων αὐτοὺς θανάτῳ ἐζημίωσε.
Il re, avendo conosciuto (poiché aveva conosciuto, per aver conosciuto, che aveva conosciuto) la malvagità dei servi, li condannò a morte. (il participio non distingue quel re da un altro, ma dà delle informazioni su di lui).
Οἱ Άθηναίοι ἱδόντες τοὺς βαρβάρους κήρυκα εἰς αὐτοὺς ἐξέπεμψαν .
Gli Ateniesi, avendo visto (quando videro, nel vedere) i barbari, mandarono loro un araldo. (il participio non vuole distinguere alcuni Ateniesi dagli altri, ma dà delle informazioni su di essi)
La forma implicita con il gerundio attivo può essere usata solo se il participio è riferito al soggetto della reggente; negli altri casi occorre usare una forma esplicita.
Πάντες οἱ ϕιλόσοϕοι τοὺς τοῦ Πλάτωνος διαλόγους τιμῶσιν καλλίστους ὄντας.
Tutti i filosofi ammirano i dialoghi di Platone, che sono (perché sono) bellissimi.
Quando il significato è concessivo, se si vuole tradurre in forma implicita, il gerundio deve essere obbligatoriamente preceduto da “pur” (il participio anche da “per quanto, anche se, benché”).
Ὁ Ἀλέξανδρος ἔτι παὶς ὣν τῶν ϕιλοσόϕων λόγων ἑκὼν εἰσήκουε.
Alessandro, pur essendo (benché fosse, anche se era) ancor fanciullo, ascoltava volentieri i discorsi filosofici.
Ὁ ἄγγελος, καμὼν ὑπὸ τοῦ καύματος, συνεχῶς ἔτρεχεν.
Il messaggero, pur (benché, per quanto) spossato dal caldo, correva senza sosta.
4. Il participio predicativo è un participio che descrive l’essere o l’agire del soggetto o del complemento oggetto di una proposizione completando il significato del verbo da cui dipende.
- Reggono il predicativo del soggetto:
a) Verbi indicanti il compiere un’azione (in italiano seguiti ordinariamente dall’infinito preceduto da preposizione): ἄρχω, ὑπάρχω (inizio a, sono il primo a); παύομαι, λήγω (cesso di); διάγω, διατελέω, διαγίγνομαι (continuo, persevero a); ἀνέχομαι (sopporto di); κάμνω (mi stanco di); ἀπαγορεύω (rinuncio); εὖ, καλῶς ποιέω (faccio bene a); κακῶς ποιέω (faccio male a); ἀδικέω, ἁμαρτάνω (ho il torto, la colpa di)
Ἄρχομαι λέγων. Μὴ κάμνῃς ϕίλον ἄνδρα εὐεργετῶν.
Sono il primo a parlare. Non stancarti di fare del bene ad un amico.
b) Verbi indicanti evidenza, apparenza che hanno in greco costruzione personale (in italiano si usa una costruzione apparentemente impersonale, con infinitiva o dichiarativa soggettiva): ϕαίνομαι, ϕανερός εἰμι, δῆλός εἰμι (appare, è evidente, è chiaro che io…)
Οἱ εὐπατρίδαι ϕανεροὶ ἦσαν ἐπιβουλεύοντες. Φαίνονται δίκαιοι ὄντες.
Era chiaro che i nobili stavano complottando. E’ chiaro che sono giusti.
c) Verbi che indicano sentimento o affetto (verba affectuum) (in italiano seguiti ordinariamente dall’infinito preceduto da preposizione o da una dichiarativa o causale): ἥδομαι, χαίρω (godo, mi rallegro nel, per); ἄχθομαι, ἀγανακτέω (mi sdegno, mi addoloro nel, per); αἰσχύνομαι, αἰδέομαι (mi vergogno di); μεταμέλομαι (mi pento di); στέργω, ἀγαπάω (sono contento di).
Αἰσχυνόμεθα τοῦτο ποιοῦντες. Χαίρομεν ἰδόντες τὴν εὐδαιμονίαν σου.
Ci vergognamo di far questo. Siamo contenti di vedere la tua felicità.
d) Verbi che indicano inferiorità e superiorità (in italiano seguiti ordinariamente dall’infinito preceduto da preposizione): περιγίγνομαι (prevalgo, sono superiore); λείπομαι, ἡττάομαι (sono inferiore, sono vinto); νικάω, κρατέω (vinco, sono superiore).
