Manuale giornalismo tutto di tutto
Manuale giornalismo
Manuale di giornalismo nell’epoca di Internet
Luca De Biase
Versione beta. Chiusa nell’aprile 2003.
I test arriveranno prossimamente.
Ci aspettiamo il contributo dei lettori.
PRESENTAZIONE – COME SI USA QUESTO MANUALE
Volete fare il giornalista? Leggere questo manuale non è una brutta idea. Di certo non basterà. Ma vi apre una serie di opportunità. Innanzitutto per riflettere su una carriera difficile e affascinante. E poi per provare a fare i primi passi, per farsi conoscere nell’ambiente, per trovare opportunità.
Per leggere, basta cliccare sui link di questa versione online. Oppure si può ordinare la versione cartacea. Iscrivendosi, si ottengono invece gratuitamente alcuni strumenti in più che si potrebbero rivelare molto utili.
Gli iscritti avranno la possibilità di testare la loro comprensione della lettura di questo manuale con alcuni questionari mirati. Inoltre, possono provare a dimostrare quello che valgono, contribuendo con idee al dibattito sul giornalismo online che trovano nel forum, approfondendo con ricerche il contenuto stesso del manuale (e nel caso che queste ricerche vengano ritenute valide, i vostri tutor le pubblicheranno citando ovviamente l’autore nelle versioni successive di questo manuale), i vostri curricula saranno inoltre iscritti in un sito di recruitment di grande prestigio che si occuperà di farli circolare.
Infine, gli iscritti potranno accedere a un prezzo di favore alla versione cartacea del manuale e a un sito creato apposta per consentire agli aspiranti giornalisti di pubblicare direttamente i propri pezzi per farli conoscere online. I migliori saranno proposti ad alcuni giornali online interessati a valutare la pubblicazione di chi ha seguito questo manuale.
Insomma. La lettura è uno stimolo. L’esperienza che potete fare con le opportunità pratiche che questo manuale offre agli iscritti è un modo per imparare sul campo. Le opportunità che l’iscrizione vi offre sono interessanti. Nulla può essere garantito: salvo il fatto che seguendo questo corso le vostre probabilità di fare il giornalista aumentano. Di un po’.
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INTRODUZIONE - L’INFORMAZIONE E’ LA SUA STRUTTURA
1. Il mestiere. Quello del giornalista è un bellissimo mestiere. Ti pagano per imparare, per viaggiare, per scrivere o raccontare quello che vedi, per parlare con gente interessante, per sentire il polso della società e interpretarne gli umori.
Ma è pur sempre un mestiere. Con le sue tecniche e i suoi compromessi.
La storia recente del giornalismo ne dà un campionario interessante quanto smitizzante. L’indipendenza di giudizio, il metodico controllo delle fonti, la separazione dei fatti dalle opinioni sono valori e comportamenti che appaiono condivisi dai giornalisti postmoderni. Ma non sempre. E spesso ai modelli che affermano i valori tradizionali del giornalismo si affiancano gli esempi che vanno in senso contrario.
Del resto, il sistema dei media sembra pervaso da una dinamica autoreferenziale che impone all’agenda dei giornalisti delle gerarchie di priorità che non sempre corrispondono alla realtà percepita dal pubblico.
Come in qualunque altra situazione, ciascuno sceglie la propria strada e i propri valori. Ma per chi voglia portare avanti l’idea di un giornalismo motivato dallo spirito di servizio nei confronti della società, c’è una nuova grande occasione di rilancio: Internet non è altro che una tecnologia, ma per le sue caratteristiche dirompenti può essere colta come una tecnologia in grado di generare una discontinuità e dunque un insieme di opportunità. Per contribuire allo sviluppo di un nuovo modo di fare il giornalismo.
2. Trasformazioni recenti. Il compito di chi voglia studiare scientificamente l’evoluzione recente del giornalismo è gigantesco. E certamente superiore agli obiettivi di questo manuale. Perché le grandi trasformazioni sono profonde ed estremamente complesse:
a. Da mestiere sostanzialmente artigiano fino agli anni Settanta del Novecento, il giornalismo si è trasformato in breve tempo in un fenomeno fondamentalmente industriale;
b. Nello stesso tempo, il sistema industriale nel suo complesso si è trasformato portando il sistema dei media in una posizione centrale nell’economia della cosiddetta «società dell’informazione», cosicché il giornalismo ha finito per subire anche la trasformazione dei rapporti di forze tra le diverse componenti del sistema dei media, con il peso crescente della pubblicità e del marketing, con la crescente confusione (in nome dell’audience) tra servizio di informazione ed entertainment, con lo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate per gestire le pubbliche relazioni al fine di indirizzare l’informazione e strutturare l’attenzione del pubblico.
c. Le tecnologie al servizio del giornalismo si sono trasformate radicalmente, prima sotto l’influsso dei mezzi di comunicazione di massa sempre più potenti come la radio e la televisione, poi a causa dell’accelerata innovazione dovuta alle tecnologie digitali.
Queste trasformazioni hanno cambiato la forma del mestiere giornalistico. Hanno cambiato la vita quotidiana dei giornalisti, hanno cambiato gli obiettivi in base ai quali sono valutati dai loro editori, hanno cambiato le forme narrative e la struttura dei loro prodotti. Talvolta i giornalisti hanno subito la trasformazione. Altre volte l’hanno rifiutata o rallentata. Ma non sono mancati i casi in cui i giornalisti hanno guidato l’innovazione.
3. La sostanza del mestiere. Ma attenzione: tutte queste trasformazioni non cambiano la sostanza del mestiere e il metro di giudizio con il quale si può valutare la qualità del giornalismo e dei giornalisti.
Quello che ha ispirato le migliori esperienze giornalistiche, da sempre, è la capacità di comprendere l’importanza del servizio che il giornalismo offre alla società e, va detto, al processo di costruzione della democrazia. Le migliori storie giornalistiche si riconoscono per la coerenza e la pienezza con la quale i maestri del mestiere e i loro buoni allievi hanno sentito e vissuto la responsabilità connessa al ruolo di giornalista.
La prospettiva si fa ampia e lunghissima. E questo manuale di giornalismo online non può che apparire come un piccolo contributo in un contesto di tale portata. Le trasformazioni tecnologiche, come quelle introdotte da Internet nel giornalismo, sono sempre poca cosa se le opportunità innovative che offrono non vengono colte o ben interpretate dalle società o dalle culture. Ma nel caso questo avvenga, gli effetti combinati delle novità possono essere giganteschi.
Dai tempi della civiltà greca classica, che con la sua capacità di trasformare le astrazioni in personaggi era riuscita a sintetizzare le qualità fondamentali dell’innovazione nel mito di Prometeo, l’Occidente si interroga sull’ambiguità delle conseguenze sociali e culturali delle nuove tecnologie.
E, tanto più, quando quelle innovazioni riguardano i modi e le motivazioni della trasmissione di informazioni.
Nella tradizione greca, Prometeo inventa tra l’altro l’alfabeto come conseguenza di una sua precedente invenzione: quella della contabilità. Si comincia a scrivere da sinistra a destra, si comincia a pensare per segni e non per immagini, il fondamentale legame tra i media e l’economia si dimostra e sostanzia. A partire da questo momento, come spiega Derrick de Kerckhove, cambia la struttura fondamentale dei modi di trasmissione culturale e persino il funzionamento del cervello di chi vive nelle civiltà occidentali. «L’effetto più visibile e forse più importante della rivoluzione alfabetica è stato a mio giudizio l’invenzione della prospettiva» dice de Kerckhove. «La prospettiva è la divisione dello spazio in segmenti proporzionali». E questo ha dato il via a una quantità di innovazioni concettuali fondamentali: «A causa delle proprietà sequenziali del nostro condizionamento alfabetico, la mente occidentale si è anche abituata a suddividere le informazioni in piccoli pezzi e a riassemblarli in un ordine sequenziale da sinistra a destra». Tutta la nostra visione del mondo ne è influenzata. «L’alfabeto ha fornito l’ispirazione di fondo e il modello per i codici più potenti dell’umanità: la struttura atomica, la sequenza genetica, i bit del computer».
L’alfabeto è dunque un codice che valorizza la capacità di astrazione, l’attitudine alla lettura sequenziale della realtà, l’orientamento analitico. È un esempio, estremo e fondamentale, di come dell’informazione vadano compresi sia gli elementi costitutivi sia le strutture che li trasmettono. Perché, come ormai la mediologia ci ha insegnato a pensare, il medium e il messaggio non si comprendono se non congiuntamente.
Ma questo discorso, ispirato chiaramente dalla famosa formula di Marshall McLuhan, maestro di de Kerckhove, «il mezzo è il messaggio», va a sua volta integrato con la sua meno nota ma altrettanto interessante osservazione secondo la quale «il pubblico è il contenuto». Chi usa l’informazione la determina.
Per Paul Levinson, studioso del pensiero di McLuhan, questa formula è ingiustamente sottovalutata. E i media interattivi cominciano a dimostrarlo. Non siamo più nel mondo dei media di massa, con i produttori di contenuti da una parte e dall’altra il pubblico che passivamente li riceve. Siamo nel mondo di Internet. In questo nuovo contesto il servizio online ha una ragione d’essere non solo se cattura l’attenzione del pubblico ma anche se riesce a partecipare ai temi della comunità degli utenti.
Chi voglia comprendere l’evoluzione dei modi attraverso i quali le persone si informano, si fanno delle opinioni, arrivano a operare le scelte conseguenti, non può concentrare l’attenzione solo sui contenuti trasmessi dai media ma anche sulla loro struttura: perché la struttura dei media influenza la capacità del pubblico di vedere i limiti del possibile e di giudicare la qualità delle singole informazioni.
Anche per questo, gli utilizzatori e i produttori di informazione si trovano dalla stessa parte: devono comprendere a 360° il modo di funzionare dei media se vogliono essere liberi o almeno coscienti della qualità di quello che viene trasmesso. Questo vale a maggior ragione per il piccolo e recente capitolo del giornalismo online. Il giornalismo online si comprende appieno guardando ai suoi contenuti, alla struttura che li contiene e alle forme di interazione con il pubblico. Ed è per questo che il manuale che avete sotto gli occhi tenta continuamente di paragonare il punto di vista dei giornalisti con quello di chi utilizza il loro servizio. In questo modo, dopo i prossimi capitoli generali, si passerà attraverso i vari aspetti pratici del giornalismo per ritornare infine alle responsabilità dei giornalisti nei confronti del pubblico e della società.
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Riferimenti:
Derrick de Kerckhove, La pelle della cultura. Un’indagine sulla nuova realtà elettronica, (volume curato da Christopher Dewdney), Costa & Nolan, Genova, 1996, 222 pagine.
Paul Levinson, Digital McLuhan, Routledge, 1999.
Marshall McLuhan:
Il sito promosso dal McLuhan global research network che raccoglie non solo dati e informazioni sull’opera di Marshall McLuhan, ma è anche il punto di riferimento per quanti si rifanno oggi al suo pensiero: http://www.mcluhan.ca/
Il sito del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto, diretto da Derrick de Kerckhove: http://www.mcluhan.utoronto.ca
Derrick de Kerckhove:
I primi due capitoli di The architecture of intelligence, di Derrick de Kerckhove: http://architecture.openflows.org/
I valori del giornalismo:
La sezione Etica e professione del sito dell’ordine nazionale dei giornalisti (sezione lombarda). Si possono trovare leggi in vigore in Italia; i codici di autoregolamentazione; specifici casi di giurisprudenza: http://www.odg.mi.it/etica.htm
La Spj (Society in Professional Journalism) è una associazione che si propone l’obiettivo di perpetuare e tutelare la libertà di stampa negli Stati Uniti. La sezione ‘Ethics in Journalism’ del loro sito contiene il codice deontologico dei giornalisti americani e una sezione di news sul tema della libertà di stampa e dell’etica della professione giornalistica, oltre a link e approfondimenti sull’argomento: https://www.spj.org/ethics.asp
Anche gli editori di giornali, negli Stati Uniti, rispondono ad un proprio codice di autoregolamentazione: http://www.asne.org/kiosk/archive/principl.htm
Il codice etico adottato nel 1995 dall’APME (Associated Press Managing Editors) l’associazione degli editori di giornali Usa e Canadesi membri della Associated Press: http://www.apme.com/about/code_ethics.shtml
Il codice etico dei giornalisti radio televisivi americani. Per estensione vale per tutti i professionisti dell’informazione elettronica e quindi anche per i giornalisti online: http://www.rtnda.org/ethics/coe.shtml
Per finire un database con i link ai codici etici di 110 ordini nazionali dei giornalisti: dall’Albania alla Yugoslavia: http://www.ijnet.org/code.html
La Charte des devoirs professionnels des journalistes français, adottata dal SNJ (Syndicat National des Journalistes) nel 1918, rivista e completata nel 1938 ; e la ‘charte du journaliste’ adottata a Monaco di Baviera nel 1971 dagli ordini dei giornalisti della Comunità Economica Europea: http://www.snj.fr/deontologie/chartes.html
Il testo del Código Deontológico de la Profesión Periodística approvato a Siviglia nel 1993: http://www.ijnet.org/3a784975a4f3f.html
The Journal of Mass Media Ethics is devoted to explorations of ethics problems and issues in the various fields of mass communication. Emphasis is placed on materials dealing with principles and reasoning in ethics, rather than anecdotes, orthodoxy, dogma and enforcement of codes: http://jmme.byu.edu/index.php
I comportamenti dei giornalisti:
Il caso di Peter Arnett, il famoso giornalista televisivo americano licenziato dalla MSNBC per avere concesso un’intervista alla tv irachena durante la guerra del 2003: http://www.poynter.org/content/content_view.asp?id=27767
Due giornalisti olandesi ci parlano delle differenze esistenti fra vecchia e nuova (dopo internet) etica del giornalismo: http://users.fmg.uva.nl/mdeuze/publ15.htm
La Pistola Fumante è un sito che rende di pubblico dominio i comportamenti scorretti (sanzionati dalla magistratura) di giornalisti e protagonisti del mondo dell’informazione statunitense. Una bella serie di esempi di cattivo giornalismo: http://www.thesmokinggun.com/
E’ il sito di David Lawrence Dewey opinionista, paladino dei consumatori. Pubblica informazioni sui problemi derivati dall’uso di molti prodotti: dalle auto ai medicinali, tutte le informazioni che possono servire al consumatore: http://www.dldewey.com/
Un archivio completo di tutti i vincitori del Pulizer e la storia del premio più ambito dai giornalisti: http://www.pulitzer.org/
Internet e i valori etici della comunicazione. Il punto di vista del Vaticano. Il Consiglio Pontificio per la Comunicazione sociale espone le posizioni della Chiesa cattolica http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/pccs/documents/rc_pc_pccs_doc_20020228_ethics-internet_en.html
La società dell’Informazione:
La società dell’informazione e lo sviluppo dell’utilizzo delle nuove tecnologie sono un elemento centrale nell’attività normativa e propositiva dell’Unione Europea. Ecco il sito dedicato a queste tematiche dalla Commissione guidata da Romano Prodi: http://europa.eu.int/pol/infso/index_it.htm
L’International Telecommunication Union è l’agenzia internazionale che si occupa di monitorare lo stato di diffusione delle nuove tecnologie della società dell’informazione e di promuoverne lo sviluppo. L’agenzia, su incarico delle Nazioni Unite, coordina anche i lavoro preparatori per summit mondiale sulla società dell’informazione che si dovrebbe svolgere in due fasi: nel dicembre 2003 a Ginevra e nel 2005 a Tunisi: http://www.itu.int/home/index.html
L’osservatorio Unesco sulla società dell’informazione. Statistiche, news e documentazione sulla diffusione di Internet e delle nuove tecnologie in tutti i paesi del mondo e sul digital divide: http://www.unesco.org/webworld/observatory/index.shtml
New Media & Society is an international journal launched to provide an interdisciplinary forum for the examination of the social dynamics of media and information change: http://www.sagepub.co.uk/frame.html?http://www.sagepub.co.uk/journals/details/j0182.html
Dove la libertà di stampa è in pericolo:
Il rapporto annuale IPI World Press Freedom Review analizza lo stato dei media in 176 paesi e documenta le principali violazioni della libertà di stampa che si sono verificate nel corso dell’anno: http://www.freemedia.at/wpfr/world.html
Il sito di Reporters sans frontiers. Presenta lo stato di salute della libertà di stampa nel mondo e propone un aggiornato notiziario che riporta quotidianamente tutte le limitazioni e le violenze perpetrate ai danni di giornalisti: http://www.rsf.org/
Informazione senza frontiere, sito informativo realizzato dalla Federazione Nazionale della Stampa (Fsni) e dall’Arci affronta il medesimo tema dei precedenti ma è in italiano: http://www.italian.it/isf/
Le associazioni di categoria:
La Rtnda (Radio Television News Directors Association & Foundation) è l’associazione che riunisce i giornalisti elettronici (di radio e televisione) Usa: http://www.rtnda.org/. I web giornalisti, o almeno una parte di questi, è riunita nella Internet Press Guild ( http://www.netpress.org/) una associazione senza scopo di lucro fondata per promuove l’eccellenza nel giornalismo online.
Per l’Italia: i giornalisti italiani dell’Immagine: http://www.fotoinfo.net/
PRIMA PARTE. Introduzione al giornalismo all’epoca di Internet.
1.1 - Il mestiere di giornalista dai media tradizionali alla Rete.
Sette anni non sono un lungo periodo storico. Eppure sembrano una vita per tutti coloro che hanno vissuto intensamente il boom di Internet e le speranze di rinnovamento del giornalismo che la Rete ha suscitato.
Bilancio? A prima vista si direbbe che tra il 1995 e il 2002 sia successo tutto e niente.
Perché siamo passati troppo in fretta dall’entusiasmo dell’avanguardia, all’esaltazione del consenso di massa, alla depressione della prima crisi dell’era di Internet. In Italia e nel mondo sono nate decine, centinaia, migliaia di nuove iniziative giornalistiche. In gran parte, sono state generate da bisogni reali ma visioni irrealistiche. Molte, troppe hanno chiuso. E molte tra quelle che hanno tenuto, spesso appartenenti a testate tradizionali, sono in fase di ristrutturazione e riduzione di organici.
Eppure, approfondendo, il bilancio è molto meno banale. Varrebbe la pena di gridare: «Giornalisti innovatori ancora uno sforzo!»
Lo snodo fondamentale della partita resta infatti da affrontare. Troppi fenomeni, confusi e sovrapposti, si sono incaricati di rimandare la soluzione del problema centrale: come riprogettare il mestiere dei giornalisti di fronte alla grande trasformazione, tecnologica, economica, culturale, non solo per superare la crisi ma anche per coltivare tutte le opportunità di miglioramento.
È vero che i giornali online faticano a trovare il loro modello di business. Ed è vero che molti editori che si erano lanciati nell’avventura di produrre notiziari per il Web si stanno ritirando o hanno deciso di ridurre l’impegno. Ma è pure vero che i lettori apprezzano sempre più chiaramente le versioni online dei notiziari: e lo dimostrano con i milioni di pagine al giorno che leggono sui siti dei maggiori quotidiani italiani in Rete. Insomma, piaccia o non piaccia agli editori di questo periodo di magra borsistica, un fatto è certo: Internet cambia il giornalismo.
Perché? Ecco alcune motivazioni:
• Aggiunge sempre nuovi strumenti alla già vasta gamma di linguaggi a disposizione dei giornalisti.
• Modifica il rapporto tra i giornali e il pubblico.
• Trasforma la relazione dei lettori con il materiale informativo disponibile.
In questo corso vedremo perché queste novità introdotte dalla Rete nel giornalismo sono importanti e come influiscono sulla vita dei giornalisti e la definizione del loro futuro. Ma non possiamo neppure nasconderci le motivazioni degli scettici che osservano come Internet non cambi sostanzialmente il mestiere dei giornalisti e dei critici che sostengono come Internet rischi addirittura di fare un passo indietro alla professione, indebolita dalle strategie degli editori che ne comprimono gli spazi di libertà, colpita da fenomeni come l’information overload e la produzione di informazioni non giornalistiche da parte di organizzazioni non editoriali ma che insistono sullo stesso insieme di bisogni del pubblico.
L’entusiasmo, la critica e la visione prospettica, insieme, sono i valori che ci accompagnano in questo corso e che ci sostengono nel lavoro. L’uno non esiste davvero senza l’altra; e viceversa. E questa è un’esperienza che probabilmente sentiranno di condividere tutti coloro che, in prima persona, abbiano affrontato il giornalismo online fin dalle origini con grandi speranze e abbiano vissuto tutte le difficoltà che questa giovane modalità di svolgere la professione impone a chi la adotta.
I problemi sono effettivamente molti. All’interno della professione, innanzitutto. Sintetizzabili nel rapporto conflittuale, osservato da Riccardo Staglianò nel suo libro sul giornalismo online, tra i giornalisti online e gli altri. Da un lato, è vero che la Rete si è presentata con un approccio spesso sfrontato e rivoltoso nei confronti della tradizione giornalistica. Dall’altro, è altrettanto vero che l’establishment giornalistico ha, da subito, adottato un atteggiamento di superiorità nei confronti di chi sceglieva di lavorare per il nuovo mezzo, tanto da arrivare a percepire le redazioni online come popolate da giornalisti «di serie B». E così, tra vittimismo e arroganza, i giornalisti online si sono trovati a vivere sentimenti contrastanti, periodi di superlavoro e periodi di mancanza di lavoro, momenti di centralità strategica e momenti di marginalità. Con conseguenze gravi sul piano delle motivazioni.
Si tratta ovviamente soltanto di problemi di crescita. Ma quale sarà la forma della maturazione che prima o poi arriverà?
La soluzione, da questo punto di vista, non può che essere una conciliazione tra i mezzi tradizionali e il nuovo. L’esperienza del «New York Times», per esempio, dimostra numeri alla mano che la versione online può aumentare la redditività della versione cartacea (come è vero del resto che un giornale di carta prestigioso ha buone probabilità di trovare un vasto pubblico anche online): la metà degli utenti registrati alla versione online del quotidiano newyorkese non avevano mai preso in mano il giornale di carta e dall’apertura del sito gli abbonamenti alla versione cartacea sono aumentati in maniera costante e soddisfacente. Del resto, il caso del «Washington Post» dimostra che una redazione competente su un argomento, in questo caso la politica americana, può espandersi abbandonando la concentrazione sull’unico linguaggio del medium di carta allargandosi all’utilizzazione contemporanea di diversi media, dal giornale cartaceo, alla tv e a Internet. Ma il successo dipende dalla qualità giornalistica e manageriale di chi fa e governa i giornali.
Online nulla si impone e tutto si conquista. Perché il popolo della Rete non sta mai fermo: reagisce, tradisce, si stanca, si appassiona.
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Riferimenti:
Riccardo Staglianò, Giornalismo 2.0. Fare informazione al tempo di Internet, Carocci, Roma, 2002.
Robert S. Boynton, New media may be old media’s sayvior, in «Columbia Journalism Review», July/August 2000; http://www.cjr.org/year/00/2/boynton.asp
Grazia Visconti, Giornalista online. Dal Web writer al Web editor, Franco Angeli, Milano, 2002. Si può partire dal sito: http://www.giornalistaonline.net/index.html
Da vedere il sito Web Content Management di Ateneo Multimediale: http://www.webcontentmanagement.it.
E i lavori di Cinzia Ligas sulla semiologia della Rete: http://www.netsemiology.com
Per una breve storia di Internet, che non è il tema di questi appunti per un manuale di giornalismo online, si potrà consultare: http://www.isoc.org/internet/history/brief.shtml. Oppure: http://www1.worldcom.com/global/resources/cerfs_up/internet_history
La storia di Internet: da Arpanet alla posta elettronica, per arrivare fino ai problemi generati dal Digital divide. Questo sito è curato da Richard T. Griffits del dipartimento di Storia dell’Università olandese di Leiden. L’approccio ai fatti narrati è già quello dello storico, documentato con dati e grafici: http://www.let.leidenuniv.nl/history/ivh/frame_theorie.html
Il rapporto fra media e loro utilizzatori:
Gli italiani e l’uso dei media: cinque gruppi e undici tribù. Il rapporto Censis/ucsi. Sulla comunicazione in Italia. Linee guida per la seconda annualità del progetto (2002). Il rapporto risponde a cinque domande chiave per capire come si dividono gli italiani di fronte all’utilizzo dei media: Quanti media usano gli italiani? E in quali combinazioni? Qual è la graduatoria dei media più usati? I media competono o coesistono fra loro? Tanti media, tanti pubblici: l’interesse e l’utilità di conoscerne le coordinate: http://www.censis.it/censis/ricerche/2002/ucsi/ . Il primo rapporto Censis, analizzato e commentato da Giancarlo Livraghi: http://gandalf.it/dati/censis.htm . Per chi si interessa di internet e di come la rete influisca sui processi di comunicazione può risultare interessante una visita proprio al sito personale di Giancarlo Livraghi: http://www.gandalf.it/.
1.2 - Le novità introdotte dalla Rete e l’identità dei giornalisti.
La conciliazione dei giornalisti online e tradizionali è del resto inevitabile.
Da un lato, infatti, pensare a un sistema integrato di forme di accesso ai contenuti giornalistici è una strategia che paga, se viene concepita come valorizzazione della competenza giornalistica. Il Washington Post, che conta sulla capacità unica della sua redazione di leggere e interpretare le dinamiche della capitale degli Stati Uniti, riesce a produrre la sua informazione in più forme, in modo che sia accessibile via carta, radio, tv e Internet. E lo stesso si può dire del Sole 24 Ore, specialista italiano dell’informazione economica, che ha messo il lavoro della sua redazione a disposizione del pubblico via carta, radio, tv, Internet.
Dall’altro lato, le sollecitazioni spontanee della Rete mettono i giornalisti, che siano online o tradizionali, di fronte alla stessa necessità: riflettere sul loro ruolo. I notiziari fai-da-te dei blogger, tanto per fare un esempio alla moda, spiazzano la centralità della mediazione giornalistica e la costringono a un ripensamento approfondito dell’identità professionale. Questo fenomeno, uno dei frutti recenti di una caratteristica strutturale della Rete, cioè la sua capacità di far crollare le barriere economiche e tecniche alla pubblicazione, impone ai giornalisti delle scelte nuove. Qual è la loro funzione? Quale rapporto devono stabilire con il pubblico? Qual è il ruolo della ricerca giornalistica? Perché il pubblico dovrebbe ritenere più valida l’informazione che trova sui giornali rispetto a quella prodotta dai blogger?
Partendo dall’osservazione che nei primi tempi del giornalismo online i servizi più cliccati sono stati quelli che riguardavano argomenti come i soldi, il sesso e lo sport, i giornali possono prendere due strade: concentrarsi solo su ciò che il pubblico clicca di impulso e in grande quantità, oppure insistere nel dare informazioni di nicchia o di elevato contenuto informativo ma adatte solo ai più attenti e colti tra i lettori.
Sulla prima strada correranno il rischio di perdere identità e ruolo, perché la concorrenza dei blogger e delle webzine li potrebbe battere sia sul terreno della popolarità che su quello delle informazioni specialistiche: i giornali avrebbero da opporre soltanto la notorietà della testata. Un argomento importante ma non in grado di tenere per molto tempo.
Anche perché i contenitori sono a loro volta attaccati dalle nuove soluzioni consentite dalla Rete. Come i software per la personalizzazione della fruizione dei giornali: molti siti, motori di ricerca e portali oggi offrono la possibilità di costruire pagine di informazioni prese da diverse fonti e notiziari online, componendo un insieme basato sulle preferenze e gli interessi dei fruitori, dunque saltando completamente le home page dei giornali, scomponendone la funzione di contenitori e mettendo di fatto sullo stesso piano le testate più blasonate con le più piccole webzine o addirittura i giornali fatti in casa dai blogger.
Di fronte a questi fatti, le testate e i giornalisti non possono reagire cercando semplicemente di ignorare il fenomeno: devono prenderne atto e scegliere la loro identità in Rete. Il che si fa solo con un atto di umiltà. Con calma. E senza avere in mente guadagni stratosferici.
La qualità fondamentale del giornalismo online non è il mezzo ma la sostanza della relazione che instaura tra i giornalisti e il pubblico.
Non è solo una questione di interattività. L’interattività è un modo troppo tecnico per descriverla. La realtà è più complessa. Perché il pubblico non percepisce solo il fatto che il singolo servizio può essere reso interattivo (anzi, a questo non dà poi tantissima importanza): il pubblico percepisce soprattutto la possibilità di interagire con l’insieme della produzione giornalistica. Scegliendo in modi nuovi i contenuti sui quali spendere il proprio tempo.
«Google News», il servizio che il più popolare motore di ricerca del mondo ha messo recentemente in piedi per servire il suo pubblico, offre automaticamente una panoramica delle ultime notizie (con l’indicazione del orario in cui sono state pubblicate) e per ogni fatto mette a confronto diverse fonti e testate. «Presstoday», in Italia, consente di costruirsi una rassegna stampa (personalizzatissima attraverso l’uso di qualunque parola chiave) sulla base di un vasto e crescente insieme di giornali italiani e stranieri. Il pubblico può così interagire, criticare, spostarsi da un giornale all’altro, confrontare i servizi e dimostrare il suo gradimento in modi imprevedibili. Di fatto, ad essere presi di mira dal fenomeno non sono tanto i giornalisti online o quelli tradizionali: sono i contenitori, le testate. E soprattutto le loro identità. Appunto.
Ma se la Rete scompone l’unitarietà dei contenitori giornalistici tradizionalmente intesi e se d’altra parte mette in discussione il ruolo storicamente assunto dai giornalisti, il compito della riflessione attuale è quello di costruire una prospettiva per questo mestiere e per i suoi prodotti.
La tradizione deve cessare di essere intesa come una barriera difensiva all’accesso al mestiere e diventare una fonte di legittimazione per i giornalisti. Per questo i migliori valori tradizionali vanno recuperati e sottolineati, per poi adattarne l’interpretazione al nuovo contesto operativo: solo in questo modo, la Rete sarà l’occasione per un avanzamento del sistema dell’informazione e non semplicemente un ulteriore motivo di degrado.
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Riferimenti:
Rassegne stampa
Alcuni riferimenti di siti che propongono rassegne stampa automatiche e gratuite http://news.google.com (Usa) automatiche, in parte gratuite e in parte a pagamento http://www.presstoday.com (Italiano); solo a pagamento http://www.selpress.com/onlinedemo.html (italiano); tematiche e prodotte a cura di specifiche organizzazioni su temi di loro interesse http://www.unesco.org/webworld/observatory/news/2002/en/index.shtml .
Alcune comunità di blogger:
Le comunità di blogger sono ormai centinaia in tutto il mondo, qui di seguito ne diamo solo alcuni esempi: http://www.blog-it.net/ (italiana); http://bloggando.splinder.it (italiana) ; http://www.bloggando.com (italiana); http://www.trygve.com/weblist_journalsburbsblogs.html (usa)
Cerchi un software per il tuo weblog:
Anche i software per i blogger, alcuni gratuiti, sono oramai tantissimi. Ecco il link alla pagina di Yahoo Usa che ne raccoglie una significativa selezione:
http://dir.yahoo.com/Computers_and_Internet/Internet/World_Wide_Web/Site_Development/Web_Log_Software/
Diritto e Internet:
L’avvento di Internet ha richiesto – e sta tuttora richiedendo – importanti sforzi nel proposito di adeguare le tradizionali strutture del diritto che regolamentano l’attività di scrittori e giornalisti, pensate per una realtà dove il prodotto finito è il giornale di carta; il libro; il disco, ecc. con le nuove possibilità e facilitazioni consentite dai mezzi delle nuove tecnologie. Cominciano quindi a nascere riviste giuridiche elettroniche specializzate proprio nell’affrontare questo tema. Per il diritto nazionale: http://www.jei.it/; http://www.unonet.it/articoli/diritto/; http://www.interlex.it/; http://www.odg.mi.it/leggi.htm. Per la normativa cosi detta primaria dell’Unione Europea, alla quale devono adeguarsi le norme nazionali: http://europa.eu.int/eur-lex/it/lif/reg/it_register_1620.html (Diffusione dell'informazione); http://europa.eu.int/eur-lex/it/lif/reg/it_register_132060.html (Tecnologia dell'informazione, telecomunicazioni, informatica); http://europa.eu.int/eur-lex/it/com/reg/it_register_132060.html (le direttive di domani: proposte della Commissione in discussione). Per gli Stati Uniti: http://www.eff.org/ (Sito della Electronic Frontier Foundation)
Più nello specifico sul tema della difesa del copyright su web: http://www.dirittodautore.it/ (per l’Italia); http://europa.eu.int/comm/internal_market/en/intprop/index.htm (per l’Unione Europea); http://www.copyright.gov/legislation/ (per gli Stati Uniti).
1.3 - I valori originari del giornalismo nella nuova prospettiva.
Luoghi comuni. Una vasta pubblicistica, doppiata da una quantità di romanzi, film e storie a fumetti racconta di come i giovani accedano alla professione giornalistica sospinti da uno spirito di servizio nei confronti della comunità: vogliono contribuire a informarla e a farle scoprire la verità. Ma, prosegue il pregiudizio, dopo qualche anno di professione, molti giornalisti acquisiscono un approccio più cinico nei confronti della loro professione e tendono a pensare all’informazione come a un prodotto, tendono a concepire i limiti che il contesto impone alla qualità dei loro articoli come a fattori invalicabili, tendono a definire i valori dei giovani che accedono alla professione come a ingenuità utili o fastidiose.
La sintesi più gustosa, più citata, più originale di questo genere di luoghi comuni, scritta quando ancora non lo erano, è probabilmente quella pubblicata da Carlo Collodi nell’«Almanacco del Fanfulla per il 1872»:
«Che cos’è il giornalismo?
– Il giornalismo è un’arte – rispondono i giornalisti, strizzando l’occhio tra loro.
– Che cos’è il giornalismo?
– Il giornalismo è un mestiere – rispondono quei ficcanaso, che hanno avuto l’indiscrezione di stare a vedere come si fanno e come si mandano avanti i giornali.
– Che cos’è il giornalismo?
– Il giornalismo è un sacerdozio – rispondono quelli che non sanno mai cosa rispondono.
– Che cos’è il giornalismo?
– Il giornalismo è un pretesto per vendere la quarta pagina – risponderebbe Oblieght».
Collodi si riferisce qui all’editore del «Fanfulla», l’imprenditore Ernesto E. Oblieght, uomo potente, di certo vicino alle posizioni del governo di Agostino Depretis, ma evidentemente anche uomo capace di accettare l’ironia dei suoi collaboratori.
E Collodi continua:
«Ho creduto e credo sempre che il giornalismo, in Italia, non sia altro che un patto leonino fra il giornalista e il lettore, vale a dire molte tonnellate di parole per pochi chilogrammi di pane. C’è chi dice che il patto è leonino, perché il lettore si trova tutti i giorni sacrificato barattando il pane buono con degli articoli indigesti o andati a male. Può darsi che la cosa sia vera, ma d’altra parte il lettore è contento, e chi si contenta gode».
Rilette a distanza di 130 anni, queste affermazioni suonano ormai, appunto, come luoghi comuni. Definibili con l’ossimoro: bugiarde verità. Le generalizzazioni sono sempre insufficienti a svelare la complessità dei fenomeni. Ma aiutano a individuare problemi che possono essere affrontati.
Il fatto è che i valori del giornalismo tradizionale vanno sempre ribaditi e alimentati. Vanno coltivati come fiori, altrimenti appassiscono.
Ecco alcune massime condivisibili, relative all’idea di giornalismo come mestiere intellettuale, artigianato più che arte, che ha bisogno di motivazioni insieme etiche e professionali.
a. Imparare per lavoro. La passione delle fonti e del racconto critico dei fatti è probabilmente il modo più generale per parlare delle tensioni etiche che dovrebbero muovere le persone che lavorano nel giornalismo. È quella passione a motivare: sta poi a ognuno interpretarla come crede.
b. Vedere con i propri occhi, oppure controllare le notizie. Questo è davvero un elemento distintivo quanto sottovalutato del lavoro dei giornalisti. Perché chiunque può raccontare fatti per sentito dire, i giornalisti dovrebbero limitarsi a quello che hanno visto o controllato: è una discriminante che ne definisce l’identità.
Stare dalla parte del pubblico. In uno degli ambienti più sacri del giornalismo classico, come il «New York Times», una delle massime più azzeccate recita: «Il pubblico è più intelligente e meno informato di quanto pensiamo». E tanto basta per la tentazione dei giornalisti a dare giudizi più che fatti. O almeno senza approfondire il più possibile i fatti.
c. Semplificare, non banalizzare. Solo se si è fatta un’analisi il più possibile completa dei fatti, li si può raccontare in modo semplice. Altrimenti si usano pregiudizi e circostanze note per riciclarle in chiave banalizzante. Il linguaggio è lo strumento dei giornalisti e non si deve confondere con la realtà. Perché questo è forse il più grande dei rischi che oggi corre il giornalismo: quello di divenire autoreferenziale. Il che, per la verità, più che un rischio, è già una realtà.
L’universo di riferimento nel quale lavorano i giornalisti, del resto, si va complicando costantemente. Il mondo dei media è gigantesco dal punto di vista quantitativo, ha un potere immenso, ha dinamiche spesso poco trasparenti. E per i giornalisti la più grande difficoltà è proprio quella di uscire dall’autoreferenzialità del mondo dei media per andare nel mondo in cerca delle fonti originali dei fatti e delle opinioni.
