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Perù
Scheda Paese: PERù
Popolazione: 23.087.867 abitanti
Capitale: Lima
Città Principali: Arequipa,Trujillo, Chiclayo, Iquitos, Piura.
Lingua: le lingue ufficiali sono lo spagnolo e il quechua, e fra gli indios dell’altopiano è diffusa la lingura aymarà.
Religioni principali: in maggioranza cattolica (88,9%), evangelica (7,2%), altre (3,9%). Diffusi tra gli amerindi i culti animistici.
Ordinamento dello Stato: il Perù è una Repubblica unitaria di tipo presidenziale: il Presidente è capo del potere esecutivo; il potere legislativo è affidato al Parlamento (unicamerale con 120 membri eletti per un periodo di cinque anni). Il Presidente della Repubblica resta in carica per cinque anni.
Suddivisione amministrativa: il paese è suddiviso in 12 Regioni, che a loro volta sono divisi in 24 dipartimenti, più la provincia costituzionale del callao.
QUADRO DELL’ECONOMIA
Struttura produttiva: il settore agricolo è uno dei principali nell’economia peruviana, tanto per il suo apporto al PIL come per le entrate di divise e i posti di lavoro che crea.
E’ innegabile l’importanza dell’agricoltura “d’esportazione non tradizionale” (ortaggi freschi e lavorati, frutta, ecc.) per lo sviluppo del paese.
I principali prodotti coltivati nel Perù sono: patate, riso, mais, sorgo, soia, cotone, caffè e zucchero.
Un’altra voce d’esportazione importante per la bilancia commerciale è rappresentata dai prodotti della pesca.
Il 54% del paese è coperto da foreste.
Tra le principali specie troviamo: cedro, mogano, palissandro, copal e eucalipto.
Le risorse minerarie rappresentano circa il 60% delle esportazioni.
Le principali sono: petrolio (estratto nel nord e in Amazzonia), rame (Toquepala,Quellaveco, Cuajone, Michiquillay,Cerro Verde, ecc.), argento, piombo, zinco, oro (uno dei cantieri più grandi del mondo si trova nel nord del paese), ferro, ecc.
Nel settore dell’industria spiccano le industrie tessili (cotone), del tabacco, metallurgiche e alimentari, concentrate principalmente nell’asse Lima-El Callao.
Infrastrutture e trasporti: la rete stradale ha una lunghezza totale di oltre 58.000 Km, di cui 6.000 asfaltati.
La principale arteria di comunicazione asfaltata è la Panamericana, lunga km 3.418, che attraversa il paese da nord a sud collegando il confine dell’Equador con quello cileno.
Altra importante via di comunicazione è l’autostrada centrale che unisce Lima a La Oroya.
La rete ferroviaria si estende per km 1.876.
Il paese è dotato di 29 porti marittimi (il principale è “El Callao”) e di 58 aeroporti (di cui uno internazionale a Lima).
Accordi internazionali: il Perù ha sottoscritto con l’Italia, nel 1994, l’Accordo di promozione e Protezione reciproca degli Investimenti.
Nell’ambito della politica di apertura al mercato internazionale, il Perù parallelamente alla sottoscrizione dell’Accordo con Italia ha approvato la Legge per la Promozione degli Investimenti Esteri che garantisce protezione e stabilità agli investimenti in Perù.
COMMERCIO ESTERO
Principali partners commerciali:
Fornitori: Usa, Giappone, Colombia, Venezuela, Brasile, Argentina.
Clienti: Usa, Cina, Giappone, Svizzera, Germania.
Principali prodotti importati: olii crudi di petrolio; grano duro, escluso per semina; autoveicoli a benzina 1500 CC – 3000 CC; granoturco duro giallo; altri zuccheri di barbabietola raffinati allo stato solido.
Principali prodotti esportati: oro in altre forme allo stato naturale; rame e sezioni di catodi raffinati; farina di pesce; zinco e concentrati; caffè.
INTERSCAMBIO DELL’ITALIA (1997, in miliardi di lire).
Valore complessivo dell’export italiano: 320
Principali voci dell’export italiano: macchine ed apparecchi, macchine per l’industria alimentare e chimica, macchine tessili e da cucire; paste alimentari; macchine per miniere, metalli, edilizia; macchine utensili; utensili ed articoli finiti in metallo; macchine per legno, carta, cuoio, lavaggio; articoli e materiali plastici, apparecchi elettrici.
Valore complessivo dell’import italiano: 452
Principali voci dell’import italiano: metalli non ferrosi; metalli non ferrosi (esclusi fissili); prodotti per alimentazione animale,; fibbre tessili ed abbigliamento; prodotti della pesca; prodotti animali prevalentemente importati; conserve, succhi di frutta e legumi; tessili, veli; prodotti della maglieria; prodotti vegetali dell’agrioltura e foreste,
Posizione del Perù fra i clienti: 77.
Posizione del Perù fra i fornitori: 58.
NOTIZIE PER L’OPERATORE
Moneta: unità monetaria del perù è il Nuevo Sol.
Tasso di cambio: 1 USD = 3,324 Nuevos Soles; 1 Euro = 3,827; 1 Nuevo Sol =505,967 lire circa.
Sistema finanziario e bancario: negli ultimi anni l’obiettivo principale della politica monetaria è stato il rientro dell’inflazione a livelli internazionali.
A questo scopo sono stati applicati tassi decrescenti all’espansione dell’emissione primaria.
Le fonti di crescita delle emissioni sono state le operazioni di acquisto di valuta estera del BCR (Banco Central de Reserva del Perù) nel mercato cambiario.
Queste operazioni sono state orientate ad evitare una valutazione eccessiva del modello di cambio reale in un contesto di notevoli flussi di capitali dall’estero.
Le principali banche statali sono: il Banco de la Nacion, la Development Finance Corporation e varie banche di sviluppo specializzate per settore (minerario, industriale, agricolo).
Le principali banche provinciali del Paese sono: Banco de Crédito (Ex-Banca Italiana, Banco Continental, Banco de Lima (acquistato dalla Banca Sudameris), Banco Santander (Gruppo Santander) e il Banco Weise.
Vi sono poi banche multinazionali (Exetebandes, Arlabank, Banco Interandino) e una rappresentanza della Citibank.
Sistema Fiscale: sistema di tassazione su base mondiale. L’aliquota dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche è del 30%.
Per le persone fisiche le aliquote dell’imposta sul reddito variano dal 15% al 30%.
Sulle royalties ed interessi corrisposti ai non residenti si applica una ritenuta d’imposta rispettivamente del 30% e 1%.
Investimenti esteri: nel marzo del 1991 (norma 291 e successivo decreto 662) il Perù ha adottato una nuova legge, assai più liberale della precedente, in materia di investimenti esteri.
Le imprese straniere godono ora dello stesso trattamento riservato alle aziende locali, soprattutto per quanto riguarda incentivi e obblighi fiscali; non vi sono più, in linea di principio, settori riservati al capitale nazionale.
La legge ha eliminato le restrizioni sul rimpatrio degli utili e del capitale, ed abolito la norma che imponeva una partecipazione di capitale sociale alle imprese che intendevono vendere i loro prodotti nel paese.
Zone franche commerciali: Risultano istitutite nel paese otto zone franche industriali e commerciali: a Tacna, Ilo, Mollendo Tumbes, Trujillo, Paita, Chimbote e Pisco.
Per lo sviluppo commerciale, lo stato ha creato i “CETICOS” (Centri di Esportazione-Trasformazione- Industria- Commercio e Servizi) nelle zone di ILO-MATARANI-TACNA (Sud del Perù) e PAITA (Nord del Perù e all fine del ’98 nella zona di IQUITOS (Amazzonia del Perù).
L’incentivo principale dei CETICOS consiste nell’esenzione tributaria, per 15 anni, dal momento della prima esportazione di beni o servizi.
Le imprese perdono questo beneficio dal momento in cui realizzano la prima vendita di beni o servizi a consumatori o utenti del resto del paese.
L’ingresso della merce dai CETICOS al paese viene considerata un’importazione.
L’esportazione definitiva di merce proveniente dal resto del paese peruviano verso i CETICOS permette di sollecitare i diritti di un processo di esportazione normale (Drawback, Note di Credito, ecc.
Regime doganale: per l’importazione di alimenti, bevande, prodotti farmaceutici, legname ecc… si deve ottenere una autorizzazione dagli enti pubblici competenti.
Forme di pagamento: la forma di pagamento più comune è la lettera di credito irrevocabile.
COSTO DEI FATTORI PRODUTTIVI
Manodopera: il salario minimo legale in Perù è di circa US$ 115 al mese (S/. 367,99 al 31.12.98)
Salari medi:
dirigenti US$ 1.000 – 1.500
quadri US$ 500 – 1000
impiegati US$ 200-400
operaio specializzato US$ 150-200
manodopera non qualificata US$ 128
Elettricità: le tariffe dell’energia elettrica variano a seconda della località e della categoria dell’utente (industriale, commerciale, residenziale, ecc.
Organizzazione sindacale: il livello di sindacalizzazione dei lavoratori peruviani è piuttosto basso (meno del 16% della forza lavoro).
La Confederation General de Trabajadores del Perù riunisce circa il 65% degli iscritti ad associazioni sindacali.
Fonte: Assocamerestero
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Perù
Il Perù (in spagnolo: Perú, in quechua: Piruw, in aimara: Piruw) è uno stato (1.285.220 km², 29.216.405 abitanti, capitale Lima) dell'America meridionale. È una Repubblica presidenziale; l'attuale capo di Stato è Alan García.
Confina a nord con Ecuador e Colombia, a est con Brasile e Bolivia, a sud con Cile, a ovest con l'Oceano Pacifico.
La lingua ufficiale è lo spagnolo. Il quechua e l'aymara, lingue indigene parlate prevalentemente nella regione andina, sono riconosciute localmente come ufficiali dove il loro utilizzo è effettivamente prevalente.
In Perù vige il sistema metrico decimale; unica eccezione la benzina, che viene venduta a galloni.
Il 15 agosto 2007 il paese è stato colpito da due violente scosse di terremoto (le maggiori registrate nella zona dagli anni ottanta) che hanno causato - secondo un primo bilancio - la morte di 510 persone e 1.150 feriti.
La parola Perú deriva da Birú, il nome di un governatore locale che visse vicino al Golfo di San Miguel (Panama) nella prima metà del XVI secolo. Quando gli spagnoli vi giunsero, nel 1552, quei domini erano la parte più a sud del Nuovo Mondo a cui gli europei fossero mai giunti. Così quando Francisco Pizarro raggiunse le regioni ancora più a sud, queste furono denominate Birú o Perú. La Corona di Spagna diede al nome uno statuto legale nel 1529 con la Capitolazione di Toledo, la quale designò il caduto impero Inca come Provincia del Perú. Sotto il mandato spagnolo il paese adottò la denominazione di Viceregno del Perú, che si convertì in Repubblica del Perú dopo l'indipendenza.
Fonte Wikipedia
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Perù
IL PERU': TRA LA COSTA, LE ANDE E LA SELVA
Il Perù è tra le nazioni più interessanti, belle e ricche di storia di tutta l’America con i suoi tre contrastanti paesaggi: la Costa, con il suo deserto dai mille colori e la capitale Lima; la Sierra, con tutto il suo fascino Andino ma anche tutto il suo isolamento dovuto alle grandi distanze tra i vari piccoli centri abitati; la Selva, con la presenza degli Indios che vivono ancora secondo le loro antiche tradizioni.
Il popolo peruviano di oggi è il risultato dell’incontro/scontro di due popoli: gli Incas e i Conquistadores, due mondi di cui ancora oggi esistono tracce indelebili di un passato che ha segnato nel bene e nel male questa terra.
Plus Solidale: Breve esperienza a Sicuani presso la Posada di Belen, casa di accoglienza per bambini di strada.
1° Giorno: partenza dall'Italia
2° Giorno: Lima: arrivo
Arrivo a Lima Trasferimento negli alloggi
Colazione e visita nel centro storico: da non perdere il palazzo del governo, la Cattedrale, la Chiesa di San Francisco, il museo del convento de los descalzos, il museo della Inquisizione. Dopo il pranzo visiteremo
il museo de la nacion dove si ripercorre tutta la storia del Perù dalle prime civiltà sino all'impero Inka. Quindi visita al Parco dell'acqua, dove si possono ammirare le fontane più spettacolari del mondo.
Per ultimo il Distretto di Barranco, dove si consumerà la cena.
3° Giorno: L'altro volto di Lima:
Visiteremo un Cerro, per entrare in contatto con la vita quotidiana dellla maggior parte della popolazione.
Dopo pranzo visiteremo le rovine di Pachacamac sede dell'antico impero Inca.
In serata il districto di Miraflores.
Ritorno negli alloggi.
4° Giorno Cuzco: L'antica capitale
Di mattina molto presto ci trasferiremo in aeroporto per partire alla volta
della città di Cusco (3350 m)
Trasferimento in hotel. Mattina di riposo per abituarsi all'altitudine
Pranzo e visita all'antica capitale dell'impero Inca:
Plaza de Armas, Catedral, Templo del Sol (Qoricancha).
Visita ai complessi archeologici de Sacsayhuaman, Kenko, Pucapucara y Tambo Machay
Ritorno in hotel e pernottamento
5° Giorno: Cusco - Abra Malaga - Santa Teresa - Aguas Calientes
Colazione e partenza in pullman, tra i più classici dei paesaggi andini dove vivono gli ultimi discendenti del popolo Inca, destinazione Valle Sagrado de los Incas, per visitare la cittadina di Chinchero e la Valle de Urubamba, dove consumeremo il pranzo.
Successivamente saliremo sino ai 4.350 m del passo di Abra Malaga per poi arrivare sino al villaggio di Santa Maria.
Ci sposteremo sino a Santa Teresa dove consumeremo il pranzo.
Nel primo pomeriggio arriveremmo alla stazione dell'idroelettrica dove si prenderà il treno alle 17 che ci condurrà sino ad Aguas Calientes
Arrivo di notte , trasferimento in alloggi, pernottamento.
6° Giorno:Santuario de Machupicchu.
Prima dell'alba partenza alla volta del maestoso complesso archeologico di Machu Picchu per assistere al sorgere del sole. Visita al complesso archeologico pranzo al sacco e ritorno a Aguas Calientes.
Ritorno alla città di Cusco.
Alla sera arrivo alla città di Cusco;
7° Giorno: Ollantaytambo
tour di un giorno in visita nella valle sacra degli incas si visiteranno i centri archeologici di Pisac, Ollantaitambo e Chincheros.
8° Giorno: Cusco – Pilcopata.
Programma di convivenza con la comunità nativa di Queros
Il viaggio inizia (intorno alle 06.00) dalla città di Cuzco. Percorreremo la distanza di 200 Km, circa 9 ore, fino alla località di Pillcopata. Durante il viaggio incroceremo una parte della cordillera delle Ande e potremo osservare bellissime valli abitate da comunità andine Quechas, le “Chullpas de Ninamarca" (Centro funerario della cultura pre inka Lupaca). Successivamente arriveremo a Paucartambo, pueblo andino dove dove potremmo consumare il pranzo per poi proseguire sino a Acjanacu, porta di ingresso alla riserva della biosfera del parco nazionale del Manu (3550 mlm) dove potremo apprezzare il passaggio dalla sierra alla selva. Arriveremo a fine giornata nella località di Pillcopata dove passeremo la notte in albergo.
9° giorno: Pilcopata - Comunidad Nativa de Queros.
Dopo la colazione iniziamo la camminata (circa 3 ore) verso la comunità. Nel tragitto le guide indigene, esperte della foresta, ci mostreranno la flora e la fauna silvestre tra cui la foglia sacra della coca. Prima di arrivare ci rinfrescheremo nelle limpide acque del rio Entoro. Arrivati al villaggio gli abitanti ci offriranno il benvenuto con “masato” e "awirohki" bibita tradizionale amazzonica a base di yuca. Pranzeremo ospiti di una famiglia con il cibo tradizionale della selva, come:pacamoto, patarashka, tacacho, chapo y altro.
Un'attività facoltativa: la notte si potrà andare a raccogliere rane per la colazione dell'indomani
10° giorno: Comunità di Queros
Dal primo mattino ci uniremo ai nativi nelle loro attività quotidiane.
Parteciperemo alla coltivazione dei loro prodotti e impareremo a cucinare le pietanze tipiche.
Nel pomeriggio apprenderemo a produrre oggetti artigianali come borse realizzate con fibre vegetali ("jempu"), collane abiti tradizionali o "joht'o" e cestini.
Ci insegneranno anche a maneggiare arco e freccia secondo la tradizione Wachiperi.
Sul finire del giorno ci accamperemo nelle spiagge del rio Queros, dove ci riuniremo intorno al fuoco e la guida ci racconterà ancora la storia delle origini dei Wachiperi e altre tradizioni tramandate oralmente della loro cultura
11° giorno: Comunità di Queros
Dopo la colazione andremo a pescare alla maniera tradizionale con arco e frecce ma anche con ami e lenze.
Pranzeremo con il pesce che avremo pescato: ahumado de pescado con yuca: (zuppa di pesce con yuca), "pacamoto" (pesce cucinato dentro il bambú) o "patarashka" ( pesce cotto avvolto in foglie di “bijao”)
In serata navigheremo nella tradizionale barca di legno,”topa”, lungo il fiume Queros, fino ad arrivare alle rocce di "Hinkiori" o "piedra que habla" símbolo della cultura Wachiperi.
Subito dopo riprenderemo il cammino fino alla località di Pillcopata, dove passeremo la notte.
12° giorno: Rientro e spostamento verso Sicuani
Approssimatamente alle 05.00 prenderemo il bus che ci riporterà a Cuzco al rientro
Partenza da Cusco su pulman di linea e arrivo a Sicuani trasferimento nelle camere, cena e riposo alla conoscenza del progetto Osvic.
13° Giorno: progetto Osvic
Giornata dedicata al progetto Osvic alla conoscenza del luogo e la dura realtà.
14° Giorno Sicuani e i villaggi andini
Viaggio tra i villaggi andini per conoscere la loro realtà e il loro stile di vita visita alle acque termali che si trovano a 4.000 m di quota si avrà la possibilità di fare il bagno.
15° Giorno: Rientro
Approssimatamente alle 07.00 prenderemo il bus che ci riporterà a Cuzco
trasferimento in aeroporto direzione Lima.
Permanenza in aeroporto e volo di rientro per l'Italia.
16° giorno: arrivo in Italia
Arrivo in Italia e fine dei nostri servizi
Il programma Queros Vivencial-comprende
Recepción a Pilcopata e trasferimento in albergo. Tour guidato (guide indígene) Trasferimento Cusco – Pilcopata - Cusco alloggio e alimentazione tradizionale típica durante il tour sacco a pelo (si consiglia comunque di averlo personale) – equipaggio da campeggio essenziale |
N.B. Gli Itinerari potrebbero subire qualche piccola variazione dovuto alla partenza o arrivo degli aerei
Raccomandiamo portare:
Camera fotografica con batterie di riserva, sandali, impermeabile, binocoli, sacco a pelo repellente per zanzare, polo di cotone, pantaloni leggeri, calze di cotone, biancheria intima di cotone, costume da bagno, maglione leggero, berretto, bottiglie d'acqua, coltellino mille usi, prodotti igiene personale, stivali di gomma.
