Stoicismo
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STOICISMO (da stoico)
Dottrina della scuola filosofica fondata da Zenone di Cizioche consiste nell’ atteggiamento di impassibile e virile sopportazione delle sventure, del dolore, delle avversità.
Lo stoicismo nacque verso la fine del IV sec. a.C., quando Zenone fondò in Atene la «scuola del portico», così detta perché aveva sede nella Stoà Pecile. Nei sei secoli di vita del movimento si distinguono tre fasi: l'antica stoà (secc. III -II a.C.), dominata dalle personalità di Zenone, di Cleante di Asso e di Crisippo di Soli, che fu chiamato il «secondo fondatore» della scuola; la media stoà (secc. II -I a.C.), caratterizzata dalla mitigazione del rigorismo originario attraverso apporti di varia provenienza, dal platonismo all'aristotelismo e all'epicureismo (è il periodo in cui lo stoicismo, rappresentato dalle personalità eminenti di Panezio di Rodi e di Posidonio di Apamea, entra nel mondo culturale romano); la nuova stoà (secc. I -III d.C.), che abbandona le tendenze eclettiche precedenti e si ricollega con il pensiero dei fondatori, manifestando tuttavia in alcuni casi una sensibilità religiosa sconosciuta ai primi maestri (le figure più rappresentative di questa fase, Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, emergono dallo stoicismo romano).
La relazione fra le tre parti della filosofia, la logica, arte del pensare e del discorrere bene e includente quindi gnoseologia, dialettica e retorica, la fisica, esatta cognizione delle cose, e l'etica, arte del vivere bene, era resa evidente dagli stoici con il paragone dell'uovo: la logica è il guscio, la fisica la chiara e l'etica il tuorlo. Secondo la logica stoica tutte le conoscenze umane derivano dalle impressioni lasciate sui sensi dalle cose. L'iniziativa del soggetto e la possibilità dell'errore intervengono con l'assenso, il quale deve essere quindi concesso solo quando si è al cospetto di una «rappresentazione afferrante» (fantasia catalettica ): l'evidenza con cui l'oggetto si impone è l'unico criterio di verità. Depositandosi nella memoria e accumulandovisi, le impressioni fungono da «anticipazioni» e da «nozioni comuni» e rendono possibile il ragionamento.
Il pensiero, manifestazione dell'attività dell'«egemonico» (anima), consiste nel collegare ogni impressione con le rappresentazioni «catalettiche» tesaurizzate nella memoria. La fisica stoica deriva dall'intuizione eraclitea del fuoco forza produttiva e ragione ordinatrice, anima posta all'interno del grande corpo cosmico. Nel logos universale tutte le cose hanno la giustificazione del loro essere e la propria «ragione seminale» (lógos spermatikós). Il logos è legge immutabile e al tempo stesso provvidenza (prónoia) e la necessità è razionale predisposizione entro la quale il destino del singolo trova una positiva collocazione. L'universo scaturito dalla tensione del logos- fuoco e della materia chiude ogni fase della sua esistenza nella conflagrazione universale e torna a vivere in necessari cicli identici perennemente ricorrenti (eterno ritorno). L'etica stoica si fonda sul principio che l'uomo è partecipe della ragione universale e portatore di una scintilla del fuoco eterno. Ciò che impedisce l'adeguamento della condotta alla razionalità sono le passioni, subendo le quali l'uomo per debolezza di giudizio si sottomette al contingente. La virtù consiste nel vivere con «coerenza» (homología), scegliendo sempre ciò che è «conveniente» alla propria natura di essere razionale. Nello stato di assenza delle passioni (apatia) quello che poteva apparire come male e dolore si palesa come un punto positivo e necessario del disegno della provvidenza universale. Il saggio stoico raggiunge questa frigida e aristocratica altezza raccogliendosi in sé e vivendo in una sorta di impassibile autosufficienza: sustine et abstine suona nella versione latina l'invito di Epitteto, vale a dire «sopporta» con distacco e «astieniti» da ogni desiderio. Come portatori della ragione universale, infine, gli uomini sono tutti forniti di pari dignità e legati da un rapporto solidale, che ignora le irragionevoli borie individuali e di stirpe.
È da notare che nella storia dell'etica occidentale la tesi stoica della virtù come vittoria sulle passioni resta un motivo permanente, così come l'immagine del filosofo per eccellenza finisce per identificarsi, nella coscienza comune, con la figura del saggio stoico, apatico e autosufficiente.
Fantasia: la facoltà di creare immagini.La Fantasia catalettica, per gli stoici, era la percezione dell'immagine accompagnata dal riconoscimento dell'oggetto che la produce. (Essa costituisce il criterio gnoseologico della verità, in quanto obbliga a riconoscere, dietro l'immagine, l'oggetto reale.)
Il Vico per primo affermò il primato della fantasia sulla ragione nell'attività creatrice della poesia, assimilando i poeti ai fanciulli. (Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è proprietà de' fanciulli di prender cose inanimate tra le mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive). Tale concetto, che non ebbe seguito nelle poetiche settecentesche, mosse prima di tutto da esigenze razionalistiche, dominò incontrastato in età romantica e postromantica, sorretto dai sistemi filosofici idealistici. Epigono del Vico nell'affermazione della fantasia come «peculiare facoltà artistica» fu il Croce. (V. anche ESTETICA .)
Estètica (gr. aisthetikós, che concerne la percezione, da aisthánesthai, sentire) : l'indagine filosofica avente per oggetto il bello e l'arte.
L'identificazione del bello e dell'arte, implicata nella definizione sopra data, è un risultato dell'estetica romantica. Nell'antichità classica il bello era distinto dall'arte essendo il primo considerato come un fatto della natura, del tutto indipendente dall'operosità dell'uomo, mentre la seconda, come momento dell'attività produttiva dell'uomo, era ritenuta oggetto della scienza poetica (gr. poiéin, fare, produrre). La tendenza all'unificazione del bello e dell'arte ha inizio nel Settecento attraverso l'affermarsi del concetto di «gusto», inteso come capacità di distinguere il bello sia nella natura sia nell'arte. L'introduzione della nozione di gusto è stata peraltro molto di più di una semplice innovazione terminologica. Infatti, l'affermazione che il bello è percepito e valutato da una sorta di funzione prerazionale, se non proprio irrazionale, ha segnato il tramonto, almeno fino all'età contemporanea, delle estetiche intellettualistiche, cioè dei tentativi di costituire razionalmente il canone della bellezza e della perfezione artistica.
Una storia dell'estetica dovrebbe prendere le mosse da Platone del quale è nota la distinzione fra l'arte e il bello. Il bello di natura, come presenza visibile dell'idea, è un valido punto d'appoggio per l'anima desiderosa di tornare al mondo dei valori eterni, che le è proprio. L'arte invece, come imitazione della natura, che è a sua volta imitazione dell'idea, è un'esperienza che allontana l'uomo dal mondo ideale e come tale è bandita dalla Repubblica. Aristotele riprende il concetto dell'arte come imitazione (gr. mímesis) della natura, ma attribuendo all'imitazione una funzione idealizzante e purificatrice (lo spettacolo tragico in teatro opera una catarsi, o purificazione dalle passioni nell'animo dello spettatore), assegna all'arte una funzione educatrice positiva. Poiché d'altra parte nell'opera di Aristotele dedicata al tema dell'arte (La poetica, di cui è sopravvissuto un ampio frammento) erano contenute formule e osservazioni che potevano anche essere interpretate in senso normativo (per es. gli accenni alle famose «unità») l'estetica classicistica assunse più tardi, sulla falsariga di Aristotele ma anche sotto l'influenza delle preoccupazioni religiose, alcuni caratteri tipici, che possono essere così riassunti: 1. il concetto dell'arte come imitazione della natura; 2. il concetto dell'arte come costruzione intellettuale operata in base a regole ben definite; 3. il concetto dell'arte come portatrice di verità razionali rivestite di forme atte a renderle gradevoli. La più radicale revisione di queste posizioni fu compiuta da Giambattista Vico, nella linea di quel ripensamento settecentesco del problema dell'arte del quale si è fatto cenno a proposito dell'introduzione del concetto di gusto. Per il Vico l'arte è prodotto della fantasia, la poesia è il naturale linguaggio dell'umanità nella fase «eroica», i grandi poeti sono «sublimi fanciulli», nella poesia non è contenuta una «sapienza riposta», cioè una «metafisica ragionata», ma se mai una metafisica «sentita e immaginata».
Il motivo della creatività e dell'assoluta originalità (in opposizione all'antica imitazione) e quello del valore conoscitivo dell'arte dominano l'estetica romantica. Benedetto Croce ha raccolto in una sintesi originale i motivi principali della tradizione vichiano-romantica. Con la sua filosofia dell'arte e con la sua operosità di critico, il Croce ha condizionato in larga misura il pensiero estetico moderno così da essere considerato, a buon diritto, come «il filosofo dell'estetica». Anch'egli insiste sul carattere conoscitivo, ma non concettuale, dell'arte (l'arte è intuizione), sull'assoluta originalità dell'opera d'arte, sul «sentimento» come oggetto dell'intuizione estetica, sul carattere «pratico», non essenziale all'arte, del mezzo «tecnico» di comunicazione. Il secondo dopoguerra ha messo in crisi l'egemonia della filosofia idealistica nel mondo culturale italiano, e la crisi ha coinvolto anche l'estetica crociana. La polemica fra i crociani di stretta osservanza (che hanno spesso buon gioco nel dimostrare la superficialità e la dipendenza acritica dalle mode culturali dei cosiddetti superatori) e gli anticrociani (che non meno facilmente possono indicare i limiti storici e di gusto impliciti nelle formulazioni più celebri del maestro) si trascina anche oggi, seppure piuttosto stancamente. Quello che si può dire è che l'unicità dell'orizzonte culturale, con le sue componenti positive e negative, è venuta oggi a mancare. La filosofia di ispirazione marxistica insiste particolarmente sull'«impegno» (inteso come partecipazione responsabile dell'artista alle grandi questioni del proprio tempo) e sul legame fra l'opera d'arte e le strutture materiali della società, da cui essa emerge.
SCETTICISMO : è quella dottrina che, affermando l'inesistenza di un criterio valido di distinzione del vero dal falso, considera il dubbio come insuperabile per l'uomo.
§ "Michel Eyquem de Montaigne"
§ "Trattato sulla natura umana"
§ "Carneade"
Più che i sofisti (i quali di fatto non negavano l'esistenza di un criterio di verità, ma al più ne sottolineavano il carattere mutevole e soggettivo), gli scettici dell'età ellenistica riconoscevano come loro precursori i seguaci della scuola di Megara, che avevano acutamente individuato alcuni casi esemplari di antinomie insolubili. Se si accoglie la distinzione tradizionale di uno scetticismo dottrinale e di uno metodico (per quest'ultimo il dubbio non è un risultato definitivo, ma solo un mezzo per la ricerca della verità), le più antiche formulazioni rigorose del primo vanno ricercate in Pirrone e nella sua scuola (secc. IV -III a.C.). Dalla dimostrazione della impossibilità di una non illusoria certezza derivano sul piano del comportamento alcuni atteggiamenti tipici del saggio scettico, come la sospensione del giudizio (epoche), la rinuncia a esprimere opinioni (afasia), l'indifferenza di fronte a tutte le alternative (adiaforia) e la connessa imperturbabilità (atarassia). Nel II sec. a.C. lo scetticismo fu l'atteggiamento dominante nell'ambito dell'Accademia platonica (Terza o Nuova accademia), per lo più nella forma attenuata del probabilismo. Infine fra il I sec. a.C. e il II sec. d.C. lo scetticismo greco ritornò alle formulazioni radicali di Pirrone, soprattutto per opera di Enesidemo, di Agrippa e di Sesto Empirico. Tra gli intellettuali romani dei primi secoli dell'Impero lo scetticismo, per lo più in forme attenuate e combinato ecletticamente con altre dottrine, fu largamente diffuso e la sua vitalità era ancora forte ai tempi di sant'Agostino, che si sentì impegnato a combatterlo e a confutarlo. Alle origini della filosofia moderna posizioni scettiche più o meno conseguenti furono sostenute da Montaigne, da La Mothe Le Vayer, da F. Sanches. Il «dubbio metodico» venne introdotto da Cartesio anche in risposta alle loro conclusioni, in fondo come una variante del classico argomento contro lo scetticismo (l'assunzione del dubbio universale si capovolge in certezze, come quella della realtà del dubbio, o dell'esistenza della mente che dubita e simili). Montaigne aveva ritenuto per parte sua di potersi sottrarre alla forza dell'argomento rifiutando ogni presa di posizione definitiva e rimanendo sospeso nella invalicabile perplessità del «che so?». La professione di scetticismo di uno dei più grandi filosofi moderni, lo Hume, va considerata con molta cautela. Essa non si conclude con l'abbandono e la rinuncia, ma implica positivamente l'avvertita consapevolezza dei limiti della ragione umana, il senso della realtà, l'esigenza scientifica della verifica costante, il riconoscimento della partecipazione all'attività conoscitiva degli istinti, delle abitudini e delle passioni di cui è intessuta la «natura umana».
EPICUREISMO : Concezione morale che si propone la ricerca del piacere.
Dopo la morte di Epicuro, la dottrina epicurea non subì alcuna modifica sostanziale e continuò a essere insegnata nel giardino del filosofo, per cui gli epicurei vennero soprannominati «quelli del Giardino» (hoi apò tû kepu). Il primo continuatore di Epicuro nella guida della scuola fu Ermarco, al quale il maestro aveva lasciato la propria casa, che i discepoli dovevano abitare tutti insieme. Altri illustri rappresentanti dell'epicureismo furono Metrodoro di Lampsaco, Filodemo di Gadara, Diogene di Enoanda e, tra le donne, Temistia e Leontina. Centri di dottrina epicurea furono creati a Lampsaco, a Mitilene, in Egitto e, nel II sec. a.C., ad Antiochia e a Roma. Quivi l'epicureo più celebre fu Tito Lucrezio Caro, che diede suggestiva forma poetica alle dottrine del maestro nel poema De rerum natura. Agli inizi dell'era cristiana, nell'Impero romano esistevano ancora numerose comunità di epicurei, poi lentamente la dottrina si ridusse a patrimonio isolato di pochi studiosi.
Caduto necessariamente in oblio per tutto il medioevo, l'epicureismo ritrovò nel Rinascimento il suo clima naturale, a partire da Lorenzo Valla. Nel XVII sec. ebbe un convinto sostenitore in Gassendi, che, criticando la filosofia di Cartesio, elaborò una concezione sensistica basata su una fisica atomistica simile a quella di Epicuro e su una dottrina etica ispirata alla morale epicurea.
Stoicismo tutto di tutto
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Lo Stoicismo, scuola fondata nel 300 a.C. da Zenone di Cizio (336 – 264 a.C.); fra gli scolari si ricordano Aristone di Chio, Enrico di Cartagine, Perseo di Cizio e Cleante. Quest’ultimo successe Zenone nella direzione della scuola; seguito poi da Crisippo, il quale fu di prodigiosa fecondità letteraria. Continuarono nel dirigere tale scuola, rispettivamente Zenone di Tarso, Diogene di Selcia e infine Antiparto di Tarso.
Questa scuola venne fondata come continuamento e completamento della dottrina cinica. Come i cinici gli sotici cercavano la felicità per mezzo della virtù; ma a loro differenza, ritenevano che per raggiungere la felicità e la virtù, fosse necessaria la scienza. Questa era considerata indispensabile per la condotta di vita; e sebbene non le venisse riconosciuto un valore autonomo, veniva inclusa tra le condizioni fondamentali della virtù. Veniva considerata essa stessa una vera e propria virtù. E quindi le divisioni di quest’ultima erano anche divisioni della scienza. Questa fu la dottrina che prevalse nello Stoicismo.
Seneca sosteneva: “La filosofia è l’esercizio di virtù, ma per mezzo della virtù stessa; giacchè non può esserci né virtù senza esercizio, né esercizio di virtù senza virtù”.
Il concetto della filosofia e quello della virtù vennero così a coincidere. Il suo fine è quello di raggiungere la sapienza, «scienza delle cose umane e divine»; ma l’unica arte per poterla raggiungere è appunto l’esercizio della virtù.
Vi sono tre virtù generali: la naturale, la mortale e la razionale; alle quali corrispondono altrettante parti in cui la filosofia viene suddivisa: la fisica, l’etica e la logica.
La logica è la dottrina avente per oggetto i logoi (discorsi). Si identifica come retorica, la scienza dei discorsi continui; come dialettica, la scienza dei discorsi divisi per domanda e risposta. In particolare la dialettica viene definita come «la scienza di ciò che è vero e di ciò che è falso e di ciò che non è né vero né falso» (quest’ultimi intesi come sofismi o paradossi e come i ragionamenti stessi, considerati solo dal loro punto di vista della loro concretezza formale).
La dialettica a sua volta si suddivide in due parti: la grammatica, trattante le parole; e la logica in senso proprio, avente per oggetto le nozioni significate (le cose che le parole significano), e quindi le rappresentazioni, le proposizioni, i ragionamenti e i sofismi.
Le rappresentazioni catalettiche o concettuali rappresentano il criterio della verità mediante cui il pensiero può servire da guida all’azione; criterio inteso o come l’atto, o come l’azione dell’oggetto che imprime la rappresentazione sull’intelletto.
Il giudizio è invece l’atto (libero) con il quale l’uomo assente ad una rappresentazione, oppure ne dissente, oppure rinunzia ad assentirne.
Secondo gli stoici la conoscenza umana deriva dai sensi: l’anima è come una carta bianca (tabula rasa) su cui si registrano le rappresentazioni (impressioni) sensibili, definite impronte o segni delle cose secondo Celante; modificazioni dell’anima secondo Crisippo; ritenute comunque rappresentazioni riprodotte passivamente dagli oggetti esterni e dagli stessi stati d’animo, le quali una volta accomunate, formano un procedimento naturale, l’anticipazione (“prolépsi”): processo inteso come una conoscenza universale ramificata in una serie di nozioni comuni (comunes natitiae).
La scienza è invece costituita dall’iniseme delle conoscenze universali formatesi artificialmente in virtù dell’istruzione e del ragionamento.
Tuttavia, entrambi i tipi di concetti, naturali e artificiali, non hanno nessuna realtà, poiché quest’ultima, secondo gli stoici, è sempre individuale e solo nell’anima esiste l’universale.
I concetti generali (categorie di Aristotele) sono quattro: 1) il soggetto o sostanza, 2) la qualità; 3) il modo d’essere; 4) la relazione.
Come concetto più esteso si intendeva il genere sommo (concetto di essere che coinvolge tutto, poiché ogni cosa, in qualche modo, è). Come concetto meno esteso e più determinato, veniva invece inteso la specie (concetto dell’individuo, che non ha altra specie sotto di sé).
Gli stoici trovarono inoltre un concetto più esteso del genere sommo, un qualcosa (aliquid), comprendente anche le cose incorporee o inesistenti.
La dottrina della logica soica che ha riscontrato maggiore importanza in tutta la tradizione filosofica è la dottrina del significato, un’alternativa alla teoria dell’essenza di Aristotele (il concetto è l’essenza delle cose).
Per gli stoici, difatti, il concetto è un segno che significa le cose. In ogni segno si distinguono tre cose: 1) la cosa significane (parola); 2) il significato (immagine o rappresentazione mentale che esiste o che viene a nascere in noi, nel momento in cui pronunziamo o ascoltiamo la parola); 3) la cosa che è significata (oggetto reale). Tra questi, si riconoscono come elementi corporei, la parola e l’oggetto reale; come elemento incorporeo, il significato.
Uno dei principali elementi speculativi dello Stoicismo furono i ragionamenti anapodittici. Se è possibile esprimere in una frase un significato, questo si dice compiuto; e pertanto si identifica con l’enunciato (axìoma), proposizione linguistica di senso compiuto(vera o falsa che sia)… concatenando più proposizioni, si compone un ragionamento; quello per eccellenza è appunto il ragionamento anapodittico (non dimostrativo), dove sia la premessa che la conclusione risultano immediatamente evidenti.
Per questo tipo di ragionamento, gli stoici enumeravano cinque figure (tròpoi):- Se è giorno c’è luce. Ma è giorno. Dunque c’è luce.
- Se è giorno c’è luce. Ma non c’è luce. Dunque non è giorno.
- Non può essere insieme giorno e notte. Ma è giorno. Dunque non è notte.
- O è giorno o è notte. Ma non è notte. Dunque è giorno.
La premessa maggiore contiene un’assunzione ipotetica (se) oppure disgiuntiva (o…o); la premessa minore contiene una constatazione fattuale in forma categorica; la conclusione contiene un’inferenza dedotta coerentemente dalle premesse.
Difatti per gli Stoici, la concludenza di un ragionamento, costituiva una proprietà indipendente dalla verità; per tale ragione si concentrarono prevalentemente su meccanismi logici, in quanto tali.
I ragionamenti anapodittici non dimostrano nulla: esprimono ciò che si vede o che appare evidente. La dimostrazione invece mette in luce qualcosa che prima era oscuro, servendosi di un indizio per risalire alla causa che lo ha prodotto.
Secondo alcune testimonianze, tra le varie forme di ragionamento, gli stoici presero in considerazione anche quell’insieme di discorsi insolubili (paradossi, antinomie, dilemmi, sofismi, aporie, ...).
I più famosi, ampiamente diffusi, erano quelli di origine megarica (tradizionalmente attribuiti ad Ebulide). Tra i più celebri, quello del Mentitore e del Bugiardo (Epimenide cretese proclamava che tutti i cretesi erano bugiardi. Ma allora: diceva il vero o il falso, Epimenide? Infatti se diceva il vero mentiva, in quanto cretese, asserendo che tutti i cretesi erano bugiardi; quindi diceva il falso. Se diceva il falso, non mentiva, come cretese, quindi diceva il vero).
Più elaborato e sottile, ed altrettanto diffuso come il precedente, è il dilemma del coccodrillo(un coccodrillo, rubato un bimbo, promise alla madre di renderglielo, a patto che essa avesse indovinato la sua intenzione di restituirlo. Avendo la madre risposto che il coccodrillo non l’avrebbe restituito, il predone cadde in un terribile dilemma. Infatti, non restituendolo, avrebbe reso vera la risposta della madre, e quindi avrebbe dovuto, in base al patto, procedere alla consegna del bimbo. Viceversa, restituendolo, avrebbe reso falsa la risposta della madre, e quindi, in base al patto, non avrebbe dovuto consegnare il bambino. In ambe due i casi, il coccodrillo si sarebbe trovato in una paralizzante contraddizione con se stesso).
L’insieme di questi ragionamenti, sia essi che che siano palesi sofismi sia autentiche antinomie, hanno finito per contribuire al progresso delle ricerche logiche, in quanto obbligarono gli studiosi ad escogitare appositi schemi di risoluzione.
Il concetto fondamentale della fisica stoica si basa su un ordine immutabile, razionale, perfetto e necessario, il quale è responsabile dell’esistenza delle cose, conservandole quelle che sono.
Tale ordine si identifica secondo gli stoici, in dio stesso, poiché la loro dottrina si basa su un rigoroso panteismo.
Durante lo Stoicismo vennero sostituite le quattro cause Aristoteliche (materia, forma, causa efficiente, causa finale) con due principi: passivo (sostanza spoglia di qualità, la materia) e attivo (la ragione, ossia dio sostanza che produce gli esseri viventi, agendo sulla materia).
Entrambi i principi sono inseparabili l’uno dall’altro, ma soprattutto materiali, poiché solo il corpo esiste.
Gli Stoici attribuirono tale qualità ai due principi, basandosi sulla definizione dell’essere data da Platone nel Sofista: esiste ciò che agisce o, subisce un’azione. Di conseguenza, poiché solo il corpo può agire o subire un’azione, solo il corpo esiste. Anche il bene era ritenuto un corpo: Seneca sosteneva infatti che “il bene opera perché giova e ciò che opera è un corpo. Il bene stimola l’anima in un certo modo, la plasma e la tiene in freno, azioni che sono proprie di un corpo. I beni del corpo sono corpi, dunque anche quelli dell’anima che anch’essa è un corpo”
Solo quattro specie di cose venivano ritenute incorporee: il significato. Il vuoto, il luogo e il tempo.
Nemmeno Dio veniva ritenuto sostanza incorporea, in quanto ragione cosmica e causa di tutto; in particolare era definito fuoco, inteso come soffio caldo (pneauma) e vitale che conserva, alimenta, accresce e sostiene. Tale fuoco è chiamato ragione seminale, poiché in esso sono contenute le ragioi seminali per mezzo delle quali tutte le cose si generano.
Tuttavia risulta perfetta la distinzione tra le varie cose: non possono esistere in tutto il mondo due cose simili, neppure due fili d’erba.
La vita del mondo è costituita da un unico ciclo il quale, dopo un lungo periodo di tempo (grande anno), superata una fase di distruzione (conflagrazione) di tutti gli esseri, ricomincia (palingenesi e avocatasi) nuovamente senza alcuna modificazione. Tale ciclo si ripete in eterno.
Gli stoici identificavano nel destino l’ordine necessario del mondo e la concatenazione causale che lega fra loro gli esseri.
Coincidendo tale ordine, da un punto di vista panteistico, con Dio, il destino si intende dunque come una struttura benefica razionale, legato in un tutt’uno con la Provvidenza.
