Le ALPI
Le ALPI
Tratto da wikipedia : le Alpi (dal plurale latino Alpes, che può significare "pietra", "collina", "montagna", "bianco") sono la catena montuosa più importante d'Europa. Si chiamano in francese Alpes, in occitano Aups/Alps, in tedesco Alp, in romancio Alps, in sloveno Alpe. Per convenzione le Alpi iniziano a ovest del Colle di Cadibona e terminano a est della città di Vienna, coprendo una distanza di circa 1.300 km a forma di arco tra l'Italia settentrionale, la Francia sud-orientale, la Svizzera, il Liechtenstein, l'Austria, il sud della Germania, la Slovenia e l'Ungheria occidentale[1]. Tra Verona e Monaco di Baviera raggiungono la larghezza massima. La cima più alta è costituita dal Monte Bianco che con i suoi 4810,90 m è considerato anche il tetto d'Europa; seguono il Monte Rosa (4634 m), il Dom (4545 m), il Weisshorn (4505 m) e il Cervino (4476 m). Altre vette importanti sono il Gran Paradiso (4061 m), il Bernina (4049 m) ed il Monviso (3841 m). Le Alpi sono abitate da circa 16 milioni di persone.
Le ALPI
La storia della loro formazione risale a 60 milioni di anni, in relazione alla collisione della placca africana con l’Eurasia. Emersione molto accentuata intorno a 37 milioni di anni fa. Cervino come pezzo d’Africa adagiato sui sedimenti che riempirono l’oceano primordiale. Intorno al Monviso si ritrovano pezzi di fondale dell’oceano alpino. Gigantesche erosioni glaciali hanno modellato le montagne e lasciato i grandi laghi prealpini e le centinaia di laghetti di quota.
Il 2% delle Alpi è ricoperto da 1300 ghiacciai, più del 50% in Svizzera. Tutti in regressione, causa l’alterazione dell’effetto serra.
Ci sono 5000 specie di piante vascolari, 3/7 della flora europea. Flora e fauna di origini diverse, spesso come rifugio durante le glaciazioni del quaternario (lepre variabile, pernice bianca). Altre di provenienza mediterranea (semprevivi).
Sono 350 specie di piante endemiche (Aquilegia alpina, larice europeo). Adattamento alla montagna.
Paesaggi rurali come riflesso di un mondo fatto di transiti e contatti. I primi coloni comparvero 5300 anni a.C. (età del Bronzo): lavoro estivo, inazione invernale. Le razze alpine di bestiame sono ora a rischio.
Coltivazioni aterrazze; reti di canali di irrigazione; villaggi del fondovalle: una perfetta integrazione tra ambiente e presenza umana.
La crisi della civiltà rurale alpina è durata molti secoli. Ora ci sono problemi di sovrappopolazione, reti stradali e ferroviarie transalpine.
Nel 1867 il traforo del Brennero, nel 1871 il Frejus. Sfruttamento idroelettrico. Nei primi anni del ‘900 si innesca un flusso di abbandono delle vallate alpine, esodo bloccato solo nel 1960. Lo sci (1872) e le seconde case (Bardonecchia). Ogni week-end 5 milioni di ospiti! Funicolari, teleferiche di tutti i tipi.
Lago blu e Cervino, alta Valtournanche
2) LA FLORA E LA FAUNA
Le Alpi presentano un clima intermedio tra quello boreale del nord Europa e quello mediterraneo a sud. Sulle Alpi settentrionali piove di più; quelle meridionali sono relativamente siccitose in estate. La vegetazione segue molto la piovosità; è anche l’esito degli avvicendamenti glaciali. Il ritiro dei ghiacci lasciò molte specie artiche, ad esempio la stella alpina e il pino cembro (siberiano, che infatti sopporta i -60° C, che nelle Alpi non si raggiungono). Durante le glaciazioni le vette più alte
erano libere dai ghiacci e a sud-est e sud-ovest c’erano zone prive di ghiacci: l’abete rosso sopravvisse ai margini sudorientali delle Alpi.
Il limite boschivo come conseguenza climatica, posto tra i 1800-2400 m: è la fascia MONTANA (ma le conifere secondo una classificazione molto in uso rientrano nella fascia subalpina). Sulle Alpi orientali abete rosso e mugo; sulle centrali larici e cembri. Al di sopra si estende la fascia ALPINA vera e propria con arbusti nani e “prateria” alpina. La composizione della “prateria” cambia in funzione del suolo. Ciperacee dominanti, con la carice ricurva che può vivere centinaia di anni e produrre semi solo nelle stagioni estive più favorevoli. I 2/3 delle fitocenosi sono ancora del tutto naturali.
La fascia NIVALE si estende al di sopra delle praterie; qui la vegetazione si insedia solo nei punti più favorevoli. Sassifraga biflora a 4450 m! In questi ultimi anni le varie specie stanno salendo di quota
Le glaciazioni quaternarie causarono imponenti spostamenti di faune. Iperiodi freddi portarono sulle Alpi specie nordiche, quelli caldi specie mediterranee: mammut, rinoceronte lanoso, bue muschiato, leone, leopardo, iena. Secondo alcune stime le specie attuali sarebbero circa 30.000. Molte le specie endemiche. Oltre i 3000 m solo poche specie animali sopravvivono: ditteri, collemboli, arvicola delle nevi. Qui le catene alimentari sono brevi, la struttura ecosistemica semplice, sensibile
alle alterazioni.
Adattamenti come risposta alle condizioni climatiche. La salamandra alpina e la lucertola vivipara sono vivipari per evitare le insidie connesse alla schiusa delle uova deposte in un ambiente “ostile”.
Piumaggi e pellicce più folte. Lepre variabile, ermellino e pernice bianca cambiano la livrea. Ibernazione o migrazione.
Certe specie animali patiscono l’uomo, altre lo sfruttano.
La frammentazione ambientale legata all’attività umana incide sulla comunità.
Source-sink : ovvero la migrazione di individui che da habitat ottimali con sovrappopolazione raggiungono habitat subottimali. I Parchi, da soli, non possono garantire la conservazione della fauna.
I GRANDI PREDATORI
GIPETO (Gypaetus barbatus)
Nel 1986 furono liberati i primi gipeti. Hans Frey. Valle del RAURIS (A), bassa Engadina (CH), Alta Savoia (F) e Argentera-Mercantour
(I/F). Ora anche lo Stelvio. Consenso ottenuto con informazioni efficaci anche perché il rapace è innocuo e si ciba soltanto di animali morti.