Raccomandiamo portare inoltre una piccola riserva di merendine o simile in quanto l'alimentazione tipica del luogo è ovviamente diversa dalla nostra tradizionale dieta.
vaccini:
obbligatorio il vaccino contro la febbre gialla, si consiglia profilassi contro la malaria
consigli utili : non siate turisti ma viaggiatori
fonte: Oristano www.osvic.it
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Perù
AMERICA MERIDIONALE
CARATTERI FISICI
Il quarto in ordine di grandezza dei sette continenti della terra (dopo Asia, Africa e America settentrionale), con una superficie di circa 17.821.866 km2, corrispondente al 12% delle terre emerse del pianeta. È attraversato dall'equatore e dal tropico del Capricorno, mentre a nord l'istmo di Panamá lo collega all'America centrale e settentrionale. Il continente si estende per circa 7400 km da capo Gallinas a nord a capo Froward a sud, e per circa 4830 km fra la sua estremità orientale, capo Branco, e quella occidentale, capo Pariñas.
La popolazione dell'America meridionale è stimata in 304 milioni di abitanti (1990), ovvero meno del 6% della popolazione mondiale. Il continente comprende le nazioni Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela, Guyana, Suriname e Guayana Francese, un dipartimento d'oltremare della Francia. Alcune repubbliche sudamericane comprendono territori lontani situati a grandi distanze dal continente: le isole Juan Fernández e l'isola di Pasqua appartengono al Cile, le isole Galápagos all'Ecuador, l'arcipelago Fernando de Noronha al Brasile, mentre le isole Falkland sono una colonia britannica rivendicata dall'Argentina. Le coste dell'America meridionale sono relativamente regolari, fatta eccezione per gli estremi litorali meridionali e sudoccidentali, incisi da numerosi fiordi e insenature.
L’AMBIENTE NATURALE
L'America meridionale ha una morfologia analoga a quella dell'America settentrionale; i margini settentrionale e occidentale sono dominati dal sistema montuoso dalle Ande mentre gran parte della fascia costiera orientale è limitata dagli estesi altipiani della Patagonia e dai massicci della Guyana e del Brasile. Nella regione equatoriale del continente si trova l'ampia pianura del bacino del Rio delle Amazzoni alla quale si contrappone, a nord, la più limitata pianura attraversata dall'Orinoco; a sud si trova il bacino del Paraguay-Paraná. Il punto più basso dell'America meridionale (40 m sotto il livello del mare) è situato sulla penisola di Valdés, nell'Argentina orientale, mentre il punto più elevato è la vetta dell'Aconcagua (6960 m), nell'Argentina occidentale.
STORIA GEOLOGICA
Il più antico e più stabile elemento strutturale del continente è costituito dalla piattaforma degli altipiani del Brasile e della Guyana a est e a nord-est; esso comprende un insieme di rocce eruttive e metamorfiche risalenti al Precambriano. In molte zone la piattaforma è ricoperta da rocce sedimentarie, risalenti perlopiù al Paleozoico (da 570 milioni a 225 milioni di anni fa), nonostante in alcune aree, in particolare nel Brasile meridionale, siano presenti basalti di formazione più recente. Fossili ritrovati nell'altopiano del Brasile costituiscono una prova della deriva continentale, secondo la quale durante il Permiano il continente sarebbe stato unito al Gondwana, un'enorme placca che comprendeva l'Africa e l'Asia.
L'altopiano della Patagonia poggia su depositi sedimentari dell'era mesozoica (da 225 milioni a 65 milioni di anni or sono) e del Terziario (da 65 milioni a 2,5 milioni di anni fa) e su basalti di recente formazione. I materiali d'erosione delle antiche piattaforme contribuirono alla costituzione di spessi depositi di sedimenti nei mari circostanti. Queste formazioni subirono ripetuti sollevamenti nel Mesozoico dando vita ai rilievi costieri del Cile e del Perù meridionale e alla più elevata e più estesa catena delle Ande. Questo processo orogenetico, che continuò nel Terziario, fu accompagnato da intrusioni di magma (roccia fusa) e dalla formazione di vulcani. L'attività vulcanica e sismica interessa tuttora l'intero margine occidentale del continente per effetto della subduzione della placca pacifica rispetto a quella sudamericana (Vedi Tettonica a zolle). I ghiacciai dell'estremità meridionale delle Ande hanno origine nelle grandi glaciazioni dell'era quaternaria (iniziata 2,5 milioni di anni fa). L'erosione degli altipiani continua ad apportare sedimenti nelle pianure circostanti.
TERRITORIO
Il territorio del continente può essere suddiviso in tre regioni fisiche: la cordigliera delle Ande, le pianure centrali e gli altipiani orientali. Le Ande s'innalzano bruscamente dalle coste nordoccidentali e occidentali del continente e formano un'unica catena nel Venezuela settentrionale e lungo gran parte del Cile e dell'Argentina meridionale, mentre al centro si dividono in due o tre catene parallele chiamate cordigliere (spagnolo cordilleras). Fra le numerose vette che superano i 5000 m d'altitudine vi sono molti vulcani attivi situati nel Cile centromeridionale, in Perù, nella Bolivia meridionale e in Ecuador.
I vasti altipiani della Guyana a nord-est e del Brasile a est presentano aree collinari, ampi tavolati e alte mesas. I tavolati sono più elevati e meno estesi negli altipiani della Guyana, mentre l'altopiano del Brasile raggiunge le massime altitudini nei rilievi situati lungo la costa orientale. I suoli di questi altipiani sono generalmente poveri, ma in molte valli il terreno è reso fertile dalla presenza di rocce basaltiche. L'altopiano della Patagonia è meno elevato e relativamente piatto; qui lo sfruttamento dei suoli fertili è ostacolato dalle difficili condizioni climatiche.
A nord del continente si estende l'area pianeggiante del bacino dell'Orinoco, che comprende i llanos – una regione di pianure alluvionali e basse mesas – e un vasto sistema di valli convergente verso l'Amazzonia tra i fiumi Caquetá e Madeira. Lo stesso bacino amazzonico presenta un territorio dolcemente collinare. Più a sud si trovano le valli poco profonde e le pianure del Gran Chaco e della Pampa che si fondono nelle pianure alluvionali e acquitrinose dei fiumi Paraguay e Paraná.
IDROGRAFIA
Gran parte dei fiumi dell'America meridionale sfocia nell'oceano Atlantico e appartiene ai tre grandi sistemi fluviali del Rio delle Amazzoni, dell'Orinoco e del Paraguay-Paraná. Ciascuno di questi grandi fiumi fornisce anche numerose vie navigabili che raggiungono le regioni interne. Nel Brasile nordorientale scorre il São Francisco, mentre altri fiumi minori solcano i versanti caraibico e pacifico delle Ande: di questi il più importante è il Magdalena che riceve le acque del Cauca. Anche questo sistema, che defluisce a nord attraverso le valli andine per sfociare nel mar dei Caraibi, offre una via d'accesso verso l'interno. Un gran numero di brevi fiumi che scendono dalle Ande ha favorito per secoli l'agricoltura in Perù, Cile e nell'Argentina nordoccidentale; fra essi i più importanti sono il Guayas, il Santa e il Bío-Bío. I maggiori bacini lacustri si trovano nelle regioni andine, a quote elevate: i principali sono il Titicaca, il Poopó, il Buenos Aires, l'Argentino e il Nahuel Huapí.
CLIMA
La fascia equatoriale del continente è caratterizzata da un clima tropicale che a nord e a sud lascia il posto ad ampie zone dove la durata della stagione delle piogge e la piovosità diminuiscono. Queste zone presentano estati piovose e inverni secchi e sono soggette a prolungate siccità che costituiscono un problema particolarmente grave nel nord-est del Brasile e lungo la costa settentrionale del Venezuela e della Colombia. Le aree di clima tropicale piovoso e umido-secco, corrispondenti alle fasce costiere pacifiche della Colombia e dell'Ecuador, sono caratterizzate da una brusca transizione alle zone climatiche aride del litorale peruviano e del settentrione cileno. Nella metà settentrionale dell'America meridionale la regione andina è l'unica che presenti un clima freddo; il clima tropicale delle pianure lascia il posto, a quote intermedie, a un clima subtropicale e, nelle zone più elevate, a un clima alpino.
La fascia temperata dell'America meridionale si estende prevalentemente a sud del tropico del Capricorno. Nel Cile meridionale le precipitazioni sono cospicue a causa dei cicloni che provengono dall'oceano Pacifico. La frequenza di tali fenomeni, maggiore in inverno, diminuisce verso nord lasciando il posto a una zona di clima mediterraneo, con inverni miti e umidi ed estati calde e secche, e successivamente a un'area desertica, che dalla costa si estende verso nord fino all'Ecuador. Di questa regione fa parte il deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo. Condizioni climatiche di piogge meno intense e aridità prevalgono a est delle Ande meridionali. Nelle Pampas e nelle regioni meridionali dell'altopiano del Brasile le estati sono tendenzialmente piovose; durante l'inverno queste zone vengono a volte raggiunte dai cicloni che determinano un clima piovoso e freddo.
FLORA
La vegetazione dell'America meridionale varia in base alle diverse regioni climatiche. Le aree dal clima tropicale presentano un fitto manto di foresta pluviale, o selva. Questa regione, la più estesa del mondo, copre gran parte della fascia equatoriale, comprese le fasce costiere brasiliane e le pendici più basse delle Ande, ed è ricca di piante tropicali dal legno duro, palme, felci arboree, bambù e liane. Nelle aree caratterizzate da siccità invernale, soprattutto lungo la costa venezuelana, nel nord-est del Brasile e nel Gran Chaco, si trovano rade foreste e macchia. Fra queste aree più secche e la foresta pluviale compaiono zone di alta vegetazione erbacea (savane, o campos) e di boscaglia mista a prati (campos cerrados). Nel Brasile meridionale e lungo le pendici delle Ande crescono boschi semidecidui e decidui. Il Gran Chaco è caratterizzato da pianure erbose e boscaglia arbustiva, mentre le piatte Pampas dell'Argentina centrorientale presentano vastissime praterie. A sud una zona di steppa e macchia (monte) segna la transizione all'area di bassa macchia e vegetazione erbacea, che caratterizza la regione più arida e più fredda della Patagonia. Lungo la costa del Pacifico, procedendo verso nord, la foresta lascia il posto a boschi sparsi, agli arbusti e ai prati del Cile centrale e, infine, alla macchia e alla vegetazione desertica che prevalgono nel Perù settentrionale e nelle zone più elevate dei versanti montani.
FAUNA
L'America meridionale, l'America centrale, le pianure del Messico e le Indie Occidentali appartengono a una singola regione zoogeografica, solitamente chiamata regione neotropicale. La fauna è caratterizzata da una grande varietà di specie presenti solo in questo continente e comprendenti scimmie, vampiri e moltissimi roditori. Nella regione vive un'unica specie di orso e un tipo di camelide, il lama. Caratteristici del continente sono inoltre la vigogna, l'alpaca, il giaguaro, il pecari, il formichiere gigante e il coati. Per quanto riguarda l'avifauna, numerosissime sono le famiglie di uccelli neotropicali e marini, oltre a quelle dei colibrì o uccelli mosca (500 speci), dei thraupidi e degli ara. Tra gli uccelli di più grandi dimensioni si annoverano nandù, condor e fenicotteri. Fra i rettili vi sono boa e anaconde, iguane, caimani e coccodrilli. Di varie specie e in gran numero sono i pesci d'acqua dolce, gli insetti e gli invertebrati. Le isole Galápagos sono famose quale habitat di grandi testuggini e altri rettili, nonché di uccelli presenti soltanto in questo arcipelago.
RISORSE MINERARIE
Il territorio dell'America meridionale è ricco di risorse minerarie. In epoca coloniale si iniziarono a sfruttare i giacimenti auriferi delle Ande e quelli di argento e mercurio delle regioni montuose situate tra il Perù centrale e la Bolivia meridionale, zone oggi note per la presenza di ingenti depositi di rame, stagno, piombo e zinco. Il rame viene estratto inoltre nel Cile settentrionale e centrale. Una ricca zona mineraria (bauxite, minerali ferrosi e oro) è situata fra Ciudad Bolívar e il Suriname settentrionale, al margine degli altipiani della Guyana. In epoca coloniale furono inoltre scoperti notevoli giacimenti di oro e diamanti nel Brasile centro-orientale, tuttora produttivi. Nonostante la presenza di metalli preziosi, di cui il continente rimane uno dei maggiori produttori mondiali, il futuro sviluppo industriale dei paesi sudamericani poggia sulla presenza di ingenti riserve di minerali ad alto contenuto di ferro e di più modesti giacimenti di bauxite. Scarse le riserve di carbone, situate soprattutto nelle Ande e nel Brasile meridionale, mentre le ricche riserve petrolifere e di gas naturale del continente si trovano in bacini situati ai margini delle Ande e nella cordigliera stessa, dal Venezuela alla Terra del Fuoco, soprattutto nella zona del lago di Maracaibo.
CARATTERI CULTURALI
POPOLAZIONE
Nonostante la vastità del suo territorio, l'America meridionale ospita meno del 6% della popolazione mondiale. Dal 1930 il flusso migratorio nel paese è minimo, mentre ha assunto rilievo la migrazione interna, soprattutto verso le regioni costiere. La popolazione è oggi concentrata negli agglomerati urbani e oltre la metà del continente presenta una densità demografica inferiore ai 2 abitanti per km2. Poco più del 50% della popolazione vive in Brasile; oltre un quinto risiede in Colombia, Venezuela ed Ecuador. L'incremento demografico naturale e le migrazioni dalle aree periferiche hanno determinato una crescita della popolazione urbana superiore al 4% annuo. In Argentina, Cile e Uruguay, il tasso di crescita demografica urbana ha rallentato, ma nei paesi tropicali lo sviluppo delle città è rapidissimo. Nei più urbanizzati fra i maggiori paesi – Argentina, Cile, Uruguay e Venezuela – almeno l'80% della popolazione vive nelle città; nei paesi meno urbanizzati – Bolivia, Ecuador e Paraguay – meno del 60% viene classificato fra la popolazione urbana.
LINGUE
Lo spagnolo è la lingua ufficiale in 9 dei 13 paesi del continente. Il portoghese è la lingua ufficiale del Brasile, l'inglese della Guyana, l'olandese del Suriname e il francese della Guayana Francese. Fra le diverse lingue amerinde, il quechua, l'aymará e il guaraní sono parlate dal maggior numero di persone. Gli abitanti di lingua quechua abitano soprattutto gli altipiani andini centrali, mentre coloro che parlano aymará vivono perlopiù sugli altipiani della Bolivia e del Perù. Il guaraní è la lingua diffusa in Paraguay insieme allo spagnolo, la lingua ufficiale.
RELIGIONI
Circa il 90% della popolazione del continente è cattolica. In Brasile e in Cile vi sono oltre 11 milioni di protestanti, presenti in esigue minoranze anche nei centri urbani di altri paesi. Nelle città, soprattutto in Argentina e in Brasile, vivono inoltre minoranze ebree. I 550.000 indù, i 400.000 musulmani e i 375.000 buddhisti dell'America meridionale sono concentrati nella Guyana e nel Suriname. La fede cattolica fu introdotta dagli spagnoli e dai portoghesi all'inizio della conquista, mentre la presenza di protestanti riflette la successiva immigrazione europea e l'attività missionaria iniziata nel secolo XIX.
CARATTERI ECONOMICI
ECONOMIA
Storicamente territorio di colonia ed economicamente dipendente dalle esportazioni di prodotti agricoli e minerari, l'America meridionale ha conosciuto un notevole sviluppo e un'ampia diversificazione produttiva in tutti i settori a partire dagli anni Trenta. Dopo la seconda guerra mondiale le politiche nazionali favorirono la produzione locale di beni precedentemente importati e un conseguente sviluppo delle attività industriali che interessò principalmente i distretti urbani.
AGRICOLTURA
La maggior parte della produzione agricola e zootecnica del continente è destinata al consumo e ai mercati interni. Ciò nonostante, le entrate derivate dagli scambi commerciali con l'estero di prodotti agricoli costituiscono una voce importante nel bilancio di numerosi paesi sudamericani. Benché l'agricoltura, insieme a caccia, pesca e attività forestali, rappresenti circa il 12% del prodotto interno lordo (PIL) del continente, gli addetti al settore primario sono ancora oltre il 30% della forza lavoro in Bolivia, Paraguay, Perù ed Ecuador, fra il 20 e il 30% in Colombia, Brasile e Guyana, e meno del 20% in Suriname, Cile, Uruguay, Venezuela, Argentina e Guayana Francese.
La coltivazione intensiva di prodotti destinati alla commercializzazione, in particolare ortaggi e frutta, viene praticata soprattutto nei pressi delle città, mentre la produzione di derrate per il consumo interno, quali radici commestibili, fagioli e mais, è di tipo rurale. Frumento e riso vengono prodotti ovunque lo consentano le condizioni climatiche e del terreno. L'allevamento dei bovini assicura ai paesi sudamericani l'autosufficienza alimentare e in Argentina, Uruguay, Paraguay e Colombia sostiene un fiorente mercato delle esportazioni. Un'economia agricola orientata ai mercati esteri si è sviluppata nelle aree tropicali e alle medie latitudini, dove i terreni arabili e l'accesso ai porti hanno creato condizioni adeguate. In queste zone la coltura prevalente è quella del caffè, praticata in particolare negli altipiani del Brasile sudorientale e della Colombia centroccidentale. Notevole importanza hanno inoltre il cacao, prodotto nel Brasile orientale e nell'Ecuador centroccidentale, le banane e la canna da zucchero; le coste del Perù, la Guyana e il Suriname sono zone con una consolidata tradizione nella produzione di zucchero per i mercati esteri; lungo le coste peruviane si trovano inoltre estese piantagioni di cotone. Nel Brasile sudorientale la soia, a partire dagli anni Settanta, è diventata un'importante coltura da esportazione. L'Argentina esporta tradizionalmente frumento, mais e semi di lino, bovini, ovini e, insieme all'Uruguay, pellame e lana.
RISORSE MINERARIE
I paesi dell'America meridionale possiedono ingenti risorse minerarie che alimentano un'industria che, fino a tempi molto recenti, era gestita prevalentemente da società straniere. I prodotti principali sono petrolio, rame, bauxite e minerali di ferro, che sostengono un mercato delle esportazioni estremamente diversificato, oltre a piombo, zinco, manganese e stagno. Le attività estrattive rappresentano quindi settori di massima importanza per molte economie nazionali. Il Venezuela esporta principalmente petrolio grezzo, raffinato e derivati, mentre la dipendenza dalle esportazioni di minerali è minore in Suriname, Bolivia e Cile. Il Perù e, da tempi recenti, l'Ecuador basano la loro economia sulla vendita di minerali. Nonostante questo genere di esportazioni crei entrate di bilancio, l'industria mineraria offre un contributo minimo al PIL continentale e all'occupazione, pur rimanendo una voce importante nella crescente diversificazione industriale del continente.
