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    Grammatica italiana

 

GRAMMATICA

 

I pronomi

 

I PRONOMI PERSONALI SOGGETTO

 

 

io

tu

lui/lei/Lei

noi

voi

loro

 

 

  • Normalmente non si esprime il soggetto.
  • Si usa tu in situazioni informali.
  • Si usa Lei/lei in situazioni formali.
  • Si usa voi in situazioni informali e formali.

 

 


I PRONOMI PERSONALI DIRETTI

 

I pronomi personali diretti sostituiscono l’oggetto diretto.

(L’oggetto diretto risponde alla domanda Chi? Che cosa?)

         p.es.  - Mangi la mela? (Che cosa mangi? La mela! )

                        - Sì, la mangio.

 

 

pronomi diretti

 

         mi

         ti

         lo / la / La

         ci

         vi

         li / le

 

 

  • Lo e la si possono apostrofare.

p.es.  - Hai mangiato la mela?

         - Sì, l’ho mangiata.

 

  • Li e le non si possono apostrofare.

         - Hai invitato i vicini?

         - Sì, li ho invitati.

 

  • Nella forma negativa la sequenza è sempre: non + pronome + verbo

         p.es. Non lo so.

 

  • Davanti al verbo avere si usa ce, soprattutto nelle risposte brevi con sì e no.

         p.es.  - Hai i libri d’italiano con te?

- Sì, ce li ho.

 

 


I PRONOMI PERSONALI INDIRETTI

 

I pronomi personali indiretti sostituiscono l’oggetto indiretto.

(L’oggetto indiretto risponde alla domanda A chi? A che cosa?)

         p.es.  - Dai il libro a Roberto? (A chi dai il libro? A Roberto! )

                        - Sì, gli do il libro.

 

 

pronomi indiretti

 

         mi                (= a me)

         ti                 (= a te)

         gli / le / Le    (= a lui / a lei / a Lei)

         ci                 (= a noi)

         vi                 (= a voi)

         gli                (= a loro)

 

 

  • Nella forma negativa la sequenza è sempre: non + pronome + verbo

                   p.es.  - Hai chiamato Luigi?

- Non gli parlo da due settimane.

 

 


I PRONOMI dimostrativi

 

Quando questo e quello si usano senza sostantivo, sono dei pronomi.

         p.es.  - Quali stivali desidera provare?

                   - Quelli neri con il tacco alto.

 

 

 

 

singolare

 

 

plurale

 

maschile

 

 

questo

quello

 

 

questi

quelli

 

femminile

 

questa

quella

 

queste

quelle

 

 


 

I verbi

 

L’INDICATIVO PRESENTE

 

I verbi regolari

 

 

parlare

 

(io)    parlo

(tu)   parli

(lui)   parla

(noi)  parliamo

(voi)  parlate

(loro) parlano

 

 

studiare

 

(io)    studio

(tu)   studi

(lui)   studia

(noi)  studiamo

(voi)  studiate

(loro) studiano

 

 

chiamarsi

 

(io)    mi chiamo

(tu)   ti chiami

(lui)   si chiama

(noi)  ci chiamiamo

(voi)  vi chiamate

(loro) si chiamano

 

 

scrivere

 

(io)    scrivo

(tu)   scrivi

(lui)   scrive

(noi)  scriviamo

(voi)  scrivete

(loro) scrivono

 

 

dormire

 

(io)    dormo

(tu)   dormi

(lui)   dorme

(noi)  dormiamo

(voi)  dormite

(loro) dormono

 

 

capire

 

(io)    capisco

(tu)   capisci

(lui)   capisce

(noi)  capiamo

(voi)  capite

(loro) capiscono

 

 

L’accento della 3° persona plurale (loro) corrisponde a quello della 1° persona singolare (io).

 

 

I verbi irregolari

 

 

essere

 

(io)    sono

(tu)   sei

(lui)   è

(noi)  siamo

(voi)  siete

(loro) sono

 

 

avere

 

(io)    ho

(tu)   hai

(lui)   ha

(noi)  abbiamo

(voi)  avete

(loro) hanno

 

 

fare

 

(io)    faccio

(tu)   fai

(lui)   fa

(noi)  facciamo

(voi)  fate

(loro) fanno

 


 

 

sapere

 

(io)    so

(tu)   sai

(lui)   sa

(noi)  sappiamo

(voi)  sapete

(loro) sanno

 

 

potere

 

(io)    posso

(tu)   puoi

(lui)   può

(noi)  possiamo

(voi)  potete

(loro) possono

 

 

andare

 

(io)    vado

(tu)   vai

(lui)   va

(noi)  andiamo

(voi)  andate

(loro) vanno

 

 

venire

 

(io)    vengo

(tu)   vieni

(lui)   viene

(noi)  veniamo

(voi)  venite

(loro) vengono

 

 

dire

 

(io)    dico

(tu)   dici

(lui)   dice

(noi)  diciamo

(voi)  dite

(loro) dicono

 

 

uscire

 

(io)    esco

(tu)   esci

(lui)   esce

(noi)  usciamo

(voi)  uscite

(loro) escono

 

 

volere

 

(io)    voglio

(tu)   vuoi

(lui)   vuole

(noi)  vogliamo

(voi)  volete

(loro) vogliono

 

 

stare

 

(io)    sto

(tu)   stai

(lui)   sta

(noi)  stiamo

(voi)  state

(loro) stanno

 

 

dovere

 

(io)    devo

(tu)   devi

(lui)   deve

(noi)  dobbiamo

(voi)  dovete

(loro) devono

 

 

dare

 

(io)    do

(tu)   dai

(lui)   dà

(noi)  diamo

(voi)  date

(loro) danno

 

 

 

 


IL PASSATO PROSSIMO

 

Il passato prossimo indica azioni avvenute nel passato.

Si forma con l’indicativo presente di essere o avere + il participio passato del verbo principale.

 

 

La formazione del participio passato

 

Il participio passato regolare

 

cant - ARE            cant - ATO

sent - IRE             sent - ITO

cred - ERE            cred - UTO

 

 

Il participio passato irregolare

 

 

chiudere               chiuso

decidere               deciso

dividere                diviso

prendere               preso

 

 

venire                            venuto

piacere                 piaciuto

bere                      bevuto

vivere                            vissuto

 

 

correre                  corso

perdere                 perso

 

 

mettere                messo

succedere             successo

 

 

nascere                nato

essere                  stato

 

 

piangere               pianto

vincere                 vinto

 

 

correggere            corretto

cuocere                cotto

dire                      detto

fare                      fatto

leggere                 letto

scrivere                scritto

tradurre                tradotto

 

 

chiedere               chiesto

proporre                proposto

rimanere               rimasto

rispondere            risposto

vedere                  visto

 

 

aprire                    aperto

offire                    offerto

 

 

scegliere               scelto

 

 


Essere o avere?

 

Si usa avere con in verbi transitivi (i verbi che hanno un oggetto diretto).

         p.es.  Ho letto un articolo molto interessante.

 

Si usa essere con i verbi intransitivi (i verbi che non hanno un oggetto diretto). Sono soprattutto verbi di

  • moto (andare, arrivare, tornare,...)
  • stato (stare, rimanere,...)
  • cambiamento di stato (diventare, nascere,...)

p.es.  La settimana scorsa sono rimasta a casa.

 

!! Con i verbi bastare, costare, mancare, piacere, sembrare e succedere si

   usa anche essere.

         p.es.  Quanto è costata questa maglietta?

                   Parigi mi è piaciuta molto!

 

Con i verbi riflessivi si usa sempre essere.

         p.es.  Mi sono appena lavata le mani.

 

! Alcuni verbi possono a volte essere usate come riflessivi per sottolineare

  l’azione e il piacere.

         p.es.  Ieri sera mi sono bevuta un buon bicchiere de vino!

 

 

L’accordo del participio passato

 

Quando l’ausiliare è essere, il participio passato si accorda con il soggetto.

         p.es.  Mia madre è venuta a Parigi con me.

 

Quando l’ausiliare è avere e c’è un pronome diretto (lo, la, li o le) nella frase, il participio passato si accorda con il pronome diretto.

         p.es.  - Hai chiamato i tuoi genitori?

                   - Sì, li ho chiamati ieri sera.

 

In tutti gli altri casi, non c’è accordo.

         p.es.  Abbiamo comprato una macchina nuova.

 

 


IL CONDIZIONALE DI VOLERE

 

Si usa per esprimere un desiderio o fare una richiesta e per offrire in modo gentile.

         p.es.  - Cosa vorrebbe bere?

                   - Vorrei un bicchiere di vino rosso.

 

 

volere

 

(io)    vorrei

(tu)   vorresti

(lui)   vorrebbe

(noi)  vorremmo

(voi)  vorreste

(loro) vorrebbero

 

 

 

STARE + GERUNDIO

 

La forma ‘stare + gerundio’ si usa per parlare di ciò che sta succedendo in questo momento.

p.es. Sto parlando.

                  Ci stiamo lavando.

 

 

Il gerundio regolare

 

cant - ARE            cant - ANDO

legg - ERE            legg - ENDO

sent - IRE             sent - ENDO

 

 

Il gerundio irregolare

 

dire                      DICENDO

fare                      FACENDO

bere                      BEVENDO

 

 

LA FORMA NEGATIVA

 

La negazione non si mette davanti al verbo.

p.es.  (Tu) non studi cinese.

 

 


L’USO DEL VERBO PIACERE

 

Con il verbo piacere si usa sempre un pronome indiretto.

         p.es. Ti piace la moda italiana?

 

Il soggetto di (non) mi piace può essere un infinito o un nome al singolare.

         p.es.  Non mi piace leggere.

                   Mi piace lo sport.

 

Il soggetto di (non) mi piacciono è sempre un nome al plurale.

         p.es.  Mi piacciono gli spaghetti.

 


 

Gli articoli

 

GLI ARTICOLI DETERMINATIVI E INDETERMINATIVI

 

  •  
  • l’articolo determinativo
  •          maschile
  •          singolare                                 plurale
  •  
  •          IL figlio                                    I figli
  •          L’aperitivo                                GLI aperitivi
  •          LO zio                                               GLI zii
  •          LO studente                                      GLI studenti
  •  
  •          femminile
  •          singolare                                 plurale
  •  
  •          LA figlia                                   LE figlie
  •          L’amica                                    LE amiche
  •         
  •  
  • l’articolo indeterminativo
  •          maschile
  •          singolare                                 plurale
  •  
  •          UN figlio                                  DEI figli
  •          UN aperitivo                             DEGLI aperitivi
  •          UNO zio                                   DEGLI zii
  •          UNO studente                          DEGLI studenti
  •  
  •          femminile
  •          singolare                                 plurale
  •  
  •          UNA figlia                                DELLE figlie
  •          UN’amica                                 DELLE amiche
  •         
  •  
  •  

GLI ARTICOLI PARTITIVI

  •  
  • Del, dell’, dello, della, dei, degli e delle si possono usare per indicare una quantità indeterminata.
  • (Le forme singolari si usano con nomi che non hanno di solito il plurale; le forme plurali corrispondono all’articolo indeterminativo.)
  •          p.es.  Devo comprare della farina.
  •                    Devo comprare dei fagioli.

 

I nomi (= i sostantivi)

 

Il plurale regolare

  •  
  •  
  • sostantivi in -o
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          il soggiorno                             I SOGGIORNI
  •          l’aperitivo                                GLI APERITIVI
  •  
  •      !!  la mano                                   LE MANI
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  • sostantivi in -a
  •  
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          la casa                                     LE CASE
  •          la turista                                  LE TURISTE
  •  
  • il problema                               I PROBLEMI
  • il turista                                   I TURISTI
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  • sostantivi in -e
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          il padre                                    I PADRI
  •          la madre                                  LE MADRI
  •  

 

 


Alcuni plurali particolari

  •  
  •  
  • sostantivi in -o
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          -io                                           -ii/-i
  •          lo zio                                       GLI ZII
  •          il figlio                                     I FIGLI
  •  
  •          -go                                         -ghi/-gi
  •          l’albergo                                  GLI ALBERGHI
  •          lo psicologo                             GLI PSICOLOGI
  •  
  •          -co                                          -chi/-ci
  •          il tedesco                                 I TEDESCHI
  •          l’amico                                     GLI AMICI
  •  
  •  
  •  
  •  
  • sostantivi in -a
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          -ca                                          -che/-chi
  •          l’amica                                     LE AMICHE
  •          il monarca                               I MONARCHI
  •  
  •          -ga                                         -ghe/-ghi
  •          la collega                                 LE COLLEGHE
  •          la belga                                   LE BELGHE
  •          il collega                                  I COLLEGHI
  •       !! il belga                                    I BELGI
  •  
  •  
  •  
  •  
  • sostantivi in -e
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          la moglie                                 LE MOGLI
  •  

 


 

 

singolare                                 plurale

 

         la città                                     LE CITTA’

         l’università                              LE UNIVERSITA’

il caffè                                     I CAFFE’

 

l’autobus                                 GLI AUTOBUS

il tram                                     I TRAM

il bar                                       I BAR

 

la bici                                      LE BICI

la moto                                    LE MOTO

il cinema                                 I CINEMA

 

la crisi                                     LE CRISI

la tesi                                               LE TESI

l’analisi                                    LE ANALISI

 

      !  il re                                         I RE

     !!  l’uomo                                     GLI UOMINI

 

  •  
  • I nomi in –tà sono femminili.

  •  

Gli aggettivi

  •  
  • IL PLURALE DEGLI AGGETTIVI
  •  
  •  
  • aggettivi in –o/-a
  •         
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          l’appartamento nuovo              GLI APPARTAMENTI NUOVI
  •          la casa nuova                          LE CASE NUOVE
  •  
  •  
  •  
  • aggettivi in –e
  • singolare                                 plurale
  •  
  •          il bambino grande                    I BAMBINI GRANDI
  •          la bambina grande                            LE BAMBINE GRANDI
  •  

 

 


GLI AGGETTIVI POSSESSIVI

 

 

il     mio      libro

la    MIA      casa

I     MIEI     libri

LE   MIE      case

 

il      tuo       libro

LA    TUA      casa

I      TUOI     libri

LE    TUE      case

 

IL    suo       libro

LA   SUA       casa

I     SUOI      libri

LE   SUE      case

 

IL     SUO       libro

LA    SUA       casa

I      SUOI      libri

LE    SUE       case

 

IL    NOSTRO libro

LA    NOSTRA casa

I      NOSTRI  libri

LE    NOSTRE  case

 

IL    VOSTRO libro

LA    VOSTRA casa

I      VOSTRI  libri

LE    VOSTRE  case

 

IL    LORO libro

LA    LORO casa

I      LORO  libri

LE    LORO  case

 

 

 

Le forme dell’aggettivo possessivo si possono anche usare come pronomi, cioè, senza sostantivo.

         p.es.  - Di chi è quella casa? E’ di Roberto?

                   - Sì, è sua.

 

 

L’uso dell’articolo davanti all'aggettivo possessivo

 

 

regola:        ARTICOLO + POSSESSIVO + NOME

 

                   p.es.  LA mia casa

                                      I miei amici

                                      IL mio cane

 

         ! eccezione: LEGAMI FAMILIARI AL SINGOLARE

                            / + POSSESSIVO + NOME

 

                            p. es. / mio figlio

                                               / vostra zia

                                     / sua sorella

 

                   !! eccezione:         LORO

                                              ARTICOLO + POSSESSIVO + NOME

 

                                     p.es.  IL loro cugino

 

 

 


Gli aggettivi dimostrativi

 

 

 

QUESTO libro                                    QUESTI libri

QUESTO/QUEST’appartamento          QUESTI appartamenti

QUESTO studente                             QUESTI studenti

 

QUESTA casa                                    QUESTE case

QUESTA/QUEST’amica                      QUESTE amiche

 

 

 

 

il                 libro                               i                  libri

quel                                                  QUEI

 

l’                 appartamento                 gli               appartamenti

QUELL’                                              QUEGLI

 

lo                studente                        gli               studenti

QUELLO                                            QUEGLI

 

 

la                casa                               le                case

QUELLA                                             QUELLE

 

l’                 amica                             le                amiche

QUELL’                                              QUELLE

 

 

 


Gli aggettivi di quantita’

 

-        poco

+       un po’

++     molto/ tanto

+++ troppo

 

Quando troppo, molto, tanto e poco accompagnano un nome (sostantivo), sono variabili.

p.es. Ha tanti soldi.

 

Quando un po’ accompagna un nome (sostantivo), si usa di

p.es. Vorrei un po’ d’acqua.

 

(In tutti gli altri casi troppo, molto, tanto, un po’ e poco sono invariabili.)

 


  •  

Gli avverbi

 

Gli AVVERBI di quantita’

 

abbastanza  = invariabile

         p.es. La tua casa è molto bella e abbastanza grande.

 

-        poco

+       un po’

++     molto/ tanto

+++ troppo

 

Quando troppo, molto, tanto, un po’ e poco NON accompagnano un nome (sostantivo), sono invariabili.

p.es.  Ho studiato poco.

         Questo libro è troppo difficile.

Ti alzi sempre molto presto?

Queste bistecche sono un po’ dure.

 

 

 

Gli AVVERBI di FREQUENZA

 

 

Sempre

Quasi sempre

Di solito

Spesso

A volte

Raramente

Quasi mai

Mai

 

 

  • Con mai e quasi mai il verbo è alla forma negativa.   

p.es. Non vado mai in discoteca.

  • Solitamente gli avverbi vanno dopo il verbo.

 


 

Le preposizioni

 

 

Andare

Essere

Abitare

Venire

 

 

IN

 

 

+ Paese, regione

 

p.es. Vado in Italia.

 

A

 

 

+ città

 

p.es. Abito a Roma.

 

DA

 

+ persona       (a casa di)

 

 

p.es. Vengo da mia nonna.

 

 

Andare

Venire

 

 

 

 

 

 

!!!

 

A

 

+ verbo all’infinito

 

p.es. Vado a mangiare un

        gelato.

 

 

IN

 

 

+ mezzo di trasporto

 

p.es. Vado sempre in

        bicicletta..

 

 

A

 

 

piedi

cavallo

 

 

p.es. Vado sempre a piedi.

 

 

 

IN

 

 

+ stagione

 

p.es. In primavera.

 

 

 

+ mese

 

 

p.es. In settembre.

 

NEL

 

 

+ anno

 

p.es. Nel 1998.

 

 

+ secolo

 

 

p.es. Nel ventesimo secolo.

        Nel ‘900.

 

 

 


 

 

Andare

 

 

A

 

casa

scuola

letto

teatro

 

 

AL

 

 

bar

ristorante

cinema

supermercato

 

 

ALLA

 

 

stazione

posta

 

 

ALL’

 

 

università

 

IN

 

 

via Liguria

piazza del campo

albergo

banca

città

discoteca

ufficio

macelleria

 

 

DAL

 

 

macellaio

medico

 

 


 

LA Durata

 

p.es.  Francesca ha un lavoro per un anno.

         (Il lavoro dura un anno.)

 

p.es.  Francesca lavora da settembre.

         (Ha cominciato a lavorare in settembre.)

 

p.es.  Francesca lavora fino a Natale.

         (A Natale finisce di lavorare)

 

p.es.  Francesca ha lavorato da settembre a Natale.

         (Ha cominciato a lavorare in settembre e ha finito di lavorare a

 Natale.)

 

 

LA Provenienza

 

p.es.  Di dove sei?

         (statico)

 

p.es.  Da dove vieni?

         (dinamico)

 

 

LO SCOPO, LA FINE

 

p.es.  Ho bisogno di 100 euro per comprare una bicicletta.

 

 

L’USO DELLE PREPOSIZIONI CON IL VERBO PREFERIRE

 

p.es.  Preferisci il vino o la birra?

         Preferisco il vino alla birra.

         Preferisco bere un buon bicchiere di vino.


Le preposizioni articolate

 

 

preposizione                +       articolo determinativo

 

in                                  IL, L’, LO      (masch. sing.)

da                                 LA, L’          (fem. sing.)

a                                    I, GLI          (masch. plur.)

di                                  LE               (fem. plur.)

su

 

 

 

masch.sing.

 

 

fem. sing.

 

masch. pl.

 

fem. pl.

 

 

IL

 

L’

 

LO

 

LA

 

L’

 

I

 

GLI

 

LE

a

 

AL

 

ALL’

 

ALLO

 

ALLA

 

ALL’

 

AI

 

AGLI

 

ALLE

in

 

NEL

 

NELL’

 

NELLO

 

NELLA

 

NELL’

 

NEI

 

NEGLI

 

NELLE

da

 

DAL

 

DALL’

 

DALLO

 

DALLA

 

DALL’

 

DAI

 

DAGLI

 

DALLE

di

 

DEL

 

DELL’

 

DELLO

 

DELLA

 

DELL’

 

DEI

 

DEGLI

 

DELLE

su

 

SUL

 

SULL’

 

SULLO

 

SULLA

 

SULL’

 

SUI

 

SUGLI

 

SULLE

 

 

Andare

Abitare

 

NEI

 

Paesi Bassi

 

 

NEGLI

 

Stati Uniti

 

 

NELL’

 

Italia del Sud

 

 

NEL

 

Sud dell’Italia

 

 


Le congiunzioni

 

Le congiunzioni sono piccole parole usate per collegare delle frasi o delle idee.

 

p.es.  - Oggi sono molto stanco.

                  - Anch’io.

 

p.es.  - Non capisco una parola di russo.

                  - Neanch’io.

 

p.es.  Studio molto e dormo poco.

 

p.es.  Stasera restiamo a casa o andiamo al cinema.

                  Stasera restiamo a casa oppure andiamo al cinema.

 

p.es.  Devo andare in Spagna per il lavoro, ma preferisco l’Italia.

                  Devo andare in Spagna per il lavoro, però preferisco l’Italia.

 

p.es.  Vado spesso in piscina perché amo nuotare.

 

p.es.  Quando sono tornato dalle vacanze, ho trovato una lettera di

mio zio.

 

p.es.  Vivo in una città dove non c’è molta criminalità.

 

p.es.  Devi prima cuocere la pasta, poi scolare la pasta e poi condirla

con il sugo.

 


 

L’ora

 

 

Che ore sono? (Che ora è?)

 

7.00            Sono le sette.

8.00            SONO LE OTTO

 

1.00            E’ L’UNA

 

12.00          E’ MEZZOGIORNO

24.00          E’ MEZZANOTTE

 

2.20            SONO LE DUE E VENTI

5.50            SONO LE SEI MENO DIECI

 

10.30          SONO LE DIECI E MEZZO

12.30          E’ MEZZOGIORNO E MEZZO

9.15            SONO LE NOVE E UN QUARTO

0.15            E’ MEZZANOTTE E UN QUARTO

10.45          SONO LE UNDICI MENO UN QUARTO

 

 

Attenzione alla preposizione!

 

A che ora…?

 

Il treno arriva        ALLE          cinque e mezzo.

 

Vado a letto          ALL'           una.

 

Partiamo               A                mezzogiorno.

                                                        mezzanotte.

 

 

 


I numerali ordinali

 

1o        primo

2o        secondo

3o        terzo

4o        quarto

5o        quinto

6o        sesto

7o        settimo

8o        ottavo

9o        nono

10o     decimo

 

11o     undicesimo

12o     dodicesimo

13o     tredicesimo

14o     quattordicesimo

20o     ventesimo

21     ventunesimo

22     ventiduesimo

23     ventitreesimo

24     ventiquattresimo

25     venticinquesimo

26     ventiseiesimo

 

1. Pronuncia

 

Leggi le seguenti parole.

 

  1. Parigi
  2. la città
  3. la chiave
  4. la cucina
  5. cappuccino
  6. Lancia
  1. un belga
  2. zucchero
  3. anche
  4. già
  5. Alfa Romeo
  6. mi chiamo
  1. ciao
  2. qui
  3. la nazionalità
  4. questo
  5. la moglie
  6. belgi

 

 

2. Grammatica & lessico

 

2.1. La nazionalità + il verbo essere: rispondi secondo il modello.

 

         Modello:     Abito a Madrid.

                            Allora, sei spagnolo.

 

1. Abito ad Amburgo.                        Allora, sei tedesco.

2. Abito a Bruges.                             Allora, sei belga.

3. Abito ad Amsterdam.                     Allora, sei olandese.

4. Abito a Parigi.                                Allora, sei francese.

5. Abito a Londra.                              Allora, sei inglese.

6. Abito a Lisbona.                             Allora, sei portoghese.

7. Abito ad Atene.                             Allora, sei greco.

8. Abito a Berna.                               Allora, sei svizzero.

9. Abito a Roma.                                Allora, sei italiano.

 

 

2.2. I verbi: rispondi affermativamente alle domande.

 

         Modello:     Sei di Bruxelles?

                            Sì, sono di Bruxelles.

 

1. Abiti a Roma?                                Sì, abito a Roma.

2. Ti chiami Sergio?                           Sì, mi chiamo Sergio.

3. Ami l’italiano?                                Sì, amo l’italiano.

4. Parli anche spagnolo?                    Sì, parlo anche spagnolo.

5. Lavori già?                                    Sì, lavoro già.

6. Studi italiano?                               Sì, studio italiano.

 

 

fonte: www.clt.be

 

 

  • Fine articolo Grammatica italiana tutto di tutto

 

    Grammatica italiana

 

Francesco Sabatini

 

Lettera sul “ritorno alla grammatica”

Obiettivi, contenuti, metodi e mezzi

 

 

Settembre 2004

 

 

Si parla spesso, da qualche tempo, di “ritorno alla grammatica” nell’insegnamento dell’italiano. Siamo in molti a ritenere, non da ora, che dello studio cosiddetto “riflesso” della lingua non si possa e non si debba assolutamente fare a meno nell’istruzione scolastica. E ciò per tre motivi di fondo, che è bene riaffermare: non è possibile usare in modo consapevole e appropriato la lingua, specialmente nello scrivere, senza conoscere analiticamente il suo funzionamento; questa conoscenza aiuta certamente anche nell’apprendere le altre lingue; inoltre, e non è un fatto marginale, l’analisi della lingua è indagine sui nostri processi mentali, sui nostri rapporti sociali e sulla nostra storia culturale.

 Cerchiamo dunque di tener vivo e sviluppare, in tutto il percorso dell’istruzione scolastica, insieme con le fondamentali pratiche che alimentano e ampliano le “abilità” linguistiche, lo studio riflesso della lingua.

Ma tutto dipende da come si conduce questo studio.

 

 

Insegnare “grammatica” (userò spesso questo termine generico e riassuntivo) risulta per lo più gravoso e, diciamolo, anche infruttuoso. Per combattere questi aspetti negativi, che inducono solitamente avversione negli alunni, vorrei far circolare, con questo opuscolo, alcune riflessioni essenziali che discendono da una precisa convinzione: solo le spiegazioni ben fondate scientificamente reggono alla verifica degli usi reali della lingua, sono utilizzabili nell’uso personale e generano interesse Insomma, le difficoltà e gli insuccessi di questo insegnamento nascono il più delle volte dalla superficialità ed empiricità di molte definizioni, che non spiegano affatto i meccanismi della lingua e tanto meno raggiungono il piano degli atteggiamenti e moventi dell’individuo pensante e comunicante.

Non dispiaccia questo richiamo a una maggiore scientificità in questo settore dell’insegnamento dell’italiano. I tentativi di avvicinare questa disciplina alle acquisizioni essenziali della linguistica moderna non hanno sortito finora buon esito (sicché anche l’editoria scolastica, dopo promettenti avvii, ha finito col segnare il passo), diversamente da quel che accade, bisogna ammetterlo, in altri ambiti disciplinari, compresi gli insegnamenti delle lingue straniere. È ora perciò di riaccendere davvero l’interesse dei docenti d’italiano per un sapere linguistico più aggiornato, che li metta in grado di confrontarsi su questo piano con altri colleghi e di prendere più gusto (mi si conceda questa espressione) anche nell’insegnar grammatica.

Mi propongo di riflettere insieme con i lettori di questo opuscolo su due temi concreti dello studio grammaticale per far constatare come talune nozioni correnti, apparentemente chiare e indiscutibili, ci lascino invece in piena difficoltà, e come spiegazioni più approfondite risolvano molti dubbi, aprendo anche spazi più ampi di pensiero e d’interesse per questo tipo di studio. Il primo caso riguarda un fenomeno che a molti può anche apparire, appena prospettato, trascurabile e marginale, mentre esso porta a scoprire la “testualità”, cioè un insieme di fenomeni generali che investono tutta la lingua.

 

I. “Quel ma a inizio di frase”. Ossia la pragmatica in aiuto alla grammatica.

 

Molti insegnanti mi hanno espresso, varie volte, il dubbio sulla liceità dell’uso della congiunzione ma “a inizio di frase”: un uso che, dicono, “non si riesce a sradicare” dalle abitudini degli alunni e che “contrasta palesemente con un’elementare regola di grammatica”, secondo cui ogni congiunzione deve congiungere due frasi, nessuna delle quali può quindi mancare.

Meraviglia, intanto, che chi solleva questo dubbio non si sia accorto che tale uso è frequentissimo nei testi di ogni epoca, dalle origini ad oggi, e di autori anche sommi: tutti scrittori scorretti e trascurati? Senza dire che lo stesso uso si trova con mais francese, con but inglese, con pero spagnolo, con aber o doch tedesco, con sed latino ... Non deve però bastare questa constatazione, che può far mettere l’animo in pace ma manda in soffitta ogni intenzione di far grammatica. Bisogna arrivare a capire come nasce e quale funzione ha quest’uso, che ben possiamo dire universale.

Prima di fornire questa spiegazione, occorre una precisazione che è fondamentale e pregiudiziale per ragionare su qualsiasi fatto di lingua: la “grammatica”, anche se correttamente impostata, ci descrive come funziona il meccanismo generale della lingua in quanto “sistema virtuale”, cioè al di fuori della comunicazione effettiva; in questa entrano in gioco le attività mentali degli interlocutori, le quali consentono o addirittura esigono attuazioni particolari, apparentemente violazioni, di quel sistema.

In termini più espliciti si tratta di questo: nella comunicazione linguistica tra individui si instaura una collaborazione tra emittente e ricevente, per effetto della quale è possibile o addirittura più appropriato isolare o anche saltare dei passaggi della struttura grammaticale, poiché la mente del ricevente è abituata a riaccostarli o integrarli. Questi processi sono regolati dai principi, propri della comunicazione e connessi tra loro, dell’economia e dell’efficacia: quando la mente del ricevente è indotta a ricongiungere dei passaggi o a integrarli se sottintesi diventa più attiva nell’elaborare per proprio conto il significato del messaggio.

Per comprendere il funzionamento della lingua dobbiamo dunque tener presenti due prospettive, distinte ma da collegare nel modo giusto: la prospettiva grammaticale e quella comunicativa, detta anche “pragmatica” o “testuale”.

Applichiamo ora questi principi al caso, davvero esemplare, del ma iniziale.

Cominciamo col distinguere, anzitutto, i due valori grammaticali ben diversi del ma italiano: quello avversativo­oppositivo e quello avversativo­limitativo (distinzione che molte grammatiche e molti vocabolari ignorano del tutto o sottovalutano!). Con il valore oppositivo il nostro ma vale “bensì” e serve a contraddire quanto è detto in una frase precedente, la quale è sempre negativa e non può mai mancare; ecco un esempio:

 

oggi non è lunedì, ma [‘bensì’] martedì.

 

Con il valore limitativo il ma vale “però, tuttavia” e mette semplicemente a confronto dati riferibili a due diversi punti di vista, entrambi validi, ma solitamente sottintesi, come in quest’altro esempio:

 

oggi è freddo, ma [‘tuttavia’] è una bellissima giornata.

 

Com’è evidente, in questo secondo esempio la seconda frase non nega il contenuto della prima, perché l’intero enunciato afferma che “(dal punto di vista della temperatura) oggi è freddo, mentre (dal punto di vista della luminosità) è una bellissima giornata”. La seconda frase è appunto una limitativa: essa limita l’aspetto negativo della giornata al dato climatico.

Chiarita la natura della limitativa, passiamo al modo con cui essa, nella grande varietà di effetti che può produrre, può presentarsi e venire isolata, nello scritto, mediante la punteggiatura o anche spazi grafici. Si possono verificare tre situazioni.

1) Si possono trovare affiancate due sole frasi (come nel nostro esempio), e in tal caso possiamo scegliere di separare la prima dalla seconda mediante una semplice virgola, ma anche, se vogliamo dare molto risalto a ognuna delle due affermazioni, mediante una pausa più forte, indicata da un punto e virgola o da un punto fermo.

2) Quando però la frase limitativa è preceduta da una serie di più frasi che espongono il primo “punto di vista”, diventa addirittura indispensabile il punto fermo, perché dobbiamo far capire che quella limitativa si riferisce all’intera serie di altre affermazioni precedenti. Talora questo stacco è segnato perfino da un accapo: cercate in testi di prosa quanti capoversi cominciano con Ma e in testi poetici quante volte una nuova strofa o una nuova sequenza metrica comincia con Ma.

3) Si può avere infine un uso ancora più drastico. Se il contenuto della prima affermazione (o di una serie di affermazioni) è già nella mente degli interlocutori (per tornare al nostro esempio: se si sa già che in quei giorni sta facendo molto freddo), la prima frase può mancare del tutto e il discorso si può aprire direttamente con la limitativa: Ma è una bellissima giornata, così potrebbe suonare (magari esclamativamente) un nostro annuncio dato al primo aprire delle imposte. Quest’uso è frequentissimo nella comunicazione parlata e dialogata, nella quale molti presupposti sono normalmente presenti nella mente degli interlocutori, ma non mancano saggi, racconti e componimenti poetici (e titoli e articoli di giornale a volontà) che si aprono con Ma. Ricordiamo almeno l’attacco di una poesia di Carducci: Ma ci fu dunque un giorno / su questa terra il sole? Per quanto riguarda i dialoghi in testi scritti, fate caso a quante battute nella Commedia dantesca cominciano con Ma.

Riassumiamo: il ma limitativo può essere preceduto da un punto fermo, può aprire un nuovo blocco di testo e può aprire addirittura l’intero testo.

Resta però da dare ancora un avvertimento, molto importante. Questi usi del ma che si distaccano dall’uso puramente “grammaticale” sono variamente accettabili nei diversi tipi di testo. Il primo e il secondo uso sono del tutto normali in quei tipi di testo (saggio critico di qualsiasi materia, articolo di giornale, lettera privata, racconto, componimento poetico) nei quali è pienamente funzionale che il lettore faccia quelle operazioni mentali di saldatura o integrazione dei passaggi grammaticali; il terzo uso, ancora più marcato, si addice propriamente ai testi che si avvicinano molto allo scambio comunicativo del parlato o vogliono indurre il lettore a un’intensa riflessione sul “non detto”. Nel loro insieme gli usi in questione sono dunque liberamente ammessi nei tipi di testo che possiamo definire “elastici” (quando più, quando meno), un tratto che serve a stimolare la mente del ricevente. Tutti e tre questi usi non sono invece accettabili in quei tipi di testo che possiamo definire “rigidi”, nei quali non ci dev’essere alcun margine per libere integrazioni della mente del lettore, e tali sono i testi normativi ufficiali (leggi, contratti e simili) e i testi scientifici e tecnici di estrema precisione. Testi importanti anche questi, naturalmente, dei quali dobbiamo far conoscere agli alunni le caratteristiche, anche se ne produciamo o leggiamo in minor numero.

E c’è ancora un codicillo: ciò che si osserva nell’uso del ma si presenta anche con le altre congiunzioni! Soprattutto con e, ma perfino con le congiunzioni subordinanti, con le quali può succedere che dopo una pausa vedano subentrare l’indicativo all’altrimenti dovuto congiuntivo: «furon marito e moglie; benché la poveretta se ne pentì» scrive correttamente Manzoni (e così tanti altri). Non si tratta di casi rari o di “licenze” dello scrittore, ma di trasformazioni che avvengono normalmente “nella superficie” del testo, e dunque non contravvengono alla grammatica: nella citazione manzoniana basta reintegrare un passaggio sottinteso, che contiene la frase concessiva puramente logica «...; benché [si debba sapere che] la poveretta se ne pentì», e i conti con la grammatica tornano. Si tratta, ripetiamo, di fenomeni della realtà testuale della lingua (quella che conta nella comunicazione) e per questo si suol dire che le congiunzioni in tali casi hanno una funzione testuale e non semplicemente “grammaticale” . L’alunno (e chiunque altro) che scriva abbastanza di getto, segue la pista della “testualità” e perciò attua, anche inconsapevolmente, le regole della comunicazione. Dobbiamo però portarlo, con la dovuta gradualità e appropriate spiegazioni, alla consapevolezza di tali regole, perché le applichi con maggiore discernimento.

 

 

 

II. Proviamo un modello semplice per la sintassi della frase (aggirando la selva dei complementi) .

 

La faccenda dei “complementi”, che non si sa mai bene quanti siano e come vadano classificati, è un altro scoglio del nostro insegnamento grammaticale tradizionale. Ciò che si stenta a riconoscere in questo campo è che la definizione dei cosiddetti complementi (fatta eccezione per il complemento oggetto) rientra molto di più nella semantica che non nella sintassi: è un tentativo di inquadrare in concetti­tipo (colpa, pena, mezzo, prezzo, fine, causa, vantaggio, modo, distribuzione, ...) la nostra visione del mondo (azioni umane, eventi vari), ma per quanto si voglia essere sottili, l’interpretazione di tali espressioni finisce con l’essere approssimativa e controversa. Quando dico «si viaggia più comodamente in treno», posso voler indicare il mio “stare (seduto)” in treno o il fatto che il treno è un “mezzo” per raggiungere un luogo. L’espressione «ti ho detto queste cose per burla» può indicare un “modo” o un “fine” del mio dire. Recentemente si è accesa una disputa (in una scuola di Palermo) per stabilire se nella frase «dalla mia finestra vedo il mare» ci sia un complemento di “stato in luogo” (“quando sto davanti alla mia finestra ...”) o di “moto da luogo” (da definire perlomeno figurato) riferito allo sguardo “che da quel punto va al mare”; con la possibilità, aggiungiamo, che si possa definirlo anche di “moto per luogo”, perché lo sguardo “passa per la finestra” e perfino (perché no?) di “moto a luogo”, perché propriamente vedere significa “ricevere l’immagine che viene al mio occhio e al mio cervello”!

Si facciano pur fare esercizi di questo tipo (che furono ideati per aiutare a tradurre dall’italiano in latino), sapendo però che essi possono forse abituare a chiarire una serie di aspetti della realtà espressi con quelle parole, ma non spiegano certo come è costruita la frase. Il vero obiettivo nel campo della sintassi (dal greco syn e taxis “collocazione di elementi in un gruppo”) è invece quello di descrivere la struttura complessiva di questo organismo, sul quale si imposta ogni nostro discorso: e questo si ottiene se riusciamo a cogliere unitariamente le relazioni tra tutti gli elementi che possono entrare in una frase.

Mi propongo di tracciare qui alcune linee di riflessione su questo tema, sufficienti, credo, per indirizzare il lettore verso un metodo e un modello molto più rispondenti agli obiettivi da raggiungere in questa parte dello studio grammaticale.

 

Una prima indicazione è di metodo. La sintassi della frase dev’essere osservata soprattutto in frasi­tipo, cioè in costruzioni che presentino tutti gli elementi richiesti dalle regole generali della lingua. Cercare di fare “analisi logica” di testi reali crea spesso inutili complicazioni e incertezze, perché (come ho spiegato nel caso precedente) nei testi la struttura di base della lingua viene manipolata per rispondere ad esigenze comunicative, e quindi risultano spesso offuscati o cancellati vari rapporti tra gli elementi. Come analizzare, ad esempio, l’enunciato, di per sé normalissimo e completissimo come messaggio in situazione, del tipo «Buonanotte, Maria!»? Potremmo ritenerlo derivato da «io ti auguro (di passare) una buona notte, o Maria» o da «io ti auguro che questa sia per te una buona notte, o Maria», con buona notte (o buonanotte) una volta oggetto, l’altra volta quasi un soggetto.

Bisogna poi rifarsi a un modello esplicativo che unifichi tutti i tipi possibili di frasi e rappresenti tutte le relazioni interne che in esse si possono cogliere. Questo modello deve necessariamente far perno sull’elemento che non può mai mancare nella frase­tipo, e cioè sul verbo. È questo il modello della grammatica cosiddetta “valenziale”, che individua nel verbo le “valenze” (paragonabili a quelle degli elementi chimici), ossia la predisposizione che ogni verbo ha, secondo il suo significato, a combinarsi con un certo numero di altri elementi per produrre un’espressione minima di senso compiuto: la frase ridotta al minimo indispensabile, quello che viene anzi chiamato il nucleo della frase. Ad esempio: il verbo piovere ha valenza zero, perché non richiede nessun elemento aggiunto per esprimere il puro concetto del piovere naturale («Piove»); sbadigliare ha una valenza perché richiede di aggiungere solo l’indicazione di “chi sbadiglia” per rendere l’idea completa di quell’atto («Mario sbadiglia» è già una frase); il verbo regalare ha invece tre valenze, perché l’idea del “regalare” è completa solo se si indica “chi regala”, “che cosa” e “a chi” («Paolo regala una rosa a Cinzia»). E così via, in una scala di valenze che va da zero, con i verbi impersonali (detti perciò “zerovalenti”) a un massimo di quattro, con i verbi di trasferimento (che sono “tetravalenti”: «Giulia ha trasferito il pianoforte dallo studio in salotto») .

Come ha genialmente osservato il principale elaboratore della grammatica valenziale (Lucien Tesnière) , questo modello presenta il formarsi di una frase come un’azione teatrale, nella quale sulla scena appare dapprima il verbo, che da solo enuncia un puro evento: poi, se il verbo è impersonale, l’evento è già completo; con gli altri verbi l’evento si completa via via che entrano in scena gli altri attori, che sono gli altri elementi necessari “chiamati” dal verbo.

Poiché tutti questi elementi legati al verbo condividono la funzione di completarne il significato, al loro insieme è stato dato il nome di argomenti, termine col quale si vuol quasi dire che offrono al verbo il sostegno del loro significato . Per una prima loro distinzione possiamo chiamarli semplicemente , , e argomento, ma presto riusciamo a distinguere anche loro ruoli specifici, quelli di soggetto, oggetto diretto e oggetto indiretto (di vario tipo). A questo punto potrà sembrare che questo modello, magari semplice e attraente, in fondo ci riporti a concetti e termini già noti. Non è affatto così: perché questa ricostruzione della struttura del nucleo della frase non solo fornisce spiegazioni molto più precise e convincenti di talune nozioni preesistenti, ma ci consente di isolare altre componenti circostanti o esterne al nucleo e alla fine ci porta a mettere davvero ordine in tutto l’edificio.

