Gineco
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- Gineceo nell'Antica Grecia era la parte interna della casa, riservata alle donne. Rispecchia la condizione subalterna della donna greca che doveva essere controllata dal marito che deteneva pieno diritto giuridico su di essa. Viene utilizzato scherzosamente per riferirsi a un luogo dove si trovano radunate molte donne.
Gineceo (botanica)
Il gineceo, anticamente chiamato anche pistillo (lat.:pistillum: mano del mortaio), è la parte femminile dei fiori nelle piante angiosperme. È il quarto verticillo in un fiore completo.
Il gineceo è formato dalle foglie carpellari o carpelli, sopra i quali si produranno gli ovuli o primordi seminali che conterranno i gameti femminili. Il gineceo può essere formato da una o varie foglie carpellari libere o unite fra loro; nello stesso si possono distinguere differenti parti. - Ovario: cavità che racchiude gli ovuli. - Stilo: parte sterile più o meno grande che serve come una "canna" dove si depositeranno i granuli di polline, i quali saranno trattenuti dalla secrezione del liquido stigmatico. - Stigma: cavità superiore allo stilo. Il gineceo può mancare dello stilo e lo stigma (in questo caso detto stigma sessile) viene a disporsi dunque direttamente sopra l'ovario. Nei carpelli possono riconoscersi tre nervi principali, dei quali due percorrono i bordi della foglia carpellare e uniti ad essi nascono gli ovuli; questi nervi si denominano nervi placentari. I nervi centrali del carpello, omologo al mezzo dei nomofili, è il nervo carpellare. Gli ovuli serviranno ad originare i semi, chiamati per questo motivo primordi seminali, e appaiono come protuberanze globose nei bordi delle foglie carpellari.
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Gineceo (storia Greca)
LE CASE
Ai Greci non importa avere case ricche e belle. Le case sono molto semplici. Sono divise in due parti: una dove vivono le donne e i bambini (gineceo) e l’altra dove vivono gli uomini ( androceo).
Gineceo (storia Greca)
La donna greca
La donna nella società greca
In Atene, (VI-V sec. a.C.) come in ogni altra città greca, la donna occupava socialmente una rispetto a quella del maschio. Il motivo naturalmente esisteva: nelle polis greche il valore più importante era la virtù militare, chi non ne era investito, non portando armi era automaticamente escluso. Questa subordinazione della donna all’uomo è particolarmente evidente nel. La moglie doveva al marito massimo rispetto, non poteva permettersi di interessarsi di questioni che uscissero dall’ambito familiare, le sue regole erano il silenzio e la sottomissione. Tuttavia la città la considerava pari all'uomo relativamente ai diritti e doveri per la buona riuscita del matrimonio e della famiglia e le garantiva rispetto e protezione, atteggiamento che non si riscontrava fra le popolazioni "barbare". La donna aveva in campo religioso il medesimo spazio occupato dall’uomo. Era la consors sacrorum del marito, a meno che non fosse stata sorpresa in adulterio, se poi era di condizione libera poteva accedere alla vita sacerdotale.
LA VITA QUOTIDIANA
Cuore della città ateniese era l’agorà, luogo commerciale, politico, religioso, o semplice piazza dove incontrarsi. Se potessimo tornare indietro nel tempo e passeggiare in questo luogo, vi troveremmo uomini liberi, schiavi, e povere venditrici d’ortaggi o corone. La presenza femminile non mancava dunque ma era quella delle donne più povere o di quelle più emancipate: le etere appunto. Se invece, nel nostro ipotetico viaggio, volessimo incontrare una donna libera, di buona famiglia, sposata, dovremmo andare a cercarla nelle stanze del di un’abitazione privata. Sebbene, infatti, i gradi di libertà della donna cambiassero da luogo a luogo, in tutta quanta la Grecia, le donne che non fossero schiave o etere, non lasciavano l’abitazione se non per festeggiare le o partecipare a processioni o funerali. In ciascuna di queste occasioni la donna metteva in mostra tutta la sua bellezza sfoggiando il suo più elegante guardaroba.
Grazie alle testimonianze della pittura vascolare e a quelle delle opere letterarie, si è giunti a riconoscere che tre erano gli indumenti fondamentali della donna greca: chiton, chitone e imation. Il chiton era un abito molto elegante e impegnativo, usato in occasione di cerimonie e uscite in pubblico. Consisteva in una veste di lino molto lunga, fermata in vita da una cintura e rimborsata così da formare un seno, fin dall’età micenea veniva fissata sulle spalle da bottoni doppi. Entrò in uso verso la metà del VI a.C. quando dei commercianti orientali importarono in Grecia il lino. Precedentemente solo l’uomo portava la tunica mentre la donna indossava il peplo, un pezzo di stoffa di lana quadrato, con le cocche fissate sulle spalle da fibule e qualche volta stretto in vita da una cintura.
Il chiton, invece, il cui nome è un diminutivo di chiton, era un indumento molto diverso dal precedente, per foggia e uso. Era un abito più succinto, arrivava, infatti, solo al ginocchio, e veniva usato dalle donne ateniesi solo nel gineceo come abito da casa, come camicia da notte o come sottoveste; era però il vestito usuale delle cortigiane.
Da ultimo l'imation era un soprabito che la donna indossava per proteggersi dal freddo o in pubblico per esigenze di compostezza. Naturalmente però il guardaroba femminile includeva anche biancheria intima, calze, cuffie da notte, veli o copri capi per ripararsi dal sole; non mancavano poi svariati modelli di scarpe di pregiata fattura. Le donne ricche vantavano poi graziosi ombrellini. Grande era l’interesse per l’estetica e le donne possedevano specchi accuratamente lavorati in cui potevano ammirare la bellezza dell’acconciatura o del volto finemente truccato e impreziosito da splendidi gioielli.
La giurisdizione greca e le tre donne dell'uomo ateniese
A partire dal VII secolo a.C. le città greche cominciarono a darsi le prime leggi scritte; fra queste città Atene occupa una posizione del tutto particolare, sia per la qualità di documenti che consentono la ricostruzione della sua storia istituzionale, sia per il suo predominio politico, militare e culturale sull’intera Grecia. Dal VII secolo in poi dunque, la città greca rappresenta la realizzazione perfetta di un progetto politico che esclude le donne. Con la nascita della polis, la relativa libertà di movimento e il diritto di partecipare ad alcuni momenti della vita sociale, pur essendo organizzata la vita delle donne attorno alla centralità della loro funzione riproduttrice, vennero gradualmente limitati da una serie di leggi, e le donne libere non povere furono progressivamente rinchiuse, proprio materialmente, nelle mura di casa, nella parte a loro designata, il gineceo.
Tuttavia accanto alla figura della e a quella della relegate in casa, troviamo quella dell’più partecipe della vita pubblica
La sposa legittima
La sorte delle donne era segnata fin dalla loro tenera età. Demostene racconta in un'orazione della sorella minore, promessa addirittura all'età di cinque anni. L’età considerata adatta per le si aggirava tra i 14 e i 16 anni, ma a volte le spose erano anche più giovani. Il loro sviluppo, sia fisico che mentale, avveniva, infatti, molto presto ma sfiorivano ancora in giovane età. Comunque il loro consorte, che il padre sceglieva, era sempre molto più anziano. L'uomo greco, infatti, si sposava all'età di circa trent'anni quando, concesso ormai sfogo agli ardori giovanili, avrebbe cercato di limitare le sue abitudini libertine. Tuttavia, era del tutto normale che un padre di famiglia frequentasse altre donne, come le prostitute o le etere, o coabitasse con una concubina. Proprio in queste ultime due figure l'uomo greco cercava soddisfazione ai propri bisogni, affettivi, erotici, intellettuali. La moglie, infatti, non era altro se non uno "strumento" per la procreazione, imposto allo sposo dal padre: era colei che, con le parole di Demostene, doveva assicurare all'uomo una discendenza legittima e prendersi cura della casa.
Ad Atene il rapporto di parentela tra gli sposi non costituiva un ostacolo al matrimonio, eccetto che in un caso: era addirittura consentito il matrimonio tra fratelli e sorelle consanguinei (nati dallo stesso padre), ma non tra fratello e sorella uterini (nati dalla stessa madre). La spiegazione va probabilmente ricercata nella necessità di mantenere intatto il matrimonio familiare, dal momento che la dote della donna nel primo caso rimaneva in famiglia, nel secondo no.
Le donne passavano attraverso il matrimonio dalla sorveglianza del genitore a quella del marito: dovevano obbedirgli e affidargli l’intera dote (proix), dal momento che non potevano possedere alcun bene. A questo proposito è interessante evidenziare un problema sollevato da alcuni esperti che si chiedono se il corredo, spesso piuttosto ricco, facesse parte o meno della dote, e se quindi appartenesse o no alla sposa. Vi è un termine, ferne, che potrebbe indicare proprio il corredo, ma è più probabilmente un termine politico, poi passato al linguaggio comune e confusosi con proix.
Fin dall’età omerica la pratica più diffusa per quanto riguarda il matrimonio consiste in uno scambio di doni, per cui colui che offriva edna (doni nuziali) di maggiore valore era scelto come sposo. A volte però il padre della ragazza poteva prediligere il consorte in base al prestigio o all’onore di cui la famiglia di questi godeva e che sarebbero ricaduti sulla prole. Si può addurre l’esempio di Agamennone, che offre in sposa ad Achille una delle figlie avute da Clitemnestra, senza volere in cambio nessun dono.
I due sposi spesso si incontravano per la prima volta il giorno stesso delle nozze e una giovane, trattata alla stregua di un oggetto, veniva fidanzata a uno sconosciuto, dal padre o da chi aveva podestà familiare su di loro (kurios). Costui stringeva un contratto (egguesis) con il futuro marito e stabiliva la dote. Spesso ciò avveniva molto tempo prima delle nozze. Era lui, inoltre, che si preoccupava che la giovane trovasse nella nuova vita la medesima agiatezza che le era stata assicurata fino allora, e che la dote non finisse in mano ad estranei, frequenti quindi erano non solo i matrimoni di classe ma anche quelli tra parenti.
