Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Tratto da wikipedia : Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda, 27 agosto 1770 – Berlino, 14 novembre 1831) è stato un filosofo tedesco, considerato il rappresentante più significativo dell'idealismo sviluppatosi in Germania.
È autore di una delle linee di pensiero più profonde e complesse della tradizione occidentale. Partendo dal lavoro dei suoi predecessori nell'idealismo; Fichte e Schelling, e con influenze e suggestioni di altre passate teorie, sviluppò una filosofia nuova in sé, completamente innovativa e rivoluzionaria. La sua visione storicista e idealista della realtà nel suo complesso ha rivoluzionato il pensiero europeo al punto da renderlo un importante precursore della filosofia continentale e del Marxismo. Hegel sviluppò un quadro teorico completo, un "sistema" (idealismo assoluto), intensificando il rapporto tra mente e natura, soggetto e oggetto della conoscenza e della psicologia; e tenendo conto nella sua prospettiva dello stato, della storia, dell'arte, della religione e della filosofia. In particolare, ha sviluppato un concetto di mente o spirito, manifestatasi in una serie di contraddizioni e di opposizioni e in ultima analisi integrata ed unita, senza eliminare o ridurre le une né le altre. Esempi di tali contraddizioni sono quelli tra natura e libertà o tra immanenza e trascendenza. Le pagine che ricercano tali soluzioni sono spesso di una complessità tale da lasciare incerti sull'interpretazione più corretta. L'influenza di Hegel fu pressoché assoluta. Attirò a sé un immenso numero di ammiratori (Bauer, Feuerbach, Green, Marx, Bradley, Dewey, Sartre, Küng, Kojève, Žižek, Brandom) e una altrettanto larga fila di critici (Schelling, Kierkegaard, Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Peirce, Popper, Russell, Heidegger). Le sue concezioni di logica speculativa o "dialettica", di "idealismo assoluto", di "Spirito", di "negatività", di "sublimazione" (Aufhebung in tedesco), la dialettica del "Signore/Servo", la "ethical life" e l'importanza della storia; influirono a tal punto che gran parte della filosofia successiva procedette sostanzialmente sotto forma di critica a Hegel.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
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HEGEL E IL COMPIMENTO DELLA FILOSOFIA (1770-1831)
Quadro storico-culturale
La violenta reazione antinapoleonica aveva prodotto nella cultura germanica un più drastico ripudio delle idee rivoluzionarie francesi e l'accentuazione dei caratteri peculiari della nazione, della stirpe, della tradizione e dello spirito tedeschi. L'individualismo liberale, che sembrava destinato ad affermarsi nelle opere di Goethe, Schiller, Kant, von Humboldt e in parte Fichte e Schelling, cederà il posto, con Hegel, con molti romantici e poi con la destra hegeliana, a un'idea di nazione vista come organismo dotato di una propria autonomia di vita, che racchiude in sé e in certo modo precede la vita degli individui.
Prima e al di sopra delle singole personalità esiste -secondo questa concezione- il genio della stirpe, lo spirito del popolo, con i suoi tratti specifici che gli derivano non solo dalle tradizioni storiche, ma anche da fattori naturali immodificabili: la razza, la lingua, la collocazione geografica. Anche questo era un modo di sublimare la mancanza di una nazione moderna, democratica e rappresentativa.
Naturalmente questa idea di Nazione era destinata ad influire anche sul concetto di Stato, provocando il passaggio di molti filosofi, scienziati, artisti e letterati da uno spiccato individualismo (col quale si contestava lo status quo conservativo) a un esasperato statalismo (col quale si voleva rivendicare una specificità europea della nazione tedesca). Toccava insomma allo Stato (nella fattispecie alla Prussia) esprimere tutti i valori etico-ideali della nazione, superiori ai valori e diritti individuali. Le ultime opere di Fichte avevano inaugurato, seppur nel contesto della resistenza antinapoleonica, questa tendenza statalistica, ma sarà con la Filosofia del diritto di Hegel ch'essa raggiungerà la massima espressione.
Dal 1806-7 la Prussia era diventata il vero centro della lotta antifrancese, ed essa era anche il maggior centro di formazione della cultura nazionale. Le sorti della nazione tedesca parvero identificarsi con quelle di uno specifico Stato tedesco, il quale riuniva nel suo composito territorio tutta la grande varietà di condizioni storico-sociali che caratterizzavano l'intera Germania. Mentre nelle sue regioni orientali gli junker (latifondisti di origine feudale) dominavano ancora come sovrani sui loro territori e sui loro servi, nelle regioni occidentali confinanti con la Francia emergeva una borghesia culturalmente aperta, la quale però -eccettuati alcuni gruppi radicali- continuava a vedere nella monarchia prussiana l'unico sicuro strumento per la realizzazione dello Stato nazionale, in un'alleanza con gli junker.
Non dimentichiamo tuttavia che proprio la rivoluzione parigina del 1830 suscitò un'altra eco assai viva nei circoli intellettuali tedeschi (anche in virtù delle lettere che da Parigi inviavano L. Börne e H. Heine). Il movimento progressista tedesco non si era spento con il trionfo della reazione post-napoleonica. Proprio in quegli anni, ad. es., andò sviluppandosi il movimento letterario della "Giovane Germania", che aspirava a trasferire nell'arte l'interesse politico (specie per la Costituzione), a collegare letteratura e vita, a impegnarsi per l'emancipazione femminile... Nel 1835 il governo vietò la pubblicazione dei libri di coloro che aderivano a tale movimento.
Iter biografico e intellettuale
Georg W.F. Hegel nasce a Stoccarda nel 1770 da una benestante famiglia luterana di origine austriaca: suo padre, impiegato nell'amministrazione del duca di Württemberg, era un rigido conservatore.
Dal 1788 al '93 studiò teologia e filosofia all'Istituto superiore di Tubinga (che era una fondazione protestante): qui strinse amicizia con Hölderlin e Schelling. In questi anni segue con attenzione, insieme ai compagni di studio, le vicende della Rivoluzione francese e si sente estraneo all'ambiente intellettuale di Tubinga, ove dominano i principî del soprannaturalismo, ovvero l'autorità di tutti gli scritti biblici e il carattere positivo (o rivelato) della religione cristiana, contro ogni tentativo di ricondurla a religione naturale. Tubinga è avversa al rinnovamento operato da Kant e da Fichte. Oltre a quest'ultimi, Hegel s'impegna assiduamente a leggere Rousseau, Herder, Locke, Hume e i classici greci.
[ Periodo di Berna ]
Dal 1793 al '96 soggiorna a Berna in qualità di precettore privato. Qui continua a leggere testi dell'Illuminismo e a seguire le vicende politiche europee. Scrive, senza pubblicarli, tre volumi: Religione di popolo e cristianesimo, Vita di Gesù e La positività della religione cristiana.
Il giovane Hegel pensa di diventare uno scrittore politico, un riformatore di coscienze e immagina d'inserire il proprio lavoro in una futura, auspicata, rivoluzione tedesca, sul modello della francese, che sia la realizzazione nella vita pubblica di un quadro filosofico illuministico tedesco che partito da Kant (critico della religione), aveva trovato in Fichte la prosecuzione più felice.
L'autonomia razionale dell'uomo, la sua creatività intellettuale e il suo slancio morale appaiono al giovane Hegel fattori sufficienti per determinare un nuovo modo di essere socialmente: la fine del dispotismo vetero-feudale, la creazione di una società di cittadini liberi in uno Stato costituzionale fondato sul patto o contratto sociale e guidato politicamente da una volontà generale.
Come ogni scrittore politico di orientamento democratico-illuminista che lavori in Germania, Hegel reperisce il suo oggetto critico nell'unico elemento -la religione- che è di fatto un "universale sociale" e che quindi appare come il tessuto connettivo della vita pubblica: ciò da cui sembra dipendere la stagnazione o la modifica della società.
Il giovane Hegel ha l'immediata percezione che la religione cristiana sia l'elemento culturale fondamentale per abituare gli uomini a credere che la conservazione dello status quo (all'interno del quale la stessa religione goda di un regime di privilegio) sia la soluzione migliore. Essendo quindi una religione che predica l'obbedienza e tutela il dispotismo, soltanto una serrata critica ai suoi fondamenti pare ad Hegel condizione indispensabile per far nascere una coscienza razionale all'altezza dei tempi.
Nei tre scritti di Berna, Hegel non ha concezioni ateistiche esplicite, ma semmai agnostico-deistiche, come la maggior parte degli illuministi anglo-francesi. Egli infatti accetta l'idea lessinghiana della religione come forma di educazione popolare dell'umanità, che nasce dalla necessità di realizzare un'etica sociale della comunità (la religione del popolo per il popolo). Però, essendo egli un illuminista, condivide anche la concezione (di tradizione kantiano-fichtiana) secondo cui la moralità si può costituire secondo criteri puramente razionali, senza che intervengano elementi religiosi. In altre parole, la religione popolare (e qui Hegel ha in mente il mondo greco) adempie ad una necessità morale che, in seguito, può essere gestita dalla sola ragione (almeno nell'ambito degli intellettuali). Da notare che il giovane Schelling parlava addirittura della necessità di una "mitologia" della ragione, per dare a quest'ultima la stessa forza sociale di una religione popolare: sul modello dei culti rivoluzionari francesi.
Il modello tipico di religione popolare, quella che realizza col sentimento (non colla ragione) un fine morale, è la religione delle antiche città-stato greche e della Roma repubblicana, che per Hegel è una sintesi di moralità sociale, costume politico, vita associata, certezza dell'individuo nei valori della collettività, partecipazione a un comune cerimoniale. La religione cristiana non soddisfa queste esigenze perché impone un universo di dogmi, comandi e divieti ad un soggetto ritenuto passivo. La "positività" del cristianesimo (in antitesi a religione "naturale") starebbe appunto nell'accettazione fideistica del corpus dottrinale, nel ricorso al principio di autorità, tradizione, miracoli come prova della verità.
L'analisi che Hegel fa dell'origine storica del cristianesimo è in linea con la storiografia illuministica: il cristianesimo è sorto nel periodo della decadenza classica, quando scomparvero le virtù dell'eroe repubblicano e subentrò la tirannia politica. Il cristianesimo si afferma quando lo Stato perde consistenza spirituale. Ecco perché esso isola l'uomo dalla comunità terrena, mettendolo solo davanti a Dio. Privo di personalità sociale, lo schiavo è il tipico credente cristiano, per il quale la vita eterna diviene un risarcimento di una vita senza valore. Le violenze delle crociate, la colonizzazione dell'America e la tratta degli schiavi sono per Hegel una diretta conseguenza del fatto che il cristianesimo è una religione dispotica.
Il Cristo dei Vangeli è per Hegel il predicatore di una "religione del dovere" (alla Kant), cioè di una morale naturale terrena: la divinità da lui predicata non era che l'esigenza di una ragione libera da ogni limite. Le sue idee sarebbero state strumentalizzate da un ambiente legalistico fondato socialmente sulla schiavitù.
In questi anni Hegel matura anche la convinzione che lo Stato sia superiore a qualsiasi ceto sociale, nel senso che gli interessi di un ceto possono essere sacrificati per il bene comune. Da notare che l'abolizione dei ceti come corpi separati fu uno dei risultati della Rivoluzione francese.
[ Periodo di Francoforte ]
Agli inizi del 1797 Hegel andò a Francoforte a svolgere il mestiere di precettore privato. Vi resterà sino al 1800. Qui maturerà una profonda crisi esistenziale, che lo porterà a modificare radicalmente le sue prospettive politiche e le sue esigenze teoretiche. Da scrittore-saggista inizia a diventare un sistematico: all'istanza di realizzare praticamente la ragione subentra quella di comprendere la realtà secondo l'ordine della ragione.
Hegel rifletteva la crisi della Germania di allora, incapace di fare una storia conforme alle idee illuministiche e rivoluzionarie di Francia e Inghilterra, eppur consapevole della sua necessità. La frustrazione oggettiva di questa mancata realizzazione si sublimava, nei circoli intellettuali, nella costruzione della ragione che comprende la totalità dell'esperienza. L'impossibilità del fare diventava il comprendere secondo una necessità universale. La filosofia che Hegel immaginava d'essere una pedagogia sociale era destinata a diventare una scienza universitaria: proprio attraverso questa sua istituzionalizzazione essa, ch'era nata come scissione nei confronti della realtà socio-politica, si riconciliava con questa stessa realtà. Tale involuzione politica e insieme evoluzione filosofica caratterizzerà l'itinerario intellettuale non solo di Hegel ma anche di tutti i filosofi idealisti tedeschi.
A Francoforte i problemi politici, nel quadro delle riflessioni di Hegel, perdevano molta della loro importanza e cominciavano ad essere trattati con un linguaggio esclusivamente filosofico. Lo Stato democratico e nazionale ora appare ad Hegel come un obiettivo non immediatamente realizzabile. Di conseguenza il filosofo non è più colui che si pensa in opposizione al reale, ma è colui che pensa all'opposizione intrinseca, oggettiva, interna al reale, che va capita e superata a livello intellettuale, nella considerazione della sua necessità e della necessità del suo superamento.
Il cristianesimo ora viene visto come una religione dell'amore, che ha cercato di conciliare i temi drammatici della religione ebraica, che oppone Dio come "Signore" al popolo ebraico come "servo" (l'influenza di Schiller qui è notevole). I concetti fondamentali de Lo spirito del cristianesimo e il suo destino (1798-99) sono "destino", "amore" e "vita". Questa è la prima articolazione della filosofia hegeliana.
Il concetto di destino deriva dai tragici greci. Esso permette ad Hegel di stabilire un rapporto organico, strutturale, tra l'individualità e la totalità (p.es., l'eroe tragico compie una determinata azione convinto che ad ispirarla sia la sua passione o la sua volontà: in realtà egli non sa che la sua azione era già prevista in un disegno complessivo oggettivo, sicché quanto più egli afferma la propria individualità tanto più realizza, anche senza saperlo, ciò che necessariamente deve accadere). In tal modo le contraddizioni individuali vengono ricomprese in una logica superiore.
L'amore è ciò che permette di realizzare meglio questa ricomposizione: il cristianesimo è la religione che riunifica Dio e l'uomo e gli uomini tra di loro. In questo senso Kant e Fichte vanno superati, poiché permane in loro il dualismo soggetto/oggetto (Hegel qui si rifà a Hölderlin, che riconcilia natura e spirito sul modello della grecità; a Schiller che riunifica sensibilità e razionalità; a Schelling che ricompone soggetto e oggetto, in nome di una natura spiritualizzata).
Tuttavia, per Hegel il cristianesimo ha fallito il suo scopo, in quanto il concetto di amore non si è obiettivamente realizzato a livello universale, per cui anch'esso va superato. L'amore infatti o è un'idealità astratta, una filantropia, una moralità che proprio mentre comanda di vivere l'amore attesta indirettamente la sua assenza, oppure è un'esperienza di pochi, che non incide sul contesto generale. Ecco perché esso va superato con il concetto di vita, che include anche gli aspetti negativi dell'esistenza umana. La vita è un concetto dialettico che consente di vedere che ogni determinatezza, come ad es. il cristianesimo, non è assoluta, ma ha un suo destino che la collega ad una unità più complessiva.
A livello politico Hegel pensa ad una rifondazione organicistica dello Stato, con un monarca che sia espressione della totalità e conceda sfere di diritti particolari ai diversi ceti, che sono parti strutturate della compagine statale. Lo scritto più significativo, anch'esso inedito, è La costituzione della Germania.
[ Periodo di Jena ]
Morto il padre nel 1799, Hegel, grazie all'eredità toccatagli, può dedicarsi completamente agli studi. Agli inizi del 1801, chiamato da Schelling, si reca a Jena, ove consegue la docenza universitaria, tenendo corsi di libero docente dal 1801 e dal 1805 in qualità di professore straordinario (cioè pagato direttamente dagli studenti frequentanti le lezioni). Dalla facoltà di filosofia di Jena, nei 20 anni che vanno dal 1785 al 1805, era passata la parte essenziale della filosofia tedesca: i kantiani a cominciare da Reinhold e Schiller, e poi l'idealista Fichte (fino alla polemica sull'atesimo), il romantico F. Schlegel e infine Schelling.
A Jena Hegel pubblica il suo primo scritto a stampa intitolato Differenza tra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling nel 1801, prendendo posizione a favore di quest'ultimo. Insieme a Schelling pubblica nel biennio 1802-3 il "Giornale critico della filosofia" e matura la sua prima grande opera, La fenomenologia dello spirito che terminerà nel 1806.
[ Hegel e Schelling ]
In questo periodo Hegel si serve della filosofia di Schelling per emanciparsi da quella di Kant e soprattutto di Fichte, cui si sentiva fortemente attratto. In particolare egli fa propria la critica di Schelling all'intelletto che separa l'uomo dalla natura, il particolare dal generale, la libertà dalla necessità, ecc. L'esigenza di Hegel è quella di mediare dialetticamente le opposizioni cristallizzate dall'intelletto e dimostrare che il processo di unione degli opposti comprende tutti i molteplici aspetti della realtà, nessuno escluso, in quanto tutti partecipano alla costruzione della totalità. Le contraddizioni cioè non vanno esasperate ma ricomprese nel tutto. L'intelletto kantiano-fichtiano è per Hegel irrazionale in quanto parte da un'istanza contestativa che non può trovare alcuna soddisfazione. Schelling inoltre aiuterà Hegel a passare dall'interesse teologico a quello propriamente logico, anche se questo coinciderà nella sua opera con una serrata critica dell'Illuminismo europeo.
Oltre all'attività di partner pubblicistico di Schelling, Hegel nei corsi universitari di Jena raccoglie ed elabora materiali (rimasti inediti per oltre un secolo) organizzati in una Logica e metafisica, Filosofia della natura e Sistema dell'eticità. Politicamente Hegel registra una notevole quantità di idee consone alle istanze socio-economiche della borghesia, ma le incorpora in una prospettiva politica di vecchio tipo: l'ideale -a suo giudizio- è una società di ceti retta da un potere monarchico ereditario, non derivato né limitato da alcuna forma di contratto sociale.
Sul piano della critica della religione, Hegel la prosegue, ma ridimensionando le conquiste dell'Illuminismo, il quale, pur criticando il dogmatismo e la superstizione, non ha saputo fare altro -secondo Hegel- che porre l'assoluto al di sopra della ragione, rendendolo inaccessibile e incomprensibile (vedi Kant e Fichte).
Il distacco da Schelling avviene non sul terreno politico (ove non c'era alcun vero disaccordo) ma su quello filosofico. L'opera che lo sanziona ufficialmente è la Fenomenologia dello spirito (1807). Il distacco avviene sul concetto di contraddizione, che per Schelling è una semplice "polarità" di opposti (positivo-negativo, ecc.), colta nel contesto della natura e riferibile a tutto l'universo, uomo compreso. Per Hegel invece la contraddizione è un processo in cui la libertà (soprattutto quella umana) gioca un ruolo di primo piano. Questa contraddizione, per essere superata, ha bisogno, per essere efficacemente interpretata, di un processo speculativo (la dialettica) molto più sofisticato dell'intuizione intellettuale (per la quale -dirà Hegel- l'identità è come la notte in cui tutte le vacche sono nere). Hegel esprimeva una consapevolezza più profonda dei problemi del suo tempo: a differenza di Schelling egli vedeva la contraddizione nel suo necessario sviluppo storico.
[ Dagli anni napoleonici alla Restaurazione ]
Nel momento in cui lascia l'università e la città di Jena nel 1806, dopo la vittoria di Napoleone sui prussiani, Hegel pensa di poter condividere i risultati della Rivoluzione francese passando attraverso l'attuazione storico-politica che di essi aveva dato Napoleone, dal quale si attendeva l'introduzione, negli Stati della Confederazione renana, sia del Codice napoleonico che di ordinamenti costituzionali (sia pur sempre di stampo cetuale) che nella Germania dell'epoca erano fortemente osteggiati dai reazionari.
