Giappone tutto sul Giappone

     

    Giappone


    Tratto da wikipedia : Il Giappone (日本/日本国, Nihon o Nippon?, ufficialmente Nihon-koku o Nippon-koku), è uno Stato insulare dell'Asia orientale.

    Situato nell'Oceano Pacifico, si trova ad est di Mar del Giappone, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud e Russia; e si snoda dal Mare di Ochotsk nel nord, fino al Mar Cinese orientale e Taiwan nel sud. I caratteri che compongono il nome del Giappone significano "origine del sole", ed è questo il motivo per cui è spesso identificato come la terra del Sole nascente o il Paese del Sol levante. Il Giappone è un arcipelago composto da 6852 isole; le 4 isole più grandi sono: Honshū, Hokkaidō, Kyūshū e Shikoku, che da sole rappresentano circa il 97% della superficie terrestre del Giappone. Molte isole sono montagne, alcune di origine vulcanica; per esempio, la vetta più alta del Giappone, il Monte Fuji è un vulcano attivo. Con una popolazione di circa 128 milioni di individui, il Giappone risulta essere la decima nazione più popolosa al mondo. La Grande Area di Tōkyō, che include la città di Tōkyō e numerose prefetture confinanti, è di fatto la più grande area metropolitana del mondo, con oltre 30 milioni di residenti. Ricerche archeologiche indicano che l'arcipelago è abitato dal Paleolitico superiore. La prima menzione scritta sul Giappone inizia con una breve apparizione in un libro di storia cinese del primo secolo a.C. Influenze provenienti dal mondo esterno seguirono un lungo periodo di isolamento che ha caratterizzato profondamente la storia del Giappone. Fin dall'adozione dell'attuale Costituzione, il Giappone mantiene una monarchia costituzionale con un imperatore e un parlamento eletto, la dieta. Tra le grandi potenze, il Giappone ha la seconda maggiore economia per prodotto interno lordo e la terza maggiore per potere d'acquisto, è anche il quarto maggiore esportatore e il sesto maggiore importatore a livello mondiale. Inoltre il Giappone è l'unica nazione asiatica del G8 e attualmente è un membro non permanente del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Giappone ha un moderno apparato militare utilizzato per l'autodifesa e per missioni di pace, ed ha riavuto il diritto di dichiarare guerra (cosa che dopo il 1945 non ha potuto fare). Il Giappone è un paese sviluppato con uno standard di vita molto elevato (decimo a livello mondiale), inoltre i cittadini giapponesi hanno la maggiore aspettativa di vita al mondo e il tasso di mortalità infantile è il terzo più basso.

     

 

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IL GIAPPONE

 

Caratteristiche fisiche

 

Al largo delle coste orientali del continente asiatico si estende per un totale di 377.708 Kmq l’arcipelago del Giappone. Il territorio si sviluppa su un fronte di oltre 2.000 Km, tra la latitudine di circa 45° 30’ e 31° nord, escluse le isolette minori che lo accompagnano  e gli archi insulari delle Curili e delle Ryukyu che lo determinano alle due estremità, come diretto proseguimento verso sud dell’isola di Sakhalin, da cui è separato dallo stretto di La Pèrouse; l’ampio bacino del mar del Giappone lo separa dalle coste della Corea, mentre le sue due estremità settentrionale e meridionale  sono rispettivamente affacciate sul mare di Okohotsk e sul mar Cinese Orientale.     Il suo fronte orientale è infine aperto al flusso dell’oceano Pacifico, qui interessato dal gioco opposto delle due correnti del Kuro-Shivo e dell’Onia-Shivo.

Nel complesso l’Arcipelago giapponese è costituito da quattro grandi isole, allineate, rispettivamente da nord-est a sud-ovest: Hokkaido, Honshu, Shikoku, e Kyushu.

Del  Giappone fanno politicamente parte anche alcuni gruppi di isolette situate nel Pacifico: Bonin e Volcano, Rosario, Parecevela e Marcus, restituite degli U.S.A. nel 1969.

Fisicamente l’arcipelago giapponese, nei suoi caratteri essenziali, è formato da un sistema montuoso parzialmente sommerso, provocato dall’orogenesi alpina in cui prevalgono formazioni rocciose sedimentarie di varie età. A queste si sono sovrapposte numerose e intense fenomenologie vulcaniche le quali, con la loro passata e presente attività, hanno spesso fornito un’inconfondibile impronta a paesaggio naturale del Giappone il cui territorio, per via della sua relativa gioventù geologica presenta un rilievo sezionato in numerose unità orografiche tra loro separate  da zone di frattura nel complesso spesso interessate da una notevole e spesso catastrofica attività sismica.

Tra numerose decine di apparati vulcani ancora in  fase di attività, il più importante e anche il più alto (3776 m) è sicuramente il Fujiyama.

L’intensità e il regime delle precipitazioni giustifica anche lo sviluppo della rete idrografica, particolarmente fissa, anche se i corsi d’acqua sono generalmente a carattere breve, infatti solo pochi superano i 300 Km, mentre sono abbastanza numerosi i bacini lacustri.

Al pari del rilievo, assai articolato in cui sono piuttosto scarse le aree pianeggianti, anche la morfologia costiera si presenta al quanto frastagliata, con frequente alternarsi di aggetti peninsulari, baie, golfi e veri e propri mari interni, come quello compreso tra l’isola di Honshu e l’isola di Shikoku.

 

 

Condizioni climatiche

 

A motivo della sua posizione geografica, più che per il suo aspetto fisico, il Giappone è caratterizzato da condizioni climatiche del tutto peculiari: l’arcipelago è in generale, sotto l’influenza dei monsoni di sud-ovest a cui si sovrappone quella de venti provenienti dal Pacifico.  Di conseguenza, mentre le regioni meridionali hanno un clima tendenzialmente subtropicale, con estati calde e piovose, le regioni centro settentrionali  hanno un clima più spiccatamente oceanico con precipitazioni a carattere più costante. Gli inverni non sono mai eccessivamente freddi, salvo che nella settentrionale isola di Hokkaido dove il clima tende ad acquistare caratteri più continentali e gli inverni sono particolarmente rigidi e le estati fresche e piovose. 

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Flora e Fauna

 

Il mantello vegetale è costituito dalla prevalenza di boschi misti di latifoglie e conifere ai quali si sostituiscono verso sud formazioni sempreverdi con predominio delle lauracee; nel complesso l’estensione delle foreste è ancora notevole, pari a circa due terzi del territorio nazionale.

La fauna giapponese non è particolarmente ricca né per specie né per individui, che sono tutti confinati nelle zone montuose boschive, non poche volte protette da speciali disposizioni.

I mammiferi tipici del territorio sono rappresentati da una specie di scimmia (Inuus speciosus), il canide Nyctereutes viverrinus, una specie di tarsio, i cinghiali e il cervide giapponese.

Più abbondanti sono gli uccelli, tra cui spiccano i fagiani. I rettili rappresentano il genere più esiguo; tra gli anfibi si distingue solo la salamandra gigante dei torrenti e dei laghi. Molto variati sono invece gli insetti: tra essi le caratteristiche farfalle.

Questa povertà generale della fauna terrestre è compensata dall’esuberanza di quella marittima, che comprende un elevato numero di pesci molluschi e crostacei. Sono anche numerose le ostriche perlifere, tipica è anche la spugna cristallina.                   

 

 

Popolazione

 

Per arrivare ai 123 milioni di abitanti odierni il Giappone ha fatto un grande salto dall’Ottocento. Il primo censimento fu effettuato nel 1872 e registrò 34,8 milioni di abitanti, che si raddoppiarono nei primi 10 anni del Novecento e che, nonostante le notevoli perdite provocate dalla II guerra mondiale e dalla forte emigrazione, salirono a 83,2 milioni di abitanti nel 1950 e ai 103,7 milioni nel 1970. L’indice attuale di accrescimento è in continua crescita. Il coefficiente annuo di natalità è del 15,4% e quello di mortalità del 6,1%. Il tasso di mortalità infantile e tra i più bassi del mondo raggiunge infatti solo il 5%.

La densità media è di 331 abitanti/Kmq, ma la distribuzione della popolazione sul territorio è molto disuguale. Le concentrazioni maggiori si hanno nelle zone costiere orientali delle isole principali, mentre è più bassa su quelle occidentali e nettamente inferiore nell’interno montuoso e poco accessibile.               

Si stima che al giorno d’oggi la popolazione urbana sovrappassi il 75% del totale complessivo, ma oltre i ¾ di questa cifra si distribuisce negli agglomerati e città con più di 500.000 abitanti.

Inoltre, queste vaste concentrazioni sono molto vicine tra loro e formano conurbazioni o in alcuni casi vere e proprie megalopoli.


 

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Sicuramente la più famosa di esse è senz’altro la megalopoli Tokyo-Yokoama che conta nel suo agglomerato urbano oltre 40 milioni di abitanti. Ciò è dovuto non solo al fatto che Tokyo è la capitale del paese, ma anche, e soprattutto, alla loro situazione geografica.

Qui si trova, infatti, una piana costiera abbastanza ampia e la baia si è prestata sempre alla costruzione di piattaforme artificiali.

Sempre nell’isola di Honshu altre conurbazioni sono formate dalla megalopoli Osaka-Kobe-Kyoto. Nell’isola di Kyushu le conurbazioni principali sono quelle di Ktakyu-Fukuoka, di Nagasaki-Sasabo, di Kumamoto e di Kagoshima.     

