Commercio equo solidale
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IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE



Realizzata da
Chiara Pierfederici
Francesca Romana Borgia
“Al Nord bisogna impegnare i cittadini a stare attenti ai propri consumi e offrire quei prodotti che incontrano le esigenze e i gusti dei compratori,a prezzi non superiori a quelli dei prodotti del mercato normale.Al Sud bisogna creare isole sempre più ampie di produttori in cooperativa il cui lavoro sia pagato il giusto e consentire una vita decorosa” (Rodrigo Andreas Rivas,economista cileno).
UN PO’ DI STORIA…
Nel 1964, per la prima volta, all'inizio della conferenza UNCTAD di Ginevra, fu lanciato lo slogan "Trade not aid", per sintetizzare il nuovo orientamento strategico delle politiche di sviluppo, volte, cioè, a favorire un maggior equilibrio nella distribuzione della ricchezza mondiale, tramite il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi economicamente meno sviluppati (PEMS). Fino a quel momento le nazioni industrialmente sviluppate avevano essenzialmente evaso il problema dell'accesso al mercato dei PEMS, preferendo offrire a questi paesi prestiti ed aiuti allo sviluppo.
Nel 1968, la conferenza si concluse osservando che "Commercio, non aiuti" sarebbe stato il metodo migliore di cooperazione allo sviluppo, ma le raccomandazioni di quest'organismo delle Nazioni Unite rimasero inascoltate per mancanza di volontà politica. In quel momento storico, in Olanda, alcuni gruppi attenti alle tematiche dello sviluppo, Cane Sugar Groups, avevano cominciato a manifestare degli obiettivi politici, attraverso la vendita dello zucchero di canna: "Comprando lo zucchero di canna, puoi aumentare la pressione sui governi dei paesi ricchi perché anche i paesi poveri abbiano un posto al sole della prosperità". L'evoluzione e lo sviluppo di questi gruppi portarono alle prime Botteghe del Mondo che vendevano, oltre alla canna da zucchero, anche artigianato importato, a quell'epoca, da SOS Wereldhandel. Questa organizzazione (poi divenuta Fair Trade Organisatie, secondo importatore europeo per volume d'affari dopo GEPA in Germania), importava già da alcuni anni prodotti da paesi in via di sviluppo. Fondata da diversi gruppi missionari cattolici olandesi, aveva cominciato le proprie attività con una campagna per portare latte in polvere in Sicilia (non dimentichiamoci che l'Italia era un paese in via di sviluppo). L'idea base di questa organizzazione era di raccogliere fondi e dare assistenza finanziaria a gruppi di produttori in aree economicamente svantaggiate, aiutando questi gruppi a divenire economicamente indipendenti.
Questo aiuto finanziario portò alla creazione di laboratori di produzione artigianale in vari paesi di quello che, a quel tempo, era chiamato "Terzo Mondo". Tuttavia, ben presto si pose il problema della commercializzazione di tali prodotti, molto ridotta nel mercato locale. SOS Wereldhandel cominciò, così, ad importare tali prodotti in Olanda, vendendoli attraverso gruppi di solidarietà ed attraverso le prime Botteghe del Mondo.
Questo periodo, fine degli anni 60, vede lo svilupparsi delle prime idee di quello che poi sarà chiamato "Fair Trade", tradotto in Italia come "Commercio Equo e Solidale". OXFAM, ONG inglese fondata da un gruppo di quaccheri e da altri gruppi religiosi ad Oxford, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, aveva cominciato ad interessarsi al problema della fame nel mondo, avviando progetti di cooperazione nei PEMS. Ben presto i cooperanti in questi paesi, si resero conto che una delle necessità di base di queste popolazioni era trovare un mercato per i propri prodotti. Comprare questi prodotti, favorendo occupazione a livello locale, e rivenderli nel Regno Unito, era una forma di cooperazione molto più rispettosa delle popolazioni locali, rispetto alla "charity" classica. Le popolazioni svantaggiate nei PEMS non erano più "mendicanti" bisognosi di elemosine, ma partner commerciali che ricevevano un giusto prezzo per le loro produzioni.
Nel 1965 OXFAM lanciò il programma "Bridgehead", con il quale cominciò l'importazione di artigianato da Africa, Asia ed America Latina. "Bridgehead" divenne ben presto un'ATO (Alternative Trade Organisation) la cui missione era legare contadini ed artigiani nel "Terzo Mondo" con i consumatori del "Primo Mondo". Agli inizi degli anni 70 si assiste ad un primo sviluppo europeo del Commercio Equo. In Olanda ben presto furono aperte 120 Botteghe del Mondo, ATOs nacquero in altri Paesi, Belgio, Germania, Svizzera, Austria, Francia, Svezia. Inizialmente si trattava di ONG o di imprese private che importavano prodotti dal Sud del Mondo per rivenderli in Europa attraverso le Botteghe del Mondo (che allora si chiamavano anche Third World Shops), per posta, nelle fiere, nei mercatini missionari.
La fase politico-ideologica
Fra il 1974 e 1975, ci fu una fase di collegamento delle idee di Commercio Equo a quelle dei vari movimenti terzomondisti, antinucleari, ambientalisti, femministi, presenti all'epoca ed al movimento sindacale. Tutti basati su di una visione alternativa della società nazionale ed internazionale. A partire dal 1977 i prodotti vennero acquistati non solo dai piccoli produttori, ma anche da produzioni nazionalizzate dei paesi socialisti, come la Tanzania, per esempio. La parola "solidarietà" fu affiancata a "Fair Trade" ed usata spesso nella comunicazione fatta dalle ATOs. Nonostante quest'avvicinamento ideologico con i movimenti alternativi dell'epoca, il Commercio Equo rimase sempre basato sull'idea commerciale ed indipendente dai partiti politici.
È di questa fase l'importazione di prodotti legati ad un messaggio politico o di solidarietà internazionale: caffè del Nicaragua e dalla Tanzania (governi socialisti) o dai Paesi dell'African Frontline, come sostegno alla lotta anti-apartheid. In particolare il caffè del Nicaragua divenne un prodotto simbolo: rappresentava il sostegno alla rivoluzione Sandinista, vista come un genuino sviluppo di un'alternativa politico-economica, ed il rifiuto-denuncia della politica imperialistica degli Stati Uniti, concretizzatasi, nel caso specifico, nell'embargo e nell'addestramento e sostegno alla contro-rivoluzione (Contras).
Tale impostazione rimarrà per lungo tempo nel movimento di Commercio Equo, tanto da marcare anche l'inizio di questo movimento in Italia (le confezioni di caffè del Nicaragua importato da CTM, contenevano, fino al 1991, un esplicito sostegno alla rivoluzione Sandinista).
La fase commerciale
Agli inizi degli anni’80, il quadro internazionale muta nuovamente. Nel 1973 i cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo, avevano chiesto un Nuovo Ordine Economico Internazionale (NOEI) che, attraverso una fase di ristrutturazione delle relazioni economiche internazionali, portasse ad un miglioramento delle condizioni di vita nel Sud del Mondo. Come risposta a questa esigenza e di fronte al fallimento delle politiche di aiuto allo sviluppo seguite fino a quel momento, inizia una fase di "contro-rivoluzione" liberista, sotto forma di politiche di aggiustamento strutturale che prevedevano la fine dell'aiuto allo sviluppo "classico" (donazioni). I grandi organismi finanziari internazionali, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, sotto la spinta delle imprese multinazionali, cominciano a condizionare gli aiuti ad un riaggiustamento, in senso liberista, delle politiche economiche e sociali di un paese. Comincia, inoltre, a delinearsi un'opposizione al sistema di accordi internazionali sulle tariffe dei beni commerciali, fino a allora essenzialmente protezionisti. Il protezionismo e le tariffe preferenziali vengono viste, dagli economisti più in voga, come ostacoli allo sviluppo, e quindi da abolire. La strategia neoliberista ha i suoi alfieri in Ronald Reagan, Margaret Thacher, Augusto Pinochet, o meglio, nei loro consiglieri economici.
La conseguenza di queste politiche fu che, quando i prezzi delle materie prime, incluso quelle alimentari, crollarono agli inizi degli anni’80, i risultati furono disastrosi per i piccoli produttori dei PEMS. Molti di questi, infatti, dipendevano da un solo prodotto, per esempio cacao, caffè o zucchero, conseguenza delle politiche nazionali di incentivo alla produzione di beni esportabili. La caduta dei prezzi portò ad un aumento della povertà e del divario fra paesi economicamente ricchi e paesi economicamente poveri, tanto che, alla fine del decennio, il numero di Paesi cosiddetti in Via di Sviluppo era aumentato, anziché diminuito, così come il numero di persone al di sotto della soglia di povertà fissata dalla Nazioni Unite.
