Filosofia politica tutto di tutto
Filosofia politica
Murray N. Rothbard
L’ ETICA DELLA LIBERTÀ
Prefazione
Un’analisi priva di giudizi di valore, ad esempio un’analisi economica, non può essere sufficiente a fondare l’argomento a favore della libertà. Siccome i giudizi politici sono necessariamente giudizi di valore, la filosofia politica è necessariamente etica e quindi, per poter difendere la causa della libertà individuale, occorre un sistema etico positivo. Quest’opera cerca di fondare una teoria sistematica della libertà. Tuttavia, non si tratta di un’opera sull’etica di per sé, ma solo su quel sottoinsieme dell’etica che riguarda la filosofia politica. Dunque non si cercherà di provare l’etica o l’ontologia del diritto naturale (solo nella prima parte saranno illustrate le linee essenziali del diritto naturale), ma di proporre una teoria della libertà che, prendendo le mosse da un mondo alla Robinson Crusoe, rinvenga nei concetti della moralità dei diritti naturali, in particolare della sfera naturale della proprietà e del possesso, le basi della libertà. Giacché le questioni relative alla proprietà e al crimine sono essenzialmente questioni giuridiche, tale sistema propone necessariamente una teoria etica di ciò che concretamente la legge dovrebbe essere, cioè una teoria normativa del diritto (libertario).
PARTE I
Il diritto naturale
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Diritto naturale e ragione
E’ possibile fondare il diritto naturale sulla ragione. I filosofi politici contemporanei ritengono che il concetto di “natura umana” non è un concetto scientifico, ma teologico (Arendt, Kelsen). Anche molti sostenitori del giusnaturalismo hanno accettato la premessa che i metodi razionali e filosofici non possono da soli stabilire cosa sia il diritto naturale e che quindi il fondamento di tale concetto sarebbe necessariamente di natura teologica. Ma se per sostenere la propria preferenza per il diritto naturale è necessario aver fede nel soprannaturale, ne conseguirà che tale concetto deve essere abbandonato nel discorso scientifico e laico.
La tradizione tomista (S. Tommaso, gli scolastici, Suarez, Davitt 1954), al contrario, difende l’indipendenza della filosofia dalla teologia e proclama la capacità della ragione umana di comprendere e di scoprire le leggi, fisiche ed etiche, dell’ordine naturale. Tale posizione non è né pro né antireligiosa in quanto è assolutamente indipendente dall’esistenza di Dio, cioè dalla questione se sia stato o no Dio colui che ha concesso la ragione all’uomo. Anche se Dio non esistesse, sarebbe ugualmente possibile scoprire attraverso l’uso della ragione (non della fede, o della intuizione, o della grazia o della rivelazione) le inclinazioni della natura umana, e dunque costruire un sistema di leggi.
Nella filosofia del diritto naturale, quindi, la ragione non è destinata, come avviene nella filosofia successiva a Hume, ad essere semplicemente schiava delle passioni, limitandosi a scoprire i mezzi per raggiungere fini scelti arbitrariamente. La ragione può anche valutare se gli scopi siano obiettivamente buoni o cattivi per l’uomo (S. Tommaso): pertanto, la condotta morale in accordo con la giusta ragione è possibile.
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Diritto naturale come “scienza”
Gli oggetti hanno una loro “natura”. Una mela, lasciata a se stessa, cadrà al suolo; due atomi di idrogeno combinati con uno di ossigeno produrranno una molecola d’acqua. Non vi è niente di sovrannaturale o di mistico in tali osservazioni. In generale, cause specifiche e circoscritte avranno effetti specifici e circoscritti. Il comportamento osservabile di ciascuna entità è la legge delle loro nature.
Anche l’uomo ha una propria natura, che è osservabile e analizzabile razionalmente. Una critica è: chi stabilisce le presunte verità sull’uomo? La risposta è non chi, ma cosa: la ragione. La ragione umana è obiettiva, ossia può essere usata da chiunque per produrre verità riguardo al mondo.
L’etica del diritto di natura stabilisce che per tutte le creature viventi la “bontà” è la realizzazione di ciò che è meglio per quel tipo di creatura. Il diritto naturale spiega quel che è meglio per l’uomo, quali fini, in armonia con la sua stessa natura e ad essa confacenti, egli dovrebbe perseguire. L’economia e l’utilitarismo trattano la felicità nell’accezione puramente formale, considerandola come la realizzazione dei fini soggettivi delle persone; tale realizzazione produce per l’uomo “utilità”, “soddisfazione” o “felicità”. Questa procedura è corretta per la scienza formale della prasseologia o per la teoria economica, ma non lo è necessariamente in altri casi. Nell’etica della legge naturale si può dimostrare che alcuni fini sono “obiettivamente” buoni o cattivi, che alcuni valori sono immutabili (l’omicidio immotivato di una persona è un male assoluto, scoperto migliaia di anni fa appena gli uomini hanno cominciato a vivere in società).
Perché sento che alcuni principi sono per me vincolanti? Perché i bisogni fattuali che stanno alla base dell’intero procedimento sono patrimonio comune dell’uomo, e i valori fondati su di essi sono universali. Dunque devo assecondare tale inclinazione e sentirla soggettivamente come un imperativo che sprona all’azione.
Secondo i filosofi moderni, è stato Hume a demolire la teoria giusnaturalistica. Innanzi tutto, la dicotomia “fatti-valori” rende impossibile inferire un valore da un fatto. Secondariamente, la ragione non può che essere schiava delle passioni: solo le passioni possono stabilire i fini umani, la funzione della ragione è quella di indicare alle emozioni come raggiungerli. La contraddizione in cui cade Hume ha origine nella sua filosofia sociale: egli riconosce e accetta il fatto che l’ordine sociale sia un requisito essenziale per il benessere dell’uomo; dunque esso deve essere conservato. Perché ciò avvenga è necessario scoprire le norme di condotta utili per la sua salvaguardia (ad esempio il rispetto per la persona altrui e per la sua proprietà). E’ necessario quindi reintrodurre la ragione per individuare le norme di giustizia. Dunque, sono le norme di giustizia che devono controllare le passioni e non viceversa.
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Giusnaturalismo e positivismo giuridico
Le inclinazioni fondamentali della natura umana sono assolute, immutabili e di validità universale per ogni luogo ed ogni tempo; ne consegue che il diritto naturale fornisce un insieme obiettivo di norme etiche per mezzo delle quali, in ogni tempo e in ogni luogo, posono essere valutate le azioni umane. Il giusnaturalismo dunque sottopone alla luce inflessibile della ragione lo status quo esistente, che potrebbe violare grossolanamente il diritto naturale stesso.
I principi giuridici di ogni società devono essere individuati non seguendo le consuetudini trasmesse dalla comunità o obbedendo a chi governa l’apparato dello Stato, ma usando la ragione per scoprire il diritto naturale e usarlo come guida per rimodellare l’intero diritto positivo esistente.
La filosofia politica giusnaturalistica dei Greci antichi assimilava erroneamente la politica alla morale, per poi considerare lo Stato come l’agente morale supremo. Furono gli Stoici a sviluppare i corretti principi non-statali di filosofia politica giusnaturalistica, riportati in vita in epoca moderna da Grozio e dai suoi seguaci.
Il giusnaturalismo è stato generalmente considerato conservatore, in quanto i suoi principi sarebbero universali, fissi e immutabili e quindi principi di giustizia assoluti. Verissimo, ma perché questa immutabilità dovrebbe implicare il conservatorismo ? Al contrario, rendendo indipendenti le norme dall’abitudine o dall’autorità, esso è una potente forza a favore del cambiamento radicale.
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Giusnaturalismo e diritti naturali
Il grande difetto della teoria giusnaturalistica, da Platone e Aristotele ai tomisti fino a Leo Strauss, è quella di essere stata profondamente statalista anziché individualista. La teoria “classica” del diritto naturale riteneva che l’azione buona e virtuosa dovesse essere appannaggio dello Stato, mentre gli individui erano rigorosamente soggetti all’azione statale. Partendo dalla corretta affermazione dell’uomo come “animale sociale”, questi pensatori sono giunti all’illegittima identificazione della “società” con lo “Stato”. Furono i Livellatori e Locke, nel ‘600, che trasformarono il giusnaturalismo in una teoria fondata sull’individualismo metodologico e quindi politico: ognuno ha la proprietà della sua persona e dei beni che con il suo lavoro ha prodotto, e nessuno può accampare diritti su di essi. La teoria libertaria dei diritti naturali ha continuato ad essere affinata dopo Locke, raggiungendo il proprio culmine nell’ ‘800 con Spencer e Spooner. Altri autori americani dell’ ‘800: Lieber, Channing, Woolsey, Hurlbut.
Definizione di “diritto” (individuale) secondo il libertarismo: possedere un diritto significa considerare immorale che altri impediscano al soggetto di fare certe cose sulla propria persona o proprietà impiegando o minacciando di impiegare la forza fisica. Ciò è indipendente dalla moralità o immoralità dell’esercizio del diritto, che è questione di etica personale e non di filosofia politica.
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Il compito della filosofia politica
L’intenzione di questo libro è di proporre un’etica sociale della libertà, cioè elaborare il sottoinsieme del giusnaturalismo che sviluppa il concetto di diritti naturali e che tratta della sfera appropriata della “politica”, ossia della violenza e della non-violenza come modalità di relazione interpersonale.
In questo secolo la scienza politica ha trascurato questo compito, perseguendo una costruzione di modelli positivistica e credendo di poter evitare i giudizi morali associati alle proposte di politiche pubbliche.
PARTE II
Una teoria della libertà
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Una filosofia sociale “alla Robinson Crusoe”
Utilizzerò il modello “economia di Crusoe”, ossia l’analisi di un uomo isolato di fronte alla natura: grazie ad esso è possibile isolare l’uomo a confronto con la natura, trascurando inizialmente le relazioni interpersonali e rendendo così le cose più chiare. In seguito, con l’introduzione di una o più altre persone, l’analisi verrà estesa e si modificheranno i termini del problema. Le conclusioni così raggiunte potranno essere applicate al mondo contemporaneo. L’astrazione consistente nell’analizzare poche persone che interagiscono in un’isola rende possibile afferrare i fondamenti delle relazioni interpersonali. Tale modello, oltre a illustrare le basi dell’economia e della prasseologia, può svolgere tale funzione anche nei confronti della filosofia politica, e cioè della natura e ruolo della libertà, della proprietà e della violenza.
Crusoe, colpito da amnesia, ha davanti a sé il dato di fatto originario della consapevolezza di se e del proprio corpo. Quindi, prende atto del mondo naturale che lo circonda (il fattore produttivo “terra” degli economisti). Egli ha degli obiettivi (bisogni da soddisfare), e per raggiungerli applica la ragione, apprendendo le “ricette” (la conoscenza tecnologica) per intervenire sulla natura. Infine, applica l’energia del proprio lavoro per trasformare le risorse in beni utili.
La ragione è lo strumento della conoscenza e della stessa sopravvivenza dell’uomo; l’uso e l’allargamento della sua mente, il conseguimento della conoscenza di ciò che è meglio per lui e di come ottenerlo, è un modo di esistere e di scoprire esclusivamente umano.
In questo processo l’uomo apprende le leggi naturali che governano le cose, ma anche la propria natura, quali eventi e quali azioni lo rendono felice o infelice, dunque quali fini deve raggiungere e quali deve evitare.
Il singolo, esaminandosi introspettivamente, scopre il dato di fatto primordiale della propria libertà: la libertà di scegliere, il dato naturale del “libero arbitrio”. Inoltre, scopre il fatto naturale del dominio della mente sul proprio corpo e sulle sue azioni, cioé, della naturale proprietà di se stesso.
Se un naufrago avvisasse Crusoe che alcuni funghi sono velenosi, egli non li mangerebbe: entrambi operano sulla base di una premessa forte e implicita, che il veleno sia cattivo per la salute e la sopravvivenza umana; in questo implicito accordo sul valore primario della vita e della salute e sul male rappresentato dal dolore e dalla morte, i due uomini sono chiaramente giunti alla base di un’etica, fondata sulla realtà e sulle leggi naturali che governano l’organismo umano. Se Crusoe avesse mangiato volontariamente i funghi la sua decisione sarebbe stata immorale, in quanto contro la vita e la salute. Si potrebbe obiettare: perchè la vita dovrebbe essere un valore primario e perché si dovrebbe scegliere una vita lunga e felice? Chiunque partecipi ad una discussione, proprio in virtù della sua partecipazione, è vivo e afferma il valore della vita; se fosse contrario alla vita, non continuerebbe a vivere e quindi non avrebbe titolo per partecipare alla discussione.
Alcuni sostengono che Crusoe non è libero perché è vincolato dalle leggi naturali: questa affermazione è frutto della confusione fra libertà e potere. L’uomo non può saltare l’oceano con un solo balzo, cioé non ha il potere, ma non significa per questo che non è libero, in quanto bisogna tener conto dell’impossibilità di violare alcune leggi della natura. La libertà è assenza di interferenza da parte di altre persone.
Fondamento della proprietà: Crusoe, trasformando le risorse naturali, converte la terra e i suoi frutti in sua proprietà. L’uomo isolato possiede ciò che usa e trasforma. Se Crusoe proclamasse il possesso di un intero continente per il solo fatto di averlo scoperto, sarebbe in errore, perché la sua vera proprietà si estenderebbe solo alla zona di cui ha il reale controllo, quella su cui è intervenuto con il suo lavoro (homesteading).
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Relazioni interpersonali: scambio volontario
Bisogna ora introdurre l’interazione delle persone.
L’economia ha evidenziato che per la prosperità umana non basta la produzione, ma è indispensabile anche lo scambio. La divisione del lavoro e lo scambio producono vantaggi enormi ai soggetti, aumentando la produttività e il livello di vita. A e B possono specializzarsi e concludere scambi reciprocamente vantaggiosi anche se uno dei due è superiore all’altro in entrambi i prodotti; ad un soggetto conviene specializzarsi nella produzione in cui è relativamente più abile (teoria dei costi comparati).
Con lo scambio vengono trasferiti diritti di proprietà. Essenziale è lo sviluppo di un mezzo di scambio (denaro). Gli scambi sono sia “orizzontali”, cioè di beni di consumo, sia “verticali”, cioé nella catena produttiva che va dai fattori produttivi ai prodotti.
In definitiva, ogni proprietà sul libero mercato si riduce a: 1) proprietà di ciascuno del proprio corpo e del proprio lavoro; 2) proprietà da parte di ciascuno della terra che trova inutilizzata e che trasforma con il proprio lavoro; 3) scambio dei prodotti di questa mescolanza di 1) e 2) con gli analoghi prodotti delle altre persone presenti sul mercato.
Anche il lavoro è una merce, che viene volontariamente scambiata con altri beni e servizi.
La società degli scambi liberi e volontari ora descritta si fonda sui dati naturali della vita dell’uomo: il possesso della propria persona, del proprio lavoro e delle risorse naturali che scopre e trasforma.
Il regime di pura libertà - la società libertaria - è una società nella quale nessun titolo di proprietà viene “distribuito” da chi non ne è titolare; una società, in breve, in cui nessuno può molestare o violare la proprietà di un uomo, della sua stessa persona o di beni, o interferire con essa. Questo significa che la libertà assoluta può essere goduta non soltanto da un Crusoe isolato, ma anche da qualunque membro della società, per quanto possa essere complessa o avanzata. Non è necessario che la perdità della libertà sia il prezzo che dobbiamo pagare per l’avvento della civiltà.
Non è libertà quella di aggredire un altro: questo è potere, non libertà. La libertà è assenza di violazione della persona o della proprietà di un uomo da parte di un altro.
Se cerchiamo di stabilire un’etica umana (nel nostro, quel sottoinsieme dell’etica che si occupa del ruolo della violenza tra gli uomini), per essere valida la teoria deve essere vera per tutti gli uomini, quale che sia la loro posizione nel tempo e nello spazio, dunque in qualsiasi momento e in ogni luogo. L’etica giusnaturalistica prende posto tra le leggi fisiche, ossia tra le leggi “scientifiche” naturali. La società libera è l’unica che possa applicare le stesse regole fondamentali a ciascun uomo, a prescindere dal luogo o dal momento. Infatti, se esiste un dominio coercitivo di una persona o di un gruppo su un altro, allora è impossibile applicare a tutti la stessa regola.
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Relazioni interpersonali: proprietà e aggressione
Esiste anche un diverso tipo di relazioni interpersonali: l’aggressione violenta di un uomo a danno di un altro. Vediamo perché essa non è accettabile.
Proprietà sulla persona - Se un uomo non ha titolo alla proprietà piena e completa su di sé, questo comporta due possibili situazioni alternative:
Dunque, solo la società della proprietà assoluta di se stessi si fonda sul dato originario della naturale proprietà di se stessi, sul fatto che ciascun uomo può vivere e prosperare soltanto quando esercita la propria naturale libertà di scelta, adotta certi valori, impara come realizzarli eccetera. Egli deve usare la ragione per scegliere fini e mezzi; se qualcuno gli usa violenza per imporgli di cambiare la rotta liberamente scelta, questo viola la sua natura, svia il corso naturale delle idee e dei valori liberamente adottati da un uomo.
Proprietà sui beni - L’espropriazione forzosa dei beni altrui è in contraddizione con la natura umana. Infatti, l’uomo può vivere e prosperare soltanto per mezzo della produzione e dello scambio. L’aggressore è un predatore, che vive parassitariamente del lavoro e dei prodotti altrui. Abbiamo quindi una chiara violazione di qualsiasi tipo di etica universale, giacchè l’uomo non può vivere come un parassita: sia perché in questo modo via via si riducono i produttori dai quali i parassiti traggono il nutrimento, fino all’estinzione dei produttori e dei parassiti; sia perchè il parassita non accresce il totale dei beni e dei servizi presenti nella società.
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Proprietà e criminalità
La grande regola morale assiomatica della società libertaria è la protezione dei diritti di proprietà giusti, non dei diritti di proprietà in quanto tali, in qualsiasi modo siano stati conseguiti. Altrimenti si rischierebbe di difendere i diritti di proprietà di un aggressore, dunque di un criminale. Ciò significa che, nei casi concreti, dobbiamo decidere se un particolare atto di violenza è aggressivo o difensivo, ovvero se si tratta del caso di un criminale che deruba una vittima o di una vittima che cerca di rientrare in possesso del maltolto.
L’utilitarismo ritiene che tutti i titoli di proprietà esistenti in un preciso momento devono essere ritenuti validi e dunque degni di essere difesi. Ma tale tesi può violare il principio di giustizia, perché rischia di difendere un criminale.
Il problema non è proprietà privata-proprietà statale, ma proprietà giusta o ingiusta: infatti, la proprietà in mano allo Stato è solo una proprietà ingiusta, non esiste una proprietà pubblica, la proprietà è tutta privata; quella cosiddetta pubblica è solo proprietà illegittimamente in mano ad un soggetto chiamato Stato.
Qual è una proprietà giusta e legittima? E’ quella che emana dal fondamentale diritto naturale dell’individuo a possedere se stesso e i beni che ha trasformato per mezzo della propria energia, o che gli sono stati donati o trasmessi volontariamente da chi li aveva trasformati.
I criteri in pratica sono i seguenti:
1) Tutte le risorse che si trovano nella condizione di non essere proprietà di alcuno, appartengono al primo che le trova e le trasforma in un bene (principio di homestead). Se sappiamo con certezza che un titolo di proprietà non ha origine criminale, allora l’attuale titolo è legittimo.
2) Se non abbiamo certezze sulla legittimità di un titolo di proprietà, ma non possiamo nemmeno affermare che esso è derivato da un’attività criminale, allora il titolo spetta all’attuale possessore.
3) Supponiamo che sia dimostrabile l’illegalità del diritto di proprietà attuale, perché, risalendo indietro nel tempo, è possibile identificare il possessore originario, che fu aggredito e derubato del bene. In tal caso il bene deve essere restituito al proprietario originario o ai suoi eredi, anche se l’attuale proprietario non è il ladro, ma magari ha acquistato inconsapevolmente il bene dal ladro. All’attuale illegittimo possessore non spetta nemmeno un indennizzo. Tuttavia ha diritto a mantenere la proprietà del bene o dei beni che ha aggiunto al bene in questione (le “addizioni”, con la terminologia giuridica italiana), se essi sono separabili.
4) Ipotizziamo che sia dimostrabile l’illegalità del diritto di proprietà attuale, ma è impossibile rintracciare la vittima o i suoi eredi. In tal caso, se l’attuale possessore non è il ladro, diventa il proprietario, perché, in una situazione di assenza di proprietà, egli è il primo che usa il bene (homestead). Se l’attuale possessore è il ladro, gli viene sottratto il bene (e inflitta anche una sanzione), che, sulla base del consueto principio di homestead, diventa proprietà della prima persona che lo prende e lo usa.
Abbiamo dunque una teoria dei diritti di proprietà (proprietà della persona e principio di homestead) e una teoria della criminalità.
Questa teoria della proprietà, riferita alle persone, determina l’assoluta inammissibilità della proprietà di altre persone, cioè della schiavitù.
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Il furto di terra
Un’applicazione importante di questa teoria dei diritti di proprietà si ha nel caso della proprietà fondiaria.
Nessuno può rivendicare la proprietà di un terreno che non sia mai stato usato (a cui non è stato mai applicato lavoro). Non c’è bisogno che l’uso sia continuativo, basta che la terra sia stata messa a frutto almeno una volta. Se un individuo rivendica la proprietà di un fondo a livello puramente verbale, il titolo è nullo; dunque se egli impedisce ad un altro uomo di trasformare quel fondo commette un crimine.
Nella società libertaria l’usucapione non esiste: anche se un individuo incappa in un terreno abbandonato da più di venti anni, non può dichiararsene proprietario automaticamente, deve prima svolgere un’indagine sulla validità del titolo di proprietà.
Per quanto riguarda i criteri per riconoscere i titoli di proprietà validi, si applicano quelli visti in precedenza: se, risalendo all’indietro nel tempo, è possibile stabilire l’appartenenza dei titoli, non vi sono problemi per l’assegnazione della terra. Se non è possibile, viene assegnata all’attuale possessore. [per gli altri casi vedi sopra].
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Monopolio fondiario ieri e oggi
Chiameremo “monopolio fondiario” la situazione in cui vengono asseriti privilegi arbitrari sulla proprietà di terre: ad esempio, la proclamazione della proprietà senza l’applicazione di lavoro, o il feudalesimo. Oggi tale monopolio è molto più diffuso di quanto non si creda (Asia, Medio Oriente, America Latina).
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Autodifesa
Chiunque ha un diritto di proprietà ha anche il diritto di conservare questa proprietà, di difenderla. Affievolire il diritto di difesa significa ridurre il diritto di proprietà stesso: è la contraddizione dei pacifisti.
Il diritto di autodifesa non può arrivare fino alla violazione dei diritti di proprietà altrui, cioè non può eccedere.
Il danno subito deve essere frutto di una violenza concreta o minacciata, non può essere il danno economico che fa seguito, ad esempio, alla concorrenza o al boicottaggio, assolutamente legittimi.
Gli atti lesivi della persona o della proprietà sono di tre tipi: l’aggressione fisica, l’intimidazione e la frode.
Circa l’intimidazione (minacciare qualcuno con una pistola), la minaccia deve essere palpabile, imminente e diretta, in sostanza si deve concretare in un atto esplicito. Qualsiasi criterio indiretto -parlare per esempio di “rischio” o di effetti futuri in maniera vaga - non è accettabile: non si può ad esempio proibire il consumo di alcolici sulla base dell’argomento che l’assunzione di alcool aumenta la probabilità che talune persone si diano al crimine.
La frode è un “furto implicito”, in quanto consiste nell’appropriarsi della proprietà di altri senza il loro consenso. Il diritto di proprietà privata genera il diritto di libero contratto: il mancato rispetto di un contratto (in questo caso la mancata prestazione di una parte) è un furto implicito. Es.: il prestito non restituito, o il bene non consegnato nella compravendita.
Non tutti gli accordi devono essere esecutivi (cioè fatti rispettare con la forza): le promesse non lo sono, perchè non comportano un furto implicito (ad esempio, la promessa di matrimonio o di effettuare una donazione).
Detto che la difesa violenta può essere esercitata solo contro la violazione violenta, fino a che punto può spingersi il diritto di difesa? Il pericolo deve essere immediato ed esplicito, manifesto ed attuale. Non si può sparare ad un uomo perchè il suo aspetto infuriato sembra preannunciare un’aggressione.
Secondariamente, la difesa deve essere proporzionata all’entità dell’aggressione. Non può bastare una qualsiasi violazione della proprietà, anche minima, per giustificare una reazione “massima”; un negoziante non può avere il diritto di uccidere un individuo che ha rubato una caramella. In questo caso la minuscola proprietà su una cosa non è equiparabile alla proprietà di se stesso del ladruncolo. Il principio deve essere invece quello della pari misura: l’invasore perde il proprio diritto nella misura in cui ha privato un altro del suo. Da questo principio deriva immediatamente anche la teoria della proporzionalità della punizione, che deve essere adeguata alla colpa.
L’istigazione non deve essere un reato: ognuno è libero di adottare o meno qualsiasi linea di condotta, e dunque non possiamo dire che chi ha usato le parole ha causato l’evento criminoso.
Per quanto riguarda le regole giudiziarie, la società libertaria dovrebbe affermare i seguenti principi:
contro i non criminali non può mai essere usata la violenza (ad esempio, la pratica poliziesca di picchiare i sospetti): infatti, prima della condanna noi non sappiamo se si tratta di criminali. Si potrebbe accettare che la polizia usi metodi coercitivi, a patto che venga dimostrata la colpevolezza del sospettato o che i poliziotti stessi vengano trattati da criminali qualora risulti innocente. Come corollario, alla polizia non può mai essere permesso di commettere una violazione peggiore del crimine su cui si indaga (es., picchiare una persona accusata di un piccolo furto).
Nel tentativo di esercitare il proprio diritto all’autodifesa, nessuno deve obbligare qualcun altro a partecipare a tale difesa. Questo esclude immediatamente la coscrizione per la difesa e la testimonianza obbligatoria (libertà di tacere). Anche il servizio obbligatorio di giurato è una forma di schiavitù. L’ordinamento giuridico libertario deve eliminare anche il mandato di comparizione: sia al testimone che all’imputato si può chiedere di comparire in processo, non obbligarli.
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Punizione e proporzionalità
La sanzione è proporzionale al danno arrecato alla vittima. Infatti il criminale perde i suoi diritti nello stesso grado in cui egli ha privato qualcun altro dei suoi. Dunque, la pena capitale può essere inflitta solo ad un omicida.
Questa è la punizione massima applicabile, non necessariamente quella che gli verrà inflitta. Infatti, nel diritto libertario il querelante, che è libero di scegliere se presentare o no l’accusa in tribunale (non vi è alcun procuratore che agisce in nome di una indefinita “società”), non avrebbe alcun obbligo di esigere il massimo della pena; egli, o i suoi eredi, potrebbero condonare l’intera pena o parte di essa, o commutarla in un’ammenda in denaro.
Come determinare il rapporto di proporzionalità ? Nel caso del furto è semplice: un risarcimento pari al doppio della somma rubata, più i danni (comprese la paura e l’incertezza), le spese processuali e di polizia e gli interessi perduti. Infatti, la sola restituzione della somma non è una sanzione (oltre a non essere un deterrente); l’ulteriore cessione di una somma pari a quella sottratta è proprio la perdita di un diritto nella stessa misura in cui il ladro ne ha privato la vittima. Se il ladro non ha denaro, deve essere costretto a lavorare fino a che non consegue un introito pari alla somma da restituire.
Dunque, il principio fondamentale deve essere il primato del risarcimento della vittima.
Nel caso dell’aggressione fisica, in cui il rimborso non è applicabile, il criterio di punizione proporzionale comporta che, se A ha picchiato B, allora B ha il diritto di percuotere A (o di farlo percuotere da funzionari) in misura maggiore di quanto abbia dovuto subire. Si potrebbe permettere al criminale di evitare le percosse pagando una somma di denaro, ma solo in seguito ad un accordo volontario con il querelante.
Il diritto libertario ammette che ci si faccia giustizia da soli: il diritto di punizione infatti deriva dal diritto di autodifesa. Tuttavia la reazione non deve eccedere l’offesa subita. Ma in generale la propensione sarebbe quella di affidarsi alle agenzie giudiziarie (tribunali), per evitare che la vittima, ad esempio in mancanza di prove, venga accusata in seguito alla sua reazione di essere a sua volta un criminale.
E’ evidente che la teoria della proporzionalità è una teoria della pena esplicitamente punitiva, la pena come castigo. Essa esclude le altre due teorie della punizione, ossia la deterrenza e la riabilitazione. Critica del criterio della deterrenza: se l’obiettivo della punizione è quello di scoraggiare il crimine, allora bisognerebbe applicare pene superiori ai crimini più diffusi e pene più blande per i crimini più rari: dunque il piccolo furto dovrebbe essere sanzionato più duramente dell’omicidio, ma ciò si scontra con gli elementari principi di giustizia di ognuno di noi.
Il criterio della riabilitazione, in base al quale il criminale subisce la pena fino a quando non si è redento, renderebbe indeterminata ogni sentenza, e affiderebbe un potere arbitrario agli psicologi e ai riabilitatori, per tacere dell’insopportabile significato pedagogico e moralistico di una tale visione.
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I fanciulli e i loro diritti
Il diritto universale di autoproprietà è stato stabilito per gli adulti, che fanno uso del proprio intelletto per scegliere e perseguire i propri fini. Un bambino non può essere considerato proprietario di sé, ma solo potenziale proprietario.
Stato prenatale - Poichè ogni individuo ha un diritto assoluto alla proprietà del proprio corpo, la donna ha potere assoluto sul proprio corpo e su quanto esso contiene. Se la madre dovesse decidere di non volere più il feto nel proprio grembo, allora esso diventerebbe un violatore parassitario della sua persona, e la madre avrebbe pienamente diritto di espellere questo invasore dal proprio territorio (aborto). (Contestazione del concetto di “diritto alla vita”, se questo è inteso come l’obbligo da parte di una o più persone di intervenire per dare sostegno alla vita di un’altra persona, ad esempio fornendogli cibo).
Bambino nato - Il neonato non può essere proprietario di sé; i genitori - meglio, la madre - sono i proprietari, essendone i creatori. Questo diritto di proprietà è limitato nella forma e nel tempo.
Nella forma: la proprietà non è assoluta (non si può ammettere che i genitori torturino o uccidano i figli, che possiedono il potenziale per diventare proprietari di se stessi), ma è quella di un “amministratore fiduciario” o di un tutore.
Un genitore non dovrebbe avere l’obbligo legale di mantenere (nutrire, vestire ecc.) il figlio, giacché tale obbligo comporterebbe per il genitore la costrizione di compiere certi atti, privandolo così dei propri diritti. Egli ha solo l’obbligo di non aggredirlo.
Sul piano temporale, la relazione di amministrazione fiduciaria dei genitori sui figli non è determinata dal limite della maggiore età, che rappresenta un criterio arbitrario. Tale relazione termina quando il figlio va via di casa. Infatti il figlio gode dei pieni diritti di proprietà su di sé quando dimostra di poterli esercitare nella realtà. Tra l’altro, deve essere concesso al ragazzo il diritto di scappare di casa.
Se un genitore può essere considerato proprietario di suo figlio, allora egli può anche trasferire ad altri questa proprietà, può venderlo. Tale commercio può sembrare mostruoso e inumano, ma al contrario tutte e tre le parti interessate dallo scambio (genitori naturali, bambini e genitori adottivi) ne avrebbero un vantaggio. Infatti, verrebbe soddisfatta l’enorme domanda da parte di coppie, il bambino verrebbe allontanato da genitori che lo trascurano e affidato a genitori che lo desiderano, i genitori naturali riceverebbero del denaro.
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“Diritti umani” e diritti di proprietà
I liberal riservano l’appellativo di “diritti” solo ai “diritti umani”, e in tale concetto non comprendono la proprietà privata. Invece i diritti umani hanno senso solo se li si considera come diritti di proprietà. Non esiste un ulteriore “diritto alla libertà di parola” oltre al diritto di proprietà, il primo è una componente del secondo: infatti, quello che una persona effettivamente possiede non è il diritto alla libertà di parola ma il diritto di affittare una sala e di rivolgersi a chi vi entra.
I liberals, trascurando il problema della proprietà, finiscono con l’indebolire i diritti stessi: poiché le strade sono pubbliche, si può impedire una manifestazione per non bloccare il traffico; tale problema non si porrebbe se tutte le strade fossero private, in quanto alcune potrebbero essere affittate dai manifestanti.
La privatizzazione di tutto il territorio risolverebbe il problema dell’immigrazione. Invece di porre arbitrari vincoli numerici agli ingressi, ciascun immigrato entra in un territorio solo se si accorda con il proprietario, che può vendere o affittare l’immobile.
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La conoscenza, il vero e il falso
La nostra teoria dei diritti di proprietà consente di risolvere problemi complessi in materia di circolazione delle informazioni.
La libertà di parola dovrebbe sempre prevalere. Distinguiamo i due casi in cui la notizia diffusa da un individuo a proposito di un altro sia vera o sia falsa. Se è vera, si afferma che viene violato il diritto alla privacy. Ma le idee espresse dal calunniatore appartengono a lui e non esiste un diritto alla privacy, se non come diritto a proteggere i propri averi dall’invasione altrui. Inteso invece come diritto a non essere menzionati pubblicamente è inaccettabile, perché comprime il diritto alla proprietà di se stessi.
Se la notizia è falsa si incorre nel reato di diffamazione. Ma tale reato non dovrebbe esistere: infatti, la reputazione non è un’entità che appartiene al calunniato, bensì consiste dei giudizi contenuti nelle menti delle altre persone; e nessuno può pretendere di controllare le menti altrui. Dunque deve essere privilegiata la libertà di espressione del calunniatore.
Se un individuo ha il diritto di divulgare le conoscenze che ha a proposito di un’altra persona, ha anche il diritto di ricatto, cioé di chiedere denaro in cambio del silenzio.
Non esiste un “diritto all’informazione”: nessuna persona o gruppo di persone ha il diritto di sapere alcunché, la gente non può accampare nessuna pretesa sulle cognizioni in possesso di altri. Tale circostanza è il rovescio della medaglia della libertà di tacere, in tribunale e ovunque.
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Corruzione
Nella corruzione deve essere punito solo il corrotto, che ha violato il contratto con i suoi datori di lavoro.
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Boicottaggio
Il boicottaggio è legittimo, in quanto è il tentativo di convincere altre persone a non avere alcun contatto con una particolare persona o ditta, soprattutto per non acquistarne i prodotti.
Il picchettaggio in una proprietà privata è illegittimo, perché viola il diritto di proprietà.
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Diritti di proprietà e teoria del contratto
I contratti esecutivi, cioè da far rispettare attraverso la coercizione legale, sono solo quelli il cui mancato rispetto da parte di uno dei contraenti implica il furto (implicito) della proprietà dell’altro. Dunque il titolo di proprietà deve essere già stato trasferito. Infatti, la teoria libertaria del contratto è stata definita come la teoria del contratto di “trasferimento di titolo”. Es.: nel contratto di compravendita, se l’acquirente ha ricevuto il bene e non cede in cambio la somma di denaro, ha commesso un furto implicito, e dunque deve essere costretto a pagare; infatti il venditore aveva già trasferito il suo titolo di proprietà all’acquirente. Invece, il diritto libertario non può accettare la teoria del contratto basata sulla promessa (e, per la controparte, sull’aspettativa), secondo cui la semplice promessa diventa vincolante. Le promesse e le aspettative sono condizioni mentali soggettive, che non comportano trasferimenti di proprietà e che quindi non sottintendono un furto implicito. L’unica proprietà trasferibile è quella alienabile dall’uomo (ad esempio, i beni materiali), mentre la propria volontà, ovvero il controllo sul proprio corpo e sulla propria mente, non è alienabile. Da ciò discende, tra l’altro, l’inapplicabilità, per il diritto libertario, dei contratti di schiavitù volontaria.
Per evitare il rischio di diffusione del venir meno agli impegni presi, le due parti possono inserire nel contratto una garanzia di adempimento: in caso di violazione la parte pagherebbe una somma di denaro.
In un sistema giuridico libertario il diritto fallimentare sarebbe inammissibile. Esso infatti, ammettendo un affievolimento dei debiti, viola i diritti di proprietà dei creditori. Il sistema giuridico dovrebbe imporre il pagamento dell’intero debito (più gli interessi accumulati e i danni) vincolando anche il reddito futuro del debitore. Solo il creditore può eventualmente condonare volontariamente il proprio debito (non quello altrui).
Una persona deve poter vendere anche parte del titolo di proprietà, non solo il titolo pieno.
La teoria libertaria dei contratti basata sul trasferimento di titolo ha un’implicazione politica importantissima. Essa fa a pezzi la teoria del contratto sociale in tutte le sue varianti. La teoria del contratto sociale, che si tratti della completa cessione dei propri diritti di Hobbes o della cessione del diritto di autodifesa di Locke, è usata come giustificazione per l’esistenza dello Stato. Il contratto sociale non è che una semplice promessa di tenere in futuro un certo comportamento; ma poiché, come detto, nessuna promessa può vincolare un individuo (e a maggior ragione le generazioni future che quella promessa non l’hanno nemmeno fatta), quel contratto non deve essere esecutivo.
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Situazioni da “scialuppa di salvataggio”
Un’obiezione che viene mossa alla teoria del diritto di proprietà di se stessi muove dall’esistenza di situazioni di estrema emergenza. La tesi è che in tali situazioni qualsiasi teoria dei diritti individuali sia inapplicabile o presenti estreme difficoltà. Esempio: nel caso di una nave che affonda, la scialuppa ha meno posti del numero di naufraghi; a chi spetta la decisione sulla vita e la morte degli altri?
Basta definire bene il diritto di proprietà: se i proprietari della scialuppa (ad es., il capitano) sono morti, essa è dei primi che la usano (homestead), in quanto è diventata priva di proprietario. Se i posti sono otto, i primi otto potranno utilizzarla; se il nono cercasse di scacciare uno degli otto, sarebbe un aggressore criminale che, all’arrivo sulla costa, dovrebbe essere punito. A chi crede che questo principio sia spietato si deve ribattere che qualsiasi altro principio di assegnazione dei posti sarebbe realmente intollerabile.
Se il proprietario è vivo, il diritto di assegnare i posti spetta a lui.
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“Diritti” degli animali
Gli animali non possiedono diritti, solo la specie umana. I diritti naturali sono radicati nella natura umana, in quanto essa è costituita dalla capacità di scelta consapevole del singolo individuo, dal suo bisogno di usare il proprio intelletto e la propria energia per scegliere scopi e valori, dal suo bisogno di comprendere il mondo, di perseguire i propri fini allo scopo di sopravvivere e prosperare, dalla sua capacità di comunicare e interagire con altri esseri umani. Nessun altro animale possiede tali caratteristiche.
D’altra parte gli animali non rispettano i diritti degli altri animali, dunque anche per questo motivo è impossibile estendere agli animali un’etica dei diritti.
PARTE III
Lo Stato contro la libertà
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La natura dello Stato
Che dire dello Stato? Qual è, se esiste, il suo giusto ruolo? Gran parte delle persone, compresi molti teorici politici, è convinta che, una volta ammessa l’importanza, perfino il vitale bisogno, di una particolare attività dello Stato – come ad esempio, la produzione di un codice giuridico – si ammetta ipso facto la necessità dello Stato in quanto tale. Lo Stato, effettivamente, svolge molte funzioni importanti e necessarie: provvede alla legge, mantiene polizia e vigili del fuoco, costruisce le strade e ne cura la manutenzione, consegna la posta. Ma questo non dimostra in alcun modo che soltanto lo Stato possa svolgere queste funzioni, né che esso riesca a svolgerle in modo passabilmente efficace.
Supponiamo, ad esempio, che in un quartiere vi siano molti negozi di meloni in concorrenza tra loro. Smith, uno dei venditori, scaccia dal quartiere con la violenza tutti i suoi concorrenti; in altri termini, egli fa uso della violenza per costituire un monopolio forzoso sulla vendita dei meloni in una particolare area. Ciò significa forse che l’uso della forza da parte di Smith per costituire e conservare il proprio monopolio era essenziale per la fornitura di meloni nel quartiere? Certamente no. Infatti esistevano altri venditori, pronti a competere con Smith non appena questi avesse cessato
di usare la forza o di minacciarne l’impiego. Inoltre, lo studio dell’economia dimostra che il servizio fornito da Smith, il monopolista coercitivo, tenderà ad essere scadente, sia sotto il profilo della qualità, sia sotto quello dell’efficienza. Protetto dalla concorrenza grazie all’uso della forza, Smith potrà permettersi di fornire un servizio costoso e inefficiente, giacché i consumatori verrebbero privati di alternative. Vi è da aggiungere che, se un gruppo di persone chiedesse l’abolizione del monopolio imposto da Smith, ben pochi avrebbero la faccia tosta di accusare questi “abolizionisti” di voler privare i consumatori degli agognati meloni. Ebbene, lo Stato non è altro che il nostro Smith, con la differenza che esso opera su scala gigantesca ed è onnipresente. Per tutto il corso della storia umana, gruppi di uomini che si facevano chiamare “il governo” o “lo Stato” hanno cercato – solitamente riuscendovi – di ottenere un monopolio forzoso sulle “alture dominanti” dell’economia e della società. In particolare, lo Stato si è arrogato un monopolio coercitivo sui servizi di polizia e sulle forze armate, sulla produzione normativa, sull’attività giudiziaria, sulla creazione di moneta, sulle terre inutilizzate (il “demanio pubblico”), sulle strade, sui fiumi e sulle acque costiere e sulla consegna della posta. Il controllo della terra e dei trasporti è stato per lungo tempo un eccellente metodo per assicurarsi il controllo di una società; in molti paesi, le strade di grande comunicazione sono nate per permettere al governo di muovere agevolmente le proprie truppe in tutto il territorio. Il controllo dell’offerta di moneta è un modo per assicurare
allo Stato un’agevole e rapida fonte di introiti, e lo Stato si accerta che a nessun concorrente privato sia permesso violare il monopolio della contraffazione (cioè,della creazione) di nuova moneta, che lo Stato si è arrogato. Il monopolio del servizio postale è stato per molto tempo un comodo metodo per tenere d’occhio l’opposizione, indisciplinata e sovversiva. In gran parte delle epoche storiche, lo Stato ha anche esercitato uno stretto controllo sulla religione, solitamente cementando una vantaggiosa alleanza con una Chiesa ufficiale: lo Stato concedeva ai preti potere e ricchezza e la Chiesa, da parte sua, predicava alla popolazione sottomessa il divino dovere di obbedienza a Cesare. Ma, ora che la religione ha perduto molto del proprio potere di persuasione, solitamente lo
Stato è disposto a lasciare in pace la religione per concentrarsi su alleanze analoghe, sia pure meno strette, con intellettuali laici. In ogni caso lo Stato si affida al controllo delle leve della propaganda per convincere i sudditi a obbedire ai propri governanti, o perfino a esaltarli.
Ma il monopolio d’importanza cruciale è rappresentato soprattutto dal controllo dell’uso della violenza da parte dello Stato: dal controllo della polizia, delle forze armate e dei tribunali, cioè del luogo del potere decisionale ultimo nelle vertenze sui reati e sui contratti. Il controllo della polizia e dell’esercito è particolarmente importante per imporre e garantire tutti gli altri poteri dello Stato, compreso quello – fondamentalissimo – di reclamare con la coercizione le proprie entrate.
In effetti, vi è un potere importantissimo connaturato all’apparato dello Stato. Tutte le altre persone e tutti gli altri gruppi presenti nella società (tranne criminali notori e rari come ladri e rapinatori) ricavano il proprio reddito per mezzo di accordi volontari: vendendo beni e servizi ai consumatori, oppure tramite cessioni volontarie (per esempio, come membri di un club o di un’associazione, oppure per donazione o ancora in eredità). Soltanto lo Stato realizza le proprie entrate con la coercizione, minacciando pene severe qualora esse non si dovessero materializzare. Questa coercizione va sotto il nome di “tassazione”, sebbene in altre epoche sia stata definita “tributo”. La tassazione costituisce un furto puro e semplice, anche se su scala grandiosa e colossale, che nessun
criminale comune potrebbe mai sperare di compiere. Si tratta di un sequestro forzoso della proprietà degli abitanti, ovvero dei sudditi, dello Stato.
Per il lettore scettico, sarebbe un utile esercizio quello di cercare di fornire una definizione di tassazione che non implichi contemporaneamente un furto. Come il rapinatore, lo Stato esige denaro con l’equivalente della minaccia delle armi: se il contribuente si rifiutasse di pagare, i suoi beni verrebbero sequestrati con la forza e, qualora egli si opponesse a questa rapina, verrebbe arrestato; se continuasse a opporre resistenza si arriverebbe perfino a sparargli. È vero che gli apologeti dello Stato sostengono che la tassazione, “in realtà”, è volontaria; una semplice ma istruttiva confutazione di questa affermazione consiste nel riflettere su cosa accadrebbe se il governo abolisse la tassazione e si limitasse a semplici richieste di contributi volontari. Davvero qualcuno può credere che continuerebbero a riversarsi nei forzieri dello Stato entrate anche solo lontanamente comparabili con quelle attuali? È probabile che perfino quei teorici che affermano che la punizione non scoraggia mai le cattive azioni si ritrarrebbero sgomenti davanti a una tale affermazione. Il grande economista Joseph Schumpeter aveva ben ragione di affermare acidamente che «la teoria che accomuna le tasse alle quote di iscrizione a un club o all’acquisto dei servizi di, poniamo, un medico, non fa altro che provare quanto questa parte delle scienze sociali sia lontana dalla formulazione scientifica».
È stato affermato anche che, in un regime democratico, l’atto di votare rende effettivamente “volontario” il governo e tutti i suoi atti e i suoi poteri. Anche nel caso di questa diffusa argomentazione si possono riscontrare numerosi difetti. In primo luogo, anche se la maggioranza della popolazione approvasse specificamente ciascuna singola azione del governo, questo non rappresenterebbe altro che la tirannia della maggioranza, e non un’azione volontaria intrapresa da ciascun abitante. L’omicidio resta omicidio, il furto resta furto, che sia commesso da un uomo, da un gruppo o anche dalla maggioranza della popolazione in un particolare territorio. Il fatto che una maggioranza possa appoggiare o condonare un furto non diminuisce la natura criminale di quest’atto, né lo rende meno ingiusto. Se le cose non stessero così, potremmo dire, ad esempio, che gli Ebrei assassinati dal governo nazista democraticamente eletto non furono assassinati, ma “si suicidarono”; questa è la conseguenza, certamente grottesca ma logica, della dottrina della “democrazia come espressione della volontà generale”. In secondo luogo, in una repubblica, a differenza di quanto avviene in una democrazia diretta, le persone non votano su misure specifiche, ma per eleggere “rappresentanti” che offrono loro un “pacchetto”di proposte politiche; in seguito, questi rappresentanti danno libero corso alla propria volontà per un periodo di tempo prestabilito. Naturalmente, essi non sono realmente “rappresentanti” in senso giuridico, giacché in una società
libera il principale assume il proprio agente o il proprio rappresentante su base individuale e lo può licenziare quando vuole. Come ha scritto il grande teorico politico anarchico e costituzionalista Lysander Spooner:«Essi (i funzionari eletti del governo) non sono i nostri servi, i nostri agenti, i nostri avvocati o i nostrirappresentanti… (Infatti) noi non ci rendiamo responsabili dei loro atti. Se un uomo è il mio servo, il mio agenteo il mio avvocato, io mi rendo necessariamente responsabile di tutti gli atti che egli commette entro i limiti delpotere che gli ho affidato. Se gli ho affidato, in qualità di mio agente, un potere assoluto, oppure un qualsiasipotere sulle persone o sui beni altrui, allora mi rendo necessariamente responsabile, nei confronti delle altrepersone, di tutti i danni che egli può causare loro, sempre che egli agisca nei limiti del potere che gli hoconcesso. Ma nessuno che abbia subìto danni per opera del Congresso, nella persona o negli averi, può rivolgersiai singoli elettori e ritenerli responsabili per gli atti dei loro cosiddetti agenti o rappresentanti. Ciò dimostra chequesti presunti agenti del popolo non sono in realtà gli agenti di nessuno».
Si aggiunga che, anche secondo il punto di vista interno alla logica democratica, il voto non può certo costituire un governo della “maggioranza”, né tanto meno un’approvazione volontaria dello Stato. Negli Stati Uniti, ad esempio, meno del 40 per cento degli aventi diritto si prende il disturbo di andare a votare; di questi, il 21 per cento potrebbe votare per un candidato e il 19 per l’altro. Il 21 per cento non può certamente costituire un governo della maggioranza, tanto meno un assenso volontario (in un solo senso, del tutto distinto dalla democrazia o dal voto, la “maggioranza” sostiene sempre qualsiasi governo esistente, ma di questo ci occuperemo più avanti). E infine, com’è che le tasse vengono imposte a tutti, a prescindere dal fatto che abbiano votato o, in particolare, che abbiano votato per il candidato vincitore? Come può l’astensione dal voto, o il voto a favore del candidato perdente, indicare una qualsiasi sorta di approvazione delle azioni del governo eletto?
Inoltre il voto non costituisce una sorta di assenso volontario, neanche da parte di chi ha eletto il governo. Scrive Spooner: «In verità, nel caso degli individui, il loro stesso voto non dev’essere considerato come una prova del loro assenso. Al contrario, si deve pensare che, senza che gli sia mai stato chiesto il suo consenso, un uomo si trova attorniato da uno Stato al quale non può opporre resistenza; uno Stato che lo obbliga a pagare del denaro, a rendere servizi, a rinunciare all’esercizio di molti dei propri diritti naturali sotto la minaccia di pesanti punizioni.
Egli comprende anche che altri uomini esercitano per mezzo del voto questa tirannia su di lui. Egli capisce inoltre che, se sarà disposto ad usare anch’egli il voto, potrà avere qualche possibilità di sottrarsi a questa tirannia degli altri, sottoponendoli alla propria. In breve egli si trova, senza avere dato il proprio assenso, nella situazione di esercitare il proprio voto e diventare un padrone, oppure non esercitarlo e diventare uno schiavo. Egli non ha altra alternativa e, per autodifesa, sceglie la prima delle due. Il suo caso è analogo a quello di un uomo obbligato a partecipare a una battaglia, dove deve uccidere gli altri o esserne ucciso. Dal fatto che in una battaglia, allo scopo di salvarsi la vita, un uomo cerchi di togliere la vita ai suoi avversari, non si deve desumere che abbia scelto di parteciparvi. La stessa cosa avviene negli scontri a suon di voti, che non sono altro che surrogati delle pallottole, perché dal fatto che un uomo esprima il proprio voto, che è la sola speranza che ha di autoconservarsi, non si deve dedurre che egli partecipi volontariamente alla gara, che abbia messo in gioco tutti i propri diritti naturali contro quelli degli altri, perché siano vinti o perduti nella semplice battaglia dei numeri… Indubbiamente, il più miserabile degli uomini, sotto il governo più oppressivo del mondo, sarebbe ben lieto se gli venisse permesso di votare, intravedendo in questo la sola possibilità di migliorare la propria condizione. Ma non sarebbe legittimo concludere che lo stesso governo che lo opprime sia un governo che egli ha costituito volontariamente o al quale ha concesso la propria adesione. Quindi, dal fatto che la tassazione è obbligatoria e perciò indistinguibile dal furto, segue che lo Stato, che prospera grazie ad essa, è una vasta organizzazione
criminale, di gran lunga più fortunata e formidabile di qualsiasi mafia “privata” apparsa nella storia. Per di più, lo Stato dovrebbe essere considerato un ente criminale non solo sulla base della teoria del crimine e dei diritti di proprietà enunciata in questo libro, ma anche secondo le opinioni comuni dell’umanità, che ha sempre ritenuto che il furto sia un delitto. Come abbiamo visto in precedenza, Franz Oppenheimer ha riassunto succintamente la questione quando ha posto in evidenza che per diventare ricchi nella società vi sono due e due soli modi: (a) la produzione e lo scambio volontario con altri, il metodo del libero mercato, e (b) l’espropriazione violenta della ricchezza prodotta da altri. Quest’ultimo è il metodo della violenza e del furto. Il primo va a vantaggio di tutte le parti coinvolte; il secondo rappresenta un vantaggio parassitario del gruppo o della classe saccheggiatrice a spese del saccheggiato. Oppenheimer ha acutamente definito il primo mezzo per ottenere ricchezza come “mezzi economici” e il secondo come “mezzi politici». Oppenheimer, quindi, ha brillantemente definito lo Stato come “l’organizzazione dei mezzi politici”». L’essenza dello Stato come organizzazione criminale non è mai stata espressa in modo più energico o brillante di quanto abbia fatto Lysander Spooner nel brano che segue: «È vero che, secondo la teoria della nostra Costituzione, tutte le tasse vengono pagate volontariamente e che il nostro Stato è una compagnia di mutua assicurazione, alla quale le persone aderiscono volontariamente… Ma questa teoria del nostro sistema di governo è del tutto differente da quel che si verifica in pratica. Il fatto è che lo
Stato, come un bandito di strada, intima alle persone “o la borsa o la vita”. E molte, se non tutte le tasse vengono pagate sotto il peso di questa minaccia. Lo Stato, in effetti, non tende un agguato a un uomo in un luogo solitario, balzando dal ciglio della strada, per puntargli la pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma non per questo la rapina cessa di essere una rapina a tutti gli effetti, anzi, è ben più codarda e vergognosa. Il bandito di strada assume su di sé tutta la responsabilità, il pericolo e la criminalità del suo atto. Egli non pretende di avere un giusto titolo al vostro denaro, né di volerlo usare a vostro beneficio. Non pretende di essere altro che un rapinatore. Non è tanto impudente da affermare di essere semplicemente un “protettore” e di prendere il denaro dei passanti contro la loro volontà solo per essere in grado di “proteggere” quei viaggiatori che si illudono di
essere perfettamente capaci di difendersi da soli o che non apprezzano il suo peculiare sistema di protezione. Il bandito è un uomo troppo ragionevole per fare affermazioni del genere. Per di più, una volta che vi ha sottratto il denaro, egli vi abbandona al vostro destino. Il bandito non continua a seguirvi lungo la strada, contro la vostra volontà, sostenendo di essere il vostro legittimo “sovrano” in virtù della “protezione” che vi accorda. Non continua a “proteggervi”, orinandovi di piegarvi ai suoi voleri e di servirlo, esigendo che facciate questo e proibendovi di fare quello; sottraendovi altro denaro tutte le volte che ritiene che ciò sia nel suo interesse oppure quando ne ha voglia, e marchiandovi come ribelle, traditore e nemico del vostro paese, abbattendovi senza pietà, se mettete in dubbio la sua autorità o opponete resistenza alle sue richieste. Il bandito è troppo gentiluomo per
macchiarsi di imposture, insulti e scelleratezze come queste. In sintesi, oltre a rapinarvi, egli non cerca di rendervi il suo zimbello o il suo schiavo».
È istruttivo chiedersi perché lo Stato, a differenza del bandito di strada, si ammanti sempre in questa ideologia di legittimità, perché debba indulgere in tutte le ipocrisie descritte da Spooner. La ragione è che il bandito non è un membro della società visibile, permanente, legittimo, né tanto meno un membro di alto rango. Egli è sempre in fuga dalle sue vittime o dallo stesso Stato. Ma lo Stato, a differenza di quanto accade con una banda di malfattori, non è considerato una organizzazione criminale; anzi, solitamente i suoi tirapiedi hanno rivestito le posizioni più elevate nella società. Si tratta di una condizione che permette allo Stato di cibarsi delle proprie vittime e, al tempo stesso, di raccogliere il sostegno, o almeno l’acquiescenza, di gran parte di esse a questo processo di sfruttamento. In effetti, la funzione dei tirapiedi e degli alleati ideologici dello Stato è proprio quella
di spiegare alla popolazione che in realtà il re indossa bellissime vesti. In sintesi, gli ideologi devono spiegare che, mentre il furto commesso da una persona o da più persone o gruppi è un male, se è lo Stato a compiere tali azioni, allora non si tratta più di un furto, bensì dell’atto legittimo, e perfino consacrato, detto “tassazione”. Gli ideologi devono spiegare che l’omicidio commesso da una o più persone o gruppi è un male e deve essere punito, ma che quando è lo Stato a uccidere, allora non si deve parlare di omicidio, ma di una pratica glorificata detta “guerra” o “repressione della sovversione interna”. Essi devono spiegare che, mentre il sequestro di persona o la schiavitù sono un male se vengono commessi da individui o gruppi privati, quando è lo Stato l’autore di queste azioni, allora non si tratta più di sequestro o schiavitù, bensì di “coscrizione”, di un atto
necessario per il bene pubblico e perfino per le necessità della stessa moralità. La funzione dell’ideologo statalista è quella di intessere il falso vestito del re, di indurre la popolazione ad accettare due pesi e due misure: quando lo Stato commette i più gravi delitti capitali, in realtà non si macchia di alcun crimine, ma sta facendo qualcos’altro, qualcosa di necessario, giusto, importante e persino – nelle epoche passate – divinamente stabilito.
Il successo consolidato nel tempo degli ideologi dello Stato è probabilmente la più colossale frode nella storia dell’umanità. L’ideologia ha sempre avuto un’importanza vitale per la sopravvivenza dello Stato, com’è attestato dall’impiego sistematico dell’ideologia sin dagli antichi imperi orientali. Il contenuto specifico dell’ideologia, naturalmente, è cambiato nel corso del tempo, adattandosi al mutare delle condizioni e delle culture. Nei dispotismi orientali, spesso l’imperatore era considerato dalla Chiesa come un essere divinizzato; nella nostra epoca più laica, le argomentazioni si appellano più frequentemente al “bene pubblico” e al “benessere generale”.
Ma lo scopo è sempre lo stesso: convincere la popolazione che lo Stato non è, come si potrebbe pensare, criminalità su scala grandissima, ma qualcosa di necessario e di importante che dev’essere sostenuto e riverito.
L’ideologia ha per lo Stato un’importanza fondamentale per la ragione che, essenzialmente, esso si fonda sempre sul consenso della maggioranza della popolazione. Questo sostegno esiste in ogni Stato, che si tratti di una “democrazia”, di una dittatura o di una monarchia assoluta. Infatti, esso consiste nella disponibilità da parte di una maggioranza (non, ripeto, di ogni individuo) a seguire le regole del sistema: a pagare le tasse, a combattere, senza lamentarsi troppo, le guerre dello Stato, ad obbedire alle sue regole e ai suoi decreti. Non è necessario che, per essere efficace, questo consenso sia entusiastico: una passiva rassegnazione è sufficiente. Ma comunque deve esservi. Se, infatti, il grosso della popolazione fosse realmente convinto dell’illegittimità dello Stato, se fosse convinto che esso non è altro che una banda di criminali in grande stile, lo Stato deperirebbe rapidamente e
non godrebbe di maggiore considerazione o durata di una qualsiasi organizzazione mafiosa. Da ciò discende il bisogno dello Stato di impiegare ideologi al proprio servizio, ecco quindi la necessità dell’alleanza, vecchia di secoli, dello Stato con gli Intellettuali di Corte che tessono le lodi del predominio dello Stato stesso.
Nel mondo moderno, nel quale è spesso diventato impossibile avvalersi di una Chiesa Ufficiale, è particolarmente importante che lo Stato assuma il controllo dell’istruzione, per plasmare le menti dei propri sudditi. Oltre a influenzare le università per mezzo di sovvenzioni di ogni tipo, o direttamente nel caso delle università statali, lo Stato controlla l’istruzione inferiore tramite l’istituto, pressoché universale, della scuola pubblica, per mezzo di requisiti d’idoneità per le scuole private e con le leggi che impongono l’istruzione obbligatoria.
Aggiungete a questo un controllo pressoché totale su radio e televisione, sia direttamente per mezzo della proprietà statale, come avviene nella maggior parte dei paesi, sia, come negli Stati Uniti, tramite la nazionalizzazione dell’etere e il potere, attribuito a una commissione federale, di concedere alle diverse emittenti il diritto di utilizzare le frequenze e i canali.
Quindi, per sua stessa natura, lo Stato deve violare le leggi morali generalmente accettate e seguite dalla maggior parte delle persone. Gran parte della gente concorda sull’ingiustizia e sulla illegalità del furto e dell’omicidio. I costumi, le regole e le leggi di tutte le società condannano queste azioni. Lo Stato, quindi, si trova sempre in una posizione vulnerabile, nonostante la sua forza secolare. Illuminare la popolazione sulla vera natura dello Stato, in modo che possa comprendere che esso vìola regolarmente le ingiunzioni generalmente accettate contro la rapina e l’omicidio, e che lo Stato è necessariamente il violatore del diritto morale e penale comunemente accettato, è oggi un compito particolarmente urgente.
Abbiamo visto perché lo Stato ha bisogno degli intellettuali; ma perché questi hanno bisogno dello Stato? Per dirla con franchezza, la ragione è che gli intellettuali, i cui servizi spesso non sono particolarmente desiderati dalla massa dei consumatori, possono trovare nelle braccia dello Stato un “mercato” assai più sicuro per le loro capacità. Lo Stato può concedere loro quel potere, quella condizione sociale e quella ricchezza che raramente possono ottenere tramite lo scambio volontario. Per secoli, molti intellettuali (anche se, naturalmente, non tutti) hanno perseguito l’obiettivo del Potere, della realizzazione dell’ideale platonico del “re filosofo”. […]
Lo Stato, dunque, è un’organizzazione criminale coercitiva che si nutre per mezzo di un sistema di tassazione-furto su vasta scala e la fa franca organizzando il sostegno della maggioranza (non, ripetiamo, di tutti) e assicurandosi l’alleanza di un gruppo d’intellettuali capaci di plasmare l’opinione popolare, ricompensati con le briciole del suo potere e con il vil metallo. Ma esiste un altro importante aspetto dello Stato, degno di considerazione. Possiamo ora analizzare un altro argomento essenziale a sostegno dello Stato: l’argomentazione implicita che sostiene che l’apparato statale possiede realmente e giustamente il territorio sul quale esercita la propria giurisdizione. Lo Stato, in breve, si arroga un monopolio della forza, un potere decisionale ultimo, su una certa area, le cui dimensioni dipendono dalle condizioni storiche e da quanta parte di essa è stato capace di strappare agli altri Stati. Se si potesse dire che lo Stato possiede a giusto titolo il proprio territorio, allora sarebbe giusto che esso stabilisse le leggi per chiunque desideri vivere in quell’area. In tal caso sarebbe giusto che esso sequestrasse o controllasse legittimamente la proprietà privata, in quanto in quell’area non esisterebbe proprietà privata, giacché lo Stato possiederebbe tutta la terra. Finché lo Stato permette ai suoi sudditi di lasciare il proprio territorio, dunque, si potrebbe dire che esso agisce come farebbe qualsiasi altro proprietario che stabilisce delle regole per le persone che vivono sulla sua proprietà (questa sembra essere l’unica giustificazione per il rozzo slogan America, love it or leave it!, o per l’enorme importanza attribuita al diritto di un individuo di emigrare dal proprio paese). In sintesi, questa teoria rende lo Stato, come i sovrani medievali, un signore feudale che, almeno in teoria, possiede tutta la terra dei propri domini. Il fatto che risorse nuove e senza proprietario - che si tratti di terre vergini o di laghi - siano invariabilmente avocate a sé dallo Stato (costituendo il suo “demanio pubblico”) è una conseguenza di questa teoria implicita.
Ma la nostra teoria dell’homesteading, delineata nelle pagine precedenti, è sufficiente a demolire qualsiasi pretesa in questo senso dell’apparato dello Stato. Infatti, in base a quale diritto i criminali dello Stato rivendicano la proprietà della terra? È già abbastanza brutto che si siano impossessati del potere decisionale in quest’area; quale criterio può mai concedere loro la legittima proprietà dell’intero territorio?
Lo Stato, pertanto, può essere definito come l’organizzazione che possiede una o entrambe (di fatto, quasi sempre entrambe) le seguenti caratteristiche: (a) esso raccoglie le proprie entrate per mezzo della coercizione fisica (la tassazione), e (b) raggiunge un monopolio forzato della violenza e del potere decisionale ultimo su un certo territorio. Entrambe queste attività essenziali dello Stato costituiscono un’aggressione criminale e una depredazione dei giusti diritti di proprietà privata dei suoi sudditi (compreso il diritto all’autoproprietà).
Infatti, la prima di queste attività stabilisce e consolida il furto su grande scala, mentre la seconda proibisce la libera concorrenza di agenzie di difesa e di tutela giuridica in una determinata area, proibendo l’acquisto e la vendita volontari di servizi difensivi e giudiziari. Ciò giustifica la brillante critica dello Stato fatta dal teorico libertario Albert Jay Nock: «Lo Stato rivendica ed esercita il monopolio del crimine» in un certo territorio. «Esso proibisce l’omicidio privato, ma organizza l’omicidio su scala colossale. Punisce il furto privato, ma pone le sue mani senza scrupoli su tutto ciò che esso desidera, che si tratti degli averi di un cittadino o di uno straniero».
Si deve mettere in evidenza che lo Stato non utilizza la coercizione solo per raccogliere le proprie entrate, per assoldare propagandisti che ne sostengano il potere e per arrogarsi ed esercitare il monopolio forzato di servizi importanti come la protezione di polizia, la lotta contro gli incendi, i trasporti e i servizi postali. Infatti, lo Stato fa anche molte altre cose, di nessuna delle quali si può ragionevolmente difendere l’utilità per la popolazione. Esso fa uso del suo monopolio della forza per ottenere, come afferma Nock, un “monopolio del crimine”, per controllare regolamentare e forzare i suoi sfortunati sudditi. Spesso si spinge fino a controllare la moralità e la vita quotidiana dei cittadini. Lo Stato impiega i suoi introiti estorti non solo per monopolizzare e fornire inefficientemente alla popolazione autentici servizi, ma anche per aumentare il proprio potere a spese dei sudditi tormentati e sfruttati: per redistribuire la ricchezza dalla popolazione a se stesso e ai propri alleati e per controllare, dominare e forzare gli abitanti del proprio territorio. In una società autenticamente libera, una società nella quale vengano rispettati i diritti individuali della persona e della proprietà, lo Stato, quindi, cesserebbe necessariamente di esistere. La sua miriade di attività invasive e aggressive, le sue incursioni contro i diritti della persona e della proprietà, scomparirebbero. Allo stesso tempo, quegli autentici servizi che esso svolge così male verrebbero affidati alla libera concorrenza e verrebbero acquistati volontariamente dai singoli consumatori.
In questo modo viene messo a nudo quanto sia grottesca la tipica richiesta conservatrice che il governo imponga standard di “moralità” (per esempio, proibendo la presunta immoralità della pornografia). Anche prescindendo da altri solidi argomenti contro l’imposizione della moralità (ad esempio, che nessuna azione che non sia liberamente scelta può essere considerata “morale”), è certamente grottesco affidare la funzione di guardiano della moralità pubblica al più grande gruppo criminale (quindi immorale) presente nella società: lo Stato.
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Contraddizioni implicite dello Stato
L’esistenza e il dominio dello Stato dipendono dalla forza dell’abitudine, dal fatto che lo Stato esiste da secoli, ed è considerato un dato naturale ineludibile.
Per dimostrare l’infondatezza della necessarietà dello stato basta prendere in considerazione la tipica argomentazione in un ipotetico stato di natura, che è la seguente: se a ciascun individuo viene permesso il diritto all’autodifesa, presto ci si troverà ognuno in guerra contro gli altri. Pertanto cediamo il potere di utilizzare la forza a Jones. L’obiezione è: chi ci proteggerà da Jones? Questa obiezione oggi viene ignorata, mentre accettiamo ciecamente il ragionamento precedente.
Anche la teoria dello “Stato minimo” è una chimera. Non vi è nessuna ragione per cui il monopolio della forza si limiti alla protezione delle persone e della proprietà; anzi, storicamente si è evidenziato che nessun governo è rimasto “limitato” per lungo tempo. I governanti hanno interesse a estendere la sfera di intervento per accumulare potere e denaro. Non esistono meccanismi istituzionali per far sì che lo Stato resti entro determinati limiti. Inoltre lo Stato non può essere neutrale (Calhoun): infatti, per l’esistenza stessa della tassazione, il meno che possa accadere è la creazione di due classi antagoniste, chi paga le imposte e chi trae beneficio dalle imposte.