 

 

 

 

 


Etnologia

 

La popolazione del Giappone è abbastanza omogenea, in quanto costituita da Giapponesi, appartenenti alla razza sinica con influssi indonesiani. Alcuni studiosi distinguono in Giappone due tipi antropologici: il tipo giapponese di Okayama abitante il Giappone occidentale e centrale, e il tipo giapponese di Ishikawa, di statura più piccola e presente nelle regioni centro-settentrionali, un cenno particolare meritano gli Ainu, discendenti dagli abitatori originali dell’arcipelago, con tratti europoidi e di lingua paleoasiatica, che abitano all’estremità settentrionale dell’isola di Hokkaido.

 

 

Economia

 

Il Giappone è passato nell’arco di cento anni da un’economia di tipo feudale ad essere tra i paesi più industrializzati del mondo. Ciò è stato possibile grazie a una grande disponibilità di forza-lavoro con un buon patrimonio di capacità artigianali., inoltre il rapporto di forte dipendenza e sottomissione tra operaio e padrone ha contribuito a mantenere basso il costo della manodopera e quindi ha rendere molto competitivi i prodotti sui mercati esteri.

A questi elementi si è aggiunta anche la capacità di saper attingere efficacemente alla tecnologia occidentale, riproducendola spesso con maggiore abilità.

Le attività industriali si svolgono principalmente sulla base di materie prime importate e sono principalmente quelle di tipo tecnologico avanzato, come ad esempio meccaniche, elettromeccaniche, chimiche ed informatiche, che coprono più della metà della produzione complessiva.

Sono noti a tutti i principali prodotti, quali  automobili,  motociclette, apparecchi fotografici, televisori ed apparecchi elettrodomestici in generale, ma sono anche rinomati gli strumenti ottici e medici, nonché le costruzioni navali.

Il modello giapponese ha comunque avuto nel corso degli anni più recenti notevoli modificazioni tanto rapide quanto incisive.

Mentre negli anni settanta aveva raggiunto la massima espansione nei settori di base, quali la siderurgia e i trasporti marittimi, essenziali per il necessario approvvigionamento delle materie prime di cui il paese è scarsamente dotato, dagli anni ottanta ha sviluppato fortemente il settore finanziario, approfittando della globalizzazione dell’economia e della liberalizzazione dei mercati.

Il Giappone ha in qualche modo ereditato il ruolo che era stato della Gran Bretagna nel XIX secolo e poi degli Stati Uniti, diventando il primo fornitore di capitali in campo mondiale.

Negli anni novanta tuttavia molti elementi sono intervenuti a turbare gli equilibri che si erano fino ad allora delineati, non ultimo il desiderio da parte delle altre potenze economiche, quali Europa e USA di frenare l’invasione dei prodotti giapponesi, la cui esportazione verso tali aree aveva raggiunto quasi l’ottanta per cento.

Altro elemento importante è l’aumentata concorrenza dei paesi asiatici emergenti, quali Taiwan,  Corea e Cina, che hanno fortemente migliorato la qualità tecnologica dei loro prodotti, mantenendo la competitività, avendo a loro favore anche un minore costo della manodopera.

Inoltre, nonostante tentazioni di tipo protezionistico tesi a mantenere l’integrità del mercato interno, il Giappone lo ha dovuto aprire, sotto la pressione degli U.S.A e dei paesi aderenti alla C.E.E.

La crisi economica presentava già sintomi congiunturali preoccupanti: nel 1993, il tasso di crescita del prodotto lordo giapponese risultava del – 0,5%, a fronte di una media di + 4,4% nel periodo 1985-92. Il valore è tornato positivo solo nel 1995 anno in cui a giocare a sfavore dell’economia giapponese ci si mise il disastroso terremoto di Kobe che, oltre ad arrecare gravissimi danni economici nel cuore portuale della megalopoli giapponese, circa 5000 morti, 280000 senza tetto e il 90% delle attrezzature danneggiate, ha fatto emergere inefficienza, corruzione latenti e disoccupazione, fattore prima pressoché sconosciuto nel paese, con effetti psicologici non meno pesanti di quelli materiali.

Nonostante tutto  il Giappone rimane una grande potenza economica mondiale, che con la riconversione sia della produzione che delle risorse umane nella direzione della ricerca e dello sviluppo, può mantenere il ruolo di nazione predominante nell’area Asiatica, dove ancora la quantità prevale sulla qualità del lavoro. 

 

Agricoltura e pesca

 

Le zone a maggiore vocazione agricola sono quella centrale, costituita dalle coste orientali del mare Interno, dalle pianure dello Honshu meridionale e del Kyushu settentrionale, i distretti circostanti, comprendenti le zone a nord del mare di Honshu e le zone occidentali e meridionali di Kyushu, e la zona pioniera settentrionale, di cui fa parte il settentrione di Honshu.

Nella prima zona si coltiva il riso durante tutto l’anno, grazie al clima mite dell’inverno; scendendo verso sud si coltivano frumento, orzo, patate e patate dolci: Nelle zone collinari costiere, grazie alle colture arboree terrazzate si coltivano fragole, ortaggi, mandarini e loti, mentre nell’entroterra prevale la coltivazione del tè.

La coltivazione del riso, a base dell’alimentazione, occupa il 40% delle superfici coltivate.

Per quanto riguarda l’allevamento si trovano solo poche aziende per i bovini da carne negli altopiani vulcanici.

Il pesce fornisce alla popolazione il maggior apporto di calorie e copre l’85% del fabbisogno di proteine animale, grazie alla grande pescosità delle acque dell’Oceano Pacifico, per effetto della combinazione di acqua calda e fredda che avviene in quel tratto di mare, favorendo lo sviluppo del plancton, che a sua volta determina lo sviluppo del patrimonio ittico.

 

 

 

Cenni storici

 

La storia del Giappone è stata fin dall’inizio caratterizzata da un forte nazionalismo, che ha spesso guardato con sospetto agli stranieri ed ha facilitato la formazione di un regime feudale, con a capo un imperatore considerato sacro, che ha retto fino alla fine del XIX secolo.

Successivamente il paese ha avuto un rapido sviluppo che lo ha portato ad essere la maggiore potenza asiatica, ma che ha contribuito anche ad alimentare le mire espansionistiche, sviluppate in una serie di guerre, per lungo tempo vittoriose, ma concluse con la tremenda sconfitta nella seconda guerra mondiale, dopo lo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Dopo la seconda guerra mondiale il Giappone divenne una nazione democratica, fortemente legata ai paesi occidentali.

Alla fine degli anni ’80 il paese fu scosso da una profonda crisi politica, causata dalla dilagante corruzione del partito socialdemocratico al governo, che portò ad un profondo rinnovamento della classe politica, con alterne vicissitudini, che hanno provocato una profonda disaffezione nell’elettorato, registrando nel 1997 un’affluenza alle urne da record negativo (59%).

Nel 1989 morì l’anziano Imperatore Hiroito, a cui succedette il figlio Akihto, ma ormai la dinastia imperiale più duratura del mondo, risalente al 600 a.c., ha solo una funzione rappresentativa.

 

 

Folclore

 

Più nelle campagne che nelle città del Giappone sussistono tradizioni popolari, usi e costumi, che l’era della grande industrializzazione tendono a cancellare.

Le feste principali sono quelle degli equinozi (21 Marzo e 23 Settembre), la festa dei bambini (5 Maggio) e quella delle bambine (3 Marzo), nelle quali si canta e si danza inneggiando alla natura e alla giovinezza.

Altre feste particolari sono quella del nutrimento, che si celebra 120 dopo il parto, nella casa dove la madre ha dato alla luce il figlio e quella per l’inaugurazione della nuova casa. Il matrimonio, che in principio non aveva significato religioso, attualmente viene celebrato secondo il cerimoniale scintoista.

Il popolo giapponese possiede uno spiccato senso del bello e dell’armonia, per cui il canto e la danza accompagnano sempre le feste.

In Giappone vi è anche una particolare attenzione alle buone maniere, che si può notare durante ogni momento della vita quotidiana, ma soprattutto nella cerimonia del tè, durante la quale il tè viene servito secondo un rigido rituale tra familiari ed invitati.

Sono ormai poche le case tradizionali giapponesi, tappezzate con la carta di riso, con scarso mobilio, con i cuscini al posto delle sedie e sul pavimento l’immancabile stuoia.

Non può mancarvi inoltre il sacrario domestico, una nicchia dove accanto a oggetti preziosi e fiori disposti secondo le rigide leggi dell’ikebana, si trovano le tavolette con i nomi degli antenati.

Intorno alla casa si trova il giardino tradizionale, essenza della raffinatezza giapponese, che sotto l’influsso della filosofia zen, proprio nella spontaneità della natura individua il simbolo della perfetta unione della natura con lo spirito.

La veste classica femminile è il kimono, ampia vestaglia con larga cintura di stoffa, che avvolge i fianchi e presenta un grosso nodo sulla schiena, attualmente utilizzato solo durante le feste.

Tra le discipline sportive quella più caratteristica e popolare è senz’altro il sumo, accanto ad altre discipline che richiedono una notevole concentrazione e destrezza, quali il judo, kendo e karate.

