Orientamento in montagna
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NOZIONI ELEMENTARI e SEMPLIFICATE
per l’ORIENTAMENTO in MONTAGNA
ORIENTARSI ... PERCHÉ?
Sapersi orientare significa:
- tornare al rifugio;
- scalare la parete giusta;
- scegliere il sentiero che porta a casa.
CONDIZIONI DI DIFFICILE ORIENTAMENTO
Sapere dove ci si trova e saper tornare ‘a casa’ può essere più difficoltoso soprattutto quando:
- c’è nebbia,
- sopraggiunge il buio,
- si hanno scarsi punti di riferimento (distese glaciali, pianure, deserti, ...),
- tutti pensano di sapersi orientare come bussole viventi.
PUNTI CARDINALI E ROSA DEI VENTI
Elemento irrinunciabile per un corretto orientamento è l’esatta conoscenza dei punti cardinali. La rappresentazione grafica dei punti cardinali prende il nome di Rosa dei venti. Abbiamo così N/S/E/W (per convenzione si preferisce ‘W’ a ‘O’ perché non si crei confusione con ‘Ost’ che, in lingua tedesca, significa Est!).
Conoscendo un punto, per deduzione si possono determinare gli altri.
Cosa dovrebbe sapere ogni bravo alpinista?
- che il Nord si trova alle spalle dell’osservatore che guarda il sole a mezzogiorno (regola che vale nel nostro emisfero, quello Boreale: se andate a fare un trekking in Nuova Zelanda, guarderete il sole di mezzogiorno avendo alle spalle il Sud);
- che l’Est corrisponde alla posizione in cui il sole sorge negli equinozi di primavera (21 marzo) e autunno (21 settembre). Durante l’anno questa posizione può variare, anche sensibilmente, ma vi possiamo comunque assicurare che non è ancora accaduto che il sole sorga da Nord o da Sud;
- che la Rosa dei venti è suddivisibile in quattro quadranti:
1° quadrante da Nord a Est;
2° da Est a Sud;
3° da Sud a Ovest;
4° da Ovest a Nord;
- che la Rosa dei venti può altresì essere suddivisa secondo un’unità di misura: i gradi:
0° Nord;
90° Est;
180° Sud;
270° Ovest;
CARTOGRAFIA
Come chiunque può intuire, la Terra (paragonabile grossomodo a una sfera) è difficilmente rappresentabile su carta. Questa premessa è indispensabile per capire come le carte geografiche, per quanto curate, costituiscano una rappresentazione:
- ridotta
- approssimata
- simbolica
della superficie terrestre. Ogni sfera può essere tagliata a spicchi o a fette. Nel caso della sfera ‘Terra’ riconosciamo un asse di rotazione e due poli alle sue estremità. Tagliandola esattamente a metà nel punto della sua circonferenza massima, abbiamo l’Equatore. Esso può altresì essere definito come l’unione di tutti i punti equidistanti dai due poli.
Agli ‘spicchi’ corrispondono i meridiani: linee immaginarie che uniscono tutti i punti aventi il mezzogiorno allo stesso momento. Ogni meridiano ha, dalla parte opposta della Terra, il suo antimeridiano. Alle ‘fette’ corrispondono i paralleli: linee immaginarie parallele all’Equatore. Il numero di meridiani e paralleli è infinito. Per ogni punto della Terra passano un solo meridiano e un solo parallelo.
Da questo si deduce che, con opportune misurazioni, è possibile definire con precisione la posizione di qualunque luogo della Terra. Gli strumenti di cui ci si avvale sono la latitudine e la longitudine. La prima esprime la distanza dall’equatore di un punto situato su un meridiano. Poiché i meridiani formano un semicerchio (vanno da Polo a Polo) tale distanza si esprime in gradi da 0° (equatore) a 90° Nord (Polo) da 0° (equatore) a 90° Sud (Polo). La seconda esprime invece la distanza di un punto, situato su un parallelo, rispetto a un meridiano fondamentale (che, notoriamente e convenzionalmente, è quello di Greenwich). Tale distanza va da 0° a 180° Est da 0° a 180° Ovest.

