Aristotele
Aristotele
Tratto da wikipedia : Aristotele, in greco: Ἀριστοτέλης, Aristotéles (Stagira, 384 a.C. – Calcide, 322 a.C.), è stato un filosofo greco antico, noto come il "filosofo dell'immanenza".
È considerato uno dei più innovativi e prolifici uomini di cultura del mondo antico e una delle menti filosofiche più stimate e influenti, nonché un precursore di scoperte in vari campi della conoscenza.
Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, città macedone nella penisola Calcidica (Nord Grecia). Si dice che il padre, Nicomaco, sia vissuto presso Aminta, re dei Macedoni, prestandogli i servigi di medico e di amico. Aristotele, come figlio del medico reale, doveva pertanto risiedere nella capitale del Regno di Macedonia, Pella. Rimasto orfano in tenera età, dovette trasferirsi ad Atarneo, cittadina dell'Asia Minore di fronte all'isola di Lesbo, dal tutore Prosseno, il quale, verso il 367 a.C., lo mandò ad Atene per studiare nell'Accademia, fondata da Platone circa vent'anni prima, dove rimarrà fino alla morte del suo maestro. Aristotele non fu dunque mai un cittadino di Atene, ma un meteco. Quando il diciassettenne Aristotele entra nell'Accademia, Platone è a Siracusa da un anno, su invito di Dione, parente di Dionigi I, e tornerà ad Atene solo nel 364 a.C.; in questi anni, secondo l'impostazione didattica dell'Accademia, Aristotele dovette iniziare con lo studio della matematica, per passare tre anni dopo alla dialettica. A reggere la scuola è Eudosso di Cnido, uno scienziato che dovette influenzare il giovane studente che, molti anni dopo, nell'Etica Nicomachea scriverà che i ragionamenti di Eudosso «avean acquistato fede più per la virtù dei suoi costumi che per se stessi: appariva di un'insolita temperanza, sembrando ragionare, nell'identificare il bene col piacere, non perché amante del piacere, ma perché pensava che la cosa stesse veramente così».
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Aristotele
La vita
Aristotele nacque a Stagira, colonia ateniese nella penisola calcidica, nel 384-3 a.C.; frequentò l'Accademia a 17 anni e vi rimase per altri 20, fino alla morte di Platone. Si è parlato di ingratitudine dell'alunno, ma questa lunga permanenza, l' influenza platonica in alcune opere e l'elegia dell'altare dimostrano il contrario. La stessa critica alla teoria delle idee nell' Etica nicomachea è preceduta dalla confessione della difficoltà nel fare ciò nei confronti della dottrina di un amico sebbene questo ostacolo debba venire superato per amore della verità. Probabilmente anche per il fatto di non essere ateniese e di non poter governare in una colonia divenuta macedone, è verosimile che Aristotele fosse più interessato alle materie scientifiche che a quelle politico-etiche. Uscito dalla scuola non condividendo l'indirizzo di Speusippo, con Senocrate si recò nella comunità di Asso ove insegnò. Neleo, figlio di Corisco, fu suo discepolo ed a casa sua pare siano state trovate opere di Aristotele. Successivamente egli soggiornò a Mitilene dove forse fondò una scuola.
In questa fase della sua vita avvenne il distacco dalla teoria delle idee-numeri, come testimonia Sulla Filosofia. Nel 342 Aristotele fu chiamato dal re macedone Filippo ad educare Alessandro; il futuro Alessandro Magno verosimilmente assorbì l'idea del maestro della superiorità della cultura greca, superiorità che sarebbe divenuta mondiale se accompagnata da unità politica. Il dissenso col discepolo si ebbe solo allorché questi volle unire i popoli orientali ed assumere le forme orientali di sovranità. Appena Alessandro salì al trono Aristotele tornò ad Atene (335-334) ove fondò una scuola nel ginnasio, il Liceo (detto così perché sorto vicino al tempio di Apollo Liceo), edificio comprensivo di giardino e passeggiata (perìpato, da cui scuola peripatetica) in cui si svolgevano lezioni di filosofia il mattino e di retorica e dialettica ad un pubblico più vasto il pomeriggio, secondo ordine rigoroso ed in uno stile di vita comunitario. Docenti furono anche gli scolari Teofrasto ed Eudemo. Esso era organizzato comunque come un tiaso. Nel 323 morì Alessandro: nonostante i rapporti col maestro si fossero già raffreddati (ad esempio Alessandro aveva mandato a morte un discepolo di Aristotele, Callistene, al suo seguito per scriverne le imprese) gli avversari di Alessandro vedendo in Aristotele un nemico lo accusarono di empietà e lo costrinsero a rifugiarsi a Calcide nell'Eubea dove aveva in eredità dalla madre un terreno. Egli giustificò questa fuga col non voler permettere agli ateniesi di peccare una seconda volta contro la filosofia. Morì nel 322-321.La critica a Platone
Aristotele, allievo di Platone, pur assumendo stato suo allievo per ventenni, sostiene una propria linea filosofica che lo porterà a criticare il maestro, e questo suo atteggiamento è espresso nella frase "Amicus Plato, sed magis amica veritas", che ribadiva l'interesse dello stagirita soprattutto per la verità, e non di assumere come tale la parola di Platone. Innanzi tutto Aristotele critica la ricerca svolta da Platone, che ha cercato il vero essere in un mondo soprasensibile, tentando di spiegare in questo modo il mondo reale, che appariva mutevole e sfuggente perché soggetto al divenire (Platone diceva che il mondo fisico non poteva essere oggetto di un discorso vero ma verosimile, vista l'impossibilità di determinare con certezza matematica ciò che si percepiva con i sensi e non con i logoi, come il mondo iperuranio). Aristotele sostiene che il mondo delle idee non è in grado di spiegare il mondo fisico, come invece riteneva Platone, visto che tra le due realtà c'è frattura (chorismos). Al contrario il divenire, che per il divino costituiva un ostacolo la cui presenza impediva di conoscere scientificamente il mondo reale e di considerarlo come vero essere, per Aristotele è un fenomeno su cui concentrare gli sforzi della ricerca perché solo riuscendo a spiegare il mutevole divenire si può essere in grado di comprendere il mondo reale. Inoltre lo stagirita critica il suo maestro, esprimendo rispetto alla teoria delle idee ragionamenti di questo tipo: se esistono le idee per tutto ciò che è nel mondo fisico, esistono idee anche per le negazioni; ma ciò è contraddittorio, perché l'idea di una negazione si associa a tutto tranne il concetto che essa nega. Un'idea sarebbe cioè associata ad una molteplicità di cose diverse nel mondo fisico.
Aristotele nega quindi l'esistenza del mondo delle idee. Sostiene, infatti, che esse siano nella mente di chi le pensa e non abbiano quindi consistenza ontologica, come invece gli oggetti fisici, che per lo stagirita sono realmente esistenti, e non sono una "brutta copia" dell'idea. Per Aristotele è quindi possibile uno studio scientifico della natura, e il divenire, che per Platone era un impedimento alla conoscenza scientifica della stessa, diviene per Aristotele un oggetto di studio per cercare quei principi che rendano intelligibile il divenire. Inoltre Aristotele critica il maestro riguardo l'intellettualismo etico, servendosi della stessa metafora del maestro, ovvero quella della biga. Se è infatti la parte volitiva dell'anima a decidere se seguire la parte razionale o concupiscibile della stessa, essa può decidere sia se fare il bene sia se fare il male, anche se la parte razionale conosce il bene. Questa concezione verrà ripresa da S. Agostino, il quale affermerà che il peccato viene da un difetto di volontà degli uomini. Le opere che ci rimangono di Aristotele (molte sono andate perdute dopo la morte dei suoi allievi diretti) sono state organizzate da un dotto greco del I sec. a.C., Andronico di Rodi, secondo la suddivisione delle scienze aristoteliche.La dottrina del sillogismo e la scienza
Aristotele studia la teoria del sillogismo, definendolo genericamente un meccanismo grazie al quale, partendo da determinate premesse, si arriva ad una conclusione. Un sillogismo tipico presenta la seguente struttura:
Premesse:
- Tutti gli uomini sono mortali
- Tutti i filosofi sono uomini
Conclusione:
- Tutti i filosofi sono mortali
La parte nominale della conclusione è detto termine maggiore e il suo soggetto termine minore; le premesse in cui essi compaiono sono dette rispettivamente premessa maggiore e minore. Il termine che compare in entrambe le premesse è detto termine medio. Nel nostro caso il termine maggiore è mortali, il termine minore è filosofi, il termine medio uomini; la premessa minore è la 2, la maggiore è la 1.
È importante notare che un sillogismo è valido, cioè porta ad una conclusione vera, solo quando entrambe le premesse sono vere. Se la 1 del caso sopracitato fosse stata falsa, ad esempio "Tutti gli uomini sono immortali", il sillogismo avrebbe portato ad una conclusione falsa, cioè "Tutti i filosofi sono immortali."Aristotele riprende l'essere di Parmenide
Per Aristotele il mondo reale ha consistenza ontologica, ma non può rientrare nella rigida distinzione di essere e non essere come sosteneva Parmenide, ritenuta dallo stagirita troppo sommaria. Esistono infatti diverse categorie di essere: ad esempio possiamo affermare che sia un uomo che un colore esistano, ma il loro "esistere" è differente. Pertanto Aristotele è convinto che ente sia ciò che "Si dice in molti modi" e quindi necessita di una classificazione. Il filosofo ne indica 10 categorie: sostanza, qualità, quantità, rapporto, dove, quando, giacere, avere, agire, patire. Fra queste la più importante è la sostanza, che è un sostrato (hypokèimenon), perché è un ente che ha un autonoma capacità di sussistenza (l'uomo, ad esempio, esiste indipendentemente da altre categorie di enti). Quindi tutte le altre categorie di enti sono definiti accidentes (alla latina), cioè cose che accadono all'ente. Perciò il colorito di un uomo, che è un ente che rientra nella categoria di qualità, non è un sostrato perché esso è in stretta dipendenza dall'uomo di cui costituisce il colorito, la contrario l'uomo, essendo un sostrato, esiste indipendentemente da quel colorito.
Aristotele e il divenire
In questo paragrafo esamineremo sommariamente senza spiegare le quattro cause che Aristotele indica come causa del divenire e i concetti di atto e potenza, anch'essi in fondamentali per spiegare il divenire. Successivamente li riprenderemo per avere una visione più globale della filosofia di Aristotele. Le quattro cause sono:
- Causa materiale: la materia di cui è composta la cosa stessa
- Causa formale: le caratteristiche morfologiche e funzionali che fanno di un oggetto proprio quell'oggetto e lo distinguono da un altro. Una casa è tale solo se ha la forma di una casa, non lo sarebbe se gli stessi materiali di cui è costituita venissero disposti in un altro modo (ad esempio se venissero usati per fare un ospedale).
- Causa motrice: ciò che determina l'inizio del cambiamento;
- Causa finale: il fine in vista di cui opera il mutamento.
Per Aristotele le quattro cause sono relative: infatti un mattone può essere la causa materiale di una casa e contemporaneamente causa formale dell'argilla di cui è composto. Ogni cosa è infatti un synolon (tutt'uno) tra forma e materia, e questa unione è inscindibile. Aristotele, per la cronaca, è il primo ad introdurre nel linguaggio filosofico il termine hyle, cioè materia.
Strettamente collegata alle quattro cause è la teoria dell'atto e della potenza. La potenza o dynamis è la possibilità, la potenzialità che ha qualcosa di operare un mutamento; l'atto invece rappresenta due concetti: enèrgheia ed entelècheia. Entelècheia indica la condizione di qualcosa che ha già attuato le proprie potenzialità; enèrgheia indica il processo attraverso cui si giunge all'entelècheia oppure l'attuarsi delle funzioni proprie di un oggetto già in atto. Anche questi concetti, come quelli delle quattro cause, sono relativi: un bambino, ad esempio, è contemporaneamente un seme in atto e un uomo adulto in potenza. Infine, occorre puntualizzare la priorità dell'atto rispetto alla potenza. Per portare avanti l'esempio del bambino, infatti, perché nasca un bambino (un uomo in potenza) è necessario un altro uomo in atto.Aristotele: per metà naturalista e per metà platonico
Come promesso nel paragrafo precedente, ecco la spiegazione d'insieme della filosofia di Aristotele. Quando lo stagirita tenta di spiegare il divenire con le quattro cause, sembra quasi un naturalista, ma poi esprimendo i concetti di atto e potenza Aristotele ritorna sulla via metafisica già tracciata dal maestro.
Affermando che sostanza non è altro che il sinolo, cioè l'unione tra materia e forma, Aristotele critica apertamente Platone, che sosteneva l'esistenza di una frattura (chòrismos) tra il mondo ideale e il mondo fisico, che si traduceva quindi in una divisione tra la forma delle cose (eidos) e la materia che le costituiva (hyle), visto che le idee erano l'eidos senza la hyle (se ne fossero state costituite sarebbero state soggette al divenire e quindi non sarebbero state più il vero essere). Anche la causa formale segue la scia dei naturalisti, poiché la forma distingue le cose indipendentemente della causa materiale. Qui sembrerebbe addirittura vicino a Democrito ed egli stesso afferma che la vera ricerca naturalistica è quella che ha fatto l'atomista e non il suo maestro Platone.
Ma proprio quando sembra che con lo stagirita la natura artigiana di sé stessa dei naturalisti stia per prendersi la rivincita sul demiurgo platonico, Aristotele ricomincia a seguire la via metafisica del maestro. Infatti, al momento di chiarire cosa sia più importante tra forma e materia, Aristotele afferma che l'eidos è più importante, perché è il carattere distintivo delle cose, che rende la medesima hyle cose diverse (una frittata e un uovo in camicia hanno la stessa causa materiale, l'uovo, ma sono distinti perché hanno una causa formale diversa fra loro, anche se quella materiale è la medesima). Qui si può notare l'ombra di Platone che torna con la sua teoria delle idee sulla filosofia del discepolo: la forma di Aristotele, infatti, sembra avere tutte le caratteristiche dell'idea di Platone. Oltre ad essere più importante della materia, essa per Aristotele è ingenerata e eterna. Quindi con questa convinzione smentisce anche i naturalisti, perché la physis di Eraclito, il grande supporter del divenire, dava origine a forme sempre diverse attraverso il divenire.
Inoltre nega anche la possibilità di un'evoluzione come aveva supposto Anassimandro. E proprio Darwin, lo scopritore della teoria dell'evoluzione della specie, si compiace in uno dei suoi trattati perché Aristotele ha le stesse sue idee e ne cita un frammento: in realtà in questo passo lo stagirita aveva riportato un pezzo preso da un'opera di Democrito e alla riga successiva, che Darwin non lesse, egli afferma che tutto quello che l'atomista aveva riferito rispetto all'evoluzione era sbagliato.
Alla domanda "Chi è nato prima, l'uovo o la gallina?" Aristotele risponde "la gallina". Questo perché egli si rifà al concetto di preminenza dell'atto rispetto alla potenza, per cui l'atto precede la potenza: solo un uomo in atto può dare origine ad un bambino, cioè ad un uomo in potenza, che a sua volta darà origine,una volta in atto, ad un altro bambino. E così all'infinito. Perciò è necessario che la forma sia sempre esistita, perché solo l'uomo genera l'uomo.
E così perché il divenire si verifichi, è necessario che ci sia qualcosa già in atto affinché lo possa originare. Ma se anch'essa avesse potenzialità, allora dovrebbe essere mossa da un qualcosa in atto. Per cui c'è bisogno di un principio che sia atto puro perché si possa innescare il meccanismo del divenire, rendendo così la natura artigiana di sé stessa. Allo stesso tempo questo motore deve essere anche immobile, perché secondo Aristotele tutto ciò che si muove lo fa perché è mosso da qualcos'altro. Seguendo questa logica si arriva alla definizione di motore primo immobile, responsabile del movimento di tutto il cosmo.Il motore primo immobile
Aristotele aveva affermato che una sostanza formata da eidos senza hyle era una caso limite, un'astrazione metafisica. E anche il motore primo immobile rientra in questa categoria. Come detto in precedenza, esso deve essere privo di potenzialità e deve anche essere immobile, pertanto non è composto di hyle, perché se no si muoverebbe e sarebbe anche soggetto al divenire, cosa che costringerebbe alla ricerca di un altro motore primo.
Essendo immobile e atto puro, l'ultima sfera, quella delle stelle fisse, desiderandolo come l'oggetto del suo amore, tenta di imitare il suo stato di quiete muovendosi di moto circolare uniforme, che è quello più perfetto, dando origine ad un simile movimento a tutte le altre sfere concentriche, terra compresa, e divenire anche. Così il motore immobile provoca il movimento senza toccare, perché se toccasse sarebbe impuro, ma solo facendosi bramare dalla sfera delle stelle fisse. Ma se lui "contraccambiasse", non sarebbe più puro, pertanto il motore primo immobile, già pensiero perché eidos senza hyle, non può far altro che aspirare a sé stesso. Per questo Aristotele lo definisce noesis noèseos, cioè "pensiero del pensiero". Il motore primo immobile, per tale "costituzione fisica", viene a coincidere con il divino, con dio. Per questo motivo la filosofia scolastica dialoga e accetta l'aristotelismo, infatti se dimostro in questo modo razionale l'esistenza del divino, dimostro anche l'esistenza di Dio.La fisica di Aristotele contro la fisica moderna: la sconfitta della scienza aristotelica
Aristotele individuava quattro tipi di mutamento in natura:
- secondo la sostanza (nascita, morte, corruzione)
- secondo la quantità (aumento, diminuzione)
- secondo la qualità (alterazione, trascolorare)
- locali o di traslazione (il movimento vero e proprio)
Il movimento viene poi suddiviso in naturale (cioè proprio di un elemento naturale) e violento (cioè procurato). I movimenti naturali sono per Aristotele propri dei quattro elementi tradizionali (fuoco, aria, acqua, terra). Ognuno di essi tende infatti ad una posizione, o luogo naturale, diverso rispetto agli altri: il fuoco verso l'alto, la terra verso il basso, l'acqua e l'aria verso posizioni intermedie (con la prima inferiore all'altra). Aristotele spiega così fenomeni come una pietra che cade o una fiamma che tende verso l'alto.
I quattro elementi costituiscono il mondo terrestre, cioè il pianeta Terra e lo spazio immediatamente circostante ad esso. Oltre i confini della luna, Aristotele afferma l'esistenza di un mondo celeste, dove si trova per natura un quinto elemento, l'etere, eterno e incorruttibile. Questa suddivisione ricorda molto l'iperuranio platonico, in cui c'erano le idee, eterne e incorruttibili.
Il cosmo è per lui un insieme di sfere di etere concentriche che si muovono di moto circolare uniforme. Gli astri sono incastonati in una di queste sfere, detta "sfera delle stelle fisse". Con quest'affermazione Aristotele concepisce lo spazio qualitativamente; le diverse aree dell'Universo, per lui, sono tali perché luoghi naturali dei quattro elementi. La fisica moderna a partire dal seicento si scrolla di dosso l'aristotelismo, sostenuto dalla Chiesa, che bloccava ogni innovazione in campo scientifico se andava contro le affermazioni di Aristotele, impedendo ogni dimostrazione scientifica con due paroline che sembravano quasi magiche "Ipse dixit", che volevano dire: così ha detto Aristotele e pertanto ciò è verità. Qualsiasi altra cosa era sbagliata. Bene nel seicento gli scienziati riescono a far prevalere i numeri, le dimostrazioni scientifiche e razionali, a discapito delle teorie sostenute da Aristotele. A sua difesa possiamo dire che all'epoca non aveva certo gli stessi mezzi dei fisici e dei matematici che confutarono la sua fisica, frutto di un ragionamento a cui non potevano seguire riscontri reali e strumentali precisi.
La fisica del seicento introduce il principio di inerzia, secondo cui un corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto uniforme se non intervengono altre cause esterne (forze) a variarne il suo moto. Viene così smentito il "Ab alio movetur" di Aristotele. Inoltre lo spazio della scienza moderna non è più legato ai luoghi naturali, ma è isotropo: cioè ogni punto è uguale ad un qualsiasi altro e gode delle stesse proprietà.
La legge di gravitazione universale di Newton ci dice che un corpo risente della forza di gravità che la terra esercita sui corpi sia che si trovi sotto terra sia sopra. Un esempio un po' anacronistico può chiarire le differenze. I satelliti artificiali, ad esempio, secondo le teorie di Aristotele dovrebbero tendere a salire perché si trovano nel luogo naturale dell'aria, invece essi rimangono stabili in orbita perché la forza di gravità a cui sono sottoposti si equilibra con la forza centrifuga che li porterebbe fuori dal campo gravitazionale terrestre.Il vivente e l'anima
Gli studi biologici di Aristotele costituiscono la base della zoologia scientifica moderna; inoltre hanno grande influenza sul suo pensiero. Aristotele enuncia il concetto di specie identificandolo con quello di causa formale; la forma è quindi l'insieme di caratteristiche per cui un cane è definito un cane e non un cavallo o una capra. Con la specie si identifica anche la causa finale: lo scopo di ogni specie animale è infatti quello di preservarsi.
Aristotele studia anche l'anima. Egli la definisce il principio vitale di ogni vivente e afferma che è inconcepibile come separata dal corpo: corpo e anima costituiscono il synolon dell'organismo vivente. All'anima sono attribuite tre facoltà: nutritiva, sensitiva, razionale. La facoltà nutritiva presiede alla nutrizione e alla riproduzione; la seconda è propria degli organismi dotati di sensi più o meno sviluppati, la terza invece è la porta della conoscenza razionale. I vegetali hanno solo la facoltà nutritiva, gli animali la nutritiva e la sensitiva, gli uomini tutte e tre.
Aristotele confuta Platone in quanto alla separazione rigida fra conoscenza sensibile (ritenuta ingannevole da Platone) e razionale. Per Aristotele la conoscenza sensibile è l'inizio di un processo che si compie con la conoscenza razionale. Per conoscere, infatti, è necessario percepire.
La sensazione si attua attraverso i cinque sensi; l'oggetto sensibile si attua quando viene percepito, ma è solo in potenza fino a quel momento. Inoltre per le caratteristiche percepibili da più sensi (come la grandezza) vi è una sintesi fra i cinque sensi chiamata senso comune.Virtù etiche e dianoetiche
Per Aristotele tutte le azioni degli uomini hanno come fine un bene, che a sua volta serve al conseguimento di un altro; c'è però un bene che dev'essere ricercato come fine a se stesso, il bene supremo. Questo bene supremo si identifica con la felicità e con l'eudaimonia, cioè "l'essere in compagnia di un buon demone". La felicità, poi, non consiste in beni terreni come onore, ricchezza o piacere; la felicità è prerogativa dell'uomo come la conoscenza razionale, quindi essa coincide con l'esercizio della ragione a livello di eccellenza. La felicità, insomma, coincide con la virtù.
Le virtù dell'uomo per Aristotele sono divise in etiche, proprie della componente sensitiva dell'anima, e dianoetiche, proprie di quella razionale.
Le virtù etiche si acquistano attraverso l'abitudine e la volontà, sono quindi una "disposizione" virtuosa dell'animo che si ottiene (si attua) attraverso il costante esercizio di azioni virtuose (altrimenti le virtù rimangono in potenza). In questo Aristotele critica Socrate e Platone e il loro intellettualismo etico, secondo cui la conoscenza del bene necessariamente porta ad una vita vissuta compiendo solo buone azioni, in quanto che il male non può essere compiuto se si conosce il bene. Secondo Aristotele invece per compiere il bene è fondamentale la volontà di farlo. La virtù etica consiste, in definitiva, nella volontà di compiere il bene. Essa è anche il punto medio tra i due estremi, l'eccesso e il difetto: la parsimonia, ad esempio, si ottiene evitando l'avarizia e la prodigalità; il coraggio invece evitando di volta in volta la viltà e la temerarietà. La giusta misura è relativa, in rapporto alla persona che la compie. Pertanto l'uomo virtuoso è il mediocre, inteso come persona forte che è in grado di resistere agli estremismi. La giustizia si identifica con la virtù in quanto ricerca dell'equilibrio; Aristotele distingue in essa due connotazioni. La giustizia distributiva vuole che i beni siano assegnati in proporzione ai meriti; la giustizia regolatrice ristabilisce l'equilibrio fra i cittadini quando esso viene violato (ad esempio nel caso di un furto).
Le virtù dianoetiche invece sono la manifestazione dell'eccellenza della facoltà razionale dell'anima. All'interno di essa Aristotele traccia una distinzione: egli individua una componente scientifica che si limita alla conoscenza teorica di ciò che non può essere altrimenti da come è e una componente calcolativa che si applica a ciò che può essere altrimenti da come è e che è quindi in nostro potere. Le virtù dianoetiche sono:Proprie della facoltà scientifica:
- Epistème (scienza) che è attitudine alla dimostrazione;
- Noùs (intelligenza) che è disposizione a conoscere i principi;
- Sophìa (sapienza) che comprende le precedenti;
Proprie della facoltà calcolativa:
- Tèchne (arte);
- Phrònesis (saggezza).
Saggezza e sapienza stabiliscono due diversi tipi di felicità: la saggezza è alla portata di tutti, la sapienza è propria del filosofo. Per Aristotele la sapienza è la massima virtù in quanto rappresenta la parte dell'anima per cui essa è assimilabile al dio (in quanto noesis noeseos).
Aristotele
Aristotele nacque a Stagira, colonia ateniese nella penisola calcidica, nel 384-3 a.C.; frequentò l'Accademia a 17 anni e vi rimase per altri 20, fino alla morte di Platone.
Si è parlato di ingratitudine dell'alunno, ma questa lunga permanenza, l' influenza platonica in alcune opere e l'elegia dell'altare dimostrano il contrario. La stessa critica alla teoria delle idee nell' Etica nicomachea è preceduta dalla confessione della difficoltà nel fare ciò nei confronti della dottrina di un amico sebbene questo ostacolo debba venire superato per amore della verità. Probabilmente anche per il fatto di non essere ateniese e di non poter governare in una colonia divenuta macedone, è verosimile che Aristotele fosse più interessato alle materie scientifiche che a quelle politico-etiche.
Uscito dalla scuola non condividendo l'indirizzo di Speusippo, con Senocrate si recò nella comunità di Asso ove insegnò. Neleo, figlio di Corisco, fu suo discepolo ed a casa sua pare siano state trovate opere di Aristotele. Successivamente egli soggiornò a Mitilene dove forse fondò una scuola.
In questa fase della sua vita avvenne il distacco dalla teoria delle idee-numeri, come testimonia Sulla Filosofia.
Nel 342 Aristotele fu chiamato dal re macedone Filippo ad educare Alessandro; il futuro Alessandro Magno verosimilmente assorbì l'idea del maestro della superiorità della cultura greca, superiorità che sarebbe divenuta mondiale se accompagnata da unità politica. Il dissenso col discepolo si ebbe solo allorché questi volle unire i popoli orientali ed assumere le forme orientali di sovranità.
Appena Alessandro salì al trono Aristotele tornò ad Atene (335-334) ove fondò una scuola nel ginnasio, il Liceo (detto così perché sorto vicino al tempio di Apollo Liceo), edificio comprensivo di giardino e passeggiata (perìpato, da cui scuola peripatetica) in cui si svolgevano lezioni di filosofia il mattino e di retorica e dialettica ad un pubblico più vasto il pomeriggio, secondo ordine rigoroso ed in uno stile di vita comunitario. Docenti furono anche gli scolari Teofrasto ed Eudemo. Esso era organizzato comunque come un tiaso.
Nel 323 morì Alessandro: nonostante i rapporti col maestro si fossero già raffreddati (ad esempio Alessandro aveva mandato a morte un discepolo di Aristotele, Callistene, al suo seguito per scriverne le imprese) gli avversari di Alessandro vedendo in Aristotele un nemico lo accusarono di empietà e lo costrinsero a rifugiarsi a Calcide nell'Eubea dove aveva in eredità dalla madre un terreno. Egli giustificò questa fuga col non voler permettere agli ateniesi di peccare una seconda volta contro la filosofia. Morì nel 322-321.
Le opere in generale e gli scritti essoterici
Gli scritti di Aristotele sono distinti in: acroamatici, destinati all'ascolto, o esoterici (es in greco indica l'interno) contenenti una dottrina segreta, appunti per l'insegnamento; essoterici (éxo in greco indica l'esterno) destinati al pubblico, dialoghi nella tradizione platonica o scritti consolatori-esortativi. Noi abbiamo i primi e solo pochi frammenti dei secondi.
In antichità erano noti solo i dialoghi; tuttavia la tradizione dice che Neleo, erede di Aristotele, nel I a.C. abbia nascosto la biblioteca di Aristotele contenente gli scritti acroamatici nella Troade, per evitare che finissero nelle mani del re di Pergamo e che, scoperta da un dilettante di filosofia, Apellicone di Teo, la biblioteca sia stata trasferita ad Atene e lì requisita da Silla e portata a Roma. A Roma Andronico da Rodi, oramai nel I d.C. li avrebbe sistemati e pubblicati.
Successivamente alla pubblicazione l'importanza attribuita ai dialoghi è scemata, nella convinzione che gli scritti acroamatici contenessero la vera filosofia di Aristotele.
Comunque gli scritti sono coerenti tra di loro mentre i dialoghi, secondo l'ancora oggi accettata opinione di W. Jaeger (Aristotele, Prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, 1923) mostrano un iter dal pensiero platonico ad un ripensamento di quest'ultimo, dall'interesse per la filosofia all'interesse per le scienze. Proprio grazie a questa scoperta dell'evoluzione del pensiero aristotelico si è lavorato per datare o quantomeno ordinare le opere.