 
 
 

Feste nazionali

 

  • 1 gennaio: Capodanno
  • 15 gennaio: Festa degli adulti
  • 11 febbraio: Festa della fondazione dello Stato
  • 20 o 21 marzo: Equinozio di primavera
  • 29 aprile: Festa del verde
  • 3 maggio: Festa della Costituzione
  • 5 maggio: Festa dei bambini
  • 20 luglio: Festa del mare
  • 15 settembre: Festa degli anziani
  • 23 o 24 settembre: Equinozio d'autunno
  • 10 ottobre: Festa dello sport
  • 3 novembre: Festa della cultura
  • 23 novembre: Festa del lavoro
  • 23 dicembre: Genetliaco dell'Imperatore

 

 

 

 

 

 

Curiosità

 

Banzai_ Significa “Moltissimi anni” ed è un augurio che di solito si grida, alla fine di una festa o di una cerimonia, alzando le braccia dopo aver battuto le mani tre volte e ripetendo il tutto per altre due volte.

 

Geisha_ Letteralmente significa “persona di talento” ed è praticamente un’animatrice, con il compito di intrattenere gli ospiti maschili durante feste o cene di lavoro.

 

Hinomaru_ La bandiera giapponese bianca con un cerchio rosso in mezzo si  chiama Hinomaru che significa cerchio del sole.

 

Hotel_ In Giappone si possono trovare hotel a tariffa oraria, spesso con ambientazioni a tema, dove le coppie sposate cercano quella intimità che non trovano nelle loro case, piccole ed affollate. Ci sono anche hotel a loculi, frequentati da impiegati che, lavorando fino a casa, non se la sentono di farsi ore di viaggio per tornare a casa.

 

Matrimonio_ I giapponesi credono contemporaneamente in due religioni diverse: lo shintoismo ed il buddismo.

Mentre per i funerali ci si rivolge al buddismo, il matrimonio è celebrato con il rito scintoista.

Alcuni giapponesi però, pur non essendo cristiani, si sposano con il rito protestante perché considerano la cerimonia più bella e le spose non sanno resistere al fascino dell’abito bianco con il velo.

 

Nihon_ Il termine Nihon per indicare il nome del Giappone, entrò in uso nel 670 d.C. Prima il Giappone veniva chiamato akitsushima (isola della libellula) oppure yamato (terra delle montagne); i cinesi invece, all’epoca lo chiamavano “terra dei wa”  ovvero terra dei nani.

 

Occhi_ A molti giapponesi, soprattutto alle donne, non piacciono i propri occhi “a mandorla”. Alcune donne infatti, si fanno un’operazione estetica per avere le palpebre come le occidentali.

Per questo nei fumetti giapponesi gli occhi vengono disegnati grossi, tondi e spesso di colore azzurro.

 

 

Ofuru_ Il bagno  è un rito che si ripete ogni giorno: viene nominato ofuru e consiste nello spogliarsi in un locale apposito del bagno, insaponarsi e sciacquarsi stando seduti su uno sgabello ed infine immergersi nella vasca con l’acqua calda. A turo nella stessa acqua, entreranno u membri della famiglia, ma è consuetudine che i bimbi piccoli entrino insieme ai genitori.

Qualsiasi cosa accada durante la giornata i giapponesi non rinunceranno mai al loro momento “sacro” del bagno purificatore della mente più che del corpo.

Per questo i bagni pubblici sono molto diffusi e frequentati da tutti.

 


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Oshiya_ Un Oshiya, “butta-dentro” delle ferrovie nazionali , risolve un problema giapponese di etichetta : il passeggero è determinato ad entrare per raggiungere in orario il posto di lavoro, ma le porte della vettura non chiudono finche non è entrato o non è uscito. Gli altri passeggeri sono troppo educati per interferire, così con, perfetti guanti bianchi, lo si aiuta a decidersi.                         

 

 

 

 


 

Raffreddore_ E’ un gesto di estrema maleducazione starnutire o soffiarsi il naso in pubblico. I giapponesi infatti, quando sono raffreddati, nascondono il naso sotto ad una mascherina, come quelle dei medici. Quindi se in Giappone vedete qualcuno così mascherato non è per il troppo inquinamento.

 


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Scuola_ Nelle scuole giapponesi non esiste personale addetto alle pulizie: sono gli studenti insieme agli insegnanti a riordinare e pulire le aule.

Le scuole non hanno cancelli e per i bambini andarci è molto divertente: arrivano prima dell’inizio delle lezioni e si fermano anche nel dopo scuola.

 

 

 


CONCLUSIONI

 

 

Nel trarre le considerazioni finali, dobbiamo tenere presente, per prima cosa, che l’abbattimento del potere shogunale fu opera della stessa classe sociale che viveva all’ombra di quel potere, e che al tempo stesso lo giudicava inadeguato alle nuove prospettive storiche aperte dall’urto con l’imperialismo occidentale. In Europa l’ancien régime era stato distrutto da una borghesia cosciente del proprio essere classe autonoma e che si sentiva limitata dagli angusti orizzonti in cui l’aristocrazia dominante la costringeva a vivere. In Giappone, invece, il ceto medio risentiva di una secolare condizione d’inferiorità politica e sociale dovuta alle dottrine ufficiali di governo, mutuate dal pensiero classico cinese. La borghesia agraria giapponese aveva contribuito alla creazione di un impianto pre-capitalistico agendo in stretta collaborazione con la classe samuraica. Questa collaborazione permise alla nuova classe dirigente - di estrazione, si badi bene, samuraica - di creare le basi per la rapida industrializzazione del Giappone e di perseguire il proprio progetto di potenza, esemplificato dal motto “paese ricco ed esercito potente”. Quindi, anche se i samurai andavano via via scomparendo come classe sociale autonoma, costituivano il principale capitale umano su cui si sarebbe formato il nuovo Giappone. Nel far questo, essi avrebbero strutturato la società del nuovo Stato secondo direttive autoritarie, militaristiche e imperialistiche, che sarebbero rimaste una costante della struttura politica giapponese fino alla seconda guerra mondiale.

Si deve infatti ricordare che l’oligarchia dirigente della prima era Meiji era composta da ex samurai (con l’eccezione di nobili di Corte quali Iwakura e Sanetomi). Anche se molti di loro avevano studiato all’estero ed erano quindi a conoscenza di svariati campi della cultura occidentale (Ito, ad esempio, studiò diritto in Germania e per questo motivo ideò la Costituzione del 1889 sul modello tedesco), a maggior ragione si rendevano conto del pericolo costituito dalle dottrine politiche liberali diffuse in quel momento in Occidente, le quali potevano risultare perniciose per la loro opera di costruzione di uno Stato che doveva in primo luogo essere “forte”. Tali idee cominciarono a farsi strada, con molta difficoltà, con la formazione dei primi partiti politici; ma, in quello stadio iniziale di vita del sistema rappresentativo giapponese, esse servivano più che altro da paravento per le rivendicazioni degli oligarchi “minoritari” del Tosa e dello Hizen. In questo essi godevano dell’appoggio di elementi della borghesia agraria legati loro da vincoli preesistenti alla caduta dello shogunato.

La stessa classe borghese, inoltre, era stata in gran parte contaminata dai samurai, sia prima che dopo il 1868. Prima di quell’anno, dalla trasformazione dei guerrieri, in tempo di pace, in burocrati che spesso traevano dalla partecipazione alle attività mercantili un sostegno finanziario ben più consistente delle loro rendite feudali; e dopo, dalla commutazione delle pensioni, che spinse i samurai, ormai indistinguibili dalla gente comune, a entrare nei meccanismi produttivi dell’economia.

Alla luce di quanto detto, possiamo tentare di risolvere l’apparente contraddizione del “rinnovamento nella conservazione” effettuato dall’aristocrazia militare giapponese nel periodo fin qui esaminato. Le divisioni e i conflitti d’interesse all’interno di tale aristocrazia ne avevano favorito, nella lotta per la guida del sistema, la parte più potente economicamente e militarmente, e più attenta ai mutamenti e ai progressi in atto nelle aree più avanzate del mondo di allora. Con l’appoggio della borghesia rurale, questa parte della classe samuraica aveva abbattuto il vecchio sistema e ne aveva fondato uno più consono all’esigenza primaria del paese: potenziarsi o soccombere. La matrice di questo nuovo sistema era però derivata dal vecchio; quindi, le riforme che trasformarono la classe samuraica, a seconda delle divisioni interne ad essa, in ceto medio o alto, non facevano altro che portare a compimento un processo già iniziato sotto i Tokugawa.

Allo stesso tempo, mediante l’istituzione di un nazionalismo che (al contrario di quello europeo) serviva proprio a indebolire ogni riaffermazione della sovranità popolare in nome della coesione dello Stato, il regime non solo non abbandonò i vecchi valori che erano stati il vangelo della classe samuraica, ma li estese a tutto il Giappone1. Se un abbandono ci fu, esso riguardò tutti gli orpelli feudali che ancora intralciavano la coesione della nazione, le “barbare costumanze” che mal si accordavano con la visione di modernità, uniformità e centralizzazione perseguita dagli oligarchi Meiji. In questo essi riscossero un importante successo, come dimostra la testimonianza di Funakoshi.

Vi fu quindi, nella transizione da un regime feudale a uno autoritario e fortemente centralizzato, un’indiscutibile continuità. A questo si aggiunga la mancanza di violente ed estese sollevazioni popolari del genere di quelle che ebbero luogo in Europa tra il 1789 e il 1848. Infatti, la presenza, nell’amministrazione dello Stato, di individui provenienti dalle file del buke, con la conseguente perpetuazione di teorie e prassi politiche proprie del periodo Tokugawa, aveva eliminato perfino i presupposti di simili sollevazioni. A nostro parere, non si può dunque parlare del Meiji come di una vera e propria “rivoluzione”; tanto più se si considera la persistenza dei rapporti di produzione di tipo feudale (fondati sullo sfruttamento e sulla totale sottomissione al padronato) nelle campagne e nelle fabbriche.