Si afferma che lo Stato è necessario per la creazione del diritto. Ma questo è storicamente errato: infatti buona parte del diritto non è stata prodotta dallo Stato ma da istituzioni diverse: le consuetudini, i giudici e i tribunali di common law, il diritto commerciale prodotto dai tribunali e il diritto della navigazione applicato nei tribunali costituiti dagli armatori.
Barnett ha osservato che lo Stato è una fonte di diritto necessariamente carente e incoerente, perché, per sua natura, non può obbedire alle proprie norme giuridiche (alla sostanza delle leggi, perché per le norme procedurali non vi sono contraddizioni). Infatti, lo Stato dice che i cittadini non possono sottrarre ciò che appartiene ad un altro, ma poi non applica a se stesso questa norma perché fa questo attraverso la tassazione. Lo Stato dice che un soggetto non può dare inizio alla violenza, ma esso stesso viola tale norma attraverso il possesso del monopolio della forza.
È questo ciò che intendono i positivisti quando affermano che il diritto statale è un processo verticale a senso unico, dal governo ai cittadini. E proprio perchè i positivisti capiscono che lo Stato viola intrinsecamente le proprie norme, concludono che il diritto di origine statale è un diritto sui generis. Ma in un sistema giuridico autentico e corretto, il legislatore deve seguire tutte le sue norme, sia procedurali sia sostanziali; se non fa questo il suo operato è al di fuori della legge. Tale circostanza si può verificare solo in un diritto che sorge come processo orizzontale, ossia nasce dai soggetti stessi ed è applicato fra e dai soggetti.
Altro limite logico: non è possibile determinare oggettivamente quanta protezione fornire. Infatti la protezione non è una cosa collettiva unica: essa spazia dall’esistenza di un solo poliziotto per un intero paese alla fornitura di una guardia del corpo e di un carro armato a ciascun cittadino. In un mercato libero la decisione viene lasciata a ciascun individuo; ma se decide lo Stato la decisione non può che essere puramente arbitraria.
Limiti delle teorie della tassazione - Chi e quanto deve pagare? La teoria della “capacità contributiva”, applicata al mercato, impedirebbe a questo di funzionare per la cancellazione del sistema dei prezzi: infatti il ricco dovrebbe pagare un panino un miliardo, uno con un reddito più basso un altro prezzo e così via.
Quali sono le giuste dimensioni di uno Stato? Quanto deve essere grande l’area su cui si estende il monopolio della forza? In realtà non vi è un punto di arresto logico nella secessione e dunque nella scissione di uno Stato. Basta ammettere una sola volta un qualsiasi diritto di secessione e si potrà arrivare fino alla secessione individuale (Stato, distretto amministrativo, città, quartiere, isolato, singolo individuo), dunque all’estinzione dello Stato.
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Moralità delle relazioni con lo Stato
Se lo Stato è un apparato dedito alla criminalità e all’aggressione istituzionalizzata, allora la disobbedienza nei confronti dello Stato è giusta e morale. Non pagare le tasse, impossessarsi dei beni dello Stato, disertare sono atti moralmente leciti. Solo la prudenza ci sconsiglia dal farlo, in considerazione della maggiore forza dispiegata dall’apparato statale.
Non bisogna confondere la necessità della società, cioé il grande vantaggio del vivere in società e della divisione del lavoro, con la necessità dello Stato: il fatto che l’uomo sia un “animale sociale” non comporta affatto l’esistenza dello Stato.
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Relazioni fra gli Stati
Ammessa l’esistenza degli Stati, quali sono i principi morali che il libertarismo può indicare come criteri per la politica estera? Gli stessi della politica interna, dunque riduzione del livello di coercizione esercitato dagli Stati sui cittadini. Ciò si traduce in uno Stato “astensionista”.
Poichè le armi moderne non sono selettive, vengono uccisi degli innocenti.
PARTE IV
Teorie moderne della libertà
Questa parte è dedicata a una discussione su alcune teorie della libertà diverse dalla nostra e sostenute da autori che comunque appartengono alla tradizione liberale classica.
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Economia utilitaristica di libero mercato
A) Filosofia sociale utilitaristica
Qui analizzeremo alcuni tentativi di utilizzare un’etica utilitaristica come base di un’ideologia libertaria, non effettueremo una critica dell’utilitarismo come teoria etica.
La filosofia sociale degli economisti si è quasi invariabilmente fondata sulla filosofia sociale utilitaristica (“costi sociali”, “benefici sociali”).
La filosofia sociale utilitarista sostiene che la “buona” politica è quella che frutta “il maggior bene per il maggior numero di persone”, dove il “bene” è la piena soddisfazione dei desideri soggettivi degli individui presenti nella società. Gli u. si definiscono “avalutativi” e ritengono che la loro dottrina permetta loro di adottare una posizione priva di giudizi di valore. Ma ciò non è vero.
Innanzi tutto, perché il “maggior numero”? Non è detto che seguire i desideri del numero più grande difenda la causa della libertà. Supponiamo infatti che la maggioranza della popolazione odi e desideri uccidere coloro che hanno i capelli rossi, a loro volta un’esigua minoranza. È chiaro che in questo caso il soddisfacimento dei desideri della maggioranza non realizza un assetto eticamente accettabile.
Secondo: per quale ragione ogni persona dovrebbe contare per uno? Perchè non adottare un qualche sistema di pesi? Anche questo è un articolo di fede, non discusso e quindi non scientifico.
Terzo: i desideri soggettivi non sono assoluti e immutabili, ma soggetti a modifiche tramite la persuasione intersoggettiva. Questo significa che esistono principi morali intersoggettivi, che essi possono essere discussi razionalmente e che possono avere un impatto sugli altri.
Quarto: incomparabilità dei desideri e delle utilità di soggetti diversi; un osservatore esterno non può misurare e quindi sommare o sottrarre le utilità.
B) I Principi di Unanimità e di Compensazione
Esamineremo ora i criteri in base ai quali gli u. si dichiarano favorevoli al libero mercato, senza utilizzare posizioni etiche.
Il Principio di Unanimità, fondato sul criterio dell’ottimo paretiano, afferma che una politica è “buona” se una o più persone stanno meglio (in termini di preferenze), mentre nessuno sta peggio. L’unanimità è data dal fatto che ognuno concede il proprio assenso a una determinata azione dello Stato se, in seguito ad essa, la sua posizione migliorerà o non peggiorerà. Il limite di tale ragionamento è che non è detto che la situazione attuale, cioè precedente all’intervento, sia una condizione “buona”. L’ottimo paretiano si concentra unicamente sui cambiamenti da apportare alla situazione, presa come punto zero. E se lo status quo è ingiusto o repressivo? Inoltre la necessità dell’unanimità rischia di congelare lo status quo esistente. [Buchanan afferma: difendo lo status quo non perché mi piaccia, tutt’altro, ma per la mia indisponibilità, in effetti per la mia incapacità, di discutere cambiamenti la cui natura non sia contrattuale, cioé basata sulle preferenze espresse dai soggetti, e non sulle mie concezioni soggettive e arbitrarie; naturalmente queste concezioni le posso esporre e propagandare, ma si tratterebbe di uno spreco di energie].
Variante dell’ottimo paretiano: Principio di Compensazione: una politica è “buona” se chi ne trae vantaggio in termini di utilità può compensare i perdenti e purtuttavia godere di un guadagno netto. Oltre ai difetti già evidenziati, questo principio è soggetto alla critica della incomparabilità delle utilità interpersonali.
C) Ludwig von Mises e il laissez faire “avalutativo”
Mises è sostenitore dell’economia avalutativa e oppositore di qualsiasi tipo di etica oggettiva. Egli ha offerto due soluzioni.
La prima è una variante del Principio di Unanimità: se una certa politica porta a conseguenze che tutti i sostenitori di quella politica sono concordi nel definire cattive, allora l’economista ha ragione nel definire “cattiva” quella politica. Ad esempio, l’economia non ci dice che l’interferenza dello Stato con i prezzi sia ingiusta, cattiva o impraticabile, ma che essa peggiora le condizioni dal punto di vista dello Stato e di chi ne sostiene l’interferenza. Limiti: come si fa a sapere che cosa ritengono desiderabile i sostenitori di una particolare politica? Per Mises l’economista non conosce prima valori e bisogni dei soggetti, la scala dei valori si manifesta soltanto nella realtà delle azioni, cioé i desideri dei soggetti si evidenziano solo con i loro comportamenti. Dunqque, come può l’economista sapere quali siano i motivi addotti per sostenere una data politica? La penuria di un bene che fa seguito al controllo dei prezzi potrebbe essere l’effetto desiderato dai promotori della misura.
Seconda soluzione: lo scienziato non può sostenere una determinata politica pubblica, non può dimostrare scientificamente la superiorità del laissez faire, ma lo può fare come cittadino. Come cittadino egli emette un solo, limitato giudizio di valore: il soddisfacimento degli obiettivi della maggioranza della popolazione. E se uno degli obiettivi è l’eguaglianza di tutti i redditi, o lo sterminio della minoranza con i capelli rossi?
Dunque, la teoria economica prasseologica non è in grado di formulare un qualsiasi giudizio di valore e di sostenere una qualunque politica pubblica, anche di libero mercato. Per sostenere questa causa è necessario costruire un’etica oggettiva che affermi il valore preminente della libertà.
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Isaiah Berlin
Libertà “negativa”, cioé libertà come assenza di interferenza o di violazione coercitiva della persona e della proprietà di un individuo. Ma in seguito Berlin inserisce un concetto che confonde la libertà con la “massimizzazione delle opportunità”, che apre la strada alla libertà “positiva”.
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Hayek e il concetto di coercizione
Nella Costituzione della libertà Hayek definisce correttamente la libertà come assenza di coercizione, ma commette un errore quando passa a definire la “coercizione”. Infatti il termine per H., oltre a contenere la violenza fisica o la minaccia di violenza, racchiude anche azioni pacifiche e non aggressive. Ad esempio un marito imbronciato o una moglie bisbetica rappresentano forme di coercizione, perchè rendono la vita dell’altro intollerabile. Ma il rendersi insopportabile non è un’azione invasiva. Hayek considera coercizione anche certe forme di rifiuto volontario di concludere uno scambio (ad esempio la minaccia di licenziamento, il rifiuto di un unico medico di prestare cure).
Inoltre Hayek non distingue in maniera chiara tra coercizione e violenza aggressiva e difensiva. Secondo lui esistono solo gradi relativi, o quantità, di coercizione; la società ha affrontato questo problema conferendo allo Stato il monopolio della coercizione. Ma qui non stiamo confrontando gradi diversi di una massa indifferenziata che chiamiamo coercizione: qui abbiamo una violenza aggressiva che può essere contrastata solo con la violenza difensiva, perfettamente legittima.
Hayek poi restringe il concetto di coercizione fino ad escludere alcune forme di violenza fisica aggressiva. Egli infatti ritiene che la coercizione non esiste se lo Stato non emana editti personali ed arbitrari ma universali e generali, conoscibili in anticipo da tutti. Ma l’evitabilità di un’azione non è un criterio sufficiente per affermare la mancanza di violenza (io evito quell’azione perché so prima che in caso contrario subirei una aggressione); se so prima che una volta ogni tre anni vengo ridotto in schiavitù, questo non significa che vi sia assenza di coercizione.
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Nozick e l’immacolata concezione dello Stato
Nella storia nessuno stato esistente è stato concepito sulla base di un immacolato processo “mano invisibile”, e quindi Nozick dovrebbe sostenere l’anarchia per poi aspettare che si sviluppi lo stato da lui previsto.
Non vi è alcuna giustificazione perché l’agenzia dominante proibisca i procedimenti degli indipendenti che non danneggino i suoi clienti e quindi non è possibile giungere a uno stato ultraminimo.
I principi di rischio e risarcimento sono troppo fallaci.
La teoria degli scambi non produttivi è priva di valore, per cui la proibizione delle attività rischiose e lo stato ultraminimo crollano anche solo per questa ragione.
Non esiste alcun “diritto procedurale” e quindi non vi è alcun modo per passare dalla sua teoria del rischio e degli scambi non produttivi al monopolio forzoso dello stato ultraminimo.
Non vi è alcuna ragione perché lo stato minimo imponga una tassazione.
Le stesse ragioni che giustificano lo stato minimo giustificherebbero anche uno stato massimo.
PARTE V
Verso una strategia della libertà
Se la libertà è il fine politico supremo (non è il fine supremo di ciascun singolo, che ha fini soggettivi specifici), questo significa che essa dev’essere ricercata tramite i mezzi più efficaci, cioè quelli che conducono più velocemente e completamente all’obiettivo. Il libertario deve essere abolizionista (delle violazioni della libertà) e radicale.
Il gradualismo è una strategia (mezzo) incompatibile con il fine proclamato. Come anche commettere aggressioni. Le richieste di transizione sono opportune, purché a) l’obiettivo della libertà sia il fine del processo e b) non si usino mezzi che contraddicono l’obiettivo.
- Sua Rilevanza
- Il Modello Spiegato
- Il Modello Criticato
- “L’Economia Matura”
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Cattolicesimo, protestantesimo e capitalismo
di Murray N. Rothbard
Negli anni recenti un gruppo di studiosi (la maggior parte dei quali potrebbero essere definiti “cattolici di destra”) ha posto le basi per una revisione della classica tesi riguardante la nascita della scienza economica e del capitalismo, secondo cui la teoria e le politiche economiche del laissez-faire che generarono il capitalismo si svilupparono grazie all’abbandono dei vincoli cattolici medievali. Secondo l’interpretazione standard il moderno spirito dell’indagine scientifica sbaragliò il dogmatismo scolastico e permise il diffondersi dello spirito individualista e razionalista; il superamento dell’autorità della Chiesa condusse all’individualismo generalizzato in tutti i campi; l’etica e lo spirito calvinista, enfatizzando il valore positivo del duro lavoro, del risparmio e dell’arricchimento invece della disapprovazione cattolica della ricchezza, condussero ad una fioritura del capitalismo; l’economia del laissez-faire si sviluppò nell’atmosfera protestante della Gran Bretagna (Adam Smith e così via).
Esiste però un’altra faccia della medaglia, dato che negli ultimi anni sono comparse alcune interpretazioni contrastanti specialmente nei campi della filosofia politica (ad esempio sull’effetto della legge naturale) e della teoria economica. Tra le letture di questa Nuova Scuola vorrei suggerire: Joseph A. Schumpeter, History of Economic Analysis (New York, 1954) pp.73-142; Marjorie Grice-Hutchinson, The School of Salamanca (Oxford, 1952); Emil Kauder, Genesis of the Marginal Utility Theory-Economic Journal (Settembre 1953); Kauder, Retarded acceptance of the Marginal Utility Theory-Quarterly Journal of Economics (Novembre 1953), e Comment (Agosto 1955); e Raymond de Roover, Scholastic Economics: Survival and Lasting influence from the 16th century to Adam Smith - Quarterly Journal of Economics (Maggio 1955).
Questi revisionisti, più che affrontare direttamente una delle pietre angolari dell’approccio standard – L’Etica Protestante di Weber – hanno operato per vie traverse. È raccomandabile la critica di Weber di H. M. Robertson, Aspects of economic individualism (Londra, 1933). Ad esempio, Robertson e altri hanno mostrato che in realtà il capitalismo iniziò a fiorire non in Gran Bretagna, ma nelle città italiane del quattordicesimo secolo, cioè in zone decisamente cattoliche. Il punto principale della critica revisionista, in ogni campo, è la continuità del fatto che il capitalismo, il liberalismo, il razionalismo e il pensiero economico iniziarono molto prima di Smith e sotto gli auspici cattolici. E che inoltre gli sviluppi successivi vennero costruiti su precedenti concezioni cattoliche (in alcuni casi retrocedendo rispetto ad esse).
Kauder, infatti, rovescia la tesi di Weber sui suoi stessi seguaci, attaccando Smith e Ricardo per aver sviluppato la “teoria del valore-lavoro” sotto l’influenza del Protestantesimo. Anche Schumpeter si mosse in questa direzione. L’impatto di questa importante nuova tesi è il seguente: invece di affermare che Hume e Smith svilupparono la teoria economica quasi de novo, occorre ammettere che essa in realtà è stata sviluppata nel corso dei secoli, lentamente ma sicuramente, dalla Scolastica e da cattolici italiani e francesi influenzati dalla Scolastica; che la loro dottrina economica adottava generalmente l’individualismo metodologico e metteva in risalto la teoria dell’utilità, la sovranità dei consumatori e i prezzi di mercato; e che Smith in realtà riportò indietro il pensiero economico iniettandovi la dottrina puramente britannica del valore-lavoro, allontanando così l’economia dalla strada giusta per un centinaio di anni. Potrei aggiungere che la teoria del valore-lavoro ha avuto molte cattive conseguenze. È certo che spianò la strada, del tutto logicamente, a Marx. In secondo luogo, la sua enfasi sui “costi che determinano i prezzi” ha incoraggiato l’idea che siano gli uomini d’affari o i sindacati a far salire i prezzi, piuttosto che l’inflazione governativa dell’offerta di moneta. In terzo luogo, la sua enfasi sul “valore oggettivo e intrinseco” dei beni ha condotto ai tentativi “scientisti” di misurare e stabilizzare i valori attraverso la manipolazione governativa.
Ora, l’interessante tesi di Kauder è divisa in due parti: 1) quanto riportato sopra rappresenta il corso storico degli eventi nel pensiero economico; e 2) il motivo dell’abbandono della teoria dell’utilità e della sua sostituzione con la teoria del valore-lavoro fu l’influenza dello spirito protestante, in opposizione a quello cattolico.
Kauder sostiene innanzitutto che la teoria dell’utilità venne sviluppata ad un alto livello prima da Aristotele e poi dalla Scolastica, in particolare dalla trascurata tardo-scolastica spagnola della fine del sedicesimo e dell’inizio del diciassettesimo secolo. Molti storici hanno ignorato la tarda Scolastica e la sua influenza, almeno fino a poco tempo fa. L’idea comune è che la Scolastica scomparve con il Medioevo, e il vuoto fu colmato solo dai mercantilisti. I mercantilisti, comunque, furono libellisti statalisti ad hoc, e diedero minori contributi alla teoria economica e al liberalismo rispetto alla tarda Scolastica. (Vedi DeRoover).
L’enfasi sui valori soggettivi individuali e sull’utilità venne portata avanti dai grandi filosofi della politica protestanti Grozio e Pufendorf, che furono direttamente influenzati dalla Scolastica spagnola (anche, come vedremo in seguito, nel campo della legge naturale), e dagli economisti italiani De Volterra (nella metà del sedicesimo secolo), Davanzati (alla fine del sedicesimo secolo), Montanari (alla fine del diciassettesimo secolo) e specialmente Galiani (intorno al 1750). Questa teoria venne ulteriormente sviluppata dai cattolici francesi Turgot e Condillac (nella metà del diciottesimo secolo). Kauder sostiene che, di fatto, al tempo in cui vissero gli ultimi tre il “paradosso del valore” (oro contro ferro) era stato risolto grazie alla teoria dell’utilità, solo per essere gettata via da Smith e Ricardo che reintrodussero così il problema del paradosso del valore. Potrei aggiungere che il risultante approccio olistico di Smith e Ricardo era sottilmente socialista anche in un quarto senso, perché diede inizio all’abitudine di separare la Distribuzione dalla Produzione, parlando solo di gruppi di fattori di produzione anziché di fattori individuali - di lavoro invece di lavoratori.
A questo punto Kauder prosegue mostrando che i teorici italo-francesi dell’utilità e del valore soggettivo erano cattolici, mentre i teorici del valore-lavoro come Petty, Locke e Smith erano protestanti inglesi. Kauder attribuisce questo fatto proprio all’enfasi calvinista sulla divinità del lavoro, in opposizione al pensiero cattolico che considerava il lavoro solo come un mezzo per guadagnarsi da vivere. Gli Scolastici furono liberi pertanto di arrivare alla conclusione che il “giusto prezzo” fosse essenzialmente il prezzo concorrenziale liberamente formato sul mercato, mentre i britannici influenzati dal protestantesimo furono indotti a pensare che il prezzo equo fosse il prezzo “naturale” dove “l’ammontare di lavoro scambiato in ciascun bene è lo stesso”. De Roover sottolinea che gli ultimi Scolastici spagnoli Domingo de Soto e Luis de Molina denunciarono entrambi come fallace la massima di Duns Scoto secondo cui il giusto prezzo è uguale al costo di produzione più un ragionevole profitto. Smith e Locke furono infatti influenzati sia dalla corrente scolastica che acquisirono nella loro formazione filosofica, sia dall’enfasi calvinista sulla divinità del lavoro. È vero che Smith credeva che la libera concorrenza avrebbe alla fine avvicinato i prezzi di mercato al “giusto prezzo”, ma è evidente che era stato introdotto un pericolo che Marx sfruttò pienamente (e che è rimasto nelle teorie della concorrenza imperfetta, simili nel porre l’enfasi su un qualche mondo più giusto dove regna il prezzo “naturale” o “ottimo”). I tomisti, d’altra parte, avevano sempre incentrato i loro studi economici sul consumatore come “causa finale” aristotelica nel sistema economico, indicando come fine del consumatore la “moderata ricerca del piacere”. Nel diciannovesimo secolo, dice Kauder, le influenze religiose sul pensiero economico non furono rilevanti. Egli sottolinea comunque l’importanza che ebbe per Alfred Marshall il suo severo retroterra evangelico. Il padre di Marshall era un evangelico molto rigoroso, e gli evangelici erano rigidi calvinisti-revivalisti. Forse è questo il motivo per cui Marshall resistette alla teoria dell’utilità, insistendo nel mantenere buona parte della teoria del costo di Ricardo, che come risultato persiste ancora oggi.
Vorrei aggiungere però un ulteriore commento. I più “dogmatici” sostenitori del laissez-faire nel diciannovesimo secolo non erano gli economisti inglesi, ma quelli (cattolici) francesi. Bastiat, Molinari e gli altri erano molto più rigorosi dei sempre pragmatici liberali inglesi. Inoltre la teoria del laissez-faire venne finemente sviluppata dai fisiocratici cattolici, che erano influenzati direttamente dalla dottrina della legge naturale e dei diritti naturali.
Questo mi porta a parlare della seconda grande influenza degli scolastici cattolici: la teoria della legge naturale e dei diritti naturali. Certamente la legge naturale, nata dal pensiero cattolico, rappresentò un grande ostacolo all’assolutismo statale. Schumpeter rileva che il diritto divino dei re era una teoria protestante. Anche la teoria della legge naturale e dei diritti naturali venne trasmessa dagli scolastici ai filosofi morali francesi e inglesi, ma la connessione fu oscurata dal fatto che molti razionalisti del diciottesimo secolo, essendo ferocemente anti-cattolici, rifiutarono di riconoscere il loro debito intellettuale verso i pensatori cattolici. Schumpeter, infatti, sostiene che l’individualismo ebbe origine all’interno del pensiero cattolico. Così scrive: “la società era considerata (da San Tommaso) un affare interamente umano: un mero agglomerato di individui uniti dalle loro necessità mondane…il potere del governante era derivante dal popolo…per delegazione. Il popolo è il sovrano e un governante indegno poteva essere destituito. Duns Scoto arrivava ancora più vicino ad adottare una teoria dello stato fondata sul contratto sociale. Questo…argomento è notevolmente individualista, utilitarista e razionalista”. Schumpeter sottolinea anche la difesa della proprietà privata di San Tommaso, e menziona in particolare lo spirito anti-statalista dell’opera del 1599 dello scolastico Juan De Mariana. Egli ricorda anche che gli scolastici adottarono come prezzo giusto essenzialmente quello di mercato, la teoria dell’utilità, il valore soggettivo e così via. Scrive anche che, mentre Aristotele e Scoto credevano che esistesse un solo prezzo competitivo normale, i tardo-scolastici spagnoli come Luis de Molina identificarono il prezzo di mercato con ogni prezzo concorrenziale. Essi avevano anche una teoria del gold standard, e si opponevano alla svalutazione. Schumpeter nota anche che de Lugo sviluppò una teoria del rischio del profitto d’impresa che venne pienamente sviluppata soltanto all’inizio del ventesimo secolo e oltre.
Sebbene la teoria dei diritti naturali del diciottesimo secolo fosse molto più individualista e libertaria della versione degli Scolastici, tra le due vi è una sicura continuità. Lo stesso è vero per il razionalismo, dato che la ragione è stata il principale strumento usato da San Tommaso, mentre i protestanti la combatterono fondando la loro teologia e la loro etica su basi più emozionali o sulla Rivelazione diretta.
Possiamo riassumere la teoria a favore del Cattolicesimo nel modo che segue: 1) il laissez-faire di Smith e le concezioni della legge naturale discendono dai tardo-scolastici e dai fisiocratici cattolici; 2) i cattolici hanno sviluppato l’economia basata sull’utilità marginale e il valore soggettivo, insieme all’idea che il giusto prezzo fosse il prezzo di mercato, mentre i protestanti inglesi vi innestarono la pericolosa e in ultima analisi decisamente statalista teoria del valore-lavoro, influenzata dal Calvinismo; 3) alcuni dei più “dogmatici” teorici del laissez-faire furono cattolici: dai fisiocratici a Bastiat; 4) il capitalismo nacque nelle cattoliche città italiane del quattordicesimo secolo; 5) i diritti naturali e le altre visioni razionaliste derivano dalla Scolastica.
Vorrei anche raccomandare, per un agghiacciante esempio di come l’influenza protestante-calvinista conduce al socialismo, la lettura di Melvin Richter, T.H. Green and His Audience: Liberalism as a surrogate Faith, Review of Politics (Ottobre, 1956).
Sebbene marginale in questo particolare promemoria, vorrei fortemente raccomandare anche il libro di Erik von Kuehnelt-Leddihn, Liberty or Equality, (Caldwell, Id., 1952), la cui tesi centrale è che il Cattolicesimo conduce ad uno spirito libertario (sebbene “antidemocratico”) mentre il protestantesimo porta verso il socialismo, il totalitarismo e lo spirito collettivista. Un esempio è l’affermazione di Kuehnelt-Leddihn che la credenza cattolica nella ragione e nella verità tende all’“estremismo” e al “radicalismo”, mentre l’enfasi protestante sull’intuizione porta a credere nel compromesso, nei sondaggi e così via.
Dovrebbe a questo punto essere menzionata l’opinione sulla tesi di Max Weber del professor Von Mises, secondo cui Weber avrebbe rovesciato il vero schema causale, dato che prima venne il capitalismo, e solo successivamente i calvinisti adattarono i loro insegnamenti alla crescente l’influenza della borghesia, piuttosto che il contrario.
Non sono ancora pronto a dire che la tesi a favore del Protestantesimo debba essere completamente buttata a mare, e la visione cattolica adottata pienamente. Ma sembra evidente che la storia è molto più complessa di quanto crede la visione comune, e i revisionisti forniscono certamente un eccellente correttivo. Sulle questioni specifiche della teoria dell’utilità e Adam Smith posso comunque dare il mio sostegno ai revisionisti. Ho avuto per molto tempo la sensazione che Adam Smith fosse stato considerevolmente sopravvalutato come paladino del laissez-faire.
Traduzione di Giovanni Nicodemo
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
“Tolleranza” o buona educazione?
di Murray N. Rothbard
Come la lunghezza delle gonne, negli scritti dei libertari le mode si alternano. I libertari, che si vantano di essere individualisti, sono troppo spesso pecore che seguono le ultime tendenze. La moda più recente fra i libertari è quella di scrivere con veemenza, anzi con “intolleranza”, dell’importanza dell’essere tolleranti, e di quanto essi, accidenti, odino “le persone intolleranti”. Oggi tutti quanti denunciano l’“intolleranza”, con un gran numero di nebulose pseudo-filosofiche idiozie sul rapporto fra le proprie idee e la “tolleranza” nei confronti delle idee altrui.
Qui c’è una strana anomalia che nessuno finora ha notato. Una delle cose che colpiscono chi incontra per la prima volta i Modal Libertarians è la loro maleducazione senza pari, la loro gran cafoneria, la loro totale mancanza di buone maniere. Sono quei libertari, e i soli libertari, che vi chiameranno in causa, come un perfetto estraneo, e vi denunceranno per svariate deviazioni dalla giusta linea, o per presunte contraddizioni a pag. 851. Sono i soli libertari che, avendo imparato qualche sillogismo sulla libertà, e non avendo letto nient’altro, si considerano perfettamente qualificati a dispensare prediche agli eruditi sui loro presunti errori. I soli libertari che, per il solo fatto di definirsi tali, sostengono che la tua casa è la loro casa e i tuoi averi i loro: un’implicita assunzione del comunismo dei beni libertari. E curiosamente, o forse non tanto, proprio quelli che inveiscono più forte contro l’“intolleranza” sono quelli che offendono di più. La “filosofia” in realtà è una cortina di fumo, perché il vero problema è costituito dall’educazione e dalla sua mancanza; e quando qualcuno di noi reagisce contro questi villani, ovviamente viene accusato di “intolleranza”. Il maleducato vuol mettere i piedi in testa a ciascuno di noi, e poi gridare all’“intolleranza” ogni volta che cerchiamo di opporci. Si noti il tipico stratagemma modal: spostare l’attenzione dalla buona educazione e dal comportamento verso astruse discussioni filosofiche. Questa manovra consente loro di concentrare l’attenzione sull’accusa a noi rivolta di essere intolleranti verso le loro “idee”, di sottrarci alla nostra responsabilità di sostenere un continuo dialogo o “conversazione” sulle idee, quando in realtà il problema sono loro; la loro rozza “aggressione” e mancanza di buone maniere.
La signorilità è essenziale per la qualità della vita; la cortesia è un requisito essenziale della civiltà. Smussa gli spigoli e rende la vita sociale degna di essere vissuta. Sia chiaro, non pretendo il formalismo di un grande di Spagna del diciassettesimo secolo: solo un normale buon comportamento. Ma è questo ad essere gravemente carente. Gran parte della attuale ondata di Correttezza Politica è un insensato tentativo di perpetuare e giustificare comportamenti brutali, cercando di sostituirli con una caterva di regole formali di buona educazione. Ma queste regole formali sono il contrario della buona educazione, perché vengono usate come clave per imporre agli altri la propria volontà, il tutto in nome della “sensibilità”.
Allora, supponiamo che qualcuno stia parlando, ad una riunione o ad una conferenza, e accada che faccia riferimento alla signorina X come ad una “famosa attrice”. La polizia del linguaggio femminista è pronta a fare la sua comparsa, strillando che “attrice” è un termine “insensibile” e sessista e che l’oratore deve usare il termine neutro “attore” (o, chissà, il prossimo sarà “attpersona”). Ecco un tipico caso in cui, in nome della “sensibilità”, la polizia del pensiero sta decisamente praticando un gioco di potere, imponendo all’oratore di mentire - mentre ognuno sa che stava semplicemente usando la normale terminologia -, ed essendo insopportabilmente sgarbata e barbara nel compiere quell’imposizione.
La polizia del pensiero ha un solo pregio: la chiarezza. Almeno sai da che parte stanno. Ma che dire dei nostri modal “anti-intolleranza”? Che cosa direbbero in questo caso? Condannerebbero le femministe per la loro “intolleranza”? O condannerebbero noi per la nostra “intolleranza” verso la polizia del pensiero? O entrambe le cose? Che gran confusione. Invece, basta focalizzare la propria attenzione sulla buona educazione e la risposta diventa chiara. In questo esempio i maleducati sgarbati sono i poliziotti del pensiero femminista. Il circolo vizioso filosofico secondo cui, come scritto di recente da un modal, “dobbiamo essere tolleranti anche con gli intolleranti”, in questo caso sarebbe semplicemente irrilevante. Perché non esiste alcun obbligo di essere educati con i maleducati. Al contrario, coloro che hanno fatto venir meno il garbo sono gli “aggressori”, e bisognerebbe prenderli per un orecchio e sbatterli via. Condividere questi punti e assimilarli non richiede grandi voli pindarici dal punto di vista filosofico; richiede soltanto il ricorso al senso comune e al senso di decenza.
Mi colpisce anche il fatto che, essendo il libertarismo modal una sempiterna ribellione verso i propri genitori, il proprio prossimo e in generale la borghesia, ossia la rivolta verso le buone maniere e la sostituzione con il piagnisteo della “filosofia della tolleranza”, rappresenta un tipico comportamento modal. Il modal si ribella contro i normali insegnamenti genitoriali sulle buone maniere e contrappone a questi insegnamenti ciance pseudo-profonde sulla tolleranza, la metafisica e la teoria della conoscenza.
Un’osservazione finale sulle battute dette in privato, che può rappresentare uno degli aspetti più attraenti delle relazioni sociali. Le battute, naturalmente, prendono quasi sempre come bersaglio qualche gruppo: che può essere caratterizzato in base al sesso, all’età, alla religione, al tipo di lavoro o all’etnia. Gli incattiviti esponenti del politicamente corretto, privi di qualsiasi senso dell’umorismo, cercano in realtà di vietare qualunque facezia come “insensibile” nei confronti di questo o quel gruppo, e dunque non politicamente corretta. Ma l’ipersensibilità è uno dei più grandi ostacoli al dialogo civile e alle relazioni sociali, e può rendere queste relazioni di fatto impossibili. Ciascun gruppo, invece di essere spinto a frignare, farebbe bene a scendere dal piedistallo. I libertari modal, naturalmente, sono in prima fila con gli incattiviti anti-battute, nel nome della “tolleranza” più che della “sensibilità”. I modal attraverso la maleducazione manifestano il loro atteggiamento dispotico e ostile all’allegria.
Immaginiamo, per esempio, che qualcuno, il signor A, faccia una battuta prendendo di mira il gruppo G. La semplice educazione e le buone maniere dovrebbero indurre A ad astenersi dalla battuta se uno degli astanti, per esempio il signor B, è inequivocabilmente un membro del gruppo G. D’altra parte, se A non se ne accorge, o se capita che un amico o un parente di B appartenga al gruppo G, sarebbe oltremodo inopportuno che B additasse A come intollerante, insensibile e così via. In questo caso i modal dovrebbero trovarsi in difficoltà; perché dovrebbero decidere chi denunciare: A come persona piena di pregiudizi nei confronti del gruppo G; B per l’“intolleranza” verso le battute di A; o entrambi per la reciproca intolleranza. Nella realtà ovviamente conosciamo la posizione dei modal, che è sempre invariabilmente a favore della “sensibilità” e del “politicamente corretto”. L’enfasi posta sulle buone maniere, al contrario, potrebbe indurre B a tacere, a smettere di essere maleducato, e a prendere le cose più alla leggera: l’umorismo è uno dei più grandi piaceri del mondo.
Traduzione di Piero Vernaglione
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Murray N. Rothbard
The Essential von Mises
1. La Scuola Austriaca
Ludwig von Mises nacque il 29 settembre 1881 a Lemberg (allora facente parte dell’Impero Austro-Ungarico) dove il padre, Arthur Edler von Mises, ingegnere edile, era stato trasferito per motivi di lavoro dalle ferrovie austriache. Cresciuto a Vienna, Mises intraprese gli studi all’Università di Vienna, dove si laureò in legge ed economia. Morì a New York il 10 ottobre 1973.
Mises nacque e crebbe durante un periodo di notevole espansione della grande Scuola Economica Austriaca. E’ quindi impossibile cercare di capire Mises e il suo vitale contributo al pensiero economico senza prendere in considerazione la tradizione della Scuola Austriaca da lui studiata e assorbita.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo era già evidente come l’“economia classica”, che aveva raggiunto il proprio apogeo in Inghilterra grazie a David Ricardo e John Stuart Mill, avesse posto le proprie basi su consistenti difetti strutturali. Il punto debole della teoria classica consisteva nell’avere cercato di studiare l’economia in termini di “categorie” piuttosto che di azioni degli individui. Di conseguenza, gli economisti classici non solo non riuscivano a spiegare correttamente le forze sottostanti che determinano i valori e i relativi prezzi dei beni e servizi, essi non riuscivano neanche a capire le azioni dei consumatori che, in economia, sono di importanza cruciale per le attività dei produttori. Per esempio, considerando le “categorie” dei beni, gli economisti classici non riuscivano a risolvere il “paradosso del valore”: il pane, estremamente utile e fondamentale per gli esseri umani, aveva un basso valore di mercato mentre i diamanti, un bene di lusso, ovvero un bene del tutto irrilevante in termini di sopravvivenza, avevano un alto valore di mercato. Se il pane è senza alcuna ombra di dubbio più utile dei diamanti, perché esso trova sul mercato un valore molto più basso?
Disperati nel cercare di risolvere questo paradosso, gli economisti classici, purtroppo, crearono due categorie di valore: il “valore di utilizzo” e il “valore di scambio”. Così il pane, con un più alto valore di utilizzo rispetto ai diamanti aveva, per qualche ragione non molto chiara, un più basso valore di scambio. Fu proprio a causa di questa divisione che le generazioni successive cominciarono a denunciare l’economia di mercato, colpevole di indirizzare le proprie risorse verso la “produzione per il profitto” anziché verso la ben più vantaggiosa “produzione per l’uso”.
Fallendo nel tentativo di analizzare le azioni dei consumatori, gli economisti anteriori agli Austriaci non riuscirono a spiegare in modo soddisfacente cosa in realtà determinasse i prezzi di mercato. Andarono a tentoni e purtroppo conclusero che: (a) il valore era qualcosa di intrinseco nelle materie prime; (b) il valore doveva essere conferito a questi beni dai processi di produzione; (c) l’aggiunta finale di valore era costituita dal “costo” di produzione o addirittura dalla quantità di ore lavorative necessarie per quella determinata produzione.
Fu questa analisi Ricardiana che preparò il terreno alla conclusione perfettamente logica di Karl Marx: dato che il valore era il prodotto della quantità di ore lavorative, allora tutti gli interessi e i profitti ottenuti dai capitalisti e dai datori di lavoro dovevano essere un “surplus di valore” ingiustamente sottratto ai reali guadagni degli operai.
Avendo dato involontariamente manforte alle teorie marxiste, i Ricardiani cercarono di rispondere che lo stock di capitale era produttivo: era quindi giusto che esso ricevesse parte dei guadagni; i marxisti tuttavia replicarono che anche il capitale rappresentava lavoro “incorporato” o “congelato” e che quindi i salari avrebbero dovuto assorbire l’intero profitto della produzione.
Gli economisti classici non riuscivano a dare una spiegazione soddisfacente o una giustificazione all’esistenza del profitto. Ancora una volta, trattando la questione del profitto generato dalla produzione solo in termini di “categorie”, i Ricardiani riuscivano a vedere solo una continua “lotta di classe” tra “salari”, “profitti” e “affitti”, con i lavoratori, i capitalisti e i padroni eternamente in lotta per la propria quota di utili. Ragionando solo in termini di aggregati, i Ricardiani separarono erroneamente le questioni relative alla “produzione” da quelle relative alla “distribuzione”, con quest’ultima al centro del conflitto della lotta di classe. Dovettero per forza concludere che se i salari aumentavano ciò poteva solo avvenire a spese di profitti e di affitti inferiori, o viceversa. Ancora una volta i Ricardiani diedero manforte alle teorie marxiste.
Considerando le categorie anziché gli individui, gli economisti classici non solo dovettero abbandonare le analisi sui consumi e non riuscirono a spiegare il valore e il prezzo, ma non poterono neanche affrontare il problema dei prezzi dei fattori di produzione, ovvero le specifiche unità di lavoro, terra o beni capitali. Appena dopo la metà del diciannovesimo secolo le carenze dell’economia Ricardiana divennero ancora più madornali. Le stesse teorie economiche erano arrivate a un punto morto.
E’ accaduto spesso nella storia dell’umanità che scoperte simili venissero fatte da uomini in luoghi e condizioni completamente differenti, nello stesso momento e in modo indipendente. Così la soluzione ai suddetti paradossi, emerse, in modo indipendente e in forme diverse, nello stesso anno 1871 ad opera di William Stanley Jevons in Inghilterra, Leon Walras a Losanna, in Svizzera, e Carl Menger a Vienna. In quell’anno nacque l’economia moderna o “neoclassica”.
La soluzione di Jevons e la sua nuova visione economica era frammentaria e incompleta; inoltre egli si trovò a combattere l'enorme prestigio che l'economia Ricardiana era riuscita a consolidare nel ristretto mondo intellettuale inglese. Jevons ebbe quindi ben poca influenza e attrasse un numero molto esiguo di seguaci. Anche il sistema di Walras ebbe poca influenza a quel tempo ma, come vedremo in seguito, fu riproposto qualche anno dopo, erroneamente, per gettare le basi della corrente e fallace “teoria microeconomica”. Dei tre neoclassici colui che formulò le soluzioni più complete e omogenee fu Carl Menger, professore di Economia all'Università di Vienna. Fu Menger che fondò la “Scuola Austriaca”.
Il lavoro pioneristico di Merger aprì la strada al suo più brillante studente, e successore, all'Università di Vienna, Eugen von Böhm-Bawerk. Fu il monumentale lavoro di Böhm-Bawerk in gran parte scritto nel 1880 e culminato con i tre volumi di Capital and Interest, che formò la base strutturale della Scuola Austriaca. Altri grandi economisti contribuirono alla maturazione della Scuola Austriaca negli ultimi venti anni del diciannovesimo secolo, tuttavia Böhm-Bawerk li sovrastò tutti.
Le soluzioni Austriache, sia di Menger che di Böhm-Bawerk, ai dilemmi dell'economia, risultarono molto più esaustive di quelle dei Ricardiani, in quanto fondate su una epistemologia completamente diversa. Gli Austriaci centrarono le loro analisi sull'individuo, ovvero sulle azioni individuali che di volta in volta spingono a scelte basate sulle proprie preferenze e sui valori del mondo reale. Partendo dall'individuo, gli Austriaci furono capaci di ancorare le loro analisi sull'attività economica e produttiva ai valori e ai desideri dei consumatori individuali. Ciascun consumatore operava in modo autonomo secondo la propria scala di preferenze e di valori; questi ultimi interagivano e si combinavano per formare la domanda dei consumatori che costituisce la base e la direzione di tutta l’attività produttiva. Fondando le loro analisi sullo studio dell'individuo nel momento in cui interagisce con il mondo reale, gli Austriaci realizzarono che l'attività produttiva si basava sulle aspettative di soddisfare le richieste dei consumatori.
Dunque, divenne ben presto chiaro agli Austriaci che nessuna attività produttiva, sia artigianale che industriale, era in grado di conferire valore ai beni e servizi. Il valore derivava invece dalla valutazione soggettiva dei consumatori individuali. In breve, si potrebbero spendere trent'anni a costruire un enorme triciclo a vapore. Se, però, non si riuscisse a trovare neanche un consumatore disposto a comprare questo triciclo, esso sarebbe economicamente privo di valore, nonostante tutti gli sforzi fatti per costruirlo. Il valore è una valutazione fatta dal consumatore e i relativi prezzi dei beni e servizi sono determinati dalla portata e intensità sia delle valutazioni che dei desideri dei consumatori nei riguardi dei prodotti medesimi.
Considerando l'individuo anziché le “categorie”, gli Austriaci riuscirono facilmente a risolvere il “paradosso del valore” che aveva paralizzato gli economisti classici. Sul mercato nessun individuo ha mai dovuto affrontare la scelta tra il “pane” e i “diamanti” considerati come classi di oggetti. Gli Austriaci avevano mostrato che maggiore è la quantità (come numero di unità) di un bene che si possiede, minore è la valutazione che a quella unità viene data. Un uomo in mezzo al deserto, dove c’è scarsità di acqua, assegnerà un valore di “utilità” estremamente alto ad un bicchiere di acqua, mentre, lo stesso uomo a Vienna o a New York, con a disposizione un'abbondante quantità di acqua, assegnerà un valore di “utilità” estremamente basso ad ogni bicchiere. Dunque il prezzo che pagherà per un bicchiere d'acqua nel deserto sarà molto maggiore rispetto a quello pagato a New York. In breve, l'individuo agisce in termini di specifiche unità o “margini”; la scoperta degli Austriaci venne definita “legge dell’utilità marginale decrescente”. Il “pane” è molto più economico dei “diamanti” poiché la quantità di pane disponibile è considerevolmente maggiore rispetto alla quantità di carati di diamanti, quindi il valore e il prezzo di ogni pagnotta sarà molto minore rispetto al valore e al prezzo di ciascun carato. Non c'è nessuna contraddizione tra “valore di utilizzo” e “valore di scambio”; data l’abbondanza di pane disponibile, per l'individuo una pagnotta è meno “utile” di un carato di diamante.
La concentrazione sulle azioni dell'individuo e quindi sulle “analisi marginali” ha anche portato a risolvere il problema della “distribuzione” del reddito sul mercato. Gli Austriaci dimostrarono che ogni unità di un fattore produttivo, sia esso il lavoro, la terra, o lo stock di capitale, viene prezzata sul libero mercato sulla base della “produzione marginale”: in breve, su quanto ogni unità di produzione realmente contribuisce al valore del prodotto finale comprato dai consumatori. Maggiore è la “offerta”, ovvero la quantità unitaria di un dato prodotto, minore tenderà ad essere la sua produttività marginale (quindi il prezzo con cui essa viene remunerata); invece, minore è la sua offerta e maggiore tenderà a essere il prezzo. Così gli Austriaci dimostrarono che non c'era nessuna irragionevole o arbitraria lotta di classe o conflitto tra le diverse categorie di fattori; ciascun tipo di fattore contribuisce armoniosamente al prodotto finale, diretto a soddisfare i più intensi desideri del consumatore nel modo più efficiente possibile (i.e. nel modo attraverso il quale si realizza il maggiore risparmio di risorse).
Ogni unità di ciascun fattore viene remunerata sulla base del proprio prodotto marginale, ovvero sulla base del proprio particolare contributo all’ottenimento del risultato finale. Infatti se ci fosse un conflitto di interesse, esso non sussisterebbe tra i diversi tipi di fattori produttivi (terra, lavoro e capitale) ma tra coloro che concorrono per offrire lo stesso fattore produttivo. Se, per esempio, qualcuno scoprisse una nuova riserva di rame l'aumento dell'offerta spingerebbe al ribasso il prezzo del rame; questo andrebbe a beneficio e vantaggio dei consumatori, del lavoro cooperativo e dei fattori produttivi. Gli unici ad essere insoddisfatti potrebbero essere i proprietari delle esistenti miniere di rame, a causa della caduta di prezzo del loro prodotto.
Così gli Austriaci mostrarono che sul libero mercato non c'è nessun tipo di separazione tra “produzione” e “distribuzione”. Il valore e la domanda dei consumatori determinano il prezzo finale dei beni di consumo, i beni cioè comprati dai consumatori, i quali stabiliscono la direzione delle attività produttive e a loro volta determinano i prezzi delle unità dei diversi fattori: i salari, gli affitti e i prezzi di impianti, macchinari e attrezzature, ovvero dello stock di capitale. La “distribuzione” del reddito era semplicemente la conseguenza del prezzo di ciascun fattore. Così se il prezzo del rame è di 20 centesimi a libbra e il proprietario di rame vende 10.000 libbre di rame, egli riceverà $20.000 come quota di “distribuzione” della produzione; se il salario di qualcuno è di $4 all'ora e lavora 40 ore a settimana, riceverà $160 a settimana, e così via.
Cosa ne è stato della questione dei profitti e del problema del “lavoro congelato” (il cosiddetto lavoro incorporato nei macchinari)? Ancora una volta partendo dall'analisi dell'individuo, Böhm-Bawerk scoprì una elementare legge umana: ogni persona vuole soddisfare i propri desideri e obiettivi il più velocemente possibile. In altre parole, tutti preferiscono ricevere immediatamente beni e servizi piuttosto che dover aspettare un certo lasso di tempo. Meglio avere con certezza una cosa oggi che riceverla forse domani. Ed è proprio a causa di questa legge elementare delle “preferenze temporali” che le persone non investono tutti i loro redditi in beni strumentali così da poter aumentare la quantità di beni prodotti nel futuro. Ogni uomo, a seconda delle condizioni e culture a cui appartiene, ha un diverso tasso di preferenze temporali. Più alto è il suo tasso di preferenze temporali, maggiore sarà la quantità di reddito che egli consumerà subito; più basso è il suo tasso, maggiore sarà la percentuale che egli risparmierà e investirà per la produzione futura. É unicamente il fattore delle preferenze temporali che determina gli interessi e i profitti; ed è il grado e l'intensità delle preferenze temporali che determina il livello dei tassi di interesse e l’ammontare dei profitti.
Prendiamo, ad esempio, il tasso di interesse su un prestito. Nel Medio Evo e all'inizio dell'era moderna i filosofi e gli accademici della chiesa cattolica erano, a loro modo, degli eccellenti economisti e studiosi del mercato ma ciò che essi non riuscirono mai a spiegarsi era il tasso di interesse su un prestito. Essi avevano capito il concetto dei profitti generati dagli investimenti rischiosi tuttavia, avendo erroneamente appreso da Aristotele che il denaro in se stesso era sterile e improduttivo, non riuscivano a giustificare l’interesse su un prestito. Non riuscendo a trovare nessuna spiegazione plausibile, la chiesa e gli accademici condannarono come “usura” peccaminosa ogni tipo di interesse su un prestito. Fu finalmente Böhm-Bawerk a trovare una soluzione grazie alla teoria delle preferenze temporali. Quando un creditore presta $100 a un debitore in cambio di $106 per l'anno seguente, i due uomini non si scambiano le stesse cose. Il creditore sta dando al debitore $100 come “bene immediato”, soldi che il debitore può usare, da subito e in qualsiasi momento. Ma ciò che il debitore sta dando in cambio al creditore è un IOU, (I OWE YOU) un certificato di debito, ovvero la prospettiva di poter riottenere i soldi solo un anno dopo. In breve, il creditore sta dando al debitore un “bene immediato”, mentre il debitore sta dando al creditore un “bene futuro”, il denaro che il creditore potrà usare solo dopo un anno. Dato che la percezione universale sulle preferenze temporali mostra che i beni immediati valgono più dei beni futuri, il creditore dovrà far pagare al debitore una commissione e il debitore dovrà pagare un premio per usufruire immediatamente di quel bene. Quel premio è il tasso di interesse. L'ammontare del premio dipenderà dal generale tasso di preferenze temporali di ciascun operatore economico.
Ma non è tutto: Böhm-Bawerk andò avanti e mostrò come la teoria delle preferenze temporali determinasse, allo stesso modo, i tassi di profitto: infatti il “normale” tasso di profitto altro non è che il tasso di interesse. Durante il processo di produzione il lavoratori non devono aspettare che il prodotto sia realizzato e venduto ai consumatori per avere i soldi, come avverrebbe in assenza dei datori di lavoro - capitalisti. Se questa ultima categoria non esistesse, i lavoratori dovrebbero sgobbare per mesi e anni senza paga, fino a quando il prodotto finale - l'automobile il pane o la lavatrice – non venisse venduto ai consumatori. Ma i capitalisti offrono il grande servizio di risparmiare parte dei propri redditi per pagare immediatamente i lavoratori mentre questi lavorano; i capitalisti quindi aspettano che il prodotto finale sia venduto ai consumatori prima di ricevere il loro denaro. È per questa differenza tra “bene attuale” e “bene futuro” che i lavoratori sono più che disposti a “pagare” ai capitalisti un profitto o interesse. In breve i capitalisti sono nella posizione di “creditori” che risparmiano, pagano subito e aspettano per il loro eventuale pagamento finale; i lavoratori sono i “debitori” i cui servizi daranno frutti solo dopo un dato periodo di tempo. Ancora una volta il tasso di profitto sarà determinato dalla misura dei tassi delle preferenze temporali.
Böhm-Bawerk spiegò questo concetto anche in un altro modo: i beni capitali non rappresentano semplicemente “lavoro congelato”; rappresentano anche tempo congelato: è proprio in questa cruciale questione di tempo e preferenze temporali che deve essere cercata la spiegazione al profitto e all’interesse. Egli ha anche anticipato l’analisi economica del capitale poiché, al contrario dei Ricardiani e della maggior parte degli attuali economisti, non considerò il “capitale” semplicemente una massa omogenea o una quantità data. Il capitale è una struttura, un intricato fattore che ha una dimensione temporale; la crescita economica e la crescente produttività derivano non solo dall’aumento della quantità di capitale ma anche dall’aumento della propria struttura temporale nella costruzione di “processi di produzione sempre più lunghi”. Più bassi sono i tassi delle preferenze temporali delle persone più esse riescono a sacrificare, nel presente, i consumi per risparmiare e investire in processi più a lungo termine che renderanno, in un dato momento nel futuro, significativi e maggiori risultati in termini di beni di consumo.
2. Mises e l’economia austriaca: la teoria della moneta e del credito
Il giovane Ludwig von Mises cominciò l’Università a Vienna nel 1900 e si laureò in legge ed economia nel 1906. Ben presto si rivelò uno dei più brillanti studenti di Eugen von Böhm-Bawerk. Totalmente preso dalle teorie Austriache, Mises, presto si rese conto che Böhm-Bawerk e i primi Austriaci non avevano spinto le loro analisi fino a dove sarebbero potute arrivare; nelle teorie economiche Austriache rimanevano quindi ancora importanti lacune da colmare. E’ così che vanno le cose in campo scientifico: i progressi giungono quando gli studenti e i discepoli sviluppano il lavoro dei loro grandi maestri. A volte, tuttavia, accade che i maestri ripudino o non riescano a vedere il valore dei progressi realizzati dai propri successori.
La maggiore lacuna di cui si accorse Mises era rappresentata dall’analisi della moneta. È vero che gli Austriaci avevano risolto la questione dei prezzi relativi sia per i beni di consumo che per tutti i fattori di produzione. Ma, il denaro, dai tempi degli economisti classici, aveva sempre avuto un posto a se stante, non soggetto cioè alle analisi concernenti il resto del sistema economico. Questa separazione esisteva sia per i primi Austriaci che per gli altri neoclassici europei e americani; il denaro e il “livello dei prezzi” venivano sempre più analizzati separatamente dal resto dell’economia di mercato. Stiamo ora raccogliendo i risultati infelici di questa sofferta scissione tra “micro” e “macro” economia. La microeconomia, grosso modo è basata sulle azioni dei singoli consumatori e produttori; tuttavia, nel momento in cui gli economisti analizzano la moneta ricadiamo di colpo in un interminabile insieme di aggregati irreali: aggregati relativi alla moneta, ai “livelli di prezzo”, al “prodotto nazionale” e alle spese. Isolata dai principi dell’azione individuale, la “macroeconomia” è passata da un errore all’altro. Nei primi decenni del ventesimo secolo, questa errata separazione stava già trovando sviluppo nel lavoro dell’americano Irving Fisher, che formulò le elaborate teorie dei “livelli di prezzo” e delle “velocità”, teorie che, tuttavia, prescindevano da qualsiasi riferimento all’azione individuale e non trovavano integrazione nella più valida teoria delle analisi ”microeconomiche” neoclassiche.
Ludwig von Mises si propose di eliminare questa scissione provando a innestare l’economia della moneta e del suo potere d’acquisto (erroneamente chiamato “livello di prezzo”) sulle analisi Austriache dell’individuo e dell’economia di mercato, in modo da elaborare una grande teoria economica integrata che potesse spiegare l’intero sistema economico. Mises raggiunse questo eccezionale risultato, nel 1912, con la sua prima opera: La Teoria della Moneta e del Credito ( Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel ). Un’opera illuminante e di straordinario acume degna dello stesso Böhm-Bawerk. Finalmente l’economia era un insieme compatto, un corpo integrato di analisi basate sull’azione individuale; non ci sarebbe stata più scissione tra moneta e prezzi relativi, tra micro e macro. La visione meccanicistica di Fisher delle relazioni automatiche tra la quantità di moneta e il livello dei prezzi, delle “velocità di circolazione” e dei “rapporti di scambio” fu definitivamente demolita da Mises a favore di una applicazione della teoria marginale di utilità integrata alla domanda e offerta di denaro stesso.
Nel caso di specie, Mises mostrò chiaramente che, così come il prezzo di ciascun bene era determinato dalla quantità disponibile e dalla intensità della domanda del consumatore per quel bene medesimo (basata sulla sua utilità marginale) così anche il “prezzo” o potere d’acquisto dell’unità di moneta veniva determinato dal mercato seguendo le stesse modalità. La domanda di moneta è una domanda per detenere contante (nel proprio portafoglio piuttosto che in banca, da poter spendere, prima o poi, in beni utili e servizi). L’utilità marginale dell’unità di moneta (il dollaro, il franco o l’oncia d’oro) determina l’intensità della domanda di denaro contante; l’interazione tra la quantità di moneta disponibile e la domanda della stessa determina invece il “prezzo” del dollaro (cioè la quantità di beni che il dollaro può comprare). Mises condivise la “teoria quantitativa” classica: un aumento nell’offerta di dollaro o di once d’oro porta alla diminuzione del suo valore o “prezzo” (porta cioè a un rialzo nei prezzi di altri beni e servizi); tuttavia, egli riformulò in modo considerevole questa primordiale teoria e la inserì nel contesto delle generali analisi economiche. Mises dimostrò che questa relazione è appena proporzionale: un aumento nell’offerta di denaro tenderà ad abbassarne il valore, tuttavia in quale percentuale ciò si verifichi, nel caso si verifichi realmente, dipende tuttavia da cosa succede all’utilità marginale di denaro, quindi dalla domanda di contante. Inoltre Mises dimostrò che la “quantità di moneta” non aumenta di colpo: il flusso di moneta viene iniettato in un dato momento nel sistema economico e i prezzi aumentano solo quando la nuova moneta si diffonde capillarmente in ogni settore dell’economia. Se il governo stampa nuova moneta e la spende diciamo in graffette, non avremo solo un semplice aumento del “livello di prezzo” come asseriscono gli economisti non Austriaci, ma avremo un aumento prima del reddito dei produttori di graffette e dei prezzi delle graffette quindi in seguito dei prezzi dei fornitori dell’industria delle graffette e così via. In tal modo un aumento dell’offerta di moneta porta a una variazione dei prezzi perlomeno temporanea e può anche portare a una variazione permanente dei redditi.
Mises mostrò anche la correttezza di una teoria di Ricardo, e dei suoi immediati seguaci, che aveva precorso i tempi ed era stata per troppo tempo dimenticata: oltre a favorire gli usi industriali o di consumo dell’oro, un aumento dell’offerta di moneta non porta nessun tipo di beneficio sociale. Mentre un incremento dei fattori di produzione quali la terra, il lavoro e il capitale, determinano un aumento nella produzione e un miglioramento della qualità della vita, un aumento nell’offerta di moneta può solo abbassarne il potere d’acquisto, esso non incrementa la produzione. Se il denaro di ogni individuo, sia esso nel portafoglio o nel conto in banca, fosse magicamente triplicato durante la notte, la società non ne trarrebbe nessun giovamento. Ma Mises dimostrò che la grande attrattiva della “inflazione” (un aumento della quantità di moneta) sta proprio nel fatto che nessuno riceve la stessa quantità di moneta nello stesso momento; a ricevere per primi la nuova moneta sono invece il governo e i destinatari degli acquisti e delle sovvenzioni governative. Il loro reddito aumenta prima che i prezzi salgano, mentre i cittadini, che ottengono un aumento di reddito alla fine della catena (o, coloro che, come i pensionati, non ricevono affatto nuova moneta), ne vengono danneggiati in quanto il prezzo delle cose che comprano sale prima che essi possano effettivamente godere di un aumento del reddito. In breve, l’attrattiva dell’inflazione sta proprio nel fatto che, grazie ad essa, il governo e altri gruppi di potere economico riescono silenziosamente ma efficacemente a trarne dei benefici a spese della popolazione priva di potere politico.
Mises dimostrò che l’inflazione – un incremento dell’offerta di moneta – è un processo di tassazione e ridistribuzione di ricchezza. In una economia di libero mercato in via di sviluppo in cui non ci sono iniezioni di nuova moneta da parte del governo, i prezzi generalmente scendono mentre aumenta l’offerta di beni e servizi. La discesa dei prezzi e dei costi fu proprio l’indicazione bene accetta della espansione industriale avvenuta durante gran parte del diciannovesimo secolo.
Applicando l’utilità marginale alla moneta, Mises doveva risolvere la questione del cosiddetto “Dilemma Austriaco” ritenuta, da quasi tutti gli economisti, irrisolvibile. Gli economisti riuscivano a spiegarsi che il prezzo delle uova, dei cavalli o del pane era determinato dalle rispettive utilità marginali degli stessi; tuttavia, a differenza dei beni che sono richiesti per essere consumati, il denaro è richiesto e mantenuto in contanti per comprare altri beni. Nessuno, quindi, può richiedere moneta (e avere una utilità marginale per la stessa) a meno che essa non esista già, ed eserciti un prezzo e un potere d’acquisto sul mercato. Ma allora come si può spiegare il prezzo della moneta in termini di utilità marginale se la moneta, al fine di essere richiesta, ha bisogno di un valore preesistente? Mises con il suo “Teorema della Regressione” risolse il “DIlemma Austriaco” in uno dei suoi più importanti successi teorici: egli dimostrò che si poteva logicamente ritrovare il significato della domanda di moneta nei tempi antichi in cui essa non era moneta ma una materia prima comodamente utilizzata per il baratto; in breve, cioè, nei tempi in cui la moneta-materia prima (per esempio oro o argento) veniva domandata esclusivamente per le sue qualità di materia prima sia consumabile che utilizzabile nel baratto. Non solo Mises portò a termine la spiegazione logica del prezzo del potere d’acquisto della moneta, le sue scoperte ebbero anche altre importanti implicazioni. Prima fra tutte il fatto che la moneta potesse solo trovare origine in una maniera: grazie alla diretta domanda nel libero mercato come una utile materia prima. Ciò voleva dire che la moneta non aveva avuto origine per opera del governo, che dichiarava qualcosa avere valore di moneta, né era riconducibile a qualche particolare contratto sociale; essa si era potuta sviluppare a partire da una materia prima generalmente utile e preziosa. Prima di lui Carl Menger aveva cercato di dimostrare che la moneta fosse nata in questo modo, ma solo Mises stabilì la assoluta necessità di questa origine sul mercato.
Ciò aveva anche ulteriori implicazioni. In contrasto con le opinioni della maggior parte degli economisti di allora e di oggi, la “moneta” non è solamente un’unità arbitraria o un pezzo di carta chiamato arbitrariamente dal governo “dollaro”, “sterlina”, “franco”, etc. La moneta deve aver trovato origine in un bene utile: come l’oro e l’argento. L’unità originale, l’unità di misura e di scambio, non era il “franco” o il “marco” ma il grammo di oro o l’oncia di argento. In sostanza l’unità monetaria è una unità di peso di un valore specifico, un bene prodotto dal mercato. Non c’è infatti da meravigliarsi che tutti i nomi delle valute: dollaro, sterlina, franco e così via provengono dai nomi delle unità di peso dell’oro e argento. Persino nell’odierno caos monetario, lo statuto degli Stati Uniti definisce il dollaro come un trentacinquesimo (ora un quarantaduesimo) di una oncia d’oro.
Questa analisi, unita alla argomentazione di Mises sui mali sociali provocati dall’aumento, da parte del governo, dell’offerta di prodotti arbitrari quali il “dollaro” e il “franco”, indica la strada per una totale separazione tra i governi e i sistemi economici. L’essenza della moneta è il peso di oro o argento, ciò significa che si potrebbe ricominciare a considerare questi pesi come le unità di misura e il mezzo per gli scambi monetari. Il gold standard, ben lontano dall’essere un barbarico feticcio o un altro strumento arbitrario del governo, sarebbe capace di fornire una moneta prodotta esclusivamente dal mercato e sul mercato e non soggetta alle tendenze inflazionistiche e ridistributive di un governo coercitivo. Avere una moneta sana e non governativa significa vivere in un mondo in cui i prezzi e i costi diminuiscono all’aumentare della produttività.
Questi sono solo alcuni dei risultati raggiunti da Mises nella sua monumentale Teoria della Moneta e del Credito . Mises chiarì anche il ruolo delle banche nell’offerta di moneta e provò che un sistema bancario, libero dal controllo e dalle direttive governative, non si risolverebbe in una incontrollata espansione inflazionistica della moneta, bensì in un sistema in cui le banche sarebbero costrette, dalle richieste di pagamento, a una sana non-inflazionistica politica di “moneta tangibile”. La maggior parte degli economisti ritiene che la Banca Centrale (il controllo del sistema bancario da parte di una banca governativa come nel sistema della Federal Reserve) sia necessaria affinché il governo possa contenere le tendenze inflazionistiche delle banche private. Tuttavia Mises dimostrò che il ruolo delle banche centrali è stato esattamente l’opposto: liberare le banche dalle restrizioni che il libero mercato impone alle loro attività, stimolarle e spingerle nell’espansione inflazionistica causata dai loro prestiti e depositi. Il sistema centrale bancario, come sapevano bene i suoi primi fautori, è stato e sarà sempre uno strumento inflazionistico per liberare le banche dalle limitazioni del mercato.
Un altro importante risultato raggiunto nella Teoria della Moneta e del Credito fu quello di sradicare alcune anomalie non basate sull’azione individuale che avevano rovinato il concetto Austriaco di utilità marginale. In contraddizione con la loro metodologia di concentrarsi sulle azioni reali dell’individuo, gli Austriaci avevano condiviso le analisi di Jevons e Walras sull’utilità marginale, le quali consideravano quest’ultima come una quantità matematicamente misurabile. Ancora oggi, qualsiasi libro di economia spiega l’utilità marginale in termini di “utili”, di unità che sono presumibilmente soggette a addizioni, moltiplicazioni e altre operazioni matematiche. Uno studente che attribuisse ben poco senso alla frase “assegno un valore di 4 unità a quella libbra di burro”, avrebbe assolutamente ragione. Partendo da una giusta intuizione di un suo studente al seminario di Böhm-Bawerk, il ceco Franz Cuhel, Mises rifiutò categoricamente l’idea che l’utilità marginale fosse in alcun modo misurabile e mostrò che l’utilità marginale è una rigorosa classificazione ordinale, nella quale l’individuo elenca i suoi valori secondo dei gradi di preferenze (“preferisco A a B e B a C”) senza prendere in considerazione nessuna unità mitologica o quantità di utilità.
Se non ha alcun senso dire che un individuo può “misurare la propria utilità”, allora ha ancora meno senso cercare di paragonare le utilità tra le persone nella società. Ciononostante gli statisti e gli egualitari hanno cercato di usare la teoria della utilità durante tutto questo secolo. Se si può dire che l’utilità marginale di un dollaro di ciascuna persona diminuisce quando essa accumula più denaro allora, allo stesso modo, si potrebbe dire che il governo può aumentare la “utilità sociale” togliendo un dollaro all’uomo ricco, il quale lo valuta poco, dandolo al povero che lo valuterà sicuramente di più. Mises, dimostrando che le utilità non possono essere misurate, eliminò completamente il caso della utilità marginale delle politiche egualitarie dello Stato. Tuttavia, mentre in generale gli economisti sono favorevoli all’idea che l’utilità non può essere paragonata fra gli individui, essi si permettono di andare avanti e cercano di paragonare e valutare “benefici sociali” e “costi sociali”.
3. Mises e il ciclo economico
Nella Teoria della Moneta e del Credito erano inclusi i rudimenti di un altro straordinario risultato raggiunto da Ludwig von Mises: la spiegazione, a lungo ricercata, del misterioso e complicato fenomeno che viene definito ciclo economico. Sin dai tempi dello sviluppo industriale e di una avanzata economia di mercato, gli osservatori avevano notato che l’economia di mercato era soggetta ad una serie continua di boom e forti contrazioni, periodi di espansione economica che a volte portavano all’inflazione galoppante o a gravi crisi di panico e depressione economica. Gli economisti avevano cercato di fornire varie spiegazioni, ma anche il migliore di loro commetteva un errore fondamentale: nessuno aveva mai cercato di integrare le proprie spiegazioni nelle analisi generali del sistema economico, nella “micro” teoria dei prezzi e della produzione. Cosa, in effetti, non facile, in quanto le analisi economiche generali mostravano che l’economia di mercato tendeva verso l’equilibrio, caratterizzato da completa occupazione, minimi errori previsionali, etc. Come mai, allora, continuava a ripetersi la serie di boom e crolli?