La cerimonia vera e propria durava tre giorni. Il matrimonio era un grande avvenimento, festeggiato con curate coreografie e annunciato da grande pubblicità; non esistevano, infatti, regolari uffici di stato civile ed era questo l’unico momento in cui tutti potevano sincerarsi della legittimità dell'unione. Festeggiato in un giorno fasto, solitamente in Gennaio, contava un gran numero di formalità e riti propiziatori e si concludeva dopo il banchetto e il corteo nuziale, con l’arrivo della sposa nella nuova abitazione e con il rito suo e del marito nella camera da letto. Il matrimonio era il momento che segnava per la donna l’inizio della sua nuova vita come madre di famiglia, vita per la quale fin da bambina veniva preparata.
Dopo l'accordo verbale tra il padre della sposa e il consorte e dopo la celebrazione delle nozze, il terzo importante passo che legittimava l’unione era la coabitazione (sunoikein). Essa però poteva non avvenire immediatamente, qualora la fanciulla fosse ancora eccessivamente giovane, quando la sua condizione di cittadina ateniese non fosse certa oppure ancora quando vi erano contestazioni circa il matrimonio. Solitamente era la moglie a trasferirsi nella casa del neo-marito o del suocero, se ancora vivo, ma i poemi omerici attestano che, almeno in quell’epoca, poteva accadere che fossero gli uomini a spostarsi; un esempio riguarda alcune figlie di Priamo che dimoravano con i loro consorti nella casa paterna, oppure Ulisse, il quale, se avesse sposato Nausicaa, avrebbe abitato nel palazzo di Alcinoo.
Pur essendo di fatto passata dalla tutela del padre a quella del marito, in caso di morte di quest’ultimo, ella doveva dipendere dai figli, se adulti, o doveva tornare dal padre o dal parente più prossimo che quindi assumeva nuovamente la funzione di tutore. Questa sorta di "protezione" esercitata sulla donna non veniva quindi abbandonata del tutto nel momento del matrimonio bensì poteva essere esercitata di nuovo nel caso, appunto, della vedovanza o in quello di divorzio.
Il sistema matrimoniale ateniese prevedeva tre ipotesi di scioglimento di matrimonio. La prima e più diffusa era il ripudio da parte del marito, detto "apopempsis" che avveniva soprattutto nel caso in cui il marito la cogliesse in flagrante adulterio. Di conseguenza la donna perdeva il suo unico diritto civico, quello di partecipare ai culti cittadini. La seconda consisteva nell’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, detto "apoleipsis", spesso biasimato dal costume o ostacolato dai mariti, infine, l'"afairesis" paterna ossia la decisione del padre di interrompere il matrimonio, concessa solo prima della procreazione; quest’ultima forma di scioglimento mirava a volte al riottenimento della dote. L’udienza di divorzio presso l’arconte, soprattutto nel caso in cui era la donna a richiederlo, era finalizzata alla riappacificazione tra i coniugi.
Alcune considerazioni vanno fatte riguardo alla cosiddetta "ereditiera" una donna appartenente ad una famiglia priva di discendenti maschi. Di fronte all’interesse dei parenti a che l’ereditiera non sposasse un estraneo, il diritto ateniese prevedeva che costei sposasse colui che tra i numerosi pretendenti avesse dimostrato di esserle legato dal rapporto di parentela più stretto. Se la donna invece era già sposata ma senza figli nel momento della morte del padre, la legge aggiudicava al parente più stretto il diritto di afairesis.
La prima preoccupazione dei legislatori di Atene fu però quella di regolamentare il comportamento sessuale femminile in nome dell’organizzazione di un’ordinata riproduzione dei gruppi familiari. Così, Draconte, primo legislatore di Atene, vietò agli ateniesi di vendicarsi privatamente dei torti subiti, eccetto che di uno: era, infatti, consentito l’omicidio dell’uomo sorpreso con la moglie, concubina, madre, figlia o sorella. Ma tale legge sulla "moicheia", ossia su qualsiasi rapporto sessuale extramatrimoniale, non alludeva invece, alla possibilità di uccidere la donna in quanto ella era considerata sedotta più che adultera, in linea con l’interpretazione sempre passiva del suo ruolo. L’uomo doveva preoccuparsi di punirla, mentre alla città interessava esclusivamente la sorte del suo amante, che aveva violato le regole. Egli veniva esposto a pene infamanti e al pubblico ludibrio, accecato, privato dei diritti politici, o punito con una pena pecuniaria.
Uno dei momenti in cui la donna si mostrava in pubblico erano dunque le nozze, sue o di un’altra fanciulla. La fanciulle di famiglia onesta, infatti, trascorrevano la loro infanzia rinchiuse tra le mura del gineceo giocando con bambole (korai) di coccio o legno o cera, o con altri giochi come la palla (sfaira), la trottola (rombos), l’altalena (aiora) o il cerchio (trokos), ma crescevano completamente ignoranti, non ricevendo un’istruzione regolare, e al loro confronto erano molto più istruite le etere che naturalmente conducevano una vita più libera.
E’ interessante notare che nella Grecia classica pochissime erano le zitelle, figure che non compaiono come tipi nelle commedie del tempo. Dal momento che poi nella società di allora le donne non erano autonome, le poche che per problemi economici o a causa della guerra non si erano spostate, considerate un peso, venivano spesso vendute dalle famiglie stesse come schiave. E tuttavia erano veramente poche visto che gli stessi genitori avevano cura di allevare solo le figlie che erano certe di maritare, esponendo le altre. Anche il celibato era raro, punito dalle leggi di Solone in Atene ed evitato il più possibile, essendo preoccupazione primaria quella di procreare per avere figli legittimi che morto il padre rendessero i dovuti onori alla salma.
Sposata dunque, la donna diveniva padrona del suo piccolo regno e insieme prigione, la casa. A lei veniva affidata la cura domestica e l’amministrazione familiare. L’uomo, infatti, era di regola fuori casa: in campagna per sorvegliare i lavori se possedeva dei campi, al porto se era un commerciante, nell’agorà per partecipare alla vita politica o per fare spese, mansione che le donne non svolgevano mai. D’altra parte l’uomo greco, in questo molto diverso dal vir romanus, non si riuniva mai in famiglia e cercava di stare in casa il meno possibile; disprezzava il modello di vita borghese, che divenne invece il più diffuso nel IV sec. a.C., e vantando la sua dignità di libero cittadino, soprattutto ad Atene, preferiva partecipare alla vita della città.
La donna, dunque, sola a casa tutto il giorno, iniziava la sua giornata con la toilette mattutina. Si lavava, solitamente in casa e non nei bagni pubblici, si pettinava e si truccava; sospendeva però queste abitudini se era in lutto. Se nella casa c’erano dei bambini poi, le prime cure erano per loro e anche nelle famiglie ricche dove i piccoli erano per i primi mesi affidati ad una balia era la madre che li allattava, li curava e li vegliava.
Durante il giorno la donna, se non era costretta a mandarvi una serva, si recava, con sommo piacere, alla fontana ad attingere l’acqua per il fabbisogno quotidiano e qui, incontrando altre donne, aveva finalmente l’occasione di parlare con qualcuno che non condividesse con lei le stanze del gineceo. Tornata a casa, da brava massaia che era, si occupava del bucato, ricamava o tesseva al telaio e naturalmente preparava il pranzo, per altro semplicissimo, dato per lo più da legumi, focacce e pesci arrostiti, ma nelle case agiate questo incarico era affidato ad una donna serva. Fatto curioso è che la donna greca non si occupasse assolutamente dell’allestimento di un banchetto, occasione del resto molto diversa dal nostro pranzo di ricevimento; se ne occupava il marito. D’altronde la moglie non era ammessa a questo ritrovo riservato ai soli uomini o al massimo alle etere.
La principale occupazione della donna del tempo era però la lavorazione della lana grezza che il marito le portava a casa dal mercato, faccenda che la impegnava per la maggior parte del giorno. Non mancavano poi momenti di ozio durante i quali, se si trovava in città, aveva modo di vedere la vicina di casa, mentre se era in campagna in villeggiatura poteva far visita a tutte le amiche che abitavano nei pressi.
La concubina
Oltre alla sposa legittima e, naturalmente, alle numerose schiave e ancelle, risiedevano nella dimora dei consorti, l'"oikos", anche una o più concubine. Esse erano per lo più di famiglia povera, e venivano mandate dai genitori come pallakai (concubine) presso i loro vicini più ricchi; il padrone di casa le teneva con sè "per le cure di tutti i giorni", mentre la sposa legittima era tenuta in considerazione "per avere una discendenza legittima e una fedele custode del focolare ", e le cortigiane erano ritenute adatte "per il piacere", secondo la distinzione formulata da un famoso oratore.
Le pallakai erano introdotte, se non clandestinamente, quantomeno senza alcun atto legale che le legasse al loro padrone: è un'unione sempre revocabile ed è proprio per questo che si tratta quasi sempre di ragazze povere o schiave.
La condizione, per così dire, giuridica delle concubine si avvicinava moltissimo a quella delle spose, per quanto riguarda innanzitutto la legittimità dei figli avuti con il loro padrone, i quali venivano considerati, legalmente, alla stregua di quelli partoriti dalla sposa e godevano di tutti i diritti propri della prole.
Inoltre, una legge attribuita a Dracone prevedeva che un uomo potesse uccidere il seduttore della concubina scelta per la procreazione di figli liberi, qualora la moglie legittima non fosse più stata in grado di dargliene, ponendo quindi pressoché sullo stesso piano le due figure femminili.
Le relazioni che i mariti intrattenevano con queste pallakai non erano perseguibili legalmente perché non si allontanavano da quella che era la finalità del matrimonio, ossia la procreazione di una discendenza.
L'etera o cortigiana
Le donne la cui condizione è definibile con questo termine erano, almeno presumibilmente, per lo più meteche, avevano cioè un genitore straniero, ma le notizie in proposito sono piuttosto scarse. Mentre alcune di queste donne meteche, mogli di meteci, conducevano una vita molto simile a quella dei cittadini, le altre, giunte per proprio conto ad Atene, dovevano procurarsi da sole il necessario per il loro sostentamento. Per fare ciò, però, esse sfruttavano e offrivano l'unica cosa che apparteneva loro: il corpo; le più povere diventavano "pornai", equivalenti a prostitute, che si trovavano nelle locande o al Pireo.