Tra gli elementi di rottura e quelli di continuità, notiamo pertanto un’evidente prevalenza dei secondi, almeno nell’arco temporale di cui ci siamo occupati. Addirittura certi autori hanno definito il sistema sociopolitico giapponese istituito dopo il 1868 come “feudale-capitalistico” (Konrad e Jukof)2, o come “un regime che ebbe nella sostanza caratteri più feudali dello shogunato al suo declino” (Sansom)3. Senza arrivare alla radicalità di queste affermazioni, bisogna effettivamente riconoscere che il nuovo Stato fu fondato, governato inizialmente e portato alla modernità da un’oligarchia composta quasi completamente da ex samurai (dai cui ranghi sorsero anche i primi movimenti politici organizzati); amministrato da funzionari in larga parte anch’essi di origine samuraica, e che non di rado avevano accumulato il loro bagaglio di esperienze al servizio dei daimyo; economicamente in mano a una borghesia in cui confluivano ex daimyo ed ex samurai arricchitisi con le speculazioni effettuate di concerto con la classe mercantile, la quale in seguito sarebbe stata legata a doppio filo alla classe dirigente per via dei rapporti clientelari con i funzionari di origine samuraica; dotato di una coscienza nazionale “fabbricata ad arte” ed elaborata sulla scorta della tradizionale etica del Bushido, sostituendo la figura del signore feudale con quella della patria e dell’imperatore, simbolo vivente dello “spirito nazionale”.

Ritornando alla domanda che ci eravamo posti all’inizio possiamo allora avanzare, alla luce delle nostre osservazioni, la seguente risposta: l’aristocrazia militare giapponese effettivamente scomparve come classe sociale a sé stante, ma al tempo stesso creò le basilari strutture politiche, sociali, economiche e ideologiche su cui il Giappone si sarebbe retto fino alla metà del ventesimo secolo. Di queste strutture i samurai costituirono la linfa vitale, e il loro successo fu confermato dal brevissimo tempo che il Giappone impiegò per raggiungere la forma da loro desiderata: quella di uno Stato potente, capace di partecipare alla “gara imperialistica” in cui i paesi maggiormente sviluppati del pianeta erano già da tempo impegnati.

Per concludere, possiamo riassumere quanto emerso dalla nostra ricerca in alcuni punti salienti:

1. La politica di oppressione e di chiusura impostata dai Tokugawa creò da sé le premesse per il proprio declino. I Tokugawa realizzarono l’unità amministrativa del Giappone senza crearne l’unità nazionale; anzi, con la loro divisione tra daimyo fudai e tozama, favorirono le spinte autonomistiche e i sentimenti d’insofferenza verso il potere centrale in quei feudi che erano loro avversi.

2. La pressione dell’imperialismo occidentale rivelò la fragilità e la mancanza di unità del bakufu, creando un vuoto di potere di cui si avvantaggiarono i grandi feudi tendenzialmente ostili ai Tokugawa. Il punto di riferimento per l’azione di questi feudi fu la Corte imperiale, sull’onda della rinascita nazionalistica dei decenni precedenti. Essi furono inoltre assistiti dall’appoggio della borghesia rurale, insofferente dei limiti posti alla sua libertà di movimento dalle direttive economiche imposte dall’autorità centrale.

3. L’abbattimento del potere dello shogun e la restaurazione dell’autorità imperiale furono frutto delle decisioni prese essenzialmente da un gruppo di individui appartenenti quasi tutti alla classe samuraica. Essi costituirono un governo oligarchico che guidò il Giappone lungo la strada delle riforme, con l’obiettivo di trasformare il paese in una grande potenza al pari delle nazioni occidentali. A questo scopo furono utilizzate le conoscenze tecnologiche dell’Occidente, sfavorendo nel contempo la penetrazione delle idee liberali, che avrebbero potuto minare il nuovo ordine.

4. L’abolizione dei privilegi feudali privò definitivamente la classe guerriera dei suoi attributi fondamentali e ne determinò la trasformazione in ceto medio impiegatizio e, a livello più alto, la confluenza nella grande borghesia imprenditoriale, che a sua volta si servì dei legami con la classe dirigente, stabiliti fin dall’epoca shogunale, per compiere la propria scalata verso posizioni di maggiore importanza politica, sociale ed economica.

5. L’oligarchia dirigente assicurò il consolidamento dell’unità nazionale attraverso la creazione di un’ideologia nazionalistica largamente basata sui principii etici e comportamentali dei samurai. Quest’ideologia fu inculcata nella popolazione per mezzo di un sistema d’indottrinamento di massa che ebbe nella pubblica istruzione e nella leva militare i suoi principali punti di operazione. Sempre in nome della coesione nazionale, furono soffocati i tentativi di ripristino dell’ordine sociopolitico precedente, mentre la continuazione dell’assoggettamento del proletariato impedì il sorgere di una coscienza sociale tra i contadini e gli operai.

6. La classe guerriera abbandonò progressivamente le tentazioni nostalgiche e fu la principale artefice delle fondamenta del Giappone moderno, cessando di costituire un gruppo sociale ben definito come era stato nel periodo precedente, ma nel contempo costruendo l’impalcatura del nuovo Stato e occupando posti di rilievo in essa. L’impronta data dai samurai al Giappone originò l’autoritarismo e il militarismo che caratterizzarono la vita sociale e politica del paese fino al 1945.

 

1.   Sulla genesi del nazionalismo giapponese, si veda: Maruyama, op. cit.,  cap. IV.

2. N. KONRAD/E. JUKOF, Storia moderna del Giappone, in: N. KONRAD/N. Staroselzief/f. mesin/e. jukof, Breve storia del Giappone politico-sociale, Laterza, Bari 1936, p. 138.

3.  Citato in Gatti, Transizione... cit. , p. 219.

 

LA NOBILTA' GIAPPONESE


Il Giappone non ha mai avuto, almeno non prima degli anni '50 del XIX secolo, una classe nobiliare paragonabile a quella europea, né per funzione sociale, né dal punto di vista ideologico.
In realtà, l'unica famiglia nobile in senso stretto è la casa imperiale, e la corte dei parenti dell'imperatore. Un diverso tipo di "nobiltà" è costituito dalle famiglie dei monaci buddhisti , che popolarono il Giappone di templi a partire dal VII secolo. Il priore di un tempio, a differenza dei monaci, tramandava la conduzione del tempio ai figli, e insieme ad essa la storia della propria famiglia e quella della zona del tempio stesso. Le famiglie più antiche sono quindi quelle che si possono ricondurre a un tempio o alla corte imperiale, che fino al XIX secolo viveva e regnava nella zona di Nara, Kyoto e Osaka, nel Sudovest del paese.
A partire dal XIII secolo, l'avvento al trono di un imperatore bambino, in un periodo di disordini, spinse la corte a creare la figura dello Shogun, il comandante dell'esercito, che aveva il compito effettivo di governare il paese e mantenere l'ordine. Lo Shogun era normalmente scelto tra i parenti della casa imperiale, e di norma non tramandava il titolo ai discendenti. Il suo era un incarico conferito dall'imperatore o dai reggenti. Alle sue dipendenze si creò lentamente una classe di guerrieri, i Samurai, con funzioni militari e burocratiche, che per certi versi può essere avvicinata alla nobiltà occidentale (e piemontese in particolare, se si tiene conto della parsimonia e dello spirito di servizio che la caratterizzava). I Samurai avevano uno stile di vita e dei codici di comportamento improntati all'obbedienza, alla fedeltà allo Shogun ed alla totale dedizione al dovere, venivano investiti per meriti in battaglia o per atti particolari, erano gli unici giapponesi autorizzati a girare armati. Si occupavano di tutti i compiti riguardanti l'amministrazione del regno, la riscossione delle tasse, i compiti di polizia e difesa. Erano organizzati militarmente, con diversi ordini che andavano dal semplice guerriero al Daimyo, l'equivalente di un nostro feudatario, che controllava un territorio piuttosto vasto e comandava un piccolo esercito
Alla fine del XVI secolo tre diversi Shogun (Nobunaga, Hideyoshi e Tokugawa) posero fine alla lunga serie di guerre che aveva travagliato il paese, portandolo finalmente alla riunificazione. L'ultimo di questi Shogun diede allora il via a una sorta di colpo di stato, trasferendo il governo a Edo (l'odierna Tokyo), relegando l'imperatore e la corte a Kyoto, privandolo di tutto il potere politico e rendendo il proprio titolo ereditario. Il legame con la famiglia imperiale venne a interrompersi e, sebbene l'Imperatore mantenesse intatto il prestigio e la valenza religioso-spirituale tradizionale, il potere effettivo finì tutto nelle mani dei Tokugawa.
Per evitare rivolte o congiure tra i Samurai, i vari feudatari locali dovevano soggiornare a Edo per metà dell'anno, conducendo una vita dispendiosa e osservando il cerimoniale di palazzo, rimanendo in questo modo sotto il controllo
dello Shogun e dando origine allo stesso tempo ad una società raffinata, colta e mante dell'arte. In questo periodo videro il loro culmine alcunbe tra le tradizioni più particolari del Giappone, come l'arte di disporre i fiori, di comporre poesie, la cerimonia del thé, danza, teatro e musica.
Il fatto che i Samurai dovessero trascorrere tanto tempo lontani da casa lasciava sulle spalle delle loro spose un fardello non indifferente. Tutta la cura della casa, delle terre, dalla contabilità alla riscossione delle imposte era responsabilità della padrona di casa, il che fa capire la preparazione severa cui anche le nobildonne si sottoponevano. All'età di sei anni, sei mesi e sei giorni le fanciulle iniziavano a studiare danza, canto, musica, poesia, e a tredici anni erano pronte per essere scelte come spose. Siccome il nome della sposa (come quello delle figlie) non veniva riportato sui documenti, ogni madre si assumeva il compito di trasmettere alla figlia primogenita la storia della propria famiglia, in forma di racconto o di canto. Insieme alla storia femminile della famiglia, la primogenita ereditava anche stemmi e sigilli con cui adornare il corredo. Lo stemma nobiliare giapppnese normalmente è circolare, e quelli femminili si distinguono per la maggior sottigliezza delle linee e per la finezza del disegno.
Gli ultimi decenni dell'era Tokugawa, caratterizzata da un isolamento pressoché assoluto dal resto del mondo, mostrarono come l'equilibrio stabilito dai Tokugawa tra i vari poteri iniziava a sgretolarsi. Infatti ai Samurai, che detenevano il potere militare, era proibito maneggiare il denaro, e ricevevano uno stipendio in riso. L'Imperatore era ancora formalmente il padre di tutti i giapponesi, ma non aveva potere politico o militare, mentre la classe mercantile, che si stava arricchendo con i commerci derivati dallo stile di vita della capitale, era relegata al gradino più basso della scala sociale, disprezzata perfino dai contadini. Era l'equilibrio di un sistema chiuso, che però non poteva ignorare le pressioni di un mondo, quello dell'avventura colonialista europea, che si faceva sempre più invadente. L'inizio della vendita dei titoli nobiliari segna in un certo senso la degenerazione dei costumi dell'epoca.
La classe dei Samurai fu completamente azzerata negli anni '50 del XIX secolo, in occasione della "restaurazione" Meiji. Le continue pressioni occidentali sul Giappone perché spezzasse l'isolamento degli ultimi 300 anni trovarono risposta in un energico imperatore, che decise di restaurare l'istituzione imperiale e di esutorare il potere dello Shogun. L'impressionante serie di riforme che accompagnarono la restaurazione comprendeva anche la creazione di una classa nobiliare ricalcata esattamente sulla nobità europea, i cui membri vennero scelti nella cerchia della corte imperiale e tra chi più si era speso per il successo dell'opera, oltre che tra chi era pronto a pagare per un titolo. Moltissime famiglie antiche vennero travolte dagli eventi e preferirono restituire la sciabola e rientrare tra le file del popolo piutosto che entrare nei ranghi di una classe cui si sentivano estranee.
La classe nobiliare nata dalla restaurazione, dopo la Seconda guerra mondiale venne a sua volta azzerata e dispersa. L'amministrazione controllata del Quertier Generale americano, oltre a negare l'origine divina dell'Imperatore, abolì tutti i titoli e i privilegi nobiliari, e si spinse, nella sua opera di cancellazione di una tradizione pericolosamente guerriera, alla proibizione di forgiare le katana, le sciabole tradizionali dei Samurai, e di condurre ricerche genealogiche. Questo spiega in parte la scarsezza di informazioni sulle antiche famiglie giapponesi.