Quanto ai dialoghi, similmente al maestro, scrisse il Simposio, il Politico, il Sofista, il Menesseno, il Grillo o Della Retorica (equivalente del Gorgia), il Protrettico (Eutidemo), Eudemo o Dell'immortalità dell'anima (Fedone). In queste opere il dialogo è costituito da lunghi discorsi in cui l'autore stesso è il protagonista e interviene traendo conclusioni.
L' Eudemo ci è raccontato da Cicerone: Eudemo, malato, sogna la sua guarigione, la morte del tiranno, il ritorno in patria. Si avverano le prime ma Eudemo muore in battaglia: per patria infatti si aveva da intendere quella celeste. Tuttavia la teoria dell'immortalità critica Platone: l'anima infatti non è armonia poiché se fosse tale, ad essa si potrebbe opporre la disarmonia ma nulla si può opporre all'anima. Il dialogo riprende l'anamnesi platonica, in chiave pessimistica nei confronti della vita terrena: sarebbe meglio non esser nati, la vita corporea è contro natura.
Il Protrettico è un'esortazione alla filosofia rivolta a Temisone, principe di Cipro. Il filosofare è necessario, giacché anche per decidere di non filosofare bisogna filosofare. Esso consiste nel condannare tutto ciò che è umano, ingannevole, imitazione, anche la bellezza, per guardare ai modelli eterni. La conoscenza è perciò saggezza (phrònesis) ed il saggio è un dio mortale superiore al destino tragico umano. Con questa esaltazione del saggio forse si chiudeva il dialogo. Da sottolineare come l'unione anima-corpo venga paragonata da Aristotele al supplizio con cui i pirati etruschi torturavano i prigionieri, legandoli faccia a faccia con cadaveri.
In Sulla Filosofia, dialogo in tre libri, Aristotele trattava la storia della filosofia, dalla sapienza orientale e dai Sette Saggi, culminando in Platone. Nel secondo libro egli criticava la dottrina delle idee (la loro separazione dalle cose sensibili, sostengono Plutarco e Proclo), in particolare delle idee-numeri: se i numeri sono diversi da quelli del calcolo noi non ne possiamo avere conoscenza. Egli proponeva piuttosto di considerare le idee come predicati comuni di enti della stessa specie. Nel terzo libro era espressa la visione cosmologica: il dio è un motore immobile e causa finale delle cose, poiché imprime movimento alle cose, ispirando loro il desiderio della perfezione. L'etere è il corpo più vicino alla divinità, sotto il motore immobile le divinità dei cieli e degli astri. Il mondo sensibile è eterno ed eccellente e non perituro e generato come in Platone. Vi è poi la dimostrazione dell'esistenza di Dio attraverso l'argomento dei gradi: in ogni dominio nel quale è una gerarchia di cose e quindi una maggiore o minore perfezione, esiste necessariamente qualcosa di perfetto, perciò poiché in tutto ciò che esiste vi è tale gradazione, l'ente assolutamente perfetto e superiore è Dio. Egli sostiene inoltre che se uomini vissuti sempre in splendide dimore sottoterra sentissero solo parlare della divinità, saliti in superficie e visto il mondo naturale crederebbero immediatamente alla sua esistenza: il paragone col mito della caverna è lampante e ribalta la concezione illusoria del mondo sensibile di platonica memoria.
Le opere acroamatiche sono distinte da Andronico di Rodi in:
1) Scritti di Logica, noti come Organon o strumento di ricerca
Categoriae sui predicati delle cose, in 1 libro; De interpretatione, sulle proporzioni e sul giudizio, in 1 libro; Analytica priora, sul ragionamento, in due libri; Analytica posteriora, sulla prova, definizione, divisione e conoscenza dei principii, in due libri; Topica, sul ragionamento dialettico e sull'eristica, in otto libri; Elenchi sophistici, confutazione di argomenti sofistici
2) Scritti di Metafisica
Metaphysica, cioè posti dopo quelli di fisica, titolo dato da Andronico, in 14 libri: sulla natura della scienza, sui quattro principi metafisici, sulla dottrina precedente (I libro); sulla difficoltà della ricerca della verità, contro la serie infinita di cause, i tipi di ricerca, ricerca dal concetto di natura (II libro); quindici dubbi sui principii fondanti la scienza (III); soluzione di alcuni dubbi, principio di contraddizione (IV); sui termini con più significati come principio, causa, natura, elemento (V); dominio della metafisica sulle altre scienze (VI); dottrina della scienza (VII-VIII); dottrina della potenza e dell'atto (IX); l'uno e i molti (X); sui libri III, IV, VI (XI 1-8), sul movimento e sull'infinito (XI 9-12); la sostanza sensibile-mutevole, sensibile-immutabile, sovrasensibile (XII); le matematiche, la teoria delle idee, la teoria dei numeri (XIII-XIV).
Vari scritti confluiscono in questa sistemazione: il II sono appunti di uno studente; il Vi era opera a sé; il XII riassume tutta l'opera di Aristotele; il XIII ed il XIV non hanno alcun rapporto con gli altri. Il I ed il III sono i più antichi (espressioni della credenza nella dottrina platonica); il XIII e XIV sono rielaborazioni di questi dello stesso periodo; il XIII forse doveva sostituire il XIV poiché più completo e sistematico. Il XII contenente la definizione di metafisica come scienza avente per oggetto l'essere divino, primo motore è da attribuirsi al periodo platonico. I libri VII, VIII, IX trattando invece della sostanza e quindi dell' essere, a fondamento di tutte le scienze particolari, appartiene ad un'epoca più matura.
3) Scritti di Filosofia della natura e di Psicologia
Physica, 8 libri, De coelo, 4 libri, De generatione et corruptione, 2 libri, Meteorologica, sulle meteore, 4 libri. Historia animalium, su anatomia e fisiologia, De partibus animalium, lo scritto sulla generazione degli animali, sulle trasmigrazioni degli animali, sul movimento degli animali, sulle linee indivisibili e sui meccanismi sono spuri. De anima e Parva naturalia sono sull'anima. Fisiognomica è spurio, come il De mundo; la raccolta dei Problemata contiene certamente alcuni scritti aristotelici.
4) Scritti di Etica, Politica
Ethica nicomachea (perché edita da Nicomaco), Ethica eudemea (edita da Eudemo di Rodi, scolaro di Aristotele, secondo alcuni sua opera, contiene la prima etica aristotelica) e Magna moralia (più breve ma tratta di più cose, estratto delle altre due di un aristotelico probabilmente), Politica, in 8 libri: la natura della famiglia (1 libro), critica delle teorie dello Stato (II), concetti fondamentali, natura degli stati e dei cittadini, forme di costituzione, la monarchia (III), caratteri delle diverse costituzioni (IV), mutamenti, sedizioni e rivoluzioni degli Stati (V), la democrazia e le sue istituzioni (VI), la costituzione ideale (VII), L'educazione (VIII). Aristotele aveva raccolto 158 costituzioni, noi abbiamo solo quella ateniese del I libro, ritrovata in un papiro in Egitto nel 1890, unica delle opere pubblicate di Aristotele pervenutaci..
5) scritti di Estetica e Retorica
Rhetorica, 3 libri; la natura e i problemi della retorica, il cui oggetto è il verosimile (I), il modo di suscitare affetti e passioni (II), l'ordine e l'espressione delle parti del discorso (III). La retorica ad Alessandro è spuria, composta da Anassimene di Lampsaco, in questo periodo non esistevano ancora le dediche. Poetica, di cui abbiamo solo l'inizio e la parte concernente la tragedia.
Perduti gli scritti su pitagorici, Archita, Democrito ed altri. Il De Melisso, Xenophane et Gorgia sono spuri. Inoltre abbiamo l'Economica, di cui il primo libro è forse spurio ed il secondo certamente della fine del III secolo di altro autore.
La logica
Aristotele è il fondatore della logica come scienza filosofica. Il termine è stoico.
Gli scritti logici sono stati definiti Organon, strumento, giacché la logica, definita formale, non studia oggetti ma i procedimenti mediante i quali le scienze studiano i propri oggetti.
Tutte le scienze hanno una forma comune; la logica studia tale forma in astratto, il procedimento cioè di cui ogni scienza si serve. Ovviamente lo studio della logica è legittimo solo allorché la forma che si studia è sostanza di ciò che si considera.
Aristotele usava il termine analitica, distinta in: dialettica o scienza dell'argomentazione discorsiva e probabile; apodittica, scienza dell'argomentazione dimostrativa e vera. La dialettica ha come punto di partenza opinioni e opinioni come punto di arrivo e perciò il criterio su cui si basa è il consenso; l'apodissi parte da premesse vere e giunge a conclusioni vere e non abbisogna di approvazione, giacché il suo criterio è la verità. Va da sé la critica all'interpretazione platonica della dialettica. Ciò non significa che la dialettica non sia utile: essa insegna a discutere di qualsiasi argomento con competenza. Difatti nei Topica e negli Elenchi sophistici esamina i luoghi comuni della discussione, classificandoli e fissandone la legittimità e l'equivocità.
Le categorie sono i predicati in un giudizio attribuiti ad un soggetto. Perciò di un soggetto possiamo dire: la sostanza, la quantità, la qualità, la relazione, il luogo, il tempo, la situazione, la condizione, l'azione compiuta, l'azione subita. Alla sostanza corrisponde il concetto.
La sostanza esiste di per sé; gli attributi invece esistono solo con la sostanza. Il giudizio è una proposizione in cui il soggetto è la sostanza ed il predicato è un attributo.
Nelle Categoriae, in cui Aristotele esprime per la prima volta questa dottrina distingue sostanze prime (gli individui) e sostanze seconde (le specie e i generi, predicati).
Il linguaggio per Aristotele ha un valore simbolico convenzionale delle affezioni che hanno luogo nell'anima.
I termini che designano le cose (nomi) o azioni (verbi) se posti secondo connessione compongono un discorso. Tutti i discorsi sono semantici (cioè significano qualcosa) ma non tutti sono apofantici (cioè possono essere veri o falsi).
La verità o falsità di un discorso semantica si ha a seconda della congruenza di esso con la realtà: l'affermazione o negazione di un predicato del soggetto in corrispondenza alla connessione o non connessione oggettiva di sostanza ed attributo identificano il giudizio vero.
Inoltre vi è la distinzione tra universalità o particolarità della predicazione: universali sono i giudizi il cui predicato si attribuisce alla totalità dei soggetti, particolari i giudizi il cui predicato si addice solo a qualche soggetto.
Perciò possiamo dividere i giudizi in: universali affermativi (indicati dai medievali con la vocale A di affirmo), particolari affermativi (I di affirmo), universali negativi (E di nego), particolari negativi (O di nego).
Altra distinzione minore è tra il giudizio singolare e l'indefinito: nel primo il soggetto designa un singolo individuo, nel secondo il soggetto o il predicato è indicato con termini negativi.
Aristotele definisce contrarie A ed E, contraddittorie A e O e E e I. Le proposizioni contrarie non possono essere entrambe vere ma possono essere entrambe false e quindi può essere vero un terzo caso non contemplato (tutti gli uomini sono bianchi tutti gli uomini non sono bianchi); le due contraddittorie invece non possono essere entrambe vere o false ma una vera e l'altra falsa (tutti gli uomini sono mortali, qualche uomo non è mortale).
La sillogistica è precisamente l'analisi delle forme dei giudizi. Si può difatti sapere se un predicato possa essere attribuito ad un soggetto solo se si trova un termine medio che li colleghi. Pertanto un sillogismo è fondato su un ragionamento che da una premessa maggiore (connessione del Predicato con il termine Medio) e da una premessa minore (connessione del M con il Soggetto) trae una conclusione nuova (connessione P S). Famoso esempio: tutti gli uomini (M) sono mortali (P), Socrate (S) è un uomo (M) , Socrate (S) è mortale (P). M è soggetto nella Premessa maggiore e predicato nella minore e le premesse e la conclusione sono delle proposizioni A.
Il termine medio può fare anche da predicato in entrambe le premesse (nessun bruto può essere virtuoso, tutti gli uomini possono essere virtuosi, nessun uomo è bruto) in cui una premessa e conclusione sono negative; da soggetto in entrambe (tutti gli uomini sono animali, tutti gli uomini sono ragionevoli, alcuni animali sono ragionevoli), la cui conclusione è particolare. Inoltre le premesse possono essere entrambe universali o particolari oppure lo può essere una solo delle due e affermative o negative (anche qui entrambe o solo una delle due).
Da questa presentazione comprendiamo come esistano molti modi sillogistici e di questi una buona parte "inconcludenti". Studiarli permette anche di comprenderne l'uso e l'abuso, come nel caso della quaternio terminorum: attraverso un riferimento equivoco del termine medio attribuito a due cose diverse, si introducono nel sillogismo quattro termini invece di tre: questo è l'ingannevole modo di argomentare dei sofisti.
Tuttavia è da puntualizzare ancora che lo studio del sillogismo ci spiega il procedimento logico di un giudizio, non la sua verità o falsità. Quanto alla verità delle asserzioni infatti Aristotele distingue i vari sillogismi:il sillogismo dimostrativo o apodittico ha una conclusione fondata su premesse vere, principii di conoscenza o premesse probabili ed è alla base della scienza; il dialettico è fondato su premesse probabili ed è verosimile e fonda il ragionare; il sofistico, fondato su premesse che sembrano solo probabili, fonda l'eristica.
Ad una premessa vera si perviene o traendo conseguenze da premesse che si sanno vere oppure come risultato dell'esame dei casi particolari. La prima via è quella della deduzione, la seconda dell'induzione.
L'induzione si fonda sui singoli casi e procede verso l'universale, contrariamente alla deduzione. Per essere completa deve esaminare tutti i casi possibili; ovviamente le conclusioni sono subordinate all'esperienza e si ferma alla constatazione del fatto senza poterne dare la causa. In compenso è più facile perché si basa sulla conoscenza sensibile (prima per noi).
Il metodo deduttivo è più rigoroso ed efficace contro le contraddizioni perché si basa su principi universali (primo in sé) ma la difficoltà è nell'avere proposizioni immediatamente evidenti non dedotte su cui lavorare. Difatti queste non possono essere conosciute attraverso la ragione discorsiva (diànoia) ma attraverso l'intuizione nella loro unità colta dall'intelletto (noùs). Questi principi non sono dimostrabili, ma sono a fondamento della scienza, quindi più certi delle dottrine scientifiche.
Scienza ed intelligenza sono certe e stabili e si occupano di ciò che è stabile ed eterno; l'opinione invece si interessa di ciò che può cambiare. Opinione e scienza sono inconciliabili quanto a conclusioni anche se possono vertere sullo stesso oggetto.
I primi principi logici sono quelli di identità, contraddizione, terzo escluso. Il principio di identità, mai così nominato da Aristotele, esprime che ogni contenuto della nostra esperienza mentale deve essere necessariamente determinato ed identico a se stesso; per il principio di contraddizione non si può attribuire ad un medesimo soggetto nello stesso tempo ed aspetto predicati contraddittori. Il principio di contraddizione impone di scegliere tra affermazione e negazione, pertanto terzo escluso.
Partendo da questi principi la scienza definisce l'essenza delle cose. La definizione collega il predicato al soggetto attraverso il genere (la classe più ampia cui appartiene l'individuo), la specie (la parte del genere alla quale appartiene specificamente l'individuo), la differenza (ciò che distingue una specie dall'altra), il proprio (l'attributo che appartiene necessariamente alla sostanza), l'accidente (l'attributo che può appartenere alla sostanza).
La metafisica
Abbiamo affrontato la logica come scienza propedeutica rispetto alle scienze vere e proprie. Va analizzato con più attenzione ora il ruolo attribuito alle scienze da Aristotele ed il posto attribuito in questo complesso alla filosofia.
Aristotele riconosce il connubio virtù-felicità nell'opera e nella vita stessa di Platone. Ma mentre per Platone la scienza è virtù e felicità e difatti si interessa più del filosofo che della filosofia, per Aristotele la filosofia non è la vita, ma singola scienza, distinta dalle altre, altrettanto importanti, di cui è fondamento e sistema di scienze.
Per Aristotele, la filosofia è dapprima la scienza divina che ha ad oggetto l'essere immobile e trascendente, motore dei cieli; dipoi scienza che ha ad oggetto l'essere in quanto tale, mentre le altre scienze ne colgono le determinazioni.
Le scienze possono avere ad oggetto il possibile od il necessario: il possibile è ciò che può essere in un modo o nell'altro; il necessario è ciò che non può essere diversamente da ciò che è.
Il possibile comprende l'azione (pràxis), che ha il suo fine in se stessa e la produzione (poiésis), che ha il suo fine nell'oggetto prodotto; le scienze aventi ad oggetto il possibile sono le arti, dette normative o tecniche: tra queste la politica e l'etica hanno ad oggetto le azioni e quindi sono pratiche, le arti hanno ad oggetto i prodotti e sono quindi poietiche (la poesia ha appunto questa radice).
Si interessano del necessario le scienze speculative o teoretiche, matematica, fisica e filosofia prima, poi detta metafisica. La prima ha ad oggetto la quantità discreta numerica (aritmetica) o continua ad una, due e tre dimensioni (geometria) e quindi enti che non esistono di per sé ed immobili; la seconda gli enti che esistono per sé in movimento e quindi le determinazioni dell'essere legate alla materia che del movimento è condizione. La filosofia prima, analogamente alle due sorelle, procede per astrazione dalle determinazioni particolari, e parte da principi fondamentali, in questo caso l'essere in quanto essere; essa studia perciò gli enti esistenti per sé immobili. E' stata perciò denominata metafisica da Andronico perché posta nell'ordine degli scritti aristotelici dopo la fisica e perché dalle apparenze sensibili giunge alla sostanza immobile per salvare i fenomeni
L'unico modo per ridurre ad unità tutti i modi dell'essere perché la filosofia sia scienza dell'essere in quanto essere è riconoscere il principio di non contraddizione.
Esso è principio ontologico (costituisce l'essere) e logico (costituisce ogni pensiero vero sull'essere): è impossibile che l'essere sia e non sia, è impossibile predicare di uno stesso soggetto l'essere ed il non essere. Negano il principio ontologicamente gli eraclitei, logicamente megarici, cinici e sofisti, ma negandolo essi non dicono nulla o escludono la possibilità di qualunque scienza. Il principio mostra che l'essere, in quanto tale, è necessariamente. Difatti se ci riferiamo ad un singolo essere, come l'uomo, è determinato dall'essere animale bipede, l' uomo non può perciò non essere bipede, quindi è necessariamente bipede. L'essere è ciò che deve essere.
La prima categoria dell'essere è la sostanza ed infatti noi per avere conoscenza di una cosa dobbiamo prima chiederci che cosa è? Nel VII libro della Metafisica, al capitolo 17 Aristotele dice che la sostanza è il principio (arché) e la causa (aitìa) di ogni cosa determinata, facendo in modo che essa non sia semplicemente la somma dei suoi elementi costitutivi; come principio costitutivo necessario di una cosa, la domanda sul perché di una cosa, sia come fine dietro la cosa stessa sia come causa efficiente del divenire della cosa, è la domanda sulla sostanza. La sostanza è l'essere delimitato e limitato dalla necessità dell'essere (essenza dell'essere), ma anche l'essere che determina necessariamente (l'essere dell'essenza), in una parola sola, l'essenza necessaria. La sostanza è l'essenza necessaria, non l'essenza di una cosa, ciò che costituisce l'essere proprio di una cosa.
Per Platone al centro c'è il bene, perciò il valore è ciò che è importante e l'essere va studiato in quanto ha valore; per Aristotele ogni essere dal più alto al più basso ha un valore, per questo diventa legittimo studiare ogni cosa, anche la più insignificante.
La sostanza è intesa come essenza dell'essere quando Aristotele dice che è espressa dalla definizione ad opera dell'intendimento e della dimostrazione della ragione, quando dice che è la forma delle cose composte che dà unità al tutto e diversità rispetto ad altro, quando dice che è la specie, il concetto o lògos che non è generato né diviene;
La sostanza è intesa come essere dell'essenza quando Aristotele sostiene che si identifica con la realtà determinata, che è il substrato che accoglie ogni predicato ma che non è predicato, materia priva di determinazione che possiede ogni determinazione solo in potenza, che è sinolo cioè unione di forma e materia, perciò in grado di nascere e perire.
La sostanza nel primo senso è conoscibile, oggetto di scienza, giacché stabile e necessario; nel secondo senso giacché corruttibile, è oggetto di opinione. Tuttavia anche della realtà particolare corruttibile rimane nel soggetto il concetto.
Tramite il concetto di sostanza Aristotele fonda la filosofia prima e tutte le scienze.
La ricchezza di significati della sostanza esclude però l'idea platonica della separazione dell'essenza dall'essere: il fondamento dell'essere non è al di fuori dell'essere, individui e specie sono sostanze distinte, ma la sostanza è propria del singolo non di ciò che è comune a più cose, altrimenti in una singola cosa si avrebbero più sostanze, il che è impossibile.
Quattro sono gli argomenti addotti da Aristotele: ammettere un'idea per ogni concetto significa non solo ipotizzare tante idee quanti oggetti sensibili, ma tante idee quanto tutti i modi o caratteri racchiudibili in un concetto, divenendo così più difficile spiegare il mondo delle idee che la realtà sensibile; per dimostrare le idee diventa indispensabile postulare idee anche di cose transitorie e negazioni, contrariamente ai platonici, poiché di esse esistono i concetti e così tra l'idea di uomo e uomo c'è un'idea intermedia e così via all'infinito; le idee non sono cause di movimento e mutamento e quindi sono inutili per spiegare il mondo sensibile; senza principio attivo le idee non sono capaci di creare le cose, perciò la sostanza non può esistere separatamente da ciò di cui è sostanza.
L'idea è separata dall'essere e perciò è condannata da Aristotele, indipendentemente dal fatto che essa per Platone sia la norma ed il valore del mondo. Il valore per Aristotele è intrinseco alle cose, è ontologico, costituito dall'essere, dalla sostanza, non come in Platone morale, universale, cosmico, a fondamento dell'essere.
Per conoscere le sostanze particolari conviene partire da quelle più conoscibili, quindi quelle sensibili, soggette al divenire.
Aristotele obietta a Parmenide ed alla scuola eleatica che non ci si può basare sulla contrapposizione essere non essere per negare il movimento perché non è reale l'essere bensì il singolo ente ed in quest'ottica il movimento è innegabile.
Il movimento esiste in quattro forme: sostanziale (generazione o corruzione dell'ente), qualitativo (da una qualità all'altra), quantitativo (diminuzione od aumento), locale (da un luogo all'altro). Perciò esso è passaggio da qualcosa a qualcos'altro.
Ciò che diviene ha una causa efficiente che è il punto di partenza, la forma, che è il punto d'arrivo, dalla materia, sua possibilità di forma. La forma che si imprime alla materia non è soggetta al divenire, lo è l'insieme di materia e forma (sinolo).
Di cause del divenire si parla in quattro modi, dice Aristotele: formale (l'immagine da raffigurare nella statua), materiale (bronzo della statua), causa efficiente (l'artista), il fine (lo scopo dello scolpire). Ma si possono ricondurre tutte alla prima, di cui sono determinazioni. I fisici trattano della seconda e della terza, Platone della prima, della quarta Anassagora ma tutti loro in maniera confusa.
La sostanza nel divenire si identifica col fine, con l' atto. Perciò se la sostanza è la forma e l'atto, la materia è la potenza. La potenza (dynamis), possibilità del mutamento, nel senso attivo di produrre un mutamento è propria della causa efficiente, nel senso passivo passiva di capacità di subirlo è propria della materia. L'atto è l'esistenza dell'oggetto; atto può essere sia un movimento (kinesis) che un'azione (pràxis) che ha il fine in se stessa. Movimenti incompiuti sono gli atti che non hanno in se stessi il proprio fine.
L'atto è prima della potenza, poiché si manifesta solo con esso, sia nel tempo che come concetto ed è condizione prioritari di tutto il resto.
L'azione che ha in se stessa il suo fine è detta atto finale (entelècheia), termine perfetto del movimento, forma e specie perfetta, quindi sostanza. Di fronte ad essa la materia prima, pura e priva di forma, è inconoscibile e non è sostanza.
La fisica
La fisica studia la physis, la natura, natura che abbiamo appena visto è il regno del movimento e del divenire.
Gli elementi naturali che determinano la materia informe sono quattro: aria, terra, l'acqua è l'elemento freddo umido e la terra freddo secco, che si muovono verso il basso (la terra di più infatti nell'acqua affonda), l'aria caldo umido e il fuoco caldo secco si muovono verso l'alto (l'aria meno del fuoco, come dimostra l'ebollizione); in più vi è l'etere o quintessenza che compone i corpi celesti, che si muove circolarmente. Il movimento dei quattro elementi infatti non è perfetto poiché in esso inizio e fine non coincidono come avviene invece nel moto circolare. Il primo movimento è proprio della generazione e della corruzione, diversamente dal secondo, proprio dell'eternità.
Le sostanze determinate perciò si dividono in: sensibili mobili, che costituiscono il mondo fisico e che appartengono alla classe ingenerabile ed incorruttibile che costituisce i corpi celesti o alla classe generabile e corruttibile costituita dai quattro elementi sublunari ; ed insensibili immobili, oggetto della teologia (XII libro della Metafisica).
Il movimento uniforme ed eterno del primo cielo che regola il movimento degli altri cieli deve avere necessariamente secondo Aristotele causa in un motore primo immobile, altrimenti dovremmo andare ancora a ritroso a ricercare il motore primo.
Il primo motore sarà atto puro, quindi senza possibilità di non muovere, senza possibilità di passaggio dalla potenza all'atto, proprio del divenire; esso non avrà grandezza (una grandezza infinita non esiste e una grandezza non può avere l'infinita potenza necessaria a muovere in eterno) e giacché la materia muta e si corrompe sarà immateriale; sarà causa finale, sommo bene e non causa efficiente non avendo materia né grandezza. Questo primo motore è da identificarsi con Dio.
Il primo motore, essendo immateriale, sarà pensiero: non pensiero di altre cose (altrimenti soggiacerebbe al passaggio dalla potenza all'atto), ma pensiero di pensiero, unità di intelletto ed intelligibile.
Come Dio muove il primo cielo, così ogni cielo è un'intelligenza motrice immobile ed eterna, per cui valgono gli stessi principi, muove il successivo. Il movimento non circolare dei pianeti richiedeva che si ipotizzassero più sfere che muovessero ogni pianeta, per cui Aristotele ne ammetteva 47 o 55, secondo le diverse interpretazioni di Eudosso o Callippo.
Dio perciò non crea il mondo, ispirando solo al primo cielo il suo desiderio di vita perfetta, ma ne garantisce l'ordine. Tuttavia la sostanza è il fondamento intrinseco dell'essere, non Dio.
Perciò all'estremità della regione celeste vi è la sfera delle stelle fisse, poi via via le altre, passando per quelle dei pianeti, del sole, della luna, fino a giungere alla terra immobile al centro dell'universo.
Il mondo è unico e perfetto, secondo la pesantezza al centro vi è la terra, intorno la sfera circolare dell'acqua, intorno ancora la sfera dell'aria, poi quella del fuoco, poi i cieli ed i corpi celesti. Gli elementi che si allontanano violentemente dalla propria sfera vi tornano naturalmente. Esiste un unico mondo perché anche se vi fosse al di fuori altra terra, aria o acqua tenderebbero a tornare nella loro sfera ricostituendo l'unico mondo. Il mondo è inoltre eterno.
A proposito del moto violento, Aristotele sostiene che l'aria sospinga il sasso lanciato verso l'alto da una mano, per cui se esistesse il vuoto il movimento sarebbe impossibile; altrimenti si dovrebbe ipotizzare una velocità infinita o la medesima velocità per corpi di diverso peso.
La perfezione implica ovviamente finitezza e Aristotele nega l'infinito. Infatti il mondo è il limite spaziale (per questo la retta non può essere infinita) e lo spazio è il limite immobile che abbraccia un corpo (per cui il vuoto non esiste); il tempo è un ordine misurabile secondo il prima ed il poi dal movimento degli astri.
Il mondo è ordinato secondo un fine: perciò nulla è accidentale e tutto rientra in quest'ordine: anche la fortuna stessa (tùke) rientra in quest'ordine.
Vale la pena sottolineare ancora questo interesse per la ricerca scientifica.
Le sostanze inferiori sono le più accessibili e quindi hanno il sopravvento nella ricerca scientifica, più vicine e quindi simili a noi. Sia che si studi la natura che le cose divine si mira alla forma a prescindere dalle parti materiali, l'indagine verte sempre sulla sostanza totale.
Aristotele si interessò di biologia, soprattutto negli anni dell'età adulta, di fenomeni metereologici, di genetica, embriologia, anatomia e fisiologia animale, mostrando verso tutte queste materie lo stesso interesse per la sperimentazione, lo spirito sistematico, attenzione per il concreto ed il particolare.
La psicologia e la conoscenza
Nella natura le parti hanno valore in quanto finalizzate al tutto, per cui anche gli esseri viventi, a seconda della complessità delle funzioni e delle forme, sono disposti gerarchicamente.
Gli organismo viventi sono composti di corpo ed anima, unità indissolubile. L'anima è la forma incarnata nella materia corpo: è l'atto che vivifica il corpo, che è potenza. Il corpo è strumento la cui funzione di vivere e pensare è attivata dall'anima. Proprio perché unità indissolubile, quando muore il corpo muore anche l'anima e viceversa e non è ipotizzabile una vita ultraterrena dell'anima che si separi dal corpo come prefigurava Platone.