Difatti in base all’ottimismo metafisico stoico “tutto avviene secondo una necessità fisica, coincidente con una necessità assiologia (accade cioè quanto è bene che accada)”.
Gli stoici giustificavano quindi la mantica, ossia l’arte di prevedere il futuro, grazie all’interpretazione dell’ordine necessario delle cose; e solo il filosofo poteva praticare tale arte, in quanto conoscitore dell’ordine necessario del mondo.
Gli stoici sostenevano che il mondo si identificasse con la stessa ragione divina; dunque non poteva essere che perfetto.
Non per questo gli stoici negavano l’esistenza dei mali nel mondo; semplicemente, in quanto contrari al bene, li ritenevano necessari per l’esistenza di quest’ultimo: bisogna che i beni e i mali si sostengano tra loro, poiché senza un contrario non ci sarebbe neppure l’altro.
Crisippo giustificò la corporeità dell’anima, servendosi della definizione platonica della morte come «separazione dell’anima dal corpo». “L’incorporeo non potrebbe né separarsi dal corpo né unirsi con esso; ma l’anima si unisce al corpo e se ne separa; dunque l’anima è corpo”.
L’anima è costituita da quattro parti: 1) principio direttivo o egemonico che è la ragione; 2) i cinque sensi; 3) il seme o principio spermatico; 4) il linguaggio.
Il principio egemonico è quello che genera e controlla le altre parti dell’anima, protendendosi in esse; e inoltre produce non solo le rappresentazioni e l’assenso, ma determina anche i sensi e l’istinto.
Gli stoici sostenevano (come anche in passato fecero Platone e Aristotele) che la libertà consiste nell’essere «causa di sé» o dei propri atti o movimenti. Per indicare tale libertà gli stoici coniarono il termine autopraghia ( = autodeterminazione); attribuendola solo ai sapienti, poiché solo quest’ultimi venivano ritenuti liberi in quanto capaci di determinarsi da sé.
Ma la libertà del sapiente consiste nel suo conformarsi al destino. Per la prima volta, quindi, con questa corrente filosofica si affacciò la dottrina identificane la libertà con la necessità, trasferendo la libertà stessa dall’uomo al Principio che opera e agisce nell’uomo.
E’ la base dell’etica stoica, l’idea secondo il quale ogni essere tende ad attuare o conservare se stesso (oikéiosis) in armonia con l’ordine perfetto del mondo. Ed è attraverso due forse ugualmente infallibili che ciò avviene: L’istinto (guida l’anima a prendersi cura di sé per sopravvivere) e la ragione (garantisce l’accordo dell’uomo con se stesso e in generale con la natura).
Dell’etica stoica, la massima fondamentale fu, secondo i maggiori filosofi di tale corrente «vivere secondo natura»; dove per natura s’intende sia quella universale, sia quella umana (contenuta in quella universale). Pertanto la massima stoica equivale a quella di «vivere secondo ragione».
Venne anche introdotta, dell’etica stoica, la nozione del dovere: un’azione conforme a ragione, quindi alla natura.
“Gli stoici chiamano dovere – dice Diogene Laerzio (VII, 107 – 109) - ciò la qui scelta può essere razionalmente giustificata… dalle azioni compiute per istinto alcune sono doverose, altre contrarie al dovere, altre né doverose né contrarie al dovere. Doverose sono quelle che la ragione consiglia di compiere… contro il dovere sono quelle che la ragione consiglia di non fare… né doverose né contrarie al dovere sono quelle che la ragione né consiglia né vieta… ”.
Si distinguevano nel periodo stoico, il dovere retto, perfetto e assoluto risiedente in nessunaltro che nel sapiente, e i doveri «intermedi», comuni a tutti, prevalentemente realizzati con il solo aiuto di un’indole buona e di una certa istruzione. Tale prevalenza delle nozioni del dovere condusse gli stoici a una delle dottrine tipiche della loro etica: la giustificabilità del suicidio. Quando infatti le azioni contrarie al dovere prevalgono su quelle favorevoli, il sapiente ha il dovere di abbandonare la vita, anche se raggiunto il colmo della felicità (precetto seguito da molti maestri stoici).
Tuttavia il dovere non è il bene. Si definisce tale, solo quando la scelta consigliata dal dovere si ripete e si consolida, mantenendosi conforme alla natura, sino a divenire, nell’uomo, una disposizione uniforme e costante. Quindi non si definisce più dovere, bensì virtù, destinata solo al sapiente. Distinta con vari nomi, la virtù in realtà è unica, posseduta interamente solo da chi sa intendere e compiere il dovere, ossia il sapiente. Per tale motivo non esiste via di mezzo tra virtù e vizio (il suo opposto).
Il principio secondo cui si definisce la virtù, portò gli stoici alla formulazione di una dottrina tipica della loro etica: quella delle cose indifferenti, cose cioè che no costituiscono virtù, ma che tuttavia venivano scelte o preferite in quanto ritenute degne di ciò; e tutti i loro contrari. Per definire l’insieme di tutti i beni e di tutte le cose indifferenti, venne utilizzata la parola valore (ogni contributo ad una vita conforme a ragione ). Nell’etica stoica si giunse però alla negazione totale del valore dell’emozione (pathos), in quanto si sosteneva che fosse provocato da fenomeni di stoltezza e di ignoranza consistenti nel “giudicare di sapere ciò che non si sa”.
Tutte le emozioni, secondo gli stoici, si potevano ridurre in quattro “tipi” fondamentali: la brama dei beni futuri e la letizia di quelli presenti, entrambe originate dai beni presunti; il timore dei mali futuri e l’afflizione di quelli presenti, entrambi generati dai mali presunti.
Alle prime tre emozioni corrispondevano rispettivamente tre stati normali propri del sapiente: la volontà, la gioia e la precauzione, tutti stati di calma e di equilibrio razionale.
E’ invece all’afflizione per lo stolto che, nel sapiente, non corrisponde nulla, poiché non esiste alcun male di cui quest’ultimo debba dolersi, in quanto egli conosce la perfezione dell’universo. Le emozioni vengono considerate dal sapiente come delle vere e proprie malattie (dal quale è però immune), che colpiscono lo stolto.
E’ quindi il sapiente in una condizione di perenne apatia (indifferenza ad ogni emozione).
Oltre le leggi dei vari popoli, gli stoici sostenevano l’esistenza di una legge superiore a tutte le altre, governante l’intera umanità secondo l’ordine razionale del mondo. Sicchè l’umanità è retta da un’unica legge, una sarà la comunità umana.
“L’uomo che si conforme alla legge è cittadino del mondo (cosmopolita)”.
Sebbene si chiuse la parentesi di questa grande corrente filosofica, lo stoicismo no scomparve mai del tutto, lasciando nel tempo numerose tracce.
Senza dubbio infatti, quella stoica, tra le tre grandi scuole post-aristoteliche, fu la più ricca di influenze, rivestendo un ruolo decisivo, oltre che nell’ultimo periodo della filosofia greca, nella patristica, nella scolastica araba e latina e nel rinascimento; anche nel seno stesso della filosofia moderna e contemporanea, sia in maniera diretta che sotto forma di dottrine.Barbara Maltese
Liceo Scientifico St. “G. Galilei” di Catania
Insegnante di Storia e Filosofia:
prof. Alfio Bonfigliofonte: www.csacatania.ct-egov.it
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Indicazioni bibliograficheTesti degli Stoici:
Stoici antichi ( a cura di M. Isnardi Parente), Utet, Torino 1989.
R. Mondolfo – D. Pesce ( a cura di), Il pensiero stoico ed epicureo, La nuova Italia, Firenze1989.Opere sugli Stoici:
G. Mancini, L’etica stoica da Zenone a Crisippo, Cedam, Padova 1940.
M. Mignucci, Il significato della logica stoica, Patron, Bologna 1965.
M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, La Nuova Italia, Firenze 1967.
C. A. Viano, La dialettica stoica, in AA. VV., Studi sulla dialettica, Taylor, Torino 1969, pp. 63-111.
A. M. Ippolo, Aristone di Chio e lo stoicismo antico, Bibliopolis, Napoli 1980.
A. M. Ippolo, Opinione e scienza. Il dibattito tra stoici e accademici nel III secolo e nel II secolo a.C., Bibliopolis, Napoli 1986.
M. Isnardi Parente, Introduzione a Lo stoicismo ellenistico, Laterza, Bari 1995.
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Stoicismo
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STOICISMO
antica stoà (III-II a.C.): Zenone di Cizio, Cleante di Asso, Crisippo di Soli;
media stoà (II-I a.C.): Panezio di Rodi, Posidonio di Apamea;
nuova stoà (I-III d.C.): Seneca, Epitteto, Marco Aurelio.Legge naturale: quello degli stoici è il contributo più importante al giusnaturalismo dell’antichità; tutta la natura è governata da un’immanente legge universale razionale di origine divina, uno spirito ordinatore (Logos, ragione), presente nella mente umana. Il logos si trova negli dei ma anche, una particella, nella mente degli uomini (panteismo: la divinità è immanente al mondo, il logos è principio e essenza del mondo. Quando gli stoici usano il termine Dio non intendono un dio personale e trascendente, esterno alla natura, come quello ebraico o cristiano, che trasmette fisicamente i suoi comandamenti al capo del suo popolo, bensì un principio metafisico immanente all’universo, di carattere puramente filosofico, una forza astratta, una causa, una fonte, su cui non viene elaborata alcuna teologia organizzata). L’universo, compreso l’uomo, è dunque regolato da una legge intrinseca, che ne fa coincidere essere e dover essere. L’uomo, in quanto parte del cosmo, vive secondo la legge di questo. L’individuo non può ribellarsi contro la Natura, la Provvidenza o Dio (Zeus); nonostante le apparenze, nulla avviene per caso. L’universo possiede l’unità di un organismo individuale.
La conseguenza sul piano etico è che il sommo bene consiste nel vivere in modo conforme alla natura, che per gli stoici significa conforme alla ragione, facendo tacere le passioni e i sensi. Sul piano giuridico è la prima formulazione precisa del diritto naturale. Le leggi devono essere la traduzione in termini positivi della Ragione universale; in tal modo, ordinando ciò che si deve e non si deve fare, realizzano la giustizia. Esse devono essere redatte dai saggi, che hanno in sé più chiara la retta ragione.
Il panteismo stoico dissolve l’opposizione sofistica e aristotelica fra physis e nomos, fra natura e legge.
Circa la dottrina politica, Zenone sfocia in un utopismo platonico frutto dell’estremo razionalismo, che genera astrattezza.
Lo Stato - Al contrario di Aristotele, lo Stato non è qualcosa di naturale, ma di convenzionale; è reso necessario, utile, per il raggiungimento di determinati fini. Contrasto fra “fusis” e “nomos”. Natura è la condizione iniziale e originaria di una cosa. Lo Stato è strumentale rispetto ai valori veramente naturali, universali e perenni, che trovano la loro espressione nella legge di natura. Fra lo stato di natura e lo Stato vi è un rapporto di successione cronologica.
Indifferente alle forme di governo, l’unico metro per giudicarne l’azione è la saggezza.
Universalismo dell’etica stoica, dunque cosmopolitismo, incoraggiato dall’impero costruito da Alessandro Magno: le cose umane sono governate da regole che valgono universalmente; dunque vi è un’unità umana; appartenenza degli uomini ad un’unica patria, l’universo; ma tale uguaglianza è limitata ai saggi, non è estesa agli stolti, coloro che non vivono secondo ragione.
Zenone: una Cosmopolis, non una polis, cioè una comunità di popoli diversi riuniti in un impero e posti in una condizione di parità.
Libertà - La libertà degli stoici è intesa come “libertà del saggio”, cioè come esercizio della ragione. In questo slittamento di significato, il termine evidenzia uno spostamento dalle sfere domestica e politica alla sfera del rapporto del singolo con l’umanità in generale.
Per Marco Aurelio l’unica vera libertà è quella dello spirito, la “cittadella interiore”.Stoicismo romano (I-II d.C.)
Cicerone (I a.C., v. postea), Seneca (I d.C.), Epitteto (I d.C.), Marco Aurelio (II d.C.)
Nel terzo libro del De re publica (52 a.C.) Cicerone sostiene l’esistenza di una legge “vera”, conforme alla ragione, immutabile ed eterna, che non varia secondo i paesi e i tempi, presente in tutti gli uomini e individuabile attraverso la retta ragione, e che l’uomo non può violare se non rinnegando la propria natura umana. Questa legge è stata dettata da Dio. Cicerone elabora anche dei principi concreti derivanti dalla legge di natura: diritto all’autodifesa, proibizione di danneggiare o ingannare gli altri (uccidere, rubare, falsificare testamenti, commettere adulterio). Il diritto non nasce dalle leggi positive, ma da questa unica legge di ragione impressa nella natura.
La giustizia, più che una virtù totale come per i greci, ha a che fare con i rapporti intersoggettivi, e il suo principio essenziale è dare a ciascuno il suo.Fonte: www.rothbard.it/filosofia-politica/
Stoicismo tutto di tutto
Filosofia: la filosofia a Roma: epicurei e stoici-
Con la disgregazione della polis greca e l’avvento dei grandi imperi ( Regni ellenistici, Impero romano) si perde l’ambiente in cui avevano vissuto e operato i filosofi greci classici, come Socrate, Platone e Aristotele.
Nel mondo ellenistico fioriscono le scienze ( la matematica e fisica con Euclide e Archimede, la cosmologia con Tolomeo, la medicina con Galeno e Ippocrate) e la filosofia si “interiorizza” riflettendo sull’individuo e la sua felicità. In questo alveo possono essere ricondotti gli Epicurei e gli Stoici.
“Epicureo”, in italiano, è sinonimo di edonista, dedito ai piaceri, crapulone, ma il piacere, secondo Epicuro ( 342-270) deve essere guidato dalla ragione: quindi vengono accuratamente evitati gli eccessi ( di vino, di cibo, di sesso) che portano poi a un dolore ( mal di testa, ecc) Leggi su pag 357 la Lettera a Meneceo ( o lettera sulla felicità) che, per altro, è il testo più ampio pervenutoci di Epicuro, essendo gli altri solo frammenti.
Una suggestiva presentazione dell’epicureismo, anche nelle sue teorie fisiche e cosmogoniche ( atomi, clinamen) si ha nel De rerum natura, di Lucrezio (95-55) capolavoro della letteratura latina.
Stoico, in italiano, significa eroico, imperturbabile nelle difficoltà, ligio senza esitazioni al dovere: è l’accezione più comune della parola filosofia: “ prendila con filosofia…”-
Lo stoicismo diventa infatti quasi la filosofia “ufficiale” dell’impero romano: stoico è Seneca, (4 a. C:-65 d. C) precettore e consigliere dell’imperatore Nerone; e addirittura l’imperatore Marco Aurelio ( 121-180) ci lascia un suo commovente diario interiore pregno di stoicismo ( perì sautòn, a se stesso, in greco, pubblicato come “Ricordi”).
Secondo la morale stoica, infatti, il saggio comprende l’inevitabilità del dolore, come di tutto quello che ci accade nella vita, e sa staccarsene, mantenendosi, secondo ragione, sereno nella buona e nella
cattiva sorte. “Il saggio è libero, anche nelle peggiori catene” (Seneca). Egli vede i beni del mondo, li apprezza, ma non si rende schiavo di essi. “ Ricco non è chi ha molto, ma chi desidera poco” (Seneca) Comprende che tutti gli uomini sono legati da uno stesso destino e prova per tutti un sentimento di”simpatia”( patire insieme, comunanza); è cosmopolita perché dovunque è la sua casa. Ama la vita, ma sa privarsene piuttosto che perdere la dignità: il suicidio, in questo caso, diventa prova di grandezza d’animo, come il suicidio di Catone che “libertà va cercando, come sa chi per lei vita rifiuta” (Dante), o quello stesso di Seneca. I titoli dei dialoghi morali senechiani ci possono dare un’idea delle meditazioni stoiche: De tranquillitate animi; De brevitate vitae; De costanza sapientis – la fermezza d’animo del sapiente- De vita beata-
Lo stoicismo elaborò anche interessanti riflessioni sulla fisica e sulla logica, ma qui non ne parliamo.
Nonostante l’apparente inconciliabilità ( epicurei incentrati sul “piacere”, stoici sul “dovere”) le due correnti filosofiche hanno molto in comune: sono filosofie “della consolazione” (Popkin): il sapiente dà per scontato che la vita è dominata da eventi immodificabili, e spesso negativi, e si difende racchiudendosi in se stesso e facendo appello solo alla propria vita interiore; nulla a che vedere con il pensiero socratico-platonico in cui il filosofo vive e opera nelle città, per guidarla verso il bene.
Seneca ha avuto una influenza enorme ; nel medioevo sorse addirittura la leggenda di un suo epistolario con San Paolo, in quanto era considerato come un autore “naturaliter” cristiano.
Curiosamente mentre nel passato è stato qualche volta visto come uno scontato e banale – negli argomenti, non nelle stile- moralista, oggi è stato ripreso da quelle psicoterapie che vedono in modifiche cognitive >( cioè delle nostre “interpretazioni” degli avvenimenti) la via per il superamento di crisi di ansia o di nevrosi verso una vita più serena ( vedi A. Ellis, L’autoterapia razionale emotiva.)
Anche De Crescenzo, noto umorista napoletano, si è misurato con la saggezza stoica, sostenendo di aver ritrovato il manoscritto con le risposte di Lucilio alle famose lettere inviate da Seneca ( Lettere a Lucilio), e le ha pubblicate: De Crescenzo, Il tempo e la felicità, Oscar Mondadori : un libro divertente.
Fonte: www.luciorizzotto.it
Stoicismo
Stoicismo antico
A differenza di quanto avvenne per la dottrina epicurea, la filosofia dello Stoicismo, che già ai suoi inizi è frutto dell’apporto di diversi pensatori, dimostra nel corso dei secoli un forte dinamismo evolutivo, in cui le teorie della scuola subirono sensibili modificazioni e adattamenti. Di conseguenza, la storiografia filosofica suole suddividerne il corso in tre periodi: lo Stoicismo antico, contemporaneo alla prima età dell’Ellenismo (III secolo a.C.), in cui i tre successivi capiscuola Zenone, Cleante e Crisippo impostarono e sistemarono i concetti fondamentali della scuola; lo Stoicismo medio, durante la fase matura dell’Ellenismo (II-I secolo a.C.), caratterizzato dall’attività di Panezio e Posidonio, che attenuarono il rigore della dottrina originaria con infiltrazioni eclettiche; lo Stoicismo nuovo, o romano, rappresentato nella cultura di lingua greca da Epitteto e Marco Aurelio, e in quella latina da Seneca, durante il quale l’attenzione della scuola è esclusivamente rivolta al comportamento etico.
Come l’Epicureismo, anche lo Stoicismo godette di una straordinaria fortuna per diversi secoli, propagandosi non soltanto nelle cerchie riservate della meditazione filosofica, ma anche presso un più vasto pubblico. A questo la dottrina stoica offriva le norme di un’integra condotta morale, la forza interiore per resistere alle avversità della sorte, e l’ideale di un cosmopolitismo che era ormai un’esigenza inevitabile dei tempi.
Il fondatore della scuola stoica non era di origine greca, bensì semitica: Zenone, figlio di Mnasea, nacque infatti a Cizio, una colonia fenicia nell’isola di Cipro, nel 333 a.C. Egli ricevette comunque un’educazione di puro stampo ellenico, studiando ad Atene, dove morì nel 262. Poco prima del 300, Zenone iniziò a esporre in pubblico le proprie dottrine. Poiché uno straniero non poteva possedere immobili in Atene, la sua scuola ebbe sede nel famoso portico affrescato da Polignoto (Στοὰ ποικίλη, ossia «Portico dipinto»): da esso prese nome la filosofia “stoica”, o “del Portico”.
Allievo di Zenone,e suo successore nella direzione della scuola fu Cleante di Asso nella Troade, che secondo le fonti ebbe lunghissima vita, all’incirca fra il 331 e il 233. L’aspetto più originale del suo insegnamento va probabilmente riconosciuto nella fondazione di una teologia stoica. Di questo carattere della sua personalità rimane alta testimonianza nell’Inno a Zeus, in 39 esametri, dove il dio unico, eterno e onnipotente dello Stoicismo è celebrato con vibrante intensità di sentimento e nobile elevatezza stilistica.
Dopo Cleante, lo scolarcato toccò a un altro pensatore di origine semitica, Crisippo di Soli in Cilicia, nato fra il 281 e il 277 e morto fra il 208 e il 204 a.C.. Soprattutto grazie alla sua eccellenza nella dialettica, Crisippo fu in grado di ricomporre la crisi che travagliava la scuola, e di fornire una base più rigorosa e coerente alla dottrina stoica, tanto da venire considerato dagli antichi il secondo fondatore dello Stoicismo.
Gli Stoici dividevano la filosofia in tre parti: logica, fisica, etica; e le assimilavano rispettivamente al guscio, alla chiara e al tuorlo dell’uovo.
Logica
La logica includeva la teoria della conoscenza, le forme del pensiero e la scienza dell’espressione.
LOGICA |
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L’anima umana alla nascita è come una tavoletta di cera, incontaminata e pronta per la scrittura; su di essa le cose lasciano un’impressione, che sta all’origine di ogni conoscenza. L’evidenza di queste sensazioni è l’unico criterio di verità, e in base ad essa l’intelletto deve formulare il suo assenso;
EPISTEMOLOGIA |
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MOMENTI DELLA CONOSCENZA |
SIMBOLI |
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Rappresentazioni (φαντασίαι) |
le impressioni registrate |
la mano aperta |
Assenso (συγκατάθεσις) |
l’atto con cui si assente alle impressioni |
la mano contratta |
Rappresentazione catalettica |
oppure
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la mano stretta a pugno |
Scienza (ἐπιστήμη) |
il possesso saldo del sapere |
le due mani strette l’una sull’altra |
Da N. Abbagnano, G. Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, A1, 1999
Il pensiero consiste nel collegamento, fra le esperienze conservate nella memoria, che fungono così da conoscenze universali, “concetti comuni”. Con l’educazione e il ragionamento si formano poi altre conoscenze universali, che costituiscono la scienza. Ciò avviene attraverso le προλήψεις, o “anticipazioni”: in base all’esperienza, si può, p. es., affermare in anticipo l’enunciato (ἀξίωμα) “quando c’è il sole, c’è luce”, anche se in quel momento il sole non c’è.
Più ἀξιώματα concatenati formano il ragionamento, che, per gli Stoici, è anapodittico (non dimostrativo, in cui anche la conclusione risulta subito evidente). Si hanno 5 τρόποι:
Sillogismi |
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Sillogismi |
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Quello che per Aristotele è l’essenza delle cose, il concetto, negli Stoici si riduce a segno che rimanda a una pluralità di cose. Usando la terminologia del grande linguista De Saussure possiamo dare il seguente schema:
SEGNO |
significante |
un suono (la parola) |
cane [k a n e] |
significato |
la rappresentazione mentale evocata dalla parola |
l’immagine mentale di un cane |
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referente |
l’oggetto reale |
il cane reale (che mi sta mordendo una gamba) |
Gli Stoici formularono inoltre, a proposito dei fatti grammaticali, la teoria dell’anomalia, che fu poi ripresa dai filologi di Pergamo in opposizione alla scuola di Alessandria, fautrice dell’analogia.
Fisica
La fisica stoica si fonda su princìpi che risalgono soprattutto a Eraclito. Tutto ciò che esiste è corporeo, e nasce dalla fusione indissolubile di un principio passivo, la materia, con uno attivo, che ad essa conferisce la qualità e il movimento. Questo principio attivo èil λόγος, ossia il principio razionale, che s’identifica con il dio stesso; ed è anche sia provvidenza (πρόνοια), in quanto agisce secondo un rigoroso finalismo, sia necessità (ἀναγκη, εἰμαρμένη), poiché concatena in una serie irreversibile tutti i processi di causa ed effetto. L’assunto monoteistico di questa teologia non rinnegava comunque gli dèi della mitologia, giustificando la fede in essi mediante l’interpretazione allegorica. Il logos che pervade ogni cosa è il criterio unificatore dell’universo, in quanto lega ogni suo fenomeno in un rapporto di reciproco influsso (συμπάθεια). Esso è formato della sostanza corporea più mobile e inafferrabile, ossia il fuoco primordiale, lo πνεῦμα, che è l’origine del cosmo e anche la sua fine poiché, compiuto il ciclo degli avvenimenti possibili, il mondo verrà annientato da una conflagrazione totale (ἐκπύρωσις). Ma dopo questa catastrofe la storia del mondo è destinata a ripetersi in un’identica maniera (παλιγγένεσις), con gli stessi eventi e le stesse persone.
L’anima umana è parte del Λόγος divino e dopo la morte si riunisce a lui. E’ composta da 4 parti, di cui una, la ragione, ne costituisce il principio direttivo, l’ἡγεμονικόν. E’ in funzione dell’uomo, in quanto essere razionale, che la Provvidenza (πρόνοια) divina guida il mondo (antropocentrismo).