Vale la pena di proseguire ancora un po’ questo discorso, per rilevare appunto i vantaggi cognitivi di questo modello già in questo primo stadio di descrizione della frase (limitatamente al nucleo) e per tracciare qualche linea del suo sviluppo ulteriore.

Cominciamo col segnalare i vantaggi cognitivi, per l’alunno e per chiunque altro:

1) se nella prima presentazione del modello scegliamo verbi di uso molto comune, possiamo analizzare già intuitivamente il loro significato e verificare la nostra capacità di costruire empiricamente nuclei di frase; in questo modo non dobbiamo obbedire a “regole” subito dettate dall’esterno, ma sfruttiamo la competenza linguistica che già abbiamo e ne prendiamo più precisa cognizione;

2) sapendo di dover comporre frasi­tipo -- che funzionino cioè senza alcun riferimento al contesto comunicativo, che può comportare omissioni o spingere ad aggiungere elementi di cornice -- siamo portati a precisare molto meglio il significato intrinseco del verbo: facciamo un puntuale esercizio di semantica;

3) notando, con un po’ di attenzione, che lo stesso verbo può avere un diverso tipo di costruzione e un diverso numero di valenze, ne scopriamo più chiaramente i diversi significati: «questi autobus vanno» (con andare usato in senso assoluto, monovalente) significa “sono in servizio” o anche “funzionano bene”; «questi autobus vanno al centro» (con andare bivalente) significa “sono diretti al centro”. Spesso il cambiamento di costruzione deriva dall’uso metaforico del verbo: riferito al fenomeno atmosferico tuonare è zerovalente, mentre in «tuonano i cannoni» (“i c. stanno sparando”) è monovalente e in «il direttore tuona i suoi ordini ai dipendenti» (“il d. impartisce con voce tonante ordini ...”) è addirittura trivalente;

  1. dopo aver considerato gli argomenti complessivamente, e aver conquistato la visione unitaria dell’intero nucleo della frase, le diversità del loro rapporto con il verbo ci segnalano i loro ruoli specifici, che sono tre: il ruolo di “soggetto” (presente a partire dai verbi monovalenti e concordato in numero, persona ed eventualmente genere con il verbo), quello di “oggetto diretto” (non legato da preposizione) e quello di “oggetto indiretto” (legato da preposizione ; ve ne possono essere anche due, con i verbi tetravalenti). Si aggiunge a questo punto il caso di quei verbi dal significato di per sé molto indeterminato (essere, sembrare, parere, diventare e qualche altro) i quali richiedono un secondo elemento concordato con il primo (è l’elemento che forma il cosiddetto “predicato nominale”): sono i verbi detti copulativi, che si differenziano da tutti gli altri, ai quali diamo il nome di predicativi;
  2. allineando tutti i verbi nel sistema delle valenze ci rendiamo conto anche che la tanto travagliata distinzione in transitivi e intransitivi si riduce al riconoscimento di quei verbi (o di alcune accezioni di certi verbi) che hanno l’oggetto diretto e possono essere volti al passivo;
  3. considerando non la forma degli argomenti, ma la loro funzione rispetto al verbo, comprenderemo che non solo nomi e pronomi possono fare da argomenti, ma anche avverbi locativi («il fulmine è caduto qui») e intere frasi o espressioni di più parole: in questo caso capiremo meglio che cosa sono e come si collocano nell’intera struttura frasale le frasi completive e cioè la soggettiva («passeggiare in riva al mare[l° argom., equivalente a una passeggiata ... ] distende i nervi»), l’oggettiva («Ugo ha assicurato che sarà presente» [2° argom., equivalente a la sua presenza) e l’interrogativa (diretta, «io le chiesi: “torni domani?”» oindiretta, «io le chiesi se sarebbe tornata l’indomani» [2° argom., con le che costituisce il 3° argom., indiretto]).

 

Come preannunciato poco sopra, il modello esplicativo che fa perno sul verbo e delinea così incisivamente il nucleo della frase pone una solida base per la definizione funzionale di tutti gli altri pezzi che possono essere aggiunti al nucleo, anche in una frase di grandi dimensioni, ricca di subordinate. Un esempio, e più avanti un grafico, possono chiarire meglio le spiegazioni che sto per dare in maniera molto sintetica.

Tutte le altre informazioni che possiamo aggiungere a quelle fornite dal nucleo stretto possono collegarsi a questo in due modi ben diversi e quindi collocarsi su due distinti piani.

Possono essere specificazioni dei singoli costituenti del nucleo: ossia attributi, apposizioni, espressioni preposizionali, frasi relative, che specificano gli argomenti, o anche avverbi e locuzioni avverbiali che specificano il verbo. Questi elementi sono legati morfologicamente e sintatticamente, oltre che semanticamente, ai singoli elementi del nucleo. Cominciamo a costruire un esempio (le sbarrette isolano ogni elemento): «Paolaleggepoesie» è un nucleo stretto, costituito dal verbo bivalente leggere e da due argomenti. Se vogliamo specificare chi è Paola, in che modo legge e quali poesie legge, possiamo ampliare il nucleo già in questo modo: «mia zia Paola │ legge ad alta voce │ poesie del suo amato Pascoli». Gli elementi in corsivo chiaro si riferiscono ognuno a un costituente del nucleo: possiamo chiamarli semplicemente circostanti del nucleo, perché stanno tutt’intorno ad esso, legati ognuno al proprio termine base e creando una specie di nucleo arricchito.

È possibile però aggiungere molte altre informazioni anche a questo nucleo arricchito: informazioni che non si legano più, specificamente, agli elementi del nucleo, né ai loro circostanti, ma che tuttavia fanno parte della scena complessiva. Potremmo voler dire, ad esempio, quando, dove e perché la zia Paola legge ecc. Proviamo ad allargare la scena con elementi di quest’altro tipo : «Verso sera, in veranda, mia zia Paola, sull’onda dei suoi ricordi liceali, legge ad alta voce, in mezzo ai fiori, poesie del suo amato Pascoli».

Ecco riapparire, si dirà, i complementi di tempo, luogo, ecc. ...! Un momento. C’è qualcosa di più importante da cogliere subito in questa struttura. Le espressioni verso sera, in veranda, sull’onda dei suoi ricordi liceali, in mezzo ai fiori – comunque le si voglia qualificare concettualmente, e lo si faccia pure (ma sull’onda dei suoi ricordi liceali sarà di causa, di luogo figurato o di che altro?) – risultano slegate sintatticamente sia dal nucleo, sia dai suoi circostanti: non hanno nessun legame né morfologico né sintattico con nessuna altra parola della frase. Le preposizioni che le precedono, infatti, servono a costituirle, non a legarle a qualcos’altro . Queste espressioni entrano nella struttura complessiva perché vi si calano bene con il loro significato, quindi aderiscono al resto solo semanticamente. Per non confonderle con i circostanti del nucleo dobbiamo denominarle in un altro modo: è invalso per esse il termine di espansioni .

È molto importante cogliere questo aspetto della indipendenza sintattica delle espansioni, perché ci rendiamo così conto di molte altre cose, quali: la loro collocazione nell’intera catena della frase è libera (possiamo dire: «mia zia Paola, sull’onda dei suoi ricordi liceali, in veranda, in mezzo ai fiori, legge ad alta voce, verso sera, poesie del suo amato Pascoli »; oppure «sull’onda ..., verso sera, mia zia Paola,...», e in altre sequenze ancora); questa loro libertà va segnalata, per iscritto, facendo buon uso di virgole separatorie; ogni espansione può essere trasformata in una frase dipendente («quando si va verso sera»; «trattenendosi in veranda»; «stando in mezzo ai fiori»; «poiché [o allorché] la spingono i suoi ricordi liceali»).

Il penultimo rilievo ci risolve parecchi dubbi di punteggiatura. L’ultimo sdrammatizza lo studio della “sintassi del periodo”: compresa bene la struttura della frase singola indipendente, si tratterà di capire come si generano, dalle sue possibili espansioni, altrettante frasi dipendenti. (Delle quali resta ovviamente da studiare l’uso dei modi verbali, ed è sotto questo profilo che si devono affrontare soprattutto i concetti di fine, causa, ipotesi e così via).

Giova certamente, a questo punto, presentare mediante un grafico tutta la rete delle relazioni, sintattico-semantiche o solo semantiche, che si possono individuare nella nostra ultima frase di esempio:

grammatica italiana

Un grafico come questo ha il grande vantaggio di trasporre la forma “lineare” della struttura della frase (come la realizziamo in sequenza fonica o scritta “sul rigo”) in una costellazione da osservare sinotticamente, nella quale gli elementi che hanno una funzione diversa nella struttura della frase sono collocati in posizioni diverse (tre aree concentriche) dello schema. Se nella lettura del grafico il nostro occhio si muoverà dall’ovale centrale verso la periferia, avremo l’idea chiara della centralità del verbo e quindi del nucleo: è questa l’area in cui sono piantati veramente i pilastri di tutto l’edificio della frase. Un edificio, vale la pena di insistere, ricostruito cogliendo i rapporti funzionali tra tutti i suoi elementi, la loro syn-taxis, nella quale s’incontrano argomenti, circostanti del nucleo ed espansioni. Concetti e termini che non hanno a che vedere con i “complementi”, i quali, anche se il nome li indica come pezzi che completano la frase (“oltre il soggetto e il verbo”), in realtà sono poi trattati come concetti isolati collocati a mosaico, con tanti altri, nella frase.

 

 

***

Nessun modello esplicativo, in nessun campo del sapere, risolve tutte le difficoltà e vale in assoluto e in eterno. Ma le scienze progrediscono seguendo di volta in volta i modelli che fanno fare decisi passi avanti. Nel settore della linguistica che qui c’interessa, la grammatica valenziale ha segnato indubbiamente un grande avanzamento: i suoi concetti e i suoi termini nuovi, che possono generare perplessità e turbare visioni precedenti, procurano moltissimi chiarimenti e, infine, rendono più semplici i percorsi didattici nei meandri della lingua. La quale, è pur vero, resta sempre l’oggetto più difficile da analizzare e descrivere: perché è specchio e creatura della macchina più complicata che esista, la nostra mente.

Allo stesso modo, ha innovato e giovato moltissimo in questi studi la linguistica testuale (erede dell’antica retorica): è un principio di grande utilità, teorica e pratica, quello che invita a distinguere tra la lingua come “sistema virtuale” e la lingua come appare nei messaggi comunicativi reali, nei “testi”.

A queste due questioni strategiche ho voluto appunto dedicare queste pagine di riflessione, indirizzate, in questo momento di ripensamenti e rivolgimenti scolastici, a tutti i docenti che vogliono e devono – e s’intende in tutti gli ordini di scuola – “fare grammatica”.

 

 

 

*  *  *

Il “ritorno alla grammatica” esige dunque che si riconsiderino subito attentamente obiettivi, contenuti e metodi dell’insegnamento grammaticale. Dove sono i “mezzi” adatti per un diverso lavoro didattico? Le incertezze generali dei due decenni perduti – dopo i promettenti anni Ottanta – hanno frenato anche l’editoria scolastica. La materia nuova si è però accumulata da qualche parte. Una proposta che mi permetto di fare è questa: di fronte ai mille dubbi su come usare una congiunzione, un pronome (il famoso lui soggetto …), una costruzione verbale, la punteggiatura dopo un avverbio “frasale” (sinceramente, non lo credevo …), la risposta immediata, puntuale, su quel caso che ci si presenta, si può intanto trovare più direttamente in quella voce in un dizionario che abbia sposato fortemente il lessico alla grammatica, della frase e del testo. Si provi a utilizzare in questa precisa chiave il Dizionario della lingua italiana che è uscito (nel 2004) dalle fatiche mie e di Vittorio Coletti ed è affidato all’Editore Rizzoli-Larousse.

 

________________________________

Francesco Sabatini è Ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Roma Tre Vittorio Coletti è Ordinario di Storia della lingua italiana nell’Università di Genova.

 

Fonte: ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­www-1.unipv.it

È appunto la distinzione che è stata introdotta sistematicamente nelle voci delle congiunzioni e di altri elementi nel Dizionario Sabatini -- Coletti (già DISC, Giunti 1997; ora Rizzoli Larousse 2004).

Una prima esposizione divulgativa, più breve, di queste riflessioni è stata da me pubblicata sul periodico semestrale dell'Accademia della Crusca, «La Crusca per voi», num. 28, aprile 2004, pp. 8­9 (titolo: “Che complemento è?”).

Perché non più di quattro? La ragione sarebbe nel fatto che la nostra mente enunciando un verbo avverte che il suo significato “si apre” verso altri elementi che lo completano, ma non sembra capace di sopportare il carico di più di quattro “posizioni aperte”. A riprova di ciò, è stato notato che gli afasici non sanno pensare più di due valenze.

Linguista francese (1893­1954), la cui opera fondamentale, Elements de syntaxe structurale (uscita postuma nel 1959), fu presto conosciuta e seguita in molti Paesi europei e solo con ritardo in Italia (alla fine è stata anche tradotta in italiano, da G. Proverbio e A. Trocini Cerrina, Torino, Rosenberg & Sellier, 2001).

È questa una semplificazione del significato del termine argomento, che in realtà è desunto dalla logica, dove indica “ciò a cui si applica una funzione”. Per indicare gli argomenti del verbo viene usato anche il termine (preferito da Tesnière) di attanti, con il quale si vuol significare che questi elementi “mettono in atto” l'intero concetto compreso nel nucleo della frase.

A meno che non si tratti di forma pronominale debole con valore di “dativo”: mi “a me”, ti “a te”, ecc.; o con valore di altro “caso”: ne “di ciò”, “da ciò”, ecc.

Ricordiamoci, ancora una volta, che le strutture sintattiche si vedono bene nelle frasi costruite secondo le regole generali della lingua, anziché in enunciati di discorsi reali. Per questo nel far grammatica si creano frasi magari ridicole, purché “corrette”.

Diversamente dalla funzione di collegamento che le preposizioni hanno tra verbo e argomenti indiretti (dico a te; metto nel cassetto le chiavi) o all'interno di espressioni composite (vie della città; buco nei pantaloni; vento d'autunno).

Da riferire strettamente a questo tipo di aggiunte e non, genericamente, a "ogni altro elemento oltre il soggetto e il predicato", come a volte si legge in manuali che non distinguono i vari piani della struttura della frase.

 

 

  • Fine articolo Grammatica italiana tutto di tutto

    Grammatica italiana

 

LINEAMENTI DI GRAMMATICA e LESSICO

Prof. Patricia Bianchi (Lineamenti di grammatica)

Prof. Carla Marello    (Lessico)

 

  •  Guida al modulo

 

 1.1 Suoni dell’italiano

 1.1.a Foni, fonemi e grafemi

 

 1.2 Le grafie dell’italiano

 

 1.3 Classi di parole

1.3.1 Nomi

1.3.2 Aggettivi

1.3.3 Specificatori

1.3.4 Pronomi

1.3.5 Preposizioni

1.3.6 Congiunzioni

1.3.7 Avverbi

1.3.8 Interiezioni

1.3.9 Verbi

 

1.4 La descrizione morfologica

1.4.1 Genere

1.4.2 Numero

1.4.3 Caso

1.4.4 Morfologia verbale: Persona, Modo, Tempo

 

1.5 Riferimenti bibliografici

 

2.1 La tipica parola italiana

2.1.1 Quello che gli stranieri pensano delle parole italiane

2.1.2 Perché non scrivete l’accento?

2.1.3 Parti del discorso ben differenziate

2.1.4 Nei testi ci sono molti omonimi

 

2.2 Le parole derivate: croce e delizia dell’italiano

2.2.1 I derivati sono una croce

2.2.2 I derivati sono una delizia perché i morfemi derivativi portano il genere

2.2.3  E’ utile insegnare la morfologia derivativa agli stranieri?

 

2.3 Conoscere la formazione delle parole  per capire

2.3.1  Formazione e parafrasi esplicative

2.3.2  Il difficile italiano delle parole formate con elementi di composizione greci e latini

2.3.3 Unità multilessicali e loro comportamento nei testi

 

2.4 Conoscere la formazione delle parole  per parlare e scrivere. I deverbali

2.4.1 La sintassi dei deverbali

2.4.2 E’ nato prima l’uovo o la gallina?

2.4.3 I derivati in –tore/trice o -ista 

2.4.4 Importanza pragmatica degli alterati

 

2.5 Come si è formato nel tempo il lessico italiano

2.5.1 Come iniziano le parole italiane (prefissi e assimilazione)

 

2.6 Il centro e la periferia del lessico italiano

2.6.1 Le parole più frequenti sono anche le più polisemiche

2.6.2 Come si riconosce una parola difficile?

 

2.7 Usare i dizionari nella didattica del lessico?

2.7.1 Usare i dizionari elettronici per produrre esercitazioni

2.7.2 La rete (internet) come corpus di italiano scritto

 

2.8 Riferimenti bibliografici

 

RIQUADRI 1 - 27 relativi  ai paragrafi 2.1-2.7


 

 

  •  GUIDA AL MODULO .

Il Modulo 1 si sviluppa in due percorsi complementari, differenziati per oggetto di studio – grammatica e lessico- e per le tipologie di pratiche didattiche proposte, ma accomunati da una scelta selettiva degli argomenti e da un taglio sincronico, attento all’italiano contemporaneo.

 

Nella prima sezione del Modulo 1 (1.1- 1.5), di Patricia Bianchi, si presentano gli elementi di base della grammatica italiana: si è tenuto conto delle acquisizioni ormai consolidate nei più recenti studi di linguistica italiana, conservando tuttavia la terminologia tradizionale e la disposizione degli argomenti propria delle grammatiche scolastiche e consolidata nella didattica della grammatica.

Questo percorso formativo intende rinforzare negli insegnanti le motivazioni ad uno studio scientifico della grammatica strettamente collegato alla linguistica,  promovendo anche una didattica per esperimenti e osservazioni sui fatti linguistici, in cui la grammatica diventi, per gli alunni italiani e  per gli alunni stranieri, uno strumento per capire e usare propriamente le strutture dell’italiano e riflettere comparativamente sulle lingue.

E’ ormai convinzione comune di tutti i docenti che  a “comunicare” si impara “comunicando”, attraverso processi comunicativi reali: la grammatica dunque non “insegna una lingua” nella correttezza e abilità di esecuzione, ma  “descrive una lingua”. Per questi motivi nella didattica della grammatica non devono prevalere intenti normativi, mentre è fondamentale indurre la riflessione linguistica.

Si sono utilizzate nozioni di base ( ad esempio Tempo, Numero) per individuare le categorie della lingua notando anche caratteristiche formali (ad esempio concordanza, posizione nella frase) dove potessero essere rilevanti per la didattica dell’italiano L2.

Il modello descrittivo fornito è funzionale all’applicazione nella didattica, in quanto organizzato per essere facilmente riformulabile e traducibile nella pratica didattica. Alla catalogazione esaustiva dei fenomeni linguistici si è preferita la selezione degli argomenti prioritari nella didattica dell’italiano L2. E’ stato seguito un criterio sincronico, esplicitando gli usi dell’italiano contemporaneo. 

 

Nella seconda sezione del Modulo 1 (2.1-2.8), di Carla Marelloil lessico  è presentato il più possibile  in relazione

  • alle difficoltà morfologiche che le parole presentano
  • all’ordine delle parole nei sintagmi e nelle frasi italiane
  • al ruolo che determinate classi di parole svolgono nei testi

E’ pertanto un taglio parziale, totalmente sincronico, che ignora intere regioni dello studio del lessico non solo per ragioni di spazio.

La scelta degli argomenti da trattare è stata guidata dalla convinzione che l’italiano ha un lessico difficile e che sia compito dell’insegnante  favorire  lo sviluppo nell’allievo di un metodo per affrontare le parole che non conosce e che vuole saper usare o almeno riconoscere.


 

    •  SUONI DELL’ITALIANO: FONI, FONEMI E GRAFEMI.

 

Le lingue sono composte da un sistema di suoni che sono organizzati in parole; le parole sono organizzate in frasi e in periodi in modo da costruire testi parlati e scritti.

Suoni, parole e testi ( cioè fonetica, morfologia, sintassi e testualità) sono livelli di analisi della lingua.

 

Il linguaggio umano, dunque,  si basa essenzialmente sulla produzione e sulla ricezione di suoni articolati, che chiamiamo foni. I foni sono analizzati e studiati dalla fonetica. I suoni del linguaggio articolato sono prodotti dall’apparato fonatorio : ciascuna lingua seleziona un numero di foni nella gamma dei suoni possibili. Il numero dei foni usati in una lingua è dunque sempre minore rispetto ai suoni possibili e producibili. Ricordiamo anche che il linguaggio verbale ha la possibilità di produrre un numero elevatissimo di parole  grazie alle combinazioni di una quantità relativamente ridotta di foni.

 

    La comunicazione avviene anche attraverso linguaggi non verbali , attraverso le espressioni del viso ad esempio (tratti mimici) o i gesti e le posture del corpo (tratti cinesici).

 

I foni hanno una realizzazione fisica, concreta, che varia non solo da lingua a lingua ma anche da individuo a individuo.

 

I foni costituiscono la più piccola unità di analisi della lingua. I foni, considerati  isolatamente, sono privi di significato.

Nelle lingue distinguiamo una doppia articolazione:

- il primo livello è quello dei suoni privi di significato (/o/, /a/, /e/, /l/, /s/)

- il secondo livello comprende tutte le unità dotate di significato, composte dalla combinazione dei suoni (“solo”, sale”, “leso”, “liso”) .

 

 Per questa proprietà fondamentale tutte le lingue riescono a esprimere una gamma illimitata di significati attraverso le parole utilizzando un numero limitato di foni.

 

I foni hanno un corrispettivo scritto nei grafemi: non sempre ad un solo fono corrisponde un solo segno grafico.

In italiano ad esempio il trigramma gli di figli, agli indica un unico suono, cioè il fono della laterale palatale.

 

Possiamo considerare i foni come elementi in astratto, classificandoli e studiandoli come elementi che hanno capacità distintiva all’interno di una determinata lingua, e dunque individuano significati distinti: individuiamo così i fonemi.

 

I fonemi di una lingua sono inventariabili attraverso la “prova di commutazione” con sequenze coppie di parole , dette coppie minime, che differiscono per un singolo elemento e proprio per quella variazione identificano foni e significati diversi .

Per l’italiano possiamo trovare una sequenza di tante coppie minime per quanti sono i foni (ad esempio  male/mele, tino/vino, fino/pino, pane/cane, sane/lane ecc.). In teoria è sufficiente l’esistenza di una sola coppia minima per individuare un fonema.

 

I foni e i fonemi dell’ italiano si realizzano nella fase  espiratoria, come per la massima parte delle lingue. Con l’inspirazione dell’aria esterna si producono suoni detti avulsivi o clicks: in alcune lingue dell’Africa Meridionale hanno valore di fonemi, in italiano sono prodotti ad esempio per esprimere con valore fonosimbolico il bacio scoccato in aria o il verso di disappunto o disapprovvazione.

 

 

  FONEMI DELL’ITALIANO.

Il numero dei fonemi dell’italiano può essere  considerato di 30 fonemi :

  • sette vocali toniche: i, e aperta e chiusa, a, o aperta e chiusa, u.
  • cinque consonanti che in posizione intervocalica ammettono solo il grado intenso: gl, gn, sc, ci, gi
  • la consonante sempre di grado tenue z
  • quindici consonanti che possono essere tenui o intense in posizione intervocalica: p, b, m, t,d, n, c, g, f, v, s, r, l, ci, gi.
  • Le semiconsonanti i e u    

L’ inventario dei fonemi dell’italiano presenta aspetti di oscillazione da 30 a 45 perché ad esempio possono essere considerate coppie minime quelle che interessano 15 consonanti intervocaliche intense (cane-canne, pale-palle,casa-cassa,rosa-rossa,fato-fatto ecc.)

 

 

 VOCALI. 

Quando il flusso dell’aria percorre il canale espiratorio senza incontrare ostacoli si determina una vocale: nella realizzazione delle vocali dell’italiano le corde vocali vibrano. In italiano le vocali sono gli unici foni che costituiscono il nucleo della sillaba e quindi possono ricevere l’accento tonico. In posizione tonica, accentata, le vocali dell’italiano (di base toscana) sono sette e si rappresentano disposte secondo il triangolo vocalico, cioè uno schema in cui le singole unità sono disposte secondo la posizione della lingua in fase articolatoria.

 

Possiamo descrivere il sistema vocalico italiano con il seguente schema:

 

 /a/  : vocale centrale, prodotta con l’apertura massima della cavità orale e la lingua abbassata

/ e/ /i/:  vocali anteriori o palatali, articolate con la lingua verso il palato duro

/o/ /u/:  vocali velari o posteriori, articolate con la lingua contro il palato

tre vocali posteriori o velari, dette così perché la parte più alta della lingua le articola andando sempre più indietro verso il velo palatino. Queste vocali sono dette anche procheile posteriori o labiali, perché richiedono una protusione , cioè un arrotondamento e una spinta in avanti delle labbra.

 

In posizione atona le vocali si riducono a cinque, perché manca l’opposizione tra e e o aperti e chiuse .

In finale di parola in italiano non compare mai la /u/ atona (tranne parole straniere o cognomi e toponimi sardi) ma solo la /u/ tonica ( virtù, lassù, tribù).

 

La grafia dell’italiano non distingue tra vocali chiuse e aperte; la distinzione tra vocali chiuse e aperte di fatto non è realizzata dai parlanti secondo una pronuncia standard, ma risente delle pronunce regionali.

 

 CONSONANTI.

Per una prima descrizione del sistema consonantico italiano consideriamo quattro fattori:

  • modo di articolazione, cioè il modo in cui viene superato l’ostacolo che si frappone al flusso d’aria nella cavità orale per cui distinguiamo occlusive, affricate, fricative,
  • punto o luogo di articolazione, cioè il luogo in cui si verifica l’ostacolo al flusso d’aria nella cavità orale per cui distinguiamo labiali, dentali, labiodentali, palatali, uvulari,

c) comportamento delle corde vocali cioè la loro vibrazione o non vibrazione al passaggio dell’aria per cui distinguiamo tra sorde e sonore,

d) partecipazione o non partecipazione delle fosse nasali cioè apertura o chiusura per cui    distinguiamo le nasali.

 

Considerando dunque modo e luogo di articolazione e sonorità/sordità possiamo così descrivere le consonanti italiane  :

 

p: occlusiva bilabiale sonora

b: occlusiva bilabiale sonora

t: occlusiva dentale sorda

d: occlusiva dentale sonora

c: occlusiva velare sorda

g: occlusiva velare sonora

 

z: affricata dentale sorda (la razza umana)

z: affricata dentale  sonora (il pesce razza)

c: affricata palatale sorda (cielo)

g: affricata palatale sonora (gelo)

 

m: nasale bilabiale

n: nasale dentale

gn: nasale palatale

 

f: fricativa labiodentale sorda

v: fricativa labiodentale sonora

s: fricativa dentale sorda      (presente)

z: fricativa dentale sonora

sc: fricativa palatale

 

r: liquida dentale rotata

l: liquida dentale laterale

gl: liquida palatale laterale

 

 

La lunghezza consonantica è un tratto caratterizzante dell’italiano. Le quindici consonanti italiane possono essere pronunciate come brevi o tenui e sono indicate graficamente con un solo segno grafico (“pala”) ; possono essere pronunciate come lunghe o intense in posizione intervocalica ( nel caso delle occlusive anche tra vocale e /r/ o /l/) e graficamente sono rese con la grafia doppia (“palla”).

 La “doppia” nella grafia e il fono intenso nella pronuncia segnalano anche una differenza di significato:

 copia-coppia, libra-libbra, nona-nonna, cadi-caddi, fioco-fiocco, sugo-suggo, coma-comma, cane-canne, cacio-caccio, regia-reggia, pala-palla, caro-carro, tufo-tuffo, piove-piovve, casa-cassa, caro-carro.

In posizione intervocalica per cinque consonanti in italiano la pronuncia è solo intensa :

 figlio, bagno, lascia, pezza, mezzo, gazza

Per le prime tre palatali la grafia è un digramma o trigramma , per le ultime due affricate palatali la grafia è doppia.

In posizione intervocalica è sempre breve la grafia della /z/ affricata alveolare: nazione.

La lunghezza consonantica è un tratto fonologico tipico dell’italiano: altre lingue europee utilizzano le doppie  solo nella grafia e non per distinzione dal punto di vista  fonologico. 

 

1.2 LE GRAFIE DELL’ITALIANO.

 

I grafemi dell’alfabeto italiano sono 21, a cui si aggiungono altre cinque lettere (j,k,w,x,y) entrate nell’uso con parole straniere o presenti già per grafie antiche. I grafemi hanno una grafia per la maiuscola e una per la minuscola.

Nello schema elenchiamo la grafia della maiuscola, della minuscola e il nome italiano della lettera:

A a  - a                         

B b   - bi

C c   - ci

D d   - di

E e    - e

F f    -effe

G g    - gi

H h   -acca

I i      - i

J j    - i lungo

K k  - cappa

L l    - elle

M m  - emme 

N n   - enne

O o    - o

P p    - pi

Q q   - qu

R r    - erre

S s    - esse

T t     - ti

U u   - u

V v   -vu, vi

W w  - vu doppio, vi doppio

X x     - ics

 

 

Y y     - ipsilon, i greco

Z z       -zeta

 

I nomi delle lettere non si identificano con la pronuncia fonetica. I nomi delle lettere sono femminili (la zeta, la pi ) e invariati al plurale .

La corrispondenza tra grafia e pronuncia non è sempre univoca nelle scritture alfabetiche naturali : in italiano, come in polacco, spagnolo, turco, la corrispondenza è maggiore, in altre lingue, come inglese o francese, è più marcata la divergenza.

Nell’uso scientifico la trascrizione dei suoni è fatta con alfabeti fonetici, e prevalentemente con l’alfabeto dell’AFI (“Associazione Fonetica Internazionale”).

In italiano 11 lettere dell’alfabeto su 21 hanno valore univoco:

1 grafema = 1 fonema

a, b, d, f, l, m, n, p, r, t, v.

Per i restanti 10 grafemi distinguiamo :

grafemi polivalenti: grafemi che hanno valore fonematico diverso a secondo della combinazione e della posizione in cui si trovano.

Sono grafemi polivalenti c, g, s, z (casa, cinema, gatto, gita, smetto, sei, zio, azoto) e e,o.

I grafemi c e g hanno valore velare davanti alle vocali  a, o, u, e a consonante; hanno valore palatale davanti a i ed e (casa, cinema,cloro, gatto, gita, glaciale).

I grafemi s e z rendono sia il fonema sordo  che il sonoro ( smetto, sei, zio, azoto).

I grafemi e, o rendono i suoni aperti e chiusi delle vocali toniche.

Grafemi diacritici: grafemi che non corrispondono ad un suono, ma sono utilizzati in combinazione con altre lettere per rappresentare un suono non rappresentabile con un solo grafema. In italiano h è il grafema diacritico principale, e la sua funzione è quella di indicare la pronuncia velare di c e g davanti a i,e, ed ha valore diacritico (e distintivo dagli omofoni) nel presente indicativo del verbo avere (ho, hai, hanno).

I gruppi di grafemi (due o tre) sono indicati come digramma e trigramma.

In italiano i gruppi di grafemi sono i seguenti:

ch, gh,: chiesa, ghiotto

 gn+a, e, i, o,u :  lasagna, montagne, bagno, gnu

gl+i  : agli

sc+ i, e: sciatore, scena

ci+ a, o, u: ciao, cioccolata, panciuto

gi+ a, o, u:  giacca, adagio, giù

sci+ a,o, u: sciame, sciocco, asciutto

gli+ a, e, o, u :  medaglia, moglie, figlio, fogliuto .

Grafemi sovrabbondanti: per ragione storiche in alcune parole si distingue la grafia q da c

In nessi labiovelari sordi: cuore ma quota. Per indicare il grado intenso la grafia è cqu: acqua, nacque.

L’uso dei grafemi e dei segni paragrafematici ( punteggiatura, accenti, apostrofi, uso della maiuscola, divisione delle parole) secondo la norma dell’italiano standard è regolato dall’ortografia.  

 

 

1.3 CLASSI DI PAROLE.

 

Le parole possono essere definite come sequenza di suoni e unità portatrici di significato (albero), separate graficamente dalle altre da spazi (albero verde) e dotate di coesione interna.

La parola per essere tale deve possedere un significato associato a una funzione grammaticale, cioè una forma espressiva stabile costituita da una sequenza di suoni o di grafemi compatta, al cui interno non si possono inserire altri elementi né mutarli nell’ordine di sequenza. La parola deve possedere anche una sua autonomia, cioè una mobilità di posizione all’interno della frase.

     

La grammatica tradizionale classifica le parole in un certo numero di classi, dette parti del discorso. Le parti del discorso tradizionalmente riconosciute sono nove:

nome

pronomi

aggettivi

verbi

articoli

avverbi

preposizioni

congiunzioni

interiezioni.

 

 

 Queste classi nella grammatica tradizionale sono  stabilite:

 - sulla base di criteri formali (cioè le caratteristiche flessive e sintattiche delle parole)

 - sulla base di criteri semantici (cioè sulla base del significato delle parole)

 - sulla base di criteri formali integrati con criteri semantici.

 

 L’ oscillazione nella selezione  dei criteri e la possibilità di mettere in evidenza aspetti formali o semantici genera a volte definizioni insufficienti o incoerenti: ad esempio per definire ‘nome’ possiamo ricorrere a criteri semantici – ad esempio con una definizione del tipo “il nome si riferisce a persone, animali , cose, entità astratte”- ma dal punto di vista del significato  con definizioni orientate semanticamente  non possiamo spiegarci del tutto la differenza tra amare e amore, correre e corsa, bontà e buono né è sufficiente a questo fine identificare i verbi con il concetto di ‘attività’.

 

Per questi motivi la linguistica moderna definisce le parti del discorso solo a partire dalle proprietà formali delle parole, dalla loro flessione e dai rapporti sintattici con cui si legano l’una all’altra.

 

Le parti del discorso costituiscono così concetti grammaticali che possono essere utilizzati per lo studio scientifico del linguaggio ma anche  per sviluppare la riflessione linguistica a scuola.

E’ importante però ricordare che le parti del discorso non sono degli ‘universali’, cioè non tutte le lingue del mondo hanno le stesse classi di parole e le stesse categorie morfologiche: ad esempio il cinese sembra non avere preposizioni, il giapponese fonde in una sola classe aggettivi e verbi, molte lingue non hanno articoli.

 

Sappiamo che anche in italiano una parola può appartenere a più parti del discorso:

Non andare a forte velocità in macchina

Non andare forte in macchina

 

forte può essere avverbio e aggettivo, sopra e sotto possono essere preposizioni e avverbi.

 

 

CLASSI APERTE E CLASSI CHIUSE

 

Alcune parti del discorso ammettono un numero illimitato di parole, per altro implementabile con neologismi o nuove formazioni, e perciò sono dette classi aperte.

 Altre, viceversa, sono costituite da un numero definito di parole e sono definite come classi chiuse.

 In italiano sono classi aperte :

il nome, il verbo, l’aggettivo e l’avverbio.

 Sono classi chiuse:

 le preposizioni, gli articoli, i pronomi e le congiunzioni.

 

 

1.3.1. NOMI.

 

 Tutte le lingue antiche e moderne hanno la facoltà di nominare persone, cose, concetti.

Ricordiamo però che in diverse lingue non esiste una distinzione netta per la categoria del nome: in particolare la distinzione nome/verbo caratterizza le lingue europee, ma ad esempio in lingue sino-tibetane nessun contrassegno morfologico distingue una parola dall’altra  e ancora in molti idiomi amerindiani  una parola può assumere funzioni verbali o sostantivali in relazione a rapporti di dipendenza da altre parole della frase o all’ordine delle parole.

In italiano il nome è una categoria morfologicamente autonoma e ben riconoscibile dal parlante.

 

In italiano è anche possibile a qualunque parola assumere una funzione nominale o uso sostantivato (così per esempio per verbo, avverbio, aggettivo, congiunzione, pronome, numerale, preposizione ):

il dormire,i ha raccontato del come e del perché e del dove, considera il buono e il cattivodel privato, qui  non servono i  se e i ma, i miei vengono a Natale, ho ricucito un “sette” nella camicia, il “per” ha più  significati.

 

 I nomi comuni si riferiscono a classi di individui (bambino, uomo) e anche a una classe composta da un individuo unico ( papa) , a oggetti (tavolo),  a concetti (pace).

I nomi propri identificano un individuo, un oggetto, un luogo, un avvenimento (Pietro, Excalibur, Roma, la Liberazione).

Un nome ha dunque generalmente una funzione referenziale, cioè designa un elemento, un’entità (ho visto l’arcobaleno) e può avere anche una funzione attributiva o predicativa, cioè simile a quella di un aggettivo  (Lucia è ingegnere).

 

I nomi comuni hanno una flessione

 per numero (singolare, plurale)

   gatto/gatti, tuono/tuoni

per genere (maschile, femminile)

      gatto/gatta  ma non tuono/*tuona

[FARE LINK A 1.4.1 e 1.4.2]

I nomi  sono spesso accompagnati da uno specificatore , cioè un articolo o un aggettivo.

[FARE LINK A 1.3.3]

 Tutti i nomi che  designano entità computabili con numeri interi sono chiamati nomi numerabili (pecora, matita, tazza); sono nomi di massa o non numerabili quelli che designano entità non numerabili e separabili (acqua, denaro, gente, classe).

 I nomi di massa non hanno la flessione del numero. 

 

I nomi propri possono essere usati al plurale per indicare tutti gli individui che hanno lo stesso nome:

i Lorenzi e le Lorenze festeggiano l’onomastico il 10 agosto.

 

LA FLESSIONE.

 

La flessione singolare/plurale è collegata appunto al numero: il singolare indica un solo essere animato, una sola cosa o concetto, o nozione (ragazza, casa, giustizia, metafisica) o un’entità collettiva percepita come insieme omogeneo (la famiglia, il popolo, la gente, definiti anche nomi collettivi)).  Il plurale indica più esseri animati, più cose o concetti o nozioni (ragazze, case, giustizie, metafisiche).

 

Il contrassegno morfologico del genere e del numero in italiano è dato dalla terminazione: la desinenza di un nome italiano quindi porta una doppia informazione morfologica,  secondo le combinazioni

 

Maschile+ singolare         /          Maschile+ plurale

 

  Pane, Lupo, Poeta                      Pani, Lupi, Poeti

 

Femminile+ singolare       /          Femminile+ plurale

 Donna      Crisi                               Donne     Crisi                 

 

 

La concordanza in italiano prevede l’accordo morfologico per numero e genere ad esempio tra articolo, nome e aggettivo che, come si è visto, può dare luogo a forme con combinazioni diverse e difficilmente prevedibili da un apprendente di italiano L2 in fase iniziale  :

la sua grave crisi, il maggiore poeta russo, le donne femminili, il nostro pane quotidiano

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DI CHE GENERE?

 

Il genere maschile e femminile  è  per molte parole italiane  dovuto a una convenzione grammaticale, ed è collegato alla parola e alla sua storia linguistica.

 

Sono maschili ad esempio i nomi dei metalli e degli elementi chimici oro, sodio, i nomi di albero arancio, melo ( ma femminile il frutto la mela), dei mesi marzo, dei monti il Gran Sasso, di fiumi il Tevere, di laghi e di mari.

 

Sono prevalentemente femminili i nomi dei frutti, i nomi di città, di regioni, stati, continenti, i nomi di mansioni militari, i nomi di scienze e discipline .

 

 I nomi che si riferiscono ad esseri umani e in molti casi anche ad animali legano l’opzione di genere al sesso (alunno/alunna, figlio/figlia, gatto/gatta , cavallo/cavalla).

 

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NOMI INDIPENDENTI.

 

In italiano sono frequenti coppie morfologicamente irrelate  di nomi indipendenti, ad esempio che indicano i gradi di parentela (fratello/sorella, genero/nuora, maschio/femmina marito/moglie, padre/madre, papà/babbo/mamma, uomo/donna)  o che indicano anche specie animali (Cinghiale/maiale/scrofa, fuco/ape, montone/pecora, toro/mucca).

Per queste coppie morfologicamente irrelate non è possibile dedurre per analogia singolare/plurale e maschile/femminile.

 

DAL MASCHILE AL FEMMINILE.

 

 Il maschile è il genere non marcato, in cui si inseriscono anche le parole nuove che entrano nel lessico italiano.

I nomi che al maschile terminano in – o e in -e formano in gran parte il femminile con la desinenza –a

Amico /amica

Infermiere/infermiera.

 

Alcuni nomi maschili in –o , in –a, in –e,  formano il femminile aggiungendo il suffisso –essa

Avvocato/avvocatessa.

Poeta/poetessa

Professore / professoressa

 

I nomi che al maschile terminano in  -tore formano in genere il femminile in –trice:

scrittore/scrittrice pittore/pittrice

 

Alcuni nomi di persona e di animale utilizzano il suffisso diminutivo per formare il femminile o l’accrescitivo per formare il maschile:

gallo/gallina strega/stregone

 

La formazione del femminile in italiano si presenta simmetrica solo per quei nomi di esseri animati in cui effettivamente distinguiamo un individuo maschio da uno femmina dei tipo figlio/figlia, gatto/gatta.

Sono femminili anche nomi in –i, invariati al plurale:

la analisi/le analisi, la crisi/le crisi

 

 

In italiano vi sono nomi con una sola forma nel maschile e nel femminile e si indicano come nomi di genere comune; il genere è specificato all’interno della frase da quello dell’ articolo o dell’aggettivo che li accompagna:

un famoso cantante/una famosa cantante, tuo nipote/tua nipote, il/la preside, il/la consorte.

 

 

FEMMINILE NON PREVEDIBILE.

In italiano alcuni nomi formano il femminile in modo non prevedibile; tra quelli di uso più frequente ricordiamo

Abate/badessa, cane/cagna, dio/dea, re/regina

 

 

 

 

ALTERNANZA DI GENERE E SIGNIFICATO.

In molte parole italiane l’alternanza di genere corrisponde ad una alternanza di significato, cioè alcune parole hanno significati diversi e indipendenti secondo la distinzione di genere:

arco/arca, banco/banca, busto/busta, foglio/foglia, maglio/maglia, pianto/pianta, porto/porta, tappo/tappa.