Scriveva Hans Magnus Enzensberger, peraltro molto prima che il fenomeno della Rete esplodesse: «Negli ultimi decenni lo sviluppo dei mezzi elettronici si è infilato in tutti i settori della produzione [giornalistica ed editoriale, ndr.]. Tutti questi mezzi hanno allacciato sempre nuovi rapporti fra loro e con mezzi più antichi, come la stampa, la radio, il cinematografo, la televisione, il telefono, le telescriventi, eccetera. A vista d’occhio tutti questi mezzi si sono uniti così da formare un sistema universale».
La domanda cruciale è dunque: Internet sarà parte di questo sistema universale, sarà una causa di semplice riforma dei media oppure innescherà addirittura una rivoluzione? Difficile dirlo, dopo così pochi anni. Ma quel che è certo è che, entrata in gioco Internet, i giornalisti sono costretti a porsi un problema decisivo: continuare a lasciarsi addomesticare dal sistema universale o ammettere che la concorrenza che la Rete può portare alla professione giornalistica richiede una riflessione urgente sulla professione in modo da renderne più chiaro e legittimo il compito?
Recuperare i valori tradizionali del giornalismo, in questa riflessione sarà un passaggio necessario, anche se non sufficiente, per il successo.
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Riferimenti:
Carlo Collodi, Il giornalista, fisiologia in punta di penna, in «Almanacco del Fanfulla per il 1872», vol. II, Roma 1872. Informazioni su quella mitica pubblicazione si trovano nel sito dell’Università degli Studi di Cassino: http://www.let.unicas.it/links/news/iermano5.htm
Alberto Cavallari, La fabbrica del presente. Lezioni d’informazione pubblica, Feltrinelli, Milano, 1990.
Hans Magnus Enzensberger, Palaver: considerazioni politiche, Einaudi, Torino 1976.
Hans Magnus Enzensberger: dall’archivio di Mediamente: un’intervista, una breve biografia, pubblicati in occasione dell’uscita della versione italiana de Il mago dei numeri (1997): http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/biografi/e/enzensbe.htm
Lo EJC (European Journalism Centre) è stato fondato nel 1992 con l’obiettivo di aiutare i protagonisti del mondo dei media a rapportarsi con i mutamenti della società e della tecnologia. E’ un istituto indipendente e no-profit che offre corsi di aggiornamento e documentazione con un approccio tipicamente multimediale: http://www.ejc.nl/default.asp
L’ European Institute for the Media (http://www.eim.org/) si dedica all’analisi dello sviluppo dei media e delle telecomunicazioni nell’Europa digitale. Il suo compito è di favorire la libertà dei media e la costituzione di una civiltà digitale europea. L’EIM risiede attualmente a Dusseldorf e porta avanti le sue ricerche sul tema dell’impatto dei media e delle nuove tecnologie sulla società assieme a prestigiose università di tutto il mondo (Oxford, la Columbia University di New York e la UCLA di Los Angeles). I principali programmi dell’istituto sono dedicati alla politica e alla regolamentazione legislativa dei media e della comunicazione in genere; allo sviluppo dell’economia digitale e alle sue interrelazioni con il mondo dell’informazione; al rapporto fra media e democrazia.
1.4 - Un mestiere in continua evoluzione: Internet è una nuova grande occasione
Nel 1994-1995 sono nati i primi siti derivati da testate giornalistiche. Certo, alcune sperimentazioni si erano fatte anche all’epoca delle bbs, le bacheche elettroniche, nelle quali il dibattito era alimentato in alcuni casi da giornalisti che portavano alla comunità notizie da dibattere. Ma è con l’invenzione del browser che nascono i siti Web, nei quali alcuni giornali vedono la propria prossima incarnazione.
Si trattava di pagine molto scarne che riproducevano le notizie apparse sulle versioni cartacee dei giornali. Anche in Italia, un manipolo di pionieri aveva aperto la strada. L’Unione Sarda e Panorama, La Repubblica e Reporters Online con mezzi e filosofie diverse hanno dimostrato le molte interpretazioni possibili del nuovo mezzo. Il piccolo giornale locale che trovava un’attenzione nazionale presentandosi in Rete. Il ricco settimanale che cercava l’interazione con il pubblico. Il grande quotidiano che decideva di costruire con lungimiranza la sua leadership nel nuovo contesto digitale. Il gruppo di giornalisti che sperimentava nuovi linguaggi e nuove libertà. Investivano le loro capacità e un po’ di risorse per entrare nello spazio digitale, non pensando troppo a come quelle risorse si sarebbero trasformate in guadagno. Sentivano che il pubblico internettiano italiano, che in quel periodo tagliava il traguardo delle 100 mila persone, segnalava nuove esigenze ma costituiva un potenziale culturale ancora inespresso, da coltivare. La piccola quantità di persone collegate alla Rete sembrava il primo limite alla crescita del nuovo medium. Per i pionieri, l’offerta avrebbe creato la domanda.
Il sentimento di una grande innovazione da costruire, l’idea che Internet fosse l’occasione per contribuire a cambiare il mondo, conduceva i pionieri nella loro difficile esplorazione.
Oggi il pubblico è enorme. I 20 milioni di persone collegate in Italia scaricano ogni giorno decine di milioni di pagine di informazione via Internet. I giornali online sono migliaia nel mondo e anche in Italia non ci sono molte testate prive della versione online. E accanto a queste ci sono centinaia di nuove opportunità di pubblicare e leggere notizie e produzioni giornalistiche, ricche di multimedialità, graficamente sofisticate, utili. Ma l’entusiasmo per i giornali online sembra frenato. Quasi scomparso.
Proprio ora che i limiti oggettivi all’esplosione delle iniziative giornalistiche derivanti dalla mancanza di pubblico sono scomparsi, i protagonisti della nuova informazione si sono dileguati. Il motivo è semplice: la bolla finanziaria ha prosciugato le speranze e le visioni del futuro, lasciando dietro di se una paralisi decisionale che frena ogni innovazione.
Difficili appaiono le decisioni di coloro che dovrebbero investire sull’informazione per il nuovo mezzo. Molte testate nate per cercare i soldi della borsa sono state costrette a chiudere. Molte redazioni online si sono trovate a vivere esperienze trasformatesi improvvisamente da innovative a ripetitive. Ma questa non è la fine della storia.
Il pubblico è destinato a dare la risposta. E condurrà chi lo sa ascoltare a una nuova fase di entusiasmo. Milioni di persone che chiedono un’informazione migliore non potranno non farsi sentire. La paralisi sarà superata dai fatti. In questa nuova fase, in cerca di un equilibrio più maturo, la domanda creerà l’offerta.
In attesa di un equilibrio nuovo nel quale si potrà finalmente avere un dialogo costruttivo.
Ora il problema è comprendere come comportarsi in questo periodo di passaggio. Ed eventualmente come formarsi un insieme di capacità, una cultura e una visione per navigare lungo la strada dello sviluppo del nuovo sistema giornalistico, trasformato con Internet.
Per i giornalisti la sostanza del lavoro non cambia. Ma aumentano le opportunità, si arricchiscono i linguaggi, si integrano i mezzi. Si scopre che i diversi media non si sostituiscono ma tendono a ridefinire continuamente i loro ruoli reciproci. Mentre il pubblico vede di fronte a se un grande insieme di fonti di informazione con una propria identità, alle quali può accedere attraverso diversi canali: i più comodi o adatti alle diverse situazioni della giornata, mentre si è in automobile, o davanti alla scrivania, o seduti in poltrona.
E di fronte a questo, il sistema dei giornali si modificherà. Anche se la strada è lunga e i sistemi produttivi da tempo strutturati non cambieranno velocemente.
Ma la tendenza è chiara: e va verso la formazione di una sorta di nuovo ecosistema dell’informazione, in grado di rispondere ai bisogni con maggiore qualità senza alimentare la confusione derivante dalla concentrazione solo sulle quantità, che si traduce nel cosiddetto “information overload”.
Nel formarsi al giornalismo online, ci si dovrebbe dunque riferire a una visione che parte dalla condizione attuale ma è condotta da una visione del futuro e dal ruolo che in quella visione sarà svolto dal giornalismo e dai mestieri da esso derivati.
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Riferimenti:
Ecco alcune directories che propongono link a giornali, tv, radio e altri siti di informazione di tutto il mondo: http://www.kidon.com/media-link/index.shtml; http://dir.yahoo.com/News_and_Media/Web_Directories; http://newsdirectory.com/ ; http://newslink.org; http://eserver.org/journals; http://lcweb.loc.gov/rr/news/lists.html; http://www.publist.com/; http://www.journalsearch.com.
Il problema del rapporto fra giornalisti e nuove tecnologie e tra i problemi affrontati anche dai siti che si dedicano ad informare su cosa accade nel mondo della stampa e dell’editoria in genere. Molti di questi notiziari, infatti, affrontano spesso il problema e le sue conseguenze sulla professione di scrittore e di giornalista. Per l’Italia segnaliamo in questo campo il sito internet della rivista della ‘tradizione’, cioè di Prima Comunicazione (http://www.primaonline.it/); ma soprattutto il portale indipendente Infocity (http://www.infocity.it/). Per il mondo del giornalismo anglosassone: htttp://www.editorandpublisher.com/editorandpublisher/index.jsp e http://www.ojr.org/ojr/page_one/index.php .
Fra le pubblicazioni specifiche la rivista New Media and Society, disponibile anche su internet ma a pagamento: http://www.sagepub.co.uk/frame.html?http://www.sagepub.co.uk/journals/details/j0182.html.
Il sito dedicato dall’Unione europea alla pubblicazione di news, normative, procedimenti di infrazione della legge sulla concorrenza, politiche per la diffusione della banda larga e quant’altro, fra le varie attività comunitarie, è atto a favorire la diffusione dei nuovi media nella società: http://europa.eu.int/comm/internal_market/en/media/
Fra le nuove frontiere del giornalismo il confronto dei giornalisti con i blogger sta assumendo sempre maggiore rilievo. Sulle origini del fenomeno c’è questo articolo, weblogs: a history and perspective datato settembre 2000. Di certo non attuale ma interessante per il dettagliato racconto dei primi passi del fenomeno dei weblog negli Stati Uniti (http://www.rebeccablood.net/essays/weblog_history.html). Sulle differenze fra weblog e diari online: http://www.diarist.net/guide/blogjournal.shtml
SECONDA PARTE. Come si leggono i giornali online
2.1 - Il pubblico in Rete
L’11 settembre del 2001, il 64 per cento degli americani si è collegato a Internet per seguire gli sviluppi dell’attacco terroristico contro New York e Washington. Secondo l’indagine della Harris Interactive che ha raccolto questo dato, la Rete è stata scelta come fonte di informazione per i seguenti motivi:
1. dava notizie più dettagliate (motivazione citata dal 36 per cento dei rispondenti);
2. dava notizie che non si trovavano altrove (motivazione citata dal 30 per cento);
3. dava notizie più aggiornate (motivazione citata dal 30 per cento);
4. era una fonte di notizie accessibile dal posto di lavoro (motivazione citata dal 28 per cento);
5. è più veloce da usare di altri media (motivazione citata dal 26 per cento).
Il primo passo per produrre giornalismo online è quello di comprendere come si comporta il pubblico del giornalismo online.
Il pubblico è cresciuto negli anni scorsi soprattutto in termini quantitativi ma sappiamo che nei prossimi anni, specialmente nei paesi occidentali sviluppati, tenderà invece a crescere più in termini qualitativi.
Dal punto di vista quantitativo, la velocità della crescita dei navigatori, in Occidente in generale e in Italia in particolare, è stata travolgente tra il 1995 e il 2002. In Italia, dai 100 mila utilizzatori del Web del 1995 si è passati ai 20 milioni del 2002.
Ricordiamo che, proprio sul finire del difficilissimo 2002, secondo le stime della eTForecasts, il numero di persone che accedono a Internet nel mondo ha superato la quota di 655 milioni. In un anno considerato di crisi da molti altri punti di vista, gli internettiani sono aumentati di ben 111 milioni. E un po’ ovunque nel mondo. L’India sta costruendo il suo cammino di sviluppo sulla produzione di software e la sua distribuzione via Internet. La Cina, pur tra mille limitazioni politiche, sta andando online e si appresta a superare il Giappone in termini di utenti della Rete. Persino in l’Africa cresce la popolazione che può accedere, grazie al fenomeno degli Internet Café, il che viene ormai visto dagli esperti non solo come sintomo ma anche come causa di sviluppo. Intanto, il “G7 della Rete” si sta delineando, sempre secondo le stime di eTForecasts: gli utenti del Web sono 160 milioni negli Stati Uniti, 64,8 milioni in Giappone, 54,5 milioni in Cina, 30,3 milioni in Germania e 27,1 milioni in Gran Bretagna, 26,9 milioni in Corea del Sud, 20,85 milioni in Italia.
Sorprendono gli italiani, in particolare, che hanno recuperato terreno rispetto agli altri paesi con un colpo di coda degli ultimi due anni. Secondo una ricerca della Jupiter, la popolazione italiana online è cresciuta del 17 per cento negli ultimi dodici mesi. E solo un terzo degli internettiani italiani è in Rete da più di due anni, contro una media europea del 45 per cento. Molti si dimostrano particolarmente interessati alla Rete: il 27 per cento dichiara che è già passato o passerà a una connessione in banda larga.
Perché ormai il valore d’uso della Rete è riconosciuto. Non solo per la posta elettronica, che peraltro è diventata un genere di comunicazione quasi obbligatorio almeno per chi lavora nei servizi, quasi come il fax. Ma anche per molte altre attività: dall’acquisto dei biglietti aerei all’interazione con la banca, dalla raccolta di informazioni per acquistare un’automobile alla ricerca di lavoro.
L’uso di Internet per cercare informazioni sui possibili consumi e persino acquistarli direttamente, aumenta. I dati da questo punto di vista non cessano di stupire. Secondo una ricerca della Forrester, gli europei hanno fatto acquisti natalizi online nel 2002 per oltre 7,6 miliardi di euro. Un aumento dell’86 per cento rispetto all’anno precedente. Un europeo su cinque ha comprato qualcosa in Rete nel 2002: nel 2001 la proporzione era di uno a sette. E gli acquisti che gli europei hanno deciso dopo avere raccolto informazioni e aver fatto confronti via Internet sono arrivati, sempre secondo la Forrester, a ben 20 miliardi di euro.
Gli acquisti di biglietti aerei e posti in albergo via Internet è ormai una pratica molto diffusa. Expedia, una delle prime agenzie di viaggi online e la prima ad aver registrato un bilancio in utile, è leader nel settore che sembra riuscire meglio di tutti a realizzare le promesse della net economy. Ma anche le concorrenti Travelocity e Orbitz migliorano i conti. Intanto, in Europa, RyanAir e Virgin Airlines, con i loro modelli di prezzo contenuto e l’efficiente sistema di prenotazione online, guadagnano terreno. Come nota Ester Dyson, antica visionaria della Rete, sta succedendo quello che ci si aspettava: i consumatori sono meglio informati, possono confrontare i prezzi e scelgono in modo razionale. Anche perché le differenze di prezzo, tra i biglietti speciali acquistati online e quelli normali, arrivano ad essere enormi. Secondo il ceo di Priceline, Jeffery Boyd, le compagnie aeree americane hanno perso complessivamente 14 miliardi di dollari di fatturato per la maggiore trasparenza del mercato introdotta da Internet.
È chiaro che questo non è un passaggio senza conseguenze. Lo si vede molto bene nel settore del trading online: gli utenti aumentano, le società che offrono il servizio diminuiscono. Per la Forrester, gli europei che comprano e vendono titoli in Rete sono già 3,2 milioni e continuano a crescere. Ma i siti di trading diminuiscono: erano 200 negli anni scorsi, sono 160 oggi e continuando così arriveranno a 40 nel 2007 quando, sempre secondo la Forrester, gli utenti saranno 10 milioni. Il che dimostra che il problema della net economy non è nato da Internet, ma dalle aziende che hanno sbagliato i loro piani.
Insomma: Internet è ormai una realtà il cui valore d’uso è riconosciuto. Gli internettiani, in Italia come altrove, sono cresciuti di numero fino a raggiungere quasi la metà della popolazione. Usano la Rete per la posta elettronica e per ricerche di vario genere: per i consumi, per i risparmi, per le notizie di background su vari argomenti, per scaricare musica, per partecipare a community di interessi specifici. E tendono a passare progressivamente a collegamenti veloci, quindi accanto a linguaggio dei testi e delle foto potranno accedere con maggiore efficienza a video e audio.
È in questo contesto che si sviluppa il giornalismo online. Quantitativemente, le pagine viste dei siti dei principali giornali sono cresciute enormemente. Ormai, «Corriere della Sera», «La Repubblica», «Il Sole 24 Ore» e «La Stampa» sono quotidiani online da milioni di pagine al giorno. Ma sono anche nati nuovi giornali per una versione soltanto digitale, in particolare alcune webzine specializzate per chi è interessato all’informatica, ai telefoni cellulari, ai fatti locali.
Anche nel giornalismo online, le aspettative nate all’alba del boom di Internet non sono andate deluse, in termini di comportamento dei lettori: sono andate a picco le aspirazioni sbagliate di alcune aziende editoriali che volevano usare la Rete semplicemente come trampolino di lancio per operazioni finanziarie.
Superata l’irrazionale bolla speculativa del 1998-2000 e la conseguente, altrettanto irrazionale, crisi di sfiducia, il valore d’uso di Internet si va continuamente riaffermando e le iniziative sane ne traggono evidente vantaggio. Il che vale anche per il giornalismo via Internet.
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Riferimenti:
I giornali citati
http.//www.repubblica.it
http.//www.corriere.it
http.//www.ilsole24ore.com
http.//www.lastampa.it
I dati sul numero e sui comportamenti dei navigatori sono calcolati e diffusi da diverse agenzie di ricerca. La più prestigiose è sicuramente l’americana Nielsen. Sul suo sito, paese per paese, sono visibili i comunicati stampa che presentano le varie indagini condotte dall’agenzia: http://www.nielsen-netratings.com/ . I dati sono a pagamento.
Dati di massima sul numero dei navigatori italiani (quanti sono, quali sono i siti più visti, ecc.) sono pubblicati sul sito dell’agenzia di ricerche One to One. I dati distribuiti gratuitamente sono ovviamente ‘in ritardo’ di alcuni mesi, ma ugualmente non privi di interesse: http://research.onetone.it/
Una interessante directory che raccoglie link a più agenzie che forniscono informazioni su diversi elementi statistici (l’uso dei browser; il numero dei navigatori; la loro provenienza, la loro lingua madre, e così via): http://www.internetstats.com/internetstats.php3
2.2 - Lettura e consultazione
L’atteggiamento del pubblico quando accede all’informazione via Internet è diverso da quando accede via tv o via carta.
La sintesi più spesso citata descrive l’utente di un nuovo medium digitale come condotto da un atteggiamento attivo, mentre definisce passivo chi accede all’informazione attraverso un medium monodirezionale o che opera in broadcast.
Di certo, la questione non è così semplice.
Tutte le ricerche, per esempio quelle della Future Lab di Milano, guidato da Francesco Morace, hanno dimostrato che gli atteggiamenti del pubblico con la televisione possono essere molto diversi tra loro. C’è chi la tiene accesa come una radio mentre sbriga le faccende domestiche, c’è chi la guarda seguendo un proprio palinsesto personale e accendendola solo nel momento in cui la programmazione propone una trasmissione che interessa, c’è chi si siede dopo cena sulla poltrona e la guarda con distratta attenzione, c’è chi si lascia ipnotizzare dal piccolo schermo come spesso succede ai bambini. Esistono poi le trasmissioni che consentono l’intervento del pubblico via telefono o altro. Quindi non c’è solo passività nell’utente della tv.
Ma è pur vero che il pubblico televisivo non può fare molto di più che scegliere i canali: poi è la tv a condurre la danza. E questa relativa passività è verificabile anche quanto il pubblico segue un notiziario giornalistico. Si lascia guidare dal contenitore, si entusiasma per i momenti spettacolari, si consente larghe pause nell’attenzione.
La qualità dell’interazione con il testo pubblicato su carta, il mezzo più antico, si configura in un insieme di atteggiamenti decisamente più vario. Quando ha in mano un periodico, il pubblico si comporta forse in modo simile a quanto detto per la televisione: sfoglia in modo abbastanza veloce, si sofferma sulle foto e sui testi forti, sulla grafica spettacolare. E del resto, non mantiene certo un’attenzione costante man mano che passa da una sezione all’altra. Quando invece legge un quotidiano cartaceo, il pubblico appare più attento e tende a imporre la propria gerarchia di interessi sulla gerarchia scelta dal giornale. O almeno a cercare una mediazione tra le due. Nel libro, invece, trova quello che l’autore esprime e, spesso, molto di più. L’immaginazione che viene alimentata dal testo del libro diventa parte del testo stesso, tanto che ogni lettore sembra vivere il testo in una sua versione soggettiva.
Il pubblico dei media digitali interattivi, come il Web vive l’accesso all’informazione in modo ancora più vario e probabilmente in modo ancora più attivo e indipendente dai contenitori. Abituato allo zapping, sulle prime non fa altro che saltare da un sito all’altro. Ma ben presto impara a scegliere. Allora il navigatore comincia a seguire un suo percorso di ricerca, attraversando diversi siti che non necessariamente trattano dello stesso argomento. Può arrivare all’informazione, per esempio, finanziaria direttamente dal sito della sua banca online. Oppure ci può arrivare dal suo portale preferito o addirittura da un motore di ricerca. O ancora può essere un lettore abituale di poche testate giornalistiche che sceglie in edicola e ritrova fedelmente anche online.
Questa peraltro è la realtà nel 56 per cento dei casi, secondo una ricerca pubblicata dalla Online Publishers Association (Opa) nel dicembre del 2002. Gli utenti di un sito giornalistico, rilevano alla Opa, diventano probabilmente utenti anche di una sua versione cartacea. Particolarmente nel caso di un giornale sportivo o di un notiziario molto specializzato. Lo studio conclude che il sito Web si dimostra uno strumento di grande efficacia nel sostenere il marchio di un organo di informazione e nello spingere nuovi consumatori a diventare utenti anche del servizio cartaceo.
Il tempo che il pubblico può dedicare al sito informativo è di solito poco. Ma i lettori dimostrano di apprezzare anche i documenti lunghi perché sanno di poterli memorizzare e consultare in seguito. E soprattutto, quando il pubblico si abitua alla Rete non vive più Internet come un mezzo: ma come una delle diverse chiavi d’accesso a un mondo di informazioni che si aspetta, e sempre più si aspetterà, di poter visitare via telefonino, via radio, via tv, giornale e così via.
L’approccio è dunque attento e attivo ma soprattutto molto personale. E nell’equilibrio complesso che guida le scelte di lettura, tra le tensioni emozionali e quelle razionali, probabilmente il pubblico internettiano propende per le seconde.
Può essere anche per questo che, secondo uno studio ormai classico, il pubblico del Web appare più interessato alle parole che alle immagini o alle soluzioni grafiche. L’istituto Poynter e l’università di Stanford hanno infatti condotto degli esperimenti sul comportamento del pubblico paragonando il movimento degli occhi degli utenti di diversi tipi di prodotti editoriali. Ed è emerso che mentre, per esempio, un lettore di periodico guarda prima le foto e poi i testi, il lettore di notizie via Web guarda prima i testi e poi le foto.
I motivi possono essere molti e non è facile interpretare questo dato. Le foto dei periodici sono molto più belle di quelle che si vedono su Internet. Del resto, all’epoca dell’esperimento, la banda larga non era ancora molto diffusa: e i navigatori erano certamente abituati ad aspettarsi l’arrivo dei testi molto prima di quello delle immagini. Ma è pur vero che i testi possono rispondere più direttamente a domande precise di utenti attivi, come spesso sono i navigatori della Rete. Si tratta in ogni caso di osservazioni che si riferiscono a una realtà in continua evoluzione: e non stupirebbe di vederle cambiare radicalmente nel tempo.
Quello che però resterà probabilmente stabile è il fatto che il pubblico di Internet godrà sempre di una vastissima possibilità di scegliere. Tra servizi più o meno specialistici, più o meno concentrati sui testi o alle immagini, o ai video e all’audio. Internet è e sarà sempre di più un sistema complesso, un po’ sala di lettura universale, un po’ radio planetaria, un po’ televisione con milioni di canali; per chi lo voglia è un nuovo canale di trasmissione unidirezionale, ma per chi sia interessato è un’opportunità di coltivare interessi di nicchia in comunità di persone che li condividono, oppure per esprimere personalmente a un pubblico indifferenziato quello che ciascuno vede e sente.
Tutto questo consente di dire che Internet introduce elementi di novità nel rapporto complessivo tra il pubblico e i media. Senza per questo affermare che ha il monopolio dell’interattività e che è un nuovo medium destinato a sostituirne altri.
In realtà, l’immagine più realistica è quella secondo la quale le redazioni giornalistiche sono dei centri di competenza cui il pubblico accede attraverso diversi media e in diverse modalità, trovando dunque quelle competenze anche se declinate nel linguaggio più adatto ai canali prescelti. Alla fine scopriremo che l’unica interattività davvero possibile è quella che il pubblico intrattiene con l’insieme del sistema dell’informazione, formato appunto dalle diverse redazioni, aggregate intorno a diverse testate, e dai diversi canali di accesso.
E una delle differenziazioni che ne conseguono è quella del tempo che il pubblico tende a dedicare ai notiziari prodotti per essere fruiti nei diversi formati. È facilmente dimostrabile, dice per esempio Clemente Mimun, direttore del Tg1 della Rai, che un telegiornale di 30 minuti contiene più o meno la stessa quantità di informazioni che si trovano nella sola prima pagina di un quotidiano. E d’altra parte il notiziario dello stesso Tg1 trasmesso sui cellulari multimediali della Tim è l’equivalente dei titoli del telegiornale, un minuto di informazioni. D’altra parte, aggiunge Mauro Sentinelli, direttore generale di Tim, il pubblico tende a pensare al computer come a un medium davanti al quale starà mediamente 70 minuti, alla televisione 30 minuti e al telefonino 3 minuti. Questi diversi limiti della fisicità dell’interazione con i diversi strumenti di accesso determinano approfondimento, qualità e sinteticità dei contenuti.
Questo peraltro si traduce in una vera rivoluzione. Perché il sistema dei media tipico della società industriale era organizzato in modo da porre il pubblico da una parte e i produttori di informazione dall’altra. I prodotti accessibili erano pensati per la massa delle persone medie. I sistemi produttivi erano lineari: dal fatto alla notizia e alla produzione e distribuzione. Il sistema dei media tipico della società dell’informazione ne è parte molto più integrante, è sospinto dalle logiche mediatiche sia nel momento dell’avvenimento che nelle modalità della fruizione, pone il pubblico in una posizione di influire pesantemente sui contenuti e non è lineare: ogni contenuto può essere trattato per essere inviato a diversi media e le specializzazioni necessarie alla nuova filiera produttiva sono poste in una relazione di rete non in una relazione gerarchica.
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Riferimenti:
http://www.poynter.org/eyetrack2000/index.htm
http://www.online-publishers.org
Il sito con i risultati e le news dal gruppo di ricercatori dello Stanford Pointer Project che analizza scientificamente il comportamento dei lettori di informazioni e news su Internet: http://www.poynterextra.org/et/i.htm. Altri dati e informazioni sul comportamento degli utenti online sia in relazione alle news, sia in relazione ai messaggi pubblicitari si possono trovare sul sito dell’Inma (International Newspaper Marketing Association): http://www.inma.org/index.cfm. Il sito della Naa (Newspaper Association of America) ha una sezione appositamente dedicata a valutare l’impatto dei giornali online sui lettori , ovviamente il campione preso in considerazione è limitato alle pubblicazioni degli associati: http://www.naa.org/SectionPage.cfm?SID=92.
2.3 - Le articolazioni dell’accesso all’informazione digitale
Il comportamento degli utenti di un giornale online è dunque condotto dalla curiosità di accedere alle informazioni in una modalità specifica che, in quanto tale, determina un atteggiamento piuttosto diverso da quello adottato nei confronti di altri tipi di giornale. Anzi, ben presto diventa un insieme di atteggiamenti. Può assomigliare alla lettura rapida delle agenzie, oppure alla ricerca in un archivio delle notizie su un particolare argomento, oppure può essere uno zapping in cerca di curiosità. In tutti i casi, lo strumento di accesso conta: perché induce a fare molte cose che la carta e la tv non consentono, non avendo peraltro alcune delle capacità che queste manifestano.
La carta è il display portatile più efficiente della storia. Non ha bisogno di batterie, non si rompe se cade per terra, non stanca nella lettura. La tv è rilassante o spettacolare, conduce il ritmo e si guarda anche stando comodamente seduti in poltrona.
I media digitali sono invece più impegnativi, sia dal punto di vista tecnico che da quello della fruizione. Sono ovviamente migliori per la ricerca di notizie in un vasto insieme di possibilità, sono particolarmente adatti all’archiviazione e alla consultazione.
Non a caso l’interfaccia fondamentale del Web si chiama «browser», che può dire appunto strumento per la «consultazione».
Il «browser» è una tecnologia dei primi anni Novanta, nata dal lavoro a tempo perso di un gruppo di studenti americani capitanato da Marc Andreessen, ed è essenzialmente un programma che consente una navigazione intuitiva nell’ipertesto creato sulla Rete delle reti dai ricercatori del Cern, in Svizzera. È un software che si è evoluto velocemente tra il 1994 e il 1998, sotto la spinta della concorrenza della Netscape, la società poi fondata da Andreessen, e la Microsoft, il gigante del software cofondato da Bill Gates. Nato per il pc è ormai presente anche nei palmari e nei telefonini.
Ovviamente, la massima diffusione dell’accesso a Internet è ancora legata alla sua forma originaria e dunque al browser per pc. Ma la dinamica che sta subendo in questo momento sembra fortemente influenzata dalle nuove forme di accesso via palmare e telefonino. Soprattutto perché gli operatori della telefonia mobile sono in grado di garantire un modello di pagamento ai contenuti accessibili via cellulare. Cosa che non è ovvia invece per i contenuti pubblicati sul Web.
Anche per questa differenza, la convergenza tra i contenuti dedicati alle varie forme di accesso è per ora tutt’altro che scontata. Si direbbe che anzi gli operatori mobili tendano a sezionare la Rete in modo da salvaguardare per se stessi il controllo dei flussi di scambio di contenuti e il valore aggiunto che ne deriva. Sta di fatto che per il pubblico è probabilmente scontato che prima o poi essa diventi una realtà: con forme di fruizione differenziata, nei tempi e nei modi, a un comune insieme di contenuti.
La base di partenza resta il Web che si utilizza con il pc da scrivania. La connessione in questo caso può essere più o meno veloce. La maggior parte delle connessioni sono ancora quelle che si effettuano dall’ufficio con una velocità relativamente elevata e la possibilità di mantenere sempre acceso il computer. Ma non sempre con la possibilità di consultare ogni tipo di contenuto. Le connessioni da casa sono invece di solito più lente: il tipico sistema di accesso in questo caso è il cosiddetto dial up, con il modem che viaggia teoricamente a 56 mila bit al secondo ma in pratica molto più lentamente. In questo caso la connessione si paga a minuto, come la telefonata urbana, mentre l’abbonamento è generalmente gratuito. Diverso il caso, per ora minoritario ma in forte crescita del collegamento domestico Adsl: in questo caso la velocità reale è anche 100 volte superiore a quella del dial up e non si paga a minuto ma attraverso una sottoscrizione a canone fisso mensile.
Internet cambia di conseguenza. La connessione lenta e che si paga a minuto impone un’economia di tempo di accesso alla Rete che spinge gli utenti a consultare poche pagine in gran fretta, magari scaricandone il contenuto sul disco rigido per poi leggere in seguito. La connessione veloce dall’ufficio rende possibile l’uso più attento del mezzo, ma non sempre in quelle condizioni gli utenti hanno la possibilità di visitare siti non strettamente collegati alla loro attività professionale. La connessione veloce consente una fruizione più ricca e aumenta sensibilmente il numero di pagine consultate. Inoltre, apre la strada alla fruizione della radio e della tv via Internet.
Questo non significa che la lettura online direttamente dal video diventi un comportamento più diffuso. Gli studi in materia dimostrano che non sono molte le persone disposte a leggere un lungo testo sul video del computer. E se lo fanno è perché per mestiere sono abituate a questo genere di sforzo: i giornalisti che scrivono e impaginano tutto il giorno con il computer tendono per esempio ad accettare di più anche la lettura a video dei testi degli altri. Ma chi svolge professioni diverse non ha la stessa disponibilità.
Molto spesso, dunque, la lettura a video è soprattutto una consultazione in vista di un veloce apprendimento delle notizie e spesso di una stampata dei servizi più lunghi. Alla Stampa sul Web, per esempio, la differenza tra la quantità di lettori che si limitano a collegarsi alla home page, che contiene la gran parte dei titoli importanti del quotidiano, è molto superiore a quella di coloro che sono disposti a lunghe navigazioni all’interno del sito. Un altro modo per utilizzare il sito di notizie è quello di cercare nell’archivio per trovare quando è stato pubblicato che cosa.
Inoltre, ci sono alcuni strumenti di interazione che il pubblico sembra gradire particolarmente. Il sondaggio in particolare è molto popolare: si tratta di un piccolo questionario chiuso che consente di votare su un’idea o di approvare o disapprovare un fatto, ottenendo immediatamente il risultato fino a quel momento determinato dagli interventi dei lettori. Meno frequenti le forme di interazione con i forum: richiedono maggiore impegno da parte del pubblico che non si limita a votare ma deve scrivere una frase. Funzionano soprattutto quelli di comunità già molto strutturate e quelli condotti da un personaggio molto popolare.
Tutto questo sembra ancor meno rilevante per le altre forme di accesso alla consultazione. I palmari e a maggior ragione i cellulari invitano a leggere i sommari dei notiziari e tutt’al più qualche notizia. L’interazione qui si svolge soprattutto per vie diverse, con le chat e gli sms tra utenti. Ma uno sviluppo interessante in questo settore sembra venire dall’evoluzione della classica rubrica «lettere al direttore» che evolve verso «sms al direttore» con la possibilità per i giornali di guadagnare una quota del traffico generato se riescono a stringere un accordo con gli operatori della telefonia mobile.
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Riferimenti:
Bruno Giussani, Roam. Making Sense of the Wireless Internet, Random House, New York, 2001 (traduzione Fazi Editore).
Volete sapere quali sono i browser più diffusi le particolarità e le potenzialità delle nuove versioni? Sono tutte domande che possono interessare a chi si accinge a progettare un nuovo giornale online o più semplicemente un sito web per scegliere quale deve essere il suo browser di riferimento: http://www.w3schools.com/browsers/default.asp
2.4 - I diversi tipi di notiziari online.
Internet consente di abbassare le barriere economiche e logistiche per la produzione di un notiziario online. E non per nulla ha consentito di moltiplicare in modo straordinario le iniziative che ambiscono a svolgere il ruolo di informare il pubblico.
Una quantità che induce anche a una certa confusione. I giornali tradizionali non sono certo gli unici protagonisti del giornalismo online. Si confrontano per esempio con una enorme quantità di giornali che esistono solo in Rete. Si chiamano webzine (magazine fatti sul Web) o web-tv o web-radio. Oppure sono le parti dedicate alla funzione informativa dei portali. E poi ci sono i siti aziendali, istituzionali, associativi, che a loro volta producono notizie e svolgono una funzione assimilabile, o comunque confrontabile, a quella dei giornali.
Le versioni online dei giornali tradizionali sono favorite nella conquista del pubblico dal traino delle testate cartacee o televisive. Il marchio delle testate tradizionali è di solito il più grande punto di forza di questi giornali online, perché tende ad essere percepito come garanzia di qualità delle informazioni.
Il problema di questi giornali è quello di vivere, spesso non sempre, come una versione ridotta e più aggiornata delle testate originarie. Ridotta perché gli editori si preoccupano spesso di non cannibalizzare con le testate online le vendite delle testate tradizionali. Più aggiornata perché, ovviamente, il sito può seguire gli avvenimenti e darne conto più frequentemente delle testate tradizionali.
Tutto merito dell’eterno presente in cui vive la prima pagina di un notiziario su Internet.
Non sempre la funzione di approfondimento e di archivio che più di ogni altra appare specifica di questi giornali online, invece, è sufficientemente sfruttata e valorizzata. I documenti originali, le interviste in versione integrale, i reportage multimediali sono una chance di differenziazione notevolissima per i giornali in Rete. E d’altra parte, la loro essenziale caratteristica di essere fondati su computer, li rende particolarmente adatti a svolgere una funzione di archivio che viene vista invece, spesso, come un servizio aggiuntivo non giornalistico oppure come un aggravio di lavoro softwaristico poco integrato con la fattura del giornale vera e propria.
Le webzine sono invece dotate di maggiore carica e sono condotte da valori specifici, tendono a sperimentare nuove soluzioni o a cercare nuove nicchie di interessi. Ma sono a loro volta frenate dai mezzi spesso scarsi di cui dispongono e dalla leggerezza dei loro editori. Tanto che spesso finiscono per tradire la loro stessa funzione cercando di moltiplicare le pagine con giochi e contenuti di entertainment.
I contenuti informativi dei portali sono più ricchi, quando i portali funzionano. Ma non sono se non raramente condotti da logiche giornalistiche. Più spesso sono soluzioni per moltiplicare il numero di pagine cliccate dei portali che vivono soprattutto di pubblicità. Solo in alcuni casi, le sezioni destinate ai notiziari dei portali sono fatte da giornalisti. In Italia, attualmente, avviene solo per Libero della Wind.
Di solito, il numero di pagine scaricate delle sezioni dedicate al notiziario è una frazione limitata del totale delle pagine viste dei portali. E per questo non sembra che nei portali sia enorme l’intenzione di investire in questo settore.