Con tale spirito Hegel svolse dal 1807 al 1813, prima a Bamberga come redattore di un giornale governativo, poi a Norimberga come preside del ginnasio locale, un'attività pubblica di funzionario della Baviera, Stato che faceva parte della Confederazione renana patrocinata da Napoleone. In seguito, contro il Congresso di Vienna, Hegel avrà parole di feroce sarcasmo, rifugiandosi però in una visione di filosofia della storia a tempi lunghi, la quale gli indicava sia l'impossibilità di un ritorno a prima del 1789, sia l'inopportunità di una realizzazione di uno Stato democratico tedesco. In un lungo saggio politico del 1817, Valutazione degli atti a stampa dell'assemblea degli stati territoriali del regno del Württemberg negli anni 1815-16, Hegel lodò il re di quello Stato perché aveva concesso una Costituzione, ma lo criticò perché con essa aveva permesso ai cittadini, sulla base di una semplice rendita in denaro, di poter votare e di poter così violare la gerarchia di ceti caratteristica dello Stato tedesco. Un'analoga protesta contro l'estensione della partecipazione popolare alla vita politica, verrà svolta da Hegel nello scritto del 1831, Sul progetto inglese di riforma elettorale. Vi si riflette, tra l'altro, il forte allarme suscitatogli dalla ripresa del movimento liberale europeo dopo la rivoluzione del luglio 1830 in Francia.
Nel 1816 Hegel venne nominato professore di filosofia all'università di Heidelberg. Iniziava così la sua ascesa alle vette della cultura universitaria tedesca. Due anni dopo era a Berlino, dove, per oltre un decennio, rappresentò, senza alternative, la filosofia tedesca.
Nel 1817, come strumento di studio per i suoi studenti, pubblica l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, che comprende la logica, la filosofia della natura e quella dello spirito. Per quanto riguarda la logica, l'Enciclopedia riassume i risultati ottenuti da Hegel nella imponente Logica, opera in 3 volumi pubblicata dal 1812 al 1816. La filosofia dello spirito non è che una rielaborazione sistematica della Fenomenologia dello spirito. Nella filosofia della natura (che è la parte meno significativa) vi sono ancora tracce dell'influenza schellinghiana, soprattutto là dove Hegel considera più significativo per la comprensione della natura l'animismo del primo Keplero e di Goethe che non il meccanicismo di Newton.
[ Il periodo di Berlino ]
L'inizio dell'insegnamento di Hegel a Berlino è dominato da due testi: la Prolusione del 1818 alle lezioni e i Lineamenti di filosofia del diritto del 1821.
Nella Prussia restaurazionista erano confluite molte cose: l'eredità delle riforme tardo-illuministiche concesse dall'alto (1807-1810); il mito (cui lo stesso Hegel aderì nella Prolusione) di un'unità organica e idealizzata fra re e popolo, che sarebbe nata nella guerra antinapoleonica; l'eco delle aspettative costituzionali avutesi nel 1813 durante la sollevazione antifrancese e subito tradite; infine la politica autoritaria di Federico G. III e del partito aristocratico. Vi erano insomma elementi feudali e borghesi difficilmente separabili.
Proprio questa forte interconnessione appariva ad Hegel come il massimo della mediazione possibile, il culmine della conciliazione degli opposti. Compito della filosofia era appunto quello di comprendere questa realtà, salvaguardandola dai tentativi di coloro che in un modo o nell'altro aspiravano a modificarla. Nei Lineamenti ciò appare in tutta evidenza: il "reale" (cioè la società civile, la nazione, lo Stato prussiano) è "razionale", cioè giusto, legittimo, e il "razionale" (la stessa filosofia hegeliana) è "reale", in quanto è l'unica che sa interpretare correttamente l'oggettività delle cose. Le contraddizioni vengono superate perché sono state relativizzate dalla dialettica che media i contrari. Ad es., nei Lineamenti Hegel caratterizza il ceto agricolo con dei connotati interclassisti applicabili tanto al nobile terriero quanto al contadino piccolo proprietario; il ceto dell'"industria", strutturato in corporazioni, accomuna strati sociali assai diversi tra loro come l'artigiano, l'imprenditore manifatturiero e il commerciante; infine il ceto "generale" comprende in pratica tutti i funzionari statali. Questo quadro sociologico è sostanzialmente pre-borghese.
Certo, analizzando la società civile come il luogo del "sistema dei bisogni" (appagabili mediante il lavoro), Hegel registra parecchie nozioni della moderna scienza borghese dell'economia politica (Smith e Ricardo in particolare), ma egli continua a leggerle in un'ottica pre-capitalistica, per la quale all'industria spetta un ruolo subordinato rispetto alla proprietà terriera e al ceto dei burocrati statali.
Tutti i corsi universitari tenuti a Berlino saranno pubblicati postumi, dai discepoli che seppero dare organicità agli appunti tratti dalle lezioni. Nell'ultimo decennio della sua vita Hegel aveva cercato di misurarsi con i problemi posti dalla storia umana, applicando concretamente il proprio metodo dialettico. Di qui le Lezioni sulla filosofia della storia, le Lezioni di filosofia dell'arte (o Estetica), le Lezioni sulla filosofia della religione e le Lezioni di storia della filosofia.
Di questo immenso lavoro, ancora oggi non sufficientemente studiato, qui si può ricordare che sulla scena di quello che Hegel chiama lo "spirito del mondo", gli Stati, i popoli e le nazioni sembrano giocare un ruolo di comparse, impersonando essi di volta in volta le fasi di svolgimento della storia universale, nella quale appare sempre dominante quel popolo che meglio di altri incarna lo spirito di un'epoca (dapprima ad es. i popoli orientali, poi quelli greco-romani, infine quelli germanici, dove tutti gli individui sono liberi). Teoria questa che verrà strumentalizzata, probabilmente contro le stesse intenzioni di Hegel, dagli ideologi del nazionalismo tedesco imperiale dopo il 1870 e poi dal nazismo, che cercherà di vedere nel popolo tedesco una razza superiore.
Hegel morirà improvvisamente di colera a Berlino nel 1831.
ASPETTO SISTEMATICO
Differenza dei sistemi filosofici di Fichte e Schelling (1801)
Hegel è per il realismo di Schelling contro il soggettivismo di Fichte. L'opposizione di Io non-IO (così forte in Fichte) non va eliminata ma ricondotta da assoluta a relativa. Lo strumento per farlo è la ragione, superiore all'intelletto, che vede solo opposizioni (cioè conflitti irriducibili), e non sa mettere il finito in relazione all'assoluto. L'unificazione include sia il momento della negazione (antitesi) che il superamento della stessa negazione (sintesi), per il recupero della positività iniziale che è la tesi (trasformatasi nel processo). Il movimento è dialettico (mediativo). Per sopprimere l'opposizione occorre che soggetto e oggetto diventino identici. Secondo Hegel, Fichte sopprime l'oggetto elevando il soggetto all'infinito, ma così l'uno resta condizionato dall'altro.
[ Rilievo critico ]
Hegel fa questo ragionamento nel momento in cui cerca di riconciliarsi con la società assolutistica del suo tempo, nella convinzione che un mutamento qualitativo sia impossibile e in un certo senso neppure desiderabile (visti i risultati terroristici della Rivoluzione francese). Fichte invece non voleva riconciliarsi con il governo prussiano, che gli appariva non conforme alle esigenze espresse dalla società e alle idee progressiste di Francia e Inghilterra. La sua posizione tuttavia restava velleitaria, poiché egli sperava di modificare la realtà a immagine del proprio IO, senza una vera partecipazione delle classi e dei ceti sociali progressisti. Hegel risulta alla fine più dialettico (più realista) perché tiene più conto dei limiti soggettivi e oggettivi della realtà, solo che lo è nel contesto di un'istanza di liberazione repressa, che non vuole praticamente manifestarsi, ovvero che vuole manifestarsi solo a livello speculativo. Il superamento (Aufhebung) della contraddizione avviene solo nel pensiero.
Logica, metafisica e filosofia della natura (1802)
La scienza che mostra i limiti dell'intelletto e i pregi della ragione è la logica, che considera la posizione (tesi) e la negazione (antitesi) momenti di una stessa attività, che va colta nella sua sintesi. La logica non è altro che la delineazione della vita nello spirito.
Hegel in sostanza stava cercando una causa oggettiva, necessaria, che giustificasse la realtà a lui contemporanea.
Fenomenologia dello spirito (1807)
E' appunto il tentativo di delineare concretamente la vita dello spirito nelle sue manifestazioni oggettive, necessarie.
Qui Hegel si distacca definitivamente da Schelling ponendo lo spirito come risultato di un processo (storico e logico) e non come un oggetto statico da contemplare.
Nella Fenomenologia vengono colti i momenti ideali dello spirito attraverso le vicende storiche. La storia diventa la scienza della coscienza fenomenica, immediata, formale. Il discorso "sullo" spirito diventa un discorso "dello" spirito, fatto più che altro in maniera allusiva. Infatti il "vero" non viene semplicemente pensato come "sostanza" ma anche e soprattutto come "soggetto", cioè come una realtà vivente e spirituale che si muove nella storia, anticipando l'innalzarsi della filosofia a scienza. Il luogo del discorso è il tempo, tradizionale avversario di tutte le metafisiche pre-hegeliane. Le parti del discorso sono le varie forme (culturali) che lo spirito ha assunto nel tempo. La contraddizione è l'elemento fondamentale del movimento dello spirito: essa, compresa attraverso la dialettica, determina le varie trasformazioni delle figure fenomenologiche. Ogni figura è relativa, in quanto, ritenendo d'essere assoluta (ogni cultura infatti ritiene d'essere la verità), produce inevitabilmente la propria opposizione, che la nega e la supera.
La verità in realtà per Hegel è un processo, un divenire. Il vero è l'intero, l'intero è ottenuto con uno sviluppo, l'assoluto è il risultato dello sviluppo. Hegel si richiama a Parmenide per dimostrare che l'assoluto è solo nel processo che scorre, attraverso opposizioni e riunificazioni continue. La dialettica è la struttura di questo movimento per contraddizioni. Le sue caratteristiche fondamentali sono le seguenti: 1) essa si fonda sul principio universale di contraddizione, per cui le cose hanno senso solo se contraddittorie, 2) è triadica (tesi-antitesi-sintesi), ovvero si basa sul principio della negazione della negazione, 3) afferma il passaggio dalla quantità alla qualità e dal semplice al complesso (o dal più basso al più alto), 4) afferma l'infinità di questo processo (che avviene nell'uomo, nella natura, nella conoscenza), per cui non solo la dialettica deve corrispondere a una situazione reale perché essa sia attendibile, ma essendo essa l'intelligenza delle cose dovrebbe anche saper indicare come conformarsi al loro svolgimento. Il superamento è la risoluzione (relativa) della contraddizione: è insieme negazione della vecchia forma e suo ulteriore sviluppo (quindi anche la sua conservazione nel movimento).
Da cosa nasce la contraddizione? Dal desiderio, che scinde lo spirito dalla natura e che inaugura la storia, la civiltà, il tempo. Il desiderio del soggetto autocosciente si scontra col desiderio di altri soggetti. Qui -secondo Hegel- non avviene il contratto (come vuole Hobbes), ma l'antagonismo dell'uomo con l'uomo (prima figura culturale), ovvero l'assoggettamento del più debole da parte del più forte. Si stabilisce così quella relazione tra padrone e servo che ha la sua concreta espressione storica nella società antica. La decisione di chi sarà il signore e di chi sarà il servo avviene nel conflitto delle autocoscienze. Entrare in conflitto vuol dire per entrambi rischiare fisicamente la morte. Il primo che si ritira da questo rischio, mostrando così che il suo desiderio è meno forte, acquisterà un'autocoscienza da servo. In tal modo si ha la formazione dello Stato: non di quello etico, basato sul diritto, ma di quello fenomenico, basato sulla forza.
Tuttavia, la vita del signore dipende dal lavoro del servo, e il servo e il signore che hanno coscienza di questo si sentiranno, l'uno, meno servo, l'altro, meno signore. Il signore ha coscienza della sua dipendenza dal servo, e il servo ha coscienza di poter trasformare i prodotti della natura, quindi ha coscienza dell'indipendenza dell'uomo dalla natura, anche se il signore gli ha tolto la proprietà delle cose. Mediante il lavoro, la coscienza del servo acquista una posizione più alta rispetto a quella precedente del signore e si rassegna, nella pratica, consapevole della propria superiorità filosofica (così ha inizio la sapienza o lo stoicismo). D'altra parte la coscienza stoica può riguardare anche il padrone -come riguardò Marco Aurelio, oltre che Epitteto: essa infatti è l'indifferenza verso la vera verità delle cose, che vengono accettate solo in quanto accettabili. [Da notare che qui Hegel ha cercato di dimostrare che sia per il servo che per il signore la contraddizione era relativa. In realtà per il servo è assoluta, in quanto egli ha consapevolezza dell'inutilità del signore e insieme dello sfruttamento cui questi lo sottopone, per cui agli occhi del servo la contraddizione non può che apparire assoluta: egli, pur avendo coscienza della propria superiorità, deve limitarsi ad affermarla solo nel pensiero.]
L'autocoscienza si sviluppa attraverso le tappe successive. Anzitutto l'autocoscienza del servo sente di non essere paga di sé e diventa scettica (in quanto avverte il momento della scissione all'interno di sé, ovvero la certezza d'essere superiore filosoficamente alle contraddizioni (a quella p.es. di padrone e servo) comincia ad apparire come una magra consolazione), per cui essa cerca un rapporto con l'assoluto o Dio, ma in questo rapporto (tipico dell'età medievale) essa rimane infelice poiché l'assoluto resta inarrivabile, inattingibile, essendo posto come aldilà della coscienza. [Qui si riflette la crisi religiosa dello stesso Hegel.]
L'infelicità viene in parte superata dal Rinascimento, allorché l'uomo pensa che la realtà, la natura, il mondo possano permettere alla ragione di realizzarsi, in quanto la realtà non è più avvertita come esterna alla coscienza. Dall'osservazione della natura (scienza della natura), l'uomo passa alla ricerca della felicità e alla realizzazione di istituzioni politiche e sociali. La ricerca della felicità è la ragione che agisce individualmente: a) dell'uomo che ricerca la felicità nel piacere, come il primo Faust, b) dell'uomo che segue la legge del cuore individuale, come Rousseau, 3) dell'uomo incorruttibile, secondo l'ideale di Robespierre. [Questo periodo corrisponde all'entusiasmo di Hegel per la filosofia di Kant e Fichte.]
Tuttavia la ragione trova appagamento quando si riconosce nelle forme storiche che disciplinano la vita degli individui, non quando è preoccupata di sottoporre la realtà al suo volere. La moralità deve diventare oggettiva nella famiglia, nella società e nello Stato, per essere vera. Hegel ammira Richelieu, protagonista della costruzione dello Stato, e critica sia il potere della ricchezza mercantile (che allenta l'eticità oggettiva dello Stato), sia l'Illuminismo che, condannando l'assolutezza dello Stato, ha condotto al terrore giacobino, al quale però ha posto rimedio il realismo di Napoleone. [Qui si consuma il distacco di Hegel da Fichte.]
Ma la Fenomenologia prospetta, nella sua conclusione, un distacco anche dalle forme obiettive dell'eticità e un passaggio allo spirito che, autocosciente di sé, si svolge nella religione e nella filosofia. La religione è autocoscienza dell'assoluto nella forma della rappresentazione, la filosofia nella forma del concetto, ed è quindi più alta della religione, benché entrambe abbiano lo stesso oggetto. La religione più perfetta è quella cristiana: nei dogmi fondamentali di questa religione (Incarnazione, Trinità, Processione dello spirito, ecc.) egli vede i concetti-cardine della propria filosofia. La filosofia più perfetta è quella che raggiunge il sapere assoluto. [Qui si chiarisce il suo distacco dalla filosofia di Schelling e il lato "conservatore" della propria filosofia.]
[ Rilievo critico ]
Per Hegel la libertà è possibile solo nel pensiero non nella realtà. La contraddizione viene superata relativizzandola con la speculazione filosofica.
La Fenomenologia è una sorta di romanzo (autobiografico) di formazione filosofica, in cui il vero protagonista è la coincidenza voluta dall'autore dello sviluppo della storia con il proprio iter intellettuale. L'individuo, incontrando una serie di difficoltà che lo mettono alla prova, modifica le proprie originarie convinzioni (che ora ritiene illusorie), nella consapevolezza che attraverso di esse doveva necessariamente passare per poter giungere alla verità che rende liberi. Nell'ambito della cultura tedesca questo tipo di romanzo ha dei precedenti in Goethe, Novalis, Hölderlin...
Logica (1812-16)
E' il tentativo di esporre lo svolgimento sistematico del sapere assoluto. Nella Fenomenologia vi era lo svolgimento della coscienza (individuale e storica) che diventa tale come risultato d'un processo; nella Logica invece si risale all'origine dello stesso processo, alle fonti dell'essere, dal cui sviluppo procede tutta la realtà determinata (inclusa la coscienza). Si tratta d'indicare il cominciamento assoluto delle cose, del reale. La logica, in tal senso, è la scienza dell'idea pura, astratta, in sé. A detta di Hegel, la logica studia Dio prima della creazione del mondo, un Dio che si viene perfezionando attraverso la sua estrinsecazione nella natura e nello spirito umano. La logica è dunque metafisica, scienza dei concetti originari, dei modelli ideali che, utilizzati da Dio per la creazione, hanno fin da principio una loro realtà. Nella Fenomenologia il luogo in cui accade il movimento dialettico è il processo storico della cultura; nella Logica questo luogo è il pensiero. La logica è un'ontologia che riconosce che non esiste alcuna forma di obiettività se non come posizione del pensiero: la totalità raggiunta nel sapere assoluto della Fenomenologia è prodotta nella forma dell'identità metafisica di essere e pensiero studiata nella Logica.
Le sezioni della Logica sono tre: essere, essenza e concetto.
a) La logica dell'essere prende in esame i concetti più astratti, primo dei quali è quello di "puro essere indeterminato", che è principio di tutto, ma che per poterlo essere deve prima trasformarsi nel suo contrario: il "non-essere" o "nulla". L'essere di per sé non produce nulla, se non il suo contrario; il vero cominciamento sta nell'unità di essere e nulla, essendovi anche nell'essere primordiale un antagonismo. Dunque l'essere vero, che produce realtà, corrisponde al divenire. L'essere di Hegel non corrisponde minimamente al Motore Immobile di Aristotele né al Nous plotiniano né al Dio agostiniano, poiché esso acquisisce completezza solo quando diviene spirito.
In questa sezione Hegel critica Fichte, dicendo che la sua prosecuzione del finito (IO) nell'infinito è un "cattivo infinito", così come lo è l'infinito (natura) accanto al finito (IO) di Schelling: in realtà finito e infinito coincidono nell'essere.
b) La logica dell'essenza prende in esame le radici dell'essere nella loro concretezza, in quanto l'essenza si esprime nell'esistenza. L'essenza è l'essere che riflette su di sé. Hegel qui critica Kant dicendo che il fenomeno può essere logicamente compreso solo come il manifestarsi dell'essenza, per cui una cosa in sé e il fenomeno vanno posti in unità. Hegel critica anche i principi di identità e di non-contraddizione di Aristotele, dicendo che l'identità include le differenze: l'identità sta nelle distinzioni e queste in quella ("A" dunque è anche "non-A"), poiché tutte le cose sono in se stesse contraddittorie (anzi la contraddizione è più essenziale dell'identità, essendo questa cosa morta senza quella). Infine Hegel difende la prova ontologica (a priori) dell'esistenza di Dio (di Sant'Anselmo) contro Kant, dicendo che pensare Dio senza pensarlo esistente è impossibile: l'assoluto esiste appunto perché il finito non è.
c) La logica del concetto prende in esame la realtà come sviluppo vivente in se stessa, come divenire. Il concetto è più importante dell'essere e dell'essenza, perché ne è la sintesi, racchiude ogni contenuto di entrambi, è l'assoluto, è il principio di ogni vita, e in tal senso esso è anche negazione di ogni determinazione e finitudine. Caratteristiche fondamentali del concetto soggettivo sono il "giudizio" e il "sillogismo". Nel "giudizio" il predicato (che esprime l'universale) è più importante del soggetto (che esprime l'individuale), mentre la loro identità è espressa dalla copula "è". Nel giudizio è appunto la copula "è" che garantisce l'identità dell'individuale coll'universale (per Hegel è impossibile spiegare in anticipo la distinzione di soggetto e predicato, in quanto un giudizio è vero in proporzione alla coincidenza dei momenti in esso distinti con il loro contenuto, in proporzione cioè al rappresentare la conformità di una cosa con la sua nozione). Giudicare significa distinguere parti che si appartengono reciprocamente in maniera indissolubile. L'identità è presente, non posta nella copula, poiché è veramente presente solo nel sillogismo. Il giudizio emerge quando vi è una ragionevole dose di dubbio ed è soprattutto presente in questioni di ordine morale ed estetico. Quando non vi sono dubbi si formulano proposizioni, non giudizi. Il "sillogismo" è la forma universale, logica, triadica, di tutte le cose (il che per la logica pre-hegeliana era un assurdo). Il sillogismo mostra la stretta interdipendenza di tre momenti: individualità, specificità e universalità (individuo, specie e genere; libertà, moralità e ragione; spirito, natura, idea). Hegel fa di ogni oggetto un sillogismo (tesi, antitesi, sintesi). In particolare egli evita di considerare i sillogismi che enunciano connessioni non-essenziali: il sillogismo infatti non è solo "logica" ma "logica necessaria", oggettiva.