I produttori di questi paesi necessitavano, disperatamente, di prezzi equi per i loro prodotti, di relazioni a lungo termine, di investimenti, di nuovi mercati. Le ATOs tradizionali non erano più in grado di assorbire una domanda crescente e si rendeva necessario il coinvolgimento del settore commerciale tradizionale nelle pratiche etiche. Verso la fine degli anni 80 ed agli inizi del 90, nasce, quindi, una seconda generazione di ATOs, sotto forma di Organizzazioni di Marchio di Garanzia, come Max Havelaar in Olanda (1988), o di imprese commerciali profit specificamente dedicate al commercio equo, come Cafédirect nel regno Unito (1992). È di questi anni anche il radicamento del Commercio Equo in Italia e Spagna, anche se, ancora, sotto forma di ATOs tradizionali. Sempre in questo periodo, nascono i primi coordinamenti internazionali di Commercio Equo: nel 1988, IFAT (International Federation of Alternative Trade) che raggruppa ATOs di importazione e di produzione/esportazione; nel 1990 EFTA (European Fair Trade Association).
L'idea alla base delle nuove iniziative era di cominciare a rivolgersi ad un pubblico più vasto del "pubblico militante" degli anni 70-80. Raggiungere il consumatore nei suoi luoghi di acquisto, piuttosto che "costringerlo" a cercare una Bottega del Mondo, spesso decentrata e poco visibile. È in questa fase che comincia a delinearsi anche un nuovo tipo di comunicazione al pubblico, basato sul concetto di salario giusto pagato ai produttori, di miglioramento delle condizioni di lavoro, di promozione dell'autosviluppo, di promozione dei diritti dei lavoratori. Questi criteri erano stati elaborati già nelle fasi precedenti, ma, fino a quel momento, non esplicitati. Si cominciano, quindi ad intravedere le linee di tendenza del movimento del Commercio Equo negli ultimi anni.
A partire dal 1992-1993, cominciano anche a svilupparsi progetti di assistenza ai produttori in senso commerciale: design dei prodotti artigianali, miglioramento delle proprietà organolettiche per gli alimentari, microcredito, studio di nuovi prodotti, uso di prodotti alimentari di base per prodotti trasformati in Europa. Il movimento del Commercio Equo diventa, gradualmente, più "business-oriented", attento al marketing, alla qualità dei prodotti, ad aumentare le capacità dei produttori di "stare sul mercato". Nascono nuove organizzazioni di Marchio di Garanzia, come TransFair in Italia (1994), che poi daranno vita al coordinamento internazionale FLO (Fair Trade Label Organisation). Parallelamente anche l'informazione si fa più sofisticata, differenziandosi fra informazione sui prodotti ed informazione più generale. Vengono sviluppate campagne europee di informazione/educazione attraverso la rete europea della Botteghe del Mondo, NEWS (Network of European World Shops) costituita nel 1994. In generale l'informazione è meno politicizzata e tende sempre di più a parlare dei produttori e dei principi di base, promuovendo il Commercio Equo nell'ambito di un più generale consumo responsabile.
Per quanto riguarda i produttori, si assiste alla nascita di organizzazioni di esportazione che comprano da diversi gruppi di produttori, da soli non in grado di sostenere gli oneri dell'esportazione, e rivendono alle ATOs europee, nordamericane, giapponesi, australiane e neozelandesi. I produttori, inoltre, reclamano sempre più un ruolo di partner, e non di semplici fornitori di prodotti, cominciando a partecipare al dibattito internazionale con un peso via via crescente. Nascono, inoltre, i primi negozi gestiti dai produttori nei loro paesi, per il mercato locale, e si effettuano i primi tentativi di commercio Sud-Sud.
A partire dal 1998
A partire dal 1998 il Commercio Equo entra in una nuova fase. Nel panorama internazionale le tendenze liberiste sono ormai diffuse ovunque, e le politiche economiche possono ormai distinguersi in liberiste moderate o liberiste estremiste. Inoltre, i concetti etici alla base del Commercio Equo cominciano ad essere conosciuti da un pubblico sempre più vasto e fatti propri da imprese tradizionali desiderose di "ripulire" la propria immagine, sotto la pressione dei consumatori.
Anche le istituzioni europee cominciano ad interessarsi anche politicamente al Commercio Equo (finanziariamente già da alcuni anni venivano sostenuti progetti di educazione): è di quest'anno la risoluzione Fassa del Parlamento Europeo, che riconosce il Commercio Equo in termini economici e politici, chiede l'elaborazione di criteri comuni, di un marchio unico, di una linea di finanziamento ad hoc, di un'apertura al dialogo da parte della Commissione Europea. A questa risoluzione seguirà, nel 1999, una Comunicazione della Commissione al Consiglio, atto non vincolante ma, comunque, politicamente rilevante.
Le organizzazioni di Commercio Equo europee, che avevano già cominciato ad interrogarsi sulla necessità di criteri comuni per un miglior riconoscimento ed una maggior garanzia verso il pubblico, elaborano dapprima una carta europea delle Botteghe del Mondo (1998) e, l'anno successivo, definizione ed obiettivi comuni a importatori, produttori, botteghe, marchi. Questo importante risultato viene raggiunto nell'ambito di FINE, sigla che indica il coordinamento informale dei network internazionali (FLO, IFAT, NEWS, EFTA). Si comincia, inoltre, a discutere di un sistema di monitoraggio integrato, che, partendo dal lavoro fatto finora dalle Organizzazioni di Marchio, vada oltre i loro limiti, ed aiuti ad identificare chiaramente quali sono le organizzazioni che possono definirsi "di Commercio Equo". Nel 1999 nasce la prima Bottega del Mondo in Portogallo, lasciando così la sola Grecia, nell'Unione Europea, senza una struttura stabile di Commercio Equo.
In Italia viene creata, nel 1999, la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo, firmata da tutti gli importatori e dalle principali Botteghe del Mondo (in tutto 100 organizzazioni). Le organizzazioni firmatarie, inoltre, decidono di dar vita all'Assemblea Generale del Commercio Equo Italiano, con lo scopo di favorire il dibattito nazionale, elaborare la griglia di criteri per la verifica della Carta, avviare il dibattito sulla certificazione, creare gruppi di lavoro di interesse comune, coordinare, a partire dal marzo del 2001, le azioni verso le istituzioni italiane, attraverso un apposito Tavolo Politico.
GLI ATTORI DEL COMMERCIO EQUO
“Sradicare la povertà in ogni luogo del mondo è più che un imperativo morale,è una possibilità pratica” (UNDP,Rapporto sullo sviluppo umano).
Come si può capire dalla carta dei criteri, la filiera che costituisce l’ossatura del commercio equo&solidale è composta da: produttori-centrali di importazione-botteghe del mondo(o altri luoghi di distribuzione)-consumatori. Fin qui sembra la descrizione di una normale filiera commerciale,ma sempre dalla carta dei diritti si può proprio notare l’attenzione data ai principi di questo commercio,che lo rendono “alternativo”.inoltre questi tasselli del commercio sono intersecati in varie organizzazioni nazionali e internazionali che mostrano la complessità della gestione di questo tipo di commercio.
LA FILIERA
I produttori
I produttori sono la base di tutto il commercio: è per loro che esso è nato e loro producono ciò che viene venduto. Sono organizzati in cooperative,che devono soddisfare molti criteri,tra cui ricordiamo la democraticità e la partecipazione nelle decisioni,e ovviamente,la dignità dei lavoratori.
In realtà è molto difficile avere un computo esatto di tutti i produttori esistenti che commerciano attraverso il c.e.e.s,ma possiamo avere dei dati in base a quelli registrati su IFAT(International FairTrade Association),l’associazione internazionale che coordina tutti gli attori del c.e.e.s: i paesi registrati sono 41 in tutto,ed in particolare,16 in Africa e Medio Oriente, 11 in Asia, e 14 in America latina.
In ogni paese sono presenti diverse cooperative:45 nell’area africana e mediorientale, 30 in America latina e ben 74 in Asia,una delle aree “storiche” del c.e.e.s.
Come si formano le cooperative?
Solitamente i piccoli produttori del Sud del Mondo entrano in contatto con il c.e.e.s attraverso realtà già consolidate che fanno da tramite,come missionari e ONG.
Tre esempi di formazione di cooperative che hanno aderito e ora usufruiscono del commercio equo sono Mcc in Bangladesh, paese in cui il c.e.e.s ha attecchito molto presto,Salvarte di El Salvador e Parc, progetto per esportare il cous cous dalla Palestina,paese fortemente ostacolato nella crescita a causa della guerra .