Nonostante la prostituzione femminile non fosse nell'antica Grecia una professione vietata dalla legge, come invece quella maschile, le prostitute, per lo più schiave, meteche o orfane, erano oggetto di riprovazione sociale ed erano sottoposte all'attenzione delle leggi della città, che fissavano i limiti delle tariffe e il pagamento delle imposte sul reddito. Alcune di queste donne, ritenute prostitute sacre (ierodoulai), si vendevano nei templi e, consacrate alla divinità, devolvevano i loro guadagni al tempio che le ospitava, godendo per questo di particolari agi e privilegi, oltre ad una posizione nella scala sociale più elevata rispetto alle comuni prostitute. Le etere vere e proprie, che i Greci riservavano erano figure un po' diverse e definibili come le uniche donne veramente libere dell'Atene classica: esse potevano uscire senza proibizioni, partecipavano con gli uomini ai vari banchetti, e se venivano mantenute da un uomo potente potevano godere anche di una certa importanza. Una delle cortigiane più famose è certamente Aspasia, per la cui famosa e lodata bellezza Pericle ripudiò la moglie; da lei ebbe anche un figlio, che riuscì a far iscrivere nei registri pubblici, nonostante il fatto che non fosse nato da genitori entrambi cittadini.
Le cortigiane, per così dire, "d'alto bordo", vivevano spesso agiatamente, grazie alla generosità dei loro amanti, a cui poi si accompagnavano nelle cerimonie più o meno ufficiali. E' il caso di Teodote, amante di Alcibiade, di cui dà notizia Senofonte nei Memorabili, o di tale Neera, la cui storia è narrata da Demostene in una sua arringa contro un certo Stefano, con cui il suo amico Apollodoro aveva forse avuto delle liti.
Quest'uomo pretendeva di ritenersi legalmente sposato con Neera, che però non era figlia di cittadini ateniesi, ma straniera. Se questo fosse stato dimostrato, la donna sarebbe stata venduta come schiava. Ma la storia di questa ragazza era molto più complessa, e tra le altre notizie che l'autore dà vi è quella secondo cui ella da giovane, alle dipendenze di una "tutrice", era stata comprata da due uomini per una forte somma e poi affrancata, avendo raccolto, con l'aiuto dei suoi precedenti amanti, la somma necessaria. Ad uno di questi uomini Neera si accompagnò sempre più spesso, sua complice nella dissolutezza; seguirono la fuga e una serie di peripezie che la portarono a conoscere Stefano e poi a dare alla luce tre bambini. Lo stesso comportamento illegale tenuto da Stefano, che aveva introdotto in città una donna straniera come la propria moglie e ne aveva riconosciuto la figlia, venne ripetuto da un certo Frastore con la figlia minore di Neera, Fano.
Non sappiamo come si sia concluso il processo, ma se anche Neera fu condannata, ciò non fermò il dilagare di donne di questo genere, sempre più affascinanti da un punto di vista sia esteriore che psicologico, dal momento che esse avevano viaggiato molto ed erano molto istruite. D'altra parte, come gli esperti sostengono, non si può vedere in tale fenomeno una prova della decadenza morale di Atene, come si potrebbe invece dedurre dalle opere teatrali. Queste, infatti, enfatizzavano i problemi sociali con la comicità per prenderne atto e superarli, ma non riflettevano la reale situazione, pur prendendovi spunto. E' comunque notevole la lenta perdita dei valori tradizionali della città a partire dalle guerre del Peloponneso fino all'avvento dell'egemonia macedone.
I poemi omerici
Il primo documento storico che descrive nei particolari le condizioni di vita della donna greca è dato dai poemi omerici, che, indipendentemente dalla veridicità degli avvenimenti narrati e dei loro protagonisti, offrono all’odierno lettore e offrivano all’antico ascoltatore di aedi e rapsodi uno sguardo sulla storia, sui valori e sulle regole della società greca nei secoli tra la fine della civiltà micenea e l’VIII secolo.
Le situazioni che i cantori descrivevano erano, dunque, se non vere, sicuramente verosimili, e i personaggi, seppure frutto della loro fantasia, senz’altro aderenti alle regole e alle convenzioni sociali reali.
Risulta quindi possibile, a partire dai testi omerici, fare alcune considerazioni sulle condizioni della donna greca di quel periodo.
In primo luogo una donna doveva essere bella; la bellezza é, in effetti, la prima caratteristica su cui si sofferma costantemente Omero quando presenta un personaggio femminile. Inoltre, la donna doveva curare il suo aspetto fisico e l’abbigliamento, ed eccellere nei lavori domestici, obbedendo sempre al "comando dell’uomo".
La stessa Andromaca nell’Iliade, simbolo insieme al marito Ettore di una concezione dei rapporti coniugali più umana del normale rapporto tra l’eroe e la sua donna, rimane pur sempre una donna il cui posto é la casa, il cui lavoro é quello domestico, come lo stesso Ettore le ricorda nel momento della sua partenza per la guerra. Pudicizia, fedeltà, rispetto della divisione dei ruoli e obbedienza, virtù proprie di una figura subalterna, sono le virtù richieste alla donna, vittima in età omerica di un’ideologia misogina.
Il personaggio di Penelope, da una parte passato alla storia per la sua fedeltà, dall’altro caratterizzato da comportamenti non poi così lodevoli (lo stesso Telemaco ha delle perplessità riguardo alla sua paternità), é, in effetti, ambiguo, probabilmente in seguito a due fatti contraddittori: la necessità della poesia epica di proporre un modello di donna che riassumesse tutte le virtù che una donna doveva avere, e invece un mondo maschile, che diffidava profondamente delle donne.
La donna omerica, semplice strumento della riproduzione e della conservazione del gruppo familiare, é così relegata ideologicamente nell’"oikos" (la casa greca), al di fuori del quale, pur con una certa libertà fisica di movimento, é inesistente.
Le donne letterate: la poetessa Saffo
In una società dominata da un’ideologia maschilista e misogina in ogni campo, compreso quello letterario, é chiaramente sorprendente il fatto che alcune donne siano riuscite a emergere e ad avere la possibilità di esprimere se stesse nella poesia, anche se risulta scontata la netta minoranza rispetto ai colleghi uomini e comprensibile la provenienza da ambienti socialmente e culturalmente diversi da Atene. Un caso particolare è quello di Saffo.
Saffo è nata ad Efeso nel 612 a. C. ed è morta nel 580 a. C., ma le notizie sulla sua vita sono scarse e poco attendibili. E’ una poetessa lirica monodica. Di origine aristocratica visse e morì nel principale centro dell’isola di Lesbo, Militane, tranne un breve periodo di esilio in Sicilia (dal 595 al 580 a. C.). Compose in dialetto eolico inni, odi e epitalami usando metri vari (ad esempio strofe saffiche). Molti degli epitalami furono scritti dalla poetessa nel momento in cui le ragazze che insieme a lei facevano parte della comunità legata al culto di Afrodite, Tiasos, si distaccavano da lei per sposarsi: allora avveniva la confessione sincera e la scrittura dei versi rappresentava il momento in cui l’amore appassionato di Saffo si sfogava. In lei il tema dell’amore è dominante e viene raffigurato come forza che sconvolge i sensi e la mente, e che trova le sue occasioni poetiche nella gelosia o nella contemplazione della bellezza delle fanciulle; non mancano però versi dedicati alla natura, ad Afrodite o alla figlia Cleide, e al fratello.
Per chi ama la poesia e l'amore, il nome di Saffo rappresenta ormai un mito senza tempo. Ma la sua voce, così straordinariamente limpida ed intensa, ci giunge dalle remote lontananze della Grecia arcaica, un mondo legato a peculiari tradizioni etiche e di costume. La sua poesia scaturisce dalle emozioni vissute all'interno del raffinato sodalizio femminile da lei diretto, e l'incanto dei suoi versi sta nell'assoluta naturalezza con cui si esprimono le vibrazioni sottili e tormentose dei sentimenti. Saffo cantò l'amore come malattia e turbamento dell'essere. Un ritratto di Saffo lo offre anche Giacomo Leopardi.
Ne “L’ultimo canto di Saffo” il poeta dovette sentire tutto se stesso: infatti questa canzone del poeta di Recanati è una lirica sull’infelicità umana ed una protesta contro la Natura che ha privato Saffo della bellezza.
All’inizio del canto è descritta la bellezza commovente dell’alba, di cui si può godere come degli altri mirabili spettacoli della Natura: la bellezza della natura è infinita, ma a Saffo dell’infinita bellezza non è toccato nulla. È la frustrazione assoluta dell’uomo che aspira all’infinito; l’uomo scopre di essere destinato al Nulla. Fra gli uomini regnano le “sembianze”, cioè la bellezza come aspetto esteriore; in chi ne è privo non è apprezzata nessuna virtù: né la sapienza, né la poesia, quindi l’unica soluzione è il suicidio.