Materialismo |
Tutto è corporeo |
Provvidenzialismo |
Tutto è ordinato a un fine |
Ilozoismo |
Tutto è animato |
Ottimismo metafisico |
Tutto è bene |
Panteismo |
Tutto è Dio |
Antropocentrismo |
Tutto è finalizzato all’uomo |
Etica
Come per ogni filosofia ellenistica, anche per lo Stoicismo il problema centrale risiede nell’etica. Ogni essere tende a conservare se stesso (οἰκείωσις) e a sviluppare le proprie facoltà naturali. Per fare ciò deve vivere in accordo (ὁμολογία) con la propria natura; e poiché questa èparte della natura universale, che a sua volta s’identifica con la ragione, il dovere (καθῆκον) dell’uomo è quello di conformare la propria vita al principio razionale che governa il mondo. Il corretto uso della libertà comporta quindi l’accettazione della necessità cosmica. In ciò consiste la virtù (ἀρετή), che coincide con il sommo bene.
La situazione dell’uomo è paragonata a quella di un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire armoniosamente la marcia del carro o resisterle. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi; ma se ci si adegua all’andatura del carro, il tragitto sarà armonioso. Se, al contrario, si oppone resistenza, la nostra andatura sarà tortuosa, ma saremo trascinati dal carro anche contro la nostra volontà.
Solo il possesso della virtù concede la felicità agli uomini; il resto èmale, poiché si oppone al λόγος. Quando le circostanze gli impediscano di vivere secondo l’imperativo della virtù, lo stoico deve ricorrere al suicidio come estremo rimedio. L’etica degli Stoici non contempla una gradazione dei giudizi morali: le virtù sono strettamente legate fra loro (ἀντακολυθία delle virtù), e si può dire che la virtù è una, come uno è il vizio. E’ possibile il progresso morale (προκοπή), che è utile però solo se l’uomo riesce a superare il confine fra virtù e vizio: “si affoga ugualmente se si è sotto due spanne d’acqua che se si è in fondo al mare”. In pratica solo pochi sapienti raggiungono la virtù, mentre la grande massa dell’umanità rimane preda del vizio e dell’irrazionalità.
Tutte le cose esterne all’uomo sono indifferenti (ἀδιάφορα) per raggiungere la felicità, anche se ve ne sono di preferibili (προηγμένα).Le passioni, che impediscono di riconoscere in ogni evento il disegno della razionalità universale, sono sempre negative: la condizione del sapiente è dunque quella di ἀπάθεια.
Gli uomini costituiscono un’unica comunità (κοσμόπολις), retta dalla medesima legge divina (diritto naturale); è quindi dovere del saggio cooperare alla retta vita della comunità, ossia alla conduzione dello stato. In pratica, però, ciò avviene raramente, perché l’attività politica va evitata se rischia di turbare l’ἀπάθεια del saggio.
Stoicismo mediano
Nato a Rodi intorno al 185 a.C., Panezio verso il 144 si recò a Roma; e qui, forse introdotto da Polibio, venne in contatto con i personaggi più in vista della vita politica e culturale, tra cui Scipione Emiliano. Con lui Panezio compì un lungo viaggio in Oriente; ma, soprattutto, l’influsso esercitato dalla sua permanenza in Roma riuscì decisivo per l’assetto filosofico, secondo l’ottica stoica, di un’ideologia della romanità. Alla morte di Antipatro divenne scolarca della Stoa (129), e rimase alla direzione della scuola fino alla morte, avvenuta nel 109 a.C. Fu un pensatore originale e vigoroso, che recuperò allo Stoicismo, da tempo assorbito in compiti di difesa e sistemazione dottrinale, una parte della creatività del fondatore Zenone. Il suo apporto, suggerito da un’esperta e aperta considerazione della realtà umana, consistette nell’attenuare gli aspetti più ascetici e inflessibili della morale stoica; e in questo progetto rientrano pure certe correzioni della dottrina psicologica e fisica, per le quali egli fece ricorso anche ad elementi derivati da Platone e da Aristotele.
Per Panezio, come per gli Stoici antichi, il mondo è ordinato da un principio razionale, il Λόγος. La Provvidenza (πρόνοια) divina ha creato il mondo in funzione dell’uomo (antropocentrismo), dandogli le sue superiori capacità, che l’uomo deve poi sfruttare autonomamente (aggiunge Panezio) per dominare il mondo. La sua mentalità pratica, umanistica e antideterministica lo porta a rifiutare la dottrina della conflagrazione periodica e dell’eterno ritorno: l’universo, nella sua perfezione, è eterno. Viene ridimensionato l’implacabile determinismo dei primi Stoici e viene rivalutato il libero arbitrio. Pensatore “laico” e alieno da ogni misticismo, rifiuta le credenze negli oracoli, negli indovini e nell’astrologia; sostiene che l’anima è mortale, e che non esiste solo un’anima razionale, come sostenevano i primi Stoici, ma anche un’anima irrazionale e un’anima vegetativa. Perciò il saggio non deve eliminare del tutto le passioni (l’ἀπάθεια degli Stoici antichi), dato che esse sono parte della sua natura, ma deve saperle dominare, guidandole e armonizzandole mediante il λόγος (εὐθυμία). In questa prospettiva, il saggio non deve necessariamente rinunciare al piacere, e i beni esterni non sono del tutto indifferenti (ἀδιάφορα), come dicevano gli Stoici antichi, ma contribuiscono al raggiungimento della felicità.
La natura dell’uomo non è unica per tutti, ma ogni uomo ha una sua natura individuale, costituita da elementi simili alle maschere (πρόσωπα) portate dagli attori in scena:
- natura umana generale (λόγος)
- natura individuale tipica
- caratteristiche determinate dalle circostanze esterne
- caratteristiche determinate dall’attività svolta
L’uomo possiede inoltre quattro istinti primi, che, facendo parte della sua natura, vanno seguiti e danno così origine alle quattro virtù cardinali (v. Platone):
- istinto di conoscere ð saggezza pratica (φρόνησις in senso stretto, prudentia): può essere rivolta anche al puro sapere, sebbene il suo obiettivo primario sia la vita pratica
- istinto di prevalere ð fortezza (ἰσχύς, fortitudo) ð μεγαλοψυχία, magnanimitas· grandezza d’animo dell’uomo che tende ad affermare la propria personalità, mettendola al servizio della comunità
- istinto verso l’armonia e la misura ð temperanza (σωφροσύνη, temperantia): controlla gli istinti, ma armonizza anche le virtù fra loro
- istinto sociale ð giustizia (δικαιοσύνη, iustitia): insieme alla beneficentia costituisce la liberalitas (ἐλευθεριότης)
Di conseguenza, Panezio pone come guida del comportamento etico non tanto la ragione quanto la natura individuale, che non è perfetta in sé, ma procede gradualmente verso la perfezione (προκοπή) e questa non esclude il piacere, purché esso non contraddica alla ragione universale.
Per ogni uomo, quindi, il sommo bene consiste non nel seguire il λόγος in senso astratto, ma nel compiere quell’insieme di doveri (καθήκοντα) che permettono lo sviluppo graduale (προκοπή) della natura individuale di ciascuno. Non c’è quindi una sola virtù (razionalità) e un solo vizio (irrazionalità), come per gli Stoici antichi, ma esiste una gerarchia di virtù e di vizi, e ciascuno (non solo il sapiente) può raggiungere la virtù che gli è propria. In tale prospettiva, i beni esterni non sono del tutto indifferenti (ἀδιάφορα), come dicevano gli Stoici antichi, ma contribuiscono al raggiungimento della felicità.
Riducendo così l’elitaria eccellenza del sapiente stoico, in compenso Panezio accentuava il significato e il valore della collaborazione fra gli uomini, rivolta al progresso della società umana. Gli uomini, infatti, pur essendo uguali (in quanto partecipi del λόγος divino), hanno ciascuno il proprio posto nella gerarchia della società, in cui devono operare nel modo migliore per il benessere di tutti, obbedendo ai doveri propri della loro natura individuale. Anche le convenzioni e le regole sociali tradizionali vanno rispettate (a differenza di quanto sostenevano gli Stoici antichi), perché altrimenti si offende il πρέπον (decorum) e l’αἰδώς (pudor), vale a dire il rispetto per la sensibilità morale ed estetica del nostro prossimo.
In questa dimensione concreta, la κοσμόπολις degli Stoici antichi, per Panezio, si identifica con l’impero romano, all’interno del quale ogni popolo deve svolgere una sua funzione particolare, a seconda della natura che gli è propria: la funzione dei Romani è quella del comando (giustificazione dell’imperialismo), volto però al bene comune.
Allievo di Panezio fu Posidonio di Apamea in Siria, vissuto circa fra il 135 e il 51 a.C. Anch’egli trascorse parte della sua vita a Roma, dove frequentò gli ambienti del potere e della cultura; e compì numerosi e lunghi viaggi, grazie ai quali si assicurò un ricco patrimonio di materiali e di osservazioni dirette nel campo della geografia, dell’etnologia e delle scienze naturali. Posidonio fondò quindi una scuola filosofica a Rodi, che ottenne grande fama soprattutto presso i Romani.
Caratteristiche di Posidonio sono la varietà e la vastità dei suoi interessi. ancor più che in Panezio, è marcato in lui l’influsso di Platone e di Aristotele. La sua autentica originalità risiede nel tentativo di raccogliere in un’organica unità tutto il patrimonio del pensiero antico.
Il nucleo essenziale del pensiero filosofico di Posidonio èrappresentato dall’idea che l’universo sia un unico organismo vivente, le cui parti si trovano in un rapporto di reciproca interrelazione, o συμπάθεια. Esiste una superiore armonia, in cui si risolvono le apparenti opposizioni del mondo fenomenico: la vita universale rende uguali le creature viventi e quelle inanimate, i Greci e i barbari, i liberi e gli schiavi. Fra la terra e il cielo non esiste separazione, perché la divinità e gli uomini sono collegati da una serie di esseri intermedi di natura demonica, tra cui le anime che hanno lasciato il corpo e che sono immortali. L’anima, infatti, partecipa dell’immortalità del λόγος, ma per un altro verso subisce l’interferenza del corpo; nascono così gli istinti e le passioni, che l’uomo non può eliminare, in quanto forze naturali, che contribuiscono anch’esse all’equilibrio dell’universo: compito del saggio è quello di guidarle e regolarle secondo la ragione.
Fonte: www.siena-art.com/liceo/
Stoicismo tutto di tutto
Stoicismo
Lo stoicismo è una corrente filosofica che mira a definire l’ideale della saggezza e la condizione del saggio .
Il fondatore di questa scuola fu Zenone, egli non potendo acquistare un edificio tenne le sue lezioni in un portico, che era stato dipinto dal celebre pittore Polifinoto. In greco portico si dice stoa’, e per questo motivo la scuola ebbe appunto il nome di Stoà.
Nel portico di Zenone fu ammessa la discussione critica intorno ai dogmi del fondatore della scuola, ed essi, in seguito, furono soggetti ad approfondimenti.
Lo stoicismo fu in contrasto con l’epicureismo per alcuni aspetti, ma rivela anche con esso numerose affinità. Le principali differenze fra le due scuole sono nell’esigenza dell’impegno politico, profondamente sentito dagli stoici e assolutamente rifiutata dagli epicurei, e nella sostanziale immutabilità e pensiero di quest’ultimi rispetto alla capacità di evoluzione della stoà, la cui dottrina si adattò al mutare delle vicende storiche tanto che si distinguono tre periodi:
- L’antica stoà (IV-III sec. a.C), che fonda la scuola e che ha i suoi principali esponenti in Zenone, Cleante e Clisippo.
- La media stoà (II – I sec. a.C.), è caratterizzata dalla tendenza all’eclettismo che fu rappresentata principalmente da Panezio e Posidonio.
- La tarda stoà , o stoà romana (fino al II sec. a.C.), in cui l’interesse etico finì con il prevalere su quello speculativo e che ebbe i suoi maggiori esponenti di lingua greca in Epitteto e Marco Aurelio e, di lingua latina, in Cicerone e Seneca.
Nel 262 a.C. alla direzione della scuola succede a Zenone, Cleonte d’Asso che dà allo stoicismo una forte ispirazione religiosa, egli, infatti compone un inno dedicato a Zeus.
Altro esponente principale fu Crisippo di Soli, definito il secondo fondatore.
Zenone, Cleonte e Crisippo intendono assicurare all’uomo una vita serena, ispirandosi a un ideale di saggezza e di equilibrio interiore basato sull’apatia e sull’atarassia, o imperturbabilità e ad uno stile di vita rigoroso e austero.
Antica Stoà
La dottrina stoica introdotta da Zenone consta di tre parti fondamentali: La logica, dedicata al problema della conoscenza; La fisica che riguarda le questioni del mondo naturale; l’etica, che stabiliva le norme della vita pratica.
La logica stoica è divisa in dialettica e retorica, e gli stoici si interessano particolarmente al problema del linguaggio, in cui applicarono la differenza tra “significato” e “significante”. Il concetto fondamentale della fisica stoica è quello di un ordine immutabile, necessario e perfetto che governa e protegge tutte le cose.
Tale ordine è identificato,secondo gli stoici, con Dio e si fonda su due principi quello attivo e quello passivo. Il principio attivo è quella forma di cui ogni cosa è fatta, è la ragione divina che agendo sulla materia crea gli esseri singoli. Questa materia è la sostanza spoglia di qualità, la sostanza da cui nasce ogni cosa. Entrambi i principi dipendono da un rigoroso materialismo, cioè solo il corpo può agire, solo il corpo esiste.
Gli esseri derivano tutti da una sola unità ma la loro distinzione è perfetta tanto che non esistono nel mondo due cose uguali. Il mondo secondo gli stoici presenta una storia completa che è destinata a ripetersi infinite volte nei minimi particolari. Questo il destino ossia l’ordine del mondo e la concezione necessaria che tale ordine pone tra tutti gli esseri. Dal punto di vista di Dio che ne è l’autore, che è la provvidenza di ogni cosa che regge e conduce al suo acme perfetto.
Sul versante etico, per gli stoici il fine della vita umana è, come per gli epicurei, la ricerca della felicità che consiste, per tutti gli esseri viventi, nella realizzazione di se stessi. Per l’uomo ciò significa realizzarsi come essere razionale, cioè arrivare a comprendere di far parte del logoV che permea di sé l’intero universo, stabilendo con esso un rapporto di totale. Questa concezione implica però un dissidio di fondo fra libertà e necessità, perché saggezza e virtù, che permettono all’uomo di realizzarsi, invece di apparire come frutto di libera scelta, si configurano come un necessario adeguamento alle leggi universali.
“L’articolarsi dell’azione umana avviene per il fatto che l’uomo è quell’essere in cui un agire si adegua consapevolmente ad essa, se poi accade che non s’adegui, ciò non è per una sua scelta, ma per un errato giudizio di valore, fermo all’aspetto contingente della realtà, che determina un moto sregolato”.
L’uomo è il centro, è in essere dotato di ragione, tutto si muove attorno alla ragione.
Nella vita pratica, il filosofo deve liberarsi delle passioni che impediscono la razionalità, per raggiungere uno stato di totale indipendenza da esse. Questa condizione, però, non lo conduce ad una vita solitaria come nell’epicureismo, ma ad accrescere il suo impegno politico e sociale, imprescindibile perché indispensabile per la piena realizzazione di sé.
L’etica stoica identifica il male con il vizio ed il bene con la virtù: il filosofo ha l’obbligo di praticare dunque la virtù in ogni modo, anche a costo della vita; il suicidio è addirittura consigliato quando le circostanze gli impediscono di vivere secondo i principi etici stoici, perché la “qualità” morale della vita deve essere posta al di sopra di qualunque altra valutazione. Infine lo stoicismo è sostenitore dell’uguaglianza fra tutti gli uomini, fino a cancellare ogni differenza fra greci e “barbari” e perfino tra liberi e schiavi, lo stoicismo predica, infatti, che tutti devono avere le stesse possibilità.
A cura di Simona Ascione –
Fonte : http://www.portalefilosofia.com
Stoicismo
STOICISMO, EPICUREISMO, SCETTICISMO
Dopo la morte di Alessandro Magno, Atene, benché politicamente decaduta, restò la capitale della filosofia. Ma i nuovi pensatori non furono più arditi riformatori politici, impegnati appassionatamente nella vita della città. Alla filosofia essi domandavano ormai solo il conforto della saggezza, e la concepivano come un “farmaco dell'anima”, capace di liberare quest'ultima dalle sue malattie: questo spirito è comune a tutti i filosofi della nuova età, greci di lingua, ma spesso di origine lontana, fenicia, siriaca o babilonese. Tale impostazione del senso dell'indagine filosofica ebbe conseguenze vastissime: le parole “stoico”, “epicureo”, “scettico” sono passate nella lingua corrente e designano, ormai senza riferimento alcuno alla loro origine storica e con implicazioni immediatamente chiare per tutti, determinati modi di atteggiarsi di fronte alla vita. La stessa parola “filosofo”, nella sua accezione più popolare, contiene un'allusione precisa al distacco, alla sopportazione e al disimpegno, che sono tratti comuni della saggezza propagandata dallo stoicismo, dall'epicureismo e dallo scetticismo. Le scuole ispirate a tali movimenti erano certo meno esclusive dell'Accademia di Platone o del Liceo di Aristotele, poiché non pretendevano di educare solo un'aristocrazia intellettuale, e si disseminarono perciò rapidamente in tutta l'area del mondo greco prima, e poi di quello romano.
Stoicismo, epicureismo e scetticismo costituivano agli inizi della nostra era vere e proprie comunità filosofiche, alle cui dottrine gli aderenti chiedevano in definitiva solo la prescrizione di regole pratiche di condotta, capaci di assicurare una felicità stabile e duratura, non coinvolta nelle vicende della fortuna, della salute e dell'assetto politico degli Stati.
Per l’Epicureismo v. libro
Lo stoicismo
La scuola stoica di Atene fu chiamata così perché la prima sede fu un portico dipinto, la Stoa. Per comodità la distinguiamo in tre fasi: antica (fino alla metà del II a.C.), media (fino al I a.C.), tarda (fino al II d.C.)
Zenone di Cizio (in Cipro), nato nel 336-5 a.C. e morto forse suicida nel 264-3, dopo essere stato commerciante, in seguito alla lettura dei Memorabili di Senofonte e dell'Apologia di Platone, si interessò alla filosofia e nel 300 fondò la sua scuola. Condusse vita semplice, rifiutando l'invito di Antigono Gonata alla corte macedone. Abbiamo frammenti delle sue opere: Logica, Sulle passioni, Sul conveniente, Repubblica, Sulla natura dell'uomo, Sulla vita secondo natura. Egli unì l'insegnamento cinico ad un sistema filosofico generale.
Crisippo di Soli (Tarso in Cilicia), nato tra il 281-277 e morto tra il 208-204, considerato il secondo fondatore della scuola, scrisse 705 libri, quasi tutti perduti, con riconosciuta abilità dialettica: suoi discepoli Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia, il babilonese (nell'ambasciata a Roma nel 155) ed Antipatro di Tarso con cui finì la fase antica della scuola.
La filosofia stoica antica, che esponiamo qui in maniera unitaria sia perchè le opere sono quasi tutte perdute, sia perchè ritenuta abbastanza uniforme, mira a delineare il sapiente ideale, felice. Per ottenere ciò si ritiene necessaria la scienza.
Per Zenone la scienza è virtù, e le divisioni delle scienze sono divisioni delle virtù:
perciò l'insegnamento stoico è tripartito nella logica (che comprende psicologia e gnoseologia e il cui studio conferisce la virtù razionale), fisica (che comprende metafisica e teologia che conferisce la virtù naturale), etica (che comprende la politica e che conferisce la virtù morale).
La logica, così nominata per la prima volta da Zenone (per Aristotele essa era l'analitica) ha per oggetto i lògoi, discorsi (nella loro valenza esterna) e pensieri (nella loro valenza interna); come scienza dei discorsi la logica è retorica, come scienza dei pensieri è dialettica.
Per Zenone, la logica rappresenta le ossa ed i nervi della filosofia, l'etica la sua carne e la fisica è l'anima (guscio, bianco e tuorlo d'uovo o siepe, frutti e terra di un giardino).
Gli oggetti imprimono nella nostra anima la sensazione (àisthesis) e la rappresentazione (phantasìa) ma è necessario l'assenso del soggetto per la conoscenza, assenso che se precipitoso produce l'errore (vedere il remo nell'acqua e ritenerlo spezzato).
Si deve credere solo alle rappresentazioni comprensive o catalettiche così evidenti da non poter essere ingannevoli: con un'immagine efficace attribuita a Zenone, punto di partenza è la mano aperta: la sensazione, curvando le dita rappresentiamo l'assenso, chiudendo il pugno la comprensione, stringendo il pugno con l'altra mano la scienza.
L'impressione prodotta sull'anima può venire da stati interni (malvagità, virtù) come da stati esterni (oggetti). L'impressione dopo la scomparsa produce il ricordo, che connesso ad altri ricordi di stessa specie costituisce l'esperienza. Dalle anticipazioni (prolépsis) o nozioni comuni (koinài énnoiai), che provengono dall'esperienza, si giunge ai concetti universali, che sono prodotti dell'istruzione e del ragionamento e non esistono nella realtà.
I concetti più generali, le categorie sono quattro (non più 10 come per Aristotele): il substrato, la qualità, il modo d'essere, il modo relativo. La categoria che viene dopo determina e racchiude la precedente.
Il concetto più esteso è quello di essere, il più determinato quello di specie.
Il lògos, come per Eraclito, è identificato col fuoco distruttore ma soprattutto vivificatore.
Dei quattro elementi (acqua, terra, aria, fuoco) solo il fuoco è eterno, gli altri hanno origine e destinazione in esso. Crisippo parla di fuoco celeste, diverso da quello sensibile ed identificabile con l'etere sebbene non lo si ritenga un quinto elemento.
L'universo è sferico, finito, continuo; il vuoto è all'esterno in quanto non occupa un corpo.
L'universo è soggetto a formazioni e distruzioni periodiche in un ciclo eterno in cui ogni avvenimento si ripete. Esistono difatti semi eterni (lògoi spermatikòòi) che producono ogni cosa e periodico è il fuoco-logos che in una conflagrazione distrugge ogni cosa e che presiede al suo riformarsi. Dal raffreddamento del fuoco ha origine l'aria e poi l'acqua, dalla condensazione di questa la terra che per la forza centripeta si pone al centro in equilibrio; attorno ruotano sfere degli elementi e le stelle.
Il logos, unica ragione del mondo (da cui deriva l'anima umana), rende razionali tutte le cose, sottomesse al fato ed unite in un ordine cosmico necessario. Perciò si ritengono esistenti influssi astrali e si crede nella divinazione e nell'interpretazione dei sogni.
Questa anima del mondo (pnéuma) è principio divino. Dio è unico e ordina le cose. Egli ha un rapporto intimo con gli uomini e il politeismo tradizionale va inteso come personificazione delle potenze cosmiche, fatto che giustifica anche la molteplicità di culti.
L'anima dell'uomo appunto deriva dall'anima del mondo ed è fuoco vivificante ma materiale, perciò mortale. L'anima perisce anche se non contemporaneamente al corpo. Essa è divisa in otto parti: la principale è l'egemonica, che produce rappresentazioni ed assenso, è la ragione ed ha sede nel cuore o intorno ad esso. Le altre sette parti, subordinate, sono i cinque sensi, la parola e la forza generativa.
Crisippo distingue le cause perfette (necessarie, su cui non possiamo influire) dalle prossime (che possono subire la nostra influenza) affermando così con riferimento a queste ultime la libertà dell'uomo (del resto abbiamo visto come sia possibile dare o meno assenso alle sensazioni).
Il fato è così determinato dalle capacità individuali e non viceversa.
L'esistenza del male conferma e non nega la provvidenza divina, giacché senza di esso non ci sarebbe neppure il bene.
La morale stoica richiede perciò di accettare volontariamente la provvidenza che tutto governa: ribellarsi è da stolto, giacché non serve a nulla. Anzi, come un cane tirato da un carro, l'uomo si sentirà libero solo se seguirà spontaneamente il carro, altrimenti dovrà fare lo stesso strozzandosi.
Il vivere secondo natura è l'unica virtù, di cui le altre sono solo aspetti particolari (la saggezza domina i compiti, la temperanza gli impulsi, la fortezza gli ostacoli, la giustizia la distribuzione): o si è virtuosi o si è stolti (la pazzia infatti è il contrario della ragione), non esistono gradazioni; non si può avere una virtù sola. La virtù si raggiunge, non si nasce virtuosi (su questo punto però alcuni ritenevano che si potesse anche perdere la virtù); essa, essendo felicità ed utilità, è fine a se stessa.
Ciò che è difforme dalla natura è male, ciò che è conforme è bene, il resto indifferente. Indifferenti infatti al bene ed alla virtù sono la ricchezza, la salute, il piacere sebbene preferibili alla povertà, alla malattia, alla fatica.
L'azione retta è l'azione conforme alla ragione e sorretta dalla volontà; diversa è l'azione conveniente la quale, seppur conforme alla ragione, è suggerita dall'affetto, dall'impulso (proteggere i genitori, gli amici). La saggezza proviene solo dal seguire le prime azioni.
Le passioni (pàthe) ostacolano infatti una vita secondo ragione poiché vi sono impulsi oltre misura che causano irrazionali ed innaturali movimenti dell'anima ed essi sono dovuti all'assenso dato ad una falsa rappresentazione, assenso che si impone con violenza e forza. Le passioni sono tutte negative ed il fine della vita è l'apatìa, liberazione dalle passioni.
Il saggio stoico perciò è raffigurato libero e felice anche nelle difficoltà, padrone di sé e superiore agli eventi anche nel suicidio.
