Politica economica europea

 

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  • Politica economica europea.

     

    Sviluppi futuri.

    Agenda 2000                  

  • WTO                           

  • Allargamento.

     

    La politica economica europea tratta argomenti che rientrano nel corpo della teoria economica che va sotto il nome di "integrazione economica internazionale".

    Al di là degli aspetti della teoria, tratteremo tutte le tappe storiche del processo di integrazione cercando di spiegare le motivazioni dei tempi accelerati o rallentati del processo di integrazione;

    vedremo casi di integrazione economica internazionale che si stanno verificando nelle diverse parti del mondo, entreremo poi nello specifico della politica economica europea e concluderemo con una visione di quelle che sono le tappe future del processo di integrazione economica europea.

    Questi sviluppi futuri sono sostanzialmente raggruppabili in 3 aree:

    • Agenda 2000
    • WTO
    • Allargamento.

    Agenda 2000 vuole essere un documento della Commissione europea che per finalità interne all'unione europea: vuole fare il punto su quelli che dovranno essere gli sviluppi futuri, le strategia future dell'unione europea.

    Tuttavia non si può guardare al futuro delle politiche interne dell'unione europea senza tener presente che anche il processo di integrazione economica regionale internazionale (che è proprio il processo di unificazione dei paesi all'interno dell'unione europea), va visto nel contesto degli accordi multilaterali e quindi bisogna capire quello che significa un confronto, portare avanti delle strategie di accordi multilaterali e di regionalismo.

    Il terzo problema è quello che da sempre la Comunità Economica Europea di una volta, (l'Unione Europea di oggi), ancora vuole aumentare la massa critica dei paesi, dei cittadini che vivono all'interno di questa area integrata.

    Quindi, l'attenzione costante dalla nascita della Comunità economica europea agli anni futuri, è sempre quello di guardarsi intorno e vedere quali sono i possibili paesi candidabili a essere parte integrante di questa Unione Europea.

     

     

     

     

     

     

    politica economica europea 

     

     

     


    *PAC= politica agricola comunitaria.

    Agenda 2000 è un documento costruito in questo modo (vedi lucido).

    Esso da, in modo particolare, grande alternativa alle politiche interne, cioè Agenda 2000 dice quali sono gli sviluppi futuri delle politiche interne all'Unione Europea poi si interroga su che cosa si dovrà invece fare nel contesto internazionale.

    Allora vediamo che il documento, per quanto riguarda il versante interno è articolato in:

    • Lo sviluppo delle politiche interne
    • Il problema della coesione
    • Il problema della nuova PAC.

    In queste tre voci si trova l'essenza che ha accompagnato sempre il processo di integrazione europea.

    Questo perché ogni volta che il processo di integrazione europea ha mosso dei passi in avanti , si è voluto interrogare su 3 problematiche.

    Più si stringe il processo di integrazione, più si deve vedere quali sono le politiche che danno corpo a questa integrazione ( una politica nel campo della concorrenza, una politica comune nel campo della sicurezza alimentare, una politica comune nel campo della politica industriale, etc..  Tutti aspetti macroeconomici che hanno portato all'unione monetaria di oggi) e quindi lo sviluppo continuo di tutte quelle che diventano politiche integrate dell'unione europea.

    Quel processo quindi  spoglia continuamente i Paesi di una parte della sovranità nazionale, delegando, in parte o in toto, queste politiche alla gestione della Commissione, alla gestione del Parlamento, alla gestione del Consiglio dei Ministri Europei.

    Così man mano, i gradi dei paesi che partecipano all'Unione Europea diminuiscono, mentre aumentano, invece, le competenze dell'Unione Europea.

    Quindi, guardando al 2000, bisognerà vedere quali sono queste politiche che vanno rafforzate.

    Detto questo, però nasce continuamente il bisogno di rendersi conto che man mano quest'area diventa sempre più integrata, aumenta il confronto tra diversi, cioè aumenta il confronto tra chi è il più forte e chi è meno forte, tra chi non è in grado già da subito di confrontarsi in un contesto di competizione globale e chi invece già lo è, chi ha problemi di sottoccupazione o di disoccupazione e chi invece non li ha, tra chi per stare in un contesto di competizione globale ha bisogno di politiche di ristrutturazione e di riposizionamento nei diversi settori e chi è invece nella fase in cui già è in condizione di affrontare questo tipo di mondo, questo tipo di confronto globale.

    La questione, allora, negli anni del processo di integrazione significava soltanto alcune politiche strutturali che , fatto 100 il bilancio (l'Unione Europea, come qualunque paese, per portare avanti la sua politica economica, ha bisogno di entrare nel bilancio per fare poi l'attività di politica di spesa. Allora bisogna dotare l'Unione Europea di un bilancio proprio. Questo bilancio è la minima parte della dotazione dei bilanci nazionali, siamo nell'ordine dell'1%, 2% del P.I.L. di ciascun paese, ma nella media comunitaria), minimale, la disponibilità di fondi che c'è stata per le politiche che si chiamavano politiche strutturali, cioè politiche capaci di riorganizzare il tessuto produttivo sociale, sono sempre state nell'ordine, all'inizio del 3%, del 5% di quel totale che è soltanto il 2% del P.I.L., quindi una cifra irrisoria.

    Man mano che aumentava, come dire, questa gabbia, la perdita dei prezzi del mercato ingabbiava un po’ le politiche e l'autonomia dei paesi, allora è chiaro che aumentava il bisogno di sviluppare le politiche di coesione, cioè quelle politiche di armonizzazione, quelle politiche che consentono lo sviluppo sempre più bilanciato .

    Allora nel tempo è aumentata sempre più la disponibilità e il fabbisogno di dotare la politica di coesione economica e sociale, nelle sua accezioni più ampie, di nuove e più abbondanti risorse finanziarie.

    Questo discorso lo vedremo quando parleremo nello specifico di Agenda 2000.

    In prospettiva per il terzo millennio si prefigura soltanto una disponibilità di risorse per la coesione dei 15 paesi che già oggi stanno dentro l'Unione Europea, ma si immagina che debba, da subito, essere disponibile una parte di queste risorse anche per quei paesi che


    dovranno rientrare, proprio perché quei paesi che dovranno entrare in gran parte sono paesi ad un tasso di sviluppo più basso della media dell'Unione Europea, e quindi ci si preoccupa non soltanto perché si è filantropici, ma perché fare entrare oggi, in un contesto dove i gradi di libertà sono molto ridotti, paesi più poveri, meno strutturati, con un sistema istituzionale più debole, con dei sistemi che, per esempio, hanno poca attenzione per alcuni diritti dei cittadini, è chiaro che crea tensioni all'interno dell'Unione Europea.

    Allora si preferisce nella fase transitoria, che precede sempre un ingresso a pieno titolo di un paese, farlo avvicinare quanto più possibile sotto tutti quanti i profili: istituzionali, economici, e anche quelli dei diritti civili.

    Come vedete, però, anche nel terzo millennio c'è scritto nuova politica agricola comunitaria PAC.

    Questo perché da quando è nato dal trattato di Roma nel 57 l'agricoltura, la politica agricola comune è sempre stata al centro del processo di integrazione.

    Si può dire che è logico, perché si parte negli anni 50, nel dopoguerra,  l'Italia era un paese con una popolazione attiva in agricoltura al 40%, e allora è ovvio immaginare l'importanza del settore agricolo.

    Ma immaginare questo è importante anche all'interno dell'Unione Europea rivolta al terzo millennio, per paesi come l'Inghilterra, la Francia sempre un poco in anacronismo.

    Purtroppo scoprirete, quando parleremo delle diverse tappe del processo di integrazione, che invece la PAC ancora oggi è al centro di una serie di contrasti talmente forti che sono in grado di arrestare i processi di integrazione.

    Parleremo degli accordi multilaterali nel 99, negoziato GATT, l'ultimo negoziato GATT era cominciato nell'86 e si è concluso definitivamente nell'aprile del '94, ha rischiato di interrompersi proprio perché gli Stati Uniti e l'Europa non si mettevano d'accordo sulla riforma della PAC.

    Anche un paese come gli Stati Uniti non cedeva, era disposto a non chiudere il complesso del negoziato multilaterale che aveva ben 14 dossier sul tavolo, era pronto a chiudere la trattativa sull'agricoltura.

    Pensate che ancora oggi, di quel bilancio modesto, che abbiamo detto essere il bilancio disponibile dall'Unione Europea oggi, il 50% del bilancio dell'UE va all'agricoltura.

    Quindi dalla somma modesta che è nella cassa dell'Unione Europea, ancora oggi il 50, 55% è destinato all'agricoltura.

    Siamo partiti da livelli che erano 70%, 80%, all'arrivo del processo di integrazione europea, però ancora oggi è molto importante questa cosa.


    Perché ancora nel terzo millennio si deve ridiscutere la politica comunitaria? È già intuibile per due cose:

    • innanzitutto perché c'è un 50% dei soldi che stanno messi là, allora è logico che se si deve pensare allo sviluppo delle politiche interne, a rafforzare le politiche di coesione, significa disponibilità finanziaria, si deve immaginare una nuova PAC che spenda di meno.
    • Su quest'altro fronte incalza ancora questa causa, cioè quando andiamo sul versante esterno, (Agenda 2000 è articolata su questi 2 fronti) trattiamo queste problematiche: allargamento, partenariato, riapertura dei negoziati multilaterali.

    Cosa significa allargamento? Significa che l'Unione Europea sta pensando già da diverso tempo a far entrare nuovi paesi all'interno dell'Unione Europea.

    L'Unione Europea sta pescando nell'ambito europeo (Europa occidentale) o nell'ambito dell'Europa orientale, e nell'ambito dei paesi del bacino mediterraneo.

    È importante ricordare che quando si parla di versante esterno, e allargamento, si sta pensando a numerosi paesi, cioè si pensa addirittura da 15 di poter arrivare a 24, 30 paesi.

    Se vi rendete conto della diversità, perché fare entrare la Svizzera non è la stessa cosa di far entrare la Turchia, o far entrare la Bulgaria non è la stessa cosa di far entrare la Svizzera e la Turchia.

    Quindi vedete che l'immagine di un'Europa che si vuole allargare trasversalmente, passa attraverso situazioni economiche, statiche e culturali totalmente diverse da paese a paese.

    Quindi capite quanto è possibile che sia diversa questa Europa nel futuro e quindi di quanto saranno diverse le esigenze di politiche di coesione, per esempio, per la Svizzera rispetto alla Bulgaria o rispetto alla Turchia, di quanto bisognerà lavorare di più o di meno, parlando dei diritti dei cittadini, se parliamo della Svizzera o se parliamo della Turchia.

    Quindi è chiaro che i problemi sono enormi, sono enormi però anche sotto il profilo di carattere finanziario.

    La tematica dell'allargamento è una tematica forte, perché implica praticamente, una capacità strategica di gestire una nuova visione dell'Europa, che è totalmente diversa da quella che è cominciata nel 1957 quando 6 paesi, molto vicini geograficamente, molto simili sotto il profilo economico, istituzionale e sociale, evidentemente hanno dato vita a quel primo nucleo di Europa.

    Però, perché si fa questo? Proprio perché andando in un contesto di globalizzazione dei mercati, ma al tempo stesso nel mondo c'è questa


    grande spinta verso il regionalismo, l'Europa non vuole rimanere indietro, l'Europa sa che deve continuare a costruire un'area regionale più forte, che sappia tener il passo con gli altri processi di integrazione regionale nel mondo, e quindi evidentemente ha bisogno di allargare quanto più possibile, compatibilmente con le difficoltà di mettere insieme diversi con le possibilità però, poi, di poter reggere la competizione globale.

    Il partenariato, lo vedremo quando parleremo della politica degli accordi preferenziali in particolare, perché quando parleremo delle relazioni esterne, diremo che la politica di relazioni esterne, appunto si basa su accordi bilaterali, accordi preferenziali, su accordi multilaterali, sull'allargamento, cercando di andare a scegliere i paesi.

    Allora il partenariato è una sorta di azione strategica che si fa verso i paesi, per esempio in particolare i paesi del bacino mediterraneo, dove si cerca di aprire delle partnership che si basano non tanto, come dire, nel tentare di avere agevolazioni per l'Europa, ma cercando di aprire a questi paesi, possibilità interessanti che l'invoglino, quindi, ad avere delle relazioni con l'Europa.

    E quindi sono politiche di partenariato e quindi di messa insieme di interessi però con un occhio solidaristico, e quindi cercando di aiutare questi paesi.

    Ecco che tutto questo porta ad affrontare la tematica che sembrerebbe per anni essere stata la tematica rilevante nella prospettiva della strategia di liberalizzazione degli scambi mondiali, invece ci si prepara ad andare nelle trattative di quel tipo tra posizioni di forza cioè, avendo integrato ancora di più paesi dentro l'unione europea, e comunque avendo legato a sé paesi in via di sviluppo che poi diventano alleati dell'Europa nella strategia di trattativa nell'accordo multilaterale.

    Allora, nel dopoguerra gli Stati Uniti hanno avuto il rilancio di una politica di relazioni mondiali, anche per contribuire a superare evidentemente tutte quante le difficoltà, i rancori di paesi che si erano combattuti aspramente fino al giorno prima.

    E allora qual è la base più facile? È la base economica.

    Ovviamente, poi, gli Stati Uniti partivano da una posizione di forza, avevano un paese integro, tutti gli altri invece avevano delle nazioni distrutte dagli esiti della guerra, sia che erano stati vincitori sia che erano stati perdenti.

    Sia l'Inghilterra che la Francia come l'Italia o la Germania, erano paesi distrutti comunque dall'esito mondiale della guerra.

    Gli Stati Uniti avevano partecipato, ma avevano un paese integro.

    Quindi, come dire, apriamo gli scambi mondiali significava anche dire cominciamo perché tanto io sono già pronto.


    È partito il negoziato, quindi si è detto, primo anno è stato nel 1947, e la logica era di che cosa parliamo?

    Cerchiamo di dare una strategia di lungo periodo in cui i paesi diventino protezionisti dei loro mercati, e quindi che non ci sia anarchia, non ci sia quindi grande protezione nel mercato interno per difendere le proprie produzioni, ma liberamente si liberalizzino gli scambi e quindi chi è più efficiente può entrare e conquistare quote di mercato.

    Allora si è detto all'inizio: cominciamo con lo strumento più semplice, cioè lo strumento principe del protezionismo che è la tariffa, quindi quando io importo un bene posso decidere che se alla frontiera quel bene entra a 100 dollari, io posso decidere di applicare una tariffa ad valorem , cioè percentualmente incremento il prezzo che mi offre l'esportatore mondiale.

    Quindi se quel bene entra a 100 dollari io gravo quel prezzo, quel prodotto di un 10%, di un 50%, di un 100% etc..

    Allora le prime trattative, quelle che abbiamo chiamato i round, cioè si chiamano sempre round, si avvia in una città, in un paese la trattativa, va avanti uno, due, tre, quattro anni secondo quanto deve durare e prende il nome dal posto dove inizia e ci dice quali sono le tematiche che vengono affrontate, i dossier che vengono affrontati.

    Allora nel 47, nel 49, 51, 56, 60, 61, si è sempre parlato di tariffe.

    I paesi nel mondo che hanno partecipato a questa trattativa multilaterale erano all'inizio 23, poi 13, poi 38, 26, 26.

    Fino al 60 vedete che era limitato il numero dei paesi.

    Un'altra caratteristica che diremo è che dei paesi in via di sviluppo non c'era presenza.

    Arriviamo all'ultimo (ved. grafico) dove invece per la prima volta si inserisce il dossier dell'agricoltura, i paesi sono 105, e quindi a quel punto vuol dire che con l'ultimo negoziato quasi tutte le aree del mondo hanno ritenuto importante entrare in questa trattativa multilaterale, ognuno con la sua posizione di forza.

    E quindi all'interno di una trattativa multilaterale si sono presentate diverse aree del mondo integrate regionalmente e quindi dovremmo vedere se c'è compatibilità tra una tendenza a liberalizzare gli scambi, e la tendenza invece al liberalismo.

    Quindi quando parleremo di riapertura di negoziati GATT, significa che chiuso il negoziato Uruguay-ruond, cioè l'ultimo negoziato GATT, l'Unione Europea, come il resto dei paesi del mondo, si aspetta di andare oltre quelli che sono stati gli accordi raggiunti con la chiusura dell'accordo di Marachesh.


    Allora un documento che abbraccia tutto quanto, proprio perché c'è la consapevolezza che l'Europa nel 3° millennio, per giocare un ruolo ancora più importante sulla scena mondiale, deve avere una coesione interna, e deve aver completato tutti i processi di integrazione che tendenzialmente la portano verso l'unione politica, ma comunque si presenta con una politica economica univoca e con alcuni problemi irrisolti, perché se è vero che l'ultimo negoziato GATT si stava per rompere sull'agricoltura, è chiaro che bisogna andare alla riapertura del negoziato WTO con certi problemi che hanno rischiato di farlo fallire già risolti.

     

    Perché per esempio:

     


     Anno             tematiche                                             paesi

    politica economica europea 


    1947              tariffe                                                      23

    1949              tariffe                                                     13

    1951              tariffe                                                     38

    1956              tariffe                                                     26

    1960-61         tariffe                                                     26

    1964-67         tariffe Anti - dumping                             62 

    1973-79         tariffe- accordi non tariffari e giuridici    102

    1986-93         indennizzi, agricoltura e servizi             105

     

     

     

    quando si è trattato di affrontare il negoziato GATT, è successo che siamo partiti nell'86 e la posizione negoziale dell'Europa per alcuni anni è stata incerta, si diceva "siccome questa volta, per la prima volta, l'agricoltura è entrata nei negoziati, ci conviene autoriformare e poi andare alla trattativa e dire questo è quello che possiamo fare e non di più, oppure non riformare e andare alla trattativa con il settore, con la politica ancora da riformare e quindi giocare la partita a carte coperte con il rischio però di essere schiacciati da chi è più forte nella trattativa e quindi ci spinge verso una linea che invece è eccessiva socialmente, politicamente per gli interessi interni.

    Alla fine, dopo ampie divergenze e riflessioni si è scelta la politica di autoriforma e quindi nel 92 si fece la riforma interna della PAC e poi si andò al tavolo delle trattative dicendo che questa è la riforma, prendere o lasciare, e quindi con minimi aggiustamenti si è riusciti a spuntarla e quindi ancora oggi esiste un corpo di politica.


    Ecco quindi cosa significa affrontare questo tipo di problematiche e quindi che cosa significa andare nell'analisi del futuro dell'Europa.

    Questo è il percorso che ci porterà a capire di fatto dove siamo oggi e dove intendiamo andare.

    Ma dove siamo oggi?

    Oggi noi siamo a Marzo 2000, in un sistema in cui il processo di integrazione economica è arrivato quasi al suo completamento, cioè la fase di integrazione economica si è quasi completata, siamo in una fase di unione monetaria.

    Che cosa significa unione monetaria? (domanda d'esame)

    L'unione monetaria significa che oggi l'Unione Europea ha deciso di avere una sua moneta unica, l'EURO, però per arrivare al momento in cui scompariranno Marchi, Lire, Franchi, etc.. sarà necessaria una fase di transizione.

    Allora, per arrivare ad una fase di transizione è stata necessario ad un certo punto dire a tutti quanti i partner, quindi i 15 paesi, siccome tutti quanti sappiamo che ogni paese ha utilizzato il tasso di cambio a fini di politica economica, per essere più o meno competitivi, per recuperare a volte dei livelli di inefficienza interna, quindi svalutando e rivalutando, allora nel tempo si è dovuto ridurre la possibilità di avere un sistema di cambi flessibili, cioè l'inizio della storia degli anni passati, era che ogni paese aveva praticamente un sistema in cui non accettava la parità fissa e quindi diceva: il mio tasso di cambio può fluttuare, in modo tale che questo mi consentiva di aggiustare continuamente, se necessario, la capacità competitiva sui mercati internazionali.

    Man man che si è cominciato ad avviare il processo di integrazione, era inevitabile che per far convergere le economie e quindi non far giocare a ciascun paese una partita sleale verso altri ed altro, bisognava sciogliere il problema, il dilemma.

    Allora ognuno gioca la sua partita sapendo che la teoria economica ci insegna che nel momento in cui io applico uno strumento che è negativo per il partner con cui io gioco una partita sul piano economico internazionale, l'altro è pronto a fare una ritorsione, questo vale quando io applico le tariffe ed è chiaro che quando io svaluto il mio tasso di cambio per conquistare i mercati, è chiaro che sta applicando una ritorsione contro di lui.

    Però questa ritorsione, questo gioco che la teoria qualifica come il dilemma del prigioniero, cioè questo gioco l'uno contro l'altro, normalmente porta un danno per tutti quanti.

    Allora la teoria economica ci dice che è meglio convergere.


    Per arrivare a questa moneta unica che sarà la tappa finale del 2002, bisognava dire: "benissimo, piano piano, piano piano, stringiamo le possibilità di far gestire a ogni paese le proprie monete, i propri tassi di cambio".

    E quindi, nella fase finale del processo di integrazione, cioè nella seconda parte degli anni '90, si è cominciato a dire: " i paesi che vorranno entrare e avere la moneta unica, dovranno rispettare certi criteri di convergenza".

    Questo perché è impensabile che nel momento in cui ci sarà a moneta unica, ogni paese possa continuare ad avere gradi di libertà elevati, per esempio nelle politiche di bilancio, quindi nella tassazione da un lato ma anche nella spesa pubblica nazionale dall'altro.

    Per ora si è cominciato a stringere il sentiero e andare in una direzione che consentiva di controllare, di mantenere l'andamento delle politiche di bilancio.

    Quindi non politiche di bilancio autonome, controllate e armonizzate totalmente, ma politiche di bilancio monitorate dall'autorità europea.

    Questo è stato uno dei punti di forza per consentire ad un certo punto di stringere, e dire "benissimo, sul versante del tasso di cambio, sempre dalla stessa data, bisogna cominciare a dire che non potete fare più come volete, ma dovete accettare una stabilità dei tassi di cambio.

    Quindi i paesi che vogliono entrare nella moneta unica devono accettare da questo momento di non poter giocare più con il tasso di cambio e quindi creando instabilità, valutando e rivalutando a loro piacere, ma anche sul tasso di cambio assumere un sentiero,  una strategia virtuosa.

    Questo ha regnato fra i 15 paesi, quelli che erano in condizioni di adottare questo tipo di strategia.

    Allora ad un certo punto si è detto: "benissimo, arriveremo ad un certo punto che è il 1999 in cui ad un certo momento a mezzanotte di quel giorno, diremo il tasso di cambio lira/marco è quello e non si tocca più".

    Quindi non ci sono più margini di flessibilità, ma non c'è neanche più la possibilità di riaggiustare quel tasso di cambio.

    Quindi le parità bilaterali ad un certo punto sono state fissate, senza più possibilità di ritornare indietro.

    È chiaro che, a quel punto, alcuni paesi hanno accettato, altri no; questo a portato quindi alla situazione in cui ci troviamo oggi.


    Quindi dei 15 paesi dell'Unione Europea: [Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Finlandia, Svezia, Regno Unito] solo 11 hanno deciso di accettare questa parità fissa non modificabile e di accettare quindi di entrare nella moneta unica.

     Ecco quali sono gli 11 paesi che sono dentro la schema della moneta unica: Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo,  Austria, Portogallo, Finlandia, Olanda.

    Brilla subito un paese: Il REGNO UNITO. L'Inghilterra è sempre stato il paese che ha voluto giocare la partita per conto suo, quando si è cominciato negli anno '50 a parlare di Europa, era al tavolo delle trattative, poi ad un certo punto è uscita e dal '57 al '73 è rimasta fuori.

    Oggi, siamo entrati nella moneta unica, e l'Inghilterra è fuori dalla moneta unica.

    Un paese che invece sta per entrare e si è dichiarato pronto ad entrare è la Grecia.

    Quindi vedete, il meccanismo è diventato un meccanismo in cui si sono date delle regole, bisognava rispettare una convergenza, un processo di convergenza.

    Chi era pronto nel 1999 ha accettato il processo di convergenza, mostrandosi d’accordo a non modificare il tasso di cambio, e quindi questo significa dire agli imprenditori da un lato, chi gioca sulle esportazioni, sulle importazioni, stai tranquillo perché puoi comprare a termine senza sapere che ad un certo punto oggi compri, vai a pagare tra 30 giorni ed è cambiato il tasso di cambio, c'è quindi più stabilità nelle aspettative degli imprenditori.

    Da un altro lato, è chiaro che i governi nazionali hanno perso dei gradi di libertà nella loro sovranità.

    Dall'altro lato ancora, il sistema bancario dovrebbe avere abbattuto dei costi definiti "costi di transazione", cioè in sostanza quando voi andate in banca a cambiare lire con dollari, o lire con marchi, o qualunque cosa cambiate, vedete sempre che vi danno il tasso di cambio e poi sotto leggete la commissione, un x% che è la commissione che prende la banca.

    Entrando in una moneta unica, quel costo che viene gravato dal sistema bancario, dovrebbe essere eliminato, e quindi questo rende più efficiente il sistema economico in quanto tale.

    Allora, quei paesi che hanno accettato questo tipo di entrata nella moneta unica, o di avvicinamento alla moneta unica in modo definitivo, sono stati quei paesi che come vedete erano in grado di rispettare, o quasi in grado di rispettare, alcuni parametri che sono i famosi criteri di convergenza del trattato di Maastricht. 


    Ecco quindi la situazione, ci troviamo oggi in un sistema di unione monetaria dove ancora non c'è la vera moneta unica, anche se sapete che le operazioni si possono già fare in Euro, però ancora per uno o due anni i paesi dovranno mantenere la loro moneta nazionale.

    Di tutti i paesi dell'Unione Europea solo 11 sono entrati per ora, la Grecia ha annunciato che vorrebbe entrare (9-3-2000) nell'unione monetaria.

    Questo evidentemente, poi sarà il problema da affrontare successivamente quando si riparlerà di Allargamento, perché è chiaro che se pensiamo alla Bulgaria e alla Turchia non ci si può aspettare che questi paesi da un giorno all'altro decidano di accettare di perdere la sovranità nazionale sulla gestione della moneta, del tasso di cambio e soprattutto nella gestione del tasso di interesse.

    Quindi oggi siamo in questo sistema, il sistema di integrazione economica è quasi culminato, ci sono però alcune politiche che sono a mezzadria, per così dire tra un livello europeo e uno nazionale, si sta spingendo molto sul principio di sussidiarietà in modo tale da dare agli enti locali, alle regioni, alle provincie un certo tipo di autonomia di gestione delle politiche locali, siamo in una fase in cui l'Europa si sta allargando addirittura a 24, 30 paesi e stiamo in una fase in cui si sta cercando di ampliare anche il bilancio comunitario, e siamo in una fase di nuovi negoziati sul piano internazionale.

    Quindi oggi, si sta praticamente risplasmando l'Europa non soltanto all'interno, ma si sta preparando l'Europa ad affrontare tutte quante quelle sfide che l'aspettano sul piano internazionale.

    Tutto questo ce lo dice con l'ultimo trattato, la storia del processo di integrazione la seguiamo per tratti fondamentali, tutto questo oggi in una situazione un pochino più favorevole quelle che sono le istanze sociali dei cittadini d'Europa.

    Cioè negli anni 90 abbiamo, come cittadini, sofferto un po’ perché ci è stato detto "stringete la cinta perché dobbiamo entrare in Europa, è importante entrare, è importante arrivare alla moneta unica, dobbiamo soffrire un po’".

    Allora problematiche come quella ambientale, come quella della sicurezza alimentare, come quella dell'occupazione, come quella dei diritti dei cittadini, sono state messe in secondo ordine, fino a quando, pronti ormai al salto finale, il trattato di Amsterdam , che è l'ultimo trattato che ci interessa, che ci sta governando, ha detto no, l'Europa deve essere un'Europa più attenta al cittadino e quindi nell'accezione più globale di quello che significa cittadino, ai suoi diritti ma anche ai suoi doveri, la sua attenzione rivolta a creare occupazione a questo cittadino, a tutelarlo e a farlo vivere in un sistema un po’ più stabile, e quindi grande attenzione alle tematiche ambientali.

    Questa è la fotografia di dove siamo oggi.

     

                                                Lez. 15/03/2000

     

    politica economica europea 


    Es. integrazione negativa                   Es. integrazione positiva.

    • Integrazione settoriale                     1) unione doganale
    • Aree di libero scambio                     2) mercato comune

                                                                 3) completa unione economica

                                                                 4) completa integrazione 

                                      politica

                                  Richiedono: atti di adozioni di nuove politiche.

    Es. relazioni esterne economiche.

     

    N.B. nella realtà in tutte sono presenti integrazioni economiche positive.

    L'obiettivo di fondo dell'integrazione è l'aumento del benessere .

     

    La completa unione economica richiede la messa appunto di un'unione economica, monetaria e di bilancio diversa dalla precedente.

    Quando parliamo di forme di integrazione distinguiamo l'integrazione di carattere negativo e classifichiamo una sorta di integrazione settoriale o un'area di libero scambio, e sull'altro versante troviamo l'integrazione di carattere positivo.

    L'integrazione negativa è tale perché c'è solo una rimozione degli ostacoli , cioè si mette insieme un settore ma in fondo non si costituisce niente di positivo perché si costituisce una politica commerciale esterna comune, quindi si costruisce una nuova politica di relazioni esterne verso il resto del mondo, che può andare da accordi preferenziali, all'allargamento dell'Unione Europea, alla partecipazione sugli accordi internazionali.

    Il mercato comune deve prevedere un sistema di regole per il comportamento degli imprenditori sul mercato, per difendere i consumatori, per riequilibrare eventuali squilibri nati dall'integrazione.

    Occorre quindi una politica che consenta che il mercato comune, come forma di integrazione vada a buon fine, massimizzi il benessere e arrivi a ridistribuzione dei benefici;

    l'obiettivo di fondo dell'integrazione è aumentare il livello di ricchezza e di benessere.


    La completa unione economica richiede la messa a punto di una politica economica monetaria e di bilancio nuova; tutte le forme di integrazione economica positiva richiedono l'adozione di nuove politiche.

    Nasce il problema che quando si da corpo ad una forma di integrazione economica internazionale ed esiste già un processo avviato subito dopo la 2° guerra mondiale, che è quello degli accordi Gatt relativo alla politica di deliberazione degli scambi commerciali del mondo, allora dobbiamo capire che da un lato i principali paesi del mondo (oggi + di 100) vogliono liberalizzare gli scambi, ma se c'è una politica di liberalizzazione ci si chiede qual è l'obiettivo;

     allora si dice:  il tuo protezionismo danneggia la possibilità di altri paesi di aumentare il loro benessere perché se quest'altro paese è più efficiente, è più logico che lui venda sul mercato mondiale un particolare prodotto; se ciò fosse consentito, l'assunzione che ne deriva è che il benessere di questo paese, che aumenterebbe, determinerebbe nel complesso dell'economia mondiale un aumento di benessere che si riverserebbe sugli altri Paesi.

