Immanuel Kant

 

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  • Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804) è stato un filosofo tedesco.
  • Fu uno dei più importanti esponenti dell'illuminismo tedesco, e anticipatore - nella fase finale della sua speculazione - degli elementi fondanti della filosofia idealistica. Uno dei principali contributi della dottrina kantiana è l'aver superato la metafisica dogmatica operando una rivoluzione filosofica tramite una critica della ragione che determina le condizioni e i limiti delle capacità conoscitive dell'uomo nell'ambito teoretico, pratico ed estetico.
  • La Critica della ragion pura, pubblicata nel 1781, definisce il metodo del filosofare a cui Kant si atterrà anche nelle due opere successive (Critica della ragion pratica e Critica del giudizio), come pure in altre opere posteriori. La sua attività di pensatore riguarda prevalentemente la gnoseologia, l'etica e l'arte, ma ebbe in gioventù anche interessi scientifici, che coltivò sino al 1760.
  • L'ipotesi cosmogonica della nebulosa primitiva, esposta nel 1755 nella Storia universale della natura e teoria del cielo (che egli desunse da Buffon), ebbe molta fortuna e gli diede fama anche nel campo dell'astronomia. Essa fu enunciata proprio da Laplace che la rielaborò e la rilanciò nel 1796 in Esposizione del sistema del mondo.
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IMMANUEL KANT (1724-1804)

 

QUADRO STORICO

 

Il sistema filosofico del fondatore della cosiddetta filosofia classica tedesca si formò mentre si stava preparando la grande rivoluzione borghese che ebbe luogo in Francia tra il 1789 e il 1795, pur essendo naturalmente condizionato dalla situazione esistente in Germania. In Francia la borghesia in ascesa si muoveva in nome di robusti interessi economici e politici, verso una rivoluzione concreta. Al tempo di Kant, negli stati territoriali tedeschi non c'era invece alcuna possibilità di realizzare nei fatti l'ideale rivoluzionario borghese.

I migliori rappresentanti del movimento borghese tedesco si rinchiusero nel "regno della ragione" e dei pensieri astratti. Gli intellettuali tedeschi speravano di migliorare le condizioni sociali attraverso una graduale educazione degli uomini. Anche l'opera di Kant è condizionata da questa situazione esistente in Germania.

Kant visse dal 1724 al 1804. Durante questo periodo il Regno di Prussia condusse numerose guerre, che il più delle volte esso stesso aveva provocato e iniziato, come nel caso della guerra per la Slesia e della guerra dei sette anni. Nel 1789 la Prussia possedeva l'esercito permanente più forte d'Europa.

A partire dal 1789 gli animi furono eccitati dagli avvenimenti della Rivoluzione francese. Kant mostrò per essi un vivo interesse. Non solo: in parecchi dei suoi scritti egli divulgò le istanze progressiste dei rivoluzionari francesi.

Negli ultimi anni della sua vita Kant fu testimone delle guerre di intervento che le grandi potenze assolutistiche europee condussero contro la Francia rivoluzionaria, e a cui la Prussia in un primo tempo partecipò. Lo scritto di Kant Per la pace perpetua del 1795 è una violenta protesta contro queste e contro tutte le altre guerre dell'assolutismo.

Kant visse nell'epoca di passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

Tuttavia la politica prussiana ebbe conseguenze disastrose per un futuro sviluppo capitalistico.

Fu mantenuta la servitù della gleba e perciò, a differenza di quanto avvenne in Inghilterra, non c'era una sufficiente mano d'opera libera che permettesse l'introduzione dei modi di produzione capitalistici, né un sufficiente sostegno da parte dello Stato all'installazione delle manifatture.

Si dava impulso solo a quelle manifatture che dovevano coprire le necessità dell'esercito e il desiderio di lusso della nobiltà e inoltre sfruttando il lavoro di diseredati. Solo dopo il 1780 si formò il maggior numero di imprese capitalistiche, il più delle volte grazie all'introduzione di mezzi e metodi di produzione importati dall'estero.

In Prussia queste condizioni arretrate ritardarono la formazione di una classe borghese cosciente di se stessa. Solo in poche città più grandi si sviluppò una borghesia di un qualche perso, che fece proprie le idee dell'illuminismo francese. Nello stato del Brandeburgo-Prussia di quel periodo, Koenisberg era una di quelle poche città in cui la borghesia aveva raggiunto una certa importanza. In questa città anseatica il traffico commerciale era rilevante e vi approdavano molte navi straniere. Molti commercianti inglesi e olandesi avevano succursali a Koenisberg e portavano dalle loro nazioni di origine un notevole impulso all'accendersi di una coscienza di classe borghese. I commercianti inglesi Green e Motherby, che risiedevano a Koenisberg, furono tra i migliori e più fedeli amici di Kant.

Lo stesso Kant, nella sua opera intitolata Antropologia dal punto di vista pragmatico, ha richiamato l'attenzione sulla posizione di Koenisberg, particolarmente favorevole per lo sviluppo della vita intellettuale.

 

QUADRO CULTURALE

 

La situazione del sapere all'età di Kant:

 

a) FISICA - Con Newton si è costituita come scienza rigorosa, su basi matematiche. Tuttavia la corrente filosofica che più si ispira al metodo e al contenuto della scienza - l'Empirismo - si è risolta nello scetticismo.

b) METAFISICA - Con Leibniz e Wolff essa ha raggiunto la massima dogmaticità rinunciando a qualsiasi apporto dell'esperienza e risolvendosi in un gioco meramente formale. Tuttavia essa continua a detenere il pregio della logicità e della necessità.

c) ETICA - Laddove è alle dipendenze del razionalismo, la si fa scaturire da una serie di affermazioni dogmatiche (es. Spinoza); altri la fondano sulla natura (Rousseau) o sul senso comune (scuola scozzese). E' aperto il problema del fondamento della morale.

 

ITER BIOGRAFICO E INTELLETTUALE

 

I TRE PERIODI DELLA MEDITAZIONE KANTIANA

 

1) Periodo scientifico (fino al 1760). Kant si interessa a questioni a carattere prevalentemente scientifico, ma non prive di addentellato filosofico. Un problema che attirò in modo particolare la sua attenzione fu quello dello spazio: passò da un oggettivismo assoluto di tipo newtoniano a una teoria simile a quella di Leibniz (lo spazio è azione reciproca delle monadi) ad un soggettivismo di tipo humiano.

Son interessanti da questo punto di vista:

- Pensieri sulla vera estimazione della forza viva (1747)

- Monadologia fisica (1756)

- Storia naturale universale e teoria dei cieli (1755). E' questa l'opera principale del primo periodo, in cui Kant formula l'ipotesi cosmologica della "nebulosa primitiva" (teoria di Kant-Laplace).

2) Periodo pre-critico (1760-81). Gli interessi di Kant vanno indirizzandosi verso la filosofia.  Kant comincia a distaccarsi dal dogmatismo razionalistico, fa le sue considerazioni critiche sull'empirismo inglese e comincia a identificare il problema della metafisica con quello di una "coscienza dei limiti" della ragione umana. Gli scritto principali di questo secondo periodo sono:

- Unico argomento possibile per una dimostrazione dell'esistenza di Dio (1763), in cui Kant riduce tutti gli argomenti possibili a quello cosmologico.

- Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica (1765). In essa, prendendo spunto dagli scritti misticheggianti di Swedenborg (1688-1772), afferma che la metafisica dei razionalisti non si allontana molto dalla fantasticheria. Si viene precisando in lui l'idea che lo scopo della filosofia è quello di conoscere la capacità della ragione umana.

- De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis (1770). E' la celebre "Dissertazione" che egli presentò per la nomina a professore ordinario di logica e metafisica e che rappresenta il grande inizio del risveglio dal sonno dogmatico. E' nella "Dissertazione" che lo spazio e il tempo vengono delineati per la prima volta come "categorie a priori".

3) Il criticismo (dal 1781 in avanti). Per più di 10 anni Kant si dedica alla elaborazione di un opera che avrebbe dovuto recare il titolo "I limiti della sensibilità e della ragione", ma dal 1781 è inizia una costante produzione di opere, a cominciare dalla

Critica della ragion pura (1781), in cui analizza il problema della conoscenza da un nuovo punto di vista critico; completa poi questa critica con la Critica della ragion pratica (1788), sul problema morale; e con la Critica del giudizio (1790) sul problema estetico.

 

+ 1724 Nasce a Koenisberg. Decisiva per la sua vita, anche di pensiero, fu l'educazione religiosa ricevuta dai genitori, specialmente dalla madre, che seguiva il più rigoroso pietismo. Il pietismo voleva ricondurre il protestantesimo, fuori dall'aridità delle costruzioni scolastiche, a un rinnovamento della spiritualità cristiana, incentrando questa nel problema morale, nella purezza del cuore e dell'intenzione (di qui, la simpatia, poi, di Kant, per Rousseau, e per il motivo spiritualistico serpeggiante in tutta la sua filosofia. Il rappresentante maggiore del pietismo era allora Franz Schultz, anche professore di teologia all'università e direttore del Collegio Federiciano, seguace della filosofia, allora dominante, del Wolff. In quel collegio entrò Kant che non aveva ancora nove anni, e vi restò otto anni per compiervi gli studi medi.

In seguito Kant si distaccherà da questo ambito religioso e dalla religione positiva, pur mantenendo  sempre un generico senso religioso che ben si accordava con il deismo illuministico diffuso tra gli uomini di cultura dell'epoca.

+ 1740 si iscrive all'università di Koenisberg, impegnandosi in studi di filosofia e di scienze matematiche e fisiche. La filosofia dominante nell'università era quella leibniziano-wolffiana. La scienza era quella newtoniana. All'una e all'altra fu avviato dal suo professore Martin Knutzen, che si poneva problemi nascenti da rapporti fra i due campi e che pure lo iniziò alla revisione critica del wolffismo.

+ 1747-55 Per ristrettezze economiche è costretto a fare il precettore.

+ 1755-1770 Svolge quindici anni di libera docenza presso l'università di Koenisberg. Oltre a Leibniz e Wolff per la metafisica e a Newton per la scienza, Kant si accosta anche allo studio degli empiristi, ricevendo indubbi influssi da Locke e rimanendo vivamente impressionato dalle argomentazioni scettiche di Hume.

+ 1770 Ottiene il posto di professore ordinario pubblicando la dissertazione La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile. La Dissertazione del '70 (così si usa indicare tale scritto) ha una particolare importanza perché in essa appare per la prima volta quella soluzione caratteristica del problema gnoseologico che guiderà Kant nell'affrontare le questioni dei fondamenti delle scienze e della metafisica (il criticismo). L'opera chiude il cosiddetto periodo pre-critico del pensiero di Kant e apre il cosiddetto periodo critico, nel quale egli ritenne di aver scoperto un metro sicuro per esaminare e giudicare criticamente tutti i problemi filosofici.

+ 1781 Kant pubblica la sua prima grande opera critica: la Critica della ragion pura, in cui è contenuta la formulazione più ampia delle linee di fondo del suo pensiero.

+ 1783 Kant presenta in modo più sommario e facile gli stessi temi della prima Critica nei Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza.

+ 1785 Amplia la prospettiva critica al campo morale e scrive la Fondazione della metafisica dei costumi, preludio alla seconda "Critica".

+ 1787 Pubblica la seconda edizione della Critica della ragion pura.

+ 1788 Con l'intento di dare un fondamento trascendentale all'agire morale, scrive la Critica della ragion pratica.

+ 1790 Pubblica la terza e ultima delle Critiche, dedicata al problema estetico, la Critica del giudizio.

+ 1793 L'apparizione dell'opera La religione dentro i limiti della pura ragione causa un incidente che turberà gli ultimi anni del suo insegnamento. Un rescritto del re Federico Guglielmo ammonì severamente Kant perché "aveva usato male il suo ingegno, mettendosi a denigrare e deformare parecchi dogmi capitali e fondamentali della Sacra Scrittura e del cristianesimo". Kant cercò di discolparsi, facendo notare che già nel titolo del libro, aveva espressamente dichiarato di voler considerare la religione dal solo punto di vista della ragione, accettando i dati della Rivelazione così come la tradizione li offriva.

+ 1795 Per la pace perpetua, che esprime il punto di vista kantiano sui problemi politici.

+ 1797 Si ritira dall'insegnamento universitario e pubblica la Metafisica dei costumi.

+ 1798 Scrive l'Antropologia pragmatica.

 

ASPETTO ANALITICO E SISTEMATICO

 

Lo gnoseologismo

 

Il pensiero moderno assume ad argomento centrale d'indagine il problema gnoseologico e quello metodologico. In Kant essi divengono così esclusivi da costituire l'oggetto della metafisica e della stessa filosofia. Nella Prefazione alla CRP K. fa notare l'improrogabile necessità che la ragione eriga un tribunale contro se stessa, per stabilire i suoi giusti diritti, secondo le proprie eterne ed immutabili leggi.

 

Il criticismo

 

L'atteggiamento kantiano nei confronti della ragione intende essere critico: quindi non dogmatico né scettico, e si esplica nel "sottoporre ad esame non i fatti della ragione, ma la ragione stessa in tutta la sua potenza e capacità di conoscenze pure a priori" (CRP).

Dogmatismo è l'affidarsi ciecamente alla ragione quasi facoltà infallibile.

Scetticismo è negare in modo preconcetto qualsiasi possibilità alla ragione.

Criticismo è voler rendersi conto delle possibilità della ragione e dei suoi limiti.

In questo Kant è pienamente iilluminista, anzi porta a completa maturazione l'illuminismo, affidandosi completamente alla ragione, ma volendo prima conoscere che cosa essa sia e che cosa essa possa.

 

Il problema kantiano

 

Il problema centrale della ricerca kantiana è, quindi, di stabilire i limiti e le possibilità della ragione.

La ragione per la filosofia moderna si incarna nel pensiero scientifico, cioè in una conoscenza dei fatti dell'esperienza che pretenda di essere universale necessaria. Ma le due principali correnti di tale filosofia, cioè il razionalismo e l'empirismo, nel tentativo di fondare "la ragione scientifica" si sono trovate di fronte a problemi insormontabili.

Infatti: il razionalismo tradizionale (Cartesio, Leibniz, Wolff...) afferma l'universalità e necessità della scienza, che gli deriva dalla sua struttura matematica, ma poi non sa connettere tale struttura al mondo oggettivo se non attraverso costruzioni artificiose (vedi al "Deus ex machina" cartesiano, il parallelismo metafisico, l'armonia prestabilita, ecc.).

L'empirismo, d'altra parte, ha il grande merito di fondarsi sull'esperienza e quindi di arricchire la conoscenza scientifica attraverso l'abbondanza dei dati. Purtroppo però stenta a giungere alla necessità e universalità che sono proprie della scienza stessa.

Kant, da un lato accetta la critica empirista alle pretese di travalicare i semplici dati sensibili, ma dall'altro è costretto ad ammettere che ci sono questioni, che vanno al di là della conoscenza sensibile, che la ragione non può respingere e che tuttavia sono per principio irrisolvibili con i suoi mezzi.

Il riferimento è ai problemi etici, religiosi ed estetici, che non possono avere i loro fondamenti nell'esperienza sensibile.

In sintesi, due sono i problemi essenziali affrontati da Kant:

- Come rendere possibile e valida la scienza (per ciò che riguarda l'esperienza).

- Come rendere possibile e valida la vita etico-religiosa (per ciò che travalica l'esperienza).

Al primo problema risponde con la Critica della ragion pura; al secondo con la Critica della ragion pratica e con la Critica del giudizio.

 

Gli scritti precritici

 

Per scritti precritici intendiamo quelli che precedono le tre Critiche, costituenti il frutto più maturo della speculazione kantiana: gli scritti precedenti ne esprimono la lenta ma assidua preparazione. E' di capitale importanza notare che Kant esordisce come cultore della scienza fisica, anzitutto perché questo sarà il problema fondamentale della prima Critica, e poi perché si comprende meglio come Kant fosse, così, già avviato a superare le due tendenze, allora in contrasto sul terreno filosofico, dell'empirismo e del razionalismo. Di carattere scientifico, infatti, sono la maggior parte dei suoi primi scritti, a cominciare dai Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive (1746). In quest'ultima opera è notevole l'affermazione (nel § 19) che la metafisica, come molte altre scienze, deve anch'essa tenersi nei limiti di una conoscenza ben fondata.

Nonostante l'interesse che Kant ha portato sempre alle particolari questioni scientifiche, è tuttavia fuori di ogni dubbio che l'interesse in lui prevalente era per il problema stesso della scienza, e perciò della metafisica, la quale, nella sua mente, doveva essere rinnovata in modo da diventare veramente "scienza dei principi": scienza dei principi generali per una conoscenza scientificamente fondata. Questa tendenza a concepire la metafisica come, quasi, una "fisica superiore", era, del resto, una tendenza comune ai filosofi del tempo, che univano l'interesse per la scienza a quello puramente speculativo. L'intoppo per Kant, in questo periodo specialmente, ma sempre infine, è stata la mescolanza, che in quella metafisica avveniva comunemente, fra problema scientifico e problema morale: Kant, anche per la sua educazione religiosa, ripugnava a tale mescolanza, ma non vedeva la via d'uscirne. Di positivo, intanto, in questo periodo, c'è lo sforzo persistente di arrivare alla fondazione di una metafisica che, mentre vada incontro concretamente al problema della scienza, non comprometta la questione morale e religiosa, ossia la netta distinzione del mondo da Dio creatore.

 

La Dissertazione del '70

 

Questo scritto è di eccezionale importanza perché in esso sono, germinalmente, tutti temi che poi saranno approfonditi e svolti nella Critica della ragion pura. Di perentoriamente acquisito, tuttavia, già in questa dissertazione, è soltanto la dottrina delle forme della sensibilità, del tempo e dello spazio come intuizioni pure, con una argomentazione che verrà quasi letteralmente riprodotta nella prima parte della Critica della ragion pura che è l'Estetica trascendentale: "L'idea del tempo non nasce, ma è supposta dai sensi"; non è un concetto, ossia un generale che comprenda sotto di sé altri concetti particolari; è un'intuizione soggettiva, non oggettiva, ossia riguarda la costituzione propria dell'uomo, e perciò le condizioni sotto le quali può esistere un oggetto di conoscenza fondata sull'esperienza umana. Così per spazio, in quanto condizione della percezione degli oggetti esterni.

La differenza principale fra questa dissertazione e l'opera posteriore è che qui senso e intelletto sono nettamente distinti con questo ambiguo criterio: che il senso riguarda il mondo del fenomeno, ossia delle cose come si presentano a noi; l'intelletto riguarda il noumeno, le cose come sono in sé stesse. Ma viene, ciò nonostante, ripetutamente affermato che anche la fenomenicità del mondo sensibile non è affatto illusoria, ma dà la realtà dell'esistenza delle cose soggette al senso e il fondamento di ogni verità di esperienza intorno ad esse. C'è, anzi, un'esplicita puntata contro l'idealismo: l'oggetto, il mondo, è presente realmente alla nostra sensibilità: senza di che neppure ci sarebbe sensazione. Tempo e spazio non sono "creazioni" del nostro spirito, ma forme date della sua attività; e son forme assolute, prime, del mondo sensibile, il quale si presenta, così, come un mondo unico, sempre uguale a se stesso, sebbene dominato dal rapporto spazio-tempo e vario nelle sue manifestazioni. Il che costituisce il fondamento primo della scienza fisico-matematica.

 

La "Critica della ragion pura" e i "Prolegomeni"

 

La CRP  uscì in prima edizione nel 1781, in seconda edizione nel 1787; generalmente è questa ancor oggi che viene adottata. Le modificazioni che Kant apportò alla prima edizione non sono tali da alterare di molto il pensiero precedente: la maggior parte consiste in abbreviazioni o aggiunte, o rifacimenti da quali Kant si riprometteva maggiore chiarezza o precisione. La differenza maggiore è che nella seconda edizione fu aggiunta una parte polemica contro l'interpretazione idealistica che alcuni avevano dato alla dottrina. Un po' per evitare questo pericolo, ma più di tutto per il generale lamento che la sua opera fosse oscura e troppo complicata, Kant s'indusse allora a darne un'esposizione più semplice, e di più facile lettura e ne vennero fuori così i Prolegomeni ad ogni futura metafisica che vorrà presentarsi come scienza (1783). Qui si parte, senz'altro dal fatto che esistono due scienze, la fisica e la matematica, le quali, come viene dimostrato, possono giustificare i loro fondamenti criticamente: si vorrebbe sapere, quindi, se la metafisica può fare altrettanto. In questo scritto, inoltre, Kant dichiara l'importanza che ebbe Hume sul corso del suo pensiero: e cioè quella di averlo tolto da "sonno dogmatico" in cui si trovava e di aver dato una svolta alla sua ricerca nel campo della filosofia speculativa (Prefazione ai Prolegomena).

Il tema principale della CRP è quello di dimostrare (contro lo scetticismo humiano) la validità del sapere scientifico, e, per questa via, in apparente accordo con Hume, la mancanza di fondamento scientifico della metafisica che pretendeva al titolo di scienza, anzi di scienza superiore alle altre scienze perché non ristretta nei limiti dell'esperienza. Il titolo dice, dunque, in primo luogo, che la Ragion pura, presente nell'uomo come facoltà superiore allo stesso intelletto, in quanto questo è, nel conoscere, limitato dal senso, si accinge a far l'esame dei fondamenti su cui riposa l'edificio della scienza, poiché, come si dice nell'Introduzione sin da principio, "non c'è dubbio che ogni nostra conoscenza comincia dall'esperienza", ma è altrettanto fuori di dubbio che la validità del nostro conoscere "non deriva tutta dall'esperienza".

Le domande essenziali che Kant di pone al riguardo sono tre:

a) com'è possibile la conoscenza scientifica?

b) quali sono i limiti della ragione?

c) è possibile una metafisica "scientifica"?

Per rispondere alla prima domanda occorre analizzare la differenza tra fisica e metafisica: nella prima la ragione è in contatto con l'esperienza, nella seconda no. Questa differenza è la stessa che intercorre tra Empirismo e Razionalismo, i quali, in sostanza si contraddistinguono tra loro per i diversi tipi di giudizi, di conoscenze, a cui si affidano. Il primo è legato al giudizio sintetico, il secondo al giudizio analitico. Occorre qui tener presente che per Kant conoscere è giudicare, che è poi, aristotelicamente, attribuire un predicato ad un soggetto.

1) Giudizio sintetico: "alcuni corpi sono pesanti", il predicato dice qualcosa di più del soggetto, quindi il giudizio sintetico ha come pregio di estendere il sapere. Ha invece come limite di non essere necessariamente e universalmente valido in quanto occorre il ricorso all'esperienza per poterlo dimostrare.

2) giudizio analitico: "tutti i corpi sono estesi", il predicato esplica il contenuto del soggetto, ma non ne amplia la conoscenza. Ha quindi come pregio di essere universale e necessario, ma anche il limite di essere sterile, cioè di non estendere le nostre conoscenze.

La conclusione per Kant è che né l'Empirismo, né il Razionalismo sono quindi in grado di fondare una conoscenza scientifica. Infatti l'Empirismo cade nello scetticismo, in quanto nega la validità obbiettiva del sapere scientifico (le leggi); mentre il Razionalismo cade nel dogmatismo, in quanto si chiude in una sterile analisi concettuale.

La possibilità della scienza sarebbe data solo da giudizi che possedessero la necessità ed universalità dell'apriori e la ricchezza dell'aposteriori: da quei giudizi, cioè, che Kant chiama "sintetici a priori". Ma: sono possibili tali giudizi?

 

"Materia" e "forma" del giudizio. La rivoluzione copernicana

 

Nel giudizio si devono distinguere due elementi: la materia e la forma. La materia è il contenuto, il dato dei sensi. La forma è la strutturazione, la connessione che i dati stessi, di per sé slegati ed informi, assumono nella nostra mente.

Ora: secondo la tradizione, non solo i dati dei sensi, ma la loro stessa connessione sono dati dell'esperienza, cioè sono esistenti nella realtà. Per Kant, al contrario, chi dà "forma", cioè ordine, chi fa del caos delle sensazioni ("das Gewühl der Empfindungen": "la mischia delle sensazioni") il "cosmos" della conoscenza è il nostro intelletto. Intelletto che quindi diviene il demiurgo, il legislatore della natura. (vedi l'introduzione alla CRP).

E' questa la grande scoperta kantiana, la cosiddetta "rivoluzione copernicana": l'intelletto dipendeva prima dall'ordine del mondo, ora è l'ordine del mondo che dipende dall'intelletto (vedi nota 2 della prefazione alla CRP).

Ammesso quindi che sia il soggetto che organizza e dà ordine alle impressioni informi, si tratterà di vedere come ciò avviene, cioè quali sono le forme a priori che rendono possibile la conoscenza. La CRP è appunto l'indagine delle forme a priori che rendono possibile la conoscenza, organizzando i dati dei sensi. Ed è proprio in questo significato che la ragione è detta pura: e, cioè, considerata nelle sue forme, a prescindere dalla materia delle sensazioni. Significato affine è quello di trascendentale: indicante tutto ciò che è nel soggetto, anteriore (in senso logico, se non cronologico) alla sensazione e rende possibile la conoscenza. L'opposto di trascendentale è empirico, che indica tutto ciò che deriva dall'esperienza. Trascendente poi è tutto ciò che va al di là delle reali possibilità della ragione pura e sarà dato, almeno in parte, dalla ragione pratica.

Altro termine da chiarire è oggetto, che non è esattamente l'essere della realtà a noi esterna, ma piuttosto la sintesi di forma e materia presente nella nostra mente ovvero l'essere in quanto conosciuto, essendo l'intelletto a costituire il suo oggetto.

 

Divisione della CRP

 

La Crp è divisa in tre grandi parti, secondo le tre facoltà conoscitive che Kant attribuisce all'uomo:

- Estetica trascendentale (dal greco: "aisthanomai"=sentire). Vi si tratta delle forme a priori dell'intuizione sensibile (spazio e tempo).

- Analitica trascendentale. Vi si tratta delle categorie a priori dell'intelletto.

- Dialettica trascendentale. Vi si tratta dei falsi ragionamenti della ragione vera e propria, la quale tende ad estendere le forme a priori al di là dell'esperienza e quindi a fomare idee assolute (anima, Dio, mondo), che non hanno autentico fondamento.

Analitica e Dialettica trascendentale sono raggruppate nella Logica trascendentale.

 

L'estetica trascendentale

 

L'avvio della riflessione kantiana è dato dal presupposto che esistano principi puri, trascendentali: tali cioè, che, sebbene sempre incorporati nell'esperienza, sono da questa presupposti come ragione della validità dell'esperienza stessa.

La prima parte della CRP, l'Estetica trascendentale, pone la condizione fondamentale di ogni conoscenza riguardante il mondo dell'esperienza: la sensibilità, la quale non è soltanto ricettività, capacità di ricevere modificazioni dagli oggetti, ma anche attività per le due sue forme originarie, lo spazio e il tempo (che qui viene definito quale forma del "senso interno", distinto dallo spazio, ch'è forma del "senso esterno"). Già dalla Dissertazione sappiamo che spazio e tempo non sono concetti, ma intuizioni, anzi intuizioni pure  (intuizioni empiriche sono le semplici percezioni delle cose).

Abbiamo quindi l'aspetto passivo dell'intuizione; il soggetto è modificato (affiziert) dall'oggetto:

- la sensibilità = "capacità (recettività) di ricevere rappresentazioni per il modo in cui siamo modificati dagli oggetti".

- sensazione: "l'azione di un oggetto sulla capacità rappresentativa, in quanto ne siamo affetti".

Ma c'è da tenere in conto anche l'aspetto attivo dell'intuizione. Infatti, tutti i fenomeni esterni, pur essendo svariatissimi nella materia sono eguali nella forma: non possono essere percepiti che in uno spazio e con una dimensione spaziale. Lo stesso per i fenomeni interni: non sono percepibili che in un tempo. Inoltre, poiché i fenomeni esterni, dal momento che sono percepiti diventano interni, oltre che in uno spazio devono essere percepiti anche in un tempo.

Spazio e tempo sono dunque forme della sensibilità: l'uno della sensibilità esterna, l'altro di quella interna. Ma (ed ecco la novità) sono forme a priori. In altre parole: non sono date con la "materia" della sensazione, ma al contrario sono applicate dal a soggetto stesso alla materia in modo che venga organizzata secondo una "forma" e rappresentano quindi l'aspetto attivo dell'intuizione. Spazio e tempo possono essere detti condizione di possibilità dei fenomeni, cioè senza di essi non si dà conoscenza, non si danno gli oggetti in quanto da noi conosciuti. In particolare due forme di conoscenza, la geometria e la matematica, essendo fondate su una costruzione di concetti a priori, sono rese possibili dalle due intuizioni pure di spazio e tempo. Infatti, la validità della geometria è basata sull'intuizione dei rapporti spaziali delle figure; quella matematica si basa invece sui numeri, che rappresentano la successione temporale delle unità.

Il discorso conclusivo sull'estetica è quanto mai chiaro: l'esperienza, è, come per Hume, sempre differente, e quindi, non ha legge; la legge le viene imposta dallo spirito.

 

L'analitica trascendentale

 

Così la conoscenza ha necessariamente il suo inizio nella sensazione, che ci dà le intuizioni fenomeniche. Ma è poi l'intelletto che deve organizzare gli oggetti intuiti. Intuizione e concetti costituiscono gli elementi di ogni nostro conoscere. Quindi: né concetto senza intuizione né intuizione senza concetto. Il rifiuto degli opposti partiti: razionalismo ed empirismo, appare qui evidente. ("I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche", introd. alla CRP). Quest'ultima è una tesi centrale nella filosofia di Kant ed anche la ragione del suo rifiuto della metafisica tradizionale, che pretenderebbe di utilizzare concetti senza intuizioni.

Dunque: la conoscenza scaturisce dall'unione di sensazione e intellezione. Ora, nell'intellezione si possono distinguere due aspetti:

- Le forme a priori, le condizioni di possibilità della conoscenza o giudizio.

- L'applicazione di queste forme a priori alla sensazione; cioè il modo in cui concretamente avviene il giudizio.

Kant chiama il primo aspetto: Analitica dei concetti; il secondo: Analitica dei principi.

 

Analitica dei concetti

 

Essa si verifica quando si ha la scomposizione di ogni conoscenza nelle sue parti elementari e costitutive per trovare le forme a priori su cui si basa. Questa ricerca ha luogo tenendo presente la funzione specifica dell'intelletto che, a differenza della sensibilità, è una facoltà attiva e discorsiva, che conosce attraverso i concetti. E i concetti per Kant sono funzioni, cioè "l'unità dell'atto che ordina diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune". Kant chiama le forme a priori, i concetti puri dell'intelletto "categorie". Queste sono i modi (fondamentali) in cui l'intelletto pensa, e, quindi la struttura di ogni pensiero, di ogni conoscenza. Il termine "categoria" è aristotelico, ma il significato è differente. In Aristotele, infatti, le categorie sono dal punto di vista ontologico i modi basilari con cui l'essere si presenta, dal punto di vista logico sono i vari modi con cui attribuiamo un predicato ad un soggetto.

In Kant esse sono solo funzioni, mediante le quali l'intelletto unifica ed ordina la materia del conoscere e quindi unicamente leggi del pensiero e non dell'essere.

La funzione delle categorie è propriamente quella di imprimere un carattere "oggettivo" ed universale alle intuizioni fenomeniche, perché solo in tal modo è possibile la scienza.

Quante sono le categorie? Partendo dal presupposto che conoscere è giudicare e sapendo che il giudizio comporta l'unificazione della molteplicità delle intuizioni sensibili, vi dovranno essere tante forme pure o categorie quante sono le forme di giudizio. Ora le forme di giudizio comprendono quattro gruppi di tre forme ognuna,  cui, quindi, dovranno corrispondere dodici categorie.

 

GIUDIZI             CATEGORIE

QUANTITA' Universali   Unità

            Particolari   Pluralità

            Singolari    Totalità

QUALITA'     Affermativi  Realtà

            Negativi          Negazione       Infiniti Limitazione

RELAZIONE     Categorici       Inerenza e sussistenza

     Ipotetici          Causalità e dipendenza

            Disgiuntivi      Reciprocità

MODALITA' Problematici    Possibilità-impossibilità

     Assertori         Esistenza-inesistenza

     Apodittici       Necessità-contingenza

 

L'appercezione trascendentale e l'"io penso"

 

La conoscenza è dunque un processo di unificazione dei fenomeni mediante le categorie, ma sarebbe impossibile una qualsiasi unificazione senza un principio uno e costante: e questo è l'io, cioè "quell'unità di coscienza che antecede tutti i dati dell'intuizione ed in rapporto alla quale soltanto è possibile ogni rappresentazione di oggetti". Questa unità di coscienza "deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni; ché altrimenti ci sarebbe in me qualcosa di rappresentato, che non potrebbe essere per nulla pensato, il che significa poi che la rappresentazione o sarebbe impossibile, o almeno per me, non sarebbe". Essa si manifesta attraverso quell'atto che l'"Io penso". Questo atto infatti si accompagna a tutte le rappresentazioni e anzi ne è la stessa condizione di possibilità. L'Io penso è detto da Kant appercezione trascendentale. "Appercezione" è termine leibniziano derivato dal francese s'apercevoir "accorgersi di" e significa "coscienza". "Tracendentale" perché è condizione di possibilità di ogni conoscenza. Esso è il centro puramente formale (privo di contenuto sensibile) a cui si riferiscono tutte le rappresentazioni in quanto appartenenti ad una identica coscienza. E' in altri termini "l'autocoscienza in quanto produce la rappresentazione: Io-penso".

Questo "io", quindi, non va concepito come un qualcosa di sostanziale, ma solo come una determinazione logica; esso è un fenomeno tra gli altri fenomeni. E' la consapevolezza di me stesso come potenza unificatrice e inoltre alla condizione limitativa del senso interno e quindi del tempo.

 

Analitica dei principi

 

In questa parte dell'Analitica trascendentale Kant stabilisce i principi che offrono la possibilità di un'oggettiva applicazione delle categorie alle singole intuizioni fenomeniche.

L'immaginazione produttiva e lo schematismo trascendentale.

A questo punto Kant si pone due questioni:

- le categorie sono molte: come mai applico diverse categorie a diverse intuizioni empiriche? In altri termini: che cosa mi garantisce la validità delle forme a priori applicate alle diverse sensazioni?

- essendo sensazione ed intellezione di natura diversa, come avviene l'influsso dell'una sull'altra?

Come si può ben notare queste due questioni sono riconducibili al capitolo del rapporto tra sensibilità ed intelletto, corpo e mente: l'eterno problema che Aristotele risolse con la teoria dell'intelletto agente, S. Agostino con la teoria dell'illuminazione, Cartesio con quella dell'intervento divino, Malebranche con l'occasionalismo, Leibniz con l'armonia prestabilita, Spinoza con il parallelismo metafisico.

Kant risolse invece il problema con la teoria dell'immaginazione produttiva. Con essa K. trovava il trait d'union tra le categorie e i fenomeni, tra l'intelletto e la sensibilità. Quindi l'immaginazione produttiva è una facoltà intermedia che rende possibile la conoscenza intellettiva, applicando le categorie a priori ai fenomeni.

Resta ancora da sapere perché l'immaginazione applica certe categorie e non altre, a certi fenomeni. Ciò avviene in virtù dello schematismo trascendentale, per il quale a certe sensazioni che si presentano con date caratteristiche, viene applicata una data categoria. Per esempio: la permanenza nel tempo è la configurazione schematica (lo "schema", nella terminologia kantiana) della sostanza; la successione lo schema della causalità; la simultaneità lo schema dell'azione reciproca, ecc.

L'operazione stessa dell'applicazione delle categorie è detta deduzione trascendentale.

 

Fenomeno e noumeno

 

Siamo così giunti al problema cruciale di tutto il criticismo kantiano: a parte le forme a priori (che sono appunto forme pure, cioè "vuote"), che cosa conosciamo? Kant risponde con chiarezza: il fenomeno, non il noumeno. Il fenomeno è ciò che si presenta alla nostra intuizione sensibile, è il semplice apparire delle cose, dato che è impossibile per la sensazione penetrarne e capirne l'ipotetica natura. Kant, tuttavia, pura ammettendo che i fenomeni sparirebbero se sparisse il soggetto che ne è la condizione di possibilità, non cade nell'immaterialismo berkeleyano: "Io ammetto che fuori di noi ci siano dei corpi, cioè "cose" che, quantunque completamente sconosciute a noi per ciò che sono in se stesse, noi conosciamo per mezzo delle rappresentazioni che il loro influsso sulla nostra sensibilità ci fornisce e alle quali noi diamo la denominazione di "corpo", la quale parola significa soltanto il fenomeno di quell'oggetto che è a noi sconosciuto ma che non per questo è meno reale" (Prolegomeni).

Il noumeno o cosa in sé sarebbe l'oggetto del nostro intelletto. Diciamo "sarebbe", perché l'intelletto non può giungere al noumeno in quanto legato alla sensazione, la quale non può presentare che fenomeni. Ma allora, come è possibile formarsi un'idea dell'esistenza di un noumeno? Negativamente, come "concetto-limite", cioè come esigenza di dare una base (ignota) all'esistenza del fenomeno stesso. "Sorge così il concetto di "noumeno", ma non in senso positivo: esso non designa una determinata conoscenza di qualche cosa, ma solo il pensiero di qualcosa in cui astraggo da ogni forma di conoscenza sensibile".

Kant tuttavia cede anche ad un concetto leggermente più positivo del noumeno stesso: esso sarebbe il sovrasensibile, l'assoluto, il puro intelligibile, causa in qualche modo dei fenomeni stessi.

 

La dialettica trascendentale

 

"Ogni nostra conoscenza sorge dai sensi, indi va all'intelletto e finisce alla ragione, al di sopra della quale non c'è in noi nulla di più alto per elaborare la materia dell'intuizione e sottoporla alla più alta unità di pensiero".

La Dialettica trascendentale è la sfera di operazione della ragione. Della ragione in generale Kant fa un duplice uso:

- nell'Analitica essa è uno strumento di conoscenza scientifica e certa;

- nella Dialettica la ragione svolge un ruolo specifico, totalmente diverso dall'intelletto.

La ragione (Vernunft), nel contesto della Dialettica trascendentale, è definita da Kant la facoltà dei principi universali. Si tratta di grandi sintesi di pensiero che non possono costituire oggetto di conoscenza, poiché mancano di una materia a cui fare riferimento. Per questo non realizzano le condizioni fondamentali kantiane della conoscenza come sintesi di materia e forma. In altri termini: la ragione, in quest'opera di sintesi vorrebbe oltrepassare la sfera puramente fenomenica e pervenire all'essere, ma questa è un'illusione. Per cui è illusione la metafisica, in quanto presunta scienza dell'essere, del noumeno. Scopo della dialettica trascendentale sarà dunque quello di sfatare i falsi ragionamenti, i paralogismi della metafisica, dimostrandoli appunto illusori.

 

Le idee trascendentali o paralogismi

 

Il processo unificativo non si arresta quindi alle categorie dell'intelletto: l'uomo vuole giungere ad una assoluta unità non più fenomenica ma noumenica. Così l'umanità si costruisce quei concetti grandiosi e totali, intorno ai quali da sempre è gravitato il pensiero e il lavoro dei filosofi. Kant li chiama idee.

In quale senso Kant usa il termine "idea" (Begriff)? Certamente non secondo l'uso corrente nel suo tempo, ma piuttosto nel senso platonico, intendendoli come "archetipi delle cose stesse".

Le idee trascendentali son tre:

- L'idea del mondo, che dà unità a tutti i fenomeni dell'esperienza (cosmologia).

- L'idea dell'io o dell'anima, che si crede sottostare a tutti i fenomeni dell'esperienza interna (psicologia).

- L'idea di Dio, che si pensa come la causa prima ed assoluta di tutto.

Le argomentazioni addotte dalla metafisica tradizionale per dare una base ontologica a queste tre idee secondo Kant sono false e si riducono a paralogismi, cioè ad argomentazioni con parvenza di verità. E questo non è dovuto a malafede, ma è un'esigenza della natura stessa della ragione. Si tratta di un'illusione trascendentale.

I motivi che inducono Kant a rifiutare tali argomentazioni e a giudicarle illusorie e illegittime sono vari: uno generico, gli altri specifici per ognuna delle tre idee:

- Argomento generico: Le idee della ragione non soggiacciono al criterio di possibilità e verità di ogni conoscenza, cioè la sintesi a priori. Infatti esse sono forme a priori a cui manca un contenuto sensibile.

- Argomenti specifici:

 

L'idea dell'anima

 

 Essa si forma per un procedimento sofistico (per un paralogismo), per cui si sostanzializza, si fa un noumeno del fenomeno "Io penso". Il paralogismo consiste appunto nel passaggio ingiustificato dal fenomeno "Io penso", che ci è dato come suprema forma a priori di unificazione delle conoscenze, al noumeno "anima", che starebbe al di sotto, come substrato permanente e come essere semplice e immateriale. Da ciò deriva quella pseudoscienza che è la psicologia metafisica, coi suoi falsi problemi.

 

L'idea del mondo.

 

L'infondatezza dell'idea cosmologica risulta da 4 gruppi di antinomie, cioè di posizioni fra loro opposte e contraddittorie e, nel medesimo tempo, egualmente plausibili.

Prima antinomia (origine del mondo-eternità del mondo).

Tesi: Il mondo ha avuto inizio nel tempo ed ha limiti nello spazio

(Ragione: una serie infinita non spiega se stessa).

Antitesi: Il mondo ha avuto un inizio nel tempo ed è infinito nello spazio (Ragione: un inizio richiede sempre un tempo precedente e questo un altro, all'infinito. Così pure ogni parte dello spazio è contenuta in un'altra più vasta, all'infinito).