Infine, i notiziari dei siti aziendali, istituzionali o associativi hanno potenzialmente mezzi e pubblico, ma non l’indipendenza di giudizio fondamentale per la credibilità dei contenuti. Particolarmente importanti, da questo punto di vista, i siti delle banche che offrono un servizio di trading online e che lo accompagnano con un notiziario finanziario. Spesso questo è prodotto da redazioni esterne. Alcune dedicate, altre sono agenzie. Fanno concorrenza ai siti specializzati nel giornalismo finanziario che però il pubblico continua a utilizzare, dimostrando di cercare l’indipendenza oltre alle notizie. Probabilmente, questi notiziari andranno studiati in modo da dichiarare sempre più chiaramente la loro funzione di servizio e l’intenzione di dare le notizie in modo comodo per gli utenti ma certificandone la fattura e la provenienza, in modo da alimentarne la credibilità.
In tutti questi casi, l’accesso alle notizie online è determinato da quello che i navigatori sanno prima di entrare in Rete. Le versioni online delle testate tradizionali sono ricercate in base alla notorietà della testata. Le webzine sono ricercate sulla base di indicazioni che vengono dal tam tam tra i navigatori. Le notizie dei portali sono viste come un «di cui» del portale preferito. E lo stesso si può dire dei notiziari presenti sui siti aziendali.
Ma a tutto questo si aggiunge una modalità tutta internettiana di trovare le testate. Le directory di giornali, organizzate il più delle volte per paesi e lingue, qualche volta per tipo di contenuto (quotidiano, settimanale, video, radio), sono una fonte di curiosità importante.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
http://www.kidon.com/media-link/index.shtml
http://dir.yahoo.com/News_and_Media/Web_Directories
2.5 – All’interno dei notiziari online.
La prima pagina dei notiziari online che derivano da testate tradizionali gioca di solito con la stessa grafica della versione cartacea. Le notizie principali sono messe in primo piano. E sono circondate dai link alle rubriche o agli altri servizi.
Di certo, la prima specificità che il pubblico cerca in una home page di quotidiano online è l’aggiornamento. Subito dopo la partita di calcio si cercano i risultati e le prime foto sui siti giornalistici. O su quelli delle squadre preferite. La moltiplicazione degli orari di gioco ha aumentato il bisogno di un punto di riferimento ordinato di quanto è successo nel campionato. Ma questo non è che un caso particolare di un tema più generale: la quantità di notizie disponibili e i fatti che si susseguono a ritmo incalzante determinano il bisogno di un luogo aggiornato e strutturato nel quale ritrovare un ordine alla lettura della realtà.
Ma il pubblico si accorge presto che gli elementi di una home page di giornale online sono molti di più di quelli della versione cartacea. Nella maggior parte dei casi, accanto alle notizie principali in massima evidenza, si trova anche:
- un riquadro con le notizie delle agenzie in tempo reale
- una finestra per andare all’archivio del giornale o addirittura per cercare su tutto il Web
- un invito a scrivere al giornale e un indirizzo di posta elettronica
- le sezioni organizzate del giornale con i link per raggiungerle immediatamente
- uno o più sondaggi con i quali esprimere la propria opinione su una domanda chiusa e vedere subito i risultati
- un insieme di forum e un invito a partecipare alla discussione
- le rubriche, i link agli speciali, il meteo, il link ai dati di borsa, il link ai programmi televisivi, il bollettino della neve, i cinema e magari la vendita online dei biglietti, altri contenuti di servizio
- le iscrizioni a newsletter e mail alert
- le piccole inserzioni, dall’immobiliare agli annunci mortuari
- il link all’iscrizione alle pagine o ai servizi a pagamento, come l’abbonamento alla versione cartacea, alla trasmissione per telefonino o altro
- i credits.
Certamente questo aggiunge interattività e servizio alla relazione che intercorre tra la redazione e il pubblico.
Il link alle agenzie è un’innovazione che può apparire come una giustapposizione di due fonti giornalistiche diverse. In realtà, è un servizio di aggiornamento in più oltre ad essere un passo avanti nella direzione della trasparenza: gli articoli del giornale sono da sempre fatti utilizzando a man bassa le agenzie. Ma, specialmente in Italia, senza citarle. Questa soluzione consente ai lettori di vedere la differenza tra i contenuti delle agenzie e del giornale. E di comprendere meglio il valore aggiunto portato dalla redazione.
L’archivio del giornale, forse sulle prime ignorato, diventa ben presto uno strumento importante per il pubblico. E alimenta una relazione profonda con la redazione. Perché consente di superare un atteggiamento superficiale nei confronti del giornale, sulle prime visto come un semplice sistema di aggiornamento sulle ultime notizie e poi invece riconosciuto come un luogo dotato di una storia o che fa accedere a una storia che continua nel tempo. È questa una fonte essenziale che alimenta lo sviluppo di uno dei valori fondamentali di un giornale: la sua identità.
La posta al direttore diventa online uno strumento più ricco perché da un lato può avvenire immediatamente dopo aver visto il giornale senza la mediazione del sistema postale cartaceo con tutte le sue necessità. Inoltre, si inquadra in un sistema di interazione più ampio che comprende le discussioni nei forum e le prese di posizione essenziali dei sondaggi. È un insieme di strumenti che funziona se il pubblico ha tempo (il che è sempre più raro) e se il senso di identità del giornale e del singolo visitatore sono molto forti. Non è quasi mai un fenomeno quantitativamente rilevante ma è qualitativamente decisivo. In alcuni casi, poi, i giornali puntano molto su questo: Salon, dopo l’acquisizione di The Well, ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. La Stampa, nelle ore serali, ne fa il centro del suo servizio.
Le sezioni di servizio sono particolarmente utili online. Per esempio, i cinema specie nelle grandi città, dove la scelta è molto ampia. E per la stessa ragione, tendono presto a diventare essenziali le inserzioni sul mercato immobiliare: invece di cercare in lunghe pagine fitte di informazioni spesso ripetitive, la consultazione di un data base è evidentemente più efficiente. In Italia, il Messaggero ne ha fatto un servizio molto importante del suo sito. Ma è solo uno dei moltissimi casi.
Anche cliccando sulle notizie per entrare nelle pagine interne l’esperienza del pubblico è piuttosto diversa da quella che si ottiene leggendo la carta. Gli articoli ritrasmessi online con le stesse caratteristiche delle versioni cartacee non hanno un effetto particolare. Spesso sono letti molto più velocemente o addirittura memorizzati sullo hard disk per una lettura successiva. Ma i giornali online comprendono presto che gli articoli devono essere tagliati in modo adatto al mezzo. Occorre almeno dotarli di una più intensa segnaletica, con l’uso di capitoletti, con varie illustrazioni che spezzino la colonna e magari suddividendoli su diverse pagine come se alcune delle loro parti fossero box delle principali. Nei casi migliori vengono riscritti, accorciati, ristrutturati.
Ma quello che accade intorno agli articoli è altrettanto rilevante. Importantissima è la segnalazione delle storie collegate a quella narrata nel pezzo principale. Fatti già successi e raccontati in passato oppure documenti di approfondimento, testuale o multimediale. Oppure link alle fonti e alle istituzioni o entità citate nel pezzo. Ci possono essere poi bottoni di servizio che rimandano a:
- forum per commentare l’articolo
- sondaggio per votare il gradimento sull’articolo
- comando per inviare l’articolo per posta elettronica a un corrispondente
- bottone per stampare l’articolo
- bottone per memorizzare l’articolo sullo hard disk
- link a partner e altre fonti.
Naturalmente, tutto questo è circondato di pubblicità.
Il rapporto tra i lettori e i contenuti che cercano è interrotto dalle inserzioni colorate dei banner e delle altre soluzioni inventate dall’advertising online.
I banner e gli altri riquadri fissi che si trovano nelle pagine, sopra, accanto, in fondo, persino in mezzo al testo hanno una buona importanza economica per i giornali online che vivono solo di pubblicità e non sono poi tanto intrusivi. Molto peggiori i pop up, finestre del browser dedicate alla pubblicità che si aprono senza che il pubblico le richieda mentre naviga davanti agli occhi. I pop under fanno la stessa cosa ma si nascondono dietro la pagina letta e si trovano quando questa viene chiusa. In questo senso sono meglio accettati dal pubblico. Ci sono poi tutte le inserzioni animate che si muovono davanti alla pagina o addirittura la modificano o la nascondono fino a che non si sono esaurite. Nei casi migliori, in un angolo presentano un bottone che consente di interromperle. Il pubblico lo fa quasi sempre.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
http://www.salon.com
http://www.lastampa.it
http://www.nytimes.com
2.6 – Motori di ricerca giornalistici e «giornali automatici».
Mentre le singole testate continuano a svilupparsi seguendo un’ipotesi di rapporto speciale con il loro pubblico definita dalla loro identità, Internet non cessa di creare nuove forme di accesso alle informazioni e di confronto tra le fonti.
I motori di ricerca sono da sempre tra i servizi più utilizzati dal pubblico della Rete. Anche i più famosi e cliccati tra i portali del mondo non raggiungono che una frazione dell’insieme delle pagine scaricate dagli internettiani. Perché le curiosità sono talmente frazionate e le motivazioni della navigazione sono tanto diverse che il traffico si suddivide tra milioni di strade e viottoli. Ma proprio per questo i motori di ricerca sono dei punti di riferimento fondamentali.
E lo stesso avviene per le notizie giornalistiche. Esistono motori di ricerca specializzati nelle notizie che seguono un particolare insieme di giornali e consentono di ritrovare le notizie da questi pubblicate con la stessa logica dei motori generalisti: categorie di notizie e parole chiave libere. A loro volta, funzionano meglio o peggio a seconda che il panorama di giornali che seguono sia più o meno ampio e che gli algoritmi in base ai quali funzionano siano più o meno sofisticati per distinguere e portare in evidenza ciò che è maggiormente rilevante.
L’esperienza internazionale di motori specialistici per i giornali come Newsindex e Moreover, in Italia è rivissuta e, spesso, anticipata da Presstoday.
Tipicamente, al centro del valore d’uso di questi servizi c’è la finestrella nella quale l’utente può scrivere un testo o una parola e che serve a inviare la richiesta al motore. Il motore interrogato a sua volta restituisce i link agli articoli che contengono quella parola o quel testo e che sono pubblicati in quel momento dai giornali online che quel motore tiene sotto controllo.
Attorno a quella finestrella ci possono essere altri servizi. Per esempio, si possono trovare le categorie delle notizie: cliccando sui link corrispondenti si riduce l’ambito nel quale il motore va a ricercare. Inoltre, alcuni motori danno anche in bella evidenza il dominio di giornali che seguono. E magari le principali notizie del momento.
La home page di Presstoday si attiene prevalentemente alla sua funzione principale ma accompagnata da una selezione di categorie e dalla possibilità di scegliere la lingua nella quale effettuare la ricerca.
Interessantissima la sezione dedicata alle statistiche sui comportamenti degli utenti del servizio. In ogni momento, il ricco campione di utenti di Presstoday segnala i propri interessi. Mutandoli in ragione degli eventi che vuole seguire, del giorno e dell’ora del giorno. Richiede notizie sui fatti dei quali ha solo sentito parlare alla tv, per approfondire o confrontare le scelte narrative e interpretative operate dalle diverse centinaia di giornali che indicizza. Oppure cerca informazioni su quello che si aspetta succeda quel giorno. L’eco degli altri media si avverte nelle ricerche su Presstoday, come pure si sente l’insieme di bisogni cui i giornali online autonomamente sanno dare soddisfazione.
Tutto questo avviene via browser, senza bisogno di registrazione. Se si vuole una vera e propria rassegna stampa aggiornata online, invece, occorre abbonarsi al servizio e scaricare un “client”, cioè un programma specifico che si installa sul proprio personal computer e che si occupa di registrare la griglia di concetti che l’utente vuole seguire cercando da solo le notizie e riportandole in ordine sulla scrivania dell’utente.
Nulla impedisce di pensare che Presstoday possa andare anche sui telefonini e i palmari. Oppure che venga un giorno interrogato con la voce dall’automobile. E lo stesso si può dire di Moreover o Newsindex. La strada è aperta. E un nuovo concorrente potentissimo si affaccia all’orizzonte. Il giornale automatico.
Google News sta già spopolando. Il motore di ricerca più importante del mondo, Google, dopo aver cambiato la faccia del Web per la ricerca di informazioni testuali, di immagini, di interventi nei newsgroup, ha infatti deciso di entrare nel settore delle notizie.
Il motivo per cui Google è riuscito a battere ogni concorrenza come motore di ricerca è facile da raccontare: si basa su un algoritmo potentissimo, che riesce a cogliere meglio di ogni altro finora apparso all’orizzonte la rilevanza dei contenuti del Web rispetto alla domanda posta dal navigatore, e indicizza una quantità impressionante di pagine Web con una batteria di decine di migliaia di server organizzati in modo modulare, perché la caduta di uno di essi non pregiudichi l’efficienza dell’insieme.
E Google pare sia riuscito nell’intento di tradurre questi punti di forza anche nel mondo della ricerca di notizie. Aggiungendo alcuni tocchi di qualità. Che sembrano preludere alla possibilità di costruire in automatico una sorta di ricchissima «prima pagine», capace di riconoscere la gerarchia delle notizie impaginando più in alto le più importanti. Naturalmente, non è il computer a fare queste scelte ma i giornalisti delle migliaia di siti indicizzati da Google (nato in inglese ma destinato ad aprire lo stesso servizio anche in altre lingue, compreso l’italiano) e che il motore per così dire sfrutta e sintetizza.
In effetti, il risultato è sorprendentemente efficiente.
Nel giorno del disastro dello shuttle Columbia della Nasa, sabato 1° febbraio 2003, Google News fu capace di riconoscere immediatamente l’importanza della notizia che restò al primo posto anche per tutto il giorno successivo. La domenica, nel primo pomeriggio, era in alto, apriva con il link al servizio del Washington Post le cui prime parole erano le ultime pronunciate dal capitano della nave spaziale. Un quotidiano «umano» non avrebbe potuto far meglio. Ma, accanto al pezzo del Washington Post, che Google News registrava essere arrivato da 9 ore, il motore impaginava la foto pubblicata dallo Houston Chronicle, i link ai servizi di Voice of America, Salt Lake Tribune, New York Times, San Jose Mercury News e il collegamento ad altri 862 altri articoli sulla vicenda provenienti da tutto il mondo. Seguire un avvenimento non è mai stato così facile per chi non ami affidarsi a una sola fonte ma preferisca confrontare un gran numero di possibili interpretazioni diverse dei fenomeni. Quando si clicca su un titolo il browser va sul sito del giornale citato e alla pagina dove è pubblicato l’articolo che interessa. Non c’è violazione di copyright in quanto tutto il contenuto, a parte il titolo e le prime righe, viene lasciato al giornale che lo ha prodotto e i navigatori lo possono leggere solo collegandosi con il giornale stesso.
Naturalmente la prima pagina di Google News si aggiorna automaticamente in continuazione. Prendendo le novità da oltre 4 mila fonti giornalistiche diverse. Non c’è alcun intervento umano nella selezione delle notizie che appaiono su Google News a meno che invece di seguire i contenuto suggerito dai computer di Google, nella prima pagina e nelle pagine delle varie sezioni (internazionale, Stati Uniti, business, scienza e tecnologia, sport, spettacolo, salute), i navigatori non scrivano la loro richiesta nell’apposita finestra di dialogo. In quel caso Google News ridiventa un motore di ricerca di notizie. Molto potente.
Si può seguire lo sviluppo di ogni notizia o filone di notizie cliccando su «sort by date»: questo comando ordinerà cronologicamente le notizie su un argomento, con la più recente in alto.
L’automatizzazione della ricerca di notizie è stata vista come un attacco al ruolo dei giornalisti. Se ne è parlato anche a proposito di motori più sofisticati, come per esempio quello sviluppato alla Columbia University di New York che svolge il ruolo di agente intelligente per trovare le notizie e restituirle in forma semplice e completa come dovrebbe essere un articolo giornalistico. Si è detto che questi giornali automatici riducono lo spazio di azione dei giornalisti e li sostituiscono con delle macchine. Ma non è del tutto vero: perché, dicono a Google, il motore non fa che basarsi sulle scelte intelligenti fatte dai giornalisti in carne ed ossa valorizzandole in più modi: facendole trovare più facilmente da più persone e oggettivizzandone il giudizio collettivo sulla rilevanza relativa delle notizie.
Quello che Google e i giornali automatici mettono in crisi non è il contenuto dei giornali, ma il contenitore. E da questo punto di vista a preoccuparsi non dovrebbero essere i giornalisti ma gli editori.
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Riferimenti:
http://www.presstoday.com/ita
http://www.presstoday.com/ita/stats.php
http://www.newsindex.com
http://w.moreover.com/
http://news.google.com/
2.7 – Giornali personalizzati: contenuti e contenitori.
Internet, con i servizi software che ne sfruttano le caratteristiche, consente al pubblico di ridisegnare i contorni del sistema dei giornali che li circonda.
Non si tratta solo di un nuovo modo per ricercare le notizie. Si tratta di una loro riaggregazione che salta la logica delle singole testate per andare incontro a diverse forme di personalizzazione della fruizione. Le rassegne stampa online non sono che un esempio. I motori di ricerca e i giornali automatici (o basati su agenti) come quelli descritti nel paragrafo precedente ne sono un esempio ancora più importante. Ma non mancano i servizi che offrono direttamente agli utenti registrati la metafora del giornale personale. Si tratta di una metafora, niente di più: ma si oppone all’altra metafora, invalsa per tutta l’era dei mezzi di comunicazione di massa, secondo la quale lo stesso prodotto poteva andar bene per tutti i lettori, considerati nella loro medietà.
My Yahoo! è stato uno dei primi servizi di informazione personalizzata. Certamente uno di quelli che ha raggiunto il maggior successo. Si tratta di gigantesco filtro automatico ai contenuti giornalistici sul Web, organizzato per funzionare in decine e decine di lingue diverse. E che restituisce una pagina di informazione contenente quello che l’utente ha deciso di voler trovare in una unica pagina.
L’utente può scegliere i colori e i contenuti della sua pagina di My Yahoo!. Il lay out normale prevede una colonna di sinistra con i servizi come la finanza e il meteo, la posta e i bookmark personali, mentre nella finestra principale si trovano le ultime notizie organizzate per argomento. In basso, altri servizi, come il convertitore di valute, la calcolatrice e altro ancora.
In Italia, le fonti sono le più varie. Prevalentemente le agenzie: Ansa, Agi, Adn Kronos, Asca, Reuters, ma anche diverse webzine e altro ancora. Nella sezione high tech si trovano persino le notizie di un’azienda, la Chl che vende online materiali informatici.
Chiaramente la commistione di informazioni controllate giornalisticamente e di notizie provenienti dalle aziende o da altre fonti ancora è del tutto libera. Il che non è un segnale di garanzia per gli utenti. Che peraltro possono chiedere di vedere soltanto le informazioni provenienti da fonte riconosciuta.
Ma non per nulla, in My Yahoo! qualunque fonte giornalistica si riconfigura come un’agenzia. Che sia un giornale o una webzine o addirittura un sito aziendale, il contenuto di notizie di My Yahoo! è un flusso di informazioni che si rialloca secondo il lay out scelto dall’utente in base alle opzioni offerte dal portale.
La trasformazione del lavoro di qualunque redazione giornalistica in qualcosa di assimilabile a quello tipico di un’agenzia dipende dal fatto che My Yahoo! si appropria della funzione di contenitore, almeno dal punto di vista del servizio.
Se la mia relazione con un contenitore è soddisfatta dal portale, i giornali diventano contenuti.
Si perde dunque la funzione di suggeritore dell’agenda e della gerarchia delle notizie che di solito è svolta dalla testata che l’editore ha progettato e chiesto al direttore di interpretare. Il lato di servizio del giornalismo si esalta. Il suo lato politico si appiattisce. Il confronto tra il lavoro di diverse redazioni sullo stesso argomento è particolarmente semplice. La concorrenza sulla qualità dei contenuti, in altre occasioni parzialmente mascherata dalla grafica e la bravura tecnica, diventa scoperta.
Progettando un nuovo giornale online o riprogettando continuamente quelli esistenti, come la Rete impone di fare costantemente, il primo punto all’ordine del giorno sarà dunque quello della valorizzazione dell’identità della redazione in rapporto al modo in cui si comprende il pubblico di riferimento in tutte le sue sfumature e comportamenti.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
Aggregatori di news:
L’aggregatore di news personalizzabili fornito dal motore di ricerca Yahoo ai navigatori italiani:
http://it.my.yahoo.com/
My Netscape è la home page personalizzabile fornita da Netscape: si trovano informazioni su finanza ed economia, lo sport, l’attualità e il tempo: http://my.netscape.com/
Anche MSNBC il network informativo di Microsoft, non poteva non offrire un servizio di rassegna stampa personalizzato: http://www.msnbc.com/toolkit.asp
Si chiama ‘News Is Free’ ed è un aggregatore di notizie personalizzabile che lavora su oltre 5 mila fonti. E’ in inglese, francese e tedesco: http://www.newsisfree.com/
L’aggregatore di news americano che dichiara quasi 400 mila iscritti. Prende in considerazione centinaia di fonti in tutto il mondo: http://www.crayon.net/
World Flash si auto definisce ‘Intelligent Information Agent’ . Il programma che raccoglie e vi spedisce via e.mail le informazioni desiderate e raccolte da una base selezionata di circa 200 quotidiani online di tutto il mondo. E’ a pagamento: http://www.worldflash.com/
Con questo software (se volete potete installarlo in prova per 10 giorni sul vostro pc) siete voi che scegliete quali giornali dovranno essere presi in considerazione per la vostra rassegna stampa e le ore del giorno in cui volete ricevere gli aggiornamenti: http://www.wakeupnews.com/
TERZA PARTE – Il progetto del giornale online
3.1. – Lavorare a un progetto comune.
Quando un nuovo giornalista entra in un giornale tradizionale pensa soprattutto a che cosa ci farà. Quando un giornalista comincia a lavorare per un giornale appena nato tende a pensare prima di tutto a che cosa il giornale nel suo complesso è destinato a fare. E poiché i giornali online sono tutti, chi più chi meno, appena nati, lavorare per un giornale online significa innanzitutto rendersi conto del progetto comune che motiva e organizza l’impresa.
È una condizione privilegiata per lavorare. Non si esegue un compito. Si costruisce un’avventura. La mente si allarga. La visione dell’editore e del direttore conquistano la squadra che partecipa a trasformarla in realtà. La missione dell’azienda viene condivisa con tutti coloro che collaborano a perseguirla.
La visione riguarda il mondo che si sta preparando. Il leader la formula e la comunica. Creando consenso con le parole e con i fatti. La missione riguarda il compito che l’azienda si assume e la strada che intende percorrere per portarlo a termine. Almeno fino alla prossima tappa.
Un giornale può partire da un ottimo business plan ed essere basato sulle migliori analisi di mercato. Ma se non riesce a formulare una visione e a perseguire con coraggio una missione, non sarà mai molto più che un prodotto. Un giornale con una visione invece può diventare un fenomeno sociale, un punto di incontro di persone e di idee. Non è qualcosa che avvenga tutti i giorni. E sono certamente più numerosi i fallimenti delle riuscite. Ma perché negarsi il privilegio di pensare in questi termini? Anche perché i grandi successi editoriali sono anche grandi successi sociali. E quindi la logica economica e quella culturale, in questo settore tanto speciale, vanno nella stessa direzione.
Forse tutti possono ammettere che il maggiore successo editoriale nel campo della stampa quotidiana in Italia è stato la «Repubblica». Altri giornali hanno avuto sorte felice, dal «Giornale Nuovo» a «Mf». Ma difficilmente si può sostenere che molti altri hanno saputo come, la «Repubblica», contare nel dibattito politico, guadagnare sul piano economico, innovare dal punto di vista tecnico. Ebbene: non c’è dubbio che tra le qualità di Eugenio Scalfari, il direttore-fondatore, c’è stata l’idea di marketing editoriale di costruire il prodotto a partire da una cultura. Romana, tendenzialmente di sinistra, intellettualmente avvertita, popolaresca quanto basta, pragmatica...
È interessante riandare a quel progetto e alle sue alterne vicende. Il primo giorno, 14 gennaio del 1976, la «Repubblica» vendette tutte le 300 mila copie tirate. Poi cominciò a perdere terreno. Spiega Scalfari: «Il pubblico faceva fatica ad affezionarsi ad un giornale completamente diverso da quelli tradizionali, a cominciare dal formato e dalla grafica; noi, dal canto nostro, non riuscivamo a sintonizzarci con i lettori e quindi a calibrare il prodotto».
In marzo era a 90 mila copie. In agosto era a 70 mila copie. Nella primavera del 1977 erano sempre 70 mila. Racconta ancora Scalfari: «Furono mesi di fatica dura e di prospettive grigie. Settantamila copie erano parecchie per gettare la spugna, ma terribilmente poche per pareggiare i conti dell’azienda. Al momento del decollo l’editore ed io avevamo avvertito tutti i colleghi che l’azienda aveva a disposizione cinque miliardi e tre anni di tempo. Il pareggio si sarebbe raggiunto, secondo le nostre previsioni, a 150 mila copie di vendita. Se l’obbiettivo non fosse stato realizzato nei tempi previsti, avremmo chiuso. E quell’ipotesi ci pareva terribilmente concreta nella primavera del ’77. poi, di lì a poco, la situazione cambiò, cominciammo a sentire il pubblico, le vendite, sia pur lentamente, decollarono. Alla fine dell’anno eravamo in vista delle centomila copie». Poi negli anni successivi, arrivò il successo. Pareggio nel 1978, superamento della «Stampa» e 400 mila copie vendute nel 1986. E poi contesa decennale con il «Corriere della Sera» per la prima posizione in Italia. Un successo. Dovuto a mille fattori. Il «Corriere» che proprio nel 1977 decide di rinunciare a un direttore come Piero Ottone ha certamente aperto la strada alla crescita della «Repubblica». Il cambiamento di scenario politico degli anni Ottanta ha rafforzato l’idea che la «Repubblica» fosse un giornale pesante, in grado di influenzare le vicende politiche italiane. Le nuove tecnologie hanno reso meno costoso moltiplicare le vendite di un giornale nazionale. Ma nessuna di queste ragioni è importante quanto il fatto che la «Repubblica» ha saputo coltivare una propria identità. Senza di essa le migliori condizioni di mercato non avrebbero garantito un successo paragonabile.
Ora. È chiaro che un progetto di giornale online odierno non ha probabilmente le stesse pretese di un fenomeno come la «Repubblica» ma ha certamente la stessa dinamica. Al centro c’è l’identità. Quindi una visione di lunga durata. Una strada da compiere in un tempo congruo per raggiungere il pubblico e indurlo ad «affezionarsi». Il che è decisivo più di ogni altro elemento per un bene di informazione che gli economisti definiscono «bene esperienza».
Un «bene esperienza» è un prodotto del quale i consumatori possono giudicare il valore solo dopo averlo consumato. Come si può prevedere, prima di averlo letto, se il numero odierno del «Sole 24 Ore» vale l’euro che costa? È chiaramente impossibile. L’unica motivazione che il pubblico ha per comprare la copia di oggi, o per impiegare il suo tempo a collegarsi al sito di quel giornale, viene dall’esperienza che in passato ha fatto di quel giornale.
E l’esperienza del giornale è un insieme complesso, presenta elementi di razionalità e altri di contenuto prettamente simbolico. Un giornale, online o di carta, è uno strumento di lavoro, ma è anche un fattore di aggregazione sociale. Al centro del suo valore, comunque, c’è l’idea che il ruolo che quel giornale ha giocato per il pubblico in passato continuerà ad essere giocato in futuro.
Il che presuppone che al centro del valore del giornale ci sia la sua identità.
Solo se il gruppo di professionisti che fa un giornale, online o di carta, si sente accomunato da un progetto e un’identità, anche il pubblico potrà sentire quell’identità. È una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il successo.
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Riferimenti:
Eugenio Scalfari, La sera andavamo in via Veneto, Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica», Mondadori, Milano, 1986.
Vittorio Zucconi, Parola di giornalista, Viaggio lievemente indiscreto dentro la stampa italiana, Rizzoli, Milano, 1990.
Alberto Cavallari, La fabbrica del presente. Lezioni d’informazione pubblica, Feltrinelli, Milano, 1990.
Altri tempi: lo speciale che racconta nel dettaglio la nascita e la storia del New York Times. Pubblicato nel 2001 in occasione dei 150 anni di vita del quotidiano. Per consultarlo è però necessario essere abbonati: http://www.nytimes.com/specials/150/
3.2. – Definizione del giornale come prodotto.
Carl Shapiro e Hal Varian spiegano con chiarezza quali siano le conseguenze del fatto che i giornali, come tutti i beni di informazione, sono «beni esperienza», cioè sono prodotti dei quali i consumatori possono giudicare il valore solo dopo averli consumati.
«Le attività economiche che hanno come oggetto l’informazione – quali quelle nel campo dell’editoria, della musica e dell’industria cinematografica – hanno sviluppato varie strategie per spingere i consumatori a superare la loro riluttanza ad acquistare informazione prima di sapere che stanno acquistando» scrivono Shapiro e Varian. Molte di queste strategie sono rivolte a creare aspettativa sul prodotto attraverso una sapiente opera di diffusione della parte del contenuto che si pensa possa incuriosire il pubblico e indurlo a cercare di scoprire il resto. Ma «la maggior parte dei produttori risolvono il problema connesso alla vendita di beni informazione facendosi un nome (o meglio un marchio) e investendo in reputazione».
Tutto questo vale per un sito giornalistico su Internet esattamente come per un quotidiano di carta o per un film. E un marchio può essere nato su quel medium oppure arrivare da un altro medium. Ma il prodotto deve prima di tutto funzionare per quel medium. È evidente che il sito giornalistico della «Repubblica» ha tratto giovamento dal fatto che il marchio del giornale cartaceo era tanto forte. Ma più importante è stato il fatto che la «Repubblica» ha saputo pensare bene al sito e investire il giusto per farlo crescere. Per questo è il primo sito giornalistico italiano. Discorso analogo si può fare per il sito del «Sole 24 Ore». Ma quello che conta osservare è che non tutti i marchi famosi in un medium sono riusciti a riversare la loro forza anche su Internet, se non hanno affrontato correttamente il nuovo medium. Lo stesso «Corriere della Sera» ha impiegato anni a definire la propria strategia per la Rete. E solo quando l’ha fatto ha ottenuto successo: prima il suo fortissimo marchio non contava nulla per gli utenti di Internet. Solo quando il sito ha assunto una veste studiata e comprensibile per il Web, quando l’editore ha deciso di investire per farlo crescere, quando ha avuto una consistente redazione, solo allora il marchio del «Corriere» ha cominciato a contare anche in Rete.
Il fatto poi che si osservi come la maggior parte delle visite a giornali online siano dirette a giornali che hanno una storia anche fuori dalla Rete e che anzi proprio nella carta hanno costruito il proprio marchio, significa che le organizzazioni editoriali tradizionali hanno ancora molto da insegnare. Anche nell’epoca del Web. Il che però non esclude che le organizzazioni nate per il Web non riescano a sfondare.
I portali come Libero, Virgilio e Tiscali non sono certo forti nell’informazione come «Repubblica», «Corriere» e «Stampa». Eppure le pagine di informazione che propongono sono spesso più viste di quelle dei giornali più blasonati. Di certo pesano meno sulla vita politica e sociale. Per ora.
Il confronto tra i concorrenti in Rete è dunque basato sulla competizione per dare credibilità al marchio nel nuovo medium.
Per arrivarci ci si può lasciar guidare da una passione editoriale che si persegue senza guardare in faccia a nulla. Oppure si può partire dall’analisi del pubblico di riferimento, dei suoi bisogni, della concorrenza.
Anche questo non si fa nello stesso modo che per gli altri media.
Nell’analizzare il pubblico, nei media tradizionali, di solito si parte dalla definizione del target e si definiscono i bisogni da soddisfare in modo migliore di quanto non faccia la concorrenza. Ma su Internet più che di target si dovrebbe parlare di community o almeno di network.
Il concetto di target presuppone la classica relazione che intercorre tra i produttori di informazione e il pubblico nel mondo dei media tradizionali nati nella società di massa all’epoca della rivoluzione industriale. Come la produzione tayloristica tendeva a omologare i lavoratori e i consumatori in grandi categorie nelle quali contava la media più che la particolarità, così i giornali e la televisione tradizionali, chiamati non per nulla mezzi di comunicazione di massa, privilegiavano la parte media del pubblico tralasciando le frange considerate minoritarie. Un giornale, un telegiornale, si potevano fare una volta sola e dovevano andar bene per la maggior parte delle persone che ne fruivano. Dunque dovevano essere concentrati sulla soddisfazione della medietà. Troppo costoso era fare diversamente: così il pubblico era da una parte, dall’altra c’era la torre d’avorio dei produttori di notizie.
L’evoluzione di questo concetto si è palesata molto prima del boom di Internet. La segmentazione del mercato ha proceduto a passi da gigante. Per esempio nel mondo dei periodici cartacei. Ma anche tra le televisioni, nel momento in cui, per esempio, i canali a disposizione per ogni famiglia italiana sono passati da tre a trenta. Sta di fatto che la logica non cambiava: il pubblico era da una parte, i produttori dall’altra. Semplicemente questi ultimi tendevano ad ascoltare di più il pubblico, accettandone le differenze e le nicchie che si discostavano dalla media.
Ma con Internet tutto questo diventa tanto facile e necessario da ridefinire il problema alla radice. In realtà, la segmentazione del mercato, con Internet, si può portare all’esasperazione. Le nicchie che si possono servire in Rete sono specializzatissime, internazionali, locali, settoriali, nazionali, professionali, irrazionali, e così via. D’altra parte, la facilità con la quale si può far partire un nuovo sito di informazioni online e soprattutto la facilità con la quale il pubblico può confrontare diversi siti di informazioni online, rende del tutto obsoleta l’idea di fare un prodotto informativo buono per tutti, Così i giornali tradizionali cercheranno giustamente di inseguire anche online le persone che li seguono sulla carta. Ma i giornali nuovi cercheranno di servire il tempo degli utenti in modi nuovi. Ed è probabile che questi giornali nuovi evolveranno il loro concetto di pubblico passando dall’idea di target all’idea, appunto, di community. Cioè tenderanno a far parte di una community più che a colpire un obiettivo di pubblico. Tenderanno a giocare un ruolo di facilitatori dell’incontro tra persone che hanno qualcosa in comune ma anche qualcosa di diverso, il che le rende reciprocamente interessanti da incontrare. Il terreno comune sarà dato dall’animazione del giornale online, la differenza sarà quella che le varie componenti del pubblico si portano dietro e che costituisce il vero interesse dei partecipanti.
Quindi, si può dire che l’analisi dei bisogni di una community, potenziale o già esistente, si deve concentrare sui bisogni che le diverse componenti della comunity possono soddisfare reciprocamente incontrandosi. Gli esempi non mancano. Il sito dei comunicatori di Igor Righetti, appena nato, si propone esplicitamente come Agorà perché vuole far incontrare i professionisti della comunicazione con i loro utenti. Il sito che Yahoo! ha messo a disposizione degli interessati alla finanza li attrae dando loro informazioni fondamentali come quelle della Reuters e gli indici di borsa, strumenti fidelizzanti tipo il portafoglio virtuale e soprattutto facendoli incontrare tra loro in un ambiente nel quale si danno consigli a vicenda e si aggregano in gruppi di interesse. Del resto, il successo di un’iniziativa modaiola ma molto azzeccata come First Tuesday, nella quale venture capitalist incontravano aspiranti imprenditori con un’idea in testa cui mancava solo il finanziamento necessario allo start up. E non a caso il suo sito e le notizie che vi pubblica sono ancora utilizzate piuttosto diffusamente nonostante che la congiuntura favorevole agli start up sia passata. E sempre a un’idea di comunità si ispira il sito pensato dalla Fondazione culturale della compagnia di assicurazioni Allianz per far incontrare i giovani artisti europei con il pubblico, la critica qualificata, gli organizzatori di mostre e i giornalisti. Se non è una community, quella che hanno in mente all’Allianz è almeno un network: un insieme di collegamenti tra persone appartenenti a categorie che hanno tutto l’interesse a incontrarsi e che hanno bisogno di uno strumento per farlo comodamente.
Una volta che si sia definita l’identità del giornale online e il servizio che può svolgere a favore di una comunità è, ovviamente, necessario studiare se non esista già qualcun altro che gioca con successo quel ruolo. Non è impossibile battere i concorrenti, anche se sono arrivati prima. Ma è difficile. E più concorrenti ci sono più il pubblico diventa complicato dal raggiungere: come diceva il premio Nobel per l’economia, Herber Simon, «la ricchezza di informazioni crea povertà di attenzione».
E questo riporta al tema dell’identità. Se un giornale online ha un’identità forte, riuscirà a scrivere virtualmente nell’agenda del suo pubblico un promemoria che lo porta a collegarsi fedelmente alle sue pagine. Se non ha tale identità forte, l’attenzione del pubblico finirà fatalmente per abbandonare quel giornale. E i suoi giorni saranno contati.
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Riferimenti:
Carl Shapiro e Hal Varian, Information Rules. Le regole dell’economia dell’informazione, Etas, Milano, 1999.
Herbert Simon, Designing organizations for an information-rich world, in Donald Lamberton, The economics of communication and information, Edward Elgar, Cheltenham, 1997.
http://www.igorrighetti.it
http://www.firsttuesday.com/
3.3. – Strumenti, linguaggi, organizzazione.
Dal punto di vista degli strumenti per la produzione e la pubblicazione, il problema principale di un giornale online consiste nel fatto che la sua tecnologia di base è in evoluzione continua, incessante e incalzante.
