Europa tutto sull' Europa
Europa
Tratto da wikipedia : L'Europa è una regione geografica della Terra costituita principalmente da una penisola situata nella parte occidentale del continente Eurasia.
In conseguenza a fattori storico-culturali, è comunque considerata essa stessa un continente, benché fra i più piccoli. La sua superficie infatti si estende per soli 10.180.000 km² circa (estensione soltanto di poco superiore all'Oceania ed all'Antartide, i due continenti più piccoli della Terra).
Il territorio è popolato tuttavia da 800.000.000 di abitanti che la portano ad essere il terzo continente più popolato (dopo l'Asia e l'Africa). Il suo confine naturale è costituito per un lungo tratto dal mare: è delimitata a nord dal mare Glaciale Artico, ad ovest dall'oceano Atlantico, a sud dal mar Mediterraneo, a sud-est dal mar Nero e dal Caucaso, ad est dal mar Caspio, dalla catena montuosa degli Urali e dal fiume Ural. La storia europea e la sua cultura hanno influenzato notevolmente tutto il mondo civilizzato. La posizione centrale dell'Europa, rispetto agli altri continenti, e la penetrazione del mare hanno sempre favorito le comunicazioni fra le popolazioni delle diverse regioni e le migrazioni verso le altre regioni del mondo. Il clima mite di buona parte del continente, inoltre, ha fatto sì che divenisse densamente abitata.
Il toponimo Europa viene da una figura della mitologia greca. Europa (in greco Ευρώπη, che significa largo viso, probabilmente un appellativo della luna) era la figlia di Agenore re di Tiro.
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Europa
Per convenzione, uno dei sette continenti del mondo. Sebbene se ne parli come di un continente, l'Europa è effettivamente soltanto l'estremità occidentale dell'Eurasia, la grande massa continentale estesa dall'Atlantico al Pacifico che rappresenta oltre il 70% delle terre emerse. I geografi moderni identificano nei monti Urali, nel fiume Ural, in parte del mar Caspio e nei rilievi del Caucaso il confine tra Europa e Asia. Il nome del continente deriva probabilmente da Europa, la figlia della Fenice nella mitologia greca, o da Ereb, una parola fenicia che significa "tramonto".
Nonostante la superficie ridotta, circa 10.525.000 km2, l'Europa è il secondo continente più popolato con circa 701.021.000 di abitanti (stima del 1994). La sua estremità settentrionale è Capo Nord, in Norvegia; quello più meridionale è Punta de Tarifa, nella Spagna meridionale, nei pressi di Gibilterra. Da ovest a est il continente si estende dal Cabo da Roca, in Portogallo, alle pendici nordorientali degli Urali, in Russia.
L'ambiente naturale
L'Europa ha un territorio estremamente frammentato, formato da pianure, altipiani catene montuose, articolato in numerose penisole, grandi, come la Scandinavia, la penisola iberica e la penisola italiana, e di più modeste dimensioni, come lo Jutland e la Bretagna. Comprende inoltre un gran numero di isole al largo delle coste, fra cui l'Islanda, l'arcipelago britannico, la Sardegna, la Sicilia e Creta. L'Europa è aperta a ovest all'oceano Atlantico ed è delimitata dall'oceano Artico e dai mari del Nord e Baltico a settentrione; dal mar Caspio a sud-est; dal mar Nero e dal Mediterraneo a meridione. La vetta più elevata del continente è il monte Bianco (4818 m) nelle Alpi. Il punto più basso è situato lungo la costa settentrionale del Caspio, a circa 28 m sotto il livello del mare.
Territorio
Sotto il profilo geologico, la zolla europea presenta, da nord a sud, strutture diverse per età e costituzione. Comprende a nord una massa di rocce antiche, stabili, cristalline, a cui fanno seguito, nella parte mediana del continente, un'ampia fascia relativamente piana di materiali sedimentari e una zona di strutture composite, create da spinte, faglie, dislocazioni tettoniche e attività vulcaniche; a sud, infine, si trova una fascia di montagne di età relativamente recente, legate all'orogenesi alpina, con appendici peninsulari che rientrano nell'area del Mediterraneo, mare interno, residuo dell'antica Tetide compresa tra Europa e Africa. Questa struttura geologica per fasce è all'origine delle diverse regioni geografiche dello spazio europeo.
Nella sezione settentrionale del continente si trova la piattaforma finno-scandinava. Formatasi nel Precambriano, costituisce l'imbasamento della Finlandia e di gran parte della restante penisola scandinava. Inclinata verso oriente, essa forma sia i rilievi della Svezia occidentale sia l'altopiano della Finlandia, meno elevato. Il sollevamento del suo bordo occidentale ha dato origine ai rilievi della Norvegia. Ciò avvenne nel corso dell'orogenesi caledoniana (circa 500-395 milioni di anni or sono) che determinò la formazione dei monti di Irlanda, Galles, Scozia, oltre a quelli della Norvegia occidentale. La successiva erosione ha demolito e arrotondato i monti dell'arcipelago britannico, ma le vette della Norvegia (Alpi norvegesi) raggiungono i 2472 m di altitudine. In queste ultime la glaciazione quaternaria ha dato origine a una serie di vallate modellate dai ghiacciai che oggi, invase dal mare, formano i fiordi caratteristici delle coste norvegesi.
La seconda regione significativa sotto il profilo geologico è formata da terre che si dispongono ad arco dalla Francia sudoccidentale verso nord e verso est attraverso i Paesi Bassi, la Germania, la Polonia e la Russia. Si tratta di regioni formate da un substrato antico, pianeggiante, a cui si sono sovrapposti strati di rocce sedimentarie di varia epoca. Essa comprende anche una parte dell'Inghilterra meridionale. Seppur deformate localmente fino a dar vita ad alcuni bacini, quali il bacino di Londra e quello di Parigi, queste formazioni sedimentarie, ricoperte da uno strato di detriti di origine glaciale, sono all'origine dei bassopiani che formano le più estese pianure europee. Alcuni fra i terreni migliori d'Europa si trovano qui, in queste pianure, in particolare lungo il loro margine meridionale, dove si depositò il materiale argilloso di origine glaciale portato dal vento, il cosiddetto "loess", adatto alla cerealicoltura. Questa fascia si amplia verso est, dove forma il grande bassopiano sarmatico, cioè le grandi pianure della Russia.
A sud delle grandi pianure, una fascia di strutture geologiche dissimili attraversa l'Europa dando origine ai movimentati paesaggi in cui si succedono fosse, altipiani, depressioni. Sono il risultato di contraccolpi subiti dalle masse continentali per effetto delle spinte che hanno dato origine alle Alpi e hanno determinato la successione di piegamenti che formano il Giura, le grandi faglie che hanno originato la fossa del Reno orlata dai monti Vosgi e dai monti della Selva Nera, i picchi vulcanici come il Massiccio Centrale, gli altipiani centrali della Francia e il sollevamento della Meseta Central spagnola.
La successiva fascia di strutture geologiche è quella, di origine recente, formatasi in seguito ai movimenti orogenetici che hanno dato origine alle catene montuose che attraversano il continente. Alla metà del Terziario, circa 40 milioni di anni or sono (vedi Oligocene), la placca afro-arabica giunse a collisione con quella europea determinando l'orogenesi alpina (vedi Tettonica a zolle). Spinte generate dalla collisione sollevarono grandi masse di sedimenti cenozoici e mesozoici depositatisi nella Tetide, dando vita a diverse catene montuose quali le Alpi, i Pirenei, gli Appennini, la catena della penisola balcanica, i Carpazi. Queste catene comprendono i monti più elevati d'Europa e ne rappresentano la parte morfologicamente più soggetta ai processi di modellamento. È l'Europa instabile e giovanile in contrasto con quella matura e stabilizzata che forma le sezioni settentrionali. La frequenza dei terremoti è testimone del fatto che in queste aree montuose sono ancora in corso delle trasformazioni.
Idrografia
La natura peninsulare del continente europeo ha dato luogo a un modello idrografico fondamentalmente radiale, con gran parte dei corsi d'acqua che defluiscono dal cuore del continente verso l'esterno, spesso a partire da spartiacque vicini. Il fiume più lungo d'Europa, il Volga, scorre principalmente verso sud in direzione del mar Caspio, mentre il secondo fiume, il Danubio, defluisce da ovest a est immettendosi nel mar Nero. Alcuni dei principali fiumi europei hanno origine nelle Alpi e versano le loro acque sia nel Mediterraneo (ad esempio il Rodano e il Po), sia nel mare del Nord (ad esempio il Reno). Alla loro alimentazione contribuiscono i ghiacciai. Gli altri fiumi che nascono dagli altipiani centrali hanno un corso maturo, un regime regolare e sono quindi navigabili. Si ricordano tra gli altri la Loira, la Senna, l'Elba, che sfociano nell'oceano Atlantico e nel mare del Nord. L'Oder e la Vistola scorrono verso settentrione per raggiungere il mar Baltico. La rete idrografica a sviluppo radiale si presta al collegamento dei fiumi per mezzo di canali e oggi un sistema idroviario continentale consente di passare dal Rodano al Reno e al Danubio.
Numerosi laghi sono presenti nelle zone prealpine della Svizzera, dell'Italia e dell'Austria, e nelle regioni pianeggianti quali la Svezia, la Polonia e la Finlandia. Il più grande lago d'acqua dolce d'Europa è il lago Ladoga, nella Russia nordoccidentale.
Clima
Sebbene gran parte dell'Europa si trovi a latitudini piuttosto elevate, i mari relativamente caldi che bagnano il continente fanno sì che gran parte dell'Europa centrale e occidentale goda di un clima temperato che mitiga gli eccessi della continentalità, benché le masse d'aria artiche e siberiane facciano sentire spesso i loro influssi, abbassando le temperature, specie a nord delle Alpi. I venti occidentali prevalenti, riscaldati in parte al passaggio sopra l'Atlantico settentrionale, portano la pioggia per gran parte dell'anno. Nell'area climatica mediterranea – Spagna, Italia e Grecia – i mesi estivi, dominati dalla persistenza degli anticicloni tropicali che bloccano l'afflusso dell'aria umida atlantica, sono solitamente caldi e secchi e le precipitazioni si concentrano nella stagione invernale. Nell'area che si estende dalla Polonia centrale verso est, gli effetti moderatori dei mari si riducono e, di conseguenza, prevale un clima più freddo e più secco. Anche le regioni settentrionali del continente presentano questo tipo di clima. La piovosità annua su gran parte dell'Europa varia da circa 510 mm a 1530 mm.
Flora
Sebbene gran parte dell'Europa, in particolare l'occidente, fosse in origine ricoperta da foreste, la vegetazione è stata modificata dagli insediamenti umani e dai diboscamenti. Solamente sui monti più settentrionali e, parzialmente, nella Russia europea centrosettentrionale il manto forestale è stato relativamente poco impoverito dalle attività umane. Una notevole parte del territorio europeo è però ricoperta di boschi che sono stati piantati al fine della riforestazione.
La più ampia area di vegetazione in Europa è una fascia forestale che attraversa la metà centrale del continente dall'Atlantico agli Urali. Vi predomina un bosco ricco di latifoglie (querce, olmi, aceri ecc.) inframmezzate da pini e abeti, che via via è sostituito, verso nord e verso est, da una foresta di conifere e betulle che assume le caratteristiche proprie della taiga, la foresta delle superfici continentali temperate fredde. Più a nord, lungo le regioni costiere artiche come nelle pendici più alte dei monti, succede la tundra, che consiste perlopiù di licheni, muschi, arbusti e fiori selvatici. Gran parte della grande pianura europea è ricoperta di praterie, aree di piante erbacee relativamente alte, mentre l'Ucraina è caratterizzata dalla steppa, regione piatta e relativamente secca di erbe stentate. I territori bagnati dal Mediterraneo sono ricoperti da formazioni forestali dove dominano i sempreverdi e le essenze aromatiche: il clima semitropicale, caldo e soleggiato, consente lo sviluppo di legnose che danno produzioni ricercate: oltre alla vite, gli olivi, gli agrumi, i fichi, gli albicocchi ecc.
Fauna
Un tempo in Europa viveva in gran numero un'ampia varietà di animali: cervi, alci, bisonti, cinghiali, lupi e orsi. Dato però che l'uomo ha occupato e trasformato l'ambiente naturale in gran parte del continente, molte specie hanno finito con l'estinguersi o con il ridurre enormemente il loro numero. Oggi è possibile trovare allo stato selvatico cervi, alci, lupi e orsi in popolazioni significative solamente nella Scandinavia settentrionale, in Russia e nella penisola balcanica; altrove essi vivono soprattutto nelle riserve. Le renne vengono allevate dai saami (lapponi) dell'estremo nord. Camosci e stambecchi vivono ancora sulle più alte cime dei Pirenei e delle Alpi. In Europa vivono numerosi animali di piccole dimensioni quali donnole, furetti, lepri, ricci, lemming, volpi e scoiattoli. Fra il grande numero di uccelli autoctoni europei si annoverano aquile, falchi, fringuelli, usignoli e altri passeracei, rapaci notturni come i gufi ecc. Si ritiene che le cicogne portino fortuna alle case su cui nidificano, in particolare nei Paesi Bassi, mentre i cigni popolano fiumi e laghi europei. Il salmone scozzese, irlandese e renano è considerato un pesce di gran pregio; nelle acque marine litoranee vive un'ampia varietà di pesci fra i quali, importanti sotto il profilo economico, merluzzi, sgombri, aringhe e tonni. Gli storioni, dai quali si ricava il caviale, si trovano nelle acque del mar Nero e del Caspio.
Risorse minerarie
L'Europa possiede una notevole varietà di risorse minerarie. Grandi quantità di carbone si trovano in diverse località del Regno Unito; anche la Ruhr, in Germania, e l'Ucraina hanno estesi bacini carboniferi, e importanti giacimenti di carbone sono situati in Polonia, Belgio, Repubblica Ceca, Slovacchia, Francia e Spagna. Le fonti principali di minerali di ferro sono le miniere di Kiruna nella Svezia settentrionale, della Lorena in Francia e dell'Ucraina. In alcune regioni europee si producono anche piccole quantità di petrolio e gas naturale, ma le due regioni petrolifere più importanti sono il mare del Nord (i diritti di sfruttamento appartengono in gran parte a Gran Bretagna, Olanda, Germania e Norvegia) e le ex repubbliche sovietiche, soprattutto la Russia. In Europa si segnalano anche molti altri giacimenti di minerali: rame, piombo, stagno, bauxite, manganese, nichel, oro, argento, potassa, argilla, gesso, dolomite e salgemma.
Popolazione
Per quanto non si sappia precisamente quando abbia avuto inizio il popolamento dell'Europa, si può supporre che i primi gruppi umani siano giunti da oriente in ondate successive, soprattutto attraverso un ponte di terra non più esistente dall'Asia Minore ai Balcani e percorrendo le praterie a nord del mar Nero. I numerosi reperti archeologici sembrano comunque confermare che l'Europa fosse abitata da una popolazione relativamente numerosa già a partire dal 4000 a.C. circa. Barriere naturali quali foreste, monti e paludi contribuirono a dividere i popoli in gruppi che rimasero a lungo quasi del tutto separati. Le migrazioni determinarono via via il mescolarsi delle diverse popolazioni.
Composizione etnica
La popolazione dell'Europa è composta da numerosi gruppi etnici (persone identificate da una cultura comune e, soprattutto, da una lingua comune). Le nazioni in cui è suddiviso il continente sono in generale formate da un gruppo dominante, come i tedeschi in Germania, i francesi in Francia ecc. Diversi paesi, in particolare nell'Europa sudorientale, presentano nutrite minoranze, ma in quasi ogni paese vivono gruppi più piccoli, quali i baschi in Spagna e i saami (lapponi) in Norvegia, che rappresentano i residui di antichi popolamenti. Inoltre, un numero cospicuo di turchi, africani, arabi, asiatici ecc. vive in Europa occidentale, dove sono immigrati in epoche recenti, perlopiù come lavoratori temporanei. Il crollo del comunismo tra il 1989 e il 1991 portò allo smembramento dell'URSS in 15 repubbliche indipendenti, ciascuna con il proprio gruppo etnico dominante. Nel 1991, i croati, gli sloveni e i macedoni, che costituivano la maggioranza della popolazione nelle rispettive repubbliche federate della ex-Iugoslavia, optarono tutti per la separazione dalla federazione e divennero nazioni indipendenti. La Bosnia Erzegovina, con un insieme etnicamente molto più complesso, fu invece teatro di un sanguinoso conflitto dopo la dichiarazione dell'indipendenza dalla Iugoslavia nel 1992.
Demografia
La distribuzione della popolazione in Europa non è mai stata stabile per lunghi periodi e ha subito mutamenti dovuti sia allo scarto fra tasso di natalità e tasso di mortalità, sia alle migrazioni. Negli anni Ottanta di questo secolo l'Europa aveva la più elevata densità di popolazione rispetto a tutti gli altri continenti. La zona più popolosa era rappresentata da una fascia che iniziava dall'Inghilterra e proseguiva a est attraverso i Paesi Bassi, la Germania occidentale e orientale, la Cecoslovacchia, la Polonia per giungere infine alla parte europea dell'URSS. Anche l'Italia settentrionale presentava un'alta densità di popolazione.
Gli sviluppi demografici hanno conosciuto in Europa andamenti diversi attraverso i secoli, a causa di fattori negativi (guerre, epidemie, carestie ecc.) o positivi (crescita dell'economia, periodi di pace ecc.). Una sensibile crescita della popolazione si ebbe, per esempio, verso il Mille, quando iniziò un periodo di prosperità economica legata agli sviluppi dell'urbanesimo. Nel XIV secolo la peste provocò gravi decimazioni, ma già nel secolo successivo si ebbe una sensibile ripresa. Sul finire del XVIII secolo la popolazione europea, grazie al diffondersi delle condizioni industriali, cominciò a crescere fortemente e l'Europa giunse a contare, nei primi decenni dell'Ottocento, oltre 150 milioni di abitanti. Essi raddoppiarono nel corso del secolo successivo, nonostante le grandi migrazioni che portarono nelle terre d'oltremare ben 55 milioni di persone.
Nel corso di questo secolo si è passati dalla forte crescita dei primi cinquant'anni all'attuale, forte rallentamento. Il tasso medio annuo di crescita demografica tra il 1980 e il 1987 è stato solo dello 0,3% circa; nello stesso periodo la popolazione dell'Asia cresceva di circa l'1,8% annuo e l'America settentrionale di circa lo 0,9% annuo. Notevoli diversità nel tasso di crescita si registrano nei diversi paesi europei, a causa del mutato modo di vita e del diverso grado di benessere. Ad esempio, nei tardi anni Ottanta l'Albania aveva un tasso annuo di crescita demografica pari a circa l'1,9% e la Spagna di circa lo 0,5%, mentre la popolazione della Gran Bretagna non mostrava mutamenti apprezzabili e quella della Germania orientale calava. Il tasso di crescita demografica ovunque rallentato era dovuto soprattutto al basso tasso di natalità. Gli europei in generale godono della speranza media di vita più elevata alla nascita: 75 anni in gran parte dei paesi, contro i 40-60 anni dell'India e di quasi tutti i paesi africani.
Le migrazioni, volontarie o meno, hanno rappresentato una costante nella vita europea. Nel XX secolo, due movimenti migratori presentano particolare interesse: la migrazione da una nazione all'altra di persone in cerca di lavoro e quella dalle zone rurali alle aree urbane. Lavoratori italiani, iugoslavi, greci, spagnoli e portoghesi (insieme a quelli provenienti dalla Turchia, dall'Algeria e da altri paesi extraeuropei) si trasferirono – perlopiù temporaneamente – in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito e in altri paesi in cerca di occupazione. Per lo stesso motivo molti europei si spostarono, all'interno dei confini nazionali, dalle campagne alle città. Dal 1950 al 1975, la popolazione dell'Europa occidentale è diventata per il 70-80% urbana; quella dell'Europa orientale e dell'Europa meridionale lo è diventata per il 60%.
La condizione urbana ha dominato attraverso i secoli la vita dell'Europa, ne ha permeato l'economia, l'arte, la cultura. La città è stata sempre il centro di elaborazione dell'intera civiltà europea, il perno della sua organizzazione territoriale. Gli sviluppi maggiori dell'urbanesimo si sono avuti con la rivoluzione industriale, quando la città fu presa d'assalto dalle popolazioni delle campagne impoverite, dalla pressione demografica. Alla sua crescita corrispose però un abbassamento delle qualità che avevano segnato artisticamente e culturalmente la città storica, benché molte città europee abbiano conservato spesso intatto il loro volto tradizionale (è il caso di Venezia, Firenze, Amsterdam, Bruges, Praga, Cordova, Siviglia ecc.).
Nella maggior parte dei paesi europei la capitale nazionale è la città più estesa e maggiormente popolata. Le capitali europee hanno un'enorme importanza sotto il profilo economico e culturale, e presentano un notevole interesse storico. Quelle più famose sono Berlino, Budapest, Londra, Madrid, Mosca, Parigi, Praga, Roma, Stoccolma e Vienna.
Lingua
Gli europei parlano una grande varietà di lingue. I principali domini linguistici sono quello slavo, che comprende russo, ucraino, bielorusso, ceco, slovacco, bulgaro, polacco, macedone e serbocroato; quello germanico, che abbraccia inglese, tedesco, olandese, danese, norvegese, svedese e islandese; quello delle lingue romanze, che include italiano, francese, spagnolo, portoghese e romeno. Queste lingue hanno una comune origine indoeuropea. Fra le altre lingue indoeuropee si annoverano greco, albanese e celtico (nelle sue diverse parlate quali il gaelico, il gallese e il bretone). Oltre a coloro che parlano lingue di comune origine indoeuropea, nel continente vi sono gruppi che usano lingue ugrofinniche – finlandese, magiaro e lappone – e altri gruppi ancora che si esprimono in basco e in turco.
Religione
La maggioranza degli europei è di religione cristiana. Il cattolicesimo è la confessione che conta il maggior numero di fedeli, diffusi in Francia, Spagna, Italia, Irlanda, Belgio, Germania meridionale e Polonia. Un altro gruppo numeroso è composto dai protestanti, concentrati nei paesi dell'Europa settentrionale e centrale: Inghilterra, Scozia, Germania settentrionale, Paesi Bassi e nazioni scandinave. Un terzo gruppo importante è costituito dai fedeli della Chiesa ortodossa, presenti soprattutto in Russia, Georgia (ex URSS), Grecia, Bulgaria, Romania e in tutte le repubbliche della Iugoslavia, fatta eccezione per la cattolica Slovenia. Comunità ebraiche, inoltre, vivono in gran parte dei paesi europei (la più numerosa è in Russia), mentre il 70% degli albanesi e larghe frazioni degli altri stati balcanici (Macedonia e Bosnia Erzegovina, soprattutto) sono musulmani.
Cultura
L'Europa ha una lunga tradizione di grandezza in tutte le arti: letteratura, pittura, scultura, architettura, musica e danza. Tra il XIX e il XX secolo Parigi, Roma, Londra, Madrid e Mosca conquistarono una fama particolare quali centri culturali, ma anche molte altre città hanno patrocinato le attività di importanti musei, gruppi musicali e teatrali, e altre istituzioni culturali. Gran parte dei paesi europei ha fortemente sviluppato, nella seconda metà del Novecento, i mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione e cinema). In tutti gli stati sono in funzione eccellenti sistemi educativi e il tasso di alfabetizzazione nella maggioranza dei paesi è elevato. Alcune fra le più antiche ed eccellenti università del mondo hanno sede in Europa, basti pensare a quelle di Bologna e Padova, di Cambridge e Oxford, di Parigi, Heidelberg, Praga, Uppsala e Mosca.
Modelli di sviluppo economico
L'Europa ha a lungo detenuto il primato nel campo delle attività economiche. Sin dal Medioevo furono attivi i commerci a livello continentale. Nel corso del secolo XIX, quale luogo di origine della rivoluzione industriale, l'Europa acquisì una superiorità tecnologica sul resto del mondo che ne fece l'incontrastata dominatrice sul piano produttivo e commerciale. La rivoluzione industriale, che prese avvio in Inghilterra nel XVIII secolo e di lì si diffuse in tutto il mondo, rese possibile una grande trasformazione nei modi di produrre ricorrendo a macchine complesse e dando luogo a un prodigioso aumento della produzione agricola, nonché a nuove forme di organizzazione economica. A partire dalla metà del secolo XX un grande impulso alla crescita è venuto dalla formazione di organizzazioni sovranazionali quali l'Unione europea, l'Associazione europea di libero scambio (EFTA) e l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
Agricoltura
Le attività agricole in Europa sono generalmente di tipo misto, vale a dire che nella stessa regione si ha una gran varietà di colture e di produzioni. La parte europea dell'ex URSS è una delle poche regioni di grande estensione in cui predomina la monocoltura. Nei paesi del Mediterraneo produzioni agricole diverse sono consentite dalle condizioni climatico-ambientali e comprendono frumento, olive, uva e agrumi. In gran parte dei paesi mediterranei l'agricoltura riveste una parte importante nell'economia nazionale; meno rilevante è nelle aree settentrionali, dove è stata soverchiata dall'industria, ma dove però ha subito processi di razionalizzazione che l'hanno resa molto redditizia. In quasi tutta l'Europa occidentale l'allevamento di bovini da latte e la produzione di carne costituiscono attività di notevole rilievo. L'agricoltura mantiene un ruolo importante nelle regioni orientali, come nella penisola balcanica, dove è spesso praticata in forme ancora tradizionali. Qui, durante i cinquant'anni di regime comunista, il regime delle proprietà (basato sulla collettivizzazione) e l'intero settore agricolo non hanno ricevuto il rinnovamento e gli stimoli che ha conosciuto l'agricoltura dell'Europa occidentale. Le possibilità agricole del continente sono molto vaste: si possono praticare utilmente le colture più diverse, anche se l'Europa nel suo insieme è conosciuta in particolare quale produttrice di frumento e altri cereali; vi si coltivano comunque anche oleaginose, viti, barbabietole da zucchero, alberi da frutta e specie orticole d'ogni genere destinate ai grandi mercati urbani. Tradizionalmente, oltre ai bovini da latte e da carne, si allevano maiali, pecore, capre e pollame.
Risorse forestali e pesca
Le foreste del Nord, che si estendono dalla Norvegia sino alla Russia settentrionale, costituiscono ricche riserve di legname che forniscono la materia prima agli stabilimenti svedesi, norvegesi, finlandesi e russi, dove si producono pasta di legno, legname da costruzione e altri derivati. Nell'Europa meridionale, soprattutto in Spagna e in Portogallo, è diffusa la lavorazione del sughero ricavato da una specie diffusa di quercia (Quercus suber). Per quanto riguarda la pesca, tutti i paesi costieri dell'Europa sono attivi nel settore, ma l'industria a essa legata assume particolare rilievo nelle aree che sfruttano i pescosi mari settentrionali, come la Norvegia e la Danimarca. La pesca rappresenta una risorsa economica importante anche per paesi quali la Spagna, la Russia, la Gran Bretagna e la Polonia.
Risorse minerarie
In gran parte dell'Europa la distribuzione della popolazione è legata allo sviluppo dell'attività estrattiva verificatosi nel corso della rivoluzione industriale. La possibilità di sfruttare i giacimenti di carbone in regioni quali le Midlands in Inghilterra, la Ruhr in Germania e l'Ucraina determinò il sorgere di stabilimenti situati nei pressi delle miniere e contribuì a fondare i modelli industriali che ancora perdurano. Pur essendo lo sfruttamento delle miniere in rapido declino, soprattutto a causa della meccanizzazione, esistono ancora in Europa importanti centri minerari quali la regione tedesca della Ruhr, la zona polacca della Slesia e l'Ucraina. Grandi quantità di metalli ferrosi si estraggono nella Svezia settentrionale, nella Francia orientale e in Ucraina. Dalle miniere europee si ricava un'ampia varietà di altri minerali quali bauxite, rame, manganese, nichel e potassa, disponibili in cospicue quantità. Una delle più recenti e importanti industrie estrattive è quella del petrolio e del gas naturale, che sfrutta i giacimenti situati al largo delle coste bagnate dal mare del Nord. Nella parte meridionale della Russia europea, in particolare nella regione del Volga, e in Romania sono state estratte a lungo ingenti quantità di idrocarburi.