Cooperativa : MCC
Paese : Bangladesh
Centrale d’importazione: CTM - Altromercato
Il “Mennonite Central Committee” (Mcc) è l'organizzazione di cooperazione allo sviluppo delle chiese mennonite degli Stati Uniti e del Canada, formatasi nei primi anni venti allo scopo di portare aiuto ai mennoniti di Russia, in difficoltà dopo la Rivoluzione di Ottobre. Da quel momento in poi Mcc non ha cessato di crescere, ed interviene oggi in circa cinquanta paesi di tutto il mondo, con oltre mille volontari impegnati in progetti di sviluppo agricolo ed economico, nella sanità di base, in progetti generatori di reddito e di occupazione, come pure negli aiuti d'emergenza. In Bangladesh MCC arriva per la prima volta nel 1970 per portare soccorso ai sopravvissuti della mareggiata che colpì la città di Noakhali. Negli ultimi anni, la vocazione di MCC è andata sempre più spostandosi dall'emergenza ad un lavoro di sviluppo, soprattutto nei tre settori della produzione alimentare, creazione di posti di lavoro e sanità (che comprende anche la pianificazione familiare). MCC produce, attraverso gruppi artigiani composti prevalentemente da donne, un'ampia varietà di oggetti di artigianato. Il gruppo “Action Bag Handicrafts” lavora borse ed altri articoli in juta, “Eastern Screen Printers” oggetti di carta decorata, “Shuktara Handmade paper” carta fatta a mano, ricavata da scarti di juta. I gruppi “Surjosnato Coconut”, “Bagdha Rope and Twine” e “Jobarpar Rope and Twine” sono invece specializzati nella produzione di fibre di cocco essiccato, corde di canapa e spago. “Bagdha Woodcrafts” produce oggetti artigianali, giocattoli in legno e bambù. Artigianato viene anche prodotto dalle donne del gruppo “Keya-Palm handicrafts”, ma in fibra di palma e consta di set da tavola, portamatite, braccialetti, fiori
Cooperativa : PARC
Paese :Palestina
Centrale d’importazione: CTM - Altromercato
Palestinean Agricultural Relife è la più grande ONG della Palestina con cairca 200 impiegati. Nel 1998 ha procurato fondi per un valore complessivo di 2.1 milioni di dollari per la realizzazione di progetti presso organizzazioni da loro appoggiate. La struttura di PARC è abbastanza complessa. L'assemblea generale è formata da 60 membri e nomina il C.d.A composto da 15 persone. Sotto il coordinamento di Salim Abu Gazaleh, tuttora responsabile per la commercializzazione, hanno iniziato (con un fondo di 1000 $ consegnato a quattro piccole cooperative di donne) a produrre prodotti agricoli tipici della zona, confezionarli in casa e a venderli poi nel villaggio. Oggi lavorano con 6 membri di EFTA (European Fair Trade Organisation, tra cui Ctm altromercato) e esportano oltre cinque containers di cous cous ogni anno.
Cooperativa : Salvarte
Paese : El Salvador
Centrale d’importazione: LiberoMondo
Cooperativa di commercializzazione degli artigiani EL RENACER CHALATECO El Salvador.
Nel 1988, anno a partire dal quale si vennero sviluppando laboratori artigianali nelle comunità a nord ovest di Chalatenango, nacque la Fondazione Cordes, la quale appoggia la creazione di laboratori artigianali che permettano l’inserimento nel lavoro delle donne. La commercializzazione si indirizza principalmente alla solidarietà. A partire da questo principio artigiani e artigiane della Palma e della Concezione Quezaltepe sollecitarono l’appoggio della Fondazione Cordes al fine di rendersi indipendenti e di crescere per sopravvivere con i propri laboratori.
Nel 1995 si aprì in Chalatenango l’esposizione El Renacer Chalateco, con l’appoggio dell’Agenzia del Servizio di Cooperazione Austriaca (OED Austria). Questa esposizione permise di educare la stessa popolazione di Chalatenango a riconoscere il valore artigianale degli oggetti nel Dipartimento; si organizzò un gruppo di donne che permise lo scambio di esperienze e di tecniche per migliorare la qualità, la creatività nei propri prodotti per poter rispondere alle richieste importanti per l’esportazione.
Nel 1997 Georg Hubmer, rappresentante di Cona Austria, appoggiò l’associazione di artigiani, firmando una convenzione con Cordes per seguire il processo di commercializzazione in Austria e permettendo di migliorare la qualità e il disegno dei prodotti.
Nel 1998 CVX dell’UCA sostenne la commercializzazione dei prodotti in Italia, così come lo sviluppo delle capacità degli artigiani con riflessioni e studi riguardo la domanda di mercato.Nel 1999 un gruppo di solidarietà spagnolo fondò una cooperativa di commercializzazione in Catalogna, chiamata Roque Dalton e iniziarono lo sviluppo del mercato dei prodotti della cooperativa. I paesi e le parrocchie che hanno fatto i gemellaggi acquistano direttamente dai laboratori degli artigiani delle comunità.
Nel 2000 si è sviluppato un contatto con un’organizzazione chiamata SERRV INTERNATIONAL che appoggia i prodotti della cooperativa nella commercializzazione negli Stati Uniti.
Tutto questo processo si è potuto realizzare con l’appoggio incondizionato di Dordes della Regione Chalatenango.
La crescita dell’associazione ha permesso di fare un salto di qualità con la trasformazione in una cooperativa di commercializzazione che sigilla l’impegno ella cooperazione per lo sviluppo delle famiglie, della comunità e della cultura.
La speranza è quella di riunire più laboratori nello sforzo di raggiungere il miglioramento del design, il riscatto della ricchezza culturale riflessa negli antenati Chortis, Pipiles e Lemcas, l’individuazione di mercati dove poter collocare l’artigianato di legno, tessile, terracotta di ricamo , ecc.Le Centrali di importazione
Le centrali sono l’anello di congiunzione tra i produttori e le botteghe,anello essenziale,ma spesso anche controverso nel suo rapporto con gli altri attori del c.e.e.s.
Il motivo essenziale di scontro si fonda sulla duplice anima del commercio equo: alcuni vorrebbero che rimanesse “puro”,senza entrare in contatto con realtà di commercio tradizionale(e sono soprattutto le botteghe),altri invece vogliono aprire sempre di più le sue possibilità ad altri settori e ad alcune partnership con il mondo “consumista”(e sono alcune centrali). La discussione ruota soprattutto intorno ai prodotti equi nei grandi supermercati,come Coop ed Esselunga,nei quali da ormai molti anni si possono trovare con il marchio “transfair”.
E’ giusto “mischiare” o è meglio rimanere “puri”?le voci sono molte.
Anche fra le centrali stesse,infatti esiste grande differenza tra comportamenti e politiche.
La storica centrale che appoggia per prima la grande distribuzione è CTM Altromercato(centrale terzo mondo) la più grande e redditizia in Italia.Nata a metà degli anni ’80 con sede a Bolzano e fondata da tre “personalità” del c.e.e.s: Rudi Dalvai,oggi presidente di I.F.A.T.,Heini Grandi e Antonio Vaccaro(che ha tradotto “fairtrade” in commercio equo&solidale),CTM è un consorzio di botteghe e produttori.
La seconda in ordine di grandezza è Commercio Alternativo di Ferrara ,inizialmente socia di CTM,da cui si è poi distaccata nel 1992. Anche questa centrale è presente nei supermercati,con il marchio “equosolidale”,ed ha anche aperto un grande show room di 2500 mq con esposizione di prodotti equi.
Le altre tre principali centrali erano alla nascita botteghe del mondo,che si sono poi ben sviluppate assumendo anche il nuovo ruolo di importatori:
Ravinala,sede a Reggio Emilia, opera dal 1987 esclusivamente col Madagascar.
Roba dell’Altro Mondo, di Rapallo,importa invece solo artigianato e si sta specializzando in mobili che espone nella sua città natale in un edificio a due piani.
Caso particolare è Libero Mondo,di Bra,che è l’unica centrale ad essere una cooperativa sociale: fa infatti del commercio equo anche un’occasione di inserimento lavorativo per persone disabili,promuove la finanza etica e propone progetti anche in Italia per i soggetti svantaggiati.
Altre centrali sono Equoland(Firenze),Equomercato(Cantù),Ram(Camogli) che inoltre si occupa anche di turismo responsabile.
Le Botteghe del Mondo
Le botteghe sono il punto di distribuzione dei prodotti e il punto di riferimento per le informazioni sul commercio equo. All’apparenza normali “negozi etnici” in realtà sono anche piccoli laboratori di iniziative,come i corsi nelle scuole e gli incontri. Anche sulle botteghe si potrebbe scrivere un intero libro solo per le differenze e le questioni sorte fra loro: ogni bottega è gestita da una cooperativa,formata dai due tipi di soci: coloro che mettono il capitale e solitamente anche da tutti coloro che vi lavorano o collaborano.Ciò ovviamente implica una certa autonomia nella gestione di ogni negozio:la carta dei criteri “impone” solamente una presenza del 70% dei prodotti equi per essere considerata BdM,ma la scelta dei prodotti e la loro disposizione è autonoma,quindi non possono essere considerate “franchising”. C’è autonomia anche nella scelta degli importatori.
Molte botteghe inoltre hanno rapporti diretti con i produttori o con realtà vicine al commercio equo come le coop.sociali e il biologico.
Anche l’organico di una bottega è estremamente variabile: di solito c’è un presidente(della cooperativa),uno o più responsabili stipendiati che vi lavorano tutti i giorni,dei magazzinieri se c’è un magazzino,e poi,la maggior parte volontari. In effetti è molto difficile dare uno standard,sia in Italia che in Europa: alcune botteghe sono così piccole da avere solo volontari,altre hanno anche 2 o 3 responsabili e dei contabili,insomma non c’è una regola.