L'anima ha tre funzioni psichiche vitali: vegetativa, propria di tutti gli esseri viventi a partire dalla piante che consiste nella capacità nutritiva e riproduttiva; sensitiva propria degli animali che permette la sensibilità ed il movimento; intellettiva, propria solo dell'uomo, che presiede la conoscenza e l'agire razionale. La funzione superiore può fare le veci dell'inferiore.
La conoscenza è da Aristotele concepita come un passaggio dalla potenza all'atto: con l'atto del conoscere il soggetto conoscente in potenza conosce in atto, ciò che è conoscibile in potenza diventa conosciuto in atto.
All'origine della conoscenza è la sensazione, con cui l'anima diventa senziente e l'oggetto sentito: l'anima riceve dell'oggetto solo la forma.
Vi è un sensorio comune in aggiunta ai cinque sensi che permette di unificare quanto percepito in una singola rappresentazione e permette di cogliere i "sensibili comuni" (moto, estensione) non avvertibili da alcuno dei singoli sensi isolatamente.
La capacità di conservare e produrre rappresentazioni degli oggetti anche quando non presenti alla sensibilità è l'immaginazione: l'immaginazione si distingue dalla scienza che è sempre vera e dall'opinione che è fede nella realtà dell'oggetto. Sull'immaginazione si fonda la memoria.
L'intelletto astrae dalle immagini le forme intelligibili, l'universale ed il concetto, che sono eterne, immutabili, indivisibili.
L'intendere in atto coincide con l'oggetto intelligibile, con la verità intesa. Va perciò distinto l'intelletto potenziale ed attuale. Il secondo, separato, eterno, immutabile fa venire alla luce tutte le verità che nel primo, corruttibile sono solo in potenza.
L'etica
L'etica è stata affrontata innanzitutto nei libri I, II, III, VII, VIII (il più anteriore probabilmente); i libri IV, V, VI sono posteriori e comuni all'Ethica Nicomachea, di cui costituiscono i libri V, VI, VII. L'Ethica Nicomachea è posteriore.
Ogni azione per Aristotele viene compiuta per un fine che appare buono e desiderabile; alcuni fini sono mezzi per fini superiori. Il fine sommo, desiderabile di per se stesso, bene sommo è la felicità. La politica lo cerca e determina.
Piacere si ottiene quando si esegue bene il proprio compito; per felicità Aristotele intende il piacere continuo e duraturo; il piacere è più alto quanto più alta è l'azione che lo causa; il compito proprio dell'uomo è la vita secondo ragione; perciò il vivere secondo ragione è la fonte massima di felicità. Vivere secondo ragione è perciò virtù e la ricerca della felicità è la ricerca della virtù. Il piacere deriva dalla vita virtuosa; i beni possono rendere più facile o difficile il conseguimento della virtù ma la scelta di quest'ultima dipende solo dall'uomo che quindi è libero, non di determinare il proprio fine quanto di scegliere o meno di perseguirlo e scegliere quali mezzi adottare.
Due sono i tipi di virtù: la dianoetica o intellettiva, che consiste nell'esercizio stesso della ragione e la etica o dell'agire che consiste nel dominio dei sensi ad opera della ragione.
Quest'ultima è la capacità (héxis) di scegliere il giusto mezzo (mesòtes): giacché ogni proponimento è il convergere di un elemento razionale (boùlesis) che deve prevalere, e di uno irrazionale (òrexis) che ha la forma della volontà, dell'impeto, del desiderio, l'irrazionale, perché l'uomo sia virtuoso, deve continuamente dare il proprio assenso al proponimento; la virtù cioè si rafforza con l'esercizio.
Suoi aspetti sono il coraggio (tra viltà e temerarietà su ciò di cui si deve temere), la temperanza (tra intemperanza ed insensibilità, sull'uso del piacere), la liberalità (tra l'avarizia e la prodigalità, sull'uso delle ricchezze), la magnanimità (tra vanità ed umiltà), sull'opinione di sé), la mansuetudine (tra l'irascibilità e l'indolenza, riguardo l'ira).
Va notato tra l'altro che per Aristotele senza elemento irrazionale noi non potremmo compiere alcuna azione (a questo elemento appartiene la volontà); un uomo privo di passioni non potrebbe realizzare l'armonia (symphonìa) degli estremi che è nella virtù.
La principale virtù etica è la giustizia, cui dedica il V libro dell'Etica Nicomachea. Essa è la conformità alle leggi ed è la virtù perfetta. In un senso specifico, essa può essere distributiva o commutativa: secondo la prima bisogna dare proporzionalmente ai meriti di ciascuno e si attua nella divisione di beni, denaro, onori; la seconda cerca di pareggiare tra vantaggi e svantaggi dei contraenti, presiede ai contratti volontari o involontari (di tipo fraudolento come il furto o violento come le percosse).
Il diritto si fonda sulla giustizia. Esiste oltre al diritto privato il diritto pubblico, che regola la vita degli uomini nello Stato ed è legittimo, stabilito da leggi o naturale, non sancito. L'equità è la correzione effettuata dal diritto naturale della legge nei casi in cui sarebbe ingiusto applicare quest'ultima.
La virtù dianoetica comprende la scienza (apodittica), capacità dimostrativa di ciò che non può accadere diversamente da ciò che accade, cioè del necessario e dell'eterno; l'arte (techne), capacità di produrre un oggetto; la saggezza (phrònesis), capacità di fare cose che abbiano in se stesse il loro fine (essa determina il giusto mezzo); l'intelligenza (nous), capacità di cogliere i principi primi delle scienze; la sapienza (sofìa), virtù somma, che deduce i principi e giudica della loro verità, interessandosi delle cose universali e non di quelle umane come fa la saggezza.
Per Platone il bene è origine dell'essere e studiarlo significa saggezza e sapienza; per Aristotele l'essere non ha il suo principio nel bene ma nella sostanza, perciò la sapienza è conoscenza dell'essere, scienza, la saggezza conoscenza del bene. Perciò per Aristotele Talete, Anassagora erano sapienti, non saggi.
Il libro VIII e IX dell'Ethica Nicomachea ed il VII della Ethica Eudemea trattano dell'amicizia, rapporto di solidarietà ed affetto tra uomini, indispensabile all'uomo: se essa è fondata sul piacere o sull'utile termina quando il piacere o l'utile cessa, se fondata sul bene e sulla virtù ha radice nella natura della persona e quindi è stabile. Sul piano individuale l'amicizia comporta il desiderare il bene dell'altra persona, sul piano sociale fonda grazie alla giustizia la vita associata.
La felicità si raggiunge perciò con la sapienza, non con il piacere, né gli onori; la sapienza è la massima virtù dianoetica ed il sapiente non ha bisogno di nulla che non sia in se stesso: perciò è sereno ed in pace perché non si affatica per un fine esterno; la vita teoretica è dell'uomo in quanto ha in sé qualcosa di divino.
In questo aspetto Aristotele si ricongiunge a Platone: la ricerca dell'essere è il compimento della vita umana.
La politica
La politica è il fine della vita etica. La vita associata è un'esigenza naturale degli uomini: infatti l'uomo è un animale socievole (zoòn politikòn), diversamente dalle bestie o dalle divinità che possono vivere isolate.
Solamente l'uomo Greco tuttavia è animale politico, giacché i barbari non vivono nelle polis, bensì in grandi regni che sono domini personali del sovrano e perciò sono servi per natura.
L'individuo ha bisogno degli altri sia per le proprie necessità sia perché senza leggi ed educazione non può raggiungere la virtù. Perciò è necessario lo Stato, il quale si pone come fine la felicità: esso è il fine ultimo di tutte le forme di convivenza sociale. La famiglia è la prima struttura, sia dal punto di vista sociale (è organizzata come un primato del capofamiglia sulla donna e figli e sul possesso degli schiavi) che economico. Come si può osservare, Aristotele accetta la schiavitù, giustificata dalla disuguaglianza naturale degli uomini: gli schiavi sono strumenti animati che col proprio lavoro permettono agli uomini liberi di dedicarsi ad altre attività tra cui la contemplazione della verità.
Economicamente Aristotele mostra una preferenza per l'attività agricola che converte merce in denaro per acquistare altre merci piuttosto che per l'attività commerciale che converte denaro in merce per guadagnare altro denaro e quindi è mossa dal desiderio di ricchezza più che dal bisogno.
Aristotele cerca la forma di governo più adatta a tutte le città, scelta intermedia tra una esistente ed una ideale. Negli ultimi due libri disegna la forma migliore, verosimilmente nei libri IV, V e VI esaminava le tante da lui raccolte. In ogni caso il libro più antico risulta essere il III, che discute delle forme perfette.
Le forme di governo le divide in monarchiche in cui governa uno, aristocratiche, in cui governano i migliori, costituzionali (politèiai), che oggi definiremmo democratiche, in cui governano i più. Esse degenerano allorché ognuno agisca per il proprio interesse: la monarchia diviene tirannide, l'aristocrazia oligarchia, la costituzione diviene democrazia, ovvero dominio dei nullatenenti in cui nessuno mira all'utile comune. Ovviamente ogni forma di governo struttura in maniera differente le proprie istituzioni: così l'equilibrio migliore si ha quando governa la classe media agricola piuttosto che non quando governano ricchi che vogliono mantenere l'ineguaglianza o i poveri che vogliono sovvertire lo status quo.
Aristotele, che in un primo tempo preferiva la monarchia, giacché è più facile realizzare la virtù in uno che in molti, ritiene poi che la politèia conferisca la possibilità a tutti di raggiungere la virtù e di coprire cariche pubbliche, essendo abbastanza duttile inoltre ad accogliere ciò che vi è di buono nelle altre forme di governo.
Più specificamente i cittadini devono essere proporzionati all'estensione territoriale e bisogna tener sempre presente l'indole del popolo che si governa. I compiti devono essere distribuiti bene e Aristotele postula tre classi ma non prevede comunanza di donne o beni. Difatti nel IV libro, in cui Aristotele affronta tale questione, nota come gli affetti e la proprietà siano ciò di cui l'uomo si preoccupa di più perché suoi e perciò lo stimolano ad agire.
E' bene governino gli anziani, giacché vi è meno amarezza nell'obbedire ad una persona più anziana e si potrà poi occupare il suo posto. Comunque i filosofi non sono posti a capo della città quanto piuttosto come consiglieri: difatti ciò che è necessario all'uomo politico è la saggezza pratica (phrònesis) di cui il primo è privo. Compito principe dello stato è l'educazione, uguale per tutti, mirante soprattutto al conseguimento della virtù.
Retorica e poetica
Utile sarà lo studio della retorica, arte che studia le possibili vie per persuadere la gente riguardo ad un argomento.. Essa studia perciò il probabile e va adoperata in funzione della verità, diversamente da come hanno fatto i sofisti.
La retorica è deliberativa se mira a dimostrare l'utile od il pernicioso affinché si prendano delle decisioni per il futuro; giudiziale se mira ad accusare o difendere per la valutazione del passato; dimostrativa per lodare o condannare cose presenti.
Riguardo all'arte, essa è concepita da Aristotele come imitazione (mìmesis) che avviene con vari mezzi (colori nella pittura, suoni nella musica, voce nella poesia), su vari oggetti (persone superiori al comune nella tragedia e nell'epica, comuni o inferiori nella commedia), in varie modalità (narrando nei ditirambi, rappresentando nella tragedia o nella commedia che sono la forme d'arte più imitative e quindi più alte, narrando e rappresentando nell'epica). In particolare la poesia drammatica (commedia e tragedia) è composta da un mito o intreccio, dalla rappresentazione dei caratteri, dalla diànoia o riflessione intellettuale, dall'elocuzione.
L'imitazione è una tendenza naturale che si esprime con il linguaggio, l'armonia ed il ritmo e viene valutata positivamente.
Della Poetica a noi è rimasto solo il primo libro, che contiene la descrizione della tragedia: imitazione di un'azione seria e compiuta, di una certa estensione, abbellita in varie forme, di forma drammatica, che mediante una serie di avvenimenti che suscitano pietà e terrore ha per effetto di sollevare e purificare l'animo da tali passioni.
L'azione tragica è perciò un'unità, tutti gli avvenimenti sono ordinati e concatenati, Gli avvenimenti nella storia si succedono, nella poesia invece si concatenano; l'una narra le cose realmente accadute, l'altra cose possibili secondo la legge della verosimiglianza e della necessità; perciò l'una concerne il particolare, l'altra l'universale giacché i suoi contenuti possibili riguardano non solo i personaggi ma anche tutti i possibili spettatori.
La tragedia per Aristotele purifica l'anima dello spettatore che partecipa alle passioni rappresentate, così come avviene nella musica. Perciò l'arte assume un potente fine educativo. La passione, verosimilmente, giacché su questo punto non abbiamo passi precisi, viene purificata o esaltata, non abolita nella tragedia: distogliendo l'uomo dall'oggetto della passione per interessarlo alla passione in sé, la tragedia scopre il mistero della passione e rende l'uomo cosciente.
E' facile notare la differente posizione di Platone, per cui le passioni rappresentate spingerebbero all'imitazione e perciò l'arte è giudicata dannosa, illusoria.
ARISTOTELE (384-322 a.C.)
- Gli Scritti
Di dividono in due gruppi: essoterici (per tutti) ed esoterici (per la sua scuola). Abbiamo solo gli esoterici divisi in gruppi: ORGANON (logica), la Fisica, il Cielo, la Meteorologia (filosofia naturale), Sull’Anima (psicologia), Etica Nicomachea, la Politica (filosofia morale e politica)
- METAFISICA
Aristotele ha distinto le scienze in tre grandi branche: scienze Teoretiche (sapere per se medesimo), Pratiche (sapere per perfezionamento morale) e Poietiche (sapere per produrre oggetti).
- Definizione: ciò che è oltre la fisica. Metafisica è ogni tentativo di sorpassare il mondo empirico per raggiungere una realtà metempirica. Le definizioni di M. che dà Aristotele sono 4:
- La m. indaga le “cause prime”
- La m. indaga l’ ”essere in quanto essere”
- La m. indaga “la sostanza”
- La m. indaga “Dio e la sostanza soprasensibile”
Le definizioni sono in armonia tra di loro ed ognuna porta strutturalmente all’altra. Infatti chi cerca le cause prime cerca Dio (dunque fa teologia). Ma chi cerca di capire cosa sia l’essere vuol dire chiedersi se esista soltanto un essere sensibile o anche uno soprasensibile (essere teologico).
In base a questo si comprende perché A. abbia usato “teologia” come termine per indicare la metafisica.
- Le quattro cause: formale-materiale-efficiente-finale
- L’essere e i suoi significati: la metafisica indaga l’essere nella sua totalità. Aristotele introduce molteplici significati per l’essere:
- Essere come “categorie”: dalla prima (sostanza) dipendono tutte
- Essere come “atto e potenza”: la pianta del frumento è pianta in atto e frumento in potenza.
- Essere come “accidente o affezione”
- La problematica riguardante la sostanza: secondo naturalisti è elementi, secondo Plato è Eidos, secondo Aristotele è:
- Materia: la m. è di per sé potenza indeterminata perché può diventare qualsiasi cosa, se riceve la determinazione dalla forma.
- Forma: la f. è il principio che determina, attua, realizza la materia. Non è una cosa trascendente come l’Eidos Platonico.
- Sinolo: mat+form. La sos è sinolo perché riunisce in uno la sostanzialità sia del principio materiale sia di quello formale.
- La sostanza, l’atto, la potenza: materia=potenza; forma=atto; sinolo=misto pot e atto. Tutte le cose che hanno materia hanno minore o maggiore potenzialità. L’atto è chiamato anche Entelechia, ossia realizzazione. L’anima è atto ed entelechia del corpo.
- La sostanza soprasensibile: procedimento attraverso il quale dimostra l’esistenza della sost soprasensibile: se la sost fosse corruttibile non esisterebbe nulla di incorruttibile, ma il tempo è il movimento lo sono. Ma come può sussistere un tempo e un movimento eterno? Solo se si postula l’esistenza di un principio primo che lo causi. Il P.P deve essere:
- Eterno: se eterno è il mov eterna è la causa.
- Immobile: solo l’immobile è causa del mobile. Tutto ciò che è in moto è mosso da un altro. Quest’altro se è a sua volta mosso è mosso da un altro ancora e così via all’infinito. Così ci deve essere un principio primo immobile cui fa capo il movimento di tutto l’universo.
- Privo di Potenzialità: se avesse potenzialità potrebbe non muovere in atto, ma ciò è assurdo.
Ma come può il Motore Immobile muovere restando assolutamente immobile? Il P.M. resta immobile e tutto si muove attorno a lui per desiderio dell’oggetto d’amore che attrae l’amante. La causa in questo caso è finale.
Dio è eterno, immobile, atto puro, scevro di potenzialità e materia e pensiero di pensiero.
- Il Motore Immobile e le 55 Intelligenze: la sostanza sopras è unica o ve ne sono di affini? secondo A. il motore primo non bastava a muovere le sfere che componevano il cielo. Una sola sfera muove le stelle fisse, ma fra queste e la terra ve ne sono altre 55 che si muovono differentemente. Sono mosse da intelligenze inferiori al M.I e ordinate anche loro gerarchicamente. Se divino è il motore immobile, divine sono le intelligenze e divina è l’anima intellettiva degli uomini: divino è tutto ciò che è eterno e incorruttibile. A. ha chiamato Dio univocamente il Motore Immobile à questo è un monoteismo esigenziale, poiché ha staccato nettamente il P.M dalle intelligenze, sebbene fatti della stessa sostanza.
- Rapporti tra Dio e il Mondo: Dio pensa se medesimo, pensa ciò che è più divino e più degno di onore e l’oggetto del pensare è ciò che non muta. Dio Aristotelico è oggetto di amore ma non amante (ama solo sé). Dio non si piega verso gli uomini. Anche per A è quindi impensabile che Dio ami qualcosa diversa da lui, perché Dio non può desiderare qualcos’altro, essendo l’Assoluto.
- FISICA
È la scienza delle forme e delle essenze e risulta più che una scienza un’ontologia o metafisica del sensibile
- Movimento: Eleati lo negano, quale apparenza illusoria e poiché presupponeva il passaggio da non essere ad essere. Secondo A è il passaggio dall’essere in potenza ad essere in atto. Dunque non presuppone il passaggio da non essere come nulla, ma da non essere come potenza ad essere come atto.
- Spazio: gli oggetti sono e si muovono in un luogo. Esiste un “luogo naturale” cui ciascun elemento tende. Cos’è il luogo? C’è un luogo comune a tutte le cose e un luogo specifico. Il luogo non è un recipiente: il primo è immobile, il secondo è mobile. à il luogo è un recipiente immobile, il recipiente è un luogo mobile. Esempio del letto del fiume come luogo specifico del fiume.
- Tempo: per risolvere questa questione A fa leva sul movimento e sull’anima. Tempo collegato a movimento: se non avvertiamo mutamento non avvertiamo il passare del tempo. Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi. Questa numerazione presuppone l’anima, così se solo l’anima ha questa capacità, se esiste il tempo esiste anche l’anima.
- Infinito: infinito è in potenza o è potenza. Esempio: numeri, tempo, spazio
- Etere: A ha distinto la realtà sensibile in due sfere: mondo sopralunare e sublunare. Sublunare:caratterizzato da tutte le forme di mutamento. Sopralunare caratterizzato da un movimento locale rotatorio. Qui non può aver luogo né generazione né corruzione, né aumento…. Sono costituiti da materia diversa: la materia del sublunare e costituita da potenza di contrari ed è data dai quattro elementi. La materia sopralunare è formata da etere, o “quinta essenza”. Il movimento è circolare. L’etere è ingenerato, incorruttibile, non soggetto ad ampliamento o alterazione, perciò sono incorruttibili anche i cieli formati di esso.
- PSICOLOGIA
- Anima e sua tripartizione: esseri animati si differenziano dagli inanimati perché contengono un’anima. L’anima è atto del corpo, fatto di carne come potenza. Poiché i fenomeni della vita sono fondamentalmente di carattere vegetativo, sensitivo-motorio, intellettivo, anche l’anima sarà i tre tipi: vegetativa, sensitiva e motoria, intellettiva.
- Anima vegetativa: regola le attività biologiche e la riproduzione
- Anima sensitiva e movimento: gli animali posseggono sensazioni, appetiti, movimento. Noi abbiamo facoltà sensitive in potenza che si attuano se i nostri sensi vengono messi in contatto con l’oggetto sensibile. Ogni senso ha un sensibile proprio e quando viene colto dal senso proprio la sensazione è infallibile. Ci sono anche sensibili comuni, che possono essere percepiti da tutti i sensi, ma quando un senso agisce in maniera aspecifica può sbagliare. L’appetito nasce in conseguenza della sensazione. Il movimento deriva dall’appetito. App e mov dipendono allora dalla sensazione.
- Anima intellettiva: il pensiero e le operazioni sono riducibili non all’anima sensitiva, ma all’anima razionale. L’atto intellettivo è analogo a quello sensitivo: in quanto è un assimilare o ricevere le forme intellegibili, ma differisce dall’altro perché non è legato al corporeo: “l’organo dei sensi non sta senza il corpo, mentre l’intelligenza sta per conto suo”. L’intelligenza è potenza di conoscere le pure forme, a loro volta le forme sono contenute in potenza nelle immagini della fantasia, pertanto occorre qualcosa che traduca in atto queste due potenzialità
- SCIENZE PRATICHE: L’ETICA E LA POLITICA
Etica: studio dell’aspetto morale dell’uomo Politica: studio dell’uomo in quanto individuo di una società
- Il fine supremo dell’uomo, ossia la felicità: tutte le azioni umane tendono a fini che sono beni. Tutte le azioni e i fini sono subordinati ad un fine supremo ed ultimo che è la “felicità”. Per alcuni è il piacere e il godimento, per altri è l’onore, per altri è l’ammassare ricchezze. Ma per A la felicità consiste nel perfezionarsi in quanto uomo, ossia in quell’attività che differenzia l’uomo da tutte le cose, ossia la ragione: l’uomo che vuole vivere bene deve farlo secondo ragione.
- Virtù etiche come “giusto mezzo”: l’uomo non è solo ragione. C’è qualcosa che è estraneo alla ragione ma che partecipa ad essa: la facoltà del desiderio. Il dominio di questa parte dell’anima è la “virtù etica”. Questa si apprende con l’abitudine. Gli impulsi, sentimenti, passioni tendono all’eccesso o al difetto e la ragione deve porre la “giusta misura”, che è la “via di mezzo”. Il coraggio è via di mezzo tra la temerarietà e la viltà.
- Virtù dianoetiche e la perfetta felicità: perfezione dell’anima razionale è detta virtù dianoetica. E poiché l’anima si può rivolgere alle cose mutevoli della vita dell’uomo o alle realtà immutabili, allora saranno due le virtù dianoetiche: temperanza (phrònesis) e sapienza (sophia). Temperanza: dirigere bene la vita dell’uomo, ossia nello scegliere ciò che è bene o male per l’uomo. La sapienza: conoscenza di quelle realtà che stanno sopra l’uomo, ossia è la scienza teoretica e in special modo la metafisica. Proprio nell’esercizio della sapienza si raggiunge la massima felicità.
- La Città e il cittadino: Aristotele definisce l’uomo come animale politico (come animale che vive in una società politicamente organizzata). Infatti può non far parte di una città o di una comunità solo chi è autarchico, ma cosiffatto può essere solo “o una belva o un Dio”.
- LA LOGICA, LA POETICA
La Logica: mostra come procede il pensiero quando pensa, quale sia la struttura del ragionamento. Aristotele la chiamava Analitica (ossia risoluzione) e indicava il metodo con cui noi partendo da una data conclusione la risolviamo negli elementi da cui deriva e quindi la fondiamo e la giustifichiamo.
- Le categorie: se noi prendiamo una proposizione, come “l’uomo corre” e ne spezziamo il nesso, otteniamo parole senza connessione. Delle cose che si dicono senza connessione (i termini) ciascuna significa o la sostanza, o la quantità, o la qualità,… . Si tratta delle categorie dell’essere. Dal punto di vista Metafisico sono i significati fondamentali dell’essere, dal p.v. logico esse dovranno essere i “supremi generi” ai quali deve riportarsi ciascun termine della frase. Come per l’essere, anche qui la prima categoria è il soggetto e deve sempre essere presente e le altre categorie devono essere per forza collegate ad esso. Se prendiamo un termine esso non esprime né il vero né il falso, ma solo il giudizio che li connette e la proposizione che esprime la connessione possono essere veri o falsi.
- Definizione: cosa vuol dire definire? Determinare l’oggetto che la parola indica. Per poter definire qualcosa occorrono il “genere” e la “differenza”, o come dice A “il genere prossimo” e “la differenza specifica”. Se vogliamo sapere cosa vuol dire uomo, dobbiamo trovare il suo gen.pros. che è “animale” e le differenze che determinano il genere animale, sino ad arrivare alla differenza ultima, la “ragione”.
- I giudizi e le proposizioni: quando uniamo i termini e affermiamo o neghiamo qualcosa allora abbiamo il giudizio. L’espressione logica del giudizio è la proposizione. Il Vero o Falso nascono con il giudizio. La proposizione esprime quindi sempre un qualcosa di v o f. (tranne il discorso retorico e poetico)
- Il Sillogismo in generale: se noi giudichiamo qualcosa non ragioniamo ancora. Noi ragioniamo se passiamo da giudizi in giudizi, da prop a prop che siano correlate tra loro. Il Sillogismo è il ragionamento perfetto, in cui la conclusione è effettivamente la conseguenza delle premesse. (RAG DEDUTTIVO). In un sillogismo ci devono essere 3 prop, due sono le premesse (> e <) e la terza è la conclusione. C’è poi un termine medio, che lega le due premesse.
- Il Sillogismo scientifico: il sillogismo prescinde dalla veridicità delle premesse e quindi delle conclusioni. Quello scientifico invece no: oltre che alla correttezza del ragionamento, si occupa del valore delle premesse. Premesse devono essere: VERE, PRIME (non bisognose di altre dimostrazioni), NOTE e ANTERIORI (ossia di per sé intellegibili e chiare e più universali delle conclusioni).
- La conoscenza immediata à induzione e intuizione: come conosciamo le premesse? Non attraverso altri sillogismi, se no si andrebbe avanti all’infinito, ma si colgono per induzione (processo con cui dal particolare si ricava l’universale) e intuizione (coglimento puro da parte dell’intelletto dei principi primi).
- Principi della dimostrazione e della non-contraddizione: sono il principio di non contraddizione (A<>-A), quello del terzo escluso (non c’è un termine medio tra due contraddittori). Sono principi trascendentali, ossia valevoli per ogni forma di pensare. Sono le condizioni incondizionate di ogni dimostrazione e sono indimostrabili. Se si volessero confutare bisognerebbe far uso di essi.
La Poetica: la natura del discorso poetico e duplice: mimesi (imitazione) e catarsi (purificazione).
- Mimesi: Aristotele dice che l’arte riproduce le cose secondo una nuova dimensione, quella del possibile e del verosimile. È questa dimensione che universalizza l’arte.
- Catarsi: la finalità dell’arte consiste nella purificazione delle passioni (come la tragedia, che per mezzo della pietà e del terrore finisce per purificare queste passioni). Alcuni pensavano di una purificazione morale, ma la catarsi di A non è morale, ma fisica, intesa come liberazione temporanea delle passioni. Questo può essere inteso come il nostro piacere estetico. L’arte non scatena le nostre emozioni, allentando l’elemento razionale, come diceva Platone, ma ci scarica dall’emotività e quel tipo di emozione che ci procura ci risana.
ELLENISMO
- Ideale cosmopolitico: dopo decadenza polis i cittadini diventano sudditi. La vita dello Stato si svolge indipendentemente dalla sua volontà. Le nuove abilità non sono più le antiche virtù civili, ma le abilità tecniche. Le nuove filosofie teorizzeranno questa nuova realtà collocando lo Stato e la politica tra le cose neutre o da evitare. Il pensiero greco così si rifugiò nell’ideale cosmopolitico, considerando il mondo come una città. Così si dissolve l’antica equazione uomo-cittadino e l’uomo è costretto a cercare una nuova identità.
- La scoperta dell’individuo: questa nuova identità è l’individuo. I nuovi stati permettono ad ogni cittadino non impegnato in politica, siccome il potere lo teneva una persona, di foggiare a modo loro la loro vita e la propria persona morale. L’uomo è libero di fronte a se stesso. Come conseguenza della divisione tra uomo e cittadino, si separa la politica dall’etica.