Industria
A partire dalla rivoluzione industriale, l'industria è stata uno dei fattori dominanti dei modelli di vita europei. Nell'Inghilterra centrale e settentrionale si svilupparono i primi centri dell'industria moderna, a cui si sono poi aggiunti i centri della Ruhr e della Sassonia in Germania, della Francia settentrionale, della Slesia in Polonia e dell'Ucraina. Prodotti quali ferro e acciaio, manufatti metallici, tessili, abbigliamento, navi, veicoli a motore e materiale rotabile hanno consentito, a partire dai primi dell'Ottocento, di porre le basi della modernizzazione in senso industriale dell'Europa. Importanti settori industriali sono quelli della chimica, dell'elettronica e, in generale, dell'alta tecnologia che hanno guidato la crescita economica nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Nel complesso, l'industria si concentra nella parte centrale del continente (un'area che comprende l'Inghilterra, la Francia orientale e meridionale, l'Italia settentrionale, il Belgio, l'Olanda, la Germania, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Norvegia e la Svezia meridionali), nella Russia europea e in Ucraina.
Energia
L'Europa è una grande consumatrice di energia, prodotta soprattutto dalla combustione di carbone, lignite, gas naturale e petrolio (in larga parte d'importazione), dagli impianti nucleari e dalle centrali idroelettriche; queste ultime si trovano soprattutto in Norvegia, Svezia, Francia, Svizzera, Austria, Italia e Spagna. L'energia nucleare ha un ruolo di rilievo in Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Lituania, Ucraina e nelle altre repubbliche ex sovietiche, in Svezia, Svizzera, Finlandia e Bulgaria. Anomala è la situazione della Repubblica d'Irlanda dove l'elettricità è ricavata soprattutto dalla combustione della torba.
Trasporti e comunicazioni
L'Europa è dotata di sistemi di trasporto molto avanzati, in particolar modo nella parte centrale del continente e, in misura minore, in Scandinavia, nell'ex URSS europea e nell'Europa meridionale. In Europa circola un gran numero di veicoli privati e le merci vengono perlopiù trasportate su gomma. Efficienti sono le reti ferroviarie, anch'esse impiegate per il trasporto di passeggeri e merci. Un ruolo importante per l'economia è inoltre svolto dai trasporti marittimi e fluviali; molti paesi, fra i quali Grecia, Gran Bretagna, Italia, Francia, Norvegia e Russia, sono dotati di grandi flotte mercantili. Rotterdam, nei Paesi Bassi, sbocco del cuore industriale del continente è, con Singapore, il porto marittimo più attivo del mondo. Altri porti europei di notevole importanza sono Anversa (Belgio), Marsiglia (Francia), Amburgo (Germania), Londra (Gran Bretagna), Genova (Italia), Danzica (Polonia), Bilbao (Spagna) e Göteborg (Svezia). Molte merci vengono trasportate attraverso corsi d'acqua interni; tra i fiumi europei che sopportano un traffico notevole si annoverano il Reno, la Schelda, la Senna, l'Elba, il Danubio, il Volga e il Dnepr. In Europa è inoltre presente una considerevole rete di canali navigabili.
Quasi tutti i paesi europei gestiscono una propria compagnia aerea nazionale e molte di queste – Air France, British Airways, Swissair, Lufthansa (Germania), KLM (Olanda) e Alitalia – sono fra i principali vettori internazionali. Quasi tutti i sistemi di trasporto nel continente sono controllati dai governi. A partire dalla seconda guerra mondiale sono stati costruiti numerosi oleodotti per il trasporto di petrolio e gas naturale.
Commercio internazionale
Quasi tutti i paesi europei svolgono una notevole attività sul piano del commercio internazionale. Gran parte degli scambi si realizza all'interno del continente, soprattutto fra i membri dell'Unione europea, ma gli europei sono attivi anche nel commercio su larga scala con i paesi degli altri continenti. Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Paesi Bassi sono fra i maggiori attori del commercio mondiale. Gran parte degli scambi intercontinentali europei riguardano l'esportazione di prodotti finiti e l'importazione di materie prime.
Storia
Preistoria
Molto frammentarie sono le testimonianze della presenza in Europa dell'Homo erectus, che vi sarebbe giunto circa 1.500.000 anni fa, provenendo dall'Africa. Le documentazioni paleontologiche più consistenti datano a 900.000 anni or sono e sono costituite da resti di fauna e da strumenti di pietra. Altri significativi reperti segnalano la trasformazione dell'Homo erectus in esperto cacciatore, la sua vita in accampamenti all'aperto o in grotte e l'uso abituale del fuoco (400.000 anni fa). Scendendo nei millenni della preistoria si rintracciano molti resti dell'uomo di Neanderthal, alla cui scomparsa all'epoca del Paleolitico Superiore (circa 35.000 anni fa) fece seguito l'arrivo dell'Homo sapiens sapiens, la cui complessità di vita già contiene gli elementi dell'umanità attuale: presente in tutti i continenti, si identifica in Europa con l'uomo di Cro-Magnon, dal nome della località di rinvenimento nella Francia meridionale.
I rivolgimenti climatico-ambientali conseguenti alla glaciazione würmiana indussero l'uomo a modificare il sistema di alimentazione e crearono le premesse per il passaggio dal nomadismo dei cacciatori alla sedentarietà degli agricoltori-allevatori. Ebbe così inizio il Neolitico. La diffusione del Neolitico in Europa seguì diverse direzioni a partire da est (area danubiana e balcanica) e da sud (area mediterranea). Le stesse direzioni seguì la diffusione dei metalli, il cui utilizzò si accompagnò alla nascita delle prime unità statali, all'inizio del secondo millennio. Queste comparvero nell'area mediorientale quando in Europa prevalevano insediamenti meno elaborati sul piano politico, come le culture della terramare e quella villanoviana in Italia, o le società palafitticole presenti nelle lagune e ai bordi dei laghi. Il passaggio dall'età del Bronzo all'età del Ferro corrispose per l'Europa a un periodo di grandi mutamenti: nelle zone centrosettentrionali, la cultura cosiddetta "dei campi di urne" (caratterizzata tra l'altro dal rituale della cremazione ricorrente dall'Est europeo alla penisola iberica) cedeva il passo al diffondersi della cultura di Hallstatt, mentre nel Mediterraneo orientale le migrazioni indoeuropee dalla Russia modificavano profondamente il panorama sociopolitico.
Storia antica
All'alba della storia si delineò una frattura non solo di civiltà, ma anche geoclimatica, che divise l'Europa antica in due settori ben distinti: da una parte una cultura mediterranea, che si evolse grazie ai contatti con l'Egitto e il Medio Oriente, zone molto progredite, e dall'altra una cultura continentale che non sviluppò sistemi sociali altrettanto complessi, rimanendo nel quadro di un'economia di villaggio quasi autosufficiente.
All'inizio del I millennio a.C., in Italia la sovrapposizione tra elementi differenti, quello celtico, quello indoeuropeo quello greco (vedi Antica Grecia), fu più marcata che altrove e determinò il nascere di una società capace di raffinate elaborazioni simboliche ed espressioni artistiche, come quella degli etruschi. Nello stesso periodo, sul Mediterraneo la fioritura delle città-stato della Magna Grecia creava ulteriori collegamenti con le evolute civiltà orientali.
Roma, la cui origine data dall'VIII secolo a.C., procedette alla progressiva unificazione della cultura mediterranea, spostando contemporaneamente a nord, sino al confine Reno-Danubio, l'area della sua influenza e del suo potere. Là dove arrivò l'organizzazione dell'impero romano, essa lasciò un segno durevole, favorendo la colonizzazione delle terre agricole e il loro razionale sfruttamento, creando una rete di strade e di servizi, diffondendo il modello urbano plasmato su Roma. Fino al momento del suo apogeo (inizio del II secolo d.C.), l'impero romano fu il più potente fattore di unificazione dell'Europa compresa tra la linea Reno-Danubio e il Mediterraneo, estesa alle aree francese, inglese e spagnola. Il quadro mutò sostanzialmente ai tempi di Marco Aurelio (161-180), quando si verificò la prima grande invasione di popolazioni germaniche che superarono i confini del Reno e si spinsero fino in Italia, dove vennero respinte. Non erano che le avanguardie di quelle ondate migratorie che, nel V e VI secolo, portarono dentro i confini dell'ex impero popoli provenienti dall'est e che i romani chiamarono "barbari". L'insediamento di popolazioni germaniche e slave disgregò l'impero romano d'Occidente. L'imponente movimento di unni, ostrogoti, visigoti, alani, vandali, svevi, franchi e germani non distrusse però il tessuto intimo della civiltà romana che, mentre assimilava le genti dell'est nelle sue strutture, ne veniva a sua volta radicalmente modificata. La caduta di Roma fece venire meno quella divisione dell'Europa, che Roma stessa aveva operato, tra il mondo tribale dei barbari germanici e quello dei popoli civili, pacifici, evoluti, amministrati da Roma.
Età medievale
Alla fine dell'VIII secolo, dopo i grandi rivolgimenti delle invasioni barbariche e dopo la breve riconquista operata da Giustiniano, imperatore dell'impero romano d'Oriente, il quadro parve stabilizzarsi con il consolidamento di differenti domini: il regno dei franchi, il cui predominio si esercitava in occidente; il regno dei longobardi, insediati nell'Italia settentrionale; l'area bizantina nel Sud Italia inserita nell'impero romano d'Oriente; le culture slave a est dell'Adriatico. Dopo la dissoluzione dell'impero romano, l'Europa trovò una sua parziale identità. L'assimilazione dell'elemento germanico con quello romano fu favorita dal successo del regno dei franchi, la più solida forma politica del Basso Medioevo, che Carlo Magno portò alla massima estensione. Fondamentale fu il ruolo della Chiesa, riorganizzata sul piano disciplinare e attrezzata culturalmente allo scopo di operare l'inquadramento e il disciplinamento delle popolazioni. Nell'est dell'Europa, la Chiesa cattolica entrò in competizione con quella bizantino-ortodossa, organizzata a Costantinopoli: la rottura tra Chiesa occidentale e Chiesa orientale (1054) ne fu la conseguenza.
L'unità del grande impero carolingio fu ben presto minata dalle spinte centrifughe delle aristocrazie, dalle quali derivò un numero crescente di signorie regionali. Il dissolversi dell'ordinamento pubblico carolingio fu indotto altresì dalle invasioni di normanni, ungari, saraceni, che favorirono ovunque il processo di incastellamento, ossia la dimensione militare e politica di piccola gittata territoriale, basata su vincoli di fedeltà locale più che su ampie strutture istituzionali.
Con l'XI secolo si avviò una forte ripresa dell'Europa: si incrementarono gli scambi interni e ci furono un notevole sviluppo economico, frutto di una rivoluzione agraria, e un forte rinnovamento culturale nato nelle università e nei monasteri. Tutto ciò fu accompagnato da un cambiamento ai confini orientali: ungari, cechi e polacchi presero stanza nelle regioni dell'Europa centrale e si convertirono al cristianesimo, creando con la loro presenza una barriera difensiva di fronte ai nomadi delle steppe. Le frontiere dell'Europa, sempre mutevoli, si stabilizzarono intorno a tre grandi spazi politico-culturali: il primo era quello delle regioni centro-occidentali (Italia, Francia, Germania) a cui il neonato Sacro romano impero dava una parvenza di unità istituzionale, ma a cui la Chiesa imprimeva l'identità più forte; il secondo coincideva con un'indefinita zona periferica di missione e di conquista, lungo i margini orientali a est del Danubio, che si stavano trasformando in periferia della civiltà europea; il terzo si proiettava oltre quei confini, verso nazioni e popoli che fino al Settecento saranno comunemente considerati barbari, viventi tra le pianure dell'Ucraina e gli Urali, tra l'Ungheria e il Caucaso, tra il Baltico e il Circolo polare artico.
Il cuore dell'Europa era quindi l'Occidente plasmato dal sistema feudale e via via riorganizzatosi in unità politiche, sorte su base regionale o nazionale, che andavano dai comuni alle signorie, dagli stati regionali alle città-stato patrizie, dalle repubbliche mercantili ai regni nazionali. Tra queste forme di dominio le monarchie dinastiche con ampia giurisdizione territoriale erano destinate a esercitare un ruolo preminente, grazie al monopolio della forza militare, all'assoggettamento del territorio, all'utilizzazione di funzionari al servizio dello stato.
Età moderna
L'Europa nell'età moderna si trovò divisa in tante unità politiche, tra le quali emersero Spagna, Francia e Inghilterra, che tra Cinque e Settecento avrebbero assunto un ruolo-guida negli equilibri statali del continente. La cultura laica dell'umanesimo e del Rinascimento diede un'impronta di alta civiltà all'Europa che stava uscendo dal Medioevo e fornì un modello di creatività culturale che spezzò le forme statiche e autoritarie del sapere.
All'alba dell'età moderna un altro fattore di trasformazione decisivo è rintracciabile nella rottura dell'unità religiosa provocata dalla Riforma protestante. Proprio le confessioni religiose contribuirono a definire le unità culturali di tipo nazionale in Germania e nel Nord Europa e resero coeso lo spazio cattolico della Controriforma; d'altro canto emarginarono le minoranze religiose e azzerarono i valori della tolleranza. In quello stesso periodo gli europei si espandevano al di fuori del proprio habitat millenario, intraprendendo in Asia, Africa e America, viaggi di esplorazione e conquiste, che diedero origine alla lunga epoca coloniale conclusasi nel XX secolo. L'ultima guerra di religione si consumò nel Seicento: si tratta della guerra dei Trent'anni, che fu però anche guerra per l'egemonia politica. Dopo il 1648 gli stati europei non avrebbero più combattuto guerre di religione e, fino a Napoleone, avrebbero evitato di turbare un sistema di equilibri dal quale era cancellata l'idea che un solo stato fosse predominante. Nello stesso secolo iniziò l'aggregazione all'Europa di nazioni fino ad allora marginali o esterne come la Svezia e la Russia. Quest'ultima era portatrice di modelli politici, culturali e religiosi così diversi da quelli dell'Occidente che il suo ingresso nel sistema degli stati europei ai tempi di Pietro il Grande non significò ancora l'accesso alla civiltà europea.
Il Settecento, secolo dei Lumi e della Rivoluzione francese, fornì una più intima coesione culturale all'Europa, che sviluppò un linguaggio internazionale della politica e visse tensioni ideologiche comuni, mentre l'espansione rivoluzionaria e napoleonica della Francia travolse i vecchi equilibri delle monarchie assolute. L'età della Restaurazione, inaugurata dal congresso di Vienna (1814-15), conobbe un disegno d'ordine politico e di stabilità internazionale di cui si resero garanti le grandi potenze, ma che non resse l'onda d'urto di insurrezioni nazionali, indipendentistiche e sociali che a più riprese ne scompaginarono il quadro.
Età contemporanea
Processi di indipendenza e unificazioni statali (Grecia, Belgio, Italia, Germania) crearono un'Europa distinta in due settori: da una parte gli stati nazionali, retti perlopiù da monarchie liberali, dall'altra i tre grandi imperi tedesco, austroungarico e russo, aggregazioni multinazionali e plurietniche, tendenzialmente esposte a forme autoritarie del potere. Crescita demografica e sviluppo economico indotto dall'industrializzazione modificano la fisionomia sociale e materiale dell'Europa: nascevano le città industriali, si formavano ceti medi e proletariato, si elaboravano moderne ideologie e forme di partecipazione nuove che esprimevano la transizione dalle società elitarie alle società di massa. Alla fine dell'Ottocento si esasperò il nazionalismo e lo sviluppo industriale scatenò mire imperialistiche. Questi fattori furono fra le cause dello scoppio, nel 1914, della prima guerra mondiale, un conflitto di dimensioni continentali come non si erano più viste dai tempi di Napoleone.
La guerra mondiale divenne crogiolo di tensioni sociali che si arroventarono nell'immediato dopoguerra, rinfocolate dalla crisi economica che produsse disoccupazione e inflazione. Esasperazione dei ceti medi, sottoposti a perdita di reddito e di prestigio, spirito di rivalsa dei ceti abbienti nei confronti del movimento operaio, attesa di soluzioni rivoluzionarie sull'esempio del bolscevismo in Russia furono altrettanti elementi che infuocarono il clima europeo e predisposero gli animi alle soluzioni autoritarie e illiberali: il fascismo prima e il nazismo poi furono la risposta totalitaria e di massa ai conflitti del primo dopoguerra. La seconda guerra mondiale fu innanzitutto lo scontro tra democrazie e dittature, che prese una dimensione internazionale. Il secondo dopoguerra aprì la strada al ripristino della democrazia e alla ricerca di integrazioni politiche ed economiche che scongiurassero futuri conflitti tra gli stati. L'Europa come un mercato unico in un'area di grande civiltà, con diffusi livelli di benessere, con ampie garanzie di libertà personali e con standard tecnologici d'avanguardia, è l'obiettivo finale del processo di unificazione attualmente in corso.
Per ulteriori approfondimenti vedi le sezioni storiche dei singoli stati europei; le voci Cecoslovacchia, Iugoslavia e Unione Sovietica; le voci relative ai principali episodi della storia europea.
EUROPA COMUNITARIA - ECONOMIA E TERRITORIO
AGRICOLTURA: divisione in regioni climatiche.
- Regione nordica: comprende Scozia, penisola Scandinava, parte settentrionale della Russia. Coincide con le colture della patata, orzo, avena, segale (prodotti a breve ciclo di coltura per difficoltà climatiche). E’ anche una zona adatta al pascolo degli ovini. Oltre al Circolo Polare Artico, allevamento delle renne e silvicoltura, zona della Taiga (betulla e conifere) per arrivare alle più alte latitudini alla tundra.
- Regione temperata atlantica: comprende la parte meridionale della Gran Bretagna, coste francesi della Bretagna, Olanda, fascia costiera della Germania, Danimarca, sud-Scandinavia sino ai confini con la Finlandia. Zona con clima umido e temperato (corrente del golfo), e territorio adatto a colture foraggiere e allevamenti intensivi di bovini da latte e suini. Le aziende agricole di media e grande dimensione, costituite in forma di società per azioni o cooperative (Danimarca), dispongono di ingenti capitali e tecnologie avanzate, adottano sistemi di gestione capitalistica mirati allo sbocco sul mercato Europeo (non si produce per il piccolo mercato locale). La ricca produzione agricola comprende latte, burro, formaggi, yogurt (i prodotti in eccesso sono stoccati nei magazzini della UE).
- Regione temperata continentale: comprende Francia (nazione con agricoltura più forte e 1° esportatore di cereali a livello comunitario), Belgio, Germania, Italia settentrionale (pianura padana), Spagna settentrionale (Meseta). Grande produzione di cereali (grano, mais, riso nell’Ovest d’Italia nella Camargue Francese ed in Spagna nelle regioni di Valencia e di Murcia), colture industriali (barbabietole da zucchero, girasole), allevamento da carne (suini, animali da cortile). Le proprietà agricole, organizzate in forma di cooperative e società per azioni, sono estese, constano delle migliori tecnologie di meccanizzazione ed utilizzo di tecniche di coltura moderne (selezione delle sementi, uso di prodotti chimici fertilizzanti ed antiparassitari). In questa zona si ha il limite climatico settentrionale della vite: in Germania zona del Reno, con vini particolari a basso contenuto alcolico, zone specializzate in Francia (Champagne, Bordeaux e Borgogna). L’Italia è il primo produttore di vino ma non di altissima qualità (solo da 10 anni circa iniziata la produzione di vini d.o.c.).
- Regione mediterranea: clima caldo asciutto e mite d’inverno. Coltivazione della vite, ulivo, alberi da frutto, ortaggi, agrumi. E’ la regione agricola più povera e con più problemi. Presenza di diversi tipi di aziende: latifondo (antica struttura agraria risalente al ‘500, grandi estensioni di terreno coltivato in modo estensivo e quindi poco redditizio) in Spagna, Portogallo ed alcune zone del sud Italia; piccola proprietà (aziende di 4 o 5 ettari) in cui si pratica la policoltura per il mercato locale e la sussistenza delle famiglie (nel sud e isole d’Italia). Accanto a questi scenari, esistono comunque anche zone ad alta specializzazione e tipologia colturale capitalistica, operanti nella coltura di ortaggi (in Spagna Valencia, zona degli orti), agrumi, frutta, floricoltura (Liguria) per esportazione sul mercato UE.
In un paese moderno, gli occupati del settore primario devono attestarsi sotto il 10% del totale. Se la percentuale è maggiore, sussistono dei problemi: sistemi carenti, zone con produttività scarsa.
Islanda, Portogallo, Grecia e Spagna sono compresi in questa situazione: hanno strutture agricole carenti, a livello di conduzione, organizzazione, produzione. La Spagna, comunque, sta raggiungendo il livello richiesto, e quasi superando l’Italia a livello organizzativo: in Andalusia, per esempio, sono stati impiantati ex novo massicce quantità di ulivi e la loro produzione supera ormai quella Italiana per qualità e quantità. Problemi si registrano anche in EIRE, penalizzata in campo agricolo per quanto riguarda l’organizzazione ed il clima (fra i 50° ed i 55° di latitudine zona della patata, del grano primaverile, dei pascoli) ed in campo industriale per ragioni politiche. Il Portogallo è, con la Grecia (struttura agricola debole e problemi organizzativi disoccupazione e pesante debito pubblico), forse il paese più povero dell’UE, ha strutture agricola arretrata, scarsa industrializzazione ed elevate punte di emigrazione.
INDUSTRIALIZZAZIONE DELL’EUROPA E LOCALIZZAZIONE INDUSTRIALE
In Europa, l’industrializzazione nasce nella 2^ metà del 18 secolo (1700), in Inghilterra, che era la nazione più importante dal punto di vista commerciale (nel ‘700 gestiva fra l’altro il commercio degli schiavi), ed aveva anche colonie nell’America del nord (costa orientale) ed in India. Sul territorio metropolitano inglese avvenne una rivoluzione agricola (recintati gli open-fields) con l’istituzione della proprietà privata a gestione industriale (si guardava alla richiesta del mercato, gestione capitalistica in proprio o in società). Queste aziende furono presto meccanizzate (macchine agricole), cosa che creò disoccupazione e l’esodo dalle campagne alle città di molti lavoratori. Furono poi inventate macchine (telai, spolette, filatura, meccanica idraulica) per aumentare la produzione nel campo tessile. Altri punti che hanno permesso la 1^ RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (2^ metà del 17 secolo sino al 1880) sono stati lo spirito imprenditoriale degli inglesi, ed anche l'esistenza di banche che aiutavano gli imprenditori, ed il pensiero liberista adottato dal governo inglese.
Conseguenze: si afferma un nuovo modo di lavorare, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica (teorizzata e sostenuta da ADAM SMITH, grande economista del tempo). Prima, l’artigiano seguiva tutto il processo di produzione ora il lavoratore in fabbrica vede, svolge, solo una piccola parte di questo processo e vi si specializza compiendo sempre le stesse mansioni (il lavoro diventa esecutivo). Il lavoro si svolge lontano dall’abitazione, in fabbrica.
Con l’invenzione della macchina a vapore, applicata al sistema industriale nascono e si sviluppano l’industria mineraria, siderurgica, metallurgica. La macchina a vapore aumenta la produzione (standardizzazione del prodotto, fatto in serie ed uguale). Si sviluppano le ferrovie ed in generale le infrastrutture ed i mezzi di trasporto (per la movimentazione delle materie prime, dei semilavorati e dei prodotti finiti ai mercati) come i battelli a vapore; sviluppo della comunicazione tra città e città, nazioni diverse, Europa e Stati Uniti (collegamento settimanale) Europa ed Oriente. Dall’Inghilterra la rivoluzione industriale si diffonde nei primi 30 anni dell’800 nell’Europa centrale (Francia, Belgio, Olanda, Germania –Rhur).
LOCALIZZAZIONE
Le industrie, nella 1^ rivoluzione industriale, si trovano vicine alle fonti di materia prima (miniere di carbone e ferro). Molte città nell’Inghilterra centrale nascono ex-novo o si ingrandiscono. Sempre in queste zone prosperano le città portuali che accolgono le materie prime e le merci dalle colonie, e qui sono impiantate industrie di trasformazione dei prodotti.
Dal 1880 al 1960 si ha la 2^ RIVOLUZIONE INDUSTRIALE: l’Inghilterra perde il primato industriale, surclassata da U.S.A., Francia e Germania, iniziano ad industrializzarsi nuovi paesi (Italia, Russia, Giappone). Si sviluppano nuove invenzioni ed innovazioni tecnologiche tuttora esistenti: nascono e si diffondono l’automobile, l’aereo, la bicicletta, si diffonde l’acciaio, ed il simbolo di questa rivoluzione è certamente la Torre Eiffel (costruita nel 1889). Nel campo edilizio inventato il cemento armato, nelle comunicazioni inventati il cinema, il telegrafo, il telefono, la radio, la tv (1940). Si sviluppa il settore chimico; grazie all’industria automobilistica il petrolio acquista enorme valore ed inizia anche a sostituire il carbone come fonte d’energia.
La fabbrica è meccanizzata ed organizzata con sistemi di lavorazione scientifici, seguendo le teorie di Taylor che introduce la catena di montaggio e la parcellizzazione del lavoro (per la prima volta nelle officine FORD, nel 1911), determinando un aumento della produttività. Conseguenze: alienazione dei lavoratori.
Si assiste ad una riorganizzazione internazionale del lavoro: all’espansione del settore produttivo corrisponde l’intensificazione dei traffici e delle relazioni commerciali internazionali (emergono Giappone ed U.S.A.). Tra il ‘900 ed il ‘914 il commercio internazionale dei prodotti industriali raddoppia, mentre quello delle materie prime aumenta solo del 65%. Per la prima volta le esportazioni europee sopravanzano le importazioni. Il resto del mondo diventa quindi non solo un serbatoio di materie prime, ma un area capace di assorbire l’offerta. Verso le colonie, vengono mandati capitali in cerca di impiego. Nascono le prime Holdings monopoliste statunitensi.
LOCALIZZAZIONE
Nel 1880 circa, con la scoperta degli accumulatori di energia elettrica, fu possibile trasportare l’elettricità lontano dai luoghi di produzione, le industrie, quindi, poterono essere installate anche nelle città. Questa invenzione facilita l’industrializzazione in Italia (le prime industrie tessili furono invece costruite allo sbocco delle valli alpine con la pianura; prima dell’invenzione degli accumulatori, queste industrie entrarono in crisi a causa della loro lontananza dalle città e dai mercati, e dalla mancanza di infrastrutture). Nella 2^ rivoluzione industriale, le industrie si localizzano nelle città (dove si trova la manodopera, anche femminile, a basso costo), nelle vicinanze dei mercati, vicino alle grandi vie di comunicazione e lungo le coste per facilitare i trasporti. Le industrie tendono inoltre a concentrarsi in determinate zone delle città per sfruttare le infrastrutture, i servizi (bancari, assicurativi, ecc.) e gli indotti. Questo insieme di concentrazione industriale forma le economie di agglomerazione (i vantaggi che le industrie hanno e sfruttano nello stare vicine). In queste zone industriali possono nascere specializzazioni di produzione (zone specializzate in meccanica, siderurgia oppure nella cantieristica). Si hanno così zone mono-produttive (a volte solo un prodotto), prodotti affini o produzioni diverse ma sempre in una stessa area industriale. A livello nazionale si formano dei distretti industriali o anche delle megalopoli (grandi città industriali, aree talmente vicine che hanno interscambi tali da formare quasi una grande, unica città). Es: tutte le città della Gran Bretagna centrale, la zona di Barcellona, il bacino parigino, la Pianura Padana, i Paesi Bassi, il bacino tedesco della Rhur; tutte zone che nel loro interno geografico hanno interessi, flussi e scambi economici così intensi da formare un’unica grande area.