Nel concetto oggettivo Hegel svolge categorie che fino a lui erano rimaste estranee alla logica, essendo proprie della filosofia della natura: meccanismo, chimismo e teleologia. Nell'ambito di quest'ultima si manifesta l'astuzia della ragione, che persegue i suoi fini usando come mezzi oggetti, processi, fenomeni che invece appaiono fini a se stessi: concetto questo che diventerà fondamentale nella sua filosofia della storia.
L'idea infine è il concetto compiuto in sé e per sé. Essa supera definitivamente la differenza fra soggettivo e oggettivo.
Ecco lo schema della Logica: I) Essere, suddiviso in: a) Qualità, b) Quantità, c) Misura [la Qualità -che è il concetto più importante- include: a)essere (cioè puro essere, nulla e divenire), b) essere determinato, c) essere per sé]; II) Essenza, suddivisa in: a) essenza, b) fenomeno (o apparenza), c) realtà in atto; III) Concetto, che si divide in: a) soggettivo (concetto-giudizio-sillogismo), b) oggettivo (meccanismo-chimismo-teleologia), c) idea.
Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817)
Comprende tra parti: Logica, Filosofia della natura e Filosofia dello spirito.
A) Filosofia della natura
E' la parte più debole di tutto il sistema hegeliano. E' l'antitesi dell'idea (che è la parte finale della Logica). E' cioè l'idea che si dispiega nell'esteriorità, dando origine alla natura. E' la mediazione fra idea e spirito.
Hegel non mostra alcuna simpatia per la natura. Non apprezza le concezioni rinascimentali né quelle illuministiche (sperimentalismo, meccanicismo, ecc), mentre di quelle romantiche di Goethe, Hölderlin e Schelling si serve solo quel tanto che gli basta per criticare Galileo, Bacone e soprattutto Newton, i quali a suo giudizio non sanno cogliere l'organicità della natura, ma solo singoli aspetti fra loro separati.
Nella natura per Hegel la contraddizione rimane insoluta, perché qui la libertà si esprime solo come negazione dell'idea, ovvero come necessità e accidentalità, non libertà. Ecco perché perfino il male che l'uomo compie, essendo frutto di libertà, è infinitamente superiore a ciò che la natura può far comprendere all'uomo (contro la concezione del Vanini secondo cui si può arrivare a Dio passando per la natura). Il concetto, nella natura, non si può assolutamente realizzare.
Questa parte si suddivide in tre sezioni: meccanica, fisica, fisica organica.
B) Filosofia dello spirito
E' l'ultima fase dello sviluppo dell'idea, che, astraendo da ogni esteriorità, rientra in se stessa per prendere coscienza della propria razionalità e giungere alla perfezione dell'autocoscienza, che è libertà.
Si suddivide in: A) spirito soggettivo che include: 1) antropologia (studio dell'anima), 2) fenomenologia (studio della coscienza che diventa autocoscienza e ragione), 3) psicologia (che studia lo spirito teoretico, pratico e libero); B) spirito oggettivo che include: 1) diritto (proprietà, contratto, diritto), 2) moralità (proponimento/colpa, intenzione/benessere, bene/male), 3) eticità (famiglia, società civile e Stato); C) spirito assoluto che include: 1) arte, 2) religione, 3) filosofia.
Le parti più interessanti sono la terza e soprattutto la seconda, che troverà un notevole approfondimento nella Filosofia del diritto e nelle lezioni di Filosofia della storia.
Qui vediamo la sezione "C". Essa in pratica rappresenta la libertà che la ragione ritrova in se stessa dopo aver usato gli strumenti della natura e della storia, soggettivi e oggettivi. Lo spirito assoluto è quello che riconosce nella storia la realizzazione dei propri contenuti, ma questo riconoscimento avviene nell'arte, nella religione e soprattutto nella filosofia. Hegel infatti è un filosofo non un politico.
Per quanto riguarda l'arte, essa ha il compito di rendere manifesta l'idea in forma sensibile, per intuizione immediata, con la fantasia. Hegel esclude il principio dell'imitazione della natura, e il concetto di "bellezza naturale" gli pare un controsenso, poiché la vera bellezza non è natura ma spirito che si adegua alla forma sensibile. Non è la natura che ispira l'artista, ma lo spirito attraverso la natura. La natura non ha autonomia o personalità. Il distacco da Schelling è evidente.
La bellezza artistica perfetta è nell'arte classica, la quale adegua perfettamente la forma al contenuto spirituale che vuole esprimere. Lo spirito qui è conciliato con la natura. Ma l'arte romantica le è superiore, poiché essa ha consapevolezza che qualsiasi forma esterna non è in grado di esprimere compiutamente lo spirito (ciò infatti avviene solo nella filosofia), per cui l'interiorità spirituale di quest'arte è più importante della sua figurazione esterna (la poesia è l'espressione artistica suprema).
Tuttavia, questa interiorità viene meglio espressa dalla religione, ma solo da quella cristiana, ove avviene la rivelazione dello spirito. Qui però la forma in cui lo spirito viene compreso è quella della rappresentazione (sentimento + immagine) non quella del concetto, poiché ancora si pongono delle differenze tra Dio creatore e mondo creato, tra spirito finito e infinito, ecc., lasciando che l'assoluto resti un "aldilà".
Religione e filosofia hanno lo stesso contenuto, ma solo la filosofia è l'autocoscienza assoluta dello spirito. E' vero, anche la filosofia ha una propria storia, non potendo essa esprimere che la verità del suo tempo, ma Hegel ha la piena consapevolezza di rappresentare, con la sua filosofia, la sintesi di tutte le filosofie precedenti. Egli infatti riteneva che non avrebbe potuto esserci dopo la sua filosofia un'altra che la superasse restando nel medesimo campo filosofico. Con lui, quindi, in un certo senso, si chiudeva una parabola il cui inizio risaliva alle origini della filosofia greca.
Rilievi critici
Hegel non riconosce alla realtà un vero essere, perché ne vede solo l'aspetto negativo, di finitezza e caducità, di contraddizione insoluta. Il vero essere sta nel pensiero che concettualizza l'idea, che media i contrari risolvendoli astrattamente, e che si sforza di trovare nella realtà il divenire dell'idea. La realtà infatti ha senso nella misura in cui corrisponde a un'idea precostituita.
Filosofia del diritto (1821)
Nasce per rispondere all'accusa di astrattezza che veniva mossa alla sua filosofia (da parte soprattutto dei discepoli di Kant). Nella Premessa Hegel si preoccupa di dire che la filosofia non ha il compito di trasformare il mondo, ma solo quello d'interpretarlo. E nell'interpretarlo, la filosofia deve porre una precisa coincidenza di "realtà" e "razionalità" (ovviamente in riferimento al suo tempo storico, che nella fattispecie era quello dello Stato prussiano). La filosofia serve per giustificare il presente e nel fare questo essa giustifica anche se stessa. Nella Filosofia del diritto si esprime il lato più conservatore della filosofia hegeliana, ovvero la sua profonda ambiguità, in quanto la scoperta del metodo dialettico veniva a scontrarsi con l'esigenza di salvaguardare il sistema (filosofico e politico).
La Filosofia del diritto sviluppa la sez. dello "spirito oggettivo" delineata nell'Enciclopedia, che è sicuramente la parte più importante dell'hegelismo, anche perché quella che ha prodotto più risultati: marxismo, storicismo, sociologia, politologia, ecc. Essa è divisa in tre parti, esattamente come nell'Enciclopedia. L'unica differenza sta in questo, che nell'Enciclopedia il diritto è il primo momento della triade (seguito da moralità ed eticità), nei Lineamenti invece è il diritto "astratto", mentre la società civile e lo Stato rappresentano il diritto vero e proprio. La differenza non è di poco conto, poiché con essa Hegel fa capire che l'individuo è un'astrazione che va superata nei momenti superiori della società e dello Stato. Viceversa, lo spirito oggettivo dell'Enciclopedia faceva dello Stato la sintesi cosciente per l'individuo: fra individuo e Stato la differenza non stava nell'eticità ma nella consapevolezza di sé. Nei Lineamenti invece l'individuo deve annullarsi per affermare la ragione e la volontà dello Stato. Hegel attacca violentemente nella Prefazione un discepolo di Kant e suo collega all'Università di Berlino, J. Fries, che nel 1817 aveva partecipato ai movimenti studenteschi contro il governo prussiano. L'anti-individualismo di Hegel si esprime qui nel senso che il problema non è quello di "costruire uno Stato come deve essere", ma quello di "intendere e presentare lo Stato come cosa razionale in sé".
Ora vediamo i Lineamenti di filosofia del diritto.
La prima manifestazione dello "spirito oggettivo" è la sfera del diritto astratto, nel senso che la libertà del singolo cerca una prima realizzazione di sé appropriandosi di cose esterne ed escludendo gli altri (qui la proprietà privata è pensata in termini tradizionalmente lockiani). In tal modo egli si sente libero poiché si dà un'esistenza nelle cose. Ma perché altri possano sentirsi liberi come lui, occorre che vi sia un reciproco riconoscimento dei rispettivi diritti: di qui i diversi istituti giuridici (contratto, torto, delitto, vendetta, pena -Hegel è favorevole alla pena di morte-, costrizione...)
Hegel critica sia la dottrina del diritto naturale che l'invenzione dello "stato di natura", per i quali si sosteneva che l'individuo, entrando in società, andava incontro ad una limitazione della libertà e quindi a una rinuncia del suo diritto. Per Hegel invece l'uomo, fuori della società, è esposto solo alla forza e all'arbitrio: lo stato di natura è quello della prepotenza e del torto. Da esso quindi bisogna uscire, disciplinando i rapporti umani con la legge.
La moralità è però superiore al diritto astratto, perché non essendo immediatamente legata alla proprietà, ha meno probabilità di cadere nell'egoismo. In altre parole, essa pur restando legata alla proprietà, obbedisce alle norme per convinzione interiore non per interesse o perché obbligata esternamente. La proprietà è per la moralità indifferente, mentre la volontà soggettiva, che si dà delle regole universali (secondo l'etica kantiana), diventa interiorità.
Hegel, tuttavia, polemizza con il moralismo formale di Kant, poiché questi -a suo giudizio- avrebbe rinchiuso l'individuo in se stesso, dandogli come unica preoccupazione quella di raggiungere da solo il bene: cosa che poi non si realizza mai -dice Hegel-, in quanto il bene resta separato dall'io nella contraddizione di essere e dover essere, tanto è vero che il bene kantiano è un dovere che l'uomo pone in antitesi al bene della società. In tal modo il dovere kantiano è vuoto, senza contenuto, meramente intenzionale, staccato dalle condizioni reali dell'esistenza (bisogni, desideri, passioni).
Una vera determinazione del bene la si ha solo in rapporto al contesto sociale. Le formazioni sociali che costituiscono l'eticità sono la famiglia, la società civile e lo Stato. Qui la libertà oggettiva diventa il volere razionale universale in sé e per sé, il quale ha la sua attuazione nel costume dell'ethos, ovvero nello spirito di un popolo (essere e dover essere coincidono). Lo spirito del popolo è l'universale (non in senso atemporale, ma riferito ad un particolare momento storico), è il senso della realtà socio-culturale in cui l'individuo si può riconoscere.
Nella Famiglia si realizza l'amore e il sentimento: qui si giustificano le relazioni sessuali, la proprietà comune e l'educazione dei figli; quest'ultima però determina il superamento della stessa famiglia, in quanto i figli sono destinati a diventare persone autonome e ad abbandonare la famiglia.
Nella Società civile il legame è determinato dai bisogni, che vengono soddisfatti attraverso la proprietà, il suo scambio e il lavoro. L'intelletto dà luogo alla divisione del lavoro, la cui organizzazione, con la conseguente distribuzione delle ricchezze, costituisce la differenza delle classi. Il sistema sociale emergente viene tutelato dall'amministrazione della giustizia. Gli ordinamenti di polizia garantiscono la sicurezza della persona e della proprietà, mentre le corporazioni garantiscono la sussistenza e il benessere del singolo. Qui Hegel -sulla scia di A. Smith- intende per "società civile" la società economica e non quella politica, come invece voleva il giusnaturalismo del XVIII sec. Tuttavia, egli non usa il concetto di società civile in rapporto alle contraddizioni della società borghese. Ad es., l'analisi della distribuzione della ricchezza -mutuata dall'opera dell'economista inglese Ricardo- riguarda le classi tradizionali della società tedesca, non quelle che partecipano al modo di produzione capitalistico. Peraltro la vera classe "generale", "pensante" -secondo Hegel- è solo quella burocratica, intellettuale, cioè dei funzionari statali.
Lo Stato è la sostanza etica consapevole di sé, che media tutte le contraddizioni della società civile, che conferisce un significato universale alla vita sociale di ogni persona. Nella società civile vi è lo scontro degli interessi, nell'ambito dello Stato invece si realizza l'unità dell'individuo e della società con lo spirito universale, di cui lo Stato è appunto l'incarnazione storica.
Hegel non accetta la concezione contrattualistica dello Stato, perché non vuole far dipendere quest'ultimo dalla volontà degli individui. Lo Stato cioè non è una mera garanzia della società civile (come volevano le teorie liberali), ma ne è il superamento ideale, che dà significato a tutto. Lo Stato è autonomo, in quanto ricava la propria sovranità e il proprio potere da se stesso, non dal popolo, che senza lo Stato è "massa informe", priva di personalità e determinazione. Il cittadino infatti esiste solo in quanto membro dello Stato. L'indipendenza e la sovranità dello Stato è il fine assoluto cui ogni individuo deve tendere. Hegel arriva addirittura a dire che "l'ingresso di Dio nel mondo è lo Stato"!
In sintesi: Hegel sostiene una monarchia ereditaria e corporativa, cioè dotata di un'assemblea delle rappresentanze delle classi (che sono: agricoltura, industria/commercio e professioni liberali), autoritaria (cioè con prevalenza del potere esecutivo su quello governativo e legislativo) e confessionale (nel senso che la chiesa dev'essere subordinata allo Stato). Per "costituzione" Hegel intende non la determinazione dei fondamentali diritti civili e politici codificata in una legge, ma l'organizzazione reale dello Stato conforme allo spirito del popolo.
Essendo la sovranità assoluta e illimitata, lo Stato è in un certo senso esente dalla morale e dal diritto, sia all'interno che nelle relazioni internazionali con gli altri Stati; tanto è vero che Hegel giustifica ed anzi esalta la guerra, utile a muovere la storia e a rinnovare i popoli e le nazioni. Infine Hegel non ammette un ordinamento giuridico internazionale.
Naturalmente i singoli Stati sono limitati e molteplici, spiriti particolari nello svolgimento universale dell'Idea. Essi determinano la storia del mondo, nella quale si realizza la ragione. La progressiva manifestazione dell'assoluto avviene nei popoli che hanno saputo affermare meglio la loro egemonia: asiatico (in cui la libertà è solo del despota), greco-romano (in cui la libertà è di pochi), germanico (in cui la libertà è di tutti). Gli altri popoli sono senza storia e senza diritti.
Per Hegel la storia costituisce una sorta di tribunale in cui avviene un "giudizio universale", in virtù del quale i popoli che sono riusciti a imporsi saranno sempre giustificati, perché, nonostante i loro limiti, essi hanno oggettivamente portato avanti il progresso storico, che è sempre progresso della ragione, anche se di questo potevano non essere pienamente coscienti (vedi il concetto di "astuzia della ragione", che risente della tradizionale concezione provvidenzialistica della storia).
La storia universale è dunque essenzialmente di tipo politico-militare, in cui le grandi individualità "cosmico-storiche" (come Alessandro, Cesare, Napoleone...) non hanno fatto altro che incarnare meglio le esigenze della ragione.
Considerazioni sulla storia della filosofia
La storia della filosofia vera e propria andrebbe studiata da Platone a Hegel, saltando la parte medievale, poiché qui la filosofia si trasforma in teologia, nel senso che la riflessione non è più direttamente sull'uomo ma su dio, ovvero sull'uomo passando attraverso dio. Certo, tra l'essere della metafisica e il Dio della teologia non vi è molta differenza: la principale forse sta nella tradizione, di cui i teologi devono tener conto, facendo essi parte di una struttura ecclesiastica determinata. Tuttavia, proprio perché il concetto di dio ha sempre rimandato ad un'esperienza religiosa particolare, è giusto che la trattazione del concetto di essere venga tenuta separata, non foss'altro che per distinguere il piano della ragione da quello della fede. L'oggetto della filosofia può apparire astratto non meno di quello della teologia, ma resta comunque un'astrazione nei cui confronti si è liberi di pensarla diversamente.
Se il credente si serve della propria fede secondo ragione, cioè se considera la propria religione entro i limiti della ragione, ciò è affar suo, è questione della sua coscienza, ma egli non può pretendere che il non-credente sia indotto a considerare la fede o la religiosità come un'esperienza della ragione. Ecco perché filosofia e teologia andrebbero trattate separatamente, anche nel caso in cui fossero considerate come fenomeni sovrastrutturali di una determinata società. In fondo né Platone né Hegel hanno mai pensato di confondere i due concetti di essere e di Dio.
Con questo naturalmente non si vuole affermare che la teologia medievale non costituì un progresso rispetto alla filosofia individualistica, aristocratica e decadente del mondo greco-romano; si vuole semplicemente sostenere che gran parte della speculazione medievale non ha nulla a che vedere con la filosofia e andrebbe trattata come un argomento di teologia. Sarebbe interessante, sotto questo aspetto, verificare in che modo la teologia occidentale si è progressivamente separata da quella ortodossa dell'Europa orientale, in che modo si è rapportata alle teologie ebraico-islamiche e indo-buddiste, e in che modo si è scissa al suo interno nelle due correnti del cattolicesimo e del protestantesimo.
Il filosofo può accettare la teologia (e diventare così un filosofo religioso) solo se l'argomento religioso è una parte secondaria e opinabile del proprio sistema filosofico. Non dobbiamo infatti dimenticare che nell'ambito della teologia vi sono definizioni dogmatiche che nessun teologo (che voglia continuare a fare della teologia) potrebbe mai mettere in discussione. La teologia è sempre stata strettamente legata a un'esperienza pratica della religione - ciò che la filosofia ha sperimentato solo a livelli molto marginali.
Un teologo che ridiscute il dogma non ha scelta: o diventa filosofo o cambia confessione religiosa. E' stata comunque una caratteristica del protestantesimo quella di permettere a un filosofo di parlare come se fosse un teologo. D'altra parte questa confusione si verifica anche nelle teo-filosofie indo-buddiste.
Dunque se la filosofia accettasse gli argomenti religiosi come fondamentali, essa diventerebbe eteronoma, indimostrabile nei suoi enunciati. Di tutta la teologia medievale andrebbero ritenuti solo quegli aspetti che più da vicino possono riguardare la riflessione filosofica in senso stretto, che è orientata verso la laicità.
Dopo Hegel comunque si ha non più una "storia della filosofia", cioè una storia del tentativo di superare la teologia medievale, bensì una storia della "crisi" della filosofia, cioè una storia dell'impossibilità di superare quella teologia restando entro i limiti della filosofia.
Già nel momento in cui si formò la Sinistra hegeliana vennero poste le basi di un possibile tentativo di superamento della filosofia, il quale poi cercherà di realizzarsi, invano, nel marxismo. Il marxismo (sulla base dell’esperienza del “socialismo reale”) è fallito proprio perché ancora troppo filosofico, cioè troppo ideologico. Sono gli uomini al servizio delle idee o le idee al servizio degli uomini?
Il problema più acuto della filosofia è che non ha un oggetto specifico sul quale misurare la propria credibilità. La filosofia borghese è astratta perché guarda le cose in maniera generica, dando definizioni che vogliono essere "di principio", ma che in realtà, al momento di applicarle, possono dare risultati quanto mai contraddittori. Ad es. se l'Europa avesse applicato i principi di Hume invece che quelli dell'idealismo, Nietzsche sarebbe nato molto tempo prima di Hegel.