Kant, da parte sua sopprime la contraddizione (l'antinomia) tra un tempo infinito e l'origine del tempo, considerando il tempo come una forma oggettiva, valida soltanto nel dominio dei fenomeni: perciò le due proposizioni: "il mondo ha inizio nel tempo", "il mondo non ha alcun inizio" sono ugualmente false.

Seconda antinomia (la famosa antinomia del continuo, già implicita in Zenone):

Tesi: ogni sostanza composta consta di parti semplici ovvero indivisibili. Questa è la tesi della monadologia leibniziana (Ragione: se non esistessero le parti semplici non esisterebbe neanche il composto. Il composto è per definizione divisibile. Ma dividere vuol dire scomporre, ridurre in parti e per quanto lo si faccia, sempre di parti sostanziali si tratterà).

Antitesi: non esiste alcuna cosa semplice nel mondo. Questa è la teoria di Hume. (Ragione: Se è vero che tutto ciò che è composto occupa spazio ed anche le sue parti sono estese nello spazio, esse sono a sua volta divisibili, cioè scomponibili in parti e quindi il semplice, cioè l'indivisibile, non esiste).

Kant risolve l'antinomia allo stesso modo della precedente.

Terza antinomia

Tesi: Oltre la causalità naturale, meccanica, esiste una causalità libera (Ragione: nell'ordine delle cause meccaniche ognuna è subordinata all'altra, all'infinito, ma nessuna spiega se stessa completamente e quindi neppure le altre da essa dipendenti).

Antitesi: Esiste solo una causalità naturale, meccanica (Ragione: infatti una causa libera sarebbe incausata, e questo sarebbe negare il principio di causalità).

Quarta antinomia

Tesi: Vi è qualcosa di assolutamente necessario che sta alla base degli esseri condizionati (Ragione: i condizionati o contingenti rimandano ad un necessario per la spiegazione della loro esistenza).

Antitesi: Non esiste nulla di assolutamente necessario, ma ogni essere è condizionato (Ragione: se infatti vi fosse un essere necessario, questo sarebbe un inizio senza causa: il che è opposto al principio di causalità).

 

L'idea di Dio

 

L'idea di Dio (teologia) è la suprema idea unificante. Infatti: se nell'idea del mondo si unificano tutti i fenomeni esterni; se nell'idea di anima si unificano quelli interni, nell'idea di Dio si unificano entrambi. Kant esamina gli argomenti tradizionali per dimostrare l'esistenza di Dio e li suddivide in tre gruppi:

1) Argomento ontologico. Esso non regge perché contiene un indebito passaggio dall'ordine ideale a quello reale. Non si può dedurre l'esistenza di Dio dalla sua pura essenza, senza averne fatta una previa esperienza.

2) Argomento cosmologico. Dall'esistenza degli esseri contingenti si sale all'esistenza dell'essere necessario. Tutto l'argomento è basato sul principio di causalità. Ma tale principio è valido solo se applicato ai fenomeni e non ad un essere che per principio li trascende.

3) Argomento fisico-teleologico. Si basa sul fatto della finalità e dell'ordine del mondo. Il principio di finalità, secondo cui ogni fatto ha un proprio fine, può al massimo portare a credere che il fine, l'ordine razionale delle cose finite presupponga un essere finito di razionalità proporzionata all'ordine del tutto, ma è indebito dedurne l'esistenza di un essere infinito, a cui per principio è inapplicabile un principio naturale come quello di finalità.

Kant conclude il suo esame della "ragione pura" ribadendo che il suo valore è ristretto alla sola esperienza: ciò che la travalica non può essere provato né ammesso sul piano puramente razionale. D'altra parte non può neppure essere negato, proprio perché sta al di fuori del dominio della "ragione pura".

E tuttavia Kant ammette che le idee hanno una loro funzione anche nel campo della ragion pura. Il loro valore è duplice: si può fare di esse un uso regolativo e sono espressione di una possibilità.

Uso regolativo. Kant contrappone tale uso a quello costitutivo, che ci fornisce concetti di una determinata cosa. Il primo invece serve solo ad indirizzare l'intelletto, come un punto focale da cui si dipartono tutte le linee direttive, che servono a dare unità alla sua azione. Il contributo della ragione nel campo della conoscenza consiste appunto nel dare sistematicità, nel fornire una connessione secondo un principio regolatore. Tale principio è dato dall'idea, come un tutto di cui i concetti dell'intelletto non sarebbero che le parti tra loro coordinate.

Le idee della ragione ci additano una possibilità, e precisamente di un qualcosa che è al di là del limite dei fenomeni stessi e inoltre ci aiutano a determinarla, a darne un contorno, seppure al negativo. Questo è l'agnosticismo di Kant, che rinuncia sì a pronunziarsi sul noumeno e quindi accetta il limite, ma anche ne afferma il significato positivo, in quanto ne riconosce il ruolo propulsivo per la conoscenza e la morale.

 

LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA

 

La CRP risponde all'interrogativo sulle possibilità della conoscenza e ne stabilisce l'ambito. Ma l'uomo non solo conosce, ma anche agisce, ed è in ordine al suo comportamento che si rende necessaria un'altra sfera di indagine filosofica che stabilisca delle norme di comportamento: questa è la Critica della ragion pratica (CRP). Ne deriva che il sapere filosofico kantiano si articola attorno a due punti fondamentali: il fatto della scienza e quello della morale. Le dottrine etiche tradizionali stabilivano il fondamento delle norme etiche sulla conoscenza, sulla volontà di Dio, sul sentimento, ecc.; in Kant, invece, la norma morale è frutto della decisione immediata dell'uomo. La morale, infatti, nonostante derivi dalla conoscenza, nasce dalla condizione dell'uomo in quanto uomo, che produce le norme di comportamento al di fuori della causalità deterministica del mondo sensibile. Non si tratta quindi di ragione empirica, condizionata dai fenomeni, ma di ragione incondizionata, che nella assoluta libertà stabilisce le norme di comportamento. L'uomo è concepito come soggetto morale che agisce con libera volontà. La ragione pratica riesce inoltre a dare consistenza a quelle idee trascendentali che la ragione teoretica riconosceva solo come apparenze problematiche.

La ragione è qui detta "pratica" perché non riguarda più la conoscenza in quanto tale, ma l'azione o, almeno, la conoscenza per l'azione, cioè i principi a priori della vita morale.

 

Materia e forma della vita morale

 

Anche la moralità, come la conoscenza, è fondata da una sintesi a priori. Esiste da una parte la "materia", che è data dagli impulsi, inclinazioni, esigenze pratiche, ecc. le quali, lasciate a sé seguono il criterio del piacere e del dolore. Esiste, d'altra parte, il principio della moralità (la "forma"), la categoria etica a priori che organizza e dà a tutti questi impulsi ed esigenze pratiche la forma della moralità, che sarebbe evidentemente vuota se non si applicasse alla materia, ai dati della sensibilità. Ma in che cosa consiste tale forma?

 

L'imperativo categorico: forma di moralità

 

E' quella che Kant chiama "imperativo categorico".

Due sono le specie di imperativi: l'imperativo ipotetico e quello categorico.

Il primo esprime un comando condizionato: cioè, ammesso che si voglia ottenere un dato risultato, si deve fare una data azione.

Il secondo, al contrario esprime un comando assoluto al quale, in quanto esseri morali, non si può sfuggire. Adempie dunque alle condizioni delle forme a priori: è cioè, universale (perché vale per ogni essere razionale e vale sempre) e necessario (perché deve essere osservato incondizionatamente). L'imperativo categorico è quindi pura forma. Come tale non dice nulla di concreto, non obbliga di per sé a nulla. Tuttavia obbliga: tutta la sua natura è nel "Tu devi", cioè nell'obbligazione. La legge morale comanda non ciò che si deve volere, bensì come si deve volere quel che si vuole: ordina dunque non il contenuto, ma la forma del volere. La volizione di questa forma è ciò che rende moralmente buono il nostro volere.

 

Caratteristiche dell'imperativo categorico

 

Da quanto detto, ci si rende conto che per Kant la legge morale è caratterizzata dall'assolutezza, dal formalismo e dall'autonomia.

Assolutezza: La morale kantiana si esprime con l'imperativo categorico che non accetta un "se", come quello ipotetico e quindi non cede alle inclinazioni e agli interessi personali. Kant polemizzò con Hume orientato alla morale dell'inclinazione e del sentimento, e con le conclusioni morali dell'Illuminismo, che sosteneva la norma etica del piacere e dell'utile. La morale kantiana è invece la morale del dovere. Rigorismo etico, dunque.

Formalismo: La legge morale deve rifiutare qualsiasi contenuto che farebbe ricadere l'azione umana nel soggettivismo. Il motto kantiano è la legge per la legge, il dovere per il dovere. E' quindi la forma e non il contenuto che costituisce il motivo della determinazione della volontà.

Autonomia della legge morale: Qualsiasi fine estrinseco alla legge morale stessa (cioè al dovere), anche il fine più nobile, snaturerebbe la morale. Di conseguenza sono escluse tutte le morali in qualche modo "eteronome". Kant stabilisce una tabella di sei morali eteronome: esse sono tali perché basate sull'educazione (Montaigne), sul governo civile (Mandeville), sul sentimento fisico (Epicuro), sul sentimento morale (Hutcheson), sulla perfezione della natura (Wolff, Stoici), sulla volontà di Dio (teologia in genere).

 

Le tre formule dell'imperativo categorico

 

L'imperativo categorico non è altro che l'obbligazione assoluta che la ragione ci fa di agira "razionalmente". Ora "agire razionalmente" significa essenzialmente tre cose: agire universalmente, considerare ogni uomo come essere razionale, considerare la ragione come fonte della legge. Kant esprime queste tre esigenze nelle tre formule dell'imperativo categorico:

- Agisci in modo che tu possa volere che la massima della tua azione divenga universale. La ragione, infatti, in quanto tale è universale, e niente può dirsi razionale se non travalica gli interessi del singolo per porsi come norma che valga per tutti e per sempre.

- Agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo. L'uomo in quanto tale è ragione; lo strumentalizzare la ragione (cioè l'uomo) degraderebbe la stessa morale a mezzo, rendendo l'azione immorale.

- Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale. Questa formula è il riconoscimento dell'autonomia della morale: è la volontà (cioè: la retta ragione) che diviene la "legislatrice universale". In questo modo l'uomo si eleva a quel "regno dei fini" che non è se non una "unione sistematica di esseri ragionevoli", della quale ogni membro è legislatore e suddito: legislatore in quanto incarna la ragione universale; suddito in quanto è un essere particolare.

 

I postulati della "ragione pratica"

 

La vita morale non sarebbe sufficientemente fondata senza tre postulati che ci inseriscono nel mondo noumenico precluso alle possibilità della "ragione pura".

Postulato è per Kant una proposizione teoretica, ma come tale non dimostrabile, in quanto inerisce inseparabilmente ad una legge pratica che vale incondizionatamente a priori. La volontà, determinata da questa legge, esige queste condizioni necessarie all'osservanza dei propri precetti.  Questi postulati non sono dogmi teorici, ma presupposizioni necessarie dal punto di vista pratico: perciò non ampliano la conoscenza speculativa, ma conferiscono realtà oggettiva alle idee della ragione speculativa in generale (attraverso il loro rapporto con ciò che è pratico), giustificandole come concetti di cui essa non potrebbe neppure  pretendere di affermare la possibilità" (CR£).

I tre postulati sono:

1) la libertà (e quindi l'anima)

2) l'immortalità dell'anima

3) l'esistenza di Dio

 

1) La libertà. Già nella CRP c'era un accenno all'"io legislatore", da cui la Dialettica trascendentale trae l'illusione di un'anima. La ragione pratica ora la esige come presupposto. Sarebbe infatti impossibile l'obbligazione se non esistesse la libertà. E la libertà non è che la rivelazione di un mondo sovrasensibile, di un noumeno, di una sostanza spirituale, la quale è per ciò stesso interamente indipendente dalla legge naturale dei fenomeni, cioè dalla legge della causalità. La ragione pratica per se stessa e senza alcuna intesa preventiva con la ragione teoretica, accorda realtà ad un oggetto sovrasensibile, cioè alla libertà (sebbene solo come a un concetto pratico e per l'uso pratico) e quindi conferma con un fatto ciò che la poteva solo essere pensato.

2) L'immortalità dell'anima. Per capire questo postulato è necessario rifarsi al concetto kantiano di virtù, di felicità, di sommo bene. La virtù, dice kant, è il bene supremo; tuttavia, per essere tale deve essere unita alla felicità. Ora, poiché nel mondo felicità e infelicità dipendono da cause naturali e non sono commisurate ai meriti e demeriti, deve esistere un'altra vita dove la felicità sia necessariamente connessa con la virtù.

Inoltre: la natura razionale invita l'uomo ad una perfetta conformazione della volontà alla legge morale; tale conformazione è ciò che chiamiamo "santità". Tale perfezione è però irraggiungibile attualmente e potrà essere trovata solo in un "progresso infinito" verso quella compiuta conformazione. Ma questo progresso infinito è possibile solo sotto il presupposto d'una "persistenza infinita, come personalità" dello stesso essere razionale (ciò che si dice "immortalità dell'anima").

3) L'esistenza di Dio. Essa è basata essenzialmente su due motivi:

- La corrispondenza della felicità alla virtù. Il mondo fenomenico nel suo meccanismo causale è cieco alle esigenze spirituali: ci vuole un Essere sovrasensibile che sia il garante di una una giustizia.

- La stessa vita morale rimanda, per altro verso, a Dio: non nel senso che la legge morale e la sua obbligatorietà si basi su Dio, ma nel senso che Dio è basato, cioè è rivelato, dalla legge morale: Non dobbiamo considerare certe azioni come doverose perché sono precetti di Dio, ma dobbiamo considerarle come precetti di Dio perché sono interiormente doverose.

 

Valore dei postulati della ragion pratica

 

1) Essi sono noumeni, cioè rivelazioni del mondo sovrasensibile, delle "cose in sé". Anche se non li possiamo del tutto comprendere, ne possiamo e dobbiamo ammettre l'esistenza.

2) Sono esigiti dalla ragion pratica. La ragion pratica ha assolutamente bisogno della loro esistenza per assicurare la possibilità del suo oggetto che è dal punto di vista pratico assolutamente necessario.

3) Di conseguenza, la loro validità non può essere estesa all'ambito teoretico: essi non sono un'estensione della conoscenza, che autorizzi a fare delle idee della ragione un uso positivo.

 

La religione

 

A più riprese Kant introduce il discorso della religione. Lo abbiamo già visto nella Dialettica trascendentale (illusorietà dell'idea di Dio), nella CR£ (postulato dell'esistenza di Dio)

e ne parlerà più volte nella Critica del Giudizio. Kant, inoltre dedicò anche una sua opera particolare a questo tema, cioè la famosa La religione nei limiti della ragione (1793).

Bisogna anzitutto ricordare che riguardo alla religione Kant inverte i termini tradizionali: è la religione che si basa sulla morale e non viceversa. La religione è infatti la legge che è in noi, in quanto riceve autorità da un Legislatore e Giudice: è la morale applicata alla conoscenza di Dio. Se la religione non è integrata dalla morale, essa non è che implorazione dei favori celesti. Kant tende quindi ad identificare religione e morale, ad assorbire la prima nella seconda.

Il suo discorso parte dall'analisi di ciò che gli chiama "il male radicale" che è nell'uomo e che, praticamente, consiste nel fatto che l'uomo può allontanarsi ed effettivamente si allontana dalla legge morale. Che ciò avvenga facilmente è un dato: per cui "l'uomo è cattivo". Quale ne sia la causa immediata e poi la causa ultima Kant discute e ricerca, ma non giunge ad una soluzione. Esclude che il male radicale possa identificarsi totalmente con la sensibilità, in quanto le inclinazioni sensibili non cadono direttamente sotto la responsabilità umana, mentre ci cade la volontà cattiva. Né, tanto meno, il male radicale può dipendere dalla ragione; ammettendo ciò si ammetterebbe un assurdo: che la fonte della moralità possa, in quanto tale, divenire fonte di immoralità. Immediatamente Kant fa allora risalire il male radicale ad una non meglio definita "fragilità" della natura umana; remotamente non sa trovarne una base; e lo vede simbolicamente adombrato nel "peccato originale" del dogma cristiano. Sta di fatto che l'opera dell'uomo morale consiste nella lotta contro questo male radicale, che diviene quindi lotta di liberazione e quindi, ancora, attualizzazione di libertà.

Tutti gli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro che si adoperano in questa opera di liberazione, formano la comunità invisibile degli spiriti, cioè la "Chiesa invisibile". Questa è la vera religione, la religione naturale, "fede religiosa pura".

Tuttavia Kant ammette anche una religione rivelata, una "Chiesa visibile": gli uomini concretamente considerati hanno bisogno di una voce e di una organizzazione esterne che impongano loro dei doveri. Qual è la differenza tra religione naturale e religione rivelata?

In quella naturale riconosco qualcosa prima come mio dovere e poi come comando divino, in quella rivelata riconosco qualcosa prima come comando divino e poi come mio dovere. Ad ogni modo, per avere autentica religione si deve sempre giungere (attraverso una delle due forme di religione) alla fede razionale, cioè alla morale razionale. Le verie religioni rivelate, quindi, non sono altro che mezzi, vie all'autentica religione.  (La religione nei limiti della pura ragione). Se il cristianesimo è per Kant la religione superiore, lo è solo perché può essere ricondotto completamente alla pura morale.

 

LA CRITICA DEL GIUDIZIO (CRG)

 

Oltre l'esame della "ragion pura" (attività teorica, intelletto) e della "ragion pratica" (attività pratica, volontà), Kant introduce l'esame di una nuova facoltà: il sentimento.

Shaftesbury, Hume, Rousseau e in genere gli empiristi e i Moralisti del '700 avevano portato la questione alla ribalta. Kant l'accetta e vede nel sentimento la facoltà intermedia tra l'attivtà teoretica e quella pratica. La prima ha come scopo la conoscenza; la seconda l'azione morale. Il sentimento dovrebbe congiungere entrambe le attività.

 

La finalità, categoria del sentimento

 

Facoltà propria del sentimento è il giudizio, evidentemente inteso in modo differente dal giudizio della "ragion pura". Là si trattava di "giudizio determinante", qui si tratta di "giudizio riflettente". Giudizio in generale è la facoltà di pensare il particolare come contenuto nel generale. Se è dato il generale (la regola, il principio, la legge) il giudizio cha a questo sussume il particolare è "determinante". Se è dato invece soltanto il particolare, il giudizio che deve trovare il generale è semplicemente "riflettente"(CRG).

Giudizio determinante" si ha quando la "materia" è immediatamente sottoposta ad una "forma" (categoria a priori), che la organizza in modo meccanico ed oggettivo secondo schemi prestabiliti.

Giudizio riflettente si ha invece quando il sentimento, trovandosi di fronte ad una molteplicità di fatti o elementi particolari, sente il bisogno di vederli raccolti in unità. Quando questa unità è realizzata, si ha un senso di soddisfazione. Tale bisogno e soddisfazione derivano dal fatto che il sentimento manifesta un'esigenza "noumenica", sovrasensibile che gli è propria e che sente appagata quando la riscontra attuata nel mondo sensibile.

Ridurre la molteplicità ad unità, il disordine ad ordine è proprio della finalità. La finalità è la categoria del sentimento.

E' chiaro che questa "unità", questo bisogno di "unificazione" non sono altro che la stessa esigenza che si veniva manifestando nelle idee della "ragion pura": l'idea del mondo, dell'anima e di Dio. Tuttavia, mancava ancora un termine intermedio che permettesse di soddisfare tale esigenza. Ora "la facoltà del giudizio [...] fornisce nel concetto della finalità della natura il concetto intermediario tra la natura e la libertà, che rende possibile il passaggio dalla ragione teoretica pura alla ragione pratica pura, dalla necessità -secondo leggi- della prima al fine ultimo della seconda; per questo mezzo viene riconosciuta la possibilità del fine ultimo, che solo nella natura e d'accordo con le sue leggi può diventare reale" (CRG, introduz.).

Ma come media il giudizio riflettente tra necessità meccanicistica e libertà? Attraverso, appunto, la categoria della "finalità", la quale rimanda ad una libertà coordinatrice, ad una Mente ordinatrice che riunisce armonicamente il molteplice della natura. Ma di tale fine, di tale Mente non abbiamo conoscenza oggettiva: essa è soltanto il correlato esterno di una nostra esigenza interiore verso l'armonia e la finalizzazione. Infatti osserva Kant: "Che cosa prova alla fine la teleologia più perfetta? Prova essa forse l'esistenza di un essere intelligente supremo? No; essa non prova altro se non che noi, secondao la natura delle nostre facoltà conoscitive e cioè mediante il collegamento dell'esperienza con i principi supremi della ragione, non possiamo assolutamente farci un concetto della possibilità di questo mondo, se non pensando ad una causa suprema che agisce secondo fini. Non possiamo perciò dimostrare oggettivamente la proposizione: "esiste un essere originario intelligente"; ma solo soggettivamente per l'uso del nostro giudizio nella sua riflessione sopra i fini della natura, che non possono essere pensati secondo alcun altro principio che quello della causalità intenzionale d'una causa suprema che agisce secondo fini. Non possiamo perciò dimostrare oggettivamente la proposizione: "esiste un essere originario intelligente"; ma solo soggettivamente per l'uso del nostro giudizio nella sua riflessione sopra i fini della natura, che non possono essere pensati secondo alcun altro principio che quello della causalità intenzionale d'una causa suprema" (CRG). Si rimane quindi nell'ambito della soggettività e questo in sostanza perché non osserviamo propriamente i fini come vere intenzionalità della natura, ma aggiungiamo questo concetto col pensiero, quando riflettiamo sopra i suoi prodotti come un filo conduttore per il giudizio, essi non ci sono dati dagli oggetti". (CRG).

L'interpretazione teleologica della natura, pur non essendo quindi oggettiva è però almeno normativa (termine già usato da Kant a proposito delle idee della ragion pura e dei postulati di quella pratica), cioè può valere come "metodo", come principio ermeneutico per spiegare i fenomeni.

 

Giudizio teleologico e giudizio estetico

 

Duplice è il giudizio di finalità: giudizo teleologico e giudizio estetico.

Per il giudizio teleologico la finalità è considerata nell'oggetto stesso; si considera, cioè, l'armonia delle parti col tutto nell'oggetto, non in quanto riferita a noi.

Per il giudizio estetico o di gusto, invece, l'armonia dell'oggetto viene considerata in quanto correlata al soggetto (ciò ci fa chiamare "bello" l'oggetto).

 

Il giudizio di gusto e l'Estetica

 

Il giudizo estetico è dato dal considerare l'oggetto in rapporto armonico con il soggetto, in modo che dinanzi ad un oggetto acquistiamo coscienza del libero gioco delle nostre facoltà.

Esso non ci dà nessuna conoscenza dell'oggetto, perché la rappresentazione che ne fa è completamente riferita al soggetto e quel che se ne ricava è solo la forma finale nella determinazione delle facoltà rappresentative che a quell'oggetto si rivolgono.. Il giudizio estetico, quindi, si esprime non a livello di concetti, ma di sentimenti, i soli che possano avvertire l'"armonia del gioco delle facoltà dell'animo".

Il sentimento del bello o piacere estetico o giudizio di gusto deve avere certe caratteristiche per essere tale. Kant ne enumera quattro:

 

  • - Bello è ciò che piace senza interesse. Di conseguenza il piacere estetico è puramente contemplativo e si disinteressa dell'esistenza stessa dell'oggetto che suscita in noi il sentimento.
  • - Bello è ciò che piace universalmente. Se il bello non attiene a nessun interesse particolare, esso contiene in sé il principio di un piacere universale.
  • - Bello è ciò che piace necessariamente, cioè il bello non può lasciare indifferenti, non pu non piacere. Questo richiede però una educazione al gusto estetico.
  • - Bello è ciò che piace senza concetto (o per la sola forma). Non è, in altre parole, il contenuto della cosa che mi interessa, ma solo l'armonica disposizione delle parti nel tutto (=forma), che causa poi in me il libero ed armonico gioco delle facoltà. E' la coscienza di tale libero gioco che mi dà il piacere estetico.

            Per questo giudico "bello" l'oggetto che mi permette tale gioco.

 

 

Il giudizio teleologico: il finalismo nella natura e nella storia

 

Il giudizio teleologico considera la finalità nell'oggetto in un modo più "oggettivo" di quanto non avvenga nel giudizio estetico.

I motivi che inducono Kant a supporre un finalismo nella natura sono essenzialmente due: uno è dato dalla possibilità di spiegare la libertà; l'altro dall'insufficienza del meccanicismo a spiegare la natura stessa.

La possibilità di spiegare la libertà. La natura è il regno della necessità e del determinismo meccanicistico. Sul piano fenomenico, della ragion pura, questo è un dato accertato e risaputo. Tuttavia l'azione dell'uomo, in quanto soggetto di libertà, non può esplicarsi che nel mondo sensibile: il regno dei fenomeni è il campo di azione di questo noumeno che è il soggetto morale. Se l'agire morale dell'uomo è possibile, è segno che le leggi di necessità presenti nel mondo fisico sono tali da potersi accordare con la nostra libertà: sono, quindi, finalizzate.

Insufficienza del meccanicismo. Ma Kant va ancora più oltre. IL meccanicismo non è tale da poter spiegare totalmente ed in modo soddisfacente la stessa realtà fenomenica. Il meccanicismo lega un fatto ad un altro con una catena ferrea di cause ed effetti. Ma tale catena non spiega se stessa: da una parte, infatti, resta incompiuta (non ha né un inizio ragionevole né una fine; cfr. la 3a antinomia della Dialettica trascendentale); dall'altra ogni catena causale è separata dalle altre. In altri termini, il meccanicismo fallisce nell'intento di unificare tutti i fenomeni: un aggregato di parti non potrà mai costituire un tutto armonico ed organico: è necessaria al contrario, un'Intelligenza che unifichi le parti in un tutto secondo una prospettiva finalistica. Kant non vuole cedere né al puro meccanicismo che porta in ultima analisi all'"animismo", a supporre "potenze occulte" nella natura; né alla pura spiegazione teleologica, che facilmente degenera nel misticismo, ma vuole cercare una conciliazione di entrambi in un ambito soprasensibile.

Ciò che maggiormente fa sospettare a Kant un finalismo nella natura è l'esame degli organismi viventi. Questi non sono semplicemente macchine, aggregati di parti giustapposte: in essi le parti sono coordinate per una funzione, cioè un fine. Ma, affinché ciò avvenga, è necessaria un'intelligenza che organizzi le parti in vista del tutto e in vista del fine.

 

L'uomo e il regno della storia

 

L'uomo costituisce il fine ultimo della natura. Ma, detto che il fine della natura è l'uomo, non è ancora detto quale sia il fine dell'uomo. Kant intanto esclude che sia la felicità ed enumera vari motivi per i quali pensare che l'uomo sia fatto per la felicità risulta assurdo:

- sono tante e così diverse le concezioni della felicità, che la natura stenterebbe ad accordarsi ad un concetto così vario ed oscillante;

- c'è una contraddizione insanabile tra l'incontentabilità della natura umana e la felicità intesa come appagamento pieno;

- l'uomo non è prediletto dalla natura, in modo tale da essere preservato da ogni pena ed indirizzato alla felicità piena, anzi sembra invece che la natura lo voglia più infelice degli altri esseri.

Nel medesimo tempo, tuttavia, certamente la natura ha privilegiato l'uomo rispetto a tutti gli esseri di una facoltà superiore: la ragione. Sarà quindi nello sviluppo della ragione il fine "lo scopo finale" dell'uomo. Con questa affermazione Kant si ricollega a tutta la tradizione intellettualistica, specialmente greca e conclude in consonanza con tutto il suo sistema e con tutta l'ispirazione dell'illuminismo: la ragione è il bene supremo.

L'uomo è sì il fine ultimo della natura, ma questo solo a condizione che egli sappia e voglia dare alla natura e a se stesso, un fine tale, sufficiente per se stesso e indipendente dalla natura, tale quindi da essere uno "scopo finale", il quale tuttavia non può trovarsi nella natura. Lo svilupparsi secondo ragione implica nell'uomo due modi di essere: quello che egli chiama "cultura" e quello che gli chiama "abilità".

L'abilità è il progresso tecnico (Zivilisation), che permette all'uomo di liberasi dai condizionamenti materiali e di usufruire e godere di migliori condizioni di vita. Questa abilità, però, può essere sia una causa di degradazione, portando ad un culto del benessere, sia essere preparazione all'autentica vita morale e quindi al dominio della ragione.

Resta dunque come fine autentico la "cultura" (Kultur), che si identifica con il progresso morale, la promozione nell'uomo delle libere intenzioni morali.

Anche il fine della società non potrà essere visto se non in funzione del progresso morale dell'umanità. Fine della società sarà dunque la promozione della "cultura". Ora ciò non è possibile, per Kant, se non sviluppando i rapporti interpersonali e le relazioni tra gli stati.

All'interno dello Stato la migliore forma di governo è quella repubblicana, quella forma cioè nella quale si costituisce una potestà legale che tenda a porre sul piano della giustizia le relazioni dei singoli e quindi a promuoverne la libertà. A questa forma non si giunge senza lunghi e dolorosi contrasti. Ma l'antagonismo è per Kant la legge del progresso storico: senza lotta nulla si ottiene e c'è inoltre una provvidenza storica che dal male degli uomini sa trarre il bene generale.

Sul piano delle relazioni tra gli stati l'ideale kantiano è quello di una federazione universale, in cui la tutela della sicurezza e del diritto di ciascun stato non sia demandata all'arbitrio e alla forza del singolo stato, ma alla decisione della società dei popoli.

La molla che spinge le nazioni ad aderire a questo ideale sovranazionale è per Kant la guerra. Infatti, pur essendo in se stessa una umana follia, la saggezza suprema la preordina a fondamento della futura unità dei popoli.

 

 

KANT PRECRITICO

 

 