Ludwig von Mises si accorse che, poiché l’economia di mercato non poteva risolversi da sola in una serie continua di boom e crolli, la spiegazione doveva essere cercata al di fuori del mercato, ovvero in qualche intervento esterno. Egli basò la grande teoria del ciclo economico su tre elementi che, in precedenza, non erano mai stati associati.
1. Il primo elemento era la dimostrazione Ricardiana del modo in cui abitualmente il governo e il sistema bancario espandono la moneta e il credito. Così facendo essi spingono i prezzi al rialzo (boom), provocano un flusso in uscita di oro dal sistema economico e quindi una successiva contrazione della moneta e dei prezzi (crollo). Mises si rese conto che, pur rappresentando un’eccellente base di lavoro, questo modello non riusciva a spiegare in quale modo il sistema produttivo veniva profondamente danneggiato dal boom o perché, successivamente, la depressione sarebbe stata inevitabile.
2. Un altro elemento era l’analisi di Böhm-Bawerk sul capitale e la struttura produttiva.
3. Il terzo elemento era la dimostrazione di Knut Wicksells, Austriaco svedese, relativa all’importanza, nella produzione e nei prezzi, di un divario tra il tasso “naturale” di interesse (il tasso di interesse senza l’interferenza dell’espansione di credito bancaria) e il tasso realmente offerto dai prestiti bancari.
Partendo da queste tre teorie, importanti ma disomogenee, Mises formulò la grande teoria del ciclo economico. Nella economia di mercato, funzionale e armoniosa, si inserisce l’espansione del credito bancario e monetario, incoraggiata e appoggiata dai governi e dalle proprie banche centrali. Non appena le banche aumentano l’offerta di moneta (banconote o depositi) e prestano la nuova moneta alle imprese, esse spingono il tasso di interesse al di sotto del tasso “naturale” o delle preferenze temporali, cioè il tasso di libero mercato che riflette le proporzioni di consumo e investimento scelte volontariamente dal pubblico.
Non appena il tasso di interesse viene abbassato artificialmente, le imprese prendono a prestito nuovo denaro ed espandono la struttura produttiva, aumentando gli investimenti, in particolar modo nei processi “remoti” della produzione: processi molto lunghi, macchinari, materie prime industriali e così via. La nuova moneta viene usata per alzare i salari e gli altri costi e per trasferire le risorse in queste “alte” classi di investimento. Quando in seguito i lavoratori e gli altri produttori ricevono la nuova moneta, essi la spendono con le vecchie proporzioni, non avendo modificato le loro preferenze temporali. Ciò significa che il pubblico non riesce a risparmiare abbastanza per partecipare alle nuove ed alte classi di investimento; il collasso di quelle imprese e di quegli investimenti diventa quindi inevitabile.
La recessione o depressione è allora vista come un inevitabile riassetto del sistema produttivo con il quale il mercato liquida gli investimenti improduttivi in eccesso, causati dal boom inflazionistico, e ritorna alla proporzione consumo/investimento preferita dai consumatori.
Così Mises, per la prima volta, integrò la spiegazione del ciclo economico con la analisi “microeconomica” generale. L’espansione inflazionistica della massa monetaria, causata dal sistema bancario di matrice governativa, provoca investimenti eccessivi nell’industria dei beni capitali e scarsi investimenti nei beni di consumo; la “recessione” o “depressione” è il processo necessario con il quale il mercato liquida le distorsioni del boom e ritorna ad un sistema produttivo di libero mercato organizzato per essere al servizio dei consumatori. La ripresa arriva quando questo processo di assestamento è terminato.
Le politiche da adottare implicite nella teoria di Mises sono diametralmente opposte a quelle in auge oggi, siano esse “keynesiane” o post “keynesiane”. Se i governi e i loro sistemi bancari stanno gonfiando gli aggregati creditizi, la prescrizione di Mises consiste nel (a) fermare la successiva corsa inflazionistica e (b) non interferire con la recessione, non appoggiare l’aumento dei salari, dei prezzi, dei consumi o degli investimenti improduttivi, così da permettere al necessario processo di liquidazione di fare il proprio corso il più velocemente e facilmente possibile. La prescrizione è esattamente la stessa se l’economia è già in recessione.
4. Mises nel periodo tra le due guerre
La Teoria della Moneta e del Credito lanciò il giovane Ludwig von Mises ai primi posti fra gli economisti europei. L’anno seguente, nel 1913, Mises divenne Professore di Economia all’Università di Vienna e durante gli anni venti e i primi anni trenta i suoi seminari divennero un punto di riferimento per i giovani e brillanti economisti di tutta Europa. Nel 1928 Mises completò e pubblicò la Teoria del Ciclo Economico, Geldwertstabilisierung und Konjunkturpolitik e nel 1926 fondò il prestigioso Austrian Institute for Business Cycle Research.
Tuttavia, nonostante la fama del libro e del seminario all’Università di Vienna, gli eccezionali risultati di Mises e della Teoria della Moneta e del Credito non vennero mai realmente riconosciuti o accettati tra gli addetti ai lavori. Il rifiuto dei suoi contributi era indicato dal fatto che a Vienna Mises rimase sempre un privatdozent, il suo posto all’Università era cioè prestigioso ma non remunerato. Egli percepiva, invece, un reddito come consigliere economico alla Camera di Commercio, una posizione che mantenne dal 1909 al 1934, anno in cui lasciò l’Austria. Le ragioni del generale diniego ai risultati di Mises potevano ricondursi a problemi di traduzione e, in modo particolare, alla direzione che gli studi economici stavano prendendo dopo la Prima Guerra Mondiale. In un mondo di sola cultura economica inglese e americana, un’opera non tradotta in inglese non aveva molte possibilità di successo e, sfortunatamente, la Teoria della Moneta e del Credito non apparse in inglese fino al 1934, quando, come vedremo, giunse troppo tardi per potersi affermare. La Germania non aveva mai avuto una tradizione di economia neoclassica: per quanto riguarda l’Austria, era cominciato il declino della Scuola Austriaca, un declino segnato sia dalla morte di Böhm-Bawerk nel 1914 che di quella di Menger subito dopo la guerra (1920). I seguaci ortodossi di Böhm-Bawerk resistettero tenacemente al nuovo approccio di Mises e al suo voler incorporare la moneta e i cicli economici nelle analisi Austriache. Per Mises fu quindi necessario creare la propria scuola “neo-Austiaca”.
In Inghilterra e negli Stati Uniti la lingua non fu l’unico ostacolo alle teorie di Mises. Sotto l’autorevole influenza del neo-ricardiano Alfred Marshall, l’Inghilterra non aveva mai accolto il pensiero Austriaco. Negli Stati Uniti, dove le idee Austriache avevano avuto una presa maggiore, si assistette, negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, a una drammatica diminuzione delle teorie economiche. I due principali economisti “Austriaci” degli Stati Uniti, Herbert J. Davenport della Cornell University e Frank A. Fetter della Princeton University, avevano entrambi smesso di apportare il loro contributo alla teoria economica al tempo della Prima Guerra Mondiale. Nel vuoto di teorie degli anni venti si inserirono due economisti decisamente non Austriaci, i quali contribuirono a creare la “Scuola di Chicago”: Irving Fisher, della Yale University, autore di una teoria sulla quantità meccanicistica e sui vantaggi della manipolazione governativa della moneta e del credito ai fini di stabilizzazione del livello dei prezzi, e Frank H. Knight, di Chicago , che enfatizzò i vantaggi della impossibile “competizione perfetta” e rifiutò l’importanza del fattore tempo, nelle analisi del capitale o delle preferenze temporali, nella determinazione del tasso di interesse.
Inoltre l’economia mondiale così come il mondo economico stavano diventando sempre meno ospitali nei confronti delle teorie di Mises. Mises, infatti, scrisse la Teoria della Moneta e del Credito al crepuscolo di un mondo di relativo liberismo e del gold standard che aveva predominato prima della Grande Guerra. Presto la guerra avrebbe aperto la strada ai sistemi economici così come li conosciamo oggi: un mondo statalizzato di pianificazione economica, interventismo, moneta cartacea, inflazione e iperinflazione, forte instabilità valutaria, controlli delle tariffe e degli scambi commerciali.
Ludwig von Mises, lungo tutta la sua vita, reagì a questo declino dell’economia mondiale con grande coraggio e integrità personale. Ludwig von Mises non si sarebbe mai arreso ai cambiamenti che considerava infelici e disastrosi. Né i cambiamenti della politica economica né quelli delle discipline economiche potevano minimamente impedirgli di perseguire e diffondere la verità come lui la vedeva. In omaggio a Mises, Jacques Rueff, economista francese e grande sostenitore del gold standard, parla della “intransigenza” di Mises e, molto giustamente, scrive:
“Con infaticabile entusiasmo, coraggio e fede, egli (Mises) non ha mai smesso di denunciare le fallaci ragioni e le menzogne proposte per giustificare la maggior parte delle nostre nuove istituzioni. Ha dimostrato – nel senso più letterale della parola – che quelle istituzioni, mentre asserivano di contribuire al benessere dell’uomo, erano, al contrario, le fonti dirette di privazioni e sofferenze e, in definitiva, le cause dei conflitti, delle guerre e della schiavitù”.
“Nulla riesce a deviarlo dal ripido e lineare percorso che il suo freddo ragionamento gli fa intraprendere. In una età di irrazionalismo egli è rimasto una persona di pura ragione”.
“Coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarlo sono sempre rimasti colpiti dal potere di convinzione dei suoi ragionamenti in grado di a condurli in posti a cui essi, con tutti i timori fin troppo umani, non avrebbero mai osato accedere”.
5. Socialismo e calcolo economico
Gli economisti Austriaci hanno sempre implicitamente favorito una politica di libero mercato, tuttavia, in un mondo tranquillo e relativamente libero come quello di fine ottocento, gli Austriaci non si erano mai preoccupati di sviluppare una esplicita analisi sulla libertà o sugli interventi governativi. In un periodo di statalismo e socialismo in accelerazione, Ludwig von Mises, mentre continuava a sviluppare la teoria del ciclo economico, rivolse la sua attenzione all’analisi economica degli interventi e delle pianificazioni di matrice governativa.
Il suo articolo, “Economic Calculation in the Socialist Commonwealth”, pubblicato nel 1920, fu un successo straordinario: per la prima volta dimostrava che, nel contesto delle economie industrializzate, il socialismo era un sistema irrealizzabile. Mises dimostrò infatti che l’economia socialista, totalmente priva di un sistema di prezzi di libero mercato, non era in grado di calcolare razionalmente i costi né di allocare efficacemente i fattori di produzione. Sebbene, ancora una volta, non ne venne fatta una traduzione in inglese fino al 1934, la dimostrazione di Mises si scontrò fortemente con le idee dei socialisti europei; per decenni essi cercarono di confutare le sue teorie e provarono a sviluppare dei modelli realizzabili nel contesto della pianificazione socialista.
Mises incorporò le sue analisi in una critica del Socialismo, Socialism (1922). Ancora prima che le sue devastanti critiche al socialismo venissero tradotte in inglese, il mondo economico americano fu informato che il socialista polacco Oskar Lange era riuscito a “confutare” le teorie di Mises; i socialisti, a quel punto, non si preoccuparono neanche di leggere le sue opere originali. Recentemente, i crescenti e riconosciuti fallimenti delle economie pianificate di stampo comunista in Russia e nell’Europa dell’est dopo la seconda Guerra Mondiale, hanno fornito una drammatica conferma delle teorie di Mises, sebbene queste rimangano ancora opportunamente dimenticate.
Se il socialismo non può funzionare, non possono funzionare neanche gli specifici atti di intervento governativo sul mercato che Mises soprannominò “interventismo”. Lungo una serie di articoli pubblicati nel 1920, Mises criticò una lunga serie di provvedimenti economici statalisti; gli articoli furono raccolti, nel 1929, nella Kritik des Interventionismus (Critica all’Interventismo ). Se né il socialismo né l’interventismo sono attuabili, non ci rimane che il liberalismo del “laissez-faire”, o l’economia di libero mercato; Mises ampliò le analisi sui meriti del liberalismo classico nel suo considerevole Liberalismus (Liberalismo) del 1927. Nel Liberalismus, Mises mostrò lo stretto legame tra pace internazionale, libertà civili e economia di libero mercato.
6. Mises e la metodologia della scienza economica
Negli anni venti Ludwig von Mises divenne un eccezionale critico dello statalismo e del socialismo e un grande difensore del liberismo e dell'economia di libero mercato. Nonostante ciò egli non aveva ancora avuto modo di esprimere tutte le straordinarie potenzialità della sua mente fertile e creativa. Mises aveva capito che la teoria economica, persino quella formulata dagli Austriaci, non era stata organizzata in maniera sistematica ed era ancora priva di valide fondamenta metodologiche. Egli si rese anche conto che la teoria economica stava subendo sempre più il fascino di nuove e fallaci metodologie: in particolare dell’”istituzionalismo” che, fondamentalmente, negava l'economia nel suo insieme, e del “positivismo” che cercava, in modo fuorviante, di fondare la teoria economica sulle stesse basi della fisica. Gli economisti classici e i primi Austriaci avevano fondato la teoria economica su una corretta metodologia; tuttavia, le loro specifiche analisi erano spesso state elaborate casualmente e in modo non sistematico; in altre parole, essi non avevano formulato una chiara e solida metodologia tale da resistere agli assalti del positivismo e dell’istituzionalismo.
Mises procedette quindi nel tentativo di forgiare una base di lavoro filosofica e una metodologia della teoria economica, riuscendo a completare e sistematizzare gli studi della Scuola Austriaca. Queste analisi furono sviluppate inizialmente nel Grundprobleme der NationalYkonomie del 1933 (tradotto molto più tardi nel 1960, con il titolo Epistemological Problems of Economics ). Dopo la seconda Guerra Mondiale, quando l'istituzionalismo aveva oramai perso vitalità e il positivismo, sfortunatamente, aveva attecchito nel mondo economico, Mises sviluppò ulteriormente la sua metodologia e confutò il positivismo col suo “ Theory and History “ (1957) e con l’altro suo lavoro dal titolo “ The Ultimate Foundation of Economic Science “ (1962).
Mises si accanì soprattutto contro il metodo positivista che, utilizzando l’approccio tipico della fisica, considerava l'uomo al pari delle pietre o degli atomi. Per i positivisti, la funzione della teoria economica è quella di osservare le regolarità statistiche e quantitative del comportamento umano per riuscire a definire, in un secondo momento, delle leggi che a loro volta possano essere “verificate” da ulteriori evidenze statistiche e che possano essere utilizzate per “predire” ulteriori comportamenti.
Il metodo positivista è unicamente basato sull'idea che l'economia sia governata e pianificata da “ingegneri sociali”, che trattano gli uomini come se fossero oggetti fisici inanimati. Come Mises scrive nella prefazione dei Problemi Epistemologici: “questo approccio “scientifico” studia il comportamento degli esseri umani secondo i metodi usati dalla fisica newtoniana nello studio dei corpi e del moto. Sulla base di questo presunto approccio “positivo” ai problemi dell'umanità, i Positivisti progettano di sviluppare una “ingegneria sociale”, una nuova tecnica che permetta allo “zar economico” della società pianificata del futuro di trattare gli uomini nello stesso modo con cui la tecnologia permette all'ingegnere di trattare gli oggetti inanimati”.
Mises sviluppò la propria metodologia, che chiamò “prasseologia” o teoria generale dell'azione umana, secondo due direttive: (1) l’analisi deduttiva, logica e individualista tipica degli economisti classici e Austriaci e (2) la filosofia della storia della “Southwest German School” di fine ventesimo secolo, in particolar modo di Rickert, Dilthey, Windelband e di Max Weber, amico di Mises. L’essenza della prasseologia di Mises trova le proprie radici nell’ uomo che agisce : nell'essere umano non considerato come un atomo che si “muove” seguendo le leggi della fisica quantitativa, ma come individuo con determinati fini ed obiettivi che matura delle idee su come raggiungerli. In breve, Mises, al contrario dei Positivisti, afferma l’importanza della coscienza umana, ovvero della mente umana che ha determinati obiettivi e cerca di raggiungerli tramite l’azione. L'esistenza di questa azione è rivelata dall’analisi così come dalla osservazione delle attività umane. Poiché gli uomini usano la propria volontà per agire nel mondo, il comportamento che ne deriva non può mai essere codificato in “leggi” quantitative. Cercare di formulare leggi statistiche di previsione e di relazione applicabili all’attività umana è quindi per gli economisti un’attività inutile e ingannevole. Ogni evento, ogni atto, nella storia dell’uomo è differente e unico, è il risultato di persone che interagiscono tra loro liberamente; perciò, non si possono fare né previsioni statistiche né “esperimenti” economici.
Se la prasseologia mostra che le azioni umane non possono essere classificate in leggi quantitative, come può esserci allora una scienza economica? Mises ribatte che la scienza economica, come scienza della azione umana, deve essere ed è completamente diversa dai modelli positivisti della fisica. Come mostrarono gli economisti classici e quelli Austriaci, l’economia si dovrebbe fondare su pochissimi assiomi universalmente veri ed evidenti, assiomi rivelati dall’analisi della natura e dell’essenza dell'azione umana. Da questi assiomi, possiamo trarne delle implicazioni logiche che attestano le verità economiche. Per esempio, l'assioma fondamentale dell'esistenza dell'azione umana stessa: gli individui hanno obiettivi, agiscono per raggiungerli, agiscono necessariamente attraverso il tempo, adottano scale di preferenze e così via.
Sebbene non tradotte fin dopo la seconda Guerra mondiale, le idee di Mises sulla metodologia vennero fatte conoscere al mondo anglosassone, in maniera molto attenuata, dal giovane economista inglese, Lionel Robbins, suo studente e discepolo. L’opera di Robbins, Essay on the Nature and Significance of Economic Science (1932), nella quale l'autore riconobbe la sua “speciale riconoscenza” a Mises, fu ritenuta per molti anni, in Inghilterra e negli Stati Uniti, un eccezionale lavoro sulla metodologia della teoria economica. Tuttavia, l’importanza che diede Robbins all'essenza dell'economia come studio dell’allocazione di risorse limitate per il raggiungimento di scopi alternativi, era una prasseologia molto semplificata che faceva acqua da tutte le parti. Erano assenti tutte le più profonde analisi di Mises sulla natura del metodo deduttivo e le differenze tra la teoria economica e la natura della storia umana. Il lavoro di Robbins così strutturato, insieme alle opere di Mises non tradotte in lingua inglese, si rivelò insufficiente per contenere la crescente influenza del positivismo.
7. L’azione umana
Una cosa era formulare la corretta metodologia della scienza economica, altra cosa, ben più ardua, era in effetti quella di costruire, su quelle basi e utilizzando quella metodologia, la teoria economica, ovvero l’intero corpo delle analisi economiche. E’ difficile immaginare che un uomo possa, da solo, realizzare entrambi questi compiti: elaborare la metodologia e poi, su quelle stesse fondamenta, sviluppare l’intero sistema della teoria economica. Considerata la lunga serie di lavori compiuti e di risultati raggiunti, era impensabile che lo stesso Mises riuscisse anche in questo compito così difficile. Tuttavia, pur isolato e solo, abbandonato praticamente da tutti i suoi allievi, in esilio a Ginevra a causa del governo fascista austriaco, in un mondo e in un ambiente economico che avevano abbandonato le sue idee, metodi e principi, Ludwig von Mises ci riuscì. Nel 1940 egli pubblicò il suo supremo e monumentale capolavoro, Nationaliökonomie, opera che però, fra le preoccupazioni di una Europa dilaniata dalla guerra, fu presto dimenticata. Fortunatamente Nationaliökonomie fu ampliato e tradotto in inglese nel 1949 con il titolo Human Action. Che Mises sia riuscito a scrivere Human Action costituisce già di per sé un risultato eccezionale, ma il fatto che ci sia riuscito in circostanze così avverse rende quest’opera veramente stimolante e sbalorditiva.
Human Action è l’opera per eccellenza; è l’intera teoria economica, sviluppata da sicuri assiomi di prasseologia, correttamente basata sulle analisi dell’individuo che agisce, con fini e obiettivi, nel mondo reale. È la teoria economica sviluppata come una disciplina deduttiva, che prende corpo sulla base delle implicazioni logiche dell’esistenza dell’azione umana. Per il sottoscritto, che ebbe il privilegio di leggere il libro appena venne pubblicato, fu un’opera in grado di cambiare il corso della sua vita e delle sue idee. Era appena stato elaborato un sistema del pensiero economico che alcuni di noi avevano sognato e la cui realizzazione credevamo impossibile: una scienza economica totale e razionale, una teoria economica che avrebbe dovuto esistere ma non era mai stata sviluppata. Una teoria economica finalmente fornita da Human Action .
L’importanza delle scoperte di Mises deriva anche dal fatto che non solo Human Action fu il primo trattato di economia nella tradizione Austriaca dai tempi della Prima Guerra Mondiale, esso fu anche il primo trattato generale di qualsiasi tradizione economica. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la teoria economica era diventata sempre più frammentata, divisa in analisi non integrate tra di loro; dopo gli scritti di uomini eccezionali come Fetter, Clark, Taussig e Böhm-Bawerk, gli economisti avevano cessato di presentare la loro disciplina come un insieme coerente, deduttivo e integrato. I soli scrittori che ancora oggi cercano di presentare un quadro globale dell’economia sono autori di libri di testo elementari la cui mancanza di coerenza non fa altro che mostrare il pessimo stato raggiunto dalla teoria economica. Human Action mostrò la strada per uscire da questa palude.
C’è ancora poco da dire su Human Action, salvo mettere in evidenza alcuni dei numerosi contributi di questo grande corpus di economia. Nonostante avesse scoperto ed enfatizzato le preferenze temporali come principio a base del tasso di interesse, Böhm-Bawerk non costruì completamente le proprie teorie su queste premesse e lasciò irrisolto il problema delle preferenze temporali. Frank A. Fetter migliorò la teoria e nei suoi importanti ma trascurati scritti di inizio secolo dimostrò la relazione tra il tasso di interesse e le preferenze temporali. Nella visione di Fetter del sistema economico, la domanda dei consumatori stabilisce il prezzo dei beni, i fattori individuali guadagnano la loro produttività marginale e tutti i profitti sono attualizzati con il tasso di interesse o di preferenza temporale, laddove il creditore o capitalista guadagna il tasso di attualizzazione. Mises risuscitò le scoperte di Fetter e andò oltre, dimostrando che le preferenze temporali costituivano una necessaria categoria prasseologica dell’azione umana. Egli unì insieme la teoria di Fetter sui tassi di interesse, quella del capitale di Böhm-Bawerk e la sua, quella del ciclo economico.
Mises fornì anche la necessaria critica metodologica al metodo matematico e statistico utilizzato in economia, quello in auge oggi, ideato dallo svizzero neoclassico Leon Walras, una metodologia che ha quasi eliminato la lingua e la logica dalla teoria economica. Continuando la esplicita tradizione antimatematica degli economisti classici e di quelli Austriaci (molti dei quali erano molto preparati in matematica), Mises fece notare che le equazioni matematiche sono solo utili per descrivere l’atemporale e statica “isola che non c’è” dell’equilibrio generale. Non appena una persona si allontana da quel nirvana e analizza le azioni dell’individuo nel mondo reale, un mondo fatto di tempo, aspettative, speranze ed errori, allora la matematica non è solo inutile ma anche fuorviante. Egli mostrò che l’uso della matematica in economia è un errore dei positivisti che considerano l’uomo al pari di una pietra. Questi credono cioè che, come nella fisica, le azioni dell’uomo possano, in qualche modo, essere tracciate con la stessa precisione matematica con cui si rileva il percorso di un missile in volo. Inoltre, poiché gli attori individuali possono solo vedere e valutare differenze sostanziali, anche l’uso del calcolo differenziale, basato su variazioni quantitative infinitamente piccole, risulta particolarmente inappropriato per la scienza dell’azione umana.
L’uso di “funzioni” matematiche implica anche che nel mercato tutti gli eventi siano “determinati reciprocamente”; in matematica, infatti, se X è una funzione di Y, allora Y è, allo stesso modo, una funzione di X. Questa specie di metodologia della “determinazione reciproca” può essere perfettamente legittima nel campo della fisica, dove non esiste un agente causale. Tuttavia, nella sfera dell’azione umana, il fattore causale esiste, un fattore “unico”: l’azione finalizzata dell’individuo. L’economia Austriaca mostra, per esempio, che questo fattore causale ha degli effetti a cascata dalla domanda del consumatore ai fattori di prezzo della produzione e mai secondo il percorso inverso.
Il metodo “econometrico”, altrettanto di moda, che cerca di unire gli eventi statistici alla matematica è doppiamente fallace; ogni uso della statistica teso a definire dei modelli previsionali presume infatti che, così come avviene nella fisica, esistano e si possano scoprire costanti verificabili, leggi quantitative invariabili, anche nell’analisi dell’azione individuale. Tuttavia, come mostrò Mises, nessuno ha mai scoperto una sola costante quantitativa nel comportamento umano e nessuno, probabilmente, la scoprirà mai, data la libera volontà che caratterizza ciascun individuo. Da questo errore deriva anche la attuale fissazione per la previsione economica “scientifica” e Mises, incisivamente, mostrò l’errore fondamentale di questa antichissima, ma incurabilmente vana, aspirazione. I miseri risultati della previsione econometrica degli ultimi anni, nonostante l’uso di computer ad alta velocità e di sofisticati “modelli” econometrici, non sono altro che un’ulteriore conferma delle riflessioni fornite da Ludwig von Mises.
Sfortunatamente, nel periodo fra le due guerre, solo un aspetto della teoria di Mises, oltre una piccola parte della sua metodologia, riuscì a trapelare nel mondo anglosassone. Sulla base della sua teoria del ciclo economico, Mises aveva predetto la depressione economica in un tempo in cui, nella “Nuova Era” degli anni venti, la maggior parte degli economisti, incluso Irving Fisher, stavano proclamando un futuro di infinita prosperità, assicurata dalle manipolazioni delle banche centrali. Quando scoppiò la Grande Depressione, cominciò ad esserci un grande interesse per la teoria del ciclo economico di Mises, specialmente in Inghilterra.
L’interesse fu stimolato dall’arrivo alla London School of Economics di Friedrich A. von Hayek, eccezionale discepolo di Mises, i cui approfondimenti del ciclo economico di Mises, furono in breve tempo tradotti in inglese nei primi anni trenta. Durante questo periodo, i seminari di Hayek alla London School formarono molti teorici Austriaci del ciclo economico, tra i quali John R. Hicks, Abba P. Lerner, Ludwig M. Lachmann e Nicholas Kaldor. Alcuni discepoli inglesi di Mises, tra cui Lionel Robbins e Frederic Benham, pubblicarono invece le sue spiegazioni sulle cause della Grande Depressione. I lavori di alcuni studenti di Mises, come quelli di Fritz Machlup e Gottfried von Haberler, cominciarono a essere tradotti e nel 1934 Robbins curò finalmente la traduzione della Teoria della Moneta e del Credito. Nel 1931 Mises pubblicò le sue analisi sulla depressione nell’opera dal titolo Die Ursachen der Wirtschaftskrise, recentemente tradotta in inglese. Nella prima metà degli anni trenta la teoria del ciclo economico e il resto delle analisi economiche di Mises sembravano destinate a una rapida diffusione.
L’America si mostrava più lenta nel raccogliere le teorie Austriache, tuttavia, l’enorme influenza esercitata dal mondo accademico inglese negli Stati Uniti assicurava alla teoria del ciclo di Mises una veloce diffusione anche nel continente americano. Gottfried von Haberler pubblicò, negli Stati Uniti, il primo compendio della teoria del ciclo di Mises e il promettente economista Alvin Hansen, virò subito verso l’adozione della dottrina Austriaca. Oltre alla teoria del ciclo economico, la teoria Austriaca del capitale e del tasso di interesse venne proposta in una serie di importanti articoli pubblicati da Hayeck Machlup e dal giovane economista Kenneth Boulding su alcuni giornali americani.
Sembrava che l’economia Austriaca fosse sul punto di diventare la dottrina economica dominante e che Ludwig von Mises dovesse finalmente ricevere i riconoscimenti che gli spettavano da tempo ma che non aveva mai ottenuto. Tuttavia, al momento della vittoria, la tragedia si materializzò sotto forma della famosa Rivoluzione Keynesiana. La pubblicazione della General Theory of Employment, Interest, and Money (1936) di John Maynard Keynes, con le sue confuse e rudimentali giustificazioni e razionalizzazioni dell’inflazione e dei deficit pubblici, conquistò il mondo economico. Prima di Keynes, l’economia aveva fornito un impopolare baluardo contro l’inflazione e la spesa pubblica in disavanzo ma, ora, con Keynes e armati del suo gergo, oscuro e semi-matematico, gli economisti potevano lanciarsi a capofitto in una coalizione, popolare e redditizia, con i politici e i governi ansiosi di espandere la loro influenza e il loro potere. L’economia keynesiana venne mirabilmente confezionata per essere la corazza intellettuale del moderno stato sociale, dell’interventismo e dello statalismo su larga scala.
Come spesso accade nella storia delle scienze sociali, i keynesiani non si preoccuparono di confutare le teorie di Mises, queste ultime furono semplicemente dimenticate, spazzate via dalla avanzata impetuosa della ben conosciuta rivoluzione keynesiana. La teoria del ciclo di Mises, così come il resto delle teorie economiche Austriache, fu gettata nel “dimenticatoio” orwelliano e da quel momento in poi trascurata dagli economisti e dal mondo. Probabilmente l’aspetto più tragico di questa enorme dimenticanza fu la defezione dei migliori seguaci di Mises: ad abbracciare le teorie keynesiane si buttarono non solo gli studenti inglesi di Hayek e lo stesso Hansen, che divenne ben presto il principale sostenitore americano delle teorie keynesiane, ma anche gli Austriaci che lo avevano conosciuto meglio; questi ultimi lasciarono velocemente l’Austria per assumere alte cariche accademiche negli Stati Uniti e costituire l’ala moderata degli economisti keynesiani. Dopo le brillanti premesse degli anni venti e trenta solo Hayek e il meno noto Lachmann rimasero fedeli e senza macchia. Fu in questo isolamento e sotto il crollo delle sue migliori speranze che Ludwig von Mises lavorò per completare la grande ossatura della Human Action .
8. Mises in America
Perseguitato in patria, Ludwig von Mises divenne uno dei tanti illustri esuli europei. Nel 1934 si recò a Ginevra, dove insegnò al Graduate Institute of International Studies e dove nel 1938 sposò la deliziosa Margit Sereny-Herzfeld, quindi, nel 1940, arrivò negli Stati Uniti. A differenza di numerosi esuli socialisti e comunisti che furono ben accolti dal mondo accademico statunitense, e di numerosi suoi ex alunni che ottennero alti posti accademici, Mises in America venne trascurato. La sua inestinguibile e inflessibile adesione all’individualismo, sia nel metodo economico che in filosofia politica, gli precluse infatti l’accesso a quella stessa accademia che si vantava della propria “libera ricerca della verità”. Mantenendosi grazie alle sovvenzioni di qualche piccola fondazione di New York, Mises riuscì comunque a pubblicare nel 1944 due opere rilevanti scritte in inglese: Omnipotent Government e Bureaucracy.
Omnipotent Government mostrò, in contrasto con le teorie marxiste di allora, che il regime nazista non era stato “il più alto stadio raggiunto del capitalismo” bensì una forma di socialismo totalitario. Bureaucracy fornì invece una analisi di importanza vitale sulla differenza tra una amministrazione a scopo di lucro e una amministrazione burocratica e mostrò come le gravi inefficienze della burocrazia fossero insite e inevitabili in ogni attività governativa.
Il fatto che Ludwig von Mises non abbia mai ottenuto un incarico retribuito e a tempo pieno rappresenta, per il mondo accademico americano, una colpa imperdonabile e vergognosa. Dal 1945 in poi, Mises fu semplicemente un Visiting Professor (professore ospite di un’università straniera) della Graduate School of Business Administration presso la New York University. In tali condizioni, trattato spesso dalle autorità universitarie come un cittadino di seconda classe, lontano dai centri accademici più prestigiosi, circondato da opportunistiche e incomprensibili discipline di contabilità o finanza, Ludwig von Mises riprese i suoi seminari settimanali che, in passato, avevano avuto molto successo. Sfortunatamente, in queste condizioni, Mises non poteva sperare di attrarre molti giovani ed autorevoli economisti universitari, né poteva sperare di replicare lo scintillante successo dei seminari di Vienna.
Nonostante queste tristi e sfavorevoli circostanze, Ludwig von Mises portò avanti il suo seminario orgogliosamente e senza mai lamentarsi. Coloro che conobbero Mises in quel periodo non sentirono mai una parola di amarezza o risentimento uscire dalla sua bocca. Con la sua immancabile gentilezza e premurosità, Mises lavorò sempre per incoraggiare e stimolare la produttività dei suoi studenti. Tutte le settimane, egli era capace di suggerire numerosi progetti di ricerca. Ogni sua lezione, dotata degli elementi essenziali della sua visione economica, ricca di intuizioni, si rivelava un gioiello di squisita fattura. A quegli studenti che stavano seduti in silenzio e in soggezione, Mises diceva, con il caratteristico guizzo di divertimento negli occhi: “Non aver paura di parlare ad alta voce. Ricordati, qualsiasi cosa tu dica e per quanto errata essa sia, è già stata detta da qualche eminente economista.”
Nonostante il cul de sac in cui era finito, dai suoi seminari riuscì ad emergere un ristretto numero di laureati in grado di portare avanti la tradizione Austriaca; oltre a questo, i suoi corsi servirono come punto di ritrovo per gli studenti non immatricolati dell’area di New York che ogni settimana si accalcavano per seguire le sue lezioni. Una delle sue principali soddisfazioni consisteva nel continuare le lezioni in un ristorante del posto, per cercare di rivivere la stessa atmosfera dei giorni in cui il famoso Mises-kreis (circolo di Mises) era solito tenersi in un caffè di Vienna. Mises si dilungava in interminabili aneddoti e riflessioni e noi sapevamo bene che in quegli aneddoti, con quella atmosfera, e alla presenza di Ludwig von Mises, stavamo assistendo alla reincarnazione dei giorni più nobili e affascinanti della Vecchia Vienna. Coloro che ebbero il privilegio di frequentare il suo seminario alla New York University hanno potuto capire bene i motivi che resero Mises un grande professore e un grande economista.
Nonostante la sua situazione e un ambiente inospitale, Mises riuscì ad essere un faro solitario per la libertà, per il liberismo e per l’economia Austriaca. La sua straordinaria produttività non si affievolì neanche in America. Fortunatamente, un discreto numero di seguaci traduceva i suoi vecchi lavori e pubblicava le sue nuove opere. Nel periodo dopo la guerra Ludwig von Mises rappresentò il centro del movimento libertario americano: una guida e una continua ispirazione per tutti noi. Nonostante l’oblio da parte del mondo accademico, oggi le pubblicazioni di Mises sono tutte in circolazione e sono oggetto di studio da parte di un numero sempre più elevato di studenti e seguaci. Negli ultimi anni, persino fra le fila degli economisti universitari più ostili alle sue teorie, si è assistito a un numero crescente di studenti universitari e giovani professori che hanno abbracciato la tradizione Austriaca e quella di Mises.
Questo non è accaduto solo negli Stati Uniti; anche se non è molto risaputo, Ludwig von Mises, grazie ai suoi studenti e colleghi, ha rivestito nell’Europa occidentale un ruolo fondamentale nel passaggio, dopo la seconda guerra mondiale, dal collettivismo ad una parziale economia di libero mercato. Una delle maggiori guide intellettuali nel passaggio dal collettivismo ad una relativa economia di libero mercato fu, nella Germania occidentale, Wilhelm Röpke, studente di Mises dei tempi di Vienna. In Italia, il Presidente Luigi Einaudi, collega di vecchia data di Mises e grande sostenitore della economia di libero mercato, svolse un ruolo fondamentale nell’allontanare il paese dal socialismo che stava prendendo piede dopo la guerra. Infine Jacques Rueff, discepolo di Mises, fu il più importante consigliere economico del generale De Gaulle a battersi, coraggiosamente e da solo, per il ritorno al gold standard.
Ludwig von Mises, grazie alla sua inestinguibile vivacità, continuò a tenere i suoi seminari alla New York University, ogni settimana, senza sosta, fino alla primavera del 1969 quando si ritirò come il più anziano professore in attività degli Stati Uniti, ancora attivo e energetico all’età di 87 anni.
9. Una via d’uscita: speranza per il futuro
Ci sono sempre più segni di speranza che l’isolamento delle idee e dei contributi di Ludwig von Mises, protrattosi lungo tutto l’arco della sua vita, stia rapidamente giungendo al termine. Negli ultimi anni le contraddizioni interne e le disastrose conseguenze causate dal corso errato delle scienze sociali e della politica sono diventate sempre più evidenti. Nell’Europa dell’est, la riconosciuta incapacità dei governi comunisti nel pianificare le loro economie ha portato a un movimento crescente verso il libero mercato. Negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, la panacea keynesiana e quella inflazionistica si stanno rivelando un totale fallimento. Il governo degli Stati Uniti, dopo Keynes, ha sempre cercato, senza alcuna speranza, di controllare una inflazione a quanto pare permanente, che persiste persino nei periodi di recessione, tale da beffeggiare il tradizionale buonsenso economico. Il fallimento delle politiche keynesiane, accoppiate agli evidenti errori della teoria keynesiana, sta causando una inquietudine crescente nei confronti di tutto il contesto keynesiano. Gli enormi sperperi della spesa pubblica e dell’amministrazione burocratica stanno gettando una luce sempre peggiore sulla famosa asserzione di Keynes secondo la quale non ha nessuna importanza come il governo spenda le proprie risorse, in asset produttivi piuttosto che nella costruzione di inutili piramidi. Le inevitabili crisi dell’ordine monetario internazionale costringono i governi post keynesiani a passare da una crisi all’altra provando “soluzioni” insoddisfacenti: tassi di cambio variabili di valute cartacee o tassi di cambio fissi sostenuti dal controllo dei cambi che paralizzano i commerci e gli investimenti esteri.
Il fallimento delle teorie keynesiane deve essere considerato in un più ampio contesto, quello della crisi, di pensiero e azione, dello statalismo e dell’interventismo. Negli Stati Uniti, il moderno “liberismo” statalista si è mostrato incapace di gestire le crisi da esso stesso create: i conflitti dei blocchi militari nazionali, il finanziamento, i contenuti, il personale e la struttura delle scuole pubbliche, gli attriti causati dall’inflazione permanente e dalla crescente resistenza pubblica a imposte esose. Sia il benessere che la guerra del moderno stato sociale bellico sono sempre più messi alla prova. A livello teorico, c’è una crescente rivolta contro l’idea che una èlite di tecnocrati scientifici ci debba trattare come materia rozza per i loro esperimenti sociali. E l’idea che i governi possano e debbano alimentare, sia nei paesi arretrati che in quelli più progrediti, una “crescita economica” artificiale, è sempre meno condivisa.
In breve, sia a livello di pensiero che di azione, il moderno statalismo che Ludwig von Mises ha combattuto durante tutta la sua vita sta finendo sotto il fuoco incrociato della critica e della disillusione. Gli uomini non sono più disposti a sottomettersi docilmente ai decreti e ai dettami di coloro che si sono, da soli, proclamati governanti “sovrani”. Tuttavia, il problema è che il mondo non può uscire dal miasma creato dallo statalismo prima di aver trovato una soluzione alternativa. Quello di cui non ci siamo ancora del tutto resi conto è che Ludwig von Mises ci fornisce questa alternativa: ci fornisce la Via d’Uscita alle crisi e ai dilemmi che hanno colpito il mondo moderno. Durante tutta la vita, egli ha predetto e mostrato le ragioni della nostra attuale disillusione e ha elaborato per noi una strada alternativa e pratica. Non c’è da stupirsi che, al compimento dei suoi 92 anni, sempre più persone stessero scoprendo e imboccando questa strada.
Nella prefazione (1962) alla traduzione inglese della sua opera intitolata The Free and Prosperous Commonwealth, Mises scrisse:
“Trentacinque anni fa, mentre redigevo un compendio delle idee e dei principi di quella filosofia sociale una volta conosciuta con il nome di liberalismo, non cedetti alla vana speranza che la mia relazione avrebbe impedito la catastrofe incombente a cui stavano palesemente portando le politiche delle nazioni europee. Tutto ciò che volevo ottenere con quel lavoro era offrire alla piccola minoranza di persone pensanti l’opportunità di imparare qualcosa sugli obiettivi del liberalismo classico in modo tale da aprire la strada alla rinascita dello spirito di libertà DOPO la debacle che stava per arrivare”.
Nel suo tributo a Mises, Jacques Rueff dichiarò:
“Ludwig von Mises ha salvaguardato le fondamenta di una scienza economica razionale” …Con i suoi insegnamenti egli ha gettato i semi per un risanamento che darà i suoi frutti non appena l’uomo comincerà a preferire di nuovo le teorie vere rispetto a quelle piacevoli. Quando quel giorno arriverà, tutti gli economisti riconosceranno che Ludwig von Mises merita tutta la loro ammirazione e gratitudine”.
Sta diventando sempre più evidente che la debacle e il fallimento dello statalismo stanno proprio portando verso quel risanamento e che la minoranza pensante, che Mises sperava di raggiungere, sta aumentando velocemente. Se noi dovessimo essere davvero sulla soglia di una rinascita dello spirito di libertà, allora la rinascita sarebbe il coronamento della vita e del pensiero di un uomo insigne e straordinario.
Traduzione di Francesco Carbone
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Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
ILLUMINISMO SCOZZESE
L’illuminismo scozzese, a differenza di quello del resto d’Europa, ostile alla religione, ha stretti rapporti con la chiesa presbiteriana, in quanto moderata e vincente sul calvinismo radicale. Robertson, Carlyle, Wallace, Blair, Home, Ferguson sono tutti a vario titolo ecclesiastici della chiesa di Scozia.
Mandeville
Nasce in Olanda e vive prevalentemente in Inghilterra, la sua collocazione all’interno dell’illuminismo scozzese è una forzatura ispirata da presunte vicinanze ad alcune tesi di Adam Smith.
La sua provocatoria Favola delle api (1714) sottolinea l’importanza dei consumi (di lusso) ai fini della prosperità dell’economia: un alveare ricco, civile e potente diventa misero e spopolato per effetto dell’abolizione di ogni vizio. Il vizio privato del lusso produce un benessere pubblico. Quest’opera è stata interpretata come un’anticipazione della posizione di Smith sull’autointeresse personale come premessa al benessere collettivo nel libero mercato. Ma l’intento di Mandeville è diverso, egli vuole solo enfatizzare i consumi ai fini della prosperità economica. Infatti, nella sua opera c’è la famosa difesa dell’incendio di Londra come fortunata calamità, perché consentiva a industriali e artigiani di lavorare. Tanto è vero che non era favorevole al laissez faire.
Hutcheson
Ricerca sull’origine delle nostre idee di virtù o bene morale (1725): esiste un sentimento di innata benevolenza verso gli altri; il senso morale, una percezione del cuore, fa comprendere all’individuo il bene.
Sistema di filosofia morale (1755)
Una solida credenza nei diritti naturali e nella benevolenza della natura; indebolita dalla formula utilitarista “la maggior felicità per il maggior numero”. Sostanzialmente è un liberale classico, anche se per un’economia mista.
HUME
Trattato sulla natura umana (1740)
È l’autore che, insieme a Cartesio, sferra l’attacco più duro all’intera tradizione del diritto naturale, intesa in senso lato, includente anche il razionalismo scolastico e il realismo classico 8aristotelico) del rapporto causa-effetto.
Alla base della filosofia di H. vi è il progetto di costruire una scienza della natura umana su base sperimentale (come Bacone per la natura fisica), analizzando le varie dimensioni che la costituiscono: ragione, sentimento, morale, politica. Egli cerca una terza via fra gli scettici, che sostenevano che le distinzioni morali non hanno un fondamento in natura ma nascono dall’interesse e/o dall’educazione, e i razionalisti, per i quali la moralità è qualcosa di reale, e fondato sulla natura. La scelta empiristica di H. sfocia in una forma di scetticismo in cui le pretese conoscitive della natura umana risultano fortemente limitate.
Contro il sistema giusnaturalistico. Il termine “ragione” nel giusnaturalismo fonde (e confonde) tre procedimenti che per H. devono essere distinti.
Il primo si trova nella matematica ed è ciò che oggi si chiamerebbero deduzioni formali: data una certa premessa, ne consegue necessariamente una data conclusione (es. in geometria: il quadrato dell’ipotenusa è uguale al quadrato di due lati). H. chiama queste “relazioni di idee”, che non hanno a che fare con i fatti reali. Solo in questo caso si può parlare di verità razionale o necessaria, cioè certa.
Esistono poi le realtà di fatto, i cui rapporti non sono necessari e dimostrabili come sempre veri. Quando due fatti si trovano in relazione di causa ed effetto, tutto ciò che si può sapere è che si presentano insieme con un certo grado di regolarità; ma è una correlazione empirica, non è detto che sia necessaria, non è conoscibile a priori (il sole domani potrebbe non levarsi). Le relazioni che stabiliamo tra i fatti sono determinate dall’abitudine, che è molto utile come guida per la vita pratica (sappiamo che se tocchiamo la fiamma ci bruciamo), ma non può essere un principio di giustificazione razionale. Le scienze empiriche sono diverse dalla matematica e dal ragionamento deduttivo.
In terzo luogo, la parola ragione viene applicata alla condotta umana. Hume è il primo esponente dell’utilitarismo personale: ogni individuo è governato solo dal desiderio di soddisfare le sue emozioni, le sue passioni; queste emozioni, queste sensazioni di felicità o infelicità, sono primarie, sono dati ultimi, non ulteriormente analizzabili. In tale contesto la ragione ha un ruolo limitato: è guida della condotta solo nel senso che essa mostra i mezzi necessari per raggiungere un fine desiderato . Dunque la ragione non può, come affermano i sostenitori dell’esistenza di un diritto naturale, stabilire alcuna etica per l’uomo. La legge di natura dichiara che esistono principi morali (libertà, giustizia) che si possono dimostrare necessari. Ma quando un modo d’agire viene definito “giusto” o “buono” ci si fa influenzare da inclinazioni o desideri umani, non dalla ragione. Ma sui fini è in genere l’inclinazione e la passione umana a decidere se sono accettabili o no, giusti o no; di converso, il fatto che un risultato piaccia o non piaccia non è di per sé né ragionevole né irragionevole. Poiché i valori dipendono dalle propensioni degli uomini, la ragione non può creare un obbligo morale assolutamente certo. Ogni obbligo morale dipende dall’accettazione delle propensioni e dei bisogni umani, da convenzioni (anche l’esistenza di Dio è indimostrabile; le verità religiose appartengono solo alla sfera sentimentale). Legge di Hume, o della “fallacia naturalistica”: non è possibile inferire un valore da un fatto. Dunque, le discipline in cui contano i giudizi di valore, come l’etica, la politica e in generale gli studi sociali, sono diverse tanto dalle scienze deduttive quanto da quelle causali o fattuali.
In questa distinzione fra ragione, fatto e valore, le ultime due operazioni non sono strettamente razionali, contengono fattori che non possono essere dimostrati. Tali fattori vengono chiamati da H. “convenzioni”; esse sono inevitabili, perché tanto la relazione empirica quanto il senso pratico comune le esigono. Attraverso di esse si fanno norme di azione più o meno stabili; ma non si può dimostrare che sono necessarie, si potrebbe sempre ammettere il contrario.
Con questo apparato critico H. attacca tre grandi branche del giusnaturalismo: la religione naturale, l’etica razionale e la dottrina politica del contratto o del consenso.
La natura umana - H. non concorda con l’utilitarismo semplicistico allora prevalente, che fa derivare tutti i moventi dalla ricerca del piacere e/o dall’allontanamento del dolore; questo semplifica i moventi fino a falsarli; la natura umana non ha un’unica propensione; parecchi impulsi primitivi non hanno un rapporto scontato con il piacere. Gli uomini non sono così calcolatori nella ricerca del loro interesse egoistico; gli impulsi interferiscono con l’interesse personale. H. non dà all’egoismo il valore che aveva per gli utilitaristi francesi (e poi per Bentham).
Teoria politica
La politica appartiene alla terza branca, quella che riguarda i fatti sociali empiricamente constatabili. Essa non può essere basata su principi eterni e immutabili, quali quelli espressi dal giusnaturalismo.
La natura umana ha delle regolarità constatabili: l’atteggiamento volto al proprio interesse personale, la preferenza per gli interessi presenti rispetto a quelli futuri, la scarsità. Le convenzioni, cioè le norme, nascono proprio per assecondare queste predisposizioni naturali; esse dunque sono artificiali, ma non arbitrarie. Il vero fondamento della giustizia è l’utile; sono giuste le regole necessarie a conservare i beni indispensabili alla vita degli uomini. Le norme devono garantire la proprietà privata e il rispetto dei patti; dunque istituzioni liberali sono superiori non sulla base di un’astratta razionalità, ma perché proteggono meglio le preferenze degli individui, date alcune regolarità della natura umana. Le norme dunque non sono verità eterne, radicate nella natura, ma modi di condotta giustificati dall’esperienza, soggette a mutamenti se inefficienti.
Anticontrattualismo – H. respinge la teoria dello stato di natura e del successivo contratto di associazione. Per quanto riguarda il primo, gli uomini nascono necessariamente per lo meno in una società familiare, e sono educati dai loro genitori a qualche regola di condotta. Per quanto riguarda il contratto, nessun governo chiede effettivamente ai suoi sudditi il consenso. Il fondamento della società politica non è il contratto originario. Le società si formano nel corso della storia attraverso modalità diverse, e soprattutto attraverso la forza: guerre, lotte civili, atti di forza. Il sentimento di lealtà e fedeltà al governo è un’abitudine, rafforzata dalla constatazione utilitaristica del mantenimento dell’ordine e della sicurezza.
Le norme emanate a tale scopo non sono verità eterne, radicate nella natura, ma modi di condotta giustificati dall’esperienza, soggette a mutamenti se inefficienti. Il dovere d’obbedienza civica e il dovere di mantenere un patto sono cose diverse.
In campo economico contro i dogmi del mercantilismo, a favore del libero scambio, perché il dinamismo economico è la premessa per la crescita di tutta la società e condizione della libertà politica.
La critica humeana del ruolo della ragione ha un aspetto politico essenziale: tale pretesa della ragione ha in genere esiti autoritari. Il pensiero politico di H. è critico nei confronti sia dell’ideologia whig (dottrina contrattualistica dello Stato) sia di quella tory (natura divina del sovrano).
La politica è ricondotta da H. ai dati empirici, ed è studiata con indagini mirate su singoli problemi (libertà di stampa, indipendenza del parlamento, i partiti, l’obbedienza passiva); pragmaticamente, bisogna trovare il giusto mezzo (Discorsi politici (1752)).
[Sabine: Un positivismo empirico, senza metafisica e religione e senza un’etica che pretenda validità universale. Al posto dei diritti irrevocabili rimane solo l’utilità, concepita in termini di interesse personale o di stabilità sociale, che si risolve in certe norme convenzionali di condotta che nel complesso servono ai fini umani. Queste convenzioni possono essere anche relativamente permanenti, perché i moventi umani in genere sono uniformi, ma non possono essere considerate universali; dipendono sempre da situazioni di fatto.]
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Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
SCUOLA DI FRANCOFORTE
Marcuse
Adorno
Dialettica dell’illuminismo, 1947 - Al centro dell’analisi il problema del dominio sull’uomo. Il capitalismo non è altro che l’ultimo tipo di dominio sistemico; nel corso della storia si presentano potenze mitiche cui l’uomo è costretto immancabilmente a obbedire. Si determina una dialettica fra mito e rischiaramento illuministico.
Distanza da Marx: la teoria del modo di produzione capitalistico non è più sufficiente a esaurire la complessità del dominio sistemico; esso preesiste al capitalismo e lo segue (vedi esperienza sovietica). Bisogna fare ricorso anche a Freud e alla psicanalisi.
Dialettica negativa, 1966 – La dialettica hegeliana è determinista e conciliativa, invece introduzione della “negazione determinata”, la molla generatrice della dialettica, che rifugge dal momento conciliativo.
Disprezzo romantico per la scienza e la tecnica (Colletti).
George Orwell e la Guerra Fredda. Un riesame
di Murray N. Rothbard
In un recente e ben noto articolo, Norman Podhoretz ha tentato di arruolare George Orwell nella truppa dei neoconservatori entusiasti della guerra fredda nuovamente ravvivatasi con l'Unione Sovietica. [1] Se Orwell fosse vivo oggi, questa distorsione davvero “orwelliana” gli procurerebbe un notevole divertimento sarcastico. È mio assunto che la guerra fredda, come perseguita attraverso le tre superpotenze di 1984, fosse la chiave della loro riuscita imposizione di un regime totalitario sui loro sudditi. Tutti sappiamo che 1984 era un attacco brillante e caustico alle tendenze totalitarie nella società moderna ed è inoltre chiaro che Orwell si è opposto fortemente al comunismo ed al regime dell'Unione Sovietica. Ma il ruolo cruciale di una guerra fredda perpetua nella trincea del totalitarismo nella “visione da incubo” del mondo di Orwell è stato relativamente trascurato dagli scrittori e dagli studiosi.
In 1984 ci sono tre superstati giganti o blocchi di nazioni: l'Oceania (guidata dagli Stati Uniti e comprendente l'Impero Britannico e l'America Latina), l'Eurasia (il continente Eurasiatico) e l'Estasia (Cina, Asia sud-orientale, gran parte del Pacifico). Le superpotenze sono sempre in guerra, in coalizioni variabili ed allineamenti una contro l'altra. La guerra è mantenuta, con un accordo fra le superpotenze, senza pericolo alla periferia dei blocchi, poiché la guerra nelle loro zone centrali potrebbe realmente fare scoppiare il mondo ed il loro governo con esso. La guerra perpetua ma basicamente finta è mantenuta viva dalle assidue campagne di odio e di paura contro l'oscuro nemico straniero. Il sistema della guerra perpetua è quindi usato dall'elite di governo in ogni paese per assicurare il dominio totalitario collettivista sui propri sudditi. Come ha scritto Harry Elmer Barnes, questo sistema “potrebbe funzionare soltanto se nelle masse la paura e l'eccitamento sono mantenuti sempre ad una temperatura da febbre e se si previene efficacemente che capiscano che le guerre sono in realtà finte. Per riuscire in questo indispensabile inganno della gente richiede un tremendo sviluppo della propaganda, del controllo del pensiero, della disciplina e del terrorismo mentale.” E per concludere, “quando diventa impossibile mantenere ulteriormente la gente al calor bianco nel suo odio di un gruppo di nazioni nemico, la guerra è spostata contro un altro blocco e nuove, violente campagne di odio sono progettate e messe in atto.” [2]
Dal tempo di Orwell fino ad oggi, gli Stati Uniti hanno realizzato la sua analisi o profezia impegnandosi in incessanti campagne di odio e paura verso i sovietici, compresi temi ampiamente strombazzati (più tardi riconosciuti tranquillamente per errati) come il “missile gap” e le “finestre di vulnerabilità.” Quello che Garet Garrett percettivamente ha chiamato “un complesso di vanità e paura” è stato il marchio di fabbrica americano così come degli imperi precedenti: [3] la combinazione curiosa di vanità e fanfaronaggine che insiste che la forza militare di una nazione-stato è seconda a nessuno in qualsiasi zona, combinata con il ripetuto panico per le intenzioni e le azioni imminenti dell'“impero del male” che è marchiata come il Nemico. È il tipo di paura e vanità che rende gli Americani fieri della loro capacità di “annientare” i Russi molte volte ma ciononostante acconsentono entusiasti a virtualmente ogni aumento nel budget militare per le più potenti armi di distruzione totale. Il senatore Ralph Fiandre (repubblicano, Vermont) ha indicato con esattezza questo processo di governo per mezzo della paura quando ha dichiarato durante la guerra coreana: “la paura è sentita e diffusa dal dipartimento della difesa al Pentagono. In parte, la sua diffusione è utile. Di fronte a quelle che sembrano essere enormi forze armate puntate contro di noi, possiamo a malapena aspettarci che il dipartimento di difesa non faccia altro che mantenere il popolo in uno stato di paura così che siano preparati senza limite a fornire gli uomini e munizioni.” [4]
Questo si applica non solo al Pentagono ma anche ai suoi teorici civili, gli uomini che Marcus Raskin, una volta uno dei loro, ha chiamato “intellettuali della mega-morte.” Quindi Raskin ha precisato che
la loro funzione più importante è di giustificare ed estendere l'esistenza dei loro datori di lavoro. ... Per giustificare la produzione su grande scala continuata di queste bombe e missili [termonucleari], i capi militari ed industriali hanno avuto bisogno di un certo genere di teoria per razionalizzare il loro uso. ... Questo è diventato particolarmente urgente durante i tardi anni '50, quando i membri economicamente orientati dell'amministrazione Eisenhower hanno cominciato a domandarsi perchè così tanti soldi, pensiero e risorse, venivano spese in armamenti se il loro uso non poteva essere giustificato. E così è cominciata una serie di razionalizzazioni degli “intellettuali della difesa” dentro e fuori dalle università. ... L'acquisizione militare continuerà a fiorire e loro continueranno a dimostrare perché così dev'essere. A tale riguardo non sono diversi dalla gran maggioranza dei moderni esperti che accettano i presupposti delle organizzazioni che li impiegano a causa delle ricompense in denaro, potere e prestigio. ... Sanno abbastanza per non mettere in dubbio il diritto ad esistere dei loro datori di lavoro. [5]
In aggiunta alla fabbricazione di paura ed odio contro il Nemico primario, ci sono stati numerosi spostamenti orwelliani fra i Buoni e i Cattivi. I nostri mortali nemici nella seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, ora sono considerati tra i principali Buoni, l'unico problema è la loro sfortunata riluttanza a prendere le armi contro gli ex-Buoni, l'Unione Sovietica. La Cina, che fu un Buono molto lodato sotto Chiang Kai-shek quando combatteva il Cattivo Giappone, si è trasformato nel più Cattivo dei Cattivi sotto il comunismo ed in effetti gli Stati Uniti hanno combattuto le guerre coreana e vietnamita in gran parte per contenere l'espansionismo della Cina comunista, che si supponeva essere ancora più Cattiva dell'Unione Sovietica. Ma adesso tutto è cambiato e la Cina comunista è ora l'alleato virtuale degli Stati Uniti contro il Nemico principale al Cremlino.
Insieme ad altre istituzioni della guerra fredda permanente, la neolingua orwelliana si è sviluppata sontuosamente. Ogni governo, non importa quanto dispotico, che sia disposto ad unirsi alla crociata anti-sovietica, viene definito un campione del “mondo libero.” La tortura praticata dai regimi “totalitari” è diabolica; quella intrapresa dai regimi soltanto “autoritari” è quasi benevola. Anche se il Dipartimento della Guerra non è ancora stato trasformato nel Dipartimento della Pace, è stato cambiato all'inizio della guerra fredda nel Dipartimento della Difesa, ed il presidente Reagan ha quasi completato la trasformazione con il chiaro tocco orwelliano di chiamare il missile MX “il Pacificatore.”
Fin dagli anni '50, un pubblicista inglese ha osservato che “l'asserzione principale di Orwell che la ‘guerra fredda’ è ora una caratteristica essenziale della vita normale si sta verificando ogni giorno di più. Nessuno realmente crede in una ‘risoluzione di pace’ con i sovietici e molta gente in posizioni di potere considera una tale prospettiva con esplicito orrore.” Ha aggiunto che “un equilibrio di guerra è l'unica base per la piena occupazione.” [6]
E Harry Barnes ha notato che “i vantaggi della guerra fredda nel sostegno all'economia, nell'evitare una depressione e nel mantenere la stabilità politica dopo il 1945 sono stati riconosciuti rapidamente sia dai politici che dagli economisti.”
L'analisi più recente del 1984 di Orwell in termini di guerra fredda permanente era in U.S. News and World Report, nel suo numero che segna l'inizio dell'anno 1984:
Nessun olocausto nucleare è avvenuto ma il concetto di Orwell di conflitto locale perpetuo si conferma. Le guerre sono scoppiate ogni anno dal 1945, esigendo più di 30 milioni di vite. Il Dipartimento della Difesa segnala che attualmente infuriano 40 guerre che coinvolgono un quarto di tutte le nazioni nel mondo – dal El Salvador a Kampuchea a Libano e Afghanistan.
Come la guerra costante di 1984, questi conflitti del dopoguerra si sono presentati non all'interno dei confini delle superpotenze ma in luoghi molto lontani quali la Corea ed il Vietnam. Diversamente dalle superpotenze fittizie di Orwell, Washington e Mosca non possono sempre controllare gli eventi e si trovano risucchiate in guerre locali come l'attuale conflitto in Medio Oriente che intensifica il rischio di un confronto tra le superpotenze e dell'uso di armamenti nucleari. [7]
Ma la maggior parte degli studiosi di Orwell ha ignorato la cruciale guerra-fredda-permanente che sostiene il totalitarismo nel libro. Tanto che, in una collezione recentemente pubblicata di saggi su Orwell, c'è a mala pena una menzione sul militarismo o sulla guerra. [8]
In contrasto, uno dei pochi studiosi che hanno riconosciuto l'importanza della guerra in 1984 di Orwell è stato il critico marxista Raymond Williams. Pur deplorando l'evidente natura anti-sovietica del pensiero di Orwell, Williams ha notato che Orwell ha scoperto la caratteristica di base del mondo esistente delle due o tre superpotenze, il “collettivismo oligarchico,” come rappresentato da James Burnham nel suo Managerial Revolution (1940), un libro che ha avuto un profondo anche se ambivalente effetto su Orwell. Come Williams spiega:
La visione di Orwell della politica del potere è anche vicino a convincere. La trasformazione degli “alleati” ufficiali in “nemici” è avvenuta, quasi apertamente, in una generazione da quando l'ha scritta. La sua idea di un mondo diviso in tre blocchi – Oceania, Eurasia ed Estasia, di cui due sempre in guerra con l'altra anche se le alleanze cambiano – è anch'essa troppo vicina per confortarci. E ci sono momenti in cui si può credere che ciò che “si chiamava Inghilterra o Gran-Bretagna” sia semplicemente diventato “Airship One.” [9]
Una generazione prima, John Atkins aveva scritto che Orwell aveva “scoperto questa concezione del futuro politico in Managerial Revolution di James Burnham.” Specificamente, “c'è uno stato di guerra permanente ma è una contesa di obiettivi limitati fra combattenti che non possono distruggersi. La guerra non può essere decisiva. ... Ma se nessuno degli stati si avvicina a conquistare gli altri, comunque la guerra si deteriora in una serie di scaramucce [anche se] ... I protagonisti custodiscono delle bombe atomiche.” [10]
Per stabilire quella che potremmo definire questa interpretazione “revisionista” di 1984 dobbiamo in primo luogo precisare che il libro non era, come nell'interpretazione popolare, una profezia del futuro quanto piuttosto una rappresentazione realistica delle tendenze politiche esistenti. Quindi, Jeffrey Meyers precisa che 1984 era meno una “visione da incubo” (la famosa frase di Irving Howe) del futuro che “una rappresentazione molto concreta e naturalistica del presente e del passato,” una “sintesi realistica ed una riorganizzazione di materiali familiari.” Ed ancora, “la dichiarazione di Orwell circa 1984 rivela che il romanzo, comunque posizionato in un tempo futuro, è realistico piuttosto che fantastico e deliberatamente intensifica la realtà del presente.” Specificamente, secondo Meyers, 1984 non era “il totalitarismo dopo il suo trionfo nel mondo” come nell'interpretazione di Howe, ma piuttosto il “molto reale benchè non familiare terrorismo politico della Germania nazista e della Russia stalinista trasposto nel paesaggio di Londra nel 1941-44.” [11] E non solo il lavoro di Burnham ma la realtà del Congresso di Teheran del 1943 ha dato a Orwell l'idea di un mondo governato da tre superstati totalitari.
Bernard Crick, il principale biografo di Orwell, precisa che i critici inglesi di 1984 capirono immediatamente che il romanzo presumeva di essere un'intensificazione delle tendenze attuali piuttosto che una profezia del futuro. Crick nota che questi critici si erano resi conto che Orwell non aveva “scritto una fantasia utopica o anti-utopica ... ma aveva esteso semplicemente determinate tendenze distinguibili del 1948 in avanti nel 1984.” [12] Effettivamente, lo stesso anno 1984 era semplicemente la trasposizione dell'anno esistente, il 1948. L'amico di Orwell Julian Symons scrisse che la società di 1984 è stata immaginata come il “futuro prossimo,” e che tutte le sinistre invenzioni dei governanti “erano soltanto estensioni di cose ‘ordinarie’ in guerra e nel dopoguerra.” Potremmo anche precisare che la terrificante stanza 101 in 1984 era la stessa stanza numerata in cui Orwell aveva lavorato a Londra durante la Seconda Guerra Mondiale come propagandista di guerra britannico.
Ma lasciamo che Orwell parli per sé. Orwell fu contrariato da molte recensioni americane del libro, particolarmente in Time e Life, che, diversamente dai britannici, interpretarono 1984 come la rinuncia dell'autore alla sua devozione di lunga data al socialismo democratico. Anche il suo stesso editore, Frederic Warburg, interpretò il libro nello stesso senso. Questa risposta spinse Orwell, malato terminale in ospedale, a pubblicare una sconfessione. Descrisse a grandi linee una dichiarazione a Warburg, che, da note dettagliate, pubblicò un comunicato stampa a nome di Orwell. In primo luogo, Orwell notava che, contrariamente a molte recensioni, 1984 non era una profezia ma un'analisi di cosa potrebbe accadere, basata sulle tendenze politiche presenti. Orwell quindi aggiunse: “specificamente, il pericolo si trova nella struttura imposta alle comunità socialiste e liberali capitaliste dalla necessità di prepararsi per la guerra totale con l'URSS e le nuove armi, di cui naturalmente la bomba atomica è la più potente e pubblicizzata. Ma il pericolo si trova anche nell'accettazione di una prospettiva totalitaria da parte degli intellettuali di tutti i colori.” Dopo aver descritto la sua previsione di diversi superstati mondiali, specificamente il mondo anglo-americano (Oceania) e un'Eurasia dominata dai sovietici, Orwell continuava così:
Se questi due grandi blocchi si delineano come mortali nemici è evidente che gli anglo-americani non prenderanno il nome dei loro avversari. ... Il nome suggerito in 1984 è naturalmente Socing, ma in pratica una vasta gamma di scelte è a disposizione. Negli U.S.A. la frase “americano” o “americano al cento per cento” è adatta e l'aggettivo di qualificazione è totalitario quanto si potrebbe desiderare.[13]
Non potremmo essere più lontani dal mondo di Norman Podhoretz. Mentre Orwell è sicuramente anti-comunista e anti-collettivista il suo previsto totalitarismo può arrivare e in effetti arriva in molte vesti e forme ed il fondamento per il suo mondo da incubo totalitario è una guerra fredda perpetua che continua ad ostentare l'orrore degli armamenti atomici moderni.
Poco dopo il lancio della bomba atomica sul Giappone, George Orwell prefigurò il suo mondo di 1984 in un'analisi incisiva ed importante del nuovo fenomeno. In un saggio intitolato “Tu e la bomba atomica,” notava che quando le armi sono costose (come lo è la bomba-A) la politica tende a diventare dispotica, con il potere concentrato nelle mani di pochi governanti. In contrasto, nel tempo in cui le armi erano semplici e poco costose (come lo erano il moschetto o il fucile, per esempio), il potere tende ad essere decentralizzato. Dopo aver notato che la Russia si pensava essere in grado di produrre la bomba-A in cinque anni (cioè entro il 1950), Orwell scrive della “prospettiva,” in quel periodo, “di due o tre mostruosi superstati, ciascuno in possesso di un'arma con cui milioni di persone possono essere eliminate in pochi secondi, che si sarebbero divisi il mondo.” Si suppone generalmente, notava, che il risultato sarà un'altra grande guerra, una guerra che questa volta metterà un termine alla civiltà. Ma non è più probabile, aggiungeva, “che le grandi nazioni sopravvissute facciano un tacito accordo di non usare mai la bomba contro le altre? Supponete che la usino soltanto, o minaccino di usarla, contro popoli che non possano ripagarle con la stessa moneta.”