La filosofia borghese ha questo di peculiare: quando è astratta (metafisica) pretende di risolvere ogni problema umano; quando è concreta (cioè legata a un oggetto particolare) è cinica e priva di valori.
Ecco perché bisogna costringere la filosofia borghese a misurarsi su di un terreno concreto (ad es. l'economia, la politica, la storia...): solo così è possibile scorgere le sue interne contraddizioni. Se invece la si lascia (cullare) nelle sue astrattezze, nei suoi voli pindarici, diventa più difficile smascherarla, poiché essa, con l'astuzia che si ritrova, è capace di dire una cosa e il suo contrario, oppure di dire una cosa e farne un'altra, lasciando aperte diverse possibilità interpretative e applicative dei suoi enunciati.
L'unico rilievo critico che le si può fare (se non si riesce a fare altro) è appunto quello di essere astratta, slegata da un contesto preciso, circostanziato: il che però può anche essere considerato il suo punto di forza, se l'alternativa all'astrazione è di scarsa consistenza. Questo perché la mancanza di riscontri concreti può facilitare gli atteggiamenti opportunistici, calcolatori, cioè la capacità di modificare le opinioni a seconda della convenienza borghese.
Nello studio della filosofia, per comprendere veramente le sue radici di classe, occorre quindi privilegiare i settori applicativi delle sue teorie (come ad es. la politica, la scienza, l'etica, l'estetica, la religione, il linguaggio...). Dalla filosofia applicata si può poi risalire, agevolmente, alla filosofia astratta, teoretica -sempre che questo sia indispensabile.
Oggi invece si parte dalla filosofia astratta e solo raramente ci si preoccupa di affrontare gli aspetti applicativi della stessa. Di Kant, per es., si studiano abbondantemente le tre Critiche, ma la Metafisica dei costumi, Per la pace perpetua, il Trattato di pedagogia, le sue concezioni gius-politiche e antropologiche, per non parlare di quelle scientifiche, vengono scarsamente prese in considerazione. Eppure, partendo da queste, si potrebbe facilmente risalire alle Critiche, e là dove non fosse possibile, si potrebbe azzardare che forse il danno non è così grande.
Naturalmente non si deve mai aver la pretesa di dire che una scienza non astratta (come ad es. l'economia o la politica), può sempre dimostrare di avere, a differenza della filosofia, dei concetti "chiari e distinti". L'astrattezza di una scienza è insita proprio nel fatto che viene trattata in maniera borghese.
L'ambiguità di un concetto (si pensi ad es. a quello di democrazia o di libertà) è presente in qualunque scienza, persino in quelle naturali. Quanto più l'ambiguità si fa ristretta, tanto meno il concetto ha un valore universale. La capacità di un concetto di mobilitare le masse è tanto più grande quanto più grande è la sua ambiguità. Naturalmente le masse non si muovono solo perché esistono concetti di tal genere!
E tuttavia, nell'ambito delle scienze concrete, applicate, si può verificare meglio il tipo di realizzazione pratica del concetto. In tal caso, per comprendere un determinato concetto, gli uomini non hanno a disposizione solo altri concetti, ma l'esperienza concreta, che possono verificare personalmente.
Ecco perché la filosofia teoretica, metafisica, oggi non ha più ragione d'esistere. Anche quando si fanno delle osservazioni etiche di carattere generale, bisogna sempre riferirsi a qualcosa di determinato sul piano spazio-temporale. Altrimenti i discorsi astratti, fumosi, servono solo al sistema per riprodursi senza modificarsi. La metafisica può insinuarsi, in qualunque momento, anche nelle scienze più concrete. E vi riesce tutte le volte che si perde il contatto con la realtà.
SULLA CONTRADDIZIONE
Il principio aristotelico di non-contraddizione si basa sull'evidenza ed è una formalizzazione logica ma elementare. Quello di negazione della negazione di Hegel si basa invece sulla mediazione ed è una formalizzazione logica e complessa, che implica la consapevolezza cristiana del "peccato", cioè la possibilità di fare il male conoscendo il bene. Ciò che la filosofia greca non avrebbe mai ammesso, poiché bene e male si escludono a vicenda.
Aristotele temeva di cadere nel relativismo di Protagora o nel panta rei di Eraclito, affermando che A può essere, nel contempo, uguale e diverso da B. Per un greco era più facile credere che nell'assoluto divenire l'essere perdesse ogni consistenza, piuttosto che pensare coincidenti essere e divenire.
Hegel invece era convinto che da A scaturisse sia il positivo che il negativo, e che anzi il negativo avesse una funzione più importante del positivo, poiché permette la differenza e quindi la sintesi. Il negativo non solo è l'inevitabile opporsi del non-essere all'essere, ma anche il necessario opporsi, poiché rafforza il positivo.
Il torto di Hegel non sta dunque nell'aver dato dignità all'antitesi, ma nell'averle impedito di dotarsi della stessa forza mediatrice della tesi. L'antitesi, per Hegel, non è che un prodotto derivato (alienato) della tesi, la quale si deve soltanto preoccupare di riassorbirlo con lo strumento della dialettica. Solo così la negazione ha senso.
Viceversa, Marx ha dimostrato (parlando del proletariato) che l'antitesi ha vita propria, ha una propria autonomia, e che, una volta postane l'esistenza, essa può anche determinare una sintesi imprevedibile per la tesi.
Hegel accettò l'idea di contraddizione solo dal punto di vista filosofico o metafisico, come una possibilità reale di cui tener conto, ma poi non è sceso nei particolare, cercando di capire la sostanza fenomenica (sociale) di tale contraddizione.
LA COINCIDENTIA OPPOSITORUM
La coincidentia oppositorum, che è il principio universale supremo, in virtù del quale acquistano significato tutte le cose, è stato affermato, per la prima volta, da Eraclito, ma come se fosse un'azione fine a se stessa, senza vera sintesi razionale, finalistica: un fenomeno oggetto di mera contemplazione.
Poi è stata la volta di Cusano, che però ha riferito il fenomeno alla sola divinità, lasciando la realtà storica in balìa delle proprie contraddizioni.
Bruno, invece, essendo un materialista, l'ha attribuito alla natura (e Schelling l'ha imitato).
Fichte ha tentato di realizzare la coincidentia nell'Io trascendentale, ma ha fallito l'obiettivo. Il compito era troppo arduo. Nell'Io vi potrà essere coincidentia quando il reale sarà già stato riconciliato. Sotto questo aspetto, Kant, escludendo la sintesi, è stato più moderato e realistico.
L'unico che abbia saputo applicare questa teoria alle vicende del genere umano (e dell'universo in senso lato), è stato Hegel, il quale ha voluto non solo immanentizzare il processo, ma anche razionalizzarlo, dandogli una valenza teleologica. Il limite di Hegel sta nell'aver applicato l'idea alla realtà, tralasciando l'esame socio-economico di quest'ultima.
Marx, dal canto suo, ha saputo riempire di contenuto concreto una forma, quella hegeliana, che altrimenti sarebbe rimasta vuota, astratta, arbitraria, perché meramente filosofica. In effetti, considerare lo Stato prussiano o la stessa filosofia hegeliana come "sintesi finale degli opposti", o ritenere che la natura rappresenti il "non-essere" - ciò non ha molto senso, essendo il frutto di un pregiudizio nazionalistico o quanto meno metafisico.
Gli opposti si attraggono per completarsi, ma si respingono per salvaguardarsi nella loro specifica identità. L'identità è data dal rapporto ma quando un elemento tende a prevalere sull'altro, scatta l'opposizione, cioè l'esigenza della diversità.
L'uguaglianza va affermata nella diversità. Anzi, se non ci fosse l'idea di diversità non ci sarebbe neppure quella di uguaglianza, poiché questa ha senso solo fra cose diverse.
L'uguaglianza che livella le diversità, elimina anche le identità, cioè le fagocita, le strumentalizza, le reprime -questo è stato il limite del socialismo amministrato.
Il limite del capitalismo invece è quello di valorizzare al massimo quelle diversità utilizzabili ai fini del profitto, rinunciando a realizzare l'idea di uguaglianza e giustizia sociale (a meno che l'uguaglianza affermata non sia del tutto formale, onde realizzare profitti nella maniera più facile).
Nell'uguaglianza si valorizza meglio la diversità, mentre nella diversità, se non c'è anche l'uguaglianza, all'uguaglianza non si arriva mai. Il socialismo può democratizzarsi valorizzando la diversità, ma il capitalismo non può democratizzarsi, poiché l'idea di uguaglianza sociale lo contraddice alle fondamenta.
Gli opposti dunque si attraggono per realizzare l'uguaglianza e si respingono per salvaguardare la diversità.
SULLA DIALETTICA
Aristotele affermò che Zenone d'Elea aveva inventato l'arte della dialettica, che consiste nel mettere l'interlocutore in uno stato di confusione, mostrandogli che due tesi opposte possono essere entrambe giustificate.
In realtà, questa non era la dialettica, ma la sofistica: cioè la cavillosità, la pedanteria e il vuoto fraseologismo di chi non ha le idee chiare e vuole che anche gli altri non le abbiano. La dialettica qui è uno strumento del vaniloquio, il quale, a sua volta, tende a coprire interessi ben più "materiali".
Con Platone la dialettica consiste nel salire, di concetto in concetto, alle verità più generali, cioè alle idee. Ma anche qui non si tratta di dialettica, quanto di una mera tecnica espositiva che passa dal semplice al complesso o dalla complessità delle cose alla loro unità concettuale. La dialettica serviva a Platone non per dimostrare qualcosa di nuovo, ma per ribadire, servendosi della logica, una teoria vecchia, considerata apodittica, sulla cui verità non sarebbe stato, in realtà, neanche il caso di discutere.
Kant mette in crisi questo modo di usare la dialettica, che praticamente caratterizzò tutto il periodo medievale e tutto il razionalismo. Nella "dialettica trascendentale" della Ragion pura, egli, a chiare lettere, afferma che tutto quanto si ha la pretesa di dire su dio, anima e mondo, può essere contraddetto dal suo contrario, con pari valore argomentativo. La dialettica quindi non serve a nulla, quando sono in causa idee della ragione, oggetto di metafisica, che oltrepassano l'esperienza.
Qui Kant aveva l'ambizione di superare lo stesso empirismo che, a suo giudizio, finiva col diventare dogmatico, nel proprio scetticismo, non meno del razionalismo cartesiano, col proprio fideismo. L'agnosticismo di Kant voleva porsi in alternativa all'ateismo degli empiristi inglesi: in realtà fece un passo indietro. I fatti hanno dimostrato che la riproposizione del problema dell'esistenza di dio e dell'anima e dell'origine dell'universo -dopo che l'empirismo era già arrivato a negare qualunque valore alla metafisica- ha portato Kant non solo all'agnosticismo della Ragion pura, ma anche al deismo della Ragion pratica. Kant non aveva capito che l'oggettività può esistere anche nell'esperienza nel noumeno, a prescindere da qualunque valenza religiosa o metafisica, e naturalmente a condizione di accettare la piena conoscibilità dello stesso noumeno.
Viceversa, Hegel fece dell'antitesi un aspetto più necessario del dovuto, ai fini dell'affermazione e della stessa autoconsapevolezza della tesi. S'egli avesse applicato la dialettica a posteriori, cioè partendo dai fenomeni, e non a priori, partendo dal concetto, probabilmente non avrebbe ritenuto il "male" una necessità all'affermazione del "bene".
Guardando le cose realisticamente, si dovrebbe essere indotti a credere che il male è una possibilità (di cui si deve tener conto, soprattutto quando si manifesta come realtà), ma non è mai una necessità inevitabile. E' una necessità se le condizioni in cui nasce non mutano, cioè se lo rendono inevitabile, ma il mutamento delle condizioni va sempre considerato come una possibilità reale, da non escludersi a priori, per cui anche il male non può mai essere considerato, in ultima istanza, secondo il carattere della ineluttabilità.
Anche quando Hegel riteneva che il nulla fosse già incluso nell'essere, o che l'uomo fosse naturalmente incline al male, in ciò egli rifletteva un condizionamento dovuto alla teologia protestante.
LE IDEE UNIVERSALI E NECESSARIE
L'idealismo può anche aver ragione nel ritenere che debbano esistere idee universali e necessarie, valide per ogni tempo e spazio geografico, ma ha sicuramente torto nel ritenere migliori le proprie idee, e ha ancora più torto quando pretende d'imporle a tutta l'umanità.
Più che sul terreno astratto delle idee, l'idealismo dev'essere combattuto su quello concreto della coerenza pratica. Una filosofia che pretende di far valere la propria superiorità con la forza è, ipso facto, una filosofia regressiva. Come lo è stato il cattolicesimo romano al tempo della Scolastica.
Quanto poi al principio idealistico relativo all'esistenza di idee universali e necessarie, bisognerebbe precisare che il modo concreto di realizzare tali idee differisce enormemente da un popolo all'altro, da una nazione all'altra, da un'epoca storica all'altra.
Un'idea universale e necessaria può essere quella di libertà, un'altra quella di verità, un'altra ancora quella di giustizia. Ma è facile rendersi conto che quanto per noi oggi è "libertà", un secolo o due secoli fa poteva apparire "arbitrio". Per non parlare del fatto che persino oggi esistono sul concetto di "libertà" opinioni del tutto opposte.
Solo con un'analisi storica, relativa alle condizioni sociali e al patrimonio culturale di una determinata epoca, si può comprendere più o meno adeguatamente il limite entro cui poteva essere affermata l'idea di libertà, verità o giustizia. Con un'analisi storica del genere, noi siamo in grado di stabilire dov'era presente il "progresso" e dove la "reazione" - e questo anche se il progresso di allora sarebbe per noi reazionario, se oggi fosse riaffermato. I valori umani universali sono in realtà un obiettivo da conseguire più che un'evidenza da riconoscere. La loro "universalità" potrà essere solo il frutto di un confronto reciproco, alla pari.
Si tratta quindi d'individuare non solo la concretezza spazio-temporale del valore, non solo i limiti entro cui, storicamente, esso poteva porsi (riuscendo o non riuscendo a farlo), ma anche quella linea di continuità storico-evolutiva che permette di cogliere le varie epoche storiche, civiltà o formazioni sociali, come fra loro concatenate, tanto che il significato dell'una risulterebbe incomprensibile senza l'apporto dell'altra. Epoche, civiltà e formazioni che tendono tutte, anche senza saperlo, verso una sempre maggiore autoconsapevolezza umana dei valori della libertà, della verità, della giustizia e di altri valori ancora.
HEGEL E IL CRISTIANESIMO
1. H. nacque in una benestante famiglia luterana di idee politiche conservatrici. Da giovane studiò teologia, ma, interessato com'era alla Rivoluzione Francese, non sopportava i concetti cristiani di rivelazione, autorità, miracoli ecc., cioè i concetti indipendenti dalla fede del credente. Voleva una religione entro i limiti della ragione universale (come Kant, Fichte...).
2. I suoi primi tre libri, mai pubblicati per timore di conseguenze sulla sua carriera accademica, furono: Religione di popolo e cristianesimo, Vita di Gesù e La positività della religione cristiana (1793-96).
3. H. si scaglia contro il cristianesimo perché lo considera lo strumento principale della conservazione del regime prussiano, dispotico e aristocratico. Lottare contro il cristianesimo (che predica l'obbedienza alle autorità costituite) per H. significa lottare, indirettamente, contro la politica del governo prussiano.
4. Al cristianesimo H. preferisce la religione popolare (politeistica) delle antiche città-stato greche e della Roma repubblicana, basata sul sentimento, sulla tradizione della polis, sulla morale comune, senza dogmi, comandi o divieti. Era una religione naturale e soggettiva, non giuridica né dogmatica. Essa rispecchiava un tipo di vita democratico, egualitario.
5. Il giovane H. non era ateo, ma agnostico-deista e considerava la religione come uno strumento di educazione per il popolo (la filosofia invece era per gli intellettuali).
6. In questi tra libri H. sostiene anche che il cristianesimo nasce quando lo Stato antico repubblicano entrò in crisi, cioè quando la ricchezza ottenuta con le guerra portò alla decadenza morale: la virtù del cittadino comune sostituita dalla tirannia del singolo imperatore e di pochi aristocratici, con cui si cercò di conservare il potere acquisito.
7. Il cristianesimo, secondo H., isola l'uomo dalla comunità, portandolo ad accettare la situazione così com'è. Lo schiavo, infatti, è il tipico credente, per il quale la vita eterna diventa il risarcimento di una vita terrena priva di valore. Lo schiavo obbedisce prima alla Chiesa e poi allo Stato. In questo senso il cristianesimo diventa la religione della vita privata, per la redenzione del singolo.
8. Una volta giunto al potere il cristianesimo, convinto di avere il monopolio della salvezza, si ritiene migliore di ogni altra religione e cultura: di qui le crociate, il colonialismo in America e la tratta dei negri. Da un lato quindi il cristianesimo è servilismo, dall'altra è tirannia.
9. Il Cristo dei Vangeli predicava una religione naturale, senza dogmi, fondata su una morale razionale, umana, ma le sue idee vennero strumentalizzate dagli ambienti cristiani di potere. D'altra parte lo stesso Cristo fece dei suoi discepoli una comunità chiusa, settaria (anche se egualitaria). Viceversa, i discepoli di Socrate diventarono statisti, generali, insegnanti...
10. Qualche anno dopo (durante la crisi di Francoforte), H. la pensa già diversamente, a motivo della sua mutata posizione nei confronti della Rivoluzione Francese, di cui accetta solo il fatto che dovesse accadere (per lo sviluppo dell'epoca moderna), ma non la conclusione giacobina e il Terrore.
11. Nel libro Lo spirito del cristianesimo e il suo destino ('98-99), il cristianesimo viene visto come religione non di potere ma dell'amore, in quanto avrebbe cercato di conciliare la volontà di Dio (determinata dalla necessità) con quella degli uomini (determinata dalla possibilità), senza però riuscirvi.
12. L'amore infatti non può essere realizzato sulla terra, perché è un ideale irraggiungibile. Cristo non poteva che morire tragicamente. All'amore bisogna preferire il concetto di vita, che include anche gli aspetti negativi dell'esistenza (da accogliersi come una necessità del destino).
13. Il cristianesimo ha aiutato gli uomini a non rassegnarsi, ma li ha portati anche all'illusione. Il vero realismo è solo quello che può essere offerto dalla filosofia, che è in grado di comprendere e giustificare ogni cosa.
14. Nella Fenomenologia dello spirito (1807) H. dirà che la coscienza religiosa medievale è infelice, perché desidera Dio e non può raggiungerlo. Il servo della gleba accetta di essere sfruttato dal feudatario, perché da un lato, trasformando la natura col suo lavoro, sa di avere una dignità superiore, mentre dall'altro aspira a una ricompensa ultraterrena.
15. H., in questo senso, preferisce la soluzione rinascimentale, che permette all'uomo di concentrare gli sforzi della ragione verso una realizzazione concreta, sul piano sociale, scientifico ecc. Il Rinascimento ha fallito perché individualistico. La Prussia e la cultura tedesca hanno invece un grande senso dello Stato.
16. In ogni caso il Cristianesimo resta la religione più perfetta (ora H. ne accetta i dogmi), ma solo in quanto esso esprime come rappresentazione (simbolica) ciò che la filosofia può esprimere in concetti razionali, per cui la filosofia resta superiore alla religione.
HEGEL (1770-1831) - QUADRO GENERALE SINTETICO
Il giovane H. era stato favorevole agli ideali della Rivoluzione francese, perché non sopportava la società aristocratica della Prussia (Germania), né il dominio della religione cristiana (protestante) sulla ragione (filosofica): era rischioso dichiararsi atei o agnostici o deisti.
Ma quando la Riv. Fr. finisce nel Terrore, H. diventa un conservatore. Di tipo particolare però: perché la sua ambizione è quella di conciliare la società aristocratica prussiana con gli ideali democratici francesi, usando soprattutto lo strumento della filosofia.
H. cioè è convinto che se la Prussia eredita, sul piano filosofico, gli ideali della Riv. Fr., non avrà bisogno di fare sul piano politico, la rivoluzione democratico-borghese (oppure la farà senza le conseguenze del Terrore).
Ecco perché la sua filosofia è estremamente idealistica (deve suscitare una grande fiducia nella ragione filosofica), onnicomprensiva (ogni aspetto del sapere deve essere analizzato), razionale (cioè logica, rigorosa, per dimostrare la sua superiorità rispetto ad ogni altra filosofia), oggettiva (strettamente legata alla società aristocratica prussiana).