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Gineceo (botanica)
LE ANGIOSPERME (Magnoliophyta )
Articolo realizzato da Maria Adele Signorini
Comparse forse già nel Triassico (circa 200 milioni di anni fa) o più probabilmente nel successivo Giurassico, le angiosperme si diffusero rapidamente in un grande numero di forme diverse a partire dalla fine del Cretaceo (90 milioni di anni fa circa). Stando ai ritrovamenti più recenti, i primi reperti fossili riconducibili con sicurezza a angiosperme risalirebbero a 135 milioni di anni fa (inizio del Cretaceo). Molti aspetti dell’origine delle piante a fiore sono ancora misteriosi. Non si sa con precisione né quando e dove si siano originate, né quale gruppo di gimnosperme ne sia il progenitore. Non è neppure certo che si tratti di un gruppo monofiletico, benché la maggioranza degli studiosi ritenga che sia così. Anche se praticamente tutti i gruppi di gimnosperme conosciuti allo stato fossile sono stati di volta in volta indicati dai diversi autori come possibili antenati diretti delle piante a fiore, appare abbastanza convincente l’ipotesi di un’affinità filogenetica delle angiosperme con una linea che ha portato anche alle Cycadopsida, soprattutto se si considera la somiglianza tra i macrosporofilli fogliacei con ovuli marginali presenti ancora oggi in alcuni rappresentanti di questo gruppo di gimnosperme e il macrosporofillo ancestrale che ripiegandosi lungo la nervatura centrale avrebbe dato origine al carpello delle angiosperme. Non è chiaro nemmeno come abbiano fatto le piante a fiore a diversificarsi così rapidamente. C’è chi ritiene che questo possa essere spiegato con un’origine in zone montuose tropicali con climi caratterizzati da alternanza di periodi umidi e aridi, zone cioè dove sono presenti forti pressioni selettive che avrebbero provocato una rapida evoluzione e insieme però anche condizioni sfavorevoli alla formazione e conservazione dei fossili. Le prime tappe della comparsa e della diversificazione delle piante a fiore si sarebbero quindi svolte senza lasciare tracce. Secondo altri studiosi, le tre caratteristiche che definiscono le angiosperme (ovuli racchiusi entro un carpello, doppia fecondazione, presenza di fiori) sarebbero comparse separatamente e distanziate fra loro nel tempo, combinandosi insieme solo nel Cretaceo. Sta di fatto che in un tempo relativamente breve le angiosperme sono diventate il gruppo di vegetali che domina il nostro pianeta, grazie alla loro estrema varietà morfologica e fisiologica e in particolare alla diversità di tipi di foglie e di tessuti conduttori, che consentono a queste piante la vita negli ambienti più diversi. Il risultato è che le Magnoliophyta sono i vegetali dominanti in tutti i grandi biomi terrestri, dai deserti alle foreste pluviali e costituiscono un elemento fondamentale del paesaggio, naturale o modificato dall’uomo. Con oltre 250.000 specie viventi, riunite in circa 400 famiglie (ma il numero varia di molto a seconda degli autori), sono il gruppo di piante più numeroso e vario: basti pensare che tutti gli altri gruppi di tracheofite (pteridofite e gimnosperme) comprendono insieme solo circa 15.000 specie. Secondo i dati più aggiornati, in Italia sarebbero spontanee oltre 7600 specie. Le angiosperme hanno anche un’enorme importanza applicativa ed economica, comprendendo tutte le principali piante coltivate (a scopo alimentare, medicinale, foraggero, ornamentale, tessile, ecc.), nonché la maggior parte delle infestanti.
Le angiosperme sono caratterizzate da un’impressionante varietà di forme, a cominciare dalla fisionomia generale della pianta: si va da alberi giganteschi a erbe annue, a arbusti, liane, piante epifite, succulente, insettivore, parassite prive di clorofilla, ecc. Forme diversissime sono presenti in tutti gli organi della pianta, in particolare nelle foglie e nei fiori, così da consentire lo svolgimento delle fondamentali funzioni vegetative e riproduttive negli ambienti più vari. La struttura secondaria del fusto è caratterizzata dalla presenza di legno di tipo eteroxilo, dove elementi specializzati per le diverse funzioni di conduzione e sostegno (trachee, tracheidi, fibre) sono fra loro combinati nelle proporzioni più adatte a garantire la miglior efficienza del tessuto nelle diverse condizioni ambientali.
Una tale diversità e capacità di adattamento è stata raggiunta dalle piante a fiore grazie soprattutto alla grande possibilità di insorgenza di nuovi caratteri legata all’affinamento dei processi riproduttivi, che raggiungono qui la massima efficienza e perfezione conosciuta nei vegetali.
Il fiore e gli elementi fiorali.
Caratteristica del gruppo è la presenza del carpello, che può essere interpretata come un macrosporofillo entro cui sono contenuti e racchiusi gli ovuli (macrosporangi rivestiti da tegumenti). Il carpello dà luogo a una struttura detta pistillo, formata in genere da tre porzioni con funzioni diverse:
- l’ovario, parte allargata basale che contiene gli ovuli;
- lo stimma, parte apicale recettiva per il polline;
- lo stilo, parte allungata che collega l’ovario allo stimma.
Il pistillo (ovario-stilo-stimma) è un’unità morfologico-funzionale che può essere formata da un solo carpello nel caso di ginecei monocarpellari o pluricarpellari apocarpici (e in questo caso i termini carpello e pistillo coincidono) o da più carpelli fusi insieme nel caso di ginecei pluricarpellari sincarpici.
I carpelli, insieme alle altre strutture riproduttive, sono organizzati nel fiore, il complicato e perfezionatissimo organo esclusivo delle angiosperme da qualcuno definito come un insieme di strutture che proteggono e nutrono i gametofiti e controllano la gamia (Gerola).
Il fiore è un complesso specializzato in cui sono riuniti ed organizzati tutti gli organi e le strutture legati alla riproduzione. È qui che:
- si formano i macro- e i microsporangi;
- avviene la meiosi, con produzione delle macro- e delle microspore;
- vengono prodotti, nutriti e protetti i gametofiti maschile e femminile;
- vengono messi in atto i processi di incompatibilità controllati geneticamente che favoriscono il raggiungimento dell’oosfera da parte del gamete maschile “più adatto”;
- avvengono la gamia e il successivo sviluppo dell’embrione, primo stadio vitale del nuovo sporofito;
- attraverso la formazione del seme e del frutto, vengono forniti al nuovo sporofito i mezzi per affrontare con le maggiori probabilità di successo il distacco dalla pianta madre e la diffusione in un nuovo ambiente.
Il fiore è un germoglio a crescita determinata con internodi raccorciati e nodi che portano foglie specializzate: antofilli sterili (sepali e petali, che costituiscono il perianzio) e sporofilli fertili (microsporofilli o stami e macrosporofilli o carpelli).
L’enorme varietà morfologica e biologica che si trova nei fiori è il risultato di un lungo processo evolutivo nel corso del quale la selezione ha premiato quelle caratteristiche che nei diversi ambienti si sono rivelate più adatte a favorire l’efficienza della riproduzione. Si ritiene che nei fiori delle prime angiosperme gli elementi fiorali fossero in numero elevato e indefinito, disposti a spirale su un asse (ricettacolo o talamo) ben sviluppato. Fiori di questo tipo si ritrovano ancora in angiosperme che hanno conservato caratteri di primitività, come le magnolie.
È possibile individuare alcune tendenze evolutive che si sono ripetute molte volte indipendentemente nell’evoluzione dei fiori dei diversi gruppi di angiosperme, come ad esempio:
- da fiori con elementi numerosi a fiori con elementi in numero ridotto;
- da fiori con numero variabile di pezzi a fiori con numero fisso di elementi per ogni specie;
- da disposizione spiralata dei pezzi fiorali (fiori aciclici) a disposizione in verticilli, dapprima solo di una parte degli elementi fiorali (fiori emiciclici, come nella fragola) e poi di tutti (fiori ciclici, come nella maggioranza delle angiosperme attuali);
- da fiori con elementi tutti liberi (calice dialisepalo, corolla dialipetala, gineceo apocarpico, ecc.) a fiori con elementi saldati nello stesso verticillo (calice gamosepalo, corolla gamopetala, gineceo sincarpico, ecc.) o tra verticilli contigui (ad esempio stami epicorollini, ovario infero);
- da fiori a simmetria raggiata (attinomorfi) a fiori a simmetria bilaterale (zigomorfi);
- da fiori in cui sono presenti tutti i verticilli (fiori completi) a fiori in cui uno o più verticilli mancano (fiori momoclamidati e nudi; fiori unisessuali, ecc.).
I verticilli di un fiore completo sono (dal basso verso l’alto se il ricettacolo è allungato ed evidente, o dall’esterno verso l’interno nel caso più comune di ricettacoli brevi e più o meno piani):
- calice, formato da sepali, con funzione principalmente di protezione degli altri verticilli nelle prime fasi del loro sviluppo
- corolla, formata da petali, prevalentemente con funzione di richiamo sul fiore degli insetti impollinatori. L’origine dei petali non è la stessa in tutte le angiosperme: in alcuni casi si tratta chiaramente di sepali modificati, in altri appare evidente la loro origine da stami sterili sovrannumerari. L'insieme di calice e corolla forma il perianzio. Se i due verticilli perianziali non sono molto diversi per aspetto e funzione, prendono il nome di tepali e il loro insieme di perigonio. Il perigonio può avere aspetto corollino (tepali petaloidi) o calicino (tepali sepaloidi). La presenza di un perigonio anziché di un perianzio è la condizione più frequente nelle monocotiledoni (Liliopsida).
- androceo (di solito in due verticilli), formato da microsporofilli o stami. Accanto a normali stami fertili (composti da filamento e antera) possono essere presenti stami sterili (staminodi) più o meno modificati, che assumono funzioni diverse, spesso di richiamo per gli insetti pronubi in aggiunta o in sostituzione dei petali;
- gineceo, formato da macrosporofilli o carpelli. Fiori dove sono presenti sia stami che carpelli si chiamano perfetti (o monoclini, o ermafroditi). I fiori diclini (o unisessuali) portano invece solo stami (fiori maschili) o solo carpelli (fiori femminili) e si trovano sullo stesso individuo nelle piante monoiche (come il mais o la quercia) e su individui diversi nelle piante dioiche (come i salici).
Non sempre tutti i verticilli sono presenti. Uno o più di essi possono mancare e si possono così avere fiori monoclamidati, fiori nudi, fiori unisessuali, fiori sterili, ecc. La successione dei verticilli è però la stessa in tutte le angiosperme e questo costituisce uno degli indizi a favore di una loro origine monofiletica. Nei fiori impollinati da insetti è frequente la presenza di nettàrii, strutture più o meno evidenti dove viene raccolto il nèttare. I nettàrii possono trovarsi alla base dei petali, sul ricettacolo, sulle pareti o alla base dell'ovario o altrove; anche petali o sepali possono essere trasformati parzialmente o totalmente in nettàrii. In alcune piante i nettàrii si trovano su organi vegetativi come foglie o stipole (nettàrii extrafiorali).
La disposizione verticillata ha consentito la fusione tra elementi di ciascun verticillo o di verticilli adiacenti, con la comparsa - ad esempio - di calici gamosepali e corolle gamopetale, di stami epicorollini, del passaggio alla posizione infera dell’ovario con la saldatura sulla sua parete delle basi degli altri pezzi fiorali.