Aristotele
La vita
Aristotele nacque a Stagira, colonia ateniese nella penisola calcidica, nel 384-3 a.C.; frequentò l'Accademia a 17 anni e vi rimase per altri 20, fino alla morte di Platone. Si è parlato di ingratitudine dell'alunno, ma questa lunga permanenza, l' influenza platonica in alcune opere e l'elegia dell'altare dimostrano il contrario. La stessa critica alla teoria delle idee nell' Etica nicomachea è preceduta dalla confessione della difficoltà nel fare ciò nei confronti della dottrina di un amico sebbene questo ostacolo debba venire superato per amore della verità. Probabilmente anche per il fatto di non essere ateniese e di non poter governare in una colonia divenuta macedone, è verosimile che Aristotele fosse più interessato alle materie scientifiche che a quelle politico-etiche. Uscito dalla scuola non condividendo l'indirizzo di Speusippo, con Senocrate si recò nella comunità di Asso ove insegnò. Neleo, figlio di Corisco, fu suo discepolo ed a casa sua pare siano state trovate opere di Aristotele. Successivamente egli soggiornò a Mitilene dove forse fondò una scuola. In questa fase della sua vita avvenne il distacco dalla teoria delle idee-numeri, come testimonia Sulla Filosofia. Nel 342 Aristotele fu chiamato dal re macedone Filippo ad educare Alessandro; il futuro Alessandro Magno verosimilmente assorbì l'idea del maestro della superiorità della cultura greca, superiorità che sarebbe divenuta mondiale se accompagnata da unità politica. Il dissenso col discepolo si ebbe solo allorché questi volle unire i popoli orientali ed assumere le forme orientali di sovranità. Appena Alessandro salì al trono Aristotele tornò ad Atene (335-334) ove fondò una scuola nel ginnasio, il Liceo (detto così perché sorto vicino al tempio di Apollo Liceo), edificio comprensivo di giardino e passeggiata (perìpato, da cui scuola peripatetica) in cui si svolgevano lezioni di filosofia il mattino e di retorica e dialettica ad un pubblico più vasto il pomeriggio, secondo ordine rigoroso ed in uno stile di vita comunitario. Docenti furono anche gli scolari Teofrasto ed Eudemo. Esso era organizzato comunque come un tiaso. Nel 323 morì Alessandro: nonostante i rapporti col maestro si fossero già raffreddati (ad esempio Alessandro aveva mandato a morte un discepolo di Aristotele, Callistene, al suo seguito per scriverne le imprese) gli avversari di Alessandro vedendo in Aristotele un nemico lo accusarono di empietà e lo costrinsero a rifugiarsi a Calcide nell'Eubea dove aveva in eredità dalla madre un terreno. Egli giustificò questa fuga col non voler permettere agli ateniesi di peccare una seconda volta contro la filosofia. Morì nel 322-321.
La critica a Platone
Aristotele, allievo di Platone, pur assumendo stato suo allievo per ventenni, sostiene una propria linea filosofica che lo porterà a criticare il maestro, e questo suo atteggiamento è espresso nella frase "Amicus Plato, sed magis amica veritas", che ribadiva l'interesse dello stagirita soprattutto per la verità, e non di assumere come tale la parola di Platone. Innanzi tutto Aristotele critica la ricerca svolta da Platone, che ha cercato il vero essere in un mondo soprasensibile, tentando di spiegare in questo modo il mondo reale, che appariva mutevole e sfuggente perché soggetto al divenire (Platone diceva che il mondo fisico non poteva essere oggetto di un discorso vero ma verosimile, vista l'impossibilità di determinare con certezza matematica ciò che si percepiva con i sensi e non con i logoi, come il mondo iperuranio). Aristotele sostiene che il mondo delle idee non è in grado di spiegare il mondo fisico, come invece riteneva Platone, visto che tra le due realtà c'è frattura (chorismos). Al contrario il divenire, che per il divino costituiva un ostacolo la cui presenza impediva di conoscere scientificamente il mondo reale e di considerarlo come vero essere, per Aristotele è un fenomeno su cui concentrare gli sforzi della ricerca perché solo riuscendo a spiegare il mutevole divenire si può essere in grado di comprendere il mondo reale. Inoltre lo stagirita critica il suo maestro, esprimendo rispetto alla teoria delle idee ragionamenti di questo tipo: se esistono le idee per tutto ciò che è nel mondo fisico, esistono idee anche per le negazioni; ma ciò è contraddittorio, perché l'idea di una negazione si associa a tutto tranne il concetto che essa nega. Un'idea sarebbe cioè associata ad una molteplicità di cose diverse nel mondo fisico. Aristotele nega quindi l'esistenza del mondo delle idee. Sostiene, infatti, che esse siano nella mente di chi le pensa e non abbiano quindi consistenza ontologica, come invece gli oggetti fisici, che per lo stagirita sono realmente esistenti, e non sono una "brutta copia" dell'idea. Per Aristotele è quindi possibile uno studio scientifico della natura, e il divenire, che per Platone era un impedimento alla conoscenza scientifica della stessa, diviene per Aristotele un oggetto di studio per cercare quei principi che rendano intelligibile il divenire. Inoltre Aristotele critica il maestro riguardo l'intellettualismo etico, servendosi della stessa metafora del maestro, ovvero quella della biga. Se è infatti la parte volitiva dell'anima a decidere se seguire la parte razionale o concupiscibile della stessa, essa può decidere sia se fare il bene sia se fare il male, anche se la parte razionale conosce il bene. Questa concezione verrà ripresa da S. Agostino, il quale affermerà che il peccato viene da un difetto di volontà degli uomini. Le opere che ci rimangono di Aristotele (molte sono andate perdute dopo la morte dei suoi allievi diretti) sono state organizzate da un dotto greco del I sec. a.C., Andronico di Rodi, secondo la suddivisione delle scienze aristoteliche.
La dottrina del sillogismo e la scienza
Aristotele studia la teoria del sillogismo, definendolo genericamente un meccanismo grazie al quale, partendo da determinate premesse, si arriva ad una conclusione. Un sillogismo tipico presenta la seguente struttura:
Premesse:
- Tutti gli uomini sono mortali
- Tutti i filosofi sono uomini
Conclusione:
- Tutti i filosofi sono mortali
Aristotele riprende l'essere di Parmenide
Per Aristotele il mondo reale ha consistenza ontologica, ma non può rientrare nella rigida distinzione di essere e non essere come sosteneva Parmenide, ritenuta dallo stagirita troppo sommaria. Esistono infatti diverse categorie di essere: ad esempio possiamo affermare che sia un uomo che un colore esistano, ma il loro "esistere" è differente. Pertanto Aristotele è convinto che ente sia ciò che "Si dice in molti modi" e quindi necessita di una classificazione. Il filosofo ne indica 10 categorie: sostanza, qualità, quantità, rapporto, dove, quando, giacere, avere, agire, patire. Fra queste la più importante è la sostanza, che è un sostrato (hypokèimenon), perché è un ente che ha un autonoma capacità di sussistenza (l'uomo, ad esempio, esiste indipendentemente da altre categorie di enti). Quindi tutte le altre categorie di enti sono definiti accidentes (alla latina), cioè cose che accadono all'ente. Perciò il colorito di un uomo, che è un ente che rientra nella categoria di qualità, non è un sostrato perché esso è in stretta dipendenza dall'uomo di cui costituisce il colorito, la contrario l'uomo, essendo un sostrato, esiste indipendentemente da quel colorito.
Aristotele e il divenire
In questo paragrafo esamineremo sommariamente senza spiegare le quattro cause che Aristotele indica come causa del divenire e i concetti di atto e potenza, anch'essi in fondamentali per spiegare il divenire. Successivamente li riprenderemo per avere una visione più globale della filosofia di Aristotele. Le quattro cause sono:
- Causa materiale: la materia di cui è composta la cosa stessa
- Causa formale: le caratteristiche morfologiche e funzionali che fanno di un oggetto proprio quell'oggetto e lo distinguono da un altro. Una casa è tale solo se ha la forma di una casa, non lo sarebbe se gli stessi materiali di cui è costituita venissero disposti in un altro modo (ad esempio se venissero usati per fare un ospedale).
- Causa motrice: ciò che determina l'inizio del cambiamento;
- Causa finale: il fine in vista di cui opera il mutamento.
Per Aristotele le quattro cause sono relative: infatti un mattone può essere la causa materiale di una casa e contemporaneamente causa formale dell'argilla di cui è composto. Ogni cosa è infatti un synolon (tutt'uno) tra forma e materia, e questa unione è inscindibile. Aristotele, per la cronaca, è il primo ad introdurre nel linguaggio filosofico il termine hyle, cioè materia. Strettamente collegata alle quattro cause è la teoria dell'atto e della potenza. La potenza o dynamis è la possibilità, la potenzialità che ha qualcosa di operare un mutamento; l'atto invece rappresenta due concetti: enèrgheia ed entelècheia. Entelècheia indica la condizione di qualcosa che ha già attuato le proprie potenzialità; enèrgheia indica il processo attraverso cui si giunge all'entelècheia oppure l'attuarsi delle funzioni proprie di un oggetto già in atto. Anche questi concetti, come quelli delle quattro cause, sono relativi: un bambino, ad esempio, è contemporaneamente un seme in atto e un uomo adulto in potenza. Infine, occorre puntualizzare la priorità dell'atto rispetto alla potenza. Per portare avanti l'esempio del bambino, infatti, perché nasca un bambino (un uomo in potenza) è necessario un altro uomo in atto.
Aristotele: per metà naturalista e per metà platonico
Come promesso nel paragrafo precedente, ecco la spiegazione d'insieme della filosofia di Aristotele. Quando lo stagirita tenta di spiegare il divenire con le quattro cause, sembra quasi un naturalista, ma poi esprimendo i concetti di atto e potenza Aristotele ritorna sulla via metafisica già tracciata dal maestro. Affermando che sostanza non è altro che il sinolo, cioè l'unione tra materia e forma, Aristotele critica apertamente Platone, che sosteneva l'esistenza di una frattura (chòrismos) tra il mondo ideale e il mondo fisico, che si traduceva quindi in una divisione tra la forma delle cose (eidos) e la materia che le costituiva (hyle), visto che le idee erano l'eidos senza la hyle (se ne fossero state costituite sarebbero state soggette al divenire e quindi non sarebbero state più il vero essere). Anche la causa formale segue la scia dei naturalisti, poiché la forma distingue le cose indipendentemente della causa materiale. Qui sembrerebbe addirittura vicino a Democrito ed egli stesso afferma che la vera ricerca naturalistica è quella che ha fatto l'atomista e non il suo maestro Platone. Ma proprio quando sembra che con lo stagirita la natura artigiana di sé stessa dei naturalisti stia per prendersi la rivincita sul demiurgo platonico, Aristotele ricomincia a seguire la via metafisica del maestro. Infatti, al momento di chiarire cosa sia più importante tra forma e materia, Aristotele afferma che l'eidos è più importante, perché è il carattere distintivo delle cose, che rende la medesima hyle cose diverse (una frittata e un uovo in camicia hanno la stessa causa materiale, l'uovo, ma sono distinti perché hanno una causa formale diversa fra loro, anche se quella materiale è la medesima). Qui si può notare l'ombra di Platone che torna con la sua teoria delle idee sulla filosofia del discepolo: la forma di Aristotele, infatti, sembra avere tutte le caratteristiche dell'idea di Platone. Oltre ad essere più importante della materia, essa per Aristotele è ingenerata e eterna. Quindi con questa convinzione smentisce anche i naturalisti, perché la physis di Eraclito, il grande supporter del divenire, dava origine a forme sempre diverse attraverso il divenire. Inoltre nega anche la possibilità di un'evoluzione come aveva supposto Anassimandro. E proprio Darwin, lo scopritore della teoria dell'evoluzione della specie, si compiace in uno dei suoi trattati perché Aristotele ha le stesse sue idee e ne cita un frammento: in realtà in questo passo lo stagirita aveva riportato un pezzo preso da un'opera di Democrito e alla riga successiva, che Darwin non lesse, egli afferma che tutto quello che l'atomista aveva riferito rispetto all'evoluzione era sbagliato. Alla domanda "Chi è nato prima, l'uovo o la gallina?" Aristotele risponde "la gallina". Questo perché egli si rifà al concetto di preminenza dell'atto rispetto alla potenza, per cui l'atto precede la potenza: solo un uomo in atto può dare origine ad un bambino, cioè ad un uomo in potenza, che a sua volta darà origine,una volta in atto, ad un altro bambino. E così all'infinito. Perciò è necessario che la forma sia sempre esistita, perché solo l'uomo genera l'uomo. E così perché il divenire si verifichi, è necessario che ci sia qualcosa già in atto affinché lo possa originare. Ma se anch'essa avesse potenzialità, allora dovrebbe essere mossa da un qualcosa in atto. Per cui c'è bisogno di un principio che sia atto puro perché si possa innescare il meccanismo del divenire, rendendo così la natura artigiana di sé stessa. Allo stesso tempo questo motore deve essere anche immobile, perché secondo Aristotele tutto ciò che si muove lo fa perché è mosso da qualcos'altro. Seguendo questa logica si arriva alla definizione di motore primo immobile, responsabile del movimento di tutto il cosmo.
Il motore primo immobile
Aristotele aveva affermato che una sostanza formata da eidos senza hyle era una caso limite, un'astrazione metafisica. E anche il motore primo immobile rientra in questa categoria. Come detto in precedenza, esso deve essere privo di potenzialità e deve anche essere immobile, pertanto non è composto di hyle, perché se no si muoverebbe e sarebbe anche soggetto al divenire, cosa che costringerebbe alla ricerca di un altro motore primo. Essendo immobile e atto puro, l'ultima sfera, quella delle stelle fisse, desiderandolo come l'oggetto del suo amore, tenta di imitare il suo stato di quiete muovendosi di moto circolare uniforme, che è quello più perfetto, dando origine ad un simile movimento a tutte le altre sfere concentriche, terra compresa, e divenire anche. Così il motore immobile provoca il movimento senza toccare, perché se toccasse sarebbe impuro, ma solo facendosi bramare dalla sfera delle stelle fisse. Ma se lui "contraccambiasse", non sarebbe più puro, pertanto il motore primo immobile, già pensiero perché eidos senza hyle, non può far altro che aspirare a sé stesso. Per questo Aristotele lo definisce noesis noèseos, cioè "pensiero del pensiero". Il motore primo immobile, per tale "costituzione fisica", viene a coincidere con il divino, con dio. Per questo motivo la filosofia scolastica dialoga e accetta l'aristotelismo, infatti se dimostro in questo modo razionale l'esistenza del divino, dimostro anche l'esistenza di Dio.
La fisica di Aristotele contro la fisica moderna: la sconfitta della scienza aristotelica
Aristotele individuava quattro tipi di mutamento in natura:
- secondo la sostanza (nascita, morte, corruzione)
- secondo la quantità (aumento, diminuzione)
- secondo la qualità (alterazione, trascolorare)
- locali o di traslazione (il movimento vero e proprio)
Il movimento viene poi suddiviso in naturale (cioè proprio di un elemento naturale) e violento (cioè procurato). I movimenti naturali sono per Aristotele propri dei quattro elementi tradizionali (fuoco, aria, acqua, terra). Ognuno di essi tende infatti ad una posizione, o luogo naturale, diverso rispetto agli altri: il fuoco verso l'alto, la terra verso il basso, l'acqua e l'aria verso posizioni intermedie (con la prima inferiore all'altra). Aristotele spiega così fenomeni come una pietra che cade o una fiamma che tende verso l'alto. I quattro elementi costituiscono il mondo terrestre, cioè il pianeta Terra e lo spazio immediatamente circostante ad esso. Oltre i confini della luna, Aristotele afferma l'esistenza di un mondo celeste, dove si trova per natura un quinto elemento, l'etere, eterno e incorruttibile. Questa suddivisione ricorda molto l'iperuranio platonico, in cui c'erano le idee, eterne e incorruttibili. Il cosmo è per lui un insieme di sfere di etere concentriche che si muovono di moto circolare uniforme. Gli astri sono incastonati in una di queste sfere, detta "sfera delle stelle fisse". Con quest'affermazione Aristotele concepisce lo spazio qualitativamente; le diverse aree dell'Universo, per lui, sono tali perché luoghi naturali dei quattro elementi. La fisica moderna a partire dal seicento si scrolla di dosso l'aristotelismo, sostenuto dalla Chiesa, che bloccava ogni innovazione in campo scientifico se andava contro le affermazioni di Aristotele, impedendo ogni dimostrazione scientifica con due paroline che sembravano quasi magiche "Ipse dixit", che volevano dire: così ha detto Aristotele e pertanto ciò è verità. Qualsiasi altra cosa era sbagliata. Bene nel seicento gli scienziati riescono a far prevalere i numeri, le dimostrazioni scientifiche e razionali, a discapito delle teorie sostenute da Aristotele. A sua difesa possiamo dire che all'epoca non aveva certo gli stessi mezzi dei fisici e dei matematici che confutarono la sua fisica, frutto di un ragionamento a cui non potevano seguire riscontri reali e strumentali precisi. La fisica del seicento introduce il principio di inerzia, secondo cui un corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto uniforme se non intervengono altre cause esterne (forze) a variarne il suo moto. Viene così smentito il "Ab alio movetur" di Aristotele. Inoltre lo spazio della scienza moderna non è più legato ai luoghi naturali, ma è isotropo: cioè ogni punto è uguale ad un qualsiasi altro e gode delle stesse proprietà. La legge di gravitazione universale di Newton ci dice che un corpo risente della forza di gravità che la terra esercita sui corpi sia che si trovi sotto terra sia sopra. Un esempio un po' anacronistico può chiarire le differenze. I satelliti artificiali, ad esempio, secondo le teorie di Aristotele dovrebbero tendere a salire perché si trovano nel luogo naturale dell'aria, invece essi rimangono stabili in orbita perché la forza di gravità a cui sono sottoposti si equilibra con la forza centrifuga che li porterebbe fuori dal campo gravitazionale terrestre.
Il vivente e l'anima
Gli studi biologici di Aristotele costituiscono la base della zoologia scientifica moderna; inoltre hanno grande influenza sul suo pensiero. Aristotele enuncia il concetto di specie identificandolo con quello di causa formale; la forma è quindi l'insieme di caratteristiche per cui un cane è definito un cane e non un cavallo o una capra. Con la specie si identifica anche la causa finale: lo scopo di ogni specie animale è infatti quello di preservarsi. Aristotele studia anche l'anima. Egli la definisce il principio vitale di ogni vivente e afferma che è inconcepibile come separata dal corpo: corpo e anima costituiscono il synolon dell'organismo vivente. All'anima sono attribuite tre facoltà: nutritiva, sensitiva, razionale. La facoltà nutritiva presiede alla nutrizione e alla riproduzione; la seconda è propria degli organismi dotati di sensi più o meno sviluppati, la terza invece è la porta della conoscenza razionale. I vegetali hanno solo la facoltà nutritiva, gli animali la nutritiva e la sensitiva, gli uomini tutte e tre. Aristotele confuta Platone in quanto alla separazione rigida fra conoscenza sensibile (ritenuta ingannevole da Platone) e razionale. Per Aristotele la conoscenza sensibile è l'inizio di un processo che si compie con la conoscenza razionale. Per conoscere, infatti, è necessario percepire. La sensazione si attua attraverso i cinque sensi; l'oggetto sensibile si attua quando viene percepito, ma è solo in potenza fino a quel momento. Inoltre per le caratteristiche percepibili da più sensi (come la grandezza) vi è una sintesi fra i cinque sensi chiamata senso comune.
Virtù etiche e dianoetiche
Per Aristotele tutte le azioni degli uomini hanno come fine un bene, che a sua volta serve al conseguimento di un altro; c'è però un bene che dev'essere ricercato come fine a se stesso, il bene supremo. Questo bene supremo si identifica con la felicità e con l'eudaimonia, cioè "l'essere in compagnia di un buon demone". La felicità, poi, non consiste in beni terreni come onore, ricchezza o piacere; la felicità è prerogativa dell'uomo come la conoscenza razionale, quindi essa coincide con l'esercizio della ragione a livello di eccellenza. La felicità, insomma, coincide con la virtù. Le virtù dell'uomo per Aristotele sono divise in etiche, proprie della componente sensitiva dell'anima, e dianoetiche, proprie di quella razionale. Le virtù etiche si acquistano attraverso l'abitudine e la volontà, sono quindi una "disposizione" virtuosa dell'animo che si ottiene (si attua) attraverso il costante esercizio di azioni virtuose (altrimenti le virtù rimangono in potenza). In questo Aristotele critica Socrate e Platone e il loro intellettualismo etico, secondo cui la conoscenza del bene necessariamente porta ad una vita vissuta compiendo solo buone azioni, in quanto che il male non può essere compiuto se si conosce il bene. Secondo Aristotele invece per compiere il bene è fondamentale la volontà di farlo. La virtù etica consiste, in definitiva, nella volontà di compiere il bene. Essa è anche il punto medio tra i due estremi, l'eccesso e il difetto: la parsimonia, ad esempio, si ottiene evitando l'avarizia e la prodigalità; il coraggio invece evitando di volta in volta la viltà e la temerarietà. La giusta misura è relativa, in rapporto alla persona che la compie. Pertanto l'uomo virtuoso è il mediocre, inteso come persona forte che è in grado di resistere agli estremismi. La giustizia si identifica con la virtù in quanto ricerca dell'equilibrio; Aristotele distingue in essa due connotazioni. La giustizia distributiva vuole che i beni siano assegnati in proporzione ai meriti; la giustizia regolatrice ristabilisce l'equilibrio fra i cittadini quando esso viene violato (ad esempio nel caso di un furto). Le virtù dianoetiche invece sono la manifestazione dell'eccellenza della facoltà razionale dell'anima. All'interno di essa Aristotele traccia una distinzione: egli individua una componente scientifica che si limita alla conoscenza teorica di ciò che non può essere altrimenti da come è e una componente calcolativa che si applica a ciò che può essere altrimenti da come è e che è quindi in nostro potere. Le virtù dianoetiche sono:
- Proprie della facoltà scientifica:
- Epistème (scienza) che è attitudine alla dimostrazione;
- Noùs (intelligenza) che è disposizione a conoscere i principi;
- Sophìa (sapienza) che comprende le precedenti;
- Proprie della facoltà calcolativa:
- Tèchne (arte);
- Phrònesis (saggezza).
Saggezza e sapienza stabiliscono due diversi tipi di felicità: la saggezza è alla portata di tutti, la sapienza è propria del filosofo. Per Aristotele la sapienza è la massima virtù in quanto rappresenta la parte dell'anima per cui essa è assimilabile al dio (in quanto noesis noeseos).
La dialettica
In Aristotele la parola DIALETTICA ha significato diverso rispetto a Platone : per Platone era un sinonimo di filosofia , per Aristotele significa "ragionamento che implica una dimostrazione con gli altri" . Posso sì dedurre ed indurre da solo , ma la dialettica implica un rapporto con gli altri : è quel ragionamento che parte non da ciò che è vero perché colto col sillogismo ed il ragionamento scientifico , ma da punti di partenza (premesse) prese per buone nel contesto in cui si parla : Aristotele dice "le premesse usate dai più o dagli esperti o dalla maggioranza degli esperti " : non è una verità assoluta , ma un modo per cominciare la discussione di una tematica . E' interessante notare che Aristotele abbia inventato il sillogismo ma che l'abbia usato davvero poco : usa di più gli argomenti dialettici : prende dei punti condivisi da molti e li discute : quando si cimenta nella ricerca delle quattro cause , parte dai punti di vista dei presocratici (coloro che vissero prima di Socrate ) .Agli occhi di Aristotele la conoscenza è una sorta di processo collettivo nel quale si trovano coinvolti gli uomini del passato e del presente . Quindi partiva dalle premesse dei suoi predecessori e ci ragionava sopra discutendo se potevano essere accettate o no . Aristotele crede di partire dai PHAINOMENA ("fenomeni" , ciò che appare all'esperienza) : questo conferma il fatto che Aristotele sia un empirista : per lui la mente è una "tabula rasa" da riempire con le esperienze . Comunque fanno parte dei "phainomena" non solo le esperienze , ma anche le opinioni altrui : Aristotele anche quando studia gli organismi riproduttivi , non si serve solo delle esperienze personali , ma anche dei pareri degli antichi . Lo studia comincia ad essere mescolanza di esperienze personali e ragionamenti con il libro : è proprio con Aristotele che il libro diventa strumento di sapere : ci fornisce quel materiale di elaborazione degli altri , ciò che è stato scritto . Ma se per conoscere si usano queste tecniche , il sillogismo che valore ha ? Il meccanismo per scoprire la verità è la dialettica , quello per stabilire i nessi delle realtà è il sillogismo , che ci fornisce il dioti .
Aristotele e il dio
Abbiamo già detto che Aristotele aveva risposto alla domanda "che cosa esiste" dicendo "intanto esistono indubbiamente le cose fisiche che vediamo intorno a noi" : ora arriva a dimostrare l'esistenza di una realtà immateriale . Il movimento dei cieli abbiamo detto che è eterno (proprio perchè il cielo è eterno) : se il movimento è eterno , allora il motore è dotato di pura attualità ed è privo di potenza : essa infatti implica che una cosa possa accadere , ma anche che possa non accadere . Un qualcosa fatto di potenza e atto è destinato a fermarsi prima o poi . Il motore immobile (la divinità) è quindi atto allo stato puro . Ma sappiamo che l'atto si identifica con la forma e la potenza si identifica con la materia : di conseguenza la divinità è forma allo stato puro : non è un sinolo di materia e forma . Abbiamo detto che nella concatenazione dei motori bisogna per forza arrivare ad un qualcosa che muova senza essere mosso sennò si andrebbe avanti nella ricerca all'infinito . A questo punto quindi Aristotele introduce la divinità . Questo motore deve poi essere eterno perchè deve giustificare il movimento eterno delle sfere celesti . La divinità è l'unica realtà immateriale che Aristotele individui . Abbiamo già detto che la divinità è l'oggetto principale della filosofia prima , che ha le istanze di ontologia e di teologia . Ma se la divinità è una realtà immateriale , come fa a muovere , visto che il movimento avviene per contatto ? Aristotele risponde che la divinità muove il cielo delle stelle fisse non come causa efficiente , bensì come causa finale : se fosse causa efficiente , la divinità dovrebbe effettivamente agire sul mondo spostandolo . Ma questo è impossibile perchè è una realtà immateriale . Ma c'è anche un'altra motivazione , altrettanto importante : la divinità proprio perchè è una realtà suprema non può "interessarsi" e quindi agire effettivamente sul mondo : la divinità non fa nulla direttamente sul mondo , non ha una volontà d'azione sul mondo . Ha un'attività tutta sua e particolare che si svolge interamente dentro di lui . Agire sul mondo significherebbe autodiminuirsi : una realtà superiore quale la divinità che si occupa di una realtà inferiore quale è il nostro mondo sarebbe un controsenso , una forma di autodiminuzione della divinità stessa . Sarebbe un' imperfezione della divinità . La divinità agisce sul mondo come "oggetto di amore e desiderio" : come la cosa amata attrae chi la ama , così la divinità attrae il mondo . Quando una cosa attrae qualcuno non si può propriamente dire che la cosa agisca su questo qualcuno , anche se in un certo senso è causa (finale) del movimento : è per quella cosa che quel qualcuno muove . Così la divinità è causa del movimento dei cieli e quindi indirettamente dell'intero universo (ricordiamoci che la ciclicità del movimento dei cieli è poi causa della ciclicità delle stagioni che a sua volta influisce sulla ciclicità particolare del mondo sublunare : la riproduzione che rende le specie eterne) . La divinità diventa quindi la causa (finale) del movimento dell'intero universo , quindi la si può chiamare motore immobile o causa incausata . La divinità non produce l'universo dal nulla , come fa invece nella tradizione ebraico-cristiana , nè lo plasma , come faceva invece il demiurgo platonico : lo mette semplicemente in moto . Non ha quindi nessun rapporto causale con l'esistenza del mondo , ma ha solo rapporto causale (finale) con il movimento del mondo . Cosa vuol dire che la divinità attrae il mondo ? Non bisogna pensare che sia come un cane che sente il cibo e gli si avvicina , perchè così non quadrerebbero alcune cose : l'universo si sposterebbe , e per andare dove ? La divinità è priva di materia e quindi non sta in nessun luogo , dato che è puramente formale . Bisogna quindi rettificare che il primo mobile cerca di avvicinarsi alla divinità nel senso che cerca di imitarla . L'avvicinarsi del mondo alla divinità va visto come un tentativo del mondo di assimilarsi alla divinità . Ma cosa vuol dire assimilarsi alla divinità ? Abbiamo visto che la caratteristica fondamentale della divinità è la sua eternità , data dalla mancanza di materia e di potenza . Come fa la realtà fisica ad imitare , ad assimilarsi ad una realtà immateriale ed eterna ? La risposta sta nel moto circolare , la miglior imitazione di eternità da parte degli enti fisici in movimento . Perchè il cielo delle stelle fisse gira ? Perchè è imitazione dell'eternità divina . Questo è il moto del primo mobile , ma come si muovono le sfere successive ? Qui i passi di Aristotele non sono chiarissimi (ricordiamoci che si tratta di appunti) . Ci sono due ipotesi : 1) che si muova per attrito : una volta che si muove il cielo delle stelle fisse , tutti gli altri cieli inferiori si muovono per attrito . Ma è poco probabile quest'ipotesi perchè è vero che tutte le sfere si muovono in modo circolare , ma il movimento è dato dalla combinazione di più movimenti , tutti circolari , ma gli uni differenti dagli altri . Se andasse davvero per attrito , le sfere avrebbero tutte la stessa direzione . 2) Già Platone ipotizzava che i cieli fossero realtà viventi ed intelligenti : per lui movimento era sinonimo di vita ed in più movimenti così ordinati presupponevano un'intelligenza . Aristotele riprende in sostanza questa teoria (in maniera meno animistica) : è probabile che pensasse che non solo il primo mobile imita la divinità col moto circolare , ma anche le sfere inferiori , a modo loro , operano alla stessa maniera , ciascuna secondo la propria natura . Dato che ciascuna lo fa secondo la propria natura , è evidente che lo fanno in modo diverso : ci sono quindi movimenti differenti e questo implica che ogni sfera abbia un qualcosa di molto simile ad un'anima : le sfere celesti sono dotate di una specie di anima . Quest'idea dell'intelligenza celeste aristotelica viene in qualche modo tradotta nell'intelligenza angelica di Dante : gli angeli del Paradiso che muovono le sfere celesti , sono proprio dei governatori di queste sfere . E' la traduzione in chiave cristiana della teoria aristotelica . Ma la divinità cosa fa in buona fine ? Certo non agisce sul mondo in modo provvidenziale . E' stato detto che l'ateismo ha due varianti : a) c'è l'ateismo nel senso più classico , che è la negazione dell'esistenza di dio . b) Ma si può parlare di ateismo anche quando si dice che dio non si occupa del mondo . Gli epicurei per esempio non negavano l'esistenza degli dei , ma dicevano che proprio perchè erano perfetti non si occupavano del mondo dell'uomo : sarebbe un abbassamento delle divinità . E' un ateismo più sfumato . Aristotele assume una posizione che è una via di mezzo : anche per lui la divinità non si occupa del mondo , ma tuttavia lo governa : si configura come causa finale ultima : tutto il finalismo che governa l'intera realtà ha il suo punto di riferimento nella divinità , che è quindi garante dell'ordine e della regolarità , ma non in senso attivo : non c'è nessuna provvidenza . Governa il mondo perchè il mondo cerca di imitarlo . Dante conclude la Divina Commedia dicendo "... l'amor che muove il cielo e le altre stelle" : da notare che c'è un richiamo ad Aristotele , ma attenzione : Dante sta parlando dell' l'amore di Dio (genitivo soggettivo ) , l'amore che dio prova per gli uomini : Aristotele invece dice l'amore di dio , ma con il genitivo oggettivo : l'amore nei confronti di dio : è l'amore che il mondo prova per dio che lo fa muovere . La divinità aristotelica non è provvidenziale e non la si può pregare : la preghiera di Aristotele è l'intera sua opera , in particolare le parti biologiche : c'è chi l'ha definita una preghiera apofantica : non è una preghiera con cui si prega e si chiede , ma con cui si illustra la perfezione dell'universo . Nel mondo classico non c'era nè politeismo nè monoteismo : anche in Aristotele è così : c'è la divinità come realtà suprema , ma in un certo senso le intelligenze celesti sono divinità minori : c'è quindi una sorta di mescolanza tra monoteismo e politeismo . La divinità non si occupa del mondo , ma non può non fare niente . La perfezione e la felicità sono per Aristotele legate all'attività e quindi anche la divinità deve fare qualcosa : ha un'attività tutta interna a se stessa . L'attività suprema per Aristotele è il pensare , quindi la divinità è essenzialmente una mente . Ma a che cosa pensa ? Di sicuro non pensa ad una realtà inferiore come l'universo e quindi pensa solo a se stesso . Emerge qui la definizione della divinità come "pensiero di pensiero" .