Ritornando al suo tema preferito, in questo periodo, della visione del mondo di Burnham in The Managerial Revolution, Orwell dichiara che l'immagine geografica di Burnham del mondo nuovo è risultata essere corretta. La superficie della terra si sta dividendo sempre più ovviamente in tre grandi imperi, ciascuno autonomo e tagliato dal contatto con il mondo esterno e ciascuno governato, sotto un travestimento od un altro da un'oligarchia auto-nominata. La contrattazione su come e dove le frontiere debbano essere tracciate è ancora accesa e continuerà per diversi anni.
Orwell allora continua tristemente:
La bomba atomica può realizzare il processo derubando le classi ed i popoli sfruttati di ogni potere di rivoltarsi ed allo stesso tempo mettendo i possessori della bomba su una base di uguaglianza. Incapace conquistarsi l'un l'altro è probabile che continuino a governare il mondo ed è difficile da vedere come l'equilibrio possa venir ribaltato eccetto che con cambiamenti demografici lenti ed imprevedibili.
In breve, la bomba atomica è probabile che “metta un termine alle guerre su grande scala al costo di prolungare ‘una pace che non è pace.’” La direzione del mondo non sarà verso l'anarchia, come previsto da H.G. Wells, ma verso “orribilmente stabili ... imperi di schiavi.” [14]
Oltre un anno più tardi, Orwell ritornò alla sua pessimistica analisi della guerra-fredda-perpetua nel mondo del dopoguerra. Beffandosi delle ottimistiche notizie stampa secondo cui gli americani “acconsentiranno al controllo degli armamenti,” Orwell notava che “in un'altra pagina dello stesso documento ci sono i rapporti degli eventi in Grecia che ammontano ad uno stato di guerra fra due gruppi di potenze che sono così amichevoli a New York.” Ci sono due assiomi, aggiungeva, che governano gli affari internazionali. Uno è che “non ci può essere pace senza una resa generale della sovranità,” ed un altro è che “nessun paese in grado di difendere la sua sovranità la cederà mai.” Il risultato non sarà la pace, ma una continua corsa agli armamenti, ma nessuna guerra con tutti i mezzi a disposizione. [15]
Orwell completa il suo ripetuto cimento con i lavori di James Burnham nella sua recensione di The Struggle for the World (1947). Orwell nota che l'avvento delle armi atomiche ha condotto Burnham ad abbandonare la sua visione del mondo con tre-identiche-superpotenze e anche a sgusciar via dalla sua posa dura di valore-libertà. Invece, Burnham sta virtualmente richiedendo una guerra preventiva immediata contro la Russia, che è diventato il nemico collettivista, un attacco preventivo da lanciare prima che la Russia acquisisca la bomba atomica.
Anche se Orwell è momentaneamente tentato dal metodo apocalittico di Burnham ed asserice che la dominazione della Gran-Bretagna da parte degli Stati Uniti deve essere preferita alla dominazione russa, emerge dalla discussione altamente critico. Dopo tutto, Orwell scrive,
Il regime russo può diventare più liberale e meno pericoloso da qui ad una generazione ... Naturalmente, questo non accadrebbe con il consenso della cricca di governo, ma è pensabile che il meccanismo della situazione possano causarlo. L'altra possibilità è che le grandi potenze saranno semplicemente troppo spaventate dagli effetti delle armi atomiche da non usarle mai. Ma questo sarebbe troppo monotono per Burnham. Tutto deve accadere improvvisamente e completamente. [16]
L'ultimo saggio importante di George Orwell sugli affari del mondo venne pubblicato in Partisan Review dell'estate del 1947. In esso riaffermava il suo attaccamento al socialismo ma concedeva che le probabilità erano contro la sua affermazione. Aggiungeva che c'erano tre possibilità per il mondo. Una (che, come aveva notato alcuni mesi prima, era la nuova soluzione di Burnham) era che gli Stati Uniti lanciassero un attacco atomico alla Russia prima che la Russia avesse sviluppato la bomba. Qui Orwell si opponeva più decisamente ad un simile programma di quanto lo avesse fatto precedentemente. Perché anche se la Russia fosse stata annichilita, un attacco preventivo avrebbe condotto soltanto alla nascita di nuovi imperi, rivalità, guerre e all'uso delle armi atomiche. Ad ogni modo, la prima possibilità non era probabile. La seconda possibilità, Orwell dichiarava, era che la guerra fredda continuasse finché la Russia non avesse ottenuto la bomba, e a quel punto avrebbe luogo la guerra mondiale e la distruzione della civiltà. Di nuovo, Orwell non considerava questa possibilità molto probabile. La terza e molto probabile possibilità è la vecchia visione della guerra fredda perpetua fra i blocchi delle superpotenze. In questo mondo,
il timore ispirato dalla bomba atomica e da altre armi ancora da venire saranno così grandi che tutti si asterranno dall'usarle. ... Significherebbe la divisione del mondo fra due o tre vasti superstati, incapaci di conquistarsi l'un l'altro ed incapaci di essere rovesciati da qualsiasi ribellione interna. Con tutta probabilità la loro struttura sarebbe gerarchica, con una casta semi-divina nella parte superiore e un'autentica schiavitù nella parte inferiore e la distruzione della libertà eccederebbe ogni cosa che il mondo abbia visto finora. All'interno di ciascuno stato l'atmosfera psicologica necessaria sarebbe mantenuta tramite la separazione completa dal mondo esterno e da una continua guerra finta contro lo stato rivale. Una civiltà di questo tipo potrebbe rimanere statica per migliaia di anni. [17]
Orwell (forse, come Burnham, ora attratto dalle soluzioni improvvise e complete) considerava questa ultima possibilità la peggiore.
Dovrebbe essere chiaro che George Orwell era sconvolto per che ciò che considerava la tendenza dominante nel mondo del dopoguerra: il totalitarismo basato sulla guerra fredda perpetua ma periferica fra alleanze mobili di diversi blocchi di superstati. Le sue soluzioni positive a questo problema erano irregolari e contraddittorie; in Partisan Review evocava ansiosamente degli Stati Uniti Socialisti dell'Europa occidentale come unica uscita, ma riponeva chiaramente poca speranza in un tale sviluppo. Il suo problema principale era lo stesso che ha interessato tutti i socialdemocratici dell'epoca: una tensione tra il loro anticomunismo e la loro opposizione alle guerre imperialiste, o almeno da uno stato all'altro. E così, Orwell è stato occasionalmente tentato dalla soluzione apocalittica della guerra-atomica-preventiva, come lo fu persino Bertrand Russell durante lo stesso periodo. In un altro non pubblicato articolo, “In difesa del camerata Zilliacus,” scritto in un certo momento vicino alla fine del 1947, Orwell, opposto amaramente a quello che considerava sempre più l'atteggiamento pro-comunista della sua stessa rivista del Labour, il Tribune, andò molto vicino ad arruolarsi nella guerra fredda denunciando il neutralismo ed asserendo che i suoi sperati Stati Uniti Socialisti d'Europa dovrebbero porsi a protezione degli Stati Uniti d'America. Ma malgrado queste aberrazioni, la spinta dominante del pensiero di Orwell durante il periodo del dopoguerra, e come certamente riflesso in 1984, era l'orrore di una tendenza alla guerra fredda perpetua come fondamento per un totalitarismo nel mondo intero. E la sua speranza per l'allentamento finale del regime russo, anche se incostante, andava comunque fianco a fianco con le sue inclinazioni più apocalittiche.
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Note
[1]Norman Podhoretz, “If Orwell Were Alive Today,” Harper's, Gennaio 1983, pp. 30-37.
[2]Harry Elmer Barnes, “How ‘Nineteen Eighty-Four’ Trends Threaten American Peace, Freedom, and Prosperity,” in Revisionism: A Key to Peace and Other Essays (San Francisco: Cato Institute, 1980), pp. 142-43. Vedi anche Barnes, An Intellectual and Cultural History of the Western World, 3d rev. ed., 3 vols. (New York: Dover, 1965), 3: 1324-1332; e Murray N. Rothbard, “Harry Elmer Barnes as Revisionist of the Cold War,” in Harry Elmer Barnes, Learned Crusader, ed. A. Goddard (Colorado Springs: Ralph Myles, 1968). pp. 314-38. Per un'analisi simile, vedi F.J.P. Veal[e] Advance to Barbarism (Appleton, Wis.: C.C. Nelson, 1953), pp. 266-84.
[3]Garet Garrett, The People's Pottage (Caldwell, Idaho: Caxton Printers, 1953), pp. 154?57.
[4]Citato in The People's Pottage di Garrett, p. 154.
[5]Marcus Raskin, “The Megadeath Intellectuals,” New York Review of Book, 14 novembre, 1963, pp. 6-7. Vedi anche Martin Nicolaus, “The Professor, the Policeman and the Peasant,” Viet-Report, giugno-luglio 1966, pp. 15-19; e Fred Kaplan, The Wizards of Armageddon (New York: Simon and Schuster, 1983).
[6]Barnes, “‘Nineteen Eighty-Four’ Trends,” p. 176.
[7]U.S. News and World Report, dicembre 26, 1983, pp. 86-87.
[8]Irving Howe, ed., 1984 Revisited: Totalitarianism in Our Century (New York: Harper and Row, Perennial Library, 1983). C'è un riferimento nel saggio di Robert Nisbet e pochi riferimenti nell'articolo di Luther Carpenter sull'accoglienza data a 1984 dai suoi studenti in un college a Staten Island (pp. 180, 82).
[9] Raymond Williams. George Orwell (New York: Columbia University Press, 1971), p. 76.
[10]John Atkins, George Orwell (London: Caldor and Boyars, 1954), pp. 237-38.
[11]Jeffrey Meyers, A Reader's Guide to George Orwell (London: Thames and Hudson, 1975), pp. 144-45. Anche, “Far from being a picture of the totalitarianism or the future 1984 is, in countless details, a realistic picture of the totalitarianism of the present” (Richard J. Voorhees, The Paradox of George Orwell, Purdue University Studies, 1961, pp. 85-87).
[12]Bernard Crick, George Orwell: A Life (London: Seeker and Warburg, 1981), pp. 393. Also see p. 397.
[13]George Orwell, The Collected Essays, Journalism and Letters of George Orwell, ed. Sonia Orwell and Ian Angus, 4 vols. (New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1968), 4:504 (hereafter cited as CEJL). Vedi anche Crick, George Orwell, pp. 393-95.
[14]George Orwell, “You and the Atom Bomb,” Tribune, ottobre 19, 1945, ristampato in CEJL, 4:8-10.
[15]George Orwell, “As I Please,” Tribune, dicembre 13, 1946, reprinted in CEJL, 4:255.
[16]George Orwell, “Burnham's View of the Contemporary World Struggle,” New Leader (New York), marzo 29, 1947, ristampato in CEJL, 4:325.
[17]George Orwell. “Toward European Unity,” Partisan Review luglio-agosto 1947, ristampato in CEJL, 4:370-75.
Traduzione di Flavio Tibaldi
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Il mito del socialismo democratico
di Murray N. Rothbard
In tutte le discussioni tra un socialista e un sostenitore del capitalismo, quasi sempre il primo riesce a mettere il secondo subito con le spalle al muro, impegnandolo per tutto il tempo a difendersi dagli attacchi sulla presunta incapacità del libero mercato di impedire le disuguaglianze, le crisi economiche, o persino il degrado prodotto dal consumismo e dal materialismo. Stando permanentemente all’offensiva, il socialismo appare senza macchia: entrambe le parti danno così implicitamente per scontato che l’economia di mercato debba dimostrare il proprio valore mettendosi sullo stesso piano etico e ideologico del socialismo. La moralità del socialismo, invece, non viene quasi mai messa in discussione, e i suoi critici si limitano a contestarne la praticabilità o la funzionalità. In realtà il socialismo non è nè praticabile nè morale; sia in teoria che in pratica è un sistema insuperato quanto a brutalità, dispotismo, massacri, e sfruttamento. Esso non merita alcun solenne rispetto o riconoscimento morale.
Prima di affrontare il socialismo, dimostreremo in poche parole le ragioni della moralità e dell’efficacia dell’opposto sistema di libero mercato. Il libero mercato è una vasta rete di scambi interpersonali, che ogni partecipante pone in essere di volta in volta volontariamente perchè ritiene di beneficiare dallo scambio. Dato che gli scambi sono liberi e volontari, l’economia di mercato è armonica e cooperativa, e permette il più ampio spazio per il libero gioco della scelta individuale. In questo modo anche l’economia funziona splendidamente, perchè il sistema dei prezzi liberi e gli incentivi dei profitti e delle perdite che originano dal mercato portano efficienza e ordine all’interazione “anarchica” e apparentemente caotica delle scelte libere e volontarie. Quest’ordine non è imposto con la violenza e la coercizione, ma genera spontaneamente dalle libere scelte degli individui. Un libero mercato così descritto, nella sua forma pura, non esiste oggi da nessuna parte del mondo.
Contrapponiamolo ora al sistema socialista. Cos’è il socialismo? E’ la proprietà o il controllo dei mezzi di produzione della società da parte dello Stato. In breve, è il controllo totale esercitato dall’apparato statale sui mezzi che servono agli individui per perseguire virtualmente qualsiasi fine personale. Poichè lo Stato detiene il monopolio della violenza, e si distingue da tutte le altre organizzazioni o istituzioni sociali per il continuo uso della violenza nel perseguimento dei propri obiettivi, ciò significa che il socialismo è un sistema di totale violenza coercitiva esercitata su tutti i cittadini dai governanti e dai gestori dell’apparato statale. Se noi paragoniamo il socialismo al libero mercato, possiamo vedere che il primo implica la coercitiva messa al bando da parte dello Stato di tutta la miriade di scambi volontari e mutualmente benefici che caratterizzano una società libera. Allo scambio volontario e al mutuo beneficio il socialismo sostituisce la regola della massima coercizione, della violenza, e del comando costrittivo. Non a caso il socialismo è stato esplicitamente definito come “economia di comando”.
Il socialismo, in breve, pone le vite, le fortune, e il sacro onore di ogni cittadino sotto il comando totale dello Stato e della sua elite governante. In nome della massimizzazione della libertà umana, in nome dell’eliminazione del governo di classe e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in nome addirittura dell’abolizione dello Stato, il socialismo conferisce tutto il potere allo Stato, e quindi della sua classe governante; in questo modo, il socialismo crea un governo di classe e un sistema di dispotismo e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo tale mettere in ombra tutti gli altri sistemi. Ma cos’altro potremmo aspettarci da un sistema che mette tutto il potere nelle mani dello Stato, il più grande sterminatore, sfruttatore, parassita, rapinatore, e schiavizzatore della storia umana?
All’inizio del XX secolo queste conseguenze del nuovo sistema socialista, apparentemente così esaltante, potevano essere previste. Ma oggi, dopo quasi un secolo di esperienza, è fin troppo chiaro che la prassi socialista ha confermato le nostre analisi. Questo secolo ha visto un gran numero di regimi socialisti sparsi per il globo: quello di Stalin, di Hitler, di Mao, di Castro, e così via. E cosa ha portato in questo secolo il socialismo se non stermini di massa, disperazione, campi di concentramento, schiavitù su larga scala, penuria, e carestie?
Sfortunatamente, in Occidente nelle discussioni sul socialismo viene concesso ai socialisti di rigettare queste accuse con l’argomento che sarebbe sleale giudicare il proprio ideale sulla base di quello che hanno combinato Hitler, Stalin, o Mao, dato che questo non è il loro genere di “socialismo”. Questi socialisti non considerano socialisti quei regimi, malgrado essi rientrino perfettamente nella definizione di socialismo che abbiamo menzionato prima. Il loro socialismo, infatti, sarebbe popolato da “brave persone”, e non da quei personaggi terribili che hanno guidato i regimi socialisti di questo secolo. Ma queste scuse non sono sufficienti. L’essenza del socialismo non sta nelle specifiche persone che i socialisti vorrebbero al potere. L’essenza del socialismo è il sistema stesso: il totale potere statale sui mezzi di produzione. E se questo programma ha portato ovunque a risultati mostruosi, e se nessun bravo “umanista” è mai giunto al potere, allora forse - come dicono i marxisti – “questo non è un caso”, ma un esito inevitabile del sistema stesso. La nostra tesi è proprio questa: che la presenza di personalità come Hitler, Stalin, Mao, e tutti gli altri, rappresenta una tendenza costante del socialismo stesso. Esaminiamo brevemente le ragioni della tesi per cui chi dice Socialismo dice inevitabilmente Auschwitz e Gulag.
1) In primo luogo c’è la “legge di Rothbard”, in base alla quale chi detiene un certo potere prima o poi lo eserciterà nella sua massima estensione possibile. Se viene dato allo Stato il potere su ogni altro soggetto della società, esso sicuramente lo userà, sia per aumentare le proprie ricchezze, sia per altri scopi: dal puro gusto per l’esercizio del potere fine a se stesso, alla realizzazione di grandiosi schemi di ricostruzione sociale. Dunque, Auschwitz, Gulag, e simili.
2) In secondo luogo, c’è l’importante osservazione di Hayek contenuta nel famoso capitolo de La via della schiavitù “Perchè i peggiori arrivano in alto”. In sintesi, egli sostiene che per ogni attività sociale le persone che riescono a raggiungere i massimi livelli saranno quelle meglio dotate per quel compito, grazie alla loro abilità, al loro temperamento, o al loro entusiasmo. Il libero mercato seleziona per le posizioni di vertice le persone più abili ad innovare e quelle in grado di soddisfare i desideri della massa dei consumatori meglio e più efficientemente di chiunque altro. Il socialismo, al contrario, seleziona per le posizioni di potere le persone più adatte alle funzioni che devono esplicare: cioè burocrati addestrati ad elaborare congiure di corte e intrighi bizantini, a leccare i piedi ai superiori, e a umiliare gli inferiori; despoti e assassini avvezzi all’uso della forza e della violenza. Il mercato, in breve, seleziona i Thomas Edison, mentre il socialismo seleziona i comandanti dei campi di concentramento e i torturatori della polizia segreta.
3) In terzo luogo, poichè socialismo significa pianificazione centralizzata, qualsiasi possibilità di “revisione” democratica o di controllo e bilanciamento del potere sarà virtualmente inesistente. Dal momento che il piano è centralizzato, questo significa che a nessuno sarà permesso di interferirvi una volta che lo Stato e i suoi esperti tecnocrati hanno preso le loro decisioni. Quale pubblico o quale corpo legislativo oserà ostacolare o mettere in dubbio i piani attentamente scelti dallo Stato? Il ruolo dei votanti, sia direttamente che attraverso un parlamento, sarà strettamente plebiscitario: avranno solo la possibilità di votare Sì, per ratificare il piano deciso dai pianificatori centrali.
4) In quarto luogo, un’altra chimera dei socialisti democratici è che il socialismo garantirà le libertà civili, la libertà di parola, di stampa, di assemblea, pur mantenendo un sistema di comando e obbedienza nella sfera puramente economica. Queste sfere, tuttavia, non possono essere separate. Stalin uccise milioni di contadini non perchè fossero dissidenti politici, ma perchè opponevano resistenza all’esproprio e alla nazionalizzazione ordinata dai pianificatori sovietici.
5) In quinto luogo, come corollario, le libertà civili non possono essere mantenute sotto il socialismo per la semplice ragione che il governo, come proprietario e gestore di tutti i mezzi di produzione e di tutte le risorse, ha il potere di allocare queste risorse alle persone e agli usi che preferisce. Non ci può essere genuina libertà di parola, stampa, o assemblea se un’unica agenzia coercitiva, il governo, ha il potere esclusivo di allocare tutte le stamperie, la carta, le sale, per gli usi che preferisce.
Consideriamo, ad esempio, un comitato di pianificatori socialisti che, con tutta la buona volontà, ha il compito di assegnare le preziose e scarse stamperie, saloni, stampanti, presse, e così via. Qualcuno può immaginare che un tale comitato decida di assegnare queste risorse ad un periodico antisocialista? Infatti, dal loro punto di vista, perchè dovrebbero farlo? Come risultato, le risorse tenderanno ad essere allocate a quegli individui e a quei gruppi che godono dei favori del regime. Ecco dunque i soliti vizi della burocrazia: favoritismi, clientelismi, e scambi di favori; essi prolifereranno sotto il socialismo senza essere limitati dal sistema dei profitti e delle perdite cui sono soggetti nel libero mercato. Per questi motivi, l’unica libertà di critica in un regime socialista sarà, come in Russia e in Cina, una libertà di criticare piccoli burocrati di basso livello – specialmente quelli malvisti dall’elite governante. Ma non sarà mai permessa la critica alle fondamenta del sistema: alla classe governante, o al sistema socialista stesso. La nostra discussione sul gruppo antisocialista che chiede l’assegnazione di stamperie e carta al comitato di pianificazione dovrebbe illuminarci sul reale significato del famoso episodio del rifiuto dei pianificatori sovietici di allocare risorse per la produzione di matzohs. Il punto importante non è che l’Unione Sovietica fosse antisemita, come hanno scritto i giornali occidentali. Il punto rilevante è che è assurdo attendersi che un governo socialista che professa l’ateismo decida di allocare le sue scarse risorse in favore di un gruppo religioso minoritario. Il problema è quindi inerente al socialismo stesso.
6) In sesto luogo, abbiamo sottolineato che il governo socialista sarà l’unico allocatore delle risorse e dei beni di consumo. Dunque sarà anche l’unico datore di lavoro, l’unica fonte di occupazione nell’economia. Ciò significa che tutti nella società saranno totalmente dipendenti per la propria sussistenza dalla classe governante che gestisce l’apparato statale, essendo questa l’unica fonte di impiego o di reddito. Se anche un governo socialista permette graziosamente ai propri impiegati di cambiare occupazione o luogo di lavoro, questa rimane una concessione governativa piuttosto che un diritto umano fondamentale di ogni lavoratore: il governo, infatti, è sempre l’unico datore di lavoro. Questa orrenda dipendenza da un singolo datore di lavoro è una componente ineliminabile del sistema socialista. E’ particolarmente ironico che i socialisti che si lamentano della necessità per gli americani di dover scegliere tra centinaia di migliaia di datori di lavoro, pensino che questa asserita condizione di dipendenza possa essere rimediata confinando tutta la gente alle benevoli cure di un unico e coercitivo padrone! E’ questo il rimedio per l’alienazione?
Ancora una volta, le libertà civili non possono essere garantite in una tale società, dato che i critici e i dissidenti possono essere “spediti in Siberia”, in senso sia letterale sia figurato. Dopotutto, qualcuno deve essere pur allocato in Siberia, giusto? Chi ci andrà, allora, in pratica? I favoriti o gli individui considerati “problematici” dal regime? L’essenza del socialismo è dunque il lavoro forzato. Dove, se non sotto il socialismo, Mao poteva decidere di “superare la contraddizione tra lavoro fisico e lavoro mentale” spedendo centinaia di migliaia di studenti urbani a vivere permanentemente nella provincia di frontiera del Sinkiang – costringendoli a coltivare riso in un clima secco per il bene delle loro anime – o, per usare un termine più marxiano, a beneficio della loro “rieducazione”?
7) In settimo luogo, il socialismo coniugato con la democrazia o le libertà civili è un’illusione, dato che il governo socialista avrà necessariamente un potere totale sul processo educativo, cioè sulla scuola e sui media. La cricca al governo userà questo potere per inculcare nella popolazione soggiogata la venerazione per i propri governanti e l’entusiasmo nell’obbedire a tutti i loro comandi. Chiamalo come vuoi: “lavaggio del cervello”, “riabilitazione culturale”, o in qualsiasi altro modo, è inevitabile che i governanti che detengono un tale potere sull’educazione lo usino per questi scopi “sociali”, cioè per creare il tanto atteso Uomo Nuovo Socialista: un uomo che obbedirà e amerà i suoi governanti, e che metterà gli ordini del governo al di sopra di ogni scrupolo o considerazione personale. Speranzosamente, la natura umana è fatta in modo tale che il governo non avrà successo; ma più insisterà nel suo proposito, più la società diventerà un inferno.
8) In ottavo luogo, proprio come il lavoratore viene trattato come uno zimbello sotto il sistema socialista, allo stesso modo viene trattato il consumatore. Nel libero mercato i consumatori vengono corteggiati e lusingati dalle imprese produttrici perchè rappresentano la propria unica fonte di reddito. Tutti i termini dello scambio, dalla qualità al prezzo del prodotto, vengono decisi in modo da attrarre i consumatori per indurli a diventare clienti. Sotto il socialismo, al contrario, i redditi dei membri dello Stato e della burocrazia vengono decisi da loro stessi invece che dai consumatori. Invece di essere attirati e vezzeggiati, i consumatori vengono trattati come una fastidiosa fonte di consumo delle preziose e scarse risorse statali. Sotto il socialismo, il consumatore deve accontentarsi di malavoglia solo delle proprie magre razioni.
Il risultato di tutto questo è uno stridente contrasto negli standard e nella qualità della vita tra le nazioni socialiste e quelle non socialiste. I paesi socialisti sono invariabilmente popolati da grigie, pallide, e depresse persone che si mettono stancamente in fila per ricevere la razione personale; nei paesi occidentali non socialisti, al contrario, le persone possono allegramente fare shopping in una miriade di scintillanti negozi pieni di ogni ben di Dio. Basta paragonare la Germania Est con la Germania Ovest, o addirittura la più orientata al mercato Jugoslavia con il resto del blocco socialista dell’Europa dell’Est.
9) Non bastassero tutti questi orrori morali e sociali, il socialismo non può funzionare; mancando di un sistema di prezzi liberi, il socialismo non permette ad una moderna economia industriale neanche di realizzare i fini perseguiti dai governanti dello Stato. Una economia industriale socialista soffrirà di gravi penurie, povertà, carestie, e collassi, con conseguente morte di larga parte della sua popolazione.
La nostra conclusione è che Hitler, Stalin, Mao, e gli altri non furono in alcun modo traditori del socialismo: i loro regimi rappresentarono invece la realizzazione del socialismo. Diamo uno sguardo, ad esempio, a quello che è uno dei più mostruosi regimi del mondo d’oggi, naturalmente socialista: la Cambogia dei khmer rossi. Quando il regime socialista prese il potere in Cambogia, si ritrovò con una popolazione urbana della capitale Phnom Pehn gonfiata oltremisura dai rifugiati di guerra e da coloro che sfuggivano dai bombardamenti americani sulle campagne. Ma, essendo socialista, il nuovo regime decise di spopolare Phnon Penh con la coercizione: enormi masse di persone vennero spedite nelle campagne con vere e proprie marce della morte; alcuni vennero addirittura sbattuti fuori dagli ospedali, anche ad operazioni in corso, e costretti a marciare con gli altri fuori dalla città. Che la logica del socialismo sia quella della brutalità e della morte non poteva essere dimostrato più chiaramente.
Mi piacerebbe concludere con le parole del noto giornalista francese Jean Lacotoure, un “socialista democratico” fervente oppositore della guerra del Vietnam, il quale ha definito la nuova Cambogia socialista come “il paese più chiuso del mondo, dove si sta svolgendo la più sanguinosa rivoluzione della storia dell’umanità”. Continua Lacouture: “Il genocidio ordinario generalmente è stato commesso nei confronti di popolazioni straniere o di minoranze interne. I nuovi padroni di Phnom Pehn hanno inventato qualcosa di originale, l’autogenocidio. Dopo Auschwitz e il Gulag, credevamo che questo secolo avesse prodotto il massimo dell’orrore, ma adesso stiamo assistendo al suicidio [leggasi: omicidio] di un popolo in nome della rivoluzione; peggio: in nome del socialismo.” Lacouture descrive poi la situazione in Cambogia come quella dove “un gruppo di moderni intellettuali formatisi nel pensiero occidentale, fondamentalmente marxista con forti influenze roussoviane, pretendono di ritornare ad una mitica età dell’oro rurale. E proclamando questi ideali stanno sistematicamente massacrando, isolando, e affamando le popolazioni delle città e dei villaggi, il cui unico crimine è quello di essere nati in quei posti”. Lacouture aggiunge che i cambogiani “sono stati confinati col terrore, una delle decisioni più razionali del regime: come potrebbe infatti permettere che il mondo esterno assista a dei massacri finalizzati a far ripiombare una civiltà nella preistoria? Quando persone che parlano di marxismo arrivano a dire che un milione e mezzo o due milioni di cambogiani su sei sono sufficienti per costruire una società pura, non si può più parlare semplicemente di barbarie; quali barbari hanno mai agito in questo modo? Qui vi è solo follia.” Ma su questo punto i nobili istinti di Lacouture hanno prevalso sulla sua intelligenza. I nuovi governanti della Cambogia non sono affatto pazzi. Sono semplicemente socialisti, che cercano di creare il Nuovo Uomo Socialista secondo le proprie aspirazioni marxiano-roussoviane. Se fossero solo pazzi il loro sistema sociale non arriverebbe a tali orrori. In definitiva, la scelta per l’umanità è: o socialismo, o libertà umana. O l’uno o l’altra. Il socialismo dal volto umano è una contraddizione in termini.
Traduzione di Guglielmo Piombini
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Populismo di destra
di M. N. Rothbard
gennaio 1992
Dunque, alla fine hanno fatto fuori David Duke. Ma egli sicuramente ha fatto prender loro una paura matta. Ci è voluta una massiccia campagna di isteria, paura e odio, orchestrata da tutte le componenti dell’Élite Dominante, dalla destra alla sinistra Ufficiali, dal presidente Bush e dal Partito Repubblicano ufficiale, passando per i media ufficiali guidati da New York e Washington e per le élite locali fino agli attivisti di sinistra locali. Ci è voluta una massiccia campagna di paura, che ha invocato non solo i vecchi spauracchi del Ku Klux Klan e di Hitler, ma anche, più concretamente, la minaccia reale di boicottare la Lousiana, di scoraggiare i turisti e ritirare le convention, di far perdere posti di lavoro attraverso la fuga delle attività economiche dallo stato. Ci è voluta una campagna di denigrazione che ha messo in discussione la sincerità della conversione al Cristianesimo di Duke - sfidandolo anche a dichiarare la sua “chiesa ufficiale”. Anche il mio vecchio amico Doug Bandow ha fatto parte di questa combriccola dalle pagine del Wall Street Journal, che è andato realmente fuori di testa in un’isteria anti-Duke, fino al punto di attaccare Duke per il fatto di essere mosso da un interesse personale (!) – presumibilmente in contrasto con tutti gli altri politici, motivati da profonda devozione per il bene pubblico? Ha avuto molta impudenza Bandow nel fare questo, dal momento che egli non è un cristiano eucaristico (caso in cui si ha titolo ad affermare che la persona sotto attacco non è stata accolta nella chiesa dei sacramenti), ma un pietista, che è contrario ad ogni dottrina o liturgia ufficiali. Quindi come può un cristiano pietista mettere in dubbio la buona fede di un altro pietista? E in un mondo in cui nessuno mette in dubbio le credenziali cristiane di un Chuck Colson o di un Jeb Magruder? Ma qui la logica è uscita dalla finestra: perché era in gioco l’intero Establishment, l’élite dominante, e in quella battaglia tutte le componenti dell’Establishment, teoricamente in contrapposizione reciproca, si saldano come una cosa sola e combattono con tutte le armi a disposizione.
Ma anche in questa condizione, David Duke ha ottenuto il 55 per cento del voto dei bianchi; ha perso al ballottaggio perché la campagna di terrore ha provocato un’affluenza massiccia di elettori neri. Ma si noti la passione; la politica in Louisiana è uscita dal tradizionale torpore a cui siamo stati abituati per decenni e ha generato un tasso di partecipazione – 80 per cento – che non si registrava dal diciannovesimo secolo, quando la politica dei partiti era ferocemente partigiana e ideologica.
Un punto che non è stato esaminato da nessuno: in Louisiana il populismo ha vinto, perché nel primo turno di primarie i due vincitori sono stati Duke, un populista di destra, ed Edwin Edwards, un populista di sinistra. I due candidati dell’Establishment sono rimasti esclusi: il governatore in carica Buddy Roemer, democratico favorevole ad alte tasse ed alta spesa pubblica, sostenuto dall’amministrazione Bush nel tentativo di fermare il terrorizzante Duke; e il dimenticato Clyde Holloway, candidato repubblicano ufficiale, un buon conservatore dell’Establishment, che ha ottenuto solo il cinque per cento dei voti (il povero Human Events si è lamentato durante la campagna elettorale: perche i media stanno ignorando Clyde Holloway? La semplice risposta è che egli non è mai approdato a nulla: un’istruttiva metafora su quello che potrà essere il destino del conservatorismo dell’Establishment).
Il precedente governatore Edwards, populista di sinistra, è un vecchio sgradevole cajun , il cui motto è stato lo spensierato laissez le bon temps roulez (“afferriamo l’attimo e divertiamoci”). Si dice che sia stato sempre odiato dagli uomini d’affari e dalle élite conservatrici. Ma questi sono momenti di crisi; e la verità si manifesta in una condizione di crisi: non vi sono differenze sostanziali fra il populismo di sinistra e il sistema che abbiamo oggi. Populismo di sinistra: sollevare le masse per attaccare “il ricco”, con i soliti elementi: alte tasse, spesa selvaggia, massiccia redistribuzione dei redditi delle classi lavoratrice e media a favore della coalizione al potere, costituita da: Stato esteso, grande impresa, le Nuove Classi dei burocrati, tecnocrati e ideologi e i numerosi gruppi che dipendono da essi. E così, nel momento cruciale, il populismo di sinistra – falso populismo – è scomparso e tutti gli aspetti sgradevoli sono stati perdonata alla potente coalizione di Edwards. È istruttivo il fatto che l’Establishment professa di credere alle lacrimevoli promesse di cambiamento personale di Edwards (“Ho 65 anni ora, gli attimi felici da cogliere sono collocati in un contesto più maturo”), mentre si rifiuta di credere alla sincerità della conversione di David Duke.
Durante gli anni ’60, quando rimproveravano delicatamente la sinistra violenta, dicevano: “basta con l’uso della violenza, operate all’interno del sistema”. E la cosa ha sicuramente funzionato, visto che quella che allora era la Nuova Sinistra oggi guida i ceti intellettuali rispettabili. Allora perché l’Establishment non ha voluto perdonare e dimenticare quando un radicale di destra come David Duke ha smesso di invocare la violenza, ha tolto la tunica del Klan e ha cominciato a operare all’interno del sistema? Se nella turbolenta giovinezza andava bene essere stati comunisti, o Weathermen , o qualsiasi altra cosa, perché non va bene esser stati uomini del Klan? O, per essere più precisi, se andava bene per il riverito giudice Hugo Black, o per il leone del senato Robert Byrd, essere stati uomini del Klan, perché per David Duke no? La risposta è ovvia: Black e Byrd sono diventati membri dell’élite liberal, dell’Establishment, mentre Duke ha continuato ad essere un populista di destra, e quindi anti-Establishment, questa volta anche più pericoloso perché “interno al sistema”.
È affascinante il fatto che, nel programma o nella campagna di Duke, non vi fosse niente che non potesse essere accolto anche dai paleoconservatori o dai paleolibertari; tasse più basse, smantellare la burocrazia, ridurre drasticamente lo stato assistenziale, attaccare le ‘azioni positive’ e le quote razziali, reclamare eguali diritti per tutti gli americani, inclusi i bianchi: cosa c’è di sbagliato in ognuna di queste cose? Naturalmente la potente coalizione anti-Duke non ha scelto di contrapporsi a Duke su nessuno di questi temi. In verità, anche i suoi oppositori più di sinistra a malincuore hanno ammesso che egli aveva qualche ragione. Invece l’Establishment si è concentrato sul tono molto “negativo” della sua campagna, che essi affermano di aborrire (specialmente quando è diretta contro di loro). (Una nota ironica: i sapientoni delle tv, che fanno un regolare lifting al viso due volte l’anno, sarcasticamente hanno attaccato Duke per il suo presunto lifting al viso. E nessuno rideva!)
CHE COS’È IL POPULISMO DI DESTRA?
Il tema fondamentale del populismo di destra è che noi viviamo in un paese e in un mondo statalisti dominati da un’élite governante costituita dal grande apparato dello stato, dalla grande impresa, da gruppi influenti che rappresentano interessi particolari. Più specificamente, la vecchia America della libertà individuale, della proprietà privata e dello Stato minimo è stata soppiantata da una coalizione di politici e burocrati, alleati con – e anche dominati da – potenti élite finanziarie e industriali (ad esempio i Rockfeller, i membri della Commissione Trilaterale); e con la nuova classe dei tecnocrati e degli intellettuali, incluse le élite delle università prestigiose e dei media, che costituiscono la classe che orienta le opinioni nella società. In breve, siamo governati da una coalizione di Trono e Altare aggiornata al ventesimo secolo, eccetto il fatto che questo Trono è rappresentato da vari grandi gruppi economici e l’Altare è costituito da intellettuali secolarizzati statalisti, sebbene mescolata con i secolaristi vi sia una moderata aggiunta di cristiani ufficiali che predicano il vangelo sociale. All’interno dello Stato la classe dominante ha sempre avuto bisogno degli intellettuali per l’apologia del proprio potere e per ingannare le masse ponendole in una condizione di sottomissione, cioè, pagare le tasse e incrementare il potere dello Stato. In passato, in molte società una sorta di casta sacerdotale o di Chiesa di Stato costituivano le manipolatrici di opinioni che facevano l’apologia per quel potere. Oggi, in un’epoca più secolarizzata, abbiamo tecnocrati, “scienziati sociali” e intellettuali dei media, che fanno l’apologia del sistema statale e lavorano nei ranghi della sua burocrazia.
I libertari hanno sempre visto il problema con chiarezza, ma come strateghi del cambiamento sociale hanno malamente perso le occasioni. In quello che potremmo chiamare “il modello Hayek”, hanno invitato a diffondere le idee corrette, quindi convertendo le élite intellettuali alla libertà, cominciando con i pensatori più prestigiosi e poi lentamente scendendo giù per decenni a convertire i giornalisti e gli altri media che orientano le opinioni. Naturalmente le idee sono la base e diffondere la corretta dottrina è una parte necessaria di qualsiasi strategia libertaria. Si potrebbe obiettare che il processo richiede troppo tempo, ma una strategia di lungo termine è importante ed in contrasto con la tragica futilità del conservatorismo ufficiale, che è interessato solo al minore-dei-due-mali nelle imminenti elezioni, e dunque perde nel medio periodo, per non parlare del lungo. Ma il vero errore non è tanto l’enfasi sul lungo periodo, quanto ignorare il fatto fondamentale che il problema non è costituito dalle idee erronee. Il problema è che le élite intellettuali ottengono benefici dal sistema attuale; in un senso importante, sono parte della classe dominante. Il processo di conversione hayekiano assume che tutti, o almeno tutti gli intellettuali, siano interessati solamente alla verità e che l’interesse economico non entri mai in gioco. Chiunque conosca gli intellettuali o gli accademici dovrebbe disilludersi su ciò, e subito. Qualsiasi strategia libertaria deve riconoscere che gli intellettuali e gli opinion-leader sono parte del problema principale, non a causa degli errori concettuali, ma perché il loro interesse personale è legato al sistema di potere.
Perché dunque il comunismo è imploso? Perché alla fine il sistema funzionava così male che anche la nomenklatura si è stufata e ha gettato la spugna. I marxisti hanno correttamente affermato che un sistema sociale collassa quando la classe dominante si demoralizza e perde il suo desiderio di potere; l’evidente fallimento del sistema comunista ha generato quella demoralizzazione. Ma non fare alcunché, o puntare solo sul convincimento delle élite alle idee corrette, significherà che il nostro sistema statale non finirà finché la nostra intera società, come quella dell’Unione Sovietica, non sia ridotta a macerie. Sicuramente non dobbiamo aspettare ancora questo esito. Una strategia per la libertà dev’essere di gran lunga più attiva e aggressiva.
Da qui l’importanza, per i libertari o i conservatori favorevoli alla stato minimo, di avere nel loro arsenale un doppio colpo: non soltanto diffondere le idee corrette, ma denunciare anche le corrotte élite dominanti e come esse beneficiano dell’attuale sistema, più specificamente come ci stanno depredando. Strappar via la maschera alle élite è la “campagna elettorale negativa” portata al suo livello più sofisticato e sostanziale.
Questa strategia a due denti consiste nel (a) costituire un gruppo di nostre persone, libertarie o sostenitrici dello stato minimo, che formano le opinioni in base alle idee corrette; e (b) raggiungere le masse direttamente, mandare in corto circuito le élite mediatiche e intellettuali dominanti, sollevare le masse contro le élite che le stanno depredando, disorientando e opprimendo, socialmente ed economicamente. Ma questa strategia deve fondere la teoria e la concretezza; non deve semplicemente attaccare le élite in astratto, ma deve concentrare l’attenzione specificamente sul sistema statale esistente, su quelle che in questo momento sono le classi dominanti.
I libertari per lungo tempo si sono scervellati per capire quali fossero i gruppi da raggiungere. La semplice risposta “tutti” non è sufficiente, perché per avere rilevanza politica dobbiamo concentrarci strategicamente sui gruppi che sono più oppressi e che al tempo stesso hanno il maggior peso sociale.
La realtà del sistema attuale è che esso costituisce una sacrilega alleanza di Grande Impresa ed élite della comunicazione liberal, le quali, attraverso lo Stato esteso, hanno privilegiato e provocato l’affermarsi di una Sottoclasse parassitaria che, fra le altre cose, sta depredando ed opprimendo gran parte delle classi media e lavoratrice in America. Di conseguenza, la corretta strategia dei libertari e dei paleo è un “populismo di destra”, cioè: evidenziare e denunciare la sacrilega alleanza e pretendere che questa alleanza fra la sottoclasse, i fighetti e i media liberal scenda dalle spalle di noialtri: le classi media e lavoratrice.
UN PROGRAMMA POPULISTA DI DESTRA
Un programma populista di destra, allora, deve concentrarsi sullo smantellamento dei settori principali oggi esistenti che rappresentano il dominio dello Stato e dell’élite, e sulla liberazione dell’americano medio dalle più clamorose ed oppressive incarnazioni di quel dominio. In breve:
1. Tagliare le imposte. Tutte le imposte, sulle vendite, sugli affari, sulla proprietà, ma soprattutto la più oppressiva, sul piano sia politico che personale: l’imposta sul reddito. Dobbiamo operare per la cancellazione dell’imposta sul reddito e l’abolizione dell’ufficio tributario deputato alla sua riscossione [Internal Revenue Service].
2. Riduzione drastica del Welfare. Sbarazzarsi del dominio della sottoclasse abolendo il sistema assistenziale, o, se non si vuole arrivare all’abolizione, tagliandolo e riducendolo drasticamente.
3. Abolire i privilegi di razza o di gruppo. Abolire la legislazione sulle ‘azioni positive’, mettere da parte le quote riservate ai gruppi razziali ecc., e affermare che la radice di queste quote è l’intera struttura dei “diritti civili”, che calpestano i diritti di proprietà di ogni americano.
4. Riappropriarsi delle strade: schiacciare i criminali. E relativamente a questo non intendo, ovviamente, “la criminalità dei colletti bianchi” o di coloro che praticano l’insider trading, ma quella violenta da strada - ladri, scippatori, stupratori, assassini. I poliziotti non dovrebbero essere vincolati e dovrebbe esser loro consentita la punizione istantanea dei colpevoli, essendo naturalmente responsabili se sbagliano.
5. Riappropriarsi delle strade: sbarazzarsi dei vagabondi. Di nuovo: lasciare liberi i poliziotti di ripulire le strade da barboni e vagabondi. Dove andranno? Chi se ne importa? Sperabilmente spariranno, cioè, usciranno dalle fila della coccolata e vezzeggiata categoria dei barboni per entrare in quelle dei membri produttivi della società.
6. Abolire la Banca Centrale; attaccare i gangster delle banche . La moneta e il sistema bancario sono temi oscuri. Ma la realtà può essere resa vivace: la Banca centrale è un cartello organizzato di banchieri-gangster, che stanno creando inflazione, depredando la popolazione, distruggendo i risparmi dell’americano medio. Le centinaia di miliardi di dollari di sovvenzioni dei contribuenti ai banchieri delle Savings & Loan saranno spiccioli in confronto al collasso futuro delle banche commerciali.
7. L’America innanzi tutto. Un punto chiave, e non si è inteso porlo al settimo posto in termini di importanza. L’economia americana è non solo in recessione; è stagnante. La famiglia media oggi sta peggio di quanto non stesse due decenni fa. Torna a casa America. Basta con il sostegno dei vagabondi all’estero. Basta con tutti gli aiuti all’estero, che sono aiuti ai banchieri-gangster e ai loro titoli e alle loro industrie esportatrici. Basta con le fandonie internazionali, risolviamo i nostri problemi interni.
8. Difendere i valori familiari. Il che significa fuori lo Stato dalla famiglia e sostituire il controllo statale con il controllo da parte dei genitori. Nel lungo periodo questo significa fine delle scuole pubbliche e sostituzione con scuole private. Ma dobbiamo essere consapevoli che schemi tipo il buono scuola o il credito di imposta non sono, nonostante Milton Friedman, richieste di transizione sul sentiero che conduce all’istruzione privatizzata; al contrario, renderanno la situazione peggiore incrementando il controllo statale sulle scuole private in maniera più totale. Nel breve l’alternativa corretta è il decentramento e il controllo delle scuole riportato a livello locale, di comunità di quartiere.
Di più: dobbiamo respingere una volta e per sempre l’idea dei libertari di sinistra secondo cui tutte le risorse gestite dallo Stato debbano essere fogne. Se non si vuole la privatizzazione definitiva, dobbiamo cercare di gestire le attività statali nella maniera che si avvicina il più possibile all’attività imprenditoriale o al controllo di quartiere. Ma allora questo significa: che le scuole pubbliche devono consentire la preghiera e dobbiamo abbandonare l’assurda interpretazione ateo-progressista del Primo Emendamento, secondo il quale “l’introduzione della religione” significa non consentire la preghiera nelle scuole pubbliche, o a Natale il presepe nel cortile della scuola o in una piazza pubblica. Nell’interpretazione della Costituzione dobbiamo tornare al senso comune e all’intenzione originaria.
Fin qui ognuno di questi temi populisti di destra è totalmente coerente con una posizione libertaria intransigente. Ma la politica del mondo reale è una politica di alleanze, e vi sono altri settori nei quali i libertari potrebbero effettuare buoni compromessi con i loro alleati paleo o tradizionalisti o di altro tipo in una coalizione populista. Ad esempio, sui valori familiari, consideriamo questioni dibattute come la pornografia, la prostituzione o l’aborto. Qui i libertari a favore della legalizzazione o della libertà di scelta dovrebbero accettare un compromesso su una posizione decentralizzatrice; cioè porre fine alla tirannia delle corti federali e lasciare questi problemi agli stati, e, meglio ancora, alle comunità locali e ai quartieri, cioè, ai “criteri di giudizio della singola comunità”.
Traduzione di Piero Vernaglione
Organizzazione americana di estrema sinistra che negli anni Settanta del secolo scorso condusse la sua azione politica con metodi violenti ed anche terroristici [N. d. T.].
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
FILOSOFIA DEL DIRITTO
La filosofia del diritto si occupa 1) di indagare su “che cosa è” il diritto (compito ontologico: in relazione alla funzione, o inteso come comando, o come autorganizzazione di una collettività, o come studio dell’aspetto formale delle norme), 2) di indagare su “che cosa deve essere” il diritto (compito deontologico), cioè dei rapporti fra morale e diritto (es. problema della giustizia), 3) delle conseguenze del diritto (compito fenomenologico: problema dell’utilità o dannosità delle norme), 4) della metodologia (compito metodologico; es. il confronto fra i metodi del giurista puro e i metodi seguiti dalle scienze fisiche).
Il giurista positivo invece si accontenta di avere un punto di partenza che non discute, costituito dalle proposizioni normative emananti dal potere politico.
(Dalla filosofia del diritto può essere distinta la teoria del diritto, la quale presuppone un ordinamento giuridico, ed elabora strumenti concettuali dalla sua struttura. In sostanza, la teoria del diritto è infrasistemica, ha un perimetro più limitato, analizza le strutture formali degli ordinamenti giuridici indipendentemente dai valori che li informano e dai loro concreti e variabili contenuti. Si occupa dunque di concetti e problemi quali la norma giuridica, l’obbligo, la generalità, l’astrattezza, la sanzione, la nomodinamica, l'interpretazione, l’applicazione, i piani dell'ordinamento giuridico, l’effettività, il collegamento fra le norme, la legittimità e razionalità del controllo di costituzionalità ecc. La teoria generale del diritto quale disciplina autonoma e sistematica è un prodotto del XX secolo).
Ebraismo
(dal XX a.C.)
Presso il popolo ebreo l’idea di legge è al centro di tutta la vita religiosa, sociale e politica; la moralità coincide con l’osservanza stretta e letterale dei precetti della legge (cosiddetto legalismo). Tra il popolo di Israele e Dio è intercorso un patto in base al quale il popolo si obbliga all’obbedienza alla Legge divina ottenendone in cambio la conservazione, la prosperità e la salvezza.
La legge ebraica è comunicata da Dio a Mosè sul Sinai (1330 a.C. ca.), ed è costituita dai Dieci Comandamenti e articolata in un complesso codice di precetti di vita religiosa e sociale; il cui principio ispiratore, per quanto riguarda i rapporti intersoggettivi, è quello del contraccambio, o del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”. Il testo è l’Antico Testamento.
A fondamento della legge non sta la ragione, ma la volontà divina; il Dio ebraico non è inteso come Ragione, come sarà il Logos greco, la sua legge non è valida perché razionale, ma esclusivamente perché voluta da lui (volontarismo). La legge ebraica non ha carattere universale, è patrimonio privilegiato degli Ebrei, perché Dio ha scelto di annunciare la sua parola ad essi.
Grecia
Presocratici
VIII-VI sec. a.C.
Il pensiero giuridico greco non è una disciplina autonoma, con teorici specializzati e monografie dedicate al diritto. Questioni come l’origine e il fondamento dello stato, la fonte dell’obbligo giuridico, il rapporto della legge con qualche modello superiore, si ricavano da opere letterarie o filosofiche.
Da Omero si apprende la primitiva concezione del diritto dei Greci: la legge come thèmis (giustizia), cioè come decreto di carattere sacrale rivelato ai re dagli dei per mezzo di sogni o di oracoli. È una concezione caratteristica di società a struttura aristocratica, nelle quali la legislazione è intesa come espressione di una volontà soprannaturale, ed è custodita da una classe superiore.
Con il passaggio da società patriarcali e guerriere a società agricole, alla legislazione di ispirazione divina subentra una legislazione umana: alla themis si sostituisce la díke, cioè la giustizia come prodotto della ragione e dell’esperienza umane. Nella dike predomina l’idea razionale dell’uguaglianza. Tale idea del diritto ispira già Esiodo (VIII a.C.): condanna e punizione della prepotenza, di chi vuole imporre con la forza la sua volontà.
All’epoca della formazione delle città (V a.C.) è con la parola nomos che viene indicato il diritto; rappresenta la legge della città (costituzione) ed è prodotto dai legislatori e dalle assemblee del popolo.
I presocratici Eraclito, Talete, Pitagora, Parmenide (V a.C.) ed Empedocle si avvalgono dell’idea di dike anche nel campo che interesse loro in maniera prevalente, i problemi del mondo fisico, della natura (es., se il sole deviasse dal suo percorso interverrebbero le “ministre di Dike”; si trasferisce nell’universo fisico il concetto di ordine giuridico).
È interessante rilevare che Pitagora è il primo a sostenere la giustizia come proporzionalità, corrispondenza fra l’azione umana e la sua retribuzione: “il giusto assoluto è far subire la stessa cosa all’altro”.
Democrito (V a.C.) per primo introduce il concetto di diritto nella sua funzione tecnica di strumento di pacifica convivenza sociale: la legge serve a punire coloro che, non osservando spontaneamente il dettame della coscienza morale, recano danno agli altri. Primo accenno alla distinzione fra morale e diritto.
Sofocle (V a.C.) per primo evidenzia uno dei problemi fondamentali della filosofia del diritto, quello del rapporto tra le leggi positive istituite dallo Stato e le norme di condotta che l’individuo ritrova dentro di sé, le norme di “diritto naturale”. Nell’Antigone viene rappresentato il contrasto fra una legislazione superiore e quella umana: Antigone seppellisce il fratello Polinice a Tebe, nonostante il divieto imposto dall’editto del re di Tebe, Creonte, perché Polinice si è rivoltato con le armi contro la città; il principio intangibile invocato da Antigone è che i familiari sono tenuti a rendere ai loro morti l’onore della sepoltura. L’editto di un uomo non può soverchiare le leggi non scritte degli dei. Al di sopra delle leggi positive umane vi sono leggi dettate da una volontà divina [Faralli: Sofocle rappresenta la versione del giusnaturalismo che sarà definita volontaristica].
Il concetto di democrazia – La città-Stato greca comincia ad affermarsi nel VII secolo e raggiunge la sua piena attuazione nell’Atene del V secolo. Il suo ideale politico è la democrazia. Con tale termine non si intende sempre lo stesso concetto: ai primordi della dottrina politica greca (Erodoto) essa significa isonomia, uguaglianza delle leggi per tutti, dunque uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (in particolare uguale possibilità di essere chiamati alle cariche pubbliche e uguale libertà di parola). Successivamente significherà potere assoluto e incontrollato del popolo contro l’oligarchia, i più ricchi.
I Sofisti (V a.C.)
Relativisti sia nel campo della conoscenza sia nel campo della morale (in ciò contrapposti a Socrate); “l’uomo è misura di tutte le cose” di Protagora è la formula classica del relativismo: non vi sono criteri oggettivi che preesistano all’uomo.
A parte il precedente letterario di Sofocle, la prima concezione giusnaturalistica si può far risalire ai Sofisti e fa riferimento alla natura considerata come qualcosa avente leggi e scopi suoi propri che l’uomo non può modificare e che anzi incombono su di lui. È stata definita prospettiva “biologico-naturalistica”. Tale versione del diritto naturale, comune a tutta l’antichità classica, concepisce il principio di condotta come esterno all’uomo. Questa natura intesa come universo fisico, e che per gli uomini è istinto (non la legge di natura che la ragione è in grado di scoprire del giusnaturalismo moderno), è la physis. La physis viene contrapposta al nomos, cioè si ritiene che esista un “giusto per natura” superiore al “giusto per legge”, basato sull’autorità dello Stato. Tuttavia i sofisti risolvono questo contrasto in modi differenti.
Dalla distinzione fra physis e nomos il sofista Callicle (nel Gorgia di Platone) giunge all’identificazione del diritto con la forza: se la natura mostra che il migliore prevale sul peggiore e il più capace sul meno capace, allora il criterio della giustizia è questo, il dominio e la supremazia del più dotato sul più debole. Per Callicle lo Stato e le leggi positive sono un mezzo utilizzato dai deboli e dai mediocri coalizzati insieme per neutralizzare ed avere la meglio su coloro che, superiori per natura, hanno giustamente il comando. Tali istituzioni e leggi, in quanto contrarie alla natura, sono ingiuste; sono solo espressione di invidia e gelosia [Faralli: Callicle rappresenta il giusnaturalismo naturalistico, che identifica la legge di natura con l’istinto, comune a tutti gli esseri animati].
In Trasimaco il potere è ridotto a mera forza, e persegue l’interesse di chi è riuscito ad accaparrarselo; il Diritto e la Giustizia in sé e per sé non hanno esistenza, non sono oggettivamente conoscibili, non hanno validità indipendentemente dal tempo; la giustizia è ciò che reca vantaggio al più forte.
Un orientamento maggiormente razionalistico ha il giusnaturalismo di Antifonte e Ippia. Per essi le leggi positive, prodotto artificiale degli uomini, spesso non corrispondono alle tendenze naturali dell’uomo: in particolare, le leggi sono un impedimento alla naturale tendenza dell’individuo a perseguire il proprio interesse. Mentre il modo migliore di vivere è proprio seguire la natura, perseguendo il proprio interesse anche in maniera incontrollata e antisociale.
Non è immorale la trasgressione delle norme giuridiche, che sono mere convenzioni; basta che non si venga colti sul fatto. Invece la violazione delle leggi di natura fa incorrere inevitabilmente in sanzioni (naturali); per natura si intende l’organismo dell’uomo, i suoi sensi, il piacere e il dolore; gli uomini orientano naturalmente il loro comportamento in direzione dell’utile; le leggi sospingono l’uomo verso obiettivi contrari al proprio piacere, ai propri obiettivi naturali, e dunque lo costringono ad un piacere minore di quanto sarebbe alla sua portata [Faralli: Ippia, Antifonte e Alcidamante rappresentano il giusnaturalismo razionalistico, che considera il diritto naturale come l’insieme dei principi di ragione, natura essenziale dell’uomo].
In alcuni Sofisti (Protagora, Antifonte, Licofrone, Crizia) vi sono accenni contrattualistici: lo Stato e le leggi nascono in seguito ad accordi fra gli individui. Al contrario di Aristotele, lo Stato non è qualcosa di naturale, ma di convenzionale, di artificiale; è reso necessario, utile, per il raggiungimento di determinati fini. In particolare per garantire la sicurezza; le leggi vengono fatte sulla base di una convenzione fra gli uomini perché ognuno si astenga dall’offendere un suo simile a condizione che il suo simile si astenga dall’offendere lui.
Socrate (V a.C.)
Esistono leggi non scritte poste dagli dei e leggi poste dallo Stato. Bisogna seguire sempre entrambi i tipi di leggi; anche le leggi dello Stato, non perché esse siano sempre intrinsecamente giuste, ma per un’esigenza etica assoluta, per principio, perché non deve prevalere mai il proprio interesse egoistico. Ogni individuo, rimanendo a vivere in una determinata città, ne ha implicitamente accettato le leggi (contratto tacito). È meglio subire ingiustizia piuttosto che compierla.
Platone (IV a.C.)
Nella Repubblica lo Stato delineato da Platone, come tutte le utopie, non ha bisogno delle leggi, perché i cittadini agiscono bene spontaneamente grazie all’opera educativa dello Stato.
Nel Politico e nelle Leggi viene riconosciuto il valore delle leggi: poiché il governo perfetto è irrealizzabile in questo mondo, bisogna accontentarsi di realizzare uno Stato che si avvicini a quello ideale, e ciò è possibile grazie alle leggi. Il diritto dunque è utile, ma non ha valore etico; esso non può cogliere la molteplicità delle situazioni umane, ciò che è meglio per ogni persona. Le forme di Stato governate dalle leggi sono le meno peggio. Nelle Leggi il diritto diventa anche strumento di educazione del popolo. [Kelly: Platone ha un’idea sovradimensionata della legge: essa non deve solo regolare alcune situazioni intersoggettive bensì coltivare la natura umana verso un ideale di perfezione.]
Aristotele (IV a.C.)
Etica Nicomachea: A. individua una delle caratteristiche della norma giuridica, la coercibilità. Per educare gli uomini al vivere bene occorrono regole che incorporino la minaccia di punizione ai disobbedienti. La legge è il mezzo per rendere praticamente efficaci i precetti razionali dell’etica.
Politica: la sovranità delle leggi garanzia di imparzialità e giustizia. Dove non sono sovrane le leggi, ma l’arbitrio dei governanti, non si ha vero e proprio Stato. Importanza della generalità delle norme; se lo sono c’è giustizia.
Quanto al contenuto delle leggi, quelle giuste sono quelle che perseguono l’interesse generale, il bene comune.
Carattere naturale della città-stato, in quanto realizza la perfezione del vivere bene in ambito sociale.
Età ellenistica
(III-I a.C.)
Stoicismo
Zenone, Cleante, Crisippo, Panezio, Posidonio
Offrono il contributo più importante al giusnaturalismo antico. Tutta la natura è governata da uno spirito ordinatore (Logos, ragione); panteismo: la divinità è immanente al mondo, il logos è principio e essenza del mondo. Il logos si trova negli dei ma anche, una particella, nella mente degli uomini. L’universo, compreso l’uomo, è dunque regolato da una legge intrinseca, che ne fa coincidere essere e dover essere. L’uomo, in quanto parte del cosmo, vive secondo la legge di questo. [Quando gli stoici usano il termine Dio non intendono un dio personale e trascendente, esterno alla natura, come quello ebraico o cristiano, bensì un principio metafisico immanente all’universo, di carattere puramente filosofico.]
La conseguenza sul piano etico è che il sommo bene consiste nel vivere in modo conforme alla natura, che per gli stoici significa conforme alla ragione, facendo tacere le passioni e i sensi. Sul piano giuridico è la prima formulazione precisa del diritto naturale. Le leggi devono essere la traduzione in termini positivi della Ragione universale; in tal modo, ordinando ciò che si deve e non si deve fare, realizzano la giustizia. Esse devono essere redatte dai saggi, che hanno in sé più chiara la retta ragione.
Il panteismo stoico dissolve l’opposizione sofistica e aristotelica fra physis e nomos, fra natura e legge.
Circa la dottrina politica, Zenone sfocia in un utopismo platonico frutto dell’estremo razionalismo, che genera astrattezza.
Cosmopolitismo, incoraggiato dall’impero costruito da Alessandro Magno: appartenenza degli uomini ad un’unica patria, l’universo; ma tale uguaglianza è limitata ai saggi, non è estesa agli stolti, coloro che non vivono secondo ragione.
Stoicismo romano (I-II d.C.)
Cicerone (I a.C.), Seneca (I d.C.), Epitteto (I d.C.), Marco Aurelio (II d.C.)
Cicerone attinge prevalentemente alla dottrina della Media Stoa, ma la sua teoria è eclettica, accogliendo temi del platonismo e dell’aristotelismo. Nel terzo libro del De re publica (52 a.C.) Cicerone sostiene l’esistenza di una legge “vera”, conforme alla ragione, immutabile ed eterna, che non varia secondo i paesi e i tempi, presente in tutti gli uomini e individuabile attraverso la retta ragione, e che l’uomo non può violare se non rinnegando la propria natura umana. Questa legge è stata dettata da Dio (il Dio degli stoici è una forza astratta, una causa, una fonte, su cui non viene elaborata alcuna teologia organizzata; diverso dunque dal Dio ebraico-cristiano, Dio persona che trasmette fisicamente i suoi comandamenti al capo del suo popolo). Cicerone elabora anche dei principi concreti derivanti dalla legge di natura: diritto all’autodifesa, proibizione di danneggiare o ingannare gli altri (uccidere, rubare, falsificare testamenti, commettere adulterio). Il diritto non nasce dalle leggi positive, ma da questa unica legge di ragione impressa nella natura.
La giustizia, più che una virtù totale come per i greci, ha a che fare con i rapporti intersoggettivi, e il suo principio essenziale è dare a ciascuno il suo.
Concetti analoghi sono contenuti nel De legibus, la prima opera di filosofia del diritto nella storia del pensiero.
Altri importanti concetti valorizzati da C.:
la certezza del diritto, ossia il potere che esso ha di permettere ai cittadini di prevedere con sicurezza gli effetti dei comportamenti individuali e dello Stato;
la natura giuridica dello Stato (i greci lo vedevano come un’essenza etica): ciò che distingue un raggruppamento qualsiasi di uomini da uno Stato è l’elemento connettivo della legge. Se c’è un vinculum juris allora abbiamo un populus e non un’accolita di uomini che si uniscono per obiettivi comuni; quando i membri di una società sono legati dal vincolo giuridico formano un vero e proprio organismo, fornito della sovranità; la società politica è cementata dal Diritto. Non importa quale sia la forma di governo, se monarchica, aristocratica o democratica, ciò che resta intatto è che il detentore della sovranità è il populus. Nel mondo romano, a parte Cicerone, la riflessione sullo stato, inteso come un’entità astratta distinta dalle sue componenti principali (il Senato e il popolo), è quasi del tutto assente.
Epicureismo (III a.C.)
Epicuro, Lucrezio Caro
Epicureismo romano - Il libro V del De Rerum Natura di Lucrezio (I a.C.) è, a parte gli accenni dei Sofisti, il primo documento della teoria del contratto sociale: tanto la società quanto il diritto hanno un fondamento contrattuale. Lucrezio per la prima volta descrive quello che verrà in seguito definito “stato di natura”: alle origini dell’umanità non vi è convivenza sociale, gli uomini vivono come bestie; successivamente, quando si formano i primi nuclei, avviene anche la scoperta dell’oro; l’avidità genera conflitti, per evitare i quali si stabiliscono i primi patti (foedus), in modo che gli uomini “non recano e non subiscono reciprocamente danno”. Nascono le leggi e i magistrati, dunque lo stato. Lucrezio nel mondo romano è il primo a tentare una speculazione teorica sul fondamento storico e morale dello stato, ma sostanzialmente riprendendo la teoria greca.
Scetticismo
Pirrone (IV-III a.C.), Carneade (II a.C.)
Rifiuto di ogni dottrina che pretenda di dare un’interpretazione “vera” della realtà. Non vi sono verità universali, ma solo opinioni, che variano secondo le persone, i tempi e i luoghi. Tale relativismo si riverbera anche nel diritto: non si possono ricavare leggi eterne e universali, il “giusto per natura” non esiste, perché la realtà ci dimostra che popoli diversi, sia nello spazio sia nel tempo, hanno adottato leggi diverse: i Persiani ritengono lecito congiungersi con le figlie, i Massageti hanno le mogli in comune, i Cilici ritengono lecito il brigantaggio (Pirrone).
La giurisprudenza romana
Ulpiano (inizio III d.C.), Gaio, Modestino, Marciano, Papiniano
I giuristi romani, le cui teorizzazioni ci sono pervenute attraverso il Digesto, sono grandissimi nell’elaborazione dottrinale del diritto positivo, ma meno sul piano filosofico. Occasionalmente anche i giuristi attinsero il piano ideale. Quando lo fanno, trasportano il punto di vista stoico, che è metafisico, nel diritto positivo. Vengono così spesso, con magniloquenza e retorica, attribuiti al diritto positivo i caratteri di assolutezza della Legge eterna degli stoici. Si attribuisce così alla scienza del diritto la dignità di forma di conoscenza superiore; per Ulpiano il diritto e “l’arte del buono e del giusto” (cita Celso) [la giurisprudenza è la “conoscenza delle cose umane e divine, scienza del giusto e dell’ingiusto”].
Concetto di giustizia: è la volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto (soggettivo).
Tre principi fondamentali del diritto: vivere onestamente, non recar danno agli altri, dare a ciascuno il suo. Il primo principio non è un precetto giuridico, ma morale, e ciò proverebbe che i Romani, come i Greci, non distinsero il diritto dalla morale.
Il concetto di legge – Alcuni, come Gaio o Modestino, restano sul terreno del diritto positivo, e offrono definizioni chiare: la virtù della legge è nel “comandare, vietare, permettere, punire”. Altri attingono alla filosofia stoica o a fonti eclettiche, come Marciano e Papiniano, che riprendono una definizione (del IV a.C. erroneamente attribuita a Demostene e oggi ricordata come Anonimo Perì Nomon; Fassò p. 115) che riunisce in sé concezioni diverse del passato: da quella, arcaica e aristocratica, che faceva risalire la legge alla volontà divina, a quella stoica della legge come sentenza degli uomini saggi, a quella che considera, sulla scorta di Lucrezio, la legge prodotto di una convenzione dei membri della società .
Ulpiano introduce concetti che successivamente saranno interpretati in senso assolutistico: “Ciò che ha voluto il sovrano ha forza di legge” e “l’imperatore è sciolto dall’obbligo di osservare le leggi” (legibus solutus), anche quelle da lui emanate. Per quanto riguarda il primo detto, probabilmente Ulpiano intendeva comprendere fra le diverse fonti del diritto anche le costituzioni imperiali (i decreti dell’imperatore), accanto alle leggi (leges), ai plebisciti, ai senatusconsulta, agli editti dei magistrati e ai prudentium responsa. Tanto più che per Ulpiano il potere imperiale ha origine popolare: il potere sovrano formalmente viene conferito dal popolo, la cui volontà resta così teoricamente la fonte prima della legge.
Diritto naturale – Ulpiano dà una definizione del diritto naturale che travisa il concetto stoico, riducendo la legge naturale all’istinto, che è posseduto anche dagli animali; la legge naturale è intesa materialisticamente come necessità biologica (es. l’unione del maschio e della femmina, comune agli uomini e agli animali). Tale interpretazione, per l’autorità di Ulpiano, verrà tramandata, insieme a quella razionalistica di Cicerone, al pensiero medievale.
