Unione Europea

 

 

  • La nascita dell’Unità Europea

     

    unione europea


     

     


    I. Le origini dell’Unità Europea

    L'Unione Europea è ormai diventata una concreta realtà nei diversi aspetti della vita civile, economica, sociale e istituzionale: per rintracciare le radici di quello che attualmente è un impegno comune occorre risalire ad un’epoca storica che ha avuto grande influenza nella formazione di generazioni che hanno cominciato a guardare all'Europa come a una possibilità effettiva di unione.

    Si tratta, dunque, in primo luogo di ritornare all'interesse concretamente suscitato, anche in Italia, dal Federalist, una raccolta di scritti a sostegno dei principi contenuti nella Costituzione federale degli Stati Uniti d’America, in cui si sottolinea il principio della superiorità dell'ordinamento federale su quello dei singoli Stati e la preminenza dell'unione come suprema autorità.

    Per quanto riguarda direttamente il nostro Paese, merita particolare attenzione il periodo del Risorgimento, a proposito del quale si può osservare che, pur prevalendo l'esigenza dell'unità nazionale, era tuttavia presente l'aspirazione verso la prospettiva di una dimensione più ampia, quella europea, che potesse trascendere i limiti dello Stato. In quest'ottica si collocano le figure di Giuseppe Mazzini, che nel 1834 fonda la Giovine Europa, la quale doveva rappresentare l’espressione visibile di quella concezione democratica delle nazioni che Mazzini aveva sempre concepito su scala europea e quella di Carlo Cattaneo per la realizzazione degli Stati Uniti d'Europa, proposta anche come soluzione ai problemi dell'Italia. Cattaneo fu un liberale genuino: in economia difese il libero scambio, ripudiò il protezionismo statale, si schierò a difesa della proprietà privata, del “promuovimento della piena e libera proprietà”.

    In politica, il suo liberalismo diventa lotta contro ogni dispotismo seppur larvato,preferenza della repubblica alla monarchia, patriottismo sincero. Sempre sul piano politico, la teoria di maggior rilievo è quella del Federalismo: del federalismo europeo e del federalismo all’interno di ciascuno Stato nazionale. Cattaneo si definiva “veramente e incorreggibilmente” federalista. E mentre per i Neoguelfi il Federalismo era un mezzo per raggiungere l’indipendenza, per Cattaneo il Federalismo era il fine. Per Cattaneo, “ il Federalismo è la teoria della libertà, l’unica possibile teoria della libertà”. “Libertà è repubblica - egli sostiene -; e repubblica è pluralità, ossia federazione”.

    A base del suo Federalismo, Cattaneo pone il principio per il quale lo Stato unitario non può essere autoritario e dispotico né l’unita deve tramutarsi in soffocamento delle autonomie, della libera iniziativa e della storia delle differenti comunità umane.

    Per quanto più specificatamente riguarda gli Stati Uniti d’Europa, Cattaneo era dell’idea che “avremo pace vera, quando avremo gli Stati Uniti d’Europa”. “Quel giorno l’Europa potesse, per consenso repentino, farsi tutta simile alla Svizzera, tutta simile all’America, quel giorno ch’ella si scrivesse in fronte Stati Uniti d’Europa, non solo essa si trarrebbe da questa luttuosa necessità delle battaglie, degli incendi e dei patiboli, ma ella avrebbe lucrato cento mila milioni”.

     

    Analizzando più specificamente le diverse vicende storiche che hanno portato alla creazione dell'Europa, occorre procedere ad analizzare epoche più direttamente vicine a quella attuale, soprattutto il periodo intercorso fra le due grandi guerre.

     La conclusione della prima guerra mondiale (1914-18) portò con sé l'avvio del declino politico dell'Europa, in conseguenza dell'apparizione sulla scena internazionale degli Stati Uniti d'America, intervenuti militarmente quasi alla fine del conflitto.

    La pace, sancita dal Trattato di Versailles del 28 giugno 1919, provocò una frammentazione politica dell'Europa centrale e orientale, basata sul principio della nazionalità e del diritto dei popoli all'autodeterminazione, con la forte conseguenza della disomogeneità etnica dei territori che avevano dato vita a Stati autonomi, comprendenti considerevoli enclave costituite da minoranze o addirittura frutto dell'unione di zone assai diverse tra loro per razza, lingua e religione. Per risolvere le controversie di carattere internazionale, garantire il nuovo ordinamento mondiale sancito dalla pace di Versailles ed evitare altri possibili conflitti, il presidente americano Wilson lanciò l'idea di dare vita ad un'organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni.

    In questa nuova realtà, l'aspirazione all'unità europea, sempre presente nel pensiero dei più avvertiti esponenti politici, trovò forte eco negli scritti dell'economista italiano Luigi Einaudi, che fin dal 1897 aveva sostenuto l'esperienza unitaria, affermando tra l'altro che in mancanza di una soluzione europea, i Paesi dell'Europa sarebbero "rimasti polvere senza sostanza: l'alternativa non è - affermava Einaudi - tra l'indipendenza e l'unione ma tra l’esistere e lo scomparire". Al pari di Einaudi, anche Giovanni Agnelli, il fondatore della FIAT, nel libro Federazione europea o Lega delle nazioni? scritto insieme con l'economista Cabiati, tentò di dare un contributo alla soluzione dei problemi italiani in termini europei, come molto più tardi avrebbero fatto, con maggiore organicità, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

    Analoghe tendenze sono riscontrabili in altri Paesi europei; fra tutte meritano un cenno l'iniziativa paneuropea dell'austriaco Richard Graf von Coudenhove Kalergi, basata non su una prospettiva federale, ma sulla collaborazione paritaria fra Stati sovrani, nonché le opere giovanili del belga Henri Brugmans secondo la sua idée européenne. Fra i sostenitori di una soluzione unitaria europea vanno considerati, in periodi diversi, anche alcuni statisti impegnanti nei governi dei rispettivi Paesi alla fine della prima guerra mondiale: David Lloyd George premier britannico dal 1916 al 1922, Gustav Stressemann, ministro degli esteri tedesco tra il 1923 e il 1929 e soprattutto il francese Aristide Briand, a lungo presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, nonché leader del partito socialista.

    Nel 1926 un apposito Comité d'Action, costituito da un gruppo di politici, economisti e industriali francesi, diede vita a Parigi all'Unione economica e doganale europea, un progetto che avrebbe dovuto propagandare la proposta unitaria.. Nel 1929, sempre in Francia, fu presentata proprio da Aristide Briand la proposta più avanzata e organica fra quelle formulate nel periodo tra le due guerre: un disegno europeo di carattere federale basato sulla riconciliazione franco-tedesca, che anteponeva alla creazione di un mercato unico europeo una scelta di carattere politico che in primo luogo garantisse la sicurezza. Il progetto presentato alla Società delle Nazioni il 5 settembre 1929, dove aveva ottenuto un'accoglienza sostanzialmente favorevole, venne però abbandonato in seguito alla morte di Stressemann, all'inerzia del governo di Mussolini in Italia e all'avvento al potere di Hitler. Dopo di esso per molti anni non venne più avanzata alcuna altra proposta di un'organizzazione unitaria europea.

    Nel 1939, anno in cui, con l'invasione della Polonia, iniziava il secondo conflitto mondiale, in Gran Bretagna si costituì, su iniziativa di William Beveridge, il comitato promotore della Federal Union europea, organizzazione di sollecitazione all'unità, che diede luogo a una fiorente attività pubblicistica di propulsione verso gli ideali europeisti. Nell'anno successivo, su ispirazione di Jean Monnet, economista e uomo politico francese, e con l'approvazione di Winston Churchill, venne lanciato un ambizioso progetto di Unione franco - britannica che prevedeva la medesima cittadinanza per entrambi i Paesi e istituzioni comuni per l'economia, la finanza, la politica estera e la difesa; tale progetto non riuscì però mai a realizzarsi a causa del successivo armistizio franco-tedesco.

    Durante i primi anni della seconda guerra mondiale, alla quale l'Italia aveva dichiarato di voler partecipare il 10 giugno 1940, l'idea di realizzare un progetto federale europeo fu rilanciata a Ventotene, una piccola isola sperduta del mar Tirreno nell'arcipelago pontino, dove erano tenuti al confino molti antifascisti italiani tra cui Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colori: essi diedero vita, nel 1941, a un progetto di Manifesto Per un'Europa libera ed unita, sulle cui basi nel 1943 venne costituito, ancora durante la Resistenza, il Movimento federalista europeo, per molti anni ispirato e guidato da Spinelli. Il Manifesto di Ventotene segnò in questo senso una svolta, in quanto intendeva essere non soltanto una dichiarazione di principi, ma un programma di iniziative "con la propaganda e con l'azione - vi si leggeva - cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra singoli movimenti che nei vari Paesi si vanno certamente formando, occorre sin da ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grande e più innovatrice mai sorta in Europa". In questo modo si venivano tra loro saldando federalismo e Resistenza; non tutta la Resistenza è stata ispirata al federalismo, ma certamente il federalismo è stato un denominatore comune a vari movimenti e tendenze in Italia e negli altri Paesi europei di resistenza al fascismo e al nazismo. I tre autori del Manifesto provenivano da posizioni intellettuali e da esperienze politiche diverse. I motivi ispiratori della Resistenza si possono disporre su tre livelli, secondo che si consideri come guerra di liberazione nazionale in nome dell'indipendenza, opposizione al fascismo e ad ogni altra forma di tirannide per ripristinare la democrazia e infine come tendenza verso un nuovo assetto sociale contro ogni tentazione di restaurazione dell'antico regime. L'idea federalista si pone su questo terzo livello: la Resistenza non come restaurazione ma come innovazione.

    Con la fine della seconda guerra mondiale, l'Europa uscì ormai del tutto dal proprio ruolo di protagonista sulla scena mondiale e il suo destino venne completamente condizionato dalle due superpotenze vincitrici del conflitto, Stati Uniti d'America e Unione Sovietica.

    In coerenza con i principi enunciati nel Manifesto di Ventotene, il Movimento federalista europeo, all'atto della sua costituzione operativa, decise di premettere alla pubblicazione del Manifesto alcune linee indicative delle motivazioni e delle prospettive in esso tracciate, affermando l'idea centrale che la causa essenziale delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti esistenti nella società risiedeva nella permanenza di Stati sovrani geograficamente, economicamente e militarmente caratterizzati e, come tali, viventi in una relazione reciproca di perpetuo bellum contra omnes.

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Movimento federalista europeo iniziò la propria concreta attività per la realizzazione di una prospettiva unitaria federale, partecipando attivamente alla costituzione dell'Unione europea dei federalisti, un’organizzazione di militanti articolata secondo la presenza di associazioni nei vari Paesi d'Europa senza distinzione di partito o di nazionalità. Nel frattempo si erano andate costituendo nei Paesi dell’Europa occidentale numerose organizzazioni di carattere politico, concordi nella volontà di realizzare la prospettiva dell’Europa unita, ma distinte riguardo le modalità con cui attuare tale obbiettivo: vi era chi riteneva sufficiente un sorta di confederazione o di unione paritaria e chi invece si batteva per un’effettiva federazione a carattere sovranazionale.

    Gli esponenti principali di tali organizzazioni parteciparono al Congresso d’Europa, apertosi a L’Aja il 7 maggio 1948, promosso da un Comitato internazionale di coordinamento dei movimenti per l’unità europea, presieduto dal leader britannico Winston Churchill e articolato sulla base del lavoro di tre commissioni politica, economico - sociale e culturale. Le conclusioni del Congresso, sotto forma di Messaggio agli europei, furono esposte il 9 maggio ad Amsterdam nel corso di una grande manifestazione pubblica: si auspicava un’azione unitaria da parte di tutti i Paesi europei per scongiurare il pericolo di un nuovo conflitto, per garantire la pace, salvaguardare la libertà dei popoli, contrastare l’insorgere di nuovi dispotismi e tutelare i diritti dell’uomo.

    In vista di una ripresa dei Paesi dell’Europa occidentale sotto l’aspetto economico-sociale, ma anche per evidenti ragioni politiche, operò concretamente l’iniziativa statunitense del Piano Marshall (il cui nome deriva dal generale Georges Marshall che lo aveva ideato). Chiamato anche “European Recovery Program”, cioè “Programma di ricostruzione europea”, fu un programma di aiuti economici concessi nel secondo dopoguerra (1948-1952) dal governo degli USA ai Paesi dell’Europa occidentale, danneggiati dalla guerra. Il Piano prevedeva la concessione gratuita ad ogni Paese dell’86% degli aiuti americani, mentre il restante 14% veniva concesso a titolo di prestito. Proprio per una comune gestione di questi aiuti da parte degli Stati Uniti, venne istituito il 16 aprile 1948 OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica), la prima organizzazione che sanciva una collaborazione euroamericana, ma anche una più stretta coesione tra gli Stai europei. Oltre all’organizzazione e alla gestione degli aiuti economici provenienti dall’America, l’OECE contribuì anche a:

     

    • liberalizzare gli scambi tra i paesi membri;
    • introdurre una prima idea di accordo monetario;
    • sviluppare una più concreta cooperazione economica generale.

     

    Nonostante ci fosse una forma di opposizione da parte della Gran Bretagna verso una più profonda integrazione che si differenziasse da un’organizzazione di tipo classico, seguì comunque fra gli Stati interessati la predisposizione ad una più ampia collaborazione politica, contraddistinta dal comune impegno in un’alleanza militare, finalizzata a fronteggiare il rafforzamento dell’area di influenza sovietica. Sorse così il Patto Atlantico, un’alleanza militare che dava luogo ad implicazioni anche di carattere politico, sociale e culturale, sancita dalla firma del Trattato di Washington il 4 aprile 1949, a cui l’URSS reagì più tardi con la costituzione del Patto di Varsavia il 14 maggio 1955. Si realizzò così una contrapposizione politico-militare destinata a durare un quarantennio, con la conseguenza di ridurre ulteriormente il ruolo di protagonista dell’Europa e l’autonomia dei Paesi europei.

    Dieci Stati dell’Europa occidentale, per dare concreta realizzazione alle istanze formulate al Congresso dell’Aja del Movimento europeo dell’anno precedente, il 5 maggio 1949 a Londra sottoscrivono il trattato che istituiva il Consiglio d’Europa approvandone il relativo statuto. Rispetto alla tesi federalista, prevaleva così quella unionista, nel senso che il Consiglio d’Europa non differiva dalle organizzazioni internazionali di tipo classico, basate sulla cooperazione politica a livello di consenso paritario e sull’unanimità delle decisioni. Gli organi del Consiglio d’Europa furono stabiliti in un Comitato dei ministri, sostenuto da un Segretario burocratico a da un’Assemblea parlamentare costituita dai rappresentanti dei popoli attraverso la mediazione di un’elezione di secondo grado da parte dei rispettivi Parlamenti nazionali. L’Assemblea, pur non essendo eletta a suffragio universale come era stato auspicato al Congresso dell’Aja, rappresentava comunque un elemento di grande innovazione e di effettivo progresso, tanto che, per evitare di dare luogo a un’innovazione troppo rilevante, si provvide subito a limitarne il potere a funzioni semplicemente consultive. L’istituzione del Consiglio d’Europa costituì un fatto assai importante, sebbene non si realizzasse quella prospettiva di carattere sovranazionale necessaria per consentire effettiva unitarietà all’Europa occidentale; infatti trascorsa ben presto l’euforia dell’impatto iniziale, esso si rivelò ben presto uno strumento insufficiente, una tribuna per i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti, attraverso le riunioni del Comitato dei ministri, e per i rappresentati parlamentari, priva però di una concreta iniziativa politica. Tutto ciò  portava, da un lato, a uno scarso peso politico dell’organizzazione e, dall’altro, a una priorità delle scelte di carattere sociale e culturale fra le competenze dell’organizzazione.

     

     

    II. La creazione della Comunità europea

    Il 9 maggio 1950 il ministro degli Affari esteri francese, Robert Schuman, rilasciò la Dichiarazione con la quale accompagnava l’iniziativa della creazione di un mercato comune carbosiderurgico fra la Francia e la Germania, estendendo l’invito a partecipare agli altri Paesi europei più direttamente interessati e più politicamente affini, e sostanziandola con la proposta della creazione di un’effettiva Comunità sovranazionale con competenze circoscritte, ma con prospettive di una progressiva estensione di carattere economico e, a più lunga distanza, anche politico. Tale prospettiva era stata elaborata su indicazione di Jean Monnet, commissario al piano di governo francese e stretto collaboratore di Schuman: essa si basava sui due principi fondamentali della sovranazionalità e dell’integrazione. I punti basilari della dichiarazione di Schuman erano l’esplicito riferimento alla Federazione europea, la gradualità dell’azione, la progressiva solidarietà di fatto, la salvaguardia della pace attraverso un’entità europea organizzata, in grado di assolvere a una funzione di equilibrio in Europa. Tale Dichiarazione, che ha assunto il valore di carta costituente di tutto il successivo processo comunitario, corrispondeva sicuramente agli interessi della Francia, cui assicurava un’iniziativa di portata storica, ed era rivolta a Paesi le cui classi dirigenti di maggioranza credevano nella prospettiva europea non solo per ragioni ideali e politiche, ma anche per un preciso calcolo di convenienza e per una diretta consapevolezza delle tragedie subite e dalle difficoltà derivanti dalla disunione dell’Europa. Le reazioni alla Dichiarazione furono, come previsto, pronte e positive da parte tedesca, italiana e dei tre Paesi del Benelux: in tal modo le basi della costruzione comunitaria vennero gettate e con esse definite le tappe della prospettiva federale europea.

    Per dare concreta attuazione agli intenti della Dichiarazione Schuman, il 18 aprile 1951, Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo firmarono a Parigi il Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Prendeva così vita la CECA, la prima esperienza comunitaria, un’organizzazione internazionale di tipo del tutto nuovo, basata sull’attuazione concreta dei principi fondamentali di integrazione e sovranazionalità e destinata a realizzare fra i sei Stati membri un ordinamento giuridico di natura sostanzialmente confederale. La CECA, che entrò in funzione il 25 luglio, facendo passare la gestione di un settore strategico per l’economia di una Nazione sotto il controllo di un organismo sovranazionale. Gli organi della CECA erano: un’Alta Autorità, composta da nove membri, con il compito di gestire comunitariamente la produzione d’acciaio e carbone dei Paesi aderenti; un’Assemblea parlamentare composta da 78 deputati inviati dai Parlamenti nazionali; un Consiglio dei ministri che impartiva direttive politiche a una Corte di Giustizia composta da sette giudici con il compito di trovare una soluzione alle infrazioni e alle controversie relative al rispetto del Trattato.

    A seguito dell’entusiasmo sollevato dalla riuscita della CECA, venne proposto il 24 ottobre 1950 un progetto per una Comunità europea di difesa, il CED. La sollecitazione più diretta a questo progetto avvenne l’11 agosto 1950, sulla base della proposta formulata durante l’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa, da parte di Winston Churchill, nella quale si chiedeva l’immediata creazione di un esercito europeo unificato, sottoposto a un controllo democratico che avrebbe dovuto operare in collaborazione con gli Stati Uniti e il Canada. Il 24 luglio 1951 una relazione provvisoria sanzionò il raggiungimento dell’accordo fra gli Stati partecipanti nei seguenti punti: fusione delle forze armate dei sei Paesi, escluse quelle oltremare, e loro subordinazione a un’autorità savranazionale; formazione di un bilancio comune, costituito dai contributi degli Stati e da aiuti esterni; unificazione del sistema di rifornimenti e del programma di armamenti, miranti a uniformare e a specializzare la produzione, creazione di un’Autorità suprema di difesa, di un Consiglio dei Ministri e di un’Assemblea parlamentare composta dagli stessi delegati di quella della CECA; costituzione di comandi integrati e subordinazione dell’esercito europeo alla NATO.

    Il Trattato istitutivo della Comunità di difesa fu firmato a Parigi il 27 maggio1952. La CED però non durò molto a lungo, infatti il suo Trattato istitutivo fu ratificato soltanto da quattro degli Stati firmanti, con una forte opposizione della Francia che, il 30 agosto 1954, approvò una mozione procedurale che rinviava in via pregiudiziale la ratifica del Trattato, sostenendo la necessità, date le condizioni attuali di contrasto causate dalla guerra fredda, che la Francia preservasse la sua libertà.

    La caduta della CED fu la causa di una cocente delusione e di un profondo sconforto per tutti gli europeisti e sollevò ovunque critiche, proteste e forti preoccupazioni.

    La strada dell’unità europea sembrava definitivamente bloccata.

    Per ridare iniziativa al progetto di unione venne indetta una Conferenza dei ministri degli Esteri dei sei Paesi membri della CECA, tenutasi a Messina il 1° e il 2 giugno 1955, che per i suoi risultati positivi fu definita la Conferenza del rilancio europeo. Il risultato maggiore di tale Conferenza, dopo la constatazione che la via economica per l’integrazione europea si era dimostrata positivamente praticabile e quella dell’unione politica non aveva consentito invece di raggiungere il risultato sperato, fu la considerazione della necessità di riprendere ordinatamente il piano per la creazione della CECA e del CED, procedendo all’integrazione di altri settori economici, oltre a quello carbosiderurgico, definendo così le basi di un più generalizzato mercato unico europeo.

    I lavori della conferenza si conclusero con il mandato a una commissione di esperti, di definire i risultati raggiunti in una serie di progetti concreti. Dal lavoro di tale commissione scaturirono le basi per due nuovi Trattati: uno, più settoriale, sull’utilizzazione dell’energia atomica per scopi pacifici; l’altro, più generale, sulla realizzazione di un’Unione doganale e, successivamente, di un’Unione economica fra i sei Paesi, rimandando, ma non perdendo completamente di vista, l’obiettivo dell’unità politica.

    Il 25 marzo 1957 furono firmati a Roma i due Trattati relativi all’istituzione della Comunità economica europea (CEE), nota anche come Mercato comune, e della Comunità europea dell’energia atomica (Euratom).

    La CEE doveva sviluppare l'integrazione economica generale per creare quel Mercato unico in cui merci, persone e capitali avrebbero potuto circolare liberamente. L'Euratom invece mirava alla ricerca e allo sviluppo delle risorse energetiche in campo nucleare. Fra i suoi compiti anche quello del monitoraggio e controllo dell'energia nucleare per la salvaguardia della salute umana.

    Il Trattato Euratom consta 225 articoli, con allegati protocolli e dichiarazioni e ha durata illimitata, come per altro quello della CEE. Il Preambolo indica gli scopi dell’organizzazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare, “risorsa essenziale che assicurerà lo sviluppo ed il rinnovo delle produzioni e permetterà il progresso delle opere di pace”, con l’instaurazione di condizioni di sicurezza “che allontanino i pericoli per la vita e la salute delle popolazioni”.

    Le istituzioni previste dal Trattato Euratom, così come dal Trattato CEE, sono: l’Assemblea parlamentare, composta dai rappresentanti dei popoli degli Stati membri, eletti ancora in secondo grado, con poteri deliberativi e di controllo; la Corte di Giustizia, che assicurava il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione del Trattato; il Consiglio dei Ministri, costituito dai rappresentanti dei governi degli Stati membri

    Nel 1958 l'Europa aveva già tre organismi comunitari (CECA, CEE ed Euratom) e due Istituzioni: l'Assemblea parlamentare e la Corte di Giustizia. Due nuovi organi di governo europei furono poi istituiti nel 1967: la Commissione europea, composta da commissari nominati dai Paesi membri, e il Consiglio dei ministri, composto dai ministri dei singoli Paesi - che esercitano la presidenza a turno ogni sei mesi – che provvede al coordinamento delle politiche economiche generali degli Stati membri e dispone del potere decisionale, in quanto rappresentativo degli Stati, che accettano per altro di ridurre la loro sovranità; La Commissione – costituita con gli stessi criteri adottati per la scelta dei componenti dell’Alta Autorità da parte degli Stati membri – organo esecutivo che vigila sull’applicazione del Trattato e sulle decisioni adottate dalle istituzioni, formula raccomandazioni o pareri, dispone di un proprio potere di iniziativa e partecipa alla formazione degli atti del Consiglio dell’Assemblea.