 

 

LA CONTINUA CRISI DELL’ECONOMIA GIAPPONESE

 

Makoto Itoh

 

 

I mitici anni in cui il Giappone cresceva ad un tasso doppio rispetto alla media ocidentale e si conquistava un primato in tutti i settori industriali di punta sono finiti da tempo. L’ultimo decennio ha visto l’economia giapponese immersa in una stagnazione quasi assoluta, prodotto dell’esplosione della immane bolla speculativa degli anni 80. Le contradditorie politiche neoliberiste applicate dagli ultimi governi a tutto servono tranne che a rimettere in moto il regolare meccaniusmo della crescita.

 

 

  1. Un passaggio dialettico dalla posizione di numero uno a quella di peggiore

 

L’economia giapponese aveva attirato su di sé l’attenzione del mondo intero per la sua potenza e per la sua relativa stabilità, durate fino alla fine degli anni 80. Il paese si è regolarmente ripreso dai danni provocati dalle crisi petrolifere del 1973-75 e del 1979-83, mantenendo un tasso di crescita (3,9% annuo nel periodo dal 1974 al 1990) più elevato rispetto alla maggior parte delle economie più avanzate (circa il 2.8% nello stesso periodo nell’area OCSE) benché si trattasse di un ritmo pari a meno della metà di quello raggiunto durante la fase del boom economico del sol levante, dalla fine della II guerra mondiale alla metà degli anni 70. È fuori discussione che il metodo giapponese di gestione aziendale, caratterizzato dalla garanzia dell’impiego a vita per i lavoratori, da aumenti salariali fondati sul criterio dell’anzianità e da un sindacalismo su base aziendale, abbia dimostraro efficacia nel garantire la compartecipazione dei lavoratori ai destini delle aziende e perció, nonostante la notevole rivalutazione dello yen nel corso del tempo, nel rafforzare la competitività sul mercato mondiale che ha consentito un costante saldo attivo della bilancia dei pagamenti. Nel 1987 il reddito nazionale pro capite del Giappone si trovò a superare quello degli Stati Uniti, fornendo la forte impressione che il Giappone fosse ormai diventato “il numero uno” nel mondo.

Negli anni 90 l’economia giapponese è tuttavia drammaticamente peggiorata. Il tasso di crescita è diminuito in media sino all’1% annuo, in alcuni anni cadendo anche al di sotto dello zero, ciò che fatto definire gli anni 90 come il “decennio perduto dell’economia giapponese”. Decennio perduto che però non é ancora terminato come testimonia la crescita negativa dello 0,5 % registrata nel 2001 ed il timore generale, espresso anche dal governo, di non riuscire a raggiungere il 2002 il pur infimo livello di crescita dello 0,2 %. All’opposto dei suoi bei giorni d’antan, l’economia giapponese presenta ormai la peggiore performance fra tutte le economie più avanzate.

Nella lunga storia del capitalismo, i passaggi dialettici dal successo al fallimento, o dalla prosperità alle crisi autodistruttive ed alla depressione si sono ripetuti spesso, in vari periodi e con aspetti diversi. Lo spettacolare peggioramento dell’economia giapponese negli anni 90 è paradossalmente derivato anche dal successo che essa aveva conseguito nelle ristrutturazioni effettuate negli anni 80. Grazie alla compartecipazione dei lavoratori e dei sindacati, le grandi imprese hanno accresciuto la loro capacità competitiva sul mercato mondiale attraverso l’introduzione di tecnologie informatiche e di un’automazione sempre più sofisticata da una parte e l’uso di numero sempre maggiore di lavoratori irregolari, a part time e di ogni genere possibile di lavoro segmentato ai costi più bassi dall’altra. I salari reali (in termini di potere d’acquisto) sono così rimasti invariati a partire dalla metà degli anni 70 in poi. La maggior parte delle imprese giapponesi sono poi riuscite a cancellare i debiti contratti con le banche e a cominciare ad accumulare riserve interne di capitale monetario, lasciato inattivo perché non esistevano progetti di investimento. Oltre a ciò, le grandi aziende hanno aumentato il loro intervento diretto sui mercati finanziari interni ed esteri per ottenere ulteriore capitale monetario attraverso l’emissione di azioni, di obbligazioni convertibili (ossia trasformabili in azioni) e di titoli di vario genere. Le grandi banche giapponesi dipendevano tradizionalmente dalla comodità di un tasso di risparmio delle famiglie relativamente elevato (negli anni 80 pari a più del 20% secondo un indagine sulle famiglie svolta dall’agenzia di ricerche della presidenza del governo) che poi impiegavano per effettuare prestiti alle grandi imprese. Quando le banche hanno perso questi sicuri clienti tradizionali tra le grandi imprese, divenute relativamente più autonome, hanno iniziato ad esplorare nuove possibilità di fare affari attraverso prestiti alle piccole e medie aziende, la concessione di crediti al consumo, specialmente per finanziare l’acquisto della casa, e prestiti alle compagnie immobiliari e al settore delle costruzioni.

Nel 1985, in seguito agli accordi dell’Hotel Plaza fra le grandi economie occidentali  per ridurre i tassi di interesse col fine di stimolare la domanda interna, moderare le frizioni commerciali con gli Stati Uniti e fermare l’eccessiva rivalutazione del dollaro, il capitale delle grandi imprese giapponesi accumulato come denaro prese a venire riversato nelle attività speculative del mercato degli immobili e nella borsa di Tokyo. Anche le banche giapponesi e le altre istituzioni finanziarie spostarono, direttamente o indirettamente, le loro capacità di concedere crediti in maniera flessibile verso la speculazione sui mercati immobiliare e azionario. Così, a partire dal 1986 fino alla fine degli anni 80 si assistette allo sviluppo di una enorme bolla sia nel settore immobiliare giapponese sia nel mercato finanziario, bolla collassata proprio all’inizio degli anni 90. L’ammontare complessivo di valori patrimoniali dissolti per la perdita di capitale nel settore immobiliare e nel mercato finanziario raggiunse l’ammontare di un milione di miliardi di yen verso la metà degli anni ‘90, cifra che corrisponde a 2,4 volte il PIL. Si tratta di un valore enormemente grande e devastante, se si pensa che la distruzione di capitale avvenuta negli Stati Uniti durante la Grande Crisi dopo il 1929 fu pari a “solo” 1,9 volte il PIL.