Ουδεὶς τὸν Ἀπόλλωνα κιθαρίζων ἐνίκησε. Ταῦτα οὐδὲν ἐμοῦ λείπει γιγνώσκων
Nessuno superò Apollo nel suonare la cetra Non sei meno da me nel sapere queste cose (lo sai meglio di me).
e) Verbi che indicano modi di essere che possono rendersi in italiano con locuzioni avverbiali traducendo il participio nel modo e tempo corrispondente al verbo reggente. Essi sono τύγχάνω (sono per caso, mi trovo a, mi capita di ® per caso…); λανθάνω (sfuggo, passo inosservato nel ® di nascosto…); ϕθάνω (prevengo, arrivo per primo ® per primo…); οἴχομαι (vado via, sono lontano® via, lontano…).
Οἱ στρατιῶται εἰς τὴν θάλατταν ἥκοντες ϕθάνουσιν. Ἐτύγχανον περιπατῶν
I soldati arrivano per primi al mare. Per caso passeggiavo (mi trovavo a passeggiare)
Οἱ κλῶπες τὴν θύραν ἀνοίξαντες ἔλαθον. Οἴχομαι ϕεύγων.
I ladri aprirono la porta di nascosto. Fuggo via.
- reggono il predicativo dell’oggetto:
a) verbi in forma attiva che indicano una percezione o una conoscenza (in italiano reggono un’infinitiva o una dichiarativa): ὁράω (vedo); θεάομαι (guardo); ἀκούω (sento); αἰσθάνομαι (percepisco, mi accorgo di); πυνθάνομαι (vengo a sapere); μανθάνω (apprendo; γιγνώσκω, ἐπίσταμαι, οἶδα (conosco, so); εὑρίσκω (trovo); ἐπιλανθάνομαι (mi dimentico di), ἀνέχομαι, περιοράω (tollero, permetto). Gli stessi verbi reggono il predicativo del soggetto se usati in forma passiva o se l’oggetto della percezione è il soggetto stesso
Ἑώρων τοὺς πολεμίους ϕεύγοντας. Οἱ πολέμιοι ἑωρῶντο ϕεύγοντες.
Vedevanoinemicifuggire. I nemici erano visti fuggire
b) verbi che significano mostrare, rivelare: ϕαίνω, δείκνυμι, δηλόω (mostro); ἀγγέλλω (annunzio); ποιέω (rendo, rappresento); ἐλέγχω (provo, convinco); αἱρέω, καταλαμβάνω (sorprendo)
Ὁ Σοϕοκλῆς ἐποίησε τὸν Αἴαντα μαινόμενον. Οἱ ϕύλακες ἤγγειλαν τοὺς πολεμίους ἐπερχομένους.
Sofocle rappresentò Aiace impazzito. Le guardie annunciarono che i nemici si avvicinavano.
5. Il genitivo assoluto è una struttura che impiega il participio concordato con un soggetto in genitivo separato da quello della reggente: essa corrisponde ad una subordinata avverbiale implicita. Può quindi assumere in pratica tutti i significati del participio congiunto, e in italiano si può rendere:
a) in forma implicita con un gerundio o con un participio passato, seguiti (non preceduti!) dal soggetto.
b) in forma esplicita con la corrispondente subordinata avverbiale
Una traduzione italiana in forma implicita con il gerundio suona tuttavia pesante in italiano *da evitare soprattutto( il gerundio presente transitivo, che deve essere senz’altro sostituito con una struttura esplicita (es.: Lodando tutti le sue parole” ® mentre tutti lodavano le sue parole)
Στενῶν οὐσῶν τῶν ὁδῶν, οὐ διαβαίνειν οἱ πολέμιοι ἐδύναντο
Essendo strette le strade (poiché erano strette le strade) i nemici non potevano passare.
Παρόντος τοῦ ϕίλου, οὐ προσεῖχον τὴν νοῦν.
Pur essendo presente l’amico, io non prestavo attenzione.
Προσερχομένων τῶν βαρβάρων, τὴν πατρίδα ἀμυνοῦμεν.
Giungendo (se giungono, giungeranno i barbari), difenderemo la patria.
6. L’accusativo assoluto è una struttura che impiega l’accusativo neutro singolare del participio di alcuni verbi, in massima parte εἰμί e i suoi composti, che indicano possibilità, necessità, opportunità, eventualità, verosimiglianza. Essa corriponde ad una subordinata implicita avverbiale, spesso concessiva.
Fra essi ricordiamo: ὄν, ἐξὸν, παρὸν, παρέχον, ὑπάρχον (essendo possibile, lecito); προσῆκον, πρέπον (essendo conveniente, opportuno); χρέων, δέον (essendo necessario): δοκοῦν (sembrando bene); δυνατὸν ὄν (essendo possibile); αἰσχρὸν ὄν (essendo turpe), ecc.
Οἱ ἄνθρωποι, δυνατὸν ὂν εἰρήνην ἄγειν, τοῦ πολέμου ἐπιθυμοῦνται.
Gli uomini, pur essendo possibile starsene in pace, desiderano la guerra.
Greco tutto di tutto
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