    Il Trattato CEE, anch’esso di durata illimitata, consta di 240 articoli con allegati protocolli – tra cui quello relativo alla costituzione della Banca europea per gli investimenti (BEI), allo statuto della Corte di giustizia, alla convenzione di associazione dei Paesi d’oltremare – e talune dichiarazioni, nonché elenchi di carattere tariffario. L’adesione al trattato CEE , così come a quello Euratom, è aperta a qualsiasi Stato europeo che condivida pienamente i contenuti del Trattato e si impegni a rispettarlo. La struttura istituzionale della CEE è identica a quella dell’Eurotom,, tranne per il fatto che la Commissione è composta non da cinque, ma da nove membri; le istituzioni comuni con la CECA sono, come per l’Euratom, l’Assemblea parlamentare e la Corte di giustizia; inoltre è prevista l’istituzione di un Comitato economico sociale (CES), organo consultivo composto dai rappresentanti della realtà economica e sociale degli Stati membri, chiamati ad esprimere pareri sui principali atti comunitari e sugli orientamenti delle istituzioni.

    Il Preambolo del Trattato CEE riprende i temi generali già indicati nel Trattato CECA: “unione sempre più stretta fra i popoli europei”, assicurando “mediante un’azione comune, il progresso economico e sociale dei loro Paesi, eliminando le barriere che dividono l’Europa”, attuando “il miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli”, superando tutti gli ostacoli mediante “un’azione concreta”. Scopo della CEE è di realizzare la stabilità nell’espansione, l’equilibrio negli scambi, la lealtà nella concorrenza, l’unità delle economie dei Paesi membri, per “assicurare lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni ed il ritardo di quelle meno favorite”, anche attraverso “la soppressione progressiva delle restrizioni agli scambi”, facendo infine “appello agli altri popoli d’Europa, animati dalla stessa idea sociale, affinché si associno a loro sforzo per rafforzare la difesa della pace e della libertà”. Le modalità per il raggiungimento di tali libertà sono: l’abolizione tra gli Stati dei dazi doganali; l’istituzione, conseguentemente, di una tariffa doganale esterna comune; l’eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali, vistando qualsiasi discriminazione basata sulla nazionalità; l’instaurazione di una politica agricola comune (PAC), di una politica comune dei trasporti (PCT) e di una politica commerciale comune; l’adozione di un regime che assicuri la concorrenza, vietando tutti gli accordi tra imprese, pratiche di dumping e aiuti statali che falsino il libero gioco del mercato; il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri; l’avvicinamento e l’armonizzazione delle legislazioni nazionali; la creazione di un Fondo sociale europeo (FSE). A questo proposito, è bene tenere presente che successivamente sono stati istituiti altri fondi, attualmente definiti come Fondi strutturali: il Fondo per la politica regionale (FESR), il FEOGA per l’agricoltura, il Fondo di coesione ecc.

    L’avvio concreto delle due Comunità si realizzò il primo gennaio 1958 con l’insediamento a Bruxelles delle due Commissioni; sempre a Bruxelles ebbero sede i due Consigli dei Ministri; l’Assemblea parlamentale fu stabilita a Strasburgo come sede operativa e a Lussemburgo come sede burocratica; sempre a Lussemburgo, dove aveva sede l’Alta Autorità della CECA, rimase la Corte di giustizia comune e si insediò la Banca europea per gli investimenti.

    La prosecuzione dello sviluppo della Comunità europea incontrò sulla sua strada diversi ostacoli, che ne rallentarono le sue aspettative di allargamento. Gli anni ‘60, furono infatti caratterizzati da un forte protagonismo della Francia, che nella figura di De Gaulle, si oppose per ben due volte all’allargamento della Comunità, ponendo il suo veto all’ingresso della Gran Bretagna. La Francia in questo periodo adottò la politica “della sedia vuota”, mandando in crisi un sistema comunitario che traeva il suo fondamento dall’unanimità delle sue decisioni.

    Il tema dell’allargamento  della Comunità economica europea si era posto ancora prima che essa fosse costituita: infatti già nella Dichiarazione Schuman e nel Preambolo del Trattato della CECA era prevista, anzi auspicata, la possibilità dell’adesione di altri Stati europei. Tuttavia , fin dall’inizio della costruzione comunitaria, il termine allargamento venne accompagnato dall’idea di approfondimento, giacché era evidente l’inopportunità di estendere ad altri la partecipazione a un organismo che non si fosse prima ben consolidato dal punto di vista della sovranazionalità e dell’integrazione. La situazione si sbloccò nel 1969 con l’uscita di scena di De Gaulle, e l’elezione di George Pompidou. Caddero così per la Francia e per gli altri Stati comunitari le resistenze all’apertura di negoziati per l’allargamento della Comunità.

    Finalmente, il 22 gennaio 1972, venne firmato a Bruxelles l’atto di adesione alla Comunità di Gran Bretagna, Danimarca, Irlanda e Norvegia. Seguirono nel 1979 l’adesione della Grecia, e il 12 giugno 1985, con la caduta delle dittature fasciste, anche quelle della Spagna e del Portogallo alla Comunità, che passò così da nove a dodici membri.

    Un passo avanti di grande importanza sul piano istituzionale e su quello della prospettiva dell’Unione europea si è realizzato con l’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo, determinata dall’Atto conseguente alla decisione del Consiglio dei Ministri del 20 settembre 1976, sulla base del Rapporto del 14 gennaio 1975, approvato dal Parlamento europeo.

    In tal modo il Parlamento europeo acquistò definitivamente il ruolo di reale rappresentante dei popoli della Comunità, nonostante ancora oggi si deplorino la scarsa partecipazione elettorale, le incongruenze derivate dalle diverse procedure elettorali applicate nei diversi Paesi, la compatibilità – tuttavia sempre più esigua – del mandato di deputato europeo con quello di parlamentare nazionale e infine la limitazione delle competenze del Parlamento europeo, le quali, sebbene accresciute nel tempo, sono tuttora considerate troppo scarse.

    Nel corso del Consiglio europeo di Bruxelles del 5 dicembre 1978 venne ribadito l’impegno verso uno stretto coordinamento internazionale nell’affrontare i temi posti all’attenzione delle istituzioni comunitarie, in particolare quello del Sistema monetario europeo (SME). Inoltre si diede l’incarico a un gruppo di lavoro di presentare proposte concrete in ordine al funzionamento della Comunità stessa e iniziative che facessero progredire il progetto dell’Unione europea attraverso soluzioni coordinate e azioni prioritarie, una maggiore interdipendenza e una concertazione più sistematica delle rispettive politiche.

    Quasi sulla medesima linea, ma con diversa volontà di accentuazione dei tempi, il Parlamento europeo appena eletto a suffragio universale, con la risoluzione del 9 luglio 1981, nominò una Commissione istituzionale per la riforma dei Trattati e per lo sviluppo dell’Unione europea, destinata a predisporre l’approvazione di un Trattato-Costituzione sull’Unione europea. Tale risoluzione, presentata su iniziativa di Altiero Spinelli e dei parlamentari europei aderenti al Club du Crocodile, era motivata dalla volontà di dare nuovo slancio al processo di integrazione comunitaria, per il quale non appariva più sufficiente un semplice riforma dei Trattati, ma si rendeva anzi necessari l’elaborazione di un nuovo Trattato profondamente innovativo, basato su un largo consenso delle forze politiche di tutti i Paesi membri, che conglobasse le norme dei Trattati esistenti e creasse una nuova entità – l’Unione europea – con  maggiori competenze e procedure istituzionali proprie. La Commissione istituzionale, presieduta dall’on. Mauro Ferri, approvò il 6 luglio del 1982, una nuova risoluzione con la quale essa si impegnava a dibattere i grandi capitoli del futuro Trattato – la struttura giuridica dell’Unione, le sue istituzioni, la politica economica, sociale regionale, ambientale, la ricerca, la cultura, l’educazione, le relazioni internazionali dell’Unione – e a predisporne il testo, conferendo inoltre a Spinelli l’incarico di relatore-coordinatore. Il progetto così predisposto, fu approvato dalla Commissione istituzionale il 5 luglio 1983 e fatto proprio dall’Assemblea, senza emendamenti, il 14 febbraio 1984.

    La principale innovazione del progetto di Trattato riguardava il rapporto tra le istituzioni comunitarie: il ruolo del Parlamento risultava sostanzialmente rafforzato, soprattutto nel campo dell’iniziativa legislativa, e associato a quello del consiglio in gran parte delle più importanti decisioni, fra cui quelle concernenti la politica estera, prefigurando in tal modo una definitiva Costituzione federale. Per quanto riguarda i rapporti fra l’Unione e gli Stati membri, venia ribadito il principio della prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale e venivano individuate specifiche aree di competenza esclusiva dell’Unione accanto ad altre in cui la competenza dell’Unione era concorrente a quella degli Stati membri sulla base del principio di sussidiarietà.

    Con maggiore prudenza e circospezione era stato invece dibattuto il tema della politica estera, giungendo alla soluzione, ben lungi da una prospettiva federale, di rendere il Consiglio dei Ministri il vero responsabile e gestore della politica estera nell’ottica di una cooperazione fra Stati sovrani, piuttosto che di una linea politica sovranazionale. Infine, la quinta parte del progetto riguardava il sistema finanziario dell’Unione, proponendo di dotare il bilancio comunitario di risorse proprie, che contribuissero in maniera sostanziale a rendere la Comunità indipendente e autonoma dagli Stati nazionali. Il progetto di Trattato-Costituzione era evidentemente troppo innovativo e avanzato per essere adottato, anche se il Consiglio europeo di Fontainebleau il 15-26 giugno 1984 considerò positivamente le grandi linee di esso. In sua vece venne approvato, durante il Consiglio europeo di Stoccarda del 19-20 giugno 1983, dopo quasi due anni dalla sua presentazione e con notevoli modifiche, il più moderato Piano Genscher-Colombo come Dichiarazione solenne sull’Unione europea. Il Progetto di Trattato-Costituzione del Parlamento europeo – così come , anche se in forma più moderata, la Dichiarazione solenne sull’Unione europea si Stoccarda – era strettamente innovativo in relazione alle nuove competenze di cui si intendeva investire la Comunità sottraendola alla gestione nazionale. In particolare, nel progetto di Trattato-Costituzione appariva per la prima volta un accenno all’istituzionalizzazione di una vera e propria politica sociale e comunitaria. In effetti, una serie di disposizioni relative alla politica sociale (sicurezza sociale, divieto di discriminazione fra lavoratori e lavoratrici, ecc.) erano previste già nel Trattato della CEE, e la stessa istituzione di un Fondo sociale europeo (FSE) si inquadrava in tali finalità. Tuttavia, il Trattato di Roma non contemplava significativi strumenti d’intervento in questo campo, ritenendo che il miglioramento delle condizioni sociali fosse una logica conseguenza dell’integrazione economica, e si limitava a sottolineare la necessità di ammortizzare i diversi sistemi sociali nazionali. Inoltre, le disposizioni relative alla politica sociale, consideravano l’obbligo dell’unanimità per la loro adozione e la costante opposizione inglese alla loro adozione, sono rimaste per lungo tempo inattuate, nonostante la Corte di giustizia, con una serie di sentenze abbia più volte ribadito il riconoscimento dei poteri vincolanti della Comunità in tale materia. Un notevole impulso all’attività della Comunità in campo sociale sarebbe successivamente venuto dall’Atto unico europeo.

     

     

    III. Atto unico europeo

    Il Preambolo dell’Atto unico europeo era assai prodigo nelle dichiarazioni di principio e nelle indicazioni del senso di marcia perseguito; esso infatti sottolineava la volontà di proseguire l’opera intrapresa con i Trattati istitutivi della Comunità europea e “di trasformare l’insieme delle relazioni tra i loro Stati in Unione europea”; di attuare l’Unione europea sulla base delle Comunità funzionanti, secondo le loro norme e quella della ”cooperazione politica in materia di politica estera”; di promuovere la democrazia; di lavorare per rafforzare l’integrazione economica e favorire la situazione economica e sociale degli Stati membri; di migliorare il funzionamento delle istituzioni comunitarie. In questo spirito, si conferma l’obbiettivo della realizzazione progressiva dell’Unione economica e monetaria e dell’instaurazione del Sistema monetario europeo (SME).

    L'Atto Unico europeo, visto come revisione dei Trattati di Roma, entrata in vigore il 1° luglio 1987. Cambiano soprattutto i processi di decisione all'interno della CEE. Il nome "Atto Unico" deriva dal fatto che in un unico documento sono contenute diverse disposizioni: sia quelle relative alla revisione dei Trattati, sia quelle sulla cooperazione politica. L'Atto si divide in quattro "Titoli". Il primo di carattere generale; il secondo riguardante le modifiche dei Trattati delle tre Comunità (CEE, CECA, Euratom); il terzo che regola la cooperazione europea in materia di politica estera; il quarto che è relativo alle disposizioni finali. Le novità dell’Atto unico, come già accennato, sono:

     

    • Il testo dell'Atto Unico si propone di realizzare il mercato interno, cioè uno spazio europeo senza frontiere per la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali;
    • dà il via a una vera Unione economica e monetaria tra i Paesi membri che fino a quel momento avevano semplicemente cooperato all'interno dello SME;
    • stabilisce che gli organi comunitari possano intervenire con direttive in materia sociale;
    • viene riconosciuta l'iniziativa legislativa agli organi comunitari e non più una semplice azione di armonizzazione delle legislazioni nazionali(il Parlamento europeo può promuovere delle leggi valide per tutti i Paesi europei)
    • nel Consiglio dei ministri le direttive vengono adottate a maggioranza e non più all'unanimità;
    • introduce una politica che mira a ridurre il divario economico e sociale tra le diverse regioni europee (Coesione sociale europea);
    • prevede un potenziamento dei Fondi comunitari;
    • sostiene la ricerca e lo sviluppo tecnologico con la realizzazione di progetti che rafforzino le basi scientifiche e tecnologiche dell'industria europea e ne aumentino la competitività internazionale;
    • prevede l'intervento a favore dell'ambiente, rafforzando l'azione comunitaria in ambito di prevenzione e recupero dei danni ambientali.

     

     

    IV. Il Trattato di Maastricht

    La prospettiva della costituzione dell’Unione europea, cioè della trasformazione della Comunità economica europea in un’organizzazione non solo economica ma anche politica, era prevista sia dalla Dichiarazione solenne del Consiglio europeo di Stoccarda del 1983 sia dal progetto di Trattato-Costituzione approvato dal Parlamento europeo nel 1984 ed era espressamente indicata negli obbiettivi dell’Atto unico europeo del 1986, che indicava nel 1°gennaio 1993 la scadenza precisa, destinata a rafforzare notevolmente il vincolo comunitario con l’attuazione del mercato unico europeo. Si sono così gettate le basi del Trattato le cui linee portanti dovevano trovare la loro realizzazione nel dicembre del 1991 a Maastricht, durante il semestre di presidenza olandese, con la costituzione dell’Unione europea.

    Il Trattato istitutivo dell’Unione europea è stato realizzato, sotto l’aspetto formale, secondo la stessa procedura di stesura che aveva caratterizzato l’Atto unico europeo, cioè mediante la giustapposizione di parti diverse, frutto del lavoro distinto delle due Conferenze intergovernative. Tale procedimento è la causa di una scarsa organicità del documento, di talune ripetizioni di parti e di una limitata sistematicità. Il testo, approvato nelle sue linee generali e nelle scelte fondamentali durante il Consiglio europeo di Maastricht del 9-10 dicembre 1991, è stato sottoscritto nel corso di un’apposita Conferenza dei ministri degli Affari Esteri dei Paesi membri il 7 febbraio 1992 nella stessa città olandese.

    Il Trattato consta di un Preambolo, un Titolo primo contenente le disposizioni comuni, un Titolo secondo che modifica il Trattato CEE, istituisce la cittadinanza dell’Unione ed integra le politiche comunitarie, un Titolo terzo che modifica il Trattato CECA, un Titolo quinto (noto altresì come il secondo pilastro del Trattato) che istituisce la politica estera e di sicurezza comune, un Titolo sesto (ovvero terzo pilastro) relativo alla giustizia e agli affari interni, una serie di protocolli aggiuntivi e di disposizioni comuni, un Atto finale della Conferenza con ulteriori dichiarazioni e protocolli allegati.

    Come tutti i precedenti testi relativi ai Trattati comunitari, il Preambolo chiarisce le linee di tendenza del Trattato, costituisce l’elemento di individuazione delle principali scelte compiute e indica le prospettive previste, “nella volontà di portare avanti il processo di creazione di un’Unione europea sempre più stretta fra i popoli europei”. Il Preambolo sottolinea poi  l’importanza storica della fine della divisione del continente europeo e dei principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto” ed esprime “ la volontà di intensificare la solidarietà dei popoli europei, rispettandone storia, cultura e tradizioni, di rafforzare il funzionamento delle istituzioni comunitarie in un unico contesto, di conseguire il rafforzamento e la convergenza delle economie, di promuovere il progresso economico e sociale, la realizzazione del mercato interno e il rafforzamento delle coesioni”. Esso dichiara altresì ”la volontà di istituire l’Unione economica e monetaria e la moneta unica, la cittadinanza europea, una politica estera e di sicurezza comune, disposizioni relative alla giustizia e agli affari interni, il principio di sussidiarietà e nuove politiche comunitarie”. L’orientamento perseguito e quello di “attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell’integrazione economica a paralleli progressi in altri settori, di riaffermare l’obbiettivo di agevolare la libera circolazione delle persone, garantendone la sicurezza, di compiere con l’Unione europea ulteriori passi ai fini dello sviluppo dell’integrazione e di rafforzare l’identità europea e la sua indipendenza, in una realtà di pace, di sicurezza e di progresso”.

    Dal 1° gennaio 1995 tre nuovi Paesi sono entrati ufficialmente a far parte dell’Unione europea: l’Austria, la Finlandia e la Svezia; l’adesione della Norvegia si è nuovamente scontrata con l’esito sfavorevole di un referendum popolare, che ha quindi impedito a quel Paese di unirsi alla Comunità; attualmente l’Unione europea è perciò costituita da quindici Stati membri.

    V. L’ordinamento dell’Unione europea

     

    LE ISTITUZIONI

     

    Commissione europea

    È l’organo esecutivo dell’Unione e gestisce gli stanziamenti di bilancio. È l’elemento trainante dell’Unione europea in quanto è l’unica istituzione a godere del diritto di iniziativa legislativa. Vigila sulla corretta applicazione dei Trattati.

    Ha sede a Bruxelles, anche se parte dell’apparato amministrativo (relativo alle competenze dell’ex Alta Autorità della CECA) è dislocata a Lussemburgo.

    È composta da venti membri con mandato quinquennale, nominati dai governi degli Stati membri, previa approvazione da parte del, Parlamento europeo. È presieduta da un presidente – nominato dai membri della Commissione previa consultazione del Parlamento europeo – e da uno o due vicepresidenti.

    I membri della Commissione sono indipendenti dai governi nazionali ed agiscono nell’esclusivo interesse dell’Unione. Ciascun membro è a capo di una Direzione, generale con competenze settoriali. Con una mozione di censura, il Parlamento può provocare le dimissioni della Commissione.

    Nell’esercizio delle sue funzioni si avvale spesso di comitati formati da funzionari anche nazionali.

     

    Consiglio dell’Unione

    È composto da un rappresentante a livello ministeriale per ciascuno degli Stati membri, designato a seconda dell’ordine del giorno in base alle sue competenze.

    Ha sede a Bruxelles, ma le sue riunioni si tengono anche a Lussemburgo e nelle città indicate dalla presidenza. È presieduto a turno da ciascuno Stato membro per la durata di sei mesi.

    Persegue, la conciliazione dei vari interessi degli Stati membri con gli interessi della comunità. Per assicurare il raggiungimento degli scopi previsti dai Trattati, provvede a coordinare le politiche economiche generali degli Stati membri ed adotta, su proposta della Commissione, le principali decisioni relative alle politiche comuni, secondo procedure che associano, più o meno pienamente, il Parlamento europeo al processo decisionale. Svolge inoltre un ruolo preponderante nel processo decisionale relativo ai settori della politica-estera e di sicurezza comune e della giustizia ed affari interni.

    Nell’esercizio delle sue funzioni si avvale della collaborazione del COREPER.

    Per la maggior parte delle decisioni attinenti alle attività comunitarie delibera a maggioranza qualificata, mentre la regola dell’unanimità permane nei settori della politica estera e di sicurezza comune e della giustizia ed affari interni.

     

    Parlamento europeo

    È attualmente composto da 626 membri – eletti a suffragio universale dal 1979, con mandato quinquennale, organizzati in otto gruppi politici suddivisi in venti commissioni incaricate di predisporre le decisioni delle sedute plenarie – ed è presieduto da un presidente eletto ogni due anni, con un ufficio di presidenza costituito da quattordici vicepresidenti e cinque questori; vi è anche un segretario generale a capo dì un segretariato funzionale.

    Ha sede a Lussemburgo, ma le sue sessioni plenarie si tengono, una settimana al mese, principalmente a Strasburgo. Altre sedute e le riunioni delle commissioni parlamentari si tengono invece a Bruxelles, per agevolare i contatti con la Commissione europea.

    Svolge una funzione di controllo sulla Commissione ratificando, con mozione di fiducia, le nomine dei commissari e sorvegliando il buon andamento delle politiche comunitarie. È chiamato ad esaminare le petizioni dei cittadini. Insieme al Consiglio dell’Unione detiene i poteri in maniera di bilancio. Partecipa al processo normativo, in particolare in seguito all’adozione della procedura di codecisione istituita dal Trattato di Maastricht.

     

    Corte di giustizia

    È composta da quindici giudici assistiti da sei avvocati generali, nominati di comune accordo dagli Stati membri con mandato di sei anni, ma indipendenti dai governi degli Stati membri. Ha sede a Lussemburgo.

    È l’istituzione in grado di far prevalere il diritto comunitario sul diritto interno degli Stati membri. Assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei Trattati, ossia esercita il controllo su eventuali infrazioni commesse dagli Stati membri e sulla 1egittimità degli atti delle istituzioni.

    Dal 1989 è affiancata da un Tribunale di primo grado costituito da 15 giudici – nominati dagli Stati membri, ma indipendenti da essi, con mandato di sei anni – che ha sede a Lussemburgo ed è competente per i ricorsi presentati dal privati alle imprese, con riserva di impugnazione dinanzi alla Corte per i soli motivi di diritto.

     

    Corte dei conti

    È stata istituita nel 1975 e ha iniziato i propri lavori a Lussemburgo dal primo gennaio 1977, ma ha ottenuto il rango, di istituzione comunitaria solo con il Trattato di Maastricht.

    È composta da un rappresentante per ciascuno Stato membro, nominati per sei anni con decisione unanime del Consiglio, previa consultazione del Parlamento europeo. Il presidente è designato, con mandato rinnovabile di tre anni, dagli stessi membri.

    Controlla la legittimità e la regolarità delle entrate e delle spese dell’Unione ed accerta la sana gestione finanziaria.

     

     

    ORGANI DELL’UNIONE

     

    Consiglio europeo

    È stato istituzionalizzato nel 1986 dall’Atto unico europeo sulla base delle precedenti riunioni al vertice dei capi di Stato (l’unico è quello francese, capo dell’esecutivo), e di governo dei Paesi membri della Comunità.

    È composto dai capi di governo dei Paesi membri dell’Unione e dal presidente della Commissione europea, assistiti da ministri degli affari esteri e dal membro della Commissione competente per le relazioni esterne.

    Si riunisce almeno due volte l’anno nello Stato che nel semestre detiene la Presidenza dell’Unione.

    Dà all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali, deliberando all’unanimità.

     

    Mediatore

    È una, persona nominata dal Parlamento europeo dopo ogni elezione, per la durata della legislatura. Il suo mandato è rinnovabile.

    È abilitato, a ricevere le denunce di qualsiasi cittadino europeo o di qualsiasi persona fisica o giuridica che risieda o abbia la sede, sociale in uno Stato membro, e riguardanti i casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni o degli organi comunitari.

    Esercita le sue funzioni in piena indipendenza e per tutta la durata del suo mandato non può esercitare alcuna altra attività professionale.

     

    COREPER (Comitato dei rappresentanti permanenti)

    E costituito da un rappresentante permanente di ciascuno dei governi degli Stati membri, che ha il rango di ambasciatore.

    Ha il compito di preparare i lavori del Consiglio dell’Unione europea e di eseguire i mandati che esso gli affida, in particolare attraverso comitati o gruppi di lavoro incaricati dello svolgimento di alcune mansioni di preparazione o di studio.