Tuttavia non tutti possono diventare saggi e vi sono circostanze che, anche se indifferenti rispetto al bene ed al male, sono da preferire. in quanto convenienti e doverose nella vita familiare e politica. L'etica stoica è perciò improntata al dovere.
Al saggio è lecita ogni cosa, giacché capace di farla bene. Zenone tracciando una città ideale infatti delineò una comunità di sapienti senza governanti, proprietà, famiglia, culti, in cui anche l'antropofagia e l'incesto fossero ammessi. Respinte le tesi estremistiche, rimase comunque l'idea che i saggi siano una comunità oltre i confini statali (cosmopolitismo) e che il lògos universale sia la norma delle legislazioni. Sono perciò gli stoici propensi alle monarchie ellenistiche ed alla figura del saggio educatore.
l diritto si identifica con la ragione universale, quindi non è un prodotto convenzionale: non esiste una distinzione naturale tra liberi e schiavi, tutti gli uomini sono ugualmente liberi e casomai è schiavo lo stolto poiché la saggezza è fonte di libertà.
Lo stoicismo ebbe buona fortuna sia negli ambienti dirigenziali che come insegnamento per i poveri ed emarginati.
Lo SCETTICISMO
(da skeptesthai = esaminare)
Lo Scetticismo è la terza corrente filosofica che si sviluppa nell’età ellenistica.
Nell’antichità erano detti scettici quei filosofi che, constatando l’impossibilità di raggiungere una conoscenza certa, persistevano nella ricerca senza assestarsi su posizioni definitive a proposito di problemi conoscitivi o di questioni etiche. La parola skepsis significa in greco appunto ricerca.
La posizione scettica implica il dubbio sulla possibilità dell’uomo di pervenire alla verità, essa non riguarda soltanto le discipline teoretiche ma si estende anche alla morale, cui diviene impossibile attribuire un fondamento certo. I criteri di verità per gli scettici sono impossibili.
Pirrone di Elide è il fondatore dell’indirizzo scettico. Anche per Pirone il problema di fondo è la ricerca della felicità.
La felicità per lui sta nell’imperturbabilità dell’anima, che si consegue con un atteggiamento di totale distacco da tutte le cose. Ma l’imperturbabilità è frutto di una rinuncia:a dire che cosa sia il bene e che cosa sia il male e a cercare la natura delle cose.
Felice non è il sapiente ma chi rinuncia a dire quale sia la natura delle cose
e pratica quindi l’epoche: sospensione del giudizio.
Da qui la scelta di fondo del saggio:
*l’indifferenza, la non scelta fra un opinione e l’altra;
*l’afasia, cioè il silenzio su ciò che appare vero o falso;
* l’imperturbabilità ( o atarassia), una condizione di tranquillità e di equilibrio stabile che, sola, può rendere la vita felice.
Questo è un orizzonte in cui si resta sospesi, perché sospesi sono ogni valutazione e giudizio, e da cui deriva quell’apatheia (impassibilità o assenza di dolore) che permette quasi di spogliasi delle proprie vesti umane, mirando a un esercizio della virtù che è frutto di una pura scelta esistenziale non sorretta dalla conoscenza di alcun “bene”. Così il fine è raggiungere uno stato di totale indifferenza, che significa totale indipendenza e libertà interiore, uno stato considerato quasi divino da Pirrone.
Riassumendo:
Per lo stoicismo, fondato da Zenone di Cizio, l'essenza dell'uomo è la ragione, che lo connette alla totalità del reale. Il mondo è infatti un essere divino, un grande corpo animato dal soffio vitale dell'anima, che è sostanza ignea (fuoco) immanente in tutte le cose. Il ritmo della vita del mondo procede secondo l'alternanza costante di un processo evolutivo e di un successivo ritorno all'unità originaria del fuoco eterno e ogni nuovo ciclo ripete esattamente i momenti di quello precedente (eterno ritorno).
Il fuoco è chiamato Ragione, Fato, Provvidenza, tutte denominazioni che vogliono suggerire l'idea di un ordine razionale predeterminato, di una legge immodificabile preposta alla vita del mondo. In un universo così concepito la saggezza sta nell’acconsentire, aderire al tutto, cioè nel “volere la volontà del mondo”, nel “seguire la natura”. Con tale disposizione interiore, che non è rassegnazione passiva, ma consenso attivo e persuaso, conquistato a prezzo di un duro impegno intellettuale e pratico, l'uomo consegue la liberazione dalle passioni (apatia) e diviene membro di quella città universale, di cui il Dio supremo è il capo e gli uomini e gli dei sono cittadini.
Muovendo da premesse del tutto diverse, gli epicurei dettero una soluzione analoga del problema, anch'essa incentrata sulla conquista di un controllo razionale del disordine delle passioni. La felicità consiste per l'uomo nel piacere, ma in un piacere “stabile”, cioè senza variazioni e turbamenti, e perciò identificabile senz'altro con l'assenza di dolore. La maggior parte delle preoccupazioni che turbano l'uomo è frutto di false rappresentazioni: così noi temiamo l'al di là, presunto luogo di pene future, popoliamo l'universo di entità divine e demoniache che esigono da noi sacrifici, temiamo le meteore e le eclissi come annunci di imminenti sventure. Ora tutte queste superstizioni, che avvelenano la vita umana, nascono da un'erronea concezione del mondo fisico. L'unica spiegazione razionale di esso è quella atomistica, per la quale tutti gli esistenti, anime umane comprese, sono aggregati casuali e provvisori di atomi, destinati a dissolversi per dar luogo a nuove formazioni. Se la vita è l'aggregarsi degli atomi (secondo la teoria del clinamen: deviazioni) e la morte la loro disgregazione, finché noi saremo non ci sarà la morte, e quando questa verrà non ci saremo più noi: il timore della morte si riferisce a un’esperienza impossibile.
Parimenti infondati sono il timore dell'al di là e quello degli dei, i quali ultimi sono anch'essi aggregati provvisori di atomi, del tutto indifferenti alle nostre vicende. A questo punto ciò che si frappone ancora fra l'uomo e la felicità sono i desideri che non possono essere soddisfatti e le sofferenze delle malattie. La prudenza ci aiuta a liberarci dai primi, insegnandoci che la felicità è assenza di pena e che la pena si elimina sopprimendo i desideri irrealizzabili; quanto alle seconde, si può sempre compensare il dolore presente col ricordo delle gioie passate.
Anche per gli scettici, che rifiutano qualunque scelta e sospendono programmaticamente il giudizio, la saggezza consiste nell'imperturbabilità (atarassia) epicurea, integrata dalla rinuncia perfino all'uso della parola (afasia), in un mondo popolato da vani fantasmi. Collocato in un universo a lui estraneo, ma non ostile fino al punto da rendere impossibile la salvezza del singolo, l'uomo si redime conquistando la libertà interiore e coltivando la saggezza come faticosa arte del disimpegno dalla realtà e dalla storia.
Fonte: files.splinder.com/
Stoicismo
L’EDUCAZIONE MORALE SECONDO SENECA (CORDOVA, c.a. 5 a.C. – ROMA, 65 d.C.)
BIOGRAFIA
Nato in Spagna, figlio di L.A. Seneca detto il retore, visse a Roma ed ebbe per maestri il neopitagorico Sozione e gli storici Papirio e Attalo. Aderì da giovane al Pitagorismo, dal quale apprende abitudini di vita sobria ed austera ,da cui fu poi distolto dal padre, celebre retore, e in seguito abbracciò lo Stoicismo. Si dedicò dapprima con successo alla vita forense, ma nel 41 d.C. fu esiliato in Corsica dall’imperatore Claudio per un sospetto adulterio, qui vi rimase otto anni, dedicandosi agli studi filosofici e componendo una serie di scritti consolatori ed alcuni dialoghi. Rientrato a Roma nel 49, diventò precettore di Nerone ed in seguito quando questo divenne imperatore (54) fu il suo massimo consigliere. Nel 62 con l’uccisione di Burro , che lo aveva affiancato nella posizione di consigliere, Seneca ripiega in se stesso e si ritira dalla vita pubblica, ma tre anni dopo, accusato di complicità nella congiura dei Pisoni, di cui era forse solo al corrente, senza esserne partecipe, ricevette da Nerone l’ordine di suicidarsi.
CORRENTI FILOSOFICHE
Aderì da giovane al pitagorismo, osservanza del celibato, comunione dei beni, regole, divieti e pratiche di purificazione del corpo e dell’anima (erano vegetariani) non ultimo l’interesse per l’aritmetica, ne fu poi distolto dal padre ed in seguito abbracciò lo stoicismo. Lo stoicismo si presenta come la continuazione ed il completamento della dottrina cinica. Come i cinici, gli stoici ritengono che per raggiungere felicità e virtù sia necessaria la scienza.
La filosofia dominante nella Roma imperiale del primo secolo d.C. era proprio lo stoicismo, che se pur obbedendo all’indirizzo eclettico generale dell’epoca, se ne distacca grazie al nuovo concetto d’interiorità spirituale.
I rapporti tra filosofi e potere erano spesso problematici, talvolta sfociavano in aperto conflitto tra l’imperatore e l’aristocrazia senatoria, che in alcuni dei suoi esponenti più significativi aveva degli stoici.
Gli stoici sostenevano che il più autentico principato è una “res publica”, ove il princeps rappresenta la razionalità stessa dello Stato, per quello presero posizione contro l’imperatore despota e signore. Molti stoici ci rimisero la vita, altri furono costretti all’esilio.
Seneca fa accostare, in quanto precettore, Nerone ad un nuovo tipo d’educazione morale; lui vede gli uomini come le membra di un unico grande corpo; dovere e rispetto verso tutti gli esseri viventi, carità verso gli umili, gli infelici, persino i malvagi.
Concepisce l’amore e la socievolezza come forza razionale e naturale; non ultimo il concetto di attiva partecipazione sociale, concreta sollecitudine e amicizia per tutti gli uomini, in uno sforzo comune di liberazione dei mali fisici e morali.
Taluni aspetti di questa dottrina, come il concetto della divinità, della fraternità e dell’amore fra gli uomini e della vita dopo la morte, sono così vicini al cristianesimo che hanno fatto nascere la leggenda dei rapporti di Seneca con San Paolo, leggenda che portò perfino a falsificare un carteggio tra lui e l’apostolo.
Fonte: www.dubladidattica.it/
Stoicismo tutto di tutto
LETTERATURA E SOCIETA’ NELL’ETA’ DI NERONE
LA NUOVA ETA’ DELL’ORO
L’avvento di Nerone, che suscita tante speranze, è salutato come una nuova età dell’oro da vari poeti: in parte per opportunità, in parte per necessità, ma forse anche con convinzione. In questo coro sentiamo anche le voci di due grandi scrittori che cadranno vittime di Nerone, ma che inizialmente gli furono molto vicini: il suo maestro Seneca (che celebra l’avvento di Nerone nell’Apokolokyntosis e nel De clementia), e lo stesso Lucano che, giovanissimo poeta della corte neroniana, vincitore del concorso di poesia ai Neronia del 60 con un carme di lode al principe andato perduto, apre la sua Pharsalia con una celebrazione del nuovo imperatore (ma l’interpretazione delle intenzioni del poeta in quel passo è problematica). Nella cultura, come in altri aspetti delta vita sociale, la politica avviata da Nerone nei primi anni del suo governo ha lanciato nuove prospettive, ha suscitato nuova fiducia ed entusiasmi anche sinceri, e ha aperto un periodo molto fertile della letteratura. Ma i più importanti frutti di questa stagione letteraria non nasceranno in sintonia, bensì in tensione problematica, o anche in drastica opposizione, con le linee politiche e culturali del governo neroniano: e alla fine parte cospicua dell’ambiente, che spesso in stretto contatto con la corte imperiale aveva prodotto questa grande letteratura, sarà distrutta dall’imperatore stesso in un feroce bagno di sangue.
OPPOSIZIONE DEGLI INTELLETTUALI A NERONE
I presupposti della politica culturale neroniana non potevano infatti consentire un’intesa duratura tra il principe e le forze intellettuali che egli stesso aveva contribuito a mobilitare: come abbiamo visto, Nerone proponeva un modello di vita e una gerarchia di valori troppo distante dalla tradizione etico-politica repubblicana, cui la classe produttrice di cultura continuava pur sempre a fare riferimento. II prestigio conferito alle arti e 1’assunzione in prima persona del ruolo di principe-artista in Nerone facevano tutt’uno con quella rivalutazione del momento ludico ed edonistico da lui espressa con le tante manifestazioni provocatorie di licenza e irresponsabilità nel comportamento personale, e convergevano, insieme a elementi di altra natura, quali la stessa disinvolta pratica del delitto dinastico, a proclamare un’idea del potere imperiale come assoluto e irresponsabile, secondo il modello orientale della regalità. Un modello che si accompagnava a un quadro di fasto, di grandiosità, di lusso e di piacere, che comprendeva al suo interno anche 1’esibizione grandiosa e il godimento delle arti della parola e dell’immagine. Via via che nel corso degli anni si dimostrò come questa fosse la realtà della politica neroniana, il principe perse sempre più la fiducia tanto della nobilitas, che egli inizialmente si era astenuto dal perseguitare e aveva anzi in parte favorito, quanto dei nuovi ceti emergenti che, anche se meno condizionati dall’ottica senatoria e più disposti ad accettare la realtà della monarchia, non intendevano vedersi ridotti a strumenti di un sovrano, che col suo stravagante comportamento tradiva così clamorosamente quello che a essi appariva essere il suo compito precipuo, e cioè una seria dedizione all’amministrazione della cosa pubblica. Il comportamento di Nerone rivelò invece, gradatamente, che 1’illusione augustea di un principe che governa facendosi garante del funzionamento delle antiche istituzioni repubblicane non aveva più speranze di realizzarsi, e che, anzi, i meccanismi istituzionali erano tali che potevano portare al potere 1’uomo più inadatto a esercitarlo, offrendogli le condizioni per mantenerlo fino a quando la morte, la rivoluzione o la congiura non lo eliminassero.
LA COMPONENTE STOICA NELL’ OPPOSIZIONE A NERONE
Le ragioni che segnarono la caduta del consenso verso la politica di Nerone sono in parte le stesse ragioni che posero Nerone in conflitto con tanti intellettuali, e che portarono alla strage di scrittori e uomini di cultura seguita alla scoperta della congiura pisoniana: una cultura nutrita dalla grande tradizione etico-politica repubblicana, e dalla filosofia stoica, che a quella tradizione aveva dato il principale sostegno teorico, poteva accettare il principio monarchico solo a patto che il monarca rispettasse le esigenze morali e politiche rappresentate da quella tradizione anzi, solo a patto che se ne facesse lui stesso il garante, dando il più alto esempio di impegno nell’adempimento dei doveri che etica tradizionale e stoicismo romano assegnavano a ogni uomo. La realtà del regime tirannico suscitò un’opposizione politica e intellettuale che si ispirò, al tempo stesso, all’etica tradizionale del senatore romano, e allo stoicismo che a quell’etica aveva dato un supporto filosofico. E lo stoicismo, insegnando all’individuo disponibilità alla rinuncia e all’abnegazione di sé in nome di una ragione universale, rese gli oppositori più disponibili al martirio, ad affrontare in molti casi anche la morte volontaria, in testimonianza dell’impossibilità di operare, in una tale situazione politica, per la realizzazione della virtù. .La perdita della speranza in una rigenerazione della politica romana, la consapevolezza di una totale mancanza di vie d’uscita istituzionali per realizzare una politica giusta e pacifica, ispirano la cupa angoscia della visione del mondo di Lucano, il poeta-stoico congiurato, e permeano la sofferta ricerca morale dell’ultimo Seneca, il filosofo stoico che molti congiurati dovettero considerare come un punto di riferimento per la loro impresa e che forse non fu a essa estraneo. E un altro poeta stoico, Persio, dà un quadro desolante e privo di luci del costume e della morale contemporanei, che gli appaiono preda di una patologia insanabile.
CLASSICISMO E ANTICLASSICISMO
Sotto i primi imperatori giulio-claudi il prestigio del canone dei «classici» augustei pareva aver in qualche modo scoraggiato nuovi grandi cimenti creativi. Con la nascita del regime neroniano, la generale ripresa di fiducia e il deliberato rilancio del modello augusteo si accompagnano a una vistosa ripresa delle ambizioni letterarie: Nerone stesso non pone limiti alle proprie aspirazioni poetiche, e compone vasti poemi epici mitologici e storici, tragedie, liriche (ci restano rari frammenti). Lucano si impegna nella composizione di un grande poema epico-storico; Seneca si cimenta nella tragedia; Calpurnio Siculo riprende la strada di Virgilio bucolico; Columella, nel X libro del suo trattato sull’agricoltura, offre al lettore un poemetto georgico di tipo virgiliano; Persio proporrà una raccolta di satire ispirate a Orazio. Questi poeti non hanno più come obiettivo quello di dare un corrispettivo romano ai grandi autori greci: ormai i Romani sanno di avere un loro corpo di scrittori di autorevolezza pari a quella dei grandi «classici» greci, e si pongono sulla scia di questi modelli latini, in un rapporto di confronto e di emulazione.
La produzione letteraria meno originale in questi anni si poneva per lo più, «classicamente», come erede devota della tradizione augustea, anche se nella perduta poesia celebrativa ne dava, a quanto pare, sviluppi manierati o sovraccarichi di coloriture, che ne compromettevano la misura «classica». Ma presso gli autori più inquieti e più originali - anche autori che operano nella stessa corte - viene a maturazione una tendenza letteraria fortemente innovativa, che finisce col porsi in contrasto con la tradizione augustea. Questa tendenza si sviluppa nella prosa retorica, e investe con evidenza anche il linguaggio poetico. II nuovo «asianesimo» dell’oratoria dei declamatori, vibrante di effetti vistosi, mosso da enfasi patetica e da coloriture accese, stava creando nel pubblico un nuovo gusto della lingua d’arte, influenzava i diversi generi prosastici e poetici, interpretava a volte negli stessi declamatori tensioni e inquietudini riconducibili alla problematicità dell’evoluzione della società romana tra repubblica e impero. Su questo terreno, un nuovo stile «anticlassico» o «barocco» (come si usa dire con impreciso anacronismo) è originalmente sviluppato, in modalità diverse, da Seneca, Lucano, Persio. Questi tre autori, che vivono il loro tempo con acuta inquietudine, e che nel corso della loro esperienza arrivano a vedere chiusa ogni via d’uscita alla loro insoddisfazione, elaborano uno stile acceso e vibrante, che si fonda, in ciascuno di essi, su una diversa tradizione di lingua letteraria (rispettivamente, della retorica, della lingua poetica epico-tragica e del sermo oraziano). Non si tratta, in nessuno di questi tre autori, di cedimento a deteriori ragioni di esibizionismo retorico, ma anzi della creazione di un mezzo di espressione adeguato per quel sofferto senso di dissociazione tra un quadro di valori che si riconduce all’etica repubblicana e alla morale stoica (e il cui equilibrio pare emblematicamente simboleggiato dall’armonia dello stile classico» ciceroniano e augusteo) e, di contro, la realtà delle condizioni di esistenza nella società imperiale, e neroniana in particolare, che induce a contestare la validità di quell’equilibrio. La singolarissima e problematica opera di Petronio sembra mettere infine in discussione, e negare senso, all’intera tradizione della letteratura, risolvendola nell’estroso gioco di una geniale parodia dissacrante.
E il forte successo che, a quanto è testimoniato, subito riscossero le satire di Persio e il poema di Lucano, come il larghissimo favore incontrato dalla prosa di Seneca, dimostrano quanto dovessero essere diffusi e sentiti, nel pubblico del tempo, il bisogno di novità nella forma letteraria e 1’impulso a rifiutare la dipendenza dagli schemi proposti dai grandi classici dell’età cesariana e augustea.
Fonte: www.liceoxxv.it
Stoicismo
LUCIO ANNEO SENECA
La filosofia dominante nella Roma imperiale del primo secolo d.C. fu lo stoicismo, il cui rigorismo era stato smorzato dagli accomodamenti fatti da Panezio. Con i successori di Augusto i rapporti tra i filosofi e il potere si fecero problematici, sfociando talvolta in aperto conflitto. Ciò coincideva con il crescente contrasto tra l'imperatore e l'aristocrazia senatoria, che in alcuni dei suoi esponenti più significativi si avvicinò allo stoicismo. Di per sè la filosofia stoica può essere mobilitata per giustificare sia l'abbandono al corso provvidenziale del mondo, sia lo sforzo morale dell'individuo, il ritiro dalla vita politica o l'impegno in essa. Emblematica di questa ambivalenza é la vita e l'opera di Lucio Anneo Seneca. Nato a Cordova in Spagna nel 4 d.C., visse a Roma aderendo da giovane al pitagorismo, da cui fu poi distolto dal padre - celebre retore - e in seguito abbracciando lo stoicismo, da cui mai si separò. Si dedicò dapprima con successo alla vita forense, ma nel 41 d.C. fu esiliato in Corsica dall'imperatore Claudio per un sospetto adulterio. Vi rimase otto anni, dedicandosi agli studi filosofici e componendo una serie di scritti consolatori, nonchè alcuni dialoghi. Rientrato a Roma nel 49 d.C., diventò precettore di Nerone, che però mostrò sempre maggiore predilezione per le arti che per la filosofia.
In seguito all'ascesa al potere del suo discepolo, nel 54 d.C., Seneca scrive il De clementia, nel quale egli si candida come consigliere del principe; vi sostiene la tesi che la clemenza é tanto più ammirevole , quanto maggiore é il potere di chi la manifesta. La clemenza é agli antipodi dell'ira - la malattia del tiranno - , di cui Seneca descrive le cause e suggerisce la terapia in un altro scritto (in tre libri), il De ira . La collaborazione con Nerone durò fino al 62, quando con l'uccisione di Burro , che aveva affiancato Seneca nella posizione di consigliere, la clemenza del principe si dissolse.
A Seneca si pose l'alternativa tra la lotta contro il potere o il ripiegamento in se stesso. Non sappiamo sino a che punto la prima via fu imboccata e se la congiura dei Pisoni, scoperta nel 65, ne fu l'esito, soprattutto non sappiamo se Seneca ne fosse al corrente; di fatto fu accusato di farne parte e fu costretto al suicidio ma nei suoi scritti non compare mai un'esplicita giustificazione del tirannicidio. Da buon stoico quale era, Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio. Altre vittime illustri della reazione di Nerone furono il nipote di Seneca, Lucano, e Trasea Peto.
In una situazione di dominio tirannico, quale appariva ai senatori ostili al principe, lo stoicismo, più che fornire programmi di azione, poteva insegnare che cosa non si deve fare nè temere. Anche per Seneca, costretto all'impotenza politica, la filosofia diventa - come già per Cicerone - la via di riscatto. La perdita di spazio politico appare compensata dall'estensione nel tempo dell'efficacia della propria azione, anche per le generazioni future, esercitata con la scrittura. E' in questo periodo che Seneca compone i suoi scritti filosofici più importanti: De otio, De tranquillitate animi, De providentia , le Quaestiones naturales (nelle quali Seneca guarda con grande simpatia al progresso scientifico, purchè sia soggiogato al dominio della ragione) e le 124 Epistulae morales ad Lucilium, un epistolario (forse con un destinatario fittizio) in cui troviamo l’intero pensiero senecano.
Ma ciò che Seneca ritrova é soprattutto la sua interiorità: in questa nuova circostanza la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa. Se – stoicamente – il destino è signore delle cose, allora non ha senso opporvisi. La virtù non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente: lo schiavo ha piena dignità umana e a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene. Da ciò se ne evince non già che si debbon liberare gli schiavi, ma, semplicemente, che si deve essere umani nei loro riguardi, permettendo loro di mangiare e di parlare liberamente: non si devono infatti giudicare gli uomini in base alla loro condizione sociale, bensì in base alle loro azioni. Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù (De beneficiis) . Buona parte dell’opera di Seneca è poi dedicata alla fugacità del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, così un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così è per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata. Nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica.
Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica, che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perchè, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante di sententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.
DE CLEMENTIA
L'opera è stata composta all'incirca tra il 55 e il 56 e rappresenta la più chiara espressione della concezione senecana del potere. Il testo è opportunamente dedicato all'imperatore Nerone come traccia di un ideale programma politico ispirato ad equità e moderazione. Seneca non mette in discussione la legittimità costituzionale del principato, nè le forme ormai palesemente monarchiche che esso ha assunto: il potere unico era il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico retto dal logos, dalla ragione universale, il più idoneo a rappresentare l'ideale di un universo cosmopolita, a fungere da vincolo e simbolo unificante dei tanti popoli che formano l'impero. Il problema, piuttosto, è di avere un buon sovrano: l'unico freno del sovrano, essendo il potere assoluto, sarà la sua stessa coscienza, che lo dovrà tratteenere dal governare in modo tirannico. L'ideale senecano di clemenza è una misurata commistione di indulgenza e moderazione.
Seguiranno alcuni passi tratti dall’opera presa in questione. Le parti riportate possono essere legate al concetto di Totalitarismo.
1. Definizione della clemenza
[1] E perché non ci inganni il magnifico nome di clemenza, e non ci conduca all’estremo opposto, esaminiamo che cosa sia la clemenza, che natura abbia e quali siano i suoi limiti.