INDUSTRIA
Alla fine degli anni Settanta il settore industriale contribuiva per il 25% al PIL del continente, registrando un notevole incremento rispetto al 1956, anno in cui per la prima volta le attività industriali superarono per importanza sia quelle agricole sia quelle commerciali e finanziarie.
Le principali attività del settore sono legate alla trasformazione dei prodotti agricoli, soprattutto in Argentina e Brasile, i paesi più industrializzati. Grande rilievo hanno inoltre le attività di lavorazione e raffinazione dei minerali, che tendono a essere localizzate nei pressi dei giacimenti. Raffinerie di petrolio, stabilimenti siderurgici, cementifici e industrie di produzione di beni di consumo (tessili, bevande, veicoli a motore, apparecchi elettrici e meccanici, plastica) sono concentrati nei principali distretti urbani.
In molti paesi dell'America meridionale lo sviluppo industriale ha potuto verificarsi grazie al sostegno del governo. Benché molte industrie operino ancora su licenza di grandi società straniere o ne siano consociate, dagli anni Trenta i governi nazionali sono stati direttamente coinvolti nello sviluppo dell'industria pesante, soprattutto nei settori siderurgico, del montaggio delle auto e della cantieristica navale. In alcuni paesi le industrie manifatturiere sono così avanzate da consentire la produzione di merci per l'esportazione (macchine utensili, aerei e mezzi militari). Ma lo sviluppo industriale del continente continua a trovare ostacoli nell'esigua dimensione dei mercati nazionali, nell'inadeguatezza della tecnologia e nella mancanza di adeguate reti di trasporto e di distribuzione.
ENERGIA
Le principali fonti energetiche nell'America meridionale sono costituite dal petrolio e dal gas naturale, che hanno reso necessaria la costruzione di un sistema esteso di oleodotti in Argentina, Venezuela e Colombia. Il carbone, le cui riserve sono relativamente modeste, ebbe notevole importanza nei primi sviluppi delle ferrovie, dei trasporti fluviali e marittimi e dell'industria in Cile, Argentina, Brasile e Colombia. In Brasile il carburante più diffuso è l'alcol derivato dalla canna da zucchero. Lo sfruttamento dell'energia idroelettrica ebbe inizio in Brasile, Cile e Colombia e oggi copre oltre il 60% della produzione energetica in paesi come il Paraguay, il Brasile, l'Uruguay, la Colombia e la Bolivia. Lo sviluppo di questo settore è diversificato e varia dalle piccole centrali, utilizzate dalle città di provincia, ai grandi impianti, costruiti nel bacino medio e superiore del Paraná e nei tratti superiore e inferiore del fiume São Francisco.
TRASPORTI E COMMERCIO
Le reti stradali e ferroviarie del continente svolgono un ruolo di primaria importanza per il trasporto di persone e di merci e sono sviluppate soprattutto nel Brasile sudorientale e nelle Pampas argentine. Prevalente è il trasporto su gomma anche se in Argentina, Brasile e Cile si fa ampio uso delle reti fluviali, marittime e ferroviarie. Le linee aeree nazionali e internazionali offrono un sistema di trasporti continentali più completo e affidabile sotto il profilo operativo; il fenomeno è in larga parte la conseguenza della storica mancanza di insediamenti all'interno del continente.
In America meridionale gli scambi internazionali avvengono soprattutto con Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. La voce più importante del commercio estero è costituita dal petrolio e dai suoi derivati, esportati soprattutto dal Brasile e dal Venezuela. L'America meridionale contribuisce in modo significativo al commercio mondiale di olio, caffè, rame, bauxite e semi oleosi. Il commercio interno è stato favorito a partire dagli anni Sessanta da organismi commerciali regionali, quali la Latin American Free Trade Association (LAFTA, Associazione latinoamericana di libero scambio) e ha per oggetto soprattutto frumento, vino, bestiame, vino e manufatti industriali.
CARATTERI STORICI
STORIA
Dopo il 1453, anno in cui i turchi conquistarono definitivamente l'impero bizantino e il dominio del Mediterraneo orientale, le nazioni dell'Occidente, soprattutto la Spagna e il Portogallo, furono costrette a cercare nuove vie verso l'Oriente. Gli esploratori portoghesi, che avevano compiuto numerosi viaggi nell'oceano Atlantico navigando verso sud, cercarono la nuova rotta esplorando la costa africana e raggiungendo il capo di Buona Speranza nel 1486. Nel 1492 Cristoforo Colombo, nel tentativo di raggiungere l'India navigando verso ovest attraverso l'oceano Atlantico, sbarcò nelle attuali Indie Occidentali, aprendo un nuovo mondo al commercio e all'influenza europei. Per informazioni riguardanti le civiltà precolombiane dell'America meridionale, vedi araucaniani; inca; maya; olmechi; Archeologia: le Americhe; Perù: storia; Arte e architettura precolombiana; Tiahuanacu; Tupí-Guaraní.
Dopo il ritorno di Colombo in Europa, la Spagna e il Portogallo furono coinvolti nella disputa riguardante i diritti sui territori del Nuovo Mondo. La controversia fu appianata nel 1493 da papa Alessandro VI che, stabilita una linea di demarcazione tracciata da nord a sud, a ovest delle Azzorre, assegnò al Portogallo i nuovi territori situati a est di tale linea e alla Spagna i territori a ovest. La linea di demarcazione fu in seguito modificata con la conseguenza che il Portogallo ottenne la sovranità sui territori dell'America meridionale corrispondenti all'odierno Brasile. Il 1° agosto 1498, nel corso del suo terzo viaggio, Colombo raggiunse la foce dell'Orinoco e avvistò il continente sudamericano.
ESPLORATORI POSTCOLOMBIANI
Il secondo europeo che raggiunse il continente fu il navigatore portoghese Pedro Alvares Cabral. Nell'aprile del 1500 una flotta al suo comando gettò l'ancora al largo dell'attuale Brasile, su cui rivendicò i diritti del Portogallo. I portoghesi, che nel frattempo avevano scoperto una rotta verso l'India circumnavigando l'Africa, per tre decenni prestarono scarsa attenzione al territorio scoperto da Cabral. Durante questo periodo gli spagnoli intensificarono notevolmente le attività di esplorazione e colonizzazione nel Nuovo Mondo, spingendosi soprattutto verso le Indie Occidentali e l'America centrale. Numerosi esploratori visitarono le coste nordorientali del continente nei primi anni del secolo XVI: tra questi, i navigatori spagnoli Vicente Yáñez Pinzón, Alonso de Ojeda, Pedro Alonso Niño, il navigatore e geografo spagnolo Juan de la Cosa e il navigatore di origine italiana Amerigo Vespucci. Alla fine del 1519 Ferdinando Magellano, alla ricerca di una rotta occidentale che lo conducesse verso l'Estremo Oriente, esplorò l'estuario del Rio de la Plata. Egli riprese le sue ricerche l'anno successivo, navigando verso sud, e il 28 novembre 1520, attraversando lo stretto che oggi ne porta il nome, compì la sua missione e realizzò il sogno di innumerevoli navigatori.
DAL XVI AL XVIII SECOLO
All'inizio del 1600 gli spagnoli avevano stabilito numerose colonie in America meridionale. Al vicereame del Perù (creato nel 1542) e alle varie audiencias, o divisioni territoriali in cui erano divisi i possedimenti spagnoli nel continente, non mancavano prospettive di sviluppo verso condizioni di prosperità e potenza, basate sulla presenza di ricchezze naturali quali minerali preziosi, legname e terreni fertili. L'agricoltura e l'allevamento divennero presto attività fiorenti e i coloni iniziarono a disporre di un numero sempre maggiore di schiavi neri. Durante la prima metà del XVI secolo migliaia di immigrati raggiunsero i possedimenti spagnoli e portoghesi in cerca di fortuna o spinti da uno zelo cristiano evangelizzatore nei confronti dei nativi pagani. I governi spagnolo e portoghese ricevettero ampio aiuto dalla Chiesa nei loro sforzi volti a consolidare i rispettivi imperi coloniali. Il cattolicesimo era l'unica religione riconosciuta nelle colonie, ma la politica ecclesiastica era determinata e controllata dalla corona. In cambio dei servigi prestati nell'evangelizzazione, istruzione e pacificazione dei nativi, alla Chiesa e ai vari ordini religiosi cattolici attivi nel continente erano assicurati numerosi privilegi ed estesi possedimenti territoriali.
Alla fine del XVII secolo la Spagna e il Portogallo dominavano tutta l'America meridionale eccetto la Guyana, che era stata conquistata da Gran Bretagna, Francia e Olanda. La potenza navale dei regni iberici era stata tuttavia indebolita da una serie di cruenti conflitti e, come le colonie, era costantemente minacciata da pirati inglesi, olandesi e francesi. La situazione fu aggravata dall'imposizione di una spietata politica fiscale alle colonie. I governi regi, che esercitavano pieno controllo sulle attività commerciali, reagirono stabilendo rigidi vincoli alle economie coloniali, suscitando profondo malcontento. Nel corso del XVIII secolo la tensione popolare nelle colonie spagnole sfociò in numerose rivolte, in particolare nel Paraguay dal 1721 al 1735, in Perú dal 1780 al 1782 e a Nuova Granada nel 1781.
Le disuguaglianze sociali costituivano un'altra causa di malcontento fra i coloni spagnoli e portoghesi. I cosiddetti peninsulares, nati nella madre-patria, venivano inviati nelle colonie per assolvervi qualche alto incarico; erano solitamente di origine nobile, sprezzanti nei confronti degli altri gruppi sociali e unicamente desiderosi di accumulare ricchezze e di fare poi ritorno in Europa. Il gruppo sociale immediatamente inferiore era costituito dai creoli, persone nate nel continente ma di discendenza europea. Essi godevano formalmente degli stessi diritti politici dei peninsulares, ma venivano di fatto esclusi dalle più importanti cariche civili ed ecclesiastiche. A causa della loro avversione nei confronti dei peninsulares, i creoli generalmente si schieravano con i mestizos e con i mulatti.
GUERRE DI INDIPENDENZA
Dopo quasi tre secoli di sfruttamento economico e ingiustizia politica, nelle colonie sudamericane si verificò un acceso movimento rivoluzionario. Guidato dai creoli e di carattere fondamentalmente liberale, il movimento fu stimolato dal successo della rivolta delle colonie britanniche nell'America settentrionale e dalla Rivoluzione francese.
La lotta per la libertà politica nell'America meridionale spagnola può essere suddivisa in due fasi. La prima fase, dal 1810 al 1816, si concluse con il conseguimento dell'indipendenza da parte del vicereame della Plata (corrispondente all'Argentina, al Paraguay e all'Uruguay odierni); la seconda fase, dal 1816 al 1825, portò alla piena indipendenza dalla Spagna. Fra gli eccezionali capi nella lotta per l'indipendenza ebbero un ruolo fondamentale i venezuelani Simón Bolívar e Francisco de Miranda e l'argentino José de San Martín.
Il 25 maggio 1810 i creoli di Buenos Aires deposero il viceré spagnolo e instaurarono un organismo provvisorio di governo per le province della Plata. L'autorità diretta della Spagna non fu più ripristinata. Il 14 agosto 1811 i paraguayani, che avevano rifiutato l'aiuto di Buenos Aires, proclamarono l'indipendenza dalla Spagna e, nel 1813, anche dal governo provvisorio. Nel 1814 San Martín si mise a capo di un esercito nazionale nell'Argentina occidentale, intenzionato a liberare il Cile e a muovere via mare contro il Perù, la principale roccaforte spagnola nel continente. Nella successiva campagna per la liberazione del Cile del 1817-1818, San Martín fu sostenuto dal rivoluzionario cileno Bernardo O'Higgins. Il 12 febbraio 1817 San Martín sconfisse l'esercito spagnolo a Chacabuco, e nello stesso giorno fu dichiarata l'indipendenza del paese. A San Martín fu offerta la guida del nuovo governo cileno, ma egli rifiutò in favore di O'Higgins. Dopo la sconfitta di un'armata spagnola a Maipú, il 5 aprile 1818, l'indipendenza cilena mise solide basi e San Martín si preparò ad attaccare il Perù.
Teatro della successiva grande vittoria nelle guerre per l'indipendenza fu la Colombia. Alla testa di un esercito di patrioti e di mercenari reclutati in Inghilterra, Bolívar sconfisse i lealisti il 7 agosto 1819, nella battaglia di Boyacá. Mentre i combattimenti erano ancora in corso, un congresso che si teneva ad Angostura (oggi Ciudad Bolívar, in Venezuela) organizzava lo stato della Grande Colombia, che avrebbe compreso la ex audiencia di Nuova Granada, l'odierno Panamá e, alla loro liberazione, il Venezuela e Quito (Ecuador). In seguito Bolívar assunse la carica di presidente e dittatore. Benché il Venezuela si fosse dichiarato indipendente il 7 luglio 1811, la colonia era ancora nelle mani dei realisti. Bolívar li sconfisse a Carabobo il 24 giugno 1821, garantendo così l'indipendenza al Venezuela. Sotto la guida di Antonio José de Sucre, uno dei luogotenenti di Bolívar, un esercito patriottico trionfò sulle forze realiste a Pichincha il 24 maggio 1822 e liberò l'Ecuador.
Nel frattempo, il 7 settembre 1820, un esercito inviato da San Martín sbarcava sulla costa peruviana e il 9 luglio 1821 entrava a Lima, la capitale. L'indipendenza del Perú fu proclamata il 28 luglio, ma le forze realiste rimanevano in possesso della maggior parte del paese. Di comune accordo, dopo la battaglia di Pichincha, Bolívar e Sucre prepararono una spedizione militare a sostegno dei patrioti peruviani assediati. Un contingente d'assalto di questa spedizione fu sconfitto nel 1823, ma Bolívar e Sucre ottennero la vittoria il 6 agosto 1824 a Junín, e il 9 dicembre Sucre vinse la decisiva battaglia di Ayacucho. Sebbene le residue forze realiste venissero espulse dal Perú soltanto nel gennaio del 1826, la battaglia di Ayacucho fu il più importante atto conclusivo nella conquista dell'indipendenza dalla Spagna. L'Alto Perú proclamò l'indipendenza il 5 gennaio 1825 e, il 25 agosto di quell'anno, prese il nome di Bolivia in onore del suo liberatore.
Il Brasile conquistò l'indipendenza dal Portogallo il 12 ottobre 1822, ma conservò una forma monarchica di governo fino al 1889, anno di instaurazione della repubblica.
IL XIX SECOLO
Alla fine delle guerre di indipendenza gli stati sovrani dell'America meridionale staccatisi dalla corona spagnola erano Grande Colombia, Perù, Cile, Province Unite del Rio de la Plata (poi Argentina), Paraguay e Bolivia. Fra il 1830 e il 1832 dalla Grande Colombia si formarono gli stati sovrani del Venezuela, dell'Ecuador e della Nuova Granada. Fino al 1903 la Nuova Granada, la futura Colombia, comprese il Panamá. L'Uruguay, soggetto ai portoghesi e ai brasiliani, divenne uno stato sovrano nel 1828.
Nonostante la stretta cooperazione del periodo rivoluzionario, le colonie spagnole non seguirono l'ideale di Bolívar che preconizzava una confederazione dell'America meridionale spagnola: essa fu ostacolata da dissidi interni, dalla vastità del territorio, dall'inadeguatezza delle comunicazioni, dall'inesperienza politica dei vari leader e dalla carenza di tradizioni democratiche. Queste due ultime condizioni contribuirono enormemente all'instabilità politica nelle repubbliche di recente costituzione. Le ricchezze e il potere politico erano ancora concentrati nelle mani della Chiesa e di poche famiglie, mentre i gruppi politici conservatori e liberali erano in costante conflitto al pari dei creoli e dei peninsulares dell'epoca coloniale. Le rivoluzioni scoppiarono numerose e alcuni paesi subirono per lunghi periodi il governo di dittature militari. Tutto questo ritardò lo sviluppo economico e sociale dell'America meridionale. Dopo il 1900 si assistette a un progresso più rapido, in particolare in Argentina, Brasile e Cile.
Nacquero dispute di confine che talvolta sfociarono in aspri conflitti, come avvenne tra il Paraguay e le forze riunite di Argentina, Brasile e Uruguay, fra il 1864 e il 1870, e tra il Cile e le forze unificate della Bolivia e del Perù tra il 1879 e il 1883. La guerra del Chaco, combattuta fra Paraguay e Bolivia dal 1932 al 1935, fu il culmine di una lunga disputa fra i due paesi. La dottrina Monroe, proclamata dagli Stati Uniti nel 1823, giocò un ruolo importante nel XIX secolo, impedendo l'intervento europeo nelle regioni settentrionali dell'America meridionale.
SECOLO XX E POLITICA STATUNITENSE
Durante la seconda metà del XIX secolo e nei primi anni del XX, il governo USA intervenne direttamente negli affari latinoamericani incontrando strenua opposizione nei paesi dell'America centrale e meridionale. In quanto maggiore potenza dell'emisfero occidentale, gli Stati Uniti si arrogarono il "diritto palese" di regolare i destini delle turbolente repubbliche meridionali. Nel 1933, dopo una dichiarazione del presidente Franklin D. Roosevelt, l'atteggiamento di cooperazione statunitense fu designato con l'espressione "politica di buon vicinato". Nel corso di entrambe le guerre mondiali le nazioni sudamericane cooperarono pienamente con gli Stati Uniti a livello sia militare sia economico.
Nel 1960 sei paesi sudamericani e il Messico firmarono un trattato che istituiva una Latin American Free Trade Area (LAFTA, Zona latinoamericana di libero scambio). Negli anni seguenti il presidente John F. Kennedy promosse il programma di Alleanza per il Progresso, diretto a incoraggiare le riforme economiche e sociali nelle repubbliche americane. Nell'aprile del 1967 i paesi membri dell'alleanza si incontrarono a Punta del Este, in Uruguay, per valutare i progressi compiuti e riaffermare la propria fiducia nell'istituzione. La questione più importante su cui fu raggiunto un accordo fu la costituzione di un Mercato comune latinoamericano, in sostituzione dell'accordo sul libero commercio. Nel 1971, dieci anni dopo l'istituzione dell'alleanza, i problemi causati da un'inaspettata crescita demografica, dall'aumento della disoccupazione e dalla distribuzione ineguale del reddito e della proprietà iniziarono a suscitare un diffuso malcontento. All'inizio degli anni Ottanta questi problemi furono aggravati in gran parte dei paesi da una generale recessione economica che portò a una pesante crescita del debito estero.
Negli anni Novanta per gran parte dei paesi dell'America meridionale le prospettive migliorarono. L'ammontare del PIL crebbe di oltre il 3% nella prima metà del decennio, e si riuscì a esercitare un controllo sugli elevati livelli di inflazione. Nel 1995 l'istituzione dell'unione doganale Mercosur (i cui membri fondatori furono Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) era destinata a favorire una maggiore autosufficienza delle economie continentali. Ma l'aspetto più incoraggiante fu forse il rifiuto, da parte dell'America meridionale, delle dittature militari in favore di forme democratiche di governo.
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Fine articolo Perù tutto di tutto
Perù
Tra il 1780 e il 1782 una rivolta in Perù fece tremare dalle fondamenta il secolare Impero spagnolo nell’America del Sud.