     

    Comitato economico e sociale

    È stato istituito dai Trattati di Roma con sede a Bruxelles ed è costituito da 222 membri rappresentativi della realtà economica e sociale degli Stati membri dell’Unione – suddivisi in tre gruppi: datori di lavoro, lavoratori e attività diverse – nominati dagli Stati membri con mandato di quattro anni, i quali nominano a loro volta un presidente e due vicepresidenti, eletti ogni due anni.

    Deve essere obbligatoriamente consultato dalle istituzioni comunitarie prima dell’adozione di un gran numero di decisioni (in alcuni casi la sua consultazione da parte delle istituzioni è facoltativa) e può esprimere pareri anche di propria iniziativa.

     

    Comitato delle regioni

    È stato istituito dal Trattato di Maastricht e ha tenuto la prima sessione plenaria nel 1994.

    Ha sede a Bruxelles. La sua struttura e organizzazione ricalca quella del Comitato economico e sociale ed è articolato in otto commissioni specializzate e quattro sottocommissioni. I suoi 222 membri sono rappresentanti degli enti regionali e locali.

    È il garante dell’applicazione del principio di sussidiarietà. Può emettere pareri di propria iniziativa, ma deve essere obbligatoriamente consultato in ordine a: coesione economica e sociale, fondi strutturali, reti transeuropee, sanità pubblica, istruzione, gioventù, cultura.

     

    Comitato consultivo CECA

    Costituito da 108 membri che rappresentano i produttori, i lavoratori, gli utenti e i commercianti di prodotti carbosiderurgici ed ha funzioni consultive in ordine ai problemi legati al mercato carbosiderurgico.

     

    Banca europea degli investimenti

    E stata creata dal Trattato di Roma, con sede a Lussemburgo, ed è l’istituto finanziario dell’Unione senza fini di lucro, con personalità giuridica e autonomia finanziaria, i cui membri sono gli stessi Stati membri dell’Unione.

    Ha il compito di contribuire allo sviluppo finanziario dell’Unione e a tal fine facilita il finanziamento di progetti in ordine a: lo sviluppo delle reti transeuropee di trasporti e di telecomunicazioni, la tutela dell’ambiente, un più sicuro ed economico approvvigionamento energetico, il rafforzamento della competitività internazionale delle piccole e medie imprese, la politica di cooperazione nei confronti dei Paesi terzi.

     

     

    VI. L’Euro

     

    Qui di seguito sono presenti dei documenti tratti dal Sole 24 Ore riguardanti l’introduzione della moneta unica europea: l’Euro

     

     

    BANCHE

     

    L’impatto dell’Euro

     

    Per la loro natura di intermediari di denaro, le banche sono ovviamente il perno principale sul quale ruota tutta l’operazione del passaggio dalla lira all’Euro.

    Devono perciò in primo luogo convertire le loro operazioni da valute nazionali individuali all’Euro. Così come devono affrontare un’accurata revisione dei sistemi e delle procedure operative. Il loro compito è reso più difficile dal fatto che contemporaneamente sono costrette ad affrontare un altro appuntamento: il Millenium bug, cioè l’adeguamento del software all’anno 2000.

    Sono dunque gli istituti di credito che devono fare in modo che il cambiamento avvenga nel modo più sicuro e consapevole per tutti, operatori economici e singoli cittadini.

    In sintesi, questi sono i cambiamenti che le banche italiane dovranno affrontare:

     

    • concorrenza maggiore nella zona Uem, sia nei prezzi sia nella qualità dei servizi. Finora la differenza di valuta costituiva una sorta di barriera per i costi che essa imponeva;
    • razionalizzazione della struttura bancaria, con un maggior numero di attori pan-europei che opereranno insieme con banche di nicchia. Quelle solo nazionali possono andare avanti ma, per sopravvivere, avranno bisogno di diventare più efficienti e di posizionarsi in modo più attento;
    • eliminazione delle contrattazioni di cambio tra le valute europee che partecipano all’Unione monetaria;
    • importanza crescente delle attività bancarie in Euro mano a mano che la moneta unica diventa sempre più importante sia in Europa sia nella più ampia economia internazionale.
    • adeguamento dei sistemi informatici, con l'eliminazione di strumenti ormai superati e introduzione mezzi in grado di gestire sia le transazioni di sportello relative ai pagamenti in contanti o con addebito sul conto sia le procedure elettroniche di pagamento.

     

    Adeguarsi a queste sfide porta costi ingenti per tutti gli istituti italiani di qualsiasi dimensione.

     

     

    Le aree più interessate

    Cambisti a parte, all’interno delle banche ci sono aree professionali più interessate di altre all’eurocambiamento e più direttamente coinvolte nella formazione necessaria per affrontarlo nei tempi strettissimi che restano. Le maggiori banche assicurano che tutto sia sotto controllo. Il San Paolo di Torino, per esempio, ha investito 100 miliardi nel suo Progetto euro, che include un’operazione di formazione con il coinvolgimento di tutti i 20mila dipendenti. BNL ha speso 150 miliardi: l’adeguamento informatico è stato seguito da un pool di 150 persone, senza contare gli esperti messi a disposizione dei fornitori. Il gruppo Intesa, che ha destinato all’appuntamento con l’Euro 250 miliardi, dallo scorso ottobre effettua test e simulazioni durante il fine settimana.

    Addetti allo sportello

    Se, per esempio, per gli addetti allo sportello può essere sufficiente un’informazione generale sui mutamenti portati dal vento dell’euro e sul modo corretto di confrontare un mutuo in lire con un finanziamento nella divisa europea (dal 2002 saranno tutti così) oppure spiegare cosa cambierà dal ’99 sul mercato dei titoli di Stato, ben diversa è la preparazione richiesta agli operatori dell’area finanza e private banking.

    Si calcola che almeno il 60-70% di loro dovrebbe frequentare corsi di approfondimento di grado specialistico per non trovarsi spiazzato di fronte alla clientela. E lo stesso dovrebbe avvenire per chi si occupa di sistemi di pagamento.

    Ogni banca dovrebbe aver istituito, perciò, circa 30 tipi di corsi diversi, tra formazione di base, quella dei tutor, degli addetti al front line, dei responsabili di servizi, degli operatori di funzioni specifiche e degli specialisti del private e del corporate nel giro di un anno.

    A scendere in campo in prima persona è stata la stessa Abi, con un "Programma di formazione di base" all’interno del Progetto Emu, che ha l’obiettivo ambizioso di portare le nozioni e le informazioni generali sull’euro a tutti i dipendenti bancari italiani, impegnati dagli accordi comunitari a rappresentare un tramite con la clientela per fornire chiarimenti e informazioni sulle conseguenze della moneta unica sulle operazioni finanziarie.

    Tutti gli istituti con più di 500 dipendenti possono avere un proprio tutor, mentre le banche minori devono affidarsi alle federazioni regionali nel caso delle aziende di credito cooperativo oppure ad altri istituti di formazione. I primi corsi sono partiti nel settembre scorso, a un ritmo di due cicli a settimana, per un totale di 300 eurotutor.

    Marketing

    Tutti i prodotti bancari del vicinissimo futuro devono essere impostati in Euro e ridisegnati per essere confrontabili e competitivi con offerte analoghe in arrivo da altri istituti europei.
    Già nel ’99 bisogna presentare i nuovi prodotti e aggiornare — ovvero tradurre in euro — tutti i precedenti, mentre tra il 2000 e il 2001 si dovrà aggiornare e promuovere solo le offerte della nuova generazione, e continuare a presentarle al pubblico dal 2002 in poi.

     

    I servizi bancari

    Anche allo sportello l’ora zero della moneta unica scoccherà il primo gennaio 1999. L'Abi, infatti, ha attivato uno specifico accordo, detto Accordo interbancario sulla transizione all'Euro, che impegna tutte le banche e i soggetti non bancari interessati al trasferimento di pagamenti (dai bonifici ai bancomat) a trattare tutte le disposizioni in euro già a partire dal primo gennaio (in realtà l'esordio sacatterà il 4 gennaio, primo giorno lavorativo) e quindi durante la fase transitoria che durerà tre anni sotto l’egida del principio no compulsion-no prohibition (nessun obbligo, nessun divieto). Senza questo accordo le banche avrebbero potuto, con un'interpretazione a loro favorevole del principio, rifiutarsi di accettare, nel periodo transitorio, pagamenti o incassi in euro.

    Quindi nel periodo transitorio - e solo durante questo - ci sarà una doppia moneta di conto (appunto lira ed euro) nella quale regolare le diverse operazioni bancarie.

    Conti correnti

    Durante il regime della doppia moneta di conto, il cliente dovrà avere la possibilità di effettuare incassi e pagamenti (non in contanti) in lire o in euro. Il suo conto corrente, conseguentemente, dovrà essere denominato nelle due valute e consentire conteggi di interessi e operazioni di cambio con divise non comprese nell’area della moneta unica sia versus lira sia versus euro. Se un cliente vorrà mantenere fino all'ultimo il suo conto in lire e riceverà una somma in euro, la banca dovrà convertire automaticamente l'euro in lire al tasso unico, fisso e irrevocabile (stabilito il 31 dicembre 1998) con il quale la lira è entrata nel sistema della moneta unica. L'operazione non sarà gravata da alcuna spesa.

    Estratti conto

    Lo Schema nazionale di piazza, una pubblicazione del Comitato euro-ministero del Tesoro che aiuta il sistema finanziario nella sua fase di transizione, lascia alle banche la piena libertà nella pubblicazione dei fogli informativi. A seconda dei servizi erogati, ogni banca potrà scegliere se stampare la modulistica in lire, in euro o con la doppia indicazione dei prezzi. Le banche dovranno comunque preoccuparsi di essere trasparenti nella comunicazione delle lettere contabili. Qualunque sia la denominazione del conto, i movimenti saranno registrati nella stessa unità di conto. Ma, per abituare il risparmiatore alla moneta unica, saranno segnalati gli importi sia in lire sia in euro, con l'indicazione del tasso di conversione.

    Acquisto di titoli

    Dal primo gennaio 1999 i Governi dei Paesi aderenti all’Unione europea emetteranno titoli del loro debito in euro e convertiranno le emissioni precedenti. Il risultato di questo Big Bang sarà la nascita immediata di un mercato euro liquido ed efficiente all’interno del quale verranno regolate tutte le transazioni. Nessun cambiamento si verificherà invece per le condizioni al servizio dell’emissione. In caso di tasso fisso, questo verrà mantenuto anche dopo la conversione. In caso di tasso variabile, sarà invece conservato lo stesso parametro di riferimento. Quanto infine alle emissioni private, l’orientamento di massima è quello di un rimborso in lire fino al giugno 2002 e di una conversione di capitale e cedole in euro a partire dal luglio 2002.

    Bonifici

    Nel periodo transitorio sarà possibile operare utilizzando lire o euro. Nell’estratto conto verranno riportati gli estremi dell’operazione in lire con l’eventuale conversione in euro. Con il nuovo sistema europeo di trasferimenti denominato Target (Transeuropean Automated Real-time Gross-settlement Express Through, Trasferimento automatico in tempo reale di pagamenti lordi tra i Paesi europei) le oggi gravose commissioni e spese dovrebbero ridursi.

    Assegni

    A differenza del conto corrente che sarà unico, i carnet saranno distinti per lire ed euro. Una vistosa immagine dovrà permettere agli utenti di distinguere facilmente il libretto degli assegni per le lire da quello utilizzabile per l’euro. Se un cliente vorrà convertire il suo conto da lire in euro, la maggioranza delle banche si è impegnata a mantenere lo stesso numero di conto per evitare un inconveniente: il numero di conto stampato sul libretto degli assegni, per motivi di sicurezza, non può essere modificato. Nella fase transitoria, gli assegni circolari potranno essere emessi in lire o in euro e le banche dovranno preparare nuovi assegni in euro, disegnando moduli ben differenziati. Naturalmente l'assegno potrà essere riscosso in contanti solo in lire fino a che la moneta europea non verrà stampata e messa in circolazione a partire dal primo gennaio 2002.

    Carte di credito/debito

    Le carte di credito e quelle di debito, come il bancomat, saranno abilitate a operare in doppia valuta dal primo gennaio 1999. Gli acquisti potranno quindi essere effettuati sia in lire sia in euro, mentre gli sportelli bancomat potranno erogare, nel periodo di transizione, solo lire. In quel periodo, infatti, l'euro non esisterà fisicamente. Dal primo gennaio 2002, tutti i cash dispenser saranno in grado di erogare la nuova valuta. Non sarà necessario cambiare la carta magnetica: se la sua validità sarà a cavallo dei due periodi, la carta passerà automaticamente a erogare valute diverse.

    Nel periodo di transizione, per le carte di credito che prevedono un tetto massimo di spesa sarà necessario adeguare sia i terminali Pos sia le procedure di gestione. I terminali dovranno permettere la digitazione in lire o in euro ed evidenziare sul display il doppio importo. Le procedure di gestione dovranno autorizzare pagamenti in valuta diversa da quella del tetto di spesa e cambiare la rendicontazione. Sull'estratto conto della carta i pagamenti saranno rappresentati in entrambe le divise e gli importi saranno addebitati nella valuta de conto di appoggio. L'eventuale conversione da parte della banca non comporterà alcun costo aggiuntivo

     

     

    BORSA

     

    Eurolistino: rivoluzione dal 4 gennaio 1999

     

    Il Big Bang della Borsa europea è programmato per il prossimo 4 gennaio: a partire da quel giorno le transazioni di tutti gli strumenti finanziari quotati (azioni, diritti, warrant, ecc.) sulle undici piazze di Eurolandia avverranno in euro.

    In questo periodo sarà possibile utilizzare la moneta unica in tutte le operazioni di incasso e pagamento che non richiedano l'utilizzo di denaro contante. E non è necessario che l'investitore apra un conto in euro.

    Le obbligazioni convertibili continueranno a essere espresse in percentuale rispetto al valore nominale, ma gli scambi saranno effettuati in modo tale da consentire la generazione di controvalori in euro. Mentre per i futures, quelli con scadenza marzo 1999 saranno ancora espressi nel punto indice in lire.

    Procedure analoghe di transizione all’euro, che assicureranno il funzionamento nella moneta unica dei mercati, riguarderanno i titoli a reddito fisso e gli strumenti derivati dell’Idem, il mercato dei prodotti derivati sui titoli azionari e gli indici di Borsa.

    Le motivazioni di tale scelta sono individuabili nella volontà di non influenzare negativamente la liquidità del mercato (frammentando il listino in gruppi di titoli negoziati in valuta diversa), da ragioni di efficienza tecnologica (è opportuno evitare la duplicazione di modalità di negoziazione e contabilità) e nell’intenzione di tutelare la competitività della Borsa sul piano internazionale.

    Probabilmente la moneta unica avrà l'effetto di aumentare i flussi finanziari, la concorrenza tra mercati e tenderà a premiare gli intermediari finanziari più efficienti.

    Dovrebbero scendere anche le commissioni pagate a banche e Sim, anche se per ora rimane tutto fermo: per le transazioni a Piazza Affari la percentuale è fissata allo 0,7%, ma andare oltrefrontiera costerà ancora molto di più.

    Ciò vuol dire che l'abbattimento delle barriere monetarie non sarà sufficiente a garantire un listino unico. E' per questo che le trattative tra piazze europee per giungere alla Borsa paneuropea procedono per arrivare a definire le alleanze (Londra, Francoforte, Amsterdam,Parigi, Milano, Bruxelles, Madrid e Zurigo) e a stabilire regole e convenzioni comuni per gli scambi.

    La rivoluzione dell'Euro investirà anche risparmiatori: dal 1° gennaio 1999 tutte le nuove emissioni di titoli negoziabili del debito pubblico saranno denominate in euro, come pure i titoli di Stato preesistenti ( Bot, Ctz, Btp, Cct). Anche in questo caso una delle ragioni fondamentali della scelta è rappresentata dalla volontà di assicurare condizioni di massima omogeneità per gli investitori e il mercato, senza differenziare gli strumenti in lire da quelli nuovi in euro. Sotto il profilo tecnico il processo di ridenominazione sarà agevolato da nuove misure di "dematerializzazione" (che incideranno sull’attuale residua circolazione cartacea dei titoli) contenute nel Decreto legislativo di attuazione della Legge delega n. 433/1977 per la transizione all’euro.

    La ridenominazione degli altri strumenti finanziari (azioni, warrant, obbligazioni private) avverrà in maniera scaglionata all’interno del periodo 1999-2001. Nel Decreto legislativo sopra citato sono previsti interventi normativi volti a ridurre la complessità delle operazioni sul capitale richieste (aumenti di capitale, utilizzo di azioni prive di valore nominale) e il corrispondente onere per gli emittenti. La scelta di iniziare a negoziare in euro i titoli quotati indipendentemente dalla ridenominazione del capitale sociale dell’emittente è al riguardo funzionale ad assicurare la gradualità degli interventi richiesti agli emittenti, agevolando in particolare l’operato di quelli meno aperti alla realtà finanziaria internazionale.

     

    Una risposta ai dubbi del “Bot people”

    Cosa succederà ai titoli di Stato con l’introduzione dell’euro?

    Tutti i titoli di Stato ( Bot, Btp, Cct, Ctz e obbligazioni delle Ferrovie dello Stato) dal 1° gennaio 1999 saranno emessi in euro. A quella data verranno ridenominati in euro anche i "vecchi" titoli già emessi in modo da non avere due diversi mercati per i titoli di Stato, uno in lire per i titoli già in circolazione e uno in euro per quelli di nuova emissione. Il tasso di interesse sui "vecchi" titoli non cambia: infatti con l’euro viene garantito il principio di continuità dei contratti.

    I miei risparmi in titoli di Stato perderanno valore?

    No. Con l’euro cambia l’unità di conto, ma non il valore del denaro. La politica monetaria comune, improntata alla stabilità, renderà i risparmi meno esposti all’erosione dell’inflazione. La scelta di ridenominare in euro i titoli di Stato fin dal 1° gennaio 1999 consente di inserirsi al più presto nel mercato finanziario europeo, che funzionerà tutto in euro.

    La conversione dalla lira all’euro comporterà dei costi per i risparmiatori?

    La conversione dei conti correnti sarà gratuita, sia durante che alla fine del periodo di transizione (1/1/1999 - 31/12/2001), come anche la conversione dei pagamenti in uscita e in entrata. Anche il cambio di monete e banconote dalla lira all’euro sarà gratuito. Al più tardi dal 1° gennaio 2002 avremo in mano le banconote in euro e incomincerà il ritiro graduale di quelle in lire. Il 1° luglio 2002 la lira perderà corso legale.

    Devo fare qualcosa personalmente per la conversione dei miei titoli in euro?

    Chi possiede un conto titoli presso una banca non dovrà fare nulla: sarà la sua banca ad effettuare automaticamente la conversione. Chi invece possiede dei titoli cartacei dovrà riportarli in banca, perché nel frattempo sarà entrata in vigore la "dematerializzazione" .

    Cos’è la "dematerializzazione" dei titoli?

    Significa che i titoli di Stato, dal prossimo mese di luglio, non esisteranno più in forma cartacea, ma unicamente come iscrizione contabile. Chi possiede dei titoli cartacei dovrà riportarli in banca e aprire un conto titoli entro il 31 dicembre 1998.

    Come avverrà la conversione in euro dei titoli?

    Il tasso di conversione irrevocabile lira/euro verrà fissato dalle Banche centrali dell’Unione ill 31 dicembre 1998. Il taglio minimo di ciascun titolo (in Italia per la maggior parte dei titoli questo taglio è di 5 milioni di lire) sarà convertito in euro, arrotondando il risultato alla seconda cifra decimale, cioè al centesimo di euro.

    Cosa succede a chi possiede più del taglio minimo?

    La conversione lira/euro viene calcolata sul taglio minimo di 5 milioni e il valore ottenuto viene poi moltiplicato per il numero di tagli minimi di un dato titolo.

    Con l’euro cambia il valore minimo di acquisto dei titoli di Stato?

    Sì. Se prima occorrevano di regola cinque milioni per investire, dal 1° gennaio 1999 basterà disporre di 1.000 euro (meno di 2 milioni di lire).

    Come faccio ad avere delle "cifre tonde" nei miei titoli di Stato convertiti in euro?

    I tagli "tondi", multipli di 1.000 euro, potranno essere negoziati direttamente in Borsa. Le "spezzature" potranno essere conservate tali e quali oppure essere vendute alla banca che applicherà una commissione minima di copertura dei costi. Il prezzo di vendita sarà comunque quello ufficiale di Borsa di quel giorno.

     

    IMPRESE

    L’era della moneta unica

    Come governare il cambiamento nelle imprese

     

    Costi e vantaggi

    Alle aziende italiane l’avvento dell’euro costerà, complessivamente, centinaia di miliardi. Ma se è indubbio che nell'immediato l'introduzione della moneta unica rappresenta un onere non trascurabile (programmi, macchine, addestramento, organizzazione), nel contempo è un’opportunità per i vantaggi che l’euro porta con sé: la nascita di un mercato da 290 milioni di consumatori, più compatto e più liquido; la semplificazione degli scambi e degli investimenti; la semplificazione della contabilità interna; una maggiore trasparenza e una concorrenza basata sempre di più sulla qualità dei beni e servizi.

    Si tratta di un’occasione per ripensare la propria organizzazione, renderla più efficiente e ridefinire i rapporti con tutti i partner improntandoli a una maggiore collaborazione.

    Diventa, dunque, essenziale che tutte le aziende, grandi e medio-piccole, si preparino per tempo per poter essere in grado di sfruttare al meglio questi vantaggi, dal momento che dall’avvio dell’Unione monetaria, essa sarà giudicata anche dalla sua capacità di pensare e agire nella nuova moneta e dal rapporto che avrà con clienti e fornitori.

    Il Sole 24 Ore Idea, offre qui alcune regole essenziali per gestire il passaggio alla moneta unica e insieme anche uno strumento utile per misurare il proprio grado di preparazione.

     

    Regole generali

    Il vero tema dell’introduzione dell’euro è legato all'ampliamento del mercato oltre le precedenti barriere domestiche, senza più la valvola di aggiustamento anche politico dei cambi, che rende immediato il confronto con la concorrenza. Molto meno cruciali sono i problemi contingenti delle soluzioni di natura contabile e informatica, che vengono affrontati e risolti una volta per tutte.

    Ogni azienda dovrà, dunque, individuare la propria strategia verso la moneta unica e adattare la sua marcia non solo in base alla situazione di partenza e agli obiettivi, ma anche in relazione ai flussi commerciali e alle sue ambizioni di crescita.

    Per farlo essa dovrà prestare particolare attenzione alla legislazione dell’Unione europea e all’adeguamento della normativa nazionale e decidere il momento in cui passare all’euro.

    Per giungere a questa decisione ci sono alcuni passi che ogni azienda dovrebbe avere già compiuto:

     

    • l'identificazione delle fonti da cui attingere le informazioni per valutare gli impatti dell'euro;
    • l'individuazione dell’Euromanager, colui che in azienda è responsabile di tutta l’operazione con un'eventuale task force operativa;
    • l’esame della singola situazione, in base a parametri chiave: dimensione dell’impresa, i mercati di sbocco e le prospettive di crescita;
    • la preparazione di un piano d’azione, al quale venga data priorità strategica, con la definizione di tempi e costi dei cambiamenti da effettuare.

     

    Cosa cambia nell'impresa

    1) Organizzazione e strategia

    Con l’euro, si svilupperanno gli scambi e gli investimenti transfrontalieri, con il conseguente aumento della pressione concorrenziale. Ci sarà una maggiore trasparenza dei prezzi e quindi l e imprese non potendo più godere dei vantaggi di cambio, dovranno puntare tutto sull’efficienza e sul marketing. La concorrenza si farà anche sulla capacità delle aziende di informare i consumatori, per esempio, attraverso la doppia indicazione dei prezzi. Questo genere di cambiamenti si presenterà alla fine del periodo di transizione, ma è bene che le aziende predispongano le loro strutture fin da ora per approfittare dei vantaggi della moneta unica.

    2) Tesoreria e finanza

    Dal 1999 al 2002 le aziende potranno stabilire quale approccio adottare per la transizione, cioè se usare subito l’euro come moneta per le transazioni. Esse devono tenere presente che l’orientamento italiano è l’opzione totale: le società avranno il diritto di redigere la contabilità, convertire il capitale sociale, presentare le dichiarazioni fiscali ed effettuare i pagamenti in euro o in valuta nazionale a partire dal ’99. Così come potranno emettere azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari in euro. Scegliere la lira o l’euro non comporta l’eliminazione della moneta scartata che verrà trattata come una qualsiasi moneta straniera, poichè sul mercato vi sarà chi opererà in lire e chi lo farà in euro.