ORSO (Ursus arctos)
Ha ricolonizzato parte delle Alpi a partire dalla Slovenia, dove erano rimaste le popolazioni più numerose. Nel 1989 un’orsa catturata in Croazia è stata trasportata e liberata in Austria. In seguito ha dato alla luce tre piccoli, con ciò dimostrando che la reintroduzione del plantigrado è fattibile. Progetti LIFE. Rapporti con l’uomo. La
popolazione trentina era l’unica e l’ultima delle popolazioni
AUTOCTONE. Non si riproduceva, però, e sono stati quindi immessi orsi sloveni. Si sono riprodotti e ora sono 10-20. Orsi stimati attualmente sulle Alpi: 30.
LUPO (Canis lupus)
Scomparso nei primi anni del secolo, ora sta tornando. All’età di due anni inizia a spostarsi: 100 Km in pochi giorni, è normale.
Ecletticità alimentare: grandi ungulati, rifiuti. Ecletticità nella scelta dell’habitat: ovunque ci sia qualcosa da mangiare e dove l’uomo non lo uccida! Ecco perché è tornato sulle Alpi! Danni alla pastorizia: pecore. Recuperare razze di cani da pastore, ad esempio il pastore maremmano-abruzzese; indennizzi, abbattimento dei “più facinorosi” (così come già fatto con l’orso). È molto probabile che il lupo appenninico si estenda in futuro attraverso tutte le Alpi fino a saldarsi con le popolazioni balcaniche. Popolazione piemontese: 30 individui in più branchi.
LINCE (Lynx lynx)
Negli anni ’70 ci furono introduzioni di linci dai Carpazi nelle Alpi austriache, svizzere ed italiane.
Ci sono ora delle piccole popolazioni locali distribuite qua e là che, peraltro, sembrano in declino. Ci sono delle eccezioni, comunque. Nelle Alpi nord-occidentali svizzere la popolazione è in crescita e la lince attacca frequentemente le pecore. La dinamica di popolazione da chiarire.
E’ un felino forestale, con home ranges di 50-200 km2, territoriale; la femmina cresce i piccoli da sola; gli incontri tra individui sono difficili.
Ci vuole un habitat idoneo e vasti spazi. Politica di ricongiunzione delle popolazioni con nuovi ripopololamenti. Opera di sensibilizzazione e coinvolgimento delle popolazioni umane locali perché la lince è associata ad antiche paure e pregiudizi che persistono.
3) LA POPOLAZIONE UMANA
Il numero degli abitanti fa riferimento ai confini stabiliti con la convenzione del 1991. Circa 13 milioni di abitanti, 250 ab./Kmq! (come
la Gran Bretagna).
Nel 1870 c’erano soltanto 7 milioni; questo è il risultato di due tendenze diverse: comuni che hanno subìto un calo drastico e comuni che hanno
fatto segnare una crescita esplosiva.
In particolare i comuni di bassa altitudine, cittadine con più di 5000 abitanti, sono cresciuti, mentre i comuni veramente montani si sono
spopolati.
Alpi orientali (Baviera, Tirolo, Alto Adige) con incremento demografico diffuso anche in quota (turismo). Alpi nord occidentali (Piemonte, Liguria e Alpi francesi meridionali) con spopolamento generalizzato.
ZONE CENTRIPETE dominate da un centro urbano con più di 10.000 abitanti. Grenoble (420.000) è il centro più grande. [52% della
popolazione].
ZONE CENTRIFUGHE pendolarismo in uscita in prossimità di Vienna, Milano, Torino, Ginevra e Zurigo [17%].
ZONE RURALI sono l’immagine classica delle Alpi; turismo, agricoltura, energia idroelettrica. Aree periferiche [23%].
ZONE DI SPOPOLAMENTO con una spiccata tendenza al decremento demografico.
La tendenza sembra essere quella di un aumento delle prime due tipologie con un tipo di sviluppo popolazionale squilibrato. Urgono quindi interventi differenziati per le varie realtà e tipologie locali.
4) AGIRE O NON AGIRE?
NON AGIRE come rinuncia alle forme di utilizzo non sostenibile.
Quindi, ogniqualvolta nascano delle opportunità di sfruttamento di certe risorse bisogna verificare se ciò non determina una grave diminuzione della biodiversità; o come consapevolezza della necessità di un libero sviluppo naturale. Bisogna estendere le aree di natura selvaggia.
AGIRE come attività rigenerativa e ri-produttiva. Interventi di conservazione e ripristino della natura, quindi; o come scelta di politica di sviluppo sostenibile (OK alle attività produttive ispirate ai principi dello sviluppo sostenibile).
SVILUPPO SOSTENIBILE è quello sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni di oggi senza impedire alle generazioni di domani di soddisfare le loro. (Commissione ambiente NU, 1987).
Le risorse rinnovabili utilizzate solo nella misura in cui si rigenerano (legno rigenerato in un anno). Le emissioni inquinati non devono superare le capacità di biodegradazione. Uso ridotto delle risorse non rinnovabili (carbone o petrolio).
5) NATURA E PAESAGGIO
Il paesaggio rurale tradizionale era ed è un esempio di composizione a mosaico di piccoli ecosistemi. Tuttavia le tecniche di agricoltura montana sono cambiate a spese di questa tipologia paesaggistica ed ecologica (irrigazioni a getto, imbrigliamento delle acque, strade di arroccamento,
ampie distese accessibili ai mezzi meccanici ecc.).
Si tende così a sfruttare al massimo il fondovalle o le zone accessibili e ad abbandonare le zone impervie.
Due facce: le Alpi meridionali con prevalenza dell’agricoltura di stampo “latino” a colture seminative e le Alpi settentrionali a stampo “germanico” dove si privilegia la zootecnia.
Bisogna salvaguardare il paesaggio rurale prevedendo una sorta di remunerazione per gli agricoltori alpini che, di fatto, operano preservando le caratteristiche degli ecosistemi locali (a patto che operino secondo i principi dello sviluppo sostenibile).
Difesa del territorio come “bene pubblico”.
a) La tutela delle aree palustri alpine.
La Svizzera sancisce la difesa dei suoi biotopi umidi attraverso la Costituzione dello Stato! Ciò è dovuto alla vittoria di Rothenthurm, del 1987. Nel 1996 un elenco governativo ha individuato 88 aree palustri da proteggere, la maggioranza delle quali è in territorioalpino.
b) La tutela dei corsi d’acqua.
La tutela degli ambienti fluviali è assolutamente prioritaria perché tendono sempre più ad essere imbrigliati e regimati perdendo gran parte del loro valore naturale. Conserviamo gli invasi alluvionali naturali perché sono ormai quasi estinti! Nel 79% dei casi l’equilibrio è compromesso: centrali idroelettriche, lavori di sponda ecc. Pochi gli ambienti fluviali ancora integri: Tagliamento, Piave, Lech, Isar. In America hanno già iniziato a liberare i fiumi dalle strutture idrauliche, centrali idroelettriche ecc. (anche se la fonte energetica è rinnovabile).
Il Tagliamento, nel Friuli-Venezia Giulia è ancora integro. 170 Km per 130 Km2, sposta il letto in continuazione ma verso la foce è canalizzato.