 

 

IL NUMERO.

Il numero ha un valore preciso di categoria flessiva, comparabile con quello di altre lingue.  

Come per il genere, il segnale morfologico del plurale è dato in italiano dalla terminazione.

In italiano possiano distinguere quattro classi di nomi  con una non simmetrica formazione del plurale:

 

Singolari maschili e femminili in –a          Plurale maschile – i    Plurale femminile -e 

    Il  problema         la figura                     i problemi                       le figure

Singolari maschili e femminili in –o        Plurale maschile –i        Plurale femminile -i

   Il bambino              la mano                   i bambini                           le mani  

Singolari maschili e femminili in –e        Plurale maschile –i         Plurale femminile -i

   Il   padre                 la madre                 i padri                              le madri

Singolare femminile in –i                                                                 Plurale femminile in –i

La crisi                                                                                             le crisi

 

Alcuni nomi - nomi invariabili- mantengono invariata nel plurale la stessa forma del singolare:

città, virtù, caffè, tabù, re, tè.

Nell’uso alcuni nomi – nomi difettivi- si adoperano esclusivamente nella forma singolare o in quella plurale:

 calzoni, forbici, occhiali, dintorni, viveri, viscere, ferie, nozze, polmonite, ossigeno.

 

Il sistema morfologico attivo per indicare maschile/femminile, singolare/plurale in italiano è dunque non simmetrico  prevedibile e per questo complesso per gli apprendenti di italiano L2. 

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1.3.2 AGGETTIVI.

 

L’italiano comprende diverse sottoclassi di aggettivi che suddividiamo in due gruppi :

-    qualificativi (aggettivi qualificativi, aggettivi possessivi)

  • determinativi (aggettivi dimostrativi, aggettivi numerali, aggettivi indefiniti, aggettivi interrogativi e esclamativi).

Questi ultimi per le caratteristiche distribuzionali e funzionali sono collocati dalla grammatica attuale nella classe degli Specificatori 

    [FARE LINK a 1.3.3].

 

 

 

FUNZIONI.

 

L’aggettivo qualificativo ha

 funzione attributiva quando è riferito  direttamente a un nome che modifica e descrive (La nostra è una scuola moderna e accogliente);

 funzione predicativa quando si lega al nome attraverso il verbo (la scuola è fatiscente).

 

La posizione dell’aggettivo differenzia la funzione: un aggettivo qualificativo preposto al nome descrive il referente del nome ed ha funzione attributiva descrittiva: Ho incontrato il vecchio zio di Valentina.

 Se invece l’aggettivo è posposto, svolge una funzione attributiva restrittiva: Ho incontrato lo zio vecchio di Valentina.

 

L’aggettivo può assumere in italiano le funzioni del nome aggettivo sostantivato o nominalizzato:

il caldo di questa estate è stato straordinario, l’estetica è la scienza del bello, il napoletano è conosciuto nel mondo per le canzoni.

        [FARE LINK A 1.3.1]

 

 

FLESSIONE DELL’AGGETTIVO.

La flessione della classe degli aggettivi variabili può essere descritta nella seguente tabella:

                                           Singolare                                        Plurale

                    Maschile          -o                                                        -i

I  Classe      Femminile       -a                                                         -e

 

 

II  Classe     Maschile          -e                                                        -i

                    Femminile

 

III  Classe     Maschile          -a                                                        -i

                     Femminile                                                                  -e

 

 

In italiano è presente anche la classe degli aggettivi invariabili.

 La classe degli aggettivi invariabili, oltre a pari e i composti dispari, impari, comprende tra gli altri aggettivi indicanti colori (rosa, blu, ocra), elementi di origine straniera (cantante rock) , elementi grammaticali (mina antiuomo), sigle con funzione aggettivale ( vini doc).

La classe degli aggettivi invariabili si è accresciuta nell’italiano contemporaneo anche per inclusione di termini stranieri entrati nell’italiano come invariabili (killer, western, snob).

 

CONCORDANZA DELL’ AGGETTIVO.

  Tutti gli aggettivi (e anche i participi passati usati come aggettivi) in italiano hanno concordanza in genere e numero e posizione adiacente al nome a cui si riferiscono. La flessione dell’aggettivo ricalca quella del nome.

[FARE LINK A 1.3.1]

 

 

 

GRADI DELL’AGGETTIVO

In italiano sono codificate tre modalità funzionali di espressione della qualità marcate morfologicamente cioè

il grado positivo che esprime la qualità (Anna è bella);

 il grado comparativo in cui la gradazione intensiva della qualità è messa a confronto con quella posseduta da un altro termine di paragone (Anna è più bella di Lucia) o con un’altra qualità posseduta dallo stesso soggetto (Lucia è più simpatica che bella) e si realizza con tecnica analitica ;

il grado superlativo in cui la gradazione intensiva è espressa in senso assoluto (Anna è bellissima) o relativo (Lucia è la più simpatica) e si realizza con aggiunta di avverbi o sinteticamente.

 

Sugli aggettivi qualificativi è dunque marcato anche il grado: il grado comparativo si realizza analiticamente con l’avverbio (più, meno) più premesso all’aggettivo; il superlativo relativo con i segnali di più, meno preceduti dall’articolo determinativo; il superlativo assoluto con l’aggiunta di avverbi (tanto, molto, assai) ma anche sinteticamente con il suffisso –issimo o con i prefissi arci, stra-, ulta, iper, con la reduplicazione dell’aggettivo stesso e in altri modi.

 

Nell’italiano contemporaneo il suffisso –issimo si aggiunge anche a nomi (finalissima, affarissimo, poltronissima) e a participi passati con valore verbale (è stato applauditissimo, è gettonatissimo) .

In espansione anche l’uso di prefissi  del tipo –mega, super-, maxi-, mini- (supersconto, megaingorgo, maxitaglia, miniriforma ).

 

Alcuni aggettivi hanno forme di radice diversa nei vari gradi, sul modello del corrispondente latino (comparativi e superlativi organici) a cui affiancano le forme regolari preferite nel parlato:

Buono/migliore/ottimo//più buono/buonissimo, grande/maggiore/massimo//più grande/grandissimo) .

 

 Alcune forme latine di comparativi e superlativi organici sono sopravvissute come “fossili” nell’italiano:

 

COMPARATIVO                       SUPERLATIVO

Anteriore                                     --

Citeriore                                       --

Esteriore                                     estremo

Inferiore                                     infimo

Interiore                                     intimo

Posteriore                                   postremo, postumo

Superiore                                    supremo, sommo

Ulteriore                                    ultimo

 

Nell’uso contemporaneo molti di questi aggettivi hanno perso del tutto o in parte i tratti semantici del comparativo di maggioranza e del superlativo e sono trattati con forme  comparative  e superlative non organiche : Ha raccontato i suoi sentimenti più intimi.

 

1.3.3 SPECIFICATORI.

 

La classe degli specificatori comprende gli articoli e le sottoclassi di aggettivi determinativi

( aggettivi dimostrativi, aggettivi indefiniti, aggettivi interrogativi e esclamativi, aggettivi numerali).

 Gli specificatori danno al nome un contributo semantico di definitezza e di quantificazione. Gli elementi di questa classe si collocano prevalentemente prima del nome; l’articolo in italiano precede sempre il nome:

I ragazzi studiano, alcuni ragazzi studiano, questi ragazzi studiano, quanti ragazzi studiano?

 

 Gli specificatori hanno in linea di massima una distribuzione complementare, cioè si escludono a vicenda: in italiano non è data una frase del tipo *i questi ragazzi studiano.

 Gli aggettivi possessivi che precedono il nome in italiano sono invece accompagnati dall’articolo determinativo o indeterminativo:

il mio cane abbaia spesso, una tua amica ha telefonato.

In altre lingue (ad es. inglese, francese, tedesco)   non possono aggregarsi articoli e possessivi .

 

SPECIFICATORI: ARTICOLO.

 

Gli articoli sono forme non autonome: infatti non occorrono senza il nome.

 In altre lingue una funzione analoga può essere svolta da desinenze o affissi.

  Gli articoli italiani si dividono nella serie dei determinativi e degli indeterminativi, cioè segnalano rispetto al nome che precedono una referenza noto/ignoto perché appartenente o meno alle conoscenze condivise da parlante e ascoltatore:

 il giornalaio all’angolo ha riviste inglesi, il Presidente degli Stati Uniti ha rilasciato importanti dichiarazioni, il mare è salato, oggi c’è un mare bellissimo

 

 oppure perché presente/assente nel contesto scritto e/o parlato precedente o immediatamente successivo:

Ho letto un libro di poesia e un libro di storia. Il libro di storia è interessante.

L’articolo determinativo ha spesso una funzione anaforica di ripresa, cioè di riferimento a un elemento menzionato nel discorso (un’automobile ha tamponato un camion e mentre il camion non ha subito danni, l’auto si è distrutta ) o una funzione cataforica di anticipazione (la signora che parla è la madre di Giovanni).

 

Gli articoli determinativi italiani presentano forme distinte per maschile e femminile, singolare e plurale; hanno quindi in casi di ambiguità anche una funzione di determinazione di genere e numero: la lama / il lama, la città  /le città.

 

L’articolo indeterminativo in italiano ha solo il singolare; al plurale si usano gli indefiniti alcuni/alcune, certi/certe e più frequentemente il partitivo dei-degli/delle, accettato nell’uso anche prima di preposizione (vado con degli amici)

 

 

FORME  DELL’ARTICOLO.

 

Le forme dell’articolo italiano sono rappresentate nella seguente tabella:

 

                  DETERMINATIVO     INDETERMINATIVO

                  Maschile    Femminile  Maschile      Femminile

Singolare   il, lo, (l’)    la, (l’)         un, uno         una, (un’)

Plurale       gli, i            le                

 

 Le forme dell’articolo determinativo maschile singolare lo e il, e i plurali gli e i come gli indeterminativi un e uno sono in distribuzione complementare e si adoperano:

lo, gli, uno: davanti a vocale e semivocale- con obbligo di elisione (l’oro,l’uomo) e con la        variante non elisa un (un oro, un uomo)-,

davanti a nomi inizianti per /s/+ consonante o gruppi consonantici ( ma non  formati da occlusiva +/r/),

                     davanti a s palatale (lo sci, uno sceicco),

                     davanti a n palatale e a z sorda e sonora (gli gnocchi, lo zero, uno zio), 

 davanti a x (lo xenofobo),

                   davanti a ps, -e ai più rari pt, ct, mn, ft- (lo psichiatra),

                   davanti a pn in cui nell’uso contemporaneo si alternano con il/i (gli pneumatici/ i pneumatici).

il, i 

 

 

 

L’articolo indeterminativo precede un nome a referenza indeterminata, cioè ritenuta dall’emittente ignota o non identificabile dall’ascoltatore:

 Uno studente ha già preso in prestito il libro, Gino ha bisogno di un televisore .

 

L’articolo indeterminativo italiano è solo al  singolare e non si usa con i nomi di massa; al plurale e con i nomi di massa si usano con funzioni analoghe gli indefiniti alcuni/alcune, certo/certe e soprattutto l’articolo partitivo dei - degli/delle, in uso oggi anche con preposizioni :

si vede in giro certa gente, alcune situazioni sono critiche, servono dei soldi, ci sono delle novità.

 

Articolo zero è la definizione data all’assenza di specificatori prima di un nome comune, usato perlopiù con funzione specificativa (Laura è avvocato), in molte forme idiomatiche (andare in barca, montare a cavallo) nei costrutti indicanti materiale o modo (di stoffa, di ferro, con forza, in silenzio).  

 

 

 SPECIFICATORI: AGGETTIVI DIMOSTRATIVI.

 

Gli aggettivi dimostrativi danno informazioni sulla posizione nello spazio o nel tempo o nel testo dell’elemento a cui il nome fa riferimento sia in situazioni concrete che figurate, astratte.

 I tre dimostrativi fondamentali sono

Questo      = vicinanza a chi parla

Codesto    =  vicinanza a chi ascolta

Quello       =  lontananza da entrambi.

 

Nell’italiano contemporaneo codesto  è  sostituito da questo e quello nel parlato e nello scritto; è arcaico anche l’uso di questi, quegli e quei come forme maschili singolari riferite a persone e ciò come pronome con valore di neutro è sostituito da quello .

Hanno valore simile ai dimostrativi gli aggettivi successivo, seguente, precedente, antecedente, scorso, prossimo, passato, futuro, presente, attuale, inferiore, superiore, posteriore, anteriore.

Gli aggettivi dimostrativi soprattutto nel parlato hanno una funzione deittica, cioè un riferimento a un elemento del contesto (pigliate quello specchio attaccato a quel muro).

 

 Nell’italiano contemporaneo parlato il valore del dimostrativo è spesso rinforzato da un avverbio : questo qui , quello là, quelli lì.

   

I dimostrativi nello scritto e nel parlato  servono anche per richiamare qualcuno o qualcosa di cui si è parlato in precedenza (funzione anaforica: prendi la mia macchina, con quella viaggi comodamente) o per anticipare ciò che si dirà in seguito (funzione cataforica : Tutto quello che posso dire è inutile).

 

 

 

 

 SPECIFICATORI: AGGETTIVI NUMERALI.

 

Gli aggettivi numerali vengono suddivisi in

- numerali cardinali, che indicano una quantità (uno, due, tre),

- ordinali , che indicano una posizione in un elenco ordinato (primo, secondo, terzo),

- moltiplicativi (duplice, triplice, triplo, quadruplo), che indicano di quante volte una quantità è  maggiore di un’altra (doppio),

- frazionari, che indicano di quante volte una quantità inferiore a un intero o a un insieme (mezzo, terzo, quarto).

In particolare i numerali cardinali condividono caratteri degli specificatori per la posizione precedente al nome e l’incompatibilità con gli articoli indeterminativi o indefiniti (sette ragazze ma non *alcune sette ragazze).

 Nell’italiano contemporaneo la tendenza  è l’uso dei cardinali al posto degli ordinali, con perdita di genere e numero (TG2, Milano 2, L’Università Roma Tre, la puntata zero).

 

SPECIFICATORI: AGGETTIVI INDEFINITI.

Come aggettivi indefiniti si indicano aggettivi che denotano in maniera imprecisata per quantità e indentità il nome cui si riferiscono.

Possiamo distinguere 

- gli indefiniti con valore di quantificatori, che occorrono senza articolo

- gli indefiniti con valore identificativo, che occorrono con l’articolo.

 

Hanno valore di quantificatori gli indefiniti tutti, ciascuno, ogni, qualunque, qualsiasi in quanto si riferiscono a un elemento della totalità degli individui di una data classe.

Tutti, ciascuno, ogni si riferiscono alla totalità dei membri di un insieme, qualunque, qualsiasi si riferiscono a una possibilità nella totalità.

 

Hanno valore di quantificatori esistenziali gli indefiniti qualche, alcuni, diversi, certi,molti, troppi, pochi, parecchi, alquanti in quanto designano uno o più  individui della  classe.

 

Hanno valore di indefiniti di tipo negativo nessuno, alcunoche non quantificano nessun elemento nella classe di riferimento.

 

Hanno valore di indefiniti con valore identificativo medesimo, tale, simile, stesso che specificano il riferimento in termini di identità o differenza rispetto a un altro nome.

 

 

 SPECIFICATORI: AGGETTIVI INTERROGATIVI E ESCLAMATIVI.

 

Gli aggettivi interrogativi hanno la funzione di interrogare

- sulla quantità (quanto)

- sull’identità (che, che cosa, quale)

 del nome a cui si riferiscono.

 Questi aggettivi compaiono in frasi interrogative (che parole hai detto?),  possono essere usati anche in frasi esclamative (che parole hai detto!), e infine possono essere usati anche in frasi interrogative indirette o dubitative (mi chiedo che parole abbia detto, non so che parole dire).    

 

 SPECIFICATORI: AGGETTIVI POSSESSIVI.

 

Gli aggettivi possessivi indicano una relazione tra il nome e una delle persone indicate nel discorso. I possessivi italiani sono forme parallele e complementari rispetto ai pronomi personali: mio, tuo, suo, nostro, vostri, loro.

 In italiano gli aggettivi possessivi sono identici ai pronomi possessivi, che sono sempre preceduti da articolo o preposizione articolata (dammi il mio, prendi il tuo).

 

 

  La relazione indicata può essere

  • di possesso (la mia borsa)
  • di coinvolgimento (le tue emozioni)
  • di parentela o affinità (suo padre, il loro parente)
  • di parte o tutto (la tua mano)
  • di legame affettivo o consuetudine (i miei amici, la mia palestra).

L’aggettivo possessivo è usato con l’articolo sia con i nomi a referenza determinata (il mio cane) sia con nomi a referenza indeterminata (un tuo parente).

L’aggettivo possessivo può avere valore sia soggettivo (il tuo amore per le piante = tu ami le piante) sia  oggettivo (per amor tuo = perché ti amo).

Proprio è un aggettivo possessivo che condivide in parte gli usi di suo, e si riferisce al soggetto della frase; proprio è usato  se il possessore è espresso da un indefinito (ognuno segue la propria strada) ed è obbligatorio con il si impersonale ( si organizza il proprio tempo libero)

 

1.3.5  PREPOSIZIONI.

 

Le preposizioni sono parole funzionali che si collocano davanti a un nome, a un sintagma o a una frase con verbo nel modo infinito per definirne le relazioni sintattiche con altri elementi della frase. Le preposizioni sono invariabili. Le preposizioni  in molti casi possono esprimere più di una relazione: è il caso, ad esempio, della preposizione di che esprime relazioni di specificazione, quantità, paragone, partitivo, materia, argomento, qualità, moto da luogo, predicativo e altro (figlio di Maria, ritardo di cinque minuti, è più giovane di me, ciascuno di noi, fiori di carta, una tesi di storia, locale di ampie dimensioni, di dove viene? Chi è di scena?).

Nella classificazione grammaticale in genere si tiene conto della relazione prevalente. Il significato e la funzione assunti dalle preposizioni  possono essere ricostruiti dal contesto (la città di Napoli, il cane di Anna; pagare di tasca propria, al suono della sveglia si sono subito alzati) e per questo non sono facilmente deducibili da uno straniero.

 

Le preposizioni proprie, che svolgono esclusivamente funzione di preposizione, costituiscono una classe chiusa e sono obbligatoriamente seguite da un sintagma nominale.

 Sono preposizioni proprie di, a, da, in , con, su, per, tra, fra.

 Queste preposizioni si presentano nella forma articolata, variata per genere e numero (sul tipo del, dello, della/ dei, degli, delle,   ma diversamente il tipo con il marito, tra le foglie, fra i tanti, per la causa ) quando si aggregano con l’articolo determinativo del sintagma nominale che precedono.

 

Le preposizioni improprie costituiscono una classe aperta e possono trovarsi anche da sole, non seguite da un sintagma nominale (Alessandro è seduto dietro a Lorenzo, Alessandro è seduto dietro).

Questo gruppo di preposizioni è costituito da parole che nel loro valore primario:

 -sono avverbi, ad esempio di luogo ( sopra, sotto, dentro, fuori, davanti, dietro, vicino, lontano),

 - hanno origine da aggettivi (lungo: cammina lungo la spiaggia) o da participi (mediante, rasente: pagare mediante assegno, cammina rasente i muri).

Tra le altre preposizioni improprie di uso più frequente ricordiamo secondo, senza, tranne e le locuzioni preposizionali invece di, insieme con, verso di, al di là da.

 

1.3.6 CONGIUNZIONI.

 

Le congiunzioni sono parole funzionali che hanno lo scopo di collegare fra loro due o più parole, sintagmi o due o più frasi. Le congiunzioni sono  invariabili. A secondo della relazione che la congiunzione instaura con gli elementi collegati distinguiamo congiunzioni coordinanti e congiunzioni subordinanti.

La congiunzione coordinante collega due elementi  anche di diversa struttura (sintagmi nominali e preposizionali, sintagmi verbali e nominali, avverbi, sintagmi preposizionali) ma che hanno la stessa funzione sintattica (Giulia e Nicola sono sposati, vado e torno subito,  puoi trovare il medico in ambulatorio o in corsia, aveva bisogno di una casa nuova e  voleva affittarla, ha risposto al mio quesito subito e con molte precisazioni).

Le congiunzioni coordinanti esprimono diverse relazioni semantiche tra i due elementi congiunti: per questo sono generalmente suddivise in:

-copulative: rapporto di legamento  (e, né, sia..sia, e…e, né…né)

-avversative: rapporto tra due elementi congiunti per contraddizione o contrasto ( ma, bensì, eppure)

  • disgiuntive: rapporto tra due elementi congiunti in alternativa tra loro (o, oppure).

 

La congiunzione subordinante non collega fra loro due elementi con la stessa funzione sintattica, ma precisa la relazione dell’elemento linguistico introdotto rispetto all’elemento reggente. Le congiunzioni subordinanti introducono frasi con verbi di modo finito (ha telefonato perché voleva un’informazione .

Le congiunzioni possono avere differenti funzioni: conclusive ( così, sicchè dunque), esplicative ( ossia, ovvero, cioè), casuali (perché, poiché).

Le congiunzioni in italiano condividono tratti formali e funzionali di altre parti del discorso: in molti casi gli stessi elementi lessicali sono impiegati  come congiunzioni, come preposizioni o come avverbi.

E’ il caso di dopo, senza, quando , anche, tuttavia.

Negli studi linguistici più recenti le congiunzioni e gli avverbi sono considerati parte della classe più ampia dei connettivi, cioè elementi che svolgono funzione di raccordo tra le varie parti del testo, contribuendo alla pianificazione sintattica del discorso.

 

I segnali discorsivi sono connettivi che hanno la funzione di organizzare la presentazione di un testo comunicativo, in particolare nelle formule di apertura e chiusura del discorso (Dico, Mi chiedo, Bene, Cioè, Ehm…, Buongiorno, Buonasera, Salve ) e nelle sequenze logico-narrative (Quindi, in conclusione, allora, e qui finisco, per tornare al punto, in secondo luogo).

 

1.3.7 AVVERBI.

 

L’avverbio è generalmente definito nelle grammatiche come parola che specifica e integra il verbo.

La linguistica ha osservato che come avverbio sono stati etichettati elementi spesso eterogenei tra loro.

Possiamo così suddividere gli avverbi in base alla funzione svolta nella struttura della frase:

  • avverbi dipendenti da un sintagma avverbiale o aggettivale
  • avverbi dipendenti dal predicato
  • avverbi circostanziali
  • avverbi frasali.

 

 

Distinguiamo inoltre gli avverbi lessicali, cioè che non derivano da altre parole (come bene, male, sempre) dagli avverbi derivati, cioè formati da altre parole attraverso suffisso, ad esempio attraverso  il  suffisso -mente molto produttivo in italiano ( pienamente, certamente).

Gli avverbi dal punto di vista nozionale si distinguono in avverbi di modo, di tempo, di luogo, di quantità.

 

Gli avverbi possono essere collocati in posizione iniziale e finale isolata nella frase o in posizione tra soggetto e verbo.

 

La posizione contraddistingue gli avverbi focalizzanti –solo, anche, perfino, soprattutto , proprio, specialmente…- , cioè avverbi che si legano all’elemento più informativo della frase, determinando anche un significato specifico anziché un altro:

Solo Maria ha visto Fabio

Maria ha solo visto Fabio

Maria ha visto solo Fabio

 

Gli avverbi di quantità modificano, oltre ai verbi, anche  sintagmi avverbiali e aggettivali:

Ho dormito poco- molto spesso mi sveglio di notte- lo spettacolo è stato molto interessante.

 Gli avverbi di tempo, luogo, maniera, quantità modificano il predicato:

Sono ritornati là ieri, lavora ordinatamente, hanno mangiato troppo.

 

Gli avverbi di tempo e di luogo sono definiti anche come avverbi circostanziali poiché danno il riferimento spazio-temporale in cui si inserisce la relazione soggetto-predicato. Gli avverbi in funzione circostanziale sono in posizione iniziale o finale della frase o tra soggetto e verbo:

Oggi Luca va al cinema

Luca va al cinema oggi

Va al cinema oggi Luca .

 

L’avverbio può riferirsi anche all’enunciazione dell’intera frase, cioè può non riferirsi a uno specifico elemento: in questo caso definiamo gli avverbi frasali:

Il nemico è stato finalmente sconfitto, stranamente non ha risposto,stranamente scomparvero i documenti, francamente non c’è niente da fare.

 

Gli avverbi frasali si riferiscono dunque al contenuto della frase per qualificare un atteggiamento (sagacemente non ha commentato), per esprimere un giudizio sulla contenuto o il valore della frase stessa ( probabilmente è stato già detto) o per definire un ambito entro il quale la frase è valida (politicamente non è un comportamento accettabile).     

 

Gli avverbi connettivi – dunque, infatti, quindi, pertanto, eppure – hanno la funzione di correlare gli enunciati sul piano testuale, con una funzione simile alle congiunzioni coordinanti, ma con un comportamento sintattico diverso, in quanto hanno maggiore libertà di posizione nella frase e quindi possono trovarsi in posizione parentetica o isolata:

Lei , dopo molti ripensamenti , ha  concluso la trattativa quindi, l’avvocato ha chiarito la faccenda e loro, insomma, hanno rinunciato alla causa.

 

1.3.8 INTERIEZIONI.

 

Le interiezioni sono elementi invariabili del discorso, possono comparire in inizio, in fine o nel mezzo di un enunciato, possono comparire da sole o aggregate a un sintagma e si definiscono principalmente per la loro funzione di rinforzo nell’ espressione di uno stato d’animo, di un ordine, di una preghiera, di un saluto, di un richiamo (ah, oh, mah, ohimè, alt!, deh!, olà!, salve!, ehi, senti!). Le interiezioni sono dette anche esclamazioni.

Le interiezioni sono elementi in cui il significato non è scomponibile e non è ulteriormente combinabile: le interiezioni sono olofrasi, cioè frasi a sé (Zitti!, Basta! Bene!) e solo in alcuni casi possono reggere un complemento (accidenti alla pioggia! ).

Le interiezioni hanno tratti particolari anche dal punto di vista fonetico e grafico. Foneticamente utilizzano suoni non compresi tra le combinazioni di foni dell’italiano (uff, pst!, sst! ) e nel parlato il senso dell’interiezione è spesso veicolato dall’intonazione.

Una interiezione come ah! può esprimere meraviglia, ira, dolore, soddisfazione, rimprovero ecc.

 Anche graficamente le interiezioni sono caratterizzate da peculiarità grafiche (uso di h finale, legame con i segni di interrogazione e di esclamazione).

Il sistema interiettivo di lingue anche affini può presentare notevoli diversità.

Distinguiamo tra interiezioni primarie che hanno esclusivamente funzioni di interiezione e interiezioni secondarie che derivano da altre parti del discorso.

Le interiezioni secondarie costituiscono una categoria aperta, cioè implementabile ( asino!, baccalà!,vipera!, ma anche tapiro! ); molte interiezioni secondarie hanno funzione conativa, cioè rivolgono un ordine, un’esortazione o un apprezzamento al destinatario del messaggio (voce!, forza!, giusto!, vergogna!).  Espressioni interattive hanno valore fatico, cioè sono usate per attivare il canale comunicativo (pronto?, si?, senta!, dica!).

Le formule di saluto sono un tipo di interiezione (addio, ciao, arrivederci, buongiorno/buonasera, salute, di nuovo).

Le interiezioni possono valere come segnali discorsivi.

 

1.3.9 VERBI.

 

Il verbo è una parola variabile che si riferisce ad azioni o stati attribuiti alle entità indicate dai nomi. Il verbo è anche la parte del discorso che dà maggiori informazioni dal punto di vista morfologico (persona, numero, tempo, modo, aspetto, diàtesi). In italiano queste informazioni morfologiche sono veicolate attraverso i suffissi legati al tema verbale nella forma attiva (leggo, scrissero) e nei tempi composti della forma attiva e nell’intera forma passiva sono veicolate con i verbi ausiliari (avere ed essere) premessi al participio passato che a sua volta fornisce l’indicazione del genere (Rosa è stata vista in città) o dell’oggetto (il vino l’ha bevuto Rosa).

Anche dal punto di vista sintattico il verbo è l’elemento centrale della frase, che si costruisce attraverso le reggenze del verbo stesso.

La distinzione tra nome / verbo è una opposizione diffusa in tutte le lingue del mondo.

 

LE FUNZIONI DEI VERBI.

La funzione predicativa rispetto ad un sintagma nominale, svolta dai verbi flessi nei modi finiti, esprime una condizione o un’azione attribuibile ad un individuo, indicato da un nome o da un pronome (Renzo nuota, tu corri, Luca aggiusterà la caldaia).

Un verbo può avere anche una funzione attributiva, come gli aggettivi, una funzione referenziale, come il nome, o una funzione avverbiale. Queste funzioni sono svolte dalle forme dei modi non finiti, cioè dal participio, dall’infinito e dal gerundio (I candidati esclusi hanno presentato ricorso, camminare fa bene alla salute, mi ha risposto urlando)

 

AZIONE VERBALE.

Con azione verbale indichiamo il tipo di azione espressa dal verbo, e in particolare il suo svolgimento nel tempo.

 

Verbi durativi e non durativi: un verbo di azione durativa descrive l’azione che si svolge in un certo lasso di tempo (ascoltare, dormire, correre): questi verbi sono compatibili con un’espressione che indichi una durata dell’azione (il professore ti ascolta durante il colloquio, hanno dormito tutta la notte, devo correre un’ora al giorno).

I verbi non durativi descrivono l’azione senza spessore temporale (addormentarsi, incamminarsi)

 

Verbi telici e non telici: un verbo telico indica un’azione che giunge ad uno stadio finale, conclusivo (costruire, spegnere, arrivare, invecchiare), mentre i verbi non telici indicano un’azione non orientata a uno stadio finale, a una conclusione puntuale e definita (riflettere, spaventarsi, mangiare, camminare).

 Uno stesso verbo può essere considerato a volte telico e a volte non telico in rapporto con la presenza/assenza di un oggetto sul quale l’azione si compie ( Alessandro mangia, Alessandro mangia un biscotto, Lorenzo studia, Lorenzo studia geografia). Solo i verbi telici sono compatibili con espressioni che indichino il tempo necessario per completare l’azione.

 

 

1.4 LA DESCRIZIONE MORFOLOGICA.

 

Nelle grammatiche tradizionali la morfologia è lo studio della flessione delle parole, cioè delle declinazioni e delle coniugazioni.

La linguistica moderna ha approfondito la nozione di morfema, inteso come unità minima di significato e significante. Ogni parola dunque è composta da una somma di piccole porzioni di significato, ciascuno espresso da una sequenza di suoni:

 /can-/ /-e/, /can-/ /-ile/, /viv-/ /-o/, /viv-/ /-rò/.

 Il morfema ha una sua distribuzione, cioè una posizione nella catena delle parole.

La posizione del morfema in italiano è fissa ed è nella parte finale della parola.

 

In base al significato che veicolano possiamo distinguere:

 

Morfemi lessicali = referente concreto, un concetto, una qualità

Morfemi grammaticali = significato di natura linguistica (genere, numero, tempo, modo).

 

La nozione di morfema può essere controversa sul piano applicativo : esistono infatti morfemi polisemici , cumulativi, allomorfi, omonimi.

 

Tra i morfemi grammaticali distinguiamo:

 

morfemi derivativi = usati in maniera produttiva, anche con creatività del parlante,  per formare   parole

morfemi flessivi = usati in maniera sistematica, con significato regolare.         

 

I morfemi flessivi sono raggruppati in classi  di significato omogeneo, cioè Tempo, Aspetto, Modo e Persona, Numero.

 I morfemi flessivi di una stessa classe sono fra loro in distribuzione complementare o in alternanza, per cui un solo morfema esprime Persona- Numero o Tempo-Aspetto-Modo.

[FARE LINK A 1.3.1 e 1.3.2]

Una classe di morfemi flessivi associata ad una variazione sistematica di significato è definita categoria flessiva; il significato di ogni categoria comprende diversi valori.

 Un esempio è la categoria di Tempo che in italiano assume valori come Presente, Imperfetto, Futuro, Passato Remoto, ecc.

 

Il Nome possiede valori di Genere e Numero: rispetto a articoli, aggettivi e pronomi è controllore dell’accordo, cioè modifica i valori degli elementi con cui è in relazione secondo i propri sia all’interno di una frase, di un sintagma che oltre i suoi confini (i bambini bilingui sono integrati, hanno elaborato un questionario. Lo utilizzeranno su un campione).   

[FARE LINK A concordanza 1.3.1]

 

  Ricordiamo che classi e categorie  non sono universali: russo e tedesco ad esempio presentano la categoria del Caso, assente in italiano, francese, inglese; altre lingue non hanno distinzione di genere o di tempo.

 

ALTERATI.

 

Una particolarità dell’italiano è la formazione di alterati con una tecnica sintetica per cui sia nomi che aggettivi con aggiunta di diversi suffissi assumono un valore semantico diminutivo, vezzeggiativo, accrescitivo o peggiorativo:

buono/buonino/buonoccio, cattivo/cattivello/cattivone/cattivaccio, piccolo/piccolino/piccoletto

ragazzo/ragazzino/ragazzaccio/ragazzone/ragazzastro/ragazzetto/ragazzuccio 

I suffissi a loro volta possono combinarsi tra loro o con altri elementi detti interfissi :

mogliettina, pesciolino, piccinino,  festicciola, bambinello

Con i suffissi di alterazione si può determinare un mutamento di genere nel nome:

un donnone, un villino, una palazzina.

 

1.4.1 GENERE.

 

La flessione per Genere è propria dei nomi, degli aggettivi, degli articoli, dei pronomi.

[FARE LINK A 1.3.1 e 1.3.2]

 In italiano l’espressione di Genere e Numero avviene in maniera cumulativa con un unico morfo (una buona cena, i primi arrivati).

In italiano il Genere è maschile e femminile; in altre lingue troviamo una tripartizione con il neutro.

Non hanno flessione di Genere i nomi che indicano:

- esseri inanimati (casa)

- molti nomi di animali (lepre, volpe, corvo)

- nomi di professioni (ingegnere, giudice).

 

Per alcuni nomi e aggettivi è possibile una derivazione del Genere a partire dal maschile (buono-buona, ragazzo-ragazza), ma si hanno forme con morfi cumulativi nelle coppie paziente-paziente, artista-artista.

Una distinzione di genere non flessiva ma espressa da coppie di nomi con derivazione diversa si ha nei tipi uomo- donna, marito-moglie, gallo-gallina, re-regina.

 

Per un processo di analogia, gli apprendenti italiano L2 e anche i parlanti nativi tendono ad omologare il  Genere grammaticale con quello naturale.

 

Distinguiamo quindi tra genere grammaticale, che è una categoria morfologica (la guardia, il vino), e genere naturale, cioè il sesso del referente del nome (il figlio, la figlia).

 

Il Genere può essere determinato convenzionalmente anche su una base semantica: ad esempio i nomi delle piante sono maschili e i nomi dei frutti sono femminili (il melo-la mela), il nome della disciplina o della scienza è maschile, femminile il nome dello scienziato (matematica-matematico).

 

1.4.2 NUMERO.

 

In italiano la categoria del Numero ha i due valori di singolare e plurale.

Il Numero indica l’opposizione tra un solo individuo e più individui.

Anche per il Numero osserviamo fenomeni non lineari:

-nomi con il solo plurale che indicano un solo oggetto (forbici, occhiali, nozze)

-nomi di massa che indicano un’unità non scomponibile (latte, vino, caffè ma i vini toscani)

-nomi collettivi che indicano un insieme (la folla).

 

L’espressione del Numero può essere veicolata anche da elementi lessicali come gli indefiniti e i numerali (qualche soldo, quattro salti, alcuni giorni).

 

1.4.3 CASO.

 

Il Caso segnala, attraverso un morfema flessionale,  cioè una variazione di desinenza, la funzione grammaticale di una parola in relazione con le altre parole della frase.

Il Caso caratterizza lingue antiche come il greco e il latino e tra le lingue moderne il tedesco.

L’italiano ha ridotto quasi del tutto la flessione per Caso; l’indicazione della funzione grammaticale è in italiano data dalle preposizioni.

 

In italiano il Caso si conserva nel sistema dei pronomi personali e nei pronomi relativi.

 

La flessione del Caso italiano ha i valori di nominativo, accusativo, dativo, genitivo, obliquo.

 

I pronomi personali si presentano

nella serie tonica (me, te, esso, essa, lei, sé, noi, voi, essi, esse, loro, sè )

nella serie atona, più articolata e usata senza preposizione (mi, ne, ci, ti, lo, la, gli, le, si, ci, vi, loro).

 

I pronomi atoni sono detti anche clitici e si legano da soli o in nessi di clitici ad  altre parole (fammelo  sapere, glielo dico, dammi). 

Ci e Ne occorrono per il Caso genitivo e obliquo di tutte le persone (che cosa ne pensa ? le spese che ne derivano, ne riparliamo, che cosa ci hanno portato? Ci credo poco).

 Si occorre  nella terza persona singolare e plurale per le forme impersonali .

Si è anche l’unico pronome atono dell’italiano standard che ha valore di soggetto impersonale (si vive una sola volta, non si fuma).

 

L’uso del pronome si è particolarmente complesso: il si pronome coincide formalmente con il riflessivo  di terza persona singolare e plurale ( Anna si pettina, gli studenti si sono aiutati ).

 In italiano esiste anche il si passivante, a  cui segue un verbo al plurale (i giornali  si stampano ogni giorno).

 

Nell’italiano contemporaneo il sistema complesso della flessione del Caso pronominale tende a una ristrutturazione: ad esempio nel parlato la forma  gli è estesa al femminile e al plurale (gli ho dato/ ho dato loro), è esteso anche ci ( prova a parlarci/ prova a parlare con lui, con lei).

 

Il pronome relativo che ha una flessione di Caso costituita dalla forma che per il nominativo e dalla forma cui per il dativo e genitivo.

Alla forma cui si possono premettere le preposizioni a, da, per .

Ricordiamo che il pronome relativo il quale non ha flessione secondo il Caso ed esprime i diversi ruoli grammaticali attraverso le preposizioni.  

 

1.4.4 MORFOLOGIA VERBALE: PERSONA, MODO, TEMPO.

 

Il verbo italiano è flesso secondo le categorie di Tempo-Modo-Aspetto , Persona-Numero, Diatesi.

 La flessione del verbo genera un grande numero di forme, distinte in forme semplici (amo) e forme composte (abbiamo amato).

Le forme semplici hanno un affisso di Tempo-Aspetto- Modo seguito da uno di Persona-Numero (parliamo, ascoltate).

Le forme composte sono formate da una prima parola, che è un verbo di supporto  detto ausiliare (essere e avere ma anche andare e venire per la diatesi passiva)  che veicola i significati  Tempo-Modo-Aspetto, e da una seconda parola, che è il participio passato del verbo e porta il significato lessicale (hanno parlato, abbiamo ascoltato).

 

Le forme composte di solito esprimono un valore di anteriorità.

 

La diatesi  (o forma o voce) esprime il rapporto del verbo con  soggetto o oggetto.

La diatesi può essere :

- attiva quando il soggetto coincide con l’agente dell’azione (i vigili regolano il traffico);

- passiva quando l’agente non è il soggetto (il traffico è regolato dai vigili);

- riflessiva quando soggetto e oggetto coincidono (Anna si pettina).

 

La diatesi passiva e quella riflessiva si possono avere solo con verbi transitivi; nella diatesi passiva e riflessiva si usano forme composte con il verbo essere (sono lavato).

 Con un verbo intransitivo il verbo essere è usato per le forme composte dei tempi passati.

    

 PERSONA. 

 

La categoria di Persona fa riferimento al parlante, all’ascoltatore o al contesto coinvolti nella comunicazione e si esprime attraverso i valori di prima, seconda e terza persona singolare o plurale.

Esprimono la flessione di Persona-Numero i verbi di modo finito, i pronomi personali e i possessivi.

Nel verbo la Persona è in genere espressa da un morfema flessionale (espressione sintetica: andiamo, pensava); in casi di ambiguità o nei modi non finiti è espressa da un pronome (espressione analitica: essendo tu partito, che tu vada).

 

I pronomi personali tu, lei, ella, voi, loro hanno anche funzioni di allocutivi, si usano cioè per rivolgersi a qualcuno secondo delle convenzioni di uso  e di cortesia (come tu hai chiesto, come Lei ha chiesto, come Ella ha chiesto, come Loro hanno chiesto, come Voi avete chiesto).

 

MODO.

 

La categoria di modo indica il tipo di comunicazione che il parlante instaura con il suo interlocutore o l’atteggiamento del parlante verso la sua stessa comunicazione.

 

 

In italiano il modo ha

  • valori di modo finito: indicativo, imperativo, congiuntivo, condizionale  

 

  • valori di modo non finito: participio, gerundio, infinito.

 

I modi di valore non finito sono da considerare un’estensione tradizionale e in parte arbitraria.

 

La categoria di modo esprime certezza o incertezza sulla realizzazione dell’evento, ma spesso indica anche la dipendenza sintattica che possiamo così riassumere:

 

Indicativo: modo della realtà e delle frasi principali.

 

Imperativo: modo che esprime ordini, consigli, suppliche, inviti, preghiere; ha solo le forme della prima e seconda persona; la funzione imperativa per la terza persona è assolta dal congiuntivo, detto iussivo o esortativo  (che vada lui) o ottativo se esprime desiderio, speranza (Fosse vero!) .  

 

Congiuntivo: modo che esprime la componente potenziale e dubitativa, usato nelle frasi dipendenti, completive (vorrei che tu studiassi), interrogative indirette (gli chiese se avesse capito), relative limitative(voglio qualcuno che mi ami)o introdotte da congiunzioni che selezionano il congiuntivo(gli telefono benché sia tardi). Il congiuntivo compare nelle frasi principali solo come sostituto dell’imperativo (venga, entrino) o con valore dubitativo o ottativo (volesse il cielo, fosse vero).

Nell’italiano contemporaneo soprattutto parlato in dipendenza dei verbi di opinione, nelle interrogative indirette, nelle relative restrittive il congiuntivo è sostituito dall’indicativo. 

 

Condizionale: modo che esprime diversi gradi di variazione della certezza, connota un’azione nel senso della soggettività e della relatività; ha solo i tempi presente e passato, è usato nelle frasi semplici.

 Collegato a una subordinata ipotetica, il condizionale esprime la conseguenza prodotta dalla realizzazione di una certa ipotesi (se non ti dispiace, vorrei andare via). Nelle richieste ha valore attenuativo (potrebbe ripetere?). Il condizionale passato nelle frasi dipendenti può avere valore di futuro nel passato: credevo che sarebbe venuto.