Bipartizione in ius naturale e ius civile, dove il secondo è il diritto positivo di ciascuno Stato. A volte viene aggiunto lo ius gentium, ma questo non può essere diverso dal diritto naturale, poiché è osservato presso tutti i popoli in quanto è posto dalla ragione naturale. Esempi di norme considerate di diritto naturale contenuti nelle Istituzioni giustinianee: la natura di res communes dell’aria, dell’acqua corrente, del mare e delle spiaggie, il riconoscimento allo scopritore della proprietà delle pietre preziose trovate sulla spiaggia, l’illiceità del furto e dell’arricchimento con danno altrui.
Cristianesimo
Il cristianesimo delle origini
L’evangelo di Gesù è di natura assolutamente religiosa e spirituale, senza alcuna implicazione sociale, politica e giuridica. Gesù attacca il legalismo ebraico (Farisei), vuoto attaccamento alla lettera della legge veterotestamentaria, che ostacola ciò che conta, ritrovare Dio nel profondo della propria anima, raggiungendolo in un supremo slancio d’amore. Il cristiano dei Vangeli è preoccupato solo del regno di Dio (cioè alla realizzazione della parusìa), non del regno di Cesare.
Anche il concetto di “giustizia” (Discorso della Montagna: beati coloro che a causa della giustizia sono perseguitati) non riguarda la regolazione di rapporti intersoggettivi, sociali; va intesa come perfezione dell’anima, santità, virtù totale conseguita per aver ricevuto la grazia, aver fede in Cristo e quindi essere redento dal peccato. È quindi una condizione di perfetta solitudine, che esclude ogni tipo di rapporto con gli altri uomini. Bisognerà arrivare a S. Tommaso perché nel pensiero cristiano il termine giustizia assuma il carattere intersoggettivo. [Fassò]
Di diverso avviso F. Carnelutti [1955]: il “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” non significa che tutta la giustizia sia contenuta nel diritto (a sua volta prodotto dallo Stato); lo Stato è necessario ma insufficiente; se si assegna allo Stato, oltre al diritto, anche la giustizia, si ammette un’immanenza della giustizia nel diritto. In sostanza, la giustizia non è tutta nel diritto, perché essa ha una natura trascendente, di tipo regolativo rispetto alla norma giuridica.
S. Paolo (I sec.) – Nelle lettere è frequente la polemica contro il legalismo giuridico; non solo nei riguardi della legge mosaica, ma della legge in generale, superata nella fede e nell’amore.
Contrapposizione fra natura e grazia: la natura è “carne”, “mondo”, peccato, condizione terrena dell’uomo caduto; la grazia, dono divino, riscatta l’uomo dalla natura, dalla condizione mondana.
Analoga contrapposizione fra ragione e fede: la ragione è una caratteristica della natura dell’uomo, legata alla sua imperfetta condizione terrena; solo la fede può far conoscere il vero.
Uguaglianza fra tutti gli uomini (dunque delegittimazione della schiavitù).
Lo Stato - Dopo il peccato Dio, come forma di disciplinamento dell’uomo, introduce il governo, cioè il potere coercitivo. Dunque vi è un dovere di obbedienza passiva del cristiano all’autorità costituita, in quanto ogni potere deriva da Dio (Lettera ai Romani). Tale sottomissione ha un’eccezione, ed è il caso in cui chi governa chiede all’individuo di negare i suoi valori religiosi.
Le prime generazioni cristiane conservano il disinteresse evangelico per il diritto e per lo Stato, come per tutto ciò che era legato alla vita terrena. A volte tale disinteresse diventa un rifiuto, che li fa apparire come sovversivi, e fa subire loro persecuzioni. Tuttavia con il formarsi di una società cristiana sorge anche l’esigenza dell’organizzazione: nasce la Chiesa, e con essa la necessità di regole di vita e di coesistenza fra i membri, di gerarchia, di organi legislativi e amministrativi, di sanzioni: insomma, di diritto. L’edificazione di un diritto cristiano fa venir meno il precedente atteggiamento di rifiuto della giuridicità. E, secondo effetto, conduce verso un nuovo conflitto, quello con l’impero.
La “giuridicizzazione” della società cristiana, e in generale l’impegno temporale, a partire dal II secolo provocò reazioni all’interno della dottrina che la Chiesa condannò come ereticali: Marcione, il millenarismo, il montanismo.
La Patristica (II-VIII)
Patristica greca – S. Giustino, Atenagora, Clemente, Origene (III), S.Crisostomo (IV) – dal carattere più razionalistico;
Patristica latina – Tertulliano (II-III), Lattanzio, S.Ambrogio (IV), S.Agostino – tendente a conservare la prevalenza della fede sulla ragione e della volontà sull’intelletto.
Il concetto di giustizia è il medesimo del c. neotestamentario delle origini, cioè come perfezione religiosa, non nel suo significato sociale.
La legge naturale – Come visto in precedenza (v. S. Paolo), nel c. delle origini l’idea di una legge naturale e razionale era tre volte rifiutata: perché legge, perché natura e perché ragione. Tuttavia la diffusione del c. nei territori del bacino mediterraneo, di cultura ellenistica in oriente e latina in occidente, produce inevitabili contaminazioni. I Padri della Chiesa anteriori a S. Agostino, nell’elaborazione della dottrina cristiana assimilano temi della cultura greco-romana. In particolare tendono ad assimilare sempre più la legge di Dio alla legge della natura e della ragione (sull’esempio degli Stoici, che però erano immanentisti). Le leggi positive, se contrarie al diritto naturale, non sono valide.
Essi non sembrano avvedersi delle diverse conseguenze che derivano, a livello dottrinale e religioso, dal considerare buona la legge perché voluta da Dio, o invece voluta da Dio perché buona di per sé stessa (il primato spetta alla natura o a una volontà superiore?). L’acquisizione del diritto naturale pone un problema grave, di cui si accorgerà S.Agostino: se gli uomini possiedono già per natura il criterio per distinguere il bene dal male ed agire bene, e quindi il mezzo per conseguire la salvezza, può essere posta in dubbio la necessità della redenzione e della grazia, e quindi della venuta del Cristo.
Comunque, la cristianizzazione del mondo antico ha come effetto l’accoglimento da parte del c., attraverso il giusnaturalismo, di un elemento razionalistico.
S. Agostino (V) – A lui fa capo uno dei due grandi filoni del pensiero cristiano, quello che conserva l’ispirazione mistica delle origini.
Dopo la polemica (411) con Pelagio, giusnaturalista, l’agostinismo giuridico si traduce in un volontarismo: l’unica fonte del diritto è la volontà di Dio; volontà in generale insondabile, ma rivelata parzialmente dalle Scritture e manifestata in ogni momento dall’ordine provvidenziale della storia. Impotenza della ragione ad attingere il criterio della giustizia.
Accettazione dei diritti positivi stabiliti dai poteri costituiti, che traggono la loro autorità da un mandato divino; obbedienza anche se alcune di queste norme sono ingiuste, perché esiste una ragion d’essere nascosta all’uomo nella storia della salvezza. [Su queste basi anche il pensiero di Duns Scoto, Ockham, Lutero, Calvino.]
Medio Evo
Alto medioevo (V-XII)
Secondo la concezione medioevale il diritto non è disponibile dall’uomo, in quanto è di derivazione divina, e si rivela agli uomini nei contenuti del diritto naturale. La sua interpretazione può differire nei tempi e nei luoghi, ma nella sostanziale identità dell’idea di giustizia. Il diritto positivo è l’interpretazione del diritto naturale affidata alle autorità secolari, l’Imperatore del Sacro Romano Impero (soprattutto, e in particolare il diritto romano di Giustiniano) e il Papa.
Relativamente alla fonte del potere e del diritto a governare, due concezioni: “discendente” e “ascendente”. La prima, caratteristica della tradizione romana, sostiene che il potere sia originariamente concentrato nelle mani del sovrano, che non ne è debitore verso nessun essere umano (nella versione cristiana si è visto che questo potere è stato conferito al sovrano da Dio); i sudditi non hanno alcun ruolo nelle condizioni del suo esercizio e devono solo sottomettersi.
Secondo la concezione “ascendente”, di tradizione germanica, il potere deriva in ultima analisi dal popolo, che lo delega verso l’alto, al sovrano, vincolato al rispetto delle leggi, che gli preesistono.
Origine pattizia della legge (VII-IX)
La concezione del diritto dei popoli germanici invasori dell’impero romano d’Occidente era opposta a quella assolutistica che si era di fatto affermata con Diocleziano e Costantino, secondo la quale la volontà dell’imperatore era la principale fonte del diritto. Per le popolazioni germaniche il diritto è concordato tra il re e il popolo, e il re è soggetto alla legge. Tuttavia l’assimilazione culturale e religiosa che il mondo romano e cristiano esercita nei confronti dei Germani invasori converte questi all’idea prevalente che il potere discende dal sovrano. La teoria (in realtà una mera pratica) del potere “dal basso” vive un’esistenza sotterranea e riemergerà solo verso la fine del XIII secolo. In questi secoli tale concezione, secondo cui il potere legislativo del principe è delegato a lui dal popolo, viene articolata da autori quali s. Isidoro di Siviglia (VII) e Incmaro (IX). Incmaro di Reims, consigliere dell’imperatore Carlo il Calvo, nel De ordine palatii teorizza una pratica radicata nel mondo germanico, e cioè il fatto che il diritto era una consuetudine immemorabile della comunità, la cornice in cui il re si collocava, e che egli non poteva modificare ad arbitrio. Qualsiasi mutamento doveva ricevere l’approvazione di un’assemblea degli uomini più importanti della nazione. Nell’XI in Manegold di Lautenbach questa idea assume le vesti di una dottrina contrattualistica: il popolo elegge il re per essere preservato dalla tirannide; se il re si comporta in maniera tirannica e ingiusta decade dalla carica perché ha violato il patto con il popolo. L’opinione di Manegold è dirompente perché per primo legittima il diritto di ribellione da parte dei sudditi. L’inglese Giovanni di Salisbury (XII) ammetterà il tirannicidio. La sottomissione del re alla legge sarà precisata nel XIII dall’inglese Enrico di Bracton, primo annuncio del costituzionalismo (Fassò).
Canonisti
Graziano (Decretum Gratiani, 1140) – Raccoglie una massa di decisioni delle autorità ecclesiastiche, identificabile con il diritto canonico, a quel tempo di forte impatto perché la giurisdizione della chiesa si estendeva a diverse materie (matrimonio, famiglia, successioni).
Sul piano teorico identifica il diritto naturale con la legge mosaica ed evangelica, cioè con la legge divina positiva rivelata. Le leggi terrene contrarie al diritto naturale devono essere respinte.
Basso medioevo (XIII-XIV)
Dottrina del “diritto comune” (XIII-XIV)
Scolastica
L’idea di diritto naturale negli ultimi secoli aveva assunto tre versioni: volontaristica (ciò che è contenuto nei testi sacri), naturalistica (alla Ulpiano, come istinto degli esseri animati), razionalistica (ciò che detta la retta ragione). L’indirizzo razionalistico della scolastica valorizza la ragione, pur cercando di renderla sempre compatibile con le verità di fede. In generale la Scolastica (e in genere la teologia cattolica) stabilisce un equilibrio – o un compromesso – tra le esigenze della vita propriamente religiosa e le esigenze della vita sociale e politica: la grazia è intesa non come negazione della natura, ma come suo perfezionamento; la ragione è riconosciuta come legittima premessa della fede; la Chiesa non è solo una comunità di credenti redenti dal peccato e destinati alla salvezza eterna, ma anche una società terrena organizzata giuridicamente. [A questo compromesso, che mortificherebbe gli slanci mistici e sarebbe fonte di corruzione mondana, si ribelleranno i volontaristi, i movimenti ereticali spirituali e i protestanti.]
Il giusnaturalismo medievale pone l’accento sugli obblighi imposti dalla legge naturale assai più che sui diritti da essa conferiti (cosa che farà il giusnaturalismo moderno).
Abelardo (XII sec.): è il più razionalista degli scolastici
Tommaso d’Aquino
Summa Theologica (1274)
Campione della scolastica, tentativo di fusione della dottrina cristiana con il pensiero di Aristotele. Concilia il diritto naturale come prodotto della ragione e dottrina cristiana. Esiste un ordine ontologico, una natura delle cose, che comprende anche la natura umana.
Nella comprensione dei fini di Dio, la ragione ha una sua autonomia rispetto alla fede ed usa un procedimento di indagine proprio. Le verità di fede si conoscono solo attraverso la rivelazione; tuttavia la ragione, sebbene su un piano inferiore rispetto alla fede, ha un duplice compito: chiarire le verità della fede e agire autonomamente in alcune sfere della conoscenza di suo esclusivo dominio. Fede e ragione non sono in contrasto, la grazia non abolisce la natura, ma la conduce a perfezione. Questo spazio per la ragione si apre nel campo giuridico e politico. La comprensione delle leggi naturali è possibile anche se uno non crede nell’esistenza di Dio.
Il diritto, cioè l’insieme delle soluzioni giuste, è iscritto in un ordine naturale stabilito da Dio, al quale egli stesso obbedisce; il diritto può essere svelato con un uso corretto della ragione. Dunque il diritto è anteriore al diritto positivo; esso non lo si trova “tutto pronto” nelle fonti (Scritture e leggi positive) ma va trovato attraverso una precisa tecnica di investigazione che assegna un grande ruolo alla discussione e all’indagine casistica.
La legge è ragione; è la ragione del sovrano che realizza il bene comune. Vi sono quattro specie di legge: divina, eterna, naturale e umana. La legge naturale è la parte della legge eterna che si irraggia nella ragione umana, ed è guida per l’uomo nel perseguimento dei suoi fini terreni (fare il bene, evitare il male). Tale legge è conoscibile non solo grazie alla rivelazione, ma anche grazie alle operazioni svolte dalla ragione umana; norma, perciò, razionale. Quando T. deve indicare che cosa in concreto prescrive la legge naturale, come detto indica solo un principio universale e immutabile, “si deve fare il bene, si deve evitare il male”, che è formale; da cui derivano comportamenti come l’autoconservazione, la propagazione della specie, l’allevamento dei bambini, il desiderio della verità religiosa, la giustizia nella compravendita. [che cosa sia il bene e che cosa il male non è indicato; anziché proporre principi invariabili di giustizia, cioè una scienza del naturale, suggerisce di esercitare un’arte di trovare il giusto caso per caso]
La legge umana, cioè il diritto positivo, è istituito perché con la forza e il timore gli uomini si astengano dal male se, a causa delle passioni, non seguono la propria natura razionale. La legge umana è costituita dalle norme prodotte dal legislatore; a titolo di “determinazione” o di “conclusione”; es.: la legge naturale vieta l’omicidio, il legislatore determina la pena per questo reato (determinazioni); conclusioni: deduzione di regole particolari da principi più generali. La legge umana deve essere conforme ai principi della ragione, non è legittimata solo dalla volontà o dall’arbitrio di chi comanda; l’obiettivo è sempre il bene comune, inteso non solo in senso materiale, ma anche come spinta alla virtù.
Diritto per T. è sia la consuetudine sia la legislazione (e anzi, il diritto consuetudinario ha un rango superiore).
Secondo J. Finnis dall’insegnamento di Tommaso sulla legge naturale discende una dottrina dei diritti naturali o diritti umani. Ciò sarebbe ricavabile dalla frase di Tommaso secondo cui giustizia è volontà di dare ad altri ciò che è loro diritto (ius suum). L’elenco di esempi di ingiustizie fatto da Tommaso (essere uccisi, feriti, essere falsamente accusati, essere traditi, subire danni alla proprietà) sarebbe implicitamente una lista di diritti di cui ciascuno è titolare. Se noi abbiamo dei doveri nei confronti degli altri, allora essi, in quanto beneficiari di tali nostri doveri, hanno diritti
Contrari a questa tesi sono M. Villey, E. Fortin, M. Zuckert e B. Tierney. Per Villey l’idea dei diritti soggettivi è logicamente incompatibile con la dottrina del diritto naturale di Tommaso. Il concetto aristotelico di diritti naturali fatto proprio da Tommaso è diverso dall’idea moderna di diritto soggettivo, che è “una facoltà del soggetto, uno dei suoi poteri”. Per Tommaso, come nell’epoca classica, ius significa “ciò che è giusto” o “ciò che è bene”. In questo senso rappresenta una restrizione al potere individuale, non un’estensione. Egli attribuisce al termine un significato oggettivo, non soggettivo. Lo ius designa anche la punizione che un individuo può subire; non può quindi essere interpretato come right, diritto soggettivo.
Fortin non ritrova una simile dottrina in Tommaso (e considera Hobbes il grande innovatore in questa sfera).
Per Zuckert la legge naturale di Tommaso focalizza l’attenzione sul comando morale, che limita la libertà d’azione dell’individuo; mentre il diritto soggettivo è autodeterminazione dell’agente, implica una sfera di autonomia personale. Non è possibile dedurre un diritto da un comando morale, dunque i diritti naturali non derivano dalla legge naturale.
Dottrina politica – Lo Stato non è più come per Agostino la città del demonio. Utilizzando la tesi aristotelica dell’uomo animale sociale, nobilita l’organizzazione politica conferendole una caratteristica di “naturalità”. Il governo di un uomo sull’altro vi sarebbe stato anche se non ci fosse mai stata la caduta; gli uomini avrebbero vissuto in società anche nello stato di innocenza, e la vita in società necessita del comando di uno che miri al bene comune (è questo il fine limitato, la ragion d’essere dell’ordine politico, cioè dello stato).
Il principe è esente dalla legge, sebbene sia opportuno che volontariamente vi si sottoponga.
Volontarismo
Dopo S. Tommaso in seno alla Scolastica la polemica fra intellettualisti e volontaristi si fa aspra. La reazione al razionalismo di Tommaso si manifesta in particolare fra gli agostiniani e i francescani. Il volontarismo si afferma nel ‘300. Esso identifica la legge naturale con la legge positiva rivelata da Dio; ciò che vuole Dio è giusto, anche se agli uomini può sembrare ingiusto o non logico secondo la ragione.
Giovanni Duns Scoto (Opus Oxoniense, Reportata Parisiensia) – Causa prima e assoluta è la volontà di Dio, che è causa di sé stessa e non è determinata da nient’altro, quindi neppure dalla ragione. Dio vuole ciò che vuole senza nessun altro motivo se non che lo vuole. Le leggi è il contrario.
Guglielmo di Ockham - Dio può modificare la morale e il diritto naturale a suo arbitrio; le azioni buone e le azioni cattive differiscono solo perché Dio ha ordinato le prime e vietato le seconde; ma se Dio avesse ordinato l’adulterio o il furto, queste sarebbero azioni buone. La ragione non ha alcun ruolo significativo, non è che il mezzo di notificazione all’uomo della volontà di Dio.
È un empirista radicale: l’unica conoscenza sicura della realtà si fonda sull’esperienza, i concetti e le idee sono delle astrazioni (nominalismo). Dio, la realtà soprannaturale, essendo di là dall’esperienza umana, esulano dal dominio dell’indagine filosofica e sono puro oggetto di fede. Viene quindi meno il problema fondamentale della Scolastica, la spiegazione o la conferma razionale delle verità rivelate; l’uomo, finché è su questa terra, non può che accettare queste verità per fede.
Marsilio da Padova
Defensor Pacis (1324)
Teoria del diritto – Affermazione dell’origine e del fine puramente umani del diritto. La legge è criterio del giusto e dell’utile sul piano umano, terreno.
Essa è comando, precetto coattivo per mezzo di una pena o di un premio, a prescindere dal suo contenuto etico [prima formulazione del positivismo giuridico: riduzione del diritto a comando coattivo dello Stato]. Non che M. neghi che vi sia una legge divina, con sanzioni ultraterrene, ma appartiene a un ordine diverso da quello terreno: il diritto propriamente detto è il sistema di comandi muniti di sanzione terrena.
M. coglie un altro carattere importante del diritto: i comportamenti giuridici sono quelli connessi con l’intersoggettività, con l’essere ad alterum, che riguardano azioni che toccano gli altri (actus transeuntes, distinti dagli actus immanentes, che rimangono interni al soggetto, come i pensieri o i sentimenti).
Il principe è esente dalla legge. [Kelly: ma già dal XIII prende corpo l’opinione opposta: in Inghilterra la Magna Charta e il De legibus et consuetudinibus Angliae (1258) di Bracton,]
A partire dal secolo 13° il diritto romano torna ad assumere importanza integrandosi nel sistema delle fonti della maggior parte dei regni europei. [Le tesi su tale recezione sono diverse: si attagliava bene al decollo dell’economia mercantile e monetaria; la restaurazione dell’impero d’occidente nel 9° secolo richiedeva l’unità giuridica; si impone in virtù della superiore perfezione che gli era riconosciuta.]
I Glossatori
Nel ‘200 si ha la ripresa dello studio del diritto romano: a Bologna sorge una scuola di giuristi, i “Glossatori” (perché apponevano note esplicative a margine, o glosse, dei passi del testo classico), che si dedica alla ricostruzione analitica e all’esegesi del Corpus juris civilis. Il punto culminante di tale attività è la Glossa di Accursio (1250 circa), che riassume e unifica i precedenti lavori bolognesi, e rappresenta lo strumento della recezione del diritto romano negli Stati europei, conservando il suo valore pratico fino alle codificazioni illuministiche del ‘700. Con i Glossatori ha origine anche, ma solo a livello teorico, il diritto pubblico, che ha per oggetto i rapporti fra individui e potere sovrano. I Glossatori rivolgono l’attenzione agli ultimi tre libri del Codex giustinianeo, omessi dallo studio medioevale perché dedicati alle strutture fiscali ed amministrative di un impero che non esisteva più. Si comincia così a discutere in termini giuridici delle strutture dello Stato e del fondamento del potere che le crea, modifica ed estingue. La Scuola dei Glossatori, interpretando il più letteralmente possibile il codice di Giustiniano, proclamava che il princeps, equiparato all’Imperatore del Sacro Romano Impero, doveva essere l’unico reggitore del mondo. Ciò comportava che i Comuni del Regnum Italicum (la parte dell’Italia settentrionale corrispondente al regno lombardo del Basso Medioevo; in seguito si considereranno anche i comuni del centro) non avrebbero potuto rivendicare alcuna indipendenza de jure dall’Impero.
Sul piano della filosofia del diritto il loro contributo non è particolarmente rilevante, non mostravano alcun interesse per la filosofia. La legittima fonte del diritto è l’imperatore.
Ma nel ‘300 i regna, come anche i Comuni italiani, sono di fatto assolutamente indipendenti dall’impero. La situazione giuridico-politica è espressa dalla formula rex est imperator in regno suo: nel territorio del proprio regno il re ha gli stessi poteri dell’imperatore, e in primo luogo quello di emanare norme giuridiche. Le monarchie si avviano a diventare un fattore di unificazione nazionale (politica e culturale) intorno al '300. In Spagna l'unificazione dei vari regni di Aragona, Castiglia, Granada e Navarra è portata a compimento alla fine del '400. L'impero germanico, invece, fu caratterizzato da un forte particolarismo e da una notevole frammentazione politica ed amministrativa.
Come gli Stati in questo periodo tendono a liberarsi del legame con l’impero, così il diritto di quegli anni tende a liberarsi dalla soggezione al testo giustinianeo. La glossa viene sostituita dal commento: perciò i giuristi della scuola più importante, quella di Orléans, prendono il nome di “Commentatori”. Non a caso il centro è la Francia: essa infatti asseriva sempre più la propria indipendenza dall’impero; inoltre su una parte del suo territorio prevaleva il diritto consuetudinario che rendeva più agevole il distacco dalla glossa accursiana. Fra i Commentatori, un contributo teorico in questa direzione è offerto in particolare da Bartolo.
I Commentatori (Cino da Pistoia, Bartolo da Sassoferrato, Baldo degli Ubaldi)
Nel ‘300 la glossa, che si attiene alla lettera della norma, sembra aver esaurito il suo compito. Si afferma un nuovo indirizzo, il commento, più libero dalla lettera del testo romano, e volto al senso della norma più che al significato letterale. I “Commentatori”, attraverso l’uso di un metodo dialettico di ispirazione aristotelico-tomista, svolgono un’opera di ricostruzione logica del diritto che mira a risalire dalla lettera della legge alla ratio del legislatore. Essi svolgono interpretazioni sofisticate del Corpus giustinianeo per adeguare il diritto comune alle circostanze concrete e ridurre ad unità logica il coacervo di fonti del diritto diverse. I Commentatori vedevano nel diritto romano un insieme di principi da adattare alla realtà dei singoli Stati per mezzo di interventi interpretativi. Sia i glossatori sia i commentatori sono interessati in primo luogo all’applicazione pratica del diritto, non alla teoria, che va intravista tra le righe.
Bartolo da Sassoferrato (commentario del Digesto, ca. 1350) - Reinterpreta il codice di Giustiniano in una prospettiva più favorevole ai Comuni. Sostiene B.: la legge (intesa come legge dell’Impero) deve sempre piegarsi ai fatti. Poiché i Comuni si danno di fatto leggi autonome (statuta), essi detengono sulla loro popolazione lo stesso potere che l’Imperatore possiede in generale, il merum Imperium. Anche se non c’è stata una concessione da parte dell’Imperatore, B. propone di seguire il principio per cui se possono dimostrare che hanno esercitato il merum Imperium di fatto, allora ne hanno anche diritto. La sovranità effettiva comporta la sovranità giuridica. È un passo rivoluzionario, in quanto nel diritto civile viene introdotta la possibilità di essere riconosciuti come entità sovrane completamente indipendenti [primo esponente della sovranità dello Stato]; giuristi francesi della corte di Filippo il Bello compiono la stessa operazione, estendendo ai regni dell’Europa settentrionale la dottrina applicata ai Comuni.
Per quanto riguarda la struttura istituzionale interna di queste entità sovrane, posizione simile a quella di Marsilio: teoria della sovranità popolare; la sovranità viene delegata, mai alienata; in più, nell’atto di instaurazione di uno Stato i cittadini non conferiscono al governante nessun potere maggiore di quello posseduto da loro stessi, assicurando così che lo stato giuridico del governante sia quello di un rector della collettività [importante contributo al costituzionalismo successivo].
Rinascimento
(‘400 e ‘500)
Il rinascimento è recupero del mondo antico. Dal punto di vista giuridico, del diritto romano. Ma il ‘500 (e poi anche il ‘600) sono caratterizzati da un allontanamento dalle fondamenta romano-giustinianee. La reazione a questo allontanamento si manifesta in tre modi:
1) una corrente, mos gallicus o scuola culta (in Francia [Alciato, Budé, Connan, Duaren, Doneau, Cujas, Hotman] e Olanda), si rivolge al diritto romano-giustinianeo con un interesse storico-filologico; ciò che interessa è la formulazione originaria dei testi studiati, che vanno depurati dalle alterazioni, aggiunte commenti e glosse effettuati nei secoli; ricorrendo alle fonti antiche, giuridiche e non giuridiche, si punta ad una ricostruzione filologicamente rigorosa per poter fornire il significato originale dei testi;
2) un’altra, l’“uso moderno delle Pandette” (Germania: Voet, Stryk), si dedica a inserire le realtà normative nazionali negli schemi concettuali dei Commentatori, sviluppando e completando il sistema del diritto da essi costruito;
3) nel campo della civilistica, nei paesi come l’Italia e la Spagna in cui il diritto civile è quasi esclusivamente a base romanistica, il sapere dei Commentatori viene conservato e si continua a far girare il suo meccanismo scientifico sempre più a vuoto (“tardo bartolismo”).
In questi due secoli resta dominante (anzi esclusiva), come era stato nel medioevo, la visione “imperativa” della natura del diritto; le norme giuridiche vietano o impongono; la coercitività è la caratteristica esenziale del diritto (Fortescue, de Soto, Mariana, Hooker). [Kelly: nonostante esistessero quelle che oggi vengono chiamate “norme di riconoscimento” o “norme che conferiscono poteri” (norme secondarie di Hart) il pensiero dell’epoca non mostra alcun segno di scoraggiamento di fronte alla manifesta difficoltà di adattare tali norme al quadro giuridico.]
Scetticismo (Montaigne, Charron)
La constatazione che i vari popoli hanno leggi, istituzioni e costumi diversi dimostra l’inesistenza di una legge naturale. I filosofi sostengono che vi sono alcune leggi stabili e immutabili; ma quando devono indicarle, chi ne enumera tre, chi quattro, chi di più, il che significa che non vi è alcuna stabilità e immutabilità.
Scarso interesse per il diritto manifestano Moro e Erasmo da Rotterdam.
Machiavelli
Trascurabile è il ruolo del diritto nel suo pensiero. Nel Principe il diritto è uno degli strumenti di cui l’uomo politico si serve per il raggiungimento dei suoi fini. Tra l’altro uno dei meno efficaci: nella “realtà effettuale” che a M. interessa, la forza e la frode sono spesso strumenti più utili. Anche se in uno Stato vi sono buone leggi, non è detto che sia garantita la sua integrità; che dipende da quella forma autonoma dell’operare umano che è la politica.
Nei Discorsi viene rivalutata l’opera ordinatrice della legge.
Campanella (Aforismi politici, 1601)
Riforma protestante (XVI)
Lutero, Zwingli, Calvino
La natura dell’uomo è corrotta e dunque nell’ordine temporale è necessario l’uso della forza, lo Stato, che punisca i malvagi e imponga la pace sociale. Il governante, ministro di Dio, ha un potere senza limiti. Teocrazia.
I monarcomachi [v. FP]
Seconda scolastica (XVI-XVII)
Le leggi vincolano il re (anche quelle prodotte dal re stesso).
Bodin
Costituzionalismo inglese
Giusnaturalismo moderno (v. Giusnaturalismo)
(‘600, ‘700)
Il problema del diritto internazionale – Con il formarsi degli Stati, e delle guerre fra essi (incoraggiate dal desiderio di dominio delle nuove terre scoperte e dei mari), si pone il problema di trovare al diritto di guerra, e in generale al diritto internazionale, un fondamento valido per tutti gli uomini. Sul piano pratico si sente la necessità di norme sulla navigazione e sulla condotta della guerra: trattamento dei prigionieri, condizioni delle popolazioni civili, le rappresaglie, ambascerie, prede, trattative di armistizio o di pace. Sul piano teorico, mancando un’entità politica superiore agli Stati, si cerca di elaborare un diritto naturale superiore alle leggi positive temporali o religiose.
Grozio (Sul diritto della guerra e della pace, 1625) - Nelle opere giovanili compaiono asserzioni di sapore volontaristico, ma l’esperienza dell’intolleranza religiosa in Olanda, che G. paga sulla sua pelle (si combattevano due sette calviniste, Arminiani e Gomaristi, e G., appartenente alla prima, finì in carcere), lo conduce al più rigoroso razionalismo. Il De iure belli ac pacis è propriamente un trattato di diritto internazionale (come si diceva allora, diritto delle genti), ma diritto internazionale e diritto naturale sono strettamente intrecciati, perché, non esistendo una comunità internazionale organizzata, con norme vigenti, si sente l’esigenza di determinare un fondamento di validità del diritto internazionale; e dunque si pone un problema filosofico: l’individuazione di un principio logicamente anteriore al diritto positivo e alle convenzioni fra Stati, un giusto per natura. È il diritto naturale.
Contro Carneade, il filosofo scettico che aveva criticato la filosofia stoica affermando che la legge è una convenzione fondata sull’utilità personale, G. sostiene che gli uomini sono istintivamente esseri sociali (“sociabilità”; argomento aristotelico e ciceroniano), e il mantenimento della società è un’utilità in sé, diversa e maggiore dell’utilità dei singoli individui. La natura sociale e razionale dell’uomo è la fonte del diritto propriamente detto, che è il diritto naturale. Esso si chiama così perché discende dai caratteri essenziali e specifici della natura umana, alla cui attuazione e conservazione è rivolto. Il diritto naturale è una norma della retta ragione che ci fa conoscere se una determinata azione è morale o immorale.
Essendo immanente alla stessa natura dell’uomo, il diritto naturale non potrebbe essere modificato da nessuna volontà; esso sarebbe valido anche se Dio non esistesse o non si occupasse delle cose umane; nemmeno Dio può impedire che ciò che è male sia male, come non può impedire che due per due faccia quattro. [Affermando l’indipendenza del diritto naturale da Dio, distrugge ogni presupposto trascendentistico, teologico, religioso della moralità, proclamandone il carattere razionalistico e laico. Alcuni suoi contemporanei vi scorsero empietà, e l’opera fu condannata dalla Chiesa cattolica.]
La vita sociale dev’essere pacifica, e le condizioni richieste per questo scopo sono le leggi di natura: il rispetto dei patti (il primo e più importante, una sorta di categoria giuridica universale posta al di sopra degli altri principi), il rispetto delle cose altrui (astenersi da ciò che è di altri), la restituzione di ciò che si è tolto ad altri, la responsabilità penale, mantenere le promesse, risarcire un danno. Sulla base della legge naturale si modellano le leggi positive dei diversi Stati.
Metodo: G. è lontano dall’astrattismo razionalistico e dall’antistoricismo che in seguito assumerà il giusnaturalismo. Egli, in modo ambiguo, dichiara di applicare sia il razionalismo sia l’empirismo: con il primo si dimostra la conformità di qualche cosa con la natura razionale e sociale, con il secondo si conclude essere di diritto naturale ciò che presso tutti i popoli (quelli più civili) è ritenuto tale.
L’attenzione alla concretezza storica e l’idea aristotelica della naturalità della società fanno sì che G. non condivida la teoria del contratto sociale, sostenuta dal giusnaturalismo secentesco posteriore. La dottrina di G. non è individualistica, non c’è un patto fra singoli che illuministicamente dia vita alla società.
Pensiero politico: Il titolare della sovranità è il popolo, che attraverso un patto di governo ne trasferisce l’esercizio o a un sovrano o a un organo collegiale. In caso di abuso di potere è legittima la resistenza al tiranno.
Diritto penale: il De iure belli ac pacis è considerato anche il primo trattato di ampio respiro sulla pena, grazie ad un ampio capitolo ad essa dedicato.
Diritto internazionale: come i privati cittadini, quando sono in contrasto tra loro, ricorrono a un tribunale, così gli Stati sovrani dovrebbero sottomettersi alla giurisdizione internazionale per salvaguardare gli interessi dei cittadini dell’uno e dell’altro paese.
[Per Fassò il contributo di G. in termini di innovazione è sopravvalutato. Il razionalismo di G. non è diverso dal tomismo ortodosso: egli non nega il fondamento teologico del diritto naturale, ma nega, contro i volontaristi, che diritto divino (legge rivelata) e diritto naturale siano la stessa cosa. Le frasi audaci di impronta “laica” erano state pronunciate già da autori come Gregorio da Rimini e Biel. L’impatto dell’opera di G. è dunque dovuta alle circostanze storiche: mentre le opere degli scolastici non uscivano dagli ambienti ecclesiastici della Controriforma, l’opera di G. uscì nei paesi divenuti i nuovi protagonisti della storia, politica, religiosa e culturale: Olanda, Francia, Inghilterra, Germania. Nel giusnaturalismo del De iure belli ac pacis la cultura del Seicento vede lo strumento per l’affrancamento dai dogmi e la fondazione dell’etica su basi puramente umane. G. dunque è padre involontario del giusnaturalismo moderno, che è caratterizzato da: laicità, razionalismo, individualismo, soggettivismo.]
Soggettivismo: il diritto naturale è una norma umana posta dall’autonoma attività del soggetto, in particolare dalla ragione; e non, come nel g. antico o religioso, un dato proveniente da una realtà oggettiva – la natura o Dio – anteriore ed estranea al soggetto umano, da cui questo riceve passivamente le norme “naturali” della propria condotta.
Enfatizzazione delle facoltà inerenti al soggetto, dei diritti naturali soggettivi, o innati, che hanno la priorità sul diritto oggettivo positivo. Non bisogna fare confusione su questo punto: la priorità dei diritti naturali soggettivi è sul diritto positivo, non sul diritto naturale oggettivo, cosa che sarebbe priva di senso: questi due infatti sono concetti correlativi, cioè una facoltà di agire non può pensarsi se non entro un ordine (un diritto oggettivo) che accordi tale facoltà; attribuire diritti correlativamente richiede di attribuire obblighi ad altri, e ciò esige un diritto oggettivo (naturale).
Individualismo: l’ordine giuridico-politico è posto, per mezzo del contratto, dalla libera volontà dei soggetti, anziché dalla natura o da una volontà trascendente; e per la tutela di interessi individuali.
Una norma giuridica è tale solo se in accordo con standard morali universali. La validità di una norma dunque è strettamente legata al suo contenuto. La ragione può determinare un unico set di principi morali da cui ricavare il contenuto delle norme. Fissato il contenuto delle norme fondamentali, cioè delle norme che contengono i principi fondamentali, si cerca di ricavare un sistema di norme attraverso la deduzione logica. Un’idea analoga si ha della geometria (euclidea), che infatti rappresenta una specie di modello per il diritto: la geometria presenta un sistema di assiomi e di postulati iniziali; quindi una serie di teoremi, con un determinato contenuto, dai quali si deducono tutti gli altri.
Dunque, mentre per il positivismo il diritto è tale per il solo fatto che è imposto (ius quia iussum), per il giusnaturalismo il diritto è tale solo se è giusto (ius quia iustum).
Critica: le leggi che regolano la condotta umana non sono assimilabili alle leggi fisiche; le prime sono normative, non descrittive o predittive come le seconde. Di fatto non vi è accordo su di un unico set di principi morali (es.: aborto, eutanasia).
Althusius, Grozio, Hobbes, Spinoza, Pufendorf, Cumberland, Locke, Thomasius, Barbeyrac, Wolff, Rousseau, Kant, Fichte, [Radbruch]
Il primo che pone con piena consapevolezza, e non per accenni, la distinzione fra diritto e morale, acquisizione fondamentale della filosofia del diritto, è Thomasius (Kant tornerà sull’argomento, con ben altra fondazione filosofica). I criteri di distinzione sono due: 1) la morale regola gli atti interni (e comprende la vera virtù perché non ha alcuna obbligatorietà esterna, ma solo interna, di coscienza), il diritto le azioni esterne (ed ha quindi un carattere intersoggettivo ed è caratterizzato dall’obbligazione esterna, coattiva); 2) i precetti della morale sono positivi (fare agli altri quello che si vorrebbe fosse fatto a noi), quelli del diritto sono negativi (non fare agli altri quello che non si vorrebbe fosse fatto a noi). Tale distinzione è funzionale all’affermazione della libertà di pensiero: se la morale non può essere oggetto di coazione l’individuo può liberamente esprimere le manifestazioni della propria coscienza senza essere obbligato dal potere politico o ecclesiastico.
Leibniz
Illuminismo
Gli influssi dell’illuminismo sul pensiero giuridico conducono in direzioni diverse, talvolta opposte: 1) da un lato il (proseguimento del) tentativo di ricondurre le norme positive al diritto naturale del giusnaturalismo; 2) dall’altro lato la reazione contro il diritto naturale: le istituzioni politiche e giuridiche concrete sono diverse da popolo a popolo e nel tempo, dunque contingenti, e possono e devono essere valutate criticamente e messe in questione (Vico, Montesquieu, Voltaire, Hume mostrano tale atteggiamento relativistico).
Reazione contro il diritto naturale
Vico
Lungi dall’esserci un diritto naturale che impone le stesse regole agli uomini di ogni tempo e luogo, ogni società cresce in modo organico nel suo proprio ambiente particolare, e le sue istituzioni, comprese le leggi, riflettono la sua storia particolare. [v. FP]
Illuminismo scozzese
Hume
La ragione non è così potente e infallibile come ritengono i giusnaturalisti. I comportamenti e i valori umani dipendono da moventi e sentimenti soggettivi.
Il diritto è artificiale, e si sviluppa attraverso convenzioni. Le convenzioni, cioè le norme, nascono proprio per assecondare predisposizioni naturali dell’uomo come l’atteggiamento volto al proprio interesse personale, la preferenza per gli interessi presenti rispetto a quelli futuri, la scarsità. Le convenzioni dunque sono artificiali, ma non arbitrarie. Il vero fondamento della giustizia è l’utile; sono giuste le regole necessarie a conservare i beni indispensabili alla vita degli uomini. Le norme emanate a tale scopo non sono verità eterne, radicate nella natura, ma modi di condotta giustificati dall’esperienza, soggette a mutamenti se inefficienti.
Smith
La società può auto-organizzarsi anche senza l’intervento di un legislatore.
Illuminismo giuridico (o empirista)
Montesquieu
Lo spirito delle leggi (1748) Un realismo che tiene conto della storia, della geografia e della fisica, dunque che fonde elementi naturalistici e storici. Le leggi di cui si occupa M. sono le leggi positive. Le leggi di ciascun popolo riflettono il suo spirito, condizionato a sua volta da elementi geografici, climatici (libri XIV-XVIII), economici, demografici, politici, religiosi, consuetudinari. Lontano dunque dall’astrattezza e dall’universalità del giusnaturalismo.
In M. si ha l’espressione più compiuta della concezione della libertà garantita da leggi: libertà come sicurezza dalla violenza altrui, più che dal potere dello Stato; la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono. La legge invocata da M., quella che assicura la certezza del diritto, è la legislazione; consuetudini, precedenti giudiziari, interpretazioni (il sistema inglese) non hanno validità. I giudici non devono interpretare la legge, cioè non devono produrre diritto autonomamente, ma essere sottoposti alla legislazione.
Poche leggi, chiare e precostituite al giudizio, formulate in termini generali e astratti.
I codici
[Posizioni condivise dal pensiero illuminista e della rivoluzione francese: Voltaire, Diderot, Fisiocratici, Sieyes, Condorcet].
Costituzionalismo americano
Burke
Sul piano giuridico può essere considerato il padre della giurisprudenza storica. I sistemi giuridici di vecchia data, radicati nella storia, sono superiori ai sistemi artificiali e razionali con cui li si vuole sostituire.
Teorie della pena
Ci si comincia a interrogare sulla moralità e legittimità del punire atti privi di conseguenze dannose per la società, e da collocare fra i peccati ma non fra i reati. Voltaire e Beccaria: solo le colpe contro gli uomini, non quelle contro Dio, devono comportare una punizione; la bestemmia non causa danno materiale ad alcuno.
Burke: i vizi e le follie degli uomini devono essere tollerati fino a che non colpiscono l’ordine alla sua radice.
Si diffonde sempre più il criterio della redenzione e recupero del criminale come scopo della pena. Parallelamente comincia ad affermarsi l’idea che la società è in parte colpevole delle azioni delinquenziali delle persone (ad esempio perché le lascia in povertà), e dunque il motivo della retribuzione e quello della deterrenza perdono peso (Romilly, Godwin).
Bentham: se la pena è un male necessario ad evitare un male maggiore (in modo che l’utilità complessiva sia positiva), allora il criterio della deterrenza diventa dominante.
Blackstone: alcuni fattori (la violenta passione, la necessità) dovrebbero attenuare la colpa, e dunque la pena.
Beccaria: contro la pena di morte; la vita di un individuo non è nella disponibilità del sovrano (perché non è nemmeno nella disponibilità dell’individuo stesso).
Il sistema inglese era caratterizzato da una notevole severità nelle pene (la pena di morte era comminata per più di un centinaio di tipi di reati diversi). Autori come Blackstone (1765), W. Eden (1771) e B. Franklin (1775) invocano la cancellazione di tale sproporzione.
Kant
Metafisica dei costumi (1798)
Distinzione fra diritto e morale - Si basa sui diversi motivi dell’obbedienza ad essi, non sul contenuto delle loro regole (il divieto di uccidere si trova in entrambi): nel diritto l’obbedienza può essere meramente esteriore, dettata dal timore della sanzione, nella morale vi è un’adesione interiore. Da questo criterio fondamentale derivano le seguenti conclusioni:
- Il diritto riguarda le azioni esterne (es. uccidere), non quelle interne (es. amare il prossimo).
- Le norme morali si configurano come imperativi categorici, cioè incondizionati (“non uccidere”); le norme giuridiche come imperativi ipotetici, o condizionati (“se vuoi evitare la sanzione per l’omicidio, allora non uccidere”).
- Le norme morali sono autonome, cioè dettate dallo stesso soggetto che obbedisce; le norme giuridiche sono eteronome, dettate da un legislatore esterno al soggetto.
Caratteristiche del diritto – Formale: il diritto è per sue essenza formale, cioè non ha riguardo per gli scopi particolari che i soggetti di un rapporto perseguono, ma per la forma in cui essi li perseguono.
Coattività: il d. dovrebbe essere l’insieme delle condizioni che permettono la coesistenza delle volontà di individui diversi, coordinando la libertà esterna di ciascuno con la libertà esterna di ciascun altro. Per fare ciò il d. deve essere coattivo; infatti quando un certo uso della libertà rappresenta un ostacolo alla libertà altrui (“alla libertà secondo leggi universali”), quell’uso va impedito
Distinzione fra diritto naturale e diritto positivo - Le leggi delle quali può essere riconosciuto il carattere vincolante anche senza legislazione esterna, e cioè a priori per mezzo della ragione (pura), sono leggi naturali; quelle che senza una legislazione esterna non obbligano, sono leggi positive. Dunque esiste un diritto naturale, che è conoscibile attraverso la sola riflessione razionale, cioè attraverso la “metafisica”, non in base all’esperienza sensibile. Tale diritto naturale obbliga anche se contrasta con i comandi del legislatore. Dai principi razionali si dovrebbero ricavare le norme effettive, e cioè i diritti reali, le obbligazioni, il diritto di famiglia, il diritto d’autore, il diritto pubblico, il diritto penale, il diritto delle genti, il diritto cosmopolitico.
Vi è almeno una norma di diritto naturale che non può positivizzarsi: è quella che stabilisce l’autorità del legislatore, imponendo di obbedire alle regole da lui dettate.
Distinzione fra giurisprudenza e filosofia - Compito del giurista (giurisprudenza) è occuparsi di ciò che è “di diritto”, cioè di cosa prescrivono le leggi di un determinato paese; compito del filosofo del diritto è di occuparsi del concetto di diritto, ovvero della definizione di diritto.
Principi della legislazione nel ‘700
Per quanto riguarda lo scopo, continua ad essere dominante l’antica teoria secondo cui l’obiettivo di ogni legge e di ogni governo deve essere il bene comune (Madison, Burke).
Per quanto riguarda la forma:
Voltaire: ogni legge deve essere chiara e coerente; interpretare la legge quasi sempre vuol dire corromperla. La legge non deve essere in contrasto con la consuetudine, deve prevalere la consuetudine. Beccaria: non c’è cosa più pericolosa dell’idea che bisogna cogliere un presunto “spirito” della legge; è invece la lettera della legge che il giudice deve esaminare.
Madison: le leggi penali non devono essere retroattive (ex post facto).
Bentham (v. postea): la legge è lo strumento per produrre la massima utilità per il maggior numero.
Utilitarismo
[Hume, Beccaria] Bentham
In materia di diritto le teorizzazioni dell’illuminismo e dell’utilitarismo inglesi non hanno conseguenze al di fuori del campo dottrinale, cioè sul diritto positivo; il common law era troppo radicato.
Bentham, Delle leggi in generale (1800?)
Va considerato il fondatore del positivismo giuridico nella forma moderna (precursore era stato Hobbes). Teoria della norma come comando (fondamentale la sanzione). Il diritto è reso valido dal sovrano (inteso anche come pluralità di organi che si ripartiscono i poteri). [Questa concezione del diritto è in genere attribuita a Austin, ma perché questa opera di Bentham è stata scoperta solo a metà del ‘900.] La legislazione al posto del common law, in modo da realizzare l’assetto giuridico che determina il massimo benessere. (v. FP)
Codificazione e positivismo giuridico
(‘800)
Esaurimento del giusnaturalismo
Due spiegazioni dell’eclissi del diritto naturale: 1) la codificazione. Le facoltà giuridiche dovevano insegnare il diritto non come teoria, ma solo i codici napoleonici; 2) una volta che le norme di diritto naturale si positivizzano (con la codificazione), il giusnaturalismo raggiunge il suo obiettivo ed esaurisce la sua funzione. La codificazione diventa l’involontario ponte fra giusnaturalismo e positivismo giuridico.
La legge, sistematizzata nei codici, acquista il monopolio nel manifestare il diritto. Essa è l’unica fonte del diritto: non lo è più il diritto giurisprudenziale, perché ai giudici viene tolto il potere di statuire il diritto e resta loro solo quello di applicarlo; non lo è più la consuetudine o il diritto tradizionale di impronta romanistica o comune perché, soprattutto in Francia, con la rivoluzione si fa tabula rasa del passato. Questo indirizzo si chiama legalismo o positivismo legale.
Positivismo
È la corrente di pensiero che identifica il diritto esclusivamente con il “diritto positivo”, inteso come diritto posto (da una volontà umana), cioè vigente ed effettivo. Il p. g. pretende di essere un approccio scientifico al diritto, di studiare e descrivere il diritto com’è e non come si vorrebbe che fosse.
Sebbene la distinzione fra diritto naturale e diritto positivo si ritrovi già nel pensiero antico, il giuspositivismo propriamente inteso sorge soltanto alla fine del ‘700. Sul piano teorico, la sua origine può essere considerato il Trattato del diritto naturale come filosofia del diritto positivo (1798) del tedesco G. Hugo. Un contributo rilevante è fornito dall’analytical jurisprudence dell’inglese J. Austin (La determinazione del campo della scienza giuridica, 1832). Ma esso celebra i propri fasti nell’800 in Germania (Puchta, Winscheid, Merkl, Bergbohm, Gerber).
Il p. g. si pone in diretta contrapposizione con il giusnaturalismo: è vano ricercare una fondazione naturale o metafisica del diritto. È impossibile trovare, con la ragione, regole di comportamento valide per tutti. Il diritto è una mera tecnica di controllo sociale, consistente nel minacciare e applicare sanzioni; i fini di questa tecnica possono essere i più diversi. I due elementi centrali del p. dunque sono l’idea che il diritto sia necessariamente coercitivo e l’idea che esso può avere qualsiasi contenuto.
L’unico dato che lo studioso del diritto deve prendere in considerazione è la validità formale delle norme, cioè il fatto che siano emanate secondo le procedure legittime dalle legittime autorità. La validità è separata dalla moralità. I criteri di validità di una norma sono formali, procedurali.
In questo modo tale dottrina si propone di separare la scienza del diritto dalle altre scienze sociali per giungere a un approccio “avalutativo”.
I due elementi centrali del p. g. sono il formalismo e l’imperatività.
Analisi formale del diritto: il diritto non è il contenuto delle norme, ma la loro struttura formale. Il diritto può avere qualsiasi contenuto. L’unico dato che lo studioso del diritto deve prendere in considerazione è la validità formale delle norme, cioè il fatto che siano emanate secondo date procedure dalle legittime autorità. La logica formale prescinde da ogni contenuto, inteso sia in termini valoriali sia di realtà storico-sociale empirica. I fini che l’ordinamento giuridico persegue e i presupposti sociali da cui esso deriva sono fenomeni extra-giuridici che non interessano lo studioso del diritto. La validità è separata dalla moralità. I criteri di validità di una norma sono formali, procedurali. Scompare la questione della legittimità, che viene riassorbita nella legalità.
Dal formalismo discendono alcune caratteristiche costanti del p. g.: la teoria della completezza del diritto (assenza di lacune) e quella della coerenza (assenza di antinomie): il diritto è un sistema unitario, coerente e completo, e fornisce soluzioni a tutti i casi concreti. Supremazia della legge sulle altre fonti.
Imperatività: il diritto è necessariamente coercitivo. Esso consta esclusivamente di comandi, che si distinguono dalle norme non giuridiche per la coattività, fornita ad essi dalle sanzioni. L’elemento fondamentale della giuridicità è la sanzione. Il diritto è il mondo del dover essere;il mondo dell’essere, della realtà, è l’oggetto di studio degli scienziati e dei sociologi.
Da quanto detto si ricava che una norma è giuridica solo se è emanata da un determinato ente sovrano, anche se viola un principio morale. Dunque per conoscere il diritto è sufficiente sapere: chi è il sovrano, il modo in cui esprime i comandi e quali comandi siano muniti di sanzione (Austin).
Il diritto dunque è una mera tecnica di controllo sociale, consistente nel minacciare e applicare sanzioni, alla quale ricorrono le società per influire sul comportamento degli individui.
È così esplicitata la separazione fra diritto e morale (separation thesis). Il p. g. si propone di separare e rendere autonoma la scienza del diritto dalle altre scienze sociali, per giungere a un approccio “avalutativo”. Autonomia del diritto, che non ha il suo fondamento in altri sistemi normativi o fattuali, come la religione, la morale, l’utilità o la politica. Una norma giuridica è valida non perché è morale o utile, ma in quanto norma giuridica; cioè perché è conforme al diritto positivo, cioè al diritto posto dal legislatore secondo le procedure di quel dato ordinamento. Per i giuspositivisti la questione del diritto “giusto” non riguarda la scienza giuridica. Compito del giurista è quello di descrivere la realtà giuridica a prescindere dai punti di vista valutativi e morali; e tale oggettività è possibile, perché, grazie al suesposto criterio formale, è possibile individuare ciò che è riconosciuto come diritto all’interno di una data comunità sociale.
Spesso la tesi della separazione del diritto dalla morale si congiunge con la tesi del “relativismo dei valori” (J. Waldron) o dello scetticismo (Kelsen, Ross, v. infra): i criteri di giustezza del diritto sono sempre di natura soggettiva; tutte le asserzioni morali relative a come il diritto dovrebbe essere rivelano un carattere “non cognitivo”, costituiscono cioè manifestazioni di sentimenti, espressioni di volontà, desideri, preferenze non fondabili e dimostrabili razionalmente. I contenuti del diritto variano da paese a paese e da un’epoca storica all’altra. Tuttavia autori come il primo Hart (1958), C. Nino e M. Hartney hanno sostenuto che il giuspositivismo non implichi il soggettivismo e il non cognitivismo etico: il positivismo giuridico è semplicemente una teoria su ciò che è diritto (le regole che derivano da fonti sociali) ed è indipendente dalla questione relativa alla natura, soggettiva o oggettiva, dei nostri giudizi morali. In sostanza, il sostenitore di un’etica oggettivista può essere un giuspositivista, cioè può riconoscere che, ad esempio, in una società tutti seguono una norma che egli ritiene in contrasto con la morale oggettiva (da lui sostenuta); oppure che l’autorità x, da tutti considerata un’autorità normativa, promulga tale norma (tesi di R. Caracciolo).
Critiche
1) Nasconde le scelte di valore operate dai legislatori o dagli interpreti. Nonostante il suo apparente realismo, questa concezione si rivela inadeguata a rappresentare il ruolo effettivo delle norme giuridiche nella società: la volontà dell’autorità non è cieca o casuale o completamente arbitraria, ma ha determinati presupposti nella vita associata, che preesistono alla deliberazione della norma. I comportamenti, i valori, gli interessi esistenti in una società condizionano le norme, e la loro conoscenza è indispensabile per interpretare e applicare le norme.
2) Sacralizzando il comando dell’autorità politica, fonte esclusiva dell’ordinamento giuridico, il p. g. diventa l’ideologia dello statalismo; e, quando ne assume le forme, del totalitarismo. Il diritto è ridotto a semplice voce del potere. Si giustifica lo status quo.
Teorie della codificazione (inizio ‘800)
Il cosmopolitismo del diritto e della legislazione si attenua soltanto col sorgere del nazionalismo romantico. Sul fronte del pensiero giuridico, l’800 è il secolo della Germania. Soprattutto in Germania (Savigny) i giuristi reagiscono all’importazione dei sistemi giusrazionalisti, in quanto la codificazione cristallizzerebbe un diritto che deve essere prima di tutto vita, espressione dello “spirito del popolo”. L’idea di un diritto universalmente valido perché dettato dalla ragione è considerato dallo storicismo romantico un’ingenuità; i concetti posti a fondamento del giusnaturalismo sei-settecentesco – stato di natura, contratto sociale – sono irrisi come astrazioni mitologiche volte a spiegare con l’opera della ragione la formazione e lo sviluppo delle società, che sono invece spontaneo prodotto di forze irrazionali (o razionali di una più profonda razionalità).
Storicismo giuridico: Savigny, Scuola storica del diritto (Puchta), pandettistica
Nel 1814 Thibaut propone la redazione di un codice civile comune a tutta la Germania; il diritto romano vigente era caotico. Si oppone Savigny (Sulla vocazione del nostro tempo per la legislazione e la scienza giuridica, 1814) e la Scuola Storica da lui creata. Il diritto positivo non può essere ridotto alla legislazione. Esso nasce dallo “spirito del popolo” e/o “della nazione”, come il linguaggio, i costumi, l’organizzazione politica; dunque ha molta importanza l’intero passato di un popolo. La ricostruzione del diritto passa per tre stadi: consuetudine (si studiano e ricercano gli istituti giuridici del passato, in particolare del diritto comune di derivazione romanistica; quando parla di “spirito del popolo” si riferisce alla tradizione colta dei giuristi tedeschi del tardo medioevo, cioè al diritto comune), rielaborazione da parte dei giuristi, legislazione. Evoluzionismo giuridico. Di fatto monopolio da parte dei giuristi dell’elaborazione del diritto. Lo storicismo incrina l’idea giusnaturalista del diritto come sistema di proposizioni valide per ogni tempo ed ogni luogo.
[Critiche: 1) il concetto di “spirito del popolo” rimane sempre nebuloso e indeterminato, quindi non atto ad essere assunto come causa prima di un processo storicamente reale; 2) eccessiva importanza data alla consuetudine rispetto al diritto legislativo, che spesso ha anch’esso realtà storica; 3) riduzione del diritto al fatto, con la negazione di valori superiori alla storia; non vi è altro diritto che quello storicamente attuato.]
La pandettistica è la rielaborazione concettuale e sistematica del diritto romano (il nome deriva dal corpo di regole contenuto nel Digesto, chiamato anche Pandette). L’obiettivo è di costruire un sistema compiuto di diritto, logicamente compatto, ordinato e privo di lacune (in quanto colmabili facendo ricorso all’architettura complessiva dell’edificio). Da alcune definizioni giuridiche e alcuni concetti, ritenuti incontrovertibili, si deducono per mezzo della logica conclusioni giuridiche. Il paradosso è che essa, nata dalla scuola storica, acquisisce un metodo formalistico, volto alla sistemazione logica dei concetti; nega le premesse storicistiche per volgersi a un formalismo astratto. Il positivismo giuridico si trasforma presto in un formalismo. Infatti, dai dati forniti dall’osservazione storica o etnografica, cioè dall’osservazione delle norme “positive” formalmente valide (poste da un ente che aveva il potere di farlo), si astrae e generalizza ottenendo concetti. Ha così grande sviluppo la “dogmatica”, cioè l’elaborazione di concetti giuridici generali sulla base di norme esistenti perché esistenti, ossia come “dogmi”; e fiorisce la “giurisprudenza dei concetti” (Windscheid 1861, Gerber, Laband, Jellinek, Mayer, Bergbohm), la cui espressione più elaborata è la “teoria generale del diritto” (Merkel, 1874), coincidente con il “giuspositivismo teorico” o “formalismo giuridico”. Tale indirizzo è stato definito “positivismo scientifico”, in quanto il diritto è concepito come un corpo di regole scientificamente fondate perché elaborate da tecnici del diritto svincolati da condizionamenti ideologici o politici. Da non confondere con il positivismo legislativo, che assume come dato indiscutibile la legge positiva, mentre la pandettistica presuppone l’esistenza di una scienza del diritto oggettivamente fondata. Ma resta un positivismo perché il diritto è solo il diritto positivo; consta esclusivamente di comandi e/o di norme (poste dallo Stato), che si distinguono dalle norme non giuridiche per il fatto di essere integrati da sanzioni; il diritto è un sistema, unitario coerente e completo; fornisce soluzioni a tutti i casi concreti; la scienza del diritto è autonoma rispetto alle altre scienze.
L’approccio antropologico
È un ulteriore ramo della scuola storica, v. postea Sumner
Giuspositivismo tecnico: Scuola dell’Esegesi
In Francia la riduzione di tutto il diritto alla legge, e dunque alla volontà dello Stato, è teorizzato dalla “Scuola dell’Esegesi” (Aubry, Rau, Troplong), che ha il suo massimo sviluppo fra il 1830 e il 1880. I giuristi si limitano a fare un’esposizione e un’interpretazione (esegesi) dei nuovi codici. Lo studio del diritto è lo stretto commento della lettera della legge, del codice articolo per articolo, secondo l’ordine seguito dal legislatore. L’unico canone di interpretazione della legge è la ricerca dell’intenzione del legislatore. Non vi è diritto – naturale, consuetudinario, giurisprudenziale, dottrinale – diverso da quello posto dallo Stato. Non interessano le considerazioni de jure condendo, cioè di fondazione del diritto. L’innovazione e la riflessione dottrinale si riducono drasticamente.
Questo orientamento di pensiero francese e quello tedesco esaminato sopra sono i due principali filoni che si sviluppano in Europa all’inizio dell’800
Analitical jurisprudence
Austin (Delimitazione del campo della giurisprudenza, 1832)
Si può creare una teoria universale del diritto, considerando non il contenuto ma la forma delle norme giuridiche. Queste sono tali se hanno una determinata struttura, indipendentemente dal loro contenuto.
Distingue il diritto dalla morale; il diritto fondamentalmente è comando: una norma è giuridica se è emanata da un determinato ente sovrano, anche se viola un principio morale. Dunque per conoscere il diritto è sufficiente sapere: chi è il sovrano, il modo in cui esprime i comandi e quali comandi siano muniti di sanzione.
Definizione di legge: è “una norma stabilita per la guida di un essere intelligente da parte di un essere intelligente che ha potere su di lui”. Gli elementi essenziali di un sistema giuridico sono quattro: comando, sanzione, dovere e sovranità. Le leggi sono comandi di fare o non fare una cosa. Ciò che distingue i comandi dalle espressioni di desideri è la sanzione (la teoria è positivista anche nel senso che un sistema giuridico è quello composto da norme con sanzioni osservabili). Il dovere dunque è definito in termini di timore delle sanzioni. Il sovrano è quella persona o quell’organo a cui il grosso della popolazione deve obbedienza, mentre esso non deve obbedienza ad alcuno. Il sovrano non è limitabile (da alcuna legge fondamentale) ed è indivisibile (in più organi; altrimenti si distrugge il potere sovrano).
Relativamente alla common law, i giudici sono tacitamente autorizzati dal sovrano (Parlamento) a produrre diritto.
Alcune nozioni giuridiche – dovere, diritto soggettivo, libertà – sono componenti necessarie di ogni sistema giuridico; senza di esse non potrebbe darsi diritto.
Dunque per A. non sono diritto né il diritto naturale, né la legge di Dio, né il diritto consuetudinario (a meno che non sia tollerato, e quindi legittimato, dal sovrano), né il diritto internazionale.
Critiche: 1) non tutte le norme giuridiche sono del tipo “imposizione di doveri”; esistono ad esempio norme che conferiscono poteri, come quelle che predispongono strumenti per consentire alle persone di compiere certi corsi di azioni come il matrimonio, il testamento, la donazione ecc. In questi casi la nullità dell’atto non può essere equiparata alla sanzione, come sostengono i teorici del comando: non si viene puniti per non aver seguito le procedure corrette nel diritto civile, tutto ciò che accade è che gli individui non riescono a perseguire il proprio progetto. Norme che conferiscono poteri sono considerate anche quelle costituzionali che definiscono i poteri di organi come ad esempio il legislativo; se questo organo legifera oltre i suoi poteri, la conseguenza è che la legge non ha effetto, non la sanzione. 2) Se non si considerano leggi le norme procedurali che stabiliscono chi è il sovrano (le norme costituzionali), non c’è modo di distinguere fra gli atti pubblici e gli atti privati del sovrano.
John Mill
Welcker (teoria del riconoscimento)
1813 – In contrapposizione alle dottrine giuridiche che enfatizzano il momento della coazione, il liberale tedesco Welcker sostiene che è il riconoscimento che rende il diritto giusto e che costituisce il fondamento formale ultimo dell’ordinamento giuridico. Il diritto “vero” è quello che gli individui riconoscono, esplicitamente o tacitamente. Dunque il diritto preesiste allo Stato, non lo presuppone. Quindi accordo fra i consociati.
Postkantiani
Humboldt, Reinhold, il primo Fichte, Schelling, Krause, Stahl, Herbart. I primi tre seguono Kant nella concezione rigorosamente formale del diritto, inteso come la condizione a priori di una coesistenza degli individui che garantisca la loro libertà esterna. Schelling è un idealista che giungerà a subordinare l’individuo allo Stato, seguito da Krause e Stahl.
Idealismo
Hegel, Croce, Gentile
Hegel Lineamenti di filosofia del diritto (1821)
La filosofia del diritto è una parte della filosofia, e si occupa del concetto di diritto. Lo spirito si svolge in tre momenti: Spirito soggettivo, Spirito oggettivo e Spirito assoluto. Il diritto è il momento astratto dello Spirito oggettivo. [Fassò: H. fa filosofia del diritto finché parla di famiglia e di società civile; ma quando conclude il suo sistema con lo Stato, in cui l’individuo perde ogni valore, e dunque perdono significato i rapporti fra gli individui, si ha un superamento del diritto. Se si nega la molteplicità dei soggetti, non ha senso parlare di diritto, che è sempre relazione fra soggetti].
Favorevole alla codificazione intesa come registrazione del diritto già esistente, non come creazione di diritto nuovo.
Italiani nell’età del Risorgimento
Romagnosi, Cattaneo: eclettici, la componente principale è il sensismo e il naturalismo
Rosmini:
Mazzini, Mamiani, Mancini
Socialismo
Socialismo utopistico - Per la filosofia del diritto esso non presenta interesse poiché questi autori non si pongono il problema specifico del diritto, tranne Proudhon, che ha un’impronta giusnaturalistica.
Feuerbach – Hegel per guardare all’assoluto e all’universale perde di vista la realtà naturale, corporea. L’uomo è costituito dalla coscienza, ma così come essa si sviluppa nell’ambiente reale, sotto il peso delle necessità anche materiali. Marx attinge a questo materialismo umanistico ma lo corregge con la dialettica.
Marx, Engels
Marx – Il diritto non è un sistema di principi prodotti dalla ragione in maniera neutrale, sovratemporali e immutabili, bensì un riflesso delle relazioni fra gli uomini così come sono determinate dalla struttura produttiva. In particolare, il diritto esprime i punti di vista e gli interessi delle classi dominanti, le quali grazie ad esso esercitano il loro dominio sulla classe dominata. Dunque in M. non vi è una teoria del diritto, che è già implicita nella concezione dello stato.
Il principio di giustizia comunista è: da ciascuno le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni.
Lassalle, Menger, Pashukanis (1928), Renner (1949)
Irrazionalismo
Schopenauer (1819), Kierkegaard (1840), Stirner (1844), Nietzsche (1883), Lamennais (1833), Tolstoj (1910), Dostoevskij
L’atteggiamento nei confronti del diritto è negativo, e va dalla svalutazione al rifiuto al disprezzo. Il diritto è razionalizzazione della vita sociale; se questa viene negata, viene negato anche il diritto.
Positivismo filosofico (giurisprudenza sociologica)
Il diritto dipendente dall’evoluzione sociale.
Comte – Nel terzo stadio, quello positivo (i primi due sono quello teologico e quello metafisico), il diritto scomparirà. All’opera dei giuristi si sostituirà l’opera dei sociologi, veri scienziati sociali.
Spencer
Sumner – È il maggior esponente dell’approccio antropologico; precursori possono essere considerati Vico e Montesquieu. È una teoria evoluzionistica del diritto: tutte le società, dal punto di vista giuridico, si sviluppano passando attraverso fasi che sono le stesse ovunque: prima fase le sentenze di re su ispirazione divina (es. periodo omerico), poi le consuetudini, poi le codificazioni (Grecia antica, 12 Tavole), poi l’equity e la legislazione.
Kirchmann (1847) – Poiché per scienza K. intende le scienze della natura, il diritto non potrà mai avere valore scientifico, per la mutevolezza del suo oggetto e la transitorietà delle leggi positive.
Ardigò (1879, 1886)
Diritto naturale nell’800
Nell’800 il diritto naturale è rintracciabile solo nella dottrina ufficiale della chiesa cattolica. Fra i teorici unico esponente Rosmini.