Corso alto con notevole forza di erosione e depositi di sabbia; corso basso con meandri e laghi sotterranei carsici. In fascia prealpina il letto è largo 2 Km. Salici e tamerici offrono poca resistenza alle piene;
calamagrostide di sponda a colonizzazione rapida dei nuovi arenili.
Molti carabidi.
Ma:
1) I depuratori funzionano male e il gambero di fiume è in retrazion
2) Vari affluenti utilizzati per produzione di energia idroelettrica e portata del Tagliamento è ridotta per 70 Km.
3) Estrazione ghiaia
4) Opere di riduzione del letto ad 1/3 per circa 8 Km, a difesa dalle piene.
A quando lo status di parco della biosfera?
Piave: 60 centrali idroelettriche!
c) La tutela dei paesaggi terrazzati e delle Selve Castanili.
I terrazzamenti sono importanti ecologicamente e geologicamente nella conservazione dei suoli. Il 15% dei boschi Alpi del Sud sono a castagno.
Gestione attiva dei castagneti da frutto fino al secondo dopoguerra.
Dal 1990 risveglio di interesse in alcune aree; Canton Ticino, ad esempio. Le castagne possono ancora portare reddito, anche se il mercato è di “nicchia”.
d) La natura selvaggia
Esiste un’effettiva richiesta di natura selvaggia proveniente dalle masse inurbate. “Selvaggio” come qualcosa di lontano dalla civiltà e cultura umana? L’europeo medio, in effetti, rifuggiva questi luoghi fino a pochi decenni fa. WILDERNESS ACT del 1964, USA: 40 milioni di ha sono così classificati.
Come si ottiene la NS? “Lasciamo che la natura faccia il suo corso?” O interveniamo per “ripristinare le condizioni più naturali?” (trasformazione a fustaia dei boschi?). Uno sviluppo poco controllato (si lasciano marcire le piante schiantate ecc.) è anche economico: poche spese a fronte di una generazione nuova e molto più diversificata di piante (Selva bavarese). Le foreste “sporche” di alberi caduti proteggono meglio dalle valanghe e si difendono meglio dagli ungulati che non amano la foresta “chiusa”. Secondo gli americani la soglia minima è di 2000 ha.
Anche nelle Alpi si potrebbe quindi applicare la politica della wilderness “FARE DI MENO PER AVERE DI PIU’” (ma i forestali?).
IL PARCO DELLA VAL GRANDE
Si tratta di natura selvaggia di seconda mano, priva però di infrastrutture antropiche quali strade, ferrovie, villaggi, linee elettriche ecc.
Data ufficiale di istituzione del Parco (tra lago Maggiore e val d’Ossola) 2/3/1992, 12.000 ha.
600-2300 m, latifoglie. Dai primi del ‘900, dopo il taglio di tutte le foreste ci fu un graduale esodo culminato con le epurazioni naziste del 1944.
Si tratta del più grande esperimento di natura selvaggia nella fascia latifogliare alpina.
Decisioni del “non agire” (?). Tentativo di coinvolgimento della popolazione locale. Turismo sportivo.
e) Il collegamento tra le aree protette
Il primo parco alpino è del 1914, in Svizzera. La politica di istituzione di aree protette langue fino agli anni ‘70-’80. Al nord prevalgono zone di
tutela paesaggistica, al sud prevalgono i parchi regionali che puntano ad uno sviluppo sostenibile.
Tante categorie di tutela.
Solo 1/8 delle Alpi è protetto.
È forse ora di creare una rete di vasta scala di collaborazione e collegamento tra le varie zone protette. Molti animali richiedono infatti grandi spazi per potersi muovere. Assoluta priorità di protezione per le foreste miste e di latifoglie di mezza altitudine. Necessità di zone a protezione forte nelle fasce marginali dell’arco alpino.
La protezione di rocce e ghiacciai non è così importante come quella delle fitocenosi di media e bassa quota.
E’ necessario uno sforzo organizzativo per evitare l’isolamento delle aree protette con l’istituzione di corridoi ecc. Istituire aree protette transfrontaliere Alpi Marittime-Mercantour; Queyras-Val Troncea; Vanoise-Gran Paradiso; Stelvio-Engadina
(Espace-Mont Blanc?)
La rete di aree protette, in realtà, era già prevista nell’ambito della CONVENZIONE DELLE ALPI firmata a Salisburgo l’11 novembre
1991. Il trattato vincolante di diritto pubblico internazionale è in vigore dal 1995, ratificato dall’Italia nel 2000. CIPRA: Commissione internazionale per la protezione delle Alpi.
Tra vari parchi ci sono stati gemellaggi, battesimi bilingui e ricerche in comune. La stessa rete “gipeto” è la riprova della necessità di un approccio integrato.
Espace Mont Blanc: utilizzazione o protezione?
1786 Balmat-Paccard prima ascensione; funivia Aiguille du Midi 1955;
tunnel 1965. Grande sfruttamento con 100.000 visitatori al giorno a Chamonix. I francesi, nel contempo, proteggevano ben 45.000 ha! Un primo studio di fattibilità è del 1993; 4 obiettivi:
1- conservazione delle coltivazioni tipiche
2- salvaguardia del paesaggio
3- turismo sostenibile
4-riduzione dell’impatto delle infrastrutture.
In realtà, mancando di natura giuridica, finora EMB non si è mosso!
f) Parchi e posti di lavoro.
In Francia, su 30 parchi regionali, con 2,1 milioni di abitanti, la politica di protezione ha creato 5000 posti di lavoro ogni anno: il “trucco” è che nei parchi transalpini le attività economiche locali sono equiparate per priorità alle attività ricreative e di salvaguardia. Il parco francese è regionale nel senso che è rivolto alla comunità locale.
Estensione dei parchi francesi e italiani a confronto. Quelli transalpini sono nettamente più vasti, anche perché sono state realizzate ampie zone di preparco.
Perché i parchi regionali producano occupazione è necessario che contino sulla partecipazione attiva della popolazione residente (bombe ai tralicci in Valsavaranche!!).
Utilizzo “efficace” dei programmi di incentivazione UE (INTERREG-LEADER) o di programmi operativi (PROGRESS, LIFE) o, ancora, di programmi di incentivo alle reti di
collegamento tra aree protette (NATURA 2000, ECONET).
6) IL TRASPORTO E LA MOBILITA’
“La ruota è il vero peccato originale? H. RUH”
Mobilità, un fenomeno della cultura moderna. I problemi risolvibili dalla tecnica? (la benzina verde, o la marmitta catalitica).
Le Alpi erano realmente un ostacolo al transito e i montanari traevano reddito dal transito.
L’effetto strutturante delle vie di collegamento risiede nel fatto che il viaggiatore sosta, cambia mezzo di trasporto, spende. Ma con l’attuale alta velocità di transito questo effetto viene meno e resta solo l’inquinamento chimico, strutturale e bioacustico.