Lo strumento principale che H. ha usato per costruire la sua filosofia è stato quello della dialettica. H. è stato il primo filosofo della storia a sostenere che le contraddizioni del pensiero e della vita sociale sono un aspetto positivo che aiuta l'umanità a progredire.
La dialettica è lo strumento che permette di capire qual è la verità delle cose. Questa verità la si può capire pensando che:
1. le cose hanno senso solo se contraddittorie e conciliabili (gli opposti non vanno esclusi ma mediati);
2. conciliare gli opposti significa che uno va superato nell'altro, secondo la formula di H. la sintesi è la negazione della negazione;
3. tale superamento ha senso solo se avviene dal semplice al complesso (dal più basso al più alto) e dalla quantità alla qualità;
4. e ha senso a condizione che sia infinito, per cui la sintesi che si ottiene deve trasformarsi in tesi per essere poi superata da una nuova antitesi e così via.
Dunque dove sta la verità? Nello svolgimento delle cose, nel divenire della realtà... La verità è sempre relativa: diventa assoluta quando è conforme alla logica dello sviluppo delle cose, ma questo è possibile capirlo solo a posteriori, quando le cose sono già accadute.
La verità assoluta è il risultato di un processo che avviene in maniera necessaria, perché solo la categoria della necessità da un senso logico alle cose.
Prima di giungere alla verità assoluta, l'uomo deve limitarsi a conseguire la verità oggettiva, superando quella soggettiva: il che è possibile conformando il proprio desiderio alle possibilità effettive di realizzarlo.
La filosofia può partire dall'esame fenomenologico della realtà, ma deve concludersi con la logica (uso del sillogismo).
Perché, pur avendo scoperto i princìpi fondamentali della dialettica, H. è sempre stato considerato un filosofo conservatore? E' semplice: perché questi princìpi egli non li ha mai applicati alla propria filosofia e alla società prussiana.
H. è rivoluzionario quando usa la dialettica come metodo, ma è conservatore quando considera la sua filosofia e la Prussia come un sistema chiuso, insuperabile. Egli è caduto in questa contraddizione perché ha circoscritto la liberazione del cittadino tedesco nell'ambito del solo pensiero. Da questo punto di vista bisogna dire che il suo concetto di verità è in realtà aprioristico, perché tutto viene misurato a partire dalla presunzione che il sistema filosofico hegeliano e la società prussiana siano le migliori conquiste dell'umanità.
Infatti, nella Filosofia del diritto (1821) -l'ultimo scritto di rilievo- H. dirà che:
1. la filosofia ha solo il compito di interpretare il mondo, non di trasformarlo (sua opposizione ai docenti di idee liberali);
2. la verità di una realtà (p.es. la Prussia) può essere decisa solo dal filosofo, l'unico capace di vera razionalità;
3. la realtà sociale e istituzionale più importante della Prussia è lo Stato (famiglia e società civile devono restargli subordinate).
Lo Stato ha una sovranità assoluta e illimitata, che va al di là della morale e del diritto. H. esalta il concetto di ragion di stato, nonché gli strumenti della pena di morte per punire i delitti e della guerra per rinnovare popoli e nazioni. Anche la stirpe germanica viene esaltata su tutte.
Bibliografia
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HEGEL la vita, le opere e il pensiero in generale
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich (Stoccarda 1770 - Berlino 1831), filosofo idealista tedesco, fu uno dei pensatori più influenti del XIX secolo. Dopo gli studi classici superiori, incoraggiato dal padre venne ammesso al seminario dell'università di Tubinga, dove divenne amico del poeta Friedrich Hölderlin e del filosofo Friedrich Schelling. Completati gli studi di filosofia e teologia, Hegel divenne precettore privato, dapprima a Berna nel 1793 poi a Francoforte nel 1797. Due anni dopo morì il padre, lasciandogli una rendita che gli permise di sospendere l'attività di precettore.
Nel 1801 si trasferì a Jena, dove portò a termine la Fenomenologia dello spirito (1807; trad. it. 1933-1936; ed. più recente 1995), un'opera tra le più importanti nella filosofia moderna. Si trattenne a Jena fino all'ottobre del 1806, quando l'occupazione francese lo costrinse alla fuga. Dopo aver soggiornato per un breve periodo a Bamberga, dove lavorò come giornalista presso la "Bamberger Zeitung", divenne professore di filosofia al ginnasio di Norimberga.
Negli anni di Norimberga pubblicò La scienza della logica (1812, 1813, 1816; trad. it. 1924-1925; ed. riveduta 1968). Nel 1816 accettò la cattedra di filosofia presso l'università di Heidelberg, dove pubblicò un'esposizione completa e sistematica della sua filosofia, l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817; trad. it. 1907). Nel 1818 gli venne offerta la cattedra di filosofia che era stata di Johann Fichte all'università di Berlino, dove rimase fino alla morte.
L'ultima grande opera pubblicata da Hegel furono i Lineamenti di filosofia del diritto (1821; trad. it. 1913); dopo la morte videro la luce, a cura di alcuni dei suoi studenti, gli appunti delle lezioni: l'Estetica (1835-1838; trad. it. 1963), le Lezioni sulla storia della filosofia (1833-1836; trad. it. 1930-1945), le Lezioni sulla filosofia della religione (1832; trad. it. 1974-1983) e le Lezioni sulla filosofia della storia (1837; trad. it. 1941-1963).
In possesso di una profonda conoscenza della filosofia greca, Hegel incentrò dapprima i suoi studi e le sue analisi sulle opere di Baruch Spinoza, Jean-Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Fichte, Friedrich Heinrich Jacobie Schelling. L'influenza di questi filosofi è evidente nelle opere di Hegel, benché egli non ne condividesse l'orientamento filosofico.
Intenti filosofici
Era intento di Hegel elaborare un sistema filosofico che potesse comprendere in sé le idee dei suoi predecessori, formando una cornice concettuale al cui interno potesse essere filosoficamente compreso il divenire storico. Un tale intento non poteva che sortire una comprensione completa della realtà, concepita quale totalità identificabile come l'oggetto della filosofia; a questa totalità egli si riferì come all'Assoluto, o Spirito assoluto. Secondo Hegel, il compito della filosofia è tracciare l'itinerario di sviluppo dello Spirito assoluto. Ciò implica in primo luogo il chiarimento della struttura intrinsecamente razionale dell'Assoluto; in secondo luogo una dimostrazione delle modalità con cui l'Assoluto si manifesta nella natura e nella storia; in terzo luogo, un'illustrazione del carattere teleologico dell'Assoluto, che esibisca il finalismo intrinseco alla dinamica, al "movimento" dell'Assoluto nella storia.
Dialettica
Riguardo alla struttura razionale dell'Assoluto, Hegel affermò che "ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale". Quest'affermazione può essere interpretata considerando l'assunto hegeliano secondo cui l'Assoluto deve essere concepito come pensiero puro, o Spirito puro, coinvolto nel processo della sua stessa crescita. La logica che è sottesa a questo processo di sviluppo è la dialettica. Il metodo dialettico implica che il movimento, il processo, sia il risultato del conflitto tra opposti. Questa dimensione del pensiero hegeliano è analizzabile secondo le categorie di tesi, antitesi e sintesi. La tesi, che può essere ad esempio un'idea o un movimento storico, ha in sé un'incompiutezza che genera il suo opposto, l'antitesi, un'idea o un movimento opposti. Il risultato della contraddizione, del movimento degli opposti, è un terzo momento, la sintesi, che supera e risolve il conflitto a un livello superiore conciliando in una verità più comprensiva la verità dei due poli opposti (tesi e antitesi). La sintesi è una nuova tesi che innesca un ulteriore movimento dialettico, generando in questo modo un processo di sviluppo storico e intellettuale continuo. Lo stesso Spirito assoluto si sviluppa con un movimento dialettico verso il fine ultimo.
Per Hegel, quindi, la realtà è intesa come l'Assoluto che si dispiega dialetticamente in un processo di sviluppo di sé. In questo processo lo Spirito assoluto si manifesta sia nella natura sia nella storia. La natura è l'Idea assoluta o l'Essere che oggettiva se stesso in forma materiale. Le coscienze finite e la storia dell'uomo sono il movimento in cui si manifesta l'Assoluto stesso in ciò che gli è più affine, cioè la coscienza o spirito. Nella Fenomenologia dello spirito Hegel contrassegnò i momenti successivi di questo manifestarsi, dal livello di coscienza più semplice all'autocoscienza assoluta, fino alla ragione.
Autocoscienza dell'Assoluto
La meta del divenire dialettico può essere compresa più chiaramente nello stadio della ragione: mentre la ragione finita progredisce nella comprensione, l'Assoluto progredisce in direzione dell'autocoscienza. L'Assoluto infatti giunge a conoscere se stesso mediante l'accrescersi della capacità di comprensione della realtà da parte dell'intelletto umano. Hegel analizzò i tre stadi di questo progresso del pensiero: arte, religione e filosofia. L'arte coglie l'Assoluto nelle forme materiali, esprimendo la razionalità nelle forme sensibili del Bello. L'arte viene superata dalla religione, che coglie l'Assoluto per mezzo di immagini e simboli; la religione più filosofica è per Hegel il cristianesimo, poiché in esso il manifestarsi dell'Assoluto nel finito è riflesso simbolicamente nell'incarnazione. La filosofia, tuttavia, è lo stadio speculativo supremo, poiché coglie l'Assoluto razionalmente. Quando si è realizzato questo momento, l'Assoluto è pervenuto alla piena autocoscienza e il processo ha raggiunto il proprio fine. Solamente a questo punto Hegel identificò l'Assoluto con Dio. "Dio è Dio", Hegel affermò, "solo nella misura in cui conosce se stesso".
Filosofia della storia
Nel corso dell'analisi delle manifestazioni dello Spirito assoluto, Hegel contribuì significativamente a molte discipline filosofiche, che comprendono la filosofia della storia e l'etica. Per la storia le due categorie-chiave sono ragione e libertà. "L'unico pensiero", sostenne Hegel, "che la filosofia reca alla riflessione sulla storia è il semplice concetto di 'ragione'; che la ragione è sovrana del mondo, che la storia del mondo, quindi, si presenta a noi come un processo razionale". In quanto sviluppo razionale, la storia documenta della crescita della libertà umana, poiché la storia umana è un processo dalla schiavitù alla libertà.
Etica e politica
Il pensiero etico e politico di Hegel emerge con chiarezza nella discussione sulla moralità (Moralität) e l'eticità (Sittlichkeit). Al livello della moralità, ciò che è giusto o sbagliato riguarda la coscienza individuale. Si deve tuttavia procedere oltre, fino al livello dell'eticità, poiché il dovere, secondo Hegel, non è nella sua essenza un risultato del giudizio individuale: gli individui si completano solo all'interno di un contesto sociale; di conseguenza, la sola cornice entro la quale il dovere può esistere davvero è lo stato. Hegel considerava la partecipazione alla gestione dello stato uno dei doveri civili supremi. Idealmente, lo stato è la manifestazione della volontà generale, che è l'espressione più alta dello spirito etico: l'obbedienza alla volontà generale è pertanto l'atto di un individuo libero e razionale.
Fortuna del pensiero hegeliano
Alla sua morte, Hegel era il filosofo più importante in Germania. Il suo pensiero era diffuso e studiato e i suoi allievi godevano di un'alta reputazione. Gli hegeliani, tuttavia, si suddivisero presto in due correnti note come destra e sinistra hegeliana: teologicamente e politicamente l'interpretazione che gli hegeliani di destra fornirono dell'opera del maestro ne accentuò gli aspetti conservatori: essi evidenziarono il ruolo del cristianesimo nella filosofia hegeliana e l'ortodossia politica del pensiero di Hegel. Molti hegeliani di sinistra, invece, approdarono a posizioni atee e politicamente rivoluzionarie. Dalla sinistra hegeliana emersero figure come Ludwig Feuerbach, Bruno Bauer, Arnold Ruge, Moses Hess e Karl Marx. Marx in particolare approfondì la concezione hegeliana secondo la quale lo sviluppo storico è un movimento dialettico, ma rifiutò l'idealismo di Hegel in favore di un deciso materialismo.
La metafisica idealistica di Hegel ebbe un forte impatto sulla filosofia italiana, francese e inglese del XIX e del XX secolo, influenzando filosofi come Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Francis Herbert Bradley e persino americani come Josiah Royce. Seppure nell'ambito di un deciso rigetto delle sue posizioni filosofiche, Hegel ebbe grande influenza sul filosofo danese Søren Kierkegaard e, attraverso questi, sull'esistenzialismo; la fenomenologia riprese e sviluppò il concetto hegeliano di coscienza. Il notevole impatto dell'opera di Hegel sulla filosofia successiva è fedele testimonianza della straordinaria fecondità e profondità del suo pensiero.
L'importanza degli scritti giovanili…
Gli scritti giovanili (dal 1793 al 1800) sono stati rivalutati solo nel corso del 1900. Questi sono importanti perché evidenziano molto chiaramente la personalità e il pensiero del filosofo.
Il tema principale è la teologia, strettamente connessa alla politica: infatti, per Hegel, la rigenerazione morale e religiosa dell'umanità è alla base della rigenerazione politica.
(Costituzione della Germania)
come avviene la rigenerazione politica?
solo se il popolo riesce a tradurre la propria ansia di libertà interiore in un nuovo ordine giuridico esteriore
si realizzeranno programmi di riforma che sostituiscano ai vecchi impianti sociali (basati sul potere nobiliare e la stabilità delle classi) nuove istituzioni, fondate sull'eguaglianza e che garantiscano libertà e vita migliore
qual è il nesso tra religione e politica?
quando gli uomini impareranno a vivere la religione come comunanza dei cuori e a partecipare con la propria vita interiore alla vita di Dio, che si riflette su quella di ciascun uomo
nascerà un ordine politico egualitario
(Vita di Gesù - Positività della religione cristiana)
- critica al Cristianesimo: La Chiesa cristiana non ha seguito lo stesso messaggio che predicava Gesù, ma ha costruito una religione positiva, che si avvale di dogmi, leggi morali e precetti puramente esteriori. Al contrario il sentimento religioso deve essere vissuto soggettivamente, ovvero basato su un'intensa vita interiore.
(Spirito del cristianesimo e il suo destino)
- l'ebraismo: Hegel tratta della storia degli ebrei dal diluvio universale sino alla distruzione del Tempio e alla diaspora. Egli critica il rapporto che gli ebrei hanno posto tra Dio, l'uomo e la natura: il Signore degli ebrei è estraneo e contrapposto alla natura. Essi si considerano il popolo eletto di Dio, verso il quale hanno una fedeltà esclusiva; vivere in serena fiducia nella natura insieme agli altri popoli, però, significa per loro tradire questa fedeltà. Di conseguenza hanno scelto di vivere in inimicizia con la natura e in ostilità con gli altri uomini; in questo senso sono vittime di un destino che loro stessi hanno scelto. Infatti, ricordiamo che il destino, per Hegel, è la forza con cui la natura reagisce quando l'uomo o il popolo le si pongono contro.
- gesù: Gesù ha predicato la legge dell'amore: tra l'uomo e Dio, così come tra Dio e la natura, tra l'uomo e la natura, vi è un profondo legame. Per colmare il divario che la religione cristiana ha creato tra un Dio severo e trascendente, e l'uomo è necessario considerare Dio come uno Spirito infinito dinamico, che comprenda in sé il finito, e con esso prende coscienza della propria onnipotenza. Il finito è dunque una parte dell'infinito, che da esso viene oggettivato. In questo modo l'infinito è vero infinito, poiché contiene il finito, mentre non lo sarebbe se il finito, trascendendo dall'infinito, fosse per esso un limite. Hegel è dunque dell'idea che una sola vita accomuna tutti gli esseri viventi, e nel momento in cui gli ebrei si sono inimicati gli altri popoli si sono posti contro la vita stessa; questa, vendicandosi, li condanna ad un destino di infelicità. Il superamento di tale frattura è predicato da Gesù secondo la legge dell'amore e il concetto dell'unità della vita.
- il mondo greco: Al contrario degli ebrei, i greci hanno stabilito un rapporto di fiducia nei confronti della natura e della vita, non creando così nessuna scissione tra sé e l'unica vita del tutto.
- lo spirito di bellezza: Tuttavia, sia la cultura greca, assorbita da quella occidentale, sia la figura di Gesù, ucciso dal suo popolo, sono storicamente sconfitti. E' necessario dunque, per Hegel, riproporre l'autentico messaggio d'amore di Gesù, dato che i suoi seguaci, sia le Chiese che gli ebrei, hanno commesso l'errore della separazione e dell'inimicizia.
I CAPISALDI DEL SISTEMA
- FINITO E INFINITO
L'Infinito e l'Assoluto rappresentano un organismo unitario che comprende tutte le realtà. Il finito non esiste come tale, ma non è altro che manifestazione dell'Infinito ed esiste unicamente nell'infinito e in virtù di esso. Perciò anche l'uomo non ha un'esistenza indipendente, ma esiste ed ha senso solo in rapporto al Tutto.
Questa teoria, che vede nel mondo la manifestazione di Dio, si definisce monismo panteistico. L'Assoluto si identifica con un Soggetto spirituale in divenire, significa cioè che solo alla fine di un processo di auto-produzione, attraverso l'uomo, esso prende coscienza della sua identità, della sua onnipotenza.
- RAGIONE E REALTÀ'
"Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale"
Per Ragione Hegel intende, non la ragione finita dell'individuo, ma la realtà stessa in quanto Idea, ovvero l'Assoluto, concepito come Ragione in atto, come unità dialettica di pensiero ed essere, concetto e cosa, ragione e realtà, ecc.
Analizziamo l'aforisma:
- nella prima parte Hegel intende che la razionalità non è qualcosa di astratto, ma la forma stessa di ciò che esiste;
- la realtà, dunque, non è caotica, ma è il dispiegarsi di una struttura razionale (l'Idea o Ragione) che si manifesta inconsapevolmente nella natura e consapevolmente nell'uomo.
Per cui per Hegel RAGIONE = REALTÀ': il mondo, ad esempio è allo stesso tempo ragione reale e realtà razionale, nel senso che i momenti con cui manifesti non possono essere diversi da quello che sono
Dunque la realtà costituisce una totalità processuale necessaria, formata da una serie di momenti, che sono il risultato di quelli precedenti e il presupposto di quelli successivi.
IDEA, NATURA E SPIRITO
I tre momento dell'Assoluto sono:
- tesi: E' l'Idea in sé per sé, o Idea pura: è l'Assoluto considerato a prescindere dalla sua concreta realizzazione nella natura e nello spirito; rappresenta il programma o l'ossatura logico-razionale della realtà, ovvero una concezione dell'Idea pura come modello del mondo. Questo ricorda la metafisica platonico-cristiana che concepiva un mondo delle idee come modello del mondo reale. Ma, ovviamente, Hegel non concepisce tale modello trascendente al mondo stesso.
- antitesi: E' l'Idea fuori di sé o Idea nel suo esser altro: è la Natura, ovvero la manifestazione dell'Idea nelle realtà spazio-temporali del mondo.
- sintesi: E' l'Idea che ritorna in sé: dopo essersi alienata nella Natura, l'Idea torna presso di sé nell'uomo, ovvero lo Spirito.
N.B: Idea, Natura e Spirito non vanno intesi in senso cronologico ma in senso ideale.
Le tre sezioni della filosofia:
- logica - Lo studio dell'Idea considerata nel suo essere implicito e nel suo graduale esplicarsi, ma a prescindere della sua concreta realizzazione nella natura e nello spirito.
- dottrina dell'essere
- dottrina dell'essenza
- dottrina del concetto
- filosofia della natura - Lo studio dell'Idea nella sua estrinsecazione spazio-temporale.
- meccanica
- fisica
- organica
- filosofia dello Spirito - Lo studio dello Spirito considerato come libertà e secondo la triade di:
- soggettivo
- antropologia
- fenomenologia
- psicologia
- oggettivo
- diritto
- moralità
- eticità
- assoluto
- arte
- religione
- filosofia
- LA DIALETTICA
concetto di dialettica nella tradizione filosofica…
- Platone: è la scienza delle idee.
- Aristotele: procedimento che parte da premesse probabili, cioè generalmente accettate.
- Stoici: è sinonimo di logica.
- Kant: è l'arte di costruire ragionamenti basati su premesse che sembrano probabili, ma che in realtà non lo sono.
- Fichte: è la sintesi degli opposti per mezzo della determinazione reciproca.