L’ITALIA nella 2^ rivoluzione industriale
L’Italia si affaccia all’industrializzazione tardi, verso il 1880 (insieme con la Russia). Aree: attorno alle città di Genova (industrie siderurgiche e meccaniche), Torino (ind. automobilistica dal 1896), Milano (chimica, meccanica e siderurgia). In ambito pedemontano sviluppo di industrie tessili e lanifici. Un ulteriore impulso venne in età Giolittiana (aumentarono le industrie automobilistiche) nasce l’Olivetti. Durante il fascismo le industrie italiane aumentarono nelle dimensioni e si concentrarono in grandi e pochi gruppi: nascono in questo periodo l’IRI, aumentano le industrie di meccanica di precisione, di materiale elettrico, ottico. Il fascismo adottò una politica protezionistica (autarchia). Fino a tutta la 2^ guerra mondiale, l’industria italiana è localizzata, con produzione non troppo elevata, poco sviluppata e inserita in un contesto sociale in cui il potere d’acquisto del popolo era praticamente inesistente. Il boom industriale si ebbe negli anni ’50 e ’60: ingresso dell’Italia nella CECA quindi nella CEE; l’Italia si aprì al MEC. L’Italia si specializzò nelle produzioni di elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici, televisori) che gli Italiani, all’epoca, non potevano permettersi, ma che comparirono nelle case degli europei (prezzi bassi per manodopera a basso costo). Sempre negli anni ’50, nascono ENI ed AGIP, industrie chimiche e petrolchimiche, e sono impiantate a Ravenna, Gela, Pisticci. Fase delle grandi industrie: esodo dalla campagne alle città, L’industria richiama manodopera dalla campagna e dalla montagna verso le città, dal sud al nord (nord/ovest, il triangolo industriale GE-MI-TO).
SITUAZIONE DEL SUD
Istituita la cassa per il mezzogiorno, emigrazione interna alla nazione ed anche verso i paesi ricchi d’Europa (libro da pag. 188 a 191).Seguendo la teoria britannica delle industrializzazione trainata da impianti strategici, costruiti in zone prive di fabbriche, che avrebbero dovuto attirare manodopera, investimenti ed indotto per l’ulteriore sviluppo di queste aree, furono edificate delle vere e proprie “cattedrali nel deserto”, grandi impianti industriali ad alta (per l’epoca) specializzazione, che rimasero isolati per mancanza di infrastrutture, carenza di investimenti di indotto, mancanza di manodopera specializzata in loco (soprattutto quella per la gestione più tecnica). Lo Stato ha incentivato, e sta incentivando, privati ed imprese ad investire nel sud, concedendo sgravi fiscali (es. FIAT ha una moderna fabbrica ad Amalfi in cui ha anche introdotto il sistema di lavoro “Just in time”, a magazzino zero, ovvero squadre con operatori che devono possedere competenze a tutto campo e prendere decisioni) ma il male endemico del meridione, la mafia, frena alquanto i progetti di investimento.
Dalla fine degli anni ’70 a tutt’oggi, si ha il periodo della 3^ RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Verso il 1973 si innesca la crisi petrolifera e, in seguito a questo rialzo del prezzo del greggio, si ha una grave crisi economica. Segue quindi un periodo di STAGFLAZIONE (stagnazione ed inflazione), caratterizzata dalla presenza di questi fenomeni (stagnazione = rallentamento della crescita dell’industria di base e contrazione della domanda; inflazione = aumento del costo del denaro, rialzo dei prezzi al consumo, perdita del potere d’acquisto dei salari), che porta alla riduzione dei profitti, riduzione dell’accumulo di capitali e aumento della dipendenza dalle banche. In questo periodo si hanno anche pressioni sindacali per migliorare i salari e la richiesta allo Stato di fornire i servizi di base (welfare). Sempre in questi anni USA, Germania Ovest, Gran Bretagna, vedono i propri mercati perdere di competitività, a causa dei prezzi elevati dei loro prodotti; dall’altra parte i Paesi in via di sviluppo si indebitano sempre più in quanto con la crisi petrolifera, le banche alzano i tassi di interesse. Per evitare la bancarotta, e quindi per onorare gli impegni finanziari passivi con le banche, i Paesi in via di sviluppo vendono ai Paesi sviluppati manufatti a prezzi bassi. In questo periodo si assiste ad una riorganizzazione delle aziende che si ristrutturano fondando il rinnovamento sull’innovazione tecnologica (automazione e computerizzazione).
LOCALIZZAZIONE
Negli anni ’70, le multinazionali europee, nate già prima della guerra in Europa (negli States all’inizio del ‘900), avevano iniziato a localizzare filiali in aree periferiche all’interno del Paese d’appartenenza o all’estero per sfruttare la manodopera a basso costo: infatti le produzioni a “vecchia” tecnologia, sia di prodotti finiti sia di parti per l’assemblaggio, sono effettuati in Paesi esteri in via di sviluppo (divisione internazionale del lavoro, modalità oggi superata dal “Just in time”). In questo contesto l’azienda madre è la sede dei servizi finanziari, di ricerca, marketing e sviluppo; le filiali produttive possono anche raggiungere l’autonomia operativa e giuridica e la libertà nelle produzioni. Nel campo delle ristrutturazioni nascono nuovi distretti industriali all’interno dei Paesi industrializzati, in aree periferiche (deindustrializzazione o decentramento o rurbanizzazione: entrano in crisi le aree di antica industrializzazione e ne nascono di nuove in zone un tempo rurali dove non esisteva, o era meno presente, l’industrializzazione) diverse dalle prime aree industrializzate es.: nel Regno Unito in crisi le industrie del centro; impiantate nuove industrie nel sud/est che era prima zona rurale. Attualmente l’industria Europea è in ritardo rispetto agli States ed al Giappone nei settori delle tecnologie avanzate (informatica, elettronica e bio/tecnologie). Resta tuttora ai primi posti nel campo chimico, metallurgico, meccanico, agro/alimentare. Sempre in Europa convivono sia multinazionali (particolarmente organizzate ed efficienti le multinazionali tedesche, le cosiddette KONZERN, strutturate verticalmente, padrone quindi di un intero settore di produzione, dalla ”estrazione” delle materie prime al prodotto finito) sia piccole/medie imprese. Le prime si trovano soprattutto in Germania, nel Regno Unito, in Francia, in Olanda e qualcuna in Italia (es.: Fiat, Bayer, Shell, B.P., Daimler Benz, Wolkswagen, Krupp ecc.)
L’ITALIA nella 3^ RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
In seguito al rialzo del prezzo del greggio entrano in crisi le grandi industri chimiche e siderurgiche del nord/ovest. Negli anni’80, si formano piccole e medie industrie (PMI) nel nord/est e centro, con alcune ramificazioni anche nel sud, del paese. Queste PMI, gestite da famiglie, sono specializzate nella produzione di maglieria, ceramiche, conceria, mobilifici, calzature ecc., e si sono caratterizzate per la grande flessibilità di mercato (capacità di adeguamento e rinnovamento dell’offerta in base alle crisi ed esigenze del mercato) e per l’alta qualità dei prodotti. In alcune zone, e per specifiche produzioni all’avanguardia, le PMI sono in stretto collegamento con la ricerca scientifica. A tutt’oggi l’industria italiana è localizzata al nord/est e centro (Lombardia, Veneto, Friuli, Emilia, Marche, Toscana) e verso il sud Frosinone (mobilifici) Napoli (pellami, concerie). Uno dei lati negativi dell’industria italiana è la mancanza di grandi imprese, o transnazionali, ed anche l’orientamento delle imprese esistenti alla specializzazione in settori tradizionali a media tecnologia. Occorre recuperare il tempo perduto nei settori ad alta tecnologia.
FIUMI D’EUROPA
Il più lungo fiume d’Europa è il VOLGA. Nasce dall’altopiano del VALDAJ, in territorio collinare. La parte Nord del fiume è ghiacciata; scorre per la maggior parte del suo corso in pianura, formando delle anse (grandi curve) o meandri. Fiume vecchio, con corrente lenta. Nel suo corso si trovano molti bacini artificiali sfruttati per l’energia elettrica e l’agricoltura. Dalla sorgente alla foce, il Volga scorre completamente in territorio russo. Sfocia nel mar CASPIO con foce a delta.
Estremamente importante dal punto di vista economico, è il fiume RENO. Lungo 900 km, nasce dal S. GOTTARDO in Svizzera, forma il lago di COSTANZA, è navigabile da Basilea in poi; uscendo dalla Svizzera ed entrando in territorio tedesco, s’insinua in una fossa tettonica (antica spaccatura formatasi nell’era terziaria), lambisce la selva nera, passa vicino alla RHUR, bacino carbonifero industrializzato importantissimo per l’economia teutonica, quindi attraversa le più importanti e sviluppate città tedesche quali: Bonn, Düsseldorf, Colonia. Entra in Olanda, si divide in due rami che sfociano nel mar del NORD. Sulla foce ad estuario di uno dei suoi due rami, vi è Rotterdam, il porto più importante del mondo per quantità di merci. Il RENO, è collegato attraverso canali navigabili: ad est al DANUBIO, all’ELBA, al WESER, all’ODER, ad ovest al RODANO, attraverso la MARNA arriva a Parigi; è quindi un’idrovia d’eccezionale importanza economica per tutta l’Europa. Lungo il suo corso si trasportano merci, è collegato ad infrastrutture di terra, oleodotti sotterranei, ferrovie, autostrade; sul suo corso si contano più di 50 porti fluviali.
DANUBIO. Nasce nella SELVA NERA in Germania. Ha un corso di più di 2000 km. Attraversa 8 stati: Germania, Austria (passa a Vienna), Ungheria (passa a Budapest), Slovacchia, Croazia, Serbia (passa a Belgrado), Bulgaria, Romania. Poteva, o meglio si spera potrà, essere importante dal punto di vista economico, ma fino agli anni ’80 (1989), divideva l’Occidente dal mondo comunista e, perciò, le sue acque non sono state sfruttate. Sfocia nel mar NERO
PO – Il più lungo fiume italiano(654 km). Nasce dal Monviso, nelle ALPI occidentali, a 2020 mt. d’altitudine in località Piano del Re, prov. di cuneo. In montagna ha carattere torrentizio, corrente elevata, trasporto di materiali detritici grossolani. Grazie al deposito dei suoi sedimenti, nel corso dei secoli, ha formato la pianura padana, inoltre sempre grazie ai sedimenti è aumentata anche la linea di costa. Nella parte settentrionale del suo corso, i detriti trasportati sono di origine grossolana. Ciò permette all’acqua piovana di insinuarsi nelle falde freatiche e riaffiorare quanto incontra, più a sud/est, terreni di natura argilloso–sabbiosa. Questa zona è detta delle RISORGIVE, acque a temperatura costante anche d’inverno (11° circa), sfruttata per agricoltura e foraggio da allevamento (zona di Cremona e Mantova specializzata nell’allevamento ed anche zona di confine tra l’alta e la bassa pianura). In questa zona gli appezzamenti dei campi sono lunghi rettangoli dovuti alla centuriazione romana, ovvero pezzi uguali di terreno (110mt x lato) distribuite dal governo romano ai veterani. Attraversa Piemonte, Lombardia, Emilia – Romagna. Il suo corso è permeato di anse, meandri. Ha molti affluenti; riceve apporti inquinanti da scarichi di allevamenti, industrie, agricoltura, fogne cittadine. Attraversa Pavia, Milano, Cremona, Mantova; poi, da Piacenza a Ferrara è navigabile. Sfocia con ampio delta lobato (microclima caldo - umido, macchia mediterranea) nel mar Adriatico.
Nell’antichità, il corso del Po, si trovava più a sud di ora, infatti, 6 apparati deltizi (8 in totale) sono stati identificati in Emilia. Il lento spostamento naturale del Po verso nord, è stato uno dei fattori dominanti dell’evoluzione della fascia costiera. Da ricordare che la linea di costa dell’alto Adriatico, ha raggiunto una conformazione simile all’attuale al termine dell’ultima glaciazione quaternaria, circa 10.000 anni fa, quando il mare avanzò verso nord per più di 200 km, ricoprendo la pianura di uno strato d’acqua poco profondo; ancora oggi i fondali dell’alto Adriatico non superano i 50 metri di profondità.
I resti dei due più antichi apparati deltizi, sono di epoca pre-etrusca e si trovano lungo il corso del Po di Volano, circa all’altezza di Codigoro. Al secondo appartengono le dune di Massenzatica, che ne rappresentano i resti più rilevanti. Su questa linea di costa sorse Spina. In età etrusca si è formato il terzo delta più meridionale e più esteso dei precedenti. Una bella testimonianza dei cordoni dell’epoca c’è data dall’argine di Boscoforte (S. Alberto). E’ questa la formazione che ha racchiuso la parte occidentale delle Valli di Comacchio.
I due delta successivi sono di epoca romana, tutti questi primi 5 delta sono di tipo triangolare, cioè i sedimenti fluviali vi si disposero, per opera del moto ondoso, intorno alla foce creando un triangolo avente per vertice lo sbocco stesso del fiume.
In età medievale, il sesto delta evidenzia il grande sviluppo degli apparati deltizi del Po di volano e del Po di Primaro.
Tale foce è di tipo lobato e questa formazione è dovuta all’aumento dei sedimenti trasportati causati da azioni umane (disboscamenti, bonifiche, inalveamento dei corsi d’acqua).
Nella seconda metà del 12° secolo, una serie di rotte nei pressi di Ficarolo, (Polesine – Veneto), causò un profondo mutamento nel corso del fiume.
Il Po, deviò a nord riattivando le bocche ed i canali tra esso e l’Adige e formando presso Chioggia la nuova foce delle Fornaci.
Si ebbero così due rami fluviali principali, di Ferrara e di Venezia. Mentre il primo già nel 17° secolo era, in pratica, interrato e abbandonato; quello di Venezia è tuttora, con il corso modificato, il ramo principale. Il Po delle Fornaci, era però scomodo per Venezia, perché con i suoi sedimenti rischiava di ostruire gli ingressi della laguna. Perciò il Senato della Repubblica di Venezia deliberò di convogliare le acque del Po in un alveo artificiale, il famoso “Taglio di Porto Viro”, che dal Po delle fornaci le portasse verso la Sacca di Goro, allora più vasta dell’attuale.
Molto più a sud, il Reno e numerosi torrenti appenninici (Sillaro, Santerno e il Senio) furono convogliati nell’ultimo tratto dell’alveo del Po di Primaro il quale col ramo di Volano (vicino Pomposa), era rimasto escluso dalla rete idrografica padana. Tali immissioni (quella del Reno risale alla seconda metà del 18° secolo) furono motivate dalle frequenti alluvioni che tali corsi provocarono in assenza di una adeguata rete scolante.
Verso la fine dell’’800 sono state effettuate bonifiche sia nella parte Ferrarese (Codigoro Lagosanto), e a nord di Comacchio. Queste bonifiche sono continuate anche nel XX sec., e sono continuate fino agli anni ’50.
La forma attuale del delta lobato, che si estende per circa 400 km, si fraziona in 6 rami (Po di Levante, Po di Pila, Po di Maestra, Po di Tolle, Po di Gnocca, Po di Goro) che tendono ad allargarsi in stagni e paludi (localmente dette valli), rese salmastre dall’ ingressione d’acqua marina,ed alimentano 14 bocche a mare.
Comacchio
Era un paese formato da 13 isole e fino al 1821 non aveva collegamenti con la terraferma. Era un sito famoso in epoca antica per le sue saline, ed il relativo commercio di sale, nelle sue vicinanze prosperava il porto etrusco di SPINA (ritrovato dagli archeologi negli anni ’50 ed i cui reperti hanno fatto la fortuna di molti comacchiesi) Comacchio fu più volte saccheggiata dai veneziani sino alla distruzione delle saline. L’economia della città si dovette così riconvertire allo sfruttamento della laguna; pesca e preparazione del pesce (famoso dal ‘300 in poi il pesce marinato di Comacchio) Nel 1821 fu tracciata una strada che collegava Comacchio a Ostellato, e solo nel 1930 che Comacchio ebbe un collegamento stabile con la terraferma (parte di laguna bonificata).
Ambienti umidi tipici dei delta:
- LAGUNA: specchio d’acqua poco profondo in diretto collegamento con il mare, ma separato da esso da cordoni sabbiosi e piccole isole;
- VALLE: specchio d’acqua poco profondo collegato con il mare attraverso canali;
- PIALASSA: si trova in territorio ravennate, deriva il nome dal dialetto “pia” e “lassa” (piglia e lascia acqua con alta e bassa marea). Può essere considerata una laguna in quanto in diretto contatto con il mare, ma anche una valle perché è separata dal mare da canali. E’ un ambiente naturale di grande importanza per i biomi esistenti (bioma = associazioni di animali e vegetali di un luogo), come il PRATO BARENICOLO, la vegetazione a MACCHIA MEDITERRANEA, le PINETE residue, le zone umide (ES. PUNTE ALBERETE). Le ultime bonifiche effettuatevi risalgono agli anni ’50, quindi una migliore coscienza ambientale ha portato col tempo a forme di protezione di questo ambiente sempre maggiori sino all’attuale Parco del DELTA del Po.
Storia dell' Europa
I CARATTERI ECONOMICI E SOCIALI DEL `500.
L‘espansione demografica.
Agli inizi del XI secolo la popolazione europea era di 40 milioni, passata a 70 milioni nella prima metà del `300.
Nel XIV secolo epidemie di peste e devastazioni belliche (vedi guerra dei 100 anni) furono all‘origine di una crisi demografica fin verso la metà del `400.
Segui l‘abbandono delle terre e alcuni settori dell‘attività commerciale.
Nella seconda metà del `400 la polazione comincia a salire fino al 1600.
In Italia aumenta da 10 a 13 milioni.
La Francia ne conta 16 milioni.
I Paesi Bassi la raddoppiano.
La Germania ne conta 20 milioni.
L‘attuale Svizzera ne conta 800`000.
L‘Inghilterra 4 milioni.
Questo aumento lo si ha specialmente nell‘area mediterranea.
I rapporti città-campagna sono cambiati, con una crescita di donanda di carne e cereali.
La cause della ripresa sono diverse:
- calo delle epidemie.
- aumento degli alimentari.
- riduzione di carestie.
Le campagne. L‘agricoltura del `500.
La popolazione è prevalentemente rurale.
A confronto dello sviluppo tecnico dei secoli XII e XIII l‘agricoltura usa tecniche già sperimentate, come rotazione triennale, incremento dell‘uso dei concimi.
Nel `500 le colture aumentano.
Dall‘America giunge in Spagna il mais, ma poco coltivato e solo per il bestiame.
L‘uso della patata sembra più tardivo.
Si coltiva segale in Polonia e Russia, orzo in Inghilterra, frumento, avena, miglio in Francia, riso in Italia e scarsa produzione di zucchero nel Mediterraneo, lupulo al nord e nelle zone rurali la castagna.
Si coltiva il gelso per la coltivazione del baco da seta, il cotone, il lino, la canapa.
Malgrado ciò il fabbisogno di produzione agricola è carente, specialmente nel mediterraneo a partire dal `500.
L‘allevamento.
Nasce l‘industria della lana a scapito dell‘agricoltura.
Tra il `300 e il `400 cala il trezzo del grano, per contro c‘è richiesta di lana, formaggi, carne.
Nel `500 ci sarà una ripresa dell‘egricoltura.
Meno richiesta di tessuti e più produzione di carne.
Dalla Polonia al Danubio fino in Russia vi sono grandi estensioni di pascoli per l‘allevamento, come in Germania, Francia e Italia.
Si trova un equilibrio tra attività agricola e allevamento, viene limitato l‘uso del bestiame.
Lavoro e proprietà della terra.
Nel `400 sono poche le aree libere per i contadini.
La terra è proprietà di un signore che la dà ai contadini da coltivare.
La servitù della gleba verso il `500 è quasi scomparsa nell‘Europa occidentale.
Tra il `400 e il `600 l‘esigenza di produzione spinge i proprietari di terre ad aumentare la lavorazione della terra.
I commerci.
Per i commerci venivano usate le strade che collegano i villaggi e le città.
Si scambiao cereali,vini, tessuti, bestiami, abbigliamento, spezie, gioielli; il tutto nelle fiere.
Al di sopra degli scambi c‘è il commercio internazionale con Africa, Asia e America.
In Europa è notavole l‘espansione di contri e strade dalla fine del `400 all‘inizio del `500.
A questi sviluppi importanti sono legate le città di Siviglia, Lisbona, Bordeaux, Nantes, Londra, Anversa e Ansterdam.
Vi è piena espansione del traffivo sul mare del nord e un certo declino delle città nord-tedesche.
Gli olandesi e gli inglesi contollano il 70% dei traffici nel canale della Manica.
L‘area Mediterranea non risentì della concorrenza delle rotte Atlantiche che restano una piazza commerciale molto attiva.
In questo periodo fioriscono le banche che finanziano imprese economiche, come pure sovrani e principi.
La produzione industriale.
Durante tutto il XVI secolo le principali attività sono estrattive, metallurgiche e tessili, alle quali seguono la tipografia, l‘edilizia del vetro e delle armi.
L‘agricoltura accupa un decimo della popolazione.
In Inghilterra e nella regione di Liegi si estrae carbone e rame.
In Biscaglia, Stiria, Francia, Germania, Alpi e Svezia si estrae il ferro.
Tirolo, Boemia, Sassonia, Castiglia, America ricavano argento; nel Lazio l‘allume.
L‘attività tessile è diffusa in tutta l‘Europa, al sud si produce seta e nelle Findre, come nel nord Italia e pure in Inghilterra la lana.
Si diffonde il lavoro saltuario di fabbrica e dell‘artigianato, si produce in casa con macchine affittate ad un artigiano che fornisce anche la materia prima, il quale penserà a commercializzare il prodotto finito.
L‘organizzazione della corporazione è destinata al commercio cittadino.
Il lavoro a domicilio permette di sfuggire alle regole della corporazione.
Le città.
La città, nella quale è presente il 10% della popolazione, importante per lo sviluppo dell‘economia.
La città è un luogo di consumo, decosioni, scambio e sede di banche e commerci.
L‘importanza di Lisbona, Siviglia, Livorno, Londra, è legata alla decisione di un principe o di un sovrano.
Un esempio ne è Lione che fu scelta dal re come proprio mercato finantiario.
Augusta, Colonia, Anversa, devono il loro sviluppo al re di Inghilterra e agli Asburgo.
A volte i mercanti diventavano signori delle città.
L’aumento dei prezzi.
Una “rivoluzione dei prezzi” si ebbe nella seconda metà del `500 specialmente per i prodotti agricoli (specie in Francia e Spagna).
Quest’aumento dei prezzi si metteva in relazione alle importazioni spagnole d’oro e argento.
La Spagna esportava poi l’argento per i pagamenti, per l’approvvigionamento dei militari, per le importazioni, per rimborsare i prestiti avuti dai banchieri.
Secondo gli storici, l’oro e l’argento non furono la causa della “rivoluzione dei prezzi”, ma fu la domanda dei beni dovuta all’aumento della popolazione.
Il grande aumento di denaro favorì gli speculatori e le imprese, ma venne a discapito dei salariati e proprietari di terre.
La struttura della società.
Il potere e il comando erano del re, poi c’erano i suoi ufficiali
Il popolo era diviso in ordini:
- L‘ordine del clero che concigliava la benevolenza divina delo stato.
2. L‘ordine della nobiltà che serviva lo stato con le armi
- L‘ordine del Terzo Stato che sosteneva i „mestieri di pace“.
Ogni ordine era diviso in gradi.
La nobiltà era il grado principale.
Al grado più basso stavano i mendicanti, i manovali, gli artigiani e i contadini.
Superiori a questi ultimi sono i mercanti, i procuratori, i notai, i finanzieri, gli avvocati e i membri della corte che sono „nobiluomini“
Tra gli artigiani i primi di grado sono gli orafi, poi i tipografi, poi i commercianti.
Queste gerarchie sono stabilite dalla legge.
Chi è di grado inferiore deve dare rispetto a colui che è di grado superiore.
Una specie di divisione di classe è data da differenze economiche.
Gli ordini non sono divisi in classi perché una classe può contenere più ordini.
Nel terzo stato le differenze sono molte soprattutto economiche.
L’EUROPA IN CRISI
Le carestie
Dal 1340 al 1430 fu il periodo più difficile per l’Europa.
Il popolo era confrontato con tumulti, carestie, peste, che bloccavano l’economia.
Tra l’ XI e l’ XII secolo le tecniche e i dissodamenti dei terreni avevano aumentato la qualità dei raccolti e fatto nascere nuovi villaggi.
Le città accoglievano nuova gente e il commercio univa Europa e mondo islamico.
Vi erano però disponibili quasi esclusivamente i cereali e le annate piovose (dopo il 1300) misero in crisi i raccolti.
Il passaggio di bande ed eserciti, impedivano per un certo periodo l’attività agricola, e alle carestie del 1309 fino al 1320, seguì la peste del 1347.
La peste
Nel 1347 sulle navi che dalla Crimea sbarcarono a Messina vi erano alcuni malati di peste.
Dopo alcune settimane l’epidemia aveva invaso quasi tutta l’Italia diffondendosi in buona parte dell’Europa (Francia, Olanda, isole Britanniche, Austria, Scandinavia e Spagna).
La peste di tipo bubbonico presentava anche complicazioni polmonari.
Il malato, coperto di pustole, presentava convulsioni e vomitava sangue morendo in circa tre giorni.
Il pericolo di essere contagiati dai cadaveri, che venivano bruciati, persisteva per 48 ore.
La medicina era impotente e nacque il sospetto di congiura diabolica, i cui colpevoli erano ebrei, lebbrosi e mendicanti, i quali furono sottoposti a violenti massacri.
Dopo il 1350 la peste ricomparve ad intervalli regolari per quasi un secolo.
Il calo demografico
La carestia e le pestilenze arrestarono la crescita della popolazione.
Le nascite diminuivano e per sfuggire dal passato la gente abbandonava i luoghi d’origine, abbandonando le colture.
La conseguenza fu la scomparsa dei villaggi e le terre coltivate divennero boscaglia.
Diminuita la popolazione diminuì anche il prezzo del grano e si passò alla coltivazione di piante tessili (lino, cotone, canapa) e vigneti.
Riprese quota l’allevamento ovino più remunerativo e mano costoso, non necessitando di manodopera.
Si diffuse il consumo di carne nella città, dando importanza al mestiere del macellaio.
Rivolte rurali e urbane
Le cause delle rivolte furono la crisi economica, la peste e il calo demografico.
Il calo del prezzo dei cereali trasformò le colture.
I proprietari s’impadronirono delle terre a disposizione dei villaggi, reclamando dai contadini più prestazioni per rinvigorire le loro aziende agricole.
In città i potenti si accaparrarono le attività economiche e le corporazioni non accolsero più altri membri.
Ciò creò un contrasto tra il modo di vivere dei potenti e il popolo rurale.
Lo stato passò a chiedere tasse più elevate.
Il punto di riferimento costituito dalla chiesa veniva a mancare, siccome queste crisi misero in dubbio alcune certezze sulle quali si basava la vita quotidiana.
Il popolo chiaramente desiderava uguaglianza e giustizia.