 

 I modi non finiti non presentano marche di modo e di persona, e sono indicati perciò anche come forme nominali del verbo perché possono assumere le marche di persona e genere nel participio.

 

Infinito: usato al presente e più raramente al passato; è usato

  • in frasi nominali (viaggiare informati),
  • in dipendenza di servili servili o fraseologici (voglio imparare)
  •  nelle frasi dipendenti implicite dove l’infinito è in genere introdotto da preposizioni (andiamo a vedere, spero di venire).

 L’infinito presente si usa anche in frasi interrogative o esclamative (che fare?). In molti contesti l’infinito ha valore nominale ed è preceduto da  articolo pur mantenendo reggenza verbale (nel comunicarvi la notizia).

 

Gerundio: modo con funzioni molteplici nelle dipendenti implicite, ha due tempi, il presente e il passato. Il gerundio può avere rapporti di stretta dipendenza con un verbo finito per indicare un’assoluta contemporaneità: andava correndo. La più frequente perifrasi verbale dell’italiano contemporaneo è formata da stare+ gerundio ed esprime la duratività dell’azione, caratterizzando il presente deittico sto mangiando o il valore dell’imperfetto stavo mangiando.

 

Participio: modo con funzioni nominali, ha due tempi, il presente e il passato. Il participio presente nell’italiano contemporaneo ha valore aggettivale o nominale (un sogno ricorrente, una folla urlante). Il participio passato è l’unica forma italiana che marca il genere, si usa nelle frasi dipendenti implicite (appena arrivati, hanno cercato gli amici).

 Il participio passato è usato nei tempi composti della forma attiva e nella diatesi passiva.

 

 TEMPO.

 

La categoria del Tempo fa riferimento al momento dell’enunciazione, visto come contemporaneo, anteriore o posteriore all’azione descritta dal verbo.

Il presente, il passato e , per il modo Indicativo, il futuro sono detti tempi deittici.

Il presente indica:

- un evento contemporaneo al momento dell’enunciazione (leggo il giornale, vieni qui!)

- un’azione abituale (pranziamo alle tredici, chiude il sabato)

- un’azione atemporale (il fumo fa male).

 

Il presente compare al posto del futuro accompagnato da un elemento temporale (dopo che ho terminato questo lavoro, mi prendo una vacanza)  

 

Il presente storico si usa con riferimento al passato (Il Romanticismo si diffonde in Europa).

 

La categoria dell’aspetto non è marcata nel presente.

 

Il futuro si riferisce a un’azione posteriore al momento dell’enunciazione (la vedrò domani, sarà disponibile in libreria tra una settimana).

Nell’italiano contemporaneo il futuro è sostituito spesso dal presente, mentre è diffuso nel parlato il tipo vedrò di+ infinito nel senso di “cercherò di” (vedrò di venire).

Il futuro acquista spesso valori modali, ad esempio:

- nel futuro “epistemico” che esprime ipotesi e previsioni  ed anche dubbi e incertezze (a quest’ora avrà cenato, uno scrittore che conoscerete, sarà anche vero, )

 - nel futuro deontico, che esprime valore di “dovere” (le richieste dovranno pervenire entro il 20 gennaio)

- nel futuro in dipendenza di un verbo di opinione al posto del congiuntivo (credo che verrà). 

 

Gli eventi anteriori al momento dell’enunciazione si distinguono in tre forme: imperfetto, passato prossimo, passato remoto.

L’imperfetto indica eventi passati durativi (durante la guerra si faceva la fame, negli anni Sessanta abitava a Milano ) o abituali (in estate facevamo i bagni al mare, in inverno andava a Cortina ) ;

il passato remoto indica un evento trascorso e definitivamente concluso (Dante nacque nel 1265, abitai a Roma);

il passato prossimo indica il risultato di un’azione con effetti sul presente ed ha forma composta con un ausiliare (ho abitato a Napoli da dieci anni).

 

L’imperfetto è un tempo in espansione nell’uso odierno , con valori modali:

-tende a sostituire congiuntivo e condizionale ad esempio nel periodo ipotetico dell’irrealtà del passato (se venivi ti divertivi)

-è usato nell’imperfetto di cortesia (volevo un caffè)

-è usato nel discorso indiretto come “citazione” ( mi ha detto che faceva tardi).

  

Futuro anteriore, trapassato prossimo e remoto sono detti tempi anaforici perché esprimono anteriorità o posteriorità rispetto a un altro tempo espresso dal testo o ricavabile dal contesto.

I tempi anaforici dunque non esprimono anteriorità o posteriorità rispetto al momento dell’enunciazione.

Questi tempi hanno una forma composta con ausiliare.

 Il passato remoto, che costituisce uno dei tempi più complessi del paradigma verbale, è oggi in regresso nel parlato; è invece preferito anche per la sua formazione analitica il passato prossimo anche con riferimento ad azioni concluse e lontane nel tempo (questo libro è stato scritto venti anni fa).

 

1.5 Riferimenti bibliografici

C. Andorno, Dalla grammatica alla linguistica, Torino, Paravia Scriptorium, 1999; ristampato col titolo Grammatica italiana, Milano, Bruno Mondadori, 2004

P. D’Achille,L’italiano contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2003

Grande grammatica italiana di consultazione, a cura di L. Renzi, G. Salvi, A. Cardinaletti , 3 voll., Bologna, Il Mulino, 1988-1995

L. Serianni (con la collaborazione di A. Castelvecchi), Italiano, Milano, Garzanti, 1977

 

 

 

 

 

 

2.1 La tipica parola italiana

 

Il termine parola indica un’unità linguistica a cui sono associati una funzione grammaticale e un significato. E’ separata graficamente dalle altre da spazi e dotata di coesione interna, per cui non si possono inserire altri elementi al suo interno, né si può mutare l'ordine degli elementi che la costituiscono. [FARE LINK A paragrafo 0.3.5.3 La parola -  modulo 0 di 120 ]

 

Un lemma. [FARE LINK A RIQUADRO N. 1] è la parola che serve da intestazione di una voce di vocabolario, è la forma scelta quando si deve citare una parola.

Le parole dell’italiano sono facilmente riconoscibili perché ci sono criteri formali per identificarle.

Voi, in quanto insegnanti di italiano, dovreste abbastanza facilmente individuare alcuni criteri formali per riconoscere una tipica parola italiana.

Provateci e poi confrontate le vostre risposte con quelle date. [FARE LINK A RIQUADRO N. 2]

 

 

2.1.1 Quello che gli stranieri pensano delle parole italiane

 

Con allievi stranieri conviene avvicinarsi a una definizione ostensiva di parola italiana, facendo vedere quali sono i tipi più diffusi e riconoscibili di parole italiane.

Ad esempio si può attirare l’attenzione sulle lettere [FARE LINK A RIQUADRO N. 3], con cui sono scritte le parole italiane e più ancora sulle sillabe [FARE LINK A RIQUADRO N. 4] di cui sono formate le parole italiane.

Ci sono degli stereotipi diffusi tra gli stranieri circa la lingua italiana come lingua “piena di vocali[FARE LINK A RIQUADRO N. 5], con “parole molto lunghe [FARE LINK A RIQUADRO N. 6], che finiscono sempre in vocale  [FARE LINK A RIQUADRO N. 7]

Gli stereotipi partono da impressioni che è bene valorizzare in quanto fanno parte della competenza metalinguistica “popolare”. Tuttavia è bene far riflettere gli allievi, tanto italiani quanto stranieri, sulla fondatezza scientifica di queste idee comuni.

 

2.1.2 Perché non scrivete l’accento?

Ci sono delle incertezze, diffuse tra stranieri e italiani, che statisticamente non avrebbero ragion d’essere, ma per le quali si può vedere una causa nella mancanza di indicazioni della sillaba accentata nella grafia italiana.

Come dimostrano le pronunce popolari di  mollica, edile, persuadere, tutte sdrucciole, cioè con accento sulla terzultima sillaba, a fronte della pronuncia tradizionale che le vuole piane, cioè con accento sulla penultima sillaba, anche gli italiani hanno dei problemi.

L'accento considerato normale in italiano è quello sulla penultima sillaba (quasi il 70% delle forme).

Le parole sdrucciole (tavolo) sono il 21,63%, mentre le bisdrucciole (másticano) sono molto più rare (0,65%).

Le parole tronche, quelle con l'accento sull'ultima sillaba, sono il 9,52%

Quando ai verbi si "attaccano" dei clitici (cálcola+telo ® cálcolatelo) possiamo avere in italiano anche delle trisdrucciole.

Agli stranieri va ricordato che i morfemi derivazionali hanno un accento che “regalano” alla parola in cui compaiono. [FARE LINK A  paragrafo 2.2.2]

Sdrucciole e bisdrucciole hanno l'accento tipograficamente marcato solo nei dizionari, non nei testi.

L'accento piano, essendo l'accento normale, non è mai marcato graficamente, talvolta neppure nei dizionari, a meno che la sillaba accentata contenga le vocali e, o di cui i dizionari devono indicare l'apertura o chiusura.

 

 

2.1.3 Parti del discorso ben differenziate

 

Il fatto che l’italiano sia morfologicamente ricco è un inconveniente dal punto di vista di chi deve produrre dei testi in italiano, perché richiede lo sforzo di imparare morfemi flessionali e derivativi. [FARE LINK A paragrafo 0.3.1.1 Il morfema - modulo 0 di 120], ma è un vantaggio per chi deve invece capire testi in italiano, sia orali che scritti.

I sostantivi, i verbi, gli aggettivi e gli avverbi si distinguono abbastanza chiaramente gli uni dagli altri grazie ai morfemi che li compongono. Questo fa sì che l’ordine dei costituenti di un enunciato italiano sia più facilmente comprensibile che in lingue povere di morfologia come l’inglese, in cui la posizione delle parole [FARE LINK A RIQUADRO N. 8] determina il loro appartenere a una parte del discorso o ad un’altra.

Anche in italiano ci sono significanti che possono appartenere a più di una parte del discorso: tipicamente si tratta di forme dei verbi che sono diventate nomi o aggettivi

Participio presente ®aggettivo® sostantivo

Es. ambulare, ambulante, venditore ambulante, ambulante

Participio passato ®aggettivo® sostantivo

Vedere, visto, mal visto, il visto

infinito® infinito sostantivato

avere ® l’avere, gli averi

aggettivo ® aggettivo sostantivato

povero ® il povero

[FARE LINK A 1.3.1]

 

 

2.1.4 Nei testi ci sono molti omonimi

 

Un’altra causa per cui a un significante possono essere attribuite più parole di parte del discorso diversa è l’omonimia [FARE LINK A RIQUADRO N. 9]

Chi ritiene l'omonimia molto rara in italiano, parte da un computo dei soli lemmi omonimici riscontrabili nei dizionari monolingui e trascura tutti i casi in cui forme verbali flesse sono omonime di sostantivi (es. legge, letto, affetto, porto, pianta, ecc.). E' stato calcolato che in un testo italiano un programma che deve ricondurre le forme presenti in un testo a un lemma, si trova il 46% di forme doppiamente o triplamente etichettabili a causa degli omonimi e in particolare degli omonimi di flessione (cf. De Mauro 1994, xix).

Raramente nell’insegnamento dell’italiano a italiani l’omonimia nei testi viene considerata un problema, perché la comprensione del contesto scioglie immediatamente l’eventuale equivoco. [FARE LINK A RIQUADRO N. 10]

Per allievi stranieri la difficoltà può essere maggiore e nel proporre domande di comprensione di testi ascoltati o letti sarà bene tenerne conto.

 

2.2 Le parole derivate: croce e delizia dell’italiano

 

Sono ben poche le parole italiane formate da un solo morfema: coincidono con i monosillabi e con parti invariabili del discorso quali avverbi e esclamazioni (ad es. sempre, più, mah, caspita ).

I morfemi [FARE LINK A paragrafo 0.3.1.1 Il morfema   modulo 0 di 120] grammaticali o flessivi, come vengono talora chiamati quei morfemi che portano informazioni sul numero, sul genere dei nomi e degli aggettivi o dei pronomi o su tempo, modo, persona, diatesi dei verbi sono di pertinenza di uno studio morfologico e grammaticale dell'italiano.

Fra i linguisti si discute sul confine del morfema lessicale, quello che porta l’informazione semantica: ad es.  nero va diviso in ner-, morfema lessicale, e -o morfema flessivo? Oppure il morfema lessicale è nero?

Con la seconda ipotesi si suppone che quando il morfema lessicale nero viene a contatto con il morfema flessivo  -o, oppure -a, -e, -i, si ha un’elisione della vocale terminale, detta vocale tematica, perché appunto vocale che unita alla radice dà il tema della parola. [FARE LINK A RIQUADRO N. 11]

Ricapitolando: il tema contiene due morfemi, la radice e la vocale tematica che determina l’appartenenza della radice ad una classe flessiva. La o di pizzo ne determina l’appartenenza alla classe dei nomi maschili; la a di gioca ne determina l’appartenenza alla classe dei verbi di prima coniugazione.

 

2.2.1 I derivati sono una croce

 

I morfemi portatori di un valore semantico più specifico, quali i morfemi lessicali e gli affissi, sono molto importanti per una descrizione del lessico.

I morfemi lessicali differenziano le parole le une dalle altre in modo macroscopico (nero e bianco sono due parole diverse perché ner(o) è diverso da bianc(o) e ha un diverso significato).

Gli affissi [FARE LINK A RIQUADRO N. 12] differenziano le parole in modo tale che fra base e derivato mediante affissazione si riconosca una relazione (ad es. ecologia-ecologista; antiquario-antiquariato). La principale funzione degli affissi è permettere al lessico di ampliarsi, senza implicare grandi sforzi creativi e di memoria.

Gli affissi però ampliano anche il corpo grafico della parola, la rendono complessa e lunga.

Un altro problema più specifico dell’italiano, ma anche di altre lingue neolatine, è la grande varietà[FARE LINK A RIQUADRO N. 13] degli affissi.

 

2.2.2 I derivati sono una delizia perché i morfemi derivativi portano il genere

 

Questa è un’affermazione tipica dell’insegnante di italiano a stranieri. Per l’insegnante d’italiano a italiani il genere delle parole non è un problema, ma nell’insegnamento a stranieri è una delle fonti di errore più persistenti.

I morfemi derivativi non portano solo un genere, ma attribuiscono anche un accento e aiutano gli studenti la cui lingua madre non è ricca di morfologia derivativa a memorizzare la parte del discorso a cui appartiene una parola italiana derivata.

 

2.2.3 E’ utile insegnare la morfologia derivativa agli stranieri?

 

Coi principianti è soprattutto utile insegnare a riconoscere le parti del discorso anche attraverso le loro caratteristiche formali. La morfologia derivativa è una delle caratteristiche più vistose e rivelatrici della parte del discorso. Saper individuare le parti del discorso è fondamentale per capire

l’ordine delle parole a livello di sintagma, dal momento che l’ordine dei costituenti all’interno dell’enunciato è soggetto oltre che a regole sintattiche a regole pragmatico-testuali sempre più seguite anche nello scritto[FARE LINK A MODULO 4.2, 4.3 e a modulo  8.2].

Con allievi di livello intermedio avanzato si può tentare un insegnamento della morfologia a fini produttivi dei soli morfemi più vitali nell’italiano moderno. L’insegnante deve essere conscio che ci possono essere degli inconvenienti [FARE LINK A RIQUADRO N. 14] soprattutto con certi allievi.

Nel complesso i vantaggi dovrebbero superare gli inconvenienti, soprattutto se l’allievo è in Italia, ha la possibilità di ascoltare e leggere molto, di impadronirsi dei derivati che più gli servono e quindi si trova nella condizione di riusare solo materiale lessicale derivato della cui esistenza è certo.

 

2.3 Conoscere la formazione delle parole per capire

 

Innanzitutto è utile far riconoscere agli allievi i morfemi flessionali e in particolare quelli verbali perché il verbo è il cuore della costruzione della frase [FARE LINK A MODULO 4.3.1 e 4.3.2] e il morfema verbale permette di individuare il soggetto sintattico attraverso il numero, e consente anche, attraverso la marca di tempo, di situarlo rispetto al momento di enunciazione.

Individuare il valore semantico del verbo permette invece di farsi un’idea degli altri partecipanti all’azione o evento e quindi di cercarli nell’enunciato che si ha di fronte.

Quando, come spesso avviene in italiano, il soggetto sintattico non è un sintagma nominale pieno, ma un pronome non espresso, il morfema flessionale è la chiave per stabilire il soggetto, ovviamente insieme alla conoscenza del significato della radice lessicale.

All’inizio conviene far analizzare frasi e testi con verbi non derivati (o al massimo con prefissi che resteranno per un po’ non analizzati) perché l’allievo, specie se molto giovane, possa concentrarsi di più sui morfemi flessionali. I materiali in commercio destinati ai principianti di solito aiutano in questo [FARE LINK A paragrafo 2.6 in questo MODULO]; il docente deve prestare attenzione alle parole presenti nei testi che presenta quando usa materiale autentico.

 

2.3.1 Formazione e parafrasi esplicative

 

Con i nomi, gli aggettivi e gli avverbi derivati ( ma in generale con tutti i derivati in cui sia facile riconoscere la radice) la riflessione sulla formazione andrebbe fatta attraverso una parafrasi che chiarisca il significato usando la parola da cui derivano.

Ad esempio, anziché spiegare costoso solo con caro o con “che costa molto” spiegarlo anche con “di costo notevole”; definire lavabile come “che si può lavare”, ferroviario con “della ferrovia”, comunale “del comune”.

Questa parafrasi esplicativa  rafforzerà anche nell’allievo la consapevolezza che gli aggettivi derivati stanno quasi sempre dove starebbe un sintagma preposizionale o un frase relativa, cioè dopo il nome a cui si riferiscono.

 

2.3.2 Il difficile italiano delle parole formate con elementi di composizione greci e latini

 

L’italiano ha usato e continua a usare più di altre lingue elementi di composizione dotti per formare nuove parole.

Ad esempio, se cerchiamo nei dizionari parole attestate per la prima volta tra il 1990 e il 1999 ne troviamo più di 1100; di queste quasi 500 sono composte da elementi dotti [FARE LINK A RIQUADRO N. 15].

Nessuna di queste tuttavia fa parte del lessico fondamentale [FARE LINK A paragrafo 2.6  in questo modulo]; appartengono a settori scientifici, in particolare alla medicina e alla biologia.

Dei più dei 700 elementi di composizione dotti registrati dai dizionari di lingua italiana, il docente di italiano a stranieri selezionerà quelli che trova nei libri di testo che i suoi allievi debbono studiare.

Come in altre situazioni è utile far decidere agli allievi adolescenti o adulti gli elementi di composizione che interessa loro memorizzare, partendo da una lista ampia che il docente avrà appunto ricavato da un incrocio fra dizionari e parole dotte riscontrate nei manuali di studio.

 

 

 

 

 

 

2.3.3 Unità multilessicali e loro morfosintassi

 

Le unità multilessicali sono parole formate da più parole grafiche separate: lecca lecca, lemme lemme, ferro da stiro, natura morta, scala mobile, conto corrente, alta fedeltà, cessate il fuoco, non credente, su e giù, va e vieni, zero zero sette, fare posto,  messa a punto, davanti a, alla coque, pian piano.

Queste unità formate da parole grafiche separate non sono interrompibili da aggettivi o avverbi, salvo rari casi.

Le unità multilessicali presentano dei problemi agli stranieri (e talvolta anche agli italiani) in fase di produzione di testi:

- sul piano ortografico c’è incertezza sui confini interni dell’unità multilessicale

- sul piano morfosintattico sorgono dubbi nella formazione del plurale.

I dizionari italiani registrano in numero sempre maggiore le unità multilessicali, ma non sempre forniscono informazioni utili per usarle nei testi. Per gli stranieri queste informazioni, che gli italofoni danno per scontate, sono importanti. [FARE LINK A RIQUADRO N. 16]

 

2.4 Conoscere la formazione delle parole per parlare e scrivere. I deverbali

 

Il lessico delle discipline di studio è formato di molti nomi e aggettivi deverbali, cioè derivati da verbi. Ma anche il linguaggio dei giornali ne è ricco.

Gli stranieri tendono a riprodurre i deverbali più frequenti perché pensano sia meglio evitare di scrivere molte frasi con verbi da coniugare al tempo richiesto.

Tuttavia non dominano le reggenze preposizionali dei deverbali,

  • perché sono mal dominate dagli stessi italiani, che non offrono quindi un input univoco
  • perché la didattica delle preposizioni rette da nomi o aggettivi è relativamente recente, non ancora del tutto consolidata e quindi gli stranieri (o gli italiani incerti) non trovano in grammatiche e dizionari il soccorso di cui hanno bisogno.

Poiché i deverbali “compattano” intere frasi in un sintagma è bene soffermarsi sulla loro spiegazione quando li si incontra, facendo osservare che i riferimenti temporali al momento dell’enunciazione vengono persi quando si trasforma un verbo in un nome e si possono recuperare solo con aggiunte lessicali. Aggiunte che di solito però vengono tralasciate, a tutto svantaggio della chiarezza dei testi.

ES. Il ministro ha dichiarato che le tasse sono aumentate

La dichiarazione del ministro circa l’aumento delle tasse (circa l’avvenuto aumento delle tasse)

Il ministro ha dichiarato che le tasse aumenteranno

La dichiarazione del ministro circa il futuro aumento delle tasse

Il ministro dichiarerà che le tasse aumenteranno

La prossima dichiarazione del ministro circa l’aumento delle tasse (circa il futuro aumento delle tasse)

 

2.4.1 La sintassi dei deverbali

 

La sintassi dei deverbali è un punto molto poco trattato da dizionari e grammatiche. E’ fonte di molti errori anche per gli italiani parlanti nativi. La sua piena comprensione e la corretta produzione comportano parecchio esercizio.

Il verbo diventa un nome

Dichiarare ® dichiarazione

Il soggetto del verbo diventa un sintagma preposizionale introdotto da di

Il ministro dichiara ® la dichiarazione del ministro

Anche il complemento oggetto diventa un sintagma preposizionale introdotto da di

Qualcuno acquista un quadro  ® l’acquisto del quadro

Quando sono da esplicitare sia il soggetto che il complemento oggetto, il soggetto è introdotto dalla locuzione preposizionale da parte di 

Il collezionista acquista il quadro®  L’acquisto del quadro da parte del collezionista

Complementi indiretti del verbo di solito conservano la preposizione retta dal verbo

Molti cittadini hanno aderito a questa iniziativa

L’adesione di molti  cittadini all’iniziativa

Il treno arriva a Roma alle tre

L’arrivo a Roma del treno alle tre.

Gli ambasciatori si incontreranno con il Presidente

L’incontro degli ambasciatori con il Presidente

Per capire chi fa che cosa in un sintagma con deverbali bisogna avere prima ben chiaro il quadro dei complementi del verbo originario. Ecco un titolo di giornale:

L’appello contro la fame del Papa

Chi ha fame? Chi fa un appello contro la fame?

 

2.4.2 E’ nato prima l’uovo o la gallina?

 

Martellare deriva da martello, perché significa “picchiare con un martello”.

Non si può dire altrettanto di arrivare e arrivo. Anzi un’analisi del significato mostra che sarebbe controintuitivo far derivare un verbo dal nome di un processo.

Arrivo deriva dal tema di arrivare cioè da arriva- a cui si è aggiunta la marca di flessione nominale maschile -o con elisione della vocale tematica -a. La flessione in -o è frequente  come dimostra il gran numero di deverbali di questo tipo presenti  nel lessico fondamentale italiano [FARE LINK A RIQUADRO N. 17].

Anche la flessione nominale in -a, ha tuttavia prodotto derivati. Paga deriva dal tema di pagare, delega da quello di delegare, dedica da quello di dedicare

Spiega e notifica sono invece forme ridotte di spiegazione e notificazione; come apprendiamo da ricerche sulla storia di queste parole. [FARE LINK A RIQUADRO N. 18].

 

2.4.3 I derivati in –tore/trice o -ista 

 

Fra i derivati che può essere utile imparare a riconoscere ci sono quelli che indicano chi fa l’azione indicata dal verbo. O che indicano una professione.

I suffissi che producono nomi d'agente, partendo da verbi sono -tore/trice, -ante/ente, -ino/ina, -one/ona; es. sciatore, insegnante, imbianchino, chiacchierone.

I suffissi che si applicano a nomi sono:-aio, -ario, -iere, -ista, -eto, -ile, -ino,. (salumaio, bancario, gioielliere, impiantista, canneto, porcile, bagnino.

I più produttivi sono -tore/trice e -ista.

 

2.4.4 Importanza pragmatica degli alterati

 

I derivati che colpiscono di più gli stranieri sono in genere gli alterati, perché sono vistosi sul piano fonico e nessuna lingua neolatina ne è altrettanto ricca. [FARE LINK A RIQUADRO N.19]

E' impossibile prevedere quali e quanti suffissi alterativi si possono utilizzare con un nome o un aggettivo, perciò i dizionari monolingui italiani sono soliti elencare le forme alterate possibili. L'unica regola consiste nel predire che difficilmente si altera un nome con un suffisso simile alle lettere con cui finisce il nome stesso: tetto, tettuccio  ma non *tettetto (tuttavia cucinino esiste).

Un tempo si sottolineava la copiosità di alterati (soprattutto diminutivi e peggiorativi) nell’italiano usato dagli adulti per parlare ai bambini o per scrivere letteratura per l’infanzia.

I traduttori di romanzi dall’italiano in altre lingue si lamentano in genere della difficoltà di render il valore degli alterati italiani perché spesso, sempre più spesso, gli alterati non riportano qualità del referente, ma riflettono l'atteggiamento del parlante/scrivente.

I linguisti di recente hanno studiato soprattutto questo valore pragmatico[FARE LINK A RIQUADRO N.20] negli alterati nell’italiano parlato e .il contributo degli alterati alla neologia, cioè alla formazione di parole nuove. [FARE LINK A RIQUADRO N.21].

 

2.5 Come si è formato nel tempo il lessico italiano

 

Il lessico italiano deriva in gran parte (60%) dal lessico della lingua latina, ma il prelievo di materiale lessicale non è stato fatto in una sola epoca e solo per tradizione orale.

Ci sono parole derivate dalla tradizione orale popolare come oro, albero, coda, figlio,e altre che invece ci sono arrivate per tradizione dotta e scritta come aureo, arboreo, caudale, filiale.

In un apprendimento che propone lessico graduato e privilegia la comunicazione orale, le parole di tradizione dotta vengono insegnate/apprese in un secondo momento (se mai vengono insegnate/apprese) rispetto alle prime che invece fanno parte del lessico fondamentale dell’italiano.

Ha senso far apprendere insieme la coppia parola base – derivato dotto soltanto con adulti scolarizzati che integrano le lezioni in classe con letture autonome, magari di ambito specialistico. [FARE LINK A RIQUADRO N.22].

 

2.5.1 Come iniziano le parole italiane (prefissi e assimilazione)

 

I prefissi più produttivi nell'italiano sono a-, di-, de-, in-, con-, per-, ri-, re-, s-. Talvolta il prefisso ha un significato preciso ( si pensi a quelli temporali e spaziali come sotto-, fuori-, post-, ante- o superlativi come arci-, stra-, ultra- ) e dà luogo a un derivato dal significato trasparente; in altri casi invece non è possibile ricavare il significato del prefisso in parole come promettere, condurre, perché ci sono già arrivate prefissate dal latino.

I derivati con prefissi appartengono alla stessa categoria grammaticale della base, della quale mantengono i tratti morfologici, sintattici e semantici fondamentali.

Vi sono prefissi come dis-, super-, s-, inter- che si premettono sia a nomi che ad aggettivi e verbi (disimpegno, disilluso, disinserire; sfortuna, sleale, svestire; interlinea, interregionale, interagire); altri come i prefissi negativi a(n)- e in- ( amorale, intoccabile) sono tipicamente aggettivali.

Capire se all’inizio di una parola italiana c’è un prefisso può guidare lo straniero a individuare l’ortografia della parola. [FARE LINK A RIQUADRO N.23].

 

2.6 Il centro e la periferia del lessico italiano

 

Con le 2000 parole fondamentali copriamo il 95% delle parole presenti nei testi . Queste 2000 parole dovrebbero essere un traguardo lessicale minimo di chi vuol portare i propri allievi ad un livello discreto di vita scolastica. [FARE LINK A RIQUADRO N.24]

Con queste 2000 parole, gli italiani con un’istruzione almeno elementare oppure media o superiore, riescono a capire chiunque e a farsi capire da chiunque. Ciascun parlante poi conosce e usa diverse altre migliaia di parole.

Se a queste prime 2000 parole fondamentali si aggiungono le altre 2750 parole più largamente diffuse (di alto uso) si arriva a poco meno di 5000 parole con le quali è scritto oltre il 99,7% dei testi in lingua italiana.

Come si fa a raggiungere una tale copertura? Includendo nelle liste le parole più frequenti in assoluto, le mediamente  frequenti in tipi di testi diversi, nonché quelle di alta disponibilità. [FARE LINK A RIQUADRO N.25].

 

 

2.6.1 Le parole più frequenti sono anche le più polisemiche

 

I parlanti nel corso dei secoli hanno caricato di significati nuovi le parole più comuni, perché così hanno ottenuto con il minimo sforzo un lessico vasto, adatto a più contesti.

L’insegnante che ha di fronte dei principianti non deve selezionare soltanto i significanti, ma anche i significati elementari, più comuni, fra i molti che quel significante può avere.

Quando sceglie un testo l’insegnante non deve solo controllare che abbia un lessico con parole comuni, deve assicurarsi che le parole comuni siano usate nel significato più comune, o altrimenti spiegare il significato non comune. [FARE LINK A RIQUADRO N.26].

 

2.6.2 Come si riconosce una parola difficile ?

 

Ecco alcuni spunti pratici:

  • più una parola è lunga, più è difficile
  • le parole più frequenti sono più corte e più facili
  • un verbo è più difficile di un nome perché ha tempo e persona e modo e perché regge dei complementi
  • una parola che ne regga altre è più difficile (sia essa un verbo, un aggettivo o un nome)
  • un’unità multilessicale è più difficile di una parola singola
  • una parola composta con elementi greco-latini è più difficile di una derivata, a meno che non sia presente quasi uguale nella lingua dell’apprendente
  • un iperonimo multilessicale (es. luogo di culto, arma da fuoco) è più difficile da ricordare dei suoi iponimi (es. chiesa, moschea o fucile, pistola)
  • è difficile distinguere i nomi collettivi (es. frutta,  arredamento, vestiario) dagli iperonimi (es. frutto, mobile, indumento), ma lo è anche per i parlanti nativi
  • una parola che contenga digrammi e trigrammi (gn, gl, sc, sch, ecc.) è più difficile
  • una parola che inizia per vocale  e finisce in –ista è difficile perché non rivela il proprio genere se non attraverso aggettivi d’accompagnamento

 

Se si prova a chiedere a qualche straniero quali sono le parole difficili per lui, ci si accorgerà che i criteri usati non sono questi e che quindi gli spunti da 1 a 10 si possono integrare e confutare.

 

2.7 Usare i dizionari nella didattica del lessico?

 

Vorremmo convincere i docenti contrari all’uso dei dizionari in classe a prendere in considerazione almeno la didattica delle abilità di consultazione: un insegnante avvertito e sollecito del progresso dei propri allievi deve aiutarli a studiare e a imparare anche quando sono da soli. Converrete con noi che, uscito dalla classe, lo studente consulterà i dizionari più spesso del libro di testo o di una grammatica italiana.

Un modo per rendere più attivo l’apprendimento delle abilità di consultazione è creare un dizionario “fai da te” frutto del lavoro di gruppo della classe.

Ogni momento

- dalla selezione dei lemmi partendo da forme di parola nei testi

- all’assegnazione di una parte del discorso

- alla definizione

- al corredo esemplificativo

è un’operazione utile per accrescere la consapevolezza metalinguistica degli allievi.

 

 

 

 

2.7.1 Usare i dizionari elettronici per produrre esercitazioni

 

Le versioni elettroniche dei dizionari generali sono molto utili per preparare esercizi; il docente può scegliere di lavorare con il lessico fondamentale o con tutto il dizionario.

La possibilità di vedere in pochi secondi tutte le parole che iniziano o finiscono in un certo modo  permette di creare ottimi esercizi sulla derivazione.

Non tutti i dizionari permettono – come fa invece il Sabatini-Coletti - di esportare le liste di parole risultato di una ricerca. Tutti comunque sono utili per studiare in modo divertente la morfologia, per capire le influenze che determinate lingue di cultura hanno avuto sull’italiano o per raccogliere in un batter d’occhio almeno 30-40 parole che hanno a che fare con un argomento. Tutto questo è possibile interrogando per campi o a tutto testo.

 

2.7.2 La rete (internet) come corpus di italiano scritto

 

I testi in italiano presenti nella rete sono molti e crescono di giorno in giorno. Nel marzo 2001 si stimava che ci fossero 1 miliardo 840 milioni di parole in testi italiani.

 Anche se chi insegna in Italia non ha difficoltà a procurarsi testi autentici, consultare e far consultare la rete offre un’idea delle tendenze evolutive dell’italiano.

Motori di ricerca come Google o WebCorp o altri che riportano il testo intorno alla parola permettono di scoprire in quali contesti una parola si usa o con quali altre parole si combina più frequentemente. [FARE LINK A RIQUADRO N.27]

 

 

2.8 Riferimenti bibliografici

 

ALBERTI C., RUIMY N., TURRINI G., ZANCHI G., La donzelletta vien dalla donzella. Dizionario delle forme alterate della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 1991

CORDA A. , MARELLO C., Lessico: insegnarlo e impararlo, Guerra, Perugia, 2004

DE MAURO T., Guida all'uso delle parole, Editori Riuniti, Roma, 1991

DE MAURO T. (a cura di), Come parlano gli italiani, La Nuova Italia, Firenze, 1994

DE MAURO T., Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio Torino, Paravia Bruno Mondadori, 2000

LIP=DE MAURO T., MANCINI F., VEDOVELLI M,. VOGHERA M., Lessico di frequenza dell'italiano parlato, Etaslibri, Milano, 1993

MANCINI F. , VOGHERA M., Lunghezza, tipi di sillabe  e accento in italiano, in DE MAURO ( a cura di) 1994, pp. 217 - 245

MARCONI L., OTT M., PESENTI E., RATTI D., TAVELLA M., Lessico elementare. Dati statistici sull'italiano scritto e letto dai bambini delle elementari, Zanichelli, Bologna, 1994.

MARELLO C., Le parole dell’italiano. Lessico e dizionari, Zanichelli, Bologna, 1996

SABATINI F., COLETTI V., Il Sabatini Coletti. Dizionario della lingua italiana, Milano, Rizzoli - Larousse, 2003

SCALISE S., Morfologia, Bologna, Il Mulino, 1994

MARELLO C., RAPARO A., Guida all'uso del Vocabolario della Lingua Italiana, Zanichelli, Bologna 1997

ZINGARELLI 2004 Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 2003

 

 

 

 

 

 

RIQUADRO N. 1

Per convenzione in italiano l'infinito è il lemma a cui ricondurre le forme verbali coniugate, es. mangerebbe ® mangiare

Il lemma per gli aggettivi è la forma maschile singolare, es.belle ® bello

Per i nomi il lemma è la forma non alterata, es.casetta ® casa .

Se sono nomi con una forma maschile e una femminile, il lemma sarà al maschile singolare, es.dottoressa ®  dottore.

Laprassi dei linguisti si discosta qui da quella dei dizionari: un linguista vede in dottoressa, anforetta, cugina parole autonome derivate, non forme di parola dei lemmi dottore, casa e cugina

Le preposizioni hanno come lemma la forma non articolata: es. degli ® di

Si dice lemmario la lista dei lemmi e formario la lista delle forme

 

RIQUADRO N. 2

Identikit della parola scritta "tipicamente" italiana

- i lemmi italiani hanno una lunghezza media di 9 caratteri;

- le forme sono lunghe in media 11 caratteri;

- il 68% delle forme è piano, cioè ha l’accento sulla penultima sillaba;

- il 62% delle forme ha quattro o cinque sillabe;

- più della metà delle sillabe presenti nelle forme è del tipo CV (=Consonante+Vocale)

- la sillaba finale è generalmente CV o CCV.

 

I calcoli sono fatti sulla base del Dizionario di Macchina dell'Italiano (DMI) composto da 106.090 lemmi. Più della metà dei lemmi hanno  da 8 a 12 lettere ciascuno.

Si sono prese C e V nel loro valore di lettere. L'identikit resta valido anche interpretando le sillabe come sillabe fonologiche: il ricondurre sillabe come glia e cia a CV cambia un poco le percentuali, ma non muta il quadro generale.

 

La parola tipica dell'italiano parlato

  • è più breve di quella scritta
  • è piana
  • è formata  per il 60% di sillabe di tipo CV

 

(cf. Mancini e Voghera (1994) che hanno analizzato il corpus del Lessico di frequenza dell'italiano parlato (LIP)

 

RIQUADRO N. 3

Questo brano (adattato da C. Marello 1996, pp. 3-5) dovrebbe darvi un’idea  delle difficoltà che i vostri allievi stranieri possono incontrare se sono alfabetizzati in lingue con l’alfabeto latino: vuoi perché nelle loro lingue certe parole simili a quelle italiane derivate dalla stessa parola latina hanno una grafia leggermente diversa, vuoi perché certe lettere presenti anche in italiano corrispondono a fonemi diversi..

 

“Il segno h in posizione iniziale, che ora compare soltanto nella coniugazione del presente indicativo di avere (ho, hai, ha, hanno) e in alcune esclamazioni oltre che nei prestiti stranieri, nella prima edizione (1612) del Vocabolario degli Accademici della Crusca compariva ancora in parole come huomo, homicciatto, homicciuolo e nei testi continuò, sulla scorta della grafia latina, in parole come humile, Hercole. Tuttavia già nella terza edizione del 1691, il Vocabolario della Crusca riduce al presente di avere l'uso di h iniziale.

Fino all'inizio del secolo ventesimo si usava  j per la doppia i dei plurali in -io e più raramente per la i semivocalica (  ad es. jeri, «Alti principj ha dato la donna a' miei felici amori»Petrarca). Ora la si trova in prestiti dal francese come jabot, jacquard, julienne, in prestiti dall'inglese come jazz, joystick, juke-box, e in prestiti da altre lingue, come il tedesco (jodel, Junker) o lo spagnolo (jaleo, jarabe), ovviamente.con la pronuncia che ha in ciascuna di queste lingue.

La lettera k, invece, si trova già nelle prime attestazioni scritte di italiano; è entrata attraverso germanismi nei secoli VIII, IX, X ed è stata usata per il suono che oggi scriviamo c di fronte alle vocali a, o, u e ch davanti alle vocali e, i.

La w non compare nell'alfabeto latino né in quello greco e in italiano si trova solo in nomi propri stranieri e nei loro derivati o in prestiti tratti da lingue nel cui alfabeto w è presente e da altre lingue trascritte attraverso l'alfabeto inglese.

Le lettere x, y sono spesso usate nella grafia dotta di parole greche o latine o di derivazione greca e latina (ad es. uxoricida a fianco dell'ormai non più usato ussoricida, adynaton a fianco di adinato). Le lettere si trovano anche in parole come  bauxite dal francese,  yuppie, pixel dall’inglese o in prestiti da altre lingue: es. yogurt dal turco o yak dal nepalese.“

 

RIQUADRO N. 4

Il tipo più normale di sillaba in italiano  - e in tutte le lingue -  è quella costituita da C (consonante) e V (vocale).

Francese, italiano e spagnolo sono molto simili: tutte e tre le lingue hanno  percentuali intorno al 55% di sillabe CV.

L'italiano presenta sillabe  formate da dittonghi e trittonghi, come in cuo-io, a-iuo-la, ma sono piuttosto rare. Nel formario del DMI le sillabe VV sono lo 0,29% e quelle VVV lo 0,01.

Le sillabe CV sono le più frequenti (55,77%), seguite da quelle CVC  (can-to) con una frequenza del 17,08%, dalle sillabe CCV (sta-gno) con una frequenza del 8,67%  e da quelle VC (al-ba) con un 5,22%. Si noti che in questi dati, e nei successivi, C e V hanno un valore  puramente grafico:  gno è considerata CCV tanto quanto sta, benché dal punto di vista fonetico in gno ci sia una sola consonante e in sta due.

Le più frequenti nel DMI con oltre 100000 presenze nel formario sono te, mo, re, si,  seguono ri, ti, no, di. Le più frequenti sillabe di tipo CCV sono sti e ste.

Le sillabe CCVC (2,95%) presentano gruppi consonantici del tipo ch, gh, bl, cl, fl, gl, pl, sl,  br,  cr, dr, fr, gr, pr, sr, tr, vr, pn, ps, sb, sc, sd, sf, sg, sm, sn, sp, st, sv e  quelle CCCV o CCCVC sono formate dai gruppi sch, sgh, sbr, scr, sgr, spl, spr e str. Le sillabe più lunghe registrate sono di sei lettere: marsch e alcune onomatopee, quali schioc e schiaf .

 

RIQUADRO N. 5

La "vocalomania" della lingua italiana è evidente.Le vocali a, i, o, e, u costituiscono da sole più del 45% dei caratteri che compongono il lemmario del DMI, però anche nel lemmario francese sopra menzionato arriviamo ad una percentuale del 45%. In francese però buona parte delle lettere e non accentate è "muta", e quindi il francese sembra, almeno all'orecchio, meno pieno di vocali rispetto all'italiano.

Le lettere relative a vocali più frequenti nei lemmi del DMI sono nell'ordine a, i, o, e . La u ha una percentuale decisamente inferiore.

Le quattro vocali a, i, o, e, prese singolarmente, sono in assoluto le lettere più frequenti.

Per la i incide sulla frequenza l'uso diacritico, grafico come nelle sequenze sopra commentate gia, cia, glia, gnia , ecc. e l'uso come semiconsonante.

Le consonanti più frequenti , invece, sono nell'ordine r, t, n, c, s.

Questa preponderanza delle vocali si riscontra anche nel formario del DMI composto da 906.042 parole diverse (fra cui plurali, femminili, superlativi, verbi ai vari tempi, modi e persone), mediamente lunghe 11 lettere. I tre caratteri più frequenti restano i (13,18%), a (11,16%), e (10,30%). La vocale o (8,00%) viene scavalcata dalla consonante r (8,46%).