LE CARTINE
Elemento comune a tutte le riproduzioni cartografiche è la scala numerica di riduzione, ovvero il rapporto tra la lunghezza effettiva del terreno e quella riportata sulla carta. Essa si scrive solitamente come frazione con nominatore 1 e denominatore pari al numero di volte per cui la grandezza misurata è stata ridotta. Così, 1:10.000 indica che 1 cm sulla carta equivale a 10.000 cm (100 mt).
Tutte le carte che vogliono definirsi tali dispongono, a margine, dell’indicazione riportante la scala adottata. Quelle un po’ più serie hanno anche una scala grafica. Si tratta di un segmento di linea suddiviso in piccole parti (solitamente corrispondenti a chilometri), il cui utilizzo è intuitivo. Importante è che la distanza misurata con questo sistema è ‘planimetrica’ o ‘in linea d’aria’ (ossia non tiene conto dei rilievi del territorio).

SIMBOLI E RAPPRESENTAZIONI CONVENZIONALI
La simbologia utilizzata può variare da cartina a cartina ma è solitamente comprensibile e spiegata in apposito riquadro. Per un alpinista possono assumere particolare rilevanza alcuni segni convenzionali come quelli che indicano i rilievi, i ghiacciai o le creste.

MA GUARDA ... C’E’ UNA MONTAGNA!
Tra le funzioni più ‘intelligenti’ tutt’oggi ricoperte dalle cartine geografiche... c’è quella non indifferente di segnalare la presenza di un rilievo. Come può venir raffigurata una struttura tridimensionale come la montagna su un pezzo di carta?
- colorando la cartina con colori differenti a seconda delle fasce o zone altimetriche (solitamente, colori più scuri man mano che si sale);
- marcando, con la ‘matita’ del disegnatore, un tratto più forte e più largo a seconda dell’altezza della cresta o del rilievo. Per le cime vengono poi impiegati particolari segni grafici (per esempio un piccolo triangolo);
- sfumando, con apposita ombreggiatura, i tratti in rilievo. Per convenzione si immagina che la luce che crea ombra provenga sempre da NO, con inclinazione 45°. Si tratta di un sistema che viene quasi sempre adottato in combinazione con altre soluzioni grafiche;
- segnalando le variazioni di quota con apposite linee.
Si tratta delle isoipse o ‘curve di livello’, linee immaginarie che uniscono tutti i punti di uguale quota in una determinata zona. In un’ipotetica montagna a forma di cono, le curve di livello corrispondono alla circonferenza dei cerchi ottenuti tagliandola ‘a fette’ per piani orizzontali. Si tratta della metodologia più utilizzata (e più utile) nella cartografia topografica: saper leggere le curve di livello di una zona montuosa preserva infatti l’alpinista da brutte sorprese.
Attenzione! Con le isoipse risulta impossibile rappresentare correttamente pareti molto ripide. Esse, dunque, vengono generalmente raffigurate tramite particolari artifici grafici (per esempio con un tratteggio imitativo e sfumato).
CURVE DI LIVELLO
Le curve di livello principali si susseguono a una distanza fissa di 100 mt di dislivello l’una dall’altra. La quota effettiva è segnalata su almeno una curva. Da essa si possono desumere tutte le altre quote. Curve più vicine indicano un pendio più ripido.
Tra una curva principale e l’altra possono essere graficamente indicate anche:
- curve intermedie (dopo 50 o 25 mt) con linea continua sottile;
- curve ausiliarie (ogni 5 mt) con linea sottile tratteggiata.
Sui ghiacciai le curve di livello sono disegnate in azzurro.
Se la ‘gobba’ della curva è rivolta verso la cima (o, meglio, verso la quota superiore), essa può rappresentare uno sperone o un costone.
Se, viceversa, la curva ‘punta’ verso la quota inferiore, allora individua un avvallamento o un canalone.
Curve con angolo molto stretto individuano una cresta o un avvallamento molto pronunciato.
L’alpinista-tipo (con zaino in spalla) percorre mediamente, in un’ora, tre curve di dislivello in salita (300 mt) e cinque (500 mt) in discesa.
La pendenza esprime il rapporto tra la distanza e l’altezza di due punti.





La pendenza di una parete/percorso si può esprimere in:
- gradi;
- percentuale;
Nel primo caso (gradi) si indica l’angolo formato tra il terreno piano e la parete considerata. Si parla, più correttamente quindi, di ‘inclinazione’: a 45° si ha un pendio medio; a 90° corrisponde una parete perpendicolare, oltre i 90° siamo di fronte a uno strapiombo.
Nel secondo caso vengono invece considerati il dislivello di due punti e la loro distanza planimetrica.