Aristotele essere e sostanza
A livello teorico abbiamo distinto fisica da metafisica : sia il sillogismo sia la dialettica rientrano nella metafisica , la pretesa di cogliere ciò che sta al di là delle cose fisiche . L'essenza c'è anche nella fisica . La fisica studia gli oggetti che esistono di per sè ma sono mutevoli (è l'opposto della matematica) ; la metafisica studia tutto l'essere in quanto essere ma anche l'essere che esiste ed è immutabile (la divinità) ; in pratica studiamo la metafisica come ontologia : se è studio dell'essere in quanto essere si occupa anche di oggetti fisici . Ma che cos'è l'essere ? L'essere può essere ricondotto alla sostanza . Dire "che cosa è l'essere?" si può ricondurre a "che cosa è la sostanza?" . Per rispondere Aristotele si pone un problema : " essere" ha significato univoco o biunivoco ? (in realtà "biunivoco" e "univoco" sono termini medioevali) Aristotele risponde che non è nè univoco nè biunivoco , ha significati analogici ; a questo punto Aristotele fa un esempio servendosi dell'aggettivo greco "salutare" : è salutare tutto ciò che ha a che fare con la salute , il clima , una persona , un cibo ... Il ragionamento che ne consegue è che se ci chiediamo se è univoco o biunivoco il significato dell'essere , dobbiamo rispondere che non è nè l'uno nè l'altro : non può avere sempre lo stesso significato , ma comunque i vari significati sono tra loro imparentati perchè si riferiscono tutti ad un unico concetto , la salute . L'essere è analogico : tutti i significati di essere si appoggiano alla "sostanza" , il significato più importante . Aristotele fa poi un discorso a cavallo tra realtà e logica : le cose possono avere una miriade di caratteristiche ; è vero che posso predicare in maniera sterminata , ma le tipologie si possono ridurre a poche possibilità , le CATEGORIE (in totale 8 o 10 : in realtà erano 8 , ma il 10 suonava meglio ...):in Greco categoria significa "predicato" : le categorie sono quindi 8 tipi di predicazioni che si possono fare : prendiamo ad esempio Socrate : 1) SOSTANZA ? Socrate 2)QUANTITA'? Un metro e mezzo 3) QUALITA' ? Bianco o filosofo 4) RELAZIONE ? Figlio di Sofronisco 5)LUOGO ? In carcere 6) TEMPO ? L'anno della morte 7) SITUAZIONE ? Star seduto 8) AVERE ? Un mantello (Aristotele ne aggiunge poi due giusto per far cifra tonda e arrivare a 10 : 9)AGIRE? Bagnare 10)SUBIRE? L'essere bagnato). Tra le categorie la più importante è appunto la sostanza : tutte la altre infatti devono per forza essere predicate di qualcosa , ossia appunto di una sostanza . Per esempio "bianco" o "un metro e mezzo" possono essere predicati alla sostanza "Socrate" .Il loro essere è sempre in riferimento ad una sostanza , e dipende da essa . Ma la stessa cosa non vale necessariamente per tutte le sostanze . A questo proposito Aristotele distingue nello scritto "Sulle categorie " tra sostanze prime e sostanze seconde . La sostanza prima , per esempio "questo uomo qui" (l'individuo Socrate ) non può mai essere predicata di un'altra sostanza nè esistere in un'altra sostanza . Le sostanze seconde invece , ossia le specie (per esempio , uomo) e i generi ( per esempio , animale), possono essere predicate delle sostanze prime . Per esempio è possibile dire " Socrate è uomo" . Secondo Aristotele , Platone aveva commesso l'errore di attribuire esistenza autonoma ai predicati , ossia alle sostanze seconde che in realtà esistono soltanto in riferimento a sostanze individuali .Ma viene spontaneo chiedersi quale sia la differenza tra universale e sostanza : Aristotele stesso si pone questa domanda e cerca di dare una risposta ne "La metafisica" ; egli dice che la sostanza di una cosa è quella che è caratteristica di quella cosa , che non inerisce ad un'altra cosa . L'universale invece è comune , perchè infatti si dice universale ciò che per natura inerisce a più cose . Quindi di che cosa sarà sostanza l'universale ? Infatti l'universale o sarà la sostanza di tutte le cose alle quali inerisce , o non sarà la sostanza di nessuna . Ma non può essere la sostanza di tutte ; se sarà la sostanza di una sola cosa , allora anche tutte le altre cose saranno quest'unica cosa , poichè le cose che hanno un'unica sostanza ed un'unica essenza sostanziale sono esse stesse un'unica cosa : è un ragionamento per assurdo , si assume cioè come premessa che l'universale sia sostanza . Inoltre si dice sostanza ciò che non può essere predicato di un soggetto (nel caso delle sostanze prime) , mentre l'universale si predica sempre di un soggetto . Aristotele arriva alla conclusione che gli universali (che Platone chiamava idee) non possano esistere separatamente dalle sostanze : "uomo" non esiste come entità separata dalle sostanze singole , " Socrate " , " Platone " , " Gorgia " ... Ci sono 8 modi per dire l'essere ma non equivoci : tutti si riconnettono all'essere come sostanza : perchè? Non esistono le qualità al di fuori delle quantità : pensiamo al quadrato : di per sè non esiste , esiste solo come processo di astrazione di un libro per esempio . Il libro è blu : il blu esiste sempre nella misura in cui inerisce alla quantità (il libro) : il libro esiste di per sè sempre . Le categorie risultano dunque 7 + 1 (la sostanza) . Ci sono poi le cose che esistono come qualità delle sostanze (il blu , il quadrato ...)Il significato principale dell'essere è la sostanza : ma più precisamente la sostanza individuale ; emerge qui un'altra grande differenza tra Platone e Aristotele : per Platone esistevano più gli universali (le idee) che gli individuali : l'idea di cavallo esisteva più del cavallo stesso : le idee si calavano nel mondo sensibile . Per Aristotele invece esistevano di più gli enti empirici rispetto a quelli astratti : ciò che una cosa è sta nella cosa stessa e non al di fuori di essa ; è una visione IMMANENTE , mentre quella platonica è trascendente . Ciò che propriamente esiste sono gli enti singoli : il significato principale dell'essere è la sostanza , ciò che è effettivamente . La sostanza è ciò a cui le qualità ineriscono . Il quaderno però (esempio di sostanza ) può essere due cose diverse : 1) può essere il quaderno che ho in mano "hic et nunc" (qui e adesso , in Greco "tòde ti") 2)può anche essere la categoria generale dei quaderni : di fronte ad una persona posso dire "Caio" (per esempio), che è il nome proprio della persona o "uomo" che è la categoria alla quale appartiene : in entrambe i casi indico la sostanza con entrambe i nomi : quand'è che si indica la sostanza prima di cui abbiamo già parlato ? Quando si cita ciò che è "hic et nunc" : quando dico che la sostanza è il significato dell'essere , devo dire che il significato primo dell'essere è la sostanza prima . Come si può distinguere sostanza prima da sostanza seconda ? La sostanza prima è sempre e solo soggetto : se dico "il libro è blu" è sostanza prima perchè soggetto ; se però dico "quest'oggetto è un libro" è sostanza seconda perchè "libro" è predicato . Se dico " Socrate è uomo" non può fungere che da soggetto e da sostanza prima : anche se dico "questo qui è Socrate" in fondo è soggetto . Le sostanze seconde possono essere SPECIE e GENERI : Socrate è sostanza prima , "uomo" è la specie , "animale" è il genere : ci sono più livelli di generità . Un buon modo per distinguere specie da genere è che se ho una specie non la si può suddividere ulteriormente se non in casi singoli : da uomo posso solo passare a Socrate , Platone ... Il genere (animale) invece è ulteriormente divisibile . Questo ci aiuta a capire che cosa significa per Aristotele definire : non posso definire Socrate , ma l'uomo : definire è indicare la specie , la divisione ultima . Platone si serviva invece della diairesis . Aristotele punta su genere-specie : si individua il genere prossimo , cioè il genere immediatamente successivo , più generale dopo la specie : nel genere animale devo indicare la caratteristica che separa quel genere dagli altri : nel caso del genere animale bisogna dire per indicare l'uomo "animale razionale" . Si trova la differenza che contraddistingue l'elemento dal resto della specie . Le sostanze dunque sono in senso primario e non in funzione di qualcos'altro . Se dico " Socrate è magro" , l'esser magro di Socrate è un caso individuale della qualità generale dell'essere magro . Ma questa qualità generale , la magrezza , non è una sostanza . Infatti mentre la sostanza (ad esempio Socrate ) può esistere senza la qualità di magrezza , la magrezza non può esistere senza la sostanza a cui è riferita . In questo caso la nozione di sostanza si distingue da quella di ACCIDENTE : una sostanza ha molte proprietà accidentali , vale a dire proprietà che essa può avere o non avere , senza che l'averle o il non averle comprometta il suo essere quella sostanza determinata . Queste considerazioni portano Aristotele lontano dalla dottrina delle idee platonica . Per Platone ci sono cose bianche perchè c'è l'idea di bianchezza che viene compartecipata ; per Aristotele la bianchezza è perchè ci sono cose bianche , ossia sostanze dotate della qualità di bianchezza . Così il numero 3 esiste perchè esistono gruppi di tre cose . L'universale (il tre , la bianchezza , l'uomo...) , che è oggetto della scienza , non ha esistenza separata dalle cose sensibili , come aveva preteso Platone , ma esiste nelle sostanze individuali . Ritorniamo allo studio dell'accidente : ogni specie ha determinate caratteristiche che appartengono agli individui della specie sempre o "epì tò polù" (per lo più) ; i cani hanno sempre o per lo più quattro gambe . La sostanza di ogni specie indica ciò che hanno sempre o quasi sempre (epì tò polù) : ma Aristotele non si interessa delle singole differenze . L'uomo ha sempre o per lo più due occhi perchè fa parte della sua natura : ma non fa parte della sua natura che siano blu , verdi ... Ecco allora che ci troviamo di fronte agli accidenti , quelle cose che non sono nè sempre nè epì tò polù : possono esserci .
Aristotele e il cosmo
Addentriamoci ora nella cosmologia aristotelica : di che cosa è fatto il mondo ? In ultima istanza sarà fatto di forma e materia , come tutto il resto : ma sono concetti puramente teoretici e relativi : non esiste mai (o quasi) materia senza forma o forma senza materia . Aristotele riprende Empedocle ed individua 4 sinoli elementari : acqua , terra , cielo , fuoco . Ciascuno di questi sinoli è caratterizzato dal possedere due delle quattro qualità base : secco e umido , caldo e freddo . La terra per esempio è fredda e secca , il fuoco è caldo e secco e così via . Ma dove sarebbero questi sinoli elementari ? Prendiamo un qualsiasi elemento di questo mondo : ad esempio un uomo : la materia sono i suoi organi , la forma è il modo in cui sono stati strutturati ; prendiamo ora il suo cuore : anch'esso è un sinolo di materia e forma : la materia è il tessuto , la forma è quella del cuore . Ora prendiamo il tessuto : anche lui è sinolo di materia e forma : la materia sono i quattro elementi , la forma è la proporzione in cui sono stati mescolati . Prendiamo ora l'acqua (uno dei 4 elementi) : quale è la materia e quale è la forma ? Qui la separazione può essere solo concettuale : si può dire che essa è fatta di materia prima (prote ule) : abbiamo già detto che però in realtà il sinolo materia forma è inscindibile . Oltre alla materia prima troviamo anche due coppie di realtà : il caldo e il freddo ; il secco e l'umido : combinando queste 4 coppie si potrebbero teoricamente ottenere 6 cose , ma in realtà se combino il caldo con il freddo e il secco con l'umido non mi ricavo niente : così sono solo 4 le coppie combinabili . Ogni accoppiamento caratterizza ciascuno dei 4 elementi : abbiamo già detto che la terra è caratterizzata dall'essere fredda e secca . I 4 elementi sono la base dalla cui aggregazione e disgregazione deriva tutto il resto : sembra uguale ad Empedocle , ma in realtà non è così : per Aristotele , infatti , non sono le parti ultime della realtà (che invece sono le coppie caldo-freddo e secco-umido) : di conseguenza gli elementi possono trasformarsi gli uni negli altri , ad esempio tramite processi di evaporazione o di congelamento : mediante questi processi si possono spiegare , tra l'altro , i fenomeni metereologici . Ogni elemento può trasformarsi immediatamente in quello con cui ha una caratteristica in comune acquisendo l'altra . Per esempio la terra ha in comune con il fuoco il fatto di essere secca , però lei è fredda mentre il fuoco è calda : acquisendo il calore diventa fuoco . Gli elementi hanno poi un'altra caratteristica : il peso . Due elementi sono leggeri (fuoco,aria) , due pesanti (acqua,terra) . Il PESO per Aristotele è la tendenza ad andare verso il centro della terra (che per lui è pure centro dell'universo) : il basso in generale è il centro della terra . Noi pensiamo che il centro della luna sia sulla luna , Aristotele invece pensa che sia sulla terra . Per lui alto e basso hanno valore assoluto : il basso è il centro della terra . Tutti i corpi tendono o a scendere o a salire : sono i movimenti naturali . Ogni elemento si muove per propria natura in una direzione determinata dal suo peso : ciascuno di essi ha dunque un proprio LUOGO NATURALE , al quale tende . Quindi il luogo naturale di ogni elemento corrisponde al suo peso : in ordine di peso stanno così : 1)terra 2)acqua 3)aria 4)fuoco . Da notare che il finalismo vale perfino per le realtà più elementari : se il fine del cavallo è essere cavallo , quale è il fine della terra (uno a caso dei 4 elementi) ? Il suo fine è comportarsi come le compete , stare cioè verso Terra . Il finalismo dei 4 elementi è tendere ciascuno al proprio luogo naturale . Facciamo un esempio : prendiamo un libro ; esso è fatto di terra (di materia , insomma) : se lo mettiamo per terra non si muove perchè è nel suo luogo naturale . Se lo alziamo e lo portiamo in aria e poi lo lasciamo , esso cade perchè l'aria non è il suo luogo naturale e tende quindi a ritornare alla sua collocazione . Lo stesso discorso vale per una bottiglia d'aria messa in acqua : essa tende a salire (dal momento che l'acqua non è il luogo naturale dell'aria) per raggiungere l'aria . Aristotele dice che ci sono due tipi di movimenti a) Quelli che riportano gli elementi ai loro luoghi naturali b) Quelli violenti o contro natura : posso lanciare una pietra in aria o mettere una bottiglia piena d'aria sott'acqua : la pietra ricade e la bottiglia risale . Se tiriamo una penna per aria , noi sappiamo che per un po’ sale in quanto le diamo un impulso che la fa salire per un po’ : per Aristotele non è così . Lui è convinto che ogni cosa che si muove è mossa da altre (da una causa efficiente) : non ammette che una cosa tenda a mantenere lo stato in cui viene posta (principio di inerzia) ; Questo vale sia per i moti naturali sia per quelli violenti . Aristotele dice che se lancio in aria una penna essa trascina movimenti circostanti e composti : viene qui messo in gioco l'ambiente : è l'ambiente che secondo Aristotele porta su per un po’ la penna . Facciamo qualche osservazione : se Aristotele ammette quest'idea , vuol dire che nega l'esistenza del vuoto : non esiste neanche come vuoto relativo (come era per Democrito ) : se ci fosse il vuoto salirebbe all'infinito . Il principio di inerzia mi dice che se conferisco movimento ad un corpo , esso tende a tenere quel moto all'infinito : questo significa che sia quiete sia moto sono stati : se un oggetto si muove quindi ciò che va spiegato è perchè si fermi : dovrebbe per il principio di inerzia proseguire in quel moto all'infinito . Bisogna quindi spiegare il mutamento di stato (da moto passa ad inerzia) . Per Aristotele invece non va spiegata la quiete ma il movimento , che è una forma di cambiamento : è un passaggio da potenza ad atto : la penna è qui ma potrebbe essere lì ; la sposto ed ecco che è lì . Il mutamento-movimento per Aristotele richiede una causa . Per noi va invece spiegata l'accelerazione , il cambiamento di velocità . Il lancio della penna mi spiega che acquista un movimento teoricamente infinito ; per Aristotele è normalissimo che la penna dopo un p0’ cada : essa tende al suo luogo naturale : quello che per lui va spiegato è perchè per un po’ essa tenda a salire . Per Aristotele la quiete è uno stato , il movimento un mutamento (ed i mutamenti vanno spiegati) . Per noi sono entrambe stati . Abbiamo detto che si accusò Aristotele di essere poco attento alla realtà : qui abbiamo una prova per smentire quest'affermazione : infatti la realtà a riguardo della penna sembra proprio dare ragione a lui e non a noi . Guardiamo ora alla concezione cosmologica aristotelica : Aristotele sostiene il geocentrismo : la terra , in quanto corpo più pesante , occupa il centro dell'universo . Da notare che il mondo di Aristotele è un mondo finito : a partire dai Pitagorici era prevalsa l'idea che l'infinito fosse qualcosa di negativo (diversamente da come la pensava Anassimandro) . Il finito è quindi sinonimo di perfezione . Aristotele dice poi che c'è un centro : ci sono i luoghi naturali e alcuni corpi tendono al centro , altri alla periferia . Se ci sono un basso e un alto ci deve per forza essere anche un centro : se esistono gli elementi ed i luoghi naturali , allora il mondo è finito . Nell'infinito infatti non ci sono nè l'alto nè il basso . Ma attenzione , si può capovolgere il ragionamento : l'infinito esiste , quindi l'alto ed il basso non ci sono . Aristotele parte però dal presupposto che il basso e l'alto esistano . E' un po’ come per Melisso : le sue tesi vennero riprese dagli Atomisti per capovolgere le tesi eleatiche . In sostanza Aristotele nega l'esistenza di più universi : Democrito e Anassimandro invece la sostenevano . Se la tendenza è di andare al centro della terra non ci devono essere altri universi altrimenti collasserebbero tutti al centro della terra : Aristotele si serve della dimostrazione per assurdo : se esistesse un altro mondo esso sarebbe costituito dagli stessi elementi del nostro : ma in base alla dottrina dei luoghi naturali ciascun elemento tenderebbe ad esso e quindi la terra di questo secondo universo tenderebbe a congiungersi con la terra del nostro universo e così tutti gli altri elementi ; il carattere finito dell'universo è contrassegnato dalla sua perfezione . I 4 elementi spiegano il funzionamento del mondo sublunare , che per Aristotele è assai differente da quello celeste : il sublunare è caratterizzato dai 4 elementi , il cui destino è di nascita e di morte . Essendo una realtà fisica , per essere eterno dovrebbe avere un movimento eterno , che però non ha : il movimento del mondo è infatti rettilineo : l'eternità non può identificarsi con qualcosa di rettilineo . Così il destino degli enti fisici è di nascita e di morte . Una forma di eternità sul nostro mondo può essere reperita nelle specie , che sono eterne (Platone diceva che l'eros era un tentativo degli enti mortali di eternarsi) , o nei 4 elementi che si mutano tra loro . Queste cose godono di una eternità indiretta . Il mondo celeste (quello che va dalla luna in su) è differente : a quei tempi si pensava che fosse immutabile perchè per intere generazioni si vedevano costellazioni immutate , sempre disposte nello stesso modo . Solo le comete si muovevano , ma Aristotele pensava che esse fossero un fenomeno metereologico del mondo sublunare . Quindi il mondo celeste per Aristotele è immutabile : abbiamo detto che il mutamento può essere secondo 4 qualità e Aristotele credeva che fossero gli altri pianeti a ruotare intorno alla terra e non viceversa (come invece aveva ipotizzato Platone ) : ma se si muovono devono per forza mutare e quindi non sono eterni , direbbe qualcuno . Aristotele però dice che il loro è un movimento circolare , che ritorna su se stesso . E' un movimento che non comporta alcuna forma di corruzione : Platone aveva parlato del movimento circolare come immagine mobile dell'eternità : Aristotele riprende questa concezione . Aristotele dice che il mondo sublunare è costituito da un quinto elemento , l'ETERE , privo di peso e dotato di movimento circolare : di esso sono dotati i corpi celesti . Dicevamo che per Aristotele il vuoto non c'è : come non esiste nel mondo sublunare , così non esiste fuori dall'universo : per lui tutto è pieno . Ma fuori dell'universo cosa c'è ? La risposta di Aristotele è "niente" , che è diverso dal vuoto : finisce proprio l'universo . Se ci fosse il vuoto ci dovrebbe essere un luogo che lo contiene , un contenitore di vuoto : per Aristotele proprio non c'è niente ! L'universo non è in nessun luogo perchè : Aristotele definisce un luogo come la superficie contenuta da qualcosa : ma dato che nulla può contenere l'universo , esso non è in nessun luogo . Se non è in nessun luogo non è nel vuoto . Non è un nulla fisico , ma un nulla metafisico . La finitezza stessa della materia impedisce che ci sia uno spazio infinito . La fisica moderna ha fatto marcia indietro perchè tende a dire che l'universo non è nè finito nè infinito . Aristotele invece è convinto al cento per cento che sia finito e che non ci sia vuoto nè nel mondo sublunare nè nell'intero universo . L'infinito abbiamo visto che esiste solo potenzialmente nei numeri : essi non sono nè finiti nè infiniti . Ma come funziona il cosmo aristotelico ? Il mondo sublunare è costituito da 4 sfere ; poi ci sono la luna e gli astri . L'universo nel suo insieme è una grande sfera . Dalla luna fino al confine estremo tutto è fatto di etere . L'equilibrio dell'universo è dato dall'orbita : ci sono 2 forze , una che spinge per far andare il tutto sulla retta (come va il mondo sublunare) , l'altra che spinge per far cadere : le due forze contendono e ne consegue che l'universo giri su se stesso . La luna non è nient'altro che un oggetto incastrato nell'etere che ruota intorno alla terra : la luna è conficcata nella sfera dell'etere . In sostanza è tutta la sfera che ruota e non solo la luna : essa ruota proprio perchè ruota la sfera . Aristotele distingue i PIANETI dalle STELLE FISSE , che hanno la caratteristica di girare tutte insieme . I pianeti , invece , vagano per conto loro (il termine pianeta in greco significa letteralmente "vagante") .Per ogni sfera ci sono pianeti ed ogni gruppo di sfere fa muovere un pianeta . Ma quali sono i pianeti ? Il sole , la luna ed altri ancora , come Mercurio . Come abbiamo detto Aristotele dà per scontato che le realtà celesti siano immutabili : egli arriva ad ammettere la circolarità e la regolarità partendo dal presupposto che fossero immutabili ; da questo derivava che avessero movimenti circolari : il movimento circolare è infatti quello che suggerisce maggiormente l'idea di eternità , come già aveva notato Platone . Chiaramente non erano dati osservativi , perchè Aristotele vedeva che i pianeti sono fermi e a volte in movimento , a volte accelerano , a volte rallentano : per motivare questi moti apparentemente irregolari Aristotele doveva ricorrere a più sfere concentriche che insieme muovevano un pianeta (ogni gruppo di sfere muove il suo pianeta). Il movimento di ogni pianeta era ottenuto con la combinazione di più sfere ed ogni sfera era legata a sua volta a più sfere : ne consegue che Aristotele arrivi ad ammettere che non siano le 4 che abbiamo detto più quelle necessarie a muovere un pianeta (che , per dire , erano 3) : in tutto erano circa 47 o 55. Aristotele acquisì queste idee da Eucnosso di Cnide , un platonico . Ricapitolando , Il sistema aristotelico ç di " sfere concentriche " , ossia c' era la Terra in mezzo e poi una serie di sfere l' una concentrica all' altra ; ogni pianeta é mosso dalla combinazione di movimenti di molte sfere ( le sfere sono molte di più rispetto ai pianeti perchè per muovere ogni pianeta occorre un numero consistente di sfere ) . Questo serve essenzialmente per un motivo : per rendere compatibile ciò che si vede con ciò che si pensa . L' apparenza dei fenomeni é un movimento non regolare dei pianeti : dalla Terra abbiamo l' impressione di un movimento del cielo delle stelle fisse ; le stelle sono fissate tutte sulla " pelle dell' universo " alla stessa distanza , senza profondità differenti . Noi oggi sappiamo che in realtà non é il cielo che gira intorno alla Terra , ma é la Terra che gira intorno al suo asse ( movimento di rotazione ) . Poi ci sono i pianeti , ossia le stelle vaganti , così dette perchè a differenza delle stelle fisse che sono attaccate sulla parete del mondo , esse vagano . Il movimento di questi pianeti é apparentemente irregolare , perchè é vero che vanno in una determinata direzione , ma a velocità diverse a seconda delle occasioni ( a volte si fermano o addirittura sembrano tornare indietro ) ; le costellazioni , é interessante notare , sono pure illusioni ottiche perchè ci sembrano stelle allineate , ma non é così : sono disposte in profondità e non sullo stesso piano , come sembra ; per rendere compatibile questa situazione fenomenica con le convinzione ammesse all' epoca Aristotele inventa il suo sistema " a sfere " : se ad ogni pianeta fosse corrisposta una sfera sola allora ci sarebbe dovuto essere un moto regolare ( che però in realtà non c' é ) come quello delle stelle fisse ; così Aristotele aveva dovuto introdurre più sfere che davano combinazioni di movimenti in modo tale che il movimento delle combinazioni di sfere fosse apparentemente irregolare , ma questa apparente irregolarità é compatibile con alcune convinzioni metafisiche di Aristotele : il cielo é fatto di sfere che girano attorno al proprio asse . Doveva risolvere questa apparente irregolarità in un insieme di movimenti regolari che ne davano uno ai nostri occhi irregolare ; Aristotele era profondamente convinto che il movimento dei pianeti fosse dato dalla combinazione dei movimenti delle sfere , cosa che oggi sappiamo essere sbagliata : l' unico metodo a sua disposizione era assommare un tot di movimenti regolari che ne davano uno apparentemente irregolare ; il tutto poi doveva essere compatibile con la centralità della Terra . Le sfere rappresentano l'eternità , o meglio , un'eternità speciale . Sia la realtà sublunare sia quella celeste ha una sua forma di eternità : il mondo sublunare ha un'eternità specifica , che cogliamo soprattutto nell'eternità delle specie , il mondo celeste ha una eternità numerica : tra queste due forme di eternità intercorre una forma di rapporto : la ciclicità degli enti celesti detta l'alternarsi delle stagioni : possiamo quindi affermare che la ciclicità specifica è in gran parte dettata da quella numerica . Dopo aver esaminato il moto dei pianeti e delle stelle dobbiamo spiegare che cosa é che causa questo movimento perchè , come abbiamo già detto , per Aristotele dove c'è movimento ci deve essere per forza qualcosa che muove ( causa efficiente ) e questo concetto é ben espresso nella frase " omne movens ab alio movetur " : anche il movimento celeste va quindi spiegato . Quale è la prima cosa che muove tutta la realtà celeste (Aristotele dice :"quale è il primo mobile ?") ? La risposta sta nel CIELO DELLE STELLE FISSE ( cui abbiamo già accennato ) , una specie di pelle dell'universo : le stelle sono infatti fissate nel cielo . Ma se il cielo delle stelle fisse muove tutto il resto , vuol dire che anche lui si muove : dove c'è movimento c'è qualcosa che muove : quindi qualcosa deve mettere in moto il cielo delle stelle fisse . Sembra che si possa andare avanti all'infinito nella ricerca del "primo motore" (ciò che per primo ha messo in movimento tutto) . Qualcuno potrebbe dire : ma non c'è un movimento ciclico che possa spiegare tutto ? Aristotele dice di no . Bisogna trovare un punto fisso che muove senza essere mosso . Se A è causato da B , B non ha bisogno di motivazioni oppure si fa riferimento a C e poi a D . Ma andare all'infinito alla ricerca delle spiegazioni è un processo privo di senso . Come nella logica occorreva trovare qualcosa che fosse così e non avesse bisogno di spiegazioni : chi pretende che tutto debba essere dimostrato , secondo , Aristotele è una persona con cui non si può ragionare . Si deve quindi trovare qualcosa che causi il movimento ma che non venga mosso , una causa che causi senza essere causata . Ebbene una cosa che muove , paradossalmente , può non essere mossa . Esiste quindi un primo motore che pur senza essere mosso e senza muoversi mette in moto l'intero universo , oltre che se stesso ( é cioè " causa sui " ) : è il " motore immobile " , come lo chiama Aristotele : esso si identifica con la DIVINITA' .