Nonostante la varietà delle sue meditazioni ed il carattere enciclopedico dei suoi corsi, dovuti alla viva sensibilità nei confronti delle manifestazioni spirituali del suo ambiente, da questa sconcertante varietà si sviluppano certe linee convergenti inequivocabili: Kant perseguiva senza posa un disegno unico e preciso, che è necessario mettere in evidenza preliminarmente, per poter poi penetrare nella storia del suo pensiero. Anche se la lettura positivistica di Kant ha posto unilateralmente l'accento sul criticismo kantiano facendone il paladino di quella metodologia scientifica che è culminata nel limitarsi della scienza al fenomeno, non bisogna dimenticare che l'attacco kantiano alla metafisica è sempre accompagnato da uno sforzo costruttivo; proclamare la rovina della metafisica equivale, per lui, a sospenderla temporaneamente, con lo scopo di assicurarne l'avvenire, grande sogno e grande disegno nutrito da Kant per circa 50 anni. Gli attacchi, egli li dirige a una metafisica e a un metodo determinato, mentre egli stesso costruisce, almeno schematicamente, un'altra metafisica e mentre elabora un altro metodo. Raggiungere, in conclusione, il metodo filosofico e costruire per mezzo di questo la metafisica eterna: queste sono le aspirazioni dello spirito di Kant. Il dramma kantiano consiste precisamente nel doloroso dovere di sopprimere la metafisica wolfiana per amore e a vantaggio della metafisica eterna. Kant non si è mai posto sotto la protezione di Hume. La grande cesura nell'evoluzione del pensiero kantiano si colloca nel 1781 con la Critica della ragion pura. Fin dall'inizio egli non nascondeva la sua profonda avversione per la compattezza del wolfismo. La boa di salvataggio alla quale egli si aggrappa nei primi tempi, consiste in una critica diretta di alcune tesi principali di questo sistema, e questa critica assume contorni mirabilmente precisi se confrontata con le discussioni filosofiche e scientifiche del momento. Egli cercherà in seguito la panacea nel criticismo, scoperto non con un'intuizione improvvisa e geniale, ma maturato lentamente e faticosamente elaborato. La fiducia assoluta in questo fondamento critico della metafisica si fonderà, dal 1781, con l'avvenire della metafisica stessa. I 20 anni che precedono la Critica della Ragion Pura (1761-81) costituiscono un periodo preparatorio, se paragonati post factum alla sintesi critica. Kant cerca la sua strada nel dedalo della vita scientifica della sua epoca e partecipa a tutti i movimenti di essa. Da questo lavoro di informazione Kant sviluppa i principi critici fondamentali. Nel periodo che va dal 1781 al 90, in cui Kant ci dà la trilogia critica, egli si preoccuperà di mettere al sicuro la metafisica mediante l'elaborazione completa della filosofia critica. Questo periodo è quindi essenzialmente costruttivo. Il terzo periodo, che ha inizio dal 1790, è dominato dalla confusione sorta nello spirito di Kant fra l'avvenire della metafisica e l'avvenire del suo sistema. Tale periodo è caratterizzato da un atteggiamento difensivo: Kant dovette tutelare l'integrità del suo pensiero, contemporaneamente, sia dall'assalto dei wolfiani che dall'apostasia dei suoi allievi, che preannunciano lo slancio romantico della filosofia tedesca. Kant fece il suo ingresso nel mondo scientifico in occasione del 1o centenario della morte di Cartesio (1750). E' il secolo del maestoso spiegamento della fisica che, in tutti i paesi di cultura avanzata, sta provocando uno dei più clamorosi conflitti della storia delle idee in Occidente. Si verifica una fioritura di sistemi filosofici che derivano direttamente da Cartesio (Spinoza, Malebranche e Leibniz). La loro comune origine spiega come tutti siano animati dallo stesso orgoglio, quello della fisica, e perché tutti, indistintamente, siano galvanizzati dall'insperata efficacia del metodo deduttivo. Se è vero che Cartesio ha portato all'Europa un messaggio, questo non può consistere che nel miraggio di un metodo che fosse guida dello spirito. Il suo metodo doveva essere destinato a premunire lo spirito dalla sua imperfezione discorsiva e dalla fede ingenua nell'informazione sensibile. Partendo da un'unica evidenza originale, il metodo cartesiano si propone di far partecipare tutto il concatenamento deduttivo delle nostre conoscenze a questa evidenza prima, grazie alla loro perfetta coesione razionale, al pari della matematica che trova nella connessione razionale delle sue proposizioni la sua certezza suprema e la sua alta autorità spirituale. Da Cartesio a Leibniz, lo spirito umano aspira a costruire more geometrico un sistema metafisico e fisico del mondo. La fede in questo procedimento genera un grande rispetto per le matematiche che, in virtù dell'analisi cartesiana stessa, discendono dalle altezze ideali della pura quantità per esprimere dei valori fisici. Fu ancora Cartesio a realizzare il riavvicinamento fra la scienza della materia e quella dello spazio, dato che quest'ultima stabilisce le basi delle altre nelle sue linee generali. Cartesio proiettava i suoi sogni e le sue arditezze matematiche nella realtà fisica e la riduceva ad elementi matematici semplici. Tuttavia sappiamo che la fisica cartesiana non resistette alla prova dei fatti e alla lezione dell'esperienza. Christian Huyghens lo dimostrò chiaramente a proposito di alcuni argomenti importanti e, da allora, il dubbio circa la rigorosità delle deduzioni cartesiane crebbe incessantemente fino al momento in cui i Principia mathematica (1687) giunsero a chiudere la dinastia dei grandi fisici che, usando il metodo baconiano-galileiano, completano l'immagine fisica del mondo. Tuttavia la scuola di Newton, proprio come quella di Cartesio, esaltava la priorità del metodo. Anch'esso, come quello cartesiano era universalmente applicabile. Partire dall'osservazione dei fenomeni, ricercare attraverso la loro costante manipolazione il nesso causale prossimo che li determina e stabilire la classificazione definitiva del comportamento delle cose che costituisce la trama di tutta l'esistenza fisica: ecco il vero metodo del dominio dei fatti concreti e osservabili. Esso vuol fare qualcosa di più che descrivere: tende a spiegare attraverso le cause e questa spiegazione salva la parte di verità che è presente nella matematizzazione della materia, anche se si rifiuta come abusivo il matematismo cartesiano. L'induzione newtoniana, essendo agli antipodi del metodo cartesiano, doveva scontrarsi con quest'ultimo. Essa vieta di trattare la natura osservabile come una gigantesca opera geometrica e sostiene che la natura comporta degli elementi semplici, irriducibili al puro concetto matematico, e che solamente l'esperienza scopre. D'altra parte l'induzione è meno audace e più consona alla condizione umana. La metafisica spiega il visibile e l'osservabile con l'invisibile, cioè il fatto con il principio. Senza dubbio tale principio è una causa, ma non è assolutamente una causa prossima. La regressione causale usata dall'induzione è più modesta: essa concatena i fenomeni in un ordine causale semplicemente osservabile. Tutti gli scienziati positivi sparsi in Europa si schierano a favore di Newton e del metodo che ha fornito alla ricerca scientifica. L'antagonismo nato tra metodo cartesiano e newtoniano si andò sempre più acutizzando, fino a generare un conflitto fra le scienze che praticano questi metodi: le matematiche e la filosofia, la quale comprende anche la fisica, secondo l'uso allora in vigore. La fisica cartesiana si accaniva a scoprire gli elementi semplici e irriducibili della materia nella quantità pura e, a questo scopo accordava al pensiero puro un potere di investigazione, mediante la sua analisi concettuale. La filosofia leibniziana non è altro che un modello grandioso di una fisica e una metafisica in cui la ragione coglie gli elementi semplici costituenti la realtà fisica. L'induzione newtoniana, passata nelle mani degli empiristi, cercava a sua volta il semplice, ma questo era l'elemento empirico ultimo, irriducibile, non-analizzabile. Al semplice matematico assoluto, si oppone ormai il semplice relativo dell'esperienza. Si faceva quindi urgente il dovere di delimitare con esattezza gli ambiti delle matematiche e della fisica. Tutti gli scienziati scorsero la necessità e tutti i filosofi il pericolo di una simile limitazione. Lo scopo era chiaro e preciso: impedire al filosofo l'uso del metodo cartesiano nella scienza del reale. Vedremo che questa proibizione sarà una delle preoccupazioni costanti del pensiero kantiano. Si può dire senza esitazione che Newton aveva riportato la vittoria verso il 1750, nel momento in cui Kant entra in scena. Filosofia e fisica adottano il canone newtoniano in Inghilterra, Francia e Germania. D'altra parte, il successo che il nuovo metodo ottenne in fisica testimoniava a favore della sua applicabilità universale, e questa fede diede origine a un vasto movimento di ricerche descrittive. Morale, psicologia, sociologia ed estetica, ne furono le grandi beneficiarie. E questa linea descrittiva, accessibile a tutti, utilizzabile in campo pratico, stringerà un'alleanza con le tendenze democratiche dell'illuminismo. A causa di tale alleanza con lo spirito democratico, la cultura scientifica si allontana sempre più dal suo ambiente naturale, l'università. La grande peculiarità in grazia della quale la Germania fa sentire la sua nota nazionale in questo concerto cosmopolita, è la presenza di un sistema di metafisica, ultimo sistema di ispirazione cartesiana per l'Europa: si tratta della metafisica di Leibniz, ridotta a manuale e resa popolare grazie all'instancabile attività di Cristiano Wolf. Il sistema di Leibniz aveva tutte le migliori possibilità, anche a prescindere dal valore intrinseco. Esso è saldamente impiantato nell'insegnamento accademico tedesco; è rafforzato grazie all'accordo concluso fra il protestantesimo ufficiale, il pietismo ed il liberalismo moderato dei suoi difensori; ed appariva, inoltre, in quell'epoca di incertezza intellettuale, di anarchia spirituale e di turbamento morale e politico, come elemento conservatore di ordine e di tradizionalismo. Tutto il XVIII sec. in Germania può essere condensato nella rivalità che oppone l'elemento leibniziano conservatore e l'elemento internazionale progressista, usato da tutti gli scienziati. I primi saggi fisico-metafisici (1746-) dimostrano come Kant abbia sempre affrontato la fisica da filosofo. La predominanza metodologica, infatti, conferisce fisionomia propria a ciascuna delle dissertazioni kantiane di questo periodo. Se egli affronta sempre la fisica da filosofo, lo fa con lo scopo dichiarato di mostrare come, sia in fisica che in metafisica, tutto dipenda dal metodo. L'attività fisico-matematica di Kant si confonde con il grande problema di Kant: il metodo della metafisica. Sotto la spinta di Knutzen, Kant tenta nella sua dissertazione di dottorato sulle forze vive, la conciliazione fra la formula cartesiana (mv) e quella leibniziana (mv.v) delle forze. Ma ciò che gli interessa non è la soluzione, d'altra parte errata, che egli ha dato la suo problema. Egli attribuisce, in effetti, le errate valutazioni cartesiano-leibniziane ad un errore di metodo e ciò lo induce a ricercare il vero modus cognoscendi di questi due pensatori: il vero scopo che persegue è quello di scoprire un metodo più appropriato. E per raggiungere tale scopo parte da una più accurata differenziazione fra i diversi campi d'indagine scientifica. Matematiche e fisica, matematiche e filosofia, corrispondono a differenti bisogni e differenti metodi. La confusione dei due metodi, quello matematico e quello fisico è la vera causa degli errori ai quali si espone la fisica deduttiva. La generalizzazione del metodo matematico conduce necessariamente alla errata valutazione cartesiana; il metodo fisico conduce alla formula di Leibniz. Del resto, egli giunge infine alla metafisica proprio generalizzando le analisi di metodo esposte in questa occasione. Egli non è soddisfatto del metodo della metafisica allora dominante, che, nel desiderio di essere una grande filosofia, trascura allo stesso tempo di essere ben fondata. L'ambizione di esaminare i metodi allora adottati e di porre un freno allo slancio con cui la metafisica voleva allargare sempre più la propria sfera a spese della fondatezza: ecco le motivazioni della richiesta di concretezza formulata da Kant nei confronti dei metafisici contemporanei. Se si prosegue nell'analisi dei suoi lavori fisici, si vede che ovunque viene attribuita la medesima importanza al problema metodologico. La Storia universale della natura (1755) ce ne fornisce una prima prova. Questa esposizione della sua cosmogonia è fatta avvalendosi come solo strumento del metodo newtoniano, di cui egli dà una sintesi introduttiva. La storia del mondo sarà dunque delineata in un ordine severamente meccanicistico, determinata dalle leggi naturali. Solo che, e qui il filosofo si scontra con il fisico, la fisica si arresta alle leggi naturali, ma queste stesse leggi rimangono incomprensibili se non sono collegate ad un principio teleologico e tale constatazione permette di conciliare Newton con Leibniz. Tutti gli altri scritti fisici sono ugualmente basati su Newton, ma si nota sempre il tentativo di correggere Leibniz con Newton. La Monadologia (1756), però non mira più semplicemente ad una conciliazione del metodo cartesiano-leibniziano con quello newtoniano nella costituzione della fisica, ma alla loro intima collaborazione. La filosofia naturale ha sofferto fin qui di due mali che bisogna evitare: quello di lasciarsi andare a congetture infondate e quello di non voler spingersi oltre i dati dell'esperienza interpretati dalla geometria. Si capisce che il primo difetto è quello di una metafisica lasciata a se stessa e che il secondo è quello della nuova fisica interpretata matematicamente, geometricamente. Ci vogliono, invece, per la filosofia naturale, sia metafisica che geometria, perché, con la sola esperienza, interpretata geometricamente, si possono descrivere le leggi della natura, ma non se ne può trovare l'origine e le cause: per conoscere queste ci vuole la metafisica. Il problema fondamentale della Monadologia fisica è quello della natura dello spazio: "fenomeno" delle relazioni fra sostanze inestese (Leibiniz), o estensione reale e vuota infinitamente divisibile (Newton)? Per Leibniz, lo spazio è una costruzione ideale che consiste nella conoscenza oscura dell'ordine esistente fra le monadi, ordine risultante dalla loro semplice coesistenza. Newton, al contrario, sostiene la realtà e la sostanzialità dello spazio, condizione di tutte le relazioni spaziali subalterne. Secondo Leibniz, lo spazio è l'effetto delle cose; per Newton, invece, è presupposto delle cose. Kant adotta una teoria intermedia: segue Leibniz nella relatività dello spazio come ordine realizzato dalle sostanze, ma nondimeno si avvicina a Newton negando che quest'ordine sia l'effetto della pura coesistenza. Per lui, sostenitore dell'influsso fisico, le monadi sono capaci di azioni transitive, e la loro interazione determina l'ordine e le relazioni spaziali. Lo spazio è dunque l'effetto delle leggi dinamiche della materia. Quindi Kant è per Leibniz e contro Newton riguardo alla relatività, ma è con Newton e contro Leibniz per ciò che concerne la realtà dello spazio. Anche se queste problematiche rimangono ancora legate all'ambito cosmologico, il pensiero di Kant, negli anni che vanno dal 1762 al 1764 prende risolutamente la direzione epistemologica. Kant si eleva poco a poco al di sopra dei problemi filosofici particolari; un problema più decisivo lo avvince: la possibilità della metafisica. Kant risolve questo problema attraverso il ricorso al metodo newtoniano. Kant, in quel periodo, secondo la testimonianza di Herder, che partecipò tra il 1762 e il 1764, alle sue lezioni, si dichiarava allora seguace di Newton e dei fisici, mentre criticava Leibniz e i wolfiani ed inoltre stimava il lavoro di Rousseau. Gli anni che vanno dal 1755 al 1764 sono caratterizzati quindi da un avvicinamento generale del pensiero kantiano alle posizioni di Newton. Il metodo della metafisica non è il metodo sintetico, matematico, cartesiano di Wolf, ma il metodo analitico della fisica newtoniana. Già nel piccolo scritto sul sillogismo (1762) si manifesta questa tendenza, soprattutto nella conclusione, che porta il pensiero kantiano a gravitare fuori dell'orbita wolfiana: l'esistenza reale non è dimostrabile per mezzo del giudizio, dell'analisi concettuale, del pensiero puro, e neppure la causalità a sua volta può esserlo con gli stessi mezzi. In ambedue i casi, solo la constatazione sperimentale ci garantisce circa l'una e l'altra. Nei due casi noi abbiamo dei dati che, innalzati al piano della conoscenza, sono concetti ultimi non-analizzabili. Ne segue che la metafisica, scienza delle cose esistenti, non può essere costruita secondo il dispositivo wolfiano corrispondente al metodo sintetico-matematico. Tale sarà il risultato al quale Kant giunge nella Indagine sulla distinzione dei principi della teologia naturale e della morale (1764), il vero trattato metodico del periodo precritico. Fino ad ora, gli scritti di Kant che vanno dal 1762 al 1764 ci hanno insegnato, a proposito di alcuni problemi particolari, come la metafisica non debba essere costruita. Nell'Indagine egli ci dimostra come bisogna costruirla e qual è il vero metodo da seguire. Kant stabilisce il metodo metafisico, opponendolo, come numerosi suoi colleghi di quest'epoca, a quello delle matematiche e separa questo problema metodologico da ogni considerazione fisica. Kant è unicamente e definitivamente filosofo. Le matematiche costituiscono la scienza del pensiero puro: i loro oggetti sono esistenze ideali e il loro principio conduttore è quello del fondamento e della conseguenza logica. Ma la metafisica non è una scienza ideale; l'oggetto della sua indagine  sono esistenze reali, assolute; il suo principio è quello della causalità. Le matematiche sono la tipica scienza concettuale, la quale ha la funzione di chiarire un concetto, di stabilirne ogni contenuto oggettivo, in una parola, di definirlo. La prima esigenza è dunque la definizione. La filosofia, invece, parte da dati, li analizza fedelmente con un lavoro di riflessione e conduce, se possibile, ad una definizione. Il punto di partenza empirico è d'obbligo; la constatazione di fatto nell'ordine della trascendenza è il solo mezzo che ci possa avvicinare alle cose esistenti. Le cose sono date, ma sono date in modo rozzo e indistinto, come del resto l'esperienza non rende conto alcuno dei rapporti metasensibili nel cui contesto essi si trovano. Bisogna renderle chiare per renderle assimilabili all'intelletto. E' questo il ruolo del lavoro riflessivo che procede con lo stesso procedimento razionalista dell'analisi. Infatti la metafisica, come ogni altra scienza, tende a rendere chiari i dati indistinti, attraverso una loro divisione in elementi semplici, non ulteriormente analizzabili. Questo tipo di analisi corrisponde al metodo newtoniano: il vero metodo della metafisica è lo stesso che Newton ha introdotto in fisica. In questo caso Kant fa sua la posizione assunta dal pensiero tedesco e in particolare da Crusius, nel conflitto internazionale Cartesio-Newton.  A questo punto, in cui Kant sembra aver ridato rigore metodologico alla metafisica, uno scritto come Sogni di un visionario chiariti con sogni della metafisica (1766) sembra riportare Kant ad un distacco scettico nei confronti della metafisica. Tuttavia, c'è da dire che la metafisica che qui Kant assolutamente sconfessa è quella wolfiana e nonostante tutto egli manifesta il suo amore per la metafisica, anche se nutre una certa esitazione per la sua possibilità come scienza. Ma la metafisica di cui è ancora appassionato è ben altro da come la si intende comunemente: è infatti per lui la "scienza dei limiti della ragione umana". Quindi, se il metodo analitico è rimasto la panacea di Kant, noi assistiamo in quest'opera ad una profonda modificazione del tema della metafisica. L'oggetto della speculazione wolfiana è condannato senza pietà, e la metafisica che conserva agli occhi di Kant il suo valore è quella che esamina i limiti imposti alla ragione dal carattere sperimentale dei dati di cui dispone. Si leva all'orizzonte il problema della limitazione della ragione e al newtonismo si è impercettibilmente sostituito il tema precorritore del fenomenismo. Si può ora, in qualche modo, fare l'inventario del periodo precritico. Esso è compreso nei tre punti seguenti: 1) le cose rivelano la loro presenza e la loro natura nei dati dell'esperienza; non esiste dunque sapere senza tali dati; 2) la conoscenza reale è limitata al contenuto dell'esperienza; 3) la ragione non è limitata in sé, ma è limitata nel suo contenuto dall'esperienza. Dunque non c'è conoscenza a priori delle cose: essa è sempre a posteriori. Ciò solleva un problema molto grave. Il vero fondamento della scienza oggettiva è a posteriori; ora questo non soddisfa affatto tutte le esigenze della scienza che è tale solo a partire dal momento in cui appaiono la necessità e l'universalità dei suoi elementi costitutivi. Ma l'esperienza non è l'organo del necessario e dell'universale. D'altra parte la soluzione razionalista è, a sua volta, insoddisfacente; essa rende conto della necessità, ma non può aspirare ad un valore di realtà. Kant non sa come uscire da questa difficoltà e neppure riesce a considerarla con tutta la chiarezza desiderabile. Intanto, nel 1768 Kant riscopre le ragioni dello spazio assoluto newtoniano, inteso come ricettacolo delle cose, ma di lì a poco nel 1769, la ricerca kantiana giungerà ad un esito diverso, in quell'anno che gli diede una "grande luce". La svolta viene elaborata l'anno successivo nella cosiddetta "Dissertazione del '70": La forma e i principi del mondo sensibile ed intellegibile. Lo spazio è sì l'ordine assoluto cui è sottoposta ogni relazione delle cose, ma la sua natura è ideale. Esso costituisce con il tempo, lo schermo ricettivo dei nostri rapporti col mondo. Spazio e tempo sono intuizioni pure: rappresentazioni singolari che non risultano dalle sensazioni ma costituiscono la forma fondamentale di ogni sensazione, di ogni apparenza esterna ed interna. Le leggi della sensibilità sono perciò leggi della natura, in quanto questa può cadere sotto i sensi; ed è per tale ragione che la natura è soggetta ai precetti della geometria. La Dissertazione del '70 non si limita ad affrontare la conoscenza sensibile, ma esamina anche le superiori possibilità conoscitive dell'intelletto. Kant distingue un uso logico da un uso reale dell'intelletto. Con l'uso logico l'intelletto ordina i dati della sensibilità secondo note comuni e li confronta secondo le regole dell'identità e dell'opposizione. E' da quest'uso dell'intelletto che nasce l'esperienza, la quale consiste dunque in una generalizzazione di dati sensibili. Con l'uso reale, invece, l'intelletto penetra nello status ontologico delle cose. Kant parla di una conoscenza intellettuale, il cui oggetto sarebbe l'intellegibile, le cose come sono in se stesse (i noumeni), qualcosa di non contaminato dalla mondanità dei sensi e che funge da misura comune di tutte le cose. L'uso reale dell'intelletto è presentato come quell'uso per cui l'intelletto produce, acquisisce, riflettendo sulle proprie operazioni "in occasione dell'esperienza", i concetti necessari per conoscere la realtà: i concetti di possibilità, esistenza, necessità, causa ecc. Tuttavia, se Kant qui attribuisce all'intelletto poteri che sembrano superiori ai limiti proclamati nel 1766 con i Sogni è anche perché vede che solo l'intelletto può e deve comunque fornire quelle funzioni di unità, quelle perfezioni, che consentono di connettere i dati in un organismo propriamente razionale. Il noumenismo non va visto tanto come un passo indietro di Kant, quanto piuttosto come il tentativo di superare una concezione dell'esperienza come generalizzazione di fatti sensibili. Rimaneva però da spiegare come fosse possibile l'uso reale dell'intelletto se questo non ha una materia, distinta da quella sensibile. Infatti, per Kant la materia di ogni nostra conoscenza è data solo dai sensi ed il noumeno non si concepisce mediante rappresentazioni derivate dai sensi. Questo problema viene delineato nelle Lettere ad Herz del 1771-2, in cui Kant affronta il problema del fondamento del rapporto tra rappresentazione ed oggetto. Kant fa esplicitamente notare che nella Dissertazione del '70 egli passò sotto silenzio il problema di come le rappresentazioni intellettuali possano rappresentare le cose come sono senza tuttavia essere intuitive, cioè affette da alcuna modificazione dei sensi. Che cosa pensare della conformità degli assiomi della ragion pura con l'esperienza, se l'esperienza è per principio esclusa dalla loro costituzione? Il problema cruciale dunque rimane la spiegazione dell'accordo tra la facoltà intellettiva e le cose. Per renderci conto del problema kantiano dobbiamo sempre tener presente i presupposti da cui Kant prende le mosse in questo stadio della sua ricerca: 1) il soggetto può essere affetto, modificato dall'oggetto solo mediante la sensibilità; dunque solo mediante la sensibilità un oggetto è dato; dunque l'intuizione può essere soltanto sensibile; 2) con l'intuizione sensibile si coglie soltanto il singolare, il puro dato di fatto, dunque ogni concetto astratto dai dati dell'intuizione sensibile è un concetto empirico, incapace di generare scienza rigorosa; 3) un concetto puro è, per definizione, indipendente dai dati della sensibilità; dunque è nel nostro spirito indipendentemente da ogni influsso degli oggetti. Dati questi presupposti, come può un concetto puro rappresentare un oggetto? Kant esclude nelle Lettere ad Herz le due possibilità contrapposte di un intellectus archetypus, che è causa dell'oggetto stesso della rappresentazione e di un intellectus ectypus, che attinga i concetti puri dall'intuizione sensibile. L'unica strada percorribile resta quindi il caso in cui l'intelletto non produce l'oggetto nella sua determinatezza, ma lo produce in altro senso, in quanto si trova ad essere la condizione necessaria del suo riconoscimento come oggetto. In questa eventualità l'intelletto non è costitutivo dell'oggetto in sé, ma è costitutivo dell'oggetto in quanto conoscibile. I concetti puri, a priori dell'intelletto costituiscono in oggetti i fenomeni dati dall'esperienza e solo in questo senso, in quanto conferiscono struttura relazioni e necessità al materiale fenomenico, si può dire che "creino" da un corteo di apparenze un mondo obiettivo. Questa soluzione verrà adottata coscientemente e coerentemente da Kant solo verso il 1775. A questo punto si porrà anche il problema di delimitare in modo chiaro e netto il campo e le partizioni dei concetti puri della ragione, attraverso quella che chiamerà Critica della ragion pura.

 

KANT

 

Kant nasce a Konigberg (Germania) nel 1724.

 

  • CRITICA DELLA RAGION PURA

 

Criticismo = atteggiamento filosofico che consiste nel sottoporre a critica le proprie facoltà intellettuali à atteggiamento di autoriflessione. John Locke e Hume sono i fondatori del criticismo.

Filosofia del limite = filosofia che indaga sulle facoltà conoscitive dell’uomo e stabilisce un limite oltre il quale la conoscenza non può andare (“voglio portare la ragione di fronte al tribunale della ragione stessa”).

Kant vuole realizzare una rivoluzione copernicana: Copernico realizzò una rivoluzione astronomica riguardante il modo di concepire l’universo. Prima c’era il modello aristotelico (la terra è al centro dell’universo), Copernico rovescia i termini dicendo che il sole è al centro. Concezione tradizionaledella conoscenza: l’uomo conosce in base alle cose esterne. Kant vuole ribaltare questa concezione: non è il pensiero che si adegua alla realtà esterna ma è la realtà che ruota attorno al pensiero (“il pensiero dell’uomo è legislatore dell’universo”).

Critica della ragion pura = analisi trascendentale della conoscenza: relativa alle condizioni a priori dell’esperienza sensibile, incentrata sulle strutture primarie della nostra mente che rendono possibile la conoscenza à non riguarda i contenuti ma le condizioni mentali che rendono possibili la conoscenza.

 

Sezioni della critica della ragion pura:

I.    ESTETICA TRASCENDENTALE: sensibilità.

Condizioni preliminari che rendono possibile all’uomo di percepire delle sensazioni sensibili = forme a priori dell’intuizione: spazio e tempo perché ogni volta che proviamo delle sensazioni le proviamo in un determinato momento e in un punto nello spazio. Spazio e tempo hanno natura trascendentale che consiste in 2 aspetti:

  • sono le condizioni dell’esperienza
  • non possono esistere separatamente dall’esperienza.

Concezioni passate sbagliate di concepire spazio e tempo:

  • concezione empiristica di John Locke: la radice di ogni conoscenza è empirica, al momento della nascita non si hanno conoscenze. Spazio e tempo sono conoscenze pari a tutte le altre à derivano dall’esperienza. Secondo Kant spazio e tempo non possono derivare dall’esperienza perché ne sono le condizioni preliminari à senza spazio e tempo non avrebbe potuto esserci l’esperienza sensibile;
  • concezione oggettivistica di Newton: spazio e tempo sono dei contenitori di dati sensibili. È sbagliato perché implica una conseguenza inaccettabile: possiamo ipotizzare che se svuotiamo spazio e tempo dai dati empirici, continuano ad esistere, ma secondo Kant non possono essere separati dai dati sensibili à non possono essere vuoti ma esistono solo collegati a dati sensibili;
  • concezione concettualistica di Leibniz: spazio e tempo sono concetti che esprimono i rapporti tra le cose. Per Kant spazio e tempo non hanno natura concettuale (= non sono mediati dal pensiero) ma hanno natura intuitiva.

 

II.   LOGICA TRASCENDENTALE

  • analitica trascendentale: intelletto (= strumento con cui si esprime il pensiero).

Sensibilità e intelletto sono strettamente legati, non possono esistere separatamente (“senza la sensibilità nessun oggetto può essere dato, senza l’intelletto nessun oggetto può essere pensato”) à sono 2 aspetti dello stesso momento e non 2 momenti separati.

Esistono 12 categorie dell’intelletto, suddivise in 4 grandi gruppi contenenti le categorie (quantità, qualità, relazione, modalità): possono essere usate solo in relazione ai dati sensibili. Deduzione trascendentale = legittimazione o giustificazione dell’uso delle 12 categorie = io penso (appercezione trascendentale, autocoscienza trascendentale): “io penso per poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni (= percezioni)” = quando ho delle rappresentazioni sono consapevole che sono le mie rappresentazioni à unità della coscienza e identità soggettiva.

 

  • dialettica trascendentale: ragione.

Pensiero di Kant = ostile alla metafisica (= concetto fasullo senza fondamenti). Kant interpreta la dialettica seguendo l’interpretazione di Aristotele: i ragionamenti dialettici sono ingannevoli. Per Kant i ragionamenti dialettici inizialmente sembrano giusti ma poi si rivelano fasulli e servono per elaborare sistemi metafisici, che sono sbagliati come i ragionamenti dialettici. La ragione possiede una naturale tendenza verso la totalità (= andare al di là dei dati sensibili).

Sezioni della dialettica:

  • critica della psicologia razionale: Kant vuole dimostrare la nullità della ragione che attraversa i ragionamenti dialettici. Psicologia deriva dal greco anima = totalità dei fenomeni interni. La metafisica afferma la conoscibilità dei fenomeni interni à se è conoscibile esiste: Paralogisma della ragione = ragionamento dialettico che porta a affermare l’esistenza dell’anima, per Kant è sbagliato perché si applica all’io penso la categoria di sostanza à trasforma una funzione formale (io penso) in una realtà sostanziale (esistenza dell’anima): conosciamo l’io penso ma non sappiamo cosa sia à trasformazione illegittima perché le 12 categorie possono essere applicate solo con i dati sensibili. L’anima va al di là delle nostre conoscenze intellettuali à non esiste. La metafisica ha cercato di spiegare l’esistenza dell’anima à il ragionamento della metafisica è sbagliato;
  • critica della cosmologia razionale: concezione del mondo = totalità dei fenomeni esterni. Per Kant per noi non è possibile la conoscenza del mondo, noi possiamo conoscere solo una serie limitata di fenomeni: la metafisica passa dalla conoscenza limitata dei fenomeni esterni alla pretesa di conoscerne la totalità à passaggio illegittimo perchè la pretesa è infondata à quando la ragione cerca di conoscere la totalità dei fenomeni si inciampa in se stessa e capisce che è andata al di là delle sue possibilità conoscitive. La ragione quando cerca di conoscere il mondo incontra le antonomie della ragione = coppia di affermazioni contrarie sullo stesso argomento in cui non siamo in grado di stabilire qual è quella giusta e qual è quella sbagliata: le affermazioni sono la tesi e l’antitesi. 4 antonomie:
  • limiti del mondo nel tempo e nello spazio: tesi = il mondo ha un inizio nel tempo ed è limitato nello spazio, antitesi = il mondo non ha un inizio nel tempo ed è limitato nello spazio
  • divisibilità del mondo: tesi = il mondo non è infinitamente divisibile, antitesi = il mondo è infinitamente divisibile
  • causalità libera (libertà) e causalità necessaria (natura): tesi = accanto alla causalità necessaria non esiste alcuna causalità libera, antitesi = accanto alla causalità necessaria esiste alcuna causalità libera
  • rapporto del mondo con un essere necessario: tesi = il mondo è prodotto da un essere necessario che ne è la causa, antitesi = il mondo non è prodotto da un essere necessario che ne è la causa.

Ciascuna tesi / antitesi individua una o più leggi metafisiche, noi non abbiamo strumenti conoscitivi per stabilire quale sia vera o falsa perché non sono conoscenze empiriche à l’uomo ha delle aspirazioni a conoscere alcune teorie ma la sua conoscenza non ci arriva;

  • critica della teologia razionale: Dio = totalità delle totalità. Per Kant non è possibile conoscere Dio à non si può affermare la sua esistenza, Kant critica i ragionamenti dialettici che affermano l’esistenza di Dio:
  • prova ontologica di S. Anselmo: Dio è un essere perfetto à non può mancare di nessun attributo à non può mancare dell’attributo dell’esistenza. Non è possibile affermare che qualcosa esiste attraverso un semplice ragionamento: per affermare l’esistenza di qualcosa ci vuole la conoscenza sensibile à la prova di S. Anselmo è infondata;
  • prova cosmologia di S. Tommaso: il cosmo esiste à è indispensabile che esista una causa che l’abbia prodotto = Dio. Questa prova è l’applicazione della categoria di causalità: causa = Dio (dato trascendentale), effetto = realtà empirica (dato sensibile) à illegittimo perché entrambi i dati devono essere sensibili à sbagliata;
  • prova fisico – teleologica si S. Tommaso: l’universo è armonioso à è organizzato secondo un progetto, un fine ed uno scopo à c’è qualcuno che l’ha progettato = Dio. L’affermazione che nell’universo ci sia armonia non è una certezza fenomenica, ammettendo che esista non si può collegare con qualcosa di transfenomenico perché sarebbe un passaggio illegittimo à sbagliata.

à Dio non è conoscibile.

Conclusioni di Kant: l’utilizzo delle idee della ragione (anima, mondo, Dio) può avvenire in 2 modi:

  • in modo illegittimo: uso costitutivo delle idee = la metafisica costituisce le esigenze della ragione in realtà
  • in modo legittimo: uso regolativo delle idee = considerare le idee non come realtà ma come degli stimoli che spingono in avanti il cammino conoscitivo ma non potranno mai essere raggiunti.

à Nel uomo ci sono delle aspirazioni che non potrà mai soddisfare.

 

  • CRITICA DELLA RAGION PRATICA

 

Prima parte: descrizione della vita morale e del suo esercizio

Concezione dualistica dell’uomo: l’uomo è sensibilità e ragione. Queste 2 componenti sono in conflitto: la sensibilità è portatrice di desideri, impulsi, interessi; la ragione è portatrice della legge morale che è dentro alla struttura razionale dell’uomo, è innata. Il ruolo della filosofia è chiarire la legge morale (“di 2 cose sole sono certo: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”). C’è un rapporto conflittuale tra legge morale e istinti, bisogna obbedire alla legge morale vincendo gli impulsi: la legge morale è un dovere perché se non ci fosse un idea di obbligo non la seguiremmo ma seguiremmo la via della sensibilità. Proprietà della legge morale:

  • categoricità: contrapposizione tra massima (= prescrizione di comportamenti che vale solo individualmente) e imperativo (= prescrizione di comportamento universale). L’imperativo si suddivide in:
  • ipotetico: assume la forma linguistica del “se…devi…” à vale solo se subordinato a un determinato fine à è un imperativo strumentale, non ha un valore assoluto à non è un imperativo morale
  • categorico: forma linguistica “devi…” à è un comando, ha un valore assoluto à attraverso a questo si esprime la legge morale

à la categoricità si esprime attraverso l’imperativo categorico, ci sono 3 formule per esplicitarlo:

  • agisci sempre in modo tale che la massima della tua azione possa valere come principio di una legislazione universale: il principio da seguire nell’azione che compio deve essere considerato una legislazione universale
  • agisci sempre in modo tale da considerare l’umanità sia nella tua che nell’altrui persona sempre anche come fine e mai soltanto come mezzo: non bisogna considerare l’uomo come strumento per raggiungere un vantaggio (esaltazione della dignità umana)
  • agisci sempre in modo tale che la tua volontà possa considerare la stessa come universalmente legislativa: la volontà che fa compiere l’azione deve essere così giusta da essere considerata legge universale (buona fede);
  • formalità: la legge morale indica la struttura formale dell’azione ma non il contenuto (il come ma non il cosa) perché più è precisa à meno è universale;
  • disinteresse: per obbedire alla legge morale un’azione deve essere sempre disinteressata, l’unica motivazione è il dovere per il dovere: da un’azione morale si può anche guadagnare un vantaggio personale ma la motivazione non deve essere quella di perseguire un vantaggio;
  • autonomia: contrapposizione tra morali eteronome (= tutte le morali della storia, il loro fondamento è esterno all’uomo à dipendono da un’autorità esterna) e morali autonome (= sono dentro di noi à la morale nasce attraverso all’uomo): le morali eteronome sono lesive per l’uomo perché deve essere subordinato a un’autorità esterna. Quella di Kant è una scoperta, non un’invenzione.

 

Seconda parte: destinazione ultima della vita morale

Prospettiva della vita morale = sommo bene = perfetta virtù + perfetta felicità.

Contraddizione insanabile tra virtù e felicità, antinomia della moralità: se sono virtuoso à non sono felice e viceversa perché la concezione dell’uomo è dualistica (legge morale != desideri). Modi scorretti dei filosofi del passato per risolvere l’antinomia:

  • epicureismo ha appiattito la virtù sulla felicità: siate felici à sarete virtuosi
  • stoicismo ha appiattito la felicità: siate virtuosi à sarete felici

à troppo semplicistici. Condizioni per raggiungere prima la perfetta virtù e poi la perfetta felicità:

  • perfetta virtù = perfetta adesione della volontà alla legge morale à impossibile perché implica i desideri, che sono contrari alla legge morale à l’unico modo per pensare la perfetta virtù è immaginare che dopo la morte del corpo l’anima continui a vivere fino a raggiungere la perfetta virtù à postulato: ipotesi dell’immortalità dell’anima;
  • perfetta felicità: occorre qualcosa che garantisca che se sono perfettamente virtuoso à sono perfettamente felice à postulato: questa entità è Dio
  • l’antonomia tra virtù e felicità può essere risolta nell’aldilà.

Libertà = presupposto fondamentale per la vita morale, è un postulato (= ipotesi): il fatto che l’uomo sia libero non è una certezza ma è un’ipotesi.

 

  • CRITICA DEL GIUDIZIO

 

Affronta la terza realtà spirituale: il sentimento = facoltà grazie alla quale cogliamo la finalità e l’armonia, traendone un godimento spirituale.

  • Giudizi determinanti = giudizi conoscitivi che si esprimono attraverso alle categorie che determinano la struttura della realtà
  • Giudizi riflettenti = riflettono la realtà che è già stata determinata. Si dividono in:
  • giudizio estetico (immediato, non concettuale): attraverso di esso cogliamo la bellezza e ne traiamo piacere. 4 definizioni di bellezza:
  • è bello ciò che è oggetto di un piacere senza alcun interesse: l’esperienza estetica produce un piacere disinteressato
  • è bello ciò che piace universalmente senza concetto: l’esperienza estetica non è concettuale ma è immediata cioè extralogica à pretende di valere per tutti
  • la bellezza è la forma della finalità di un oggetto senza la rappresentazione di uno scopo: Kant distingue il concetto di finalità (= armonica disposizione delle parti di un oggetto) e di scopo (= utilità pratica di un oggetto), colgo la finalità dell’oggetto senza tenere conto dello scopo
  • il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto del piacere necessario: il piacere quando scatta, scatta necessariamente. Kant è contrario al relativismo estetico ma capisce che il gusto è relativo à nuovo concetto = il piacere è strettamente legato ai gusti personali

à piacevole = ciò che è legato al gusto personale, bello = ciò che piace universalmente. Giustificazione dell’universalità del giudizio estetico: quando facciamo l’esperienza della bellezza facciamo un libero gioco di immaginazione (= capacità rappresentativa) e intelletto (= mente dell’uomo), libero gioco = spontaneo rapporto tra immaginazione e intelletto dal quale scaturisce un piacere estetico à l’immaginazione fornisce all’intelletto le esigenze di armonia di cui ha bisogno à il piacere scaturisce dal fatto che l’intelletto è appagato. Questo meccanismo è universale à l’esperienza estetica è universale. Rivoluzione copernicana: la bellezza non è nell’oggetto ma è dentro di noi perché siamo noi che facciamo il libero gioco à se l’uomo non ci fosse la bellezza non esisterebbe.

 

  • giudizio teleologico (mediato dal concetto): giudizio finalistico sulla natura.

Concezione finalistica della natura: la natura è organizzata in vista di un fine comune.

Concezione meccanicistica della natura: i fenomeni naturali sono legati tra di loro da rapporti causali à la natura non ha un fine. Secondo Kant la mente dell’uomo è portata al finalismo ma deve accontentarsi del meccanicismo perché il finalismo è più appagante ma è oltre alle capacità conoscitive à è illegittimo. Il meccanicismo è legittimo à è l’unico a cui noi possiamo accedere, il finalismo può servire a ricordarci i nostri limiti conoscitivi.

 

 

Immanuel Kant

 

Vita e opere:

Nacque a Konigsberg nel 1724. Fu educato dapprima nel Collegium Fridericianum nello spirito del pietismo. Uscito da lì Kant studiò la filosofia, la matematica e la teologia nell'università della sua città. Finiti gli studi fu precettore in alcune case patrizie, poi insegnò all'università vari discipline. Nel 1770 fu nominato professore di logica e metafisica all'università dove restò fino alla morte (1804).

Tra le opere più importanti: La Dissertazione, la Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica, la Critica del giudizio.

 

Il pensiero di Kant viene detto "Criticismo", in opposizione al dogmatismo e identifica l'esame della ragione sulle capacità e sui limiti di essa nell'attività conoscitiva (Ragion pura), nell'attività pratica (Ragion pratica) e nell'esaminare il sentimento (Critica del giudizio).

 

 

CRITICA DELLA RAGION PURA

Consiste in un'analisi critica dei fondamenti del sapere che al tempo di Kant si divideva in scienza e metafisica. Queste si presentano in modo diverso al filosofo. Infatti la prima  appariva come un sapere fondato e in continuo progresso, mentre la seconda non aveva lo stesso cammino sicuro. Poiché Hume aveva nutrito dubbi ance sulla validità della scienza, Kant decise un riesame globale della struttura e della validità della scienza. Kant respinge lo scetticismo scientifico di Hume ma ne condivide invece lo scetticismo metafisico.

Kant si pone quattro domande: 1) Come è possibile la matematica pura? 2) Come è possibile la fisica pura? 3) Come è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale? 4) Come è possibile la metafisica come scienza? Nel caso delle scienze basta chiedersi come siano possibili, nel caso della metafisica, bisogna chiedersi se siano possibili.

 

Giudizi sintetici a priori

Kant dice che per poter parlare di scienza si ha bisogno dei giudizi sintetici a priori, cioè di giudizi in cui il predicato aggiunge qualcosa al soggetto e che non derivano dall’esperienza Quindi la scienza pur derivando in parte dall'esperienza, presuppone anche alcuni principi immutabili che ne fungono da pilastri..

Da questo punto di vista, né i Razionalisti, né gli Empiristi sono riusciti a fare scienza poiché gli uni hanno formulato giudizi analitici a priori (giudizi dove il predicato è già inserito nel soggetto: es. "I corpi sono estesi", l'estensione è già una caratteristica dell'essere corpo), gli altri giudizi sintetici a posteriori (giudizi dove il predicato afferma qualcosa di nuovo rispetto al soggetto ma deve essere verificato dall'esperienza: es. "I corpi sono pesanti").

La scienza risulta quindi feconda in duplice senso: sia per quanto riguarda la materia, che le deriva dall'esperienza, sia per quanto riguarda la forma che le deriva da giudizi sintetici a priori. Quindi abbiamo:

scienza = esperienza + principi sintetici a priori.

I giudizi sintetici a priori stanno anche alla base della metafisica, come si vede nella proposizione: "Il mondo deve avere un primo cominciamento"

 

 

 

Rivoluzione Copernicana

Da dove provengono i giudizi sintetici a priori visto che non derivano dall'esperienza?

Per rispondere Kant elabora una nuova teoria della conoscenza intesa come sintesi di materia e di forma.

Per materia intende la molteplicità delle impressioni sensibili che provengono dall'esperienza, per forma intende l'insieme delle modalità fisse a priori attraverso cui la mente ordina la materia sensibile (spazio e tempo). Quindi la conoscenza viene vista come una sintesi tra un elemento a posteriori (materia) e un elemento a priori (forma).

Visto che in noi esistono determinate forme a priori universali e necessarie attraverso cui incapsuliamo i dati della realtà, ecco spiegato perché si possono formulare dei giudizi sintetici a priori.

Come Copernico nel campo astronomico capovolse la concezione tolemaica, così Kant si vanta di avere introdotto una rivoluzione nel modo tradizionale di intendere la filosofia: il soggetto conoscente non gravita più passivamente intorno all'oggetto per raccogliere la conoscenza di un  mondo già costituito, ma con la sua attività a priori illumina l'oggetto ordinando i dati sensibili e diventando in tal modo legislatore della natura.

In base a questo nuovo modo di vedere la conoscenza, Kant fa la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il fenomeno è la realtà come ci appare attraverso le forme a priori, il noumeno è la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo.

 

I tre gradi della conoscenza

Kant articola la conoscenza in tre facoltà principali: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. La sensibilità è la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente attraverso i sensi e tramite le forme a priori di spazio e di tempo, l'intelletto (Versand) è la facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite le categorie, la ragione (Vernunft) è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio. Su questa tripartizione si basa la divisione della Critica della ragion pura che si divide in: dottrina degli elementi (cerca di scoprire gli elementi formali della conoscenza) e la dottrina del metodo (determina l'uso possibile degli elementi formali della conoscenza). La dottrina degli elementi si divide poi in estetica trascendentale (studia la sensibilità e le sue forme a priori di spazio e di tempo) e in logica trascendentale che si sdoppia a sua volta in analitica trascendentale (studia l'intelletto e le categorie) e in dialettica trascendentale (studia la ragione e le sue tre idee di anima, mondo e Dio).

 

L'estetica trascendentale

Le sensazioni, per essere comprese da noi hanno bisogno di un ordine. Questo viene dato dall'idea di spazio e dall'idea di tempo. Queste due idee vengono definite da Kant trascendentali intendendo col termine ciò che non deriva dall'esperienza ma che serve per giustificare l'esperienza stessa.

L'idea di spazio e di tempo sono le condizioni necessarie di ogni esperienza, le forme a priori dell'intuizione. Lo spazio è forma  del senso esterno ( lo spazio rende possibile la conoscenza degli oggetti secondo un ordine di coesistenza spaziale), il tempo è forma del senso interno e del senso esterno (esso rende possibile la conoscenza della successione temporale degli stati d'animo e della percezione dei fatti esterni). Kant dimostra che lo spazio e il tempo sono a priori dicendo, contro l'interpretazione empiristica, che questi non possono derivare dall'esperienza perché per fare un'esperienza la dobbiamo già presupporre. Contro l'interpretazione oggettivistica Kant sostiene che se lo spazio e il tempo fossero degli assoluti a se stanti dovrebbero continuare a esistere anche nell'ipotesi che in essi non vi fossero oggetti, ma è impossibile concepire qualcosa che, senza un oggetto reale, sarebbe tuttavia reale. Contro l'interpretazione concettualistica, Kant afferma che spazio e tempo non possono venir riguardati alla stregua di concetti poiché hanno una natura intuitiva e non discorsiva.

 

L'analitica trascendentale

I dati ricevuti dall'intuizione sensibile vengono adesso ordinati dall'intelletto che opera una sintesi dal molteplice all'unità attraverso le categorie.

Le categorie sono quindi le leggi, le funzioni con cui raccogliamo la realtà, la unifichiamo e la pensiamo. Ma pensare qualcosa significa dare un giudizio, quindi, per le categorie Kant si ispira alla tavola dei giudizi di Aristotele. Anche Aristotele aveva parlato di categorie intendendole però come modi dell'essere cioè come le leggi dell'ente, invece Kant, le riferisce al pensiero e non all'esperienza. Le sue sono quindi leggi della mente, modi di funzionare del pensiero.

Kant parla di dodici categorie: tre quantitative (riguardano l’aspetto numerico delle cose = UNIVERSALI, PARTICOLARI, SINGOLARI), tre qualitative (si riferisce agli attributi delle cose = AFFERMATIVI, NEGATIVI, INFINITI), tre di relazione  e tre di modalità.

Le categorie di relazione si riferiscono a come noi sviluppiamo certi giudizi. Il giudizio di relazione può essere: categorico (non ammette repliche o dubbi), ipotetico (dipende da una condizione es. “Mi insulta, lo schiaffeggio”), disgiuntivo (quando si formulano delle ipotesi lasciando varie opportunità).

Le categorie di modalità si riferiscono a come noi esprimiamo il metodo, la tipologia del giudizio. Si hanno tre diversi giudizi: problematico (quando la confusione non risolve la questione), assertore (quando si afferma una cosa senza darne spiegazioni), apodittico (quando si dimostra una cosa affermata)

Se esistono queste dodici categorie, bisogna pensare che ci sia un io (un centro) di cui le categorie siano funzioni e che le raggruppa. Se non ci fosse un unico soggetto (l'io penso) non avremmo la consapevolezza del pensiero fatto. Kant dà il nome di “io penso” a questa funzione poiché vuole parlare del pensiero nel momento in cui pensa.

L'io penso è dunque il principio supremo della conoscenza umana, esso rende possibile l'oggettività del sapere, organizza la realtà. Kant scopre la garanzia della conoscenza non negli oggetti o in Dio ma nella mente stessa dell'uomo e considera quindi quali sono i suoi limiti e il suo potere conformemente ai limiti e al potere dell'uomo. Le categorie funzionano solo in rapporto al materiale che organizzano. Senza di questo sono vuote.

Questo fa sì che le categorie risultino operanti solo in relazione al fenomeno, cioè alla realtà come si manifesta. Il conoscere per Kant non può estendersi al di là del fenomeno in quanto una conoscenza che non si riferisca all’esperienza non è conoscenza ma un pensiero vuoto.

Questo rimanda al concetto di cosa in sé, cioè del noumeno. Infatti Kant non vuole ridurre la realtà al fenomeno, egli afferma infatti che se c’è un per noi deve esserci per forza un “in sé. Kant distingue tra senso positivo e senso negativo del noumeno. Nel senso positivo il noumeno è l’oggetto di un’intuizione intellettiva, non sensibile, cioè di una conoscenza extrafenomenica. In senso negativo invece, il noumeno è il concetto di una cosa in sé che non può mai essere oggetto della nostra intuizione sensibile. In questo senso il noumeno è per noi un concetto limite che mette un limite alla nostra conoscenza.

 

La dialettica trascendentale

La dialettica trascendentale vuole essere lo studio critico del pensiero che si abbandona alla metafisica.

Si è detto che l’uomo può conoscere solo il fenomeno, infatti, il soggetto può conoscere solo rimanendo nell’ambito dell’esperienza. L’uomo è cosciente di questo, ma nonostante tutto si sente insoddisfatto e allora si abbandona alla metafisica.

Kant affronta il problema se la metafisica possa anch’essa costituirsi come scienza. Il termine dialettica assunto con il significato di logica della parvenza, lascia intuire la risposta negativa di Kant. Egli vuole analizzare e smascherare i ragionamenti fallaci della metafisica che comunque è un’esigenza naturale dell’uomo ma che in realtà non ha delle solide fondamenta.

L’intelletto preso in esame nella dialettica è la “Vernunft” (opposta alla Versand) cioè quello che vuole ragionare in termini di concetto puro, indipendentemente dall’esperienza. Quest’intelletto non usufruisce delle esperienze, cerca di comprendere il noumeno. La Vernunft opera come la Versand, cioè organizza il molteplice e lo unifica sotto una rappresentazione comune utilizzando non i dati dell’esperienza, ma i suoi concetti interni e formula tre tipi di sillogismo: categorico, ipotetico e disgiuntivo. Con questi unifica tutto il mondo interno con l’idea di anima; i fenomeni esterni col mondo e l’unione dei fenomeni esterni con quelli interni con l’idea di dio.

Kant dimostra quindi che queste tre idee non si costituiscono in scienza.

  1. Critica dell’idea di anima:

Kant critica l’idea di anima e quindi la psicologia razionale dicendo che questa è fondata su paralogismi cioè su falsi ragionamenti (il paralogismo è un sillogismo errato perché quaternario. Il termine medio può assumere due significati diversi e quindi in contrasto. Il I significato è quando intendiamo la sostanza spirituale come io penso e quindi come elemento unificatore delle sensazioni, il II quando intendiamo la sostanza spirituale che esiste di per sé).

 

- Critica del mondo:

Kant dice che la ragione cade in contraddizioni insolubili quando pretende di conoscere il mondo inteso come totalità dei fenomeni esterni. Infatti se si ragiona in questo senso si ci viene a trovare di fronte a delle antinomie cioè delle leggi che si contraddicono in cui è possibile trovare una tesi e un’antitesi che hanno entrambe la possibilità di esser vere.