Solo nel 1995 era ancora una innovazione aggiungere ai testi delle foto e delle immagini studiate per attirare l’attenzione e divertire il pubblico. Oggi si assiste a una fioritura di possibilità: pagine in flash per chi cerca l’estrema eleganza, video e audio per chi vuole sperimentare una relazione più radiotelevisiva con il pubblico, grafica animata che moltiplica le capacità comunicative di una cartina o di una tabella, forme di interazione sempre nuove, dal sondaggio al gioco.
E poi piattaforme distributive sempre diverse: dalla posta al Web, dal palmare al cellulare. Per tornare alla televisione e al giornale di carta che non cessa di citare quello che viene fuori dai siti: citazioni che vanno governate e favorite per il successo complessivo dell’iniziativa.
Questo tende a rimettere costantemente in discussione le scelte operate anche nel recente passato.
D’altra parte, quanto è stato detto nei paragrafi precedenti dovrebbe indurre a pensare che esiste una sorta di strutturale conservatorismo nelle soluzioni editoriali che si adottano. L’identità non può cambiare nel tempo. Casomai la tecnologia che cambia può diventare l’opportunità per declinare ancora meglio l’identità del giornale.
Come conseguenza, il prodotto che risulta da questa complessa attività di progettazione e navigazione attraverso le novità tecniche emerge dall’incontro della cultura editoriale con quella tecnologica, su Internet molto più che su media tradizionali. Il ruolo dei giornalisti in tutto questo è certamente quello di concentrarsi sul servizio al pubblico, ma proprio per riuscirci al meglio nel contesto del Web la conoscenza delle possibilità offerte dalla tecnologia è probabilmente fondamentale.
Quindi la stessa funzione della progettazione, su Internet, cambia in modo significativo. Se nei media tradizionali ci si concentra sulla progettazione all’inizio e poi si pensa soprattutto all’interpretazione delle potenzialità comunicative del mezzo che si è così costruito, in Internet la progettazione diventa continua e incessante. Sia per l’evoluzione veloce della tecnologia. Sia per il continuo modificarsi del panorama concorrenziale, con sempre nuovi partecipanti alla partita.
Si può dire che su Internet la «progettazione iniziale» serve a determinare la struttura di fondo attorno alla quale ruota il nuovo giornale online, la sua strategia, mentre la «progettazione continua» è il necessario strumento manageriale che serve a ridefinire tatticamente il posizionamento del prodotto e a rispondere velocemente alle sfide di breve periodo. L’interpretazione del mezzo dunque è un continuo rimando tra l’attività normale di ricerca delle notizie e di ascolto delle esigenze del pubblico e l’attività progettuale che non cessa di ridefinire le modalità di espletamento del ruolo giornalistico.
Vediamo dunque gli argomenti da prendere in considerazione nella progettazione editoriale e alcune delle alternative fondamentali che chi se ne occupa di solito incontra sulla propria strada.
Strategia: progettazione iniziale
- Scelta dei linguaggi: testo, video, audio, grafici, forme di interazione
- Scelte organizzative: redazione interna, collaboratori, partner
- Usabilità: facilità d’uso, velocità di interazione, chiarezza grafica
- Piattaforme software
- Content management
- Grafiche alternative (metafora giornale, altre metafore)
- Periodicità alternative (la sovrapposizione di diverse periodicità)
- Organizzazioni redazionali (gerarchia, comunità o peer-to-peer)
Tattica: progettazione continua
- Analisi delle statistiche
- Il dilemma: quello che il pubblico clicca oppure insistere nel proporre anche contenuti poco popolari?
- Il tema della credibilità del giornale
- Cercare la leadership nei filoni contenutistici prescelti
- L’offerta crea la domanda
- “Chi vince piglia tutto” è ancora la regola vincente?
- L’integrazione di strategie online e offline nel rapporto col pubblico
Rendersi conto dell’attività di progettazione è fondamentale per interpretare al meglio il proprio ruolo giornalistico normale: che in fondo consiste nel parlare tutti i giorni con le fonti, leggere, farsi un’idea di quanto sta accadendo, scrivere o raccontare i fatti.
Come si scrive, come si racconta dipende da ciò che il giornalista sa essere decisivo per il successo del giornale nel suo complesso. Se il management non si rende conti di questo e non tiene al corrente dell’attività di progettazione probabilmente sta perdendo una parte delle potenzialità dei suoi collaboratori.
«Il gioco del business non è, non è mai stato né mai sarà un gioco con un numero finito di mosse», dicono Jonas Ridderstråle e Kjell Nordström, studiosi svedesi di management, perché in realtà c’è bisogno di un’«innovazione infinita». Il successo non è la vittoria di una partita. È un percorso di miglioramento continuo. Se un’impresa è fondamentalmente un’impresa intellettuale, come un giornale, la condivisione del progetto comune è un presupposto essenziale per il successo. E allora vediamo quali sono i temi fondamentali della progettazione.
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Riferimenti:
Jeremy Rifkin, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1995.
Ulrich Beck, Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, Torino, 2000.
Jonas Ridderstråle e Kjell Nordström, Funky business, Fazi Editore, Roma, 2000.
Robert B. Reich, L’infelicità del successo, Fazi Editore, Roma, 2001.
3.3.1. - Progettazione iniziale
- Scelta dei linguaggi: testo, video, audio, grafici, forme di interazione
La struttura del giornale online è decisa dalla concezione che la redazione, il direttore e l’editore hanno dell’identità del giornale stesso.
Come vogliono parlare? No, inutile dire che vogliono parlare in tutti i modi possibili con il loro pubblico. Di solito lo si pensa all’inizio: useremo tutti i linguaggi che Internet mette a disposizione. Poi la scienza triste, l’economia, prende il sopravvento: risorse scarse per fini alternativi... e si sceglie. Meglio saperlo subito e farsi una chiara lista di priorità. Cominciamo con il testo, o col video, poi andiamo in quella direzione...
Questa è una mappa delle possibilità. Ma di solito le redazioni e chi le guida partono dalla loro esperienza. Se vengono dalla carta stampata tendono a privilegiare il testo, se vengono dalla televisione non pensano che al video, se vengono dalla radio, ovviamente, si concentrano sull’audio.
Questa è probabilmente la priorità numero uno. L’asse sul quale tutto ruota può essere testo, audio, video. I giornali come «La Stampa Web» partono dal testo, come il quotidiano cartaceo dal quale provengono e nel tempo aggiungono gli altri linguaggi. Tipicamente, il video alla «Stampa Web» è un linguaggio usato per la documentazione: la storia è raccontata dal testo, il video aggiunge informazioni. Le riprese delle vicende del G8 di Genova, in questo, sono state preziose e Internet ha consentito alla «Stampa» di andare oltre il suo solito linguaggio testuale. La vicenda era spettacolare, coinvolgente, dura, importante, drammatica. Il video era documentazione in più, preziosa, che allargava lo spettro della comunicazione. Che però alla «Stampa» non doveva né poteva sostituire la sostanza dell’informazione: che era ed è più riflessiva, studiata, equilibrata. Il testo, quindi, alla «Stampa» resta la chiave di tutto. Discorso diverso non può che essere fatto per un giornale online che viene dalla radio come il sito di Radio Radicale. E altrettanto diverso è il discorso per la sperimentazione concentrata sul video e le animazioni di My-tv.
Il sito testuale è basato sulla gerarchia grafica delle notizie, il discorso lineare all’interno di ciascuna notizia, i collegamenti alle storie precedenti sullo stesso argomento e ai documenti che sostanziano l’informazione (consigliabile metterli a lato o in fondo, non in mezzo al testo principale), l’archivio. Il testo è una struttura forte e tradizionale, che produce una forte interattività o almeno una intensa attività nel fruitore e che tende a produrre sicurezza nell’utente con effetti di approfondimento relativamente chiari.
Il sito della radio consente di dare una struttura al palinsesto e risolve il problema principale della fruizione della radio: cioè consente di usare la radio on demand, nei tempi e nei luoghi che più sono congeniali all’utente senza dover dipendere dai tempi e dai modi della trasmissione. Inoltre, può essere sperimentata come una trasmissione contemporanea ad altre attività: la radio sul pc che parla mentre l’utente, per esempio, sta svolgendo un lavoro di grafica computerizzata.
Il sito audiovisivo è simile per certi versi a quello della radio: soprattutto per la questione della fruibilità del palinsesto nei tempi e modi scelti dall’utente. Non è però adatto a un utilizzo in contemporanea ad altre attività. In compenso consente di spettacolarizzare l’informazione in modo non paragonabile a quanto avviene con gli altri linguaggi. Questo ha un effetto di profondità d’attenzione ma anche di superficialità di informazione. La sensazione è che l’immagine percorra la superficie dei fatti senza potersi soffermare sui significati e senza penetrare dentro i fenomeni.
Una volta scelto il linguaggio fondamentale del sito per quanto riguarda la trasmissione dei contenuti di base, occorre stabilire quale relazione si vuole stabilire con il pubblico.
Se la relazione prescelta è quella del servizio, un linguaggio da adottare è quello dell’infografica. Ormai i periodici ne hanno fatto una scienza. Ma anche i siti possono giovarsene in modo particolarmente efficace. Non si tratta solo di fare delle tabelle piacevoli a vedersi. Ma di costruirle in modo che siano informative ed efficienti.
Il sito del Canale Europa di Tiscali, per esempio, utilizza le infografiche per servire il pubblico interessato ad entrare nel labirinto delle decisioni della Commissione Europea. Le tabelle dei programmi di finanziamento sono studiate per consentire sia una veloce lettura finalizzata a giudicare quali possono essere i temi interessanti, sia una approfondita fruizione dedicata alla decisione operativa su quale bando prendere in considerazione per lavorare. Oppure l’infografica serve per smistare velocemente il traffico verso le pagine che realmente interessano nel quadro di argomenti complessi come l’allargamento dell’Unione Europea ai dieci nuovi stati previsto per il 2004. In questo caso, l’infografica introduce l’utente alla geografia dell’allargamento collegandolo immediatamente alle schede di approfondimento dei vari paesi coinvolti nel grande processo e alle tabelle che consentono il confronto tra le loro diverse condizioni economiche e politiche.
Le forme di interattività esplicita, infine, vanno inserite in funzione della relazione che si intende coltivare con il pubblico. Alla «Stampa Web» si usano molti strumenti di questo genere, anche perché il giornale torinese vive da sempre in fortissima simbiosi con la popolazione del Piemonte che ne fa una bandiera e un simbolo di aggregazione sociale. Le notizie principali e più controverse sono spesso accompagnate da veloci sondaggi del tipo: in merito a questa notizia siete d’accordo con questa tesi o con quest’altra? Il pubblico vota e vede immediatamente i risultati che si sono venuti a determinare fino a quel momento. Nei casi più importanti i risultati dei sondaggi diventano a loro volta notizie analizzate dalla redazione della «Stampa Web» e rafforzano la relazione tra il pubblico e il giornale. Per alcuni argomenti che il giornale segue in modo più continuativo, come le notizie sul mondo di Internet, la «Stampa Web» apre un forum nel quale i lettori dialogano tra loro mentre la redazione garantisce l’animazione del dibattito inserendo notizie e commenti. Naturalmente, la redazione deve anche tenere sotto controllo il forum in modo che non decada di qualità e non ospiti interventi diffamatori o per altri versi illegali.
- Usabilità: facilità d’uso, velocità di interazione, chiarezza grafica
La quantità di contenuti raggiungibile facilmente via Internet è enorme e cresce costantemente. «Oggi ci sono 4 miliardi di documenti sul Web. E crescono al ritmo di centinaia di milioni al mese» calcola Claus Weyrich, capo della corporate research alla Siemens.
Ora: è chiaro che se i navigatori non trovano subito quello che cercano o per qualche motivo non sono soddisfatti tendono a cambiare sito alla velocità di un clic.
L’usabilità di un sito, nel quadro della sua progettazione, è dunque un elemento indispensabile per il suo successo. Il maestro riconosciuto della materia si chiama Jakob Nielsen. Il suo libro, Web usability, è un punto di riferimento imprescindibile per affrontare la progettazione di un sito.
«Ci sono essenzialmente due tipi di approccio al design: l’ideale artistico della libera espressione di sé e l’ideale progettistico di risolvere un problema per qualcuno» dice Jakok. È ovvio che nel caso della progettazione di un giornale non si può che propendere per il secondo approccio.
Tra gli errori che Jakob vede continuamente ripetuti nella progettazione di siti, alcuni sono molto rilevanti per i giornali. Il progetto va pensato non come un adattamento di qualcosa di esistente al nuovo mezzo ma come un’entità comunicativa indipendente con le proprie caratteristiche e qualità. La grafica sgargiante è sbagliata se rallenta l’interazione con il contenuto. Lo stile della scrittura non va ripreso pari pari dallo stile tradizionale: «sforzatevi di scrivere nel nuovo stile ottimizzato per i lettori online, che scorrono il testo senza leggerlo e che hanno bisogno di pagine molto brevi dove le informazioni secondarie sono relegate in pagine secondarie». Infine occorre linkare molto il proprio sito a quello degli altri: in Internet si è forti se si è collegati e non se si vive in una torre d’avorio. Ma i link vanno descritti e non dati seccamente come se fosse l’utente a doverne provare l’utilità per la prima volta.
- Grafiche alternative (metafora giornale, altre metafore)
La struttura grafica deve essere dunque pensata per garantire l’usabilità. Ma l’interfaccia, i bottoni, la disposizione dei contenuti e dei servizi non è solo una gabbia organizzativa: è anche e soprattutto un messaggio.
Questo messaggio di fondo comunicato dalla struttura della home page e delle pagine interne dei siti si chiama in gergo internettaro “metafora”. È un insieme di segni che tutti insieme dicono l’identità del sito.
La maggior parte dei giornali online che vengono dall’esperienza di giornali cartacei tende a proporsi con una metafora da giornale cartaceo. Ma non è sempre così. E non è detto che la metafora giusta sia uguale per tutti i giornali online.
La storia stessa dei giornali online lo dimostra. Il «New York Times» e il «Wall Street Journal», come la «Stampa», sono partiti con i loro siti usando una metafora e una struttura grafica che richiamavano profondamente quelle del giornale. Altri come il «Corriere della Sera» e il «Messaggero» sono partiti da una grafica non meditata e originata essenzialmente dal software che generava automaticamente le pagine Web come sottoprodotto del processo produttivo del quotidiano cartaceo. «Panorama» è partito da una grafica del tutto diversa dal giornale, orientata essenzialmente a fare un “bel sito”, ironico e creativo, almeno secondo i criteri in voga all’inizio del 1996. Tutti però si sono trasformati nel tempo. Profondamente e spesso in modo molto positivo.
In che direzione? L’esperienza dei portali ha cambiato profondamente tutti i siti e ha fatto scuola anche nei giornali online. I bottoni di servizio hanno cominciato a popolare le pagine tanto quanto le notizie. Intanto la pubblicità superava le limitazioni dei banner (che assomigliavano alle inserzioni sui media cartacei) per liberarsi in programmi creativi che si sovrapponevano alle pagine con disegni, animazioni e pop-up. Che possono piacere o no, ma che sono certamente lontane dalla metafora del giornale. Intanto, nascevano i giornali puramente online e portavano le loro idee innovative. Come «Salon» pensato per essere, insieme, un magazine e un forum continuo.
Attualmente, si direbbe che le soluzioni di nicchia si siano moltiplicate mentre le soluzioni per i grandi giornali si siano concentrate su poche varianti. Molti tentativi particolarmente innovativi, come quello del «Financial Times» denso di soluzioni grafiche originali, basate sulla programmazione in “Flash” (un software di animazione delle pagine della Macromedia), non sono andati molto avanti perché l’originalità si traduce qualche volta in una difficoltà dei lettori che tendono ad essere conservatori e abitudinari. E i sistemi editoriali, sempre più adottati, sono relativamente flessibili ma puntano molto spesso nella direzione, appunto, del portale.
Di certo, l’esperienza ha dimostrato che le metafore troppo esplicite e stringenti dal punto di vista grafico, non reggono. I giornali online che si proponevano di riprodurre strettamente la versione cartacea hanno cambiato idea di fronte all’impossibilità di far convivere la logica delle pagine statiche tipica della carta con la logica dell’interattività e dell’integrazione di contenuti e servizi tipica della Rete. Il «Corriere» che nella sua ultima versione era partito con una sorta di idea fissa: che tutto il contenuto della prima pagina si potesse vedere sempre tutto insieme, senza costringere il lettore a far scorrere la finestra del browser verso il basso (scrolling). Ma questa rigidità non ha retto al bisogno di mettere meglio in luce i contenuti del sito e di indirizzare le curiosità dei lettori con richiami espliciti fin dalla home page. Del resto, quando succedono fatti clamorosi, come l’attentato a New York e Washington dell’11 settembre 2001, proprio al «Corriere» la redazione si è trovata nell’impossibilità di rispondere alle esigenze dei lettori stando nella gabbia tecnica e grafica tradizionale e ha inventato una sovracopertina in html, molto semplice e secca, per poter aggiornare in tempo reale i fatti con lo stile delle agenzie di stampa.
Ma anche l’idea di trasformare tutti i giornali in portali, in voga sul finire del secolo scorso, ha dato solo parziali e temporanee soddisfazioni. In realtà, i portali veri e propri fanno il loro mestiere meglio di qualunque giornale che li imiti. E ancora una volta ci troviamo di fronte a cambiamenti.
Alla «Stampa» è stata adottata una soluzione innovativa. Il giornale torinese cambia la faccia della home page in modo drastico nel corso della giornata. Con una fase orientata a dare il massimo spazio alle notizie del giornale in edicola, seguita da una parte principale della giornata dedicata agli aggiornamenti immediati, per finire in serata con una home page tutta dedicata ai forum e all’interattività. È una soluzione che riporta al centro il giornale, il ritmo di vita dei lettori, le specificità dell’informazione online. I bottoni di servizio sono relegati in una colonna laterale mentre la gran parte dei link servono alla navigazione nell’informazione. Intanto, il «Wall Street Journal» ha evoluto in maniera magistrale: conservando la sua struttura di notizie brevi parallela a quella della famosa colonna “What’s news” della prima pagina del giornale ma aggiungendo soluzioni software per l’accesso ai dati finanziari e il loro utilizzo pratico e cercando idee originali invece per gli speciali dedicati agli approfondimenti.
Dopo molti tentativi e sperimentazioni, si cerca dunque di trovare la grafica che meglio dia spazio alle specificità del giornale online senza far prevalere idee astratte di come dovrebbe essere un sito di informazioni su Internet.
Un processo analogo avviene per i siti di informazione giornalistica che provengono dalla televisione. Il video torna al centro della scena. Il servizio informativo torna al centro della progettazione. Gli sviluppi in questo settore sono, peraltro, i più aperti perché la diffusione della tecnologia Adsl che accelera la trasmissione di contenuti pesanti non fa che moltiplicare le opportunità per questo genere di notiziari.
- Scelte organizzative: redazione interna, collaboratori, partner, comunità
La progettazione di un giornale online non può prescindere da una definizione delle strutture redazionali. E naturalmente il budget del giornale le determina in modo inequivocabile per quanto riguarda le dimensioni. Ma la loro forma invece prescinde dal budget.
Le componenti obbligatorie? Una direzione e un nucleo centrale di ideazione e macchina, una rete di collaboratori esterni o interni relativamente stabili per la produzione dei contenuti strategici, un insieme di partnership con altri possessori di contenuti, una relazione attiva con la comunità di riferimento che va chiamata a partecipare alla creazione dei contenuti stessi.
Questo comporta una struttura della macchina centrale abbastanza particolare. La direzione è di solito un mix di visione, competenza contenutistica e manageriale. La macchina deve coordinare non solo i tempi e metodi della produzione dei collaboratori ma anche gestire le relazioni con i partner e alimentare la relazione con la comunità, oltre a interloquire in modo paritario con i responsabili della struttura tecnologica. I collaboratori vanno guidati per scrivere efficacemente sul Web. I partner devono avere un accordo di soddisfazione reciproca. La comunità deve essere indotta a intervenire con un metodo e i suoi interventi vanno integrati nella produzione redazionale anche riprendendone i contributi nei pezzi giornalistici.
Tutto questo può essere fatto con grande dispiegamento di mezzi o in economia. Ma le funzioni citate sono tutte indispensabili.
- Piattaforme software e content management
Non è più l’epoca dei siti giornalistici scritti direttamente nel linguaggio html. Esistono sistemi editoriali per tutte le tasche e per tutte le dimensioni. E consentono contemporaneamente di inserire i singoli contenuti e di gestire l’insieme dei pezzi presenti sul sito.
I siti in html erano relativamente semplici da fare. Avevano il vantaggio di poter essere realizzati senza costi particolari e hanno abbassato drasticamente le barriere alla pubblicazione dando vita al fenomeno gigantesco della crescita dei contenuti del Web. Occorreva solo imparare qualche comando in html oltre alla trasmissione in ftp e il gioco era fatto. Ma dopo poco tempo, i siti giornalistici in html, basati su una quantità di pagine statiche con link ripetuti su ciascuna pagina e con alberature sempre più complesse, determinavano una sostanziale impossibilità di gestione. E una quantità incredibile di errori.
È quindi arrivata l’epoca dei siti fondati su data base. Avevano i vantaggi e gli svantaggi opposti ai siti in html. Il data base costituiva una vera barriera (economica, tecnologica, di know how) alla pubblicazione. Ma in compenso, la gestione dei contenuti era automatizzata e il controllo della qualità delle pagine era garantito. Si perdeva peraltro in qualità e creatività grafica, in tempestività nell’aggiornamento strutturale delle pagine, in facilità d’uso.
Oggi il tema è risolto con i sistemi editoriali appoggiati su soluzioni di content management. Questi sistemi strutturano la produzione di pagine e le relazioni tra loro in modo da garantire la qualità senza però costringere a gabbie tecnologiche la creatività delle redazioni. Inoltre si occupano di molti aspetti relativi all’interazione con il data base. Quindi facilitano l’uso delle statistiche sugli accessi, il monitoraggio degli utenti registrati, il controllo delle attività dei potenziali utilizzatori illegali dei contenuti.
I sistemi editoriali esistenti vanno dalle soluzioni estremamente costose, adatte ai grandi giornali che vogliono unire la produzione cartacea a quella online, magari fornendo una versione a pagamento e una versione gratuita, a soluzioni poco costose e gestibili con risorse limitate che addirittura consentono il fenomeno dei giornali personali: i diari online, chiamati weblog (o blog).
- Periodicità alternative (la sovrapposizione di diverse periodicità)
Il progetto di giornale online ha una specificità rispetto a qualunque altro medium. La periodicità non è data dal mezzo. Ma dalle scelte editoriali.
La periodicità decisa dall’editore è determinante per il modo in cui si scrivono i pezzi.
Le notizie immediate sono necessariamente secche e precise. Si risponde a “dove”, “quando”, “cosa”, “chi”... ma non ci si occupa molto del “perché”. Gli approfondimenti e le inchieste, invece, hanno una periodicità più lunga e devono necessariamente rispondere a qualche “perché”.
I commenti possono essere immediati o approfonditi. Le interviste possono essere basate su una sola frase rubata all’interlocutore mentre prende il taxi oppure essere degli eventi preparati con cura e montati con l’arte di uno sceneggiatore. E anche in questo caso, sta alla scelta della linea editoriale e a chi la interpreta definire con quale taglio temporale tutti questi contenuti vadano predisposti.
Tutto questo è molto specifico del giornalismo online. In realtà, la periodicità dei giornali cartacei o dei telegiornali si impone sui contenuti in modo diretto e massiccio.
Su Internet non è il medium a determinare la periodicità. Ovviamente, le notizie vanno rinfrescate il più possibile. La pagina di un giornale online non può restare sempre uguale a se stessa mentre fuori, nel mondo succede di tutto. E naturalmente, le ultime notizie vanno date velocemente e senza troppi fronzoli. Andando diritti al punto della questione.
Ma la relazione tra il giornale online e il suo pubblico non si ferma di solito a questo. Anzi. Gli strumenti sono diversi e definiscono una dinamica del tempo di consultazione molto articolata. Dalle notizie si può passare alla documentazione, che i lettori possono guardare subito oppure tenere da parte per un’ulteriore approfondimento, alle testimonianze in video o audio, alle storie collegate già pubblicate dallo stesso giornale e ovviamente alle varie forme di interazione (dai sondaggi ai forum). La velocità del tempo che scorre a questo livello è dunque articolata come le abitudini del pubblico, non come imposto dalle scelte editoriali. Potenzialmente è una bella liberazione per il pubblico. Naturalmente, sfruttarla al meglio è costoso per la redazione.
Che del resto può aprire un fronte ancora di maggiore durata con il pubblico: attraverso le directory, un servizio tipico dei portali, ma che molti giornali realizzano con molta competenza. Si tratta in sostanza di mediare per il pubblico con la quantità di risorse esistenti in Rete, dando un’interpretazione alla scelta delle risorse online da segnalare coerente con le caratteristiche del pubblico che si riconosce in una particolare testata.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
http://www.lastampa.it
http://www.radioradicale.it
http://www.my-tv.it
Jackob Nielsen, Web usability, Apogeo, Milano, 2000.
http://www.repubblica.it
http://www.nytimes.com
http://www.corriere.it
http://www.wsj.com
http://www.panorama.it
http://www.salon.com
http://ilmessaggero.caltanet.it
Il concetto di usabilità:
Sulla web usability e il web design in genere il sito da non perdere è sempre il sito personale di Jacob Nielsen: http://www.useit.com/. Nielsen, com’è noto, è il padre dell’approccio minimalista al web design. Secondo la sua impostazione un progetto grafico per il web raggiunge il risultato ottimale quando è perfettamente visibile dal maggior numero di computer, compresi anche quelli dotati di browser non aggiornati oppure con configurazioni di basso profilo. Un bell’esempio pratico della sua filosofia è il nuovo sito di Sun Microsystem (http://www.sun.com) realizzato in base ad un suo progetto e seguendo i suoi criteri di web usability. Gli esperti di web usability presenti in rete con propri siti sono tantissimi: fra questi segnaliamo Steve Krug (http://www.sensible.com/) che ha lavorato per Apple, Aol, Netscape. Un sito gestito da professionisti italiani della web usability ricco di risorse e informazioni in italiano: http://www.webusabile.it.
Il concetto di accessibilità:
Il concetto di web accessibility, quando si parla di utilizzatori della rete dotati di tutte le capacità uditive, visive e sensoriali, è concettualmente sovrapposto a quello di web usability: un sito che risponde ai criteri di usabilità è già di per se un sito accessibile a chiunque possa usare la vista, le mani, l’udito e non soffra di impedimenti meccanici, psicologici o neurologici. Quando invece si parla di utilizzatori della Rete in condizioni di handicap entra in gioco la web accessibilty intesa come vera e propria disciplina intesa a mettere in pratica nel progetto di un sito tutti gli accorgimenti che consentono di favorire la fruizione dello stesso ai portatori di handicap. Le regole internazionali della web accessibility sono stabilite dalla Web Accessibility Iniziative del W3C (http://www.w3.org/WAI/): qui trovate norme, specifiche software internazionali e news. Per l’Italia l’autorità deputata a dettare le norme di accessibilità a cui devono attenersi i siti della pubblica amministrazione è l’AIPA: http://www.pubbliaccesso.it/. Chi cerca, oltre alle news, anche indicazioni su dove reperire in Rete risorse e informazioni sul tema può visitare il sito di AWARE (Accessible Web Authoring Resources and Education Center): http://aware.hwg.org/; oppure l’italiano: http://www.webusabile.it. Se invece avete realizzato un sito o una pagina web e volete testate la sua corrispondenza ai criteri di accessibilità potete rivolgervi a: http://www.w3.org/WAI/ER/existingtools.html.
3.3.2. - Progettazione continua
- Analisi delle statistiche e il dilemma dell’editore
Ogni visita a un sito viene registrata dal server che lo ospita e lo mette a disposizione del pubblico. E poiché un server è un computer, lo si può dotare di un software che tenga il conto delle visite e di tutte le loro caratteristiche. Quanti hanno fatto visita al sito? A che ora sono arrivati? Da dove? Si tratta di visitatori ripetuti o di nuovi utenti? Quali pagine hanno scelto di scaricare, individualmente e in media? Seguendo quali percorsi all’interno del sito? Ovviamente, si può sapere ancora di più se i visitatori sono indotti a registrarsi e a scrivere qualcosa di più di se stessi. Ma già così, le caratteristiche del pubblico sono ben analizzate.
Si può scoprire se le visite arrivano dal luogo di lavoro o da casa, se ci si ferma a quanto è pubblicato in home page o se si va oltre. E si può sapere quali sono gli argomenti più cliccati e quelli che la gente non approfondisce.
Di fronte a queste statistiche, gli editori e i responsabili manageriali del sito possono essere indotti a ingarbugliarsi in un dilemma classico. Meglio puntare tutto sugli argomenti che la gente clicca di più? Oppure è meglio mantenere viva l’attenzione anche su altri argomenti che la gente clicca poco ma che secondo la linea editoriale della testata vanno seguiti?
La scelta sta ovviamente ai direttori. Si deve scegliere se cercare un pubblico numeroso che si concentra su poche pagine o su un pubblico variegato che si disperde su molte pagine ma che si ritrova nella linea complessiva del giornale.
Non esiste la risposta giusta al dilemma.
Una cosa sappiamo, però: se un sito si propone come giornale online, deve scegliere un argomento e seguirlo con indipendenza e coraggio, cercando la propria identità tanto quanto si impegna a soddisfare il pubblico. Concentrarsi solo sui capricci del pubblico alla fine riduce l’identità del giornale a un fenomeno ondivago e impedisce l’affezione che si riserva solo a qualcosa che ha una personalità.
Anche se un sito è iperspecialistico, diciamo che parla di telefonini Umts, non potrà parlare solo dei modelli più diffusi, anche se i lettori andranno prevalentemente sulle pagine dedicate a quelli. Ma la definizione di giornale dei telefonini Umts cesserebbe di essere vera se quel giornale parlasse solo dei modelli più popolari.
E lo stesso è vero per un giornale generalista: se un quotidiano non parlasse di politica estera, nonostante che in Italia questo argomento produca pochi clic (se non in circostanze particolari), alla fine perderebbe credibilità. E perderebbe l’opportunità di sedurre i lettori con contenuti che questi non si aspettavano di voler seguire.
- Il tema della credibilità del giornale
La credibilità si conquista a fatica e si perde in poco tempo, dicono i vecchi capiredattori. Il motivo per cui un lettore dedica il suo tempo a visitare il sito di un giornale è legato a quello che crede di trovarci.
L’identità e il coraggio con il quale un giornale persegue la sua linea editoriale dichiarata è la fonte primaria della sua credibilità. Che diventa sempre più elevata man mano che il giornale mantiene le sue promesse e man mano che i lettori se ne rendono conto. Se un giornale promette scoop e trova il modo di pubblicarli davvero la sua credibilità aumenta. Ma anche se un giornale promette non scoop ma approfondimenti solidi e chiari, la sua credibilità è destinata a crescere nel tempo. Quello che non andrebbe sarebbe un giornale che promette scoop e invece offre degli ottimi approfondimenti: dopo un po’ il suo pubblico si stancherebbe e il lavoro per fare gli approfondimenti sarebbe sostanzialmente sprecato. Lo stesso vale per un giornale dichiaratamente riflessivo che invece di punto in bianco si mette a puntare sulle notiziole inedite di gossip.
Ma anche altri elementi delle pagine di un giornale online influiscono sulla sua credibilità. Il centro di studi sulla credibilità del Web, all’università di Stanford, in California, ha dimostrato che persino la qualità dei banner che si pubblicano sulle pagine sono importanti per la credibilità dell’insieme del giornale online.
Se ne sono accorti i grandi portali italiani che nel corso del 2002, molto magro dal punto di vista delle entrate pubblicitarie, hanno rimpinguato i loro bilanci con una quantità pazzesca di banner sostanzialmente porno che invitavano i lettori a scaricare suonerie e loghi particolari per i loro telefonini. Questi inserzionisti avevano molti soldi a disposizione perché il loro modello di business era particolarmente efficace: i lettori che volevano un logo per il telefonino dovevano comporre un numero di telefono a pagamento e restare in linea per qualche minuto, pagando cifre anche significative. Sarà stato un bene per il bilancio pubblicitario dei portali e di qualche giornale. Ma di sicuro non ha aggiunto credibilità alla loro informazione: forse non solo per questa ragione, ma proprio nel 2002, in Italia, le pagine di informazione pubblicate dai portali hanno perso la prima posizione nella classifica dei servizi più visitati a favore delle pagine di informazione proposte dai giornali online. Anche in questo caso la credibilità ha giocato un ruolo decisivo.
La credibilità di un articolo, poi, aumenta se si pubblica una foto dell’autore oltre alla sua firma. E, piaccia o no, va meglio se quella foto riprende l’autore in un atteggiamento piuttosto formale e non in una posizione strana o comunque informale. Quest’ultima notazione probabilmente vale di più per certe comunità e meno per altre. Ma vale la pena di ricordare che persino tra gli hacker che amano il sistema operativo Linux si vanno diffondendo le giacche e cravatte: come hanno mostrato, con stupore, le cronache del Linux World del 2003.
Indubbiamente, la credibilità si costruisce nel tempo. E dunque contano molto anche le parti del sito che durano nel tempo. La facilità e simpatia dell’interfaccia, la qualità delle directory, la coerenza della linea editoriale, sono le strutture di lungo termine sulle quali si basa il valore di lungo termine del giornale online, cioè la sua credibilità.
- Cercare la leadership nei filoni contenutistici prescelti
Il giornale dichiara con la sua struttura di quali argomenti vuole parlare. Il menu delle sezioni ne dà di solito una chiara visione d’insieme. In quei filoni di ricerca e con la periodicità dichiarata (dal sempre aggiornato all’aggiornamento mensile) il giornale deve puntare ad essere il migliore.
Quindi è meglio rinunciare a qualche argomento nel menu piuttosto che prometterne la copertura e poi non farcela a mantenere la promessa. Situazioni del genere sono peraltro molto diffuse.
È un momento delicato nella progettazione iniziale, che invece deve diventare un argomento per la progettazione continua.
All’inizio, di solito, i tecnici che costruiscono il sito giornalistico dal punto di vista informatico dichiarano: occorre sapere in anticipo tutti i bottoni che chi fa i contenuti vuole mettere in home page, tutti i capitoli del menu, tutte le rubriche e i rimandi che vi si vogliono prevedere. In quel momento, i giornalisti che partecipano alla progettazione possono scegliere in base alle esigenze della tecnologia e mettere un bottone di troppo, quello dell’argomento che non si riuscirà a seguire e che renderà poco credibile il giornale nel suo complesso. Oppure scegliere in base alla linea editoriale e non mettere quel bottone di troppo. Rischiando di dover poi convincere i tecnici a fare uno sforzo in seguito per aggiungere un bottone al momento giusto.
Le tecnologie, peraltro, diventano ogni giorno più flessibili. E meno costose. Vale la pena di insistere con la richiesta di flessibilità giornalistica. Perché prima o poi si otterrà il risultato.
A quel punto, però, anche i tecnici saranno soddisfatti se e solo se i bottoni prescelti saranno quelli che la struttura giornalistica saprà valorizzare al meglio.
Come? Tutti i mezzi tradizionali usati dai giornali sono buoni anche online. Puntare agli scoop, alla scrittura, agli approfondimenti o ai commenti autorevoli, puntare sulle firme o sulla spettacolarità delle immagini, sulla tenuta dell’aggiornamento a ogni ora del giorno e della notte, o su un ritmo fondato sulle esigenze più frequentemente manifestate dagli utenti.
Ma si possono sperimentare anche strumenti specifici.
Una soluzione interessante è stata trovata tempo fa da Time. Il settimanale americano ha trovato il modo di esprimere alcuni suoi reportage di guerra in un linguaggio multimediale e usando molto la diretta. Ma non puntando sull’inserimento di video da giustapporre ai testi. Ha piuttosto trovato una soluzione molto adatta al Web che si fonda sul testo e l’audio. I risultati sono stati spesso molto belli. Il testo scorreva aggiornandosi in continuazione. Mentre i suoni della battaglia venivano registrati e pubblicati in modo che il pubblico li percepisse mentre avanzava nella lettura del testo dettato dal corrispondente. Anche l’innovazione degli strumenti espressivi e l’uso creativo della tecnologia, dunque, può essere usato per fare avanzare la credibilità di un giornale e condurlo alla leadership nei suoi argomenti. Se un giornale trova un nuovo mezzo espressivo che valorizza le caratteristiche del Web, gli altri lo seguiranno. E i lettori si renderanno conto di chi è il leader.
- L’offerta crea la domanda
Già il leader. Nel Web il leader non è chi comanda, ma chi guida. In fondo questo è sempre più vero anche nella vita fuori da Internet.
E chi è che guida? I giornali leader sono quelli che esprimono una visione e la perseguono, la sanno comunicare, riescono a condividerla con il pubblico che la fa propria e contribuisce a realizzarla. Se si riesce a creare questo rapporto, un po’ magico tra guida e comunità, il successo del giornale è molto probabile. Perché a quel punto non resta che far quadrare i conti (ironia della sorte, questo non è per niente facile anche per i giornali leader).
Nell’esprimere la loro visione, i giornali propongono soluzioni, idee, strumenti tecnologici che il pubblico non sapeva di volere ma che adotta una volta trovatosi di fronte alla possibilità di usufruirne. E poiché in Rete l’innovazione è ancora veloce e la creatività delle soluzioni è ancora potenzialmente molto elevata, è difficile che sia la domanda a determinare l’offerta. Molto più spesso avviene che l’offerta prova a proporre delle soluzioni e che alcune di queste vengano accettate dalla domanda.