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Neokantiani
Radbruch, Stammler (1902) – Reazione contro il positivismo codice-centrico. Formalismo: tentativo di far riemergere una teoria universale del diritto prescindendo dai contenuti; esiste un diritto giusto, ma i suoi contenuti sono mutevoli (non viene suggerita alcuna norma particolare).
Distinzione tra positivismo filosofico e positivismo giuridico. Per il primo la teoria del diritto si risolve nella sociologia.
Antiformalismo, realismo
Il diritto deve rispecchiare la concreta, storica realtà della società, guardando al di là della pagina scritta della legge (le sole vere norme del diritto sono quelle dello Stato). Diritto non è la norma giusta (in base a una certa etica filosofica) o la norma valida (secondo un dato ordinamento), ma la regola efficace che viene emergendo dalla vita vissuta degli uomini.
Giurisprudenza sociologica o g. degli interessi
Jhering (Lo scopo nel diritto, 1877) – L’origine di tutto il diritto è lo scopo, cioè ogni norma giuridica è determinata da un motivo pratico; inteso in senso alto, come necessità da soddisfare perché una data società sopravviva.
La forza è la matrice del diritto, e poiché lo Stato è lo strumento massimo della forza, statualità del diritto.
Heck
von Rumelin
Sociologia giuridica
Weber – Si parte dai comportamenti degli individui, e dalle rappresentazioni che essi hanno del modo in cui devono comportarsi. Queste rappresentazioni fanno sì che l’agire si orienti in vista di determinate aspettative, che hanno una certa probabilità di realizzarsi (es. ricevere un bene se ho pagato il prezzo).
Un ordinamento è caratterizzato dalle pretese unilaterali o dalle pretese bilaterali (accettate) intercorse tra gli individui.
Ehrlich (Fondazione della sociologia del diritto, 1913) – La sociologia del diritto è la sola dottrina scientifica del diritto. Il diritto è “diritto vivente”, cioè l’insieme di regole secondo le quali gli uomini si comportano realmente nella vita reale. Gli istituti giuridici traggono origine dalla società, non dallo Stato: il matrimonio, la successione, il contratto ecc. non sono stati introdotti mediante norme giuridiche, preesistevano ad esse. Dunque bisogna indagare la società (organizzazione, valori, strutture, istinti, costumi) per conoscere il vero diritto. Pluralità degli ordinamenti giuridici contro la giuridicità del solo ordinamento dello Stato.
Movimento del diritto libero
Kantorowicz (La lotta per la scienza del diritto, 1906) – È una risposta contro l’aderenza eccessiva, e spesso assurda, alla lettera della legge. Prima del diritto statuale esiste il “diritto libero” (analogia con “libero pensiero”, atteggiamento non dogmatico), prodotto dalle opinioni dei membri della società e degli studiosi e dalle sentenze dei giudici. Nel plasmare il diritto un maggior ruolo per il giudice, che decide caso per caso sulla base della sensibilità comunitaria.
La giurisprudenza dei concetti crede di aver costruito una rete omogenea di regole in grado di rispondere scientificamente ad ogni problema; ma le lacune nell’ordinamento giuridico sono inevitabili perché la realtà sociale è troppo complessa rispetto alla legislazione. In caso di lacune l’ordinamento giuridico non si autocompleta, spetta all’interprete (giudice) colmare il vuoto applicando la soluzione che gli sembra giusta. (Il codice civile tedesco del 1900 aveva introdotto concetti vaghi come “buona fede” nelle obbligazioni, o “buoni costumi” per la validità dei contratti, o “giusta causa”, che impongono un giudizio discrezionale dell’interprete.)
In una prospettiva di lungo periodo, il movimento mirava alla modernizzazione del diritto attraverso il reciproco permearsi di diritto e sociologia.
[Kelly: dopo la Seconda Guerra Mondiale tale movimento scompare dall’occidente: gli arbìtri giuridici del nazismo indussero una rivalutazione del positivismo, in quanto la rigida lettera della legge assicurava certezza e protezione contro l’arbitrio.]
Geny, Saleilles, Ripert
Altri autori di fondamento sociologico : Gierke, Duguit, Hauriou
Von Gierke: contro l’atomismo del diritto romano, valorizzazione del diritto tedesco, nel quale comunità e corporazione sono valori di gran lunga più importanti. Lo Stato e ogni altro gruppo sociale non sono frutto di un contratto ma una persona reale e quasi tangibile, di ordine trascendentale, generata dagli atti comuni dei suoi membri. Uno dei maggiori esponenti del collettivismo metodologico novecentesco.
Giurisprudenza sociologica (Dewey, Holmes (1897), Pound (1921, 1951), Cardozo (1921)) e Realismo giuridico (negli Stati Uniti usati come sinonimi)
realismo giuridico americano: Llewellyn (1933), Frank (1930), Bingham, Oliphant, Cohen
È la reazione a tutti i tipi di formalismo, che vedevano la decisione giudiziaria come una deduzione logica da una norma generale. Il cosiddetto “periodo classico” della cultura giuridica americana, corrispondente all’ultimo trentennio del XIX secolo, ha come tratto distintivo lo sforzo di sistematizzazione, razionalizzazione e categorizzazione del common law. La massa caotica di precedenti “da incubo” spinge all’introduzione negli Stati Uniti di una concezione sistematica e scientifica del diritto, analoga a quella promossa nel Regno Unito dall’analytical jurisprudence di Austin, in Francia dalla “Scuola dell’Esegesi” e nei territori tedeschi dalla pandettistica. La pratica giudiziaria del periodo classico asseconda questo processo di astrazione e di generalizzazione del diritto, favorendo ad esempio una rigida separazione tra il diritto pubblico e il diritto privato, e riorganizzando quest’ultimo attorno a pochi concetti generali, quali quello di ‘volontà’ in materia di contratti o quello di ‘colpa’ nell’area dei torts.
Il realismo giuridico americano è la reazione a tale metodo di deduzione da concezioni predeterminate. Esso concentra l’attenzione sul ruolo indipendente che hanno le corti nella creazione del diritto (il diritto è la previsione di ciò che faranno i tribunali, non l’insieme delle norme: Holmes); nei processi decisionali delle corti le norme svolgono un ruolo trascurabile. Il realismo tiene conto in particolare dei fattori sociologici che determinano le decisioni giudiziarie; dietro il testo scritto sono all’opera cioè valori invisibili e nascosti, che determinano il caso giudiziario particolare. Le norme giuridiche hanno una “struttura aperta” che consente alle corti decisioni che tengono conto della concreta realtà fattuale (e incidono su di essa). Dunque le norme vengono ridimensionate al ruolo di strumenti utili per predire le decisioni delle corti; ma non i soli. Le norme perdono il loro carattere normativo di prescrizione dei comportamenti, e diventano “fatti” empiricamente constatabili al fine di un’investigazione scientifica della società.
La certezza del diritto non esiste, è un infantile bisogno di sicurezza; la sentenza del giudice non è prevedibile, perché non è frutto di ragionamento ma di intuizioni (Frank).
Un secondo aspetto del realismo è l’interesse per la legge come strumento di controllo sociale (dopo aver raccolto tutte le informazioni sociologiche possibili); Holmes era un utilitarista favorevole all’ingegneria sociale (funzione sociale del diritto) a scapito dell’individualismo incorporato nel common law.
Le valutazioni etiche non riguardano chi si occupa di diritto, il quale deve indagare soltanto sulla possibile decisione del tribunale. Dovere non è che la necessità per un uomo di comportarsi in modo tale che il tribunale non gli infligga una sanzione; che poi tale comportamento sia morale o immorale per il giurista non ha importanza.
Realismo giuridico scandinavo: Hagerstrom (1900), Lundstedt (1936), Olivecrona (1939, 1962), Ross (1952, 1961), Castignone (1974, 1995), Guastini, Pattaro – Rispetto al realismo americano tende alla sistematicità, e si concentra sugli aspetti psicologici, cioè sull’insieme delle reazioni mentali a parole quali “diritto” e “dovere”. Una conoscenza scientifica del diritto si può avere solo attenendosi alla realtà empirica, ai fatti. I concetti di diritti soggettivi o doveri giuridici sono solo fantasie della mente umana, metafisica, risultato dei condizionamenti e dell’educazione ricevuta. Queste evocazioni però si traducono in fatti: se io sono persuaso di avere un dovere, o credo di avere un particolare diritto, e così via, nascerà in me un certo stato mentale, con probabili conseguenze esterne; la mia convinzione è ciò che è “reale” nel diritto. Ciò che rende vincolanti le norme è una “predisposizione soggettiva all’obbedienza”, un elemento psicologico oggettivamente riscontrabile nella realtà. Dunque l’obbligatorietà di una norma non è riconducibile alla sua radice etica, o alla volontà dello Stato, ma al fatto che essa viene concretamente osservata.
Ovviamente viene rifiutata non solo ogni idea assoluta di giustizia, ma l’intera concezione giusnaturalistica. È escluso ogni elemento valutativo, il diritto è soltanto un insieme di regole per gli organi dello Stato.
Olivecrona applica questa teoria ad una modalità del diritto, la legislazione.
Ross pone i giudici in una posizione preminente, e dunque dà importanza all’aspettativa, per i singoli, di quanto i giudici decideranno. Le norme giuridiche sono direttive che hanno lo scopo di indirizzare sia i giudici sia i cittadini a comportarsi in un certo modo desiderato. Dunque le norme non sono asserzioni. Una norma è valida se è efficace; tale efficacia va verificata nel comportamento dei giudici quando sentenziano; solo il fatto consente la conoscenza scientifica (neopositivismo: un’asserzione, per essere valida, deve essere empiricamente verificabile).
Giusrealismo: Tarello (1980)
Correnti che possono essere considerate epigoni del movimento:
Analisi economica del diritto (v. postea)
Law and Society
Empirical Legal Studies
New Public Interest Law
Istituzionalismo
Romano (L’ordinamento giuridico, 1918) – Teoria antinormativistica, contro il positivismo della “giurisprudenza dei concetti”; considerazione puramente empirica del diritto, senza valutazioni filosofiche. Il diritto, prima di essere norma, è organizzazione, struttura; è ordinamento giuridico considerato complessivamente (cioè istituzione, che è ogni ente o corpo sociale). Le chiese, le organizzazioni private, persino le organizzazioni criminali possiedono il carattere della giuridicità, in quanto sono istituzioni strutturate, che impongono ai propri membri una serie di comportamenti. Non importa che le sanzioni abbiano natura penale, cioè siano imposte dallo Stato. L’i. scuote il dogma della statualità del diritto e rafforza il principio della pluralità degli ordinamenti giuridici.
Hauriou
Schmitt (1930) – Il diritto si risolve nella decisione politica. Nello stato di eccezione deve decidere il sovrano. L’esperienza politica vive dove c’è l’opposizione amico-nemico.
Positivismo giuridico nel ‘900
Kelsen (Teoria generale del diritto e dello Stato, 1945; Teoria pura del diritto, 1960)
La scienza (e anche la scienza del diritto) non è in grado di pronunziare giudizi di valore, quindi non vi è autorizzata. Compito dello scienziato del diritto non è quello di fondare un ideale di giustizia, ma di conoscere l’oggetto del suo studio: il diritto. Cerca di rispondere alla domanda: che cosa è e come è il diritto, non come deve essere. Questo non significa che valori etici non influenzino il diritto, ma che la loro valutazione non è compito della scienza giuridica.
Analisi formale del diritto: il diritto non è il contenuto delle norme, ma la loro struttura formale.
Autonomia del diritto, che non ha il suo fondamento in altri sistemi normativi o fattuali, come la religione, la morale, l’utilità o la politica. Una norma giuridica è valida non perché è morale o utile, ma in quanto norma giuridica; cioè perché è conforme al diritto positivo, cioè al diritto posto dal legislatore secondo le procedure di quel dato ordinamento. La questione del diritto “giusto” non riguarda la scienza giuridica.
Il diritto è il mondo del dover essere (Sollen; il mondo dell’essere, della realtà – Sein – è l’oggetto di studio degli scienziati e dei sociologi). La norma giuridica si distingue dalle altre specie di norme per la coattività.
La norma giuridica è espressa nella forma del giudizio ipotetico: se si verifica un evento A (l’illecito), allora deve seguire l’evento B (la sanzione). Tale nesso è dato dal principio di imputazione, cioè dal fatto che la volontà di qualcuno (lo Stato) ha attribuito una data conseguenza (sanzione) ad una data condizione (illecito).
L’elemento fondamentale della giuridicità è la sanzione. È questa che distingue un dovere giuridico da un dovere morale.
L’ordinamento giuridico è costituito da norme poste in una relazione di dipendenza. La norma obbliga in virtù del comando di una norma superiore. Ad esempio, una multa per sosta vietata dipende da un regolamento di un ente locale; il potere di emanare questo regolamento dipende da una legge del parlamento (che conferisce tale potere agli organi locali); a sua volta il potere di approvare la legge del parlamento dipende dalla Costituzione; e così via in una costruzione “a gradini”. Altro esempio: perché un giudice sia obbligato a infliggere una sanzione a un colpevole, occorre che esista una norma ulteriore che dia una sanzione (al giudice) per la mancata imposizione della sanzione, e così via. Al vertice come detto c’è la costituzione; per dare fondamento giuridico anche alla costituzione, e non risalire all’infinito, si presuppone una “norma fondamentale” il cui contenuto è: “Ogni norma giuridica legittima (cioè statuita in conformità col diritto) deve essere osservata”. La norma fondamentale, più che una norma intesa come proposizione linguistica, è un atteggiamento delle persone che fanno parte di un dato ordine giuridico, le quali riconoscono un certo numero di norme o riconoscono come legittime determinate autorità che emanano le norme. [Critica dell’escamotage della Grundnorm: la psicologia e l’etica, che dovevano restare esclusi dalla teoria, vi rientrano.]
Da tale impostazione discende una serie di conseguenze teoriche:
1) differenza fra validità ed efficacia della norma: una norma è valida se, grazie alla sanzione, è coercitiva (e ha seguito le procedure di emanazione previste dall’ordinamento); l’efficacia riguarda il comportamento effettivo degli individui: una norma valida può essere inefficace o poco efficace se molte persone in concreto la violano.
2) Scompare il confine fra diritto pubblico e diritto privato: il diritto è un sistema privo di soluzioni di continuità; le norme di quello che viene chiamato diritto privato dipendono dai presupposti politici della società, dunque ricevono legittimazione o sono concatenate con norme di quello che viene chiamato diritto pubblico.
3) Scompare la differenza fra diritto soggettivo (right) e diritto oggettivo (law): il primo non è altro che il secondo, nel senso che è l’insieme di norme che obbligano gli altri a non interferire con il soggetto (law) a rendere questo titolare di un diritto (soggettivo).
4) Coincidenza fra diritto e Stato: lo Stato è l’ordinamento giuridico, cioè l’insieme ordinato di norme. I sociologi della politica invece sostengono che lo Stato non è un concetto giuridico, ma un insieme di poteri di fatto, basato quindi su comportamenti, in particolare sul comportamento di obbedienza di alcune persone rispetto al comportamento di comando di altre.
Jurisprudence analitica (o giuspositivismo analitico): Hart, Raz.
Hart (The Concept of Law, 1961) – H. innesta nella j. a. austiniana molti elementi di kelsenismo, in quanto la teoria di Austin della norma come comando rinforzato da sanzione è insoddisfacente. Un sistema giuridico è un sistema di norme, con relazioni interne. Distinzione fra norme primarie e norme secondarie: le prime sono quelle che regolano i comportamenti (che impongono obblighi) e quindi determinano il “contenuto” del sistema giuridico (norme penali e civili); le seconde sono quelle che conferiscono poteri, dunque si occupano della produzione delle norme primarie (regole sul funzionamento del legislativo o del giudiziario; es. art. 70 C. italiana che conferisce alle Camere il potere legislativo; oppure, nel diritto privato, le norme che prescrivono le formalità per redigere un testamento. Per il positivismo contemporaneo le costituzioni nella loro interezza vengono considerate come facenti parte delle norme secondarie).
Il diritto è una relazione fra norme primarie e secondarie. Un’importante norma secondaria è la norma di riconoscimento: essa è una norma costituzionale ultima che serve a identificare le norme primarie valide; consiste prevalentemente di una consuetudine o convenzione (es. la norma sulla sovranità parlamentare), ma potrebbe consistere anche in una disposizione espressa (es. l’art. 1 delle preleggi che elenca le fonti del diritto italiano), anche particolarmente complessa (l’intera costituzione americana). La norma di riconoscimento di Hart, dunque, a differenza della Grundnorm di Kelsen, è una norma realmente esistente.
La norma di riconoscimento è la soluzione proposta da H. al problema del fondamento dell’autorità del diritto e dell’obbligo giuridico: l’autorità del diritto riposa su una norma sociale la cui legittimità come fondamento ultimo deriva dalla sua efficacia, dal fatto cioè di essere effettivamente seguita. In questo modo H. tenta di spiegare, e conciliare tra loro, due intuizioni sulla pratica giuridica in genere poste su piani diversi: la prima è che la nozione di diritto ha una dimensione pratica, ci dice come dobbiamo comportarci (piano del dover essere); la seconda è che il diritto è un fenomeno sociale che può essere studiato da osservatori esterni e distaccati (piano dell’essere). La norma di riconoscimento di H. riuscirebbe a mettere in relazione i due piani senza violare la legge di Hume .
Le norme secondarie, in quanto attribuiscono facoltà, non rientrano nella categoria dei comandi (come sosteneva Austin).
Separazione tra diritto e morale, nel senso che per il diritto bastano le caratteristiche formali ora viste; ma H. ritiene che ai fini della validità delle norme devono sussistere alcuni requisiti minimi che sono precetti etici, in particolare l’autoconservazione (protezione delle persone) e la proprietà (protezione delle cose).
Critica al realismo giuridico: è vero che nessuna legge può provvedere specificamente per ogni specifico caso, che tutte le norme hanno inevitabilmente una struttura aperta, quindi con margini di interpretazione da parte dei giudici; ma comunque i giudici partono dalle norme, considerano se stessi amministratori delle norme. Pretendere che non esista alcun limite all’area della struttura aperta, cioè alla libertà dei giudici di interpretare a piacimento, significa ignorare il modo in cui le norme operano nel mondo reale.
Raz (Authority, Law and Morality, 1994) – La natura del diritto, il suo senso proprio, deve essere compresa alla luce del modello della risoluzione autoritativa di conflitti e dispute; che avviene mediante l’attribuzione, a un individuo o un gruppo di individui, del compito di fornire alle parti ragioni protette d’azione.
Positivismo giuridico esclusivo
Raz e Shapiro sono esponenti del positivismo giuridico esclusivo, per il quale la determinazione di ciò che è diritto non può dipendere da criteri morali. La morale non può essere condizione di validità del diritto.
Positivismo giuridico inclusivo (W.J. Waluchow, J.L. Coleman, J.J. Moreso)
Questa corrente nasce come risposta alle critiche di Dworkin al positivismo (incapacità di dare conto dei principi morali quali fonti vincolanti del diritto) e si basa sulla rilettura del Postscript a The Concept of Law di Hart.
Differisce dal positivismo giuridico esclusivo perché sostiene che la determinazione di ciò che è diritto può dipendere (o non dipendere) da criteri morali; cioè un sistema giuridico può rimettersi o non rimettersi a criteri morali (vi sono sistemi giuridici che si rimettono e sistemi giuridici che non si rimettono alla morale). In particolare le fonti del diritto – costituzioni, leggi – possono includere concetti morali.
Positivismo etico o normativo (U. Scarpelli, T.D. Campbell, J. Goldsworthy, J. Waldron)
Una terza versione è il positivismo etico o normativo: la determinazione di ciò che è diritto non deve dipendere da criteri morali. Ha un carattere prescrittivo: ciò che è diritto deve poter essere identificato senza fare ricorso alla morale.
Questa posizione è basata sul seguente argomento: vi è disaccordo in tema di morale, cioè su quali comportamenti siano moralmente corretti; per rispettare la morale soggettiva delle persone, bisogna governare il comportamento umano mediante regole chiare e precise che permettano di determinare con certezza quando determinati comportamenti sono giuridicamente proibiti; ma se per fare ciò si deve fare ricorso al ragionamento morale, allora si produrrà un notevole disaccordo e pertanto la certezza verrà meno; se ne conclude che il diritto deve essere identificato senza fare ricorso alla morale.
Tutte queste versioni del positivismo giuridico contemporaneo aderiscono alla “tesi delle fonti sociali del diritto”: il contenuto del diritto in una determinata società dipende da un insieme di fatti sociali, ossia da un insieme di azioni dei membri di tale società. L’esistenza del diritto non è un fenomeno naturale, indipendente dagli uomini, come ad esempio la sfericità della terra.
Neoistituzionalismo
MacCormick, Weinberger
Reazione al formalismo del positivismo kelseniano-hartiano. Il diritto si colloca sul piano dei fatti empirici. Le norme giuridiche sono funzionali a fini particolarmente rilevanti nella società, come la protezione della vita e della sicurezza e l’allocazione dei beni.
Non-cognitivismo
Impossibilità di una conoscenza oggettiva dei valori. I giudizi di valore non hanno fondamento nella ragione, ma sono soltanto l’espressione delle opinioni arbitrarie di chi li esprime.
Neogiusnaturalismo
Cathrein (1901, 1911), Coing (1947)
Il neogiusnaturalismo non sostiene più l’idea tradizionale del sistema di norme eterne e immutabili, ma le storicizza. Il diritto ha ancora un contenuto etico, da cui si deducono le norme, ma tali norme sono condizionate dal modo in cui in un determinato periodo storico i membri di una determinata società interpretano i valori. I valori, pur assoluti, vengono “scoperti” progressivamente e possono anche essere “dimenticati”.
Radbruch (1946) – Una legge è valida solo se giusta; se viola la giustizia (ad esempio se nega diritti umani fondamentali), ad essa deve essere negato il carattere giuridico. Esiste un diritto sopralegale che giustifica la disobbedienza alle leggi ingiuste (es. quelle del Terzo Reich). È una questione di “soglia”: secondo la cosiddetta “formula di Radbruch”, quando l’ingiustizia del diritto positivo raggiunge una tale soglia che la certezza del diritto non conta più, allora il diritto positivo ingiusto deve cedere di fronte alla giustizia.
Il giusnaturalismo contemporaneo si inserisce nel solco del cosiddetto moralismo giuridico (o perfezionismo), secondo il quale, in contrapposizione al liberalismo, gli individui non dovrebbero essere lasciati liberi di scegliere qualunque valore o fine (anche non danneggiante gli altri, come ad es. l’omosessualità) perché la conservazione della moralità condivisa di una società è un valore che va perseguito con lo strumento coercitivo del diritto. Dal giusnaturalismo tali valori vengono asseriti come “verità etica oggettiva” (una strategia alternativa, seguita dai comunitaristi, è di considerare i valori condivisi quelli da imporre).
Fuller (La moralità del diritto, 1964) – Diritto naturale procedurale: esiste una morale interna al diritto, costituita da una serie di principi – che le norme siano generali, conoscibili, non retroattive, non confliggenti, di adempimento non impossibile, di mutamento non troppo rapido, di applicazione non eccessivamente infedele – ai quali ogni diritto positivo dovrebbe adeguarsi. Procedurale, e non sostanziale, perché F. non indica i contenuti delle norme (se dovesse farlo ne indicherebbe uno, il principio più importante: conservare la comunicazione con i propri simili. La trasmissione da un uomo all’altro delle conoscenze è la base della vita).
Finnis (Legge naturale e diritti naturali, 1980) – Approccio neoclassico al diritto naturale, cioè riprendendo San Tommaso. F. individua sette beni fondamentali: la conoscenza, la vita, il gioco, l’esperienza estetica, l’amicizia, la religione e la ragionevolezza pratica (applicazione della propria intelligenza alla realtà, dunque scelta delle azioni). Questi, ricavabili solo attraverso l’introspezione e la riflessione (auto-evidenti), non attraverso l’osservazione empirica e non dimostrabili, sono le condizioni per lo sviluppo e la realizzazione degli individui. Il diritto deve garantire la realizzazione dei piani di vita degli uomini ispirati a quei sette beni; può fare ciò traducendo in norme giuridiche alcune norme morali inderogabili, come quelle contro l’uccisione, ma anche quelle che vietano il suicidio, l’adulterio, la contraccezione, gli atti omosessuali. Esse poggiano su una solida tradizione che ha basi cogenti sia nella fede sia nella ragione e difendono l’ideale perfezionistico di una vita buona, valido per tutti.
Teoria analitica
Muove dall’esigenza del rigore, dell’ordine e della precisione dell’indagine, e intende soddisfarla mediante la chiarificazione dei procedimenti scientifici, in particolare del modo di funzionare degli strumenti linguistici dell’indagine e dell’uso corretto di essi.
Bobbio - Applicato al diritto, il criterio analitico va inteso come analisi del linguaggio del legislatore. L’opera del giurista ha carattere scientifico se si esplica nel conferire rigore al linguaggio del legislatore, chiarendone le proposizioni iniziali (norme), completandone le regole di trasformazione e ordinandolo in un sistema coerente.
La scienza giuridica deve concentrarsi sullo studio della validità del diritto, lasciando il problema del valore (giustizia) alla filosofia del diritto e dell’efficacia alla sociologia giuridica.
Negli anni ’70 B. vira verso una teoria del diritto di tipo funzionale: il diritto non è un sistema chiuso e indipendente, è un sottosistema rispetto al sistema sociale, e ciò che lo distingue dagli altri sottosistemi (economico, politico, culturale) è appunto la funzione.
Scarpelli
Logica giuridica
Lindhal (1977), Soeteman (1989), Weinberger (1974), von Wright (1963), Conte (1962), Carcaterra (1974)
Scuola di Buenos Aires
Carriò (’60), Alchourron e Bulygin (Normative Systems,1971), Nino
Principale scuola analitica dell’America latina.
La scienza giuridica è caratterizzata essenzialmente dal deduttivismo. Un sistema giuridico, come un sistema deduttivo, è l’insieme degli enunciati giuridici (le norme) che costituiscono la base assiomatica del sistema, più tutte le loro conseguenze logiche.
Le norme sono enunciati condizionali che connettono certe circostanze fattuali (“casi” o “fattispecie”) con determinate conseguenze giuridiche (soluzioni).
Le norme sono espressioni linguistiche, cioè enunciati dotati di un significato definito e costante.
Questa impostazione di tipo logico consente di definire e valutare la completezza e la coerenza di un sistema giuridico. Un sistema è incompleto se contiene anche un solo caso per il quale non vi sia nessuna soluzione, cioè non sia possibile connettere ad esso alcuna conseguenza. È incoerente se per un caso vi sono due o più soluzioni, cioè se si genera una contraddizione normativa o antinomia.
Ermeneutica
Gadamer – Nell’interpretazione di un testo giocano un ruolo importante le convinzioni dell’interprete e il contesto in cui egli opera; dunque la direzione dell’analisi del testo è già tracciata in una fase iniziale di “precomprensione” del testo medesimo.
Neoermeneutica
Dworkin – È la principale teoria rivale di quella di Hart, in particolare è una critica alla avalutatività del positivismo giuridico (I diritti presi sul serio, 1977): gli ordinamenti giuridici non possono essere ridotti a mere strutture normative; accanto alle norme esistono i principi, che rappresentano uno standard che deve essere osservato in quanto è un’esigenza di giustizia o di correttezza o di qualche altra dimensione della morale. La validità di una norma giuridica ha a che fare con i principi che sono alla base di quella norma. I sistemi giuridici non possono essere compresi se non si considerano i valori morali che sono ad essi sottesi. È il giudiziario il soggetto protagonista nel processo giuridico. Il momento interpretativo diviene nel tempo motivo dominante nella costruzione di D. (L’impero del diritto, 1986): nella loro attività interpretativa i giudici tengono conto dei principi morali condivisi in una comunità. I tribunali devono far ricorso ai principi per risolvere i casi difficili. Cade così la rigida distinzione tra diritto e morale.
Critical Legal Studies
Unger (Knowledge and Politics, 1975), R. Gordon,
Critica al liberalismo e alla sua presunta neutralità, da posizione marxiste e di estrema sinistra. I diritti e le libertà sono funzionali agli interessi politici ed economici del liberalismo. Ad esempio, il concetto di libertà contrattuale, presentato come un diritto, serve soltanto ai fini del mercato e agli interessi del capitalismo; così come il principio dello stare decisis.
Per sovvertire tale ordine pietrificato, U. propone dei “controprincipi” che rovescino i principi tradizionali, relegando questi al rango di eccezioni. Il valore principale che informa di sé tali controprincipi è la “comunità”, intesa come l’elemento sociale o altruistico presente nel mondo. Esempi di controprincipi sono quelli che sostengono le pari opportunità nei confronti di tutte le categorie svantaggiate (donne, neri, poveri, handicappati). Dunque, nell’esempio precedente della libertà contrattuale, dovrebbe prevalere il controprincipio per cui prevalgono gli aspetti comuni della vita sociale, dunque un determinato assetto economico-sociale notevolmente egualitario, che la libertà di contratto non può intaccare in maniera sostanziale, rimanendo relegata ad un ruolo marginale. Tali controprincipi rappresentano un punto di partenza per ricostruire un nuovo diritto, sia pubblico che privato.
Neocostituzionalismo
Dworkin, Alexy (1987), Dreier (1991), Nino
Prospettiva fortemente antipositivistica: connessione fra diritto e morale; il diritto non è soltanto il diritto valido, come affermano i positivisti. L’inclusione di contenuti morali nel diritto avviene attraverso l’inserimento dei principi e dei diritti inviolabili degli individui (es. nelle costituzioni). I principi, che sono la sostanza, che sono importanti, vengono contrapposti alla (sacralità positivistica delle) norme, valide in base a caratteristiche formali, in base al principio di legalità.
Nell’epoca del costituzionalismo, i principi non sono più solo norme ausiliarie che servono a interpretare e integrare le regole esistenti, ma rappresentano valori direttivi dell’ordinamento giuridico. I principi hanno la supremazia gerarchica e una diretta dimensione precettiva; si pongono dunque come antecedenti e non, come nella riflessione tradizionale, come posteriori alle regole. In caso di collisione fra principi (uno vieta e l’altro autorizza) non c’è un principio che prevale sempre; si vede il caso concreto, in un caso prevale un principio, in un altro prevarrà un altro principio; questa si chiama relazione di prevalenza; non esiste un ordine gerarchico prestabilito fra i principi. Si noti la diversità rispetto alle regole: per le regole vale la logica del “tutto o niente”, se è valida una regola non può essere contemporaneamente valida una regola opposta; invece fra principi diversi è possibile (e necessaria) la ponderazione o bilanciamento (Alexy).
Implicazioni di tale approccio: 1) Il diritto non si riduce alla legge, è costituito anche dai principi e dai diritti costituzionali; dunque vincolo del legislatore di fronte ai diritti costituzionali.
2) Importanza dei processi di applicazione del diritto, in particolare di quelli giudiziari: ruolo decisivo dei giudici per l’applicazione dei principi e diritti costituzionali, e dunque opera di ponderazione e bilanciamento (e non, come nel positivismo, mera sussunzione del caso concreto alla norma positiva).
Sintesi di positivismo e giusnaturalismo
B. Celano - Combina un g. trascendentale con il pluralismo etico e con una posizione nomodinamica vicina al positivismo. Ogni ordinamento della vita associata effettivamente esistente non è mai completamente immorale e malvagio, ma, male che vada contiene alcuni valori o principi etici minimali (g. trascendentale). Il diritto è necessariamente espressione di valori e principi etici oggettivi. Compito del diritto positivo è la determinazione di questi valori e principi. Ma i valori, in ipotesi oggettivi, sono molteplici, confliggenti, incommensurabili e indeterminati. La loro determinazione esige bilanciamento, risoluzione di conflitti, commisurazione di incommensurabili. Il diritto fa ciò mediante una struttura nomodinamica, cioè mediante l’istituzione di poteri normativi. Resta sempre l’antitesi fra definitività e correttezza del diritto, ma in tale interpretazione almeno tale discrepanza si assottiglia. Il diritto dunque non è la rappresentazione di un ordine morale oggettivo (come sostengono i giusnaturalisti ortodossi), ma è comunque espressione di valori e principi etici. È un artefatto umano. Dunque si può essere giuspositivisti senza essere non-cognitivisti in etica.
Evoluzionismo giuridico
Hayek, Leoni, R. Merton, Popper
Luhmann
Il diritto, come altre istituzioni sociali, emerge attraverso processi di natura spontanea, quale frutto dell’interazione degli attori. Alla radice di tale prospettiva c’è l’idea che l’agire intenzionale dei singoli produce necessariamente un esito inintenzionale. Il diritto è un prodotto dell’azione ma non della progettazione umana. Il diritto migliore è quello che sorge da questo processo evolutivo, come frutto del reciproco condizionarsi delle azioni individuali. Invece la legislazione è il paradigma del costruttivismo giuspositivista.
Hayek – Dottrina del rule of law: un sistema giuridico deve essere caratterizzato da un set di regole generali che consentano agli individui di perseguire i propri piani privati con un ragionevole grado di sicurezza e prevedibilità. Il punto centrale della dottrina è che gli individui devono sapere in anticipo come le norme incidono su di loro. Perché ciò avvenga è necessario che le caratteristiche delle norme giuridiche siano le seguenti: 1) le norme devono essere generali nella forma, cioè tali per cui nessun individuo o gruppo si distingua per trattamenti preferenziali; 2) non devono essere retroattive nell’applicazione; 3) devono vincolare chiunque, compreso lo stato. Questo ultimo punto lega il rule of law al costituzionalismo e può essere esemplificato dai sistemi caratterizzati da separazione dei poteri, costituzioni scritte e altri strumenti volti a limitare i funzionari pubblici.
La critica dei sistemi giuridici effettivamente esistenti viene condotta sulla base di criteri procedurali (non morali, come nel giusnaturalismo).
Tale dottrina è principalmente in conflitto con la nozione di sovranità tradizionalmente intesa, perché in un sistema basato sulla sovranità, il potere illimitato attribuito al parlamento (anche se autorizzato dalla regola di riconoscimento) può violare i criteri del rule of law.
L’intervento dello Stato attraverso il welfare e la pianificazione ha dato vita a un diritto statale caratterizzato invece da un’ampia discrezionalità e singolarità, che riduce la prevedibilità e la stabilità per i cittadini.
I sistemi giuridici sviluppano spontaneamente le regole necessarie per la protezione dei liberi scambi fra gli individui e non è richiesto il potere coercitivo dello Stato per renderle valide. È dunque implicita nella dottrina del rule of law la distinzione tra diritto e Stato; nel mondo moderno i termini “Stato” e “diritto” si sono intrecciati, ma concettualmente devono essere tenuti distinti, perché non è detto che le norme giuridiche devono essere necessariamente emanate da autorità politiche; nella storia esse si sono spesso sviluppate autonomamente. La tradizione di common law è forse il miglior esempio di ciò, in contrasto con la teoria del comando che fa dipendere la validità dal volere del sovrano. Il common law è nato e si è sviluppato per risolvere dispute fra individui, dunque è strutturalmente incompatibile con la produzione legislativa collettiva (sanità pubblica, istruzione ecc.).
Critiche – E’ difficile formulare un insieme di criteri del rule of law tale da eliminare completamente la legislazione arbitraria. È possibile formulare norme assolutamente generali che nonostante ciò favoriscono alcuni gruppi; es.: in un paese prevalentemente protestante, una legge che proibisce lo svolgimento di incontri sportivi di domenica può essere perfettamente generale, tuttavia discrimina i cattolici romani, che generalmente giocano di domenica.
Il common law ha un inevitabile elemento di retroattività, il che comporta che non tutte le norme possono essere conosciute in anticipo.
Per giudicare della “legalità” di una norma non è sufficiente guardare alla sua forma, bisogna esaminare anche il suo contenuto (Fuller, Rothbard).
Influssi del libertarismo razionalista sulla concezione del diritto
Murray N. Rothbard, Diritto, diritti di proprietà e inquinamento
Il diritto è l’attuazione della violenza a livello sociale (“law is the social embodiment of violence”).
Il diritto è un insieme di comandi; i principi del diritto (relativi all’illecito civile o al diritto penale) sono comandi negativi o proibizioni, del tipo “è vietato” compiere le azioni X, Y o Z. In breve, alcune azioni sono considerate sbagliate a un livello tale da considerare appropriato usare la sanzione della violenza per contrastare i trasgressori, difendersi da essi e punirli.
Vi sono molte azioni contro le quali non è ritenuto giusto usare la violenza, individuale o organizzata. La semplice menzogna (purché non siano violati i contratti che trasferiscono titoli di proprietà), il tradimento, l’ingratitudine, la maleducazione ecc. sono atteggiamenti in genere considerati sbagliati, ma poche persone ritengono opportuno usare la violenza per proibirli o combatterli. Gli individui o gruppi di individui possono utilizzare comportamenti simili alle sanzioni, come il rifiuto di vedere una persona o frequentarla, escluderla e così via, ma usare la violenza del diritto per proibire tali azioni è considerato eccessivo e inappropriato.
Se l’etica è una disciplina normativa che identifica e classifica certi tipi di azione come buone o cattive, giuste o sbagliate, allora il diritto civile o penale è il sottoinsieme dell’etica che identifica le azioni contro le quali è corretto usare la violenza. Il diritto dice che l’azione X dovrebbe essere illegale e quindi dovrebbe essere combattuta dalla violenza del diritto. Il diritto è un insieme di proposizioni del tipo “si deve”, o normative.
Molti studiosi e giuristi hanno sostenuto che il diritto è una disciplina avalutativa, “positiva”. Naturalmente è possibile esclusivamente elencare, classificare ed esaminare il diritto vigente senza ulteriori valutazioni su ciò che il diritto dovrebbe o non dovrebbe essere. Ma quel tipo di giurista non sta assolvendo il suo compito fondamentale. Dal momento che il diritto è in ultima istanza un insieme di comandi normativi, il vero giurista o filosofo del diritto non ha assolto il suo compito finché non ha stabilito che cosa il diritto debba essere, per quanto difficile tale compito possa risultare. Se non lo fa, vuol dire che abdica al suo ruolo a vantaggio degli individui o dei gruppi ignari dei principi giuridici, che possono stabilire i propri comandi in base ad un semplice ordine e ad un capriccio arbitrario.
Pertanto, i giuristi seguaci di Austin proclamano che spetta al re, o al sovrano, stabilire il diritto, e il diritto è semplicemente un insieme di comandi che promanano dalla sua volontà. Ma allora sorge la domanda: in base a quali principi il re opera o dovrebbe operare? Si può dire che il re sta emanando un decreto “cattivo” o “erroneo”? Appena il giurista ammette ciò, è oltre il volere arbitrario, e inizia a elaborare un insieme di principi normativi che dovrebbero guidare il sovrano. E allora si trova di nuovo davanti al diritto normativo.
Varianti moderne della teoria giuridica positivistica affermano che il diritto dovrebbe essere ciò che i legislatori proclamano tale. Ma quali principi devono guidare i legislatori? E se diciamo che i legislatori dovrebbero essere i portavoce dei loro elettori, allora spostiamo semplicemente il problema all’indietro, e la domanda diventa: quali principi devono guidare i votanti?
O il diritto, e quindi la libertà d’azione di ciascuno, dev’essere governato dal capriccio arbitrario di milioni di persone anziché di una sola o di poche?
Anche il più antico concetto per cui il diritto dovrebbe essere determinato dai giudici della tribù o da quelli di common law, che si limitano ad applicare le consuetudini della tribù o della società, non può eludere i giudizi normativi essenziali per la teoria. Perché bisogna obbedire alle norme consuetudinarie? Se la consuetudine di una tribù impone l’omicidio di tutte le persone più alte di un metro e ottanta, bisogna comunque obbedire ad essa? Perché la ragione non può fissare un insieme di principi che sfidano e rovesciano le mere consuetudini e tradizioni? Allo stesso modo, perché la ragione non può essere usata per sconfiggere il mero capriccio arbitrario del sovrano o dell’opinione pubblica?
Il diritto che disciplina l’illecito civile e il diritto penale è costituito da un insieme di proibizioni all’invasione – aggressione – dei diritti di proprietà privata; cioè, le sfere di libertà di azione di ogni individuo. Se è così, allora il comando “è vietato interferire con il diritto di proprietà di A” implica che il diritto di proprietà di A è giusto e quindi non dovrebbe essere invaso. Le proibizioni giuridiche, quindi, lungi dall’essere in qualche senso avalutative, in realtà implicano un insieme di teorie sulla giustizia, in particolare sulla giusta assegnazione dei diritti di proprietà e dei titoli di proprietà. “Giustizia” non è altro che un concetto normativo.
Stephan Kinsella, Legislation and Law in a Free Society
Il positivismo giuridico riduce il diritto a semplice voce del potere: esso è un insieme di norme o di comandi emanati dagli organi competenti, con la previsione di una sanzione per i trasgressori; il diritto è legato inscindibilmente allo Stato. Invece il diritto è fondamentalmente ordinamento, cioè ordine che nasce dal basso, dalla società civile che si autorganizza. Il diritto nasce dalla vita e dall’esperienza concreta degli individui, e si manifesta sotto forma di istituti privatistici, contratti, usi, consuetudini, pronunce arbitrali, precedenti giudiziari [Paolo Grossi]. Ordini giuridici del passato, come il diritto pretorio romano, il diritto medievale e la common law, hanno avuto in comune l’idea che il diritto sia una questione che competa alla società civile (e ai suoi esperti: avvocati, giudici, arbitri, giuristi, notai) e non allo Stato. La superiorità di tale criterio è dimostrata dalla longevità e dalla fecondità degli istituti giuridici romani e medievali sorti attraverso un processo di scoperta dal basso (dottrinale, giurisprudenziale, consuetudinario), confrontata con l’incertezza del diritto provocata dall’ipertrofia legislativa contemporanea. Il diritto è una realtà vivente: ad es. quando un assembramento disordinato di persone decide di organizzare una fila secondo determinate regole, è nato spontaneamente dal basso un ordine giuridico, caratterizzato dalla comune osservanza volontaria.
Il diritto è uno strumento di ordinamento sociale: esso permette la convivenza pacifica fra gli individui. Dunque possiede il carattere dell’intersoggettività: esiste solo dove vi sono relazioni sociali; un uomo isolato non ha bisogno del diritto (come non ha bisogno del linguaggio).
Il diritto si basa sull’osservanza volontaria; gli individui nel corso della storia si sono sempre convinti del valore insito delle norme che proteggono la persona e la proprietà.
Anche nell’epoca contemporanea dominata dal monopolio statale della legislazione, tutti i nuovi istituti e contratti commerciali apparsi negli ultimi decenni (leasing, factoring, franchising, joint-venture, brokeraggio, bartering, swap ecc.) sono nati dal seno della società civile, non dal legislatore statale.
La certezza del diritto è data dalla chiarezza e dalla stabilità; dunque la vaghezza/oscurità/contraddittorietà e la proliferazione delle norme sono le nemiche della certezza. La certezza è una caratteristica fondamentale per una società libera. Essa può essere conseguita meglio da un sistema giuridico decentralizzato basato sulle decisioni giudiziarie (common law, diritto romano, diritto consuetudinario) che non in un sistema giuridico basato sulla legislazione centralizzata. Ciò, come ha spiegato Leoni, per tre motivi: 1) i giudici possono intervenire solo quando sorge una controversia e le parti richiedono il loro intervento, mentre il legislatore può intervenire quando vuole in ogni materia; 2) la decisione del giudice condiziona soprattutto le parti coinvolte e solo occasionalmente influenza soggetti terzi o non coinvolti nella causa; 3) la discrezionalità del giudice è limitata dalla necessità di rifarsi ai precedenti.
I pianificatori centralizzati non possono raccogliere le informazioni diffuse fra gli individui, dunque i legislatori centralizzati non possono legiferare razionalmente perché non possono conoscere le esigenze degli individui; dunque vengono influenzati dai gruppi di interesse. I sistemi decentralizzati come il common law invece sono analoghi al libero mercato, in cui si determina un ordine naturale; i lobbisti dovrebbero investire una quantità smisurata di risorse (non solo economiche, anche come costi di transazione) per convincere tutti i giudici e cambiare le norme.
I danni derivanti dall’incertezza del diritto: 1) rende i cittadini involontariamente e inconsapevolmente trasgressori delle norme, specialmente in presenza della perversa regola “l’ignoranza della legge non scusa”; 2) aumenta la preferenza temporale degli individui, cioè aumenta il consumo presente a scapito degli investimenti, perché se il futuro è meno certo, viene valutato meno rispetto al presente.
Non è detto che i codici (civile, penale), molto utili nella sistematizzazione del diritto, debbano essere statalizzati e prodotti con il meccanismo legislativo: essi possono essere anche redatti privatamente, come i Commentaries on the Law of England di Blackstone o i contemporanei Restatements of the law americani. I codici sarebbero di gran lunga più razionali e sistematici se dovessero racchiudere soprattutto gli sviluppi della common law, anziché l’enorme legislazione.
Realismo giuridico
Analisi economica del diritto
Coase, Posner (1973), Calabresi, D. Friedman
Metodo di indagine (micro)economico, si esaminano gli effetti economici delle regole giuridiche (comprese le decisioni giurisprudenziali). Le regole sono in grado di modificare i comportamenti individuali perché i soggetti sono “massimizzatori razionali”, cioè scelgono le soluzioni legali per loro più vantaggiose, e rispondono razionalmente agli incentivi e ai disincentivi creati dai vincoli esterni. Le norme giuridiche devono massimizzare il benessere (efficienza, ricchezza), sulla base di indagini empiriche sui costi/benefici.
Due correnti all’interno della scuola: quella “positiva” (viva a Chicago con Posner) e quella “normativa” (a Yale con Calabresi). La prima ritiene che l’unico criterio dev’essere la massimizzazione della ricchezza, e che esso è parametro di giudizio non solo dell’efficienza, ma anche della giustizia di un sistema giuridico. Il parametro deve essere la ricchezza e non l’utilità perché questa è impossibile da misurare e da comparare in forma interpersonale.
La seconda corrente sostiene che, in termini di giustizia, il solo incremento di ricchezza non basta, e deve essere coniugato con altri scopi, come l’eguaglianza e l’utilità, dunque le norme devono indurre redistribuzioni della ricchezza.
Papiniano: “Una legge è un decreto avente carattere generale, frutto del parere dei legislatori, la repressione dei reati commessi deliberatamente o per ignoranza, un impegno generale della pubblica fede dello stato”.
Questa posizione, cioè il ricondurre l’individuazione del diritto all’accettazione di una norma sociale di riconoscimento da parte di un gruppo rilevante di individui, è la posizione del mainstream del giuspositivismo contemporaneo.
I principi giuridici che stabiliscono divieti, come la responsabilità civile o i crimini, devono essere distinti dalle leggi ordinarie o dai regolamenti amministrativi che stabiliscono richieste positive, del tipo “devi pagare la somma X di imposta” o “devi presentarti per il reclutamento in tale data”. In un certo senso, ovviamente, tutti i comandi possono essere formulati in una maniera tale da apparire come comandi negativi, ad esempio “non devi rifiutarti di pagare la somma X di imposta”, o “non devi disubbidire l’ordine di presentarti per il reclutamento”. Ma questa riformulazione è inappropriata.
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Il mercato del lavoro
di Piero Vernaglione
Si ipotizzi inizialmente un mercato puro, in cui il lavoro, fattore di produzione scarso, è venduto e acquistato sul mercato sulla base di libere contrattazioni individuali. Il salario è il prezzo di tale merce.
L’offerta di lavoro – È costituita dalle prestazioni lavorative offerte dai lavoratori.
Il lavoratore confronta il tasso di salario offertogli con le altre opportunità alternative e con la disutilità del lavoro. Il lavoro genera disutilità, ma al tempo stesso produce i guadagni che consentono di aumentare l’utilità. Dunque ciascuno lavorerà fino a che la soddisfazione mediata attesa è superiore o uguale alla disutilità che deriva dal lavoro. All’aumentare del salario aumenta l’offerta di lavoro (curva dell’offerta).
Domanda di lavoro – È la domanda di prestazioni lavorative effettuata dai datori di lavoro. Il datore di lavoro assumerà lavoratori finché il guadagno che ogni lavoratore in più gli assicura (produttività marginale) supera il salario che egli deve pagare. Al ridursi del salario aumenta la domanda di lavoro (curva della domanda): la riduzione dei costi consente di aumentare le quantità impiegate del fattore lavoro.
Curve di offerta e di domanda di lavoro,
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determinazione del salario reale e del W
numero di lavoratori occupati.
L
In un mercato libero, il livello del salario deriva dall’incontro fra le preferenze del datore di lavoro e quelle del lavoratore. Grazie alla concorrenza fra datori di lavoro, in un mercato libero il salario di ciascuno tende a fissarsi al livello della sua produttività marginale in valore (scontata) .
Non esiste il “lavoro in generale”, ma lavori diversi che offrono servizi diversi. E dunque si può individuare la produttività di una singola unità di un fattore produttivo, non la produttività di un fattore produttivo considerato nella sua globalità. Cioè si può determinare la produttività di un singolo lavoratore (attraverso la produttività marginale), non la produttività del lavoro in generale. Questo perché i fattori produttivi operano insieme per realizzare la produzione. Dunque dire che nell’ultimo secolo la produttività del lavoro è cresciuta è un’affermazione indimostrabile: perché essa è avvenuta anche grazie all’incremento di beni capitali.
Tuttavia i mercati del lavoro contemporanei sono molto lontani dal mercato puro ora illustrato: i salari e gli stipendi fissati in base alla contrattazione collettiva , i salari minimi, i limiti all’accesso, le condizioni lavorative stabilite per legge sono i principali esempi di intervento statale nel mercato del lavoro. Gli effetti di tale interferenza verranno esaminati più sotto, nell’ambito delle teorie sulla disoccupazione.
Alcuni indicatori relativi al mercato del lavoro utilizzati dalla statistica
Tasso di attività: rapporto fra forze di lavoro e popolazione complessiva.
Disoccupazione - disoccupati in senso stretto (hanno perso la precedente occupazione), in cerca di prima occupazione, altre persone in cerca di lavoro (in condizione non professionale: casalinghe, pensionati, studenti ecc.).
Tasso di disoccupazione: numero delle persone in cerca di occupazione diviso il totale delle forze di lavoro.
La teoria economica leftist ha moltiplicato le categorie di lavoratori in base a valutazioni ideologiche, ad esempio: “sottoccupati”: lavoro non stabile, saltuario, a volte irregolare, al di fuori dei contratti e degli obblighi contributivi. Oppure il concetto di “disoccupazione nascosta”: impiego eccessivo di manodopera rispetto alle esigenze produttive (produttività bassa).
Teorie sulla disoccupazione
Classica e Austriaca: in un mercato non vincolato la disoccupazione involontaria è impossibile, perché, in caso di eccesso di offerta di lavoro, il salario si riduce in misura tale da indurre all’assunzione i disoccupati. O, al limite, un individuo si mette al lavoro per prodursi da solo i beni da lui ritenuti necessari. In un mercato libero la disoccupazione è volontaria, dipende dal fatto che coloro che non lavorano decidono di aspettare (ad esempio, perché non si vogliono spostare in un altro luogo). In un’economia completamente libera alla lunga non permangono risorse inutilizzate; dunque chi vuole lavorare trova un lavoro qualsiasi. Questo tipo di disoccupazione, volontaria, si chiama “disoccupazione catallattica”. Quella istituzionale è quella provocata dall’interventismo.
Dunque la disoccupazione involontaria dipende dalle rigidità salariali e normative imposte o consentite dallo Stato.
a) Rigidità salariali: salari minimi , tariffe minime per gli ordini professionali, contrattazione collettiva, contratti pluriennali, accordi informali, oneri sociali che rendono elevato lo stipendio lordo, sussidi, inerzie.
Il salario minimo, o il salario fissato in maniera indiscriminata attraverso i contratti collettivi sindacali, impedisce che vengano assunti tutti coloro che hanno una produttività inferiore a quel salario, perché l’imprenditore, se li assumesse, subirebbe una perdita. Dunque i saggi salariali minimi o fissati arbitrariamente fuori delle condizioni del mercato producono disoccupazione involontaria (eccesso di offerta rispetto alla domanda: il mercato non è “sgombro”).
Per molte categorie di persone – studenti disposti a piccoli lavori part time, persone che cominciano ad apprendere un lavoro ma non hanno ancora la professionalità richiesta, gruppi musicali non affermati disposti a suonare in locali – svolgere attività poco retribuite è utile.
Il lavoro non è un diritto ma uno scambio fra due beni che hanno valore per le due parti, e cioè lavoro in cambio di denaro.
La contrattazione collettiva e le leggi a protezione dei salari vengono difese con l’argomento che il lavoratore è il soggetto debole rispetto al datore di lavoro. Però non esiste monopolio di domanda. Dunque non è detto che il lavoratore sia la parte debole: i datori di lavoro hanno bisogno di uomini capaci di eseguire lavori anche sofisticati, dunque “scarsi”, che per tale caratteristica vengono remunerati con salari alti. Inoltre, se i salari sono “bassi” (più bassi che in altre zone), le imprese si trasferiscono in quelle zone, e questa concorrenza fra domandanti lavoro fa aumentare i salari.
Circa i bassi salari pagati da alcune multinazionali in paesi del terzo mondo: in alcuni casi (Burma, Indonesia) sono gli Stati stessi che impongono coercitivamente salari e condizioni lavorative disagiate, proprio per attrarre le grandi imprese; ma questo non ha niente a che fare con il libero mercato.
I salari non si trovano al livello di sussistenza; la storia del capitalismo degli ultimi 200 anni testimonia un costante aumento del tenore di vita dei salariati. Inoltre il concetto di sussistenza è privo di oggettività.
b) rigidità normative: limiti all’accesso, non licenziabilità, tempo indeterminato.
Limiti all’accesso: alcune professioni (notai, farmacisti) dispongono il numero chiuso, per altre vengono concesse licenze (tassisti), sono imposti esami di Stato per l’iscrizione agli Albi, in generale per le libere professioni le modalità di ingresso sono gestite dagli ordini. L’effetto è una minore concorrenza, dunque un reddito più alto per gli insider e minore occupazione.
Altre teorie sulla disoccupazione
Keynesiana (ciclica): tutti i lavoratori sono disposti a lavorare al salario corrente; l’occupazione dipende dalla quantità prodotta (funzione di produzione), dunque dalla domanda globale; la bassa domanda di lavoro consegue ad una bassa domanda globale che ha origine nel mercato dei beni capitali in seguito al pessimismo degli imprenditori.
Strutturale: obsolescenza di beni; carenza del fattore imprenditoriale; imperfetta corrispondenza qualitativa tra l’offerta e la domanda di lavoro: mancanza della professionalità richiesta, maggior selettività da parte degli offerenti, sussidi di disoccupazione, scarsa mobilità (indisponibilità a trasferirsi, difficoltà a trovare abitazioni), collocamento inefficiente.
Tecnologica: sostituzione di capitale a lavoro.
Frizionale: dovuta al movimento fra regioni o fra posti di lavoro; comprende anche coloro che non possono lavorare a causa di handicap fisici o mentali.
Tasso naturale di disoccupazione: è quello che garantisce che l’inflazione non tenda né ad accelerare né a decelerare, e corrisponde alla produzione potenziale; incorpora la disoccupazione frizionale e parte di quella strutturale.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
M.N. Rothbard, Man, Economy and State, cap. 9 par. 2, cap. 10 par. 4, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.
- Power and Market, cap. 3 par. 3 punti h e i, L. von Mises Institute, Auburn, 2004.
Il tasso, o saggio, di salario è la quantità di salario per unità di tempo (ad esempio, un’ora di lavoro). Per conoscere il reddito salariale, cioè il salario complessivamente guadagnato, basta moltiplicare il tasso salariale per il periodo di tempo relativamente al quale interessa effettuare il calcolo (salario settimanale, o mensile, o annuale ecc.). Per conoscere il monte salari totale è sufficiente sommare i redditi salariali individuali. La distinzione fra tasso e reddito salariale implica che una riduzione del tasso salariale è compatibile con un aumento dei redditi salariali; ad esempio, potrebbe aumentare l’occupazione, oppure i lavoratori già occupati potrebbero lavorare un maggior numero di ore. Spesso la letteratura economica, usando in maniera vaga il termine “salari”, ha confuso i due concetti, ritenendo erroneamente che una riduzione dei tassi di salario comporti automaticamente una riduzione dei redditi salariali totali (e in conseguenza una riduzione della domanda di beni, con effetti depressivi sul sistema economico).
Si può illustrare tale conclusione con il seguente esempio: supponiamo che la produttività marginale del lavoratore equivalga a € 1 l’ora. Se egli fosse assunto a 5 centesimi l’ora, il datore di lavoro avrebbe un guadagno di 95 centesimi l’ora. Allora altri datori di lavoro farebbero offerte per avere quel lavoratore. Il salario dunque crescerebbe, ma si arresterebbe a € 1 l’ora, perché oltre quella misura supererebbe la produttività marginale e il datore di lavoro incorrerebbe in una perdita.
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Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Austriaci e monetaristi
di Piero Vernaglione
In questa scheda verrà prima illustrata la teoria monetarista di Milton Friedman, successivamente saranno evidenziate le differenze fra le due scuole di pensiero.
La Scuola di Chicago
Il fondatore e principale esponente è negli anni ‘30 del Novecento Henry Simons, in genere considerato un sostenitore del laissez faire, ma la sua opera principale (A Positive Program for Laissez Faire, 1934) è caratterizzata da un diffuso interventismo in campo fiscale, redistributivo e di controllo antitrust delle imprese. Gli altri due esponenti della prima generazione sono F. Knight e J. Viner.
La seconda generazione della scuola è guidata da Milton Friedman, ed è composta da Theodore Schultz, George Stigler, Merton Miller, Ronald Coase, Gary Becker, Robert Fogel, Robert Lucas, James Heckman.
Il monetarismo
La dottrina monetarista si riconduce essenzialmente all’insegnamento di Milton Friedman (La teoria quantitativa della moneta: una riaffermazione, 1956; rinforzata statisticamente da Storia monetaria degli Stati Uniti, 1867-1960, del 1963) ed agli sviluppi che le sue formulazioni teoriche ricevettero ad opera dei suoi discepoli.
Schema walrasiano - Lo schema di riferimento è quello di Walras: esiste uno stato “naturale” dell’economia determinato dal mercato e identificato con la configurazione di equilibrio generale walrasiana. Tale configurazione prevede la piena occupazione delle risorse grazie alle capacità di autoregolazione del mercato e alla stabilità di funzionamento del settore privato (anche se il settore privato non è per sua natura stabile, il tentativo di curarne l’instabilità la aggrava anziché ridurla). Nel medio-lungo periodo i movimenti dell’economia reale – produzione, occupazione, crescita della produttività – sono determinati esclusivamente da fattori reali quali il progresso tecnico, la crescita dell’offerta di lavoro, il tasso di formazione del capitale.
La piena occupazione va intesa in senso economico, non tecnico, cioè come situazione nella quale il livello dei prezzi è stabile; dunque vi sarà un tasso di disoccupazione naturale, cioè fisiologico, frizionale.
Qualunque caduta della domanda globale verrebbe riassorbita grazie al real balance effect (tramite aggiustamenti di portafoglio che coinvolgono anche i beni reali).
Offerta di moneta - Il termine stesso, “monetaristi”, deriva dalla grande importanza attribuita da questa scuola alla moneta. Essa è un unicum difficilmente sostituibile con altre attività finanziarie (è tenuemente sostituibile con tutte le attività, finanziarie e reali), ed è identificabile in modo preciso: essa include moneta legale, depositi a vista e depositi a risparmio (M2) . In realtà per la scuola di Chicago la definizione di moneta non è stabilita a priori: in linea con la metodologia positivista ed empirista, la moneta è l’entità che si correla quantitativamente nella maniera migliore al reddito nazionale. Da ciò consegue che la moneta, non essendo prossimo sostituto di altre attività finanziarie, comprende nel suo spettro di sostituzione sia attività finanziarie sia beni reali.
L’offerta di moneta è un dato esogeno, controllabile dalle autorità monetarie. Queste, infatti, determinano la base monetaria, e il credito totale è un multiplo stabile della base stessa .
Domanda di moneta - In accordo con la tradizione neoclassica, per i m. i soggetti tendono a conseguire il massimo livello di soddisfazione distribuendo la propria ricchezza nelle diverse forme in modo da uguagliare l’utilità marginale ponderata di ciascuna di esse:
dU/dy1 dU/dy2 dU/dyn
--------- = --------- = ... = ---------
p1 p2 pn
(distribuzione del consumo fra i singoli beni, del reddito fra consumi e risparmi, del risparmio fra singole forme di impiego).
La domanda di moneta, che non è altro che uno dei tanti modi di detenere ricchezza, dipenderà dalle variabili che influenzano le scelte dei soggetti, e cioè (soprattutto) dalla ricchezza complessiva, dai rendimenti delle sue componenti e dai gusti:
M = f (W, w, im, ib, ie, dP/P, u) ; dove W = ricchezza (capitale umano, beni capitali, moneta, azioni, obbligazioni ecc.), w = quota di capitale non umano rispetto a quello umano, i m = rendimento della moneta (zero per la moneta legale, positivo per i depositi), i b = rendimento delle obbligazioni, ie= rendimento delle azioni, dP/P = rendimento dei beni (dipendente dalla variazione dei prezzi), u = gusti.
La ricchezza W, per consentire di calcolarne il valore, può essere espressa in termini di reddito permanente (Yp= w · i ) che è il flusso di reddito goduto stabilmente nel passato e che ci si attende per l’avvenire (in pratica, la media dei redditi di più anni).
Funzione del consumo
L’ipotesi di Keynes, che nel lungo periodo la frazione di reddito consumata (propensione al consumo) fosse destinata a diminuire (e dunque la propensione al risparmio ad aumentare), era smentita dai dati statistici. Mentre i consumi delle famiglie divise per fasce di reddito, in un dato istante, mostravano che al crescere del reddito la propensione al consumo si riduceva, se si guardava all’andamento nel tempo del rapporto fra consumo e reddito complessivi dell’intera popolazione, esso rimaneva costante.
Friedman risolse le difficoltà interpretative introducendo il concetto di “reddito permanente”. Egli accetta l’impostazione secondo cui il consumo dipende (quasi esclusivamente) dal reddito. Ma non dal reddito corrente, caratterizzato da una notevole variabilità nel tempo, bensì dal reddito permanente. Esso è il flusso di reddito che ci si attende mediamente per l’avvenire sulla base dell’esperienza, cioè del reddito goduto stabilmente nel passato: in pratica, è la media ponderata dei redditi dei periodi passati, assegnando un maggior peso ai redditi dei periodi più recenti e pesi via via minori a quelli più lontani.
Yp(t) = a Yt-2 + bYt-1 + gYt +... , con a< b < g <... e a + b + g +... = 1 .
Ora, i soggetti regolano il livello dei propri consumi sul reddito permanente, non sul reddito corrente, condizionato da fattori contingenti. Per cui, se il reddito di un anno (corrente) è stato particolarmente basso rispetto alla norma, poiché il soggetto guarda al reddito permanente, egli non contrarrà i consumi, e dunque la propensione al consumo sarà molto alta (e addirittura il consumo potrà superare il reddito). Al contrario, se un anno il reddito è stato eccezionalmente alto, il soggetto non aumenterà i propri consumi, che si adeguano al reddito permanente, distribuendosi in maniera uniforme nel tempo; dunque, la propensione al consumo risulterà bassa.
Ecco spiegato perché, se si guarda al consumo delle famiglie per fasce di reddito in un dato istante, i dati statistici sembrano indicare che la percentuale di reddito consumata si riduca all’aumentare del reddito, mentre se si guarda al consumo complessivo della popolazione nel tempo, la sua incidenza sul reddito resta costante. Dunque, la propensione al consumo è stabile nel tempo, e la relazione che collega consumi e reddito nel lungo periodo è una relazione di proporzionalità, C = cYp . L’ipotesi keynesiana del ristagno secolare, determinato dalla riduzione della quota di reddito consumata e quindi dall’aumento della percentuale di reddito risparmiata, è confutata (teoricamente ed empiricamente).
Inoltre, se nel breve termine non vi è una relazione stabile fra reddito e consumo, il moltiplicatore perde efficacia. Secondo Friedman esso è molto più vicino al valore di 1 che non di 4 o 5.
Poiché Friedman ipotizza che la moneta sia scarsamente sostituibile con le altre attività finanziarie, limitato sarà l’effetto di i b e i e sulla domanda di moneta. La variabile chiave nello spiegare la domanda di moneta è il reddito permanente (in termini nominali). La domanda di moneta è una frazione stabile del reddito permanente: M = k · Yp.
k è l’inverso della velocità di circolazione della moneta V, che dunque per i monetaristi è stabile (constatazione empirica). Da cui MV = PQ, ed è riaffermata la teoria quantitativa della moneta.
Conseguenza fondamentale di tale assunto è che scompare la domanda di moneta speculativa, con le sue oscillazioni, e dunque viene meno l’elemento attraverso cui si manifesta la crisi e la depressione.
Il meccanismo di trasmissione - La discussione fin qui svolta consente di esaminare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria.
Si supponga che le autorità monetarie aumentino l’offerta di moneta. I soggetti economici si trovano nei loro portafogli quote di moneta maggiori di quanto desiderato e quindi aumentano la domanda di tutte le altre attività, reali e finanziarie (beni, servizi , titoli). La riduzione del tasso di interesse induce un aumento degli investimenti. I prezzi dei beni sono cresciuti più dei salari (constatazione empirica). Poiché il salario reale è diminuito, le imprese aumentano la domanda di lavoro. I lavoratori, non accorgendosi che anche il livello dei prezzi è aumentato, ma erroneamente aspettandosi il medesimo precedente livello (aspettative adattive), aumentano l’offerta di lavoro. Dunque crescono l’occupazione e la produzione. Ma solo nel breve periodo. Appena i lavoratori correggono l’errore di percezione sui prezzi, chiederanno aumenti dei salari nominali, in modo da riportare il salario reale al livello precedente. Questo riduce la domanda di lavoro, l’occupazione e la produzione, riportandole al loro livello “naturale”.
Al termine di tale sequenza, dunque, l’unico effetto finale è un aumento dei prezzi, mentre nessuna variazione si è verificata nelle quantità. Dunque, un aumento della quantità di moneta volto a espandere discrezionalmente l’economia non ha effetti reali nel lungo periodo; esso produce solo un aumento proporzionale del livello dei prezzi.
L’inflazione - L’inflazione è sempre un fenomeno monetario. Tale affermazione è innanzi tutto definitoria: se vigesse il baratto e non vi fosse un bene che funge da moneta, l’inflazione sarebbe impossibile; infatti l’aumento di un prezzo implicherebbe, per definizione, la diminuzione di un altro prezzo. Secondariamente, l’affermazione di Friedman fa riferimento alla causa dell’aumento dei prezzi: se la spesa aggregata cresce più rapidamente del reddito prodotto, ciò può avvenire solo se la quantità di moneta aumenta più rapidamente del reddito reale. Dunque l’inflazione è sempre inflazione da domanda, in quanto la domanda globale, determinata in termini nominali dall’offerta di moneta, eccede il prodotto in termini reali.
Le aspettative - In tale processo grande importanza hanno le aspettative. Le aspettative utilizzate da Friedman sono “adattive”: il valore atteso di una variabile viene via via corretto sulla base della differenza tra il valore atteso nel periodo precedente e il valore effettivamente sperimentato. Nel breve periodo vi può essere una divergenza fra grandezze attese e grandezze effettive. È questa divergenza che consente le fluttuazioni intorno alla posizione di equilibrio (di lungo periodo). Nell’esempio precedente, i lavoratori aumentano l’offerta di lavoro perché sono soggetti, temporaneamente, a “illusione monetaria”. Essi constatano un aumento del salario nominale, ma non si accorgono che i prezzi sono aumentati più dei salari, e che dunque il salario reale è diminuito. Quando i lavoratori correggono l’errore di percezione, le grandezze reali ritornano al livello naturale.