A livello europeo si può notare che in linea di massima le botteghe dei paesi nordici hanno più personale volontario,mentre quelle dei paesi mediterranei,soprattutto la Spagna,tendono ad avere più dipendenti.
Altri distributori
Come dicevamo prima,il commercio equo si sta espandendo anche al di là delle botteghe,sconfinando nella grande distribuzione.
Tra i supermercati dove già da tempo si possono trovare i prodotti possiamo citare Coop ed Esselunga,ma anche alcune Conad.
Consumatori
Sono l’anello finale della catena,ma senza di loro non andrebbe avanti il commercio.
LA CARTA DEI CRITERI
1 Definizione del commercio Equo e Solidale
Il Commercio Equo e Solidale e' un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l'ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l'educazione, l'informazione e l'azione politica. Il Commercio Equo e Solidale e' una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo, importatori e consumatori.
2 Obiettivi del Commercio Equo e Solidale
1. Migliorare le condizioni di vita dei produttori aumentandone l'accesso al mercato, rafforzando le organizzazioni di produttori, pagando un prezzo migliore ed assicurando continuita' nelle relazioni commerciali.
2. Promuovere opportunita' di sviluppo per produttori svantaggiati, specialmente gruppi di donne e popolazioni indigene e proteggere i bambini dallo sfruttamento nel processo produttivo.
3. Divulgare informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, tramite la vendita di prodotti, favorendo e stimolando nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello economico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo
4. Organizzare rapporti commerciali e di lavoro senza fini di lucro e nel rispetto della dignita' umana, aumentando la consapevolezza dei consumatori sugli effetti negativi che il commercio internazionale ha sui produttori, in maniera tale che possano esercitare il proprio potere di acquisto in maniera positiva
5. Proteggere i diritti umani promuovendo giustizia sociale, sostenibilita' ambientale, sicurezza economica
6. Favorire la creazione di opportunita' di lavoro a condizioni giuste tanto nei Paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati.
7. Favorisce l'incontro fra consumatori critici e produttori dei Paesi economicamente meno sviluppati
8. Sostiene l'autosviluppo economico e sociale
9. Stimolare le istituzioni nazionali ed internazionali a compiere scelte economiche e commerciali a difesa dei piccoli produttori, della stabilita' economica e della tutela ambientale, effettuando campagne di informazione e pressione affinche' cambino le regole e la pratica del commercio internazionale convenzionale.
10. Promuove un uso equo e sostenibile delle risorse ambientali3 Criteri adottati da tutte le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale
Le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale (Botteghe del Mondo, Importatori, Produttori, Esportatori) si impegnano a condividere ed attuare, nel proprio statuto o nella mission, nel materiale informativo prodotto e nelle azioni, la definizione e gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale.In particolare si impegnano a:
1. Garantire condizioni di lavoro che rispettino i diritti dei lavoratori sanciti dalle convenzioni OIL
2. Non ricorrere al lavoro infantile e a non sfruttare il lavoro minorile, agendo nel rispetto della Convenzione Internazionale sui diritti dell'Infanzia.
3. Pagare un prezzo equo che garantisca a tutte le organizzazioni (di produzione, di esportazione, di importazione e di distribuzione) un giusto guadagno; il prezzo equo per il produttore e' il prezzo concordato con il produttore stesso sulla base del costo delle materie prime, del costo del lavoro locale, della retribuzione dignitosa e regolare per ogni singolo produttore.
4. Garantire ai lavoratori una giusta retribuzione per il lavoro svolto assicurando pari opportunita' lavorative e salariali senza distinzioni di sesso, eta', condizione sociale, religione, convinzioni politiche
5. Rispettare l'ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile in tutte le fasi di produzione e commercializzazione, privilegiando e promuovendo produzioni biologiche, l'uso di materiali riciclabili, e processi produttivi e distributivi a basso impatto ambientale.
6. Adottare strutture organizzative democratiche e trasparenti in tutti gli aspetti dell'attivita' ed in cui sia garantita una partecipazione collettiva al processo decisionale
7. Coinvolgere produttori di base, volontari e lavoratori nelle decisioni che li riguardano
8. Reinvestire gli utili nell'attivita' produttiva e/o a beneficio sociale dei lavoratori (p.e. fondi sociali)
9. Garantire ai consumatori un prezzo trasparente, che fornisca almeno le seguenti informazioni: prezzo FOB pagato al fornitore, costo di gestione, importazione e trasporto, margine per le Botteghe. Tali informazioni possono essere indicate in percentuale od in valore assoluto, per singolo prodotto o per categoria di prodotti, o per paese di provenienza, o per gruppo di produttori.
10. Garantire un flusso di informazioni multidirezionale che consenta di conoscere le modalita' di lavoro, le strategie politiche e commerciali ed il contesto socio-economico di ogni organizzazione 11. Promuovere azioni informative, educative e politiche sul commercio equo e solidale, sui rapporti fra i Paesi svantaggiati da un punto di vista economico e i Paesi economicamente sviluppati e sulle tematiche collegate
12. Garantire rapporti commerciali diretti e continuativi, evitando forme di intermediazione speculativa, escludendo costrizioni e/o imposizioni reciproche e consentendo una migliore conoscenza reciproca
13. Privilegiare progetti che promuovono il miglioramento della condizione delle categorie piu' deboli
14. Valorizzare e privilegiare i prodotti artigianali espressioni delle basi culturali, sociali e religiose locali perche' portatori di informazioni e base per uno scambio culturale
15. Cooperare, riconoscendosi reciprocamente, ad azioni comuni e a favorire momenti di scambio e di condivisione, privilegiando le finalita' comuni rispetto agli interessi particolari. Per evitare azioni che indeboliscano il Commercio Equo si impegnano, inoltre, in caso di controversie, a fare un percorso di confronto e di dialogo, eventualmente con l'aiuto di un facilitatore.
16. Garantire relazioni commerciali libere e trasparenti, promuovendo processi di sviluppo e coordinandosi nello spirito dell'art. 3.15
17. Garantire trasparenza nella gestione economica con particolare attenzione alle retribuzioni4 Botteghe del Mondo
Le Botteghe del Mondo sono organizzazioni di distribuzione al dettaglio dei prodotti del commercio equo che condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta. Le Botteghe del Mondo devono:
1. Commercializzare prevalentemente i prodotti del Commercio Equo e Solidale, importati sia direttamente che attraverso le Centrali di Importazione.
2. Scegliere i fornitori esterni al circuito del commercio equo e solidale fra quelli organizzati in strutture no-profit, con finalita' sociali e con gestione trasparente e democratica e che abbiano prodotti eco-compatibili e culturali. Non intraprendere relazioni commerciali con aziende che, con certezza, violino i diritti umani e dei lavoratori.
3. Promuovere iniziative di economia solidale al meglio delle proprie possibilita' 4.
Fornire ai consumatori tutto il materiale informativo disponibile, comprese le schede del prezzo trasparente.
5. Sostenere le campagne di sensibilizzazione e pressione, condotte a livello nazionale ed internazionale, volte a realizzare gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale.
6. Mantenersi costantemente informate sui prodotti che vengono venduti, verificando che vengano rispettati i criteri del Commercio Equo e Solidale
7. Essere senza fini di lucro
8. Inserire, appena possibile, personale stipendiato all'interno della struttura, garantendo un'adeguata formazione
9. Valorizzare e formare i volontari e garantire loro la partecipazione ai processi decisionali Le Botteghe del Mondo, inoltre, cercano, al meglio delle proprie possibilità, di:
10. Avviare e mantenere contatti diretti con esperienze marginali di autosviluppo, sia in loco che nei Paesi economicamente svantaggiati al fine di stabilire una sorta di gemellaggio equosolidale. Il mantenimento dei contatti passa attraverso lo scambio epistolare, la commercializzazione degli eventuali prodotti, l'organizzazione di viaggi di scambio, la diffusione dell'informazione ai frequentatori della Bottega ed alle altre Botteghe, ed ogni altro mezzo idoneo per permettere la conoscenza di luoghi, persone, modalità di vita e di produzione che possano associarsi ai concetti con cui si definisce il Commercio Equo e Solidale.5 Importatori
Gli Importatori sono organizzazioni che hanno quale attività prevalente nello scopo sociale, e quale attività prevalente effettiva, l'acquisto di prodotti del Commercio Equo e Solidale da organismi di produzione e di esportazione, e li rivendono prioritariamente alle Botteghe del Mondo. Il ricorso a fornitori esterni al circuito del Commercio Equo deve essere funzionale agli scopi sociali, e agli obiettivi del Commercio Equo stesso. Gli Importatori condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta. Essi devono:
1. Offrire ai produttori, se da essi richiesto, il pre-finanziamento della merce, e favorire altre forme di credito equo o microcredito, qualora non esistano in loco possibilità di accesso a crediti
2. Promuovere, anche attraverso la collaborazione reciproca, rapporti di continuità, per mantenere un clima di autentico scambio, per favorire una maggiore stabilita’ per gli sbocchi di mercato dei produttori, e per permettere un effettivo miglioramento delle condizioni di vita sul breve/medio/lungo periodo.