    Se dopo la 2° guerra mondiale è stato attivato un negoziato multilaterale GATT, allora l'obiettivo è la rimozione di qualunque forma di protezionismo per far si che qualunque paese possa accedere su tutti i mercati del mondo; ma allora perché alcuni paesi si mettono insieme e determinano una forma di integrazione economica regionale?

    Occorre a questo punto stabilire se c'è compatibilità fra quello che si opera a livello di accordi multilaterali e quello che è consentito nelle forme di integrazione economica regionale.

    Allora, ecco che bisogna capire quali sono le relazioni tra le integrazioni, le forme di integrazione economica e le regole del GATT.

     

     

    Integrazione economica e regole del GATT.

    Anche se le I.E.I. sono associazioni discriminatorie, sono compatibili con le regole del GATT, perché:

    • Non possono attivare politiche che accrescano il loro livello di discriminazione verso terzi.
    • Rimuovono le barriere tra i partner.

    QUINDI:

    I principi del GATT:

    • Liberalismo
    • Stabilità e Trasparenza
    • Non discriminazione
    • Reciprocità

    sono rispettati.

    Tuttavia aree di integrazione economica internazionale possono condurre a forme di riallocazione internazionale non sempre economicamente efficiente (trade diversion).

    La prima assunzione che noi facciamo è che le forme di integrazione economica internazionale sono associazioni discriminatorie.

    Se mettiamo in piedi una forma discriminatoria nel contesto degli scambi internazionali, come può essere compatibile con quelle che sono le regole del GATT  che invece vogliono eliminare ogni discriminazione negli scambi?

    Invece, almeno in linea di principio, e almeno per certi situazioni particolari di integrazione è possibile immaginare una compatibilità tra accordi GATT e forme di integrazione economica internazionale. Perché?

     La compatibilità esiste se le forme di integrazione economica internazionale che possono nascere nel mondo, accettino di non poter attivare politiche che accrescano il livello di discriminazione verso i paesi.

    Che cosa significa? Fotografiamo il mondo in un certo particolare momento, un momento prima che nasca una nuova forma di integrazione economica internazionale, possiamo dire, stimare, che ogni paese ha nella media, un certo tasso, un certo saggio nominale di protezione ed un certo tasso effettivo di protezione.

    Un saggio nominale di protezione ci dice quanto in percentuale, in media, un paese protegge, cioè carica il prezzo di entrata, di offerta proveniente da un paese terzo, di un dazio.

    Quindi possiamo dire che il saggio nominale di protezione di un paese o per un particolare prodotto è del 30% se in media il prezzo di offerta da paesi terzi che vogliono entrare sui nostri mercati è gravato di un dazio del 30%.

    Poi esiste il saggio effettivo di protezione che è calcolato non sul prezzo ( prezzo interno - prezzo mondiale: il prezzo mondiale x100, cioè questa sorta di indice) ma deve tener conto anche del fatto che per produrre quel determinato bene che viene gravato di un saggio nominale di protezione.


    Vengono utilizzati dei beni intermedi. A loro volta questi beni intermedi possono essere stati gravati di una certa protezione.

    Allora, il singolo produttore, mettiamo che sia un trasformatore di materie prime, se compra la materia prima gravata di un dazio, per lui un certo tipo di costo, e qui la materia prima è gravata di un dazio del 50%.

    Produce quel bene, lo vende e quel bene sul suo mercato è protetto anch'esso. Quindi lui gode a sua volta di una forma di protezione.

    Allora è chiaro che quello che conta per lui è il valore aggiunto che praticamente gli fa la differenza tra quanto lui ha venduto e quanti sono stati i consumi intermedi che ha dovuto utilizzare qual è la media ponderata di protezione.

    Calcolando tutto sul valore aggiunto effettivamente lui può dire quel protezionismo che è stato accordato sul mio prodotto, cioè io riesco a vendere e a produrre perché sono protetto da concorrenti di paesi terzi sul prodotto che io produco e vendo, non è quel protezionismo del 200% che si vede, ma è qualcosa di meno se io ho dovuto utilizzare a mia volta dei consumi intermedi gravati di protezionismo.

    Allora è più corretto dire qual è il saggio effettivo di protezione anche se normalmente ci si accontenta anche grosso modo di quanto è gravato nominalmente questo prodotto.

    La sostanza, la sintesi è quindi che ogni qual volta io vado a fare la fotografia di un paese che oggi nella media ha applicato una tariffa media per tutti quanti i prodotti del 50%, nel momento in cui questo paese entra con un altro paese a costituire una forma di integrazione economica regionale non è possibile, per rispettare le regole del GATT, che aumenti il suo protezionismo medio.

    Quindi se uno aveva un protezionismo del 509%, non è che nel momento in cui si forma l'unione doganale si dice che, per esempio, il protezionismo aumenta al 70%, perché questo sarebbe contro le regole del GATT.

    Allora è comprensibile che si costituisce una forma di integrazione, quindi in un'unione doganale, che mantenga il livello di protezionismo medio del giorno prima e questo non corra contro le regole del GATT.

    Perché tutto sommato non corre contro le regole del GATT?

    Perché quando noi facciamo un'unione doganale, abbiamo una forma di protezionismo verso il resto del mondo del 50%, però tra i nostri paesi prima io proteggo anche verso il paese B i miei prodotti e viceversa il paese B contro di me, nel momento in cui noi ci mettiamo insieme non c'è più protezionismo all'0interno del nostro mercato.

    E quindi rimane il protezionismo medio del 50% con la politica


    commerciale estera messa in piedi in comune del 50% al massimo, quindi quello che c'era il giorno prima, e elimino tutte le tariffe negli scambi tra i 2 paesi.

    Così, di fatto aumenta la ricchezza interna di questi due paesi perché c'è il libero scambio.

    Perché questo è compatibile con le regole del GATT?

    Perché nel momento in cui aumenta il benessere nel nostro paese, ognuno di noi ha una propensione media a consumare beni di importazioni e quindi aumenta mia domanda per beni di importazione.

    Quindi una quota parte di questo aumento di ricchezza di questi due paesi, che hanno eliminato il protezionismo fra di loro, si sono messi insieme, hanno aumentato il loro benessere, determina anche per i paesi terzi che rimangono fuori una domanda in più, e quindi una tendenza anche per questi paesi, a poter vendere di più, produrre di più e quindi anche aumentare in quota parte anche il loro livello di benessere.

    Quindi, sotto questo aspetto, se questo avviene allora non c'è incompatibilità con le regole del GATT che dicono che bisogna rimuovere gli ostacoli agli scambi perché così aumenta il benessere complessivo.

    Questo è un piccolo passo verso quella direzione.

    C'è compatibilità, quindi, posto che non aumenti il livello discriminatorio verso paesi terzi rispetto al giorno prima rimuovono le barriere, perché questo è previsto dall'unione doganale.

    Quindi, i principi del GATT: liberalismo, stabilità e trasparenza, non discriminazione e reciprocità, se queste sono le condizioni, sono rispettati.

    Il liberalismo, orientato verso la liberalizzazione degli scambi, non totale ma parziale, comunque un movimento positivo.

    Stabilità, evidentemente non ci devono essere passaggi indietro e quindi le regole di scambio che sono consolidate, accettate, vengono mantenute.

    Evitare, quindi, tutte quante quelle forme di ritorsione, che invece molto spesso avvengono quando, per esempio, ci sono situazioni di stress e ogni paese inizia la clausola di salvaguardia che è prevista dagli accordi GATT e quindi applica una ritorsione.

    La terza è la non discriminazione, quindi in sostanza non è possibile se un paese applica un dazio del 30%, quel dazio deve essere applicato del 30% verso qualunque paese terzo.

    Quindi non è possibile discriminare, non è possibile dire verso un certo gruppo di paesi il protezionismo medio che noi applichiamo è del 30% e verso altri tipi di paesi, invece, è del 50%.


    La tariffa esterna media deve essere praticata in modo non discriminatorio verso tutti quanti i paesi del mondo.

    Anche qui, però, c'è una variante che è stata sempre accettata perché prevede gli accordi con i paesi in via di sviluppo.

    Normalmente questa variante viene inclusa in quelli che vengono definiti "accordi preferenziali".

    La nascita di questi accordi ha la sua origine nel trattamento che i partecipanti all'unione europea volevano accordare alle loro ex - colonie, o ai paesi del Commowealth, o quindi all'ex impero britannico.

    Infine la reciprocità, quindi se io faccio una concessione, evidentemente mi aspetto che questa concessione venga poi rivolta anche nei miei confronti.

    Quindi questi sono i presupposti che consentono una piena armonizzazione al fatto che nel mondo si vada verso un tentativo di opzione zero del protezionismo mondiale e invece contemporaneamente nel mondo nascono numerosissime forme di integrazione.

    C'è anche qui, però, una possibilità che quanto abbiamo detto non sia vero (causa 50% delle cadute in esame).

    Se tutto quello che abbiamo detto fosse vero, qualunque forma di integrazione economica internazionale, anche nella sua forma primaria, che è quella dell'unione doganale, sarebbe compatibile con gli accordi GATT e determinerebbe un movimento verso un aumento del benessere complessivo nel mondo, partendo dal presupposto che questa unione doganale crei veramente una crescita della ricchezza del benessere.

    Tuttavia però succede che mettendo insieme alcuni paesi e creando delle unioni doganali, analizzando alcuni particolari settori produttivi può succedere che il benessere non aumenti ma che addirittura, all'interno del paese il benessere peggiori, il paese diventa meno ricco e quindi questo tenderebbe ad importare di meno.

    Così anche i paesi terzi sarebbero in una posizione peggiore.

    Tutto questo è collegato a questa parola: "Trade diversion".

    Può accadere che l'unione doganale si può fare per tutte le merci che vengono prodotte all'interno di questo paese o per un particolare comparto produttivo.

    Analizzando settore per settore, quindi facendo analisi statiche di equilibrio parziale, possiamo edere settore per settore che cosa succede.

    Poi, ovviamente, sommando e ponderando il tutto possiamo dire se complessivamente c'è stato o meno questo aumento di benessere.


    Dove nasce il problema?

    Il problema nasce nel fatto che quando si va a proporre un'unione doganale, normalmente, o una qualunque forma di integrazione, la teoria ci insegna a dire: mettiamo insieme quei paesi che determinano, alla fine del percorso, un aumento della ricchezza all'interno di questi paesi.

    Tuttavia può succedere che, per assurdo, si mettono insieme due paesi e costituiscono un'unione doganale.

    Però , può succedere che, per uno di questi paesi, esiste un comparto produttivo che è il più strategico, il più importante e quindi pesa tantissimo sulla sua economia.

    Si va a fare l'unione doganale e quindi siccome tra i due paesi viene eliminato il protezionismo, è chiaro che l'altro paese comprerà il prodotto più dal paese con cui è stata fatta l'unione doganale.

    Ipotizziamo che invece, primo, questo paese che adesso compra dal paese che è entrato nell'unione doganale, comprava nel mercato mondiale lo stesso prodotto ad un prezzo notevolmente più basso.

    È chiaro, quindi, che se io compravo prima molto bene  e adesso per il fatto invece che abbiamo mantenuto il protezionismo verso il resto del mondo ed invece ho eliminato il protezionismo verso questo paese che è entrato che produce ad un costo più elevato questo tipo di prodotto, mi va a peggiorare la situazione di efficienza complessiva all'interno del mercato.

    Cioè i miei consumatori prima potevano comprare di più e meglio sul mercato mondiale quel tipo di prodotto, a questo punto devono spendere una quota maggiore del loro reddito per comprare quel particolare prodotto.

    Se questo avviene, evidentemente, il benessere di questi consumatori tende a peggiorare e quindi si determina l'effetto che è appunto l'effetto di un peggioramento del benessere, di un abbassamento della disponibilità di poter spendere anche verso paesi terzi.

    Questa unione doganale, così, non ha creato quella ricchezza in più da poter spendere all'interno e anche nei paesi terzi .

    Perché allora abbiamo fatto l'unione doganale in questi termini che va

    Contro le regole del GATT e ci fa stare peggio?

    Molto spesso la ragione è di carattere politico.

    Per esempio: è caduta l'Unione Sovietica, è caduto il muro di Berlino, si è determinato quella rottura nei paesi dell'Europa dell'est, e questo ha squilibrato gli equilibri mondiali, politici e militari.

    Qual è stata la risposta dei vari paesi?

    È stata di cercare di stringere relazioni con questi paesi, non tanto perché questi costituiscono una risorsa economica, nel senso che


    erano paesi ad alta solvibilità, cioè molto ricchi, che potevano comprare, potevano costituire un bel mercato per le nostre produzioni, né perché avevano beni che noi potevamo comprare a prezzi molto più convenienti, il vero problema è che quando si è determinata questa rottura di questa situazione dell'Europa dell'Est, il problema fondamentale era la  Germania innanzitutto di riunificare il proprio paese e tutto questo a cascata portava a grandissima attenzione verso tutti gli altri paesi dell'Est, per cercare di agganciarli, a torto o a ragione, a quella che può essere la logica occidentale e quindi sottrarle ad altre sfere di influenza, e al tempo stesso pur nella consapevolezza che oggi sono paesi ad alta solvibilità, in una prospettiva di medio - lungo periodo possono diventare paesi dove noi possiamo vedere un buon mercato e se poi li aiutiamo a migliorare le loro tecnologie, possono diventare dei fornitori di beni primari, per alcune loro caratteristiche produttive, in particolare per l'agricoltura a costi più bassi.

    Se noi dicessimo oggi "Abbiamo fatto l'unione doganale con i paesi dell'Europa dell'Est, non è che nel breve periodo si è verificato quello che in principio la teoria degli accordi del GATT e la teoria dell'unione doganale postulano.

    Abbiamo fatto, infatti, l'unione doganale con paesi che non comprano, che hanno costi di produzione più alti.

    Però noi dobbiamo comprare, perché ormai tra noi e loro abbiamo eliminato le barriere e quindi spazziamo i vecchi paesi che ci fornivano questi beni, cioè quelli che abbiamo lasciato fuori da quest'unione doganale.

    Quindi le motivazioni sono in gran parte politiche che danno la spinta iniziale nello stesso trattato di Roma, per gli stessi padri dell'Europa, che hanno voluto l'Europa, la spinta è stata risolvere il problema del carbone e dell'acciaio; sottrarre l'Europa dai rischi di un nuovo conflitto mondiale; la spinta è tata quella, quindi, di mettere insieme dei paesi intorno ad un tavolo e a ragionare non più come regioni sovrane che si contrastavano per ragioni politiche, economiche e strategiche su alcune risorse fondamentali, ma ragioni che dovessero cominciare a ragionare con una sola testa, con un solo obiettivo.

     

    LUCIDO N°1

    Nel 1948, dopo il trattato di Roma (1957 ?), nasce l trattato di Bruxelles perché con il 48 e poi con il '49 e '52 si cerca di affrontare non solo le questioni economiche, ma sempre perché le motivazioni di partenza erano anche evitare un conflitto mondiale, contrastare una


    grande potenza come gli Stati Uniti, si cerca di ingabbiare: diversi paesi non solo sulle questioni di gestione delle risorse carbone, acciaio, energia atomica, non solo sul mercato, ma anche sulle questioni della difesa, cioè si cerca subito di stringere un patto con quei paesi che normalmente si erano combattuti con grande intensità.

    Allora nel '48 si affronta, per la prima volta, questo problema della difesa in comune, e si fa un patto di mutua assistenza tra Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

    L'anno dopo questo nucleo di paesi, che poi erano i paesi europei che avevano vinto la guerra, danno vita insieme a Stati Uniti, Canada, Danimarca, Islanda, Italia, Norvegia e Portogallo, ma come vedete rimane ancora fuori la Germania che era il paese che aveva perso più di tutti la guerra, alla Nato, cioè al trattato del Nord Atlantico.

     

    LUCIDO N°2.

    La Nato esiste ancor oggi ed è un'istituzione nata per la difesa (governata dagli USA).

    Nel '52 nasce la comunità per la difesa europea.

    Quindi la costruzione nasce prima su problematiche di risorse strategiche (carbone, acciaio, energia atomica) poi si va verso il mercato, si mettono insieme i mercati, poi c'è un approccio ad una difesa comune e infine si trova anche lo spazio per costituire il Consiglio d'Europa che è una sorta di istituzione a carattere prettamente culturale (esiste ancor oggi).

    Un'ultima notazione ci riporta alla peculiarità del settore agricoltura.

     

    LUCIDO N°3

    Quando si determinano i passaggi per la creazione del mercato comune si dice "si eliminano progressivamente i dazi e le altre restrizioni quantitative, si sopprimono le forme di discriminazione basate sulla nazionalità, si cerca di abolire le barriere statali (le dogane solo nel 1993) e proprio nell'ipotesi di un mercato comune, una forma di integrazione che non può essere soltanto negativa ma deve essere positiva mettendo insieme un mercato comune vanno scritte le regole per consentire a ciascun soggetto di competere su questo mercato (anti trust, bando degli aiuti statali, etc..).

    Rispetto ai punti soppressione delle forme di discriminazione etc.., fa poi eccezione l'agricoltura nei 6 paesi che hanno costituito i nucleo di partenza della comunità europea (Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda).


    Tutti questi paesi decidono di fare eccezione per queste forme di integrazione per l'agricoltura, perché questa costituiva all'epoca il 20% della popolazione attiva di tutta quanta l'Europa.

    Quindi nel dopoguerra, nella media, il 20% della popolazione attiva era occupata in agricoltura, e quindi per questa ragione e per altre che vedremo si decise che il settore dell'agricoltura doveva essere trattato da subito in maniera diversa da quelli che saranno invece gli altri settori per i quali verrà costituito questo mercato comune.

    Quindi già alla partenza di questa forma di integrazione europea, di fatto nasce una forma di integrazione economica che non tiene (o mantiene?) in gioco i settori di prospettiva.

    Quali sono gli elementi portanti del trattato di Roma?

     

     

    Si vuole fare un'unione doganale

     

    Un limitato numero di politiche settoriali viene inserito.

      

     


                                                       +

    politica economica europeapolitica economica europea 

     

     


    periodo caratterizzato da                       in particolare subito

    alti tassi di crescita e bassa                   si pensa ad integrare

    disoccupazione.                                     L'agricoltura con una politica

                                                                   che si chiama PAC (politica 

                                                                   agricola comunitaria).

     

    Nelle fasi in cui l'economia va bene, si accelera il processo di integrazione, invece, nelle fasi in cui l'economia rallenta, rallenta anche il processo di integrazione.

    Questo decennio è stato un decennio che ha consentito questo completamento dell'unione doganale sotto il profilo tariffario, perché è stato il boom degli anni '60, quindi con alti tassi di crescita e bassa disoccupazione.

    Quindi i paesi governanti, liberi da problematiche di carattere occupazionale e di bassa crescita si sono concentrati sul problema dell'integrazione europea.

     

     

     


    LUCIDO N°4

    Problemi della difesa Europea.

    1948 - trattato di Bruxelles:

    • Patto di mutua assistenza tra Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

    1949 - Nato:

    • Trattato del Nord Atlantico siglato dai paesi del trattato di Bruxelles più USA, Canada, Danimarca, Islanda, Italia, Norvegia, Portogallo.

    1952 - Comunità per la difesa europea (EDC).

     

     

    LUCIDO N°5

    Aspetti politici e culturali.

    1949 - Consiglio d'Europa.

     

    Passaggio per la creazione di un mercato comune.

    • Eliminazione progressiva di dazi e altre restrizioni quantitative.
    • Soppressione delle forme di discriminazione basate sulla nazionalità.
    • Abolizione barriere statali.
    • Politica della concorrenza (anti trust, bando aiuti statali, etc..)

    Eccezione a questi 4 punti fu fatta per l'agricoltura (20% occupati) nei 6 paesi membri (Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda).

    Essa entrò come parte integrante della CEE così come la Politica Commerciale esterna.

     

     

     

     

     


    LEZ. 31/05/2000

     

    Per ciò di cui parleremo ora è essenziale aere padronanza del linguaggio del libro di testo.

     

     

    Politica del consumatore.

    La politica del consumatore ha acquistato rilevanza nella PEE quando fu stilato l'AUE (o AVE?).

    In passato tale argomento aveva cittadinanza, veniva trattato per quanto riguarda i trattati relativi alla PAC, cioè relativamente all'art. 39 del Trattato di Roma, solo attraverso tale articolo veniva garantito un prezzo (fu solo un tentativo) ragionevole e (l'obiettivo n. 3 del trattato di Roma) sicurezza degli approvvigionamenti.

    La chiave di lettura era intesa:

    politica dei prezzi bassi e quantità sicure in termini di approvvigionamenti alimentari.

    Man mano che si va avanti, in particolare quando si arriva alla firma dell'AUE, gli argomenti che interessavano il consumatore andavano verso:

    • La sicurezza alimentare con un taglio diverso ( si parla di igiene, di qualità, di salubrità ).
    • La salute del consumatore.

     

    La sicurezza alimentare: l'attenzione fu posta sulla disponibilità dei prodotti:

    • Materiale disponibile
    • Contaminazione di natura chimica
    • Contaminazione di natura biologica
    • Sofisticazione, adulterazione, contraffazione

     

    Le aree interessate alla sicurezza alimentare erano prevalentemente:

    • Inquinamento ambientale
    • Produzione agricola
    • Tecnologia industriale
    • Metodi di conservazione
    • Modalità di utilizzo degli alimenti.

    In tale ambito c'è tutta una casistica che riguarda le possibili contaminazioni.

    Sostanzialmente la sicurezza alimentare va letta in questi termini.


    Come vedete, qui c'è poca attenzione alla questione della qualità dei prodotti in termini intrinseci.

    Questo poi viene ripreso nel Libro Bianco dell'UE.

    Anche nel Libro Bianco l'argomento viene trattato con un taglio di tale genere.

     

    Un altro aspetto che si accompagna alla sicurezza alimentare è la Politica dell'Informazione, ciò perché è necessario che esista un ente 3° in grado di offrire un'informazione adeguata.

    Le informazioni, altrimenti, sono interessate (pubblicità, etichette)        

    politica economica europea         quest'ultimo tipo di informazione è dato dal produttore ed è soprattutto a scopi lucrativi, non è obiettiva, ma si vuole conquistare solo le quote di mercato.

    Ma la capacità finanziaria di poter informare i consumatori è nelle mani dei produttori, allora anche la politica dell'informazione in tal casa esercita un danno per il consumatore, perché lo spinge verso un certo prodotto e non verso un altro.

    Quando ad esempio un imprenditore piccolo non può fare pubblicità perché non è un grande produttore che ha mazzi, l'informazione del consumatore viene danneggiata perché non è completa.

    Al consumatore verranno cioè sottoposti solo i prodotti delle grandi catene di distribuzione (limitando la gamma).

    Il problema è che sull'etichetta sono scritte delle cosa e delle altre no, ci sono degli standard.

    Certi standard sono modificati e quindi l'etichetta non è attendibile per informare il consumatore.

    Quindi occorre una politica dell'informazione gestita da enti 3°, occorre cioè mettere il consumatore nella capacità di saper leggere e poi mettere i piccoli produttori in condizioni da essere avvicinati dai consumatori.

    Nel nostro paese c'è un istituto preposto, l'ISMEA: la sua funzione fondamentale è di offrire le informazioni in modo corretto, autonomo e indipendente e offrire sui prodotti (in particolare i prodotti locali) informazioni idonee.

    Uno dei programmi era il "programma di educazione alimentare (il professore faceva parte di tale programma) nelle scuole" : era finalizzato a far capire ai consumatori come leggere e come orientarsi tra i vari messaggi propinati (propinati = offerti).

     


    Quali sono le attività comunitarie che vengono condotte a tal proposito?

    Attività comunitaria

    Cerca di migliorare la protezione legale a vantaggio dei consumatori attraverso azioni legislative che hanno spinto i governi a creare delle normative capaci di informare il consumatore e rafforzare la sua posizione.

    Al tempo stesso se si ottiene l'obiettivo voluto e cioè quello di informare il consumatore, questo può andare a vantaggio della PMI che non è capace di mettere all'interno del proprio budget una spesa per la promozione dei propri prodotti.

    Tale compito è diventato un compiuto istituzionale delle regioni.

     

    Quali sono gli strumenti in mano all'UE?

    Strumenti

    • Obiettivi vincolanti
    • Decisioni rispetto ad uno specifico problema
    • Raccomandazioni non vincolanti.

    In tale ambito ci si muove a partire dagli anni '70, emergono i primi movimenti  consumatoristici, si comincia a vedere un'Europa dal volto umano.

    Sono molti gli Stati che aderiscono a questi movimenti e dell'UE vengono riconosciuti 5 diritti fondamentali:

    • Protezione, salute e sicurezza dei consumatori
    • Protezione degli interessi dei consumatori
    • Diritto all'informazione
    • Diritto al risarcimento
    • Rappresentanza e partecipazione dei consumatori.

    Con tali diritti si costituisce poi tutta la politica dell'UE per la protezione del consumatore (salute e sicurezza).

     

    Anche gli interessi economici sono tutelati, ci possono essere dei danni al consumatore perciò c'è il diritto al risarcimento.

    Nel '73nasce il "Comitato Consultivo dei consumatori"  e di definisce cosa si intende per sicurezza attraverso:

    • standard
    • una politica di informazione sui rischi
    • prevenzione dei danni fisici
    • prevenzione dell'abuso.

     


    Strumento chiave.

    • Buon funzionamento delle norme informative
    • Divieto di fornire informazioni ingannevoli e fuorvianti

     

    La fase finale di tutto cioè è l'AUE del 1985.

    In particolare viene emanata una direttiva 25/7/'85: vengono fissati gli obiettivi giuridici delle responsabilità civili, la ripartizione del rischio e fornire un deterrente per le frodi attraverso la costituzione di multe.

    La politica dell'informazi0one trae la sua forza, come anche la politica ambientale dell'AUE.

     

    Ricapitolando: l'attenzione verso il consumatore comincia negli anni '70, in cui cambia l'approccio alla politica agro alimentare dell'UE.

    Non c'era mai stata una politica che cercasse di vedere il consumatore come un cittadino che andasse difeso nella salute, nella frode, etc..

    Tutto ciò comincia lentamente negli anni '70 e si completa lentamente nell'AUE con la direttiva del 25/7/'85.

    politica economica europeaPolitica ambientale, fondi strutturali, politica del consumatore      sono dei punti innovativi: e sono quelli a cui bisogna guardare nel futuro; territorio e cittadino camminano insieme.

    Su tali cose si costruisce l'Europa del futuro.

     

    Strategie dell'UE (sul fronte interno ed internazionale)

    • Efficienza allocativa
    • Sviluppo bilanciato
    • Qualità della vita
    • Relazioni esterne.

     

    Gli strumenti fondamentali sono dati dai fondi strutturali.

    Fondi strutturali.

    Hanno una finalità politica di carattere generale che è: ridurre gli squilibri esistenti per promuovere la coesione economica e sociale all'interno dell'UE.

    Se non si raggiunge tale obiettivo si blocca ogni politica di integrazione all'interno dell'UE.

    La coesione economica e sociale serve ad avere una crescita omogenea in modo che la crescita non vada a danno dei cittadini e dei consumatori.

     


    Strumenti finanziari dei fondi strutturali.

    Essi sono di tipo finanziario, ormai, hanno una grande importanza.

    Sono partiti nel '94-'99 e circa 1/3 del bilancio dell'UE è allocato nella politica dei fondi strutturali 141 miliardi circa.

    Tali strumenti si articolano su diversi fondi, che sono:

    FESR:         fondi di sviluppo regionale con finalità specifiche: ridurre le 

                        disparità di sviluppo nelle regioni della comunità.

    FEAOGA:     sezione orientamento, c'è ancora la sezione garanzia.

    Ora tale distinzione non esiste più ma c'è né è una unica, mira allo sviluppo e alla diversificazione dello sviluppo agricolo nelle zone rurali comunitarie.

    Con Agenda 2000 tale fondo è ormai a disposizione di tutte le politiche di sviluppo integrate.

    FSE             fondo sociale europeo, finalizzato a migliorare le possibilità di occupazione nell'area comunitaria.

    SFOP          strumento finanziario di orientamento alla pesca.

     

    I principi centrali dei fondi strutturali sono 4:

    • Concentrazione di stock finanziari
    • Partnership tra Commissione Europea e autorità nazionali in ogni fase della programmazione, vale il "principio di sussidiarietà".
    • Programmazione: per un periodo di 6 anni vengono fissate le procedure da seguire, le scadenze da rispettare e il campo di applicazione dei fondi 2000 - 2006
    • Addizionalità: sulla base del principio di sussidiarietà anche le risorse comunitarie devono essere aggiuntive agli aiuti nazionali nel settore.

     

    Gli obiettivi della 2° fase  e cioè di Agenda 2000.

    • il 1° programma (valgono per il 1994 - 1999)
    • promuovere lo sviluppo e l'adeguamento strutturale nelle regioni in ritardo di sviluppo.
    • Riconvertire le regioni
    • Lottare contro la disoccupazione di lunga durata, lottare per l'inserimento professionale dei giovani e integrazione di persone minacciate di esclusione dal mercato del lavoro.
    • Agevolare l'adattamento dei lavoratori e delle lavoratrici ai mutamenti industriali e all'evoluzione dei sistemi di produzione.

    5.Q Promuovere uno sviluppo globale accelerando l'adeguamento delle strutture agrarie nell'ambito della politica agraria comune per realizzare una misura di adeguamento delle strutture nella pesca e nella..


    5.b Agevolare l'adeguamento strutturale delle zone rurali.

    6. Promuovere lo sviluppo delle regioni a bassissima densità di popolazione; obiettivi più ampi presenti nel programma '94 - '99.

    Rispetto a tale modo di procedere, la nuova politica dei fondi strutturali punta l'attenzione su 3 obiettivi fondamentali (valgono per il 2000-2006):

    • promuovere lo sviluppo e l'adeguamento strutturale dei territori che presentano ritardi nello sviluppo. Racchiude gli obiettivi vecchi 1 e 6 e i fondi usati sono FERS, FSE, SFOP.

    Rientrano le regioni il cui PIL negli ultimi 3 anni è inferiore al 75% della media comunitaria (solo queste regioni infatti verranno aiutate attraverso questi fondi). Si usa il 70% dei fondi.

    •  Favorire la ripresa economica e sociale di zone con difficoltà strutturali e ciò racchiude il 1, 5Q e 5b degli obiettivi vecchi. I fondi usati sono Fers, Frs, Feoga (sez. garanzia). Rientrano le zone in fase di inflazione socio - economiche, le zone rurali in declino, le zone urbane in crisi e le zone di pesca con difficoltà. In termini percentuali, l'11,5% dei fondi è tutto dedicato a tale obiettivo.
    • Favorire l'adeguamento e l'ammodernamento elle politiche che riguardano l'istruzione, la formazione, l'occupazione. Riguarda le regioni a cui non si applica l'obiettivo 1. Si usa il fondo Fers e grava per il 12,3% dei fondi strutturali complessi.