Nella maggior parte dei casi, la selezione naturale ha premiato i tipi di fiori in cui viene favorita l’allogamia, cioè l’unione tra gameti geneticamente diversi perché provenienti da fiori o addirittura da individui diversi. Questa offre infatti maggiori possibilità di ricombinazione genetica e comparsa di nuovi caratteri. Ciò non toglie che in alcuni casi ci sia stata invece un’evoluzione verso l’autogamia (o addirittura verso forme diverse e anche molto raffinate di propagazione vegetativa, come l’apomissia), laddove le condizioni ambientali la rendevano vantaggiosa.
Molte caratteristiche del fiore sono legate al tipo di impollinazione, cioè di trasporto del polline dalle antere degli stami fino allo stimma del pistillo. Nei fiori entomogami (o entomofili), in cui il trasporto del granulo è affidato a insetti, si ha in genere un particolare sviluppo della corolla, con forme, colori, odori, strutture meccaniche atte a favorire la visita degli animali, massimizzando l’efficienza nel trasporto del polline, minimizzando i danni e nelle forme più evolute arrivando a selezionare i pronubi. La varietà dei fiori entomogami è il risultato di processi di coevoluzione che hanno interessato angiosperme e insetti dal Cretaceo in avanti. Al contrario, nei tipici fiori anemogami, dove è il vento il vettore del polline, si assiste ad un insieme di adattamenti morfo-funzionali che facilitano il trasporto, da alcuni indicati come “sindrome anemogama”: polline abbondante e leggero, stami con antere mobili e filamenti lunghi, perianzio ridotto o assente e privo di profumi, stimmi voluminosi e piumosi, elevato rapporto numero di stimmi/numero di ovuli, da cui derivano frutti spesso monospermi. L’anemogamia è diffusa tra le specie erbacee di ambienti aperti (praterie), come le graminacee, e tra le specie arboree degli strati superiori delle foreste. Un tempo le angiosperme anemofile, caratterizzate da fiori con struttura semplice e ridotta, erano considerate meno evolute rispetto a quelle con i più complessi fiori entomogami, secondo un’interpretazione che vedeva l’evoluzione come un processo sempre diretto verso una maggiore complessità delle strutture. In seguito si sono trovate le prove che angiosperme anemofile a fiori estremamente ridotti erano derivate da forme con fiori entomofili complessi. È bene tenere sempre presente che non esistono caratteri in assoluto più e meno evoluti, ma solo più e meno adatti a particolare condizioni ambientali che li rendono vincenti nella selezione. Un carattere punito dalla selezione in un ambiente e in un’epoca può essere premiato in un ambiente diverso o ricomparire in un’epoca successiva.
La riproduzione sessuale.
Come detto, nel fiore sono riunite le strutture dove si svolgono tutte le fasi della riproduzione, fasi che nelle altre piante terrestri avvengono in luoghi diversi e al di fuori del diretto controllo dell’individuo genitore.
I microsporangi sono riuniti a gruppi di quattro a costituire le quattro logge o sacche polliniche delle antere degli stami (microsporofilli). In ogni sporangio si riconoscono, a partire dall’esterno, un tessuto protettivo bistratificato (esotecio e endotecio), un tappeto nutritivo e un tessuto sporigeno o archesporio, formato di cellule madri delle microspore, ognuna delle quali per meiosi originerà quattro microspore.
Le microspore, avvolte come nelle gimnosperme da esina e endina, germinano ancora nell’antera, producendo al loro interno un minuscolo gametofito costituito da una cellula vegetativa (o cellula del tubetto) che include una piccola cellula generativa. La maggior parte dei granuli pollinici (microspore germinate) lascia l’antera a questo stadio di sviluppo (pollini binucleati); in poche angiosperme più evolute, prima che il polline venga rilasciato la cellula generativa si divide in due gameti maschili o cellule spermatiche (pollini trinucleati). Le caratteristiche morfologiche dell'esina e in particolare la presenza e il tipo di solchi o pori di germinazione sono specifiche nei diversi gruppi sistematici e possono consentire l'identificazione comunemente fino al livello di famiglia e in qualche caso fino al livello di specie.
Trasportati dagli agenti dell’impollinazione (vento, insetti o altro), i granuli raggiungono lo stimma. Se il polline è di tipo compatibile, lo stimma secerne zuccheri, sali minerali, vitamine e altre sostanze che stimolano l’idratazione del granulo, provocando l’aumento di volume del citoplasma e la fuoriuscita del tubetto pollinico. Questo si fa strada nei tessuti lassi dello stilo, secernendo esoenzimi (pectinasi ed altri) che solubilizzano le lamelle mediane delle cellule. Nei pollini binucleati è durante la crescita del tubetto che avviene la formazione dei due gameti maschili. Questi vengono trasportati dal tubetto fino agli ovuli contenuti nell’ovario.
Nel frattempo, all’interno degli ovuli si è prodotto il ridottissimo gametofito femminile o sacco embrionale. Nella nucella dell’ovulo una sola cellula madre delle macrospore subisce meiosi e origina quattro spore, di cui di regola una sola resta vitale, mentre le tre più prossime al micropilo degenerano. Il nucleo dell’unica macrospora superstite si divide in due nuclei che migrano ai poli opposti della cellula, sospinti da un grosso vacuolo centrale. Con due successive divisioni di ciascun nucleo, si ottengono quattro nuclei al polo micropilare e quattro al polo opposto (calazale). Due nuclei, uno per ciascun polo, si trasferiscono al centro del sacco embrionale e si rivestono di una parete comune (nuclei polari). Anche gli altri sei nuclei a questo punto si cellularizzano, completando così lo sviluppo del gametofito, che nel tipo più comune risulta quindi costituito da sette sole cellule: l’oosfera accompagnata da due sinergidi al polo micropilare, tre antipodi al polo calazale e una cellula con due nuclei migrati dai due poli (nuclei polari) al centro. Il sacco embrionale è ora pronto per la fecondazione.
I gameti maschili, portati dal tubetto, sono frattanto giunti fino al gametofito femminile (sacco embrionale), dove il tubetto si apre, riversandoli di solito in una delle due sinergidi. Da qui una delle due cellule spermatiche raggiunge l’oosfera, a cui si unisce per formare lo zigote, mentre l’altra si fonde con i nuclei polari, originando l’endosperma secondario , tessuto di riserva normalmente triploide tipico delle angiosperme. In alcune specie il tessuto è subito cellulare, in altre passa prima per uno stadio a nuclei liberi. Questo processo di doppia fecondazione, che avviene in tutte le angiosperme con modalità simili, è un altro argomento a sostegno dell'ipotesi di un'origine monofiletica delle Magnoliophyta. A differenza dell’endosperma primario delle gimnosperme, l’endosperma secondario si forma solo in seguito all’avvenuta fecondazione, realizzando il massimo di efficienza e di risparmio energetico. Nelle gimnosperme invece l’endosperma primario si forma indipendentemente dalla fecondazione: in quelle più arcaiche questo avviene prima ancora dell’arrivo del polline, in quelle più evolute solo in seguito all’impollinazione.
Dopo la fecondazione, l’ovulo si trasforma in seme. Dallo zigote si sviluppa un embrione, spinto dalla sua parte basale (sospensore) dentro l’endosperma. A differenza di quanto avviene nelle gimnosperme, l'embrione delle angiosperme è cellularizzato fin dall'inizio dello sviluppo, come nelle pteridofite. A un certo punto del suo sviluppo, che si svolge con modalità diverse nelle dicotiledoni e nelle monocotiledoni, l’embrione arresta la crescita. In questo stadio sono in genere riconoscibili uno o due foglie embrionali(cotiledoni) che circondano un apice caulino (piumetta), e una radichetta embrionale con il suo apice meristematico. A raccordare cotiledoni e radichetta può essere visibile un asse ipocotile, più sviluppato nelle specie a germinazione epigea. Attorno all’embrione si organizza l’endosperma, dapprima in forma nucleare e poi cellularizzato. A spese dello sporofito genitore, l’endosperma si arricchisce di sostanze di riserva, diverse a seconda delle specie: amidi (come nei cereali), proteine (come nei legumi), lipidi (come nel ricino o nell'olivo), emicellulose, e altro. In molte dicotiledoni, nel corso dello sviluppo del seme le riserve vengono trasferite interamente ai cotiledoni e l’endosperma viene completamente riassorbito e non è presente nel seme maturo (semi cosiddetti esalbuminati). Mentre si formano l’embrione e le riserve, i tegumenti dell’ovulo si modificano a costituire i tegumenti del seme. Quando questo ha terminato il suo sviluppo, va incontro ad un processo di disidratazione, mentre l’embrione entra in quiescenza. Tornerà a idratarsi e riprenderà la crescita solo quando, lontano nel tempo e nello spazio dalla pianta madre, troverà l’ambiente adatto alla germinazione e alla successiva crescita della nuova pianta. Ad impedire che questo avvenga prima che tutte le condizioni ambientali siano favorevoli, in molti semi di angiosperme sono presenti caratteri morfologici o fenomeni di dormienza che non consentono la germinazione prima che siano rimossi blocchi di tipo meccanico o biochimico.