Le antinomie sono 4 e sono una qualitativa, una quantitativa, di relazione, modale: 1) Il mondo può essere finito o infinito; 2) Il mondo è composto da parti semplici (gli atomi) o no. 3) E’ possibile trovare cause meccaniche o cause finali. 4) Il mondo è sempre esistito o è stato creato da un dio.

 

  1. Critica di dio:

Kant esamina tre dimostrazioni dell’esistenza di dio formulate dalla teologia razionale: 1) l’argomento ontologico, affermato da S. Anselmo e dal razionalismo (anche Cartesio), non ha validità in quanto dal concetto di dio non si può dedurre la sua esistenza perché si può avere il concetto di una cosa senza che questa debba necessariamente esistere. Infatti in questo modo si passa dal piano gnoseologico (concetto di dio) al piano ontologico (esistenza di dio). 2) L’argomento cosmologico affermato dalla scolastica (S. Tommaso) non ha fondamento scientifico, infatti, dall’esistenza del mondo non si può dedurre l’esistenza di un ente necessario poiché il principio causa-effetto è una categoria e quindi ha validità  solo nei limiti dell’esperienza. 3) L’argomento teologico affermato dalla Scolastica e dalla corrente del Razionalismo deve essere rifiutato in quanto l’ordine e la regolarità dei fenomeni naturali che sembrano tendere verso un fine, potrebbero provare l’esistenza di un ordinatore della materia ma non di un dio creatore. Però per affermare l’esistenza di un Ente creatore o semplicemente ordinatore, partendo dall’ordine dell’universo, bisogna applicare la categoria di causa ad un contenuto che non si fonda sull’esperienza.

 

Dunque la Vernunft ha fallito, la metafisica non può essere considerata scienza. Dunque le tre idee non possiamo assumerle come verità scientifiche, però le possiamo assumere a livello regolativo, cioè è meglio pensarle per la vita. L’uomo infatti servendosi di esse può impostare le sue scelte in modo consapevole.

 

 

 

 

CRITICA DELLA RAGION PRATICA

Kant si pone una domanda” : la ragione interferisce nel nostro comportamento? può dirci come dobbiamo agire? La risposta è affermativa, egli dice infatti che la ragione indirizza la nostra volontà ma non si pone di necessità, cioè non si oppone agli impulsi. Infatti, se fosse così non si porrebbe neanche la questione morale perché la ragione diventerebbe arbitro del nostro comportamento, la questione si pone invece per il fatto che noi siamo liberi, cioè in grado di poter scegliere di seguire o non i comandi della ragione. L’uomo può scegliere di seguire gli impulsi sensibili, gli istinti o i dettami della ragione.

Kant distingue tra una ragion pura pratica (che opera indipendentemente dall’esperienza e dalla sensibilità) e una ragione empirica pratica (che opera sulla base dell’esperienza e della sensibilità). E poiché la moralità si identifica con la ragion pura pratica, il filosofo deve distinguere in quali casi la ragione è pura pratica , e quindi morale, e in quali è soltanto pratica e quindi non morale. Questo è lo scopo della critica della ragion pratica.

La ragion pura pratica non ha bisogno di essere criticata perché si comporta obbedendo ad una legge universale, invece, la ragion pratica può darsi delle massime dipendenti dall’esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale.

Il fatto che la ragion pura pratica non debba venir criticata non significa che sia priva di limiti, infatti, risulta segnata dalla finitudine dell’uomo e deve essere salvaguardata dal fanatismo

Kant distingue i principi che regolano la volontà, i comandi della ragione in massime e imperativi. Le massime sono dei comandi soggettivi; gli imperativi invece sono dei comandi che valgono per tutti. A loro volta gli imperativi si dividono in ipotetici e categorici.

Gli imperativi ipotetici sono quei comandi legati ad un obiettivo, a un fine che vogliamo raggiungere. (se…devi)

Gli imperativi categorici sono dei comandi assoluti della ragione, quelli che rappresentano un’azione come necessaria per se stessa, buona in sé, senza alcuna relazione con un altro fine. (devi puro e semplice). Solo l’imperativo categorico, che ordina un devi assoluto e quindi necessario e universale, ha in se stesso i contrassegni della moralità, della legge morale essendo la morale incondizionata dagli impulsi sensibili.

La formula base di questo imperativo è: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale”. (cioè se vuoi sapere se un’azione è morale chiediti se la tua massima possa dar luogo ad un ordine universale, ad una natura nella quale puoi vivere con i tuoi simili senza contraddizioni)  Kant presenta altre due formule di questo imperativo. La seconda dice: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di un altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo” (Si basa sul principio dell’umanità come fine a sé stessa e prescrive il riconoscimento della dignità umana nella propria e nell’altrui persona). La terza afferma di agire in modo tale che: “ La volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa  come universalmente legislatrice”. (Riprende la prima ma sottolnea l’autonomia della volontà chiarendo come il comando morale non sia un imperativo esterno, ma il frutto spontaneo della volontà.

 

Gli imperativi devono avere tre requisiti: formalità, libertà e autonomia.

 

  1. Formalità:

Il contenuto dell’imperativo non rende universale la legge morale, ma ciò che la rende universale è la forma, cioè l’intenzione, il modo con cui si fa un’azione. Es.: Fare l’elemosina ad un mendicante. Perché me lo sento veramente di fare o perché dio mi premia. Il contenuto dell’imperativo è sempre lo stesso, ma la forma cambia. 

 

  1. Libertà:

Se l’uomo deve compiere un’azione, la sua volontà deve essere indipendente, non può essere soggetta a qualche cosa. Quindi la volontà è libera, non è costretta né ad obbedire né a disobbedire alla legge morale, è indipendente sia dalla ragione che dagli impulsi. La volontà di conseguenza non ha né meriti né colpe, è un’esigenza dell’imperativo e se la volontà non fosse libera non si porrebbe neanche la questione morale. La libertà è l’indipendenza della volontà.

 

  1. Autonomia:

Se definiamo la libertà come indipendenza della volontà dai contenuti della legge morale abbiamo il senso negativo di essa. Se aggiungiamo che la volontà è in grado di determinarsi da sé abbiamo anche il senso positivo della volontà. La volontà è quindi capace di darsi una legge, questo aspetto positivo è chiamato da Kant “autonomia”

 

Da queste caratteristiche si comprende che Kant distingue tra moralità e legalità. La legalità (che ti impone determinati atti) non si cura dell’adesione spirituale che si ha nel fare quelle azioni. Invece per la moralità la cosa importante è l’intenzione con la quale si compie un’azione. Kant polemizza aspramente contro tutte le morali eteronome, cioè contro tutti quei sistemi che pongono il fondamento del dovere in forze esterne all’uomo o alla sua ragione. (La religione è quindi eteronoma).

 

I Postulati:

Adesso Kant prende in considerazione l’assoluto morale o Sommo Bene. Questo è l’unione tra la virtù (rispetto della legge morale) e la felicità (senso di appagamento per aver rispettato la legge morale. E’ intesa come valore interno in quanto se fosse esterno ci verremmo a trovare di fronte a un imperativo ipotetico). Il Sommo Bene ci permette di postulare l’esistenza dell’anima del mondo e di dio. Infatti per potersi realizzare, il Sommo Bene ha bisogno di un garante di questa realizzazione (dio). Tra l’altro l’esperienza ci dimostra che chi rispetta la morale in questa vita non raggiunge la felicità, quindi, ci deve essere un’altra vita dove possiamo essere felici (immortalità dell’anima).

Nell’uomo sono presenti sia la natura fisica che quella morale, quindi, risulta esserci il contrasto tra la natura che ci tiene legati alle sue leggi fisiche e il nostro spirito che invece ci rende liberi. Questo contrasto è stato inteso come contrasto tra la dimensione fenomenica e quella noumenica. A questo punto possiamo vedere che l’uomo entra nel mondo del noumeno però, non come conoscitore, ma come lui stesso elemento di questo mondo (l’uomo è un ente noumenico). Questo gli permette di comprendere i postulati e quindi di credere nell’esistenza dell’anima e di dio, non gli permette però di dimostrarli. Per la possibilità di ammettere queste due idee Kant sottolinea il primato della ragion pratica sulla ragion pura in quanto dove la ragion pura ha fallito (metafisica) la ragion pratica con la sua morale è riuscita ad affermare (ma non a dimostrare) l’esistenza di un mondo al di là della nostra conoscenza.

 

CRITICA DEL GIUDIZIO

Questa terza critica viene scritta da Kant per risolvere un problema per il quale è stato criticato sia dai suoi contemporanei, che dai filosofi successivi (romantici). Così Kant fa una sintesi tra la dimensione fenomenica e noumenica nell’uomo. Egli scrive che il sentimento fa sì che l’uomo è libero moralmente e si senta libero nella natura. Ma la questione non viene risolta e addirittura viene complicata in quanto i suoi successori dovettero riuscire a trovare una sintesi tra le tre critiche. Così la filosofia successiva non accettando questa sintesi fatta nella critica del giudizio la supera privilegiando la ragion pratica.

 

 

Romanticismo

Alla fine del ‘700 ci troviamo di fronte ad una nuova situazione rispetto all’Illuminismo. I precursori di questa nuova realtà sono i letterati dello Sturm und Drang. Si assiste all‘affermazione della dimensione sentimentale e passionale fino ad allora sottoposta al dominio della ragione. L‘uomo così scopre i suoi sentimenti, i suoi valori, le sue passioni e si rende conto che ciò lo contraddistingue dagli altri uomini.

Tutti i sentimenti naturalmente vengono fuori in maniera tumultuosa poiché fino ad allora erano stati depressi.

Dall’ambito letterario il movimento si sposta negli altri campi, trovando la sua massima fioritura in tutta l’Europa all’inizio dell’Ottocento.

E’ difficile spiegare il concetto di Romanticismo. Sono state date due interpretazioni di fondo. Per una prima lettura , codificata da Hegel, il Romanticismo sarebbe quell’indirizzo culturale caratterizzato dall’esaltazione del sentimento. Ma questa è apparsa troppo angusta per il fatto che privilegia l’aspetto letterario ed artistico del R., mettendone in ombra le componenti filosofiche.

Per una seconda interpretazione il R. tende a configurarsi come un’atmosfera storica, come una situazione mentale generale. Questo significato evidenzia il R. sul piano storico-culturale, vedendo in esso tutta una serie di atteggiamenti  che sorgono in relazione a determinate situazioni socio-politiche.

E’ poi difficile se non impossibile esprimere in una sola definizione l’essenza e i caratteri fondamentali del R.. Esso è pieno di ambivalenze poiché in esso coesistono il primato dell’individuo e quello della società, l’esaltazione del passato e l’attesa messianica del futuro, l’evasione nel fantastico e il realismo. Ma quello che rappresenta il punto di forza di tutto il R. è la polemica contro l’illuminismo.

 

IL SENSO DELL’INFINITO

Al contrario di Kant che aveva costruito una filosofia del finito, i romantici cercano ovunque l’oltre-limite, ciò che si sottrae alle leggi dell’ordine e della misura. Le esperienze dei romantici sono caratterizzate da una sorta di “ebbrezza dell’infinito”, sono anime assetate di Assoluto, desiderose di andare al di là del tempo e dello spazio, del tempo, del dolore, della morte.

I romantici si differenziano però tra di loro per il modo di intendere questo Infinito. Il modello più seguito è quello panteistico. Si concepisce cioè il finito come la realizzazione vivente dell’infinito (realtà stessa dell’infinito). Il panteismo può essere naturalistico (identifica l’infinito con il ciclo eterno della Natura) o idealistico (identifica l’infinito con lo spirito, con l’umanità stessa).

Abbiamo poi il modello trascendentistico per cui l’infinito viene a distinguersi dal finito pur manifestandosi in esso. Il finito appare come la manifestazione dell’infinito. Questo modello ammette la trascendenza dell’Infinito rispetto al finito e considera l’infinito stesso come un dio che è al di là delle sue manifestazioni mondane.

 

LA VITA COME INQUIETUDINE E DESIDERIO

Un altro dei motivi ricorrenti è la concezione della vita come inquietudine, aspirazione, brama, sforzo incessante. I  romantici ritengono che l’uomo sia in preda ad un “demone dell’infinito”, il quale fa sì che egli si trovi in uno stato di irrequietezza e di tensione perenne, che lo porta ad andare al di là dei limiti del finito.

Bisogna prendere in considerazione la parola Sehnsucht (desiderio, aspirazione struggente) la quale forse costituisce la più caratteristica parola del Romanticismo tedesco poiché racchiude in sé l’interpretazione dell’uomo come desiderio e mancanza, desiderio verso qualcosa che sfugge sempre.

La Sehnsucht si accompagna all’ironia e al titanismo. L’ironia consiste nella superiore coscienza del fatto che ogni realtà finita risulta inferiore all’infinito. Il titanismo esprime invece un atteggiamento di sfida e di ribellione, proprio di chi si propone di combattere pur sapendo che alla fine verrà sconfitto. Talvolta il titanismo conduce al suicidio. Il titanismo è detto anche prometeismo poiché i romantici lo personificano nel titano Prometeo simbolo della ribellione in quanto tale.

 

 

Kant (Immanuel), filosofo tedesco (Königsberg, od. Kaliningrad, 1724-1804). Trascorse tutta la vita a Königsberg, dove era nato da una famiglia di modesta condizione (il padre era sellaio). A otto anni entrò nel Collegium fridericianum, diretto in quel periodo da Albert Schieltz, seguace del movimento pietista: il piccolo Kant era stato del resto avviato già dalla madre alla devozione pietistica, caratterizzata dall'atteggiamento sopraconfessionale e dalla fede nel valore salvifico del sentimento e dell'azione pratica. A sedici anni entrò nell'università di Königsberg, dove seguì i corsi di Martin Knutzen, wolffiano e pietista anche lui. Dal 1746 al 1755 continuò gli studi e approfondì fra l'altro particolarmente la conoscenza della fisica di Newton, guadagnandosi intanto da vivere con il lavoro di precettore privato, finché nel 1755 conseguì il dottorato con una dissertazione dal titolo Del fuoco (De igne). Nel quindicennio successivo le sue meditazioni e la lettura appassionata di Hume e di Rousseau lo distaccarono sempre più dagli originari influssi wolffiani. Nel 1770 divenne professore ordinario di logica e di metafisica presso l'università di Königsberg e, fino al 1796, anno in cui lasciò l'insegnamento, fu un docente esemplare per lo scrupoloso attaccamento al dovere. Sul carattere metodico e abitudinario della vita di Kant esiste una nota tradizione aneddotica, secondo la quale, fra l'altro, i cittadini di Königsberg avrebbero regolato gli orologi sull'ora della quotidiana passeggiata del filosofo. Ma l'uomo non viveva affatto fuori del mondo, e la stessa tradizione ci avverte che egli sconvolse i suoi orari quando apprese con emozione profonda i primi successi della Rivoluzione francese. Gli ultimi anni della vita di Kant furono caratterizzati dal rapido declino delle sue facoltà mentali.

Gli scritti pubblicati prima del 1770 rappresentano il periodo “precritico” e vertono su argomenti di fisica e di filosofia. Si tratta di lavori convenzionali, talvolta anche confusi, nei quali l'autore si sforza di definire i concetti fondamentali della nuova meccanica, cercando di risolvere il conflitto fra le posizioni dei cartesiani, dei leibniziani e dei newtoniani, come nello scritto del 1746 Pensieri sulla vera interpretazione delle forze vive. Assai più interessante è l'opera del 1755 Storia naturale universale e teoria del cielo, nella quale Kant prospetta l'ipotesi della derivazione del sistema solare dal moto vorticoso di una nebulosa staccatasi dal caos originario, e contesta comunque a Newton che sia indispensabile far intervenire un principio soprannaturale per rendere ragione dell'origine del sistema. Sulla pericolosa facilità delle ipotesi metafisico- teologiche e sulla inevitabile arbitrarietà di esse Kant ritornò più esplicitamente nello scritto del 1766 I sogni di un visionario spiegati dai sogni della metafisica. La critica (parola che nell'uso kantiano conserva l'accezione originaria di sentenza motivata sulla legittimità di una pretesa) venne prospettandosi così sempre più chiaramente come il compito fondamentale della filosofia: a tale conclusione Kant giunse, come è riconosciuto in una sua celebre dichiarazione, anche per l'influenza della lettura di Hume, che lo risvegliò dal “sonno dogmatico”.

La fase costruttiva del criticismo ebbe inizio nel 1770, con la pubblicazione della dissertazione latina Sulla forma e sui princìpi del mondo sensibile e intelligibile (De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis). In essa viene affrontato il duplice problema dell'origine della nostra conoscenza e dei limiti della ragione, la cui trattazione fu poi sviluppata in forma più sistematica nella Critica della ragion pura del 1781. La conoscenza umana è nel suo complesso un contesto di giudizi, che possono essere analitici o sintetici. Un giudizio è analitico quando in esso viene attribuita al soggetto una qualità implicita nel concetto di questo. La norma della convenienza del predicato al soggetto va ricercata in tal caso nei soli princìpi logici di identità e di non contraddizione. Nel giudizio analitico “il triangolo ha tre angoli” la qualità esplicitamente designata dal predicato è enucleata per analisi fra tutte quelle inerenti al soggetto. Un giudizio analitico non amplia la conoscenza umana e ha funzione meramente discorsiva e chiarificatrice. Tutti i giudizi analitici sono a priori. Nel senso che il riferimento del predicato al soggetto è fondato non su di una verifica empirica, ma unicamente sulla non contraddittorietà di questi. In ciò sta anche il fondamento della incondizionata validità di tali giudizi. Nei giudizi sintetici invece viene attribuita al soggetto una qualità nuova, non desumibile dal concetto di esso: l'affermazione “i corpi sono pesanti” non sarebbe possibile, se non si fosse ricavata dall'esperienza la nozione dell'inerenza della qualità “peso” ai corpi. I giudizi sintetici sono dunque a posteriori e arricchiscono la nostra conoscenza, ma, come aveva osservato Hume, mancano di quella incondizionata validità che caratterizza i giudizi analitici: essi non sono né universali, né necessari. Pure, quello che noi chiamiamo scienza (la matematica e la fisica in particolare) presenta la caratteristica singolare di essere costituito da giudizi che sono sintetici, dunque estensivi del sapere, e tuttavia universali e necessari. Fra una qualunque affermazione di fatto e un giudizio scientifico la differenza sta appunto nel carattere di incondizionata validità del secondo: il torto di Hume è quello di aver creduto illusoria una tale distinzione. Ma, una volta dato per riconosciuto il fatto dell'esistenza storica del sapere scientifico, il compito della filosofia diventa quello di provare come un tale sapere sia possibile, di individuare cioè le condizioni necessarie e sufficienti perché siano costruibili giudizi sintetici a priori. Tutta la storia della filosofia moderna d'altra parte avverte che è vano e pericoloso cercare fuori di noi il fondamento della necessità e della universalità del sapere: l'alternativa già verificata oscilla fra la negazione scettica della possibilità della scienza, che entra manifestamente in conflitto con la realtà, e la fondazione dell'universalità sulla base di un ordine metafisico del tutto gratuito e arbitrario. La via scelta da Kant fu quella di cercare il fondamento dell'oggettività del sapere scientifico nel soggetto della conoscenza, anziché fuori di esso: egli stesso definì questo rovesciamento di prospettiva rivoluzione copernicana, proponendo un'analogia trasparente con l'operazione compiuta da Copernico nel costruire un modello “ribaltato” di sistema solare. Di fatto la conoscenza non è acquisizione passiva di dati provenienti dal di fuori, ma si configura invece come attività unificante e ordinante, che il soggetto esplica mediante forme a priori. Il mondo della natura è la risultante delle sintesi operate dal soggetto sui dati sensibili: le funzioni attraverso cui si estrinseca l'attività sintetica del soggetto sono chiamate da Kant anche trascendentali, per sottolineare il fatto che esse operano a costituire l'esperienza, non hanno significato che in essa, e tuttavia, in quanto a priori, non derivano da essa. La Critica della ragion pura risponde alla domanda sul come è possibile la scienza (domanda che si identifica con quella relativa alla possibilità dei giudizi sintetici a priori) attraverso le due parti in cui è divisa: l'Estetica trascendentale e la Logica trascendentale, che comprende a sua volta l'Analitica trascendentale e la Dialettica trascendentale. Il termine “estetica” venne assunto da Kant nell'accezione ereditata dal Baumgarten di “dottrina filosofica della conoscenza sensibile”, senza alcun riferimento al problema della percezione del bello, che fu poi affrontato nella Critica del giudizio. La tesi fondamentale dell'Estetica trascendentale è che anche la conoscenza sensibile ha alla sua base due forme a priori, lo spazio e il tempo: sulla forma trascendentale dello spazio è fondata la geometria, su quella del tempo la matematica. Nell'Analitica Kant studia i modi dell'attività sintetica dell'intelletto, il quale elabora concettualmente le intuizioni sensibili e le organizza mediante forme a priori o categorie. La deduzione delle categorie, e cioè la costruzione di una tabella ragionata, che includa tutte le forme a priori operanti nei giudizi dell'intelletto, è la parte più intricata e meno persuasiva di tutta la Critica della ragion pura: Kant individua dodici categorie, ricavandole dalla classificazione dei giudizi in uso nella logica formale. L'unità delle categorie, e al tempo stesso l'unità dell'esperienza di tutti i soggetti possibili, che è la condizione dell'esistenza di un mondo oggettivo, sono da Kant fondate sull'io penso, cioè sulla forma fondamentale dell'unità della coscienza, che è alla base di ogni giudizio possibile. L'intelletto costruisce così il mondo dei fenomeni, ma non è illegittimo porsi la domanda del senso che può avere un discorso riferito alla realtà in sé, cioè alla realtà non condizionata dal suo modo di “apparire” a noi. Kant designa la realtà non fenomenica col termine noumeno, il cui senso può essere parafrasato con la formula “ciò che può essere conosciuto mediante un'intuizione intellettuale”, della quale peraltro la mente umana è assolutamente incapace. In Kant la nozione di noumeno resta fondamentalmente problematica: essa allude non a una conoscenza effettiva, ma solo al “pensiero di qualcosa in genere, nel quale io fo astrazione da ogni forma di intuizione sensibile”. Il carattere specifico della metafisica dogmatica è appunto nella pretesa di costruire una scienza del noumeno. L'organo della metafisica è la ragione in senso stretto, intesa come facoltà che aspira a cogliere l'assoluto e l'incondizionato. Disancorandosi dai limiti posti dall'intuizione, la ragione metafisica costruisce le idee, e il tema della Dialettica trascendentale è appunto la dimostrazione dell'impossibilità che esse diventino oggetti di una scienza degna di questo nome. L'esigenza dell'assoluto, che le idee attestano, è legittima e insopprimibile, ma il modo in cui la metafisica pretende di soddisfarla è condannato a sicuro fallimento. Kant ritiene che quell'aspirazione trovi una risposta positiva e legittima in un altro ordine, che è quello della vita morale.

Questo tema fu affrontato nella Critica della ragion pratica (1788). Se la prima Critica presuppone l'opera di Hume, anche come riferimento polemico, oltre che come benefico stimolo a svegliarsi dal “sonno dogmatico”, la seconda si trova in una relazione analoga col pensiero di Rousseau. La lettura di Rousseau insegnò a Kant che il valore dell'uomo non dipende dalla ricchezza delle sue conoscenze (concezione “democratica” della dignità umana, alla quale Kant era del resto preparato dalla sua educazione pietistica) e lo rese al tempo stesso diffidente dinanzi all'indeterminatezza e alla ambiguità della nozione rousseauiana di “sentimento”. La moralità non può avere una misura così variabile e soggettiva, come quella costituita dalla mutevole e incostante “sensibilità”. C'è al contrario in ogni uomo la consapevolezza che la moralità è essenzialmente dovere, tensione di adeguamento della propria condotta a una norma assoluta. A tutte le azioni dell'uomo, di questo essere scisso fra le sue inclinazioni naturali e la sua razionalità, è sempre sotteso un comando (imperativo) della ragione. Tali imperativi vengono da Kant chiamati ipotetici, quando la ragione interviene come criterio della convenienza del mezzo rispetto al fine voluto, sicché lo schema di essi è sempre il seguente: “se vuoi questo, fa' quest'altro”. Ora il carattere specifico del comando morale è invece quello di una imperatività incondizionata: tutti sanno che certe cose vanno fatte perché così la coscienza ordina, indipendentemente da ogni valutazione delle possibili conseguenze dell'azione. Kant chiama perciò il comando della coscienza morale imperativo categorico, e questa categoricità implica da un lato l'assoluta irrilevanza delle condizioni storico-empiriche dell'azione (e quindi la svalutazione a formule puramente esterne delle leggi dello Stato), dall'altro il fondamento puramente razionale dell'imperatività. Nel corso ulteriore dell'indagine la critica della ragione pratica si converte in una nuova metafisica. In primo luogo la capacità dell'uomo di agire autonomamente, emergendo dal condizionamento dell'ordine naturale, entro il quale egli è pure inserito, esige che gli venga riconosciuta l'appartenenza a un ordine di realtà diverso da quello fenomenico: l'autonomia lo fa cittadino di un universo intelligibile, non condizionato dallo spazio, dal tempo e dalle categorie. In secondo luogo alla coscienza della legge morale è intimamente connessa la fede in alcune verità che, seppure ambigue teoreticamente, ci si impongono come condizioni imprescindibili della moralità. Sono i postulati della ragione pratica, e cioè quello della libertà, quello dell'immortalità dell'anima e quello dell'esistenza di Dio.

 

Kant: Idee trascendentali

Per Kant pensare non è la stessa cosa di conoscere. Si può pensare l’inconoscibile e questo in conoscibile è il noumeno. La ragione può pensare concetti a prima (a priori) ma questi non hanno alcuna relazione con i dati sensibili. La ragione che pensa l’inconoscibile non può dare giudizi sintetici a priori perché non può dare giudizi scientifici. I noumeni sono quelle idee che Kant divide in tre: Mondo (cosmo), Dio, anima. Perché sono in conoscibili? Perché non possiamo dare giudizi scientifici. Teorie contrarie sono dette antinomiche. Se una teoria non è dimostrabile sul piano scientifico, ognuno può tenere la propria teoria.

 

Kant: Ragion pratica

La critica della ragion pratica tratta di morale (che intende il comportamento umano). Tutti gli uomini tendono alla felicità e si comportano per raggiungerla ma a volte la mia idea di felicità si scontra con quella di altri. Il mio istinto del piacere mi fa fare azioni che potrebbero danneggiare qualcun altro. Bisogna quindi porre dei limiti alla libertà individuale in modo che quasi tutte le individualità possano raggiungere il benessere. Le regole devono essere universalmente riconosciute (decise insieme). O un individuo le rispetta da solo o lo si costringe ad rispettare la regola, punendolo. Kant parla quindi d’imperativo categorico (pg 375).

 

Kant Immanuel

Biografia:

Filosofo tedesco (Königsberg 1724-1804). La vita e le opere di K. portano l'impronta decisiva di una educazione (prima la madre e poi il pastore F. A. Schultz al Collegium Fridericianum) ispirata ai rigorosi principi del pietismo. Pochi i fatti di rilievo in una esistenza divenuta esemplare per metodicità e linearità: dal Collegium Fridericianum all'Università di Königsberg, dove ancor più che dall'illuminismo wolffiano K. si sentì attratto dalla fisica newtoniana. Sin dalla giovinezza K. si era dedicato allo studio di problemi scientifici. Già nel 1747 egli pubblicò uno scritto sul problema allora assai dibattuto delle forze vive, tentando la conciliazione fra il punto di vista cartesiano e quello leibniziano. Nel 1755 pubblicò: Allgemeine Naturgeschichte und Theorie des Himmels, oder Versuch von der Verfassung und dem mechanischen Ursprunge des ganzen Weltgebäudes nach Newton'schen Grundsätzen abgehandelt (Storia generale e teoria del cielo, o ricerca intorno alla costituzione e all'origine meccanica dell'intero sistema del mondo condotta secondo i principi newtoniani); nonostante tale titolo, K. si distacca da Newton su un punto fondamentale, in quanto sostiene che l'universo è spiegabile con il semplice ricorso alle leggi della natura senza fare appello al divino architetto come fa appunto Newton. Anche negli anni successivi K. pubblicò molti scritti dedicati ai problemi della fisica, e in particolare della meccanica, oggi considerati assai più importanti che nel passato dalla storiografia kantiana per rintracciare il filo conduttore della filosofia di questo autore (per la teoria di K.-Laplace, v.  cosmogonia). A Königsberg K. trascorse alcuni anni come istitutore e bibliotecario e nel 1770 ottenne la cattedra di logica e metafisica di quella università. È questa una data particolarmente importante, perché la “dissertazione” (De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis) presentata in vista dell'ordinariato contiene le basi per lo sviluppo futuro della filosofia kantiana, tanto da segnare il passaggio dal cosiddetto periodo pre-critico a quello critico. Nel primo, K. era passato da un atteggiamento dogmatico di tipo wolffiano nei confronti della metafisica a una posizione che, sotto l'influsso di Hume, assimilava la metafisica ai sogni di un visionario, dichiarandola priva di ogni fondamento. § Con la “dissertazione” del 1770 gli si fece chiaro un principio da cui la metafisica avrebbe tratto diversa luce e significato, il principio del carattere “trascendentale” della conoscenza, per cui essa, pur rimanendo entro i limiti dell'esperienza possibile, rivela forme indipendenti e condizionanti l'esperienza stessa. Certo queste forme, nella “dissertazione”, sono ancora soltanto lo spazio e il tempo, cioè le forme a priori della sensibilità, non dell'intelletto; e perciò manca ancora un'analoga ricerca sulle forme a priori dell'intelletto (in quanto ciò che vale per l'atto attraverso cui noi riceviamo gli oggetti non necessariamente vale anche per l'atto attraverso cui noi pensiamo gli oggetti stessi). E manca ovviamente (cosa che invece costituirà il problema di fondo della Kritik der reinen Vernunft; 1781, Critica della ragion pura*) la giustificazione della nostra pretesa di oggettività nel rapporto di pensiero ed essere (problema della “deduzione trascendentale”), e la presentazione delle regole di applicabilità del pensiero all'essere (problema dello “schematismo trascendentale”). Tali e tante essendo le difficoltà lasciate aperte dalla “dissertazione”, si capisce come la Critica della ragion pura, annunciata nel 1772, abbia tardato quasi dieci anni ad apparire. Già la struttura di quest'opera è rivelatrice della sua articolazione concettuale. Essa si divide, innanzitutto, in un'Estetica trascendentale e in una Logica trascendentale: la prima per definire le forme a priori della sensibilità e la seconda le forme a priori dell'intelletto. Sono forme a priori della sensibilità, come K. aveva già mostrato nella “dissertazione”, lo spazio e il tempo, perché solo nello spazio e nel tempo ci è data la possibilità di percepire gli oggetti. Sono invece forme a priori dell'intelletto le categorie, in quanto esse determinano il nostro modo di pensare, cioè di giudicare; ma se pensare significa giudicare, tante saranno le categorie quante le forme del giudizio, dodici, distribuite secondo i modi della quantità: unità, molteplicità, totalità; della qualità: realtà, negazione, limitazione; della relazione: inerenza e sussistenza (sostanza e accidente), causalità e dipendenza (causa ed effetto), comunanza (azione reciproca); della modalità: possibilità-impossibilità, esistenza-non esistenza, necessità-contingenza. Ora ciò che veramente distingue spazio e tempo da una parte, e categorie dall'altra, è il riferimento degli uni alla conoscenza in quanto passività, e il riferimento delle altre alla conoscenza in quanto attività. Questa distinzione deve tener presente chi voglia fare un retto uso delle nostre facoltà conoscitive, giacché la conoscenza è sempre nello stesso tempo attiva e passiva: passiva in quanto riceve il proprio contenuto dalla sensibilità; attiva in quanto unifica questo contenuto attraverso l'intelletto. Tuttavia è insita nella natura umana l'ineliminabile esigenza di assoluto, non solo in campo pratico (che, come si vedrà, si realizza positivamente), ma anche in campo teoretico. Ne conseguirà un indebito superamento dei limiti della conoscenza, che porta all'illusione. Ciò avviene quando le categorie, che di fatto sono indipendenti dall'esperienza, vengono applicate al di là di ogni possibile riferimento a essa. Per questo motivo nella Logica trascendentale accanto all'Analitica si troverà una Dialettica: e cioè, accanto alla ricerca dei fondamenti che rendono possibile la conoscenza, si troverà un esame delle illusioni in cui cade il conoscere non fondato. Ma prima di passare alla Dialettica, resta da chiarire il duplice e decisivo problema dell'Analitica: la giustificazione del rapporto di soggetto conoscente e di oggetto conosciuto e la presentazione delle regole per cui le categorie vengono applicate all'esperienza. K. chiama “deduzione” quella giustificazione: ed è termine tratto dal linguaggio giuridico, in quanto sta a indicare il diritto dell'intelletto a imporre la propria legge a ciò che gli sta di fronte come altro da sé. La legge dell'intelletto è la legge dell'unificazione del molteplice. Alla domanda: come può avere valore di oggettività un'operazione del soggetto, K. risponde: il soggetto fondante è a sua volta fondato sull'unità (“unità sintetica originaria della percezione” o “io penso”) che sta alla base di ogni possibile esperienza. K. chiama invece “schematismo” la presentazione delle regole di applicabilità delle categorie. Schema è infatti quel prodotto dell'immaginazione che rende possibile l'immagine stessa, in altre parole la determinazione del rapporto fra le categorie e il materiale sensibile cui si applicano nella forma di principi generali dell'esperienza. Si hanno così gli “assiomi dell'intuizione”, le “anticipazioni della percezione”, le “analogie dell'esperienza” e infine i “postulati del pensiero empirico in generale”. Tutto ciò vale dunque nei limiti dell'esperienza possibile. Ma quando questi limiti sono trascesi sì che viene a mancare il riferimento all'esperienza possibile, allora si cade nelle “inevitabili illusioni della ragione umana”. La psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale sono i tre prodotti di questa illusione: la prima trasforma surrettiziamente l'io trascendentale in una sostanza, e pretende poi di dimostrare l'immortalità dell'anima; la seconda considera il mondo come totalità, e dà luogo a irrisolvibili antinomie; la terza fa di Dio oggetto di speculazione teoretica, e si illude di poterne dimostrare l'esistenza. La Dialettica mostra perciò l'impotenza della ragione nel suo tentativo di accedere all'assoluto. Conoscibile, dice K., è soltanto il mondo dei fenomeni, il mondo che attraverso l'incontro di forme a priori e di oggetti dati si configura in una possibile esperienza. Inconoscibile è il mondo del noumeno, il mondo puramente intelligibile. Eppure proprio questo mondo, che è negato alla ragion pura, cioè alla ragione nel suo uso teoretico, costituisce il fondamento stesso della ragion pratica. Anche negli anni maturi del criticismo K. continuò a occuparsi di problemi scientifici; nel 1786 pubblicò I primi principi metafisici della scienza della natura, dove affrontò il problema di una determinazione del concetto di materia in generale e di quello strettamente connesso di moto attraverso un'analisi di tipo fisico matematico. L'opera è divisa in quattro capitoli: foronomia, dinamica, meccanica e fenomenologia. Dal punto di vista della foronomia la materia è ciò che si muove in uno spazio determinato; dal punto di vista della dinamica è ciò che si muove in quanto riempie uno spazio vuoto e ha come proprietà caratteristica quella di resistere a un movimento in uno spazio determinato; dal punto di vista della meccanica la materia è ciò che si muove in quanto ha una forza motrice e può comunicare il movimento a un'altra materia. Nella fenomenologia la materia è ciò che si muove considerato come oggetto di esperienza. In tal modo è possibile provare che il moto circolare è un predicato reale della materia e che ogni moto di un corpo, mediante il quale il corpo stesso esercita un'azione motrice su di un altro, è necessariamente accompagnato da un movimento uguale e contrario del secondo corpo. Nel quadro della materia così intesa K. ritiene di poter dimostrare le tre leggi fondamentali della meccanica dei corpi. Nonostante il carattere alquanto artificioso di molte delle argomentazioni qui riferite, quest'opera testimonia l'impegno di K. nell'indagine sui fondamenti della scienza fisica e nella denunzia dei grossi equivoci contenuti nelle concezioni della fisica del suo tempo. Particolarmente rilevante è la critica al concetto newtoniano di spazio assoluto indispensabile «per rendere possibile l'esperienza la quale però deve essere in ogni caso posta senza di esso». In quest'opera è altresì contenuta la teoria dinamista della materia contrapposta a quella atomistica; K. riprende la vecchia concezione dello spazio continuo, riempito di una materia di densità infinitamente minore di quella dei corpi, l'etere, dove opererebbero due forze, una attrattiva e una repulsiva. Tale concetto che rappresenta uno sviluppo teorico del dinamismo fisico sarà ulteriormente approfondito nella fisica dell'Ottocento.Filosofia: l'eticaNel 1788 K. pubblica la Kritik der praktischen Vernunft (Critica della ragion pratica*), dove l'imperativo morale viene presentato come un fatto della ragione. Perché l'imperativo morale è un “fatto”? Perché non è deducibile da altro. Se lo fosse, non avrebbe più quel carattere di assolutezza che pure ha di fronte alla ragione, con evidenza immediata. Ora, se l'imperativo morale si rivela come assoluto, come incondizionato, come valevole sempre e comunque (nella forma “categorica”, in cui si presenta come fine a se stesso, e non in quella “ipotetica”, in cui si presenta invece come mezzo in vista di uno scopo), questo significa che l'unico motivo determinante di esso non possa essere altro che la pura forma della legge in quanto tale. Perciò K. distingue la sua etica da quelle basate su motivi determinanti “materiali”, siano essi fatti dipendere dall'educazione o dalla società, dal sentimento o dalla volontà di Dio. All'“eteronomia” dei principi etici materiali K. oppone l'“autonomia” di un principio puramente formale: il quale dunque si può esprimere così: «opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale». La prima importante conseguenza di questo principio – dice K. – è che il concetto del bene e del male può soltanto essere determinato dalla legge morale, e non viceversa. A questo proposito K. distingue il “bene supremo” e il “bene sommo”. Il primo consegue da un'attività morale che non ha altro scopo all'infuori di sé, e dunque s'identifica con la virtù; il secondo risponde all'esigenza di compiuta perfezione per l'essere finito, e dunque è insieme virtù e felicità. Ma proprio perché finito, è impossibile (e l'esperienza quotidiana lo conferma) che l'uomo ottenga la felicità in premio della propria virtù. L'idea di Dio viene reintrodotta da un punto di vista pratico (si tratta però di un “postulato” della ragione, di una sua pura esigenza, non di un concetto), una realtà al di fuori di ogni possibile esperienza. Lo stesso si può dire per l'immortalità dell'anima. In quanto finita, la volontà dell'uomo non può mai essere “santa”, cioè tale da seguire spontaneamente l'imperativo morale. Perciò la perfezione si dà all'uomo in un progresso all'infinito: progresso dunque che soltanto l'immortalità dell'anima può giustificare. Ma accanto a Dio e all'anima c'è ancora un'altra realtà che la ragione postula necessariamente nel suo uso pratico: la realtà della libertà, realtà prima, si può dire, nella misura in cui è la condizione stessa dell'agire morale: dato l'imperativo come “fatto”, ne consegue la libertà come “presupposto”. Veramente, il mondo della ragion pratica è il mondo della libertà. Filosofia: libertà e necessitàSe la Critica della ragion pratica tenta di radicare l'esistenza dell'uomo nel mondo della libertà, dopo che la Critica della ragion pura aveva tentato di fondare l'esperienza in generale nel mondo della necessità, la Kritik der Urtheilskraft (1790; Critica del giudizio*) si propone invece una sorta di conciliazione di libertà e necessità. Secondo K. il giudizio, cioè la facoltà di giudicare, può esercitarsi tanto in base a un principio puramente intellettuale quanto in base a un principio puramente sentimentale: nel primo caso si avranno giudizi “determinanti”, cioè tali da costituire gli oggetti cui si applicano, e nel secondo si avranno invece giudizi “riflettenti”, cioè tali da mostrare non tanto la legge cui gli oggetti sono sussunti quanto l'accordo della legge con l'esigenza di libertà. A loro volta, i giudizi riflettenti si distinguono in “estetici” e in “teleologici”. I giudizi estetici sono quelli in cui l'accordo è esperito tramite il sentimento del bello (e tramite quella variante di esso che è il sentimento del sublime); i giudizi teleologici sono quelli in cui l'accordo è esperito tramite il concetto di fine. Ma come è possibile che un principio di ordine sentimentale valga universalmente, aprioristicamente? A condizione – risponde K. – che bellezza e finalità siano valutate in base alla pura forma dell'oggetto, cioè al piacere suscitato dalla coscienza dell'accordo (accordo immediato nel caso del giudizio estetico, e mediato dal concetto di fine nel caso del giudizio teleologico) tra la presenza dell'oggetto in quanto dato e l'esigenza dell'intelletto in quanto spontaneo. A chiarire il significato del giudizio estetico, K. introduce la distinzione di “bellezza libera” e di “bellezza aderente” per quel che riguarda il sentimento del bello, e distingue poi questo sentimento dal sentimento del sublime. Bellezza libera è quella che non presuppone alcuna idea cui possa essere commisurata (p. es. la bellezza di un fiore); bellezza aderente è quella invece che presuppone un'idea di perfezione (p. es. la bellezza di un uomo). Sentimento del sublime, poi, è quello suscitato dalla contemplazione della natura: e si ha quando di fronte alla grandezza o alla potenza della natura che sembrano annientare l'uomo, questi riconosce nella propria ragione o nel proprio imperativo morale un principio che lo eleva al di sopra della natura stessa. Come si vede, in K. il giudizio estetico tratta soprattutto del bello naturale; ma in realtà ciò che vale per il bello naturale vale anche per il bello artistico, come dimostra la teoria kantiana del genio: che è la facoltà per mezzo della quale «la natura dà la regola all'arte». A chiarire invece il significato del giudizio teleologico, K. introduce la distinzione tra considerazione “meccanicistica” e considerazione “finalistica” della natura. La prima è quella che risponde alle regole dell'intelletto, la seconda invece quella che risponde alle esigenze del sentimento. Queste portano a considerare la natura non in base alla semplice causalità, ma come se la causalità fosse orientata verso dei fini. Questo principio non ha però valore costitutivo, ma solo come regola: e tuttavia rende possibile tanto la scoperta di leggi che diversamente rimarrebbero celate quanto il riconoscimento di un ordine provvidenziale.Filosofia: il problema religiosoSi entra così nel vivo del problema religioso, filo conduttore di tutta l'opera di K., ma che soltanto nel Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen Vernunft (1793; La religione nei confini della semplice ragione) viene direttamente ed esaurientemente affrontato. Date le premesse, la conclusione poteva essere solo una: la religione coincide con la moralità. Se così non fosse bisognerebbe ammettere per la fede determinazioni materiali, eteronome, le quali contraddirebbero lo stesso volere di Dio, cioè un volere che non può essere altro da quello rappresentato dall'imperativo categorico. Che l'uomo abbia bisogno di una rivelazione dipende unicamente dalla sua incapacità di uniformare la propria volontà alla volontà di Dio, avendo come unico motivo determinante la forma della legge morale. Ciò non toglie che la religione più alta e universale sia quella che si esprime per mezzo di una fede razionale pura. La filosofia di K. rappresenta una svolta capitale nella storia del pensiero: la conoscenza e la spiegazione scientifica della realtà si emancipano dalla metafisica e in particolare dall'ipotesi creazionistica. La ragione diviene lo strumento per debellare ogni forma di dogmatismo e di ipoteca trascendente per fondere l'autonomia dell'uomo e dei suoi valori anche dal punto di vista morale. Per quanto riguarda il problema educativo, esso è saldamente inserito nella dottrina morale di K., che influenza fortemente la sua opera Pädagogik (1803; Pedagogia). Opere: le opere minoriPrincipiorum primorum cognitionis metaphysicae nova dilucidatio (1755), Monadologia physica (1756), Die falsche Spitefindigheit der vier syllogistischen Figuren (1762; La falsa sofisticheria delle quattro figure sillogistiche), Der einzig mögliche Beweisgrund zu einer Demonstration des Daseins Gottes (1762; L'unico argomento possibile a una dimostrazione dell'esistenza di Dio), Untersuchung über die Deutlichkeit der Grundsätze der natürlichen Theologie und der Moral (1764; Esame sulla chiarezza dei principi della teologia naturale e della morale), Beobachtungen über das Gefühl des Schönen und Erhabenen (1764; Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime), Träume eines Geistersehers, erläutert durch Träume der Metaphysik (1766; Sogni di un visionario, spiegati attraverso i sogni della metafisica).