    Nel perseguire tali obiettivi la comunità contribuisce a promuovere uno sviluppo armonico ed equilibrato delle autorità economiche, lo sviluppo delle risorse umane, la tutela dell'ambiente, l'eliminazione delle disuguaglianze, la promozione della parità tra uomo e donna.

     

    Tipo di partenariato istituzionale.

    • Amministrazione centrale a cui compete la funzione di indirizzo, assistenza tecnica, valutazione e attuazione di impatto.
    • Regioni a cui compete la selezione di obiettivi e del quadro programmatico, la gestione dei programmi.
    • Autonomie locali a cui compete l'identificazione delle opportunità locali, proposte concettuali, gestione degli interventi (mai avvenuto fino ad ora).

     

    Partenariato economico e sociale.

    Si basa sulla logica del confronto preventivo per lo sviluppo dell'occupazione.

    Scopi: individuare i fabbisogni del territorio, creare le condizioni favorevoli per la loro soddisfazione.

     


    Rapporti di partenariato.

    Verticali

    Amministrazione centrale                             regioni

    politica economica europeapolitica economica europea 


       Regioni                                               autonomie locali

     

    Orizzontali

    politica economica europeaRegione                 soggetto economico - sociale

    Forme di intervento, destinazione fondo.

     

     

    Fondi strutturali

    politica economica europeapolitica economica europea 


                                   FEOGA    FERS     FSE   SFOP

     

    Per sezione orientamento si intende il fondo europeo agricolo di orientamento, la sezione garanzia mira allo sviluppo e alla diversificazione del settore agricolo delle zone rurali comunitarie.

     

    1° OBIETTIVO: utilizzo fondi FEOGA (sez. orientamento) + FERS + FSE + SFOP.

    2° OBIETTIVO: utilizzo fondi FEOGA (sez. garanzia) + FERS + FSE.

    3° OBIETTIVO: utilizzo fondi FSE.

     

     

     

    LEZ. 11/04/00

     

    Abbiamo affrontato il problema relativo alla formazione e alla costituzione del Mercato Unico, questa volta vediamo l'aspetto relativo alla teoria e poi, la prossima volta vedremo come tutto questo viene inserito nel processo di Integrazione Europea attraverso l'Atto Unico e gli altri passaggi strutturali.

    Allora vediamo cosa definisce un Mercato Unico o un Mercato Comune.

     

    (lucido)                  Mercato Comune

    • Movimento dei capitali
    • Investimenti di portafoglio o finanziari : attività finanziarie, obbligazioni e azioni; causa: differenze nei rendimenti e diversificazione nei rischi.
    • Investimenti diretti: reali, impianti, beni capitali, terra, scorte (gestione diretta da parte dell'investitore); causa (rendimenti, rischi) non perdere il controllo delle conoscenze di tipo produttivo o manageriale, assicurarsi il controllo su materie prime; evitare i dazi e restrizioni; sfruttare i sussidi alla produzione entrare in un mercato oligopolistico; acquistare un potenziale concorrente.
    • Effetti dei trasferimenti internazionali dei capitali: più efficiente allocazione delle risorse, aumento della produzione e del benessere, ridistribuzione del reddito fra capitale e lavoro, bilancia dei pagamenti (diversione dei flussi commerciali); base imponibile e volume delle tasse ; leadership tecnologica, controllo dell'economia.
    • Migrazione della forza lavoro: aumento della produzione e del benessere ( ridistribuzione tra paesi); ridistribuzione del reddito tra capitale e lavoro; lavoro specializzato.

    Ci sono 2 possibilità all'interno del Mercato Unico che ci sia un movimento di capitali: Investimenti di portafoglio o un movimento di investimenti diretti.

    Poi all'interno del Mercato Unico ci può essere la libera circolazione del lavoro, tutto questo si aggiunge alla fase che abbiamo già qualificato come Unione Doganale che era relativa alla libera circolazione delle merci e dei prodotti, avendo eliminato tutte quante le barriere alla frontiera.


    Allora i percorsi sono: il movimento dei capitali può essere effettuato con investimenti di portafoglio o finanziari; capitali che si spostano per attività finanziarie, per acquisire obbligazioni e azioni in altri Stati e le cause sono dovute evidentemente alla differenza nei rendimenti, ma anche alla volontà di voler diversificare il rischio.

    Quando di fatto avvengono movimenti di questo genere, si può pensare al mercato azionario di questo periodo, si va a vedere nei diversi Paesi se c'è la possibilità di far circolare internamente i capitali, la possibilità di andare a collocare i propri investimenti finanziario con attività obbligazionari o azionali dove il rendimento è più alto, oppure modificando o diversificando nei vari paesi le varie attività, questo cerca di diversificare, quindi di eliminare quanto più possibile il rischio in investimenti focalizzati soltanto in un paese o soltanto in un'attività.

    La seconda possibilità, cioè un'assunzione diretta di impianti, di beni capitali, di terra, di scorte.

    Si ha una gestione diretta da parte dell'investitore, quindi sostanzialmente la discriminazione; se gioco in borsa ovviamente non gestisco l'impresa, io investo direttamente e perciò sono quello che è chiamato direttamente a gestire questo tipo di investimento.

    Quali possono essere anche qui le cause, ovviamente vale quello di sopra, i rendimenti diversi in paesi diversi, la diversificazione del rischio, ma sono soprattutto altre ragioni, cioè non perdere il controllo delle conoscenze di tipo produttivo o manageriali e assicurarsi il controllo.

    Gli aspetti che ci interessano sono questi ultimi, nel momento in cui, il processo di integrazione in Europa, per esempio, è andato avanti e quindi nel momento in cui le normative riguardano i paesi che fanno parte dell'Unione Europea, allora è chiaro che altri paesi che non fanno parte di questa integrazione economica internazionale, vogliono tentare di far passare quella che è la politica commerciale esterna, che invece si trova come barriera di fronte a loro e quindi dazi e tutte le altre vessazioni di vario genere.

    Allora vogliamo andare a gestire direttamente un impianto, quindi acquisiscono un impianto e a quel punto non hanno più il problema di produrre fuori di questa area integrata e poi far arrivare i prodotti e sottostare a tutte quante le restrizioni.

    Una seconda possibilità è pure, ad esempio, nel campo dell'Unione Europea, che tutta la politica dei fondi strutturali consenta tutta una serie di aiuti alle imprese; allora è chiaro che stando fuori, producono fuori, c'è una differenziazione dei costi di produzione.


    Un Paese, cioè, che è fuori dall'Unione Europea, produce con un certo standard di costi, se invece andasse ad insediare l0investimento diretto nell'area dell'Unione Europea avrebbe diritto anch'esso ad avere tutti quanti questi incentivi e tutti questi aiuti di carattere strutturale.

    Allora questa è un'altra delle ragioni per cui si cerca di entrare e acquisire delle imprese e quindi a pieno titolo far parte dell'area integrata e quindi aver diritto a questo tipo di sussidi della produzione.

    Un'altra possibilità è quella di entrare in un mercato oligopolistico oppure tagliare l'erba sotto i piedi ad un potenziale concorrente, non forte e non formato, quindi acquisirlo e toglierlo alla propria competizione.

    Qual è l'obiettivo di fondo che analizzeremo al netto di tutte queste cose che abbiamo detto?

    Evidentemente se i capitali si possono muovere liberamente il presupposto è che dovremo giungere ad una più efficiente allocazione delle risorse, ad un aumento della produzione e del benessere.

    Perciò i due parametri che adesso analizzeremo più nel dettaglio, sono:

    • allocazione efficiente delle risorse
    • aumento della produzione e del benessere

    Quindi evidentemente una riallocazione di questo benessere e di questa produzione fra i fattori della produzione e quindi terra, capitale e lavoro.

    Poi vedremo che ci possono essere degli effetti nella bilancia dei pagamenti e alcune valutazioni possono invece nascere se nei diversi paesi c'è una differente imposizione fiscale, quindi ci si va a collocare nel Paese in cui questo tipo di imposizione fiscale è più favorevole.

    Poi vedremo che invece ci possono essere dei problemi, una spinta a fare questo tipo di investimento è quella di acquisire un particolare settore, una leadership tecnologica, ossia acquisire il controllo di alcune materie prime strategiche e uno dei rischi, che vedremo in seguito, ma anche un vantaggio, che è collegato con questo, permeando tutte le economie nazionali di questi investimenti che si muovono in tutto quanto il mondo; è il rischio o il vantaggio di controllare il sistema economico.

    Se in un determinato Paese, la quota di investimento diretto dall'estero è h, quota che va al di sopra di un limite di guardia, evidentemente diventa difficile per la politica economica del governo nazionale gestire obiettivi di politica di occupazione, disoccupazione, di crescita economica, che possono sfuggire al suo controllo, nel momento in cui invece il capitale, che ha il pieno controllo della situazione e quindi si


    sposta rapidamente, investe e disinveste evidentemente dà rischio a tutte quante le scelte strategiche di politiche economiche.

     

  • Il riferimento bibliografico lo troviamo in questa forma esatta nel testo di Salvatore .

    In questi due grafici che andremo a sezionare, c'è l'analisi degli effetti di una libera circolazione di capitali (nel grafico di sopra) e l'analisi degli effetti di una libera circolazione del lavoro (grafico di sotto).

    Quali sono i due aspetti che dobbiamo analizzare.

    All'esame i grafici devono essere grandi e chiari.

    Abbiamo due piani cartesiani che si confrontano, quindi asse delle ordinate e asse delle ascisse in entrambi, quindi sostanzialmente abbiamo una situazione messa a confronto tra due paesi.

    Allora il ragionamento che viene fatto è quello di dire: ipotizziamo che tutto il mondo sia sintetizzato in due terzi, quindi ipotizziamo che tutto il capitale circolante nel mondo sia nelle mani di solo 2 Paesi, quindi, assumiamo questo fatto, e perciò la disponibilità complessiva del capitale la leggete sull'asse delle ascisse, perciò significa che 00' è tutto il capitale disponibile per fare investimenti diretti.

    Sull'asse delle ordinate abbiamo il valore del prodotto marginale del capitale del Paese 1, sull'altro abbiamo il valore del prodotto marginale del capitale del Paese 2.

    Seguiamo il ragionamento che fa il "Salvatore".

    Nel Paese 1 ipotizziamo lo stock di capitale OA, quindi il segmento OA lo assumiamo come dotazione di capitale del Paese.


    GRAFICI:

     

     

     

    Quindi ve lo ritrovate nel grafico in alto. Nel Paese " abbiamo che lo stock di capitale evidentemente dà la differenza residua, quindi O'A.

    Allora dovete ricordare che se, nel costruire il vostro grafico, all'esame volete ricopiare esattamente il mio grafico riportando anche le stesse lettere, sbagliate quasi sicuramente.

    Dovete invece costruire il grafico arbitrariamente e collocarvi dove meglio credete.

    Prima di tutto dovete fare un bel disegno grande, a quel punto abbiamo detto che qua c'è il valore del prodotto marginale, qua c'è la


    situazione di dotazione, voi dovete rappresentare per il Paese 1 come meglio credete la curva che identifica il valore del prodotto marginale del capitale di questo Paese.

    Ciò significa che se qua c'è il valore e questa è la funzione decrescente vuol dire che quanto più questo Paese 1 è ricco di capitale e quindi c'è una relazione inversa tra il valore del capitale, cioè il rendimento del capitale, che è una risorsa scarsa, e più scarsa è la risorsa e più alto sarà il valore che si detiene, più ampia è questa risorsa sarà quindi viceversa quella conclusione.

    A questa punto fare la stessa cosa per il Paese 2, non vi preoccupate dove vi andate a collocare nel punto di intersezione, tirate a vostro piacimento queste due linee.

    Solo dopo aver fatto questo, fate la seconda vostra ipotesi, cioè dite: io ipotizzo che adesso per il Paese 1 la dotazione di capitale, tenendo conto che tutto quello che c'è è 00', scelgo in modo arbitrario la dotazione del Paese 1 e per differenza quella del Paese 2.

    Se invece ipotizzate prima qual è la dotazione di capitale, io vi chiedo a quel punto qual è il rendimento del Paese 2. A quel punto entrate nel pallone.

    Alcuni per essere sicuri di aver individuato il valore, allora assumono che questo sia il rendimento del capitale del Paese 1 e questo è il rendimento del Paese 2.

    A quel punto vi faccio la domanda perché vi mando via subito.

    Questo perché è chiaro che questo livello di valore del rendimento del capitale non lo potete fissare a vostro piacere, la forma, l'inclinazione della curva del valore del prodotto marginale.

    Siete liberi di fissare la dotazione che volete dare al Paese ma dopo di che è gioco forza che il rendimento nasce dall'intersezione.

    Non fate mai questi errori, se no io vi boccio!

    La cosa migliore da fare è dire: io ipotizzo che questa sia la curva del valore del prodotto marginale del capitale del Paese 1, poi sempre a piacere ipotizzo che questa sia l'altra curva, l'altra funzione.

    Non vi interessa dove si vanno ad intersecare e nemmeno quanto sono inclinate, l'importante è che sia chiaro il disegno.

    A quel punto arbitrariamente fissate quant'è la dotazione di capitale del Paese 1 e quant'è per differenza l'altra.

    A questo punto per essere sicuri che quando tirate la perpendicolare vi si va a posizionare nel punto migliore per voi, comunque si devono intersecare tutte e due le curve, scegliete dal punto di equilibrio verso destra cercando un punto ragionevole.

    Adesso ho la dotazione di capitale OA e la dotazione per l'altro Paese O'A.


    Quando ho stabilito tutti e due i parametri, la funzione, la quantità di capitale, a quel punto dico "qual è il rendimento?".

    Perpendicolare sulla prima, punto di intersezione sulla curva e tirate una parallela.

    Allora capite se per sbaglio mettete prima questa intercetta e fate poi la costruzione, alla fine la parallela non si trova.

    In questo caso avete sbagliato il grafico, il grafico vi deve aiutare, non è una difficoltà aggiuntiva, ma è il modo per avere chiaro quello che dovete dire.

    Allora viene fuori nel nostro disegno il livello OC, che è il rendimento di capitale nel Paese 1.

    Poi da questo punto A proseguite, tirate l'intercetta per intersecare la seconda curva, arrivate al punto di intersezione, parallela e identificate il valore del prodotto marginale del capitale dell'altro Paese.

 

Fine articolo

 

I TRATTATI

I trattati costituiscono il «diritto primario» dell'Unione europea, qualcosa di analogo, ma non la stessa cosa rispetto al diritto costituzionale a livello nazionale.

I trattati definiscono dunque gli elementi fondamentali dell'Unione, in particolare le competenze dei soggetti del sistema comunitario che partecipano alla presa delle decisioni attraverso le procedure legislative e i poteri loro attribuiti.

Come tali, i trattati sono oggetto di negoziati diretti tra i governi degli Stati membri e devono poi essere ratificati secondo le procedure previste a livello nazionale (normalmente, dai parlamenti nazionali o per referendum). Per questo NON SONO COSTITUZIONI


Il trattato che istituisce la Comunità europea   (TCE)

L’obiettivo principale del trattato che istituisce la Comunità europea (trattato CE) è quello di realizzare un'integrazione progressiva degli Stati europei e istituire un mercato comune, fondato sulle quattro libertà di circolazione (dei beni, delle persone, dei capitali e dei servizi) e sul graduale ravvicinamento delle politiche economiche.

Di conseguenza, gli Stati membri hanno rinunciato ad una parte della loro sovranità ed hanno dato alle istituzioni comunitarie il potere di adottare atti normativi che sono direttamente applicabili negli Stati membri (regolamento, direttiva, decisione) e che prevalgono sul diritto nazionale.

L’attuale trattato CE risulta dalle modifiche apportate al trattato che istituisce la Comunità economica europea (trattato CEE), firmato a Roma nel 1957 e entrato in vigore il 1° gennaio 1958. Quest’ultimo è stato modificato più volte, in particolare dall’atto unico europeo entrato in vigore nel 1987, dal trattato di Maastricht (trattato sull’Unione europea) entrato in vigore nel 1993, dal trattato di Amsterdam entrato in vigore nel 1999 e dal trattato di Nizza entrato in vigore il 1° febbraio 2003, e da ultimo il Tratto di Lisbona. A seguito di queste modifiche, i settori che rientrano nel trattato CE si sono estesi fino a comprendere ormai quasi tutti gli aspetti economici e alcuni aspetti più propriamente politici, come il diritto d'asilo e l'immigrazione (cfr. trattato di Amsterdam).


Il trattato sull’Unione europea    (TUE)

Il trattato sull'Unione europea (trattato UE o trattato di Maastricht) persegue due obiettivi principali: la realizzazione di un'unione monetaria attraverso la fissazione dei principi e delle disposizioni per l’introduzione dell'euro e la creazione di un'unione economica e politica.

È a partire da questo trattato che si parla di una costruzione fondata su tre pilastri , di cui il primo è costituito dalla Comunità europea e gli altri due dalla politica estera e di sicurezza comune e dalla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale. Tuttavia, esiste una grande differenza tra il primo pilastro e gli altri due: questi ultimi non hanno dato luogo a trasferimenti di sovranità a profitto delle istituzioni comuni come quelli previsti dal trattato che istituisce la Comunità europea.

Gli Stati membri hanno voluto conservare in queste materie un potere autonomo di decisione e limitarsi ad una collaborazione di tipo intergovernativo. Gli strumenti giuridici più importanti in questi settori sono l’azione comune, la posizione comunee la decisione quadro, che sono quasi sempre adottate all'unanimità e hanno una forza vincolante limitata. Il trattato UE originario (trattato di Maastricht) è entrato in vigore il 1° novembre 1993 ed è stato successivamente modificato dal trattato di Amsterdam, entrato in vigore nel 1999, e dal trattato di Nizza, entrato in vigore il 1° febbraio 2003.

Occorre inoltre sottolineare che il trattato UE cambia la denominazione della Comunità economica europea (CEE) in Comunità europea (CE); le altre due Comunità, la CECA (cfr. trattato CECA) e l’Euratom (cfr. trattato Euratom), trovano il loro fondamento nella prima.


Il trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica

Il trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica (trattato Euratom) è stato firmato a Roma il 25 marzo 1957 ed è entrato in vigore il 1° gennaio 1958 contemporaneamente al trattato CEE (cfr. trattato CE).

L’obiettivo del trattato Euratom era quello di coordinare i programmi di ricerca degli Stati membri riguardanti l’uso pacifico dell'energia nucleare. Nel frattempo, questo trattato è stato in un certo qual modo assorbito dal trattato CE.

 

I trattati d’adesione

L’Unione europea si è allargata sei volte: ai sei paesi fondatori, il Belgio, la Germania, la Francia, l'Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi, si sono aggiunti la Danimarca, l'Irlanda e il Regno Unito nel 1973; la Grecia nel 1981; la Spagna e il Portogallo nel 1986; l'Austria, la Finlandia e la Svezia nel 1995; la Repubblica ceca, l'Estonia, Cipro, la Lettonia, la Lituania, l'Ungheria, Malta, la Polonia, la Slovacchia e la Slovenia nel 2004 e infine la Bulgaria e la Romania nel 2007.

I trattati d'adesione contengono le condizioni stabilite per l'adesione dei nuovi paesi all'Unione europea e gli adattamenti necessari dei trattati sui quali l'Unione europea è fondata.


 Altri trattati e protocolli

  • Il trattato della Comunità europea del carbone e dell'acciaio

Il trattato della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (trattato CECA) è il più vecchio dei tre trattati che fondano la Comunità europea.

È stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951, è entrato in vigore il 23 luglio 1952 ed è scaduto il 23 luglio 2002, in quanto era stato concluso soltanto per 50 anni. Il suo obiettivo era quello di costituire un mercato comune del carbone e dell'acciaio, approccio che si prestava ad essere esteso gradualmente ad altri settori economici. Ai settori del carbone e dell'acciaio si applica adesso il diritto comune del trattato CE.

  • L’atto unico europeo

L’atto unico è stato firmato il 28 febbraio 1986 ed è entrato in vigore il 1° luglio 1987. Il suo obiettivo era il completamento, al più tardi il 31 dicembre 1992, del mercato interno europeo, vale a dire di uno spazio nel quale dovevano circolare liberamente le persone, i capitali, i beni e i servizi. Per raggiungere questo obiettivo, nel trattato CE sono state introdotte procedure ad hoc.

  • Il trattato di Amsterdam

Il trattato di Amsterdam è stato firmato il 2 ottobre 1997 ed è entrato in vigore il 1° maggio 1999. Vanno segnalate due modifiche:

  • l’applicazione della procedura di codecisione a nuove materie e l’aumento dei casi nei quali il Consiglio dell'Unione europea può decidere a maggioranza qualificata, anziché all'unanimità;
  • il trasferimento di alcune materie rientranti nel trattato UE (politica dei visti, concessione del diritto d’asilo e in generale tutte le questioni relative alla libera circolazione) nel trattato CE; in seguito a questo trasferimento, il nome del titolo VI del trattato UE (terzo pilastro ) è stato cambiato in «Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale».

Il trattato di Nizza

Il trattato di Nizza è stato firmato il 26 febbraio 2001 ed è entrato in vigore il 1° febbraio 2003.

L’obiettivo di questo trattato era quello di rivedere il funzionamento dell'Unione europea in previsione dell'allargamento del 1° maggio 2004. Tra le modifiche introdotte, si possono ricordare:

  • la modifica del processo decisionale;
  • la riduzione drastica dei casi nei quali il Consiglio deve decidere a maggioranza assoluta: il Consiglio può adesso decidere a maggioranza qualificata in numerose materie, quali la libera circolazione dei cittadini, la cooperazione giudiziaria in materia civile, la politica industriale ecc.;
  • la modifica della ponderazione dei voti in seno al Consiglio;
  • la modifica della struttura delle istituzioni;
  • una nuova ripartizione dei seggi al Parlamento europeo;
  • la rinuncia al secondo posto di commissario da parte della Francia, della Germania, del Regno Unito, dell'Italia e della Spagna;
  • il rafforzamento dei poteri del presidente della Commissione europea.

Carta dei diritti (Nizza 2004)

La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea è stata sottoscritta e proclamata dai Presidenti di Parlamento europeo, Consiglio e Commissione in occasione del Consiglio europeo di Nizza il 7 dicembre 2000.

La Carta è frutto di una procedura originale — senza precedenti nella storia dell'Unione europea — che si può così riassumere:

  • il Consiglio europeo di Colonia (3/4 giugno 1999) conferisce mandato ad una Convenzione di redigere il progetto,
  • la Convenzione si costituisce nel dicembre 1999 (Cfr. in allegato la composizione della Convenzione: EN - FR) e approva il progetto il 2 ottobre 2000,
  • il Consiglio europeo di Biarritz (13/14 ottobre 2000) conviene all'unanimità sul progetto e lo trasmette al Parlamento europeo e alla Commissione,
  • il Parlamento europeo lo approva il 14 novembre 2000 e la Commissione il 6 dicembre 2000,
  • il 7 dicembre 2000 a Nizza i Presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione a nome delle rispettive Istituzioni sottoscrivono e proclamano la Carta .

La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea riprende in un unico testo, per la prima volta nella storia dell'Unione europea, i diritti civili, politici, economici e sociali dei cittadini europei nonché di tutte le persone che vivono sul territorio dell'Unione.

Questi diritti sono raggruppati in sei grandi capitoli:

  • Dignità
  • Libertà
  • Uguaglianza
  • Solidarietà
  • Cittadinanza
  • Giustizia

Si fondano soprattutto sui diritti e sulle libertà fondamentali riconosciute dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, sulle tradizioni costituzionali degli Stati membri dell'Unione europea, sulla Carta sociale europea del Consiglio d'Europa e sulla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, nonché su altre convenzioni internazionali alle quali aderiscono l'Unione europea o i suoi Stati membri.

La questione dello status giuridico, ossia del carattere giuridicamente vincolante della Carta mediante l'inserimento nel TUE, è stata sollevata dal Consiglio europeo di Colonia che ha avviato i lavori. La Convenzione ha redatto il progetto di Carta nell'ottica di tale inserimento eventuale e il Parlamento europeo si è dichiarato favorevole. Il Consiglio europeo di Nizza ha deciso di esaminare la questione dello status giuridico della Carta nell'ambito della discussione sul futuro dell'Unione europea che si è aperto il 1 gennaio 2001.

Nasce come non vincolante, ma da subito influenza la giurisprudenza della Corte di giustizia; già dal 2001 la Commissione dice che gli atti normativi devono essere conformi alla Carta; il P. la cita nelle risoluzioni più significative; il mediatore UE la richiama; gli Stati ammessi in seguito sono stati valutati in base al parametro dei diritti sanciti nella Carta e nella CEDU.

Principio della prevalenza del maggior favore delle Carte costituzionali nazionali, clausola di salvaguardia

Clausola di non ampliamento dei poteri dell’UE per il tramite dei diritti

Teoria dei controlimiti posti dalle Corti costituzionali nazionali

Troppo spazio al potere creativo di interpretazione della Corte di giustizia

Introduzione riserva di legge

I diritti come guida per l’organizzazione dei poteri UE

Questione dell’adesione dell’UE alla CEDU

 

 

 

 


Il trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa (Roma 2004)

Tale progetto merita di essere citato a parte: approvato dai capi di Stato e di governo il 18 giugno 2004 e firmato il 29 ottobre 2004. Sebbene ratificato dalla maggior parte degli Stati membri, il trattato è stato respinto mediante referendum da Francia e Paesi Bassi, rispettivamente nel maggio e nel giugno 2005.

Gli elementi essenziali del trattato costituzionale sono:

  • l’incorporazione della Carta dei diritti fondamentali nel testo del trattato,
  • una nuova definizione dell’Unione europea, che sostituirà le attuali «Comunità europea» e «Unione europea»,
  • una presentazione più chiara della ripartizione delle competenze dell’Unione e degli Stati membri,
  • un quadro istituzionale rinnovato che chiarisce i ruoli rispettivi del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione,
  • procedure decisionali più efficienti,
  • la democratizzazione e la trasparenza del sistema.

Il trattato di Lisbona (2007)

Il processo di riforma è stato quindi sospeso per un periodo di 18 mesi fino alla negoziazione, nel corso del 2007, di un nuovo trattato, che è stato firmato dai capi di Stato e di governo dei paesi dell'UE nel dicembre 2007.

Il trattato di Lisbona è entrato in vigore a dicembre 2009.

Principali disposizioni del trattato:

  • Rafforzamento dei poteri legislativi e di bilancio del Parlamento europeo.
  • Attribuzione ai parlamenti nazionali di competenze per garantire il rispetto del principio di sussidiarietà.
  • Estensione del voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio.
  • Presentazione più chiara della ripartizione dei poteri e delle responsabilità fra l'Unione e gli Stati membri.
  • Carta dei diritti fondamentali giuridicamente vincolante per garantire le libertà e i diritti dei cittadini europei.
  • Elezione del presidente del Consiglio europeo per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile una volta.
  • Nuova figura di alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al fine di accrescere l'impatto, la coerenza e la visibilità dell'azione esterna dell'UE.

 

 

 

Fine articolo

 

Commissione europea

Direzione generale della Comunicazione

Ultima redazione del manoscritto: luglio 2007

 

Come funziona l’Unione europea

 

Guida del cittadino alle istituzioni dell’UE

 

 

L’Unione europea è unica: non è uno Stato federale come gli Stati Uniti d’America, poiché i suoi Stati membri conservano la loro natura di nazioni sovrane indipendenti; non è neanche un’organizzazione puramente intergovernativa come le Nazioni Unite, poiché i suoi Stati membri uniscono parte della loro sovranità, per guadagnare una forza e un’influenza collettiva molto maggiori di quelle che avrebbero se agissero individualmente.

 

Gli Stati membri uniscono le loro sovranità prendendo decisioni congiuntamente, mediante istituzioni comuni: il Parlamento europeo, che è eletto dai cittadini dell’UE, e il Consiglio, che rappresenta i governi nazionali. Consiglio e Parlamento europeo decidono sulla base di proposte presentate dalla Commissione europea, che rappresenta gli interessi dell’UE nel suo insieme. Ma di che cosa si occupa ognuna di queste istituzioni? Come lavorano insieme? Come sono suddivise le loro responsabilità?

 

Questa pubblicazione espone le risposte in un linguaggio chiaro e semplice. Inoltre, dà una breve panoramica delle agenzie e di altri organismi coinvolti nel lavoro dell’Unione europea. Il suo obiettivo è guidare il cittadino alla scoperta del sistema decisionale dell’Unione europea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Unione europea


 

Indice

 

Introduzione all’Unione europea       

 

I trattati

 

Il processo decisionale dell’Unione europea

 

Il Parlamento europeo, la voce dei cittadini

 

Il Consiglio dell’Unione europea, la voce degli Stati membri

 

La Commissione europea, promotrice dell’interesse comune

 

La Corte di giustizia, garante del diritto

 

La Corte dei conti europea e il giusto valore dei soldi

 

Il Comitato economico e sociale europeo, portavoce della società civile

 

Il Comitato delle regioni, voce degli enti regionali e locali

 

La Banca europea per gli investimenti e il finanziamento dello sviluppo economico

 

La Banca centrale europea e la gestione dell’euro     

 

Il Mediatore europeo e l’esame delle denunce dei cittadini

 

Il Garante europeo della protezione dei dati e la tutela della privacy

 

Le agenzie

 

 


Introduzione all’Unione europea

 

L’Unione europea (UE) è una famiglia di paesi europei democratici che collaborano per migliorare la vita dei loro cittadini e per creare un mondo migliore.

 

La famiglia a volte litiga e, di tanto in tanto, ha qualche crisi che finisce sui giornali, ma lontano dalle telecamere l’UE è davvero una storia di grande successo. In poco più di mezzo secolo di esistenza ha portato in Europa la pace e la prosperità, ha coniato una moneta unica (l’euro) e ha creato un «mercato unico» senza frontiere, in cui possono circolare liberamente beni, cittadini, servizi e capitali. È diventata una grande potenza commerciale e un’autorità mondiale in settori come la tutela dell’ambiente e l’aiuto allo sviluppo. Non sorprende che sia passata da sei a ventisette membri e che altri paesi desiderino aderirvi.

 

Il successo dell’UE deve molto al modo poco consueto in cui opera. Poco consueto perché i paesi che costituiscono l’UE (gli «Stati membri») conservano la propria natura di nazioni sovrane indipendenti ma uniscono le loro sovranità per guadagnare una forza e un’influenza mondiale che nessuno di essi potrebbe acquisire da solo. Lungi dall’essere una federazione come gli Stati Uniti, l’UE è però molto di più di un’organizzazione per la cooperazione fra governi, come le Nazioni Unite. È, appunto, unica.