- tesi: Affermazione di un concetto astratto e limitato, in cui il pensiero si ferma alle determinazioni rigide della realtà, limitandosi a considerarle secondo il principio di identità e non-contraddizione. (momento astratto o intellettuale)
- antitesi: Negazione di questo concetto perché limitato e finito, e passaggio ad un concetto opposto. Si procede dunque oltre il principio di identità e si mettono in rapporto le varie determinazioni con quelle opposte. (momento dialettico o negativo-razionale)
- sintesi: Unificazione della precedente affermazione e negazione, che consiste nel cogliere l'unità delle determinazioni opposte, ovvero rendersi conto che queste sono aspetti di una realtà che comprende o sintetizza entrambi. (momento speculativo o positivo-razionale)
HEGEL IN RAPPORTO AGLI ALTRI FILOSOFI
- L'ILLUMINISMO
Gli illuministi affermavano che il reale non è razionale e che la ragione doveva insegnare alla realtà e alla storia come dovrebbe essere. Ma per Hegel invece la realtà è necessariamente ciò che deve essere e la vera ragione è presente in ogni momento della storia.
- KANT
Hegel critica in Kant la filosofia del finito che poneva un'antitesi tra il dover essere e l'essere. Hegel invece afferma che la realtà si adegua sempre alla razionalità, cioè ciò che è si adegua sempre a ciò che dovrebbe essere.
- ROMANTICISMO
Hegel critica nei romantici il primato che essi davano al sentimento, affermando invece che la filosofia è la scienza dell'Assoluto e rappresenta dunque una forma di sapere razionale e mediato. Inoltre critica anche l'atteggiamento individualista di alcuni romantici, dato che egli è del parere che l'individuo deve integrarsi nelle istituzioni sociali e politiche del proprio tempo.
Tuttavia Hegel condivise con i romantici, da cui fui influenzato, il tema dell'infinito.
- FICHTE
Hegel critica Fichte in due punti:
- l'oggetto viene ridotto a ostacolo dell'Io, rischiando di formare un nuovo dualismo;
- l'infinito è ridotto a una meta ideale dell'io finito, in progresso che non finirà mai. Per cui non si raggiungerà mai una piena coincidenza fra finito e infinito, essenza dell'idealismo.
- SCHELLING
Hegel critica a Schelling il suo concetto di Assoluto, poiché egli lo considera un'entità astratta e priva di vita, per cui non può essere in grado di generare la molteplicità e la differenziazione delle cose.
La fenomenologia dello spirito
Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel tratta la via che la coscienza umana ripercorre per giungere allo spirito infinito, e viceversa, ovvero la via che lo spirito infinito segue per riconoscersi nella sua infinità attraverso le manifestazioni finite della realtà.
Tale via fa parte della realtà, quindi anche la fenomenologia dello spirito fa parte della realtà e della filosofia dello spirito.
Hegel tratta la fenomenologia dello spirito sottoforma di storia romanzata che narra del perscorso della coscienza. Questa è inizialmente definita infelice, poiché, non sapendo di essere tutta la realtà, vive al suo interno contrasti, infelicità, opposizioni; superando questo momento la coscienza esce dalla sua individualità e si riconosce nella sua vera natura, ovvero Coscienza infinta o universale.
funzione della fenomenologia: la fenomenologia coincide con il divenire della filosofia e aiuta l'individuo a percorrere le tappe che lo portino a riconoscersi e a risolversi nello spirito universale.
La Fenomenologia si divide in tre momenti:
- Coscienza (tesi) attenzione verso l'oggetto
- la certezza sensibile: Essa sembre apparentemente la più ricca e sicura, mentre in realtà essa non è la certezza della cosa particolare ma di un generico questo presente ora e qui davanti a noi. Il questo dunque è generico, universale, e non dipende dalla cosa, ma dall'io che la considera, il quale è anch'esso un io generico ed universale.
- la percezione: Nel momento in cui l'io riconosce che esso stesso percepisce e stabilisce l'unità dell'oggetto, nella molteplicità delle sue qualità, allora il soggetto inizia ad esaurire la realtà in se stesso.
- l'intelletto: La coscienza risolve l'intero oggetto in se stessa, diventando autocoscienza, nel momento in cui vede nell'oggetto un semplice fenomeno, che esiste solo nella coscienza e mai indipendentemente da essa, e vi contrappone l'essenza ultrasensibile dell'oggetto (noumeno).
- Autocoscienza (antitesi) attenzione verso il soggetto, ovvero l'attività concreta dell'io in rapporto con gli altri
- signoria e servitù: Le autocoscenze necessitano di un riconoscimento reciproco, che deve avvenire tramite un conflitto. Infatti l'amore non è sufficiente per attuare la separazione e il successivo riconoscimento delle autocoscienze, perché manca di un carattere drammatico. Questa fase deve invece avvenire tramite un conflitto che implica dolore, pazienza, travaglio e soprattutto il subordinarsi di una rispetto all'altra:
il rapporto servo-signore
il signore
il servo
ha affermato la propria indipendenza rischiando la propria vita
ha rinunciato alla sua indipendenza pur di salvarsi la vita
inversione dei ruoli
perde l'indipendenza
diventa dipendente dal servo perché non può fare a meno del suo lavoro
acquisisce l'indipendenza
ha la padronanza del lavoro per il quale riceve il sostentamento dal padrone.
- paura della morte: per la paura della perdita assoluta della propria essenza, ha acquisito la propria auto-coscienza;
- servizio: vincendo gli istiniti, l'auto-coscienza si auto-disciplina;
- lavoro: imprime nelle cose una forma che rispecchia la sua raggiunta autonomia rispetto agli oggetti.
- stoicismo e scetticismo: Il raggiungimento dell'indipendenza dell'io nei confronti dell'oggetto in filosofia è rappresentato dallo stoicismo, ovvero una visione del mondo in cui il saggio si ritiene autosufficiente e libero rispetto alla realtà che lo circonda. Tuttavia tale libertà interiore è solamente astratta poiché permangono i condizionamenti della realtà esteriore (passioni, ricchezze, ecc.).
Lo scetticismo invece nega tutto ciò che comunemente è ritenuto vero e reale. Ma così facendo lo scettico cade in contraddizione, perchè pretende di dire qualcosa di reale e di vero quando nello stesso tempo lo nega.
- la coscienza infelice: La scissione presente nello scetticismo assume la forma di una separazione tra uomo e Dio.
Così accade nell'ebraismo, in cui vi è un Dio trascendente, lontano dalla coscienza, inaccessibile all'uomo, il quale si trova in uno stato di dipendenza.
Anche nel Cristianesimo medievale vi è la figura di un Dio incarnato, vissuto in un preciso ed irripetibile periodo storico, e perciò lontano dai posteri.
Manifestazioni dell'infelicità:
- la devozione: il pensiero a sfondo religioso che non ha ancora preso coscienza dell'unità tra finito e infinito;
- il fare: il momento in cui la coscienza si esprime con il lavoro, il cui frutto tuttavia è considerato dono di Dio, così come le proprie forze e capacità;
- la mortificazione di sé: è la completa negazione dell'io in favore di Dio.
- Ragione (sintesi) unità fra soggetto ed oggetto
A questo punto tutta la realtà è stata interiorizzata dall'autocoscienza. La ragione è appunto la certezza di essere ogni realtà; nel tentativo di far diventare questa certezza verità, la coscienza cerca nella realtà l'essenza delle cose. Questo tentativo non è altro che la ricerca della coscienza stessa; poiché la coscienza ancora non fa della ragione l'oggetto della sua ricerca, si rivolge in primo luogo alla natura (fase del Rinascimento e dell'Empirismo).
La vera ragione, dunque, non è quella dell'individuo, ma quella dello spirito e dello Stato, su cui si poggia ogni atto individuale. Per questo è l'individuo che si fonda sulla realtà storico-sociale e non viceversa.
1)La logica
La logica è la scienza dell'Idea "pura. La logica esamina i "concetti" o "categorie" che formano il programma o l'impalcatura originaria del mondo. Tali concetti non sono pensieri soggettivi, ma pensieri oggettivi, che esprimono la realtà stessa nella sua essenza.
concetto di logica nella tradizione filosofica…
- dogmatismo: con un procedere ingenuo, considera separatamente il pensiero e gli oggetti della conoscenza.
- empirismo: riduce la realtà vera delle cose ad un'incognita inconoscibile per il pensiero.
- filosofia della fede: compie l'unità tra pensiero ed essere, ma afferma che ciò sia possibile solo mediante il sentimento o la fede.
Per Hegel invece la fusione tra pensiero e realtà si raggiunge mediante un momento dialettico, che si basa sul principio di contraddizione. Se ci si basa sul principio di non contraddizione (come avviene nella logica aristotelica e in Schelling) le differenze si annullano. Al contrario il principio di contraddizione permette superare tali differenze e ricomprenderle in un'unica unità di pensiero e realtà; in questo modo la logica non ha solo il compito di descrivere le modalità del pensiero, ma rappresenta anche il modo di svilupparsi della realtà.
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LOGICA (studio del pensiero) = METAFISICA (studio dell'essere)
Momenti della logica:
- Dottrina dell'essere: è il concetto più vuoto ed astratto, senza nessun contenuto. In questo modo l'essere è il nulla; il concetto di tale unità è il divenire (passaggio dal nulla all'essere).
- Dottrina dell'essenza: Nel momento in cui l'essere, riflettendo su se stesso, si riconosce identico e diverso e il pensiero si fa oggetto, e dall'essere si passa all'essenza.
- Dottrina del concetto: Si ha identità tra pensiero e essere. In seguito alle due prime categorie (oggettivo, soggettivo), si ha l'ultima categoria: l'Idea, concepita come la ragione, che ha in sé tutta la realtà.
3)La filosofia dello Spirito
Lo spirito oggettivo
Nello spirito oggettivo si realizza la volontà di libertà dello spirito e lo Spirito si concretizza nelle istituzioni sociali raccolte sotto il concetto di diritto. Il termine diritto in Hegel si riferisce sia al diritto vero e proprio dei giuristi, sia a tutte le materie della filosofia pratica (politica, economia e morale).
Momenti dello spirito oggettivo:
- Diritto astratto (tesi): Esso riguarda l'esistenza esterna della libertà della persona. Gli individui vengono concepiti da Hegel come soggetti astratti di diritto, cioè privi delle loro proprie caratteristiche che li differenziano gli uni dagli altri.
- Moralità (antitesi): Essa è la volontà soggettiva che si manifesta nell'azione. Essa si articola in:
- il proponimento: ovvero il personale proposito del soggetto da cui scaturiscono le azioni;
- l'intenzione e il benessere: il proponimento è intenzione, perché deriva da un essere "pensante"; il benessere è lo scopo a cui mira l'azione;
- il bene e il male: sollevandosi dall'universalità, l'intenzione e il benessere hanno come fine assoluto il bene in sé per sé, che per uscire dalla sua astrazione, deve passare ad una volontà soggettiva incapace di realizzare il dovere.
Nella moralità vi è dunque la separazione tra la soggettività (che deve realizzare il bene) e il bene (che deve essere realizzato). Da qui deriva la contraddizione kantiana tra essere e dover-essere: in questo modo, infatti, la moralità diventa formale ed astratta, cioè, non ha riscontri concreti nella realtà.
- Eticità (sintesi): Il bene si concretizza nell'eticità, dove si annulla la sua separazione con la soggettività. L'eticità rappresenta la moralità sociale, ovvero la concretizzazione del bene nelle forme istituzionali della famiglia, della società civile e dello Stato. E' la più alta manifestazione dello spirito oggettivo e in essa vengono superati gli aspetti diametralmente opposti del diritto e della morale.
- La famiglia (tesi): In essa si raggiunge è un'"unità spirituale" fondata sull'amore e sulla fiducia.
- La società civile (antitesi): Il sistema unitario della famiglia si frantuma nel momento in cui i figli lasciano la famiglia originaria e formano dei nuovi nuclei familiari. Essi coesistono in una sfera economico-sociale e giuridico-amministrativa, ovvero uno spazio intermedio tra l'individuo e lo Stato, dove si scontrano e si incontrano i propri interessi particolari. Dunque la società civile è il momento antitetico dell'eticità, che in essa è comunque compresa.
- Lo Stato (sintesi): E' la riaffermazione dell'unità della famiglia. Esso rappresenta una sorta di famiglia in grande, in cui i particolarismi della società civile non vengono soppressi, ma indirizzati verso il bene collettivo.
La concezione etica dello Stato, visto come l'incarnazione suprema della moralità e del bene comune, si differenzia dal:
- modello liberale: secondo tale modello lo Stato viene confuso con la società civile, e ridotto a semplice tutore dei particolarismi della società civile. E' dunque una concezione negativa dello Stato, che esiste in seguito alla sua fondazione da parte degli individui:
individui V stato
per Hegel invece…
stato V individui
All'origine dello Stato vi è una teoria "organicistica" secondo la quale è lo Stato a fondare gli individui, nel senso che gli individui nascono già nel suo ambito e che lo Stato, come il tutto, è superiore alle parti che lo compongono, ovvero gli individui. Dunque lo Stato si basa sulla sua stessa idea di bene universale e trova in se stesso la propria ragione di esistenza e il proprio scopo.
- modello democratico: secondo il quale la sovranità risiede nel popolo.
per Hegel invece…
Il popolo, al di fuori dello Stato, è solo una moltitudine informe.
- modello contrattualistico: secondo il quale lo Stato è il frutto di un contratto che scaturisce dalla volontà arbitraria degli individui..
per Hegel invece…
Lo Stato viene prima degli individui.
- modello giusnaturalistico: secondo il quale i diritti naturali esistono prima ed oltre lo Stato.
Dunque nello Stato hegeliano non sono gli uomini a governare ma le leggi: in questo modo viene garantita la salvaguardia della libertà individuale e della sua proprietà.
la costituzione
La costituzione, ovvero l'organizzazione dello Stato, è frutto della vita collettiva e storica di un popolo, ed ognuno ne ha una adeguata. Per cui è sbagliato imporre a priori una costituzione ad un popolo.
Per Hegel la forma statale più "razionale" è la monarchia costituzionale moderna, con 3 poteri (legislativo, governativo, monarchico) distinti, ma non divisi tra di loro.
La filosofia della storia
Dal punto di vista di un intelletto finito, come quello dell'individuo, la storia appare come un insieme di fatti contigui dominato dal disordine. In realtà, la storia del mondo possiede un piano razionale, poiché è la manifestazione dell'attività dello spirito (della ragione).
il fine della storia: è la realizzazione della libertà dello spirito, il quale si incarna negli spiriti dei popoli.
Tale libertà si concretizza nello Stato, che rappresenta dunque il fine supremo dello spirito. Dunque la storia del mondo è la successione di forme statali che costituiscono momenti di un divenire assoluto.
I tre momenti della storia sono:
- il mondo orientale V uno solo è libero
- il mondo greco-romano V alcuni sono liberi
- il monto cristiano-germanico V tutti sono liberi, poiché la monarchia moderna ha abolito i privilegi dei nobili e tutti gli uomini sono messi allo stesso piano, rendendo così libero ogni individuo.
La libertà si realizza solo nello: stato etico
l'individuo è risolto nella collettività
¯
stato liberale
l'individuo pretende di far valere i suoi particolarismi
i mezzi della storia: Lo spirito si serve degli individui e delle loro passioni. L'uomo non è in grado di agire sul proprio destino, poiché tutto è già stato stabilito secondo il disegno dello spirito. Vi sono uomini dal destino eccezionale, che sanno la verità del proprio mondo. Questi uomini sembrano seguire la propria passione, ma in realtà essi sono soli uno strumento della Ragione, che si serve delle loro ambizioni per attuare i propri fini.
Lo spirito assoluto
E' il momento in cui l'Idea prende piena coscienza della sua infinitezza. L'auto-sapersi dell'Assoluto è il risultato di un processo dialettico. Queste tappe si differenziano per la forma nella quale esse rappresentano lo stesso contenuto (l'Assoluto o Dio):
- arte: Lo Spirito acquista coscienza di sé nella forma dell'intuizione sensibile, in cui spirito e natura vengono concepiti come un tutt'uno.
- religione: Lo Spirito acquista coscienza di sé nella forma della rappresentazione. Questa è un modo di pensare a metà fra l'intuizione sensibile ed il concetto. Un esempio è la rappresentazione cristiana del Dio-Padre che crea il mondo, è il frutto di immagini metaforiche del fatto che la natura costituisce un momento dialettico della vita dello spirito.
- filosofia: Lo Spirito acquista coscienza di sé nella forma del concetto.
La forma del concetto è più adeguata per esprimere l'Assoluto rispetto alla religione.
La storia della filosofia
La storia della filosofia è l'insieme delle tappe necessarie della verità dell'Idea dai greci fino ad Hegel. L'ultima filosofia è il risultato delle precedenti e contiene i principi di tutte.
Hegel
Dialettica
Al contrario di Kant, il quale affermava che la dialettica è una logica dell’apparenza, Hegel ha una visione positiva di essa, dicendo infatti, che la dialettica non è un metodo ma la filosofia stessa. Per Hegel è il movimento della filosofia, essa è nelle cose che seguono, infatti, un procedimento dialettico.
La dialettica è costituita da un momento positivo: LA TESI; nel momento in cui viene posta la tesi, scaturisce il suo negativo ed abbiamo così il secondo momento: L’ANTITESI. Nel terzo momento, tesi ed antitesi si confrontano (SINTESI) e abbiamo inizialmente il superamento, il togliersi della differenza, ma nello stesso tempo la differenza viene riproposta e quindi abbiamo la riaffermazione del positivo che si realizza mediante la negazione del negativo. Quindi secondo Hegel, il sapere è circolare, l’andare innanzi significa tornare indietro a fondare il principio.
In questo sapere circolare, Hegel distingue tre momenti:
- IN SE’ (primo momento)
- PER SE’ (secondo momento che costituisce l’essere altro o fuori di sé)
- IN SE’ E PER SE’ (terzo momento che costituisce il ritorno a sé)
Quindi il processo inizialmente si sviluppa dentro di sé, poi esce fuori e diventa per sé; il terzo momento è il momento in cui interno (in sé) ed esterno (per sé) vengono posti insieme, un momento integrale.
La tripartizione della filosofia
A questi tre momenti, Hegel fa corrispondere le tre sezioni in cui si divide il sapere filosofico:
LA LOGICA: la scienza dell’idea in sé.
LA FILOSOFIA DELLA NATURA: la scienza dell’idea per sé: l’idea che si aliena.
LA FILOSOFIA DELLO SPIRITO: la scienza dell’idea in sé e per sé; l’idea che dal suo alienamento ritorna in sé.
Fenomenologia dello spirito
L’uomo, nel momento in cui fa filosofia, si deve innalzare al di sopra della coscienza comune e deve assumere il punto di vista della ragione del sapere assoluto: deve guadagnare il punto di vista dell’assoluto. Infatti se noi seguiamo la coscienza comune non possiamo fare filosofia perché Hegel ci dice che il soggetto è una cosa e l’oggetto è un’altra cosa, facendo distinzione tra finito e infinito, reale e razionale, fenomeno e noumeno. Quindi la coscienza comune resta attaccata agli oggetti e alle loro differenze, ha una visione statica ed immobile della realtà. Questo passaggoi di prospettiva non può essere solo estrinseco, ma deve essere un passaggio che la coscienza fa nel suo sviluppo individuale e collettivo. L’uomo deve assumere un atteggiamento fenomenologico, cioè deve porsi nel ruolo di spettatore, deve guardare e conoscere il mondo come altro da sé ed indipendente da sé.
Coscienza attenzione per l’oggetto
La prima tappa, il primo momento conoscitivo con il quale si trova lo spettatore è la CERTEZZA SENSIBILE (coscienza comune), cioè si rende conto che l’unico modo per conoscere le cose è la sensazione. Ma subito dopo si rende conto che la sensazione non è un momento completo, infatti per essere spiegate e comprese richiedono qualcos’altro che non sia sensazione. Allora questo primo momento si nega in sé stesso perché non è autosufficiente e si passa al secondo momento: LA PERCEZIONE. Le idee di spazio e tempo unificano le sensazioni, la percezione è dunque un superamento della sensazione, ma non è un momento definitivo perché ci porta ad una contraddizione di fondo: l’oggetto ci appare uno e molti. Anche la percezione, dunque, attribuendo molte proprietà ad uno stesso oggetto, si nega ed arriviamo al terzo momento: L’INTELLETTO che con le sue facoltà, funzioni (categorie per Kant) lega le percezioni e costituisce una visione unica della realtà, per cui la realtà diventa un tutt’uno fenomenico. L’intelletto si rende conto che gli oggetti, che gli sembravano qualcos’altro, qualcosa di diverso da lui, provengono, derivano da lui. Quindi cercando l’oggetto abbiamo trovato il soggetto il quale diventa consapevole di sé medesimo. Così la coscienza comune comprende che l’oggetto dipenda dall’intelletto e dunque da sé medesima. In tale modo la coscienza diventa AUTOCOSCIENZA.