Fine articolo sull' Europa
L’Europa in 12 lezioni
di Pascal Fontaine
Commissione europea
Direzione generale della Stampa e della comunicazione
Manoscritto terminato in novembre 2003
Tratto da ec.europa.eu
A che cosa serve l’Unione europea? Perché e come è nata e come funziona? Che cosa ha fatto sino ad oggi per i suoi cittadini e quali sono le nuove sfide che l’aspettano? Ora che si espande per unire venticinque o anche trenta paesi, in quale modo dovrà cambiare? Nell’era della globalizzazione, può competere con le altre grandi economie, potrà continuare a svolgere un ruolo importante sulla scena mondiale?
A queste e ad altre domande Pascal Fontaine, professore universitario emerito ed esperto degli affari europei, tenta di dare una risposta in un appassionante volumetto. Chiaro e godibile, L’Europa in 12 lezioni è il seguito di 10 lezioni sull’Europa, pubblicazione di successo dello stesso autore.
Unione europea
L’Europa in 12 lezioni
INDICE
1. Perché un’Unione europea ..
2. Le grandi tappe storiche ..
3. L’allargamento ..
4. Come funziona l’Unione ..
5. Che cosa fa l’Unione ..
6. Il mercato interno ..
7. L’unione economica e monetaria e l’euro ..
8. Verso una società dell’informazione e della conoscenza ..
9. L’Europa dei cittadini ..
10. L’Europa delle libertà, della sicurezza e della giustizia ..
11. L’Unione europea nel mondo ..
12. Un futuro per l’Europa ..
Cronologia dell’integrazione europea ..
1. Perché un’Unione europea
La pace
L’idea di un’Europa unita è stata a lungo appannaggio di una stretta cerchia di filosofi e visionari. Victor Hugo vagheggiava gli «Stati Uniti d’Europa» con spirito pacifista e umanista. Ma gli ideali ottocenteschi furono tragicamente smentiti dagli eventi bellici che prostrarono l’Europa nella prima metà del XX secolo.
Dopo la seconda guerra mondiale, la resistenza e la sconfitta dei regimi dittatoriali, nasce una nuova speranza e con essa la determinazione a stemperare gli odi e gli antagonismi nazionali in una pace duratura. Statisti coraggiosi come Konrad Adenauer, Winston Churchill, Alcide de Gasperi e Robert Schuman hanno saputo guidare i popoli d’Europa, fra il 1945 e il 1950, verso una nuova era. L’Europa occidentale avrebbe avuto un nuovo ordine improntato a interessi e valori comuni e nuovi trattati avrebbero garantito il rispetto della legge e l’uguaglianza fra i popoli.
Il 9 maggio 1950, ispirandosi a un’idea di Jean Monnet, il ministro francese degli Affari esteri Robert Schuman propose di creare la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Le materie prime della guerra passavano così sotto il controllo di un’autorità comune, l’Alta Autorità, che con grande senso pratico e altissimo valore simbolico fece del carbone e dell’acciaio strumenti di riconciliazione e di pace.
Tale idea generosa e audace ebbe grande successo. Per oltre mezzo secolo gli Stati membri delle Comunità europee avrebbero collaborato pacificamente. Nel 1992 il trattato di Maastricht ha consolidato e potenziato le istituzioni comunitarie creando l’Unione europea (UE) che oggi conosciamo.
L’Unione europea si è molto adoperata per la riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Quando poi l’impero sovietico è crollato nel 1991, i paesi dell’Europa centrale e orientale, liberati dal giogo decennale del Patto di Varsavia, hanno naturalmente optato per il campo delle nazioni democratiche occidentali.
La sicurezza
L’Europa del XXI secolo deve tuttavia affrontare un nuovo problema, quello della sicurezza. La soluzione è tuttaltro che scontata. Ogni singolo passo avanti nello sviluppo mondiale porta con sé rischi e opportunità. L’UE deve provvedere alla sicurezza di quindici (presto venticinque) Stati membri; deve collaborare in modo costruttivo con le regioni appena fuori dei suoi confini, Nord Africa, Balcani, Caucaso, Medio Oriente. I tragici eventi dell’11 settembre 2001 a New York e Washington mostrano quanto sia fragile l’esistenza umana di fronte al fanatismo e alla sete di vendetta.
Le istituzioni dell’UE hanno avuto un ruolo centrale nel processo di invenzione e attuazione di un sistema che ha regalato pace e prosperità a una regione così vasta come l’Europa. Ma l’Unione deve anche tutelare i suoi interessi militari e strategici, d’accordo con i suoi alleati fra cui la NATO e mediante la definizione di un’autentica politica europea di sicurezza e difesa (PESD).
Sicurezza interna e sicurezza esterna sono due facce della stessa medaglia. Per lottare contro il terrorismo e la criminalità organizzata occorre cioè che le forze dell’ordine di tutti gli Stati membri tessano legami di intensa collaborazione. Fra le nuove sfide dell’Europa, la creazione di uno spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia in cui i cittadini abbiano pari accesso alla giustizia e siano uguali difronte alla legge esige una cooperazione rafforzata fra i governi e presuppone che organi come Europol, l’ufficio europeo di polizia, possano assumere un ruolo più attivo ed efficace.
La solidarietà economica e sociale
L’Europa si è costruita in funzione di obiettivi politici ma trae dinamismo e successo dalle fondamenta economiche su cui poggia: il mercato unico, cui partecipano tutti gli Stati membri, e la moneta unica, che ha corso legale in dodici degli attuali quindici membri.
Per garantire la crescita economica e far fronte alla concorrenza delle grandi economie mondiali, i paesi europei, il cui peso demografico è sempre minore su scala globale, devono restare uniti. Nessuno Stato membro dell’UE è sufficientemente forte per lanciarsi da solo sul mercato globale. Le imprese europee hanno inoltre bisogno di spazi più ampi dei singoli mercati nazionali per conseguire economie di scala e procacciare nuovi clienti. L’UE si è pertanto adoperata per la creazione di un mercato unico europeo rimuovendo gli antichi ostacoli agli scambi e sollevando gli operatori economici da inutili oneri burocratici.
L’Europa della libera concorrenza non può tuttavia prescindere dall’Europa della solidarietà, della gente comune. Concretamente, quando alluvioni o altre calamità naturali si abbattono sui nostri paesi, il bilancio dell’Unione stanzia fondi di assistenza per le popolazioni colpite. Il vasto mercato europeo, con i suoi 380 milioni di consumatori, deve inoltre giovare a un numero massimo di operatori economici e sociali. I fondi strutturali della Commissione europea promuovono e sostengono per l’appunto l’intervento di Stati e regioni volto a colmare i divari di sviluppo. Il bilancio dell’Unione e i prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI) contribuiscono infine a sviluppare le infrastrutture di trasporto in Europa (autostrade, treni ad alta velocità), rompendo l’isolamento delle regioni periferiche e incentivando gli scambi transeuropei.
Agire insieme per promuovere un modello europeo di società
Le società postindustriali europee diventano sempre più complesse. Il tenore di vita continua a crescere ma persiste il divario fra ricchi e poveri che rischia peraltro di aumentare con l’adesione degli ex paesi comunisti. È pertanto indispensabile che gli Stati membri collaborino e affrontino insieme le problematiche sociali.
Sul lungo periodo, tutti i paesi dell’Unione godranno dei frutti della cooperazione. Mezzo secolo di integrazione europea insegna che l’unione davvero fa la forza: è indubbio infatti che l’Unione europea ha molto più peso economico, sociale, tecnologico, commerciale e politico finanche della somma artimetica dei suoi membri.
Il motivo? Perché l’Unione è la prima potenza commerciale del mondo e ha quindi un ruolo determinante nei negoziati internazionali; perché usa tutta la sua forza commerciale e agricola nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio e per attuare il protocollo di Kyoto sull’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici; perché ha saputo varare importanti iniziative al vertice di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile nell’agosto 2002; perché prende posizione su questioni sensibili per il cittadino quali la tutela dell’ambiente, le fonti rinnovabili di energia, il principio di precauzione nella sicurezza alimentare, gli aspetti etici della biotecnologia, la protezione delle specie minacciate.
Il vecchio adagio «L’unione fa la forza» ha ancora senso per gli europei. L’Europa trae vigore dalla capacità di agire di comune accordo in virtù di decisioni assunte da istituzioni democratiche: il Consiglio europeo, il Parlamento europeo, il Consiglio dell'Unione europea, la Commissione europea, la Corte di giustizia e la Corte dei conti.
L’Unione intende promuovere i valori umanitari e il progresso sociale, conferendo all’individuo un ruolo da protagonista e non già di vittima del processo di globalizzazione e cambiamento tecnologico che sta rivoluzionando il mondo. Le forze del mercato o l’azione unilaterale di un unico paese non bastano a colmare le esigenze dell’umanità.
L’Unione propugna una visione umanista e un modello sociale che la stragrande maggioranza dei cittadini sente proprio. I diritti dell’uomo, la solidarietà sociale, la libertà d’impresa, l’equa condivisione dei frutti della crescita economica, il diritto a un ambiente tutelato, il rispetto delle diversità culturali, linguistiche e religiose, un’armoniosa combinazione di progresso e tradizioni costituiscono per gli europei un patrimonio di valori comune.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, sancisce tutti i diritti attualmente riconosciuti dai quindici Stati membri e dai loro cittadini. Diversi per cultura e tradizioni, gli europei sono tuttavia uniti da questo patrimonio di valori che li distingue dal resto del mondo.
Il trattato di Maastricht enuncia per la prima volta un principio essenziale per il funzionamento dell’Unione, il «principio della sussidiarietà». L’UE e le sue istituzioni intervengono soltanto se e nella misura in cui l’azione europea è più efficace di quella nazionale o locale. Il fine è evitare un’inutile ingerenza dell’Unione nella vita dei suoi cittadini. L’identità europea è un bene prezioso, da preservarsi in quanto tale. Confonderla con l’uniformità sarebbe un errore inviso a tutti.
2. Le grandi tappe storiche
L’Unione europea è il frutto del lavoro di quanti, uomini e donne, si adoperano concretamente per la costruzione di un’Europa unita. Non esiste al mondo altra organizzazione in cui un gruppo di paesi esercitino a tal punto, tutti insieme, la sovranità in settori d’importanza cruciale per i cittadini. L’UE ha creato la moneta unica e un mercato unico dinamico affinché persone, merci e capitali possano circolare liberamente e grazie al progresso sociale e a una concorrenza leale fa in modo che tale mercato comune vada a vantaggio dei più.
Le fondamenta costituzionali di tale edificio sono:
- il trattato di Parigi che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951;
- i trattati di Roma che istituiscono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (CEEA o Euratom) nel 1957.
I trattati istitutivi sono stati poi modificati:
- dall’Atto unico europeo nel 1986;
- dal trattato sull’Unione europea a Maastricht nel 1992;
- dal trattato di Amsterdam nel 1997;
- dal trattato di Nizza nel 2001.
I trattati hanno instaurato stretti legami giuridici fra gli Stati membri. La legislazione dell’Unione si applica direttamente al cittadino europeo cui conferisce diritti specifici.
Creando un mercato comune del carbone e dell’acciaio i sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) intesero anzitutto garantire la pace fra i vincitori e i vinti della seconda guerra mondiale, associandoli e inducendoli a cooperare in un quadro istituzionale comune improntato al principio dell’uguaglianza.
I sei Stati fondatori decisero allora di costruire una Comunità economica europea (CEE) introducendo un mercato comune per una vasta gamma di prodotti e servizi. I dazi doganali furono definitivamente aboliti il 1o luglio 1968 e già negli anni Sessanta furono istituite le politiche comuni, prime fra tutte la politica agricola e quella commerciale.
L’avventura fu un tale successo che Danimarca, Irlanda e Regno Unito decisero di aderire alla Comunità. Il primo allargamento del 1973 portò gli Stati membri da sei a nove e introdusse nuovi compiti e politiche comuni: la politica sociale, la politica ambientale e la politica regionale, per la cui attuazione fu creato nel 1975 il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR).
Agli inizi degli anni Settanta emerge la necessità di armonizzare le singole economie e con essa l’idea di un’unione monetaria. Nel contempo, gli Stati Uniti decidono di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro inaugurando un periodo di grande instabilità monetaria sui mercati mondiali, aggravata dagli shock petroliferi del 1973 e del 1979. Con il Sistema monetario europeo (SME) introdotto nel 1979, i tassi di cambio si stabilizzano e gli Stati membri cominciano a attuare politiche di rigore, riuscendo così a mantenere legami di solidarietà reciproca e a disciplinare le loro economie.
Nel 1981 entra a far parte delle Comunità la Grecia, seguita dalla Spagna e dal Portogallo nel 1986. Urge allora introdurre programmi strutturali, come i primi programmi integrati mediterranei (PIM), per ridurre il divario di sviluppo economico fra i dodici Stati membri.
Nel frattempo la Comunità economica europea assume un ruolo prominente sulla scena internazionale siglando, fra il 1975 e il 1989, una serie di convenzioni (Lomé I, II, III e IV) per il commercio e l’aiuto allo sviluppo con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (i cosiddetti ACP), culminate nell’accordo di Cotonou del giugno 2000. È grazie a questi strumenti che l’Europa, prima potenza commerciale del mondo, si afferma a livello globale al punto da mirare, in ultima analisi, all’istituzione di una politica estera e di sicurezza comune.
Agli inizi degli anni Ottanta la recessione mondiale alimenta in Europa una corrente di «europessimismo». Nel 1985 la Commissione europea, allora presieduta da Jacques Delors, pubblica un libro bianco foriero di nuove speranze. La Comunità decide infatti di completare il mercato comune europeo entro il 1o gennaio 1993. Sancisce tale ambizioso obiettivo l’Atto unico europeo che viene firmato nel febbraio del 1986 ed entra in vigore il 1o luglio 1987.
L’assetto politico del continente subisce una radicale trasformazione con la caduta del muro di Berlino nel 1989, la riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990, la democratizzazione dei paesi dell’Europa centrale e orientale liberatisi dal controllo sovietico e l’implosione dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991.
Anche le Comunità europee sono in piena evoluzione. Gli Stati membri aprono le trattative per elaborare un nuovo trattato che il Consiglio europeo (capi di Stato e di governo) adotterà a Maastricht nel dicembre 1991. Il «trattato sull’Unione europea» entra in vigore il 1o novembre 1993 e la CEE diventa più semplicemente la «Comunità europea» (CE). Integrando nel sistema comunitario un regime di cooperazione intergovernativa per taluni settori, il nuovo trattato crea l’Unione europea (UE) e impartisce agli Stati membri una serie di ambiziosi obiettivi: l’unione monetaria entro il 1999, la cittadinanza europea e nuove politiche comuni; la politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la sicurezza interna.
Il dinamismo europeo e l’evoluzione geopolitica del continente convincono altri tre paesi ad aderire all’Unione. Il 1o gennaio 1995 l’Austria, la Finlandia e la Svezia diventano parte integrante di un’Unione di quindici membri che muove passi sinceri verso il suo più spettacolare obiettivo: introdurre un unico conio, l’euro, in sostituzione delle singole monete nazionali. Dal 1o gennaio 2002 le euromonete e le eurobanconote hanno libero corso nei dodici paesi dell’area dell’euro (detta anche «zona euro»). La moneta unica assurge così allo status di valuta internazionale di riserva, alla stregua del dollaro.
Il mondo entra nel XXI secolo e gli europei devono affrontare insieme le molteplici sfide della globalizzazione. L’economia mondiale si trasforma sotto l’impulso delle nuove tecnologie rivoluzionarie e l’esplosione di Internet, la società si disgrega e si moltiplicano gli scontri fra culture diverse.
Nel marzo 2000 il Consiglio europeo decide la cosiddetta «stategia di Lisbona». L’obiettivo è fare dell’economia europea un concorrente atto a confrontarsi sui mercati globali con colossi come gli Stati Uniti o i paesi di recente industrializzazione. Ciò presuppone che tutti i settori siano aperti alla concorrenza, che sia dato ampio spazio all’innovazione e all’investimento e che i sistemi scolastici ed educativi siano in grado di rispondere alle esigenze della società dell’informazione.
Le riforme diventano tanto più urgenti quanto più aumenta la pressione sugli Stati membri delle spese pensionistiche e della disoccupazione. L’opinione pubblica chiede ai governi, con insistenza crescente, di trovare una soluzione pratica ed equa a queste problematiche.
Siamo alla metà degli anni Novanta, l’Europa dei Quindici si è da poco costituita che già dodici nuovi paesi bussano alla sua porta. Presentano domanda di adesione le ex democrazie popolari del blocco sovietico (Bulgaria, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria), tre stati baltici dell’ex Unione Sovietica (Estonia, Lettonia e Lituania), una repubblica dell’ex Iugoslavia (Slovenia) e due paesi mediterranei (Cipro e Malta).
Spinta dal desiderio di stabilità sul continente e dall’impulso di estendere a tali giovani democrazie i benefici dell’unificazione europea, l’UE si prepara a un allargamento dalle proporzioni inaudite. I negoziati per l’adesione dei paesi candidati iniziano a Lussemburgo nel dicembre 1997 e a Helsinki nel dicembre 1999. Con dieci paesi dell’adesione tali negoziati si concludono il 13 dicembre 2002 a Copenaghen. Si delinea così l’Europa dei Venticinque, che sarà tale solo nel 2004 nell’attesa di ampliarsi ancora ed aprirsi a nuovi paesi europei nei prossimi anni.
Oltre mezzo secolo di integrazione europea ha profondamente segnato la storia del continente e la mentalità dei suoi abitanti. I governi degli Stati membri sanno tutti, indifferentemente, che l’era della sovranità nazionale assoluta è finita e che soltanto l’unione delle forze e la concezione di un «destino oramai condiviso» (per citare il preambolo del trattato CECA) permetteranno alle vecchie nazioni di progredire sul piano economico e sociale e continuare ad influire sul destino del mondo.
Il metodo comunitario, che dosa sapientemente interessi nazionali e interessi comunitari nel rispetto delle diversità nazionali pur promuovendo l’identità dell’Unione, mantiene tutto il suo valore originario. Concepito per sormontare gli antagonismi secolari e scongiurare il senso di superiorità e il ricorso alla forza nei rapporti fra gli Stati, tale metodo ha permesso all’Europa democratica e libertaria di restare coesa per tutto il periodo della guerra fredda. La fine dell’antagonismo Est/Ovest e la riunificazione politica ed economica del continente sono una vittoria per l’ideale europeo, un ideale di cui i popoli d’Europa hanno più che mai bisogno.
L’Unione europea ha una risposta alla globalizzazione e l’attinge direttamente dall’enorme patrimonio dei valori europei. L’Unione europea ha la migliore «polizza assicurativa» per un futuro di pace e di libertà.
3. L’allargamento
Copenaghen, un summit storico
Il Consiglio europeo di Copenaghen del 13 dicembre 2002 inaugura una delle fasi storiche più ardite dell’unificazione europea. Nel decidere l’adesione di altri dieci paesi a partire dal 1o maggio 2004, l’Unione europea non si espande soltanto geograficamente accrescendo la sua popolazione, ma riunifica soprattutto un continente dilaniato, ponendo fine alla divisione che dal 1945 separa il mondo libero dal mondo comunista.
Questo quinto allargamento ha una dimesione politica e morale. Paesi europei per appartenenza geografica, per cultura, storia e aspirazioni come Cipro, la Repubblica ceca, l’Estonia, l’Ungheria, la Lettonia, la Lituania, Malta, la Polonia, la Slovacchia e la Slovenia possono infine ricongiungersi con la famiglia democratica europea e concorrere al grande disegno dei padri fondatori. I trattati di adesione firmati ad Atene il 16 aprile 2003 consentono ai popoli dei nuovi Stati membri di partecipare alle elezioni europee del giugno 2004 nella loro nuova qualità di cittadini dell’Unione.
Il lungo cammino verso l’adesione
La storia di questo particolare allargamento risale al 1989, quando crolla il muro di Berlino e cala la cortina di ferro. Repentinamente, l’Unione istitusce il programma di assistenza finanziaria Phare per aiutare le giovani democrazie a ricostituirsi economicamente e per agevolare il processo di riforme politiche. Il 22 giugno 1993 il Consiglio europeo di Copenaghen dà l’accordo «affinché i paesi associati dell’Europa centrale e orientale che lo desiderano diventino membri dell’Unione europea». Sono quindi fissati tre criteri principali cui devono conformarsi i nuovi paesi prima dell’adesione:
- criterio politico: avere raggiunto una stabilità istituzionale tale da garantire la democrazia, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani nonché il rispetto e la tutela delle minoranze;
- criterio economico: esistenza di un’economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze di mercato all’interno dell’Unione;
- terzo criterio ovvero la capacità di applicare l’acquis comunitario, assumendo gli obblighi connessi con l’adesione all’UE, tra cui il perseguimento dell’obiettivo dell’unione politica, economica e monetaria.
Sulla base delle raccomandazioni della Commissione e dei pareri del Parlamento, il Consiglio europeo di Lussemburgo del dicembre 1997 e quello di Helsinki del dicembre 1999 aprono i negoziati con i dieci paesi dell’Europa centrale e orientale, con Cipro e Malta.
Il trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997 e il trattato di Nizza del 26 febbraio 2001 mirano a consolidare l’Unione e a semplificarne i processi decisionali prima dell’allargamento.
I negoziati con i dieci paesi candidati si concludono a Copenaghen il 13 dicembre 2002. Gli accordi stabiliscono i meccanismi e i periodi di transizione necessari affinché i nuovi Stati membri possano onorare tutti gli obblighi legati all’adesione. Il lavoro che attende i nuovi parlamenti e le istituzioni recentemente ricostituite è di dimensioni sovraumane: ciascun paese dovrà recepire, ma anche fare applicare, i 26 000 atti giuridici di cui consta l’acquis comunitario, per un totale di circa 80 000 pagine. Solo questo sforzo immane e la solidarietà attiva dei Quindici permetterà di garantire il regolare funzionamento del mercato interno e il conseguimento degli obiettivi politici dell’Unione.
Perché l’allargamento non degeneri in una mera associazione di libero scambio, l’Unione si prefigge di potenziare la coesione interna e di garantire che una così vasta famiglia di nazioni funzioni con la dovuta efficacia. La Convenzione sul futuro dell’Unione europea, presieduta da Valéry Giscard d’Estaing, nasce per l’appunto per elaborare una costituzione a beneficio di una nuova Unione di 25 membri. I lavori della Convenzione si concludono nel giugno 2003 e già il 20 giugno il Consiglio europeo di Salonicco dichiara il progetto di trattato costituzionale una buona base di lavoro per la successiva conferenza intergovernativa.
I nuovi Stati membri hanno partecipato attivamente ai lavori della Convenzione. Ciascun paese dovrà designare un commissario che assumerà l’incarico dal 1o maggio 2004, data in cui entrano in vigore i trattati di adesione. Dopo le elezioni europee del giugno 2004, il neo-eletto Parlamento europeo voterà la nuova Commissione che entrerà in carica il 1o novembre 2004.
Stando alle parole del presidente Romano Prodi, l’Unione ha onorato l’impegno assunto nei confronti dei paesi candidati mettendo fine alle ingiustizie e alle brutalità del XX secolo, al totalitarismo e alla guerra fredda. Non solo, l’Unione propone una nuova filosofia delle relazioni internazionali: unità e molteplicità, comunità di valori e differenze saranno ancora di più i suoi tratti costitutivi. «L’Europa stessa, la sua storia recente, è il riconoscimento delle identità e delle differenze; l’Europa allargata sarà il primo tentativo di costruire un nuovo tipo di cittadinanza su scala continentale e sarà il più forte moltiplicatore dei diritti dei cittadini e della potenza degli Stati» (discorso dinanzi al Parlamento europeo a Strasburgo del 6 novembre 2002).
I 75 milioni di nuovi cittadini guadagnano in media il 40 % del reddito dichiarato nell’Europa dei Quindici. Per questo, gli accordi di adesione contemplano un’assistenza finanziaria di 10 miliardi di euro nel 2004, 12,5 miliardi nel 2005 e 15 miliardi nel 2006. Tale aiuto dovrebbe permettere alle economie dei nuovi paesi, alcune delle quali in forte espansione, di mettersi progressivamente al passo. L’integrazione fra i Dieci e i Quindici è tuttavia già ampiamente raggiunta grazie alla liberalizzazione degli scambi decisa negli anni Novanta e alle riforme interne intraprese dai governi dei paesi candidati.
Per i nuovi entranti sono previsti 40 miliardi di euro a carico del bilancio dell’Unione dal 2004 al 2006. Le somme assegnate andranno agli aiuti regionali e strutturali, un quarto sarà consacrato alla politica agricola comune (PAC) e il saldo sarà riservato per la modernizzazione delle amministrazioni o la sicurezza delle centrali nucleari. L’accordo finanziario, concluso dall’Unione con i Dieci nuovi a Copenaghen nel dicembre 2002, rispetta i massimali imposti fino al 2006 dal Consiglio europeo di Berlino del marzo 1999.
Fin dove si dice Europa
Ai 25 paesi dell’Unione allargata e ai suoi 454 milioni di cittadini dovrebbero aggiungersi nel 2007 i bulgari e i rumeni, se tutto va secondo i piani convenuti a Copenaghen. Proprio nella capitale danese il Consiglio europeo ha rammentato la decisione presa a Helsinki nel 1999 in base alla quale «la Turchia è uno Stato candidato destinato ad aderire all’Unione in base agli stessi criteri applicati agli altri Stati candidati». Se il Consiglio europeo del dicembre 2004 deciderà, sulla scorta di una relazione e di una raccomandazione della Commissione, che la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen, l’Unione europea avvierà senza indugio i negoziati di adesione con la Turchia.
La Turchia è paese membro della NATO e del Consiglio d’Europa, associato all’Unione dal 1964 e candidato all’adesione dal 1987. Ponte naturale fra oriente e occidente, la prospettiva che integri l’UE pone serie domande su quali siano i confini ultimi dell’Unione: se basta osservare i criteri politici ed economici di Copenaghen per presentare domanda di adesione e avviare i negoziati, allora anche i paesi dei Balcani occidentali — l’Albania, la Bosnia-Erzegovina, la Croazia, l’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, e la Serbia e Montenegro— potranno fare domanda quando ricorreranno le condizioni di stabilità politica e adempiranno i criteri di Copenaghen.
In effetti, è nell’interesse dell’Unione favorire la stabilità delle regioni appena fuori dei suoi confini. La dinamica è tale che a ogni allargamento le frontiere esterne si allungano e dilatano un po’. Nel 2004 l’Unione confinerà con la Bielorussia e l’Ucraina e la sua frontiera con la Russia sarà più lunga; inevitabilmente con questi paesi dovrà intensificare la cooperazione regionale e transfrontaliera per i trasporti, l’ambiente, la sicurezza interna e la lotta contro l’immigrazione clandestina e la criminalità internazionale.
Questa strategia, se attuata con sapienza, potrebbe quindi applicarsi anche alle relazioni con i paesi della riva meridionale del Mediterraneo? Domande come questa alimentano il dibattito sul significato ultimo di essere europei e sugli obiettivi dell’integrazione e degli interessi dell’UE in una prospettiva globale. È tempo ormai che l’Europa riscriva e potenzi gli accordi preferenziali con il suo immediato vicinato, in un’ottica di condivisione quanto più ampia.
Le grandi tappe
del quinto allargamento
19 dicembre 1989: è istituito il programma Phare per fornire assistenza finanziaria e tecnica ai paesi dell’Europa centrale e orientale.
3 e 16 luglio 1990: si candidano Cipro e Malta.
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22 giugno 1993: il Consiglio europeo di Copenaghen stabilisce i criteri di adesione.