 

Nella pratica, mettere insieme le sovranità significa che gli Stati membri delegano alcuni dei loro poteri decisionali a istituzioni comuni da loro stessi create, in modo che le decisioni su questioni specifiche di interesse comune possano essere prese democraticamente a livello europeo.

 

Le tre principali istituzioni decisionali sono:

 

  • il Parlamento europeo (PE), che rappresenta i cittadini dell’UE ed è eletto direttamente da essi;
  • il Consiglio dell’Unione europea, che rappresenta i singoli Stati membri;
  • la Commissione europea, che rappresenta gli interessi generali dell’Unione.

 

Tale «triangolo istituzionale» dà vita a politiche e leggi che si applicano in tutta l’UE. Di norma, la Commissione propone nuove leggi, che spetta poi al Parlamento e al Consiglio adottare. La Commissione e gli Stati membri applicano poi le leggi, e la Commissione le fa rispettare.

 

La Corte di giustizia è l’arbitro definitivo nelle controversie circa il diritto europeo.

 

La Corte dei conti verifica il finanziamento delle attività dell’Unione.

 

Vi sono anche diversi altri organismi che svolgono un ruolo chiave nel funzionamento dell’UE:

 

  • il Comitato economico e sociale europeo, che rappresenta le parti economiche e sociali nella società civile organizzata, quali datori di lavoro e lavoratori, sindacati e organizzazioni di consumatori;
  • il Comitato delle regioni, che rappresenta le autorità regionali e locali;
  • la Banca europea per gli investimenti, che finanzia gli investimenti in progetti di sviluppo economico all’interno e all’esterno dell’UE, e aiuta le piccole imprese mediante il Fondo europeo per gli investimenti;
  • la Banca centrale europea, che è responsabile della politica monetaria europea;
  • il Mediatore europeo, che esamina le denunce di cattiva amministrazione a carico delle istituzioni e degli organismi dell’UE;
  • il Garante europeo della protezione dei dati, che tutela la privacy dei dati personali dei cittadini.

 

Inoltre vi sono agenzie specializzate che svolgono determinati compiti tecnici, scientifici o di gestione.

 

I poteri e le responsabilità delle istituzioni dell’UE, e le norme e le procedure che devono seguire, sono stabiliti nei trattati sui quali si fonda l’UE. I trattati sono approvati dai capi di Stato o di governo di tutti i paesi dell’UE e in seguito ratificati dai loro parlamenti.

 

I capitoli seguenti descrivono i trattati, le istituzioni europee e gli altri organismi e agenzie, spiegando che attività svolgono e come interagiscono fra loro.

 


I trattati

 

L’UE si fonda su quattro trattati:

 

  • il trattato che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), firmato il 18 aprile 1951 a Parigi, entrato in vigore il 23 luglio 1952 e scaduto il 23 luglio 2002;
  • il trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE), firmato il 25 marzo 1957 a Roma ed entrato in vigore il 1º gennaio 1958, spesso denominato «trattato di Roma»;
  • il trattato che istituisce la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), firmato a Roma insieme al trattato CEE;
  • il trattato sull’Unione europea (UE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1º novembre 1993, spesso denominato «trattato di Maastricht».

 

I trattati CECA, CEE ed Euratom hanno istituito le tre «Comunità europee», vale a dire un sistema in cui le decisioni relative al carbone, all’acciaio, all’energia nucleare e ad altri settori chiave delle economie degli Stati membri vengono prese congiuntamente. Le istituzioni comuni, create per gestire il sistema, sono state fuse nel 1967, dando vita ad un’unica Commissione e un unico Consiglio dei ministri.

 

La CEE, oltre al suo ruolo economico, ha assunto gradualmente un’ampia serie di responsabilità in settori come la politica sociale, ambientale e regionale. Dal momento che non si trattava più di una comunità a carattere meramente economico, il quarto trattato (Maastricht) l’ha ribattezzata semplicemente «Comunità europea» (CE). In vista della scadenza del trattato CECA (2002), le responsabilità relative al carbone e all’acciaio sono state progressivamente inserite negli altri trattati.

 

A Maastricht i governi degli Stati membri hanno anche deciso di cooperare in materia di politica estera e di sicurezza e nel settore «giustizia e affari interni». Con l’aggiunta della cooperazione intergovernativa al sistema comunitario esistente, il trattato di Maastricht ha creato una nuova struttura a tre «pilastri» che è politica ed economica al tempo stesso: l’Unione europea (UE).

 

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UNIONE EUROPEA

Ambito comunitario (la maggior parte dei settori di politica comune)

Politica estera e di sicurezza comune

Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale

TRATTATI

 

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L’Unione europea è fondata sui suoi trattati. I suoi tre «pilastri» rappresentano diversi settori politici, con diversi sistemi decisionali.

 


 

 

I trattati sono la base di tutte le azioni dell’UE. Essi sono stati modificati ogni volta che nuovi membri hanno aderito all’Unione. Inoltre sono stati modificati, di tanto in tanto, per riformare le istituzioni dell’Unione europea e per attribuirle nuove sfere di competenza. Ciò avviene sempre mediante una conferenza speciale dei governi nazionali dell’UE («conferenza intergovernativa» o CIG). Le principali conferenze intergovernative hanno prodotto i seguenti risultati:

 

  • l’Atto unico europeo (AUE), firmato nel febbraio 1986 ed entrato in vigore il 1º luglio 1987, ha modificato il trattato CEE e ha preparato la strada al completamento del mercato unico;

 

  • il trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997 ed entrato in vigore il 1º maggio 1999, ha esteso la sovranità condivisa a più settori, che riguardano una più vasta gamma di diritti dei cittadini e una più stretta interazione sulle politiche sociale e occupazionale;

 

  • il trattato di Nizza, firmato il 26 febbraio 2001 ed entrato in vigore il 1º febbraio 2003, ha modificato ulteriormente gli altri trattati, razionalizzando il sistema decisionale dell’UE in modo che potesse continuare a funzionare in maniera efficace anche dopo ulteriori allargamenti;

 

  • il progetto di trattato costituzionale, che è stato approvato e firmato nell’ottobre 2004 ma non è mai entrato in vigore in quanto non è stato ratificato da tutti i paesi dell’UE.

 

  • Il trattato di Lisbona, approvato nel 2007, che non entrerà in vigore finché non sarà ratificato da tutti gli Stati membri. Contribuirà a rendere l’UE più democratica e trasparente, ad introdurre metodi di lavoro e regole di voto semplificati, a garantire i nostri diritti fondamentali attraverso una carta e a consentire all’UE di esprimersi all’unisono su temi globali.

 

 

 

 

 


 

Il processo decisionale dell’Unione europea

 

Le decisioni a livello dell’Unione europea vengono prese da diverse istituzioni dell’UE, ossia:

 

  • il Parlamento europeo (PE/ Parlamento),
  • il Consiglio dell’Unione europea e
  • la Commissione europea.

 

Di norma è la Commissione europea a proporre nuove leggi dell’UE, ma sono il Consiglio e il Parlamento ad adottarle. In alcuni casi, il Consiglio agisce da solo. Anche le altre istituzioni hanno un ruolo da svolgere.

 

Le principali forme assunte dal diritto dell’UE sono le direttive e i regolamenti. Le direttive stabiliscono un obiettivo comune a tutti gli Stati membri, ma lasciano alle autorità nazionali la responsabilità di decidere riguardo alla forma e ai mezzi per raggiungerlo. Di norma, agli Stati membri sono concessi uno o due anni per attuare una direttiva. I regolamenti sono direttamente applicabili nell’intera UE appena entrano in vigore, senza ulteriori interventi da parte degli Stati membri.

 

Le norme e le procedure sulla base delle quali vengono prese le decisioni dell’UE sono stabilite dai trattati. Ogni proposta di nuova legge europea si deve basare su un articolo specifico del trattato, la cosiddetta «base giuridica» della proposta, che determina la procedura legislativa da seguire. Le tre principali procedure per promulgare nuove leggi sono la «codecisione», la «consultazione» e il «parere conforme».

 

  • La codecisione

 

La codecisione è attualmente la procedura utilizzata per la maggior parte delle leggi dell’UE. In questa procedura, il Parlamento condivide il potere legislativo con il Consiglio.

 

Se il Consiglio e il Parlamento non raggiungono un accordo su una proposta di legge, non viene promulgata alcuna nuova legge. La procedura prevede due «letture» successive in ciascuna delle due istituzioni. Se durante queste letture si raggiunge un accordo, la legge può essere adottata. Altrimenti ci si rivolge a un comitato di conciliazione, formato da un numero uguale di rappresentanti del Consiglio e del Parlamento. Quando il comitato ha raggiunto un accordo, il testo concordato viene trasmesso nuovamente al Parlamento e al Consiglio, affinché essi possano infine adottare la legge. La conciliazione sta diventando sempre meno frequente. La maggior parte delle leggi adottate in codecisione sono di fatto adottate in prima o in seconda lettura e costituiscono quindi il risultato di una buona cooperazione fra le tre istituzioni.

 

Il grafico mostra la procedura più in dettaglio. Per ulteriori informazioni, visitare la pagina

ec.europa.eu/codecision


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La procedura di codecisione

 

1.            Proposta della Commissione

1.A         Parere del CESE, parere del CdR

2.            Prima lettura del PE — parere

3.            La Commissione modifica la proposta

4.            Prima lettura del Consiglio

5.            Il Consiglio approva tutti gli emendamenti del PE

6.            Il Consiglio può adottare l’atto emendato

7.            Il PE approva la proposta senza emendamenti

8.            Il Consiglio può adottare l’atto

9.            Posizione comune del Consiglio

10.          Comunicazione della Commissione sulla posizione comune

11.          Seconda lettura del PE

12.          Il PE approva la posizione comune oppure non interviene

13.          L’atto si considera adottato

14.          Il PE respinge la posizione comune

15.          L’atto si considera non adottato

16.          Il PE propone emendamenti alla posizione comune

17.          Posizione della Commissione sugli emendamenti del PE

18.          Seconda lettura del Consiglio

19.          Il Consiglio approva la posizione comune modificata

               i) a maggioranza qualificata se la Commissione ha dato un parere positivo

               ii) all’unanimità se la Commissione ha dato un parere negativo

20.          L’atto emendato viene adottato

21.          Il Consiglio non approva gli emendamenti alla posizione comune

22.          Viene convocato il Comitato di conciliazione

23.          Procedura di conciliazione

24.          Il Comitato di conciliazione raggiunge un accordo su un testo congiunto

25.          Il Parlamento e il Consiglio adottano l’atto secondo il testo congiunto

26.          L’atto viene adottato

27.          Il Parlamento e il Consiglio non approvano il testo congiunto

28.          L’atto non viene adottato

29.          Il Comitato di conciliazione non raggiunge un accordo su un testo congiunto

30.          L’atto non viene adottato


 

 

Tre «Consigli»: quale differenza?

È facile fare confusione sulle funzioni di ciascuno degli organismi europei, soprattutto quando vi sono organismi molto diversi ma con nomi molto simili, come i tre «Consigli».

 

Il Consiglio europeo

    • È costituito dai capi di Stato o di governo di tutti i paesi dell’UE, più il presidente della Commissione europea. A seconda del sistema politico di ciascun paese, vi partecipa il presidente e/o il primo ministro. Il Consiglio europeo si riunisce, di norma, quattro volte all’anno per concordare la politica globale dell’UE ed esaminare i progressi realizzati. È il più importante organo politico dell’Unione europea, ed è per questo che le sue riunioni sono spesso chiamate «vertici».

 

Il Consiglio dell’Unione europea

    • Precedentemente nota come Consiglio dei ministri, l’istituzione è composta dai ministri dei governi di tutti i paesi dell’UE. Il Consiglio si riunisce regolarmente per prendere decisioni su argomenti specifici e per adottare le leggi dell’UE. Una descrizione più dettagliata delle sue attività è fornita in appresso.

 

Il Consiglio d’Europa

    • Non è un’istituzione dell’UE. È un’organizzazione intergovernativa volta, tra l’altro, a tutelare i diritti umani, a promuovere la diversità culturale dell’Europa ed a combattere problemi sociali come il pregiudizio razziale e l’intolleranza. Una delle prime realizzazioni dell’istituzione, che è stata creata nel 1949, è stata l’elaborazione della convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per consentire ai cittadini di esercitare i loro diritti ai sensi della convenzione, il Consiglio ha istituito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Fanno parte del Consiglio 47 paesi, tra cui tutti i 27 Stati membri dell’UE. La sede è il Palais de l’Europe a Strasburgo (Francia).

 

 

  • La consultazione

 

Si ricorre alla procedura di consultazione in settori quali l’agricoltura, l’imposizione fiscale e la concorrenza. Sulla base di una proposta della Commissione, il Consiglio consulta il Parlamento, il Comitato economico e sociale europeo e il Comitato delle regioni.

 

Nell’ambito della procedura di consultazione, il Parlamento può

  • approvare la proposta della Commissione,
  • respingerla,
  • chiedere emendamenti.

 

Se il Parlamento chiede degli emendamenti, la Commissione deve esaminare tutte le modifiche che esso propone; se accetta del tutto o in parte gli emendamenti proposti, deve trasmettere al Consiglio la proposta modificata.

 

La decisione spetta in ultima istanza al Consiglio, il quale adotta la proposta modificata oppure la modifica ulteriormente. In questa procedura, come in tutte le altre, se il Consiglio decide di modificare la proposta della Commissione deve farlo all’unanimità.

 

3.      Il parere conforme

Per assumere alcune decisioni di particolare importanza, il Consiglio deve ottenere il consenso del Parlamento europeo. La procedura è analoga a quella di consultazione, con l’unica differenza che il Parlamento non può emendare una proposta: deve accettarla o respingerla. L’accettazione («parere conforme») deve avvenire a maggioranza assoluta.

 

Si ricorre alla procedura del parere conforme soprattutto per accordi con paesi terzi, compresi gli accordi che permettono a nuovi paesi di aderire all’UE.

 

 

Chi lavora per le istituzioni dell’UE?

 

I funzionari che lavorano per le istituzioni dell’UE provengono da tutti gli Stati membri. Hanno una vasta gamma di attività e competenze: responsabili politici, amministratori, economisti, ingegneri, giuristi, linguisti, segretari e assistenti tecnici. Devono essere capaci e desiderosi di lavorare in un ambiente multiculturale e multilinguistico, generalmente abbastanza lontano dal loro paese di origine.

 

Per diventare funzionari dell’UE è necessario superare esami duri e competitivi, che sono organizzati a livello centrale dall’Ufficio europeo di selezione del personale (EPSO).

 

Per ulteriori informazioni visitate la pagina europa.eu/epso

 

 

 


Il Parlamento europeo, la voce dei cittadini

 

Dati principali

 

Ruolo:                                    organo legislativo dell’UE eletto a suffragio universale diretto

Prossime elezioni:                giugno 2009

Riunioni:                               sessioni plenarie mensili a Strasburgo, riunioni delle commissioni e sessioni straordinarie a Bruxelles

Indirizzo:                               Plateau du Kirchberg, BP 1601, L-2929 Lussemburgo

Tel.                                         (352) 4300-1

Internet:                                europarl.europa.eu

 

 

Il Parlamento europeo (PE) viene eletto dai cittadini dell’Unione europea per rappresentare i loro interessi. Le sue origini risalgono agli anni cinquanta del secolo scorso e ai trattati costitutivi. Dal 1979 i suoi membri vengono eletti direttamente dai cittadini dell’UE.

 

Le elezioni si svolgono ogni cinque anni e tutti i cittadini dell’UE hanno diritto di votare e di candidarsi, dovunque vivano all’interno dell’UE. Il Parlamento esprime pertanto la volontà democratica dei quasi 500 milioni di cittadini dell’Unione e rappresenta i loro interessi nelle discussioni con le altre istituzioni dell’UE.

 

Le ultime elezioni si sono svolte nel giugno 2004. L’attuale Parlamento ha 785 membri, provenienti da tutti i 27 paesi dell’UE.

 

I membri del Parlamento europeo (eurodeputati) non sono organizzati in blocchi nazionali, ma in gruppi politici dell’UE. Rappresentano tutte le posizioni sull’integrazione europea, da quella decisamente federalista a quella apertamente euroscettica.

 

Hans-Gert Pöttering è stato eletto presidente del Parlamento europeo nel 2007 e manterrà questa carica fino alle elezioni del 2009.

 

Dove ha sede il Parlamento

Le sedi del Parlamento europeo sono tre: Bruxelles (Belgio), Lussemburgo e Strasburgo (Francia).

 

Lussemburgo è la sede degli uffici amministrativi (il «segretariato generale»). Le riunioni dell’intero Parlamento, note con il nome di «sessioni plenarie», si svolgono a Strasburgo e talvolta a Bruxelles. Anche le riunioni delle commissioni si svolgono a Bruxelles.

 


 

Numero dei seggi per gruppo politico al 1º settembre 2007

 

Gruppo politico

Sigla

Numero di seggi

Gruppo del Partito popolare europeo (democratici-cristiani) e dei democratici europei

PPE-DE

278

Gruppo socialista

PSE

216

Gruppo dell’Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa

ALDE

104

Unione per l’Europa delle nazioni

UEN

44

Gruppo Verde/Alleanza libera europea

Verdi/ALE

42

Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica

GUE/NGL

41

Gruppo Indipendenza/Democrazia

IND/DEM

24

Gruppo Identità, Tradizione, Sovranità

ITS

23

Membri non iscritti e posti temporaneamente vacanti

NI

13

Totale

 

785

 

 

Numero di seggi per paese

 

 

Austria

18

Lussemburgo

6

Belgio

24

Malta

5

Bulgaria

18

Paesi Bassi

27

Cipro

6

Polonia

54

Danimarca

14

Portogallo

24

Estonia

6

Regno Unito

78

Finlandia

14

Repubblica ceca

24

Francia

78

Romania

35

Germania

99

Slovacchia

14

Grecia

24

Slovenia

7

Irlanda

13

Spagna

54

Italia

78

Svezia

19

Lettonia

9

Ungheria

24

Lituania

13

Totale

785

 


 

Di cosa si occupa il Parlamento

 

Il Parlamento ha tre funzioni principali:

 

1.   approva le leggi europee, congiuntamente con il Consiglio in molti settori politici. Il fatto che esso sia eletto a suffragio diretto dai cittadini dell’UE contribuisce a garantire la legittimità democratica del diritto europeo;

2.   esercita un controllo democratico su tutte le istituzioni dell’UE e in particolare sulla Commissione. Ha il potere di approvare o respingere la nomina dei commissari e ha il diritto di censurare collettivamente la Commissione;

3.   il potere di bilancio: il Parlamento condivide con il Consiglio il potere di bilancio dell’UE e può pertanto modificare le spese dell’UE. Adotta o respinge il bilancio nel suo complesso.

 

Illustriamo più direttamente queste tre funzioni.

 

1.      L’approvazione delle leggi europee

 

La procedura più comune per adottare (cioè approvare) la legislazione dell’UE è la «codecisione» (cfr. sopra: «Il processo decisionale dell’Unione europea»). Questa procedura pone il Parlamento europeo e il Consiglio su un piano di parità e si applica alla legislazione in un gran numero di settori.

 

In alcuni settori (per esempio l’agricoltura, la politica economica, i visti e l’immigrazione), il Consiglio legifera da solo, ma deve consultare il Parlamento. Il parere conforme del Parlamento è inoltre necessario per alcune decisioni importanti, come per esempio l’adesione di nuovi paesi all’UE.

 

Il Parlamento dà inoltre impulso a una nuova legislazione esaminando il programma di lavoro annuale della Commissione, studiando quali nuove leggi possano essere necessarie e chiedendo alla Commissione di presentare proposte.

 

2.      Il controllo democratico

 

Il Parlamento esercita il controllo democratico su tutte le altre istituzioni dell’UE, in diversi modi.

 

Quando si insedia una nuova Commissione, i suoi membri vengono designati dai governi degli Stati membri dell’UE, ma non possono essere nominati senza l’approvazione del Parlamento. Il Parlamento esamina ognuno di loro, compreso il potenziale presidente della Commissione, nel corso di un colloquio e poi vota per approvare o meno la Commissione nel suo insieme.

 

Per tutto il suo mandato, la Commissione è responsabile politicamente dinanzi al Parlamento, il quale può votare una «mozione di censura» che comporta le dimissioni collettive della Commissione.

 

Più in generale, il controllo parlamentare si esercita attraverso l’esame regolare delle relazioni che la Commissione sottopone al Parlamento (relazione generale annuale, relazione sull’esecuzione del bilancio ecc.). Inoltre, gli eurodeputati formulano regolarmente alla Commissione interrogazioni, alle quali i commissari hanno l’obbligo giuridico di rispondere.

 

Il controllo parlamentare si esercita anche sul Consiglio: gli eurodeputati formulano regolarmente interrogazioni al Consiglio e il presidente del Consiglio assiste alle sessioni plenarie del PE e partecipa ai dibattiti più importanti.

 

Il Parlamento esercita un ulteriore controllo democratico esaminando le petizioni presentate dai cittadini e costituendo commissioni di inchiesta.

 

Apporta infine il suo contributo a tutti i vertici dell’UE (le riunioni del Consiglio europeo). All’apertura di ciascun vertice, il presidente del Parlamento è invitato a esprimere le idee e le preoccupazioni del Parlamento su temi chiave e problemi all’ordine del giorno del Consiglio europeo.

 

3.      L’autorità di bilancio

 

Il bilancio annuale dell’UE viene deciso congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio. Viene discusso dal Parlamento in due letture successive ed entra in vigore soltanto dopo la firma del presidente del Parlamento.

 

La commissione per il controllo di bilancio del Parlamento verifica come vengono spese le risorse di bilancio e ogni anno il Parlamento decide se approvare il modo in cui la Commissione ha gestito il bilancio. Questo processo di approvazione è noto come «decisione di scarico».

 

Com’è organizzato il lavoro del Parlamento

 

Il lavoro del Parlamento si articola in due parti principali:

 

  • La preparazione della sessione plenaria. Gli eurodeputati discutono le proposte della Commissione nelle diverse commissioni parlamentari specializzate in particolari settori dell’attività dell’UE e sulla base della relazione preparata da uno dei membri della commissione, detto «relatore». La relazione presenta il contesto e i pro e contro della proposta. I temi da dibattere vengono discussi anche dai gruppi politici.

 

  • La sessione plenaria. Ogni anno si tengono dodici sessioni plenarie, ciascuna della durata di quattro giorni, a Strasburgo e sei, ciascuna della durata di due giorni, a Bruxelles. In queste sessioni, il Parlamento esamina la legislazione proposta e vota gli emendamenti prima di giungere a una decisione sul testo complessivo.

 

Tra gli altri punti all’ordine del giorno possono esservi «comunicazioni» della Commissione, che presentano le intenzioni della Commissione in un campo particolare, o interrogazioni alla Commissione o al Consiglio su quanto sta accadendo nell’UE o nel resto del mondo.


Il Consiglio dell’Unione europea, la voce degli Stati membri

 

Dati principali

 

Ruolo:                    organo legislativo (in alcuni settori esecutivo) dell’UE, che rappresenta gli Stati membri

Membri:                un ministro per ciascun paese dell’UE

Presidenza:           a turno, ogni sei mesi

Riunioni:               a Bruxelles (Belgio), tranne in aprile, giugno e ottobre, mesi in cui le riunioni si svolgono a Lussemburgo

Indirizzo:               Rue de la Loi/Wetstraat 175, B-1048 Bruxelles

Tel.                         (32-2) 285 61 11

Internet:                consilium.europa.eu

 

Il Consiglio è il principale organo decisionale dell’UE. Come il Parlamento europeo, è stato creato dai trattati istitutivi degli anni cinquanta del secolo scorso. Rappresenta gli Stati membri e alle sue riunioni partecipa un ministro di ciascun governo nazionale degli Stati membri.

 

I ministri partecipano alle riunioni in funzione dei temi all’ordine del giorno. Se, per esempio, il Consiglio deve discutere problemi ambientali, alle riunioni partecipa il ministro dell’Ambiente di ciascun paese dell’UE e si parla di «Consiglio Ambiente».

 

Le relazioni dell’UE con il resto del mondo vengono curate dal «Consiglio Affari generali e relazioni esterne». Tale formazione è responsabile anche per le questioni politiche generali, e pertanto può partecipare alle sue riunioni qualsiasi ministro o segretario di Stato scelto dal rispettivo governo.

 

Esistono, in tutto, nove diverse configurazioni del Consiglio:

 

  • Affari generali e relazioni esterne
  • Affari economici e finanziari (Ecofin)
  • Giustizia e affari interni
  • Occupazione, politica sociale, salute e tutela dei consumatori
  • Concorrenza
  • Trasporti, telecomunicazioni ed energia
  • Agricoltura e pesca
  • Ambiente
  • Istruzione, gioventù e cultura

 

Ciascun ministro del Consiglio è autorizzato a impegnare il proprio governo. In altre parole, la sua firma è la firma di tutto il governo. Inoltre, ciascun ministro in sede di Consiglio è responsabile del suo operato davanti al suo parlamento nazionale e ai cittadini che tale parlamento rappresenta. Questo, insieme al coinvolgimento del Parlamento europeo nel processo decisionale, garantisce la legittimità democratica delle decisioni del Consiglio.

 

Fino a quattro volte all’anno i capi di Stato e/o di governo degli Stati membri dell’UE, insieme al presidente della Commissione europea, si riuniscono nel Consiglio europeo. Questi «vertici» stabiliscono la politica globale dell’UE e risolvono questioni che non potrebbero essere risolte a livello inferiore (cioè dai ministri nelle normali riunioni del Consiglio). Data la loro importanza, le discussioni del Consiglio europeo si prolungano spesso fino a tarda notte, attirando così l’attenzione dei mezzi di comunicazione.

 

Di cosa si occupa il Consiglio

 

Il Consiglio ha sei responsabilità principali:

 

1.   approvare le leggi dell’UE, congiuntamente con il Parlamento europeo in molti settori politici;

2.   coordinare le politiche economiche e sociali generali degli Stati membri;

3.   concludere accordi internazionali tra l’UE e altri Stati od organizzazioni internazionali;

4.   approvare il bilancio dell’UE insieme al Parlamento europeo;

5.   elaborare e attuare la politica estera e di sicurezza comune dell’UE (PESC) sulla base degli orientamenti definiti dal Consiglio europeo;

6.   coordinare la cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale.

 

La maggior parte di tali responsabilità riguarda il cosiddetto ambito comunitario, vale a dire quei settori di azione in cui gli Stati membri hanno deciso di unire le loro sovranità e delegare i poteri decisionali alle istituzioni dell’UE. Tale ambito costituisce il «primo pilastro» dell’Unione europea.

 

Le ultime due responsabilità, invece, riguardano per lo più settori in cui gli Stati membri non hanno delegato i propri poteri ma semplicemente cooperano. Si tratta della cosiddetta «cooperazione intergovernativa», che riguarda il secondo e terzo «pilastro» dell’Unione europea.

 

Descriviamo ora dettagliatamente le attività del Consiglio.

 

1.      Legislazione

 

La maggior parte del lavoro del Consiglio consiste nell’adottare leggi in settori nei quali gli Stati membri dell’UE hanno unito le loro sovranità. La procedura più comune a questo fine è quella della codecisione, in cui la legge dell’UE è adottata congiuntamente dal Consiglio e dal Parlamento sulla base di una proposta della Commissione. In alcuni settori il Consiglio ha l’ultima parola, ma solo sulla base di una proposta della Commissione e solo dopo aver preso in considerazione i pareri della Commissione e del Parlamento (cfr. sopra: «Il processo decisionale dell’Unione europea»).

 

2.      Coordinamento delle politiche degli Stati membri

 

I paesi dell’UE si sono accordati per una politica economica globale basata su uno stretto coordinamento tra le loro politiche economiche nazionali. Tale coordinamento viene realizzato dai ministri dell’economia e delle finanze, che costituiscono il Consiglio Affari economici e finanziari (Ecofin).

 

Il loro intento è anche quello di creare più posti di lavoro e migliorare i sistemi educativi, sanitari e di protezione sociale. Sebbene in questi settori ognuno degli Stati membri sia responsabile della sua politica, essi possono concordare insieme obiettivi comuni e imparare dall’esperienza degli altri le prassi migliori. Questo processo viene chiamato «metodo di coordinamento aperto» e ha luogo nell’ambito del Consiglio.

 

3.      Conclusione di accordi internazionali

 

Ogni anno il Consiglio «conclude» (cioè firma ufficialmente) una serie di accordi tra l’Unione europea e paesi terzi nonché con organizzazioni internazionali. Tali accordi possono riguardare settori generali come il commercio, la cooperazione e lo sviluppo, o settori specifici come quello tessile, la pesca, le scienze e la tecnologia, i trasporti ecc.

 

Inoltre, il Consiglio può concludere convenzioni tra gli Stati membri dell’UE in settori come l’imposizione fiscale, il diritto societario o la protezione consolare. Le convenzioni possono anche riguardare la cooperazione nel settore della libertà, della sicurezza e della giustizia (cfr. oltre).

 

4.      Approvazione del bilancio dell’UE

 

Il bilancio annuale dell’UE viene deciso congiuntamente dal Consiglio e dal Parlamento europeo.

 

5.      Politica estera e di sicurezza comune

 

Gli Stati membri stanno collaborando per elaborare una politica estera e di sicurezza comune (PESC). La politica estera, la sicurezza e la difesa restano materie sulle quali i singoli governi nazionali esercitano un controllo indipendente. Tuttavia, i paesi dell’UE hanno riconosciuto i vantaggi della collaborazione su questi temi e il Consiglio è la sede principale in cui avviene tale «cooperazione intergovernativa».

 

La cooperazione non riguarda soltanto questioni relative alla difesa, ma anche compiti di gestione delle crisi, come le operazioni umanitarie e di salvataggio, o le missioni per il mantenimento e il ripristino della pace in zone calde. I paesi dell’UE cercano di mobilitare e coordinare le forze militari e di polizia, in modo da poterle utilizzare in coordinamento con l’azione diplomatica ed economica. Con questi meccanismi, l’UE ha contribuito a mantenere la pace, a costruire la democrazia ed a stimolare il progresso economico in luoghi lontani tra loro come l’Indonesia, la Repubblica democratica del Congo e i paesi dell’Europa sudorientale.

 

6.      Libertà, sicurezza e giustizia

 

I cittadini dell’UE sono liberi di vivere e lavorare in qualsiasi paese dell’UE di loro scelta, quindi devono avere un accesso paritario alla giustizia civile, ovunque nell’Unione europea. I tribunali nazionali devono quindi collaborare per garantire, ad esempio, che una sentenza pronunciata dal tribunale di un paese dell’UE sul divorzio o la custodia dei figli sia riconosciuta da tutti gli altri paesi dell’UE.