LA BUSSOLA
Solitamente una scatola di plastica che racchiude un ago fluttuante e libero di girare sul piano orizzontale. Esso ha la proprietà, essendo magnetizzato, di disporsi sempre lungo il meridiano del luogo, con la punta verso Nord.
PROPRIETÀ E CARATTERISTICHE
Il fondo della bussola è sempre visibile: su di esso vi è stampata la Rosa dei venti, con indicazione dei punti cardinali o, più spesso, una suddivisione in 360° in senso orario (cosiddetta ‘graduazione sessagesimale’). Molte volte vi è una seconda graduazione, posta su un cerchio esterno della bussola e libera di girare indipendentemente dall’ago magnetico. L’ago può essere libero di ruotare nell’aria o, più facilmente, immerso in un liquido (glicerina o miscela di acqua e alcol) per facilitare le misurazioni ed evitare che esso si muova e si sposti troppo facilmente.
L’utilizzo della bussola si basa su principi fisici che chiamano in causa il campo magnetico terrestre. Questo significa che gli oggetti metallici possono essere ‘fatali’ per la bussola. Un tipico esempio di colpo di genio? I bravi alpinisti decidono quale sentiero imboccare appoggiando comodamente bussola e cartina sul cofano della macchina.
L’ago della bussola... non indica il Nord, indica invece il Nord magnetico (che non solo è altra cosa, ma si trova anche bello distante dal Polo Nord geografico, precisamente in territorio canadese). Questo fa sì che l’ago magnetico non si disponga esattamente parallelo al nostro meridiano di riferimento. Sarà invece leggermente convergente (o divergente, a seconda dei casi) e formerà con esso un angolo che prende il nome di ‘declinazione magnetica’. In Italia il problema è assolutamente irrilevante (vi sono al massimo pochi gradi di differenza), ma se andate a fare un trekking in Groenlandia e seguite il Nord della bussola, sappiate che vi muovete verso Ovest. Il polo magnetico della Terra è ‘mobile’: l’ultimo rilevamento (1966) ne indicava la posizione a lat. 75,6° N e 100,5° W.

COME SI USA
A livello alpinistico, l’utilizzo principale della bussola è quello di rilevare l’azimut.
Cosa sia l’azimut lo si capisce osservando la figura di riferimento qui sotto: l’osservatore che si trova nel punto A mira, guardando nelle fessure della bussola, alla cima C (con quota 1873).
L’angolo che la linea di osservazione forma con il meridiano del punto A (ossia con il Nord) è appunto l’azimut.
Come si rileva l’azimut?
- si mira, attraverso la bussola, il punto che ci interessa
- si gira il cerchio graduato fino a far coincidere l’indicazione del Nord o lo zero della graduazione con quella data dall’ago magnetico (lo specchietto, comune a molte bussole, serve in questa fase, permettendo una giusta regolazione senza distogliere lo sguardo dal punto mirato).

- in corrispondenza dell’indice fisso avremo adesso la graduazione dell’angolo, misurato in senso orario, formato da due rette: quella che va in direzione dell’oggetto da noi osservato e quella che indica il Nord
Aiutandosi con i riferimenti e il reticolato (formato da meridiani, paralleli, quadranti, linee. ...) presente sulla cartina, occorre infine riportare l’angolo così trovato sulla carta. Per poter effettuare un corretto rilevamento, per esempio relativo alla propria posizione (che potrebbe essere sconosciuta), sia di una cima o altro oggetto non meglio individuato, è ’ indispensabile, possedere a priori almeno due punti noti sulla cartina.
L’incrocio delle due linee tracciate a seguito del rilevamento dei due azimut corrisponderà grossomodo (l’approssimazione è spesso notevole) al punto in cui ci troviamo. Maggiori sono i punti si cui siamo in grado di effettuare un rilevamento, maggiore sarà la precisione con cui sarà possibile riportare la nostra posizione sulla cartina. Si parla di punto stimato quando, partendo da un punto noto e seguendo costantemente una direzione ben precisa (per esempio 135°, ovvero Sud-Est) si tiene conto in modo sufficientemente attendibile del tempo e della distanza percorsa. Riportando tale distanza ‘stimata’ sulla cartina, seguendo la direttrice della linea di marcia, è possibile individuare la propria posizione senza dover effettuare nuovi rilevamenti.
L’ALTIMETRO
Strumento che indica (quasi sempre) la quota del punto in cui ci troviamo. Il rilevamento avviene in base alla pressione atmosferica che, molto grossolanamente, può essere indicata come il ‘peso’ dell’aria che abbiamo sulla testa. Più si sale di quota, minore è l’ipotetica colonna d’aria sulla nostra testa, e minore è dunque anche la pressione atmosferica. L’unità di misura della pressione atmosferica è l’atmosfera (valore 1 a livello del mare).
A una atmosfera corrispondono 1013 millibar, altra unità di misura, maggiormente utilizzata soprattutto in campo meteorologico. Nei diffusissimi orologi con altimetro, vi è una piccolissima scatola metallica a tenuta stagna, al cui interno è stato creato un vuoto d’aria. Quando la pressione aumenta, la scatola si schiaccia, quando invece la pressione diminuisce la scatola si ‘gonfia’. Alcuni delicatissimi sensori rilevano entità e caratteristiche di queste ‘deformazioni’ e le traducono in millibar e quindi in metri. È questo lo stesso principio di funzionamento dei barometri.