Ci sono stati dei casi di resistenza delle popolazioni locali, specie in Svizzera e in Austria; in genere, però, l’Europa non alpina cerca di assimilare le Alpi
in termini di mobilità. Alcuni hanno suggerito la politica del road-pricing:
sostituiamo gli ostacoli orografici con ostacoli finanziari. 20/02/94:
referendum popolare svizzero per aumentare i prezzi e spostare il traffico su rotaia.
1970 46 mil t Alpi centrali (21% strada)
1996 85 mil t Alpi centrali (61% strada)!
Nei trasporti non vale la regola economica per cui i costi indotti devono essere sostenuti da chi li causa.
Nessuno paga i costi delle infrastrutture più i costi in termini di danni alla salute; certo non i trasportatori.
Quindi due principi: 1) realtà dei costi e 2) regionalizzazione dei cicli economici.
Questo aumento è frutto della politica UE che richiede trasporti di prodotti semilavorati.
L’Italia importa rottami ferrosi dalla Germania, li trasforma in acciaio da costruzione che torna in Germania; il Sud Tirolo importa maiali
dall’Olanda, produce speck che sarebbe un prodotto tipico “locale”. Nei prossimi 20 anni è previsto ancora un incremento merci del 100%. La
Svizzera è in controtendenza: già ora il 70% merci su rotaia e nel 2004 tutto il trasporto merci su rotaia! In Austria vige un accordo basato sugli
“ecopunti” secondo il quale le emissioni da NOx dovute ai mezzi pesanti dovranno essere ridotte del 60% entro il 2003.
UE, 1996: piano di reti trans-europee di trasporto: TEN prevede 12.000 Km di nuove autostrade. Riguarderanno le Alpi: Ceva- Albenga; Asti-Cuneo-Nizza; Briançon-Val Susa da potenziare;
completamento “Alemagna” Venezia-Monaco; ancora in corso Aosta-Cormayeur, terza corsia Innsbruck-Brennero. In più: Alta Velocita’ Torino-Lione e Verona-Monaco.
Questo approccio UE con il TEN non risolve il problema che può essere risolto solo contenendo il traffico.
Nel frattempo il “protocollo trasporti” del 31.10.2000 ha stabilito il divieto di nuove strade di comunicazione transalpina e, in ambito intralpino, le strade sarebbero permesse solo se non ci sono alternative. Chi prevarrà?
Oggi conviene far viaggiare 30 tir piuttosto che un treno: 14 km/h! tempi di attesa al confine e di smistamento. Bisogna modernizzare il trasporto merci via treno e puntare anche sul trasporto marittimo.
Esistono attualmente cinque assi ferroviari: Frejus (+ TAV?),
Sempione, Gottardo, Brennero e Tarvisio. Sono sfruttati per meno di 1/3 delle loro capacità!
Traffico e salute.
Solo una parte delle Alpi è utilizzabile per le molteplici esigenze: commercio, agricoltura, turismo, residenza e trasporto insistono tutte su aree comuni. In altri termini in montagna è difficile allontanarsi dalle arterie di traffico. Il rumore sui versanti si diffonde benissimo: 1 Km di distanza sulle Alpi=250 m in pianura! 2/3 abitanti delle zone
trafficate sono disturbati rumore. La funzione polmonare degli scolari vicino alle arterie di grande traffico è ridotta. O3 prodotto all’87% dal traffico; in quota l’ O3 persiste nel corso della giornata e non si abbatte.
Traffico e turismo.
No al turismo di massa, si a quello di qualità. C’è una notevole richiesta di luoghi privi di auto, che è avanzata proprio dai turisti! (Chamois-
Aosta) Gast (comunità turistiche senza auto in Svizzera).
1) limitazione del traffico nel centro di villeggiatura
2) localita’ di villeggiatura senza auto (solo veicoli merci, auto elettriche, biciclette-cavalli).
A livello di marketing inizia a “vendere” il modello “LOCALITA’ PRIVA DI AUTO” e bisognerà progressivamente vendere “IN VACANZA SENZA AUTO”. Tutto ciò implica naturalmente una riorganizzazione dei trasporti con ristrutturazione ferroviaria. 7 agosto 1996 Val d’Aosta (!) permette ai comuni di far pagare pedaggi o,
se non si contiene il traffico, ammette divieti di circolazione per motivi ecologici. Il governo impugna la legge di fronte alla Corte Costituzionale, che ha dato ragione alla Vallée (c’è un limite alla libertà di movimento).
7) IL TURISMO E LO SPORT
È difficile fare previsioni sulla domanda turistica, ora canalizzata verso sole, spiagge e luoghi esotici. Le Alpi con prezzi alti patiscono la concorrenza estiva. Anche il turismo invernale ha il fiato corto perché deve confrontarsi con il turismo economico esotico. Da qui la tendenza a diversificare l’offerta alpina: golf, snowboard, cannoni sparaneve ecc.
Ci vuole un turismo ecologicamente e socialmente più sostenibile; finora ha contato solo il profitto. Lo sviluppo turistico sostenibile ha dei limiti
nel numero di posti letto e nel grado di sviluppo della viabilità.
Ci vuole un rapporto ottimale di 1:1 con la popolazione locale. Uno sbilanciamento del rapporto in un comune danneggia i centri vicini.
Il problema maggiore è il traffico che, oltretutto, con un eccesso di infrastrutture, porta ad un rifiuto turistico (9% dei turisti tedeschi).
Il 48% degli interpellati chiedeva più tutela del paesaggio e il 28% lo stop alle infrastrutture.
Sport e ricreazione. Grande diversificazione recente: parapendio, deltaplano, rafting, trial, scalate, golf, escursionismo, sci vari ecc.
Questa diversificazione comporta una maggiore pressione sull’ambiente, che si traduce in un consumo di “spazio”. Il consumo di spazio dei nuovi sport potrebbe portare al superamento del legame, una volta ritenuto organico, tra sviluppo turistico e interventi PESANTI (skilift, teleferiche, cabinovie ecc.).
Lo sci
Il 60% degli sciatori bavaresi sa che lo sci rappresenta uno dei maggiori pericoli per le aree alpine. Gli sciatori hanno la coscienza sporca! Esiste una contraddizione degli sciatori: basta con le piste! Le piste in quota hanno spianato aree che, per essere ricolonizzate, richiedono anche 500
anni!
Sciare con la neve artificiale è antiecologico. La località sciistica in sintonia con l’ambiente cura anche l’aspetto estivo, ridistribuendo i turisti. Cura la strutturazione del trasporto. E cura, soprattutto, che gli impianti di risalita siano in sintonia con l’ambiente (dati relativi alla vegetazione, fauna, danni arrecabili, risanamento).