Nei settori mediatici più maturi, le ricerche di mercato sono la soluzione per scoprire che cosa vuole il pubblico e su questa base costruire i prodotti offerti. Nei settori maturi, la domanda crea l’offerta.
Nei settori immaturi, invece, l’offerta crea la domanda. E Internet è ancora immatura.
Ma questo non significa che non si debba guardare oltre a questa fase. Non sarà sempre così. Alla fine, prevarrà non ciò che vince subito. Ma quello che risolve problemi veri, sentiti dal pubblico.
- “Chi vince piglia tutto” è ancora la regola vincente?
Un’osservazione molto ripetuta è vera ma meno di quanto si pensi: nella competizione per la conquista dell’attenzione del pubblico in Rete i vincitori tendono a lasciare ben poco spazio ai secondi e terzi arrivati. L’idea che su Internet «chi vince piglia tutto» appare ovviamente come un corollario della legge di Metcalfe, che sostiene che il valore di una rete cresce esponenzialmente con il numero dei suoi utenti, ma è stata confermata anni fa dalle ricerche sulla dinamica del traffico nel Web realizzate al Parc della Xerox in Silicon Valley.
I ricercatori del Parc osservavano che, per ogni categoria di sito Web, i navigatori tendevano nel tempo a concentrarsi sui siti più popolari e ad abbandonare progressivamente quelli meno visitati. Il che era logico: i primi in classifica attraevano più risorse dunque potevano migliorare e conquistare nuovi utenti, staccando ogni giorno di più gli ultimi in classifica.
Ma, appunto alla luce della legge di Metcalfe, questo fenomeno poteva essere presentato come una regola generale per tutta la competizione sul Web: non solo per i siti, dunque, ma anche per i servizi e per le tecnologie.
E dunque una delle dinamiche più interessanti che si sono andate alimentando nel settore è stata quella che ha portato le aziende, i portali, le organizzazioni e le comunità a cercare di conquistare in fretta il maggior numero possibile di utilizzatori per poter conquistare quel primo posto nella classifica che sembrava destinato a garantire grande prosperità.
E ogni candidato a raggiungere la prima posizione in una classifica qualunque, purché avesse a che fare con la Rete, diventava automaticamente anche un candidato ad essere finanziato generosamente dal venture capital e soprattutto dal popolo dei risparmiatori attratti dalla borsa.
Nuovi imperativi si sono allora affacciati all’orizzonte del pensiero manageriale e strategico. Per alcuni era per esempio obbligatorio far parte del gruppo dei cosiddetti first movers, cioè di coloro che innovano per primi e che per questo conquistano per definizione il primo posto in classifica. Per altri, occorreva essere i più agili, cioè coloro che nelle condizioni continuamente mutevoli del mercato della Rete riuscivano a cambiare velocemente strategia, ad adottare immediatamente le innovazioni introdotte da altri in modo da mantenersi in corsa. Moltissimi continuavano invece a pensare che alla fine avrebbero vinto semplicemente i più ricchi.
Ma in questa varietà di interpretazioni strategiche, nessuno metteva in discussione l’osservazione degli scienziati del Parc. I quali precisavano che «chi vince piglia tutto» vale per tutte le diverse categorie di sito Web: i portali generalisti, i siti di giardinaggio, i notiziari e così via. Dunque il tema più importante della strategia competitiva diventava non la qualità del contenuto e del servizio offerto ma la definizione della categoria alla quale si sceglieva di partecipare con il proprio contenitore.
Di qui, una fioritura di concetti straordinariamente creativi. La competizione nei portali generalisti era ormai stata vinta dai grandi Yahoo!, Aol e Mns? Poco male, perché si poteva inventare la nuova categoria dei portali verticali, i vortal, che a sua volta si suddivideva in decine di categorie diverse: vortal per la nautica, per l’abbigliamento, per l’astronomia, per gli animali domestici, e così via. Chi perdeva la competizione nei siti di informazione sul lavoro poteva sempre riproporsi come sito di job posting. O viceversa. E chi comunque aveva difficoltà a trovare una classifica nella quale primeggiare poteva sempre saltare il problema alla radice e proporsi come consulente che aiutava i clienti a diventare category builder.
Chi abbia vissuto quegli anni Novanta non può che sorridere alla quantità di nuove parole che sono nate in quel periodo. Molte erano proprio motivate dall’imperativo di primeggiare in una classifica con la libertà, in mancanza di meglio, di inventare la classifica stessa. La conseguenza di tutto questo però è stata una strategia concentrata sulle apparenze, le definizioni, l’immagine, gli slogan e le spese in pubblicità.
Cosicché, il marketing è diventato per un certo periodo la funzione centrale e il principale investimento delle aziende orientate a sfruttare il boom della Rete. Le dot-com in particolare usarono la stragrande maggior parte del capitale finanziario raccolto per due funzioni: remunerare le banche che le avevano aiutate a raccoglierlo e investire in pubblicità. La costruzione dei servizi interattivi digitali destinati a soppiantare i concorrenti tradizionali ne risultò inevitabilmente rallentata.
È molto difficile non notare che in un contesto del genere non poteva che avvenire quello che è avvenuto: non tutti sono riusciti a primeggiare in una qualunque classifica e dunque molti sono scomparsi. E in ogni caso, la concentrazione sull’immagine a scapito della sostanza non ha ridotto la credibilità dell’insieme delle iniziative internettiane. È come se la frenesia di vincere avesse contribuito a lanciare in fretta e a consumare altrettanto in fretta l’innovatività di quel periodo. Occorre trovare nuovi modi per alimentarla.
- L’integrazione di strategie online e offline nel rapporto col pubblico
Un progetto di giornale online può essere pensato come un fatto puramente internettaro oppure integrato con strategie offline che lo rendono più presente nel sistema dei media e più completamente accessibile al pubblico.
Non c’è motivo di preferire l’uno o l’altro approccio a priori. Purché non ci si ponga in un’ottica integralista. Se ne sono già viste e sentite molte di filosofie esagerate del tipo «tutto ciò che è interessante è in Rete e dunque nulla di più è necessario». Perché qualunque cosa ci sia in Rete non è l’unico modo di trovarla.
In ogni caso, si può anche progettare un giornale che si trovi solo online.
Un giornale che vive solo online è meno costoso da realizzare. Può funzionare soprattutto se è pensato per precise nicchie di interessi e comunità ben funzionanti. Perché i giornali online si devono far trovare. Inutile pubblicizzarli con investimenti giganteschi: si perderebbe tutto il vantaggio dell’economicità del mezzo e non si otterrebbe nulla di solido. Un giornale online che non si conosce si abbandona facilmente. A meno che non ci sia un motivo più cogente che mi spinge a consultarlo: il fatto appunto che esprima l’informazione della comunità cui si sente di partecipare.
Una strategia che invece si estenda dall’online all’offline ha peraltro perfettamente senso. In fondo, non stiamo parlando di creare un dimostratore dell’utilità di Internet. Stiamo cercando semplicemente di costruire un sistema di comunicazione tra un insieme di fonti, una redazione, un pubblico e… viceversa.
I giornali online che hanno una versione offline, come i quotidiani tradizionali e i notiziari televisivi, ovviamente sono facilitati. Anche se spesso la strategia dei media tradizionali non tiene adeguatamente conto della versione online. Quando accade, per la verità, ne traggono vantaggio tutti.
Ancora più interessanti sono i giornali nati online che trovano il modo di manifestarsi anche con altri media. Ci era riuscito per esempio Yahoo! con il mensile «Yahoo! Internet Life» che narrava le cronache della Rete e segnalava i siti più interessanti da visitare. Ma si può pensare anche a esperienze come quella dell’associazione «Equiliber», nata per pubblicare online gli studi più aggiornati sulle conseguenze sociali e culturali dell’innovazione tecnologica, ma che trova il modo di manifestare le sue azioni anche in convegni e serate culturali. Insomma: si può pensare a un progetto nuovo, centrarlo sui vantaggi che Internet offre alla pubblicazione ma non ridurlo ad essi.
Alla fine, ciò che va progettato più seriamente è la competenza di una redazione e la sua capacità di servire il pubblico in tutti i modi in cui può.
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Riferimenti:
Il concetto di credibilità:
Uno studio approfondito della credibilità del Web è condotto all’università di Stanford in California. I suoi concetti base si trovano online su: http://captology.stanford.edu/pdf/4
Altre notizie su: http://www.webcredibility.org/studies. La credibilità del web, d’altra parte, è uno dei principali problemi sui quali si concentra l’interesse per internet delle associazioni di tutela dei consumatori: http://www.consumerwebwatch.org/. Sullo stesso sito potrete trovare informazioni e aggiornamenti sul primo WebWatch National Summit on Web Credibility, previsto per il 24 aprile a New York: http://www.consumerwebwatch.org/summit2003/agenda.html.
Ma non c’è solo la credibilità dei siti. C’è anche il tema di come i siti manipolano i lettori o almeno si impongono alla loro attenzione, per rendere credibile quello che propongono. Ed è il tema per esempio del libro di B.J. Fogg, Persuasive Technology, Using computers to change what we think and do, Morgan Kaufmann Publishers, San Francisco, 2002. Per acquistarlo online: http://persuasivetech.info/
QUARTA PARTE - Produzione del giornalismo online
4.1. – Fare il giornale online.
- La sostanza del lavoro non cambia
Le indicazioni contenute in questa sezione non sono poi sostanzialmente diverse da quelle si potrebbero scrivere a proposito della fattura di un giornale per qualunque medium.
Perché il ruolo del giornalista è sempre quello del mediatore culturale tra fatti e fruitori del racconto di quei fatti. Il racconto può essere stringato o approfondito, obiettivo o interpretato, diretto o indiretto… ma si tratta sempre di un racconto basato su fatti. E chi ne fruisce intende proprio accedere ai fatti attraverso una mediazione cui concede la sua fiducia.
D’altra parte, nell’epoca di Internet, chi non voglia una mediazione giornalistica ma si accontenti di accedere direttamente ai fatti può farlo e potrà sempre di più.
Basti pensare alle webcam e ai blog. Fenomeni tipicamente internettiani offrono una percezione disintermediata della realtà. Le webcam perché non fanno che osservare ciò che vedono elettronicamente e pubblicarlo così com’è in Rete. I blog perché pubblicano ciò che i loro autori osservano senza alcun metodo dichiarato e discusso con un consesso di pari: il che significa che benché molto spesso riportino i fatti in modo più fedele e puntuale di quanto non facciano i giornali (i casi che lo dimostrano sono decine), in realtà l’unico valore che possono oggettivamente garantire è quello di essere strumenti che consentono l’accesso immediato a ciò che vedono o pensano i loro autori.
Questo dell’immediatezza, dunque, è un fenomeno parallelo alla moltiplicazione delle finestre che guardano il mondo e lo mettono in Rete.
Ma con l’immediatezza si sviluppa anche l’information overload: donde il perpetuarsi dell’utilità sociale del servizio giornalistico. Ne parleremo ancora, più avanti. Qui basti sottolineare che la sostanza del lavoro giornalistico, che si svolga per un giornale online o offline, non cambia.
- Macchina e creatività nell’utilizzazione degli strumenti
Certo, si può sostenere che se c’è qualcosa che distingue il giornale online da qualunque altro questa è l’uso dell’Internet come medium. E sebbene sia un truismo, questa affermazione sottolinea il ruolo decisivo svolto dalla tecnologia nel definire la specificità del giornale online. E nel costruire il suo particolare insieme di vantaggi e svantaggi.
Di qui, una delle principali necessità di chi lavora per un giornale online: sapere come funziona la Rete. Non è difficile saperne abbastanza. Non si tratta certo di conoscere la tecnologia in modo da poter mettere su un servizio di accesso a Internet o da configurare un server Apache. Si tratta si sapere come funziona la tecnologia essenziale della Rete. Perché in questo modo si può usare creativamente lo strumento e portare un vantaggio specifico agli utenti.
E poiché la tecnologia internettiana evolve continuamente e velocemente, sarà bene che l’atteggiamento dei giornalisti nei confronti dei tecnici informatici sia molto più rispettoso e curioso di quello che di solito si vede nelle redazioni cartacee o televisive nei confronti degli addetti alla stampa e alla trasmissione.
In Internet, la tecnologia si presta a mille interpretazioni e vale la pena di sfruttare questo fatto per differenziarsi dalla concorrenza. Chi la può insegnare ai giornalisti va ascoltato con estrema attenzione.
Ma non con la deferenza di chi sospetta di non capire la tecnologia e di non poterla capire. Con l’orgoglio di incarnare un servizio utile al pubblico e soprattutto una cultura molto rara, basata appunto sull’idea che la qualità del prodotto si giudica dal punto di vista di chi lo usa e non di chi lo produce. Il che è, appunto, l’unico vero punto a favore di tutta la cultura giornalistica.
Quando nell’incontro tra la cultura tecnologica e la cultura giornalistica si vedono al lavoro due professionalità che si rispettano e si ascoltano allora il risultato è fantastico. Molto spesso invece una cultura si ritiene superiore o inferiore all’altra: e allora sono dolori. Perché far scegliere come organizzare un giornale online a un esperto di router e server è disastroso quasi quanto far decidere gli investimenti in software e hardware a un professionista delle parole.
- Un approfondimento sui blogger
I grandi media si sono da tempo accorti dei blogger, di quei siti amatoriali nei quali le persone di ogni estrazione ed esperienza pubblicano quotidianamente quello che vedono, sentono dire, immaginano, o semplicemente pensano. La varietà qualitativa dei blog è enorme. La loro affidabilità molto diversa da caso a caso. Ma nell’insieme sono un fenomeno dilagante e che si dimostra in grado di smuovere l’opinione pubblica. Almeno quando riesce a smuovere i grandi giornali.
Ormai il New York Times, per esempio, dà regolarmente spazio agli umori prevalenti nel mondo dei blogger. E sulla stessa strada si sono avviati Los Angeles Times e Washington Post. Dai blogger emergono prevalentemente storie minori di vita quotidiana che però raggiungono il cuore di migliaia di diaristi della Rete diventando per questo fenomeni che i grandi media non possono ignorare. I casi sono tanti. Il più famoso è quello di un incidente apparentemente minore tra studenti pro e contro la causa dei palestinesi all’università di San Francisco: non ne parlò nessun giornale, salvo una breve sul San Francisco Chronicle. Ma i blogger la presero tanto a cuore da farla diventare una questione nazionale e alla fine divenne, appunto, una storia per New York Times, Los Angeles Times e Washington Post.
Anche perché i blogger sono tanti: solo in America sono 970 mila, secondo una stima recente, contro i 343 mila di un anno fa. Insomma: questa massa di persone che scrivono e pubblicano e si collegano, fa rumore e influisce sull’agenda dei grandi media.
Tutto questo, per una specie di riflesso condizionato degli osservatori del mondo internettiano, ha fatto riflettere sulla possibilità che i blogger siano la nuova frontiera del giornalismo. Con il risultato di poter arrivare a dire che se lo sono non è una frontiera molto avanzata.
Per Cameron Marlow, del Media Lab al Mit, i blogger sono interessati essenzialmente da se stessi. A parte alcuni di loro, condotti da motivi etici o politici, la maggior parte è semplicemente attratta dall’apparire online. Elizabeth Osder, docente all’università di Southern California, intervistata da «Wired», dice: “I blogger sono interessanti come gli amici che ti fanno vedere il loro quaderno di appunti”. In pratica: “Sono affascinati, persino eccessivamente, dalla possibilità di esprimere se stessi. Il loro prodotto è fatto di opinioni prodotte da non esperti, privi di risorse che non si documentano”.
Alla fine si potrebbe concordare con Steve Outing, del Poynter Institute for Media Studies, che sostiene: “I blogger sono una specie di campanello d’allarme che aiuterà il giornalismo tradizionale a leggere alcuni segnali deboli provenienti dalla società”.
Per i giornali online i blog sono dunque una delle più importanti caratteristiche della grande macchina che è Internet. E conoscerla significa poterla valorizzare adeguatamente e creativamente.
- Animazione di forum e scelta dei sondaggi
Già, perché i blog non sono altro che l’ultima incarnazione della specialità di Internet: quella di facilitare l’interattività. E si tratta di un’interattività strutturale: non il luogo concesso dai giornalisti all’espressione delle opinioni del pubblico, come le lettere al direttore dei giornali tradizionali, ma la semplice comunità che comunica. Il che ovviamente scardina l’antica relazione monodirezionale tra pubblico e informazione. Anche se come detto non annulla e anzi specifica il ruolo di mediazione che i giornalisti possono giocare al servizio della comunità.
E dunque, l’interattività va concepita come una relazione con la Rete nel suo complesso e non come una finestra di dialogo all’interno di un sito giornalistico. Beninteso, queste ci sono e ci devono essere.
In un giornale online, le finestre di dialogo sono innumerevoli. I forum sono la più classica e difficile: si tratta di animarli e condurli verso una discussione asincrona ricca e intonata al contesto. Quando l’animazione di questi forum è insufficiente, la discussione langue o prende strade impreviste per andare velocemente fuori tema, tanto che a un certo punto si fatica a capire perché quel forum si trovi nel sito in cui si trova. Quando invece l’animazione è ricca e attenta possono nascere momenti particolarmente intensi. Il forum di un giornalista importante e dotato di una community di suoi fan che lo seguono è di solito una bella e intelligente lettura.
A questo proposito, comunque, esistono due scuole di pensiero e due stili di animazione. La prima scuola di pensiero consente i messaggi anonimi e la seconda li vieta. Il primo stile di animazione lascia che tutto venga pubblicato automaticamente salvo poi eliminare i messaggi dal tono diffamatorio o altrimenti illegale, mentre il secondo stile di animazione prevede un controllo preventivo dei messaggi prima di autorizzarne la pubblicazione. È evidente che i messaggi anonimi in un sito che non funziona con il sistema del controllo preventivo tendono a prendere una piega rischiosa, mentre il sistema dei messaggi consentiti solo ai registrati e con controllo preventivo tendono ad avere pochi interventi. Tra i due tipi di problemi si devono cercare i giusti equilibri.
Nell’esperienza, si osserva che forum che non contano su personaggi famosi per l’animazione, dovrebbero essere agganciati il più possibile all’attualità. Il« Wall Street Journal», come altri, invita per esempio alla discussione in seguito alla lettura di un particolare articolo. Il che induce a interpretare il forum come un momento di discussione sulla stretta attualità.
Analogamente si possono trattare i sondaggi. Mentre i forum impongono comunque un impegno di tempo al pubblico che deve intervenire con un testo, breve o lungo, i sondaggi chiedono al lettore semplicemente di votare. Si può votare il gradimento a un articolo, come un applauso alla fine di un discorso, oppure si può proporre ai lettori di votare su un’idea. I sondaggi sul gradimento per certe ipotetiche decisioni politiche, economiche o sportive, sono di solito un successo sui giornali. Specialmente se appunto le domande interpretano lo spirito della comunità nella quale il giornale svolge il suo servizio.
Ma indubbiamente, il giornale non può accontentarsi solo dell’interattività che riesce a sollecitare tra i suoi lettori nelle finestre che sul suo sito apre per i loro interventi. L’approccio corretto è quello rovesciato, nel quale il giornale partecipa al discorso esistente nella comunità cui si rivolge. Inviando i suoi giornalisti a parlare nelle sedi che la comunità ha già trovato e aperto. E offrendo in cambio i propri forum e i propri sondaggi. A quel punto acquistano maggiore significato sia gli articoli pubblicati dai giornalisti sia le finestre di dialogo che questi aprono per i loro lettori.
- Organizzazione di eventi online
Un caso particolare di quanto detto nel paragrafo precedente è l’organizzazione di eventi online particolarmente significativi. Si tratta ancora di forum o chat ma con la partecipazione di personaggi di rilievo per la comunità cui partecipa il giornale online.
Anche per quanto riguarda questa soluzione ci sono diverse interpretazioni: la tecnologia internettiana non è mai univoca.
L’invitato può essere sottoposto a un fuoco di fila di domande in diretta e riuscire a rispondere scegliendo a caso tra queste oppure può avere di fronte una preselezione di domande arrivate secondo una regola (per esempio, i primi a inviare, oppure i più qualificati, o ancora coloro che inviano le domande migliori a insindacabile giudizio della redazione).
Inoltre, le risposte possono essere testuali, in audio o addirittura in video. E i partecipanti possono “applaudire” o dissentire usando un apposito sondaggio sempre aperto mentre l’evento avviene.
A quel punto, con un armamentario tecnico di questo genere, la concezione editoriale dell’evento può avvicinarsi logicamente a quella di qualunque altro evento. E dunque non occorre spendere troppe parole su questo punto se non rimandare alle pratiche di uso comune in questo genere di settore.
Di sicuro, Internet consente di organizzare eventi più tagliati sugli interessi dei visitatori, di avere un’audience internazionale, di scegliere strade più riflessive o più emotive. Ma nella sostanza un evento di questo genere è un evento che sfrutta la notorietà di un personaggio e fa notizia solo per il fatto che quel personaggio si mette a disposizione di un ampio gruppo di persone che normalmente non potrebbero accedere a un contatto diretto con lui.
- Editing dei pezzi
Anche per quanto riguarda l’editing le regole generali sono le stesse di quelle che guidano l’editing di tutti i pezzi giornalistici. Il suo scopo, principalmente, è quello di modellare la struttura e la forma di un pezzo in modo da massimizzarne la fruibilità dato il medium utilizzato.
Chiaramente, il principio generale è facilmente enunciabile. La sua interpretazione pratica non è altrettanto semplice da descrivere.
Non a caso, alla fine dei conti, il giornalismo resta ancora molto simile all’artigianato: non arte, ovviamente, ma neppure semplicemente industria. Si potrebbe piuttosto dire che il lavoro degli editori è proprio quello di industrializzare un lavoro artigiano.
Ma nel principio generale c’è un elemento che prevede delle forme di differenziazione. E cioè il fatto che l’editing ha sempre lo stesso scopo ma la sua realizzazione va adattata al medium utilizzato.
In questo caso, ci si può dunque domandare se l’editing per Internet sia particolare. Probabilmente, sì. Anche se dipende moltissimo dalla struttura grafica scelta in sede di progettazione. L’editing sarà diverso, se un giornale si basa su pezzi giganteschi e approfonditi documenti oppure se è fatto di notizie brevi.
Ci sono alcuni accorgimenti che non possono essere comunque dimenticati. Le frasi che già normalmente il giornalismo vuole brevi, su Internet devono esserlo ancora di più. Gli a capo ancora più frequenti. Le soluzioni di alleggerimento vanno pensate, ancora una volta, a livello grafico. Ma gli editor le devono pretendere e interpretare in maniera attenta e puntuale. E poi l’editing di un pezzo internettiano significa pensare anche i sondaggi e i forum collegati, le possibili storie precedenti da linkare o i siti che vanno citati come fonte o confronto della notizia. E nei casi migliori, l’editing comprende anche la segnalazione dei pezzi del proprio giornale a forum e altri siti che probabilmente sono interessati.
- Generi di articolo (notizia, inchiesta, opinione, intervista, racconto, news-analysis)
La cultura della notizia è certamente qualcosa che non va dato per scontato. Alberto Cavallari, sofisticato maestro di giornalismo, invita a chiedersi come distinguere nell’ambito del grande fiume della comunicazione umana quel qualcosa di specifico che è la notizia: «non è letteratura, arte, religione, musica, scienza, interpretazione e rappresentazione del mondo, ma specifica informazione relativa al mondo».
Forse non esiste una definizione esauriente di questa cultura ambigua, fatta di formule e luoghi comuni, di grandi scoperte e piccole soluzioni per la vita quotidiana.
Ma di sicuro siamo in grado di sottolineare le differenti forme che il giornalismo assume:
- notizia
- inchiesta
- intervista
- opinione
- racconto
- news analysis
La notizia dà conto di un fatto nudo e crudo. Lo colloca nel tempo e nello spazio. Lo descrive efficacemente. Lo attribuisce a qualcuno. A quel punto, specialmente su Internet, lo collega ad altri fatti e ad alcune fonti con la tecnica dei link. Eventualmente lancia un forum o un sondaggio.
La notizia di per se non è molto diversa online e offline. Online però è connessa. Il ruolo del contenitore internettiano è soprattutto in questa connessione: con il dibattito nella comunità o con le altre notizie e analisi. Gli esempi che dimostrano come tutto questo possa ridefinire il giornale online sono innumerevoli. Le notizie della Reuters, una gigantesca agenzia di stampa economica e finanziaria, si trovano molto bene nel contenitore di Yahoo! che le collega ad altre notizie e ai forum degli interessati a usare quelle notizie per i loro investimenti.
L’inchiesta non parte da un fatto ma da un problema. E poi risolve quel problema mettendo in fila i fatti. L’inchiesta è il genere di articolo che più avvicina il giornalismo alla ricerca. I grandi momenti del giornalismo sono tutti coincisi con grandi inchieste.
Su Internet l’inchiesta resta più o meno tale e quale. Il problema deve essere interessante e di attualità. La raccolta dei fatti deve essere obiettiva, completa ed efficace. L’esposizione dei fatti va resa nel modo più lineare possibile. Le fonti vanno esplicitate. I link sono decisivi. Si può aggiungere documentazione. Anche in forma multimediale (audio e video). Si possono cercare soluzioni espositive specifiche, come le infografiche e i disegni attivi (cioè cliccabili).
L’intervista può essere importante in quanto documenta in presa diretta il pensiero di un testimone di un fenomeno importante. È una soluzione abusata in tutti i casi nei quali non si vuole prendere posizione (politica o finanza ne sono territori privilegiati). È una soluzione divertente quando l’informazione confina con lo spettacolo, come nel caso dello sport. È una soluzione giusta quando consente di raggiungere un personaggio raro e importante, le cui parole sono il veicolo migliore per arrivare a comprendere qualcosa che non si potrebbe intendere altrimenti.
Su Internet l’intervista può essere multimediale. Si possono scrivere i testi delle domande e lasciare le risposte alla viva voce della persona intervistate.
L’opinione è ovviamente il punto di vista di chi la scrive su un argomento. In Internet può condurre all’animazione di forum particolarmente interessanti. Se i lettori contribuiscono numerosi al forum legato all’opinione, valorizzano il genere molto di più di quanto il genere valorizzi il giornale.
Il racconto, il reportage è un genere splendido. Si fa un viaggio straordinario e se ne dà conto ai lettori. Con Internet se ne può dare conto con le parole e i suoni che circondano l’esperienza del viaggiatore. Oppure con le voci degli intervistati e le immagini di ciò che il narratore vede intorno a se. Il reportage è un modo per trasferire un’esperienza. La creatività la arricchisce.
La news analysis è l’analisi di un fatto. Segue un metodo e spesso una filosofia. Il settimanale britannico «The Economist» è un insieme di analisi di fatti sulla base di un metodo empirico e di una filosofia liberista, liberista e abbastanza libertaria. Una news analysis su Internet si arricchisce dei confronti con le analisi che altri stanno conducendo sugli stessi fatti e dei dibattiti qualificati tra altri esperti su una specifica materia.
- Struttura (attacco, sommario, svolgimento, finale)
Un pezzo comprensibile è sempre costruito attorno a una struttura precisa. Tipica e distintiva dell’autore o del giornale per cui scrive. In ogni caso ha sempre un attacco, un sommario, uno svolgimento e un finale. E parlarne, in un manuale, non serve che a dare l’idea di alcune possibili modalità espressive alternative.
L’attacco migliore di una notizia è la notizia stessa. Senza fronzoli e perdite di tempo. L’attacco di un’inchiesta è variamente interpretabile, ma in ogni caso deve dare l’atmosfera nella quale si svolgono i fatti e il problema che essi ispirano. L’attacco di un’intervista è di solito la frase più interessante dell’intervistato. Ma non necessariamente. Se l’intervistatore ha carattere riesce a dare nelle prime righe un’idea della persona che intervista e dell’interesse di stare a sentire quello che ha da dire. In tutti i casi, l’attacco è decisivo per catturare il lettore: non per dimostrare il valore del giornalista. La regola è sempre la stessa: priorità al servizio per il lettore e non alla gratificazione dell’autore dell’articolo.
Il sommario è decisivo per le inchieste e le news analysis. Il sommario dell’inchiesta serve soprattutto per dare l’idea dell’ampiezza del problema: è un percorso accelerato nell’insieme dell’inchiesta, una sorta di mappa del pezzo che chi legge potrà tenere in mente per procedere nell’articolo senza perdersi nei particolari. Il difficile è scrivere il sommario usando parole e frasi che non si ripeteranno successivamente. Nella news analysis il sommario è invece l’insieme delle ipotesi interpretative alternative che possono spiegare un fatto.
Lo svolgimento dell’inchiesta è la serie dei fatti, collegati tra loro secondo un filo logico riconoscibile. Il finale è la soluzione. Che però dovrebbe essere a questo punto non una sorpresa ma un modo per tirare le somme. Perché un’inchiesta giornalistica non è un giallo. È un percorso che i lettori, assieme al giornalista, seguono nei fatti e grazie al quale, man mano, comprendono da soli la soluzione.
In mancanza di meglio, la struttura del pezzo deve comunque rispondere alle classiche domande del giornalismo, che fa sempre bene tenere presente: quando, dove, chi, cosa, come, perché. Se un pezzo risponde a tutte queste domande ha certamente fatto il suo dovere.
- Lunghezza dei pezzi
Non bisogna credere a chi dice di sapere quanto devono essere lunghi i pezzi giornalistici pubblicati in Internet. Le brevi della home page della «Stampa Web» sono una soluzione di successo: tanto che gran parte dei navigatori si fermano ad esse. Ma gli articoli di «First Monday», lunghissimi, veri e propri saggi, hanno il loro tipo di successo.
La lunghezza dei pezzi dipende dalla linea editoriale e dal valore di servizio che il sito sceglie di avere. Può essere un sistema di trasmissione di saggi importanti e difficili da trovare. Oppure un sistema di accesso completo ma veloce all’informazione. Il valore che la redazione e il giornale pensano di dare al pubblico determina la lunghezza dei pezzi.
Detto questo, va ricordato che il pubblico tende ad abituarsi a una particolare interazione con i diversi media: come spiega Mauro Sentinelli, direttore generale della Tim, il pubblico pensa al telefonino come a un medium cui dedicare al massimo tre minuti, alla televisione come a un medium cui dedicare in media mezzora, al computer come a un medium cui dedicare 70 minuti.
Dunque da un certo punto di vista, il medium impone tagli drastici quando il pubblico pensa di dedicargli poco tempo (telefonino e tv) mentre concede libertà d’azione nel caso che il pubblico pensi di dedicargli un tempo più lungo. Secondo Clemente Mimun, direttore del Tg1, il telegiornale che si vede su un telefonino contiene l’informazione che si trova nei titoli di testa di un telegiornale televisivo, mentre tutto un telegiornale televisivo contiene la quantità di informazione che si trova nella sola prima pagina di un quotidiano. È evidente che un giornale online contiene inevitabilmente una quantità di informazione molto superiore a qualunque altro tipo di giornale, perché consente l’accesso alle notizie del momento, a quelle dell’archivio e a quelle degli altri giornali con pochi colpi di mouse.
L’approccio del pubblico sarà dunque determinato dalla promessa di valore che il giornale online formulerà e soprattutto manterrà nel tempo.
- Segnaletica
Una tematica decisiva, sulla quale occorre meditare sia in sede di importazione grafica che in sede di scrittura degli articoli è quella della segnaletica. Il principio è semplice: il lettore deve sapere in ogni momento a che punto si trova della lettura. La sua attenzione va servita non richiesta dal giornale.
Le soluzioni possono essere le più diverse. E la creatività non si può certo prevedere in un manuale. Il colore di fondo delle pagine o delle loro intestazioni può cambiare con la sezione del giornale. Che comunque va sempre in testa agli articoli. E accanto degli articoli, specialmente quando sono lunghi, occorre dare una sorta di sommario cliccabile salvo nel punto in cui si sta leggendo.
Contano molto anche i link a lato e i titoletti nel pezzo. La scrittura stessa, peraltro, deve aiutare: non stiamo scrivendo un brano di letteratura ma un servizio.
- Fonti, etichetta e regole grafiche del proprio giornale
Non solo la prassi e la buona creanza giornalistica impongono la citazione delle fonti. La stessa credibilità di un articolo è massimizzata se il giornalista dice dove ha preso le informazioni che riporta.
Può essere che la fonte vada mantenuta segreta. Capita. Ma in generale va citata. Anche nel caso sia un altro giornale o un’agenzia. Tutto questo avviene molto più spesso nel giornalismo anglosassone che in quello all'italiana. Del resto, c’è sempre da imparare dal confrontarsi con gli altri. E poiché su Internet il confronto è pane quotidiano, vale la pena di scegliere anche nei giornali online italiani la pratica migliore.
Diversi giornali peraltro hanno diverse politiche. E il singolo giornalista deve attenersi ad esse. Può essere che un giornale non citi di proposito nessun concorrente. In quel caso, sarà sempre meglio procurarsi fonti dirette piuttosto che dire qualcosa che si è letto su un giornale concorrente che non si può citare.
I fatti che riguardano il proprio editore o il proprietario della casa editrice per la quale si lavora dovrebbero essere descritti con la stessa oggettività degli altri. Ma c’è una buona regola da seguire in questi casi: quando si cita l’azienda o la persona in questione si può aggiungere tra parentesi una notazione che li descriva appunto come editori del giornale.
Ogni giornale poi ha le sue regole grafiche. Meglio procurarsele prima di scrivere. Le variazioni non sono gravi ma il lettore non gradisce che in certi articoli di un giornale si scriva «per cento» e in altri «%». Oppure che le virgolette siano qui « e là “.
Il servizio giornalistico non è mai solo la produzione di contenuti originali. Ma l’originalità va premiata e sottolineata. Perché sia meglio percepita dal lettore deve essere evidente quando l’articolo non è altro che un assemblaggio di pezzi letti altrove e quando invece risulta da una ricerca originale. Si crederà di più all’originalità vantata da un giornale per quanto riguarda un articolo quando il lavoro di assemblaggio di pezzi già usciti altrove è ammesso per altri articoli.
- Titoli, sommari, occhielli, catenacci, didascalie ecc
I classici canoni dei titoli si applicano anche ai titoli online. Chiariscono il fatto di cui si parla ma sono tanto accattivanti da invitare alla lettura. L’equilibrio tra le due esigenze è la magia dei titoli.
La titolazione è un insieme composto da occhiello, titolo e sommario; a volte c’è anche un catenaccio. Ma per come si stanno evolvendo le pagine, si può dire che della titolazione fanno parte anche le didascalie. In senso lato si possono accomunare allo stesso concetto le parole cliccabili che invitano a visitare le pagine collegate al testo e persino i bottoni di servizio.
Gli occhielli possono in Rete avere la doppia funzione di designare l’argomento e di precisare la principale parola chiave con la quale si possono archiviare i pezzi. Un articolo si trova infatti di solito in una sezione che ne classifica il tema in modo molto generale. Ma all’interno di uno stesso tema si possono avere molti sottoargomenti, sebbene in numero finito: sicché questi sottoargomenti, o categorie, possono essere designati da occhielli strutturati in modo da poter essere usati come chiave privilegiata per il data base degli articoli. Se si sceglie questa strada, l’occhiello a sua volta può essere suddiviso in due parti separate da una barra. A sinistra della barra si trova la parola chiave. A destra la precisazione del luogo o del tempo cui sono riferiti i fatti segnalati nel titolo.
Il titolo, naturalmente, è il responsabile della veloce e sintetica trasmissione del contenuto dell’articolo. Oltre che il più importante strumento di marketing per invogliare i lettori a dedicare tempo a quell’articolo. Ha un corpo di solito più grande e per questo è anche composto da poche parole. Spesso finisce col dire poco del fatto per concentrarsi sullo scopo di incuriosire. A supporto del titolo, dunque, c’è il sommario che consente di raccontare effettivamente la vicenda cui si riferisce l’articolo.
L’eventuale catenaccio, invece, serve se c’è un fatto collegato a quello principale, abbastanza importante da dover essere segnalato subito ma non tale da non essere riconoscibile come secondario.
Le didascalie sono come dei titoli perché aiutano a comprendere l’informazione contenuta in una foto, o in un video che parte cliccando sull’apposita icona. Ma le didascalie online hanno un ulteriore valore rispetto a quanto avviene negli altri media: perché rispondono all’esigenza di garantire uno standard di accessibilità per le persone disabili. È una prassi standard quella di descrivere compiutamente le foto e le immagini con testi che un software può trasformare in voce in modo che alle informazioni in esse contenute possa accedere anche chi non vede o non può in quel momento vedere.
I link sono parole in evidenza (spesso sottolineate) e quindi tendono ad assumere graficamente una funzione oggettivamente simile a quella dei titoli anche se invece di predisporre alla lettura dell’articolo sottostante invitano a visitare altre pagine, all’interno del sito o anche in altri siti.
I link all’interno del sito più importanti sono quelli della home page che di fatto, oltre ad avere la funzione di dare la prima informazione di massima sulle cose più importanti, è anche un grande manifesto pubblicitario per tutte le cose che si possono fare con il sito. E i titoli degli articoli che si trovano all’interno sono tra i link più importanti. Per i manager del giornale online (non ovviamente per i giornalisti), un clic su uno di quei link è più importante della lettura stessa dell’articolo.
- Conoscere l’html, gli editor, asp e xml
Fino a qualche anno fa, ogni sito era scritto in linguaggio html. Il browser era in grado di leggere i file in html e di tradurli in una pagina graficamente corretta. Anzi, spesso l’html consentiva soluzioni graficamente molto creative. Ma i siti fatti completamente di pagine in html erano inevitabilmente organizzati ad albero e tendevano a raggiungere presto una notevole complessità. La coerenza dei link interni era la prima a saltare.