TUPAC AMARU II :
LA VOCE DELLA RIVOLTA
Il suo vero nome era José Gabriel Condorcanqui ma sin da giovane aveva rivendicato la sua discendenza da Tupac Amaru, l’ultimo inca della storia peruviana.
di Francesco Lamendola
Il 4 novembre 1780 a Tungasuca, sull’Altopiano del Perù, si tiene un grande banchetto in onore del re di Spagna Carlo III. L’anfitrione è il “corregidor” di Tinta, don Antonio Arriaga, uomo superbo e crudele, tristemente noto fra la popolazione indiana per la sua insaziabile cupidigia di ricchezze. L’atmosfera spensierata e goioiosa della festa è giunta al culmine allorchè un modesto Indiano, un mulattiere di trentotto anni, alto e vigoroso nella persona e un’espressione di regale fierezza nel volto, si alza in piedi e ordina al “corregidor” di considerarsi agli arresti. Per un momento don Arriaga deve avere l’impressione d’un inconcepibile scherzo, poi di un brutto sogno. Ma l’espressione del suo interlocutore è dura e inflessibile, la musica tace, i commensali ammutoliscono. Non è uno scherzo, né una allucinazione. E l’orgoglioso “corregidor”, che fino al giorno innanzi era stato il terrore degli umili e sottomessi Indiani, senza opporre resistenza si lascia trascinar via e imprigionare come un qualunque malfattore.
Questa scena incredibile segna l’esordio della grande rivolta peruviana di Tupac Amaru II, che fra il 1780 e il 1782 fece tremare dalle fondamenta il secolare impero che la Spagna, con le lacrime e il sangue di generazioni d’Indiani, s’era costruito nell’America del Sud. Il processo a carico di don Antonio Arriaga viene immediatamente istruito da un tribunale rivoluzionario. L’accusa è di malgoverno, sfruttamento e oppressione ai danni del popolo indio, e al presidente del tribunale, un negro di nome Antonio Oblitas, non mancano certo né i testimoni né le prove. Tutta l’amministrazione dell’ex “corregidor” narra una lunga e triste storia di avidità e spietatezza.
Per salvasi la vita, l’imputato si lascia indurre a firmare un ordine per il cassiere di Tinta, sua residenza abituale, con il quale i patrioti entrano in possesso, senza colpo ferire, di 22.000 “pesos”, vari lingotti d’oro nonché mule, cavalli e 75 moschetti. Ma ciò non è sufficiente a placare il risentimento troppo a lungo covato dalla popolazione, e il tribunale emette una sentenza capitale.
Sotto gli sguardi fissi di una folla d’Indiani, che sino a qualche giorno prima non osavano nemmeno levarsi a guardare uno Spagnolo negli occhi, il 10 novembre don Antonio Arriaga compare sulla piazza di Tungasuca e sale il patibolo per essere decapitato…
IL DISCENDENTE DELL’ULTIMO INCA.
José Gabriel Condorcanqui, colui che aveva arrestato il “corregidor” durante il banchetto e si era posto a capo del movimento indiano, era nato verso il 1742 nell’Alto Perù, il territorio corrispondente all’attuale Bolivia.
Fin da giovinetto aveva rivendicato la discendenza diretta dall’ultimo grande Inca della storia peruviana, Tupac Amaru. Il fatto che Tupac Amaru avesse capeggiato l’ultimo disperato sforzo della popolazione indigena per scuotere il giogo spagnolo, e che fosse stato sconfitto e giustiziato dal vicerè Francisco de Toledo, nel 1572, dopo un’epica guerriglia, indicava già nel giovane José Gabriel la rivendicazione di una fierezza nazionale e, forse, un programma politico. Rifiutando il nome spagnolo, egli aveva assunto quello di Tupac Amaru II e aveva mostrato una costante insofferenza per l’ordine imposto, con la forza, dal dominatore. Aveva ricevuto una buona educazione alla scuola dei gesuiti, prima che, nel 1767, un ordine del re spagnolo Carlo III ne provocasse la scacciata dalle due Americhe.
La sua acuta intelligenza e il suo desiderio di riappropriarsi delle tradizioni culturali del suo popolo, che i dominatori facevano di tutto per soffocare, lo portò a leggere e a meditare con passione i Comentarios reales de los Incas di Garcilaso de la Vega.
Gli studiosi moderni non hanno mai potuto stabilire, né mai lo potranno, la fondatezza della discendenza incaica rivendicata dal giovane Tupac Amaru, ma è certo che gli Spagnoli finirono per riconoscerla. Impensieriti dalla popolarità che egli veniva acquistando fra i suoi fratelli di razza e dalle richieste di una maggior giustizia sociale che coraggiosamente rivolgeva loro, le autorità spagnole adottarono la politica di tenerlo buono con gli onori e le ricchezze, o almeno tentarono di farlo. Gli concessero, fra l'altro, il titolo di marchese di Oropesa, che era stato prerogativa degli ultimi sovrani del Perù sotto il dominio coloniale, e che equivaleva pertanto a un formale riconoscimento dei suoi diritti ereditari. Ma l'intrepido Indiano non era uomo che avesse un prezzo. Rifiutò i favori e il denaro e scelse di guadagnare la vita per sé e per la sua sposa Micaela Bàstidas col sudore della propria fronte.
Così il discendente del Figlio dal Sole si mise a fare il mulattiere su per gli aspri sentieri delle Ande, viaggiando in lungo e in largo attraverso gli immensi territori dello scomparso impero incaico e prendendo conoscenza diretta delle miserrime condizioni di vita degli indigeni. Ciò che vide, unito a quanto gli era maturato nell'anima alla lettura di Garcilaso, lasciò una traccia incacellabile nella sua personalità di idealista generoso. Tempestò il vicerè di Lima con le sue richieste di porre un freno agli abusi della corrotta ed esosa amministrazione, ma non ricevette altro che generiche buone parole. Allora. nella sua mente cominciò a farsi strada l'idea che la situazione del suo popolo non avrebbe mai potuto esser migliorata seguendo le vie pacifiche.
Fino a quel momento egli si era costantemente professato devoto al re di Spagna e alla religione cattolica; non sappiamo quanto vi fosse di strumentale, o se vi fosse, in siffatte dichiarazioni: può essere stata una saggia strategia quella di invocare giustizia a nome dello stesso monarca spagnolo e contro il malgoverno dei suoi funzionari irresponsabili.
Ma verso il 1780 Tupac Amaru si era definitivamente convinto che con le rispettose petizioni non avrebbe ottenuto nulla, e che l'unico argomento che gli spagnoli intendessero era quello della pura forza. D'altra parte egli sentiva su di sé gli sguardi dei suoi compatrioti: sguardi colmi di tristezza e di speranza, sguardi di uomini e donne che da oltre due secoli e mezzo vivevano nell'umiliazione, calpestati nella loro stessa patria, "bestiame -dice uno storico moderno - cui si attingeva per i lavori dei campi e delle miniere."
La sua figura maestosa e naturalmente regale, la sua personalità fiera e generosa, la sua cultura e la sua dimestichezza con i poveri e gli sfruttati ne avevano fatto il naturale punto di riferimento per tutti gli Indiani del Perù meridionale. Così, quando il 4 novembre 1780 si era levato dalla mensa del banchetto a Tungasuca e aveva tratto in arresto con la sola autorità della sua persona il temuto e avversato "correggidor", era giunta alla sua naturale conclusone una graduale e coerente presa di coscienza da parte di Tupac Amaru II.
IL PERÙ DEL XVIII SECOLO.
La situazione sociale ed economica del Perù nella seconda metà del XVIII secolo era caratterizzata da una rigorosa segregazione e da un asfittico immobilismo.
Tutto il potere e tutta la ricchezza erano concentrati nelle mani di un modesto numero di signori feudali di razza bianca, gli "encomienderos". Inizialmente l'istituto della "encomienda" era stato creato dalla monarchia spagnola con lo scopo di proteggere in qualche modo la popolazione indigena dallo scempio che, nei primi anni della conquista, ne avevano fatto Pizarro, Almagro e i loro luogotenenti. Questa protezione, ben inteso, era a sua volta motivata dalla considerazione che la minaccia di genocidio degli Indiani avrebbe lasciato ai conquistatori il problema delle braccia necessarie allo sfruttamento delle piantagioni e delle miniere d'oro e d'argento. Ma, insomma, la sopravvivenza degli indigeni era almeno, in qualche modo, tutelata.
Senonché, ben presto, i grandi proprietari terrieri avevano totalmente snaturato l'istituto della "ecomienda". In cambio di una generica protezione contro non si sa bene quale nemco, essi sfruttavano senza pietà il lavoro forzato dei coloni indiani. Essi vivevano nella miseria più spaventosa e conducevano una vita di fatiche e di stenti. I più infelici di tutti erano, probabilmente, gli Indiani adibiti all'estrazione del minerale prezioso nelle regioni degli odierni Perù meridionale e Bolivia occidentale: stremati dalla silicosi, denutriti, costretti a cercare una illusoria vitalità masticando eternamente le foglie della "coca", condannati a una morte prematura che avrebbe lasciato le loro famiglie nell'abbandono.
A questo quadro sconfortante di squallore, in cui viveva la grande massa della popolazione indigena, si contrapponeva la vita splendida dei dominatori. Il clero, nella maggioranza dei casi, non era all'altezza della situazione. Molti sacerdoti e frati si servivano del loro potere spirituale per spaventare e ricattare gli indigeni, inculcando loro il concetto che l'ordine presente era voluto da Dio, e che ribellarvisi sarebbe stato sacrilego. E molti religiosi erano essi stessi proprietari terrieri. Il vicerè di Lima, scelto fra la più pura nobiltà iberica e nominato direttamente da Madrid, non aveva altra funzione che quella di garantire il metodico sfruttamento del Paese da parte di una socieà creola favolosamente rapace e ristretta di idee. Esisteva, è vero, l'"audiencia", un tribunale cui ci si poteva teoricamente appellare contro le decisioni del vicerè, e che ne giudicava l'operato allo scadere della sua carica: ma non bisogna pensare che fossero gli Indiani i beneficiari di questo istituto. Del resto, un vicerè che fosse stato in grado di dimostrare, al sovrano e all'"audiencia", di aver sorvegliato in maniea adeguata affinché questi ultimi venissero cristianizzati e battezzati, poteva ritenersi più o meno a posto quanto alla sua politica indigena. Le contestazioni che doveva eventualmente temere al momento di lasciar la carica erano quelle del clero e degli "encomienderos": una faccenda tra bianchi.
Fra gli Indiani, gli unici che avessero conservato una certa posizione di privilegio erano i "caciques", i cacicchi amici degli Spagnoli. Essi fungevano da intermediari fra i dominatori e le comunità di villaggio teoricamente libere, ossia non dipendenti da qualche "encomienda". Facendo leva sulla loro gelosia per la carica ambita che possedevano e sulle rivalità di tipo tribale, non di rado gli Spagnoli trovavano in essi i più fedeli sostenitori. Tipico il caso del cacicco di Chincheros, Pumacagua, il cui intervento in soccorso della guarnigione di Cuzco si rivelerà decisivo nel salvare la città dall'attacco di Tupac Amaru. Comunque, mentre nelle Filippine spagnole il caccicchismo diede origine a una classe di grandi proprietari terrieri indigeni, in Perù e, in genere, nel Sud America esso rimase un fatto essenzialmente politico-amministrativo. Le terre erano nelle mani dei bianchi.
Quanto alla figura del sovrano Inca, gli Spagnoli l'avevano tollerata anche dopo la conquista e la morte di Atahualpa., naturalmente riducendolo a un burattino dei loro voleri. Ma poiché, col primo Tupac Amaru, perfino questi sovrani-fantoccio si erano rivelati potenzialmente molto pericolosi, ai primi del XVII secolo anche quest'ultimo fantasma di sovrano indigeno fu fatto scomparire. Bisogna dunque considerare che la nomina di Tupac Amaru II a marchese di Oropesa significò la riesumazione di una tradizione politica ormai estinta. E dopo che gli stessi Spagnoli ebbero commesso l'errore di riconoscerlo Inca davanti al suo popolo, non poterono sottrarsi all'effetto "boomerang" della loro decisione: perché un Inca che si ribella al vicerè non è più un avventurirero qualsiasi: è il Figlio del Sole, cui tutti gli indigeni devono venerazione e obbedienza…
Le nuove della insurrezione indiana di Tungasuca vennero portate a Cuzco una settimana dopo da un corriere spagnolo che era andato a incappare nel mezzo della sommossa, il giorno 11 novembre. Spogliato della corrispondenza, era stato lasciato libero e, naturalmente, era rientrato a Cuzco a spron battuto, informando le autorità della fine di Arriaga. Già in questo episodio traspare un tratto caratteristico del movimento capeggiato da Tupac Amaru: la moderazione costante dimostrata dall'Inca, l'assenza di violenze inutili. Perfino nell'infuriare della rivoluzione, nei mesi successivi, egli seppe impedire che i civili spagnoli fossero vittime di violenze indiscriminate. Se si considerano la particolare durezza e la durata secolare dell'oppressione coloniale, e quindi la carica di aggressività repressa accumulata dagli sfruttati, bisognerà riconoscere che fu un risultato eccezionale. Solo un capo che godeva del massimo prestigio tra i suoi seguaci poteva conseguire una tale disciplina, e solo un capo animato da alti sentimenti morali poteva desiderarla.
In effetti, la sua popolarità era divenuta immensa. Nel giro di poche settimane, l'incendio si era esteso ai quattro angoli del Perù, e aveva varcato le sue frontiere. In Bolivia, la rivoluzione non era meno generale. Ovunque le guarnigioni spagnole, prese alla sprovvista, battevano in ritirata e si trinceravano nei loro capisaldi. Ad aggravare le difficoltà dei dominatori, altre sollevazioni scoppiavano nell'impero spagnolo del Sud America. In Cile, per opera di creoli e diSpagnoli che reclamavano una monarchia costituzionale (mentre proseguiva, nel mezzogiorno, l'ostinata resistenza dei fierissimi Araucani); in Venezuela, ove Francisco de Miranda sobillava la lotta indipendentista e prendeva contatti col governo britannico per convincerlo a patrocinare la causa di un Sud America libero e unito sotto un principe incaico, certo suggestionato dai fatti del Perù. Ma soprattutto in quest'ultimo vicereame il dominio spagnolo appariva scosso dalle fondamenta.
Su una popolazione totale di 1.076.997 abitanti (secondo il censimento del 1794), una massa di 70 od 80.000 uomini si trovava ormai mobilitata sotto le bandiere di Tupac Amaru. Una massa, è vero, in gran parte disarmata, o armata solo di attrezzi agricoli e lance: ma una massa grandiosa, praticamente l'intera popolazione maschile valida dell'Altopiano peruviano. Con quesata armata il giovane Inca spazzò nel giro di pochi mesi tutta la regione tra la spettacolare gola del Rio Urubamba e la sponda settentrionale del lLago Titicaca, il lago più alto del mondo. E la serie dei suoi successi continuava, si diffondeva a macchia d'olio. Le sue colonne erano arrivate vittoriose fino a Paucartambo, sull'estremo sperone della Cordigliera, sospesa sul verde oceano della sottostante foresta amazzonica. I pochi comandanti spagnoli che avevano cercato di resistere erano stati travolti.
A Sangarara vi era stata un'epica battaglia fra una colonna spagnola di 600 uomini, guidata dai capitani Landa ed Escajadillo, e un immenso benchè male armato esercito indiano. Respinti dalla città, i difensori si erano asserragliati nella chiesa e avevano continuato a opporre una resistenza così furibonda che gli Indiani, inferociti, avevano gettato il fuoco sul tetto e avevano arso l'edificio insieme ai soldati. Appena una ventina di Spagnoli erano scampati alla strage: tutti gli altri erano periti tra le fiamme o erano caduti sotto le lance degli assedianti, appena usciti dal fumo dell'edificio…
Ma, tranne questa e poche altre eccezioni, la rivoluzione indiana fu - lo ripetiamo - singolarmente clemente, assai più di quanto non si sarebbe rivelata, più tardi, la cosiddetta "giustizia" spagnola. Per usare le parole dello storico inglese Markham: "Tupac Amaru fu un uomo del quale la sua patria deve andare orgogliosa."
Verso la fine del 1781 egli si sentiva ormai abbastanza forte da poter muovere direttamente contro Cuzco, quartier generale degli Spagnoli nel Perù meridionale e antica capitale dell'impero incaico. Ma, frattanto, i dominatori avevano avuto il tempo di riorganizzarsi e di reagire allo smarrimento iniziale. Ovunque frati e sacerdoti incitavano i bianchi ad armarsi per la crociata antipagana, dando l'esempio in prima persona. Armi e munizioni affluivano a Cuzco da Lima e a Lima, per la via marittima del Callao, dalla Spagna stessa. Praticando a regola d'arte la vecchia politica romana del "divide et impera", il vicerè era riuscito ad attrarre sotto le proprie bandiere persino i naturali alleati dell'Inca: i meticci in primo luogo, poi i negri e, naturalmente, i cacicchi. A Cuzco affluivano, oltre agli uomini di Pumacagua, 200 soldati mulatti, mentre una colonna doi 1.000 soldati negri si preparava ad entrare a sua volta in azione…
L'esercito raccogliticcio di Tupac Amaru, quasi privo di armi da fuoco, fu assalito sotto le mura della città, sconfitto e volto in ritirata verso Tungasuca, suo quartier generale. Magnifico lottatore, lasciando altrove la moglie con un distaccamento di scorta (che non riuscirà a proteggerla), Tupac Amaru tira il fiato, raccoglie nuove forze, torna all' attacco in grande stile. Cuzco è assediata per la seconda volta: gli "encomienderos" tremano, i religiosi suonano le campane a stormo… Una nuova, violenta battaglia divampa sotto le mura della cittadella. L'esercito indiano, che ha quasi esaurito le poche munizioni, è costretto a levare l'assedio e a ritirarsi nuovamente, tallonato da due implacabili inseguitori, i comandanti spagnoli Areche e Valle.
Siamo all'inizio del 1782, il grande momento dell'Inca è passato. D'ora in avanti, egli non potrà far altro che giocare a rimpiattino coi suoi inseguitori, su e giù per le scoscese, aride montagne dell'Altopiano, senza prospettive, con l'esercito in progressiva dissoluzione.
Perché gli avvenimenti presero questa piega? Perché un modesto numero di Spagnoli, quantunque bene armati, riuscì a tenere in scacco, contrattaccare e, alla fine, sconfiggere un'armata indiana così numerosa? Come potè il popolo peruviano lasciarsi nuovamente piegare in servitù, pur avendo risposto in forma tanto massiccia ed entusiastica all'appello di Tupac Amaru II, il suo capo prestigioso? Certo le cause tecniche - la superiorità degli Spagnoli in fatto di armamento, la loro migliore organizzazione militare - non spiegano tutto, anche se sarebbe sciocco ignorarle. Un peso maggiore nella sconfitta indiana dovettero avere, comunque, i fattori di ordine politico.
In primo luogo, sembra che Tupac Amaru non abbia saputo concepire, o quantomeno pubblicizzare, una idea chiara e realistica circa la sistemazione futura del Perù dopo la cacciata degli Spagnoli. Pare che egli sognasse non già una impossibile riedizione dell'Impero del Sole, ma una nazione ove Indiani e bianchi potessero convivere pacificamente. Ma i particolari di questo progetto non sono chiari, e la mancanza di chiarezza è un gravissimo fattore di debolezza in qualsiasi rivoluzione.