    Tutte le imprese dovranno convertire debito e azioni denominate nelle monete che partecipano all’Uem fin dall’inizio del 2002, quando le valute nazionali non avranno più corso. Ma sarebbe opportuno convertirle più presto per cogliere il vantaggio di mercati più profondi. Nel momento in cui faranno questa operazione, talune società potrebbero trovare che l'arrivo della moneta unica cambi la loro posizione fiscale.

    Ciò potrebbe avvenire a causa della conversione di un profitto o una perdita incerta in una certa, cristallizzando cioè il profitto o la perdita per scopi fiscali.

    Come passare dalla moneta nazionale all’Euro nella redazione dei bilanci?

    Cosa deve fare il tesoriere?

    Per riassumere, dunque, i compiti più importanti di questa area aziendale sono:

    - esaminare tutte le aree di attività e, per ogni caso, scegliere la moneta di riferimento;

    - decidere quale approccio adottare per gestire i flussi in euro;

    - definire con le banche i servizi proposti e i relativi costi.

    3) Gestione e formazione del personale

    Il passaggio all’euro impone alle aziende un ripensamento sulla propria organizzazione, anche perché l’allargamento dei mercati delle esportazioni impone nuove decisioni sulla consistenza e l’ubicazione del personale di vendita. In ogni caso, in questi mesi di preparazione alla transizione, l’impresa deve porsi alcuni obiettivi affinché l’operazione euro non eserciti un impatto destabilizzante sugli equilibri interni.

    In particolare il suo compito è quello di:

    • informare e coinvolgere i dipendenti;
    • dare il via a programmi di formazione, a partire da coloro che dovranno gestire la transizione o sono a contatto con la clientela;
    • preparare la conversione in euro delle buste paga a seconda delle legislazioni nazionali. Ciò che varierà sarà solo il modo in cui verranno presentate, non la loro struttura.

    4) Tecnologia dell’informazione

    L’impatto del passaggio alla moneta unica sui sistemi informativi interni impone una serie di adattamenti che va a incidere anche sui costi che l’azienda deve affrontare. Ai fini dell’adeguamento, i compiti principali sono il riesame e l’elenco di tutti i progetti riguardanti il sistema informatico, una valutazione dell’impatto che l’euro avrà sui progetti attuali e futuri e la eventuale modifica di certi progetti ed eventualmente la scelta di programmi diversi.
    Nel supplemento Informatica del Sole-24 Ore (del 20 marzo 1998) una serie di articoli offre un quadro completo dei problemi che devono affrontare imprese e banche per adeguare i propri sistemi informatici all'introduzione della moneta unica. Inoltre una software library offre i programmi più aggiornati da utilizzare in azienda.

     

    Chi si è preparato e chi no

    In questi ultimi mesi sono fluiti fiumi d'inchiostro su come le aziende debbano attrezzarsi in vista della moneta unica. Secondo un'indagine europea condotta, a cavallo tra il '97 e il '98, dall'Ibm risulta che il grado di preparazione delle imprese italiane era sostanzialmente in linea con gli altri Paesi. Ma, in particolare, risultava che le aziende più grandi erano quelle più tempestive e che stavano strutturandosi (considerati i vantaggi) per adottare l'euro al più presto. Il buco nero rimane la piccola e media impresa, che costituisce l'ossatura della nostra economia: difatti il 42% dell'occupazione italiana fa capo ad aziende con meno di nove addetti, contro una media europea del 26 per cento.

    Stando a un sondaggio della Confindustria e dell'Istituto Tagliacarne, risalente alla scorsa estate, è risultato che tra le Pmi esiste una radicata e diffusa impreparazione alla moneta unica, tanto che lo stesso Istituto parla esplicitamente di "deficit di adattamento".

    In sostanza, è emerso che le imprese fino a 250 addetti (ma soprattutto le imprese più piccole) stanno facendo poco o nulla in vista del riposizionamento strategico. E sembrano aver disatteso tutti gli avertimenti a non considerare l'euro come un'operazione meramente contabile. Difatti nel periodo transitorio, che va dal '99 al 2001, oltre la metà delle imprese contattate dichiara di volere adottare la costosa doppia contabilità (in lire e in euro), ma sette imprenditori su dieci non hanno idea di quanto possa incidere sul conto economico.

    L'impreparazione del sistema delle piccole e medie imprese italiane all'appuntamento con l'euro è confermata da una recentissima ricerca dell'Istat (14 dicembre 1998), secondo la quale solo il 18,2% delle società italiane esprimerà il bilancio e il listino prezzi nella nuova valuta già dal prossimo anno, mentre il 40,9% rimanderà il tutto al Duemila e il 37,2% aspetterà il 2001, l'ultimo anno disponibile prima di passare al regime definitivo. Ma, sempre secondo la ricerca Istat, anche le grandi imprese sono in ritardo: solo il 23% si adeguerà già dal 1999, mentre il 40% avrebbe deciso di aspettare fino al Duemila.

     

    Largo consumo

    Imprese, distributori e contabilità

    Industrie e distributori hanno pianificato un’introduzione graduale dell’euro: l’obiettivo è di preparare la filiera del largo consumo al decollo dell’euro, almeno sei mesi prima del debutto ufficiale, previsto per il 1° gennaio 2002.

    Già da luglio, secondo il protocollo siglato dal Comitato per l’euro, tra le imprese del largo consumo si prepareranno per arrivare a definire un listino unico in lire e in euro, con una conversione aritmetica dell’attuale listino in lire.

    Nella fase iniziale, per quanto riguarda l’arrotondamento, si procederà con tre cifre decimali, per poi utilizzare due sole cifre significative al momento della conversione in euro del ciclo di fatturazione e pagamento.

    Ciò avverrà a partire dal 1° gennaio del 2001. Le imprese della filiera del largo consumo avranno quindi a disposizione un anno e mezzo per approntare tutti gli strumenti e le procedure necessarie.

    A partire dal 1° gennaio del 2001 saranno validi alcuni criteri guida molto precisi: univocità della valuta, irreversibilità della scelta, sincronizzazione delle procedure, trasparenza sui termini di preavviso e obblighi di comunicazione preventiva.

    Una moneta per tutto

    L’univocità della valuta significa che l’adozione dell’euro deve riguardare tutto il rapporto amministrativo, anche le fatture, le note di servizio e i relativi pagamenti. Inoltre, la scelta dell’euro, in virtù della sincronizzazione, deve avvenire all’inizio di un nuovo anno o all’inizio di un nuovo periodo di contabilizzazione-liquidazione di premi e contributi.

    La decisione di orientare il rapporto amministrativo sull’euro dovrà essere comunicata, per iscritto, ai partner con almeno tre mesi di preavviso. La comunicazione dovrà comprendere almeno le date corrispondenti al cambiamento dei processi amministrativi, i criteri con cui si intendono pagare le partite aperte in valuta nazionale, i nomi dei contatti, le modalità per risolvere eventuali anomalie, i cambiamenti apportati nei vari documenti amministrativi.

    Primo e dopo il 2001

    I documenti contabili con data successiva al 1° gennaio 2001, ma relativi a partite inizialmente generate in lire, devono essere emessi in euro con il riferimento anche in lire. Su richiesta potrà essere emesso un allegato con doppi importi per un periodo di sei mesi e comunque non oltre il 31 dicembre 2001. I pagamenti avvengono nella valuta dei documenti contabili.

    Pagamenti in lire sono ammessi in via eccezionale per un periodo di sei mesi.
    L’operazione di semplificazione dei conti lungo la filiera si svilupperà per circa 24 mesi. Pertanto dopo la conversione a partire dal 1° gennaio e per i successivi sei mesi le rettifiche sui periodi antecedenti saranno fattibili a prezzo di maggiori oneri di conversione.

     

     

    FAMIGLIA E RISPARMI

     

    L’euro nella vita quotidiana

    Una sola moneta da Palermo a Clifden. Per 290 milioni di europei, dalla nostra Sicilia all’estremità nord-occidentale dell’Irlanda, comincia la grande avventura dell’euro. Il cambiamento per i consumatori, fino al 2002, sarà ancora "virtuale" perché in tasca avremo sempre le lire italiane (o i franchi francesi, i marchi tedeschi e così via), ma, come avviene nel mondo di Internet, sarà proprio questa "realtà virtuale" quella che conta. Le monete e le banconote nazionali, attraverso i cambi fissi irrevocabili con l’euro, dal 1° gennaio 1999 saranno soltanto frazioni o multipli non decimali della nuova moneta comune. Il grande passo, dunque, è fatto.

    L’euro è chiaramente un progetto ben più impegnativo dello Sme (il vecchio Sistema monetario europeo), che ci porterà oltre "le colonne d’Ercole" dell’abitudine quotidiana. Il pubblico chiede più informazioni e una prova è stata anche il successo del supplemento domenicale del Sole 24 ORE "Risparmio e famiglia con i Flintstones", dieci fascicoli dedicati all’introduzione della nuova moneta europea. Secondo l’ultimo eurobarometro, inchiesta a cadenza semestrale della Commissione Ue svolta su un campione di mille persone in ogni Paese membro (resa nota in settembre su dati raccolti in aprile-maggio 1998), circa metà dei cittadini europei ha una conoscenza almeno sommaria dell’avvio della moneta unica, con il picco dell’89% in Lussemburgo (per l’Italia siamo al 60 per cento). Soltanto un quarto degli europei si ritiene tuttavia "bene informato" in materia (massimo 43% il Olanda, minimo 11% in Portogallo, Italia al 17 per cento).

     

    Tassi di interesse e mutui casa

    Il 3 dicembre 1998, a poco meno di un mese dall'introduzione della moneta unica, le 11 Banche centrali dell'area euro hanno annunciato un abbassamento concertato dei tassi di riferimento. Dieci Paesi lo hanno portato al 3%, mentre l'Italia - che partiva da livelli più alti del costo del denaro - lo ha ribassato di mezzo punto, dal 4 al 3,5 per cento e si è allineata agli altri il 23 dicembre. Con questa mossa i banchieri centrali nazionali hanno giocato d'anticipo rispetto alla Banca centrale europea. La convergenza al 3% significa un vantaggio netto per le imprese e le famiglie italiane: un tasso di riferimento che non si era mai visto da noi, nemmeno negli anni d'oro del boom economico, quando la Banca d'Italia tenne la sua leva monetaria bloccata dal 1958 al 1969 sul livello del 3,5 per cento.

    Le famiglie guardano dunque con speranza alla discesa dei mutui casa: ai primi di gennaio i tassi medi offerti dagli istituti di credito italiani oscillano fra il 5 e il 6% (per il fisso) e intorno al 5-5,5% per i mutui a tasso variabile. Alcune banche, proprio in coincidenza dell’avvio dell’euro, sono scese sotto la soglia del 5 per cento, anche se il presidente dell’Abi Maurizio Sella ha raffreddato gli entusiasmi di chi ha prefigurato a breve termine un livello del 4,15-4,30 per cento ("dipenderà dal mercato, dal costo della raccolta e da altre condizioni").

     

    Eurolabel

    E’ naturale che i cittadini e i consumatori in generale avranno bisogno di un po’ di tempo per abituarsi alla nuova moneta. Come quando si fa un breve soggiorno in un Paese straniero c’è il rischio di perdere la "percezione" dei prezzi, in particolare per gli italiani, che lasceranno la vecchia "liretta" per passare a una nuova unità monetaria del valore quasi 2mila lire attuali. Cadono di colpo tre zeri: nei primi tempi occorrerà esercitarsi in una sorta di "ginnastica mentale", più o meno come avviene per esempio quando dobbiamo trasformare nei calcoli le lire in dollari.

    Per un’intesa (volontaria) fra i rappresentanti del commercio e quelli dei consumatori, i negozi avranno la facoltà di esporre la doppia prezzatura (in moneta nazionale e in euro) dei beni di largo consumo. In Italia dalla fine di gennaio l'euro arriverà nei negozi di nove città (Treviso, Pavia, Perugia, Foggia, Vicenza, Taormina, Siena, Abano Terme, Bra in provincia di Cuneo): un adesivo rettangolare blu e azzurro, con il simbolo dell’euro e i tratti di un volto che sorride, sarà esposto in vetrina dai commercianti che aderiscono all'accordo Eurolabel. L’etichetta potrà riportare anche la scritta "si accettano pagamenti in euro" se il negozio, oltre a esporre il doppio prezzo, accetta pagamenti con carte di credito, bonifici e assegni espressi in euro.

     

    Prezzi trasparenti, non prezzo unico

    Un altro contraccolpo psicologico potrebbe venire dal confronto fra i salari nei diversi Paesi euro, per esempio di un operaio o di un impiegato o di un insegnante. Questi raffronti, con la moneta unica, saranno infatti di immediata lettura, anche se il fatto che il metalmeccanico tedesco guadagni 2 o 3 mila euro al mese dipende dai diversi livelli di produttività di Italia e Germania. In altre parole l’operaio di Colonia o di Monaco ha un salario più alto perché, con il proprio lavoro e una più alta dotazione di capitale, produce beni e servizi che vengono venduti sul mercato a un prezzo maggiore. Inoltre con mille euro in Germania non si acquistano gli stessi prodotti che in Italia (come il costo della vita, e quindi il potere d'acquisto, a Palermo è inferiore di quasi un terzo rispetto a Milano).

    L’introduzione dell’euro faciliterà la trasparenza dei prezzi, attenuandone le differenze, renderà i mercati più competitivi ed efficienti, anche se non porterà al prezzo unico per le stesse merci. La spiegazione, come si può capire dagli esempi citati sopra, è legata ai tradizionali vantaggi comparati nella produzione dei beni, alle differenze dei costi di trasporto e distribuzione, alla struttura del commercio all’ingrosso e al minuto, alle diverse aliquote Iva: la "questione fiscale" è da tempo sul tavolo dei capi di Stato e di Governo, ma anche l’ultimo Consiglio europeo di Vienna l’11 e 12 dicembre si è chiuso con un rinvio dell’approvazione del cosiddetto Pacchetto Monti (che prevede appunto l’armonizzazione in tutti i Paesi Ue delle aliquote fiscali).

    Secondo una ricerca della Nielsen diffusa nelle scorse settimane, i consumatori europei saranno più attenti ai prezzi: di fronte a un certo disorientamento iniziale potranno rifugiarsi nella fedeltà alla marca o al punto vendita, ma si dovrebbe poi andare a un "consumerismo transnazionale". La politica commerciale delle grandi imprese dovrebbe portare a un’armonizzazione dei prezzi (in basso) e a una riorganizzazione dei formati dei prodotti da esporre negli scaffali dei supermercati europei.

    Un altro studio della Lehman Brothers pubblicato a fine agosto 1998 ha confrontato 53 prodotti omogenei venduti nei Paesi dell’area euro (dalla bottiglia di Coca-Cola alla Volkswagen Golf, dal litro di latte al computer Compaq Presario, dalla mezza dozzina di uova ai Jeans Levi’s). La differenza media dei prezzi è risultata del 23% (il doppio che negli Stati Uniti): più basso è lo scarto per i Levi’s e la VW Golf; per una bottiglia di birra si arriva invece al 50 per cento. La famosa casalinga di Voghera non andrà quindi a fare la spesa in Francia o in Germania per "lucrare" la differenza di prezzo, ma quando si parla di beni durevoli come un’autovettura o un computer il discorso cambia. Per le automobili in particolare, secondo gli analisti della Lehman, dove già oggi lo scostamento è soltanto del 7%, il differenziale dovrebbe ridursi ancora di più. Molta convergenza ci sarà anche nel settore delle telecomunicazioni e in quello della telefonia mobile in particolare.

     

    Anziani e poveri

    Ci sono però anche alcune categorie sociali più deboli - come gli anziani, i poveri, la gente meno istruita, i portatori di handicap - che rischiano di avere più danni che vantaggi dall’introduzione della moneta unica. Lo ha rilevato la stessa Commissione europea,in particolare la Dg XXIV, che stima nel 20-25% della popolazione l’aliquota dei "vulnerabili" a subire un vero e proprio shock. In Europa ci sono 58 milioni di europei sopra i 65 anni e quasi il 30% persone che nella loro vita non hanno mai effettuato un pagamento in valuta straniera. L’introduzione dell’euro, se non è accompagnata da politiche adeguate, può pertanto aggravare le fratture sociali e i deficit di cittadinanza. Secondo la Commissione non si può attendere il 2002 quando le monete e banconote in euro arriveranno nelle nostre tasche, ma è necessario creare un clima di fiducia, soprattutto rassicurando i consumatori che i costi del passaggio alla moneta unica non avranno effetti suoi loro redditi e le loro spese.

    Uno dei punti particolarmente delicati per questa di fiducia è il rapporto dei cittadini consumatori (o clienti) con le banche. Per la tenuta di un conto corrente gli istituti di credito italiani, spagnoli, francesi, nell’ordine, sono quelle che hanno finora praticato uno spread più alto sugli interessi (nel caso dell’Italia, il triplo di quello esistente verso la clientela in Germania). Ma, ora che non ci sarà più il rischio di cambio, il correntista potrà confrontare i servizi offerti e scegliere i più efficienti e meno costosi, che non sempre saranno quelli delle banche nazionali. La nuova realtà in cui il sistema bancario italiano dovrà lavorare sarà basata sulla stabilità monetaria, un’inflazione bassa, dei tassi di interesse ridotti.

     

    Il cambio delle banconote

    Dal 1° gennaio 1999 tutte le operazioni "estere" di natura finanziaria verso i Paesi della zona euro diventano "residenti". Le sale cambi finora deputate a gestire le transazioni nelle diverse valute europee, potranno lavorare soltanto sul rapporto dell’euro con dollaro, yen, sterlina inglese, franco svizzero e le valute minori. Per il cambio di banconote e monete non dovrebbero dunque più essere pagate commissioni valutarie: aiuta a capire l'importanza della novità l'esempio (più volte citato) di chi, partendo con un milione di lire da Roma e viaggiando in tutte le capitali europee, alla fine del giro si ritroverebbe con un importo dimezzato senza nemmeno fare alcun acquisto.

    Il condizionale - dovrebbero non essere più pagate - ha però una sua spiegazione. Prima della nascita dell’euro, chi si recava in banca per comprare o vendere franchi francesi o marchi tedeschi contro lire italiane lo faceva sulla base di quotazioni che, rispetto a quelle ufficiali, incorporavano un differenziale (o spread) anche consistente, grazie al quale la banca si tutelava dal rischio di cambio e costruiva parte del proprio guadagno (cambio "denaro" e cambio "lettera"). In aggiunta veniva pagata una commissione, variabile da banca a banca, per il servizio (trasporto, assicurazione, cambio fisico delle banconote).

    Scomparsa l’incertezza del cambio il 31 dicembre 1998, sono arrivate le sorprese nei primi giorni del nuovo anno. In Italia l’Abi ha indicato - come tetto massimo - una commissione di 5mila lire e/o una percentuale dall’1 al 3% sull’importo dell’operazione per i costi del servizio e alcune aziende di credito hanno disinvoltamente scelto il livello più alto (ma lo stesso è capitato, ad esempio, in Germania): paradossalmente, in certi casi, pur comprendendo il rischio di cambio, l’onere risulta più basso per cambiare dollari o sterline. Quasi una beffa per i cittadini di Eurolandia. Contro il caro-cambi da Bruxelles si sono fatti sentire i commissari italiani Emma Bonino e Mario Monti; anche il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, condividendo le preoccupazioni dell’opinione pubblica, ha invitato i vertici dell’Abi a intervenire presso il sistema bancario per un’azione moderatrice sui cambi e sui bonifici transfrontalieri.

    Secondo Mario Monti è importante che le banche spieghino con chiarezza tutti i costi associati all'operazione di cambio, inclusi quelli che un tempo erano "nascosti nello spread" tra valore d'acquisto e di vendita, ora invece unificato nel rapporto fisso. La trasparenza nelle commissioni dovrebbe portare una ulteriore pressione al ribasso, dato che i consumatori sono per la prima volta in grado di comparare i costi. Monti ha invitato le banche "a soppesare i benefici finanziari di breve periodo nell'aumentare le commissioni di conversione con i danni di lungo periodo per i singoli istituti creditizi e per il sistema bancario nel suo complesso in termini di credibilità e di fiducia dei consumatori". Nelle prossime settimane si vedrà se questi "appelli" saranno stati recepiti. Intanto, comunque, i risparmiatori possono convertire senza spese le banconote estere dell’area euro presso gli sportelli provinciali della Banca d’Italia fino a un controvalore di 3 milioni di lire (gli uffici della Banca d’Italia non cambiano invece le lire nelle valute euro).

     

    Assegni e carte di credito

    Tutti i correntisti possono richiedere alla propria banca blocchetti di assegni sia in lire che in euro senza spese aggiuntive (e anche senza avere aperto un conto in euro). I libretti si distingueranno soprattutto per il colore, ma anche per il "glifo" dell’euro che dovrà essere stampigliato con evidenza. Nella compilazione bisognerà indicare sempre i centesimi, sia in cifre che in lettere, separati da virgola (ad esempio euro 2000,00 ed euro duemila e no cent).

    Con la carta di credito è già possibile operare in doppia valuta (euro e moneta nazionale) per quanto riguarda gli acquisti, mentre gli sportelli Bancomat erogano ovviamente soltanto banconote in lire. Dal 1° gennaio 2002 il Bancomat (che non dovrà per questo essere sostituito) erogherà anche in euro. Sull’estratto conto per la clientela i pagamenti saranno rappresentati in entrambe le divise.

     

    Azioni, titoli, fondi di investimento

    Tutti i titoli azionari della Borsa italiana dal 4 gennaio 1999 sono negoziati in euro, indipendentemente dalla conversione del capitale sociale e delle voci di bilancio degli emittenti. Procedure analoghe di transizione all’euro riguarderanno i titoli a reddito fisso e gli strumenti derivati dell’Idem (il mercato dei prodotti derivati sui titoli azionari e gli indici di Borsa). Le motivazioni di tale scelta - analoga a quella di tutte le Borse dei Paesi euro - derivano da volontà di non influenzare negativamente la liquidità del mercato, (frammentando il listino in gruppi di titoli negoziati in valuta diversa), da ragioni di efficienza tecnologica (è opportuno evitare la duplicazione di modalità di negoziazione e contabilità) e dall’intenzione di tutelare la competitività della Borsa sul piano internazionale. Nel comparto obbligazionario i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi aderenti all’area euro si differenziano d’ora in poi solamente per il diverso rischio dell’emittente (per l’Italia, rispetto alla Germania, lo spread si può quantificare da un quarto di punto a mezzo punto).

    Con la nascita dell’euro comune il mercato borsistico di riferimento per il risparmiatore italiano non è più Piazza Affari a Milano, ma il mercato azionario e obbligazionario europeo (dove ci sono circa 2500 società quotate). Per quanto riguarda il mercato azionario, si ragionerà sempre di più per settori piuttosto che per Paesi. L’alternativa all’acquisto di azioni Telecom Italia non saranno quindi le Generali, le Fiat o le Olivetti, ma France Telecom, Deutsche Telekom e così via. Ma oggi le commissioni di negoziazione nel resto d’Europa sono ancora più elevate rispetto a quelle italiane (anche il doppio rispetto allo 0,7% italiano), perché occorre aggiungere la percentuale richiesta dal broker straniero dato che pochi intermediari nel nostro Paese sono attrezzati per comprare direttamente le azioni sui mercati esteri.

    Dal 1° gennaio 1999 anche tutte le nuove emissioni di titoli negoziabili del debito pubblico saranno denominate in euro, come pure i titoli di Stato preesistenti (Bot, Ctz, Btp, Cct). Anche in questo caso una delle ragioni fondamentali della scelta è rappresentata dalla volontà di assicurare condizioni di massima omogeneità per gli investitori e il mercato, senza differenziare gli strumenti in lire da quelli nuovi in euro. Sotto il profilo tecnico il processo di ridenominazione sarà agevolato da misure di "dematerializzazione": ciò significa che i titoli di Stato non esisteranno più in forma cartacea, ma unicamente come iscrizione contabile. Chi possiede dei titoli cartacei dovrà riportarli in banca e aprire un conto titoli entro il 31 dicembre 1998. Con l’euro cambia anche il valore minimo di acquisto dei titoli di Stato: così, se prima occorrevano di regola cinque milioni, dal 1° gennaio 1999 basterà disporre di 1.000 euro (meno di 2 milioni di lire).