Scrivere pagine in html, peraltro, non era per niente difficile. Bastava conoscere una serie di comandi (tag) e le funzioni fondamentali venivano presto realizzate. I comandi più tipici erano quelli necessari a dare alle parole il corpo, il font e lo stile (grassetto, corsivo, sottolineato). Fondamentali poi erano i comandi per andare a capo e per dare a certe parole o immagini la funzione di link. Con il tempo sono usciti programmi in grado di aiutare chi componeva le pagine a gestire intuitivamente i comandi html. Alla fine è stato possibile costruire le pagine html nello stesso modo in cui si componevano le pagine per i giornali cartacei.
Ma restava il problema della complessità di gestione dell’insieme delle pagine e dei link interni. Cui si dovevano aggiungere i programmi per l’interattività, i motori di ricerca e per l’inserimento delle inserzioni pubblicitarie. Così si sono sviluppate le piattaforme di gestione editoriale basate su database che strutturavano il sito in modo da renderlo molto più solido dal punto di vista gestionale ed efficiente dal punto di vista informatico.
A questo punto, per l’inserimento dei testi, delle foto, dei titoli, dei link bastava scrivere all’interno delle apposite finestre di dialogo o incollare le pagine già confezionate negli spazi predisposti.
Nozioni di html sono comunque sempre utili. Perché le finestre di dialogo e le pagine predisposte dai grafici usando i vari programmi di gestione dei siti non esauriscono mai tutte le esigenze espressive dei giornalisti. Che quindi, se vogliono modificare qualcosa, devono farlo inserendo comandi html.
- Oltre il Web: l’ha detto il telefonino
Naturalmente tutto questo è pensato soprattutto per le pagine Web. Considerazioni semplificate ma specifiche andrebbero fatte per le versioni di giornali digitali da proporre attraverso i nuovi canali di distribuzione mobile. I notebook e i palmari connessi in Wi-Fi, ma soprattutto i cellulari. I primi non richiedono pagine che differiscono molto da quelle classiche del Web. Sono i secondi ad avere qualcosa speciale.
Perché hanno un modello di business. E perché ancora per un certo tempo avranno una grafica e una navigabilità molto approssimative.
Dunque, tutto ciò che è testo vale per tempestività e non per completezza. Lo si paga, ma lo si vuole facilmente e in fretta. Senza cercarlo in una grande quantità di schermate inutili. I nuovi telefonini hanno appena cominciato a scoprire la navigazione a icone, ma non riescono ovviamente a superare la difficoltà strutturale che deriva dalla limitatezza dello spazio disponibile sul display. Gli editor di questi contenuti si devono sforzare di superare le limitazioni derivanti dalla navigazione ad albero. Il push è certamente una modalità abbastanza gradita per tematiche specifiche. E forse, secondo alcuni, saranno i piccoli video a dare le maggiori soddisfazioni.
In effetti nel corso dei primi mesi del 2003 gli annunci si sono inseguiti. Una parte del Tg 1 si vede con i telefonini della Tim. Una versione del Tg 5 si vede con i cellulari della Vodafone. Da tempo, una riduzione del notiziario di RaiNew24 si vede con i terminali della Wind.
L'idea è che nel tempo i consumatori accetteranno di pagare più o meno un euro per vedere sul loro piccolo schermo portatile un minuto di titoli di telegiornale, o per sentire una sintesi delle notizie accompagnata dai fotogrammi più significativi. A chi oppone l'esperienza fallimentare delle microtv a batterie che in passato sono state offerte sul mercato e nessuno le ha comprate, pur funzionando senza costi di trasmissione, viene ricordato che quegli oggetti erano più pesanti e meno funzionali degli attuali telefonini. Ma la verità è che nessuno comprerebbe un terminale per vedere una riduzione di tv a pagamento, mentre qualcuno deciderà di vedere una riduzione di tv a pagamento con un terminale che comunque ha già in tasca ed è tanto abituato a utilizzare che quando nessuno chiama si può usare per giocare o vedere i titoli del tg. Non disponendo del necessario, non si può fare a meno del superfluo.
Il fatto è che però, pur entrando in questo modo nel cellulare, la tv è destinata nel tempo a farsi largo.
Dall'abitudine di guardare ogni tanto i titoli del Tg si passerà all'abitudine a pensare al telefonino come a uno strumento per ricevere informazioni in video. E da cosa nascerà cosa. Agostino Saccà, direttore generale della Rai nel momento dell’annuncio con Tim per il Tg1, prevede la nascita di nuovi programmi informativi pensati in modo specificamente adatto al telefonino. Clemente Mimun, direttore del Tg 1 sempre al momento dell’accordo di distribuzione con Tim, pensa che il nuovo strumento di accesso non lascerà invariati i contenuti del suo notiziario.
Il che darà spunto alla produzione di contenuti video dedicati al cellulare e condurrà a un nuovo, nuovo mercato. Per i produttori di contenuti, infatti, il telefonino non è come Internet: perché garantisce un flusso di reddito, in quanto si sa che sui cellulari si paga tutto e facilmente. Tanto è vero che nell'accordo annunciato la settimana scorsa tra Rai e Tim non c'è una parola sulla raccolta pubblicitaria, benché sia Rai che Tim abbiano una concessionaria e certamente non si tirano indietro se c'è l'opportunità di fatturare.
Per le compagnie telefoniche, per ora, si tratta soprattutto di offrire più servizi che la gente sia disposta, appunto, a pagare. Ma già la scelta dei contenuti da trasmettere, il sistema di impacchettamento, l'interfaccia di navigazione, il sistema di pagamento, consentono loro di influire pesantemente sul percorso di sviluppo dei contenuti sulla rete mobile. E dai loro comportamenti deriverà uno sviluppo libero o controllato, diffuso o elitario, partecipativo o invece tale da riprodurre quella invalicabile distanza tra i produttori di contenuti e il loro pubblico che ha caratterizzato l'epoca dei mezzi di comunicazione di massa.
Dai loro comportamenti, inoltre, deriverà l'autorevolezza e la qualità dei telefonini come mezzi di comunicazione. Un tempo per avvalorare una tesi si diceva soprattutto "l'ha detto il giornale". Poi si è aggiunto in molti più casi "l'ho visto in tv". In futuro si potrebbe dire "me l'ha mostrato il telefonino". Ma una simile concezione del cellulare richiede la possibilità di accedere alla fruizione di contenuti di qualità adatta al mezzo, pensati per il mezzo e molto personalizzati. Internet ha già visto l'effetto che fa la riproduzione tout court dei contenuti venuti da altri media sul nuovo medium. E non è un bell'effetto.
Interessante poi andare a indagare sulle forme dello sviluppo di contenuti per il telefonino. Come detto, Mimun dice che un telegiornale contiene le informazioni che sono di solito sono nella prima pagina del giornale. E il prodotto che oggi il suo tg offre agli abbonati di Tim contiene quello che di solito ci sta nei titoli di un tg. Di sicuro, il telefonino richiede sintesi. Ma questa è solo uno degli elementi caratterizzanti. Ce ne sono altri, come la comunicazione a due vie e la possibilità di partecipare a community che dovrebbero emergere. Di sicuro, il fenomeno va seguito. Non siamo che ai suoi primi incerti passi.
- Giornali online in audio e video
Se gli Stati Uniti sono il mercato più sviluppato per quanto riguarda l’uso di Internet, tanto che potrebbe indicare una strada che anche altri mercati seguiranno, allora è utile notare che tra le tendenze in atto in quel paese si sta verificando un aumento importante del numero di navigatori che scelgono di usare il Web anche per ricevere trasmissioni radio e tv.
Secondo uno studio di Arbitron and Edison Media, nei primi mesi del 2003 sono arrivati a più di 103 milioni gli americani che hanno sperimentato l’uso di Internet per ricevere audio e video in broadcast. Nel 2000, i consumatori che avevano usato la radio e la tv via Internet erano meno della metà.
Naturalmente questo dipende il larga parte dal fatto che nello stesso periodo il numero di americani connessi alla Rete è aumentato, dal 55 al 75 per cento del totale della popolazione.
Una buona fetta di questo aumento è dovuto alla radio via Internet.
La tv è ancora indietro. Sono evidentemente già molto interessanti i contributi video a supporto di storie raccontate in modi più completi e accessibili con testi e foto.
Ma un altro tema forte del giornalismo online in video è da qualche anno quello delle webcam. Si tratta di telecamere fisse puntate su punti strategici della città e che pubblicano quello che vedono direttamente in Rete. È un servizio pubblico di valore, che si aggiunge in modo perfettamente coerente agli altri servizi dei giornali online, nel caso che le webcam consentano di vedere che tempo fa, quanto traffico c’è sulla strada che si fa per andare in ufficio, quanta coda c’è al cinema dove si vuole andare o al ristorante preferito. Si tratta di un complemento molto intelligente alla cronaca bianca.
Molto meno interessante appare la webcam per servizi di informazione più complessi: una webcam puntata sull’entrata del parlamento non dice molto. Sembra una soluzione più furba che utile. In quel caso, resta molto meglio la mediazione giornalistica.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
Scrivere per il Web:
Jakob Nielsen, Web usability, Apogeo, Milano, 2000.
Su Poynter, i suggerimenti per migliorare gli articoli online sono continuamente aggiornati. Si consulti per esempio: http://www.poynter.org/web.
Un’opera schematica sulle specificità di scrivere storie per i media digitali si trova in Nora Paul e Christina Fiebich, Five elements of digital storytelling, Institute for New Media Studies, 2002, http://www.inms.umn.edu/Elements.
La scrittura per internet, giornalistica e non giornalistica, richiede conoscenze di particolari tecniche di scrittura, strutturazione dei testi, capacità di creazione degli ipertesti, comprensione degli effetti sull’utente della grafica web, e così via. Fra i molti siti dedicati alle tecniche della scrittura per internet segnaliamo il punto di riferimento in lingua italiana: http://www.mestierediscrivere.com; la guida Writing for the Web realizzata da Jakob Nielsen e pubblicata sul sito della Sun: http://www.sun.com/980713/webwriting/; il sito di Gerry McGovern, il guru britannico della web scrittura: http://www.gerrymcgovern.com/; il Web Production for Writers and Jouranlists companion site propone tutorials, approfondimenti e directories sul trema: http://www.producing.routledge.com/index.asp . Infine una comunità di web scrittori: http://trace.ntu.ac.uk/
Per il dibattito sulle webcam e alcuni esempi:
http://www.ojr.org/ojr/workplace/1017966340.php
http://www.holdthefrontpage.co.uk/news/2001/online/010711pups.shtml
http://www.livecam.com.au/livecam1.shtml
http://www.thewall.org
http://www.ct2004.com/live.shtml
http://www.BerlinOnline.de/spass/live_kamera.html/alex.html
http://www.tf1.fr/livecam/cam.phtml
http://www.earthcam.com/usa/newyork/timessquare
http://wxnet4.nbc4.com/chap2/citycam1.html
http://camera.touchngo.com
http://www.eng.hawaii.edu/Trafficam/waikiki.html
4.2. - Usare Internet per fare i giornalisti
- Il valore d’uso della Rete.
Uno studio dell’Institute for Politics, Democracy & the Internet ha rivelato che più del 50 per cento dei giornalisti americani che si occupano di politica legge le notizie politiche online.
Inoltre, il 36,9 per cento dei giornalisti che si occupano di politica in America passa tra una e due ore al giorno leggendo e cercando quello che viene pubblicato su Internet. Il 30,6 per cento passa online due o tre ore al giorno. Il 6,6 per cento, addirittura più di tre ore.
Il 25 per cento usa Internet regolarmente per tutte le opportunità che offre. Il 40 per cento usa la Rete soprattutto per fare ricerche su quello che sta scrivendo il quel momento. Quasi tutti, però, dopo aver letto quello che trovano online, cercano di verificarlo con interviste dirette alle fonti. Il che peraltro sarebbe una pratica doverosa, anche se la fonte mediatica iniziale non fosse stata la Rete ma un giornale di carta o la tv.
Il 45 per cento dei giornalisti intervistati dall’Institute for Politics, Democracy & the Internet dice infatti che non ha mai eseguito un’intervista via Internet e solo il 2,6 per cento dice di farlo regolarmente. Internet è soprattutto usata per seguire le notizie del momento e per ricerche di background. Questo non significa che la mail non sia usata: il 50 per cento dei giornalisti intervistati risponde a più di 30 mail al giorno, il 25 per cento a più di 50 al giorno.
Questa esperienza non è certo propria solo dei giornalisti politici americani. In realtà, tutti i giornalisti collegati fanno largamente uso della Rete in modi decisamente analoghi a quelli descritti per quel tipo di giornalisti.
Si può insomma dire quello che si vuole sulla redditività delle iniziative giornalistiche online. Ma un fatto è certo: Internet serve a migliorare sensibilmente la qualità del lavoro giornalistico e la produttività dei giornalisti. A fronte di questo, pare decisamente giusto contribuire con il proprio lavoro a quello degli altri e al miglioramento della produttività di tutti offrendo online i frutto delle proprie ricerche: questa è la Rete.
- Ricerca con un motore
Il motore di ricerca per eccellenza, oggi, è Google. È basato su una gigantesca quantità di computer che ricercano in continuazione la Rete ma soprattutto su un algoritmo semplice e preciso: le pagine più rilevanti sono quelle più linkate da altre pagine. Così, le risposte alle domande degli utenti non sono semplicemente una gran quantità di siti da vedere, ma una gran quantità di siti da vedere seguendo un ordine logico, quello appunto della rilevanza, definita come detto.
Questo però non sempre basta.
Il rischio è che Google abitui troppo bene e che si finisca col pensare che quello che non si trova con Google di fatto non esista. Può essere, ma può anche non essere così.
I giornalisti sono sempre di corsa. Si buttano in fretta a cercare qualcosa appena hanno l’incarico di seguire una pista o di scrivere un pezzo. Chiamano qualcuno, leggono le ultime agenzie, interrogano al volo Google e così via. Di rado si fermano a pianificare una ricerca. Ma farlo non sarebbe una perdita di tempo.
Innanzitutto occorre definire con che tipo di ricerca stiamo partendo. Google serve soprattutto per ricerche aperte e molto riferite a una parola particolare: il nome di una persona o le sue caratteristiche biografiche (per rispondere a domande classiche tipo: Come si scrive esattamente il suo nome? Quanti anni ha? Quando ha scritto quel libro?) oppure le circostanze di un fatto (per rispondere a domande tipo: Quando è successo? Dove? Chi erano i protagonisti?) o ancora i siti di riferimento principali per un argomento preciso. Si usa anche per le unità di misura, aerei e altro, ma nel tempo ci si abitua a trovare questi riferimenti su siti specializzati. Certo è che Google è fantastico.
Se si cerca invece intorno a una specifica area tematica può essere più interessante andare su una guida alla Rete come Yahoo! Questo perché le categorie di Yahoo! contengono una selezione di siti già analizzati e approvati dai redattori del portale.
In ogni caso ci sono alcune regole di comportamento abbastanza pratiche:
• scegliere le pagine da visitare, tra quelle segnalate dal motore, in base al senso comune e non a caso
• scegliere i siti da visitare valutandone l’interesse sulla base delle indicazioni restituite dal motore prima di visitarle tutte
• imparare a capire quando non si sta trovando quello che interessa e quindi a scegliere un’altra strada per rispondere al problema
• scegliere un motore di ricerca preferenziale, abituarsi a usarlo e a capirne i trucchi; ma non negarsi il tempo di sperimentare motori diversi, quando si è liberi.
Se quello che si cerca non si trova, è possibile che si debbano introdurre nuove parole chiave. Oppure che sia più produttivi fare una telefonata.
Le indicazioni più rilevanti sull’evoluzione dei motori di ricerca si trovano su «Search Engine Watch», lla rivista online di Danny Sullivan.
- Links e risorse per giornalisti online
Dopo i primi tempi, durante i quali Google è totalizzante, si sono imparate alcune scorciatoie. Per esempio, si è scoperto che ci sono alcuni siti specializzati nel dare elenchi di fonti utili. E che esistono siti specializzati che risolvono più in fretta di ogni altro problemi specifici: il numero di telefono di qualcuno, le informazioni bibliografiche, i nomi degli esperti di ogni materia. E a quel punto si comincia a smettere di googleggiare per ogni cosa.
Le grandi scuole di giornalismo online o gli istituti di ricerca che si occupano di informazione hanno spesso delle pagine pensate a fornire ai giornalisti le risorse fondamentali per approfondire le ricerche oltre i risultati del motore prescelto. Ovviamente, poiché le ricerche dei giornalisti non hanno un perimetro ben delimitato, tutte queste pagine di risorse danno l’impressione di completezza ma non possono mai raggiungerla. Il che non le rende meno interessanti da consultare. Il Poynter Institute per esempio offre una pagina di risorse molto interessante e particolarmente aggiornata. E poi c’è il centro risorse dell’American Press Institute
In questo modo si accede a una certa quantità di siti di riferimento come enciclopedie, data base di film e libri, citazioni e altro. Il dizionario della Logos e gli altri servizi della società di traduzioni online sono preziosi strumenti per molte domande relative alle parole in diverse lingue.
Molte pagine proposte da volenterosi colleghi sono qualche volta strutturate ma vanno visitate con calma per esplorare i loro suggerimenti. Nei riferimenti si trovano alcuni suggerimenti.
Ma ancora una volta, queste ricerche possono portare lontano o non riuscire. Se dopo quindici minuti non sono riuscite, di solito viene voglia di cercare un esperto. Ci sono siti per farlo. Anche questi sono nei riferimenti. E ci sono siti per trovare i loro numeri di telefono. In tutto il mondo.
Meglio ricordarselo: la Rete non è il mondo. È solo un ottimo aiuto per esplorarlo.
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
La ricerca sull’uso di Internet tra i giornalisti di politica americani è sul sito dell’Institute for Politics, Democracy & the Internet: http://www.ipdi.org/virtual_trail.pdf
I giornalisti americani hanno tra l’altro dichiarato che la loro fonte online preferita è il sito del Center for Responsive Politics all’indirizzo: http://www.opensecrets.org
Una vecchia ma sempre valida introduzione all’uso della Rete per i giornalisti in cerca di informazioni è quella di Martin Huckerby su: http://www.ejc.nl/jr/hacks/inthacks.htm
Il motore di ricerca per eccellenza è Google, che tra l’altro ha aggiunto recentemente il servizio di ricerca sulle notizie: http://www.google.com anche se in Rete tutto cambia velocemente e sperimentare i nuovi servizi, ogni tanto, non fa male. Novità recenti sono: Teoma (http://www.teoma.com) e WiseNut (http://www.wisenut.com). Si può anche provare IxQuick (http://www.ixquick.com). Qualche volta danno risultati aggiuntivi interessanti. Ma è una regola intelligente quella di scegliere il motore che si usa di preferenza e poi sperimentare altre soluzioni quando si ha tempo.
La guida alla Rete dalla quale hanno preso ispirazione tutte le altre è Yahoo!: http://www.yahoo.com
Per le immagini c’è sempre Google. Per i contenuti multimediali si può controllare anche Altavista e Lycos.
«Search Engine Watch» è naturalmente su: http://www.searchenginewatch.com
Le risorse del Poynter Institute: http://poynteronline.org/resource_center
Il centro risorse dell’American Press Institute: http://www.cyberjournalist.net/supersearch
Per i problemi linguistici e per la traduzione di parole: http://www.logos.it
La pagina per iniziare ad affrontare il tema delle ricerche bibliografiche di Jessica Baumgart: http://www.ibiblio.org/slanews/internet/resource.html#web e quella di Lorraine Moneypenny della Long Island University: http://www.ibiblio.org/slanews/reference/references.html. Si tratta di pagine che raccolgono in maniera strutturata per argomenti le referenze bibliografiche prevalentemente americane.
Per trovare i numeri di telefono un po’ in tutto il mondo: http://www.infobel.com/teldir oppure http://phonenumbers.net e per l’Italia http://www.pronto.it/elenco/query.php
Per trovare un esperto: http://www.ibiblio.org/slanews/internet/experts.html
Dove trovare informazioni e risorse, compreso un database di esperti da consultare per ogni evenienza: http://www.facsnet.org/. Per consultare un esperto online: http://www.expertclick.com/.
Per tutte le ricerche a tema, un sito da non perdere è anche: http://www.lib.purdue.edu/eresources/readyref
Per suggerimenti sull’uso dei computer: http://abclocal.go.com/wabc/news/wabc_comp101_index_shell.html
Altre risorse per il giornalista e il freelance:
Risorse, consigli, case history redatti specificamente per le esigenze professionali del giornalista online: http://www.journalism.org/resources/tools/online.asp
Un database creato per aiutare gli operatori del mondo dei media e chiunque abbia interesse a fare ricerche di approfondimento sui fatti di attualità anche a livello personale. Sono censiti e organizzati oltre 19 mila siti web: http://www.journaliststoolbox.com/.
Reporter.org: ecco un altro portale pensato per fornire una varietà di risorse a giornalisti, insegnanti di giornalismo e al pubblico in genere: http://www.reporter.org/
Una community di giornalisti e freelance britannici. Nel sito trovate opportunità di lavoro, la possibilità di iscrivervi e farvi trovare; molti link e risorse su internet interessanti per vostro lavoro; notizie internazionali che riguardano la categoria: http://www.journalism.co.uk/
Il portale Worldwide Freelance Writer dal 1999 promuove un mercato internazionale degli scrittori e giornalisti freelance. La particolarità di questo sito è che pure essendo americano propone occasioni di lavoro ai freelance di tutto il mondo poiché, come sostiene nella sua presentazione, con l’avvento di internet è possibile per un freelance scrivere anche per testate non pubblicate nel suo Paese: http://www.freelancewriting.com/
Freelance Online: directory e centro di risorse per freelance nel settore della comunicazione e del giornalismo. Contiene un database con i nomi di oltre 700 freelance iscritti. Faq e risorse professionali, forum, ecc.: http://www.freelanceonline.com
Il sito web di un'associazione con sede a New York che da oltre 20 anni mette in contatto freelance e i loro potenziali clienti: http://www.freelancers.com/
Freelance.com è una società che offre ai propri clienti il servizi di un database selezionato di freelance. Non consente il contatto diretto fra la società che richiede il servizio e il giornalista ma è il team di freelance.com che in base alle richieste individua le risorse disponibili: http://www.freelance.com/
Il nome di questo sito ne spiega anche la parte principale dei suoi contenuti. E’ un database per la ricerca/offerta di lavoro editoriale e giornalistico e può essere utilizzato sia per cercare lavoro, sia per cercare collaboratori che vi aiutino a mantenere i vostri impegni professionali nei momenti di super lavoro. Offre anche numerosi servizi utili per lo svolgimento della professione di freelance: http://www.freelanceworkexchange.com/
E’ il sito della rivista Writers Weekly una e.zine settimanale integralmente dedicata a discutere i problemi della categoria. E’ evidente che la maggior parte dei contenuti sono orientati a presentare problemi e fatti inerenti al mondo anglosassone, ma non mancano interventi e contenuti su problematiche di carattere più generale che riguardano la categoria nel suo complesso: http://www.writersweekly.com/
Una newsletter dedicata ai giornalisti freelance. Si occupa principalmente dei problemi sindacali e previdenziali della categoria: http://www.massimomarciano.it/pag_giornalisti/giornalisti.html. Altri siti dove trovare utili informazioni su diritti, contrattualistica, inquadramento nelle aziende editoriali, ecc. : http://www.inpgi.it/ (istituto nazionale di previdenza dei giornalisti); il sito internet del sindacato degli atipici, cisl http://digilander.libero.it/CislBusto/CislServizi/PenneAlai2.htm; il sito della Cgil, area comunicazione: http://www.cgil.it/slc/.
Iniziando il vostro percorso professionale vi capiteranno molte più occasioni per poter lavorare gratuitamente piuttosto che a pagamento. Tuttavia, soprattutto se imboccherete la strada del freelance, prima o poi vi capiterà l’occasione di dover fissare il vostro compenso. Vi sarà utile sapere a questo punto quanto guadagna un giornalista e quanto è giusto che vi facciate pagare per il tipo articolo che avete prodotto: http://www.journaliststoolbox.com. Questo sito curato dalla NUJ (National Union of Journalis) oltre a fornire molte preziose indicazioni professionali vi dà un dettaglio approfondito dei compensi e delle tariffe applicati in Gran Bretagna: http://media.gn.apc.org/rates/index.html . Per l’Italia, invece, trovate qui i tariffari ufficiali dell’ordine dei giornalisti, aggiornati di anno in anno; http://www.odg.it/tariffario/main.htm.
E’ il sito personale del freelance americano Sean McManus. Molto di ricco di informazioni e suggerimenti professionali, soprattutto per chi vuole gestire un proprio sito internet con successo.: http://www.sean.co.uk/a/journalism/index.shtm
Naturalmente, oltre ai siti di carattere generale, esistono anche siti che offrono risorse per specifiche specializzazioni giornalistiche. http://absw.org.uk/ è dedicato ai giornalisti che vogliono specializzarsi nella comunicazione scientifica. http://www.ems.org/ offre informazioni e risorse ai giornalisti che seguono le tematiche dell’inquinamento ambientale e dell’ecologia. http://www.ccm.edu/library/subwebphotography.htm per chi volesse cimentarsi nel fotogiornalimo.
4.3. Come diventare giornalista online
- Il caso e la regola
Fino a non molto tempo fa il caso era davvero la regola per la quale la maggior parte dei giornalisti dichiaravano di avere avuto accesso alla professione. Qualche volta al caso aveva dato una mano un’amicizia o una parentela. Ma in generale era vero: si incrociava un direttore o un giornalista importante durante uno dei molti percorsi della vita e improvvisamente il tentativo di diventare giornalista magicamente riusciva.
Oggi le cose stanno cambiando. I giornali hanno sempre più bisogno di collaboratori esterni e certamente questo è uno dei canali privilegiati per accedere alla professione. Inoltre, le scuole di giornalismo e i corsi universitari dedicati a questa materia sono sempre più spesso di per se canali per arrivare all’esame di accesso all’ordine (un tempo il praticantato si faceva solo in un giornale, oggi si fa anche a scuola). E per i professionisti i canali di reclutamento sono tendenzialmente simili a quelli delle altre attività: curriculum, portafoglio di articoli pubblicati, referenze.
C’è poco da suggerire in un manuale su come farsi assumere da un giornale in pianta stabile. Soprattutto su come farsi assumere con un contratto di dipendente. Questo è il frutto di molte attività: studio, conoscenze, primi tentativi, invio di curricula, e così via. Ma la vera strada, dopo lo studio e prima dell’assunzione, passa per l’attività di collaborazione con i giornali. A quel punto, può darsi che capiti l’occasione di farsi assumere. Oppure che si decida di fare il freelance in modo permanente. Naturalmente, può darsi che si vada nella direzione di scrivere, di fare macchina o di fare professioni assimilate, come lavorare per un ufficio stampa.
- I corsi di giornalismo
Il «Ducato» giornale online della scuola di giornalismo di Urbino, riporta gli indirizzi di dieci scuole o corsi universitari che, essendo riconosciuti dall’Ordine dei Giornalisti, sono equiparate a un praticantato e dunque consentono di accedere direttamente all’esame di ammissione alla professione giornalistica. Si studia e si svolgono attività pratiche per il giornale della scuola (il che è necessario per il praticantato) e si accede a stage in redazioni giornalistiche professionali (di solito durante l’estate). L’accesso è subordinato a un esame di ammissione. Ed è possibile solo per i laureati. Ecco l’elenco pubblicato appunto dal «Ducato»:
ISTITUTO "CARLO DE MARTINO" PER LA FORMAZIONE AL GIORNALISMO DI MILANO
(promosso dall'Associazione "Walther Tobagi" per la formazione al giornalismo, dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia e dalla Regione Lombardia)
20124 MILANO - Via Fabio Filzi, 17
Tel. 02.6749871 - Fax 02.67075551
E-mail: ifg.milano@genie.it
Sito Web: www.ifg.mi.it
Direttore: Gigi Speroni
Nuovo bando: marzo 2003
Studenti ammessi: 40
SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IN ANALISI E GESTIONE DELLA COMUNICAZIONE SEZIONE GIORNALISMO DI MILANO
(promossa dall'Università Cattolica di Milano)
20123 MILANO - Università Cattolica Sacro Cuore
Via S. Agnese 2, III piano
Tel.: 02/72342814 - Fax: 02/72342815
Email: sisscics@mi.unicatt.it
Sito Web: www.unicatt.it
Direttore: Gianfranco Bettetini
Nuovo bando: ottobre 2003
Studenti ammessi: 20
SCUOLA SUPERIORE DI GIORNALISMO DI BOLOGNA
(promossa dall'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, dall'Università degli Studi di Bologna e dall'Associazione per la formazione al giornalismo dell'Emilia Romagna)
40138 BOLOGNA - Università degli Studi - Facoltà di Lettere e Filosofia - Villa Pallavicini Gandolfi - Via Martelli, 22/24
Tel. 051.6024560 - Fax 051.6024561
E-mail: segrgior@alma.unibo.it
Sito Web: www2.unibo.it/ssg
Direttore: Angelo Varni
Nuovo bando: maggio 2003
Studenti ammessi: 30
ISTITUTO PER LA FORMAZIONE AL GIORNALISMO DI URBINO (promosso dall'Ordine dei giornalisti delle Marche, dall'Università degli Studi di Urbino e dalla Regione Marche)
61029 URBINO - Via della Stazione 150/D
Tel. 0722.350581 - Fax 0722.328336
Email: segreteriaifg@uniurb.it
Sito Web: www.uniurb.it/giornalismo
Direttore: Lella Mazzoli
Direttore dei corsi: Giovanni Mantovani
Nuovo bando: marzo 2004
Studenti ammessi: 32
SCUOLA DI GIORNALISMO RADIO TELEVISIVO DI PERUGIA (fondata dalla Rai e dall'Università di Perugia in collaborazione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti e la Regione Umbria)
06077 PONTE FELCINO - Villa Bonucci - Via G. Puccini, 253
Tel. 075.5918204/5/6/7 - Fax 075.5918298
Email: sgrtv@sgrtv.it
Sito Web: www.sgrtv.it
Direttore: Vittorio Fiorito
Nuovo bando: giugno 2004
Studenti ammessi: 25
SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IN GIORNALISMO LIBERA UNIVERSITA' INTERNAZIONALE "GUIDO CARLI" (LUISS) (promossa dall'Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise e dall'Università Luiss - Facoltà di Scienze Politiche)
00162 ROMA - Via Oreste Tommasini, 1
Tel. 06-8522538; 06-85225558; fax 06-86506515
Email: giornalismo@luiss.it
Sito Web: www.luiss.it/giornalismo
Direttore: Luciano L. Pellicani
Nuovo bando: aprile 2003
Studenti ammessi: 40
SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IN ANALISI E GESTIONE DELLA COMUNICAZIONE INDIRIZZO IN GIORNALISMO - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA "TOR VERGATA" - Facoltà di Lettere e Filosofia
(promossa dall'Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise e dall'Università di "Roma - Tor Vergata")
00198 ROMA - c/o Istituto San Leone Magno - Largo di S. Costanza, 1
Tel. 06.84240912/3 - Fax 06.84240913
Email: info@scuolacomunicazione.uniroma2.it
Sito Web: www.scuolacomunicazione.uniroma2.it
Direttore: Franco Salvatori
Nuovo bando: giugno 2003
Studenti ammessi: 20
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE INDIRIZZO IN GIORNALISMO - LIBERA UNIVERSITA' MARIA SS. ASSUNTA (LUMSA) - Facoltà di Lettere e Filosofia
(promosso dall'Ordine dei Giornalisti del Lazio e Molise e dalla Libera Università Maria SS. Assunta)
00193 ROMA - Via della Traspontina, 10
Tel. 06.68422200/68422292 - Fax 06.6878357
E-mail: lettere@lumsa.it
Sito Web: www.lumsanews.it
Direttore: Claudio Vasale
Nuovo bando: da definire
Studenti ammessi: 15-20
MASTER BIENNALE DI GIORNALISMO UNIVERSITA' "SUOR ORSOLA BENINCASA" DI NAPOLI
(promosso dall'Università "Suor Orsola Benincasa")
80135 NAPOLI - Via Suor Orsola, 10
Tel. 081.2522251/2
Email: sc.form@unisob.na.it
Sito Web: www.unisob.na.it
Direttore: Lucio D'Alessandro
Nuovo bando: febbraio 2003
Studenti ammessi: 30
CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE INDIRIZZO IN GIORNALISMO - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PALERMO Facoltà di Scienze della Formazione
(promosso dall'Ordine dei Giornalisti della Sicilia e dall'Università di Palermo)
90139 PALERMO - P.za Ignazio Florio, 24
Tel.091.321536 - Fax 091.321665
E-mail: labgior@unipa.it
Sito Web: www.unipa.it
Direttore: Antonio La Spina
- Cominciare come freelance
Il modo migliore (dal punto di vista pratico, ma in fondo anche da quello teorico) per cominciare a fare il giornalista è trovare il modo per collaborare a una o più testate come freelance. Si impara, si lavora e ci si fa conoscere. All’inizio si guadagna davvero poco. Poi, talvolta moltiplicando le testate per cui si lavora, si comincia a ragionare. Certo, se si punta a farsi assumere, è meglio concentrarsi su un giornale e pagare il dazio dell’attesa.
Entrare nel giornale sarà certamente importante. Soprattutto per chi vuole un po’ di tranquillità economica. Tendenzialmente, servirà a chi accetta di occuparsi oltre che di contenuti dell’organizzazione dei contenuti prodotti da altri. Chi vuole soprattutto scrivere potrebbe invece considerare l’ipotesi di continuare come freelance. Anche con diversi giornali.
Ma il giornalista si fa anche come secondo lavoro. Una specializzazione tematica può essere coltivata anche da chi svolge una professione che gli consente di seguire i fatti relativi al suo argomento e di alimentare la propria credibilità in materia. Si può persino fare come hobby: non mancano i giornalisti che non si fanno neppure pagare e sono abbastanza gratificati solo dalla pubblicazione dei loro pezzi: ma bisogna dire, anche scherzando un po’, che questi giornalisti gratuiti fanno una sorta di concorrenza sleale a quelli che vorrebbero campare vendendo articoli e pezzi giornalistici di vario genere.
In ogni caso, occorre produrre e pubblicare.
Per collaborare, la strategia è semplice: cominciare a scrivere, dimostrare che si sa scrivere bene, ottenere la pubblicazione di qualche pezzo, costruire un portfolio di lavori che servirà a convincere altri che si è in grado di fare il giornalista in modo interessante, produttivo e professionale. Scrivere volontariamente per un giornale universitario, per esempio, è un modo molto intelligente per cominciare a scrivere e a farsi pubblicare.
I giornali specializzati sono sempre in cerca di pezzi buoni. Radio, Web, tv digitale, sono anch’essi fonti di opportunità. Di solito si comincia in uno di questi posti più aperti degli altri e poi ci si fa strada nell’ambiente, conoscendo altri colleghi e sperimentandosi con altre testate.
Se ci si fa assumere, occorre essere preparati a una vita che è contemporaneamente tranquilla e frenetica, con prospettive che tendono a concentrarsi sull’organizzazione produttiva dei giornali, la loro ideazione editoriale, il coordinamento dei collaboratori e in misura diversa a produrre contenuti.
È fantastico. È quella la vera scuola di giornalismo. Quando si guarda come lavora il direttore, il caporedattore o il caposervizio. Come interagiscono con i grafici e i loro art director. Oppure con i photo editor.
Ma a qualcuno può non bastare. E in ogni caso non è l’unico modo per fare i giornalisti. C’è anche la strada, faticosa, angosciante e divertente di restare freelance per tutta la carriera. Non è un’idea sbagliata. Ma bisogna esserci tagliati.
- Continuare come freelance
Nel migliore dei mondi possibile, i giornali hanno bilanci sani, contenuti di valore, velocità e qualità produttiva.
In un mondo così, la progettazione delle pagine e degli argomenti, come la gestione organizzativa della produzione è in mano a uffici centrali competenti e creativi. Mentre i contenuti sono realizzati da specialisti ben pagati sempre a caccia di notizie, di approfondimenti, di analisi e interviste. In alcuni casi questi ultimi sono dipendenti, flessibili, pronti a passare da un argomento all’altro, magari giovani che imparano il mestiere, sempre fondamentalmente artigiano, dagli anziani. In altri casi, i contenuti richiedono una preparazione più specialistica e sono fatti da freelance con una vasta e riconosciuta esperienza.
Ma se il mondo migliore è possibile, non è ancora del tutto realizzato.
Spesso i freelance non sono altro che giovani aspiranti dipendenti, pagati poco, che si occupano di un po’ di tutto. E altrettanto spesso, anziani dipendenti, specializzati in una materia spesso difficile, si sentono poco utilizzati perché il loro argomento preferito non è al centro degli interessi del giornale e per tirare avanti continuano a seguire molti temi coltivando più o meno clandestinamente la loro passione.
Non è un caso.
Il mercato dei freelance in Italia è ancora immaturo. Mancano per esempio agenzie che gestiscano per loro la quantità di pratiche da tenere sotto controllo: dai contratti con gli editori, al controllo dei pagamenti, alla gestione fiscale.
E anche i migliori specialisti, spesso preferiscono restare dipendenti pur di evitare la fatica di gestire autonomamente la propria professionalità. Internet non ha cambiato questo stato di cose.
Del resto, la crisi editoriale e pubblicitaria attuale non facilita il miglioramento della gestione delle risorse intellettuali da parte degli editori.