Dunque nel breve periodo, grazie a errori di previsione sui livelli futuri dei prezzi e dei salari reali, la curva di offerta aggregata può avere inclinazione positiva; nel lungo periodo, però, essa è rappresentata da una retta verticale in corrispondenza del reddito “naturale” di piena occupazione. Espansioni dal lato della domanda (politica fiscale e monetaria) provocano solo aumenti dei prezzi. I movimenti dell’economia reale (produzione, occupazione, crescita della produttività) per i m. sono determinati, nel lungo periodo, esclusivamente da fattori reali quali il progresso tecnico, la crescita dell’offerta di lavoro, il tasso di formazione del capitale 4.
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4 La curva di Phillips per i monetaristi
Nel sistema (punto A) prevale il tasso di disoccupazione naturale dn ; i soggetti si aspettano prezzi costanti (pe = 0). L’attuazione di una politica espansiva tesa a ridurre il tasso di disoccupazione fino a d provoca un aumento di salari e prezzi (punto B). La comparsa di un tasso di inflazione positivo induce gli individui a rivedere le proprie attese, incorporandole nella trattativa per la determinazione dei nuovi salari; la domanda di lavoro si riduce e l’occupazione torna al livello naturale.
Tale processo è rappresentato dallo spostamento da B a C. Il sistema si colloca sulla curva con aspettative di aumenti di prezzo pe = pe*. Se i pubblici poteri decidono di intensificare la politica espansiva, il sistema si collocherà in un primo momento in D e poi ritornerà in E, ma con un tasso di inflazione ancora maggiore, e permanente, in quanto sarà incorporato nelle aspettative dei soggetti (pe = pe*) .
Dunque, mentre per i diversi brevi periodi sono concepibili curve di Phillips inclinate negativamente, nel lungo periodo può esistere solo una pseudo-curva di Phillips rappresentata dalla semiretta perpendicolare all’asse delle ascisse nel punto dn.
Regola di politica economica - La conclusione, in termini di indicazioni di politica economica, è che lo Stato deve astenersi dall’intervenire nell’economia. In particolare deve evitare la formazione di un disavanzo nel bilancio pubblico, canale di aumento della base monetaria e dunque elemento di destabilizzazione e di inflazione.
Inoltre, un aumento della spesa pubblica provoca un effetto di “spiazzamento” sugli investimenti privati.
Se l’inflazione è troppo alta, possono verificarsi deviazioni del sistema economico dalla posizione di equilibrio naturale. Infatti, per i monetaristi, i soggetti ricevono le informazioni sul mercato nella forma dei prezzi monetari e non, come nella teoria walrasiana, dal banditore. Dunque, variazioni troppo accentuate dei prezzi monetari provocano incertezza nei soggetti, errori di previsione, e quindi un equilibrio finale non al livello “naturale”.
Un altro fondamentale contributo è rappresentato dalla critica alle politiche di stabilizzazione di breve periodo. La tesi di Friedman è che l’insufficienza delle nostre conoscenze, l’inaffidabilità delle previsioni macroeconomiche e l’esistenza di ritardi variabili con cui le decisioni di politica economica producono le loro conseguenze fanno sì che le politiche attive finiscano con l’essere pro-cicliche anziché anti-cicliche.
Dunque per i monetaristi le regole di politica economica devono essere le seguenti:
a) Controllare rigorosamente la quantità di moneta in modo da preservare la stabilità dei prezzi, che è l’unico obiettivo finale. In particolare, la quantità di moneta dovrà essere accresciuta nella stessa misura in cui crescono le quantità prodotte. Le autorità di politica economica devono programmare tassi di crescita della moneta (M2) costanti per un lungo periodo di tempo (pari al tasso di crescita annuo del pil reale previsto per il lungo periodo; Friedman suggerisce il 4%); in modo che gli operatori possano effettuare le loro previsioni e i loro progetti in base a questa informazione di stabilità, dato che le forze di mercato da sole assicurano uno sviluppo stabile nel corso del tempo. Dunque regola automatica contro politiche monetarie attive (la Fed potrebbe essere sostituita da un computer, che deve solo applicare la Regola Monetarista).
I tassi di interesse non devono essere manipolati dalla banca centrale, ma lasciati fluttuare liberamente secondo la domanda e l’offerta; l’obiettivo intermedio infatti come detto deve essere l’aggregato monetario M2, non il tasso di interesse.
La riserva bancaria non dev’essere frazionaria, ma del 100%.
b) Tutelare il pareggio nel bilancio del settore pubblico.
c) Adottare un regime di cambi esteri flessibili, in modo da determinare aggiustamenti automatici delle bilance dei pagamenti.
La politica economica non deve porsi l’obiettivo di impedire i piccoli scostamenti della domanda globale dal suo trend, ma in caso di episodi rilevanti la politica monetaria deve intervenire. La Grande Depressione diventò tale perché in seguito ad una normale recessione le autorità monetarie ridussero la quantità di moneta in circolazione, anziché aumentarla.
In conclusione, se per i classici la moneta è neutrale, Friedman invece ne riafferma l’importanza (sia in aumento sia in diminuzione), ma sottolinea che l’obiettivo ottimale per le autorità, affinché il sistema realizzi la massima efficienza, è che essa torni ad essere neutrale. L’importanza della moneta va intesa “in negativo”, nel senso che occorre impedire che divenga causa di instabilità .
Metodologia
La Scuola di Chicago è positivista sia riguardo all’etica sia nella metodologia di indagine. Per quanto concerne il primo aspetto, non esistono valori assoluti che siano indipendenti dalle preferenze soggettive di individui inevitabilmente fallaci. Circa il secondo, le leggi che descrivono il mondo sono generalizzazioni delle rilevazioni empiriche, ottenute attraverso un procedimento induttivo.
Tale metodo induttivo, o “dell’economia positiva”, è fondato sulla seguente procedura: a) formulazione di un’ipotesi provvisoria sul fenomeno osservato (esempio: la domanda è inversamente correlata con il prezzo); b) formulazione dell’ipotesi in linguaggio matematico, cioè creazione di un “modello”, in modo da poter effettuare successivamente un controllo statistico. In tale contesto ogni grandezza deve essere definita in modo da poter essere misurata; c) verifica: il ricercatore controlla il modello in base ai dati statistici disponibili. Se i dati concordano con l’ipotesi (con il modello matematico), la teoria è valida; altrimenti viene respinta.
Una teoria economica dev’essere giudicata in base alla sua capacità predittiva; non importa la correttezza delle sue assunzioni iniziali. Cfr. Friedman M., The Methodology of Positive Economics, in Essays in Positive Economics, University Press, Chicago, 1953.
La scuola monetarista dunque accetta la verifica empirica e l’indagine statistica, di cui si è servita ampiamente per controbattere le tesi sostenute dalla macroeconomia keynesiana.
Differenze con la Scuola Austriaca
1) Metodologia
a) La Scuola di Chicago preferisce l’analisi storica, quantitativa, basata sull’equilibrio; le teorie devono essere testate empiricamente e, se i risultati le contraddicono, devono essere respinte o riviste. Gli austriaci sono per un’analisi deduttiva, soggettiva, qualitativa, basata sul processo di mercato in squilibrio; l’economia dev’essere basata su assiomi autoevidenti; i dati empirici non possono provare o confutare alcuna teoria. Le relazioni interpersonali che si manifestano nello scambio non possono essere misurate, in quanto espressione di preferenze soggettive e mutevoli, non suscettibili di previsione econometrica e non imprigionabili in costanti quantitative.
Skousen ha fatto notare che anche il modello di Friedman a volte ha sbagliato le previsioni: ad es. negli anni ‘70 non previde l’aumento del prezzo del petrolio e negli anni ‘80 sottostimò la disinflazione.
b) I Chicago per un modello di concorrenza pura “sempre in equilibrio”, che assume che vi sia informazione perfetta e senza costi. Gli austriaci per un modello più dinamico, che enfatizza il funzionamento del mercato come un “processo”, che inevitabilmente è basato sulla creazione di “squilibri” creativi.
La Scuola di Chicago ammette sul piano teorico il concetto di “concorrenza perfetta” (ogni produttore è piccolo in misura sufficiente a non poter influenzare il prezzo del proprio prodotto), migliore della concorrenza imperfetta esistente nel mondo reale; e quindi accoglie la necessità di normative antitrust (ma successivamente ha modificato tale posizione in una direzione più liberista, rimanendo a favore di interventi solo nei confronti delle fusioni orizzontali, che nella maggior parte dei casi sono collusive e dannose per i consumatori).
2) La moneta
Entrambi sono favorevoli alla riserva del 100%, in quanto sistema di stabilizzazione. Tuttavia la differenza è sul tipo di moneta che funge da copertura: i Chicago sono per la fiat money, gli Austriaci per l’oro o la merce pregiata scelta dal mercato.
Friedman è stato favorevole all’eliminazione di qualsiasi legame delle valute con l’oro, e ad un sistema cartaceo inconvertibile sotto il controllo completo del sistema della Riserva federale; ogni Stato ha il potere e il monopolio assoluto di stampare la propria moneta fiat. Gli argomenti sono i seguenti: il più importante è lo spreco di risorse necessario a estrarre, lavorare e conservare l’oro (per lasciarlo poi immobilizzato nei forzieri di Fort Knox); per Friedman il costo sarebbe pari al 4% del pil ogni anno, imparagonabile con il costo trascurabile della produzione della moneta fiat. Il secondo motivo è che le variazioni della quantità di moneta in conseguenza di scoperte di oro sarebbero considerevoli e improvvise, determinando inflazione dei prezzi e instabilità ciclica.
Gli Austriaci sono favorevoli ad un sistema aureo completo o al free banking. Per quanto riguarda il costo di produrre oro, Garrison ha risposto a Friedman che oggi si continua a estrarre e lavorare oro, dunque i costi ci sono comunque, non lieviterebbero in misura particolare se si tornasse al gold standard; anzi, è proprio la presenza della moneta cartacea ad accentuare i costi dell’estrazione-lavorazione dell’oro, perché il sistema cartaceo fa salire il prezzo dell’oro, e dunque incentiva la sua produzione. Per quanto riguarda le variazioni di potere d’acquisto a seguito di scoperte d’oro, Rothbard ha replicato che, qualunque bene venga scelto come moneta, le variazioni del valore di scambio sono inevitabili; e comunque, davanti alla pessima prova fornita dalla moneta cartacea nel corso del Novecento (inflazioni elevate), i rischi paventati per l’oro sono poca cosa.
Friedman, come Fisher, opera una separazione fra la sfera “micro” e la sfera “macro”. Da un lato vi è il mondo in cui si formano i singoli prezzi, sulla base della domanda e dell’offerta; da un altro lato esiste un “livello dei prezzi” aggregato, determinato dalla quantità di moneta e dalla sua velocità di circolazione; e questi due mondi non si incontrano. La sfera macro è tipicamente l’oggetto dell’intervento statale, che si ritiene non interferisca con i singoli prezzi. Lo Stato deve mantenere il livello dei prezzi stabile.
Gli Austriaci hanno integrato sfera micro e macro. I prezzi devono fluttuare liberamente. I monetaristi pongono come un dogma indimostrato la positività di un livello dei prezzi stabile; ma, ad esempio, nella prima metà dell’Ottocento il livello dei prezzi è stato costantemente in diminuzione; perché questo evento dovrebbe essere ritenuto negativo? Tutt’altro. Dunque nel settore monetario gli esponenti della scuola di Chicago non sono free-marketers.
Nei rapporti fra monete Friedman è a favore di cambi flessibili, in quanto in tal modo i tassi di cambio rifletterebbero le variazioni della domanda e dell’offerta di monete, come avviene agli altri prezzi nel libero mercato. Gli Austriaci obiettano che in questo campo il libero mercato è chiamato in causa a sproposito, in quanto oggi le monete sono prodotte ed emesse dagli Stati. Inoltre, le monete oggi esistenti, se si risale indietro nel tempo, non erano altro che unità di peso dell’oro: ad es., prima del 1914 un dollaro era 1/20 di un’oncia d’oro, la sterlina ¼. Esse dunque differivano solo nel nome, in quanto erano differenti unità di peso dello stesso bene, l’oro. Una volta stabilita inizialmente quale unità di peso d’oro ogni singola valuta rappresentasse, i rapporti di scambio fra di loro erano automaticamente fissati: 1 sterlina pari a 5 dollari. Dunque gli stati non potevano “fissare arbitrariamente” alcunché: cambiare arbitrariamente i tassi di cambio sarebbe come cambiare arbitrariamente le unità di misura, cioè come dire che 1 metro non è composto da 100 centimetri ma da 105, il che è un’assurdità.
Ancora: perché non andare oltre e consentire monete diverse all’interno degli stati americani, liberamente oscillanti fra di loro; e poi monete a livello di contea, città, quartiere e così via? Ma a questo punto i commerci entrerebbero in una condizione caotica, perché verrebbe meno la principale funzione della moneta, l’essere mezzo di scambio generale, e con essa la possibilità del calcolo economico .
Neutralità o non neutralità della moneta – Per i monetaristi la moneta è neutrale nel lungo periodo. Per gli Austriaci non è neutrale né nel breve né nel lungo periodo, modifica l’economia reale, cioè la struttura produttiva, la distribuzione del reddito e i prezzi relativi. La conclusione monetarista è l’esito della summenzionata separazione fra sfera macro e sfera micro. In conseguenza di questa, per i monetaristi è possibile ed utile concepire un “livello dei prezzi”, misurabile attraverso un indice; mentre per gli Austriaci tale aggregazione nasconde i mutamenti dei prezzi relativi, e la sua misurazione è fuorviante e poco significativa, perché ogni individuo ha proprio un paniere di beni, dunque un proprio indice dei prezzi, e amalgamarli non ha senso .
3) La teoria del ciclo economico
In generale i Chicago ritengono che l’aspetto più debole, anzi completamente sbagliato, della teoria austriaca sia la teoria del ciclo, e la (connessa) teoria del capitale.
La teoria friedmaniana è puramente monetaria e aggregata. Il ciclo è fondamentalmente una serie casuale di aumenti e riduzioni nel tempo del livello dei prezzi. Non viene proposta una teoria sulla relazione causale fra i boom e le depressioni. Si registra solo statisticamente che il mercato è sottoposto a questa “danza della moneta”. Secondo il “Plucking Model” di Friedman, esiste una stretta correlazione fra l’ampiezza della contrazione e l’espansione successiva, ma non viceversa. Cioè, non è detto che se si verifica una periodo di grande boom, sicuramente successivamente si verifica una recessione altrettanto grande (critica della teoria del ciclo austriaca), mentre è sempre vero che a una recessione segue una ripresa della stessa consistenza (e successivamente una crescita più lenta ma stabile).
Se le autorità monetarie eccedono nell’aumentare la quantità di moneta, l’effetto è prevalentemente nominale (inflazione dei prezzi), non vi sono squilibri strutturali di lungo periodo nell’economia [v. supra meccanismo di trasmissione]. La moneta addizionale introdotta si diffonde in maniera uniforme per tutto il sistema economico, e dunque altera i prezzi assoluti ma non i prezzi relativi e i processi produttivi; nel lungo periodo dunque è neutrale (il motivo di questo rifiuto a considerare più realisticamente gli effetti “parziali” della moneta risiede nella difesa del libero mercato: un sistema liberamente competitivo aggiusta rapidamente le distorsioni). L’obiettivo dunque è che il governo controlli l’offerta di moneta per mantenere stabile il livello dei prezzi.
Teoria austriaca del ciclo: l’inflazione provocata dalle autorità monetarie determina distorsioni nel settore reale, in particolare sovrainvestimenti; la depressione è l’aggiustamento degli eccessi. Il punto di vista dei monetaristi è puramente macroeconomico e ignora i mutamenti micro, cioè le modificazioni nella struttura produttiva, in particolare nel settore dei beni capitali, che fanno seguito all’aumento della moneta. Questo limite dipende anche dalla mancanza di una teoria del capitale (o di aver assunto la teoria del capitale à la Clark). I dati (USA anni ‘70, Giappone fine ‘80 e ‘90, USA 1995-2003) confermerebbero la tesi austriaca: nei periodi inflazionistici l’economia è molto più volatile.
Lettura della depressione del ‘29: per Friedman la Federal Reserve erroneamente non aveva aumentato l’offerta di moneta durante la recessione, anzi l’aveva ridotta di un terzo (aumento dei tassi, sterilizzazione delle importazioni di oro, chiusura del credito alle banche) trasformando una recessione in una depressione. Per gli Austriaci l’errore era stato di inflazionare (aumento dell’offerta di moneta e del credito) durante gli anni ‘20, creando un boom da sovrainvestimento, artificiale; la depressione non fu che l’inevitabile aggiustamento di una struttura produttiva distorta. Inflazionare la quantità di moneta avrebbe solo aggravato la situazione e posposto la ripresa sana. La controversia dunque si sposta sull’evidenza empirica: Friedman mostra che nel periodo 1921-’29 la quantità di moneta M2 è cresciuta del 46%, meno della crescita del pil (4% contro 5,2% all’anno). Inoltre i prezzi negli anni ‘20 erano rimasti stabili (ma non quelli del mercato azionario); dunque la politica monetaria era stata corretta. Rothbard obietta sul tipo di aggregati finanziari da considerare: ad M2 aggiunge le azioni delle società cooperative che erogavano mutui ai soci (savings and loans), i depositi presso le unioni di credito e i valori di riscatto delle assicurazioni sulla vita, tutti sostituti della moneta che potevano essere facilmente convertiti in moneta al loro valore nominale. Considerando anche questi aggregati l’incremento della quantità di moneta sarebbe del 61,7% e non del 46%. Economisti anche austriaci hanno detto che non c’era bisogno di forzare così tanto la definizione di moneta (i riscatti delle assicurazioni sulla vita in genere non sono trattati come attività liquide), perché per dimostrare una politica di credito facile bastava far riferimento alla riduzione artificiale del tasso di interesse al di sotto di quello naturale, che potrebbe aver determinato il boom dei beni capitali.
4) Politiche fiscali
a) Friedman preferisce le imposte sul reddito. Prelevate attraverso la ritenuta alla fonte, da Friedman proposta durante la seconda guerra mondiale quando era al dipartimento del Tesoro.
Molti Austriaci non anarcocapitalisti preferiscono le imposte indirette, perché lasciano un margine di libertà in più.
b) L’imposta negativa sul reddito, forma di assistenza ai più poveri. Per gli Austriaci disincentiva il lavoro e grava sui contribuenti.
5) Esternalità e servizi pubblici
Oltre a giustizia, ordine pubblico e difesa, Friedman ammette per l’istruzione e i parchi la mano pubblica, perché sono due casi in cui gli individui traggono benefici che non pagano; dunque bisogna essere costretti a pagare attraverso le imposte. Per gli Austriaci questo schema può essere applicato a quasi tutte le situazioni della vita umana, dunque in tal modo si statalizzerebbe quasi tutto. V. la critica degli Austriaci alla teoria dei beni pubblici in “Intervento coercitivo. Lo Stato”.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
M. Friedman, La teoria quantitativa della moneta: una riaffermazione, (1956), in
M.N. Rothbard, Milton Friedman svelato, in http://gongoro.blogspot.com/2008/06/milton-friedman-svelato.html, 10 giugno 2008. Ed. or. Milton Friedman Unraveled, in «Individualist», febbraio 1971, pp. 3–7.
M. Skousen, Vienna and Chicago, Friends or Foes?, Capital Press, 2005.
Il modo di identificare la moneta in realtà è empirico: si istituisce una relazione fra gli assets monetari e un indicatore come il reddito nazionale (Prodotto interno lordo); dunque nell’aggregato moneta potrebbero essere aggiunte altre componenti se i dati statistici evidenziano una miglior correlazione con il reddito.
Per Kaldor, in opposizione ai monetaristi, l’offerta di moneta non può essere determinata esogenamente dalle autorità monetarie. Ciò sarebbe empiricamente dimostrato dal fallimento dei tentativi effettuati in questo senso da Stati Uniti (1980-’82) e Gran Bretagna (1979-’82); in Gran Bretagna nel 1981 il tasso di crescita di M3 fu del 22% contro un obiettivo del 6-10%. Per Kaldor l’offerta di moneta è endogena, nel senso che varia automaticamente con la domanda. Questo perché, innanzi tutto, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati, altrimenti alcune banche potrebbero diventare insolventi per carenza di liquidità; dunque l’offerta si adegua alla domanda. È il reddito nominale che determina la quantità di moneta.
Nel breve periodo dunque l’efficacia della politica monetaria ha un’immediatezza sconosciuta ai keynesiani.
Il monetarismo fiscale - Nel corso degli anni Settanta Karl Brunner e Allan Meltzer hanno elaborato un approccio teorico ai problemi macroeconomici che, seppur decisamente monetarista, si distacca per certi aspetti dall’impostazione di Friedman. Se per quanto riguarda la descrizione del meccanismo di trasmissione degli impulsi monetari al settore reale l’approccio Brunner-Meltzer è molto vicino all’impostazione di Friedman, sostanziali divergenze emergono dall’esame degli effetti di una manovra fiscale. Friedman, infatti, sulla base del fenomeno dello “spiazzamento” (crowding-out) nega che la politica fiscale “pura” (che non dà luogo a variazioni dello stock di moneta) sia in grado di influenzare in modo permanente il sistema economico. Brunner e Meltzer, invece, sostengono una posizione diversa e più problematica. In base a un complesso modello macroeconomico essi dimostrano come la politica fiscale abbia effetti sia nominali sia reali sul sistema economico.
In particolare, una manovra di politica fiscale avrà dapprima un effetto di impatto sul livello dei prezzi e sulla quantità prodotta (pari al moltiplicatore keynesiano); tuttavia l’effetto di “spiazzamento” di lungo periodo ne riduce gli effetti sul livello della produzione. In seguito diventa rilevante 1’“effetto finanziario” della politica fiscale, originato dal processo di aggiustamento degli stock esistenti di base monetaria e di titoli del debito pubblico, in conseguenza del finanziamento del disavanzo pubblico. Variazioni di spese o di entrate influenzano l’attività economica agendo sullo stock di ricchezza detenuto dagli operatori, e causando una successione di effetti di sostituzione, cioè di aggiustamenti di portafoglio. Gli aggregati monetari, allora, diventano dipendenti, in larga misura, dal bilancio pubblico.
L’effetto finanziario rappresenta gran parte dell’effetto totale della politica fiscale. Per B. e M. gli impulsi monetari cosi trasmessi dal settore pubblico sono i principali responsabili delle fluttuazioni cicliche dell’economia, e quindi della instabilità del settore privato. Anche l’inflazione degli anni Settanta dipende dall’effetto finanziario delle politiche di bilancio. Le prescrizioni di politica economica, allora, si basano sulla limitazione della discrezionalità del settore pubblico, rappresentata dalle seguenti regole di comportamento: spesa pubblica formulata in termini nominali anziché reali; incrementi del gettito fiscale proporzionali all’incremento del livello dei prezzi; limitazioni della crescita della moneta entro una fascia prestabilita.
M.N. Rothbard, Gold vs. Fluctuating Fiat Exchange Rates, in H. F. Sennholz (a cura di), Gold is Money, Greenwood Press, Westport, Conn., 1975, pp. 24-40; ristampato in The Logic of Action One: Method, Money, and the Austrian School, Edward Elgar, Cheltenham, 1997, pp. 350-363; The World Currency Crisis, in «The Free Market», febbraio 1986, pp. 1, 3–4.
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Riflettore sull’economia keynesiana
di Murray N. Rothbard
Sua Rilevanza
Cinquanta anni fa, l’allora esuberante popolo americano poco sapeva e poco si curava dell’economia. Comprendeva, tuttavia, le virtù della libertà economica e questa comprensione era condivisa dagli economisti, che integravano il buonsenso con i più acuti strumenti di analisi.
Attualmente, l’economia sembra essere il primo problema dell’America e del mondo. I giornali sono pieni di discussioni complesse sul preventivo di spesa, su prezzi e stipendi, su prestiti stranieri e produzione. Gli economisti attuali aumentano notevolmente la confusione del pubblico. L’eminente professor X dice che il suo programma è l’unica cura per i mali economici del mondo; l’ugualmente eminente professor Y sostiene che questa è assurdità: così gira la giostra.
Tuttavia, una scuola di pensiero – il keynesismo – è riuscita a catturare la gran maggioranza degli economisti. L’economia keynesiana – che orgogliosamente si auto-proclama come “moderna,” anche se profondamente radicata nel pensiero medievale e mercantilista – si è offerta al mondo come la panacea per le nostre difficoltà economiche. I keynesiani sostengono, con suprema baldanza, di aver “scoperto” cosa determina il livello di occupazione in ogni dato momento. Assericono che la disoccupazione può venir curata prontamente con la spesa governativa in deficit e che l’inflazione può essere controllata per mezzo di eccedenze di imposta del governo.
Con grande arroganza intellettuale, i keynesiani spazzano via ogni opposizione bollandola come “reazionaria,” “antiquata,” ecc. Sono estremamente vanagloriosi per aver guadagnato la devozione di tutti i giovani economisti – un’affermazione che ha, purtroppo, molto di vero. Il pensiero keynesiano è fiorito nel New Deal, nelle dichiarazioni del presidente Truman, nel suo Consiglio dei Consulenti Economici, con Henry Wallace, nei sindacati dei lavoratori, nella maggior parte della stampa, in tutti i governi stranieri e nei comitati delle Nazioni Unite e, con qualche sorpresa, fra gli “uomini d’affari illuminati” del genere Comitato per lo Sviluppo Economico.
Contro questo furioso assalto, molti cittadini di idee sinceramente liberali sono stati influenzati dai keynesiani – specialmente dall’argomento che un pesante intervento governativo secondo loro “risolverà il problema della disoccupazione.” L’aspetto più scoraggiante della situazione è che gli argomenti dei keynesiani non sono stati contrastati efficacemente dagli economisti liberali, che si sono generalmente ritrovati impotenti nell’onda di marea. Gli economisti liberali hanno limitato i loro attacchi al programma politico dei keynesiani – non si sono occupati adeguatamente della teoria economica su cui questo programma è basato. Di conseguenza, l’affermazione dei keynesiani che il loro programma assicurerà la piena occupazione è passato generalmente incontestato.
Il motivo di questa debolezza da parte degli economisti liberali è comprensibile. Sono cresciuti con l’“economia neoclassica,” che è fondata sull’attenta analisi delle realtà economiche ed è basata sulle azioni di unità individuali nel sistema economico. La teoria keynesiana si basa su un modello del sistema economico – un modello che semplifica in modo drastico la realtà ma è estremamente complesso a causa della sua natura astratta e matematica. Per questa ragione, gli economisti liberali si sono scoperti confusi e sconcertati da questa “nuova” economia. Poiché i keynesiani erano gli unici economisti preparati per discutere il loro sistema, potevano facilmente convincere gli economisti e gli allievi più giovani della sua superiorità.
Per lanciare con successo un contrattacco contro l’invasione keynesiana, quindi, richiede più della giusta indignazione per le proposte di intervento governativo nel programma keynesiano. Richiede una cittadinanza ben informata che capisca a fondo la teoria keynesiana stessa, con i suoi numerosi errori, i presupposti non realistici ed i concetti malfermi. Per questo motivo sarà necessario seguire un difficile percorso attraverso un complesso labirinto di gergo tecnico per esaminare il modello keynesiano nel dettaglio.
Un’altra difficoltà nell’impresa di esaminare il keynesismo è la netta divergenza di opinioni fra i vari rami del movimento. Tutte le sfumature di keynesiani, tuttavia, sono d’accordo nel condividere una tendenza comune verso la funzione dello Stato, e tutte accettano il modello keynesiano come base per analizzare la situazione economica.
Tutti i keynesiani immaginano lo Stato come grande serbatoio potenziale di benefici, pronto per essere sfruttato. La preoccupazione principale per il keynesiano è di decidere la politica economica: quali dovrebbero essere le finalità economiche dello Stato e quali mezzi dovrebbe adottare lo Stato per realizzarli? Lo Stato è, naturalmente, sempre sinonimo di “noi”: cosa dovremmo fare “noi” per assicurare la piena occupazione? È una delle domande preferite. (Se “noi” è riferito al “popolo” o ai keynesiani stessi non viene mai veramente chiarito.)
Nei tempi medioevali e premoderni, anche gli antenati dei keynesiani che sostenevano politiche simili avevano affermato che lo Stato non poteva sbagliare. A quel tempo, il re ed i suoi nobili erano i governanti dello Stato. Ora abbiamo periodicamente il dubbio privilegio della scelta dei nostri governanti da due insiemi di aspiranti assetati di potere. Questo ci rende una “democrazia”. [1] Così, i governanti dello Stato, “democraticamente eletti” e quindi rappresentanti il “popolo,” sono autorizzati, secondo quanto si dice, a controllare il sistema economico e a costringere, persuadere, “influenzare,” e ridistribuire la ricchezza dei loro riluttanti sudditi.
Un’importante illustrazione recente del pensiero politico keynesiano è stato il messaggio di Truman che annunciava il veto sulla riduzione dell’imposta sul reddito. La ragione principale per il veto è stata che le imposte elevate sono necessarie per “controllare l’inflazione,” dal momento che un periodo di “boom” richiede un avanzo di bilancio per “drenare il potere di acquisto eccedente.”
Di primo acchito, questo argomento sembra convincente ed è sostenuto da quasi tutti gli economisti, compresi molti conservatori non-keynesiani. Sono tutti molto fieri di opporsi alla via “politicamente facile” della riduzione delle tasse nell’interesse della verità scientifica, del benessere nazionale e della “lotta contro l’inflazione.”
È necessario, tuttavia, analizzare il problema più attentamente. Qual è l’essenza dell’inflazione? Consiste nell’aumento dei prezzi, con alcuni prezzi che aumentano più velocemente di altri. [2] Che cos’è un prezzo? È una somma di denaro (potere di acquisto generale) pagata volontariamente da un individuo ad un altro in cambio di un determinato servizio reso dal secondo individuo al primo. Questo servizio può essere sotto forma d’un determinato prodotto o un beneficio intangibile.
D’altra parte, che cos’è una tassa? Una tassa è l’espropriazione coercitiva della proprietà di un individuo dai governanti dello Stato. I governanti usano questa proprietà per qualsiasi scopo desiderino: solitamente i governanti la distribuiranno in un tal modo che assicuri la continuazione della loro carica, ovvero sovvenzionando i gruppi favoriti. In più, i governanti decidono quali individui pagheranno le tasse – decisione che consiste nell’espropriare la proprietà dei gruppi non graditi dai governanti.
Un prezzo, quindi, è un atto libero di scambio volontario fra due individui, da cui entrambi traggono beneficio (altrimenti lo scambio non avrebbe luogo!). Una tassa è un atto obbligatorio di espropriazione, senza alcun beneficio per l’individuo (a meno che si trovi all’estremità ricevente della proprietà espropriata dallo Stato a qualcun altro).
Alla luce di questa distinzione, sostenere le imposte elevate per impedire i prezzi elevati ricorda un ladro di strada che assicura alla vittima che il suo furto controlla l’inflazione, dal momento che non intende spendere i soldi per un certo tempo o che potrebbe usarlo per rimborsare i suoi debiti. Quando si sveglierà il popolo americano e realizzerà che il furto avvantaggia soltanto il ladro e che il comandamento “non rubare” si applica ai governanti (ed ai keynesiani) così come a chiunque altro?
Il Modello Spiegato
La teoria (o modello) keynesiana ipersemplifica il mondo reale occupandosi di pochi grandi aggregati, ammassando l’attività di tutti gli individui in una nazione.
Il concetto basilare usato è reddito nazionale aggregato, che è definito come uguale al valore monetario della produzione nazionale di merci e servizi durante un dato periodo di tempo. È inoltre uguale all’insieme del reddito ricevuto dagli individui durante quel periodo (profitti corporativi non distribuiti compresi).
Ora, l’equazione fondamentale del sistema keynesiano è reddito aggregato = spesa aggregata. L’unica maniera in cui un individuo possa ricevere un reddito in denaro è che un certo altro individuo spenda una somma uguale. Per contro, ogni atto di spesa da parte di un individuo provoca un reddito in denaro equivalente per qualcun’altro. Ciò è ovviamente e sempre, vero. Il sig. Smith spende un dollaro nella drogheria del sig. Jones: questo atto risulta in un dollaro di reddito per il sig. Jones. Il sig. Smith riceve il suo reddito annuale come conseguenza di un atto di spesa della XYZ Company; la XYZ Company riceve il relativo reddito annuale come conseguenza delle spese fatte da tutti i suoi clienti, ecc. In ogni caso, i consumi e soltanto i consumi, possono generare un reddito in denaro.
Le spese aggregate sono classificate in due tipi base: (1) la spesa finale per le merci ed i servizi che sono stati prodotti durante il periodo è uguale al consumo e (2) la spesa sui mezzi di produzione di queste merci è uguale all’investimento. Quindi, il reddito in denaro è creato tramite decisioni di spesa, consistenti in decisioni di consumo e decisioni di investimento.
Ora, un individuo, ricevendo il suo reddito, lo divide fra consumo e risparmio. Risparmiare, nel sistema keynesiano, è definito semplicemente come non spendere nel consumo. Un principio keynesiano fondamentale è che, per qualsiasi livello particolare di reddito aggregato, c’è un determinato importo definito e prevedibile che verrà consumato e un importo definito che verrà risparmiato. Questo rapporto fra reddito e consumo aggregati è considerato come stabile, fissato dalle abitudini dei consumatori. Nel gergo matematico keynesiano, il consumo aggregato (e di conseguenza il risparmio aggregato) è una funzione stabile e passiva del reddito (la famosa funzione del consumo). Per esempio, useremo la funzione del consumo: consumo = 90 per cento del reddito. (Questa è una funzione altamente semplificata, ma serve ad illustrare i principi di base del modello keynesiano.) In questo caso, la funzione del risparmio sarebbe risparmio = 10 per cento del reddito.
La spesa per consumo, quindi, è determinata passivamente dal livello di reddito nazionale. La spesa per investimenti, tuttavia, secondo i keynesiani, è effettuata indipendentemente dal reddito nazionale. In questa fase, cosa determini l’investimento non è importante: il punto cruciale è che è determinato indipendentemente dal livello di reddito.
Abbiamo lasciato fuori due fattori che determinano anch’essi il livello di spesa. Se le esportazioni sono superiori alle importazioni, la quantità totale di spesa in un paese è aumentata, quindi il reddito nazionale aumenta. Inoltre, un deficit di bilancio pubblico aumenta la spesa ed il reddito aggregati (a condizione che altri tipi di spesa si possano considerare costanti). Mettendo da parte il problema del commercio estero, è evidente che i deficit o le eccedenze di governo sono, come gli investimenti, decisi indipendentemente dal livello di reddito nazionale.
Quindi, reddito = spese indipendenti (investimenti privati + deficit di governo) + spese passive di consumo. Usando la nostra funzione illustrativa del consumo, reddito = spese indipendenti + 90 per cento del reddito. Ora, con semplice aritmetica, il reddito è uguale a dieci volte le spese indipendenti. Per ogni aumento nelle spese indipendenti, ci sarà un aumento di dieci volte del reddito. Similmente, una diminuzione nelle spese indipendenti condurrà ad un calo di dieci volte del reddito. Questo effetto “moltiplicatore” sul reddito verrà realizzato da qualunque tipo di spesa indipendente – sia deficit di governo che investimenti privati. Quindi, nel modello keynesiano, i deficit di governo e gli investimenti privati hanno lo stesso effetto economico.
Ora esaminiamo dettagliatamente il processo con cui un reddito di equilibrio è determinato nel modello keynesiano. Il livello di equilibrio è il livello a cui il reddito nazionale tende a depositarsi.
Assumiamo che reddito aggregato = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10. Inoltre supponiamo che non ci sia deficit o eccedenza di governo. Per i keynesiani, questa situazione è una posizione di equilibrio: il reddito tende a rimanere a 100. Una posizione di equilibrio è raggiunta perché entrambi i gruppi principali nell’economia – le aziende e i consumatori – sono soddisfatti. Le aziende, nell’aggregato, sborsano 100. Di questi 100, 10 sono investiti nel capitale e 90 sono utilizzati per produrre beni di consumo. L’insieme delle aziende si aspetta che questi 90 vengano recuperati con la vendita dei beni di consumo. I consumatori soddisfano le aspettative delle aziende dividendo il reddito di 100 in 90 per consumo e 10 nel risparmio. Quindi, le aziende aggregate sono soddisfatte della situazione ed i consumatori aggregati sono soddisfatti perché stanno consumando il 90 per cento del loro reddito e risparmiandone il 10 per cento.
Adesso lasciate che la spesa indipendente aumenti a 20, a causa di un aumento negli investimenti privati o a causa di un deficit di governo. Ora, i pagamenti di reddito ai consumatori è 90 + 20 = 110. I consumatori, ricevendo 110, vorranno consumarne il 90 per cento, o 99, e risparmiarne 11. Ora, le aziende, che avevano previsto un consumo di 90, sono sorprese piacevolmente nel vedere i consumatori spingere i prezzi e ridurre gli stock dei commercianti nello sforzo di consumare 99. Di conseguenza, le aziende espandono la loro produzione di beni di consumo a 99 e sborsano 99 + 20 = 119, prevedendo un ritorno di 99 dalle vendite. Ma di nuovo sono piacevolmente sorprese, poiché i consumatori vorranno spendere il 90 per cento di 119, o 107. Questo processo di espansione continua fino a che il reddito non sia nuovamente pari a dieci volte gli investimenti – quando il consumo è di nuovo pari al 90 per cento del reddito. Il punto sarà raggiunto quando reddito = 200, investimento = 20, consumo = 180 e risparmio = 20.
È importante notare che l’equilibrio è stato raggiunto in entrambi i casi quando investimento aggregato = risparmio aggregato. Il suddetto processo di equilibrio può essere descritto in termini di risparmio ed investimento: Quando l’investimento è maggiore del risparmio, l’economia si espande ed il reddito nazionale aumenta fino a che il risparmio aggregato non sia pari all’investimento aggregato. Similmente, l’economia si contrae se l’investimento è minore del risparmio, finché non ritornino ad essere uguali.
Si noti che due cose molto importanti devono rimanere costanti affinché l’equilibrio sia raggiunto. La funzione del consumo (e quindi la funzione del risparmio) è assunta come sempre costante mentre il livello di investimento è costante almeno finché l’equilibrio è raggiunto. Una domanda si pone ora: cosa c’è di così importante nel reddito in denaro aggregato da renderlo il centro d’attenzione permanente? Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare determinate premesse.
Supponete che le seguenti cose siano considerate come date (o costanti): lo stato attuale di tutte le tecniche, l’attuale efficienza, la quantità e la distribuzione di tutto il lavoro, la quantità e la qualità attuale di ogni macchinario, la distribuzione attuale del reddito nazionale, la struttura attuale dei prezzi relativi, i tassi salariali attuali nominali (!) e la struttura attuale dei gusti del consumatore, delle risorse naturali e delle istituzioni economiche e politiche.
Allora, dati questi presupposti, per ogni livello di reddito monetario nazionale, corrisponde un livello unico e definito di occupazione. Più alto il reddito nazionale, più alto sarà il livello di occupazione, fino a raggiungere uno stato di “piena occupazione.” (Possiamo definire semplicemente la piena occupazione come livello molto basso di disoccupazione.) Quando il livello di piena occupazione è raggiunto, un più alto reddito monetario rappresenterà soltanto un aumento dei prezzi, senza l’aumento nella produzione fisica (reddito reale) e nell’occupazione.
Riassumendo il suddetto modello, conosciuto come teoria keynesiana dell’equilibrio di sottoccupazione: ad ogni livello di reddito nazionale corrisponde un unico livello di occupazione. C’è, quindi, un determinato livello di reddito cui corrisponde uno stato di piena occupazione, senza un grande aumento dei prezzi. Un reddito inferiore a questo reddito di “piena occupazione” significherà disoccupazione su vasta scala; un reddito superiore significherà grande inflazione dei prezzi.
Il livello di reddito, in un sistema di impresa privata, è determinato dal livello delle spese indipendenti di investimento e delle spese di consumo che sono una funzione passiva del livello di reddito. Il livello di reddito risultante tenderà a depositarsi al punto in cui l’investimento aggregato è pari al risparmio aggregato.
Ora (e qui è il grande climax keynesiano), non c’è alcun motivo di assumere che questo livello di equilibrio del reddito determinato nel libero mercato coinciderà con il livello di reddito di “piena occupazione” – può essere superiore o inferiore.
Ciò è il modello dell’economia privata accettata da tutti i keynesiani. Lo Stato, affermano i keynesiani, ha la responsabilità di mantenere il sistema economico al livello di reddito di “piena occupazione,” perché “noi” non possiamo dipendere dall’economia privata per farlo.
Il modello keynesiano fornisce i mezzi con cui lo Stato può compiere questa operazione. Dal momento che i deficit di governo hanno gli stessi effetti sul reddito dell’investimento privato, tutto ciò che lo Stato deve fare è di valutare il previsto livello di reddito di equilibrio dell’economia privata. Se è inferiore al livello di “piena occupazione,” lo Stato può impegnarsi nella spesa in deficit fino a raggiungere il livello di reddito voluto. Allo stesso modo, se è superiore al livello voluto, lo Stato può ottenere eccedenze di bilancio con imposte elevate. Lo Stato, se lo desidera, può anche stimolare o scoraggiare gli investimenti o i consumi privati per mezzo di tasse e sovvenzioni, o imporre tariffe se vuole generare un’eccedenza di esportazioni. La prescrizione keynesiana favorita per stimolare i consumi è la tassazione progressiva del reddito, visto che i “ricchi” sono quelli che risparmiano di più. Il metodo favorito per “incoraggiare l’investimento privato” è di sovvenzionare gli industriali “progressisti” e “illuminati” a scapito dei grandi affaristi Tory.”
Il Modello criticato
Ricordiamo che perché il modello keynesiano sia valido, i due fondamentali fattori determinanti il reddito, vale a dire, la funzione del consumo e l’investimento indipendente, devono rimanere costanti abbastanza a lungo per raggiungere e mantenere l’equilibrio del reddito. Come minimo, per queste due variabili deve essere possibile rimanere costanti, anche se, generalmente, non sono tali nella realtà. L’essenza dell’errore di base del sistema keynesiano è, tuttavia, che è impossibile che queste variabili rimangano costanti per la durata richiesta.
Ricordiamo che quando reddito = 100, consumo = 90, risparmio = 10 ed investimento = 10, il sistema è supposto essere in equilibrio, perché le aspettative aggregate delle imprese e del pubblico sono soddisfatte. Nel complesso, entrambi i gruppi sono perfettamente soddisfatti con la situazione, tanto che non c’è presumibilmente tendenza ad una variazione del livello di reddito. Ma gli aggregati hanno un senso soltanto nel mondo dell’aritmetica, non nel mondo reale. Le imprese possono ricevere in aggregato proprio quanto avevano previsto; ma questo non significa che ogni singola azienda sia necessariamente in una posizione di equilibrio. Le imprese non fanno guadagni in aggregato. Alcune aziende possono fare degli utili eccezionali, mentre altre possono subire perdite inattese. Senza contare che, in aggregato, questi profitti e perdite possono annullarsi e che ogni azienda dovrà procedere agli aggiustamenti relativi alla propria esperienza particolare. Questo aggiustamento varierà ampiamente da azienda ad azienda e da industria ad industria. In questa situazione, il livello dell’investimento non può rimanere a 10 e la funzione del consumo non rimarrà fissa, obbligando il livello del reddito a cambiare. Niente nel sistema keynesiano, tuttavia, può dirci quanto lontano o in quale direzione si muoverà una di queste variabili.
Analogamente, nella teoria keynesiana del processo di aggiustamento verso il livello di equilibrio, se l’investimento aggregato è maggiore del risparmio aggregato, si suppone che l’economia si espanderà verso il livello di reddito dove il risparmio aggregato è uguale all’investimento aggregato. Nel processo stesso di espansione, tuttavia, la funzione del consumo (e del risparmio) non può rimanere costante. Utili eccezionali saranno distribuiti irregolarmente (ed in un modo sconosciuto) fra le numerose aziende, conducendo così a diversi tipi di aggiustamento. Questi aggiustamenti possono condurre ad un aumento sconosciuto nel volume degli investimenti. Inoltre, sotto lo slancio dell’espansione, le nuove imprese entreranno nel sistema economico, cambiando così il livello di investimento.
In più, con l’espansione del reddito, la ripartizione del reddito fra gli individui nel sistema economico necessariamente cambia. È un fatto importante, di solito trascurato, che l’assunto keynesiano di una funzione rigida del consumo presuppone una data ripartizione del reddito. Di conseguenza, il cambiamento nella ripartizione del reddito causerà un cambiamento nella funzione del consumo di dimensioni e direzione ignote. Ancora, la certa emersione di guadagni in conto capitale cambierà la funzione del consumo.
Quindi, dato che i fondamentali fattori keynesiani di determinazione del reddito – la funzione del consumo ed il livello dell’investimento – non possono rimanere costanti, non possono determinare alcun livello di equilibrio del reddito, neppure approssimativamente. Non c’è alcun punto verso cui il reddito si dirigerà o dove tenderà a rimanere. Tutto quel che possiamo dire è che ci sarà un movimento complesso nelle variabili di direzione e grado sconosciuti.
Questo fallimento del modello keynesiano è il risultato diretto dei fuorvianti concetti aggregativi. Il consumo non è solo una funzione del reddito; dipende, in un modo complesso, al livello del reddito passato, dal reddito futuro previsto, dalla fase del ciclo congiunturale, dalla lunghezza del periodo di tempo in discussione, dai prezzi dei prodotti, dai guadagni in conto capitale o dalle perdite e dai bilanci dei consumatori.
Ancora, la ripartizione del sistema economico in pochi aggregati suppone che questi aggregati siano indipendenti tra loro, che siano determinati e possano cambiare indipendentemente. Questo trascura la grande quantità di interdipendenza e di interazione fra gli aggregati. Quindi, il risparmio non è indipendente dall’investimento; la maggior parte, specialmente il risparmio di impresa, è fatta in previsione di investimenti futuri. Di conseguenza, un cambiamento nelle prospettive per investimenti vantaggiosi avrà una grande influenza sulla funzione del risparmio e quindi sulla funzione del consumo. Analogamente, l’investimento è influenzato dal livello di reddito, dagli sviluppi previsti del reddito futuro, dal consumo previsto e dal flusso del risparmio. Per esempio, un calo nel risparmio significherà un taglio nei fondi monetari disponibili per investimenti, che saranno così limitati.
Un’ulteriore dimostrazione della fallacia degli aggregati è l’assunto keynesiano che lo Stato può semplicemente aggiungere o sottrarre la sua spesa da quella dell’economia privata. Ciò suppone che le decisioni di investimento privato rimangano costanti, inalterate dai deficit di governo o dai surplus. Non c’è alcuna base per questo assunto. In più, la tassazione progressiva del reddito, che è progettata per spingere al consumo, si presume non abbia effetto sugli investimenti privati. Questo non può essere vero, poiché, come abbiamo già visto, una limitazione nel risparmio ridurrà gli investimenti.
Quindi, l’economia aggregativa è una rappresentazione drasticamente falsa della realtà. Gli aggregati sono soltanto un mantello aritmetico sul mondo reale, dove il gran numero di imprese e di individui reagiscono ed interagiscono in maniera altamente complessa. Gli stessi presunti “fattori determinanti fondamentali” del sistema keynesiano sono determinati dalle interazioni complesse in seno e tra questi aggregati.
La nostra analisi è confermata dal fatto che i keynesiani hanno fallito completamente nei loro tentativi di stabilire una funzione reale e stabile del consumo. Le statistiche rivelano il fatto che la funzione del consumo cambia considerevolmente con il mese dell’anno, la fase del ciclo congiunturale e nel lungo termine. Le abitudini dei consumatori sono certamente cambiate nel corso degli anni. A breve termine, un cambiamento nel reddito delle famiglie condurrà soltanto ad un cambiamento nei consumi dopo un ritardo di un certo periodo di tempo. In altri casi, i cambiamenti nel consumo possono essere indotti da previsti cambiamenti nel reddito (per esempio, con il credito al consumo). Questa instabilità della funzione del consumo elimina la possibilità di qualsiasi validità del modello keynesiano.
Ancora un altro errore fondamentale nel sistema keynesiano è il supposto rapporto unico fra reddito ed occupazione. Questo rapporto dipende, come abbiamo visto sopra, dall’assunto che le tecniche, la quantità e la qualità dei macchinari ed il tasso salariale e di efficienza del lavoro siano fissi. Questo assunto omette fattori di basilare importanza nella vita economica e può essere vero soltanto per un periodo estremamente breve. I keynesiani, tuttavia, tentano di usare questa relazione sui lunghi periodi come base per la predizione del livello di occupazione. Un risultato diretto fu il fiasco keynesiano della predizione di otto milioni di disoccupati dopo la fine della guerra.
Il dispositivo più importante che assicura la relazione unica fra reddito ed occupazione è l’assunto del tasso salariale monetario costante. Questo significa che, nel modello keynesiano, un aumento degli stipendi può aumentare l’occupazione soltanto se i tassi salariali monetari non aumentano. In altre parole, l’occupazione può aumentare solo se il tasso del salario reale scende (tasso salariale relativo ai prezzi ed ai profitti). Inoltre, non ci può essere un livello di equilibrio della disoccupazione su larga scala nel modello keynesiano a meno che i tassi salariali monetari non siano rigidi e non siano liberi di scendere.
Questo risultato è estremamente interessante, poiché gli economisti classici hanno sempre sostenuto che l’occupazione aumenterà soltanto se il tasso del salario reale scende e che la disoccupazione su larga scala può persistere soltanto se ai tassi salariali viene impedito di scendere con l’interferenza monopolistica nel mercato del lavoro. Sia i keynesiani che gli economisti liberali riconoscono che i tassi salariali monetari, specialmente dall’avvento del New Deal, non sono più liberi di scendere a causa del controllo monopolistico operato dal sindacato e dal governo sul mercato del lavoro.
I keynesiani rimedierebbero a questa situazione ingannando i sindacati nell’accettare tassi di salario reale più bassi, mentre i prezzi ed i profitti aumentano attraverso la spesa in deficit del governo. Propongono di realizzare questo compito contando sull’ignoranza del sindacato, accoppiata ai frequenti appelli “al senso di responsabilità dalla direzione dei lavoratori.” In questi giorni quando i sindacati emettono grida di rabbia e minacciano di colpire ad ogni segnale di prezzi più alti o di maggiori profitti, un tal atteggiamento è incredibilmente ingenuo. Lungi dall’avere un senso di responsabilità, lo scopo della maggior parte dei sindacati sembra essere tassi salariali in veloce e continuo aumento, prezzi più bassi e profitti inesistenti.
È evidente che la soluzione liberale di ricostruzione di un mercato del lavoro liberamente competitivo con l’eliminazione dei monopoli del sindacato e dell’interferenza governativa è un requisito essenziale per la rapida scomparsa della disoccupazione come questa si presenta nel sistema economico.
I keynesiani, in particolar modo i rabbiosi partigiani del “movimento liberal-labor,” tentano di confutare questa soluzione sostenendo che i tagli dei tassi salariali monetari non conducono ad una riduzione della disoccupazione. Sostengono che i redditi da stipendio verrebbero ridotti, quindi riducendo la domanda di beni di consumo ed abbassando i prezzi, lasciando i tassi del salario reale al loro livello precedente.
Questa discussione si basa su una confusione fra il tasso salariale ed il reddito da stipendio. Una riduzione dei tassi di salariali monetari, specialmente nelle industrie dove i tassi salariali sono stati più rigidi, condurrà immediatamente ad un aumento nelle ore di lavoro effettive e nel numero di uomini impiegati. (Naturalmente, la quantità dell’aumento varierà da industria a industria.) In questo modo, i pagamenti totali sono aumentati, così aumentando a loro volta i redditi da stipendio e la domanda di beni di consumo. Un calo nei tassi salariali monetari avrà un effetto particolarmente favorevole sull’occupazione nell’industria edilizia e dei beni capitale. Proprio quelle industrie che ora hanno i sindacati più forti.
Ancora, se i redditi da stipendio sono ridotti, allora i redditi degli imprenditori e di altri saranno aumentati e il “potere d’acquisto” totale nella comunità non declinerà.
“L’Economia Matura”
È importante ricordare che il keynesismo nacque e catturò il suo vasto seguito nell’impeto della Grande Depressione degli anni trenta, di una depressione unica per lunghezza e gravità e, in particolare, nella persistenza della disoccupazione su larga scala. Fu il suo tentativo di fornire una spiegazione per gli eventi degli anni trenta che guadagnarono al keynesismo il suo seguito popolare. Usando un modello con assunti che ne limitano l’applicazione ad un periodo di tempo molto breve, e completamente fallace nella sua dipendenza da semplici aggregati, tutti i keynesiani decretarono con sicurezza che la cura erano i deficit governativi.
Interpretando il significato della depressione, tuttavia, i keynesiani hanno compagnia. I “moderati” sostengono che si trattò semplicemente di una severa depressione nel familiare giro dei cicli congiunturali. I keynesiani “radicali”, guidati dal professor Hansen di Harvard, asseriscono che i trenta introdussero negli Stati Uniti un’era di “stagnazione secolare (di lunga durata).” Sostengono che l’economia americana è ora matura, che le occasioni per investimenti ed espansione sono in gran parte esaurite, tanto che si può prevedere che la spesa per investimenti rimarrà ad un livello permanente basso, ad un livello troppo basso per garantire la piena occupazione. La cura per questa situazione, secondo i keynes-hanseniti, è un programma permanente di governo di spesa in deficit su progetti a lungo termine e pesante tassazione del reddito progressiva per aumentare permanentemente il consumo e scoraggiare il risparmio.
Dove la tesi di ristagno di Hansen va oltre il modello di Keynes è nel suo tentativo di spiegare i fattori determinanti del livello di investimento. L’investimento si suppone sia determinato “dalla quantità di opportunità per gli investimenti” che, a loro volta, è determinata (1) dal miglioramento tecnologico, (2) dalla crescita della popolazione e (3) dalla disponibilità di nuovi territori. Gli hanseniti continuano a disegnare un’immagine tenebrosa delle opportunità per gli investimenti privati nel mondo moderno.
Il decennio dei trenta fu il primo nella storia americana con un declino nello sviluppo della popolazione e non ci sono nuovi territori da sviluppare – la “frontiera” è chiusa. Di conseguenza, possiamo contare soltanto sul progresso tecnologico per ottenere delle opportunità per gli investimenti, opportunità che devono essere molto più grandi di quanto lo fossero in passato per ammortizzare i cambiamenti sfavorevoli degli altri due fattori. Per quanto riguarda il progresso tecnologico, anch’esso sta rallentando. Dopo tutto, le ferrovie sono già state costruite e l’industria automobilistica ha raggiunto la maturità. Qualsiasi miglioramento secondario in essa con ogni probabilità potrebbe essere impedito dai “monopolisti reazionari,” ecc.
Esaminiamo ciascuno dei fattori determinanti l’investimento secondo Hansen. L’oscurità riguardo alla mancanza di nuove terre da sviluppare – la sparizione della “frontiera” – può essere dissipata rapidamente. La frontiera è sparita nel 1890 senza interessare sensibilmente il progresso e la veloce prosperità dell’America; ovviamente non può essere fonte di problemi adesso. Questo è confermato dal fatto che, dal 1890, l’investimento pro capite in America è stato maggiore nelle zone più antiche che nelle zone recenti della frontiera.
È difficile vedere come possa un declino nella crescita della popolazione influenzare avversamente gli investimenti. La crescita della popolazione non fornisce una fonte indipendente di opportunità per investimenti. Una calo del tasso di crescita della popolazione può influenzare avversamente l’investimento solo se
1. Tutti i desideri dei consumatori esistenti sono soddisfatti in modo completo. In quel caso, la crescita della popolazione sarebbe l’unica fonte supplementare di domanda di beni di consumo. Questa situazione chiaramente non esiste; c’è un numero infinito di desideri insoddisfatti.
2. Il declino conduce ad una ridotta domanda di beni di consumo. Non c’è ragione per la quale questo dovrebbe essere il caso. Le famiglie non useranno in modo diverso i soldi che avrebbero altrimenti speso per i loro bambini?
In particolare, Hansen sostiene che il calo catastrofico nell’edilizia negli anni trenta fu causato dal declino nella crescita della popolazione, che ridusse la domanda di nuovi alloggi. Il fattore rilevante a questo proposito, tuttavia, è il tasso di crescita nel numero di famiglie; che negli anni trenta non declinò. Ancora, Manhattan aveva avuto una popolazione totale declinante (non solo il tasso di crescita) dal 1911, tuttavia negli anni ‘20 a Manhattan si registrò il più grande boom edilizio residenziale della sua storia.
Per concludere, se il nostro male è la sottopopolazione, perchè nessuno ha suggerito la sovvenzione dell’immigrazione per curare la disoccupazione? Avrebbe lo stesso effetto dell’aumento nel tasso di crescita della popolazione. Il fatto che Hansen non abbia neppure suggerito questa soluzione è una dimostrazione conclusiva dell’assurdità dell’argomento della “crescita della popolazione”.
Il terzo fattore, il progresso tecnologico, è certamente importante; è una delle principali caratteristiche dinamiche di un’economia di libera impresa. Il progresso tecnologico, tuttavia, è un fattore decisamente favorevole. Ora sta continuando ad un tasso più veloce che mai, con le industrie che spendono somme senza precedenti sulla ricerca e sullo sviluppo di nuove tecniche. Nuove industrie già appaiono all’orizzonte. C’è certamente ogni motivo di essere euforici piuttosto che tetri sulle possibilità del progresso tecnologico.
Questo è quanto per la minaccia dell’economia matura. Abbiamo visto che dei tre presunti fattori determinanti l’investimento, uno solo è rilevante, e le sue prospettive sono molto favorevoli. La tesi dell’economia matura di Hansen è una spiegazione della realtà economica senza valore almeno quanto il resto dell’impianto keynesiano.
Così si conclude la nostra lunga analisi della bufala più riuscita e più perniciosa nella storia del pensiero economico: il keynesismo. Tutto il pensiero keynesiano è un intreccio di distorsioni, errori e di assunti drasticamente non realistici. Gli effetti politici viziosi del programma keynesiano sono stati considerati solo di sfuggita. Sono semplicemente fin troppo evidenti: legislatori di Stato impegnati nel furto diretto con la tassazione “progressiva”, che creano e spendono nuovi soldi in concorrenza con gli individui, dirigendo gli investimenti, “influenzando” il consumo – lo Stato onnipotente, l’individuo inerme e strozzato sotto il giogo. Tutto ciò in nome del “salvataggio della libera impresa.” (Raro è il Keynesiano che ammette di essere un socialista.) Questo è il prezzo che ci viene richiesto di pagare per applicare una teoria completamente fallace!
Ma il problema della spiegazione della Grande Depressione ancora permane. È un problema che ha bisogno di una ricerca completa ed attenta; in questo contesto, possiamo indicare soltanto in breve quelle che sembrano essere promettenti linee d’indagine. Ecco alcuni dei fatti: durante il decennio dei trenta, i nuovi investimenti calarono rapidamente (specialmente nell’edilizia); la spesa dei consumatori aumentò; le tariffe erano al loro massimo livello; la disoccupazione rimase ad un livello anormalmente alto durante il decennio; i prezzi dei prodotti scesero; i tassi salariali aumentarono (in particolare nell’edilizia); le imposte sul reddito aumentarono notevolmente e diventarono molto più nettamente progressive; gli scioperi e gli associati ai sindacati crebbero notevolmente, in particolar modo nelle industrie delle merci capitale. Ci fu inoltre un enorme sviluppo della burocrazia federale, di una pesante “legislazione sociale,” e dell’atteggiamento anti-business estremamente ostile del governo del New Deal.
Questi fatti indicano che la depressione non fu il risultato di un’economia che era diventata improvvisamente “matura,” ma delle politiche del New Deal. Un’economia di libera impresa non può funzionare con successo sotto gli attacchi costanti di un potere di polizia coercitivo. L’investimento non viene deciso secondo una certa “mistica opportunità.” È determinato dalle prospettive per il profitto e dalle prospettive di mantenere quel profitto. Le prospettive per il profitto dipendono da costi più bassi rispetto ai prezzi previsti e le prospettive per il mantenimento del profitto dipendono dal più basso livello possibile di tassazione.
L’effetto del New Deal fu di aumentare drasticamente i costi attraverso la costruzione di un movimento del sindacato monopolista, che causò direttamente l’aumento dei tassi salariali (anche quando i prezzi erano bassi e in caduta) ed all’abbassata efficienza per via di “picchetti,” rallentamenti, scioperi, privilegi di anzianità, ecc. La sicurezza della proprietà era compromessa dai continui assedi del governo del New Deal, in particolar modo tramite la tassazione confiscatoria che prosciugò il flusso necessario del risparmio e non lasciò alcun motivo per investire produttivamente il risparmio rimasto. Questo risparmio, invece, trovò la sua strada verso l’acquisto di titoli governativi per finanziare ogni tipo di progetti di nessuna utilità.
Il benessere economico, quindi, così come i principi di base della moralità e della giustizia, conduce allo stesso obiettivo politico necessario: il ristabilimento della sicurezza della proprietà privata da tutte le forme di coercizione, senza cui non ci può essere libertà individuale né prosperità economica durevole né progresso.
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Note
[1] Questo non implica che la democrazia sia diabolica. Significa che la democrazia dovrebbe essere considerata come tecnica desiderabile per la scelta dei governanti in modo competitivo, a condizione che il potere di questi governanti sia rigorosamente limitata.
[2] La causa dell’aumento dei prezzi è generalmente un’abbondanza di moneta fiat creata dai passati o presenti deficit di governo.
Traduzione di Flavio Tibaldi
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Great Society: una critica libertaria
di Murray N. Rothbard
La Great Society è la discendente diretta e l’intensificazione di quelle altre politiche dal nome presuntuoso dell’America del ventesimo secolo: lo Square Deal, la New Freedom, la New Era, il New Deal, il Fair Deal, e la New Frontier. Tutti questi accordi assortiti hanno costituito una variazione basilare e fondamentale nella vita americana: uno spostamento da un’economia relativamente “laissez faire” e da uno stato minimo ad una società in cui lo stato è certamente sovrano. [1]
Nel secolo precedente, il governo poteva essere ignorato in sicurezza da quasi tutti; ora ci siamo trasformati in in un paese in cui il governo è la grande e infinita fonte di potere e privilegi. Quello che un tempo fu un paese in cui ogni uomo poteva generalmente decidere della sua vita, si è trasformato in una terra in cui lo stato detiene ed esercita il potere di vita e di morte su ogni persona, gruppo ed istituzione. Il grande governo Moloch, un tempo limitato e confinato, ha spezzato i suoi deboli legami per dominarci tutti.
La ragione alla base di questo sviluppo non è difficile da immaginare. È stata riassunta al meglio dal grande sociologo tedesco Franz Oppenheimer; Oppenheimer ha scritto che ci sono fondamentalmente due, e soltanto due, percorsi per l’acquisizione di ricchezza. Una via è la produzione di un bene o servizio ed il suo scambio volontario per beni o servizi prodotti da altri. Questo metodo – il metodo del libero mercato – Oppenheimer l’ha chiamato i “mezzi economici” per la ricchezza. L’altro percorso, che evita la necessità della produzione e dello scambio, è che una o più persone s’impadroniscano dei prodotti altrui mediante l’uso della forza fisica. Questo metodo di rubare i frutti della produzione di un altro uomo è stato chiamato sagacemente da Oppenheimer i “mezzi politici.” Attraverso la storia, gli uomini sono stati tentati di impiegare i “mezzi politici” di rubare la ricchezza piuttosto che sforzarsi nella produzione e nello scambio. Dovrebbe essere chiaro che mentre il processo del mercato moltiplica la produzione, il mezzo politico e di sfruttamento è parassitico e, come con tutte le azioni parassitiche, scoraggia ed elimina la produzione e il rendimento nella società. Per regolarizzare ed ordinare un sistema permanente di sfruttamento predatore, gli uomini hanno creato lo stato, che Oppenheimer definisce brillantemente come “l’organizzazione dei mezzi politici.” [2]
Ogni atto dello stato è necessariamente un’occasione per infliggere oneri ed assegnare sovvenzioni e privilegi. Estorcendo il reddito per mezzo della coercizione ed assegnando ricompense con l’esborso di fondi, lo stato crea “classi” o “caste” di governo e governate; per esempio, le classi che Calhoun ha distinto come i “contribuenti” e i “consumatori di tasse,” coloro che vivono di tasse. [3] E poiché, per la sua natura, la rapina può essere sostenuta soltanto dal surplus di produzione oltre la sussistenza, la classe dirigente deve costituire una minoranza della cittadinanza.
Dato che lo stato è, palesemente, un potente motore di rapina organizzata, il governo dello stato, durante i suoi numerosi millenni di storia registrata, ha potuto essere conservato soltanto persaudendo la massa del pubblico che il suo governo in realtà non è sfruttatore – che, al contrario, è necessario, caritatevole o persino, come nei dispotismi orientali, divino. La promozione di questa ideologia fra le masse è stata sempre una delle funzioni principali degli intellettuali, una funzione che ha generato la base per cooptare un corpo di intellettuali in una nicchia sicura e permanente nell’apparato statale. Nei secoli precedenti, questi intellettuali formavano una casta sacerdotale in grado di ammantare di mistero e di semi-divinità le azioni dello stato per un pubblico credulo. Al giorno d’oggi, l’apologia dello stato prende forme più sottili ed apparentemente più scientifiche. Il processo resta essenzialmente lo stesso. [4]
Negli Stati Uniti, una forte tradizione antistatalista e libertaria ha impedito al processo di statizzazione di svolgersi velocemente. La forza principale nella sua propulsione è stata quel teatro favorito dell’espansionismo dello stato, identificato brillantemente da Randolph Bourne come “la salute dello stato,” ovvero la guerra. Perché anche se in tempo di guerra vari stati si trovano in pericolo, ogni stato trova nella guerra un terreno fertile per propagare il mito tra i propri sudditi, che sono quelli che corrono pericolo mortale, da cui il loro stato li protegge. In questo modo gli stati hanno potuto costringere i propri sudditi a combattere e morire per salvarli, con il pretesto che erano i sudditi ad essere salvati dal temuto nemico straniero. Negli Stati Uniti, il processo di statizzazione è cominciato seriamente con il pretesto della guerra civile (coscrizione, regola militare, imposta sul reddito, tasse indirette, alte tariffe, banche nazionali ed espansione del credito per le imprese favorite, cartamoneta, concessioni terriere alle ferrovie) ed ha raggiunto la piena fioritura come conseguenza della prima e seconda guerra mondiale, per culminare infine nella Great Society.
Il gruppo recentemente emerso dei “conservatori libertari” negli Stati Uniti ha afferrato una parte dell’immagine recente dell’accelerato statalismo, ma la loro analisi soffre di parecchi punti ciechi. Uno di questi è la loro totale incapacità di realizzare che la guerra, culminante nell’attuale stato fortezza e nell’economia militar-industriale, è stata la via reale allo statalismo aggravato in America. Al contrario, l’impulso di riverente patriottismo che la guerra provoca sempre nei cuori conservatori, accoppiato al loro entusiasmo di indossare scudo e armatura contro la “cospirazione comunista internazionale,” ha reso i conservatori i partigiani più pronti ed entusiasti della Guerra Fredda. Da qui la loro incapacità di vedere le enormi distorsioni e interventi imposti sull’economia dall’enorme sistema dei contratti di guerra. [5]
Un altro punto cieco conservatore è il fallimento nell’identificare quali gruppi sono stati responsabili del germogliare dello statalismo negli Stati Uniti. Nella demonologia conservatrice, la responsabilità ricade soltanto sugli intellettuali liberal, aiutati ed incoraggiati dai sindacati e dagli agricoltori. I grandi imprenditori, d’altro canto, sono stranamente esenti dalla colpa (gli agricoltori sono imprenditori abbastanza piccoli, apparentemente, per essere un’equa preda per la censura.) Come spiegano allora i conservatori la corsa chiaramente palese dei grandi imprenditori per abbracciare Lyndon Johnson e la Great Society? Con la totale stupidità (non aver letto le opere degli economisti di mercato), con la sovversione da parte di intellettuali liberal (per esempio, l’educazione dei fratelli Rockefeller alla Lincoln School), o con la pusillanime codardia (l’omissione di levarsi decisamente in difesa dei principi di mercato di fronte al potere governativo). [6] Quasi mai è indicato l’interesse come motivo principale per lo statalismo fra gli imprenditori. Questa mancanza è tanto più curiosa alla luce del fatto che i liberali “laissez faire” del diciottesimo e diciannovesimo secolo (per esempio, i filosofici radicali in Inghilterra, i jacksoniani negli Stati Uniti) non si vergognarono mai di identificare ed attaccare la rete di privilegi speciali garantiti agli imprenditori nel mercantilismo del loro tempo.