3. Fornire supporto alle organizzazioni di produzione ed esportazione: formazione, consulenze, ricerche di mercato, sviluppo di prodotti, feedback sui prodotti e sul mercato
4. Assicurarsi che i principi del commercio equo e solidale siano conosciuti e condivisi dai produttori e lavorare con questi per applicarli
5. Fornire assistenza alle Botteghe del Mondo informandole sui prodotti e sui produttori attraverso schede informative che contengano il prezzo trasparente dei prodotti ed essere disponibili a fornire, su richiesta, la documentazione di supporto.
6. Rendere disponibile ai soggetti del Commercio equo, impegnandosi alla trasparenza, l'accesso alle informazioni riguardanti la propria attività (commerciali e culturali) e alle proprie competenze tecniche non disponibili nelle Botteghe del Mondo.
7. Dare possibilità alle Botteghe del Mondo di fare viaggi di conoscenza presso i produttori (e viceversa), rispettando i criteri del Turismo responsabile espressi nel documento "Turismo responsabile: Carta d'identità' per viaggi sostenibili".6 Produttori ed Esportatori
6.1 Produttori I Produttori sono organizzazioni di produzione e commercializzazione di artigianato ed alimentari che condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta. I Produttori devono:
1. Perseguire logiche di autosviluppo e di autonomia delle popolazioni locali.
2. Evitare una dipendenza economica verso l'esportazione, a scapito della produzione per il mercato locale
3. Evitare di esportare prodotti alimentari e materie prime scarseggianti o di manufatti con queste ottenuti
4. Favorire l'uso di materie prime locali
5. Garantire la qualità del prodotto Qualora i produttori non siano in grado di esportare direttamente possono servirsi di organizzazioni di esportazione.
6.2 Esportatori Gli Esportatori sono organizzazioni che acquistano dai produttori come specificati all'art.6.1 e vendono principalmente ad importatori come definiti in questi criteri; essi condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta. Gli esportatori devono:
1. Assicurarsi che i principi del Commercio Equo e Solidale siano conosciuti dai produttori e lavorare con questi per applicarli
2. Fornire supporto alle organizzazioni di produzione: formazione, consulenza, ricerche di mercato, sviluppo dei prodotti, feedback sui prodotti e sul mercato
3. Dare ai produttori, se da questi richiesto, il pre-finanziamento della merce o altre forme di credito equo o microcredito
4. Fornire informazioni sui prodotti e sui produttori e sui prezzi pagati ai produttori
5. Garantire rapporti di continuità con i produttori7 Prodotti trasformati
I prodotti trasformati sono tutti quei prodotti non riconducibili ad un'unica materia prima: biscotti, cioccolata, dolciumi, ecc.
1. I prodotto trasformati possono essere definiti in etichetta "prodotti di commercio equo e solidale" solo se almeno il 50% del costo franco trasformatore delle materie prime o il 50% del peso delle materie prime e' di commercio equo e solidale
2. L'elaborazione dei prodotti trasformati, laddove ne esistano le condizioni, dovrebbe avvenire nei Paesi d'origine.
3. La trasformazione deve essere effettuata da soggetti dell'economia solidale o comunque da cooperative o imprese che non siano in contrasto con i principi del commercio equo e solidale.
Come tutte le leggende,anche quella sull’origine del caffè è molto controversa.Pare che già attorno al 1300 la pianta avesse una vita spontanea in quelle che erano allora le impervie colline lungo la costa dello Yemen.Si racconta che un gruppo di monaci eremiti dello Yemen che vivevano di agricoltura e pastorizia osservarono che,allorché le loro capre mangiavano certe foglie e certe bacche di un arbusto sempreverde,diventavano inquiete e insonni.
Di qui l’uso che ne fecero i monaci come alimento e come succo,per prolungare le loro veglie di preghiera.La consuetudine alla stimolante bevanda,all’epoca definita “vino degli arabi” si diffuse tra gli egizi e poi fra i turchi.Infatti l’antico Yemen venne conquistato nel XVI secolo dagli etiopi,successivamente dai persiani,dagli arabi e infine dai turchi.Nel 1615 il veneziano Pietro della Valle introduce l’uso del caffè a Venezia.Gli arabi e i turchi lo fanno conoscere ai navigatori che intrattengono rapporti commerciali con il Medio Oriente.Nel 1650 il caffè approda a Marsiglia,Amsterdam,Amburgo,Parigi e Londra:nascono i primi “Caffè”.Tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800,nell’isola della Martinica si hanno piantagioni con circa 20 milioni di piante di caffè,le cui qualità furono importate dal capitano Mathieu de Cliau,che le trasferì alle Serre di Versailles.Dalla Martinica,le piantagioni si estesero sulle altre isolette delle Antille,raggiungendo velocemente una produzione che a quel tempo copriva i ¾ del fabbisogno europeo.Da questo momento il “Caffè d’Oriente”decade progressivamente.Attualmente la quasi totalità della produzione proviene dall’America Centrale,dal Brasile e dall’area tropicale del Sud America.La produzione mondiale raggiunge 100 milioni di sacchi all’anno,con un consumo interno di circa otto milioni e mezzo di sacchi.
BREVE STORIA DEL CAFFE’

La pianta del caffè vegeta soltanto nella fascia tropicale:nell’emisfero Nord le terre delle coltivazioni coincidono con il Tropico del Cancro,nell’emisfero Sud si estendono in Brasile fino al 25esimo parallelo. L’altitudine è compresa tra i 200 e i 2500 metri con clima caldo umido.
Quando il naturalista Linneo(1707-1778)creò il sistema di classificazione delle specie animali e vegetali che da lui prende il nome,catalogò l’arbusto del caffè nella famiglia delle Rubiacee,composta da 4.500 varietà di cui 60 chiamate “coffea”. Di queste,60 divennero utili per l’uomo e soprattutto tre:
la COFFEA ARABICA,la COFFEA IBERICA,la COFFEA ROBUSTA.
Il caffè verde
“C’è un grande divario tra le domande poste alle nostre istituzioni internazionali e le risposte di cui esse sono capaci…” (J.E Stiglitz)
La situazione Internazionale del mercato del Caffè
Negli ultimi due anni il prezzo del caffè verde si è più che dimezzato toccando i minimi storici degli ultimi 40 anni ( mentre aumenta il prezzo della tazzina di espresso al bar).
Questa diminuzione delle quotazione di mercato ha ridotto, proporzionalmente, anche il reddito dei coltivatori.
Vari sono i fattori che hanno determinato una situazione simile.
Poche multinazionali possono, controllando ingenti scorte di prodotto destabilizzare il mercato (ma chi ha detto che esiste il libero mercato?), dare luogo a speculazioni finanziarie, spostare, in periodi di ribasso del prezzo della materia prima, ingenti capitali verso brokers, torrefattori, grande distribuzione organizzata.
Un altro elemento destabilizzante sul prezzo del caffè è dovuto all'ingresso nel mercato dei produttori asiatici, che hanno aumentato enormemente l'offerta. Un paese come il Vietnam, per far fronte al proprio debito si è visto vincolato ad un piano di ristrutturazione economica imposta dal fondo monetario internazionale che prevede la produzione di 11 milioni di sacchi di caffè all'anno.
Attualmente il prezzo del caffè quotato in borsa si aggira intorno ai 50$ al sacco (46Kg). Il costo reale di produzione per un coltivatore è di 46$, cui si devono aggiungere ancora però i costi di lavorazione ( per arrivare al pergamino) e di trasporto.
Affidandosi al mercato tradizionale un contadino non solo non riesce a coprire le spese del proprio, duro, lavoro, ma ci rimette.
Il caffè proveniente dal commercio equo e solidale si oppone a questo sistema: Il c.e.e.s.garantisce ai propri fornitori continuità nei contratti e un prezzo minimo per i loro prodotti, fissato in base alle esigenze reali dei produttori ( costo del lavoro, costo delle materie prime e progetti di sviluppo) e comunque sempre superiore a quello di mercato. Un 5% di sovrapprezzo viene assicurato per il sostegno di progetti autogestiti, più un premio ulteriore del 15% se si tratta di coltivazione biologica. Nel caso in cui le quotazioni di mercato superino il prezzo offerto, il commercio equo procede ad un adeguamento del prezzo che non passa attraverso la Borsa ma raggiunge direttamente i produttori e le loro organizzazioni.
Contro la logica delle speculazioni di borsa sul caffè crudo il commercio equo e solidale assicura il prefinanziamento fino al 50% dell'ordine, continuità e durata dei contratti e redditi dignitosi ai produttori.I prodotti equi e solidali hanno un prezzo giusto che remunera dignitosamente i produttori, che non implica sfruttamento né speculazione; un prezzo equo che sostiene progetti di autosviluppo.
Esempio: il prezzo di borsa del caffè arabica è stato nel 2002 in media 1$ al Kg.