Aristotele e la conoscenza
Nella "Metafisica" Aristotele argomenta che l'uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza e traccia dunque una scala gerarchica della conoscenza (un pò come aveva fatto Platone ) : man mano che si sale ogni gradino è caratterizzato da un approfondimento rispetto al precedente . Al gradino più basso troviamo 1)la SENSAZIONE : ricordiamoci che Aristotele ha della conoscenza una concezione empiristica : la mente umana prima delle sensazioni è una "tabula rasa" (una tavola incerata schiacciata e rinnovata) : prima dell'esperienza sensuale non c'è nulla (a differenza di quanto diceva Platone , che era un innatista) ; in Aristotele c'è un rifiuto radicale della concezione innatistica : la conoscenza ci deriva interamente dall'esperienza sensuale.Per Platone l'esperienza sensuale c'era , ma era una concausa : era infatti semplicemente un modo per realizzare la reminescenza . L'opposizione Platone - Aristotele è davvero forte : ancora oggi c'è chi è innatista (e sostiene che nasciamo già con alcune cose nella testa) e chi è empirista (ed è del parere che la nostra mente è una tabula rasa).In realtà la filosofia successiva non sarà nient'altro che una variante di posizioni aristoteliche o platoniche . E' come se questi due grandi filosofi avessero tracciato i due modelli per filosofare .Le sensazioni sono quelle che l'uomo ha in comune con gli animali : per Aristotele ci sono due tipi diversi di anime : un tipo , più complesso , ed un altro , più semplice. L'anima dei vegetali , per esempio , non prova sensazioni , mentre quella dell'uomo e dell'animale prova sensazioni : è proprio il poter provare sensazioni che funge da punto di partenza per la conoscenza. Aristotele attribuisce grande importanza all'udito (organo con cui si possono ascoltare i discorsi : malgrado Aristotele sia più "libresco" di Platone , in lui non troveremo mai una polemica contro gli scritti : anzi , l'idea che per studiare ci si debba servire di libri è tipicamente aristotelica ) e questo significa che ai suoi tempi l'oralità era ancora importantissima . Però per Aristotele l'organo di gran lunga più importante era la vista perché più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti : non a caso conoscere significa proprio distinguere , definire : ad un livello empirico la prima separazione è la distinzione degli oggetti sensibili . Però il grosso limite della sensazione è che fa cogliere solo il fatto , il che (in greco l'"oti") e non il perché (il "dioti") : per arrivare al perché bisogna seguire un lungo percorso .2) Al secondo gradino Aristotele mette la MEMORIA : l'intelligenza si può sviluppare se accanto alla sensazione c'è la memoria : gli animali non riescono a conservare la singola esperienza e così non hanno intelligenza . La memoria consiste proprio nel conservare le singole esperienze , nel ricordare le sensazioni . 3) Al terzo gradino Aristotele pone l'ESPERIENZA : essa non è la singola sensazione , bensì l'accumularsi di sensazioni grazie alla memoria : questa è l'esperienza : mettendo insieme una serie di casi singoli si riesce ad arrivare ad una prima forma di generalizzazione . Se si ha avuto a che fare con malattie e cure , si avrà una generalizzazione e si saprà come agire nel caso si ripresentino : mi sono accorto che una medicina giova ad una determinata persona , poi ad un'altra e poi ad un'altra ancora tutti accomunati dalla stessa malattia , anche somministrandola ad un'altra persona otterrò gli stessi risultati . Chi ha esperienza medica e ha visto che certe medicine hanno giovato a più persone con una stessa malattia è arrivato a dire che a chi ha tale malattia va somministrata tale medicina : questa però non è ancora la "scienza" vera e propria . Si ha una vera conoscenza quando si può dire che la determinata malattia va curata con una determinata medicina perché va ad operare su determinate cose , organi...Con la scienza si arriva al "dioti" puro ; mentre con l'esperienza intuisco che una determinata medicina giova in certi casi , con la scienza riesco a fornire delle motivazioni : ad esempio , tramite la scienza so che l'aspirina ha un effetto anticoagulante e che di conseguenza posso prevenire e curare l'infarto : non dico più che in certi casi ha funzionato e che quindi anche qui deve funzionare , bensì che avendo un effetto anticoagulante curerà e gioverà a tutti coloro che hanno l'infarto . Si passa così dall'oti al dioti : quelle persone sono guarite perché hanno quella determinata malattia e questa medicina la cura. Si passa quindi dal particolare all'universale : il vero passaggio è quando da un po’ di casi riesco a cogliere il significato universale : non parlo più di individui che hanno certi sintomi etc. , ma , per esempio , di diabetici.Da una collezione di casi particolari raggiungo una concezione universale.La scienza grazie all'esperienza mi dice che le malattie circolatorie si curano con l'aspirina e di conseguenza quell'individuo che soffre di cuore deve essere curato con l'aspirina : con una serie di esperienze raggiungiamo la scienza . Aristotele , poi , afferma che coloro che sono esperti , che hanno acquisito tante esperienze , sono migliori rispetto a quelli che hanno studiato e sanno solo il dioti : affinché la scienza entri in funzione le esperienze sono fondamentali : esse ci consentono di riportare i casi singoli a verità universali . L'esperto ha solo la casistica , lo scienziato solo la scienza , la verità universale : nella pratica l'esperto va meglio fin tanto che lo scienziato non fa esperienze . Un medico che non abbia mai studiato medicina , ma che sia esperto (avendo già curato o operato) è di sicuro meglio di un medico che abbia studiato tutto ma che non abbia mai avuto esperienze di intervento . Il medico con scienza ed esperienza risulta a sua volta essere il migliore di tutti : l'esperienza è un insieme di casi da cui si possono trarre conclusioni generali operative : il buon medico deve sapere da casi particolari ricondursi a casi generali e viceversa . La "tekne" sembra essere molto vicina all'esperienza , ma in realtà comporta un coglimento della realtà universale , l'acquisizione del dioti e dell'oti . Da questi singoli casi si trae una verità di carattere generale : perché in tutti quei casi va così ? Nel caso della medicina parliamo di eziologia , perché si usa una determinata cura : se si sa calare l'universale nel particolare è già una buona cosa : perché se io ho un 'ottima conoscenza dell'universale (che ho ottenuto studiando sui libri) , ma poi non so calarla nel particolare , la mia conoscenza è inutile . In realtà si dovrebbe parlare di scienza applicata , di "tekne" . Aristotele sulle scienze fa una classificazione generale : 1) le scienze applicabili (quelle che mi consentono di produrre qualcosa) 2) le scienze NON applicabili (quelle che non mi fanno produrre niente) . A proposito delle "teknai" Aristotele effettua una tripartizione : ci sono le tecniche a)necessarie b)utili c)piacevoli . Esaminiamo le distinzioni : la tecnica di procacciarsi il cibo è senz'altro necessaria : occorrono conoscenze applicative per sapersi procacciare il cibo (Ippocrate diceva che occorreva pure la conoscenza di come cucinarlo , e questa è una scienza utile , non fondamentale) ; come esempio di "tekne" piacevole possiamo portare l'arte culinaria , che mira solo a soddisfare e a dare piacere al palato . La tekne per Aristotele non rappresenta comunque il livello più alto del sapere perchè è subordinata in ogni caso a fini diversi della conoscenza : è dall'esperienza che si genera la tekne , ma l'esperienza non è ancora tekne pura : la tekne è infatti caratterizzata dall'avere come oggetto della propria conoscenza l'universale : la medicina raggiunge il livello di tecne (e non più di semplice esperienza) quando è in grado di conoscere che un determinato rimedio non guarisce solamente Socrate e Platone , bensì ogni persona affetta da una determinata malattia . Il che significa che quel rimedio è efficace nella totalità o universalità dei casi in cui c'è quella malattia . Anche chi ha fatto esperienza sa che quel determinato rimedio è stato efficace in una pluralità di casi , ma non sa perchè (ha l'oti , ma non il dioti) . Secondo Aristotele al di sopra delle tecniche si colloca una forma di conoscenza che ha di mira soltanto se stessa : il sapere per il sapere , ossia la conoscenza disinteressata , libera da vincoli , non subordinata a fini esterni ad essa . Questa è la "sophia" , il sapere più sublime a cui mira la filosofia . Così Aristotele ha definitivamente staccato l'idea del sapere da come era in passato , dove il sapere veniva visto come legato e funzionale all'agire e al produrre . Per poter ricercare questo sapere disinteressato occorre quella che in greco era detta "scholè" , ossia l "otium" latino , il tempo libero da ogni attività lavorativa o pubblica . Dunque se è vero che tutti gli uomini per inclinazione naturale aspirano al sapere , è altrettanto vero che solo i filosofi realizzano in senso pieno questo fine iscritto nella natura dell'uomo . Ma perchè questo sapere che in fondo non serve a nulla è la cosa più importante ? E' proprio il fatto di non servire a niente che lo innalza : una cosa che non serve è più nobile perchè non è legata al rapporto di servitù . Le sensazioni servono all'uomo e ne prova piacere : se per esempio avessimo la possibilità di conoscere la realtà senza vederla , non per questo vorremmo essere ciechi : nella vista consiste un piacere irrinunciabile . Questo "esperimento mentale" conferma le tesi di Aristotele . Comunque Aristotele crea anche una scala di acquisizione cronologica di queste teknai : le scienze necessarie sono le prime che l'uomo deve acquisire , in quanto gli consentono la sopravvivenza , poi deve acquisire quelle utili , che gli offrono comodità non fondamentali , ma importanti , ed infine quelle piacevoli (ed inutili) : possiamo riassumere così la scala di acquisizione cronologica :"primum vivere , deinde philosophare ": prima di tutto bisogna pensare alla vita (Aristotele si mostra ancora una volta legato al mondo terreno) . Il fatto che vengano acquisite per ultime , non significa che le scienze piacevoli valgano meno , anzi sono le più preziose in assoluto . Le prime scienze che acquisiamo sono le esperienze , ma le più importanti sono le scienze universali , che consentono una visione di insieme . Come abbiamo detto , le conoscenze piacevoli si sviluppavano nella "scholè" : per noi il non fare niente è un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico , su quello ontologico : nel non far niente vi è la mancanza di qualcosa . Per i Greci e per i Latini era diverso : la "scholè" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività studiosa
Aristotele e la conoscenza del cittadino
Per noi moderni il non fare niente è un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico , su quello ontologico : nel non far niente vi è la mancanza di qualcosa . Per i Greci e per i Latini era diverso : la "scholè" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività studiosa . E' interessante come Aristotele insista su questa forma di studio disinteressato e affermi ripetutamente che questa sia la più nobile delle vite . Questo è dovuto a due fattori : 1) la mentalità greca generale (come quella Latina) era propensa ad esaltare l'ozio 2) tra Platone e Aristotele c'è una grande differenza : secondo Platone si deve arrivare alle conoscenze supreme , al mondo intelligibile ; per Aristotele le conoscenze sono sensibili e presenti su questo mondo . Quando delineano il modello di vita da seguire , Platone traccia il percorso volto al raggiungimento del bene in sé (si vede comunque nel mito della caverna che i filosofi devono ritornare sulla terra a governare : il punto di arrivo è il re-filosofo) ; per Aristotele non è così : riconosce il modello dell'uomo cittadino , ma l'uomo più elevato sarà lo studioso , colui che si dedica all'otium e non al negotium : come mai ? Ricordiamoci che Aristotele vive dopo Platone , in un'epoca in cui la polis è in crisi (per Platone e Socrate era scontato che l'uomo ed il cittadino fossero un tutt'uno ) : vi è un progressivo scollamento da Socrate in poi tra uomo e cittadino , che un tempo erano indivisibili : Socrate aveva voluto morire , mentre Platone si era reso conto che la politica fosse ingiusta e aveva spostato la figura del politico nel mondo ideale : Sofocle in persona aveva notato questo progressivo scollamento uomo-cittadino . Per Aristotele non solo l'uomo può essere uomo senza essere necessariamente cittadino , ma anzi nella dimensione in cui non è cittadino è migliore : questa teoria avrà gran successo e prenderà piede (pensiamo agli epicurei ed al loro motto "lathe biosas" , " vivi di nascosto " : l'uomo per essere felice deve vivere lontano dalla politica , in privato ).Quindi possiamo provare a tracciare una graduatoria del graduale staccamento uomo - cittadino : a) in Socrate c'è piena identificazione b) in Platone c'è sì identificazione , ma non in questo mondo (in quello delle idee) c) Aristotele apprezza la vita politica , ma non c'è più l'identificazione tra uomo e cittadino d) in Epicuro c'è un totale rifiuto della figura uomo-politico associata . Va poi ricordato che Aristotele era uno straniero e non poteva svolgere vita politica : è quindi evidente che non si sentisse uomo-cittadino , ma tuttavia questo è l'aspetto meno impartante che determinò lo scollamento aristotelico tra uomo e cittadino .Dalla fine del quinto secolo fino al terzo si arriva ad un rifiuto della politica : la filosofia nasce quando le civiltà si sviluppano e un gruppo sociale (i filosofi) può vivere senza lavorare .
Aristotele e l’etica
Passiamo ora all'etica : primo concetto fondamentale è quello di felicità ; l'etica di Aristotele è un'etica eudaimonistica (che mira alla felicità) . Va però fatta una distinzione tra etica EUDAIMONISTICA ed EDONISTICA (che mira al piacere) : Aristotele tende a descrivere come l'uomo si comporta e non come dovrebbe comportarsi . Dice che l'uomo mira alla felicità ; l'etica edonistica è una variante dell'etica eudaimonistica . L'etica epicurea sarà edonistica : l'uomo cerca il piacere . Aristotele non nega che il piacere abbia la sua importanza ; ma la felicità non è il piacere , è qualcosa di più ampio che contiene anche il piacere . L'etica di Aristotele è eudaimonistica ma non edonistica . Il ragionamento di Aristotele è questo : deve arrivare a capire quale è il fine ultimo dell'uomo . Quindi dice che bisogna distinguere i fini in sè ed i fini che mirano a realizzarne altri : è vero che ciascuno ha fini personali , ma in realtà il fine ultimo di tutti è la felicità : cosa vuoi fare ? voglio acquisire un titolo di studio . Ma non è un fine in se stesso : lo fai in funzione di qualcos'altro . Per svolgere una professione . Non è un fine ultimo : lo fai per fare qualcos'altro : per avere soldi . Ma coi soldi voglio andare in vacanza . Ma perchè vuoi andare in vacanza ? Per fare cose che mi piacciono . Perchè vuoi fare quelle cose ? Perchè così sono felice . La felicità è il fine ultimo dell'uomo . Il piacere non è il fine ultimo , ma accompagna e perfeziona ogni attività e sarà tanto migliore quanto migliore è l'attività che esso accompagna . La felicità non viene mai concepita come far niente : è sempre legata all'attività , sia fisica sia intellettiva : la felicità è l'atto di un'azione ben riuscita . Il piacere si accompagna a queste situazioni . Che cos'è la felicità per l'uomo ? La felicità deriva dall'esercizio di un'attività e visto che la specificità dell'uomo è la razionalità , si può dire che la felicità derivi dall'esercizio della ragione . Per gli animali in teoria non si può parlare di felicità , ma comunque la felicità di un cavallo , per esempio , è fare il cavallo . Lo stesso in un certo senso vale per l'uomo . E' meglio essere sani che malati , belli che brutti e così via , ma non è l'elemento centrale : l'elemento centrale è fare l'uomo , esecitare la ragione . Esercitare la ragione vorrà dire due cose distinte . Aristotele ha distinto ragione teoretica (quella che ci fa conoscere) da ragione pratica (quella in grado di goverrnare razionalmente il nostro comportamento ) . Questa distinziona delle funzioni della ragione governa la distinzione delle due tipologie di VIRTU': la parola virtù va intesa in senso più generico da come siamo abituati : in Greco è "aretè" ed è l'eccellenza , ciò che fa sì che l'uomo sia veramente uomo , esercitando al meglio le facoltà che gli sono proprie . Ci sono le virtù etiche e le virtù dianoetiche , che riguardano la ragione , la virtù teoretica di per se stessa : le etiche riguardano l'uso della ragione volto a finalità pratiche , mentre le dianoetiche riguardano l'uso della ragione di per se stessa . Le etiche invece hanno a che fare con il costume , l'ethos (il mos latino) . Sono legate a funzioni pratiche . Aristotele considera le virtù etiche come "habitus" , la tendenza di fondo a comportarsi in un determinato modo . Nella fattispecie la virtù è habitus a comportarsi secondo la medietà : la mediocritas latina , la via di mezzo , l'evitare gli estremi . Aristotele in greco la chiama "MESOTES" , la capacità a tenere il giusto mezzo . La virtù è quindi in generale la disposizione costante a cogliere la via di mezzo sempre . Cosa vuol dire ? Ricordiamoci che quella aristotelica (come quella platonica) è l'etica della metriopazia , del controllo delle passioni . Rispetto ad ogni passioni bisogna evitare sia l'eccesso sia l'eliminazione . Per passione intendiamo quegli istinti naturali che la ragione deve saper controllare . Prendiamo come esempio la virtù del coraggio : consisterà in una habitus a mantenere il giusto mezzo di fronte ad una paura . Quale è il giusto mezzo ? Non la codardia , ma nemmeno la temerarietà . Consisterà in una medietà . La medietà di cui parla Aristotele è più qualitativa che quantitativa : l'esempio classico di Aristotele è quello della generosità : non si deve nè essere avari nè prodighi (lo dice anche Dante nel settimo canto dell'Inferno) : la generosità consiste nel dare il giusto . Se essere prodighi vuol dire dare 10 denari ed essere avari vuol dire darne 2 , non è che la generosità consista nel darne 6 (che è la media matematica) : il giusto mezzo è qualcosa di molto più sfumato . Essere generosi vuol dire cogliere il giusto comportamento in ogni singola circostanza . Non è sempre la metà : a volte può essere di più , a volte meno . Chiaro che la generosoità per chi ha tanti soldi è diversa rispetto a chi ne ha pochi . Il problema è questo : l'habitus è innato o acquisito ? Don Abbondio avrebbe optato per la prima ipotesi : il coraggio se non lo si ha non può nascere da sè . Aristotele non sarebbe d'accordo : per lui infatti c'è il problema di un'apparenza di circolo vizioso che lui vuole risolvere . Quale è ? E' questa : compirà azioni coraggiose chi è coraggioso ; però è anche vero che è compiendo azioni coraggiose che si acquisisce l'habitus . Quindi c'è un circolo vizioso apparente : chi è coraggioso compie azioni coraggiose , chi compie azioni coraggiose diventa coraggioso . In realtà è molto meno vizioso di quel che sembri : è evidente che solo chi sa suonare il pianoforte suona bene il pianoforte . E' anche vero che non c'è altra maniera per imparare a suonare il pianoforte che suonare il pianoforte . In realtà cosa è che realmente succede ? In una sorta di circolarità aperta mi si dice a livello teorico come fare un accordo con il piano : si acquisiscono pian piano le basi fino ad arrivare a suonare autonomamente . Non è un circolo vizioso . E' presumibile che Aristotele intendesse dire che ci fossero proprio momenti in cui mettersi a tavolino e studiare il da farsi . La ragione pratica mi fa scegliere il comportamento giusto . Aristotele individua poi il concetto di giustizia distributiva e commutativa . E' un concetto già intuito da Platone : la giustizia distributiva è quella che distribuisce secondo certi parametri ; quella commutativa è quella che distribuisce in parti uguali . La giustizia distributiva distribuisce determinate cose a gruppi di persone : denaro , onore , potere ... Ma secondo quale criterio ? Aristotele sottolinea che i criteri variano a seconda del regime . I regimi democratici distribuivano il potere in base alla cittadinanza , quelli oligarchici in base alla ricchezza e così via . La commutativa è quella che regola gli scambi : non è una questione di proporzione , ma di uguaglianza . In poche parole , mentre con la distributiva ci sarà chi riceverà di più e chi di meno a seconda dei criteri in vigore , con la commutativa non è così : negli atti di compravendita non conta che una persona sia nobile , bella ricca e altro ... Se io vendo una cosa voglio che mi si dia in cambio lo stesso valore : è irrilevante se sono più ricco , più bello ... Aristotele dice che questo vale sia per i contratti volontari (come quello di compravendita) sia per quelli involontari . Lui definisce il furto "contratto involontario" : uno prende ad un altro una cosa che l'altro non è disposto a dargli ; però vale anche qui la giustizia commutativa : bisogna punire il ladro in modo equivalente al danno che la vittima ha subito e questo vale per tutti . Da notare una cosa : è uno dei tanti modi di concepire la punizione , ma non è il solo . Poi Aristotele fa una classificazione delle virtù dianoetiche , che corrisponde all'elenco dei diversi tipi di scienze : l'arte (tekne) , la saggezza (phronesis) , la scienza , l'intelletto e la sapienza . Apparentemente non corrisponde : le scienze erano 3 e qui troviamo 5 nomi . In realtà in pratica corrisponde : sono 5 virtù del sapere . L'arte corrisponde alle scienze poietiche (è un sapere che mira a produrre) , la saggezza corrisponde alle scienze pratiche (saggezza è ben diverso da sapienza : è il sapere che mi permette di governare il mio comportamento) , tutte le altre 3 corrispondono alle teoretiche : la sapienza è la somma di scienza ed intelletto : l'intelletto è la capacità di cogliere i principi di una dimostrazione , la scienza è la capacità di dimostrare . Mettendo insieme queste due facoltà ottengo la sapienza . C'è una sovrapposizione tra le scienze etiche e tra le dianoetiche : la saggezza : è una forma del sapere , ma essendo forma di sapere che riguarda il saper fare , il comportarsi è chiaro che è la ragione che mi consente di sviluppare le virtù etiche : le scelte umane si fanno con la saggezza . Il tema conclusivo dell'etica è l'AMICIZIA : ci sono diversi tipi di amicizia : a) per utilità : sono amico di uno perchè ne traggo vantaggi ; b) per piacere : sono amico di uno perchè mi fa piacere (magari è una persona divertente); c) amicizia disinteressata , fondata sulla virtù : lega i buoni ed i buoni naturalmente . L'amicizia non è necessariamente legata all'utilità o al piacere ; come nella politica dicevamo che l'uomo per natura è animale politico , qui l'uomo per natura cerca amicizie , è animale socievole . Nessun uomo fa a meno di avere amicizie . La vera amicizia è quella fondata sulla virtù : è l'unica che lega buoni con buoni . Aristotele fa notare che se anche l'uomo potesse fare a meno da un punto di vista pratico delle amicizie , tenderebbe ugualmente ad averne . La conclusione è incentrata sulla ricerca del modello ultimo di vita da imitare . Fa una distinzione che in Platone non c'era : Platone era molto socratico ed il sapiente platonico era quello che sapeva e che era giusto di conseguenza . In Aristotele c'è collegamento tra scienza e virtù , ma non una sovrapposizione (come invece c'era per Platone ); sul piano umano il modello di vita è quello fondato sulle virtù etiche : il modello del buon cittadino . In realtà però le virtù dianoetiche sono superiori , però il seguire perfettamente le virtù dianoetiche è un qualcosa di sovraumano . Chi è il modello del sapiente che segue la virtù dianoetica ? La divinità . Essa pensa sempre e all'oggetto supremo : una vita contemplativa , di studio , intellettuale . E' ancora superiore rispetto al cittadino , ma è sovraumano : anche il filosofo che cerca di seguire le virtù dianoetiche si avvicina alla divinità . Ma la divinità svolge quell'attività di continuo , il filosofo lo può fare solo in qualche momento : ha esigenze biologiche , politiche , economiche ... Solo in pochi momenti gode della virtù divina . E' una posizione intermedia quella di Aristotele . Il sapiente è ancorato al divino in primo luogo perchè gli oggetti del suo sapere sono divini : egli infatti cerca di scoprire i principi e le cause che sono all'origine del mondo . Va poi detto che la divinità stessa è l'esatta proiezione della vita del sapiente : il pensare , la "theoria" , è l'attività propria della divinità , che però a differenza del sapiente , la esercita ininterrottamente .
Frasi famose Aristotele
La filosofia non serve a nulla,dirai;ma sappi che proprio perchè priva del legame di servitù é il sapere più nobile.
Verum scire est scire per causas .
Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero.
La bellezza è la miglior lettera di raccomandazione per una donna.
Amicus Plato, sed magis amica veritas.
Se c'e' soluzione perché ti preoccupi? Se non c'é soluzione perché ti preoccupi?
La speranza é il sogno di chi é sveglio .
Primum vivere , deinde philosophare .
Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l'origine della filosofia.
Sedendo et quiescendo efficitur sapiens .
Aristotele il nous poietikos
A riguardo dell'intelletto umano è nata una delle questioni più complesse della storia della riflessione , questo perchè Aristotele ci fornisce poche informazioni e non chiarissime : abbiamo visto la questione della potenza e dell'atto : ogni cosa che passa dalla potenza all'atto , ha bisogno per far questo dell'intervento di qualcosa già in atto . Questo vale anche per i processi conoscitivi : l'uomo è senziente in potenza finchè non ha una percezione specifica ; così il blu di un libro è un sensibile in potenza finchè non viene percepito : finchè la mia capacità di vedere non si incontra con il colore , io rimango un senziente in potenza ed il blu sensibile in potenza . Quando si incontrano io divento senziente in atto ed il blu sensibile in atto : vale anche per l'intelletto ; nella mia anima si forma la forma sensibile dell'oggetto che vedo , vale a dire la forma senza materia : la forma sensibile in potenza è diventata forma sensibile in atto . Una volta che ho una forma sensibile (o più di una) , devo fare un ulteriore passaggio che non è percepire il libro , ma pensarlo . Pensare e conoscere vuol dire secondo l'universale . Vuol dire deprivare una forma sensibile dalle sue caratteristiche specifiche che ne fanno la forma di quel particolare oggetto per cogliere quell'aspetto generale che ne fa una forma intelligibile : incontro una persona (sensibile in potenza) e diventa sensibile in atto , io senziente in atto : nella mia mente entra la sua forma con le sue caratteristiche specifiche e sensibili ; la capacità intellettiva è quella che fa un altro passaggio : fa passare la forma sensibile in atto al livello atto : conoscere nella persona che incontro la forma uomo (tramite l'induzione) : tolgo le caratteristiche specifiche per arrivare al generale . La forma sensibile in atto è quindi forma intelligibile in potenza : le forme sensibili di tizio e di caio , possono diventare il punto di partenza per il processo di astrazione che mi porta alla forma uomo . Potenzialmente la forma di tizio è forma uomo . L'intelletto in potenza diventa intelletto in atto : l'intelletto in potenza inizialmente è una tabula rasa : prima di arricchirsi con esperienze è vuoto . Ma l'intelletto per passare da potenza ad atto deve avere l'aiuto di qualcosa già in atto ed ecco che Aristotele fa riferimento ad un intelletto definito POIETIKOS (intelletto attivo o produttivo) : io ho intelletto in potenza ; con le esperienze sensibili diventa intelletto in atto : ma ci deve essere qualcosa in atto che consenta il passaggio : ecco il "nous poietikos" (che compare una volta sola in tutte le opere di Aristotele) , quel qualcosa che essendo già in atto (ha cioè già in atto tutte le forme)mi consente il passaggio ; che cosa sia il nous poietikos Aristotele lo dice solo di sfuggita : dice che è qualcosa che sopravviene dall'esterno ed è incorruttibile . Da questa frase buttata lì da migliaia di anni si discute : le possibilità sono diverse : 1) é una parte dell'anima umana : ma se è parte dell'anima umana , sembra che ci sia un pezzetto di anima umana immortale , che già quando nasciamo ha tutte le forme . 2) Questo nous poietikos è uno solo , esterno all'anima : a questo punto è una divinità , ma è la stessa che abbiamo incontrata nella cosmologia ? Cadremmo di nuovo in contraddizione , perchè quella là pensava solo a se stessa . Qui aiuta gli uomini a pensare , è provvidenziale . Alessandro di Afrodisia diede la prima interpretazione : il nous poietikos è parte dell'individuo e quando si muore anch'esso . Averroè dirà che il nous poietikos si identifica con la divinità : è unico e separato . Accettata quest'ipotesi viene comunque negata l'immortalità dell'anima : il nous poietikos è qualcosa al di fuori dell'uomo . Averroè diceva "chi pensa è immortale , chi non pensa crepa" : se pensando si partecipa dell'attività del nous poietikos si partecipa all'immortalità del nous poietikos : si ha una forma di immortalità .