Alcuni storici moderni hanno salutato in Tupac Amaru un antesignano delle lotte d'indipendenza del Sud America, che giunsero all'eplogo vittorioso tra il 1820 e il 1825 con Bolìvar e San Martìn: ma questo è, ovviamente, falso. Tupac Amaru era un indiano che lottava per il riscatto politico e sociale degli Indiani, mentre il Sud America indipendente del XIX secolo fu opera dei creoli: un Sud America bianco ove gli indigeni non ebbero voce in capitolo, e in molti casi ne ebbero ancor meno di quanta ne avessero avuta sotto il dominio coloniale della Spagna. Forse proprio qui, in questo insufficiente disegno di alleanza con la società bianca, si può individuare la maggior causa di debolezza della rivoluzione del 1780-82.
Tupac Amaru voleva restituire le terre agli Indiani, espropriando gli "encomienderos" e gli ordini religiosi (in virtù di che venne dipinto dai frati come una specie di Anticristo), e questo è logico.Avrebbe dovuto, però, cercar di perseguire una alleanza con i settori meno privilegiati della società bianca e, innanzitutto, con i mulatti e i meticci; poi, se possibile, con la nascente borghesia commerciale del Callao. Ma essa, a quell'epoca, era un fattore ancor trascurabile della vita politico-sociale peruviana, e inoltre era geograficamente al di fuori della portata dei rivoluzionari. Un collegamento operativo con essa appariva dunque, obiettivamente, problematico.
D'altra parte, nella seconda metà del XVIII secolo, una rivoluzione indiana che fosse, e rimanesse, unicamente indiana, non aveva in pratica alcuna prospettiva di successo. Dopo il crollo delle loro civiltà autoctone, nei primi decenni del 1500, i popoli indiani dell'America centrale e meridionale erano piombati in uno stato di grave apatia. L'intelligenza e l'eroismo di un uomo solo non potevano realizzare il miracolo di colmare questo vuoto secolare. Per questi motivi, il tentativo generoso di Tupac Amaru apppare sconfitto in partenza…
Dopo la seconda ritirata da Cuzco, gli Indiani non furono mai più in grado di riprendere l'iniziativa, quantunque Tupac Amaru lo tentasse in qualche occasione. Egli concentrò i suoi sforzi sul piano propagandistico, tentando di riaccendere qua e là le fiamme della rivoluzione: ma una ritirata senza fine non è la miglior premessa per ridestare gli entusiasmi. La natura del movimento peruviano era tale, che solo alla condizione del successo poteva estendersi indefinitamente: sorto all'improvviso quasi dal nulla, altrettando rapidamente si andava spegnendo.
Le truppe spagnole, bene armate ed eccellentemente guidate, animate da quel valore militare e da quella audacia e rapidità di movimenti che nessu avversario ha mai potuto negar loro, stringevano sempre più le maglie della rete attorno al capo ribelle. Finalmente, a Tananico, arrivò la fine: grazie al tradimento di un suo seguace, Tupac Amaru fu fatto prigioniero con la sua sposa, con i figli e con i suoi principali amici e collaboratori.
Le autorità vicereali decisero di agire nella maniera più rigorosa e inflessibile. L'insurrezione era ancora tutt'altro che dommata sia al di qua che al di là del Lago Titicaca, ed esse volevano dare una lezione esemplare alla popolazione indigena. Tupac Amaru fu tradotto a Cuzco, ove entrò in catene sotto gli sguardi soddisfatti di coloro che, pochi mesi prima, avevano tremato per il terrore di vederlo entrare in città, armato e vittorioso. Fu istituito immediatamente il processo dal commissario reale José Antonio de Areche. Riconosciuto colpevole di alto tradimento e di vari misfatti, venne rapidamente condannato a morte insieme ad altri otto suoi collaboratori.
La sentenza fu eseguita pubblicamente, sulla piazza principale della città, il giorno 18 maggio 1782, e fu di una ferocia veramente barbarica. Dapprima furono uccisi sotto gli occhi del disgraziato Inca la sua sposa fedele e coraggiosa, Micaela Bàstidas, i suoi figli e i suoi amici. Poi gli fu strappata la lingua e venne gettata in pasto ai cani. Infine il suo corpo venne legato a quattro cavalli, che furono fatti partire nelle quattro direzioni. Al colmo dell'orrore, le membra robustissime dell'Indiano scricchiolarono, ma non cedettero. Slo allora lo spietato commissario acconsentì a che la pena dello squartamento venisse commutata in quella della decapitazione. La testa ed il corpo di Tupac Amaru vennero quindi portati in giro per i villaggi che lo avevano aiutato, come un terribile ammonimento.
Poco prima di farlo uccidere, Areche aveva domandato al morituro di rivelargli i nomi dei suoi complici. La fiera risposta dell'Indiano era stata questa: "Gli unici cospiratori siamo voi e io. Voi, per aver oppresso il popolo ad un punto intollerabile; io, per aver tentato di liberarlo da una simile tirannia." Con queste nobili parole Tupac Amaru II si consegnava al giudizio dei posteri e della storia.
Rimasti privi del loro capo, sul quale forse troppo si erano appoggiati, gli Indiani resistettero isolatamente ancora per un certo tempo, ma senza più costituire una minaccia diretta per il governo vicereale. Gli Spagnoli se ne sbarazzarono con una serie di operazioni di rastrellamento. La memoria del leggendario capo indiano, però, non scomparve mai del tutto fra quelle popolazioni. E forse ancora verso il 1950, quando i "Comuneros" in rivolta lottarono per riappropriarsi delle loro legittime terre, essa guidava le loro menti e i loro cuori.
La memoria di Tupac Amaru è entrata, così, a far parte della coscienza nazionale e del patrimonio culturale di tutti gli Indiani del Perù. Ma forse nessuno è riuscito a esprimere questo sentimento di ammirazione e di riconoscenza per l'ultimo Inca e la sua sfortunata impresa, come il grande poeta peruviano Alejandro Romualdo (nato nel 1926) nel suo Canto coral a Tupac Amaru, que es la libertad. I suoi versi trasparenti e perfetti, di una suggestività totalmente esente da retorica, sono introdotti da una frase disperata di Micaela Bàstidas, breve come un soffio di mortale angoscia: "Yo ya no tiengo paciencia para aguantar todo esto…", "Ormai non ce la faccio più a sopportare tutto questo…"
Francesco Lamendola
(Articolo pubblicato su "Il Calendario del Popolo. Rivista mensile di cultura", Milano, Teti ed., n. 564, anno 49° , aprile 1993, pp. 15.994-16.000).
CANTO CORALE A TUPAC AMARU, CHE È LA LIBERTÀ
di Alejandro Romualdo
Lo faranno saltare
Con la dinamite. In massa,
lo solleveranno, lo trascineranno. A bastonate
gli riempiranno di polvere la bocca.
Lo faranno saltare:
e non potranno ucciderlo!
Lo metteranno a testa sotto. Sradicheranno
I suoi desideri, i suoi denti e le sue grida.
Con furia lo scalceranno. Poi
gli toglieranno il sangue:
e non potranno ucciderlo!
Coroneranno di sangue la sua testa;
gli zigomi, di botte. E di chiodi
le sue costole. Gli faranno mordere la polvere.
Lo picchieranno:
e non potranno ucciderlo!
Gli toglieranno i sogni e gli occhi.
Vorranno squartarlo grido per grido.
Lo sputeranno. E a colpi di mattanza
lo inchioderanno:
e non potranno ucciderlo!
Lo metteranno al centro della piazza,
a bocca in su guardando l'infinito.
Gli legheranno le membra, di brutto
lo tireranno:
e non potranno ucciderlo!
Vorranno farlo saltare e non potranno
farlo saltare.
Vorranno squarciarlo e non potranno
squarciarlo.
Vorranno ucciderlo e non potranno ucciderlo.
Vorranno squartarlo, triturarlo,
sporcarlo, calpestarlo, disanimarlo.
Vorranno farlo saltare e non potranno
farlo saltare.Vorranno squarciarlo e non potranno
squarciarlo.
Il terzo giorno delle sofferenze,
quando si crede che tutto è consumato,
gridando: libertà! sopra la terra
allora ritornerà.
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Fine articolo Perù tutto di tutto
Perù
INCAS
LA STORIA
L’ impero si sviluppò a partire dal XIII e fino al XV sec.
Le origini degli Incas sono misteriose, le prime notizie risalgono al 1200 A.C ,nella zona peruviana delle Ande. Prima gli andini erano un popolo nomade che viveva di caccia e di raccolta e sembra venissero dal nord America. La massima espansione degli Incas arrivò sotto il primo dominio con Perù, Equador, Bolivia e Cile settentrionale.
Il centro dell’impero era nell’attuale Perù, con capitale Cuzco. Nell’anno 1.400 raggiunsero il massimo splendore e la massima potenza con l’Inca Pachacuti. Verso il 1.500 arrivarono gli spagnoli che approfittarono dei disordini sociali per conquistare questa popolazione.
Nel 1532 fu un fatto di sangue che segnò la fine ultima dell’impero. Il comandante spagnolo, Pizzarro attirò nel bosco l’Inca Atahualpa e uccise i suoi guerrieri. Il re fu risparmiato, ma messo in prigione. Per uscire, egli promise al comandante spagnolo un tesoro.
Lui prese l’oro ma dopo ingannò il re e lo fece strangolare.

PERIODO
ANTICO

I discendenti degli Incas oggi
Sono la gente della Sierra: semplici campesiňos, (i contadini del Perù), che conducono una vita di stenti e fame. Si alzano al mattino, con il sorgere del sole, partono per andare a lavorare nei campi, camminando anche per 3 ore e poi, alla sera, quando ritornano a casa stremati consumano l’unico pasto della giornata. La vita sulla Sierra è così: uguale di giorno in giorno, faticosa e povera nello stesso identico modo. In questa zona del Perù le case sono poverissime: tetto in paglia, animali che dormono sul pavimento con i bambini, acqua che entra da tutte le parti… Storie di sofferenza, di fame e di disperazione. Le donne sono la fascia più debole, non contano nulla e non hanno alcun diritto che, rassegnate ad una vita di sacrifici e fatica, portare avanti famiglie molto numerose.
Una stazione a 4500 m.
La linea ferroviaria che porta al forte di Machu Picchu, è la più antica del Perù. Il treno corre tra le nuvole e, viaggiando in bilico sugli strapiombi attraversa 61 ponti e 60 tunnel salendo fino a quota 4780 metri, subito dopo aver fatto una sosta a Tiglio (4575m.) la seconda stazione più alta della Terra dopo Tanggula, in Tibet.
Si viaggia a bordo di carrozza di lusso, bevendo champagne e ballando la danza di corteggiamento chiamata “Marinera” oppure pigiati dentro minuscoli vagoni di terza classe, assieme a contadini in poncho che ti offrono chicca (tipico liquore locale fatto con il mais fermentato).
A quota 3820 metri, appare il Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo: un milione e duecento metri cubi di acqua dolce, la casa degli indiani Uros che vivono su piattaforme galleggianti costruite con una canna palustre chiamata tortora. Le donne indossano cappelli a bombetta e almeno quattro gonne colorate, una sopra l’altra. I capelli sono annodati in lunghissime trecce che culminano in una “extension” in lana di alpaca.
A cavallo di barche fatte “a sigaro” si raggiunge Taquile, l’isola a forma di balena al centro del Titicaca. Gli uomini tessono berretti di lana con pompon: rossi per chi è sposato , bicolori per gli scapoli.
Nella borsa a tracolla , la chuspa, tengono foglie di coca che si scambiano come gesto di saluto. Le donne parlano sottovoce, coprendosi il viso quando si incrocia il loro sguardo.
Agricoltura
Gli Incas vivevano nei territori delle Ande della America del sud ad un’altezza di circa 3000 m ed è per questo che mangiavano mais e patate, unici prodotti dei campi a quella altezza. Nonostante l’altezza gli Incas Coltivavano con il sistema delle terrazze quindi erano già molto avanzati. Siccome ignoravano la ruota e altri veloci mezzi di trasporto e avevano pochi strumenti agricoli, la lavorazione dei campi era molto difficile. I lama erano utilizzati come bestie da soma, mentre gli alpaca venivano addomesticati e allevati principalmente per ricavare la lana. Gli artigiani Inca producevano ceramiche, tessuti con disegni geometrici di vari colori, ornamenti di metallo, utensili in bronzo e armi con belle decorazioni (vedi arte Inca).
Gli Incas raramente si nutrivano di carne. La loro dieta era sempre a base di ortaggi. Essi facevano due pasti al giorno, uno al mattino l’altro la sera dopo il lavoro. Il mais era l’alimento più usato, abbrustolito o bollito. Con quell’alimento producevano la farina. I vegetali erano costituiti da radici, pomodori, fagioli, spezie piccanti e quinonia (pianta simile allo spinacio) .
Altro alimento importante erano le patate, che venivano fatte essiccare e conservate sotto la neve. La poca carne mangiata dai contadini era costituita da porcellini d’ india e, talvolta, dai lama.
Le popolazioni costiere si nutrivano essenzialmente di pesce. La famiglia reale e i nobili mangiavano pesci, crostacei, carne, anatre selvatiche, frutti tropicali, spezie ed erbe aromatiche. Il cibo era cotto all’aperto in vasi d’argilla. La bevanda preferita era la chicca ricavata da mais, manioca e arachidi. La base dell’economia Incas era l’agricoltura, ma allevavano anche il lama e l’alpaca. Per commerciare usavano il baratto o i chicchi di cacao come soldi. L’oro e l’argento, di loro proprietà, venivano lavorati da abili artigiani che usavano spesso leghe d’oro con l’argento, il rame e lo stagno; sconosciuti erano gli altri metalli, sebbene il paese fosse ricco di giacimenti di ferro, piombo, zinco e altri elementi. La proprietà terriera era basata sul concetto che 1/3 del territorio apparteneva al Sole, uno agli Inca, uno alla popolazione: questa coltivando la terra doveva dapprima coltivare la terra del Sole, poi quella degli Inca, quindi quella dei vecchi, delle vedove, degli invalidi, cioè quella della comunità e della propria. Grandi opere pubbliche furono realizzate in meno di cento anni: strade, ponti, canali (anche sotterranei), estesissimi terrazzamenti agricoli, templi, fortezze, città; l’agricoltura era praticata su terrazzamenti con la zappa, le edificazioni fatte a secco con le pietre squadrate.
La tessitura era effettuata con telai a mano. Utilizzavano la lana di lama, alpaca e vigogna e cotone; la ceramica, fatta a mano, era suddivisa in una produzione corrente (oggetti di uso comune) e una artistica. L’allevamento era assai limitato in quanto si prestavano bene il lama e l’alpaca, il primo utilizzato pure come animale da soma (anche la lana di tali animali era depositata in magazzini pubblici, e quindi distribuita a cura della comunità); più estesa era l’agricoltura, che giunse alla coltivazione di molte piante (mais, patata, fagiolo, coca, avocado, arachidi, manioca, pomodori) e al dissodamento dei versanti dei monti. Quasi sconosciuta fu la navigazione marina, per lo più effettuata con grosse zattere lungo la costa; nelle acque interne era impiegata la balsa. Le armi usate erano la fionda e la mazza, mentre erano sconosciute le armi da taglio, da fuoco e l’arco.
Gioielli Incas
Gli Incas sapevano lavorare i metalli e anche pietre preziose. Avevano una splendida lavorazione orafa
Abbigliamento
Gli Incas si vestivano spesso con delle lunghe tuniche, però in certi casi avevano solo una gonna che li lasciava a torso nudo. I guerrieri indossavano un copricapo con due piastre di metallo prezioso.
Al collo avevano un collare d’ oro massiccio con sotto una specie di maglia a frangette: il Poncho una gonnellina molto colorata che copriva le ginocchia. Gli imperatori portavano sulla testa un elmo dorato con piume colorate. Il primo indumento indossato dal maschio era il perizoma. Gli uomini avevano un camicione di lana (onka) che era realizzato al telaio, erano di lana, il camicione aveva un buco per la testa e altri due per le braccia. Invece la gente comune era vestita semplicemente. Gli uomini indossavano un copricapo elaborato come segno di appartenenza a una tribù.
Generalmente i piedi erano nudi o protetti da sandali con la suola di lana. Le donne vestivano con un semplice abito formato da una lunga pezza di lana d’ alpaca (anaqu) che copriva anche la testa e che veniva trattenuto in vita da una cintura.
Sopra indossavano un mantello, lo yacolla, e ancora uno scialle (topo) trattenuto da una spilla in rame, argento o, avendone i mezzi, in oro.
Alta MODA
I dignitari indossavano lo stesso tipo di abiti, gioielli o ornamenti di preziosa frattura.
Atahulpa sfoggiava abiti particolarmente raffinati.
Erano le vergini del Sole ad occuparsi del suo guardaroba e lo stesso indumento non poteva essere indossato più di una volta.
Costruzioni Incas
Le case del popolo erano capanne con pareti di terra pressata, se il proprietario era un contadino; di pietra se era in un gruppo sociale superiore.
Erano in una sola stanza senza finestre con l’apertura (piccola) per la porta riparata da una stuoia .
Gli Incas erano audaci architetti.
Per attraversare i burroni e i fiumi del loro territorio che possono rivelarsi pericolosi durante le piene. Gli Incas creavano dei ponti, sospesi grazie a grandi corde intrecciate che permettono di far passare uomini, bestiame e merci. Gli artigiani Inca sapevano creare gioielli e strumenti di lavoro. Le donne tessevano la lana dell’alpaca in stoffe multicolori con vivaci disegni.
Architettura Inca
Incredibile è l’architettura Inca, perché gli antichi Peruviani non conoscevano né carri, né animali da traino, non conoscevano l’uso del ferro per modellare i blocchi, ed erano assolutamente a loro sconosciute sia la livella che la squadra.
Eppure i vari blocchi sovrapposti a formare le varie costruzioni sono incastrati così bene che sarebbe difficile riuscire a infilare la lama di un coltello tra un blocco e l’ altro. Sconosciuti erano anche l’ arco e la colonna, ma ugualmente armoniose, grandiose e imponenti erano le antiche costruzioni Inca, di cui ancora oggi rimangono rovine stupende. Le opere di ingegneria Inca, tutt’ ora ammirate e studiate per la loro arditezza, presentano spesso proporzioni colossali: 5.200 km di strade; acquedotti che attraversano le montagne con lunghe gallerie scavate nella viva roccia; ponti sospesi nel vuoto per superare valloni larghi anche 50 m; lunghissime mura ciclopiche che al tempo della loro edificazione dovevano raggiungere altezze incredibili. Tutte le costruzioni Inca furono edificate in luoghi impervi, quasi inaccessibili. La città – fortezza di Machu – Picchu, venne costruita a ben 2.400 m sul livello del mare, a cavallo di una catena montuosa. Le sue innumerevoli scalinate mettono in comunicazione le varie parti della città situate a quote diverse. Il complesso, grandioso e pauroso allo stesso tempo, dà l’idea di un’opera colossale di difesa .