Ci vuole, per finire, un chiaro quadro di riferimento giuridico, con chiare zonizzazioni.
a) Grandi eventi sciistici
Torino 2006: quale è stato e quale sarà l’impatto sull’ambiente?
Albertville ’92: movimentati 1 milione m3 di roccia e terra, disboscati 33 ha ed edificati 330.000 m2, 42 serbatoi idrici. 1956 a Cortina 1 atleta/4
rappresentanti ufficiali. 1992 Albertville 1/26!
Oltre alla costruzione di nuove attrezzature (trampolini, skilift ecc.) ci sono le nuove infrastrutture. In prospettiva si potrebbe assegnare la manifestazione solo nel caso in cui ci sia compatibilità ambientale. Sono necessari: ampio consenso locale; manifestazioni in linea con lo sviluppo sostenibile delle regioni ospitanti; manifestazioni solo in località già dotate di infrastrutture;
la pianificazione della manifestazione deve rispondere a: EVITABILITA’ o minimizzazione degli effetti sulla società, ambiente, economia; COMPENSAZIONE; MIGLIORAMENTO
Necessario ricorrere al VIT valutazione impatto territoriale di economia regionale, oltre che al VIA. Procedure ECO-AUDIT dell’UE. VAS (VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA).
b) In volo sulle Alpi.
In Germania e Francia lo sci con l’elicottero ELISKI è espressamente vietato. In Francia è però reclamizzato: gli elicotteri partono dalla Val d’Isere e i passeggeri scendono in Piemonte e Val d’Aosta!
L’eliski è molto sviluppato sul Bianco, così come in alto Adige.
In Svizzera 16 piste di atterraggio in quota. In marzo e aprile ci sono 300-400 decolli ogni giorno (St. Moritz, Zermatt): introiti economici importanti.
Disturbo acustico e disturbo faunistico (tetraonidi, camosci, cervi e stambecchi). Più la zona è naturale più eliski c’è. Ci si attende quindi un divieto transalpino.
Nel 1995 nei 7 paesi alpini 120.000 praticanti di deltaplano e parapendio. C’è un crollo recente, comunque. Disturbo faunistico sia nel veleggiamento parallelo al pendio sia nel volo termico.
c) Campi da golf.
“GOLF: le grand sculpteur de la nature”; natura “nobilitata” e pulita, molto più vicina alla sensibilità umana che non una foresta disordinata!
Il golf “stacca” la popolazione locale dal territorio. 26 campi in Svizzera.
Le aree piane che servono al golf sono rare.
Golf club Courmayeur (Ao) –Espace Mont Blanc? Golf club Cervinia.
Fertilizzazione ed irrigazione estiva. Uso massiccio di pesticidi a protezione degli animali che recano danno al “green”.
8) SINERGISMO TRA TURISMO, AGRICOLTURA E
TUTELA AMBIENTALE
Economia basata su cicli locali. Chiusura dei cicli energetici (liquame per impianti biogas, energia solare).
Chiusura dei cicli di trasporto (trasporti pubblici locali; una rete regionale e sovraregionale adeguata; traffico ridotto sulle strade secondarie).
Chiusura dei cicli produttivi e del terziario (con smaltimento rifiuti, tecniche produttive ecologiche, riciclo).
Chiusura dei cicli di capitale (forma di cooperazione locali e regionali).
Esempi:
In Germania i tre lander Assia/Turingia/Baviera hanno iniziato una cooperazione agricoltori-ristoratori che garantisce ogni categoria; offerta di prodotti regionali gastronomici. Si prevede che il consumo
gastronomico sarà per il 25% locale nel giro di pochi anni, dal 4% del ’95!
Formaggio di capra dell’alta Provenza; allevatori biologici con 200.000 litri di latte di capra/anno, 25 posti di lavoro. Formaggio preparato con ricetta di 600 anni fa. (le tommes de banon… i nostri tümin ‘d Mel
Altipiano del Cansiglio, 100 ha a conduzione biologica. Cooperativa con 1.600.000 litri di latte con crescenza, caciotta e ricotta del Cansiglio.
Domanda superiore all’offerta. Obiettivo: coniugare il mantenimento delle aziende agricole e degli allevamenti bovini con la conservazione natura.
Nindelang: Natur und Kultur: è il modello migliore, in Baviera. 5000 abitanti, 7000 posti letto; grande coscienza di turismo ecologico. Tutti gli agricoltori fanno parte di associazioni per la produzione e distribuzione locale dei prodotti integrate con le associazioni turistiche, sempre improntate alla stessa filosofia di turismo ecologico.
Quando ci spostiamo dalla pianura verso la montagna il paesaggio si modifica via via che noi saliamo più in alto. Succede come se osservassimo la terra da un aereo che vola dalle regioni temperate verso il circolo polare artico. Le trasformazioni sono particolarmente evidenti osservando la vegetazione che forma una serie di zone comparabili sia quando noi ci spostiamo da sud verso nord sia quando dai piedi delle montagne saliamo verso la cima. Qualche ora di ascensione corrisponde ad effettuare un viaggio di migliaia di chilometri dal Mediterraneo al di la del circolo polare artico passando per l’Europa centrale e la Scandinavia.
Il clima ed in particolare la temperatura cambiano in modo progressivo. Quando noi saliamo di 100 metri la temperatura media dell’aria scende di circa 0,5 °C.
Nelle nostre regioni si distinguono, dal basso verso l’alto le seguenti zone altitudinali:
- planiziale, da 0 a circa 300 m.
- collinare, compresa tra i 300 ed i 500 m, era originariamente coperta di boschi misti di querce, oggi vi predominano le coltivazioni, soprattutto quelle viticole.
- submontana compresa tra i 500 ed i 1000 m, caratterizzata da boschi di faggio con querce e carpini e pinete di pino silvestre nelle valli delle Alpi a clima continentale. La coltivazione del castagno è, in questa zona, ancora notevole sino alla quota di circa 800-1000 m.
- montana dai 1000 ai 1800 m, dominata da boschi di faggio con abete bianco, abete rosso e larice con prati da fieno e pascoli.
- subalpina situata tra i 1800 ed i 2300 m, sopra il limite della vegetazione forestale è caratterizzata da una vegetazione di arbusti nani.
- alpina tra i 2400 ed i 3200 m, caratterizzata dalle praterie e brughiere.
- nivale si estende sopra al limite delle nevi perenni dove sopravvivono poche piante ed animali.
I limiti appena indicati variano a seconda che ci troviamo nelle Alpi meridionali o in quelle centrali o nelle orientali ed, ovviamente, se ci troviamo in vallate esposte a settentrione o a mezzogiorno.
Questa è però la situazione attuale. Ma è sempre stato così? Come mai la flora e la fauna montano-alpina sono così diverse da quelle della pianura? Come mai tanta ricchezza di specie? Mille domande si pone l’escursionista in montagna e molte di esse rimangono senza risposta.