    Per quanto riguarda i Fondi di investimento, la conversione all'euro non richiede alcuna operazione da parte di chi già detiene quote di fondi comuni. La Banca d'Italia ha previsto il 30 dicembre 1998 come ultimo giorno delle quote in lire e il 5 gennaio 1999 quale primo giorno di calcolo delle quote in euro. Il risparmio gestito italiano è stato suddiviso in nuove categorie. Per le azioni è rimasta una sola categoria nazionale (denominata Azionario Italia), mentre esistono sette tipologie per l’estero: Area euro, Europa, America, Pacifico, Paesi emergenti, Internazionali, Altre specializzazioni (con almeno il 70% delle azioni appartenenti alla voce di riferimento).

     

    Il risparmio in posta

    Dal 1° gennaio 1999 è possibile aprire nuovi libretti postali in euro agli stessi rendimenti e condizioni di quelli in lire, ma è ancora possibile aprire libretti in lire, sui quali fino al 31 dicembre 2001 le relative operazioni saranno registrate in lire. Poi a partire dal 1° gennaio 2002 i libretti saranno ridenominati in euro.

    La conversione dei buoni fruttiferi ordinari e a termine (così come del debito pubblico non negoziabile sui mercati regolamentati) sarà effettuata il 1° gennaio 2002; per i buoni postali non è prevista la "dematerializzazione" dei titoli posseduti dai risparmiatori (come invece per Cct e Btp). Sempre dal 1° gennaio 1999 è possibile acquistare buoni postali fruttiferi in euro: i nuovi buoni "ordinari" sono previsti in sei tagli da 50 a 5mila euro (in lire da 96.800 a 9.681.000) e quelli "a termine" in sette tagli da 250 a 25mila euro (in lire da 484.000 a 48.407.000). I buoni postali in lire continueranno a essere emessi fino ad esaurimento delle scorte, ma non oltre la data del 31 dicembre 2001.

    Le Poste italiane hanno inoltre annunciato che, dal 1° febbraio 1999, rivolgendosi a uno dei 1.080 sportelli abilitati è possibile cambiare valute euro (in contanti) pagando 5mila lire di cifra fissa, senza ulteriori commissioni. Da quest’anno inoltre l’Italia emette francobolli con l’indicazione del valore sia in lire che in euro. Queste affrancature potranno essere utilizzate anche dopo il 30 giugno 2002 (quando la lira non avrà più circolazione legale), mentre non lo saranno i vecchi francobolli con il valore solo in lire.


    BIBLIOGRAFIA

     

     

    • L’Unione Europea (Gian Piero Orsello) ed. Tascabili Economici Newton
    • Storia volume II e III (Giuseppe Galasso) ed.Bompiani
    • Storia della Filosofia volume 3 (Giovanni Reale – Dario Antiseri) ed. Editrice La Scuola
    • Diritto Stato e Sistema Economico (Elio Bonifazi – Alberto Pellegrino) ed. Bulgarini
    • La Grande Enciclopedia “Peruzzo – Larousse”
    • Risorse Internet: http://www.europa.eu.int/; http://www.ilsole24ore.it
  • Fine articolo Unione Europea

     

I seguenti articoli sono tratti da ec.europa.eu

 

Fatti e cifre chiave


sull’Europa e gli europei


L'Unione europea – la storia di un successo.

Per molti aspetti, la storia dell'Unione Europea è la storia di un grande successo. Nell'arco di più di mezzo secolo è riuscita ad elevare il tenore di vita dei suoi cittadini, portandolo a livelli mai raggiunti prima, Ha creato un mercato unico senza frontiere e una valuta unica, l'euro. L'Unione europea è anche una delle principali potenze economiche e leader mondiale negli aiuti allo sviluppo. Gli Stati membri sono passati da sei a venticinque e nel 2007 se ne aggiungeranno altri due, portando la popolazione dell'UE a circa mezzo miliardo di cittadini.

Non tutti i paesi europei sono nell'UE o desiderano farne parte, ma L'UE è pronta ad accettare la candidatura di qualsiasi paese democratico europeo. Essa mantiene rapporti stretti e amichevoli con i paesi limitrofi, sia in Europa, che sulle rive orientali e meridionali del Mediterraneo.

Pur con caratteristiche diverse, già di per se una ricchezza, tutti i paesi dell'UE sono accomunati dall'impegno nei confronti della pace, della democrazia, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Essi si impegnano inoltre a promuovere questi valori su scala mondiale e ad esercitare un'influenza collettiva sulla scena mondiale, agendo di concerto.

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Per mezzo di tutta una serie di grafici e diagrammi, il sito presenta i dati e i numeri di base sull'Unione europea e i suoi Stati membri, talvolta con un raffronto con altre grandi potenze economiche. Sono compresi nella presentazione i paesi candidati all'adesione, ma figurano in una sezione a parte.

Per semplificare, alcuni dei dati numerici sono stati arrotondati; un asterisco posto a fianco di un dato indica che si tratta di un dato provvisorio o stimato. Le abbreviazioni usate per i vari paesi sono quelle indicate nella legenda.


L’Unione europea — una famiglia sempre più numerosa

La storia dell'UE è iniziata negli anni cinquanta, con la denominazione di “Comunità europee”. Gli Stati membri erano sei: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. A questi si aggiunsero la Danimarca, l’Irlanda e il Regno Unito nel 1973, la Grecia nel 1981, la Spagna e il Portogallo nel 1986. La riunificazione della Germania nel 1990 ha determinato l’ingresso dei Länder della Germania orientale.

Nel 1992 un nuovo trattato ha conferito nuovi poteri e responsabilità alle istituzioni comunitarie ed ha introdotto nuove forme di cooperazione tra i governi degli Stati membri, creando così l’Unione europea in quanto tale. L’UE si è ampliata nel 1995 per includere l’Austria, la Finlandia e la Svezia.

L’allargamento del 2004 ha visto l’ingresso di Cipro, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania, di Malta, della Polonia, della Repubblica ceca, della Slovacchia, della Slovenia e dell’Ungheria. L’adesione di Bulgaria e Romania è prevista per il 2007. Altri due paesi, Croazia e Turchia, hanno avviato i negoziati di adesione, ma non è stata ancora stabilita una data per l'adesione. L'ultimo paese candidato è l'ex Repubblica iugoslava di Macedonia, che non ha ancora avviato i negoziati.

L’Europa è sempre stata la patria di popoli e culture diversi. In ogni Stato membro dell’UE una parte della popolazione è costituita da persone provenienti da altri paesi che hanno, di solito, forti legami storici con il paese ospitante. L’UE considera la diversità etnica e culturale come uno dei suoi più grandi patrimoni e difende i valori della tolleranza, del rispetto e della comprensione reciproca — valori che ci sono stati insegnati dalla lunga storia europea.

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Superficie e popolazione

L’Unione europea ha una superficie pari a circa due quinti di quella degli Stati Uniti, ma con un numero di abitanti superiore di oltre il 50%. Infatti, la popolazione dell’UE è la terza al mondo, dopo la Cina e l’India.

I tassi di natalità nell’UE sono in calo e attualmente gli europei vivono più a lungo. Queste tendenze hanno importanti conseguenze per il futuro.

Quanto è grande l’UE?

L’Unione europea occupa una superficie di quasi quattro milioni di chilometri quadrati. Se osservata su un planisfero, non è un’area enorme, eppure comprende 25 paesi. Le dimensioni dei singoli Stati membri variano notevolmente, dalla Francia (il più grande) a Malta (il più piccolo).

Illustration 1.1
Caption:
Superficie nel 2001, misurata in migliaia di chilometri quadrati

Paese Superficie (1 000 km²)
UE-25 3 892,7
FR 544,0
ES 504,8
SE 410,9
DE 357,0
PL 312,7
FI 304,5
IT 301,3
UK 243,8
EL 131,6
HU 93,0
PT 91,9
AT 83,9
CZ 78,9
IE 70,3
LT 65,3
LV 64,6
SK 49,0
EE 45,2
DK 43,1
NL 33,9
BE 30,5
SI 20,3
CY 9,3
LU 2,6
MT 0,3

Above vertical axis
1 000 km²

Footnote below graph
Il dato relativo alla Francia non include i dipartimenti d’oltremare.

Fonte: Eurostat.

Illustration 1.2
Caption:
Superficie, misurata in milioni di chilometri quadrati

Paese Superficie (milioni di km²)
RU 17,1
US 9,6
CN 9,6
UE-25 3,9
IN 3,3
JP 0,4

Above vertical axis
Milioni di km²

Fonti: Eurostat, Banca mondiale.

Quante persone vivono nell’UE?

L’Unione europea conta oltre 459 milioni di abitanti — la sua popolazione è dunque la terza su scala mondiale, dopo la Cina e l’India.

La percentuale della popolazione mondiale che abita le aree sviluppate si sta costantemente restringendo: dal 30% nel 1960 al 19% nel 2003. Attualmente, sul nostro pianeta, quattro persone su cinque vivono in un paese in via di sviluppo. Questo è un elemento che desta preoccupazione ed una delle ragioni per cui l’UE intende promuovere attivamente lo sviluppo globale. Essa è gia il primo erogatore mondiale di aiuti allo sviluppo.

Illustration 1.3
Caption:
Popolazione misurata in milioni di abitanti, 2005

Paese Popolazione (milioni)
CN 1 306,3
IN 1 080,3
UE-25 459,5
US 295,7
RU 143,4
JP 127,4

Above vertical axis
Milioni

Footnote below graph
I dati relativi all’UE 25 sono riferiti al 1° gennaio 2005. I dati relativi alla Cina, all'India, alla Russia e agli Stati Uniti sono riferiti ai primi sei mesi del 2005.

Fonti: Eurostat, www.census.gov

I 459 milioni di abitanti dell’UE non sono distribuiti in modo uniforme sul territorio del continente: alcuni paesi (ed alcune regioni) sono più densamente popolati di altri. Ecco perché l’ordine di grandezza della superficie dei vari paesi non sempre corrisponde all’ordine di grandezza della rispettiva popolazione.

Illustration 1.4
Caption:
Popolazione al 1º gennaio 2005, calcolata in milioni di abitanti

Paese Popolazione (in milioni)
UE-25 459,5
DE 82,5
FR 60,6
UK 60,0
IT 58,5
ES 43,0
PL 38,2
NL 16,3
EL 11,1
PT 10,5
BE 10,4
CZ 10,2
HU 10,1
SE 9,0
AT 8,2
DK 5,4
SK 5,4
FI 5,2
IE 4,1
LT 3,4
LV 2,3
SI 2,0
EE 1,3
CY 0,7
LU 0,5
MT 0,4

Above vertical axis
Milioni

Fonte: Eurostat.

Gli europei stanno invecchiando

Gli europei vivono sempre più a lungo. L’aspettativa di vita dei nati nel 1960 era di circa 67 anni per gli uomini e di 73 anni per le donne. I bambini nati nel 2002 hanno un’aspettativa di vita molto superiore: quasi 75 anni per gli uomini e oltre 81 anni per le donne.

A titolo di confronto, i dati forniti dalle Nazioni Unite indicano, per i nati tra il 2000 ed il 2005 in Somalia, uno dei paesi meno sviluppati del mondo, un’aspettativa di vita di appena 46 anni per gli uomini e di 49 anni per le donne.

Illustration 1.5
Caption:
Aspettativa di vita alla nascita per uomini e donne dell’UE 25, 1962 - 2002

Uomini Donne
1962 67,2 72,9
1972 68,6 75,0
1982 70,3 77,2
1992 72,2 79,1
2002 74,8 81,1

Footnote
Tutti i dati sono stime.

Fonte: Eurostat.

Quarant’anni fa, una donna dell’UE 25 partoriva (in media) oltre 2,5 figli nell’arco della sua vita, ma i tassi di natalità in Europa sono diminuiti: le donne ora partoriscono (in media) meno di 1,5 figli. La sempre più marcata diminuzione della popolazione giovane nell’UE determina anche una riduzione della forza lavoro. Un numero di lavoratori sempre più esiguo deve sostenere una percentuale crescente di pensionati, come mostra il grafico riportato qui di seguito.

Per mantenere o incrementare il livello della popolazione attiva, l’Europa ha bisogno di vari fattori: immigrazione qualificata, apprendimento lungo tutto l’arco della vita, un maggior numero di donne lavoratrici e di lavoratori a tempo parziale oltre l’età pensionabile. Anche un maggior numero di nascite sarebbe senz’altro utile!

Illustration 1.6
Caption:
Percentuale della popolazione di età pari o superiore a 80 anni, 1963 - 2004, UE 25

% di 80enni e ultraottantenni
1963 1,6
1964 1,6
1965 1,6
1966 1,7
1967 1,7
1968 1,8
1969 1,8
1970 1,8
1971 1,9
1972 1,9
1973 1,9
1974 2,0
1975 2,0
1976 2,1
1977 2,1
1978 2,2
1979 2,2
1980 2,2
1981 2,4
1982 2,4
1983 2,6
1984 2,6
1985 2,7
1986 2,8
1987 2,9
1988 3,0
1989 3,1
1990 3,2
1991 3,3
1992 3,4
1993 3,5
1994 3,5
1995 3,6
1996 3,6
1997 3,6
1998 3,4
1999 3,4
2000 3,4
2001 3,6
2002 3,7
2003 3,9
2004 4,0

Above vertical axis
%

Fonte: Eurostat.

Europa: un nuovo posto da chiamare casa

L’aumento della popolazione europea è dovuto ad una combinazione di incremento naturale (vale a dire quando nascono più persone di quante ne muoiano) e di migrazione netta (ossia quando si stanziano nell’UE più persone di quante la abbandonino).

Attualmente, l’incremento demografico totale dell’Unione è dovuto principalmente alla migrazione netta. Infatti, senza l’immigrazione, la popolazione di Germania, Grecia e Italia sarebbe in calo già dal 2003. L’immigrazione apporta le necessarie nuove leve alla forza lavoro europea.

Illustration 1.7
Caption:
Incremento demografico totale (linea blu) e migrazione netta (linea rossa) nell’UE 25, per
1 000 abitanti, dal 1992 al 2003

Incremento demografico totale

1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
4,4 3,3 2,7 2,4 2,3 1,9 2,0 2,6 3,3 3,7 3,4* 4,9*

Red line:
Migrazione netta

1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003
2,9 2,2 1,7 1,8 1,7 1,2 1,5 2,1 2,6 3,0* 2,9* 4,5*

Fonte: Eurostat.

L’Europa vanta una lunga tradizione di ospitalità, avendo dato rifugio a coloro che fuggivano dalle guerre o dalle persecuzioni nelle aree più turbolente del mondo. Il numero di richiedenti asilo aumenta nei periodi di guerra, come è avvenuto nel corso dei conflitti nei Balcani nei primi anni ’90. Da allora, il numero di richieste di asilo presentate all’UE è diminuito e nel 2002 non è stato superiore a quello del 1990.

Illustration 1.8
Caption:
Numero di richieste di asilo, in migliaia, UE 25, 1990 - 2005

UE-25 UE-15
1990 397,0
1991 511,2
1992 672,4
1993 516,7
1994 300,2
1995 263,7
1996 227,8
1997 242,8
1998 297,2
1999 375,3 351,7
2000 404,0 370,7
2001 401,9 357,7
2002 384,5 352,2
2003 335,2 297,9
2004 267,4 229,4
2005 226,0 201,2

Key
UE-25
UE-15

Fonte: Eurostat.

 

Qualità della vita

Una buona qualità della vita dipende da numerosi fattori, come possedere denaro sufficiente ed essere in buona salute. Quanto sono ricchi gli europei e qual è il loro stato di salute? La risposta varia da un paese all’altro.

Per avere un’idea approssimativa del tenore di vita materiale in uno Stato, possiamo calcolare il valore della produzione totale di un paese in un determinato anno solare (il suo “prodotto interno lordo”: PIL) e quindi dividere la cifra ottenuta per il numero di abitanti.

I prezzi, comunque, variano da un paese all’altro e queste differenze devono essere eliminate prima di andare a confrontare i tenori di vita. Possiamo farlo misurando il prezzo di un “paniere”, confrontabile e rappresentativo, di beni e servizi in ciascun paese. Questa cifra non è espressa in unità monetarie nazionali, ma in una valuta comune artificiale chiamata “standard del potere di acquisto” (SPA).

Esprimendo il PIL per abitante in standard di potere di acquisto si ottiene un giusto confronto del tenore di vita nei diversi paesi.

Quanto sono ricchi gli europei?

Nell’ultimo decennio, il tenore di vita degli europei è aumentato in maniera apprezzabile. Nel 1995 il PIL per abitante (espresso in SPA) per l’UE 25 era pari a 15 200. Dieci anni più tardi è salito a 23 400.

Il tenore di vita dei paesi europei è tra i più elevati al mondo.

Illustration 2.1
Caption:
PIL misurato in SPA per abitante nel 2005

Paese PIL in SPA
US 35 500
JP 25 900
UE 25 23 400
RU 8 100
CN 4 500

 

Footnote below graph
I dati relativi alla Russia e alla Cina si riferiscono al 2003.

Fonte: Eurostat.

Il tenore di vita nell’Unione europea varia da un paese all’altro. Il PIL per abitante (espresso in SPA) è più elevato in Lussemburgo e più basso in Lettonia. L’Europa si sta adoperando per rafforzare la propria economia, renderla più competitiva e creare un maggior numero di posti di lavoro, in modo che tutti possano godere di una migliore qualità di vita.

Illustration 2.2
Caption:
PIL misurato in SPA per abitante nel 2005

Paese PIL in SPA
LU 58 000
IE 32 100
DK 29 100
AT 28 900
NL 28 900
BE 27 600
UK 27 300*
SE 26 900
FI 26 200
DE 25 700
FR 25 500
IT 24 100
UE 25 23 400
ES 23 100
CY 19 500
EL 19 200
SI 18 700
CZ 17 100
PT 16 700*
MT 16 200
HU 14 300
EE 13 400
SK 12 900
LT 12 200
PL 11 700
LV 11 00

Fonte: Eurostat.

Il tenore di vita varia anche all’interno di ciascun paese. In alcune regioni dell’UE, come evidenziato dalla cartina, il PIL misurato in SPA per abitante è inferiore del 50% alla media dell’UE 25. In altre regioni è superiore del 25% alla stessa media.

I Fondi strutturali dell’UE mirano a livellare queste differenze migliorando le condizioni di vita nelle regioni più povere. Più del 35% del bilancio dell’UE viene destinato al rilancio delle economie in queste regioni, il che a sua volta rafforza l’UE nel suo complesso.

Illustration 2.3
Caption:
PIL misurato in SPA per abitante in percentuale della media dell’UE 25 nel 2003

Map of the EU — regions coloured accordino to GDP in PPS as percentage of EU average.

Footnote below graph

Fonte: Commissione europea.

Key
Inferiore al 50%
50–75%
75–90%
90–100%
100–125%
125% o superiore
Nessun dato

La condizioni di salute degli europei

Il fumo, un’alimentazione sbagliata e la mancanza di esercizio fisico sono tra i fattori che possono aumentare il rischio di sviluppare un cancro o una malattia ischemica cardiaca, una patologia che comporta un insufficiente apporto di sangue al cuore a causa della presenza di coaguli o di danni alle arterie.

È interessante notare come, nell’UE, il numero di decessi imputabili a tali malattie sia più elevato nella popolazione maschile rispetto a quella femminile. Inoltre, la percentuale di cittadini colpiti varia enormemente da uno Stato membro all’altro. Nel 2000 il più elevato tasso di mortalità per cancro si è registrato in Ungheria, mentre l’Estonia è stato il paese più colpito per quanto riguarda le malattie ischemiche. Il minor tasso di mortalità da patologie tumorali si è avuto in Finlandia, mentre la Francia ha registrato il più basso numero di decessi per malattie ischemiche nell’UE.

Illustration 2.4
Caption:
Numero di decessi per cancro e malattie ischemiche cardiache ogni 100 000 abitanti, UE 25, 2001

Uomini Donne
Cancro 252,8 141,6
Malattia ischemica cardiaca 147,4 74,6

 

Fonte: Eurostat.

Lo sport fa bene alla salute. Da un’indagine realizzata da Eurobarometro alla fine del 2004 è emerso che il 38% della popolazione europea pratica un’attività sportiva almeno una volta la settimana. La percentuale varia da un paese all’altro: è più elevata in Scandinavia e più bassa in alcuni paesi dell’Europa meridionale, come il Portogallo e alcuni dei nuovi Stati membri, come l’Ungheria.
Esistono tuttavia delle eccezioni a questa divisione vecchio-nuovo: ad esempio, sembra che gli sloveni pratichino molto l’attività fisica.

In generale, sono più gli uomini che le donne a dedicarsi agli sport, e quanto più si è giovani, maggiore è l’attività fisica.

La tabella mostra la percentuale di cittadini intervistati in ciascun paese dell’UE che hanno dichiarato di non praticare alcuno sport.

Illustration 2.5
Caption:
Percentuale di cittadini intervistati in ciascun paese che non pratica alcuno sport, 2004

Paese %
PT 66
HU 60
IT 58
EL 57
LV 48
LT 48
ES 47
CY 47
PL 46
MT 43
UE 25 40
LU 40
EE 40
BE 36
DE 36
SK 36
FR 35
AT 34
CZ 34
NL 31
UK 31
IE 28
SI 24
DK 17
SE 7
FI 4

Above vertical axis
%

Fonte: Eurobarometro.

Una società equa e attenta ai bisogni dei cittadini

Il modello sociale europeo assume forme diverse nei vari Stati membri, ma tutti i paesi dell’Unione europea mirano ad essere società eque e attente ai bisogni dei cittadini. Il gettito fiscale serve a coprire i sistemi di protezione sociale (come le pensioni, le indennità di disoccupazione e l’assistenza sanitaria) creati per tutelare i cittadini più vulnerabili. La spesa pro capite varia da un paese all’altro.

Man mano che la popolazione invecchia, la forza lavoro deve sostenere un numero crescente di cittadini anziani. Per far fronte a questa tendenza e tenere sotto controllo i costi assistenziali, i paesi dell’UE si stanno impegnando a riprogettare i loro sistemi di protezione sociale. Il modello sociale europeo deve essere modernizzato, al fine di essere preservato per le generazioni future.

Illustration 2.6
Caption:
Spesa pro capite relativa a quattro tipi di prestazioni sociali, misurata in SPA. Le cifre sono riferite all’UE 25, 2003

Vecchiaia Malattia Invalidità Disoccupazione
2 371,9* 1 635,7* 459,8* 378,8*

Key

Vecchiaia
Malattia/assistenza sanitaria
Invalidità
Disoccupazione

Fonte: Eurostat.

Istruzione, ricerca e società dell’informazione

L’Unione europea ha un obiettivo ambizioso: diventare l’economia basata sulla conoscenza più dinamica del mondo. Ciò significa investire massicciamente nella ricerca (fonte della nuova conoscenza), nell’istruzione e nella formazione, così da permettere alla popolazione di accedere alle nuove conoscenze.

Particolarmente importante è la formazione dei lavoratori nel campo delle tecnologie informatiche — oltre ad un accesso più rapido ed agevole ad Internet per le scuole, le aziende e i privati cittadini.

Un’economia fiorente si basa su una maggiore durata della vita attiva e sull’apprendimento di nuove competenze nell’arco della stessa. “Apprendimento permanente” è la parola d’ordine. Nell’Unione europea, il numero di adulti iscritti a corsi di formazione è in aumento ed ha raggiunto il 9,4% nel 2004.

Nella competizione per il successo economico sui mercati mondiali, l’Unione europea si trova a dover fronteggiare rivali agguerriti come il Giappone e gli Stati Uniti.

Istruzione: investire nelle persone

L’istruzione rappresenta la chiave per il successo, sia per i singoli cittadini che per l’UE nel suo complesso. Qual è la percentuale del proprio patrimonio che ciascun paese dell’Unione europea ha destinato all'istruzione dei propri cittadini?

Illustration 3.1
Caption:
Spesa pubblica totale nel settore dell’istruzione espressa come percentuale del PIL nel 2003

Paese %
DK 8,28
SE 7,47
CY 6,37
FI 6,51
BE 6,06
SI 6,02
HU 5,94
FR 5,91
EE 5,67
PL 5,62
PT 5,61
AT 5,48
UK 5,38
LV 5,32
UE 25 5,22*
LT 5,18
NL 5,07
MT 4,84
IT 4,74
DE 4,71
CZ 4,55
IE 4,40
SK 4,38
ES 4,29
EL 4,24
LU 4,06

Above vertical axis
% PIL

Footnote below graph

Fonte: Eurostat.