CLASSI SOCIALI E GOVERNO
Divisioni sociali
Per i Peruviani re significa “principe di stirpe regia” o “figlio del sole”.
A capo c’era il sovrano, però comandavano di più i suoi parenti. Il sovrano si doveva sposare una sua nipote per non perdere il potere. Le classi sociali erano due: nobili e popolo. Pena di morte, per il matrimonio tra le due classi. I nobili facevano parte della famiglia reale e i capi delle nazioni sottomesse. Il re per conoscere il suo popolo faceva un viaggio ufficiale. Per amministrarlo, il regno era diviso in 4 province e 4 cantoni.
Il territorio Incas si aggirava intorno a 3.000 m. di altezza.
L’impero era così amministrato nelle sue maggiori circoscrizioni territoriali: alla guida di ciascuna delle sue regioni delle Tathuantinsuyo l’Inca poneva un viceré (Apo),generalmente designato fra i suoi parenti più stretti (fratelli o zii); le province erano affidate ai tukrikuk, o governatori. Non esistevano organi di rappresentanza popolare. Sacerdoti e militari collaboravano con i politici alla gestione del potere.
L’ uomo comune era monogamo; poligamo poteva essere soltanto il nobile.
L’ Inca aveva una moglie principale (coya, che per purezza castale generalmente era una sua sorella) e varie mogli secondarie o concubine.
Le leggi
Era molto importante il rispetto delle persone e delle proprietà altrui, per i popoli cacciatori era inconcepibile un diritto di proprietà sulle terre dove vivevano gli animali; per i raccoglitori la proprietà privata non andava oltre a quanto si poteva trasportare personalmente. I beni comuni erano più importanti dei beni privati.
Tra gli Incas il procedimento giuridico si sviluppava nella testimonianza, interrogatorio, in alcuni casi nella tortura; infine veniva pronunciata la sentenza contro la quale non c’era appello. Era squartato chi uccideva un curaca (capo o governatore di una tribù), ma per l’uccisione di un uomo comune si era condannati unicamente alla flagellazione. La pena minore era quella dell’omicida che uccideva in una rissa o per gelosia. Chi provocava a una persona, lesione tale da renderla disabile, era obbligato a provvedere al sostentamento della vittima e, se non aveva mezzi, veniva punito con straordinaria durezza, mentre l’Inca si caricava del mantenimento della parte lesa. I cronisti Spagnoli riferirono che gli Incas avevano celle piene di animali selvatici; nelle quali rinchiudevano i sospettati di aver commesso qualche delitto; la sopravvivenza per più di due giorni era la prova di innocenza.
Huaman Poma mostra una di queste carceri sotterranee: un delinquente comune circondato da belve, a contrasto col carcere “normale” in cui si rinchiudeva il nobile colpevole.
LA RELIGIONE
L’antica religione peruviana immaginava l’universo pervaso dà divinità di ogni genere però divise in tre zone, una superiore o “Janan Pacha” , olimpo dei celesti (sole, luna e stelle). Il massimo dio inca, creatore del mondo e padrone di ogni casa presente dovunque, era”Appu-Kon-Ticci-Wiracocha”. Intermediario tra cielo e terra era L’inca, figlio del sole, così re e Massimo sacerdote. I templi erano spesso ricchi d’oro, contenevano tesori d’immenso valore. La divinità più importante era il dio sole, Inti, che era considerato l’antenato del sovrano.
Gli dei principali erano: il dio sole Inti; la luna; il dio tuono che inviava la grandine devastatrice e di cui temevano la collera.
Il dio tuono mandava anche piogge benefiche.
Il dio più grande era Appu-Kon–Ticci-Wiracocha il capo di tutti.
I corpi morti dei re e regine venivano imbalsamati.
Gli Incas chiedevano la protezione di Wiracocha, il dio creatore degli uomini. I contadini riservano un’adorazione particolare a “Pacha Mama”, la Dea Terra madre che li fa vivere.
A livello delle nevi perenni sono state trovate mummificate molte vittime sacrificate agli dei della montagna.
LA GERARCHIA RELIGIOSA
Lo stregone indovino era considerato una persona molto importante, ed insieme ai sacerdoti era incaricato di interrogare gli spiriti dei morti per conoscere il futuro. L’osservazione delle stelle era fatta dai sacerdoti, i quali tenevano un complicato calendario basato sulla combinazione dei cicli solari: questo calendario serviva anche per prevedere la buona e la cattiva sorte e per programmare le feste religiose. La gerarchia era composta dal sommo sacerdote, gli altri sacerdoti, le Mamacumas, le vergini del sole e gli stregoni.
I morti rispettati
Gli indiani delle Ande consacrano un culto ai loro antenati. Credono che i morti rinascono nell’Aldilà. Mentre la gente del popolo viene sotterrata, gli imperatori e i nobili vengono imbalsamati. La loro anima nel cielo raggiunge il mondo degli dei. La loro mummia possiede poteri di veggenza e di guarigione.
Le mummie alla festa
Ogni anno a novembre, le mummie degli Incas, vengono trasportate fino al palazzo o nella grande piazza di Cuzco. Là, vengono sedute sulla sedia d’oro e si dà loro da bere e da mangiare come fossero esseri viventi. La festa si svolge al suono dei flauti e dei tamburelli.
Cultura e arte
Gli Incas non elaboravano alcun metodo di scrittura e non conoscevano la ruota; per mantenere i contatti tra le diverse parti dell’Impero le autorità si affidarono ad una fitta ed efficientissima rete di strade in pietra, costantemente percorsa da squadre di corrieri capaci di coprire quotidianamente anche più di 400 Km.
L’inventario era tenuto dai funzionali imperiali chiamati QUIPU- KAMAYA, ossia “maestri delle cordicelle”, sui QUIPU, gruppi di cordicelle di differenti colori legati tra loro con speciali nodi.
Strumenti musicali
Troviamo tamburelli con sonagli e trombette.
Alcuni strumenti avevano nomi onomatopeici, come il Chilchil, un disco di rame che si suonava con le bacchette utilizzato in Perù; avevano danze sacre e si praticavano individualmente e insieme con i ricchi.
Gli AMATUAS Incas, grandi maestri di canto erano anche poeti. Organizzarono anche un teatro in cui generi principali, a parte quelli religiosi, erano le tragedie e le commedie degli Incas. Si tenevano alcune rappresentazioni nelle strade di Cuzco soprattutto quando il sovrano Inca riportava una vittoria, quando si celebrava il funerale di un re.
Medicina
Le persone “predisposte’’ alla guarigione erano gli sciamani. Le terapie potevano consistere in Salassi, Purganti, Diete bagni: talvolta in riti magici ‘’Benevoli’’, preghiere, confessione dei peccati o sacrifici. Le medicine erano ricavate da particolari piante ed alcune di queste avevano effetti curativi. Tra le più usate vi erano le foglie di coca essiccate, che aiutavano i malati a superare fame e stanchezza. Usata era anche la chirurgia: l’operazione più comune era la trapanazione del cranio per eliminare la pressione del cervello. Altra operazione abbastanza comune era la cura dei denti, l’installazione di protesi dentarie, in alcuni casi, il materiale utilizzato era il rame.
Scrittura
La scrittura degli Incas era fatta di cordicelle annodate chiamate”quipu” ed erano di tanti colori. Gli Incas riuscivano ad interpretare attraverso i nodi, i messaggi. Le lingue erano il “Quechua” e l’“Aymara” e c’era una letteratura, ma è andata persa. I documenti che abbiamo sono sufficienti a capire che per gli Incas era importante la scrittura e la letteratura. Esisteva prima di tutto un personaggio addetto alla conservazione delle notizie storiche riguardanti lo Stato; il suo nome era “Ufficiale dei nodi”, c’era anche il cantastorie del popolo l’“harave” che si spostava di città in città.
Scuola
Gli Incas avevano scuole solo per i figli dei nobili, quelli della gente comune imparavano il mestiere dei genitori. Le scuole erano tutte in un quartiere di Cuzco e lì i ragazzi imparavano a memoria tutte le tradizioni.
Le tradizioni
Le feste principali degli Incas con le fasi fondamentali del lavoro agricolo:l’”Inti-raymi”, in giugno era il momento del raccolto; il” Capac-raymi” in novembre, era il periodo in cui si concludevano i lavori agricoli.
Si festeggiava solo il secondo compleanno dei propri figli ma non la nascita e nel secondo compleanno gli si dava il nome.
I giochi
I divertimenti preferiti degli Incas erano di dedicarsi spesso a competizioni sportive, come la corsa, il salto, la lotta, il combattimento simulato e il lancio della boleadoras. Il gioco precolombiano di maggiore interesse è senza dubbio quello della palla: i giocatori si disponevano nel campo in due opposizioni opposte dalle quali lanciavano la palla con le mani… questa giungeva alla squadra avversaria o nell’area dove la riceveva il caposquadra, che non poteva oltrepassare con le mani ne’calpestare con i piedi una certa linea e che la colpiva con l’anca o con la coscia. Quindi, secondo un certo ordine la colpivano anche gli altri, fino a quando non si totalizzava un certo numero di falli che erano conteggiati e considerati in base alla loro gravità. Vincevano coloro che per primi raggiungevano certe linee, e i premi in palio consistevano in oggetti preziosi e gioielli di ogni genere. Anche tra gli Incas c’erano molti giochi d’azzardo. Uno molto usuale era il Wayru. Il Wayru deve il nome a una concubina di Tùpac Yupanpui, grande giocatore, che lo praticò una volta nella sua casa di campagna attribuendo la propria fortuna alla presenza della donna. Le regalò il pregiato gioiello che aveva scommesso e ordinò che in futuro portasse il suo nome. Esistevano anche altri giochi: il Chumcara, l’Apaytalla.
fonte: direzionedidattica.comune.carignano.to.it
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Fine articolo Perù tutto di tutto
Perù
Breve storia dell’america latina
di m.e. esparragoza, animatrice di lingua madre, antropologa
prima della conquista
gli imperi azteco e inca, sui quali si riversò la furia degli uomini di cortés e di pizarro, non vanno visti come gli unici modelli evoluti di società presenti sul continente americano prima dell’arrivo degli europei: essi rappresentano soltanto le maggiori creazioni di tipo statuale in cui i conquistatori ebbero la ventura di imbattersi nella loro penetrazione. la terza grande civiltà riconosciuta tale dalla visione storica europea, quella dei maya – che non aveva tuttavia mai dato vita ad uno stato unitario – si era ormai, agli inizi del xvi secolo, da lungo tempo frammentata e dispersa.
altri popoli, e tanti, dalle montagne rocciose (si pensi agli hopi dell’arizona) alle ande (per esempio i chibcha dell’attuale colombia), erano stati animatori di complesse società e culture che solo la ricerca e la storiografia degli ultimi decenni hanno valorizzato.
rimanendo, comunque, alle civiltà più note, e volendo usare espressioni geopolitiche moderne, si può dire in ordine cronologico che:
- i maya si svilupparono nei secoli corrispondenti alla fase centrale del nostro medioevo fra il sud del messico (stati di chiapas, campeche, yucatán, tabasco e quintana roo), il guatemala, il belize ed il nord dell’honduras;
- gli aztechi, che avevano soppiantato i toltechi e si erano in parte fusi con loro, fondarono, verso la fine del xiv secolo, nel messico centrale, il loro stato unitario (con la sua capitale tenochtitlán), destinato a durare fino alla conquista spagnola ad opera di cortés, nel 1521;
- gli incas, originari delle ande del perú meridionale, si erano espansi, nel corso del xv secolo e nei primi anni del xvi, su di un territorio vastissimo comprendente, oltre al perú stesso, l’ecuador, buona parte della bolivia, la metà settentrionale del cile ed il nord-ovest dell’argentina. unendo le quattro parti in cui veniva simbolicamente divisa la zona delle ande, inglobarono numerosi popoli che, nel corso di più di un millennio, avevano dato vita a raffinate culture, come quelle dei moche, dei nasca, dei tiwanaku, dei wari e dei chimú. quando dovettero fronteggiare l’impresa sterminatrice di pizarro, erano appena giunti all’apogeo della loro potenza: tutto il territorio era attraversato da un sistema stradale percorribile tutto l’anno, la capitale era letteralmente ricoperta d’oro e sembrava avessero sconfitto per sempre la fame.
dalla conquista alla colonizzazione
quando, nel 1532, francisco pizarro fece arrestare a tradimento e poi uccidere l’ultimo imperatore inca, atahualpa, il colonialismo europeo era già avviato da decenni, e due paesi, la spagna ed il portogallo, avevano posto le premesse di una loro totale conquista del cosiddetto nuovo mondo.
nel 1494, alessandro vi (il discusso e criticatissimo papa borgia, padre del celeberrimo duca cesare, detto “valentino”) aveva patrocinato un accordo (il trattato di tordesillas) fra i due stati iberici per la spartizione delle terre di recente scoperta: veniva tracciato un meridiano (la “raya”) al centro dell’oceano atlantico, 370 leghe ad ovest delle isole del capo verde, in modo che tutto ciò che si trovasse ad oriente di esso toccasse ai portoghesi, e ciò che fosse ad occidente toccasse agli spagnoli. essendo però stato stabilito tale meridiano diversi anni prima che le esplorazioni di americo vespucci rendessero noto agli europei il vero contorno delle coste del nuovo continente, e dal momento che poi si sarebbe scoperto che esse oltrepassavano nettamente ad est la cosiddetta “raya”, fu possibile, ai portoghesi, non solo avere mano libera in africa ed in estremo oriente (come era nell’ispirazione del trattato), ma anche, nel 1500, sbarcare in sud america ed iniziare la colonizzazione dell’attuale brasile.
e’ qui impossibile riassumere sia pur sinteticamente i trecento anni di storia del periodo coloniale. si possono però richiamare alcuni concetti generali, riguardanti sia l’assetto geopolitico da cui derivano i moderni confini fra gli stati dell’america latina, sia la formazione dei cosiddetti “gruppi etnici” e la stratificazione sociale.
amministrativamente, gli spagnoli divisero gli immensi territori conquistati, dalla california alla patagonia, in due “vicereami”: quello del perú (capitale lima), con giurisdizione sulle colonie del sud america, e quello della nuova spagna (capitale città del messico) con giurisdizione sull’attuale messico (a cui appartenevano anche le regioni del sud-ovest di quelli che oggi sono gli u.s.a., dalla california al texas) e sulle colonie dell’istmo centro-americano. più tardi, nel settecento, vennero creati i vicereami della nuova granada, comprendente gli attuali venezuela, colombia, panamá ed ecuador, e della plata, che amministrava le terre che ora costituiscono l’argentina, il paraguay, l’uruguay e la bolivia (che allora si chiamava alto perú).
per quanto riguarda i portoghesi, le loro dipendenze vennero governate senza che si operassero – salvo un breve periodo - suddivisioni territoriali, e la penetrazione coloniale, partita dall’estremità orientale del brasile (quella che fuoriusciva verso est dalla “raya”), si estese lentamente assai più ad ovest, a tutto il bacino amazzonico, agli altipiani sud-occidentali del mato grosso e fino al fiume paraná.
più limitata, fin dall’inizio, è stata, nel centro e sud america, la presenza di altre potenze coloniali (inghilterra, francia ed olanda), non perché siano mancati tentativi di penetrazione ed effettive conquiste – soprattutto verso il brasile durante il vuoto di potere lì determinato dalla dominazione spagnola sul portogallo dal 1580 al 1640, e più tardi verso le isole delle grandi e piccole antille – bensì perché le priorità di queste potenze si rivolsero ben presto verso altre regioni.
nota: nel panorama geopolitico attuale, gli stati e possedimenti anglofoni, francofoni e di lingua olandese sono i più piccoli; e, salvo la guyana ex britannica, il suriname (ex guayana olandese) e la guyana francese (tuttora “dipartimento d’oltremare”), si tratta di territori insulari: si parla inglese a giamaica, trinidad e tobago, oltre che in numerosi micro- stati del mar dei carabi; si parla francese ad haiti, che occupa la parte occidentale dell’isola di hispaniola, condivisa con la repubblica dominicana; tuttora sotto la sovranità dei paesi bassi rimangono curaçao, aruba, bonaire ed altre isole minori; senza contare le numerose terre insulari tuttora dipendenti dalla gran bretagna e dalla francia.
parlando dell’assetto sociale imposto dal colonialismo spagnolo (non molto diverso da quello introdotto dai portoghesi in brasile), si può dire in generale che fin dall’inizio, cioè dal xvi secolo, esso è caratterizzato dall’istituzione dell’“encomienda”, che riproduce in gran parte le relazioni fra proprietari agrari e contadini tipiche dell’europa feudale: una terra, con gli “indios” che vi abitano, è infatti concessa ad un “encomendero” - che su di essa esercita prerogative tipiche di uno stato - come beneficio personale, in cambio della fedeltà alla corona e dell’impegno ad “evangelizzare” le persone a lui sottomesse.
trecento anni di storia videro comunque anche la nascita e lo sviluppo di una borghesia urbana, numericamente piccola ma prospera ed attiva, i cui interessi erano soprattutto legati alle attività portuali ed ai commerci con tutti i paesi europei (gran bretagna, francia ed olanda in testa), e perciò non sempre coincidenti con quelli dei governi iberici e dei funzionari che essi inviavano. sarà soprattutto questa minoranza, aperta alla cultura illuminista giunta da oltre oceano, a promuovere, all’inizio del xix secolo, la lotta per l’indipendenza.
l’incontro – scontro tra i due “mondi” generò una società in cui, accanto a nuovi ceti sociali, venivano a formarsi anche nuovi gruppi etnici: i criollos (creoli), nati nelle colonie da genitori europei, i mestizos (meticci), discendenti dall’unione di europei e di indios, ed i mulatti, frutto dell’unione fra gli europei ed i neri che giunsero a milioni nel continente americano come schiavi, fra il cinquecento e gli inizi dell’ottocento. sopraggiunsero poi ulteriori suddivisioni, a seconda delle diverse proporzioni “di sangue” (bianco, indio o nero che fosse); ed a ciascuna di queste categorie corrispondevano diversi diritti e doveri, stabiliti formalmente: dalla possibilità di unirsi in matrimoni misti, a quella di praticare determinate professioni, a quella, persino, di indossare taluni indumenti o di sedere in un certo posto durante le funzioni religiose.
l’indipendenza
le colonie spagnole
e’ noto che il movimento indipendentista nelle colonie spagnole iniziò a manifestarsi in occasione dell’occupazione della penisola iberica da parte delle armate napoleoniche. bisogna però dire che, nei domini spagnoli, in un primo momento – ed è questo il caso della dichiarazione del 19 aprile 1810 che conferisce pieni poteri sull’allora “capitanía general de venezuela” alla municipalità di caracas - gli insorti, ufficialmente, non reclamarono l’indipendenza politica, ma si limitarono ad estromettere le autorità nominate dalla metropoli, dichiarando al tempo stesso la loro sudditanza al re ferdinando vii, in quel momento prigioniero dei francesi. lo stesso avviene, più o meno un mese dopo, in argentina, a proposito di quelle che ancora si chiamavano province unite del río de la plata”.