 

Kant , ripasso.

La filosofia di Kant è la filosofia del limite. Il limite è il limite della mente umana. Kant realizza un cambiamento di prospettiva rispetto alle ottiche della scienza. La scienza si è preoccupata dell’oggetto conosciuto e non si è mai preoccupata del soggetto conoscente. Perché Kant si pone questo problema? Perché osserva che per il medesimo oggetto conosciuto, soggetti diversi arrivavano alla formulazione di concetti diversi. Per questo ci si pone il problema di chi, come e perché sta guardando ed osservano l’oggetto. La mente umana ha dei limiti, la mente umana può accedere al fenomeno ma non al noumeno che è per Kant l’aspetto della realtà che è in conoscibile. L’uomo in quanto tale ha una certa forma che gli consente di fare molteplici cose ma che non gli consente di fare tutto. Come l’occhio umano vede a 180°, così come quello della mosca vede a 360° e non è possibile che l’occhio dell’uomo veda a360°, così la mente umana non può conoscere il noumeno. Questo è il limite che dice Kant, la nostra mente così come è e per la forma che ha, ha dei limiti.

L’estetica di Kant è la percezione mediante i sensi. Il trascendentale per Kant è ciò che appartiene a tutto ciò che fa riferimento alle condizioni interne al soggetto che rendono possibile la conoscenza degli oggetti. Ciò che p trascendentale studia quello che rende possibile la conoscenza esclusa l’esperienza sensibile. Sembrerebbe quindi un contrasto accoppiare le parole estetica e trascendentale , ma non se la mettiamo in relazione al fenomeno (cioè all’esperienza sensibile). È quindi la mente stessa a porre dei limiti alla conoscenza, ma qual è la “forma” della mente?. Per Kant noi conosciamo perché abbiamo un a priori nella nostra mente e cosi sono le forme pure a priori (spazio e tempo) e le categorie e con queste noi possiamo capire.

Quando parliamo del fenomeno, stiamo parlando di conoscenza. Per Kant quindi si parla di conoscenza solamente per conoscenza scientifica. Se non è conoscenza scientifica non è conoscenza. La conoscenza scientifica procede per postulati, formulando giudizi.

La scienza procede attraverso i giudizi. Ma i giudizi della scienza non devono essere a caso. I giudizi analitici a priori e sintetici a posteriori non sono giudizi scientifici. Il giudizio analitico a priori  dà una definizione generali ma non fa riferimento ad un’esperienza. Il giudizio scientifico è il giudizio???????

 

quando il carattere fenomenico di un oggetto di conoscenza non impedisce che su di esso si possano formulare giudizi validi universalmente e necessariamente.

sm. [sec. XIX; dal gr. noúmenon, ciò che viene concepito dall'intelletto, da noéo, intendere]. Nella filosofia di Kant la cosa in sé, cioè l'oggetto della conoscenza intellettuale pura, in opposizione al fenomeno. Il n. è un concetto limite, in quanto circoscrive i confini del retto uso delle nostre facoltà conoscitive, ma è anche il fondamento della vita morale, in quanto giustifica la libertà. Nel primo caso (Critica della ragion pura) la pretesa di una comprensione pura, cioè al di là di ogni riferimento all'esperienza, dell'intelligibile, costringe il pensiero ad antinomie tanto inevitabili quanto irrisolvibili; nel secondo caso (Critica della ragion pratica) la indubitabile presenza dell'imperativo morale postula la libertà come condizione dell'eticità.

Kant invece, nel porsi la domanda sulla possibilità stessa della metafisica, procede a un'analisi della conoscenza e quindi della struttura conoscitiva dell'intelletto umano indipendentemente dall'esperienza. Conoscenza t. è questo tipo di analisi delle nostre potenzialità e possibilità conoscitive a priori. T. sono dunque, in Kant, le condizioni stesse, a priori, della conoscenza, che precedono ogni esperienza e conoscenza, ma che le rendono possibili: le forme pure a priori della sensibilità, i concetti puri dell'intelletto (categorie), l'unità dell'appercezione (io penso), l'immaginazione t., allo stesso modo, verranno detti da Kant t. i vari momenti e le diverse sezioni in cui si articola la filosofia critica: estetica t., logica t., dialettica t.; di qui il termine passa all'idealismo classico tedesco.

 

 

IMMANUEL KANT

 

2.     Il criticismo: fisica e metafisica

La filosofia di Kant si definisce come criticismo :una critica nei confronti della ragione affinché assuma di nuovo il suo ruolo di conoscenza di sé e istituisca un tribunale che la tuteli togliendo di mezzo le inutili pretese , e questo tribunale non è altro che la critica della ragione pura che rappresenta l’unica via attraverso la quale la filosofia può uscire dalla sua crisi. Questa crisi dovuta anche alle difficoltà incontrate dalla metafisica a risolvere i suoi problemi nati dalla pretesa di affermare un sapere ultimo e definitivo che l’ha fatta degenerare in dogmatismo. Da questi problemi della metafisica nasce lo scetticismo, indifferente a ciò e così elude il problema principale ,cioè quello di dare ai problemi una soluzione diversa a quella metafisica. Kant non sta nemmeno dalla “parte” di Locke il quale proponeva la filosofia dell’intelletto che avrebbe aperto le porte poi all’empirismo di Hume. Per Kant si tratta di spiegare l’origine della conoscenza attraverso la critica della ragione; è importante che il soggetto organizzi i dati dell’esperienza per costruire poi il proprio sapere e perciò entra in polemica con i dogmatici ,i quali ritenevano di poter dimostrare l’esistenza di realtà secondo principi a priori. Kant deve dare atto ad un empirista come Hume di averlo tratto fuori dal sonno dogmatico in cui cadeva riconoscendo agli empiristi però l’errore di far derivare tutto dall’esperienza. Poi Kant aggiunge che ,prendendo spunto dalle esperienze di Torricelli e Galileo, osservazioni fatte a caso senza un disegno prestabilito ,non metterebbero mai capo a una legge necessaria che la ragione cerca e di cui ha bisogno; i limiti dell’empirismo sono proprio nel non riconoscere i caratteri autentici del procedimento scientifico sperimentale. Quindi ogni nostra conoscenza scaturisce dai sensi. Posto questo e che il sapere scientifico deve essere universale e necessario ora ci si chiede come è possibile organizzare i dati dell’intuizione sensibile per costruire un tale sapere . Innanzitutto ci si dovrà fondare su una conoscenza basata su giudizi dati a priori, cioè universali e necessari; è per questo che la filosofia kantiana si pone come ricerca trascendentale , dove nel suo linguaggio significa ciò che si riferisce nel fondamento a priori della nostra conoscenza .Dato che il programma di basa sul nostro modo di conoscere gli oggetti ,il problema investe anche la metafisica oltre la matematica e la fisica  

3.     Giudizi analitici e giudizi sintetici

Kant non rinnega la validità della logica tradizionale, ma pensa che indichi solo condizioni necessarie ma non sufficienti per spiegare il carattere universale e necessario della scienza della natura. Infatti il principio di identità e di non-contraddizione possono spiegare solo i giudizi analitici ma non quelli sintetici; essendo infatti il giudizio un rapporto fra due termini (soggetto e predicato ) ,il giudizio è analitico ossia solo esplicativo quando nel predicato è contenuto qualcosa che è già implicito nel soggetto: in questo caso è valido il principio di non-contraddizione per stabilire la veridicità del giudizio. Quando il giudizio è sintetico il principio di non-contraddizione sarà necessario ma non sufficiente per stabilire se il giudizio è vero. I giudizi sintetici estensivi della conoscenza perché il predicato aggiunge qualcosa al soggetto e questi giudizi sono a priori e la prova della loro esistenza sta nella matematica perché raccoglie risultati a cui si arriva a priori appunto; ad esempio 7+5=12 che nella semplice unificazione di 7 e 5 non c’è nulla che ci dia un risultato, occorrerà ricorrere ad una costruzione intuitiva .Anche nella fisica e nella metafisica si hanno giudizi sintetici a priori. Per mettere in pratica questi giudizi egli svolge una analisi critica delle tre facoltà conoscitive dell’uomo :la sensibilità chiamata estetica trascendentale ,l’intelletto chiamato analitica trascendentale e la ragione detta dialettica trascendentale.

4.     La sensibilità: spazio e tempo

Lo spazio e il tempo sono intuizioni pure a priori che condizionano l’acquisizione delle conoscenze; senza questi concetti non avrebbero senso parole come sopra sotto prima dopo perché sono applicabili solo a soggetti razionali sensibili e finiti. Più esattamente lo spazio è la forma pura a priori che costituisce le nostre intuizioni del senso esterno mentre il tempo di quello interno. Ma non vi è perfetta simmetria tra spazio e tempo ma vi è un primato del tempo; se direttamente lo spazio è la forma a priori del senso esterno e il tempo dell’interno questo è anche però forma dell’esterno perché in tutte le rappresentazioni appartengono alla nostra coscienza che si snoda in una successione temporale.

5.     L’intelletto e le categorie

Kant distingue l’intelletto dalla sensibilità in quanto è la facoltà di pensare di pensare gli oggetti dell’intuizione; secondo lui senza l’intelletto nessun oggetto dato dalla sensibilità sarebbe pensato . L’unione di sensibilità e intelletto costituisce la conoscenza ; tutte le intuizioni si fondano sulla recettività della sensibilità mentre i concetti si basano sull’attività dell’intelletto come facoltà di pensare. Ma pensare significa giudicare quindi l’intelletto è la facoltà dei giudizi. L’analisi della forma intellettuale è oggetto dell’analitica trascendentale; secondo Kant esistono dei concetti puri dell’intelletto che sono capaci di riferirsi a priori agli oggetti dell’intuizione: questi concetti sono chiamati categorie, funzioni logiche attraverso le quali si esplica il giudizio, i modi in cui l’intelletto organizza le intuizioni : poiché esistono quattro forme di giudizio e ognuna si divide in tre momenti ,si hanno dodici categorie:

               GIUDIZI                          CATEGORIE

                                  1.quantità

               universali                          unità 

               particolari                         pluralità

               singolari                            totalità

                                  2.qualità

 affermativi                        realtà

               negativi                             negazione

               infiniti                              limitazione 

                                  3.relazione

               categorici                          inerenza e sussistenza

               ipotetici                             causalità  e dipendenza

               disgiuntivi                         reciprocità

                                   4.modalità

               problematici                      possibilità-impossibilità   

               assertori                             esistenza-inesistenza  

               apodittici                            necessità-contingenza

6.     La “rivoluzione copernicana”

I giudizi sintetici a priori sono fondamentali per la conoscenza. Per dimostrare che essi sono possibili , Kant attua quella che egli chiama la rivoluzione copernicana in filosofia. Quando affronta il problema dell’unificazione dell’esperienza egli dice che questa è avvenuta per merito dell ‘ “io penso” cioè alla coscienza del pensiero. Questa teoria è il fondamento dell’unità e della coerenza di tutte le esperienze ,in quanto suprema fonte di sintesi. L’io di Kant è il legislatore del mondo dei fenomeni ,garante della razionalità dell’esperienza: è la coscienza in generale che trascende tutte quelle particolari tutte quelle particolari dei singoli individui e ne organizza i pensieri .L’io non è una sostanza ,ma è la stessa attività sintetizzatrice dei dati dell’esperienza. Come Copernico aveva cercato di spiegare i moti celesti facendo ruotare l’osservatore su se stesso, così Kant cerca di regolare l’oggetto dei sensi  secondo la nostra facoltà di intuizione; in altre parole gli oggetti si devono modellare sulla nostra facoltà di intuire , in quanto sono puramente e necessariamente pensati mediante la ragione. Si ha così nel soggetto pensante il fondamento dei giudizi necessari e universali che riguardano l’esperienza. 

 

La libertà dell’uomo e l’uomo come attività creatrice in Kant

 

 

Kant, uno dei maggiori pensatori di tutti i tempi, elabora un vasto e complesso sistema di pensiero che ha come protagonista indiscusso l’uomo. Si può così capire fin da ora il mutamento di prospettiva realizzato da Kant, il quale suppose per la prima volta che l’oggetto ruotasse intorno al soggetto e non viceversa, vale a dire sono gli oggetti a doversi regolare sulla conoscenza dell’uomo e non quest’ultimo.

Fino ad allora invece si era creduto che fosse il soggetto a ruotare intorno all’oggetto (come il Sole che, secondo Tolomeo, ruotava intorno alla Terra). Quindi Kant con la sua affermazione attua una rivoluzione di portata si può dire pari, in campo filosofico, a quella operata da Copernico in campo astronomico, il quale intuì che è la Terra a ruotare intorno al Sole, è l’uomo: ciò che interessa quindi non è l’universo, la realtà, ma l’uomo, l’Io.

 

 

Attività dell’uomo nell’ambito della ragion pura: l’Io Penso

 

Quindi come si è visto ciò che interessa a Kant è essenzialmente l’Io, centro supremo della filosofia e fondamento di tre grandi attività:

-   Io: che è il soggetto inteso come attività e di conseguenza anche come libertà.

-   Uomo

  • Dio.
  • L’attività che l’uomo esercita nell’ambito della ragion pura è essenzialmente conoscitiva, attività che ha l’…………., il culmine nell’Io Penso.
  • L’Io Penso “io lo chiamo appercezione pura, per distinguerla da quella empirica, od anche appercezione originaria (…) e l’unità propria di essa, io la chiamo pure l’unità trascendentale dell’autocoscienza, per designare la possibilità della conoscenza a priori che si fonda su di essa.” (Kant Reale-Antiseri pg.734).
  • L’Io Penso è quindi quell’elemento che permette di unificare le dodici categorie e di sintetizzarle, è il principio supremo di tutta la conoscenza umana. Kant lo definisce appercezione pura trascendentale,  l’autocoscienza dell’intelletto, in altre parole la consapevolezza e la coscienza di essere noi dei soggetti pensanti.
  • L’Io Penso è così la ragione universale, la coscienza umana e l’attività conoscitiva dell’uomo per eccellenza, il motore immobile della conoscenza.
  •  
  • Pensiero=attività: collegamenti con Faust di Goethe, Pascal e Cartesio
  • Il fatto di intendere il pensiero come attività (l’attività del pensiero=>sintetizzata da Kant nell’Io Penso) è evidente anche in altri autori:
  • Innanzitutto si può richiamare il Faust di Goethe, tragedia dell’uomo. A tale riguardo è emblematico l’episodio in cui a Faust appare Mefistofele ed insieme aprono la Bibbia e nel Vangelo secondo Giovanni leggono “In principio era il …………….” che tentano di tradurre con “In principio era l’attività”, poiché Dio non è altro che attività da cui deriva il fatto che l’uomo è attività creatrice.
  • La concezione dell’uomo come pensiero e di questo come attività è chiara anche in una affermazione di Pascal in cui sottolinea la fragilità dell’uomo, paragonandolo ad una canna al vento ma al tempo stesso lo definisce grande, in quanto soggetto pensante.
  • Infine si può ricordare che anche per Cartesio l'uomo era un soggetto pensante e veniva da lui definito come tale, vale a dire res cogitans.

 

Quindi ritornando a Kant, si può vedere come con la centralità dell’Io, siano così poste le prime basi del Romanticismo, che assegnerà un valore centrale all’uomo. Da questo punto di vista si può ritenere Kant piuttosto vicino alla sensibilità romantica, tanto che proprio da un romantico fu definito “Il Mosè della nazione tedesca”.

 

 

Attività dell’uomo nell’ambito della ragion pratica: libertà dell’uomo

 

Dopo aver quindi parlato dell’uomo come attività nell’ambito della conoscenza (Io Penso) è necessario ora affrontare tale concetto nella morale.

L’attività dell’uomo nell’ambito morale è inscindibilmente legata all’idea della libertà. Si può iniziare ad affrontare questo argomento premettendo il fatto che la legge morale può essere definita l’equivalente dell’Io Penso.

Nell’uomo, secondo Kant, esiste una legge morale universale: “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e più a lungo il pensiero vi si ferma su: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” (Kant Reale-Antiseri pg. 662).

Essa è:

  • in forma di imperativo categorico
  • indipendente dall’esperienza
  • indipendente da motivi materiali (altrimenti si cadrebbe nell’utilitarismo, invece la legge morale è tale, poiché mi comanda di rispettarla proprio in quanto legge “deve perché devi”, in vista del bene che è fine a se stesso).
  • Per spiegare il concetto di libertà nell’ambito della legge morale è importante ricordare i postulati della ragion pratica:
  • postulato dell’immortalità dell’anima
  • postulato dell’esistenza di Dio
  • postulato della libertà: questa è la condizione stessa dell’etica, che nel momento stesso in cui prescrive il dovere presuppone anche che si possa agire o meno in conformità ad esso e che quindi si sia sostanzialmente liberi “Devi, quindi puoi”.
  • Questi postulati richiamano in un certo qual modo concetti metafisici: quindi se già la metafisica ha senso nella scienza, si attua in modo per così dire completo nella morale.
  • In base all’ultimo postulato, che è quello che ci interessa di più, l’Io risulta suddito e sovrano della legge morale, che egli sceglie in vista di un fine a lui superiore che è il bene assoluto. L’uomo è così libero di rifiutare, è libero di scegliere se conseguire o meno il bene. Quindi il bene non è altro che esercizio della libertà e può essere raggiunto attraverso la volontà buona che consiste nella convinta adesione alla legge. La volontà dell’uomo è infatti buona, ma non santa (propria di Dio), in quanto tende all’infinito.
  • La perfezione morale si raggiunge proprio nel Sommo bene, Dio, che è all’infinito ed è la giustificazione dello sforzo morale. Ed è proprio in Dio che l’uomo raggiunge la massima virtù e felicità.
  • Ritornando all’ultimo postulato bisogna capire che l’uomo non ha naturalmente la libertà, ma deve cercarla: per lui la libertà è un impegno. L’uomo è infatti …………….. (termine che richiama il mito della caverna di Platone, in cui si capisce che l’uomo è in una posizione intermedia da cui cerca di liberarsi per raggiungerne una più elevata) e la sua grandezza consiste proprio nel tentare di essere libero per poter così raggiungere una dimensione superiore, per poter tendere all’infinito. Ne è un esempio Ulisse “bello di fama e di sventura” che in quanto esule tende all’infinito ed è per questo grande.
  •  
  • Uomo dinanzi alla morale: rispetto e dovere
  • Per meglio comprendere l’attività dell’uomo all’interno della morale e la libertà che possiede nell’esercizio di tale attività, è necessario introdurre i concetti di rispetto e dovere.
  • La morale ha come fondamento la coscienza che è universale e si fonda su un sentimento morale che Kant chiama rispetto. Il rispetto ha la capacità di “umiliare” le nostre inclinazioni che ci indurrebbero a deviare dal cammino indicatoci dalla legge morale, che così  invece ha la possibilità di imporsi in tutta la sua forza.
  • Il rispetto per la legge implica la condizione propria dell’uomo come essere finito, infatti per un essere infinito il rispetto per la legge non avrebbe senso, in quanto ha già raggiunto il proprio obiettivo che è l’infinito.
  • Quindi l’uomo è un essere finito e teleologico che vive nel Regno dei fini (Reich der Zwecke), in cui vi sono gli esseri ragionevoli (in quanto obbedienti alla legge morale) ed ogni membro è nello stesso tempo legislatore (sovrano) e suddito di se stesso.
  • A sua volta il rispetto è legato al concetto di dovere (Pflicht) che è il dovere per l’uomo di tendere all’infinito seguendo la giusta via che ci indica la legge morale. Quindi ha senso l’idea di uomo finito che tende all’infinito, che tenta di raggiungere un ideale morale, vale a dire l’idea di un uomo finito che prova rispetto per un fine che gli è superiore (come il Foscolo, per fare un paragone, prova rispetto per le tombe dei grandi in S.Croce). Tale fine gli viene indicato proprio dalla legge morale che diventa così per lui un esempio. Quindi l’uomo vive sempre nel tentativo di perfezionarsi naturalmente seguendo la via della legge morale. L’uomo può essere così definito una macchina del mondo che appartiene al mondo fenomenico, ma non si ferma a questo, va al di là, trascende la natura e diventa così un essere noumenico quando scopre di essere libertà ed attività creatrice. Se quindi la scienza può essere criticata per il fatto di non proporre i fini e gli ideali, l’uomo invece, trascendendo il mondo fenomenico, tende proprio a questi fini ed in questo sta la sua grandezza.  E proprio con questa idea di uomo finito che tende all’infinito siamo già nel Romanticismo. Quindi è in questo ambito morale che ha senso parlare di metafisica che altro non è che un’illusione necessaria, un’esigenza necessaria dell’uomo di andare verso l’infinito.   Concludendo e riassumendo può essere interessante definire l’uomo un “Prometeo incatenato” dal titolo di un dipinto di Friedrich, per meglio comprendere che l’uomo in quanto incatenato, deve proporsi come impegno la libertà che è il mezzo con cui potrà slegarsi dalla sua condizione e raggiungere un fine più elevato, il Sommo Bene, l’infinito, che è poi Dio, verso cui nutre un sentimento di rispetto ed in cui potrà placare il suo anelito alla felicità, raggiungendo la massima virtù. 
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  • Termini filosofici:       
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  • Trascendentale: “chiamo trascendentale ogni conoscenza che ha a che fare non con oggetti, ma con il nostro modo di conoscere gli oggetti in quanto deve essere possibile a priori” (Kant Reale-Antiseri pg.677)
  • A priori: universale e necessario
  • Mondo fenomenico=>fenomeno: oggetto dell’intuizione sensibile, ciò che ci rivela le cose non uti sunt, sed uti apparent (dal greco………………. “c)osa che appare”
  • Mondo noumenico=>noumeno: cosa in sé (dal greco…………………. “cosa pensata”)
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  • Bibliografia:
  • Storia della filosofia vol.II Reale Antiseri
  • Fare filosofia Temi vol.II Abbagnano Fornero

      

KANT

  • Il problema lasciato dalle due dottrine principali riguarda la conoscenza:
  • Per l’empirismo, la scienza si accresce con la giunzione (sintesi) di nozioni sempre nuove perché attinte all’esperienza (a posteriori)
  • Il razionalismo ritiene essenziale la formulazione esplicita (analisi) di nozioni ideali già contenuta (a priori) nella mente

L'empirismo ha il pregio di un positivo accrescimento del sapere e di una concretezza che risiede nell’esperienza, ma non può pervenire a leggi universali e necessarie (gli schemi della sintesi sono soggettivi e l’esperienza si rinnova continuamente). Il razionalismo ha il pregio dell’universalità matematico-razionale, ma è privo di positività perché respinge l’esperienza e fonda il suo rigore su una dogmatica asserzione di corrispondenza tra ordine del pensiero e realtà esterna.

 

  • Entrambi concordano nell’accettare un ordine reale esistente di per se conoscibile con l’esperienza (empirismo) o analizzando la sua corrispondenza con il pensiero umano. La fede in quest’ordine reale è detta indimostrata su cui applicare la Critica (= analisi).
  • Il mondo esteriore è già condizionato dall’attività costruttiva del soggetto. L’oggetto non è possibile prima e fuori di un soggetto. La costruzione del mondo non avviene fuori del soggetto ma nell’atto del soggetto stesso (atto di esserci)
  • Tre gradi del conoscere sono:
  • La sensazione (per Kant estetica trascendentale)
  • L’intelletto
  • La ragione

    In essi è necessario l’apporto del soggetto alla conoscenza della realtà

  • La conoscenza parte dalla sensazione con l’intuizione: essa non si produrrebbe se non si presentasse a noi un insieme di oggetti esterni. Essi però sono in continuo movimento però c’è qualche elemento statico comune a tutte le sensazioni. L’oggetto e il soggetto ci appaiono in rapporti di vicinanza con le successioni (spazio, tempo, forme, intuizioni)
  • Lo spazio non può derivare dall'esperienza: per vedere un oggetto io lo devo già collocare fuori di me.   L’espressione della distanza per me è immediata; lo spazio è dunque forma a priori.   

     “Lo spazio dunque è da considerare come la condizione della possibilità dei fenomeni, non già                                  una determinazione che nasca da essi. Senza lo spazio non avrei coscienza dell’alterità

Del resto posso pensare ad uno spazio senza oggetti ma non ad oggetti senza spazio.  Se faccio sparire nel pensiero gli oggetti resta comunque l’intuizione di uno spazio vuoto.  E chi è il soggetto influente? IO: dunque lo spazio è fondamento primo e necessario su le rappresentazioni esterne.

  • Lo stesso dicasi del tempo. Anche qui i fenomeni mi appaiono successi perché io li ordino; e    anche qui se suppongo la sparizione degli eventi successivi mi resta comunque il concetto di durata      senza eventi né oggetti e la durata è solo del soggetto, dunque fondamento primo della possibilità di ordinare gli eventi ed è interno al soggetto.
  • Spazio e tempo sono i modi di funzionare dell’attività visiva che connette le sensazioni in modi di continuità e successione.
  • Quindi la forma (il modo di porsi nello spazio da parte dell’oggetto) e il movimento (mutamento dell’oggetto) non sono oggettivi ma condizionati dalle forme a priori (spazio e tempo).
  • La rappresentazione è quindi connessione (sintesi) di motivi oggettivi, la quale però il soggetto compie per mezzo di forme a priori che sono i modi di funzionamento del soggetto stesso: dunque sintesi a priori .
  • Ma se è vero che spazio e tempo sono indipendenti dall’esperienza, non vuol dire che esistano prima di essa (quasi concetti innati). Nel momento in cui il soggetto (tabula rasa) è influenzato dall’oggetto esterno, egli agisce inquadrando l’oggetto nei suoi modi di funzionare che sono forme a priori. “
  • Più che di conoscenze pure, parlasi di elementi puri “a priori”, operanti in rappresentazioni empiriche o intuizioni sensoriali. ”Se ogni nostra conoscenza comincia con l’esperienza non vuol dire che derivi tutta da essa.”  Senza dati empirici non si da conoscenza, ma perché essi diventino materia del conoscere occorre che siano elaborati alla stregua di leggi che da essi non dipendono.
  • Dunque il contenuto del conoscere è dato dall’esperienza ma le forme in cui viene inquadrato sono universali e necessarie.
  • Spazio e tempo sono soggettivi in quanto non derivano dall’oggetto ma sono intersoggettivi.
  • Spazio e tempo sono categorie trascendentali (per distinguerle dalle idee innate trascendentali) : esse sono condizioni a priori .
  • Principale attenzione si dedichi quindi non più all’oggetto ma al modo di funzionare del soggetto(rivoluzione Copernicana)
  • Se le forme sono soggettive possiamo conoscere la realtà in sé? NO. L’oggetto della sua essenza resta ignoto perché l’atto stesso del conoscerlo, lo inquadra nelle forme di spazio e tempo, come un liquido che prende la forma della provetta in cui lo racchiudiamo.
  • [2° grado - analitica trascendentale]                                                                           

       Sulla prima attività sintetica (sensazione) si esercita l’elaborazione dell’intelletto (logica) che forma i giudizi sulle sensazioni legandole con rapporti necessari a priori (trascendentali)

  • Oggetti puri condizioni a priori sono le categorie. Le categorie sono funzioni primarie attraverso cui opera l’intelletto [per Aristotele erano modi di essere, forme reali delle cose esterne, per Kant sono solo modi logici]. Nella logica formale di Aristotele l’intelletto rispecchiava gli oggetti da cui dipendeva. In Kant (logica trascendentale) l’intelletto ha funzione di ordinare diverse rappresentazioni comuni. Da ciò si vede che il pensiero non ha il suo presupposto nell’oggetto già costituito ma è esso stesso il condizionatore e regolatore del reale.
  • Noi possiamo formulare giudizi:

      a) di quantità: l’oggetto è uno, o sono molti, o sono tutti > i giudizi di quantità sono singolari, particolari o universali > le categorie sono Unità, Molteplicità, Totalità.

  • di qualità: l’oggetto è così, non è così, è non così > i giudizi di qualità sono affermativi, negativi, infinitivi > le categorie sono Realtà, Negazione, Limitazione
  • di relazione: di un oggetto diciamo predicato assoluto, lo condizioniamo ad un altro, gli diamo degli attributi eludibili a vicenda > i giudizi di relazione sono categorici, condizionati o disgiuntivi > categorie di Sostanza e Accidente, Causa e Effetto, Reciproca Azione tra Agente e Paziente
  • di modalità: l’oggetto può avere un attributo, affermiamo un suo reale attributo, ne ricaviamo uno necessario > giudizi problematici, assertori, apodittici > categorie di Possibilità e Impossibilità, Esistenza e Inesistenza, Necessità e Contingenza.
  • La conoscenza unifica la 12 categorie e organizza in materiale per l’esperienza. IO PENSO è il centro coscienziale che accompagna le intuizioni pure di spazio e tempo e le categorie logiche, la corrente in cui tutti i pensieri finiscono “il presupposto trascendente di ogni funzione  conoscitiva” (appercezione trascendentale).  “Io penso” è soggetto universale, ragione che agisce universalmente in tutti i soggetti, coscienza generale.    E’ la ragion pura ed universale che ordinando il mondo fenomenico dà le leggi della natura (io legislatore).   La percezione di conoscere è trascendentale - quasi innata - e generale: tutto il fenomeno è interno a questa coscienza universale umana.  Abbiamo tutti le stesse percezioni perché usiamo tutti la stessa Mente, la stessa Coscienza, Io Penso generale.

            La natura non è struttura già fatta per sé ma costituita dal Dio stesso secondo le leggi dell’intelletto. Del mondo non affermiamo che è interno al Dio (idealisti) ma diciamo che non si può affermare che sia esterno e come appare.

            La fisica è universale e necessaria perché determinata dalle forme a priori e al contempo positiva perché basata sui concreti fenomeni (conoscenze sintetiche).

            La geometria si muove nel campo della pura forma spazio, può cogliere le proprietà spaziali degli oggetti senza altri inquinamenti; perciò è universale e scientifica.

Le figure e i numeri sono entità costruite sulle forme spazio e tempo quindi la matematica è la scienza perfetta.

Dialettica trascendentale

 

Le fondamentali idee della metafisica sono:

  • Idea dell’anima: il fondamento della conoscenza e dell’attività (io) è sostanza spirituale
  • L’idea di mondo: l’essenza della realtà in se in cui si formano (nello spazio e nel tempo) le rappresentazioni.
  • L’idea di Dio: origine ed unità dell’esistenza essere imperituro e immutabile.

            Quindi:

  • La psicologia razionale vorrebbe dimostrare l’anima come sostanza spirituale, indivisibile, eterna. Ma l’unità assoluta dell’IO pensante è la condizione degli oggetti empirici (dell’esperienza fenomenica) e non un oggetto a sua volta.                                                   L’io non può conoscersi fuori di sé. L’errore di considerare l’io come oggetto si dice PARALOGISMO PSICOLIGICO
  • La cosmologia razionale: la mente se si pone l’idea di mondo valica l’esperienza fenomenica dell’io, quindi tale idea non è inquadrabile nelle categorie, né nella scienza.
  • La teologia razionale: riguarda l’esistenza di Dio:
  • Prova ontologica: posso avere il concetto di essere ricco ma ciò non è di fatto.
  • Prova cosmologica: il principio di causalità è valido per i fenomeni, non vale all’infuori di essi.
  • Prova fisico teologica : è anche essa basata sulla causalità (l’ordine del mondo suppone un ordinatore - Leibniz -)

I tre oggetti della metafisica quindi (anima - mondo - Dio) non sono possibili come scienza.

Essi appartengono al campo delle antinomie:

  • mondo finibile/eterno
  • la materia è composta da parti semplici/nessuna sostanza è semplice
  • c’è una causa libera/tutto avviene necessariamente
  • c’è un Essere necessario/non c’è.

Comunque non possiamo rinunciare agli oggetti della metafisica perché l’inesistenza è indimostrabile come l’esistenza.

Le 3 idee della metafisica sono necessarie, regolano la vita e l’intelletto perché lo stimolano infinitamente ad una sistemazione indicando una realtà assoluta, in sé, diversa da quella fenomenica.

Quindi c’è l’esigenza della ragione pratica.                                                                                    

 

             ANALISI DELLA RAGIONE MORALE

 

Dalla validità della conoscenza passiamo al problema morale.

Dalla indagine sulla ampiezza del conoscere possibile all’indagine dell’azione.

Esiste una sintesi pratica a priori?                  La ragione ha i principi che determinano la volontà in modo universale e necessario, a prescindere da ogni movente empirico?

Il problema del conoscere riguarda l’intelletto. Il problema morale riguarda la volontà.

Oggetto della morale è la individuazione di principi che determinano la volontà, per cui essa agisce. L’io conoscitore non esercita la sua “funzione a priori” se non all’oggetto, al fenomeno; l’io pratico è anche esso legato alla presenza di dati empirici o possiede a priori un principio che muove il volere al di là di ogni stimolo esterno? La volontà, l’atto del volere, è mosso dagli impulsi e bisogni legati alla materia del volere stesso, o da principi universali a priori e   della moralità sono pura forma?

In pratica possono i valori umani essere autonomi in rapporto a meccanismi della conoscenza?  E se sì, come avviene che l’uomo supera - come soggetto morale - i limiti che la ragione impone alle sue facoltà cognitive?

La ragione - in sede pratica e non conoscitiva - può da sola determinare la volontà?

Indipendente da fini empirici?

Sì: io posso avere una somma di denaro destinata a terremotati e desiderare acquistare una moto (fine empirico); invece prescindo dalla rappresentazione del fine empirico, mi libero dalla suggestione egoistica e sento il dovere di salvare il denaro.

La forma del mondo morale è la ragione stessa.

Volontà buona è quella che agisce secondo l’ordine universale.

Bene morale è la volontà che considera l’universalità come legge propria.

Imperativo categorico è la regola che esprime la necessità oggettiva dell’azione, regola esistente nella ragione pura pratica, che ha validità universale.

  • Principi pratici soggettivi (massime pratiche) sono quelli considerati dal soggetto validi solo perla propria volontà.
  • Principi pratici oggettivi (leggi morali) sono quelli validi per la volontà di ogni essere razionale.

1. Imperativo ipotetico: teso a un fine empirico, ove la stessa ragione è causa di un effetto desiderato (onde il premio del paradiso).

  • Imperativo categorico: determina la volontà senza la determinazione di un fine estremo, senza considerare (o preoccuparsi) la sua capacità produttiva.

L’imperativo ipotetico è perciò precetto pratico, il categorico è legge.

Le leggi morali determinano dunque la volontà senza subordinarla ad effetto alcuno; esse nella loro purezza, sfuggono alla causalità del mondo empirico: dunque la legge morale è opposta alla realtà fisica che è dominata dalla necessità naturale. Il progresso morale è per Kant un combattere la natura. La legge morale, non vincolata ad effetti fenomenici, è pura legge della volontà libera che si palesa sotto la forma del dovere.

L’io che si spoglia d’ogni interesse particolare ed egoistico e vuole realizzare la volontà buona (quella che fa ciò che è rispondente all’ordine universale) esprime il “tu devi” che si rivela alla ragione come fine a se stesso.

Dovere per il dovere: questa è la legge morale.

  • agisci in modo che la massima della tua azione possa elevarsi a legge universale (da soggettiva ad oggettiva); questo è il criterio dell’oggettività della legge.
  • considera umanità in te stesso come negli altri come fine, non come mezzo. Questo è il criterio dell’universalità del fine.
  • agisci in modo che la tua volontà possa essere considerata come istituente una legislazione universale. Questo è il criterio della autonomia della volontà morale (che si pone da sé senza bisogno di moventi esterni).

Morale autonoma è quella che si oppone ad ogni etica eteronoma (ossia quella che trova il suo principio determinante in ciò che è altro da sé).

L’io come attività pratica si identifica come la legge morale e poiché essa si esprime al di fuori della contingenza spazio - tempo e fuori della causalità l’io sente di agire come valore eterno, infinito, libero: sente la propria metafisicità, la propria essenza noumenica.

L’io spirituale è dunque inconoscibile teoreticamente (perché fuori dall’esperienza), ma nella pratica il sentimento scopre la sua presenza.

L’autonomia della volontà implica la libertà da ogni causa esterna.

Ma la libera causa (non necessitata) è uno dei contenuti dell’autonomia.  Tuttavia la libertà era possibile noumeno data l’indimostrabilità anche negativa dell’antinomia.

L’uomo come essere sensibile, ossia come fenomeno e sottomesso alle leggi della causalità necessitata, ma come noumeno è partecipe del mondo soprasensibile, ha fede nella libertà, ed è solo in virtù della libertà che si rende responsabile della propria azione e si eleva.

Se fosse necessitata non avrebbe vera volontà né vera morale: la condizione della morale infatti è la libertà; la condizione del conoscere la libertà è la morale.

Quanto più si pratica l’imperativo categorico, tanto più ci si eleva al di sopra del mondo fenomenico necessitato, cioè si diventa liberi.

Ma dall'impossibilità a realizzare compiutamente la libertà morale sorge la FEDE nell’anima immortale.                                                                                 

Ci sarà una possibilità di libertà assoluta quando ci saremo liberati della corporeità che ci lega al mondo della necessità fenomenica”.

Crediamo che l’io morale (l’essenza nonumenica) continui ad esistere oltre la corporeità.

Si crede poi al Sommo Bene ossia a quell’ideale di perfezione cui l’uomo tende e lo s'immagina reale: “Dio, Sommo Bene, è causa dell’ordine morale, fondamento della nostra possibile libertà e felicità assoluta “. 

Emanuele Kant

La vita

Kant, Immanuel (Königsberg, oggi Kaliningrad 1724-1804), filosofo tedesco, ritenuto da molti studiosi il pensatore più influente dell'epoca moderna. Nato da genitori pietisti, studiò presso il Collegium Fredericianum e frequentò poi l'università di Königsberg, dove seguì i corsi di fisica, logica e matematica. Dopo la morte del padre fu costretto ad abbandonare la carriera accademica e si guadagnò da vivere come precettore privato. Nel 1755 conseguì la libera docenza e ottenne l'incarico di professore straordinario di matematica e filosofia nell'università di Königsberg; nei successivi quindici anni, partendo dalle posizioni dottrinali di Christian Wolff e di Gottfried Leibniz, Kant tenne dapprima lezioni di fisica e matematica, ampliando gradatamente il campo dei suoi interessi fino a coprire quasi tutti i rami della filosofia. Sebbene le lezioni accademiche e le opere scritte durante questo periodo consolidassero la sua reputazione di filosofo, egli non ottenne una cattedra all'università fino al 1770, anno in cui fu nominato professore ordinario di logica e metafisica. Durante i ventisette anni successivi proseguì l'attività di insegnamento accademico e attirò a Königsberg numerosi studenti. Le sue opinioni in campo religioso, che si fondavano sul razionalismo piuttosto che sulla rivelazione, lo condussero al conflitto con il governo prussiano, e nel 1792 il re Federico Guglielmo II gli proibì di tenere lezioni pubbliche o scrivere intorno ad argomenti religiosi. Kant obbedì formalmente a quest'ordine per cinque anni, fino alla morte del sovrano; dopodiché si considerò libero da qualsiasi obbligo. Morì il 12 febbraio del 1804.