Infatti, una delle forze motrici principali della dinamica statalista dell’America del ventesimo secolo sono stati i grandi imprenditori e questo molto prima della Great Society. Gabriel Kolko, nel suo innovativo Triumph of Conservatism, [7] ha indicato che lo spostamento verso lo statalismo nel periodo Progressista fu incitato dagli stessi gruppi della grande impresa che si presumeva, nella mitologia liberale, venissero sconfitti e regolati dalle misure progressiste e della New Freedom. Piuttosto che un “movimento del popolo” per il controllo della grande impresa; la spinta per le misure regolarici, dimostra Kolko, provenne dai grandi imprenditori i cui tentativi di monopolio erano stati sconfitti dal mercato competitivo e che quindi si rivolsero verso il governo federale come dispositivo per la cartellizzazione obbligatoria. Questa spinta per la cartellizzazione con il governo accelerò durante la New Era degli anni 20 e raggiunse il suo apice nella NRA di Franklin Roosevelt. Significativamente, questo esercizio di cartellizzazione del collettivismo fu messo in atto dalla grande impresa organizzata; dopo che Herbert Hoover, che aveva fatto molto per organizzare e cartellizzare l’economia, aveva esitato davanti ad una NRA che si avvicinava troppo ad un’autentica economia fascista, la Camera di Commercio degli Stati Uniti ottenne da FDR la promessa che avrebbe adottato un tale sistema. L’ispirazione originale era lo stato corporativo dell’Italia di Mussolini. [8]
Il corporativismo formale della NRA è finito da tempo, ma la Great Society mantiene molta della sua essenza. Il locus del potere sociale è enfaticamente assunto dall’apparato statale. Ancora, questo apparato sarà governato permanentemente da una coalizione della grande impresa e dal l’insieme dei grandi sindacati, gruppi che usano lo stato per operare e dirigere l’economia nazionale. L’usuale riconciliazione tripartita di grande impresa, grandi sindacati e grande governo simbolizza l’organizzazione della società per blocchi, enti e società, regolate e privilegiate dalla federazione, dallo stato e dai governi locali. Tutto ciò essenzialmente compone lo “stato corporativo,” che, durante gli anni 20, servì da faro per i grandi imprenditori, i grandi sindacati e molti intellettuali liberal come il sistema economico adeguato per una società industriale del ventesimo secolo. [9]
Il ruolo intellettuale indispensabile della costruzione del consenso popolare per il governo dello stato è svolto, per la Great Society, dall’intellighenzia liberal, che fornisce la spiegazione razionale di “benessere generale,” “umanità,” e “bene comune” (proprio come gli intellettuali conservatori lavorano sull’altro lato della Great Society offrendo la spiegazione razionale di “sicurezza nazionale” e “interesse nazionale”). I liberal, in breve, spingono la parte “welfare” del nostro onnipresente welfare-warfare state, mentre i conservatori sollecitano la parte “warfare” della torta. Questa analisi del ruolo degli intellettuali liberal mette in una prospettiva più sofisticata l’apparente “vendersi” di questi intellettuali rispetto al loro ruolo durante gli anni 30. Quindi, fra numerosi altri esempi, c’è l’anomalia apparente di A.A. Berle e David Lilienthal, acclamati e maledetti come ardenti progressisti negli anni 30, che ora scrivono tomi inneggianti al nuovo regno della grande impresa. In realtà, le loro opinioni di base non sono cambiate minimamente. Negli anni 30, questi teorici del New Deal erano occupati a condannare come “reazionari” quei grandi imprenditori che rimasero legati ai vecchi ideali individualisti e non riuscivano a capire o ad aderire al nuovo sistema monopolista dello stato corporativo. Ma ora, negli anni 50 e negli anni 60, questa battaglia è stata vinta; i grandi imprenditori sono tutti vogliosi di essere monopolisti privilegiati nel nuovo ordinamento e quindi possono ora essere accolti favorevolmente da teorici quali Berle e Lilienthal come “responsabili” e “illuminati,” il loro individualismo “egoista” una reliquia del passato.
Il mito più crudele promosso dai liberal è che la Great Society sia di grande vantaggio e beneficio per i poveri; in realtà, scavando sotto la superficiale apparenza, i poveri sono le vittime principali dello stato sociale. I poveri sono quelli che saranno coscritti per combattere e morire per stipendi letteralmente da schiavi nelle guerre imperiali della Great Society. I poveri sono quelli che perdono le loro case sotto il bulldozer del rinnovo urbano, quel bulldozer che lavora a favore di interessi immobiliari e dei costruttori polverizzando gli appartamenti a basso costo disponibili. [10]
Tutto questo, naturalmente, in nome della “pulizia dei bassifondi” e dell’aiuto all’estetica degli immobili. I poveri sono la clientela dell’assistenza sociale le cui case sono inconstituzionalmente ma regolarmente invase dagli agenti di governo per scovare il peccato nel mezzo della notte. I poveri (per esempio, negri nel sud) sono quelli resi disoccupati dall’aumento del salario minimo, istituito a favore dei datori di lavoro e dei sindacati nelle zone di alto-salario (per esempio, il Nord) per impedire all’industria di muoversi verso le zone a basso reddito. I poveri sono crudelmente perseguitati da un’imposta sul reddito che la destra e la sinistra fraintendono allo stesso modo come programma egalitario per drenare i ricchi; nella realtà, vari trucchi ed esenzioni assicurano che siano i poveri e le classi medie ad essere i più colpiti. [11]
I poveri sono perseguitati ugualmente dallo stato sociale il cui principio macroeconomico cardinale è l’inflazione perpetua seppur controllata. L’inflazione e la pesante spesa pubblica favoriscono i commerci del complesso militar-industriale, mentre i poveri ed i pensionati, quelli con pensioni fisse o la previdenza sociale, sono colpiti più duramente. (I liberal hanno spesso deriso l’insistenza degli anti-inflazionisti “sulle vedove e sugli orfani” come vittime principali dell’inflazione, tuttavia tali rimangono.) Ed il fiorire della pubblica istruzione obbligatoria tiene milioni di giovani fuori dal mercato del lavoro per molti anni in scuole che servono più da case di detenzione che come veri centri di formazione. [12]
Programmi agricoli che si presume aiutino gli agricoltori poveri servono in realtà i grandi e ricchi agricoltori a scapito dei mezzadri e dei consumatori; e commissioni che regolano l’industria servono per cartellizzarla. La massa degli operai è spinta a forza dalle misure governative nei sindacati che addomesticano ed integrano la forza lavoro nello stato corporativo in accelerazione, per essere sottoposto ad arbitrarie “guide di riferimento” per i salari ed infine all’arbitrato obbligatorio.
Il ruolo dell’intellettuale e della retorica liberal è ancor più rigido nella politica economica estera. Progettato apparentemente “per aiutare i paesi sottosviluppati,” l’aiuto estero è servito come gigantesca sussidio del contribuente americano per le ditte di esportazione americane, come simile sussidio agli investimenti all’estero americani con garanzie e prestiti di Stato sovvenzionati, come motore di inflazione per il paese beneficiario e forma di enorme sussidio agli amici ed ai clienti dell’imperialismo degli Stati Uniti nel paese beneficiario.
La simbiosi fra gli intellettuali liberal e lo statalismo despotico all’interno ed all’estero è, ancora, non un caso; perché al cuore della mentalità welfarista c’è un enorme desiderio di “fare del bene” alla massa dell’altra gente e poiché la gente non desidera solitamente che le si faccia del bene – poiché ciascuno ha una sua idea di quel che vorrebbe fare – il welfarista liberal finisce inevitabilmente per brandire un grosso bastone con cui spingere le masse ingrate. Quindi, l’ethos liberal in sé costituisce per gli intellettuali un potente stimolo a cercare il potere dello stato e ad allearsi con gli altri capi dello stato corporativo. I liberal diventano così ciò che Harry EImer Barnes a ragione ha chiamato “liberal totalitari.” O, come disse Isabel Paterson una generazione fa:
Il filantropo desidera essere un motore primo nelle vite degli altri. Non può ammettere l’ordine divino o naturale, per cui gli uomini hanno il potere di aiutarsi. Il filantropo si mette al posto di Dio.
Ma è confrontato da due fatti scomodi; in primo luogo, che il competente non ha bisogno della sua assistenza; ed in secondo luogo, che la maggior parte della gente… non vuole positivamente che le sia fatto “del bene” dal filantropo…. Naturalmente, ciò che il filantropo propone in realtà è che farà ciò che pensa sia bene per ognuno. È a questo punto che il filantropo installa la ghigliottina. [13]
Il ruolo retorico del welfarismo nel pressare la gente può essere veduto chiaramente nella guerra del Vietnam, dove la pianificazione liberal americana per il presunto benessere vietnamita è stata particolarmente prominente, per esempio, nei programmi e nelle azioni di Wolf Ladejinsky, di Joseph Buttinger e del gruppo Michigan State. Ed il risultato è stato molto simile ad una “ghigliottina” americana per la gente vietnamita, del nord e del sud. [14]
E perfino la rivista Fortune invoca lo spirito dell’“idealismo” umanitario come giustificazione per essere gli Stati Uniti “gli eredi dell’oneroso compito di sorvegliare queste frantumate colonie” dell’Europa occidentale e di impiegare la propria forza dovunque. La volontà per portare questo sforzo all’estremo, particolarmente nel Vietnam e forse in Cina, costituisce per Fortune “la prova infinita dell’idealismo americano.” [15] Questa sindrome liberal-welfarista può inoltre essere veduta nella zona molto differente dei diritti civili, nell’indignazione terribile fatta soffrire dei liberali bianchi alla determinazione recente dei negri di prendere il comando nell’aiuto, piuttosto che continu aare rinviare ai signori ed alle signore ricchi di liberalismo bianco.
Insomma, il fatto più importante sulla Great Society in cui viviamo è la disparità enorme fra retorica e contenuto. Nella retorica, l’America è la terra della libertà e della generosità, che gode delle benedizioni di un mercato libero temperato da una montante assistenza sociale, che distribuisce riccamente la sua abbondanza ai meno fortunati nel mondo. Nella pratica reale, l’economia della libera impresa virtualmente è finita, sostituita da uno stato Leviatano imperiale e corporativo che organizza, ordina, sfrutta il resto della società e, effettivamente, il resto del mondo, per il suo potere ed il suo arricchimento. Abbiamo sperimentato, come Garet Garrett indicò acutamente più di una decade fa, “una rivoluzione nella forma.” [16] La vecchia repubblica limitata è stata sostituita dall’impero, all’interno ed al di fuori dei nostri confini.
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Note
[1] Le rilevazioni trionfali recenti di storici economici che il “laissez faire” puro non è esistito nell’America del diciannovesimo secolo sono fuori bersaglio; nessuno ha mai sostenuto che lo fosse. Il punto è che il potere dello stato nella società era minimo, relativo ad altri tempi e paesi e che il locus generale di risoluzione risiedeva quindi negli individui che compongono la società piuttosto che nello stato. Cf. Robert Lively, "The American System," Business History Review, XXIX (1955), pp. 81–96.
[2] Franz Oppenheimer, The State (New York, 1926), pp. 24-27. O, come concludeva Albert Jay Nock, molto influenzato dall’analisi di Oppenheimer: “Lo stato proclama ed esercita il monopolio del crimine” nella sua zona territoriale. Albert Jay Nock, On Doing the Right Thing, and Other Essays (New York, 1928), p. 143.
[3] Vedi John C. Calhoun, Disquisition on Government (Columbia, S. C., 1850). Sulla distinzione fra questo concetto e quello di Marx di classe dirigente, vedi Ludwig von Mises, Theory and History (New Haven, Conn., 1957), pp. 112 ff. Forse i primi utilizzatori di questo genere di analisi di classe furono gli scrittori francesi libertari del periodo della Restaurazione del primo diciannovesimo secolo, Charles Comte e Charles Dunoyer. Cf. Elie Halevy, The Era of Tyrannies (Garden City. N. Y., 1965), pp. 23–34.
[4] Sulle varie funzioni dell’alleanza fra gli intellettuali e lo stato, vedi The Intellectuals (Glencoe, Ill., 1960); Joseph A. Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York, 1942), pp. 143–55; Karl A. Wittfogel, Oriental Despotism (New Haven, Conn., 1957); Howard K. Beale, “The Professional Historian: His Theory and Practice,” The Pacific Historical Review (August, 1953), pp. 227–55; Martin Nicolaus, “The Professor, The Policeman and the Peasant,” Viet-Report (June-July, 1966), pp. 15–19.
[5] Quindi, cf. H.L. Nieburg, In the Name of Science (Chicago, 1966); Seymour Melman, Our Depleted Society (New York, 1965); C. Wright Mills, The Power Elite (New York, 1958).
[6] (nota degli editori originali che si riferiscono ad un altro saggio nella raccolta.)
[7] New York, 1963. Inoltre vedi Railroads and Regulation (Princeton, N. J., 1965) di Kolko. La revisione elogiativa di questo libro di George W. Hilton (American Economic Review) e George W. Wilson (Journal of Political Economy) rappresenta un’alleanza potenziale fra la “Nuova Sinistra” e la storiografia del libero mercato.
[8] La National Recovery Administration, una delle creazioni più importanti del primo New Deal, fu istituita dal National Industrial Recovery Act del giugno 1933. Prescriveva ed imponeva codici “di concorrenza leale” sull’industria. Fu dichiarato inconstituzionale dalla Corte Suprema nel 1935. Per un’analisi dell’istituzione della NRA, vedi il mio America’s Great Depression (Princeton, N. J., 1963).
[9] Parte di questa storia è stata raccontata in “Flirtation with Fascism: American Pragmatic Liberals and Mussolini’s Italy,” di John P. Diggins, American Historical Review, LXXI (gennaio 1966), pp. 487–506.
[10] Vedi Martin Anderson, The Federal Bulldozer (Cambridge, Mass., 1964).
[11] Quindi, vedi Gabriel Kolko, Wealth and Power in America (New York, 1962).
[12] Quindi, vedi Paul Goodman, Compulsory Mis-Education and The Community of Scholars (New York, Vintage paperback edition, 1966).
[13] Isabel Paterson, The God of the Machine (New York, 1943), p. 241.
[14] Vedi John McDermott, “Welfare Imperialism in Vietnam,” The Nation (July 25, 1966), pp. 76–88.
[15] Fortune (agosto 1965). Come destra del Great Society Establishment, Fortune presumibilmente supera il test di Berle-Lilienthal come portavoce per gli “illuminati” in contrasto con il capitalismo “egoista.”
[16] Garet Garrett, The People’s Pottage (Caldwell, Idaho, 1953).
Traduzione di Flavio Tibaldi
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
Milton Friedman svelato
di Murray N. Rothbard
Menzionate “l’economia del libero mercato” ad un membro del pubblico e ci sono alte probabilità che, sempre ammesso che lo conosca, lo identifichi completamente con il nome Milton Friedman. Per parecchi anni, il professor Friedman ha ottenuto continui onori in egual modo dalla stampa e dalla professione, e una scuola di friedmaniani e di “monetaristi” è emersa in un’apparente sfida all’ortodossia keynesiana.
Tuttavia, anziché con la comune reazione di riverenza e di rispetto per “uno dei nostri che ce l’ha fatta,” i libertari dovrebbero accogliere l’intera questione con profondo sospetto: “se è un libertario così devoto, com’è possibile che sia un favorito dell’Establishment?” Consigliere di Richard Nixon e amico e socio della maggior parte degli economisti dell’amministrazione, Friedman, infatti, ha lasciato il segno nella politica corrente, ed infatti ricambia il favore servendo come principale apologista ufficioso per le politiche di Nixon.
Infatti, in questo come in altri tali casi, il sospetto è precisamente la giusta reazione per il libertario, dato che la particolare varietà di “economia del libero mercato” del professor Friedman è difficile che riesca ad arruffare le piume dei poteri in essere. Milton Friedman è il Libertario di Corte dell’Establishment ed è ora che i libertari si sveglino di fronte a questa realtà.
LA SCUOLA DI CHICAGO
Il friedmanismo può essere completamente compreso soltanto nel contesto delle sue radici storiche e queste radici sono la cosiddetta “scuola di Chicago” dell’economia degli anni 20 e 30. Friedman, un professore dell’Università di Chicago, è ora il capo indiscusso della moderna, o di seconda generazione, scuola di Chicago, che ha aderenti in tutta la professione, con centri importanti a Chicago, alla UCLA ed all’università della Virginia.
I membri dell’originale, o di prima generazione, scuola di Chicago, erano considerati “sinistrorsi” ai loro tempi, come effettivamente erano secondo qualsiasi tipo di test di verifica del genuino libero mercato. E anche se Friedman ha modificato alcuni dei loro metodi, egli rimane un uomo della Chicago degli anni trenta. Il programma politico dei Chicago Boys originali è rivelato nel modo migliore nella famigerata opera di uno dei fondatori e principali mentori politici: A Positive Program for Laissez Faire di Henry C. Simons. 1 Il programma politico di Simons era laissez-faireista soltanto in senso inconsapevolmente satirico.
Consisteva di tre idee chiave:
una politica drastica di antitrust per ridurre tutte le aziende ed i sindacati alla dimensione di una bottega di fabbro, per giungere ad una concorrenza “perfetta” e a ciò che Simons concepiva essere il “mercato libero”;
un ampio programma di egualitarismo compulsivo, pareggiando i redditi attraverso la struttura dell’imposta sul reddito; e
una politica proto-keynesiana di stabilizzazione del livello dei prezzi per mezzo di programmi fiscali e monetari espansionisti durante una recessione.
Antitrust, egualitarismo e keynesismo estremi: la scuola di Chicago conteneva al suo interno gran parte del programma del New Deal e, quindi, il suo status all’interno della professione economica dell’inizio degli anni 30 era quello di una frangia sinistrorsa. E seppur Friedman abbia modificato e ammorbidito l’inflessibile posizione di Simons, è ancora, essenzialmente, Simons redivivo; appare come un sostenitore del libero mercato solo perché, nel frattempo, il resto della professione si è spostato radicalmente verso sinistra e verso lo statalismo.
E, per alcuni versi, Friedman ha aggiunto deplorevoli elementi statalisti che non erano neppure presenti nella vecchia Scuola di Chicago. 2
La Scuola di Chicago sul monopolio e sulla concorrenza
Esaminiamo gli elementi principali del laissez faire collettivista simonsiano uno alla volta. Sul monopolio e sulla concorrenza, Friedman ed i suoi colleghi hanno felicemente fatto grandi passi verso la razionalità dall’antico ultra-antitrust di Simons. Friedman ora concede che la fonte principale di monopolio nell’economia è l’attività del governo, e si concentra nell’abrogazione di queste misure di monopolizzazione.
I Chicago Boys sono diventati progressivamente più amichevoli verso le grandi aziende operanti nel mercato libero, e friedmaniani come Lester Telser sono persino emersi con eccellenti argomenti a favore della pubblicità, precedentemente anatema per tutti i “perfetti concorrenzialisti.” Ma anche se in pratica Friedman è diventato più libertario sulla questione del monopolio, ancora mantiene la vecchia teoria di Chicago: che in qualche modo, l’irragionevole, irreale e infelice mondo della “concorrenza perfetta” (un mondo in cui ogni ditta è così minuscola che non può fare niente per influenzare la sua domanda ed il prezzo dei suoi prodotti) sia migliore del reale ed esistente mondo della concorrenza, che è definita “imperfetta.”
Una visione infinitamente superiore della concorrenza si trova nella totalmente trascurata scuola di “economia austriaca” che disprezza il modello della “concorrenza perfetta” e preferisce il mondo reale della concorrenza del libero mercato. 3 Così anche se la visione pratica di Friedman della concorrenza e del monopolio non è troppo male, la debolezza della sua teoria di fondo potrebbe consentire in qualunque momento un ritorno al forsennato antitrust dei Chicago Boys degli anni 30. Non è stato molto tempo fa, per esempio, che il socio più distinto di Friedman, il professor George J. Stigler, ha sostenuto di fronte al Congresso il disfacimento via antitrust della U.S. Steel in molte parti costituenti.
L’egualitarismo alla Chicago di Friedman
Se è vero che Friedman ha abbandonato l’appello di Simons per l’egualitarismo estremo attraverso la struttura dell’imposta sul reddito, i lineamenti di base dell’egualitarismo statalista ancora rimangono. Rimane un desiderio dei Chicago Boys il porre la massima importanza nella struttura fiscale sull’imposta sul reddito, indubbiamente la più totalitaria di tutte le tasse. I Chicago Boys preferiscono l’imposta sul reddito perché, nella loro teoria economica, seguono la disastrosa tradizione dell’economia anglo-americana ortodossa della netta separazione tra la sfera “microeconomica” e quella “macroeconomica”.
L’idea è che ci siano due mondi economici nettamente separati e indipendenti. Da un lato, c’è la sfera “micro,” il mondo di prezzi individuali determinati dalle forze della domanda e dell’offerta. Qui, concedono i Chicago Boys, è meglio lasciare l’economia al gioco non ostacolato del mercato libero. Ma, asseriscono, c’è anche la sfera separata e distinta della “macro” economia, degli aggregati economici del bilancio pubblico e della politica monetaria, dove non c’è possibilità o, persino, opportunità di un mercato libero.
In comune con i loro colleghi keynesiani, i friedmaniani desiderano consegnare al governo centrale il controllo assoluto su queste aree macro, per manipolare l’economia per fini sociali, mentre sostengono che il micro mondo può ancora rimanere libero. In breve, i friedmaniani così come i keynesiani concedono la vitale sfera macro allo Stato come struttura presumibilmente necessaria per la micro-libertà del libero mercato.
In realtà, le sfere macro e micro sono integrate ed intrecciate, come gli Austriaci hanno mostrato. È impossibile concedere la sfera macro allo Stato mentre si tenta di mantenere la libertà al livello micro. Ogni tipo di tassa, e non ultima l’imposta sul reddito, inietta furto e confisca sistematici nella micro sfera dell’individuo, ed ha effetti spiacevoli e distorsivi sull’intero sistema economico. È deplorevole che i friedmaniani, con il resto dell’economia anglo-americana, non abbiano mai prestato attenzione al successo di Ludwig von Mises, fondatore della Scuola Austriaca moderna, nell’integrazione delle sfere micro e macro nella teoria economica fin dal 1912 nella sua classica Teoria della moneta e del credito. 4 Milton Friedman ha rivelato la sua essenziale posizione pro-imposta sul reddito e egualitaria in numerosi modi. Come in molte altre sfere, ha operato non come un avversario dello statalismo e sostenitore del libero mercato, ma come tecnico che consiglia lo Stato su come essere più efficiente nello svolgere il suo lavoro malvagio (dal punto di vista di un vero libertario, più inefficienti sono i meccanismi dello Stato, meglio è! 5). Si è opposto alle esenzioni fiscali ed alle “scappatoie” ed ha lavorato per rendere l’imposta sul reddito più uniforme.
Una delle imprese più disastrose di Friedman è stato l’importante ruolo che ha svolto fieramente, durante la Seconda Guerra Mondiale nel dipartimento del Tesoro, nel rifilare al pubblico americano sofferente il sistema della ritenuta d’imposta. Prima della Seconda Guerra Mondiale, quando le aliquote dell’imposta sul reddito erano ben più basse di adesso, non c’era un sistema di ritenuta; tutti pagavano la propria fattura annuale in una somma forfettaria, il 15 marzo. È evidente che con questo sistema, l’amministrazione fiscale non potrebbe avere mai la speranza di estrarre l’intera somma annuale, agli attuali tassi confiscatori, dalla massa della popolazione attiva. L’intero orrendo sistema sarebbe felicemente crollato molto prima di riuscirci. Soltanto la ritenuta d’imposta friedmaniana ha permesso al governo di usare ogni datore di lavoro come collettore d’imposta non pagato, estraendo le tasse tranquillamente e silenziosamente da ogni stipendio. Per molti versi, dobbiamo ringraziare Milton Friedman per l’attuale mostruoso Stato Leviatano americano.
In aggiunta alla stessa imposta sul reddito, l’egualitarismo di Friedman è rivelato nell’opuscolo Friedman-Stigler che attaccava i controlli degli affitti. “Per quelli che, come noi, gradirebbero ancora maggiore uguaglianza di quella attuale . . . è certamente meglio attaccare le diseguaglianze attuali nel reddito e nel patrimonio direttamente alla loro fonte” che limitare gli acquisti di prodotti particolari, come le abitazioni. 6 La singola, più disastrosa influenza di Milton Friedman è stata un’eredità del suo vecchio egualitarismo di Chicago: la proposta di un reddito annuo garantito a tutti attraverso il sistema di imposta sul reddito – un’idea presa ed intensificata da leftists come Robert Theobald, e che il presidente Nixon potrebbe indubbiamente mettere in pratica con il nuovo Congresso. 7 In questo catastrofico programma, Milton Friedman ancora una volta è stato guidato dal suo desiderio devastante non di rimuovere lo Stato dalle nostre vite, ma di renderlo più efficiente. Vede intorno a sé il disordine rabberciato dei sistemi previdenziali statali e locali e conclude che tutto sarebbe più efficiente se l’intero programma fosse posto sotto il registro federale di imposta sul reddito e a tutti venisse garantito una determinata base di reddito. Più efficiente, forse, ma anche molto più disastroso, perché l’unica cosa che rende il nostro attuale sistema previdenziale appena tollerabile è precisamente la sua inefficienza, precisamente il fatto che per ottenere un sussidio di disoccupazione sia necessario aprirsi la via attraverso uno sgradevole e caotico groviglio burocratico. Il programma di Friedman renderebbe il sussidio di disoccupazione automatico, concedendo così a ciascuno una pretesa automatica sulla produzione.
“Funzione di offerta” del welfare
Dobbiamo realizzare che avere un sussidio non è, come la maggior parte della gente crede, un semplice atto di Dio o della natura, un dato assoluto come un’eruzione vulcanica. Avere un sussidio, come tutti gli altri atti economici umani, ha una “funzione di offerta”: in altre parole, se il welfare paga abbastanza, potete produrre tutti i clienti del welfare che volete. Pagateli sufficientemente poco e potrete ridurre il numero dei clienti a volontà. In breve, se il governo annuncia che chiunque firmi ad uno sportello del “welfare” ottiene un assegno annuale automatico di 40.000 dollari per tutto il tempo che vuole, troveremo abbastanza presto che quasi tutti sono diventati destinatari del welfare – ed inoltre, formeranno un’organizzazione per i “diritti del welfare” per aumentare il sussidio a 60.000 dollari per contrastare l’aumento nel costo della vita.
Più specificamente, la funzione di offerta dei clienti del welfare è inversamente proporzionale alla differenza fra il tasso salariale prevalente nella zona ed il livello degli emolumenti del welfare. Questa differenza è il “costo di opportunità” dell’affidarsi al welfare: l’importo che uno perde oziando invece di lavorare. Se, per esempio, lo stipendio prevalente in una zona aumenta e gli emolumenti del welfare rimangono gli stessi, il differenziale e il “costo di opportunità” dell’ozio aumentano e la gente tende a lasciare il sussidio di disoccupazione e ad andare a lavorare. Se accade l’opposto, più gente chiederà il sussidio di disoccupazione. Se l’avere un sussidio fosse un fatto assoluto della natura, allora non ci sarebbe rapporto fra questo differenziale ed il numero di chi si rivolge al welfare. 8
Secondariamente, l’offerta di clienti del welfare è inversamente proporzionale con un altro fattore estremamente importante: il disincentivo di valore o culturale di affidarsi al welfare. Se questo disincentivo è forte, se, per esempio, un individuo o un gruppo credono fortemente che sia un male affidarsi al welfare, non lo faranno, punto. Se, d’altro canto, non si preoccupano per lo stigma del welfare, o se, peggio ancora, considerano i pagamenti dell’assistenza sociale come un loro diritto – un diritto ad esercitare una pretesa compulsiva e predatoria sulla produzione – allora il numero delle persone affidate al welfare aumenterà astronomicamente, come è accaduto negli ultimi anni.
Ci sono parecchi esempi recenti dell’“effetto stigma.” È stato mostrato che, dato lo stesso livello di reddito, più gente tende ad affidarsi al welfare nelle zone urbane che in quelle rurali, presumibilmente in ragione della maggior visibilità dei clienti dell’assistenza sociale e quindi del maggior stigma nelle aree più scarsamente popolate. Cosa più importante, è il fatto notevole che certi gruppi religiosi, anche quando significativamente più poveri del resto della popolazione, semplicemente non cerchino il welfare a causa del loro credo etico profondamente sostenuto. Quindi, i cinesi americani, seppur in gran parte poveri, non si rivolgono quasi mai al welfare. Un articolo recente sugli albanesi americani a New York City evidenzia lo stesso punto.
Questi albanesi sono abitanti invariabilmente poveri dei bassifondi, ma non c’è albanese-americano che riceva un sussidio. Perché? Poiché, ha detto uno dei loro leader, “gli albanesi non elemosinano e per gli albanesi, prendere un sussidio è come elemosinare per strada.” 9
Un altro esempio è la chiesa mormonica, dei cui membri molto pochi si rivolgono all’assistenza pubblica. Perché i mormoni non solo inculcano nei loro membri le virtù del risparmio, dell’autonomia e dell’indipendenza, si prendono anche cura dei loro bisognosi con programmi di carità della chiesa basati sul principio di aiutare le persone ad aiutarsi, e quindi di toglierli dalla carità il più rapidamente possibile. 10 Così, la chiesa mormonica suggerisce ai suoi membri che “cercare ed accettare l’aiuto pubblico diretto troppo spesso invita la maledizione dell’ozio e promuove l’altro male del sussidio di disoccupazione. Distrugge l’indipendenza, l’industriosità, il risparmio e l’amor proprio dell’uomo.” 11 Quindi, l’altamente riuscito programma privato di assistenza sociale della chiesa è basato sui principi che la chiesa ha incoraggiato i propri membri a stabilire per mantenere la propria indipendenza economica: ha incoraggiato il risparmio ed ha promosso l’istituzione delle industrie che creino occupazione; ed è sempre pronta ad aiutare i fedeli membri bisognosi. E:
Il nostro scopo primario era di costruire, finché potesse essere possibile, un sistema sotto cui la maledizione dell’ozio sarebbe stata eliminata, il male del sussidio di disoccupazione abolito e l’indipendenza, l’industria, il risparmio e l’amor proprio fossero una volta di più fondati fra la nostra gente. Lo scopo della chiesa è di aiutare la gente ad aiutarsi. Il lavoro dev’essere ristabilito come i principi guida delle vite della nostra comunità ecclesiale. Fedeli a questo principio, i lavoratori dell’assistenza insegneranno ed inviteranno sinceramente i membri della chiesa ad essere economicamente indipendenti al massimo dei loro poteri. Nessun vero Santo degli Ultimi Giorni, se fisicamente in grado, allontanerà volontariamente da sé la difficoltà del suo proprio sostegno. 12
Il metodo del libertario al problema dell’assistenza sociale, allora, è di abolire tutto il welfare coercitivo e pubblico e sostituirlo con la carità privata basata sul principio dell’incoraggiamento all’autonomia, sostenuta inoltre inculcando le virtù della fiducia in se stesso e dell’indipendenza nella società.
Incentivi nel Piano di Friedman
Ma il piano di Friedman, al contrario, si muove precisamente nel senso opposto, dato che stabilisce gli emolumenti dell’assistenza sociale come diritto automatico, una pretesa automatica e coercitiva sui produttori. Quindi rimuove del tutto l’effetto stigma, scoraggia disastrosamente il lavoro produttivo con tasse esorbitanti e stabilendo un reddito garantito per chi non lavora, il che incoraggia l’ozio. In più, stabilendo un minimo reddituale come “diritto” coercitivo, incoraggia i clienti del welfare a richiedere minimi più alti, aggravando così continuamente l’intero problema. Ma Friedman, intrappolato nella separazione anglo-americana di “micro” e “macro,” presta pochissima attenzione a questi effetti cataclismatici sugli incentivi.
Persino gli handicappati sono danneggiati dal piano di Friedman, dato che un sussidio di disoccupazione automatico rimuove l’incentivo marginale affinché l’operaio handicappato investa nella propria riabilitazione professionale, poiché il ritorno monetario netto da tale investimento è ora notevolmente abbassato. Quindi, il reddito garantito tende a perpetuare questi handicap. Per concludere, il sussidio di disoccupazione di Friedman pagherebbe un più alto reddito per persona alle famiglie sotto assistenza sociale, sovvenzionando di conseguenza un aumento continuo nella popolazione di bambini fra i poveri – precisamente coloro che meno possono permettersi una tal crescita demografica. Senza unirsi all’isteria corrente per “l’esplosione demografica,” è certamente irragionevole sovvenzionare deliberatamente la nascita di più bambini indigenti, che è ciò che il piano di Friedman farebbe come diritto automatico.
MONETA E CICLO ECONOMICO
La terza importante caratteristica del programma del New Deal era proto-keynesiana: la pianificazione da parte del governo della sfera “macro” per appianare il ciclo economico. Nel suo approccio al campo generale della moneta e del ciclo economico – un campo in cui Friedman ha purtroppo concentrato la gran parte dei suoi sforzi – Friedman dà credito non solo ai vecchi Chicago Boys, ma anche, come loro, all’economista di Yale Irving Fisher, che era l’economista per eccellenza dell’Establishment dal 1900 fino agli anni ‘20. Friedman, effettivamente, ha acclamato apertamente Fisher come “il più grande economista del ventesimo secolo,” e leggendo i testi di Friedman, si ha spesso l’impressione di rileggere Fisher, addobbato, naturalmente, con molta più fuffa matematica e statistica. Gli economisti e la stampa, per esempio, applaudono la recente “scoperta” di Friedman che i tassi d’interesse tendono a salire quando i prezzi aumentano, aggiungendo un premio di inflazione per mantenere lo stesso tasso d’interesse “reale”; questo ignora il fatto che Fisher lo aveva già notato alla fine del ventesimo secolo.
Ma il problema chiave con l’approccio fisheriano di Friedman è la stessa separazione ortodossa delle sfere micro e macro già devastante nella sua visione della tassazione. Perché Fisher credeva, ancora, che da un lato ci fosse un mondo di prezzi individuali determinato dalla domanda e dall’offerta, ma che dall’altro ci fosse un “livello dei prezzi” aggregato determinato dalla disponibilità di moneta e dalla sua velocità di circolazione, e che i due non si incontrassero mai. La sfera macro, aggregata, si suppone sia l’adeguato soggetto della pianificazione e manipolazione di governo, ancora una volta senza presumibilmente interessare o interferire con l’area micro dei prezzi individuali.
Fisher sulla moneta
In accordo con questa concezione, Irving Fisher scrisse un famoso articolo nel 1923, “Il ciclo economico è soprattutto una ‘danza del dollaro’” – recentemente citato favorevolmente da Friedman – che stabiliva il modello per la teoria del ciclo economico “puramente monetaria” di Chicago. In questa vista semplicistica, il ciclo economico si suppone essere soltanto una “danza,” cioè una serie essenzialmente casuale e causalmente disgiunta di alti e bassi nel “livello dei prezzi.” Il ciclo economico, in breve, è la serie di variazioni casuali ed inutili nel livello aggregato dei prezzi. Di conseguenza, dal momento che il mercato libero provoca questa “danza casuale,” la cura per il ciclo economico è che il governo appronti delle misure per stabilizzare il livello dei prezzi, per mantenere quel livello costante. Questo diventò lo scopo della scuola di Chicago degli anni ‘30 e rimane anche l’obiettivo di Milton Friedman.
Perché un livello di prezzi stabile si suppone sia un’idea etica, da raggiungersi anche mediante l’uso della coercizione governativa? I friedmaniani assumono semplicemente l’obiettivo come manifesto ed a malapena necessitante di discussione ragionata. Ma le basi originali di Fisher erano un malinteso totale della natura della moneta, e dei nomi delle diverse unità monetarie. In realtà, come la maggior parte degli economisti del diciannovesimo secolo sapevano bene, questi nomi (dollaro, sterlina, franco, ecc.) non erano in qualche maniera delle realtà di per sé, ma erano semplicemente dei nomi per delle unità di peso d’oro o d’argento. Erano queste merci, emergenti dal mercato libero, ad essere la vera moneta; i nomi e i soldi di carta e la moneta bancaria, erano semplicemente richieste di pagamento in oro o argento. Ma Irving Fisher si rifiutò di riconoscere sia la vera natura della moneta che l’appropriata funzione della parità aurea, o il nome di una valuta come unità di peso in oro. Invece, considerava questi nomi di sostituti cartacei emessi dai vari governi come assoluti, come se fossero moneta. La funzione di questa “ moneta” era di “misurare” i valori. Di conseguenza, Fisher riteneva necessario mantenere il potere d’acquisto della valuta, o il livello dei prezzi, costante.
Questo obiettivo donchisciottesco di un livello di prezzi stabile contrasta con la visione economica del diciannovesimo secolo – e con la successiva scuola austriaca. Esse hanno acclamato i risultati del mercato non ostacolato, del capitalismo laissez faire, nel determinare invariabilmente un livello dei prezzi in calo costante. Perché senza l’intervento del governo, la produttività e l’offerta delle merci tende sempre ad aumentare, causando un declino nei prezzi. Quindi, nella prima metà del diciannovesimo secolo – “la Rivoluzione Industriale” – i prezzi tendevano a scendere costantemente, aumentando così il salario reale pur senza un aumento degli stipendi in termini monetari. Possiamo osservare come questa costante riduzione dei prezzi porti i benefici di livelli di vita più elevati a tutti i consumatori, in esempi quali gli apparecchi televisivi che sono scesi dai 2000 dollari del loro primo ingresso sul mercato a circa 100 per un apparecchio ben migliore. E questo in un periodo di inflazione galoppante.
Fu Irving Fisher, con le sue dottrine e la sua influenza, ad essere in larga parte responsabile delle disastrose politiche inflazionistiche del sistema della Riserva Federale durante gli anni ‘20 e quindi per il successivo olocausto del 1929. Uno degli obiettivi principali di Benjamin Strong, capo della Federal Reserve Bank (Fed) di New York e virtuale dittatore della Fed durante gli anni ‘20, era, sotto l’influenza della dottrina di Fisher, di mantenere il livello dei prezzi costante. E poiché i prezzi all’ingrosso erano costanti o effettivamente in calo durante gli anni ‘20, Fisher, Strong ed il resto dell’Establishment economico si rifiutarono di riconoscere che fosse mai esistito un problema d’inflazione. Così, di conseguenza, Strong, Fisher e la Fed si rifiutarono di ascoltare economisti eterodossi quali Ludwig von Mises e H. Parker Willis che durante gli anni ‘20 avvertivano che una malsana inflazione del credito bancario stava conducendo ad un inevitabile crollo economico.
Così ostinati erano questi personaggi che, ancora nel 1930, Fisher, nel suo canto del cigno come profeta economico, scrisse che la depressione non c’era e che il crollo del mercato azionario era soltanto temporaneo. 13
Friedman sulla moneta
Ed ora, nella sua molto pubblicizzata Storia monetaria degli Stati Uniti, Friedman ha dimostrato la sua inclinazione fisheriana nell’interpretazione della storia economica americana. 14 Benjamin Strong, indubbiamente la più disastrosa singola influenza nell’economia degli anni ‘20, viene celebrato da Friedman precisamente per la sua stabilizzazione dell’inflazione e del livello dei prezzi durante quel decennio. 15 Infatti, Friedman attribuisce la depressione del 1929 non al boom inflazionistico precedente ma al fallimento della Riserva Federale del dopo Strong nel gonfiare a sufficienza la massa monetaria prima e durante la depressione.
In breve, anche se Milton Friedman ha prestato un servizio nel riportare all’attenzione della professione economica l’importante influenza della moneta e della massa monetaria sui cicli economici, dobbiamo riconoscere che questo approccio “puramente monetarista” è quasi l’esatto opposto della solida – e davvero di libero mercato – visione austriaca. Perché mentre gli austriaci sostengono che l’espansione monetaria di Strong ha reso il successivo crollo del 1929 inevitabile, Fisher-Friedman crede che tutto ciò che la Fed doveva fare fosse di pompare più soldi per contrastare ogni recessione. Credendo che non ci sia influenza causale che colleghi il boom dal crollo, credendo nella semplicistica teoria della “Danza del Dollaro,” i Chicago Boys vogliono semplicemente che il governo manipoli quella danza, specificamente per aumentare la massa monetaria per controbilanciare la recessione.
Durante gli anni ‘30, quindi, la posizione Fisher-Chicago era che, per curare la depressione, il livello dei prezzi avrebbe dovuto essere “reflazionato” ai livelli degli anni ‘20 e che la reflazione avrebbe dovuto essere compiuta mediante:
l’ampliamento della massa monetaria da parte della Fed e
la spesa in deficit e i programmi di lavori pubblici su larga scala da parte del governo federale.
In breve, durante gli anni ‘30, Fisher e la scuola di Chicago erano “keynesiani pre-Keynes” e, per quel motivo, erano considerati piuttosto radicali e socialisti – e a ragione. Come i successivi keynesiani, i Chicago Boys favorirono una politica monetaria e fiscale “compensativa,” comunque sempre con maggior attenzione sul ramo monetario.
Alcuni potrebbero obiettare che Milton Friedman non crede così tanto in una politica monetaria e fiscale manipolativa come in un aumento “automatico” della Riserva Federale ad un tasso del 3-4 per cento annuo. Ma questa modifica della vecchia Scuola di Chicago è puramente tecnica, e proviene dalla realizzazione di Friedman che le manipolazioni giornaliere e a breve termine della Fed soffrirebbero di inevitabili ritardi, e sarebbero quindi destinate ad aggravare piuttosto che a migliorare il ciclo. Ma dobbiamo renderci conto che la politica inflazionista automatica di Friedman è semplicemente un’altra variante nell’inseguimento dello stesso vecchio scopo Chicago-fisheriano: la stabilizzazione del livello dei prezzi – in questo caso, stabilizzazione nel lungo termine. Quindi, Milton Friedman è, puramente e semplicemente, uno statalista-inflazionista, anche se un inflazionista più moderato della maggior parte dei keynesiani. Ma questa è in effetti una piccola consolazione e difficilmente qualifica Friedman come economista di mercato in questo campo vitale.
Fisher, Friedman e la fine della parità aurea
A partire dai suoi primi giorni, Irving Fisher fu – correttamente – considerato come un radicale monetario ed uno statalista per il suo desiderio di eliminare la parità aurea. Fisher capì che la parità aurea – sotto la quale la moneta di base è una merce estratta sul mercato libero piuttosto che creata dal governo – era incompatibile con la sua ossessionante volontà di stabilizzare il livello dei prezzi. Quindi, Fisher fu uno dei primi economisti moderni a richiedere l’abolizione della parità aurea e la sua sostituzione con il corso legale.
Con un sistema di corso legale, il nome della valuta – dollaro, franco, marco, ecc. – diventa il definitivo standard monetario, ed il controllo assoluto della fornitura e dell’uso di queste unità è necessariamente conferito al governo centrale. In breve, la moneta inconvertibile è inerentemente la moneta dello statalismo assoluto. La moneta è il prodotto centrale, il centro nervoso, per così dire, dell’economia di mercato moderna, ed ogni sistema che conferisca il controllo assoluto di quel prodotto nelle mani dello Stato è disperatamente incompatibile con un’economia di mercato o, alla fine, con la libertà individuale in sé.
Tuttavia, Milton Friedman è un fautore radicale del taglio di tutti gli attuali legami, per quanto deboli, con l’oro, e del passaggio ad uno standard totale ed assoluto di dollaro a corso legale, con tutto il controllo conferito al Sistema della Riserva Federale.* Naturalmente, a quel punto Friedman raccomanderebbe alla Fed di usare saggiamente quel potere assoluto, ma nessun libertario degno di questo nome può provare altro che disgusto per l’idea stessa di conferire potere coercitivo a qualsiasi gruppo e quindi sperare che tale gruppo non usi il proprio potere al massimo grado. La ragione per cui Friedman è completamente cieco alle implicazioni tiranniche e despotiche del suo schema di moneta a corso legale è, ancora una volta, la separazione arbitraria della Scuola di Chicago fra micro e macro, la speranza inutile e chimerica che possiamo avere un controllo totalitario della sfera macro conservando il “mercato libero” nel micro. Dovrebbe essere ormai chiaro che questo genere di “micro-libero mercato” alla Chicago è “libero” soltanto nel senso più ingannevole e ironico: assomiglia molto alla “libertà” orwelliana di “la Schiavitù è Libertà”
Un ritorno alla parità aurea
È indiscutibile il fatto che il sistema monetario internazionale attuale sia un’irrazionale ed abortiva mostruosità ed ha bisogno di una drastica riforma. Ma la riforma proposta da Friedman, di tagliare tutti i legami con l’oro, renderebbe la situazione ben peggiore, dato che lascerebbe tutto alla misericordia completa del suo Stato emettente denaro a corso legale. Dobbiamo andare precisamente nella direzione opposta: ad una parità aurea internazionale che ristabilisca la moneta-merce ovunque e tolga ogni manipolazione monetaria statale dalla schiena dei popoli del mondo.
Inoltre, l’oro, o una qualche altra merce, è vitale per la fornitura di una moneta internazionale – una moneta di base con cui tutte le nazioni possono vendere e depositare i loro conti. L’assurdità filosofica del piano di Friedman con ogni governo che fornisce liberamente la propria moneta a corso legale, separatamente da tutti gli altri, può essere vista chiaramente se consideriamo che cosa accadrebbe se ogni regione, ogni provincia, ogni stato, no ogni città, contea, paese, villaggio, isolato, casa, o individuo emettesse la propria moneta, e quindi avessimo, come Friedman prevede, tassi di cambio liberamente fluttuanti fra tutti questi milioni di valute. Il caos seguente sorgerebbe dalla distruzione del concetto stesso di moneta – l’entità che serve da mezzo generale per tutti gli scambi sul mercato. Filosoficamente, il friedmanismo distruggerebbe la moneta in sé e ci ridurrebbe al caos ed al primitivismo del sistema del baratto.
Uno degli errori cruciali di Friedman nel suo piano per consegnare tutto il potere monetario allo Stato è che non riesce a capire che questo schema sarebbe inerentemente inflazionistico. Perché lo Stato avrebbe allora in suo totale potere di emettere la quantità di moneta che vuole. Il consiglio di Friedman di limitare questo potere ad un’espansione del 3-4% l’anno ignora il fatto cruciale che qualsiasi gruppo, entrando in possesso del potere assoluto di “stampare i soldi,” tenderà a... stamparli! Supponete che a John Jones sia assegnato dal governo il potere assoluto, il monopolio compulsivo, sul torchio tipografico, e gli sia permesso di emettere tutti i soldi che vuole, e di utilizzarli come vuole. Non è forse cristallino che Jones userà questo potere di contraffazione legalizzata al massimo grado, e che quindi il suo governo sulla moneta tenderà ad essere inflazionistico? Alla stessa maniera, lo Stato si è da lungo tempo arrogato il monopolio compulsivo della contraffazione legalizzata, ed in tal modo ha avuto la tendenza ad usarlo: quindi, lo Stato è inerentemente inflazionistico, come sarebbe qualsiasi gruppo con il potere unico di creare i soldi. Lo schema di Friedman intensificherebbe soltanto quel potere e quell’inflazione.
L’unica soluzione libertaria, al contrario, è di far restituire dallo Stato le sue scorte di moneta-merce. Franklin Roosevelt, con il pretesto di “un’emergenza della depressione,” ha confiscato tutto l’oro posseduto dal popolo americano nel 1933, e niente è stato detto per quasi quattro decenni circa la restituzione del nostro oro. Contrariamente a Friedman, il vero libertario deve chiedere al governo di ridare al popolo l’oro rubato, che il governo ci aveva sequestrato in cambio dei suoi dollari di carta.
EFFETTO VICINATO
Quindi, nei due vitali campi macro della tassazione e della moneta, l’influenza di Milton Friedman è stata enorme – ben più che in qualunque altro campo – e quasi uniformemente disastrosa dal punto di vista di un genuino libero mercato. Ma anche al livello micro, in cui la sua influenza è stata minore e solitamente più favorevole, Friedman ha fornito agli interventisti una scappatoia teorica larga quanto la porta di un granaio. Perché Friedman sostiene che è legittimo per il governo interferire con il mercato libero ogni qualvolta le azioni di qualcuno provochino un “effetto vicinato.” Quindi, se A fa qualcosa che beneficia B e B non la deve pagare, i Chicago Boys lo considerano un “difetto” nel libero mercato, e diventa quindi allora compito del governo “correggere” quel difetto tassando B per pagare A per questo “beneficio.”
È per questo motivo che Friedman firma la fornitura del governo di fondi per l’educazione di massa, per esempio; poiché l’educazione dei ragazzi si presume avvantaggi altre persone, allora il governo si presume sia giustificato nel tassare queste persone per pagare questi “benefici” (ancora una volta, in questo campo, l’influenza perniciosa di Friedman è stata nel tentativo di rendere un operazione statale inefficiente molto più efficiente; qui suggerisce di sostituire le insostenibili "scuole pubbliche” con pagamenti di buoni pubblici ai genitori – così lasciando intatto l’intero concetto di finanziamento fiscale per l’educazione di massa).
Oltre al regno estremamente importante dell’educazione, Friedman, in pratica, limiterebbe la discussione dell’effetto vicinato a misure quali i parchi urbani. Qui, Friedman è preoccupato che se i parchi fossero privati, qualcuno potrebbe godere della loro vista da lontano e non essere costretto a pagare questo beneficio psichico. Di conseguenza, egli sostiene soltanto i parchi pubblici urbani. I parchi rurali, egli ritiene, possono essere privati in quanto possono essere abbastanza appartati da obbligare tutti gli utenti a pagare per i servizi resi.
È di scarso conforto il fatto che Friedman stesso limiterebbe questo argomento dell’effetto vicinato a pochi casi, come l’educazione ed i parchi urbani. In realtà, questo argomento potrebbe essere usato per giustificare quasi ogni intervento, sovvenzione e programma di tassazione. Io, per esempio, ho letto l’Azione Umana di Mises; quindi ho assorbito maggiore saggezza e sono diventato una persona migliore; diventando una persona migliore, beneficio il mio prossimo; tuttavia, accidenti, non sono costretti a pagare quei benefici! Non dovrebbe forse il governo tassare questa gente e sovvenzionarmi per essere così degno da leggere l’Azione Umana?
O, per fare un altro esempio, che ai Liberatori delle Donne piaccia o meno, molti uomini ottengono moltissimo godimento dal guardare le ragazze in minigonna; tuttavia, questi uomini non pagano questo godimento. Ecco un altro effetto vicinato che rimane impunito! Non dovrebbero gli uomini di questo paese essere tassati per sovvenzionare le ragazze che indossano minigonne?
Non c’è ragione di moltiplicare gli esempi; proliferano quasi all’infinito ed espongono la totale assurdità e pervasività delle concessioni allo statalismo dell’effetto vicinato alla Chicago. L’unica risposta che i Chicago Boys hanno potuto dare a questa reductio ad absurdum è che essi non avrebbero portato l’intervento del governo fino a quel punto, seppur accettando la logica. Ma perché no? Secondo quale metro, secondo quale criterio, essi si fermano ai parchi ed alle scuole? Il punto è che non c’è tale criterio, e questo indica soltanto un fallimento intellettuale, una mancanza di rigore logico, al cuore della gran parte dell’attuale economia e scienza sociale – friedmanismo incluso.
L’IMPATTO DI FRIEDMAN
E così, esaminando le credenziali di Milton Friedman per essere il leader dell’economia di mercato, arriviamo alla raggelante conclusione che è difficile considerarlo un economista di mercato. Anche nella sfera micro, le concessioni teoriche di Friedman al grande ideale della “concorrenza perfetta” consentirebbero una gran quantità di antitrust governativo e la sua concessione dell’effetto vicinato all’intervento del governo potrebbe consentire un virtuale stato totalitario, anche se Friedman limita illogicamente la sua applicazione ad alcuni campi. Ma persino qui, Friedman usa questo argomento per giustificare la fornitura a tutti dell’educazione di massa da parte dello Stato.
Ma è nella sfera macro, sconsideratamente separata da quella micro da economisti che rimangono dopo sessant’anni ignari dell’impresa di integrarle di Ludwig von Mises, è qui che l’influenza di Friedman è stata la più funesta. Perché scopriamo che Friedman ha la pesante responsabilità sia del sistema di ritenuta fiscale che del disastroso reddito annuo garantito che appare all’orizzonte. Allo stesso tempo, scopriamo che Friedman richiede il controllo assoluto dello Stato sulla massa monetaria – una parte cruciale dell’economia di mercato. Ogni volta che il governo ha, irregolarmente e quasi per caso, smesso di aumentare la massa monetaria (come Nixon ha fatto per diversi mesi nella seconda metà del 1969), Milton Friedman era pronto ad issare nuovamente il vessillo dell’inflazione. E dovunque ci giriamo, troviamo Milton Friedman, che propone non misure in nome della libertà, non programmi per sminuzzare lo Stato Leviatano, ma misure per rendere il potere di quello Stato più efficiente e quindi, fondamentalmente, più terribile.
Il movimento libertario ha seguito fin troppo a lungo il pigro percorso intellettuale di non riuscire a fare distinzioni, o di non riuscire a discriminare, di non riuscire a fare una ricerca rigorosa per distinguere la verità dall’errore nei punti di vista di coloro che sostengono essere suoi membri o alleati. È quasi come se qualunque burlone di passaggio che borbotta poche parole sulla “libertà” dovessimo automaticamente stringerlo al nostro petto come membro dell’unica, grande famiglia libertaria. Con la crescita dell’influenza del nostro movimento, non possiamo più permetterci il lusso di questa pigrizia intellettuale. È ora di identificare Milton Friedman per quello che realmente è. È ora di chiamare una vanga vanga e uno statalista statalista.
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BIBLIOGRAFIA
* Brehm, C.T., and T.R. Saving. “The Demand for General Assistance Payments.” American Economic Review 54, no. 6 (dicembre 1964).
* Fisher, Irving. The Stock Market Crash – And After. New York: Macmillan, 1930.
* Friedman, Milton, e Anna Schwartz. A Monetary History of the United States, 1867–1960. Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1963.
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* – – – . “The Great Inflationary Recession Issue: ‘Nixonomics’ Explained.” The Individualist (June 1970).
* – – – . “The Guaranteed Annual Income.” The Rational Individualist (September 1969).
* – – – . What Has Government Done To Our Money? Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1990.
* Simons, Henry C. A Positive Program for Laissez Faire: Some Proposals for a Liberal Economic Policy. Chicago: University of Chicago Press, 1934.
* Welfare Plan of the Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints. The General Church Welfare Committee, 1960.
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Note
1. Henry C. Simons, A Positive Program for Laissez Faire: Some Proposals for a Liberal Economic Policy (Chicago: University of Chicago Press, 1934).
2. In questo articolo, limito la discussione al politico-economico e ometto i problemi tecnici della teoria economica e della metodologia. È in queste ultime che Friedman ha raggiunto il suo peggio, dato che Friedman è riuscito a cambiare la vecchia metodologia di Chicago, essenzialmente aristoteliana e razionalista, in una madornale ed estrema variante del positivismo.
3. Per un’eccellente introduzione alla visione austriaca, vedi Individualism and the Economic Order di F.A. Hayek (Chicago: University of Chicago Press, 1948), cap. 5.
4. Ludwig von Mises, Teoria della moneta e del credito.
5. C’è un aneddoto affascinante sul distinto industriale Charles F. Kettering. Visitando il letto d’ospedale di un amico che si stava lamentando della crescita del governo, Kettering gli ha detto “coraggio Jim. Ringrazia Dio che non otteniamo tanto governo quanto paghiamo!”
6. Milton Friedman e George J. Stigler, Roofs or Ceilings? (Irvington-on-Hudson, N.Y.: Foundation for Economic Education, 1946), p. 10.
7. Per un’ulteriore critica della dottrina di Friedman-Nixon del reddito garantito, vedi Murray N. Rothbard, “The Guaranteed Annual Income,” The Rational Individualist (September 1969); e Henry Hazlitt, Man vs. The Welfare State (New Rochelle, N.Y.: Arlington House, 1969), pp. 62–100. *Rothbard predisse correttamente che questa proposta di Friedman avrebbe fatto parte della campagna presidenziale del 1972. Interessante, e rivelatore, il fatto che fu proposta dall’avversario democratico di Nixon, il senatore George McGovern. Gli elettori lo considerarono come estremamente radicale e McGovern fu sconfitto in modo schiacciante. Ed.
8. Per una dimostrazione empirica di questo rapporto, vedi “The Demand for General Assistance Payments,” American Economic Review 54, no. 6 (dicembre 1964), pp. 1002–18.
9. New York Times (13 aprile 1970).
10. Questo era lo stesso principio di che guida la Charity Organization Society nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo. Quell’organizzazione liberale classica “credeva che l’aspetto più serio della povertà fosse la degradazione del carattere dell’uomo o della donna indigenti. La carità indiscriminata rendeva soltanto le cose peggiori; demoralizzava. La vera carità richiedeva amicizia, pensiero, la specie di aiuto che avrebbe ristabilito l’amor proprio dell’uomo e la sua capacità di sostenere lui e la sua famiglia.” Charles Loch Mowat, The Charity Organization Society (London: Methuen, 1961), p. 2.
11. Welfare Plan of the Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints (The General Church Welfare Committee, 1960), p. 48.
12. Welfare Plan, pp. 1-2.
13. Irving Fisher, The Stock Market Crash – And After (New York: Macmillan, 1930).
14. Milton Friedman e Anna Schwartz, A Monetary History of the United States, 1867–1960 (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1963).
15. Vedi Murray N. Rothbard, America’s Great Depression (Princeton, N.J.: D. Van Nostrand, 1963), per una visione contrastante degli anni 20. Altro sulla visione del ciclo economico friedmaniana contro quella austriaca si può trovare in Murray N. Rothbard, “The Great Inflationary Recession Issue: ‘Nixonomics’ Explained,” The Individualist (June 1970), pp. 1–5.
Traduzione di Flavio Tibaldi
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
Filosofia politica
SECONDA SCOLASTICA
I tardoscolastici, proseguendo in questo la tradizione tomistica, ritenevano che la proprietà privata fosse giustificata sia dalla legge eterna sia dalla legge naturale. L’avversione alla proprietà privata nell’ambito del pensiero cattolico viene in genere supportata attraverso la celebre frase pronunciata dal Cristo (Luca 18, 18-25): “È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio.” I tardoscolastici contestarono l’interpretazione secondo cui in quel brano Gesù stesse condannando il possesso di ricchezze. A loro avviso egli in realtà ammoniva a non conferire maggior valore alle cose materiali che a Dio. Non contestava il possesso di ricchezze, ma l’eccessivo attaccamento ad esse. Tale interpretazione diventa plausibile alla luce di altri passi dei Vangeli, in cui lo stesso trattamento viene riservato a chi ama più di Dio non solo le ricchezze, ma anche il padre, la madre o il figlio.
Inoltre, Cristo elogiò il ricco Zaccheo, e fu il ricco Giuseppe d’Arimatea che mantenne la propria fede mentre gli apostoli venivano assaliti dal dubbio (Matteo 27, 57).
Leonardo Lessio in De iustitia et iure, del 1626, indica molti passi delle Scritture in cui si asserisce che il possesso di beni non e` di per sé un peccato. Lo stesso Sant’Agostino aveva condannato l’insegnamento dei cosiddetti “apostolici”, che, in tema di proprietà, davano una lettura “comunitaria” degli Atti. Secondo lo scolastico spagnolo Juan de Medina (1490-1546), Cristo non chiese mai agli apostoli di rinunciare ai propri beni.
“Oltre ai riferimenti biblici, gli studiosi medievali adoperavano la logica e il ragionamento. Essi postulavano che la proprietà privata era conveniente allo sviluppo dell’umanità. I Dottori fornivano argomentazioni utilitaristiche per dimostrare che i beni posseduti individualmente vengono usati in modo migliore rispetto a quelli posseduti in comune”. Il domenicano Domingo de Soto (1495-1560) criticava la proprietà comune da una prospettiva aristotelica e tomistica. In un sistema basato sulla proprietà collettiva verrebbero meno gli incentivi al lavoro, poiché la ricompensa sarebbe indipendente dall’attività svolta; inoltre si determinerebbero dei conflitti per la ripartizione dei beni prodotti. Francisco de Vitoria (1492-1546), il “padre” della scolastica spagnola, fa notare che in un regime di proprietà comune prevarrebbe l’ingiustizia, perché sarebbero i malvagi e gli avari a trarne maggior vantaggio, prendendo di più di quanto hanno conferito. Anche il gesuita Luis de Molina (1535-1600) pone l’accento sul disincentivo all’intrapresa e alla cura dei beni che deriverebbe dall’assenza di proprietà privata.
Lo spagnolo Tomas de Mercado (1500 ca -1575) intuisce che l’interesse personale è il fattore decisivo nella moltiplicazione delle ricchezze. Un analogo riferimento all’interesse personale viene fatto dal gesuita Juan de Mariana (1535-1624), che sottolinea le virtù degli scambi di beni fra soggetti proprietari.
I tardoscolastici adducevano anche ragioni morali a sostegno della proprietà privata. Secondo Soto la proprietà comune farebbe venir meno la virtù della generosità, dal momento che “coloro che non possiedono nulla non possono essere generosi”.
Il tema dell’intervento statale in economia e` affrontato con particolare attenzione da Mariana. Egli invocava il bilancio in equilibrio, così che il regno non “sarà obbligato a incorrere in debiti o consumare le riserve [...] per pagare gli interessi che cresceranno quotidianamente. [...] Se le spese della Corona arriveranno a essere maggiori delle tasse, il male sarà inevitabile. Sarà necessario imporre nuove tasse ogni giorno. I cittadini si esaspereranno e non ascolteranno i comandi del re”. Secondo Mariana la causa principale della svalutazione della moneta e` l’eccesso di spesa pubblica. La Spagna era oppressa da “compensi pubblici, encomiendas, pensioni, indennità e incarichi”, da spese futili e inefficienti, da tagliare come un’ “estremità cancerosa”. 6
Pedro Fernandez Navarrete individuava il principale problema della Spagna nell’emigrazione provocata dalle pesanti imposte che il popolo doveva pagare per finanziare le spese pubbliche. La pauperizzazione così determinatasi avrebbe ridotto il numero dei contribuenti e concentrato il carico fiscale su una platea sempre più ristretta, e dunque maggiormente colpita. Relativamente alla spesa pubblica, Navarrete criticava l’enorme numero di persone che vivevano delle risorse pubbliche della Spagna, «succhiando come arpie» dai beni del re e suggeriva di licenziare un elevato numero di cortigiani (i funzionari pubblici di allora).
In generale, secondo i tardoscolastici, quando le persone maneggiano denaro pubblico, sono molto meno accorte di quando gestiscono il proprio denaro, e il risultato e` l’aumento esponenziale di spese inutili ed inefficienti.
L’esponente che afferma nella maniera più netta la libertà economica, non solo all’interno degli scolastici, è Azpilcueta.
Contro lo statalismo di de Soto, afferma con una nettezza mai avuta in precedenza da alcun pensatore che il controllo dei prezzi è imprudente ed erroneo.
Di grande interesse e` l’analisi degli scolastici medievali intorno alla moneta. Seguendo la tradizione aristotelica, ritenevano che la funzione principale della moneta fosse l’intermediazione degli scambi. Il contributo più importante è quello del teologo Martin de Azpilcueta, che nel Manual de confesores y penitentes (1553) e nel Comentario resolutoio de usuras (1556) condusse un ragionamento che molti considerano la prima formulazione della teoria quantitativa della moneta. Il livello della massa monetaria determina i prezzi assoluti, che sono dunque più bassi in paesi, come la Francia dell’epoca, dove vi era maggiore “scarsità di denaro”. Il valore della moneta e` quindi correlato con la quantità di essa in circolazione. Non solo, A. considera anche la domanda come co-determinante del valore della moneta.
Quasi tutti i tardoscolastici condividevano l’idea che la quantità di moneta è uno dei principali fattori che influiscono sul suo valore.
La moneta doveva essere solida. Erano da respingere le politiche di svalutazione legale praticate dai sovrani, sia per l’iniqua redistribuzione della ricchezza che provocavano, sia per l’instabilità che inducevano negli scambi commerciali e nel sistema economico in generale.
Molina è l’altro grande sostenitore del mercato. È soprattutto un teorico della moneta.
Per quanto riguarda la teoria del valore, sulla base di un capitolo de La città di Dio di Sant’Agostino, gli scolastici avanzano l’idea che il valore dei beni dipenda dall’utilità che essi procurano agli individui.
Covarrubias ribadisce la teoria del valore già delineata da S. Bernardino da Siena e Giovanni Nider: il valore dei beni è determinato sul mercato dall’utilità e dalla scarsità di essi.
Deducendo la teoria del prezzo dalla teoria del valore, gli scolastici definivano giusto prezzo quello determinato dalla “valutazione comune nel mercato” (Vitoria). Questi autori generalmente non ricorrono, nell’analisi delle determinanti del prezzo, a canoni “essenzialisti”, basati su una particolare caratteristica oggettiva della cosa, bensì a criteri estrinseci all’oggetto, come l’incontro delle valutazioni soggettive degli individui. Illuminante a tale proposito e` la seguente affermazione di Luis de Molina: “il giusto prezzo [...] dipende dalla valutazione relativa che ogni uomo dà all’uso di un bene. [...] il giusto prezzo di una perla dipende dal fatto che alcuni uomini hanno voluto assegnarle valore come oggetto ornamentale”.
In accordo con tale visione, gli scolastici erano in maggioranza ostili alle imposizioni di prezzo da parte dell’autorità pubblica.
I redditi dei soggetti, salari, profitti e rendite, vengono ricompresi dagli scolastici in quella che San Tommaso definiva “giustizia commutativa”, riguardante i rapporti reciproci tra le persone, e non nell’ambito della giustizia distributiva. Ciò significa che ciascun reddito, rappresentando il prezzo di un servizio, viene trattato metodologicamente come qualsiasi altro prezzo. San Bernardino applicava gli stessi principi tanto al salario quanto ai prezzi. Il suo contemporaneo, sant’Antonino, faceva lo stesso [...] Villalobos parlava dei salari nel capitolo sull’affitto. Una simile interpretazione valorizza le forze della domanda e dell’offerta anche nella determinazione delle remunerazioni.
In tema di redditi individuali, vale la pena di sottolineare due circostanze in cui sembrano prevalere accenti addirittura libertari (in senso stretto) nel pensiero tardoscolastico. La prima riguarda la ricompensa della prostituta, ritenuta assolutamente legittima; la seconda concerne il gioco d’azzardo, giudicato perfettamente lecito, in quanto prodotto di uno scambio volontario. De Soto: “Nessuno può dubitare che, per la legge di natura, un uomo possa trasferire la sua proprietà a un altro tramite un gioco; come è stato detto, lo scambio di beni più conforme alla legge di natura è quello che viene fatto in accordo con la spontanea volontà del proprietario”.
Concludiamo con la controversa questione dell’interesse. Non vi sono dubbi sul fatto che la maggioranza degli scolastici fosse ostile all’interesse sui prestiti (anche Azpilcueta), giudicandolo un’inaccettabile pratica usuraia. Tuttavia vi sono delle interessanti eccezioni. Medina è lo scolastico che afferma la posizione più avanzata (l’interesse ammesso come compensazione per il rischio di non restituzione della somma al prestatore), smentito però dal pensiero ufficiale. Felipe de la Cruz sosteneva che è lecito ricevere un profitto per aver prestato una somma di denaro, sia per una questione di giustizia sia per gratitudine. Vitoria e Saravia de la Calle ammettevano un compenso, purché fosse un’iniziativa personale del debitore.
Scheda articolo
Area tematica : Filosofia | Argomento : Filosofia politica | Indice argomenti
Fonte articolo : www.rothbard.it | Autore : Murray Newton Rothbard a cura di Piero Vernaglione|
Tipo origine articolo : documento word | Data pubblicazione : 23/1/11
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