la situazione tenderà però ben presto a radicalizzarsi, soprattutto dopo la stretta repressiva operata dal governo di madrid all’indomani della sconfitta di napoleone. la lotta armata per l’indipendenza si concentra infatti negli anni compresi fra il 1811 ed il 1825. chi anima questa lotta è però soprattutto la minoranza creola, al cui interno, per altro, già si manifesta chiaramente la divisione fra la borghesia urbana (più o meno numerosa nel contesto dei singoli paesi) ed i grandi latifondisti.
le masse popolari indie e meticcie rimangono quasi sempre ai margini, quando non parteggiano apertamente per la spagna, assolutista ma lontana.
vi è un’eccezione importantissima, però: quella del messico, dove, fin dall’inizio, la lotta anticolonialista si saldò con l’idea di una rivoluzione sociale e le rivendicazioni di una riforma agraria. lì, due preti, miguel hidalgo e josé maría morelos, guidarono eserciti di braccianti indios: furono sconfitti e messi a morte, ed anche il messico indipendente subì per lunghi anni il dominio delle oligarchie che governarono il resto dell’america latina. però impressero un segno distintivo alla storia di quel paese.
le idee di democrazia e di uguaglianza furono presenti anche altrove: solo che furono sconfitte. emblematico è il caso di simón bolívar, liberatore del venezuela, della colombia e dell’ecuador (terre che unì nell’effimera federazione della gran colombia), nonché del perú e dell’alto perú (che da lui prese il nome di bolivia). il suo progetto di uno stato federale e democratico fallì: la gran colombia si sciolse nel 1830, anno della sua morte - avvenuta mentre egli si trovava sulla via dell’esilio - e dell’assassinio del suo più illustre compagno di lotte, antonio josé de sucre; e la causa di tale sconfitta è da ricercare nella volontà delle oligarchie dei singoli paesi. esse erano infatti interessate alla creazione di piccoli stati, al cui interno il potere fosse appannaggio dei latifondisti e di una borghesia urbana in tutto dipendente dall’”import-export” con l’europa e soprattutto con gli allora giovani u.s.a., dove, proprio in quegli anni, il presidente james monroe aveva formulato la sua celebre “dottrina” (“l’america agli americani”): un motto che poteva sembrare rivoluzionario ma che, da quasi due secoli, rappresenta, per gli stati uniti, lo strumento ideologico per considerare l’america latina un “cortile di casa”, in cui si ha il “dovere” ed il diritto di intervenire.
non ebbero miglior sorte altri tentativi di dar vita a federazioni, sia nel cono sud che in america centrale. nel primo caso, quando, nel 1816, a tucumán, venne proclamata l’indipendenza delle “province unite del sud america”, il nuovo governo controllava di fatto la sola argentina; nel secondo, le “province unite dell’america centrale”, che dal 1823 riunirono guatemala, honduras, nicaragua, el salvador e costa rica, durarono circa quindici anni, e il loro scioglimento rappresentò una vittoria delle oligarchie fondiarie sul riformismo liberale impersonato da francisco morazán, che perdette il potere e la vita.
in questo quadro, caratterizzato dalla creazione di stati ad uso e a misura degli interessi oligarchici, si registra un’altra importante eccezione, quella della repubblica orientale dell’uruguay, la cui liberazione dal dominio dell’argentina del dittatore rosas (succeduto ad un'altra occupazione straniera, quella da parte del brasile), rappresenta una vittoria degli ideali liberal-democratici (per i quali si batté anche il nostro garibaldi), sulle correnti più retrive e conservatrici.
l’indipendenza del brasile
nell’immenso dominio portoghese del brasile, i rapporti fra i ceti sociali e gli equilibri fra i vari gruppi etnici erano alquanto simili a quelli esistenti all’interno dei possedimenti spagnoli. tuttavia il conseguimento dell’indipendenza non si realizzò per mezzo della lotta armata, bensì attraverso un singolare processo di transizione maturato all’interno della stessa dinastia lusitana.
quando i francesi avevano occupato il portogallo, l’intera famiglia reale aveva infatti lasciato lisbona e si era installata a rio de janeiro. ma, dopo la definitiva sconfitta di napoleone, il re, giovanni vi di bragança, aveva fatto ritorno in patria lasciando in brasile suo figlio pedro, in qualità di reggente.
costui aveva finito per insubordinarsi al padre, proclamando, nel 1822, l’indipendenza ed assumendo il titolo di “imperatore del brasile”. nasceva così un singolare stato monarchico destinato a durare fino al 1889, quando il secondo ed ultimo sovrano, pedro ii, fu costretto all’abdicazione sotto la spinta dei rappresentanti delle più sviluppate regioni meridionali: essi, prendendo occasione dallo svilupparsi del movimento che propugnava l’abolizione della schiavitù dei neri, promossero allora la trasformazione del paese in repubblica federale.
fra ottocento e novecento
le vicende politiche dei singoli paesi dell’america latina, all’indomani del conseguimento della piena indipendenza formale, sono estremamente eterogenee. almeno due elementi più o meno comuni vanno tuttavia sottolineati.
uno è il contrasto - ora sviluppatosi in forma latente, ora espressosi in sanguinosi colpi di stato e guerre civili - fra partiti politici liberali (rappresentanti la borghesia urbana) e conservatori (portavoce degli interessi fondiari): i primi propugnavano un modello di stato alquanto centralizzato e modernizzatore; i secondi si opponevano a questo disegno, in nome di quelle oligarchie terriere che esercitavano un potere quasi assoluto su regioni poco popolate, tendendo a sfuggire al controllo delle varie capitali.
l’altro elemento è rappresentato dal ritardo (e spesso dall’assoluta mancanza), di ogni sviluppo di carattere democratico o rappresentativo, situazione a cui fa da riscontro l’invadenza dei militari nella vita politica di quasi tutti i paesi dell’area. ma non va sottovalutato che, anche all’interno delle forze armate di questo o quello stato (o dello stesso stato in fasi diverse), emergono diverse tendenze che sono specchio di realtà sociali più complesse: alcuni eserciti, infatti, sono assoluto appannaggio delle oligarchie di sempre (agrarie ed urbane), mentre all’interno di altri sono presenti elementi legati alla media e piccola borghesia, talvolta portatori di tendenze riformiste, ed in alcuni casi relazionati con la massoneria.
rispetto a questo quadro, un’eccezione è ancora una volta rappresentata dal messico, dove le rivendicazioni sociali continuarono sempre a sovrapporsi a quelle di tipo politico ed istituzionale. in tale paese, l’indipendenza era stata proclamata dopo la sconfitta di hidalgo e morelos ed era dunque anche lì stata gestita per alcuni decenni dalle solite oligarchie, attraverso la breve e grottesca dittatura dell’”imperatore” agustín de itúrbide, e quella, assai più lunga, del generale antonio lópez de santa ana. il regime di quest’ultimo, però, era terminato con la rovinosa sconfitta nella guerra contro gli u.s.a. (1846 – 48): con il trattato di guadalupe hidalgo, che pose termine al conflitto, i messicani avevano dovuto, infatti, cedere al potente vicino settentrionale i territori che avrebbero poi conformato gli stati della california, del nevada, dello utah, del nuovo messico e dell’arizona (il texas era già stato perso nel 1836); e, malgrado un suo breve ritorno al potere qualche anno dopo, le forze liberal-democratiche avevano preso il sopravvento alla sua definitiva caduta.
era così asceso alla presidenza uno dei personaggi più rilevanti della storia dell’america latina: benito juárez. avvocato, ma figlio di indios poverissimi, costui aveva promosso una radicale riforma agraria ed attuato una ferma politica anticlericale, giungendo anche all’esproprio di tutti i latifondi ecclesiastici. ed in questo contesto va inserito il tentativo del colonialismo europeo di tornare a porre piede sul continente americano, con la spedizione – tanto celebre quanto anacronistica - promossa dalla francia di napoleone iii, che tentò di rovesciare juárez e di insediare al potere in messico, col titolo di “imperatore”, l’arciduca massimiliano d’asburgo, fratello del monarca austriaco francesco giuseppe. i francesi, in tale occasione, ovvero nel 1863, avevano contato sull’impossibilità, da parte degli stati uniti, di far valere la “dottrina monroe”, poiché erano dilaniati, al loro interno, dalla guerra di secessione. ma quando, nel ’65, quel conflitto aveva avuto fine, gli u.s.a., mettendo da parte la loro politica di alleanza con le oligarchie terriere, avevano lasciato mano libera al governo progressista messicano, perchè preferivano doversi confrontare con esso, per quanto scomodo fosse, piuttosto che veder nuovamente una potenza europea installata sul suolo americano. così, com’è noto, nel 1867, l’arciduca finì fucilato e juárez trionfò, peraltro per breve tempo, perché alla sua morte, avvenuta cinque anni dopo, il potere venne assunto da porfirio díaz, un suo stretto collaboratore che in brevissimo tempo attuò tuttavia un voltafaccia ed instaurò una dittatura militare sostenuta dalle oligarchie agrarie e destinata a durare quasi quarant’anni.
il novecento
il novecento inizia all’indomani di un episodio che marca una cesura storica fondamentale: la guerra con cui, nel 1898, gli stati uniti sottraggono al colonialismo spagnolo cuba e puerto rico, facendo della prima, nel 1902, un loro stato vassallo (quale rimarrà per sessant’anni, ovvero fino al trionfo della rivoluzione castrista), e del secondo una dipendenza diretta (quale tuttora rimane, malgrado il regime di “stato associato”, risalente al 1952). da allora, evidentemente, la “dottrina monroe”si può dire totalmente realizzata.
il nuovo secolo si apre anche con una vicenda alquanto singolare, ovvero con la creazione, dal nulla, di uno stato ad uso e consumo dell’egemonia nord-americana: la secessione dalla colombia della sua regione istmica nord-occidentale, che in quell’occasione sarebbe diventata la repubblica di panamá. infatti, quando, nel 1903, il senato colombiano si rifiutò di ratificare la cessione agli u.s.a. della zona in cui si sarebbe costruito il canale che avrebbe collegato i due oceani, il governo di washington effettuò un intervento armato ed installò al potere nella regione un governo - nominalmente indipendente - che immediatamente concesse agli stati uniti quanto i colombiani avevano negato.
i maggiori problemi per i plurisecolari equilibri oligarchici, anche nei primi anni del novecento, vennero però ancora una volta dal messico, dove, nel 1910 ebbe inizio, con il rovesciamento della tirannia quasi quarantennale del vecchio porfirio díaz, una delle più lunghe ed epiche rivoluzioni che la storia dell’umanità ricordi. fu un processo caratterizzato da lotte politiche e di classe spesso accanite, di forte impronta anticlericale, anche se contraddittorio e tutt’altro che lineare.
esso conobbe, a fasi alterne, momenti di stasi, di regresso e di avanzamento: il timido riformismo dei presidenti francisco madero e venustiano carranza, inframmezzato dalla restaurazione dittatoriale di victoriano huerta; la mobilitazione di massa e la creazione di veri e propri eserciti popolari di braccianti e di diseredati, ad opera di “pancho” villa e di emiliano zapata; la creazione, da parte di quest’ultimo, di un movimento veramente politicizzato dei contadini senza terra, nelle regioni meridionali; la presidenza marcatamente riformatrice, dal 1934 al 1940, di lázaro cárdenas, uno dei pochi governanti capace di alzare la voce contro il fascismo dilagante in europa ed, in particolare, contro il franchismo; infine, la stabilizzazione, o, per meglio dire, la stagnazione, con l’affermarsi di una democrazia “imperfetta”, caratterizzata dal dominio dell’onnipresente “partito rivoluzionario istituzionale” (p.r.i.), destinato a durare fino alle ultime elezioni del 2000.
anche i paesi dell’istmo centro-americano videro, nella prima metà del novecento, lo sviluppo di movimenti rivoluzionari capaci di mobilitare vasta parte delle masse popolari: emergono infatti le figure di augusto césar sandino in nicaragua e di farabundo martí in el salvador. organizzatore di un movimento prevalentemente contadino il primo, sindacalista e dichiaratamente comunista il secondo, essi, che avevano comunque a lungo collaborato, subirono la stessa sorte: ambedue assassinati ad opera dei governi oligarchici dei rispettivi paesi, rispettivamente nel 1934 e nel 1932. i movimenti che, in salvador ed in nicaragua hanno operato fra gli anni settanta ed oggi, prima attraverso la lotta armata, poi nella legalità, conservano tuttora i loro nomi.
bisogna comunque dire che la realtà dell’america latina del xx secolo risulta assai più variegata e complessa, rispetto a quella del secolo precedente. in linea di massima i caratteri delle vicende del novecento sono però riconducibili, in ogni singolo stato, ad alcune grandi questioni:
- la maggiore o minore dipendenza dalle scelte politiche di washington (che inizia ad evidenziarsi negli atteggiamenti tenuti dai diversi governi di fronte al nazifascismo ed alla seconda guerra mondiale);
- il maggior o minor peso di partiti ed ideologie di sinistra, oltre che dei sindacati, in taluni paesi, mentre in altri la contesa politica continuava a svolgersi all’insegna della tradizionale contrapposizione fra conservatori e liberali;
- la maggiore o minore solidità – dove esistessero – di istituzioni di tipo parlamentare;
- l’esistenza di tentativi – il più delle volte falliti – di dare una risposta ai secolari problemi dell’appropriazione delle risorse nazionali, della proprietà della terra e della povertà delle masse contadine.
rispetto al primo punto, sono da notare, ad esempio, gli opposti atteggiamenti dell’argentina e del brasile di fronte al conflitto mondiale: ostinatamente filo-tedesca (malgrado non poche resistenze interne) la prima, governata dai militari fra i quali andava emergendo juan domingo perón; partecipe alla guerra al fianco degli alleati il secondo, che inviò in italia un corpo di spedizione di 25.000 uomini, sebbene fosse governato dal regime autoritario di getulio vargas.
per quanto riguarda la presenza e la natura delle forze politiche e sindacali, a parte le realtà sopra accennate del messico e dell’america centrale, si può dire che una sinistra politica e sindacale di tipo assai simile a quella europea venne a formarsi in modo alquanto precoce soprattutto in cile ed in brasile.
in cile, terra di saline e, soprattutto, di miniere di rame (che già nell’ottocento aveva avuto governi di tipo esplicitamente riformista, come quello del presidente josé manuel balmaceda, poi destituito dai conservatori e costretto a suicidarsi, nel 1891), già agli inizi del novecento era nato un partito socialista, fondato dal sindacalista luís recabarren.
in brasile, nel 1922, era nato un partito comunista che, sotto la guida di carlos prestes, sarebbe divenuto, dopo la seconda guerra mondiale, il più forte delle americhe. diversamente, in argentina, il fortissimo sindacato c.g.t., dagli anni quaranta fino ad oggi, è sempre rimasto sotto il controllo dei peronisti del partito giustizialista.
il caso dell’argentina ci porta a parlare del paese in cui, più che altrove (almeno rispetto alle nazioni maggiori), più grandi sono state, fino a tempi molto recenti, le difficoltà a consolidare istituzioni di tipo democratico o parlamentare. e’ molto difficile, d’altra parte, esprimere in poche righe giudizi su un fenomeno come il peronismo, capace di unire rituali di tipo populista e fascistoide con rivendicazioni antimperialiste ed un riformismo in ogni caso capace di catturare le simpatie della classe operaia e dei ceti popolari, oltre che piccolo-borghesi. fatto sta che, dopo la destituzione del generale, nel 1955, l’argentina conobbe una serie quasi ininterrotta di dittature militari destinata a durare fino al 1983, con la parentesi del ritorno al potere con libere elezioni dello stesso perón nel 1973, a cui fecero seguito la sua morte ed il golpe del 1976 che portò al potere la sanguinaria e famigerata giunta capeggiata dai generali videla, viola e galtieri.
alla storia dell’argentina, a proposito di tenuta delle istituzioni parlamentari, si era soliti, fino agli anni settanta, contrapporre quella del vicino uruguay, che qualcuno definiva “svizzera dell’america latina”: un esame sia pur sommario delle vicende di questo paese, pur caratterizzate più che altrove da gloriose lotte per la democrazia e la libertà, dovrebbe tuttavia indurre a rivedere tale giudizio, perché governi repressivi e tirannici, anche lì, spesso ebbero piede; e comunque, nel 1973, la dittatura venne instaurata, per durare più di dieci anni.
gli anni settanta, poi, sono quelli del perdurare dello spietato regime militare instaurato in brasile già dal 1964, nonché dell’esperienza del governo di “unidad popular” in cile e della sua tragica fine, con la morte del presidente salvador allende negli eventi dell’11 settembre 1973 e l’instaurazione del regime di augusto pinochet, sponsorizzato dagli u.s.a. di nixon e kissinger.
il governo cileno di unidad popular era stato, in effetti, uno dei pochissimi ad aver affrontato la questione della riappropriazione delle risorse nazionali (il cile è di gran lunga il massimo produttore di rame al mondo), con la nazionalizzazione delle miniere; ed, in generale, il suo tentativo avveniva in un momento in cui gran parte della sinistra latino-americana si andava convincendo dell’estrema difficoltà di realizzare il socialismo attraverso la lotta armata: che guevara era morto in bolivia nel 1967, e la stessa sorte era toccata in colombia all’ex prete guerrigliero camilo torres; la guerriglia in argentina languiva ed in venezuela era già finita. a cuba, fidel castro era al potere dal 1959, ma sembrava improbabile che la stessa unione sovietica scegliesse di sostenere un movimento rivoluzionario nell’intero sub-continente. in questo contesto, l’idea della realizzazione del socialismo per via elettorale spaventava i governanti statunitensi e le oligarchie dei vari stati ancor più di un eventuale “contagio” castrista.
e’ appunto in questo contesto – per altro ovviamente collegato anche al bipolarismo mondiale – che si colloca il sostegno degli u.s.a. a tutti le peggiori tirannidi militari che governarono l’america latina negli anni settanta: nei già citati cile, argentina, brasile ed uruguay, in tutti i paesi dell’america centrale (ad eccezione della costa rica, più ricca e con popolazione in gran parte “criolla”), in ecuador, in bolivia e nel paraguay del famigerato generale alfredo stroessner (al potere ininterrottamente dal 1954 al 1989!).
diversa era la situazione in colombia: dopo la lunga guerra civile iniziata alla fine degli anni quaranta, liberali e conservatori avevano ripreso ad alternarsi regolarmente al potere, ma la stragrande maggioranza della popolazione era del tutto esclusa da questa specie di democrazia “limitata”, mentre già da allora si erano venuti formando gli eserciti guerriglieri, attivi tuttora, delle f.a.r.c. e dell’e.l.n.
nel venezuela – che conosceva allora gli anni migliori a seguito del “boom” petrolifero e che nel 1975 aveva nazionalizzato il cosiddetto oro nero - le istituzioni democratiche stabilite nel 1958, dopo la fine della dittatura del generale marcos pérez jiménez rimasero sempre in vigore, e gli stessi ex-guerriglieri rientrarono nella legalità.
vanno infine segnalati i casi del perù, che, nello stesso periodo, sebbene governato da regimi militari, conobbe, tra il 1968 ed il 1975, con il generale juan velasco alvarado, un periodo di profonde riforme sociali, per altro stroncate con il rovesciamento di quest’ultimo da parte di militari reazionari; e dell’ecuador, dove, al termine di un ennesima dittatura militare, nel 1979, venne eletto presidente il riformatore jaime aguilera roldós, perito due anni dopo in uno “strano” incidente aereo.