La critica della ragion pura

Dopo un periodo che gli studiosi chiamano "precritico", in cui meditò sia sui testi dei filosofi empiristi - in particolare Hume -, sia sulle opere dei razionalisti come Leibniz, Kant elaborò la chiave di volta della sua "filosofia critica", nella Critica della ragion pura (1781), opera in cui esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un'epistemologia capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna. La critica della ragion pura, ossia separata dall'esperienza sensibile, è divisa in 3 parti:

  • Estetica trascendentale
  • Analitica trascendentale
  • Dialettica trascendentale
  • Dialettica trascendentale

Kant cerca di fare con la metafisica ciò che Galilei e Newton sono riusciti a fare con la fisica, ossia se la fisica ha rivelato le verità della natura, così la metafisica dovrebbe rivelare le verità su Dio e sulla creazione dell'universo. Per fare ciò Kant afferma che bisogna portare la ragione davanti a un tribunale per capire quali siano le vere possibilità che ha la ragione umana di conoscere. Ma in questo tribunale la ragione è imputato e giudice e si arriva al giudizio che quando la ragione è pura si possono formare dei ragionamenti che non portano ad alcuna verità (conoscenza valida). Questi ragionamenti detti sillogismi portano dunque all'antinomia della ragion pura: l'impossibilità di conoscere la verità su Dio, sull'anima, sul mondo.

Estetica trascendentale

Nell'estetica (dal greco aisthesis = sensazioni) trascendentale Kant esplora la sfera della conoscenza sensibile alla ricerca dei principi a priori che rendono possibile tale conoscenza. Kant spiega la differenza tra trascendente, empirico e trascendentale nella seguente maniera: trascendente è tutto ciò che è innato in noi; empirico è ciò che riguarda l'esperienza sensibile; trascendentale è tutto ciò che è a priori e serve a produrre conoscenza se applicato all'esperienza sensibile.
Le forme a priori sono spazio e tempo (le forme a priori dell'esperienza sensibile, ossia le condizioni a priori di possibilità dell'esperienza sensibile) e le categorie (modi attraverso i quali il nostro intelletto funziona in modo autonomo).
Kant da tutto ciò viene definito un idealista poiché crede che nell'intelletto umano si trovi qualcosa prima dell'esperienza sensibile (attacco all'empirismo).

Analitica trascendentale

Il passaggio dall'estetica trascendentale all'analitica trascendentale cerca di proporre un'esperienza più profonda dei fenomeni naturali di quanto possa fare l'esperienza sensibile. Si arriva perciò ad una conoscenza razionale e scientifica dei fenomeni naturali. Vengono in questa parte della Critica ripartite le categorie in quattro gruppi: quelle concernenti la quantità, che sono unità, pluralità e totalità; quelle concernenti la qualità, che sono realtà, negazione e limitazione; quelle concernenti la relazione, che sono causalità e azione reciproca, e quelle concernenti la modalità, che sono possibilità e impossibilità, esistenza e non esistenza e necessità. Affinché la ragione riesca a produrre conoscenza partendo dalle forme a priori viene presupposto l'io penso. Kant considerò gli oggetti del mondo materiale come fondamentalmente inconoscibili (cose in sé); mentre la porzione di realtà conoscibile viene detta "fenomeno" (dal greco phainómenon = ciò che appare) e noumeno (ens rationis) ciò che io posso pensare ma non può apparire. Kant partendo dall'uomo e dalle sue capacità conoscitive ed organizzative e non dal mondo come è fatto in sé rende l'uomo stesso legislatore dell'universo fenomenico. "noumenorum non datur scientia" (dei noumeni non si dà scienza) (Kant)

Giudizi sintetici a priori

In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici, o a priori, e giudizi sintetici, o a posteriori. Un giudizio analitico è una proposizione nella quale il predicato è contenuto nel soggetto, come nell'asserzione: "i corpi sono estesi". La verità di questo tipo di proposizioni, che rispettando il principio di identità sono universali e necessarie, è evidente: asserire il contrario sarebbe autocontraddittorio. Tali giudizi sono quindi definiti "analitici", perché la verità è scoperta grazie all'analisi del concetto stesso, ma sono anche considerati infecondi sul piano conoscitivo, in quanto non estendono il sapere. I giudizi sintetici, invece, sono le proposizioni cui non si può giungere grazie alla pura analisi razionale, come nell'enunciato: "i corpi sono pesanti". In questo caso il giudizio è fecondo, poiché il predicato "pesanti" amplia la nostra conoscenza relativa al soggetto "i corpi", ma non è universale e necessario, in quanto dipende dall'esperienza. Tutte le proposizioni che risultano dall'esperienza sensibile sono pertanto dette "sintetiche". Nella Critica della ragion pura Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori, ossia fecondi ma nel contempo universali e necessari. Un esempio di giudizio sintetico a priori è sicuramente la legge di gravitazione universale in quanto necessaria e universale, ma riferendosi all'esperienza sensibile ci propone un predicato che non era contenuto nella definizione (es. legge = G*m1m2/d2). Da qui parte il dibattito intorno all'esistenza , ossia che l'esistenza non è predicato del concetto (attacco alla ratio anselmi, attraverso la ratio essendi e la ratio cognoscendi. Es.: i 100 talleri). Continuando su questo percorso bisogna soffermarci sul significato di connotazione e denotazione, ovvero del dare le caratteristiche di una determinata cosa e dell'indicarne un esemplare.

Critica della ragion pratica

Carattere formale dell'etica kantiana

Nella filosofia pratica si esalta l'uso regolativo della ragione. "Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu nisi intellectum ipse" Nel campo della filosofia morale (pratica) la ragione umana riesce a fare ciò che non era riuscita a fare nella filosofia speculativa (della conoscenza). È questo il carattere formale dell'etica kantiana al quale si legano le tre domande fondamentali che Kant si pose per tutta la vita:

  • Che cosa posso conoscere?
  • Che cosa posso sperare?
  • Che cosa devo fare?

Legge formale

A queste domande Kant cerca di dare una risposta. Partendo dal fatto che l'uomo può conoscere solo il mondo fenomenico alla domanda "che cosa devo fare?" Kant risponde che esiste una legge morale dentro di noi che mi indica la forma della mia azione morale a prescindere completamente dalle circostanze e dal contenuto pratico della mia azione morale, dunque solo la ragione pura può dirmi cosa debbo fare.
"La ragion pura è di per se stessa pratica e dà all'uomo una legge universale che noi chiamiamo legge morale" (Kant)

Antinomia della ragion pratica

Se l'antinomia della ragion pura era l'impossibilità di conoscere la verità su Dio il mondo e l'uomo, invece l'antinomia della ragion pratica è il conflitto tra la virtù e la felicità. Secondo Kant la sua legge morale e l'antinomia della ragion pratica si poteva spiegare anche a un bambino di 10 anni attraverso una piccola storiella.

Gli imperativi

Per Kant esistono due tipi di imperativi: quello ipotetico e quello categorico. L' imperativo categorico è la legge morale che ci detta la ragione a prescindere dalla situazione empirica; l'imperativo ipotetico è la legge morale adattata alla situazione empirica (se... allora...). "Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nello stesso tempo che essa divenga una legge universale". "Agisci in modo da trattare l'umanità , tanto nella tua persona quanto nella persona dell'altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo". "Che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale" (Kant)

Postulati della ragion pratica

Secondo Kant esistono 3 postulati della ragion pratica:

  • La libertà. Se non esistesse la libertà non esisterebbe la morale, perciò parlando di morale si postula la libertà;
  • L'esistenza di Dio. La morale c'è stata data da Dio e quindi parlando di morale si postula l'esistenza di Dio;
  • L'immortalità. Se nella vita usando la virtù il più delle volte non si ottiene la felicità postulando l'immortalità dell'anima ci si aspetta che in un'altra vita la virtù venga ricompensata.

"Il legno storto dell'umanità", "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me" (Kant).

Il male radicale

Kant definisce l'umanità come un legno storto a causa del male che è in essa radicato. Infatti esiste per Kant un male radicale nell'uomo che non è altro che quella tendenza dovuta alla finitezza e alla fragilità dell'essere umano, ad adottare una massima di comportamento contraria alla legge morale, pur essendo consapevole di questa.

La critica del giudizio

Giudizio determinante e giudizio riflettente

Per Kant esistono due tipi di giudizio: il giudizio determinante e il giudizio riflettente. Kant intende per giudizio determinante un giudizio di conoscenza delle leggi scientifiche e mentre si dà questo giudizio si determina l'oggetto preso in esame. Si parla invece di giudizio riflettente la riflessione dell'uomo su un oggetto preso in esame. Si tratta di giudizio riflettente la riflessione dell'uomo sul meccanicismo della natura prendendo in esame le leggi della natura stessa.

Giudizio teleologico

Dopo il giudizio determinante l'animo umano vuole andare avanti sul piano della conoscenza non limitandosi alla conoscenza scientifica di un oggetto. L'uomo dunque vuole capire se la natura ha un fine (telos) o è solamente una cosa meccanica (automaton). La domanda che sorge ora è : che cosa posso sperare? Si può dunque sperare che l'uomo sia il fine della natura, ma c'è da sottolineare il fatto che questo è solamente un giudizio riflettente e non determinante. Kant dunque tenta di finalizzare nuovamente all'uomo quelle conquiste e conclusioni della scienza moderna che lo stesso filosofo accetta. Questo viene definito giudizio teleologico (soggettivo, ma uguale per tutti). "Lo spettacolo del mondo senza l'uomo mi appare un deserto" (Kant). Cos'è dunque l'uomo per Kant? "Sei troppo poco per essere figlio di un dio, ma troppo per essere frutto del caso" (Kant)

Storia, politica e diritto

Insocievole socievolezza

Secondo Kant l'uomo in una società ha nei confronti degli altri individui una "insocievole socievolezza" cioè si sente legato agli altri uomini, ma ha un impulso di dissociarsi dagli altri per inseguire la propria felicità. "Ognuno è fine a se stesso, il resto per lui è nulla" (Eagle).

La pace perpetua

Kant si chiede se l'uomo progredisce sempre verso il meglio. Ciò non può essere accertato poiché la libertà dell'uomo potrebbe portarlo a regredire in un qualsiasi momento. Ma seguendo la ragione si dovrebbe andare formando una società cosmopolita nella quale la guerra sia bandita e venga instaurata una pace perpetua che non è la conclusione di un conflitto, ma un compito che ci viene dato dalla ragione.

 

I concetti di tempo e spazio

La distinzione fondamentale tra fenomeni e noumeni , fra conoscenza e pensiero , pone un problema delicato per quanto concerne la conoscenza di sè , la cui soluzione crea numerose difficoltà al kantismo . Nell' Estetica trascendentale vengono esposte in modo assolutamente parallelo due forme pure a priori della sensibilità : Kant non fa altro , apparentemente , che ripetere a proposito del tempo quello che aveva già detto a proposito dello spazio . Tuttavia non é così semplice ed é ora il senso interno ora quello esterno ad avere la meglio . Il primato del tempo consiste nel fatto che , dal momento che tutte le operazioni sono in definitiva operazioni dell' anima, il tempo é la condizione a priori di tutti i fenomeni in generale : ogni oggetto deve essere conosciuto internamente . Nulla sfugge al senso interno . Ma da un altro punto di vista vi é un primato essenziale e notevole del senso esterno . La confutazione dell' idealismo fa sì che gli stati interiori della nostra coscienza empirica , che si producono sotto la forma del tempo , siano tuttavia incapaci di realizzare da soli questa determinazione oggettiva del tempo che é la permanenza ; hanno bisogno di appoggiarsi a qualche cosa che fuori di loro sia suscettibile a rimanere , e questo qualche cosa non può essere l' io , dal momento che la rappresentazione é senza contenuto . Per Kant il tempo ha sempre bisogno di una simbolizzazione tramite lo spazio . Egli dimostra che abbiamo bisogno dello spazio per assumere e conoscere la nostra esistenza . La rappresentazione spaziale del tempo é quindi una necessità assoluta senza la quale il tempo non potrebbe essere conosciuto . E dato che per svelare il tempo siamo obbligati a tracciare una linea mentale , deve intervenire necessariamente la motricità del corpo , ma una motricità interna vissuta dal di dentro e che possiamo chiamare trascendentale . Così Kant distingue il movimento nello spazio e il movimento generatore dello spazio , il movimento come determinazione di un oggetto e il movimento come atto del soggetto ( Analitica trascendentale , 24 ) . In questo modo Kant annuncia l' importanza che la filosofia moderna attribuirà al corpo e alla motricità intenzionale , necessaria non solo alla costruzione dell' oggetto geometrico , ma per svelare il tempo stesso . Non possiamo pensare una linea senza tracciarla con il pensiero , un cerchio senza descriverlo ... e nemmeno il tempo senza tracciare una linea retta ( che deve essere la rappresentazione esterna figurata del tempo ) ( Critica della ragion pura ) . Ne consegue che l' esistenza stessa dell' io é certa soltanto riferita all' esistenza del permanente al di fuori di noi . Non vi é coincidenza fra sè e sè : il soggetto diventa storia tramite l' esterno . Lasciato a se stesso nella successione temporale l' io non sarà altro che successione , senza nulla che leghi gli istanti gli uni agli altri e li unisca . Lo spazio é la condizione necessaria della nostra permanenza e della nostra stabilità . Nel periodo precritico Kant era partito da una concezione leibniziana dello spazio ( il quale peraltro in quegli scritti occupava una posizione prioritaria rispetto al tempo ) , inteso come rapporto tra i luoghi , cioè tra le posizioni di due oggetti : lo spazio era pertanto qualcosa di relativo , essendo definito non già da un termine di riferimento assoluto e unitario , ma semplicemente dalle distanze e dalle relazioni reciproche delle cose . Ciò impediva tuttavia di spiegare la differenza di quelli che Kant chiama gli " omologhi incongruenti " , ad esempio la mano destra e la mano sinistra : in entrambe le mani , infatti , le relazioni spaziali tra le singole parti ( per esempio tra il pollice e il mignolo ) sono identiche e quindi , secondo la teoria relativa dello spazio , dovrebbero poter occupare lo stesso luogo , mentre é ovvio che in nessun modo la mano destra può riempire il volume occupato dalla mano sinistra ( basta provare a infilare la sinistra nel guanto proprio della destra per capire ) . Occorreva dunque far riferimento a uno spazio assoluto , nel quale esistessero come determinazioni univoche la destra e la sinistra , il sotto e il sopra . Il modello di questo spazio era quello newtoniano , inteso come un contenitore metafisico nel quale le singole cose trovavano un posto definito in maniera univoca dall' incontro di due coordinate . Tuttavia Kant era consapevole della difficoltà di dimostrare in base all' esperienza la realtà di questo spazio , senza fare alcuna concessione alla metafisica speculativa . La soluzione giunse con la Dissertazione del '70 , nella quale Kant pervenne all' idea che lo spazio e il tempo ( d' ora in poi accomunati nelle sue analisi ) sono sì assoluti e universali , ma non nel senso di essere realtà esistenti fuori dal nostro pensiero , bensì nel senso di essere le forme a priori della nostra sensibilità , cioè le condizioni pure in base alle quali tutti gli uomini devono necessariamente , e quindi universalmente , percepire gli oggetti . La Critica della ragion pura , con i passi dell' Estetica trascendentale che ora seguono , non farà che sancire , undici anni dopo , questa soluzione . Lo spazio é reale sul piano empirico , poichè ha la stessa realtà degli oggetti esterni così come noi li percepiamo in quanto fenomeni : infatti , senza lo spazio non possiamo avere alcuna esperienza del mondo esterno . Ma nello stesso tempo lo spazio é ideale sul piano trascendentale , poichè esiste solo come forma a priori della sensibilità : se pretendiamo di conferirgli una realtà indipendente dal soggetto , diversa da quella che gli compete appunto in quanto trascendentale , esso non é più nulla .

Lo spazio non rappresenta affatto una proprietà di qualche cosa in sè , o le cose nel loro mutuo rapporto ; ossia non é una determinazione di esse , che appartenga agli oggetti stessi , e che rimanga anche se si faccia astrazione da tutte le condizioni soggettive dell' intuizione . Infatti nè le determinazioni assolute , nè quelle relative possono esser intuite prima dell' esistenza delle cose alle quali appartengono , e quindi a priori . Lo spazio non é altro se non la forma di tutti i fenomeni dei sensi esterni , cioè la condizione soggettiva della sensibilità , condizione alla quale soltanto ci é possibile un' intuizione esterna . [...] Poichè le condizioni particolari della sensibilità non possiamo renderle condizioni della possibilità delle cose , ma solo dei loro fenomeni , così possiamo dire , che lo spazio abbraccia tutte le cose che possono apparirci esternamente , ma non tutte le cose in se stesse , siano esse intuite o no , e da qualsivoglia soggetto . ( Estetica Trascendentale )

Gli oggetti del senso interno ( i diversi stati successivi che il soggetto intuisce di se stesso ) sono dati sempre soltanto nel tempo , poichè é impossibile una loro rappresentazione nello spazio . Gli oggetti del senso esterno , viceversa , vengono dati originariamente nello spazio , che é appunto la forma a priori del senso esterno ; ma in quanto nell' atto dell' intuizione producono una modificazione del soggetto , essi determinano un particolare stato interno che , in quanto tale , viene percepito nel tempo . Dunque , se lo spazio é l' intuizione pura dei soli fenomeni esterni , il tempo é l' intuizione pura sia dei fenomeni interni ( dati immediatamente in esso ) sia dei fenomeni esterni ( dati immediatamente nello spazio e mediatamente nel tempo ) , e quindi di tutti i fenomeni in generale . Questo " primato " del tempo sullo spazio si rivelerà decisivo più avanti , nell' Analitica dei princìpi , per la definizione degli schemi trascendentali ( indispensabili termini medi tra l' intuizione e la categoria ) i quali consistono appunto in " determinazioni del tempo mediante regole " .

Il tempo non é qualcosa che sussista per se stesso o aderisca alle cose , come determinazione oggettiva , e che perciò resti , anche astrazion fatta da tutte le condizioni soggettive delle intuizioni di quelle : perchè nel primo caso sarebbe qualcosa che , senza un oggetto reale , sarebbe tuttavia reale . Per quanto riguarda il secondo caso , come determinazione o ordine inerente alle cose stesse , non potrebbe precedere gli oggetti come loro condizione , ed esser conosciuto e intuito a priori per mezzo di proposizioni sintetiche . Cosa che invece ha luogo , se il tempo non é altro che la condizione soggettiva per cui tutte le intuizioni possono accadere in noi . Infatti allora questa forma delle intuizioni interne può essere rappresentata a priori , cioè prima degli oggetti . Il tempo non é altro che la forma del senso interno , cioè dell' intuizione di noi stessi e del nostro stato interno . Infatti , il tempo non può essere una determinazione di fenomeni esterni : non appartiene nè alla figura , nè al luogo , ecc. ; determina , al contrario , il rapporto delle rappresentazioni del nostro stato interno . [...] Il tempo é la condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale . [...] Se posso dire a priori : tutti i fenomeni esterni sono determinati a priori nello spazio e secondo relazioni spaziali ; posso anche , movendo dal principio del senso interno , dire universalmente : tutti i fenomeni in generale , cioè tutti gli oggetti dei sensi , sono nel tempo , e stanno fra di loro necessariamente in rapporti di tempo ( Estetica Trascendentale )

 

 

                                                                                                                                                                                                             

 

Kant

Affronta il problema della scienza (critica della ragion pura); il problema della morale (critica della ragion pratica); della finalità e della bellezza (critica del giudizio).

Illuminismo tedesco:

Non si caratterizza per i contenuti, in nuovi problemi o temi originali, bensì nel metodo, nella forma logica in cui i temi e i problemi sono fatti valere. Questo metodo sarà chiamato metodo della ragion fondante.

L’Illuminismo tedesco ha una minore politicità e radicalità; sviluppa una tecnica filosofica razionale che porta alla formazione di un metodo della ragione fondante. È un metodo di analisi razionale cauto ed insieme deciso che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo e cioè la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale.

Questo metodo procede dimostrando ad ogni passo il fondamento dei suoi concetti nella loro possibilità. La coincidenza del fondamento e della possibilità è la caratteristica di tale metodo che ritiene fondato (=giustificato) un concetto quando se ne possa dimostrare la possibilità (mancanza di contraddittorietà interna).

 

Kant è un illuminista tedesco con profondi interessi per la scienza e per la filosofia.

Si distinguono due periodi:


  • Periodo precritico.
  • Periodo critico.

Il momento della svolta si può dare:

  • Nel 1769 (periodo della grande luce) e pubblicazione della dissertazione del ’70.
  • Il primo testo completamente connotato dalla nuova filosofia del 1781 “La critica della ragion pura” (1ª edizione dove lascia spazio ad interpretazioni di tipo idealistico – metafisico; nella 2ª edizione del ’87 rivede parte del testo in direzione più razionalistica).

Periodo precritico:

Primo periodo – laboratorio kantiano

Arriva fino al 1760-62

L’interesse prevalente è per la scienza.

Uno tra i testi più importanti è “La storia naturale universale e teoria dei cieli” del ’55; si pone la problematica della formazione dell’intero sistema cosmico (formato a partire da una nebulosa primitiva e conformandosi alle leggi newtoniane s’è formato l’universo attuale. Sposa dunque la spiegazione meccanicistica. (La teoria è stata poi strutturata scientificamente dal modello matematico proposta da La Place).

Tratta poi anche di logica.

kantNel ’59 elabora uno scritto “Sull’ottimismo” dove sposa la teoria di Leibniz.

 

Secondo periodo

Periodo che va dal ’62 al ’69 (o al ’81, v. sopra).

Nel ’62 Kant si torva a leggere Hume. Tutte le sue certezze metafisiche cadono. Hume lo ha “risvegliato dal sonno dogmatico”.

È dunque forte il suo interesse filosofico. Condanna l’impostazione metafisica della filosofia passata.

Nel ’62 “Falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche”, dove critica la logica formale di tipo aristotelico. Nega il processo induttivo.

Nel ’63 scrive: “L’unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio”, dove critica le consuete dimostrazioni metafisiche di Dio ed eventualmente si ritaglia un’unica dimostrazione. Per spiegare l’esistenza del contingente si deve postulare l’esistenza di Dio.

Sempre nel ’63 tratta di logica e matematica; critica poi la logica formale. Per Kant un conto è l’opposizione logica (dove non esiste il contrario); un altro è l’opposizione reale (l’opposto è possibile).

Tratta in maniera critica di metafisica; afferma che deve cambiare radicalmente statuto; non deve indagare sui fondamenti dell’essere (ontologia), ma sui primi fondamenti della nostra conoscenza (gnoseologia).

Nel ‘65 “Notizia sull’indirizzo delle sue lezioni”, dove sostiene che l’importante non è sapere la filosofia, ma sapere filosofare.

Nel ’65 scrive “Sogno di un visionario chiariti con i sogni della metafisica”. È importante perché contiene il primo abbozzo di criticismo kantiano. Sostiene che la metafisica debba arrivare ad essere scienza dei limiti della ragione umana. Il compito è dunque fissare i limiti oltre i quali la ragione non può indagare.

Periodo critico:

Nel ’69 (anno della grande luce), Kant sostiene che lo spazio ed il tempo non costituiscono realtà ontologiche assolute (non sono condizioni oggettive del darsi la realtà), bensì sono le nostre forme conoscitive.

In “De Mundi Sensibilis” fa una prima distinzione:

  • Conoscenza sensibile;
  • Conoscenza intellettuale/intelligibile.
  • Noi siamo essenzialmente passivi. L’oggetto della conoscenza è il fenomeno (ciò che appare). È necessario distinguere la materia della conoscenza (l’oggetto della conoscenza) e forma della conoscenza (ciò che ordina la materia sensibile).
  • In questa conoscenza siamo più attivi. Ci permette di arrivare alla conoscenza dell’oggetto in sé per sé.

Le forme della conoscenza sensibile sono lo spazio ed il tempo. Ne parla in termini di intuizione:

Intuizione pura sensibile à la forma (lo spazio ed il tempo)

Intuizioni semplici à ciò che è stato ordinato, che è stato oggetto di sensazione.

Tra il ’70 ed il ’81 sviluppa il pensiero critico.

Nel ’81 si rende conto che per l’uomo non è possibile alcuna conoscenza intellettuale. Solo Dio conosce la realtà in se per se.

Nel ’83 scrive i “Prolegomeni” (= trattazione preliminare), dove ripresenta la questione affrontata nella “Critica della ragion pura”.

Nel ’85 scrive “Fondazione della metafisica dei costumi”.

Nel ’88 scrive “Critica della ragion pratica”.

Nel ’90 scrive “Questione del giudizio estetico teleologico”.

Criticismo:

Criticare significa giudicare, distinguere, valutare… Vuol dire indagare programmaticamente circa il fondamento di un’esperienza umana qualsiasi, chiarendone le possibilità (le condizioni che ne permettono l’esistenza), la validità (se l’esperienza ha titoli di legittimità), i limiti (i confini della validità).

La filosofia di Kant si inserisce in uno specifico momento nel quale viene messo in discussione il valore della scienza dopo Hume. Kant è portato a cercare una nuova legittimazione della scienza moderna.

La filosofia kantiana si interroga su:

  • I fondamenti del sapere à Ragion pura;
  • I fondamenti della morale à Ragion pratica;
  • I fondamenti dell’estetica à Critica del giudizio.

Kant vuole andare oltre al risultato scettico di Hume, oltre l’empirismo. Cerca di non soffermarsi solo sull’individuazione dei meccanismi conoscitivi, ma cerca di individuare le condizioni possibilitanti (vuole portare davanti al tribunale della ragione la ragione stessa).

Problema generale della “Critica della ragion pura”:

È un esame critico generale delle possibilità, delle validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori.

Cerca di esaminare la ragione in se per se, prima che essa sia applicata. Bisogna fare un’indagine intorno alla matematica ed alla fisica perché dopo Hume hanno perso legittimità sul piano filosofico. L’indagine riguarda poi anche la metafisica per individuarne i limiti.

 

Com’è possibile conoscere? Quali sono le caratteristiche del nostro sapere?

Com’è possibile conoscere scientificamente?

Come sono possibili la matematica e la fisica in quanto scienza?

È possibile la metafisica in quanto scienza? Se no, perché l’uomo continua a farla?

(Si dà scienza quando la conoscenza ha un valore universale e necessario ed è produttiva, portando a nuove conoscenze).

Com’è possibile un giudizio universale, necessario produttivo di nuove conoscenze?

Com’è possibile un giudizio sintetico a priori?

Su cosa si fonda il giudizio sintetico a priori?

à Che cos’è l’incognita “x” su cui si basano i giudizi sintetici a priori?

Razionalismo:

Giudizio deduttivo dimostrativo, analitico a priori.

Procede da un’affermazione/teoria generale verso momenti o affermazioni particolari senza aver bisogno di esperienza empirica.

Pregi: necessità logica delle affermazioni (l’affermazione logica conclusiva è coerente con le premesse).

Limite: incapacità di produrre nuove conoscenze.

Rischio: scarso aggancio con la realtà.

Empirismo:

Giudizio empiristico induttivo, sintetico a posteriori.

Procede da molteplici casi particolari verso principi, affermazioni di carattere generale. Necessita di far ricorso alla conoscenza empirica.

Pregi: capacità di produrre nuove conoscenze (è fecondo).

Limite: ipoteticità delle conoscenze.

 

è Queste due correnti filosofiche falliscono quando vogliono fare scienza.

Per Kant, se si dà la scienza, si deve dare un giudizio che sia universale e necessario, sintetico a priori.

Il giudizio analitico a priori si fonda sui principi logici; il giudizio sintetico a posteriori è fondato sull’esperienza. Il giudizio sintetico a priori si fonda, invece, sul soggetto umano e cioè sulle modalità conoscitive dell’uomo.

L’uomo garantisce l’universalità e la necessità del sapere. L’esperienza garantisce la sinteticità.

Modalità conoscitive:

Già nella dissertazione c’è la distinzione tra materia e forma del conoscere. Lo spazio ed il tempo non sono realtà assolute, ma modalità che fanno sì che la realtà appaia davanti a noi.

Rivoluzione copernicana:

Nel processo conoscitivo c’è un soggetto che vuole conoscere un oggetto. Il soggetto si fa una rappresentazione dell’oggetto, arrivando ad un concetto.

Fino ad ora tutti hanno pensato che il soggetto si doveva adeguare all’oggetto.

Per Kant, invece, l’oggetto si adegua alle forme conoscitive. Sceglie questa ipotesi perché forse così s’individua una possibilità conoscitiva.

Partizione della “Critica della ragion pura”

La filosofia critica è definita filosofia trascendentale.

Kant chiama trascendentale ogni conoscenza che non ha a che fare con gli oggetti, ma con il nostro modo di conoscerli, in quanto si deve dare la possibilità di conoscerli a priori. Trascendentale perché non punta alla conoscenza, ma alla forma.

La “Critica della ragion pura” si può dividere in:

  • Dottrina degli elementi: per individuare gli elementi puri a priori.
  • Dottrina del metodo: per individuare il metodo.

Nella prima parte individua tre gradi di conoscenza:

  • Estetica trascendente: conoscenza sensibile (fonda le scienze matematiche).
  • Logica trascendente      analitica: conoscenza dell’intelletto (fonda la scienza)

                                          dialettica: possibile conoscenza razionale (metafisica).

Estetica trascendente:

Per estetica s’intende sensazione.

È una dottrina che studia la struttura o il modo conoscitivo sensibile.

La sensazione è la pura modificazione o affezione che il soggetto riceve per opera dell’oggetto.

La sensibilità è la facoltà di ricevere le sensazioni.

L’intuizione è la conoscenza immediata dell’oggetto (possibile, per Kant, solo con l’intuizione sensibile).

L’oggetto dell’intuizione è il fenomeno. Nel fenomeno, Kant distingue:

  • Materia à Data da singole sensazioni quindi sempre a posteriori.
  • Forma à Non dà sensazioni o esperienze, ma viene dal soggetto.

 

L’intuizione empirica è la conoscenza concreta sensibile nella quale sono concretamente contenute le sensazioni.

L’intuizione pura è la forma che ci permette di arrivare a conoscenze empiriche (spazio e tempo).

Si va alla ricerca della modalità a priori che permette la conoscenza sensibile.

Lo spazio è la forma del senso esterno (si dà coesistenza degli oggetti).

Oss.: per Kant è più importante il tempo rispetto allo spazio perché mentre il primo include ciò che è stato nel passato e ciò che è adesso, nel secondo ci sono solo le cose che sono ora. Non è ogni cosa che è nel tempo ad essere anche nello spazio, ma è ogni cosa ad essere nello spazio ad essere nel tempo.

Il tempo è la forma/intuizione del senso interno (determina l’ordine di successione).

Gli oggetti si danno perché vengono intuiti. L’estetica trascendentale mostra che lo spazio ed il tempo rappresentano forme pure a priori per questo tipo di conoscenza. Per mostrare questo, Kant segue due tipi di esposizioni:

  • Esposizione metafisica à insussistenza delle teorie passate.
  • Esposizione trascendentale à per mostrare che lo spazio ed il tempo sono modalità a priori.
  • Kant suddivide le altre concezioni dello spazio e del tempo in tre categorie:
  • Visione empirista: lo spazio ed il tempo come frutto di esperienza (a posteriori)

Kant: lo spazio ed il tempo non sono frutto di esperienza ma sono dei presupposti per fare esperienza.

  • Visione oggettivista/assoluta: per Newton lo spazio ed il tempo sono entità assolute (a priori).

Kant: se fossero entità a se stanti, allora lo spazio ed il tempo dovrebbero esistere anche se nulla ci fosse. Ma come si fa a concepire qualcosa che senza l’oggetto reale sarebbe tuttavia reale?

  • Visione concettualistica/relazionistica: lo spazio ed il tempo sono concetti che servono ad esprimere relazioni tra le cose in successione e coesistenza.

Kant: contro Leibniz dice che lo spazio ed il tempo non sono concetti, non hanno una natura discorsiva in quanto essi sono di natura intuitiva.

  • Vuole dimostrare che si danno conoscenze che, dallo spazio e dal tempo, danno nuove conoscenza.

Kant parte dalla matematica. Questa è a priori per tutti, ma non è conoscenza analitica, bensì è sintetica (infatti aggiunge nuove conoscenze).

Bisogna dimostrare che si dà una conoscenza sintetica a priori che uso lo spazio ed il tempo in sua funzionalità.

La matematica dimostra che il tempo è una forma conoscitiva perché essa si basa su un’intuizione pura del tempo e della successione.

La geometria dimostra sinteticamente a priori l’intuizione pura dello spazio perché non fa ricorso dell’esperienza.

à Perché le matematiche, pur essendo nostra costruzione, valgono anche per la natura?

  • Galileo per la sua epistemologia realista, sosteneva che Dio, creando, geometrizza; postula così una struttura ontologica di tipo matematico.
  • Per Kant gli oggetti dell’esperienza fenomenica, essendo entità nello spazio e nel tempo, possiedono già una configurazione geometrica e aritmetica. Le matematiche possono venire così applicate proficuamente alla natura.

à I teoremi di tipo euclideo valgono per l’intero mondo fenomenico.

* Questa è una assolutizzazione della matematica e della geometria euclidea. Implica che lo spazio dell’esperienza coincide con lo spazio euclideo. Quando si scopriranno nuove geometrie nel ‘800, l’epistemologia kantiana mostrerà tutti i suoi limiti.

Analitica trascendente:

La logica di Kant è di tipo trascendente; con essa si va alla ricerca delle forme pure a priori che permettono di pensare, di distinguere gli oggetti. L’obiettivo è la ricerca di queste forme.

Senza sensibilità, nessun oggetto sarebbe dato. Senza l’intelletto, nessun oggetto sarebbe pensato”.

Le intuizioni senza concetti sono cieche”.

 

I concetti svolgono una funzione specifica: permettono di ordinare il molteplice, di unificare il molteplice sotto una visione comune. Non sono delle intuizioni, bensì sono funzioni.

L’intelletto è la facoltà di giudicare. Noi pensiamo attraverso i concetti. L’intelletto usa i concetti per unificare il molteplice. à Pensare = giudicare. Deduzione fisica delle categorie.

Ci sono tante forme di pensiero quante le forme del giudizio. Ci si rifà alla tradizione:


  • Quantità:
    • Universali
    • Particolari
    • Singolari
  • Qualità:
    • Affermativi
    • Negativi
    • Infiniti
  • Relazione:
    • Categorici
    • Ipotetici
    • Disgiuntivi
  • Modalità:
    • Problematici
    • Assertori
    • Apodittici

Le categorie di Aristotele erano leggi della mente e anche leggi della realtà. Le categorie avevano dunque un valore dal punto di vista della logica e ontologico.

Per Kant le categorie (o concetti puri a priori) sono solo le forme di pensiero.

Se pensare coincide con il giudicare, ci saranno altrettante 12 forme di categorie.


  • Quantità:
    • Unità
    • Pluralità
    • Totalità
  • Qualità:
    • Realtà
    • Negazione
    • kant
      Limitazione
  • Relazione:
    • Dell’inerenza e sussistenza
    • Della causalità e dipendenza
    • Della comunanza
  • Modalità:
    • Possibilità – impossibilità
    • Esistenza – inesistenza
    • Necessità – consapevolezza

Deduzione trascendentale:

Cosa garantisce che le 12 categorie siano le più adeguate per pensare alla realtà, al molteplice? Per la risposta a questo quesito ci viene incontro la deduzione trasc.

La deduzione fa riferimento alla tradizione giuridica perché mette in risalto la dimostrazione, la legittimità di diritto di una pretesa di fatto. L’uomo usa le categorie, secondo Kant, ma questo non significa che siano le più adeguate.

Il problema è: perché le categorie pur essendo forme soggettive della nostra mente pretendono di valere anche per gli oggetti (per una natura che, materialmente, non è l’intelletto a creare)?

Kant prima di tutto afferma che:

  • L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa, ma da un’attività sintetica.
  • Bisogna distinguere tra unificazione (il processo di sintesi) e l’unità stessa (il principio in base al quale si fa un’unificazione).

Ci deve essere qualcosa, insomma, in grado di fare l’unificazione. Kant denomina questa “entità” con “io penso”, detta anche “l’unità sintetica della percezione”. Questa è una struttura mentale tipica e comune a tutti gli uomini.

  • L’attività del “io penso” si manifesta attraverso i giudizi.
  • I giudizi si basano sulle categorie.
  • Gli oggetti non possono venir pensati senza venire categorizzati. Il molteplice, unificato, non può venire che sintetizzato dalle 12 categorie.

à La natura fenomenica obbedisce alle forme (a priori) del nostro intelletto.

I concetti puri a priori dell’intelletto costituiscono in oggetti del concetto i fenomeni dell’esperienza.

Conoscere coincide dunque con categorizzare, individuare le regole tra i fenomeni.

L’io penso è la condizione universale di ogni esperienza possibile. Non è una realtà psicologica, bensì un’identica struttura mentale/formale del pensare di un soggetto empirico, in quanto è fondamento di ogni sintesi a priori che connette due oggetti tra loro, e che presuppone un’altra sintesi/struttura mentale con la quale colleghiamo le rappresentazioni degli oggetti tra loro in noi.

à L’io penso è il fondamento di due sintesi grazie al quale le categorie diventano articolazioni, specificazioni di un unico principio categorizzante.

Schematismo trascendente:

Il problema, questa volta, è che i concetti costituiscono delle dimensioni distinte dall’intuizione; un conto è il pensiero, un conto è la realtà fenomenica.

Per Kant, se il rapporto c’è, ci deve essere un elemento mediatore.

Per trovare la soluzione, ricorre a schemi trascendentali, ovvero determinazioni a priori del tempo; una sorta di traduzione delle categorie in termini di tempo.

In sostanza, cogliamo il molteplice perché traduciamo i concetti puri a priori dell’intelletto in termini temporali. Es.: che cos’è la sostanza? È qualcosa che permane nel tempo. Causalità: successione. Necessità: una cosa si dà sempre.

Se il tempo condiziona gli oggetti, l’intelletto, condizionando il tempo, condiziona gli oggetti stessi.

Gli schemi trascendenti si danno attraverso un’immaginazione produttiva. Quest’ultima è un’arte celata nel profondo.

àPer Kant nello schematismo si dà la condizione dell’uso delle categorie attraverso principi. Questi sono regole dell’uso oggettivo delle categorie attraverso gli schemi.

L’io “legislatore della natura”

Per Kant l’uomo è arrivato a formattare la realtà con quelle modalità conoscitive tipiche dell’uomo. Da un punto di vista formale, quindi, si può dire che l’io è legislatore della natura.

à Superamento dello scetticismo humiano. Si può parlare di scienza come qualcosa che sfugge al probabile perché io sono garante dell’universalità e necessità.

Ambiti di uso delle categorie e il “noumeno”

Prima il Nous comporta l’intuire, il cogliere la realtà.

Ora, per Kant, assume due accezioni, una positiva ed una negativa:

  • Il noumeno non potrebbe essere altro che l’oggetto dell’intuizione intellettuale che l’uomo, però, non può avere. Solo Dio quindi può parlarne.
  • È una sorta di concetto limite perché serve per ricordare che si dà un limite alla nostra conoscenza che è di tipo fenomenico. Non è possibile affermare che oltre a questo limite ci siano dei fenomeni. Non si può nemmeno affermare che ci sia una causa dei fenomeni perché le categorie si possono applicare solo sui fenomeni, non su qualcosa che non è dato.

Il Noumeno è quindi qualcosa di enigmatico. Ricorda solo che c’è questo limite della nostra conoscenza.

 

è Anche la fisica ha assunto i caratteri di universalità e necessità tali da poterla chiamare scienza.

Dialettica trascendente

Inizia la seconda parte della logica dove affronta la conoscenza di tipo razionale. Si indaga intorno alla conoscenza dell’infinito, dell’assoluto, tipica della metafisica.

Ogni grado conoscitivo ha una sua materia ed una sua forma. Per questo grado, però non c’è la materia (non si fa esperienza dell’infinito) e come forme pure a priori vengono utilizzate quelle della conoscenza dell’intelletto.

La nostra ultima illusione è riunire le esperienze finite (condizionate) in una unica di tipo incondizionato.

Quando cerchiamo di chiudere in un incondizionato tutti i condizionati interni, arriviamo all’anima (psicologia razionale).

Se si chiudono i condizionati del senso esterno, ci si illude di arrivare alla spiegazione del cosmo, del mondo (cosmologia razionale).

Se vengono chiusi i condizionati interni ed esterni, si arriva a dio (teologia razionale).

Nella parte catartica della “Critica della Ragion pura” Kant si propone di individuare gli errori di quando facciamo metafisica.

La Ragione è in pratica l’intelletto che tende ad utilizzare le proprie forme in un ambito iperfisico, incondizionato. È anche la facoltà di sillogizzare che si distacca dall’esperienza. Proprio per questo Kant individua per ogni forma di pensiero di relazione un’idea:

Categoria

Categorico

Ipotetico

Disgiuntivo

Idea

Anima

Mondo

Dio

Idea di anima:

Dà luogo alla psicologia razionale.

Per Kant arriviamo all’idea di anima attraverso un paralogismo (ragionamento errato). Applichiamo, infatti, al “io penso”, che non è oggetto di esperienza, la categoria di sostanza. Questo è un errore strutturale perché si applica una categoria a qualcosa di cui non abbiamo fatto esperienza.

Idea di cosmo:

La pseudo scienza che si viene a formare grazie a questa idea è la cosmologia razionale.

Kant dice che anche dell’universo non si fa esperienza. Cercando di spiegare l’universo, si va a creare delle teorie contrapposte tra loro, senza che, però, sia possibile scioglierne l’enigma che le separa à antinomia (nomos = legge).