 

  1. Un circolo vizioso dell’economia giapponese  

 

Poiché verso la fine degli anni 80 la prosperità economica del Giappone si trovava a dipendere dalla continua crescita della bolla speculativa che forniva la base dell’espansione della domanda di beni di consumo e di investimento, l’esplosione della bolla stessa ha provocato un calo della domanda effettiva attraverso la dissoluzione dei valori dei patrimoni azionari, obbligazionari e fondiari. L’indice Nikkei relativo a 225 titoli della Borsa di Tokyo scese dal suo picco massimo di 38915 yen alla fine del 1989 al livello di circa 15000 yen verso la fine del 1992, corrispondenti ad una perdita di capitale pari a 430 mila miliardi di yen, e dopo svariati alti e bassi, ha continuato il suo scivolamento fino al presente valore di 8300 yen. Anche i prezzi dei terreni e degli immobili sono continuamente scesi fino a raggiungere un livello posto fra la metà ad un terzo dei valori massimi.

Le banche e le altre corporation finanziarie vennero colpite da una distruzione dei valori patrimoniali così persistente e gigantesca poiché avevano prestato enormi quantità di denaro al mercato speculativo di immobili e di azioni, soffrendo per il deterioramento dei prestiti ipotecari, cattivi prestiti dai quali non ci si potevano attendere rendimenti vista la fase di caduta dei valori dei patrimoni. L’accordo di Basilea del 1987 presso la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (l’ente di coordinamente delle Banche Centrali) imponeva alle banche impegnate in affari a livello internazionale di mantenere, dopo l’aprile 1993, un rapporto tra il capitale proprio e il totale delle attività di bilancio ad un livello non inferiore all’8%. Quando venne stipulato l’accordo, le banche giapponesi credevano che  tale livello si potesse raggiungere dal momento che nel capitale proprio si conteggiava il 45 % delle plusvalenze latenti sul prezzo delle azioni (l’eccedenza dei prezzi correnti delle azioni rispetto ai loro valori iscritti a bilancio al momento dell’acquisto). Al momento dell’accordo sulla regola dell’8% non si prevedeva che nelle banche sarebbero poi sparite le plusvalenze e si convertissero anzi in minusvalenze, come sta ora accadendo da tempo…

Per stimolare la domanda interna e alleviare le difficoltà del sistema bancario, la Banca del Giappone ha via via ridotto il tasso di interesse ufficiale dal 6% nel 1990 all’1,75 nel 1993, continuando ad abbassarlo ulteriormente fino al minimo storico dello 0,5% nel settembre del 1995, superato poi dallo 0,1% del settembre 2001. Ma le banche non sono riuscite ad usare le facilitazioni di credito offerte della Banca del Giappone per espandere le capacità di prestito dato che il valore del loro capitale continuava a diminuire. Gli accordi di Basilea costringevano le banche a diminuire le attività detenute come prestiti per conformarsi alle regole della BRI; le  banche naturalmente erano anche preda della paura che l’allargamento del credito potesse fare aumentare la quota di cattivi prestiti, quindi sempre più spesso hanno cominciato a rifiutare il rinnovo dei prestiti alle imprese loro clienti. Dato che negli anni precedenti i clienti più importanti delle banche giapponesi erano diventate le medie e piccole imprese, le agenzie immobiliari e le imprese di costruzioni, le continue difficoltà delle banche  e la conseguente restrizione del credito hanno trasmesso una forte tendenza depressiva a tutte queste attivitá, tanto che il numero dei fallimenti annuali delle imprese è rimasto sempre elevato attorno ai 14.000 nel periodo 1992-1995 per superare i 19.000 nel 2000.

Essendo più dei due terzi dei lavoratori giapponesi occupati nelle piccole e medie imprese, le tendenze depressive  con l’alto numero di fallimenti sono diventate la causa principale dell’aggravamento delle condizioni del mercato del lavoro, caratterizzato da una disoccupazione costantemente in crescita. Inoltre dopo il 1992, quando le grandi imprese giapponesi hanno accelerato la propria internazionalizzazione spostando fabbriche nei paesi asiatici vicini, è cominciata a diminuire anche l’occupazione nelle grandi industrie manifatturiere. Così il tasso di disoccupazione del paese è passato dal 2% del 1990 al 3% del 1994, a più del 4 % nel 1998 per arrivare al 5,7 % nel marzo del 2002 (percentuale che corrisponde alla cifra di 3.750.000 persone senza lavoro). Occorre considerare che in Giappone la definizione di disoccupazione è estremamente ristretta e viene generalmente riconosciuto che le statistiche ufficiali dovrebbero essere  raddoppiate per essere paragonabili con i dati ufficiali dei paesi avanzati dell’Occidente. Se le cifre menzionate dovessero appunto venire raddoppiate, il livello del tasso di disoccupazione del Giappone sarebbe peggiore di quello dei paesi occidentali più depressi. I redditi familiari dei lavoratori si sono ridotti non solo per l’incremento del tasso di disoccupazione ma anche per i tagli alle gratifiche e agli straordinari e per i salari inferiori pagati al crescente lavoro part-time.

È perciò del tutto logico che la domanda di beni di consumo sia calata pressoché continuamente nel corso degli anni 90 e degli anni seguenti, come del resto la domanda di investimenti è rimasta stagnante a causa della pressione verso il basso esercitata dall’elevata quota di capacità produttiva inutilizzata. Tutto ciò ha impedito alle banche di eliminare i cattivi prestiti, che si sono anzi trovati riprodotti si scala allargata in una spirale di deflazione economica. Le stime sull’ammontare dei prestiti insolvibili nel 1992, riportate dal Financial Times di Londra, lo comprendevano tra i 42.000 ed i 56.000 miliardi di yen; nel 1998, secondo il Ministero delle Finanze, era salito a 76.000 miliardi di yen (pari al 12% del totale dei prestiti effettuati dalle banche) e nel 2002 sembra attestarsi sui 43.000 miliardi di yen. Alcuni esperti temono tuttavia che il valore rilevato per l’ultimo anno sia frutto di una sottostima e ritengono più vicino al vero un valore di 100.000 miliardi di yen. La fusione degli istituti di credito a formare quattro grandi banche non è riuscita a fornire una soluzione alle principali difficoltà finanziarie dell’economia giapponese.

L’essenza della faccenda é che si é venuto ad innescare un circolo vizioso costituito da difficoltà delle banche, violento restringimento del credito per le piccole e medie imprese, peggioramento dell’occupazione e delle entrate dei lavoratori, calo della domanda di consumo, diminuzione continua del valore dei patrimoni immobiliari e dei titoli.

 

  1. Politiche economiche confuse

 

L’attuale governo giapponese retto dal Primo Ministro J. Koizumi si è insidiato nel maggio del 2001. La posizione fondamentale del ministero di Koizumi è il neo-liberismo, in voga ormai dagli anni 80, che prevede la rimozione delle restrizioni statali e del controllo burocratico riponendo fiducia nel funzionamento efficiente dei principî del mercato competitivo. All’uopo, Koizumi ha dichiarato che è necessario privatizzare anche il sistema postale, dopo la privatizzazione, avvenuta nel 1985, di tre enti statali come le ferrovie nazionali, la compagnia di telecomunicazioni e quella del tabacco. Agli inizi, il suo ministero promise di ridurre entro i 30.000 miliardi di yen l’ammontare di nuove emissioni annuali di titoli di stato nel 2002 e di risolvere entro due o tre anni il problema dei prestiti insolvibili delle banche, in attesa della ripresa economica guidata dagli Stati Uniti.

Non si tratta di politiche fondate su un’analisi adeguata del circolo vizioso in cui è caduta l’economia giapponese. Viene completamente trascurato il fatto che lo sviluppo e l’esplosione dell’enorme bolla sono strettamente legati alle privatizzazioni neo-liberiste, alla deregulation del mercato finanziario ed alla ristrutturazione del mercato del lavoro verso forme individualiste, tendenti a riformare l’intera società come un’azienda  fortemente centralizzata soggetta alla tendenza verso un costante incremento della disuguaglianza tra le persone. Aderendo al punto di vista neoliberista, il governo non si preoccupa molto degli aspetti più importanti che hanno reso così difficile la ripresa dell’economia giapponese, come la continua erosione delle industrie giapponesi a causa dell’aumento della pressione competitiva dei paesi asiatici circostanti, il declino della domanda di beni di consumo dovuta alla riduzione delle entrate familiari dei lavoratori con una crescente instabilità della loro condizione economica. Finché i circoli d’ affari e la gente comune continueranno a temere un futuro instabile prigioniero della persistente spirale di una depressione deflazionista, i patrimoni finanziari accumulati dalle famiglie, che ammontano a 1.400.000 miliardi di yen, saranno difficili da convertire in domanda effettiva di beni, ma seguiteranno ad essere prigionieri, secondo la terminologia keynesiana, in una “trappola della liquidità”.