Anche i semi delle angiosperme, come avviene in alcune gimnosperme, possono presentare strutture che ne facilitino la dispersione, come ali (betulla) o filamenti (pioppi) nelle specie disseminate dal vento, o porzioni appetibili (arilli, caruncole, strofioli) in quelle che sfruttano gli animali. Ma nelle piante a fiore questo compito viene svolto anche e soprattutto dal frutto, organo specializzato esclusivo delle angiosperme che deriva dalla trasformazione del pistillo - e in particolare delle pareti dell’ovario - dopo la fecondazione. Essendo una foglia modificata, l'ovario avrà una struttura anatomica a tre strati, che corrispondono all'epidermide superiore e inferiore e al mesofillo. Questi nel frutto vanno a costituire il pericarpo, in cui spesso è possibile individuare tre diversi tessuti: epicarpo (o esocarpo), mesocarpo e endocarpo. Il pericarpo si arricchisce di acqua e zuccheri nei frutti carnosi,che per la disseminazione devono essere ingeriti dagli animali; assume invece consistenza cartacea o legnosa nei frutti secchi. I tanti tipi di frutti che si possono osservare non sono altro che il risultato delle possibili modificazioni dei diversi tipi di gineceo (mono- o pluricarpellare, apocarpico o sincarpico, con ovario supero o infero, ecc.) in funzione dei diversi agenti di dispersione. Tra i frutti carnosi, la drupa (pesca, oliva) deriva da ovari che contengono in genere un solo seme ed è caratterizzata da avere un endocarpo legnoso; la bacca (pomodoro, uva) deriva da ovari pluricarpellari sincarpici contenenti di solito più semi. Tipi particolari di bacca sono stati descritti con nomi particolari: ad esempio, il peponide è un tipo di bacca con epicarpo duro a maturità, caratteristico della famiglia delle cucurbitacee (zucca, melone). I frutti secchi vengono in genere distinti in frutti deiscenti (che si aprono a maturità per far fuoriuscire i semi) e frutti indeiscenti. I frutti secchi indeiscenti sono di norma monospermi, cioè contengono un solo seme e hanno l'aspetto di semi piuttosto che di frutti, tanto che molti vengono considerati comunemente semi (ad esempio i “semi” di girasole, che in realtà sono frutti secchi del tipo achenio). Il tipo più semplice di frutto secco indeiscente è l'achenio. Gli altri possono essere considerati modificazioni di acheni: la sàmara, presente in molte angiosperme arboree come frassini e olmi, è un achenio con pericarpo espanso in un'ala che facilita la dispersione ad opera del vento; la cariosside (frutto delle graminacee) è un achenio con pericarpo saldato ai tegumenti del seme. Alcuni ovari pluricarpellari si suddividono a maturità in porzioni contenenti un solo seme, ciascuna con l'aspetto di un singolo frutto secco indeiscente (schizocarpi): così la disàmara degli aceri che si divide in due sàmare, il tetrachenio delle labiate che si separa in quattro acheni, ed altri. I frutti secchi deiscenti contengono in genere più semi e a maturità si aprono per consentire a ciascun seme di diffondersi autonomamente. Comprendono il follicolo (elleboro, oleandro), che si apre lungo una sola linea di deiscenza; il legume (pisello, robinia), che deriva da un gineceo monocarpellare e a maturità si apre lungo due linee, corrispondenti alla nervatura centrale e alla linea di sutura dei margini del macrosporofillo; la siliqua (senape, rapa), che deriva da un ovario bicarpellare sincarpico e si apre in due valve che lasciano sul peduncolo fiorale un setto su cui sono portati i semi; la capsula (iris, paulownia), che deriva da ovari pluricarpellari sincarpici e contiene in genere numerosi semi. Le capsule possono aprirsi con modalità diverse (per setti, pori, coperchi) e tipi particolari di capsule sono indicati con nomi particolari: ad esempio il treto del papavero, tipo di capsula che libera i semi attraverso pori apicali. Da ginecei pluricarpellari apocarpici si possono originare frutti composti (detti anche frutti aggregati), come nel caso della mora di rovo o del lampone; da infiorescenze derivano invece le infruttescenze (o frutti multipli) dell'ananas o del gelso, dove gli ovari dei diversi fiori che compongono l'infiorescenza si saldano fra loro a formare un'unica struttura. Vengono considerati falsi frutti (o frutti accessori) quelli in cui la parte carnosa non è data dalla trasformazione delle pareti dell'ovario, ma da altri organi: nella fragola la porzione rossa e zuccherina deriva dall'ingrossamento del ricettacolo su cui erano inseriti i numerosi carpelli monospermi che a maturità si trasformano negli acheni disseminati sulla superficie della fragola; nel pomo (mela, pera) che deriva da ovario infero, le pareti dell'ovario corrispondono grosso modo al torsolo, mentre la parte carnosa deriva dall'ingrossamento dei tessuti dell'ipanzio .
La dispersione può avvenire ad opera di vari agenti e può interessare i singoli semi, i frutti, o entrambi: gli animali trasportano a distanza frutti o semi delle specie zoocore, che vengono ingeriti e poi espulsi successivamente o aderiscono al vello tramite aculei o altre strutture; il vento è l'agente di dispersione delle angiosperme anemocore, che hanno frutti o semi leggeri, muniti di ali o altre appendici che facilitino il volo, come il pappo degli acheni delle composite o le brattee dei tigli; molte angiosperme di ambiente acquatico sono idrocore, cioè si servono dell'acqua per la dispersione e hanno semi o frutti adattati al galleggiamento e alla sopravvivenza in ambiente acquatico, come la palma da cocco. Poche specie autocore provvedono autonomamente alla dispersione, come il cocomero asinino (Ecballium elaterium), una cucurbitacea i cui frutti a maturità si aprono con violenza al minimo urto espellendo i semi, o numerose crucifere del genere Cardamine, le cui silique si aprono a scatto lanciando i semi a distanza. Semi o frutti privi di particolari adattamenti per la dispersione si allontanano dalla pianta madre semplicemente grazie all'azione della forza di gravità (specie barocore). Spesso più strategie di dispersione sono presenti contemporaneamente nei frutti o semi di una stessa specie.
La propagazione vegetativa spontanea è molto diffusa nei diversi gruppi di angiosperme. Il fondamento biologico della propagazione vegetativa sta nella proprietà delle cellule vegetali di mantenersi totipotenti non solo nella linea germinativa, ma anche in quella somatica, tanto che in opportune condizioni cellule di tessuti già differenziati possono essere indotte a sdifferenziarsi e tornare allo stato di tessuti meristematici. In questo modo, in condizioni favorevoli da tessuti di fusti possono svilupparsi radici avventizie. In natura si possono formare talee spontanee come adattamento a particolari condizioni ambientali, ad esempio in piante che crescono lungo corsi d’acqua (salici, oleandro). Molto diffusa tra le piante erbacee perenni è la propagazione per frammentazione di fusti modificati come stoloni, fusti rizomatosi, rizomi, tuberi, bulbi, ecc. È questo il mezzo di diffusione di molte infestanti (gramigna), che si avvantaggiano delle lavorazioni del terreno che frammentano i loro fusti sotterranei. Molte angiosperme arboree sono in grado di emettere polloni dalla ceppaia in seguito al taglio, all’incendio o al morso di animali. Questa capacità viene sfruttata dall'uomo nel governo a ceduo dei boschi. Alcune angiosperme arboree particolarmente invadenti come la robinia e l'ailanto emettono polloni anche dalle radici.
In genere le piante capaci di propagazione vegetativa mantengono anche la capacità di riprodursi per seme. La propagazione vegetativa consente alla pianta una rapida diffusione in un ambiente uniforme, ma può risultare svantaggiosa in caso di cambiamento delle condizioni ambientali; la riproduzione sessuale interviene a fornire nuovi genomi che possono rivelarsi più adatti alle condizioni mutate.
La propagazione vegetativa è da sempre utilizzata dall’uomo per mantenere inalterate nella discendenza le caratteristiche (organolettiche, morfologiche, di produttività, di resistenza) di molte cultivar di interesse economico (cloni) e per ottenere in breve tempo molti individui già con caratteri adulti. Le tecniche di moltiplicazione più usate dall’uomo sono la talea, l’innesto e la propaggine e possono prevedere l’utilizzo di sostanze stimolanti (fitormoni del tipo delle auxine) e/o di particolari condizioni ambientali, come le serre di nebulizzazione. Attualmente vengono utilizzate comunemente anche le tecniche di propagazione in vitro, che consentono di ottenere moltissime piantine in breve tempo a partire da pochissimo materiale. La tecnica prevede la coltura in ambiente sterile su mezzo nutritivo di frammenti di tessuti che vengono trattati con fitormoni: cambiando il rapporto citochinine/auxine viene stimolata dapprima la formazione di un tessuto indifferenziato (callo), poi l’insorgenza di germogli avventizi e infine di radici.
La sistematica delle Angiosperme
Secondo una visione tradizionale della sistematica basata essenzialmente sui caratteri morfologici, le angiosperme venivano divise nelle due classi delle monocotiledoni (Liliopsida) e dicotiledoni (Magnoliopsida). All’interno di queste ultime, venivano individuate in passato un piccolo numero di sottoclassi sulla base delle caratteristiche del perianzio: piante con fiori privi sia di calice che di corolla oppure provvisti di un solo verticillo; piante a fiori con corolla dialipetala; piante a fiori con petali fusi in corolla gamopetala. Tra queste sottoclassi veniva individuata una linea evolutiva che andava dal perianzio ridotto o assente, alla corolla a elementi liberi, a quella gamopetala. Sulla base di un’impostazione sistematica di questo tipo, tutte le angiosperme della flora mondiale vennero inquadrate dal sistematico tedesco Engler in uno schema tassonomico molto articolato che arrivava fino al rango di genere (Engler & Prantl Die Natürlichen Pflanzenfamilien, 1887-1915). Partendo dall’ordinamento di Engler, famiglie e generi sono stati ordinati in una sequenza sistematica su presunte basi filogenetiche, dal genere ritenuto meno evoluto a quello ritenuto più evoluto. Schematizzando molto, nelle dicotiledoni si andava dalle cosiddette amentifere – piante arboree con fiori anemogami a perianzio nullo o ridotto riuniti in amenti di famiglie come Salicaceae, Betulaceae, Fagaceae – fino alle più complesse composite (Asteraceae), con fiori a corolla gamopetala riuniti in infiorescenze specializzate a capolino. Nelle monocotiledoni, da famiglie con fiori regolari come Alismataceae, Juncaceae, Liliaceae, alle Orchidaceae con fiori irregolari complessi.
Questa impostazione sistematica ha goduto a lungo di un vasto seguito in gran parte d’Europa. Sequenze di famiglie e generi basate su un simile schema di riferimento sono tuttora alla base dell’ordinamento seguito in flore autorevoli anche recenti (Flora Europaea, Flora d’Italia di Pignatti) e nelle collezioni di molti erbari.
Tuttavia, indagini sistematiche condotte nell’ultimo mezzo secolo utilizzando altri dati oltre a quelli morfologici (dati anatomici, cromosomici e biosistematici in genere, dati biochimici) hanno messo in luce legami filogenetici e linee evolutive molto diversi da quelli ipotizzati da Engler e in particolare si è riconosciuto il carattere in genere derivato dei fiori anemofili rispetto a quelli entomofili. Sulla base di queste nuove conoscenze sono stati proposti vari schemi di classificazione delle piante a fiore di impostazione più rigorosamente filogenetica, in molte delle quali scompare la stessa distinzione tra monocotiledoni e dicotiledoni.