Ci sono quattro tesi sull’universo, ognuna con una sua antitesi:

 

Tesi

Antitesi

Il mondo ha un inizio ed è finito

Il mondo non ha né inizio né fine

Ci sono parti non ulteriormente divisibili

Non ci sono parti ultime

La causalità non è l’unica legge. L’uomo è quindi libero di agire e tutto non è determinato

Tutto accade secondo leggi della natura

C’è un essere necessario, una causa delle cose

Non è necessario ricorrere alla causa prima (Dio)

 

Le tesi (tipiche dei razionalisti) contengono parti piccole dell’universo. Le antitesi (degli empiristi) hanno un concetto troppo vasto dell’universo.

à Illegittimità dell’idea del cosmo.

L’idea di Dio:

La scienza formata dallo studio di questa idea è la teologia razionale.

Tradizionalmente, nella storia della filosofia, le prove dell’esistenza di Dio si possono riassumere in:

  • Prova ontologica;
  • Prova cosmologica;
  • Prova fisico-teleologica;

 

  • Kant “distrugge” questa prova perché per affermare l’esistenza di Dio non è lecito fare un salto dal piano del pensiero a quello dell’esperienza. L’esistenza di Dio non possiamo derivarla per via intellettiva, ma si deve constatare per via empirica.
  • La prova cosmologica risale a Dio, sostenendo che Egli è la causa prima del cosmo. È la ragione dell’universo.

Per Kant, il primo errore commesso in questo ragionamento, sta nel fatto che si sta applicando la categoria di causalità a qualcosa che non reale. Oltre a questo, se affermiamo che si dà una causa prima, non significa dire che questa è esistente. Se facciamo questo collegamento, invece, si ricade nella causa ontologica (la causa prima non deve essere per forza Dio).

  • Questa prova fa leva sull’armonia dell’universo, il quale non si può dare senza un ente creatore, senza Dio.

Per Kant, ad un primo livello sostiene che non è detto che dal caos non si possa determinare l’ordine. Ad un livello successivo afferma che per l’armonia dell’universo non si dà un creatore, ma solo un architetto, un demiurgo platonico che ordina il mondo, ma non è creatore di nulla. Se si fa coincidere la causa ordinante con la causa creatrice si ricade nella prova cosmologica.

 

è La metafisica non è una scienza.

La dottrina del “come se”:

La questione da risolvere è il perché l’uomo è portato a fare metafisica.

Per Kant cerchiamo di legare i fenomeni, individuando delle leggi, perché siamo portati a cercare una spiegazione ultima (anche se questa non si troverà mai). In pratica facciamo come se tutti i fenomeni dipendessero da un essere supremo, perché così siamo portati a cercare delle leggi nella realtà contingente. Senza l’idea di trovare un “perché ultimo” delle cose, non saremo indotti a cercare di spiegare gli eventi fenomenici.

Le idee non hanno un uso costitutivo, perché non portano a nuove conoscenze, ma regolativo, perché il loro scopo è indurre a conoscere.

L’intelletto, invece, ha un uso costitutivo perché ordina la realtà con i concetti (legislatori della natura), scopriamo le leggi della natura, il concetto dell’oggetto.


Critica della ragion pratica:

Il tema della morale:

Se nella Critica della Ragion Pura si tratta di verificare la possibilità di una conoscenza, che traesse la sua legittimità universale non già dagli oggetti, bensì dalle forme a priori del soggetto, nella Critica della Ragion Pratica si tratta di indagare sulla possibilità di una legge morale la cui universale validità, anziché essere inserita in una dimensione metafisica/religiosa, sia determinata dalla facoltà soggettiva dell’uomo.

à Il problema gnoseologico consisteva nella ricerca delle condizioni a priori (soggettive) di una conoscenza valida oggettivamente; il problema morale consiste nella ricerca delle condizioni a priori di un agire valido universalmente.

 

La ragione umana non è solo teoretica; non è solamente funzionale alla conoscenza. È anche pratica, perché capace di determinare la volontà e l’agire umano.

Intitola il testo “Critica della Ragion Pratica” perché non si tratta di criticare la ragione pratica in sé per sé, nella sua forma pura, bensì di criticare la ragione quando si fa troppo empirica, nel concreto (e qui erra).

 

Per Kant la legge morale è un fatto; si dà. Bisogna, però, cercarne le sue condizioni di possibilità. Anche qui Kant esegue una rivoluzione copernicana. Il valore della morale non lo cerca in un oggetto, bensì nel soggetto umano.

 

La legge morale è distinta dalla necessità fisica, dalla legge universale, perché l’uomo può sfuggire alla necessità morale (mentre non può sfuggire alle leggi fisiche).

Kant distingue questi principi che determinano l’agire:

 

kant                   Massime

(con valore soggettivo)

 

 

principi

pratici

kant                                                                  Ipotetico (“Se vuoi…devi…”)

(valgono nel caso in cui si cerca di raggiungere un determinato obiettivo)

                   Imperativo                          

(con valore oggettivo)            

                                               Categorico (“Devi…perché devi…”)

(valgono in assoluto, a prescindere dal fine)

 

kant                   Regole di abilità à seguendo le regole si raggiunge un determinato fine

Ipotetici

Consigli di prudenza à visto che il fine da raggiungere è ampio, non è detto che si riesca a raggiungere seguendo determinate regole.

 

Tra i principi pratici, quello che potrebbe rappresentare la legge morale è un imperativo categorico (vale sempre e per tutti).

Caratteristiche della legge morale:

  • Imperatività incondizionata, categoricità.
  • Purezza (o disinteresse) à si fa un’azione non per raggiungere un determinato risultato, ma perché è un vero atto morale.
  • Formalità à un atto morale non dice cosa è giusto fare, ma come viene fatto.

à Non tutto ciò che ritentiamo morale in realtà lo è.

  • Autonomia à l’azione non è dettata dall’alto; bisogna essere Autonomi (Auto Nomos = la legge me la diamo io).

Questa caratteristica coinvolge anche la libertà, la quale richiama la questione del fondamento della legge morale.

Formulazione – definizione della legge morale:

  • “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso come principio di una legislazione universale”. Esprime la pura forma della legge morale.
  • “Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre, anche come fine e non semplice mezzo”. In questa c’è, però, un richiamo al fine, e Kant non vuole che nella formulazione, per la regola della purezza, sia richiamato il fine.
  • “Agisci in modo che la volontà, con la sua massima, possa considerarsi come universalmente legislatrice rispetto a se medesima”. In questa c’è un richiamo alla volontà, che però non è ancora libera ed autonoma.

Rivoluzione copernicana morale:

Anche in campo etico Kant individua come fondamentale l’uomo. La condizione di un atto morale sta nel soggetto, non nell’oggetto.

Fondamento della morale:

La morale è un fatto della ragione che comporta il dovere per il dovere. Dalla coscienza del dovere nasce la coscienza della libertà (è presupposta dal dovere). Quindi, la condizione senza la quale non si può dare morale è la libertà dell’uomo. La libertà è causa essendi (ne permette l’esistenza) della legge morale.

kant
La legge morale è la causa conoscendi (conoscente) della libertà.

Kant considera la libertà in termini di postulato, perché non si può dimostrarne l’esistenza, ma è necessaria per spiegare la morale.

Essere liberi significa essere indipendenti dalle leggi naturali, non ci sono vincoli necessari. Si creano due dimensioni dell’uomo: quella fenomenica (vincolato alle leggi di natura) e quella noumenica.

La libertà è l’indipendenza dal meccanicismo causale. È anche, in termini positivi, come per Rousseau, la capacità di darsi leggi, capacità di autodeterminarsi, con la rinuncia a qualsiasi eteronomia.

Tutte le volontà esterne compromettono l’autonomia. I motivi materiali che determinano la volontà (e quindi compromettono l’autonomia) possono essere:

  • Soggettivi/empirici
    • Esterni à dovuti per esempio all’educazione.
    • Interni à per esempio sulla base del sentimento fisico oppure morale.
  • Oggettivi/razionali
    • Esterni à volontà di Dio.
    • Interni à Idea di perfezione.

Anche il bene ed il male non si danno a priori, ma a posteriori, rispetto alla morale. Non sono concetti, il bene ed il male, che fondano la morale, bensì è la morale che dice cosa è bene o male.

La tipica del giudizio:

Come stabilire quando un’azione è morale?

Per Kant l’unico criterio per scoprire se si dia un atto morale è trasformare (a livello teorico) in termini naturali ciò che è legge morale.

Antinomie:

Bisogna agire non per ottenere un fine, ma perché è giusto fare così. Allora chi si merita la felicità, non la raggiunge mai. Non c’è coincidenza tra esseri morali ed esseri felici. Per essere morali bisogna raggiungere la santità (in ogni azione bisogna essere morali). à Antinomie tra virtù e felicità.

Kant, per sfuggire a questa antinomia, ricorre a due postulati:

  • Deve esistere un’anima immortale. Perché solo se di dà questa, è possibile un progresso infinito verso la virtù, verso la sensibilità.
  • Bisogna dare un dio che commisuri la virtù alla felicità. Sarebbe una contraddizione essere virtuosi senza essere felici.

Per Kant la morale fonda la religione. Dalla morale si dà l’esigenza dell’anima e si postula l’esistenza di Dio.

La morale per Kant si distingue anche dalle altre morali, le quali ricorrevano all’oggetto esterno.

Il razionalismo, pur fondando la morale sulla ragione, l’aveva fatta dipendere dalla metafisica. Fanno, infatti, coincidere la ragione con l’universo e un atto è morale quando si conforma con la natura. Kant sostiene che la morale si può fondare solo sull’uomo e sulla dignità dell’essere razionale.

Gli empiristi, pur sganciando la morale dalla metafisica, l’avevano connessa al sentimento. Kant afferma che la morale si fonda solo sulla ragione e non sul sentimento, non sull’esperienza. Il sentire, infatti, è troppo fragile e soggettivo.

à Anche in sede etica, il moralismo kantiano nasce misurandosi in maniera critica di queste due posizioni.

C’è una diversità tra il primo postulato (la libertà) e gli altri due (anima e Dio), perché il primo postulato dice che esiste la libertà (non possiamo negarne l’esistenza), mentre gli altri due sono condizioni ipotetiche necessarie per risolvere l’antinomia.

Primato della ragion pratica:

È un primato sulla ragione teoretica, in quanto ammette proposizioni che non possono essere ammesse nel solo uso teoretico della ragione (anima e Dio). In questo ambito bisogna fermarsi al puro agnosticismo (non si può fare un discorso scientifico).

Critica del giudizio:

Con “giudizio” non si fa riferimento al giudizio – oggetto, bensì è inteso come facoltà del giudicare.

In C.R.P. si scopre l’io come essere fenomenico sotto al dominio della necessità, della legge di natura.

In C.R.Pr. con l’essere morale si scopre la dimensione noumenica, della libertà.

Si scoprono così due dimensioni dell’uomo.

Il compito che Kant si propone della C.d.G. è di trovare un’unità di questi due mondi dell’uomo, senza cadere in contraddizione (non cercando una sintesi tra le due, ma cercando di pensare a queste due realtà non in contraddizione tra loro).

Tra i due mondi, Kant dice che ci deve essere una relazione tra i due mondi, perché la morale deve applicarsi nella realtà fenomenica. Ci deve essere un fondamento dell’unità tra il sovrasensibile e ciò che contiene il concetto di libertà.

Kant ipotizza una terza facoltà (il giudicare), strettamente legata al sentimento (peculiare facoltà mediante la quale l’uomo fa esperienza della finalità).

Il giudizio permette l’attribuzione di un soggetto ad un predicato. È la facoltà di sussumere (prendere sopra di sé) il particolare nell’universale (è la facoltà di pensare il particolare contenuto nell’universale).

Si creano così due tipi di giudizi:

  • Giudizio determinante, quando è presente sia il particolare, sia l’universale. Attraverso questo g. si determina la realtà. È il giudizio sintetico a priori. Il particolare (molteplice sensibile) viene strutturato secondo le categorie (si inserisce il particolare nelle categorie che sono universali).
  • Giudizio riflettente, quando si dà il particolare ma non l’universale, che va quindi ricercato. Dal riscontro che abbiamo con il g. determinante, andiamo alla ricerca di una nuova categoria, attraverso il quale si può pensare questo mondo non in contraddizione con la libertà dell’uomo. Questo giudizio è catalizzato da un mondo di sentire le relazioni tra le cose, il sentire finalistico.

Il sentire finalistico è una categoria che permette di pensare alla realtà. Non è un giudizio con un valore costitutivo, ma regolativo. Il concetto di fine non è teoretico, ma risponde ad un bisogno strutturale; non è “forma mentis” (non fa parte del patrimonio intellettuale), ma ne facciamo esperienza. Permette di pensare al mondo fenomenico ed alla realtà morale non in contraddizione.

Per Kant, quindi, facciamo esperienza della finalità, ma su quali esperienze?

  • Riflettendo sul bello à giudizio riflettente estetico;
  • Riflettendo sull’ordinamento della natura à giudizio riflettente teleologico

Giudizio estetico:

Si arriva al bello attraverso un giudizio di gusto (è la valutazione e la commisurazione dell’immagine dell’oggetto preso in esame, rispetto al sentimento di piacere/dispiacere del soggetto). S’instaura così una relazione tra soggetto ed oggetto.

Il giudizio di gusto non è logico, ma propriamente estetico perché non riferisce la rappresentazione ad un oggetto mediante l’intelletto per la conoscenza (non è un giudizio conoscitivo), ma mediante l’immaginazione (la riferisce al soggetto ed al suo sentimento di piacere/dispiacere).

kant
àIl gusto è quindi la facoltà d’indagare intorno al bello.

Caratteristiche del bello:

Kant sembra richiamarsi ai quattro gruppi di categorie dell’analitica trascendente.

  • Bello “è l’oggetto di un piacere senza interesse”. (qualità)
  • Bello “è ciò che piace universalmente senza concetto”. Deve essere, quindi condiviso, da tutti. Non è un’universalità oggettiva, ma è soggettiva (è dovuta da un sentire). (quantità)
  • La bellezza “è la forma della finalità di un oggetto in quanto questo è percepito senza la rappresentazione di uno scopo”. Si dà bellezza, quindi, quando c’è una finalità senza scopo. Si dà finalità quando, vedendo un’armonia, si è portati ad ipotizzare un fine. Non si può, però, scoprire una volontà che abbia voluto quel fine. (relazione)
  • Bello “è ciò che è riconosciuto come l’oggetto di un piacere necessario”. Si dà il bello quando tutti i soggetti non possono che essere d’accordo sul bello. (Modalità)

Fondamento del bello:

Teoria del libero gioco delle facoltà:

kant 


                                      intelletto

 

 

                                      immaginazione

 

L’intelletto ha una funzione predicatrice perché cala le categorie nella dimensione del tempo con gli schemi trascendenti forniti dall’immaginazione. Non c’è, quindi, un libero gioco delle facoltà.

kant 


                                      intelletto

kant 


                                      immaginazione

 

Per quanto riguarda il bello, c’è uno scambio reciproco di attività tra intelletto e immaginazione e c’è, quindi, un libero gioco delle facoltà. L’intelletto non detta le sue regole all’immaginazione. La produzione di immagini libere dell’immaginazione non urta con la regolarità dell’intelletto. Nasce così un’armonia delle facoltà.

 

Si dà fondamento del bello quando c’è un libero gioco delle facoltà dell’intelletto e dell’immaginazione.

à Si dimostra così l’universalità della soggettività intorno al bello. Tutti gli uomini, infatti, vanno incontro al libero gioco delle facoltà a partire dall’oggetto reale.

Rivoluzione copernicana estetica:

Il bello non è una qualità oggettiva ed ontologica, ma nasce dal rapporto tra oggetto e soggetto. Anche qui si va contro i razionalisti ed i sensisti.

Il bello è sentimento di piacere.

Il sublime:

Non si dà a partire dal sentimento di piacere, ma su base dialettica del piacere/dispiacere. Mentre il bello ha a che fare con la forma, l’armonia, l’ordine, il sublime ha a che fare con ciò che non ha forma, l’infinito, l’illimitato.

Ci sono due tipi di sublime:

  • Matematico à in relazione a ciò che è illimitatamente grande.
  • Dinamico à rispetto a ciò che è infinitamente potente.

Per Kant, il sublime è ciò che per il fatto di potere solo pensare, attesta (dimostra) una facoltà dell’animo superiore ad ogni misura dei sensi. Con il sublime, quindi, al dispiacere della ragione, si contrappone il piacere dell’immaginazione (mostra dal punto di vista morale la superiorità del pensiero.

Il Genio:

Al bello naturale vi si arriva in modo diretto; il bello artistico può essere viziato dai concetti dell’intelletto.

L’artista è colui che, con la sua ispirazione, è portato a comportarsi come la natura. Il genio è quindi una disposizione innata dell’anima, per mezzo della quale la natura dà la regola dell’arte.

Giudizio teleologico:

Con il giudizio estetico si aveva che fare con una finalità soggettiva. Ora abbiamo a che fare con una finalità oggettiva, perché, in questo tipo di giudizio, si analizza la relazione con la Natura.

Se si osservano le grandi manifestazioni della natura, c’è un richiamo all’armonia che rimanda all’idea di una finalità (senza che sia possibile individuarne lo scopo, l’artefice).

Per Kant la finalità complessiva della natura potrebbe essere l’uomo. La natura permetterebbe all’uomo di manifestare la sua libertà nel teatro del mondo. La finalità della natura è quindi creare un essere che, pur essendo fenomenico, possa, però, manifestare la sua libertà.

 

 

“CRITICA DELLA RAGION PURA”

- I. Kant -

 

  • scienza ® giudizi sintetici a priori (contrapposti ai giudizi sintetici a posteriori e ai giudizi analitici a priori)
  • metafisica: è una scienza?
  • ipotesi gnoseologica ® la fonte della conoscenza è l’esperienza, ma anche la soggettività

 

Estetica trascendentale ® sensibilità

  • soggetto recettivo e attivo
  • spazio = senso interno; tempo = senso esterno (sentimenti)
  • confutazione delle teorie degli empiristi, di Newton e di Liebniz su spazio e tempo
  • geometria = applicazione dello schema spaziale alla realtà; aritmetica = applicazione dello schema temporale alla realtà

 

Analitica trascendentale ® intelletto e 12 categorie

  • categorie = concetti puri, forze unificatrici che ordinano e unificano i dati sensibili precedentemente filtrati da spazio e tempo
  • categorie di quantità, qualità, relazione (causa/effetti, sostanza/accidente, azione reciproca) e modalità
  • deduzione trascendentale ® dimostrare la validità delle categorie
  • principio “io penso”, senza il quale non c’è l’esperienza, principio che fa riferimento alle categorie (quindi esse sono valide)
  • immaginazione produttiva, che traduce le categorie in schemi temporali:

. cat. di sostanza ® schema della permanenza del reale nel tempo

. cat. di causa/effetto ® schema della successione irreversibile

. cat. di azione reciproca ® schema della simultaneità delle azioni nel tempo

  • principi dell’intelletto puro, che sono le leggi del sapere scientifico
  • noumeno (concetto di cosa in sé) = concetto-limite della conoscenza umana, all’interno di tale limite l’uomo fa solo esperienze valide e universali

 

Dialettica trascendentale ® ragione, che riflette sugli oggetti che vanno oltre l’esperienza (metafisica)

  • esasperazione dell’intelletto in ragione metafisica
  • 3 idee alle quali la ragione metafisica fa corrispondere i rispettivi oggetti:

. idea di anima (fenomeni interni al soggetto) ® esistenza dell’anima

. idea di mondo (fenomeni esterni al soggetto) ® esistenza del mondo

. idea di Dio (fenomeni esterni e interni al soggetto) ® esistenza di Dio

  • confutazione dell’idea di anima (psicologia razionale) ® falso ragionamento, che applica al principio “io penso” la categoria di sostanza
  • confutazione dell’idea di mondo (cosmologia razionale) ® antinomie, nelle quali sia l’antitesi che la tesi sono verosimili:

. il mondo ha un carattere finito (tesi) o infinito (antitesi)

. il mondo è divisibile fino a un certo punto, fino a raggiungere parti semplici (tesi) o è divisibile all’infinito (antitesi)

. esistenza nel mondo di una causalità libera (tesi) o il mondo è determinato dalle leggi di natura, niente è quindi libero né può sfuggire alle leggi (antitesi)

. esistenza nel mondo di un essere necessario, autonomo e autosufficiente (tesi) o nel mondo non c’è nessun essere necessario ma tutto è contingente (antitesi)

  • confutazione dell’idea di Dio (teologia razionale):

. prova ontologica di S. Anselmo (concetto di Dio = esistenza di Dio)

. prova cosmologica di S. Tommaso (Dio = causa incausata)

. prova fisico-teologica degli illuministi (mente ordinatrice)

  • uso regolativo della metafisica (non c’è l’uso costitutivo, poiché le 3 idee non corrispondono ad alcun oggetto) = fornire motivazioni alla ricerca scientifica

 

 

 

KANT

 

La filosofia kantiana viene detta CRITICISMO. Criticare significa interrogarsi circa i fondamenti, la validità e i limiti delle esperienze umane; da qui deriva l’interpretazione della sua filosofia come filosofia del limite che non ha però un esito scettico. Fissare i limiti della conoscenza umana significava infatti garantirne la validità entro questi: l’impossibilità della conoscenza di trascendere i limiti dell’esperienza umana diventa quindi la base della sua effettiva validità . Le condizioni che portano Kant a cercare di dare un fondamento alla scienza sono la Rivoluzione scientifica e la progressiva crisi delle metafisiche tradizionali. Il Criticismo si interroga quindi sui fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza estetica e sentimentale, concretizzandosi nelle rispettive opere del filosofo: la Critica della ragion teoretica pura, la Critica della ragion pratica, e la Critica del giudizio.

 

La prima di queste tre opere è un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Occorre però a questo punto fare una distinzione tra sapere scientifico e non. Per fare questo Kant parte dalla distinzione humiana fra giudizi analitici a-priori (in cui il predicato non fa che esplicitare ciò che è già contenuto nella definizione del soggetto, basati quindi sui principi di identità e di non contraddizione), giudizi sintetici a-posteriori (in cui il predicato aggiunge conoscenza, ma basati sull’esperienza, che quindi li priva di valore universale), e giudizi sintetici a-priori (ampliativi del sapere, ma con valore universale); dovendo la scienza essere necessariamente fondata su base universale e avendo essa la caratteristica di ampliare il sapere, non può essere sapere scientifico nessun altro oltre a quello fondato sui giudizi sintetici a-priori.

Il problema diventa ora dare legittimità all’universalità di questi. 

Kant afferma quindi che il processo conoscitivo si costituisce di due elementi fondamentali: il contenuto e le forme. Il contenuto è il materiale della conoscenza, mentre le forme sono l’insieme delle modalità attraverso cui la mente umana ordina il materiale proveniente dall’esterno. Le forme sono elementi a-priori e sono uguali in tutti gli uomini. Ecco quindi giustificata l’universalità dei giudizi sintetici a-priori. Kant si inserisce così nel dibattito sugli universali identificandoli con le forme a priori della conoscenza, e da una soluzione anche alla controversia fra razionalisti ed empiristi. I primi affermavano che la legittimità della conoscenza era dovuta alla presenza al momento della nascita di idee innate nella mente dell’uomo, e non dall’esperienza, che è fallace (vd Cartesio). I secondi invece affermavano che al momento della nascita la mente umana è come una tabula rasa e tutta la conoscenza deriva dall’esperienza. Kant supera queste due filosofie con l’innatismo potenziale: la struttura in base alla quale conosco è già presente nella mia mente al momento della nascita, e non deriva dall’esperienza, ma fonda la stessa, ed inoltre priva di contenuto empirico non avrebbe significato.

Il filosofo tedesco opera quindi una rivoluzione in ambito gnoseologico, detta RIVOLUZIONE COPERNICANA: Così come Copernico aveva spostato il centro dell’universo cosmologico, Kant pone il soggetto, invece dell’oggetto, al centro di quello gnoseologico: è lui, che con le sue forme a priori filtra le informazioni derivanti dal fenomeno, cioè l’aspetto dell’oggetto che ci appare, mentre non si manifesta all’uomo il noumeno, cioè l’essenza profonda della realtà. L’oggetto della scienza è quindi il mondo fenomenico.

 

 

 

Il conoscere per Kant non si può estendere al di là dell’esperienza, quindi l’unico uso possibile delle forme è limitato all’empirico. Nonostante ciò la realtà non si limita solo al fenomeno, ma la stessa esistenza della sua componente che a noi si manifesta implica la necessaria esistenza del noumeno, che costituisce quindi il presupposto per il discorso gnoseologico di Kant. Il noumeno inteso in senso positivo è l’oggetto di un’intuizione extra-sensibile, cioè di una conoscenza a noi preclusa, che però potrebbe essere possibile ad un intelletto superiore (vd io puro di Fichte). In senso negativo esso è il concetto di una cosa in sé che non potrà mai essere oggetto di conoscenza umana.

Esso è in sostanza il limite della ragione umana.

 

Critica della ragion teoretica pura

 

In quest’opera si compie un esame critico circa la validità, i fondamenti e i limiti della facoltà conoscitiva umana dal punto di vista delle sue forme a priori.

La conoscenza viene articolata in tre facoltà principali: la sensibilità, l’intelletto e la ragione in senso stretto.

SCHEMA DEL PROCESSO CONOSCITIVO:

 

Facoltà che interv.

Contenuto

Forma

Risultato

SENSIBILITA’

Sensazione (intuizione empirica)

Spazio- tempo          (intuizione pura)

Intuizione sensibile

INTELLETTO

Intuizione sensibile (concetto empirico)

12 categorie (concetto puro)

Concetto

RAGIONE

 

Idee: io, Dio, cosmo

 

 

L’Estetica trascendentale si occupa dello studio della sensibilità e di come la matematica si fondi su di essa. (Con il termine trascendentale si identifica lo studio del funzionamento degli elementi a priori).

Kant afferma che una caratteristica della sensibilità è quella di essere passiva nella percezione involontaria del fenomeno, e attiva nella sua elaborazione attraverso le forme di spazio e tempo. Egli distingue: un senso esterno, che riceve le informazioni dal mondo fenomenico esterno ed ha come forma a priori lo spazio, cogliendo i dati secondo rapporti di giustapposizione;  un senso interno, che raccoglie le informazioni dei fenomeni interni all’uomo (ex. Stati d’animo), ed ha come forma a priori il tempo. Il tempo è però la forma a priori più importante, in quanto ogni fenomeno spazializzato è anche temporalizzato, ma non vale il viceversa. Inoltre la spazio-temporalizzazione è un processo automatico ed involontario. Passa poi a legittimare il fondamento della matematica: essa usa le stesse forme a priori della sensibilità; infatti la geometria è la scienza che dimostra sinteticamente a priori le proprietà delle figure mediante lo spazio, e l’aritmetica determina sinteticamente a priori le proprietà delle serie numeriche, basate su rapporti di successione, e quindi sul tempo. Traendo la matematica il prorio contenuto attraverso elementi puri e universali, è una scienza oggettiva, e quindi ha un fondamento valido.

 

L’Analitica trascendentale è lo studio dell’intelletto (logica trascendentale)e di come su di esso sia fondata la fisica, e della ragione in senso stretto (dialettica trascendentale), e di come su di essa sia fondata la metafisica.

L’intelletto è la facoltà pensante. Per Kant pensare significa UNIFICARE, cioè raccogliere sotto un unico comune denominatore una molteplicità di dati, all’interno di una comune rappresentazione che è il concetto. In questo senso il concetto, che è il risultato prodotto dall’intelletto, è la rappresentazione comune di più intuizioni sensibili, prodotte dalla sensibilità che, in quanto facoltà passiva nel senso di non pensante, non è in grado di unificarle. Unificare vuol dire anche attribuire ad un concetto che assume la funzione di soggetto un altro che assume la funzione di oggetto. Le 12 categorie, essendo le modalità attraverso cui l’intelletto unifica, sono anche le modalità dei giudizi, e sono tante quanti sono questi ultimi. La logica trascendentale si divide in due parti ulteriori: la prima di queste è la deduzione trascendentale. Dedurre significa giustificare di diritto ciò che è di fatto, cioè legittimare qualcosa. Giunto a questo punto della formulazione filosofica, Kant si trova a dover dedurre l’applicazione delle 12 categorie all’intuizione sensibile. Egli osserva cheperchè avvenga l’unificazione è necessaria, oltre ai dati e alle forme, l’esistenza di un’attività pensante, che sia autocosciente e che si mantenga identica a se stessa nel momento in cui sussume qualcosa, cioè unifica. Questa attività viene chiamata IO PENSO. L’io penso è l’attività presupposta all’intuizione prima, e al pensiero poi. Le modalità attraverso cui l’io penso lavora sono le 12 categorie. Quindi è legittima la loro applicazione all’intuizione sensibile.

Nella seconda parte della logica, lo schematismo trascendentale, questo viene affrontato a livello pratico. Il termine medio che permette all’intelletto di elaborare il risultato della sensibilità e l’IMMAGINAZIONE PRODUTTIVA, che produce degli schemi.

L’esistenza di un intermedio tra sensibilità ed intelletto è necessaria in quanto esse sono facoltà eterogenee che non entrano in contatto tra loro. Lo schema è la rappresentazione intuitiva dell’oggetto, cioè l’uso delle 12 categorie inserito nel tempo, cioè l’utilizzo del tempo secondo dei rapporti di tipo categoriale. Quindi l’intelletto, non potendo agire direttamente sui dati sensibili, condizionati dal tempo, condiziona quest’ultimo, che funge quindi da termine medio. L’io penso è inoltre visto da Kant come legislatore della natura, in quanto è ciò da cui deriva la natura formale, cioè l’insieme delle leggi in base alle quali i fenomeni funzionano. Ha invece un’esistenza indipendente da questo principio gnoseologico che è l’io penso la natura materiale, cioè l’insieme dei fenomeni dal punto di vista ontologico. Essendo quindi l’io il fondamento della natura formale, esso sta anche alla base della scienza che la studia, cioè la fisica. Mentre Hume riteneva che l’esperienza potesse essere smentita da un momento all’altro, Kant sostiene che l’esperienza, essendo condizionata dal modo di conoscerla della mente umana, non possa mai smentire i principi che derivano dalle forme pure.

Nella dialettica trascendentale Kant esamina la ragione in senso stretto e mostra l’infondatezza della metafisica, pur ammettendola come esigenza primaria dell’uomo, portato a oltrepassare la speculazione sul modo fenomenico, a lui noto, per cercare di pensare, anche senza dati, anche il noumeno. La ragione in senso stretto, infatti, non riceve dati da elaborare, ma possiede solo le forme a priori che sono le tre idee di anima, intesa come unificazione, essenza di tutto di tutti i fenomeni del senso interno, cosmo, cioè unità profonda, noumeno di tutti i fenomeni esterni, e Dio, entità suprema che unifica le idee di anima e cosmo. L’errore della metafisica sta nel voler far corrispondere a queste tre idee, che sono solo esigenze mentali dell’uomo, tre realtà ontologiche. In poche parole, ciò che i filosofi precedenti non hanno capito è l’impossibilità di pensare il noumeno, che è

 

 

 

il limite della ragione umana, e darvi valore scientifico. Per smentire la fondatezza oggettiva della metafisica, Kant considera le tre forme da essa assunte:

  • la psicologia razionale, cioè lo studio dell’anima; l’errore, detto paralogisma, cioè falso ragionamento, sta nel voler attribuire la categoria di sostanza a ciò che non posso conoscere: l’io penso non può essere oggetto di speculazione qual è in se stesso, cioè non posso conoscerne il suo aspetto noumenico, ma solo quello fenomenico, rappresentato dalle sue forme a priori (le 12 categorie).
  • La cosmologia razionale, cioè lo studio del cosmo; l’errore commesso in questo ambito è detto antinomia: Kant riflette sulla definizione di cosmo come totalità del mondo fenomenico esterno ed osserva come sia impossibile sperimentare insieme la totalità delle esperienze, tant’è vero che i filosofi precedenti elaborarono sul cosmo teorie antitetiche, delle quali non si può stabilire la veridicità a causa dell’impossibilità di sperimentarle.
  • La teologia , nella quale la critica viene rivolta alle tre prove dell’esistenza di Dio, che vengono smentite.
  • La prova ontologica, ad esempio quella di Anselmo:  in questa l’errore consiste nel voler far corrispondere al concetto di Dio, comune a tutti gli uomini, una necessaria esistenza ontologica. Secondo Kant non si tratterebbe quindi di una dimostrazione ma di una tautologia, cioè di una dimostrazione di qualcosa che in realtà si ha già affermato.
  • Le prove cosmologica e finalistica che considerando il mondo come causa (se esiste il mondo deve necessariamente esistere un essere assoluto e necessario  =>cosmologica) o fine ( se esiste il cosmo deve necessariamente esistere un principio ordinatore che l’abbia prodotto =>finalistica) di un essere assoluto. Sono quindi prove che si basano sul principio di causa ->effetto, ma mal costruite in quanto dalla constatazione del fenomenico passano al noumeno, che non può essere sperimentato.

La posizione di Kant in merito all’esistenza di Dio è agnostica: egli si pone al di fuori della questione sostenendo l’impossibilità di pronunciare un giudizio.

 

 

Critica della ragion pratica

 

In quest’opera si compie un’indagine sui fondamenti, la validità e i limiti della facoltà morale, che deve essere criticata quando regola l’azione dell’uomo non tenendo conto delle sue forme a priori. L’azione morale, sostiene Kant, scaturisce quando i nostri istinti vengono filtrati dalla legge morale. Se una morale esiste, questa deve essere:

  • ASSOLUTA, cioè non soggettiva, o vincolata dal punto di vista del soggetto che la elabora.
  • INCONDIZIONATA dall’istinto, cioè dalla parte animalesca dell’uomo.
  • FONDATA SULLA LIBERTA’, che diventa il postulato della libertà, poiché se non sono libero vengo condizionato.

Una morale ASSOLUTA, LIBERA, INCONDIZIONATA si DEVE fondare su una LEGGE:

  • IMPERATIVA IN MODO CATEGORICO
  • FORMALE
  • AUTONOMA

 

 

Le regole in base alle quali ci comportiamo possono essere massime (soggettive), le quali però non sono morali in quanto non assolute, oppure imperativi (oggettive), che si dividono in ipotetici, che rispondono alla formula “se vuoi, allora devi”, violando l’incondizionatezza morale, o categorici, che implicano il dovere finalizzato a se stesso.

L’imperativo categorico è spiegato attraverso 3 formule:

  • agisci in modo che il principio in base al quale agisci possa essere considerato una norma universale;
  • agisci in modo da considerare l’umanità che è in te e negli altri sempre come un fine e mai come un mezzo;
  • agisci in modo tale che la volontà in base alla quale agisci possa essere considerata universale.

La legge morale deve essere formale nel senso che fornisce indicazione sui modi in base ai quali agire ma mai sui contenuti delle azioni. Questo perché Kant crede che l’imperativo categorico sia presente nella ragion pratica come forma a priori. Si tratta quindi di RAZIONALISMO ETICO, cioè di una dottrina secondo cui il fondamento della morale sta nella mente dell’uomo, ed è rintracciabile attraverso un’indagine razionale.

 

 

  

Kant: LA CONOSCENZA

1) Da quale situazione nasce per Kant l'esigenza di intraprendere la crìtica della ragione, in quanto facoltà di conoscenza?

Da una parte la matematica - fin dai tempi degli antichi Greci - e la fisica - in tempi più recenti a partire da Galilei e Torricelli - hanno imboccato «la via sicura della scienza».

Dall'altra parte alla metafisica - che riguarda gli oggetti più alti (la libertà, l'anima. Dio) alla cui conoscenza aspira la ragione umana «non è sinora toccata la fortuna di potersi avviare per la via sicura della scienza».

Nei suoi confronti si scontrano le opposte vedute dei razionalisti, che attribuiscono alla ragione il potere di conoscere al di là dell'esperienza, e degli empiristi, per i quali la conoscenza non può estendersi al di là dell'esperienza. Proprio dei primi è il dogmatismo, che non sottopone ad esame preliminare il potere della ragione; proprio dei secondi è lo scetticismo, che fa giustizia sommaria di ogni metafisica.

E' tempo che la ragione sottoponga a critica se stessa in quanto facoltà di conoscenze indipendenti dall'esperienza, cioè in quanto ragione pura. Solo dopo avere accertato se tali conoscenze esistono e quale è la loro funzione, sarà possibile stabilire se la metafisica è possibile come scienza.*

 

* “Frattanto questa indifferenza... è un invito alla ragione di intraprendere nuovamente il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erìgere un tribunale, che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento, non arbitrariamente, ma secondo le sue eterne ed immutabili leggi; e questo tribunale non può essere se non la critica della ragion pura stessa” (Da Critica della ragion pura, Laterza 1945).

2) Quali sono per Kant i requisiti della scienza?

La metafisica è possibile come scienza? Questa è dunque la questione principale. Ma per rispondere ad essa è necessario anzitutto fissare quali

sono i requisiti propri di quel sapere obiettivamente valido che merita il nome di scienza.

Per scienza Kant intende quel sapere che è costituito da proposizioni che siano ad un tempo:

a) universali e necessario (in quanto esprimono ciò che deve accadere in tutti i casi possibili);

b) ma anche estensive della conoscenza.

3) Come il contrasto tra razionalismo ed empirismo si può configurare nella contrapposizione logica di due tipi di giudizio?

Per giudizio si intende l'atto mentale con il quale affermiamo o neghiamo qualcosa di qualche altra cosa. Ogni giudizio si esprime in una proposizione, in cui un predicato viene riferito ad un soggetto.

Premesso ciò. diciamo che il razionalismo assume come procedimento costitutivo del sapere il giudizio analitico, cosi detto perché il predicato è derivabile per analisi dal contenuto del soggetto; mentre l'empirismo assume come procedimento costitutivo del sapere il giudizio sintetico, così detto perché il predicato è aggiunto per sintesi al contenuto del soggetto.

Per esempio:«Quando io dico "tutti i corpi sono estesi" io non ho ampliato per nulla il mio concetto di corpo, ma l'ho soltanto analizzato, in quanto l'estensione era già implicitamente pensata in quel concetto, sebbene non espressamente rilevata: il giudizio è quindi analitico. Invece la proposizione 'taluni corpi sono pesanti" contiene nel predicato qualche cosa che non è realmente pensato nel concetto generale di corpo: esso amplia il mio sapere aggiungendo al mio concetto qualche cosa di nuovo e può dirsi per conseguenza un giudizio sintetico» (Da Prolegomeni ecc., Paravia, 1945, pp. 26-29).

4) Perché ne il giudizio analitico del razionalismo ne il giudizio sintetico dell'empirismo possono spiegare il costituirsi della scienza?

Perché il giudizio analitico, proprio del razionalismo, formulato a priori (= indipendentemente dall'esperienza) collega sì il predicato al soggetto in maniera universale e necessaria, ma senza aggiungere nulla di nuovo. Esso è solo esplicativo, ma non estensivo.

D'altra parte, il giudizio sintetico, proprio dell'empirismo, formulato a posteriori (= in seguito all'esperienza) collega al soggetto un predicato non contenuto in esso, ma non in maniera universale e necessaria.

5) Qual è il terzo tipo di giudizio che è a base delle proposizioni della scienza?

Nelle proposizioni della scienza abbiamo un predicato che, mentre estende il contenuto del soggetto, lo collega ad esso in maniera universale e necessaria.

A base di esse è un terzo tipo di giudizio: il giudizio sintetico a priori.

Per esempio:

«Ben si potè da principio credere che la proposizione 7+5=12 sia una semplice proposizione analitica deducibile secondo il principio di contraddizione dal concetto della somma di sette e cinque. Ma, se si considera meglio la cosa, si vede che il concetto della somma di sette e cinque non contiene niente di più che l'unione dei due numeri in uno solo, con il che non è ancora niente affatto pensato questo numero unico che li comprende entrambi. Il concetto "dodici" non è in nessun modo già implicato nel puro concetto di quella addizione di sette e cinque e io posso analizzare finché voglio il concetto di questa possibile somma, ma non vi trovo certo il numero "dodici"... Con la proposizione 7 + 5=12 si amplia quindi realmente il concerto del soggetto, in quanto si aggiunge ad esso un altro concerto che non era affatto implicato nel primo: il che vuoi dire che le proposizioni aritmetiche sono sempre sintetiche...

Del pari nessun principio della geometria pura è analitico. La proposizione che la retta è la linea più breve fra due punti è sintetica. Poiché il mio concetto della retta non implica niente circa la grandezza, ma solo una qualità. Il concetto della 'linea più breve" è qualche cosa di nuovo che si aggiunge e non potrebbe per nessuna scomposizione venir deriva/o dal concetto della retta» (Da Prolegomeni ecc., crt., pp. 33-34). «La fìsica comprende in sé come principi giudizi sintetici a priori. Addurrò in esempio soltanto un paio di proposizioni, come quella che in tutti i cangiamenti del mondo corporeo la quantità della materia resta invariata; oppure quest'altra, che in ogni comunicazione di movimento l'azione e la reazione saranno sempre uguali tra loro. In entrambe non soltanto è chiara la loro necessità, la loro origine a priori, ma è chiaro altresì che sono proposizioni sintetiche. Giacché nel concetto della materia io non penso alla permanenza, ma solo alla sua presenza nello spazio, in quanto lo riempie. Perciò io oltrepasso realmente il concetto della materia, per aggiungervi a priori qualche cosa che in quel concetto non pensavo» (Da CRP, cit, p. 50).

 


6) Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?