La clemenza è la moderazione dell’animo nell’uso del suo potere di punire; oppure è mitezza di un superiore nei confronti di un inferiore nell’assegnargli una pena. È più sicuro proporre più definizioni, perché non succeda che una sola definizione non sia sufficiente a comprendere la cosa e, per così dire, sia condannata per un vizio di forma; perciò, può essere definita anche un’inclinazione dell’animo alla mitezza nell’infliggere una pena.
14 Modo migliore di comandare
[1] Oh principe degno di essere chiamato in consiglio dai padri! E degno di comparire nei testamenti come coerede con i figli privi di colpe! È questa la clemenza che si addice al principe: ovunque vada, renda ogni cosa più mite. Nessuno sia tanto spregevole per il re che costui non si accorga della sua morte: in qualunque condizione <si trovi>, ognuno è parte dell’impero!
[4] <Infatti>, è forse giusto che si comandi con più gravosità e durezza a un uomo che ai muti animali? Eppure, un maestro esperto nel domare i cavalli non terrorizza il cavallo frustandolo spesso, perché diventerà pauroso e riottoso, se non lo rabbonisci con carezze affettuose.
23. La crudeltà è contraria alla natura umana
[2] La ragione principale per cui la crudeltà è abominevole è che essa oltrepassa i limiti consueti, poi quelli umani, va in cerca di supplizi nuovi, fa appello all’immaginazione per escogitare strumenti mediante i quali variare e prolungare il dolore, trae piacere dai mali degli uomini. E il funesto morbo dell’animo raggiunge il culmine della follia quando la crudeltà si trasforma in voluttà e ormai si prova piacere a uccidere un uomo.
[3] Alle spalle di un uomo simile viene dietro la sua naturale distruzione, gli odii, i veleni, le spade; è minacciato da tanti pericoli quanti sono coloro per i quali egli stesso rappresenta un pericolo, ed è insidiato sia da cospirazioni private sia da sollevazioni pubbliche. Infatti, un danno privato e leggero non solleva città intere: ma quello che ha cominciato a estendere i suoi furori e minaccia tutti, viene trafitto da tutte le parti.
24. Effetti della crudeltà
[4] Quegli animali privi di ragione e da noi condannati per la loro ferocia si astengono dagli animali della loro specie, e così la somiglianza esteriore è una garanzia: la rabbia dei tiranni non risparmia neppure le persone a loro prossime, anzi mette sullo stesso piano gli estranei e i suoi, e si eccita tanto più quanto più si esercita. Poi dalle uccisioni di singoli individui si estende fino all’annientamento di interi popoli, e reputa che sia dimostrazione di potenza l’appiccare fuoco alle case e il far passare l’aratro sopra antiche città; e crede che l’ordinare di uccidere solo una o due persone si addica poco alla dignità imperiale e, se un gregge di infelici non è esposto nello stesso tempo ai <suoi> colpi, pensa che la propria crudeltà sia costretta entro limiti angusti.
Fonte: www.studenti.it/
Stoicismo tutto di tutto
L'ELLENISMO
Il periodo che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) fino alla progressiva diffusione del Cristianesimo viene chiamato periodo ellenistico. Il momento storico vede lo sfaldarsi della Grecia delle polis (le città-stato), e il frammentarsi dell'effimero impero alessandrino in una pluralità di regni diversi. Questi regni, le cui più importanti capitali sono Alessandria, Pergamo, Antiochia e Rodi, contribuiscono a diffondere la cultura greca ("ellenica" da Hellas, nome greco della Grecia) in tutto il bacino del Mediterraneo e nel medio-oriente. Tale ampio processo di diffusione dei caratteri ellenici in un area così vasta crea però anche le condizioni per contaminazione reciproca tra la cultura orientale e quella greca tipicamente mediterranea. Da questa reciproca contaminazione nasce un tipo di cultura più "globale" e cosmopolita. Questo mutamento di clima culturale interviene anche sulla filosofia: l'importante "polo" filosofico di Atene perde la sua peculiare centralità, fioriscono altri centri di cultura, quali, ad esempio, Alessandria e Roma. Ad Alessandria si impone all'attenzione della storia il progetto della grande biblioteca in cui tutti i più importanti testi della tradizione culturale del tempo si trovano riuniti e disponibili alla consultazione dei sapienti (Ad Alessandria fiorisce la scuola neoplatonica di Plotino). La biblioteca si dice contenesse 600.000 volumi, per catalogare l'enorme massa di manoscritti si rese necessario assegnare a ciascun volume un titolo e un autore, cosa che prima di allora era stata sempre omessa. Oltre alla biblioteca importante fu la fondazione del Museo, il quale era un complesso architettonico simile a un campus moderno in cui i sapienti di ogni parte del mondo conosciuto potevano condurre le proprie ricerche in assoluta libertà (Alessandria gettò le basi di un nuovo modo di concepire ed esercitare la "sapienza"). Oltre ad Alessandria non poteva che imporsi all'attenzione della storia anche Roma. Qui fiorirono prevalentemente lo stoicismo, l'epicureismo e il neoplatonismo, a Roma vissero gli stoici Seneca ed Epitteto, stoico fu l'imperatore Marco Aurelio, ma anche l'epicureismo era molto diffuso come rimedio "laico" ai mali dell'anima, infine Plotino fondò a Roma la sua scuola neoplatonica suscitando grande impressione nell'imperatore Gallieno (244 d.C. circa). Possiamo delineare i tratti principali dell'ellenismo: 1) La filosofia perde il suo carattere teoretico (perde la tendenza a discutere dei soli concetti astratti e metafisici) e si interessa maggiormente all'etica e alla morale, si interessa alla ricerca attorno al giusto agire e al giusto comportamento in grado di guarire il male dell'ingiustizia (aspetto derivato dalle dottrine socratiche); 2) La filosofia diviene medicina dell'anima, il filosofo diventa terapeuta ("l'uomo deve essere liberato dalle passioni, vero e unico male", motto dello stoicismo; "vuoto è l'argomento del filosofo che non dà sollievo all'umana sofferenza", motto di Epicuro); 3) La fine della polis, dell'unità politica delle città-stato, che porta ad una "delocalizzazione" del pensiero e ad una maggiore apertura ai problemi universali dell'uomo (cosmopolitismo); 4) La scoperta della persona come singolo gravato da sofferenze, malumori, difficoltà legate alla condizione esistenziale: nell'arte si abbandona il canone della kalokagatia e si raffigurano momenti della vita quotidiana con maggiore realismo e meno idealismo, nel teatro, la tragedia lascia il posto alla commedia. 5) Il primo tentativo di raccolta enciclopedica del sapere, riassunto nella costruzione e nel mito della biblioteca d'Alessandria.
Da ricordare che l'ellenismo e il fiorire delle diverse scuole di pensiero portarono anche a un mutamento "didattico": dall'atteggiamento socratico improntato al dialogo e alla dialettica, si arrivò a un progressivo irrigidimento dei modi in cui la sapienza veniva trasmessa nell'ambito delle varie scuole. Soprattutto per l'epicureismo e per lo stoicisimo si assistette a un irrigidimento dottrinale, per cui le due scuole divennero circoli più chiusi ed elitari in cui i sapienti si confrontavano in nome del dogma proposto dalle rispettive parti. Tra le scuole si esasperò la competizione, all'interno delle dottrine si assistette ad una vera e propria divinizzazione del maestro, soprattutto nell'epicureismo (una gran numero di busti del maestro Epicuro furono ritrovati nelle case dei romani e dei greci del tempo) e il neoplatonismo (i cui maestri assumevano quelle caratteristiche "divine" che poi venne trasmessa all'iconografia del primo cristianesimo). La letteratura dell'età ellenistica è una letteratura che deriva da quella sviluppata nella regione greca fino al IV secolo, ma dimensionata e allargata alla nuova situazione data da una configurazione non più ristretta ma multietnica e internazionale, e dunque capace di giungere a esiti e sviluppi propri. Nasce ora il greco come lingua più o meno unica, la koinè , lingua internazionale per gli scambi culturali vigente in buona parte delle regioni affacciantesi sul Mediterraneo orientale, almeno tra i suoi gruppi dirigenti e intellettuali. E nasce uno scambio culturale a livello internazionale, con centri di cultura e scuole rinomate e conosciute. Rispetto agli sviluppi finora conosciuti in Grecia, cambiano le prospettive e i contenuti. Domina un certo cosmopolitismo e maggiori attenzioni sono tributati alle individualità . E' stato notato come la perdita del senso collettivo, comunitario che era proprio della vita della poleis, nei nuovi stati monarchici in cui la politica è tutta nelle mani di uno solo e del gruppo di palazzo, dei cortigiani, la spoliticizzazione della cultura significa la perdita di un campo di identità , ma anche l'acquisizione di nuovi ambiti e funzioni. Nel campo delle forme e dei contenuti, questa produzione continuò ad attingere alle fonti arcaiche e classiche per temi, forme linguistiche e metriche, ma cercò anche nuove fonti e temi in una sorta di barocchismo rivalutante temi eruditi, rari, accanto alla forte attenzione per i temi connessi all'interiorità . In campo filosofico si afferma lo stoicismo, a scapito dell'epicureismo. Lo stoicismo infatti permette ai nuovi poteri centrali di avviare una autogiustificazione sociale maggiore, al contrario dell'epicureismo che con il suo spregiudicato messaggio etico avrebbe potuto comportare profondi rivolgimenti sociali e politici. Dalle grandi monarchie ellenistiche di Siria, Egitto, Grecia e Macedonia, al costituirsi dell'impero romano, le élites ritrovarono nel razionalismo provvidenzialistico degli stoici la spiegazione più convincente dell'affermarsi di una realtà complessa e contraddittoria, sia sul piano collettivo che su quello individuale. Il 'Logos' divino che regge il mondo era in grado di dar conto, proprio in nome del suo progetto provvidenziale, delle ingiustizie umane, dei sacrifici delle guerre, della vessazione dei tributi, come pure di dolori e disgrazie individuali. Anche per questo esso potè dominare, per quattro secoli, mentre al contrario l'epicureismo ebbe un ruolo quasi ereticale e di opposizione, con la sua sistematica demolizione della 'religio' e della famiglia, la spietata critica della ricchezza e soprattutto del potere e dell'impegno politico. Il ripiegamento individualistico non è dato solo dalle principali correnti di pensiero dell'epoca (stoicismo, epicureismo, scetticismo). La crisi ideologica travolge la religione olimpica, si diffondono le credenze e i culti orientali: Attis, Mitra, Osiride. Rifioriscono anche le religioni misteriche greche: il carattere soteriologico di questi culti è molto spiccato. Gli scrittori di questo periodo si rivolgono a una ristretta cerchia, non a una comunità cittadina. Gli ampliamenti d'orizzonte sono fatti a spese di una rarefazione del pubblico. In campo filosofico importanti furono gli scritti di Epìkouros e dello stoico Zenone da Cizio. Dei poemi epici rimane solo quello di Apollonios da Rodi. L'elegeia I generi più consoni al gusto ellenista erano quelli che riguardavano composizioni brevi, con schemi liberi che potevano permettere la libera espressione dello scrittore, la combinazione di elementi disparati (autobiografici, descrittivi, lirici, polemici, scherzosi). L'elegèia, che nel periodo precedente era solo un metro connesso all'accompagnamento del flauto, usato per esprimere argomenti e contenuti di diverso tipo, accentua il carattere amoroso, mitologico e erudito, divenendo una delle forme più raffinate grazie a autori come soprattutto Kallimakhos (Callimaco). L'epillio Altro genere seguito l'epillio, piccolo epos, anche questo genere "ellenistico". Si trattava di un poemetto in esametri, di solito costruito su un tema mitologico, spesso con una digressione sotto forma di discorso diretto o di descrizione di un'opera d'arte. Scrissero epilli graziosi Theokritos e Kallimakhos. Di Euforion, poeta molto apprezzato e imitato dai poeti romani, specie nel I secolo (-), sappiamo che raccontava storie crudeli, in stile molto involuto.
Il circolo degli Scipioni Con Afro Publio Terenzio, e con i greci Polibio e Panezio, siamo nell'ambito della cerchia sociale e culturale del "circolo degli Scipioni". Con gli Scipioni, e soprattutto con Scipio Aemiliano, si compie un'operazione culturale di primaria importanza, la elaborazione di forme e modelli che si pongono in funzione di mediazione tra la cultura ellenistica e il senso realistico e l'etica romane. Qui si elabora l'ideologia aristocratica, imperialistica, di origine neostoica, che ebbe grande influenza sul mondo culturale e politico. E ancora una volta gli intellettuali più importanti sono di origine non romana. E' una influenza a cui non sfugge neppure il grande oppositore all'infiltrazione ellenistica, Marcus Porcius Cato, ed è rilevabile anche in Cecilio Stazio. La denominazione di Circolo degli Scipioni risale a Cicero, ed è sostanzialmente azzeccata. Il "circolo" si formò intorno alla metà del II secolo (-) attorno alla potente famiglia degli Scipioni. Vi fecero parte nobili come Scipione Aemiliano, Gaio Laelio. Essi promossero a Roma interessi letterari e filosofici, protettori di Terentio e di Lucilio, ebbero stretti contatti con grandi personalità della cultura greca del tempo, tra cui Panezio e Polibio. Ebbero una notevole influenza sullo sviluppo della letteratura e della cultura latina. Nella seconda metà del II secolo (-), i Gracchi cercano di interrompere il processo di dissoluzione del ceto dei piccoli proprietari agricoli, ossatura del sistema politico e militare romano. Di contro, gli esponenti di una cultura aristocratica, individualistica: al circolo degli Scipioni appartiene Gaio Lucilio che con le Satire rileva la dimensione individualistica, autobiografica fino ad allora poco evidente della produzione romana. E' un carattere che rimane realistico, e che ebbe significativa fortuna presso gli autori successivi. Età pre-ciceroniana. Per esigenza espositiva, abbiamo inteso quale "età pre ciceroniana" il periodo storico-politico-letterario che comprende, secondo lo schema tracciato in "cronologia", l' - età precedente all' "ellenizzazione": comprende le forme letterarie "indigene" o di origine italica che si affermano prima dell'incontro di Roma con la cultura greca. Cronologicamente giunge fino alle soglie del II sec. a.C.; - età dell' "ellenizzazione" (o degli Scipioni): comprende il II sec. a.C.. Vede l'affermarsi di una nuova letteratura, nata dall'incontro della cultura indigena con quella greca, già matura e raffinata. E' dominata dall'attività mediatrice degli Scipioni e dalle figure di Ennio, Plauto e Terenzio. Delle opere dei primi scrittori rimangono solo frammenti giuntici attraverso le citazioni di altri autori. Abbiamo invece 21 commedie di Plauto, il più originale manipolatore di commedie greche per adattarle alla sensibilità latina, e insieme il più grande innovatore nel campo della lingua latina, resa brillante anche attraverso il gioco continuo dell'allitterazione. La sua opera interpreta una società ancora unitaria nell'etica e nella cultura. Dopo di lui la cultura cominciò a divaricarsi anche per il crescente peso del mondo greco-ellenistico, che aveva il suo centro più vitale ad Alessandria. A Roma, nel cosiddetto "circolo degli Scipioni", con la figura centrale di Scipione Emiliano e con la presenza di Terenzio e dei greci Polibio e Panezio, venne elaborata una mediazione tra la cultura etico-estetica dell'ellenismo da un lato e la virtus e il senso realistico dei romani dall'altro; e prese forma una concezione neostoica della vita, di tipo aristocratico, che per lungo tempo costituì l'ideologia della classe dirigente romana. L'africano Terenzio, uno dei due grandi nomi del teatro latino insieme a Plauto, servì da modello a gran parte delle commedie europee fino all'età moderna. Egli propose una sensibilità morale così nuova e moderna da apparire ostico al pubblico romano. Latino di Tuscolo era invece Catone, il primo maestro della prosa latina, che espresse nelle Origines l'ideologia politica della confederazione italica e nel De agricoltura (giuntoci per intero) la mentalità sociale dei contadini italici. La dimensione individualistica e per certi aspetti autobiografica si configura per la prima volta con le Satire di Lucilio, anch'egli legato al "circolo degli Scipioni".
Del periodo compreso tra Catone e Cicerone non ci è giunta nessuna opera completa, anche se i fermenti culturali furono vivi. Il circolo degli Scipioni, la famiglia dei Gracchi. Nell'ambito della politica romana di quel periodo, aveva acquisito sempre più prestigio e potere il circolo degli Scipioni: questi erano un gruppo di persone che discendevano politicamente, e spesso anche in via parentale, da Scipione l'Africano e dal suo modo di intendere la politica.
Scipione, seppur militarista, fu da sempre attento alle istanze della popolazione e all'idea che la forza di Roma poggiasse soprattutto sul benessere della sua base sociale, ovvero i contadini, che costituivano anche la prima fonte di approviggionamento per l'esercito. Si poteva definire una forma democratica di gestione del potere, opposta a quei circoli che invece predicavano il mero militarisimo brutale della conquista e della distruzione. Per Scipione, anche in politica estera era importante creare equilibrio che evitasse l'ostilità aperta (si prenda come esempio il fatto che nella seconda guerra punica abbia garantito l'esistenza di Cartagine invece di sottometterla definitivamente). Fu all'interno di questa corrente politica che si formò una famiglia molto importante per l'apporto che diede alle vicende immediatamente seguenti le conquiste.
Tiberio Sempronio Gracco, già pretore in Spagna, dove si distinse per la giustezza del suo operato, aveva sposato Cornelia, la figlia di Scipione l'Africano. Di dodici figli ne sopravvissero però solo tre: Tiberio, Caio e Sempronia, poi sposatasi con Scipione Emiliano, vittorioso a Cartagine e a Numanzia. Divenuta presto vedova, Cornelia dedicò la propria vita ai figli, rifiutando anche una proposta di matrimonio di Tolomeo IV d'Egitto. Questo episodio evidenzia il prestigio e la popolarità che in quel periodo godeva anche fuori dai confini di Roma la figlia di Scipione. Ai suoi figli diede una esemplare educazione greca, come maestri ebbero Diofane di Mitilene e il filosofo di scuola stoica Blossio di Cuma e furono così sensibilizzati alle idee democratiche e "progressiste".
Fonte: rosannaspadini.altervista.org
Stoicismo
lo stoicismo filosofico-educativo
la media Stoà
- Alessandro il Macedone;
- L’uomo greco si sente indifeso;
- il mondo è senza confini, il confine dà sempre sicurezza, quando esco dal confine non ho più sicurezza;
- gli dei hanno rivelato debolezza.
- non nasce un nuovo pensiero ma un nuovo modo di pensare;
- cosa vuol dire un nuovo modo di pensare?
- il baricentro;
Nel momento in cui l’uomo trova l’attrazione del Bene trovava il suo baricentro. Ecco che entrano in scena Epicuro e Zenone, i quali cercano di indicare all’uomo un punto buono per stabilire il proprio baricentro.
- Epicuro e Zenone.
- seguire la natura;
si modifica il senso della natura, si modifica il senso di seguire la natura.
«conducimi o Zeus, e tu, o destino
là dove avete stabilito per me;
vi seguirò senza esitare; se resistessi
dovrò seguirvi, da vile, pur sempre»
Epitteto, Manuale
(Gli stoici. Opere e testimonianze, vol. I, p. 244- anche in Seneca, lettera 104)
- un nuovo pensare poiché c’è un sommovimento delle priorità;
- Cleante (vedi Inno a Zeus);
- la filosofia dell’educazione batte sulle implicanze;
- l’educatore non deve lasciare impronta.
- con gli stoici la contemplazione diviene minima, per entrare così nell’azione interiore;
non l’imparare per l’accademia ma per il vivere.
- Panezio;
non si cerca la perfezione in astratto ma nella concretezza dell’essere.
- la natura razionale;
- la natura sensibile;
- la natura individuale.
- la morale si svincola dal religioso e dal fisico, progredisce la comprensione e la valorizzazione dell’uomo concreto, si mette l’accento sulle sue capacità.
- Posidonio
Riferimenti bibliografici
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Nietzsche F., La Gaia Scienza - Aforisma 125 “L'uomo pazzo”, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1999 ParenteM. Isnardi(a cura di), Gli stoici. Opere e testimonianze, vol. I, TEA, Torino, 1994. pp. 100-210.
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Seneca L. A., Lettere a Lucilio, lettera 107, TEA, Torino, 1994.
Tommaso d’Aquino, De magistro, a cura di E. Ducci, Anicia, Roma, 1995.
Fonte: formazione.uniroma3.it
Stoicismo tutto di tutto
SENECA ed il concetto di tempo
Lucio Anneo Seneca nacque a Corduba, capitale della provincia romana dell'Hispania Baetica, negli ultimi anni del I sec. a.C. (tradizionalmente il 4 a.C.); la gens Annaea era di rango equestre e il padre, Seneca il Retore, viene ricordato nella storia letteraria come autore di controversiae e suasoriae. Compí studi di retorica e filosofia a Roma: i suoi maestri lo orientarono ad un ideale ascetico, di progressiva conquista di una piena libertà spirituale; tra di essi gli fu particolarmente caro lo stoico Attalo, frequentemente ricordato nell'epistolario. Fin da giovane non dovette godere di buona salute, tanto che, terminati gli studi, si recò in Egitto per curare in un clima piú adatto un grave male da cui era affetto; sulla natura di questa malattia c'è ancora incertezza tra gli studiosi. Nel 31 d.C., all'indomani della caduta di Seiano, crudele prefetto del pretorio di Tiberio, tornò a Roma, deciso a dedicarsi alla carriera forense e ad intraprendere la strada della politica: nel 38, quando era imperatore Caligola, ottenne la questura, primo gradino del cursus honorum; in seguito ebbe accesso alla corte imperiale ed ottenne grandi successi grazie alle sue brillanti capacità oratorie, ma nel 39 - forse a causa di un discorso inopportuno pronunciato alla presenza del princeps - corse il rischio di essere condannato alla pena capitale. Nel 41, dopo la presa di potere di Claudio, fu coinvolto nei complessi intrighi di corte intessuti dall'imperatrice Messalina e relegato in Corsica, in seguito ad un'accusa di adulterio. Il forzato soggiorno in quella terra semideserta, senza la speranza di un immediato ritorno, lo avviò definitivamente alla riflessione filosofica: negli otto anni di permanenza in quell'isola selvaggia si avvicinò allo stoicismo, ma effettuò anche diversi tentativi per poter rientrare a Roma, tra i quali l'invio di un'adulatoria consolatio al potentissimo Polibio, liberto di Claudio, a cui era morto il fratello.
Soltanto dopo la condanna a morte di Messalina, implicata in una congiura contro il consorte, S. venne richiamato dall'esilio: la nuova imperatrice, Agrippina minore, vide in lui l'ideale precettore del figlio di primo letto Domizio, il futuro imperatore Nerone, che, adottato da Claudio, era destinato alla successione per ragioni di maggiore età rispetto a Britannico, figlio dello stesso Claudio e di Messalina. Impegnatosi a fondo nell’insegnamento, S. si illuse di poter educare il suo allievo ai valori dell'humanitas e della tolleranza, indicandogli la figura di Augusto come modello di equilibrio e rispetto delle tradizioni, e, nello stesso tempo, indirizzandolo alle arti, care al mondo ellenico, del canto, della musica, della ginnastica. Quando Nerone prese il potere, nel 54, a soli diciassette anni di età, S., pur mantenendosi in una posizione defilata, continuò ad influenzare positivamente il giovane princeps, ispirando alcuni atti significativi della sua politica, come i provvedimenti per migliorare la condizione degli schiavi e il progetto di riforma fiscale, e riuscendo nello stesso tempo ad equilibrare i rapporti tra l'imperatore e il Senato. Al termine di questo lungo periodo di serenità - il cosiddetto "quinquennio felice", dal 54 al 59 - la prepotente affermazione della personalità dello imperatore, deciso tra l'altro a ripudiare la moglie Ottavia per legarsi a Poppea Sabina, accentuò gravi contrasti con la madre, che, in concorrenza con lo stesso S. e con il prefetto del pretorio Afranio Burro, tentava di esercitare una decisa influenza sul giovane. Alle forti pressioni di Agrippina, che minacciava di promuovere la salita al trono del fratellastro Britannico, Nerone non esitò a rispondere con una reazione violentissima: dapprima fece uccidere il rivale, poi, a breve distanza di tempo, ordinò la morte della stessa madre; è difficile valutare quale sia stato l'atteggiamento di S. in questa vicenda: sembra comunque che non rimase estraneo all'organizzazione del matricidio o quantomeno - secondo lo storico Tacito - non fece nulla per impedirlo. Nel 62, dopo la morte di Burro, forse avvelenato, e di Ottavia, esiliata e poi uccisa per ordine dell'imperatore, S. decise di ritirarsi dalla vita politica; Nerone, sempre piú isolato, lo avrebbe voluto ancora al suo fianco, ma il suo antico precettore fu irremovibile, manifestando un forte desiderio di tornare alla meditazione filosofica e adducendo anche motivi di salute. In questo periodo egli si dedicò ad opere di grande impegno, spingendosi con ottimi risultati anche nel campo della poesia tragica.
Nel 65 venne scoperta la congiura antineroniana "dei Pisoni" (dal nome del suo principale promotore, il nobile Gaio Calpurnio Pisone); ad essa aderí Lucano, nipote del filosofo. Anche S. fu accusato di averla sostenuta; corse persino voce che alcuni dei congiurati avessero deciso di elevare al trono imperiale non Pisone, ma lo stesso S.. Inviatogli da Nerone l'ordine di uccidersi, lo accolse serenamente e morí alla maniera di Socrate, mentre conversava di filosofia con gli amici (aprile 65).