Casomai la Rete ha reso possibile la ricerca di alternative professionali, come la progettazione di siti e sistemi di comunicazione, l’attivazione di pagine e newsletter personali, l’associazione di produttori di contenuti per diversi media. Strade dure e incerte, anche se talvolta dense di soddisfazioni.
Dal punto di vista produttivo, peraltro, la Rete ha già dimostrato la propria efficacia: rendendo più facile l’interrelazione operativa tra gli uffici centrali e i freelance, facilitando il lavoro di chi non è fisicamente in redazione, migliorando gli strumenti di autopromozione dei freelance.
Gli sviluppi di questo aspetto sono ancora da esplorare in profondità. Ma un fatto è certo: il sistema editoriale avrà sempre più bisogno di qualità e contenimento dei costi e la soluzione di ricorrere ai freelance avrà uno sviluppo significativo.
Per chi vuole correre questa corsa, un avvertimento: non si tratta dei cento metri ma della maratona.
- Farsi conoscere
Qualunque sia la strada prescelta, il modo giusto per cominciare è provare e il modo giusto per avere successo è avere qualcosa di serio da mostrare e farlo conoscere.
Gli iscritti a questo manuale hanno la possibilità di fare tre cose a questo proposito:
• possono contribuire al miglioramento del manuale inviando le loro ricerche di approfondimento al comitato direttivo del corso; se accettati i loro contributi saranno pubblicati nelle successive versioni del corso con la firma bene in vista
• possono aprire un proprio sito, facilissimo da gestire grazie al software di News-Maker e ben poco costoso con il quale pubblicare quello che fanno e farlo conoscere alla Rete
• possono sperare che quello che fanno vedere con il loro sito, partecipando al forum del manuale, proponendo il loro curriculum, sia segnalato dai curatori del corso a giornali che li possono pubblicare.
Per sapere quello che occorre fare, se non lo avete già fatto, iscrivetevi gratuitamente online al club dei lettori di questo manuale e potrete accedere a queste opportunità. I vostri tutor entreranno in azione solo dopo che vi sarete presentati: sembra più che giusto, no?
Ma attenzione: la cosa più importante è pubblicare il proprio sito online. Ma quando partite, non fate un progetto di sito troppo difficile per poterlo poi seguire.
Meglio mantenere quello che si promette, piuttosto che promettere troppo. Ok?
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
Le scuole di giornalismo italiane censite dal «Ducato»: http://www.uniurb.it/giornalismo/giornali/scuolegi.htm
Scuola di giornalismo e nuovi media da consultare: http://www.inms.umn.edu/flash_index.html
Scuole di giornalismo: http://www.ejta.nl, http://www.ejc.nl, http://www.cjr.org, http://www.journalism.umd.edu e molte altre importanti e interessanti. E che si trovano facilmente online.
Molte risorse e utili indicazioni per la formazione professionale dei giornalisti si trovano nel sito dell’API (American Press Institute): http://www.americanpressinstitute.org/ e della Reuters Foundation: http://www.foundation.reuters.com/.
Per avere una buona panoramica delle moltissime possibilità di studio per giornalisti in tutto il mondo ecco la stessa voce ‘Journalism/Education/College_and_university’ per cinque diverse versioni regionali di Yahoo:
http://dir.yahoo.com/News_and_Media/Journalism/Education/College_and_University/
http://uk.dir.yahoo.com/news_and_media/journalism/education/college_and_university/
http://fr.dir.yahoo.com/actualites_et_medias/journalisme/enseignement_et_formation/ecoles/
http://de.dir.yahoo.com/nachrichten_und_medien/journalismus/ausbildung_und_beruf/hochschulinstitute/
http://es.dir.yahoo.com/medios_de_comunicacion/periodismo/educacion_y_formacion/
QUINTA PARTE - Prospettive del giornalismo online
5.1. - Economia del giornalismo online
- Il dilemma del bene esperienza
«Gli economisti definiscono bene esperienza il bene del quale i consumatori possono giudicare il valore solo dopo averlo consumato». È la classica definizione, riportata anche da Carl Shapiro e Hal Varian nel loro «Information rules».
Non è dunque facile vendere un bene esperienza. Tutti i beni sono così al momento in cui vengono lanciati per la prima volta sul mercato. Ma i giornali lo sono tutti i giorni, o meglio, a tutte le edizioni.
Come faccio a sapere se la copia di oggi del «Corriere della Sera» vale per me 90 centesimi? Devo leggerlo e poi lo saprò. E lo stesso è vero nel caso dei giornali online: una visita vale il tempo che le dedico? Devo inviare il browser sul giornale, leggere e poi lo saprò.
Il punto di riferimento del marketing di un bene esperienza come il giornale è dunque la testata. L’obiettivo è abituare il lettore ad avere fiducia in una testata, a pensare che sotto quella testata ci saranno probabilmente contenuti che vale la pena di consultare.
Il centro del marketing del giornale, online od offline, è sempre mantenere quello che si promettere. Si deve imparare a dichiarare che cosa si fa, quale servizio si offre, e poi si deve realizzare.
Una quantità enorme di siti hanno promesso più di quanto potevano umanamente mantenere. Il boom speculativo del periodo 1998-2000 è stato da questo punto di vista un disastro. Anche perché tutto l’insieme delle pubblicazioni online ha perso terreno sul piano finanziario e pubblicitario.
Non invece dal punto di vista del numero dei lettori. E da questo dato occorre ripartire.
Il popolo della Rete è ormai arrivato a 655 milioni di persone. Continua a crescere e a consumare più banda di trasmissione. La quantità di bit che viaggiano in Rete aumenta. Non solo perché aumentano gli utenti ma anche perché fanno cose più complesse.
La società di ricerche Idc prevede che il volume del traffico Internet generato dagli utenti finali nel mondo raddoppierà ogni anno per i prossimi cinque anni. Oggi ogni giorno viaggiano in Rete 180 di petabit (milioni di miliardi di bit). Nel 2007 viaggeranno 5.175 milioni di miliardi di bit al giorno.
Per quell’anno, dicono all’Idc, la quantità di dati contenuta nell’intera biblioteca del Congresso americano si sposterà in Rete 64 mila volte al giorno. E i consumatori conteranno per il 60 per cento di questo traffico, mentre le aziende ne genereranno il restante 40 per cento.
Il numero degli utenti dei giornali online è in costante aumento. In Gran Bretagna il sito della «Bbc» attrae regolarmente due milioni di visitatori unici al mese. Il «Guardian» ha raggiunto un milione di visitatori unici al mese. E ci sono mezzo milione di visitatori dalla Gran Bretagna per «Cnn.com», «Ft.com» e «Telegraph.co.uk».
Anche in Italia, i giornali online stanno aumentando le pagine visitate costantemente. E la qualità del comportamento dei visitatori sta migliorando nel tempo: più selettivi, più costanti, più attenti. È il migliore dei mondi possibili, salvo che non si sa bene come far pagare il servizio.
Ma è impossibile, oggettivamente, pensare che un giornale la cui testata abbia dimostrato nel tempo una buona credibilità verso i lettori, abbia accresciuto la sua notorietà nel pubblico, abbia dimostrato di avere una squadra di giornalisti e collaboratori solida e capace, non riesca a trovare un modello di business tale da stare in piedi. Certo, non è detto che questo avvenga in ogni caso e per sempre: ma almeno per un periodo adatto a fare il discorso per il quale è stato progettato.
- Gratis, abbonamento, pay per use, pubblicità
I modelli di business continuano a costituire un rebus per i contenuti pubblicati in Rete. Visto che le compagnie telefoniche si rifiutano di pagare una quota del traffico generato dalla consultazione dei siti di contenuti (anche se in fondo sarebbe giusto lo facessero perché la gente usa Internet anche per andare a usare i contenuti che vi si trovano pubblicati), non resta che analizzare il comportamento della pubblicità e dei lettori disposti a pagare per i contenuti.
La pubblicità è un tema apparentemente semplice. Quando il costo contatto è conveniente gli inserzionisti pubblicitari pagano. Altrimenti no. Ma purtroppo non è solo così. Anche la qualità del medium, la percezione che il pubblico ha di quel medium, il fatto che il medium faccia parlare di se e pesi nel dibattito, sono a loro volta elementi che fanno scegliere per accettare o rifiutare un’opportunità di investimento pubblicitario anche a parità di condizioni per quanto riguarda il costo contatto.
E in effetti, il costo contatto di Internet è oggettivamente bassissimo, oggi. Ma i pubblicitari sembrano convinti che la Rete non sia più attraente come medium. Si ricrederanno in futuro. Per ora non sembrano in procinto di cambiare idea. E questo è un bene, da un certo punto di vista: stimolano i produttori di contenuti a realizzare strumenti informativi per i quali la gente abbia voglia di pagare. I giornali si pagano in edicola: perché non dovrebbero essere pagati anche in Rete?
Certo: non nella versione che si offre gratuitamente (cercando gli inserzionisti pubblicitari). Si deve offrire qualcosa di più. «Le Monde» ci riesce: una versione è gratuita in Rete, un’altra a pagamento. «The Wall Street Journal» ci riesce ancora di più: non esiste una versione gratuita online, ma solo quella a pagamento.
Del resto, il quadro del mercato dei contenuti online si va precisando. E arricchendo di dati.
La Online Publishers Association e la Comscore calcolano che la spesa in contenuti a pagamento online in America sia arrivata a 1,3 miliardi di dollari nel 2002.
Si tratta di un aumento del 95 per cento rispetto all’anno precedente.
I contenuti a pagamento che hanno fatturato di più sono stati i piccoli annunci, le informazioni economiche e l’entertainment. I piccoli annunci hanno superato le altre categorie nel corso del 2002. In totale le tre categorie principali valgono il 63 per cento dell’intero mercato. Il numero assoluto di consumatori che comprano contenuti online è passato dai 10 milioni del 2001 ai 14,3 milioni del 2002.
Il modello di pagamento più popolare è l’abbonamento annuale, che vale il 41 per cento del mercato. I micropagamenti, da meno di 5 dollari, sono aumentati del 707 per cento ma rappresentano ancora meno dell’1 per cento del mercato.
I siti che hanno fatturato di più con i contenuti nel 2002 in America sono stati:
1. Yahoo.com
2. Match.com
3. Real.com
4. Classmates.com
5. Wsj.com
Secondo Idc, poi, la spesa per contenuti online nel mondo è arrivata a 50 miliardi di dollari nel 2002. E la società di ricerche prevede che il mercato salirà a 108 miliardi per il 2006.
Dunque, non è vero che i giornali online non possono trovare fonti di reddito all’infuori della pubblicità. Del resto, non sono solo le entrate dirette a contare: si sa che il «New York Times» è riuscito ad aumentare gli abbonamenti alla versione cartacea usando con successo il servizio offerto sul sito in chiave di marketing. E si sa che il «Washington Post» usando la Rete si è riuscito a trasformare in una sorta di agenzia di notizie multimediale per media diversi dal cartaceo e territori diversi da quello di Washington. E «La Repubblica» in Italia ha cominciato a vendere una versione online del giornale. Mentre il supporto della piattaforma di K-solutions per vendere il contenuto di un giornale online sta rendendo questo tipo di progetti sempre più realizzabile.
In generale, chi usa un giornale online tende a mantenersi fedele alla testata anche offline. Questo, almeno, è il comportamento rilevato da uno studio della Online Publishers Association: la ricerca ha consentito di osservare che il 56 per cento degli utenti di un servizio online impara a usare lo stesso servizio anche offline. Cioè: chi scopre un giornale online, tende in una maggioranza di casi ad acquistare anche la versione cartacea. Lo studio conclude che l’attività online di una testata aggiunge un valore significativo alla testata offline.
Certo, bisogna anche progettare i giornali online in modo che incontrino le abitudini dei lettori. Se andando in macchina al lavoro sentono la radio e se la sera guardano la tv, è ormai chiaro che nelle ore d’ufficio sono molto orientati a consultare Internet. E dunque le notizie dei giornali vanno pubblicate in quella fascia oraria con particolare attenzione e dedizione al target. Lo ha dimostrato uno studio della Online Publishers Association.
Sarebbe dunque sbagliato per qualunque giornale pensare di non pubblicare la versione online. Sarebbe peraltro sbagliato anche pubblicarla pensando di fare un guadagno finanziario, di puntare tutto sulla pubblicità, di tagliare i giornalisti in attesa di tempi migliori e di non progettare servizi contenutistici a pagamento.
Ma c’è anche un guadagno sicuro della pubblicazione online dei giornali in versione gratuita (intesa come ampio sottoinsieme di quanto i giornali stessi potrebbero pubblicare a pagamento): e si tratta del contributo alla conoscenza dell’insieme dei giornalisti del mondo. Non è una dichiarazione idealistica, ma un dato di fatto molto pratico. La produttività dei giornalisti, la loro capacità di produrre articoli di qualità, è nettamente migliorata (nettamente!) da quando possono confrontarsi online con il lavoro altrui. Leggono online i giornali stranieri, confrontano le proprie notizie con quelle pubblicate dagli altri, si informano meglio sul background delle notizie... tutto questo è un miglioramento nella qualità e nella produttività del sistema produttivo giornalistico che è possibile solo se tutti danno il loro contributo alla comunità giornalistica nel suo complesso. I giornali che non abbiano una versione online, per essere coerenti, non dovrebbero neppure andare a leggere le informazioni che gli altri giornali pubblicano online. Se invece lo fanno dimostrano che la pubblicazione degli altri a loro serve: perché non pensano che ai giornalisti degli altri giornali servirebbe leggere anche il loro contributo alla conoscenza comune?
http://www.debiase.com
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Riferimenti:
Carl Shapiro e Hal Varian, Information rules. Le regole dell’economia dell’informazione, Etas, Milano, 1999.
Le fonti delle ricerche statistiche citate: http://www.comscore.com, http://www.idc.com, http://www.nielsen-netratings.com, http://www.nua.com, http://cyberatlas.internet.com, http://www.online-publishers.org
5.2. - Ipotesi sul futuro
5.2.1 - Le piattaforme in arrivo: banda larga e video online, Internet mobile
La velocità di caricamento dei contenuti pubblicati online è destinata ad aumentare vistosamente e con continuità nel tempo. Tutta l’attenzione che in passato si è dedicata alla produzione di pagine leggere sarà in futuro dimenticata. E sostituita dal gusto. Per arrivare si spera comunque a pagine leggere. Ma non per motivi strettamente tecnici, quanto per effetto di una cultura che Internet sembra privilegiare: la parola sull’immagine, la ricerca attiva sulla ricezione passiva.
Contemporaneamente, la banda di accesso in mobilità è destinata ad aumentare. Ma i due fenomeni convergeranno solo se ci sarà anche una ridefinizione del ruolo degli operatori mobili: dovranno capire che la diffusione dell’uso della loro tecnologia sarà tanto maggiore quanto più lasceranno libera la pubblicazione anche sulla rete mobile. Oggi, non è certo vietata: ma è talmente penalizzata che i consumatori quasi non riescono a capire come accedere ai contenuti che non sono strettamente quelli proposti dagli operatori.
Sta di fatto che una fioritura di nuovi terminali in grado di soddisfare tutte le esigenze ergonomiche e pratiche dell’accesso, in chiave mobile e fissa, con architetture formate da piccole reti personali di oggetti dedicati, con meno fili e più performance, è una prospettiva estremamente realistica. Le interfaccia saranno vocali e testuali, i costi saranno elevati o limitati, i display saranno giganteschi o piccolissimi...
Inutile andare troppo oltre. La proiezione della tecnologia nel futuro è sempre difficile. Ma un fatto è certo: la connettività aumenterà e aumenterà la varietà e comodità degli strumenti di accesso. Dunque per i giornali digitali le prospettive sono sempre più interessanti.
Anche perché le nuove piattaforme saranno costruite in modo da garantire anche un sistema di pagamenti per i contenuti. Modellato sul sistema dei contenuti accessibili con le reti mobili. In sostanza, si potrebbe immaginare di avere la modalità radio-televisiva come una sorta di vetrina veloce di un servizio di informazione mobile istantaneo e leggero e, contemporaneamente, di un servizio fisso ricchissimo di contenuti. Come già oggi, in effetti, avviene in alcuni casi particolarmente avanzati (basti pensare alla Cnn).
Non ci sarà dunque alcuna sparizione di media. Ci sarà piuttosto una relazione sempre più stretta tra i diversi media, intesi come canali di accesso alle competenze di redazioni sempre meno legate al linguaggio specifico di un medium ma sempre più orientate a coltivare la loro competenza tematica e la loro credibilità.
- Il nuovo giornalismo online
«Nella società dell’informazione conta di più il denaro o l’informazione?» è la domanda di «Panorama» a Bill Gates, leader della Microsoft. Che risponde, non senza una, per lui, inconsueta esitazione: «Il denaro è una forma di informazione». Risposta corretta anche se piuttosto tecnica. Per essere più originale, avrebbe potuto pure dire il contrario: «L’informazione è il nuovo denaro». In ogni caso, appare chiaro che Gates di questo genere di informazioni ne ha più dei giornalisti.
Ma se l’informazione si muove come il denaro, il suo valore si muove come la borsa. L’audience dei servizi giornalistici trasmessi in tv, la quantità di clic sui pezzi pubblicati online, appaiono come una misura immediata del peso dei loro autori e dei contenitori che li ospitano. E le notizie di agenzia che fluiscono sui terminali dei trader delle grandi banche tendono a influire direttamente, immediatamente, sui movimenti dei titoli quotati, finendo col diventare denaro e non solo un suo analogo.
Eppure, l’immediatezza potrebbe diventare la principale causa di crisi del giornalismo tradizionale. L’ipotesi è troppo forte? Forse. Ma l’immediatezza è potente quanto ambigua: è l’annullamento del tempo che intercorre tra un fatto e il suo racconto, ma è contemporaneamente la riduzione del ruolo del mediatore. Il filmato del secondo aereo che si abbatte sul World Trade Center di New York, trasmesso in diretta in tutto il mondo è una notizia gigantesca ma il suo autore ha un ruolo più di operatore che di mediatore. Con tutto il rispetto, non è troppo diverso dal servizio che fa l’occhio elettronico di una webcam puntata sull’angolo della strada, e costantemente connessa a Internet, che per caso intercetta un fatto come il mitico «uomo che morde un cane».
Conseguenza diretta: nella diffusione dirompente dell’immediatezza c’è l’origine del cosiddetto «information overload», il sovraccarico di informazioni che investe la società e le singole persone e che trasforma le notizie in commodity. Perché tanto meno c’è mediazione tanto meno c’è selezione. In queste condizioni, si trasmette tutto il presente che si riesce a registrare. Il singolo pezzo perde valore. E ne acquista casomai il contenitore, o meglio l’interfaccia, il brand e la quantità di utenti del contenitore. Questo causa qualche disequilibrio.
Un tempo la definizione di giornali e giornalisti erano tautologiche. Erano giornali quei prodotti vagamente periodici che erano fatti da giornalisti. Ed erano giornalisti coloro che facevano i giornali. L’informazione, con una evidente forzatura del linguaggio comune, tendeva a coincidere con il servizio reso dai giornali. Il ruolo di editori e giornalisti era quello di operare una mediazione tra fonti dell’informazione e pubblico. Certo, la realtà si incaricava spesso di mettere in discussione la teoria: per le commistioni di interessi di molti proprietari delle case editrici e per la vaghezza deontologica di molti aspetti del mestiere giornalistico. Ma almeno la retorica era semplice. Il cronista racconta i fatti, si diceva. I più sottili dicevano che li interpreta. I più critici dicevano che li crea. In ogni caso, il ruolo delle persone era riconoscibile. Oggi lo è solo quello dei personaggi.
La questione si è fatta più complessa. L’informazione è diventata la materia prima dell’economia della conoscenza. Nuovi editori, nuovi ruoli per gli editori tradizionali, nuovi diritti d’autore, nuovi sistemi di accesso, nuova pubblicità: il sistema è sottoposto a sollecitazioni dirompenti. Molti sembrano pensare che l’informazione sia una faccenda troppo importante per lasciarla in mano ai giornalisti. I quali peraltro hanno difficoltà crescenti a tenere in mano quel pubblico che, solo in Italia, ormai passa 150 milioni di minuti al giorno a consultare Internet, seguendo percorsi mediati da macchine, directory e persone di molti mestieri diversi.
Finita la tautologia giornali, giornalismo, giornalisti, la storia dei contenitori e dei mezzi si è separata da quella dei singoli produttori di contenuti e dei singoli brani di contenuto. Così il giornalismo appare ormai una pratica in cerca di una nuova teoria. E i giornalisti sono artigiani alla ricerca della propria arte.
- Contenitori e contenuti
I contenitori sono stati sottoposti a sollecitazioni straordinarie dall’avvento dei nuovi media digitali e interattivi. Rapidamente si sono susseguite, in parte sovrapponendosi, tre fasi: la scoperta, sulla scorta dei pensatori dell’avanguardia digitale; l’esaltazione, con il tema del denaro speculativo a farla da padrone; lo scoppio, con una depressione esagerata quanto l’euforia precedente.
All’inizio del boom, dunque, tra il 1994 e il 1997, l’impatto delle avanguardie internettiane è stato fortissimo. I newsgroup e le bacheche elettroniche facevano pensare all’informazione autogestita, nella quale il pubblico e i produttori di contenuti si confondevano, per rigenerarsi in comunità di interessi. Il browser gratuito dell’allora studente universitario Marc Andreessen, che si è diffuso sulla Rete come un virus perché rendeva molto facile leggere gli ipertesti scritti, altrettanto facilmente, nel non esoterico linguaggio html, faceva pensare al crollo delle barriere economiche alla pubblicazione, sollecitando l’ipotesi di una disintermediazione dell’editoria e una relazione più diretta tra autori e pubblico. Le guide e i motori di ricerca, come Yahoo! e Altavista, aprivano la strada dei portali, contenitori completamente nuovi, proiettati a rispondere in modo personalizzato all’«information overload».
I modelli di business inventati per supportare queste novità, sulla base dell’ipotesi di una crescita esponenziale di qualunque dato quantitativo connesso alla Rete si sono presto trasformati in grandi pregiudizi positivi, alimentando un consenso assoluto sull’idea del loro destino di successo: questo ha reindirizzato velocemente (troppo velocemente) molte iniziative internettiane dalla vendita di servizi alla vendita di azioni in borsa, con la conseguenza, descritta mille volte, della Grande Bolla.
Lungi dall’avere effetti meramente finanziari, lo scoppio della Bolla ha annullato in pochi mesi una enorme quantità di piani di business, quindi di investimenti e posti di lavoro. Cosicché nell’immaginario collettivo Internet è stata identificata con un fenomeno futile e dannoso come la speculazione finanziaria. A sopravvivere sono stati in generale i progetti di riorganizzazione interna dei grandi gruppi che erano nati con una logica più lontana dalla speculazione, oltre ai pochi nuovi soggetti economici che avevano trovato un chiaro successo di mercato su Internet e che magari avevano fatto in tempo a finanziarsi in borsa.
Nel corso di sette anni si è così passati dall’esaltazione di poche minoranze, all’euforia di massa, alla stanchezza generalizzata sul tema. Con il ritorno in minoranza degli innovatori.
Questi peraltro continuano a lavorare. E non cessano di vivere a un ritmo estremamente veloce. Perché le tecnologie delle quali hanno fatto i loro strumenti non smettono di cambiare e trasformarsi, aprendo continuamente nuovi fronti competitivi. A spingere sull’acceleratore dell’innovazione per i contenitori, oggi, sono i temi della sicurezza, del “content management”, della gestione integrata di progetti di marketing complessi, dell’integrazione di contenuti e software applicativo, della privacy, della banda larga, dell’integrazione tra accesso fisso e mobile, della nuova pubblicità, e così via. In sintesi, la tecnologia continua a proporre nuove opportunità, genera nuovi problemi, invita a nuovi investimenti: e sottolinea la possibilità di integrare nuovi linguaggi.
Ma se i contenitori sono frutto di idee imprenditoriali, hanno un impatto decisivo sulla pratica del giornalismo. Perché questo non è che l’interpretazione quotidiana di quelli. E se l’immediatezza è diventata una parte integrante del linguaggio giornalistico, mettendolo in parte in crisi, la velocità di mutazione dei contenitori ha contribuito a far esplodere i parametri di riferimento del lavoro di chi fa informazione.
Il primo problema di una teoria del giornalismo, in effetti, è come muta la percezione del tempo. Del resto, la prima domanda del giornalista è sempre stata: quando? Ebbene: da quanto si è detto, si deduce che la funzione di questa domanda sta cambiando. Ma ci si deve domandare se questo avviene in modo corretto. O per lo meno se sta avvenendo in modo comprensibile. L’idea che l’immediatezza dell’informazione sia un valore sistematico del giornalismo va presa criticamente: è vero che il servizio giornalistico deve attrezzarsi per accelerare costantemente il suo prodotto se è vero che la realtà sulla quale informa, a sua volta, accelera. Ma è maggiormente vero che, più che la realtà, ciò che accelera è la percezione della realtà. E la struttura dei contenitori influisce pesantemente sulla percezione della realtà.
Il ritmo del mezzo ha un’influenza sulla percezione del ritmo del referente del messaggio. Come dire: se il giornale deve uscire e non ho una notizia sull’argomento che interessa, è meglio costruire una notizia piuttosto che lasciare un vuoto. Il che fa parte del mestiere. Ma nel passare da ritmi quotidiani a ritmi più incalzanti il fenomeno punta, appunto, all’immediatezza con la conseguenza della crisi della mediazione giornalistica e l’esaltazione della mediazione dei contenitori. Con una variante anche più insinuante: la mediazione del contenitore si può incarnare in una persona che diventa personaggio e la cui funzione è quella di interpretare il contenitore diventandone il simbolo sintetico. A quel punto, paradossalmente, è raggiunto il massimo della deresponsabilizzazione dell’individuo.
Già la diretta televisiva aveva impostato la questione in termini di immediatezza: più definibile come servizio nel caso della trasmissione di una partita, meno facilmente definibile in altri casi, più votati alla costruzione di notizie, come i talk show che non raccontano ma determinano dibattiti, per esempio politici, altrimenti inesistenti. Ma il boom di Internet ha introdotto un nuovo motivo di accelerazione della velocità percepita: perché la Rete ha tolto di mezzo il racconto del reale organizzato intorno a un palinsesto lineare tipico della televisione, sostituendolo con un menu di fenomeni simultanei.
Ma se questo fenomeno proseguisse senza correzioni, le conseguenze sul mestiere dei giornalisti sarebbero importanti. E in parte si possono già vedere nei fatti: giornali senza giornalisti, come i notiziari dei portali, con un pubblico più numeroso dei giornali fatti da professionisti; giornalisti che si trasformano, assorbendo sempre di più ruoli operativi; giornalisti mutati in personaggi che leggono un copione scritto da sceneggiatori non necessariamente dotati di esperienza giornalistica, fino a personaggi che più semplicemente interpretano un ruolo che assomiglia a quello dei giornalisti assorbendone le funzioni dal lato della relazione con il pubblico senza minimamente influire sul lato della relazione con le fonti.
- Nuovi ruoli per i giornalisti?
Ma il destino dei giornalisti non è necessariamente quello di subire il dominio dei contenitori. Non è una regola, ma a fare la differenza dal punto di vista qualitativo nei nuovi contenitori informativi è stato molto spesso il contributo di persone con un’esperienza da giornalisti: a KataWeb, a Tiscali, a Virgilio, a Msn, a CiaoWeb, e così via. Intendiamoci, i giornalisti non hanno certo potuto salvare imprese nate male a causa di culture aziendali sbagliate, ma in generale hanno portato un valore editoriale chiaramente riconoscibile ai servizi. La responsabilità di chi fa questo mestiere è quella di rendersene conto: capire quali sono i reali punti di forza del mestiere da valorizzare e trovare la strada per influenzare i fenomeni mediatici.
Ma ci vuole un progetto. E si devono vedere le strade per realizzarlo.
Le ipotesi di soluzione che si intravedono in proposito sono due: 1. Il ruolo giornalistico si estende, abbraccia compiti che un tempo si potevano definire tipici dei tecnici, dei tipografi, degli ingegneri, dei consulenti d’azienda e dei progettisti di modelli di business contenutistici; 2. Il ruolo giornalistico si precisa, alla ricerca di un’identità professionale che le sollecitazioni strutturali tendono costantemente a mettere in crisi. Entrambe le ipotesi sono realistiche. E probabilmente entrambe possono verificarsi.
L’estensione del mestiere dei giornalisti è nei fatti. E visto che la logica dei contenitori assume una importanza crescente, visto che già oggi alcuni giornalisti hanno dimostrato di poter contribuire alla costruzione dei contenitori, allora tanto vale occuparsene con una teoria forte. La mediologia che si va sviluppando ai confini tra storia e antropologia appare in proposito una disciplina da seguire. Ma se ci fosse solo questo fenomeno, però, l’identità professionale sarebbe destinata a sparire in brevissimo tempo.
Partecipare alla progettazione dei contenitori, dei flussi logici della comunicazione, della gestione dell’informazione, del rapporto tra linguaggio, target e mezzo di trasmissione, fa parte del futuro del giornalismo. Come, certamente, ne fa parte l’osservazione delle trasformazioni che agitano gli editori tradizionali, la nascita di nuovi editori e la presa di coscienza della dimensione mediatica di qualunque attività imprenditoriale. E tenere d’occhio la nuova pubblicità, impossibile da cacciare indietro, e a sua volta costretta a inseguire le tradizionali tecniche intrusive ma anche a ricercare nuove soluzioni per inserirsi (o insinuarsi) nei luoghi dell’informazione interattiva. Capire, infine, quali sono i meccanismi per cui i prodotti giornalistici vengono trattati da commodity quasi senza valore e da pagare una miseria, e quali sono le strade per valorizzarli e garantire pagamenti decenti per i contenuti che li meritano.
Insomma, interrogarsi sull’identità dei giornalisti, man mano che queste nuove dimensioni della professione andranno avanti, diventerà sempre più necessario. Perché la complessità, crescente, è il lato buono della confusione.
Compito non facile, quell’interrogarsi. Non abituale per chi fa un mestiere che predilige la pratica alla teoria. Le risposte tradizionali, in effetti, non sono tutte completamente giuste. Il giornalista è il testimone dei fatti? Ma questa funzione tenderà fatalmente a concentrarsi nelle agenzie, giganti mondiali in grado di fare economie di scala nella distribuzione e commercializzazione, mentre i pochi grandi giornalisti continueranno a firmare i loro pezzi straordinari, eccezioni destinate a non diventare mai la regola. Il giornalista è il messaggero? Può darsi, ma lo è insieme a mille altre categorie che parlano pubblicamente, supportate dalla moltiplicazione dei media e delle funzioni mediatiche dei prodotti e dei servizi. Il giornalista è mediatore tra fonti e pubblico, è interprete, scopritore e semplificatore di fenomeni complessi? È un ruolo che si trasforma con la trasformazione dei fenomeni stessi.
Come cogliere in tutto questo la strada per definire meglio l’identità professionale dei giornalisti? Di sicuro, nessun contratto potrà regolare queste mutazioni senza tentare di fermarle. Ci vuole di più di un contratto: se è vero che “content is king”, è anche vero che la Rete è ormai, finalmente, una Repubblica. E non oligarchica. Dunque, forse, ci vuole una carta costituzionale.
Ma questa non arriverà presto. E nel frattempo il bisogno di un’identità si farà sempre più urgente.
Allora, in mancanza di una Costituzione dei giornalisti, in grado di accompagnare le trasformazioni cui la categoria da anni fa fronte quasi preparandosi ad affrontare cambiamenti ancor più drastici, si può tentare un’ipotesi di identità, intuita più che definita.
Ebbene, partiamo ancora dal confronto con il passato. Un tempo, i flussi di notizie scorrevano come un fiume la cui sorgente, i cui argini e il cui sbocco al mare erano quasi completamente sotto il controllo di giornalisti. Oggi le notizie sono un diluvio, il territorio ne è sommerso, i giornalisti non controllano nulla. Al massimo raccolgono brani di un fenomeno gigantesco. Ma hanno una pratica. E questa pratica è diventata una scuola.
E questo elemento innegabile è parte dell’identità del giornalista. È uno che ha fatto una scuola, un apprendistato, specializzandosi nel trattamento dell’informazione.
È giusto dire che ci vuole più formazione giornalistica. Ma è ancora più giusto studiare e valorizzare la qualità formativa della pratica giornalistica. Se la prassi delle grandi organizzazioni ha ormai compreso che esiste una funzione di marketing e una di comunicazione, in futuro deve comprendere che esiste una funzione mediatica: capace di tenere insieme le qualità mediatica intrinseca in ogni prodotto, la semplicità dei messaggi, l’interesse del pubblico. E nei giornali, nelle grandi aziende editoriali, riconoscere questo indispensabile elemento formativo dell’attività giornalistica può diventare una nuova prassi della cosiddetta gestione delle risorse umane: un recupero, modernizzato, del rapporto tra esperto e apprendista tipico di quando il giornalismo era ancora artigiano. Si tratta potenzialmente di un forte fattore motivazionale. Soprattutto se aprisse la strada, accennata poc’anzi, di una serie di mestieri non necessariamente legati alla fattura di giornali (concetto il cui significato si va, appunto, confondendo).
Internet, in tutto questo, sarà il fenomeno decisivo. Di Internet si è parlato molto come di un nuovo medium. Non abbastanza come piattaforma che gestisce l’elemento mediatico di ogni prodotto e servizio. Sulla scorta dei suggerimenti di Tom Siebel, se ne parla sempre più spesso come di supporto per l’organizzazione di una relazione multicanale con il pubblico. Il fondatore della Siebel, leader nelle soluzioni software per l’e-business, sostiene che pur essendo innegabile il ruolo di Internet come medium, le sue potenzialità sono molto più rilevanti se lo si considera come uno strumento per aprire le aziende (editoriali e non) alla relazione con il pubblico in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti gli orari che fanno comodo al pubblico stesso. Perseguendo questo scopo, però, la relazione tra azienda e pubblico viene incanalata attraverso uno strumento che, mentre “serve” , comunica e ascolta. Una banca che adotti la filosofia di Siebel, per esempio, usa Internet per aprire i suoi sportelli virtuali 24 ore su 24 e senza limiti di localizzazione e per supportare l’attività delle filiali fisiche con attività operative o di marketing: ma nello scegliere la Rete per tutto questo finisce con l’aumentare notevolmente l’interazione con i clienti attraverso un mezzo di comunicazione. Questo significa che l’attività editoriale, o mediatica, della banca aumenta in maniera importante. Insomma: Internet non è solo un nuovo medium, ma è anche la piattaforma per la mediatizzazione di qualsiasi attività che implichi una relazione tra un’organizzazione e un pubblico.
I suoi effetti futuri non sono ancora chiaramente percepibili: anche perché la Rete è una realtà che cambia costantemente e i suoi nodi si moltiplicano e si trasformano ogni minuto. Dal punto di vista tecnologico, ovviamente, ma anche sotto il profilo della capacità di produrre significati, di creare nuovi linguaggi, di cambiare le abitudini di accesso del pubblico all’informazione. Non si è ancora stabilizzato il fenomeno di Internet via personal computer e già si apre il tema dell’accesso con un telefonino o con un palmare. In attesa di veri navigatori per auto in grado di collegarsi alla Rete con un interfaccia vocale. E di strumenti futuribili come la carta digitale e i computer da indossare. L’accelerazione dei tempi sembra già profonda, ma la simultaneità dei contenuti ne moltiplica l’effetto sulla percezione del tempo. A sua volta moltiplicata dalla contemporaneità di diverse dimensioni della comunicazione: da uno a molti, da uno a uno, da pochi a pochi, da molti a molti, e così via.
La complessità è destinata ad aumentare. Chi ha fatto quel mestiere-scuola che chiamiamo giornalismo ha contribuito ad alimentarla. L’”information overload” è anche una sua responsabilità. Ma può diventare il nuovo terreno del suo ruolo sociale. Una nuova forma di mediazione, intellettuale, impossibile da sostituire con software per la personalizzazione dell’accesso all’informazione. Perché questa è priva di un contenuto interpretativo.
In tutto questo c’è uno stimolo straordinario alla creatività. E al ripensamento delle forme e degli strumenti del giornalismo. Se quella di Internet fosse davvero una rivoluzione, il suo slogan un po’ francesizzante potrebbe essere: libertà, velocità, comunità. Ma ogni rivoluzione ha bisogno dei suoi intellettuali. Altrimenti è solo una rivolta.
Una conclusione non può che essere una sorta di rimando a un necessario approfondimento su ciascuno dei tre elementi di questo slogan. Forse “velocità” è il più urgente: se “libertà” e “comunità” sono parole che la storia ha ingombrato di ambiguità lasciandole peraltro dense di significati positivi, “velocità” ha assunto connotati alternativamente accettabili e insostenibili. Accettabili, persino affascinanti, nei periodi in cui prevale il modernismo, l’estetica della macchina e il mito del progresso, insostenibili quando le circostanze invitano a riflettere. Il tema della “velocità” non è altro che quello del tempo e della molteplicità dei suoi ritmi. A tale molteplicità si deve adeguare un giornalismo che voglia essere completo. Solo così esso può estendere la propria capacità di raccontare: sia ciò che accade in un lampo e va registrato subito, sia di ciò che dura a lungo e va assorbito con calma. Un giornalismo che subisse solo il ritmo breve finirebbe con il perdere la propria funzione. E in tutto questo Internet, per struttura, è uno strumento utilissimo: perché il tempo di Internet non è né veloce né lento. È simultaneo. Come la realtà.
- Il tempo obbligatorio dei mass media. E l’effetto strutturale di Internet.