In queste domanda è espresso il problema centrale della critica della ragione pura. La risposta ad essa permetterà di dare soluzione cosi al problema della scienza fisico-matematica, come al problema della metafìsica. Poiché sarà possibile:

a) stabilire quali sono le condizioni che conferiscono valore obiettivo alla scienza fisico-matematica;

b) stabilire se le medesime condizioni possono conferire valore obbiettivo alla metafisica; in altre parole, se la metafisica è possibile come

scienza. *

*"... possiamo con sicurezza asserire che una certa conoscenza sintetica pura a priori- la matematica pura e la fisica pura - è reale ed è data:

poiché entrambe contengono proposizioni, che sono o apoditticamente certe per virtù della ragione pura, o ci sono garantite dall'universale accordo dateci nell'esperienza e tuttavia sono universalmente riconosciute come indipendenti dall'esperienza. Noi abbiamo cosi come fatto incontestato almeno una certa conoscenza sintetica a priori in rapporto alla quale non dobbiamo chiedere se sia possibile (perché è reale), ma solo come sia possibile; il principio che ci esplicherà la possibilità di questa conoscenza data, ci permetterà di decidere circa la possibilità di ogni altra conoscenza dello stesso genere” (Da Prolegomeni eco.).

7) Che cosa si deve intendere per «forma» e per «materia» della conoscenza?

La condizione fondamentale che rende possibili i giudizi sintetici a priori sta nel possesso da parte della ragione umana di elementi a priori, i quali, essendo indipendenti dall'esperienza, sono in grado di operare il collegamento di soggetto e predicato in maniera universale e necessaria.

Questi elementi indipendenti dall'esperienza sono dette «forma» del conoscere, mentre tutto ciò che viene fornito a posteriori dalla sensibilità è detto «materia» del conoscere.*

* «Nel fenomeno io chiamo materia ciò che corrisponde alla sensazione; ciò invece, per cui il molteplice del fenomeno possa essere ordinato in determinati rapporti, chiamo forma del fenomeno. Poiché quello, in cui soltanto le sensazioni si ordinano e possono essere poste in una forma determinata, non può essere da capo sensazione; cosi la materia di ogni fenomeno deve bene esser data solo a posteriori, ma la forma di esso deve essere del tutto a priori, bella e pronta nello spirito; e però potersi considerare separata da ogni sensazione» (Da CRP, cit., p. 64).

8) Qual è la differenza tra le forme a priori kantiane e le idee innate dei razionalisti?

Si potrebbe credere che nelle forme a priori kantiane tornino a ripresentarsi, sotto altra veste, le idee innate dei razionalisti. In realtà vi è fra di loro una differenza sostanziale.

Le idee innate erano concepite come rappresentazioni di una realtà data. quindi come aventi un contenuto proprio. Le forme a priori sono piuttosto delle maniere di funzionare dello spirito, attività ordinatrici che informano di sé la «materia» a posteriori della sensibilità, venendo così a costituire il tessuto dell'esperienza.

9) Qual è il significato del termine «trascendentale»?

Il termine «trascendentale» - che si trova già adoperato nella filosofìa scolastica - viene usato da Kant per designare quegli elementi che concorrono a priori nella costituzione dell'esperienza ovvero come ciò che, pur non derivando dall'esperienza, è condizione per il costituirsi dell'esperienza stessa. Perciò Kant può asserire che «sebbene ogni nostra conoscenza cominci con l'esperienza, non perciò essa deriva tutta dalla esperienza». **

**«Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non degli oggetti, ma del nostro modo di conoscenza degli

oggetti in quanto questa deve essere possibile a priori» (Da CRP. cit.. p. 55). Quei termine, dunque, va ben distinto da               

«trascendente», che sta invece a designare tutto ciò che si trova al di là del limite dell'esperienza. Nella terminologia kantiana,

poi. è detto «empirico» ciò che ha origine a posteriori, mentre è anche detto «puro» ciò a cui non è commisto nulla di empirico.

10) In che cosa consiste la «rivoluzione copernicana» di Kant?

Il fatto di aver posto a base della conoscenza il giudizio sintetico a priori, e con questo l'attività ordinatrice dello spirito umano mediante le sue forme trascendentali, comporta l'abbandono del punto di vista tradizionale (condiviso tanto dall'empirismo che dal razionalismo). Secondo questo punto di vista l'ordine della realtà da noi conosciuta sussiste di per sé, indipendentemente dal nostro conoscere (sia che questo si fondi sui dati del senso oppure sulle idee innate).

Anzi, si tratta di capovolgere il punto dì vista tradizionale, cioè di supporre che anziché sia la nostra conoscenza a doversi regolare sugli oggetti, siano invece gli oggetti a regolarsi sulla nostra conoscenza. In altre parole, il mondo della nostra esperienza è il prodotto dell'attività sintetizzatiice del soggetto e l'ordine di rapporti universali e necessari che regola quel mondo vi è stato introdotto dal soggetto conoscente:

«no* dette cose non conosciamo a priori, se non quello stesso che noi stessi vi mettiamo».

Per esempio «Qui è proprio come per la prima idea di Copernico; il quale, vedendo che non poteva  

                      spiegare il movimenti celesti ammettendo che tutto l'esercito degli astri rotasse intorno allo        

                     spettatore, cercò se non potesse riuscir meglio facendo girare l'osservatore, e lasciando

                     invece stare gli astri» (Da CRP, cit, p. 20).

11) Quali sono i tre gradi attraverso cui si svolge il processo sintetico deità conoscenza?

La conoscenza umana si realizza, come si è detto, attraverso l'attività sintetica dello spirito. Questa attività passa per tré gradi, che corrispondono alle tre facoltà del senso, dell'intelletto, della ragione propriamente detta. Ognuna di queste tre facoltà è dotata di propri elementi a priori.

La critica si propone precisamente di mettere in chiaro questi elementi a priori ed il loro funzionamento. Il risultato di tale ricerca consentirà di dare praticamente risposta alle tre questioni:

1)      come è possibile la matematica?

2)      come è possibile la fisica?

3)      è possibile la metafisica come scienza?

 

Tutto ciò può essere riassunto nel seguente specchietto:

Partizione della CRP

 

Gradì del processo conoscitivo

 

L'a priori

 

Possibilità della scienza

 

Esito

 

Estetica trascendentale

 

Intuizione sensoriale

 

Intuizioni pure

 

Matematica

 

Affermativo

 

                   

                    Analitica

 

 

Intelletto

 

 

Concetti puri

 

Fisica

 

Affermativo

Logica

                   Dialettica

 

 

Ragione

 

 

Idee

 

 

Metafìsica

 

 

Negativo

 

12) Qual è l'argomento dell’'Estetica trascendentale? (1)

La divisione della Critica della ragion pura nelle due parti dell'Estetica e della Logica corrisponde alla distinzione delle due facoltà: la sensibilità, caratterizzata dalla recettività, che intuisce; l'intelletto, caratterizzato dalla spontaneità, che pensa. L'Estetica trascendentale è la ricerca degli elementi a priori della sensibilità, così come nella Logica avremo la ricerca degli elementi a priori dell'intelletto.

Per comprendere tale tipo di ricerca e la sua difficoltà, si tenga presente che un oggetto della nostra esperienza è qualcosa di complesso. Nella sua composizione rientrano:

• anzitutto ciò che appartiene alla sensazione, come il colore, la durezza, la mollezza, la pesantezza, ecc. (dato empirico);

• poi i rapporti di spazio e di tempo (intuizioni pure) secondo cui quella molteplicità viene intuita (intuizioni pure + dato empirico = intuizioni empiriche);

• poi ancora, ciò che l'intelletto ne pensa, come sostanza, forza, divisibilità, ecc. (concetti).

Ora, nell'Estetica si cercherà di separare così ciò che appartiene all'intelletto come ciò che appartiene alla sensazione, in modo da isolare le sole forme a priori dell'intuizione, che sono lo spazio e il tempo.*

*       «Nella estetica trascendentale, dunque, noi isoleremo dapprima la sensibilità, separandone tutto ciò che ne pensa coi suoi concetti l'intelletto, affinchè non vi resti altro che l'intuizione empirica. In secondo luogo, separeremo ancora da questa ciò che appartie­ne alla sensazione, affinchè non ne rimanga altro che la intuizione pura e la semplice forma dei fenomeni, che è ciò solo che la sensibilità può fornire a priori. In questa ricerca si troverà che vi ha due forme pure di intuizione sensibile, come principi delta conoscenza a priori, cioè spazio e tempo» (Da CRP).

(i)  II termine di Estetica viene adoperato con un significato aderente alla parola greca che vuoi dire sensazione (aisthesis), diverso dal significato poi invalso di scienza del bello, quale si trova per la prima volta in una dissertazione del Baumgarten del 1735.

13) Come differisce la concezione kantiana dello spazio e del tempo da quella tradizionale?

Prima di Kant lo spazio e il tempo erano concepiti: o come realtà esistenti di per sé fuori di noi oppure come rappresentazioni che si formavano in seguito all'esperienza.

Per Kant, invece, lo spazio e il tempo sono due forme di attività dello spirito, che spazializza e temporalìzza il materiale empirico dell'intuizione. La molteplicità caotica dei dati sensoriali ne viene disposta in due ordini, dei quali l'uno (l'ordine temporale) si estende a tutta la nostra esperienza, così interna (i nostri stati interiori) come esterna (gli oggetti fuori di noi), l'altro (l'ordine spaziale) si riferisce all'esperienza esterna.

Pertanto, non è per aver fatto esperienza delle cose come l'una accanto all'altra, vicine o lontane, ecc., che ci formiamo la rappresentazione dello spazio, ma, al contrario, è per avere a priori l'intuizione dello spazio che quella esperienza è possibile. Parimenti, non è per avere fatto esperienza delle cose come simultanee o successive che ci formiamo la rappresentazione del tempo, ma, al contrario è per l'intuizione a priori del tempo che quella esperienza è possibile. Si potrebbe dire che prima di Kant noi eravamo nello spazio e nel tempo, dopo Kant lo spazio e il tempo sono in noi.**

**      «Lo spazio ed il tempo, insieme a tutto ciò che essi contengono in sé, non sono cose in sé o proprietà di cose in sé... io invece dimostro anzitutto che lo spazio (e cosi pure il tempo) insieme a tutte le sue determinazioni può venir da noi conosciuto a priori perché esso, come pure il tempo, è in noi presente anteriormente ad ogni percezione od esperienza come forma pura della nostra sensibilità e rende possibile ogni intuizione sensibile e cosi tutto il mondo fenomenico» (Da Prolegomeni ecc., cit, o. 222).

14) Come viene ad essere giustificata la matematica come scienza?

Lo spazio e il tempo sono le due intuizioni pure che si trovano a fondamento rispettivamente delle proposizioni sintetiche a priori della geometria e di quelle dell'aritmetica.

15) Che significato ha la distinzione tra fenomeno e cosa in sé?

Dalle conclusioni raggiunte nella Estetica consegue che noi conosciamo te cose non come sono in se stesse (come cose in sé), ma così come le forme del nostro conoscere ce le fanno apparire (come fenomeni).

Infatti la nostra sensibilità è la facoltà mediante la quale noi, in primo luogo, riceviamo delle impressioni (la sensazione, in generale, la materia del conoscere); in secondo luogo, sotto lo stimolo delle impressioni, introduciamo in esse l'ordine dello spazio e del tempo (le intuizioni pure, la forma del conoscere).

Che cosa possano essere le cose in se stesse, indipendentemente dalla recettività dei nostri sensi, ci rimane completamente ignoto. Possiamo pensare la cosa in sé mediante un concetto vuoto, ma non possiamo conoscerla (perciò Kant usa a suo riguardo anche il termine di «noumeno» =ciò che è pensabile, ma non conoscibile). Per poterlo fare dovremmo, per così dire, scavalcare lo spazio e il tempo, che sono, invece, le condizioni di ogni nostra possibile esperienza.*

Noi dunque abbiamo voluto dire che ogni nostra intuizione non è se non la rappresentazione di un fenomeno; che le cose, che noi intuiamo, non sono in se stesse quello per cui noi le intuiamo, ne i loro rapporti sono cosiffatti come ci appariscono, e che se sopprimessimo if nostro soggetto, o anche solo fa natura subbiettiva dei sensi in generate, tutta fa natura, tutti i rapporti degli oggetti nello spazio e nel tempo, anzi lo spazio stesso e il tempo sparirebbero, e come i fenomeni non possono esistere in sé, ma soltanto in noi. Quel che ci possa essere negli oggetti in sé e separati dalla recettività dei nostri sensi ci rimane interamente ignoto. Noi non conosciamo se non il nostro modo di percepirli, che ci è peculiare, e che non è neanche necessario che appartenga ad ogni essere, sebbene appartenga ad tutti gli uomini”(da CRP,cit.,pp.81-82)

 

16) Qual è l'argomento della Logica trascendentale?

La Logica prosegue quell'opera di separazione dell'elemento trascendentale (la forma) dall'elemento empirico (la materia), che l'Estetica aveva iniziato.

Nell'estetica è stata presa in esame la facoltà della sensibilità e ne sono state isolate le sue forme a priori (le intuizioni pure dello spazio e del tempo).

Nella Logica viene presa in esame la facoltà dell'intelletto, per mezzo del quale gli oggetti dell'esperienza vengono pensati e ne vengono isolate le sue forme a priori (concetti e principi puri).

Più precisamente, nella Analitica, prima parte della Logica, abbiamo l'esposizione di quei concetti puri dell'intelletto, che, in quanto applicati alle intuizioni empiriche, forniscono conoscenza obbiettivamente valida. È la logica della verità. Nella Dialettica, seconda parte della Logica, avremo la critica di quelle fallaci argomentazioni che nascono dalla pretesa di estendere l'uso dei concetti puri al di là dell'esperienza. E' la logica dell 'apparenza.*

*« Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche... L'intelletto non può intuire nulla, ne i sensi nulla pensare. La conoscenza non può scaturire se non dalla foro unione. Ma non perciò si devono confondere le loro parti; che, anzi, si ha grande ragione di separarle accuratamente e di tenerle distinte. Noi distinguiamo dunque la scienza delle leggi della sensibilità in generale, l'estetica, dalla scienza delle leggi dell'intelletto in generale, la logica» (Da CRP. cit-, p. 92).

17) Qua/ è la funzione dell'intelletto?

La funzione dell'intelletto è di portare oltre, ad un livello superiore, quel processo di sintesi, che già era stato avviato nel grado dell'intuizione. In quest'ultimo la molteplicità caotica dei dati sensibili era stata disposta nelle coordinate spazio-temporale. Ma se ci si arrestasse a questo punto, non avremmo che la semplice coesistenza spaziate e successione temporale del materiale empirico (colore, sapore, odore, durezza, ecc.), ma non ancora un oggetto pensabile (un uomo, uria casa, un libro, ecc.), nel quale quella molteplicità viene organizzata. Nè, tantomeno, potremmo pensare quel complesso di relazioni stabili (leggi), che fa del mondo dell'esperienza un tutto ordinato e che, insomma, crea il sistema della natura. Tale ulteriore unificazione viene operate dall'intelletto, mediante suoi concetti puri.

18) Come vengono distinti i giudizi percettivi dai giudizi di esperienza?

L'intelletto unifica giudicando, formulando cioè giudizi che operano il collegamento di un'intuizione ad un'altra in maniera universale e necessaria. Cosi che tali collegamenti valgano non solo per la mia coscienza in un dato momento (soggettivamente), ma per ogni altra coscienza in ogni momento (obbiettivamente).

Ora, Kant chiama giudizio percettivo il semplice collegamento associativo nella coscienza individuale di una percezione ad un'altra, come quando dico: «La stanza è calda», senza pretendere che tutti sentano come io sento. Questo tipo di giudizio ha un valore solo soggettivo. Chiama, invece, giudizio di esperienza quel collegamento di una percezione all'altra, al quale viene attribuita una validità universale e necessaria. Questo tipo di giudizio ha valore obiettivo.

Ebbene, questa universalità e necessità non possono derivare dalle percezioni che si trovano a base del giudizio, ma derivano dai concetti puri dell'intelletto. *

* «L'esperienza consiste in un collegamento sintetico dei fenomeni (percezioni) in una coscienza, in quanto esso è necessario. Quindi i concetti intellettivi puri sono quelli ai quali devono essere prima subordinate tutte le percezioni per convertirsi in giudizi di esperienza, ossia in giudizi, nei quali l'unità sintetica delle percezioni è rappresentata come necessaria ed universalmente valida» (Da Prolegomeni, cit.). Per esempio:

«Quando il sole colpisce il sasso, questo si riscalda. Questo è un semplice giudizio percettivo e non contiene necessità per quante volte e io e altri possiamo avere ciò percepito; vi è soltanto questo, che le percezioni si trovano abitualmente mente così collegate. Ma se io dico: II sole riscalda il sasso, alla percezione s'aggiunge il concetto intellettivo della causa che collega necessariamente il concetto del calore con quello dello splendore del sole: il giudizio sintetico diventa necessariamente valido per tutti, quindi obbiettivo e da sémplice percezione si tramuta in esperienza» (Da Prolegomeni, cit., p. 102).

Si badi che se la conoscenza mediante il giudizio di esperienza è detta obiettiva, ciò non significa che ci consente di attingere le cose in sé. Per Kant obiettività è sinonimo di universalità e necessita del modo di conoscenza.**

** «L'oggetto rimane in sempre ignoto; ma quando il concetto intellettivo conferisce al collegamento delle rappresentazioni, che da quello pervengono al nostro senso, una validità universale, questo rapporto determina l'oggetto e il giudizio diventa obbiettivo» (ibidem, p. 98).

19) Come viene superato lo scetticismo di Hume nei confronti della scienza della natura?

Nell'esempio di cui sopra il concetto puro che interveniva era quello di causa. Di questo concetto Hume aveva dimostrato che non può venir derivato dall'esperienza sensibile, come necessario. Ma non era giunto a scoprire che esso è indipendente dall'esperienza, e perciò aveva concluso che la necessità del rapporto causale è falsamente credute e si riduce soltanto ad una associazione soggettiva, indotta dall'abitudine di percepire certe cose l'una dopo l'altra- Di qui il suo scetticismo nei confronti della scienza della natura, che pretende di enunciare leggi necessario.*

• «Com'è possibile, disse a sé quel sagacissimo filosofo, che, quando mi è dato un concetto, io possa uscire da esso e collegarne con esso un secondo, il quale non è affatto contenuto nel primo, e per di più così come se il secondo appartenesse necessariamente al primo? Solo l'esperienza può fornirci tali collegamenti (così concluse egli da tale difficoltà, che egli prese per un'impossibilità) e tutta quella pretesa necessità o, ciò che vuoi dir lo stesso, quella creduta conoscenza a priori, non è altro che l'effetto di una lunga consuetudine. per la quale noi. vedendo qualche cosa costantemente avverarsi, erigiamo in necessità obbiettiva quella ch'è solo una necessità subbiettiva» (Da Prolegomeni, ciL, p. 50). Per Kant, invece, una scienza della natura è possibile perché gli oggetti dell'esperienza non sono più, come per Hume, cose in sé, ma fenomeni, e per natura s'intende l'insieme dei fenomeni collegati in un sistema di rapporti universali e necessari posti dall'intelletto.**

**<r Queste soluzione completa del problema di Hume - per quanto contraria essa sia alle previsioni sue - salva così ai concetti intellettivi puri la loro origine a priori ed alle leggi universali della natura il loro valore come leggi dell'intelletto, in modo tuttavia da limitarne l'applicazione all'esperienza, in quanto la loro possibilità ha il suo fondamento solo nel rapporto dell'intelletto alla esperienza; non però nel senso che essi derivino dall'esperienza, ma nel senso che l'esperienza deriva da essi: un rapporto affatto invertito, al quale Hume non pensò nemmeno» (ibidem, pp. 126-127).

20} In che modo fo scetticismo di Hume diede occasione alla critica kantiana?

Kant riconosce che fu la questione poste da Hume a proposito del rapporto causate e la sua soluzione scettica (che contrastava con il fatto della reale esistenza di una scienza fisico-matematica) a dare avvio alla Critica della ragion pura. Solo che Hume si era posto soltanto il problema del concetto di causa, mentre Kant estende la sua ricerca a tutti gli altri concetti per mezzo dei quali l'intelletto stabilisce a priori dei collegamenti tra le cose.***

***      «lo lo confesso apertamente; è stato /'avvenimento di Davide Hume che molti anni fa primamente ruppe in me il sonno dogmatico e diede alle mie ricerche nel campo della filosofìa speculativa un tutt'altro indirizzo... lo ricercai dapprima se l'osservazione di Hume non potesse venir tradotta in una formula universale e trovai ben tosto che il concetto della connessione causale è ben lungi dall'essere il solo, per mezzo del quale l'intelletto stabilisce a priori dei collegamenti tra le cose... potei appresso, con progresso sicuro ma lento, determinare completamente secondo principi generali i limiti e il contenuto della ragione pura in tutta l'estensione sua» (Da Prolegomeni).

 

21) Come ritiene Kant di ottenere l'enumerazione completa di tutti I concetti puri o categorie dell'intelletto?

Siccome fa funzione dell'intelletto è di operare collegamenti tra le intuizioni e questi collegamenti si esprimono in giudizi, vi dovranno essere tanti concetti, dell'intelletto quante sano le forme del giudizio.

Ora le forme del giudizio si trovano già classificate dalla logica tradizionale, che ne enumera dodici. Quindi dovranno esserci dodici concetti intellettivi a priori, che Kant chiama anche categorie, richiamandosi ad Aristotele.

 Per esempio: Al giudizio ipotetico, nel quale da una condizione viene fatta dipendere una conseguenza, Kant fa corrispondere la categoria di causa. 

                        Prendiamo il giudizio ipotetico: quando un corpo è stato abbastanza a lungo esposto al sole, esso diventa caldo. «Qui non vi è

                        certamente ancora alcun collegamento necessario, quindi non vi è ancora il concetto di causa. Ma io continuo e dico: se la precedente

                        proposizione, che è soltanto un collegamento soggettivo di percezioni, dev'essere una proposizione di esperienza, dev 'essere

                        considerata come necessaria ed universalmente valida. Allora suonerebbe così: il sole è, per via della sua luce, la causa del calore» (Da

Prolegomeni ).

Altro esempio: al giudizio categorico, che attribuisce ad un soggetto un predicato che gli inerisce, Kant fa corrispondere la categoria di sostanza e

                        accidente. Così. in virtù di questa, un fascio di dati intuitivamente diversi diventa la rappresentazione di una cosa (questo foglio) con le 

                       sue proprietà (bianco, liscio, ecc.).

22) Come differiscono le categorie kantiane da quelle aristoteliche?

Come Aristotele anche Kant chiama categorie ( concetti fondamentali secondo cui le cose vengono pensate, ma le concepisce diversamente. Anzitutto Kant rimprovera ad Aristotele di averle messe insieme disordinatamente e in maniera incompleta, in numero di dieci. Ma, soprattutto, mentre le categorie aristoteliche erano state ottenute per via grammaticale dalle parti del discorso, quali concetti più generali predicabili di tutto l'essere, le categorie kantiane sono le condizioni a priori del costituirsi dell’esperienza stessa.

23) Che cosa designano le espressioni “lo penso” o “unità della appercezione pura”?

Abbiamo visto come tè categorie esprimono le diverse maniere di unificazione del molteplice dell'intuizione. Ma si deve risalire ancora al di sopra di esse ed ammettere un principio più alto, al quale esse si legano e che rappresenta la condizione suprema del costituirsi dell'esperienza.

Questo principio supremo è l'identità con se stessa della coscienza (autocoscienza) nella quale le intuizioni vengono sintetizzate. Essa si esprime nella rappresentazione a priori «lo penso», che accompagna tutte le altre rappresentazioni. È detta anche «appercezione pura o originaria», per distinguerla dalla percezione empirica dei fenomeni. Senza tale unità di coscienza la molteplicità delle rappresentazioni rimarrebbe dispersa e non assumerebbe l'aspetto di un sistema unitario coerente.*

*   «E dunque l'unità sintetica della appercezione il punto più alto, al quale si deve legare tutto l'uso dell'intelletto, tutta la logica stessa, e

dopo di questa la filosofia trascendentale, anzi questa facoltà è lo stesso intelletto» (Da CRP).

24) Si deve dunque distinguere un "lo trascendentale" da un "io empirico"?

Sì, perché l'autocoscienza espressa dall'lo penso è quella di una coscienza in generate, impersonale, comune a tutti gli individui pensanti. E' un unico soggetto, attivo in ciascuno secondo gli stessi identici elementi formali (lo trascendentale). Ed è, perciò, da distinguere dalla coscienza che ciascuno ha di se stesso nella sua mutevole esperienza interna (io empirico).

25) Che cosa sono: l'immaginazione produttiva e gli schemi trascendentali?

Abbiamo visto che la conoscenza obbiettiva è resa possibile dalia applicazione delle categorie dell'intelletto alle intuizioni della sensibilità. Ma questa applicazione non può essere immediata, essendo i concetti e le intuizioni elementi eterogenei tra di loro. Occorre perciò trovare una mediazione tra questi due ordini di elementi. Kant ricorre a quella facoltà che chiama immaginazione produttiva. Ad essa spetta di preparare il materiale dell'intuizione a ricevere l'applicazione delle categorie. Ciò avviene mediante determinazioni di tempo, che Kant chiama schemi trascendentali. In quanto questi sono, per un verso, omogenei con le categorie per l'apriorità e, per l'altro verso, omogenei alle intuizioni in cui il tempo è contenuto, rappresentano quel terzo termine che può fungere da intermediario. Così. per es., la persistenza nel tempo è lo schema della categoria di sostanza, la successione nel tempo è lo schema della categoria di causa, ecc.

27) In che senso la dottrina kantiana è definibile come idealismo?

Se per realismo si intende che il mondo naturale esiste come cosa in sé, indipendentemente dal nostro conoscere, allora la dottrina kantiana non è

realismo.

Se per idealismo si intende che non esiste altra realtà che le nostre rappresentazioni, allora la dottrina kantiana non è neanche idealismo.

Per intendere il senso della definizione che Kant stesso ha dato della sua dottrina come idealismo trascendentale o critico o formale, bisogna

tener presente ciò che prima è stato detto sulla sua «rivoluzione copernicana» e la conseguente distinzione di fenomeno e noumeno.

L'idealismo kantiano non nega l'esistenza di una realtà in sé, che stia a fondamento delle nostre rappresentazioni, ma nega che sia una realtà in sé

il mondo della nostra esperienza (ovvero la natura come sistema governato da leggi universali), il quale è una costruzione operata da principi a

priori che organizzano il materiale sensibile. L'Io è il legislatore della natura.

Per esempio: «Che la luce solare, la quale illumina fa cera, insieme la fonde, laddove indurisce l'argilla, nessun intelletto può indovinarlo da concetti, che si abbia anticipatamente di queste cose. e tanto meno dedurla regolarmente, e solo l'esperienza può istruirci di una legge come questa. Al contrario noi abbiamo visto nella Logica trascendentale che, sebbene non ci sia dato mai di sorpassare immediatamente il contenuto del concetto, nondimeno possiamo interamente a priori, ma in rapporto a un terzo elemento, ossia all'esperienza possibile, quindi tuttavia a priori, conoscere la legge del rapporto di una cosa con altre. Quando dunque la cera prima solida si squaglia, io posso a priori conoscere che dev’esserci stato un antecedente (per es. il calore del sole), a cui questo fatto è seguito secondo una legge costante, benché io senza esperienza non possa, a priori e senza attendere l'ammaestramento dell'esperienza, conoscere determinatamente ne dall'effetto la causa, ne dalla causa l'effetto» (Da CRP).

28) Qual è l’argomento della Dialettica trascendentale?

L'Analitica ha trattato della facoltà dell'intelletto e dei suoi concetti puri o categorie.

La Dialettica tratta delle facoltà della ragione (in senso stretto) e delle sue idee, che sono quei concetti il cui oggetto trascende ogni possibile

esperienza.

Quando la ragione attribuisce alle idee valore di conoscenze obiettive cade in una illusione e diventa dialettica, cioè si mette in contraddizione con

se stessa.

La seconda parte della Logica prende appunto il suo nome dal fatto che è la critica della illusione dialettica della ragione.

Ad essa spetta dì dare risposte alla terza domanda, quella sulla possibilità della metafisica.

 

 

-CRITICA DELLA RAGION PURA

  • dai risultati si può valutare se la ragione ha intrapreso il giusto cammino della scienza
  • non ci sono dubbi che ciò sia avvenuto per la logica, che da Aristotele in poi non ha fatto passi indietro
  • la logica ha il privilegio di doversi misurare solo con le regole del pensiero, sui concetti, indipendentemente dai contenuti
  • il cammino è più difficile per la ragione, che deve occuparsi di oggetti
  • la logica rappresenta il "vestibolo" delle scienze, è propedeutica ad esse
  • la matematica ha intrapreso, con i Greci, la via della scienza dopo tentativi infruttuosi
  • sia per la matematica sia per la Fisica è avvenuta una rivoluzione ("gran luce") quando si è avuto un "rovesciamento" del punto di vista: il sapere non più inteso come rispecchiamento della realtà ma costruzione del mondo dell'esperienza da parte del soggetto tramite la sintesi a priori
  • l'oggetto, quindi, si conforma prima alla nostra facoltà intuitiva (presentandosi in una dimensione spazio-temporale) quindi al nostro intelletto (tramite le categorie)
  • le regole dell'intuizione e dell'intelletto sono in noi, a priori, cioè prima che siano dati gli oggetti o fenomeni
  • "la ragione scorge soltanto ciò che essa produce.."
  • "tanto conosciamo a priori delle cose quanto noi stessi poniamo in esse"
  • “il nostro potere di conoscere non d permette di oltrepassare I confini dell'esperienza possibile
  • la metafisica, per definizione, si pone al di là dell'esperienza, le manca quindi qualsiasi possibilità di verifica sperimentale; per questo motivo non ha fatto nessun passo avanti, anche se essa resta un'esigenza ineliminabile della ragione
  • la rivoluzione copernicana porta con sé la definizione dei limiti del sapere, il quale non potrà mai riguardare le cose come sono in se stesse ma sempre e solo le cose come oggetti d'esperienza, fenomeni"
  • la cosa in sé resta reale ma a noi sconosciuta; essa comunque resta un'esigenza insopprimibile della ragione che esige l'incondizionato, che, pur se inconoscibile, resta pensabile
  • l'incondizionato non può essere pensato senza contraddizione, a mano che non si operi lo stesso capovolgimento, riferendo cioè l'incondizionato al soggetto e non all'oggetto (premessa alla CRPr)
  • inizialmente la CRP appare solo negativa tuttavia, restringendo l'uso speculativo della ragione, ne amplia l'uso pratico, quello morale, nel quale si estende inevitabilmente al di là dei limiti della sensibilità
  • la critica ha quindi la funzione di evitare un uso erroneo della ragione che invada impropriamente la sfera morale

Sintesi delle tappe del percorso:

  • spazio e tempo sono forme dell'intuizione sensibile, condizioni dell'esperienza delle cose in quanto fenomeni
  • i concetti hanno contenuto solo se applicati alle intuizioni sensibili
  • non si può conoscere un oggetto in quanto "cosa in sé" ma solo come fenomeno
  • anche se non possiamo conoscere gli oggetti in quanto "cose in sé" possiamo almeno pensarli in quanto la pensabilità non richiede un oggetto dato, come la conoscenza, ma solo la sua non-contraddittorietà
  • il noumeno quindi è pensabile ma problematico, dotato cioè solo di possibilità logica
  • solo la distinzione tra fenomeno e cosa in sé, conoscere e pensare, permette di concepire l'uomo al tempo stesso come determinato dalle leggi di natura ed essere libero
  • si ripresenta un dualismo di tipo platonico, l'uomo appare come un essere "ancipite", in tensione tra la sua appartenenza al mondo sensibile e l'esigenza di superano
  • eliminare la pretesa, da parte della ragione, di conoscere il noumeno è la condizione che rende possibile, non contraddittorio, il pensarlo
  • si giunge quindi ai postulati della ragion pratica (Dio, libertà, immortalità dell'anima) quali concetti necessari alla vita morale
  • critica delle dottrine dei dogmatici, per la loro scarsa influenza sul comportamento umano

 

-CRITICA DELLA RAGION PRATICA

• K. ha sempre concepito, fin dall'inizio della sua speculazione, l'etica come facente parte di un'unica architettura teorica

• l'esistenza di una morale e della coscienza è assunta da K. come dato di fatto

• come in campo teoretico l'indagine è rivolta a determinare le condizioni di possibilità della conoscenza oggettiva, così per la morale si tratta di definire le condizioni formali della moralità, non i singoli precetti

• si può parlare di morale solo riferendosi alla volontà, la legge morale riguarda quindi le determinazioni della volontà

• massima = principio soggettivo

• legge = determinazione della volontà con valore oggettivo, valida per tutti

• dall'esperienza, in quanto contingente, non si può mai ricavare la necessità di una legge; il fondamento della morale può essere solo a priori, ricavato dalla ragione

• "La r.pura è per se sola pratica..."nel senso che è la ragione a determinare le leggi cui deve attenersi la volontà

• rivoluzione copernicana: non è il concetto di bene che determina la legge morale ma è questa che determina il concetto di bene

• buona è l'azione compiuta per il dovere in sé

• la legge morale si presenta come obbligazione imperativa, "tu devi"

• l'imperativo ipotetico fornisce regole dell'abilità, consigli della prudenza; indica se l'azione è buona in relazione allo scopo...

• l'imperativo categorico (i. della moralità) è invece svincolato dallo scopo, non riguarda la materia o le conseguenze dell'azione ma solo l'intenzione, la volontà buona, il principio formale

• felicità sottratta alla sfera della moralità, rigorismo (v. pietismo)

 

 Le tre formulazioni dell'i.c.

• "Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nello stesso tempo che essa divenga una legge universale" (Fondazione...) (criterio)

"Agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine e mai unicamente come un mezzo". (persona = fine dell'azione, l'unico fine che può essere proposto nell'azione morale)

"Agisci in modo tale che la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale”  (autonomia della r.pratica, l'uomo, in quanto essere razionale, è legge a se stesso)

• solo la libertà rende possibile l'imperativo categorico

• la libertà della scelta morale è una realtà, la certezza della libertà non è teorica ma pratica

• l'idea di libertà, pur restandone indimostrabile l'oggettività teoretica, diventa una certezza grazie all'imperativo morale

"la libertà è la chiave di volta dell'intero edificio di un sistema della r. pura, anche speculativa" (CRP Prefazione)

opposizione tra causalità naturale (legame necessario tra I fenomeni costituito dalle categorie dell'intelletto volontà libera (v. terza antinomia) (uomo = essere ancipite, che partecipa sia del mondo della necessità sia del mondo della libertà, noumenico)

 

 I postulati

• postulato = proposizione teoretica non dimostrabile assunta all'interno della sfera pratica

• il primo postulato, condizione dell'intera vita morale, è la libertà

• la virtù è bene supremo ma non implica necessariamente la felicità (v. antieudemonismo di Kant, contr. Epicuro)

• l'uomo però aspira alla totalità, quindi anche ad un bene completo, che richieda anche là felicità

• questo bene completo è detto sommo bene, e può essere raggiunto solo postulando l'immortalità dell'anima (in quanto la virtù perfetta non può essere raggiunta nel corso di una vita terrena) e l'esistenza di Dio (che garantisca l'accordo tra causalità naturale e volontà morale)

• anima, libertà, Dio non saranno mai oggetto di conoscenza teoretica, ne è però necessario l'uso pratico

 

-CRITICA DEL GIUDIZIO

1) Qual è l'argomento della Critica del giudizio?

Tre sono le facoltà dello spirito umano:

1) la facoltà dì conoscere ( a cui prescrivono leggi i principi a priori dell'intelletto);

2) la facoltà di desiderare o volontà (a cui prescrivono leggi i principi a priori della ragione pura pratica);

3) il sentimento di piacere e dispiacere.

Nella Critica del giudizio viene prèso in esame il principio a priori, che regola il sentimento: II principio della finalità. Esso rende possibile quel tipo di giudizio che consente di pensare un accordo tra le leggi della necessità e le leggi della libertà.*

* Sebbene vi sia un immensurabile abisso tra il dominio del concetto della natura, o il sensibile, e il dominio del concetto delta libertà, o il soprasensibile, in modo che nessun passaggio sia possibile dal primo al secondo (mediante l'uso teoretico della ragione), quasi fossero due mondi tanto diversi che l'uno non potesse avere alcun influsso sull'altro; tuttavia il secondo deve avere un influsso sul primo, cioè il concetto della libertà deve realizzare nel mondo sensibile lo scopo posto mediante le sue leggi, e la natura, per conseguenza, deve poter essere pensata in modo che la conformità alle leggi, che costituiscono la sua forma, possa almeno accordarsi con la possibilità degli scopi, che in essa debbono essere effettuati secondo leggi delta libertà» (Da CG).

2} Qual è la differenza tra giudizio determinante e giudizio riflettente?

«Il Giudizio in genere è la facoltà di pensare il particolare come contenuto nel generale». Ma esso può procedere secondo due maniere diverse.

 O esso trova già data dall'intelletto la regola generale (le categorie)e ad essa sottopone il particolare dell'esperienza. E allora il giudizio è 

determinante (da luogo a oggetti determinati) e sbocca nella costituzione della natura.

Oppure esso prende le mosse dagli oggetti dell'esperienza e risale dalla varietà di essi a leggi generali, che valgono ad orientarci nella complessità       

della natura. E allora il giudizio è riflettente (riflette sugli oggetti determinati).

La regola del giudizio riflettente è il principio trascendentale di una finalità della natura. Il considerare le cose come esistenti in vista di un

fine è un'esigenza del nostro spirito, che ci procura un sentimento di piacere.

3) Qual è il giudizio estetico?

Il giudizio riflettente si realizza secondo le due forme di: giudizio estetico (in cui la finalità riguarda il soggetto) e giudizio Ideologico (in cui la finalità riguarda l'oggetto).

 

Per quanto riguarda il giudizio estetico, accade che la semplice apprensione della forma di un oggetto (per es., i colori di un quadro o i suoni di una musica nella loro armonica disposizione) generi in noi il libero giuoco dell'immaginazione e dell'intelletto e susciti un sentimento di piacere. In tal caso l'oggetto viene considerato come conforme ad un fine che è posto nel soggetto ed è chiamato bello. Siffatto è il giudizio estetico o di gusto.

4) Quali sono le definizioni del bello?

>In primo luogo: bello è ciò che piace in maniera disinteressata, cioè senza attribuire importanza all'esistenza reale dell'oggetto.

Per esempio:«Se qualcuno mi domanda se trovo bello il palazzo che mi è davanti, io posso ben dire che non approvo queste cose fatte so/tanto per destar stupore, o rispondere come quel Sachem (capo indiano) irocchese, cui niente a Parigi piaceva più delle bettole: posso anche biasimare. da buon seguace di Rousseau, la vanità dei grandi, che spendono i sudori del popolo in cose tanto superflue... Mi si può concedere ed approvare tutto ciò; ma gli è che non si tratta di questo: si vuol sapere soltanto se questa semplice rappresentazione dell'oggetto è accompagnata in me da piacere, per quanto, d'altra parte, io possa essere indifferente circa l'esistenza del suo oggetto» (Da CG)

      > In secondo luogo: bello è ciò che piace universalmente senza concetto, cioè con la pretesa che l'oggetto debba piacere anche a tutti gli altri, pretesa che si basa non sull'universale dell'intelletto (i concetti), ma sull'universale del sentimento (la finalità).

>In terzo luogo: bello è ciò in cui la Finalità è percepita senza la rappresentazione di un fine. Ovvero la finalità percepita è puramente formale, senza che si veda uno scopo determinato a cui l'oggetto debba servire.

Per esempio:«Un fiore, per es. un tulipano, è ritenuto bello perché nella sua percezione si nota una certa finalità, che, per quanto possiamo giudicarne. non si riferisce ad alcuno scopo» (Da CG).

5} Qual è il sentimento del sublime?

Mentre nel giudizio estetico applicato al bello il sentimento di piacere nasceva da un riferimento dell'immaginazione all'intelletto, il sentimento del sublime (sublime = ciò che è assolutamente grande) nasce da un riferimento dell'immaginazione alla ragione. Esso è, in ultima analisi, il sentimento della nostra superiorità, come esseri razionali, sulla natura.

Il sentimento del sublime matematico sorge in noi quando, sforzandosi l'immaginazione di apprezzare delle grandezze incommensurabili (per es. nella contemplazione del cielo stellato) e riconoscendosi Insufficiente, ne siamo condotti all'idea dell'infinito, che è propria della nostra ragione.

      Il sentimento del sublime dinamico sorge in noi quando la natura viene considerata come una potenza, che, per quanto temibile, non ha impero su di noi.

 Per esempio:«Le rocce che sporgono audaci in alto e quasi minacciose, le nuvole di temporale che si ammassano in cielo tra lampi e tuoni, i vulcani che scatenano tutta la loro potenza distruttrice, e gli uragani che si lascian dietro la devastazione, l'immenso oceano sconvolto dalla tempesta, la cataratta d'un gran fiume, ecc., riducono ad una piccolezza insignificante it nostro potere di resistenza, paragonato con la loro potenza... queste cose le chiamiamo volentieri sublimi, perché esse elevano le forze dell'anima al disopra della mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi una facoltà di resistere interamente diversa, la quale ci da il coraggio di misurarci con l'apparente onnipotenza della natura» (Da CG).

6) Qual è il giudizio teleologico?

Nel giudizio teleologico le cose della natura vengono considerate come prodotte non da una semplice causalità meccanica, ma secondo una finalità oggettiva, posta cioè nella natura stessa e ci eleviamo poi all'idea di un’intelligenza soprasensibile, che abbia disposto ogni cosa nell'intera natura, in modo che corrisponda ad uno scopo.

7) Perché la considerazione finalistica  non ha valore di spiegazione scientifica?

Perché il principio di una finalità nella natura («tutto nel mondo è buono a qualche cosa e niente vi esiste invano») è un principio che ha un valore soltanto regolativo e non costitutivo. Ovvero, la visione finalistica corrisponde ad una esigenza che è propria dello spirito umano, ma che, seppure è molto spesso di stimolo alla investigazione della natura, non può pretendere di sostituirsi al modo di conoscenza secondo cause efficienti, quello proprio della scienza, e che è il solo valido oggettivamente.

                    

 

 

Immanuel Kant

 

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