Il tempo nell'opera di Seneca
Seneca, che deriva la sua concezione sul tempo dagli stoici (rivalutazione del tempo nel suo dinamismo e nel suo perenne fluire), si sofferma a riflettere in numerosi passi delle sue opere sul concetto di tempo, senza però mai farne oggetto di una trattazione specifica. Il tempo assume in S. una connotazione prevalentemente etica : è il tempo vissuto nell'inquietudine di una ricerca esistenziale e nel timore che esso sfugga all'uomo troppo preso da occupazioni terrene e quindi incapace di farne buon uso.
La riflessione sul tempo, tema centrale nell'opera senecana, ruota essenzialmente attorno a due poli:
- il tempo come entità fuggevole e caduca, dalla quale il sapiens deve affrancarsi e che l'uomo comune impiega in occupazioni dispersive, e, viceversa,
- il tempo come unico bene in possesso dell'uomo, strumento per raggiungere la perfezione morale e la saggezza. Questi due aspetti apparentemente contraddittori fra loro sono accomunati da un unico presupposto filosofico, che fa leva non sulla "quantità" ma sulla "qualità" del tempo: il tempo è fuggevole, labile e per definizione caduco, ma, se usato proficuamente, al fine di raggiungere la saggezza, è l'unica nostra vera ricchezza.
Non il tempo, ma il suo uso dipende da noi: a dispetto della sua precarietà, il tempo della nostra vita è l'unica dimensione attraverso la quale ci è dato assurgere alle verità filosofiche, raggiungere la perfezione della saggezza. Il sapiens, che avrà fatto buon uso del suo tempo, riuscirà ad elevarsi al di sopra della condizione mortale e a vivere, simile ad un dio, in un presente atemporale, privo di desideri, timori e speranze.
Fugacità del tempo
Il senso della fuga del tempo e della precarietà delle cose umane percorre tutta l'opera di S. ; a dargli espressione S. utilizza tre metafore; il tempo come un fiume che scorre inarrestabile (De brev. vit. 8,5" andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità; scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste") , il punto nel quale si risolve e si vanifica l'esistenza umana (Ep. ad Luc. 49,3 "è un punto quello che viviamo, e ancor meno di un punto"), l'abisso nel quale si perde ogni cosa (Ep. ad Luc. 49,3 "tutte le cose cadono nel medesimo abisso")
In S. il motivo della fuga "rapinosa" del tempo si tinge spesso dei toni di un'angosciosa consapevolezza, che guarda all'instabilità e alla precarietà delle sorti umane; la riflessione sul tempo che scorre si trasforma così, spesso, in una penosa riflessione sulla morte (Ep. ad Luc.99,9 " in tanta fluttuazione delle cose umane niente per alcuno è certo se non la morte"; De brev. vit.7,3" ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò che ti stupirà di più, ci vuole una vita per imparare a morire").
Il Tempo nel De brevitate vitae e nelle Epistole ad Lucilium
Al tempo, al suo significato e al suo uso, S. dedica un intero dialogo, il De brevitate vitae, composto tra il 49 ed il 54d.C.; il dialogo sviluppa come tema centrale l'opposizione tra l'atteggiamento degli "occupati" che "scialacquano" il proprio tempo disperdendosi in occupazioni futili, ed il "sapiens", che, vivendo in aristocratica solitudine, dedica il proprio tempo alla sola conquista della saggezza.
La riflessione senecana sul tempo, che trova una sua prima, articolata espressione, nel De brev. vit. , si completa nell'epistolario. Se l'antidoto al fluire incessante del tempo è costituito dalla conquista di un'immortalità che "supera" il tempo, nel dialogo questa conquista si circonscrive ad una dimensione puramente intellettuale di "evasione" dal presente; il saggio è in grado di dominare col pensiero anche le età che lo hanno preceduto, in un'ideale comunione con i grandi spiriti del passato (De brev vit. 14,1" Soli fra tutti sono sfaccendati quelli che dedicano il loro tempo alla saggezza, solo essi vivono; né solo della loro vita sono attenti custodi: vi aggiungono ogni età; tutti gli anni alle loro spalle sono un loro acquisto. Se non siamo mostri di ingratitudine, quei fari di luce, fondatori di sacre dottrine, sono nati per noi, hanno predisposto la vita per noi..., non siamo esclusi da nessun secolo, a tutti abbiamo libero accesso, e, se vogliamo evadere dalle angustie della debolezza dello spirito, è molto il tempo per cui spaziare") .
Nelle Epistole l'ideale dell'atemporalità del saggio si concreta e si estende: il sapiens usa del tempo per uscire dal tempo, nella conquista di valori che del tempo non hanno più bisogno (101,8-9 " Chi ogni giorno dà alla sua vita l'ultima mano, non sente il bisogno del tempo; da questo bisogno nascono il timore, la brama del futuro che ci rode l'animo...Come riusciremo a sfuggire a tale agitazione? In un solo modo: se la nostra vita non si espanderà al di fuori, ma si concentra in se stessa; giacché è in balia del futuro colui per il quale il presente è vano. Ma quando non ho più alcun debito verso di me, e quando l'animo, ben saldo, sa che non c'è differenza fra un giorno e un secolo, esso guarda dall'alto tutti i giorni e gli eventi futuri e considera ridendo allegramente il succedersi del tempo"; 92,25 " Qual è la caratteristica della virtù? Essa non ha bisogno dell'avvenire e non fa il computo dei suoi giorni: in uno spazio di tempo quanto vuoi breve giunge al pieno possesso dei beni eterni") .
Seneca ed il "carpe diem" epicureo
La valorizzazione attenta di ogni attimo dell'esistenza è il mezzo attraverso il quale è possibile raggiungere la saggezza e superare la debole condizione umana (Ep. 101,10 "perciò affrettati, o mio Lucilio, a vivere, e considera ogni giorno una vita"). Il concetto del vivere pienamente in ogni istante della propria vita è, anche, ideale epicureo, e ricorre come si sa in Orazio, Odi I,11 vv7-8 "dum loquimur, fugerit invida/ aetas; carpe diem, quam minimum credula postero"; Odi III,29 vv41ss." Ho vissuto. Offenda pure domani Giove di nere nubi il cielo o brilli il sole, non potrà rendere vano il passato, né disperdere o mutare quello che mi ha dato l'ora fuggitiva".
Le analogie tra il concetto espresso da Orazio e quello espresso da Seneca tradiscono però una grande differenza di impianto: alla base del carpe diem epicureo c'è il concetto del vivere intensamente ogni attimo dell'esistenza, capitalizzandone gioie e piaceri, in un'ottica "distensiva" dello spirito. Nel concetto stoico del "vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo" si concretizza invece l'ideale di una pratica filosofica sempre tesa alla conquista della saggezza, in lotta con il tempo che scorre implacabile; un'ottica, quindi, che non mira alla distensione, quanto piuttosto alla tensione dello spirito. Padroneggiare il presente ed affrancarsi dal domani diventa in Seneca un invito al possesso integrale di se stessi, non solo e non tanto, quindi, un richiamo al carattere effimero dell'esistenza.
N.B.
Le sentenze ed i motti proverbiali che chiudono le lettere dei primi 3 libri costituiscono la componenente parenetica dell'epistolario senecano. (da parenesi, termine di derivazione greca dal verbo paraineo "esorto", che ha il significato di "esortazione", riconducibile a motivi o caratteri oratori)
Epistulae morales ad Lucilium I, 1-5
Il primo passo per riprendere il controllo di sé è il controllo del proprio tempo: la soluzione di questo problema è per Seneca il banco di prova e la condizione preliminare per un giusto avvio alla sapienza, cioè alla filosofia e alla vita impostata secondo principi filosofici. La lettera contiene la puntualizzazione di alcune nozioni importanti, come la iactura temporis, la perdita del tempo che avviene senza che ci accorgiamo di perderlo (parr. 1 e 2), o come l'osservazione che. nessuno pone un prezzo al tempo, considerandolo res vilissima, cosa di poco conto, mentre è il bene più prezioso che possediamo (par.3). Nei due paragrafi conclusivi (4 e 5) si hanno esortazioni al corretto uso e alla valutazione costante del proprio tempo
Nelle prime lettere a Lucilio, Seneca vuole evitare il tono trattatistico e richiamare piuttosto il carattere leggero e confidenziale della lettera, intesa come comunicazione personale. La novità, rispetto alla lettera tradizionale, non sta nel tono, che anzi rimane semplice e vicino alla sensibilità del destinatario, ma nei contenuti, che non sono le solite notizie personali e i fatti quotidiani delle lettere, ma argomenti filosofici, principi di vita, che devono avviare il destinatario all'interesse per la filosofia e alla riforma della propria esistenza.
Acceso è l'invito a distaccarsi dalle attività che sottraggono tempo, in corrispondenza con l'atteggiamento finale di Seneca nei confronti della vita pubblica, che ormai, in questa fase, egli vede compromessa e a lui preclusa dall'atteggiamento tirannico e dai crimini di Nerone.
Da un punto di vista stilistico è da rilevare anzitutto il tono, rassicurante e quasi affettuoso, di amico coinvolto nella vicenda spirituale di un amico: Ita fac, mi Lucili.. (par. 1) e ancora Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis... (par. 2). Altro aspetto significativo è l'uso di modelli analogici, che rendono visibile l'astrazione del pensiero, come il ricorso all'immagine del tempo-denaro (par. 1 e più esplicitamente par. 4). Proprio questa necessità di fornire una sapienza subito accostabile e fruibile da parte del destinatario spinge Seneca a fare ricorso anche più del consueto alle sententiae che concentrano in poche, dense parole importanti principi filosofici, come dum differtur, vita transcurrit e omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est.
Sequenze
1 Occorre salvare il tempo che ci viene sottratto in vari modi
“Fa’ così, o mio Lucilio, rivendica il possesso di te stesso, e il tempo che finora o ti veniva portato via, o ti veniva sottratto, o ti sfuggiva, raccoglilo e custodiscilo. Convinciti che è così come scrivo: certi spazi di tempo ci sono portati via, altri ci sono sottratti di nascosto, certi scorrono via. Tuttavia la più vergognosa di tutte è la perdita di tempo che avviene per negligenza . E se vuoi badare, gran parte della vita sfugge nel fare il male, una grandissima parte nel non far nulla, tutta la vita a fare altro.
2 Occorre valutare il presente per non essere dipendenti dal futuro
Chi mi indicherai che determini un prezzo per il tempo, che dia un valore al giorno, che si renda conto di morire ogni giorno? In questo ci sbagliamo, che guardiamo la morte avanti a noi: invece gran parte di lei è già alle nostre spalle. Tutto il tempo dietro a noi, lo tiene in pugno la morte. Fa’ dunque, o mio Lucilio, quello che mi scrivi di fare già, abbraccia tutte le tue ore, avverrà così che tu dipenda meno dal domani , se allungherai la mano sull’oggi.
3 Il tempo è l’unico nostro bene e va difeso e custodito
Mentre si rincorre, la vita se ne va. Tutto appartiene ad altri, solo il tempo è una cosa nostra; la natura ci ha immesso nel possesso di un solo bene, fugace e sfuggente, dal quale ci caccia chiunque lo voglia.. E tanta è la stoltezza dei mortali che si riconoscono debitori (imputari sibi patiantur), una volta ottenutale (cum inpetravere), di cose che sono di scarsissima importanza e di scarsissimo valore e sicuramente recuperabili; nessuno invece, che abbia ricevuto del tempo, , ritiene di essere debitore di alcunché, mentre è questa l’unica cosa che neppure una persona grata può restituire.
4 Il tempo, come fosse denaro, va sempre tenuto controllato
Chiederai forse che cosa faccio io, che ti do questi consigli. Te lo dirò schiettamente: : quello che capita a chi spende molto (luxuriosum) ma che è sempre attento (diligentem), ho sempre il controllo della spesa. Non posso dire di non sprecare nulla, ma posso dire che cosa spendo, quanto e come, posso dire le cause della mia indigenza. Ma a me capita quello che capita a coloro che si sono ridotti in miseria non per colpa loro: tutti dimostrano comprensione, ma nessuno dà loro una mano.
5 Conclusione della lettera e riepilogo del contenuto dottrinale in forma di sentenza
Quale è dunque la conclusione? Non ritengo povero colui il quale, per quanto poco gli resti, ne ha abbastanza; quanto a te, tuttavia, preferisco che tu tenga da conto le tue cose, e comincerai al momento giusto. Infatti, come è sembrato ai nostri antichi, “è troppo tardi risparmiare quando si è al fondo” . Al fondo non resta solo la parte più piccola, ma anche la peggiore. Addio”
Seneca Lucilio suo salutem
2 Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas conplectere*; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit.
3 Omnia Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum inpetravere* patiantur, nemo se iudicet quicquarn debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere.
4 Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat inpensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. 5 Quid ergo est? Non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris , "sera parsimonia in fundo est" , non enim tantum minimum sed pessimum remanet. Vale. * complectere imperativo presente, 2' sing di complector (qui nella forma conplector) *inpetravere: perfetto indicativo, 3' pl di impetro (qui inpetro) |
Seneca saluta il suo Lucilio |
Epistulae morales ad Lucilium 7, 6-9 (traduzione libera)
7…..Subducendus populo est tener animus et parum tenax recti: facile transitur ad plures. Socrati et Catoni et Laelio excutere morem suum dissimilis multitudo potuisset: adeo nemo nostrum, qui cum maxime concinnamus ingenium, ferre impetum vitiorum tam magno comitatu venientium potest. Unum exemplum luxuriae aut avaritiae multum mali facit: convictor delicatus paulatim enervat et mollit, vicinus dives cupiditatem irritat, malignus comes quamvis candido et simplici rubiginem suam affricuit: quid tu accidere his moribus credis in quos publice factus est impetus? Necesse est aut imiteris aut oderis. Utrumque autem devitandum est: neve similis malis fias, quia multi sunt, neve inimicus multis, quia dissimiles sunt. Recede in te ipse quantum potes; cum his versare qui te meliorem facturi sunt, illos admitte quos tu potes facere meliores. Mutuo ista fiunt, et homines dum docent discunt. Non est quod te gloria publicandi ingenii producat in medium, ut recitare istis velis aut disputare; quod facere te vellem, si haberes isti populo idoneam mercem: nemo est qui intellegere te possit. Aliquis fortasse, unus aut alter incidet, et hic ipse formandus tibi erit instituendusque ad intellectum tui. 'Cui ergo ista didici?' Non est quod timeas ne operam perdideris, si tibi didicisti.
Sed ne soli mihi hodie didicerim, communicabo tecum quae occurrunt mihi egregie dicta circa eundem fere sensum tria, ex quibus unum haec epistula in debitum solvet, duo in antecessum accipe. Democritus ait, 'unus mihi pro populo est, et populus pro uno'. Bene et ille, quisquis fuit - ambigitur enim de auctore -, cum quaereretur ab illo quo tanta diligentia artis spectaret ad paucissimos perventurae, 'satis sunt' inquit 'mihi pauci, satis est unus, satis est nullus'. Egregie hoc tertium Epicurus, cum uni ex consortibus studiorum suorum scriberet: 'haec' inquit 'ego non multis, sed tibi; satis enim magnum alter alteri theatrum sumus'. Ista, mi Lucili, condenda in animum sunt, ut contemnas voluptatem ex plurium assensione venientem. Multi te laudant: ecquid habes cur placeas tibi, si is es quem intellegant multi ? introrsus bona tua spectent. Vale.
Seneca saluta il suo Lucilio. (questa parte manca nel testo latino, fino al par. 7)
Tu vuoi sapere che cosa ritengo si debba principalmente evitare? La folla. Non la puoi ancora frequentare senza pericolo. Io almeno confesserò la mia debolezza: riporto a casa quei costumi che ho portato fuori. Quel poco che avevo messo in ordine viene turbate, ritorna qualcuno dei vizi che avevo cacciato. Ciò che succede agli ammalati che una lunga infermità ha afflitto a tal punto che non possono uscire senza danno, questo stesso succede pure a noi: anche i nostri animi stanno rimettendosi da una lunga malattia. La dimestichezza con la folla è nociva: ognuno o ci raccomanda un vizio o ce lo trasmette o ci unge senza che noi ce ne accorgiamo. Ed il pericolo è tanto più grande quanto più grande è la folla nella quale ci confondiamo. In verità che cosa può esserci di più dannoso ala virtù che poltrire assistendo ad uno spettacolo? Infatti allora i vizi, favoriti dal piacere più facilmente si insidiano nell'animo. Che cosa pensi che io dica? Ritorno a casa non solo più avido di beni materiali, ma anche più crudele più inumano perché sono stato tra gli uomini. Per caso capitai in uno spettacolo meridiano aspettandomi giochi e facezie e qualcosa di riposante con cui gli occhi degli uomini si possono riposare dalla vista del sangue umano. È tutto il contrario: i combattimenti precedenti erano opera di misericordia; ora lasciate da parte le bazzecole, avvengono veri e propri omicidi. I gladiatori non hanno nulla con cui proteggersi. Esposti ai colpi in tutto il corpo, mai spingono avanti invano la mano armata. Questo genere di lotta i più lo preferiscono alle coppie di gladiatori ordinarie e straordinarie. E perché non dovrebbero preferirli? La spada non può essere respinta con l'elmo, con lo scudo. A che cosa servono le difese? A cosa servono le schermaglie? Tutte queste cose sono indugi alla morte. Al mattino gli uomini sono gettati ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori. Gli spettatori ordinano che gli uccisori siano gettati in pasto a quelli che gli uccideranno e riservano il vincitore per un'altra strage: il risultato dai combattimenti è la morte: si combatte col ferro e col fuoco. Queste cose accadono mentre l'arena è vuota! "Ma qualcuno ha commesso un furto ed ucciso un uomo". E allora? Quello perché ha ucciso ha meritato di subire ciò e tu sciagurato che pena hai meritato per guardare questo? "Uccidilo, colpiscilo, brucialo! Ma perché va in contro alla spada con tanto timore? Perché uccide con poca audacia, perché muore poco volentieri. Lo si spinga con le botte in contro alle ferite: ricevano colpi reciproci con i petti nudi e posti l'uno di fronte all'altro". Lo spettacolo è sospeso: "Nel frattempo si sgozzino altri uomini affinché non si stia a far niente". Suvvia non comprendete che i cattivi esempi ricadano sopra quelli che li fanno. Ringraziate gli dei immortali perché insegnate ad essere crudele a colui che non può imparare (si riferisce a Nerone).
7 Va tenuto lontano dalla folla l'animo debole e poco saldo nel bene: è facile passare dalla parte dei più (maggioranza). Una massa dissimile avrebbe potuto strappare i costumi (principi) persino a Socrate, Catone, Lelio; nessuno di noi, nel momento in cui cerchiamo di accordare il nostro spirito (soprattutto quando il nostro carattere è in formazione), può resistere alla pressione dei vizi che arrivano con grande seguito. Un solo esempio di mollezza o di avarizia fa molto male (produce gravi danni): un commensale dedito ai piaceri a poco a poco ci rende fiacchi e molli, un vicino ricco incita il desiderio (scatena la tua avidità), un compagno malvagio, per quanto candido e semplice attacca la sua ruggine (contamina anche un uomo semplice e puro): che cosa pensi che succeda a quei caratteri contro i quali fa impeto tutta una folla? E' necessario che o li imiti o li odi. Ma sono da evitare l'uno e l'altro (estremo): non devi assimilarti ai malvagi, perché sono molti, né essere nemico di molti, perché sono dissimili. Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché mentre gli uomini insegnano, imparano. Non c'è ragione per cui il desiderio di gloria debba spingerti a esibire a tutti il tuo ingegno in mezzo alla folla, con la voglia di tenere pubbliche letture o di dissertare; ti consiglierei di agire così, se tu avessi merce adatta alla massa, ma non c'è nessuno in grado di capirti. Forse qualcuno, uno o due capiranno, e tu dovrai formarlo ed educarlo perché ti possa capire. "Ma allora, per chi ho imparato tutto questo?" Non è il caso che tu tema di aver perso il tuo tempo, se hai imparato per te.
Ma per evitare di aver imparato solo per me oggi, ti scriverò tre belle massime che mi è capitato di leggere all'incirca sullo stesso argomento: di queste una salda il mio debito per questa lettera, le altre due prendile come anticipo. Scrive Democrito: "Secondo me, una sola persona vale quanto tutto il popolo e il popolo quanto una sola persona." Dice bene anche quell'altro, chiunque sia stato (è incerto, infatti, di chi si tratti); gli chiedevano perché si applicasse con tanto impegno a una materia che pochissimi avrebbero compreso, rispose: "A me bastano poche persone, anzi anche una sola o addirittura nessuna." Eccellente anche questa terza affermazione, di Epicuro; in una sua lettera a un compagno di studi: "Io parlo non per molti, ma per te;" scrive, "noi siamo l'uno per l'altro un teatro sufficientemente grande." Devi, caro Lucilio, serbare in te queste massime, per disprezzare il piacere che deriva dal consenso generale. Molti ti lodano; ma perché dovresti rallegrarti se sono in tanti a capirti? I tuoi meriti ricerchino l'approvazione della tua coscienza. Stammi bene.
Contestualizzazione
La civiltà sta cambiando, ma per il momento solo Seneca va contro questa pratica degli spettacoli; però è più una forma di disgusto che di protesta. Infatti lui è il saggio aristocratico che odia il volgo, è presente una aristocratica superiorità. Si ritira a meditare su se stesso, le illusioni sono venute meno (frase su Nerone) si ritira dalla vita attiva, richiesta di interiorità che emerge. Seneca sviluppa il tema della necessità di sottrarsi all'influsso della massa in un discorso che culmina nel celebre "recede in te ipse". Era un tema della predicazione morale quello di mettere in guardia dall'amalgamarsi con gente di basso e scarso valore. Seneca specifica chi deve essere tenuto lontano dalla folla"un animo tenero e nn ancora ben radicato nel bene". Questo ci dice che l'opera di perfezionamento individuale riguarda la fase di spinta verticale. L'atteggiamento di Seneca non fa distinzione sociale tra umili e potenti, il popolo da cui star lontano è quello delle persone inguaribili dai loro mali.
I temi: il corpo dell'argomentazione è legato all'inutilità di avere rapporti che sono peraltro pericolosi con gente con la quale ne si ha ne si puo avere in comune.
Lo stile: l'aspetto più interessante è la scelta linguistica. Seneca non scegli il vocabolo che suona meglio ma quello che colpisce per la sua carica metaforica ed evocativa.
Epistulae morales ad Lucilium, 101 (4-7) (traduzione libera)
Come è insensato disporre della propria vita, se non siamo padroni neppure del domani! Come sono pazzi quelli che danno il via a progetti lontani nell'avvenire: comprerò, costruirò, darò denaro in prestito, ne riscuoterò, ricoprirò cariche, e alla fine passerò in ozio, stanco e soddisfatto, la vecchiaia. 5 Credimi: tutto è incerto, anche per gli uomini fortunati; nessuno deve ripromettersi niente per il futuro; anche quello che abbiamo fra le mani ci sfugge e il caso tronca l'ora stessa che stringiamo. Il tempo passa secondo una legge determinata, ma a noi sconosciuta: e che mi importa se per la natura è certo quello che per me è incerto? 6 Ci proponiamo lunghi viaggi per mare e un ritorno in patria lontano nel tempo, dopo aver vagato per lidi stranieri; imprese militari e tardive ricompense di fatiche guerresche, amministrazioni di province e avanzamenti di carriera, di carica in carica, mentre la morte ci sta accanto; e poiché non ci pensiamo mai, se non quando tocca agli altri, di tanto in tanto ci vengono messi davanti esempi della nostra mortalità, che, però, durano in noi solo quanto il nostro stupore. 7 Ma niente è più sciocco che stupirsi che accada un giorno quanto può accadere ogni giorno. Il termine della nostra vita sta dove l'ha fissato l'inesorabile ineluttabilità del destino; ma nessuno di noi sa quanto si trovi vicino alla fine; disponiamo, perciò la nostra anima come se fossimo arrivati al momento estremo. Non rinviamo niente; chiudiamo ogni giorno il bilancio con la vita.