31 marzo e 5 aprile 1994: si candidano l’Ungheria e la Polonia.
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1995: si candidano la Slovacchia (21 giugno), la Romania (22 giugno), la Lettonia (13 ottobre), l’Estonia (24 novembre), la Lituania (8 dicembre) e la Bulgaria (14 dicembre).
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1996: si candidano la Repubblica ceca (17 gennaio) e la Slovenia (10 giugno).
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12 e 13 dicembre 1997: il Consiglio europeo di Lussemburgo decide di varare il processo di allargamento.
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10 e 11 dicembre 1999: il Consiglio europeo di Helsinki conferma l’avvio di negoziati con i dodici paesi candidati. La Turchia è dichiarata «Stato candidato destinato ad aderire all’Unione».
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13 dicembre 2002: conclusi gli accordi di adesione con dieci paesi candidati per il 1o maggio 2004.
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16 aprile 2003: firma dei dieci trattati di adesione ad Atene.
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1o maggio 2004: l’Unione europea accoglie i nuovi dieci Stati membri.
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Dicembre 2004: sarà deciso se avviare i negoziati di adesione con la Turchia.
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2007: il Consiglio europeo di Copenaghen fissa al 2007 l’adesione di Bulgaria e Romania.
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4. Come funziona l’Unione
Più di una confederazione di Stati ma non esattamente Stato federale, l’Unione europea è un’entità assolutamente inedita e storicamente unica. Il sistema politico su cui poggia è in costante evoluzione da oltre cinquant’anni. Gli Stati membri che hanno firmato i trattati di Parigi e di Roma negli anni Cinquanta e i trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza negli anni Novanta consentono a limitazioni della sovranità nazionale a favore di istituzioni comuni che rappresentano sia gli interessi nazionali che quelli comunitari.
I trattati costituiscono il cosiddetto diritto primario da cui trae origine il vasto corpus di atti giuridici («diritto derivato») aventi incidenza diretta sulla vita quotidiana degli europei. Parliamo in particolare dei regolamenti, delle direttive e delle raccomandazioni.
Queste leggi, insieme con le politiche dell’Unione, sono frutto delle decisioni assunte nell’ambito di un triangolo istituzionale che collega il Consiglio rappresentante gli Stati membri, il Parlamento rappresentante i cittadini e la Commissione, organo indipendente e garante degli interessi generali dell’Unione. Premessa necessaria affinché tale triangolo funzioni a dovere è la stretta collaborazione e la fiducia fra le tre istituzioni. «Per l’assolvimento dei loro compiti e alle condizioni contemplate dal presente trattato il Parlamento europeo congiuntamente con il Consiglio, il Consiglio e la Commissione adottano regolamenti e direttive, prendono decisioni e formulano raccomandazioni o pareri» (articolo 249 del trattato CE).
Il Consiglio
Il Consiglio dell’Unione europea è l’istituzione decisionale principale dell’Unione. In origine «Consiglio dei ministri», oggi più comunemente detto il «Consiglio», è presieduto a turno da ciascuno Stato membro per un semestre (da gennaio a giugno e da luglio a dicembre), secondo un ordine prestabilito. Esso riunisce i ministri dei quindici paesi a seconda dei problemi all’ordine del giorno: affari esteri, agricoltura, industria, trasporti, ambiente ecc., per un totale di nove composizioni distinte. Il Consiglio «Affari generali e relazioni esterne» assolve le funzioni di pianificazione e coordinamento dei lavori.
Prepara i lavori del Consiglio il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), costituito dagli ambasciatori degli Stati membri e assistito da gruppi di lavoro composti da funzionari delle amministrazioni nazionali. Il lavoro amministrativo è invece affidato a un segretariato generale di stanza a Bruxelles.
Il Consiglio condivide con il Parlamento europeo il potere legislativo e il potere di bilancio. Esso conclude, a nome della Comunità, gli accordi internazionali preventivamente negoziati dalla Commissione. Secondo i trattati il Consiglio delibera a maggioranza semplice dei membri che lo compongono, a maggioranza qualificata o all’unanimità.
Per le decisioni importanti come l’adesione di un nuovo Stato, la modifica dei trattati o l’attuazione di una nuova politica comune, il Consiglio deve deliberare all’unanimità.
Nella maggior parte dei casi il Consiglio decide a maggioranza qualificata, la proposta passa cioè solo se raccoglie un determinato numero di voti. Il voto degli Stati membri è ponderato sulla base della loro popolazione e corretto a favore dei paesi meno popolati. Fino al 1o maggio 2004, ai voti è attribuita la seguente ponderazione:
- Germania, Francia, Italia, Regno Unito 10
- Spagna 8
- Belgio, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo 5
- Austria, Svezia 4
- Danimarca, Finlandia, Irlanda 3
- Lussemburgo 2
Totale 87
La soglia della maggioranza qualificata è fissata a 62 voti su 87 (pari al 71,3 %).
Per sei mesi dal 1o maggio 2004, data in cui i nuovi Stati membri entreranno a far parte dell’UE, si applicheranno disposizioni transitorie. Dal 1o novembre 2004, il numero di voti sarà suddiviso come segue:
- Germania, Francia, Italia, Regno Unito 29
- Spagna, Polonia 27
- Paesi Bassi 13
- Belgio, Grecia, Portogallo, Repubblica ceca, Ungheria 12
- Austria, Svezia 10
- Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania, Slovacchia 7
- Cipro, Estonia, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia 4
- Malta 3
Totale 321
Saranno necessari 232 voti (pari al 72,3 %) per raggiungere la maggioranza qualificata. Inoltre:
- la decisione dovrà essere approvata dalla maggioranza degli Stati membri (ovvero, in taluni casi, dai due terzi);
- ciascuno Stato membro potrà esigere la conferma che i voti a favore rappresentino il 62 % della popolazione totale dell’UE.
Il Consiglio europeo
Il Consiglio europeo trae origine dalla consuetudine dei leader politici dei paesi dell’UE (i cosiddetti «capi di Stato e di governo») di riunirsi regolarmente. Iniziata nel 1974 e istituzionalizzata dall’Atto unico europeo nel 1987, tale prassi si rinnova in media quattro volte l’anno. Il Consiglio europeo si riunisce sotto la presidenza del capo di Stato o di governo che presiede il Consiglio dell’Unione e annovera, come membro di diritto, il presidente della Commissione. Dinanzi ogni Consiglio europeo si esprime anche il presidente del Parlamento europeo.
Data la sempre maggiore incidenza degli affari europei nella vita politica degli Stati membri, è un bene che ai presidenti e primi ministri sia data l’opportunità di riunirsi e affrontare insieme i grandi temi dell’attualità politica europea. Con il trattato di Maastricht, il Consiglio europeo diventa l’organo deputato a dare l’impulso necessario all’Unione e a sciogliere i nodi a maggiore valenza politica che i ministri non siano riusciti a dirimere in sede di Consiglio dell’Unione europea.
Il Consiglio europeo è oggi un grande evento mediatico grazie alla notorietà dei suoi membri e alla rilevanza pubblica delle questioni trattate. Esso discute temi di attualità internazionale nell’intento primo di mettere a punto una politica estera e di sicurezza comune (PESC) che rifletta l’azione unitaria della diplomazia europea.
Il Consiglio europeo è l’organo squisitamente politico dell’Unione. Alcuni Stati membri vorrebbero farne il governo d’Europa, affidando a uno dei suoi membri il compito di rappresentare l’UE sulla scena internazionale. Resta da stabilire se questa figura istituzionale nuova, il «mister Europa», debba essere designata dal Consiglio europeo o sia automaticamente rivestita dal presidente della Commissione. Per il momento, l’unico mister Europa è l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune istituito dal trattato di Amsterdam, che accentra anche le funzioni di segretario generale del Consiglio. Javier Solana è stato nominato nel 1999.
Il Parlamento
Il Parlamento europeo è l’assemblea rappresentativa di tutti i cittadini dei paesi membri dell’Unione e partecipa, nella sua qualità di organo eletto, al processo legislativo. Dal 1979, ogni cinque anni i deputati europei sono eletti a suffragio universale diretto.
Fino alle elezioni europee del 2004, il Parlamento europeo consterà di 626 membri. Con i successivi allargamenti dell’Unione, il numero dei rappresentanti eletti aumenterà e in ogni Stato membro sarà fissato (per paese in ordine alfabetico secondo la dicitura originale) come segue:
|
1999-2004 |
2004-2007 |
2007-2009 |
Bulgaria |
— |
— |
18 |
Belgio |
25 |
24 |
24 |
Repubblica ceca |
— |
24 |
24 |
Danimarca |
16 |
14 |
14 |
Germania |
99 |
99 |
99 |
Estonia |
— |
6 |
6 |
Grecia |
25 |
24 |
24 |
Spagna |
64 |
54 |
54 |
Francia |
87 |
78 |
78 |
Irlanda |
15 |
13 |
13 |
Italia |
87 |
78 |
78 |
Cipro |
— |
6 |
6 |
Lettonia |
— |
9 |
9 |
Lituania |
— |
13 |
13 |
Lussemburgo |
6 |
6 |
6 |
Ungheria |
— |
24 |
24 |
Malta |
— |
5 |
5 |
Paesi Bassi |
31 |
27 |
27 |
Austria |
21 |
18 |
18 |
Polonia |
— |
54 |
54 |
Portogallo |
25 |
24 |
24 |
Romania |
— |
— |
36 |
Slovenia |
— |
7 |
7 |
Slovacchia |
— |
14 |
14 |
Finlandia |
16 |
14 |
14 |
Svezia |
22 |
19 |
19 |
Regno Unito |
87 |
78 |
78 |
Totale (massimo) |
626 |
732 |
786 |
I deputati europei si riuniscono in seduta plenaria (tornata) a Strasburgo. Alcune tornate supplementari si tengono a Bruxelles. 17 commissioni parlamentari preparano i lavori delle sedute plenarie prevalentemente a Bruxelles, dove si riuniscono anche taluni gruppi politici. Il segretariato generale risiede a Lussemburgo.
Il Parlamento europeo esercita con il Consiglio la funzione legislativa secondo tre procedure normative, oltre la semplice consultazione:
- la «procedura di cooperazione» è istituita dall’Atto unico europeo del 1986: il Parlamento europeo emenda le proposte di direttiva e regolamento presentate dalla Commissione e invita quest’ultima a tener conto del suo parere;
- dal 1986 il «parere conforme» del Parlamento è indispensabile per decidere l’adesione di nuovi Stati membri, ratificare gli accordi di associazione con paesi terzi e stipulare accordi internazionali. Il parere conforme è richiesto per altre materie importanti come la procedura elettorale uniforme;
- il trattato di Maastricht del 1992 introduce la «procedura di codecisione». Il Parlamento condivide, in condizioni di assoluta parità, il potere decisionale con il Consiglio in settori importanti come la libera circolazione dei lavoratori, il mercato interno, la ricerca e sviluppo tecnologico, l’ambiente, le reti transeuropee, l’istruzione, la cultura, la salute, la protezione dei consumatori. Il Parlamento può, in questi settori, respingere integralmente (solo a maggioranza assoluta dei suoi membri) la posizione comune del Consiglio e la procedura legislativa è conclusa. La possibilità altrimenti riservata al Consiglio di convocare il comitato di conciliazione è soppressa.
Il trattato di Amsterdam e il trattato di Nizza hanno rispettivamente aggiunto altri 23 e 7 settori cui si applica la procedura di codecisione.
Il Parlamento e il Consiglio sono i due rami dell’autorità di bilancio, è loro competenza cioè discutere e adottare il bilancio dell’Unione presentato dalla Commissione. Il Parlamento ha anche la facoltà di respingere il bilancio e lo ha fatto più volte in passato, e in questo caso la procedura comincia daccapo. Il Parlamento ha ampiamente usato di questi poteri per influenzare le politiche comunitarie, sebbene sfugga al suo controllo una porzione importante delle spese agricole.
Centro propulsore delle politiche comunitarie, luogo privilegiato di dibattito e incontro, crogiuolo delle sensibilità politiche e nazionali, il Parlamento europeo è fonte naturale di numerosissime iniziative. I protagonisti del dibattito parlamentare sono i gruppi politici. Fra i principali ricordiamo il gruppo del partito popolare europeo (democratico-cristiano) e democratici europei (PPE-DE) e il gruppo del partito del socialismo europeo (PSE).
Il Parlamento ha fornito un importante contributo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata nel dicembre 2000 e alla Convenzione europea istituita a seguito del Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001.
Il Parlamento europeo esercita, da ultimo, un controllo democratico sull’intera attività dell’Unione. Può esigere le dimissioni in blocco della Commissione con una «mozione di censura» (approvata a maggioranza di due terzi dei voti espressi) e verifica l’attuazione delle politiche comunitarie e l’applicazione della legislazione grazie soprattutto alle relazioni della Corte dei conti e mediante interrogazioni scritte e orali al Consiglio e alla Commissione. Il presidente in carica del Consiglio europeo riferisce inoltre al Parlamento sulle decisioni assunte dai leader politici dell’Unione.
Pat Cox è presidente del Parlamento europeo dal 2002.
La Commissione
La Commissione europea è un’istituzione cardine del sistema comunitario. Fino al 1o maggio 2004 è composta da un collegio di 20 membri (due per Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Spagna e un membro ciascuno per gli altri paesi), nominati per cinque anni di comune accordo dagli Stati membri, dopo il voto di approvazione del Parlamento europeo.
Dal 1o maggio 2004, con l’adesione dei nuovi Stati membri sarà designato un solo commissario per paese.
La Commissione gode di un’autonomia politica totale. Essa agisce nel solo interesse generale dell’Unione e non riceve istruzioni da nessun governo o organismo degli Stati membri. Custode dei trattati, vigila sull’esecuzione dei regolamenti e delle direttive adottate dal Consiglio e può adire la Corte di giustizia per esigere il rispetto del diritto comunitario.
La Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa e la libertà di intervenire in un qualsiasi momento per trovare un compromesso in sede di Consiglio o fra il Consiglio e il Parlamento.
Organo esecutivo dell’UE, garantisce l’esecuzione delle decisioni del Consiglio in relazione, per esempio, alla politica agricola comune. È inoltre competente per la gestione delle politiche comuni (ricerca e tecnologia, aiuto allo sviluppo, politica regionale ecc.) e ne amministra il bilancio.
La Commissione risponde del suo operato dinanzi al Parlamento europeo che può censurarla e esigerne le dimissioni in blocco. Posto di fronte a una mozione di censura del Parlamento, il 16 marzo 1999 il presidente Jacques Santer ha dovuto rassegnare le dimissioni per l’intero collegio. Romano Prodi è diventato presidente della nuova Commissione per il mandato 1999-2004.
La Commissione si avvale di una struttura amministrativa composta da 36 direzioni generali (DG) e servizi con sede perlopiù a Bruxelles e Lussemburgo. Rispetto ai segretariati delle normali organizzazioni internazionali, possiede risorse finanziarie proprie ed è pertanto molto più autonoma.
La Corte di giustizia
La Corte di giustizia delle Comunità europee, con sede a Lussemburgo, è composta da quindici giudici (uno per Stato membro) e otto avvocati generali. Nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri per un mandato rinnovabile di sei anni, offrono tutte le garanzie di indipendenza. Compito della Corte è assicurare l’osservanza del diritto europeo e la corretta interpretazione e applicazione dei trattati.
In proposito, la Corte può giudicare uno Stato membro colpevole di non ottemperare agli obblighi cui è tenuto in forza dei trattati, annullare una norma di diritto comunitario giudicata illegittima, constatare mediante il ricorso per carenza che il Parlamento europeo, il Consiglio o la Commissione siano venuti meno all’obbligo di decidere.
La Corte di giustizia è inoltre l’unico organo competente a pronunciarsi, su istanza del giudice nazionale, sull’interpretazione dei trattati e sulla validità e interpretazione di una norma comunitaria. In caso di dubbi, il giudice nazionale può, e talvolta deve, rivolgersi alla Corte per un parere. Questo sistema garantisce al diritto comunitario un’interpretazione uniforme e un’applicazione omogenea in tutta l’Unione.
I trattati inoltre autorizzano esplicitamente la Corte a verificare che gli atti comunitari rispettino i diritti fondamentali ed estendono tale competenza a settori quali la libertà e la sicurezza personale.
Nel 1989 è stato affiancato alla Corte un Tribunale di primo grado, composto da un giudice per Stato membro e competente a pronunciarsi sui ricorsi proposti dalle persone fisiche e giuridiche avverso le decisioni delle istituzioni comunitarie o sui litigi fra le istituzioni e i loro funzionari.
La Corte dei conti
Istituita nel 1977, la Corte dei conti europea si compone di un cittadino per paese dell’Unione, nominato per un mandato di sei anni con decisione unanime degli Stati membri previa consultazione del Parlamento europeo. La Corte dei conti esamina la legittimità e la regolarità delle entrate e delle spese dell’Unione e accerta la sana gestione finanziaria del bilancio dell’UE. Può controllare ogni organismo o individuo che gestisca o riceva fondi comunitari ed eventualmente adire la Corte di giustizia.
Il Comitato economico e sociale europeo
Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) è un’assemblea consultiva. I suoi membri sono rappresentanti delle varie componenti socioeconomiche della «società civile organizzata», nominati per quattro anni dal Consiglio dell’Unione. Suo compito fondamentale è formulare pareri destinati alle tre grandi istituzioni. Il CESE è consultato obbligatoriamente prima dell’adozione di decisioni in svariati campi (occupazione, Fondo sociale europeo, formazione professionale ecc.) ma può esprimersi anche di sua iniziativa.
Il Comitato delle regioni
Il Comitato delle regioni è la più giovane delle istituzioni comunitarie. Istituito dal trattato sull’Unione europea, è composto da rappresentanti delle collettività regionali e locali nominati dal Consiglio per un mandato quadriennale. È consultato dalla Commissione e dal Consiglio nei casi previsti dal trattato ma può formulare pareri anche di sua iniziativa.
La Banca europea per gli investimenti
La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha sede a Lussemburgo. Concendendo prestiti e garanzie a progetti di investimento nelle regioni più svantaggiate e per il rafforzamento della competitività delle piccole imprese, la BEI concorre all’integrazione, allo sviluppo equilibrato e alla coesione economica e sociale degli Stati membri.
La Banca centrale europea
La Banca centrale europea (BCE), con sede a Francoforte, ha il compito di gestire l’euro e la politica monetaria dell’Unione (maggiori informazioni al capitolo 7 «L’unione economica e monetaria e l’euro»).
Sono queste dunque le istituzioni e questi gli organi su cui poggia l’intero edificio europeo. Per mantenersi efficace e al passo coi tempi, il meccanismo decisionale che lo alimenta deve però rinnovarsi. Per questo il Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 ha voluto la Convenzione europea, per proporre agli Stati membri un nuovo modello di gestione adatto a un’Unione europea allargata. La sfida è duplice:
- anzitutto, gli allargamenti dei prossimi decenni dovrebbero portare a 30, forse 35 il numero totale degli Stati membri. Avrà ancora senso parlare di unanimità in un Consiglio smisurato senza il rischio di paralizzare il sistema decisionale? Chi governerà l’Unione e chi parlerà a suo nome nel mondo? Dove si fermeranno i suoi confini, se è vero che il Consiglio d’Europa (che non è un’istituzione dell’UE) consta attualmente di 45 membri fra cui la Russia, la Turchia, l’Ucraina e i paesi caucasici?
- in secondo luogo, i cittadini dell’Unione vogliono partecipare più attivamente alla definizione delle politiche comuni ma si scontrano con un sistema decisionale sofisticato e complesso, troppo distante dalla loro quotidianità. Da qui, la necessità di una costituzione europea che distingua chiaramente le competenze e le responsabilità delle istituzioni e organi dell’UE a tutti i livelli, regionale, nazionale e europeo.
Semplificare l’Europa, renderla più trasparente e democratica, portarla ai suoi cittadini, in gergo inventare una nuova «governance europea»: la Convenzione con i suoi 105 membri rappresentanti i governi degli Stati membri e dei paesi candidati, i parlamenti nazionali, il Parlamento europeo e la Commissione, sotto la presidenza dell’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, ha cercato per l’appunto di colpire questo obiettivo presentando nel giugno 2003 un progetto di costituzione. Testo d’importanza capitale per il futuro dell’Unione, la costituzione è alla base della conferenza intergovernativa (CIG) apertasi il 4 ottobre 2003 e continuerà ad alimentare il dibattito politico intorno alle elezioni europee del giugno 2004.
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Verso una costituzione per l’Europa
Al vertice di Salonicco del 19 e 20 giugno 2003, il Consiglio europeo ha accolto con favore il progetto di trattato costituzionale presentato da Valéry Giscard d’Estaing, presidente della Convenzione. I capi di Stato e di governo definiscono il testo «una buona base su cui avviare la conferenza intergovernativa» nell’ottobre 2003. Il progetto propone in particolare:
- che il presidente del Consiglio europeo sia eletto a maggioranza qualificata per un mandato di due anni e mezzo rinnovabile una volta;
- che il presidente della Commissione sia eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono su proposta del Consiglio europeo, «tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo»;
- che sia nominato un ministro degli Affari esteri dell’Unione. Questi deve essere nel contempo membro del Consiglio europeo e uno dei vicepresidenti della Commissione;
- che la Carta dei diritti fondamentali sia parte integrante del trattato;
- l’attribuzione della personalità giuridica all’Unione;
- l’estensione del voto a maggioranza qualificata in sede di Consiglio;
- che siano potenziate la funzione legislativa e la funzione di bilancio del Parlamento europeo;
- una più chiara ripartizione delle competenze dell’Unione e degli Stati membri;
- che gli Stati membri concorrano a garantire il rispetto del principio della sussidiarietà.
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5. Che cosa fa l’Unione
Gli autori del trattato di Roma affidarono alla Comunità economica europea il compito «di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale riavvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni tra gli Stati che ad essa partecipano».
Tutti questi obiettivi sono stati ampiamente realizzati grazia alla libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali e grazie alla politica di concorrenza leale fra imprese e di protezione degli interessi dei consumatori attuata dall’Unione. Nel 1993 viene creato il mercato comune e nel 2002 ha corso legale l’euro. Perché il beneficio sia di tutti, settori economici e regioni d’Europa, tali nuovi sviluppi richiamano il sostegno di nuove politiche strutturali, che l’Unione si impegna a finanziare e attuare direttamente. La solidarietà europea diventa allora una forma avanzata di «coesione economica e sociale», di tutto quel complesso cioè di misure e azioni dirette a ridurre il divario tra le regioni più ricche e quelle più svantaggiate. Nella pratica, ha assunto la forma di una politica regionale e di una politica sociale la cui importanza cresce al ritmo degli allargamenti dell’Unione.
L’azione regionale
La politica regionale dell’Unione europea è fondata sulla solidarietà finanziaria: una parte del bilancio dell’UE è devoluta alle regioni e ai ceti sociali più deboli. Nel periodo 2000-2006 i trasferimenti saranno pari a 213 miliardi di euro. Gli interventi sono destinati soprattutto allo sviluppo delle regioni arretrate, alla riconversione economica e sociale di zone industriali, ai disoccupati di lunga durata e all’inserimento professionale dei giovani, alla modernizzazione delle strutture agricole e allo sviluppo rurale.
Gli interventi sono effettuati da fondi specifici — il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE), lo Strumento finanziario di orientamento della pesca (SFOP) e la sezione orientamento del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG) — e vengono ad integrare e talvolta spronano gli investimenti di privati, autorità pubbliche e regionali.
Perché il sostegno arrivi là dove è più necessario, l’Unione ha definito tre obiettivi prioritari:
- l’obiettivo n. 1 promuove lo sviluppo delle regioni il cui prodotto interno lordo (PIL) pro capite (ricchezza prodotta divisa per il numero di abitanti) non supera il 75 % della media UE. Gli aiuti (135 miliardi di euro) corrispondono ai due terzi degli stanziamenti per la politica regionale nel 2000-2006 e interessano una cinquantina di regioni in cui vive il 22 % della popolazione dell’UE. Il fine ultimo è favorire il decollo delle attività economiche dotando tali regioni di quelle infrastrutture di base di cui sono ancora prive, favorendo l’afflusso di investimenti e provvedendo alla formazione delle risorse umane;
- l’obiettivo n. 2 sostiene la riconversione economica e sociale nelle zone con problemi strutturali, siano esse aree industriali, rurali, urbane o dipendenti dalla pesca;
- l’obiettivo n. 3 è sconfiggere la disoccupazione mediante la modernizzazione dei sistemi di formazione e l’incremento dell’occupazione.
Perseguono questi obiettivi anche iniziative comunitarie specifiche come Interreg, per la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale, e Urban, per lo sviluppo sostenibile delle città e dei quartieri degradati.
Oltre ai fondi strutturali esiste il Fondo di coesione costituito nel 1993 per il finanziamento di grandi progetti per l’ambiente e i trasporti in paesi dell’UE il cui PIL pro capite è inferiore al 90 % della media comunitaria. Fino ad oggi i quattro Stati membri meno prosperi beneficiari del fondo sono stati Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna.
Gli interventi strutturali finanziati dall’UE hanno contribuito così, al pari delle azioni degli Stati membri volte a soddisfare i criteri dell’unione economica e monetaria, al raggiungimento della «convergenza» fra le economie europee.
Estensione della politica strutturale ai nuovi Stati membri
Con la futura adesione dei Dieci la coesione economica e sociale sarà messa a dura prova considerato il forte ritardo di sviluppo di alcune delle nuove regioni. L’Unione allargata risulterà inevitabilmente meno omegenea e saranno necessari notevoli sforzi di adattamento strutturale e regionale.
Per preparare i paesi dell’Europa centrale e orientale all’adesione è stata concepita una strategia globale che si avvale di tre «strumenti» principali. Il programma Phare concorre al consolidamento istituzionale dei paesi candidati, al loro sviluppo regionale e sociale e alla ristrutturazione industriale con una dotazione per il periodo 2000-2006 di 10,9 miliardi di euro. ISPA (strumento strutturale di preadesione) sostiene lo sviluppo delle infrastrutture nei settori dei trasporti e dell’ambiente e dispone di 7,2 miliardi di euro. Sapard contribuisce all’ammodernamento dell’agricoltura e allo sviluppo rurale con 3,6 miliardi di euro. Con l’ingresso dei paesi candidati nell’Unione, agli strumenti di preadesione subentreranno i programmi dei fondi strutturali e i progetti del Fondo di coesione.
La dimensione sociale
La politica sociale dell’Unione intende correggere gli squilibri più manifesti. Il Fondo sociale europeo (FSE) è stato istituito nel 1961 per migliorare le possibilità di occupazione dei lavoratori, promuovendone la mobilità professionale e geografica. Nel 2003 il bilancio dell’Unione ha allocato al FSE stanziamenti per 4,8 miliardi di euro.
L’aiuto finanziario non è tuttavia l’unico aspetto della dimensione sociale comunitaria. Da solo non basta a risolvere tutti i problemi legati alla recessione e al ritardo di sviluppo di alcune regioni. I fattori principali di progresso sociale restano pur sempre la crescita economica, la cui dinamica trova alimento primo in adeguate politiche nazionali ed europee, e una legislazione che garantisca ai cittadini un nucleo di diritti fondamentali. Sanciscono tali diritti anzitutto i trattati (si pensi al principio di parità di retribuzione fra uomini e donne per lo stesso lavoro), ma anche le direttive sulla protezione dei lavoratori (igiene e sicurezza sul posto di lavoro) e sulle norme di sicurezza essenziali.