L’istruzione superiore successiva alla scuola dell’obbligo – e in particolare l’istruzione a livello universitario – è, per molti, la porta di accesso ad una carriera gratificante, nonché uno strumento fondamentale per dotare l’Unione europea di forza lavoro altamente qualificata. La buona notizia è che, nella maggior parte dei paesi UE, sta aumentando il numero di diciottenni che proseguono gli studi.

Illustration 3.2
Caption:
Percentuale di 18enni che proseguono gli studi (a tutti i livelli), 2004

Paese %
SE 95,3
FI 93,3
CZ 90,8
BE 90,1
LT 88,9
SI 87,2
PL 86,9
DE 85,5
IE 83,4*
LV 83,3
SK 82,1
DK 81,1
EE 80,5
FR 79,9
NL 78,3
UE 25 78,1
IT 77,2
HU 76,4
AT 75,7
EL 75,6
LU 69,4
ES 68,8
PT 64,8
UK 60,5
MT 39,8
CY 30,4*

Above vertical axis
%

Footnote below graph
BE: le cifre non includono gli istituti privati indipendenti.
LU e CY: la maggioranza degli studenti studia all’estero e non è stata inclusa.

Fonte: Eurostat.

Quali materie studiano gli europei?

Le donne, i cui risultati nel campo dell’istruzione erano inferiori a quelli degli uomini nella scorsa generazione, oggi hanno colmato questo divario. Nel 2004 la percentuale di donne che ha completato un’istruzione superiore nell’Unione europea è stata maggiore di quella degli uomini.

 

Le materie di studio scelte dagli europei differiscono in base al sesso: gli uomini scelgono preferibilmente le scienze, l’informatica e l’ingegneria; le donne studiano per lo più discipline letterarie, umanistiche e giuridiche.

 

L’Europa ha bisogno di persone altamente qualificate in tutte le sfere di attività. In particolare, è necessaria una maggior percentuale di donne libere professioniste e di scienziati (di entrambi i sessi) per realizzare ricerche fondamentali.

 

 

Illustration 3.3

Caption:

Numero di persone, per sesso e settore di studio, che ha ottenuto un diploma d’istruzione superiore, UE‑25, 2004

 

Materia

Uomini

Donne

Discipline letterarie e umanistiche

114 525

255 962

Giurisprudenza

73 383

110 756

Scienze, matematica e informatica

207 509

137 034

Ingegneria, produzione e edilizia

329 439

101 815

 

 

 

Fonte: Eurostat.


 

Un'istruzione migliore significa migliori prospettive di lavoro

 

Parlando in senso generale, meno istruiti si è, più è probabile che si rimanga disoccupati. Se si sono completati gli studi universitari (per esempio un corso di laurea di primo livello), si ha più del doppio delle probabilità di avere un lavoro rispetto a qualcuno con un livello di istruzione primaria o secondaria di primo livello.

 

Illustration 3.4

Caption:

Tasso di disoccupazione per livello di istruzione, per persone di età compresa tra 25 e 64 anni, nell’UE-25 nel 2005

 

Istruzione pre-primaria, primaria e secondaria inferiore

 

Istruzione secondaria superiore e post-secondaria non universitaria

Istruzione universitaria

11,4

8,1

4,6

 

Fonti: Eurostat, indagine sulla forza lavoro, primavera.

 

Key:

Livello 0-2: Istruzione secondaria inferiore

Livello 3-4: Istruzione secondaria superiore

Livello 5-6: Istruzione universitaria

 


La tecnologia dell’informazione: uno strumento essenziale

 

Sono sempre di più le aziende ed i nuclei familiari che, in tutta l’Unione europea, si collegano ad Internet e una percentuale sempre maggiore di attività economiche viene svolta attraverso la rete, con un forte incremento dell’efficienza. Nel 2004, l’89% delle aziende ed il 42% dei nuclei familiari nell’Unione europea avevano accesso ad Internet.

 

Questo dato, tuttavia, varia da un paese all’altro. Ad esempio, nel 2004, il 69% delle famiglie danesi aveva il collegamento ad Internet, rispetto ad appena il 14% in Ungheria. Una delle priorità dell’UE è garantire che tutti i suoi cittadini abbiano un accesso rapido ed affidabile alla rete, oltre alle competenze necessarie per gestire le tecnologie informatiche. È necessario colmare il “divario digitale” tra i cittadini di diversi paesi e regioni.

 

Illustration 3.5

Caption:

Percentuale di aziende con accesso ad Internet nel 2004

 

Paese

%

DK

97

FI

97

BE

96

SE

96

DE

94

AT

94

SI

93

IE

92

CZ

90

EE

90

UE‑25

89

NL

88

EL

87

ES

87

IT

87

UK

87

LU

85

PL

85

FR

83

CY

82

LT

81

HU

78

PT

77

LV

:

MT

:

SK

:

 

Footnotes below graph

Le cifre includono solo le aziende con un numero di dipendenti pari o superiore a 10.

Le cifre relative a FR e LU si riferiscono al 2003.

 

Fonte: Eurostat.


Ricerca: la chiave per il futuro

 

Il settore Ricerca e sviluppo (R&S), soprattutto nel campo delle nuove tecnologie, rappresenta la chiave per la competitività e l’occupazione futura; ecco perché la nuova strategia dell’UE (a partire dal 2000) consiste nell'investire molto di più nella ricerca, rivaleggiando con Stati Uniti e Giappone.

 

Il Giappone e gli USA investono entrambi più dell’UE nella R&S, come percentuale riferita al PIL. L’UE, che ha destinato solo l’1,9% del PIL alla ricerca nel 2004, mira a portare la percentuale al 3% entro il 2010.

 

Illustration 3.6

Caption:

Spesa totale nel settore Ricerca e sviluppo, espressa come percentuale del PIL, per l'UE-25, il Giappone e gli Stati Uniti nel 1995 e nel 2004

 

 

1995

2004

USA

2,49

2,59

UE‑25

1,85

1,92

Giappone

2,69

3,15

 

 

Footnotes below graph

 

 

Fonti: Eurostat e OCSE.

 


Gli europei al lavoro

 

L’occupazione è una priorità assoluta per l’UE. Al fine di diventare l’economia più dinamica e competitiva del mondo, l’Unione europea deve creare posti di lavoro migliori e in numero maggiore per i suoi cittadini. Deve altresì garantire pari opportunità, cosicché chiunque voglia lavorare possa farlo. L’obiettivo è raggiungere un tasso di occupazione del 70% entro il 2010.


 

Quante persone lavorano nell’UE?

 

Nel 2005 il 63,8% delle persone in età lavorativa dell’UE-25 aveva un impiego. Tuttavia, il tasso di occupazione varia da paese a paese ed è inoltre differente per uomini e donne.

 

Illustration 4.1
Caption:

Tasso di occupazione nel 2005

 

Paese

%

DK

75,9

NL

73,2

SE

72,3

UK

71,7

AT

68,6

CY

68,5

FI

68,4

IE

67,6

PT

67,5

SI

66,0

DE

65,4

CZ

64,8

EE

64,4

UE‑25

63,8

LU

63,6

ES

63,3

LV

63,3

FR

63,1

LT

62,6

BE

61,1

EL

60,1

SK

57,7

IT

57,6

HU

56,9

MT

53,9

PL

52,8

 

Above vertical axis

%

 


 

Combattere la disoccupazione è fondamentale per l’Unione europea. Il tasso di disoccupazione varia da un paese all’altro e da una regione all’altra. Nel 2005, l'Irlanda aveva il livello di disoccupazione più basso, mentre la Polonia registrava quello più alto.

 

Nel complesso, il 8,7% della forza lavoro dell’UE risultava disoccupata nel 2005, rispetto ad untasso del 5,1% negli Stati Uniti.

 

Illustration 4.2
Caption:

Tasso di disoccupazione, agosto 2005

 

Paese

%

PL

17,7

SK

16,3

EL

9,8

DE

9,5

FR

9,5

ES

9,2

LV

8,9

UE‑25

8,7

BE

8,4

FI

8,4

LT

8,3

CZ

7,9

EE

7,9

SE

7,8*

IT

7,7

PT

7,6

MT

7,3

HU

7,2

SI

6,5

CY

5,3

AT

5,2

DK

4,8

NL

4,7

UK

4,7

LU

4,5

IE

4,3

 

Above vertical axis

%

 

Footnotes below graph

 

 

Fonte: Eurostat.


I lavori svolti dai cittadini

 

Negli anni cinquanta oltre il 20% dei cittadini dell’Unione europea (composta all’epoca da soli sei paesi) lavorava nel settore agricolo e circa il 40% in quello industriale. Nel 2003 queste cifre erano scese rispettivamente al 5,2% e al 25,5% per l’UE‑25.

 

Nel frattempo, il settore dei servizi ha registrato una rapida crescita ed rappresenta attualmente oltre due terzi della forza lavoro dell’UE.

 

Illustration 4.3
Caption:

Percentuale di lavoratori occupati nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi, UE‑25, 1998 e 2003

 

 

1998

2003

Servizi

66,0

69,2

Industria

27,8

25,5

Agricoltura

6,2

5,2

 

Above vertical axis

%

 

On horizontal axis

Servizi

Industria

Agricoltura

 


[Page 43: left]

 

Pari opportunità per tutti?

 

Qualunque sia la fascia di età, nell’UE più uomini hanno un'occupazione rispetto alle donne. Talvolta la ragione va ricercata nella discriminazione subita sul posto di lavoro, altre volte è il risultato di una scelta personale o di tradizioni culturali.

 

 

Illustration 4.4
Caption:

Tasso di occupazione per fascia di età e per sesso, UE-25, 2005

 

 

15–24

25–54

55–64

Uomini

39,7

85,5

51,8

Donne

33,8

68,9

33,7

 

Above vertical axis

%

 

Fonti: Eurostat, indagine sulla forza lavoro, media annuale.


 

In tutti i paesi dell’UE, le donne guadagnano (in media) meno degli uomini. Il maggiore “divario retributivo tra i sessi” si è registrato a Cipro, dove le lavoratrici donne hanno guadagnato, nel 2004, il 25% in meno rispetto agli uomini. Il divario minore (4%) si registra invece a Malta. Se l’UE vuole aumentare la sua popolazione attiva, deve attirare più donne sul mercato del lavoro, migliorando retribuzioni e condizioni lavorative.

 

L’UE deve anche mantenere in servizio più a lungo i lavoratori di ambo i sessi. Sta compiendo uno sforzo speciale per aiutare le persone di tutte le età a trovare un posto di lavoro e a conservarlo. Ciò comporta il varo di politiche che mirano ad incoraggiare il lavoro a tempo parziale e ad eliminare i conflitti tra la carriera e la vita privata.

 

Illustration 4.5

Caption:

Divario retributivo tra i sessi nel 2004

 

Paese

%

CY

25

EE

24

SI

24

SK

24

DE

23

UK

22

FI

20

CZ

19

AT

18

NL

19

DK

17

SE

17

LT

16

EU-25

15*

ES

15

LV

15

LU

14

FR

12

IE

11*

HU

11

EL

10

PL

10

IT

7*

BE

6*

PT

5*

MT

4*

 

Above vertical axis

%

 

Fonte: Eurostat.


Commercio ed economia

 

Uno dei principali obiettivi dell’UE è il progresso economico. Negli ultimi cinquant’anni, e specialmente a partire dagli anni ’80, molto è stato fatto per abbattere le barriere tra le economie nazionali dell’UE e creare un mercato unico nel quale le merci, le persone, i capitali e i servizi possano circolare liberamente. Il commercio tra i paesi dell’UE è notevolmente aumentato e, allo stesso tempo, l’UE è diventata un’importante potenza commerciale sulla scena mondiale.


 

Quanto produce l’UE?

 

Il prodotto interno lordo (PIL) dell’UE, vale a dire l’insieme dei beni e servizi prodotti dalla sua economia, è in costante crescita. Con l’allargamento da 15 a 25 Stati membri, il PIL dell’Unione europea è oggi superiore a quello degli Stati Uniti.

 

Illustration 5.1

Caption:

PIL in miliardi di euro nel 2005

 

Paese

PIL

UE‑25

10 816,9

USA

10 037,1

Giappone

3 671,6

Cina

1 253,0

Federazione Russa

385,3

 

 

Above vertical axis

Miliardi di euro

 

Footnote

I dati per la Cina e la Federazione Russa si riferiscono al 2003.

 


 

Sebbene il PIL dei nuovi Stati membri sia, nel complesso, inferiore a quello dei paesi più vecchi, sta tuttavia crescendo ad un ritmo estremamente promettente. In tutti i paesi dell’Unione europea, oltre il 60% del PIL è generato dal settore terziario (che comprende le attività bancarie, il turismo, i trasporti e le assicurazioni). Industria e agricoltura, per quanto ancora rilevanti, hanno perso, negli ultimi anni, la loro importanza economica.

 

Illustration 5.2

Caption:

PIL in miliardi di euro nel 2005

 

Paese

PIL (miliardi di euro)

UE‑25

10 816,9

BE

298,2

CZ

98,4

DK

208,2

DE

2 247,4

EE

10,5

EL

181,1

ES

904,3

FR

1 710,0

IE

160,3

IT

1 417,2

CY

13,4

LV

12,8

LT

20,6

LU

29,3

HU

87,9

MT

4,5

NL

501,9

AT

246,1

PL

243,4

PT

147,4

SI

27,4

SK

38,1

FI

155,3

SE

288,0

UK

1 768,5

 

Above vertical axis

Miliardi di euro

 

Footnotes below graph

 


L’UE: un’importante potenza commerciale

 

Sebbene rappresenti soltanto il 7% della popolazione mondiale, l’UE realizza circa un quinto delle importazioni ed esportazioni di tutto il mondo. È perciò un’importante potenza commerciale con un ruolo di primo piano sulla scena mondiale.

 

Gli scambi intracomunitari rappresentano i due terzi del commercio complessivo dell’UE e hanno un’importanza vitale per le economie di tutti gli Stati membri. Essi costituiscono più della metà di tutto il commercio di ciascuno dei 25 paesi, arrivando in alcuni casi all’80%, come indicato nella tabella successiva.

 

Il mercato unico ha enormemente facilitato gli scambi tra i paesi UE, dal momento che i beni, i servizi, i capitali e le persone possono circolare liberamente al di là dei confini nazionali. Anche i consumatori ne traggono vantaggio in quanto possono scegliere dove fare acquisti più convenienti!

 

Illustration 5.3

Caption:

Scambi con altri Stati UE in percentuale del commercio totale di ciascun paese, 2003

 

Paese

%

LU

82,4

PT

79,9

SK

79,2

CZ

78,4

AT

77,2

LV

76,7

BE

75,1

PL

74,3

EE

72,0

HU

71,7

ES

71,6

DK

71,5

SI

71,4

NL

68,1

FR

68,0

UE‑25

66,7

DE

64,8

SE

64,4

FI

63,7

IE

62,4

IT

61,0

MT

60,1

CY

59,3

LT

58,6

UK

57,0

EL

56,1

 

Above vertical axis

%

 


 

L’UE è il principale esportatore a livello mondiale e il secondo importatore in ordine d'importanza. Gli Stati Uniti costituiscono il principale partner commerciale dell’UE , seguiti dalla Cina.

 

L’UE è inoltre un importante partner commerciale per i paesi meno avanzati, la cui crescita economica è favorita proprio da questi scambi.

 

Illustration 5.4

Caption:

Scambi internazionali di beni, in miliardi di euro, riferiti al 2005

 

 

CN

UE‑25

JP

US

Esportazioni

476,99

969,28

454,83

729,54

Importazioni

451,18

1032,17

365,99

1226,20

Bilancia commerciale

25,81

-62,89

88,84

-496,66

 

 

Above vertical axis

Miliardi di euro

 

Key

Importazioni

Esportazioni

Bilancia commerciale

 

 


L’UE lotta contro la povertà nel mondo

 

La povertà continua ad essere un problema di dimensioni mondiali, nonostante i progressi registrati negli ultimi anni. Nel 2001, nell’Africa sub-sahariana, 314 milioni di persone vivevano con meno di un dollaro al giorno. Anche in Europa e nell’Asia centrale vi erano 18 milioni di persone nelle medesime condizioni.

 

Lo status di principale potenza commerciale conferisce all’UE una grande responsabilità nella lotta contro la povertà nel mondo e nella promozione dello sviluppo globale. Essa cerca di fare uso della propria influenza in seno all’Organizzazione mondiale del commercio per garantire norme eque per il commercio mondiale e per far sì che tutti i paesi, anche i più poveri, traggano vantaggio dalla globalizzazione. L’UE è anche il maggior donatore ufficiale di aiuti allo sviluppo a livello mondiale.

 

Illustration 5.5

Caption:

Aiuti ufficiali allo sviluppo in percentuale del totale degli aiuti concessi nel 2004 da 22 dei 30 paesi OCSE

 

Paesi

%

UE-15

54,6

USA

24,2

JP

11,3

Altri

9,9

 

Footnotes below graph

Dati preliminari.

La cifra relativa all’UE‑15 comprende gli aiuti gestiti dalle istituzioni UE.

 

For graph

Altri

 

Above vertical axis

%

 

Fonte: OCSE.


Trasporti, energia e ambiente

 

I trasporti e l’energia sono vitali per l’economia dell’UE. Gli europei e i prodotti che essi consumano in quantità e varietà sempre maggiori circolano in tutto il continente mediante tutti i sistemi di trasporto, ma soprattutto su strada.

 

Con la crescita economica, aumenta anche la domanda a livello di trasporti e di energia. Questo però ha delle ripercussioni in termini di maggiore congestione e maggior consumo di carburanti, a loro volta causa di un ulteriore inquinamento. Si tratta di problemi che affliggono tutta l’Europa e che richiedono soluzioni a livello continentale da adottare in sede UE.

 

Lo sviluppo sostenibile è una priorità fondamentale per l’Unione europea, che non trascura mai le problematiche ambientali quando deve varare nuove politiche comunitarie.

 

 


 

In viaggio

 

Le ferrovie e le vie navigabili interne (fiumi e canali), una volta così importanti per il trasporto di merci e persone in tutta Europa, oggi vengono utilizzate solo per un’esigua percentuale del trasporto totale. Tre quarti del trasporto merci in Europa avviene oggi su strada, e ciò vale anche per oltre i tre quarti del trasporto passeggeri nell’UE.

 

Secondo le previsioni, il trasporto su strada è destinato a rimanere la modalità di gran lunga più importante per gli spostamenti delle persone, mentre il trasporto aereo continuerà ad espandersi.

 

Allo scopo di ridurre il traffico sulle strade e migliorare la qualità ambientale, l’UE incentiva l’uso dei mezzi pubblici e insiste con le aziende di trasporto affinché le merci viaggino su treni, chiatte e navi.

 

Per risolvere il problema della congestione degli aeroporti europei, l’UE sta creando un sistema unificato a livello europeo per il controllo aereo (il “Cielo unico europeo”).

 

Illustration 6.1

Caption:

Utilizzo di quattro sistemi di trasporto nell’UE‑25 in percentuale del trasporto totale di passeggeri misurato in passeggeri/km, nel 2000, 2010 e 2030

 

 

Trasporto pubblico su strada

Auto privata

Ferrovia

Aereo

2000

8,9

77,8

7,3

5,4

2010

8,7

76,6

7,8

6,3

2030

7,3

74,7

7,7

9,7

 

 

End of horizontal axis

%

 

 

Key

Trasporto pubblico su strada

Auto privata

Ferrovia

Aereo

 


 

Energia per tutti

 

Solo un paese dell’Unione europea (la Danimarca) è un esportatore netti di energia. L’UE nel complesso dipende fortemente da fornitori esterni per il suo fabbisogno di energia. Nel 2004, circa un terzo delle importazioni di gas naturale dell’UE proveniva dalla Russia. In totale, l’Unione europea importa circa la metà del suo fabbisogno energetico.

 

La dipendenza dall’energia importata, specialmente dal petrolio, rende l’Europa vulnerabile in caso di crisi politiche internazionali, come quella petrolifera del 1973. Per questo l’UE si sta impegnando molto per sviluppare fonti energetiche proprie, comprese le fonti rinnovabili.

 

Illustration 6.2

Caption:

Importazioni nette di energia nel 2004, misurate in migliaia di tonnellate equivalenti petrolio (tep)

 

Paese

Importazioni nette

UE‑25

907 278

BE

49 309

CZ

11 040

DK

-9 968

DE

214 708

EE

1 652

EL

24 588

ES

114 056

FR

139 757

IE

13 714

IT

159 073

CY

2 407

LV

3 043

LT

4 443

LU

4 590

HU

15 914

MT

910

NL

29 703

AT

23 148

PL

13 620

PT

22 423

SI

3 708

SK

12 487

FI

20 806

SE

20 054

UK

12 093

 

Above vertical axis

1 000 tep


Le riserve di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) sono limitate e bruciandoli si determina il rilascio nell’atmosfera di biossido di carbonio, che contribuisce al fenomeno del riscaldamento globale. Per questo l’UE si sta sforzando di sviluppare fonti energetiche pulite e rinnovabili, come l’energia eolica, solare, idroelettrica e geotermica. L’obiettivo fissato per il 2010 è riuscire a produrre il 21% dell’energia elettrica dell’UE da fonti rinnovabili.

 

Illustration 6.3
Caption:
Percentuale di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili nel 2004

 

Paese

%

AT

58,8

LV

47,1

SE

46,1

SI

29,1

FI

28,3

DK

27,0

PT

24,4

ES

18,2

IT

15,9

SK

14,3

UE‑25

13,7

FR

12,9

DE

9,7

EL

9,5

NL

5,7

IE

5,1

CZ

4,0

UK

3,7

LT

3,5

LU

3,2

HU

2,3

BE

2,1

PL

2,1

EE

0,6

CY

0,0

MT

0,0

 

Above vertical axis

%

 

Fonte: Eurostat.

 


 

Le tariffe dell’energia elettrica per uso domestico variano in misura notevole da un paese all’altro dell’UE, soprattutto se si considerano le imposte a livello nazionale. Per favorire l’abbassamento delle tariffe, l’UE sta aprendo i mercati nazionali dell’energia ad una maggiore competitività e, nel contempo, sta sviluppando reti transeuropee in grado di distribuire l’energia ad un costo inferiore e in modo più efficiente in tutta l’Unione europea.

 

Illustration 6.4

Caption:

Prezzo dell’elettricità per uso domestico, in euro per 100 kilowatt/ora, riferito al gennaio 2004, tasse incluse

 

Paese

€ per 100 kWh

DK

22,62

IT

19,50

NL

18,27

DE

16,98

SE

14,40

BE

14,22

AT

14,16

LU

13,65

PT

13,50

IE

12,56

SK

12,17

FR

11,42

CY

10,88

ES

10,79

FI

10,79

SI

10,10

HU

9,92

UK

8,78

CZ

8,07

PL

7,99

EE

6,49

EL

6,71

LT

6,32

MT

5,88

LV

5,75

 

Above vertical axis

 

 


 

Protezione dell’ambiente

 

L’Europa gode, nel complesso, di un clima temperato che le consente di avere un ambiente adatto all’agricoltura. Le condizioni locali, tuttavia, variano enormemente, dall’Artico settentrionale al Mediterraneo meridionale, e dal clima mite delle regioni costiere, all’alternanza di estati calde e inverni freddi nelle regioni interne.

 

Il clima dell’Europa contribuisce alla sua splendida varietà naturale e alla sua agricoltura altamente produttiva. Tutto ciò è comunque messo a rischio dal cambiamento climatico mondiale che rappresenta una seria minaccia per tutto il pianeta. L’UE svolge un ruolo di primo piano nell’ambito delle iniziative volte ad affrontare questo problema.

 

Illustration 6.5

Caption:

Temperature minime medie nel mese di gennaio e temperature massime medie nel mese di luglio nelle capitali dell’UE-25

 

Paese

Temperatura minima media a gennaio (°C)

Temperatura massima media a luglio (°C)

BE

-1

23

CZ

-5

23

DK

-2                   

22

DE

-3                   

24

EE

-10                 

20

EL

6                     

33

ES

2                     

31

FR

1                     

25

IE

1                     

20

IT

5                     

30

CY

5                     

37

LV

-10                 

22

LT

-11                 

23

LU

-1                   

23

HU

-4                   

28

MT

10                   

29

NL

-1                   

22

AT

-4                   

25

PL

-6                   

24

PT

8                     

27

SI

-4                   

27

SK

-3                   

26

FI

-9                   

22

SE

-5                   

22

UK

2

22

 

Above vertical axis

°C

 

Key

Temperatura minima media a gennaio

Temperatura massima media a luglio

 

 


 

Tra le cause del riscaldamento globale vi sono i “gas a effetto serra” immessi nell’atmosfera dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche, dalle aziende agricole e dagli stabilimenti industriali. Tali gas includono il biossido di carbonio (CO2) e il metano.