Epistulae morales ad Lucilium, 101 (7-10) (traduzione libera)
Nihil differamus; cotidie cum vita paria faciamus. [8] Maximumvitae vitium est quod inperfecta semper est, quod [in] aliquid ex illadiffertur. Qui cotidie vitae suae summam manum inposuit non indiget tempore;ex hac autem indigentia timor nascitur et cupiditas futuri exedens animum. Nihil est miserius dubitatione venientium quorsus evadant; quantum sitillud quod restat aut quale sollicita mens inexplicabili formidine agitatur. [9] Quo modo effugiemus hanc volutationem? Uno: si vita nostra non prominebit, si in se colligitur; ille enim ex futuro suspenditur cui inritum est praesens. Ubi vero quidquid mihi debui redditum est, ubi stabilita mens scit nihilinteresse inter diem et saeculum, quidquid deinceps dierum rerumque venturumest ex alto prospicit et cum multo risu seriem temporum cogitat. Quid enimvarietas mobilitasque casuum perturbabit, si certus sis adversus incerta? [10] Ideo propera, Lucili mi, vivere, et singulos dies singulas vitas puta. Qui hoc modo se aptavit, cui vita sua cotidie fuit tota, securus est……
Non rinviamo niente; chiudiamo ogni giorno il bilancio con la vita. 8 Il difetto maggiore dell'esistenza è di essere sempre incompiuta e che sempre se ne rimanda una parte. Chi dà ogni giorno l'ultima mano alla sua vita, non ha bisogno di tempo; da questo bisogno nascono la paura e la brama del futuro che rode l'anima. Non c'è niente di più triste che chiedersi quale esito avranno gli eventi futuri; se uno si preoccupa di quanto gli resta da vivere o di come, è agitato da una paura inguaribile. 9 Come sfuggire a questa inquietudine? In un solo modo: la nostra vita non deve protendersi all'avvenire, deve raccogliersi in se stessa; chi non è in grado di vivere il presente, è in balia del futuro. Ma quando ho pagato il debito che avevo con me stesso, quando ho ben chiaro in testa che non c'è differenza tra un giorno e un secolo, posso guardare con distacco il susseguirsi dei giorni e degli eventi futuri e pensare sorridendo al succedersi degli anni. Se uno è saldo di fronte all'incerto, non può turbarlo la varietà e l'incostanza dei casi della vita. 10 Affrettati, perciò a vivere, Lucilio mio, e i singoli giorni siano per te una vita. Chi si forma così e ogni giorno vive compiutamente la sua vita, è tranquillo…
Fonte: digilander.libero.it
Stoicismo
CENNI DI STORIA ROMANA IN ETA’ IMPERIALE
Augusto muore nel 14 d.C. Il principato augusteo fu caratterizzato da un ritorno all’ordine, alla tradizione, le leggi furono rigide e tesero e ritornare ad un tradizionalismo che ormai si era perso.
Gli autori riescono a lavorare in autonomia anche senza andare contro le idee del principe, e per la letteratura ci fu una crescita con l’introduzione dell’epica, dell’elegia...
Il successore di Augusto è Tiberio che regna fino al 37 d.C. il nuovo principe risulta una persona oscura e crudele. E’ un momento di stasi culturale. Nasce solo una storiografia filosenatoria che non rimane perché i lavori vengono distrutti e gli autori uccisi. Gli unici scritti che ci giungono sono quelli di Velleio Patercolo e Valerio Massimo che sono rappresentanti del partito della parte del principe, e scritti scientifici e astrologici di Manilio e la storia di Alessandro Magno scritta da Curzio Rufo.
Tiberio è un imperatore sospettoso e non riesce a governare in nodo stabile tanto che bisogna formare delle corti pretorie. Viene rispolverata una legge che aveva come scopo di salvaguardare gli interesse del principe e che permette a Tiberio di mandare a morte un numero considerevole di persone.
Roma ha problemi sia all’interno che all’esterno con i Galli che premono a causa di una dura pressione fiscale.
Nel 33 si ha una crisi economica, per cui Tiberio non continua le opere pubbliche e al posto di spendere tesaurizza facendo circolare sempre meno moneta.
Nel 37 Tiberio muore e al suo posto sale al trono Caligola uno dei due figli che Tiberio aveva adottato.
Caligola soffre di epilessia e aveva delle manie.
Fino al 41 cerca di non compromettere il rapporto con lo Stato, impone nuove tasse alle provincie per finanziare opere pubbliche e fa una politica estera finalizzata alla conquista della Britannia.
Indice anche una persecuzione violenta contro gli Ebrei in Palestina, tanto che il suo successore dovrà istituire una legge per tutelare il loro diritto di commercio e di religione.
Gli succede Claudio, che ha tendenze concilianti, concede donati in denaro o in frumento al popolo e si circonda di liberti. Tenta quindi di ingraziarsi il popolo.
E’ sfortunato nella scelta delle mogli: si sposa quattro volte e una delle mogli è Agrippina, mamma di Nerone che nel 54 gli succede al trono.
Quando sale al trono Nerone è troppo giovane per governare da solo per cui gli si affiancano la madre e Seneca. Fino al 59 la sua politica è sana, poi la sua indole lo porta a compiere gesti ingiustificati, come l’uccisione della stessa madre.
La sua politica è volta a ingraziarsi il popolo attraverso donati e il senato delegando certi poteri.
Fa costruire la DOMUS AUREA spendendo tutti i soldi dello Stato. Inoltre provoca la svalutazione del denario, coniando monete che non sono realmente d’argento.
Nerone si suicida quando si rende conto di essersi attirato le ire del Senato e del popolo, lasciando Roma in estrema povertà.
Nel 68 si ha un periodo di anarchia e nel 69 si succedono al trono quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano (fondatore della stirpe dei Flavi).
In questo periodo si tenta di riportare un ordine e una pace tipiche dell’epoca di Augusto. La politica è volta al risparmio e si tenta di riportare un ordine personale con la costruzione di monumenti che esternassero la potenza del principe (Colosseo).
Tito regna per pochi anni e poi sale al potere Domiziano fino al 96.
La sua politica è rivolta alla persecuzione dei cristiani, e viene definito un imperatore crudele.
Si tenta di ristabilire un rapporto tra principe e Senato.
Per quanto riguarda la letteratura si ritorna ai generi classici come l’epica privilegiando un certo formalismo.
La grande fioritura letteraria si ha però con l’impero di Nerone che era amante delle arti. Aveva promosso varie gare tra artisti, poeti e musicisti. Nerone vuole fare da mecenate ma è troppo incline all’ira e all’invidia tanto che mette a morte letterati solo perché invidioso della loro opera. (Come Seneca, Lucano, Petronio). Queste notizie ci giungono da Tacito e Svetonio.
SENECA
Seneca nasce a Cordoba in Spagna forse nel 4 a.C. in una famiglia equestre e quindi da un ceto ricco; suo padre era un retore.
Roma lo attrae ma sente anche il desiderio di isolarsi; studia filosofia e retorica.
Intorno ai 30 anni si reca in Egitto per motivi di salute e quando torna a Roma intraprende la carriera politica e forense, dandosi quindi non solo alla filosofia ma anche all’oratoria.
Sotto Claudio viene coinvolto in uno scandalo e viene mandato in esilio per otto anni in Corsica dal 41 al 49.
Nonostante approfitti di questa situazione per isolarsi come lo stoicismo dettava, voleva tornare a Roma e per questo scrive la Consolatio ad Polybium, una consolazione a Polibio liberto di Claudio per la morte di un fratello.
Viene richiamato a Roma da Agrippina, madre di Nerone per affiancare il nuovo imperatore al potere.
Nel 65 viene costretto da Nerone a uccidersi perché ritenuto partecipe alla congiura dei Pisoni..
Le sue opere sono di carattere filosofico divise in Dialoghi, in 12 libri, che toccano vari temi di natura filosofica, morale, psicologica...; 3 consolationes, genere di origine antica che ha come scopo la consolazione; il De Clementia trattato filosofico politico dedicato a Nerone, 9 tragedie coturnate.
Seneca scrive il De Brevitate vitae tra il 48 e il 55. In questo libro tocca il problema del tempo e della morte. Chi si lascia vivere sono detti OCCUPATI che non hanno tempo perché presi dalle loro attività. Il SAPIENS è colui che si dà all’OTIUM disdegnando gli affari pubblici come gli epicurei.
IL POSSESSO DEL PASSATO E’ DURATURO E TRANQUILLO
Nessuno, se non colui dal quale ogni cosa è stata fatta sotto il controllo della coscienza, che non sbaglia mai, si volta volentieri al passato.
Colui che molte cose ha desiderato con ambizione, che ha disprezzato con superbia, chi ha vinto in modo smodato, chi ha ingannato con insidia, che ha speso in modo prodigo, è necessario che tema il suo passato.
Questa è la porta del nostro tempo sacra e inviolabile che va oltre i casi umani, né la povertà né il timore né la malattia lo sconvolgono.
Questo non può essere turbato né sottratto, il possesso di questo è perpetuo e tranquillo.
Soltanto i singoli giorni e anche questi momento per momento sono presenti; tutti i giorni del tempo passato quando l’avrai ordinato saranno accessibili; si lasciano osservare e trattenere a tua discrezione, manca il tempo di fare ciò a chi è completamente preso dagli impegni quotidiani.
E’ tipico della mente sicura e tranquilla passare in rassegna in ogni parte della sua vita; gli animi degli occupati non possono volgersi e osservare, come fossero sotto un giogo.
Dunque la loro vita penetra nel profondo come se nulla giova, riempi pure quanto vuoi perché per quanto tu lo riempi non serve a nulla se non c’è lì sotto qualcosa che serva a questo, così non importa quanto tempo è stato dato, se non c’è dove si deposita ciò che è stato trasmesso attraverso gli animi scossi e forati.
Nell’introduzione al De Brevitate vitae Seneca spiega che la vita è lunga se sappiamo usarla bene.
Non è importante quanto sia il nostro tempo, ma come lo viviamo.
NON ABBIAMO POCO TEMPO MA NE PERDIAMO MOLTO
La gran parte dei mortali si lamenta della ingenerosità della natura, perché siamo generati per poco tempo, perché il tempo dato ci corre tanto
Le Epistole a Lucilio sono un corpo di dieci libri di lettere indirizzate a Lucilio nelle quali Seneca tratta argomenti filosofici in modo sistematico, cioè ogni lettera contiene un argomento diverso, non è un progetto unitario.
Per esempio Seneca tratta della figura del saggio anche nel “De tranquillitate animi” descrivendolo come sicuro di sé perché slegato dalle forze materiali.
Nella 28^ epistola Seneca tratta dell’angoscia interiore dell’uomo che lo porta a viaggiare, a cercare nuovi posti, ma il poeta sostiene che è l’animo che deve cambiare non il cielo sotto il quale si vive.
I romani sentivano in modo forte questo sentimento di angoscia, che si traduceva in una paura della morte, della malattia, del dolore, del passare del tempo e dell’impossibilità di godere dei beni terreni.
I poeti che tentano di convincere gli altri con i loro trattati filosofici in ultima analisi tentano di convincere sé stessi.
Altri autori hanno parlato di questi sentimenti, per esempio Lucrezio nel 5^ libro parla di chi vive una vita senza sosta solo per non avere il tempo di pensare alla propria angoscia interiore; Orazio nelle Epistole dice che chi sta bene nell’animo non ha bisogno di viaggiare.
Nella Epistola 47 a Lucilio Seneca tratta invece della condizione dello schiavo. In età arcaica lo schiavo era trattato come un oggetto, alla stregua di un animale o di un attrezzo. Verso l’età imperiale questa concezione si affievolisce e si giunge ad un’idea più umana dello schiavo, senza mai arrivare all’abolizione della schiavitù.
Seneca con il suo ragionamento sfiora l’ideale cristiano pur senza conoscerlo e pur rimanendone a grande distanza, infatti i cristiani vivevano ancora clandestini dopo le persecuzioni neroniane.
Dalla 47^Epistola a Lucilio:
“So con piacere da coloro che vengono da te che tu vivi famigliarmente con i tuoi servi: questo si addice alla tua saggezza e alla tua educazione. Sono servi ma uomini. Sono servi ma compagni. Sono servi ma umili amici. Sono servi ma compagni di schiavitù, se pensi che su loro e su di noi la fortuna ha lo stesso potere. Infatti rido di quelli che stimano disonorevole cenare con gli schiavi: per quale motivo, se non perché una consuetudine superba vuole che una folla di servi circondi il padrone che cena.
Egli mangia più di quanto possa contenere e appesantisce il ventre già pieno e ormai disabituato alla digestione tanto da rigettare con più fatica il cibo più che a ingerirlo. Ma non è lecito ai servi infelici muovere le labbra neanche per parlare; infatti è punito con la verga ogni mormorio, e neppure le cose involontarie sono esentate dalle bastonate, tosse, starnuti, singhiozzi;
LO STOICISMO DI SENECA
Lo stoicismo è un movimento che nasce nel III^ secolo a.C. fino al II^secolo d.C. fondato da Zenone in Grecia.
L’unica parte che interessa ai Romani è l’etica, anche se per Seneca la stessa logica e la fisica assumono un ruolo importante. Il cosmo è formato dal LOGOS che è la parte attiva e dalla materia, che è la parte passiva.
Il saggio si avvicina al logos attraverso il distacco dalle cose materiali.
Tra i saggi e i non saggi si configura una terza via : il PROFICIENS, colui che migliora. Il periodo in cui si sviluppa questa nuova concezione è l’età di mezzo del periodo stoico.
Panezio di Rodi contribuisce alla formazione del concetto di umanitas e si rivolge all’uomo pratico, quello impegnato nell’attività politica. Prima la vita politica veniva ignorata, ora si tende a conciliare l’otium con il negotium.
La filosofia deve essere una condotta di vita. Tra il I^ e il II^ secolo si sviluppa il neostoicismo, dove trionfa una linea moderata che cerca di legittimare le istituzioni e gli interessi verso la vita politica.
Secondo lo stoicismo l’uomo deve sopportare il dolore e reagire con uno stato d’animo che superi le debolezze della natura umana. Il suicidio è un atto buono quando è socialmente utile o è fatto per la libertà e non per sfuggire ai doveri.
Seneca scrive tre consolationes che sono collocate tra le sue prime opere.
La Consolatio ad Marciam è scritta tra il 37 e il 41 ancora sotto il regno di Caligola.
Questa consolatio è stata scritta per la matrona Marzia, figlia della storico Cremuzio Cordo, che era stato mandato a morte per le sue idee filosenatorie e i suoi libri furono distrutti.
Il genere della consolatio ha antiche radici greche. Già nelle opere di Omero si trovano elementi di consolazione e poi ci fu un’opera, la Consolazione alla moglie di Plutarco che sarà di modello per Seneca.
La consolatio sparisce con l’avvento del cristianesimo, perché agli elementi laici di consolazione si sostituisce la speranza cristiana.
I temi delle consolaziones sono apportati dalla filosofia stoica e cinica e sono: l’inutilità del dolore, l’infondatezza dei motivi di afflizione, la vita troppo lunga può essere un danno, la morte non è un male......
le altre due consolationes di Seneca sono Ad Polybium, scritta per adulazione per tornare a Roma e Ad Helviam matrem scritta per consolare la madre per la sua assenza a causa dell’esilio.
Parole di consolazione di Seneca a Marcia, addolorata per la morte immatura del figlio
Pensa quanto di buono ci sia in una morte avvenuta in un momento opportuno, quanto abbia nuociuto a molti essere vissuti più a lungo. Se la malattia avesse portato via a Napoli Gneo Pompeo, decoro e stella dell’impero, sarebbe morto come principe indiscusso del popolo romano.
Ma ora un’aggiunta di un breve periodo ha portato via costui dai propri onori: vide le legioni massacrate davanti a lui e dalla stessa battaglia nella quale la prima linea fu il senato, quali infelici sopravvissuti! Vide lo stesso imperatore essere sopravvissuto; vide il carnefice egiziano e affidò il sacrosanto corpo anche al vincitore ad un personaggio minore, ma se fosse rimasto incolume si sarebbe pentito della salvezza: che cosa infatti sarebbe stato più turpe che Pompeo vivesse al beneficio del re?
Se Cicerone fosse morto nel tempo in cui evitò i pugnali di Catilina, con i quali lo aggredì insieme con la patria, se liberato lo stato, conservatore di quella, se poi avesse seguito la morte di sua figlia allora avrebbe potuto morire felice: non avrebbe visto le spade strette contro i suoi concittadini né i beni delle vittime divisi tra gli uccisori, così che morissero del suo, non avrebbe visto colui che vende all’incanto i beni dei consoli , né le stragi, né i latrocini ai beni pubblici, le guerre, i saccheggi tanto grandi dei congiurati di Catilina.
PETRONIO
Petronio insieme ad Apuleio è il primo romanziere dell’età romana. Il suo romanzo, il “Satyricon” ci è giunto frammentario, ma è sufficiente per capirne la beffa contro il romanzo d’amore alessandrino.
Tacito parla di Petronio per la sua eleganza, la sua forma e i suoi modi e per esaltarne il coraggio di uccidersi per volere dell’imperatore, anche se al momento della morte scriva una lettera nella quale elenca tutti i vizi dell’imperatore stesso.
Ma Tacito non scrive riguardo il suoi romanzo.
Il Satyricon è un romanzo che si presume molto lungo. La trama non è conosciuta ma è importante perché Petronio inserisce dei trattati circa problemi morali e filosofici che ci servono per ricostruire la società e il pensiero del periodo neroniano e valutarne gli usi i costumi e le classi sociali.
Il titolo può avere varie interpretazioni: alcuni pensano ai SATIRI che sono personaggi mitologici metà uomo e metà capra che erano il simbolo della fecondità; altri hanno pensato invece alla SATIRA come composizione scritta in prosa e in versi.
Il frammento più lungo pervenuto è quello riguardante la “cena di Trimarchione” un ricco signore che alleste una cena durante al quale succedono degli episodi di ogni genere.
Questo spezzone è importante perché descrive l’interno di una abitazione e riporta gli usi della società del tempo ormai corrotta.
Quella di Petronio non è però una critica morale, ma una denuncia al cattivo gusto, cioè alla mancanza di eleganza e alla continua corruzione della società.
Petronio inserisce anche digressioni e storielle come quella della Matrona di Efeso, esempio di donna integerrima che non si dà pace dopo la morte del marito.
Soprattutto in queste storielle si ritrovano elementi della FABULA MILESIA di Aristide che presentava situazioni imbarazzanti in cui si proponeva una visione diversa dell’amore.
L’assenza di un giudizio morale contro i comportamenti dei personaggi, fatto ammirato invece dalla critica dell’800 e all’inizio del ‘900.
La parodia che si ritrova nel Satyricon verso gli autori come Seneca, Ovidio e Omero riprende lo stile dei CARMINA PRIAPEA, una tradizione diffusa nel I^ secolo a.C.
Il linguaggio di Petronio è difficile perché inserisce dei termini dialettali e ricalca il parlato dei servi, che erano di origine orientale.
Dal Satyricon di Petronio:
“Dunque ci sdraiamo mentre dei servi alessandrini ci versavano sulle mani acqua gelata e altri si stendevano ai nostri piedi e con grande capacità ci tagliavano le unghie, neppure in questo compito noioso tacevano, ma intanto cantavano.
Io volli provare se tutti i servi cantassero e quindi chiesi da bere. Prontissimo un servo mi esaudì accompagnando con un canto non meno fastidioso.
Così a chiunque venisse chiesto di portare qualcosa, avresti potuto pensare che si trattasse di un coro di pantomimi non di un signore.
Ci fu portato un antipasto molto ricco; tutti si erano sdraiati tranne Trimalchione al quale era riservato il posto d’onore (solitamente era riservato ad un ospite), inoltre su un vassoio c’era un asinello corinzio con una bisaccia che portava da una parte olive bianche e dall’altra olive nere. Due piatti da portata coprivano l’asinello nei quali sui lati c’era scritto il nome di Trimalchione e un peso d’argento. Dei ponticelli con armature di ferro sostenevano ghiri cosparsi di miele e papaveri. (i romani amavano i gusti contrastanti come dolce-salato). C’erano involtini che friggevano sopra una graticola d’argento e sopra c’erano prugne siriache e granelli di melograno punici.
Mentre eravamo tra queste raffinatezze Trimalchione viene introdotto con accompagnamento musicale e posto tra cuscini provoca tra noi che non ce l’aspettavamo il riso.
Da un palio rosse veniva fuori una testa rasata e intorno al collo infagottato di panni aveva avvolto un fazzoletto orlato di rosso con frange che perdevano di qua e di là.
(la fascia rossa solitamente orlava la veste del senatore).
Aveva anche al mignolo sinistro un grosso anello placcato d’oro mentre sull’anulare un anello più piccolo tutto d’oro, come mi pareva, tempestato di stelline di ferro. (l’anello d’oro era simbolo di dignità del cavaliere). Per non mostrare solamente queste ricchezze aveva il braccio destro ornato di un braccialetto d’oro e d’avorio legato con una lamina splendente.”
Il testamento di Trimalchione
Durante la cena c’è una messa in scena di un funerale e un continuo riferimento alla morte. Trimalchione stende così un testamento e Petronio rovescia qui un precetto filosofico che si era trovato in Seneca sulla “umanità” degli schiavi.
Trimalchione disse: “amici, i servi sono uomini e allo stesso modo hanno bevuto lo stesso latte, anche se il destino li ha oppressi, tuttavia se io sono libero, presto gusteranno l’acqua della libertà.
Alla fine libero tutti loro nel mio testamento”.
Allora guardando Abinna disse:” Cosa dici amico carissimo? Edificherai il mio monumento nel modo in cui te l’ho ordinato? Ti chiedo fortemente di scolpire presso i piedi della mia statua la mia cagnolina, corone e profumi e tutti i combattimenti di Petraito, affinchè dopo la morte grazie al tuo beneficio mi tocchi ancora vivere; inoltre che siano di fronte 100 piedi e in profondità 200.
Inoltre voglio che ci siano presso le mie ceneri ogni specie di frutto e vigne in quantità.
Infatti è proprio una cosa errata che quando siamo vivi le nostre case siano ben curate e dove dobbiamo abitare più a lungo non siano curate.
E poi prima di tutto voglio aggiungere “Questo monumento non spetta all’erede”.
Sarà mio interesse badare nel testamento di non ricevere alcuna ingiuria da morto.
Infatti pongo davanti al mio sepolcro uno dei liberti in custodia affinché il popolo non corra al mio monumento per insudiciarlo.
LUCANO
Lucano nasce a Cordova, in Spagna, nel 39 d.C. e muore nel 65 d.C. quando viene scoperta la congiura dei Pisoni antineroniana.
La sua formazione risente della tradizione spagnola, studia a Roma filosofia e si appassiona soprattutto della corrente stoica.
Insieme ad altri autori fa parte della corte di Nerone, il quale probabilmente era anche geloso di Lucano. Accusato di aver partecipato alla congiura dei Pisoni gli viene ordinato di svenarsi.
L’unica opera che abbiamo di Lucano è il BELLUM CIVILE o PHARSALIA.
Quest’opera sarà importante per il Medio Evo per ricostruire le guerre tra Cesare e Pompeo dato che non erano conosciute le due opere di Cesare.
E’ difficile conoscere la formazione culturale di Lucano perché è morto giovane e non si sa se dopo l’opera abbia cambiato qualche sua concezione.
La Pharsalia è un poema epico anche se si differenzia da questo stile prima di tutto per il numero dei libri, che sono 10 al posto di 6 o 12 o 24. Inoltre l’autore presenta un argomento attuale, cosa che è strana perché l’epica prevede un contenuto che guardi al passato.
Lucano tratta delle guerre tra Cesare e Pompeo che diventa trasportato nell’ambiente del tempo una lotta tra il potere imperiale incarnato da Nerone e le idee repubblicane. Sotto la figura di Cesare forse si nasconde Nerone.
Un altro personaggio importante è Catone l’Uticense, che assume il ruolo del saggio che lotta in modo “titanico” per la libertà.
La critica lo colpisce quindi nello stile, nel contenuto e nella forma. Spesso più che come un’opera epica viene vista come un’opera storica in versi.
I retori hanno posto delle censure perché la Pharsalia abbonda di sentenze concettose che avvicinano l’opera all’oratoria, più che all’epica.
Inoltre abbonda di immagini e situazioni truculente, di cattivo gusto: morti, feriti, ecatombe....
C’è in particolare l’immagine dei soldati pompeiani che muoiono per il morso di serpenti che farà scatenare la fantasia dantesca.
Nella storia della letteratura romana precedente Virgilio aveva il ruolo di modello da seguire. Lucano crea nella Pharsalia un’opera anti Eneide .
Uno degli elementi di distacco tra la Pharsalia e l’opera di Virgilio è la mancanza nella prima dell’elemento mitologico e degli interventi diretti delle divinità. In Lucano si trova solo la presenza del fato che ha una forza tale da rendere impossibile ogni reazione umana o divina.
Probabilmente Lucano va incontro ad una delusione politica : prima infatti è convinto che Nerone avesse il potere di riformare lo Stato; in un secondo momento si rende conto del mal governo dell’Imperatore e questo lo porta ad un pessimismo e alla considerazione dell’universo diviso tra forze del bene e forze del male.
LA SATIRA
Nel ‘700 nasce una critica che giudica la letteratura latina una brutta copia di quella greca e quindi sostiene una dipendenza totale della prima dalla seconda.
Come sottolinea Quintiliano, retore di età flavia, la satira invece è un genere letterario autonomo.
Lucilio è ritenuto l’inventore della satira, ma di lui si hanno poche fonti.
Grande autore di satire (sermones) è Orazio, che scrive due libri di satire in esametri, nelle quali non prende di mira le singole persone, ma i difetti dell’umanità proponendo però un modo per uscire da essi. Il metodo di vita è quello della AUTARKEIA o MODO in latino, cioè dell’auto sufficienza.
Durante l’età imperiale però alcune situazioni mutano per esempio la dipendenza dal princeps.
Augusto infatti era aperto ai letterati anche a quelli che non erano sempre dalla sua parte.
Da Nerone in poi l’imperatore non protegge più i letterati e la situazione generale è pervasa da un senso di pessimismo. Anche i contenuti delle opere cambiano. Autori come Persio e Giovenale si limitano a una critica aspra nei confronti di personaggi e situazioni ma senza cercare un rimedio.
La loro è un’invettiva spesso cruda e grottesca per descrivere una situazione irreversibile, nella quale si perdono certezze, costumi e punti di riferimento.