Ctm altromercato ha pagato i produttori 3 $ al Kg, di cui:
2,6 $ prezzo minimo garantito,10 centesimi come fondo sociale,30 centesimi premio coltivazione biologicaPeculiarità essenziale del commercio equo è il prezzo trasparente,cioè la possibilità per il consumatore di sapere sempre quanta parte del prezzo finale va ad ogni parte della filiera. Solitamente è scritto direttamente sul cartellino del prezzo nelle botteghe,ma in ogni momento,se il consumatore non lo trova già scritto può chiedere questa informazione al personale in bottega.
Questo è l’esempio di un prezzo “trasparente”:
caffè “miscela classica”,importato da CTM:
PRODUTTORE:
41.5%
COSTI ACCESSORI:
20.9%
MARGINE CMT(costi e struttura):
15.6%
MARGINE MEDIO RIVENDITORI:
22%
PREZZO TOTALE:
100%
IVA:
20%
UN CASO PARTICOLARE: IL CAFFE’ UCIRI

Nello stato più meridionale del Messico,sulla striscia di terra chiamata Istmo di Tehuantepec,sulla quale si estende la catena montuosa del Juarez,un totale di 2549 famiglie si sono unite dal 1982, per promuovere lo sviluppo sostenibile e l’agricoltura biologica.Nasce così UCIRI ovvero Union of Indigenous Communities in the Isthmus Region.
La regione presenta una grande differenza tra la zona della valle,relativamente ricca, e quella meno accessibile delle montagne di Juarez. I villaggi montani sono estremamente isolati e i loro abitanti intrattengono pochi contatti con quelli della valle. L’agricoltura su piccola scala,soprattutto quella del caffè,costituisce la risorsa economica principale.Il caffè rappresenta il mezzo di sussistenza delle famiglie,ma da sempre,a causa del suo basso prezzo di vendita,non si presenta come una grande fonte di reddito.
Nel periodo antecedente alla costruzione della strada(unico raccordo tra la valle e le montagne),i coltivatori dipendevano interamente dagli acquirenti della valle. Questi,reclutati dai mercanti di caffè locali,salivano le montagne percorrendo una mulattiera per acquistare il caffè nei periodi del raccolto,e spesso lo barattavano in cambio di zucchero,utensili e cemento.Pur se il prezzo pagato dagli acquirenti era molto basso, i contadini non avevano scelta poiché,non possedendo molte bestie da soma non potevano provvedere loro stessi al trasporto. Inoltre,i mercanti della valle rappresentavano per loro l’unico tramite per procurarsi prodotti preziosi quali lo zucchero e il cemento. La trattativa era assente e il contadino era costretto ad accettare il prezzo bassissimo dall’acquirente,da cui la miseria della maggior parte delle famiglie.
Nel corso degli anni settanta,le foreste di questa regione attrassero alcune società di legname(costrette nel 1976 a ritirarsi) che contribuirono ad avvantaggiare la comunità montana:furono aperte strade sterrate,impraticabili durante le piogge,ma percorribili durante la stagione del raccolto da camion leggeri dei commercianti di caffè.Anche i rappresentanti della Inmecafe,la società di proprietà del governo fondata nel 1970,circolavano sulle montagne in auto per acquistare caffè.La società venne creata per garantire ai piccoli produttori un miglior prezzo di vendita del loro prodotto.Per un breve periodo,la loro situazione migliorò leggermente,ma ben presto Inmecafè divenne corrotta.Inoltre ai coltivatori veniva fatto credere che il loro caffè non fosse di prima qualità.Nello stesso periodo,su consiglio di tecnici e consulenti agrari,i coltivatori iniziarono a chiedere prestiti bancari.Il risultato fu che molti di loro furono rapidamente sommersi dai debiti.
Nel marzo 1982,terminato il raccolto,centocinquanta contadini,provenienti da diversi villaggi della zona,si riunirono dietro iniziativa di Frans van der Hoff .Grazie appunto l’aiuto di questo “prete-contadino”che,già da due anni soggiornava nella zona,i contadini si riunirono per cercare di risolvere i problemi che da sempre li affliggevano.Si cercò insieme di calcolare il costo reale del caffè,sommando le varie voci:investimenti in piante,attrezzature,trasporto,ore di lavoro degli uomini e delle donne.Dai calcoli svolti da van der Hoff si giunse alla cifra di 0.65 dollari al chilo,che però disorientarono non poco i campesinos,abituati a non includere nei costi il loro lavoro.La retribuzione per il lavoro pagata dagli intermediari non superava i 25 centesimi al giorno.La maggior parte dei contadini indio non scendeva mai nella valle e ignorava quindi i prezzi praticati.Inoltre la mancanza di mezzi di trasporto li rendeva dipendenti dalle tariffe fissate dagli acquirenti.Questi venivano chiamati coyote,sciacalli,per la loro capacità nel comprare il caffè al prezzo più basso e nell’intascare gli utili. I contadini si erano rassegnati a vendere a prezzi bassissimi,convinti omai della scarsa qualità del loro prodotto.
Grazie a queste assemblee,oltre a calcolare il reale prezzo del caffè,fu possibile constatare i problemi dei villaggi della zona. La maggior parte dei contadini viveva in capanne fatiscenti e insalubri,le strutture sanitarie e le scuole erano del tutto assenti e,l’approvvigionamento alimentare inadeguato.Inoltre molti villaggi non avevano né acqua corrente né elettricità.Molti coltivatori abitavano in luoghi talmente isolati che impiegavano ore per raggiungere un sentiero di montagna.Il trasporto era nelle mani di intermediari che si facevano pagare lautamente. Infine,numerosi erano quelli sommersi dai debiti dovuti a prestiti erogati dal Banrural,la banca agricola.
Questa assemblea decise di orientarsi,dapprima,verso i due problemi più urgenti:l’indebitamento e il prezzo di vendita del caffè.
L’intuizione di Frans van der Hoff per il prezzo del caffè fu quella di trovare un modo per eliminare gli intermediari e permettere così ai contadini di vendere direttamente il caffè.Si cominciò l’esperimento in tre villaggi.Si comprarono sacchi di iuta e venne affittato un camion con il quale si trasportò il caffè fino ad una cooperativa nei pressi di Vera Cruz,città portuale da cui partiva la maggior parte delle merci destinate all’Europa e agli Stati Uniti.Il caffè fu venduto a 95 centesimi di dollaro al chilo,invece dei soliti 25 centesimi:i contadini arrivarono alla conclusione che gli intermediari realizzavano un utile netto di 70 centesimi e che erroneamente a quanto pensavano,il loro caffè era di buona qualità.Al termine della vendita,sottraendo le spese e una quota destinata alle emergenze ai contadini rimase una somma di 83 centesimi di dollaro al chilo.
Per quanto riguarda l’indebitamento era stato accertato che in molti casi il saldo,pur essendo avvenuto non era stato registrato. I funzionari del credito agricolo raggiungevano essi stessi i villaggi per prelevare i saldi dando in cambio un pezzo di carta a titolo di quietanza.Quando poi i contadini si informavano della loro posizione bancaria il rimborso effettuato non risultava.Il debito non era stato estinto ed era anzi lievitato con gli interessi passivi. Gli impiegati della banca intascavano il denaro pensando che gli indios non se ne sarebbero mai accorti. I contadini invece cominciarono a non rimborsare più i debiti senza prima essere al corrente dell’ammontare totale,e a chiedere il perché fossero costretti rimborsarli due volte.Queste domande direttamente rivolte alle banche furono un affronto che di fatto precludeva ai contadini qualsiasi possibilità di richiedere nuovi prestiti.
La possibilità di vendere il caffè senza intermediari,e quindi con un utile decisamente più alto,cominciò a diffondersi tramite il passaparola nelle zone più sperdute delle montagne,da un villaggio all’altro.Con molto rapidità i paesi coinvolti passarono da tre a nove per poi arrivare,al momento della creazione della cooperativa a quota diciassette.Nel 1983 il progetto dovette superare numerose difficoltà per ottenere una forma giuridica per l’associazione che però alla fine portò alla creazione dell’Uciri(unione delle comunità indigene della regione dell’Istmo).Fu scelto il termine “unione”al posto di “cooperativa” poiché risultava più adatto,in quanto i membri della Uciri non sono singoli contadini,ma comunità di villaggio.In montagna,infatti,la terra non è mai una proprietà privata,ma è da sempre un bene collettivo,quindi il termine unione rispecchia meglio la tradizione.Fin da tempi immemorabili esistono comunità di villaggi,costituti da un centro principale e anche fino a dodici frazioni o casali che insieme formano un’unità.Non si deve dimenticare che in questo contesto la comunità ha un valore superiore rispetto al singolo individuo.