In queste poche righe mi preme solo ricordare come la catena alpina sia piuttosto recente, geologicamente parlando, e che i cambiamenti geografici avvenuti nel tempo hanno condizionato profondamente la storia evolutiva del popolamento dell’arco alpino. Così l’insieme della variazione di temperatura nei millenni, le glaciazioni, la vicinanza di territori oggi distanti migliaia di chilometri ha fatto si che si delineassero tre tipi di popolazioni:
- alpina: che comprende specie autoctone, formatesi nelle Alpi, quindi recenti e ben adattate a vivere in questi ambienti;
- erciniana: che comprende specie già presenti sulle antiche catene montuose erciniche (originatesi più di 200 milioni di anni fa) , e che oggi sono diffuse dall’Ucraina ai Pirenei;
- borealpina: che comprende specie viventi nei pressi dei ghiacci. Durante le glaciazioni sono migrate verso sud, mentre durante i periodi interglaciali sono sopravvissute in prossimità dei ghiacci, frantumandosi così in popolazioni che oggi si trovano o presso la calotta polare oppure al limitare dei ghiacciai di alta quota.
La fauna e la flora dell’arco alpino non solo annoverano specie diverse da quelle di pianura, ma anche in seno a specie normalmente presente sul resto del territorio si sono isolate delle razze e delle sottospecie con caratteristiche particolari, adattate a vivere in questi ambienti.
I fattori che hanno giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione degli esseri viventi alpini sono: le basse temperature durante il periodo di attività biologica, una forte escursione termica, una radiazione solare, ed in particolare raggi U.V., molto intensa, una forte piovosità e lunghi periodi di innevamento.
Il tutto si concretizza in caratteristiche morfologiche facilmente individuabili dall’escursionista.
I vegetali per esempio ad alte quote presentano:
per proteggersi dal vento e dalla disidratazione
taglia ridotta, forma a cuscinetto, portamento strisciante, internodi ravvicinati, una fitta tomentosità, foglie aghi formi o cuoiose o ripiegate su se stesse, foglie e fusti succulenti (piante grasse )
per accumulare riserve nutritive
in alta montagna sono assolutamente dominanti le piante perenni, solo 4 specie su 100 sono annuali, molte piante sono sempreverdi in modo da fare la fotosintesi appena arriva il sole anche in giornate invernali
per garantire la riproduzione
colorazioni vistose (che attirano gli insetti), un ciclo vegetativo abbreviato con rapida fioritura, semi adattati al trasporto col vento o tramite animali.
Aspetti analoghi sono identificabili negli animali:
Cambio di colore per potersi mimetizzare nelle diverse stagioni.
Popolazioni melaniche (con colorazione scura) per proteggersi dall’intensa radiazione ed al contempo riscaldarsi velocemente.
Letargo per sopravvivere al freddo invernale.
Gli insetti, il gruppo col maggior numero di specie, hanno taglia ridotta, diminuiscono il numero di generazioni, spesso hanno colorazione scura per contrastare l’irradiazione solare, sovente sono ricoperti di peli.
I mammiferi presentano un fitto vello protettivo che muta di consistenza e colore con il cambio di stagione, arti ed unghie che consentono gli spostamenti su rocce e pareti (es. stambecco) o con modificazioni che permettono di camminare sulla neve (es. membrana tra le unghie per i camosci).
I rettili e gli anfibi ricorrono spesso alla viviparità evitando di deporre uova, partorendo direttamente la prole.
FLORA MONTANA
Le famiglie botaniche presenti nell’arco alpino sono le stesse del resto del territorio, cambiano solo le specie ed alcune famiglie sono meglio rappresentate rispetto ad altre. Di seguito si riportano, in ordine sistematico, alcune caratteristiche botaniche delle principali famiglie corredate da semplici chiavi dicotomiche al fine di agevolarne il riconoscimento.
Regno delle Piante
Sporofite : non producono semi* ma spore** : es. alghe, muschi, epatiche, felci ed equiseti Spermatofite : piante che producono semi
- Gimnosperme : con semi nudi es. conifere, ginepri
- Angiosperme: con semi protetti in un frutto che si sviluppa da un fiore
- Dicotiledoni : con fiori costituiti da 4 o 5 pezzi, foglie a nervature reticolari
- Monocotiledoni: pezzi fiorali 3 o multipli di 3, foglie a nervature parallele
* seme = piccola pianta in letargo,con riserve nutritive e rivestimenti,in condizioni favorevoli cresce
** spore = cellule destinate alla dispersione, dalla cui moltiplicazione sviluppa un nuovo individuo
Ranuncolacee: piante normalmente erbacee, annuali o perenni, le foglie sono alterne (ognuna prende origine da un nodo diverso), raramente opposte (Clematide). I fiori possono avere simmetria raggiata o bilaterale e sono sempre ermafroditi; sono formati da 3-6 sepali e altrettanti petali che a volte però possono mancare, sostituiti nella loro funzione dai sepali.
Papaveracee: piante erbacee annuali o perenni. Contengono un latice bianco o giallastro. Le foglie, alterne, hanno un margine fortemente inciso. I fiori, a simmetria raggiata ed ermafroditi, sono formati da 2 sepali che cadono quando il fiore sboccia e da 4 petali colorati.
Crocifere: piante erbacee, ma a volte arbustive. I fiori hanno 4 petali tipicamente disposti a croce. Si tratta di fiori ermafroditi: la parte maschile è formata da 6 stami di cui 2 esterni più corti. Il tipico frutto si chiama siliqua (se è più lungo che largo) o siliquetta (se le due dimensioni si equivalgono).
Cariofillacee: erbe dalle foglie opposte che si originano da nodi ingrossati. I fiori regolari hanno un calice (insieme di sepali) formato da 5 elementi, così come la corolla (insieme dei petali). La parte maschile del fiore è formata da 10 stami, mentre la parte femminile da 2-5 stili liberi o saldati alla base.
Geraniacee: erbe coperte da una più o meno fitta peluria. Le foglie possono essere semplici o composte, sovente incise. I fiori regolari hanno 5 sepali, 5 petali, 10 stami riuniti alla base e 5 stili.
Leguminose: piante erbacee, arbustive o arboree. Le foglie sono quasi sempre composte. I fiori sono irregolari (simmetria bilaterale) formati da 5 petali: uno superiore, più grande, detto vessillo, due laterali detti ali, e due inferiori ravvicinati a formare la carena. L’androceo (parte maschile) è formato da 10 stami.
Rosacee: erbe, arbusti o alberi. I fiori sono regolari, solitari o riuniti in infiorescenze. Il fiore è normalmente formato da 5 sepali, 5 petali, molti stami. A maturità origina diversi tipi di frutto: pomi, drupe, acheni, ecc.