 

RIQUADRO N. 6

Gli stranieri pensano che l’italiano è una "lingua con parole molto lunghe". In realtà anche il francese ha parole mediamente lunghe come quelle italiane, ma il fatto che in francese molte lettere "non si sentano" e che l’accento sull’ultima sillaba porti ad una contrazione del corpo fonico della parola fa passare inosservata la lunghezza delle parole francesi scritte.

Le parole dell'inglese scritto sono più corte, ma non poi tanto più corte. Nel lemmario dell'Oxford Learner's Dictionary (edizione 1974) vediamo che su 25464 lemmi la lunghezza media è di 7-8 caratteri.

Anche per l’inglese le cifre dimostrano che gli occhi dei lettori sono influenzati dalle loro orecchie, da una brevità fonica, dalla caratteristica delle parole inglesi di essere mono- o bisillabiche.

 

RIQUADRO N. 7

La parola italiana, come quella giapponese e in minor misura quella finlandese, termina quasi sempre in vocale, differenziandosi in questo dalle lingue neolatine come francese e spagnolo.

Tuttavia nei testi si trovano molto spesso parole che finiscono con le consonanti n, l, r.

Ciò deriva  dalla frequenza dei monosillabi costituiti da preposizioni (in, per, con)  preposizioni articolate  e articoli (del, nel, il, un ) e dalla negazione non, come pure dalla frequenza  dell'elisione e del troncamento ( ad es. l'uomo, nessun'altra sono casi di elisione di lo e nessuna, mentre in signor, metter mano, mal di stomaco, son venuti, San Patrizio, bel mondo   osserviamo dei troncamenti, rispettivamente di signore, mettere, male, sono, santo, bello). L'elisione fa cadere la vocale finale atona di una parola davanti a un'altra parola che comincia per vocale. Al posto della vocale caduta si mette un apostrofo. Il troncamento può far cadere un'intera sillaba, come in quel cane, o una sola vocale. Perché ci sia troncamento la parola dopo esser stata troncata deve terminare in r, l, n o, più raramente, m, mentre la parola che segue non deve iniziare per s seguita da consonante, da z, x, gn e ps. Gran è un troncamento che fa eccezione a questa regola (gran psicologo) e all'altra che vieta di troncare parole al plurale (buon maestro, ma buoni maestri, gran maestro, gran maestri).

 

RIQUADRO N. 8

La ricchezza di marche morfologiche nelle parole italiane insieme alla ridondanza con cui sono ripetuti certi segnali di accordo (es, la bella addormentata vs. Sleeping Beauty, cioè tre marche di femminile singolare vs. due parole che potrebbero benissimo riferirsi a un concetto astratto se non si sapesse, per via diversa da quella del sistema  linguistico, che Beauty è la bella delle favole) fanno sì che riempire i buchi nei cloze italiani sia relativamente più facile che nei cloze di testi in inglese, o che capire una telefonata in italiano sia più facile anche se la linea è disturbata e non permette di sentire per bene tutte le parole.

Per riempire le lacune in un testo inglese bisogna sapere molto bene la sintassi, conoscere a fondo l’ordine delle parole e sulla base di quelle che ci sono capire se manca un verbo o un nome o un aggettivo.  La difficoltà dell’enunciato inglese sta nel fatto che spesso le parole che ci sono prima e dopo la lacuna potrebbero essere, sulla base della loro forma, tanto un verbo, quanto un nome, quanto un aggettivo; in italiano si capisce subito la parte del discorso delle parole prima e dopo quella che manca; la morfologia aiuta a ricostruire la sintassi. [FARE LINK A paragrafo 6.1 del modulo 3 Lineamenti di linguistica testuale]


RIQUADRO N. 9

L'omonimia è il fenomeno per cui parole di provenienza diversa diventano uguali  nel processo d'adattamento alla fonetica e grafia italiana. Ad esempio, la tara della cassette di frutta deriva dall’arabo, la tara ereditaria dal francese.

L’omonimia è anche una scelta del lessicografo che ad un certo punto smette di considerare significato di un lemma  già esistente un “nuovo” significato sentito dai parlanti troppo distante dall’originale per essere ricondotto ad un solo lemma

Ad esempio processare “sottoporre  a processo”, deriva da processo; processare, “trattare sistematicamente, analizzare dei dati”, deriva da processo in senso tecnologico, come l'ingl. to process; ed è entrato nell’italiano più di recente. Secondo il dizionario Zingarelli 2004, che ne fa un  lemma diverso, omonimico, nonostante la comune origine, è attestato in italiano dal 1986. 

L'inglese per le sue vicende fonetiche ha omografi non omofoni, cioè parole che si scrivono nello stesso modo, ma si pronunciano diversamente, e omofoni non omografi, es. right, rite, wright, write, che si pronunciano tutti allo stesso modo.

L'italiano, invece, data la quasi perfetta corrispondenza tra grafia e pronuncia, ha omonimi che sono sia omografi sia omofoni. L'omofonia può essere impedita da differenze di accento tonico (prìncipi e princìpi, àncora e ancóra), o dall'opposizione /e/ /e /, /o/ /O/ ( pèsca, pésca, bòtte, bótte) e più raramente /dz/ /ds/, /z/ /s/ ( mezzo "che è metà", mezzo "più che maturo",  rosa "participio passato di rodere", rosa "fiore").

L'omonimia grammaticale somma all'omofonia e all'omografia anche l'appartenenza alla stessa parte del discorso. Esempi italiani sono: diligenza, sceriffo, schifo,  tara.

 

 

RIQUADRO N. 10

L’omonimia è spesso alla base di giochi di parole e freddure ed è difficile da spiegare a stranieri. Talvolta i titolisti brillanti se ne servono.

Provate a pensare a casi in cui l’omonimia ha causato problemi ai vostri allievi. E sollecitate il parere degli allievi sulla questione:  “Secondo te nella lingua italiana ci sono solo gli omonimi segnalati dai dizionari con lemmi seguiti da numeri o ce ne sono molti altri che un dizionario non può segnalare?”

Ecco alcuni esercizi seri e meno seri sugli omonimi proposti ad allievi italofoni: (tratti dalla Guida all’uso del dizionario Zingarelli  1997 p.19). Sono proponibili a stranieri? Che cosa si può proporre invece?

 

 Le seguenti frasi hanno due letture perché contengono una parola che ha un omonimo. Provare a parafrasarle in modo che le due letture risultino chiaramente distinte.

a - Sono domande da porci.

b - Una vecchia porta la sbarra.

c - Una vecchia legge la regola.

d - Il suo presente le piace poco.

e - Il dottore non si occupa di chi è già curato.

f - Fanno strani affari in comune.

 

 Nelle seguenti frasi ci sono parole omofone e parole solo omografe: individuarle.

a - In quale dei due porti vuole che la porti?

b - La radioattività non decade in una decade.

c - Tu rassegnati anche se gli altri non si sono rassegnati.

d - Secondo Machiavelli i principi non sono tenuti a seguire

     i principi morali

e - Per il contino non ci sono spese che contino

 

 Le seguenti battute o freddure raccolte da Paolo Libra quando era studente della III B del Liceo Valsalice di Torino ( e pubblicate ne “Il Salice piangente” n. 23 dicembre 1994) si basano su giochi di omonimia. Spiegarle.

a- L’autocontrollo è quello che aggiusta la macchina

b- Qual è il poliziotto più sfortunato? Quello che muore al posto di blocco. E quello più fortunato? Blocco !!!!

c- Cesare, il popolo chiede sesterzi! E tu di’ che vado dritto!

d- Telegramma: Cara Mella, campa Nella. Morta Della. Manda Rino.

e- Mio figlio è stato morso da una vespa e io non ho nemmeno preso il numero di targa!

f- Scusi, lei per chi fa il tifo? Io il tifo lo faccio per me stesso, ma poi adesso ho il morbillo.

g- Un frate muore e va in Paradiso. Aprite! Chi è? Un cappuccino! Ma nessuno l’ha ordinato!

 

RIQUADRO N. 11

Questa soluzione, apparentemente macchinosa, presenta dei vantaggi quando il morfema lessicale senza vocale tematica potrebbe essere attribuito a parole diverse:  pizz-  potrebbe essere il morfema lessicale di pizza, ma anche di pizzo. Inoltre è la radice più la vocale tematica, cioè il tema, che concorre  a formare le parole  composte; considerare il tema come punto di partenza per le derivazioni  e le flessioni permette un trattamento unificato di nomi e verbi.

Il tema può coincidere con una parola (come in nero o libro o pizza), o con una forma verbale (ama è sia il tema di amare, da cui per derivazione abbiamo, ad es., amatore,  sia la terza del singolare indicativo presente o la  seconda singolare dell’imperativo), ma in quanto unità di base della morfologia è piuttosto una parola astratta (cf. Scalise 1994, pp. 65-68).

 

RIQUADRO N. 12

Gli  affissi  sono di solito morfemi legati, cioè sono unità che non compaiono se non in unione con altri morfemi. Si distinguono in prefissi, quando vengono preposti alla base, suffissi quando vengono posposti, infissi o interfissi quando sono inseriti nella base. In italiano viene da alcuni considerato un infisso -er- in fuocherello, pazzerello, giocherello.

 

RIQUADRO N. 13

Tutte le grammatiche moderne dell’italiano contengono una descrizione dei suffissi.

Riportiamo qui un breve elenco tratto da Marello 1996, pp. 16-17.

 

I derivati mediante suffissi  appartengono di solito a una categoria lessicale diversa da quella della base: i nomi denominali (cioè derivati da nomi) sono un caso particolare e si formano con  suffissi come -aio, -ario, -iere, -ista, -eto, -ile, -ino, -ismo, ecc. (salumaio, bancario, gioielliere, impiantista, canneto, porcile, bagnino, comportamentismo) e con suffissi propri delle nomenclature scientifiche: -ite, -oma, -ema, -uro, -ato, -ito, -ide, ecc. (bronchite, granuloma, morfema, cloruro, clorato, clorito, anellide).

I più comuni suffissi italiani, fra quelli che danno luogo a nomi deverbali (cioè derivati da verbi),  sono:

(a) suffissi che producono nomi d'azione come  -zione/-ione, -mento, -(t)ura, -aggio, ecc.; es. fruizione, invasione, divertimento, potatura, cottura;

(b)suffissi che producono nomi d'agente, di mestiere, come -tore/trice, -ante/ente, -ino/ina, -one/ona; es. sciatore, insegnante, imbianchino, chiacchierone.

 

Suffissi che producono aggettivi deverbali cioè aggettivi derivati da verbi sono -bile, -evole, ante/ente; es. esigibile, onorevole, supponente.

Nomi deaggettivalisono formati da suffissi come  -ezza, -erìa/èria, -ità, -izia, -ismo ecc.; es. bellezza, stramberia, cattiveria, pudicizia, felicità, bilinguismo.

Numerosi i suffissi che danno luogo ad aggettivi denominali: -ario, -ino, -ale, -ico, -izio, -oso, ecc.; es. ipotecario, salino, fatale, alfabetico, tribunizio, costoso.

I suffissi che servono a formare verbi denominali sono -izzare, -ificare, -eggiare; es. monetizzare, cornificare, arieggiare. Gli stessi suffissi formano anche verbi deaggettivali come fertilizzare, purificare, amareggiare.

Il suffisso -mente serve a formare avverbi da aggettivi: es. gentilmente, chiaramente.

 

RIQUADRO N. 14

Un inconveniente dell’esercitare gli allievi a riconoscere morfemi è la cosiddetta “sindrome da rebus”. Una sindrome che porta l’allievo a vedere morfemi in tutte le sequenze di lettere che coincidono con un morfema, anche quando non c’è assolutamente legame di senso tra il pezzo individuato e il significato del derivato.

Un correttivo può essere far memorizzare le sequenze di morfemi possibili partendo dal fondo della parola. A un certo punto però a un allievo straniero che analizza estivo come festivo o attizzare come memorizzare  non si può far altro che ricordare due verità:

  • l’italiano ha ereditato molte parole derivate direttamente da derivati  latini per via della sua storia particolare [FARE LINK A paragrafo 2.5 di questo modulo]
  •  non sempre –izz-, o altre sequenze che coincidono con un morfema, sono morfemi derivativi, a volte fanno parte della radice lessicale, soprattutto quando non c’è nessun legame semantico fra la radice così  spogliata di tutti i virtuali morfemi e il significato del derivato. [FARE LINK A RIQUADRO N. 14bis]

 

Un inconveniente dell’esercitare a produrre parole derivate sta nella coniazione analogica di parole che in italiano avrebbero potuto esserci ma di fatto non ci sono.  [FARE LINK A RIQUADRO N. 14bis]

 

 RIQUADRO N. 14bis

Un inconveniente dell’esercitare a produrre parole derivate sta nella coniazione analogica di parole che invece in italiano hanno seguito sorti diverse: Es. *spazzatore al posto di spazzino.

Quest’ultimo è un inconveniente che di solito si verifica con

-allievi abituati ad uno studio grammaticale della lingua

-allievi francofoni e ispanofoni (anche digiuni di studi grammaticali) che aggiungono alla base italiana il suffisso italiano più simile a quello usato nella loro lingua.

Es. immortalizzare per immortalare partendo dal francese immortaliser ; naturalità  per naturalezza  partendo dallo spagnolo naturalidad.Si tratta di falsi amici morfematici,uno degli errori lessicali più comuni in cui incorrono i parlanti nativi di lingue neolatine alle prese con uno studio formale dell’italiano.

 

RIQUADRO N. 15

Qualche esempio:

agroingegneria, antigraffio, autoinstallante, biodiversità, citopenia, ecomafia, emocromo, gastroprotezione, immunogeno, ludologo, megateneo, microspazio, nefrotossico, pedoclima,  podalgia, radioimmunologia, reogramma, rinofaringeo, roncopatia, mitomania, stenobate, tanatoprassi, telefoto, tricofilo, vitienologia, xenogenesi, zoopatologia.

 

RIQUADRO N. 16

Nelle unità multilessicali nominali in cui la testa dell’unità è un nome seguito da un aggettivo entrambi sono volti al plurale: conti correnti, nature morte.

Se la testa nominale è seguita da sintagmi preposizionali solo la testa va al plurale: ferri da stiro.

Se le unità multilessicali nominali sono formate da verbi o da preposizioni, come cessate il fuoco, va e vieni, fuggi fuggi, su e giù, sono nomi maschili invariabili; quanto si riferisce a loro si accorda in numero e genere.

Es. Tutti i cessate il fuoco ordinati finora si sono rivelati inutili.

Quando si usano materiali autentici è necessario far notare che la seconda menzione di un’unità multilessicale può essere ellittica di una parte, tipicamente la parte specifica, ma non sempre.

E bisogna far notare che le unità multilessicali ellittiche conservano tuttavia memoria della testa per l’accordo di verbi e aggettivi (vedi sotto questi caccia  e Lingue sia )

Es. Nella lista di nozze erano rimasti solo regali carissimi e perciò i futuri sposi hanno deciso di fare una lista più abbordabile per gli amici squattrinati.

A. In questa zona si sentono spesso gli aerei da caccia superare la barriera del suono.

B. E da dove decollano questi caccia?

Sono indecisa se iscrivermi alla Facoltà di Lingue o a quella di Lettere. Temo che Lingue sia più difficile.

 

RIQUADRO N. 17

Ecco una lista di nomi, tratta dallo Zingarelli 2004, la cui etimologia rivela che derivano dal relativo verbo.

 


accordo

acquisto

alloggio

anticipo

appunto (1)

arrivo

assalto

assegno

attacco

avanzo (2)

ballo

balzo (1)

bilancio

cambio

campeggio (1)

carico

comando (1)

compenso

compito (1)

concerto

confronto

consumo

contorno

costo

destino

disegno

disturbo

fischio (1)

foro (1)

fracasso

fruscio

graffio (1)

grido

guadagno

imbarazzo

impegno

impianto

impiego

incontro (1)

incrocio

indirizzo

invito (1)

lavoro

livello (1)

lucido (2)

nuoto

obbligo

paga

passeggio

passo (3)

perdono

porto (1)

rapporto

respiro

resto

ribasso

rifiuto

riguardo

riparo

riposo

ritorno

saluto

scambio

scarico (2)

scatto

scherzo

sciopero

scivolo

scontro

seguito (2)

sforzo (1)

sguardo

soggiorno

solletico

sospetto (2)

spasso

spavento

spoglio (2)

straccio (2)

strappo

sviluppo

taglio

tiro (1)

torneo

traffico

tragitto

tramonto

trasporto

trucco (2)

tuffo

urlo

vaglio

volo


 

RIQUADRO N. 18.

In questo modulo ci atteniamo ad un’ottica il più possibile sincronica della formazione delle parole.

La storia delle parole è un fattore di arricchimento culturale più che linguistico.

L’insegnante di italiano a stranieri deve cercare nell’etimologia quanto può valere per gruppi abbastanza larghi di parole.

Da allievi adulti parlanti nativi di lingue neolatine e da parlanti nativi di lingue germaniche che abbiano però studiato abbastanza il latino, può venire la richiesta di etimologia di una  parola. Come ogni altra sensata richiesta linguistica dell’allievo, va soddisfatta, ma non bisogna pensare che sapere l’etimologia di una parola lo aiuti automaticamente a usarla bene.

 

RIQUADRO N. 19

I suffissi diminutivi, usati con nomi e aggettivi, più comuni sono:

-ino  es.  cestino, pesantino

-etto es.  quadretto, furbetto

-ello es.  alberello, poverello

-uccio es. regaluccio, calduccio

Vi sono poi suffissi meno frequenti: -erello, -otto, -olino, -acchiotto, -icello, -uzzo, -iccio (come in fuocherello, scemotto, verdolino, volpacchiotto, fraticello, viuzza, malaticcio)

Vi sono suffissi, anche questi piuttosto rari,  diminutivi e dispregiativi: -ucolo, -iciattolo, -onzolo, -icchio, -ognolo (dottorucolo, vermiciattolo, pretonzolo, governicchio, verdognolo).

Il suffisso accrescitivo è -one:  scatolone, avarone.

Suffissi peggiorativi sono -accio e -astro: tempaccio, verdastro.

Con i verbi si possono usare i seguenti suffissi: -acchiare, -icchiare, -ucchiare, -erellare, -ettare, -ottare, -uzzare, come in sparacchiare, giocherellare, parlottare, tagliuzzare. L'alterazione dei verbi è tuttavia molto meno frequente di quella di nomi e aggettivi.

(da Marello 1996, pp. 16-17)

 

RIQUADRO N. 20.

I suffissi possono avere la funzione di indicare davvero dimensioni più grandi o più piccole del solito (casina, casona) o qualità negative (casaccia), ma più spesso servono a segnalare l'informalità della situazione, l'atteggiamento del parlante: una cenetta può essere pantagruelica, ma deve essere intima; anche un uomo e una donna di statura e corporatura al di sopra della media saranno detti  sposini, se sono relativamente giovani e sposati da poco; un colpaccio non è un brutto colpo cattivo, ma un colpo ben riuscito.

(da Marello 1996, pp. 17-18)

La raccolta più ampia di alterati ben documentati da contesti di scrittori è: Alberti C., Ruimy N., Turrini G., Zanchi G., La donzelletta vien dalla donzella Dizionario delle forme alterate della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1991.

 

RIQUADRO N. 21

Ecco alcuni neologismi del XX secolo formati con un alterato diminutivo e tratti dallo Zingarelli 2004 con definizioni scorciate: ruotino (piccola ruota di scorta), telefonino (telefono cellulare), merendina (dolcetto di produzione industriale confezionato in modo da facilitarne il trasporto e il consumo), fumetto (piccolo riquadro, gener. a forma di nuvoletta, che racchiude le battute dei personaggi di vignette o di racconti illustrati); tettarella, salatino, prezzemolino, (scherzoso per chi si intrufola ovunque), pipetta (tubo di vetro mediante il quale si aspira una certa quantità di liquido), pantaloncino, tubino, pilotina,  piadina, ninfetta, muletto (nelle corse automobilistiche, macchina di riserva usata nelle gare o durante le prove), mostrina (striscia di stoffa variamente colorata, cucita sul bavero o sulla manica dell'uniforme militare, quale distintivo d'arma, di corpo o di reparto), lavandino (ibrido di lavanda, ottenuto dall'incrocio fra due specie di lavanda) lampadina (corpo illuminante di una lampada elettrica), guardina (camera di sicurezza), grappino (bicchierino di grappa), gommino (oggetto di gomma di piccole dimensioni, spec. per la chiusura ermetica di bottiglie), finalina (la finale per l'assegnazione del terzo e quarto posto in un torneo a squadre), cinesino (cono di plastica a due colori, di cui uno sempre giallo, che divide o delimita una corsia in occasione di interruzioni o deviazioni del traffico), ciliegino (pomodoro ibrido, con frutti piccoli e rotondi in grappolo), centrino (tessuto ricamato, di varia forma, che si pone su mobili per appoggiarvi vasi o soprammobili), attricetta (giovane attrice di secondo piano).

 

RIQUADRO N. 22

Acqua-acqueo-idrico

 

Riconoscere caudale come “della coda” aiuta la comprensione di un testo specialistico. E può con la classe giusta di adulti scolarizzati offrire lo spunto per qualche riflessione sui passaggi au®o dal latino all’italiano.

Sulla stessa linea di pensiero ci si può chiedere se è il caso di insegnarea collegare  acqua-acqueo-idrico, bere-bevibile-potabile, mangiare-mangiabile-commestibile,  docente-insegnante,, ecc. In situazione di riconoscimento, certamente, magari con le notazioni di registro più o meno formale che distinguono queste parole.

In chiave di produzione i ragionamenti necessari a discernere quando l’aggettivo che ci vuole è acqueo e quando idrico, quandousare bevibile e quando potabile  sarebbero troppo complessi e in ultima analisi risulta più sicuro far memorizzare rifornimento/fabbisogno idrico, acqua potabile, fungo commestibile, vapor acqueo o superficie acquea, corpo docente.

Il discorso di memorizzare un sinonimo con la parola con la quale compare, del resto vale per tutti i sinonimi, non solo per questi .

 

Piazza- platea, grotta-cripta, pieve –plebe

Discorso diverso va fatto per le coppie di parole come piazza- platea, grotta-cripta, pieve –plebe,  che provengono dalla stessa parola latina (e magari prima ancora  greca) una per via popolare-orale e l’altra per via dotta-scritta. Insegnarle insieme è fonte di possibile confusione a fronte di remoti vantaggi pratici.

Poiché hanno sviluppato significati distinti, si trovano in contesti diversi e quindi il ricordarle insieme come aventi una comune etimologia non serve per meglio interpretare un testo.

 

RIQUADRO N.23

Per le parole formate con a- è utile far notare agli allievi che esiste la forma eufonica ad- che provoca il fenomeno dell’assimilazione e il conseguente rafforzamento della consonante iniziale della parola con cui entra in composizione. Premessa a verbi indica direzione, tendenza verso qualcosa: apportare, accorrere, attirare.

È molto comune nei cosiddetti verbi parasintetici come  addentare, allineare, ammarare, avviare

Per in-(1), etimologicamente collegato alla preposizione in, si ha assimilazione quando la composizione avviene con parole che iniziano con l-, m-, r-(es. illustrare, immedesimarsi, irradiare); la -n- diventa -m- davanti a b- e p-(es. imbestialire, impacchettare); subisce talvolta il raddoppiamento (-nn-)davanti a parole che iniziano con vocale (innalzare); tende a ridursi a -i- davanti a s seguita da consonante (ispessire,isterilire; instaurare o istaurare )

in-(2) ha valore negativo ed è premesso ad aggettivi: inattivo, illimitato, immobile, irregolare, imbattibile, impotente.

 

Attività

Provate a prendere un dizionario di italiano.

Vi siete mai chiesti come mai le pagine con parole che iniziano per a, per c, per d, per p, per r, per s, per t sono più numerose di quelle dedicate a parole che iniziano con altre lettere?

La ragione sta nel fatto che i prefissi a-,  con-, de-, di-, in-, per-, pro-,ri-, re-, s-,  tra- formano molte parole italiane o formavano parole latine che poi sono diventate italiane.

 

I verbi detti parasintetici possono avere come  base un nome (es.figura, sfigurare; dente addentare) o un aggettivo ( es giallo, ingiallire), a cui vengono "attaccati" simultaneamente prefisso,  generalmente s-, ad-, in-,  e vocale tematica a oppure i, per cui i verbi parasintetici sono o della 1° o della 3° coniugazione.

I prefissi più comuni sono: a-,  de-, dis-, in-, s-; meno comuni di-, tra-, tras- e trans-, per-.

In qualche caso la base è un avverbio: addentrarsi, inoltrare

 

RIQUADRO N.24

Nel quadro comune europeo di riferimento vengono forniti esempi di scale relative all’ampiezza del lessico , in cui però non si danno indicazioni quantitative. Si passa dal “vastissimo” repertorio lessicale del C2 al “vasto” repertorio del C1, al “buon” repertorio del B2, al “lessico sufficiente” del B1 per arrivare al “repertorio lessicale di base” dell’A1. Più interessante è la descrizione delle capacità di individuare il significato delle parole. Lo studente a livello C2 deve essere consapevole dei livelli di connotazione semantica; quello di C1 sa usare prontamente circonlocuzioni quando non conosce le parole giuste, ha una buona padronanza di espressioni idiomatiche e colloquiali e fa  un parco uso di strategie di evitamento. I livelli inferiori mostrano un progressivo ricorso a circonlocuzioni e la presenza di esitazioni. Per i livelli A1, A2 e B1 il quadro comune menziona anche gli argomenti per i quali lo studente deve possedere un lessico sufficiente: per B1 si tratta di vita quotidiana, hobby e interessi, lavoro, viaggi e attualità. Il livello più basso dell’A2 parla di far fronte a bisogni semplici di sopravvivenza. Il repertorio lessicale dello studente  a livello A1 è “fatto di singole parole ed espressioni riferibili a un certo numero di situazioni concrete”.

Quanto alla padronanza del lessico, lo studente C2 non fa praticamente errori, il C1 non fa sbagli lessicali significativi, il B2 fa qualche scelta lessicale scorretta ma non pregiudizievole per la comunicazione, il B1 commette frequentemente “errori gravi quando esprime pensieri più complessi o argomenti non familiari”, l’A2 dispone di un repertorio ristretto “funzionale ad esprimere bisogni concreti della vita quotidiana” e per l’A1 non ci sono descrittori.

Va notato che i parametri offerti dal quadro comune non offrono appigli per una concreta applicabilità e rimangono al livello di una descrizione generica.

L’insegnante che voglia delle liste deve perciò rivolgersi ad altre fonti [FARE LINK A RIQUADRO N.24bis] (da Corda-Marello 2004, p. 26)

 

RIQUADRO N.24bis

Il DIB (Dizionario di base della lingua italiana Paravia ) e il DAIC (Dizionario avanzato dell'italiano corrente Paravia) sono dizionari pensati proprio partendo da considerazioni sulla frequenza e sulla disponibilità del lessico che si vuol far capire o apprendere ad allievi italiani delle scuole elementari e medie. In mancanza per ora  di un vero e proprio dizionario per l’apprendente straniero di italiano paragonabile ai learner’s dictionaries inglesi, questi dizionari insieme al De Mauro 2000 (Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio Torino, Paravia Bruno Mondadori) sono, sia nella loro forma a stampa, che in quella elettronica su CD-ROM, le raccolte più vaste di parole frequenti e disponibili  corredate da  definizioni. Il DAIC non è più in commercio e quindi se non è presente una copia in biblioteca, ci si può rifare al De Mauro 2000 che classifica anche i vari significati.

Molto utile è Marconi L., Ott M., Pesenti E., Ratti D., Tavella M. 1994, Lessico elementare. Dati statistici sull'italiano scritto e letto dai bambini delle elementari, Bologna, Zanichelli. Non solo permette di fare confronti con il lessico attivo e passivo di allievi delle scuole elementari italiane, ma consente di vedere la crescita del lessico nell’arco di cinque anni di scuola. Gli elenchi pubblicati in questo lessico suddividono le parole più frequenti in ciò che gli scolari leggono e in ciò che scrivono e inoltre le suddividono per parti del discorso. Il Lessico elementare  è uno degli strumenti che meglio permettono all’insegnante di fare previsioni sulla difficoltà di comprensione di una determinata parola o sull’opportunità di cancellarla in un cloze.

 

RIQUADRO N.25

Sono parole di alta disponibilità  le “parole che diciamo o scriviamo meno di altre, ma che sono ben presenti alla nostra mente, perché sono strategiche nella nostra vita di ogni giorno” (De Mauro 1997, Prefazione al DAIC), quali ad esempio alfabeto, distributore, forchetta, lavapiatti, puntura, sarto, sbucciare, zoppicare.

 

RIQUADRO N.26

Il mensile online dueparole (www.dueparole.it) propone articoli scritti in una lingua molto semplice e chiara. Il mensile è curato da un gruppo di linguisti ed esperti della Facoltà di Lettere dell’Università di Roma “La Sapienza” e si rivolge a tutti coloro che cercano testi informativi facilmente comprensibili: studenti stranieri a livello elementare, stranieri extracomunitari in Italia e ragazzi e adulti italiani che hanno difficoltà nella comprensione di testi scritti. E’ una risorsa molto utile per il docente che voglia procurarsi rapidamente un articolo su un determinato argomento. I testi sono brevi, le frasi semplici e le parole usate rientrano nel Vocabolario di Base (elenco di 7050 parole pubblicato per la prima volta  in appendice a De Mauro T. 1980, 1991 Guida all'uso delle parole, Roma Editori Riuniti; lista poi ripresa aggiornata e ampliata nel DAIC, che ora non è più in commercio. La lista delle parole fondamentali (FO) di alto uso (AU) e di alta disponibilità (AD) è ricavabile dal sistema di ricerca avanzata del CDROM del De Mauro 2000). Quelle più difficili  vengono quasi sempre spiegate direttamente nel testo, con parafrasi, e in alcuni casi si ricorre a glosse.

Segnaliamo il servizio (gratuito per testi non lunghi, altrimenti su abbonamento) di Èulogos CENSOR (http://www.eulogos.net/it/censor/default.htm), che analizza la leggibilità di testi e confronta le parole con il Vocabolario di Base. Un'altra applicazione gratuita della Èulogos è il lemmatizzatore (http://www.eulogos.net/it/lemmatizzatore/default.htm), che analizza la parola, la riconduce alla forma del lemma e indica il livello del Vocabolario di Base: fondamentale, alto uso o alta disponibilità

 

 

RIQUADRO N.27

WebCorp (programma gratuito scaricabile dal sito http://www.webcorp.org.uk/) analizza le pagine riportate dal motore di ricerca, estraendo le concordanze da ogni pagina. Mostra cioè in modo compatto le occorrenze di una parola nel suo contesto immediato.

Permette di fare ricerche con l’asterisco, molto utili per isolare morfemi flessionali.

Ecco la riproduzione di una videata riportata in  Corda-Marello 2004.

grammatica italiana

 

 


Suggerimenti  ai Tutor per il forum

 

Modulo 1/120 Lessico (Carla Marello)

 

N.B. Le discussioni nel forum devono scaturire dal gruppo, ma talvolta la discussione su certi aspetti del lessico langue perché i formandi ritengono banali le osservazioni che vengono loro in mente o perché certi dati non sono conosciuti o, se conosciuti, considerati irrilevanti per l’arricchimento lessicale. Quanto segue è un campione di spunti su cui esprimersi, magari reagendo a dati/affermazioni la cui importanza non si condivide. Alcune delle attività suggerite sono state già sperimentate e solitamente alimentano bene la discussione.

 

In relazione al RIQUADRO 1 nel forum si può discutere sui seguenti argomenti:

E’ opportuno far fare agli stranieri esercizi di riconoscimento del lemma? [FARE LINK A RIQUADRO N. 1bis ]

Se lo ritenete opportuno, che tipo di esercizi proporreste? [FARE LINK A RIQUADRO N. 1ter]

 

RIQUADRO N. 1bis

 

Queste affermazioni vi possono servire da spunto per la discussione.

  • Gli esercizi di riconoscimento del lemma sono più utili per i parlanti nativi di lingue che non

hanno la ricchezza di forme di parola caratteristica delle le lingue neolatine e slave.

2- Riconoscere a quale lemma ricondurre una forma non serve a chi impara l’italiano per scopi pratici e non ricorrerà mai a un dizionario

3- Anche chi studia l’italiano per scopi che prevedono usi scritti, oggi se scrive al computer ha a disposizione programmi che lo aiutano a ricondurre automaticamente la forma al lemma e quindi può non esercitarsi

 

RIQUADRO N. 1ter

 

Nelle guide all’uso dei vari dizionari della lingua italiana potete trovare esercizi già pronti; sono però esercizi che servono soprattutto a imparare a consultare un dizionario cartaceo.

Meglio fare esercizi che partano da forme nei testi, profittando dell’omografia, della presenza di troncamenti, dello scioglimento di sigle, dei frequenti errori tipografici dei giornali quotidiani. Meglio proporre esercizi di riconoscimento del lemma che siano il più possibile simili a operazioni di riconoscimento che l’allievo deve fare davvero per capire un testo scritto.

 

Ecco un esempio di esercizio del primo tipo (è tratto dalla Guida all’uso del dizionario Zingarelli 1997 p.8).

 

Immaginiamo che tu non sappia il significato delle parole sottolineate nei seguenti esempi, quale lemma devi cercare nel dizionario?

a Si è rovinato colle scommesse e adesso dirige una locanda miserrima nel quartiere del porto.

b L'acqua prelevata alla sorgente è risultata batteriologicamente pura. E' indicata nelle diete povere di sodio.

c Alleghiamo qui un modulo;  vorrebbe per favore inviarcelo quanto prima, riempito  con tutti i suoi dati, compreso il C.A.P.?

 

Ecco invece alcuni suggerimenti per un esercizio del secondo tipo.

 

Chiedere a ciascun allievo della classe di contare quante parole ci sono in un testo senza specificare se volete che contino solo i lemmi, o anche  le forme diverse dello stesso lemma, o proprio tutte le parole comprese quelle ripetute. Separatamente avrete fatto fare il conteggio al vostro programma  di videoscrittura che ovviamente conta le parole  nell’ultimo modo. Confrontate poi il numero trovato dal programma di videoscrittura con quelli trovati dagli allievi. Guidate la discussione mirando a far scoprire la differenza fra lemma e forma di parola.  Per un sistema di videoscrittura ferro da stiro sono tre parole e per i vostri allievi? Ci sarà differenza nelle risposte di italofoni e stranieri?

 

In relazione al RIQUADRO 4 nel forum si potrebbe discutere dei seguenti punti:

 

  • A che cosa può servire richiamare l’attenzione degli allievi sulla frequenza dei gruppi consonantici presenti nelle sillabe italiane?

E’ più utile osservare queste frequenze a livello di sillabe isolate o tenendo conto della posizione delle sillabe nella parola ? [FARE LINK A RIQUADRO N. 4 bis ]

 

RIQUADRO N. 4 bis

 

E’ sempre opportuno discutere di unità di misura della lingua italiana in contesto, in questo caso tenendo conto della posizione delle sillabe nella parola non solo perché è più naturale ricordare le sillabe nelle parole in cui compaiono, ma soprattutto perché il dato sulla sillaba collegato alla posizione iniziale o finale della sillaba stessa si intreccia utilmente a informazioni morfologiche.

Si vedano oltre i paragrafi 2.4 e 2.5.1 che contengono informazioni più dettagliate su perché le parole italiano inizino o finiscano frequentemente con certe sequenze di lettere.

Ecco qualche problema che dovreste affrontare per poter poi illustrare agli allievi l’importanza della posizione della lettera e della sillaba

Problema

Cerca nel dizionario quante pagine occupano le parole che iniziano per a, per r, per c, per s. Come mai le pagine occupate dalle parole che iniziano per a oppure per r, rispettivamente la vocale e la consonante più frequenti nelle parole italiane, sono in numero inferiore alle pagine occupate dalle parole che iniziano per s o per c?

Soluzione:

La a e la r sono più frequenti in assoluto, non in quanto lettere iniziali di parole.

 

Problema

Come parlante nativo dell’italiano e per giunta professionista della lingua italiana, prova a chiederti come mai te, mo, re, si sono sillabe da 100000 presenze nel formario del DMI e perché le più frequenti sillabe di tipo CCV sono sti e ste.

Soluzione:

Provate a passare in rassegna le varie forme dei verbi: quante forme verbali finiscono in –te? Quante in –mo

 

Problema

Una ricerca nel dizionario Zingarelli 2004 versione elettronica mostra che di tutti i lemmi che finiscono in -gia (794) 470 finiscono in -logia, altri 27 finiscono in –urgia., 25 in – eggia, 10 in

-aggia, e 10 in –oggia; un paio in -iggia e 3 in -uggia

A che si deve il maggior numero di parole che terminano in - logia ?

Che cosa merita memorizzare –gia o -logia ? Perché?

Soluzione:

La sequenza finale -logia è formata da tre sillabe lo / lo/, gi /d²i/ e  a /a/ con accento su gi. Deriva dal gr. logía e si trova in composti come secondo elemento: significa ‘discorso’, ‘espressione’ o ‘studio’, ‘teoria’, ‘trattazione’.

Il vantaggio di memorizzarla è sia sul piano semantico, sia sul piano morfologico: un allievo che provenga da una lingua senza genere saprà che le parole che finiscono in –logia sono sempre sostantivi femminili, hanno sempre l’accento sulla penultima e al plurale fanno -logie.

 


 

In relazione al RIQUADRO 5 nel forum si può discutere sui seguenti argomenti:

 

E’ utile trasmettere questi dati agli allievi ? [FARE LINK A RIQUADRO N. 5bis ]

Con allievi della scuola primaria che esercizi si potrebbero fare?

Con allievi della scuola secondaria è possibile cerare la collaborazione del professore di matematica?

 

RIQUADRO N. 5bis

 

I dati sono piuttosto aridi sempre. Conviene darli per far fare delle attività.

 

Con allievi della scuola primaria ci sono moltissime filastrocche e giochi basati su rime e coppie minime. Utile il bersaglio, se costruito con criteri particolari: parole bisillabe del lessico di base ( si veda Guida all’uso del dizionario Zingarelli 1997, pp.33-34). E’ un esercizio che parte da parole isolate, ma coinvolge sia rapporti di senso che rapporti di forma ed è particolarmente adatto a richiamare l’attenzione su coppie minime del tipo pala / palla, cruciali per gli apprendenti stranieri dell’italiano.

 

Per gli allievi delle secondarie ci sono giochi enigmistici che non richiedono ampia conoscenza del lessico ma spirito di osservazione e di deduzione. In particolare le parole crociate crittografate che non richiedono la conoscenza del significato di una parola, ma la capacità di fare previsioni sul rendimento di determinate lettere.

 

Con allievi stranieri abbastanza grandi e con l’aiuto del professore di matematica, questi aspetti statistici possono essere materia di lavoro interdisciplinare.

Ecco un esempio

Problema

Nel formario  del DMI ben il 55,77% delle sillabe è del tipo CV (C = consonante, V = vocale). Sulla base di questo dato e della conoscenza dell’alfabeto italiano, sei in grado di spiegare  perché in italiano le vocali sono molto più frequenti delle consonanti?

Soluzione:

C può essere scelta fra quindici diverse consonanti, diciotto se consideriamo anche k, w, x, mentre le lettere per le vocali sono cinque in tutto ( dal momento che j e y si possono ignorare, avendo percentuali di occorrenza trascurabili).

 

In relazione al RIQUADRO 9 nel forum si può discutere su quanto segue.

 

Provate a pensare se insegnando ad allievi  stranieri o italiani  con scarse conoscenze della storia dell’italiano conviene adottare un’ottica sincronica nel trattamento dell’omonimia.

La discussione può partire da un esempio. Siete d’accordo con A o con B?

  1. Anche se  termine in senso di “limite” è alla base di termine “parola”, cioè anche se i due hanno la stessa origine etimologica e uno è derivato semanticamente dall’altro, conviene considerarli due parole diverse come tara o sceriffo, perché la comune origine è lontana dalla competenza del parlante moderno che non l’abbia appresa studiando la storia della parola.
  2. E’ importante che l’allievo sappia che termine è collegato a “confine”; del resto si dice campo lessicale, delimitare il significato, l’estensione del significato. Fa parte della metafora del significato come terreno.

Il fatto che l’atteggiamento A sia stato adottato prima dalla lessicografia bilingue e sia ora diffuso anche nella lessicografia monolingue dell’italiano vi pare importante?

 

RIQUADRO 10

 

Nel forum per sollecitare gli insegnanti a trovare una risposta alla domanda fatta nel RIQUADRO 10 “Ecco alcuni esercizi seri e meno seri sugli omonimi proposti ad allievi italofoni: (tratti dalla Guida all’uso del dizionario Zingarelli  1997 p.19). Sono proponibili a stranieri? Che cosa si può proporre invece? si possono proporre attività in Internet come quelle inventate  per i falsi amici in Corda-Marello 2004, paragrafo 3.8.

Immaginate di dover insegnare a una classe composta da ispanofoni la differenza fra il significato della parola dormitorio in spagnolo rispetto al significato della “stessa” parola  in italiano. In Corda-Marello 2004 sono riportati  quattro dei primi venti  siti in italiano risultanti da una ricerca con Google della parola dormitorio; poi vengono riportati quattro contesti di dormitorio tratti da siti in lingua spagnola.

I testi all’interno dei siti  non appaiono graficamente come una concordanza, ma di fatto lo sono. Sono una concordanza selettiva, perché vengono messi per primi i siti considerati più pertinenti. Con opportune domande si cerca di guidare gli allievi a vedere le differenze che emergono chiaramente dai contesti.

 

In relazione al paragrafo 2.2.3, e in particolare ai problemi che possono derivare da un insegnamento in cui si insista troppo sull’analisi in morfemi, si può proporre nel forum la seguente

 

Attività per il forum

Ecco i sintomi peggiori della "sindrome da rebus" come si sono manifestati in studenti universitari italofoni del primo anno alle prese con un compito scritto di linguistica generale. La consegna era: “Individuate i morfemi che formano le seguenti parole e sottolineate quelli derivazionali” Le parole date erano tre per volta. Per semplicità omettiamo le giuste o errate sottolineature per indicare il morfema derivazionale. Concentratevi sulla divisione in morfemi.