 

La libertà di circolazione all’interno dell’UE è un enorme vantaggio per i cittadini che rispettano le leggi, ma viene sfruttata anche da criminali e terroristi internazionali. Far fronte alla criminalità transfrontaliera richiede una cooperazione anch’essa transfrontaliera fra i tribunali nazionali, le forze di polizia, i funzionari delle dogane e dei servizi di immigrazione in tutti i paesi dell’UE.

 

Essi devono garantire, per esempio:

 

  • che le frontiere esterne dell’UE siano efficacemente presidiate;
  • che i funzionari delle dogane e della polizia si scambino informazioni sui movimenti dei presunti trafficanti di droga e di esseri umani;
  • che i richiedenti asilo siano considerati e trattati allo stesso modo in tutta l’UE, in modo da prevenire il fenomeno degli spostamenti dei richiedenti asilo da uno Stato membro all’altro alla ricerca delle condizioni migliori (il cosiddetto «asylum shopping»).

 

Tali problemi vengono affrontati dal Consiglio Giustizia e affari interni, cioè dai ministri della giustizia e degli interni degli Stati membri. L’obiettivo è quello di creare un’unica «zona di libertà, sicurezza e giustizia» all’interno delle frontiere dell’UE.

 

Com’è organizzato il lavoro del Consiglio

La presidenza del Consiglio

 

La presidenza del Consiglio viene assunta a turno dagli Stati membri ogni sei mesi. In pratica, ogni paese dell’UE si fa carico dell’agenda del Consiglio e presiede tutte le riunioni per un periodo di sei mesi, promuovendo le decisioni legislative e politiche e negoziando compromessi tra gli Stati membri.

 

Il segretariato generale

 

La presidenza è assistita dal segretariato generale, che prepara e garantisce il buon funzionamento del lavoro del Consiglio a tutti i livelli.

Nel 2004 Javier Solana è stato nominato segretario generale del Consiglio. Egli svolge anche le funzioni di alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (PESC), contribuendo a coordinare l’azione dell’UE sul piano mondiale.

Il segretario generale è assistito da un segretario generale aggiunto, responsabile della gestione del segretariato generale.

 

Coreper

 

A Bruxelles, ogni Stato membro dell’UE ha un proprio gruppo permanente («rappresentanza») che lo rappresenta e difende i suoi interessi nazionali a livello dell’UE. Il capo di ciascuna rappresentanza è l’ambasciatore di quello Stato presso l’UE.

 

Tali ambasciatori (noti come «rappresentanti permanenti») si riuniscono settimanalmente in sede di Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper). Il ruolo del Comitato è preparare il lavoro del Consiglio, tranne per la maggior parte delle questioni agricole, che vengono gestite dal comitato speciale Agricoltura. Il Coreper è assistito da una serie di gruppi di lavoro, ai quali partecipano funzionari delle rappresentanze o delle amministrazioni nazionali.

 

Sicurezza e difesa

 

Il Consiglio è assistito da una struttura separata in materia di sicurezza e difesa:

 

  • il Comitato politico e di sicurezza (CPS), che costituisce per questo tipo di cooperazione quello che il Coreper rappresenta per altri tipi di decisione;
  • il Comitato militare dell’Unione europea (CMUE), composto dai capi di stato maggiore della difesa degli Stati membri;
  • lo Stato maggiore dell’Unione europea (SMUE), composto da esperti militari e civili distaccati presso il segretariato del Consiglio dagli Stati membri;
  • il Comitato per gli aspetti civili della gestione delle crisi.

 

Quanti voti per paese?

 

Le decisioni in sede di Consiglio vengono prese per votazione. La quantità di voti di cui dispone un paese dipende dal numero dei suoi abitanti, ma tale numero viene adattato a favore dei paesi meno popolosi:

 

Francia, Germania, Italia e Regno Unito                                                                   29

Polonia e Spagna                                                                                                      27

Romania                                                                                                                   14

Paesi Bassi                                                                                                                13

Belgio, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria e Portogallo                                           12

Austria, Bulgaria e Svezia                                                                                         10

Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania e Slovacchia                                               7

Cipro, Estonia, Lettonia, Lussemburgo e Slovenia                                                    4

Malta                                                                                                                        3

Totale                                                                                                                       345

 

Voto a maggioranza qualificata

 

In alcuni settori particolarmente delicati come la politica estera e di sicurezza comune, l’imposizione fiscale, le politiche d’asilo e di immigrazione, le decisioni del Consiglio devono essere prese all’unanimità. In altre parole, in tali settori ciascuno Stato membro ha il potere di veto.

 

Sulla maggior parte delle questioni, invece, il Consiglio decide a «maggioranza qualificata».

 

La maggioranza qualificata si raggiunge

 

  • se una maggioranza di Stati membri (in alcuni casi, una maggioranza di due terzi) approva

e

  • se vi è un minimo di 255 voti favorevoli, che corrispondono al 73,9 % del totale.

 

Inoltre, ogni Stato membro potrà chiedere la conferma che i voti favorevoli rappresentino almeno il 62 % della popolazione totale dell’Unione. Se così non dovesse essere, la decisione non sarà adottata.

 

 


La Commissione europea, promotrice dell’interesse comune

 

Dati principali

 

Ruolo:                    braccio esecutivo dell’UE e promotrice del processo legislativo

Membri:                27: uno per ogni Stato membro

Mandato:              cinque anni (2004-2009)

Indirizzo:               B-1049 Bruxelles

Tel.                         (32-2) 299 11 11

Internet:                ec.europa.eu

 

La Commissione è indipendente dai governi nazionali. Il suo compito è quello di rappresentare e sostenere gli interessi dell’UE nel suo complesso. Redige proposte di nuove leggi europee, che presenta quindi al Parlamento europeo e al Consiglio.

 

È anche l’organo esecutivo dell’UE: in altre parole, è responsabile dell’attuazione delle decisioni del Parlamento e del Consiglio. In quanto tale, gestisce gli affari correnti dell’Unione europea: l’attuazione delle sue politiche, la gestione dei suoi programmi e la spesa dei suoi fondi.

 

Come il Parlamento e il Consiglio, la Commissione europea nasce negli anni cinquanta del secolo scorso dai trattati istitutivi dell’Unione europea.

 

Che cosa si intende per Commissione

 

Il termine «Commissione» ha due accezioni: la prima si riferisce al collegio di uomini e donne (uno per ciascun paese dell’UE) nominato per gestire l’istituzione e prenderne le decisioni; la seconda si riferisce all’istituzione in sé e al suo personale.

 

I membri della Commissione sono chiamati informalmente «commissari». Hanno generalmente ricoperto cariche politiche nei rispettivi paesi d’origine, possono essere stati anche ministri di governo, ma in qualità di membri della Commissione si impegnano ad agire nell’interesse generale dell’Unione e non accettano istruzioni dai governi nazionali.

 

Ogni cinque anni viene nominata una nuova Commissione, entro sei mesi dalle elezioni del Parlamento europeo. Questa è la procedura:

 

  • i governi degli Stati membri stabiliscono insieme chi designare come presidente della nuova Commissione;
  • il presidente designato è poi sottoposto all’approvazione del Parlamento;
  • il presidente designato, in consultazione coi governi degli Stati membri, sceglie gli altri membri della Commissione;
  • il nuovo Parlamento incontra quindi ogni membro ed esprime un parere sull’intero collegio; una volta approvata, la nuova Commissione può iniziare ufficialmente la sua attività.

 

Il mandato dell’attuale Commissione scade il 31 ottobre 2009. Il presidente è José Manuel Barroso.

 

La Commissione è politicamente responsabile dinanzi al Parlamento, che può destituire l’intero collegio con una mozione di censura. I singoli membri della Commissione devono dimettersi se il presidente chiede loro di farlo, a condizione che gli altri commissari approvino.

 

La Commissione assiste a tutte le sedute del Parlamento, nel corso delle quali deve spiegare e giustificare le sue politiche. Inoltre, risponde regolarmente alle interrogazioni scritte e orali che le sono rivolte dagli eurodeputati.

 

Il lavoro quotidiano della Commissione è svolto dal complesso del suo personale, fatto di funzionari amministrativi, esperti, traduttori, interpreti e segretari. I funzionari europei sono circa 23 000; possono sembrare tanti, in realtà sono meno degli impiegati comunali di una tipica città europea di media dimensione.

 

Dove ha sede la Commissione

 

La Commissione ha sede a Bruxelles, in Belgio, ma ha anche uffici a Lussemburgo, rappresentanze in tutti i paesi dell’UE e delegazioni in molte delle capitali del mondo.

 

Di cosa si occupa la Commissione

 

La Commissione europea assolve quattro funzioni fondamentali:

 

1.   propone gli atti legislativi al Parlamento e al Consiglio;

2.   dirige ed esegue le strategie politiche e il bilancio dell’Unione;

3.   vigila sull’applicazione del diritto dell’UE (insieme con la Corte di giustizia);

4.   rappresenta l’Unione europea a livello internazionale, per esempio nei negoziati con paesi terzi per la conclusione di accordi.

 

1.      Propone nuove leggi

 

La Commissione ha il «diritto d’iniziativa». In altre parole, ha la competenza esclusiva di redigere proposte di nuove leggi dell’UE, che presenta poi al Parlamento e al Consiglio. L’obiettivo di queste proposte dev’essere la difesa degli interessi dell’Unione e dei suoi cittadini, non certo quello dei singoli paesi o settori industriali.

 

Per decidere di presentare una qualunque proposta, la Commissione deve essere a conoscenza di situazioni o problemi emergenti in Europa e valutare se il mezzo più adeguato per porvi rimedio sia per l’appunto un intervento legislativo dell’UE. Per questo motivo la Commissione è costantemente in contatto con un’ampia gamma di gruppi d’interesse e con due organi consultivi, il Comitato economico e sociale europeo e il Comitato delle regioni. Tiene inoltre conto del parere dei parlamenti e governi nazionali.

 

La Commissione propone un’azione a livello dell’Unione solo se reputa che un problema non possa essere risolto più efficacemente con un intervento nazionale, regionale o locale. Il principio che consiste nell’agire al livello più basilare possibile va sotto il nome di «principio di sussidiarietà».

 

Se la Commissione giunge alla conclusione che l’intervento del legislatore comunitario è necessario, allora redige una proposta diretta a porre rimedio alla situazione e soddisfare la più ampia gamma di interessi. Per gli aspetti tecnici, si avvale della consulenza di esperti attraverso i suoi vari comitati e gruppi di lavoro. Pubblica frequentemente libri «verdi» e «bianchi», tiene udienze, chiede i pareri della società civile, commissiona relazioni di esperti, e spesso consulta direttamente il pubblico prima di presentare una proposta per accertarsi di disporre di un quadro il più possibile completo.

 

2.      Esegue le politiche dell’UE e il bilancio

 

In quanto organo esecutivo dell’Unione europea, la Commissione è responsabile dell’amministrazione e dell’esecuzione del bilancio dell’UE. Sebbene la gestione pratica delle spese ricada per lo più sulle autorità nazionali e locali, alla Commissione spetta esercitare il controllo, sotto l’occhio vigile della Corte dei conti. Obiettivo di entrambe le istituzioni è garantire una corretta gestione finanziaria. Il Parlamento europeo dà alla Commissione lo scarico per l’esecuzione del bilancio solo se è soddisfatto della relazione annuale della Corte dei conti.

 

La Commissione deve anche attuare alcune decisioni adottate dal Parlamento e dal Consiglio, fra l’altro in materia di politica agricola comune, pesca, energia, sviluppo regionale, ambiente, gioventù, istruzione e scambi di giovani, come il programma Erasmus. Svolge inoltre un ruolo fondamentale nella politica sulla concorrenza, per garantire che le imprese operino a parità di condizioni. Può proibire fusioni tra società, se ritiene che conducano a una concorrenza sleale. Deve inoltre assicurarsi che i paesi dell’UE non sovvenzionino le loro industrie in modo tale da alterare la concorrenza.

 

3.      Fa rispettare il diritto europeo

 

La Commissione è «custode dei trattati». In altri termini, spetta ad essa e alla Corte di giustizia garantire che il diritto dell’UE sia correttamente applicato in tutti gli Stati membri.

 

Se scopre che uno Stato membro non applica la normativa comunitaria, avvia la cosiddetta «procedura di infrazione». Il primo passo consiste nell’inviare al governo interessato una lettera ufficiale, in cui fa presente di avere motivi per credere che il suo paese stia violando la normativa dell’UE e fissa un termine entro il quale dovrà pervenirle una spiegazione dettagliata.

 

Se lo Stato membro non ha una spiegazione soddisfacente da proporre o non regolarizza la sua posizione, la Commissione invia un’altra lettera in cui conferma che la normativa dell’UE è stata violata e fissa un termine per la correzione di tale infrazione. Se lo Stato membro continua a non conformarsi alle richieste della Commissione, quest’ultima deferisce il caso alla Corte di giustizia, le cui sentenze sono vincolanti per gli Stati membri e le istituzioni dell’UE. Agli Stati membri che continuano a non conformarsi alla sentenza, la Corte può imporre sanzioni finanziarie.

 

4.      Rappresenta l’Unione a livello internazionale

 

La Commissione europea è un importante portavoce dell’Unione europea sulla scena internazionale. È la voce dell’UE in contesti internazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio, nei negoziati relativi all’accordo internazionale sui cambiamenti climatici, il Protocollo di Kyoto, nella partnership di cooperazione economica e commerciale fra l’UE e i paesi in via di sviluppo dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, nota come l’Accordo di Cotonou.

 

La Commissione è competente anche a discutere e negoziare per conto dell’UE in settori in cui gli Stati membri hanno messo in comune le loro sovranità, sulla base di accordi raggiunti in precedenza con i singoli Stati.

 

Com’è organizzato il lavoro della Commissione

 

Spetta al presidente della Commissione decidere quale commissario sarà responsabile di una determinata politica e procedere eventualmente a un «rimpasto» delle competenze durante il mandato.

 

La Commissione si riunisce generalmente una volta a settimana, di solito il mercoledì e di solito a Bruxelles. Ogni commissario espone i punti all’ordine del giorno per le politiche di sua competenza e l’intera Commissione prende una decisione collegiale in proposito.

 

Il personale della Commissione è strutturato in dipartimenti chiamati «direzioni generali» (DG) e in «servizi» (come il Servizio giuridico). Ciascuna DG si occupa di uno specifico settore politico ed è sottoposta a un direttore generale, che a sua volta rende conto direttamente a uno dei commissari. Il coordinamento generale è affidato al segretariato generale, che gestisce anche le riunioni settimanali della Commissione. È guidato dal segretario generale, che risponde direttamente al presidente.

 

Sono le DG che di fatto concepiscono e redigono le proposte legislative, le quali diventano però ufficiali solo quando sono «adottate» dalla Commissione nelle riunioni settimanali. La procedura è più o meno questa.

 

Supponiamo che la Commissione reputi necessario l’intervento normativo dell’UE per prevenire l’inquinamento dei fiumi europei. Spetterà allora al direttore generale della DG Ambiente elaborare una proposta, sulla base di ampie consultazioni con le organizzazioni industriali, agricole e ambientalistiche europee e con i ministri dell’ambiente degli Stati membri. Il disegno di legge sarà inoltre discusso con gli altri dipartimenti della Commissione interessati all’argomento, e verificato dal Servizio giuridico e dal segretariato generale.

 

Quando la proposta è pronta, viene iscritta all’ordine del giorno di una riunione della Commissione. Se viene approvata da almeno 14 dei 27 commissari, viene adottata dalla Commissione e riceve il sostegno incondizionato di tutto il collegio. Il documento viene poi trasmesso al Consiglio e al Parlamento europeo, che lo esaminano. Alla luce dei commenti presentati da queste due istituzioni, la Commissione può introdurre emendamenti e rinviare la proposta per l’approvazione finale.

 


La Corte di giustizia, garante del diritto

 

Dati principali

 

Ruolo:                                                                    pronuncia sentenze sui casi ad essa sottoposti

Corte di giustizia:                                                 un giudice per Stato membro; otto avvocati generali

Tribunale di primo grado:                                  almeno un giudice per ciascun paese dell’UE (27 nel 2007)

Tribunale della funzione pubblica:                  sette giudici

Mandato:                                                              sei anni rinnovabili

Indirizzo:                                                               Boulevard Konrad Adenauer, L-2925 Lussemburgo

Tel.                                                                         (352) 43 03-1

Internet:                                                                curia.europa.eu

 

 

La Corte di giustizia delle Comunità europee (o più semplicemente «la Corte») è stata istituita dal primo dei trattati UE, il trattato CECA del 1952. La sua sede di lavoro è Lussemburgo.

 

Suo compito è garantire che la legislazione dell’UE sia interpretata e applicata allo stesso modo in tutti i paesi dell’UE, sia cioè uguale per tutti. Essa garantisce, ad esempio, che i tribunali nazionali non si pronuncino in modo diverso sulla stessa questione.

 

La Corte garantisce inoltre che gli Stati membri e le istituzioni dell’UE agiscano secondo la legge. Dirime le controversie fra Stati membri, istituzioni dell’UE, imprese e cittadini.

 

La Corte si compone di un giudice per Stato membro, in modo da rappresentare tutti i 27 ordinamenti giuridici nazionali dell’UE. Tuttavia, per ragioni di efficienza, raramente si riunisce in seduta plenaria: generalmente si riunisce in una «grande sezione» di solo 13 giudici o in sezioni di cinque o tre giudici.

 

La Corte è assistita da otto «avvocati generali». Il loro compito è quello di presentare pareri motivati sulle cause dibattute davanti alla Corte, pubblicamente e con assoluta imparzialità.

 

I giudici e gli avvocati generali sono personalità di indubbia imparzialità, dotati delle qualifiche o delle competenze necessarie per rivestire le più alte cariche giudiziarie nei propri paesi di origine. Sono nominati alla Corte di giustizia di comune accordo dai governi degli Stati membri dell’UE, con mandato di sei anni rinnovabile.

 

Per aiutare la Corte a gestire il gran numero di cause pendenti e garantire ai cittadini una protezione giuridica più efficace, nel 1988 le è stato affiancato il Tribunale di primo grado, organo giurisdizionale competente a conoscere di talune categorie di ricorsi, come le azioni promosse da singoli, da imprese o da alcune organizzazioni e i casi in materia di concorrenza. Anche questo tribunale è composto da un giudice per ogni Stato membro.

 

Il Tribunale della funzione pubblica dell’Unione europea si pronuncia in merito alle controversie tra le Comunità e i suoi agenti. È composto da sette giudici ed è affiancato al Tribunale di primo grado.

 

La Corte di giustizia, il Tribunale di primo grado e il Tribunale della funzione pubblica designano ciascuno, fra i rispettivi giudici, il proprio presidente con mandato triennale rinnovabile. Nel 2003 è stato eletto presidente della Corte di giustizia Vassilios Skouris. Marc Jaeger è l’attuale presidente del Tribunale di primo grado. Paul J. Mahoney è presidente del Tribunale della funzione pubblica dal 2005.

 

Di cosa si occupa la Corte

 

La Corte si pronuncia sui casi ad essa sottoposti, fra i quali cinque sono le categorie più comuni:

 

1.   procedimento pregiudiziale;

2.   ricorso per inadempimento;

3.   ricorso di annullamento;

4.   ricorso per carenza;

5.   azione per risarcimento danni.

 

Vediamole insieme.

 

1.      Il procedimento pregiudiziale

 

I tribunali nazionali sono responsabili di garantire, nei rispettivi Stati membri, la corretta applicazione del diritto comunitario. Vi è il rischio però che tribunali di Stati membri diversi diano un’interpretazione non uniforme della normativa dell’UE.

 

Per evitare tale disparità esiste il cosiddetto «procedimento pregiudiziale»: in caso di dubbi sull’interpretazione o sulla validità di una norma comunitaria, il giudice nazionale può, e talvolta deve, rivolgersi alla Corte di giustizia per un parere. L’interpretazione della Corte assume la forma di «pronuncia pregiudiziale».

 

2.      Il ricorso per inadempimento

 

La Commissione può avviare questo tipo di procedimento se ha motivi per credere che uno Stato membro non ottemperi agli obblighi cui è tenuto in forza del diritto dell’UE. Il procedimento può essere avviato anche da un altro Stato membro.

 

In entrambi i casi la Corte fa i debiti accertamenti, quindi si pronuncia. Lo Stato membro giudicato colpevole di inadempimento deve porre immediatamente fine a tale situazione. Se la Corte ritiene che lo Stato membro non abbia rispettato la sentenza da essa pronunciata, può imporgli una sanzione.

 

3.      Il ricorso di annullamento

 

Se uno degli Stati membri, il Consiglio, la Commissione o, a certe condizioni, il Parlamento reputa illegittima una data norma del diritto comunitario, può chiederne l’annullamento alla Corte.

 

Anche i privati possono proporre «ricorsi di annullamento», per annullare un atto giuridico che li riguardi direttamente e individualmente e arrechi loro pregiudizio.

 

Se il ricorso è fondato, ossia l’atto è stato effettivamente adottato in violazione delle forme sostanziali o dei trattati, la Corte lo dichiara nullo e non avvenuto.

 

4.      Il ricorso per carenza

 

Il trattato stabilisce che, in determinate circostanze, il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione debbano prendere decisioni. Se essi si astengono da tale obbligo, gli Stati membri e le altre istituzioni dell’Unione e, a talune condizioni, anche i privati cittadini o le imprese possono adire la Corte per far constatare ufficialmente detta carenza.

 

5.      L’azione per risarcimento danni

 

Qualsiasi individuo o impresa che abbia subito un danno in conseguenza dell’azione o dell’inazione della Comunità o del suo personale può introdurre una causa per chiedere risarcimento dinanzi al Tribunale di primo grado.

 

Com’è organizzato il lavoro della Corte

 

Il ricorso viene presentato alla cancelleria, dopodiché sono designati un giudice relatore e un avvocato generale per seguire la causa.

 

Il procedimento che segue comprende dapprima una fase scritta, poi una fase orale.

 

Nella prima fase, le parti presentano documenti scritti e il giudice incaricato della causa redige una relazione in cui riassume tali documenti ed espone il contesto giuridico della controversia.

 

Comincia quindi la seconda fase del procedimento: l’udienza pubblica. A seconda dell’importanza e della complessità della causa, questa udienza può avvenire dinanzi a una sezione di tre, cinque o tredici giudici, o dinanzi alla Corte in seduta plenaria. Durante l’udienza, gli avvocati delle parti sono sentiti dai giudici e dall’avvocato generale, che possono rivolgere loro le domande che ritengono opportune. L’avvocato generale presenta quindi la sua opinione, dopodiché i giudici deliberano ed emettono una sentenza, che non è necessariamente conforme all’opinione dell’avvocato generale.

 

Le sentenze della Corte sono decise a maggioranza e pronunciate in pubblica udienza. Non è fatta menzione delle opinioni contrarie. Le decisioni sono pubblicate il giorno in cui sono emesse.

 

La procedura del Tribunale di primo grado è simile, ma non prevede la presentazione di un parere da parte dell’avvocato generale.


La Corte dei conti europea e il giusto valore dei soldi

 

Dati principali

 

Ruolo:                    controlla la gestione delle finanze dell’Unione

Membri:                un membro per ciascun paese dell’UE

Mandato:              i membri sono nominati per sei anni rinnovabili

Indirizzo:               12 rue Alcide De Gasperi, L-1615 Lussemburgo

Tel.                         (352) 43 98-1

Internet:                eca.europa.eu

 

La Corte dei conti è stata istituita nel 1975 e ha sede a Lussemburgo. Il suo compito è controllare che i fondi UE siano gestiti correttamente, quindi che si faccia il miglior uso possibile del denaro dei cittadini dell’Unione. Ha il diritto di controllare qualsiasi persona od organizzazione che gestisce fondi UE.

 

La Corte dei conti è composta di un cittadino di ciascuno Stato membro, nominato dal Consiglio per un mandato rinnovabile di sei anni. I membri designano tra di loro il presidente per un termine di tre anni rinnovabile. Hubert Weber è stato eletto presidente nel gennaio 2005.

 

Di cosa si occupa la Corte

 

Il suo ruolo principale è accertare se il bilancio dell’Unione sia stato eseguito correttamente, in altre parole, che le entrate e le spese dell’Unione siano ottenute, spese e registrate legalmente e che vi sia una sana gestione finanziaria. In tal modo garantisce che il sistema UE operi con efficienza economica, efficacia e trasparenza.

 

Per svolgere i suoi compiti, la Corte può esaminare i documenti di qualsiasi persona od organizzazione che gestisce le entrate o le spese dell’UE. Effettua spesso controlli sul posto. Rende quindi noti i risultati mediante relazioni scritte, con cui richiama l’attenzione della Commissione e dei governi degli Stati membri su determinati problemi.

 

Affinché il suo operato sia efficace, la Corte dei conti deve agire in piena indipendenza rispetto alle altre istituzioni, pur mantenendo con queste contatti costanti.

 

Una delle sue principali funzioni è assistere il Parlamento europeo e il Consiglio presentando loro ogni anno una relazione di controllo sull’esercizio finanziario precedente. Il Parlamento esamina dettagliatamente la relazione della Corte prima di decidere se approvare o meno la gestione del bilancio fatta dalla Commissione. Se è soddisfatta, la Corte trasmette anche al Consiglio e al Parlamento una dichiarazione di affidabilità con cui certifica che il denaro del contribuente europeo è stato speso in modo appropriato.

 

Per finire, la Corte dei conti informa i cittadini sui risultati della sua attività, con relazioni su argomenti di particolare interesse.

 

Com’è organizzato il lavoro della Corte

 

La Corte dei conti si avvale di circa 800 funzionari, fra cui traduttori, amministratori e revisori contabili. Questi ultimi sono divisi in «gruppi di controllo» e preparano le bozze di relazione sulle quali la Corte delibera.

 

I revisori contabili sono spesso in giro ad effettuare ispezioni presso le altre istituzioni dell’UE, negli Stati membri o nei paesi beneficiari di sovvenzioni UE. Sebbene, infatti, il lavoro della Corte riguardi prevalentemente i fondi di cui è responsabile la Commissione, nella pratica l’80 % delle spese dell’UE è gestito dalle autorità nazionali.

 

La Corte dei conti non ha poteri giuridici propri. Se i revisori scoprono un caso di frode o irregolarità, ne informano l’OLAF, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode. L’OLAF è un servizio della Commissione europea dotato di uno statuto speciale che ne garantisce la totale autonomia.


 

Il Comitato economico e sociale europeo, portavoce della società civile

 

Dati principali

 

Ruolo:                    rappresenta la società civile organizzata

Membri:                344

Mandato:              quattro anni

Riunioni:               mensili, a Bruxelles

Indirizzo:               Rue Belliard 99, B-1040 Bruxelles

Tel.                         (32-2) 546 90 11

Internet:                eesc.europa.eu

 

Istituito dai trattati di Roma nel 1957, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) è un organismo con funzioni consultive incaricato di rappresentare i gruppi di interesse europei, quali datori di lavoro, sindacati, e altri gruppi della «società civile organizzata», come le associazioni di consumatori; costituisce una piattaforma formale per esprimere i loro punti di vista sulle questioni relative all’UE.

 

Il CESE consta di 344 membri. Il numero di membri di ciascun paese dell’UE riflette grosso modo la sua popolazione ed è suddiviso come segue:

 

Francia, Germania, Italia e Regno Unito                                                                    24

Polonia e Spagna                                                                                                       21

Romania                                                                                                                    15

Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria,

Paesi Bassi, Portogallo e Svezia                                                                                 12

Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania e Slovacchia                                                            9

Estonia, Lettonia e Slovenia                                                                                      7

Cipro e Lussemburgo                                                                                                6

Malta                                                                                                                         5

Totale                                                                                                                       344

 

I membri sono nominati su proposta degli Stati membri per quattro anni, ma esercitano le loro funzioni in piena indipendenza. Il loro mandato è rinnovabile.

 

Il Comitato si riunisce in sessione plenaria e delibera sulla base dei lavori svolti da sei «sezioni» specializzate ciascuna in un particolare settore d’intervento. Designa fra i suoi membri il presidente e due vicepresidenti per una durata di due anni. Dimitris Dimitriadis è diventato presidente del CESE nell’ottobre 2006.

 

Di cosa si occupa il CESE

 

Il Comitato economico e sociale europeo ha tre compiti fondamentali:

 

  • formulare pareri destinati al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e alla Commissione europea, sia su loro richiesta che di sua iniziativa;
  • incoraggiare una maggiore partecipazione della società civile al processo decisionale dell’UE;
  • rafforzare il ruolo della società civile nei paesi terzi e promuovere l’istituzione di strutture consultive ispirate al suo modello.

 

I pareri del Comitato sono trasmessi alle grandi istituzioni: Consiglio, Commissione e Parlamento europeo. Il Comitato deve essere consultato obbligatoriamente prima che siano prese decisioni relative alla politica economica, sociale, regionale e ambientale. Ha quindi un ruolo fondamentale nel processo decisionale dell’Unione. Il CESE fa da ponte fra l’Unione e i suoi cittadini, promuovendo in Europa un modello di società più partecipativo e inclusivo, e quindi più democratico.

 

Chi sono i membri del CESE

 

I membri del Comitato, che continuano in genere a esercitare le rispettive attività professionali nel paese d’origine, sono suddivisi in tre gruppi che rappresentano i datori di lavoro, i lavoratori dipendenti e vari altri interessi economici e sociali.

 

Il primo gruppo è composto da esponenti del settore pubblico e privato, delle piccole e medie imprese, delle camere di commercio, del commercio all’ingrosso e al dettaglio, delle banche e delle assicurazioni, dei trasporti e dell’agricoltura.

 

Il secondo gruppo rappresenta tutte le categorie di lavoratori dipendenti, dagli operai ai dirigenti. I suoi membri sono esponenti di sindacati nazionali.

 

Il terzo gruppo rappresenta organizzazioni non governative (ONG), organizzazioni di agricoltori, piccole imprese, artigiani e libere professioni, cooperative e associazioni senza scopo di lucro, organizzazioni dei consumatori e ambientalistiche, comunità scientifiche e accademiche e associazioni in rappresentanza delle famiglie e dei disabili.


Il Comitato delle regioni, voce degli enti regionali e locali

 

Dati principali

 

Ruolo:                    rappresenta le autorità regionali e locali

Membri:                344

Mandato:              quattro anni

Riunioni:               cinque sessioni plenarie l’anno, a Bruxelles

Indirizzo:               Rue Belliard 101, B-1040 Bruxelles

Tel.                         (32-2) 282 22 11

Internet:                cor.europa.eu

 

Istituito nel 1994 dal trattato sull’Unione europea, il Comitato delle regioni (CdR) è un organo consultivo composto dai rappresentanti degli enti locali e regionali d’Europa. Deve essere consultato sulle proposte riguardanti i settori in cui è competente il governo regionale e locale, come la politica regionale, l’ambiente, la cultura, l’istruzione e i trasporti.