La corruzione diventa la norma ed è difficile ridare un ordine ad una situazione caotica.
C’è un vuoto anche dal punto di vista religioso, dilagano una serie di credenze che si fondono e dagli strati bassi della società comincia ad emergere il cristianesimo che viene perseguito prima da Nerone e poi da Domiziano.
Sono presenti anche teorie filosofiche che cercano di rispondere a certe esigenze e che si rifanno allo stoicismo.
PERSIO
Vive dal principato di Caligola a quello di Nerone quindi tra il 34 al 62 d.C. Lascia un libro di 6 satire in uno stile oscuro e difficile.
Il suo pensiero abbraccia lo stoicismo e quindi è forte l’idea di integrità morale.
Prima delle satire c’è un prologo che consta di COLIAMBI nei quali polemizza sulle mode del tempo. Le satire trattano dei vizi della società, delle mode letterarie, come quelle neoteriche e della poesia lirica, dell’ipocrisia della società, della necessità della preghiera come incontro personale con la divinità. Tratta poi di un giovin signore che vive frivolo e ozioso senza seguire una vita morale.
Il moralismo a volte si carica di immagini ossessionanti come quella di tutto ciò che è corporeo: immagine del ventre, del cibo che rende l’uomo simile ad un animale.
Ispirata alla Epistola a Lucilio di Seneca l’immagine del ricco signore che muore nel bagno.
Nelle satire di Persio si ritrova una fenomenologia del vizio, ma l’atteggiamento generale è quello dogmatico, l’autore si erge a MAGISTER di riflessione e descrive le situazioni dal di fuori.
Lo stile è rusticus, difficile, la lingua è dura e forse sente influssi dialettali.
Persio avrà molta fortuna durante il Medio Evo.
GIOVENALE
Nasce tra il 50 e il 60 d.C. e muore dopo il 127, in età adrianea.
La sua produzione consta di 16 satire divise in più libri.
La sesta satira è la più lunga in assoluto ed è contro le donne di tutte le classi sociali, contro le matrone e tutti gli esempi positivi fino ad ora inculcati.
FACIT INDIGNATIO VERSUS Quello che Giovenale critica in Orazio e Persio è la mancanza di un rimedio al vizio, mentre lui sembra provare piacere a descrivere il vizio.
ETA’ FLAVIA
L’età flavia copre gli anni tra il 69 d.C. e il 96 d.C. e comprende gli imperi di vespasiano, Tito e Domiziano .
Gli autori del periodo sono quelli che si occupano di epica come Stazio (presente in due canti del Purgatorio dantesco), Plinio il Vecchio che si occupa di scienza, Quintiliano per la retorica e Marziale.
Nell’anno 69 si succedono quattro imperatori fino a che viene eletto vespasiano per acclamazione imperiale da parte dell’esercito.
Vespasiano non era un nobile, ma un oculato uomo d’affari e la sua politica si muove verso la buona amministrazione e la stabilità politica. Ha il compito difficile di ristabilire le finanze e la politica distrutta da Nerone che si era alienato il Senato.
La politica estera consiste invece nel 70 nella debellazione della rivolta dei Galli e di quella della Palestina che porta alla distruzione del Tempio di Gerusalemme e alla diaspora degli ebrei.
Il principato di Vespasiano si delinea come un principato che riprende la politica tradizionalista di Augusto, ma solo nella forma. Promuove attività culturali limitando le spese pubbliche e diminuendo l’esercito. Vengono però potenziate le opere pubbliche come terme, acquedotti, strade che fanno acquistare prestigio all’imperatore e opere di grande monumentalità che indicano la grandezza del princeps come il Tempio di Giove capitolino, l’arco di Tito, e il Colosseo.
Le dimostrazioni dell’apprezzamento di queste opere è dimostrato dalla presenza di iscrizioni onorarie.
Nel 79 il regno passa a Tito che regna solo per tre anni. La fonti parlano di una certa crudeltà dell’imperatore che però si rivela saggio e si prodiga durante l’eruzione del Vesuvio durante la quale perde la vita Plinio il Vecchio.
Nel 81 il regno passa a Domiziano che governa fino al 96. Domiziano si occupa principalmente di politica militare e nel 83 inizia un’operazione contro una popolazione della Germania e completa l’assoggettazione della Gran Bretagna con il comandante Giulio Agricola.
Tacito fa una biografia di Agricola che muore in circostanze poco chiare e lui attribuisce la colpa all’imperatore.
Domiziano imposta la politica sull’assolutismo e impone il culto divino.
Cominciano anche le persecuzioni verso i cristiani e gli ebrei che si rifiutano di adorare l’imperatore.
Anche all’età di Caligola si era avuto un pogrom contro gli ebrei che fu un fatto isolato ma violento. Il fatto risale alla morte della sorella dell’imperatore, il quale aveva imposto che le attività commerciali fossero sospese, ma gli ebrei non accettano. La fonte che ci parla di questo è il greco Flavio Giuseppe, un ebreo che scrive in greco, nella Guerra giudaica e nell’Antichità giudaiche.
Giuseppe tenta di conciliare la cultura ebrea a quella romana.
Il comportamento di Domiziano ha condotto a una congiura che lo porta alla morte.
Dal punto di vista culturale c’è una volontà di monumentalità. Nella ritrattistica e nella scultura prevale un gusto realistico.
La restaurazione della situazione politica è seguita anche sul piano culturale. L’arte dell’età flavia ripudia lo stile barocco dell’età neroniana e riprende il classicismo di Cicerone e Virgilio.
Si prediligono l’epica e la prosa.
Questi autori flavi arrivano ad un formalismo, riprendendo gli aspetti formali della cultura augustea, ma senza accettarne i contenuti.
I flavi cercano di promuovere la formazione culturale dei giovani tanto che viene affidato a Quintiliano il compito di proporre modelli di educazione dei fanciulli che riprendono i modelli di Cicerone. (Quintiliano rifiuta l’asianesimo).
Marziale è l’unica voce di dissenso, ma ciò che scrive sembra finalizzato ad un’ottica commerciale perché il suo umorismo è spesso grottesco e di maniera.
Gli autori come Stazio assumono come modello Virgilio. E’ autore si due poemi: Tebaide e uno incompleto Achilleide. Esiste anche una raccolta di brevi liriche di stampo ellenistico: SILVE, che sono opere di erudizione.
PLINIO IL VECCHIO scrive la storia naturale nel 77 in 37 libri dedicati a Tito.
Tratta di numerose materie: medicina, geografia, biologia….l’opera ha carattere enciclopedico. E’ un’opera di carattere compilativo frutto di curiosità, priva di valore scientifico perché confonde la scienza con l’osservazione.
Era di Como e era un uomo di grandi ricchezze, nasce intorno al 24 e muore nel 79 a causa delle esalazioni dovute all’eruzione del Vesuvio.
In quel periodo Plinio era prefetto navale a Misano e per curiosità si reca sul posto dell’eruzione, fa evacuare le persone dal posto ma muore.
La NATURALIS HISTORIA mischia elementi scientifici a fatti strani, però è importante per la ricostruzione del contesto storico e per avere notizie su usi e costumi e sulla religiosità. Non c’è ricerca stilistica.
MARZIALE scrive degli epigrammi ispirati non da una genuinità, ma da una critica ipocrita della società. Tratta una vasta gamma di temi che hanno tutti una prefazione.
Nasce nel 40 in Spagna e giunge ventenne a Roma per fare il cliente presso i nobili.
Questa condizione non lo soddisfa ma non riesce a staccarsi dall’Urbe.
Nell’80 viene inaugurato il Colosseo e Marziale scrive un epigramma “Liber de spectaculis”. La costruzione era iniziata sotto Vespasiano nel 70 e è stata portata a compimento in 10 anni.
E’ alto 50 m. e disposto su quattro piani in travertino e ferro. Poteva contenere circa 50000 persone.
C’erano passaggi sotterranei fittissimi che arrivano fino alle caserme imperiali.
L’inaugurazione fu uno spettacolo imponente e crudele: durante le venationes furono uccisi più o meno 5000 animali.
Marziale definisce il Colosseo una meraviglia del mondo anche migliore delle piramidi.
I romani non sono più attratti dal teatro, ma da spettacoli cruenti.
Una giornata tipo al circo prevedeva combattimenti fra animali feroci, esposizioni di animali esotici, combattimenti tra uomini e animali, l’esecuzione dei criminali che venivano costretti a recitare e i combattimenti uomo contro uomo che finivano con la morte di uno dei due.
Marziale può essere considerato la voce del dissenso sia per il genere con cui scrive sia per il contenuto.
Molti componimenti sono stati scritti per celebrare avvenimenti importanti, ma in generale hanno un carattere di occasionalità.
Per esempio ci sono due raccolte: “Xenia” e “Apophoreta” dove sono racchiusi biglietti di invito.
L’epigramma in Grecia era utilizzato come commemorazione dei defunti, mentre con Marziale acquista sfumature satiriche e ironiche. E’ evidente l’aggressività e il senso del grottesco, sottolineati anche dall’uso della figura dell’APROSDOKETON cioè del cambiamento improvviso.
Ci sono aperte denunce ai vizi dell’umanità, ma non viene mai trovato un rimedio.
Non tutti gli epigrammi hanno carattere satirico, alcuni sono degli epitaffi come quello dedicato alla morte di una bambina di nome Erotion.
Alcuni epigrammi hanno anche carattere paesaggistico e mostrano la nostalgia dell’autore3 verso la Spagna, terra di origine.
E’ evidente il senso di inquietudine che alcuni autori riescono a colmare con la filosofia o le religioni orientali, mentre altri lo mantengono vivo.
QUINTILIANO nasce in Spagna nel 35, ma si trasferisce a Roma sotto Galba. Studia retorica e si occupa di oratoria e di pedagogia.
Scrive l’unica opera rimasta INSTITUTIO ORATORIA, dove viene sistemata l’oratoria e introdotta una novità sui metodi educativi.
Quintiliano raggiunge la sua grandezza sotto Vespasiano tanto che viene stipendiato dal princeps e intanto si occupa anche di legge e frequenta il foro.
In un altro scritto che però è andato perduto, DE CAUSIS CORRUPTI ELOQUENTIAE, Quintiliano ritiene che l’oratoria sia ormai decaduta nel periodo posteriore all’età imperiale. Infatti non era più praticata nel foro, ma in sale di lettura e quindi era scienza per pochi e ormai ristretta a argomenti non inerenti alla realtà, ma semplici esercizi.
In quest’opera l’autore vuole trovare le cause di questa decadenza e non le mette a fuoco nella corruzione politica, bensì nella mancata riforma dell’insegnamento.
Questo verrà superato da Tacito il quale troverà solo motivazioni morali.
Quintiliano reagisce a due tendenze: il Neoasianesimo, che prevedeva uno stile ampolloso e il SENECHIANO che invece era ricco di metafore e prediligeva una sintassi spezzettata.
Quintiliano propone un modello diverso, quello di Cicerone.
Ci sono però delle differenze tra l’idea di Cicerone e quella di Quintiliano. Cicerone crede che l’oratore perfetto debba avere una cultura generale profonda oltre ad una cultura filosofica e inoltre debba conoscere la tecnica e i metodi per convincere. Per Quintiliano l’oratore incarna un modello più antico, quello catoniano, del VIR BONUS DICENDI PERITUS, dove vengono meno la componente culturale e quella filosofica.
Ciò che accomuna i due oratori è quindi la forma e non il contenuto.
A Roma esistevano due tipi di educazione: quella pubblica e quella privata.
Quella privata prevedeva che fosse il maestro a recarsi alla casa dello studente, mentre in quella pubblica erano un gruppo di allievi, circa sette o otto, a recarsi alla casa del precettore.
Gli studi elementari prevedevano l’insegnamento dei primi rudimenti da parte del LITTERATUM, quelli medi prevedevano l’insegnamento della stenografia da parte del GRAMMATICUS e lo studio a partire dai testi poetici spesso imparati a memoria di lingua latina e greca.
Gli studi superiori erano tenuti dal RETOR e prevedevano una scuola di eloquenza. Si studiavano direttamente testi di prosa greca e latina e si facevano esercitazioni scritte o orali.
Le SUASORIE erano discussioni a partire da un tema scelto a caso nelle quali gli allievi dovevano convincere gli ascoltatori delle loro tesi.
Le CONTROVERSIE erano invece ragionamenti tra due allievi che creavano e smontavano tesi a vicenda e avevano come spettatori un pubblico vasto di genitori e amici.
La retorica era uno spettacolo vero e proprio e per questo Cicerone diceva che erano importanti la mimica, la commozione e la persuasione.
Nell’opera di Quintiliano è quindi evidente anche il carattere pedagogico, venivano infatti espressi metodi educativi. Quintiliano riteneva che fosse necessario che il maestro abbandonasse i metodi coercitivi, per abbracciare la persuasione, l’esempio…
ETA’ TRAIANEA
Con la morte violenta di Domiziano nel 96 si apre un periodo con caratteri innovativi e si conclude il principato Flavio. Viene eletto imperatore Nerva , senatore esperto in campo amministrativo.
Inizia così il principato per adozione , infatti Nerva era stato un imperatore illuminato e aveva nominato suo successore Traiano (98-117), uno spagnolo proveniente dalle file dell’esercito; sotto di lui Roma vive un periodo di libertà e benessere.
Gli storici come Tacito, nati in età flavia, ma vissuti nella nuova, notano i cambiamenti in meglio e considerano il principato di Traiano tollerante e illuminato.
In realtà neanche Traiano sarà tollerante, soprattutto verso le minoranze religiose, come cristiani e giudei.
Nerva era un personaggio prestigioso che dà prova di grande rettitudine. Interviene in campo giuridico per abolire i processi per lesa maestà e istituisce commissioni che regolino la spesa pubblica.
Vive in modo concorde sia con il Senato che con la nobilitas.
A Traiano sono legate molte e importanti opere in tutti i campi della politica del principato.
Prima di tutto il risanamento delle campagne italiche: infatti dopo la conquista di alcuni territori come l’Egitto i prodotti agricoli venivano importati e non prodotti sul suolo italico, perché era più conveniente. Inoltre a causa delle guerre le terre vengono coltivate ancora meno e questo porta a un forte calo demografico.
Traiano quindi per favorire l’agricoltura organizza le ISTITUTIONES ALIMENTARIAE, cioè dei finanziamenti ai contadini che avevano famiglie numerose per incrementare le nascite.
I fondi per i finanziamenti arrivavano dagli interessi sui prestiti fatti ai grandi latifondisti da parte dello stato.
Per quanto riguarda la politica estera quella di Traiano fu una politica di espansione coronata dal controllo dell’Armenia e dei territori dei Parti, oltre alla conquista della Dacia.
I rapporti tra il princeps e il senato furono di reciproca convivenza, inoltre Traiano era appoggiato dalle truppe.
Traiano si configura quindi come un monarca illuminato e mostra una grande tolleranza, ma è lui a gestire tutto e concede solo per avere riconoscenza. Il princeps dice di accettare di portare tutto l’ONUS dello stato.
Tacito ricorda la grande libertà concessa soprattutto agli scrittori, anche se il suo entusiasmo è velato di pessimismo dato che vede in questi periodo migliori il germe della decadenza, infatti si insinua la dolcezza dell’inerzia.
Per quanto riguarda le arti figurative si afferma la tendenza all’illusionismo nella scultura. Sono importanti il fregio dell’arco di Costantino e la colonna Traiana dove le figure sono scolpite a spirale e di scorcio. Questi caratteri sono profondamente diversi dalla scultura equilibrata dell’età augustea.
Anche quest’arte possiede però caratteri celebrativi e diventa così simbolo del potere.
Vengono costruiti però anche edifici di utilità pubblica come la biblioteca Traiana, la basilica ulpia, acquedotti, ponti….
Nel Medio Evo Traiano è ricordato come un grande imperatore tanto che nasce il mito che papa Gregorio Magno per far convertire Traiano al cristianesimo e farlo andare in Paradiso, dopo la sua morte lo resuscita e lo battezza.
Gli autori di età traianea si formano in età flavia. Quelli più importanti sono Giovenale con la satira, Plinio il giovane, nipote di Plinio il vecchio, che mostra aspetti confidenziali del suo rapporto con l’imperatore; scrive lettere in cui chiede al princeps come comportarsi con i cristiani.
Giovenale mette in luce gli aspetti negativi senza vedere una soluzione, non per pessimismo, ma perché la sua analisi della società lo porta a capire che non ci sono alternative.
Tacito è uno storico pessimista, che vede nell’epoca traianea un momento di libertà e tolleranza, ma intravede già i germi della decadenza.
Tacito prosegue la storiografia di carattere moralistico di Sallustio.
Quindi i generi maggiori dell’età traianea sono la storiografia e la satira. Plinio scrive lettere, è alunno di Quintiliano, ma la sua analisi della società è scarsa.
Tacito invece propone un’analisi dell’impero profonda: vede la conciliazione di due termini antitetici come la libertà e il principato, infatti il principato è simbolo di tirannia, per cui la libertà è apparente dato che tutte le decisioni vengono dall’alto.
Gli Annali sono importanti proprio perché ci mostrano la valutazione della situazione e le ipotesi su come sarà il destino dell’impero.
Tacito prevede ciò che c’è al di là della sua epoca, intuisce che i Germani creeranno problemi ai romani.
TACITO
Nasce o a Terni o in Gallia forse nel 55 d.C. e muore dopo Traiano, nei primi anni dell’impero di Adriano. La sua formazione avviene in età flavia e fu forse scolaro di Quintiliano; studia retorica e studi giuridici.
Nel 78 sposa la figlia dio Giulio Agricola, personaggio influente nella burocrazia, che sotto Domiziano fu forse fatto uccidere per ordine dell’imperatore stesso. Tacito riporta questa come ipotesi.
La carriera di tacito si svolge soprattutto in età traianea, fu proconsole in Asia nel 112-113. Tornato a Roma, dopo la morte di Traiano non si hanno più sue notizie.
Oltre agli Annali scrive tre volumetti.
Il DIALOGUS DE ORATORIBUS tratta in modo ciceroniano della corruzione dell’oratoria, così come aveva fatto Quintiliano. Egli proponeva come causa la perdita dal modello ciceroniano, mentre Tacito sostiene che la causa sia la corruzione morale e politica della società.
Alcuni dubitano della paternità di quest’opera, ma forse lo stile di Tacito non era ancora personalizzato a causa della sua giovane età.
Il DE VITA IULI AGRICOLAE tratta invece della biografia di Agricola, suo suocero.
Scandisce le tappe significative della sua vita: la sua formazione, il cursus honorum, la spedizione in Britannia, la morte… Si pensa che l’opera sia da considerare un elogio funebre o un encomio (lode al personaggio), ma è più probabile che sia un’opera di storiografia perché presenta un carattere monografico come le opere di Sallustio.
Dal De vita iuli agricolae, cap III
“Ora finalmente ritorna il coraggio; e in verità nonostante al primo sorgere di questa beatissima età Nerva Cesare abbia congiunto cose un tempo inconciliabili, il principato e la libertà, e Nerva Traiano accresca giorno per giorno la felicità dei tempi e nonostante la sicurezza pubblica esprima non solo speranze e voti, ma abbia espresso solida fiducia nei suoi stessi voti, tuttavia per la natura della fragilità i rimedi sono più tardivi dei mali e come i nostri corpi lentamente crescono, rapidamente si estinguono, così l’ingegno e gli studi saranno più facilmente oppresse che risvegliate.
Fonte: www.webalice.i
Stoicismo tutto di tutto
Il pensiero di Cicerone
HUMANITAS
Il concetto di humanitas riassume in sé i principali valori su cui si basava il "Circolo" degli Scipioni e che in seguito, attraverso la rielaborazione di Cicerone, sarebbero giunti fino all'Umanesimo e al Rinascimento. l’humanitas consiste nello sviluppo e nella perfezione di tutto ciò che è proprio della natura umana. Secondo la distinzione proposta dallo Heinemann, si possono cogliere, nel concetto di humanitas, tre aspetti fondamentali, fra loro intimamente legati:
- sociale (φιλανθρωπία): mitezza, comprensione, tolleranza, aiuto ai propri simili
- culturale (παιδεία): formazione ed educazione dello spirito
- estetico (πρέπον): cortesia dei modi, decoro, liberalità dell'animo, senso dell'equilibrio e della misura, coerenza interna ed esterna del comportamento
GNOSEOLOGIA
Carneade |
probabilismo: nessuna verità è raggiungibile, per agire basta basarsi su ciò che è più probabile |
Antioco di Ascalona |
probabilismo attenuato: si possono raggiungere delle certezze fondamentali nei punti di concordanza fra i vari sistemi filosofici |
Cicerone (oscilla fra Carneade e Antioco) |
La verità si raggiunge attraverso una libera ricerca personale Eclettismo |
SOMMO BENE
Epicuro |
vivere secondo natura; natura = ἡδονή |
Stoici |
vivere secondo natura; natura = virtù = ragione |
Accademici e Peripatetici |
virtù + beni esterni |
Panezio |
perfetta realizzazione dei quattro impulsi naturali ® virtù cardinali |
Antioco di Ascalona (seguito da Cic. in De finibus V) |
Ogni essere tende a conservare se stesso (amor sui) e a sviluppare le proprie facoltà naturali.
Quattro virtù cardinali |
PENSIERO E AZIONE
βίος θεωρητικός |
βίος πρακτικός |
Platone |
|
Aristotele |
|
Teofrasto (peripatetico) |
Dicearco (peripatetico) |
Zenone (stoico) è la filosofia che dà la felicità |
|
Posidonio (stoico) “il fine dell’uomo è vivere indagando la verità e l’ordine di tutte le cose e contribuendo a realizzarli per quanto possibile” |
Panezio (stoico) la conoscenza va indirizzata al bene comune, perché solo nella società si realizza la natura umana |
Cicerone |
|
VIRTÙ CARDINALI
(Cic. riprende Panezio)
ISTINTO NATURALE ® |
® VIRTÙ |
|
verso la conoscenza |
φρόνησις prudentia, |
può essere rivolta anche al puro sapere, sebbene il suo obiettivo primario sia la vita pratica |
verso l’indipendenza e il dominio |
ἰσχύς, fortitudo |
forza d’animo |
verso la bellezza e l’armonia |
σωφροσύνη, temperantia |
controlla gli istinti, ma armonizza anche le virtù fra loro |
verso gli altri |
ἐλευθεριότης, liberalitas |
comprende iustitia e beneficentia e che è la virtù prima |
UOMO E NATURA
Tradizione |
decadenza da una primitiva età dell’oro |
Anassagora à Archelao, Democrito, Protagora, Prodico, Crizia, Anonimo di Giamblico |
progresso dallo stato naturale ferino, mediante la ragione |
Platone (Timeo) |
Dio ha privilegiato l’uomo dotandolo di ragione, di mani, di posizione eretta, di voce. Tutto il creato è finalizzato all’utilità dell’uomo (antropocentrismo) |
Aristotele |
finalismo non antropocentrico: nella scala degli esseri viventi i gradi inferiori tendono come fine ai superiori |
Stoicismo antico (Crisippo) |
λόγος umano = λόγος divino |
Panezio |
superiorità dell’uomo ß provvidenza divina, ma soprattutto progresso autonomo |
Posidonio |
superiorità dell’uomo ß soprattutto provvidenza divina, ma anche progresso autonomo |
Cicerone |
superiorità dell’uomo ß provvidenza divina + progresso autonomo |
DIRITTO
Eraclito, Ippia, Antifonte, Sofocle |
legge naturale nel cuore dell’uomo |
Callicle, Trasimaco, altri |
legge come contratto sociale, senza valore assoluto; dominio del più forte |
Protagora |
legge come contratto sociale, superiore, però, alla sola natura |
Panezio |
legge come contratto sociale (cfr. De off. II), basato però su un istinto naturale |
Posidonio |
legge come contratto sociale; dominio del più sapiente |
Carneade |
legge come contratto sociale; utilitarismo criticato da Cic. (De rep. III) |
Cicerone (De leg.) fonti stoiche |
legge naturale = retta ragione donata dagli dei |
IUSTITIA E BENEFICENTIA
Platone, Aristotele, Stoicismo antico |
giustizia distributiva (a ciascuno il suo) |
Panezio |
dovere della beneficentia (¬ istinto naturale verso gli altri) |
Posidonio e Antioco di Ascalona |
caritas come fratellanza universale: l’umanità è come un unico corpo |
Cicerone |
dovere della beneficentia (¬ istinto naturale verso gli altri) |
DECORUM
honestum |
ogni attività conforme alla virtù; esercizio armonico delle diverse virtù
|
decorum (πρέπον) |
manifestazione esterna dell’honestum |
ESTETICA
Arte come imitazione di un oggetto mentale, un’immagine ideale di bellezza (cfr. Aristotele: arte come μίμησις dell’universale) non di un oggetto materiale (cfr. invece Platone)
Potere psicagogico dell’arte (cfr. mito di Orfeo, Pitagorici, Gorgia, Isocrate, Platone)
Arte come ispirazione divina (cfr. Platone, Posidonio: ἐνθουσιασμός)
Importanza dei gusti del pubblico (ß comune natura umana)
Cultura (Pro Archia) come:
- riposo dello spirito nei momenti di otium
- strumento per la formazione dell’oratore
- spinta alla realizzazione degli ideali dei grandi uomini del passato
fonte: www.webalice.it/monofron
Stoicismo
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