Tra questi, uno dei più accettati è stato a lungo quello di Arthur Cronquist (in seguito integrato e modificato da altri autori), in cui le angiosperme più primitive non sono più ritenute le amentifere, ma quelle a fiori con elementi numerosi disposti a spirale, del tipo delle Magnoliaceae, Nymphaeaceae, Ranunculaceae, ecc. In questo schema, le piante a fiore sono divise in una decina di sottoclassi, il cui numero e la cui delimitazione hanno subìto via via numerose modifiche, col progredire delle conoscenze.
Fig. 5 – Una classificazione delle Magnoliophyta in 11 sottoclassi, basata sul sistema di Cronquist (modificato da Gerola, Biologia e diversità dei vegetali Ed. UTET, 1995).
La classificazione di Cronquist è stata accettata da molti autori nei decenni passati, ma attualmente è ritenuta anch’essa superata sulla base delle nuove conoscenze derivate dall’analisi e confronto del DNA dei diversi taxa, attraverso la quale diventa possibile ricostruire direttamente almeno in parte i legami filogenetici tra i diversi taxa. Questo tipo di indagini è sfociato in un nuovo approccio strumentale alla sistematica (sistematica molecolare), che ha portato a dare negli ultimi decenni nuovo impulso agli studi sulla filogenesi e conseguentemente sulla tassonomia delle angiosperme. Le indagini sistematiche sulle Magnoliophyta conoscono attualmente un momento di grande floridità, col risultato che nuovi schemi tassonomici vengono proposti si può dire ogni anno.
Al momento, nessuno di questi ha trovato l’accordo della maggioranza degli studiosi ed è accettato come risolutivo, tanto che in alcuni testi recenti le angiosperme vengono inquadrate in generi, famiglie, ordini, ma al di sopra di questo rango sono riunite in gruppi provvisori senza valore tassonomico.
In particolare, è stata messa fortemente in discussione la tradizionale distinzione delle angiosperme nelle due classi delle monocotiledoni e delle dicotiledoni, secondo le regole della nomenclatura botanica meglio denominate come classi Liliopsida e Magnoliopsida. Inizialmente si è ritenuto che la separazione tra le due classi fosse avvenuta molto precocemente, dal momento che tra i resti fossili del Cretaceo si possono riconoscere già forme attribuibili all’una o all’altra e che alcune famiglie di angiosperme viventi che hanno conservato caratteri di maggiore primitività appaiono difficilmente inquadrabili tra le dicotiledoni o le monocotiledoni. I dati più recenti sembrerebbero invece dimostrare che solo le monocotiledoni costituiscono un gruppo monofiletico, derivano cioè tutte da un unico antenato comune, mentre le dicotiledoni comprenderebbero almeno due gruppi a origine indipendente:
- il grande gruppo delle “vere dicotiledoni” (o eu-dicotiledoni), caratterizzate da avere polline con tre solchi (tricolpato). Questo gruppo comprende la maggior parte delle famiglie tradizionalmente inquadrate nelle dicotiledoni;
- un gruppo molto più piccolo che include le famiglie che hanno mantenuto caratteri più primitivi.
Questo secondo gruppo, che corrisponde grosso modo alla sottoclasse Magnoliidae della classificazione di Cronquist, può essere ulteriormente suddiviso in due:
famiglie a portamento legnoso con foglie più o meno coriacee, come le Magnoliaceae (gruppo delle “Magnoliidi arboree”);
famiglie erbacee a foglie sottili, come le Nymphaeaceae e le Aristolochiaceae, con caratteristiche in parte simili a quelle delle monocotiledoni, di cui rappresenterebbero il gruppo ancestrale (“Paleoerbe non monocotiledoni”). Si tratta di un gruppo abbastanza eterogeneo.
Fig. 6 – Classificazione delle angiosperme su base filogenetica (ridotto e modificato da Judd, Campbell, Kellogg, Stevens Botanica sistematica Ed. Piccin, 2002).
Tuttavia, per una sistematica elementare a carattere applicativo, la distinzione in monocotiledoni e dicotiledoni appare ancora utile e ad essa verrà fatto riferimento anche nella trattazione delle principali famiglie di interesse applicativo ed ecologico che è riportata più avanti.
TERMINI GIUSTI AL POSTO GIUSTO
Nella angiosperme:
- il microsporangio si chiama sacca pollinica. Quattro sacche polliniche formano l'antera degli stami.
- il microsporofillo si chiama stame, costituito da un filamento sterile che porta un'antera fertile (insieme di quattro microsporangi).
- il microgametofito (gametofito maschile) è formato da tre cellule (una cellula vegetativa e due gameti) e è racchiuso dalla parete della microspora a formare il granulo pollinico.
- l'anteridio (gametangio maschile) è scomparso, viste le dimensioni ridotte del gametofito.
- il macrosporangio si chiama nucella dell'ovulo. Uno o più ovuli (macrosporangi rivestiti da tegumenti) sono racchiusi nell'ovario.
- il macrosporofillo si chiama carpello. Un carpello o più carpelli uniti formano il pistillo: ovario e stimma collegati da uno stilo che può mancare.
- il macrogametofito (gametofito femminile) si chiama sacco embrionale. Nel caso più comune è formato da sette cellule e otto nuclei: oosfera, due sinergidi, tre antipodi, due nuclei polari.
- l'archegonio (gametangio femminile) è scomparso. Alcuni interpretano le due cellule sinergidi come un residuo del collo dell'archegonio (ancora presente nelle gimnosperme).
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Seguendo il filo dell’evoluzione – 6: uno sguardo d’insieme sulla riproduzione sessuale nelle piante terrestri
Tutte le piante terrestri (embriofite) sono oogame. L’oosfera si sviluppa all’interno di un gametangio femminile (archegonio) circondato da uno strato di cellule sterili, e non semplicemente avvolto dalla parete cellulare come avviene nelle alghe.
Nel corso dell’evoluzione delle piante terrestri, l’archegonio va incontro ad un processo di progressiva riduzione, fino a scomparire nelle angiosperme, dove le due cellule sinergidi ne rappresentano a parere di molti le ultime vestigia. In tutte le embriofite, nelle prime fasi di accrescimento dopo la formazione dello zigote (embrione), lo sporofito è parassita del gametofito.
Questa dipendenza è completa e dura praticamente per l’intera durata di vita dello sporofito nelle briofite, dove lo sporofito svolge una limitatissima attività fotosintetica e affonda la sua parte basale nei tessuti del gametofito, da cui trae nutrimento. Solo in alcune briofite molto specializzate (Anthoceros) lo sporofito ha durata di vita pluriennale, arriva a contatto diretto con il terreno per mezzo di un piede e sembra assumere una certa capacità di vita autotrofa autonoma.
Nei gruppi di piante più evoluti, lo sporofito è la generazione dominante, diventa perenne e la sua dipendenza trofica dal gametofito diventa temporanea, dal momento che si affranca dal gametofito in una fase sempre più precoce del suo sviluppo. Parallelamente, si assiste alla riduzione dell’entità e della durata di vita del gametofito.
Nelle pteridofite, il gametofito (protallo) è ancora capace di vita autonoma e nutre il nuovo sporofito fino a che questo non si rende autonomo sia per l’assorbimento dell’acqua dal terreno che per la fotosintesi. A questo punto, il gametofito ha esaurito il suo compito e di regola muore. Eppure, nonostante il ribaltamento dei ruoli fra le due generazioni rispetto alle briofite e il miglior adattamento dello sporofito alla vita in ambiente terrestre grazie alla comparsa dei tessuti vascolari, le pteridofite non riescono ad emanciparsi del tutto dall’acqua e la loro diffusione rimane confinata ad ambienti umidi. Questo a causa di alcuni aspetti del loro ciclo riproduttivo che condividono con le briofite:
- l’acqua - anche se in piccola quantità - è ancora necessaria al momento della gamia, perché consente ai gameti maschili flagellati di sopravvivere fuori dell’anteridio e di nuotare per breve tratto fino agli archegoni, dove si trovano i gameti femminili immobili.
- l’organo di diffusione è ancora la meiospora, obbligata a germinare dove esistono le condizioni di umidità necessarie per la crescita del gametofito. Lo sporofito nasce nell’archegonio e per tutta la durata della sua vita sarà condannato a vegetare là dove si era sviluppato il gametofito. Pur essendo la generazione meno sviluppata e dalla vita più breve, è il gametofito che “sceglie” dove crescerà la nuova pianta, e non lo sporofito, che pure dispone di adattamenti che consentono la vita anche al di fuori dell’ambiente umido (radici, tessuti di conduzione).
Entrambi questi limiti vengono definitivamente superati nelle spermatofite (piante a seme), le prime in grado di colonizzare anche ambienti aridi:
- con la comparsa dell’ovulo e del granulo pollinico, l’oosfera raggiunge la massima protezione e inoltre nessuno dei due gameti viene più liberato all’esterno. Il gametofito maschile viene trasportato in vicinanza di quello femminile dal granulo pollinico e attraverso il tubetto il gamete maschile può raggiungere e fecondare quello femminile senza mai essere esposto all’aria. L’ambiente umido necessario all’incontro dei gameti viene ricreato all’interno dei tessuti della pianta. Il mare in cui nuotano e si incontrano i gameti degli organismi acquatici si riduce nelle piante terrestri dapprima a un velo di rugiada (briofite, pteridofite), poi alla microscopica quantità di liquido contenuto nella camera archegoniale (Cycadopsida, Gynkgoopsida), per scomparire definitivamente, insieme ai flagelli dei gameti maschili, nelle gimnosperme più evolute e nelle angiosperme.
- l’organo di diffusione è il seme, giovane sporofito quiescente fornito di tessuti di riserva e protetto da tegumenti. Sarà questo a “scegliere” il luogo e l’ambiente dove crescerà la nuova pianta, al di fuori di ogni condizionamento da parte del gametofito. Inoltre il seme, organo pluricellulare con tessuti differenziati, potrà sviluppare strutture che facilitino e rendano più efficiente la diffusione (ali, ecc.).