 

Il Comitato è composto da 344 membri. Il numero di rappresentanti per ogni Stato membro riflette grosso modo la popolazione:

 

Francia, Germania, Italia e Regno Unito                                                                    24

Polonia e Spagna                                                                                                       21

Romania                                                                                                                    15

Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria,

Paesi Bassi, Portogallo e Svezia                                                                                 12

Danimarca, Irlanda, Lituania, Slovacchia e Finlandia                                                            9

Estonia, Lettonia e Slovenia                                                                                      7

Cipro e Lussemburgo                                                                                                6

Malta                                                                                                                         5

Totale                                                                                                                       344

 

I membri del Comitato sono rappresentanti politici eletti, oppure rappresentanti di rilievo, di enti locali o regionali nel loro paese di origine. Sono designati dai governi nazionali e nominati dal Consiglio dell’Unione europea per quattro anni; il loro mandato è rinnovabile. Ogni paese sceglie i suoi membri in maniera autonoma, ma l’insieme deve riflettere gli equilibri politici e geografici. Se perdono il mandato elettorale nel loro paese di origine, devono dimettersi dal Comitato.

Vi sono quattro gruppi politici: il Partito Popolare Europeo, il Partito del socialismo europeo, l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa e Unione per l’Europa delle nazioni-Alleanza europea.

 

Il CdR designa il presidente tra i suoi membri per la durata di due anni. Michel Delebarre è stato eletto presidente nel 2006.

 

Di cosa si occupa il Comitato

Il ruolo del CdR è fare in modo che la legislazione dell’UE tenga conto dei punti di vista locali e regionali. A tal fine il Comitato pubblica relazioni, o «pareri», sulle proposte della Commissione.

 

La Commissione e il Consiglio hanno l’obbligo di consultare il CdR ogni volta che vengono presentate proposte in settori che interessano il governo locale e regionale, ad esempio l’occupazione, l’ambiente, l’istruzione, la cultura, la formazione professionale e la gioventù, l’energia, i trasporti, le telecomunicazioni e la sanità pubblica.

 

L’elenco non è esaustivo. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno la facoltà di consultare il CdR anche su altre questioni. Dal canto suo, il Comitato può adottare pareri di sua iniziativa e presentarli alla Commissione, al Consiglio e al Parlamento.

 

Com’è organizzato il lavoro del Comitato

Ogni anno si svolgono cinque sessioni plenarie durante le quali il CdR definisce le sue politiche generali e adotta i pareri.

Vi sono sei «commissioni» che si occupano di diversi settori politici e preparano i pareri da discutere nelle sessioni plenarie.

 


La Banca europea per gli investimenti e il finanziamento dello sviluppo economico

 

Dati principali

 

Ruolo:                    finanzia lo sviluppo economico

Membri:                gli Stati membri dell’UE

                                28 per il consiglio d’amministrazione, 9 per il comitato direttivo

Indirizzo:               100 Boulevard Konrad Adenauer, L-2950 Lussemburgo

Tel.                         (352) 43 79-1

Internet:                www.eib.org

 

La Banca europea per gli investimenti (BEI) è stata istituita nel 1958 dal trattato di Roma. Il suo compito principale è prestare denaro per progetti di interesse europeo, come collegamenti ferroviari e stradali, aeroporti o programmi ambientali. Finanzia inoltre investimenti a favore delle piccole imprese nell’UE e dello sviluppo economico nei paesi candidati e nei paesi in via di sviluppo.

 

Philippe Maystadt è diventato presidente della BEI nel gennaio 2000.

 

Di cosa si occupa la Banca

 

La BEI è un’istituzione senza scopi di lucro, che si autofinanzia, indipendentemente dal bilancio dell’UE, concedendo prestiti sui mercati finanziari. Gli azionisti della Banca, ossia gli Stati membri dell’Unione europea, ne sottoscrivono congiuntamente il capitale, secondo una ripartizione che riflette il peso economico di ciascuno di essi nell’Unione.

 

Grazie al sostegno degli Stati membri, la BEI beneficia sul mercato dei capitali del migliore rating di credito (tripla A), che le consente di mobilitare, a condizioni estremamente competitive, importanti volumi finanziari. In tal modo la Banca è in grado di finanziare progetti di pubblico interesse che altrimenti non riceverebbero sovvenzioni o dovrebbero ricorrere a prestiti a tassi più onerosi.

 

La BEI investe in progetti accuratamente selezionati.

 

Le sue priorità nell’UE sono:

 

  • coesione e convergenza,
  • piccole e medie imprese,
  • sostenibilità ambientale,
  • innovazione,
  • sviluppo di reti transeuropee di trasporto,
  • energia sostenibile, competitiva e sicura.
  •  

Fuori dall’UE, la BEI sostiene le politiche di sviluppo e cooperazione comunitarie nei paesi candidati e potenziali candidati, nei paesi del bacino del Mediterraneo e dell’Europa orientale (compresa la Russia) oggetto della politica di vicinato dell’UE, e nei paesi dell’Africa, dei Caraibi, del Pacifico, dell’Asia e dell’America Latina. I prestiti concessi a questi paesi hanno i seguenti obiettivi:

  • sviluppo del settore privato,
  • potenziamento delle infrastrutture,
  • sicurezza dell’approvvigionamento energetico e
  • sostenibilità ambientale.

 

Infine, la BEI è l’azionista di maggioranza del Fondo europeo per gli investimenti, con il quale forma il «Gruppo BEI». Il Fondo investe in capitale di rischio e fornisce garanzie alle piccole e medie imprese. Non presta direttamente alle aziende, né investe direttamente in alcuna impresa. Lavora invece attraverso banche e altri intermediari finanziari, offrendo loro le garanzie necessarie a coprire i loro prestiti alle piccole imprese.

 

Il Fondo è attivo negli Stati membri dell’Unione europea e nei paesi candidati all’adesione.

 

Com’è organizzato il lavoro della Banca

 

La BEI è un’istituzione indipendente, la quale decide in merito alla concessione e all’acquisizione di prestiti in funzione soltanto dei meriti dei progetti e delle opportunità offerte sui mercati finanziari. Ogni anno presenta una relazione su tutte le attività svolte.

 

La Banca coopera con le altre istituzioni dell’UE. Per esempio, i suoi rappresentanti possono partecipare alle commissioni del Parlamento europeo e il suo presidente assiste alle riunioni del Consiglio quando si riuniscono i ministri dell’economia e delle finanze dei paesi dell’UE.

 

Le sue decisioni sono assunte dai seguenti organi:

 

  • il consiglio dei governatori, composto da ministri (generalmente i ministri delle finanze) di tutti gli Stati membri, definisce la politica generale di credito della Banca, approva il bilancio e la relazione annuale, autorizza la Banca a finanziare progetti nei paesi terzi e decide in merito agli aumenti di capitale;

 

  • il consiglio di amministrazione approva le operazioni di acquisizione e concessione dei prestiti e garantisce la corretta gestione della BEI; si compone di 28 direttori, uno per ogni Stato membro dell’UE e uno nominato dalla Commissione europea;

 

  • il comitato direttivo è l’organo esecutivo a tempo pieno della Banca, che ne gestisce gli affari correnti; è composto da nove membri.

 


La Banca centrale europea e la gestione dell’euro

 

Dati principali

 

Ruolo:                    mantenere la stabilità dei prezzi nella zona euro e gestire la politica monetaria

Membri:                19 per il consiglio direttivo, 29 per il consiglio generale, 6 per il comitato esecutivo

Indirizzo:               Kaiserstrasse 29, D-60311 Francoforte sul Meno

Tel.                         (49) 691 34 40

Internet:                www.ecb.eu

 

 

La Banca centrale europea (BCE) è stata istituita nel 1998 e ha sede a Francoforte (Germania). Suo compito è gestire l’euro, la moneta unica dell’UE, e garantire la stabilità dei prezzi per gli oltre due terzi dei cittadini dell’UE che utilizzano l’euro. È inoltre responsabile della definizione e dell’attuazione della politica monetaria della zona euro.

 

Per assolvere tale missione la BCE opera nell’ambito del «Sistema europeo di banche centrali» (SEBC). I paesi che hanno adottato l’euro finora costituiscono la «zona euro» e le banche centrali di questi paesi, insieme alla Banca centrale europea, costituiscono il cosiddetto «Eurosistema».

 

La BCE è totalmente indipendente nell’esercizio delle sue funzioni e non può, al pari delle banche centrali nazionali del SEBC e dei membri dei rispettivi organi decisionali, sollecitare o accettare istruzioni da organismi esterni. Le istituzioni dell’UE e i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio evitando di influenzare la BCE o le banche centrali nazionali.

 

Jean-Claude Trichet è diventato presidente della BCE nel novembre 2003.

 

Di cosa si occupa la Banca

 

Uno dei principali obiettivi della BCE è mantenere la stabilità dei prezzi nella zona euro, in modo che il potere d’acquisto della moneta europea non sia eroso dall’inflazione. La BCE mira dunque a garantire che la progressione annuale dei prezzi al consumo sia inferiore, ma vicina, al 2 % a medio termine.

 

Per ottenere questo scopo, fissa tassi d’interesse di riferimento in base all’analisi dell’evoluzione economica e monetaria. Alza i tassi d’interesse se intende contenere l’inflazione, li abbassa se ritiene che il rischio di inflazione sia limitato.

 

Com’è organizzato il lavoro della Banca

 

Il comitato esecutivo della BCE attua la politica monetaria, quale definita dal consiglio direttivo (cfr. infra), impartendo le necessarie istruzioni alle banche centrali nazionali. Ha inoltre il compito di preparare le riunioni del consiglio direttivo ed è responsabile della gestione degli affari correnti della BCE.

 

Comprende il presidente della BCE, il vicepresidente e altri quattro membri, tutti nominati di comune accordo dai presidenti e dai primi ministri dei paesi della zona euro. Il loro mandato dura otto anni e non è rinnovabile.

 

Il consiglio direttivo è il massimo organo decisionale della Banca centrale europea. Comprende i sei membri del comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali della zona euro. È presieduto dal presidente della BCE. Il suo compito principale è formulare la politica monetaria della zona euro, fissando in particolare i tassi di interesse ai quali le banche commerciali possono prendere in prestito denaro dalla BCE.

 

Il consiglio generale è composto dal presidente e dal vicepresidente della BCE e dai governatori delle banche centrali nazionali di tutti i 27 Stati membri dell’UE. Concorre all’adempimento delle funzioni consultive e di coordinamento della BCE e ai preparativi necessari per l’ulteriore allargamento della zona euro.


Il Mediatore europeo e l’esame delle denunce dei cittadini

 

Dati principali

 

Ruolo:                    individua i casi di cattiva amministrazione e propone soluzioni

Mandato:              cinque anni, rinnovabile

Indirizzo:               1, Avenue du Président Robert Schuman, B.P. 403

F-67001 Strasburgo

Tel.                         (33) 388 17 23 13

Internet:                ombudsman.europa.eu

 

La funzione del Mediatore europeo è stata istituita dal trattato sull’Unione europea nel 1992. Il Mediatore funge da intermediario tra il cittadino e le istituzioni dell’UE ed è abilitato a ricevere ed esaminare le denunce di cittadini, imprese e organizzazioni dell’UE, nonché di chiunque risieda o abbia sede sociale in un paese dell’UE.

 

È nominato dal Parlamento europeo per un mandato rinnovabile di cinque anni, che corrisponde alla durata della legislatura. Nikiforos Diamandouros ha assunto la carica di Mediatore europeo nell’aprile 2003 ed è stato rieletto nel gennaio 2005 per un periodo di cinque anni.

 

Di cosa si occupa il Mediatore

 

Il Mediatore individua i casi di «cattiva amministrazione» nell’azione delle istituzioni e degli organi dell’Unione europea. Pecca di «cattiva amministrazione» l’istituzione che non opera al meglio od omette di compiere un atto dovuto; in altre parole, che non agisce nel rispetto delle leggi o dei principi di buona amministrazione, o che viola i diritti umani. Alcuni esempi di cattiva amministrazione sono:

 

  • iniquità,
  • discriminazione,
  • abuso di potere,
  • omissione o rifiuto di informare,
  • ritardi ingiustificati,
  • irregolarità amministrative.

 

Il Mediatore procede alle indagini in base a una denuncia o di propria iniziativa. Esercita le sue funzioni in piena indipendenza e imparzialità, senza sollecitare o accettare istruzioni da alcun governo o organizzazione.

 

Come si presenta una denuncia

 

Se si desidera presentare una denuncia per cattiva amministrazione di un’istituzione o di un organismo dell’UE, ci si deve rivolgere innanzitutto a quell’istituzione od organismo attraverso il normale iter amministrativo, per ottenere la debita riparazione.

 

Se la domanda resta disattesa, vi è motivo di presentare denuncia al Mediatore europeo.

 

La denuncia deve essere presentata entro due anni dalla data in cui si è avuta conoscenza dei fatti contestati. Il ricorrente deve indicare chiaramente le sue generalità, contro quale istituzione od organo presenta denuncia e l’oggetto della denuncia, e può chiedere che quest’ultima resti riservata.

 

Per indicazioni più dettagliate su come presentare denuncia, si rimanda al sito web del Mediatore europeo: ombudsman.europa.eu

 

Che soluzioni propone

 

Se il Mediatore non può occuparsi della denuncia ricevuta (per esempio, qualora la denuncia sia già stata oggetto di un procedimento giudiziario) farà il possibile per consigliare al ricorrente quale altro organo è in grado di assisterlo.

 

Per risolvere il problema, talvolta è sufficiente che il Mediatore informi l’istituzione o l’organo interessati. Se il problema non può essere risolto durante le indagini, il Mediatore tenterà di trovare una soluzione amichevole che dirima la questione e soddisfi il ricorrente.

 

In caso di esito negativo, il Mediatore può fare raccomandazioni per risolvere il problema. Se l’istituzione interessata non accetta le sue raccomandazioni, il Mediatore può presentare una relazione ufficiale al Parlamento europeo in modo tale che quest’ultimo possa intraprendere l’azione politica necessaria.

 

Ogni anno, il Mediatore presenta al Parlamento europeo una relazione sui risultati delle sue indagini.

 


Il Garante europeo della protezione dei dati e la tutela della privacy

 

Dati principali

 

Ruolo:                    protegge i dati personali elaborati dalle istituzioni dell’UE

Mandato:              cinque anni, rinnovabile

Indirizzo:              Rue Wiertz 60, MO 63, B-1047 Bruxelles

Tel.                         (32-2) 283 19 00

Internet:                edps.europa.eu

La carica di Garante europeo della protezione dei dati (GEPD) è stata creata nel 2001. La responsabilità del GEPD è garantire che le istituzioni e gli organi dell’UE rispettino il diritto alla privacy nel trattamento dei dati personali.

Di cosa si occupa il GEPD

Quando le istituzioni o gli organismi dell’UE elaborano dati personali su una persona identificabile, devono rispettare il diritto di tale persona alla privacy. Il GEPD garantisce che ciò avvenga.

Con il termine «elaborare» si intende raccogliere informazioni, registrarle e memorizzarle, consultarle successivamente, trasmetterle o metterle a disposizione di terzi e anche bloccarle, cancellarle o distruggerle.

Tutte queste attività sono disciplinate da rigide norme sulla privacy. Per esempio, alle istituzioni e agli organismi dell’UE non è consentito elaborare dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica di un cittadino, le sue opinioni politiche, il suo credo religioso o filosofico o la sua appartenenza a sindacati.

Il GEPD collabora con i delegati alla protezione dei dati personali in ogni istituzione e organo dell’UE per garantire l’applicazione delle norme sulla privacy dei dati.

Esprime pareri su tutte le questioni relative all’elaborazione dei dati personali, sia sul trattamento da parte di istituzioni e organi dell’UE, sia sulle proposte di nuove leggi. Coopera con le autorità nazionali degli Stati membri incaricate della protezione dei dati e con altri responsabili in questo settore.

Nel 2004 Peter Johan Hustinx è stato nominato Garante europeo della protezione dei dati.

Come opera il GEPD

Se un cittadino ha motivo di credere che un’istituzione o un organismo dell’UE abbia violato il suo diritto alla sua privacy, deve presentare denuncia alla persona responsabile dell’elaborazione dei dati in questione. Se non è soddisfatto del risultato della sua denuncia, deve contattare il funzionario incaricato della protezione dei dati responsabile (i nomi si trovano sul sito del GEPD). Può inoltre presentare denuncia al Garante europeo della protezione dei dati, che svolgerà le indagini opportune e ne farà conoscere al più presto il risultato.

Per esempio, il GEPD può ordinare all’istituzione o all’organo interessati di correggere, bloccare, cancellare o distruggere dati personali elaborati illegalmente.

Qualora il ricorrente non condivida la decisione presa dal Garante, può adire la Corte di giustizia.
Agenzie

 

Le agenzie si distinguono dalle istituzioni dell’UE in quanto enti istituiti con uno specifico atto legislativo dell’UE per svolgere compiti specifici. Non tutte le agenzie dell’UE contengono la parola «agenzia» nella loro denominazione ufficiale: possono essere invece denominate, ad esempio, Centro, Fondazione, Istituto o Ufficio.

 

Accademia europea di polizia (AEP)

Sede: Bramshill, Regno Unito

cepol.net

 

Offre formazione agli alti funzionari di polizia dell’UE e prepara programmi di formazione per i funzionari di grado intermedio, con particolare attenzione alla lotta contro la criminalità transfrontaliera.

 

Agenzia comunitaria di controllo della pesca (ACCP)

Sede: Vigo, Spagna (sede provvisoria: Bruxelles, Belgium)

ec.europa.eu/cfca/index_en.htm

 

L’agenzia promuove e coordina l’applicazione effettiva e uniforme delle norme della politica comune della pesca, in particolare quelle relative alla protezione degli stock ittici.

 

Agenzia esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la cultura (EACEA)

Sede: Bruxelles, Belgio

eacea.ec.europa.eu

 

L’agenzia gestisce gli aspetti pratici dei programmi dell’UE che finanziano progetti a favore di giovani, studenti e insegnanti, attività culturali e mezzi di comunicazione.

 

Agenzia esecutiva per il programma di sanità pubblica (PHEA)

Sede: Lussemburgo

ec.europa.eu/phea

 

Gestisce gli aspetti pratici dei programmi di finanziamento dell’UE per progetti di sanità pubblica e rinvia i risultati alle parti interessate in materia di sanità pubblica e ai responsabili delle decisioni politiche.

 

Agenzia europea dell’ambiente (AEA)

Sede: Copenaghen, Danimarca

eea.europa.eu

 

Fornisce ai responsabili delle decisioni politiche e al pubblico informazioni volte a promuovere lo sviluppo sostenibile ed a migliorare l’ambiente in Europa.

 

Agenzia europea per la difesa (AED)

Sede: Bruxelles, Belgio

eda.europa.eu

 

Contribuisce a promuovere la coerenza, al posto della frammentazione, tra le capacità europee di difesa e sicurezza, anche per quanto riguarda armamenti e materiale militare, ricerca e operazioni.

 

Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea (Frontex)

Sede: Varsavia, Polonia

frontex.europa.eu

 

Frontex assiste i paesi dell’UE nell’attuazione coerente delle norme comunitarie relative ai controlli sulle frontiere esterne e nel rimpatrio dei migranti illegali.

 

Agenzia europea per i medicinali (EMEA)

Sede: Londra, Regno Unito

emea.europa.eu

 

Fornisce consulenze alla Commissione riguardo a medicinali per uso umano e veterinario pronti ad essere immessi nel mercato dell’UE. Controlla gli effetti collaterali dei farmaci ed esprime pareri scientifici.

 

Agenzia europea per la ricostruzione (EAR)

Sede: Salonicco, Grecia

ear.europa.eu

 

L’Agenzia europea per la ricostruzione gestisce i programmi dell’UE che assistono la ricostruzione e lo sviluppo economico e sociale dei paesi dei Balcani devastati dalla guerra.

 

Agenzia europea per la sicurezza aerea (AESA)

Sede: Colonia, Germania

easa.europa.eu

 

L’AESA mira a conseguire il massimo livello possibile di sicurezza e protezione dell’ambiente nell’aviazione civile dell’UE e rilascia certificazioni per aerei e loro componenti.

 

Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA)

Sede: Parma, Italia

efsa.europa.eu

 

Fornisce alla Commissione e al pubblico pareri scientifici indipendenti sulla sicurezza alimentare e sui rischi nella catena alimentare «dal produttore al consumatore».

 

Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA)

Sede: Lisbona, Portogallo

emsa.europa.eu

 

Fornisce alla Commissione e agli Stati membri consulenze tecniche e scientifiche su come migliorare la sicurezza nel mare e prevenire l’inquinamento marittimo.

 

Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione (ENISA)

Sede: Heraklion (Creta), Grecia

enisa.europa.eu

Aiuta a garantire la sicurezza delle reti di informazioni e dei dati che esse veicolano, raccogliendo informazioni, analizzando i rischi, sensibilizzando il pubblico e promuovendo le migliori prassi.

 

Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (OSHA)

  • Sede: Bilbao, Spagna
  • osha.europa.eu

 

L’Agenzia mette in comune le informazioni relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro e svolge un’azione di sensibilizzazione in materia, cercando soprattutto di creare una cultura della prevenzione efficace.

 

Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA)

Sede: Helsinki, Finlandia

ec.europa.eu/echa

 

L’agenzia gestisce gli aspetti tecnici, scientifici e amministrativi di REACH, il sistema comunitario di registrazione delle sostanze chimiche.

 

Agenzia ferroviaria europea (ERA)

Sede: Lille/Valenciennes, Francia

www.era.europa.eu

L’Agenzia elabora impostazioni comuni in materia di sicurezza ferroviaria e norme comuni per rendere interoperabili le ferrovie e aprire la strada a una rete UE pienamente integrata.

 

Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA)

Sede: Vienna, Austria

fra.europa.eu

 

L’Agenzia raccoglie e divulga informazioni obiettive e comparabili su questioni attinenti ai diritti fondamentali e fornisce consulenze sui modi per promuovere tali diritti. Si occupa di razzismo e xenofobia, ma anche di altri diritti fondamentali.

 

Autorità europea di vigilanza sul sistema universale di navigazione via satellite (GNSS)

Sede: Bruxelles, Belgio (sede provvisoria)

gsa.europa.eu

 

Gestisce i programmi europei di navigazione via satellite (in particolare Galileo ed EGNOS), grazie ai quali l’Europa dispone di capacità proprie e delle tecnologie più avanzate in questo campo.

 

Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPCM)

Sede: Stoccolma, Svezia

ecdc.europa.eu

 

Suo obiettivo è reperire, valutare e fornire informazioni su minacce attuali ed emergenti alla salute umana derivanti da malattie infettive, come influenza, SARS e HIV/AIDS.

 

Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop)

Sede: Salonicco, Grecia

cedefop.europa.eu

 

Il Centro promuove lo sviluppo dell’istruzione e della formazione professionale. È un centro di consulenza per la diffusione di conoscenze e per l’assistenza al processo decisionale.

 

Centro satellitare dell’Unione europea (CSUE)

Sede: Torrejón de Ardoz, Spagna

www.eusc.europa.eu/

 

Raccoglie e analizza dati e immagini provenienti da satelliti di osservazione della terra, ai fini della politica estera e di sicurezza e delle attività umanitarie.

 

Centro di traduzione degli organismi dell’Unione europea (CdT)

Sede: Lussemburgo

cdt.europa.eu

 

Il Centro fornisce servizi di traduzione per le agenzie specializzate dell’UE.

 

Eurojust

Sede: L’Aia, Paesi Bassi

eurojust.europa.eu

 

Eurojust aiuta le autorità competenti per le indagini e le azioni penali nell’UE a collaborare nella lotta contro la criminalità transfrontaliera. Svolge un ruolo fondamentale nello scambio di informazioni e nelle richieste di estradizione.

 

Fondazione europea per la formazione professionale (ETF)

Sede: Torino, Italia

etf.europa.eu

 

Contribuisce a migliorare la formazione professionale nei paesi terzi, soprattutto quelli del bacino del Mediterraneo e dell’Europa orientale, nonché la Russia.

 

Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofund)

Sede: Dublino, Irlanda

eurofound.europa.eu

 

Costituisce un centro di informazioni su questioni di politica sociale, comprese occupazione e condizioni di vita, relazioni industriali e partenariati, coesione sociale.

 

Istituto europeo per l’uguaglianza di genere

Sede: Vilnius, Lituania

 

Questo nuovo Istituto promuove l’uguaglianza tra donne e uomini, anche mediante l’inserimento di tali tematiche nelle politiche dell’UE, e sostiene la lotta contro la discriminazione.

 

Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza (IUESS)

Sede: Parigi, Francia

www.iss-eu.org

 

L’Istituto mira a creare una cultura comune europea della sicurezza, ad arricchire il dibattito sulle strategie ed a promuovere sistematicamente gli interessi dell’Unione in materia di sicurezza.

 

Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT)

Sede: Lisbona, Portogallo

emcdda.europa.eu

 

È fonte di informazioni obiettive, affidabili e comparabili sulle droghe e le tossicodipendenze, destinate ad aiutare i responsabili delle decisioni politiche a identificare i problemi e gli obiettivi comuni.

 

Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno (marchi, disegni e modelli) (UAMI)

Sede: Alicante, Spagna

www.oami.europa.eu

 

L’Ufficio registra marchi, disegni e modelli, che acquistano in tal modo validità in tutta l’UE. Questo sistema coesiste con i singoli sistemi di registrazione nazionali degli Stati membri.

 

Ufficio comunitario delle varietà vegetali (UCVV)

Sede: Angers, Francia

www.cpvo.europa.eu

 

L’UCVV amministra un regime comunitario di privativa per i ritrovati vegetali, ossia una forma di proprietà industriale per le varietà vegetali. La privativa concessa resta valida per un periodo che va da 25 a 30 anni, secondo il tipo di pianta.

 

Ufficio europeo di polizia (Europol)

Sede: L’Aia, Paesi Bassi

www.europol.europa.eu

 

Obiettivo di Europol è migliorare l’efficacia e la cooperazione delle autorità di contrasto nei paesi dell’UE nella loro lotta contro la criminalità organizzata internazionale.

 

 

Fine articolo

 

L’Europa in movimento

Commissione europea

Direzione generale della Comunicazione

Redazione completata nel giugno 2007.

 

 

 

 

L’UE nel mondo

La politica estera dell’Unione europea

 

Consapevole del proprio peso a livello mondiale — sia sul piano economico sia su quello commerciale — l’Unione europea mette la propria potenza al servizio del proprio interesse, ma anche di quello degli altri. L’UE promuove la prosperità e difende i valori democratici nel mondo. Al contempo, essa contribuisce a consolidare la stabilità e il benessere, nell’interesse dei cittadini che vivono all’interno delle sue frontiere. L’integrazione nell’UE di nuovi Stati membri rafforza il suo ruolo sul palcoscenico internazionale. L’UE è il primo soggetto commerciale del mondo, ma è anche il maggior fornitore d’assistenza ai paesi in via di sviluppo. Essa ha dato vita a una diplomazia e a una politica di sicurezza più dinamica e si è dotata dei mezzi necessari per condurre missioni di gestione delle crisi e di mantenimento della pace in Europa e lontano da essa. Nel complicato mondo di oggi l’UE ha aggiunto nuovi strumenti a quelli tradizionalmente adottati in politica estera. Ad esempio, essa ha assunto un ruolo di punta nella lotta al riscaldamento del pianeta. Problemi globali necessitano di soluzioni globali.

 

 

 

 

 

 

Unione europea


 Indice

 

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Un progresso dinamico

 

Il commercio contribuisce alla crescita

 

Una politica estera e di sicurezza comune attiva

 

Aiutare

 

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L’Unione e i suoi vicini

 

Per saperne di più
Partner del mondo

La popolazione dell’Unione europea (UE) sfiora i 500 milioni di persone ed è la terza nel mondo per ordine di grandezza dopo quelle della Cina e dell’India. Le sue dimensioni e il suo impatto in termini commerciali, economici e finanziari fanno dell’UE una delle principali potenze mondiali. L’UE è all’origine della maggior parte degli scambi commerciali mondiali e genera un quarto della ricchezza totale.

Ma le dimensioni e la potenza economica comportano anche l’assunzione di responsabilità. L’Unione è anche il maggior fornitore di assistenza e consulenza finanziaria ai paesi poveri. Nel quadro dell’odierno complesso e fragile ordine mondiale, l’UE è coinvolta sempre più nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e in attività di lotta contro il terrorismo. L’Unione sostiene gli sforzi di ricostruzione in Iraq e in Afghanistan e ha assunto il comando delle operazioni nella lotta al riscaldamento del pianeta e all’emissione di gas responsabili dell’effetto serra.


 

Un potere «soft»

Nell’unire il continente l’Unione europea cerca una stretta cooperazione con i propri vicini, per evitare che nuove divisioni artificiali subentrino a quelle passate. Dopo aver portato la stabilità e la pace ai propri cittadini, l’UE cerca adesso di collaborare con altri in questo mondo totalmente interdipendente, in modo da diffondere i vantaggi dell’apertura dei mercati, della crescita economica e di un sistema politico basato sulla responsabilità sociale e sulla democrazia.

L’UE non cerca di imporre il proprio sistema ad altri, ma non nasconde certo quali sono i propri valori. Qualsiasi paese europeo democratico può candidarsi per entrare nell’UE. Alcuni hanno scelto di non farlo. Nell’arco di 50 anni l’Unione ha saputo riunire 50 paesi che hanno validamente messo insieme risorse economiche e politiche nell’interesse comune. Ecco perché essa è un modello di cooperazione e integrazione per i paesi di altre regioni.

L’UE agisce in nome di un autointeresse «illuminato», ma anche della solidarietà globale. In un pianeta sempre più interconnesso, sostenere lo sviluppo economico e la stabilità politica nel mondo rappresenta un investimento nel proprio futuro. Aiutando gli altri, l’UE contribuisce anche a rendere più sicura la vita dei cittadini che vivono all’interno dei suoi confini Di fronte a un mondo sempre più multipolare, gli Stati membri dell’UE devono parlare con una voce sola, se vogliono farsi sentire.

Raffronti

 

Tipo

Popolazione

Ricchezza

 

Territorio
(milioni di km²)

Milioni, 2006

EUR pro capite in PPS, 2006

UE

4,2

492

23 600

USA

9,6

300

36 400

Russia

16,9

142

9 500

Cina

9,6

1 341

6 200

India

3,0

1 117

2 900

Giappone

0,4

128

26 750

Fonte: Eurostat, Banca mondiale.