Le politiche neo-liberiste sono contradditiorie. Per ridurre il deficit del bilancio statale, il governo ha accresciuto il carico che pesa sulla popolazione introducendo nel 1989 una tassa sui consumi del 3% che è passata al 5% nel 1997. Ponendo l’accento sui principi di mercato della responsabilità individuale, il governo ha operato tagli al sostegno statale all’istruzione ed ai servizi sanitari. Le pensioni sono a loro volta pronte ad essere trasformate in piani privati del tipo dei fondi pensione americani denominati 401K o in fondi di investimento a responsabilità individuale. D’altra parte, però, il credo neoliberista è stato abbandonato con le politiche economiche di emergenza, reiterate soprattutto a favore delle imprese capitaliste e delle banche, come gli investimenti statali per la costruzione di autostrade e di edifici pubblici con lo scopo di mitigare le difficoltà delle compagnie di costruzioni e la  caduta dei prezzi dei terreni. Tra il 1992 ed il 2000 le spese statali per la ripresa economica sono ammontate a 120.000 miliardi di yen, a parte l’iniezione di denaro pubblico nelle banche che ha totalizzato 30.000 miliardi di yen dal 1998. Nel frattempo l’imposta sulle società veniva gradualmente ridotta dal 42% al 30% e l’altissima aliquota massima sui redditi personali dei più ricchi veniva ridotta dal 75% al 37% parallelamente ad una sostanziale riduzione della tassa di successione. Così, in una fase di depressione continua, il gettito fiscale avrebbe potuto far tutto tranne che riprendere. Il risultato è stato che, in contrasto con l’obiettivo della politica neo-liberista di riduzione del deficit statale, l’emissione di titoli di stato giapponesi é notevolmente aumentata passando dai 70.500 miliardi di yen nel 1980 a 166.000 miliardi di yen nel 1990 fino ai 389.000 miliardi del 2001. Il debito pubblico complessivo, incluso quello delle amministrazioni locali, ha cosí raggiunto alla fine del 2001 i 666.000 miliardi di yen corrispondenti al 134% del PIL.

E’ paradossale osservare che a partire dagli anni 80 sotto i governi neo-liberisti è stata adottata una politica di deficit fiscale su larga scala che di fatto é di tipo keynesiano. Gli effetti tuttavia non sono poi così scontati. Si potrebbe sostenere che, proprio grazie a questo tipo di politica, accompagnata da bassissimi tassi di interesse e dall’iniezione di denaro pubblico nel salvataggio delle grandi banche, nonostante i danni devastanti prodotti dal collasso della gigantesca bolla finanziaria, finora è stato evitata una crisi economica acuta e si è avuto soltanto un lieve graduale aumento della disoccupazione. Ed è stata anche evitata la possibilità di una grave crisi globale che prendesse avvio dal Giappone. D’altro canto, la spirale deflazionaria depressiva invece è stata tanto più prolungata al posto di una possibile crisi acuta seguita dal rimbalzo della ripresa a forma di V. L’enorme aumento della spesa pubblica non è stato efficace nell’accrescere la domanda effettiva e la relativa ripresa economica. In Giappone la costruzione di autostrade, per esempio, non ha favorito di molto l’aumento della vendita di automobili ed ha avuto un effetto limitato sull’occupazione locale per via del largo uso di sofisticate macchine pesanti che richiedono poco lavoro, ma grazie alle quali sono state certamente alleviate le difficoltà delle compagnie di costruzione e delle banche ad esse legate.

La spesa pubblica è stata indirizzata in maniera inappropriata ed inefficace al fine di cancellare l’ansia e la paura dei lavoratori per le proprie condizioni di vita. I costi privati per la crescita dei figli, per l’istruzione, per i servizi sanitari e per le cure dei familiari più anziani sono stati largamente lasciati fuori dagli interessi della spesa pubblica e sono piuttosto aumentati per l’aggravarsi della crisi delle entrate dello Stato. Ne è risultata una brusca diminuzione del tasso di natalità da un valore superiore a 2 agli inizi degli anni 90 a 1,33 per ogni donna giapponese nel 2001, con la rapida formazione di una società con una bassa percentuale di generazioni più giovani. Nel prossimo futuro la politica statale ha probabilmente in programma un ulteriore incremento della tassa sui consumi e l’imposizione di nuovi carichi  per i piani pensionistici e le assicurazioni sanitarie. Si vede quindi come la crisi fiscale dello Stato è al tempo stesso il prodotto e la causa dell’allargamento delle ineguaglianze economiche all’interno del popolo giapponese e danneggia pesantemente la sicurezza ed il benessere economico della massa di lavoratori e delle persone più deboli. In una situazione di questo genere il risparmio delle famiglie, che è piuttosto elevato, non può ovviamente essere trasformato in liquidi e utilizzato per riprendere i consumi.

Il piano congegnato dal Ministro delle Finanze H.Takenaka per risolvere la questione dei prestiti insolvibili delle banche, consistente nel taglio di tali prestiti in questo anno, comporterebbe un aumento dei fallimenti delle imprese e della disoccupazione e un peggioramento generale delle attività economiche e della depressione. Non stupisce perciò che misure di questo genere abbiano provocato una forte resistenza e l’opposizione da parte dei circoli economici e dello stesso partito al governo (LDP) tanto da essere ridimensionate di molto. Allo stesso tempo assistiamo al fallimento del premier Koizumi rispetto alle promesse di porre un limite alle nuove emissioni di titoli di Stato al di sotto dei 30.000 miliardi di yen e di risolvere il problema delle banche relativo ai prestiti insolvibili in due o tre anni. Il suo gabinetto comincia a perdere la legittimità ed il sostegno anche all’interno dello stesso partito di governo oltre che fra i circoli economici, dato che le sue politiche economiche non solo sono inefficaci ma stanno peggiorando ulteriormente la situazione di crisi, come capitò con la politica restrittiva del governo Hashimoto nel 1997 con l’ aumento della tassa sui consumi.

Tuttavia la tragedia del Giappone di oggi sta nella mancanza di un forte partito di opposizione che rappresenti gli interessi della classe dei lavoratori e sia in grado di criticare chiaramente le politiche governative per cercare di modificarle efficacemente, a parte il piccolo Partito Comunista ed il Partito Socialdemocratico (il vecchio Partito Socialista) ormai fortemente indebolito. La collaborazione internazionale e l’influenza della sinistra europea è tutto ciò che si può attualmente desiderare per un futuro migliore dei lavoratori e della società giapponesi.

 

Tokyo, 19/11/2002                       

 

Makoto Itoh é docente di economia presso l’Universitá Kokugakuin di Tokyo nonché Professor Emeritus dell’Universitá di Tokyo. È nato a Tokyo nel 1936 e ha insegnato in svariate università estere. Fra le altre opere é autore di The Japanese Economy Reconsidered (2000), Political Economy of Money and Finance (1999), Political Economy for Socialism (1995), e The Basic Theory of Capitalism (1988).

In italiano si possono consultare di Makoto Itoh “La crisi economica in Giappone” in Plusvalore n 4 (1985) e “Un riesame del lavoro qualificato” in Plusvalore n 6 (1987), “La crisi giapponese” in La Rivista del Manifesto Luglio Agosto 2001

 

Artisti italiani invitati come impiegati imperiali e l'arte giapponese

Professore Motoaki Kono (Ordinario di Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Tokyo)

 

Nel 1876 (il nono anno dell'era Meiji) fu fondata la Scuola di Belle Arti (School of Arts of the Imperial College of Engineering) dove si cominciarono ad insegnare le arti figurative in base alla metodologia didattica moderna. Vennero così  invitati tre artisti italiani, Antonio Fontanesi, Vincenzo Ragusa e Giovanni Vincenzo Cappelletti, come insegnanti rispettivamente per la pittura, la scultura e l'architettura. In questa comunicazione si riconsiderano le loro idee ed opere, messe in relazione alla tradizione dell'arte giapponese.

Nella Scuola di Belle Arti, il corso, sia propedeutico che specializzato, diede la prima importanza alla riproduzione. In questa contesto si rammenta subito la preferenza del "copybookism"(copia e imitazione) nella Scuola di Kano in Giappone. Il "copybookism", sia per la Scuola di Belle Arti sia per la suddetta scuola, fu preferito per il fatto che entrambe aderivano all'accademismo. È superfluo dire che gli insegnanti italiani si erano tutti diplomati o temporaneamente iscritti a qualche accademia europea.

Tra i critici giapponesi che ammiravano <Immagine di donna giapponese>, capolavoro del Ragusa, uno disse che questa opera fu eseguita con tanta precisione che sembrava parlasse. Alla Scuola di Belle Arti ci si aspettava tale verosimiglianza dagli artisti italiani. Questo fatto è evidenziato dai Regolamenti della Scuola, in cui si dice che ..."di supplire ai difetti dell'arte nostrana e di creare nuove studi e ricerche sulla rappresentazione realistica." Nell'epoca Edo, gli artisti di stile occidentale avevano ormai formato la teoria, secondo la quale l'arte giapponese, perchè inferiore nel realismo o verosimiglianza all'arte occidentale, dovesse assorbire il realismo, o la verosimiglianza di quest'ultima, ossia la sua essenza.

Nella sua lezione Fontanesi spiegò che compito dell'artista è di riprodurre sia gli oggetti naturali sia quelli artificiali. Questa non fu altro che una spiegazione didattica concepita esclusivamente per i suoi studenti giapponesi. In realtà, il pensiero artistico di Fontanesi fu di stile romantico. Egli disse: <scopo della pittura non è di rappresentare il colore e la forma della natura. Occorre invece dipingere con le proprie idee>. È più che probabile che tale opinione di stampo romantico venne passata anche ai suoi allievi. Questa visione colpì certamente i suoi studenti, e probabilmente fu loro facile da comprendere. Questo è  perchè l'arte giapponese, fin da principio, tese a orientarsi verso il soggettivismo.