RIFUGIO A QUOTA m 1250 ... ANZI m 1310
La pressione atmosferica di qualsiasi punto è però relativa e non assoluta. L’altimetro misura la pressione relativa all’altitudine del luogo in cui ci si trova e nel momento in cui ci si trova. La pressione atmosferica è influenzata da:
- variazioni meteorologiche;
- temperatura.
Capita spesso di incorrere in alcuni ‘scherzi’. Ci fermiamo una notte in rifugio, a quota 2000, come indicano il nostro altimetro e il cartello davanti alla porta.... e ci svegliamo a quota 2300! Cosa è successo? Si è abbassata la pressione atmosferica! Tra l’altro, se ci affacciamo alla finestra, è anche probabile che piova: a grandi linee, infatti, a una diminuzione costante e continua della pressione corrisponde un tempo volto al brutto; in caso di pressione costante o in aumento, possiamo invece stare più tranquilli. A differenza dei barometri, che indicano solamente la pressione atmosferica, gli altimetri classici hanno solitamente un cerchio graduato regolabile che permette la ‘taratura’. Ogni volta che, durante il percorso, si incontra un punto quotato (per esempio perché segnalato sulla cartina) occorre far coincidere la posizione della lancetta dei millibar con il valore dell’altitudine reale. Solo tramite una costante taratura si possono avere dall’altimetro indicazioni attendibili. Avere a disposizione un altimetro può essere di grande aiuto per un alpinista: non solo semplifica e indirizza un corretto rilevamento della propria posizione, ma funge anche da modesto ufficio meteorologico (alcuni orologi, infatti, forniscono un grafico della pressione atmosferica rilevata nelle ultime 24 o 48 ore).

L’ARTE DI ARRANGIARSI CON IL SOLE
Ricordarsi sempre che, più o meno, alle 6 di mattina il sole segna l’Est, alle 12 il Sud e alle 18 l’Ovest. Poiché il sole, nell’arco della giornata, compie nel cielo un semicerchio, si può efficacemente utilizzare un orologio a lancette per individuare il Nord. Come fare?


- guardare che ore sono;
- dividere per due l’ora (che va espressa in ventiquattresimi: ore 13:10 o 14:30 e non 1:10 o 2:30);
- mettere l’orologio in modo che la lancetta delle ore punti verso il sole;
- tenendo l’orologio in posizione, il risultato della divisione prima effettuata indica il Nord.
CON LE STELLE
Di notte, a cielo sereno, ci si può eventualmente orientare con la Stella Polare. Si tratta di una stella, visibile in tutto l’emisfero boreale, che indica sempre il Nord. Fa parte della costellazione dell’Orsa minore (o Piccolo Carro). D’altra parte, è invece sempre molto evidente la vicina costellazione dell’Orsa maggiore (Gran Carro) poiché le sue stelle sono molto luminose. Tenendo conto che:
- la Stella Polare è l’ultima in fondo alla ‘coda’ dell’Orsa minore (Piccolo Carro);
- essa si trova sul prolungamento della linea immaginaria che unisce le prime due stelle della ‘testa’ dell’Orsa maggiore (per una distanza che va moltiplicata di circa cinque volte);
- dalla parte opposta rispetto a quella dell’Orsa maggiore si trova la costellazione di Cassiopea (molto luminosa), che assomiglia a una ‘M’ (o, meglio, ‘W’ rovesciata) e che ha la propria punta centrale sempre rivolta verso la Stella Polare ci sono a questo punto buone probabilità di individuare la Stella Polare anche in condizioni di visibilità non ottimali.
Attenzione! Nel corso della notte, così come durante tutto l’anno, le due costellazioni (Orsa Maggiore e Cassiopea) ruotano e assumono nel cielo varie posizioni, ma la Stella Polare resta al suo posto e il suo ‘legame’ particolare con le due stelle posteriori del Gran Carro rimane invariato.

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