 

Un progresso dinamico

Nel 1950, quando fu fondata la Comunità europea (oggi UE), l’obiettivo era quello di riunire le nazioni e i popoli d’Europa reduci dai postumi della seconda guerra mondiale.

La necessità di sviluppare le relazioni esterne aveva due motivazioni principali: i sei Stati membri originari, mentre eliminavano le barriere commerciali reciproche, sentivano la necessità di assumersi una responsabilità comune per le proprie relazioni commerciali con l’esterno. Così nacque la politica commerciale comune, il primo settore in cui i paesi dell’UE hanno messo insieme la propria sovranità nel nome di un interesse comune. Al contempo, gli Stati membri si accordarono per condividere le spese finanziare per l’assistenza alle loro ex colonie, specialmente in Africa, via via che conquistavano l’indipendenza.

Con le adesioni all’UE di altri paesi l’Unione si è assunta nuove responsabilità. L’UE deve quindi dare una fisionomia ben precisa alle proprie relazioni con il resto del mondo e con le organizzazioni internazionali.

La politica commerciale comune è una componente chiave delle relazioni che l’Unione europea intrattiene con il resto del mondo. Essa opera su due livelli complementari. In primo luogo, nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) l’Unione europea è attivamente coinvolta nella definizione delle regole di un sistema multilaterale del commercio internazionale insieme ai suoi partner in tutto il mondo. In secondo luogo, l’Unione europea negozia in proprio accordi commerciali bilaterali con altri paesi e regioni. L’UE si impegna in maniera particolare per consentire un agevole accesso al proprio mercato ai prodotti dei paesi in via di sviluppo e, appunto, per promuovere lo sviluppo attraverso le proprie relazioni commerciali.

L’assistenza finanziaria e tecnica, in origine concentrata sull’Africa, nel corso degli anni settanta del secolo scorso è stata estesa all’Asia, all’America latina e ai paesi del Mediterraneo meridionale e orientale. Nello stesso periodo l’Unione iniziò anche a fornire aiuti umanitari alle vittime delle catastrofi naturali o provocate dall’uomo in tutto il mondo.


 

Al di là del commercio e dell’assistenza

Gli accordi dell’UE con i propri partner in tutto il mondo vanno al di là del commercio e della tradizionale assistenza allo sviluppo. Essi infatti prevedono anche il sostegno alle riforme economiche, alla sanità e all’istruzione, ai programmi infrastrutturali e in alcuni casi anche alla cooperazione in settori quali la ricerca e lo sviluppo e la politica ambientale. Nel quadro di tali accordi, inoltre, si svolgono discussioni su temi politici come la democrazia e i diritti umani. Gli accordi più recenti impongono ai partner di impegnarsi nella non proliferazione delle armi di distruzione di massa.


 

Una relazione di lunga data

La Tanzania, essendo uno dei paesi meno sviluppati del mondo, beneficia di un accesso libero da dazi per tutte le esportazioni verso l’Unione europea, ad eccezione delle armi e delle munizioni. Inoltre la Tanzania è uno dei 79 partner dell’UE nel gruppo dei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), i quali beneficiano dell’accordo di Cotonou in materia di commercio e aiuti. L’UE è il maggior mercato esterno per la Tanzania; ad essa infatti sono destinate oltre il 50 % delle sue esportazioni, mentre appena il 20 % delle importazioni della Tanzania provengono dall’Unione (soprattutto beni strumentali e materiali). Gli aiuti dell’UE per la Tanzania ammontano a oltre 100 milioni di euro all’anno. I progetti finanziati dall’UE si concentrano sulle infrastrutture di trasporto, sull’istruzione, sulla fornitura idrica, sull’ambiente, sulla prevenzione dell’AIDS e sul sostegno al buongoverno.

Aggiungere una nuova dimensione

Sin dal 1992, quando fu siglato il trattato di Maastricht, l’UE ha avviato una politica estera e di sicurezza comune (PESC) che le consente di intraprendere azioni comuni laddove gli interessi dell’Unione nel suo insieme sono in pericolo. La difesa sta diventando un aspetto importante della PESC, essendo l’UE impegnata a promuovere e mantenere la stabilità nel mondo. Nell’affrontare i problemi del terrorismo, della criminalità internazionale, del traffico di droga, dell’immigrazione clandestina e questioni globali come l’ambiente, l’Unione si avvale anche della collaborazione di altri paesi e organizzazioni internazionali.

La gestione delle relazioni esterne dell’Unione è un processo dinamico: Nel progettare la propria politica estera, l’UE deve infatti tenere conto anche di fattori esterni quali la crescente interdipendenza economica conseguente all’effetto combinato dell’ondata mondiale di liberalizzazione economica, della rivoluzione globale nel campo della comunicazione e di un progresso tecnologico sempre più incalzante. In un contesto caratterizzato da una crescente concorrenza internazionale, dell’aumento dei flussi d’investimento transfrontalieri e da una crescente domanda mondiale di materie prime, soprattutto di petrolio e di gas, l’UE deve aggiornare le proprie priorità.


Il commercio contribuisce alla crescita

Con quasi il 20 % di tutte le importazioni ed esportazioni a livello internazionale, l’Unione europea è la prima potenza commerciale del mondo. Il maggior partner commerciale dell’UE sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Cina e dalla Russia. Il giro d’affari dei flussi commerciali interatlantici sfiora i 400 miliardi di euro annuali.

L’apertura del commercio tra gli Stati membri dell’UE ha dato vita al mercato unico europeo, con la libera circolazione delle persone, dei beni e dei capitali. L’Unione è sempre pronta a adoperarsi per un’ulteriore liberalizzazione del commercio a livello mondiale, a beneficio sia dei paesi ricchi sia di quelli poveri. Un altro strumento della politica estera europea sono le sanzioni commerciali (rimozione delle preferenze commerciali o congelamento degli scambi con i partner che non rispettano i diritti umani o altri standard di condotta internazionali).

Libero ed equo

La maniera più visibile per liberalizzare il commercio è ridurre — o eliminare del tutto — i dazi all’importazione o le quote applicate ai prodotti dai vari governi. In tal modo i fornitori delle merci — interni o stranieri — possono liberamente competere sul prezzo e la qualità. Ma esistono anche barriere nascoste, o «tecniche», al commercio, tramite le quali i governi o le imprese cercano di avvantaggiarsi slealmente rispetto ad altri. Tra queste pratiche sleali ricordiamo:

  • la vendita sottocosto, o a prezzi inferiori a quelli del mercato locale, di merci su mercati stranieri al fine, ad esempio, di «buttare fuori» i produttori di tali paesi dal loro mercato interno: è la cosiddetta pratica del «dumping»;
  • il versamento di sussidi provenienti dal bilancio statale a determinate imprese, compresi i cosiddetti «campioni nazionali», al fine di assicurare loro un vantaggio sleale sui mercati interni o dell’esportazione;
  • la pratica di riservare gli appalti pubblici alle società locali, anche se le offerte migliori provengono da ditte esterne;
  • la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, (marchi di fabbrica e copyright) attraverso la produzione di prodotti pirata o falsificati, venduti a prezzi notevolmente inferiori a quelli praticati dal produttore originale.

Le regole del gioco

Perché apporti benefici a tutti i soggetti coinvolti, il commercio deve essere libero ed equo, con l’applicazione di regole uguali per tutti, trasparenti e mutuamente concordate. L’UE sostiene fermamente l’Organizzazione mondiale del commercio, che fissa una serie di norme volte ad aprire il commercio mondiale e a garantire condizioni eque per tutti i partecipanti. Il sistema, per quanto imperfetto, garantisce un determinato grado di trasparenza e certezza giuridica per lo svolgimento del commercio internazionale.

L’OMC prevede anche una procedura per la composizione delle controversie tra due o più partner commerciali. Se l’UE nel quadro dell’OMC di tanto in tanto lancia delle procedure contro i partner commerciali, essa è stata a sua volta oggetto di simili procedure, soprattutto nel quadro di dispute inerenti al settore agricolo.

Parallelamente alla propria appartenenza all’OMC, l’Unione europea ha sviluppato una rete di accordi commerciali bilaterali con singoli paesi e regioni di tutto il mondo. Tali accordi sono complementari alle operazioni svolte in seno all’OMC per rimuovere le barriere internazionali al commercio e cercare di velocizzare l’azione mirata ad assicurarsi vantaggi commerciali comuni insieme ai principali partner commerciali. In seno all’OMC esistono chiare norme che definiscono le condizioni volte ad impedire che tali accordi vengano usati per discriminare altri partner commerciali e tutti gli accordi conclusi dall’Unione sono compatibili con tali norme.


 

Diffondere i vantaggi

Ma gli accordi commerciali non si basano unicamente sugli interessi commerciali. L’UE è particolarmente sensibile agli interessi dei paesi in via di sviluppo e ha scoperto da tempo che il commercio può rafforzarne la crescita economica e la capacità produttiva.

I paesi in via di sviluppo beneficiano di un accesso esente da dazi o a tariffa ridotta alle esportazioni verso il mercato UE per 7 200 prodotti rientranti nel «sistema delle preferenze generalizzate» (SPG). I paesi particolarmente deboli, con particolari necessità nel campo dello sviluppo, beneficiano dell’esenzione dai dazi per tutti i prodotti rientranti nel SPG. Si tratta di una concessione unilaterale che non richiede un’azione reciproca da parte dei beneficiari. I 50 paesi meno progrediti del mondo godono di un accesso totalmente libero al mercato europeo per tutti i loro prodotti, ad eccezione delle esportazioni di armi e munizioni.

Il particolare rapporto commerciale e di sostegno tra l’UE e i 79 paesi del gruppo dei paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) risale agli accordi di Lomé del 1975. Questo rapporto è attualmente in fase di ulteriore sviluppo grazie ai cosiddetti «accordi di partenariato economico» (APE). Tali accordi uniranno il commercio e gli aiuti dell’UE in base a un nuovo approccio. I paesi ACP vengono incoraggiati a favorire il processo d’integrazione con i paesi vicini in ambito regionale come primo passo verso l’integrazione a livello mondiale, mentre gli aiuti verranno maggiormente concentrati sul rafforzamento delle istituzioni e sul buongoverno. Nel quadro degli APE la dimensione dello sviluppo diviene la base delle relazioni UE-ACP.


Una politica estera e di sicurezza comune attiva

L’idea secondo la quale gli Stati membri dell’Unione europea dovrebbero agire di concerto per promuovere e difendere i propri interessi strategici risale agli inizi dell’Unione stessa. Il primo passo fu il fallito tentativo di creare una Comunità europea di difesa da parte dei sei paesi fondatori dell’Unione. Certamente non fallì invece il successivo tentativo di dare vita a una Comunità economica europea.

Le radici dell’attuale politica estera e di sicurezza comune (PESC) vanno ricercate nella cosiddetta «cooperazione politica europea», varata nel 1970 per cercare di coordinare le posizioni degli Stati membri sulle questioni di politica estera del momento. Le decisioni venivano prese all’unanimità, che però era a volte difficile da raggiungere su temi delicati, sui quali gli interessi nazionali divergevano.

Man mano che le sue dimensioni crescevano e che allargava la sua sfera d’attività a nuovi settori politici, l’Unione intensificava gli sforzi per svolgere nel campo della politica e della sicurezza un ruolo internazionale più consono alla propria potenza economica. I conflitti scoppiati nell’Europa sudorientale durante gli anni novanta, dopo il crollo del muro di Berlino, hanno convinto i leader europei della necessità di svolgere un’efficace azione comune. Più recentemente, la lotta al terrorismo internazionale ha rafforzato tale convinzione. Il principio di una politica estera e di sicurezza comune è stato formalizzato nel trattato di Maastricht del 1992, che definisce i tipi di attività diplomatiche e politiche che può intraprendere l’Unione per prevenire o porre fine ai conflitti.

 

Ridurre il costo umano ed economico

Dal 1990 oltre 4 milioni di persone sono morte nelle guerre scoppiate in tutto il mondo. Il 90 % delle vittime erano civili. La gestione dei sette conflitti di maggiore virulenza degli anni novanta è costata alla comunità internazionale 200 miliardi di euro, che altrimenti avrebbero potuto essere utilizzati per scopi pacifici. Ecco perché l’Unione europea è determinata ad intervenire in modo più efficace nella prevenzione dei conflitti. La politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) è parte integrante di tale sforzo.

Oltre alle missioni di reazione rapida, che possono intervenire fin dalle prime fasi di una crisi, la PESD si basa su un sistema di raccolta e analisi di informazioni e su meccanismi che permettono di sorvegliare l’applicazione di accordi internazionali per prevenire lo scoppio di un conflitto.

Queste capacità rafforzano gli strumenti tradizionali delle relazioni esterne UE, tra cui l’assistenza tecnica e finanziaria, il sostegno al rafforzamento delle istituzioni e al buongoverno nei paesi in via di sviluppo, nonché gli strumenti diplomatici, come il dialogo politico e la mediazione In tal modo l’UE può prepararsi a rispondere tempestivamente e con la giusta miscela di strumenti all’insorgere di situazioni specifiche.


 

Insegnamenti tratti dai fallimenti

Di fronte al fallimento dei loro sforzi diplomatici per promuovere la pace tra le parti belligeranti mentre la Iugoslavia si sfaldava, e alla luce dei massicci conflitti in atto in Africa, nel 1999 i leader comunitari hanno lanciato l’elaborazione di una politica europea di sicurezza e di difesa (PESD), incorporata nel quadro più vasto della PESC. Le prime missioni militari si sono svolte nel 1993 nei Balcani, palcoscenico dei precedenti fallimenti diplomatici, e nella Repubblica democratica del Congo.

La PESD consente l’invio di forze militari e di polizia europee in aree di guerra per svolgere operazioni di gestione delle crisi, umanitarie, di salvataggio, di mantenimento della pace, di gestione delle emergenze, fino alle missioni di ristabilimento della pace. Tali forze possono anche sostenere e provvedere a formare le forze di polizia locale.

Inoltre l’UE si è dotata di una capacità di reazione militare rapida distinta dalla NATO, ma con la possibilità di accedere alle risorse della NATO. Essa si basa sul cosiddetto concetto di gruppo tattico. In qualsiasi momento, l’Unione può contare su due gruppi operativi che le consentono di fornire prontamente una risposta militare a un’eventuale crisi. I gruppi tattici, che contano circa 1 500 uomini e hanno una composizione multinazionale, sono operativi per periodi di sei mesi nel quadro di un sistema di rotazione.

Nel corso degli anni sono stati compiuti diversi tentativi per snellire il processo decisionale della PESC, tuttavia le decisioni fondamentali richiedono ancora un voto unanime. A volte ciò risulta difficile, come illustrano le diverse reazioni degli Stati membri all’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti.


Aiutare

Favorire il commercio e aprire il proprio mercato: questo è uno dei due pilastri sui quali si basa la strategia di sviluppo internazionale dell’UE. L’altro pilastro punta a fare uscire i paesi meno sviluppati dalla povertà tramite l’assistenza tecnica diretta e la consulenza finanziaria. Oltre un milione di persone nel mondo vive con un euro al giorno, o meno. Un terzo di essi nell’Africa subsahariana.

Attualmente, l’Unione ed i suoi Stati membri forniscono oltre il 56 % di tutti gli aiuti allo sviluppo ufficialmente forniti dai principali paesi industrializzati. Nel 2006 il valore globale di tali aiuti è stato di 47 miliardi di euro, cioè quasi 100 euro per cittadino contro i 53 euro per cittadino degli Stati Uniti e i 69 euro del Giappone. Sempre nel 2006, l’aiuto europeo è salito fino al 0,42 % del prodotto nazionale lordo (PNL), non raggiungendo tuttavia il traguardo dell’ONU (0,7 % del PNL).

Soltanto quattro paesi dell’UE — Danimarca, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svezia — hanno raggiunto (e superato) tale obiettivo ONU. L’UE si è prefissa di raggiungere collettivamente il traguardo dello 0,7 % del PNL entro il 2015, con un traguardo intermedio dello 0,56 % per il 2010. Ai paesi africani, che ricevono 15 miliardi di euro all’anno, va comunque la quota maggiore dell’assistenza allo sviluppo dell’UE.

Fornire ai paesi poveri i mezzi di cui hanno bisogno

Gli aiuti allo sviluppo dell’Unione mirano principalmente a sradicare la povertà, nel contesto di uno sviluppo sostenibile e della concretizzazione degli obiettivi di sviluppo per il millennio definiti dall’ONU. Essi sono in particolare destinati al miglioramento delle infrastrutture materiali e sociali di base e del potenziale produttivo, nonché al consolidamento delle istituzioni democratiche. Questo sostegno può anche aiutare i paesi poveri a trarre vantaggio dalle possibilità offerte dal commercio internazionale e ad assicurarsi ulteriori investimenti esteri per allargare la loro base economica.


 

Malgrado il rapporto privilegiato dei paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) con l’UE, la quota da essi detenuta sui mercati europei ha continuato a diminuire, emarginandoli progressivamente dal commercio mondiale Questo è il motivo per cui sono stati progettati gli accordi di partnership economica.

Con la sua cooperazione allo sviluppo, l’Unione intende fornire ai popoli svantaggiati del terzo mondo i mezzi per controllare il proprio sviluppo. Ciò implica combattere le cause della loro vulnerabilità, tra cui la scarsa disponibilità di cibo e di acqua potabile, o il difficile accesso all’istruzione, alla sanità, all’occupazione e a un ambiente sano. Significa inoltre combattere le malattie e promuovere la disponibilità di farmaci economici per combattere flagelli quali l’AIDS, nonché provvedimenti mirati a ridurre l’onere del debito, che impedisce di destinare le scarse risorse disponibili a investimenti pubblici essenziali dirottandole verso i creditori nei paesi industrializzati. Inoltre, l’Unione si serve della cooperazione allo sviluppo per far progredire i diritti dell’uomo e la parità tra i sessi, nonché per prevenire i conflitti.

Gli aiuti UE hanno molteplici forme: cooperazione diretta con i governi, realizzazione di progetti specifici (spesso tramite organizzazioni non governative), aiuti umanitari, prevenzione delle crisi ed assistenza alla società civile. Una quota crescente di tali aiuti viene versata sui bilanci generali e settoriali dei paesi partner, in modo da promuovere l’assunzione di responsabilità da parte dei soggetti locali.

 

Anche piccole somme possono significare molto

Nel corso degli anni l’Unione europea ha finanziato migliaia di progetti di sviluppo in tutto il terzo mondo. Spesso importi relativamente modesti possono dare grossi risultati. Ricordiamo alcuni recenti successi:

  • aiuti all’esportazione di oggetti d’artigianato verso l’Europa, l’America settentrionale e il Giappone da parte di un gruppo di 250 donne dello Stato di Goudjerate, in India;
  • sostegno al passaggio a tecniche di sfruttamento e gestione forestale rispettose dell’ambiente da parte di un’impresa del Belize;
  • aiuti alla diversificazione della produzione da parte di agricoltori della zona centrale del Camerun;
  • formazione di piccoli agricoltori dell’Uganda alla condivisione dei costi dei servizi di base di sostegno alle imprese.

Aiuti umanitari

L’elenco dei paesi e regioni ai quali l’Unione europea fornisce aiuti umanitari corrisponde esattamente a quello delle zone calde del mondo. Gli aiuti non sono sottoposti a condizioni. Non fa alcuna differenza se si tratta di catastrofi naturali o provocate dall’uomo. Lo scopo è aiutare il più presto possibile le vittime, indipendentemente dalla loro razza, religione o dalle convinzioni politiche del governo del loro paese.

L’UE eroga i finanziamenti attraverso la propria direzione generale per gli Aiuti umanitari (ECHO), che dalla sua istituzione, nel 1992, si è attivata in oltre 100 paesi di tutto il mondo, inviando tempestivamente alle vittime delle catastrofi attrezzature essenziali e forniture di emergenza. Tramite il suo bilancio annuo di oltre 700 milioni di euro, ECHO finanzia anche equipe mediche, esperti in sminamento, mezzi di trasporto e comunicazioni, aiuti alimentari e supporti logistici.

Un anno di difficili sfide

Il 2006 è stato un anno particolarmente difficile, perché una serie di eventi ha messo a dura prova le risorse che l’Unione europea riserva agli aiuti umanitari:

  • lo spostamento di migliaia di persone verso il sud del Sudan e le regioni confinanti del vicino Ciad a causa del conflitto del Darfur;
  • il peggioramento della situazione dei palestinesi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza;
  • le conseguenze umanitarie del conflitto tra Israele e Hezbollah in territorio libanese.

ECHO è presente in una sessantina di altri paesi, fra cui l’Afghanistan, la Repubblica democratica del Congo, Sri Lanka e la Tanzania. L’Unione continua a fornire aiuti alle vittime di quelle che essa chiama «crisi dimenticate» per un totale pari al 14 % del proprio bilancio umanitario. Le principali «crisi dimenticate» sono quelle in atto nel Nepal, alla frontiera tra il Myanmar e la Thailandia, in Cecenia e nel Kashmir, senza trascurare la situazione precaria dei profughi del Sahara occidentale nella vicina Algeria.


 

Lavoro di gruppo

Nel suo ruolo di donatore umanitario attivo, la Commissione europea mantiene, tramite ECHO, una stretta cooperazione con organizzazioni non governative, organismi dell’ONU e con la Croce rossa e la Mezzaluna rossa per fornire derrate alimentari ed equipaggiamento, acqua potabile e materiale igienico, ripari, strutture sanitarie e sistemi di comunicazione provvisori. L’UE non si attende una diminuzione del numero, attualmente assai elevato, di catastrofi naturali e di conflitti. Al fine di migliorare la qualità della propria risposta alle crisi umanitarie, essa ha quindi aumentato il numero dei funzionari sul campo, dotati dell’esperienza necessaria per valutare rapidamente le necessità in materia.

 

Cecenia: una crisi infinita

La popolazione della Cecenia soffre ancora per le conseguenze dei conflitti del 1994 e del 1999 e necessita ancora di aiuti umanitari. Circa un quarto della popolazione della Repubblica (800 000 abitanti) è stato sfollato, ma recentemente molte persone sono ritornate dall’Inguscezia e dal Daghestan, dove avevano trovato rifugio Le condizioni di vita sono dure in tutto il paese, compresa la capitale Grozny.

Anche se la situazione è migliorata, di modo che, per la prima volta dal 1999, ECHO ha potuto ridurre le sue attività in loco, numerosi ceceni continuano a dipendere dall’aiuto finanziario di organizzazioni o programmi come la Croce Rossa, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati o il Programma alimentare mondiale. Da parte sua, l’Unione finanzia attività di formazione a profitto degli strati più vulnerabili della popolazione, con l’obiettivo di renderle più autonome. Si tratta, tra l’altro, di attività adatte a generare redditi, come ad esempio la costruzione e lo sfruttamento di serre.


Globalizzati e interdipendenti

Per non perdere terreno in un’economia globalizzata e in un mondo caratterizzato dall’interdipendenza, l’Unione europea è sempre più obbligata a guardare oltre i tradizionali strumenti della diplomazia e del commercio. Nuove norme internazionali disciplinano ormai i mercati finanziari, l’occupazione, la sanità e l’ambiente. Le soluzioni individuali non danno sempre buoni risultati, come dimostrano gli esempi dell’energia e dell’ambiente.

Innalzamento della temperatura terrestre

I governi, i cittadini e le imprese europee concordano sul fatto che il riscaldamento climatico, correlato in massima parte alle emissioni di anidride carbonica causate dall’uso di carburanti fossili (carbone, petrolio e gas), imponga l’azione immediata dell’Unione. Le misure adottate in questo contesto hanno conseguenze per altri paesi. In applicazione del protocollo di Kyoto, l’Unione ha assunto un ruolo di punta nella corsa alla riduzione delle conseguenze del riscaldamento climatico, impegnandosi a ridurre dell’8 %, rispetto al livello del 1990, le proprie emissioni di CO2 nel periodo 2008-2012. In seguito essa intende ridurre di un ulteriore 20 % le proprie emissioni di gas a effetto serra e porterà quindi tale quota al 30 %, a condizione che altri paesi la seguano.

Inoltre, l’UE ha ideato un meccanismo di riduzione delle emissioni di carbonio basato su meccanismi di mercato: si tratta di una novità assoluta a livello mondiale. Essa ha infatti fissato un limite per le emissioni prodotte dagli impianti industriali; le imprese hanno la possibilità di acquistare o vendere diritti d’emissione, a seconda che abbiano superato la propria quota o meno. Al contempo, l’Unione coopera con altri paesi — fra cui la Cina — alla ricerca di mezzi per utilizzare l’energia in modo più efficace e bruciare i carburanti fossili in maniera meno inquinante.

Dipendenza energetica

Ma anche se l’Unione sta cercando di diminuire il proprio consumo d’energia e di valorizzare le fonti d’energia rinnovabili, la sua dipendenza dai fornitori esterni di carburanti fossili è in aumento. La ragione principale è che le sue riserve di petrolio e gas si stanno assottigliando. L’Unione europea è il primo importatore ed il secondo consumatore d’energia al mondo.


 

Essa dipende per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti di gas (il meno inquinante tra i carburanti fossili) da appena tre paesi: la Russia, la Norvegia e l’Algeria, e in mancanza di misure radicali la propria dipendenza dal petrolio importato salirà dall’attuale 50 % al 70 %. Inoltre, la domanda mondiale di petrolio e gas aumenterà al ritmo dell’espansione economica di paesi quali la Cina e l’India.

È dunque interesse dell’Unione ridurre per quanto possibile il numero dei suoi fornitori e approfondire le proprie relazioni con quelli da cui dipende maggiormente, per il reciproco vantaggio di tutti i partner commerciali. La strategia dell’UE si basa sulla cooperazione nel settore degli investimenti, dei trasferimenti tecnologici, delle garanzie reciproche d’accesso ai mercati nonché su rapporti commerciali stabili con paesi come la Russia, grande fornitrice di carburanti fossili (e, potenzialmente, di energia elettrica) o i produttori di petrolio e di gas del Nordafrica, della regione del Golfo Persico e dell’Asia centrale.

L’Unione e sette paesi dell’Europa sudorientale hanno creato una Comunità dell’energia, nell’ambito della quale le norme di mercato saranno uguali per tutti. L’UE beneficerà di una maggiore sicurezza di approvvigionamento del gas e dell’elettricità che transitano attraverso questi paesi. L’applicazione delle regole e norme comunitarie al mercato energetico di questi sette paesi ne garantirà un funzionamento più efficace.


 

Una valuta mondiale

Creato nel 1999, l’euro è diventato una valuta mondiale: è preceduto soltanto dal dollaro per le transazioni commerciali e la costituzione di riserve di valute. Ha perfino soppiantato la valuta americana sul mercato obbligazionario internazionale dove, nel 2005, il 46 % delle obbligazioni non ammortizzate era in euro, contro il 37 % in dollari.

In base a un accordo reciproco l’euro è la valuta ufficiale di tre paesi esterni all’Unione: Il Principato di Monaco, il Vaticano e San Marino. Andorra, il Kosovo e il Montenegro lo usano come valuta de facto. Un certo numero di altri paesi se ne servono come una delle valute di riferimento in funzione delle quali definiscono la loro politica dei tassi di cambio. Si tratta dell’ex Repubblica iugoslava di Macedonia, del Botswana, della Croazia, di Israele, della Giordania, della Libia, del Marocco, della Russia, della Serbia e della Tunisia.

Dal 1999 l’euro svolge un ruolo rafforzato nella composizione delle riserve valutarie delle banche centrali in tutto il mondo, principalmente a svantaggio del dollaro e dello yen. Il passaggio all’euro è stato più marcato nei paesi in via di sviluppo che nei paesi industrializzati. Le cifre della tabella qui di seguito riguardano tutti i paesi del mondo

 

                                                                 

Uso delle principali valute nel mondo

 

Percentuale delle principali valute nelle riserve valutarie conosciute di tutti i paesi del mondo.

 

                                                                  1999            2005

 

Dollaro Usa                                               71,0              66,5

Euro                                                           17,9              24,4

Yen                                                             6,4               3,6

Lira sterlina                                                2,9               3,8

Franco svizzero                                          0,2               0,1

Altre                                                           1,6               1,6          

 

Fonte: Relazione annuale 2006 del Fondo monetario internazionale.


L’Unione e i suoi vicini

Nel corso di 50 anni l’Unione europea è riuscita a unire un continente, dall’Atlantico al Mar Nero. I suoi Stati membri sono passati da sei a 27. Considerando che le sue porte sono aperte a ogni democrazia europea improntata all’economia di mercato e capace di gestire i diritti e gli obblighi inerenti allo status di Stato membro, il suo allargamento è un processo permanente. Non vi è certo carenza di candidati all’adesione!

Candidati e potenziali candidati

Attualmente sono tre i paesi candidati a entrare nell’Unione: Croazia, Turchia ed ex Repubblica iugoslava di Macedonia. Una volta completati i negoziati, l’ingresso di ciascun nuovo membro deve essere approvato da ciascun paese dell’UE e dal Parlamento europeo.

Accanto ai tre candidati, quattro paesi dei Balcani occidentali — Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia — sono candidati potenziali all’adesione. L’UE garantisce comunque già a tutti i paesi dei Balcani occidentali il libero accesso al mercato europeo e un sostegno ai programmi di riforma interna.


Oltre ai paesi candidati, l’Unione mantiene relazioni molto strette con quattro altri paesi vicini: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, che sono membri dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) e fino ad oggi si sono decisi a non aderire all’UE. Questi quattro paesi si sono allineati con gran parte della legislazione europea sul mercato interno e seguono l’Unione in altri ambiti politici. Tutti, tranne la Svizzera, partecipano insieme all’UE allo Spazio economico europeo (SEE).

Una politica di vicinato coerente

L’Unione europea si sta muovendo per consolidare i propri rapporti con i paesi con i quali confina ad est e a sud. Benché non siano candidate all’adesione, la Russia, l’Ucraina, la Moldova, ma anche le repubbliche del Caucaso e dell’Asia centrale, stanno consolidando con l’Unione legami bilaterali basati su accordi di partenariato e cooperazione nel campo del commercio e in altri settori economici, e portano avanti azioni congiunte in numerosi settori d’interesse comune.

L’accordo concluso con la Russia va al di là di questo approccio e si basa sui temi economici, sulla cooperazione nel campo della ricerca e dell’istruzione nonché sulla sicurezza interna ed esterna. L’Unione intende aggiornare le proprie relazioni con la Russia tramite un nuovo accordo quadro che prevede, in particolare, un rafforzamento della cooperazione in materia energetica. Inoltre si punta a negoziare con l’Ucraina un accordo globale sul libero scambio.