Sassifragacee: piante erbacee, di piccola taglia che crescono su terreni poveri. Le foglie, intere, a volte sono ridotte a squame addossate lungo il fusto. Fiori solitari o riuniti in spighe, con calice di 5(raramente 4) sepali, corolla a 5 petali alterni con i sepali, stami 10-8.
Ombrellifere: piante erbacee, a volte arbustive. Le foglie sono sempre profondamente incise. I fiori, piccoli, sono riuniti in un’infiorescenza simulante un ombrello. I singoli fiori possono essere tutti uguali ed ermafroditi, oppure quelli verso l’esterno dell’ombrella essere maschili e quelli al centro femminili. Sono formati da 5 petali, 5 stami e 2 stili.
Campanulacee: erbe, anche se il fusto può essere legnoso. La corolla, regolare, è formata da 5 petali saldati e ricorda una campana vivacemente colorata.
Rubiacee: caratterizzate dall’avere foglie pseudoverticillate, Fiori piccoli, regolari riuniti all’ascella delle foglie; corolla campanulata o imbutiforme con 3-5 lobi. Frutto composto da due carpelli secchi.
Ericacee : piante arbustive, legnose almeno alla base, foglie coriacee sovente sempreverdi. Fiori di forma regolare con calice con 4-5 denti, corolla costituita da 4-5 petali fusi tra loro almeno alla base.
Genzianacee: piante erbacee con fiori regolari, solitari o riuniti in cime. Calice persistente con 4-8 denti , corolla campanulata con 4-8 lobi , stami 4-8 inseriti nel tubo corollino.
Composite: piante erbacee. Le foglie possono essere alterne, opposte o verticillate (più foglie prendono origine dallo stesso punto), sono quasi sempre incise. I fiori sono riuniti in un’infiorescenza detta capolino e non sono più riconoscibili singolarmente. Alcuni di essi sono tubulosi e sono in genere localizzati al centro a formare un disco di colore vistoso; altri sono ligulati (hanno cioè una linguetta) e sono disposti a raggera attorno al disco.
Convolvulacee: piante erbacee, sovente volubili, a foglie alterne. Il fiore è imbutiforme formato da 5 lembi saldati.
Scrofulariacee: erbe o arbusti con le foglie inferiori opposte, le superiori alterne. I fiori hanno simmetria bilaterale formati da elementi saldati a simulare una fauce aperta, in alcuni generi (Veronica) la corolla è rotata. La parte maschile è formata da 4 stami, raramente 2 o 5.
Labiate: erbe o arbusti. I fiori sono irregolari, organizzati in 2 o 4-5 lobi. L’androceo è formato da 4 stami, 2 lunghi e 2 corti, inseriti nel tubo della corolla.
Urticacee: piante erbacee. Il genere Urtica ha peli urticanti. I fiori, piccoli, erbacei, possono essere a sessi separati o ermafroditi.
Euforbiacee: Erbe o arbusti, il cui fusto emette latice. I fiori unisessuali o ermafroditi sono riuniti in infiorescenze di vario tipo.
Chenopodiacee: piante erbacee o fruticose a foglie alterne od opposte. I fiori, spesso solitari, sono piccoli ed accompagnati da 3 piccole foglie (brattee), portano al loro interno 5 stami e 2 stili.
Orchidacee: erbe perenni a radici tuberose. Le foglie, intere, avvolgono in parte il fusto a mo’ di guaina; a volte sono ridotte a squame. I fiori, solitari o più spesso raccolti in infiorescenze, sono sempre vistosi. Si tratta di fiori ermafroditi, a simmetria bilaterale, con corolla formata da 6 pezzi: 3 esterni simili e 3 interni di cui i 2 laterali sono uguali mentre il terzo è più grande, sovente speronato ed è detto labello.
Liliacee: piante erbacee la cui parte sotterranea è in genere un bulbo o un rizoma. I fiori, ermafroditi, sono formati da 6 elementi in due serie.
Juncacee: piante erbacee annue o perenni. Le foglie sono indivise a mo’ di guaine aperte o chiuse. I fiori, piccoli e verdastri, sono riuniti in cime localizzate all’ascella delle foglie o all’apice del fusto. La corolla, poco visibile, è formata da 6 pezzi, così come 6 sono gli stami.
Ciperacee: piante erbacee o perenni, acquatiche o comunque legate a luoghi umidi. Il fusto, solido, ha sezione poligonale, quasi sempre trigonale. Le foglie sono intere e formano una guaina chiusa. I fiori ermafroditi sono riuniti in piccole spighe.
Graminacee: piante erbacee, annuali o perenni. Il fusto è cilindrico organizzato in nodi pieni e internodi vuoti. Foglie intere, alterne, formanti una guaina aperta. I fiori sono riuniti in spighe o pannocchie.
Il Gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus) è un uccello appartenente alla famiglia dei Corvidi, di dimensioni minori e più snello rispetto alla cornacchia con la quale spesso può essere confuso. Il suo piumaggio è di un bel colore nero uniforme; il becco è robusto, appuntito e di colore giallo; le zampe sono nerastre nell’individuo giovane, rosso arancio nell’adulto. È lungo circa 40 centimetri, pesa intorno ai 260 grammi ed ha una apertura alare di 80 centimetri. È dotato di lunghe ali, ampie e arrotondate e la sua coda è allungata e anch’essa arrotondata in punta. Con una certa frequenza emette fischi e grida acute. Mangia un po’ di tutto, infatti, è un onnivoro, diversificando la sua alimentazione secondo la stagione. È prevalentemente insettivoro in estate, si nutre di mirtilli, bacche e uva orsina in autunno se in montagna, non disdegna le mele nel fondovalle. Si vede con frequenza nei dintorni dei rifugi montani o lungo i sentieri frequentati dagli escursionisti perché sfrutta i rifiuti alimentari abbandonati dall’uomo per integrare la sua dieta.