Nelle angiosperme, i processi riproduttivi raggiungono il massimo livello di perfezionamento e di efficienza nel mondo vegetale, grazie a due fondamentali innovazioni premiate dalla selezione: il carpello e il fiore.
Il carpello presenta una serie di notevoli vantaggi evolutivi:
- ulteriore protezione del gametofito femminile dal pericolo di disseccamento e di danneggiamenti;
- possibilità di aumentare il periodo di ricettività del polline, senza rischio di disseccamento per l’ovulo;
- grazie all’allontanamento della superficie recettiva dall’oosfera, possibilità per la pianta di mettere in atto meccanismi di incompatibilità sul percorso più lungo del tubetto pollinico, arrivando in definitiva a scegliere il gamete maschile più “gradito” per la fecondazione;
- possibilità di contribuire attivamente alla dispersione del seme, con la trasformazione del carpello in frutto dopo la fecondazione e le relative modificazioni in funzione dell’agente della dispersione (frutti carnosi ingeriti dagli animali, frutti alati portati dal vento, ecc.).
Nel fiore gli organi e le strutture riproduttive sono organizzati in un complesso estremamente specializzato che garantisce la massima protezione ai gametofiti e la massima efficienza nella selezione e nell’incontro dei gameti.
Nelle piante a fiore raggiunge dunque la massima espressione quella tendenza evolutiva verso il perfezionamento dei meccanismi riproduttivi che è alla base della possibilità di insorgenza di nuove forme e nuove funzioni da sottoporre al vaglio della selezione. È proprio grazie a questo che tra le angiosperme si è potuta evolvere quell’enorme varietà morfologica e fisiologica che ha loro consentito di diffondersi e diventare il gruppo di vegetali attualmente dominante in quasi tutti gli ambienti terrestri.
& Sui testi:
RAVEN, EVERT, EICHHORN
Cap. 21 Introduzione alle angiosperme (p. 509-528)
Cap. 22 Evoluzione delle angiosperme (p. 529-565)
Cap. 23 Prime fasi di sviluppo della pianta (p. 570-583)
Cap. 25 La radice
generalità, gli apparati radicali (p. 603-607)
Cap. 26 Il germoglio
Le foglie sono disposte... Morfologia della foglia (p. 641-642)
Modificazioni del fusto ... (p. 658-661)
CRONQUIST:
Cap. 23 Introduzione alle Angiosperme (p. 349-350)
Cap. 24 Angiosperme: fusti
Evoluzione dei tipi di fusti, Fusti modificati, Riproduzione indotta (p. 375-381)
Cap. 25 Angiosperme: radici
Posizione, funzioni, tipi (p. 383-385)
Radici modificate (p. 394-399)
Cap. 26 Angiosperme: foglie
Struttura esterna (p. 401-407)
Foglie specializzate (p. 412-414)
Cap. 27 Angiosperme: rapporti con l’acqua
Idrofite, mesofite, xerofite (p. 427-430)
Cap. 31 Angiosperme: fiori
Introduzione, differenziazione (p. 484)
Struttura dei fiori: organi, tipi di fiori, infiorescenze (p. 488-490, 491-494)
Riproduzione (p. 494-503)
Cap. 32 Angiosperme: frutti, semi e plantule
Frutti, dispersione semi, struttura seme (p. 507-513)
Cap. 34 Angiosperme: classificazione
Introduzione, Principi, Dicotiledoni e Monocotil., Cenni storici, Tendenze evolutive (p. 546-555)
Cap. 35 Angiosperme: importanza economica
(E’ consigliata la lettura del capitolo)
Cap. 38 L’evoluzione
Storia, Alcuni concetti, Differenziazione: ruolo dell’isolamento (p. 622-627)
Vita primitiva, Alghe (introduzione), Funghi, Embriofite (p. 629-630, 632-638)
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Seguendo il filo dell’evoluzione – 7: Da erba a albero e ritorno.
Le prime piante terrestri furono erbe. La pressione selettiva portò successivamente nelle pteridofite all’evoluzione della forma arborea (con relativo accrescimento secondario), che garantiva una migliore dispersione delle spore e consentiva di sfuggire all’ombreggiamento delle altre piante.
Anche le prime spermatofite o piante a seme furono alberi (pteridosperme) e arrivarono ad imporsi sulle contemporanee pteridofite arboree grazie alla maggiore efficienza dei processi riproduttivi legati alla comparsa dell’ovulo e del tubetto pollinico. Forme arboree di pteridofite (soprattutto licopodi) e in minor misura di gimnosperme dominarono la vegetazione del Carbonifero e della prima parte del Mesozoico (fino al Giurassico).
Nelle gimnosperme, che sono le spermatofite meno evolute, il legno secondario è di tipo omoxilo, formato cioè da elementi (tracheidi) a lume relativamente sottile che svolgono funzioni sia di conduzione che di sostegno. Questa doppia funzionalità delle tracheidi va però a scapito dell’efficienza nella conduzione e questo è uno dei motivi dell’aspetto più o meno xerofilo comune praticamente a tutte le gimnosperme. Molto più efficiente e versatile si rivelerà il legno eteroxilo delle angiosperme, dove i compiti di conduzione e di sostegno sono distribuiti tra i vari elementi costituenti (fibre, fibrotracheidi, tracheidi, trachee). Per la conduzione si dimostrano particolarmente efficaci le trachee, a lume ampio e prive di pareti trasversali. Bisogna tenere presente che il volume di liquido condotto aumenta con la quarta potenza del raggio del conduttore, il che significa che anche un piccolo aumento del lume cellulare degli elementi conduttori del legno porta ad un enorme aumento del volume di acqua trasportato: raddoppiando il raggio, il flusso si moltiplica per 16 volte; quadruplicando il raggio, per 256 volte. Questa efficienza di conduzione del legno eteroxilo rispetto al legno omoxilo è uno degli elementi che contribuirà all’affermazione delle angiosperme sulla terra.
Probabilmente, anche le prime angiosperme furono arboree, anche se secondo alcuni paleobotanici la maggior parte delle linee filetiche delle antiche angiosperme comprendono sia specie erbacee che legnose. Con una certa approssimazione si può dire che fino alla loro comparsa il cammino dell’evoluzione delle piante terrestri sia andato costantemente nella direzione di una sempre maggiore altezza e longevità dei singoli individui. È nell’ambito delle angiosperme che la tendenza cambia e si assiste ad un ritorno secondario verso l’abito erbaceo e addirittura verso le piante a ciclo di vita annuale.
Piccolo è bello: i vantaggi dell’abito erbaceo e del ciclo vitale breve.
Che una pianta alta e longeva possa avere dei vantaggi rispetto a una pianta erbacea è intuitivo: ogni anno vincendo la concorrenza delle piante più basse manda più lontano i suoi elementi di propagazione (spore nelle pteridofite, semi nelle spermatofite) a colonizzare nuovi spazi; inoltre riesce a intercettare la luce a discapito di chi rimane negli strati inferiori ombreggiati.
Più difficile è capire perché a un certo punto si sia rivelato vantaggioso il ritorno alle piccole dimensioni legate a un ciclo di vita breve. Eppure bisogna considerare che:
- un albero impiega anni a raggiungere l’età riproduttiva. In tutto questo tempo non produce nuovi individui, cioè nuove combinazioni geniche che possano essere sperimentati dall’evoluzione. E ci sono molte possibilità che muoia prima di arrivare all’età riproduttiva e alle dimensioni definitive. Una pianta erbacea invece comincia a produrre semi fin dal primo anno, o dopo soli pochi anni di vita vegetativa.
- anche quando è adulto e produce semi ogni anno, un albero dà una progenie che deriva sempre dallo stesso materiale genetico di partenza (lo sporofito genitore), quindi con ridotte possibilità di variazioni rispetto a questo e agli individui “fratelli”. In una pianta erbacea a ciclo breve, dopo qualche anno di produzione di semi (un solo anno nel caso estremo delle annuali), la pianta muore e viene sostituita da discendenti che hanno patrimonio genetico variato. Le generazioni si susseguono quindi molto più velocemente, con una possibilità enormemente più grande di comparsa di nuovi caratteri e in definitiva di evoluzione di nuove forme che si possono rivelare più adatte all’ambiente o a colonizzarne di nuovi.
Se dunque la longevità è un vantaggio per il singolo individuo, non lo è ai fini dell’evoluzione della specie (o più in generale del gruppo) di cui quell’individuo fa parte. Ecco un altro vantaggio evolutivo delle angiosperme: nei gruppi che comprendono rappresentanti a ciclo vitale breve, si sono potute evolvere forme e funzioni adatte agli ambienti più diversi in un tempo relativamente rapido. Basta considerare come appare limitata la varietà morfologica e ambientale presente in una famiglia di gimnosperme arboree come le Pinaceae se la si confronta con quella di angiosperme erbacee come le Poaceae (o Gramineae), diffuse a tutte le latitudini e nei più diversi ambienti: praterie, steppe, savane, sottobosco di foreste dei più diversi tipi, ambienti antropizzati, ecc. Nessuna famiglia di gimnosperme presenta un grado di diversità paragonabile.
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L’anatomia e la fisiologia delle piante a fiore sono affrontati nel corso di Biologia vegetale. Le caratteristiche morfologiche degli organi vegetativi (radici, fusti, foglie) e riproduttivi (fiori, frutti) vengono considerate nelle esercitazioni del modulo di Botanica sistematica e per il loro approfondimento si rimanda alla relativa Guida alla descrizione. Le caratteristiche vegetative e l’interesse economico ed ecologico delle angiosperme arboree di interesse forestale vengono trattate nel modulo di Botanica forestale.
Anche se il termine fiore viene a volte usato per analogia in riferimento alle strutture riproduttive delle gimnosperme, è più corretto riservarne l’uso solo per le angiosperme.
Nel testo di Raven, Evert & Eichhorn, l'endosperma secondario delle angiosperme è sempre indicato per errore come 'endosperma primario'. Nello stesso testo, a pag. 520 (fine della prima colonna) è scritto per errore gimnosperme anziché angiosperme; a pag. 524 (prima colonna) è scritto angiosperme anziché gimnosperme.
Fine articolo
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