La seconda tappa che dovette sostenere Uciri fu il rilascio di una licenza di export e stabilire contatti con soci per il commercio equo e solidale.Si stabilirono dei primi contatti con gruppi di solidarietà nei Paesi Bassi e in Germania,disposti ad acquistare il caffè direttamente dai contadini,per rivenderlo nelle Botteghe del Mondo presenti in Europa occidentale.Questo fu un primo passo sebbene si trattasse di quantità modeste dato che,il mercato per prodotti solidali non si era ancora sviluppato. Frans van der Hoff era convinto che il mercato alternativo si dovesse allargare ,pur consapevole del fatto che da solo,dal Messico,non si potesse fare molto.Grazie al suo incontro,nel 1986,con Nico Roozen qualche tempo dopo fu possibile la nascita del marchio Max Havelaar. I piccoli produttori avevano ottenuto un netto miglioramento dalla costituzione della cooperativa e dall’aumento della vendita del caffè ad un prezzo equo,cosa che destò non poca irritazione sia da parte degli intermediari che da quella del governo:tra il 1985 e il 1992 molti furono i contadini assassinati.Il motto della Uciri, “INSIEME VINCEREMO”,proprio in questo periodo si caricò di significato,l’unico modo per sopravvivere era unirsi.Infatti dopo il 1992,la violenza contro la cooperativa cominciò nettamente a diminuire,anche perché numerosi coyote erano a terra dal punto di vista finanziario.
Come si è sviluppata Uciri

L’Uciri è composta da diverse organizzazioni locali,ogni contadino che adotta i principi dell’Unione può diventare membro di una di queste.Nei diversi villaggi vengono eletti dei rappresentanti destinati all’assemblea generale dell’Uciri;quest’ultima è costituita da un consiglio di amministrazione e da un comitato di controllo. I rappresentanti vengono eletti per tre anni,e così tutti quelli che lo desiderano possono assumere un incarico direttivo:in tal modo i doveri sono ripartiti equamente e si evita il sorgere di“capi”locali.Il quartier generale dell’organizzazione è stato collocato a Lachiviza,primo vero paese che si incontra venendo dalle valle.Qui sono stati collocati gli uffici direzionali e amministrativi,un negozio,un pronto soccorso,uno studio odontoiatrico e un laboratorio in cui si realizzano farmaci a base di erbe medicinali tradizionali.La Uciri ha inoltre costruito una fabbrica di marmellata,per non dipendere solo dalla produzione di caffè,poiché nella zona si coltivano su larga scala ribes,mango e frutto della passione.
Nel biennio 1985-1986 è stato costruito un grande stabilimento di caffè con annesso un deposito per la conservazione di quello pronto per l’esportazione.Sul muro principale è stato dipinto a grandezza d’uomo il logo Max Havelaar che raffigura i coltivatori con il canestro sulle spalle. L’Uciri si è dotata di sette macchine per trattare il caffè pergamino (viene così denominato il prodotto consegnato dai coltivatori).La prima macchina elimina i sassolini e le altre impurità.Segue la fase più importante del processo:il pergamino,ovvero la pellicina viene separata dai chicchi che vengono poi vagliati in base alle loro dimensioni. Dopo la selezione i chicchi passano in due macchine che eliminano la membrana mediante un processo che utilizza vibrazioni e flussi d’aria.Infine i chicchi passano attraverso un’altra macchina che,con una sorta di mulino,a vento, libera i chicchi dal pulviscolo e opera l’ultima selezione attraverso un meccanismo computerizzato.Il caffè viene quindi versato in grandi sacchi di iuta di 70 chili,pronto per essere esportato. Uciri vorrebbe anche essere in grado di tostare tutto il suo caffè,ma ciò non è ancora fattibile in quanto richiederebbe ingenti investimenti.Si riuscirebbe a guadagnare molto di più poiché la torrefazione costerebbe molto meno il loco piuttosto che in Europa. L’iniziativa più recente dell’Uciri è una fabbrica di abbigliamento a Ixpetec,realizzata con l’intento di creare numerosi posti di lavoro per i giovani indio che non riuscivano a trovare occasioni occupazionali in montagna.In questo modo i giovani non sono più costretti a partire per cercare lavoro nelle grandi città,ma hanno la possibilità di costruirsi una vita nel loro ambiente,arginando così il problema dello spopolamento che era diventato inquietante.
Il numero esatto dei soci dell’Unione ammonta a 53 villaggi,vale a dire circa 2300 famiglie,mentre la sua presenza sul territorio si estende per circa 250 chilometri di lunghezza per 150 chilometri di larghezza. Zapotechi e mixti sono i gruppi più rappresentati,ma non mancano mixtechi e chontali. Oltre a qualche negozio Uciri gestisce anche una banca di credito per i suoi membri che dispone oggi di circa mezzo milione di dollari,concedendo prestiti a un tasso di interesse del 12 per cento,la metà di quello applicato nelle normali banche.Per gli abitanti di Chayotepec,la creazione dell’Unione ha segnato l’inizio di una nuova era:i progressi,infatti,non si limitano solo all’aumento del prezzo di vendita del caffè ma riguardano anche i miglioramenti realizzati in campo sanitario,nei trasporti e nell’istruzione.E’ stato recentemente calcolato che il reddito dei piccoli produttori di caffè di Chayotepec e degli altri paesi ammonta ora a circa 2 dollari al giorno,miglioramento notevole se paragonato ai 60 centesimi del periodo precedente all’Uciri.Questa paga giornaliera è tuttavia ancora molto lontana dal salario minimo,che per il Messico ammonta a 3,30 dollari al giorno.Ecco perché l’Uciri,oggi più che mai insiste tanto sulla diversificazione:il caffè da solo,non è sufficiente a garantire agli agricoltori un livello di vita dignitoso.
IL MARCHIO E IL MONITORAGGIO
“Il modello neoliberale,che a furia di globalizzarsi ha globalizzato la povertà,la miseria l’ha messa ai margini” (A.Perez Esquivel,Nobel per la pace 1980).
Come è nato il marchio Max Havelaar
La nascita del commercio equo e solidale si fa,storicamente risalire all’incontro e all’impegno di due persone da sempre legate al tema della povertà.Tutto nasce appunto dall’incontro nel 1985 ad Utrecht di Frans van der Hoff e Nico Roozen.Il primo,prete olandese,stanziatosi dal 1973 in Messico, impegnato in iniziative per il miglioramento delle condizioni dei coltivatori indigeni di caffè e il secondo coinvolto invece dal 1984 in Solidaridad,organizzazione interconfessionale per lo sviluppo dell’America Latina,con l’incarico di coinvolgere il massimo numero di persone in Olanda nella cooperazione allo sviluppo.Il dibattito fra i due si è basato principalmente su di una critica nei confronti dei vari approcci che si prefiggono appunto lo sradicamento della povertà.Sia i programmi d’aiuto che tantomeno le tradizionali donazioni,si sono,ai loro occhi,rivelati fallimentari poiché basati sul principio dell’iniquità.Queste forme di sostegno,a dispetto di tutte le buone intenzioni,tolgono dignità alle persone,poiché i soldi”facili”uccidono le dinamiche sociali e creano nuove forme di dipendenza,l’unica soluzione è creare rapporti più paritetici fra Nord e Sud del mondo .Van der Hoff e Roozen non si sono limitati alla mera critica dell’attuale sistema della cooperazione allo sviluppo ma,hanno attivamente cercato di organizzare l’economia in modo più equo,cercando un nuovo modello basato non più sull’aiuto ma sul commercio”onesto”. Per fare ciò la struttura economica dovrà garantire un compenso che permetta al produttore di vivere e alla natura di rimanere integra. L’unico modo possibile per realizzare tale fine è che siano i consumatori a finanziare questo nuovo modello attraverso una modesta maggiorazione del prezzo normale della merce.Nel 1985 esistevano già le “Botteghe del Mondo” che offrivano quantità relativamente basse di caffè,acquistate da organizzazioni di commercio alternativo presso le cooperative di coltivatori e vendute però(questo era il problema) ad un numero limitato di consumatori socialmente coscienti.Il progetto di van der Hoff e di Roozen era appunto quello di entrare nella grande distribuzione.Per realizzare tale progetto era necessaria o la creazione di un marchio oppure quella di un marchio di certificazione, utilizzabile da diversi soggetti,a garanzia dell’equità della merce. I due optarono per la seconda opzione cosicché nacque il marchio MAX HAVELAAR. Il nome fu scelto in omaggio al protagonista del famoso romanzo di Multatuli,ambientato nella Giava del diciannovesimo secolo,per creare un’immediata associazione con la strenua lotta di Max Havelaar per i diritti della popolazione autoctona indonesiana ai tempi della colonizzazione olandese.Si presentava però ai due”pionieri”un problema,di non poco conto:il commercio equo e solidale non consisteva essenzialmente in un prezzo più alto pagato al produttore. Essendo limitata,in quel periodo, la vendita attraverso la distribuzione alternativa,i produttori riuscivano a vendere solo una minima parte della loro merce ad un prezzo più alto mentre,erano costretti a vendere la restante parte(la maggioranza) al prezzo normale di mercato. A conti fatti ci si accorse che l’effetto della merce,venduta ad un prezzo equo,era irrilevante rispetto al bilancio annuale.Quindi si deduce che l’effetto reale del commercio equo e solidale non dipende solo dal prezzo,ma da questo moltiplicato per il volume.Se il volume rimane basso,si ha a che fare con una politica meramente simbolica. L’obiettivo era quindi quello di raggiungere il consumatore medio nei normali negozi.In termini economici,ciò significava abbassare i costi di transazione e raggiungere una distribuzione ottimale.Solo in questo modo le cooperative avrebbero potuto vendere al mercato equo una quantità più significativa,in modo tale da garantire al produttore un redditi decente e la possibilità di investire nelle necessarie opere di innovazione ecologica e sociale.