 

Col protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005, l’UE-15 si è impegnata a ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell’8% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2008-12. Per raggiungere questo obiettivo, i paesi dell’UE‑15 hanno concluso un accordo di ripartizione degli oneri, secondo il quale alcuni paesi possono aumentare le emissioni, mentre la maggior parte degli Stati membri economicamente più avanzati le devono ridurre. Otto dei paesi entrati a far parte dell’UE nel 2004 hanno obiettivi individuali di riduzione. Cipro e Malta non hanno obiettivi.

 

Tutti i cittadini dell'UE hanno un ruolo da svolgere affinché sia possibile rispettare gli obiettivi di Kyoto. Gli Stati Uniti non hanno ratificato il protocollo di Kyoto.

 

 

Illustration 6.6

Caption:

Emissioni di gas a effetto serra nel 2003 e l'obiettivo per il 2008‑12, espresse in percentuale dei livelli del 1990

 

Paese

2003

2008-2012

UE‑25

92,0*

:

UE-15

98,3

92,0

BE

100,6

92,5

CZ

75,7

92,0

DK

106,3

79,0

DE

81,5

79,0

EE

49,2

92,0

EL

123,2

125,0

ES

140,6

115,0

FR

98,1

100,0

IE

125,2

113,0

IT

111,6

93,5

CY

152,8

:

LV

41,5

92,0

LT

33,8

92,0

LU

88,5

72,0

HU

68,1

94,0

MT

129,1

:

NL

100,8

94,0

AT

116,6

87,0

PL

67,9

94,0

PT

136,7

127,0

SI

98,1

92,0

SK

71,8

92,0

FI

121,5

100,0

SE

97,6

104,0

UK

86,7

87,5

US

113,3

:

Above vertical axis

%

 

Footnote underneath graph

Alcuni paesi dell’UE hanno scelto un anno di riferimento diverso dal 1990 in base al quale calcolare le rispettive riduzioni.

 

Fonti: Agenzia europea dell’ambiente, Centro tematico europeo sull’aria e i cambiamenti climatici.

 


Gli europei vivono insieme

 

I cittadini dell’UE stanno imparando sempre più a conoscersi e stanno sviluppando un senso di appartenenza all’Europa – sebbene non tutti siano entusiasti dell’UE. Molti trascorrono le vacanze in un altro paese europeo e un numero crescente di persone va a studiare o a lavorare all’estero, grazie alla libertà di circolazione all’interno dell’UE. Inoltre, un’elevata percentuale di studenti europei impara almeno un’altra lingua europea oltre alla propria.


Gli europei sono soddisfatti e condividono le stesse preoccupazioni

 

Secondo un’indagine svolta da Eurobarometro nella primavera 2006, otto cittadini su dieci dell’UE hanno dichiarato di essere abbastanza o molto soddisfatti della propria vita, e la maggioranza si è detta ottimista circa il futuro. La percentuale dei “molto soddisfatti” è stata del 21%, rispetto al 23%, dato dei sondaggi effettuati nell’autunno 2004.

Il numero di coloro che hanno dichiarato di non essere per niente soddisfatti è rimasto relativamente basso, attestandosi, negli ultimi dieci anni, al 4% circa.

 

 

Illustration 7.1

Caption

Percentuale dei cittadini dell’UE‑25 che si sono dichiarati molto, abbastanza, non molto o per niente soddisfatti della propria vita nel 2006

 

Molto soddisfatti

Abbastanza soddisfatti

Non molto soddisfatti

Per niente soddisfatti

21

60

15

4

 

 

Above vertical axis

%

 

Fonte: Eurobarometro.

 

 


 

Sebbene siano generalmente soddisfatti della propria vita, gli europei hanno problemi e preoccupazioni. La disoccupazione è per molti il problema principale nell'UE. Soltanto il 10% ha messo il terrorismo tre le due problematiche principali da affrontare per il loro paese.

 

Sebbene i risultati siano diversi da paese a paese, riflesso della diversità di culture e opinioni nell’UE, l’indagine dimostra che i cittadini UE hanno molti problemi in comune.

 

Illustration 7.2

Caption:

Percentuale di cittadini dell’UE‑25 che considerava ciascuno dei problemi elencati come uno dei due più importanti per il rispettivo paese nella primavera 2006

 

Problema

%

Disoccupazione

49

Criminalità

24

Situazione economica

23

Sistema sanitario

18

Immigrazione

14

Aumento dei prezzi/inflazione

13

Terrorismo

10

Pensioni

10

Fisco

7

Sistema di istruzione

7

 

Above vertical axis

%

 

 


 

Studiare insieme

 

Sono sempre di più i giovani che frequentano corsi in paesi europei diversi dal proprio. E ciò grazie soprattutto a programmi comunitari come l’Erasmus, che favorisce la mobilità in Europa di studenti e insegnanti. Oltre un milione di studenti vi hanno preso parte dal suo avvio nel 1987.

 

Il programma ha assunto dimensioni mondiali con il varo, nel 2004, del programma Erasmus Mundus.

 

Illustration 7.3

Caption:

Percentuale di studenti per varie materie di studio, nell’ambito del programma Erasmus, nel 2004 e nel 2005

 

Materia

% di studenti

Economia + scienze sociali

32

Discipline umanistiche, letterarie e artistiche + lingue

25

Ingegneria + architettura

14

Diritto

7

Altre materie

6

Scienze mediche

5

Scienze naturali

4

Didattica, pedagogia

3

Matematica e informatica

3

 

Above vertical axis

%

 

Horizontal axis (left — right)

Economia e scienze sociali

Discipline umanistiche, letterarie e artistiche, lingue

Ingegneria e architettura

Altre materie

Diritto

Scienze mediche

Scienze naturali

Didattica e pedagogia

Matematica e informatica

 


 

Conversare con i vicini

 

Secondo un sondaggio Eurobarometro, oltre la metà della popolazione dell’UE -15 nel 2001 sapeva parlare almeno un’altra lingua europea, oltre alla propria. Le lingue straniere più parlate sono l’inglese, il francese e il tedesco. Anche il russo è conosciuto nei paesi entrati a far parte dell’UE nel 2004.

 

Saper sostenere una conversazione in una lingua straniera è utile a molti scopi – studiare all’estero, viaggiare, stabilire contatti per affari e stringere amicizie internazionali – oltre ad aprire ogni sorta di opportunità di lavoro. Per questo l’UE sta incoraggiando tutti i suoi cittadini ad imparare due lingue straniere oltre alla propria lingua materna.

               Una ‘tep’ è pari a 10 gigacalorie. Rappresenta all’incirca il contenuto energetico di una tonnellata di petrolio grezzo.

 

Illustration 7.4

Caption:

Percentuale di persone in grado di parlare l'inglese, il francese e il tedesco come lingua straniera nel 2002

 

Paese

Inglese come lingua straniera

Francese come lingua straniera

Tedesco come lingua straniera

BE

37

32

16

CZ

24

3

27

DK

79

8

48

DE

44

12

2

EE

29

1

13

GR

36

4

5

ES

18

7

1

FR

32

4

7

IE

4

15

4

IT

28

18

3

CY

57

6

2

LV

23

1

14

LT

20

2

13

LU

46

85

81

HU

14

2

13

MT

84

9

2

NL

75

12

57

AT

55

9

3

PL

21

3

16

PT

22

16

3

SI

46

4

38

SK

13

2

20

FI

50

1

12

SE

76

7

22

UK

3

11

6

 

Above vertical axis

%

 

Key

Inglese
Francese
Tedesco

Fonte: Commissione europea.

 


 

Sostenitori o scettici?

 

Il sostegno dell’opinione pubblica nei confronti dell’Unione europea varia da paese a paese e oscilla nel tempo. Secondo un recente sondaggio Eurobarometro, l’appartenenza all’UE nell'insieme incontra più favore presso i cittadini dei paesi che ne fanno parte da più tempo. Il giudizio è ancora sospeso in molti dei paesi entrati nel 2004.

 

L'Austria, la Finlandia, il Regno Unito e la Svezia sono i paesi con il minor grado di entusiasmo pubblico nei confronti dell’UE. Il sostegno all’UE è più forte nel Lussemburgo, paese piccolo con un elevato tenore di vita, nonché uno dei sei Stati membri fondatori.

 

Illustration 7.5

Caption:

Sostegno nei confrontti dell’appartenenza all’UE espresso come percentuale degli intervistati, autunno 2005

 

Paese

Favorevoli (%)

Contrari (%)

UE‑25

50

16

BE

59

14

CZ

44

11

DK

56

16

DE

53

14

EE

41

11

GR

54

12

ES

66

8

FR

46

15

IE

73

6

IT

50

17

CY

41

19

LV

36

15

LT

57

12

LU

82

7

HU

39

14

MT

43

18

NL

70

12

AT

32

25

PL

54

8

PT

58

15

SI

43

9

SK

50

7

FI

38

22

SE

39

32

UK

34

28

 

 

Above vertical axis

%

 

 


 

Paesi candidati

 

Se un paese chiede di entrare a far parte dell’Unione europea e la sua richiesta viene ufficialmente accettata, diventa un “paese candidato”. Attualmente i paesi candidati sono cinque: Bulgaria, Croazia, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Romania e Turchia.

 

Prima che un paese candidato possa aderire all’UE, deve avere un sistema di governo stabile e democratico, oltre ad istituzioni in grado di garantire lo stato di diritto e il rispetto dei diritti dell’uomo. Deve inoltre avere un’economia di mercato funzionante e competitiva e un’amministrazione in grado di dare attuazione alle normative e alle politiche europee. Le condizioni specifiche per l’adesione di ciascun paese vengono definite nel corso di negoziati con la Commissione europea.

 

Due dei paesi candidati (Bulgaria e Romania) stanno completando i negoziati di adesione e sono in procinto di entrare nell’UE nel 2007.


 

Quanto sono estesi e quanti abitanti hanno?

 

L’estensione territoriale dei paesi candidati varia dalla ex Repubblica jugoslava di Macedonia (lo stato più piccolo) alla Turchia (quello più grande).

Se tutti e cinque i paesi dovessero entrare nell’UE, la popolazione attuale aumenterebbe di oltre 100 milioni di abitanti, vale a dire di oltre il 23%.

 

Illustration 8.1

Caption:

Superficie, in migliaia di chilometri quadrati

 

Paese

Superficie (1 000 km²)

TR

769,6

RO

238,4

BG

110,9

HR

56,5

FYROM

25,7

 

Above vertical axis

1 000 km²

 

Fonte: Commissione europea.

 

Illustration 8.2

Caption:

Popolazione nel 2005, in milioni di abitanti

 

Paese

Popolazione (milioni)

TR

71,6

RO

21,7

BG

7,8

HR

4,4

FYROM

2,0

 

Above vertical axis

Milioni

 

Footnote below graph

I dati relativi alla ex Repubblica jugoslava di Macedonia si riferiscono al 2004.

 

Fonte: Eurostat.

 


 

Qual è il loro livello di ricchezza?

 

Se si confronta il PIL pro capite espresso in SPA, i paesi candidati risultano essere nel complesso meno ricchi dei paesi dell’UE. Tuttavia, la Croazia – con un PIL pari al 48% della media dei paesi dell’UE‑25 – è più ricca del paese membro attualmente più povero (la Lettonia, con il 47,1%).

 

Illustration 8.3

Caption:

PIL per abitante in SPA, nel 2005, espresso come percentuale della media dell’UE‑25

 

Paese

PIL pro capite in SPA in % della media dell’UE-25

HR

48,9*

RO

34,8

BG

32,1

TR

30,8

FYROM

25,8*

 

Fonte: Eurostat.


 

Il mondo del lavoro

 

Le riforme economiche degli ultimi anni hanno determinato grandi cambiamenti nei paesi candidati, con la creazione di nuovi posti di lavoro. In tutti i paesi candidati il tasso di occupazione è inferiore alla media dell’UE-25, ma la Bulgaria, la Croazia e la Romania registrano tutte un livello di occupazione superiore a quello della Polonia (il paese dell’Unione europea con il livello di occupazione più basso nel 2005).

 

Nei paesi candidati, così come nell’UE-25, i servizi (compreso il turismo) costituiscono una parte importante dell’economia. Tuttavia, nei paesi candidati l’agricoltura occupa un maggior numero di lavoratori rispetto all’UE-25.

 

Illustration 8.4

Caption:

Tasso di occupazione nel 2005

 

Paese

Tasso di occupazione (%)

UE‑25

63,8

RO

57,6

BG

55,8

HR

54,7

TR

46,1

FYROM

33,8

 

Above vertical axis

%

 

Footnote below graph

I dati relativi alla Croazia, alla ex Repubblica jugoslava di Macedonia e alla Turchia si riferiscono al 2004.

 

Fonti: Eurostat, indagine sulla forza lavoro, media annuale.

 

Illustration 8.5

Caption:

Occupazione per settore nel 2004

 

 

Agricoltura Silvicoltura

Industria

Edilizia

Servizi

BG

9,7

27,3

5,8

57,1

HR

15,9

22,0

8,1

54,1

FYROM

10,1

28,1

7,5

54,2

RO

31,6*

26,0*

5,2*

37,2*

TR

34,0

18,3

4,7

43,0

 

Above vertical axis

%

 

Footnote below graph

 

Key

Agricoltura e silvicoltura

Industria

Edilizia

Servizi

 

 


Europei entusiasti?

 

Nell’autunno 2005, grazie ad un sondaggio Eurobarometro, è stato chiesto ad un campione rappresentativo di cittadini dei paesi candidati se l’adesione all’UE fosse una cosa positiva o negativa per il loro paese. In tre paesi, una netta maggioranza ritiene che l’adesione all’UE sia un fatto positivo, mentre in Croazia il giudizio favorevole non è così netto.

 

Illustration 8.6

Caption:

Sostegno all’adesione all’UE, per paese, in percentuale delle persone intervistate

 

Paese

Favorevoli (%)

Contrari (%)

BG

50

9

HR

34

26

FYROM

:

:

RO

61

8

TR

55

15

 

Above vertical axis

%

 

Fonte: Eurobarometro.


Rapporti amichevoli con i paesi vicini

 

Con l'allargamento dell’UE si riunifica un continente un tempo diviso, dando vita ad una vasta area di stabilità e prosperità in Europa. Un’area dove la democrazia e lo stato di diritto sono garantiti e i diritti dell’uomo vengono rispettati.

 

Ma l’Unione europea non vuole che la pace, la democrazia, la stabilità e la prosperità si fermino alle sue frontiere, non vuole che il continente europeo sia ancora una volta diviso, questa volta da barriere innalzate tra l’UE e i suoi vicini. Ecco perché si sta impegnando ad allacciare legami sempre più stretti con i paesi confinanti (Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldova, regioni caucasiche e balcaniche) e con un gruppo sempre più nutrito di paesi amici in Medio Oriente e nel Nord Africa.

 

Lavorando in maniera costruttiva con tutti questi paesi su questioni sia politiche che economiche e dando loro un facile accesso al suo grande mercato unico, l’UE intende diffondere prosperità, stabilità e progresso democratico in tutta la zona vicina. Con i paesi dell’area balcanica l’UE ha concluso speciali “accordi di associazione” destinati ad aprire la strada al loro ingresso nell’Unione. La Croazia e l'ex Repubblica jugoslava di Macedonia sono già paesi candidati all'adesione.

 

Nel periodo 2000‑2006, l’allargamento costerà all’UE soltanto un millesimo circa del suo PIL annuo. Si tratta di un prezzo esiguo da pagare a fronte dei benefici che un’Europa unita e un mondo più stabile potranno apportare.

 

 

I “non so” e le risposte evasive non sono stati presi in considerazione.

I “non so” e le risposte evasive non sono stati presi in considerazione.


 

Commissione europea

Direzione generale della Comunicazione

Redazione completata nel gennaio 2007

 

 

Viaggiare in Europa 2007

 

Unione europea


Viaggiare in Europa

 

L’Europa: un continente con una storia millenaria, un ricco patrimonio culturale e alcuni dei paesaggi naturali tra i più spettacolari al mondo. Tantissimi luoghi da scoprire e da esplorare, ancora più facilmente grazie all’Unione europea (UE).

 

All’interno dell’UE è possibile attraversare molti confini senza subire controlli e con l’euro è più facile andare a caccia di buoni affari. In caso di necessità è facile accedere alle cure sanitarie e non è più necessario lasciare a casa gli animali domestici. Se viaggiate in automobile, la vostra patente di guida e la vostra polizza di assicurazione, quale che sia il paese dell’UE in cui sono state rilasciate, sono valide in tutti gli Stati e potete usare ovunque il vostro telefono cellulare.

 

In questa pubblicazione troverete informazioni più dettagliate, consigli utili e una cartina dell’Europa.

 

 

 

L’opuscolo Viaggiare in Europa 2007 è pubblicato anche su Internet in una versione più estesa, con link che consentono di ottenere informazioni più dettagliate sugli argomenti trattati. Lo trovate all’indirizzo: europa.eu/abc/travel

 

Questo opuscolo, insieme ad altre spiegazioni brevi e chiare sull’Unione europea, è disponibile online sul sito: ec.europa.eu/publications

 

 

 


 

Viaggiare in Europa 2007

 

L’Unione europea si estende sul continente europeo dalla Lapponia al Mediterraneo e dalla costa occidentale dell’Irlanda alle coste di Cipro: un ricco arazzo di paesaggi, coste rocciose e spiagge sabbiose, pascoli lussureggianti e aride pianure, laghi e foreste e tundra artica.

 

I popoli d’Europa, con le loro diverse tradizioni, culture e lingue, costituiscono oltre il 7 % della popolazione mondiale. Il loro patrimonio storico è tracciato in pitture rupestri preistoriche, antichità greche e romane, architettura moresca, fortezze medievali, palazzi rinascimentali e chiese barocche. Anche l’Europa moderna attrae il viaggiatore con le sue vivaci città, animati festival culturali, sport invernali ed estivi, una squisita e variata cucina.

 

Due terzi degli europei che decidono di andare in vacanza all’estero scelgono come destinazione un altro paese dell’Unione europea. Viaggiare in Europa è diventato molto più facile grazie all’abolizione della maggior parte delle formalità relative ai passaporti e ai bagagli. Tredici dei paesi dell’UE hanno la stessa moneta, l’euro, e ciò facilita il confronto diretto dei prezzi e permette di eliminare costi e disagi dovuti al cambio della valuta. La creazione di un mercato unico che con l’adesione quest’anno di Bulgaria e Romania comprende quasi 490 milioni di persone ha consentito una scelta più ampia e prezzi più bassi. Di fatto, per la maggior parte dei cittadini europei viaggiare all’interno dell’UE è altrettanto facile che viaggiare all’interno del loro paese.

 


Documenti necessari

 

Per i cittadini dell’Unione europea

 

Passaporto o carta d’identità

Non si effettuano più controlli alle frontiere interne di 13 paesi dell’Unione europea. Ciò è possibile grazie all’accordo di Schengen, che fa parte della normativa dell’UE. Con l’accordo di Schengen sono stati eliminati tutti i controlli alle frontiere interne ma sono stati introdotti controlli efficaci alle frontiere esterne dell’UE ed è stata stabilita una politica comune in materia di visti. I paesi che aderiscono pienamente a Schengen sono Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia (ma non Irlanda e Regno Unito), più Islanda e Norvegia (che non appartengono all’UE).

I 12 paesi che hanno aderito all’UE dal 2004 non partecipano ancora totalmente all’accordo di Schengen. Avrete quindi bisogno di un passaporto o di una carta d’identità validi per viaggiare in questi paesi come anche in Irlanda e nel Regno Unito.

Alle frontiere esterne dell’UE avrete bisogno di un passaporto o di una carta d’identità in corso di validità. Naturalmente potreste aver bisogno del passaporto se uscite dall’UE per entrare nel paese in cui siete diretti.

 

Quando viaggiate nell’UE è sempre meglio portare con sé il passaporto o la carta d’identità, in quanto vi potrebbe essere richiesto di provare la vostra identità. Per motivi di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, per periodi limitati possono essere effettuati controlli alle frontiere interne.

 

Assicuratevi che i bambini che viaggiano con voi abbiano ciascuno la propria carta d’identità o il proprio passaporto, o che siano iscritti sul vostro.

 

Grazie ad accordi con l’Islanda, il Liechtenstein, la Norvegia e la Svizzera, i cittadini di questi paesi sono trattati come cittadini UE e possono viaggiare nell’Unione muniti semplicemente della carta d’identità o del passaporto.

 

Visto

 

Non è necessario avere un visto per viaggiare all’interno dell’UE.

 

Per i cittadini extracomunitari

 

Passaporto

 

È necessario un passaporto in corso di validità.

 

Visto

 

Vi sono 29 paesi i cui cittadini non hanno bisogno di visto per soggiornare nell’UE per un periodo fino a tre mesi. Tra tali Stati vi sono la Croazia, paese candidato all’adesione (ma non la Turchia); l’Australia, il Canada, il Giappone, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti. L’elenco dei paesi i cui cittadini necessitano del visto per recarsi nel Regno Unito o in Irlanda differisce leggermente da quello degli altri paesi dell’UE. In caso di dubbi, rivolgetevi al più vicino consolato di qualsiasi paese dell’UE.

 

Se ottenete un visto da un paese che aderisce pienamente all’accordo di Schengen, vi è consentito automaticamente viaggiare negli altri paesi Schengen. Inoltre, se avete un permesso di soggiorno valido emesso da uno di questi paesi, esso ha valore equivalente a un visto. Per recarvi in Irlanda, nel Regno Unito e nei nuovi Stati membri vi può occorrere un visto nazionale.


Moneta

L’euro

L’euro ha corso legale per oltre 300 milioni di cittadini residenti in 13 paesi dell’Unione europea. Il simbolo dell’euro è €.

 

[Picture of countries using euro]

 

Caption:

Red squarePaesi UE che utilizzano l’euro: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia e Spagna.

 

Blue squarePaesi UE che non utilizzano l’euro.

 

Le banconote in euro sono identiche in tutti i paesi, mentre le monete sono coniate da ciascun paese, con una faccia europea comune ed una nazionale. Tutte le banconote e le monete possono essere utilizzate ovunque all’interno dell’area dell’euro.

 

L’euro è utilizzato anche nel principato di Monaco, a San Marino e nella Città del Vaticano (che hanno le loro monete in euro), ad Andorra, in Kosovo e Montenegro nei Balcani occidentali, nonché nelle isole Azzorre, nelle isole Canarie, a Guadalupa, nella Guyana francese, a Madeira, nella Martinica, a Mayotte, nell’isola della Riunione e a Saint-Pierre e Miquelon, che fanno tutti parte dei paesi dell’UE che utilizzano l’euro.

 

La Danimarca, il Regno Unito e la Svezia attualmente non utilizzano l’euro. La Slovenia è entrata a far parte della zona dell’euro nel gennaio 2007 e gli altri 12 paesi che hanno aderito all’UE dal 2004 si sono impegnati ad adottare l’euro non appena saranno pronti a farlo.


Tassi di cambio

 

I tassi di cambio sono soggetti a variazioni, ma nel gennaio 2007 ad 1 euro corrispondevano approssimativamente:

 

BG    Lev bulgaro                            1,95

CY    Lira sterlina cipriota               0,58

CZ    Corona ceca                               28

DK    Corona danese                        7,45

EST   Corona estone                           16

GB    Sterlina inglese                       0,68

H       Fiorino ungherese                    256

LT     Litas lituano                           3,45

LV    Lats lettone                            0,70

M      Lira maltese                            0,43

PL     Złoty polacco                         3,83

RO    Leu rumeno                            3,43

S       Corona svedese                      9,05

SK    Corona slovacca                        35

J        Yen giapponese                       153

C       Yuan renminbi cinese             10,4

USA Dollaro Usa                            1,33

 

Nei paesi europei al di fuori della zona euro, numerosi alberghi, negozi e ristoranti, in particolare nelle località turistiche, accettano pagamenti in euro oltre che nella valuta nazionale, pur non avendo alcun obbligo giuridico di farlo.

 

Francobolli

 

I francobolli possono essere usati solo nel paese in cui vengono acquistati, anche quando le tariffe sono in euro.