Aristotele e l'arte e la katarsi
Per Aristotele il concetto di poietica era molto legato a quello di tragedia : la poietica infatti la si può estendere a qualsiasi forma di creazione artistica : è la conoscenza che genera qualcosa . A riguardo dell'opera d'arte e della tragedia erano già state formulate due importanti tesi : a) Gorgia , il cui giudizio era stato fortemente positivo : in assenza di un modello da imitare (per lui l'essere non esisteva e tutto era falso) , l'artista è colui che crea nuovi mondi ed è tanto più bravo tanto più riesce ad ingannare gli spettatori . b) Platone , il cui giudizio non era certo stato positivo : per lui l'arte e la tragedia erano copie di copie , vale a dire copie del mondo sensibile che a sua volta è copia del mondo intellegibile . Si aggiungeva poi la crisi sul piano morale : l'arte fomenta e stimola la passioni inducendo i giovani (e non solo) ad avvicinarsi ad esse . Aristotele assume una nuova ed importantissima posizione : egli rivaluta l'arte (ed in particolare la tragedia) sia sotto il profilo ontologico sia sotto quello etico : sul iano ontologico Platone diceva che era imitazione di imitazione , Aristotele fa notare che la tragedia ha per lo più come argomento il mito , che racconta cose non vere : i personaggi sono dei "tipi umani" . La tragedia , dice Aristotele , descrive il verosimile : non ci dice cosa ha fatto quella determinata persona in quel frangente , ma cosa farebbe qualsiasi persona in quel caso . Ci presenta non il vero ma il verosimile : questo per Aristotele è un elemento che conferisce un valore particolare : ricordiamoci che la vera scienza per Aristotele è scienza dell'universale e non el particolare : la tragedia ha quindi una valenza conoscitiva ed è molto migliore della storia : la storia infatti non mette mai di fronte all'universale , bensì racconta le gesta dei singoli : mi racconta casi particolari e non universali . La tragedia ha quindi una valenza filosofica perchè mi mette di fronte a casi universali.La tragedia è imitazione in forma drammatica e non narrativa di un'azione seria e compiuta in sè attraverso una serie di avvenimenti che suscitano pietà e terrore : il suo contenuto è un mito . Da qui in poi si rivaluterà completamente l'arte che Platone aveva disprezzato . Per dirla alla Platone , l'arte per Aristotele non imita il mondo sensibile , ma le idee stesse : imita infatti l'universale . Esaminiamo ora l'aspetto etico-morale dell'arte : come Platone , così anche Aristotele sostiene la metriopazia ( il controllo , la misura delle passioni) e non l'apazia (la privazione delle passioni ) : la valutazione della tragedia da parte di Aristotele è antitetica rispetto a Platone anche sul piano etico : Platone diceva che stimolava alle passioni e che quindi andava abolita , Aristotele introduce la KATARSI artistica : (parola che deriva dalla medicina , suo padre era medico , e risente del suo interesse biologico : katarsi significa "purga" e più in generale "purificazione" : è il meccanismo con cui ci si purifica dalle sostanze dannose ) : chiaramente è una metafora . Ma che cosa intende Aristotele per purificazione ? Il passo in cui ci parla della katarsi è molto breve (ricordiamoci che erano appunti) complesso e quindi è difficile capire se intenda purificazione dAlle passioni o dElle passioni : Se fosse dAlle passioni , sembrerebbe che con la tragedia ci si libera dalle passioni , il che è una contraddizione ; quindi Aristotele intendeva purificazione dElle passioni : nella tragedia infatti vengono messe in gioco passioni negative , spaventose : Platone le rifiutava totalmente perchè pensava che vedendole si stimolassero e nascessero in chi le vedeva ; Aristotele , invece , scopre che vedere in scena certe passioni ha l'effetto di oggettivarle e di far sì che l'individuo possa riuscire a controllarle : ancora oggi gli psicologi mirano quando i pazienti sono afflitti da ansie a farle uscire , a tirarle fuori , a far prendere coscienza al paziente delle proprie ansie : il fatto di guardarle in faccia , a tu per tu , consente di controllarle e di razionalizzarle . Vedere sulla scena , in un situazione in cui si oggettiva e si vede con un certo distacco , permette di razionalizzare le passioni . Il processo della katarsi consente all'uomo di vivere meglio le passioni negative , il terrore inducendolo a guardarsene .
Aristotele le opere
In diversi passi dei suoi scritti Aristotele parla di opere " essoteriche " ( exoterikoi logoi ) e in un brano della Poetica ( I 454b 15 ) usa nello stesso significato l' espressione " opere pubblicate " ( ekdedomenoi logoi ) . Il riferimento é ad un complesso di libri destinati ad un pubblico più vasto della ristretta cerchia degli allievi , e perciò caratterizzati da una particolare cura per la forma , quella stessa che indusse Cicerone a parlare del " flumen orationis aureum " ( acad. II , 119 ) a proposito dello stile del filosofo . Di questi scritti nulla ci é rimasto , tranne una Costituzione di Atene , conservataci da un papiro egiziano , alcuni titoli e un certo numero di frammenti . Il corpus aristotelico a noi pervenuto é invece costituito dalle cosiddette opere " acroamatiche " ( cioè destinate all' ascolto ) o " pragmateiai " , che si possono chiamare anche " esoteriche " , in quanto di uso esclusivamente interno alla scuola , il Liceo . Al primo gruppo , quello delle opere perdute , appartenevano alcuni scritti giovanili in forma dialogica , che anche nei titoli riecheggiavano opere di Platone ( Politico , Sofista , Menesseno , Simposio ) o comunque riprendevano argomenti tipici della speculazione di quello , come " grillo " o " Sulla retorica " , " Eudemo " o " Sull' anima " , " Sulla filosofia " , " Sull' educazione " , " erotico " , " Sulla giustizia " , " Protrettico " ( cioè esortazione alla filosofia ) ecc . Al suo regale allievo macedone erano indirizzati gli scritti " Sulla monarchia " e " Alessandro " o " Sulla colonizzazione " , mentre carattere essenzialmente erudito avevano alcune compilazioni come gli " Elenchi dei vincitori dei giochi Pitici e Olimpici " , " Le vittorie alle Dionisie cittadine e alle Lenee " e " Le didascalie " , che riportavano gli argomenti dei drammi partecipanti ai concorsi drammatici , con la data e il piazzamento ottenuto , mentre un' opera di proporzioni gigantesche , realizzata con l' apporto degli allievi , era la raccolta delle Costituzioni di 158 città greche , della quale faceva parte quella di Atene . Le opere esoteriche ci sono giunte ordinate secondo uno schema , che si apre con il cosiddetto Organon , comprendente gli scritti dedicati alla logica , concepita appunto come " strumento " ( organon ) indispensabile e preliminare alla speculazione filosofica : essi sono le Categorie ( di dubbia autenticità ) , sulle dieci definizioni dell' essere ; " Sull' interpretazione " , sulle parti e le forme della proposizione ; " Analitici primi " , in due libri , sul sillogismo ; " Analitici secondi " , anch' essi in due libri , sulla teoria della conoscenza ; " Topici " in otto libri , sul metodo dialettico di argomentazione ; " Confutazioni sofistiche " . Seguono gli scritti dedicati alla fisica , intesa come scienza della natura , che comprendono la " Fisica " , in otto libri , sulla costituzione dell' universo ; " Sul cielo " , in quattro libri ; " Sulla generazione e sulla corruzione " , in due libri ; " Fenomeni metereologici " , in quattro libri . Una sezione di questo gruppo di opere é dedicata allo studio del mondo vivente : a un' introduzione di carattere generale , " Sull' anima " in tre libri , segue una raccolta di nove opuscoli , di vario argomento , nota col titolo latino di " parva naturalia " ( " brevi trattati di scienze naturali " ) e una serie di scritti sul mondo animale ( " Sulle parti degli animali " , " Sulla generazione degli animali " , ecc. ) . Alla parte dedicata alla fisica segue , in 14 libri , quella che Aristotele chiamava " filosofia prima " , ma che é comunemente detta " Metafisica " , dalla posizione occupata all' interno del corpus ( metà tà fusikà , dopo gli scritti di fisica ) . L' opera , che dopo una storia della filosofia precedente passa a trattare la dottrina dell' Essere , risulta costituita da parti composte in tempi diversi e non tutte autentiche , ma al di là delle oscillazioni di pensiero costituisce uno dei momenti chiave della speculazione aristotelica . La ricerca del bene individuale e di quello collettivo sono rispettivamente oggetto dell' etica e della politica . La prima comprende tre scritti : " Etica Nicomachea " , in dieci libri , detta così da Nicomaco , figlio di Aristotele , che ne fu l' editore ; " Etica Eudemea " , in sette libri , che per motivo analogo al precedente prende il nome da Eudemo , discepolo di Aristotele , ma non da tutti é ritenuta autentica ; " Grande Etica " , in due libri , meglio nota col titolo latino di " Magna moralia " e quasi certamente di redazione scolastica . In otto libri é la " Politica " , di cui taluni considerano le Costituzioni una sorta di lavoro preparatorio . Completano lo schema la " Retorica " , in tre libri , e la Poetica , in due libri di cui ci é giunto solo il primo . A queste opere vanno aggiunte quelle che , pur presenti nel corpus , sono quasi concordemente ritenute spurie e tra le quali possiamo ricordare " Sull' universo " , " Sullo spirito " , " Sui colori " , " Sulle piante " , " Problemi " , " Retorica ad Alessandro " , ecc. Il modo in cui questo secondo gruppo di scritti ci é pervenuto é quanto mai avventuroso : lasciati da Aristotele in eredità al suo successore Teofrasto e da questo a un altro allievo , Neleo di Scepsi , rimasero nelle mani dei discendenti di costui , che per un certo periodo li nascosero addirittura in un sotterraneo per sottrarli ai sovrani di Pergamo , i quali avrebbero voluto collocarli nella loro biblioteca . Acquistati poi dal bibliofilo Apellicone di Teo , furono infine ritrovati ad Atene da Silla durante la guerra militare ( 86 a.C. ) e portati a Roma , dove vennero pubblicati da Andronico di Rodi .
Aristotele e la politica
La politica riguarda il comportamento della società , mentre l'etica quello del singolo . In Platone il cittadino e l'uomo erano ancora grosso modo un tutt'uno , ma con Aristotele la distinzione si accentua . Aristotele dedica un libro alla politica ("La politica") . Il punto di partenza è la frase famosa "l'uomo è per natura un animale politico" ; Aristotele dice che non sono politici nè gli animali nè gli dei : solo l'uomo lo è . Cosa significa quest'espressione ? Vuol dire sia che per natura è legato ad una vita comunitaria con gli altri sia che la forma tipica della vita sociale è la polis (termine dal quale deriva la parola politica) . Aristotele come sappiamo ha vissuto rapporti stretti con la Macedonia : tuttavia la politica di Alessandro Magno ha poco a che fare con il pensiero di Aristotele : è legato all'idea che l'uomo è legato alla polis e Alessandro Magno è la negazione della polis . Aristotele innanzitutto fa notare una cosa : altri animali vivono in società , ma è un fatto istintivo : in loro manca l'aspetto organizzativo . Dire che l'uomo per natura è un animale politico significa anche implicitamente negare il cosiddetto "CONTRATTUALISMO" , la tesi secondo la quale lo stato è un contratto , una convenzione fatta a tavolino dagli uomini , che si rendono conto che stare insieme è vantaggioso . Aristotele la pensa diversamente : è un'attitudine naturale ; è vero che gli uomini si raggruppano anche per interesse , per trarre vantaggi : nessuno può fare tutto bene e da sè ed è meglio che ciascuno si specializzi in un'attività . Ma non è un processo convenzionale , bensì è spontaneo . Aristotele dice poi che il fatto di vivere insieme non è solo dettato da esigenze materiali : anche se l'uomo avesse tutto ciò di cui ha bisogno e fosse autonomo tenderebbe lo stesso a vivere insieme ad altri . Vi è una spontanea voglia di stare insieme . L'uomo tende quindi ad aggregarsi in modo naturale : i contrattualisti dicevano che ogni uomo era un atomo nella società . Il carattere naturale per Aristotele comporta il carattere gradualistico : vede nella polis l'ultima gradino dei processi aggregativi : prima c'è il villaggio , e prima ancora la famiglia , il nucleo naturale dei processi di aggregazione sociale , il cui culmine è nella polis . Che la famiglia sia un'associazione naturale e precedente alla polis è un'affermazione importante perchè ha influenzato molto la dottrina cattolica sulla famiglia . La famiglia è la società naturale e primordiale : è nata prima e autonomamente e quindi ha dei suoi diritti . Quando Aristotele parla della famiglia la chiama OIKOS (casa) : è interessante perchè la famiglia è il nucleo primario non solo sul piano degli affetti , ma anche sul piano economico : economia infatti significa regolamentazione dell'oikos . Quando Aristotele parla della famiglia cita 4 figure : padre , madre , figli e schiavi , che svolgevano attività agricole e di servizio per la casa . Anche nella famiglia si formano diversi rapporti di autorità : il padre (il pater familias latino) ha diversi rapporti di autorità sulla moglie , sui figli e sugli schiavi . Il rapporto nei confronti dei figli è temporaneo e dura finchè essi non crescono ; il rapporto nei confronti degli schiavi è permanente . A noi pare sconcertante il concetto di schiavitù , ma Aristotele cerca di fornire argomentazioni valide : tuttavia , lui stesso si accorge di alcune contraddizioni . Lui dice che la schiavitù è un qualcosa di naturale e necessario (da notare che Aristotele tende molto di più di Platone ad accettare le cose come sono : non ci dice come Platone come dovrebbe essere il mondo , ma come è effettivamente) ; anche nello studio della politica Aristotele parte dai phainomena , dalle documentazioni storiche per poi fare confronti tra le varie forme di governo : raccolse tantissime costituzioni e fece le sue considerazioni . Come giustifica la schiavitù ? Dice che esistono individui per natura liberi ed altri per natura schiavi ; l'argomentazione è fondata sulla capacità di deliberare , di ragionare ; Aristotele dice che c'è una parte dell'umanità capace a mettere in pratica le sue capacità mentali (in potenza le abbiamo tutti , si tratta di farle passare in atto ) e una parte che non è capace : non sa fare scelte razionali . Se è così , dice Aristotele , è meglio non solo per i padroni , ma anche per gli schiavi stessi essere schiavi (va ricordato che la schiavitù greca era molto meno pesante di quella romana) : una persona incapace di governarsi autonomamente trae solo benefici dall'essere governata da qualcun altro . Aristotele arriva a definire lo schiavo STRUMENTO INANIMATO . Il vero problema è che in concreto non si diventa schiavi per il fatto che non si è in grado di pensare : si diventa schiavi con le guerre : chi perde diventa schiavo , chi vince diventa padrone . Ricordiamoci che Platone stesso aveva rischiato di diventare schiavo perchè era stato catturato dai pirati : certo Platone in quanto a pensare ne sapeva qualcosa ... Aristotele se ne rende conto ma non trova altre via di uscita . Aristotele è stato il fondatore della scienza economica : uno dei concetti fondamentali da lui elaborati è la concezione del denaro e delle sue funzioni . Per lui esistono due modi per usare il denaro , una legittima , l'altra no . L'economia è il governo della casa , il processo con cui si procurano i beni per far funzionare bene la casa . Naturalmente bisogna fare acquisti e scambi : c'è il baratto ma anche l'uso della moneta . Le idee di Aristotele sul denaro verranno addirittura riprese da Marx : l'uso del denaro è legittimo se viene usato per fare acquisti , ma diventa illegittimo se lo si usa non come mezzo ma come fine , quando cioè non lo uso più per fare acquisti ma per accumularlo : Aristotele quindi condanna l'accumulazione (in Greco "crematistikà") . E' un uso contro natura del denaro ; questo concetto di secondo natura e contro natura è sempre presente in Aristotele . La natura del denaro , la sua essenza è quella di essere mezzo di scambio . E' una condanna ante litteram del capitalismo . Passiamo all'analisi politica vera e propria : opera anche lui una catalogazione delle forme di governo . E' una catalogazione abbastanza simile a quella operata da Platone nel "Politico" : la distinzione tra forme di governo negative e positive è data dal fatto che chi governa governi per l'interesse pubblico o personale . La monarchia è la forma di governo dove il singolo governa per il bene di tutti ; la tirannide quella dove il singolo governa per il proprio bene . L'aristocrazia e l'oligarchia sono lo stesso e così anche la democrazia e la politeia . La democrazia è il governo dei molti : la collettività può governare negli interessi di tutti (politeia) o in quelli della maggioranza che governa (la democrazia) . La politeia è la costituzione per eccellenza (secondo Aristotele) ; in realtà bisogna fare attenzione al fatto che Aristotele divida secondo due criteri politici : a)numerico : governano tanti , pochi... b)sociologico : la democrazia non è solo il governo dei più , ma anche il governo del demos (popolo) : anche in Italiano l'espressione popolo ha duplice valenza : può essere governo della popolazione , ma anche governo del popolo inteso come parte inferiore della società . Condanna la democrazia perchè è il governo della maggioranza popolare , socialmente inferiore , che tende a governare per il proprio interesse , varando leggi a proprio interesse . Per Aristotele la miglior forma di governo è la politeia , la democrazia positiva , quando i più governano bene . La politeia viene vista secondo un criterio quantitativo , ma anche secondo un criterio sociale : Aristotele dice che tutti accetteremmo che fosse uno solo a governare se egli avesse più virtù di tutti gli altri messi insieme : sarebbe il miglior governo , ma è puramente astratto . Nella politeia , per quanto la maggior parte delle persone abbia virtù mediocri , tutto sommato mettendole insieme qualcosa si ottiene : messi insieme non saranno gran chè , ma insieme riusciranno a far funzionare il governo . Sul piano della sociologia come si caratterizza la politeia ? Per il prevalere del ceto medio : la politeia è una democrazia moderata , del ceto medio . Il motivo principale è che è una società non polarizzata , dove non c'è netta distinzione tra ricchi e poveri : una società troppo polarizzata è instabile perchè in perenne conflitto . Quindi sarà una società più stabile ; ma c'è poi un effetto paradossale : noi siamo abituati all'idea che una democrazia funziona tanto meglio quanto più è compartecipata : Aristotele fa un ragionamento opposto . In sostanza dice in maniera più realistica quanto Platone aveva detto nella "Repubblica" : il ceto medio non ha alcun interesse a governare (come i filosofi per Platone ) ; se diamo il potere al ceto medio , è presumibile che esso sarà poco attirato dal governo perchè ha una sua attività economica . Parteciperà moderatamente : Aristotele ha in mente una democrazia tranquilla .
Aristotele potenza e atto
Un altro modo con cui Aristotele spiega il movimento è quello della POTENZA e dell'ATTO : questa coppia è un altro modo per ammazzare Parmenide : già Platone aveva commesso il parricidio di Parmenide introducendo l'essere diversamente . Aristotele lavora però nel campo del cambiamento : dall'essere una cosa al non essere più quella cosa e viceversa . Introduce quindi la coppia potenza-atto . Aristotele fa notare che quando qualcosa cambia non passa solo da privazione ad acquisizione , ma subisce anche un altro processo : in partenza era potenzialmente quello che poi è diventato effettivamente . La pianta è trasformazione del seme : il sostrato da privazione di forma albero passa ad acquisizione di forma albero : ma si può anche dire che il seme è un albero in potenza : può diventare albero , come può non diventarlo . Il seme può quindi diventare albero : da albero potenziale diventa albero attuale . Aristotele afferma che questa coppia spiega anche una cosa che nella forma di cambiamento sostrato,privazione,acquisizione non era spiegata : non sempre il seme diventa albero . Certo un seme di quercia ha più possibilità di diventare albero rispetto ad un chicco di grano : il primo è un albero in potenza , il secondo no . Ci sono quindi varie canalizzazioni : prima si deve appurare che sia un albero in potenza (il chicco di grano non può esserlo) , poi occorre che ci siano le condizioni favorevoli perchè diventi albero attuale . Un uovo di struzzo sarà per forza struzzo in potenza e non potrà mai diventare gallina . Aristotele insiste particolarmente sul fatto che ogni cosa per passare da potenza ad atto ha bisogno di qualcosa che sia già in atto : l'uovo di struzzo , per esempio , per diventare struzzo attuale ha bisogno di essere fecondato da uno struzzo già struzzo , uno struzzo attuale . Se non intervengono i fattori necessari alla realizzazione del processo , esso non avviene . Il processo di canalizzazione è molto meno forte nel mondo artificiale rispetto al mondo naturale (a differenza del finalismo) : se ad esempio prendiamo un pezzo di legno , a differenza di uno struzzo , può diventare non tutto , ma più cose : un tavolo , una sedia , un mobile ... E' interessante ricordare che Aristotele ha dato una sua risposta al quesito "è nato prima l'uovo o la gallina ? " : lui rispose che nacque prima il gallo ; questa domanda era problematica pure per lui (ricordiamo che era un fissista) ; questa domanda può anche essere interpretata come "è nato prima l'atto (la gallina) o la potenza (l'uovo) ?" . Aristotele a questo punto fa notare che l'atto sta prima della potenza ontologicamente e concettualmente : non possiamo definire fino in fondo un uovo se non specifichiamo di che cosa è (di gallina , di struzzo...) : se invece diciamo gallina tutti capiamo senza problemi . L'uovo non è quindi definibile perfettamente se non faccio riferimento all'atto , se non dico che è una gallina in potenza (per definirlo ho quindi bisogno di conoscere l'atto) . La potenza ha come fine l'atto , ma l'atto non ha come fine la potenza . Un bambino è un uomo in potenza : questa teoria però ha creato problemi ed esagerazioni sul piano pedagogico (soprattutto nella pedagogia gesuita) : si è negata l'autonomia delle varie età basandosi sul fatto che il fine è essere uomo . Anche nella storia si fa spesso così : si valuta ciò che viene prima in funzione di ciò che viene dopo : così è anche per i Presocratici , che sono stati appellati in questo modo in funzione della venuta di Socrate , negando loro autonomia . Sul piano ontologico abbiamo visto che , ad esempio , l'uovo per diventare gallina deve essere fecondato da un gallo già in atto .
Aristotele e le scienze
Aristotele distingue due grandi classi di scienze : quelle che hanno come oggetto il necessario e quelle che hanno come oggetto il possibile.
Le prime sono dette scienze TEORETICHE e riguardano appunto ciò che è o ciò che avviene necessariamente sempre o per lo più (in greco "epì polù") nello stesso modo . Per necessario intendiamo ciò che non può essere o avvenire diversamente da come è o avviene . Si tratta dunque di domini di oggetti o eventi caratterizzati da una regolarità totale o con scarse eccezioni : la matematica rientra nelle teoretiche perchè 2 + 2 mi darà sempre 4 e non si può fare nulla se non indagare a fondo . Il mondo biologico rientra anch'esso nelle teoretiche ma nella "sezione" epì polù (per lo più ) . L'epì polù lo possiamo definire come un surrogato delle scienze matematiche , che vanno sempre allo stesso modo : Aristotele studiò anche le generazioni e si accorse che non sempre riuscivano bene : gli individui di solito (per lo più) vengono in un modo , ma può succedere che vada diversamente e che abbia storpiature , deformità . Come nel caso delle generazioni , così anche nel mondo molti avvenimenti sono accidentali ma non sono studiabili perchè di essi non si può indicare il dioti (il perchè) . Il secondo ambito è invece costituito dalle scienze PRATICHE e POIETICHE : esse concernono ciò che può essere in un modo o nell'altro ; questa è la caratteristica propria dell' azione e della produzione di oggetti : esse infatti possono avvenire o non avvenire , avvenire in un modo o in un altro . A loro volta azione (praxis , da qui pratiche) e produzione (da poieo , da qui poietiche) si distinguono per il fatto che l'azione ha il proprio fine in se stessa , ossia nell'esecuzione dell'azione stessa , mentre la produzione ha il suo fine fuori di sè , ossia nell'oggetto che essa produce . L'etica è una scienza pratica : il suo fine è in se stessa ed è il comportamento ; la poesia è una scienza poietica perchè mi fa produrre poesie : il suo fine sta al di fuori di sè . Tuttavia Aristotele non ci parla molto delle poietiche perché non lo interessavano molto : ricordiamoci che per lui la vita migliore è quella del filosofo , mentre quella dell'artigiano che produce non è valutata positivamente (come d'altronde non lo era in tutto il mondo greco) . L'unica scienza poietica valida ed utile era per Aristotele la poesia , della quale ci parla ampiamente nella "Poietica" , opera che però non ci è pervenuta interamente : pare che ce ne fosse un altro libro che non fu mai ritrovato e sulla cui ricerca ruota "Il nome della rosa" di Umberto Eco . Per Aristotele il concetto di poietica era molto legato a quello di tragedia : la poietica infatti la si può estendere a qualsiasi forma di creazione artistica : è la conoscenza che genera qualcosa . Ritorniamo alle scienze teoretiche , il cui fine è la verità e la cui base è il sapere per il sapere : Aristotele effettua una tripartizione : le scienze teoretiche sono 1) FISICA 2) MATEMATICA 3)FILOSOFIA PRIMA .Parliamo di esse a seconda degli oggetti che studiano . Della fisica Aristotele ne parla come filosofia seconda : essa studia oggetti che esistono di per sè , ma sono mutevoli . La matematica studia oggetti immutabili , ma che di per sè non esistono . La filosofia invece studia oggetti che non si muovono ed esistono di per sè .Per Platone erano sostanze in senso pieno le idee , mentre il mondo sensibile era un essere depotenziato : Aristotele costruisce una filosofia più vicina al senso comune : egli si chiede : " quali tipi di sostanze esistono ? " Arriverà a dimostrare l'esistenza di cose immmateriali , come Dio , ma egli parte dicendo che senz'altro tutte le cose materiali che vediamo intorno a noi esistono ; per Aristotele non esistono da soli e separatamente quelle cose che per Platoneesistevano (in particolare quelle caratteristiche quantitative che Platone diceva esistere di per sè) , come gli enti matematici , i numeri : per Platone c'era il triangolo in sè e poi gli altri triangoli sensibili . Per Aristotele è l'opposto : esistono i triangoli materiali e poi quello immmateriale , che però non può mai esistere come realtà autonoma . Platone aveva minuziosamente dimostrato che noi quando dimostriamo ci riportiamo all'idea di triangolo . Per Aristotele esistono prima i triangoli materiali e poi quello immateriale : quello "ideale" per Aristotele non è nient'altro che una nostra creazione , siamo noi che facciamo un'astrazione : esso esiste solo come risultato di un processo di astrazione da noi operata . Due libri hanno la forma di parallelepipedo : Platone direbbe che imitano l'idea di triangolo . Per Aristotele no , è l'opposto : si fa un processo di astrazione dove poco per volta si tirano fuori le caratteristiche : i due libri non hanno colori uguali , quindi tolgo i colori ; hanno scritte diverse , quindi tolgo le scritte ; sono imprecisi , tolgo le imprecisioni ; privato di tutte le caratteristiche mi rimane solo più la forma di parallelepipedo : il processo consiste essenzialmente nell'asportare via le differenze tra i due libri . Diciamo che la matematica indaga cose che di per sè non esistono perchè le si creano con l'astrazione e che indaga cose immutevoli perchè il parallelepipedo è sempre esistito . Per Platone il parallelepipedo esiste nell'iperuranio , per Aristotele nel mondo terreno , nei due libri , per esempio . La fisica studia quel mondo fisico che Platone non amava : le sostanze materiali che di per sè esistono ma sono mutevoli . In particolare la fisica studia gli enti naturali . La filosofia prima è anche chiamata metafisica (abbiamo già spiegato il perchè) Che cosa studia ? Ci sono due modi per definire l'oggetto dello studio della filosofia prima : a) Gli oggetti che esistono da soli come le cose sensibili e sono però immutabili come i numeri della matematica : la filosofia prima assumerà poi le istanze di teologia perchè è solo la divinità che è immutabile ed esiste di per sè . b) E' comunque anche un'ontologia perchè studia pure l'essere in quanto essere (quest'espressione , essere in quanto essere , fu proprio creata da Aristotele) . Non si occupa di un tipo particolare di essere . Lo studio degli animali in quanto animali è la biologia , quello dei numeri in quanto numeri è la matematica , e così via .La filosofia prima invece studia simultaneamente un solo oggetto (la divinità) e tutti gli oggetti per la loro caratteristica di essere . Aristotele discute poi dell'infinito nel contesto matematico : egli nega l'esistenza dell'infinito , che negherà anche parlando di cosmologia : il cosmo è una cosa finita . L'infinito per Aristotele esiste solo potenzialmente , ma non è mai effettivamente attuabile . Non esiste come realtà fisica e neanche come realtà matematica : esiste solo potenzialmente . Concentriamoci sul contesto matematico : Aristotele sa bene che ogni numero è aumentabile di una unità : l'infinito numerico è però solo potenziale : si usano sempre e solo numeri finiti che si possono aumentare di una unità : non c'è mai in atto un numero infinito , solo potenzialmente c'è . L'infinito esiste anche nell'infinitamente piccolo (sempre potenzialmente) : si può dividere all'infinito , ma comunque in realtà non si trova mai un numero infinito . Bisogna precisare che Aristotele aveva una concezione CONTINUA della realtà e non discreta (come invece aveva Democrito ) : per Aristotele i numeri non sono infinitamente divisibili (va detto che all'epoca non si conoscevano le frazioni ). L'infinito potenziale esiste , sia nel piccolo sia nel grande ; questo però vale solo per la matematica , perchè invece nel mondo fisico non c'è neppure in forma potenziale . Le considerazioni di Aristotele sulla matematica sono state importantissime per la storia tant'è che ancora oggi abbiamo una concezione della matematica che ci deriva da Aristotele : per noi , come per Aristotele , i numeri sono astrazioni e non realtà di per sè esistenti (come era invece per Platone : il due esisteva perchè imitava l'idea di due) : per Platone il due di per sè non esiste : lo si ricava tramite quel processo di astrazione che abbiamo prima spiegato : ci sono due libri , due penne ... Comunque ancora oggi la questione non è stata risolta e c'è ancora chi sostiene che i numeri esistano davvero come realtà a sè stanti , schierandosi così dalla parte di Platone : il ragionamento che li porta a dire che esistano indipendentemente dalla realtà è riassumibile in questi termini : se nessuno contasse più , i numeri continuerebbero ad esistere ? I semiplatonici dicono di sì . Però ad Aristotele la matematica non interessa molto , a differenza di Platone che era legato ai Pitagorici : la fisica aristotelica torna ad essere una fisica puramente qualitativa . Se ci chiedessimo se nella concezione della realtà è più moderno Platone o Aristotele la risposta non sarebbe facilissima : Aristotele riconosce un'autonomia del mondo fisico (indipendente dal mondo delle idee) ; però Platone ha un carattere quantitativo nello studio della realtà : lo si può definire un precursore della fisica moderna ; per Platone infatti non si può studiare il mondo sensibile senza applicare la matematica . Il motore che avvia la ricerca del sapere è ravvisato da Aristotele nella meraviglia , nel meravigliarsi e nel chiedere "perchè ?" . La meraviglia dà quindi avvio ad una ricerca volta a dare risposta a questa domanda e segna la transizione dal che (l'oti) al perchè (il dioti) . Per Aristotele la scienza trova la sua espressione nel linguaggio e precisamente nei discorsi . Nei dialoghi la logica svolge un ruolo fondamentale : essa era stata inventata in epoche precedenti ad Aristotele ; pensiamo a Parmenide (identità , contraddizione) o a Platone (soprattutto nel "Sofista" ) : però non era ancora chiaro fino in fondo il carattere formale della logica : veniva solo applicata ad aspetti concreti . Aristotele invece è stato l'inventore di un metodo : la sostituzione delle proposizioni con le lettere (cosa che si usa adesso soprattutto in matematica) : a è un numero qualsiasi , non si sa quale , ma sarà sempre quello . Ciò implica la possibilità di studiare le strutture a prescindere dai contenuti . In realtà la parola "logica" è stata coniata dagli Stoici ed ha avuto gran successo : la logica è quella che studia il "logos" , il pensiero . In realtà Aristotele la chiamava ANALITICA (dal greco analuo , ana+luo = scomporre una realtà complessa nei suoi elementi : proprio come le proposizioni sostituite dalle lettere ) . Come detto , la logica non rientra nelle scienze perchè non è scienza , però è lo strumento delle scienze : mi consente di verificare la coerenza dei passaggi logici : essa di per sè non ha nessun oggetto . Logica deriva da logos , termine che significa tanto discorso quanto pensiero : è come se prima di parlare ad alta voce si parlasse dentro di noi ; lo studio di Aristotele in teoria studia , indaga il pensiero ma in realtà studia il linguaggio perchè non si può avere accesso alle menti altrui per indagare il pensiero . Successivamente la logica diventerà studio dei diversi tipi di discorso . Accanto ai libri di logica , Aristotele ha scritto la "Retorica" : fa notare che noi siamo abituati a pensare che la forma classica del discorso è quella in cui si predicano il soggetto ed il predicato : esempio " Socrate corre " ; " Socrate è ad Atene" .