Autocoscienza attenzione per il soggetto
La seconda tappa è l’autocoscienza. Posta l’autocoscienza essa viene negata perché ne esistono altre. Le autocoscienze sono tra di loro in un rapporto di scontro e lotta perché ogni autocoscienza vuole affermarsi sulle altre. Dunque il successo e la vita di un’autocoscienza dipende dalla sconfitta o dalla morte di un’altra. Il primo momento è dunque uno scontro vero e proprio, l’autocoscienza esclude ogni alterità, considerando l’altro come inessenziale e negativo, è un momento che mette in pericolo la vita dell’autocoscienza. A questo punto però l’autocoscienza che vince si rende conto che potrebbe essere utile all’eliminazione fisica dell’autocoscienza sconfitta, ma ridurla in schiavitù, sfruttare il suo lavoro, godendone i frutti.
Nasce così il primo rapporto sociale tra le autocoscienze: il rapporto tra SERVO e PADRONE. Il padrone usa il servo e lo fa lavorare per sé, limitandosi a godere delle cose che il servo fa per lui, ma in questo tipo di rapporto si sviluppa un movimento dialettico, che finirà col portare al rovesciamento dei ruoli. Il servo, cioè, diventerà padrone del suo padrone, pichè il padrone finisce col diventare dipendente dalle cose poiché disimpara a farle; il servo invece facendole diventa indipendente da esse. Il padrone, inoltre, non può confrontarsi con lo schiavo, poiché si è emancipato intellettualmente, mentre lo schiavo può farlo con gli altri schiavi. Ad un certo punto le due figure si bloccano e si eliminano a vicenda e appare una nuova figura: LO STOICO. Lo stoico è colui che cerca di liberarsi dalle cose definendole indifferenti. Lo stoico ha come massima virtù l’apatia e vuole raggiungere la felicità liberandosi dalle cose. Lo stoico è dunque indifferente rispetto alla natura. Ma l’indifferenza non toglie la differenza; infatti anche se il saggio fa di tutto per distaccarsi dalla natura, quest’ultima continua ugualmente ad esistere. Lo Stoicismo poi trapassa nello scetticismo il quale trasforma il distacco dal mondo in un atteggiamento di negazione del mondo. Lo scetticismo, infatti, nega le cose che fa, cioè nega il pensiero e pensa, nega la parola e parla, nega la percezione e percepisce. Lo scetticismo porta quindi alla negazione assoluta. Questo ci porta alla COSCIENZA INFELICE che è il tentativo di volersi liberare della natura e di volerla sorpassare negando se stessi e dandosi come meta una dimensione infinita che viene posta al di là di sé stessi. Quindi si tratta di un infinito trascendente e per questo motivo più l’uomo si sforza di andare verso l’infinito più si allontana trovandosi in una condizione di infelicità.
Hegel si riferisce al rapporto tra Dio e l’uomo durante il Medioevo: l’uomo, nel tentativo di raggiungere Dio si stacca dalla vita, nega sé stesso (ascetismo) ma negando sé stesso si preclude la possibilità di arrivare a Dio. A questo punto secondo il processo dialettico Dio e l’uomo si negano e si arriva alla ragione.
Ragione identità tra soggetto ed oggetto
La ragione nasce nel momento in cui la coscienza acquisisce la certezza di essere ogni realtà. Cioè, mentre negli altri momenti la realtà del mondo appariva come qualcosa di diverso e di opposto, ora invece sa che niente esiste di diverso da essa. La coscienza acquista la certezza di essere ogni cosa in tre tappe dialettiche:
RAGIONE CHE OSSERVA LA NATURA
RAGIONE CHE AGISCE
RAGIONE CHE ACQUISISCE LA COSCIENZA DI ESSERE SPIRITO
¨ Ragione che osserva la natura
La ragione osserva gli oggetti e sa di poter legiferare su di essi. Da questo momento della ragione derivano le leggi scientifiche.
¨ Ragione che agisce
La ragione agisce e diventa ragione morale.
¨ Ragione che acquisisce la coscienza di essere spirito
La ragione ha conquistato il mondo della natura e dell’etica. A questo punto ci rendiamo conto di condividere i pensieri con il resto della società. I valori non sono dunque soggettivi.
Lo spirito
Segna il passaggio dall’individuale al sociale, siamo continuamente io e noi, noi ed io. La ragione pone i suoi valori che sono individuali e sociali, sociali ed individuali.
La religione
Lo spirito affermandosi crea un rapporto con la divinità che è rappresentato dalla religione.
Sapere assoluto
La religione porta infine al sapere assoluto.
La logica
La logica hegeliana è qualcosa di totalmente diverso rispetto alla logica tradizionale. Quando Kant aveva parlato di logica ne aveva parlato come una disciplina precostituita, nel senso che era nata con Aristotele in maniera definita. Ma mentre per Kant quest’aspetto era un pregio, per Hegel rappresenta invece il suo più gran difetto. Quindi, da quando era nata, era rimasta la disciplina del pensiero nel momento in cui pensa indipendentemente da ciò che pensa. Per Hegel questa definizione era inconcepibile, poiché per l’idealismo non c’era distinzione tra l’essere e li pensare, non si può distinguere il pensiero da ciò che si pensa. Quindi la nuova logica non scinde il mondo del pensare e dell’essere, ma pensare ed essere coincidono. Hegel articola la sua logica in tre momenti fondamentali: la dottrina dell’ESSERE, quella dell’ESSENZA e quella del CONCETTO. Quando facciamo logica abbiamo bisogno di trovare un principio che non possiamo assumere da nessun’altra disciplina. Per Aristotele il principio deve essere il più noto e li più incondizionato, il PRINCIPIO DI NON-CONTRADDIZIONE, perché non poteva essere dimostrato ed era impossibile negarlo. Inoltre questo principio scatta subito quando si vuole affermare qualcosa.
Hegel dice che la scienza deve avere un principio che non può precedere la scienza, non può essere un assioma. Per trovare questo principio dobbiamo cominciare dal NULLA; questo NULLA però deve dare una scienza quindi deve diventare ESSERE. In questa formulazione quindi troviamo i tre termini della scienza: il puro nulla diventa essere, un essere che a sua volta è nulla indeterminato. Si può trovare la rappresentazione di questo nel mondo cristiano. Dio crea dal nulla e da questo nulla fa scaturire l’essere.
Quindi la logica di Hegel è qualcosa di totalmente diverso rispetto alla logica tradizionale. Per poter spiegare questa novità Hegel innanzi tutto critica le posizioni precedenti per il fatto che avevano fatto una distinzione tra pensiero ed essere, tra concetto e realtà. Prima critica il procedere ingenuo, il quale ritiene che da una parte ci sia il pensiero, dall’altra le cose e che il pensiero con la riflessione possa conoscere ciò che gli oggetti realmente sono. La seconda posizione criticata è quella dell’EMPIRISMO (Kant), che riduce tutta la realtà a qualcosa di inconoscibile. Kant, per esempio, dopo aver fatto dell’io penso il legislatore della realtà, dice che in fondo esso può conoscere solo il fenomeno, mentre il noumeno resta inconoscibile. L’ultima posizione criticata da Hegel è quella della filosofia della fede, che passa dal pensiero all’essere, ma solo in virtù della fede. In alternativa a queste posizioni, Hegel fa prevalere l’esigenza di un pensiero che non sia separato dalle cose. Quindi per Hegel la logica è la fusione del concetto di logica in senso tradizionale (studio del pensiero) e del concetto di metafisica (studio dell’essere).
Lo scopo della logica e quello di trovare un PRINCIPIO. Ma questo principio non può essere un assioma, non deve essere precostituito e non può quindi precedere la scienza. Quindi bisogna cominciare da un concetto vuoto ed astratto, assolutamente indeterminato: il NULLA. Il nulla però deve dare una scienza, deve diventare essere.
L’essere(in sé)
L’essere ha tre momenti:
QUALITA’ l’essere che si sviluppa dentro di sé; la qualità dipende dall’essere e viceversa.
QUANTITA’ l’essere che esce fuori di sé.
MISURA
Quindi inizialmente l’essere è indeterminato; man mano, con i suoi passaggi dialettici si arricchisce e acquisisce delle DETERMINATEZZE. La prima determinatezza è la qualità che si contrappone all’essere; negare la qualità equivale negare l’essere. Poi abbiamo la quantità che è con l’essere in un rapporto di indifferenza, di estraniamento. La misura è il terzo momento, la qualità quantificata e la quantità qualificata.
L’essenza (per sé, alienazione)
Dall’essere si passa poi all’essenza. Nel momento in cui si sviluppa, si pone come antitesi rispetto all’essere, è contrapposta all’essere. Quando l’essenza si è completata in sé, esce fuori da sé stessa e c’è l’ESISTENZA. Il terzo momento è la REALTA’ in cui confluiscono essenza ed esistenza.
Il concetto (in sé e per sé)
Una volta che l’essere si è sviluppato in sé (essere) e per sé (essenza) si unifica nel CONCETTO. Il concetto ha a sua volta tre momenti: il concetto soggettivo, l’oggetto, e l’idea. L’idea è l’unità dell’ ideale e del reale, del finito e dell’infinito, dell’anima e del corpo.
CATEGORIE
KANT:
Sono funzioni mentali che valgono soltanto per il fenomeno.
HEGEL:
Si riferiscono sia al pensiero che all’essere
Attraverso la FENOMENOLOGIA arriviamo a capire che TUTTO CIO’ CHE E’ REALE E’ RAZIONALE, TUTTO CIO’ CHE E’ RAZIONALE E’ REALE.
La filosofia della natura
La natura è il secondo momento della filosofia hegeliana. Quindi è il momento del per sé, il momento dell’alienazione. Per la concezione di natura, Hegel si ispira a Fiche e non a Schelling; infatti Hegel non dimostra grande entusiasmo nei confronti della natura, ma per lui essa è solo il momento dell’alienazione. Schelling aveva attribuito una grande importanza alla natura considerandola la parte visibile dell’assoluto, mentre per Fiche era non-io.
Hegel, con questa concezione, si discosta dai romantici che avevano esaltato la natura; per Hegel è il momento negativo, perché lo spirito da infinito si trasforma in finito. Per Hegel la natura non è altro rispetto allo spirito, ma è il momento dell’alienazione.
La filosofia dello spirito
Lo spirito si divide in spirito soggettivo, spirito oggettivo e spirito assoluto.
Spirito soggettivo
Lo spirito soggettivo si sviluppa ponendo il problema della libertà. Quindi nello spirito soggettivo noi sviluppiamo noi stessi. Hegel considera lo spirito soggettivo sotto tre aspetti:
- ANIMA (ANTROPOLOGIA)
- FENOMENOLOGIA
- PSICOLOGIA
L’antropologia studia lo spirito come anima, ovvero tutto quel complesso di legami tra spirito e natura che nell’uomo si manifesta come carattere, come temperamento.
La fenomenologia studia lo aspirito in quanto coscienza, autocoscienza e ragione.
La psicologia studia lo spirito nelle sue manifestazioni, cioè nell’attività pratica e il volere libero.
Lo spirito soggettivo si conclude con l’affermazione dell’esigenza di realizzare la libertà; l’uomo aspira ad essere libero e inizialmente tende a vivere la propria libertà nella propria interiorità.
Spirito oggettivo
Il bisogno di libertà non può risolversi nello sviluppo in sé, nello spirito soggettivo, perché in questo modo sarebbe soltanto una libertà potenziale. Quindi questo bisogno di esprimere la libertà ci porta a passare al momento del per sé, il secondo momento, ovvero lo spirito oggettivo. In questo modo ci veniamo a trovare di necessità in un mondo che è diverso rispetto a noi; ci troviamo infatti nel mondo del diritto che ci dice cosa dobbiamo fare e come dobbiamo comportarci, inoltre ci dice che se noi non rispettiamo queste norme ci troviamo una posizione sbagliata. Quindi il diritto è l’insieme di leggi che esistono, leggi che ci danno dei criteri di comportamento, ma leggi che abbiamo scritto noi. Quindi tutte queste leggi sono sentite come un comando della società, qualcosa di esterno; dei DICTAI che l’uomo è costretto a rispettare, altrimenti viene punito. Alla legge inoltre non interessa se l’uomo rispetta le leggi perché è costretto o perché capisce che effettivamente è giusto rispettarle; per la legge è necessario solo che l’uomo la rispetti.
Questo modo di sentire la legge come qualcosa di esterno fa superare questo momento e l’uomo cerca di trovare qualcosa di interno che lo possa guidare nelle sue azioni. Questo qualcosa di interno è la MORALE. La morale è qualcosa di estremamente soggettivo. Alla fine il diritto che è qualcosa di esterno e la morale che non può trovare oggettivazione si tolgono e abbiamo l’ETICA. Con l’etica affermiamo una dimensione che non è né interna né esterna, ma coniuga interno ed esterno in cui troviamo diritto e morale e viene superata la loro differenza.
La società
La società ha tre momenti:
- FAMIGLIA
- SOCIETA’ CIVILE
- STATO
La famiglia e la società civile
Nella famiglia troviamo un’unione di persone legate da legami di sangue e di sessualità. La famiglia si caratterizza perché crea un gruppo di persone affiatate che condividono gli stessi valori. Ma già nella famiglia troviamo dei ruoli ben definiti: troviamo il ruolo della madre, del padre, dei figli che si contrappongono a vicenda. La contrapposizione viene poi superata dagli interessi comuni. La famiglia non è un insieme anarchico, ma ha delle norme che sono di diritto, ma vengono concepite nella dimensione morale. Anche nella famiglia troviamo un’unificazione tra l’interno (morale) e l’esterno (diritto).
La famiglia, però, non può riassumere la società, ma si viene a trovare con altre famiglie con le quali è in contrapposizione. Le varie famiglie trovano un accordo e si passa così alla società civile che è un insieme di famiglie che spesso si contrappongono ma che dimostrano la volontà di una sintesi, il tentativo di trovare dei valori comuni. Così la società civile cerca di trovare un suo ordine e, così come la famiglia era capace di superare le contrapposizioni tra interno ed esterno producendo delle NORME, lo stesso fa la società civile. Apparentemente però la società civile sembra non avere leggi, ma non è così: infatti chi non rispetta le leggi della società civile (usi, costumi, modi, abitudini) è emarginato.
Lo stato
Ad un certo punto sia la famiglia che la società civile non hanno la forza e la consapevolezza che può dare la società politica, nella quale tutti si riconoscono. Così una famiglia che non appartiene allo stato non ha valore perché è lo stato che dà un senso alla società civile e alla famiglia. Senza lo stato famiglia e società civile non hanno alcun fondamento. Quindi è lo stato che fa esistere i cittadini e non il contrario come invece affermavano i giusnaturalisti (lo stato è il prodotto di un accordo tra i cittadini).
Gli stati sono molteplici e si rapportano l’uno con l’altro. Possono avere momenti di guerra e momenti di decomposizione intesa da Hegel come il togliersi del negativo e il fondamento di una
nuova creazione dialettica. Hegel parla di tre momenti dello stato:
MOMENTO ORIENTALE: Solo il re è libero (Persiani, Egiziani)
MOMENTO ROMANO: Solo una cerchia di persone è libera.
MOMENTO CRISTIANO-GERMANICO: Tutti dovrebbero essere liberi
Individui cosmostorici
Hegel parla di individui cosmostorici, cioè i soggetti dei quali la storia, anzi lo spirito, sì è servito per poter realizzare ciò che già era stato pensato ma ancora non aveva avuto la sua realizzazione. Per Hegel questi individui sono stati Alessandro Magno (fonde cultura greca e romana), Cesare e Napoleone.
George Wilhelm Friedrich Hegel
Su Hegel c’è da dire innanzitutto che pochi filosofi hanno cambiato il mondo più di lui, sia personalmente, attraverso la sua influenza sul nazionalismo tedesco, che indirettamente, attraverso l’opera del suo discepolo più famoso, Karl Marx. L’influenza di Hegel sulla Filosofia stessa fu altrettanto grande: la storia della filosofia dopo Hegel può essere vista come una successione di reazioni diverse alla sua opera.
George Wilhelm Friedrich Hegel nacque a Stoccarda nel 1770 e per gran parte della sua vita insegnò e alla fine divenne prof. di Filosofia, prima all’università di Heidelberg, e poi a Berlino. La sua filosofia si sviluppò tardi, ma quando morì, nel 1831 (a 61 anni), essa era dominante in Germania.
I titoli delle sue opere di maggiore influenza sono la FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO, la SCIENZA DELLA LOGICA, i LINEAMENTI DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO e la FILOSOFIA DELLA STORIA.
Hegel ebbe molti discepoli che divennero essi stessi notissimi: il più famoso di tutti è KARL MARX. A tale proposito c’è da dire che il marxismo non costituisce esattamente una filosofia nel senso convenzionale del termine, ma ovviamente vi è in esso un’importante componente filosofica, di matrice hegeliana.
Per quanto riguarda la Filosofia della Storia c’è da dire che a nessuno dei grandi filosofi prima di Hegel la storia, o la filosofia della storia, era parsa particolarmente importante. Nella concezione di Kant della natura umana, gli esseri umani sono perennemente divisi tra la ragione e i loro desideri bruti (due aspetti della nostra natura). Hegel negò trattarsi di un fatto immutabile: egli considerava la natura umana in termini storici. Nell’antica Grecia la natura umana era più armoniosa. Le persone non erano consapevoli di alcun conflitto tra i loro desideri e la loro ragione. Pertanto la spaccatura che Kant vedeva doveva essere avvenuta storicamente. Infatti, diceva Hegel, essa ebbe luogo con la nascita della coscienza individuale nell’Europa protestante.
Hegel vedeva i nostri concetti (modi di pensare) contenuti nei modi di vivere e nella società; e quando cambiavano le società cambiavano i concetti. Egli vide che vi era uno sviluppo nel modo in cui la storia si compiva e che essa avanzava costantemente. Era un processo perenne, mai statico. A ciò aveva dato un nome. “ processo dialettico” talvolta detto “la dialettica”
Analizzando la società Greca Hegel sottolineava l’armonia tra ragione e desiderio, poiché questi non avevano sviluppato la nozione moderna di coscienza individuale. Pertanto vi era una armonia tra individuo e società, poiché gli individui non si consideravano separati dalla loro città stato e capaci di farsi un proprio giudizio di giusto e sbagliato. Poi arrivò Socrate (che Hegel considera una figura di importanza storica mondiale, poiché fu lui ad introdurre l’idea di porsi domande su tutto) che andava in giro ponendo domande del tipo: CHE COS’E’ LA GIUSTIZIA la virtù ecc. E quando le persone rispondevano si rendevano conto di aver accettato presunzioni convenzionali circa queste cose. Così l’armonia semplice della società greca si ruppe. (Hegel pensa che gli ateniesi hanno avuto perfettamente ragione a condannare Socrate a morte poiché corrompeva e sovvertiva la società ateniese). Socrate determinò la nascita della coscienza individuale
Siamo passati così da quella che Hegel chiama la TESI dell’armonia semplice, all’ANTITESI della coscienza individuale che raggiunse il suo apice nell’Europa protestante Tuttavia anche questa si rivela essere instabile. Essa condusse alla distruzione della rivoluzione Francese e al terrore che seguì: anche questo deve portare ad una SINTESI. Si tratta di un terzo stadio in cui si combinano armonia e coscienza individuale. Molto spesso, in questo processo, la SINTESI serve poi come nuova tesi, da cui nascerà un’altra antitesi; e il processo andrà avanti così.
Per Hegel la ragione per cui noi esseri umani siamo coinvolti in un processo di cambiamento perpetuo è che ogni situazione complessa contiene necessariamente al suo interno elementi conflittuali; e questi per loro stessa natura sono destabilizzanti, così che la situazione non può continuare all’infinito Ed è questo processo infinito che costituisce la storia.
La nozione di dialettica ci viene offerta come la chiave del processo storico, la spiegazione di fondo circa il perché ogni cosa cambia in continuazione. Essa ci dice anche quale forma assume invariabilmente il cambiamento: tesi, seguita da antitesi, seguita da sintesi, che a sua volta diventa una nuova tesi, che viene seguita da una nuova antitesi, e così via.