Nel dicembre del 1991 il Consiglio europeo di Maastricht ha adottato la «Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori» comprendente dodici principi basilari: libera circolazione, equa retribuzione, miglioramento delle condizioni di lavoro, protezione sociale, libertà di associazione e contrattazione collettiva, formazione professionale, parità di trattamento tra uomini e donne, informazione, consultazione e partecipazione, protezione sanitaria e sicurezza nell’ambiente di lavoro, protezione dell’infanzia e degli adolescenti, delle persone anziane e dei disabili. Nel giugno 1997 ad Amsterdam, la Carta è stata integrata ai trattati ed è applicabile in tutti gli Stati membri.
La politica occupazionale
Nell’ultimo decennio del XX secolo i cittadini dell’Unione hanno chiesto con insistenza ai governi degli Stati membri una politica più attiva sul fronte dell’occupazione. Come pretendere che gli europei nutrano fiducia nei benefici e nel futuro della costruzione europea quando ancora nel 1997 il tasso di disoccupazione superava il 10 % della popolazione attiva europea?
Il trattato di Amsterdam introduce un nuovo capitolo sull’occupazione e innalza la creazione di posti di lavoro a priorità della politica economica dell’Unione. Già al Consiglio europeo di Lussemburgo del 20 e 21 novembre 1997 i leader degli Stati membri definiscono una strategia comune volta a rinvigorire le singole politiche nazionali. La strategia promuove la formazione professionale, la creazione di nuove imprese e il miglioramento del «dialogo sociale» (le relazioni fra lavoratori e datori di lavoro); delinea orientamenti a favore dell’occupazione la cui attuazione è oggetto di regolare verifica da parte degli Stati membri e delle istituzioni europee secondo una procedura comune di valutazione dei risultati.
Nel marzo 2000 il Consiglio europeo di Lisbona potenzia la «strategia di Lussemburgo» conferendole un obiettivo strategico globale molto ambizioso per il nuovo decennio, che andrà sotto il nome di «strategia di Lisbona»: «Diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale» (cfr. il capitolo 8 «Verso una società basata sull’informazione e sulla conoscenza»).
Il finanziamento delle politiche comuni
Nel marzo 1999 il Consiglio europeo di Berlino raggiunge un accordo globale sull’Agenda 2000, quadro generale delle finanze dell’Unione per il periodo 2000-2006. Scopo dell’accordo è dotare l’Unione dei mezzi necessari per attuare le sue politiche e prepararsi all’allargamento.
Un ulteriore obiettivo è rispondere agli imperativi della disciplina di bilancio e rassicurare il contribuente circa l’uso corretto ed efficiente delle finanze pubbliche europee. Il massimale globale delle «risorse proprie» (gettito proveniente dall’IVA e da un contributo degli Stati membri calcolato sul prodotto interno lordo) è fissato all’1,27 % del PIL dell’Unione per il periodo 2000-2006.
Grazie alla disciplina di bilancio, l’Unione dovrebbe provvedere al costo dell’allargamento fino al 2006 senza venir meno alle politiche di solidarietà già avviate o ipotecare eventuali iniziative future. Il bilancio totale dell’Unione per il 2003 non raggiunge i 100 miliardi di euro, importo di gran lunga inferiore al massimale convenuto a Berlino.
La riforma della politica agricola comune
Al vertice di Berlino, sempre nell’ambito dell’Agenda 2000, il Consiglio europeo ha deciso la riforma della politica agricola comune (PAC) per contenere i costi dell’agricoltura europea e promuoverne la competitività.
Gli obiettivi della PAC fissati dal trattato di Roma sono ampiamente adempiuti: la popolazione rurale ha raggiunto un tenore di vita equo, i mercati sono stabili, i prezzi ragionevoli e le strutture agricole moderne. Altri principi introdotti successivamente hanno dato ottimi risultati: il consumatore gode della sicurezza degli approvvigionamenti e i prezzi delle derrate agricole sono stabili, al riparo dalle fluttuazioni del mercato mondiale.
Con la modernizzazione dei metodi produttivi e la competitività crescente del settore agricolo, le campagne si sono però spopolate e la comunità rurale è passata dal 20 % a meno del 5 % della popolazione attiva dell’Unione; la produzione è andata crescendo oltre il fabbisogno, generando forti eccedenze produttive a carico del bilancio comunitario; gli aiuti agli agricoltori a titolo della PAC rappresentano ancora nel 2002 45,4 miliardi di euro, ossia il 40 % del bilancio dell’Unione.
Vittima del suo stesso successo, la politica agricola comune ha dovuto rivedere obiettivi e metodi. L’asse centrale della riforma, iniziata con l’Agenda 2000, consiste nel separare gli aiuti dal volume della produzione («regime di pagamento unico»), nell’incentivare produzioni di qualità che coniughino l’offerta con la domanda e nell'abbandonare i metodi di coltivazione intensiva che nuocciono all’ambiente.
La riforma sta dando i primi frutti: la produzione agricola è calata. L’Unione europea è uno dei più grandi esportatori e importatori mondiali di generi alimentari. Essa promuove metodi di produzione sicuri, in grado di fornire prodotti di qualità, contribuire alla salvaguardia delle risorse e del patrimonio naturale e alla bellezza del paesaggio; investe la comunità rurale di una nuova missione, garantire una certa attività economica in ogni zona agricola mantenendo la diversità dei paesaggi europei. Tale diversità e la capacità di vivere in armonia con la terra, il riconoscimento di una «civiltà rurale» sono elementi importanti dell’identità europea.
Per la Commissione europea che gestisce la PAC, gli interessi dei produttori e dei consumatori dovrebbero essere ancora più convergenti. Il consumatore ha diritto a un’alimentazione di qualità conforme ai requisiti di sanità pubblica. Politiche carenti in materia di sicurezza e salute degli animali sono per l’appunto all’origine negli anni Novanta e nei primi 2000 del diffondersi in Europa della BSE, o encefalopatia spongiforme bovina comunemente conosciuta come morbo della mucca pazza, e dell’afta epizootica. Contro il contagio può in questi casi solo l’embargo commerciale totale.
Nel 2002 la Commissione presenta nuove proposte che permettano all’Unione di avere voce in capitolo nella definizione delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC-WTO), privilegiando la qualità degli alimenti, il principio di precauzione e il benessere degli animali. L’Unione si è anche dotata di una nuova politica della pesca che riduca le sovraccapacità della flotta peschereccia, protegga le risorse ittiche e l’ambiente marino e fornisca sostegno finanziario a quanti devono abbandonare il settore.
Lo sviluppo sostenibile
Pensate per lo sviluppo del grande mercato interno, le politiche dell’Unione si sono gradualmente diversificate fino ad abbracciare aspetti della vita quotidiana che pongono reali sfide alla società: la tutela dell’ambiente, la salute pubblica, i diritti dei consumatori, la concorrenza e la sicurezza dei trasporti, l’istruzione e l’accesso alla cultura.
Vi sono problemi che, trascendendo la dimensione nazionale, richiedono un’azione concertata e pertanto trovano nell’ambito comunitario gli strumenti legislativi e finanziari necessari per una soluzione efficace. In settori come la salute e la tutela dei consumatori il trattato di Amsterdam ha conferito all’Unione molti più poteri perché risponda alle preoccupazioni della gente comune.
Tale rispondenza fra l’azione delle istituzioni europee e l’opinione pubblica è quanto mai evidente nel campo della tutela ambientale. La gente ha capito che l’inquinamento non conosce confini, che le ricchezze naturali vanno protette e ciascuno ha diritto a una vita sana e sicura. Di conseguenza, l’Unione è intervenuta con misure molto specifiche e concrete ora contro l’inquinamento atmosferico e i gas a effetto serra che assottigliano lo strato dell’ozono, ora per il trattamento e la gestione delle acque reflue, il controllo dei prodotti chimici, la riduzione del rumore causato dai veicoli ecc.
Ma tutelare l’ambiente non significa soltanto inasprire le leggi. L’Unione europea provvede anche al finanziamento di progetti e aiuta le imprese e i settori economici a conformarsi alla legislazione ambientale.
Nell’agosto 2002 si è tenuto a Johannesburg il vertice mondiale dell’ONU sullo sviluppo sostenibile. Per prepararsi all’appuntamento il Consiglio europeo di Barcellona si è riunito nel marzo dello stesso anno e ha affidato all’Unione il compito prioritario di conferire alla sua politica di sviluppo sostenibile una dimensione planetaria. Gli obiettivi sono raggiungere al più presto lo 0,7 % del PIL in materia di assistenza ufficiale allo sviluppo, la conservazione e la gestione sostenibile delle risorse naturali e ambientali, una governance ambientale internazionale e il rafforzamento delle capacità e della cooperazione tecnologica.
La sfida è enorme e gli interrogativi molteplici: come promuovere l’indispensabile crescita economica dei paesi in via di sviluppo senza rovinare l’ambiente? Come gestire le risorse idriche? Come accedere alle fonti sostenibili di energia? Come salvare l’Africa dalla fame e dalle malattie? Ancora una volta, più della semplice somma delle azioni degli Stati membri può l’azione concordata degli europei.
L’innovazione tecnologica
I padri fondatori avevano intuito che l’Europa, per garantirsi un futuro prospero, deve mantenere un ruolo di leader mondiale nel settore della tecnologia. Consci degli enormi vantaggi derivanti da una ricerca comune europea, nel 1958 affiancarono alla CEE la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) per la gestione comune dell’energia atomica ad uso civile. L’Euratom dispone di un Centro comune di ricerca (CCR) composto da nove istituti ripartiti su quattro siti: Ispra (Italia), Karlsruhe (Germania), Petten (Olanda) e Geel (Belgio).
Per tenere il passo con un’innovazione tecnico-scientifica sempre più incalzante, la ricerca europea si è dovuta diversificare cercando la massima contaminazione fra ambienti scientifici e di ricerca, esplorando nuovi metodi di finanziamento e moltiplicando le applicazioni industriali. L’azione comune è destinata a integrare i programmi nazionali di ricerca, promuove progetti che raggruppano laboratori di paesi diversi, finanzia la ricerca fondamentale in settori come la fusione termonucleare controllata, fonte di energia potenzialmente inesauribile per il XXI secolo (programma JET, Joint European Torus), e la ricerca e lo sviluppo tecnologico in settori strategici come l’elettronica e l’informatica, esposti a una dura concorrenza internazionale.
Nel giugno 2002, l’Unione ha adottato il sesto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico per il periodo 2002-2006 che, con un bilancio di 17,5 miliardi di euro, finanzia una serie di progetti intesi ad associare migliaia di ricercatori in tutti gli Stati membri.
Il programma quadro intende anche stimolare la ricerca e incrementare la spesa nazionale portandola dall’attuale 1,9 % al 3 % del PIL. I settori prioritari di intervento sono le scienze della vita (genetica e biotecnologie), la lotta contro le malattie gravi, le nanotecnologie, l’aeronautica e lo spazio, i sistemi sostenibili per la produzione di energia, il mutamento climatico e l’ecosistema.
6. Il mercato interno
L’articolo 2 del trattato di Roma stabilisce che è compito della Comunità «promuovere (…) uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni tra gli Stati che ad essa partecipano».
Per realizzare questo obiettivo due erano i mezzi complementari a disposizione: aprire le frontiere in modo da permettere la libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi, oppure organizzare la solidarietà fra gli Stati membri istituendo politiche comuni e strumenti finanziari.
Il 1o gennaio 1993 il mercato comune è dichiarato completato ma il progetto resta incompiuto. Perché non sono bastati quarant’anni, se nel luglio 1968, diciotto mesi prima del previsto, dazi e tariffe doganali erano già soppressi? Semplicemente perché è molto più semplice armonizzare le tariffe doganali che il regime fiscale; perché le discipline che governano mestieri e professioni sono diverse da un paese e l’altro e perché il protezionismo celato di inizi anni Ottanta insieme con il moltiplicarsi degli standard tecnici hanno paradossalmente contribuito alla compartimentazione dei mercati nazionali.
Gli shock petroliferi del 1973 e del 1980 provocarono infatti una recessione economica tale che alcuni Stati membri particolarmente colpiti decisero di proteggere i loro mercati da una concorrenza mondiale sempre più forte.
Nel 1985, però, la Commissione pubblica, sotto la presidenza di Jacques Delors, un libro bianco davvero sorprendente. La Comunità ha le carte in regola per costituire un unico mercato di oltre 300 milioni di consumatori ma sono troppi gli ostacoli. La diagnosi è nota: il costo di questa inefficienza, il «costo della non Europa», quello delle interminabili file alle frontiere, degli ostacoli tecnici agli scambi, della compartimentazione degli appalti pubblici si aggira intorno ai 200 miliardi di euro.
Il libro bianco ha un effetto detonatore. Gli Stati membri, firmando l’Atto unico europeo nel febbraio del 1986, stabiliscono e accettano le fasi e il calendario dei circa 270 provvedimenti necessari per il completamento del mercato interno entro il 1993. I risultati si sono susseguiti: imprenditori, professionisti e sindacati hanno spontaneamente anticipato la scadenza adattando le loro strategie alle nuove regole del gioco, sono affluiti sui mercati molti più prodotti e servizi e i cittadini hanno potuto circolare liberamente in Europa, anche per lavoro.
Il «circolo virtuoso» innescato da una crescente libertà di circolazione, dalla concorrenza e dalla crescita economica è diventato irreversibile. Una dopo l’altra crollano le frontiere fisiche, fiscali e tecniche, sebbene sussistano ancora disaccordi in settori particolarmente sensibili come l’armonizzazione della fiscalità sul risparmio.
Perché persone, merci, servizi e capitali possano circolare nel mercato interno in regime di effettiva libertà occorrono regole che garantiscano una concorrenza leale. Compito fondamentale della Commissione è accertare che tali regole siano rispettate. Può accadere così che la Commissione irroghi sanzioni all’impresa o allo Stato membro che violi l’articolo 81 del trattato CE per cui «sono (…) vietati tutti gli accordi tra imprese (…) che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune» o l’articolo 82 che vieta «lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato comune». Il potere della Commissione in questo campo è tale da impedire persino un’operazione fra imprese che rischi di danneggiare il mercato interno. La Commissione esercita inoltre un controllo sugli aiuti pubblici alle imprese, conosciuti anche come «aiuti di Stato».
Tempo di bilanci
Il bilancio è nell’insieme soddisfacente. Questi i risultati sino ad oggi:
- apertura dei mercati nazionali degli appalti pubblici a seguito di un inasprimento delle norme in materia di trasparenza e controlli per gli appalti di forniture e lavori;
- soppressione delle disparità fiscali grazie all’introduzione di talune norme comuni in materia di fiscalità indiretta, imposta sul valore aggiunto (IVA) e accise;
- liberalizzazione dei mercati dei capitali e dei servizi finanziari;
- armonizzazione delle disposizioni nazionali in materia di sicurezza e inquinamento e riconoscimento del principio dell’equipollenza fra norme nazionali e sistemi di certificazione;
- rimozione degli ostacoli tecnici (equivalenza delle qualifiche professionali) e fisici (controllo alle frontiere) alla libera circolazione delle persone, mediante provvedimenti come la direttiva del novembre 1997 sulla professione di avvocato che ne rende più agevole l’esercizio in tutta l’Unione europea;
- creazione di un ambiente propizio alla cooperazione industriale grazie all’armonizzazione del diritto delle società e al ravvicinamento delle legislazioni in materia di proprietà intellettuale e industriale (marchi e brevetti).
Eppure, la libertà di circolare è lungi dall’essere totale. Miriadi di ostacoli si frappongono ancora al desiderio di risiedere in un altro paese o di esercitarvi talune attività. La Commissione ha intrapreso iniziative a favore della mobilità dei lavoratori, disponendo in particolare che i diplomi e le qualifiche conseguiti in uno Stato membro siano riconosciuti in tutti gli altri (equipollenza).
Il mercato interno esiste e funziona insomma, ma è ancora in piena evoluzione ed è ancora ampio il margine per i miglioramenti. L’avvento dell’euro nella vita quotidiana dei consumatori il 1o gennaio 2002 ha giovato alla trasparenza e stimolato la concorrenza: d’ora in poi è possibile confrontare direttamente i prezzi di un prodotto in ben dodici paesi dell’Unione.
I lavori in corso
Procede la liberalizzazione dei servizi, che rappresentano la fetta più grossa del prodotto interno lordo dell’Unione europea, ma a ritmi diseguali.
Nelle telecomunicazioni i prezzi sono calati sensibilmente. A fine 2001 le chiamate a lunga distanza costavano l’11 % in meno rispetto al 2000 e il 45 % in meno rispetto al 1998.
Si sta costituendo il mercato comune del gas naturale e dell’elettricità, ma la vendita dell’energia resta un settore alquanto sensibile. Tale mercato deve infatti garantire ai consumatori un accesso universale all’approvvigionamento energetico a prezzi abbordabili.
Nel novembre 2000 la Commissione ha presentato un documento di discussione («libro verde») in cui abbozza una politica europea dell’energia. L’obiettivo è diversificare le fonti di energia e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Se l’Unione non provvede nel giro di 20 o 30 anni al massimo, si ritroverà a dover importare il 70 % del suo fabbisogno energetico, contro l’attuale 50 %. Per il 45 % delle importazioni di petrolio, l’UE dipende infatti dal Medio Oriente e per il 40 % del gas naturale dalla Russia.
I paesi europei sono peraltro interdipendenti in campo energetico e solidali nell’impegno di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e contrastare il cambiamento climatico. Uno degli obiettivi dell’Unione è sviluppare energie nuove e rinnovabili come i biocarburanti, in modo da raddoppiare, dal 6 al 12 %, il contributo delle fonti pulite al fabbisogno energetico globale entro il 2010.
La politica dei trasporti assolve il duplice obiettivo di diminuire il consumo di energia nell’UE — e salvaguardare l’ambiente naturale — e rispondere alla domanda crescente di mobilità delle persone e delle merci in un mercato interno senza frontiere. Attualmente, il trasporto su strada veicola in Europa il 50 % circa delle merci e l’80 % dei passeggeri. In alcune città, letteralmente congestionate dal traffico, l’inquinamento atmosferico raggiunge livelli preoccupanti. Per questo, l’Unione ha in programma di potenziare il trasporto fluviale e ferroviario e soprattutto di liberalizzare quest’ultimo. Tale obiettivo implica l’armonizzazione delle norme tecniche che disciplinano l’uso della rete ferroviaria e il diritto per gli operatori concorrenti di accedere ai servizi ferroviari nazionali. Urgono misure anche a favore dei trasporti aerei: ogni giorno attraversano i cieli d’Europa circa 25 000 aerei, ciascuno dei quali risponde a una miriade di sistemi nazionali di controllo del traffico aereo, con tutti i ritardi, le congestioni e la frustrazione dei passeggeri che ne conseguono. La Commissione propone pertanto di fondere tutti i sistemi in un «cielo unico europeo».
Progredisce anche la liberalizzazione dei servizi postali dell’UE, in particolare per impulso della Commissione e del Parlamento, sollevando la problematica più ampia e politica dei cosiddetti «servizi di interesse generale». Il trattato di Amsterdam annovera fra i valori comuni dell’Unione l’importanza dei servizi di interesse economico generale il cui compito è colmare le carenze del mercato. Tutti devono poter accedere a servizi di base, come l’erogazione di acqua, elettricità, le cure mediche e i servizi postali, a prezzi abbordabili. Tale opportunità è soprattutto premessa di coesione economica e sociale. Le istituzioni dell’UE stanno elaborando una normativa che renda compatibili le regole della concorrenza stabilite dal trattato e l’esigenza di mantenere i servizi di interesse generale a elevati livelli di prestazione. Una volta di più l’Unione dimostra di perseguire un «modello di società» per i suoi cittadini.
Gli sforzi per completare il mercato interno si concentrano attualmente su settori tradizionalmente riservati ai cosiddetti «operatori storici». La progressiva apertura alla concorrenza di questi mercati dovrebbe creare nuovi posti di lavoro e rafforzare la competitività dell’economia europea.
7. L’unione economica e monetaria e l’euro
Il 1o gennaio 2002 l’euro diventa moneta corrente per oltre 300 milioni di europei. Fra il trattato di Maastricht che nel febbraio 1992 sancisce il principio di una moneta unica europea e l’immissione in circolazione delle euromonete e delle eurobanconote in dodici paesi dell’Unione sono trascorsi solo dieci anni, un lasso di tempo straordinariamente breve se si considera che l’operazione non ha eguali nella storia mondiale.
L’euro ha sostituito monete che sono state per molti dei paesi interessati simboli e strumenti centenari di sovranità nazionale. Il nuovo conio ha contribuito notevolmente al processo di unificazione economica dell’Europa e al senso di appartenenza dei cittadini europei a un’unica identità. Con l’euro in tasca possono ormai viaggiare e acquistare pressoché ovunque nell’Unione, senza problemi di cambio.
Come nasce l’idea di una moneta unica europea? Già nel 1970 il rapporto Werner, dal nome del primo ministro lussemburghese, proponeva una convergenza fra le monete e le economie dell’Europa dei Sei. Un primo passo in tal senso è compiuto soltanto nel marzo 1979 con l’introduzione del Sistema monetario europeo (SME). Obiettivo dello SME era cercare di contenere le variazioni di cambio fra le monete degli Stati membri, fissando loro margini di fluttuazione che andavano dal 2,25 al 6 %. Il sistema fu tuttavia minato da una serie di crisi legate all’instabilità del dollaro e alla debolezza di alcune valute, preda di speculatori soprattutto nei periodi di grande tensione internazionale.
La necessità di un’area di stabilità monetaria diventa impellente con il progredire del mercato interno. La logica dell’Atto unico europeo, firmato nel febbraio 1986, implicava la convergenza delle economie europee e una riduzione delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Come pretendere che il mercato unico, fondato sulla libera circolazione di persone, merci e capitali, funzioni a dovere se le monete, potenzialmente svalutabili, rischiano di conferire vantaggi competitivi all’una o all’altra economia nazionale, falsando così gli scambi e la concorrenza?
Nel giugno 1989, al Consiglio europeo di Madrid la Commissione presieduta da Jacques Delors presenta un piano e un calendario per la realizzazione dell’unione economica e monetaria (UEM). Il piano è stato in seguito integrato nel trattato firmato a Maastricht nel febbraio 1992, che fissa una serie di criteri cui dovranno conformarsi gli Stati membri per entrare nell’UEM. Essi sono improntati al rigore della disciplina economica e di bilancio: riduzione dell’inflazione, dei tasssi d’interesse, del disavanzo pubblico (3 % del PIL), del debito pubblico (60 % del PIL) e stabilità dei cambi.
Con dei protocolli allegati al trattato, la Danimarca e il Regno Unito si sono riservati il diritto di non passare alla terza fase dell’UEM (introduzione dell’euro) pur rispondendo ai criteri prescritti (clausola dell’opting-out). La Danimarca ha inoltre confermato, con un referendum, l’intenzione di non partecipare all’euro e anche la Svezia ha manifestato perplessità al riguardo.
Occorreva trovare il modo di garantire la stabilità della nuova moneta, poiché l’inflazione mina la competitività dell’economia e la fiducia dei consumatori e riduce il potere d’acquisto. Per questo motivo è stata istituita una Banca centrale europea (BCE) con sede a Francoforte, dotata di uno status di totale autonomia e con la missione di agire sui tassi di interesse per mantenere il valore dell’euro.
Riunitosi a Amsterdam nel giugno 1997, il Consiglio europeo ha adottato due importanti risoluzioni:
- la prima, conosciuta come «patto di stabilità e di crescita», impegna gli Stati membri ad attenersi a una disciplina di bilancio, esercitando un controllo reciproco e multilaterale che precluda la possibilità di disavanzi eccessivi;
- la seconda riguarda la crescita economica e impegna solennemente gli Stati membri e la Commissione a fare in modo che l’occupazione continui ad occupare un posto di prim’ordine fra le priorità politiche dell’Unione.
Nell’ambito di una terza risoluzione sul coordinamento delle politiche economiche, il Consiglio europeo di Lussemburgo del dicembre 1997 decide che «i ministri degli Stati partecipanti all’area dell’euro possono riunirsi in modo informale per discutere su questioni connesse con le competenze specifiche che condividono in materia di moneta unica». Tale importante decisione dei capi di Stato e di governo dei Quindici apre così la via a un processo di intensificazione dei legami fra i paesi che hanno adottato l’euro, destinato a trascendere la mera unione monetaria per investire anche le politiche finanziarie, di bilancio, sociali e fiscali.
La progressiva realizzazione dell’UEM ha agevolato l’apertura del mercato unico, consolidandolo. A dispetto di una situazione mondiale assai precaria (attentati terroristici, crisi dei mercati finanziari, guerra in Irak), la zona euro ha goduto della stabilità e della predicibilità necessarie agli investitori e ai consumatori. La fiducia dei cittadini europei nell’euro ha trovato conferma nel buon esito, sorprendentemente rapido, del processo di immissione delle monete e banconote in euro nella prima metà del 2002. Gli europei possono oggi paragonare i prezzi da un paese all’altro, viaggiare e acquistare con grande facilità.
L’euro è diventato la seconda valuta mondiale per importanza ed è in procinto di diventare, come il dollaro, una moneta di riserva e pagamento internazionale. Cresce sempre più il ritmo di integrazione dei mercati finanziari della zona euro, con conseguenti fusioni non solo fra mediatori di borsa ma anche fra borse valori. L’Unione europea ha stabilito un piano d’azione per i servizi finanziari da attuarsi entro il 2005.
Il calendario dell’euro
7 febbraio 1992: firma del trattato di Maastricht
Il trattato sull’Unione europea e l’unione economica e monetaria viene concluso a Maastricht nel dicembre 1991, firmato nel febbraio 1992 ed entra in vigore nel novembre 1993. Secondo il nuovo trattato, le monete nazionali cederanno il passo alla moneta unica se ricorreranno certe condizioni economiche. Il più importante dei «criteri di Maastricht» è la sostenibilità della finanza pubblica: il disavanzo pubblico non deve superare il 3 % del prodotto interno lordo (PIL) e il debito pubblico non deve essere superiore al 60 % del PIL. Gli altri criteri prevedono la stabilità a lungo termine dei prezzi, dei tassi di interesse e dei cambi fra le valute partecipanti.
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Gennaio 1994: nasce l’Istituto monetario europeo
Con l’Istituto monetario europeo (IME) vengono introdotte nuove procedure di controllo dirette a promuovere la convergenza economica.
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Giugno 1997: il patto di stabilità e crescita
Il Consiglio europeo di Amsterdam adotta il «patto di stabilità e crescita» e il nuovo meccanismo di cambio (SME II) che collega all’euro le valute degli Stati membri non appartenenti all’area dell’euro. Viene anche approvato il disegno delle monete metalliche in euro.
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Maggio 1998: undici paesi si qualificano per l’euro
Dal 1o al 3 maggio 1998 i leader politici dell’Unione si riuniscono a Bruxelles per stabilire quali paesi presentano i requisiti per entrare a far parte della zona euro e fissano irrevocabilmente i tassi di cambio fra le monete partecipanti.
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1o gennaio 1999: nasce l’euro
Il 1o gennaio 1999 la moneta unica subentra alle monete degli 11 paesi partecipanti (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna; la Grecia adotta l’euro il 1o gennaio 2001) e la Banca centrale europea subentra all’IME, assumendo la responsabilità di una politica monetaria oramai definita e attuata in euro. Il 4 gennaio 1999 si inaugurano le operazioni di cambio in euro al tasso di 1,18 dollari circa. Inizia così il periodo di transizione che durerà fino al 31 dicembre 2001.
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1o gennaio 2002: introduzione di monete e banconote
Il 1o gennaio 2002 entrano in circolazione le banconote e le monete metalliche in euro. Inizia un breve periodo di doppia circolazione durante il quale vengono progressivamente ritirate le banconote e le monete nazionali. Dal 28 febbraio 2002 solo l’euro ha corso legale.