Fontanesi, spiegando inoltre come fosse importante prestare attenzione all'orientamento dei raggi, trasse da esempio uno tronco piramidale. Anche in Giappone erano esistiti simili episodi riguardanti Gennai Hiraga e Naotake Onoda, pittori di stile occidentale. A parte siffatto parallelismo tra Fontanesi e i pittori di stile occidentale, non è da trascurarsi il fatto che le lezioni dell'artista italiano hanno aspetti assai simili al trattato sulla pittura scritto da Okyo Maruyama. Questi fu il pittore che diede la massima importanza all'oggettivismo. Entrambi, del resto, si somigliano molto perfino al punto che tutti i due erano opposti ad una pennellata virile e fluida.

Esistevano certe somiglianze tra il pensiero pittorico di Fontanesi e la pittura orientale e giapponese. Certo, non è da dimenticarsi il fatto che le sue lezioni furono tradotte, e appuntate dai suoi allievi giapponesi; da qui la somiglianza. Pur riconoscendo questo fatto, non possiamo non interessarci alle somiglianze esistenti fra di loro. Può darsi che gli studenti giapponesi abbiano cercato di comprendere le teorie e opere degli insegnanti italiani, sulla scorta di tali somiglianze con la pittura giapponese.

I Regolamenti della Scuola di Belle Arti dichiarano che "questo istituto intende importare la tecnica dell'Occidente moderno nella nostrana tradizione artigianale..." Questo atteggiamento, simile a quello slogan di`spirito giapponese e abilità occidentale' utilizzato dal Giappone per assorbire la cultura cinese, sembra essere stato accettato facilmente dagli studenti. Se avessero messo al primo posto le idee e filosofie, davanti a quella tecnica, l'apprendimento delle tecniche artistiche occidentali sarebbe stato oltremodo difficile.

 

(tradotto da Shigetoshi Osano)

 

SCINTOISMO

 

Lo Scintoismo è la  Religione nazionale del Giappone. Culto politeista, lo scintoismo (dal giapponese shinto, "la via degli dei") venera un nutrito pantheon di kami ("dei" o "spiriti") che comprende varie classi di divinità, tra le quali gli dei locali, i fenomeni naturali, gli esseri viventi (considerati depositari di una forza vitale e spirituale) e gli antenati nobili deificati; l'imperatore è stato a lungo venerato come kami vivente. Sorto in una cultura preletteraria, lo scintoismo conserva tuttora i suoi caratteri di religione spiccatamente rituale, che invita i fedeli a venerare i kami, propiziandoseli con preghiere e offerte, e a scongiurare la loro ira evitando gli stati di impurità.

 

ELEMENTI CULTUALI

 

Il culto è sorgente di vita, perché lega agli antenati. La massima espressione del culto è la partecipazione comunitaria alle feste, nelle quali tutti sperimentano l’unione con i Kami, con gli altri uomini e con la natura. Esistono, come riti, quelli di purificazione, offerta,preghiera e sacra mensa (unione con la divinità).

 

Lo scintoismo sottolinea l'importanza della purezza rituale e non possiede una gerarchia clericale, tramandando le funzioni sacerdotali per via genealogica. Poiché il contatto con la morte, con la malattia e con il sangue è ritenuto oltremodo dannoso, si prescrivono alcuni riti, detti kegare, volti a liberare il fedele da qualsiasi forma di contaminazione. Questa religione è fondata su base territoriale e assegna agli abitanti di ciascun quartiere o paese un luogo di culto che contiene un oggetto utilizzato come manifestazione tangibile delle divinità: in genere esso è un tempio, che è un centro di vita ed è una degna abitazione di uno o più Kami. In essi è comune trovare lo specchio, che indica il cuore divino, chiaro e puro, lì presente. Anche i luoghi attorno al tempio sono considerati sacri, e vengono costituiti in modo tale da offrire a tutti il senso del mistico e del religioso. Le divinità o Kami vengono venerate anche pregando presso gli altari domestici o visitando le montagne sacre, numerose in tutto il Giappone.

 

Offerte di riso, sakè, pesce, frutta e verdura caratterizzano le cerimonie più importanti, connesse sia con i cicli stagionali, a testimonianza del fatto che i riti traggono origine da una società agricola, sia con le tappe della vita del fedele; queste sono segnate dalla prima visita dei neonati al loro kami tutelare, dal Shichi-go-san (Sette-Cinque-Tre), una festa durante la quale i bambini di cinque anni e le bambine dai tre ai sette anni pregano nei templi per ottenere buona salute, e dalle tradizionali cerimonie nuziali. Durante una festa annuale (Rei-sai) si usa portare in processione una sorta di tabernacolo, il mikoshi, fra canti e invocazioni. Il matsuri è una festa della religione scintoista giapponese, durante la quale un reliquiario trasportabile o mikoshi è condotto in processione per le strade. Si suppone che la divinità alberghi nel mikoshi, portato intorno al tempio nel rito shinko-sai. Le cerimonie scintoiste sono legate ai cicli stagionali dell'agricoltura.

 

I riti scintoisti sono spesso accompagnati dal suono di tamburi. In origine, questi strumenti a percussione erano associati a eventi militari; oggi hanno prevalentemente una funzione di intrattenimento e di accompagnamento alle danze.

 

2  TESTI SACRI

 

Fra i libri considerati sacri dallo scintoismo figurano in primo luogo testi mitologici redatti nella forma di antiche cronache, come il Kojiki (Documenti degli antichi avvenimenti, 712) e il Nihongi (Cronache del Giappone, 720). Questi testi insistono sulla discendenza della dinastia imperiale dalla dea solare Amaterasu, come motivo di legittimazione dei sovrani per diritto divino. Compendi dei rituali che costituiscono ancora oggi la liturgia dello scintoismo sono l'Engishiki (Istituzioni dell'età Engi, 905-927), un testo ricco di minuziose prescrizioni, e i cosiddetti "Cinque libri dello Shinto" (Shinto Gobusho), risalenti al XII secolo e riservati ai sacerdoti anziani.

 

  1. MORALE

 

Kami è un termine generico per indicare qualsiasi divinità. A queste va prestato il culto. A livello morale, lo Scintoismo considera l’uomo come essere spirituale, perché figlio di Kami: la natura dell’uomo è quindi essenzialmente buona. Il male viene dagli spiriti maligni, dai quali è necessario liberarsi attraverso esorcismi, purificazioni e riti vari.

Esiste una particolare solidarietà tra uomo, natura e divinità : la venerazione di un oggetto non è fine a se stessa, ma è rivolta ad una divinità o a un demone che la abita. Quindi il feticismo, cioè la venerazione di particolari oggetti, è rivolta ad essi in quanto rappresentanti corporei della divinità.

Avendo questa particolare concezione, in campo sessuale lo scintoista esprime la fedeltà come tipica del solo matrimonio , ed ammette una vita sessuale libera di uomini e donne prima di questo, considerando normale la prostituzione, i rapporti sessuali con bambini, le forme di pornografia e di perversione.

 

  1. STORIA

 

Nato dall'evoluzione di credenze popolari di natura sciamanica e animistica, lo scintoismo assunse caratteri distintivi soltanto alla fine del VI secolo, quando la famiglia imperiale fece divinizzare gli ujigami, i numi tutelari dei clan guerrieri, collocandoli in un pantheon che rispecchiava fedelmente la struttura politica vigente. Ciò rese lo scintoismo la religione ufficiale giapponese. Tuttavia l'introduzione del buddhismo (538) in Giappone influì in modo sempre più evidente sulla religione tradizionale, al punto di creare un culto sincretistico che fu codificato in termini filosofici come Ryobu Shinto ("Shinto dei due volti "). Soltanto nel XII secolo si tentò di liberare la religione tradizionale dal legame con il buddhismo; Yoshida Kanemoto (morto nel 1511), membro di una delle famiglie sacerdotali che guidavano questo movimento riformatore, elaborò una visione teologica dello scintoismo, proponendolo come religione destinata a fondere in sé tutte le altre: la sua scuola, detta Yoshida Shinto, acquisì un ruolo predominante con l'inizio della dinastia Tokugawa nel 1603 e, pur non riuscendo a sradicare il culto sincretistico, ispirò direttamente le scuole Kokugaku ("Dottrina nazionale"), che alla fine del XVII secolo restituirono alla fede nazionale la sua funzione di strumento di identificazione patriottica e favorirono, attraverso ricerche filologiche, la corretta interpretazione dei testi sacri.

 

Questa ideologia radicale divenne dominante con la restaurazione Meiji del 1868, anno in cui lo scintoismo diventò religione di stato: la separazione definitiva dal buddhismo fu sancita per decreto e le immagini del Buddha furono rimosse dai templi e dal Palazzo Imperiale.

 

Il processo di politicizzazione della religione nazionale ebbe il suo culmine nel 1932 con il decreto del ministero dell'Istruzione che, assegnando ai santuari scintoisti il ruolo di scuole di patriottismo, creava la struttura necessaria a sostenere il regime militarista e imperialista di quegli anni; con la sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, il governo di occupazione insediato dagli Stati Uniti sancì già nel 1945 la fine dello scintoismo come religione di stato, imponendo all'imperatore di negare esplicitamente la sua natura di divinità. I santuari si riorganizzarono nel 1946 come associazioni autonome, sostenute da donazioni private, e i riti privati della famiglia imperiale furono reinterpretati come cerimonie di corte. Nonostante questa profonda laicizzazione del paese, lo spirito dello scintoismo sopravvive tuttora in forme che si adattano, talora paradossalmente, alle esigenze della società moderna.

 

 

 

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