Una grande difficoltà nel mondo del c.e.e.s è stata trovare un marchio unico che certificasse la effettiva appartenenza di un prodotto a questo tipo di commercio.
Essendo stati i primi,gli olandesi di Max Haavelar hanno mantenuto il loro simbolo e nomenclatura in Olanda,Belgio,Danimarca,Francia,Svizzera e Norvegia. Il problema è che non sono stati gli unici: Irlanda e Uk hanno il fair trade mark;Usa,Canada e Giappone hanno il loro marchio locale.Nel 1997,è nato per mettere un po’ di “ordine” è nato,con sede a Bonn,FLO(Fairtrade labelling Organization),un organismo di coordinamento internazionale di tutti i marchi di garanzia,che nel 2003 ha introdotto il marchio unico
internazionale: Attraverso FLO oltre 300 organizzazioni di produttori in più di 40 Paesi (per un totale di circa 800.000 famiglie di contadini e lavoratori) possono beneficiare del marchio FAIRTRADE, garantendo perciò che i prodotti certificati venduti ovunque nel mondo siano conformi agli Standard del Commercio Equo. L'esigenza fondamentale alla quale risponde la creazione dei marchi di garanzia è, infatti, proprio quella di ampliare il mercato dei prodotti di Commercio Equo, rendendo quei prodotti riconoscibili anche all'esterno, ma assicurando il rispetto dei princìpi del Commercio Equo da parte degli operatori economici tradizionali interessati a diventare fornitori di prodotti equi e solidali.
FLO, quindi, ha fra i suoi principali obiettivi quello di garantire il rispetto di Standard di Commercio Equo, ma anche quello di facilitare la commercializzazione di prodotti equosolidali attraverso canali differenti e conseguentemente di supportare i produttori.
Per l’assegnazione del marchio,ci sono naturalmente,degli standards da soddisfare,da parte di tutta la filiera del c.e.e.s..
Riguardo ai produttori,ci sono due categorie di standard,una per i piccoli contadini e l’altra per i lavoratori nelle piantagioni e nella fattorie.Il primo tipo di standard si applica ai piccoli proprietari organizzati in cooperative o in altre organizzazioni che abbiano,però una struttura democratica e partecipativa.
Il secondo tipo si applica ai lavoratori organizzati,pagati dignitosamente,e a cui vengono garantiti i diritti di partecipare a sindacati. Riguardo alle piantagioni e alle fattorie,ci devono essere delle garanzie minime riguardo alla salute,la sicurezza,e l’ambiente di lavoro,e non ci deve essere nessun caso di lavoro minorile,sfruttamento o lavoro forzato.
Poiché il c.e.e.s riguarda non solo uno scambio di prodotti,ma soprattutto lo sviluppo,questi standard sono ulteriormente suddivisi in requisiti minimi,senza i quali non si può accedere al marchio,e requisiti di sviluppo,cioè quelli che possono incoraggiare le organizzazioni dei produttori a migliorare continuamente le condizioni di lavoro,la qualità dei prodotti e la sostenibilità ambientale dei progetti.
Per quel che riguarda gli importatori invece i requisiti per essere considerati “fairtrade” sono:- un prezzo equo,cioè che permetta ai produttori di coprire i costi della sostenibilità e della sopravvivenza,
- pagare un “premio”,cioè un sovrapprezzo che il produttore potrà investire in attività per lo sviluppo
- il prefinanziamento,cioè un pagamento parziale in anticipo rispetto alla consegna,ogniqualvolta il produttore lo richieda
- la garanzia firmata di contratti di lungo periodo,per l’instaurazione di un rapporto sostenibile.
I prodotti,invece,hanno un loro codice a parte,con dei requisiti specifici che riguardano qualità,prezzo,e sicurezza nella preparazione.I prodotti garantiti da FLO non sono ancora tutti,ma solo banane,cacao,caffè,cotone,frutta secca,fresca e verdura,miele,succhi di frutta,noccioline,quinoa,spezie,zucchero,tè e vino.Si può notare, che manca in pratica tutta la merce di artigianato,e anche altri alimentari.Per gli altri prodotti di fatti,ci si affida alla credibilità delle centrali di importazione.
Ma come si finanzia FLO?Attraverso i licenziatari stessi del marchio,che pagano delle royalties che vanno dal 2 a l 2,5% del prezzo finale del prodotto,che vanno aggiunte ai contributi dei soci(che rappresentano tutta la filiera).Grazie a questi proventi viene effettuato il monitoraggio,chiaramente a campione,che cerca di garantire a tutti i protagonisti del commercio equo,dal contadino al cliente in bottega,che vengano rispettati i loro principi. La certificazione di FLO è gestita da un'Unità autonoma all'interno dell'organismo, con il compito di coordinare le diverse attività legate al monitoraggio, al controllo dei produttori e alla certificazione, in modo indipendente dalle organizzazioni di Commercio Equo, seguendo gli Standard ISO per gli Enti di Certificazione (ISO 65). La serietà di questo coordinamento dei marchi è stata riconosciuta anche dalla commissione dell’Unione Europea,che lo cita come uno dei più completi ed efficienti nel libro verde del 2001.
DIFFUSIONE IN ITALIA E IN EUROPA DEL COMM.EQUO&SOLIDALE
Italia
Europa
Botteghe del Mondo
374
2.740 in 18 Paesi
Supermarket che vendono prodotti del Commercio Equo
2.620
43.100 in 18 Paesi
Numero di Importatori
7 (senza considerare le Botteghe che importano direttamente)
97 in 18 Paesi
Organizzazioni di Marchio
1
14 in 14 Paesi
Volontari
1.500
96.000 in 18 Paesi
Personale pagato - Importatori
50
746 (relativo a 32 organizzazioni in 18 Paesi)
Personale pagato - Botteghe del Mondo
70
394 in 16 Paesi
Personale pagato - Organizzazioni di Marchio
2,4
71 in 14 Paesi
Fatturato
> 16.100.000 Euro
> 369.400.000 Euro
Spesa totale in educazione/informazione/marketing
310.000 Euro
10.100.000 Euro
Maggior penetrazione di prodotti del Commercio Equo
Banane, 1,2% del mercato
Banane, 15% del mercato in Svizzera.
CONCLUSIONI
“I prezzi non dovrebbero essere fissati al livello più basso possibile,ma a quello sufficiente per fornire ai produttori degli standard adeguati alle loro condizioni di vita”(J.M.Keynes)
Il commercio equo si muove sul filo delle sue contraddizioni: da una parte promuove un’economia sostenibile, di piccola scala,attenta all’ecologia,ma allo stesso tempo favorisce il commercio internazionale,mobilitando merci da una parte all’altra del pianeta,consumando energia; si pone come principio la tutela delle culture locali,ma chiede ai produttori di modificare i prodotti in base ai gusti dei consumatori del Nord del Mondo,combatte un certo tipo di mercato,ma si apre ai supermercati.
Questi sono i dubbi che attanagliano chi il commercio equo lo promuove e chi ne vive,persone che sono in continuo conflitto fra il rimanere “duri e puri” o guardare all’utilità dell’apertura verso un pubblico meno di nicchia..
E’ molto difficile dare risposte,è un movimento che si interroga in continuazione su se stesso,poiché ha due facce: è commercio ma è anche politica e soprattutto è etica,e proprio per questo che torna sempre il problema della espansione VS snaturamento del movimento.
Una soluzione non è pensabile a tavolino,il movimento evolverà come ha sempre fatto,ma il pericolo di essere “fagocitato” dal mercato mondiale sarà lontano finchè esso si fonderà sulle persone e non sui profitti e sui principi che lo animano da più di vent’anni.
BIBLIOGRAFIA
Libri consultati:
- L.Guadagnucci,F.Gavelli “La crisi di crescita,le prospettive del commercio equo e solidale”
Ed.Feltrinelli
- N.Roozen,F.van der Hoff “Maz Haavelar,l’avventura del commercio equo&solidale“
Ed.Feltrinelli
- A cura di A.Reina “Un mercato diverso,guida al commercio equo&solidale”
Ed.EMI
- Le informazioni sulla parte storica (Gli inizi, La fase politico-ideologica, La fase commerciale) sono tratte da "NGOs and Fairtrade, the Perspectives of Some Fairtrade Organisations", Adria Gutierrez,
- I dati numerici (Panoramica sintetica) sono tratti da "Fair Trade in Europe 2001", a suvey prepared by Jean-Marie Krier on Behalf of EFTA), 2001, disponibile, nella versione inglese, in www.eftafairtrade.org
Siti consultati:
- www.altromercato.it
- www.liberomondo.it
- www.commercioalternativo.it
- www.equoland.it
- www.agices.org
- www.assobdm.it
- www.equo.it
- www.ifat.org
- www.eftafairtrade.org
Commercio equo solidale
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