Periodi caldi e freddi Colonizzazione delle Alpi Nel corso dei millenni periodi di clima caldo si sono succeduti con periodi di clima freddo. Al massimo livello dell’era glaciale soltanto le cime più alte delle montagne riuscivano ad emergere dalle imponenti distese di ghiaccio che coprivano le vallate alpine. Il neolitico e l’età del bronzo, prime epoche della storia dell’uomo, furono un lungo periodo di clima caldo. Tra il IV e l'VIII secolo ci fu un netto cambiamento con il ritorno ad un lungo periodo di clima rigido. Dal IX al XV secolo ritornò il clima caldo che favorì fortemente la scoperta delle Alpi da parte dell'uomo. Nella prima parte del XV secolo ebbe inizio un nuovo periodo di raffreddamento che va sotto il nome di “piccola età glaciale”, periodo durato fino agli inizi del XX secolo. Tutti questi mutamenti sono oggi oggetto di molte ricerche che si fondano principalmente sull'esame dei pollini con il carbonio 14 e sullo studio delle fasi di crescita degli alberi. Sulle Alpi, questi mutamenti, sono ulteriormente accentuati dalla presenza dei ghiacciai. Ghiacciaio del Belvedere sul Monte Rosa I ghiacciai rappresentano, infatti, dei veri “termometri” per la misurazione del clima. Ad alta quota, un cambiamento anche minimo della temperatura, può avere come conseguenza l'avanzata o il regresso del fronte glaciale con conseguenze decisive sugli insediamenti umani. L'avanzata dei ghiacciai distrugge i pascoli, impedisce il passaggio attraverso i valichi, interrompe i viaggi, le comunicazioni, gli scambi di merci tra popolazioni che vivono su versanti opposti del valico stesso. Su tutto l’arco alpino, infatti, in passato si è formata una complessa trama di percorsi che si dirigevano in ogni direzione, ad una altitudine maggiore di quella attuale. Percorsi che sono cambiati verso il 1500, quando i ghiacciai hanno riconquistato ampie aree verso il basso, cancellando molte località ed insediamenti. SMS di Piancavallo 1 Il passaggio attraverso i valichi nel passato è dimostrato dal ritrovamento di armi ed attrezzi utilizzati duemila anni prima della nascita di Cristo a 2500 metri di altitudine, in località, dove era lavorata la pietra ollare, prima dell’epoca romana. Ad esempio al Passo del Teodulo, sul Monte Rosa, sono state ritrovate numerose monete romane, probabili offerte votive alle divinità del passo. Una successiva testimonianza dell’utilizzo di questa via in periodo romano è il rinvenimento di un lungo tratto di lastroni segnati dall’azione delle ruote dei carri. Sorprendente è la quota del passo che si trova a 3000 metri. Nel 1966, è stata ritrovata, in una fessura della roccia presso il “Passo Marani” lungo il percorso che sale all’Arbola, una lama di pugnale in bronzo rivestita di cristalli di quarzo datata al XVI secolo a.C. Confine di stato alla Bocchetta d’Arbola Era questa l’antica strada che, attraverso la Bocchetta d’Arbola o Albrunpass (m 2411), metteva in comunicazione il fondovalle ossolano con la Valle di Binn e quindi con la Svizzera. La via dell’Albrun ebbe molta importanza nel Medioevo come via di transito dei mulattieri che si recavano presso l’ospizio del Grimsel. Il valico era allora molto frequentato anche perché, a quel tempo, l’estensione del ghiacciaio del Gries impediva il passaggio dall’omonimo Passo tra la Valle Formazza e l’Alto Vallese. Dal nord dell’Europa ci si dirigeva verso la penisola italiana puntando su Basilea, avendo il fiume Reno come compagno di viaggio. Ci sono molte documentazioni a riguardo, riferite da storici e viaggiatori che ci hanno descritto di soldati, mercanti e vagabondi che sceglievano le strade alpine con i loro passi innevati e pericolosi, conosciuti solo dagli uomini del posto, dagli eremiti, dagli orsi e dalle volpi e i cui cieli erano controllati dalle aquile. Gli itinerari erano molto antichi: il Gran San Bernardo, il Sempione, il San Gottardo, il San Bernardino, il Brennero. Valichi superati già in epoca romana con soldati e convogli, incolonnati su percorsi non sempre lastricati e sempre sotto la minaccia di crolli, di corsi d’acqua ingrossati e tumultuosi, di frane e valanghe. Spesso si avanzava a dorso di mulo accanto a baratri che toglievano il respiro. I carri per proseguire dovevano essere imbragati, sollevati ed abbassati dalla forza di un argano. Era questo il momento SMS di Piancavallo 2 più solenne e pericoloso di tutto il viaggio perché i carri restavano, per alcuni attimi sospesi sullo strapiombo. Molte volte le funi hanno ceduto e tutto si è frantumato al fondo del baratro con la disperazione di mercanti e servi. Solo verso la metà del ‘500 si aprirono strade e sentieri nella roccia che permisero alle carovane di avanzare in modo più sicuro e spedito. Sentiero verso un valico alpino Nelle valli più strette, il percorso era controllato dai signori dei castelli e dagli addetti alle stazioni di dazio, a volte non mancavano predoni e banditi. Il Gran San Bernardo era la più antica ed importante via di comunicazione del passato. Per il superamento del passo di militari, pellegrini e mercanti era indispensabile la presenza di una guida ed era comunque un percorso ad alto rischio in qualunque stagione. La moderna strada che sale al Sempione Molti religiosi preferirono passare l’inverno nei villaggi sotto la neve piuttosto che affrontare i pericolosi ed infidi sentieri. SMS di Piancavallo 3 Per le Alpi centrali, nel tardo medioevo, assunse una grande importanza il Passo del Sempione, quando i mercanti lombardi poterono disporre di magazzini e depositi lungo il percorso. Dove terminano le Alpi Pennine e iniziano le Lepontine, la catena alpina si assottiglia e si abbassa in una comoda sella che è il Passo del Sempione (m 2006), la principale porta di comunicazione tra l’Ossola e il Vallese. Il clima mite del periodo medievale ha portato alla colonizzazione alpina da parte dei monaci con la costruzione in luoghi alti ed isolati di abbazie, sempre più in alto, sempre più vicine a Dio. L'opera dei monaci fu decisiva per l'avvio dei passaggi e dei traffici attraverso i valichi. Si costruirono strade e ospizi per mercanti e pellegrini che sempre più numerosi affrontavano l'attraversamento alpino. Il grande ospizio al Passo del Sempione Il vecchio ospizio lungo la salita al Passo del Sempione Lungo la via tra Domodossola e Sion ne sorsero almeno nove, per dare ricovero ed ospitalità a viandanti, pellegrini, mercanti e soldati. SMS di Piancavallo 4 Le soste erano utilizzate per il cambio delle bestie da soma e per il ricovero delle merci. Erano gestite da un “partitor ballarum”, che in accordo con le autorità stabiliva l’entità del dazio, il pedaggio e il controllo di muli e cavalli. Le favorevoli condizioni climatiche in alta quota, hanno favorito l'innalzamento altimetrico delle colture, in particolare quelle della segale e delle patate, e hanno favorito l'insediamento umano anche nei mesi invernali, in alpeggi che prima permettevano la sopravvivenza solo nei mesi estivi. Il clima ha condizionato fortemente la colonizzazione della montagna che ha sempre rappresentato una sfida per l'uomo; gli inverni molto lunghi e rigidi, il pericolo delle valanghe, la necessità di dissodare il terreno per coltivare, l'abbattimento degli alberi, la conduzione dell'acqua dai ghiacciai ai pascoli, la selezione di sementi adatte all'alta quota e al difficile clima, la selezione di animali da allevare. Soprattutto il clima ha sempre condizionato la scelta di luoghi adatti per l'insediamento dei coloni.
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