Hegel crede che il processo muova in una certa direzione, che abbia un intento, uno scopo: LO SVILUPPO DELLA MENTE VERSO LA LIBERTA,…. stiamo progredendo verso la realizzazione della libertà umana; e questo è il processo di accrescimento della coscienza della libertà, e della maggiore conoscenza di noi stessi. La Storia rappresenta lo sviluppo di questi concetti. Non è un’insieme di disgrazie. E’ l’avanzare intenzionale e finalizzato di questi principi di libertà e di conoscenza.
Per Hegel il soggetto della Storia è “GEIST” …la mente (la mia, la tua, di tutti)… o anche… “spirito del tempo”: mente con la M maiuscola, non solo la mente nel senso delle menti umane individuali. La realtà è in definitiva Geist: La MENTE che si sviluppa nella storia.
Hegel (è panteista) crede che Dio è il mondo e tutto è spirituale, perché è parte di Dio. Secondo Hegel il GEIST, o lo spirito, è manifesto in ogni cosa, benché non sia identico a ogni cosa che esiste…ma gran parte della sua filosofia si regge anche con una interpretazione non religiosa…lo si comprende quando parla di Mente, quando usa questo termine in senso collettivo, o riferendolo a tutte le nostre menti individuali, come se si trattasse di una mente, come se si riferisse all’elemento comune nelle nostre menti, alla nostra capacità comune di ragionare, al fatto che le nostre menti sono strutturate sulla base di principi simili.
Hegel in sintesi ha introdotto nel pensiero occidentale tre idee fondamentali:
- tutta la realtà è un processo storico
- - la dialettica (importante per l’influenza sul marxismo)
- il concetto di alienazione
Alienazione (fu Hegel il primo ad introdurlo): con alienazione Hegel intendeva l’idea secondo cui qualcosa che è di fatto noi stessi, o parte di noi stessi, ci appare estranea, aliena ed ostile. (esempio: “l’anima infelice”cioè una forma alienata di religione. L’anima infelice è una persona che prega un Dio che considera onnipotente, onnisciente, e assolutamente buono, e che per contrasto considera se stessa come impotente, ignorante e spregevole. Questa persona è dunque infelice, perché si sminuisce e attribuisce tutte queste qualità ad un essere che vede distinto da sé. Il modo di superare questo tipo di alienazione consiste nel comprendere che noi e Dio siamo una cosa sola, e che le qualità che noi attribuiamo a Dio sono le nostre qualità, non sono qualcosa di distinto da noi e di a noi estraneo
Hegel considera l’intera realtà come un processo di cambiamento(in senso dialettico). Il punto finale di questo cambiamento è la Mente che comincia a riconoscere se stessa come realtà ultima e pertanto a considerare ogni cosa che considerava estranea e ostile a sé, come in realtà parte di sé.
Hegel chiama questo “CONOSCENZA ASSOLUTA. Si tratta di uno stato di assoluta libertà, poiché ora la Mente, invece di essere controllata da forze esterne, è in grado di ordinare il mondo in maniera razionale….la mente capisce di essere la sola realtà ultima…la mente è tutto quello che è reale: la filosofia di Hegel è il vero culmine dell’intero processo.
L’autoconoscenza diventa libertà, perché per Hegel la mente è la realtà ultima del mondo: nel momento in cui arriviamo a capire che noi siamo ogni cosa al mondo, noi comprendiamo il processo: abbiamo afferrato le leggi dello sviluppo storico.
Il reale è razionale, e il razionale è reale: La libertà consiste nella conoscenza della realtà, poiché quando comprendiamo la razionalità della realtà, non lottiamo più invano, contro di essa.
Hegel considera le idee non come esistenti solo in astratto, né come fuori dal tempo e immutabili (come Platone) ma come sempre incorporate nelle società, nelle istituzioni, realtà storiche che cambiano.
Fondamentalmente la razionalità hegeliana cerca cosa c’è di razionale nel reale, lo accresce e lo fa sviluppare, in modo da consentirgli di realizzarsi. La libertà per hegel, consiste nel realizzare se stessi come individui razionali.
Scienza della Logica:
La dialettica è l’idea più famosa della Logica, l’idea della tesi antitesi e sintesi. Ma nella Logica Hegel sostiene che la logica non è solo una questione di forma, in quanto separata dal contenuto, come tradizionalmente si interpretava la logica di Aristotele. Hegel afferma che forma e contenuto vanno di pari passo. Egli pensa che la forma sia qualcosa di realizzato nel processo concreto della storia. La ragione è incorporata nella realtà, in una realtà storica: tutto ritorna sempre alla Mente e alla sua onnipotenza nel processo storico, la realtà ultima.
Egli muove dal pensiero filosofico di Kant che riteneva che la nostra mente determinasse il modo in cui percepiamo la realtà, sicchè noi non possiamo in realtà vedere nulla, se non attraverso i concetti di spazio, tempo e causalità, presenti nella nostra mente.Tuttavia Kant pensava ancora che vi fosse una realtà ultima che non fosse mentale: la cosa in sé. Per Hegel ciò non aveva senso. Per Hegel, se non c’era modo di conoscere la cosa in sé,noi non possiamo in realtà conoscere veramente. Poiché il conoscente è mente è mente, ciò che è conosciuto deve anche essere mente, e quindi tutta la realtà deve essere mentale.
Comprendere la realtà non significa solo comprendere un determinato stato di cose, bensì comprendere un processo di cambiamento. Tutti i concetti chiave della filosofia di Hegel sorgono naturalmente nel modo e nell’ordine seguente: se chiediamo: <<Che cos’è che cambia? Hegel risponde: <<Il Geist>>. Se chiediamo: Perché cambia invece di rimanere uguale? Hegel risponde: perché tanto per cominciare, si trova in uno stato di alienazione. Se chiediamo: quale forma assume il processo di cambiamento? Hegel risponde: la dialettica.Se chiediamo: il processo di cambiamento ha un fine? Hegel risponde: Si, la conoscenza assoluta (che è libertà assoluta)da una parte, la società organica dall’altra.
Gli effetti postumi delle sue idee: dopo la morte di Hegel i suoi seguaci si divisero in due movimenti: i “giovani hegeliani” e i “vecchi hegeliani”, oppure hegeliani di sinistra e di destra.
Gli hegeliani di destra pensavano che la filosofia di Hegel implicasse che lo Stato organico, cui in qualche modo hegel alludeva, fosse quello prussiano.Essi pensavano che Hegel lo avesse detto nella Filosofia del Diritto, la sua opera più esplicitamente politica. In essa egli aveva descritto uno Stato, una monarchia costituzionale, non molto diversa dallo stato Prussiano, e pertanto essi pensavano che non vi fosse necessità di un ulteriore cambiamento. Essi erano dunque i conservatori, o hegeliani di destra.
Gli hegeliani di sinistra sostenevano che l’impulso fondamentale della filosofia di Hegel fosse molto più radicale. Hegel parlava di della necessità di superare la divisione tra ragione e desiderio, o tra moralità e interesse personale. Si tratta di un cambiamento di portata molto più ampio, che deve essere realizzato. La filosofia di Hegel mira ad un cambiamento di portata molto più ampio, ad un cambiamento rivoluzionario…..ovviamente questo ci porta la Marxismo…
Tutte le idee fondamentali di Hegel, tranne una, furono riprese da Marx e rese centrali nel Marxismo
- l’idea secondo cui la realtà è un processo storico
- - l’idea secondo cui il modo di questo processo muta sia dialettico
- l’idea che questo processo di trasformazione dialettica abbia uno scopo
- l’idea che questo scopo sia una società senza conflitti
- l’idea che fino a che questo scopo non sia stato raggiunto, noi siamo condannati a restare in una forma o nell’altra di alienazione
Il punto di grande differenza è che, laddove Hegel vedeva questo processo accadere a qualcosa di mentale o spirituale, Marx pensava accadesse a qualcosa di materiale. Nella concezione materialistica della storia di Marx (idea fondamentale del pensiero marxista) egli vedeva lo sviluppo storico determinato dalle forze della produzione materiale. Così come determinano la parte materiale, le forze della produzione dominano la parte mentale della nostra vita. Le nostre idee, la nostra religione, la nostra politica, tutto dipende dal tipo di struttura economica della nostra società. Si tratta di una inversione della concezione hegeliana della storia. Come diceva Marx stesso, egli aveva capovolto Hegel. Per Hegel, infatti, era lo sviluppo della Mente che conduceva alla formazione di società particolari e ad epoche storiche particolari.
L’idea secondo cui la storia è un processo che influenza ogni aspetto del nostro pensiero e le nostre idee è un contributo fondamentale alla nostra capacità d’intendere, che dobbiamo certamente a Hegel e a Marx. Essa è diventata l’aspetto nuovo che ha pressoché dominato tutto il pensiero del diciannovesimo secolo.
Un’altra cosa molto importante è il concetto di libertà, tanto diverso da quello liberale: noi non possiamo essere liberi a meno che non controlliamo il nostro destino, a meno che, invece di essere sbattuti qua e là dai venti delle situazioni economiche (per Marx), o governati dalla mano invisibile della ragione (per Hegel), prendiamo controllo concreto delle cose, comprendiamo il nostro potere, la capacità collettiva degli esseri umani di controllare il nostro proprio destino, e ci concentriamo su questo. …l’idea può celare tendenze autoritarie molto pericolose, ma si tratta, comunque di una idea molto importante. L’accusa peggiore contro di essa (o esse) è che è (o sono) le fonti del totalitarismo del mondo moderno.
A Hegel venne sempre attribuita la paternità dell’idea dello Stato organico, e in particolare del tipo tedesco di adorazione dello stato che culminò in Hitler, il suo seguace Marx è sempre stato considerato il fondatore intellettuale del comunismo, che sotto Stalin dette luogo alla più grande tirannia dell’età moderna…..fu una pessima realizzazione delle idee di Hegel e di Marx che potremmo definire come un filosofo della libertà. Aveva molto amore per la libertà, odiava la subordinazione e il servilismo….Forse in fondo vi è un’idea difettosa della natura umana. Vi è un tentativo di mostrare un’entità maggiore di quello che esiste effettivamente tra gli esseri umani.
HEGEL
- Finito de infinito
· Realtà = organismo sanitario (= infinito, assoluto) di cui tutto ciò che esiste è parte (= finito non esiste di per sé, ma solo come espressione parziale del finito, nell’infinito e in virtù dell’infinito).
· Monismo panteistico manifestazione di Dio (= infinito) nel mondo (= finito).
· Assoluto sostanza spirituale in divenire la realtà è un processo di autoproduzione che solo alla fine (con l’uomo = Spirito) si rivela veramente.
- Razionale e reale
· «ciò che è razionale è reale»: razionalità non è pura astrazione, ma la forma stessa di ciò che esiste.
· «ciò che è reale è razionale»: realtà non è materia caotica, ma il dispiegarsi di una struttura razionale (si manifesta in modo inconsapevole nella natura e in modo consapevole nell’uomo).
Þ Identità di realtà e ragione non è una possibilità, ma una NECESSITÀ SOSTANZIALE (identità fra essere e dover essere). · Realtà = totalità processuale necessaria formata da una serie ascendente di momenti, risultato di quelli precedenti e presupposto di quelli seguenti.
- La funzione della filosofia
· Compito della filosofia prendere atto della realtà e comprenderne le strutture razionali che la costituiscono (no determinare e guidare l’esistenza) giustificazione razionale della realtà.
- Il dibattito critico intorno al «giustificazionismo» hegeliano
· Hegel precisa che un’esistenza accidentale non può essere definita reale, perché può non essere allo stesso modo che è non vuole sconfessare la tesi della sostanzialità del reale, ma solo escludere dal concetto di realtà gli aspetti superficiali (accidentali) dell’esistenza immediata.
· C’è anche chi, in chiave dinamica, attua una distinzione tra metodo (rivoluzionario) e sistema (conservatore) è il reale è destinato a coincidere con il razionale e l’irrazionale è destinato a perire.
IDEA, NATURA E SPIRITO. LE PARTIZIONI DELLA FILOSOFIA
TRIADE DIALETTICA (fasi attraverso le quali passa il farsi dinamico dell’Assoluto): · IDEA IN SÉ (TESI) idea considerata in se stessa, a prescindere della sua concreta realizzazione del mondo Û filosofia della logica. · IDEA FUORI DI SÉ (ANTITESI) Natura; estrinsecazione dell’Idea nelle realtà spazio-temporali del mondo. Û filosofia della natura. · IDEA CHE RITORNA IN SÉ (SINTESI) Spirito = idea che dopo essersi fatta Natura torna «presso di sé» nell’uomo. Û filosofia dello Spirito
LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO
FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO ( via che l’infinito ha dovuto seguire per riconoscersi nella sua infinità attraverso le manifestazioni finite). Coscienza infelice non sa di essere tutta la realtà, quindi si trova dilaniata da conflitti interiori dai quali esce solo conoscendo di essere tutto.
1° PARTE DELLA FENOMENOLOGIA: 3 MOMENTI: · COSCIENZA (tesi) oggetto. ·AUTOCOSCIENZA (antitesi) soggetto. · RAGIONE (sintesi) unità profonda tra soggetto e oggetto.
COSCIENZA
· La certezza sensibile = non rende certi che di una cosa singola, ma io sono certo di un albero non in quanto albero, ma in quanto qui e ora davanti a me certezza del QUESTO (universale, generico). certezza di un io universale. · La percezione = io che da universale diventa io che prende su di sé l’affermata unità, che cioè riconosce che l’unità dell’oggetto è da lui stabilita oggetto percepito come uno, nella molteplicità delle sue qualità. · L’intelletto io che riconosce nell’oggetto solo una forza che agisce secondo una legge determinata oggetto come semplice fenomeno ¹ essenza vera dell’oggetto (ultrasensibile).
AUTOCOSCIENZA
Signoria e servitù
· l’uomo è autocoscienza solo se riesce a farsi «riconoscere» da un’altra autocoscienza conflitto tra autocoscienze subordinarsi dell’una e dell’altra nel rapporto servo-signore. tuttavia tale dinamica è destinata a capovolgersi come avviene la progressiva acquisizione di indipendanza da parte del servo?
· paura della morte: lo schiavo è tale perché ha temuto la morte, ma proprio sentendosi così attaccato alla sua esistenza ha scoperto la sua indipendenza.
· servizio: la coscienza si autodisciplina e impara a vincere i suoi impulsi naturali.
· lavoro: il servo, trattenendo il proprio appetito e non usufruendo dell’oggetto, imprime nelle cose una forma formando e coltivando, forma e coltiva se stesso e imprime nell’essere quella forma che è dell’autocoscienza e così trova la sua indipendenza
Stoicismo e scetticismo
· Stoicismo: chi vi aderisce pretende vuole svincolarsi dai condizionamenti esterni delle cose (ricchezze, oggetti per essere libero) per non essere influenzato; chi vi aderisce non raggiunge una vera indipendenza dalle cose perché la realtà esterna ci influenza comunque. · Stoicismo: è la visione del mondo che sospende ogni giudizio anche da ciò che è vero e reale: dubitandosi diventa autocoscenti perché ci si libera dalla realtà.
La coscienza infelice
· L’ebraismo condizione di antitesi tra l’intrasmutabile e il trasmutabile ASSOLUTO avvertito come lontano dalla coscienza Dio trascendente e inaccessibile (uomo dipendente).
· Il cristianesimo (medievale) Dio incarnato realtà effettuale inevitabile fallimento (vedi es. crociate) Dio comunque lontano e sfuggente, coscienza comunque infelice
La devozione pensiero a sfondo sentimentale e religioso non ancora elevato al concetto
Il fare o l’operare momento in cui la coscienza rinuncia a un contatto immediato con Dio e cerca di esprimersi nell’appetito e nel lavoro però la coscienza cristiana avverte sempre il frutto del proprio lavoro come dono di Dio UMILIAZIONE.
La mortificazione di sé completa negazione dell’io a favore di Dio ascetismo e pratiche di umiliazione della carne.
RAGIONE
AUTOCOSCIENZA = SOGGETTO ASSOLUTO = RAGIONE = certezza di essere ogni realtà per esistere come verità deve autogiustificarsi.
DESTRA / SINISTRA HEGELIANA
Alla morte di Hegel nel 1830 si formarono due gruppi di seguaci: i vecchi (vecchi editori contemporanei di Hegel) e i giovani (nati dopo il 1800). Nel 1836 David Strauss chiamò queste correnti destra (i vecchi) e sinistra (i giovani) come il parlamento francese; si ha infatti una spaccatura nei confronti dei superamenti dialettici (religione e politica): possono essere intesi infatti sia in maniera reazionaria, sia rivoluzionaria. In Hegel religione e filosofia coincidono ed esprimono un medesimo contenuto (verità); si manifestano in due maniere diverse, rappresentazioneàreligione e concettoàfilosofia.
DESTRA à sottolineano l’identità di contenuto. La filosofia serve a conservare la religione. È la scolastica dell’hegelismo: la ragione infatti giustifica le credenze religiose; distrugge però il panteismo che invece era presente in Hegel; adatta l’idealismo al cristianesimo.
Identifica la realtà con la ragione, conserva e giustifica l’identità reale - razionale
SINISTRA à si concentrano sulla diversità di forma (tra religione e filosofia). La filosofia distrugge la religione; la prima è una verità speculativa che diventa strumento per criticare la religione, che è un dogma.
Non rispetta i testi ma dice che il mondo è un processo che è portato ad autosuperarsi per farsi razionale; il reale cioè non è razionale. Fa una critica all’esistente e auspica un cambiamento (rivoluzione) à valorizza l’uomo concreto. A livello politico la storia è interpretata in senso materiale e rivoluzionario.
FEUERBACH (1804-1872)
Appartiene alla SINISTRA HEGELIANA. Fonda l’ateismo filosofico, è spinto dall’esigenza di muovere l’uomo concreto e la realtà concreta; l’inizio della filosofia non è Dio (assoluto) ma è il FINITO, il REALE, il DETERMINATO. Nel 1841 scrive “L’essenza del cristianesimo” dove critica la religione applicando ad essa un metodo materialistico. La conclusione che trova non è che dio ha creato l’uomo ma viceversa; dio è infatti una proezione illusoria di qualità umane che sono la RAGIONE, la VOLONTA’ e il CUORE. Il divino è l’umano in generale proiettato nell’aldilà; “la religione è l’insieme dei rapporti dell’uomo con se stesso, il proprio essere... tutte le qualificazioni del divino sono quelle dell’uomo”, “tu credi che l’amore sia un attributo di dio, credi che lui sia buono e sapiente, perchè consideri bontà e sapienza le sue virtù...”.
La religione è creata dall’uomo, dio è l’essenza dell’uomo. Ma poichè è una proiezione illusoria, il soggetto si ALIENA: si dimentica che dio è il suo prodotto e lo adula, l’uomo proietta fuori di se un essere (potenza) superiore (dio) e a lui si sottomette, diventando oggetto e non più soggetto à l’uomo perde così la propria autonomia.
ALIENAZIONE: stato di scissione interiore e dipendenza esteriore. Diventa quindi necessario l’ATEISMO, che è la necessità di riappropriarsi della propria esistenza alienata, cioè della propria libertà e autonomia à dovere morale.
Compito della filosofia è riportare l’infinito (DIO) nel finito (UOMO). Viene criticato hegel perchè la sua è un’astrazione alienante, il suo dio (spirito) è quello della Bibbia. Si arriva ad un UMANISMO NATURALISTICO: l’umanismo fa sì che l’uomo è sia l’oggetto che lo scopo del discorso filosofico; naturalistico fa della natura la realtà da cui tutto dipende, compreso l’uomo. Alla base della vita dell’uomo c’è la natura.
ANTROPOLOGIA: è la scienza universale, tratta infatti dell’uomo. Il soggetto è colto nella sua realtà (individualità psicofisica à fisico e spiritualità) come individuo o soggetto concreto. L’individuo non è quindi una spiritualità astratta ma è un essere che vive e soffre e da dei bisogni da cui dipende perchè è condizionato dal corpo e dalla sensibilità. Solo un essere sensibile è vero e reale; abbiamo con il corpo anche un condizionamento sulla psiche, infatti sentimenti e pensieri derivano dal corpo. L’uomo è anche AMORE à necessita degli altri, l’io non può esistere senza il tu: questo è il COMUNISMO FILOSOFICO.
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