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8. Verso una società dell’informazione
e della conoscenza
Verso gli inizi dell’ultimo decennio del secolo scorso le economie e il modus vivendi degli abitanti di tutto il pianeta, non solo d’Europa, cominciano a trasformarsi sotto l’effetto di due grandi cambiamenti. In primo luogo la globalizzazione, ovverossia un’interdipendenza crescente fra le economie del mondo e l’emergere di una «economia globale»; in secondo luogo la rivoluzione tecnologica con la comparsa di Internet e delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
La rivoluzione tecnologica scoppia negli Stati Uniti e l’economia USA ne è la principale beneficiaria. Servendosi di Internet per le operazioni, le imprese americane hanno migliorato efficienza e produttività. Dal 1995 al 2001 l’economia USA è cresciuta a un tasso medio del 3,5 % l’anno, contro il 2,4 % dell’economia europea. In Europa, il PIL pro capite rappresenta il 69 % di quello americano e la produttività del lavoro si situa al 78 % rispetto ai valori USA.
I leader politici dell’Unione hanno allora compreso che era necessario modernizzare radicalmente l’economia europea per mantenersi competitivi nei confronti degli USA e degli altri grandi protagonisti mondiali. Riunitosi a Lisbona nel marzo 2000, il Consiglio europeo ha conferito all’Unione un nuovo obiettivo strategico: «Diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale».
Il Consiglio europeo ha quindi convenuto una strategia globale per il raggiungimento di questo obiettivo. La «strategia di Lisbona» congloba azioni dirette a promuovere la ricerca scientifica, l’istruzione, la formazione professionale, l’accesso a Internet e le operazioni on line. Ma anche la riforma dei sistemi europei di previdenza sociale. Tali sistemi sono in grado di fornire la stabilità necessaria per gestire i mutamenti strutturali, ma occorre modernizzarli perché siano sostenibili e fruibili anche per le generazioni future.
Ogni anno, in primavera, si riunisce il Consiglio europeo per accertarsi dei progressi compiuti nell’attuazione di questa strategia.
Su richiesta del Consiglio la Commissione ha presentato il piano d’azione eEurope 2005 volto a promuovere servizi, applicazioni e contenuti sicuri basati su un’infrastruttura «a banda larga» ampiamente disponibile. Entro il 2005 l’Europa si dovrà dotare di servizi pubblici on line moderni, di un’amministrazione elettronica (eGovernment), di servizi di apprendimento elettronico (eLearning) e di servizi di telesalute (eHealth). Gli utilizzatori dovranno ovunque poter inviare a prezzi competitivi dati, messaggi vocali e immagini video su linee ad alta velocità o tramite collegamenti satellitari che garantiscano nel contempo la tutela della vita privata.
Manca ancora molto, però, prima che l’Europa possa dispiegare tutto il suo potenziale elettronico e le sue imprese e i cittadini accedano a una rete di telecomunicazioni e a una vasta gamma di servizi on line poco onerosi e di rango mondiale. Tutte le scuole dell’Unione, per esempio, devono essere collegate a Internet e tutti gli insegnanti devono essere capaci di utilizzarlo. Occorre inoltre una normativa europea che disciplini il commercio elettronico, i diritti d’autore, i pagamenti elettronici e la vendita a distanza di servizi finanziari.
Fra gli obiettivi di Lisbona figura anche la definizione di uno spazio europeo della ricerca e dell’innovazione, in cui una rete transeuropea ad altissima velocità per le comunicazioni scientifiche elettroniche colleghi gli istituti di ricerca e le università, le biblioteche scientifiche, i centri scientifici e progressivamente le scuole. Occorrerà inoltre rimuovere gli ostacoli alla mobilità dei ricercatori e adottare iniziative per attrarre e far rimanere in Europa i talenti per una ricerca di alta qualità.
Le piccole e medie imprese (PMI) sono la spina dorsale dell’economia europea. Troppo spesso però la loro competitività e il loro dinamismo dipendono da regole e regolamenti vincolanti e differenti a seconda dei paesi. La strategia di Lisbona prevede per l’appunto che sia elaborata una carta europea per le piccole imprese e sia dato sostegno all’avviamento di imprese ad alto contenuto tecnologico e alle microimprese.
Le persone, invece, sono la principale risorsa dell’Europa e su di esse vanno imperniate le politiche dell’Unione. L’UE riconosce l’importanza dell’istruzione e della formazione per tutto l’arco della vita, la necessità di imparare diverse lingue e possedere competenze tecnologiche. La mancanza di personale qualificato costituisce un ostacolo alla diffusione dei servizi di telecomunicazione e di Internet. In proposito, l’Unione promuove la mobilità di studenti, docenti e ricercatori mediante i programmi comunitari esistenti (Socrates, Leonardo, Gioventù) e il riconoscimento delle qualifiche e dei periodi di studio e formazione.
Per finire, la strategia di Lisbona affronta un problema quanto mai attuale e sensibile: l’invecchiamento della popolazione e le gravi implicazioni sull’occupazione, sul finanziamento dei sistemi nazionali di previdenza sociale e delle pensioni in particolare. Il tasso di occupazione è basso in Europa e insufficiente la partecipazione al mercato del lavoro di donne e anziani. La disoccupazione strutturale di lungo periodo è endemica in certe zone dell’Unione e restano marcati gli squilibri regionali in materia di disoccupazione.
Il Consiglio europeo di Lisbona ha quindi deciso l’obiettivo di portare il tasso di occupazione da una media del 61 % nel 2000 al 70 % entro il 2010 e di aumentare nello stesso periodo il numero delle donne occupate dal 51 % al 60 %. Nell’intento di affrontare anche le conseguenze dell’invecchiamento demografico, il Consiglio europeo di Barcellona del marzo 2002 esorta i governi dell’Unione a «ridurre gli incentivi al prepensionamento dei singoli lavoratori e l’introduzione di regimi di prepensionamento da parte delle imprese» e aggiunge: «Entro il 2010 occorrerebbe aumentare gradualmente di circa 5 anni l’età media effettiva di cessazione dell’attività lavorativa nell’Unione europea».
9. L’Europa dei cittadini
Europa dei popoli o Europa dei mercati? L’unificazione del continente muove da una visione politica, quella dei padri fondatori, e dalla preoccupazione di garantire che mai più l’Europa sarebbe stata messa a ferro e a fuoco da guerre fratricide. Optando però per la carta dell’efficienza e decisi a gettare le basi di una costruzione solida, i promotori della Comunità hanno preso la via più pragmatica della solidarietà in svariati settori: il carbone e l’acciaio, il mercato comune, la politica agricola, la concorrenza ecc.
È nata così l’Europa che alcuni hanno definito dei «tecnocrati», quella cioè che funziona grazie ad esperti, economisti, funzionari. Ma il progetto visionario delle origini non sarebbe mai diventato realtà senza il sostegno e la volontà politica delle istituzioni comunitarie.
L’Europa di tutti i giorni
Molti degli obiettivi dei trattati sono stati raggiunti con l’eliminazione di tutte quelle regole e norme, dazi doganali e vincoli fiscali che da sempre ostacolavano in Europa l’attività delle persone e la circolazione delle merci, dei capitali e dei servizi. Il mercato unico dispensa quotidianamente vantaggi e benefici a tutti i cittadini, che non sempre se ne rendono conto: possibilità di consumare un’ampia gamma di prodotti, prezzi tenuti a freno da un ambiente competitivo, politica di protezione dei consumatori e tutela dell’ambiente, standard tecnici armonizzati sulla base dei criteri più efficienti.
Allo stesso modo, gli abitanti delle regioni periferiche beneficiano di fondi strutturali come il Fondo europeo di sviluppo regionale e gli agricoltori hanno per decenni usufruito dei meccanismi di sostegno dei prezzi del FEAOG (Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia).
Quasi tutte le spese a carico del bilancio dell’Unione, pari a circa 100 miliardi di euro nel 2003, sono destinate ad azioni che hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini.
Fin dall’entrata in vigore del trattato di Roma nel 1958, il legislatore europeo si è adoperato per garantire la libera circolazione dei lavoratori, la libera prestazione dei servizi e il diritto di stabilimento per l’esercizio di un’attività autonoma. Tutti i cittadini dell’Unione, indipendentemente dalla cittadinanza, sono liberi di cercare lavoro in un altro Stato membro e non è tollerata nessuna discriminazione in tal senso. Con una serie di direttive sono state armonizzate le norme che disciplinano l’esercizio delle professioni in Europa. Questo ingrato lavoro di armonizzazione legislativa ha permesso il riconoscimento reciproco dei titoli di studio per l’esercizio delle professioni di medico, infermiere, veterinario, farmacista, architetto, intermediario di assicurazioni ecc.
Ma poiché erano ancora tante le attività disciplinate da regolamenti nazionali diversi, il 21 dicembre 1988 gli Stati membri hanno adottato una direttiva relativa a un sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore. Essa si applica a tutti i corsi universitari di una durata minima di tre anni e si basa sul principio della fiducia reciproca nella validità dei sistemi nazionali di istruzione e formazione professionale.
Il primo diritto del cittadino europeo è quindi quello di circolare liberamente, lavorare e risiedere ovunque nell’Unione, che il trattato di Maastricht sancisce nel capitolo sulla cittadinanza.
A esclusione dei settori prerogativa dei pubblici poteri (polizia, esercito, affari esteri ecc.), tutti i servizi pubblici — sanità, istruzione — sono aperti ai cittadini provenienti dagli altri paesi dell’Unione. Cosa c’è di più naturale che assumere un teacher britannico per insegnare l’inglese a studenti di Roma o per un giovane francese tentare un concorso per entrare nell’amministrazione belga?
Eppure, l’europeo non è soltanto un consumatore o un protagonista della vita economica e sociale, è anche e soprattutto un cittadino dell’Unione e in quanto tale gode di specifici diritti politici. Grazie al trattato di Maastricht ogni cittadino dell’Unione, qualunque sia la cittadinanza, ha il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali e alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro in cui risiede. Tale principio è sancito dall’articolo 17 del trattato di Amsterdam, che recita: «È cittadino dell’Unione chiunqua abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione costituisce un complemento della cittadinanza nazionale e non sostituisce quest’ultima».
I diritti fondamentali
Il trattato di Amsterdam segna un passo da gigante nella difesa dei diritti fondamentali. Esso instaura un meccanismo per la sospensione dei diritti dello Stato membro che violi tali principi. Sempre ad Amsterdam si è voluto estendere il principio di non discriminazione applicandolo, oltre alla cittadinanza, al sesso, alla razza, alla religione, all’età e alle tendenze sessuali; e si è voluto anche rafforzare il principio della parità fra uomini e donne.
In ultimo, il trattato di Amsterdam migliora la politica di trasparenza dell’Unione e le condizioni di accesso ai documenti ufficiali delle istituzioni europee.
L’impegno dell’Unione europea a favore dei diritti dei suoi cittadini trova conferma a Nizza, nel dicembre del 2000, con la proclamazione solenne della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ha elaborato la Carta una convenzione composta da parlamentari europei e nazionali, da rappresentanti dei governi nazionali e da un membro della Commissione. Essa consta di sei capitoli — Dignità, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza, Giustizia — e 54 articoli scandenti i valori fondamentali dell’Unione europea e i diritti civili, politici, economici e sociali dei suoi cittadini.
I primi articoli riguardano la dignità umana, il diritto alla vita, all’integrità della persona, la libertà di espressione e di coscienza. Il capitolo «Solidarietà» è un’innovazione in quanto raggruppa diritti economici e sociali come:
- il diritto di sciopero;
- il diritto all’informazione e alla consultazione dei lavoratori;
- il diritto di conciliare vita familiare e vita professionale;
- il diritto alla protezione della salute, alla sicurezza sociale e all’assistenza sociale.
La Carta promuove l’uguaglianza fra uomini e donne e introduce diritti come la protezione dei dati, il divieto delle pratiche eugenetiche e della clonazione riproduttiva degli esseri umani, la tutela dell’ambiente, i diritti del bambino e degli anziani, il diritto a una buona amministrazione.
L’Europa dei cittadini prefigura una qualche forma di Europa politica la cui esatta natura è però tutta da definire: quali valori infatti e quali ambizioni i popoli d’Europa sono disposti a condividere in un’Unione europea di almeno 25 membri?
L’Europa della cultura e dell’istruzione
Il senso di appartenenza, il sentirsi europei non nascono per artificio ma derivano da una coscienza culturale comune che l’Europa ha ormai il dovere di coltivare alla stessa stregua della dimensione economica.
I programmi educativi e di formazione avviati dall’Unione attraverso Erasmus (mobilità degli studenti universitari), Comett (istruzione e formazione nel campo delle tecnologie) e Lingua (insegnamento delle lingue straniere) hanno mosso i primi passi in tal senso. Oltre 1 milione di studenti ha potuto frequentare corsi universitari all’estero grazie al programma Erasmus.
L’Unione si è prefissata di dare al 10 % dei suoi studenti l’opportunità di trascorrere un anno accademico in un altro paese europeo. Per questo però occorre che siano aumentati i fondi comunitari a favore dell’istruzione. I nuovi programmi Socrates, Leonardo da Vinci e Gioventù promettono risultati in questo senso.
La direttiva Televisione senza frontiere promuove la distribuzione dei programmi televisivi prodotti in Europa, che assumono una quota prioritaria nei palinsesti delle emittenti europee, rafforza le misure di protezione dei minori, sostiene le produzioni indipendenti e disciplina la pubblicità televisiva e le televendite.
Il programma quadro Cultura 2000 per il periodo 2000-2004 ha lo scopo di intensificare la cooperazione fra gli attori culturali (creatori, promotori, emittenti, reti e istituzioni culturali).
Il programma Media Plus (2001-2005) per lo sviluppo, la distribuzione e la promozione delle opere audiovisive europee è volto a rafforzare l’industria audiovisiva europea rendendola più competitiva rispetto all’immane produzione americana e promuovendo la distribuzione in Europa di film e programmi europei.
Un senso di appartenenza
L’Europa dei cittadini è un concetto recentissimo e perché diventi realtà occorrerà anche che si moltiplichino i simboli dell’identità comune: il passaporto europeo nato nel 1985, l’inno europeo (la Nona sinfonia di Beethoven) e la bandiera europea (una corona di dodici stelle dorate su sfondo blu). La patente europea viene rilasciata in tutti gli Stati membri dal 1996.
Dal 1979 l’elezione diretta del Parlamento europeo instaura un legame immediato di legittimità democratica fra il processo di unificazione e il volere popolare. L’Europa democratica cresce con l’ampliarsi del ruolo del Parlamento, la creazione di veri e propri partiti politici europei e la partecipazione dei cittadini al processo decisionale attraverso le organizzazioni non governative e altre associazioni.
L’avvento dell’euro il 1o gennaio 2002 produce un impatto psicologico maggiore. La maggior parte dei cittadini europei gestisce conti bancari in euro e il fatto che i prezzi dei beni di consumo e dei servizi siano espressi in un’unica moneta consente un raffronto diretto e una maggiore trasparenza del mercato. L’abolizione dei controlli alle frontiere interne dei paesi Schengen (che hanno sottoscritto cioè gli accordi di Schengen e il cui numero dovrebbe progressivamente aumentare) infonde già nei cittadini il sentimento di appartenere a uno spazio geografico unificato.
Perché l’Unione sia vicina ai suoi cittadini, il trattato sull’Unione europea ha creato una nuova figura: il Mediatore, ovvero l’ombudsman della tradizione nordica, è eletto dal Parlamento europeo per la durata della legislatura e ha il compito di ricevere le denunce contro la cattiva amministrazione degli organi e delle istituzioni dell’UE. Può ricorrere al Mediatore qualsiasi cittadino dell’Unione o qualsiasi persona fisica o giuridica che risieda o abbia la sede sociale in uno Stato membro. Il Mediatore procede alle indagini e cerca una soluzione amichevole che soddisfi il ricorrente.
Un ulteriore importante legame fra le istituzioni e i cittadini risiede nella prassi collaudata della petizione al Parlamento europeo, che può esperire qualsiasi cittadino, persona fisica o giuridica residente nell’Unione.
«Noi non coalizziamo Stati, ma uniamo uomini», scriveva Jean Monnet nel 1952. Guadagnare la fiducia dei cittadini nell’ideale dell’unificazione resta tuttora il compito più arduo per le istituzioni europee.
10. L’Europa delle libertà, della sicurezza
e della giustizia
I cittadini europei hanno il diritto di vivere liberamente, senza tema di persecuzioni o violenze, in qualsiasi angolo dell’Unione. Eppure, la criminalità internazionale e il terrorismo sono fra i principali motivi di preoccupazione per l’Europa odierna.
Tali sfide esigono un’azione rapida e congiunta a livello europeo perché ora più che mai, con l’allargamento e le nuove dimensioni assunte dalla sicurezza interna, l’Unione ha bisogno di una politica comune in materia di giustizia e affari interni.
Una siffatta prospettiva non era contemplata dal trattato che istituisce la Comunità europea. L’articolo 3 del trattato di Roma si limitava ad affermare che l’azione della Comunità comporta «misure riguardanti l’ingresso e la circolazione delle persone». Col passare del tempo, però, ci si è resi conto che la libera circolazione è tale solo se ciascuno gode, ovunque nell’Unione, della stessa tutela e dello stesso accesso alla giustizia. Per questo motivo i trattati originali sono stati via via modificati dall’Atto unico europeo, dal trattato sull’Unione europea (trattato di Maastricht) e dal trattato di Amsterdam.
Libertà di circolare
La libera circolazione delle persone e la conseguente abolizione dei controlli alla frontiere interne dell’Unione pongono seri problemi di sicurezza agli Stati membri. Diventa quindi necessario introdurre misure di sicurezza compensative che potenzino i controlli alle frontiere esterne dell’UE e intensifichino la collaborazione fra le autorità giudiziarie e di polizia impegnate nella lotta contro la criminalità internazionale, poiché questa può, come tutti, muoversi indisturbata nell’Unione.
Libertà, sicurezza e giustizia sono di fatto tre concetti intimamente connessi. Non ha molto senso essere liberi se si vive in un ambiente insicuro, privati di un sistema giudiziario equo di cui tutti possano fidarsi.
Il 15 e 16 ottobre 1999, il Consiglio europeo si incontra a Tampere in riunione straordinaria per esaminare l’intera questione della giustizia e degli affari interni. Converrà un programma chiaro e ambizioso che in sessanta punti deve permettere di trasformare l’Unione europea in uno «spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia» entro il 2004.
I principali temi del summit, i cosiddetti «capisaldi di Tampere», sono:
- una politica comune in materia di asilo e migrazione;
- un autentico spazio di giustizia europeo;
- la lotta contro la criminalità a livello dell’Unione;
- un’azione esterna di maggiore incisività.
Una delle iniziative più importanti volte ad agevolare gli spostamenti all’interno dell’Unione è l’accordo intergovernativo che la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo concludono nel 1985 a Schengen, cittadina lussemburghese di frontiera. L’accordo abolisce i controlli sulle persone — indipendentemente dalla cittadinanza — alle frontiere fra gli Stati membri, armonizza i controlli alle frontiere esterne dell’UE e introduce una politica comune dei visti.
Nasce così uno spazio senza frontiere interne, denominato «spazio Schengen». Ai valichi di frontiera di tale area, i cittadini dell’Unione devono presentare soltanto la carta d’identità o il passaporto.
Oggi, l’acquis di Schengen — ossia l’accordo di Schengen del 1985, la relativa convenzione di applicazione del 1990 e tutto il diritto da essi derivato — costituisce parte integrante dei trattati e lo spazio Schengen si è espanso. Dal marzo 2001, applicano integralmente le disposizioni dell’acquis tredici paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia), insieme all’Islanda e alla Norvegia.
Lungi dal voler erigere una fortezza, il complesso di queste misure ha il duplice obiettivo di agevolare l’ingresso legale e la libera circolazione nell’Unione e contrastare con determinazione le attività criminali delle organizzazioni che sfruttano gli esseri umani.
Politica di asilo e immigrazione
L’Europa è fiera della sua lunga tradizione di accoglienza e dell’ospitalità che da sempre offre ai rifugiati in fuga da pericoli e persecuzioni. I governi dell’Unione affrontano oggi il problema impellente di come gestire, in uno spazio senza frontiere interne, l’afflusso crescente di immigrati legali e clandestini.
I governi dell’UE hanno deciso di armonizzare le relative regole sull’esame delle domande d’asilo, in modo da costituire un corpus di norme fondamentali, uniformemente riconosciuto in tutta l’Unione. A Tampere si sono prefissati di adottare una procedura comune in materia di asilo e uno status uniforme per coloro che hanno ottenuto l’asilo, valido in tutta l’Unione, e di garantire loro diritti e obblighi analoghi a quelli dei cittadini dell’UE. La portata di tali diritti e obblighi varierà a seconda della durata del soggiorno legale nell’Unione.
Lotta contro la criminalità internazionale
Per una politica d’asilo e immigrazione sostenibile occorre però predisporre una gestione dei flussi migratori, controlli adeguati alle frontiere esterne e mezzi efficienti di lotta contro l’immigrazione clandestina. È inoltre necessario uno sforzo di coordinamento per combattere le organizzazioni di criminali cui fanno capo le reti di immigrazione clandestina, tratta e sfruttamento di esseri umani, donne e bambini in primo luogo.
La criminalità organizzata è sempre più sofisticata, si avvale regolarmente delle reti europee o internazionali per le sue attività e ha già dimostrato di poter colpire con estrema brutalità ovunque nel mondo.
Su queste premesse è nato il sistema di informazione Schengen (SIS), un complesso archivio comune a tutti gli Stati membri dello spazio Schengen in cui sono centralizzate informazioni concernenti le persone ricercate o poste sotto sorveglianza e i veicoli o gli oggetti ricercati, per esempio i documenti d’identità, e cui possono attingere le forze dell’ordine o le autorità giudiziarie competenti.
Uno dei metodi migliori per risalire ai criminali è seguire le tracce dei proventi di reato. Per questo motivo, e per tagliare i fondi alle organizzazioni criminali, l’Unione sta promulgando leggi sulla prevenzione del riciclaggio di denaro sporco.
Il progresso più spettacolare sul fronte della cooperazione fra le forze dell’ordine è l’istituzione di Europol. L’Ufficio europeo di polizia, fondamentalmente un centro di coordinamento di polizia, è pensato e realizzato nel 1995 per svolgere attività di intelligence e portare a termine complessi studi (raccolta, analisi e diffusione di informazioni) sulle attività criminali svolte in più Stati dell’Unione. Le sue competenze abbracciano vari settori dell’attività criminale: narcotraffico, commercio di auto rubate, tratta delle persone, immigrazione clandestina, sfruttamento sessuale di donne e bambini, pornografia, falsificazione, traffico di scorie radiottive e nucleari, riciclaggio di denaro sporco, terrorismo e contraffazione dell’euro.
Verso uno spazio giudiziario europeo
Attualmente, coesistono nell’Unione oltre quindici ordinamenti giudiziari diversi, ciascuno all’interno delle rispettive frontiere nazionali. Per chi vive in un paese di cui non ha la cittadinanza, ricorrere a un sistema giuridico estraneo per risolvere problemi familiari, per esempio, o professionali, può essere assai difficile. Perché la legge sia uguale per tutti in Europa, la giustizia deve semplificare, di certo non rendere ancora più complicata la vita dei cittadini.
Esistono programmi europei che agevolano i contatti fra gli operatori della giustizia degli Stati membri. Il programma Grotius promuove la conoscenza reciproca degli ordinamenti giuridici e giudiziari degli Stati membri e la cooperazione giudiziaria con iniziative di formazione, informazione, studi e scambi fra giudici, avvocati e notai. Il programma Falcone ha moltiplicato gli scambi fra giudici, procure, forze di polizia e servizi doganali impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata.
Ma è Eurojust la punta di diamante della cooperazione operativa contro le forme gravi di criminalità. Questa unità di cooperazione giudiziaria permanente presta assistenza alle autorità nazionali competenti, migliorando l’efficacia delle indagini e delle azioni penali che investono più di uno Stato membro.
La cooperazione fra i giudici di paesi diversi può arenarsi però sulla definizione divergente di una certa figura di reato. Siccome né la criminalità internazionale né il terrorismo conoscono frontiere, l’Unione ha deciso di attuare, poco a poco, una politica penale comune. Urge infatti istituire un quadro comune di lotta contro il terrorismo, che offra ai cittadini un elevato livello di protezione e intensifichi la cooperazione internazionale in questo settore.
Il trattato di Amsterdam del 1997 «comunitarizza» settori tradizionalmente propri della cooperazione fra i governi dell’UE — l’asilo e l’immigrazione, la cooperazione giudiziaria civile e commerciale, i controlli alle frontiere esterne (visti) — trasferendoli dal metodo intergovernativo all’ormai collaudato e provatamente efficace «metodo comunitario». Il trasferimento è tuttavia prudente e subordinato a condizioni: un periodo transitorio di cinque anni, la Commissione condivide il diritto d’iniziativa con gli Stati membri, le decisioni sono prese all’unanimità, il Parlamento europeo è informato e consultato, la Corte di giustizia ha competenze limitate.
Un unico settore — ultimo baluardo della sovranità nazionale — è ancora amministrato con metodo intergovernativo: la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. Secondo il trattato di Maastricht, il Consiglio coordina l’azione degli Stati membri che a loro volta condividono il diritto d’iniziativa della Commissione.
A Tampere, i leader politici degli Stati membri hanno auspicato che lo spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia fosse istituito entro il 2004.
11. L’Unione europea nel mondo
Sullo scacchiere mondiale, l’Unione europea è una delle massime potenze economiche, commerciali e monetarie. Questo gigante economico resta però, secondo alcuni, un «nano della politica». Come sempre, la verità sta nel mezzo. L’Unione europea svolge un ruolo preponderante nei vari consessi internazionali, l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC-WTO), gli organismi specializzati dell’ONU, i summit mondiali sull’ambiente e lo sviluppo.
Eppure, gli Stati membri sono ancora lungi dal costituire un fronte unico, diplomatico e politico, rispetto a tematiche planetarie come la pace e la stabilità, il terrorismo, il Medio Oriente, le relazioni con gli Stati Uniti, il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Per di più, nei paesi europei le forze armate continuano a impersonificare il concetto di sovranità nazionale, sicché i sistemi di difesa restano saldamente nelle mani dei governi nazionali e interagiscono unicamente nell’ambito di alleanze come il Patto atlantico (la NATO).
Una politica di difesa comune in nuce
La politica estera e di sicurezza comune (PESC) e la politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) sono previste dal trattato di Maastricht e dal trattato di Amsterdam e definiscono gli obiettivi dell’Unione nel settore della difesa. Su queste premesse, l’Unione ha edificato il suo «secondo pilastro», vale a dire l’insieme di settori politici cui si applica il metodo intergovernativo con il conseguente ruolo marginale della Commissione e del Parlamento. Le decisioni sono prese per consenso e gli Stati membri possono astenersi.
Questo era, nel 2003, l’assetto politico-strategico dell’Unione europea.
- Con l’adesione pressoché simultanea alla NATO e all’UE delle ex democrazie popolari europee e una politica russa sempre più improntata alla pace e al riavvicinamento al mondo occidentale si conclude oltre mezzo secolo di guerra fredda.
- Il continente europeo si riunifica nella pace e si moltiplicano le cooperazioni fra i paesi per la lotta alla criminalità internazionale, alla tratta degli esseri umani e al riciclaggio del denaro sporco. L’Unione conclude accordi di partenariato con i grandi vicini, la Russia e l’Ucraina, che non hanno nessuna prospettiva, almeno a medio termine, di aderire al progetto europeo.