 

Gruppi regionali

Oltre ad intensificare i propri legami bilaterali, l’UE sta approfondendo le relazioni con le organizzazioni internazionali (in particolare l’ONU, la NATO e il Consiglio d’Europa) e i gruppi regionali in tutto il mondo. Ciò consente all’Unione di promuovere i flussi commerciali e di investimenti con le regioni in questione, in particolare in America Latina e in Asia. Con i suoi partner asiatici l’UE ha rinunciato a una politica basata sul commercio e l’assistenza, a profitto di relazioni più equilibrate che riflettono meglio l’aumento delle capacità produttive e commerciali di questi paesi.

 


Con i suoi partner meridionali, l’Unione europea vorrebbe creare una vasta zona di libero scambio che comprenderebbe il territorio comunitario, i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo ed Israele. Gli accordi di associazione firmati fra i tre paesi menzionati e l’Unione sono uno degli elementi di queste relazioni, ma presto verranno estesi anche ad altri settori, come ad esempio gli scambi di servizi e investimenti.

Per garantire che la sua apertura all’est non produca nuove linee di divisione tra l’Unione ed i suoi vicini più prossimi, l’Unione nel 2004 ha ideato la propria politica europea di vicinato (PEV), rivolta a tutti i paesi del Mediterraneo e dell’Europa orientale ma non alla Russia. La PEV mira all’instaurazione di relazioni economiche e politiche privilegiate tra l’Unione e ciascun paese interessato. Per il periodo 2007-2013 l’assistenza ai paesi partner aumenterà del 32 %, per un bilancio totale di 12 miliardi di euro.

 

I legami più solidi

I legami con gli Stati Uniti sono il fulcro delle relazioni esterne dell’Unione europea. Oltre ai massicci flussi transatlantici di commercio e d’investimento, le due parti hanno valori e spesso anche interessi comuni. Sin dall’inizio, gli Stati Uniti hanno appoggiato l’integrazione europea.

I contatti e il dialogo — tra gruppi economici, sindacati, associazioni ambientali, membri del Parlamento europeo e del Congresso USA e altro ancora — sono le caratteristiche immutabili di questi legami. Il modo in cui l’UE e gli USA risolvono i loro problemi bilaterali è servito da modello alle relazioni dell’Unione con altri paesi, come il Giappone o il Canada.

Per saperne di più

Per ulteriori informazioni sui diversi aspetti delle relazioni esterne dell’Unione europea e sui suoi uffici di rappresentanza nel mondo, si può visitare il sito web ec.europa.eu/world

50 anni — 50 storie di solidarietà. Questa pubblicazione racconta cinquanta storie che illustrano la solidarietà dell’Unione europea per coloro che ne hanno più bisogno al di fuori delle frontiere dell’UE: i poveri, gli affamati, i malati e coloro che sono privati della libertà: ec.europa.eu/europeaid/reports/50-50/50-50_it.pdf

 

 

Fine articolo

 

 

Tra i documenti emanati dall’Unione Europea che segnano il cammino verso la responsabilità sociale delle imprese un posto di primo piano assume il Libro Bianco di Delors “Crescita, competitività ed occupazione – Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo” (COM (93)700) del 1993.
Il Libro Bianco, nelle parole dello stesso Delors “sceglie la via di parlare ai cittadini delle loro preoccupazioni, la disoccupazione, l’avvenire dei proprio figli…è un esercizio di volontà…. è un messaggio di ottimismo, ottimismo della volontà associato al pessimismo della ragione o della lucidità ….se l’Europa si occupa di disoccupazione, questa costruzione europea riassumerà almeno in parte sembianze umane”
Di fronte alla crisi occupazionale Delors propone ai paesi membri di costruire una nuova economia sana, aperta, decentrata, competitiva e solidale.

Per la Commissione Europea guidata da Delors scommettere sulla crescita dell’Europa significa (in un’ottica antimalthusiana) puntare sul “capitale umano, la risorsa principale, e sulla superiore competitività rispetto agli altri paesi valorizzando congiuntamente il senso di responsabilità individuale e di responsabilità collettiva, elementi questi che caratterizzano quei valori di civiltà europea che vanno conservati e adattati al mondo di oggi e di domani”

Il documento fa appello ad un’economia decentrata, solidale, competitiva, individuando tra gli strumenti per il potenziamento dell’occupazione l’investimento immateriale nella tecnologia, nella qualità e nel capitale umano, la risorsa di cui è maggiormente dotata l’Europa e che può diventare il suo punto di forza.

Già nel 1993, in risposta al dumping sociale esercitato dai paesi asiatici, il Libro Bianco sottolineava come nel lungo periodo una delle soluzioni migliori potesse consistere nell’aiutare tali paesi a creare le condizioni necessarie allo sviluppo della domanda nazionale ed al miglioramento delle condizioni di vita: “lo strumento contro il dumping sociale non è erodere il sistema di protezione sociale in Europa o ignorare i diritti all’estero. (…) La Comunità può piuttosto contribuire a diffondere tutele sociali in questi paesi tramite la cooperazione e la consulenza giuridica. (…) La ricchezza delle nazioni è basata in misura sempre crescente sulla creazione e sullo sfruttamento delle conoscenze…”

Facendo seguito alla strategia individuata dal Libro Bianco, il Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000 ha posto per l’Europa l’obiettivo di ”diventare l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale”.
Sottolineando l’importante contributo del settore privato nel raggiungimento di questo obiettivo, il Consiglio Europeo si rivolgeva per la prima volta al senso di responsabilità sociale delle imprese, con particolare riguardo allo sviluppo di buone pratiche, life-long learning, organizzazione del lavoro, pari opportunità, inclusione sociale e sviluppo sostenibile.

La crescita di attenzione per le dimensioni sociali dei processi di produzione e di commercializzazione ha spinto sia il Parlamento Europeo che la Commissione a pronunciarsi sulle forme di commercio equo e solidale. L’esito di tale interessamento sono state l’emanazione rispettivamente di una risoluzione e di una comunicazione in materia.

Pochi mesi dopo, nel giugno 2000, l’Agenda Sociale Europea ha sottolineato l’importanza della responsabilità sociale delle imprese misurandone il peso in termini di conseguenze sociali e occupazionali dell’integrazione economica e di adattamento delle condizioni di lavoro alla new economy.


Il Libro Bianco "Crescita competitività e occupazione" (in inglese)
Le conclusioni del Consiglio Europeo di Lisbona
La Risoluzione del Parlamento Europeo n. A4-0198/98
Agenda Sociale Europea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sintesi del libro bianco
Crescita, competitività, occupazione
di Jacques Delors

1993

 

Il "Libro Bianco" di Jacques Delors, presentato dalla Commissione europea nel dicembre del 1993, ha come argomento principale il problema della disoccupazione nei paesi membri della Comunità Europea e rappresenta il contributo più autorevole proposto dalle istituzioni comunitarie per affrontare la più grave emergenza economica e sociale che affligge l'Unione Europea. Contiene numerose indicazioni di politica economica che i singoli Stati membri e la Comunità nel suo complesso dovrebbero seguire per combattere un fenomeno che negli ultimi venti anni ha afflitto l'Europa: più di 18 milioni di persone sono disoccupate e il tasso attualmente oscilla intorno all'11%.

Quali sono le cause della disoccupazione in Europa?

Una caratteristica dell'economia europea negli ultimi 25 anni è il basso tasso di creazione di nuovi posti di lavoro che, non riuscendo a compensare l'incremento della forza lavoro, ha determinato la crescita pressoché costante del numero dei disoccupati.

La scarsa creazione di posti di lavoro e il basso livello degli investimenti nella Comunità, riscontrabili dopo il primo shock petrolifero del 1973, sono dovuti principalmente alle politiche macroeconomiche adottate dagli Stati membri. Ciò ha avuto un effetto negativo sia sulla competitività del "sistema Europa", che sulla crescita dell'economia. Infatti, l'economia europea si espande ad un ritmo molto più lento che in passato.

Secondo l'analisi proposta dal Rapporto della Commissione, la recessione dei primi anni Novanta è stata causata dalla combinazione di un basso tasso di crescita potenziale e da errori di politica economica che hanno sospinto il tasso di crescita effettivo oltre quello potenziale. Ciò è avvenuto alla fine del 1987 quando, dopo il crack delle Borse, si è temuta una fase recessiva e, quindi, vi è stata una politica monetaria su scala mondiale espansiva.

Tuttavia, l'economia europea era già in una fase espansiva che, però, non si rifletteva ancora nelle rilevazioni statistiche. Ciò nel 1988 ha portato ad un tasso di crescita effettivo del 4,1% che superava ampiamente il tasso di crescita potenziale. Questa situazione si è protratta fino al 1990, determinando tensioni inflazionistiche e conseguenti aumenti salariali.

In questo contesto macroeconomico il "libro bianco" pone come obiettivo la creazione, entro l'anno 2000, di 15 milioni di nuovi posti di lavoro. Nei prossimi cinque-dieci anni si prevede un aumento dell'offerta di lavoro all'incirca pari allo 0,5%, dovuto in larga parte all'andamento demografico e per il resto all'aumento del tasso di partecipazione.

Il "Rapporto Delors" indica che le scelte di politica economica da adottare per ridurre la disoccupazione dipendono, in una certa misura, dal tipo di crescita a medio termine ritenuta più idonea a determinare l'aumento desiderato dell'occupazione. Tuttavia, ognuna di queste opzioni ha conseguenze diverse sia sul piano economico che sociale e quindi è necessario valutare le implicazioni delle principali alternative: crescita modesta ed elevatissima intensità occupazionale e crescita più sostenuta e maggiore intensità occupazionale.

La prima opzione si basa sul convincimento che non sia possibile ottenere una crescita molto elevata, anche per le conseguenze sull'ambiente della stessa, e che dunque bisognerebbe incrementare notevolmente il contenuto occupazionale della crescita.

Quindi, si reputa auspicabile una crescita effettiva del prodotto in linea con quella potenziale (poco più del 2% all'anno) ed un notevole incremento dell'intensità occupazionale rispetto ai valori attuali.

Seguire questa strada vuol dire rifarsi alla situazione degli Stati Uniti, che negli ultimi venti anni hanno vissuto una crescita modesta caratterizzata, però, da un'alta intensità occupazionale. Tuttavia, la possibilità di applicare il modello americano al contesto europeo risulta difficile: sarebbe necessario attuare misure che invoglino gli imprenditori ad assumere manodopera, attraverso una considerevole riduzione dei costi salariali e dei contributi sociali.

La seconda opzione prevede una crescita più sostenuta e maggiore intensità occupazionale. Si ritiene che, se all'interno dell'Unione si riuscisse a coniugare una crescita dell'economia del 3% con un aumento dell'intensità occupazionale della stessa compreso fra lo 0,5 e l'1%, si conseguirebbe l'obiettivo di creare quindici milioni di posti di lavoro entro il 2000. In questo caso circa 2/3 dei nuovi posti sarebbero frutto del consolidamento della crescita, mentre 1/3 sarebbero da addebitare alla maggiore intensità occupazionale della stessa. Un tasso di crescita dell'economia europea di quest'ordine viene considerato compatibile con le esigenze di tutela dell'ambiente.

Questa opzione è ritenuta non facile da conseguire, ma comunque più sostenibile in termini sociali rispetto a quella "modellata" sull'esempio americano.

Allo scopo di intraprendere questo percorso di crescita sostenuta e di maggiore intensità occupazionale è necessario che la politica economica comunitaria si fondi su tre elementi principali connessi l'uno all'altro:

  1. un quadro macroeconomico in grado di sostenere le forze di mercato e non di ostacolarle come è avvenuto in passato;
  2. interventi di carattere strutturale volti ad accrescere la competitività verso l'esterno del sistema europeo e a permettere di sfruttare tutte le potenzialità del mercato interno;
  3. una riforma strutturale del mercato del lavoro per rendere più semplice e meno oneroso il ricorso alla manodopera, aumentando così l'intensità occupazionale della crescita.

Una crescita sostenuta è uno degli obiettivi imprescindibili per aumentare l'occupazione: questo dipende dall'andamento dell'economia mondiale, ma anche dalle politiche attuate all'interno dell'Unione.

La politica economica deve quindi favorire un processo di crescita fondato sugli investimenti piuttosto che sul consumo. Inoltre, un aumento degli investimenti, attraverso l'introduzione di nuove tecnologie, avrebbe l'effetto di accrescere la competitività del sistema. A questo fine si devono dividere gli incrementi di produttività fra capitale e lavoro. Il rapporto Delors sostiene che i salari reali dovrebbero continuare ad aumentare, come durante la maggior parte degli anni Ottanta, di un punto percentuale in meno rispetto alla produttività. In questo modo si realizzerebbe il necessario incremento della redditività degli investimenti e della competitività del sistema.

La fiducia degli imprenditori si rafforza se le autorità di politica economica mantengono un quadro macroeconomico stabile, favoriscono un'espansione della domanda globale soddisfacente e dimostrano di voler rinnovare le infrastrutture del sistema. È necessario inoltre preservare la stabilità dei cambi ed il cammino verso la moneta unica.

La politica di bilancio deve contribuire alla maggiore crescita attraverso un significativo contenimento dei deficit statali e favorendo il necessario incremento del risparmio nazionale indispensabile per un aumento degli investimenti che non generi pressioni inflazionistiche. In questo senso, secondo il rapporto, il criterio fissato dal Trattato di Maastricht (disavanzi di bilancio inferiori al 3%, obiettivo raggiunto abbondantemente dall'Italia) è sicuramente un punto di riferimento importante.

L'Unione Europea risulta svantaggiata rispetto ai suoi concorrenti per una serie di motivi:

  1. i risultati commerciali dell'Unione, a partire dagli anni Ottanta, sono peggiorati costantemente e l'industria europea ha perso quote di mercato sia rispetto ai paesi di nuova industrializzazione, che rispetto ai suoi concorrenti classici (Stati Uniti e Giappone);
  2. l'industria comunitaria ha migliorato la sua posizione commerciale solo su mercati a crescita debole (cotone, macchine tessili e da cucire, vari prodotti tessili, conceria, materiale ferroviario, macellazione e preparazione delle carni, lavorazione dei cereali, distillazione di alcool etilico), mentre sui mercati ad alto valore aggiunto come l'informatica, l'elettronica, la robotica, gli strumenti ottici ed il materiale medico-chirurgico vi è un ritardo preoccupante. Per competere in queste arene è necessaria una forte ripresa degli investimenti, l'introduzione di tecnologie più efficienti, la riqualificazione della manodopera ed una riorganizzazione della produzione;
    3. un livello insufficiente di investimenti nella ricerca e nello sviluppo tecnologico.

D'altro canto l'industria europea dispone di alcuni punti di forza rispetto ai suoi competitori: le imprese europee risultano meno indebitate rispetto a quelle americane e giapponesi e lavorano con margini in linea con quelli di questi due paesi. Inoltre, la realizzazione del mercato interno ha dato un notevole impulso alla ristrutturazione delle imprese, la manodopera è altamente qualificata ed il livello delle infrastrutture, sebbene da migliorare, risulta adeguato.
Questi sono gli obiettivi da raggiungere per l'implementazione del mercato interno:

  1. semplificare il contesto normativo e fiscale;
  2. facilitare l'attività delle imprese con iniziative volte a garantire il massimo grado di concorrenza e l'accesso al credito privato;
  3. aiutare lo sviluppo delle piccole e medie imprese, spina dorsale del sistema economico europeo, tramite la cooperazione e la costruzione di reti;
  4. lanciare il piano di realizzazione delle reti transeuropee;
  5. promuovere una crescita dell'economia sostenibile sia sul piano della stabilità monetaria, che su quello ambientale.

Il ruolo svolto dalle piccole e medie imprese viene indicato come decisivo ai fini di ottenere una crescita con maggiore occupazione: queste impiegano più dei due terzi della manodopera europea (il 70,2%) e contribuiscano con il 70,3% al fatturato comunitario.

Nel programma di Delors si sottolinea come la semplice crescita dell'economia non può bastare se non si mette mano ad una profonda riforma del mercato del lavoro, che è una delle cause principali di una disoccupazione che ha assunto un carattere strutturale, come evidenziato dal numero dei disoccupati (18 milioni), dal fatto che oltre la metà di loro sono disoccupati di lungo periodo e dall'elevata disoccupazione giovanile.

Il mercato del lavoro è considerato troppo rigido, in termini di organizzazione dell'orario di lavoro, di retribuzioni, di mobilità e di adeguamento dell'offerta di lavoro alle esigenze della domanda. Queste caratteristiche del mercato del lavoro sono la causa di un costo del lavoro relativamente elevato, che è cresciuto in Europa in misura maggiore rispetto agli Stati Uniti ed al Giappone. Un costo del lavoro elevato spinge le imprese verso la sostituzione di lavoro con capitale per non perdere la sfida competitiva con i concorrenti tradizionali e con i paesi emergenti dell'area asiatica.

La riorganizzazione degli orari di lavoro viene considerata come un aspetto importante sia al fine di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro, che per i riflessi in termini di nuova occupazione. Infatti, andrebbero rimossi gli ostacoli di carattere normativo che riguardano l'organizzazione degli orari ed il lavoro a tempo parziale. Al contempo, bisogna impedire che chi desideri adottare un orario di lavoro ridotto sia meno tutelato dal punto di vista sociale o subisca condizioni di lavoro inferiori.

Il "libro bianco" suggerisce agli Stati membri di adottare iniziative che favoriscano la riorganizzazione degli orari di lavoro, senza però tentare di imporre la riduzione per via legislativa. Gli strumenti per raggiungere questo obiettivo sono:

  1. la negoziazione di un equilibrio migliore in tema di tutela sociale fra lavoratori permanenti e lavoratori a tempo determinato, in modo che sia le imprese che i lavoratori possano scegliere il modello di lavoro preferito;
  2. la riduzione al minimo degli incentivi finanziari che stimolano i percettori di redditi al di sopra della media a lavorare un numero di ore superiore alla media;
  3. incoraggiare la riduzione della settimana lavorativa, utilizzando maggiormente gli impianti se necessario e tutelando la competitività;
  4. l'elaborazione di misure atte a favorire le persone iscritte alle liste di collocamento laddove si presentino nuove opportunità di impiego;
  5. la riduzione delle ore di lavoro su base annua e la possibilità di periodi di interruzione del lavoro e di congedi di formazione.

Una strategia per ridurre la disoccupazione dovrebbe basarsi su di una significativa riduzione del costo del lavoro da realizzare attraverso una diminuzione degli oneri sociali (che ammontano ora al 40% del PIL).

I prelievi direttamente gravanti sul lavoro (imposte dirette e contributi sociali) rappresentano oltre la metà dei prelievi obbligatori (il 23,5%) e sono aumentati in termini reali del 40% dal 1970, ossia ad un ritmo doppio rispetto a quelli americani.

Detti prelievi gravano sul costo totale del lavoro per oltre il 40%, a differenza degli Stati Uniti dove sono pari al 30% e al Giappone dove pesano per il 20%.

Il livello elevato di questi costi non salariali è uno degli ostacoli maggiori per un aumento dell'occupazione, in quanto le imprese sono ovviamente dissuase dall'assumere nuova manodopera. Ciò vale in misura maggiore per le piccole e medie imprese, che sono le prime ad essere scoraggiate dall'elevato livello degli oneri sociali, amministrativi e fiscali che gravano su di esse.

In questo contesto, al fine di aumentare l'occupazione senza incidere sui livelli delle retribuzioni si propone di ridurre i costi non salariali del lavoro soprattutto per i lavoratori meno qualificati. Infatti la disoccupazione grava in modo più pesante su questa categoria di lavoratori e per di più nella maggior parte dei paesi europei i costi non salariali del lavoro pesano in misura relativamente maggiore sui lavoratori a più basso salario.
Nel rapporto Delors, naturalmente, si sottolinea che per poter ridurre il costo del lavoro senza aggravare il bilancio degli Stati membri si devono attuare misure fiscali compensative, basate principalmente su tributi volti alla protezione dell'ambiente come l'imposta sulle emissioni di anidride carbonica, o come le imposte sugli impianti inquinanti o consumatori di energia.
Il terzo "tipo" di disoccupazione che caratterizza il sistema europeo è quella tecnologica. Benché esistano nuovi bisogni legati al cambiamento degli stili di vita, alla trasformazione delle strutture e delle relazioni familiari, alla crescita dell'occupazione femminile ed al progressivo invecchiamento della popolazione, alla tutela ambientale e al recupero delle aree urbane, il mercato non vi fa fronte, in quanto lo sviluppo della domanda e dell'offerta incontra ostacoli notevoli. Dal lato della domanda si pone il problema dell'elevato costo relativo del lavoro scarsamente qualificato, che si riflette sul prezzo dei servizi, mentre dal lato dell'offerta vi è la tendenza a considerare questo tipo di lavori degradanti, poiché ritenuti scarsamente qualificati. Questo tipo di servizi, pertanto, vengono solitamente lasciati al mercato nero o all'iniziativa statale.
Secondo le stime, i cosiddetti lavori "socialmente utili" sarebbero in grado di creare 3 milioni di nuovi posti di lavoro all'interno dell'Unione. Il "libro bianco" indica alcuni "nuovi bacini d'impiego":

  1. I servizi zonali di assistenza: assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, assistenza sanitaria, preparazione di pasti e i lavori domestici; custodia dei bambini che non hanno ancora raggiunto l'età scolare e, fuori dell'orario scolastico, degli scolari, compresi gli spostamenti tra casa e scuola; assistenza ai giovani in difficoltà, attraverso il sostegno a livello scolastico, offerta di attività ricreative (soprattutto sportive), inquadramento per i più svantaggiati; sicurezza di immobili destinati ad abitazione; piccoli negozi mantenuti in aree rurali ma anche nei quartieri decentrati.
  2. L'audiovisivo.
  3. Le attività ricreative e culturali.
  4. Il miglioramento della qualità della vita: rinnovamento dei vecchi quartieri e dei vecchi habitat per migliorare il comfort (attrezzature sanitarie e isolamento acustico) e garantire meglio la sicurezza, sviluppo dei trasporti pubblici locali, resi più confortevoli, frequenti, accessibili (in particolare ai disabili) e sicuri, e offerta di nuovi servizi quali i taxi collettivi nelle aree rurali.
  5. La protezione dell'ambiente. conservazione delle zone naturali e degli spazi pubblici (riciclaggio locale dei rifiuti); trattamento delle acque e risanamento delle zone inquinate; controllo delle norme di qualità; dispositivi per risparmio energetico, segnatamente per le abitazioni.

Una delle cause fondamentali della disoccupazione tecnologica nei suoi connotati di fenomeno strutturale, indicate dal "libro bianco", è l'inadeguato livello dell'istruzione e della formazione professionale di fronte sia ai rapidi mutamenti della tecnologia, che alla sfida portata al sistema europeo dalla globalizzazione dell'economia.

La formazione e l'istruzione sono considerati degli strumenti di politica attiva del mercato del lavoro, in quanto servono ad adeguare la preparazione professionale dei lavoratori e dei giovani alle mutevoli esigenze del mercato.

Inoltre, essi rappresentano uno strumento basilare di lotta al tipo di disoccupazione che più affligge il nostro sistema, quella giovanile e quella di lunga durata.

Il principio fondamentale alla base di ogni azione riguardante la formazione deve essere, secondo il Rapporto Delors, la valorizzazione del capitale umano lungo tutto il periodo della vita attiva. L'obiettivo è quello "di imparare a imparare per tutto il corso della vita". Per agevolare il passaggio dei giovani dalla scuola alla vita professionale, vanno ampliate le forme di tirocinio ed apprendistato presso le imprese e, ad integrazione di ciò, vi è bisogno di corsi di formazione professionale brevi ed a carattere eminentemente pratico organizzati in centri specializzati.
Per realizzare questa opera di riorganizzazione del sistema educativo e formativo vi sarebbe bisogno di destinare una quota degli stanziamenti attualmente destinati ai sussidi di disoccupazione per programmi inerenti la formazione, in particolare per i giovani senza qualifiche e per i disoccupati di lunga durata. È necessario un maggiore coinvolgimento delle imprese nei processi di formazione, ad esempio attraverso una riduzione degli oneri sociali per quelle aziende che intraprendono azioni di formazione.

 

Fine articolo

 

Corso di Politica economica corso avanzato - a.a. 2008-2009

 

Laurea magistrale in statistica, economia e impresa

 

Proff. Cristina Brasili e Roberto Fanfani

 

 

Bibliografia e letture consigliate

 

 

L’Europa e le sue politiche

 

Bomberg E., Peterson J., Stubb A., (2008), The European Union: How does it work?. (seconda edizione), Oxford University Press, Oxford.

 

Comunità europee (2003), Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa. Adottato per consenso dalla convenzione europea il 13 giugno e il 13 luglio 2003. Trasmesso al Presidente del Consiglio Europeo a Roma. 18 Luglio 2003. Comunità europee. Germany.

 

  • Le politiche economiche

 

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Padoa Schioppa Kostoris F., a cura di (2001), Rapporto sullo stato dell’Unione Europea, il Mulino, Bologna

 

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  • Il ciclo economico

 

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Sito RegiosS: http://www.regioss.it/

Sito Istat: http://www.istat.it/

   Sito Isae: http://www.isae.it/

   Sito Unioncamere: http://www.unioncamere.it/

 

  • Le politiche regionali

 

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Viesti G., Prota F. (2007), Le politiche regionali dell’Unione Europea, il Mulino, Bologna (terza edizione).

 

Wallace H., Wallace W., Pollack M. (2005), Policy making in the European Union, Oxford University Press, (quinta edizione).

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Nisticò R. (2003), La disoccupazione estrema, Rubbettino.

 

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Sito Ministero dell’economia e delle finanze (www.mef.gov.it)

Sito Banca d’Italia (www.bancaditalia.it)

Sito ISTAT (www.istat.it)

Sito Dipartimento per le Politiche di sviluppo (www.dps.tesoro.it)

 

 

Fine articolo

 

ATTO UNICO EUROPEO

 

Sintesi Principali contenuti

 

L’Atto Unico europeo (AUE), firmato nel febbraio 1986 e ratificato nel 1987, ha completato e modificato i Trattati di Roma; ampliando i poteri della Comunità in diversi settori e perfezionando le procedure decisionali. Tale Trattato contiene un riordinamento delle principali disposizioni costituzionali, delle disposizioni destinate a imprimere un nuovo impulso alla Comunità e delle disposizioni che modificavano alcuni aspetti del sistema decisionale della Comunità.


Il termine “unico” è stato utilizzato perché con l’Ue si intende riunire in uno stesso testo sia le disposizioni concernenti la Comunità europea sia la Cooperazione politica europea (CPE), che non rientra nell’ambito di competenze della Comunità.

 

Obiettivi

I principali obiettivi dell’Atto Unico Europeo erano: la realizzazione del mercato interno entro il primo gennaio 1999, l’accrescimento del ruolo del Parlamento europeo per una maggiore democrazia comunitaria, miglioramento della capacità decisionale del Consiglio dei Ministri. Gli obiettivi dell’Atto Unico, in un’ottica allargata erano:

 

  • creare un effettivo mercato interno;
  • mettere in essere una politica di coesione sociale;
  • inaugurare una cooperazione politica europea.

 

Per realizzare una cooperazione politica si dovevano istituzionalizzare degli incontri periodici a livello di alti dirigenti dei Ministeri degli Esteri dei Paesi membri. Benché sia stata una delle prime aree non economiche a cui si è volta l’attenzione della comunità, di fatto non ha portato al reale coordinamento delle politiche estere dei Paesi membri.

 

Principali novità introdotte

L’Atto Unico europeo modifica e completa i tre Trattati iniziali, ma si occupa soprattutto dell’evoluzione politica ed istituzionale della CEE. L’AUE, oltre all’istituzione del mercato unico, prevede anche l’introduzione, per tale settore, di una procedura di cooperazione nella quale il Parlamento europeo è associato più strettamente al potere legislativo..


Tra le altre principali novità introdotte nell’Atto unico emergono:

 

  • il completamento del mercato interno entro il 1992;
  • alcuni settori politici venivano formalmente incorporati nel nuovo Trattato, accrescendo il potere decisionale nei loro confronti. Tra loro spiccano l’Ambiente, la Ricerca e Sviluppo Tecnologico e la Coesione Economica e Sociale;
  • per dieci nuovi articoli viene stabilita la procedura di cooperazione, che accresce l’efficienza decisionale del Consiglio e aumenta, anche se limitatamente, i poteri del Parlamento europeo;
  • il ruolo del Parlamento europeo e la sua potenziale influenza sulla Comunità vengono accresciuti mediante una nuova procedura di Parere Conforme;
  • le riunioni dei 12 Capi di Governo nel quadro del Consiglio europeo ricevono per la prima volta un riconoscimento giuridico;
  • la cooperazione in materia di politica economica e di politica monetaria si vede dotata di un fondamento giuridico così come la cooperazione in materia di politica estera  che si era sviluppata, sotto forma di Cooperazione politica europea (CPE), al di fuori del quadro istituzionale comunitario;
  • le funzioni della Corte di Giustizia vengono estese mediante disposizioni per l’instaurazione di un Tribunale di Primo Grado.

 

Principali effetti

Quello fissato a Lussemburgo è un Atto Unico e non già un Trattato sull’Unione Europea perché esso non ha neppure la pretesa di fondare parte dell’Unione, ma quella più modesta di contribuire alla sua realizzazione facendo fare un ulteriore passo avanti alla costruzione europea. L’indicazione dell’Unione europea nell’Atto Unico, oltre a non rispecchiare la realtà, sarebbe stata sgradita a paesi come la Danimarca che l’avrebbero considerata troppo impegnativa, e neppure ad altri paesi, come quelli del Benelux, che all’opposto, l’avrebbero intesa come un mero involucro del tutto insoddisfacente per le aspirazioni federaliste da loro sempre coltivate. Nella prospettiva dell’Unione Europea, L’AUE non poteva tralasciare la componente economica e monetaria, cui è fatto esplicito riferimento nel Preambolo.


Con l’Atto Unico, il Consiglio europeo diventa un’istituzione dello stesso Trattato ma non anche un’Istituzione delle Comunità europee. Ottiene la sua consacrazione ufficiale vedendosi definito nella sua composizione e nella cadenza delle sue riunioni. Il proprio ruolo di dare impulso e definire gli orientamenti generali dell’Unione non sarà modificato neppure dal Trattato di Maastricht, che si limita a riconoscerne la funzione e ad ufficializzare la prassi della presentazione al Parlamento europeo della relazione di ogni singola riunione.


L’Atto Unico europeo ha fornito pertanto un impulso determinante al processo di integrazione europea. Lo ha fatto rafforzando, da un lato la base giuridica dell’attività politica, in particolare per quanto concerne il mercato interno, per la cui realizzazione veniva fissata una scadenza; e dall’altro rafforzando il sistema istituzionale della Comunità, in particolare ampliando l’ambito decisionale in cui il Consiglio dei ministri poteva ricorrere al voto a maggioranza qualificata, e conferendo maggiori poteri legislativi al Parlamento europeo.

 

 

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