«Quando?»: dovrebbe essere una delle domande chiave del giornalismo. Ma lo è soprattutto per il pubblico. Il tempo, per i giornalisti, è quasi sempre una variabile esogena, stabilita dal contenitore: di solito sono i pezzi (e i fatti) che si adeguano alla periodicità e alla tecnologia del giornale. Il contrario è molto più raro e, non a caso, va sotto il nome adrenalinico di «edizione straordinaria».
Tradizionalmente, le conseguenze di questa circostanza sono state tutt’altro che irrilevanti. La gerarchia delle notizie, primo strumento interpretativo dei direttori dei giornali, è sempre stata diversa a seconda della periodicità dei loro «prodotti». La diffusione delle notizie, poi, è stata subordinata all’uscita dei giornali: uno scoop si teneva segreto fino alla pubblicazione se non si voleva favorire la concorrenza. E proprio la periodicità stringente dei giornali è stata spesso considerata una sorta di scusante per le imprecisioni che anche le migliori redazioni si lasciavano scappare. I commenti alle dirette televisive, del resto, tanto difficili da realizzare in modo corretto dal punto di vista informativo e linguistico proprio per la loro contemporaneità all’evento, talvolta sono sembrati indirizzati ad abbandonare il giornalismo per rasentare l’intrattenimento.
La stessa vita quotidiana dei giornalisti era scandita dalla necessità produttive del loro giornale. Di sicuro si esagera ipotizzando che, come c’è un parallelismo tra il sistema della produzione industriale e i mass media, così ci sia dunque un collegamento tra la catena di montaggio e il modo di lavorare dei giornalisti per i grandi media di massa. È pur vero peraltro che si tratta di un’esagerazione comunque tanto diffusa da aver indotto a chiamare «macchina» la parte del lavoro giornalistico più ispirata al taylorismo. Ma al di là di queste visioni estreme, nei giornali tradizionali resta tuttavia, apparentemente insanabile, il conflitto latente tra l’agenda della produzione e quella della ricerca giornalistica. E per ora chiaramente non bastano le soluzioni pragmatiche come la specializzazione di alcuni, soprattutto lavoratori dipendenti, sull’agenda della produzione e la trasformazione in freelance di coloro che si interessano prevalentemente alla ricerca giornalistica (essendo questi ultimi comunque relativamente difficili da gestire per le redazioni tradizionali e gli uffici del personale dei loro editori).
Insomma: sebbene il compito primario dei giornali sia quello di riportare i fatti, non sono i tempi dei fatti a scandire il ritmo e neppure i tempi della scoperta dei fatti. A guidare sono i tempi della produzione dei giornali. Certo, per imporre un’agenda ai fatti, per influire sulla visione del tempo nella comunità di riferimento, i giornali hanno potuto fare ricorso a molti «trucchi del mestiere» dagli editoriali ai reportage, mentre le televisioni hanno creato i talk show condotti da giornalisti che invece di limitarsi a raccontare i fatti si spingevano a crearli. Si è formato così un «tempo virtuale», autoreferenziale, prodotto dal sistema dei media. Il che rafforza (bisogna pur ripeterlo benché sia persino antipaticamente ovvio) l’impressione che il tempo dei servizi giornalistici non sia stato determinato né dai fatti né dalle scoperte dei giornalisti: ma, appunto, dai contenitori e dalle dinamiche che guidano chi li dirige.
Tutto questo non è un fenomeno necessario né tantomeno eterno. Anzi, si direbbe che il modello possa essere messo in crisi dalla trasformazione del sistema dei media che, di fatto, sta avvenendo soprattutto attorno alla digitalizzazione dei sistemi produttivi e distributivi. Internet, tv satellitare, tv digitale terrestre, Adsl, fibra ottica, Gprs, webcam, weblog, e così via possono avere un impatto tecnicamente ed economicamente diverso da quello immaginato qualche anno fa dagli integralisti della convergenza, ma sono indubbiamente fenomeni destinati a modificare in profondità gli strumenti del giornalismo: nei tempi della produzione, della distribuzione, della scoperta dei fatti e del loro racconto. Chiedersi in che direzione possa andare questa trasformazione per poterla magari progettare e guidare è un compito arduo ma ineludibile. Perché i rischi sono enormi quanto le opportunità.
Le opportunità sono essenzialmente sintetizzabili in una liberazione del tempo dei giornalisti dalla periodicità, soprattutto perché il loro lavoro si scioglie nel costante presente della Rete e, quindi, nella possibilità di una maggiore armonia tra il servizio giornalistico e la dinamica dei fatti sociali. I rischi si possono riassumere nella accelerazione e virtualizzazione del tempo giornalistico fino alla sua trasformazione in puro spettacolo, disintermediato o iperintermediato, con una tendenza alla sua completa commercializzazione e alla perdita di spirito di servizio del giornalismo tradizionale. È evidente che opportunità e rischi convivono. E sta a chi fa i giornali la scelta della direzione. Il passaggio chiave è in una più matura interpretazione di Internet: non più solo un nuovo medium che si aggiunge agli altri (o li minaccia), ma anche e soprattutto uno strumento prezioso per riorganizzare il processo produttivo dei giornali e la relazione tra le fonti, i giornalisti esterni, le redazioni e il pubblico. Il tutto coltivando una cultura del servizio giornalistico costantemente innovativa.
- La dinamica del tempo nei nuovi media. Velocità contro libertà?
Le opportunità e i rischi dell’impatto di Internet, in quanto medium, sul tempo del mestiere giornalistico sono sintetizzabili nell’opposizione tra chi considera determinante lo strumento e chi ritiene decisivo il progetto di chi lo utilizza. Nei due casi, la percezione del tempo risulta profondamente alterata.
Se ci si concentra sulla dinamica dello strumento, cioè sulla tecnologia, prevale chiaramente l’idea che tutto sia dominato da un ritmo serratissimo. Il tempo nella Rete infatti, come osserva il sociologo Manuel Castells, appare tanto compresso che tutto il sistema che ruota intorno a Internet sembra vivere in un incontenibile eccesso di velocità. In molti casi appare addirittura condannato all’accelerazione continua: un’impressione avvalorata dalla vasta popolarità della legge di Moore, quella che prevede la crescita esponenziale della capacità di elaborazione dei computer, doppiata dalla legge di Metcalfe, che definisce la crescita esponenziale del valore economico e comunicativo della Rete. La velocità, poi, diventa in breve tempo fretta come dimostrano biblioteche di libri dai titoli dedicati all’affannosa vita della Rete: due classici del genere, godibilissimi, sono Burn Rate di Michael Wolff (1998) e The power of now di Vivek Ranadivé (1999), che esordisce affermando: «La velocità è Dio, il tempo è il diavolo e il cambiamento è l’unica costante». Ma è Castells che nella sua monumentale The Information Age: Economy, Society and Culture dà del fenomeno la sua descrizione più nota: la velocità dell’innovazione tecnologica rende obbligatorio far arrivare al mercato la novità prima che lo faccia qualcun altro, perché si ritiene che nella Rete chi arriva primo schiacci gli avversari e dunque che i veloci battano la concorrenza (sia quella dei loro pari, sia quella dei vincitori di competizioni precedenti che vogliono conservare le posizioni acquisite). Ne consegue che, in questo contesto, la lentezza è un peccato più grave dell’inaccuratezza.
Ma se si estende questa cultura oltre il mondo della tecnologia e la si proclama valida anche per servizi come quelli editoriali, i risultati non sono quasi mai soddisfacenti. Eppure è proprio quello che è successo, spesso, nei primi anni di Internet.
I portali e i servizi giornalistici che sono stati progettati dai tecnologi o, comunque, sulla base delle specifiche dei software di produzione e distribuzione di contenuti in Rete più che in relazione al servizio da proporre al pubblico, sono falliti uno dopo l’altro. Chi li metteva in piedi in fretta e furia, in Italia e all’estero, pensandoli erroneamente soprattutto come soluzioni informatiche e dimenticando la loro qualità di «beni esperienza» (il cui valore si scopre solo dopo averli usati e che dunque non si usano se non in base a una memoria positiva) ha finito col trascurare la qualità dell’informazione proposta al pubblico, pagare troppo profumatamente i consulenti tecnici e svenarsi in campagne pubblicitarie milionarie, con risultati disastrosi.
La storia del giornalismo online è zeppa di questo genere di problemi. Tanto che per alcuni ha finito col coincidere con essi. In molti casi, per esempio, le strategie delle grandi compagnie dei media sono partite dallo strumento e non dal progetto. Fin troppo facile collegare anche a questo genere di errori le uscite di scena (alla metà del 2002) di personaggi eccellenti come Jean-Marie Messier, già chief executive officer di Vivendi, di Robert Pittman, già chief operating officer di Aol-Time Warner e di Thomas Middelhoff già chief executive officer di Bertelsmann. Ne dà conto il recentissimo libro di John Motavalli, Bamboozled at the revolution: una summa persino imbarazzante di episodi che dimostrano come i sistemi decisionali di alcune delle maggiori compagnie media del mondo, di fronte a Internet, si siano lasciati dominare dal problema di conquistare velocemente spazio online più che dalla creazione di un vero progetto per la Rete. Emblematica, per Motavalli, la storia del rapporto tra Gerald Levin, già chief executive officer di Time Warner, e i media digitali: una storia frenetica che comincia nel 1993, con l’insuccesso di una tv digitale interattiva e che prosegue con l’agonia infinita del portale Pathfinder (con buchi per miliardi di dollari). Intanto, siti come quelli di Time e Fortune sperimentavano servizi molto apprezzati dal pubblico ma poco finanziati dall’azienda (non suona familiare anche a molti giornalisti italiani?). Ma la parte peggiore arriva nel finale della storia, quando Levin, alla ricerca disperata di una soluzione per portare Time Warner online, vende tutto il gruppo ad Aol, proprio al picco della crescita speculativa dei titoli internettiani in borsa, bruciando questa volta non decine ma centinaia di miliardi.
È fin troppo facile parlare ora nei termini usati da Motavalli di scelte che, nel momento in cui venivano operate, sembravano a molti commentatori più coraggiose che avventate. Ma sta di fatto che i più grandi successi editoriali in Rete non sono mai arrivati da chi ha pensato a Internet come a un nuovo territorio da conquistare in gran fretta: in fondo, David Filo e Jerry Yang, hanno prima creato un’utile (e allora unica) guida ai siti Web e poi hanno fondato Yahoo! (che ha incontrato problemi in borsa, come tutte le dot-com, ma non ha mai smesso di dimostrarsi estremamente utile al suo pubblico e ha così potuto trovare sempre la strada per uscire dai guai). Insomma: mentre la velocità, nella tecnologia, appare come un elemento strategico fondamentale, nell’editoria non lo è necessariamente. Più importante è la qualità del contenuto e del modo di presentarlo. E la continuità con la quale si garantisce tale qualità.
Certo, questo non significa che si debba evitare la sperimentazione dei nuovi linguaggi giornalistici che la tecnologia consente di utilizzare. Il problema non è quello di rifiutare per esempio le dirette “informative” giornalisticamente disintermediate come quelle che, da Honolulu a Parigi, danno conto del traffico automobilistico o scrutano le strade cittadine con alcune webcam costantemente connesse alla Rete. La cronaca bianca e quella nera si possono solo arricchire dai filmati online che informano sulla coda al ristorante preferito, sulla quantità di gente che si trova nella farmacia aperta più vicina, sulla vita al campus dell’università dell’Oregon o sulla scena dello scippo ripresa dalla webcam installata sulla strada di fronte. E neppure il racconto multimediale di una battaglia in Ruanda, non proprio avvenuta ma ricostruita sulla base di fatti e immagini vere e dunque giornalisticamente iperintermediata. Il problema sorge quando la concezione del tempo alterata dall’eccesso di velocità produce modelli di business per i quali i portali sono fenomeni tecnologici più che editoriali e nei quali dunque ai contenuti viene riservato un budget molto limitato rispetto all’insieme dell’investimento. Questo non è solo frustrante per i giornalisti o i content provider che se ne occupano: diventa purtroppo frustrante anche per il pubblico che in breve tempo si stanca di prodotti nati stanchi. Il rischio in quei casi, non è l’eliminazione della mediazione giornalistica, ma la virtualizzazione del tempo dell’informazione fino alla sua trasformazione in puro spettacolo, con una tendenza alla sua completa commercializzazione priva di spirito di servizio informativo. Se al contrario non è la tecnologia ma il progetto editoriale a tenere in piedi l’iniziativa, il successo prima o poi arriva: commisurato all’intelligenza dell’impegno editoriale intrapreso. I dati sull’afflusso di pubblico ai siti informativi che le società di ricerca registrano in questo 2002 lo confermano.
- La dinamica del tempo nei nuovi media. Il costante presente di Internet
È decisamente ironico: proprio nel momento in cui i media italiani si sono disamorati di Internet, il pubblico ha cominciato a dedicare alla Rete un’attenzione quantitativamente e qualitativamente senza precedenti. I due fenomeni hanno genesi e profondità diverse: il primo è passeggero, il secondo, molto più stabile. Il che è destinato a condurre a una situazione tuttora poco prevedibile.
Sta di fatto che se il valore economico del giornalismo online resta ancora tutto da scoprire, il valore d’uso della Rete per il pubblico e per i giornalisti è ormai completamente dimostrato. Ogni giorno, gli italiani passano 150 milioni di minuti online: si scambiano posta, prevalentemente, cercano siti, fanno operazioni bancarie e prenotano viaggi, ma non mancano di consultare i servizi di informazione. Anzi, il successo di pubblico di siti giornalistici come quello de «La Repubblica», del «Corriere della Sera», de «La Stampa» e de «Il Sole 24 ore» si misura ormai nell’ordine dei milioni di pagine consultate al giorno. La crescita dei lettori di giornali online ormai supera quella di coloro che accedono alla Rete nei paesi più sviluppati, secondo i dati forniti da comScore Media Metrix. E del resto in Europa, dicono le statistiche della Forrester Research, 21 milioni di persone leggono regolarmente il giornale in Rete: complessivamente si tratta dell’8 per cento della popolazione, ma la percentuale è già superiore in Svezia, Italia e Germania. L’Italia, paese che non cessa di lamentare il basso numero di lettori di giornali di carta, è invece superiore alla media europea in quanto ad accesso all’informazione in Rete: qui ben l’11 per cento della popolazione legge il giornale online. Dopo lo svedese «Aftonbladet», l’italiano «La Repubblica» è il giornale che sperimenta la maggiore proporzione in Europa di lettori che accedono sia all’edizione cartacea che a quella online del giornale: il 20 per cento. E senza la temuta cannibalizzazione: segno che (a differenza di quanto pensavano gli editori) i lettori capiscono perfettamente che si tratta di due prodotti ben diversi (infatti, come controprova, non hanno decretato un successo clamoroso per la vendita online dell’edizione in formato elettronico del giornale che sono abituati a comprare in versione cartacea ogni mattina in edicola).
Internet è dunque entrata nella vita quotidiana degli italiani. E vale la pena di indagarne le conseguenze. Perché la Rete ha già modificato in profondità il mestiere dei giornalisti e non solo di quelli che lavorano per pubblicare sul Web. Se i postumi della sbornia speculativa impediscono ai più di fare progetti impegnativi che riguardino il giornalismo online, prima o poi si tornerà a prestare attenzione al tema. E allora, se invece di assumere anche a livello editoriale il tempo della tecnologia si definirà il tempo dell’editoria in funzione del servizio da proporre al pubblico, si arriverà poter cercare nuove espressioni giornalistiche e gradi di libertà superiori a quelli che l’epoca dei mass media poteva concedere.
Internet, infatti, può trasformare completamente il tempo del giornalista: da variabile esogena, può farla diventare una dimensione scelta dal giornalista e dal suo pubblico, magari in funzione dei fatti che il giornalismo deve descrivere (il che sarebbe un bel passo avanti per la qualità del servizio). Questo dipende da alcuni caratteri tipici, e dimostrati, dell’accesso al giornalismo online: 1. simultaneità di accesso alle diverse periodicità giornalistiche; 2. revisione del rapporto contenitori-contenuti; 3. personalizzazione della fruizione delle news.
Su Internet si vive in un costante presente. Il pezzo del mensile, quello del settimanale e quello dell’agenzia si vedono uno accanto all’altro. Come del resto sono uno accanto all’altro i pezzi d’archivio del Corriere e gli ultimi telegiornali de La Sette. Questa vicinanza risulta in una insipida giustapposizione, fino a che le redazioni considerano i pezzi andati online come un sottoprodotto della loro attività principale: ma il pubblico, sempre più interessato ai giornali online, sta guidando la loro trasformazione in servizi dal carattere autonomo e coerente con le sue specificità. Il flusso di notizie è continuo, ma l’archivio è sempre disponibile. Il presente e il passato sono contemporaneamente online. Non solo avviene che il pezzo approfondito e la notizia secca siano accessibili nello stesso momento, ma succede anche che le varie testate e i diversi servizi che esse dedicano agli stessi argomenti siano facilmente confrontabili: i contenitori tradizionali sono inesorabilmente saltati dai motori di ricerca, come Moreover e Presstoday, che riaggregano i contenuti a seconda delle curiosità dei lettori. Lo stesso effetto risulta dai servizi di personalizzazione, agenti elettronici o menu di feed di notizie che gli utenti selezionano per riceverne i titoli su un’unica pagina: nate dall’esigenza di combattere l’information overload, queste soluzioni sono divenute in pratica dei nuovi contenitori che rimandano solo successivamente ai giornali che originariamente hanno pubblicato gli articoli. Internet diventa così una sorta di mega-medium che rende i contenuti accessibili in molti modi e con molte forme narrative.
Il giornalismo onnimediale che deriva da tutto questo, dunque, non è scandito dai tempi di uscita in edicola o in tv, è costantemente accessibile, dunque si deve proporre come costantemente aggiornato: con l’ultima notizia secca come con l’ultimo approfondimento che vale la pena di dedicare a un argomento. Se non lo fa un giornale, il pubblico lo troverà fatto da un altro giornale. La liberazione dalla periodicità editoriale dei mass media e il nuovo ritmo del costante presente vissuto dal pubblico che accede online all’informazione giornalistica, consentono ai giornalisti di ridefinire il proprio rapporto con il tempo, di prenderne possesso e di usarlo come uno strumento a loro disposizione invece che come un dato di fatto.
La ricerca giornalistica dovrebbe trarne vantaggio. Ne può infatti emergere un rapporto con il tempo più libero e profondo, simile a quello degli storici alla Fernand Braudel, che scelgono la durata di riferimento per la loro narrazione in base alle qualità dei fenomeni sociali che descrivono. Braudel, maestro degli storici del Novecento, ha proposto di trattare il tempo come un insieme di tre durate, corrispondenti a tre dimensioni dei fenomeni sociali: la lunga durata, cioè il tempo dei fenomeni strutturali, geografici, ecologici; la moda, il ciclo economico o la congiuntura culturale; l'avvenimento, il fatto che si conclude in se stesso. E la sua analisi va nella direzione di raccogliere i fatti e le teorie che più sono coerenti per rispondere ai problemi posti dalle diverse situazioni che si manifestano nelle diverse durate e nelle diverse dimensioni del sociale. Jean-Noël Jeanneney, nel suo recente “L’Historie va-t-elle plus vite?” offre il suo supporto a questa concezione: sostenendo che mentre la velocità della tecnologia e dell’economia inducono a credere che la storia abbia subito una brusca accelerazione, nella realtà fenomeni che vengono da lontano continuano a modellare il presente e a pesare sul futuro. E se non vengono percepiti, l’analisi del presente e l’immagine del futuro ne risultano distorte.
Per i giornali si apre un’epoca caratterizzata dalla libertà di approfondire le notizie, di scegliere il servizio da promettere al pubblico e di stabilire le regole che si impegnano a rispettare: non è il mezzo che li guida in questo percorso ma la loro identità.
Perché non è certo la quantità di informazione che manca. L’unica medicina contro l’information overload è il servizio giornalistico “facile da usare” ma non per questo meno approfondito: un servizio che si proponga come personalizzabile, costantemente aggiornato su ogni argomento, con un archivio facilmente accessibile per una fruizione legata più al tempo dell’utente che a quello del produttore.
- Il tempo è denaro? Oppure il tempo è vita? Il valore d’uso di Internet
Alla fine la conquista di questa saggezza non potrà che discendere da un’innovazione culturale, forse addirittura etica, riguardante la concezione del tempo che potrebbe emergere nel lungo periodo dall’incontro tra giornalismo e nuovi media. Un recupero della cultura tipica della tradizione internettiana potrebbe in questo senso essere istruttiva: la cultura originale dell’accademia americana dalla quale la Rete ha avuto origine, la cultura della ricerca condivisa, del tempo online inteso come parte della vita e non come puro business potrebbe rimettere con i piedi per terra l’editoria online.
In effetti molti malintesi sui progetti editoriali per Internet si sono sviluppati intorno a una concezione ben poco internettiana del tempo, simile a quella insegnata da Benjamin Franklin nel suo Advice to a Young Tradesman del 1748: «Il tempo è denaro». Un punto di riferimento concettuale chiaramente riduttivo che ha prodotto concetti editoriali riduttivi. Se, invece, il costante presente della Rete parte dalla quotidianità della vita online, dal valore d’uso di Internet, ciò che vi si pubblica entra a far parte di un ecosistema più equilibrato e alla lunga più sensato dell’information overload provocato dalla foga pubblicatoria di chi cerca solo di moltiplicare le pagine disponibili per moltiplicare gli spazi vendibili, riuscendo soltanto a svalutare i listini delle inserzioni pubblicitarie.
In realtà, al di là del crescente numero di visite ai siti Web dei giornali (che peraltro non sono ancora abbastanza apprezzati dagli editori in quanto non producono un grande fatturato), le migliori applicazioni di Internet al giornalismo (per esperienza comune) si trovano nel valore d’uso della Rete per migliorare la vita quotidiana dei giornalisti. E questo si è già tradotto (chiunque lo può confermare) in un miglioramento strutturale del loro lavoro, primo passo di una riorganizzazione profonda del processo di produzione giornalistica. La mail, gigantesco passo avanti nell’efficienza delle comunicazioni, la ricerca di notizie, storie e confronti via Web, la consultazione dell’enorme, facilissimo, archivio di articoli, studi e informazioni enciclopediche della Rete: sono solo alcune delle pratiche divenute in breve tempo quotidianità dei giornalisti, sia degli scettici sia degli entusiasti della pubblicazione sul Web. Pratiche rese tanto più popolari quanto più facile e gratuita è la pubblicazione dei giornali online: il che dovrebbe fare riflettere sul ritorno economico e qualitativo della pubblicazione online. Come nella ricerca accademica si pubblica gratuitamente per favorire la ricerca di tutti, così di fatto è avvenuto nel giornalismo: il che ne ha migliorato la produttività. Ma il sistema funziona se tutti gli utenti portano il loro contributo: un tempo si parlava di shareware, poi si è parlato di peer-to-peer. In realtà si tratta sempre della condivisione del sapere.
Il tanto ricercato modello di business della pubblicazione giornalistica in Rete ha dunque un punto di partenza che è sotto gli occhi di tutti: è nel valore d’uso di Internet che migliora la produttività del tempo del giornalista. Un fenomeno che peraltro non è ancora gestito con sufficiente progettualità. E ancora una volta questo produce rischi importanti quanto le opportunità.
A questo proposito, tecnicisticamente, molti hanno parlato di Internet come di uno strumento capace di liberare il tempo del giornalista dalla costrizione della redazione tradizionale e dell’avvento di un tempo di lavoro più flessibile. In questo caso, ovviamente, si tende a sopravvalutare lo strumento e a sottovalutare il fatto che la vita dei giornalisti è sempre stata più flessibile di quella della maggior parte degli altri impiegati (delle aziende editoriali e non). Del resto, Internet non sostituisce l’intensità organizzativa e creativa degli altri “media” tradizionali, come le riunioni mattutine e gli incontri casuali al bar. Semplicemente si aggiunge a questi come una dimensione comunicativa in più.
In realtà, Internet è uno strumento che offre enormi opportunità per una riorganizzazione generale del lavoro giornalistico. Può dare una spinta significativa alla modernizzazione del processo redazionale in senso allargato, riorientando le relazioni tra fonti, fornitori, collaboratori, pubblico: può facilitare la gestione dei freelance, rendere più efficiente la produzione di infografiche e l’acquisto delle foto, valorizzare l’archivio, migliorare la trasmissione di cultura redazionale, agevolare l’accesso a corsi di aggiornamento, semplificare la gestione dei viaggi e delle missioni, alimentare la creatività dei singoli e del gruppo, favorire i collegamenti con il dibattito internazionale, e così via. Se progettato in questo senso, il contributo di Internet può essere determinante nel coltivare le motivazioni intellettuali dei giornalisti, la cui curiosità e creatività sono ancora tra i beni più preziosi delle loro testate. Eppure Internet non ha ancora dispiegato tutte le sue potenzialità da questo punto di vista. È la conseguenza della lentezza con la quale le abitudini radicate si modificano. Ma anche di qualche cosa di intrinseco alla Rete, che ambiguamente libera e imprigiona. La vischiosità dei modi di lavorare è un fatto storicamente ben noto. Le nuove tecnologie molto spesso si inseriscono nei processi produttivi in un primo momento senza modificarli ma limitandosi a renderli un poco più efficienti: solo in seguito i processi vengono completamente reingegnerizzati in base alle opportunità organizzative offerte dalla tecnologia. E lo stesso avviene nel giornalismo. Ci vorrà tempo perché la Rete dispieghi i suoi effetti. Anche perché non offre solo possibilità liberatorie, ma anche nuove costrizioni. E il suo uso più produttivo richiede un insieme di prese di coscienza che riguardano il tempo, la qualità della vita, le fonti della creatività, che sono ancora piuttosto poco presenti al management delle risorse umane nei giornali o, nei casi più illuminati, sono comunque considerate poco prioritarie.
Il dibattito peraltro è avviato da tempo. Perché i cambiamenti, gestiti o più spesso non progettati, appaiono comunque inarrestabili. E, appunto, ambigui. Lo conferma Pekka Himanen, nel suo L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, quando si occupa di spiegare la distanza che c’è ancora tra la realtà e le potenzialità liberatorie delle nuove tecnologie della comunicazione: «Fino a oggi l’organizzazione del lavoro non è cambiata molto nell’economia dell’informazione. Pochi sono in grado di derogare dalle ore lavorative rigidamente regolari, malgrado il fatto che le nuove tecnologie dell’informazione non soltanto comprimono il tempo, ma lo rendono anche più flessibile. Con tecnologie come la Rete e il telefono cellulare, si può lavorare dove e quando si vuole. Ma questa nuova flessibilità non conduce automaticamente a un’organizzazione del tempo più olistica. Infatti, la tendenza dominante nell’economia dell’informazione sembra essere rivolta verso una flessibilità che porta al rafforzamento della centralità del lavoro. Più spesso che mai i professionisti dell’informazione usano la flessibilità per rendere il tempo di svago più disponibile per brevi intervalli di lavoro, piuttosto che il contrario. In pratica, mentre il blocco di tempo riservato al lavoro è ancora incentrato su una giornata lavorativa di (almeno) otto ore, il tempo libero viene interrotto da intervalli di lavoro: mezz’ora di televisione, mezz’ora di e.mail, mezz’ora fuori con i bambini, inframmezzate da un paio di telefonate di lavoro con il cellulare». Esperienza comune. Troppo comune.
Robert Reich, già ministro del Lavoro di Bill Clinton, ne L’infelicità del successo, spiega il fenomeno ricordando la concorrenzialità sempre più frenetica dell’economia della Rete: «L’economia emergente offre una scelta senza precedenti di grandi opportunità, prodotti favolosi, investimenti vantaggiosi e ottimi posti di lavoro per le persone con il talento e l’abilità giusti. Mai nella storia umana tanti individui avevano avuto accesso a tante possibilità così facilmente. La tecnologia è il motore. Nelle comunicazioni, nei trasporti e nell’elaborazione dati le nuove tecnologie che hanno acquistato slancio negli anni Ottanta e Novanta oggi corrono a velocità sorprendenti. Grazie ad esse è più facile, da qualsiasi luogo, trovare offerte migliori, e passare immediatamente ad opportunità anche più vantaggiose. Queste tecnologie accentuano fortemente la concorrenza tra venditori, il che a sua volta provoca un’incredibile ondata d’innovazione. per sopravvivere, tutte le organizzazioni devono migliorare in modo drastico e continuo: tagliare i costi, aggiungere valore, creare nuovi prodotti. Il risultato di questo tumulto è una produttività più elevata: prodotti e servizi di ogni tipo migliori, più rapidi, a costi ridotti. A livello economico tutto ciò va a nostro grande e inequivocabile vantaggio. Ma quel che implica per il resto della nostra vita - per tutti quegli aspetti che dipendono dalla solidità, dalla continuità e dalla stabilità dei rapporti - è estremamente problematico. Più è facile per noi come clienti passare a qualcosa di meglio, più noi come venditori dobbiamo darci da fare per conservare ogni cliente, afferrare ogni opportunità, aggiudicarci ogni contratto. Il risultato è che le nostre vite sono sempre più frenetiche».
E conclude Himanen: «Se usiamo la nuova tecnologia per favorire la centralità del lavoro» arriviamo «facilmente a una dissoluzione del confine tra lavoro e tempo libero incentrata sul lavoro». Ma l’etica hacker (che nell’accezione di Himanen non sono gli scassinatori di computer altrui ma esteti della programmazione al computer) insegna che esiste una dimensione diversa del rapporto con le tecnologie. «Gli hacker ottimizzano il tempo per avere più spazio per il divertimento: Linus Torvalds (maestro di hackerismo, ndr.) pensa che, mentre sta sviluppando Linux, ci debba sempre essere tempo per il biliardo o per sperimentare programmi che non abbiano scopi immediati». E la produttività ne viene alimentata non compressa. «La fonte più importante di produttività dell’economia dell’informazione è la creatività, e non è possibile creare cose interessanti in condizioni di fretta costante o con un orario regolato dalle nove alle cinque». Perché, nell’economia dell’informazione, quando è la qualità e non la quantità a misurare il successo, non è vero che il tempo è denaro.
Se si fa tesoro di questa tradizione culturale, se la produttività che conta è quella della qualità creativa del lavoro dei giornalisti, allora Internet si giustifica abbondantemente dal punto di vista economico e pubblicare online diventa un contributo all’ecosistema dell’informazione. Anche perché Internet si dimostra un supporto e un arricchimento, non un’alternativa agli altri media e ai loro modelli di business. A questo livello, il compito degli editori è quello di coltivare la produttività creativa degli autori, dei quali peraltro non possiedono né il tempo né la vita.
A questo punto, fallito il progetto generale degli editori di fare tanti soldi con la quotazione in borsa dei loro prodotti online, il problema non è più quello di inventare un modo per costringere il pubblico a pagare per i contenuti pubblicati in Rete: il problema è quello di far arrivare un flusso di denaro sufficiente al dignitoso sostentamento dei giornalisti e di coltivare l’ecosistema informativo nel quale si inserisce il loro lavoro: fatto di professionisti che scrivono per testate importanti, di amatori che pubblicano il loro weblog, di utenti che reagiscono ai sondaggi o ai forum, di comunità che si scambiano informazioni nei newsgroup specializzati. E casomai a tutto questo si aggiungono i contenuti tanto preziosi che si possono proporre a pagamento.
In un simile ecosistema, il processo produttivo dei giornali è riorganizzato, i giornalisti possono apparire più competenti e ai più competenti si apre al strada del giornalismo, acquisisce più senso il pedaggio che gli editori fanno o non fanno pagare per l’accesso ai contenuti degli autori che tengono sotto contratto e il pubblico non è più schiacciato dalla parte sbagliata del sistema dei media: quella di chi, passivamente, paga per tutti. Intanto, nuovi compiti, peraltro remunerativi, si affacciano all’orizzonte editoriale: critica delle fonti, segnalazione delle novità, confronto delle informazioni di diversa origine sullo stesso argomento, servizi di distribuzione personalizzata dell’informazione e così via.
Il futuro ecosistema dell’informazione parte da qui: una ridefinizione del tempo giornalistico adeguata ai fatti più che ai tempi della produzione; una ridefinizione del rapporto degli editori con Internet che parta dalla ricerca di una maggiore produttività dei giornalisti, più che dalla concettualizzazione della Rete come un semplice medium, e che arrivi a una reingegnerizzazione del processo di produzione giornalistica per cogliere le opportunità offerte dallo strumento; una ridefinizione dei compiti degli editori, meno orientata al possesso e allo sfruttamento di canali di distribuzione e più concentrata sul servizio al pubblico, in termini, appunto, di personalizzazione e agevolazione dell’accesso alle fonti dell’informazione e alle mediazioni giornalistiche.
Tutto questo può apparire fuori tempo, in un periodo di recessione. Ma è invece la crisi il momento in cui le forme di riorganizzazione profonda hanno più ragione di essere. Il recente disinteresse dei media nei confronti della Rete è una delle conseguenze della sbornia speculativa di qualche tempo fa: gli editori si sono convinti che Internet non sia in grado di sostenere economicamente lo sforzo di produrre i servizi giornalistici cui consente di accedere. E se nel periodo, devastante, della bolla c’era almeno la chimera dell’arricchimento finanziario, oggi non sembra esserci né quello né un modello di business provato in grado di produrre fatturato. D’altra parte, il valore d’uso della Rete è ormai percepito massicciamente e sperimentato quotidianamente dalla popolazione. Nel 2002, anche in Italia, l’uso della Rete non è più limitato a collegamenti occasionali, effettuati più che altro per curiosità: è sempre più spesso un’abitudine e una necessità. E i milioni di pagine dei quotidiani storici italiani viste online ogni giorno non sono di poco conto, solo perché non producono un fatturato gigantesco. Si tratta di contatti di tutto rispetto con il pubblico. Ed è profondamente ingiusto e sbagliato che le redazioni che se ne occupano siano poco valutate all’interno dell’organizzazione editoriale cui fanno capo e che i giornalisti che ne fanno parte si sentano spesso tenuti in una considerazione minore rispetto ai colleghi della carta stampata o del notiziario principale.
In realtà, le opportunità offerte da Internet per i giornalisti italiani restano ancora largamente inesplorate. Forse perché la fretta tecnologica, l’avidità finanziaria e la concezione limitativa di Internet come medium hanno indirizzato l’attenzione dalla parte sbagliata. L’occasione storica di rinnovare il panorama giornalistico italiano chiuso e scarsamente concorrenziale sembra essere sfuggita. Ma non è che un fatto passeggero. Milioni di persone che passano sempre più tempo davanti a un computer, sono una popolazione rilevante dal punto di vista economico, critica dal punto di vista culturale, in grado di dare un senso preciso allo sforzo di informare in modo innovativo. È il momento di pensare alla prossima fase della grande trasformazione in atto. E di darsi dei punti di riferimento concettuali che possano guidarne la progettazione.
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Riferimenti:
Si ringrazia «Problemi dell’Informazione» e il suo direttore Angelo Agostini, che ha consentito in questo manuale la ripubblicazione di alcuni testi dell’autore usciti sulla rivista nel corso del 2002.
Per quanto riguarda l’evoluzione della piattaforma digitale:
D. A. Norman, The Invisible Computer. Why Good Products Can Fail, the Personal Computer is so Complex and Information Appliances are the solution, The Mit Press, Cambridge Massachusetts, 1998.
A. Penzias, Harmony. Business, technology and life after paperwork, HarperCollins, New York, 1995
B. Giussani, Roam. Making Sense of the Wireless Internet, Random House, New York, 2001
F. Carlini, Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet, Manifestolibri, Roma, 2002.
C. Formenti, Mercanti di futuro. Utopia e crisi della net economy, Einaudi, Torino, 2002.
Per quanto riguarda il dibattito sul nuovo giornalismo, i rapporti tra Internet e gli altri media e le nuove periodicità: http://poynteronline.org/resource_center, http://www.ojr.org/ojr/page_one/index.php, http://www.well.com/user/jd/webjournalism.html, http://www.well.com/user/jd/barlow.html, http://www.ajr.org
Michael Wolff, Burn Rate, Touchstone, 1998; Vivek Ranadivé, The power of now. Dalla nuova economia all’economia a tempo zero, Olivares 2000
Manuel Castells, The Information Age: Economy, Society and Culture, Blackwell Publishers 1996.
John Motavalli, Bamboozled at the revolution, Viking 2002.
Fernand Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori 1969; Jean-Noël Jeanneney, L’Historie va-t-elle plus vite?, Gallimard, 2001
Pekka Himanen, L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, Feltrinelli 2001
Robert Reich, L’infelicità del successo, Fazi 2001
La discussione sulla responsabilità dei giornalisti, il loro nuovo ruolo nella società della conoscenza, il ruolo degli editori e di coloro che aprono notiziari pur non pensandosi come editori, i nuovi criteri di verità e l’autoreferenzialità dei media, l’information overload, la credibilità dell’informazione via Internet, l’etica del lavoro giornalistico all’epoca del Web, i temi collegati del diritto d’autore, della privacy e della sorveglianza sono decisivi. E a questi saranno dedicati altri approfondimenti nelle prossime edizioni di questo manuale. Chi voglia può però proporre un contributo, magari dopo aver visitato questi siti:
Etica - http://www.duke.edu/~wgrobin/ethics/sum02
Credibilità - http://www.webcredibility.org
Diritto e Internet - http://cyberlaw.stanford.edu e http://cyberlaw.stanford.edu/lessig
Manipolazione e tecnologia - http://captology.stanford.edu
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Ultimo aggiornamento. Data: 10/04/03. Ora: 10.15.
Scheda articolo
Area tematica : Giornalismo | Argomento : Manuale giornalismo | Indice argomenti
Fonte articolo : http://worldlibrary.net/eBooks/Wordtheque/it/ | Autore : Luca De Biase |
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 27/1/11
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