 


ospit-andol-o

s-piac-evol-iss-im-o

bi -anch-eggi-av-a

in-torb-id-ando-si

di-s-integr-abil-ità

im-mag-i-nav- ate.

neo-nom-ad-ismo

cap-o-cord-at-a

acqu-as-ant- ier-e

im-mor-tal-ità

im-mort-al-it-à

sci-smati-co

scis-matic-o

sci-s-matic-o

cent-o-metr-ist-i

ri-pian-i-fic-ass-e-ro

semi-an-alfab-et-ism-o

s-carseggi-ass-e

chiu-de-ndo-si

auto-certifi-cazion-e

ar-ricch-im-ent-o

arricch-iment-o

ar-ross-am-ent-o

favor-e-vol-ment-e

bianc-heggia-v-a

bianch-egg-iav-a

bi-anch-eggi-av-a

in-s-pieg-abil-mente

guer-resc-o


Prima di giungere all’affrettata conclusione che, se questi sono i risultati degli italofoni, con gli stranieri insegnare a distinguere i morfemi all’interno delle parole è troppo pericoloso, provate a riflettere sui seguenti spunti.

  • Chi ha suddiviso scismatico portando alla luce gli sci e il pezzo matic, sa il significato di scismatico? E chi ha diviso biancheggiava in bi-anch-eggi-av-a ha capito che aveva a che fare col bianco e non con due anche? Pensate che uno straniero si sarebbe avventurato in tali congetture?
  • Vi preoccupa di più im-mor-tal-ità o im-mort-al-it-à ? Motivate
  •  La confusione fra morfemi flessionali e derivazionali è responsabile di certe suddivisioni?
  •  La scoperta (fatta a lezione di linguistica) della vocale tematica è causa di qualche errore che menti vergini di tale concetto non avrebbero fatto?
  •  Pensate che la "sindrome da rebus" si manifesti in modo virulento solo con esercizi basati sull’analisi di parole isolate e che in situazione di comprensione di testi con parole derivate nel loro contesto d’uso non si manifesterebbe?
  • Quali suddivisioni secondo voi uno straniero non avrebbe mai fatto? Motivate.

 

In relazione al paragrafo  2.4.3 si può suggerire un’attività per il forum tratta da Corda-Marello 2004 attività 37.

Supponga che gli studenti conoscano il significato della parola scrivere (compreso il participio passato scritto) e che in un testo di lettura incontrino la parola scrittore. Quale dei seguenti modi si avvicina di più a quello in cui lei introdurrebbe questa parola?

       [a] chiedere agli studenti se in base al contesto sono in grado di capire cosa vuol dire scrittore; chiedere se sono in grado di fare ipotesi sul significato del suffisso -tore; chiedere di dare esempi di altre parole derivate in -tore.

       [b] dire che scrittore deriva da scrivere, anzi da scritto, dare il significato e dare altri esempi di nomi derivati in -tore (pittore, scultore, vincitore, venditore, pensatore), spiegando che il suffisso indica chi compie una determinata azione.

       [c] chiedere agli studenti se in base al contesto sono in grado di capire cosa vuol dire scrittore; poi scrivere alla lavagna una serie di nomi derivati in -tore e chiedere se sanno spiegare il significato del suffisso.

       [d]            dire che scrittore deriva da scrivere, anzi da scritto, dare il significato e chiedere agli studenti se sanno spiegare il significato del suffisso -tore.

       [e] chiedere agli studenti se in base al contesto sono in grado di capire cosa vuol dire scrittore; chiedere poi se conoscono altre parole in -tore e se sanno spiegare il significato del suffisso -tore.

 

Possibili soluzioni     

 

Alcune osservazioni sui vari sistemi proposti

[a]: gli studenti sono chiamati a svolgere un compito difficile, che presuppone una buona conoscenza dell’italiano;

[b]: gli studenti non fanno alcuno sforzo, l’insegnante dà tutte le informazioni necessarie;

[c]: gli studenti vengono invitati a scoprire da soli le informazioni, l’insegnante fornisce i dati linguistici necessari; anche studenti principianti possono trovare la soluzione;

[d]: l’insegnante dà una parte delle informazioni, gli studenti devono rispondere a una domanda difficile perché basata su un solo esempio; se hanno una buona conoscenza dell’italiano possono fare collegamenti ad altre parole in -tore che conoscono;

[e]: gli studenti vengono invitati a scoprire da soli le informazioni, l’insegnante fa appello alle loro conoscenze; il compito è difficile per studenti a livello elementare e intermedio.

(da Corda-Marello 2004, Soluzioni attività 37)

 

In relazione al paragrafo 2.6.1 si può suggerire la seguente attività per il forum

(tratta da Corda-Marello 2004,  Attività 24)

 

Dizionario fai da te

Leggete i commenti e le definizioni adattate da Roberto e Maria Luisa, studenti torinesi, e confrontatele con la definizione data nel De Mauro 2000. Rispondete poi alle seguenti domande

 

  • Siete d’accordo con le loro riflessioni? Se non siete d’accordo, perché ?
  • Se voi doveste adattare le definizioni degli stessi lemmi per un dizionario per stranieri, fareste come loro?

 

Roberto

BASTA

La mia considerazione sul modo in cui questo lemma è stato spiegato sul dizionario è riferita semplicemente all’ordine numerico dato ai due omonimi .A mio parere la definizione fondamentale,  più importante  e diffusa  è senza dubbio quella contrassegnata dal numero 2 nella lista. Se poi consideriamo che il nostro scopo è prendere delle definizioni utili per apprendenti stranieri, il lemma numero 1 diventa del tutto inutile.

 

De Mauro 2000

1bà·sta

s.f. CO

1. imbastitura, impuntura

2. orlo piuttosto alto che permette, all'occorrenza, di allungare un indumento

 

 

2bà·sta

inter. FO

come ordine o ingiunzione a porre fine a qcs. o a interrompere un'azione: adesso basta!; basta con le chiacchiere!, basta, silenzio!; come invito a interrompere un discorso o una divagazione e passare ad altro: basta con le divagazioni, veniamo al dunque

---------------------------------------------------------------------------------------------------------

Roberto

ATTIVO

Nella definizione dell’aggettivo ho riportato anche la definizione Tecnico-Specialistica grammaticale poiché credo che un apprendente straniero debba conoscere anche la terminologia grammaticale per distinguere un elemento dall’altro. In questo caso, conoscere il significato grammaticale del termine aiuterà a distinguere un verbo attivo da uno passivo.

 

 

De Mauro

at·tì·vo

agg., s.m. FO

1a. agg., che agisce; operoso, che si dà da fare: un uomo molto attivo

1b. agg., pieno di attività, di impegni, di interessi: condurre una vita attiva

2a. agg., che ha una funzione specifica e determinante in un processo, in un fenomeno complesso: avere parte, funzione attiva in un progetto, in un'impresa

2b. agg., che è in azione, in funzione: l'impianto è ancora attivo | TS vulcanol. di vulcano, che è in fase di eruzione

3a. agg. TS gramm. di forma verbale, che esprime l'azione compiuta dal soggetto: coniugazione attiva | s.m., tale forma verbale

3b. s.m. TS gramm. ® verbo transitivo

4. agg. TS econ. di bilancio, azienda ecc.: che registra degli utili

5. agg. TS chim. di elemento o composto: che, in particolari condizioni, presenta una reattività superiore alla norma

6. agg. TS ott. di sostanza che produce la rotazione del piano di polarizzazione della luce che l'attraversa

7. s.m. TS econ. il complesso dei beni economici di un'azienda in un determinato momento | la sezione del bilancio in cui vengono registrate le attività di un'azienda | CO fig., mettere, segnare all'attivo qcs., ritenerla vantaggiosa, positiva

8. s.m. TS polit. l'insieme dei funzionari e degli attivisti di un partito o di un sindacato | riunione di attivisti: attivo di sezione, attivo sindacale

 

definizione adattata

at·tì·vo

agg., s.m. FO

1a. agg., che agisce; operoso, che si dà da fare: un uomo molto attivo

1b. agg., pieno di attività, di impegni, di interessi: condurre una vita attiva

2a. agg., che ha una funzione specifica e determinante in un processo, in un fenomeno complesso: avere parte, funzione attiva in un progetto, in un'impresa

2b. agg., che è in azione, in funzione: l'impianto è ancora attivo 3a. agg. TS gramm. di forma verbale, che esprime l'azione compiuta dal soggetto: coniugazione attiva | s.m., tale forma verbale

3b. s.m. TS gramm. ® verbo transitivo

 

 

Maria Luisa

Piegare: non è fondamentale sapere che piegare significa convincere, come nella frase “non mi piegherai”

 

DE MAURO 2000

 

pie·gà·re

v.tr. e intr. (io piègo) FO

1. v.tr., sottoporre a flessione o torsione; rendere curvo o arcuato un corpo, modificandone la forma: piegare un metallo, un fil di ferro, un ramoscello, un giunco, piegare ad angolo retto, a U, a gomito

2. v.tr., sovrapporre i capi o gli angoli opposti di un foglio o di un tessuto, accostandone o facendone combaciare i lembi: piegare un foglio in tre parti, piegare le lenzuola, un fazzoletto

3a. v.tr., flettere: piegare le gambe, le braccia

3b. v.tr., inclinare, abbassare: piegare il capo, il busto, il tronco, la schiena

4. v.tr. LE in riferimento alla vista o allo sguardo, abbassare, rivolgere: i tremebondi lumi | piegar non soffri al dubitoso evento? (Leopardi)

5a. v.tr. CO fig., sottomettere, domare; vincere: piegare una forte resistenza, piegare un animo fiero; piegare un avversario

5b. v.tr. CO fig., persuadere, indurre: piegare qcn. ai propri voleri, alla propria volontà

6. v.intr. (avere) CO di qcs., arcuarsi, divenire curvo: piegare per un carico pesante | anche fig.: piegare sotto il peso degli anni, delle responsabilità, delle fatiche

7. v.intr. (avere) CO mutare direzione o pendenza; deviare, inclinare: il corso del fiume piega a sinistra, la strada piegava per i campi, piegare in avanti, di fianco

8. v.intr. (avere) BU di eserciti in combattimento, ritirarsi: il nemico cominciò a piegare

 

definizione adattata

pie·gà·re

v.tr. e intr. (io piègo) FO

1. v.tr., sottoporre a flessione o torsione; rendere curvo o arcuato un corpo, modificandone la forma: piegare un metallo, un fil di ferro, un ramoscello, un giunco, piegare ad angolo retto, a U, a gomito

2. v.tr., sovrapporre i capi o gli angoli opposti di un foglio o di un tessuto, accostandone o facendone combaciare i lembi: piegare un foglio in tre parti, piegare le lenzuola, un fazzoletto

3a. v.tr., flettere: piegare le gambe, le braccia

3b. v.tr., inclinare, abbassare: piegare il capo, il busto, il tronco, la schiena

 

Risposta aperta

 

Possibile risposte  (tratto da Corda-Marello 2004, Attività 24)

Dizionario fai da te

  • Condividiamo le osservazioni su basta e piegare. Nella definizione di attivo aggiungeremmo senz'altro il significato tecnico economico, e anche l'uso come sostantivo, per ragioni di frequenza; ci sembra anche interessante segnalare la collocazione essere in attivo (il bilancio è in attivo).
  • cercheremmo di semplificare il linguaggio delle definizioni: ad esempio, invece di "sovrapporre i capi o gli angoli opposti di un foglio o di un tessuto, accostandone o facendone combaciare i lembi" (significato 2 di piegare) si potrebbe più semplicemente dire "mettere i capi opposti di un foglio o di un tessuto l'uno sull'altro": gli esempi come piegare le lenzuola, piegare un foglio in quattro chiariscono di cosa si tratta.

 

www.personalweb.unito.it/

 

 

  • Fine articolo Grammatica italiana tutto di tutto

    Grammatica italiana

 

ANNOTAZIONI SULLA GRAMMATICA ITALIANA

TERZO CORSO D’ITALIANO

L’ARTICOLO

L’ARTICOLO    DETERMINATIVO

                        Singolare                                                                   Plurale

                              il                -------------------------------------------      i

                               l’ (davanti a vocale)

Maschile                                 ------- -----------------------------------     gli

                              lo (davanti a*)

                            (*) parole che cominciano per  ps;  pn;  gn;  z;  x;  y;  j; i*;  h;  o   s+ consonate

                            (*) i  semiconsonante        

                              l’ (davanti a vocale)

Femminile                                               --------------------------------   le

                              La (davanti a consonate)

Attenzione¡     Gli articoli plurali gli e le  non s’apostrofano mai!              

L’articolo determinativo singolare

Esempi: l’uomo;  lo psicologo; lo pneumatico; lo gnomo; lo zio; lo iugoslavo; lo studente;  lo yogurt; 

L’ARTICOLO    INDETERMINATIVO  

                        Singolare                                                                   Plurale

                            Un  (davanti a consonate)  ------------------                dei

Maschile   Un  (davanti a vocale)

                                                                       -------------------                          degli 

                             Uno ( davanti a *)

 (*) parole che cominciano per; gn, pn; ps;  z;  x;  y;  j;  i**;  o   s + consonante). (**) la  i è semiconsonante        

                             un’ (davanti a vocale)

Femminile                                                          -----------------------      delle

                             una (davanti a consonante)                      

      Attenzione!  Gli articoli indeterminativi plurali  degli   e  delle  non s’apostrofano mai!

.                  IL GENERE  DEI  NOMI

In italiano abbiamo due generi:   maschile   e   femminile.

Non è sempre facile sapere quali sono maschili  e  quali femminili.

I nomi in –O  sono normalmente maschili.    I nomi in –A  sono normalmente femminili

I nomi in –E  possono essere maschili o femminili

Però alcuni nomi in –A  sono maschili:  alcuni che terminano in –MA:        il problema.  il cinema.

      alcuni che terminano in –ISTA   il dentista.    il giornalista.

altri nomi di persona in –A:         il poeta,        il pilota.

Sono normalmente maschili  i nomi:

  in –ORE. Il fiore.   In –ONE: il sapone.  In –ALE : Il giornale.   In –ILE :  il fucile.

Alcuni nomi in –O sono femminili. Sono spesso parole tagliate o tronche:

la radio.           la moto.      l’auto.        la foto                       la mano.

I nomi in  -TÀ  e –TÙ  sono femminili :      la liber.         la vir,           la gioven.     La senili

I nomi in –I  sono normalmente femminili:  la crisi.  l’analisi.          la sintesi.

Eccezione: il brindisi 

Sono normalmente femminili i nomi in –IONE: La lezione.   In –IE: la serie.    In –ICE  la lavatrice

Formazione del plurale del sostantivo

Maschile

I sostantivi che finiscono in –o, formano il plurale in –i       il bambino       i bambini

I sostantivi che finiscono in –e, formano il plurale in –i       l’insegnante    i insegnanti      

I sostantivi che finiscono in –a, formano il plurale in –i       il pigiama        i pigiami 

I sostantivi che finiscono in consonante restano invariabili:  il   bar            i bar

I sostantivi di parole straniere restano anche invariabili:       il bus           i bus      il leader    i   leader

I sostantivi monosillabici restano invariati:                             il re               i re       lo zar       gli zar         

I sostantivi che finiscono in vocale accentata restano invariati: il lunedì       i lunedì

I sostantivi che finiscono en  -io :

            a) se la i  è accentata, al plurale doppia la i              lo zio   -  gli zii

            b) se la i non è accentata, al plurale perde la o        il figlio -  i figli   lo studio  -   gli studi

I sostantivi che finiscono in  –co  e  -go  preceduti da consonate formano il plurale in  -chi  e – ghi  

il tabacco  i tabacchi    il chirurgo  i chirurghi  

I sostantivi in  –co  e –go preceduti da vocale formano il plurale in –ci  e  -gi:

medico -  medici;        austriaco – austriaci;   parroco  - parroci; raro parrochi           greco -  greci;

sindaco – sindaci        asparago – asparagi;  

Le parole bisillabe in –co  e –go formano il plurale in  -chi  e –ghi

Il banco  - i banchi;    il mago   - i maghi     il  lago  -  i laghi

le professioni che finiscono in –logo formano il plurale in –logi : lo psicologo – gli psicologi;         

eccezione:  monologo - monologhi   

Plurale   del   Femminile

I sostantivi che finiscono in –a   formano il plurale in –e                 la bambina – le bambine

I sostantivi che finiscono in –e   formano il plurale in –i                  l’insegnante – le insegnanti

I sostantivi che finiscono in –i    no cambiano al plurale                  la crisi             le crisi

I sostantivi che finiscono in –ie  no cambiano al plurale                  la serie             le serie

I sostantivi che finiscono in vocale accentata al plurale sono invariabili     la città  -  le città

I sostantivi monosillabi restano invariabili                                       la gru              le gru

I sostantivi che finiscono in consonate restano invariabili                la o l’hostess   le hostess

I sostantivi che finiscono in –ca  formano il plurale in –che            l’amica            le amiche

I sostantivi che finiscono in –ga  formano il plurale in –ghe            la maga           le maghe

I sostantivi che finiscono in –cia formano il plurale in –cie             la camicia        le camicie

I sostantivi che finiscono in –gia formano il plurale in –gie             la ciliegia        le ciliegie        

Se la parola in –gia  è preceduta da  consonante fa il plurale in –ge la frangia       le frange

Plurali irregolari

l’uomo–gli uomini; l’uovo–le uova;  il paio–le paia,   il braccio–lebraccia  il labro–le labra; il dito – le  dita

L’avambraccio - le avambraccia;  il ciglio – le ciglia;            il budello – le budella  il sopraciglio – le sopraciglia

un centenaio–delle centenaia; il miglaio–le migliaia   un dio-degli dei; il riso (ridere)– le risa; il miglio – le miglia

Le parole che derivano da abbreviazioni, si chiamano “parole tronche”,  restano invariati:

la moto-cicletta   le moto-ciclette;    il cinema – i cinema;      l’auto – le  auto;    la foto – le foto    

Le parole che finiscono in consonante non cambiano al plurale:      camion;    sport;     iogurt;      autobus;   bar;

                                                                                                      lo smog;    film;      gas;           goal;       quiz;

Non cambiano: il gorilla-i gorilla  il boa–i boa;  il boia–i boia; il sosia–i sosia;   il vaglia–i vaglia   il lama – i lama

Cambiano: il dio–degli dei (regolare sarebbe dei dei); il bue–i buoi; il tempio–i templi; 1.000 mille – mila (tremila)

I  COLORI

il verde/i    nero/a  -  neri/nere    bianco/a  –  bianchi/ bianche   Rosso/a – rossi/e       giallo/a  -  gialli/e     marrone / marroni      grigio / i

rosa     arancione        lilla / viola       sono invariati, perché sono in origene nomi di fiore o di frutta

azzurro / i        azzurra / e       blu       il celeste  sono le variazioni dell’azzurro.                 

Verde, marrone e grigio sono sempre maschili, non cambiano al femminile..

FORMAZIONE   DEL    FEMMINILE

I maschili che finiscono in – o           formano il femminile in –a               il bambino    –  la  bambina

Alcuni maschili finiti     in – e            sono invaribili al femminile             l’insegnante –  l’insegnante

I maschili che finiscono in – a           sono invariabili al femminile            l’artista        –  l’artista

I maschili che fisiscono in – e            formano il femminile in –a               il signore      –  la  signora

I maschili che finiscono in –ese         sono invariabili al femminile          il francese    –  la francese

 

Professioni

I maschili che finiscono in – tore      formano il plurale in – trice               il direttore -  la direttrice

Eccezioni

Il professore-la professoressa; Lo studente-la studentessa;  Il dottore-la dottoressa;  Il poeta-la poetessa

Alcuni  maschili che finiscono in – tore formano il femminile in – tora 

Il pastore  -   la pastora;        l’impostore  -   l’impostora        il tintore  -  la tintora

La nobilità

Il re-la regina ;     il principe-la principessa;     il duca-la duchessa;     Il conte-la contessa;

il barone-la baronessa;       il marchese    -    la marchesa

Altri  femminili   irregolari

L’eroe   -     l’eroina;         il gallo   -       la gallina;                lo zar  -  la zarina       

MASCHILE E FEMMENILE DI ALCUNI ANIMALI

Maschile                    femmenile                              cucciolo*

Il cavallo                     La cavalla                               Il puledro

il gallo                         la gallina                                 il pulcino

il cane                          la cagna                                  il cagnolino

Il porco/ il maiale        la scrofa                                  il porcellino    

il bue / il toro              la mucca / la vacca                 il vitello          

il montone                  la pecora                                 l’agnello

il becco**                   la capra                                   il capretto

*il cucciolo  è qualche animale quando è piccolo

**(Attenzione! questa parola ha anche il significato di cornuto)

LA FAMIGLIA

                         Maschile                                                                              Femminile

L’uomo                                                                                             la donna

Celibe (uomo non legato a donna)                                                    moglie  (donna legata a uomo)

                        Se tutti e due hanno bambini diventano

Padre   (Babbo, papà)                                                                        madre (mamma)

                        I suoi bambini saranno

Figlio                                                                                                 figlia

                        Uno rispeto dell’altro  è

Fratello                                                                                                          sorella

                           Il fratello / sorella de mio padre o madre sono    

Lo zio                                                                                                la zia   

                         Il padre / madre di miei genitori sono

Il nonno                                                                                             la nonna

                         Il marito / la moglie di mia  figlia / mio figlio sono

Il genero                                                                                            la nuora

                        Il figlio di mio / mia  zio / a    sono

Il cugino                                                                                            la cugina

                        Il figlio di mio / mia  fratello / sorella    sono

Il nipote                                                                                             la nipotte

                         Il padre / madre di mia moglie / mio marito  sono

Il suocero                                                                                          la suocera

                         Il fratello / la sorella di mia moglie / mio marito  sono

Il cognato                                                                                          la cognata

                        Il figlio / a di mio figlio/ mia figlia  sono

Il nipote/ nipotino                                                                 la nipote / la nipotina

                        La madre non sposata                                               la ragazza madre.

il fratello de mio nonno è mio prozio

 

LE  PREPOSIZIONI

Semplici                                                                         Composte o Articolate

In                                                                                          alla    →   a + la

Per                                                                                        della  →   di + la

Di                                                                                          al       →    a + il

Da                                                                                         sul     →   su +  il

Con                                                                                       sulla  →   su +  la

Su

Tra   o  fra

PREPOSIZIONI  SEMPLICI

  1. DA.  (agente)
    1. DA  chi è stata costruita questa casa? –     E’  stata costruita da un famoso architetto
  2. DI – SU (argomento)

      1)  DI  che cosa si è discusso ieri in Senato?         Della  politica all’estero.  (di + la)

      2)  SU quale argomento si svolge la conferenza?  Sulla guerra in Africa.  (su + la)

      C)  CON  (compagnia)

                  1) CON chi vai a teatro?                            Ci vado con mio fratello.

       D)  DI – PER (causa)

                  1)  DI  che cosa è morto tuo zio?                          E’ morto di vecchiaia.

                  2)  PER quale motivo non eri in classe ieri?             Per il mal di testa

       E)  A – DA – IN  (stato in luogo)

                  1)  Dove abitavi l’anno scorso?                            Abitavo a Perugia.

                  2  Dove stavi stamattina?                                               Stavo  dal  medico.                              

                  3)  IN quale regione si trova Firenza?                  Si trova in Toscana,

        F)  DA  (moto da luogo)

       1)  DA  dove arriva il treno delle 11?                 Arriba da  Roma..

        G)  DA – PER  (moto per luogo)

       1) PER dove si passa per andare alla stazione?      Passiamo da / per  Piazza Strozzi.

       2)  DA  dove si attraversa il fiume?                                Dal Ponte Vecchio.

         H )  A – DA – IN – PER   (moto a luogo)

                   1)  Dove vai la settimana prossima?                   Vado a Prigi, in Francia       

                   2)  Da chi vai a cena stasera?                             Vado da Mario e Carla.

                   3)  Quale aereo prendi?                                      Quello per  Parigi.

        I)               DI (materia)

  1. DI che legno è fatto questo armadio?                      E’ fatto di pino canadese.   

       L)   A – CON – DA – IN  (modo)

       1)  Come ama Francesco sua moglie?                 Con molta passione.

       2)  Come parla Dario?                                         Parla a voce bassa

       3)  In che modo ti ha trattato il capufficio?      Mi ha trattato da amico 

           4)  Come vieni a scuola?                                   Vengo in autobus.

           M)  A – DI  (propietà)

         1)  A chi appartene questa macchina)                Appartene a Gianluca.     

         2)  DI chi è questo passaporto?                                     E’di Pietro.

N)  DI  (specificazione)

         1)  DI che cosa è la festa oggi?                        Oggi è la festa di s. Genaro.

O)  A – CON – DI – IN – PER  (strumento)

         1)  Come vai in centro?                                    Vado a  piedi.

         2)  Con che tagli la carta?                                             La taglio con le forbici.

         3)  Di che cosa vivi?                                         Vivo del mio lavoro.

         4)  Come viaggi a Roma?                                             Viaggio in treno

         5)  Come spedisci il pacco?                              Lo spedico per posta  

  P)  PER (vantaggio)

         1)  Per che cosa lavori?                        Lo faccio per il bene della mia famiglia.

            Q)  A – DA – DI – FRA – IN – PER – SU (tempo)

         1)  A che ora parti per Roma?                          Alle tre e mezza.

         2)  Da quanto aspetti?                                      Da  mezz’ora

         3)  Arrivi di giorno a Venezia?                         No, arrivo di sera.

         4)  Fra quanto parti?                                         Parto fra tre giorni.

         5)  Quando parti?                                                         In  tre ore.

         6)  Quanto tempo pensi di restare qui?            Per  tre mesi.

R)  (termine)

         1)  A chi hai dato i cioccolatini?                      A Mario.

PREPOSIZIONI  COMPOSTE 

A causa di

Attraverso -  

Dirimpetto a

Insieme a (con)

Presso

A metà di

Contro

Dopo -

Intorno a

Prima di

Accanto a

Dalle parti di

Fino a = sino a

Lontano da

Senza

Addosso a

Davanti a

Fuori  di/da

Lungo -

Sino a = fino a

Al centro di

Dentro – (a)

In cima a

Nei dintorni di

Sopra – (a)

Al di là di

Dietro

Incontro a

Nei pressi di

Sotto – (a)

Al di qua di

Di faccia a

In fondo a

Nel centro di

Verso -

Al disopra

Di fianco a

In meno di

Nel mezzo di

Vicino a 

Al disotto

Di fronte a

In mezzo a

Oltre – (a)

 

        Alcune preposizioni semplici e composte prendono ”DI”  davanti ai pronomi personali.

Esempi: Dietro di me, te ecc. Sotto di ... Sopra di ... Verso di ... Attraverso di ...Contro di ...  Dentro di ...  Presso di  ecc.

SU  e TRA  possono avere “DI” prima dei pronomi  o  no. 

        Quando sono seguiti da un solo pronome hanno generalmente “DI”.  Esempi:  SU di me.  TRA di noi

Differenza di base tra  IN  ed  A:    

Vado AL mare (da Valencia a Denia)          Sono AL mare (sto seduto vicino al mare)  Vado IN  mare (faccio il bagno)                   Sono  IN   mare  (sto nuotando)

 A  :  Luigi abita A Roma -Vado A  casa - baccio A mia madre - Telefono A Maria  –  vado A piedi.

         Vivo  A   Zurigo   -   Porto dei fiori A Lucia   -   Vado piedi  -  vado  A  teatro

 IN :  Viviamo  IN  Italia  -   Vado  IN   Francia   -   Andiamo  IN   bicicletta    

 Attenzione:   Vado  IN  bicicleta  -  vado  IN  auto =  con l’auto  -   sono  IN  piedi,   ecc…

Interessante!

Dove possiamo studiare? (aula grande terzo piano): nell’aula grande del terzo piano.

Attenzione!    Aula viene qualificata per grande e per tanto porta l’articolo determinativo.

           Se dicesse: aula terzo piano sarebbe: in aula terzo piano.

NUOVE PREPOSIZIONI

Dentro            fuori da              sotto     sopra           vicino a     lontano da     davanti a     dietro di                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              in mezzo a       nel mezzo di  

ANDARE  + la preposizione  A  (semplice o articolata)

ANDARE   a,  al;  alla;  all’;  allo    + nome di luogo al singolare

 

vado

vai

va

 

andiamo

andate

vanno

 

 

 

 

a

 

casa

scuola

lezione

letto

teatro

Roma

Elba

 

 

 

 

al

bar

*centro

liceo

ristorante

cinema

mare

lago

concerto

mercato

primo piano

 

 

 

 

alla     

 

 

biblioteca

mensa

stazione

posta

messa

 

 

 

 

 all’

 

 

Ufficio postale

Università

Accademia

Opera

Ospedale

estero

 

 

 

 

 allo

 

 

 

zoo

spaccio

stadio

 

ANDARE – STARE – ESSERE – CORRERE – RIMANERE le preposizioni IN, DA + nome di luogo, mezzo di trasporto o nome di negozi al singolare

ANDARE

STARE - ESSERE

 

Nomi di

Luoghi

Mecí di trasporto

Nomi di negozi

 

Nomi di negoazianti

 

Vado

Sto – sono

 

Vai

Stai – sei

 

Va

Sta – è

 

Andiamo

Stiamo – saimo

 

Andate

State - siete

 

Vanno

Stanno - sono

 

 

 

 

 

 

 

 

IN

banca

classe

chiesa

piscina

ufficio

albergo

pensione

città

campagna

montagna

paese

officina

*centro

farmacia

Italia

Spagna

Toscana

Sicilia

America

 

 

 

 

 

treno

autobus

metropolitana

nave

macchina

bicicleta

motorino

 

 

 

 

gelateria

librería

macelleria

pasticceria

tabaccheria

latteria

salumeria

cartoleria

pizzeria

biblioteca

trattoria

lavanderia

periferia

discoteca

 

 

 

 

 

 

 

 

DAL

 

 

gelataio

libraio

macellaio

pasticciere

tabaccaio

lattaio

salumiere

cartolaio

pizzaiuolo

bibliotecario

dentista

dottore

medico

meccanico

Le preposizione A,   IN,    DA   con i nomi di luogo al singolare

Attenzione!    Uso della preposizione IN davanti ai nomi registrati che cominciano per l’articolo

Per esempio si dice in “La Rinascente”  non nella Rinascente.  Invece si dice alla Rinascente.

AGGETTIVI  DIMOSTRATIVI

                        Singolare                                                                  Plurale

            Questo                                                                       Questi

            Quest’ (davanti a vocale si può apostrofare)             Questi

Maschile         Quel (davanti a consonate)                                       Quei

                        Quello                                                                        Quelli

Quello *                                                                     Quegli

                        Quell’ (davanti a vocale)                                           Quegli

*(davanti a  s + consonante, x, i, y, z, gn, pn, ps)

Questa                                                                       Queste

Femminile      Quella (davanti a consonate)                                     Quelle

                        Quell’ (davanti a  vocale)                                          Quelle

Le consonanti doppie

   ./ Il raddoppiamento delle consonanti non segue regole precise. In linea di massima una con­sonante

      puo essere raddoppiata se si trova tra due vocali o tra una vocale ed l oppure r (palla, attrezzo) .

   ./ Ricorda che il raddoppiamento non avviene mai con:

           q ad eccezione di soqquadro;

b seguita dalla terminazione -ile: incredibile, nobile;

           g e z seguite dalla terminazione -ione: stagione, lezione .

   ./ I digrammi ch, gh, ci, gi raddoppiano la c e la g: tacchi, agghiacciante, astuccio, aggirare.

      Raddoppiano la consonante iniziale le parole composte con i prefissi: a - da - fra - ra - so - su

      sopra - sovra - contra: accanto, davvero, frattempo, rallentare, sorreggere, supporre, soprattutto,  

      sovraccarico, contrapporre. Non c'è raddoppiamento nelle parole composte da sotto e contro e

      inizianti con s impura (s seguita da consonante).

     La  z si raddoppia quando dopo la vocale precedente si trovano tre lettere. Esemio: prezzo  pazzo

     Eccezione: pazzia perche viene da pazzo.



GLI AGGETTIVI   BELLO – BUONO – QUELLO

Gli aggettivi  bello  ,  buono  e  quello  prima del nome seguono al plurale le regole rispettivamente dell’articolo determinativo e dell’articolo indeterminativo.

Se BELLO , BUONO e QUELLO sono dopo il nome seguono al plurale le regole dei normali aggettivi in –A  e –I /E.

                                         BELLO                                                              QUELLO

                        Singolare                       Plurale                                 Singolare                    Plurale

                        Il bel  bambino         i bei    bambini                    quel   ragazzo               quei     ragazzi

Maschile        il bell’albero              i begli alberi                        quell’ artista                 quegli  artisti

                        Il bello studente       i begli studenti                   quello studente            quegli  studenti

Femmenile     la bella ragazza        le belle ragazze                   quella ragazza             quelle   ragazze

                        la bell’amica             le belle amiche                   quell’amica                   quelle  amiche

GLI  AGGETTIVI  POSSESSIVI

I          SCHEMA GENERALE 

  • – L’aggettivo possessivo ha sempre l’articolo determinativo.
  • – L’aggettivo possessivo  si mette sempre prima del nome
  • – Si trova dopo il nome solo in espressioni fisse e nelle esclamazioni.  Madre mia!
  • – Nel possessivo di terza persona si distingue, quando il possessore è uno, o sono diversi.
  • – Non si mette l’aggettivo possessivo davanti ai vestiti ed agli oggetti personali.

        Prendi la giacca!  Mettiti il cappotto!

A)        Un possessore:

    Numero di      Genero e numero di               Persone grammaticali              Numero di

    possessori        cosa / e  possessa / e                                                               cose possesse

 

 

 

 

 

 

Maschile

il mio

il tuo

il suo

 

 

Singolare

 

 

 

 

una

 

 

Femminile 

la mia

la tua

la sua

 

uno

 

 

 

 

 

 

 

 

Maschile

i miei

i tuoi

i suoi

 

 

Plurale

 

 

 

 

diverse

 

 

Femminile

le mie

le tue

le sue

               

Esempio: Questo è il mio posto.         Non trovo i miei libri.          Sono venuti i tuoi amici

              B)      Diversi  possessori.

    Numero di    Genero e numero di                      Persone grammaticali               Numero di 

    possessori      cosa / e  possessa / e                                                                      cose possesse

 

 

 

 

 

 

Maschile

il nostro

il vostro

il loro

 

 

Singolare

 

 

 

 

una

 

 

Femminile 

la nostra

la vostra

la loro

 

diversi

 

 

 

 

 

 

 

 

Maschile

i nostri

i vostri

i loro

 

 

Plurale

 

 

 

 

diverse

 

 

Femminile

le nostre

le vostre

le loro

 

   Esempio: Questa è la vostra camera.         Il loro amico è francese.         I nostri libri sono qui.

Per uno spagnolo, la difficoltà principale sta nell’uso della terza persona, già che ha bisogno di  distinguire se il possessore è uno:       “La sua macchina è nuova” (de él, de ella, de usted).

                                                            I suoi libri sono qui,  (de él, de ella, de usted),

                  o sono diversi:     “La loro macchina è qui”, (de ellos, de ellas, de ustedes).

                                                           “I loro libri sono qui” (de ellos, de ellas, de ustedes).

  II       L’articolo davanti al possessivo. 

Regola generale:  il  possessivo italiano è sempre preceduto dall’articolo.

Ho preso il mio  libro.

                        Sei venuto con la tua macchina?.  Pietro ed Angelo hanno scritto ai loro amici. 

            Ma si omette nei seguenti casi:

a–  Davanti ai nomi di parentela al singolaremio padre è venuto ieri.

          Tua moglie è americana. - Suo fratello ha studiato a Roma, non il suo fratello...

Ma i nomi di parentela mettono  l’articolo nei seguenti casi:

Quando vanno al plurale            I miei fratelli hanno studiato a Roma.

Quando vanno seguito da un nome proprio:       il mio fratello Carlo

Quando sono alterati per un suffisso o una trasformazione ipocoristica:

la tua sorellina è qui.  La mia  mamma non è ancora arrivata.

 il mio babbo non è ancora venuto

Quando il nome va preceduto o seguito da un aggettivo:  come minore  o  maggiore.

Il mio fratello maggiore.  il mio bravo zio mi aiuta  moltissimo. La mia cugina francese.

Il mio altro fratello, oppure il mio fratello Carlo.

Quando l’aggettivo possessivo è  loro,  ha bisogno sempre dell’articolo:

Il loro padre è medico.

  • – In alcune  forme di cortesía:  (Sua eccellenza è molto gentile),

del linguaggio epistolare  (Aspetto tue notizie),

in certi sintagmi preposizionali:

A tua disposizione. A suo nome.  A mia insaputa (sin mi conocimiento). A mio danno

(en perjuicio mio). A tuo piacimento. A casa mia (a / en mi casa).

In vita mia (en toda mi vida).

  • – Quando si desidera accentare il fatto della proprietà: Questo libro è mio.
  • – Nei vocativi: amico mio!
  • – Quando il posto dell’artícolo determinativo è occupato per un’altro, sia un indeterminativo,   un dimostrativo,  un indefinito o sia un numerale: 

É venuto un  mio amico.                         Questomio lavoro non mi piace 

Alcune mie amiche sono  spagnole.        Tre miei amici sono venuti ieri.

TUTTO

Tutto  si usa come aggettivo e come pronome.

Tutto (pronome)        Ho capito tutto: tu non mi ami più.

                                   Tutti ti vogliono bene, ma tu non ci credi.

Tutto (aggettivo)        Quando è aggettivo è seguito dall’articolo determinativo.

                                   Vado al mercato tutti  i  giorni.

                                   Ho lavorato tutta  la  sera.

Quando tutto è seguito da un numero, tra tutto e il numero c’è una e

                                   Tutte  e  tre le sorelle di Fabio vivono a Bologna.

OGNI

Significa tutto è invariabile ed  è  sempre  seguito da un nome   al singolare.

       Ogni volta (tutte le volte) che vado a Venezia, mangio in un ristorante vicino a Piazza San Marco.

CI   e   NE

Ci locativo  si usa per sostituire una determinazione di luogo e significa  qui, lì.

- Sei mai stato a Parigi?          - Sì, ci sono stato quattro mesi fa.

Ci  si usa anche con verbi seguiti dalle preposizioni:    a (pensare a, credere a), su (contare su),

con (parlare con, giocare con) e in questo caso significa a / su / con questo,  a / su / con lui / lei / loro.

Hai pensato a dove andare in vacanza quest’estate? Sì, ci ho pensato, ma non ho trovato con  chi.

Con AVERE             nella lingua parlata, ci si usa anche in altre espressioni:

            Dov’è la mia camicia a righe?            Io non ce l’ho.

Con  FACERLA = riuscire

- Sei pronto per l’esame di spagnolo?            -No, penso che non ce la farò a darlo.

Con VOLERCI.

  • Quanto tempo  ci vuole   per arrivare in macchina a Napoli?
  • Ci vogliono   più o meno tre ore.

Ne  si usa per sostituire un complemento o un’intera frase introdotta da di e significa :

 di questo, di lui / lei /loro,  da questo.

- Sai che Luigi si sposa?   Sì, me ne ha parlato Maria.                      Ne = di questa cosa.

- Hai sentito che è scoppiata la guerra?   No, non ne so niente.       Ne = di questa cosa.

- Di studenti bravi, ne ho visti molti, ma come lui...

NE  partitivo.

Ne è un pronome ed è obbligatorio usarlo. Indica una parte del tutto e quindi non si usa quando c’è la parola tutto. In questo caso si usa lo / la / li / le.

            Quanti viaggi farai quest’anno?   Ne farò due, forse tre.    Ne sostituisce a viaggi.

C’è ancora della torta?  Penso di sì, io non ne ho mangiata. Ah, no, guarda. L’ha mangiata tutta Mario.

Quando la quantità è zero, cioè niente o nessuno, si usa ne, e nei tempi composti  (passato prossimo, passato remoto...) il participio si accorda in genere con il nome sostituito da ne.  Anche se c’è avere come verbo ausiliare.

Quanti libri hai comprato?                 Ne ho comprati  tre.    Ne ho comprato uno o nessuno.

Quante penne hai comprato?             Ne ho comprate due.  Ne ho comprata una o nessuna.

Il ne si usa anche in espressioni fisse o a volte quando non è necessario.

  • Non ne posso più, ho voglia di cambiare mestiere.
  • Non voglio più stare in casa, me ne vado a fare un giro.

CONGIUNZIONI  CAUSALI      

DATO CHE serve per introdurre la causa. E’ cioè una congiunzione causale. E’ seguito da un’intera frase con il verbo all’indicativo.

Altre espressioni con lo stesso significato sono: VISTO CHE, SICCOME, POICHÉ . = Puesto que, como.

DATO CHE / VISTO CHE / SICCOME / POICHÉ  piove, oggi pomeriggio resto in casa.

Tutti si mettono all’inizio della frase.

SICCOME  è l’unica congiunzione causale che non si puó mettere nella seconda parte della frase.

Oggi pomeriggio resto in casa visto che / dato che / poiché piove. 

Attenzione!  Non “ SICCOME “

INDEFINITI

Sono parole usate nell’italiano, chiamate INDEFINITI.  Possono essere aggettivi  e  pronomi.

Qualche ,  alcuni ,  un po’

Sono sinonimi, indicano una quantità piuttoso piccola, inferiore a  molto / tanto.

Esempi:  Ho alcuni amici = Ho un po’ di amici = Ho qualche amico.

Qualche non cambia mai e si usa sempre con un nome al singolare.

Alcuni / e  cambia al maschile e al femminile, ma si usa sempre al plurale. Può essere aggettivo e pronome.

Poco / a / chi / che

Indica una quantità superiore a 0 (zero), ma insufficente.

Cambia di genere e  di numero.   Si usa come aggettivo e come pronome.

Aggettivo: Ci sono pochi film interessanti oggi al cinema.

Pronome:  Ho visto  molte case  belle a Roma, ma nella zona dove vivo  ce ne  sono poche.

Nessuno / a

Indicano una quantità 0 (zero).

Nessuno se usa solo al singolare, cambia di genere.

Se segue il verbo vuole la negazione non.

Esempio: Non ho nessun / a  amico / a  cinese.

Se può usare anche come  pronome.

Esempio: Sono andato a casa di Franco, ho suonato, ma non c’erano nessuno.

Quando è aggettivo segue le regole dell’articolo indeterminativo un / uno / una.

Nessun amico. Nessuno sport. Nessun’amica.  Nessuna ragazza. 

Niente / nulla  sono sinonimi.

Significato nessuna cosa. Non cambiano mai!

Se seguono il verbo vogliono la negazione non.