non si vuole qui descrivere ciò che avviene nell’intera america latina fra gli anni ottanta e novanta, e che ci conduce all’attualità. si può dire però che, in linea di massima, tutto porta, almeno fino agli anni immediatamente precedenti il 2000, ad una sorta di normalizzazione e di omologazione liberista: da un lato le dittature militari crollano nel volgere di pochi anni; dall’altro, al ritorno della democrazia non fa da riscontro alcuna riforma strutturale, e le disuguaglianze sociali si allargano ulteriormente. nel 1983 torna la democrazia in argentina, in seguito alla crisi del governo militare che aveva trascinato il paese nella folle guerra contro gli inglesi per il possesso delle isole malvinas; nell’85 cade il regime militare in brasile e nell’89 pinochet deve abbandonare il potere in cile. le dittature non rappresentano più l’opzione delle classi dominanti di sempre.
nel ’90, però, finisce anche un’importante esperienza di governo di sinistra: quella del nicaragua, dove il fronte sandinista, che aveva vittoriosamente condotto a compimento, undici anni prima, la sua rivoluzione, deve lasciare il potere in seguito ad una sconfitta elettorale maturata sotto la pressione degli stati uniti di reagan e di bush padre, nonché dalla guerriglia di destra da essi finanziata. nel ’92 terminano anche dodici anni di guerra civile nel salvador, dove il fronte farabundo martí di liberazione nazionale conclude un accordo con il governo di destra e si trasforma in partito politico legale.
non è detto, però, che la normalizzazione liberista proceda sempre nel rispetto delle istituzioni: ad esempio, nel ’92 il presidente peruviano alberto fujimori – peraltro eletto in regolari elezioni – scioglie il parlamento ed instaura un regime autoritario con il pretesto di ristabilire l’ordine e di combattere la guerriglia cosiddetta “maoista” di “sendero luminoso”: riuscirà a restare al potere ancora otto anni.
per vedere gli equilibri dettati da washington seriamente incrinati - malgrado il persistere delle politiche neoliberali in grandi nazioni quali il perú, la colombia e lo stesso cile (pur governato da un presidente socialista) - bisogna comunque attendere gli ultimi dieci anni: il sorgere, nel ’94, del nuovo esercito zapatista (e.z.l.n.) nel sud del messico; l’elezione, nel ’98, dell’ex-militare ribelle hugo chávez alla presidenza del venezuela, alla testa di una eterogenea coalizione di sinistra o comunque “antimperialista”, e le sue conferme elettorali negli anni successivi; la vittoria della sinistra in brasile che ha portato, nel 2002, alla presidenza del maggior paese latino-americano lo storico leader e sindacalista luiz inácio “lula” da silva; l’affermazione, nello stesso anno, in ecuador, di un blocco elettorale in cui, per la prima volta, la componente indigena era protagonista (alleanza peraltro sfaldatasi in pochi mesi, a causa del successivo avvicinamento fra il governo del presidente gutiérrez ed i conservatori); l’esplodere della crisi economica argentina e l’affermarsi in quel paese di un governo che, per quanto espressione del vecchio partito giustizialista, si dichiara a favore di un corso economico opposto a quello seguito negli ultimi decenni; infine, la recente crisi boliviana, con la cacciata dal potere di gonzalo sánchez de lozada…
ma questa è un’attualità in continua evoluzione.
musica dell’america latina
dal periodo precoloniale ad oggi
tutte le popolazioni andine che sembrano schive e silenziose, si esprimono nella musica e nella danza: è in queste occasioni che emergono il piacere di suonare e di improvvisare, l’amore ed il coinvolgimento per le feste, che trascinano tutte le collettività in numerose occasioni; la cultura quechua, fortunatamente non è stata del tutto distrutta dalla società coloniale ed esprime ancora oggi l’immenso patrimonio del suo passato, patrimonio che si manifesta nelle forme più genuine e pure nelle valli e sull’altipiano andino. non esistendo una versione scritta e figurata, è rimasto ben poco della tradizione musicale precolombiana; le uniche fonti si trovano nelle cronache scritte dal xvi secolo durante la conquista spagnola e portoghese. raccontano di come avvengano danze e rituali e, inoltre, menzionano l'esistenza di canzoni liturgiche e cerimoniali, canzoni amorose, balli e celebrazioni guerriere. sappiamo, tuttavia, che nel periodo precolombiano la musica fosse originariamente basata su una scala pentatonica con un carattere piuttosto monotono e ripetitivo; l’influsso spagnolo è evidente oltre che nell’introduzione di strumenti finora sconosciuti alle popolazioni amerindie, anche nell’aumentato numero di note della scala: ne conseguono forme musicali miste e di generi del tutto nuovi. attualmente la situazione musicale è rappresentata in minima parte da melodie indie pure, su base pentatonica, e nella maggioranza dei casi, invece, da melodie creole, cioè europee meticcie, con la presenza sia di elementi indigeni che europei. le musiche creola e meticcia si sono evolute in maniera assai sensibile negli ultimi quattro secoli, sia per quel che riguarda la struttura, che per il ritmo e l’uso di scale e strumenti spagna e del portogallo e le influenze europee lasciano il posto ad un maggiore interesse verso la musica indigena quella indigena vocale o strumentale è rimasta piuttosto immutata dai tempi della conquista e viene usata solitamente per accompagnare cerimonie e feste che coinvolgono la vita spirituale e sociale delle popolazioni indie: è fondamentale durante i culti che sono destinati alla forza della natura per il suo peculiare carattere ossessivo e iterativo, spesso ostico per l’orecchio europeo.
da lia morra, l’origine dei linguaggi
da internet
la musica cosiddetta latinoamericana o sudamericana è quella che si produce nell'america centrale e del sud e anche nelle isole dove si parla spagnolo.
e’ il prodotto della fusione di differenti tradizioni musicali: il substrato indigeno pre esistente (non solo le culture dei grandi gruppi inca, maya e azteca); le tradizioni dei colonizzatori (ad es., la spagna ed il il portogallo) ed anche la tradizione musicale africana (frutto del traffico di schiavi provenienti da questo continente).
di queste influenze si presero le forme musicali, la struttura, il genere, le melodie, la metrica, le scale musicali, gli strumenti. della musica sudamericana possiamo parlare, tanto storicamente quanto musicalmente, d'un prima e di un dopo della colonizzazione europea.
le forme musicali sono molte e molto diverse e presentano anche una forte impronta coloniale. le forme più conosciute rimangono, a grandi tratti, le seguenti:
argentina: coplas, yaravíes, bagualas, vidalitas, carnavalitos, huaynos, bailecitos, chacareras, chilenas, gatos, tonadas, milonga cantata, polca, habanera, valzer, tango.
colombia: cumbias.
perú: valsecitos, cuecas i resbalosas.
venezuela: joropo, polo, pasaje.
zone costiere: presentano influenze africane, da ritmi di domanda-risposta.
ecuador e bolivia: presentano più influenze indigene.
la cumbia e la salsa
la colombia è un grande paese, e comprende costa tropicale, morbide savane, freddissimi altopiani andini e sulla costa pacifica, dense foreste piovose. nelle vene dei suoi abitanti scorre il sangue dei nativi indigeni, dei colonialisti spagnoli, degli schiavi africani e non ultimi degli inglesi.
tutti hanno lasciato il loro segno negli stili musicali che riempiono ora le strade, gli autobus., i bar, i café. anche i colombiani hanno lasciato la loro impronta nel mondo della musica latinoamericana, non soltanto con il ritmo della salsa.
prima si sono contraddistinte altre forme musicali più legate ai gruppi caratteristici del paese, tradizionali, legati ai ritmi della cumbia , del paseo, della puya, del joropo. la musica più strettamente legata alla colombia è la cumbia, una mistura di ritmo e melodia ariosa e sincopata. e’ praticamente la danza nazionale. i primi gruppi musicali di cumbia erano formati solo da percussionisti e cantanti, ma si svilupparono poi in gruppi più allargati con trombe, tromboni e saxofoni più altri strumenti arrivati con l’era elettronica (tastiere, ecc.).
la costa atlantica fu una delle zone di nascita dei passi di ritmo e di danza della cumbia, reminescenze (dicono) dei giorni in cui gli schiavi neri aspettavano danzando di essere legati alle catene.
molti gruppi di cumbia usano cori di tamburi dal suono molto profondo, chiamati bombo, suonati con le bacchette, sono loro a chiamare gli altri strumenti all’inizio delle danze. poi ci sono i tamburi hembra, che diventano solisti e improvvisano seguendo i cantanti. sopra tutti questi accompagnano il ritmo maracas e piccoli xilofoni o marimbe.
ci sono dei gruppi musicali che adottano anche strumenti appartenenti alla tradizione indigena, come il flauto de millo, una specie di clarinetto preistorico. i gruppi più famosi sono toto la momposina e il gruppo femminile la negra grande de colombia.
negli anni ’40 la cumbia incominciò a diventare la danza delle classi medie ed aristocratiche delle città. allora nacquero gruppi che seguivano .di più lo spirito campagnolo e tradizionale della cumbia, aggiungendo assoli di clarinetto alle canzoni, influenzati dai toni melodici del flauto de millo. dagli anni ’60 e ’70 la cumbia acquisì più specifiche caratteristiche ritmiche e strumentali, trasformando la sua forma in quella della salsa. diventando una forma più moderna evidenziando di più l’uso di schemi ritmici del pianoforte invece dei cori vocali o di percussione viene così portata oltreoceano dagli emigranti soprattutto nel nordamerica, a new york, dove diventa una delle forme musicali più suonate nei locali.
joe arroyo, uno dei musicisti colombiani più famosi, diventa protagonista con le sue salsa-mix, arrangiamenti ritmici e musicali nati dal ritmo della cumbia.
in seguito, negli anni ’80, gruppi famosi come i gypsy kings produssero brani musicali legati ai ritmi della cumbia e della salsa (bamboleo, su tutti), mischiati però con influenze musicali del centro america, del messico e dei carabi.
questa mescolanza di ritmi e suoni portò uno dei più famosi gruppi musicali, la sonora dinamita, a produrre hit come la bamba, tu cucu.
il tango argentino
si dice che l’argentina abbia due patrimoni nazionali: l’inno e il tango.
“i miei informatori sono tutti d’accordo il tango è nato nei bordelli” dice j.luis bórges.
nessuno in effetti può stabilire il preciso luogo di nascita del tango. di sicuro è una musica della città: un prodotto del calderone di immigrati europei (italiani, spagnoli, ebrei e dell’est europeo), creoli locali (di discendenza spagnola), neri e nativi, che insieme confluirono quando buenos aires divenne la capitale dell’argentina nel 1880.
un miscuglio di flamenco dell’andalusía, melodie del sud italia, dell’habanera di cuba, dei ritmi delle percussioni africane e soprattutto della milonga, la canzone dei gauchos argentini. una musica imbevuta di storia sin dalla sua nascita, quindi. nelle sue prime forme il tango fu associato a tutte quelle forme di machismo e violenza che erano parte della cultura cittadina dei bassifondi: nel suo simbolismo questa danza era una specie di caccia predatoria, la donna rappresentava l’argentina, presa e conquistata dall’immigrante in arrivo, l’uomo danzatore, che ne conquistava i territori. i primi gruppi musicali di tango erano trii di violino, chitarra e flauto, ma intorno alla fine dell’800 il bandoneón, arrivò dalla germania, e nacquero così le classiche orchestre di tango.
il bandoneón fu inventato intorno al 1860 in germania per accompagnare i canti religiosi nelle chiese senza organo.
i primi musicisti virtuosi di questo strumento furono eduardo arólas e vicent gréco.
dopo che il tango fu suonato in lungo e in largo per le metropoli argentine, da gruppi per le strade, nei caroselli, nei teatri, divenne cultura metropolitana. fu notato dalle classi aristocratiche fino ad essere importato all’estero ed arrivare a parigi. una volta varcato l’oceano, il tango divenne danza nazionale, ballata dal bordello alle sale da ballo più eleganti ed esclusive.
carlos gardél, fu ed è ancora una delle figure chiave del tango argentino; suo il merito di aver trasformato il tango in uno stile musicale popolare per ogni classe sociale.
astor piazzolla domina la storia recente del tango argentino. la sua idea fu di trasformare il tango non solo come musica per danzare ma anche come musica seria da ascolto. un concetto subito molto difficile da accettare per gli altri musicisti.dopo essere scappato dall’argentina negli anni ’70 del regime militarista, tornò a buenos aires dopo la caduta della giunta. i suoi esperimenti comunque aprirono la strada a dei cambiamenti radicali. il suo tango è un raffinato mixage di elementi rock e jazz, eseguito con strumenti acustici e non elettronici (anche se in seguito si cimentò in composizioni con tastiere, basso elettrico e batterie).
strumenti musicali tradizionali dei paesi dell’america latina
le differenze più alte nella musica si trovano tra gli inca e gli aztechi: la musica inca viene profondamente influenzata dalla cultura spagnola, mentre quella azteca viene mantenuta nella sua tradizione.ognuno di questi popoli ha la sua musica e i propri strumenti musicali. qui dunque, vediamo come gli inca fossero più affezionati alle ciaramelle, flauti di canna o fang. gli aztechi disponevano di strumenti a percussione tra i quali i più usati erano l’huehuetl (tamburo a fusta verticale) ed il teponaztli (tamburo cilindrico orizzontale). c’erano altri strumenti, alcuni comuni ai differenti popoli: flauto (di pan), ocarina, siku, xiulets, sonajas, raschiatori e tamburi. dopo la colonizzazione incomincia il métissage tra le culture europee (spagnola e portoghese) e gli indigeni. anche la musica subisce involontariamente questa modificazione.vediamo, dunque, che molti strumenti che i colonizzatori si portano nei loro viaggi tra i secoli xvi i xvii (viola, arpa, violino, chitarra... trovano in questi paesi le proprie varianti: il charango andino (un íbrido tra la viola e la chitarra piccola), il tres e il cuatro (piccole chitarre di 3, 4 e fino a 8 corde rispettivamente), il chitarrone (chitarra di venticinque corde tipica del messico). già nei secoli xvii i xviii diminuisce il potere della spagna e del portogallo e le influenze europee lasciano il posto ad un maggiore interesse verso la musica indigena


maracas a semi (perù) ocarina (perù) Palo della lluvia (cile)


flauto a 13 canne (bolivia) tarka o anata (bolivia) maracas

bombo (perù) chimbangueles(venezuela)
bastone della pioggia
questo strumento molto suggestivo è originario del cile.si ricava da un tronco di cactus
quando si capovolge il bastone si sente il suono di una pioggerellina che presto diventa temporale.se ben costruito il suono è davvero naturale,graduale,e incredibilmente amplificato.
come costruirlo
in mancanza di grandi cactus useremo: un grosso tubo di cartone porta-disegni,come quelli degli architetti.si trova in cartoleria o nei colorifici.
un'abbondante manciata di chiodini sottili lunghi poco meno del raggio del tubo.
un sacchetto di lenticchie secche(ma potete sperimentare con altri piccoli semi se volete). materiale necessario per decorare(a piacere)
per prima cosa osservate il tubo:noterete che c'è una spirale che corre lungo di esso.un po' come nei rotoli vuoti della carta da cucina.lungo la spirale piantate i chiodini fino in fondo con la punta verso l'interno del tubo.distanziateli di un centimetro circa e seguite bene il disegno della spirale.se non riuscite a individuarla o state usando un tubo di plastica,disegnatela voi facendo attenzione a non fare troppe spire:dovete creare una "scalinata" abbastanza ripida.
piantate bene i chiodini in modo che all'esterno si vedano solo le capocchie attaccate al cartone.quindi versate un po' di lenticchie nel tubo.tappatelo e provate a capovolgerlo.aggiungete lenticchie finchè non siete soddisfatti della lunghezza e qualità del suono.se non avete mai sentito un vero bastone della pioggia,cercatene uno sulle bancarelle peruviane o in un negozio di oggetti etnici,giusto per farvi un'idea.
quando avete trovato un suono che vi piace sigillate il tubo con il suo tappo e incollatelo o fissatelo con dello scotch. potete decorarlo con stoffa o pittura ma state attenti a non bagnare troppo il cartone per non ammorbidirlo.
inutile dire che se avete la fortuna di disporre di un bastone di legno cavo...non esitate a sostituirlo al tubo di cartone. i bastoni cileni hanno solo dei cordoni colorati come decorazione,ma se volete provare qualcosa di più complicato potete dipingere tutto il bastone di un color ocra uniforme,ad imitazione del legno.consigliamo dell'acrilico poco diluito.una volta asciugata questa mano passatene una di acrilico marrone diluito.pennellate velocemente il bastone fino a ricoprire tutto ma non esagerate con l'acqua.asciutta anche questa mano,passate su tutto il bastone del lucido da scarpe marrone in abbondanza. lasciate riposare un'oretta,quindi spazzolate finchè la superficie non è lucida. attenti a non deformare il tubo!!
se vi piace l'effetto legno potete tenerlo così,oppure provare una decorazione aborigena: armatevi di uniposca arancione scuro e bianco(a quest'ultimo potete sostituire la scolorina,ammesso che sia di quelle a pennarello.
iniziate con l'arancio e disegnate tanti animaletti o motivi simili.molto carine sono le salamandre.riempite gli spazi all'interno delle figurine con particolari bianchi o neri.riempite lo sfondo esterno alle figure con puntini bianchi.provate anche ad alternare disegni geometrici bianchi e arancioni. in alternativa, abbandonate il gusto etnico ed elaborate una decorazione ispirata alla pioggia.
bongo - ponte musicale tra due continenti
raccolta di audio cassette
e’ chiaramente percepibile nel panorama della musica popolare americana l’influenza su di essa esercitata dalla tradizione africana. se nessuno mette in discussione che la samba, la rumba o il jazz siano musiche “nere”, meno noti sono i meccanismi attraverso i quali tali ritmi, portati dagli schiavi dall’africa, siano diventati patrimonio culturale del continente americano, mescolandosi alla tradizione musicale locale.
“bongo” si propone di ricostruirne le successive trasformazioni fino alla loro attuale; appartiene alla storia di queste trasformazioni anche la storia degli strumenti africani che hanno accompagnato gli schiavi nel loro viaggio senza ritorno verso le americhe. duplice quindi l’obiettivo di questa ricerca:
- etno-musicologico, relativo allo studio della composizione musicale folkloristica americana inserita nella storia del continente americano
- storico-politico, mirato ad affermare la continuità culturale tra africa e america, fornendo elementi universali per la comprensione dei legami tra i diversi continenti extraeuropei
titoli
puntata 1- la salsa
puntata 2- musica del mozambico
puntata 3- il gospel
puntata 4- la musica afrocubana
puntata 5- il carnevale
puntata 6- la bossanova
puntata 7- musica afrobrasiliana
puntata 8- il reggae
puntata 9- la milonga
puntata 10- il berinbau
(materiale in visione presso il laboratorio migrazioni)
fonte: www.scuolenuoveculture.org
-
Fine articolo Perù tutto di tutto
Perù tutto di tutto
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