- Gli Stati membri dell’UE, per conformarsi ai trattati e istituire una politica europea di sicurezza e di difesa, si riuniscono nel Consiglio europeo di Helsinki del dicembre 1999 e fissano un obiettivo primario: essere in grado entro il 2003 di schierare rapidamente, nell’arco di sessanta giorni, e mantenere per almeno un anno, forze militari autonome di 60 000 effettivi, provviste di elementi di supporto aereo e navale. Questa forza di reazione rapida, lungi dal costituire un esercito europeo, si compone di contingenti delle forze armate nazionali. L’istituzione in seno al Consiglio di nuovi organi politici e militari permanenti, come il Comitato politico e di sicurezza (CPS), il Comitato militare (CM) e lo Stato maggiore (SM) dell’Unione europea con sede a Bruxelles, dà all’Unione lo strumento politico-militare necessario per assolvere i cosiddetti compiti di Petersberg («missioni umanitarie e di soccorso, attività di mantenimento della pace e missioni di unità di combattimento nella gestione di crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace»).
- Gli Stati Uniti mettono a disposizione dell’Europa, per le azioni militari cui essi stessi non partecipano, alcuni mezzi logistici della NATO (comando e controllo, intelligence, comunicazioni e trasporto strategico).
- Le vere capacità di difesa e dissuasione, come le testate nucleari francesi e britanniche, restano sotto stretto controllo nazionale. Mano a mano che le tecnologie militari diventano più sofisticate e costose, aumenta la necessità di una cooperazione fra i governi dell’UE nella fabbricazione degli armamenti. Se per di più le forze armate europee dovranno intervenire congiuntamente in un conflitto esterno, occorrerà provvedere alla standardizzazione e all’interoperabilità dei sistemi.
- Gli attentati di Washington e New York dell’11 settembre 2001 e gli attacchi terroristici che da allora seminano morte e panico nel mondo intero hanno modificato profondamente l’assetto strategico. Gli europei cooperano di più alla ricerca di informazioni che permettano di prevenire eventuali attentati e, sul piano globale, estendono tale cooperazione oltre i limiti delle alleanze classiche con gli Stati Uniti, a tutti quei paesi che operano in nome della democrazia e dei diritti umani.
Di fronte a un paesaggio strategico così mutevole, l’Unione europea sta cercando il giusto mezzo, un giusto equilibrio, fra le diverse tradizioni nazionali in materia di politica di sicurezza e di difesa.
« Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?»
Fra i nodi sul futuro dell’Europa che la Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing si è proposta di sciogliere, uno dei più complessi è quello della presidenza dell’Unione. Per farsi sentire nel mondo, l’Europa ha bisogno di una voce e di un volto. Alcuni Stati hanno lanciato l’idea di un presidente del Consiglio europeo che rappresenti l’Europa e ne porti la voce sulle questioni di politica internazionale, dal mandato più lungo dell’attuale semestre della presidenza europea. Ai suoi tempi Kissinger si chiedeva: «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?». Qualcuno che risponde, finalmente ci sarebbe.
Restano tuttavia ancora molti punti in sospeso: chi nominerebbe il «presidente dell’Unione»? Quali sarebbero i suoi effettivi poteri? Cosa diventerebbe l’alto rappresentante per la PESC? Il presidente avrebbe poteri sullo Stato maggiore dell’Unione e sulla forza di reazione rapida? A quali controlli democratici sarebbe sottoposto? Prima di decidere, dovrebbe ottenere il consenso di tutti i membri del Consiglio europeo? Quali sarebbero le relazioni con il presidente della Commissione e con il commissario incaricato delle relazioni esterne?
Il trattato di Amsterdam aveva già tentato di istituire una procedura che rendesse più flessibile la politica estera e di sicurezza comune: la «cooperazione rafforzata» consente a un numero limitato di Stati membri, determinati e capaci, di realizzare un’azione alla quale altri Stati non desiderano partecipare perché tradizionalmente neutrali, per esempio. Questa soluzione apparentemente pragmatica ha il difetto di minare la coesione dell’insieme comunitario e la sua credibilità nel mondo se la politica estera dell’Unione diventa un prodotto di «geometria variabile». Inoltre, aumenterebbe il rischio di dissociazione fra le politiche interne dell’UE (mercato interno, concorrenza, unione economica e monetaria, sicurezza interna) e le sue politiche esterne (commercio, aiuto allo sviluppo, diplomazia e politica di difesa).
Quel che conta per il futuro è che gli europei agiscano uniti, secondo un’unica politica chiara e visibile a tutti. E che gli Stati membri dell’UE abbiano una sola voce e una sola risolutezza nel difendere i loro interessi maggiori e siano fermamente solidali nel tutelare il destino dei loro popoli.
Un’Europa aperta sul mondo
Il completamento del mercato interno nel 1993 ha un forte impatto sulla politica commerciale dell’UE: scompaiono gradualmente le restrizioni alle importazioni che gli Stati membri avevano mantenuto per anni e finisce anche la distribuzione interna delle importazioni «sensibili» di automobili, prodotti elettronici, tessili e acciaio. La neocostituita Organizzazione mondiale del commercio diventa, su impulso dell’Europa, un contesto permanente per la soluzione delle divergenze commerciali su base multilaterale.
Il livello medio ponderato dei dazi doganali UE sui prodotti industriali in ingresso è inferiore al 5 %. L’Unione stabilisce nuove regole con i suoi partner per il commercio dei servizi e dei prodotti agricoli. Le discussioni sull’agricoltura mettono chiaramente in luce le divergenze fra i produttori delle due sponde dell’Atlantico. Mantenendo un fronte unico durante i negoziati, l’Unione è riuscita a difendere efficacemente la posizione di ciascuno dei suoi membri.
Con un mercato interno di 373 milioni di consumatori (quasi mezzo miliardo dopo l’allargamento) e un reddito medio relativamente alto, l’Unione è un partner particolarmente attraente per gli esportatori dei paesi terzi. Blocco commerciale unico, può avvalersi ormai della sua influenza per esigere il rispetto delle regole del gioco e garantire una concorrenza leale e pari condizioni di accesso reciproco ai mercati.
Un partner importante nel mondo industrializzato
Per gli Stati Uniti, la nuova Europa in costruzione è nel contempo un alleato di cui condivide i valori e un concorrente tecnologico e commerciale. L’alleanza strategica che unisce numerosi paesi dell’Unione e gli Stati Uniti nell’ambito del Patto atlantico (NATO) ha contribuito a mitigare i conflitti commerciali relativi ai prodotti agricoli, all’acciaio e all’industria aerospaziale.
Verso la fine del XX secolo, eventi capitali quali la fine della guerra fredda rivoluzionano la geografia internazionale e gli alleati si trovano nella necessità di ridefinire il legame transatlantico. La cooperazione euro-americana ha bisogno di nuovi obiettivi e deve coordinare gli sforzi per affrontare nuovi rischi, legati alla proliferazione nucleare, al terrorismo internazionale, alla criminalità internazionale e al narcotraffico. Sul piano commerciale e degli investimenti, l’Unione europea è il partner principale degli Stati Uniti e l’unico con cui questi abbia relazioni stabili. L’Europa deve tuttavia tener testa a una certa tendenza del Congresso americano a decidere unilateralmente, minacciando gli interessi europei nel mondo.
Le relazioni tra l’UE e i paesi mediterranei
A un braccio di mare dall’Europa, sulla sponda meridionale del Mediterraneo, giacciono paesi con cui l’Unione intrattiene legami storici e culturali, tradizionali scambi migratori e relazioni dal grande potenziale. Questi paesi sono partner importantissimi per l’Unione che ha scelto di condurre una politica di integrazione regionale.
I vicini mediterranei sono fra i primi ad aver instaurato speciali relazioni economiche e commerciali con l’Unione. Nel novembre 1995 si tiene a Barcellona un’importante conferenza cui partecipano i 15 Stati membri dell’UE e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo (eccetto la Libia, l’Albania e i paesi dell’ex Iugoslavia). La conferenza di Barcellona lancia ufficialmente il nuovo partenariato euromediterraneo che si articola in tre parti:
- una prima diretta alla creazione di «uno spazio comune di pace e stabilità» definito partenariato politico e di sicurezza, basato soprattutto sul controllo degli armamenti e la soluzione pacifica delle controversie;
- una seconda che punta ad instaurare «una zona di prosperità condivisa» attraverso il partenariato economico e finanziario e la creazione di una zona di libero scambio entro il 2010, nel pieno rispetto delle disposizioni del WTO. I prodotti potranno allora circolare fuori dazio e il mercato transmediterraneo diventerà la zona di libero scambio più grande del mondo con i suoi 800 milioni di consumatori;
- una terza, il partenariato nei settori sociale, culturale e umano.
L’Unione europea ha stanziato finanziamenti per un totale di 5,3 miliardi di euro a favore dei paesi del Mediterraneo, da erogarsi nell’ambito del programma MEDA sul periodo 2000-2006.
L’Africa
Le relazioni fra l’Europa e l’Africa subsahariana sono fra le più antiche: già il trattato di Roma nel 1957 faceva delle ex colonie e territori d’oltremare di taluni Stati membri degli associati. Il processo di decolonizzazione avviato negli anni Sessanta ha trasformato questo legame in un’associazione di tipo diverso, fra paesi sovrani.
L’accordo di Cotonou, che prende il nome dalla capitale del Benin dove fu concluso nel giugno 2000, segna l’inizio di una nuova fase della politica di sviluppo dell’Unione europea. Tale accordo che lega l’Unione europea ai paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) è quanto di più ambizioso e vasto si sia mai concluso fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Esso subentra alla convenzione di Lomé, firmata nella capitale del Togo nel 1975 e successivamente aggiornata a intervalli regolari.
L’obiettivo fondamentale dell’accordo resta lo stesso della convenzione: «Promuovere e accelerare lo sviluppo economico, culturale e sociale degli Stati ACP e approfondire e diversificare le loro relazioni [con l’Unione europea e gli Stati membri] in uno spirito d’intesa reciproca e di solidarietà».
Di durata ventennale, l’accordo ha carattere estremamente operativo e flessibile. In esso viene definita una prospettiva che, integrando istanze politiche, commerciali e di sviluppo, si divide in tre settori interdipendenti: dialogo politico, commercio e investimenti e cooperazione allo sviluppo. Di respiro più ampio rispetto alla convenzione di Lomé, introduce nuove procedure per combattere la violazione dei diritti umani.
L’Unione europea propone condizioni commerciali più eque (accordi preferenziali) ai paesi meno sviluppati. 39 di questi sono parte dell’accordo e potranno, dal 2005, esportare liberamente sul mercato dell’Unione ogni tipo di prodotto.
L’accordo dispone di una dotazione finanziaria di 13,5 miliardi di euro per un periodo di sette anni, somma alla quale si aggiungono gli importi non impegnati (9,5 miliardi di euro) dai precedenti esercizi finanziari del Fondo europeo di sviluppo (FES) e 1,7 miliardi di euro prestati dalla Banca europea per gli investimenti.
12. Un futuro per l’Europa
«Giorno verrà in cui (…) voi tutte, nazioni del continente, senza perdere le vostre qualità peculiari e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in una unità superiore e costituirete la fraternità europea (…). Giorno verrà in cui non vi saranno altri campi di battaglia all’infuori dei mercati aperti al commercio e degli spiriti aperti alle idee. Giorno verrà in cui i proiettili e le bombe saranno sostituiti dai voti (...)».
Doveva trascorrere oltre un secolo prima che la profezia di Victor Hugo, pronunciata nel 1849, da utopia diventasse realtà. Due guerre mondiali e innumerevoli altri conflitti dovevano ancora falciare milioni di vite in Europa e più volte sarebbe andata persa ogni speranza. Oggi, all’alba del XXI secolo, le prospettive sono più rosee ma restano le difficoltà e le sfide, pur diverse.
L’allargamento dell’Unione a venticinque Stati membri si è realizzato entro le scadenze stabilite dalle istituzioni europee, cosicché oggi, come ha detto un politico dei nuovi Stati membri, la storia e la geografia europea finalmente coincidono. Fra il 2007 e il 2015 l’Unione continuerà ad estendersi ma dovrà anche stabilire, d’accordo con l’opinione pubblica, le sue frontiere ultime, geografiche, politiche e culturali.
L’Unione europea si fonda su un patto fra nazioni sovrane, determinate a condividere uno stesso destino e rinunciare a parte della loro sovranità per dare ai loro popoli ciò a cui più tengono: la pace, la sicurezza, la democrazia partecipativa, la giustizia e la solidarietà. Questo patto si rafforza e rinnova su tutto il continente: mezzo miliardo di uomini e donne decidono di vivere nel rispetto della legge e in armonia con valori secolari che gravitano intorno all’uomo e alla sua dignità.
La rivoluzione tecnologica sta trasfigurando il mondo industrializzato e con esso la vita degli europei. Nascono nuove sfide le cui dimensioni oltrepassano le frontiere tradizionali. Non esiste nazione né politica nazionale che possa gestire da sola, con efficacia, tematiche come lo sviluppo sostenibile, le tendenze demografiche, la crescita economica e la solidarietà sociale, l’etica e il progresso mondiale delle scienze della vita. L’inquinamento degli oceani per il naufragio delle petroliere o il rischio di incidenti nucleari come Chernobyl impongono misure di prevenzione collettiva che tutelino il «bene comune europeo» e lo trasmettano, integro, alle generazioni future.
L’Unione europea allargata è parte di un mondo in rapida e radicale evoluzione, tuttora in cerca di nuovi equilibri. Nulla di quel che accade sugli altri continenti le è estraneo: recrudescenza del fervore religioso nel mondo islamico, epidemie e fame in Africa, unilateralismo in America del Nord, bancarotta in America latina, esplosione demografica e economica in Asia, delocalizzazione industriale globale. L’Europa non può concentrarsi solo sul suo sviluppo, deve anche essere parte del processo di globalizzazione. E sebbene possa, a ragione, farsi vanto della sua politica commerciale, è ancora lungi dall’esprimersi coralmente e dall’assolvere un ruolo credibile sullo scacchiere internazionale.
Le istituzioni dell’UE hanno grandi meriti ma devono comunque adeguarsi per far fronte ai compiti sempre più numerosi di un’Unione in espansione. Con l’aumentare degli Stati membri, aumenta anche la minaccia delle forze centrifughe e di un’implosione del sistema. Le prospettive a breve dei singoli interessi nazionali non possono compromettere gli interessi superiori, a lungo termine, dell’Unione. I protagonisti di questa avventura senza precedenti hanno pertanto l’enorme responsabilità di agire in modo che il meccanismo istituzionale continui a funzionare con efficacia. Ogni importante riforma dell’attuale sistema comunitario deve garantire il rispetto della pluralità e della diversità culturale e linguistica d’Europa, sua massima ricchezza, e investire il processo decisionale. La ricerca sistematica dell’unanimità porterà inevitabilmente alla paralisi, poiché sarà dato di funzionare soltanto a un sistema politico e giuridico basato sul voto di maggioranza e su controlli ed equilibri (checks and balances).
Il progetto di costituzione presentato dalla Convenzione propone per l’appunto una semplificazione dei trattati e la maggiore trasparenza del sistema decisionale. Il cittadino europeo deve sapere chi fa cosa in Europa per sentirsi coinvolto e partecipe, sostenere l’integrazione europea e prendere parte alle elezioni del Parlamento europeo. Il testo stabilisce con chiarezza i poteri e le competenze dell’Unione, degli Stati membri e delle autorità regionali e sancisce che l’integrazione europea trae legittimità dalla volontà dei cittadini e degli Stati d’Europa di costruire un futuro comune, laddove lo Stato resta l’ambito privilegiato e legittimo in cui si esplicano le sue priorità.
La costituzione segna un nuovo passo fondamentale di un processo che ha indotto popoli e nazioni a unirsi per agire. Non è dato sapere però se sia l’ultimo, il passo definitivo che esaurisce il progetto maestoso dei padri fondatori. La struttura politica dell’Europa dovrà forse evolvere di nuovo e ancora prima che se ne compia il destino.
Cronologia dell’integrazione europea
1948
7-11 maggio
Si tiene all’Aia il congresso del Movimento europeo: oltre mille delegati provenienti da una ventina di paesi europei discutono nuove forme di cooperazione in Europa. Si esprimono a favore di una «Assemblea europea».
1949
27 e 28 gennaio
A seguito del Congresso dell’Aia viene istituito il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo.
Quello stesso anno inizia la redazione della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Firmata a Roma nel 1950, entra in vigore nel settembre del 1953.
Poco a poco quasi tutti i paesi europei diventano membri del Consiglio d’Europa.
1950
9 maggio
Robert Schuman, ministro francese degli Affari esteri, propone, in una dichiarazione redatta in collaborazione con il suo amico e consigliere Jean Monnet, di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.
Il 9 maggio 1950 nasce l’Europa unita e questa data viene scelta per celebrare ogni anno la «Giornata dell’Unione europea».
1951
18 aprile
Sei paesi — Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi — firmano a Parigi il trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), che entra in vigore il 23 luglio 1952 per un periodo di cinquant’anni.
1955
1o e 2 giugno
Riuniti a Messina, i ministri degli Affari esteri dei Sei decidono di estendere l’integrazione europea a tutta l’economia.
1957
25 marzo
Firma a Roma del trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE) e del trattato che istituisce la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Entrano in vigore il 1o gennaio 1958.
1960
4 gennaio
Per iniziativa del Regno Unito, viene firmata la convenzione di Stoccolma che istituisce l’Associazione europea di libero scambio (EFTA), cui aderiscono diversi paesi europei che non sono membri della CEE.
1962
30 luglio
Entrano in vigore i regolamenti istitutivi della politica agricola comune (PAC).
1963
14 gennaio
Il generale de Gaulle annuncia in una conferenza stampa che la Francia opporrà il veto all’adesione del Regno Unito alla Comunità europea.
20 luglio
A Yaoundé viene firmato un accordo d’associazione tra la CEE e 18 Stati africani.
1965
8 aprile
Firma a Bruxelles del trattato di fusione degli esecutivi delle tre Comunità, che istituisce un unico Consiglio e un’unica Commissione. Entrerà in vigore il 1o luglio 1967
1966
29 gennaio
Compromesso di Lussemburgo. Dopo una lunga crisi politica, la Francia torna ad occupare il suo posto al Consiglio contro il mantenimento del voto all’unanimità ogni qualvolta sia in gioco l’interesse vitale di uno Stato membro.
1968
1o luglio
Con 18 mesi di anticipo vengono aboliti gli ultimi dazi doganali sul commercio intracomunitario dei prodotti industriali e viene introdotta la tariffa doganale comune.
1969
1o e 2 dicembre
Al vertice dell’Aia i capi di Stato e di governo decidono di spingere oltre il processo di integrazione europea.
1970
22 aprile
Firma a Lussemburgo del trattato che permette il finanziamento progressivo delle Comunità mediante un sistema di «risorse proprie» ed estende i poteri del Parlamento europeo.
1972
22 gennaio
La Danimarca, l’Irlanda, la Norvegia e il Regno Unito firmano a Bruxelles i trattati di adesione alle Comunità europee.
24 aprile
Istituzione del «serpente» monetario: i Sei si impegnano a limitare al 2,25 % lo scarto massimo di fluttuazione fra le loro valute.
1973
1o gennaio
Entrano a far parte delle Comunità europee la Danimarca, l’Irlanda e il Regno Unito (la Norvegia oppone un referendum negativo). Gli Stati membri diventano nove.
1974
9 e 10 dicembre
Al vertice di Parigi, i capi di Stato e di governo decidono di riunirsi tre volte l’anno nel Consiglio europeo, approvano le elezioni del Parlamento europeo a suffragio universale diretto e concordano l’istituzione del Fondo europeo di sviluppo regionale.
1975
28 febbraio
Firma a Lomé di una convenzione (Lomé I) tra la CEE e 46 Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP).
22 luglio
Firma di un trattato che estende i poteri del Parlamento europeo in materia di bilancio e istituisce una Corte dei conti europea. Il trattato entra in vigore il 1o giugno 1977.
1978
6 e 7 luglio
Vertice di Brema. La Francia e la Germania propongono di rilanciare la cooperazione monetaria con la creazione di un Sistema monetario europeo (SME) che subentri al serpente monetario. Lo SME diventa operativo il 13 marzo 1979.
1979
28 maggio
Firma degli atti di adesione della Grecia alle Comunità.
7 e 10 giugno
Prime elezioni a suffragio universale diretto dei 410 membri del Parlamento europeo.
1981
1o gennaio
La Grecia diventa il decimo Stato membro della Comunità europea.
1984
28 febbraio
È adottato Esprit, programma strategico europeo di ricerca e sviluppo nel settore delle tecnologie dell’informazione.
14 e 17 giugno
Seconda elezione del Parlamento europeo a suffragio universale diretto.
1985
7 gennaio
Jacques Delors diventa il nuovo presidente della Commissione (1985-1995).
12 giugno
Firma dei trattati di adesione della Spagna e del Portogallo.
2-4 dicembre
Consiglio europeo di Lussemburgo. I Dieci concordano di modificare il trattato di Roma e dare nuovo impulso al processo di integrazione europea elaborando un «Atto unico europeo». Sono poste le premesse per la creazione del mercato unico entro il 1993.
1986
1o gennaio
La Spagna e il Portogallo aderiscono alle Comunità europee che constano così di 12 Stati membri.
17 e 28 febbraio
Firma a Lussemburgo e all’Aia dell’Atto unico europeo che entra in vigore il 1o luglio 1987.
1987
15 giugno
Inizia il programma Erasmus per gli studenti che intendono proseguire gli studi in altri paesi d’Europa.
1989
15 e 18 giugno
Terza elezione del Parlamento europeo a suffragio universale diretto.
9 novembre
Crollo del muro di Berlino.
9 dicembre
Il Consiglio europeo di Strasburgo decide di convocare una conferenza intergovernativa per accelerare le tappe finali dell’unione economica e monetaria.
1990
19 giugno
Firma dell’accordo di Schengen per l’eliminazione dei controlli alle frontiere fra i paesi membri delle Comunità europee.
3 ottobre
Unificazione della Germania.
14 dicembre
Iniziano a Roma le due conferenze intergovernative sull’UEM e l’unione politica.
1991
9 e 10 dicembre
Il Consiglio europeo di Maastricht adotta un trattato sull’Unione europea che pone le premesse per una politica estera e di sicurezza comune, una cooperazione maggiore nei settori della giustizia e degli affari interni e la creazione di un’unione economica e monetaria comprendente una moneta unica. La cooperazione intergovernativa in questi settori si aggiunge al sistema comunitario esistente e crea l’Unione europea (UE). La CEE diventa «Comunità europea» (CE).
1992
7 febbraio
Il trattato sull’Unione europea viene firmato a Maastricht ed entra in vigore il 1o novembre 1993.
1993
1o gennaio
Entra in vigore il mercato unico europeo.
1994
9 e 12 giugno
Quarta elezione del Parlamento europeo.
24 e 25 giugno
Consiglio europeo di Corfù: vengono firmati gli atti di adesione dell’Austria, della Finlandia, della Svezia e della Norvegia.
1995
1o gennaio
L’Austria, la Finlandia e la Svezia diventano Stati membri dell’Unione europea (referendum negativo della Norvegia). L’UE consta di 15 membri.
23 gennaio
Assume le funzioni la Commissione presieduta da Jacques Santer (1995-1999).
27 e 28 novembre
Si svolge a Barcellona la conferenza euromediterranea che avvia il partenariato fra l’UE e i paesi della sponda sud del Mediterraneo.
1997
16 e 17 giugno
Il Consiglio europeo di Amsterdam adotta un trattato che conferisce all’UE nuove competenze.
2 ottobre
Firma del trattato di Amsterdam che entra in vigore il 1o maggio 1999.
1998
30 marzo
Si inaugura il processo di adesione all’Unione europea dei nuovi paesi candidati. Sono interessati Malta, Cipro e dieci paesi dell’Europa centrale ed orientale.
3 maggio
Il Consiglio europeo di Bruxelles decide che 11 Stati membri — Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna — soddisfano le condizioni necessarie per l’adozione della moneta unica dal 1o gennaio 1999. Sarà in seguito il turno della Grecia.
31 dicembre
Adozione dei tassi di conversione fissi e irrevocabili tra ciascuna delle valute partecipanti all’euro.
1999
1o gennaio
Inizia la terza fase dell’UEM: l’euro diventa la moneta ufficiale di 11 Stati membri e viene introdotto sui mercati finanziari. La Banca centrale europea (BCE) è oramai responsabile della politica monetaria dell’Unione che è definita e attuata in euro.
24 e 25 marzo
Il Consiglio europeo di Berlino adotta le prospettive finanziarie 2000-2006 nell’ambito dell’Agenda 2000.
3 e 4 giugno
Il Consiglio europeo di Colonia incarica una Convenzione composta dai rappresentanti dei capi di Stato e di governo dell’UE e dal presidente della Commissione di redigere una Carta dei diritti fondamentali.
Javier Solana è nominato «alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune» (PESC).
10 e 13 giugno
Quinta elezione del Parlamento europeo.
15 settembre
Assume le funzioni una nuova Commissione sotto la presidenza di Romano Prodi (1999-2004).
15 e 16 ottobre
Il Consiglio europeo di Tampere decide la costituzione nell’UE di uno spazio di libertà, di sicurezza e di giustizia.
10 e 11 dicembre
Il Consiglio europeo di Helsinki, dedicato principalmente all’allargamento, dichiara ufficialmente la Turchia «Stato candidato destinato ad aderire all’Unione» e decide di avviare i negoziati di adesione con gli altri 12 paesi candidati.
2000
23 e 24 marzo
Il Consiglio europeo di Lisbona elabora una nuova strategia dell’Unione per promuovere l’occupazione, la riforma economica e la coesione sociale in un’economia fondata sulla conoscenza.
7 e 8 dicembre
A Nizza il Consiglio europeo concorda sul testo di un nuovo trattato che riforma il sistema decisionale dell’UE nella prospettiva dell’allargamento. I presidenti del Parlamento, del Consiglio europeo e della Commissione proclamano la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
2001
26 febbraio
Firma del trattato di Nizza che entra in vigore il 1o febbraio 2003.
14 e 15 dicembre
Il Consiglio europeo di Laeken adotta una dichiarazione sul futuro dell’Unione, dando la stura alla grande riforma dell’UE, e convoca una Convenzione per preparare una costituzione europea. Valéry Giscard d’Estaing ne è il presidente.
2002
1o gennaio
Immissione in circolazione dei biglietti e monete in euro.
31 maggio
I quindici Stati membri ratificano simultaneamente il protocollo di Kyoto, accordo mondiale sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico.
21 e 22 giugno
Il Consiglio europeo di Siviglia trova un accordo per una politica comune in materia di asilo e immigrazione.
13 dicembre
Il Consiglio europeo di Copenaghen decide che 10 paesi candidati (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) possono aderire all’Unione per il 1o maggio 2004.
L’adesione della Bulgaria e della Romania è rimandata al 2007.
Inoltre, se il Consiglio europeo del dicembre 2004 deciderà, sulla base di una relazione e di una raccomandazione della Commissione, che la Turchia soddisfa i criteri politici di Copenaghen, l’Unione europea avvierà i negoziati di adesione con la Turchia.
2003
16 aprile
Sono firmati ad Atene i trattati di adesione tra l’Unione europea e Cipro, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, Malta, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Slovenia e l’Ungheria.
10 luglio
La Convenzione sul futuro dell’Europa si conclude con l’adozione di un progetto di trattato costituzionale.
4 ottobre
Si apre la conferenza intergovernativa (CIG) per redigere un nuovo trattato comprensivo di una costituzione europea.
2004
1o maggio
Cipro, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, Malta, la Polonia, la Repubblica ceca, la Slovacchia, la Slovenia e l’Ungheria entrano a far parte dell’Unione europea.
10 e 13 giugno
Sesta elezione del Parlamento europeo.
2007
Data stabilita dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 2002 per l’adesione della Bulgaria e della Romania.
Fine articolo sull' Europa
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