Esempio: C’è stato un incidente dove abito, ma non ho visto niente / nulla

Ogni – Ciascuno – Ognuno  

          “Ogni”:è solo agettivo e non si trova mai da solo.

                         Esempio: ogni uomo.   Ogni donna.     Ogni volta che...

          “Ciascuno”: è aggettivo   e anche    pronome:

                             Esempio:  aggettivociascun uomo. Ciascuna donna. 

                                             pronome:   Ciascuno di noi.  A ciascuno il suo...

          “Ognuno” significa tutti, è usato solo al singolare ,  è solo pronome, cambia al maschile e

                             al femminile.

           Ognuno deve (tutti devono) portare qualcosa da bere o da mangiare per la festa di Mario.

 

Qualcosa / qualcuno

           Hanno un significato indeterminato. Sono invariabili e se usano sempre al singolare.

           “Qualcuno” è solo pronome

Significano qualche cosa / qualche persona.

                   Esempi: C’è  qualcosa  (qualche cosa) da mangiare in casa?

                                 C’è  qualcuno (qualche persona)  che mi sa spiegare il futuro?.

Qualsiasi – Qualunque

Sono aggettivi indefiniti, e sono sempre seguiti dal verbo al singolare. Si usano sia con le cose che con le persone.

PRONOMI    DIRETTI

I pronomi diretti sustituiscono nomi maschili e femminili così al singolare come al plurale.

                                   Singolare                               Plurale

Maschile                          lo                                            li

Femminile                        la                                            le   

Esempi:  Laura, conosci Luigi?          Si, lo conosco         Lorenzo, conosci Paola? Si, la conosco.

 Ragazze, conoscete Mario e Lorenzo?         Si, li conosciamo.   Ragazzi, conoscete Paola e Maria?        Si, le conosciamo.

Attenzione alla terza persona singolare e plurale del pronome diretto + il pronome riflessivo! 

Si + lo =  SE   LO        Si +  la  =  SE LA        si  +  li   =  SE   LI             si  +  le  =  SE  LE       

Maria si è LAVATA le mani. Maria SE  LE  è  LAVATE   

Carlo si è LAVATO i  pantaloni.   Carlo SE  LI  è  LAVATI

PRONOMI  INDIRETTI

   Sono uguali ai pronomi diretti, meno le terze persone, singolare e plurale:

a me = MI    te =TI   a lui = GLI  a lei = LE  a noi = CI   a voi = VI  a loro = GLI /  … LORO (dopo il verbo)

         Esempi:  (A Mario) GLI  do un libro / (a Mario e Luigi) GLI  ho dato un libro

                        (A Luisa)    LE  do un libro /  (a Luisa e Maria) LE   ho dato un libro.

     (A loro)  GLI  do un libro / GLI ho dato un libro -  do LORO un libro / ho dato LORO un libro

                        (a me)  Hanno spiegato a me  il problema?  MI hanno spiegato il problema.  

                        (a noi)  Piace a noi il vino?                            CI  piace il vino.

(a voi)  Piacciono  a voi  gli spaghetti?          VI  piacciono gli spaghetti?

 

 

 

 

 

 

  PRONOMI  COMBINATI

    Sono così formati:

PRONOMI  INDIRETTI

 

 

mi

ti

gli / le / Le

si*

ci

vi

Gli /….loro (dopo il verbo)

si*

 

D

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

Lo

me lo

te lo

glielo

se lo

ce lo

ve lo

glielo   /   lo  .....loro  

se lo

 

R

La

me la

te la

gliela

se la

ce la

ve la

gliela   /   la   ....loro

se la

 

E

li

me li

te li

glieli

se li

ce li

ve li

glieli    /   li  .....loro

se li

 

T

le

me le

te le

gliele

se le

ce le

ve le

gliele   /   le  .....loro

se le

 

T

ne

 me ne

te ne

gliene

se ne

ce ne

ve ne

gliene  /   ne .....loro

se ne

 

I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si* pronome riflessivo

Attenzione!    I pronomi combinati fanno la concordanza con il participio passato

Esempi: Ti do la giacca -   Te la do.

               Hai portato il libroa Luisa?  Sì, gliel’ ho portato.

               Hai portato la valigi a  CarloGliel’ho portata  

               Ci hanno regalato la macchinaCe l’hanno regalata      

               Quanti libri ci sono sul tavolo.    Ce ne sono due. Oppure Ce n’è soltanto uno*

*)    Questa è un’eccezione nella quale ne  s’apostrofa.  

Lo stesso per i pronomi diretti   +  i pronomi riflessivi  (sono uguali ai diretti, meno le terze persone):

            Si  +  lo  =  SE  LO           Si  +  la  =  SE  LA  

Quando c’è un pronome diretto + un pronome riflessivo, il pronome riflessivo va prima.

Ti sei lavato le mani'? SI, me le sono lavate.

Chi ha mangiato la cioccolata? Se l'è"mangiata Ugo.

Quando c'e un pronome indiretto+ un pronome riflessivo, il pronome riflessivo va dopo.

Quando il bambino ha visto la mamma, le si è gettato tra le braccia.

Quando il bambino ha visto il babbo, gli si è gettato tra le braccia.

PRONOMI  RELATIVI   CHE   e   CUI

I pronomi relativi   che  cui   si usano per unire frasi che hanno un elemento in comune.

Il pronome relativo sostituisce quell’elemento.

Esempi:  1. Mia sorella Silvia arriva domani  +  2. Mia sorella Silvia vive a Milano =

 Mia sorella Silvia che vive a Milano, arriva domani.

1. John è inglese. + 2. Io lavoro con John. =  John con cui lavoro, è inglese.

Il pronome relativo che è invariabile e si usa per sostituire un soggetto o un oggetto diretto (un oggetto senza preposizion).

  1. La ragazza che parla con lui è amica mia.  2.  Le scarpe che porto sono tedesche.

3.   Gli italiano che parlano inglese sono aumentati. 4. Il libro che  legge è un capolavoro!

Il pronome relativo cui è  invariabile  è si usa per sostituire un oggetto indiretto (un oggetto preceduto da una preposizione).

1. Quello è l’amico di cui ti avevo parlato.   2. La ditta a cui dobbiamo telefonare si trova in Olanda.

3. Il paese da cui provengo è piccolissimo.   4. E’ imbarazzante parlare della situazione in cui mi trovo.

5. Come si chiama la ragazza con cui parlavi prima?  6.  E`davvero uno su cui puoi contare.

7. Abbiamo diverse ragioni per non venire, tra cui il fatto che è troppo tardi.

PRONOMI RELATIVI  CHE   e   CUI

    Soggetto o oggetto diretto  (senza preposizione)   ›                             che

    Sempre dopo preposizione                                     ›                            cui

                                                                         (a cui, con cui, da cui, di cui, per cui, su cui, tra / fra cui)

 

 

 

PRONOME RELATIVO  CHI

Chi è sempre singolare e ha il significato di:

“tutti quelli che” . “la gente che”,  “la persona / le persone che”. 

Chi  non sostituisce all’antecedente. Non si dice: la persona chi... si dice la persona che ...

Chi è usato spesso nei proverbi popolari. 

Non sopporto chi parla mentre mangia.                    Di solito chi fa una vita sana vive più a lungo,

Chi dorme non piglia pesci.                                      Chi va piano va sano e va lontano.

Pronome relativo  chi

                                                     La persona / le personone che    ›           chi

PRONOME RELATIVO “POSSESSIVO”

Per unire due frasi che hanno un elemento comune che esprime possessosi usa la forma:

articolo determinativo  +   cui

(il cui / la cui / i cui / le cui)

l’articolo prima del pronome relativocui concorda sempre con l’oggetto “posseduto”

1. Quella ragazza è una mia amica.  +   2. Ieri hai incontrato la madre di quella ragazza. =

   La ragazza, la cui madre hai incontrato ieri, è una mia amica.

1. Umberto Eco insegna a Bologna. +   2. I suoi romanzi sono tradotti in moltissime lingue. =

    Umberto Eco i cui romanzi sono tradotti a moltissime lingue, insegna a Bologna.

1. Quell’artista è molto famosa.  +  2.  Le opere  di quell’artista si trovano al MOMA di New York =

     Quell’artista, le cui opere si trovano al MOMA di New York, è molto famosa.

1. Il pittore è morto.  +  2. Siamo andati alla sua mostra qualche mese fa.

    Il pittore, alla cui mostra siamo andati qualche mese fa, è morto.

PRONOME  RELATIVO  IL QUALE

Articolo determinativo  +   quale

CHE e CUI  si possono sostituire con il pronome relativo  il quale / la quale / i quali / le quali

Ho visto Marco, che mi ha raccontato tutto.            Ho visto Marco il quale mi ha raccontato tutto.

L’auto con cui sono venuto è a noleggio.                 L’auto con la quale sono venuto è a noleggio.

I vicini con cui avevo un bel rapporto, hanno traslocato.  I vicini  con i quali avevo un bel ....

Le mie figlie, a cui avevo comprato una macchina, hanno  avuto un incidente.

Le mie figlie, alle quali avevo comprato una macchina, hanno avuto un incidente.

Giovanni, che è il capo di mio marito, ha divorziato ieri. (più usato)

Giovanni, il quale è il capo di mio marito, è divorziato. (meno usato).

Ho visto Anna, che tu conosci molto bene. (più usato).

Ho visto Anna, la quale tu conosci molto bene. (meno usato).

Attenzione!   Non si può mai usare la forma il/la quale, i/le quali con funnzioni di complemento oggetto.

- Ti ho riportato i libri i quali mi hai prestato ieri.                 Incorretto

- Ti ho riportato i libri che mi hai prestati ieri.                      Corretto

Colui – colei – coloro che

Esempi: Chi  deve fare l’esame vada nell’aula 122.

              Coloro che devano fare l’esame, vadano nell’aula 122.

Oltre al pronome relativo chi possiamo usare coloro che, entrambi significano le persone che.

Al singolare, cioé con il significato la persona che esiste la forma del femmenile colei che e del maschile colui che.

Queste forme non sono molto frequenti. Sono spesso sostituiti da chi.

Ricorda che chi solo può essere usato all’inizio della frase.

Chi ha unito l’Italia si chiama Giuseppe Garibaldi.

 

 

I COMPARATIVI

SUPERIORITÀ    e   INFERIORITÀ       MAGGIORANZA   e   MINORANZA

Il comparativo con gli aggettivi si forma con le parole più / meno seguita dall’aggettivo:

L’Italia è più popolata della Svezia.               La Svezia è meno popolata dell’Italia

SUPERIORITÀ       Più…………………. di / che  

INFERIORITÀ        Meno……………….di / che  

DI  e CHE   introducono la seconda parte del paragone

Uso di: DI.

Si usa quando la parola che segue è un sostantivo  o un pronome personale, dimostrativo, possessivo Roma è  meno  fredda  di  Perugia.

Luigi è  più / meno alto  di  te 

           La mia macchina è più veloce della  tua.

           Quello che ti ha detto Paolo è più interessante di quello che ti ha detto Mario.

Uso di: CHE  si usa quando la parola che segue è un:

Aggettivo:  Roma è più caotica che inquinata.

Avverbio:  Bere liquori fa più male che bene.

Complemento con preposizione:  In città si vive peggio che in campagna.

Verbo all’infinito: Abitare in campagna è  più rilassante che vivere in città.

Un comparativo di quantità:  In Italia  ci sono più  donne che uomini.

COMPARAZIONE DIRETTA TRA DUE SOSTANTIVI

Dicono che sia più sano bere tè che caffè, ma a me non mi piace.

UGUAGLIANZA  

Si formano anteponendo a ciascuno degli elementi in comparazione o paragone:                         

Tanto             -           quanto   

                        Così                -           come   

            Luigi  è   tanto / così   intelligente   quanto / come    Pietro. 

            Maria è   tanto / così   brava   quanto / come    timida.

            Non si devono incrociare gli elementi delle due correlazioni.  

                        Tanto      con     come          o            Così    con      quanto

Se vuoi rendere più forte il comparativo può usare :

Molto;  assai;  abbastanza;  notevolmente;  estremamente.

Queste parole si metteno prima di più: Napoli è molto più grande di Pompei.

IL SUPERLATIVO

Esistono due tipi di superlativi: quello relativo e quello assoluto.

Il superlativo relativo si forma utilizzando l’articolo determinativo  +  il comparativo:

Roma è la città più grande d’Italia.

Il superlativo assoluto si forma aggiungendo il suffisso –issimo / a   all’aggettivo.

Firenze è bellissima.

Comparativi  e superlativi  irregolari.

Aggettivo

Comparativo

Superlativo

Relativo

Superlativo assoluto

Superlativo

regolare

Buono

migliore / i

il migliore

ottimo

buonissimo

Cattivo

Peggiore / i

il peggiore

pessimo

cattivissimo

Grande

maggiore / i

il maggiore

massimo

grandissimo

Piccolo

Minore / i

il minore

minimo

piccolissimo

 

Il comparativo e il superlativo degli aggettivi  seguono le regole di questi.

Si può fare il comparativo e il superlativo anche degli avverbi:

Esempi:   Cerca di pronunciare le parole più chiaramente.

                George parla benissimo l’italiano.

Avverbi il cui comparativo è irregolare:

Avverbio

Comparativo di Maggioranza e Minoranza

Bene

Meglio

Male

Peggio

Molto

Più

Poco

Meno

 

Per differenziare l’uso dell’aggettivo migliore / peggiore dall’uso dell’avverbio meglio / peggio si fa la frase al plurale, per sapere quale ha senso. L’aggettivo ha plurale, l’avverbio no.

Nell’italiano moderno esistono altri modi per esprimere il superlativo assoluto oltre a –issimo.

Si usano davanti alle parole prefissi come: arci- ;   iper- ;  stra- ;  super- ;  ultra- ;  mega-.

Esempi:           Tuo zio è straricco.                           Questa è una supermacchina.

LA FORMA IMPERSONALE

Ci sono vari modi per rendere la forma impersonale, cioè per non esprimere in modo determinato la persona che compie l’azione.

Loro. Questa mattina hanno rapinato la filiale della banca. La parola Loro non è espressa esplicitamente.

Uno.    Uno può avere molti soldi, ma la felicità non si può comprare.

Tu.      Se in Italia viaggi in treno, risparmi.

            Nel caso degli esempi il soggetto tu indica una persona qualsiasi, un soggetto indeterminato.

Forma impersonaleSI”

La forma impersonale esprime azioni generali, comuni a molte persone.

A Natale si mangia sempre troppo.   Alle feste si canta e si balla.

Per fare la forma impersonale usiamo: si + verbo (3ª persona singolare)

Da Roma a Milano si fa prima con il treno che con la macchina.

Con i verbi ESSERE e  DIVENTARE usiamo gli aggettivi sempre al plurale maschile.

In Italia quando si  é  contenti, si canta o si fischia una canzone

Quando sei / diventi giovane fai delle pazzie.

Forma impersonale: Quando si è / si diventagiovani  si fanno delle pazzie.

Attenzione!  Quando l’azione  solo può essere fatta per le donne usiamo il femminile plurale.    

            Esempio: Quando si è menopausiche si fanno delle pazzie.

Con il verbo riflessivo:  D’estate mi vesto con pantaloni corti.

                                   D’estate  ci si veste con pantaloni corti.

I verbi riflessivi diventano ci si + verbo  (3ª persona singolare) alla forma impersonale.

Le pizze, le devi comprare dal pizzaiuolo.    Le pizze, le si devono comprare dal pizzaiuolo.

Se comincia un lavoro devi finirlo.                Se si comincia un lavoro, si deve finirlo   o    lo si deve finire.

Attezione! I pronomi diretti: lo, la, li, le vanno sempre davanti al si impersonale.

Si può comprare il vino all’Enoteca   lo si può comprare all’Enoteca.

Forma dell’impersonale al passato prossimo. Sempre si usa l’ausiliare ESSERE.

                        Ho comprato il libro.              Si è comprato il libro

AVERE

                        Ho comprato i libri.                Si sono comprati i libri.

Con  AVERE la concordanza del participio, dipende dell’oggetto.

ESSERE        Sono andato a Firenze.          Si è andati a Firenze.

Con ESSERE alla forma impersonale il participio passato sempre  al plurale maschile

Con l’imperfetto:        passato con AVERE            

                                   Mai  avevamo  visto   Non si era mai visto.  

Attenzione!    In questo esempio l’ausiliare é  AVERE  ed allora non c’è la concordanza

                                   passato con ESSERE

                                    Mai ero andato a Firenze       Non si era mai andati a Firenze.

Attenzione!    In questo esempio l’ausiliare é  ESSERE  ed allora  c’è la concordanza

Se usciamo presto, arriviamo in orario. Non si mette il si, si arriva presto, perché usciamo è soggetto

Con i verbi servili  DOVERE – POTERE  – VOLERE  +  INFINITO  la concordanza non è d’obbligo, secondo “Invito al buon nitaliano” di Bruno Storni*.

Esempi:           SI può acquistare questi libri.

                        SI possono acquistare questi libri.

                        SI è dovuto pagare una bella somma.

                        SI è dovuta pagare una bella somma. 

PASSATTO   PROSSIMO   IRREGOLARI

-so    prendere   preso   ;         chiudere      chiuso   ;      perdere    perso     ;    correre     corso

-sso   mettere    messo   ;        succedere    successo

-to     aprire       aperto  ;        vedere         visto     ;      chiedere   chiesto   ;   scegliere   scelto

-tto   scrivere    scritto   ;        fare             fatto     ;      dire          detto       ;   leggere    letto

Attenzione  ai verbi  FINIRE   e   COMINCIARE

Questi verbi a seconda del significato possono prendere l’ausiliare AVERE   oppure   ESSERE.

            Esempi:   Io ho cominciato la lezione alle 10.           la lezione è cominciata alle 10.

                            Luis ha finito di studiare alle 21.               Lo spettacolo è finito  alle 21.

  • Se è una persona chi fa l’azione si usa AVERE. 
  • Se non è una persona e implica un’azione passiva si impiega  ESSERE.
  • PASSATO PROSSIMO CON AVERE.

       In generale il participio passato non s’accorda con il soggetto, tranne quando c’è un

       pronome diretto, allora s’accorda in genere e numero con il pronome e non con il soggetto.

            Esempi:  Hai visto  Luisa?                             Sì. L’ho vista.    * L’  é  il pronome diretto la

                          Avete visto  Carla e Maria?               No, non le abbiamo viste 

Attenzione!  I pronomi diretti   lo, la,  La (di cortesia) s’apostrafano sempre davanti ad a o acca

          dell’ausiliare AVERE.   I pronomi diretti li e le non s’apostrafano mai!

Il passato prossimo si usa spesso con le parole come: già ,  appena,   ancora,   non ancora,    ormai,

                                   Oggi ho già  preso il caffè.

IL PASSATO REMOTO

Le forme irregolari riguardano solo le tre persone: Io - Lui  - Loro,  le altre tre persone Tu – Noi – Voi sono regolari. Questo è valido per le forme di tutti i verbi che hanno anche il PASSATO  REMOTO irregolare.

NOTATE  che le desinenze finali delle forme irregolari sono sempre:  Io  -Í   lui  -E       loro –ERO

      Queste due regole sono valide anche per il verbo  AVERE

                  Io  ebb – i      tu avesti     lui  ebb – e     noi   avemmo      voi   aveste      loro  ebb – ero

Ci sono verbi che le desinenze delle tre persone irregolari sono: Io –etti     lui –ette     loro –ettero 

            Come CREDERE   TEMERE    VENDERE

Il verbo ESSERE  invece è l’unico verbo irregolare che forma tutte le forme da un tema completamente diverso:  Io FUI                 tu  FOSTI      lui FU   noi FUMMO                 voi FOSTE           loro FURONO 

I verbi che hanno il passato remoto irregolare sono moltissimi, e quasi tutti sono della II coniugazione in – ERE. 

IL PASSATO REMOTO  si usa per indicare un’azione passata sentita dal soggetto come lontana  (remota) e comunque non più legata al presente o (che comunque non si considera in rapporto al presente).

Esempi:  Il nonno Giacomo  EMIGRO’  in Germania nel 1956.

                          Dante Alighieri  NACQUE  a Firenze,  ma  MORI’  in esilio a Ravenna.

Nella lingua scritta si deve fare attenzione: se si comincia una narrazione o descrizione al passato remoto, bisogna  continuare con questo tempo e non si può inserire improvissamente un passato prossimo.

Esempi: FINII di mangiare e LAVAI i piatti.  ERA una calda serata estiva e così DECISI di  uscire a fare una passeggiata (“ho diciso di …”.  sarebbe decisamente un errore).

L’IMPERATIVO

L’imperativo si usa per esprimere comandi, ordini, inviti, esortazioni, consigli, istruzioni, ecc.

L’imperativo negativo

            Per esprimere l’imperativo negativo alla seconda persona singolare si usa NON seguito dall’infinito. I pronomi, se ci sono, precedono o seguono l’infinito.

Esempi:  Maria, non fumare le mie sigarrette!           Non fumarle / non le fumare!

Nelle altre persone la formazione  dell’imperativo negativo  è regolare.

L’imperativo  ed  i pronomi:

    I pronomi atoni, il “NE” partitivo ed il “CI” e “VI” locativi, seguono la seconda persona singolare e plurale e la prima persona plurale dell’imperativo e precedono la terza persona singolare e plurale.

VERBO + PRONOME con TU / NOI / VOI  

(tu) domandaLO!                  EntraCI!                     CompraNE due!

                                   (noi) domandiamoLO!           EntriamoCI!               CompriamoNE uno!

                                    (voi)  domandateLO!             EntrateCI!                  ComprateNE due!

            Esempi:           Promettere a-me di venire      PromettiMELO!

Scegliere uno!                        ScegliNE uno!      o    ScegliLO!

                                   Non cadere nella brace!         Non caderCI

Dire a noi la verita'!               DiciamoCELA!

Nuocere all'assassino!            NociamoGLI!       o  NuociamoGLI

                                   Dare a lei la chiave!                DiamoGLIELA!

Fare a noi un piacere!             FacciamoCELO         FacciamoCENE uno!

Fare (TU) le spese!                 FaLLE

Andare (TU) all’agenzia di viaggi! VaCCI!

PRONOME + VERBO con LEI / LORO   (Lei)    LO domandi!      CI entri!       NE compri tre!

     (soli di cortesia)                                       (Loro)  LO domandino!  CI entrino!   NE comprino uno!

                Sedersi sulla panca!   Si   CI / VI  sieda  **si non cambia, perchè ci / vi sono particelle di luogo

                Porre il problema tranquillamente non distrarsi!   LO ponga tranquillamente

Forma negativaTu – noi – voi      (tu)    ascoltaLO!        Non ascoltarLO!        Non LO ascoltare!

                                                           (noi)  ascoltiamoLO!  Non ascoltiamoLO!

                                                           (voi)  ascoltateLO!     Non ascoltateLO!

Forma negativa:  Lei/Loro              (Lei)   LO ascolti!      Non LO ascolti!

                                                           (Loro) LO ascoltino!  Non LO ascoltino!

Non darsi delle arie!   Non SE NE dia  si davanti al pronome ne diventa se

Non distrarsi!                                     Non SI distragga

Non udire le sue parole!                    Non LE oda

Non espulsare quell'alito gelido         Non LO espulsi

Attenzione! :  i verbi modali  POTERE / DOVERE  non seguono la regola dell’imperativo negativo.

Esempi:           Non devi uscire!                     Non puoi dire questo!

                                    Non lo devi fare!                    (oppure  =  non devi farlo!) 

Forme abbreviate

La seconda persona Tu – dei verbi : ANDARE,  DIRE,  DARE,  FARE,  STARE

            è spesso abbreviata all’IMPERATIVO:

va’  -   di’  -  da’  -  fa’  -  sta’  invece delle forme intere  vai,  dici,  dai,  fai,  stai

   Esempi:  VA’  a vedere quel film, é bellissimo!     DA’  l’acqua ai fiori!

      STA’  fermo al meno cinque minuti!       DI’ a mia madre che la telefono domani mattina!

                  FA’  presto,  sono già le cinque e siamo in ritardo! 

           Tutte queste forme  +  pronomi  +  CE / NE  raddoppiano la consonante iniziale del pronome

            (questo è molto importante perchè sono tutte forme della conversazione comune!):         

Esempi:  DA’  +  MI  =  DAMMI    VA’  +  CI  =  VACCI      FA’  +   NE = FANNE   ecc.

    Lo stesso succede con i pronomi combinati:

            Esempi:  DA’  +   ME  LO  =   DAMMELO             DI’   +   CE  LO   =   DICCELO  ecc.

   MA :   con le forme  GLIELO,  GLIENE   ecc,   non si raddoppia:

Esempi:  DA’   +   GLIELO   =    DAGLIELO         DA’   +   GLIENE   =   DAGLIENE

            Marco c’è Laura al telefono!. Dille di ricchiamare tra dieci minuti 

Gesù, un senza Dio non merita un premio così grande.  “Questo dillo a quelli del totocalcio, non a me!”

Eccoti il rullino con le foto che ti ho scattato ieri sera ballando. FANNE quello che vuoi.

 

 

La posizione del pronome

I pronomi atoni (mi, ti, gli, ecc), anche quelli doppi, ne e ci vanno prima dal verbo quando c’è un indicativo, un condizionale, o un congiuntivo:

Esempi:           Mi ridai il tuo numero di telefono ) l’ho perso.

                        Vi andrebbe di fare due chiacchiere con noi stasera davanti un bel bicchiere di vino?

Mi scusi, mi sa dire dov’è Piazza del Popolo?

E dopo il verbo quando c’è un infinito, un imperativo, un gerundio:

Mi piacerebbe rivederla prima che si spossi.             Guardami negli occhi, non mi stai dicendo la verità.

            Ascoltandolo dal vivo, ho capito che è un grande musicista.

  Nel caso dell’infinito il verbo perde l’ultima e quando è seguito  da un pronome:

  parlare + gli =  parlargli                    leggere + lo =  leggerlo

Con  DOVERE, POTERE, SAPERE e VOLERE, sono possibile due costruzioni:

            Voglio conoscerla          oppure         La voglio conoscere

TRAPASSATO PROSSIMO

Il  trapassato prossimo  si forma  con l’imperfetto  dei verbi ausiliari  ESSERE   o  AVERE  più  il

      participio passato del verbo coniugato.

            Esempi:  Luigi e Gianni erano partitI   /  Eva e Maria  erano  partitE

                           Gianni  era  partitO  /  Maria  era  partitA

                           L’avevo visto,  l’avevo vista,    li avevo visti,   le avevo viste

Il  trapassato prossimo si usa quasi solamente nelle frasi dipendenti quando il verbo della frase

     principale è al passato.

   Il trapassato prossimo si usa per indicare un’azione avvenuta  prima di un’altra espressa con un

            Passato – prossimo – remoto o un imperfetto

            Esempi: Quel giorno ho letto(passato) il libro che avevo comprato (trapassato) il giorno prima

  Quando arrivai all’università, il professore aveva già iniziato la lezione.

  Quel giorno comprai la camicia che avevo visto in vetrina.

Per unire le frasi, in italiano, si usano parole chiamate appunto congiunzioni (a volte sono degli avverbi), perché servono a congiungere, a unire le frasi di un testo. Dal RETE 2!

Per unire

 

e – anche - inoltre

Per dividere o mettere in contrasto

 

ma – anche se – o – oppure – tuttavia – però - comunque

Per introdurre la causa

 

perché – poiché – dato che – visto che – siccome

Per introdurre la conseguenza

 

perciò – così – quindi - dunque

Per introdurre il tempo

 

quando – mentre – prima – dopo – appena – poi

Per introdurre una condizione

 

se

Per esprimere la negazione

 

neanche – nemmeno

Per confermare

 

infatti

 

FUTURO ANTERIORE   O  COMPOSTO

Si forma con il Futuro semplice di ESSERE / AVERE + participio passato del verbo principale

Sarò tornato                                     avrò mangiato

Si usa dopo gli avverbi di tempo   QUANDO,  (NON) APPENA,   DOPO CHE.

Quando abbiamo due azioni future in frasi dipendenti l’una dall’altra (cioè  unite da “e”), usiamo

futuro composto  in quella che avviene prima ed il futuro semplice, in quella che avviene dopo.

            Esem:  Farò la doccia e poi andrò a letto  =  Quando avró fatto la doccia andrò a letto. 

                       Tornerò a casa e vedrò la TV  =  Non appena sarò tornato / a  a casa, guarderò la TV.

                       Tu partirai e poi mi scriverai = Dopo che  sarai partito / a, mi scriverai

 

 

 

 

IL CONGIUNTIVO 

Il CONGIUNTIVO serve per esprimere una opinione, un desiderio, un dubbio 

 

 

grammatica italianagrammatica italiana         Logico                                                     Mi sembra che tu sia stanco

         Meglio                                                             

grammatica italiana         Necessario                                              É giusto

         Probabile                                                                     che lui è inglese. (esprime una sicurezza.

Si esprime nel presente del indicativo.

  É     bene             + che + Congiuntivo.      É sicuro

         naturale                                                 

grammatica italiana         giusto                                                    Ma: Non è certo         che lui sia inglese (Com’è una

         possibile                                                                                    opinione, se esprime nel presente

IL CONGIUNTIVO PASSATO

Si forma con il verbo AVERE o ESSERE + il participio passato del verbo principale.

            Es.  Io dirò che tu sia stato /a  qui

                  Spero che tu abbia dormito bene

IL CONGIUNTIVO IMPERFETTO

I verbi  ESSERE  -  DARE  -  STARE  sono gli  unici verbi irregolari   al   congiuntivo imperfetto.

   ESSERE:  che io   fossi         DARE:  che io    dessi                  STARE :  che io   stessi

                      che tu   fossi                        che tu    dessi                                   che tu    stessi

                      che lui   fosse                      che lui    desse                                  che lui   stesse

                      che noi  fossimo                  che noi   dessimo                             che noi  stessimo

                      che voi  foste                        che voi   deste                                 che voi  steste

                     che loro fossero                  che loro   dessero                             che loro stessero

BERE (bevessi) - DIRE (dicessi) - CONDURRE  (conducessi) ecc... sono irregolare all’infinito e non al  congiuntivo imperfetto.

CONGIUNTIVO TRAPASSATO

                                               AVERE

Si forma con l’ausiliare                      al congiuntivo imperfetto + participio passato del verbo principale

                                               ESSERE

            Esempi:   Io avessi avuto

                            Io fossi stato / a

CONCORDANZA DEL CONGIUNTIVO PRESENTE E PASSATO

   Dopo una frase principale con un verbo all’indicativo presente, al futuro o all’imperativo si usa:  

  a).  il congiuntivo presente o il futuro se si vuole esprimere un’azione posteriore.

  b).  Il congiuntivo presente o il presente progressivo al congiuntivo se si vuole esprimere  un’azione

       contemporanea;

c).  Il congiuntivo passato per esprimere un’azione anteriore

                    Frase principale                                                 frase secondaria

                      Immagino                                             lui parta / partirà

                      Immaginerò                  che                 lui parta / stia partendo in questo momento

                      Immagina                                             lui sia partito ieri

 

 

 

 

 

 

 

CONCORDANZA DEL CONGIUNTIVO IMPERFETTO E TRAPASSATO

            Dopo una frase principale con un verbo al passato o al condizionale si usa:

  • il congiuntivo imperfetto o il condizionale composto per esprimere un’azione posteriore.
  • Il congiuntivo imperfetto per esprimereun’azione contemporanea.
  • Il congiuntivo trapassato per esprimere un’azione anteriore.

                        Frase principale                                            frase secondaria

Ho immaginato                                  lui partisse / sarebbe partito più tardi

Immaginavo                                      

                        Avevo immaginato                 che      lui partisse quel giorno

                        Immaginai

Immaginerei

                        Avrei immaginato                              lui fosse partito il giorno prima.

 Qualche volta si può usare il congiuntivo imperfetto anche dopo una frase principale all’indicativo    presente, per esprimere un’azione tipica dell’imperfetto indicativo (sensazione, abitudine,

 descrizione atmosferica, ecc)                                                             

lui ieri sera fosse stanco (sensazione)

            Immagino       che      tu da bambino andassi spesso al mare (abitudine)

                                               domenica  facesse molto freddo in montagna (descrizione atmosferica)

IL PASSIVO

     Il PASSIVO si forma con l’ausiliare ESSERE  +  il  participio passato  del verbo attivo:

                        Io compro un libro      Un libro è comprato da me.

                        Io compro due libri     Due libri  sono comprati da me.

  • La preposizione d’agente è sempre: DA  (e solamente DA!) e non s’appostrofa mai!

Esempi: E’ stato costruito da un falegnama.    E’ stato visto da tutti, ecc.

  • Nei tempi semplici il verbo ESSERE  può  essere sostituito dal verbo VENIRE:

Esempi: Il Presidente è eletto  /  viene eletto  dalle Camere   

              La macchina è guidata  /  viene  guidata da me ecc.    

 MA ATTENZIONE!: Ricordate che questa forma si può usare solo nei tempi semplicimai   nei

                                       tempi composti  (passato prossimo, futuro composto, trapassato  ecc.)

  • Le frasi impersonali con “SI” hanno un significato passivo e si possono usare bene (al presente) invece della forma passiva. Solo in frasi generali o impersonali (cioè che non hanno un complemento d’agente espresso).

Esempi: Compriamo i francobolli alla Posta.

      1.  I francobolli sono / vengono comprati alla Posta da noi.         

      2.  I francobolli si comprano  alla Posta da noi.

            d)  DOVERE  +  ESSERE  =   ANDARE  +  participio passato. (indica obbligo)

                        Esempi: Questo lavoro debe essere fatto  =  VA  fatto

                                     Questo dente debe essere tolto    =  VA  tolto

                        Si usa in frasi impersonali (cioè quelle che non hanno un complemento espresso).

TRASFORMARE   alla forma passiva

Incredibile, chi te l’ha raccontato?                            Incredibile, da chi ti è stato raccontato?

Strano, chi te l’ha consigliato?                                  Strano, da chi ti è stato consigliato?

Bello, chi te l’ha fatto?                                              Bello, da chi ti è stato fatto?

Buffo, chi te l’ha regalato?                                       Buffo, da chi ti è stato regalato?

Simpatiche quelle ragazze, chi ve le ha presentate?  Simpatiche quelle ragazze, da chi vi sono state

                                                                                   presentate?

Stupende quelle cartoline, chi ve le ha spedite?          Stpende quelle cartoline, da chi vi sono state spedite?  

Splendidi questi fiori, chi ve li ha regalati?                Splendidi questi fiori, da chi vi sono stati regalati?

 

VERBI  SEMIAUSILIARI – MODALI – SERVILI    

                                      POTERE               

AUSILIARE       +       DOVERE    +   VERBO ALL’INFINITO*

                                      VOLERE

  • Il verbo all’infinito indica l’ausiliare che dobbiamo impiegare. 
  • Quando l’infinito è ESSERE l’ausiliare è anche ESSERE

 Esempi:  non  sono potuti partire 

                  Ci siamo dovuti trasferire   Partire e trasferire sono intransitivi

                  Non ho potuto lavorare

                  Io sono voluto essere

Dopo regge sempre  infinito composto.

Non si dice: Dopo ascoltare.  Si  dice: Dopo aver  ascoltato.

Non si dice: Dopo andare.      Si dice: Dopo essere andato.

Non si dice: Dopo dormire.    Si dice: Dopo aver dormito.

Non si dice: Dopo far cadere. Si dice: Dopo aver fatto cadere

Non si dice: Dopo entrare.      Si dice: Dopo essere entrato 

Il SI PASSIVANTE

Anziché usare le forme el pasivo con essere, venire o andare è possibile utilizzare il si passivante + la forma attiva del verbo, ma solo con i verbi transitivi e debe essere espresso il complemento oggetto.  

- In tutte le scuole italiane si leggonoI promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

- In tutte le scuole  italiane sono / vengono letti “I promessi esposi” di Alessandro Manzoni.

Dopo il si abbiamo il verbo alla terza persona singolare se il nome a cui si riferisce è singolare, o alla terza persona plurale se il nome a cui si riferisce è plurale.

Nei tempi composti (passato prossimo, imperfetto, ecc) il verbo ausiliare è sempre essere  e il participio passato si accorda con il nome a cui si riferisce.

Esempio: Ieri si sono giocate le ultime partite del campionato di calcio

Avolte il si è usato al posto di noi: Dove si va questa sera?  Dove andiamo questa sera?

Il periodo ipotetico

Un periodo ipotetico è costituito da una ipotesi  e da la frase principale o conseguenza).

L’ipotesi, che sempre comincia per Se,  può avere diversi  livelli:

Della Realtà                                       Se l’ipotesi e la conseguenza sono reali avremo:

Se (presente) + presente                                Se domani piove, non esco

Se (futuro)     + futuro                                   Se domani pioverà, non uscirò'

Se (presente) + imperativo                            se vuoi la mela, mangiala!  

Sono possibili altri tempi dell’indicativo       Se da bambino eri timido, è normale che adesso parli poco
                                                                       Se tu eri stanco, potevi andartene

Della Possibilità – Probabilità           Se l’ipotesi e la conseguenza sono possibili, eventuali avremo:

Se (cong. imperfetto)+ condiz. Semplice       Se fossi ricco, viaggerei sempre!

Se (cong. imperfetto)+ condiz. composto      Se fosse sincero, avrebbe detto la verita'

(se l’azione ha luogo nel passato)

Con altre espressioni o congiunzioni:            Nell’eventualità che; nel caso che; se per caso, qualora,

Si usa il cong. imperfetto + indicativo presente  o  imperativo

Qualora non potessero venire, ci telefonano per avvertirci.

Dell’ Irrealtà - Improbabilità – Impossibilità  Se l’ipotesi e la conseguenza sono impossibili, irreali, avremo

Se (cong. trapassato) + condiz. composto     Se avessi studiato di piu', avresti passato l’esame

Con l’espressioni o congiunzioni                   ora;  adesso; in questo momento; a quest’ora si usa:

Se (cong. trapassato) + condiz. Semplice  Se avessi vinto la lotteria, adesso non lavorerei!

  • Regola pratica: dopo il “se” che introduce una frase condizionale, non compare:

Mai il modo condizionale

Mai il congiuntivo presente

I VERBI  IMPERSONALI

Oltre ai verbi che descrivono il tempo: In novembre in Italia piove molto.

E ad espressione con il verbo ESSERE + aggettivo: E’ bello saper parlare varie lingue straniere.

Ci  sono altri verbi cha hanno una costruzione impersonale, cioè che normalmente si usano alla terza persona singolare: basta, bisogna, occorre, sembra, conviene.

Solitamente il verbo che segue a questi impersonali è all’infinito, a volte introdotto da una preposizione come nel caso di sembrare.

Se uno vuole ingrassare, basta mangiare un tipico pasto italiano.

Bisogna cercare di parlare più spesso in italiano se si vuole impararlo bene.

Che caldo fa! Sembra di essere in estate.

Ma anche la costruzione con che + il congiuntivo è quasi sempre possibile quando la frase che segue il verbo impersonale ha il soggetto chiaramente espresso e personale.

Sembra che ieri sull’autostrada si siano formate code per 50 chilometri.

E’ necessario che tu e Franco raccontiate alla polizia ciò che è successo.

Altri verbi alla forma impersonale, ma che si costruiscono solo con che + il congiuntivo:

accadere, succedere, volerci, parere, può darsi.

Verbi ed espressioni che richiedono il congiuntivo

Verbi ed espressioni che esprimono sentimento:

avere paura, piacere, dispiacere, sperare, temere, meravigliarsi, sorprendersi,

essere contento / felice / triste / sorpreso / deluso, ecc.

Ritengo che la decisione di permettere ad altri paesi di entrare nell’Unione Europea sia stata giusta.

Verbi ed espressioni esprimono opinione:

credere, pensare, avere l’impressione, ritenere, suporre, immaginarsi, ecc.

Mi immagino che non abbiate visitato tutti i musei di Roma.

Verbi che esprimono volontà:

volere, desiderare, preferire, ordinare, permettere, pretendere, proibire, vietare, impedire, ecc.

In Italia la legge vieta che si guidi un motorino senza mettersi il casco.

Verbi e locuzioni che esprimono dubbio:

dubitare, non essere sicuro, negare, sembrare, parere, ecc.

Pare che i vicini di casa di Domenico abbiano riconosciuto il ladro.

Il verbo essere (è, era, ecc) + aggettivo o nome.

Il 1º maggio è stato bello che tanti lavoratori abbiano partecipato alla festa organizzata in piazza.

Il congiuntivo si usa anche dopo:

il verbo sapere alla forma negativa:

le espressioni: senza che, prima che, nel caso che.

gli avverbi: Nonostante, benché, sebbene, malgrado;

ATTENZIONE! Ma reggono l’indicativo:   anche se   e    forse

SULLA NARRAZIONE SCRITTA

*Attenzione!  Con i pronomi personali mi, ti, si, ci, vi davanti al verbo l’accordo è volontario

Esempio: ci avesse acompaganto /ti / te  all’aeroporto.

Quando s’inizia una frase al presente la seconda parte può venire

al presente, al futuro o al congiuntivo passato.

Suppongo(presente) che tu arrivi. (in quel momento, azione contemporanea)

Suppongo che ti arriverai domani. (azione posteriore).

Suppongo (presente) che tu sia arrivato ieri (azione anteriore)

Quando s’inizia una frase al passato la seconda parte può venire

al condizionale composto, al congiuntivo imperfetto o congiuntivo trapassato.

Supponevo (passato) che tu fosse arrivato ieri ( azione anteriore: trapassato)

Supponevo che tu arrivassi in quel momento (azione contemporanea: congiuntivo imperfetto)

Supponevo che tu saresti arrivato/a il giorno dopo.(azione futura nel passato: condizionale composto)

ESSERE  o  STARE

Un altro tratto abbastanza diffuso nelle parlate meriodionale è l’uso di stare al posto di essere.

Non ci sta nessuno     al posto di       Non c’è nessuno.

Dove stanno i miei pantaloni?           al posto di       Dove sono i miei pantaloni?

A volte si usa stare nell’italiano standar per esprimere qualcosa in modo più intenso:

Non ti agirare, sta calmo! (anziché sii calmo!  che non si utilizza).

Come ausiliare STARE ha soprattutto due usi importanti:

per descrivere un’azione in svolgimento,seguita dal gerundio:         Sto scrivendo una lettera.

Per descrivere un’azione che averrà in un futuro molto prossimo: 

Che film noioso: sto per addormentarmi!