 

Prelievo di denaro

Grazie alla normativa UE, ritirare euro da un distributore automatico ed effettuare pagamenti mediante carta bancaria o bonifici in euro (fino a 50 000 €) in qualsiasi paese dell’UE costa ora quanto nel proprio paese. Queste norme si applicano anche alle operazioni su conti in euro in paesi al di fuori della zona euro.

 

Contante

È consentito fare ingresso o lasciare l’Unione europea portando con sé denaro in contanti fino a 10 000 € senza dichiarare l’importo. Dal 15 giugno 2007, somme superiori dovranno essere dichiarate alle autorità doganali. Questi controlli valutari hanno lo scopo di contrastare il riciclaggio di denaro e altre attività criminali. Alcuni Stati membri prevedono controlli valutari sui viaggiatori che si spostano tra paesi UE.


Acquisti

All’interno dell’UE

Non vi sono limiti quantitativi per quanto riguarda ciò che si acquista e si porta con sé quando ci si sposta tra paesi dell’UE, a condizione che le merci siano state acquistate per uso personale e non per essere rivendute. Le tasse (IVA e accise) sono incluse nel prezzo di vendita e in nessun paese dell’UE può essere richiesto alcun ulteriore pagamento.

 

Tabacco e alcool

 

Ciascun paese è autorizzato a determinare i quantitativi di tabacco e di alcool considerati «per uso personale». In altre parole: se superate i quantitativi previsti di questi articoli, vi può essere chiesto di dimostrare che sono destinati ad uso personale e di giustificarne l’acquisto. Tali quantitativi non possono essere inferiori a:

 

800 sigarette

400 cigarillos

200 sigari

1 kg di tabacco

10 litri di superalcolici

20 litri di vino liquoroso (come il porto o lo sherry)

90 litri di vino (dei quali al massimo 60 litri di spumante)

110 litri di birra.

 

Per un periodo limitato, alcuni paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia — solo nei confronti della Slovenia — Svezia e Regno Unito) mantengono limiti sulle sigarette acquistate in otto dei paesi che hanno aderito all’UE nel 2004 (Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria). Talune restrizioni si applicheranno, per un periodo limitato, anche alla Bulgaria e alla Romania.


 

Ingresso da paesi terzi

I viaggiatori che entrano nell’UE in provenienza da paesi terzi possono importare merci in esenzione di IVA e accise per uso personale nei limiti sottoindicati. Le medesime disposizioni si applicano ai viaggiatori provenienti dalle isole anglo-normanne, dalle isole Canarie, da Gibilterra o da altri territori in cui non si applicano le disposizioni comunitarie relative all’IVA e alle accise.

 

Tabacco e derivati

200 sigarette o

100 cigarillos o

50 sigari o

250 grammi di tabacco

 

Bevande alcoliche

1 litro di superalcolici (con volume superiore al 22 %) o

2 litri di vino liquoroso o spumante

2 litri di vino fermo

 

Profumo

50 grammi

 

Eau de toilette

250 ml

 

Altre merci

Fino ad un valore di 175 €. Tuttavia, alcuni Stati membri applicano il limite di 90 € per i viaggiatori di età inferiore a 15 anni. Nell’ambito del valore massimo di 175 €, la Finlandia applica un limite di 16 litri di birra per persona.

 

Rimborso dell’IVA all’esportazione

 

I visitatori provenienti da paesi esterni all’UE hanno diritto al rimborso dell’IVA sui beni acquistati durante il loro soggiorno nell’UE, presentandoli alla dogana al momento della partenza, entro tre mesi dall’acquisto, insieme ai documenti necessari per ottenere il rimborso dell’IVA. Tali documenti sono solitamente predisposti dal commerciante anche se, trattandosi di un sistema su base volontaria, non tutti i commercianti vi aderiscono.

 

Protezione dei consumatori

In quanto consumatori, siete protetti da alcune normative fondamentali in qualunque Stato dell’Unione europea:

  • le norme comunitarie sull’etichettatura dei prodotti alimentari vi permettono di controllare ciò che state comprando. Le etichette devono indicare dettagliatamente gli ingredienti, compresi quelli geneticamente modificati, nonché eventuali coloranti, conservanti, dolcificanti e altri additivi chimici. Vi sono inoltre disposizioni che determinano quali prodotti possono essere definiti «biologici»;
  • il prezzo unitario dei prodotti — per chilo o per litro — deve essere indicato nei supermercati per facilitare la comparazione dei prezzi;
  • i cosmetici, come ad esempio i filtri solari, devono riportare l’indicazione del periodo di validità dopo l’apertura. Cercate il simbolo con il vasetto di crema aperto;
  • le leggi dell’UE tutelano i consumatori nell’ambito di vacanze «tutto compreso» e di regimi di multiproprietà.

 

 

Cercate il fiore

 

Flower

Cercate il fiore, il marchio comunitario di qualità ecologica, sui prodotti di consumo quotidiano, dai detergenti alle calzature all’abbigliamento; esso vi aiuta a trovare i prodotti meno nocivi per l’ambiente. Per consultare l’elenco dei prodotti che recano tale marchio potete visitare il sito www.eco-label.com. Potete usare il fiore anche per trovare un albergo, un bed & breakfast, un ostello per la gioventù o un campeggio rispettosi dell’ambiente. L’attribuzione del marchio sta a significare che la struttura ricettiva limita il consumo di acqua e di energia, riduce la produzione di rifiuti e utilizza fonti di energia rinnovabili.


In auto

 

Patente di guida

La patente di guida in corso di validità rilasciata in un paese UE è valida in tutto il territorio dell’Unione europea. In alcuni paesi, oltre alla patente di guida valida, è necessario portare con sé il libretto d’immatricolazione del proprio veicolo.

 

Si ricorda che nella maggior parte dei paesi l’età minima richiesta per guidare è 18 anni. Il limite di età per il noleggio di un’automobile non è fissato a livello europeo e generalmente varia tra i 20 e i 23 anni. Può esistere anche un’età massima e questa può variare dai 65 ai 75 anni.

 

Assicurazione dei veicoli

In qualsiasi paese dell’UE viaggiate, la polizza di assicurazione della vostra auto fornirà automaticamente la copertura minima richiesta dalla legge (assicurazione per la responsabilità civile). Ciò vale anche per l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera. Se avete una polizza CASCO nel vostro paese, verificate che la copertura sia estesa anche agli spostamenti in altri paesi.

 

Benché non sia obbligatorio avere una carta verde per viaggiare nell’UE, essa serve come documento di prova, riconosciuto a livello internazionale, del possesso di una copertura assicurativa e rende più facile la liquidazione del danno in caso di incidente. Se non avete con voi la carta verde, portate almeno il certificato di assicurazione.

 

Presso le compagnie di assicurazione ci si può procurare un modulo europeo di denuncia di sinistro, un documento standard che rende più semplice fare la denuncia di un sinistro sul posto, qualora questo avvenga in un altro paese.

 

Norme europee agevolano il rapido indennizzo delle vittime di incidenti stradali al di fuori del proprio paese e la liquidazione del danno agli automobilisti.

 

Guida sicura

In tutti i paesi dell’UE, l’uso delle cinture di sicurezza è obbligatorio in tutti i veicoli, compresi i pullman turistici e i minibus. Inoltre, i bambini devono disporre di idonei sistemi di ritenuta sulle auto, sui camion e, ove possibile, sugli altri veicoli.

 

Ricordate che a Cipro, in Irlanda, a Malta e nel Regno Unito la guida è a sinistra e che in alcuni paesi, come il Belgio, la Francia, i Paesi Bassi e il Portogallo, di norma si dà la precedenza ai veicoli provenienti da destra.

 

Il limite di velocità sulle autostrade è generalmente di 110, 120 o 130 km/h e il limite nelle zone urbane è di 50 o talvolta 60 km/h. Fate attenzione ai segnali per essere sicuri del limite esatto e di eventuali condizioni particolari.

 

L’uso dei telefoni cellulari durante la guida aumenta notevolmente il rischio di incidenti mortali ed è vietato, esplicitamente o implicitamente, in tutti i paesi dell’UE.

 

Il tasso massimo autorizzato di alcool nel sangue va da 0,2 mg/ml a 0,9 mg/ml, anche se alcuni paesi non ammettono affatto la presenza di alcool nel sangue durante la guida.


In aereo

La creazione di un mercato unico europeo dei trasporti aerei ha dato luogo a tariffe più basse e ad una maggior scelta di compagnie aeree e di servizi per i passeggeri. L’UE ha inoltre fissato una serie di diritti per garantire ai passeggeri aerei un trattamento corretto.

 

Diritti dei passeggeri aerei

I passeggeri aerei hanno il diritto di ricevere informazioni in merito a voli e prenotazioni, danni al bagaglio, ritardi e annullamenti, negato imbarco, risarcimento in caso di incidenti o problemi con le «vacanze tutto compreso». Questi diritti si applicano ai voli di linea e ai voli charter, nazionali ed internazionali, in partenza da aeroporti dell’UE o diretti verso tali aeroporti in provenienza da aeroporti esterni all’UE, purché effettuati da una compagnia aerea comunitaria. Inoltre, l’Unione europea tiene un elenco delle compagnie a cui è vietato operare nell’UE o utilizzare gli aeroporti UE. Per i passeggeri disabili o a mobilità ridotta, si stanno progressivamente introducendo norme per garantire idonea assistenza gratuita a bordo e negli aeroporti UE nonché un trattamento equo e non discriminatorio.

 

Per reclami, potete contattare la compagnia aerea o l’organizzatore del pacchetto. Nel caso questi vengano meno ai loro obblighi, potete rivolgervi all’ente nazionale competente per l’applicazione della legislazione. Per ottenere il nome e l’indirizzo dell’autorità competente, potete contattare Europe Direct al numero verde 00 800 6 7 8 9 10 11.

 

Sicurezza

 

Evitate il fastidio e il ritardo causati dalla confisca di oggetti in vostro possesso dagli agenti di sicurezza dell’aeroporto evitando di portare articoli vietati. Esiste un elenco concordato a livello UE di articoli che è vietato portare in cabina nei voli in partenza da aeroporti comunitari, come anche un elenco di articoli che è vietato trasportare nel proprio bagaglio. Tali elenchi sono esposti nella zona check-in.

Sono state stabilite nuove disposizioni concernenti i liquidi che i passeggeri possono portare nel bagaglio a mano oltre la zona aeroportuale dove vengono effettuati i controlli di sicurezza. Sono permessi fino a 100 ml di liquidi, gel o spray in contenitori riposti in una busta di plastica trasparente, nonché liquidi quali bevande e profumi acquistati nella zona partenze. Inoltre, si stanno introducendo limitazioni delle dimensioni del bagaglio cabina.


In treno

L’UE dispone di 210 000 km di ferrovie e fornisce servizi passeggeri internazionali su vasta scala. Esistono inoltre, in diversi paesi, linee ad alta velocità, con treni che raggiungono i 300 km/h; quest’anno la rete viene ampliata con nuovi collegamenti in Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito.

Un ingente sostegno finanziario è attualmente destinato a progetti transeuropei, come i collegamenti ferroviari tra Lione e la frontiera polacca con l’Ucraina, tra Berlino e Palermo, tra Parigi e Bratislava e tra Varsavia e Helsinki.

Un modo per esplorare l’Europa in treno consiste nell’acquistare una tessera ferroviaria internazionale e partire alla scoperta delle località e dei paesi che vi attirano.

Salute

 

Accesso all’assistenza sanitaria

In caso di incidente o malattia imprevista durante un soggiorno temporaneo in un paese dell’UE, oppure in Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, i cittadini dell’UE possono beneficiare di cure sanitarie gratuite o a costi ridotti. In questo sistema rientrano solo le cure finanziate dalla sanità pubblica. Ciascun paese ha le proprie norme in materia di servizi sanitari pubblici: in alcuni le cure sono gratuite, in altri parzialmente gratuite, mentre in altri ancora occorre pagare le spese sanitarie per intero e poi chiederne il rimborso. È opportuno, quindi, conservare le fatture, le prescrizioni e le ricevute.

 

È stata introdotta una tessera europea di assicurazione sanitaria per agevolare l’accesso all’assistenza sanitaria nell’UE e accelerare il rimborso delle spese sostenute. Oltre 60 milioni di cittadini dell’UE ne sono già in possesso. Alcuni paesi hanno deciso di incorporare la tessera europea sul retro della rispettiva tessera nazionale, mentre altri hanno deciso di emettere tessere separate. Richiedete la tessera presso la vostra cassa di assicurazione malattia o di previdenza sociale.

 

Medicinali

Se avete medicinali per i quali è prevista una ricetta, portatela con voi. Non superate i quantitativi necessari per il vostro uso personale durante il viaggio, giacché grandi quantità di farmaci possono dar luogo a sospetti.

 

Assicurazione viaggi

È consigliabile sottoscrivere una polizza viaggio, poiché solo alcuni paesi dell’UE sostengono per intero le spese per le cure mediche. Una malattia o un incidente all’estero possono comportare spese supplementari di viaggio, di alloggio e di rimpatrio, per le quali è opportuno essere assicurati.

 

Vaccinazioni

In generale non sono richieste vaccinazioni per viaggiare nell’UE. Esistono tuttavia prescrizioni o raccomandazioni per alcuni dei territori UE d’oltremare. Informatevi presso il vostro medico prima della partenza.

 

Acque di balneazione

 

In tutta l’UE le acque di balneazione sono soggette a norme severe. Un rapporto annuale della Commissione europea dà ai turisti utili indicazioni sulla qualità delle acque costiere ed interne di tutta l’Unione europea. Una recente direttiva prevede l’ulteriore innalzamento delle norme sanitarie e il miglioramento dell’informazione.

 

Se vedete una bandiera blu su una spiaggia o in un porto turistico, siete sicuri che sono stati soddisfatti criteri specifici per quanto riguarda la qualità delle acque, la sicurezza, i servizi, la gestione ambientale e l’informazione. Oltre 2 800 spiagge e porti turistici europei hanno ottenuto la bandiera blu nel 2006. Questo sistema su base volontaria è gestito dalla Fondazione per l’educazione ambientale.

Attività culturali

Il calendario europeo è fitto di appuntamenti: mostre, festival e spettacoli di arte, musica, teatro, danza, cinema e sport. Cercate il logo

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che segnala manifestazioni, film, mostre e concerti organizzati quest’anno per celebrare il 50º anniversario della firma, avvenuta il 25 marzo 1957, del trattato fondatore dell’Unione europea.

L’UE sostiene e finanzia ogni anno molti progetti e manifestazioni culturali in tutta Europa. Tra questi, la designazione della capitale culturale europea dell’anno. Per il 2007 il titolo è attribuito congiuntamente a Lussemburgo e Sibiu (Romania centrale). Entrambe le città presentano un programma molto interessante di mostre, concerti e manifestazioni che toccano tutte le espressioni artistiche, spaziando dalla sperimentazione alla tradizione, alla celebrazione del patrimonio culturale locale, alla prospettiva internazionale.


Quando viaggiare?

Il clima

Il clima europeo è in genere temperato. La tabella che segue mostra le temperature medie minime e massime, rispettivamente di gennaio e di luglio, nelle capitali dei paesi dell’UE.

 

                        Temperatura media minima               Temperatura media massima

                                   Gennaio                                             Luglio

                                    ºC                                                       ºC

 

A           Vienna                 – 4                                               25

B            Bruxelles             – 1                                               23

BG         Sofia                    – 4                                               27

CY         Nicosia                   5                                               37

CZ         Praga                   – 5                                               23

D           Berlino                – 3                                               24

DK        Copenaghen        – 2                                               22

E            Madrid                   2                                               31

EST       Tallinn               – 10                                               20

F            Parigi                      1                                               25

FIN        Helsinki               – 9                                               22

GB         Londra                   2                                               22

GR         Atene                     6                                               33

H           Budapest             – 4                                               28

I             Roma                      5                                               30

IRL        Dublino                  1                                               20

L            Lussemburgo       – 1                                               23

LT          Vilnius               – 11                                               23

LV         Riga                   – 10                                               22

M           Valletta                10                                               29

NL         Amsterdam         – 1                                               22

P            Lisbona                  8                                               27

PL          Varsavia              – 6                                               24

RO         Bucarest              – 7                                               30

S            Stoccolma           – 5                                               22

SK         Bratislava            – 3                                               26

SLO       Lubiana               – 4                                               27

 

Per informazioni meteorologiche più dettagliate, è consigliabile dare uno sguardo alle previsioni del tempo sulla stampa o contattare gli uffici turistici nazionali.

 

 

Fusi orari

 

(Map)

 

Ora legale

In tutta l’UE l’ora legale entra in vigore il 25 marzo 2007, giorno in cui si spostano le lancette dell’orologio un’ora avanti, e termina il 28 ottobre 2007, giorno in cui si spostano le lancette dell’orologio un’ora indietro.


Animali domestici

 

Viaggiare con un cane o con un gatto è ora molto più semplice con il nuovo passaporto europeo per gli animali domestici, disponibile presso qualsiasi veterinario. Tutti i cani e gatti dovranno essere muniti di un passaporto contenente informazioni dettagliate, che attestino l’esecuzione di una vaccinazione antirabbica in corso di validità. Fino a luglio 2008 Irlanda, Malta, Regno Unito e Svezia richiedono anche un test per verificare l’efficacia della vaccinazione effettuata.

 

Inoltre, per l’ingresso in Irlanda, a Malta e nel Regno Unito sono richiesti il trattamento contro le zecche e il trattamento contro la tenia (echinococcosi). Finlandia e Svezia richiedono il trattamento contro la tenia.

 

L’animale deve essere identificato mediante un microchip elettronico. Fino a luglio 2011 verrà accettato anche un tatuaggio chiaramente leggibile, eccezion fatta per Irlanda, Malta e Regno Unito, dove è già richiesto il microchip.

 

Come comportarsi in situazioni di emergenza

 

Numero unico di emergenza europeo: 112

Per contattare i servizi di pronto intervento in qualunque paese dell’UE comporre il numero 112 a partire da qualsiasi telefono, fisso o mobile.

 

Furti e smarrimenti

Eventuali furti devono essere denunciati alla polizia locale. Il verbale redatto dalla polizia dovrà essere necessariamente allegato alla richiesta di risarcimento alla propria compagnia assicuratrice. Le carte di credito, smarrite o rubate, devono essere bloccate immediatamente. In caso di furto del passaporto, occorre rivolgersi quanto prima al consolato o all’ambasciata del proprio paese e alla polizia locale.


Comunicazioni

Lingue

L’Europa conta una grande varietà di lingue. Le principali famiglie linguistiche nell’UE sono quelle delle lingue germaniche, romanze, slave, baltiche e celtiche. Le istituzioni dell’UE hanno 23 lingue ufficiali, ma vi sono molte altre lingue meno parlate.

 

Molti europei parlano almeno un’altra lingua oltre alla propria madrelingua, ma quando viaggiate in Europa provate a dire qualche frase nella lingua del paese per parlare con la gente del posto. Iniziate con buongiorno:

 

 

Bulgaro

Dobro utro

Maltese

L-Ghodwa t-Tajba

Ceco

Dobré ráno

Neerlandese

Goedemorgen

Danese

God morgon

Polacco

Dzień dobry

Estone

Tere hommikust

Portoghese

Bom dia

Finlandese

Hyvää huomenta

Rumeno

Bună dimineaţa

Francese

Bonjour

Slovacco

Dobré ráno

Greco

Kalimera

Sloveno

Dobro jutro

Inglese

Good morning

Spagnolo

Buenos días

Irlandese

Dia dhuit

Svedese

God morgon

Italiano

Buongiorno

Tedesco

Guten Morgen

Lettone

Labrīt

Ungherese

Jó reggelt

Lituano

Labas Rytas

 

 

 

 

Telefoni cellulari

Il vostro telefono cellulare può essere utilizzato ovunque in Europa, e in molte altre parti del mondo, grazie allo standard tecnico comune «GSM» dell’UE. Prima di partire, però, è opportuno accertarsi presso l’operatore che il proprio telefonino sia abilitato al roaming internazionale. I costi possono essere elevati e la Commissione europea è intervenuta per ridurre gli oneri dei servizi internazionali di roaming.

 

Un sito dell’UE (ec.europa.eu/information_society/activities/roaming/index_it.htm) fornisce informazioni dettagliate sui costi dei servizi di roaming per i telefoni cellulari per permettervi di beneficiare di condizioni migliori quando utilizzate il telefono all’estero. Sul sito troverete un ampio campione delle tariffe di tutti gli operatori di telefonia mobile dei 25 paesi dell’UE e i link diretti ai loro siti Internet, oltre a indicazioni e consigli sui servizi di roaming internazionale.


 

Telefono

C’è un unico prefisso telefonico da utilizzare per le telefonate internazionali da qualsiasi paese dell’UE: è lo 00.

 

I prefissi dei singoli paesi sono i seguenti:

 


A       Austria                      43

B       Belgio                       32

BG    Bulgaria                  359

CY    Cipro                       357

CZ    Repubblica ceca      420

D       Germania                  49

DK    Danimarca                 45

E       Spagna                      34

EST   Estonia                    372

F       Francia                      33

FIN   Finlandia                 358

GB    Regno Unito             44

GR    Grecia                       30

H       Ungheria                   36

I        Italia                          39

IRL   Irlanda                    353

L       Lussemburgo          352

LT     Lituania                   370

LV    Lettonia                  371

M      Malta                       356

NL    Paesi Bassi                31

P       Portogallo               351           

PL     Polonia                      48

RO    Romania                    40

S       Svezia                       46

SK    Slovacchia               421

SLO  Slovenia                  386


 

 

Internet

 

In viaggio potete consultare la vostra posta elettronica, inviare e ricevere messaggi o navigare in rete negli «Internet café», che si trovano ormai ovunque. Se viaggiate col vostro computer, potete accedere ad Internet da molti alberghi che dispongono di prese Internet nelle stanze.

 

L’alternativa è quella di usare le reti senza fili Wi-Fi allestite ora negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, negli alberghi ecc. In genere le zone Wi-Fi (hotspot) sono indicate chiaramente. L’acceso è spesso a pagamento e il vostro computer dovrà essere dotato di una scheda per l’accesso al network senza fili.

 

Elettricità

In tutta Europa la tensione di alimentazione negli impianti elettrici è a corrente alternata di 220-240 volt, con una frequenza di 50 Hz. A Cipro, in Irlanda, a Malta e nel Regno Unito si utilizzano prese elettriche con tre punte quadrate, mentre in genere tutti gli altri paesi dell’UE utilizzano prese a due punte. Le prese possono differire, ma consentono di utilizzare i propri apparecchi, come asciugacapelli e rasoi elettrici, ovunque. Nella maggior parte delle località turistiche e negli aeroporti si vendono appositi adattatori.


Informazioni turistiche

 

 

Vi indichiamo i siti Internet degli uffici del turismo nazionali, presso i quali potrete ottenere ulteriori informazioni sul paese dell’UE che intendete visitare.

 

A                Austria

www.austria.info

 

B                Belgio

www.visitflanders.com

www.opt.be

 

BG             Bulgaria

www.bulgariatravel.org

 

CY             Cipro

www.visitcyprus.org.cy

 

CZ              Repubblica ceca

www.czechtourism.com

 

D                Germania

www.germany-tourism.de

 

DK             Danimarca

www.visitdenmark.com

 

E                Spagna

www.spain.info

 

EST           Estonia

www.visitestonia.com

 

F                 Francia

www.franceguide.com

 

FIN            Finlandia

www.visitfinland.com

 

GB             Regno Unito

www.visitbritain.com

 

GR             Grecia

www.gnto.gr

 

H                Ungheria

www.hungarytourism.hu

 

I                  Italia

www.enit.it

 

IRL            Irlanda

www.ireland.ie

 

L                Lussemburgo

www.visitluxembourg.lu

 

LT              Lituania

www.travel.lt

 

LV             Lettonia

www.latviatourism.lv

 

M               Malta

www.visitmalta.com

 

NL             Paesi Bassi

www.holland.com

 

P                 Portogallo

www.visitportugal.com

 

PL              Polonia

www.poland-tourism.pl

 

RO             Romania

www.romaniatravel.com

 

S                 Svezia

www.visitsweden.com

 

SK              Slovacchia

www.slovakiatourism.sk

 

SLO           Slovenia

www.slovenia.info

 

 

 

Le abbreviazioni dei paesi sono quelle usate per indicare il paese di provenienza sulle targhe automobilistiche.

 

 

 

 

Fine articolo tratti da ec.europa.eu

 

Unione Europea

 

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