Aristotele e il sillogismo
Accanto ai libri di logica , Aristotele ha scritto la "Retorica" : fa notare che noi siamo abituati a pensare che la forma classica del discorso è quella in cui si predicano il soggetto ed il predicato : esempio " Socrate corre " ; " Socrate è ad Atene" ...Le proposizioni costituite da predicato e soggetto sono chiamate APOFANTICHE (o dichiarative : dicono qualcosa di qualcosa) : queste proposizioni sono le uniche che possono essere o vere o false : se dico "il libro è sul tavolo " può essere vero (se effettivamente il libro è sul tavolo) , ma anche falso (se non è sul tavolo) . Le preghiere , le esclamazioni , le domande , i comandi non dichiarativi : non sono nè veri nè falsi ; se dico "oimè " non è nè vero nè falso . La retorica può rivolgersi sia al passato (valuto , per esempio , le imprese di un uomo) sia al presente (lodo le caratteristiche di una persona , per esempio) sia al futuro (impartisco comandi) : sono i discorsi suasori , dove l'importante è la tecnica del persuadere ; Aristotele però non si rivela molto interessato ai discorsi suasori , che non sono nè veri nè falsi . Dire " Socrate è un uomo" non è un ragionamento , ma una proposizione (apofantica) che può essere o vera o falsa . Un ragionamento invece è una catena di proposizioni e Aristotele lo chiama " SILLOGISMO " (sun + lego = ragionamento concatenato) ; un sillogismo è costruito da due premesse e una conclusione . Le proposizioni sono anche scomponibili ; le parti che costituiscono una proposizione sono il soggetto ed il predicato , e dato che sono gli estremi della proposizione vengono chiamati "termini della proposizione" . Le proposizioni possono essere divise sotto tre aspetti : 1) QUANTITATIVO 2)QUALITATIVO 3) MODALE . 1) Sul piano quantitativo , le proposizioni possono essere universali o particolari .Se dico "tutti gli uomini sono mortali" è universale ; se invece dico "alcuni esseri viventi sono animali" è particolare. Nel primo caso dico che tutti , senza eccezioni , gli uomini sono mortali . Nel secondo caso dico alcuni . Aristotele nell'ambito delle quntitative riconosce anche le "individuali" , per esempio "Socrate è uomo " il soggetto non ha valenza nè universale nè particolare , bensì individuale o particolarissimo . Un termine individuale in una proposizione non può mai fungere da predicato , ma solo da soggetto . Invece , i termini che rientrano a costituire le proposizioni della scienza possono fungere sia da predicato sia da soggetto : sono quindi termini universali (ad esempio "uomo") . 2)Sul piano qualitativo , possono essere affermative o negative : sia le universali sia le particolari possono essere sia negative sia affermative ;universale affermativa "tutti gli uomini sono mortali" ; particolare affermativa "alcuni esseri viventi sono mortali" ; universale negativa : "Nessun uomo è bianco" ; particolare negativa "qualche uomo non è bianco " . 3) Sul piano modale , le proposizioni possono essere a) possibili b) contingenti c) impossibili d) necessarie : a)non è in un modo , ma potrebbe esserlo (non piove ma potrebbe cominciare) b) è l'opposto del possibile : è in un modo , ma potrebbe non esserlo (piove , ma potrebbe non piovere) c) ciò che non è che non può essere d) ciò che è e che non potrebbe non essere . Le modali stanno tra loro a 2 a 2 : l'impossibilità è una forma di necessità : dire che una cosa è impossibile significa dire che è necessario che non sia .Nel "Parmenide" di Platone questo concetto emergeva molto bene : la necessità è ciò che è e che non può non essere . La logica ci consente di studiare la struttura del pensiero e di cogliere gli aspetti formali , evitando così di incappare in errori formali : essa ci permette di fare ragionamenti coerenti .L'unico modo per non fare errori di ragionamento è separare la forma dal contenuto . Aristotele dice che le proposizioni possono essere CONTRADDITORIE o CONTRARIE : le contrarie hanno la prerogativa di non poter essere entrambe vere , ma di poter essere entrambe false : per esempio le proposizioni "tutti gli uomini sono bianchi" e "nessun uomo è bianco" sono tutte e due false , in quanto qualche uomo è bianco e qualche altro non lo è . Le contrarie però accettano una via di mezzo : in questo caso la via di mezzo è "alcuni uomini sono bianchi" : un buon modo per cogliere due proposizioni contrarie è vedere se hanno una via di mezzo. Le contradditorie invece hanno la prerogativa di essere necessariamente una vera e l'altra falsa : "tutti gli uomini sono bianchi" , "qualche uomo non è bianco" : se la seconda è vera , la prima non lo è .Questa divisione aristotelica tra proposizioni contrarie e contradditorie è di fondamentale importanza perchè noi nei ragionamenti talvolta traiamo conclusioni sbagliate perchè non abbiamo ben chiaro il funzionamento delle proposizioni : a volte diciamo che una cosa è falsa e argomentiamo che l'opposto è vero : questo vale solo per le contradditorie : è il principio della dimostrazione per assurdo . Se non mi accorgo che le proposizioni sono contrarie e ragiono così sbaglio clamorosamente : ad esempio , " Stalin è un imbecille" : questo non mi consente di dire " Hitler è intelligente" : sono due contrarie e quindi ci deve essee una possibilità intermedia . Finchè le forme del pensiero sono intrecciate col contenuto , i ragionamenti sono incoerenti : per ragionare bene bisogna separare la forma dal contenuto , un po’ come nella matematica con le lettere , dove si vede il ragionamento allo stato puro . La logica si muove su tre livelli 1) TERMINI : come abbiamo detto sono il soggetto ed il predicato : i termini non sono mai nè veri nè falsi , solo le proposizioni possono essere vere o false : se dico "uomo" non è nè vero nè falso , ma se dico "l'uomo corre" può essere falso ; anche se dico una cosa che non esiste come l'ippogriffo , un animale mitologico , non è sbagliato : infatti costruendo la proposizione potrò dire "l'ippogriffo non esiste " ed è giusto , oppure "l'ippogriffo esiste" ed è sbagliato . 2) le proposizioni , che sono le uniche che possono essere o vere o false . 3) I sillogismi , dati da due premesse e una conclusione : essi non sono nè veri nè falsi , ma coerenti o incoerenti : tutto dipende dalle premesse che avevo in partenza . Ad esempio, prendiamo due premesse sbagliate : "tutte le cose verdi sono vegetali" e "tutte le rane sono verdi" : con il sillogismo arrivo alla conclusione che tutte le rane sono vegetali , ma il sillogismo non è affatto sbagliato : sono sbagliate le premesse ! La conclusione è stata tratta correttamente sfruttando le premesse . si chiama premessa maggiore di un sillogismo quella che fornisce informazioni più generali , mentre premessa minore quella che fornisce informazioni più particolareggiate : ad esempio : premessa maggiore "tutti gli animali sono mortali" ; premessa minore "tutti gli uomini sono animali" ; conclusione "dunque tutti gli uomini sono mortali" . Questo sillogismo viene detto di "prima figura" : le premesse sono universali affermative ed il termine medio è "animali" , che nella prima frase è soggetto , nella seconda è predicato . Il termine "animali" è termine MEDIO perchè mi consente di collegare tra loro nella conclusione gli altri due termini che compaiono invece ciascuno in una sola delle premesse . Accanto a questa prima figura per Aristotele esistono altri due tipi di figure , che si distinguono in base alla posizione del termine medio come soggetto o predicato nelle premesse . Ciascuna figura a sua volta si può articolare in diversi "modi" , a seconda delle qualità delle premesse (affermative o negative) o della quantità (universali o particolari) . Ma solo la prima figura agli occhi di Aristotele è quella propriamente scientifica : essa infatti consente di rispondere alla domanda centrale della scienza "perchè ?" ; nel nostro caso se ci si chiede perchè tutti gli uomini sono mortali , la risposta è insita nel termine medio "animali" . E' il fatto che gli uomini sono animali a spiegare il fatto che essi sono mortali . Il sillogismo partendo dalle premesse arriva a dimostrare che gli uomini sono mortali . Se le premesse sono vere anche la conclusione è necessariamente vera . Proprietà del sillogismo è infatti la trasmissione della verità dalle premesse alla conclusione.Il carattere universale delle premesse consente di raggiungere una conclusione universale e necessario e proprio della scienza è ciò che è vero universalmente in tutti i casi . Il termine medio gioca un ruolo fondamentale perchè mi consente di collegare le premesse per trarre la conclusione . Si possono anche analizzare le mansioni dei termini : il medio svolge le funzioni sia di predicato (tutti gli uomini sono animali) sia di soggetto (tutti gli animali sono mortali) : è proprio il fatto che in una proposizione il medio sia soggetto e nell'altra predicato che mi consente di trarre la conclusione corretta . Se il "medio" fosse solo predicato o solo soggetto in tutte e due le premesse non potremmo trarre conclusioni così semplici : se per esempio avessimo queste due premesse "tutti i vegetali sono verdi " e "tutte le rane sono verdi" finiremmo per dire "tutte le rane sono vegetali" : il medio (rane) è soggetto in tutte e due le proposizioni . In questo caso teoricamente non lo si può neanche chiamare termine medio . La logica , come detto , ci consente di evitare errori perchè separa le forme dai contenuti ; nel passato ci fu chi disse "quel tale ha quel carattere ed è delinquente" "tu hai quel carattere" "di conseguenza sei delinquente" : è sbagliatissimi perchè il termine medio (carattere) è solo predicato . Secondo Aristotele il termine medio serve a spiegare il dioti , il perchè di un qualcosa . Si è però più volte notato che in realtà le conclusioni spesso non derivano dalle premesse : nel nostro caso per dire che gli uomini sono mortali non è necessario dire che sono animali e gli animali ono mortali : tutti sappiamo che gli uomini sono mortali anche senza effettuare questo ragionamento . Sappiamo per altre vie che l'uomo è mortale (per esempio per il fatto che tutti gli uomini esistiti sono morti) , però il sillogismo ci fa capire il legame logico tra le varie proposizioni : ci consente di acquisire il dioti e non solo l'oti ; sappiamo tutti che l'uomo è mortale , ma per capire il perchè occorre il sillogismo . Ciò che ci fa capire il perchè (ed in parte vi si identifica) è il termine medio : il puro e semplice oti (gli uomini sono mortali) non dimostra l'inutilità del sillogismo : è un pò come un sistema . In altre parole il sillogismo non ci fa capire la verità , ma i nessi tra le verità . Perchè gli uomini sono mortali ? La risposta è nel termine medio : perchè sono animali . La struttura del sillogismo è DEDUTTIVA : si parte da verità universali per dimostrare realtà particolari . Il termine deduzione deriva dal latino "deduco" (de+duco = tiro giù da una verità che sta più in alto una verità che sta più in basso) . Ma che origine hanno le premesse ? Possono avere due origini differenti : a) possono essere conclusioni : ogni premessa infatti può essere conclusione di altre premesse : è comunque un processo che non può andare avanti all'infinito . b) In molti casi le premesse generali derivano da processi induttivi (arrivo cioè da casi particolari a casi più generali) ; la conoscenza è un pò come un circolo , ma non vizioso : da casi generali si passa a casi più specifici e viceversa ; sarebbe un circolo vizioso se per arrivare a verità generali si dovessero analizzare tutti i casi : ad esempio se per dimostrare che "tutti gli animali sono mortali" dovessi esaminare uno ad uno tutti gli animali esistenti (ed esistiti) sono mortali : ma non è così ! Aristotele ritiene che mediante processi astrattivi , con un certo numeri di esempi si possa cogliere un'essenza generale comune a tutti gli elementi di una specie : come per Platone , anche per Aristotele esistono realtà universali che vengono compartecipate da tanti individui : per lui però sono forme e non idee: la forma uomo è in tutti gli uomini : se l'essenza uomo è caratterizzata dalla mortalità posso arrivare a tirar fuori da un pò di casi che tutti gli uomini sono mortali . Per capire questo non ho bisogno di andare a vedere che tutti gli uomini esistiti sono morti : da singoli casi con l'astrazione e cogliendo le caratteristiche (sfruttando solo quelle comuni) posso arrivare a dire che tutti gli uomini sono mortali : questo anche se analizzo solo tre uomini : tutti e tre hanno la forma uomo : se sono morti quei tre tutti quanti gli uomini sono mortali : passo dal particolare all'universale . Anche Socrate , per dire , anche se adesso è ancora vivo , è un mortale perchè tutti gli uomini lo sono : dimostro con l'induzione . Quindi abbiamo detto che non è un circolo vizioso perchè non vado ad esaminare tutti gli uomini del mondo , ma solo alcuni : arrivo a dire che è mortale Socrate che non era nel gruppo di coloro che ho analizzato : però arrivo a dire che anche lui è mortale . Per Aristotele esistono gli UNIVERSALI , che a differenza di quanto era per Platone sono calati nella materia : se in un tale colgo l'essenza universale dell'uomo , questo processo vale per qualsiasi uomo . L'intelletto per Aristotele ha funzione DIMOSTRATIVA : consente , partendo da determinati principi , di arrivare a conseguenze . Ma abbiamo detto che il sillogismo può essere di vari tipi : quello scientifico è quello che parte da premesse vere per arrivare a conclusioni vere . Aristotele fa notare che mentre se una premessa le conclusioni sono vere , se invece le premesse sono false non sempre le conclusioni sono false . Ad esempio , posso arrivare a dire che le rane sono verdi dicendo che sono vegetali . Tutte le rane sono vegetali , tutti i vegetali sono verdi , di conseguenza tutte le rane sono verdi . Si può in qualche misura argomentare in modo contrario : quando le conclusioni son false , allora anche le premesse sono false (argomentazione per assurdo) , ma se mi trovo di fronte a conclusioni vere non sempre le premesse sono vere . Il sillogismo scientifico presuppone che oltre al dimostrare correttamente , ci sia l'intelletto , il saper cogliere principi : c'è la dimostrazione come argomentazione , l'intelletto per cogliere principi : la scienza raccoglie ambedue . Il numero di casi per l'induzione non è sempre lo stesso : per i casi empirici ne occorrono un pò : Aristotele crede di poter stabilire una realazione tra il fatto che un animale sia longevo e il fatto che sia dotato di cistifellea : cita così diverse specie animali e la durata della loro vita . Ma in alcuni frangenti basta un caso solo : è il caso della geometria . Con l'induzione si arriva a tante cose : per Aristotele attraverso l'intelletto si arriva a principi comuni validi per tutte le scienze , e ad altri validi solo per alcune scienze : i principi della geometria per esempio riguardano solo le qualità spaziali . Facciamo un piccolo riassunto : il sillogismo è lo strumento principale della scienza : la scienza è quindi dimostrazione . Ma si può dimostrare tutto ? Nasce qui il problema dell'assunzione delle premesse ; certamente molte premesse di determinati sillogismi (come abbiamo già detto) sono a loro volta conclusioni di altri sillogismi , ma se si vuole evitare di andare all'infinito alla ricerca di premesse , che debbono costituire il saldo punto di partenza della scienza ,occorre rintracciare un tipo di premesse la cui verità non richieda necessariamente una dimostrazione . Occorre quindi uno strumento , diverso dalla dimostrazione , in grado di coglierle nella loro verità . A questa funzione presiede l'intelletto . Esso è dunque una disposizione non innata , ma acquisibile con l'esercizio , a cogliere l'universale per via non dimostrativa . Esso coglie i primi principi indimostrabili che stanno alla base di ogni scienza per via induttiva . Ecco quindi la distinzione di cui parlavamo tra principi propri di ogni singola scienza (quali per la geometria la definizione degli enti e delle figure geometriche , per l'aritmetica la definizione dei numeri in pari , dispari ...) e i principi comuni a tutte le scienze (per esempio "il tutto è maggiore della parte" o "Se da uguali sono sottratti uguali , i resti sono uguali):essi hanno una caratteristica non devono essere dimostrati . Ciascuna scienza li usa in relazione agli oggetti specifici di sua competenza : per esempio la geometria in relazione alle grandezze geometriche , l'aritmetica in relazione ai numeri , e così via . Aristotele trova tre principi fondamentali da cui nessuna scienza può prescindere : 1) IDENTITA' 2) CONTRADDIZIONE 3) TERZO ESCLUSO . 1) A è A e non può essere non-A 2)Aristotele dà 2 formulazioni a questo principio a)è impossibile che la stessa cosa sia e non sia al tempo stesso (sembra uguale a quello di identità , ma non lo è) b) è impossibile che una stessa cosa appartenga e non appartenga nello stesso tempo alla stessa cosa . c)A o è B o non è B : non c'è una terza possibilità : delle due proposizioni contraddittorie una deve essere per forza vera . Questi sono i principi generali ossimi della logica : Aristotele fa notare che non sono dimostrabili (come abbiamo detto anche noi) ; a rigore non si possono neppure cogliere bene per via induttiva . Aristotele argomenta in loro favore con la CONFUTAZIONE : non dimostra la verità , ma fa notare che sarebbe impossibile ragionare senza di loro ; non solo , è anche impossibile argomentare contro questi tre principi . E' un caso di dimostrazione indiretta (quasi per assurdo) . Aristotele è il primo autore che ammetta una autonomia reciproca delle scienze : per Platone esisteva una sola scienza : chi sapeva i principi , sapeva tutto . Con Aristotele incomincia quel processo per cui le varie scienze hanno acquisito autonomia dal sapere centrale e dalla filosofia . In Aristotele la filosofia è la filosofia , ma poi c'è l'albero della scienza , dove c'è un tronco centrale ma anche tante ramificazioni . Aristotele riconosce sì una certa autonomia alle varie scienze , ma come i rami di un albero sono in stretto contatto con il tronco centrale , così le varie scienze sono imparentate con un tronco centrale : la filosofia e la logica : da notare che i principi della logica sono in buona parte gli stessi della filosofia . Prendiamo per esempio le tesi di Parmenide ed in particolare il principio della contraddizione : in termini logici si dice che non c'è contraddizione , ma sul piano filosofico-ontologico si dice che è impossibile che lo stesso soggetto abbia caratteristiche contraddittorie : per noi come per Aristotele le leggi del pensiero e della realtà sono le stesse . Aristotele fa vedere cose della realtà anche nell'ambito della logica , in forma logica . A quei tempi tutto era diverso : pensiamo ai Pitagorici che si stupivano che ciò che scopriva la matematica corrispondeva alla realtà : il teorema di Pitagora vale su un triangolo astratto (sull'idea di triangolo, secondo Platone ) e poi su quelli reali .
Aristotele e il mutamento e sinoli
I concetti fondamentali della fisica sono legati al mutamento e al movimento : infatti gli enti fisici sono quelli che esistono di per sè , ma che sono mutevoli . Il termine greco che designa il movimento è "kìnesis" : in realtà sarebbe più appropriato tradurlo con " mutamento-movimento" : certi mutamenti vanno infatti ricondotti al movimento : prendiamo ad esempio il crescere di un animale , forma di mutamento : le sue particelle si muovono e fanno sì che lui cambi . Il mutamento però può avvenire solo sotto 4 categorie : 1) luogo : è il più banale ; la penna era qui , ora è lì : si è spostata . 2) quantità : un essere che cresce muta di quantità 3)qualità : abbronzandosi , per esempio , si muta di colore e quindi di qualità . 4)sostanza : è il mutamento più radicale : quando un animale nasce passa dal non essere all'essere e viceversa quando muore passa dall'essere al non essere . Il movimento inerisce alle cose fisiche : ma non necessariamente dove c'è movimento c'è corruzione : il mutamento avviene non per forza sotto tutte e 4 le categorie : è solo con il mutamento di sostanza che c'è corruzione . Gli astri , per esempio , mutano solo di luogo e non di sostanza : per questo per Aristotele sono eterni . Per lui ci sono propriamente tre enti : a) SUBLUNARE : è il nostro mondo , che sta al di sotto della luna ;esso muta sotto tutte e 4 le cause e per questo è corruttibile . b)CELESTI : gli enti celesti per Aristotele sono eterni : mutano solo di luogo . Gli enti celesti sono quegli enti che vanno dalla luna in su . c) DIO : non muta affatto , in nessuna delle 4 categorie . Aristotele rifiuta la seconda navigazione platonica e orienta le sue indagini interamente sul mondo sensibile . Ma come funziona il mutamento ? Una prima spiegazione la troviamo nel binomio forma-materia : mentre Platone parlava di idee , Aristotele parla invece di forma : è come se Aristotele immanentizasse le idee nella realtà . E' interessante notare che Platone le idee le chiamava o "eidos" o "idea" (tutti e due i termini derivano da "orao" , vedere : le idee erano quelle cose che si vedevano non con gli occhi , ma con l'intelletto ) ; Aristotele dal canto suo traduce "forma" con due parole : "morfè" o "eidos" : si è sempre cercato di evitare di mettere in gioco la stessa parola nei due autori e così per Platone parliamo di idee e con Aristotele di forma : ma in realtà tutti e due usano la stessa parola (eidos) : infatti l'idea di idea c'era anche in Aristotele , ma lui la calava totalmente nella realtà . Aristotele è arrivato a dire che la sostanza è il significato principale dell'essere : ma la sostanza come è fatta ? I predecessori avevano individuato due cose tra loro distinte : a)i Presocratici avevano individuato la materia : ciò di cui una cosa è fatta . b) Platone aveva individuato la forma che una cosa ha : Platone diceva che ciò che faceva un cavallo non era la materia ma la forma . Aristotele non accetta nè la A nè la B : l'idea di cavallo da sola non esiste , ma neppure la pura e semplice materia da sola . Per essere una sostanza deve essere una sostanza specifica ed in più deve essere caratterizzata da una struttura specifica che mi consenta di dire "questo è un cavallo" . Un quaderno è un quaderno perchè c'è della materia ed in più c'è la forma , la struttura che me lo fa individuare come quaderno . Si tratta di un vero BINOMIO materia-forma (Aristotele lo chiama "sinolo" da sun+olos=un tutt'uno di materia e forma) ; ogni sostanza fisica è un binomio di materia e forma : non è un semplice aggregato : per Platone un uomo era fatto di anima e corpo : l'anima era una realtà a parte , tant'è che il corpo per lei era una prigione . Per Platone erano due materie separate . Per Aristotele è totalmente differente la questione : l'uomo è un sinolo , un binomio di anima e corpo . Non si può dividere la materia dalla forma : è una realtà inscindibile; senza il binomio non può esistere la sostanza ; questo implica la mortalità dell'uomo : l'uomo è un sinolo di materia e forma : quando si scioglie una componente (il corpo) si rompe tutto . La forma è quel carattere comune a tutti gli enti di una determinata specie : la forma uomo è presente in tutti gli uomini . Prendiamo un gatto : cosa è che rende quel gatto diverso dagli altri gatti ? E' la materia , che fa sì che lui sia , esista ; la forma fa sì che lui sia un gatto e non un cane . La materia individua la forma : la forma gatto non esiste da nessuna parte : essa è solo in tutti i gatti esistenti , ma di per sè non esiste . Quando il gatto muore la forma e la materia si disperdono : in realtà la forma non sparisce perchè è in tutti gli altri gatti (anche in quelli che l'hanno procreato) . Aristotele è un FISSISTA : le specie , secondo lui , sono sempre esistite e sempre esisteranno . In ogni trasformazione c'è sempre qualcosa che cambia , che si trasforma : è la materia (o SOSTRATO , dal latino "substratum" = ciò che giace sotto ; dal greco "upokeimenon").Facciamo un esempio : una persona va al sole e diventa scura : c'è un sostrato che muta , pur restando in fondo lo stesso : in questo caso il sostrato è la persona stessa : è ciò che permane nella trasformazione . Si passa dalla privazione di una forma all'acquisizione di una forma . Facciamo un esempio : nella procreazione Aristotele (come Platone ) era convinto che la madre fornisse la materia ed il padre la forma : la materia passa dal non possedere la forma del padre ad avere la forma del padre . Dunque abbiamo in gioco : a)il sostrato (o materia) b) la privazione di forma c) l'acquisizione di forma . Il concetto di materia è puramente relativo : ogni processo non riguarda mai la materia pura : uno che si abbronza , passa dalla privazione di colorito all'acquisizione di colorito : la persona funge da sostrato , ciò che perdura nel mutamento . La materia della persona che si abbronza passa dalla mancanza di una forma all'acquisizione di una forma (l'abbronzatura) : la persona è già strutturata , è un sinolo di forma e materia . Aristotele parla allora di materia prima ("prote ule") , della materia priva di forma , senza il sinolo : è un concetto solo teoretico : in realtà in ogni ente c'è sempre il binomio . Ogni processo parte da qualcosa che funge da materia pura priva di forma per arrivare ad acquisire la forma : però in realtà la materia che deve acquisire la forma , è già un sinolo di materia e forma . Nel nostro caso la persona che si abbronza funge da sostrato : deve acquisire la forma abbronzatura : funge quindi da materia pura , ma in realtà è già un sinolo di forma e materia . Ha già cioè subito un processo di formazione dal padre e dalla madre . E' quindi passato da privazione abbronzatura ad acquisizione abbronzatura : ma qualcuno potrebbe dire (giustamente) "è passato da acquisizione pallore a privazione pallore" . Noi infatti abbiamo una concezione meccanicistica : le cose che avvengono in natura non sono nè buone nè cattive : Aristotele è un finalista e per lui la natura non fa nulla invano : tutto ciò che fa ha uno scopo (positivo) . Aristotele ha dunque una concezione finalistica (o teleologica) della natura : ogni ente la forma la porta dentro di sè e tende a realizzarla il più possibile . Per Aristotele le cose negative non hanno forma (come per Platone non c'era l'idea di cose negative , come il fango o il capello) . Per noi il processo con cui si nasce è analogo a quello con cui si muore : in entrambe i casi da una forma si passa ad un'altra . Per Platone la morte è un processo degenerativo . Aristotele analizza il movimento vedendolo come il passaggio di un sostrato da privazione di una forma ad acquisizione di quella forma . Comunque questi tre aspetti si possono ricondurre a due : infatti sia privazione sia acquisizione sono riferiti alla forma : sono privazione e acquisizione di forma .
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