SUL MODO CONGIUNTIVO IN PROPOSIZIONI DIPENDENTI:

Predicato principale al presente:

                                               verrà (venga)  fra poco - azione posteriore   futuro – congiuntivo presente

    Credo che egli (venire)      venga              adesso – azione contemporanea  congiuntivo presente

                                               sia venuto        poco fa – azione anteriore      congiuntivo passato

Predicato principale al passato:

sarebbe venuto dopo-  azioneposteriore condizionale composto

    Credevo che egli (venire)  venisseallora – azione contemporanea   congiuntivo imperfetto

    (Ho creduto)                      fosse venuto prima – azione anteriore      congiuntivo trapassato 

Azione al futuro con –quando – dopo che – (non) appena

                                   quando

Mangerò il pesce       dopo che        si usa il futuro composto

                          (non) appena          

non sono sicuro (dubbio) che Aldo venga (congiuntivo presente).

Sono sicuro che Aldo verrà (futuro semplice).

Passato

                                   per esprimere  un’azione posteriore    -          condizionale composto.

Azione al passato      per esprimere  un’azione contemporanea -    imperfetto congiuntivo

                                   per espressare un’azione anteriore     -           congiuntivo trapassato.

Se l’azione nel futuro non è ancora verificata si usa il condizionale semplice.

Se l’azione nel futuro è già verificata si usa il condizionale composto.

Se l’azione nel passato era realizzata sempre e la frase principale viene espressa da un imperfetto la frase dipendenti viene anche espressa da un imperfetto.

Se l’azione nel passato era realizzata a volte e la frase principale viene espressa da un imperfetto la frase dipendenti viene espressa da un passato prossimo.

L’estate scorsa quando andavo al mare è spesso mangiato al ristorante.

L’estate scorsa quando andavo al mare mangiavo al ristorante.

IL DISCORSO INDIRETTO

            DISCORSO DIRETTO                                                    DISCORSO INDIRETTO

Attenzione! La premisa è al passato.

Io / tu                          lui / lei                                                mio / mia / tuo / tua                          suo / sua

Noi / voi                     loro                                                     nostro/nostra vostro / vostra                       loro

Qui / qua                     lì / là (in questo posto)                       questo / a / i / e                      quello / a / i / e

Oggi                                                                                      quel giorno

Ieri                                                                                         il giorno prima

Domani                                                                                 il giorno dopo

Ora / adesso                                                                          allora (in quel momento)

Un’ora fa                                                                               un’ora prima

Fra                                                                                         dopo

La premisa                                                                           la dipendente

Presente indicativo / congiuntivo                                          imperfetto indicativo / congiuntivo

Futuro / condizionale semplice                                             condizionale composto

Imperativo                                                                             di + infinito

Venire                                                                                   andare

PERIODO IPOTETICO DELL’IMPOSSIBILITÀ

Il medico ha detto; “Se tutto andrà bene, Lei uscirà tra una decina di giorni”.

Il medico ha detto che tutto fosse andato bene, lei sarebbe uscito / a dopo una decina di giorni.

Gianni ha detto: “se ne avessi la possibilità, lo farei”.

Gianni ha detto che se ne avesse avuto la possibilità, l’avrebbe fatto”.

Gianni ha detto: “Se ne avessi avuto la possibilità, lo avrei fatto”.

Gianni ha detto che se ne avesse avuto la possibilità l’avrebbe fatto”.

DISCORSO DIRETTO                                                                             DISCORSO INDIRETTO

Cosa dobbiamo cambiare?

Gina ha detto: “Io sto bene qui”                                           Gina ha detto che stava bene lì (in quel posto)

Gina ha detto: “Nella stanza accanto alla mia                      Gina ha detto che nella stanza accanto alla sua

                         c’è una ragazza della mia età”                      c’era una ragazza della sua età.

Gina ha detto: “Nella mia stanza c’è una ragazza                 Gina ha detto che nella sua  stanza c’era una

                         Che resta qui fino a domani”                       ragazza che restava lì fino a il giorno dopo.

Gina ha detto: “Ieri le ho datto i dolci che mi                      Gina ha detto che il giorno prima le aveva dato avete portato”                                                                     i dolci che le avevano portato”.

Claudio ha detto: “Oggi arrivano i miei amici”                     Claudio ha detto che quel giorno arrivavano i suoi amici.

Claudio ha detto: “Adesso è tardi per uscire”                       Claudio ha detto che allora era tardi per uscire”.

Claudio ha detto: “Partirò fra una settimana”                       Claudio ha detto che sarebbe partito dopo una settimana.

Piero disse: “Credo che lui sia a casa”                                   Piero disse che credeva che lui fosse a casa.

Gina ha detto: “Quando tornerà Paolo”                                Gina ha detto che quando sarebbe tornato Paolo.

Claudia disse: “Vorrei rimanere un po’ ma ho fretta”           Claudia disse che sarebbe voluta rimanere un po’ ma aveva fretta.

Amalia mi ha pregato: “Di’ ai miei amici di venire a             Amalia mi ha pregato di dire ai miei amici di

                                      trovarmi”                                         andare a trovarla”

Nella forma interrogativa si usa il se.

Esempio: Luisa domandò: “Puoi accompagnarmi?

                Luisa mi / gli / le domandò se potevo / poteva / potessi / potesse accompagnarla.         

Potevo / poteva è nel linguagio colloquiale, grammaticalmente deve essere il congiuntivo imperfetto

PROPOSIZIONI SUBORDINATE CAUSALI

PERCHÉ                  Ieri non sono andato / a al cinema perché dovevo studiare.

SICCOME                Siccome ero molto stannco, sono andato a letto presto.

DATO CHE              Dato che non avete più bisogno di me, me ne vado.

VISTO CHE             Visto che sono in ritardo, potresti darmi un passaggio.

POICHÉ                    Poiché non hai voluto darmi retta, ora non voglio sentire i tuoi lamenti.

GIACCHÉ                Giacché parli l’italiano abbastanza bene, potrai capire le parole della canzone.

 

 

 

PROPOSIZIONI COORDINATE CONCLUSIVE

QUINDI                    Ieri dovevo studiare, quindi non sono andato /a al cinema.

DUNQUE                  Non avete più bisogno di me, dunque me ne vado.

PERCIÒ                    Ero molto stanco, perciò sono andato / a  a letto presto.

LA COORDINAZIONE

Due o più proposizioni collegate tra loro in modo che ciascuna rimanga autonoma dall’atra o dalle altre si dicono coordinate.

Secondo il diverso tipo di rapporto che lega i termini coordinati, si distinguono diversi tipi di coordinazione:

•     coordinazione copulativa: e, né.

Es.: Lascio qui la macchina e  proseguo a piedi.

Non so se è partito se partirà..

•     coordinazione avversativa: ma, pero, tuttavia, eppure, anzi, invece.

Es.: Lo avevo messo in guardia, ma non mi diede ascolto, anzi fece il contrario; tuttavia lo giustifico.

*coordinazione disgiuntiva: o, oppure, ovvero.

Es.: E’ ancora qui  o  è già andato vía?

*coordinazione conc1usiva: quindi, dunque, pertanto.

     Es.: Più presone lo hanno visto in citta, quindi e sicuramente tornato.

“Penso quindi sono” e la prova cartesiana dell’ esistenza.

*coordinazione dichiarativa o esplicativa: infatti, cioè.

Es.: Siamo in ritardo, infatti non c’è più nessuno.

Luisa è mía cognata, cioè  ha sposato mio fratello.

La coordinazione copulativa, avversativa e disgiuntiva può essere rafforzata da particelle correlative: e ... e; né ... né; non solo ... ma; o ... o.

­            Esem:   parla  lascia parlare.

                       Non solo l’ho detto, ma l’ho ripetuto mille volte.

O te ne vai tu, o me ne vado io.

  •  

LA SUBORDINAZIONE

Da "GRAMMMATICA ITALIANA" di M. Dardano e P. Trifone

La proposizione subordinata non può stare da sola, ha bisogno di un'altra

proposizione a cui appoggiarsi.

Subordinate esplicite e implicite:

Si chiamano implicite le subordinate che hanno il verbo in modo indefinito (infinito, gerundio, participio)

Es.: Lascialo parlare / Anche volendo, non potrei / Rimasto solo, riprese il suo lavoro.

Si chiamano esplicite le subordinate che hanno il verbo di modo fmito (indicativo, congiuntivo, condizionale)

Es: Lasci che parli / Anche se volessi, non potrei / Quando fu rimasto solo, riprese il suo lavoro.

Proposizioni oggettive: **

Svolgono la funzione di complemento oggetto della proposizione reggente.

Es.: Ti dico che e la veritaJ Pensano che io abbia torto / Spero che non si preoccupi Ricordati di prendere le chiavi.

Proposizioni soggettive:**

Svolgono la funzione di soggetto della proposizione reggente:

Es.: Conviene che io vada / E' meglio che ci rassegniamo / Mi sembra di ayer capito / E' ora di muoversi.

 

Proposizioni dichiarative**

Servono a "dichiarare", a spiegare un pronome dimostrativo, completando il senso della principale:

Es.: In ciò l’uomo si distingue dalle bestie, che ha l’uso della ragione.

Il fatto che siamo tutti qui testimonia il nostro affetto per te.

Proposizioni causali

lndicano la causa per cui avviene quanto ed espresso nella principale.

Es.: Non l'ho comprato perché non mi piaceva / Poiché avete gia deciso, non voglio insistere ulteriormente / Giacché le cose stanno in que sto modo, e consigliabile aspettare / Visto che non c'e, vado via / ...

Le causali esplicite sono introdotte principalmente da perché, poiché, giacché, siccome, che.

           Locuzioni congjuntive che esprimono il rapporto di causalita: per il fatto che, per il motivo che, dal momento che, dato che, visto che, considerato che, in quanto (che), ecc.

Proposizioni finali **

lndicano con quale fine viene compiuta e verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente:

Es.: Sottrasse il documento, affinché non si potesse divulgado/ Tomo a dirlo perché ve ne ricordiate / Prendo la carta e la penna per scrivere.

Le congiunzioni piu usate nelle finali esplicite sono affinché e perché.

Proposizioni consecutive

lndicano la conseguenza di quanto espresso nella proposizione reggente.

Es.: Parlava co' si piano che non riuscivo a sentido / Era tale la mia stanchezza che mi addormentai subito / La proposta e talmente assurda da non meritare alcuna considerazione.

La consecutiva esplicita e introdotta de che, cosi, tanto, talmente, tale, simile. Locuzioni: cosicché, sicché, di modo che, al punto che, a tal segno che ...

Proposizioni temporali

Esprimono una relazione di tempo tra la subordinata e la reggente. Contemporaneita: si usa quando, come, mentre; nel momento che. Posteriorita: dopo che, (non) appena, quando, da quando, dopo.

Anteriorita:: prima che, fmo a che, fino a quando, ogni volta che, tutte le volte che.

Proposizioni comparative

Stabiliscono un rapporto comparativo con la reggente:

Es.: Il diavolo non e cosi brutto come si dipinge/ Ci mette piu impegno di quanto mi aspettassi / Abbiamo meno tempo di quello che sarebbe necessario.

Proposizioni condizionali (periodo ipotetico) **

Il periodo ipotetico e formato da due proposizioni, di cui una esprime la condizione necessaria per l'avverarsi di quanto e affermato nell'altra.

Proposizioni concessive**

lndicano il mancato verificarsi dell'effetto che potrebbe o dovrebbe conseguire una determinata causa.

Es. Benché abbia fame, non mangero

La concessiva e introdotta dalla congiunzioni benché, sebbene, quantunque, nonostante, malgrado o dalle locuzioni per quanto, nonostante che, malgrado che, anche se, ecc. o da prono mi e aggetttivi indefmitichiunque, qualunque.

Proposizioni interrogative indirette

Esprimono una domanda o un dubbio.

 

Fonte: fenomenal.files.wordpress.com

 

 

 

 

  • Fine articolo Grammatica italiana tutto di tutto

    Grammatica italiana

 

 

complemento 

preposizione o locuzione o congiunzione

verbo

nome o aggettivo o avverbio o particella o locuzione

esempio

1

Complemento di abbondanza

di

arricchire, abbondare, riempire, traboccare

pieno, abbondante, nutrito, rifornito, dotato, zeppo, colmo, munito

Lo scaffale è pieno di libri.

2

Complemento di agente

da

passivo

persona o animale

Tu sei  ammirato da tutti.

3

Complemento di argomento

di

dire, parlare, trattare, scrivere, pubblicare, discutere, deliberare

dibattito, libro, cd, dvd, videocassetta, corso, inserto, discussione, conferenza, riunione, giornale, periodico, settimanale, mensile

In questo sito parlo di Cesare

su

Ho fatto una conferenza su Guglielmo Marconi

per

Questa è una riunione per gli alunni.

circa

Noi discutiamo circa gli animali.

sopra

Noi parliamo sopra le squadre di calcio.

riguardo a

Deliberiamo riguardo ai libri di testo.

a proposito di

Noi parliamo a proposito degli amici.

attorno a

Noi discutiamo attorno ai pesci.

inerente il

Questo libro è inerente il maschilismo.

4

Complemento di causa

di

stufare, stancare, soffrire

 

Io sono stufo delle tue parole.

a

 

Luigi parte al tuo ordine.

da

 

Lui arrossisce dalla vergogna.

per

 

Io soffro molto per il freddo.

con

 

Con il vento gli alberi perdono le foglie.

a causa di

 

Non posso partire a causa dello sciopero.

a motivo di

 

Questa canzone è bella a motivo della musica dolce.

in conseguenza di

 

Sono debilitato in conseguenza della malattia.

per colpa di

 

Ho perso la strada per colpa di una interruzione.

per via di

 

Sono rimasto senza pane per via delle feste.

5

Complemento di causa efficiente

da

passivo

cosa inanimata

Fui colpito da una pietra.

6

Complemento di colpa

di

accusare, citare, processare, condannare, assolvere, incriminare, sospettare, incolpare, imputare, prosciogliere

reo, accusato, condannato, incriminato, sospettato, prosciolto, imputato, colpevole, accusa, violazione, giudizio, processo,

Fu accusato di omicidio.

da

Antonio fu assolto dall'accusa di furto.

per

E' iniziato un processo per furto.

della colpa di

L'impresa è accusata della colpa di agiottaggio.

per la colpa di

Un soldato è in prigione per la colpa di tradimento della patria.

del reato di

Il sindaco è accusato del reato di interesse privato.

per il reato di

E' stato citato in giudizio per il reato di furto.

del delitto di

L'onorevole è accusato del delitto di lesa maestà.

7

Complemento di compagnia

con

 

nome di persona o di animale

Passeggio con Katia.

insieme con

 

Domani esco insieme con gli amici.

insieme a

 

Sto insieme a te.

in compagnia di

 

Mi trovo in compagnia di Luisa.

8

Complemento di concessione

con

 

 

Hai vinto il concorso con il mio parere contrario.

contro

 

 

Hai vinto contro ogni aspettativa.

nonostante

 

 

Nonostante la pioggia passeggiava per la strada.

malgrado

 

 

Le foglie sempreverdi restano sugli alberi malgrado il freddo.

a dispetto di

 

 

Il contadino lavora nei campi a dispetto della neve.

9

Complemento di denominazione

di

 

qualunque nome proprio

Il nome di Piero è bello.

10

Complemento di distanza

 

 

distare, essere lontano, essere distante

Il mare dista tre chilometri da casa mia.

di

 

La distanza è di tre chilometri da casa mia.

a

 

Il mare è a due ore dal centro.

11

Complemento di distribuzione o distributivo

 

 

numero, a goccia a goccia, a poco a poco, a mano a mano, man mano, passo a passo, passo passo, a corpo a corpo, corpo a corpo

Io prendo un tè ogni 24 ore.

per

 

Camminiamo in fila per due.

a

 

Luigi fuma trenta sigarette al giorno.

su

 

Io ho superato venticinque esami su trenta.

12

Complemento di esclusione

senza

 

 

Andremo alla festa senza Antonio.

fuorché

 

 

Abbiamo pagato tutto fuorché l'aria.

eccetto

 

 

Tutti siamo andati a scuola eccetto De Sica.

tranne

 

 

Tutti fanno i compiti tranne Benigni.

all'infuori di

 

 

All'infuori di Katia i miei figli mangiano il pesce.

salvo

 

 

Tutti i giorni andiamo a scuola salvo la domenica.

ad eccezione di

 

 

Tutti siamo stati promossi ad eccezione di Andrea.

se non

 

 

Nessuna riesce ad amarmi se non Katia.

meno

 

 

Tutti siamo studenti meno Antonio.

13

Complemento di estensione

 

estendersi, ampliarsi, espandersi,  allungarsi, slanciarsi, precipitare

largo, lungo, profondo, alto, numero, metro, chilometro

La strada è larga 6 metri.

di

Ho acquistato un terreno di 200 m².

per

La zona industriale si estende per alcuni chilometri.

14

Complemento di età

 

di

 

diecina, ventina, trentina, quarantina, cinquantina, sessantina, settantina, ottantina, novantina

Un bambino di 6 anni va alla scuola elementare.

a

 

A 18 anni si diventa maggiorenni.

su

 

E' una donna sulla trentina.

all'età di

 

Mi sono iscritto all' Università all'età di 19 anni.

di età

 

Piero è un bambino dell'età di otto anni.

in età di

 

Sono un bambino in età di 12 anni.

intorno a

 

Intorno ai 10 anni andavo alla scuola media.

verso i

 

Verso i 70 anni sono diventato Presidente. 

15

Complemento di fine

 

a

 

 

Il portiere sta al controllo dell'ingresso.

da

 

 

Io indosso una tuta da ginnastica.

in

 

 

Io vengo in aiuto agli studenti.

per

 

 

Il soldato combatte per la vittoria.

al fine di

 

 

Katia studia al fine della promozione.

allo scopo di

 

 

Io mangio allo scopo di crescere.

16

Complemento di limitazione

 

di

essere superiore, essere capace, vincere, soccombere, essere inferiore

a parere mio, a mio avviso, per quanto mi riguarda, a parole, a prima vista, all'apparenza

Di soldi è pieno il barone.

a

Vincenzo è bravo a parere mio.

da

Da carte è pieno il portafoglio.

in

Nella pallavolo siamo i primi.

per

Piero è superiore per intelligenza.

in quanto a

In quanto a calcoli noi siamo imbattibili.

quanto a

Katia è imbattibile quanto a memoria.

in fatto di

In fatto di sincerità Alessandra è una frana.

riguardo a

Il compito è perfetto riguardo ai contenuti.

rispetto a

Rispetto alla velocità sono una meraviglia.

relativamente a

Piero è meraviglioso relativamente ai sentimenti.

limitatamente a

Andrea è apprezzabile limitatamente alla forza bruta.

17

Complemento di materia

 

di

fabbricare, realizzare, costruire, fare, comporre, essere

oro, rame, zinco, ottone, bronzo, carta, legno, cemento, ferro, argento, cioccolato, crema, limone, cotone, lana, seta, fibra,

Katia indossa una collana di oro bianco.

in

I fili elettrici sono in rame elettrolitico.

18

Complemento di mezzo

 

di

 

 

Riempirono la bottiglia di acqua. 

a

 

mano, secco, macchina, acqua, vapore, macchina, stampa, gasolio, gas, remi, vela, motore, neon, incandescenza, benzina, scoppio, reazione,

Questa è una lampada ad incandescenza.

da

 

 

La barca fu trasportata a riva dal mare.

in

 

mare, barca, automobile, moto, carriola, treno, aereo, jet

Vengo a trovarti in barca.

con

 

 

Scavo la terra con la zappa.

per

 

radio, televisione, telefono, fax, cavo, satellite

Il campionato è trasmesso per televisione.

mediante

 

 

Io rimorchio la tua auto mediante una fune.

tramite

 

 

Ho saputo questo tramite tuo fratello.

per mezzo di

 

 

Noi apprendiamo per mezzo dei libri.

grazie a

 

 

Il mondo è piccolo grazie ad internet.

per opera di

 

 

Il pensionato sopravvive per opera dello Stato.

19

Complemento di misura

 

 

metri, litri, chili, ore, minuti, secondi

molto, poco, parecchio, tanto, altrettanto,nulla

 

La torta pesa un chilo.

La bottiglia contiene un litro di latte.

Il righello è lungo 20 centimetri.

Il giorno è di 24 ore.

Lo zaino pesa molto.

20

Complemento di modo

 

di

 

rapidamente, silenziosamente, bene, male, 

alla rinfusa, a bella posta, alla marinara, a ragione, a torto, a buon diritto, in silenzio, d'accordo, in fretta, per il meglio, 

lento, chiaro

Luigi mangia una merendina di nascosto.

a

 

Piero esegue gli ordini ad occhi chiusi.

da

 

Antonio si comporta da persona seria.

in

 

Ascoltavo la musica in silenzio.

con

 

Katia ama Piero con il cuore.

per

 

I nomi sono elencati per ordine alfabetico.

alla maniera di

 

Ho cucinato le orecchiette alla maniera di Bari.

a modo di

 

Ci siamo disposti a modo di cerchio.

21

Complemento di moto a luogo

 

a

andare, muoversi, correre, ritornare, salire, saltare, partire

qui, qua, lì, là, giù, dove, dovunque

ci, vi

Io vado a Napoli.

da

Oggi vado da mia madre.

in

Domani io torno in Puglia.

su

Oggi salgo sul monte Bianco.

per

Domani parto per Genova.

verso

Mi dirigo verso Roma.

sopra

Antonio sale sopra il monte.

sotto

Alessandra scende sotto la metropolitana.

dentro

Il treno si dirige dentro Milano.

davanti

Pietro ritorna davanti alla scuola.

dietro

Luisa ritorna dietro il cortile.

fino a

Katia arriverà fino alla Puglia.

alla volta di

Noi partiamo alla volta di Bari.

in direzione di

L'aereo vola in direzione dell'aereoporto.

22

Complemento di moto da luogo

 

di

ritornare, venire, provenire, muoversi, allontanarsi, arrivare, fuggire

da qui, da qua, da lì, da là, da sotto, da sopra, donde

 ne

Mi è caduto di mano.

da

Katia parte da Brindisi.

23

Complemento di moto per luogo

 

da

camminare, passare, uscire, viaggiare, entrare

per di qua, per di là, per di qui, da lì, da là, per dove

ci, vi

Il tram passa dal centro della città.

di

Il treno passa di qui.

per

Il treno passa per Firenze.

attraverso

L'aereo passa attraverso il cielo.

in mezzo a

Il leone corre in mezzo alla foresta.

da una parte all'altra di

Il traghetto passa da una parte all'altra del fiume.

24

Complemento di origine

da

venire, provenire, derivare, nascere, scaturire, discendere, sorgere, essere generato

origine, provenienza, nascita, discendenza nativo, originario, oriundo, discendente

Questo vaso proviene da Grottaglie.

25

Complemento di paragone

 

maggioranza

di

 

più

L'aereo è più veloce del treno.

che

 

La bicicletta di Giovanni è più veloce che la tua.

minoranza

di

 

meno

Antonio è più piccolo di Luigi.

che

 

Katia è meno grande che Alessandra.

uguaglianza

di

 

pari, uguale, simile

Tu sei bello al pari di Luigi.

come

 

Sei bella come una rosa.

quanto

 

Michele è alto quanto Luigi.

26

Complemento partitivo

di

 

parte, mucchio, folla

numerale

superlativo relativo

quanti, alcuni

pochi, molti

Alcuni di voi sono bravi a scuola.

tra

 

Katia è una tra le tue amiche.

fra

 

Claudio è il più studioso fra i tuoi amici.

27

Complemento di pena

 

di

multare, condannare, punire

multa, pena, condanna, numero

Giovanni è stato multato di 300 Euro.

a

Andrea è stato condannato ad una multa di 300 Euro.

in

Il ladro fu condannato in carcere.

per

Il ladro fu multato per 1000 euro.

con

L'uomo violento fu punito con il carcere.

alla pena di

Il truffatore fu condannato alla pena del carcere.

28

Complemento di prezzo

 

a

vendere, comprare, affittare, acquistare, costare, spendere, pagare

poco, tanto, molto, parecchio, di più, di meno, altrettanto

caro

La mamma ha comprato la zucchina a due Euro.

da

Papà ha pagato una bolletta da 200 euro.

per

Katia ha comprato un telefonino per 100 Euro.

29

Complemento di privazione

di

privare, abbisognare, scarseggiare, mancare

privo, mancante, carente, povero, scarso, bisognoso, vuoto

Antonio è privo di soldi.

30

Complemento di qualità

 

di

 

 

Katia è una donna di bella presenza.

a

 

 

Federico indossa una cravatta a farfalla.

da

 

 

Ho regalato a Katia una rosa dal profumo delicato.

con

 

 

Vincenzo è un ragazzo con i capelli neri.

31

Complemento di relazione

 

tra

 

 

Tra di noi andiamo d'accordo.

fra

 

 

Vi è simpatia fra me e te.

con

 

 

Katia è in ottimi rapporti con Piero.

32

Complemento di scambio o di sostituzione

 

con

scambiare, confondere, prendere, sostituire

 

Katia confonde l'oro bianco con l'argento.

per

 

Vincenzo ha confuso una lira per un euro.

invece di

 

Io sono venuto  invece di mia moglie.

al posto di

 

Andrea ha parlato al posto di Luigi.

in cambio di

 

La mamma compra il pane in cambio dei soldi.

in nome di

 

 

Luigi parla in nome del Presidente.

33

Complemento di separazione

da

 

separare, dividere

La spiaggia separa la casa dal mare.

34

Complemento di specificazione

di

 

qualunque nome comune

Il calore del sole fa bene alla salute.

35

Complemento di stato in luogo

 

a

stare, trovarsi, abitare, vivere, sedere, rimanere,  essere, nascere, morire, risiedere, dimorare

qui, qua, lì, là, dove, laggiù, dovunque

ci, vi

Io vivo a Taranto.

in

Io abito nella città di Brindisi.

su

Io mi trovo sulla collina di Ostuni.

per

Ho incontrato per strada mia sorella.

tra

Gli insetti dimorano tra le siepi.

fra

Alcune piante rarissime si trovano fra i monti.

sopra

Le tegole si trovano sopra il tetto.

sotto

Il vino si trova sotto la cantina.

dentro

Il latte sta dentro la bottiglia.

fuori

Ora sto fuori casa.

davanti

Mi trovo davanti al computer.

dietro

Sto dietro uno scoglio.

presso

Vivo presso miei parenti.

oltre

Il sole sorge oltre l'orizzonte.

all'interno di

La sorpresa si trova all'interno dell'uovo.

nei pressi di

Vivo nei pressi di una pineta.

accanto a

Io sono seduto accanto a mio figlio.

36

Complemento di stima

 

stimare, valutare, valere

poco, niente, affatto, molto, moltissimo, parecchio, abbastanza

Questo anello vale mille Euro.

37

Complemento di svantaggio

 

per

 

 

Questa è una pillola per la malattia. 

verso

 

 

Io ho iniziato una lotta verso i nullafacenti.

contro

 

 

L'odio contro il comunismo educa i giovani.

a danno di

 

 

La verità va a danno dei bugiardi.

a svantaggio di

 

 

Lo sciopero è a svantaggio dei lavoratori.

38

Complemento di tempo continuato

 

in

 

giorno, notte,mese, ora, anno, stagione

ieri, oggi, sempre, per sempre, per quanto, da quanto, a lungo, lungamemte, fino ad ora, fino a quando, pochissimo, parecchio, parecchio tempo

Io andrò da Katia in 15 minuti.

per

Io resto qui per tutta la notte.

durante

Gli alunni sono attenti durante l'ora di informatica.

oltre

Il treno è rimasto bloccato oltre un'ora.

39

Complemento di tempo determinato

 

di

 

giorno, notte, mese, ora, anno, stagione

ieri, oggi, domani, mai, stamattina, domattina, presto, tardi, dopo, una volta

D'inverno fa freddo.

a

Ci vediamo domani alle 10.00.

da

La scienza si sviluppa dal secolo scorso.

in

Le rondini tornano in primavera.

su

Il cielo è rosso sul tramonto.

tra

Il mio compleanno è tra pochi giorni.

verso

Gli esami sono verso il 18 giugno.

circa

Katia è nata circa 31 anni fa.

intorno

Marconi è nato intorno al 1900.

40

Complemento di termine

a

 

 

Ho regalato una rosa a Katia.

41

Complemento di unione

con

 

nome di cosa

Oggi esco con il maglione fucsia.

42

Complemento di vantaggio

di

 

 

Questi regali sono degli studenti.

a

 

 

Questi libri sono destinati agli studenti.

per

 

 

Questa è una guerra per la liberazione dell'Europa.

verso

 

 

L'aumento di stipendio va verso gli operai.

a favore di

 

 

Il divorzio va a favore delle donne.

in difesa di

 

 

L'industriale si adopera in difesa dei lavoratori.

nell'interesse di

 

 

Il professore lavora nell'interesse dello studente.

43

Complemento di vocazione

 

 

 

Fratelli d'Italia!

o

 

 

O mio figlio, vieni qui!

Fonte :  piattaformadidattica.files.wordpress.com

 

 

 

 

  • Fine articolo Grammatica italiana tutto di tutto

    Grammatica italiana

 

1. ACCENTO
L’accento grafico viene usato:

    • in tutte le parole tronche (non monosillabiche ) (affinché, però, velocità, farò, ecc.)
    • nei casi di parole omonime per evitare confusioni (àncora-ancora, perdono-perdòno, ecc.)
    • in alcuni monosillabi per evitare confusione con altri di uguale scrittura (è-e, sé-se, sì-si, ecc.)
    • nei monosillabi che terminano con dittongo, per indicare che la lettera accentata è la seconda(più, giù, già, giù). Bisogna però ricordare che qui, quo e qua non vanno accentati (in questi casi da un punto di vista fonico non abbiamo due vocali perché “q” e “u” sono legate in un unico suono consonantico).

Dato che sono diversi i monosillabi che mutano di significato con l’accento, e che spesso in merito alla corretta grafia sorgono dei dubbi è meglio osservare i più diffusi nel dettaglio.


Monosillabo

Analisi grammaticale

Esempio

te

pronome personale
sostantivo

Te ne vai? (il suono della “e” è stretto)
Vuoi del ? (non si scriva però thè)

la
la
la

articolo
pronome personale
sostantivo
avverbio di luogo

La minestra è pronta
Come la sai lunga
Il la è una delle sette note
Giovanni è

da

preposizione semplice
terza persona dell’indicativo presente del verbo dare

Da dove vieni?
Antonio una mano alla mamma

e
è

congiunzione
terza persona dell’indicativo presente del verbo essere

Giovanni e Maria
Questo studente è preparato

si
si

pronome personale
sostantivo
avverbio di affermazione

Maria si veste con eleganza
Il si è la settima nota
, sono stato io!

ne
ne

particella atona con funzione avverbiale
particella atona con funzione pronominale
congiunzione negativa (con il significato di: e non)

Arrivai a Roma a sera e ne ripartii il mattino
Me ne ha parlato Antonio
Non ha voluto parlare scrivere (Non sa leggere scrivere)

li

pronome personale
avverbio di luogo

Li conosco benissimo!
La bicicletta è

se
se

sostantivo
congiunzione
pronome personale

Accetto volentieri ma c’è un se
Se domani sarà bel tempo andremo al mare
Ce chi pensa solo a (può non essere accentato davanti a “stesso”)

2. ELISIONE E TRONCAMENTO
L’ ELISIONE si deve attuare nei seguenti casi:
1. Con ci davanti a voci del verbo essere:
c’è, c’era, c’erano
2. Con l’articolo una:
un’ora
3. Con gli articoli lo, la, e le relative preposizioni articolate:
l’orto, all’orto, dall’orto, nell’orto,
l’anima, all’anima, dell’anima, nell’anima
4. Con bello/bella, quello/quella:
bell’uomo, quell’erba
5. Con santo davanti a vocale:
sant’Agnese
6. Con alcune locuzioni caratteristiche:
senz’altro, tutt’altro, mezz’ora
7. Con la preposizione da solo in alcune espressioni:
d’allora, d’ora, d’altra parte

8. Con la preposizione di in alcune espressioni:
d’accordo, d’epoca, d’oro

L’ ELISIONE è facoltativa nei seguenti casi:
1. Con le particelle mi, ti, si
mi importa/m’importa, ti accolsi/t’accolsi, si accende/s’accende

2. Con questo e grande:
questo assegno/quest’assegno, grande uomo/grand’uomo

3. Con la preposizione di in alcune espressioni:
di esempio/d’esempio
(ricordo che il monosillabo da non si elide, scriveremo perciò da amare e non d’amare. A questa regola fanno eccezione alcuni casi cristallizzati dall’uso: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altronde, d’altra parte).

Il TRONCAMENTO si deve attuare nei seguenti casi:
1. Con uno e suoi composti (alcuno, ciascuno, ecc): un uomo, alcun luogo

2. Con buono buon giorno, buon affare

3. Con santo, bello, quello davanti a consonante : san Mattia, bel cane, quel giorno

4. Con quale davanti a “è”:
qual è
Il TRONCAMENTO è facoltativo nei seguenti casi:
1. Con tale e quale davanti a vocale e consonante:
tal uomo/tale uomo, qual buon vento/quale buon vento
2. Con l’aggettivo grande davanti a nomi maschili che cominciano per consonante:
gran signore/grande signore
3. Con frate davanti a consonante e suora davanti a vocale e consonante:
fra Cristoforo/frate Cristoforo, suor Antonia/suora Antonia
Un dubbio può sorgere quando, a fin di riga, si deve andare a capo, è consentito andare a capo concludendo la riga con l’apostrofo, ossia è possibile scrive l’ (a capo) amico. Ebbene tale operazione è consentita non è invece consentito indicare la vocale caduta, quindi è un errore scrivere lo (a capo) amico.

Suggerimento
Un suggerimento pratico per riuscire a distinguere quando si deve indicare elisione e quando troncamento consiste nel prendere la parola che precede e, mantenendo la concordanza maschile/ femminile, provare a metterla davanti a nuova parola che inizia con consonante, se può stare così troncata significa che si trattava di troncamento, altrimenti si tratta di elisione.
Es. un’amica o un amica?, consideriamo l’articolo “un” se lo mettiamo davanti a parola che inizia con consonante, mantenendo la concordanza del genere femminile, otteniamo: un sedia, chiaramente così scritto non va bene, dobbiamo scrivere una sedia, perciò l’articolo in partenza era una e non un e quindi dobbiamo scrivere un’amica, ossia attuare l’elisione.

Troncamenti senza incontro di parole
Elisione e troncamento sono fenomeni legati all’incontro di due parole, esistono però anche dei casi in cui vi è la caduta della vocale o sillaba finale di una parola indipendentemente dall’incontro con altre parole. Per indicare la perdita è necessario mettere un segno d’apostrofo, i casi più diffusi sono:
sta’ = imperativo di stare. Es. Sta’ fermo!
fa’ = imperativo di fare. Es. Fa’ i compiti!
da’ = imperativo di dare. Es. Da’ la mancia a Mirko!
di’= imperativo di dire. Es. Di’ quello che pensi!
va’ = imperativo di andare. Es. Va’ a prendere il quaderno!
po’ = troncamento di poco. Es. Resto solo un po’.  

CASI DUBBI
Dopo quanto abbiamo visto riporto una tabella riassuntiva che ci può essere d’aiuto nei casi dubbi
se - sé - s'è (Se s'è fatto male da peggio per lui!)
ce - c'è (C'è già molto sale, non ce ne mettere più)
sta - sta' (Guarda Antonio come sta fermo: sta' buono anche tu!)
da - dà - da' (Se Maria ti la penna, tu da' a Giovanni il quaderno)
di - dì - di' (Di' un po', hai capito? Di queste pillole deve prenderne due al )
va-va' (Maria va a casa presto, va' con lei).Va indica la terza persona(egli va), va' la seconda(vai tu).
to’ - t'ho (To', chi si vede... T'ho visto sai?)
fa - fa' (Giovanni fa i suoi compiti, tu fa' i tuoi!)
la - là - l'ha (La gomma l'ha messa )
lo - l'ho (Lo zainetto l'ho preso io)
ma - mah - m'ha (Mah, non m'ha detto nulla, ma io ho capito lo stesso...)
ne - né - n'è (Anche se ce n'è ancora, non ne voglio più di questo di quello)

3. USO DELLE MAIUSCOLE
La grammatica italiana prevede l’uso delle maiuscole nei seguenti casi:
1. Con i nomi propri di persona:
Antonio, Giovanni, Maria, ecc
2. Con nomi propri di luoghi reali o immaginari:
Torino, Lazio, Francia, ecc
3. Con nomi propri di animali:
il cane Fido, il gatto Micio, ecc
4. Nei Cognomi:
Rossi, Scarpa, Martignon, ecc
5. Nei nomi di secoli:
il Settecento, L’Ottocento, ecc
6. Nei nomi di movimenti letterari e artistici:
il Romanticismo, l’Illuminismo, ecc
7. Nei nomi di autorità civili e religiose quando non siano seguite 
da nomi propri:


il Papa

il Presidente

il Ministro

papa Paolo VI

presidente Ciampi

ministro Fassino

8. Nei nomi di popoli quando non sono aggettivi:


Francesi

Inglesi

Russi

vini francesi

tessuti inglesi

salmoni russi

9. Titoli di libri, opere d’arte, giornali:
I promessi sposi, Corriere della sera, David di Donatello, ecc
10. Quando vi è riferimento alle istituzioni:
lo Stato, la Chiesa cattolica, il Governo italiano, ecc
11. Con riferimento a festività:
Natale, Pasqua, 4 Novembre, 25 Aprile, ecc
12. Nelle forme di cortesia , nelle lettere formali o burocratico-commerciali:
Egregio Signor Sindaco, Le scrivo per ...; Ci premuriamo di informarVi ...
13. Con nomi indicanti intere aree geografiche:
Mezzogiorno, Settentrione, Meridione, Oriente, Occidente, Nord, Sud, Est, Ovest
14. Uso di maiuscole legato alla punteggiatura:
all’inizio di un periodo
Era troppo presto …..
dopo il punto fermo
….così se ne andò. Proprio in quel…..
dopo il punto esclamativo, se inizia una nuova frase
….. smettila! Dopo qualche istante ….
…. smettila! gli disse …..
dopo il punto interrogativo, se inizia una nuova frase
….. sei tu? La domanda non ebbe risposta ….
….. sei tu? sei ritornato ….
15. All’inizio di un discorso diretto   … e Giovanni disse: “Buongiorno signori ….”

4. LA PUNTEGGIATURA
Virgola
Indica una breve pausa, e si usa per:

  • separare gli "incisi", cioè le parti accessorie di un discorso principale: Domani, se sarà bel tempo, andrò al mare
  • nelle elencazioni: C'erano Maria,Carla,Antonia,Angela;
  • dopo una esortazione o un richiamo: "Basta,fate un po' di silenzio!"; “Filippo, mi presti la tua penna?”
  • distinguere all’interno di un periodo le frasi, subordinata da principale, subordinata da subordinata, ecc.: “Quando tornerà, organizzeremo per lui una festa”

Attenzione
Molti studenti sono convinti che non si possa in nessun caso mettere la virgola prima della “e”, è una sciocchezza; vi sono molti casi illustri in cui la virgola è posizionata prima della “e”, anche nei Promessi Sposi: «Una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole», non è che un esempio fra tanti. Certo se la “e” ha valore congiuntivo allora, ovviamente, la virgola diventa inutile: Vino, pane e formaggio.
Punto
È il segno che indica la fine di un periodo (inteso come parte di testo, formato da una o più frasi, in grado d’esprimere un pensiero compiuto), lungo o breve che sia. Dopo il punto è necessaria la maiuscola.
Punto e virgola
Indica una pausa un po’ più breve del punto, ma più lunga della virgola. Questo segno è oggi poco usato, tuttavia risulta utile per interrompere un periodo che tende ad essere troppo lungo, e quindi di difficile comprensione: E’ vero che avevo detto a Filippo che gli avrei restituito la sua bicicletta; ma non me la sentivo di restituirgliela tutta sfasciata.
Due punti
Si usano:

  • prima di riferire risposte e parole altrui (Antonio mi disse: «Vengo anch'io.»);
  • prima di cominciare un elenco di cose o concetti (C'erano: Luigi, Mario e Andrea);
  • quando il concetto che segue è una spiegazione o un rafforzamento del precedente (Te l'ho già detto: non c'era nessuno).

Punto interrogativo e Punto esclamativo
Sono segni di intonazione. Il punto interrogativo rendere la frase interrogativa ("E’ andata proprio così." è un'affermazione,"E’ andata proprio così?" è una domanda). Il punto esclamativo consente di sottolineare:

  • sorpresa (Com'è bello!)
  • dolore (Ahi, che male!)
  • una minaccia (Mario, ubbidisci!)
  • un ordine (Prendi la penna!)

Si possono accoppiare i due segni per sottolineare una sfumatura di incredulità: Come?! Non lo hai ancora fatto?.E’ del tutto inutile raddoppiare segni uguali, non muta in nulla l’intonazione.
Puntini di sospensione
Sono un segno di interpunzione rappresentato da tre punti con cui si sospende a mezzo una frase per riprenderla subito dopo, o per lasciarla incompleta. Non richiedono dopo di sé la maiuscola, tranne quando chiudono definitivamente il periodo.  
Parentesi
Possono essere tonde e quadre. Le parentesi tonde servono per indicare una parte del discorso non strettamente necessaria al discorso stesso, consentono di riportare una spiegazione o un esempio collegato a quanto si dice: Sono entrato in casa sua (che bella casa!), e ho preso un caffè. Le parentesi quadre che racchiudono tre puntini segnalano l’omissione di parte di un testo in una citazione: Ciò che l’uomo aveva fatto era giusto [...] eppure sembrava impossibile (da Il nome della rosa di Umberto Eco).
Virgolette
Vanno sempre usate in coppia (una volta aperte, cioè, devono sempre essere chiuse); possono essere apicali "...", o angolari «...». Quelle apicali si usano per circoscrivere una citazione: "Verrà un giorno..." o una parola dal significato particolare: Il computer è in fase di "input". Quelle angolari, invece, sono particolarmente adatte ad indicare un discorso diretto, perché essendo direzionate («...») è facile riconoscere quando aprono o chiudono il discorso. Scriveremo perciò: «Sei andata da Maria?» «No.» «Perché?» «Dovevo lavorare.».


Formate da una sola sillaba

Parole che sono formate dalle stesse lettere, ma hanno significati diversi

 

fonte: www.liceicarbonia.it

 

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